U+D | N°16/2021

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U+D urbanform and design | 16

U+D urbanform and design è una rivista scientifica dedicata ai temi della lettura e del progetto architettonico e alle trasformazioni della forma urbana. La rivista, classificata in classe “A” nel ranking Anvur, intende proporre nuove strade per il progetto di architettura, basate sull’aspetto razionale e comunicabile degli studi disciplinari, proponendo in particolare all’attenzione della comunità scientifica quelli rivolti allo studio dei processi formativi dell’architettura ed alla loro utilità per il progetto contemporaneo. U+D, pubblicata semestralmente in italiano e inglese sia nell’edizione online che in quella cartacea, si rivolge ad un pubblico internazionale costituendo un contributo significativo al dibattito in corso sul rinnovo degli strumenti della morfologia urbana. La rivista è articolata in sezioni dedicate alla pubblicazione di saggi e progetti sui temi della forma urbana, studi e ricerche di carattere teorico, riflessioni autorevoli e punti di vista dedicati all’interpretazione personale su argomenti di maggiore attualità nel settore specifico di interesse della rivista. La qualità scientifica dei suoi contenuti è assicurata dal suo comitato scientifico, costituito da studiosi di livello internazionale, e da una rigorosa selezione dei contributi attraverso il metodo del “double blind peer-review”.

ISBN 978-88-913-2512-9

U+D Edition Rome

ISSN 2612-3754

U+D urbanform and design is a scientific journal dedicated to the themes of reading and architectural design and of the transformations of the urban form. The Journal that has an ANVUR ranking Class A*, intends to propose new paths for the architectural project, based on the rational and communicable aspect of disciplinary studies, in particular by proposing to the attention of the scientific community those aspects aimed to the study of formative processes of the architecture and their usefulness for the contemporary project. U+D, published every six months in Italian and English (both online and print edition), is aimed at an international audience by giving a significant contribution to the ongoing debate on the renewal tools concerning the urban morphology. The journal is divided into sections dedicated to the publication of essays and projects concerning urban morphology’s themes, studies and research with a theoretical character, authoritative reflections and view point dedicated to personal interpretation of topics of greater relevance inherent the specific area of interest of the journal. The scientific quality of its contents is ensured by its scientific committee, made up of international scholars, and by a rigorous selection of contributions through “double blind peer-review” method.

U+D urbanform and design rivista scientifica di ISUFitaly International Seminar on Urban Form Italian Network


U+D urbanform and design Reg. Trib. Roma N°149 del 17 giugno 2014 info@urbanform.it ISUFitaly_International Seminar on Urban Form Italian Network DiAP_Dipartimento di Architettura e Progetto LPA Lab_Lettura e Progetto dell’Architettura Direttore_Editor Giuseppe Strappa, Univ. Sapienza Roma Vicedirezione_Co-Editors Paolo Carlotti, Univ. Sapienza Roma Sede di Bari: Matteo Ieva, Polit. di Bari Sede di Parma: Marco Maretto, Univ. di Parma Sede di Firenze: Alessandro Merlo, Univ. di Firenze Caporedattore_Assistant Editor Giulia Annalinda Neglia, Polit. di Bari Redazione_Editorial Team Studi e Ricerche_Studies and Research Mariangela Turchiarulo, Polit. di Bari Punti di Vista_Viewpoints: Nicola Scardigno, Polit. di Bari Recensioni e Notizie_Book Reviews & News Giuseppe Francesco Rociola, Polit. di Bari Revisione testi inglese_English texts reviews Giuseppe Francesco Rociola, Polit. di Bari Nicola Scardigno, Polit. di Bari Progetto grafico e composizione_Graphic design Antonio Camporeale, LPA Univ. Sapienza Roma Collaboratori esteri _Collaborators abroad Youpei Hu, Univ. of Nanjing Sérgio Padrão Fernandes, Univ. of Lisboa Pierre Gauthier, Univ. Concordia Montreal Comitato Scientifico_ Scientific Committee Giuseppe C. Arcidiacono, Univ. di R. Calabria Luis A. de Armiño Pérez, Univ. Polit. de Valencia Enrico Bordogna, Polit. di Milano Eduard Bru, Univ. Polit. de Catalunya Brenda Case Sheer, Univ. of Utah Giancarlo Cataldi, Univ. di Firenze Michael P. Conzen, Univ. of Chicago Carlos F. L. Dias Coelho, Univ. de Lisboa Kai Gu, Univ. of Auckland Pierre Larochelle, Univ. Laval Nicola Marzot, TU Delft Vicente Mas Llorens, Univ. Polit. de Valencia Gianpiero Moretti, Univ. Laval Québec Vitor Oliveira, Univ. de Porto Attilio Petruccioli, Univ. Sapienza Roma Franco Purini, Univ. Sapienza Roma Carlo Quintelli, Univ. di Parma Ivor Samuels, Univ. of Birmingham Marco Trisciuoglio, Polit. di Torino

In copertina: N. Scardigno, “Metafora Urbana”. On the cover: N. Scardigno, “Urban Metaphor”.

Processo di pubblicazione degli articoli La rivista U+D urbanform and design adotta un processo di valutazione e revisione dei contributi presentati dagli autori in forma anonima avvalendosi della collaborazione di due revisori (double-blind peer review). Gli autori che intendono pubblicare i propri contributi sulla rivista, sono invitati a presentare una proposta secondo le forme indicate nella call. Le proposte sono valutate dalla direzione della rivista sulla base di criteri di qualità riferibili soprattutto alla congruenza con le finalità della rivista, originalità, innovatività e rilevanza dell’argomento trattato, rigore metodologico e chiarezza espositiva, impatto nella comunità scientifica. Per le proposte accettate, la redazione invita gli autori a presentare lo scritto completo in italiano e in inglese (per gli stranieri è obbligatoria la sola lingua inglese). La procedura di valutazione avviene attraverso il giudizio di due revisori, esterni al comitato di redazione. La direzione individua, per ciascun contributo presentato, i nomi dei due revisori in relazione alla loro specifica competenza. I riferimenti che possono attribuire la paternità all’autore non compaiono nei files inviati ai revisori. Nel caso di discordanza tra i due pareri, il contributo è inviato a un terzo revisore, la cui valutazione consente di ottenere la maggioranza del giudizio. La valutazione e le indicazioni dei Revisori vengono comunicate agli Autori che procedono alla stesura finale del contributo. La decisione finale sulla pubblicazione del contributo spetta comunque al Direttore. Ove dovesse verificarsi una sostanziale modifica allo scritto da parte dell’Autore, la Direzione può decidere di riattivare il processo di valutazione. Articles publishing process U+D urbanform and design journal adopts an anonymous process of evaluation and review of the contributions presented, with the collaboration of two reviewers (double-blind peer review). Authors wishing to publish their contributions in the journal are invited to submit a proposal according to the forms indicated in the call. The proposals are evaluated by the direction of the journal considering quality criteria above all concerning the congruence with the aims of the journal, originality, innovation and relevance of the topic, methodological rigor and clarity of presentation, impact on the scientific community. The editorial board invites the authors of the accepted proposals to present the complete text in Italian and English (for foreigners only the English language is mandatory). The evaluation process takes place through the valuation of two reviewers external to the editorial board. The journal direction will choice, for each contribution submitted, the names of the two reviewers selected for their specific competence. References that can make authorship recognized by the reviewers will not appear in the files sent to them. In the event of a divergence between the two opinions, the contribution will be sent to a third reviewer, whose valuation allows to obtain the majority of the opinion. The evaluation and indications of the Reviewers will be communicated to the Authors who will proceed to the final writing. The final decision on the publication of the contribution rests, however, with the Director. Should a substantial modification by the author to the written document occur, the editors may decide to activate the evaluation process again.

L’Editore è a disposizione degli eventuali proprietari di diritti sulle immagini riprodotte nel caso in cui non si fosse riusciti a chiedere la debita autorizzazione. Chiuso in redazione nel dicembre 2021. The publisher is available to any owners of the images rights in the event that it has not been possible to request due authorization. Closed by the editorial board in December 2021. Consultabile su/Available on: https://www.urbanform.it/ ISSN 2384-9207 (Online) ISSN 2612-3754 (Print) ISBN 978-88-913-2512-9 (Print) ISBN 978-88-913-2515-0 (Pdf)


Indice_Index 2021_anno VIII_n.16

Editoriale_Editorial E| Giuseppe Strappa Il lotto costruito e la città futura. Il problema dell’unità elementare nella lettura e nel disegno della forma urbana The built lot and the future city. The elementary unity problem in the reading and design urban form

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Strumenti e metodi_Tools and methods P| Paolo Carlotti Ragionamenti morfologici sulla città Morphological reasoning about city

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1| Michela Barosio (Urban)Form follows parameters (Urban)Form follows parameters

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2| Enrico Bordogna Un progetto di ricostruzione in tabula rasa. Temi, problemi, interrogativi A project for reconstruction in tabula rasa. Themes, issues, questions

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3| Francesco Collotti Ricostruzione del Dom Römer a Francoforte sul Meno. Imparare dagli antichi catasti The Dom Römer reconstruction at Frankfurt Main. Learning from old cadasters

36

4| Armando Dal Fabbro Costruire figure, ricomporre spazi, dare forma ai territori futuri della città: sul caso veneto Building figures, recomposing spaces, giving form to the future territories of the city: the case of the Veneto region

42

5| Annarita Ferrante L’eredità degli studi sulla tipologia e morfologia nelle azioni di rigenerazione urbana On the legacy of typology and morphology in the processes of urban regeneration

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6| Emanuele Palazzotto Palermo e il Piano Programma: morfologia e fenomenologia urbana Palermo and the “Piano Programma”: morphology and urban phenomenology

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7| Antonello Russo Forma urbana tra discontinuità e distanza Urban form between discontinuity and distance

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8| Gianfranco Sanna, Silvia Serreli Territori-struttura come dispositivi generativi della città Territories-structures as generative devices of the city

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Ricerche_Research

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P| Alessandro Merlo Le “scuole” italiane di rilievo urbano The italian “schools” of urban survey

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1| Benno Albrecht, Jacopo Galli Ricostruzione e Metamorfosi Urbana. Le mappe delle trasformazioni come strumento di comprensione dell’evoluzione urbana postbellica Reconstruction and Urban Metamorphosis. Transformation maps as tools for the comprehension of postwar urban evolutions

80

2| Carlo Atzeni, Adriano Dessì, Silvia Mocci Progetto e continuità. Forme e tipi dell’abitare in Sardegna e nel Mediterraneo Project and continuity. Forms and types of living in Sardinia and in the Mediterranean area

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3| Antonio Conte Aspetti della conoscenza tipo-morfologica dell’architettura della città come materia stessa del progetto. Il disegno critico di rilievo come strumento analitico-descrittivo Aspects of the type-morphological knowledge of the architecture of the city as the very material of the project: the critical survey drawing as an analytical-descriptive tool

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4| Riccardo Florio Lettura e rappresentazione della città storica Reading and representation of the historical city

98

5| Gianfranco Gianfriddo Forma e carattere dell’abitare Form and personality of living

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6| Carlo Ravagnati Archeologia degli studi di analisi urbana Archaeology of urban analysis research

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7| Fabrizio Toppetti La forma e la città Form and the City

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8| Michele Zampilli L’influenza degli studi di tipologia processuale sui Codici di Pratica ed i Manuali del Recupero e nella didattica del restauro urbano The influence of procedural typology studies on the Codes of Practice, on the Recovery Manuals and on the didactic of urban restoration

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Punti di vista_Viewpoints 1| Jörg H. Gleiter La tradizione umanistica degli studi di Morfologia Urbana in Italia The humanistic tradition of Urban Morphology studies in Italy

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2| Franco Purini La morfologia urbana come studio della città e come visione del suo futuro Urban morphology as a study of the city and as a vision of its future

134

3| Alberto Ferlenga Un tesoro da non sprecare A treasure not to be wasted

140

4| Gianpiero Moretti, François Dufaux Ibridazioni: la città nord americana rivelata dagli studi tipo-morfologici Hybridizations: typo-morphology reveals the North American city

146

5| Efisio Pitzalis Ecco un altro pezzo del mondo di Carlo Here is another piece of Carlo’s world

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6| Giuseppe Di Benedetto Ruolo della morfologia nel processo epistemologico della città tra contesti, sistemi e iconologia The role of morphology in the epistemological process of the city, among contexts, system and iconology

156

7| Laura Anna Pezzetti, Li Kun Leggere l’unità di struttura, morfologia e paesaggio dei villaggi cinesi. Le mappe tipologiche e interpretative del Villaggio Tradizionale di Zhangdaicun (Shaanxi) Reading Structures, Morphology and Landscape as a Unity in Chinese Villages. Typological and Interpretive Maps of Zhangdaicun (Shaanxi) Traditional Village

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8| Cristina Casadei La città di cera. Considerazioni sulla forma urbana nell’Area Archeologica Centrale di Roma The wax-city. Considerations about the urban form in the Central Archaeological Area of Rome

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9| Nicola Parisi Progetto e memoria. Riflessioni attorno alle mura di una città Project and memory. Reflection on city walls

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Recensioni e Notizie_Book Reviews & News

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R1| Matteo Ieva, Architettura come lingua. Processo e progetto (Franco Purini) Architecture as language. Process and design, by Matteo Ieva (Franco Purini)

180

R2| Renato Capozzi, Federica Visconti, Maurizio Ferraris, “Architesture” Attorno all’architettura (Luca Cardani) “Architesture”. Around architecture, by Renato Capozzi, Federica Visconti, Maurizio Ferraris (Luca Cardani)

182

R3| Fabio Guarrera, Francesco Fichera. La storia come repertorio di “forme utili”, (Valerio Tolve) Francesco Fichera. History as a repertoire of “useful forms”, by Fabio Guarrera (Valerio Tolve)

184

R4| Susan S. Benjamin, Michelangelo Sabatino, Modern in the Middle. Chicago Houses 1929-1975 (Silvia Aloisio) Modern in the Middle. Chicago Houses 1929-1975 (Silvia Aloisio)

186

R5| Alessandra Capuano (a cura di), Streetscape. Strade vitali, reti della mobilità sostenibile, vie verdi (Annalinda Neglia) Streetscape. Vital roads, sustainable mobility networks, greenways, by Alessandra Capouano (ed.) (Annalinda Neglia)

188

R6| Laura Anna Pezzetti, Layered Morphologies and Latent Structure. Reading, Decoding and Rewriting to Enhance Historic Rurban Landscape (Paolo Carlotti) Layered Morphologies and Latent Structure. Reading, Decoding and Rewriting to Enhance Historic Rurban Landscape (Paolo Carlotti)

190

R7| Giovanni Battista Cocco, Adriano Dessì, Paesaggi Neometropolitani. Ricerca e progetto di architettura per la città di Sestu (Renato Capozzi) Neometropolitan Ladscapes. Research and architecture project for the city of Sestu, by Giovanni Battista Cocco, Adriano Dessì (Renato Capozzi)

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R8| Nicola Scardigno, L’unità del molteplice. Un pensiero critico e una conversazione con Luigi Franciosini (Matteo Ieva) The unity of the multiple. A critical thought and a conversation with Luigi Franciosini, by Nicola Scardigno (Matteo Ieva)

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N1| Valentina Vacca BiArch. Bari International Archifestival, Festival dell’Architettura, Bari 1° settembre - 20 settembre 2021 BiArch - Bari International Archifestival, Festival of Architecture, Bari 1st September - 20th September 2021

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N2| Iacopo Benincampi Forme dell’Abitare a Roma. Echi dell’antico nell’architettura del primo Novecento. Convegno interdisciplinare di studi, Roma, 23-24 novembre 2021 Forms of Living in Rome. Echoes of antiquity in the architecture of the early 20th century. Conference of Interdisciplinary studies, Rome, Faculty of Architecture, Aula Magna of Valle Giulia, 23-24 November 2021

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N3| Ayşe Sema Kubat Cities Developing Solutions: Re-Think, Co-Act. Urban Forum dell’Unione delle Municipalità di Marmara, 1-3 ottobre 2021 Cities Developing Solutions: Re-Think, Co-Act. Marmara Municipalities Union urban forum, 1-3 October 2021

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N4| Alice Monacelli Environmental Urban Design. Strategies and New Perspectives Workshop internazionale e Giornata di Studi, Parma, 24 novembre 2021 Environmental Urban Design. Strategies and New Perspectives. International Workshop and Lectures Day, Parma 24 November 2021

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N5| Anna Rita Amato ISSUM - International Summer School on Urban Morphology, Roma. 20-28 giugno 2022 ISSUM - International Summer School on Urban Morphology, Rome, 20-28 June

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N6| Redazione Morphology and Urban Design. New strategies for a changing society. VI ISUFitaly International Conference, Bologna. 8-10 giugno 2022 Morphology and Urban Design. New strategies for a changing society. 6th ISUFitaly International Conference, Bologna, 8-10 June 2022

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N7| Redazione U+D Prize. Premio per la migliore tesi di dottorato italiana in Morfologia e Progetto Urbano. I Edizione - Bando 2022 U+D Prize. Award for the best Italian PhD Thesis in Morphology and Urban Design. I Edition - Call 2022

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urbanform and design Editoriale

2021

n.16

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DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.001

Giuseppe Strappa

DiAP, Dipartimento di Architettura e Progetto, Sapienza Università degli Studi di Roma E-mail: giuseppe.strappa@uniroma1.it

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Il problema del rapporto tra strumenti di lettura della città e progetto di trasformazione fa parte, in realtà, della storia stessa della morfologia urbana intesa come disciplina operativa. Fin dalla loro formazione, le diverse scuole si sono divise sulla questione dell’utilità delle indagini razionali e trasmissibili sulla realtà urbana: sul loro costituire l’insieme dei dati quali orientare scelte, oppure rappresentare la sostanza del progetto stesso. Credo che una prima osservazione di carattere generale si possa fare, oggi, sulla progressiva complessità che gli studi di morfologia urbana vanno assumendo. La loro crescente tendenza informatica trova un’immediata spiegazione nel quadro generale del ruolo centrale che sembra stia assumendo la trasformazione digitale in Europa. È noto, peraltro, come in Italia il piano per il PNRR preveda come prima missione la digitalizzazione del paese, alla quale viene dedicato una particolare attenzione anche negli investimenti dei fondi europei. E tuttavia, pur in questo quadro generale e pur considerando la rilevanza scientifica di molte delle sperimentazioni “quantitative” in corso, ritengo che la loro reale rapporto con il progetto sia non di rado del tutto indiretto e che, a volte, non avvicinino il progettista all’indagine concreta del costruito. Si rischia, a mio avviso, di creare un complesso, poderoso microcosmo di regole espresse da un linguaggio simbolico dove, tuttavia, non c’è posto per la infinita varietà del costruito reale: nonostante l’esigenza, insita nella natura stessa della morfologia, di cercare principi generali nella infinita molteplicità della realtà urbana, questa non si lascia ingabbiare in regole e norme di astratta assolutezza. Frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora (è inutile fare con molte cose ciò che può essere fatto con meno): dopo sette secoli da quando il monaco Guglielmo di Occam lo ha enunciato, questo frugale principio di economia dovrebbe forse rientrare nello statuto stesso della morfologia urbana, almeno quando il suo fine venga riconosciuto nel progetto di architettura. E può darsi che occorra ritornare alle cose semplici ed evidenti che non sono banali se non per il modo in cui vengono lette e interpretate. In questo spirito vorrei proporre alcune considerazioni sulla nozione, per noi centrale, di unità elementare dell’aggregato urbano, che equivale a porsi la domanda di quali siano i principi in base ai quali studiare il costruito per progettare. Un tema sul quale, non a caso, recentemente si è scritto molto poco. Certamente l’idea sulla quale si fonda la nozione di aggregato è la capacità degli elementi che lo compongono di stabilire “leggi di convivenza”, norme implicite o codificate che regolano il modo con cui le diverse parti del costruito formano una società di edifici (Giannini, 1976). Ma la definizione generale di quale sia l’elemento sulla quale si fonda tale aggregazione è un problema sempre aperto. La diversità delle aggregazioni nelle diverse aree culturali deriva da differenze strutturali (economiche, storiche, giuridiche) che individuano diverse accezioni del termine “unità” e ne determinano i modi di legarsi insieme. Tale definizione è quindi: universale, in quanto il concetto di proprietà di una porzione di suolo (da parte di un individuo, di un gruppo, di una società) ha alcuni aspetti comuni da cui derivano le nozioni di perimetrazione e appartenenza; culturale, in quanto legata al contesto nel quale il lotto ha origine e si trasforma, molto diverso nelle diverse aree, e spesso differenziato all’interno delle aree stesse (tema di recente, peraltro, molto indagato: Milani 2021, Guo e Ding 2021,

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The problem of the relationship between city reading tools and transformation design is actually part of the very history of urban morphology understood as an operational discipline. Since their formation, the different schools have been divided on the question of the usefulness of rational and transmissible investigations on urban reality: on their constituting a set of data such as guiding choices, or representing the substance of the project itself. A first observation, of a general nature, can be made on the progressive complexity that urban morphology studies are taking on. Their growing IT trend finds an immediate explanation in the general framework of the central role that digital transformation seems to be assuming in Europe. It is also known as in Italy the PNRR (National Recovery and Resilience Plan) envisages the digitization of the country as its first mission. And yet, even in this general framework and even considering the scientific relevance of many of the “quantitative” research in progress, I believe that their real relationship with the project is not infrequently entirely indirect and that, at times, they do not approach the designer to the concrete investigation of the built landscape. May be that we need to return to simple and obvious things that are not trivial except for the way they are read and interpreted. In this spirit, I would like to propose some considerations on the notion, for us essential, of the urban aggregate elementary unit, which is to asking the question of what are the principles to study the built in order to design. Undoubtedly the idea on which the notion of aggregate is based is the ability of the elements that compose it to establish “laws of coexistence”, rules that regulate the way in which the different parts of the building form a society of buildings (Giannini, 1976). But the general definition of what is the element on which this aggregation is based is an always open problem. The diversity of the aggregations in the different cultural areas derives from structural differences (economic, historical, juridical,) which identify different meanings of the term “unity” and determine the ways they link together. This definition is therefore: universal, since the concept of ownership of a portion of land (by an individual, a group, a company) has some common aspects from which the notions of perimeter and belonging derive; cultural, as it is linked to the context in which the lot originates and is transformed, extremely dissimilar in the different areas, and

Il problema dell’unità elementare nella lettura e nel disegno della forma urbana

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Editoriale | Editorial

The built lot and the future city. The elementary unity problem in the reading and design urban form

Il lotto costruito e la città futura

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often differentiated within the same areas (a topic recently investigated: Milani, 2021; Guo and Ding, 2021; Eskidemir and Kubat, 2020) It is therefore necessary to recognize the general in the particular, but risky to generalize its meaning beyond a certain limit. At the heart of the problem is, in my opinion, definition of the term “lot” and its role in the formation of the city. In Italian, as well as in other languages (Kropf, 2018), the term is ambiguous. In its most general sense, this term means a subdivision, each of the parts into which a whole is divided. The most specific definition concerning buildings is, in Italy: “each of the plots of land into which a building area is divided for building use (Treccani Dictionary). In Italian, the term can therefore be understood as a continuous portion of land, distinguished by boundaries, belonging to the same property, intended for building. “Intended for building” is not an obvious consideration: it means that the morphological characters of the lot refer to the type of construction originally envisaged, with significant differences over time and specificities relating to the boundary conditions and the very notion of ownership, another term central to the question. The term “ownership” corresponds both to the right to dispose of things fully and exclusively (Article 832 of the Italian Civil Code) and to the object of physical property. The land, in other words, is a constituent part of the ownership, as is the building that occupies it, belonging (with rare exceptions) to the same owner or group of owners. Even in current legal practice (property deeds etc.), the two terms coincide in the same notion of ownership. How can these considerations relate to the reading and design of the urban form? For some time now, geographers have clearly posed the problem of the property lot central role in the study of the city. For M.R.G. Conzen, for example, it is a portion of land constituting its “unit of use”, becoming the base element of the urban space, together with the buildings and streets, forming the very structure within which the succession of the construction phases develops (Conzen, 2004). The task to define in operational (design) terms the formative process that links the shape of the building to the shape of the soil and its properties is however an architectural problem. We study the city through its form, but we cannot ignore how it is the visible aspect of a structure, the result of a complex process whose matter can have different origins and definitions, which often intertwine and overlap. The lot traces a perimeter, circumscribes a unique place with respect to the rest of the world, generating belonging and exclusions. The property is also a cause of economic and social conflicts of which traces remain on the cadastral maps. Aldo Rossi, I believe, has considered the problem more than others through the notion, perhaps not given the right follow-up, of “area residenza” (residence area). Although written in a particular political context, the passages of his L’architettura della città that concern the analysis of the social clash, from which the drawing of the lots derives, have an undoubted scientific validity: their form confirms how the modification of the land structure indicates the rise of the urban bourgeoisie and the phenomenon of the progressive concentration of capital. Rossi emphasizes the economic basis of the transformations, an aspect that will be scarcely investigated later: it is the link between system of ownership, lot shape and type building, to distinguish the “extra cap-

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Eskidemir e Kubat 2020). È necessario allora riconoscere l’aspetto generale nel particolare, ma azzardato generalizzarne oltre un certo limite il significato. Al centro del problema stanno, a mio avviso, i diversi modi di uso del suolo, soprattutto la definizione del termine “lotto” e del suo ruolo nella formazione della città. In italiano, come pure in altre lingue (Kropf, 2018), il termine è ambiguo riferendosi a diversi ambiti di competenze. Nel suo significato più generale, con questo termine si intende una suddivisione, ciascuna delle parti in cui è frazionato un tutto. La definizione più specifica che riguarda il costruito è, in Italia: “ognuno degli appezzamenti di terreno in cui viene suddivisa, per uso edilizio, un’area fabbricabile (Dizionario Treccani). Nella nostra lingua il termine può essere inteso, quindi, come porzione continua di suolo, distinta da confini, appartenente ad una stessa proprietà, destinata all’edificazione. “Destinata all’edificazione” non è una considerazione ovvia: significa che i caratteri morfologici del lotto sono riferiti al tipo di costruzione originariamente previsto, con rilevanti differenze nel tempo e specificità relative alle diverse condizioni al contorno e alla stessa nozione di proprietà, altro termine centrale della questione. Il termine “proprietà” corrisponde sia al diritto di godere e di disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo (art. 832 del Codice Civile) sia all’oggetto della proprietà fisica. Il suolo, in altre parole, è parte costituente della proprietà, come lo è la costruzione che lo occupa, appartenente (tranne rare eccezioni) allo stesso proprietario o gruppo di proprietari. Questo avviene anche se la proprietà può cambiare nel tempo, e se la proprietà può riguardare diversi lotti. Il proprietario di molte particelle limitrofe destinate all’edificazione, in altre parole, è proprietario di altrettanti lotti distinti. Anche nella attuale prassi legale (atti di proprietà ecc.), costruzione i due termini coincidono nella stessa nozione di proprietà. Come possono queste considerazioni riguardare la lettura e il progetto della forma urbana? I geografi hanno posto da tempo in modo chiaro il problema della centralità del lotto di proprietà nello studio della città. Per M.R.G. Conzen, ad esempio, esso è una porzione di suolo costituente una sua “unità d’uso”, divenendo l’elemento base dello spazio urbano, insieme agli edifici e alle strade, formando la struttura stessa all’interno della quale si sviluppa la successione delle fasi costruttive (Conzen, 2004). Non è però compito della geografia definire in termini operativi (progettuali) il processo formativo che lega la forma della costruzione alla forma del suolo ed alla sua proprietà. Questo è un problema dell’architettura, anzi, una delle sue questioni centrali che deve tener conto della natura complessa ed ambigua della materia su cui si fonda lo studio delle trasformazioni urbane. Noi studiamo la città attraverso la sua forma, ma non possiamo non tener conto di come essa sia l’aspetto visibile di una struttura, l’esito di un processo complesso la cui materia può avere origini e definizioni diverse, le quali spesso si intrecciano e sovrappongono. Il lotto traccia un perimetro, circoscrive un luogo unico rispetto al resto del mondo generando appartenenze ed esclusioni. La proprietà lo rende un luogo familiare, rassicurante, ma anche causa di conflitti economici e sociali di cui restano ampie tracce sulle mappe catastali. Credo che Aldo Rossi abbia considerato più di altri il problema attraverso la nozione, cui non è stato dato forse il giusto seguito, di “area residenza”. La forma dei lotti di una città, la loro formazione e trasformazione, è espressione, per Rossi, della storia continua della proprietà urbana. Pure scritti in un particolare contesto politico, i passi di L’architettura della città che riguardano l’analisi dello scontro, da cui deriva il disegno dei lotti, hanno un’indubbia validità scientifica: la loro forma conferma come la modificazione della struttura fondiaria indichi il sorgere della borghesia urbana e il fenomeno della concentrazione progressiva del capitale. Rossi mette l’accento sulla base economica delle trasformazioni, un aspetto che verrà, a torto, scarsamente indagato in seguito, quando il pensiero marxista non sarà più di moda tra gli architetti: è il legame tra regime di proprietà, forma del lotto e tipo edilizio, a distinguere la casa “extra capitalista”, dove non esiste sfruttamento, da quella di affitto dove, invece, tutto è destinato alla rendita. Al netto del linguaggio apodittico impiegato, questo spiega, tra l’altro, il cambiamento strutturale della proprietà edilizia in Italia nel dopoguerra, dove il 70% del

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patrimonio pubblico è stato costruito prima del 1990 con un rapido declino negli anni successivi, e il progressivo abbandono del tema della casa come ambito di ricerca. E poiché l’abitazione, a differenza degli “elementi primari”, non presenta i caratteri di permanenza, essa va studiata, indica Rossi, nel suo processo di trasformazione insieme all’area su cui insiste; e dovrebbe essere indagata all’interno di una “teoria generale dei fatti urbani” (Rossi, 1966). Gianfranco Caniggia è molto più pragmatico. Egli individua nel lotto la legge seriale dell’aggregato urbano, variante per fase storica e area culturale, che spiega la relazione di congruenza tra forma della porzione di suolo edificato e tipo edilizio. Pur non insistendo particolarmente su questo tema, Caniggia introduce tuttavia la nozione, originale e fertile, di “fascia di pertinenza “come l’insieme degli edifici e delle aree di proprietà inerenti a ciascun fronte di un percorso” (Caniggia, Maffei, 1979). È un altro modo di legare organicamente lo spazio condiviso della strada all’area di proprietà e alla costruzione. “Pertinenza” non indica, quindi, solo la nozione giuridica di possesso, ma anche quella di legame fisico, che unisce una costruzione all’area di appartenenza. Anche considerando le ricerche dei tanti altri architetti che si sono interessati alla lettura scientifica della città (Muratori, Renna, Grassi, Monestiroli, ecc.) si può dunque affermare che l’idea di perimetrazione e costruzione siano alla base dell’interpretazione della città, percorrendo per intero la ricerca italiana sulla morfologia urbana. E forse è possibile derivarne una considerazione attuale e sintetica. Credo che si possa individuare nella definizione di “lotto costruito” come unione solidale e indivisibile di costruzione e suolo, l’unità elementare attraverso la quale individuare la forma in divenire della città e delle sue mutazioni. Questo riconoscimento non è solo la proposta di uno strumento di analisi: è una scelta di parte che prefigura una direzione al progetto urbano. Due considerazioni. Ritengo che l’utilità del termine sia evidente nello studio dell’edilizia storica: nella casa a schiera di origine medievale, l’abitazione non è costituita, in realtà, dalla costruzione più la sua area di pertinenza; esse sono la stessa cosa. Storicamente l’uomo contribuisce, con i gesti di un’intera esistenza, a costruire la casa che abita e che lo rappresenta, la cui forma deriva da necessità, aspirazioni, desideri (ed è, sotto questo aspetto, unica e irripetibile) ma è legata indissolubilmente alla forma della porzione di suolo che possiede. Il lotto contiene, si potrebbe dire, la forma della costruzione e il suo destino. Racchiude i modi delle trasformazioni, le loro dimensioni, la geometria dei potenziali aggiornamenti. Unisce indissolubilmente i due termini una piú generale e condivisa nozione di casa, con le sue regole e convenzioni, che per questo possiede anche un sostrato di tipicità e ripetibilità. Ne è prova la modularità della partizione fondiaria che coincide con la modularità del tipo edilizio vigente nel momento della formazione dei lotti. Il tipo edilizio deriva, in altre parole, dalla suddivisione del suolo così come la divisione del suolo è attuata in funzione dell’idea di edificio che lo dovrà occupare. Il lotto indica, dunque, il radicamento dell’uomo nella città, la consuetudine con uno spazio abitato in senso etimologico, con il locus habitatus, cioè posseduto. Una seconda considerazione. Credo che dovremmo considerare, anche nella città contemporanea, la vitalità e utilità della nozione di lotto costruito. È vero, come scrive Rossi, che il grande cambiamento si ha col passaggio dalla casa di proprietà alla casa d’affitto, dove il rapporto col suolo passa attraverso strumenti astratti di pianificazione urbana. E conosciamo tutti le contraddizioni cui ha portato la divisione degli strumenti progettuali in scale di intervento. Certo, il cambiamento radicale è avvenuto con le nuove forme di proprietà e la condizione abitativa che ne deriva. Come l’operaio della città industriale non è più proprietario dei mezzi di produzione, così egli è estraneo al luogo che abita: è evidente che quella di Rossi, risalente agli anni ’60, è una semplificazione della nozione marxiana di alienazione. Ma le case in linea d’affitto, derivate dalla rifusione di unità di schiera, risalgono alla seconda metà del XVIII secolo. Ed il problema è oggi ancora cambiato, visto che oltre il 60% per cento degli italiani posseggono un’abitazione di proprietà, in gran parte in condomini. Più che di un’alienazione, forse si tratta di uno spaesamento, che è anche una condizione fertile che propizia l’avvento del nuovo, come avverte Heidegger. L’idea di lotto costruito, intesa nel suo significato più ampio e attuale, può costituire, a mio avviso, un

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italist” house, where there is no exploitation, from the rented one where, instead, everything is destined for profit. Net of the apodictic language, this also explains the structural change of building ownership in Italy after the war, where 70% of public assets were built before 1990 with a rapid decline in the following years, and the progressive abandonment of the theme of the house as a research field for architects. And since the house, unlike the “primary elements”, does not have the characters of permanence, it must be studied, Rossi points out, in its transformation process together with the area on which it insists, and it should be investigated within a “general theory of urban facts” (Rossi, 1966). Gianfranco Caniggia is much more pragmatic. He identifies in the lot the serial law of the urban aggregate, varying by historical phase and cultural area, which explains the relationship of congruence between the shape of the portion of built land and the building type. While not particularly insisting on this theme, Caniggia nevertheless introduces the original and fertile notion of “pertinence strip” as the set of buildings and property areas inherent to each front of a route (Caniggia and Maffei, 1979). It is another way of organically linking the shared space of the street to the property area and to the building. “Pertinence” therefore does not indicate only the legal notion of possession, but also that of a physical bond, which unites a construction with the area it belongs to. Even considering the research of the many other architects (Muratori, Renna, Grassi, Monestiroli, etc.) it can therefore be said that the idea of lot boundary and building type is at the basis of the interpretation of the city, in most of the Italian research on urban morphology. Perhaps it is possible to derive a current and synthetic consideration from it. I believe that the definition of “built lot” as a solidary and indivisible union of construction and soil could be identified as the elementary unit through which to identify the evolving form of the city and its mutations. I believe that the usefulness of the term is evident in the study of historic buildings: in the row house of medieval origin, the house is not actually made up of the building plus its pertinent area: they are the same. The lot encompasses the modes of transformations, their dimensions, the geometry of potential upgrades. Indissolubly unites the two terms a more general and shared notion of house, with its rules and conventions, which for this reason also contains a substrate of typicality and repeatability. Proof of this is the modularity of the land partition which coincides with the modularity of the building type in use at the time of the formation of the lots. The building type derives, in other words, from the subdivision of the soil as well as the division of the soil is implemented according to the idea of the building that will occupy it. The lot indicates, therefore, the rooting of man in the city, the custom with an inhabited space in the etymological sense, with the locus habitatus, that is, possessed. We should consider, in my opinion, the vitality and usefulness of the notion of built lot even in the contemporary city. Un updated idea of a built lot, understood in its broadest meaning, could represent, in my opinion, a contribution to overcome the actual split between urban planning and architecture that has determined the “informal” turning point of our suburbs, the decline of the congruence rela-

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tionship between land use modes and building shapes. The finalized partition of the soil designed together with the shape of the buildings: considered in these terms, the same notions of ownership and lot could have a different social meaning, with the reduction of private spaces in favour of participatory structures, propitiating new forms of densification (some early experiments in sharing common spaces are cohousing, housing clusters, micro living). The term “property” is, moreover, a multiple term: it also means “character”. We speak of the attributes of a thing as “properties”, in fact, to distinguish its specific qualities from the other infinite ones that built reality offers us. Perhaps it is therefore conceivable that the term could lose some of the meaning of freely disposing of a good to assume that of “taking care of its characters”. In other words, the notion of a built lot could contain a new, realistic meaning of process, just when the contemporary city, that of telematic flows and immaterial transitions, tends instead to its, apparently ineluctable, elimination. It could also constitute the ideal nucleus around which to form organic densification processes. In 2020, almost 60 square kilometres of land were consumed in Italy, with particular concentration in metropolitan areas. Even in public opinion, the idea is now gaining ground that soil is a rare and precious commodity, a common good. European guidelines provide that net land consumption must be eliminated from 2050 (European Parliament, 2013). It then becomes even more imperative to study the existing fabric, how it can be transformed, how the notion of “mutation” will replace that of “growth”, informing a transformation process congruent and proportionate to the available building stock. In this process it will no longer be possible to think of a fabric abstractly made up of constructed surfaces and areas that are still available. Instead, it will be necessary to consider a new solidarity between construction and form of the soil, physical and legal. The conscious, critical reading of the legacy inherited from land use could become the foundation of a regeneration understood in the literal and cyclical sense of the term: to generate anew starting from what already exists, with its deposit of wisdom and contradictions to be resolved, and also with its morphological principles to be recognized.

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contributo per superare la storica scissione tra urbanistica e architettura che ha determinato la svolta informale delle nostre periferie, il declino del rapporto di congruenza tra i modi di uso del suolo e forma degli edifici. La partizione finalizzata del suolo disegnata insieme alla forma degli edifici: riguardate in questi termini, le stesse nozioni di proprietà e lotto potrebbero avere un’accezione diversa, con la riduzione degli spazi privati a favore di strutture e pertinenze partecipate, propiziando nuove forme di densificazione (non mancano, in questo senso, timidi esperimenti di condivisione degli spazi comuni, dal cohousing ai cluster abitativi al micro living). Quello di “proprietà” è, del resto, un termine molteplice: traccia il confine che delimita appartenenze e difese, comprende ed esclude, ma significa anche “carattere”: noi parliamo degli attributi propri di una cosa o di una porzione di suolo come di “proprietà”, appunto, per distinguerne le qualità specifiche dalle altre infinite che la realtà costruita ci offre. Forse è ipotizzabile dunque che, in un futuro in cui l’esistenza dell’uomo non venga regolata solo dalla competizione, il termine proprietà perda un po’ del significato di disporre liberamente di un bene, di un’area confinata, per assumere quello di “prendersi cura dei suoi caratteri”, del modo in cui quella cosa sta nel mondo, il suo condividere qualità comuni, rimanendo unica e irripetibile. Comprendendo anche il valore dinamico di queste proprietà, il loro trasformarsi nel tempo che richiede che “il prendersi cura” sia soprattutto un progetto che riscriva il senso dello spazio fisico della città. L’idea di lotto costruito potrebbe contenere, in altri termini, una nuova, realistica accezione di processo, proprio quando la città contemporanea, quella dei flussi telematici e delle transizioni immateriali, tende invece alla sua, apparentemente ineluttabile, eliminazione. Potrebbe costituire, anche, il nucleo ideale intorno al quale costruire processi di densificazione organica. Nel 2020 sono stati consumati, in Italia, quasi 60 chilometri quadrati di suolo, con particolare concentrazione nelle aree metropolitane e in quelle a maggiore sviluppo economico. Anche nella pubblica opinione ormai fa strada l’idea che il suolo sia un bene raro e prezioso, un bene comune che deve trovare nuovi ambiti di negoziazione. Le indicazioni europee prevedono che dal 2050 debba essere azzerato il consumo netto di suolo (Parlamento Europeo, 2013). Diverrà allora ancora più importante studiare il tessuto esistente, in che modo possa essere trasformato, come la nozione di “mutazione”, che sostituirà quella di “crescita”, possa informare un processo congruente e proporzionato al patrimonio edilizio disponibile. In questo processo non si potrà più pensare ad un tessuto costituito astrattamente da superfici costruite e aree ancora disponibili. Occorrerà considerare, invece, in che modo la una nuova solidarietà tra costruzione e forma del suolo, fisica e giuridica, espresso dalla nozione di lotto costruito, possa rappresentare il mezzo di una rigenerazione aperta al futuro. Il mondo nuovo che, propiziato dalle indicazioni europee, potrebbe lentamente apparire sarà allora fondato non sulla cancellazione liberista di quanto già scritto, sulla disuguaglianza crescente nell’impiego delle risorse del territorio. La cosciente lettura critica del patrimonio ereditato dall’ uso del suolo poterebbe divenire il fondamento di una rigenerazione intesa nel senso letterale e ciclico del termine: generare di nuovo a partire da quanto già esiste, col suo deposito di saggezza e contraddizioni da risolvere, e anche con i suoi principi morfologici da riconoscere, generativi della futura forma della città. Riferimenti bibliografici_References Caniggia G., Maffei G.L. (1979) Composizione architettonica e tipologia edilizia 1. Lettura dell’edilizia di base, Marsilio, Padova. Conzen M.R.G. (2004) Thinking about Urban Form (edited by Conzen, M.P.), Peter Lang, Bern. Kropf K. (2018) “Plots, property and behaviour”, in Urban Morphology, vol. 22/1. Eskidemir K., Kubat A.S. (2020) “Urban form and culture: a comparative analysis of Anatolian and Italian towns”, in Urban Morphology, vol. 24, p. 1. Giannini A. (1976) Il tipo territoriale, Istituto di Progettazione Architettonica, Genova (pubblicazione a ciclostile). Guo P., Ding W. (2021) “The relationship of building types and plots to changing family structures and land systems in Chinese settlements”, in Urban Morphology, vol. 25/1. Milani A.M. (2021) “The impact of regulations on the typo-morphological transformation of residential buildings in Tehran”, in Urban Morphology, vol. 25/2. Rossi A. (1966) L’architettura della città, Marsilio, Padova.

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Strumenti e metodi Tools and methods


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urbanform and design Ragionamenti morfologici sulla città

U+D Morphological reasoning about city

DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.002

Paolo Carlotti

DiAP, Dipartimento di Architettura e Progetto, Sapienza Università degli Studi di Roma E-mail: paolo.carlotti@uniroma1.it

Introducing “Tools and Methods and researches” session proposed in the Urban Morphology work day, one is needed to refer to Saverio Muratori. At first for the impact induced on the generations of architects who were trained after his arriving in Rome, then for the development of a research about city shape, who made originated and to which many architects contributed. None-

Nell’introdurre la sessione dedicata agli strumenti e metodi e alle ricerche, sviluppate nell’ambito della morfologia urbana, ci si deve necessariamente riferire alla figura di Saverio Muratori, sia per l’impatto indotto nelle generazioni di architetti che si sono formati dopo il suo arrivo a Roma1, sia per lo sviluppo di una ricerca sulla forma della città da lui originata e a cui tanti in seguito hanno contribuito. Strappandolo, nondimeno, come aveva suggerito Tafuri – nel convegno su Muratori a Modena del 1991 – da quell’aura di unicità, dove molti epigoni lo hanno collocato, per restituirgli un posto nella storia del pensiero architettonico italiano e romano in particolare2. Sarà doveroso, pertanto, come anche espresso chiaramente da Franco Purini, a Bari nella presentazione del n 15 di questa rivista, de-insulizzarlo, provare cioè a reincluderlo con quanto avvenuto in quegli anni ’50 e ’60, quando la tradizione architettonica della Facoltà romana sembrava dover essere sostituita da “idee innovative provenienti dalla cultura nordamericana e inglese animate dalle ricerche neoavanguardiste che si esprimevano in una serie di proposte utopistiche tra le quali si distinguevano il gruppo inglese Archigram, i Metabolisti giapponesi, Yona Friedman”. La nuova ondata – sostiene Purini descrivendo quel periodo – spinse, in quegli anni, gran parte degli studenti a schierarsi su posizioni nette, senza aver avuto l’opportunità di valutare criticamente quanto ereditato dalla tradizione e quanto proposto dai nuovi riferimenti dominanti. Era quello – possiamo leggere nel contributo di Spagnesi nel testo sulla Facoltà di Roma – un periodo caratterizzato dal rifiuto dell’accademia e orientato verso un approccio “stilistico” legato a innovazioni e contingenze sociali poste nel solco di linee politiche riformiste, caratterizzate da personalistici orientamenti linguistici e formali, privati di un preciso fondamento teorico (Spagnesi, 2000). Una fase caratterizzata da forti cambiamenti ove “al confronto aperto, leale, ma anche duro con coloro che militano su fronti diversi, la storiografia ha sostituito spesso la strategia consistente nell’ingrandire alcuni protagonisti oltre la loro reale presenza nel dibattito culturale diminuendone altri”(…) ”molte architetture – sostiene Purini – sono state sovrastimate mentre quelle dei nemici non venivano mai prese in considerazione” (…) così come per “le teorie, sublimate quelle degli architetti dello schieramento più attivo e presente, ignorate o vilipese quelle degli avversari, descritti non tanto come architetti che pensano al loro mestiere in altro modo, ma come persone moralmente colpevoli”. A Roma, da Muratori, all’ora unico professore di progettazione, non erano pochi coloro che attendevano risposte sulla fondamentale questione della ricerca sulla forma urbana. Che egli, diversamente da molti convinti che dovesse essere solo espressione soggettiva, ha ritenuto necessario legare a quell’idea di “tipo”, esito di un saper fare in continua trasformazione, condiviso tra autori e fruitori, evinto dal processo formativo della città sul quale aveva cominciato a riflettere nello studio per una operante storia urbana di Venezia e continuato ad indagare con i suoi assistenti nello studio sulla città di Roma. Una riflessione sulla forma e sulla rappresentazione, estesa anche all’unità edilizia e al linguaggio architettonico3, che lo ha anche portato ad avere una posizione critica verso i nuovi manifesti “i valori consolidati allora dalla critica architettonica” (Spagnesi, 2001), tale da farlo apparire in antagonia con quan-

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Abstract The text introduces the “research and methods” session of Urban Morphology. He points out some fragments of path research, improved in Italian University since the second half of the 1950s, starting from those Muratori arguments that unwittingly he offered to academic reflection. Aymonino and Rossi, collected the baton, reach at different design suggestions. Rossi gives geographers as to Muratori the credit for having developed an important descriptive system, which represent “the raison detre” of the settlement, but he also him attributes the mistake of having unexplored the perspectives of the glimpsed structure rules” (Rossi, 1995). What is – Rossi seems to suggest – the form that we must and can draw? Caniggia seems to take out, by the concept of “synchronical variant” of the building type and by the studies for the reconstruction of Venzone, a first response to the question. He distinguished the reversible form from the irreversible, that he recognise into the transformation process of urban form, and he proposes on one hand a rebuild the original form and on the other hand a new mediate design. Several papers offered for the February 2020 study day once again put the terms of the question posed by A. Rossi: what is the project; that we can take out from the deep understanding of the urban storytelling and that suggests to us the synopsis of the urban fabric. Solution that sometimes we can gain by reconstruction of physical memory and by place identity (where it was and how it was), other times, instead, finding by mediation in between the heritage process and contemporary requirements the suggestions for architectural design. The formal solution that has to be able to re-establish the necessity link between the formal inherited presences and the new urban necessary structure.

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Keywords: Urban Morphology, Urban analysis, Muratori Saverio, Aymonino Carlo, Rossi Aldo

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Fig. 1 - Le Corbusier. Schizzo sulla città di Bergamo. Le Corbusier. Bergamo city, sketch.

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Fig. 2 - Villaggio La Martella. Planimetria generale. La Martella Village. General plan.

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to sembrava essere una rottura “necessaria” con gli anni ’20 e ’40 dell’architettura romana. Muratori a Roma, dunque, sembrava voler affrontare una ricerca sullo stile che mettesse in discussione le mode dominanti. Per riflettere su quelle nuove forme disegnate – parafrasando Pareyson – non solo attraverso il confronto dei differenti linguaggi raggiunti nel formarsi stesso della forma nella mente dell’artista ma anche attraverso lo sviluppo di un pensiero critico costruito sullo studio dell’antichità e della storia dell’architettura. Rinnovando, per altro verso, quelle scelte che avevano portato Gustavo Giovannoni, Vincenzo Fasolo, Arnaldo Foschini e Marcello Piacentini a fondare la Facoltà di Roma; che era stata – come sostiene D’Amato – “basata su uno studio operativo della storia dell’architettura, antica e moderna, vero e indispensabile fondamento del mestiere di architetto” (D’Amato, 2017). Sembrava voler proporre le basi per un nuovo stile, da conquistare, non con una operazione formalistica a tavolino, libera espressione del discente che bandiva la storia – come voleva il Bauhaus di Gropius –, piuttosto, rinnovando le procedure del progetto d’architettura, per far discendere la nuova forma dalla ratio firmitatis, dalla ratio utilitatis4 nell’accezione latina di ragione, motivazione o soluzione e da uno studio della storia dell’architettura capace di garantirne la significazione permanente nel tempo. Studi e pratiche operativi che tuttavia gli saranno contestate nell’esercizio e nell’esito progettuale: “le premesse e le problematicità di queste sperimentazioni didattiche vennero, sin dall’inizio, scarsamente comprese”. Rimaneva, tuttavia, quello di Muratori “Un discorso di grande interesse se visto come rivisitazione e reinvenzione” delle tipologie storiche, “mai comunque da copiare o da riproporre tali e quali” (Spagnesi, 2000). Ma tali studi di morfologia urbana e tipologia edilizia – all’ora percepita in

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theless, tearing it away, as Tafuri suggested – in the “Muratori” conference on 1991 at Modena – from that aura of uniqueness where many followers have placed it, to give back him a place in the history of Italian and Roman architectural thought in particular. Therefore, it will be necessary, as also clearly expressed by Franco Purini, to try to re-include him in what was happening in those 50s and 60s, when the architectural tradition of the Roman Faculty seemed to have to be replaced by “In short, the whole tradition of the Faculty had to be overcome in favor of a vision that could introduce innovative ideas from North American and English culture. The sixties were animated by neo-avant-garde research expressing itself in a series of utopian proposals among which the English group Archigram, the Japanese Metabolists, Yona Friedman stood out”. The new wave – said Purini describing that time – pushed a lot of the students to take clear a stand, without having had the opportunity to critically evaluate what was inherited from tradition and what was proposed by the new dominant references. It have been years characterized by the refusal of the academy and oriented towards a “stylistic” approach linked to linguistic innovations and personality orientations, deprived of a precise theoretical foundation, and influenced by social contingencies inducted by the new political way. At the time from Muratori, the isolated professor of design, there were not a few who were wait-

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contrasto – avevano radici che possono essere rintracciate in quei primitivi studi di geografia antropica, sviluppati in Francia e Germania e poi in Italia a cominciare dal XVIII secolo5, che Muratori ha forse avuto il merito di trasferire per la prima volta nel dominio dell’architettura e del progetto architettonico. Esiti di un ragionamento che appariva come una sorta di controrivoluzione della ricerca progettuale distolta da una riflessione esclusivamente incentrata sulla forma. Le sue teoresi erano forse ancora troppo lontane da quella prassi didattica adottata di un insegnamento che si presentava come un metodo operativo del tutto empirico, delegato soprattutto, per l’assenza sistematica dei maestri dalle lezioni, all’immaginazione dei numerosi assistenti (tra i quali Tassotti e Vagnetti al corso di Foschini) tesi, per lo più, alla ricerca della migliore soluzione formale dell’edificio destinato a rimanere orfano di una lezione di storia dell’architettura, da sviluppare, invece, nel confronto solipsista con le posizioni espresse nelle riviste in auge al tempo (Spagnesi, 2000). Ragionamenti allora poco compresi, sebbene, scrive ancora Spagnesi nel testo dedicato all’insegnamento e alla figura di Saverio Muratori6, la sua figura fosse stata “programmata” e “in genere benevolmente accolta” nella Facoltà di Roma. Le sue opere, infatti, erano apparse in sintonia con quanto prodotto allora, opere, come quelle del Valco San Paolo, ritenute consone con quelle di un architetto innovativo e ben si coniugavano con gli interventi di Ridolfi per il Tiburtino III, o con quello dell”unità d’abitazione orizzontale” di Libera (che dopo il discorso del Roxy lo “affiancherà” per un anno), dove la forma provava ad esprimersi con la tradizione e la cultura sociale di coloro a cui era destinata. Era stato collocato nell’alveo – ricorda Palmieri nel suo saggio pubblicato nel n.15 di questa rivista e come ha evidenziato ancora Purini – di quella generazione che doveva rompere con il passato, “La generazione dei primi ‘moderni’ uscita dalla scuola, della quale fanno parte oltre a Ridolfi, Libera, Paniconi e Pediconi (…)” che tuttavia conservavano “l’imprinting dell’insegnamento piacentiniano del corso di Edilizia Cittadina” (Palmieri, 2021). Ma era solo all’inizio di una ricerca di morfologia e di sperimentazioni architettoniche che guardava alla forma della città e a quel suo progressivo mutare per la composizione architettonica e urbana. Che legava – ci ricorda Marzot (Marzot, 2002) – quel pensiero Giovannoniano, che tanto aveva significato per la cultura urbana e architettonica della città, che partendo proprio dal contesto storico aveva introdotto l’idea del progetto quale palinsesto dove la densa stratificazione dei differenti livelli storici svelava e guidava il nuovo disegno, la trasformazione, e talvolta perfino l’erosione di quell’impianto originale e iniziale. Trasformazioni e metamorfosi che si potevano ritrovare espresse nel disegno della città Barocca, quale era Roma, che nel rigenerarsi inventava di volta in volta nuovi modi di “mettere in forma lo spazio della città” (Palmieri, 2021). Erano anni di forti tensioni sociali, legate ad una crescita urbana che ha portato Roma al raddoppio della popolazione, al forte incremento della superfice edificata e alla diffusione degli insediamenti marginali e informali. Quelle “baracche”, arrangiate ai margini dell’insediamento, dovute, per lo più, ad una immigrazione rurale e meridionale spinta da un cambiamento economico, politico e sociale di un territorio di paesi che mutava in quello delle città. La necessità di rompere con il passato oscuro del fascismo aveva poi portato molti a rigettare i modelli nazionali a vantaggio di quelli internazionale, modulati sulla città della macchina, optando per la sostituzione di quei tessuti storici minori, ritenuti non di valore, con tessuti e architetture caratterizzate da strutture leggere e intenzionalmente slegate nell’unità dell’edificio. Spesso abbandonando disinvoltamente quell’insegnamento di Giovannoni, che invece aveva intuito la “complementarità tra nuovo e vecchio” e “iniziato a lavorare sulla struttura dei centri storici, concludendo che non esistono città veramente antiche o totalmente nuove” (Marzot, 2002) per aderire incondizionatamente alla proposta di Le Corbusier e dei CIAM, (Plan Voisin e la carta di Bergamo), che promuoveva la sostituzione degli isolati urbani premoderni e l’adozione di un linguaggio comune. Una posizione che lo stesso Le Corbusier rivedrà, quando in occasione del CIAM del 19497 si troverà a visitare il centro

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ing for answers on the research about the urban form. That he considered, unlike many convinced that it should only be a subjective expression, linked to that idea of “type”, the result of a know-how in continuous transformation, shared between authors and users. About which he had begun to reflect with the “Storia operante di Venezia” and continued to investigate with his assistants in the study of the city of Rome. Reflection about form and architectural language which he extended to the whole building, that led him to gain a critical position on that seemed to be a “necessary” break from the 1920s and 1940s Roman architecture. He seemed to want to propose a new architectural project process, not, as Gropius’ Bauhaus proposed, from the free architect invention, but gaining the new form from the “ratio firmitatis”, the “ratio utilitatis” and overall, by a study of the history of the architecture capable of guaranteeing its permanent significance over time. Studies and practices which, however, have been contested in the exercise and in the project outcome. This is remained so, that of Muratori, “A great interesting discourse if one seen as a reinterpretation and reinvention “of historical typologies,” nevertheless never to be copied or re-proposed as they are” (Spagnesi, 2000). These studies of urban morphology and building typology had roots that can be traced back to those primitive studies of anthropogenic geography developed in France and Germany and then in Italy starting from the eighteenth century. That Muratori has applaied to the domain of architecture and architectural design for the first time. These theories were perhaps too far from the didactic practice of the time, from that completely empirical operational method delegated, above all due to the systematic absence of the teachers from the lessons, to the imagination of the several tutors (including Tassotti and Vagnetti at Foschini’s course). In the search for the best shape of the building, orphan of a lesson in the history of architecture, to be developed, instead, by observing the positions expressed in the magazines in vogue at the time (Spagnesi, 2000). Reasonings then little understood, although his figure had been “programmed” and “benevoltly received” in the Faculty of Rome. His works, like that of Valco San Paolo, had been considered in keeping with those of an innovative architect and matched well with Ridolfi’s interventions for Tiburtino III, or with Libera’s “horizontal dwelling unit”. Works, where the form, try to express itself with the tradition and social culture of those should have inhabited it. Muratori had been placed in the riverbed of that generation that had to break with the past, “The generation of the first “moderns” coming out of the school, of which in addition to Ridolfi, Libera, Paniconi and Pediconi (...) “brought with them the imprinting of Piacentini’s teaching of the City Building course” (Palmieri, U+D, 2021). But it was only the beginning of the research for morphology and architectural experiments that looked at the shape of the city and its progressive change. Which were linked (Marzot, 2002) to Giovannonian thought, which had introduced the idea of the project as the palimpsest where the dense stratification of the different historical levels revealed and suggested the new design, the transformation, and sometimes even the erosion of that original and initial settlement. Transformations and metamorphoses that could be found expressed in the design of the Baroque city, as Rome is, which in regenerating itself has invent-

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Fig. 3 - a. Aymonino C., Edilizia vecchia e nuova del tessuto di Parigi; b. Caniggia G., Studio dei condizionamenti radiali negli isolati. a. Aymonino C., Old and new building of the fabric of Paris; b. Caniggia G., Study of radial conditioning within blocks.

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storico di Bergamo (fig. 1). Giovannoni, in un certo senso, aveva anticipato quella preoccupazione per il destino dei centri storici che sarà oggetto di dibattito dagli anni ’60 e che, in un certo senso sarà più innovativa di quella proposta da Astengo per il piano di Gubbio, che distinguendo la parte storica dal resto della città, limitava al mantenimento dello status quo l’azione per quell’edilizia “ambientata” “non di valore”. Continuità e discontinuità nel ragionamento sulla città Quegli anni ’60, carichi di tensioni e aspettative si riflettono sulla facoltà di architettura di Roma. I confronti sociali e politico culturali, nazionali e internazionali, vissuti dalla società civile si traducono nello scontro culturale dal carattere politico. Ludovico Quaroni, rientrato a Roma da Firenze, con Zevi e Piccinato L. sarà tra i riferimenti di questa nuova fase culturale nella Facoltà di Architettura di Roma (Franchetti Pardo, 2000) e protagonista di un vivace dibattito. Tuttavia, benché accademicamente schierato sul fronte opposto, Quaroni, che con Muratori aveva condiviso, nei primi anni dopo la laurea, la collaborazione professionale e alimentato significativamente il dibattito nella facoltà romana (Malusardi, 2000), sembra aver, all’interno di una riflessione personale più ampia e caratterizzata dagli esiti prevalentemente orientati sul piano urbanistico, metabolizzato il corollario sul carattere multi scalare e sistemico dell’unità architettonica e del progetto enunciati da Muratori. Lo esprime con evidenza nel testo Progettare un edificio, dove definisce l’idea di “Organismo e struttura in architettura”, o dove nel progetto dell’ordinato e tradizionale disegno del villaggio della Martella, di olivettiana sensibilità,

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ed from time-to-time new ways of “shaping the space of the city” (Palmieri, U+D, 2021). Those were years of strong social tensions, linked to an urban growth that doubling of the population of Rome, the quickly increase in the built-up area and the spread of marginal and informal settlements. Those “slums”, arranged to the edge of the settlement, mostly due to rural and southern Italy immigration driven by an economic, political and social changing in a territory of countries that is changed to landscape of the cities. The need to break with the dark past of fascism had then led many people to reject the national models for the international ones. Opting for the machine-city model and for the replacement of those minor historical fabrics, considered without value, to make fabrics and architectures characterized by light structures and in contrast with the whole urban fabric. Often abandoning in a nonchalant way that teaching that instead Giovannoni had intuited “They don’t exist ancient towns or totally new ones” (Marzot, 2002) and adhering unconditionally to the Le Corbusier and the CIAM proposal, which promoted the total replacement of the pre-modern urban blocks and the adoption of international style. A point of view that Le Corbusier himself will revisit when, with the occasion of the CIAM in 1949, he will visit the historic center of Bergamo (fig. 1). Continuity and discontinuity in the reasoning on the city

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propone un disegno dei lotti negli isolati che ricalca quella tradizionale disposizione che da sempre aveva caratterizzato la figurazione del tessuto edilizio (fig. 2). Purtuttavia, allo studio tipologico processuale, fa prevalere quella interpretazione soggettiva dal carattere storico e letterario che ritroviamo magistralmente espressa nell’Immagine di Roma (Quaroni, 1969). Una riflessione interdisciplinare, colta, affascinante, che comunque non è sembrato e non sembra ancora rappresentare la soluzione8 per il progetto. Restano poi ancora, negli scritti di Quaroni, molte tracce eloquenti di quell’organica idea muratoriana di architettura e di citta, come ad esempio quella nella didascalia alla prima illustrazione del libro Immagine di Roma: “Un edificio è una struttura, ma a sua volta entra a far parte di una struttura più grande, quella dell’intorno, la quale ultima è parte della ancora più grande struttura urbana”9, e quell’idea di organismo, probabilmente ancora interiorizzato dalla scuola romana e metabolizzato con la frequentazione con Muratori10: “Dunque un edificio è una struttura nel senso che ogni suo spazio e ogni sua membratura deve essere in rapporto stretto rispettivamente con tutti gli altri e le altre con l’insieme”(Quaroni, 1977). Tra i tanti studi e ricerche significativi prodotti ed elaborati sul piano della Morfologia urbana negli anni ’50 e ’60, è interessante confrontare quanto affermato da Muratori con quanto espresso nei contributi seriori particolarmente significativi di alcuni maestri quali Carlo Aymonino (che avrà come assistente Aldo Rossi allo IUAV di Venezia) e Aldo Rossi (assistente di Quaroni dal 1963, Università di Arezzo). Aymonino, nel libro Le città capitali del XIX secolo. Parigi e Vienna, descrive in termini concreti quel comportamento particolare che Caniggia ha definito “percorsi di ristrutturazione”. Quelle mutazioni morfologiche diacroniche nel

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The 1960s, full of tensions and expectations are reflected in the faculty of architecture in Rome. The cultural, national and international social and political confrontations experienced by civil society translate into a cultural clash with a political character. Ludovico Quaroni, who came back to Rome from Florence, with Zevi and Piccinato L., will be one of the protagonists of this new cultural climate in the Faculty of Architecture in Rome (Franchetti Pardo, 2000) and the protagonist of a lively debate. However, although academically aligned on the opposite front, Quaroni, who had shared professional collaboration with Muratori in the first years after graduation (Malusardi, 2000), seems to have metabolized the corollary on the multi-scalar and systemic character of the architectural whole and of the design enunciated by Muratori. He clearly expresses it in the text Progettare un edificio, where he defines the idea of “Organism and structure in architecture”, or where in the orderly and traditional design of blocks the village of Martella, of Olivettian sensitivity, he proposes, for the plots, the same hierarchy of the plots in the blocks that remember that traditional arrangement that had always characterized the building fabric (fig. 2). Nevertheless, his interpretation about historical and literary character that we find masterfully expressed in the book Immagine di Roma prevails on the morphological study (Quaroni, 1969). An interdisciplinary, cultured, fascinating reflection, which in any

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Fig. 4 - Grande pianta tipologica di Gavazzeni V., Rossi A. e Scolari M. per la ricerca topografica a Milano, 1967. La carta rappresenta la zona di piazza del Duomo. Il Broletto è riprodotto nel suo assetto del 1604. Large typological plan by Gavazzeni V., Rossi A. and Scolari M. for the topographic research in Milano, 1967. The map shows the area of Piazza del Duomo with the portico. The “Broletto” is reproduced as it was in 1604.

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case did not seem and still does not seem to suggest the solution for doing the project. Many eloquent traces of that organic Muratorian idea about the city and architecture still remain in many other Quaroni’s writings, such as, for example, the one in the caption of the first illustration of the book Immagine di Roma: “A building is a structure, but in turn it becomes part of a larger one and this in turn is part of a larger urban structure too”1, an idea of organism, probably internalized from the Roman school of architecture and metabolized by frequenting Muratori2: “Therefore a building is a structure, so each of its elements must be in close connection with all the others and all with the whole unit” (Quaroni, 1977). Among the many significant studies and researches produced and elaborated on the level of urban morphology in the 50s and 60s, it is interesting to compare what Muratori said with what was expressed, in the particularly significant succeeding contributions, from some masters such as Carlo Aymonino and Aldo Rossi. Those diachronic morphological mutations of the urban design, related to speculative and “performance” logics. But even more the same that we can also be observed in spontaneous fabrics and which, despite the evident and strong presence of a design intent intentionally aimed at redesigning the fabric, they reach forms similar to those observable in the spontaneous city: “sometimes difficulty arises when it is built of these blocks is carried out and often not without second thoughts: it is not uncommon to see, in later times, their new subdivision (…). Without a doubt, in a classic way, the buildings in the corner and those with the best exposition were built first, leaving the inner space of the block to be subjected, later, to further subdivisions. The block works as a traditional structure. This does not prevent him from suffering the repercussions and new formal cuts to the block level, or other solution due to the search for maximum profit, or to increase in housing density” (Aymonino, 1975) (fig. 3). Aymonino, collaborating with Quaroni in the “Neorealist” group for the Tiburtino district, matures that particular social sensitivity that has allowed him to take an interest for the city adding the observer’s point of view to the study of morphology, particularly attentive to the cultural, economic and political component of the investigated realities. Through his studies about the city of Paris and Vienna, he offers a personal contribution to what had been the positions of Muratori operating, in the opinion of mine, a sort of mix. The representation and study of the shapes of the capital city and the design of layers superimposed on what he calls the “concrete” city, highlight in particular the factors that lead the new shape of the city, who graphically analyzes and investigates in great detail, like to what Caniggia did, both at urban scale as at building fabric one. With the book “Study of urban phenomena” he clarifies his academic position and exposes his critique about the project, today more comprehensible: “He combined architecture and the city in a single process of investigation and knowledge. The disagreement with him arises where he theorizes the need for design proposals, in the present day urban reality, have to be necessarily derived from such studies, in continuity between historic knowledge and design” (Aymonino, 1977). He also cites, to his advantage, Dardi’s position, which recognizes Muratori’s ability to “go more deeply into the meaning and the articulation of the typological

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disegno urbano, certamente legate a logiche speculative e di “rendimento”, ma ancor più esito di dinamiche che si possono osservare anche nei tessuti spontanei e che, nonostante l’evidente e forte presenza di un intento progettuale intenzionalmente finalizzato a ridisegnare il tessuto, raggiungono forme analoghe a quelle osservabili nella città spontanea: “La costruzione di questi isolati viene realizzata a volte con difficoltà e non senza ripensamenti: non è raro assistere, in epoche successive, ad una loro nuova suddivisione (…). Senza dubbio, in modo classico, gli immobili d’angolo e quelli perimetrali meglio esposti erano stati costruiti per primi, lasciando libero uno spazio all’interno dell’isolato e una parte retrostante alle cortine che non si sono prestati ad ulteriori suddivisioni. L’isolato funziona come nella struttura tradizionale: è una unità implicita. Questo non gli impedisce di subire il contraccolpo dei tagli realizzati a livello globale, e degli imperativi che portano, in una soluzione ispirata alla ricerca del massimo profitto, ad aumentare la densità abitativa” (Aymonino, 1975) (fig. 3). Aymonino, collaborando con Quaroni nel gruppo “Neorealista” per il quartiere Tiburtino, matura quella particolare sensibilità sociale che gli ha permesso di interessarsi alla storia della città e al progetto e aggiunge allo studio della morfologia il punto di vista dell’osservatore particolarmente attento alla componente culturale, economica e politica delle realtà indagate. Attraverso gli studi sulla città di Parigi e Vienna, offre un personale contributo a quelle che erano state le posizioni di Muratori operando, a giudizio di chi scrive, una sorta di mix: la rappresentazione e lo studio delle forme della città capitale e il disegno dei layers sovrapposti a quella che lui chiama la città concreta, mettono in particolare evidenza i fattori che guidano il nuovo disegno della città, che egli analizza e indaga graficamente con dovizia di particolari, analogamente a quanto farà Caniggia, tanto sul piano del tessuto quanto alla scala della singola unità edilizia. Con il testo sullo “Studio dei fenomeni urbani” pubblicato per i tipi di Officina nella collana di Architettura, diretta da Manfredo Tafuri, chiarisce la sua derivazione e espone la sua critica relativa al progetto, oggi certamente più comprensibile: “È merito di Muratori, nei suoi Studi per una operante storia urbana di Venezia e nel saggio introduttivo all’edilizia gotica veneziana di Maretto, l’aver intrapreso gli studi sui rapporti fra la tipologia edilizia e la morfologia urbana come storia dell’edilizia, unendo in un unico procedimento di indagine e di conoscenza l’architettura e la città. Il dissenso nasce là dove egli teorizza la necessità che gli interventi di progettazione nell’attuale realtà urbana siano necessariamente conseguenti e derivabili da tale genere di studi, come continuità logica di sapere e operare” (Aymonino, 1977). Citando a suo vantaggio la posizione di Dardi, che riconosce a Muratori la capacità di “penetrare il significato e l’articolazione del momento tipologico” (Dardi, 1964) e quella di Aldo Rossi sulla città per parti, sviluppa ragionamenti paralleli a quelli dichiaratamente derivati dagli studi muratoriani. Carlo Aymonino e Aldo Rossi arrivano tuttavia, nella sintesi progettuale, “a fini opposti a quelli originari perché finalizzati alla ricerca di una sorta di “genius loci” utile ad accrescere una libera inventiva architettonica, piuttosto che a ricercare la continuità della cultura edilizia areale”11 (Caniggia, 1986). Ma è forse nel volume notissimo: L’architettura della città; che Rossi sembra affrontare la questione, superando l’idea della città fatta di aree caratteristiche ma qualcosa che nella forma riassume la totalità dei fatti “(…) voglio occuparmi di questo concreto attraverso l’architettura della città, attraverso la forma poiché questa sembra riassumere il carattere totale dei fatti urbani, compresa la loro origine” (Rossi, 1995) (fig. 4). E in un passo appena più avanti sembra porre l’accento sull’essenza e sul significato della forma urbana: “Tutti gli studiosi della città si sono arrestati davanti alla struttura dei fatti urbani dichiarando però che oltre gli elementi elencati stava l’Ame de la cité, in altri termini stava la qualità dei fatti urbani. I geografi francesi hanno così messo a punto un importante sistema descrittivo ma non si sono addentrati a cercare di conquistare l’ultima trincea del loro studio: dopo aver indicato che la città si costruisce su se stessa nella sua totalità, e che questa costituisce la raison d’être della città stessa, hanno lasciato inesplorato il significato della struttu-

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ra intravista” (Rossi, 1995). Sembra porre l’accento sulla vera questione che emerge alla fine del processo di analisi: quale – sembra suggerirci Rossi – è la forma che dobbiamo e possiamo inserire? Quale il progetto? Riflessioni e contributi alla ricerca sulla morfologia urbana che già nel 1970 Aldo Rossi, aveva riconosciuto derivati dagli studi sulla forma urbana di Muratori: “Nei suoi studi su Venezia Saverio Muratori ha raccolto e sistemato una serie di dati sulla tipologia urbana a Venezia e sui caratteri e la genesi dell’edilizia veneziana. Distinguiamo cinque linee principali di indagine relative ad altrettante ipotesi di lavoro. Studio sui capisaldi di localizzazione degli insediamenti lagunari primitivi. Lo studio dei capisaldi di localizzazione ha il suo maggiore interesse nella ipotesi di conformazione nucleare della città di Venezia, come carattere permanente e come fatto fondamentale a cui riferire le differenti fasi di urbanizzazione. Studio del rapporto tra vie d’acqua e strade pedonali che viene diviso in tre fasi; una prima in cui la via d’acqua ‘ha un valore positivo e negativo insieme in quanto è fonte di vita ma anche veicolo d’aggressione, una seconda in cui con l’affermarsi dello stato organizzato e quindi della sicurezza urbana le vie d’acqua assumono una grande importanza, una terza in cui lo sviluppo della città mercantile porta alla creazione di una notevole edilizia commerciale con sviluppo del traffico pedonale, questo sviluppo che ai nostri giorni sta diventando sostituzione, finisce per mettere in crisi la struttura insulare della città. Così si ha un progressivo intasamento della città insulare” (Bonicalsi, 1989). Ricerca di morfologia di Muratori, Aymonino e Rossi, che Merlin P. in Morphologie urbaine at parcellaire pone, per l’attenzione comune ricevuta tra gli anni ’60-’80, sotto un comune denominatore. Che, sebbene oltralpe possa essere collegata agli studi di geografia antropica di A. Demangeon, Xavier de Planohl, Jean-René Trochet, quindi agli studi sulla morfologia urbana e sul tipo edilizio della scuola di Architettura di Versailles e di Jean Castex e da Philippe Panerai, ha esplicito riferimento agli studi italiani sulla tipologia edilizia. Sarà Caniggia, più recentemente, che sul progetto nelle ricerche e sperimentazioni progettuali – che condurrà insieme a Marconi – proverà ad offrire un contributo diverso. In primis per la definizione delle linee guida per il progetto e per quei codici di pratica “concepiti da Giuffrè per la conservazione e la messa in sicurezza del costruito storico” (Zampilli, U+D, n.16, 2021), quindi con la ricerca per la ricostruzione di Venzone, dove con la definizione della “variante sincronica del tipo edilizio” offrirà un ulteriore elemento per la comprensione del processo di trasformazione del tessuto e del tipo edilizio. Infine, con progetti che provano a rispondere alla questione di una ricostruzione che rispetti il sedimentato della memoria collettiva della popolazione, ma anche, – è il caso del progetto della Lungara per “i buchi di Roma” – con altri che dialogano con gli strati della città e le trasformazioni innescate dai nuovi tracciati (Lungotevere), giudicati presenze ormai irreversibili del nuovo assetto urbano (fig. 5). Forse è da queste riflessioni progettuali che in parte si può provare a rispondere al problema del rapporto tra morfologia urbana e ricostruzione sollevato da Bordogna nel suo contributo sul caso concreto della ricostruzione del post terremoto dei comuni del cratere de L’Aquila: come ricostruire quello che fu il centro storico di Amatrice, troppo frettolosamente azzerato fino alle fondazioni, avendo tuttavia assodato che la ricostruzione è in primo luogo non un solo fatto fisico ma uno spazio al servizio della socialità di una comunità culturale che si riconosce nelle forme di un aggregato, espressione della cultura collettiva? Questione che pone, ancora una volta, il tema della forma fisica, espressione di quella cultura che, come ha chiaramente sottolineato Giovanni Carbonara12, non potrà mai più essere com’era e che Albrecht nel suo intervento ne ribadisce la sua inapplicabilità “(….) ogni tentativo di chiara categorizzazione verticale a partire da caratteri comuni, in alcuni casi divenuti veri e propri slogan come com’era dov’era o tabula rasa, debba lasciare il passo ad una divisione più fluida in cui le condizioni a contorno di tipo economico, sociale e politico dettano i tempi e le forme degli interventi”. Questione che non ci consente neanche di superare il problema del dov’era, perché da rivedere

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moment” (Dardi, 1964) and that of Aldo Rossi on the city by parts, develops reasoning parallel to those openly derived from Muratorian studies. For Carlo Aymonino e Aldo Rossi the architectural design isn’t directly connected to the morphologic analysis, they reach3 “opposite goals to the original ones because aimed at the research for a genius loci, useful for increasing a free architectural inventiveness, rather to seek the continuity of the local building culture” (Caniggia, 1986). But it is perhaps in the well-known: The architecture of the city; that Rossi seems to approach the issue of the design, moving from the idea of the city composed by characteristic areas toward something that in the whole form summarizes all that has been made. “I want to deal this fact through the architecture of the city, through the form, because this seems to summarize the full character of urban facts, including the origin” (Rossi, 1995) (fig. 4). And just a step further on, he seems to emphasize the dept meaning of the urban form “all the scholars of the city stopped in front of the structure of urban facts, declaring, however, that beyond the listed elements there was “the Ame de la cité”, in other words there was the quality of the urban facts. The French geographers thus have developed an important descriptive system but did not go to conquer the last trench of their study: after indicating that the city is built on itself, and that this constitutes “the raison detre” of the city itself, have left the meaning of the glimpsed structure unexplored” (Rossi, 1995). He seems to put in evidence the question that arises at the end of the analysis: what is the form that we must to draw? What is the design? Reflections and contributions to the research about urban morphology that Aldo Rossi attribute, as early as 1970, at Muratori’s studies on urban form: “in the Venezia’s studies, Saverio Muratori collected and arranged a series of data on the Venezia urban typology and the characters and genesis of Venetian building. We distinguish five main lines of investigation about to as many working hypotheses. Localization cornerstones’s study about primitive lagoon settlements. The localization cornerstones’s study has its focus in the hypothesis of nuclear conformation of Venezia, as permanent character and as fundamental fact to which the different phases of urbanization refer. Relationship study between waterways and pedestrian streets which is split into three phases: first, the waterway has a positive and negative value at the same time as it is a source of life but also a vehicle of aggression; a second one, the establishment of the state organization and urban security give to the waterway a great importance; a third in which the development of the merchant city leads to the creation of a commercial building with a pedestrian traffic development, this one, in our days, is becoming a replacement and that is putting in crisis the island structure of the city. So that produces a progressive clogging of the island city” (Bonicalsi, 1989). Morphology research by Muratori, Aymonino and Rossi, that Merlin P. in the book (Merlin, 1989) gathes, for the common attention received between the 60s and 80s, in a common denominator. Researches that, although in France can be dated back to the studies of anthropic geography of A. Demangeon, (Demangeon, 1920) e Xavier de Planohl (Planohl, 1966) o Jean-René Trochet, (Trochet, 1981) and most recent to the studies on the urban form and on the building type of the School of Architecture of Versailles

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Fig. 5 - Caniggia e altri. Concorso di progettazione per “I buchi di Roma”. Caniggia and Alias. Architectural competition: “I buchi di Roma”.

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necessariamente alla luce delle attuali conoscenze geofisiche del luogo. Com’era e dov’era che nel disegno e nel rilievo si rivela trascrizione grafica della città reale e che nel suo modo di crescere conserva codici e regole che ne hanno determinato la formazione e guidato la trasformazione. Da cogliere nella differenza dello spessore di un muro o nel diverso angolo di una sostruzione muraria, quando ciò alluda e suggerisca una possibile e particolare fase di sviluppo del tipo e del tessuto edilizio: “Solo una piena comprensione – ci dice Collotti – dei motivi e dei risultati delle scelte passate può consentire oggi, in un contesto storico in cui le distruzioni catastrofiche sono in continuo aumento e i fattori di complessità dei processi di ricostruzione crescono esponenzialmente, di inserire criticamente le scelte contemporanee in una traiettoria complessiva che fondi sulla comprensione del passato il progetto del futuro”. Sembra allora ancora utile, negli studi di morfologia urbana, riflettere sulla forma, sedimentata della memoria collettiva, o meglio di quella che di questa rimane. Utile per una ricostruzione che potrà esprimersi, a seconda del valore e del significato che esso rappresenti, anche con proposte contraddittorie come quella esposta da Aldo Rossi per la ricostruzione del teatro de La Fenice a Venezia: “È l’unica scelta sensata per una città come Venezia” (…) “Se bruciasse il Caffe Florian, che io trovo bruttissimo, lo rifarei com’era” (Leoni, 1997). O quanto Collotti ci segnala per le distruzioni belliche: “in Germania negli ultimi venti anni (…) i tentativi di ricostruzione della identità di alcune città storiche e alcune occasioni di rigenerazione, prendano corpo in brani urbani compiuti talvolta sospesi tra copia e ricostruzione critica, (Potsdam, Berlino) (…), interventi che forse non rispondono alla domanda di contemporaneità e di dialogo

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and of Jean Castex and by Philippe Panerai (Panerai, 1999), have as the main reference to the Italian studies on building typology. Gianfranco Caniggia will offer a different contribution to the project research and design experiments. First of all for the definition of the guidelines for the project and for the “Codici di pratica” conceived by Giuffrè for the conservation and safety of the historical building (Zampilli, 2021), then with the research for the reconstruction of Venzone. Where with the definition of the “variante sincronica” he will offer a further element for understanding the process of transformation of the fabric and the building type. Later with the projects where he tried to answer the question of a reconstruction capabilities to respect the sedimentation of the collective memory of the population, but also – this is the case of the design about “via della Lungara” in Rome – where the new design combines and interact, at the same time, with the layers of the city and the new streets (Lungotevere), at the present day, the irreversible presence of the new urban layout (fig. 5). Perhaps, it is from these reflections that we can partly try to clarify the relationship between urban morphology about the post-earthquake reconstruction of the municipalities of the L’Aquila crater raised by Bordogna. How to reconstruct what has been the historic center of Amatrice, having nevertheless established that the reconstruction is, in the first place, not just a physical

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tra passato e presente ma che sono la risposta ad una necessità di ricostruire i propri simboli architettonici, sia in alcuni tessuti densi capaci di restituire una antica misura (Dresda, Francoforte, Lubecca)”. “Emerge con grande chiarezza la forte resilienza delle forme urbane, dettate innanzitutto dagli assetti proprietari e dai conseguenti sistemi di rendita finanziaria (Bernoulli, 1946), che a dispetto di distruzioni talvolta totali rimangono capaci di indirizzare le scelte progettuali future. I risultati (…) consentono di riaffermare con forza una visione della città come organismo unitario, in cui la modifica delle singole parti è sempre possibile ma mai indiscriminata rispetto al valore complessivo dell’insieme” (Bernoulli, 1946). Ragionamenti che provano a rispondere alla domanda di Aldo Rossi: come disegnare quell’inesplorato significato della struttura intravista. Conclusioni

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Il prolungato confronto tra progetto e analisi morfologica sembra acclarare i termini di una ricerca che, almeno per sommi capi, è praticata, con le dovute distinzioni e forse in maniera provocatoria, ormai da tanti ai fini dell’esercizio progettuale: “Se dunque – come scrive Toppetti – la forma che ci interessa è quella delle relazioni, dei legami di solidarietà tra le parti, sono i volumi, la loro geometria, la loro dimensione, la loro densità e caratterizzazione materica, nelle infinite combinazioni possibili, che accomodate insieme, possono e riescono a conferire qualità allo spazio”. Confini certamente generici, condivisibili, che oggi, nella rappresentazione scientifica della città e del territorio, ci portano a non escludere il legame tra le geometrie ereditate e le invenzioni formali, sinossi di una storia descritta alle varie scale e ancora legata ai concetti vitruviani della ratio Firmitatis, Utilitatis e Venustatis ancora presenti nella tradizione compositiva della scuola romana di architettura. Sembra allora utile, alla luce dei contributi che seguono, approfondire metodi e strumenti di una ricerca sulla morfologia urbana, ripartendo da quello che in primo luogo è il suo centro: il progetto architettonico. Necessario per comprendere l’evoluzione processuale, lo stadio raggiunto, le relazioni sistemiche e quelle centralità che tanto significativamente hanno inciso sul progressivo mutare della città. Nodalità che tanti come Luigi Moretti, hanno definito come punti particolari dello spazio urbano, luoghi che esprimono una “pressione o carica energetica funzione della prossimità più o meno incombente, in ciascun punto dello spazio” (diremmo noi la funzione nodale), “delle masse costruttive liminari, delle energie ideali che da esse sprigionano” (Moretti, 1953) e che da sempre hanno rappresentato l’inizio di una nuova immagine di città.

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fact, but a space at the service of the socialization of a cultural community that recognizes itself in the forms of an aggregate? A question that once again raises the issue of physical form, an expression of that culture which cannot be as before, as Giovanni Carbonara clearly told and as Albrecht suggested to us in his speech he reaffirming its the inapplicability of “the operation as – said Albrecht – a whole shows how any attempt at clear vertical categorization starting from common characters, that in some cases become real slogans such as how it was where it was or tabula rasa, must give way to a more fluid division in which the surrounding economic, social and political conditions dictate the timing and forms of the interventions”. A question that does not even allow us to overcome the problem of the “it was”, because it must necessarily be reviewed in light of the present-day geophysical knowledge of the place. “Where it was, as it was” that by the graphic transcription of the real city, drawing or survey, can be returned to us by the codes and rules that has determined the form and its transformation. To be grasped in the difference of the thickness of a wall or in the different angle of a wall substructure, when this alludes and suggests a possible and a particular typological phase of development of the building fabric: “only a full understanding of the reasons and results of past choices can allow today, in a historical context in which catastrophic destructions are constantly increasing and the complexity factors of the reconstruction processes grow exponentially, to critically insert contemporary choices into an overall trajectory. That bases – as written Collotti – the project of the future on the understanding of the past”. It seems still useful, in the study of urban morphology, to reflect on the form sedimented by the collective memory, or rather what remains of it. For a “Where it was, as it was” that expresses the essence the value and meaning it represents, even with contradictory proposals such as the one presented by Aldo Rossi for the reconstruction of the La Fenice theater in Venice: “it is the alone sensible choice for a place like Venice “(...)” If Caffe Florian burned, that i dislike, I would do it again as it was” (Leoni, 1997) “in Germany – in the last twenty years – has become a project and a real city. Indeed, it seems that here the attempts to reconstruct the identity of some historical cities and some regeneration opportunities, take shape in accomplished urban pieces sometimes suspended between replica and critical reconstruction, both in particular monumental complexes (Potsdam, Berlin), and in some dense fabrics capable of restoring an ancient size (Dresden, Frankfurt, Lübeck)” (Caja, 2019). “The strong resilience of urban forms emerges with great clarity, dictated above all by the ownership structures and the consequent systems of financial income (Bernoulli, 1946), which in spite of sometimes total destruction remain capable of directing future design choices. (Bernoulli, 1946). The results of the application in the field of different reconstruction strategies make it possible to strongly reaffirm a vision of the city as a unitary organism, in which the modification of the individual parts is always possible but never indiscriminate with respect to the overall value of the whole complex”. Reasoning that tries to answer to Aldo Rossi’s question: how to draw that unexplored meaning of the glimpsed structure. Conclusion The prolonged debate in between design and

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Note 1 Muratori ritorna nella Facoltà di Roma nell’anno accademico 1954-55. 2 “Per concludere quindi vorrei dire che in un certo senso bisognerebbe strappare Muratori ai muratoriani, e strappare Muratori a sè stesso, riportarlo violentemente nell’alveo della storia che è un modo forse di forzarlo, ma è forse anche il modo di rispettarlo sostanzialmente” Tafuri M, (1991) Saverio Muratori architetto. Atti del convegno, Modena, p. 39. 3 Questione che vedeva impegnati anche tutti i grandi maestri di allora, da Le Corbusier a Gropius. 4 Vitruvio M., De Architectura, libro I, 3, 2. 5 Si vedano al riguardo gli studi di Sauer C.O in America e gli studi di Biasutti, Almagià, etc. in Italia. 6 Muratori succedeva a Foschini del quale era stato allievo. Spagnesi G. (2001) Ibidem, p. 379. 7 Le Corbusier visitò Bergamo Alta nel 1949 e capì il problema del centro storico: “Qui niente auto. Qui la splendida città senza ruote”(…) “Quando entro da un amico lascio il mio ombrello alla porta; I visitatori della vecchia Bergamo possono benissimo lasciare le loro ruote alla porta.” https://www.bergamonews.it 8 “Si parla tanto della nostra interdisciplinarità con economisti e sociologi, ma oggi la situazione è questa: mentre tanto gli uni che gli altri hanno ben conosciuto l’ambito e il contenuto della loro attività, noi non conoscendo il nostro, abbiamo preso a prestito schematicamente da elementi che intendono significare i nostri contenuti e che perciò ci pongono in una situazione di inferiorità (…)” Samonà G, in L’architetto, 6 (2019). 9 Il concetto di “Città-Regione” avanzato da Lewis Mumford (alla cui diffusione delle tesi in Italia, aveva contribuito proprio Quaroni attraverso le edizioni di “Comunità” di Adriano Olivetti), nell’obiettivo di de-congestionare e declinare l’informe struttura della Metropoli contemporanea, in una sorta di inedito “comprensorio territoriale-multicentrico” (di fatto, una sorta di riformulazione della nozione di “organismo insediativo” a scala territoriale, inteso come processo sincretico | Paolo Carlotti | ISSN 2612-3754 (print) ISSN 2384-9207 (online)_n.16-2021

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fra geografia e ambiente, dunque vicina, seppure diversa dal concetto di “ecumene”, proposto da Saverio Muratori). 10 Giovannoni G. in “Vecchie e nuove città” aveva già parlando della “città come organismo” articolandolo in organismo sociale, cinematico ed estetico “Basta costruire bene un edificio e mettere in mostra gli elementi di cui è costituito per avere l’estetica in Architettura: basta disporre razionalmente le vie ed i quartieri in rapporto allo scopo utile per avere l’estetica in quella ben più vasta Architettura che è l’insieme delle città” Giovannoni G. (1931), p. 112; organismo che era poi espresso nella sua fisicità attraverso i disegni durante le lezioni di Fasolo, egli ci racconta Portoghesi P. “riusciva all’istante a far vedere dell’architettura l’organismo, cioè quell’aspetto che mette l’architettura in rapporto con l’essere vivente”. Portoghesi P., “L’insegnamento di Gustavo Giovannoni”, in Moschini F., Bonaccorso G. (2019), pp. 9-10. 11 Relazione al Convegno sui “Problemi del restauro in Italia” CNRStudio sui processi di formazione e di mutazione delle tipologie edilizie: stato della disciplina, in Maffei G. (1997), pp. 207-208. 12 Discorso tenuto in occasione del workshop Roma Quebec, tenuto nella Facoltà di architettura di Roma nell’ottobre del 2016. Riferimenti bibliografici_References

Notes 1 The “City-Region” concept proposed by Lewis Mumford that aim of decongesting and declining the shapeless structure of the contemporary metropolis. 2 Giovannoni G. in “Vecchie e nuove città” had already talked about the “city as an organism” in social, cinematic and aesthetic articulation. 3 Proceeding of Conference (Maffei, 1997).

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morphology analysis, seems to acclaim the terms of a research which, at least in general terms, is practiced, with distinctions and perhaps in a provocative way too, by now by many for the purposes of the design exercise. This is – remember to us Toppetti – “the most intriguing form is that of relations, of empty space, of ties of solidarity between different parts (…) they are the volumes beneath the light, their geometry, their dimensions, their density, the make-up of their materials, in any one of the infinite number of possible combinations, that, in a broad interpretation of Alberti’s concept of the harmony of all parts in relation to one another, gives space its quality”. Generic scope, shared sometime, that today, in the scientific representation of the city and territory, lead us not to exclude the link between inherited geometries and formal inventions. A synopsis of a storytelling described at various scales and still linked to the Vitruvian concepts of ratio Firmitatis, Utilitatis and Venustatis still present in the compositional tradition of the Roman school of architecture. It therefore seems useful, in view of this contribution that follow, to deepen the methods and tools of a research on urban morphology, starting from what is primarily its center: the architectural project. Starting point and target necessary to understand the procedural evolution, the stage reached, the systemic relationships and those centralities that have so significantly affected the progressive change of the city. Nodality, as Luigi Moretti have defined, is a particular point of urban space, place that express “the pressure or charge of energy produced by the more or less “looming vicinity, in each point of space, of adjoining constructed masses and the imagined energy they release” (Moretti, 1953) and which have always been the oneset of a new image of the city.

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urbanform and design (Urban)Form follows parameters

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DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.003

Michela Barosio

DAD Dipartimento di Architettura e Design, Politecnico di Torino E-mail: michela.barosio@polito.it

Introduzione

Keywords: Modeling, Transitional morphologies, Parametric, Urban codes, Algorithm

La progettazione urbana che, storicamente si muove tra l’urban planning e l’architectural design (Oliveira, 2016), tende oggi ad allontanarsi da ogni logica pianificatoria, ormai chiaramente fallimentare, per avvicinarsi sempre più alla gestione dei processi di morfogenesi della città. In questo senso l’urban design si inserisce nel vasto campo della teoria della complessità, ponendosi come problema fondamentale il governo (o almeno il progetto) dell’indeterminatezza. Si è passati dal concepire la città come una macchina, e quindi dal pensare alle sue trasformazioni come pianificabili, prevalentemente con un approccio top down, al considerare la città piuttosto come un organismo che si trasforma tramite processi evolutivi sempre più spesso guidati da meccanismi bottom up (Batty, 2019). Sappiamo oggi individuare e descrivere i meccanismi evolutivi della forma della città e, se si, siamo capaci di modellizzarli? Soprattutto dobbiamo chiederci: è ancora possibile oggi progettare la forma della città? Considerando la morfologia urbana come processo (Marzot, 2017) e assumendo la città e la sua forma come un fenomeno in transizione, gli studi di morfologia urbana appaiono oggi come uno strumento necessario, ma non sufficiente, per il progetto urbano. Il presente scritto cerca quindi di delineare possibili linee di ricerca in cui l’approccio computazionale viene proposto come strumento complementare a quello morfologico per gestire la complessità che caratterizza le evoluzioni urbane, anche se fino a ora è stato utilizzato quasi esclusivamente per progettare a partire da parametri quantitativi che caratterizzano le trasformazioni urbane prevalentemente a scala architettonica. Software più o meno raffinati hanno simulato flussi di persone e di merci (Hillier, 1996), gradienti di irraggiamento solare o densità e percentuali di superfici costruite (Salat, 2011), perdendo di vista la forma stessa della città. L’idea di ricerca è invece quella di verificare la possibilità, e le modalità, di applicazione degli strumenti computazionali del cosiddetto approccio parametrico (Schumacher, 2008), alla città, lavorando sulla definizione di parametri qualitativi. Nel quadro di questa ipotesi di lavoro, il ruolo operante che le tradizioni di studi italiana ed europea sulla morfologia urbana possono rivestire nella comprensione e anche nella prefigurazione e nell’indirizzo delle trasformazioni urbane contemporanee è centrale. La ricerca punta a sviluppare la complementarietà tra i due approcci, quello tipo-morfologico e quello computazionale, così da passare dall’individuazione dei meccanismi evolutivi della città alla loro modellizzazione e quindi alla comprensione della città come fenomeno in transizione. A tal fine la ricerca si propone di ripartire dai sintagmi individuati dagli studi morfologici per mettere a punto i parametri e gli algoritmi su cui gli strumenti parametrici utili alla prefigurazione dei modelli di sviluppo urbano possano basarsi.

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Abstract To answer the question of whether it is still possible today to design the form of the city, it is first of all necessary to question the ability of urban analysis to describe and model the evolutionary processes of urban fabrics. By assuming the city as a phenomenon in transition, and therefore its fabric as in permanent evolution, urban morphology studies, specifically the Italian tradition of studies, can become essential tools in defining a new parametric approach to urban design. The definition of algorithms capable of describing, and then possibly prefiguring, the transitional morphology of the city is based on the definition of qualitative parameters, modeling of consolidated urban types, and on the identification of urban codes that indicate compositional and morphogenetic principles. The aim is to favor the development of a city with a resilient shape to future physical, social or economic stresses.

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(Urban)Form follows parameters

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Introduction Urban design, which historically moves between urban planning and architectural design (Oliveira 2016), today tends to move away from any planning logic, nowadays clearly unsuccessful, to get closer to the guidance of the morphogenesis processes of the city. In this sense, urban design finds its place into the ample field of complexity theory, with the governance (or at least the project) of indeterminacy as a fundamental issue. From conceiving the city as a machine, and therefore thinking of its transformations as programmable, mainly with a top-down approach, we have nowadays moved to considering the city rather as an organism that transforms itself through evolutionary processes, increasingly driven by bottom-up mechanisms (Batty, 2019). Do we know today how to identify and describe the evolutionary mechanisms of the shape of the city and, if so, are we able to model them? The primary question is: Is it still possible today to design the shape of the city? Considering urban morphology as a process (Marzot, 2017) and assuming the city and its shape as a phenomenon in transition, urban morphology studies appear today as a necessary, but not sufficient, tool for the urban project. The present article aims at outlining researches’ perspectives where the computational approach is proposed as a complementary tool to the morphological approach to manage the complexity

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Città in transizione: interpretare la complessità Nel panorama degli studi di morfologia urbana, la scuola italiana si caratterizza per aver posto l’accento sull’evoluzione della città e sulla rappresentazione | Michela Barosio | ISSN 2612-3754 (print) ISSN 2384-9207 (online)_n.16-2021

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Fig. 1 - Abaco di Tipi Urbani, nella tavola elaborata da Matteo Emil Valente e Carlotta Valentino, in “Urban Space 3.0. Dar forma allo spazio comune”, (Tesi di laurea in Architettura Costruzione Città, relatori Michela Barosio e Anna Osello, Politecnico di Torino, 2016). Abacus of urban types, board by Matteo Emil Valente and Carlotta Valentino, in “Urban Space 3.0. Dar forma allo spazio comune”, (Master thesis in Architecture Construction City, supervisors Michela Barosio and Anna Osello, Politecnico di Torino, 2016).

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delle soglie temporali attraverso le quali è possibile identificare le invarianti della forma e la struttura, più o meno nascosta della forma urbana. Per primi gli studi di Saverio Muratori analizzano porzioni del tessuto storico consolidato prima di Venezia (Muratori, 1959) e poi di Roma mettendo e confronto le piante dei piani terreni così come era possibile ricostruirli nel XV, XVI e XVII secolo. Operazione analoga compie, una decina di anni dopo, Augusto Cavallari Murat (Murat, 1968) sui centri storici di Alba e di Torino: i caratteri morfologici messi in evidenza sono diversi, ma la rappresentazione di rilievi congetturali per soglie storiche è il medesimo e mira a riconoscere le costanti proprio attraverso la descrizione dell’evoluzione. Nello stesso solco si inserisce l’opera di Gianfranco Caniggia che alla fine degli anni Settanta del secolo scorso indaga i caratteri dell’edilizia di base attraverso l’elaborazione di tabelle in cui vengono ordinate le evoluzioni formali degli organismi architettonici o costruttivi nel tempo (Caniggia, 1979). Caniggia non restituisce precise soglie temporali, ma fasi del processo tipologico che, in quanto fenomeno evolutivo complesso, prevede la presenza contemporanea di elementi in fasi diverse dello stesso fenomeno evolutivo. La città non si trasforma in modo compatto, ma attraverso una transizione complessa, non lineare e non omogenea. Il carattere evolutivo della morfologia urbana traspare in molti testi che a partire dal secondo dopoguerra, pur non essendo riconducibili alla tradizione di studi italiana, affrontano la questione della forma della città. Dalla Jane Jacobs di The death and life of Great American cities (1961), a i Panerai e Castex di Formes urbaines: de l’ilot à la barre (1977), la critica all’urbanistica del movimento Moderno mostra di andare di pari passo con il riconoscimento della forma urbana come evoluzione anche se la città viene analizzata e prefigurata limitatamente ad un raggiunto stato di equilibrio formale.

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that characterizes urban evolutions. Until now computational approach has been used almost exclusively to design using quantitative parameters that characterize urban transformations mainly on an architectural scale. More or less sophisticated software simulated flows of people and goods (Hillier 1996), solar radiation gradients or densities and percentages of built surfaces (Salat 2011), but they didn’t consider the shape of the city itself as a goal. The research hypothesis is, on the contrary, to verify the possibility, and to enquire the methodology, of applying the computational tools of the so-called parametric approach (Schumacher, 2008) to the city and its morphology, working on the definition of qualitative parameters. In the frame of this work hypothesis, the operating role that the traditions of Italian and European studies on urban morphology can play in the understanding, and also in forecasting and heading of contemporary urban transformations, is crucial. The research aims at implementing the complementarity of the two approaches, the typo-morphological and the computational one, in order to move from the identification of the evolutionary mechanisms of the city to their modeling and therefore to the understanding of the city as a phenomenon in transition. The this end, the research would start from the syntagms identified by morphological studies to fine-tune the parameters and algorithms on which to ground the parametric tools useful for forecasting urban development models.

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I meccanismi evolutivi delle città

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Cities in transition: dealing with complexity In the panorama of urban morphology studies, the Italian school is characterized by having put the focus on the evolution of the city and on the representation of the temporal thresholds through which it is possible to identify the invariants of the form and its more or less hidden structure. Saverio Muratori’s studies were the first to analyze portions of the consolidated historical fabric, in Venice (Muratori, 1959) at first and then in Rome, by comparing the plans of the ground floors as it was possible to recreate them from the 15th, 16th and 18th centuries. About ten years later, Augusto Cavallari Murat (Murat, 1968) performed a similar operation on the historic centers of Alba and Turin: the morphological characteristics highlighted were different, but the representation of conjectural surveys for historical thresholds was the same and was aimed at recognizing the permanences precisely through the description of evolution. The work of Gianfranco Caniggia followed the same path, investigating the characteristics of basic building at the end of the seventies of the last century through the elaboration of tables in which the formal evolutions of architectural or constructive organisms are ordered over time (Caniggia, 1979). Caniggia did not return precise temporal thresholds, but phases of the typological process which, as a complex evolutionary phenomenon, foresaw the simultaneous presence of elements in different phases of the same evolutionary phenomenon.

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Fig. 2 - Urban codes e pattern viari, nell’illustrazione rielaborata da un diagramma di Stephen Marshall, in “A Review of Streets and Patterns”, Blog di Otto Chen, https://urbanvistadotnet.wordpress.com/2011/08/29/a-review-of-streets-and-patterns/ [ultimo accesso 25.04.2021]. Urban codes and streets patterns, illustration from Stephen Marshall diagrams adapted by Otto Chen in the blog “A review of streets and patterns”. https://urbanvistadotnet.wordpress.com/2011/08/29/a-review-of-streets-and-patterns/ [last visit 25.04.2021].

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Il modo di vedere lo sviluppo della città è tuttora legato all’approccio che ha origine alla fine del XIX secolo in relazione alla crescita dei grandi centri urbani industriali. In quel momento le città vengono concepite come strutture stabili e monocentriche, la cui crescita dimensionale raggiunge nel tempo un equilibrio in cui le funzioni dominanti sono situate in zone centrali o comunque definite. In questo contesto la modellizzazione della città come strumento prescrittivo e predittivo è relativamente affidabile e contribuisce alla fortuna della pianificazione per zoning. Questo approccio entra però in crisi già a partire dall’ultimo quarto del XX secolo (Batty, 2008). In quel momento infatti la forma della città risulta un fenomeno molto meno stabile di quanto non si fosse teorizzato nel secolo precedente. La città post industriale è policentrica, disomogenea, la sua distinzione dalla campagna non più chiara e la sua crescita non è lineare né armonica, in una parola la città diventa un fenomeno “volatile”. Alla crisi del modello della città ottocentesca corrisponde la crisi della pianificazione come strumento di prefigurazione e di indirizzo top down dello sviluppo urbano. Emerge quindi la necessità di elaborare un modello dinamico e partecipato della città. A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, sulla base delle emergenti teorie della complessità, appaiono modelli urbani dinamici, il primo dei quali viene proposto da Jay Forrester nel 1969 ed è basato sulla logica dei feedbacks. Questo modello, applicato all’area centrale della città di Boston, risulterà fallimentare a causa della sua eccessiva semplificazione della realtà urbana. Il passo successivo nell’elaborazione di modelli urbani dinamici avviene grazie al contributo della matematica, e più precisamente della teoria delle cata| Michela Barosio | ISSN 2612-3754 (print) ISSN 2384-9207 (online)_n.16-2021

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To sum up, we can say that those studies highlight the fact that the city is not transformed in a compact way, but through a complex, non-linear and non-homogeneous transition. The evolutionary character of urban morphology is reflected in many texts which, starting after the Second World War, although not attributable to the tradition of Italian studies, tackle the question of the shape of the city. From the Jane Jacobs with The death and life of Great American cities (1961), to the Panerai and Castex with Formes urbaines: de l’ilot à la barre (1977), the critique of urban planning of the Modern movement goes on together with the recognition of the urban form as evolution, even if the city is analyzed and prefigured only as a state of formal equilibrium. The evolutionary mechanisms of cities The way of looking at the development of the city is still linked to the approach that originated at the end of the nineteenth century in relation to the growth of large industrial urban centers. At that time the cities were conceived as stable and monocentric structures, whose dimensional growth reaches a balance over time, in which the dominant functions are located in central or in any case specific areas. In this context, the modeling of the city as a prescriptive and predictive tool is relatively reliable and contributes to the success of planning and zoning. This approach, however, enters into crisis starting from the last decades of the twentieth century (Batty, 2008). As a matter of fact, from that moment the shape of the city is a much less stable phenomenon than what was theorized in the previous century. The post-industrial city is polycentric, non-homogeneous, its distinction from the countryside is no longer clear and its growth is neither linear nor harmonic, in a word the city becomes a “volatile” phenomenon. The crisis of planning as an instrument of prefiguration and top-down model for urban development corresponded to the crisis of the nineteenth-century city model. The need to develop a dynamic and participatory model of the city therefore emerges. Starting from the Seventies of the last century, on the basis of the emerging complexity theories, dynamic urban models appear, the first of which is proposed by Jay Forrester in 1969 and is based on the logic of feedbacks: applied to the central area of the city of Boston, it failed due to its excessive simplification of the urban reality. The next step in elaborating dynamic urban models happened thanks to the contribution of mathematics, and more precisely of the theory of catastrophes, capable of modeling a city characterized by discontinuity in its transformations and by non-linear development logics, prefiguring multiple alternative development possibilities. These models are based on computer simulations of actions and interactions of autonomous agents (both individual and collective). The so-called agent-based models aimed to relate to movements of goods or people with urban and territorial patterns. Most of them have only descriptive and analytical outcomes, such as the studies of the MIT Senseable Lab, led by Carlo Ratti, who in a recent work develops a model capable of identifying Desirable streets. Other forms of modeling present operational developments in the prefiguration of the urban form, but they are limited to the city conceived as a network, as a system of connections between its parts. Bill Hillier’s theoretical works, developed in the 1970s and then developed through the Space Syntax laboratory, work in this direction, first as a research unit, and then as a professional agency that combines

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strofi, capace di modellizzare una città caratterizzata da discontinuità nelle sue trasformazioni e da logiche di sviluppo non lineari, prefigurandone molteplici possibilità di sviluppo alternative. Molti di questi modelli sono basati su simulazione al computer di azioni e interazioni di agenti autonomi (tanto individuali quanto collettivi). I cosiddetti agent-based models hanno puntato a mettere in relazione movimenti di merci o di persone con i pattern urbani e territoriali. Tra questi, la maggior parte si limitano a produrre modelli descrittivi e analitici, come gli studi del MIT Senseable Lab, guidato da Carlo Ratti, che in un recente lavoro sviluppa un modello capace di identificare le strade “desiderabili” (Desirable streets). Altre forme di modellizzazione presentano invece sviluppi operativi nella prefigurazione della forma urbana, ma limitatamente alla città concepita come rete, come sistema di connessione tra parti. Vanno in questo senso i lavori teorici di Bill Hillier elaborati negli anni Settanta del XX secolo e poi sviluppati attraverso il laboratorio Space Syntax, dapprima come unità di ricerca, e poi come agenzia professionale che coniuga ricerca e progettazione urbana. Resta quindi ancora aperta la sfida della definizione di modelli dinamici della realtà urbana, capaci di mettere in relazione la scala urbana e la scala architettonica e i relativi caratteri della forma della città. Ora, considerando simulazioni digitali basate sulle modellizzazioni sin qui elencate non come strumenti capaci di prefigurare una precisa forma urbana, ma come strumenti atti a elaborare una molteplicità di conformazioni possibili della città, il passo successivo consiste nell’individuare gli aspetti morfologici oggetto di queste simulazioni. Occorre elaborare un modello dinamico basato sull’esplicitazione del processo progettuale/decisionale anche attraverso le tecniche di Visual Programming Language (VPL). Questa esplicitazione permetterebbe in primo luogo di individuare i caratteri morfologici che si vogliono analizzare e di cui si intende prefigurare l’evoluzione. In secondo luogo, l’esplicitazione delle logiche di sviluppo della città rintracciate dall’analisi morfologica, possono poi costituire le regole tramite le quali andare a mettere in relazione i caratteri morfologici individuati per produrre i modelli di città possibili sulla base dei parametri selezionati, morfologici o meno.

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Gli strumenti dell’approccio parametrico: cogliere la transizione

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L’approccio parametrico, che trova nella modellizzazione dell’evoluzione della città il suo strumento fondamentale, presenta una caratteristica strategica nel tentativo di cogliere l’aspetto transizionale di tale trasformazione, quello di essere dinamico per definizione e contemporaneamente capace di gestire la complessità della città contemporanea. Con l’obiettivo di cogliere il movimento di transizione della forma urbana, più che il prodotto di tale transizione che risulta non esistere mai in forma compiuta, occorre mettere a fuoco i parametri e gli algoritmi che consentano la modellizzazione della forma urbana. La definizione dei parametri e degli algoritmi mira a un approccio qualitativo più che quantitativo alla forma della città. Per questo motivo il tentativo è quello di definire come parametri degli elementi urbani specifici, individuati attingendo al patrimonio di tipi individuati dalla tradizione degli studi morfologici. Partire dalle tipologie edilizie individuate da Caniggia e Muratori, dai sistemi viari e dai tessuti individuati da Conzen e Whitehand, e tradurre le loro caratteristiche in parametri oggettivi capaci di interpretare anche contesti urbani extraeuropei e/o informali è quindi la possibile prospettiva futura per gli studi di morfologia urbana. L’operazione non è banale e richiede di essere ripetuta e affinata per ogni contesto geografico e culturale al quale si voglia applicare. L’individuazione delle invarianti della forma in termini oggettivi che possano essere inseriti all’interno di un algoritmo computazionale per generare possibili forme di città, richiede una traduzione dei tipi in caratteri geometrici e dimensionali attraverso la riflessione attenta sulle origini dei tipi stessi e sulle loro infinite varianti (fig. 1). Il rischio è quello di ridurre i tipi urbani o edilizi process-based in tipi fissi,

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Fig. 3 - Modello Global Maya. Il modello raffigura l’articolazione reciproca tra torri angolari e isolate perimetrali, mostrando anche l’appartenenza al tessuto urbano circostante. https://www. patrikschumacher.com/Texts/Parametricism%20-%20A%20New%20Global%20Style%20for%20 Architecture%20and%20Urban%20Design.html [ultimo accesso 25.04.2021]. Global Maya model. The model features the interarticulation between cross towers and perimeter blocks as well as the affiliation to the surrounding fabric. https://www.patrikschumacher.com/ Texts/Parametricism%20-%20A%20New%20Global%20Style%20for%20Architecture%20and%20 Urban%20Design.html [last visit 25.04.2021].

cancellandone così la dimensione evolutiva, oppure di basarsi su tipi urbani caratteristici di una data cultura urbana per esportare modelli di città quasi disneyani in contesti geografici o culturali del tutto estranei alla loro tradizione. La messa a punto dell’algoritmo e cioè l’elaborazione di un sistema di regole che, a partire dai parametri morfologici precedentemente individuati, sappia definire un sistema di relazioni compositive e sintattiche in funzione di obbiettivi condivisi (politici, economici, ambientali…) costituisce il passaggio successivo alla definizione dei parametri qualitativi. Il vantaggio di un procedimento algoritmico è quello di permettere di ragionare simultaneamente su un gran numero di variabili anche multidimensionali, cioè di mettere in relazione parametri morfologici con parametri economici, sociali o ambientali. La stessa logica algoritmica permette anche di mettere in relazione variabili formali per generare morfologie urbane complesse ottenendo così un modello capace di prefigurare evoluzione morfologiche della città che includono sia logiche formali che e logiche multidisciplinari. In questo contesto la tradizione anglosassone di studi sugli urban codes riveste un particolare interesse. Gli urban codes sono strumenti capaci di guidare gli interventi pianificatori o edilizi esplicitando i requisiti formali e linguistici richiesti ai nuovi interventi. Non si tratta di strumenti rigidamente normativi, ma di dispositivi, spesso in forma grafica e diagrammatica, in grado di collaborare alla prefigurazione della morfologia urbana attraverso l’esplicitazione dei principi che regolano la forma del costruito e degli spazi urbani (fig. 2). Gli urban codes, spesso rappresentati in forma diagrammatica, hanno un carattere generico e astratto che mira ad enfatizzare le relazioni tra gli elementi che regolano. I codici hanno una marcata valenza generativa, sono cioè capaci di generare quasi infinite variazioni a partire da un tema dato, controllando le

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The tools of the parametric approach: grasping the transition The parametric approach, the fundamental tool of which is the modeling of the evolution of the city, presents a strategic feature in grasping the transitional aspect of this transformation, the fact of being dynamic in itself and at the same time capable of managing the complexity of the contemporary city. With the aim of grasping the transition movement of the urban form, rather than the result of this transition that never exists as a completed form, it is necessary to focus on the parameters and algorithms that allow the modeling of the urban form. The definition of parameters and algorithms aims at qualitative description rather than quantitative approach to the shape of the city. For this reason, the attempt is to define specific urban elements as parameters, identified within the historical types selected by the tradition of morphological studies. Starting from the building typologies identified by Caniggia and Muratori, to the road systems and fabrics identified by Conzen and Whitehand, to translate their characteristics into objective parameters capable of interpreting even extra-European and/or informal urban contexts there is therefore a possible future perspective for studies of urban morphology. The operation is not banal and has to be repeated and refined for each geographical and cultural context to which it is to be applied. The identification of the invariants of the form in objective terms, which can be uploaded within a computational algorithm to generate possible city shapes, requires a translation of types into geometric and dimensional characters through careful reflection on the origins of the types themselves and on their endless variations. The risk is to reduce urban or process-based building types into fixed types, thus canceling their evolutionary dimension or to rely on urban types characteristic of a given urban culture to export almost Disney-like city models to geographic or cultural contexts completely foreign to their tradition. The development of the algorithm, in other words the elaboration of a system of rules which, starting from the morphological parameters previously identified, is able to define a system of compositional and syntactic relationships according to shared objectives (political, economic,

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research and urban design. The challenge of defining dynamic models of urban reality, capable of relating the urban scale to the architectural scale and the relative characteristics of the shape of the city, therefore remains open. Considering now digital simulations based on the modeling, listed so far, not as tools capable of prefiguring a precise urban form, but as tools capable of processing a multiplicity of possible conformations of the city, the next step consists in identifying the morphological aspects which can be the target of these simulations. It is therefore necessary to develop a dynamic model based on the explicitation of the design / decision-making process also through the techniques of Visual Programming Language (VPL). This explicitation would first of all allow us to identify the morphological characters that we want to analyze and whose evolution we intend to prefigure. Secondly, the fact of making explicit the city development logics traced by the morphological analysis, can then constitute the rules through which to relate the morphological characters identified, in order to produce the possible city models on the basis of the selected parameters, morphological and not.

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caratteristiche delle forme così generate, ma al tempo stesso alla morfologia urbana di “emergere” (Marshall, 2011). L’esplicitazione del processo progettuale, del ruolo e delle relazioni reciproche che gli elementi desunti dall’analisi morfologica hanno all’interno del processo, potrebbe anche favorire la dimensione partecipativa della prefigurazione delle possibili forme future della città. Attraverso questa esplicitazione infatti anche i non esperti potrebbero intervenire nel processo di progetto e nel processo decisionale che non apparirebbe più come una scatola nera per soli esperti, ma un processo trasparente all’interno del quale tutti gli attori sono messi in condizione di interagire puntualmente in qualsiasi fase del processo di prefigurazione e di trasformazione. Conclusione

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Riferimenti bibliografici_References

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L’obiettivo dei ragionamenti sin qui riportati non è la messa a punto di linee guida o di una teoria della progettazione urbana capace di definire una configurazione urbana definita, specifica, in qualche modo definitiva. La prospettiva di ricerca è quella di assumere la città come un fenomeno in transizione, le cui trasformazioni morfologiche possono quindi essere solo guidate da una metodologia (algoritmo) di progetto flessibile, capace di reagire in tempo reale alle mutanti condizioni di contesto (parametri), così da rendere gli organismi urbani resilienti in quanto flessibili, e concepiti come organismi in costante evoluzione in funzione degli assetti normativi, fondiari, culturali, economici o topografici (fig. 3). Questo paradigma apre nuove prospettive di sviluppo nel rapporto tra l’urban design e gli studi di morfologia urbana che possono rivestire il ruolo di strumenti di astrazione di quelle forme urbane che favoriscono la continuità nel continuo processo di trasformazione della città. Queste morfologie urbane, che potremmo definire “transizionali” (Trisciuoglio, 2021), informano gli strumenti parametrici, permettendo la prefigurazione dei molteplici futuri possibili per la forma della città. Rimane ancora da sperimentare la questione della capacità degli strumenti parametrici, basati sugli elementi morfologici transizionali della città, di interpretare la dimensione anche normativa e fondiari degli urban codes anglosassoni e di interagire in modo dinamico con assetti proprietari e di destinazioni d’uso dai quali lo sviluppo della città non può prescindere.

environmental ...), is the next step after defining the qualitative parameters. The advantage of an algorithmic procedure is that of allowing to reason simultaneously on a large number of variables, including multidimensional ones, in other worlds to relate morphological parameters with economic, social or environmental parameters. The same algorithmic logic also makes it possible to relate formal variables to generate complex urban morphologies, thus obtaining a model capable of prefiguring the morphological evolution of the city that includes both formal and multidisciplinary logics. In this context, the Anglo-Saxon tradition of studies on urban codes is of particular interest. Urban codes are tools capable of guiding planning or building interventions by explaining the formal and linguistic requirements required for new interventions. These are not strictly regulatory tools, but devices, often in graphic and diagrammatic form, capable of collaborating in the prefiguration of urban morphology making explicit the principles that drive the shape of the built and urban spaces. Urban codes, often represented as diagrams, have a generic and abstract character that aims to emphasize the relationships between the elements they regulate. Codes have a marked generative value, in other worlds they are capable of generating almost endless variations starting from a given theme, controlling the characteristics of the forms thus generated, but at the same time allowing the urban morphology to emerge (Marshall, 2011). The clarification of the design process, of the role and mutual relationships that the elements deduced from the morphological analysis have within the process, could also favor the participatory dimension in prefiguring the possible future forms of the city. In fact, through this explicitation process even non-experts could intervene in the project and in the decision-making process that would no longer appear as a black box for experts only, but a transparent process within which all the actors are enabled to interact promptly in any stage of the prefiguration and transformation.

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Conclusion The aim of the arguments reported so far is not the development of guidelines or of a theory for urban design capable of defining a specific, in some way definitive, urban configuration. The research’s perspective is to assume the city as a phenomenon in transition, whose morphological transformations can therefore only be guided by a flexible design methodology (algorithm), capable of reacting in real time to changing context conditions (parameters), so as to make urban organisms as resilient as they are flexible, and conceived as organisms in constant evolution. This paradigm opens up new development perspectives in the relationship between urban design and urban morphology studies that can play the role of abstraction tools for those urban forms that favor continuity in the ceaseless transformation process of the city. These urban morphologies, which we could define as “transitional” (Trisciuoglio, 2021), inform the parametric tools, allowing the prefiguration of the multiple possible futures for the shape of the city. The question of the ability of parametric tools, based on the transitional morphological elements of the city, to interpret the regulatory and land dimension of Anglo-Saxon urban codes and to interact dynamically with ownership structures and uses from which development of the city still to be further investigated.

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urbanform and design Un progetto di ricostruzione

U+D A project for reconstruction in tabula rasa. Themes, issues, questions

Enrico Bordogna

Dip. di Architettura, Ingegneria delle Costruzioni e Ambiente Costruito, Politecnico di Milano E-mail: enrico.bordogna@polimi.it

Analisi urbana, morfologia urbana, progetto urbano Gli studi tipologici e di analisi urbana, condotti soprattutto tra Milano e Venezia tra fine anni Cinquanta e primi anni Settanta del secolo scorso, e la loro importanza per il progetto di architettura, sono alla base di quella “diversità” che ha rappresentato il contributo più importante prodotto dall’architettura italiana del dopoguerra, alla quale hanno guadagnato gran parte del prestigio internazionale di cui ha goduto anche successivamente. Basti ricordare, tra i molti che si potrebbero citare, alcuni scritti di allora di Francesco Tentori, Paolo Portoghesi, Giorgio Ciucci, Jean-Louis Cohen1. Non saprei dire se oggi gli “studi di analisi urbana”, le “ricerche di morfologia urbana”, i diversi incontri sul “progetto urbano”, vivano un momento di stasi, come sembra sostenere la declaratoria di convocazione di questa giornata di studio. Semmai si può osservare che queste tre linee di ricerca, pur caratterizzate da stretti rapporti di parentela, non sono però del tutto coincidenti e sovrapponibili. E in termini più generali forse si può aggiungere che in tanto scintillare di star system, cui sembrano adeguarsi anche molti ambienti della cultura architettonica nazionale, ciò di cui si sente la mancanza è una risposta che non sia stancamente ripetitiva dei risultati delle ricerche di quella stagione. Cosa certamente non facile, perché il rischio di arenarsi in un argomentare di impronta un po’ “alessandrina” è forte2. Per questo vorrei affrontare il tema proposto dalla redazione di U+D urbanform and design da un punto di vista operativo, operante direbbero forse i muratoriani! Il caso-studio che voglio affrontare, e sul quale sarei davvero interessato a una interlocuzione coi partecipanti a questo incontro, è quello dei territori colpiti dal sisma dell’estate-autunno 2016 in Italia Centrale, dove gli studi di morfologia urbana credo siano di grande importanza per le differenziate strategie di ricostruzione. In particolare, nell’ambito del cratere, mi riferisco ai centri di Norcia, Camerino e Amatrice e, ancor più in particolare, al caso del nucleo storico di Amatrice. Amatrice, Norcia e Camerino sono tre città murate di origine medievale, anche se ad Amatrice le mura sono state distrutte nella prima metà del ’500. In tutti e tre i comuni i danni del sisma nelle espansioni extra-moenia sono stati relativamente contenuti e tra loro simili, mentre assai maggiori e tra loro assai differenziati sono risultati nei rispettivi nuclei intra-moenia. Se i nuclei storici di Camerino e Norcia presentano danni anche gravi, soprattutto Camerino, ma che hanno lasciato del tutto integra e riconoscibile la forma urbana originaria, col suo stratificato tessuto morfologico, la trama viaria, gli spazi pubblici, gli isolati residenziali, i monumenti, Amatrice invece, per quanto riguarda il suo nucleo storico, fa caso a sé. Amatrice è una città di origine federiciano-angioina, fondata nella prima metà del Duecento a presidio della via Salaria, asse militare e commerciale strategico fin dall’epoca romana di collegamento tra Adriatico e Tirreno. La sua cinta muraria è stata distrutta nel 1529 dalle truppe di Carlo V, ma da allora la città ha conservato sostanzialmente il perimetro edificato e l’impianto morfologico originari, con poche alterazioni. Un insediamento di crinale con una configu-

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DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.004

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Abstract This essay examines a reconstruction strategy in response to the earthquake which struck Central Italy in the summer-autumn 2016. After a survey of the main earthquakes in Italy in the last century, from Messina in 1908 to Emilia Romagna in 2012, we examine the case study of the historical nucleus of Amatrice, a walled town of Frederick-Angevin origin lying along a ridge. Faced with the clean slate left by the earthquake, a reconstruction from scratch of the entire historical town comes up against the theoretical and operational problem of the conflict between rebuilding “where it was, as it was” (dov’era, com’era) and the risk of producing a “historical fake”, which this essay addresses both in theoretical terms and through an operational verification of the architectural project.

Temi, problemi, interrogativi

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Keywords: Earthquakes, Reconstruction Strategies, Morphology, Urban Design

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Urban analysis, urban morphology, urban project The typological and urban analysis studies undertaken mostly in Milan and Venice between the late Fifties and the early Sixties, and their importance for the architectural project, are the foundation for that “diversity” represented by the most important contribution of post-war Italian architecture, from which derives much of the international prestige that it also later enjoyed. It is sufficient to recall in this respect, among the many that could be mentioned, some writings from that period by Francesco Tentori, Paolo Portoghesi, Giorgio Ciucci, and Jean-Louis Cohen1. I cannot truly say whether today the “studies of urban analysis”, the “research on urban morphology”, and the various debates on the “urban project”, are undergoing a moment of stasis, as the convocation to this study day seems to affirm. If anything, it can be seen how these three lines of research, although closely related, are not entirely coincident and overlapping. And more generally, perhaps we can add that in such a glittering star system, to which many circles within the national architectural culture also seem to fall in with, what is lacking is an answer that is not tiresomely repetitive of the results of that academic year’s research. Something which is certainly not easy, since the risk of running aground in debates of a somewhat “alexandrine” nature is great2.

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This is why I would like to approach the theme proposed by the editorial board of U+D urbanform and design from an operational point of view, or “operante”, as perhaps Muratori’s followers would put it. The case study that I wish to analyse, and which I would be very interested in discussing with the participants to this meeting, is that of the territories affected by the earthquake which hit Central Italy in the Summer-Fall of 2016, and for which I believe morphological studies are of great importance in connection to the various reconstruction strategies. In the area of the “crater”, I refer in particular to the towns of Norcia, Camerino and Amatrice, and even more specifically to the case of the historical nucleus of Amatrice. Amatrice, Norcia and Camerino are three walled cities that date back to the Mediaeval era, although in the case of Amatrice the walls were destroyed during the first half of the 16th century. In all three municipalities, the damages caused by the earthquake in the urban expansions outside the city walls was relatively limited and similar in all cases, whereas the effects within the city walls were notably different. While the historical centres of Camerino and Norcia, especially Camerino, present serious damages which, however, have left their original urban forms complete and recognisable, with their stratified morphological fabric, road networks, public spaces, residential blocks and monuments intact, Amatrice instead, as far as its historical nucleus is concerned, is a separate matter altogether. Amatrice is a city whose origins are linked to Frederick II and the House of Anjou. It was founded during the first half of the 13th century to defend the via Salaria, a strategic military and commercial axis which had connected the Adriatic and the Tyrrhenian seas since the Roman era, and although its walls were destroyed in 1529 by the troops of Charles V, since then the city has mostly preserved its original built perimeter and morphological layout, with only few alterations. It consists of a ridge settlement with a northwest-southeast longitudinal configuration, with a rectilinear central axis and a street network based on an almost orthogonal grid with only two transverse axes and a series of elongated rectangular blocks of equal dimensions. A similar layout to the coeval terrae novae, or “new lands” of Rieti in Upper Lazio, such as Antrodoco, Leonessa, Città ducale, or the more distant Florentine “new lands”, such as the Arnolfian San Giovanni Valdarno. Amatrice is a case to itself since the earthquake, unlike in Norcia and Camerino, practically wiped out the historic nucleus, of which only the ridge axis, the matrix pathway, to say it in the language of Muratori and Caniggia, and little else, such as some parts of churches, a section of the civic tower, and some ruins of houses remain. Yet the residential fabric disappeared, and with it the urban morphology itself, perhaps also because, as deplored by Giovanni Carbonara3, the bulldozers and the desperate efforts to remove the debris caused more damages than the earthquake itself. The damages to the urban expansion outside the city walls are also significant, in particular to the remarkable civic complex built by Arnaldo Foschini between the early Twenties and the Sixties (including an orphanage, a nursing home and a parochial complex), a contained section of the city, it could be said, with a clear morphological definition and a measured and controlled expressiveness. Yet what sets Amatrice apart

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Fig. 1 - Amatrice: in alto, Carta tecnica regionale pre-terremoto 2016, con il nucleo storico, l’espansione extra-moenia del secondo ’900 e il complesso di Arnaldo Foschini realizzato tra 1921 e 1960; al centro a sinistra, pianta del nucleo storico del Catasto Gregoriano, prima metà XIX sec; al centro a destra, vista zenitale del nucleo storico pre-sisma; in basso, vista del nucleo storico dopo la rimozione delle macerie, estate 2018. Amatrice: above, 2016 pre-earthquake regional technical map, with the historic core, the extra-moenia expansion of the second half of the 1900s and the Arnaldo Foschini complex built between 1921 and 1960; center left, plan in the historic core of the Gregorian Cadastre, first half of the 19th century; center right, zenith view of the pre-earthquake historical core; below, view of the historic center after the removal of the rubble, summer 2018.

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razione longitudinale in senso nordovest-sudest, con asse centrale rettilineo e un’orditura viaria basata su una maglia quasi ortogonale con due soli assi trasversali e una trama di isolati rettangolari allungati di dimensioni omogenee. Un impianto simile alle coeve “terre nuove” reatine dell’alto Lazio, come Antrodoco, Leonessa, Città ducale, o alle più lontane “terre nuove” fiorentine, come la arnolfiana San Giovanni Valdarno. Amatrice fa caso a sé perché qui il sisma, a differenza di Norcia e Camerino, ha praticamente azzerato il nucleo storico, di cui resta riconoscibile solo l’asse di crinale, il percorso matrice per dirla in linguaggio muratoriano-caniggiano, e poco altro, qualche segmento delle chiese, una parte della torre civica, qualche residuo di case. Ma il tessuto abitativo è sparito, e con esso la stessa morfologia urbana, forse anche perché, come è stato lamentato da Giovanni Carbonara3, le ruspe e l’ansia di rimozione hanno fatto più danni del sisma stesso. Non marginali sono anche i danni nell’espansione urbana fuori le mura, dove spicca il bell’episodio del complesso civico realizzato da Arnaldo Foschini tra primi anni Venti e anni Sessanta del secolo scorso (brefotropio, ospizio e complesso parrocchiale intercluso), una parte di città conclusa, si potrebbe dire, di chiara definizione morfologica e di misurato controllo espressivo. Ma ciò che differenzia Amatrice dagli altri comuni del cratere è la tabula rasa del suo nucleo storico, e il conseguente problema del se e del come progettarne la ricostruzione. Ad Amatrice, in altre parole, prima che operativo il problema della ricostruzione del suo nucleo storico è di natura teorica.

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Fig. 2 - E.Bordogna, T. Brighenti, Progetto di ricostruzione del centro storico di Amatrice, 2019: in alto a sinistra, planimetria; in alto a destra, modello d’insieme; al centro a sinistra, vista della piazza centrale con la chiesa di San Giovanni e la Torre civica ricostruite per anastilosi e il nuovo Palazzo comunale; al centro a destra, vista interna della sala consiliare; in basso, vista della piazza centrale con il nuovo Palazzo comunale. E. Bordogna, T. Brighenti, Reconstruction project of the historic center of Amatrice, 2019: top left, plan; top right, overall model; in the center on the left, view of the central square with the church of San Giovanni and the civic tower rebuilt for anastylosis and the new Town Hall; center right, internal view of the council chamber; below, view of the central square with the new Town Hall.

Amatrice: ricostruzione “dov’era, com’era”? Problemi e verifiche

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Amatrice: reconstruction “where it was, as it was”? Issues and assessments In view of the substantial state of tabula rasa, as evinced from the photographic documentation undertaken between the Spring and Summer of 2019, with a few monumental buildings classified for the collection and cataloging of debris for the purpose of a philological conservative reconstruction (essentially the churches, the civic tower and two or three historic buildings)4, the selected option in some proposals developed at the university was first to carry out a reconstruction on site, discarding any hypothesis of delocalisation, and secondly to re-propose the historical morphology of the settlement, with the perimeter corresponding to the former city walls, the axis of the ridge in a northwest-southeast orientation, and the morphological pattern of elongated rectangular blocks5. Once this initial choice was made, however, also based on the preliminary analysis of the main earthquakes in Italy during the past century, undertaken in parallel to the design laboratory (and which we simply list as follows: Messina 1908; Belice 1968; Friuli 1976; Irpinia 1980; L’Aquila 2009; Emilia Romagna 2012), the first theoretical issues soon appear: does the secondary traffic mobility need to respect the historical layout, with only two transverse axes, non-perpendicular to the ridge axis? And must the morphology of the blocks, with their respective road accesses, respect the historical layout, with continuous fronts facing the street and mostly continuous rooflines characterising the rectangular pattern? Or rather, while confirming the central ridge axis, is it possible to conceive a “modern”, rational, morphological layout, with a regulated road network, and consequently a different articulation of the blocks? And finally, decreasing the scale and admitting the first hypothesis, should the reconstruction of the residential blocks attempt to be faithful to the previous buildings also in terms of compositional choices and formal elements (concerning heights, types of roofs, facades, materials, building systems, et cetera), or should it opt instead for a “modern”, rational reconstruction? In other words, having satisfied faithfulness to the principle of “where it was”, is not the principle of “as it was” impracticable? And does it not require, necessarily, the application of contemporary modes which are respectful of the urban and architectural form inherited from history, but, if we may say so, in “substantial”, rather than in “literal” terms, while being aware that the qualification as “substantial” cannot but fall into the sphere of the subjective and the discretionary? To put it yet in other words, and quite schematically, should we pursue Caniggia’s method used in the case of Venzone, based on philological fidelity, which presents the risk of producing a historical fake, or should we use as a model Grassi and Renna’s solution for the case of Teora, which is based on the concept of “continuity in discontinuity”, as observed in the preliminary phase?6.

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from the other municipalities of the crater is the tabula rasa state of its historical nucleus, and the consequent issues regarding if and how to design its reconstruction. In Amatrice, in other words, the problem of the reconstruction of its historical nucleus is theoretical first, and only later operative.

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Two projects as experimental verification: answers and questions

A fronte dello stato di sostanziale tabula rasa come si evince dalla documentazione fotografica della primavera estate del 2019, con pochi edifici monumentali classificati per la raccolta e catalogazione delle macerie ai fini di una ricostruzione filologica conservativa (sostanzialmente le chiese, la torre civica e due o tre palazzi storici)4, la scelta operata in alcune proposte sviluppate in sede universitaria è stata in primo luogo quella di una ricostruzione in loco scartando ogni ipotesi di delocalizzazione, e in secondo luogo quella di riproporre la morfologia storica dell’insediamento, con il perimetro corrispondente alla ex cinta muraria, l’asse di crinale in senso nordovest-sudest, la trama morfologica a isolati rettangolari allungati5. Fatta questa scelta iniziale, però, anche sulla scorta delle analisi istruttorie sui principali terremoti in Italia dell’ultimo secolo svolte parallelamente al laboratorio progettuale (che qua ci si limita ad elencare: Messina 1908; Belice 1968; Friuli 1976; Irpinia 1980; L’Aquila 2009; Emilia Romagna 2012), subito sorgono i primi problemi teorici: la viabilità secondaria deve rispettare quella storica, con due soli assi trasversali non esattamente perpendicolari all’asse di crinale? E la morfologia degli isolati, con la rispettiva viabilità di accesso, deve rispettare quella storica, con fronti continui su strada e fili di gronda sostanzialmente costanti a marcare la maglia rettangolare? Oppure, pur confermando l’asse di crinale centrale, è possibile pensare un impianto morfologico “moderno”, razionale, con una maglia stradale regolarizzata e una conseguente diversa articolazione degli isolati? Ed ancora, scendendo di scala, ipotizzata pure la prima opzione, la ricostruzione architettonica degli isolati residenziali deve proporsi la fedeltà all’edilizia preesistente anche nelle scelte compositive e

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nei partiti formali (di altezza, modi di copertura, figure di prospetto, materiali, sistemi costruttivi, eccetera), oppure optare per una ricostruzione “moderna”, razionale? In altri termini, assolta la fedeltà al principio del “dov’era”, quello del “com’era” non è forse impraticabile, e non richiede forse, necessariamente, modalità contemporanee, rispettose della forma urbana e architettonica ereditata dalla storia, ma, se così si può dire, non in termini “letterali”, bensì “sostanziali”, pur consapevoli che la qualifica “sostanziale” non può che ricadere nella sfera del soggettivo e del discrezionale? In altri termini ancora, e molto schematizzando, vale il modello caniggiano di Venzone, di fedeltà filologica a rischio di falso storico, o il modello Teora di Grassi e Renna, di “continuità nella discontinuità”, come osservato in fase istruttoria?6. Due progetti come verifica sperimentale: risposte e domande

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Di fronte all’attuale tabula rasa, entrambi i progetti svolti nel Laboratorio universitario hanno assunto l’ipotesi di confermare la morfologia ereditata dal passato, riprendendo il perimetro del borgo murato pervenuto sostanzialmente invariato dall’epoca della sua fondazione (nonostante la distruzione cinquecentesca delle mura), e introducendo alcune, poche, varianti riguardanti da un lato la piazza centrale e dall’altro la conformazione degli isolati residenziali. Per il tessuto residenziale entrambi i progetti si fermano alla proposta di tre schemi tipologici di isolati-tipo, approssimativamente definiti “a blocco”, “a schiera”, “a patio”, di due o tre piani fuori terra, da adottare flessibilmente come semplici linee guida nell’iter di ricostruzione. Tali schemi, però, se condivisibili come scelta morfologica di base, necessitano palesemente di ulteriore approfondimento. Valutazione in parte diversa merita invece la prefigurazione della piazza pubblica centrale. Nell’intorno urbano caratterizzato dalla presenza della chiesa di San Giovanni, della torre civica e del palazzo comunale, prima del terremoto frammisti a un tessuto denso e indifferenziato, entrambi i progetti introducono il diradamento di una piazza porticata a cavallo del corso di crinale, in cui tali emergenze si staglino isolate. Una scelta che consapevolmente introduce una duplice “infrazione”: la città storica di Amatrice infatti, a differenza della maggior parte delle terre nuove reatine e delle terre nuove fiorentine, non presentava una piazza pubblica centrale con le emergenze monumentali del potere civile e religioso; in aggiunta a ciò, la tipologia del portico, del percorso urbano porticato, è estraneo alla sua storia urbana. Ciò non di meno, in questa scelta entrambi i progetti a me sembrano convincenti. Così come la scelta di ricorrere, per il palazzo comunale, alla tipologia storica del “broletto”, o della loggia mercantile, libero su quattro fronti, con un piano terra interamente porticato e un piano soprastante libero da pilastri intermedi per sala consigliare-salone pubblico per mostre, convegni, spettacoli (in realtà, al modello canonico del broletto, entrambi i progetti introducono alcune licenze: il primo prevedendo una copertura interamente terrazzata praticabile per feste e manifestazioni all’aperto; il secondo inserendo tra il recuperato portico di base e la sala consigliare un piano intermedio per uffici e funzioni amministrative). Si differenziano invece, i due progetti, per le singole scelte compositive e di linguaggio, in un diverso rapporto tra nuovo e antico: più assonante il primo, di dichiarato richiamo a una figurazione muziesca; più marcato e aggiornato il secondo, nella determinazione di staccare con chiarezza il vecchio del porticato di base recuperato rispetto al nuovo del volume soprastante, e nell’inserimento di una “moderna” torre medievale dalle esplicite citazioni formali, con funzione non solo di risalita-scala di sicurezza ma anche di belvedere per l’osservazione dall’alto della città. In conclusione, voglio sottolineare il carattere sperimentale e interlocutorio di queste analisi e di questi progetti, data la complessità delle questioni im-

In view of the current state of tabula rasa, both of the projects undertaken by the University Laboratory have assumed the hypothesis of confirming the inherited morphology, maintaining the perimeter of the walled hamlet which had remained substantially unchanged since the time of its foundation (despite the destruction of the walls during the 16th century), and introducing a few modification to one side of the central square, in addition to the structuring of the residential blocks. Regarding the residential fabric, both projects follow three residential block-type layouts, approximately defined as “block”, “row” and “courtyard”, with two or three storeys above ground, to be adopted flexibly as simple guidelines during the reconstruction process. These layouts, however, although adequate as a basic morphological choice, clearly need to be further developed. The redesigning of the central square, on the other hand, requires a somewhat different assessment. In the urban area characterised by the presence of the church of San Giovanni, the civic tower and the town hall, which before the earthquake presented a dense and undifferentiated fabric, both projects introduce the thinning out of a porticoed square straddling the course of the ridge, where these buildings stand alone. A choice which consciously introduces a double “infringement”: in fact, the historical city of Amatrice, unlike most of the “new lands” in Rieti and Florence, did not present a central public square which gathered the civil and religious monumental buildings; furthermore, the typology of the portico and of the urban porticoed pathway, is alien to the context of its urban history. However, in this choice both projects seem convincing. As does the choice of resorting, in the case of the town hall, to the historical typology of the “broletto”, or of the merchants’ loggia, free on all four facades, with an entirely porticoed ground floor and an upper level free of intermediate pillars to be used as council hall or as a public space for exhibitions, conferences, shows (in fact, both projects take some licenses with the canonical model of the “broletto”: the first by contemplating the addition of a completely terraced roof which can be used for open-air events, and the second by inserting between the recovered portico and the council hall an intermediate level for offices and other administrative functions). The two projects differ instead in terms of their individual compositional and language choices, in a different relationship between new and old: the first one is more assonant, in open reference to a Muzio-style figuration; whereas the second is more pronounced and up to date in its determination to clearly detach the “old” of the recovered portico from the “new” of the volume above it, and in the inclusion of a “modern” Mediaeval tower with explicit formal quotations, which functions not only as a vertical connection and safety staircase, but also as a belvedere for observing the city from above. To conclude, I would like to underline the experimental and open nature of this analysis and of these projects, given the complexity of the issues involved in the theme of reconstruction. More specifically, regarding the justified distrust of many restoration specialists towards the deceptive simplification of the formula “where it was, as it was”, the doubt that arises from the reconstruction examples analysed (in particular Venzone, Teora, or even Messina), as well as from our own two projects, is whether such a

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Fig. 3 - In alto, Enrico Bordogna, Tommaso Brighenti, Progetto di ricostruzione del centro storico di Amatrice, 2019: vista assonometrica e piante del Palazzo comunale; in basso, Luca Bonardi, Andrea Valvason, “Il nucleo antico di Amatrice: dov’era, com’era?”: vista della piazza centrale con la chiesa di San Giovanni e la Torre civica ricostruite per anastilosi e il nuovo Palazzo comunale, Tesi di laurea, Politecnico di Milano, giugno 2020 (relatori E. Bordogna, T. Brighenti). Above, Enrico Bordogna, Tommaso Brighenti, Reconstruction project of the historic center of Amatrice, 2019: axonometric view and plans of the Town Hall; below, Luca Bonardi, Andrea Valvason, “The ancient core of Amatrice: where was it, how was it?”: view of the central square with the church of San Giovanni and the civic tower rebuilt for anastylosis and the new Town Hall, Degree thesis, Politecnico di Milano, June 2020 (supervisors E. Bordogna, T. Brighenti).

plicate dal tema della ricostruzione. Più specificamente, rispetto alla motivata diffidenza di molti specialisti del restauro verso l’ingannevole semplificazione della formula “dov’era, com’era”, il dubbio che gli esempi di ricostruzione analizzati (in particolare Venzone, Teora e la stessa Messina) e gli stessi nostri progetti sollevano è se tale riserva abbia il medesimo valore sia per gli edifici e le aree monumentali della città che per l’edilizia di base e il tessuto abitativo tradizionale, oppure se criteri e modalità di intervento non debbano essere opportunamente differenziati secondo la specifica responsabilità del progetto di architettura. E ciò in ottemperanza alla convinzione, come è stato detto, che la ricostruzione della città non è mai un fatto solo fisico, di infrastrutture, edifici, spazi urbani comuni, servizi, il verde. Non è un’opera esclusivamente urbanistica e architettonica. È la ricostruzione di una comunità, necessariamente aggiornata e al tempo stesso rispettosa dell’insediamento storico così come sedimentato nella memoria collettiva della popolazione.

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Note 1 Tentori F. (1981) Verso un nuovo internazionalismo, Casabella, n. 474-475, November-December 1981; Ciucci G. (1998) (eds.) L’architettura italiana oggi. Racconto di una generazione, Laterza, Bari; Portoghesi P. (1998) “La diversità italiana”, Materia, n. 27; Cohen J.-L. (2015) La coupure entre architectes et intellectuels, ou les enseignements de l’Italophilie, Mardaga, Bruxelles, new edition with a new forward, of the research carried out by the author during the Seventies and first published in 1984 by the Ecole d’Architecture Paris-Villemin in the collection “In extenso”. 2 The various recent conferences and initiatives on these topics held in various universities, while laudable in some cases, in others give the impression of being a sort of traveling show, primarily engaged in self-referential mutual recognition. 3 See Carbonara G., “Conferenza La ricostruzione e l’identità dei luoghi”, in the context of the Course “Beni culturali ed emergenza” organised by the National Council of Architects, Planners, Lanscape Architects and Conservators, CNAPPC headquarters, Rome 24-1-2020. 4 See the Report of the joint survey by the Technical Assessment Group of the Civil Protection Department and the Municipality of Amatrice of March, 2019, which determines a series of distinct operations: disassembly and cataloguing of several monumental buildings; securing of the few buildings with relatively minor damages; demolition and removal of debris from the remaining collapsed buildings; see alseo the photographic documentation from the Spring and Summer of 2019. 5 See: Architectural Design Laboratory, Master’s Degree Course in “Architecture and Urban Design”, Milan Polytechnic, under the supervision of Enrico Bordogna and Tommaso Brighenti, academic years 2016-2020. As part of the activities of the Laboratory several theses were produced concerning the cases of Amatrice, Norcia and Camerino. In October 2017 a first survey was undertaken on the occasion of the participation as speakers at the Conference 1997-2017. “Strategie per la ricostruzione post-sisma”, organised by Luigi Coccia and Marco D’Annuntiis, School of Architecture and Design, University of Camerino, Ascoli Piceno, October 26, 2017. A second survey took place in May 5-7, 2019. 6 The bibliography related to this topic is too vast to be entirely referred to in this paper. In the case of Venzone, however, it is worth mentioning: Caniggia G., Sartogo F. (1979) Ricerca storico-critica per la ricostruzione e il restauro del centro storico di Venzone, ICOMOS-Consiglio Italiano; Marconi P. (1998) “Restauro e conservazione: com’era, dov’era?”, in Zodiac,

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reservation is valid in the case of both the monumental buildings and areas of the city and of the basic residential and traditional housing fabric, or whether the criteria and modes of intervention should not be appropriately differentiated depending on the specific responsibilities of each architectural project. And all this in accordance with the conviction, as said earlier, that the reconstruction of a city is never just a material fact, of infrastructures, buildings, common urban spaces, services and green areas. It is not an exclusively urban and architectural work. It is the reconstruction of a community, necessarily updated, yet also respectful of the historical settlement as deposited in the collective memory of the population.

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Note 1 Tentori F. (1981) “Verso un nuovo internazionalismo”, in Casabella, n. 474-475, novembredicembre; Ciucci G. (1989) (a cura di) L’architettura italiana oggi. Racconto di una generazione, Laterza, Bari; Portoghesi P. (1998) “La diversità italiana”, in Materia, n. 27; Cohen J.-L. (2015) La coupure entre architectes et intellectuels, ou les enseignements de l’Italophilie, Mardaga, Bruxelles, riedizione, con nuova premessa, della ricerca condotta dall’autore negli anni Settanta e pubblicata per la prima volta nel 1984 dalla Ecole d’Architecture Paris-Villemin nella collezione “In extenso”. 2 I recenti vari convegni e iniziative su questi temi in diverse sedi universitarie, pur meritori in taluni casi, possono a volte dare l’impressione di una sorta di compagnie di giro, primariamente impegnate in un reciproco riconoscimento autoreferenziale. | Enrico Bordogna | ISSN 2612-3754 (print) ISSN 2384-9207 (online)_n.16-2021

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n.19, pp. 40-55; Sartogo F. (2008) Udine e Venzone. Lettura critica per una storia operante del territorio friulano, Alinea, Fkorence; Camiz A. (2012) “Venzone, una città ricostruita (quasi) “dov’era, com’era””, in Paesaggio Urbano, n. 5/6, pp. 18-25; Dalai Emiliani M. (2016) “Venzone “com’era e dov’era”: da eresia a modello”, in Azzollini C., Carbonara G. (2016) (eds.) Ricostruire la memoria. Il patrimonio culturale del Friuli a quarant’anni dal terremoto, Forum Editrice Universitaria Udinese, Udine, pp. 85-93; Cacitti R., Doglioni F. (2016) “Il Duomo di Venzone”, ibid, pp. 104-115. Regarding the question of the “historical fake”, see the numerous contributions by Marco Dezzi Bardeschi where, regarding the binomial “where it was, as it was”, he speaks of “naive self-deceit”, of “charming mistake”, of “great die-hard hoax”, of “analogic scenographic reconstruction” aimed at soothing the dramatic trauma of a population which was hit hard in its centuries-old places linked to their lives and sentiment, in Dezzi Bardeschi M. (2016) “L’ora della prevenzione”, in Ananke, n. 79, September, pp. 3-4; on these same subjects see also the previous numberso of Dezzi’s magazine, n. 42, June 2004, and n. 3, December 1993, with numerous interventions by Dezzi himself, as well as of other important scholars such as Giovanni Carbonara, Roberto Cecchi, Luigia Binda, Stefano Della Torre or Carolina Di Biase. In the case of Teora, among the various writings by Giorgio Grassi and Agostino Renna see in particular: Grassi G., Renna A. (1981) “Piano di recupero del centro storico di Teora (Avellino)”, in Grassi G. (1996) I progetti, le opere e gli scritti, Electa, Milan, pp. 128-141; as well as Campagnola R. (2016) “Ri-comporre l’infranto: figure di rifondazione. Tesi e ipotesi sul Progetto di ricostruzione del centro storico di Teora (Avellino) di Giorgio Grassi”, in Eccheli M.G., A. Pireddu (2016) (eds.) Oltre l’Apocalisse, Firenze University Press, Florence, pp. 24-39.

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3 Cfr. Carbonara G. (2020) “La ricostruzione e l’identità dei luoghi”, conferenza nell’ambito del Corso “Beni culturali ed emergenza” del Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, sede CNAPPC, Roma 24.1.2020. 4 Si veda il Verbale di sopralluogo congiunto del Gruppo Tecnico di Verifica della Protezione Civile e del Comune di Amatrice del marzo 2019 che dispone operazioni differenziate: smontaggio e catalogazione di alcuni edifici monumentali; messa in sicurezza dei pochi edifici con danni contenuti; demolizione e rimozione delle macerie del restante edificato; si veda anche la documentazione fotografica della primavera-estate del 2019. 5 Cfr. Laboratorio di Progettazione Architettonica, Laurea Magistrale del Corso di Studio “Architettura e Disegno urbano”, Politecnico di Milano, responsabili Enrico Bordogna e Tommaso Brighenti, anni accademici 2016-2020. Nell’attività di Laboratorio sono state prodotte diverse tesi di laurea applicate ai contesti di Amatrice, Norcia, Camerino. Nell’ottobre 2017 è stato svolto un primo sopralluogo in occasione della partecipazione come relatori al Convegno “1997-2017. Strategie per la ricostruzione post-sisma”, a cura di Luigi Coccia e Marco D’Annuntiis, Scuola di Architettura e Design, Università di Camerino, Ascoli Piceno, 26 ottobre 2017. Un secondo sopralluogo è stato svolto in data 5-7 maggio 2019. 6 Le bibliografie al riguardo sono estesissime, e non riportabili in questa sede. Per il caso di Venzone basti ricordare: Caniggia G., Sartogo F. (1979) Ricerca storico-critica per la ricostruzione e il restauro del centro storico di Venzone, ICOMOS Consiglio Italiano, 1977-1979; Marconi P. (1998) “Restauro e conservazione: com’era, dov’era?”, in Zodiac, n. 19, pp. 40-55; Sartogo F. (2008) Udine e Venzone. Lettura critica per una storia operante del territorio friulano, Alinea, Firenze; Camiz A. (2012) “Venzone, una città ricostruita (quasi) “dov’era, com’era””, in Paesaggio Urbano, n. 5/6, 2012, pp. 18-25; Dalai Emiliani M. (2016) “Venzone “com’era e dov’era”: da eresia a modello”, in Azzollini C., Carbonara G. (a cura di) Ricostruire la memoria. Il patrimonio culturale del Friuli a quarant’anni dal terremoto, Forum Editrice Universitaria Udinese, Udine; Cacitti R., Doglioni F. (2016) “Il Duomo di Venzone”, ivi. Rispetto alla questione del “falso storico” si vedano i numerosi interventi di Marco Dezzi Bardeschi, dove del binomio “dov’era, com’era” parla di “ingenuo autoinganno”, di “equivoco accattivante”, di “grande bufala dura a morire”, di “scenografica ricostruzione analogica” volta a lenire il trauma drammatico di una popolazione colpita nei suoi luoghi secolari di vita e d’affezione, in Dezzi Bardeschi M. (2016) “L’ora della prevenzione”, in Ananke, n. 79, settembre, pp. 3-4; sugli stessi argomenti si vedano anche i precedenti numeri della rivista n. 4, dicembre 1993, con numerosi interventi dello stesso Dezzi e di importanti studiosi come Giovanni Carbonara, Roberto Cecchi, Luigia Binda, Stefano Della Torre, Carolina Di Biase e altri. Per il caso di Teora, tra i diversi scritti di Giorgio Grassi e Agostino Renna si veda in particolare Grassi G., Renna A. (1981) “Piano di recupero del centro storico di Teora (Avellino)”, in Grassi G. (1996) I progetti, le opere e gli scritti, Electa, Milano; inoltre Campagnola R. (2016) “Ri-comporre l’infranto: figure di rifondazione. Tesi e ipotesi sul Progetto di ricostruzione del centro storico di Teora (Avellino) di Giorgio Grassi”, in Eccheli M.G., Pireddu A. (2016) (a cura di) Oltre l’Apocalisse, Firenze University Press, Firenze. Riferimenti bibliografici_References

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AA.VV. (1978) Calamità naturali e strategie di ricostruzione (numero monografico), Hinterland, n. 5-6 (settembre-dicembre). Caniggia G., Sartogo F. (1979) Ricerca storico-critica per la ricostruzione e il restauro del centro storico di Venzone, ICOMOS-Consiglio Italiano. Carbonara G. (1984) “Gli insediamenti degli ordini mendicanti in Sabina”, in Lo spazio dell’umiltà. Atti del Convegno, Centro Francescano Santa Maria in Castello, Fara Sabina. Detti E., Di Pietro G.F., Fanelli G. (1968) Città murate e sviluppo contemporaneo, CISCU, Lucca. Dezzi Bardeschi M. (2016) “L’ora della prevenzione”, in Ananke, n.79 (settembre), pp. 3-4. Marconi P. (1998) “Restauro e conservazione: com’era, dov’era?”, in Zodiac, n. 19, pp. 40-55.

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urbanform and design Ricostruzione del Dom Römer a

U+D The Dom Römer reconstruction at Frankfurt Main. Learning from old cadasters

DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.005

Francesco Collotti

DIDA Dipartimento di Architettura, Università degli Studi di Firenze E-mail: francesco.collotti@unifi.it

Introduzione Le città si costruiscono per tipi. Casa tra due muri. In principio due muri paralleli a distanza di una trave, la regola antica. Il passo tra i muri è figlio del luogo, cioè della sezione utile degli alberi che qui possono essere trasportati dalle foreste intorno oppure lungo il fiume. Ai piani superiori le case cercano una maggior superficie, sporgendosi un poco e per sbalzi, andando verso l’alto. Così cresce il Dom Römer, la città gotica sul lato destro del Meno, sul luogo di un antico insediamento romano sorto in prossimità del guado (Furt). La città bombardata mostra impudicamente la sua struttura urbana. Se ne legge lo scheletro calcinato a terra dopo il passaggio dei bombardieri. Tocca andare a rileggere le memorie di Winston Churchill ne La Seconda Guerra mondiale per cogliere le ragioni dei vincitori, mentre la voce dei vinti sarà forse da ritrovare nelle lettere che i soldati tedeschi inviavano dal fronte, a mano a mano che la guerra avanzava, e i suoi destini si rivolgevano contro chi aveva propagandato il trionfo, invadendo la Polonia nei primi giorni di settembre del 1939. Camminando dopo una visita al cantiere tra le belle rive alberate del Meno, una sincera discussione con una delle colleghe tedesche che ci ha accompagnato nel progetto (Katrin S., che mi riporta le lettere del nonno dal fronte russo), aiuta a rileggere ancora una volta una questione che, come una lama di coltello, taglia la memoria di questa terra Europa. Rasa al suolo nel 1944 e ricostruita in malo modo nel dopoguerra con destinazione a parcheggio e pubblici edifici, l’area è stata coraggiosamente ri-demolita in anni recenti e messa a concorso dal Comune di Francoforte (2010). Sulla base dei vecchi catasti risorge il quartiere, ora ricostruendo le case com’erano dov’erano con una operazione di ricostruzione filologica quasi ossessivo (e come potrebbe essere diverso?), ora affidandone la costruzione a progetti che continuamente si confrontano con il vecchio senza rinunciare al nuovo (come noi, per le case a fianco, hanno lavorato Hans Kollhoff, Eingartner Khorrami, Eckert Negwer Suselbeek, Von Ey, Tillmann Wagner, Jordi & Keller per non citarne che alcuni). La pianta è antica, l’alzato è una sorpresa?

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Abstract Dom Römer: destroyed in 1944 and shabbily rebuilt after the war, the area has been re-demolished in recent years. A call for an architectural competition was issued by the City of Frankfurt (2010), Trying to give back to this place an identity and a size. The district was restored on the basis of the old land registry; now reconstructing the houses as they were with an almost obsessive operation of faithful reconstruction (how could it be different?), now entrusting their construction to projects that continually interact with the old without giving up the new. The site plan is old, is the elevation unexpected? We studied by analogies, although we later learned by differences. The analysis of urban fabric seemed to us – and for me it still is, now for then – a necessary act to interpret the city. A step towards its design. What someone considered a boring exercise, almost a bain-marie to postpone the project to the last years of the School, was in reality already an important part of the project, a typological analysis that carried in itself a promise that, in fact, was not so far from the existing. I am still wary of those projects that do not show their adherence to the city, that do not ask themselves the question of being part of the city, of continuing it; on the one hand showing continuity and on the other the necessary progression, which is what intrigues us about every project.

Imparare dagli antichi catasti

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Keywords: Construction/Reconstruction, Gothic City, Identity

Francoforte sul Meno

_____ Cities are built by types. A house between two walls. In the beginning two parallel walls at a distance of one beam, following the ancient rule. The distance between the walls is a result of the site, that is, the usable section of the trees that can be transported here from the surrounding forests or along the river. On the upper floors the houses look for a greater surface, projecting a little and by cantilevers, climbing upwards. This is how Dom Römer, the Gothic city on the right side of the Main, developed on the site of an ancient Roman settlement near the ford (Furt). The bombed city impudently shows its urban structure. One can read its skeleton calcined

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Stato dell’arte Ciò che in Italia, dalla fine degli anni Cinquanta in poi, ha costituito una chiave di lettura dell’impianto morfologico e dei caratteri tipologici delle città storiche, ma ha trovato difficoltà a farsi forma urbana (oppure è rimasto talvolta disputa tra Scuole), in Germania negli ultimi venti anni si è fatto progetto e città costruita. Sembra anzi che qui i tentativi di ricostruzione della identità di alcune città storiche e alcune occasioni di rigenerazione, prendano corpo in brani urbani compiuti talvolta sospesi tra copia e ricostruzione critica, sia in complessi monumentali particolari (Potsdam, Berlino), sia in alcuni tessuti densi capaci di restituire una antica misura (Dresda, Francoforte, Lubecca) (Caja, 2019).

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Fig. 1 - Frankfurt, DomRömer: planimetria generale dei piani terra. Frankfurt, DomRömer: ground floor general plan.

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Presentazione del caso studio

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Fig. 2 - Frankfurt, DomRömer: sequenza dei prospetti del quartiere lato sud. Frankfurt, DomRömer: quarter’s south elevation.

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Passata la prima fase del concorso e del progetto preliminare (2011), abbiamo lavorato negli anni successivi fino alla consegna finale di una parte del quartiere (casa M34 e pergola monumentale, 2017, con I.Corrocher, V. Fantin K.Schoess e A. Worzewski). In meno di dieci anni la municipalità di Francoforte ha rivoltato il centro storico restituendolo alla più grande vicenda dell’esperienza nel tempo della città storica europea (MIPIM Award 2019). Una scala cercata nelle antiche planimetrie, rimesse a misura leggendo i catasti, interrogando i rilievi che nel tempo si erano accumulati negli archivi o indagando le fotografie ad estrarre più cose di quante, a priva vista, disvelassero. Avanzamento della teoria desunta dalla città costruita Le città, del resto, si riconoscono al passo. Negli anni in cui ero studente, avevo imparato, con i nostri Maestri, a disegnare per conoscere, anzi per riconoscere. Il rilievo dei piani terra fatto camminando tra le case, misurando, schizzando, sbagliando e correggendo: questo era il modo per comprendere la struttura della città, il suo modo di crescere, di sostituirsi, di ripetersi su se stessa, di aggiungere un disassamento a una regola antica, di comprendere come una differenza nello spessore di un muro o nell’angolo di una sostruzione, alludesse a una parte aggiunta successivamente. Studiavamo per analogie, anche se poi imparavamo per differenze. L’analisi della struttura urbana ci parve – e per me lo è ancora, ora per allora – un atto

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on the ground after the passage of the bombers. One must go and reread Winston Churchill’s memoirs in The Second World War to grasp the motives of the winners, while the voice of the losers will perhaps be found in the letters that German soldiers sent from the front, as the war progressed, and its fate turned against those who had propagandised the triumph, invading Poland in the first days of September 1939. Walking after a visit to the construction site among the beautiful tree-lined banks of the Main, a candid discussion with one of the German colleagues who accompanied us on the project (Katrin S., who brings back her grandfather’s letters from the Russian front), helps to reinterpret once again an issue that, like a knife blade, cuts through the memory of this land of Europe. Destroyed in 1944 and shabbily rebuilt after the war to serve as a space for a parking lot and public buildings, the area has been courageously re-demolished in recent years. A call for an architectural competition was issued by the City of Frankfurt (2010). The district was restored on the basis of the old land registry; now reconstructing the houses as they were with an almost obsessive operation of faithful reconstruction (how could it be different?), now entrusting their construction to projects that continually interact with the old without giving up the new (like us, for the adjacent houses, have worked Hans Kollhoff, Eingartner Khorrami, Eckert Negwer Suselbeek, Von Ey, Till-

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necessario per leggere la città. Un passo verso il suo progetto. Quello che qualcuno considerava un noioso esercizio, quasi un bagnomaria per rinviare il progetto agli ultimi anni della Scuola, era in realtà già una parte importante del progetto, un’analisi tipologica che portava con sé una promessa che, nei fatti, non era così distante dall’esistente. Diffido ancora da quei progetti che non esibiscono la propria adesione alla città, che non si pongono la questione di star dentro la città, di proseguirla; da un lato mostrando continuità e dall’altro l’avanzamento necessario, che è ciò che ci intriga di ogni progetto. Come in alcuni casi noti rilevati da Muratori (Muratori, 1960) o da Maretto per Venezia (Maretto, 1961), è noto che alcune parti compiute di città nell’esperienza della città storica tedesca costituiscano una razionalizzazione e una geometrizzazione dell’impianto gotico. Altro che nuovo a tutti i costi, ecco le radici di molti esempi del Movimento Moderno, nella Fuggerei di Augsburg o nelle sieben Zeilen di Norimberga (Grassi, 1967). La continuità vince sulla rottura. Sul piano dei tipi, il Moderno è fortemente radicato nel gotico e a lui debitore di una forma urbana (a Firenze come a Berna). Oggi però la città sembra a tratti scomparsa dal dibattito degli architetti. La città come tessuto, la città come sequenza di fatti descrivibili come le corti, i portici, i passaggi, la successione di corpi ortogonali alla via, la città come quell’insieme – anche fiscale – di fatti spaziali che vanno dalla cosa comune pubblica fino ai luoghi privati, passando per vari gradi degli usi collettivi e dei diritti di passaggio. A Francoforte abbiamo avuto l’occasione di mettere alla prova tutto questo, ed era come compiere un’esperienza alla quale stessi lavorando ormai da più di trent’anni! Un privilegio, la messa alla prova di una teoria. Del vecchio quartiere eran rimaste le pietre e le decorazioni antiche dei piani

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mann Wagner, Jordi & Keller to name but a few). The site plan is old, is the elevation unexpected? What in Italy, from the late fifties onwards, has been a key to understanding the morphological system and the typological characteristics of historical cities, but has struggled to develop into urban fabric (or has sometimes remained a dispute between Schools), in Germany – in the last twenty years – has become a project and a real city. Indeed, it seems that here the attempts to reconstruct the identity of some historical cities and some regeneration opportunities, take shape in accomplished urban pieces sometimes suspended between replica and critical reconstruction, both in particular monumental complexes (Potsdam, Berlin), and in some dense fabrics capable of restoring an ancient size (Dresden, Frankfurt, Lübeck) (Caja, 2019). Having passed the first phase of the competition and the preliminary design draft (2011), we worked in the subsequent years until the final delivery of a part of the neighborhood (house M34 and monumental pergola, 2017, with I.Corrocher, V. Fantin K.Schoess and A. Worzewski). In less than ten years, the municipality of Frankfurt has overturned the historic city center, returning it to the greater event of the experience of the European historic city (MIPIM Award 2019). A size sought in the ancient plans, put back to measure by reading the cadasters, examining the surveys that had accumulated over time in the archives or investigating the photographs to

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Fig. 3 - DomRömer, F. Collotti casa M34; a. piccola corte con casa M32 (foto Collotti); b. “belvederchen” sul tetto guardando il Duomo (foto DomRömer gmbh); c. sezione longitudinale. DomRömer, F. Collotti M34 House; a. small courtyard and neighbour’s house M32 (photo Collotti); b. “belvederchen” on the roof facing the Cathedral (photo DomRömer gmbh); c. longitudinal cross-section.

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Fig. 4 - DomRömer, F. Collotti casa M34. Spigolo nordovest con l’Atlante affacciato sulla nuova piazzetta (foto DomRömer gmbh). DomRömer, F.Collotti M34 House. Northwest corner with Atlas figure facing the new small square (photo DomRömer gmbh).

Fig. 5 - DomRömer. Enfilade del quartiere con la casa M34 verso la pergola monumentale (foto DomRömer gmbh). DomRömer. Quarter’s enfilade with house M34 facing the monumental pergola (photo DomRömer gmbh).

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terra, un piccolo zoccolo di lava basaltica che quando piove diventa di nero lucido e un basamento in arenaria rossa sbrecciato dai bombardamenti. Il tutto catalogato e disposto per anni sugli scaffali dei magazzini comunali. Altre pietre, altre sculture, che ornavano lo zoccolo basamentale del quartiere, furono vendute a peso durante gli sgomberi delle macerie. Siamo andati invece a ricomprarle una a una le vecchie pietre del Dom Römer. Il Comune aveva catalogato tutti i frammenti già nel 1945. Nei giardini delle ville intorno alla città siamo andati ritrovando mensole, insegne, frammenti di decorazioni, basamenti anneriti dalla tempesta di fuoco, angeli caduti, figure mozzate dalla storia o statue d’angolo. Alla nostra casa, per esempio, è toccato in sorte di rimettere al suo posto un bell’Atlante in roter Sandstein che sembra reggere da solo tutto il peso dello spigolo. Restaurato dagli Steinmetzmeister dell’opera del Duomo a Bamberg, è risorto a nuovo destino e commenta il cantone dove una strettoia della via sbocca in un piccolo slargo. Così, restaurate una per una, le antiche pietre sono tornate al loro posto, nel nostro caso quattro grandi mensole che reggevano uno sporto al primo piano, e l’atlante d’angolo, verso l’antica Hinter dem Lämmchen viuzza costretta che, se guardi in alto, scopri fitta di timpani aguzzi. Verso mezzogiorno, invece, la casa, allineata in bell’ordine con le altre, guarda al fuori scala del centro di arte contemporanea Schirn. Inizialmente a cinque finestre, abbiamo poi realizzato una facciata in legno dipinto a sei finestre. Tavole verticali di larice verniciato anti-fiamma color acquamarina, mentre i serramenti sono di un settecentesco verde salvia. Casa doppia dunque, a tener dentro le diverse stagioni della città, quella gotica fatta di legno e seriale, quella tardo-rinascimentale in intonaco e pietra. Al

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extract more details than they could reveal at first sight. After all you can recognize the step of a city. In the years when I was a student, I had learned, with our Masters, to sketch in order to know, or rather to recognize. The survey of ground floors was done by walking among the houses, measuring, sketching, making mistakes and correcting them: this was the way to understand the structure of the city, its way of developing, of replacing itself, of repeating itself, of adding an offset to an old rule, of understanding how a difference in the thickness of a wall or in the corner of a substructure evoked a part added later. We studied by analogies, although we later learned by differences. The analysis of urban fabric seemed to us – and for me it still is, now for then – a necessary act to interpret the city. A step towards its design. What someone considered a boring exercise, almost a bain-marie to postpone the project to the last years of the School, was in reality already an important part of the project, a typological analysis that carried in itself a promise that, in fact, was not so far from the existing. I am still wary of those projects that do not show their adherence to the city, that do not ask themselves the question of being part of the city, of continuing it; on the one hand showing continuity and on the other the necessary progression, which is what intrigues us about every project. As in some well-known cases pointed out by Mu-

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RE centro una piccola corte condivisa col vicino e sul tetto un piccolo belvedere che guarda la torre del Duomo, severa e sopravvissuta alla tempesta degli anni. Al bordo del vecchio-nuovo quartiere correva l’antico percorso che il corteo dell’imperatore compiva per l’incoronazione (Krönungsweg). Un salto di quota ne segna ancora l’andamento. Qui abbiamo realizzato una pergola monumentale in conci di pietra piena, opportunamente armata e tensionata, tagliati nell’arenaria rossa venata della valle del Meno e radicati al suolo da blocchi di lava basaltica, ritrova il percorso perduto. Cercando di restituire a questo luogo un’identità e una misura.

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ratori (Muratori, 1960) or by Maretto for Venice (Maretto, 1961), it is known that some built parts of cities in the experience of the German historical city constitute a rationalization and a geometrization of the gothic layout. Not new at all costs, these are the roots of many examples of the Modern Movement, in the Fuggerei of Augsburg or in the sieben Zeilen of Nuremberg (Grassi, 1967). Continuity wins over rupture. In terms of types, the Modern is strongly rooted in the Gothic and owes it an urban form (in Florence as in Bern). Today, however, the city seems at times to have disappeared from the debate of architects. The city as an urban fabric, the city as a sequence of events that can be described as courtyards, porticoes, passages, the succession of orthogonal structures, the city as that set – also fiscally – of spatial facts that go from the common public realm to private places, passing through various degrees of collective uses and rights of way. In Frankfurt we had the opportunity to put all this to the test, and it was like fulfilling an experience I had been working on for more than thirty years! A privilege, putting a theory to the test. Of the old neighborhood, all that remained were the stones and the ancient decorations of the ground floors, a small base of basaltic lava that becomes shiny black when it rains, and a basement of red sandstone chipped by bombing. All cataloged and arranged for years on the shelves of the municipal depots.

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Fig. 6 - DomRömer Schirnplateau, F. Collotti, pergola monumentale; a. studio per le proporzioni; b. la pergola con lo sfondo del Duomo (foto Collotti). DomRömer Schirnplateau, F. Collotti, monumental pergola; a. studies devoted to searching the proportions; b. the pergola and the cathedral in backstage.

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Riferimenti bibliografici_References Caja M. (a cura di) (2019) Neue Projekte in Historischen Deutschen Städten. Progetti recenti nelle città storiche tedesche, vol. 23, Aión, Firenze. Ferlenga A., Bassoli N. (a cura di) (2018) Ricostruzioni. Architettura, città, paesaggio nell’epoca delle distruzioni, Silvana Editoriale, Milano. Grassi G. (1967) La costruzione logica dell’architettura, Marsilio, Padova. Maretto P. (1961) L’edilizia gotica veneziana. Problema critico dell’età gotica, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma. Muratori S. (1960) Studi per una operante storia urbana di Venezia, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma. Rossi A. (1966) L’architettura della città, Marsilio, Padova.

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Other stones, other sculptures, which adorned the basement foundation of the neighborhood, were sold by weight during the rubble clearing. Instead, we went to buy back one by one the old stones of the Dom Römer . The municipality had classified all the fragments as early as 1945. In the gardens of the villas around the city we found cantilevers, signs, fragments of decorations, bases blackened by the firestorm, fallen angels, figures cut off by history or corner statues. Our building, for example, was fortunate enough to put back in its place a beautiful atlas in roter Sandstein (red sandstone) that seems to bear the whole weight of the corner by itself. Restored by the Steinmetzmeisters of the cathedral’s building-site in Bamberg, it has risen to a new future and comments on the canton where a bottleneck of the street leads to a small lay-by. So, one by one, the old stones have been restored to their rightful place, in our case four large stone cantilevers that supported an overhang on the first floor, and the corner atlas, towards the old Hinter dem Lämmchen narrow street that, if you look up, you find full of sharp tympanums. Southwards, by contrast, the house, aligned in nice order with the others, looks out at the off-the-scale Schirn contemporary art center. Initially with five windows, we then created a six-window painted wood facade. Vertical panels of aquamarine-colored flame-retardant painted larch, while the window frames are an eighteenth-century sage green. A double house then, to keep in mind the different seasons of the city, the gothic one made of wood and serial, the late Renaissance one in plaster and stone. In the middle there is a small courtyard shared with the neighbor and on the roof a small belvedere that looks at the tower of the Duomo, which is austere and has survived the years’ storm. At the edge of the old-new district ran the old route of the emperor’s coronation procession (Krönungsweg). An elevation change still marks the route. Here we have created a monumental pergola made of massive stone blocks, suitably reinforced and tensioned, cut in the red veined sandstone of the Main Valley and rooted to the ground by basaltic lava blocks, finds the lost path. Trying to give back to this place an identity and a size.

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Fig. 7 - DomRömer, F. Collotti, casa M34 con pergola monumentale in primo piano (foto DomRömer gmbh). DomRömer, F. Collotti, M34 House with the monumental pergola in foreground (photo DomRömer gmbh).

Fig. 8 - DomRömer Schirnplateau, F. Collotti, pergola monumentale; sezione urbana lato nord di fronte al vecchio-nuovo quartiere. DomRömer Schirnplateau, F. Collotti monumental pergola; urban elevation north, facing the old-new quarter.

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urbanform and design Costruire figure, ricomporre spazi, dare

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forma ai territori futuri della città: sul caso veneto DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.006

Armando Dal Fabbro

Dipartimento di Culture del Progetto, IUAV Venezia E-mail: adf@iuav.it

Starting from the large dimensions of contemporary metropolitan systems, the city and the man-made territory, the theme of the city’s form takes on increasingly complex and pervasive

A partire dalla grande dimensione dei sistemi metropolitani contemporanei, della città e del territorio antropizzato, il tema della forma della città assume caratteri e significati sempre più complessi e pervasivi, non sempre e non solo riconducibili all’ormai tradizionale rapporto morfologia urbana-tipologia edilizia. Vorrei cogliere l’occasione, con questo mio breve intervento, per porre una questione di carattere operativo su cui mi sono più volte confrontato nella ricerca progettuale in particolari contesti periferici della realtà urbana contemporanea. La dimensione territoriale metropolitana, segnata dai sistemi infrastrutturali, dalle conurbazioni disseminate sul territorio, dalla miriade di aree interstiziali ecc., pone anch’essa un tema di ricomposizione spaziale e urbana, in grado di dare forma alla nuova città, che richiede un progetto. Interroghiamoci, in primis, su ciò che intendiamo per “paesaggio”. Nell’immaginario collettivo di molti contemporanei il paesaggio è espressione ormai condizionata da una realtà che ha definitivamente abbandonato l’antica arte che reggeva quel “rapporto tecnico” prettamente agricolo fra uomo e natura di cui ci ha reso edotti Emilio Sereni (1907-1977) nella sua indimenticabile Storia del paesaggio agrario italiano (Sereni, 1961). Un rapporto che si è consolidato nel tempo, nel continuo ripetere, nella forma della liturgia del rito, azioni che in origine erano legate al lavoro della terra, alle sue trasformazioni e al lento suo incessante modificarsi. Oggi quel rapporto si è definitivamente spezzato sbilanciandosi verso il progressivo impoverimento dei valori fondativi che legavano la vita degli uomini e dell’ambiente costruito al loro territorio. Tuttavia, la relazione tra città e campagna nella condizione odierna è qualcosa di connaturato che sta all’origine della idea stessa di città. Nella Polis greca, per esempio, imprescindibile e inscindibile era il rapporto tra l’asty, cioè lo spazio urbano e la chora, il suo territorio (Greco, 1999). La storia della città si dispiega lungo questa continua “inscindibile fusione”, certamente oggi più che mai complessa e contraddittoria, non più solo in termini spaziali – tra un interno e un esterno della città – ma in quanto valore reale dovuto a un rapporto di integrazione tra le diverse componenti che costituiscono la Polis contemporanea, e che oggi può rivelarsi di grande attualità e insegnamento per comprendere la ricerca architettonica che si interroga su una nuova idea di morfologia urbana. La questione da cui muove la mia riflessione si colloca entro gli ambiti disciplinari della composizione e della figurazione in relazione ai territori antropizzati e ai valori che, di volta in volta, attribuiamo al paesaggio e a concetti come tradizione e memoria, ovvero alla eredità culturale materiale e immateriale del territorio in cui viviamo. Il caso delle città venete, a tal proposito, è emblematico e foriero di complessità morfologiche oltre che architettoniche, e solo un approccio figurativo alla grande scala può non solo permetterne possibili letture del palinsesto urbano stratificato, ma anche incidere progettualmente sulla forma e la qualità dei luoghi, come moderne chorai. L’idea della Metropoli delle Venezie – la Venezia non solo insulare e anfibia ma anche la Venezia di terraferma – è la sfida per un’idea di città futura. Concet-

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Abstract The considerations dealt with here arose from a need for fresh reflection on the urban characteristics of places in addition to the role of a project that can mediate between the form of the city and the quality of the architectural space. We must be conscious of the increasingly complex, multi-scalar and conflicting meanings that manmade territories express – when not yet a city, but no longer countryside – in order to interpret and govern them with the traditional tools of urban analysis alongside appraisals of urban morphology and building typologies. In addition, brand-new interpretive problems are now emerging in the study of cities and architecture, unanticipated by the motives of the form and the themes of our time. Starting from the great season of urban planning which saw a profusion of studies and research on the role of the city, the relationship between urban form and the quality of architectural space, etc., our own belief is that the dialectical relationship with the new metropolitan and contemporary dimension of the city must be looked at afresh. Accordingly, an attempt is made to foster across-the-board reflection on several research projects, commencing from the legacy of the Venetian school and examining aspects of figurative culture in terms of the spatial recomposition of the city and the territory. Our aim is to retrace certain experiences that have given rise to consolidated anthropized contexts, as is the case in Venice, a veritable harbinger of contradictions, conditioned and compressed between monumental emergences particularly steeped in history and anonymous interstitial spaces, tatters of reality with no particular urban connotation. In this regard, the Veneto territory as a whole is emblematic and replete with morphological complexities; as well as being generalizable, this affords various possible interpretations of the urban palimpsest with a concomitant design impact on the form and spatial quality of the pertinent places.

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Keywords: Spaces-Places, Urban Theatres, Architectural Figures, Metropolitan Cities

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Fig. 1 - G. Samonà, La metropoli futura dello Stretto. G. Samonà, The future metropolis of the Stretto.

characteristics and meanings, not always and not solely attributable to the by-now traditional relationship between urban morphology and building typology. In this short presentation, I am taking the opportunity to pose an operational question which I have repeatedly come across in design research on specific fringe contexts of contemporary urban realities. The metropolitan territorial dimension, marked by infrastructural systems, conurbations dispersed throughout the territory, a myriad interstitial areas, and so on, also poses a theme of spatial and urban recomposition, capable of bringing form to the new city: which requires a project. But let us first ask ourselves what exactly we mean by “landscape”. In the collective imagination of many of our peers, landscape is now an expression conditioned by a reality which has definitively abandoned the ancient art which governed that purely agricultural ‘technical relationship’ between man and nature which Emilio Sereni (1907-1977) brought to our attention in his unforgettable history of the Italian agricultural landscape, Storia del paesaggio agrario italiano (Sereni, 1961). A relationship consolidated over time through continuous repetition, in the form of the liturgy of the rite, actions originally linked to working the earth, transformations and a slow yet incessant modification. Today, that relationship has definitively broken down, throw into disarray as it veers towards a progressive impoverishment of the founding values which linked the life of men and their built environment to the territory. Then again, the relationship between the city and the countryside in today’s reality is something inherent, underlying the roots of the very idea of the city. In the Greek Polis, for example, the relationship between the ásty, that is, the urban space, and the khôra, its territory, was indispensable and inseparable (Greco, 1999). The history of the city unfolds along this continuous “inseparable fusion”, undoubtedly now more complex and contradictory than ever, and no longer merely in spatial terms – between the interior and exterior of the city – but as a real value due to a relationship of integration between the various components which make up the contemporary Polis, and which today can prove of great relevance and teach us to understand the kind of architectural research which queries a novel idea of urban morphology. The question from which my reflection began can be found within the disciplinary fields of composition and figuration concerning anthropized territories, and the values which we sporadically attribute to the landscape and to such concepts as tradition and memory, or to the material and immaterial cultural heritage of the territory we live in. In this regard, the case of the Veneto cities is emblematic and a portent of morphological as well as architectural complexity, while a figurative approach to the large scale can not only allow possible interpretations of the stratified urban palimpsest, but also have a design impact on the form and quality of places, like modern khôrai. The idea of the metropolises of the Venetian area – not only the insular and amphibious Venice but also the Venice of the mainland – is the challenge for an idea of a future city. Conceptually, this has the same meaning which animated Giuseppe and Alberto Samonà in the past, in visually grasping what the ambitious project for a future Metropolis of the Strait of Messina could express (the project for the bridge, albeit pow-

Fig. 2 - G. Samonà, Dettaglio dell’attacco alla costa calabrese del ponte, il recinto ovale. G. Samonà, Detail of the connection to the Calabrian coast of the bridge, the oval enclosure.

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tualmente riveste lo stesso significato che animò all’epoca Giuseppe e Alberto Samonà, nel cogliere visivamente ciò che avrebbe potuto esprimere l’ambizioso progetto della Metropoli futura dello Stretto (il progetto del ponte sullo Stretto di Messina, per quanto potentemente iconico, ne fu solo uno degli aspetti – il più emblematico – dell’intera vicenda) e che lo stesso Giuseppe Samonà provò ad applicare e ampliare nei suoi contenuti teorici alla scala del Piano Territoriale di Coordinamento della regione veneta redatto in quegli stessi anni (1968) con Gianugo Polesello. Se il progetto per la Metropoli futura dello Stretto fu il tentativo di proporre la costruzione di un grande teatro urbano di scala geografico-territoriale, una nuova Ville-Radieuse dello stretto (Cardullo, 2006), il lavoro svolto per il Ministero dei Lavori Pubblici e il Magistrato alle acque di Venezia, ne rappresenterà, in termini teorici, una ulteriore sperimentazione compositiva alla grande scala: dalle “motivazioni urbanistiche“ che dovevano in un certo senso entrare in gioco con le “motivazioni creative” alla “carica di futuro” che l’attenta osservazione dello stato di fatto dei territori poteva esprimere attraverso le emergenze più significative (Samonà, Polesello, 1968). Le “iconografie” della città del futuro dello stretto, di cui parla Samonà, si trasfigurano, nel contesto veneto, in “iconismi semantici”, che rivestono un significato operativo, necessari a cogliere attraverso la sintesi figurativa ambiti spaziali e caratteri propri dei territori studiati: dal disegno del paesaggio agli insiemi urbani, dai segni delle infrastrutture alle architetture dei luoghi, considerando non solo le “emergenze monumentali”. Sono tesi che presiedono a un’idea di rifondazione del rapporto tra Tipologia edilizia e Morfologia urbana e che hanno dato luogo alla critica, anche se in forma diversa e per certi aspetti prodromica, del rapporto centro-periferia, città e campagna.

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Fig. 3 - C. Aymonino, Complesso residenziale Monte Amiata, 1967-72, assonometria. C. Aymonino, Monte Amiata residential complex, 1967-72, axonometry.

Negli stessi anni Carlo Aymonino (1926-2010), intuendo lo sviluppo dialettico del processo storico cui andava incontro la città con le trasformazioni urbane e territoriali e con la disseminazione residenziale della periferia, rilanciava lo studio dei fenomeni urbani, ampliandone lo spettro di riferimento e guardando oltre la sfera della città storica, sia come superamento del concetto aldorossiano di “fatto urbano” (nella relazione tra Monumento e Intorno), sia come critica al rapporto tra “Emergenze e Tessuto” nella soluzione prospettata da Ludovico Quaroni nel progetto delle Barene di San Giuliano (Aymonino, 1970). Il progetto per il complesso residenziale “Monte Amiata” al quartiere Gallaratese di Aymonino del 1970, sarà la sua riposta e l’esempio più significativo di una presa di distanza: un complesso urbano che fa sistema con strutture a scala territoriale e contrasta la disseminazione insediativa. L’organismo urbano nella sua eterogeneità e complessità viene affrontato qui intervenendo solo su una porzione di territorio, che è però una parte in sé stessa compiuta. Consideriamo l’esempio di Palladio: con l’invenzione di San Giorgio Maggiore e più tardi con le Zitelle e il Redentore alla Giudecca, mostrerà di saper cogliere lo spazio della città lagunare e di possedere una chiara visione urbana nel promuovere un’idea di città innestata su quella esistente. Se guardiamo alla città del nostro tempo, la sfida è ripensare alla scala territoriale ponendosi in continuità con l’operazione compiuta da Palladio per Venezia, attraverso il disegno di nuovi “luoghi-spazio” in grado di originare una nuova figuratività metropolitana, interpretandone i segni e i nessi tra loro intrecciati: i segni della storia dei sistemi centuriati, le grandi opere dell’ingegneria e della geografia urbana, i semplici brani di natura antropizzata ecc., tutto ciò come premessa indispensabile per costruire il fondale figurativo di riferimento della città futura.

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erfully iconic, was only one of the aspects – the most emblematic – of the entire story), which Giuseppe Samonà himself tried to apply and expand in its theoretical contents to the scale of the 1968 Territorial Coordination Plan for the Veneto Region drawn up along with Gianugo Polesello in those same years. If the project for the future Metropolis of the Strait of Messina was an attempt to propose the construction of a large urban theatre on a geographical-territorial scale, a new Ville-Radieuse for the Strait (Cardullo, 2006), the work carried out for the Ministry of Public Works and the Venice Water Authority (Magistrato alle Acque, t/n), would represent, in theoretical terms, a further large-scale compositional experiment: from the “urban motivations”, which had in a certain sense come into play along with the “creative motivations”, to the “charge of the future” in which careful observation of the conditions of the territories could be expressed through the most significant emergences (Samonà, Polesello, 1968). The “iconographies” of the city of the future of the Strait, of which Samonà spoke, were transfigured into “semantic iconisms” in the Veneto context with an operational meaning necessary to grasp the spatial areas and characteristics of the territories studied by means of a figurative synthesis: from landscape design to the urban amalgamations, from signs of the infrastructures to the places’ works of architecture, so that only the “monumental emergences” necessarily need be considered. These are theses which preside over an idea of refounding the relationship between building typology and urban morphology and that have given rise to the critique, albeit in a different and somewhat prodromal form, of the relationship between centre and suburbs, city and countryside. In those same years, sensing the dialectical development of the historical process which the city underwent thanks to urban and territorial transformations and the residential spread into the suburbs, Carlo Aymonino (1926-2010) relaunched the study of urban phenomena, broadening the spectrum of reference and looking beyond the sphere of the historical city. This included venturing beyond Aldo Rossi’s “Urban Artefact” concept (the relationship between Monument and Surroundings), and a critique of the relationship between “Emergences and Fabric” in the solution proposed by Ludovico Quaroni in the San Giuliano Sandbanks Project (Aymonino, 1970). Aymonino’s project for the Monte Amiata residential complex in the Gallaratese district (of Milan, t/n) would be his response, and the most significant example of a “distancing”: an urban complex which formed a system with structures on a territorial scale and set out to counter urban sprawl. The urban organism in its heterogeneity and complexity was addressed here by intervening on only a portion of the territory, which was however a part complete in itself. Let us now consider the example of Palladio: with the creation of the churches of San Giorgio Maggiore and the subsequent Le Zitelle and Redentore on Giudecca, he showed that he had grasped the space of the lagoon city and that he had a clear urban vision when promoting an idea of the city, grafted onto the existing one. If we look at the city of our own times, the challenge is to redesign the territorial scale, by placing it in continuity with the operation carried out by Palladio for Venice, through the design of new “spaces-places” capable of giving birth to a new metropolitan figurativeness, interpreting its signs and intertwined links: the signs of historical

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centuriation, the great works of engineering and the urban geography, the simple swathes of anthropized nature, etc.; all of this as an indispensable premise for building a figurative reference backdrop for the future city. Our contemporary landscape – I have in mind, in this case, those of the Veneto and Palladio, interspersed as they are with geometric patterns, widespread monumentality, territorial infrastructures, urban fragments, etc., in a word, the product of stratifications and settlement legacies – could come to be characterized by figurative emergences consisting of parts or pieces of the territory, and from an interpretation that paraphrases Samonà: “in the sign of our civilization and not in the past” (Samonà, 1971). For this reason, we must redesign the city and the territory not in terms of a Plan as a set of constraints, but in terms of a Plan as a set of works. In this sense, as underlined more than once, we can speak of a real city as a concrete fact, as an urban artefact. And the Venetian case is emblematic in this regard. There is no doubt that Venice is inextricably bound up with its territory, seen as a set of geographical places, architectural emergences, and landscape. Even more relevant is the cultural, social and geographical condensation of this territory, recognizable in the signs of history and technology and in the characteristics that the places themselves assume in claiming their identity-making bond. A long time has passed, with respect to the characteristics of the Veneto cities. Aldo Rossi (1931-1997) wrote that the Treviso-Venice system, with the Terraglio and the Venice-Padua system including the Brenta Riviera, belonged to a single vast polycentric city, of extraordinary beauty and modernity, and that this concept could not be separated from any study or intervention on the Veneto’s cities: “The San Tomaso Gate in Treviso is like a door to Venice, like the Palladian stones, the white Istrian stones of Venetian architecture (…)” (Rossi, 1970). What Aldo Rossi declared in this passage is even more relevant today, it is the ganglion of every reflection that seeks to establish a link between the territory and the urban centres, between the expressive product of agricultural techniques (that technical relationship of which Emilio Sereni spoke), the places and their works of architecture. On the one hand is Palladio’s farsightedness in considering the landscape as a scenario, an interaction between architecture and nature which endures today in the character of certain places included in what we might consider the theatre of the Veneto’s territorial environmental ecosystem (I am thinking, for example, of the spatial as well as functional relationships which exist in Palladio’s binomial concept of “villa-house/productive countryside”). On the other hand, we have the value of theatricality bestowed upon the landscape in the attempt, as Eugenio Turri (1927-2005) suggested, “to unify its uses against the disciplinary divisions according to which there should be a landscape of geographers, one of historians, another of planners and so on, with all the damage and confusion that would ensue” (Turri, 1998). What must be pursued then, in grasping the extent and scale of the interventions, as well as their differing role with respect to local problems of micro-urbanity or large areas on a metropolitan scale, is a project of figurative-formal recomposition of the landscape through a precise process of reconstructing and rewriting the contexts, starting from projects for the figurative

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Il nostro paesaggio contemporaneo – penso, in questo caso, a quello veneto e palladiano, inframmezzato da tracciati geometrici, monumentalità diffuse, infrastrutture territoriali, frammentazioni urbane ecc., prodotto insomma di stratificazioni e lasciti insediativi – potrebbe caratterizzarsi per emergenze figurative da comporre per parti o brani del territorio e da interpretare parafrasando ancora Samonà: “al segno della nostra civiltà e non a quella passata” (Samonà, 1971). Per tale ragione dobbiamo ripensare alla città e al territorio non in termini di Piano come insieme di vincoli ma in termini di Piano come insieme di Opere. In questo senso, come più volte sottolineato, si può parlare di città reale come fatto concreto, come fatto urbano. E il caso veneziano è emblematico a questo proposito. Che Venezia sia legata indissolubilmente al suo territorio, inteso come insieme di luoghi geografici, di emergenze architettoniche, di paesaggio è fuor di dubbio. Ancor più rilevante è il condensato culturale, sociale e geografico di questo territorio, riconoscibile nei segni della storia e della tecnica e nei caratteri che i luoghi stessi assumono nel rivendicarne il legame identitario. Molto tempo è passato da quando, rispetto ai caratteri delle città venete, Aldo Rossi (1931-1997) scriveva che il sistema Treviso-Venezia con il Terraglio e quello Venezia-Padova con la riviera del Brenta appartengono a una sola e vasta città policentrica, di straordinaria bellezza e modernità, e che tale concetto non può prescindere da ogni studio e intervento sulle città venete: “La porta di San Tomaso di Treviso è come una porta di Venezia, come le pietre palladiane, le bianche pietre d’Istria dell’architettura veneziana (…)” (Rossi, 1970). Ciò che afferma Aldo Rossi in questo brano è oggi ancor più di attualità, è il ganglio di ogni riflessione che cerca di istituire un legame tra il territorio e i centri urbani, tra il prodotto espressivo delle tecniche agricole (quel rapporto tecnico di cui parlava Emilio Sereni), i luoghi e le loro architetture. Da un lato è la lungimiranza palladiana nel considerare il paesaggio come scenario, come interazione tra architettura e natura che ancora oggi sopravvive nel carattere di alcuni luoghi inseriti in quello che potremmo considerare il teatro dell’ecosistema ambientale territoriale veneto (mi riferisco, per esempio, alle relazioni spaziali oltre che funzionali che intercorrono nel binomio palladiano “casa di villa”-campagna produttiva). Dall’altro è il valore di teatralità, appunto, dato al paesaggio nel tentativo, come ci suggerisce Eugenio Turri (1927-2005), “di unificarne gli usi contro le spartizioni disciplinari in base alle quali ci dovrebbe essere un paesaggio dei geografi, uno degli storici, un altro degli urbanisti e così via, con tutti i danni e la confusione che ne conseguono” (Turri, 1998). Ciò che va perseguito, nel comprendere la misura e la scala degli interventi, così come il loro diverso ruolo rispetto alle problematiche locali di micro-urbanità o di area vasta a scala metropolitana, è un progetto di ricomposizione figurativo-formale del paesaggio attraverso un puntuale processo di ricostruzione e di riscrittura dei contesti a partire da progetti per discontinuità figurative e di qualità spaziali delle strutture territoriali: urbane e architettoniche. “Da quando questa crisi è cominciata stiamo trattenendo il fiato, come in apnea – scrive De Michelis (1943-2018) – (…) la paura, si sa, è una pessima consigliera, blocca l’immaginazione, frena gli slanci; mentre di fronte alla grande trasformazione dovremmo ritrovare la voglia e l’energia per pensare al futuro e disegnarne gli scenari, dovremmo cioè ricominciare a sognare, perché senza la generosità e la passione che solo i grandi progetti sanno suscitare ci mancheranno le risorse di entusiasmo che in questi frangenti sono più che necessarie” (De Michelis, 2012). Di tutto questo la letteratura e in particolare la narrativa veneta, ha documentato e testimoniato la crisi, il dissidio e infine la speranza di una rinascenza, di un “nuovo” non da contrapporre al vecchio, ma da progettare e interpretare in una ritrovata visione figurativa. Così appaiono ancora oggi distintamente i segni di questo tsunami socio-economico e culturale, che ha lasciato, nel tempo lungo della storia e nello spazio dei luoghi, solo frammenti stratificati che oggi trasmettono significati controversi se percepiti come rovine o come macerie, ma che, in un prossimo futuro, potrebbero rivelarsi parti significative di una nuova identità (Augé, 2004). Da questa analisi l’idea di un sistema policentrico del territorio, come già af-

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Fig. 4 - C. Aymonino, Un pezzo di città, montaggio compositivo, 1976. C. Aymonino, A piece of the city. Composition assembly, 1976.

fermava Aldo Rossi ancora negli anni ’70, appare non sufficiente, appannato dalla miriade di contesti ancora agricoli mischiati ai resti della modernità industriale e infrastrutturale, privati oramai di ogni qualità ambientale e dall’omologazione in atto. Ciò che prevale è la continua inadeguatezza nel contrastare efficacemente tutte quelle trasformazioni che non sono riuscite a produrre alcun tipo di qualità spaziale dell’ambiente costruito. La forte specializzazione dei settori sempre più chiusi e frammentati nei propri recinti disciplinari collide con la complessità dei problemi urbani che la gestione del territorio pone, che sono sempre più interdisciplinari, multiscalari, trasversali ecc. Si confrontino a questo proposito le tesi sulle problematiche globali nella società complessa così ben esposte da Edgar Morin. Nel brano dove affronta la deriva della iperspecializzazione dei saperi egli afferma: “c’è un’inadeguatezza sempre più ampia, profonda e grave tra i nostri saperi disgiunti, frazionati, suddivisi in discipline da una parte, e realtà o problemi sempre più polidisciplinari, trasversali, multidimensionali, transnazionali, globali, planetari dall’altra” (Morin, 2000). Ancora una volta il valore che noi riconosciamo al paesaggio è commisurato al nostro immaginario urbano, a ciò che percepiamo nel confrontarci quotidianamente con la realtà dei luoghi, con la loro particolare natura in parte aggredita dalle incongruenze edilizie e dagli scarti delle aree produttive molte delle quali abbandonate, in parte ancora riconoscibile nei suoi valori storicoambientali. E nel ricordare tutto questo la nostra immaginazione gli conferisce una nuova forma, gli riconosce un nuovo valore identitario. Oggi permane, di riflesso, l’immagine di Venezia come città della modernità, artefatto urbano che trova soluzione nella dimensione di finitezza figurativa della città lagunare e allo stesso tempo appartenente al sistema territoria-

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discontinuity and spatial quality of territorial structures: be they urban or architectural. “Since this crisis began, we have been holding our breath, as if in apnoea”, wrote De Michelis (1943-2018), “(...) fear, as we know, is a bad advisor, it blocks the imagination and slows down our drive; while in the face of a major transformation we should be rediscovering the desire and energy to think about the future and design its scenarios, that is, we should be starting to dream again, because without the generosity and passion that only large projects can arouse, we will lack the resources of enthusiasm that are more than necessary in these situations” (De Michelis, 2012). The literature, and in particular the Venetian narrative, has documented and witnessed the crisis, the conflict, and finally the hope of a rebirth in all of this; a “new” not opposed to the old, but to be designed and interpreted in a rediscovered figurative vision. Thus, the signs of this socioeconomic and cultural tsunami still appear conspicuously today, having left, in the long time of history and in the space of the places, only stratified fragments which now radiate controversial meanings if perceived as ruins or rubble, but which, in some near future, could prove to be meaningful parts of a brand-new identity (Augé, 2004). From this analysis, the idea of a polycentric territorial system, as Aldo Rossi already mooted back in the ’70s, appears inadequate, clouded as it is by a myriad traditional agricultural contexts mingled with the remains of industrial and infrastructural modernity, but now deprived of any environmental quality and afflicted by ongoing standardization. What prevails is a constant inadequacy in effectively countering all of those transformations which have failed to produce any kind of spatial quality in the built environment. The intense specialization of sectors increasingly closed and fragmented in their disciplinary areas collides with the complexity of the urban problems that the management of a territory poses; more and more interdisciplinary, multi-scalar, transversal, and so on. In this regard, we might appraise the theses on global problems in a complex society so beautifully presented by Edgar Morin. In a passage dealing with the drift of the hyper-specialization of knowledge, he states: “there is an increasingly larger, deeper, more serious inadequacy among our disjointed, broken, and compartmentalized knowledge among disciplines. On the other hand, there are increasingly more polydisciplinary, transversal, multidimensional, transactional, global, and planetary realities or issues” (Morin, 2000). Yet again, the value we give the landscape is commensurate with our urban imagery, with what we perceive in dealing with the reality of places on a daily basis, with their particular nature partially attacked by building inconsistencies and waste from production areas, many of these abandoned, but still partially recognizable in their historical and environmental import. And in recalling all of this, our imagination gives them a new form, a new identity-making value. Today, as a consequence, the image of Venice as a city of modernity remains; an urban artefact which finds a solution in the dimension of the figurative finiteness of the lagoon city, while at the same time belonging to a polycentric territorial system which we have denominated the “metropolitan city”. An ongoing modernity which echoes the sixteenth-century dispute, even further away in time than Aldo Rossi’s image, between two protagonists of the city’s Humanistic and

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technical-scientific culture, Alvise Cornaro and Cristoforo Sabbadino. The former, an intellectual and a patron of the arts, with a proposal to safeguard and defend the city by surrounding it with urban walls like the fortified towns on the mainland; the latter, a hydraulic engineer, who on the contrary, with the intention of safeguarding the equilibrium of the lagoon’s ecosystem, saw Venice as the exception, and simply proposed to better define the city’s frayed edges and consolidate the external foundations by definitively fixing its form and internal structure (a city built on water, surrounded by water, and to this end equipped with invisible and impassable walls, since it is protected by the vast and insidious liquid plain of the lagoon). We all agree that the value of the urban landscape rests on the spatial unity of its works of architecture as in antiquity, that is, on a dialectical relationship which today is increasingly conflicting, between the form of the city or parts of it, and the urban nature of its architecture. Urban analysis, the heritage of many Italian schools of architecture, seems to have definitively unshackled itself from that original idea which practised the unification of urban studies between analysis and design, architecture and town planning (Samonà, 1975). Yet, despite this, the study of the forms of places and architectural types continues to have an essential and still strategic value today if taken as a design tool to adequately interpret the city and its future. Semantic iconisms, spatial tensions, multi-scalar relationships, urban voids, figure and background, and so on, all give the territory a structured, recognizable overall unity: an overall composition as transmitted to us by the ancient city which translates into a compositional possibility with an urban function (Aymonino, 1975). Effective tools are needed to understand the contemporary city, to interpret the morphological and architectural complexity of the anthropized territory, to relaunch the dialectical relationship with the new dimension of the landscape. It is necessary to set out from these assumptions, which involve the territorial and environmental dimension, in order to start comparing the vital functions of the territory, that is, those functional elements capable of bringing forth the dormant relationship between form and meaning, the deeper structure of places and the process of building relationships between masses and volumes, solids and voids, wildernesses and artefacts (Polesello, 1992). This is the only way to weave those vital links between works of architecture and contexts, just like the architecture of the ancient city, which is condensed in the urban footprint of an architectural typology, the very form of the city.

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le policentrico che oggi chiamiamo città metropolitana. Una modernità in atto che riecheggia la disputa cinquecentesca, ancora più lontana nel tempo dell’immagine aldorossiana, che vedeva contrapporsi due protagonisti della cultura umanistica e tecnico-scientifica della città, Alvise Cornaro e Cristoforo Sabbadino. Il primo, intellettuale e mecenate, con la proposta di salvaguardare e difendere la città cingendola di mura urbane come le città borghi fortificati in terraferma; il secondo, ingegnere idraulico, che per l’opposto, con l’intento di salvaguardare l’equilibrio dell’ecosistema lagunare, vide in Venezia l’eccezione, e semplicemente propose di ridefinire i bordi sfrangiati della città e di consolidare le fondamenta esterne fissandone in modo definitivo la forma e la struttura interna della città (una città costruita sull’acqua, circondata dall’acqua e all’uopo munita di mura invisibili e invalicabili perché protetta dalla vasta e insidiosa pianura liquida della laguna). Tutti noi siamo concordi nell’affermare che il valore del paesaggio urbano si regge come nell’antichità sull’unità spaziale delle sue architetture, cioè su un rapporto dialettico che oggi si presenta sempre più conflittuale, tra la forma della città o di parti di essa e il carattere urbano delle sue architetture. L’analisi urbana, patrimonio di molte scuole di architettura italiane, sembra essersi affrancata definitivamente da quell’idea d’origine che praticava l’unità degli studi urbani tra analisi e progetto, tra architettura e urbanistica (Samonà, 1975). Eppure, nonostante ciò, lo studio delle forme dei luoghi e dei tipi architettonici continua ad avere un valore imprescindibile e ancora oggi strategico se assunto come strumento progettuale per interpretare adeguatamente la città e il suo futuro. Iconismi semantici, tensioni spaziali, relazioni multiscalari, vuoti urbani, figura e sfondo ecc. imprimono al territorio un’unità d’insieme strutturata e riconoscibile: una composizione d’insieme come ci è stata trasmessa dalla città antica che si traduce in una possibilità compositiva in funzione urbana (Aymonino, 1975). Servono strumenti efficaci per comprendere la città contemporanea, per interpretare la complessità morfologica e architettonica del territorio antropizzato, per rilanciare il rapporto dialettico con la nuova dimensione del paesaggio. Strumenti e tecniche che coinvolgano la dimensione territoriale e ambientale, per poter avviare un confronto sulle funzioni vitali del territorio, cioè su quegli elementi funzionali in grado di far riemergere il rapporto sopito tra forma e significato, tra la struttura profonda dei luoghi e il processo di costruzione dei rapporti fra masse e volumi, tra pieni e vuoti, tra wilderness e artifact (Polesello, 1992). Solo così si possono intessere quei legami tra le architetture e i contesti, allo stesso modo delle architetture della città antica che condensano in sé, nell’impronta urbana del tipo architettonico, la forma stessa della città.

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Riferimenti bibliografici_References

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urbanform and design L’eredità degli studi sulla tipologia e

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morfologia nelle azioni di rigenerazione urbana DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.007

Annarita Ferrante

Dipartimento di Architettura, Università degli Studi di Bologna E-mail: annarita.ferrante@unibo.it

This paper tries to make an effort to engage with the operational problems posed by the production of urban form today, exploiting the concern of correspondence among urban form, building type and open spaces in the existing settlements that are in need of re-shaping and regeneration. The formation of fringe-belt or peri-urban areas consists of intrinsic logic resulting in fragmentary conditions and urban discontinuity, as an opposite to the historically consolidated urban textures that are structured according to continuity and gradualism of the formative process, in a clear spatial co-presence and temporal derivation; thus, in peri-urban context the features of legibility of urban form do change in the specific (absence of) co-relation with pathways, public and open spaces. In fact, these areas show different logic in urban structure. Both formation of specialised areas, and modern periph-

Questo contributo tenta di confrontarsi con i problemi operativi posti dallo studio della forma urbana nel contesto attuale, con una rinnovata attenzione alla corrispondenza tra morfologia, tipo di edificio e spazi aperti negli insediamenti urbani che oggi necessitano di rinnovamento e rigenerazione. La formazione delle aree marginali o periurbane è caratterizzata da logiche intrinseche alla specificità d’uso: tali aree risultano pertanto alternativamente contrapposte, per loro modalità di crescita, ai tessuti urbani storicamente consolidati che, da sempre, invece, si sono strutturati seguendo logiche di continuità e gradualità del processo formativo; nei contesti periurbani, inoltre, le caratteristiche di leggibilità della forma urbana si contraddistinguono per la specifica (e spesso carente) correlazione tra percorsi, spazi pubblici e aperti. In effetti, queste aree mostrano una logica diversa nella loro struttura urbana. Sia la formazione di aree specializzate, sia le moderne periferie sono limitate alle relazioni “interne” allo spazio edificato, spesso trascurando il ruolo delle strade e delle aree pubbliche, sia internamente che nelle strutture urbane circostanti. Il focus principale nella rigenerazione di questi insediamenti periferici, andrebbe cercato in un’analisi interpretativa, in una procedura di lettura costituita da requisiti e dati da utilizzare come strumenti di progettazione. In questo contesto, l’osservazione dei sistemi ambientali e tipologici è un passo decisivo per le nuove ipotesi progettuali in ogni loro dimensione, dalla scala urbana, fino alla concezione costruttiva e tecnologica. È noto che i centri urbani storici, i tipi urbani e le loro aggregazioni presentano strette interrelazioni tra paesaggio costruito, ambiente naturale e caratteri del territorio. È inoltre possibile evidenziare una corrispondenza tra la forma urbana e i principi determinati dalle esigenze di controllo ambientale e climatico, nonché dalle regole prodotte dai confini naturali, dalle tracce, dai percorsi e dalle strade che hanno diretto le fasi storiche dello sviluppo urbano: ad esempio, la corrispondenza tra curve di livello e direzioni conseguenti nello sviluppo urbano nei centri storici collinari e montani, gli allineamenti sui percorsi o i canali principali e, più in generale, i confini derivati dai segni strutturanti degli elementi naturali. In opposizione a tali insediamenti urbani storici, la maggior parte delle configurazioni urbane nelle attuali espansioni periurbane mostra uno sprawl diffuso, irregolare, con un progressivo distacco dai contesti naturali, morfologici e ambientali. Alla leggibilità dei limiti urbani caratterizzati da relazioni definite tra gli spazi edificati e l’ambiente naturale dei centri storici, si contrappone, nelle città dense ad alta pressione demografica (e talvolta anche nei centri di più ridotte dimensioni) una presenza di tratti comuni nell’esplosione urbana fuori dai confini cittadini. Questi concetti di frammentazione ed esplosione spaziale riguardano, con modalità differenti e con effetti crescenti, anche l’evoluzione di centri urbani di grandi dimensioni, a partire dalla fine della seconda rivoluzione industriale. Nessuna città, a parte poche eccezioni alla regola, sembra essere in grado di sfuggire a tale processo evolutivo. Analogamente, il generale abbandono della struttura di base da parte delle formazioni urbane e periferiche attuali sfocia nella produzione di “quartieri con strade che non si collegano, in una trascuratezza dell’importanza degli schemi urbani (...), nell’illeggibilità delle infrastrutturazioni stradali e in percorsi pedonali tortuosi e spesso non sicuri” (McGlynn e Samuel, 2000).

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Abstract Among the issues of the contemporary condition, a particularly important role seems to be assumed by the search for a progressive reduction of the urban sprawl and the soil sealing and by sustainable regeneration actions in existing urban areas. The reflection on the future of a possible reinterpretation of the phenomenological reality towards these issues and the relative implications on the architectural and urban project raises many questions. Without imagining to lessen such a complex topic in a few questions, this paper aims to help provide some hypotheses in response, among others, to some questions: - Which are the interventions needed – i.e. demolition, replacement, extension, recovery – for a sustainable urban regeneration? - Is it possible to hypothesize “densification” and “rearrangement” actions that are aimed at the sustainable recovery of existing urban areas? - More generally, according to which criteria, strategies and methods can morphological studies guide the urban renewal project? - And, finally, are these interventions feasible in the current planning and regulatory context?

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Keywords: Sustainable Urban Regeneration, Dismissed and Abandoned Areas, Positive Energy Districts

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eries are limited to the “inner” relations within buildings, often neglecting the role of streets and public areas in the structure of the surrounding urban textures. The major focus in the rehabilitation of these urban settlements would be the search for an interpretative analysis, a reading procedure consisting of data requirements to be used as design tools in the planning process. In this context the observation of the environmental and typological systems is a very important step towards new design hypotheses, within the frame of hierarchical consideration, from general urban scale to building technological integration. We do not need more theory to demonstrate that historical urban centres, urban building types and type’s aggregations present close interrelations among built landscapes, natural local features and land characters. Furthermore, it is possible to point out a correspondence between urban form and the principles determined by the environmental and climatic control requirements, as well as to the rules produced by natural borders, traces and roads directing the historical phases of urban development: i.e., the correspondence among natural morphology, contour lines and consequential directions in urban development in the hill and mountain historical centres, the frontage array to main channels and, more generally to the borders derived from natural elements’ signs. As an opposite to the cases of well-conserved historical urban textures, most urban configurations in current peri-urban expansions show diffuse, irregular sprawl, with a progressive detachment from the natural, morphological and environmental contexts. From the legibility of urban limits characterized by defined relations between built up spaces and natural surroundings of those historical centres, on the contrary, the dense cities with high demographic pressure (and sometimes even smaller towns) do have common features in the urban explosion outside the city limits. These concepts of spatial fragmentation and explosion involve, with different modalities and with increased effects, also the evolution of urban centres with large dimensions. No one city, apart from exceptions to the rules, is able to escape such an (d-)evolutionary process. Similarly to the disused industrial-military areas, the general neglect of the basic structure of current urban formation and peripheries is the production of “neighbourhoods with streets that do not connect, a neglect of the importance of plot patterns in the accommodation of change, (...), the illegibility of street patterns and circuitous and often unsafe pedestrian routes” (McGlynn, Samuel, 2000). For the city of Bologna, the expansion is limited inside the city boundaries and walls until the end of XIX century (fig. 1); until the first decades of the last century the urban expansion is concentrated in the north sector of the city and along the direction of the Via Emilia. In parallel, examples of permanence of terraced houses in the Bologna urban context (A) and change processes by extension, unit addition and super-elevation (B) characterized the city’s transformation within its boundaries. The few building’s type built outside the city (C) built up during the same period of unit addition and super-elevation (B) conserved the typological elements of the buildings within the city centre (fig. 1). The strict correlation among open spaces, natural landscape and urban form quality has always been present as a permanent condition in the

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Fig. 1 - In alto: l’espansione di Bologna è limitata all’interno delle mura della città fino alla fine del XIX secolo. In basso: esempi di permanenza di tipologia a schiera (A) e processi di cambiamento per ampliamento, addizione e sopraelevazione di unità (B) all’interno dei confini della città. Esempi di tipo edilizio (C) edificati nello stesso periodo di (B) hanno conservato gli elementi tipologici degli edifici all’interno del centro cittadino. Above: the expansion of Bologna is limited inside the city walls until the end of XIX century. Below: examples of permanence of terraced houses (A) and change processes by extension, unit addition and super-elevation (B) within the city’s boundaries. Examples of building type (C) built up during the same period of (B) conserved the typological elements of the buildings within the city centre.

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La città di Bologna, ad esempio, mostra una espansione limitata all’interno della cinta muraria fino alla fine del XIX secolo (fig. 1); fino ai primi decenni del secolo scorso l’espansione della città è concentrata nel settore nord e lungo la direzione della Via Emilia. La stessa figura mostra anche alcuni esempi di permanenza di edifici a schiera nel contesto urbano storico (A) e processi di estensione, rifusione e aggiunta di unità con sopraelevazione (B) che hanno caratterizzato la trasformazione della città entro i suoi confini. Si noti come le poche tipologie edilizie realizzate fuori città (C) nello stesso periodo di addizione e sopraelevazione (B) conservino gli elementi tipologici degli edifici all’interno del centro cittadino (fig. 1). Dunque, la stretta correlazione tra accessibilità e percorsi, spazi aperti, paesaggio naturale e compattezza della forma urbana è sempre stata presente come condizione permanente nello sviluppo storico degli insediamenti umani, fino agli anni della rivoluzione industriale. Alla fine del XVIII secolo e durante il XIX secolo in coincidenza con la rivoluzione industriale, le città si estesero fuori dai loro confini, rompendo il rapporto controllato tra città e campagna. L’ambiente urbano si era inesorabilmente separato in spazio pubblico e privato. Comunque, nonostante la pressione derivante dalle nuove esigenze di una società industriale, la cultura urbana del XIX secolo fino alla metà del secolo scorso è riuscita a formulare proposte di crescita coerenti: ad esempio, i cortili urbani hanno prodotto una compattazione del tessuto urbano (nel quartiere Bolognina, l’edilizia a corte urbana, pensata per una vita comunitaria autoinclusiva, assume una connotazione sociale definita nonostante l’assenza di relazioni funzionali tra strade e spazi pubblici). Questo esempio differisce notevolmente dal disordine episodico di ampliamenti più recenti caratterizzati da una varietà morfologica derivante dalla libera re-interpretazione della tra-

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Fig. 2 - Masterplan (in alto) e ipotesi progettuali dell’Area Sani (in basso). Progetto di A. Ferrante, A. Monacelli. Masterplan (above) and design hypotheses (below) for the Sani Area. Project by A. Ferrante, A. Monacelli.

dizione edilizia locale. Tali ampliamenti non risentono degli allineamenti con le reti stradali o con il tessuto urbano dei quartieri periurbani adiacenti, in quanto spesso sono vere e proprie strutture di formazione sincronica, estratte e disgiunte da un paesaggio esterno al centro storico, un paesaggio originariamente naturale e agrario ed ora occupato dalle espansioni della vecchia e nuova periferia. È pertanto possibile affermare che tra le differenze sostanziali tra aree urbane periurbane o periferiche e gli insediamenti urbani storici vi è certamente la diversa modalità di identificazione, determinazione e integrazione tra paesaggio edificato e spazi aperti, nella particolare definizione e costruzione delle relazioni urbane spaziali: spazi collettivi, piazze, strade, aree verdi. I processi di trasformazione finalizzati agli interventi di riqualificazione urbana dovrebbero pertanto essere basati sulla ricerca e sull’individuazione di quei pochi segni di strutturazione urbana, allo scopo di tentare una riconnessione con i percorsi, con i sistemi di fruizione degli accessi dalle e verso le aree circostanti, con le tracce di formazione urbana in parte o completamente perse, se mai esistite. Il recupero di quei segni può essere visto come una esplorazione progettuale preventiva delle ipotesi di nuovi spazi aperti e del tracciato del tessuto urbano, che originano dall’allineamento con i sistemi di viabilità esistenti nelle aree circostanti. In tale quadro, a titolo esemplificativo, è stato riportato un masterplan elaborato dall’autrice per la rigenerazione dell’area Caserma Sani, nella periferia a nord di Bologna; qui, a fronte di un consistente intervento di densificazione urbana, si prevede comunque un aumento delle superfici permeabili, confermando e connotando il ruolo di area a valenza ecologica del comparto (EU report, 2016). I segni strutturanti si basano sul recupero dei vecchi tracciati (pista ciclabile sul vecchio tracciato ferroviario entra nell’area), lasciando

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historical development of human settlements, until the years of industrial revolution. At the end of XVIII century and with a major stress during the XIX century in coincidence with the industrial revolution, the cities sprawled outside their boundaries, breaking the controlled relation between the city and the countryside. Urban environment was inexorably separated into public and private space: the public bodies managed open areas – main roads, railways and infrastructural technological networks – with reduced extension and even more decreased relation with natural or built up environment. However, despite the pressure deriving from the new needs of an industrial society, the urban culture of the 19th century until the middle of the last century succeeded in formulating consistent proposals of growth, using urban courtyards which provided a solid compaction of the residential plan in the urban form (in the Bolognina quarter, urban courtyard housing, designed for self-inclusive community living, takes on a defined urban connotation despite the absence of a road hierarchy and of functional relations between roads and public spaces). This example differs greatly from the general disorder of more recent expansions characterized by a morphological variety resulting from the trivialization of the local building tradition. These are areas that are unaffected by alignments with road networks or the urban texture of adjacent peri-urban neighbourhoods, as they are proper structures of synchronic formation, extracted from and unconnected with a landscape outside the historic center, an originally wild landscape now occupied by the urban sprawl of the old and the new periphery. Peripheral settlements are therefore connected to a synchronic collocation spatially distant from the historic center. Thus, the substantial differences between peri-urban areas and historic urban settlements mostly regard the modality of identification, determination and integration between builtup landscape and open spaces in the particular definition and construction of spatial urban relations: collective (green) spaces, squares, streets. Therefore, the processes of transformation aimed at interventions of urban rehabilitation should be based on the search for and identification of the scarcely identifiable signs of urban texture, with the purpose of re-connecting the paths, the existing fruition systems of access in surrounding areas and the traces of urban formation lines partly or completely lost, if ever they existed. The recovery of those “signs” could be seen as a test, a preventive design exploration of the hypotheses of new open spaces and the layout of urban texture, which originate from the alignment with the existing systems of road networks in the surrounding areas. Fig. 2, i.e., illustrates the master plan for the regeneration of the Sani area, in the northern suburbs of Bologna; in this case, the planned urban densification foresees an increase in building volumes and in permeable green surfaces as well, confirming the role of the ecological value of this area (EU report, 2016). The structuring signs are based on the recovery of the old tracks (the cycle path on the old railway, based on a centurial line- enters the area, leaving open the possibility of reuse as a light tram link between the central station and the northern areas). The existing built heritage is considered as a resource: no demolitions are planned, but a substantial volumetric insertion is hypothesised towards via Stalingrado, which would allow the return of the investment costs, in an urban transformation that aspires to ex-

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cellent standards of environmental, social and housing quality, with current energy efficiency targets, as a nearly zero and even energy plus district (EU, report 2020). In fact, the use of external spaces can also be associated with their potential value as ecologically regenerative places. This represents an acceptable ecological solution contributing not simply to the reduction of the thermal loads of the building’s envelope, but to the improvement of the microclimatic conditions in densely built urban centres with reduced natural environment; we do not need more studies to demonstrate that plants have a strong effect on climate: trees and green spaces can help cooling our cities and save energy. Trees are able to provide solar protection to individual houses during the summer period while evapotranspiration from trees can reduce urban temperatures. Trees also help mitigate the greenhouse effect, filter pollutants, mask noise, prevent erosion and calm their human observers. Therefore, the unifying role of ecological networks, which has already been widely adopted in the environmental and naturalistic field as a means of supporting the physical reconnection of natural episodes, may take on a decisive importance in urban settings as well. The search for a correspondence between the traces of a lost urban texture, present road networks and ecological networks may be an urban tool for the accessibility and relation of urban greenways. If these greenways are transferred to the scale of systems of the urban texture, they may function as a catalyst in urban fruition. However, the project of urban architecture is not limited to interventions on ‘empty spaces’: the aim is to attempt to retrace the growth process of the building systems by means of a design process where, starting from the rules of alignment and continuity with the signs of urban infrastructures (pathways, roads, canals, level lines), hypotheses may be formed congruent with the definition of a new network of urban flows capable of catalysing the functions and activities of new urban buildings. The analysis of the relation between building components and types, and the system of open spaces in historically consolidated urban areas point up the possibility of ‘reading’ the rules of building texture in a phenomenological perspective, seeking a system of relations and correspondences which make the historic building resources an expression of urban identity. It is therefore necessary to consider the possibility of orientating architectural practice towards the intentional recovery of the laws of spontaneous urban texture, also by virtue of a greater environmental awareness. Its applicability should be evaluated also in those cases where it is necessary to give urban identity to a city that does not exist, because it has never existed or because it was destroyed, or because it has undergone traumas in urban relations, thus requiring a high level of transformation. In addition, this search tends towards a further confirmation of the formal urban texture of buildings’ architectural facades, clearly linked to a logic of internal functionality, construction technology and perceptual rules, to built-up space viewed in a relationship of mutual generation with internal space. In example, façade addition as new façade on existing buildings may be used to re-interpret the lost connections between functionality of the layouts, construction technology and formal resolution, thus upgrading existing flat facades making it legible and

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aperta la possibilità di un riutilizzo come collegamento tramviario leggero tra la stazione centrale e il Parco Nord. L’esistente è assunto come risorsa: nessuna demolizione, dunque, ma un inserimento volumetrico consistente verso via Stalingrado che consentirebbe il sostanziale bilancio dei costi di investimento di una trasformazione urbanistica che ambisce a standard eccellenti di qualità ambientale, sociale e abitativa, in linea con i target attuali di efficienza energetica, come possibile distretto a energia positiva (EU Report, 2020; Balaras et al. 2019; Chiri et al., 2016; Nasrollahi, 2010). La fruizione degli spazi esterni può essere associata anche alla loro valenza potenziale di luoghi ecologicamente rigenerativi (De Pascali, 2008; Karakounos et al., 2018; Maretto, 2020). Ciò rappresenta una soluzione ecologica accettabile che contribuisce non semplicemente alla riduzione dei carichi termici dell’involucro dell’edificio, ma al miglioramento delle condizioni microclimatiche nei centri urbani densamente edificati con scarse residualità naturali e ambientali; è oltremodo noto che le piante hanno un forte effetto sul clima: alberi e spazi verdi possono fornire protezione solare durante il periodo estivo mentre l’evapotraspirazione dagli alberi contribuisce alla riduzione del surriscaldamento e al controllo dell’isola di calore urbana (Santamouris, 2013). Pertanto, il ruolo unificante delle reti ecologiche, già ampiamente adottato in campo ambientale e naturalistico come supporto alla riconnessione fisica di episodi naturali, può assumere un’importanza determinante anche nella ricerca di una corrispondenza tra le tracce di un tessuto urbano perduto. Tuttavia, il progetto dell’architettura urbana non si limita agli interventi sugli spazi aperti. Nella riqualificazione del costruito l’obiettivo potrebbe essere quello di tentare di ripercorrere il processo di crescita dei sistemi costruttivi a partire dalle regole di allineamento e continuità con le infrastrutture urbane (percorsi, strade, canali, linee di livello), cercando di formulare ipotesi congruenti con la definizione di una nuova rete di flussi in grado di catalizzare nuove funzioni e attività. L’analisi del rapporto tra le componenti tipologiche e il sistema degli spazi aperti in aree storicamente consolidate, evidenzia la possibilità di rileggere le regole del tessuto edilizio in una prospettiva fenomenologica, ricercando un sistema di relazioni che restituiscano a tali risorse edilizie un valore espressivo e sintetico dell’identità urbana. Occorre quindi considerare la possibilità di orientare la pratica architettonica verso il recupero intenzionale delle leggi di strutturazione urbana spontanee. La loro applicabilità va valutata anche in quei casi in cui è necessario creare una nuova identità urbana lì dove una città non esiste, perché non è mai esistita o perché è stata distrutta, oppure perché ha subito così tanti traumi nelle sue relazioni sociali ed urbane da richiedere uno straordinario livello di trasformazione. D’altro canto, il tessuto urbano non è certo indifferente alla scansione formale delle facciate architettoniche, e dunque va chiaramente interpretato in una logica di rispondenza tra funzionalità interna, tecnologia costruttiva e regole percettive generate dallo spazio urbano aperto, in un rapporto di mutua generazione con gli spazi interni. Ad esempio, il rinnovo delle facciate sugli edifici esistenti può essere utilizzato per reinterpretare le connessioni ad oggi perse tra funzionalità dei layout, costruzione, strutturazione e risoluzione formale, migliorando così l’esistente, rendendo leggibile dichiaratamente la struttura tipologica dall’esterno (fig. 3). L’idea di espansione urbana per addizioni unitarie, secondo le note regole dei successivi raddoppi, a formare unità urbane scalari di dimensione superiore, può dunque essere rielaborata come modalità processuale nel progetto di rinnovo dell’esistente. La leggibilità delle diverse unità abitative è resa possibile dalla corrispondenza delle maglie strutturali con i sistemi di partizione verticali, mentre le diverse soluzioni di involucro producono individualità e varietà. La tessitura formale delle facciate degli edifici può essere realizzata anche attraverso l’utilizzo di sistemi tecnologici attivi e passivi mirati a specifici requisiti termici e prestazioni di risparmio energetico dell’edificio. Le facciate si sviluppano come una lunga schiera di moduli differenti dove le diverse unità abitative, ricavate all’interno di un edificio unitario, vengono concepite secondo differenti soluzioni, generando nuove forme di identità urbana. L’integrazione e la corrispondenza tra sistemi di involucro, concezioni strutturali e

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Fig. 3 - Progetto della riqualificazione energetica e architettonica negli edifici esistenti del quartiere Sani. Design of the energy renovation and the architectural re-shape in the existing buildings of the Sani district.

componenti tecnologiche per la micro-generazione energetica conferisce agli involucri architettonici il ruolo di controllo climatico, oltre che di partizione stilistica e formale. Alla base di questi esempi c’è un’ipotesi di sviluppo applicato a nuovi spazi urbani in cui il processo della forma urbana è rispettato senza utilizzare riproduzioni architettoniche mimetiche o soluzioni aprioristiche e auto-determinate. La rigenerazione architettonica e urbana può quindi fornire un’opportunità per ricollegare e rimodellare le reti perdute in modo da catalizzare la fruizione pubblica, sfruttando, al contempo, il legami con tutte le risorse esistenti. In questa prospettiva è quindi possibile stabilire un preciso rapporto di corrispondenza tra forma, struttura e funzione, reinterpretando e valorizzando gli edifici urbani esistenti, intesi come risorsa ambientale nell’integrità delle sue componenti. In particolare, l’applicazione di sistemi innovativi a scala tecnologica, quando il suo inserimento è compatibile con il contesto della struttura edilizia esistente, consente una stima complessiva dei bilanci energetici, introducendo così, nella pratica, il valido principio di una innovazione tecnologica compatibile, in una rinnovata forma di recupero dei processi formativi tipologici. Come brevemente tratteggiato, l’edificio e il sistema costruttivo possono essere definiti come parti di una relazione simbiotica con gli spazi aperti, da cui la necessità di un approccio progettuale trasversale in senso multi-scalare, interdisciplinare e storico. Per un adeguato riferimento contestuale è necessario che i parametri funzionali, fisici e ambientali siano congruenti ed integrati con le invarianti strutturali e i fattori evolutivi caratterizzanti lo sviluppo storico dei processi edilizi. Una metodologia progettuale orientata alla congruenza degli interventi è strettamente vincolata al concetto di sostenibilità intesa come integrazione di componenti tipologiche, morfologiche e naturali. In questo contesto, sembra che una rigenerazione sostenibile

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clear the intrinsic typological structure (fig. 3). Fig. 3. Design of the renovation and architectural re-shape in the existing buildings of the Sani district It is the author’s considered opinion that the idea of urban expansion by unit addition, which then forms units of a superior urban unit, as in the case of historic building types, may be reinterpreted as a way of rendering visible the parts within the successive and superior levels of hierarchical order. I.e., the legibility of the layouts referred to the different housing units is made possible by the correspondence of the structural grids with the vertical partition, while the different envelope solutions produce individuality and variety. The technological innovation focussing on the formal and technical texture of building facades, identifies some active and passive technological systems aimed at specific thermal requirements and energy-saving performance of the building. The facades are developed as a long array of different modules where the different housing units are conceived according to different repertory solutions, giving shape to new forms of urban identity. The integration of and correspondence between envelope systems, structural grids and technological components for energy micro-generation give the architectural envelopes the role of climatic control, of stylistic and formal partition. Underlying these examples is a hypothesis of development applied to new urban spaces in which the urban form process is respected without using mimetic architectural reproduction or a priori, self-determined solutions. Urban and building regeneration may thus provide an opportunity to re-connect and re-mesh lost boundaries and grids so as to catalyse the public fruition by exploiting the links with all the existing resources. In this perspective it is therefore possible to establish a precise relation of correspondence among form, structure and function, re-interpreting and enhancing the existing urban buildings, seen as an environmental resource in the integrity of its components. In particular, the application of innovative systems at a technological scale, when its insertion is compatible with the context of existing building structure, allows an overall energy balance, thus introducing in practice the valid principle of environmentally compatible technological innovation. It may be concluded that if these technologies are combined to the urban morphology studies, they can lead to renewed forms based on typological formative processes. As briefly highlighted, the building and the building system may be defined as parts of a symbiotic relation with open spaces, thus the need for a transversal design approach in a multi-scalar, interdisciplinary and historical sense. For an adequate contextual reference, it is necessary for the functional, physical and environmental parameters to be congruent and integrated with structural invariants and evolutionary factors characterizing the historical development of building processes. A design methodology orientated towards the congruence of interventions is strictly bound to the concept of sustainability intended as an integration of typological, morphological and natural components. In this context, it appears that a sustainable urban regeneration might be achieved by the search for an operational reading containing in its structure the information instrumental to the subsequent design hypothesis, even at a meta-design stage and that this operational reading may also serve as a basis for the careful

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combination of demolitions, replacements, extension, recovery and densification actions. Unfortunately, these interventions, if technically feasible in theory, are very difficult to be seen in the current planning and regulatory context. Most common procedures and planning regulatory norms seem to focus on issues or matters of design detail and materials and seem unaware of the way that the deeper structuring levels – street layout or plot formation – affect settlements form (McGlynn, Samuel, 2000). As a matter of fact, the urban transformations from the post-war period to the present and the growth model of the city so far are characterized by an often unchecked increase in the number of buildings to the detriment of public infrastructure and urban spaces where private interests prevail over collective interests. To date, most of the interventions aimed at improving the living conditions in open areas have resulted in timid attempts of pedestrianization and functional re-management of parking areas, or the creation of green areas and urban spaces for leisure activities. These interventions all share a common limit in that they are episodes, islands, sporadic, and sectorial urban fragments. In parallel, and despite the importance attributed to peripheral areas and their urban regeneration in theory, in practice there has been a growing tendency to consider such places as isolated urban remains, therefore, they are often treated as such, with a focus on their internal limits. Furthermore, the large renovation processes, as they involve sizeable economic and financial interests, often see the public bodies delegating the transformation of those important sections of the cities to the private and economic sectors. The consequent detriment of public infrastructure and urban spaces where private interests prevail over collective interests could certainly be avoided by providing sufficient guidelines from the operational urban reading to sustainably reshape those areas, which are in a profound need of transformation.

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possa essere raggiunta dalla ricerca di una lettura operativa contenente, nella sua struttura, le informazioni strumentali alla successiva ipotesi progettuale, e che tale lettura operativa possa servire anche da base per l’attenta combinazione di operazioni di densificazione, ampliamento, sostituzione, ripristino e selettiva demolizione. Purtroppo questi interventi, se tecnicamente fattibili in teoria, sono molto difficili da inquadrare nell’attuale contesto urbanistico e normativo, dove le procedure e gli strumenti di pianificazione sembrano essere inconsapevoli delle modalità in cui i livelli di strutturazione urbana influenzano la forma degli insediamenti (McGlynn e Samuel, 2000) e le comunità sociali che in questi insediamenti vivono. Le trasformazioni urbane e il modello di crescita della città dal dopoguerra ad oggi sono stati caratterizzati da un aumento spesso incontrollato degli edifici a scapito dei servizi, delle infrastrutture pubbliche, degli spazi urbani aperti, a tutto vantaggio di una prospettiva in cui gli interessi privati prevalgono sui bisogni della collettività. Ad oggi, la maggior parte degli interventi volti al miglioramento delle condizioni di vita si sono tradotte in timidi tentativi di pedonalizzazione e ri-gestione funzionale delle aree di parcheggio, o nella creazione di aree verdi e spazi urbani per attività ricreative. Questi interventi condividono tutti un limite comune in quanto sono episodi, isole, frammenti urbani sporadici e settoriali. Parallelamente, e nonostante l’importanza attribuita alle aree periferiche e alla loro rigenerazione, in pratica c’è stata una tendenza crescente a considerare tali luoghi come resti urbani isolati, pertanto, sono spesso rigenerati in quanto tali, con un focus quasi esclusivamente concentrato all’interno dei propri limiti, e dunque perdendo preziose opportunità di riconnessione e riammagliamento di tali aree con il resto della città. Inoltre, i grandi processi di ristrutturazione, poiché coinvolgono importanti interessi economici e finanziari, vedono spesso gli enti pubblici delegare la trasformazione di quelle importanti sezioni di città ai grandi operatori del mercato privato. Il conseguente, spesso dannoso, prevalere di tali interessi di settore sui bisogni collettivi potrebbe essere evitato attraverso una lettura urbana operante, e perciò operativa e socialmente orientata, in grado di rimodellare, in modo sostenibile, quelle aree urbane che richiedono una profonda azione di trasformazione. Riferimenti bibliografici_References

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urbanform and design Palermo e il Piano Programma:

U+D Palermo and the “Piano Programma”: morphology and urban phenomenology

DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.008

Emanuele Palazzotto

DARCH Dipartimento di Architettura, Università degli Studi di Palermo E-mail: emanuele.palazzotto@unipa.it

To develop the brief reasoning that I propose here, I would first like to assume a starting hypothesis: the hypothesis is that, in the different approaches to the project by the architects, the particular contextual conditions (physical and cultural) of the places can structurally condition specific modalities of reading and orienting singular methods of knowledge. In the case in question, this hypothesis becomes concrete with respect to the city of Palermo, tying itself to the conditions (by no means linear and stable) of its history and its physical body. In relation to cities that are not at all univocal, multiform and stratified, it is as if the same material and social structure has always guided readings and projects, leading them on an inductive register, preventing any typological determinism, necessarily working on difference rather than on the rules and pushing the actions to be implemented on the existing and one towards opening up to “case by case”. Operating in the opposite direction, it would be completely impossible to really understand the complex nature of such cities and appreciate their real “character”, without the accepting of a prior critical openness or a wide willingness to listen. In the palermitan architectural studies, a marked attention to the themes of urban morphology has been present continuously since at

Per sviluppare il breve ragionamento che qui propongo, vorrei innanzitutto assumere un’ipotesi di partenza: l’ipotesi è che, nei diversi approcci al progetto da parte degli architetti, le particolari condizioni contestuali (fisiche e culturali) dei luoghi possano strutturalmente condizionare specifiche modalità di lettura e orientare singolari metodi di conoscenza. Nel caso in questione, questa ipotesi si concretizza rispetto alla città di Palermo, legandosi alle condizioni (per nulla lineari e stabili) della sua storia e del suo corpo fisico. In rapporto a città per nulla univoche, multiformi e stratificate è come se, da sempre, fosse la stessa struttura materiale e sociale, a orientare letture e progetti, conducendoli su un registro induttivo, impedendo qualsivoglia determinismo tipologico, lavorando necessariamente sulla differenza più che sulla regola e spingendo le azioni da attuare sull’esistente verso l’apertura al “caso per caso”. Operando in direzione opposta, peraltro, sarebbe del tutto impossibile comprendere realmente la natura complessa di siffatte città e apprezzarne il “carattere”, senza l’accettazione di una preventiva apertura critica o di un’ampia disponibilità all’ascolto. Negli studi palermitani di architettura, una marcata attenzione ai temi della morfologia urbana è presente con continuità almeno sin dalla prima metà del XIX secolo. Questa attenzione ha il suo specchio in una tradizione che è appunto legata alle specificità della propria storia urbana e ai metodi necessari per istruirsi alla sua corretta conoscenza. Mi riferisco a quella tradizione locale che pone da sempre, come base del progetto, una preventiva e ineludibile modalità di approccio “tattile”, da attuarsi direttamente sulle architetture e sugli spazi dell’esistente e che, con accezioni differenti, accomuna nel metodo figure di maestri quali Giovan Battista Basile, Ernesto Basile, Enrico Calandra, Giuseppe Samonà, Edoardo Caracciolo, Pasquale Culotta. Ad essi potremmo poi aggiungere l’importante contributo proveniente da altri maestri, “esterni” all’ambiente culturale palermitano o siciliano, quali Gino Pollini e Vittorio Gregotti. Quest’ultimo, in particolare, trova a Palermo un terreno ben predisposto, soprattutto rispetto ad alcuni temi teorici da lui qui introdotti e che fanno riferimento alla lezione fenomenologica di Enzo Paci. L’approccio fenomenologico importato da Gregotti (che si lega anche all’esperienza di Ernesto Nathan Rogers) (Rispoli, 2007), in sede palermitana si rivela particolarmente fertile, accostandosi a convinzioni teorico-metodologiche e all’assunzione di principi che sono, appunto, già profondamente radicati nella locale tradizione culturale. Tra questi fondamenti, vi sono le comuni radici nei metodi di conoscenza e “riconoscimento” dell’esistente, ma anche la forte consapevolezza della storia come processo, la piena fiducia nel progetto di architettura come dispositivo di disvelamento della natura dei luoghi, la piena coscienza del valore eminentemente sociale dell’architettura e dell’inevitabilità di uno stretto rapporto tra quest’ultima e il paesaggio (urbano e “naturale”). In tale contesto, Vittorio Gregotti, con la propria esperienza didattica e professionale (che va dal 1968 al 1974), introdurrà a Palermo le potenzialità del progetto di architettura quale strumento di lettura del territorio (ampliandone la scala) e rafforzerà il primato nel progetto della topologia e del principio insediativo. La lettura morfologica e fenomenologica, renderà ancor più presente in terra

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Abstract This contribution starts from the hypothesis that particular contextual conditions (physical and cultural) of the places can structurally affect the specific methods of reading and knowledge in the different approaches to the project (starting from the training period of the architects). The city of Palermo is introduced as a reference area, physical and cultural, with respect to which a particular assumption of the themes of urban morphology has allowed, especially thanks to the action of Giuseppe Samonà, the definition of the “Piano Programma” for the Historic Center of Palermo: An interesting planning experiment, in many respects still relevant, in which analysis and design tend to coincide and in which the identification of urban characteristics, the demands of conservation and those of life prove to be able to virtuously coexist.

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Keywords: Urban Morphology, City of Palermo, “Piano Programma” for the Historical Centre

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morfologia e fenomenologia urbana

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least the first half of the nineteenth century. This attention has its mirror in a tradition that is precisely linked to the specificities of its urban history and to the methods necessary to educate oneself in its correct knowledge. I am referring to that local tradition that has always placed, as the basis of the project, a preventive and unavoidable “tactile” approach, to be implemented directly on existing architectures and spaces and which, in different ways, brings together figures of masters such as Giovan Battista Basile, Ernesto Basile, Enrico Calandra, Giuseppe Samonà, Edoardo Caracciolo and Pasquale Culotta. We could then add to them the important contribution from other masters, “external” to the cultural environment of Palermo or Sicily, such as Gino Pollini and Vittorio Gregotti. The latter, in particular, finds in Palermo a well-prepared ground, especially with respect to some theoretical themes he introduced here and which refer to the phenomenological lesson of Enzo Paci. The phenomenological approach imported by Gregotti (which is also linked to the experience of Ernesto Nathan Rogers), in Palermo it proves to be particularly fertile, approaching theoretical and methodological convictions and the assumption of principles that are already deeply rooted in the local cultural tradition. Among these foundaments, there are the common roots in the methods of knowledge and “recognition” of the existing, but also the strong awareness of history as a process, the full confidence in the architectural project as a device for revealing the nature of places, the full awareness the eminently social value of architecture and the inevitability of a close relationship between the latter and the landscape (urban and “natural”). In this context, Vittorio Gregotti, with his didactic and professional experience (which goes from 1968 to 1974), will introduce in Palermo the potential of the architecture project as a tool for reading the territory (expanding its scale) and will strengthen the primacy of topology and of the insediative principle. The morphological and phenomenological reading will make even more present in the land of Sicily the phenomenical evidence of the influence of climate and culture on the concreteness of the forms of architecture, as well as the relationship between social demands and the territory that produced them, referring to the need for an authenticity of the structure and the need for a clear recognition of the architectural and formal values by the society that welcomes it. The “returning to the reality of things” (to things themselves), to be re-conquered “always anew” in the order of a reason that is continually to be reconstructed, which is typical of Paci’s phenomenology, thus joins a pre-existing and well defined interpretation of the morphological analysis. This meaning of analysis will also be assumed and made explicit by Giuseppe Samonà, who will interpret it clearly (in the years immediately following Gregotti’s passage to Palermo) as an “investigation of the constitution of the city in physical systems, identifiable through the recognition of iconological values and existence of specific relationships of dependence and correspondence (in the context of) the built and between built and open spaces of relationship” (Di Benedetto, 2014). That possible common thread, present in the Palermo architectural tradition and which we tried to identify at the beginning of our reasoning, is therefore also linked to the permanence of a vision that we could define as “tectonic” and “relational” of Architecture. In this vision, architecture is always assumed as a formative process (which continually re-knows and re-constructs its

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Fig. 1 - F. M. Emanuele e Gaetani M.se di Villabianca, “Pianta geometrica e novella secondo lo stato presente della città di Palermo”, 1777, in R. La Duca, Cartografia Generale della Città di Palermo e antiche carte della Sicilia, Ed. Scientifiche Italiane, 1975. F. M. Emanuele e Gaetani M.se di Villabianca, “Geometric and novel plan according to the present state of the city of Palermo”, 1777.

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di Sicilia l’evidenza fenomenica dell’influenza del clima e della cultura sulla concretezza delle forme dell’architettura, così come il rapporto tra le istanze sociali e il territorio che le ha prodotte, riferendosi all’esigenza di un’autenticità della struttura e alla necessità di un chiaro riconoscimento dei valori architettonici e formali da parte della società che li accoglie. Il “tornare alla realtà delle cose” (alle cose stesse), da ri-conquistare “sempre di nuovo” nell’ordine di una ragione continuamente da ricostruire, che è proprio della fenomenologia di Paci, si affianca così ad una preesistente e ben delineata interpretazione dell’analisi morfologica. Questa accezione di analisi sarà assunta ed esplicitata anche da Giuseppe Samonà, che la interpreterà con chiarezza (negli anni immediatamente successivi al passaggio di Gregotti a Palermo) quale “indagine del costituirsi della città in sistemi fisici, individuabili tramite il riconoscimento dei valori iconologici e della sussistenza di specifici rapporti di dipendenza e di corrispondenza (nell’ambito del) costruito e tra costruito e spazi aperti di relazione” (Di Benedetto, 2014). Quel possibile filo conduttore, presente nella tradizione architettonica palermitana e che abbiamo provato ad individuare all’inizio del nostro ragionamento, si aggancia quindi anche alla permanenza di una visione che potremmo definire “tettonica” e “relazionale” dell’Architettura, in cui quest’ultima è sempre assunta come processo formativo (che ri-conosce e ri-costruisce le proprie regole continuamente, nel suo farsi), ma che si confronta con la lunga durata e, proprio per questo, pur risultando fondata sulla permanenza dei principi, si mostra contemporaneamente aperta, con naturalezza, verso le modificazioni e le trasformazioni dei linguaggi. Il disegno, (inteso come rappresentazione critica) in tale processo di conoscenza e di ri-conoscimento assume un ruolo centrale (nel rilievo così come

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Fig. 2 - Piano Programma del centro storico di Palermo. Tavola dei contesti: 1. Cassaro, 2. CapoSant’Agostino, 3. Via Porta di Castro, 4. Albergheria-Ballarò, 5. Via Maqueda, 6. Mare, 7. Piazza Magione-Via Alloro, 8. Via Garibaldi, via Paternostro, 9. Vucciria-San Domenico, 10. Olivella, 11. Via Roma. “Piano Programma” of the historical center of Palermo, Context table: 1. Cassaro, 2. CapoSant’Agostino, 3. Porta di Castro street, 4. Albergheria-Ballarò, 5. Maqueda street, 6. Mare, 7. Magione Place-Alloro street, 8. Garibaldi street, Paternostro street, 9. Vucciria-San Domenico, 10. Olivella, 11. Roma street.

nel progetto). Disegno e sopralluogo sono infatti gli indispensabili strumenti (anche se non esclusivi) di quell’ineludibile passaggio attraverso il contatto “diretto” con il contesto (o con il monumento) che è protagonista da sempre, in varie forme, negli studi palermitani di Architettura. Il disegno consente anche, nel rilievo, di riconoscere le differenze tra realtà e percezione, ma la visione della storia come processo, e quindi l’assunzione della sua “temporalità”, rafforza la coscienza della distanza tra il permanente (i principi, le idee) e il contingente (i linguaggi o le mode…). In tale direzione, si rivela virtuoso anche l’incontro con il riferimento fenomenologico alle costanti eidetiche: quelle idee sintetiche che identificano la cosa e che, nei processi progettuali, possono costituire un rimando a principi essenziali. Il progetto, fondato sulla storia e sui principi fondativi, non può che essere inteso anch’esso come processo (aperto alle variabili e alle modificazioni).

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The “Piano Programma” for the historical center of Palermo An inevitable example of this type of methodological approach to the themes of urban morphology is certainly offered by the “Piano Programma” for the Historical Center of Palermo, by Giuseppe Samonà, Giancarlo De Carlo, Umberto Di Cristina and Anna Maria Sciarra-Borzì: an experience that sees above all Samonà and De Carlo as the architects of a debate of great interest on the theme of planning and possible intervention in stratified historical contexts. The “Piano Programma” was drawn up between 1979 and 1982 but, even if approved by the City Council in 1983, it will remain in fact not implemented (with the exception of some limited recovery plans, strongly reconfigured in compliance with the subsequent legislation). The Plan will then be completely superseded in 1993 with the approval of the Detailed Executive Plan (PPE) of the historic center, drawn up by Leonardo Benevolo, Pierluigi Cervellati and Italo Insolera. The “Piano Programma”, assuming a position that was not at all obvious in that particular historical moment, aimed at safeguarding the ancient fabric as a whole and recognized an important structuring role also in the minor building plot. It was also a plan which, while concentrating its attention on the portion of the territory inside the ancient walled city, still considered it as part of a new, much larger whole, a city of relationships, polycentric and permeable, open and innovative, which attracted the ancient aspiration to a “city all center and all periphery” already advocated by Giovan Battista Filippo Basile since the mid-nineteenth century (Basile, 1860). It should also be remembered that the image of the ancient city of Palermo, which its inhabitants have always cultivated, refers to a complex organism, composed of morphological parts and “contexts”, linked to indissoluble physical and walking relationships with the particular orographic support. These parts and relations are already described, for example, with extreme clarity of design, from the well-known map of Palermo of 1777 drawn up by Francesco Maria Emanuele Gaetani, M.se di Villabianca. In the Plan Program, (unlike what

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own rules, in its making), but which is confronted with the long duration and, precisely for this reason, although it is founded on the permanence of principles, it shows itself at the same time open, naturally, to the modifications and transformations of languages. Drawing, (intended as a critical representation) in this process of knowledge and recognition takes on a central role (in the survey as well as in the project). Drawing and the inspection are in fact the indispensable tools (although not exclusive) of that unavoidable passage through the “direct” contact with the context (or with the monument) which has always been the protagonist, in various forms, in Palermo architecture studios. Drawing also allows, in the survey, to recognize the differences between reality and perception, but the vision of history as a process, and therefore the assumption of its “temporality”, strengthens the awareness of the distance between the permanent (…) and the contingent (languages or fashions…). In this direction, the encounter with the phenomenological reference to eidetic constants also proves to be virtuous: those synthetic ideas that identify the thing and which, in design processes, can constitute a reference to essential principles. The project, based on history and founding principles, can only be understood as a process (open to variables and modifications).

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Il Piano Programma per il Centro Storico di Palermo Un esempio inevitabile di questo tipo di approccio metodologico ai temi della morfologia urbana è certamente offerto dal Piano Programma per il Centro Storico palermitano, di Giuseppe Samonà, Giancarlo De Carlo, Umberto Di Cristina e Anna Maria Sciarra-Borzì: un’esperienza che vede soprattutto Samonà e De Carlo come gli artefici di un confronto di grande interesse sul tema della pianificazione e dell’intervento possibile nei contesti storici stratificati e che risulta, per molti versi, estremamente attuale e stimolante. Il Piano Programma viene redatto tra il 1979 e il 1982 (Gangemi, 1985) ma, pur approvato in sede di Consiglio Comunale nel 1983, resterà di fatto inattua| Emanuele Palazzotto | ISSN 2612-3754 (print) ISSN 2384-9207 (online)_n.16-2021

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will later be done with the EPP) the restoration is intended as a project, not as pure (too often uncritical) conservation. Even more, it is possible to say that the project is already in progress in the same morphological reading, through which it is possible to identify the principles, the recurring and structuring laws of urban systems, but also the values to be preserved in individual architectures. Samonà is well aware of how much knowledge of the historical and physical reality of the city of Palermo cannot allow us to identify any idea of uniformity, typing or repetition of models (if we want, putting the very idea of urban typology in crisis). For Giuseppe Samonà, Palermo is his hometown and training, it is one of “his” cities (together with Rome and Venice), a city with which he will maintain a very strong relationship throughout his life; the Program Plan is the last act of his vast and articulated theoretical and design activity and, perhaps, also for this reason Samonà will load on this Plan all his aspirations for a synthesis, completed and operational, with respect to his decades of reflections on the relationships between architecture and city5. In the “Piano Programma”, the morphological reading is the basis of the “state of fact”, as well as of the “project state” and finds an interesting convergence (albeit in the difficult passages of a heated dialectic) with some positions of Giancarlo De Carlo, for which “…the historic center constitutes in itself the densest representation of events that have happened – of history – recorded in urban forms” (De Carlo, 1994). In the common work on the “Piano Programma”, De Carlo had also accepted Samonà’s priority and historical relationship with Palermo, introducing the discourse on the identification of “roles”, those aspects of functional and social sharing with respect to which the urban system could be able and should, opportunely, develop its living spaces in the years to come. The Plan, then, could only materialize in the specification and definition of a method rather than in the identification of excessively binding regulatory or implementation requirements – which would not have left the necessary space for the project of the specific case – and consequently had to be limited to a project scale not yet architectural (they will not go beyond the ratio of 1:500), based on descriptions rather than on explanatory drawings. The descriptions, not providing precise operational indications, made it possible to delegate the interpretation of the rule to the ability of the designers, demonstrating great confidence in the project and the belief that quality architecture was precisely the one that can be briefly described, starting from a careful reading methodology. In a plan made up mainly of descriptions, the introduction of some strategic definitions was even more important for Samonà, essential for fully recognizing and describing the components of the complex urban phenomenon in question, the nature of its context and its morphological system. Among these, the definitions of iconology, listing and solidarity relationship must certainly be remembered. In the morphological reading of contexts, iconology allows us to identify the icons, that are, urban signs that play a fundamental role of reference for the city and its citizens. In this sense, in addition to the main public buildings, markets as well as the prestigious residential volumes of which the oldest fabric of Palermo is dense can be identified as “icons”. On the other hand, the presence of the so-called “list” building appears indispensable which, as a whole, underlining the geometric shape of the roadbed, defines the

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to (se si eccettuano alcuni limitati piani di recupero, fortemente riconfigurati in adesione alla successiva normativa). Il Piano sarà poi del tutto superato, nel 1993, con l’approvazione del Piano Particolareggiato Esecutivo (PPE) del Centro storico, redatto da Leonardo Benevolo, Pierluigi Cervellati e Italo Insolera. Il Piano Programma, assumendo una posizione per nulla scontata in quel particolare momento storico, puntava alla salvaguardia del tessuto antico nel suo insieme e riconosceva un importante ruolo strutturante anche alla trama edilizia minore. Era anche un piano che, pur concentrando la propria attenzione sulla porzione di territorio interno all’antica cinta murata, la considerava comunque come parte di un nuovo insieme ben più esteso, una città delle relazioni, policentrica e permeabile, aperta e innovativa, che richiamava l’antica aspirazione ad una “città tutta centro e tutta periferia” già auspicata da Giovan Battista Filippo Basile sin dalla metà del XIX secolo (AA.VV., 1860). Va anche ricordato come l’immagine della città antica di Palermo, che i suoi abitanti coltivano da sempre, rimandi ad un organismo complesso, composto da parti e “contesti” morfologici, legato ad indissolubili relazioni fisiche e di percorrenza con il particolare supporto orografico. Tali parti e relazioni risultano già descritte, ad esempio, con estrema chiarezza di disegno, dalla ben nota pianta di Palermo del 1777 redatta da Francesco Maria Emanuele Gaetani, M.se di Villabianca (fig. 1). Nel Piano Programma, (diversamente da quanto si farà poi con il PPE) il restauro è inteso come progetto, non come pura (troppo spesso anche acritica) conservazione e, ancor più, il progetto è già in fieri nella stessa lettura morfologica, attraverso la quale è possibile individuare i principi, le leggi ricorrenti e strutturanti i sistemi urbani, ma anche i valori da preservare nelle singole architetture. Samonà è ben consapevole di quanto la conoscenza della realtà storica e fisica della città di Palermo non possa consentire di identificare alcuna idea di uniformità, tipizzazione o ripetizione di modelli (se vogliamo, mettendo in crisi l’idea stessa di tipologia urbana). Per Giuseppe Samonà, Palermo è la propria città natale e di formazione, è una delle “sue” città (insieme a Roma e Venezia), una città con cui manterrà un fortissimo rapporto per tutta la vita; il Piano Programma è l’ultimo atto della sua vastissima e articolata attività teorica e progettuale e, forse, anche per questo Samonà caricherà su questo Piano tutte le proprie aspirazioni ad una sintesi, compiuta e operativa, rispetto alle sue decennali riflessioni sui rapporti tra architettura e città (Ajroldi, 2014). Nel Piano Programma la lettura morfologica sta alla base dello “stato di fatto”, così come dello “stato di progetto” e trova un’interessante convergenza (seppur nei difficili passaggi di un’accesa dialettica) con alcune posizioni di Giancarlo De Carlo, per cui “…il centro storico costituisce in se stesso la più densa rappresentazione di fatti accaduti – di storia – registrata nelle forme urbane” (De Carlo, 1994). Nel comune lavoro sul Piano Programma, De Carlo aveva peraltro accettato il rapporto prioritario e storico di Samonà con Palermo, introducendo come importante contributo personale il discorso sull’individuazione dei “ruoli”, di quegli aspetti funzionali e di condivisione sociale rispetto ai quali il sistema urbano avrebbe potuto e dovuto, opportunamente, sviluppare i propri spazi di vita negli anni a venire. Il Piano, allora, non poteva che concretizzarsi nella precisazione e definizione di un metodo più che nella individuazione di prescrizioni normative o attuative eccessivamente vincolanti – che non avrebbero lasciato lo spazio necessario al progetto del caso specifico – e doveva conseguenzialmente limitarsi ad una scala di progetto non ancora architettonica (non si andrà oltre al rapporto di 1:500), fondandosi sulle descrizioni più che sui disegni esplicativi (fig. 2). Le descrizioni, non fornendo indicazioni operative precise, consentivano di delegare l’interpretazione della regola alla capacità dei progettisti, dimostrando una grande fiducia nel progetto di architettura e la convinzione che l’architettura di qualità fosse proprio quella che può essere sinteticamente descritta, a partire da una attenta metodologia di lettura. In un piano fatto prevalentemente di descrizioni, risultava ancor più importante per Samonà l’introduzione di alcune definizioni strategiche, indispensabili per riconoscere e descrivere compiutamente le componenti del complesso

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fenomeno urbano in questione, la natura del suo contesto e del suo sistema morfologico. Tra queste, vanno di certo ricordate le definizioni di iconologia, di elencalità e di relazione solidale. Nella lettura morfologica dei contesti, l’iconologia consente di identificare, appunto, le icone, ossia i segni urbani che svolgono un ruolo di riferimento fondamentale per la città e per i suoi cittadini. Sono in tal senso individuabili come “icone”, oltre ai principali edifici pubblici, anche i mercati così come i prestigiosi volumi residenziali di cui è fitto il tessuto più antico di Palermo. Per altro verso, appare indispensabile la presenza della cosiddetta edilizia “elencale” che, nel suo insieme, rimarcando l’andamento geometrico dell’alveo stradale, definisce il senso di “solidarietà” tra edificio ed edificio, tra muri e suoli, tra edificio e intero sistema spaziale. L’analisi morfologica attuata da Samonà è avviata soprattutto a partire dalla lettura critica degli spazi urbani aperti: le strade sono gli assi portanti degli ambiti, su cui si fondano le relazioni tra le parti e quindi anche la “solidarietà” urbana. I “contesti” sono costituiti da sistemi morfologici, che possono configurarsi come sistemi chiusi (e pertanto architettonicamente compiuti) ovvero come sistemi aperti. Superando del tutto la tradizionale suddivisione nei quattro mandamenti del centro storico palermitano Samonà ha ben chiaro quanto sia fondamentale, nella costruzione del suo piano, la prioritaria individuazione (e descrizione) degli ambiti entro cui precisare specifici caratteri e situazioni urbane costanti, rispetto alle quali prevedere poi i possibili interventi. Questi ambiti o sistemi (in grado di evidenziare i rapporti morfologici originari della città) sono, appunto, i “contesti”: nel Piano ne saranno individuati undici e consentiranno di identificare, attraverso la loro perimetrazione, la forma della città nelle sue varie parti, i diversi rapporti con l’orografia, con i percorsi urbani e con gli usi sociali nel tempo. I contesti costituiscono anche la base di riferimento per definire la giusta misura degli interventi progettuali, che deriva anche dalla capacità di limitare e individuare i valori condivisi espressi dall’impianto urbano e i rapporti tra gli insediamenti e la vita di coloro che vi abitano. Si inquadra così una metodologia che è appropriata per soddisfare il presupposto di conoscenza e che si concretizza anche nell’indagine sociale, nel contatto con gli abitanti, nel rilievo diretto e personalmente condotto sui luoghi analizzati. Lo studio morfologico delle città esplicitato nel Piano Programma, si specifica quindi come analisi critica dei lineamenti formali e dei principi secondo i quali le forme si sono organizzate in sistema nel tempo. Le modalità di lettura e descrizione dei contesti urbani, per come impostate da Samonà nel suo piano, attuano un’accezione di morfologia urbana (da cui è possibile derivare il progetto di architettura o di recupero) che dimostra di avere forti radici nella sua formazione palermitana e che trova riscontro anche in altri approcci e successive contaminazioni filosofico-culturali configuratesi in sede locale. Tali approcci, con modalità che potrebbero essere definite come percettivo/fenomenologiche, fanno propria un’attitudine all’apertura non deterministica verso i progetti possibili (l’assunzione del “caso per caso” fa parte di questa apertura necessaria) e necessitano dell’accedere, del fruire, del percorrere per conoscere. Il progetto è già presente nell’analisi, in fieri, la natura dell’indagine è pienamente induttiva, le possibili regole generali seguiranno… Il sopralluogo, risulta essere così una fase fondamentale e determinante per il progetto. Il “percorrere conoscendo” (e ri-conoscendo) non è solo strumento di indagine e di consapevolezza spaziale e sociale, ma contiene anche il fine dell’azione progettuale, per il potente ruolo relazionale che porta con sé. Il sopralluogo comune (ma potremmo anche dire il “passeggiare”) ha, in tal senso, come obiettivo, la ricostruzione di quell’essenziale che caratterizza gli ambienti in cui ci si immerge, e rimanda alla stessa lezione (peripatetica) che possiamo ritrovare in Basile, Samonà, Caracciolo, Culotta… e che si avvicina, per altro verso, anche ad alcuni aspetti delle analisi fenomenologiche orientate sulla ricerca delle “essenze eidetiche”. Il contatto diretto con gli spazi urbani si pone quindi come azione di conoscenza preventiva, da attuare attraverso la lettura, individuazione e descrizione dei testi e contesti architettonici1, implica una dialettica virtuosa che deve essere instaurata tra il soggetto osservatore e l’oggetto osservato e consente di considerare congiuntamente le singole parti e il

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sense of “solidarity” between building and building, between walls and soils, between building and the entire spatial system. The morphological analysis carried out by Samonà is initiated above all from the critical reading of open urban spaces: the streets are the backbone of the areas, on which the relations between the parties and therefore also urban “solidarity” are based. The “contexts” are made up of morphological systems, which can be configured as closed systems (and therefore architecturally complete) or as open systems. Completely overcoming the traditional subdivision into the four districts of the historic center of Palermo, Samonà knows very well how fundamental, in the construction of his plan, the priority identification (and description) of the areas within which to specify the specific characters and constant urban situations, with respect to which then to preview the possible interventions. These areas or systems (capable of highlighting the original morphological relationships of the city) are, in fact, the “contexts”: they will be eleven and will allow to identify, through their perimeter, the shape of the city in its various parts, the different relationships with the orography, with urban routes and with social uses over time. The contexts also constitute the reference basis to define the right measure of project interventions, which also derives from the ability to limit and identify the shared values expressed by the urban system and the relationships between the settlements and the life of the people who live there. In this way, a methodology is defined, that is appropriate to satisfy the presupposition of knowledge and which is also concretized in the social investigation, in contact with the inhabitants, in the direct and personally conducted relief on the analyzed places. The morphological study of the cities explicited in the “Piano Programma” is therefore specified as a critical analysis of the formal features and of the principles according to which the forms are organized into a system over time. The methods of reading and describing urban contexts, as set out by Samonà in his plan, implement an understanding of urban morphology (from which it is possible to derive the architectural or recovery project) which proves to have strong roots in his Palermo training and which is also reflected in other approaches and subsequent philosophical-cultural contaminations configured in that local area. These approaches, in ways that could be defined as perceptual/ phenomenological, make their own an attitude of non-deterministic openness towards possible projects (the assumption of “case by case” is part of this necessary opening) and require access, to walk, to wander to know. The project is already present in the analysis, in progress, the nature of the investigation is fully inductive, the possible general rules will follow. The inspection is thus a fundamental and decisive phase for the project. The “traveling knowing” (and re-knowing) is not only a tool for investigation and spatial and social awareness, but also contains the purpose of the design action, due to the powerful relational role it carries with it. The common on-the-spot investigation (but we could also say the “strolling”) has, in this sense, as its objective, the reconstruction of that essential that characterizes the environments in which one is immersed, and refers to the same (peripatetical) lesson that we can find in Basile, Samonà, Caracciolo, Culotta… and which, on the other hand, also comes close to some aspects of phenomenological analyzes oriented towards the search for “eidetic essences”. The direct contact with urban spaces therefore arises as an action of prior knowledge, to

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be implemented through the reading, identification and description of architectural texts and contexts1, implies a virtuous dialectic that must be established between the observer and the observed object and allows to consider jointly the individual parts and the whole (configuring that idea of “urban solidarity”, which identifies the broadest and most complex morphological systems). The description allows to reveal the latent potentialities in the place. By describing you are designing and by designing you know reality. Once again, there can be no gaps or priorities between analysis and project: they necessarily coexist in the knowledge process. Architectural describing involves the expression of judgments, critically reflects the values of a system, and contains the conditions (even subjective) for a change. The recognition of the form includes the disclosure of its rules, the knowledge of the hidden meanings, clarifying its essence and highlighting its values. This is how the recognized forms become “presences”. The strategic reflection inevitably shifts on the ground, from typology to topology, where place and history come to coincide. The importance of walking is translated by Samonà directly into the norm (or strategy) of the Plan, involving the entire historical fabric of the city: this is how, together with the perimeter of the intervention contexts, the introductory and summarizing documents of the general strategies of the plan contain the identification of a dense web of transversal paths, able to affect the urban fabric, making it permeable and “porous”. De Carlo himself testifies, in this sense, how Samonà with the “Piano Programma” wanted to propose “a behavior more than a solution or a norm” (De Carlo, 1994), and precisely the capillary walkability between architectural systems strongly expresses the need to spread centrality, thanks to the establishment of a relational network that makes the “groove” traversable and livable, connecting polarity and tissues. To conclude, we could say that, in comparison with the city of Palermo, for Samonà, as well as for numerous prestigious figures who, over time, have been decisive in the training of Palermo architects, have always been the architecture and the nature of the context to be considered together, first of all, as the principle and cause of the city itself. The lesson that is offered by stratified and complex cities such as Palermo, thus appears understandable only starting from the identification of the iconic values and the founding essences, thanks to a non-deductive methodological approach, which sees the morphological analysis declined on the basis of an experience of recognition (of long duration), which (like the project) is scientific and “emotional” at the same time, developing in ways that, we are convinced, can certainly still be very useful for the studies on the city, even in a future projection.

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tutto (configurando quell’idea di “solidarietà urbana”, che identifica i sistemi morfologici più ampi e complessi). La descrizione permette di rivelare le potenzialità latenti nel luogo. Descrivendo si progetta e progettando si conosce la realtà. Ancora una volta, non vi possono essere scarti o priorità tra analisi e progetto: essi necessariamente convivono nel processo di conoscenza. Il descrivere architettonico comporta l’espressione di giudizi, riflette criticamente i valori di un sistema, contiene in sé i presupposti (anche soggettivi) per un cambiamento. Il riconoscimento della forma include il disvelamento delle sue regole, la conoscenza dei significati nascosti, chiarendone l’essenza e evidenziandone i valori. È così che le forme riconosciute divengono “presenze”. La riflessione strategica si sposta inevitabilmente sul suolo, dalla tipologia alla topologia, dove luogo e storia arrivano a coincidere. L’importanza del percorrere, viene tradotta da Samonà direttamente nella norma (o nella strategia) di Piano, coinvolgendo l’intero tessuto storico della città: è così che, congiuntamente alla perimetrazione dei contesti di intervento, gli elaborati introduttivi e riassuntivi delle strategie generali di piano contengono l’individuazione di una fitta trama di percorsi trasversali, atti ad incidere il tessuto urbano, rendendolo permeabile e “poroso”. Lo stesso De Carlo testimonia, in tal senso, come Samonà con il Piano Programma volesse proporre “un comportamento più che una soluzione o una norma” (De Carlo, 1994), e proprio la pedonalità capillare tra sistemi architettonici esprime con forza l’esigenza di diffondere centralità, grazie all’istituzione di una rete relazionale che rende il “solco” attraversabile e vivibile, connettendo polarità e tessuti. Per concludere, potremmo dire che, nel confronto con la città di Palermo, per Samonà, così come per una lunga schiera di prestigiose figure che, nel tempo, sono state determinanti nella formazione degli architetti palermitani (e non solo), siano state sempre, in prima istanza, l’architettura e la natura del contesto ad essere considerate unitamente principio e causa della città stessa. La lezione che viene offerta da città stratificate e complesse come Palermo, appare così comprensibile solo a partire dall’individuazione dei valori iconici e delle essenze fondative, grazie ad un approccio metodologico non deduttivo, che vede l’analisi morfologica declinarsi in ragione di un’esperienza di riconoscimento (di lunga durata), che (come il progetto) risulti scientifica ed “emozionale” al tempo stesso, sviluppandosi su modalità che, ne siamo convinti, possono risultare certamente ancora molto utili per gli studi sulla città anche in una proiezione futura.

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Note

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1 Interessante, in tal senso, è anche l’introduzione nelle schede di piano, da parte di Samonà, dei cosiddetti “fumetti”, didascalie esplicative e discorsive, relative alle modalità operative degli interventi da attuare. Riferimenti bibliografici_References

Ajroldi C. (a cura di) (2014) La ricerca sui centri storici. Giuseppe Samonà e il Piano Programma per Palermo, Aracne, Roma. Ajroldi C. (2014) La Sicilia i sogni e le città. Giuseppe Samonà e la ricerca in architettura, Il Poligrafo, Padova. Ajroldi C., Cannone F., De Simone F. (a cura di) (1994) Lettere su Palermo di Giuseppe Samonà e Giancarlo De Carlo, Officina, Roma. De Carlo G. (1994) “Nota del 13 aprile 1979”, in Ajroldi C., Cannone F., De Simone F. (a cura di) Lettere su Palermo di Giuseppe Samonà e Giancarlo De Carlo, Officina, Roma. De Carlo G. (1994) “Intervista”, in Ajroldi C., Cannone F., De Simone F. (a cura di) Lettere su Palermo di Giuseppe Samonà e Giancarlo De Carlo, Officina, Roma. Gangemi G. (a cura di) (1985) Piano Programma del Centro Storico di Palermo, Supplemento a Progettare, n. 1, Ed. Architettura & Territorio, Palermo. Pujia L. (a cura di) (2000) Rileggere Samonà, Roma TrE-Press, Roma. Rispoli F. (2007) “La ragione di Ulisse. Il colloquio tra Paci e Rogers”, in aut aut, n. 333, p. 58.

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Notes 1 In this sense, it is also interesting that Samonà introduces in the plan sheets the so-called “comics”, explanatory and discursive captions, relating to the operating methods of the interventions to be implemented.

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urbanform and design Forma urbana tra discontinuità e distanza

U+D Urban form between discontinuity and distance

Dipartimento di Architettura, Università degli Studi di Napoli “Federico II” E-mail: antonello.russo@unina.it

Se è vero che l’idea di città testimonia il pensiero più alto della cultura di un popolo, il luogo di confluenza tra natura e artificio, la “cosa umana per eccellenza” così come usava indicare Claude Lévi-Strauss, argomentare sulla sua forma costituisce un dato essenziale per articolare un pensiero sulla composizione della sua struttura. Pur distinto come soggetto, il termine città riesce ormai a fatica, da solo, a tratteggiare i modi, i tempi e le dimensioni di un’aggregazione organizzata di relazioni e servizi destinati all’abitare urbano. In ogni narrazione, infatti, si susseguono associazioni plurime con attributi dimensionali finalizzati a dare un’idea della sua grandezza. Città piccole, medie, grandi, e poi ancora metropoli, megalopoli, fino a proporre, nell’infinita dimensione, il termine città geografica per le estensioni che non prevedono limiti. Alla difficoltà di nominarla si aggiunge la necessità di descriverla per poterne decifrare i dati cognitivi della sua struttura: consolidata, compatta, diffusa, esplosa, generica, sono solo alcuni degli aggettivi ai quali il termine città si associa per la definizione di altrettanto diverse posizioni teoriche. Con la convinzione che solo aderendo a una teoria ampia e generale sulla composizione della sua struttura è possibile procedere alla manipolazione delle sue parti, anche le più minute, il saggio tende ad elaborare un pensiero su un’idea di forma dell’organismo urbano finalizzata a comporre grammatiche insediative per la definizione di opportune sintassi proiettate all’attribuzione di identità alle aree periurbane. Attingendo a riferimenti che già hanno espresso posizioni sull’argomento, è percorsa, lungo il testo, l’aderenza a un’idea di densificazione connessa all’ampliamento e al completamento di brani di costruito esistenti per dare esito all’aggregazione, sui resti di paesaggio originario rimanenti, di isole identificabili come porzioni concluse dell’urbano. All’orizzonte, l’idea di un arcipelago di insediamenti di piccola e media dimensione definisce la sintesi operativa di una dialettica tra aggregazioni urbane e spazi di natura intesi come elementi paritari e distinti di una composizione. L’obiettivo di fondo rimanda, dunque, alla proposizione di una forma urbis tesa a delineare nella discontinuità e nella distanza i dati necessari alla determinazione di una proficua tensione tra i soggetti di una composizione tale da rendere inamovibili gli elementi che sottendono a un equilibrio.

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Abstract With the belief that only by adhering to a wide and general theory on the composition of its structure, it is possible to proceed to the manipulation of even the most minute of its parts, the essay tends to develop a thought on the idea of the shape of the urban organism aimed at composing a settlement grammar to define a suitable syntax that is then projected to assign an identity to the peri-urban areas. Drawing on references that have already expressed a stance on the matter, to be found throughout the text is the endorsement of an idea of densification linked to the expansion and completion of existing manufactured fragments to yield clusters on the remains of what is left of the original landscape, the islands identifiable as concluded portions of the urban setting. On the horizon, the idea of an archipelago of settlements of small and medium size defines the operational synthesis of dialectic between urban clusters and natural spaces understood as equal and distinct elements of a composition. The underlying objective therefore refers to the proposition of a forma urbis aimed at delineating, within discontinuity and in the distance, the information necessary to determine a fruitful tension among the subjects of a composition such as to render immovable the elements that underlie a balance.

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Keywords: City, Island, Neighborhood, Density, Open space

DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.009

_____ The city of the Modern Starting from the prototype of la maison domino, proposed by Le Corbusier in 1914, the Modern ideal reveals a clear connection between the shape of the city and the features of the construction of its products, for which the static and structural matrix, organised through the use in series of the three-dimensional frame, immediately finds references in the walled box identified as a neutral site for the repetition, on the inside, of the living cell. In this framework, the perception is introduced of ample opportunity of growth of the consolidated nuclei with a connection to outer areas urbanization which outlines in the construction of suburbs its aesthetic content typical of the modern city. Aimed at investigating the data of a theme in progress, the avant-garde expectations of the early Twentieth Century recognize the specificities of the individual elements of the composition. The

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La città del Moderno A partire dal prototipo de la maison domino, proposto da Le Corbusier nel 1914, l’ideale Moderno rivela un’evidente connessione tra la forma della città e i caratteri della costruzione dei suoi manufatti per i quali la matrice statico-strutturale, ordinata dall’uso in serie del telaio tridimensionale, trova immediati rimandi nella scatola muraria identificata come sede neutra per la reiterazione, al suo interno, della cellula abitativa. Si innesta, in tale quadro, la percezione delle ampie possibilità di crescita dei nuclei consolidati connesso all’inurbamento delle aree esterne che delinea nella costruzione delle periferie i contenuti estetici propri della città moderna. Orientate a indagare i dati di un tema in divenire, le prefigurazioni avanguardistiche dei primi decenni del Novecento riconoscono le specificità dei singoli elementi della composizione. | Antonello Russo | ISSN 2612-3754 (print) ISSN 2384-9207 (online)_n.16-2021

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evolution of what Antonio Sant’Elia described as The New City in the early Twentieth Century, the vision outlined by Ludwig Hilberseimer in his Groszstadt Architektur of 1927 comprises a layered universe for The Architecture of the Great City in which places intended as dwellings, spaces for production and work, mobility infrastructure and areas for leisure, distinguish a stratification of layers recognizable both in the blueprints for their shape and languages, and altimetrically, as placed at different heights to mark a difference of functions and uses. In the same year Le Corbusier – in his studies for The Ville Contemporaine of 1922, the prospects of the cruciform towers of the Plan Voisin for the centre of Paris in 1925, in the plans for La Ville Radieuse of 1930 – revisits the same concepts expanding the size of the foundation for the composition of a green infinite parterre in which tall buildings loom, regulated by high construction indexes, useful to concentrate the residents in dwelling units recognizable at a great distance. There follows an urban model that reinterprets the city as orderly arrangement of parts organized on the actions of living, working, moving around and having fun, summarized in the idea of a functional city arranged in the 95 propositions of the Athens Charter, coined during the 4th of the Congrès Internationaux d’Architecture Moderne in 1933, printed in 1943 and reprinted in 1957. Such provisions sketch out an idea of the city characterized by the juxtaposition of independent areas intended to come on and switch off individually in accordance with the affairs of the residents. Consequently the avant-garde thought supports a paratactic arrangement of the functions and areas dedicated to them where urban facts, recognizable in the civil buildings, are interspersed with ordinary residential areas for the composition of a fabric arranged on the balance of shapes. Such a wealth of ideas and predictions was brought to the attention of theorists and experts after World War II when the phases of the European reconstruction led to reflect on the composition of the idea of city to be realized on site and quickly due to the pressing and much hoped recovery. Characterized by the awareness that the emergence of the idea of a unitary, completed and recognizable city, can contribute to improved living conditions of its inhabitants, the collective living theme in the suburbs sees in the organization of the neighbourhood the identity foundation aimed at freeing the fabric of the outer areas from the awkward position of anonymous extension of a core. In other words, the arrangement of the autonomous central areas is consolidated, no longer linked to the formal and dimensional nature of individual buildings, but rather the determination of a more cogent search for a city effect referring to an extended fabric on one hand but contained in clear-cut margins and recognizable in its spatial characteristics on the other.

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Fig. 1 - Laura Thermes con Paola Albanese, Fabrizio Ciappina, Alessandro De Luca, Francesco Messina, Antonello Russo, Gaetano Scarcella, Progetto della nuova città di Ling Gang presso Tianjin, China. Consultazione ad inviti “L’Architettura Italiana per la Città Cinese” (promossa da Accademia Nazionale di San Luca per EXPO Universale Shanghai, 2010). Laura Thermes with Paola Albanese, Fabrizio Ciappina, Alessandro De Luca, Francesco Messina, Antonello Russo, Gaetano Scarcella, Project of the new city of Ling Gang near Tianjin, China. Consultation by invitation “Italian Architecture for the Chinese City” (sponsored by the National Academy of San Luca for the Universal Expo, Shanghai 2010).

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Evoluzione di quella che Antonio Sant’Elia tratteggiava come La Città Nuova nei primi anni del Novecento, la visione di Ludwig Hilberseimer delineata nel suo Groszstadt Architektur del 1927 compone un universo stratificato per L’Architettura della Grande Città nella quale luoghi destinati al risiedere, spazi per la produzione e il lavoro, infrastrutture per la mobilità e zone per il tempo libero distinguono una stratificazione di layer riconoscibili sia planimetricamente, per forma e linguaggi, che altimetricamente, in quanto posti a quote diverse per marcare una differenza di funzioni e usi. Negli stessi anni Le Corbusier – nei suoi studi per La Ville Contemporaine del 1922, nelle prospettive delle torri cruciformi del Plan Voisin per il centro di Parigi del 1925, nelle figurazioni per La Ville Radieuse del 1930 – ribadisce gli stessi concetti ampliando la dimensione fondiaria per la composizione di un infinito parterre verde nel quale si stagliano edifici alti normati da elevati indici di costruzione e limitati rapporti di copertura utili a concentrare gli abitanti in unità d’abitazione riconoscibili a grande distanza. Ne discende un modello urbano che rilegge la città come disposizione ordinata di parti organizzate sulle azioni dell’abitare, lavorare, circolare e divertirsi, sintetizzate nell’idea di una Città funzionale disposta nelle 95 proposizioni della Carta di Atene, coniata nel 4° dei Congrès Internationaux d’Architecture Moderne del 1933, stampata nel 1943 e ripubblicata nel 1957. È profilata in tali disposizioni un’idea di città caratterizzata dalla giustapposizione di zone autonome destinate ad accendersi e spegnersi singolarmente secondo le occupazioni degli abitanti. Ne consegue un’aderenza del pensiero avanguardista ad una disposizione paratattica delle funzioni e delle aree ad esse dedicate dove i fatti urbani, riconoscibili negli edifici civili, si alternano ad aree residenziali dal tono medio per la composizione di un tessuto organizzato su un equilibrio di forme. Tale bagaglio di idee e prefigurazioni è posto

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The Italian experimentation In Italy, the reconstruction carried out after World War II outlined in the directives of the INACASA Plan, running from 1949 to 1963, the proposal of an urban model made up of distinct areas characterized by the presence of infrastructure, services and dwellings, spatially organized in enclosed settlements, split on planimetric systems mainly developed horizontally and measured by a succession of enclosed spaces hinged on visual focus often suggested by the orography and landscape. Distinguished by a diversification of the types, by variable sizing of the housing modules, the use of public spaces

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all’attenzione dei teorici e dei tecnici nel secondo dopoguerra quando in Europa le fasi della ricostruzione impongono una riflessione sulla composizione di un’idea di città da realizzare sul campo e velocemente in seno all’impellenza di un’auspicata ripartenza. Caratterizzato dalla consapevolezza che l’affermarsi di un’idea di città unitaria, conclusa e riconoscibile, possa contribuire ad un miglioramento delle condizioni di vita dei suoi abitanti, il tema dell’abitare collettivo nelle periferie afferma nell’organizzazione del quartiere un caposaldo identitario finalizzato a smarcare il tessuto delle aree esterne dalla scomoda posizione di anonima estensione di un nucleo. Si consolida, cioè, la disposizione sul territorio di centralità autonome non più riconducibili alla natura formale e dimensionale di singoli edifici ma, piuttosto, alla determinazione di una più articolata ricerca di un effetto città riferita ad un tessuto esteso ma contenuto in precisi margini e riconoscibile nelle sue caratteristiche spaziali. La sperimentazione italiana

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In Italia la stagione della ricostruzione operata nel secondo dopoguerra delineò nelle direttive del Piano INACASA, operativo dal 1949 al 1963, la proposizione di un modello urbano composto da nuclei distinti caratterizzati dalla compresenza di infrastrutture, servizi e residenze, spazialmente organizzati in insediamenti contenuti, articolati su impianti planimetrici dal prevalente sviluppo orizzontale, misurati dalla concatenazione di internità incentrate su fuochi visivi spesso suggeriti dall’orografia e dal paesaggio. Distinta da una diversificazione dei tipi, da un dimensionamento variabile dei tagli abitativi, dall’utilizzo di spazi pubblici di media dimensione configurati come stanze della socialità disposte a favore delle unità di vicinato, l’idea di quartiere e con essa di periferia si carica, nei primi anni del secondo dopoguerra, di un’accezione positiva tesa a riverberare nella città le speranze di riscatto di un’intera generazione. Ne è discesa una stagione unica, probabilmente irripetibile, densa di connessioni sinergiche tra politica, istituzioni, accademia e professione, volte a individuare nell’attitudine cognitiva del progetto urbano, nell’interpretazione dei luoghi con ipotesi insediative ad hoc non ripetibili, un valore aggiunto utile alla mediazione tra problemi sociali di scala nazionale – l’immigrazione interna, il fabbisogno di abitazioni, la disoccupazione – e la ricerca di un’identità della forma della città moderna italiana. Sarà proprio una ricerca sulla variazione – dei tipi, dei linguaggi e dello spazio pubblico tra le case – a testimoniare il dato più rilevante nella composizione di un programma comune. Convergenze e distinzioni tra idee insediative e caratteri linguistici si instaureranno, infatti, in progetti realizzati parallelamente. Dal Tiburtino a Roma (1950-1955) – i cui principi insediativi di Ludovico Quaroni furono declinati da Mario Ridolfi nella progettazione di edifici ripetutamente snodati, nelle dilatazioni e nelle compressioni spaziali degli spazi aperti pubblici, nelle volumetrie da borgo rurale, nei tetti, negli abbaini, nei terrazzini che caratterizzeranno un linguaggio che presto sarà rappresentato nel dipinto neorealista del cinema italiano degli anni Sessanta – ai rapporti tra le volumetrie esatte dei grattacieli orizzontali del quartiere Harar a Milano (1951-55) – nel quale Luigi Figini, Gino Pollini e Giò Ponti esprimono una lezione italiana sulla messa in forma di un articolato rapporto tra case alte disposte a turbina e addensamenti di case basse – o, qualche anno più tardi, nelle evoluzioni curvilinee di Luigi Moretti per il Villaggio Olimpico (1957-60) e, ancora, per Le Case Incis di Decima (1960-66) a Roma, identificabili, pur nelle loro diversità, come parti elementari di città caratterizzate dalla composizione di insediamenti autonomi e circoscritti immersi in ampie aree verdi. Si innesta in tale quadro operativo, sul finire degli anni Cinquanta, una stagione che distingue due visioni diverse e opposte sintetizzabili nel radicamento tipologico e formale del progetto Estuario I di Saverio Muratori per Le Barene di Giuliano nell’area di Venezia-Mestre del 1959 a cui si contrappone, nella stessa competizione, il grande segno unificante disposto in circolo da Ludovico Quaroni con il quale sono anticipate le premesse sul tema delle megastrutture e l’architettura della grande dimensione. Sul solco di tale dicotomia seguiranno, nei decenni

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configured to be rooms for sociality arranged for the neighbourhood units, the idea of district and with it of suburbs, takes on, in the early years after World War II, the positive sense intended to reverberate in the city the redemption hopes of an entire generation. Thus follows a unique season, probably unrepeatable, full of synergistic connections between politics, institutions, academia, and professions, aimed at identifying in the cognitive attitude of the urban project, in the interpretation of the places with ad hoc unique settlement potentials, an added value useful to mediate between the social problems at a national scale – internal immigration, housing needs, unemployment – and the search for an identity of the Italian modern form of the city. It will be this search on change – of the types, languages, and public space between houses – to be the witness of the most significant figure in the composition of a joint programme. Similarities and differences between settlement and language character ideas will be established, in fact, in parallel projects. From the Tiburtino in Rome (1950-1955) – where the settlement principles of Ludovico Quaroni were further developed by Mario Ridolfi through the design of buildings repetitively articulated, through the space compression of public open spaces, the volumetry typical of rural villages, the roofs, attics, terraces that characterize a language that will soon be represented in the neo-realist painting of 1960s Italian cinema – to the relations between the exact volumetries of horizontal skyscrapers in the Harar area of Milan (1951-55) – in which Luigi Figini, Gino Pollini, and Gio Ponti express an Italian lesson on putting into shape of a complex relationship between high rise buildings arranged like a turbine and clusters of low-rise houses – or, a few years on, in the curvilinear evolution of Luigi Moretti’s Olympic Village (1957-60) and Le Case Incis X (1960-66) in Rome, as basic parts of the city characterized by the presence of independent reservoirs surrounded by large green areas. In this operational framework, towards the late Fifties, a new season appears, distinguishing two different and contrasting visions that can be summarized in the typological and formal roots or the Estuary I project by Saverio Muratori for The Barene di San Giuliano in the Venice-Mestre area of 1959 which was set against, within the same competition, the great unifying mark, placed in a circle by Ludovico Quaroni who anticipated the premises on the issue of mega-structures and architecture of large size. On the wake of this dichotomy, intensive experiences on the city will follow in the subsequent decades, interpreters of the Compact Island by Adalberto Libera in the Horizontal Unit at Tuscolano (1950-54), adapted and remeasured by Giancarlo De Carlo in the Villaggio Matteotti in Terni (1969-75), by Vittorio Gregotti in the Zen in Palermo (1969-90), and by Gino Valle in the IACP Complex on the Giudecca in Venice (1984-1986). The horizontal nature of such systems counters the self-referential character of the single sign proposed in the materialization of the level curve realized in the Biscione at Forte Quezzi by Luigi Carlo Daneri and Eugenio Fuselli in Genoa (195658), the dual language measurement outlined by Aldo Rossi and Carlo Aymonino in the Gallaratese in Milan (1969-74), the finality of the living dam of the Corviale by Mario Fiorentino in Rome (1973-1981), or, again, the geometric reference offered by the quadrilateral at Rozzol Melara by Carlo and Luciano Celli and Dario Tognon in Trieste (1968-82), the iteration of the complex Le Vele in Scampia by Franz Di Salvo (1968-74),

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all interpreters of a research aimed at formalizing the answers to the indistinct advancement of the urban sprawl through the composition of visible outposts of the proletariat placed on the outskirts of a shapeless extension of the city. Comparable to sign posts of an indistinct multitude of anonymous buildings across the country, these examples define, both in their intensive dimension and in their isolated concentration, the outcome of a reflection in some cases too advanced compared with the times of their own completion, for which, after several decades, a non-partisan debate become urgent, with the aim of investigating the reasons of the results and the actual causes that ratify the current status for bringing an update of the relationship between building type and urban morphology within the new habits of the residents. In the last decades of the Twentieth Century, the gradual withdrawal of public authority on the subject of housing, will formalize in the private sphere the only space for expression for the project with inevitable consequences for the research on the topic, completely swallowed up by a speculative tendency obviously not intended for avant-garde experimentation. This resulted, in Italy, in experience crashing, with a consequent delay on the housing theme inclined to define, at the current time, an aggressive return of social housing policies, seen as a first derivative of a reflection on the design of the city for the implementation of urban programmes of integration and/or regeneration of large swathes of urban fabric.

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successivi, le esperienze sulla città intensiva, interpreti dell’isola compatta di Adalberto Libera nell’Unità Orizzontale al Tuscolano (1950-54), riproposte da Giancarlo De Carlo nel Villaggio Matteotti a Terni (1969-75), da Vittorio Gregotti nello Zen a Palermo (1969-90), da Gino Valle nel Complesso IACP alla Giudecca a Venezia (1984-1986), ai quali fa da contrappunto l’autoreferenzialità del segno unico proposto nella materializzazione della curva di livello realizzata nel biscione di Forte Quezzi di Luigi Carlo Daneri e Eugenio Fuselli a Genova (1956-58), la duale misurazione linguistica tracciata da Aldo Rossi e Carlo Aymonino nel Gallaratese a Milano (1969-74), la perentorietà della diga abitata del Corviale di Mario Fiorentino a Roma (1973-1981), o, ancora, il riferimento geometrico disposto dal quadrilatero di Rozzol Melara di Carlo e Luciano Celli e Dario Tognon a Trieste (1968-82), l’iterazione del complesso le Vele a Scampia di Franz Di Salvo (1968-74). Interpreti di una ricerca tesa a formalizzare risposte all’avanzamento indistinto dello sprawl urbano attraverso la composizione di visibili avamposti del proletariato posti ad argine di una estensione della città priva di forma, tali esempi definiscono, sia nella loro dimensione intensiva che nella concentrazione isolata, l’esito di una riflessione in alcuni casi troppo avanti rispetto ai tempi della loro stessa realizzazione per la quale si mostra urgente, a distanza di più decenni, un dibattito non fazioso teso a indagare i motivi degli esiti e delle effettive cause che decretano lo stato corrente per la proposizione di un aggiornamento del rapporto tra tipologia edilizia e morfologia urbana in seno alle nuove abitudini degli abitanti. Negli ultimi decenni del Novecento il progressivo disimpegno del potere pubblico sul tema della casa sancirà nel capitale privato l’unico spazio di espressione per il progetto con inevitabili ricadute per la ricerca sul tema totalmente fagocitata da una propensione speculativa ovviamente non preposta ad una sperimentazione d’avanguardia. Ne è scaturito, in Italia, un arresto dell’esperienza con un conseguente ritardo sul tema dell’abitare propenso a delineare, nel tempo corrente, un prepotente ritorno delle politiche di housing sociale come derivata prima di una riflessione sul progetto della forma della città per l’attuazione di programmi urbani di integrazione e/o di rigenerazione di ampi brani di tessuto. Prospettive nuove

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Sospesi tra misure di confinamento e distanziamento sociale, gli abitanti della città contemporanea hanno palesato, nell’attuale pandemia globale, le mancanze strutturali di un organismo urbano privo di limiti e di forma. L’edificazione infinita, tesa a saldare più centri in un’unica realtà insediata sembra, finalmente, essere posta in discussione. Pur nella consapevolezza che i tempi di evoluzione dell’organismo urbano travalicano le contingenze di un’emergenza, è possibile ribadire l’opportunità di una seria riflessione che riporti al centro gli studi disciplinari sulla morfologia urbana per la proposizione di modelli alternativi alla dimensione antropica diffusa che ha caratterizzato l’evoluzione della città del Novecento. Attraversata l’idea di una città per parti reiterata nel Moderno, superati anche i propositi additivi del modello policentrico, che assegnava ai nuclei satelliti funzioni comunque dipendenti da un centro consolidato, l’organismo urbano punta, nel tempo corrente, ad un’idea antigerarchica della sua estensione caratterizzata, nelle sue aree esterne, dall’instaurarsi di equilibri tensionali tra nuclei finiti di contenuta dimensione dotati, ciascuno, di autonome identità. La recente emergenza ha riconsegnato un’inaspettata centralità dei nuclei minori a scapito delle grandi concentrazioni urbane. Se al tema dei borghi storici è ascrivibile un’idea di patrimonio acclarata e condivisa, poco esplorati risultano, invece, gli agglomerati urbani caratterizzanti la scala del quartiere identificati, nel linguaggio comune, semplicisticamente, come indistinta periferia priva di punti di eccellenza e d’interesse. L’attuale ribaltamento di centralità, nel delineare un’energia centrifuga che dal centro muove inedite prospettive per le aree esterne, propone un nuovo orizzonte visionario propizio per l’affinamento di opportune grammatiche insediative che, a fronte dell’estensione e della dispersione della metropoli indica, per

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New perspectives Suspended between measures confinement and social distancing, the inhabitants of modern cities have revealed, in the current global pandemic, the structural deficiencies of the urban body without limits and shape. Incessant construction, aiming at joining numerous towns into a single settlement finally seems to be questioned even in the current debate. In spite of an awareness that the evolution spells of the urban organism transcend the circumstances of an emergency, it is possible to emphasize the opportunity for a significant reflection that puts the focus back on the disciplinary studies on urban morphology for bringing alternative models to the widespread anthropic dimension that has characterized the evolution of Twentieth-Century cities. Beyond the idea of a city by parts perpetuated in the Modern, along with the additional resolutions of a polycentric model which assigned to the satellite cores functions that depended on the consolidated centre, the urban body currently aims to an anti hierarchical idea of its extension, characterized, in outdoor areas, by the onset of a tensional balance between the medium-sized cores, each having independent identities. The recent emergency has returned an unexpected centrality of smaller nuclei at the expense of large urban concentrations. If the theme of historic towns is ascribable to the ascertained and unanimous idea of heritage, urban built-up areas are conversely less examined as they feature the scale of the neighbourhood, in common parlance, simplistically as indistinct outskirts without areas of excellence and interest. The current upending of centrality, in outlining a centrifugal energy that moves novel perspectives from the centre for the outer areas, proposes a new visionary horizon conducive to the refinement of timely settlement grammars that, as a result of the extension and dispersion of the metropolis indicates, on the contrary, the operating conditions for the definition of a new balance between autonomous density

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opposto, nella concentrazione e nella discontinuità del costruito dei centri, nella definizione di un limite esatto agli insediamenti, nella misurazione di una distanza tra parti distinte, i presupposti operativi per la definizione di nuovi equilibri tra autonome densità sospese tra la complementarietà e la competizione. In tale quadro la proposizione di un’idea di forma dell’organismo urbano riconsegna nell’arcipelago composto da isole insediative concluse e stabili un logo sintetico di una visione urbana finalizzata alla messa a sistema di convergenze multiple tra identità contermini. Interpretazione critica delle recenti analisi sulla città diffusa suggerite da Francesco Indovina, attualizzazione pratica degli studi sulla Città in Estensione di Giuseppe Samonà e delle indagini sulla City in the City di Oswald Mathias Ungers degli anni Settanta, delle ricerche sulle Zolle Urbane di Salvatore Bisogni degli anni Duemila, del tracciato regolatore concluso di VE.MA., proposto da Franco Purini alla Biennale di Venezia del 2006, l’evoluzione della forma degli insediamenti urbani in tale direzione delinea la messa a sistema di una materialità densa, compatta, identificabile come luogo eletto di fitte relazioni tra isole insediative le quali, come energie polarizzanti dello stesso segno, tengono, tra loro, tese e costanti le distanze per la configurazione di un nuovo, ideale, Campo Marzio insediativo. Teorizzati, negli anni Ottanta, nelle ricerche sul progetto di suolo di Bernardo Secchi e nelle indagini sul paesaggio antropogeografico di Vittorio Gregotti, i caratteri della forma della Terra dispongono, sul campo, un modello caratterizzato da una prevalenza di spazi aperti di natura utili alla materializzazione sul territorio agricolo di improvvise coagulazioni di tessuto determinate dalla densificazione e dal completamento dei grumi/quartieri esistenti. Alternativa ai propositi decontestualizzanti delle teorie sulla città generica, antitetica all’affastellamento di forme del junk space postmoderno, tale prospettiva delinea nel vuoto, nel negativo verde tra gli insediamenti, nella distanza tra agglomerazioni distinte, un intervallo non residuale ma, piuttosto, necessario a riconoscere i caratteri fisici della natura ospitante e il valore civile della città come paritari interlocutori di una dialettica alta. In Italia, in particolare, tale quadro operativo riconsegna ampi spazi d’indagine a partire dallo studio dei quartieri della grande ricostruzione del secondo Novecento. Tali addensamenti, in più casi relegati ad un oblio/condanna senza appello, si propongono, nel tempo corrente, come importanti potenzialità in attesa di opportuni studi finalizzati a possibili rivisitazioni, anche corpose, per necessari completamenti, nuove addizioni di servizi, ampie e salutari demolizioni di ogni proliferazione priva di forma, come strategie finalizzate, tutte, alla definizione di isole insediative ad alta densità ma di contenuta dimensione. Tre fattori definiscono le priorità di intervento: la dimensione, relativa alla composizione di opportune economie di scala connesse all’accesso immediato di funzioni civili e rappresentative tese a determinare rapporti di complementarietà con le aggregazioni contermini; la connessione alla rete infrastrutturale sia fisica, per lo spostamento di merci e persone, che immateriale, in grado di attribuire ad ogni singola casa il ruolo di hub per l’accesso di ogni abitante alla rete globale; il conferimento di un’identità, connessa in particolare ad un’idea di forma dell’urbano in grado di attribuire, riconoscere, modificare un’immagine per ogni aggregazione – coincidente con lo skyline dei suoi edifici a grande distanza, mediante l’introduzione di nuovi landmark verticali posti a bilanciare l’andamento orizzontale delle costruzioni esistenti – e una figura data dalla perimetrazione di un assertivo calco mnemonico visibile in una lettura zenitale del territorio. Specifiche azioni rigenerative si propongono, in aggiunta, per interventi all’interno dei tessuti finalizzati a introdurre funzioni pubbliche in grado di registrare una proficua tensione tra l’identità dei fatti urbani e la conformità delle aree-residenza, tra la permanenza, disposta dalla iterazione di una misura riconoscibile, e l’evolversi di una controllata mutazione, distribuita da ampie variazioni tipologiche impresse ai singoli elementi della composizione. Caratterizzata da un inesorabile depauperamento dell’estetica della serie, l’età postindustriale delinea, infatti, nel controllo della variazione il dato da interpretare. Ne consegue la necessità di ordinare i caratteri insediativi del progetto a partire da una norma chiara, estesa e gerarchizzante, in grado, nella sua stessa struttura, di reggere all’affermarsi di autonomi

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suspended between complementarity and competition in the concentration and discontinuity of built-up areas of the city centres, in the definition of a limit exact to the settlements, in the measurement of a distance between distinct parts. In this context, the proposal of an idea of form of the urban organism gives back to the archipelago made up of dwelling islands, completed and stable, as a synthetic logo of an urban vision aimed at making multiple convergences a standard between neighbouring identities. Critical Interpretation of recent analyses on the Urban sprawl brought forward by Francesco Indovina, the practical actualization of the studies on the Extending City by Giuseppe Samonà, the surveys on the City within the City by Oswald Mathias Ungers in the Seventies, the research on Urban Plates by Salvatore Bisogni in the Twenty-first Century, the concluded planning scheme for VE.MA. (Verona and Mantua) proposed by Franco Purini at the Venice Biennale of 2006, the evolution of the shape of the urban settlements in this direction outlines the organisation of dense, compact materiality, identifiable as a place of close-knit relationships between the dwelling islands which, as polarizing energies of the same sign, hold, between them, the distances for the configuration of a new, ideal, Campo Marzio settlement taut and constant. Theorized, in the Eighties, in the searches on the Ground Project by Bernardo Secchi and investigations on anthropogeographic landscape by Vittorio Gregotti, the features of the shape of the Earth lay out, on the field, a model characterized by a predominance of natural open spaces useful in the materialization on agricultural land of sudden coagulations of fabric determined by the completion and densification of existing masses/ districts. Alternatively to purposes decontextualising theories on the generic city, contrary to the stacking of forms typical of post-modern junk space, this perspective outlines with in void, in the negative green between dwellings, in the distance between distinct agglomerations, not a residual range but, rather, essential to recognize the physical features of the surrounding nature and the civil value of the city such as equal interlocutors of a high dialectic. In Italy, in particular, this operational framework returns large areas for investigation based on the study of neighbourhoods of the great reconstruction of the latter 1900s. These accumulations, in more cases relegated to oblivion/ conviction, put themselves forward, at the current time, as major potential waiting for suitable studies aiming at possible interpretations, even substantial ones, for necessary completion, new service additions, large and healthy demolitions of each formless proliferation, such as strategies, all directed at the definition of high density settlement islands but of limited dimensions. Three factors define the priorities for action: dimensions, concerning the composition of apt economies of scale associated with immediate access of civil and representative functions designed to determine complementary relationships with the neighbouring clusters; the connection to the infrastructure network whether physical, for the movement of goods and people, and immaterial, able to attribute to each house’s the role of hub for every resident to be able to access the global network; the awarding of an identity, connected in particular to the idea of the urban form able to attribute, acknowledge and modify an image for each cluster – coinciding with the skyline of its buildings at a great distance, through the introduction of new vertical landmarks placed to balance the horizontal lines of the existing con-

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structions – and a figure – given with the delimitation of an assertive mnemonic mould, visible from the highest view of the territory. In addition, specific regenerative actions are intended for interventions within the fabrics directed at introducing public functions that can record a profitable tension between the identity of urban facts and the compliance of areas/residence between permanence, ordered by the iteration of a recognizable extent, and the evolution of a controlled mutation, distributed by large typological variations impressed to the individual elements of the composition. Characterized by an inexorable depletion of aesthetics of the series, the post-industrial age actually outlines the information to be interpreted within the control of the variation. Hence the need to arrange the settlement character of the project from a clear standard, extended and hierarchizing, capable, in its very structure, to withstand the emergence of formal independent values proposed by the introduction of subsequent interventions. Critical interpretation of research on clusters by Mies Van Der Rohe and Ludwig Hilberseimer in the Thirties, theme-based studies on the Low Rise High Density theories that characterized the debate on urban planning in the Sixties and the American accomplishments of Louis Sauer in Philadelphia in the second half of the Twentieth Century, the fabric of each island underlies the principle of aggregation of elementary units identified as generating cells recognized as the basis, foundation, support of a multiscale idea which, from the room, a sheltered and personal space of the individual, leads to the urban as a place for relationships. In this context, the search for density is supported by a rigid measuring plan to which large rarefactions counter to compose an obvious porous consistency of the urban setting where it will be the void that will unfold the times, the manner, the breaks of a trip. As in Eighteenth Century Rome, sketched by Giambattista Nolli, the connection in sequence between alveolar void outlines, in the pedestrian crossing, in the informal meeting, in the enjoyment of the urban scale, the habits of a civil living dimension which takes back to the centre the issues connected to urban proximity and neighbourhood units as conditions for the maintenance and regeneration of large portions of the built environment. There follows an inescapable centrality of the open space. This, in its progressive declinations – public, semi-public, private – outlines the intervals, the measurement, the hierarchies and the characters of the whole intervention. Instrumental to control the effective aesthetics of change, squares, streets, gardens and patios, but also natural spaces, parks, lay-bys, plazas, gardens, courtyards, parking lots, interstitial places, place in sequence the nomenclature of a typological list of outdoor areas identified as places dedicated to collective appropriation rites. In a union of opposites, spatial reservoirs alternate compressions and expansions such as to acknowledge a continuous variation of the urban space. Ruled by the search for a consequentialism between theoretical dimension and practical application, shaping sense and the figure of a visionary horizon centred on the discontinuity between concluded and distinct parts, outlines operational and methodological directions also for the regeneration of fabric within places of consolidated nuclei in which the surgical introduction of unexpected expansions of the reservoir available to the public arranges the hoped appropriation alternating between density and rarefaction, in the measurement of the void.

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valori formali proposti dall’introduzione di interventi successivi. Interpretazione critica delle ricerche sulle aggregazioni di Mies Van Der Rohe e Ludwig Hilberseimer degli anni Trenta, approfondimento tematico delle teorie Low Rise High Density che caratterizzarono il dibattito sulla pianificazione urbana degli anni Sessanta, il tessuto di ogni isola sottende al principio aggregativo di unità elementari identificate come cellule generatrici riconosciute come base, fondamento, supporto di un’idea multiscalare che dalla camera, spazio raccolto e intimo dell’individuo conduce alla casa e, dunque, all’urbano, come luogo delle relazioni. In tale quadro la ricerca di densità è sostenuta da un tracciato misuratore rigido a cui fanno da contrappunto ampie rarefazioni per la composizione di un’evidente consistenza porosa delle aggregazioni dove sarà la misura dello spazio aperto a declinare i tempi, i modi, le pause di una percorrenza. Come nella Roma settecentesca tratteggiata nella pianta di Giambattista Nolli, la connessione in sequenza tra vuoti alveolari delinea nell’attraversamento pedonale, nell’incontro informale, nella fruizione dell’arte a scala urbana, le consuetudini di una dimensione civile dell’abitare che riporta al centro temi connessi alla prossimità urbana e alle unità di vicinato come presupposti per il mantenimento e la cura di ampie porzioni di edificato. Ne consegue una immanente centralità dello spazio aperto. Esso, nelle sue progressive declinazioni – pubblico, semipubblico, privato – delinea gli intervalli, la misura, le gerarchie e i caratteri dell’intero intervento. Strumentali al controllo di un’efficace estetica della variazione le piazze, le strade, i giardini e i patii, ma anche gli spazi di natura, i parchi, gli slarghi, i piazzali, i giardini, i cortili, i parcheggi, i luoghi interstiziali, dispongono in sequenza le nomenclature di un elenco tipologico di esterni identificati come luoghi deputati ai riti di appropriazione collettiva. In un connubio tra opposti gli invasi spaziali alternano compressioni e dilatazioni tali da riconoscere una variazione continua dello spazio urbano. Governata dalla ricerca di una conseguenzialità tra dimensione teorica e applicazione pratica, la messa in forma del senso e della figura di un orizzonte visionario incentrato sulla discontinuità tra parti concluse e distinte delinea indicazioni operative e metodologiche anche per la rigenerazione dei tessuti posti all’interno dei nuclei consolidati nei quali l’introduzione chirurgica di inaspettate dilatazioni dell’invaso a percorrenza pubblica dispone nell’alternanza tra densità e rarefazione, nella misurazione del vuoto, i dati di un’auspicata appropriazione.

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Bisogni S. (a cura di) ( 2011) Ricerche di architettura. La zolla nella dispersione delle aree metropolitane, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli. Moccia C. (2015) Realismo e astrazione e altri scritti, Aión, Firenze. Neri R. (2014) “Luoghi dell’abitare”, in Neri R. (a cura di) La parte elementare della città. Progetti per Scalo Farini a Milano, LetteraVentidue, Siracusa. Purini F. (2011) “Tra parte e frammento”, in Bisogni S. (a cura di) Ricerche di architettura. La zolla nella dispersione delle aree metropolitane, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli. Ungers O.M. (1978) “La città nella città”, in Lotus, n. 19, Electa, Milano.

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urbanform and design Territori-struttura come dispositivi

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Dipartimento di Architettura Design e Urbanistica, Università degli Studi di Sassari E-mail: 1gianfranco.sanna@uniss.it, 2serreli@uniss.it

Dispositivi spaziali per il progetto Nella ricerca progettuale sperimentiamo un nuovo rapporto possibile tra piano e progetto attraverso un approccio che vede l’architettura e l’urbanistica come due punti di vista non separati per realizzare un nuovo disegno urbano della città. Come evidenziato da diversi progettisti (tra i tanti Vittorio Gregotti, Bernardo Secchi, Giancarlo De Carlo, Fernando Clemente) il piano può ancora essere considerato come elemento sostanziale del progetto di architettura e il progetto di architettura può essere considerato come condizione di verifica delle strategie urbanistiche. Il progetto dei territori urbani contemporanei accoglie la dimensione multiscalare che si sposta dal micro al macro e viceversa, evidenziando un tutto inseparabile. Come già dagli ’70 hanno sottolineato in particolare Giancarlo De Carlo e Fernando Clemente, il territorio si compone di dinamiche che agiscono contemporaneamente a molti livelli nelle cui configurazioni coesistono più scale: da quella dell’insieme a quella del dettaglio, che variano col variare dell’osservazione, in cui ogni parte assume le caratteristiche dell’intero, rendendosi anche nella sua particolarità omogenea al tutto. Le nostre riflessioni sulla forma urbana riprendono in modo specifico i contributi pubblicati negli stessi anni su Casabella, e in particolare quelli di Bernardo Secchi e Vittorio Gregotti sull’idea di modificazione che fanno proprie questioni quali la ricerca di qualità spaziale, l’uso dell’analisi morfologica, lo studio degli interstizi urbani come luoghi strategici per rigenerare la città. Richiamando questi approcci, attraverso un dispositivo progettuale, che nelle nostre ricerche abbiamo chiamato “territorio-struttura”, abbiamo elaborato scenari di progetto che propongono una ricucitura e riconnessione delle morfologie urbane attuali caratterizzate da processi di frammentazione e dalla perdita di significato delle loro matrici storico-ambientali. Ricomporre i frammenti della città è l’obiettivo della nostra azione progettuale sia attraverso il piano urbanistico sia attraverso le trasformazioni puntuali dell’architettura. La ricomposizione parte da un’attenzione prioritaria alla morfologia del territorio e alle sue dinamiche ecologiche, essa distingue le tracce della storia dei luoghi tra la molteplicità dei segni presenti. Lo strumento compositivo del piano urbanistico e l’organizzazione delle trasformazioni puntuali realizzano il territorio-struttura che prende forma nelle relazioni spaziali tra gli elementi della città e che riporta i frammenti a una morfologia dell’unità. Il territorio-struttura circoscrive i margini d’azione che ci consentono di disegnare nel piano configurazioni aperte in cui trovano spazio le nuove architetture della città. Gli elementi strutturanti alla grande scala sono il riferimento strategico per le modificazioni del tessuto urbano alla microscala e quindi le realizzazioni puntuali dell’architettura. Per questo il territoriostruttura rappresenta e traspone, attraverso una figura progettuale, le istanze del territorio e le molteplici aspettative che coinvolgono ogni processo decisionale sulle trasformazioni della città. Sono un esempio emblematico di questo approccio il piano di Torino di Gregotti e il piano per Siena di Secchi. In entrambi il piano urbanistico disegna nuove centralità della città. A Torino, come evidenziato da Francesco Moschi-

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Gianfranco Sanna1, Silvia Serreli2

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Abstract The authors’ interdisciplinary research investigates how a new urban design can generate new morphologies of the city, transforming marginal places into spaces of resistance and openness. Through the device of the territory-structure, they propose design hypotheses that pursue a dialogue between town planning and architecture. In the two case studies with different settlement density, the city of Oristano in Sardinia in the low settlement density area and the city of Tunis in the high population density area. The urban project creates new morphologies that enhance the public dimension of the city, placing fragile environmental spaces and structuring the urban form in relation to the dynamics of the environment and the historical settlement matrices of the places.

DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.010

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Keywords: Territory-Structure, Spatial Devices, Generative Morphologies, Urban Vulnerability

generativi della città

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Urban spatial devices for the project In our research we are experimenting with a new possible relationship between plan and project through an approach that sees architecture and town planning as two non-separate points of view to achieve a new urban design for the city. For this reason, as highlighted by several designers (among the many Gregotti, Secchi, De Carlo, Clemente) the urban plan can still be considered a substantial element of the architectural project, and the architectural project can be seen as a condition for verifying urban planning strategies. The design of contemporary urban territories meets the multi-scalar dimension that moves from the micro to the macro and vice versa, highlighting an inseparable whole. As Giancarlo De Carlo and Fernando Clemente (1974) emphasized as early as the 1970s, the territory is made up of dynamics acting simultaneously on the many levels in whose configurations several scales coexist: from that of the whole to that of the detail, varying with the change in observation, in which each part takes on the characteristics of the former, making itself homogeneous with the whole, even in its particularity. Our reflections on urban form specifically concentrate on some of the contributions published in the same period in Casabella, and in particular those of Bernardo Secchi and Vittorio Gregotti on the idea of modification, which highlight issues

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such as the search for spatial quality, the use of morphological analysis, the study of urban interstices as strategic places to regenerate the city. Adopting their approaches, in our research we implement a specific urban design device, called “territory-structure”. We have drawn up project scenarios that propose a reconstruction and reconnection of current urban morphologies characterized by processes of fragmentation and the loss of meaning of their historical-environmental matrices. The purpose of our design action is to reassemble the fragments of the city both through the urban plan as well as the specific transformations of architecture. The restructuring starts from a priority attention on territory morphology and its ecological dynamics, it distinguishes the traces of the place’s history from the multiplicity of the present. The compositional tool of the urban plan and the organization of the proposed transformations represents the territory-structure that takes shape in the spatial relations between the elements of the city and restores the fragments to a morphology of unity. The territory-structure restricts the margins of action that allow us to draw open configurations in the plan in which the new architectures of the city are placed. Structuring elements on a large scale are the strategic references for modifications of the urban texture on the micro scale and therefore the punctual realization of architecture. The territory structure represents and transposes the instances of the territory through this urban spatial device as well as the multiple expectations involved in the decision-making process on the city modifications. Emblematic examples of this approach are Gregotti’s plan for Turin and Secchi’s plan for Siena. In both, the urban plan designs new central points. In Turin, as describe by Francesco Moschini, the large-scale structural elements include the Spina centrale, the design of the parkway linking the ring roads, and the Po river park with its reconfiguration of the river banks. Secchi’s Siena plan redefines the roles and meanings of the city through a limited number of interventions guided by “directorial schemes” that modify the functioning of the entire urban layout. Gregotti’s structure scheme and Secchi’s directorial scheme are therefore the spatial figures of the plan that hold together the different architectural projects, maintaining a strong relationship between the general and the specific. Recognizing the rules and traces that have determined the shape of the territory and the urban evolution, the territory structure also moves in the same direction. Urban design through the territory structure becomes a fundamental part of the plan and architecture takes on an exploratory function. These permit the reinterpretation of the territory with different approach and the identification of the plan rules through open design solutions. The design of the territory-structure renders possible and eases the decision-making processes characterized by the multiplicity of subjects.

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Fig. 1 - Territorio-struttura per la città di Oristano. 1) Laguna di Santa giusta; 2) aree per la produzione del riso; 3) bordo lagunare in prossimità dell’area industriale; 4) corridoio ambientale del fiume Tirso; 5) centro urbano di Santa Giusta; 6) bordi urbani della città di Oristano coinvolti dal dispositivo spaziale del territorio struttura; 7) aree commerciali e industriali; 8) orti urbani storici perilagunari di Santa Giusta; 9) ambienti insediativi rururbani votati ad attività ludiche e all’equitazione; 10) ambiti caratterizzati dalla presenza di archeologie industriali. Territory-structure for the city of Oristano. 1) Santa Giusta lagoon; 2) the area for rice production; 3) the lagoon edge near the industrial area; 4) the environmental corridor of the Tirso river; 5) Santa Giusta urban centre; 6) the urban edges of the city of Oristano involved in the spatial device of the territory-structure; 7) the commercial and industrial areas; 8) the historical urban gardens of Santa Giusta; 9) the rural settlements for recreational activities and horse riding; 10) the areas characterized by the industrial archaeology.

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ni, sono elementi strutturanti della grande scala la Spina centrale, il disegno della parkway di raccordo tra le tangenziali, il parco del Po con la riconfigurazione delle sponde fluviali. Anche il piano di Siena di Secchi ridefinisce ruoli e significati della città attraverso un limitato numero di interventi guidato da schemi direttori che modificano il funzionamento dell’intero assetto urbano. Lo schema di struttura di Gregotti e lo schema direttore di Secchi sono per questo le figure spaziali del piano urbanistico che tengono insieme i diversi progetti di architettura, mantenendo una forte relazione tra il generale e il particolare. Riconoscendo le regole e le tracce che hanno determinato la forma del territorio e l’evoluzione urbana, anche il territorio-struttura si muove nella stessa direzione. Il progetto urbano attraverso il territorio-struttura diventa parte fondante del piano e l’architettura assume una funzione conoscitiva ed esplorativa. Questo consente di interpretare in modo diverso il territorio e di individuare le regole del piano attraverso soluzioni progettuali aperte che il disegno dei territori struttura rende disponibile in un contesto decisionale caratterizzato dalla molteplicità dei soggetti. Morfologie inedite per le città lagunari Alcune esperienze progettuali ci consentono di evidenziare, attraverso due contesti urbani molto differenti tra loro, come il disegno urbano possa generare inedite strutture della forma urbana, trasformando luoghi marginali in spazi di resistenza e di apertura. Da un lato la città di Oristano nei territori a bassa densità in Sardegna; dall’altra la città di Tunisi, con un’alta densità di popolazione.

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Unexpected morphologies for lagoon cities Two very different urban contexts allow us to highlight how urban design can reveal new structures of urban form, transforming marginal places into spaces of resistance and openness. On the one hand, the city of Oristano in the low-density territories of Sardinia; on the other, the city of Tunis, with a high population density. The first experience for the city of Oristano, on the west coast of Sardinia, is an inter-municipal

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Fig. 2 - Territorio-struttura per la città di Tunisi. 1) La laguna settentrionale di Sabkhet Ariana; 2) la laguna meridionale di Sabkhet Essijoumi; 3) il bordo lagunare interessato dai processi di trasformazione urbana; 4-5-6-7-10-11-12-13-14) ambienti insediativi perilagunari interessati dal dispositivo spaziale del territorio struttura; 8) La Medina; 9) ampliamento otto-novecentesco attuato durante il protettorato francese; 15) ambito urbano di Cartagine; 16) Area archeologica perimetrata dall’UNESCO. Territory-structure for the city of Tunis. The northern lagoon of Sabkhet Ariana; 2) the southern lagoon of Sabkhet Essijoumi; 3) the lagoon edge affected by the processes of urban transformation; 4-5-6-7-10-11-12-13-14) perilagunar settlement environments affected by the spatial device of the structure-territory; 8) the Medina; 9) the 19th century extension implemented during the French Protectorate; 15) the urban area of Carthage; 16) the archaeological site delimited by UNESCO.

La prima esperienza per la città di Oristano, nella costa occidentale della Sardegna, è un progetto urbano intercomunale finanziato nel 2017 dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri in seguito alla presentazione di un progetto elaborato dagli autori per il bando nazionale sul recupero delle periferie delle città capoluogo. Il progetto è attualmente in corso di realizzazione da parte del Comune di Oristano. La seconda esperienza fa parte di una attività di ricerca interdisciplinare promossa dal Laboratorio di ricerca LEAP del Dipartimento di Architettura Design e Urbanistica dell’Università di Sassari in collaborazione con la l’École Nationale d’Architecture et d’Urbanisme (ENAU) dell’Università di Cartagine e la Scuola Archeologica Italiana di Cartagine (SAIC). Nell’ambito della cooperazione culturale con l’Université de Carthage le ipotesi progettuali hanno l’obiettivo di rispondere a un appello internazionale promosso dall’Institut National du Patrimoine di Tunisi per la tutela del patrimonio archeologico del sito UNESCO di Cartagine, interessato dalle pressioni insediative e da progetti di trasformazione infrastrutturale che hanno frammentato l’area archeologica in quartieri non comunicanti. Questi territori urbani, Oristano e Tunisi, pur con differenti caratteri di densità insediativa, hanno realizzato percorsi evolutivi che hanno compromesso nel tempo le aree fragili costiere, generando importanti criticità sotto il profilo ambientale. Lo studio di questi contesti, effettuato attraverso attività di ricerca e di progettazione, offre la possibilità di evidenziare il significato delle morfologie urbane attuali, esito di tensioni, configurazioni e punti di vista differenti. La forza e la fragilità dei territori urbani indagati è la stretta relazione tra l’insediamento e i sistemi lagunari di grande rilevanza ecologica. Si tratta di riferimenti ambientali strategici che, nelle fasi di progettazione effettuate dagli

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urban project founded in 2017 by the Presidency of the Council of Ministers as the result of the national competition for proposals regarding suburban regeneration of capital cities. The project is currently being implemented by the Municipality of Oristano. The second experience is part of an interdisciplinary research activity promoted by the LEAP Research Laboratory of the Department of Architecture, Design and Urbanism of the University of Sassari in collaboration with the École Nationale d’Architecture et d’Urbanisme (ENAU) of the University of Carthage, and the Italian Archaeological School of Carthage (SAIC). As part of the cultural cooperation with the Université de Carthage, the project hypotheses aim to reply to an international request promoted by the Institut National du Patrimoine in Tunis for the protection of the archaeological heritage of the Carthage UNESCO site, affected by settlement pressures and infrastructural transformation projects that have fragmented the archaeological area into separate neighborhoods. These urban territories, Oristano and Tunisi, although with different characteristics of settlement density, have developed in a way that has compromised fragile coastal areas over time, generating significant environmental problems. The analysis of these contexts, carried out through research, design and planning activities, offers the possibility to underline the meaning of their current urban morphologies, which are the result of different tensions, configurations, and points of view. The strength and fragility of these urban areas investigated is the strong relationship between the settlement and the lagoon systems of considerable ecological importance. These are strategic environmental references which, in the design projects carried out by the authors, have been assumed as priority elements to implement a process of urban regeneration. In both cases the lagoon is therefore the generative element of new urban morphologies, despite being subjected to the pressures of settlement dynamics. In contrast to current planning and design devices that are based on predefined scales of analysis and standardized models (often derived from sectoral disciplinary approaches), we strive for a design device as an expression of a new urban order of cities. The territory-structure creates the possibility of recognizing and selecting the dynamics of a territory using the project as an “exploratory sensor”. Thus, without losing sight of the interdependencies between the spatial processes of water and the settlement principles that govern spatial organization. The territory-structures are projects that connect spaces and re-sources that can create interdependencies between ecological dynamics and settlements. Territorial vulnerabilities of the two cities are conceived as generative elements from which can be born new landscapes and new models for urban planning. These projects generate new spatial configurations through the selection of resources present in the territory: the adaptive design action builds new relationships starting from reality, it organizes the system of elements placed in the field by the environment and by history that resist the alternation of transformation processes. This spatial device encourages the relational evolution of urban and environmental fragments, reconfiguring them within a common project, participating in a single transformation movement. The Oristano territory-structure has addressed

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the issue of urban regeneration by extending the field of action from the periphery of the urban center to the wider rururban territory. In fact, the urban territory is composed of structural environmental elements (the river environment of the Tirso river and the Santa Giusta lagoon area) which extend the concept of the “city center” to include various strategic spaces in the territory. The territory-structure representation (fig. 1) is shaped in the areas affected by various phenomena of prophetization and degradation: derelict public areas or areas subject to continuous abandonment by inhabitants, areas that no longer have a role within the current urban organization, inaccessible spaces and areas subject to repeated flooding, vague interstitial spaces of land within both residual agricultural areas and current settlement lots. The spatial device designs generative spaces by incorporating representative elements of the territory (old villas, recent industrial archaeology, disused portions of the railway network and obsolete land awaiting new functions, etc.). The selection of these strategic components of the current urban morphology offers the possibility of a new urban design involving potential spaces still able to accept a regeneration process. The architectural transformations of the city are placed within these urban spaces (they are built through specific design competitions) although with different configurations, they need to create a connection with the general city shape. The sequence of public and private spaces designed by the territory-structure device has a significant compositive design pattern which can redirect the fragments and reconnect the relationships between the city and its environmental system. That is a possibility to create the conditions for the future evolution of the city. The second project experience focuses on the city of Tunis. The spatial device of the territory-structure selects the critical areas that can be part of a new urban project for the lagoon context of Lac de Tunis. Currently, the environmental dimension of the lake is considered a backdrop, a space that can still host new infrastructures. As can be seen from the images (fig. 2), Tunis reveals an urban growth where urbanization and the environment are entities that seem to have ignored each other over time and which today exhibit forms of conflict. Large infrastructural investments for residential purposes are the primary vehicle of urban transformation that privileges the sensitive areas of the lagoon. The evolution of the city towards areas subtracted from the lagoon has given rise to residual spaces where settlement forms have generated spatial imbalances and loss of pre-existing contents and meanings. The fragility of the urban environment is caused, in particular, by the settlement pressure on wetland ecosystems, but also on cultural resources that have been recognized as a UNESCO heritage site for more than 40 years. Urban and environmental risks also arise from the proliferation of solid pollution and the vulnerability of the territory to flooding. Moreover, external settlement patterns make contradictions and fragmentation visible, as well as implementing separative strategies between different social groups and creating the conditions for new expulsion forms of the city. The size and extension of the Tunisian metropolitan territory and the continuous saturation of spaces apparently without a function (for instance the edge of the lagoon is often identified as well as the archaeological areas of the city),

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autori, sono stati assunti come elementi prioritari per attuare un processo di rigenerazione urbana. In entrambe le città, la laguna è per questo l’elemento generativo di nuove morfologie urbane, nonostante sia sottoposta alle pressioni delle dinamiche insediative. In contrasto con gli attuali dispositivi di pianificazione e progettazione – che si impostano in entrambe le città su scale di analisi predefinite e si basano su modelli standardizzati (spesso provenienti da approcci disciplinari settoriali) – abbiamo sperimentato il dispositivo spaziale del territorio-struttura come espressione di un nuovo ordine urbano delle città. Esso offre la possibilità di riconoscere e selezionare aspetti peculiari del territorio utilizzando il progetto come sonda esplorativa, senza perdere di vista le interdipendenze tra processi spaziali dell’ambiente e i principi insediativi che presiedono l’organizzazione spaziale. I territori-struttura per Oristano e Tunisi sono concepiti quindi come progetti che mettono in connessione spazi e risorse che possono creare interdipendenze durature tra dinamiche ecologiche e spazi vita della città. Essi assumono le risorse vulnerabili presenti come elementi generativi da cui partire per progettare nuovi paesaggi e nuovi modelli di sviluppo urbano. Creano nuove configurazioni spaziali selezionando le risorse attive e latenti del territorio. L’azione progettuale del territorio-struttura per questo costruisce nuove relazioni a partire dalla realtà, organizza l’universo di elementi posti in campo dall’ambiente e dalla storia che resistono all’avvicendarsi dei processi di trasformazione. Questo dispositivo incoraggia l’evoluzione relazionale di frammenti urbani e ambientali, li riconfigura all’interno di un progetto comune, partecipando a un unico movimento di trasformazione. Il territorio-struttura di Oristano ha affrontato il tema della rigenerazione urbana estendendo il campo d’azione dalla periferia del centro urbano al territorio esteso rururbano. Il territorio urbano è composto infatti da elementi ambientali strutturali (l’ambiente fluviale del fiume Tirso e l’area lagunare di Santa Giusta) che estendono il concetto di “centro città” per includere diversi spazi strategici del territorio. La rappresentazione del territorio-struttura (fig. 1) prende forma nelle aree interessate da diversi fenomeni di periferizzazione e degrado: aree pubbliche abbandonate o soggette al continuo abbandono da parte degli abitanti, aree che non hanno più un ruolo all’interno dell’attuale organizzazione urbana, spazi inaccessibili e aree soggette a ripetuti allagamenti, spazi interstiziali all’interno sia delle aree agricole residue sia di aree residenziali. Il dispositivo spaziale disegna gli spazi generativi incorporando elementi rappresentativi del territorio (antiche ville, recenti archeologie industriali, porzioni in disuso della rete ferroviaria e terreni obsoleti in attesa di nuove funzioni, ecc.). La selezione di queste componenti strategiche della morfologia urbana attuale offre la possibilità di un nuovo disegno che coinvolge spazi potenziali ancora in grado di accogliere un processo di rigenerazione. Le nuove architetture della città sono localizzate in questi spazi (realizzate attraverso bandi di progettazione competitivi), e hanno l’obiettivo, pur nelle diverse configurazioni, di individuare le connessioni con la forma complessiva della città. La sequenza di spazi pubblici e privati disegnata dal dispositivo del territoriostruttura ha una significativa strategia compositiva e si pone come nuovo principio insediativo per riorientare i frammenti, per ricucire i rapporti tra la città e il suo sistema ambientale e porre le basi per l’evoluzione futura della città. La seconda esperienza progettuale si concentra sulla città di Tunisi. ll dispositivo spaziale del territorio-struttura seleziona nelle aree critiche nel contesto lagunare del Lac de Tunis gli elementi che possono far parte di un nuovo progetto urbano. Attualmente la dimensione ambientale del lago è considerata uno sfondo, uno spazio che può ancora ospitare nuove infrastrutture perseguendo un processo di saturazione continua degli spazi. Come emerge dalle immagini (fig. 2), Tunisi evidenzia una crescita dove l’urbanizzazione e l’ambiente sono entità che sembrano essersi ignorate reciprocamente nel tempo e che oggi mostrano le espressioni del conflitto. I grandi investimenti infrastrutturali a fini residenziali sono il veicolo primario della trasformazione che privilegia le aree sensibili della laguna. L’evoluzione della città verso le aree sottratte alla laguna ha dato origine a spazi residuali in cui

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le forme insediative hanno generato squilibri spaziali, perdita di contenuti e significati preesistenti. La fragilità dell’ambiente urbano deriva, in particolare, dalla pressione insediativa esercitata sugli ecosistemi delle zone umide ma anche sulle risorse culturali riconosciuto da oltre 40 anni come patrimonio UNESCO. Rischi urbani e ambientali derivano dalla proliferazione dell’inquinamento solido e dalla vulnerabilità del territorio alle alluvioni. Inoltre, modelli insediativi esterni rendono visibili le contraddizioni e le frammentazioni, oltre ad attuare strategie separative tra gruppi sociali differenti e a creare i presupposti per nuove forme di espulsione nella città. La dimensione e l’estensione del territorio metropolitano tunisino, e la continua saturazione di spazi apparentemente senza ruolo (in cui spesso riconosciamo le aree di margine della laguna, ma anche le aree archeologiche della città), pongono diverse questioni legate alla sopravvivenza del sistema ecologico e delle matrici storico-archeologiche della città. Il territorio-struttura rappresentato nella immagine inverte il rapporto figurasfondo, coinvolgendo e mettendo in primo piano ambienti vulnerabili: preesistenze storiche, suoli sottratti ai loro usi originari, aree dismesse. Nell’inversione dell’assetto attuale tra la figura (le infrastrutture della città) e lo sfondo (le componenti dell’ambiente e i luoghi della storia), il dispositivo progettuale cambia i connotati di alcuni luoghi rimasti ai margini e si pone l’obiettivo di favorire nuove modalità di percezione dei luoghi da parte degli abitanti. Il disegno del territorio-struttura indica possibili connessioni inedite tra le aree insediative preesistenti e le aree degenerate della laguna. Il progetto genera morfologie differenti, restituendo alla laguna i suoi spazi di appartenenza e sopravvivenza, definisce la laguna come centro ambientale dell’intero sistema urbano, un possibile scenario che può contribuire a orientare ogni futura azione di trasformazione che mira a mantenere la laguna come spazio pubblico urbano da difendere.

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Una prospettiva ambientale

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I contesti dei casi studio esaminati ci consentono di far emergere il dispositivo progettuale del territorio-struttura come frame aperto, uno spazio generativo di nuovi paesaggi urbani. Attraverso la rappresentazione di nuove morfologie urbane, il territorio-struttura rivela i meccanismi di relazione tra forma e contenuto della città. Il dispositivo intercetta le relazioni spaziali significative di un territorio che dipendono dalla necessità di dare risposte a problemi critici della realtà urbana: i rapporti conflittuali con l’ambiente, le tensioni delle comunità e dei diversi gruppi sociali, gli stili di vita e le politiche di governo, le logiche funzionali dei mercati globali che riducono la città in frammenti vulnerabili. La città per questo corre il rischio di esporre aree rilevanti sotto il profilo ambientale (come le lagune delle due città) o storico culturali (come il sito punico romano di Cartagine) al degrado e all’abbandono, a favore di grandi investimenti infrastrutturali, spesso non coerenti con le matrici insediative della città. Sulla base della nostra attività progettuale il disegno dei territori-struttura offre potenziali risposte, individuando, sia in contesti a bassa densità come Oristano sia nelle grandi città come Tunisi, i luoghi prioritari di intervento per progettare modificazioni che cercano la coerenza con l’ambiente e la storia dei contesti per superare approcci esclusivamente analitici e quantitativi dell’urbanistica e quelli oggettuali e a-contestuali di un certo modo di concepire l’architettura. In un’epoca in cui le modificazioni devono rispondere alla necessità di recuperare l’esistente, di ridurre il consumo di suolo, progetto urbano dovrebbe produrre nuove morfologie per strutturare, costruire, riassemblare in relazione a un determinato punto di vista, una visione, una strategia evolutiva per la città e il territorio. La capacità organizzativa del progetto, che è sia il suo fondamento che il suo obiettivo, recupera la perdita di rilevanza di elementi cruciali dei paesaggi urbani, realizza un insieme di relazioni spaziali tra elementi latenti, coinvolge ambiti che non sono solitamente coinvolti dal progetto urbano che si fon-

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An environmental perspective The contexts of the case studies we have examined allow us to bring out the design device of the territory-structure as an open frame, a generative space of new urban landscapes. Through the representation of new urban morphologies, the territory-structure reveals the relationship between form and content of the city. The device intercepts the significant spatial relations of a territory that depends on the need to provide answers to critical problems of the urban situation: the conflictual relations with the environment, the tensions of the communities and the different social groups, the lifestyles and the government policies, the functional logics of the global markets that reduce the city into vulnerable fragments. For the highlighted reason, the city is facing the risk of exposing environmentally relevant areas (such as the lagoons of the two afore mentioned cities) or cultural-historical areas (such as the Punic-Roman site of Carthage) to degradation and abandonment, in favor of large infrastructural investments, which are often not compatible with the settlement matrix of the city. On the basis of our project activity, the design of territories-structures offers potential answers, identifying, both in low-density contexts such as Oristano and in large cities like Tunis, the priority places for interventions. These design modifications that seek coherence with the environment and the historical context, in order to overcome the exclusively analytical and quantitative approaches of urban planning and the objective and a-contextual approaches of certain architecture. Nowadays when changes must respond to the need to restore the existing settlements and reduce land consumption, urban design should produce new morphologies to structure, build, reassemble in relation to a particular point of view, a vision, an evolutionary strategy for the city and the territory. The organisational capacity of the project, which is both its foundation and its objective, makes up for the loss of relevance of crucial elements of urban landscapes, creates a set of spatial relations between latent elements, and involves areas that are not usually included in urban design. It is often based on predefined and standardised

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present many questions related to the survival of the ecological system and the historical-archaeological matrices of the city. Our design for a new spatial organization reverses the figure-background relationship (Kanizsa, 1993), involving and highlighting vulnerable environments, historical pre-existing features, soils taken from their original uses, and derelict areas. In the inversion between the figure (the city infrastructures) and background (the environment’s components and the historical places), the territory-structure changes the connotations of some places which have remained at the edge of the urban organization as well as the perception that inhabitants have of the same. The territory-structure design indicates areas of possible connections with unprecedented relations between pre-existing settlement areas and the degenerated areas of the lagoon. The proposal for Tunis generates different morphologies, restoring the lagoon to its spaces of belonging and survival. The design defines the lagoon as the environmental center for the entire urban system: a possible scenario that can contribute to orienting future transformation plans aimed at maintaining the lagoon as an urban public space to be defended.

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spatial models and geometries. The sociologist Saskia Sassen has frequently highlighted this aspect in her numerous studies on the global city. She underlines how the tendencies of contemporary architecture continue to persevere in the experimentation of a distinction of the form from the content, responding to heteronomous models of the global economy. For this reason she highlights how architecture, like the world of manufacturing, contributes to globalising and implementing processes of homogenisation of the city. These are the current ironies and contradictions of the city, according to Sassen: the globalised economy needs to anchor itself to the specificities of contexts in order to constantly innovate, yet the response of contexts is shown through forms of standardisation of space and its architecture. In order to counter these outcomes, we recall the possibility of bringing out new urban structures through design, avoiding the reproduction of models without context. This possibility is, in our opinion, strongly conditioned by the designer’s gaze capable of grasping significant structures, creating through the imagination new perspectives for the city. Following this approach, in our reflections on the urban project we mention Rudolf Arnheim and in particular the ideas expressed in Art and Visual Perception, which help to reinforce the concept of ‘form’ as an expression of diversity, creativity and complexity. The representation of phenomena affecting the territory through forms and structures that in some way become generative metaphors themselves, stimulating the imagination. In this context Giancarlo De Carlo highlights the importance of different design approaches that mark the distinction between the “form of urban structure” and the “structure of urban form”. The first corresponds to the three-dimensional representation of spatial organization and can therefore be represented with diagrams of organizational models. The second is the compositional texture that governs the minute urban rhythms and can be expressed through the process of generating urban forms. The territory structure moves in this second direction in order to recreate an awareness of the unity of the territory. This for De Carlo, emphasize that every territory has a “design”, which is interwoven with various stratifications, perceptible one by one or in their different overlaps, from the detail to the whole and vice versa, according to what and how one focuses on observation. If the goal of architects and urban designers is the organization of space in terms of form, this does not mean the implementation of a technique, as De Carlo argues, but also the effort to introduce elements of superior rationality that enable us to understand the attitudes and vocations, the conscious or unconscious expectations of society; the elaboration of a global expression that transcends technical data and poses the problem of representation in terms of the dialogue between reality and aspirations. In our design activities, the spatial device of the territory-structure often allows us to recall interdisciplinarity, already addressed by the authors we have mentioned, who have opened up ever more current forms of dialogue between architecture and urbanism.

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da spesso su modelli spaziali e geometrie predefinite e standardizzate. Un aspetto questo rimarcato più volte dalla sociologa olandese Saskia Sassen nei numerosi studi sulla città globale. Essa evidenzia come le tendenze dell’architettura contemporanea continuino a perseverare nella sperimentazione di un’autonomizzazione della forma dal contenuto, rispondendo a modelli eteronomi dell’economia globale. Per questo evidenzia come l’architettura, così come il mondo della produzione, contribuisca a globalizzare e attuare processi di omogeneizzazione della città. Sono le ironie e le contraddizioni attuali della città, secondo la Sassen: l’economia globalizzata necessita di ancorarsi alle specificità dei contesti per innovarsi costantemente, tuttavia la risposta dei contesti si mostra attraverso forme di standardizzazione dello spazio e delle sue architetture. Per contrastare questi esiti richiamiamo la possibilità di far emergere strutture urbane inedite attraverso il progetto, evitando la replica di modelli senza contesto. Questa possibilità è, a nostro avviso, fortemente condizionata dallo sguardo del progettista capace di afferrare strutture significanti, aprendo tramite il lavoro dell’immaginazione nuove prospettive per la città. Conoscere la città attraverso le sue morfologie richiede quindi una capacità percettiva diretta a cogliere le qualità degli elementi salienti rispetto all’obiettivo progettuale posto alla base del processo conoscitivo, in determinate circostanze. Seguendo questa direzione, nelle nostre riflessioni sul progetto urbano richiamiamo Rudolf Arnheim e in particolare le idee espresse in Arte e percezione visiva che contribuiscono a rafforzare il concetto di “forma” come espressione di diversità, creatività e complessità. Interpretare i fenomeni che interessano il territorio attraverso forme e strutture che diventano esse stesse metafore generative, stimola l’immaginazione. Giancarlo De Carlo a questo proposito pone la necessità di una riflessione sui differenti approcci progettuali che segnano la distinzione tra la “forma della struttura urbana” e la “struttura della forma urbana”. La prima coincide con la materializzazione tridimensionale dei grandi parametri dell’organizzazione spaziale, e quindi può essere rappresentata con i diagrammi dei tipi organizzativi; la seconda è la trama compositiva che governa i ritmi minuti ed è rappresentabile nelle linee più generali del processo di generazione delle forme urbane. Il territorio struttura si muove su questa seconda direzione per ricostruire la consapevolezza dell’unità del territorio, per evidenziare come sostiene De Carlo che ogni territorio ha un disegno, intessuto di innumerevoli stratificazioni, percepibili una per una o nelle loro varie sovrapposizioni, dal dettaglio all’insieme e viceversa, secondo cosa e come si mette a fuoco nell’osservazione. Nelle nostre attività progettuali il dispositivo spaziale del territorio-struttura ci consente di richiamare spesso alcune questioni sull’interdisciplinarietà, già affrontate dagli autori che abbiamo citato che hanno aperto modalità di dialogo sempre attuali tra architettura e urbanistica. Riferimenti bibliografici_References Arnheim R. (2000) Arte e percezione visiva, Feltrinelli, Milano. Clemente F. (1974) I contenuti formativi della città ambientale, Paccini, Pisa. De Carlo G. (2001) “È tempo di girare il cannocchiale”, editoriale, in Spazio e Società, n. 54, pp. 4-6. Gregotti V. (1984) “Modificazione”, in Casabella, n. 498-499, pp. 2-7. Moschini F. (2014) “Modificazioni nella città del XX sec.: lezioni di piano per la metropoli contemporanea”, in Anfione e Zeto, n. 25. Sassen S. (2008) “Re-assembling the urban”, in Urban Geography, n. 29-2, pp. 113-126. Sanna G., Serreli S. (2018) Territori Inediti della città. Progetti tra architettura e urbanistica, FrancoAngeli, Milano. Secchi B. (1984) “Le condizioni sono cambiate”, in Casabella, n. 498-499, pp. 8-13.

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U+D The italian “schools” of urban survey

DIDA, Dipartimento di Architettura, Università degli Studi di Firenze E-mail: alessandro.merlo@unifi.it

Il disegno che afferisce alla vastissima sfera della comunicazione, è stato praticato e declinato per adempiere a compiti distinti, da quello eminentemente descrittivo, finalizzato ad esempio a veicolare un concetto, a quello espressivo, che sublimato apre le porte al mondo dell’arte. Il disegno di rilievo, a sua volta, genera una documentazione utile a incrementare la conoscenza di un bene; ogni rilievo ha pertanto in sé una innata vocazione ad essere impiegato per coadiuvare la realizzazione di quegli strumenti progettuali utili a pianificare (ordinare, conformare, non lasciare al caso) gli interventi sull’esistente. Il rilievo urbano

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Abstract The survey drawing, functional to the representation and the study of what is already in existence, plays a role of particular importance when operating in a built environment context, due to the close link between the moment of knowledge and the project. The acquisition, the critical restitution and the reading of the morphometric data (nowadays increasingly also the chromatic ones) constitute the essential base on which every cultural operator (such as the architect) formulates his project, be it of restoration and consolidation finalised to the mere conservation of the existing, or to the adaptation of the objects to the changed functional and performance requirements, or of new construction in free lots or in interstitial spaces. It is always desirable for the operators to establish a dialectic between the pre-existing and the new interventions, seeking a dialogue between the forms and the language of the ancient and those of the contemporary. Alongside the other studies that allow us to define the so-called “framework of knowledge”, the survey enables us to deduce the prominent features of an architectural, building or urban organism and to infer, in most cases, the dynamics of the process (historical and constructive phases) that have affected it.

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Keywords: Survey, Drawing, Design, Urban Analysis

DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.011

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urbanform and design Le “scuole” italiane di rilievo urbano

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Urban survey In the second half of the twentieth century, the renewed interest in the historic centres of major European cities, which shifted and broadened the horizon of studies on the built environment that had hitherto focused on individual architectural artefacts1, gave rise to numerous fruitful studies. In Italy, the contemporary historiography credits

Nella seconda metà del XX secolo il rinnovato interesse verso i centri storici delle maggiori città europee, che ha spostato e allargato l’orizzonte degli studi sul costruito fino ad allora focalizzati sui singoli manufatti architettonici1, ha dato avvio a numerose e feconde ricerche. In Italia la storiografia contemporanea riconosce a Saverio Muratori, Luigi Vagnetti, Augusto Cavallari Murat e Anna Baculo Giusti il merito di aver elaborato le basi teoriche e gli strumenti operativi, secondo formule anche molto diverse tra loro, per la rappresentazione e la lettura degli organismi urbani. Sugli insegnamenti di questi “padri”, maturati grazie alle molteplici esperienze realizzate sul campo, si sono formate intere generazioni di ricercatori, che ne hanno condiviso criteri e finalità. Ai primi, che non sbaglieremmo in quest’ottica a definire “maestri”, è possibile ricondurre a posteriori la nascita di scuole di pensiero che, per motivi del tutto contingenti – si tratta sempre di docenti universitari –, hanno avuto maggiore seguito nelle sedi dove essi hanno operato. I loro allievi, più o meno dichiarati, hanno nel tempo sviluppato ricerche proprie e originali, spesso mantenendo fede a quei presupposti teorici sui quali si erano formati, e non di rado hanno lavorato (o lavorano tuttora) nelle stesse strutture dei “padri”, tanto che è ancora oggi possibile, salvo rare eccezioni, far afferire ciascuna “scuola” ad uno specifico ateneo. Le quattro “scuole” menzionate in questo testo (la romana, la genovese/fiorentina, la torinese e la napoletana) sono rappresentative di una realtà ben più articolata, che vede in ogni ex Facoltà di Architettura e di Ingegneria italiana la presenza di indirizzi di pensiero diversi per metodologie adottate e specifici campi di azione. Al di là di queste differenze, un dato accomuna il loro operare, ovvero quello di attribuire al “rilievo” – e solo a partire dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso al “rilievo urbano e ambientale”, che palesa nei termini “urbano” e “ambientale” la scala alla quale il rilevatore è chiamato ad operare – il duplice compito di acquisire e di rendere trasmissibile, mediante gli strumenti della rappresentazione, le conoscenze (in primo luogo quella morfometrica) relative ad un insieme di manufatti. In una schematizzazione semplice ma efficace della città, che vede contrapposti i pieni ai vuoti e il pubblico al privato, quest’ultima disciplina si occupa di documentare i caratteri dell’ambiente urbano, il quale è costituito da vuoti in gran parte pubblici e da pieni prevalentemente privati. I primi studi di morfologia urbana finalizzati ad un’analisi critica dei processi storici di formazione della città sono ascrivibili a Saverio Muratori (Modena, 1910 - Roma, 1973). Egli aveva intuito che la lettura

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The drawing, pertaining to the vast sphere of communication, has been practised and declined to fulfil distinct tasks, from the eminently descriptive aimed at conveying a concept, as an example, to the expressive, which when sublimated opens the door to the world of art. The survey drawing, in turn, generates documentation useful to increase the knowledge of an asset; every survey therefore has in itself an innate vocation to be used to assist in the creation of those design tools useful in planning (ordering, conforming, not leaving to chance) interventions on the existing.

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Saverio Muratori, Luigi Vagnetti, Augusto Cavallari Murat and Anna Baculo Giusti with having elaborated the theoretical bases and operational tools, through formulas that may greatly differ from one another, for the representation and interpretation of urban organisms. Entire generations of researchers have been formed on the teachings of these “fathers”, which were developed thanks to the many experiences in the field, sharing their criteria and aims. Thanks to them, whom we would not be wrong to define as “masters”, we can trace back the births of schools of thought that, for entirely contingent reasons – they are always university professors – have had a greater following in the places where they have worked. Over time, their more or less openly declared students have developed their own original researches, often respecting the theoretical assumptions on which they had been trained, and not infrequently have worked (or are still working) in the same structures as their “fathers”, so much so that it is still possible today, apart from rare exceptions, to refer each “school” to a specific University. These four “schools” mentioned here (developed in Rome, Genoa/Florence, Turin and Naples) are representative of a much more articulated reality, which sees in each of the former Italian Faculties of Architecture and Engineering the presence of different schools of thought, in terms of the methodologies adopted and specific fields of action. Beyond these differences, their work has one thing in common: attributing to the “survey” – and only since the end of the 1990s to the “urban and environmental survey”, which reveals in the terms “urban” and “environmental” the scale at which the surveyor is called upon to operate – the dual task of acquiring and transmitting, by means of the tools of representation, the knowledge (first and foremost the morphometric knowledge) relating to a set of artefacts. In a simple but effective schematisation of the city, in which we see as opposed the full and empty spaces, and the public and private spaces, the latter discipline is concerned with documenting the characteristics of the urban environment, which is constituted of empty spaces that are mostly public and full spaces that are mostly private. The first urban morphology studies, focused on a critical analysis of the historical processes of the formation of the city, can be attributed to Saverio Muratori (Modena 1910, Rome 1973). He understood that a reading of the city based on the “readjustment” of the ground floor plans (started with the Venetian experience between 1951 and 19602 and continued in Rome between 1959 and 19633) constituted the essential basis for any design action “based as it was on the systematic and analytical survey of all the existing wall structures, so as to allow the explanation of the normally recurring features and the complete identification of the single distributional settings”4. The most important disciplinary core of Muratori’s theory is based on this dialectic relationship between the reading and the project: the reading becomes the basis for the project and the project, in turn, becomes an instrument of investigation to reconstruct the historical processes of the built reality5. After the death of the master and the departure of his assistants from Rome, the school lost its original unity and each student deepened some of the research trajectories set by Muratori himself. Among the most fertile ones are the studies

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Fig. 1 - Pianta di Roma, “Rilievo dell’attuale tessuto urbano, settori dei rioni: Trastevere, Ponte Parione, Campo Marzio, S. Eustachio Colonna, Regola, S. Angelo, Campitelli”, particolare (da Muratori S., Bollati R., Bollati S., Marinucci G. (1963) Studi per una operante storia urbana di Roma, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Roma, allegato A). Map of Rome, “Survey of the current urban fabric, sectors of the districts: Trastevere, Ponte Parione, Campo Marzio, S. Eustachio Colonna, Regola, S. Angelo, Campitelli”, detail (from Muratori S., Bollati R., Bollati S., Marinucci G. (1963) Studi per una operante storia urbana di Roma, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Rome, att. A).

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della città condotta sul “riammagliamento” delle piante dei piani terra (avviata con l’esperienza veneziana tra il 1951 ed il 19602 e proseguita a Roma tra il 1959 ed il 19633) costituiva la base imprescindibile per ogni azione progettuale “appoggiata com’era al rilevamento sistematico ed analitico di tutte le strutture murarie esistenti, tale da consentire l’esplicitazione dei caratteri normalmente ricorrenti e la completa individuazione delle singole impostazioni distributive”4. Il nucleo disciplinare più importante della teoria di Muratori si fonda proprio su questo rapporto dialettico tra lettura e progetto: la lettura diviene la base per il progetto e il progetto, a sua volta, diventa strumento di indagine per ricostruire i processi storici della realtà costruita5. Dopo la morte del maestro e a seguito dell’allontanamento da Roma dei suoi assistenti, la scuola ha perso la sua unità originaria e ciascun allievo ha approfondito alcune delle traiettorie di ricerca impostate dallo stesso Muratori. Tra quelle più fertili sono da ricordare gli studi di Paolo Maretto (Padova, 1931-1998) su Venezia e, soprattutto, quelli di Gianfranco Caniggia (Roma, 1933-1987)6 su Como. La portata innovativa della ricerca muratoriana si radica nella Facoltà di Genova e, successivamente, in quella Firenze, grazie all’operato di Luigi Vagnetti (Roma, 1915-1980). Le premesse teoriche e metodologiche che hanno animato le campagne di rilevamento urbano da lui condotte sono esposte in forma compiuta nel saggio intitolato “Il rilevamento del centro antico di Genova. Prolegomeni per lo studio di un tessuto urbano”7. Con il maestro trovano una definitiva formulazione alcune leggi fondamentali per la comprensione dei centri storici, come ad esempio quella sulla permanenza dei tracciati, e acquisisce un chiaro significato il termine “ambiente” (il contesto in cui sono inseriti i manufatti), che diviene un elemento cardine dell’analisi urbana. La comprensione dei meccanismi di crescita della città resta comunque finalizzata al progetto che, pertanto, rima-

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Fig. 2 - Rilievo filologico-concettuale di Torino, particolare (Cavallari Murat A. (1968) Forma urbana ed architettura nella Torino barocca: dalle premesse classiche alle conclusioni neoclassiche, vol. II, Torino). Philological-conceptual survey of Turin, detail (Cavallari Murat A. (1968) Forma urbana ed architettura nella Torino barocca: dalle premesse classiche alle conclusioni neoclassiche, vol. II, Turin).

ne il principale obiettivo della ricerca in Architettonica. Alla scuola di Vagnetti e dei suoi diretti allievi si sono formate intere generazione di studiosi che si sono occupati di rilievo e lettura della città storica: nella Facoltà di Genova sono da ricordare i lavori di Gaspare de Fiore (Roma, 1926-2011) sui centri minori della Liguria8 e di Paolo Marchi (Castelfiorentino-Firenze, 1931-2010) su Strada Nuova9, mentre a Firenze, l’ultima sede dove Vagnetti ha insegnato, quelli di Giancarlo Cataldi10 su Pienza, di Gian Luigi Maffei (Firenze, 1942-2019) su Firenze11 e di Emma Mandelli su Massa Marittima12. Parallela e per certi versi affine alla ricerca di Muratori è quella che Augusto Cavallari Murat (Chiavenna, 1911 - Torino, 1989) svolge a Torino. Assieme al suo gruppo facente capo all’Istituto di Architettura Tecnica del Politecnico egli indaga la forma urbana della Torino barocca13, giungendo a stabilire una serie di procedure finalizzate alla comprensione dei caratteri morfometrici del centro storico e alla loro restituzione su base catastale. In particolare, interessa qui sottolineare l’ideazione di nuovi codici grafici (poi divenuti Norma UNI 7310/74) in grado di trasmettere univocamente le conoscenze acquisite, consentendo la realizzazione delle cosiddette mappe filologico-congetturali14. Negli anni ’90 del secolo scorso, Gian Paolo Scarzella ha continuato questa operazione coordinando una ricerca – nell’ambito del Dipartimento di Ingegneria dei Sistemi Edilizi e Territoriali (ex Istituto di Architettura Tecnica) – per conto del Comune di Torino, finalizzata all’individuazione dei valori e dei caratteri del tessuto edilizio ottocentesco e novecentesco della città, che sono poi risultati utili per redigere la cartografia e la normativa del Piano Regolatore Generale15. Più recentemente, Secondino Coppo ha approfondito queste stesse tematiche studiando, ad esempio, il sistema dei portici di Torino16 e quello dei mercati17 della stessa città e della regione di appartenenza18. Più squisitamente legata all’ambito della conoscen-

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conducted by Paolo Maretto (Padua, 1931-1998) on Venice and, above all, those by Gianfranco Caniggia (Rome, 1933-1987)6 about Como. The innovative scope of Muratori’s research was established in the Faculty of Genoa and, subsequently, in the Faculty of Florence, thanks to the work of Luigi Vagnetti (Rome, 1915-1980). The theoretical and methodological premises that animated his urban survey campaigns are fully explained in the essay entitled “Il rilevamento del centro antico di Genova. Prolegomeni per lo studio di un tessuto urbano”7. The master found a definitive formulation of some fundamental laws for the understanding of historical centres, such as the one on the permanence of routes, and the term “environment” (the context in which artefacts are inserted) acquires a clear meaning, becoming a cardinal element of urban analysis. The understanding of the mechanisms of the city’s growth, however, is still finalised to the project, which, therefore, remains the main objective of research in Architecture. Vagnetti in his school, with his direct pupils, formed a whole generation of scholars who dealt with the survey and interpretation of the historical city: in the Faculty of Genoa, the works of Gaspare de Fiore (Rome, 1926-2011) on the minor centres of Liguria8 and Paolo Marchi (Castelfiorentino - Florence, 1931-2010) on Strada Nuova9 are worth mentioning, while in Florence, the last place where Vagnetti taught, those of Giancarlo Cataldi10 on Pienza, Gian Luigi Maffei (Florence, 1942-2019) on Florence11 and Emma Mandelli on Massa Marittima12. Parallel and in some ways similar to Muratori’s research is the one carried out by Augusto Cavallari Murat (Chiavenna 1911, Turin 1989) in Turin. Together with his group from the Institute of Technical Architecture at the Polytechnic, he investigated the urban form of the Baroque Turin13, establishing a series of procedures for the understanding of the morphometric characteristics of the historic centre and restating them on a cadastral basis. In particular, it is worth highlighting that he devised new graphic codes (which later became the UNI 7310/74 standard) capable of univocally transmitting the knowledge acquired, enabling the creation of so-called Conjectural Philological Survey map14. In the 1990s, Gian Paolo Scarzella continued this operation by coordinating a research – within the Department of Structural, Geotechnical and Building Engineering (formerly the Institute of Technical Architecture) – on behalf of the Municipality of Turin, aimed at identifying the values and characteristics of the city’s 19th and 20th century building fabric, which were then used to draw up the cartography and regulations for the General Planning Scheme15. More recently, Secondino Coppo has explored these same themes in greater depth by studying Turin’s portico system16 and the markets’ system17 in the same city and region18. The research carried out in the years between the 20th and 21st centuries by Adriana Baculo Giusti (Naples, 1936-2014) on Naples19 was more exquisitely linked to the sphere of knowledge, without or with limited implications, at least in the initial phase, in that of planning. Her research group, that included Riccardo Florio, was engaged for a long time on the dual front of the semantic reading of the elements that constitute the city and on the methods of restitution of such data. Unlike the previous “schools”, the reconstruction of the image of the city functional to the reading of urban characteristics was not delegated to or-

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Fig. 3 - Assonometria e pianta sinottica di Napoli, particolare (Baculo A., Florio R., Di Luggo A., Rino F., Napoli in assonometria, Napoli 1992). Axonometry and synoptic plan of Naples, detail (Baculo A., Florio R., Di Luggo A., Rino F., Napoli in assonometria, Naples 1992).

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za, senza o con limitati risvolti, almeno nella fase iniziale, in quello della progettazione, è la ricerca svolta negli anni a cavallo tra il XX ed il XXI secolo da Adriana Baculo Giusti (Napoli, 1936-2014) su Napoli19. Il suo gruppo di ricerca, del quale ha fatto parte anche Riccardo Florio, è stato lungamente impegnato sul duplice fronte della lettura semantica degli elementi che costituiscono la città e su quello delle modalità di restituzione di tali dati. A differenza delle precedenti “scuole” la ricostruzione dell’immagine della città funzionale alla lettura dei caratteri urbani non è stata delegata alle proiezioni ortogonali, bensì all’assonometria obliqua monometrica (inizialmente in scala 1:1.000), riprendendo così una tradizione legata alle vedute. Al pari dell’esperienza torinese, questa modalità ha richiesto la messa a punto di un sistema di regole e di codici in grado di fare corrispondere a ciascun elemento dell’ambiente costruito o di quello naturale (a valenza urbana) un segno grafico distintivo20. Conclusioni In architettura è possibile riscontrare un legame indissolubile tra il disegno21 e il progetto. Nel corso della storia nuovi o più raffinati strumenti per il disegno, così come il progressivo utilizzo dei sistemi codificati di rappresentazione, hanno non solo condizionato i progettisti nel momento di “fermare” i propri pensieri su un foglio di carta, ma verosimilmente anche le loro idee. D’altro canto, è vero anche il contrario; una determinata visione, frutto della speculazione in ambito architettonico di un certo soggetto in uno specifico arco spaziotemporale (in altre parole il prodotto della cultura materiale e immateriale di una società) può a sua volta influenzare le modalità di raffigurazione, predili-

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thogonal projections, but to monometric oblique axonometry (initially on a 1:1,000 scale), thus resuming a tradition linked to views. As in the case of the Turin experience, this method required the development of a system of rules and codes capable of matching each element of the built or natural environment (of urban significance) with a distinctive graphic sign20. Conclusions There is an unbreakable bond between the drawing21 and the design in the field of architecture. Throughout history, new or more refined drawing tools, as well as the progressive use of codified systems of representation, have not only conditioned the designers when they were “capturing” their thoughts on a sheet of paper, but probably also their ideas. On the other hand, the opposite is also true; a certain vision, the result of the architectural speculation of a certain subject in a specific space-time span (in other words, the product of the material and immaterial culture of a society), can, in turn, influence the methods of representation, by preferring one over another and/or introducing sign variants that contribute, among other things, to making the project design authorial. With the advent of information technology in general and computer graphics in particular, the usual bijection and only partially deterministic bond between drawing – considered as a synthesis of the tools used, the techniques em-

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Fig. 4 - Proposta vincente del Masterplan di Madong - Shanghai, Cina (per gentile concessione di HYHW Architects & Space Syntax). Madong Masterplan Winning Proposal (Courtesy of HYHW & Space Syntax).

gendone una piuttosto che un’altra e/o introducendo delle varianti segniche che contribuiscono, tra le altre cose, a rendere autoriale il disegno di progetto. Con l’avvento dell’informatica in generale e dell’informatica grafica in particolare, l’abituale legame, biunivoco e solo in parte deterministico, tra il disegno – inteso come sintesi tra strumenti utilizzati, tecniche impiegate, sistema di rappresentazione adottato e abilità dell’artefice – e l’esito dell’azione del progettare, è entrato in profonda crisi. Quest’ultima ha aperto la possibilità di impiegare geometrie complesse fino a quel momento gestibili unicamente attraverso modelli fisici per figurare, all’interno di uno spazio virtuale, sia quello che non è stato ancora realizzato, ma solo pensato (digital design), sia quello che già appartiene al mondo del reale (digital twin). Più recentemente, le ICT hanno messo a disposizione dei progettisti una quantità pressoché illimitata di dati (big data), che l’AI è in grado di far interagire attivamente con forme e contenuti, fornendo soluzioni ad hoc (basate su valutazioni di tipo statistico o probabilistico) per ogni problema. Queste ultime, in quanto elaborate in un ambiente virtuale, fintanto che rimarranno delle pre-figurazioni, ovvero uno strumento in grado di simulare situazioni reali, anche molto complesse, al fine di coadiuvare il progettista nelle sue scelte, concorreranno senza ombra di dubbio a rendere maggiormente incisivo il suo operato, riducendo, ad esempio, i margini di indeterminatezza; altra cosa sarebbe l’accettazione tout court delle soluzioni proposte, che andrebbe di fatto a mortificare il ruolo centrale dell’homo faber22.

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ployed, the system of representation adopted and the skill of the designer – and the outcome of the design action has entered an intense crisis. The latter has opened up the possibility of using complex geometries that until then could only be managed through physical models to represent, within a virtual space, both what has not yet been realised but only thought of (digital design), and what already belongs to the real world (digital twin). More recently, ICT has made available to designers an almost unlimited amount of data (big data), which AI is able to actively interact with forms and contents, providing specially-made solutions (based on statistical or probabilistic evaluations) for each problem. As long as these solutions are developed in a virtual environment, and as long as they remain pre-figurations, i.e. a tool capable of simulating real situations, even very complex ones, in order to assist the designer in his/her choices, they will undoubtedly contribute to making his/her work more incisive, reducing, for example, the margins of indeterminacy. It would be quite another thing to accept the proposed solutions outright, which would effectively mortify the central role of the homo faber22. Notes 1 “For the younger generation, I would like to remind you that in Italy, as in the rest of Europe, the era in which the preservation and morphological conservation of the historical fabric of the

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Note 1 “Per i più giovani voglio ricordare che in Italia, come in tutta l’Europa, non è molto lontana l’epoca in cui nei tessuti storici della città, la salvaguardia e la conservazione morfologica era prevista nei | Alessandro Merlo | ISSN 2612-3754 (print) ISSN 2384-9207 (online)_n.16-2021

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city was only envisaged in urban plans for monuments (...) and that it was only after the Second World War (...) that the definition of the historical centre was solidified as opposed to that of the isolated monument”, see Campos Venuti G., “Gianfranco Caniggia e l’urbanistica operante”, in D’Amato Gurrieri C., Strappa G. (eds) (2003) Gianfranco Caniggia. Dalla lettura di Como all’interpretazione tipologica della città, Adda, Bari, p. 66. 2 See Muratori S. (1960) Studi per una operante storia urbana di Venezia, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma. 3 See Various authors (1963) Studi per una operante storia urbana di Roma, CNR, Roma. 4 Various authors (1967) Genova, Strada Nuova, Vitali e Ghianda, Genoa, note 4, p. 27. 5 D’Amato Gurrieri C., Strappa G. (edited by) op. cit. p.30. 6 See Caniggia G. (1963) Lettura di una città: Como, Centro Studi di Storia Urbanistica, Rome. 7 The text is included in Quaderni dell’Istituto di Elementi di Architettura e Rilievo dei Monumenti, nn. 8-9-10, Genoa 1972. 8 See “Liguria, territorio e civiltà”, series edited by Gaspare de Fiore. 9 See Marchi P. (ed) (2001) Strada Nuova, vol. I° e II°, SAGEP, Genoa. 10 See Cataldi G. (1984) Il rilievo di Gubbio: struttura e storia della città, Alinea, Florence; (1984) Pontremoli: dal rilievo la storia della città, Alinea, Florence; (1977) Rilievi di Pienza, Uniedit, Florence; (1990) Cortona struttura e storia: materiali per una conoscenza operante della città e del territorio, Grafica l’Etruria, Cortona. 11 See Caniggia G., Maffei G.L. (1987) Il progetto nell’edilizia di base, Marsilio, Florence. 12 See Maffei G.L., Mandelli E., Taddei D. (1973) Piazze di Toscana, Teorema, Florence; Mandelli E. (ed) (2009) Le mura di Massa Marittima: una doppia città fortificata, Pacini, Pisa. 13 See Cavallari Murat A. (1968) Forma urbana ed architettura nella Torino barocca: dalle premesse classiche alle conclusioni neoclassiche, Unione tipografico editrice torinese, Turin. 14 By using the sole cadastral plans as a basis for the representation of urban-environmental characteristics it was inevitably necessary the use of a set of graphic-symbolic signs (stereometric symbols) capable of describing the data linked to the three-dimensionality of the built environment. 15 See Scarzella G.P. (1995) Torino nell’Ottocento e nel Novecento: ampliamenti e trasformazioni entro la cerchia dei corsi napoleonici, Celid, Turin. 16 See Coppo S., Davico P. (eds) (2001) Il disegno dei portici a Torino: architettura e immagine urbana dei percorsi coperti da Vitozzi a Piacentini, Celid, Turin. 17 See Coppo S., Osello A. (eds) (2006) Il disegno di luoghi e mercati a Torino, Celid, Turin. 18 See Coppo S., Osello A. (eds) (2007) Il disegno di luoghi e mercati in Piemonte, Allemandi, Turin. 19 See Baculo A., Florio R., Di Luggo A., Rino F. (1992) Napoli in assonometria, Electa, Naples. 20 See Baculo A., Dell’Aquila M., Fusco G. (2005) Modelli interpretativi della città di Napoli, Arte tipografica, Naples. 21 We can easily find many definitions of drawing, and they generally underline the different purposes that it can serve, the variety of tools that can be used for and, finally, the many techniques that can be used to shape images. 22 See Bergson H.L. (2009) Èvolution créatrice, PUF, Paris.

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piani urbanistici soltanto per i monumenti [...] e che solo nel secondo dopoguerra [...] la definizione di centro storico ha così preso forza proprio in contrapposizione a quella di monumento isolato”, cfr. Campos Venuti G. (2003) “Gianfranco Caniggia e l’urbanistica operante”, in D’Amato Gurrieri C., Strappa G. (eds) (2003) Gianfranco Caniggia. Dalla lettura di Como all’interpretazione tipologica della città, Adda, Bari, p. 66. 2 Cfr. Muratori S. (1960) Studi per una operante storia urbana di Venezia, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma. 3 Cfr. AA.VV. (1963) Studi per una operante storia urbana di Roma, CNR, Roma. 4 AA.VV. (1967) Genova, Strada Nuova, Vitali e Ghianda, Genova, nota 4, p. 27. 5 D’Amato Gurrieri C., Strappa G. (a cura di) op. cit. p. 30. 6 Cfr. Caniggia G. (1963) Lettura di una città: Como, Centro Studi di Storia Urbanistica, Roma. 7 Il testo è contenuto nei Quaderni dell’Istituto di Elementi di Architettura e Rilievo dei Monumenti, nn. 8-9-10, Genova 1972. 8 Cfr. “Liguria, territorio e civiltà”, collana diretta da Gaspare de Fiore. 9 Cfr. Marchi P. (ed) (2001) Strada Nuova, vol. I° e II°, SAGEP, Genova. 10 Cfr. Cataldi G. (1984) Il rilievo di Gubbio: struttura e storia della città, Alinea, Firenze; (1984) Pontremoli: dal rilievo la storia della città, Alinea, Firenze; (1977) Rilievi di Pienza, Uniedit, Firenze; (1990) Cortona struttura e storia: materiali per una conoscenza operante della città e del territorio, Grafica l’Etruria, Cortona. 11 Cfr. Caniggia G., Maffei G.L. (1987) Il progetto nell’edilizia di base, Marsilio, Firenze. 12 Cfr. Maffei G.L., Mandelli E., Taddei D. (1973) Piazze di Toscana, Teorema, Firenze; Mandelli E. (ed) (2009) Le mura di Massa Marittima: una doppia città fortificata, Pacini, Pisa. 13 Cfr. Cavallari Murat A. (1968) Forma urbana ed architettura nella Torino barocca: dalle premesse classiche alle conclusioni neoclassiche, Unione tipografico editrice torinese, Torino. 14 L’avere assunto come base per la rappresentazione dei caratteri urbano-ambientali unicamente le planimetrie catastali ha inevitabilmente richiesto l’impiego di un insieme di segni grafico-simbolici (simboli stereometrici) in grado di descrivere i dati legati alla tridimensionalità del costruito. 15 Cfr. Scarzella G.P. (1995) Torino nell’Ottocento e nel Novecento: ampliamenti e trasformazioni entro la cerchia dei corsi napoleonici, Celid, Torino. 16 Cfr. Coppo S., Davico P. (eds) (2001) Il disegno dei portici a Torino: architettura e immagine urbana dei percorsi coperti da Vitozzi a Piacentini, Celid, Torino. 17 Cfr. Coppo S., Osello A. (eds) (2006) Il disegno di luoghi e mercati a Torino, Celid, Torino. 18 Cfr. Coppo S., Osello A. (eds) (2007) Il disegno di luoghi e mercati in Piemonte, Allemandi, Torino. 19 Cfr. Baculo A., Florio R., Di Luggo A., Rino F. (1992) Napoli in assonometria, Electa, Napoli. 20 Cfr. Baculo A., Dell’Aquila M., Fusco G. (2005) Modelli interpretativi della città di Napoli, Arte tipografica, Napoli. 21 Del disegno esistono molteplici definizioni che, in genere, sottolineano le diverse finalità a cui questo può assolvere, la varietà degli strumenti ai quali può essere fatto ricorso e, infine, le molteplici tecniche che è possibile impiegare per dare forma alle immagini. 22 Cfr. Bergson H.L. (2009) Èvolution créatrice, PUF, Paris. Riferimenti bibliografici_References

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Apollonio F.I. (a cura di) (2008) Disegnare con. Town Survey and Representation, vol. 1. Baculo A., Florio R., Di Luggo A., Rino F. (1992) Napoli in assonometria, Electa, Napoli. Baculo A., Dell’Aquila M., Fusco G. (2005) Modelli interpretativi della città di Napoli, Arte tipografica Editrice, Napoli. Bergson H.L. (2009) Èvolution créatrice, PUF, Paris. Docci M. (2011) “La ricerca scientifica nel settore del rilevamento architettonico e urbano tra passato, presente e futuro”, in Chiavoni E., Filippa M., Docci M. (a cura di) Metodologie integrate per il rilievo, il disegno, la modellazione dell’architettura e della città, Gangemi, Roma, pp. 8-17. Caniggia G., Maffei G.L. (1987) Il progetto nell’edilizia di base, Marsilio, Firenze. Cataldi G. (1977) Rilievi di Pienza, Uniedit, Firenze. Cavallari Murat A. (1968) Forma urbana ed architettura nella Torino barocca: dalle premesse classiche alle conclusioni neoclassiche, Unione tipografico editrice torinese, Torino. Cundari C. (a cura di) (2015) Il rilievo urbano per sistemi complessi. Un nuovo protocollo per un sistema informativo di documentazione e gestione della città, Aracne, Roma. Coppo D. (2019) “Dalla città storica alla città storicizzata: riflessioni su alcune ricerche in tema di forma urbana del secolo scorso”, in Diségno, n. 5, pp. 105-116. Coppo D., Boido C. (2010) Rilievo urbano. Conoscenza e rappresentazione della città consolidata, Alinea, Firenze. Coppo S., Davico P. (a cura di) (2001) Il disegno dei portici a Torino: architettura e immagine urbana dei percorsi coperti da Vitozzi a Piacentini, Celid, Torino. Coppo S., Osello A. (a cura di) (2006) Il disegno di luoghi e mercati a Torino, Celid, Torino. Maffei G.L., Mandelli E., Taddei D. (1973) Piazze di Toscana, Teorema, Firenze. Mandelli E., Merlo A. (2018) “The Cultural, Geometric, Virtual Models for the Representation of a Survey”, in Carlos L. Marcos (a cura di) Graphic Imprints, The Influence of Representation and Ideation Tools in Architecture, EGA 2018, Cham, pp. 1030-1037. Marchi P. (a cura di) (2001) Strada Nuova, vol. I° e II°, SAGEP, Genova. Oliveira V. (a cura di) (2018) Teaching Urban Morphology, The Urban Book Series, Springer International Publishing, Cham. Pagnano G. (2005) “Il rilievo analitico urbano come guida e controllo dell’intervento”, in Gambardella C. (a cura di) Le vie dei Mercanti. Rappresentazione come governo della modificazione, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, pp. 219-220. Scarzella G.P. (1995) Torino nell’Ottocento e nel Novecento: ampliamenti e trasformazioni entro la cerchia dei corsi napoleonici, Celid, Torino.

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urbanform and design Ricostruzione e Metamorfosi Urbana

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Le mappe delle trasformazioni come strumento di comprensione dell’evoluzione urbana postbellica DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.012

Benno Albrecht1, Jacopo Galli2

Dipartimento di Dipartimento di Culture del Progetto, IUAV Università di Venezia E-mail: 1albrecht@iuav.it, 2jacopogalli@iuav.it

Leonardo Benevolo e la descrizione delle trasformazioni urbane

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Abstract Since the post-war period, the theme of urban reconstruction following wars, disasters or social conflicts has been tackled with radically different strategies in terms of conservation or innovation of urban fabrics, adopting different technical and design tools and various strategic visions. Despite the large number of case studies, an organised system for the analyses of reconstruction processes has never been fully developed. There is still no comprehensive investigation capable of evaluating the strengths and weaknesses of each approach. Individual exemplary cases have been analysed in depth within different emerging issues (geographic areas, political conditions, urban theories, etc.), but a comparative study based on coherent parameters has yet to be developed. The article aims to establish an analytical drawing system for the understanding of urban metamorphosis following large-scale destructions.

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Keywords: Reconstruction, Transformation

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Leonardo Benevolo and the description of urban transformations In recent years, Università Iuav di Venezia has dedicated numerous meetings and research initiatives to the topic of post-war reconstruction with particular attention to the ongoing urbicides in cities such as Damascus, Aleppo or Mosul. The reconstruction of huge urban agglomerations is a central theme of contemporaneity, considering how global dynamics increase exponentially the number of cities and territories potentially involved in catastrophic events, and the search for innovative strategies is necessary. The understanding of past experiences of reconstruction, starting from the hundreds of cities destroyed during WWII until the current cases, constitutes a potentially immense source of approaches and strategies but the studies in this regard are very limited and an appropriate analysis system, capable of building common analysis systems does not exist. Despite the massive amount of monographic works on individual cases, it is clear that an ordered system of critical redrawing, capable of highlighting the urban metamorphoses caused by the interventions,

Negli ultimi anni l’Università Iuav di Venezia ha dedicato numerosi incontri e iniziative di ricerca e didattica al tema della ricostruzione postbellica con particolare attenzione agli urbicidi in corso in città come Damasco, Aleppo o Mosul. La ricostruzione di enormi agglomerati urbani, è un tema centrale della contemporaneità, considerando come le dinamiche globali aumentino in maniera esponenziale il numero di agglomerati urbani e territori potenzialmente coinvolti in eventi catastrofici, e la ricerca di strategie innovative è necessaria. La comprensione delle esperienze passate di ricostruzione, a partire dalle centinaia di città distrutte durante la seconda guerra mondiale per arrivare ai casi odierni, costituisce una potenziale fonte immensa di approcci e strategie ma gli studi a riguardo sono molto limitati e non è mai stato realizzato un sistema di analisi appropriato, capace di costruire sistemi di lettura comuni. Nonostante l’imponente mole di lavori monografici su singoli casi è chiaro come non sia mai stato pienamente sviluppato, e nemmeno applicato su un numero sufficientemente ampio di casi studio, un sistema ordinato di ridisegno critico, capace di rendere evidenti le metamorfosi urbane provocate dagli interventi di ricostruzione. Iuav ha quindi avviato un complesso studio dei risultati ottenuti dai processi di ricostruzione postbellica con lo scopo di definire attraverso lo strumento del disegno le metamorfosi urbane susseguenti fenomeni estremi. Il ridisegno adottato è basato sull’aggiornamento dei modi impiegati da Leonardo Benevolo per la descrizione delle trasformazioni urbane, nei sui libri e nei suoi progetti. Applicando lo stesso atteggiamento a un ampio gruppo di casi studio è possibile costruire una casistica complessa, che rifugge dal frettoloso incasellamento in categorie rigide e consente invece di far emergere l’ampia gamma di micro-variazioni e possibilità. Il sistema di ridisegno critico verte sulla costruzione di un insieme di disegni, tutti restituiti con la stessa grafica, che permette di comprendere in maniera chiara ed evidente la sequenza degli interventi e della metamorfosi morfologica che hanno portano al formarsi degli attuali contesti urbani. Ripercorrere le trasformazioni permette non solo di testimoniare esperienze passate ma costruisce uno strumento operativo per la comprensione delle dinamiche urbane odierne, con l’obiettivo finale di orientare le future strategie di intervento, permettendo al stratificazione della conoscenza dell’ambito specifico, e spesso dimenticato, del disegno urbano. Per raggiungere l’ambizioso obiettivo gli strumenti da utilizzare sono quelli analitici e operativi, specifici per l’analisi dei progetti e delle realizzazioni storiche e contemporanee. Strumenti comuni sia alla storia dell’architettura che al progetto viste come discipline contigue: da un lato la definizione degli spazi basata sulla comprensione del contesto circostante (progetto) dall’altra la ricerca di una comprensione delle scelte progettuali del passato attraverso l’analisi dell’ambiente costruito attuale e dei suoi meccanismi di formazione (storia). In questa visione le due discipline differiscono solo nell’ordine delle operazioni, possono essere sovrapposte e sono intercambiabili per proprietà commutativa essendo condotte attraverso gli stessi strumenti. Il disegno,

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has never been fully developed and applied to a sufficiently large number of case studies. Iuav has therefore started a complex study of the results obtained in post-war reconstruction processes with the aim of defining the urban metamorphosis following extreme phenomena through the tool of drawing. The redesign adopted is based on the updating of the methods used by Leonardo Benevolo for the description of urban transformations, in his books and in his urban designs. By applying the same system to a large group of case studies, it is possible to build a complex method, which avoids hasty classification into rigid categories and instead allows the wide range of micro-variations and chances to emerge. Finally, we are attempting a further bold step, the transformation of maps into mathematical parameters which should allow an innovative quantitative reading of the transformations induced by the reconstruction processes. The critical redrawing system focuses on the construction of a set of drawings, all returned with the same graphics, which allows to clearly understand the sequence of interventions and the morphological metamorphosis that led to the formation of the current urban contexts. Retracing the transformations allows not only to witness past experiences but builds an operational tool for understanding today’s urban dynamics, with the final aim of orienting future intervention strategies, allowing the stratification of knowledge in the specific, and often forgotten, area of urban design. To achieve the ambitious goal, the tools to be used are analytical and operational ones, specific for the analysis of historical and contemporary projects and achievements. Tools that are used in history of architecture and in architectural design seen as contiguous disciplines: on the one hand the definition of spaces based on the understanding of the surrounding context (design) on the other hand the search for an understanding of the design choices of the past through the analysis of current built environment and its formation mechanisms (history). In this framework, the two disciplines differ only in the order of their operations, they can be superimposed and are interchangeable with commutative properties as they are conducted through the same tools. Drawing, a key tool in the design process, also becomes a key element in historical analysis and the only way to fully understand the design choices of the past in analytical terms. In this way: “it is a question of relocating architecture among the components of daily life, as a technique for juggling the limitations of space and time, fully comparable with all the others and already containing within it the reason for an extraordinary responsibility: the long duration of his artefacts with the multiplicity of relations that they entail. This step would require a lowering of tone and an analytical scruple, which instead are increasingly lacking” (Benevolo, 1988). This type of analytical approach is defined by Benevolo as a screenplay of physical transformations, where architectural projects or urban environments are described and defined through all the specific characteristics of the object and its context as would happen in a screenplay for a film or a theatrical production. One of the most important screenplays written and drawn by Benevolo is the clear illustration of the design processes developed for the complex of San Pietro in Rome and presented in Casabella n.572 in 1990. Benevolo immediately marks the difference between his type of analysis and history of con-

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Fig. 1 - Disegni di L. Benevolo di analisi dell’evoluzione storica di Piazza San Pietro a Roma. In alto la piazza nel 1660 prima dell’intervento di Gianlorenzo Bernini, al centro la piazza nel 1670 al completamento del progetto di Bernini, in basso mappa delle trasformazioni con sovrapposizione delle distruzioni operate tra il 1936 e il 1950 su progetto di M. Piacentini e A. Spaccarelli. Archivio L. Benevolo. Drawings by L. Benevolo analysing the historical evolution of St. Peter’s Square in Rome. Above the square in 1660 before the intervention of Gianlorenzo Bernini, in the center the square in 1670 upon the completion of Bernini’s project, below the transformation map with the superimposition of the destruction carried out between 1936 and 1950 based on a project by M. Piacentini and A. Spaccarelli. Source: L. Benevolo Archive.

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strumento chiave nel processo di progettazione, diventa un elemento chiave anche nell’analisi storica e l’unico modo per comprendere appieno le scelte progettuali del passato in termini analitici. In questo modo: “si tratta di ricollocare l’architettura tra le componenti della vita quotidiana, come una tecnica per destreggiarsi fra le limitazioni di spazio e di tempo, pienamente confrontabile con tutte le altre e già contenente al suo interno il motivo di una responsabilità fuori dal normale: la lunga durata dei suoi manufatti con la molteplicità delle relazioni che ne conseguono. Questo passaggio richiederebbe un abbassamento di tono e uno scrupolo analitico, che invece mancano sempre più” (Benevolo, 1988). Questo tipo di approccio analitico è definito da Benevolo come sceneggiatura delle trasformazioni fisiche, dove i progetti architettonici o gli ambienti urbani sono descritti e definiti attraverso tutte le caratteristiche specifiche dell’oggetto e del suo contesto come accadrebbe in una sceneggiatura per una produzione cinematografica o teatrale. Una delle sceneggiature più importanti scritte e disegnate da Benevolo è la chiara illustrazione dei processi progettuali sviluppati per il complesso di San Pietro a Roma e presentato in Casabella n.572 nel 1990. Benevolo segna subito la differenza tra il suo tipo di analisi e la storia dell’architettura contemporanea: “questa breve analisi retrospettiva aiuta a capire perché la critica pertinente, che manca per l’architettura contemporanea, manca in certa misura anche per l’architettura passata. L’archeologia con il suo apparato tecnico connesso alle operazioni di scavo e di restauro, è attrezzata ad offrire analisi esaurienti degli edifici più antichi. La storia dell’arte cresciuta sul tronco della tradizione intellettuale contrapposta, non suppone una competenza professionale nel campo dell’architettura né una precisione tecnica omogenea al lavoro di progettazione, ma invece una

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Fig. 2 - Un esempio delle lastre temporali realizzate per Milano: in alto a sx prima della seconda guerra mondiale, in alto a dx con gli edifici distrutti, in basso a sx la ricostruzione al 1965 e in basso a dx la mappa delle trasformazioni 1944-1965. Disegno di Urbicide Task Force, Università Iuav di Venezia. An example of the temporal plates made for Milan: top left before WWII, top right with the destroyed buildings, bottom left the reconstruction in 1965 and bottom right the transformation map 1944-1965. Source: Urbicide Task Force, Università Iuav di Venezia.

precisione d’ordine documentario e letterario, curiosamente disarmata quando si scende sul terreno fisico concreto” (Benevolo, 1990). La sceneggiatura di Benevolo individua tramite il ridisegno critico tre momenti cardine della storia del complesso urbano: la condizione della piazza prima del progetto del Bernini, il completamento del colonnato a bracci paralleli e la definizione della piazza ovoidale operata da Bernini tra il 1662 e il 1670 e le condizioni attuali a seguito della demolizione della Spina dei Borghi e la costruzione di Via della Conciliazione su progetto di Marcello Piacentini e Attilio Spaccarelli completata tra il 1937 e il 1950. Le tre fasi non sono solo descritte e documentate ma anche disegnate alla stessa scala e con lo stesso tipo di rappresentazione al fine di eliminare le discrepanze date dai diversi stili di disegno. Il metodo di analisi permette di comprendere il ragionamento alla base di ogni scelta progettuale che non può essere spiegato attraverso la semplice osservazione dello stato attuale. Il ridisegno consente di fare emergere in maniera limpida come la dimensione e l’orientamento del colonnato del Bernini siano dati dalla volontà di creare una continuità visiva e fisica tra la Scala Regia realizzata da Antonio da Sangallo, e modificata da Bernini stesso, e l’asse urbano della Via Alessandrina; che collegava la scala a Ponte Sant’Angelo posto ad una distanza di circa 1.400 metri. Il rapporto visivo è oggi completamente smentito dalla nuova conformazione dell’ambiente urbano a seguito degli interventi di Piacentini, ma può essere facilmente osservato attraverso l’evoluzione dei disegni di Benevolo. Il disegno finale proposto nell’articolo per Casabella è l’elemento chiave dell’analisi, la carta delle trasformazioni: sovrappone la condizione prima dell’intervento di Piacentini a quella attuale e mostra con soli tre layer i complessi intrecci di continuità e interruzioni urbane che hanno caratterizzato la storia

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temporary architecture: “this brief retrospective analysis helps to understand why the pertinent critique, which is lacking for contemporary architecture, is also lacking to some extent for past architecture. Archeology with its technical apparatus connected to excavation and restoration operations is equipped to offer comprehensive analyses of the oldest buildings. The history of art, which grew up on the trunk of an opposing intellectual tradition, does not suppose a professional competence in the field of architecture or a technical precision homogeneous to the design work, but instead a precision of a documentary and literary nature, curiously disarmed when one descends on the concrete physical ground” (Benevolo, 1990). Benevolo’s screenplay identifies three key moments in the history of the urban complex through the critical redrawing: the condition of the square before Bernini’s project, the completion of the colonnade with parallel arms and the definition of the ovoid square by Bernini between 1662 and 1670 and the current conditions following the demolition of the Spina dei Borghi and the construction of Via della Conciliazione on a project by Marcello Piacentini and Attilio Spaccarelli completed between 1937 and 1950. The three phases are not only described and documented but also drawn at the same scale and with the same type of representation in order to eliminate the discrepancies given by the different drawing styles. The current condition is then measured and defined in plan and section with the aim of understanding not only the relationship between the different parts of the complex built at different times but above all the reasoning behind the design choices dictated by the constraints due to the previous construction phases. The method of analysis allows to understand the reasoning behind each design choice that cannot be explained through the simple observation of the current state. The redrawing makes it possible to clearly highlight how the size and orientation of Bernini’s colonnade are given by the desire to create a visual and physical continuity between the Scala Regia defined by Antonio da Sangallo, and modified by Bernini himself, and the urban axis of the Via Alessandrina; which connected the staircase to Ponte Sant’Angelo located at a distance of about 1.400 meters. The visual relationship is now completely denied by the new conformation of the urban environment following Piacentini’s interventions, but it can be easily observed through the evolution of Benevolo’s drawings. The final design proposed in the article for Casabella is the key element of the analysis, the transformation map: it superimposes the conditions before Piacentini’s intervention on the current one and shows with only three layers the complex intertwining of urban continuities and interruptions that have characterised the urban history of the area in the long period. The design is presented in three simple colours: the red buildings are unchanged in the two periods, the yellow represents the demolitions and the blue the reconstructions, while the yellow and blue dashed shows the buildings that have been rebuilt on the area previously occupied by other constructions. The sum of these temporal layers defines a powerful tool for the understanding urban metamorphosis that allows a trained eye to understand the whole complex design evolution with a quick glance. Time becomes a design factor like space and the representation of the different intervals contributes in a central way to the understanding not only of the evolution-

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ary process but above all of the visible structure, which is only a contemporary concretisation of complex phenomena that could, and still can, radically change the design choices. From the perspective of the physical description of time, Benevolo does not see in the transformation map the conclusion of the analysis but rather the founding element that allows to build a design proposal made strong by the full understanding of the complexity of historical stratifications. Continuity in terms of operational tools is still today a necessary means for drafting project proposals aware of historical developments and capable of assuming responsibility in the morphological metamorphosis of the urban environment. In these terms the city is seen as the result of a collective process that jealously guards the traces not only of its latest additions but of the whole sum of the changes made to the natural and human support over a long time. Benevolo summarises his ideas in the conclusion of the text by tracing the possible future uses of the analytical drawing method: “project coherence remains a practical and personal gift, which becomes increasingly difficult to convey and is forgotten over time. Reading the documents on the construction of the square gives continuous evidence of the contrast between Bernini’s reticence and the amateurism of his interlocutors, and this is only the beginning of a misunderstanding that continues to this day. Critics today have the task of resolving this disagreement in the light of the historical account, and the attempt is just as important to understand the architecture of the past as it is to properly discuss and better design contemporary architecture” (Benevolo, 1990).

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urbana del luogo nel lungo periodo. Il disegno si presenta con tre semplici colori: gli edifici rossi sono invariati nei due tempi, il giallo rappresenta le demolizioni e il blu le ricostruzioni, mentre il tratteggiato giallo e blu mostra gli edifici che sono stati ricostruiti sul sedime degli edifici precedenti. La somma di questi strati temporali definisce un potente strumento di comprensione della metamorfosi urbana che consente ad un occhio allenato di comprendere con un rapido sguardo tutta la complessa evoluzione progettuale. Il tempo diviene un fattore progettuale al pari dello spazio e la rappresentazione dei diversi intervalli contribuisce in maniera centrale alla comprensione non solamente del processo evolutivo ma soprattutto dell’assetto visibile, che è solo una concretizzazione contemporanea di fenomeni complessi che avrebbero potuto, e possono ancora, modificare radicalmente le scelte progettuali. Nell’ottica della descrizione fisica del tempo Benevolo non vede nella carta delle trasformazioni la conclusione dell’analisi ma piuttosto l’elemento fondante che permette di costruire una proposta progettuale resa forte dalla piena comprensione della complessità delle stratificazioni storiche. La continuità in termini di strumenti operativi è ancora oggi un mezzo necessario per la redazione di proposte progettuali consapevoli delle evoluzioni storiche e capaci di assumersi la responsabilità nella metamorfosi morfologica dell’ambiente urbano. In questi termini la città è vista come il risultato di un processo collettivo che custodisce gelosamente le tracce non solo delle sue ultime aggiunte ma di tutta la somma delle modifiche apportate al supporto naturale e umano nel tempo lungo. Benevolo riassume le sue idee nella conclusione del testo tracciando i possibili usi futuri del metodo di disegno analitico: “la coerenza progettuale rimane una dote pratica e personale, che diventa sempre più difficile trasmettere e col tempo è dimenticata. La lettura dei documenti sulla realizzazione della piazza dà continue prove del contrasto fra la reticenza di Bernini e il dilettantismo dei suoi interlocutori, e questo è solo il principio di una incomprensione che si prolunga ancora ai nostri giorni. La critica oggi ha il compito di sciogliere questo dissidio alla luce del resoconto storico, e il tentativo è altrettanto importante per capire l’architettura del passato quanto per discutere correttamente e progettare meglio l’architettura contemporanea” (Benevolo, 1990).

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Il ridisegno critico oggi

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Lo strumento della carta delle trasformazioni identificato da Benevolo è stato applicato dal gruppo di ricerca Urbicide Task Force dell’Università Iuav di Venezia a una serie di casi studio di ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale. Un’operazione, mai realizzata in maniera comparativa, che consente di rivalutare i numerosi studi monografici sui processi di ricostruzione postbellica alla luce di un sistema di valutazione comune e quindi di definire delle categorie interpretative che non si limitino all’osservazione dei materiali di archivio ma siano informate tramite lo strumento del disegno e della sua lettura. L’operazione richiede un imponente lavoro di individuazione delle cartografie o fotografie storiche che documentino lo stato prima della distruzione, il livello di distruzione e il processo di ricostruzione e una necessaria uniformazione delle forme di rappresentazione tramite un attento ridisegno che ha consentito di eliminare le discrepanze e raggiungere la piena sovrapposizione delle diverse lastre temporali. Il ridisegno permette di illustrare i tre diversi assetti urbani prima, durante e dopo la distruzione e si conclude, come nell’esempio di Benevolo, con la realizzazione di una mappa delle trasformazioni che sovrappone i tre momenti e mostra con chiarezza il processo di metamorfosi urbana. La redazione sistematica di mappe delle trasformazioni permette di confrontare le conseguenze spaziali sul tessuto urbano delle diverse strategie di ricostruzione applicate. Il risultato mostra frequentemente una chiara differenza rispetto alla pubblicistica storica che, focalizzandosi sugli aspetti formali dei piani più che sui loro risultati pratici, tende a riproporre forme urbane semplificate che spesso non trovano riscontro nella realtà. Le lastre temporali utilizzate per realizzare la

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Critical redrawing today The transformations map tool identified by Benevolo was applied by the Urbicide Task Force research group of Università Iuav di Venezia to a series of reconstruction case studies after WWII. An operation, never carried out in a comparative way, which makes it possible to re-evaluate the numerous monographic studies on post-war reconstruction processes in the light of a common evaluation system and therefore to define interpretative categories that are not limited to the observation of archive materials but are informed through the tool of the drawing and its reading. The operation requires an impressive work to identify the cartographies or historical photographs that document the state before the destruction, the level of destruction and the reconstruction process and a necessary standardisation of the forms of representation through a careful redesign that has made it possible to eliminate the discrepancies and achieve full overlap of the different temporal plates. The redesign makes it possible to illustrate the three different urban structures before, during and after the destruction and ends, as in Benevolo’s example, with the creation of a transformations map that overlaps the three moments and clearly shows the process of urban metamorphosis. The systematic drafting of transformation maps makes it possible to compare the spatial consequences on the urban fabric of the various applied reconstruction strategies. The result frequently shows a clear difference with respect to historical publications which, by focusing on the formal aspects of the plans rather than on their practical results, tends to re-propose simplified urban forms that often do not find a confirmation in reality. The temporal plates used to create the transformation maps can become a precious

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Fig. 3 - Mappe delle trasformazioni di città coinvolte nelle distruzioni della seconda guerra mondiale: Milano (1944-1965), Dresda (1945-1989), Brunete (1937-1946), Le Havre (1944-1964), Pisa, (1943-1960), Münster (1944-1964), Londra (1940-1982), Guernica (1937-1956), Coventry (1943,1962), Amburgo (1943-1960), Marsiglia (1943-1958), Orleans (1940-1960), Saint Malo (1944-1961), Kassel (1943-1970), Belchite (1937-1964), Caen (1944-1957). Fonte: Urbicide Task Force, Università Iuav di Venezia. Transformation maps of cities involved in the destruction of WWII: Milan (1944-1965), Dresden (1945-1989), Brunete (1937-1946), Le Havre (1944-1964), Pisa (1943-1960), Münster (19441964), London (1940-1982), Guernica (1937-1956), Coventry (1943,1962), Hamburg (1943-1960), Marseille (1943-1958), Orleans (1940-1960), Saint Malo (1944-1961), Kassel (1943-1970), Belchite (1937-1964), Caen (1944-1957). Source: Urbicide Task Force, Università Iuav di Venezia.

mappa delle trasformazioni possono divenire un prezioso strumento progettuale a partire dall’idea che l’assetto futuro possa inserirei in maniera organica all’interno della serie storica assumendo la somma delle trasformazioni, e non solo il loro risultato visibile, come punto di partenza dell’azione di progetto. Il periodo individuato per la scelta delle lastra temporale al termine del processo di ricostruzione, che consente di redigere la carta delle trasformazioni, varia in maniera significativa: in alcuni casi caratterizzati da distruzioni ampie ma puntuali i processi di ricostruzione si concludono già negli anni ’50 (Marsiglia, Caen, Firenze, etc.); la maggior parte delle ricostruzioni pianificate di grande scala sono completate negli anni ’60 (Le Havre, Rotterdam, etc.) mentre in alcuni esempi per ragioni economiche o politiche i processi si protraggono fino agli anni ’70 (Kassel, etc.) o addirittura agli ’80 (Dresda, Londra, etc.). Una data formale di conclusione della ricostruzione esiste solo in alcuni casi di pianificazione top-down come a Le Havre, dove nel 1964 il piano di Auguste Perret viene dichiarato completato, o a Rotterdam dove il Basis Plan di Cornelius Van Tra rimane in funzione fino al 1968. In molti casi il completamento di un edificio simbolico viene utilizzato come inizio o fine della ricostruzione: a Milano la rapida ricostruzione del teatro alla Scala con il concerto inaugurale diretto da Arturo Toscanini l’11 maggio 1946 e il completamento della torre Velasca di BBPR nel 1957; a Marsiglia, l’inaugurazione nel 1954 del nuovo quartiere Vieux Port deliberatamente raso al suolo durante l’occupazione nazista e ricostruito su progetto di Fernand Pouillon; o ancora a Londra dove l’area di Cripplegate vede un radicale sconvolgimento delle forme urbane che culmina con l’inaugurazione da parte della regina Elisabetta II del Barbican Centre nel 1982. L’analisi comparativa delle mappe delle trasformazioni permette, tramite una osservazione critica, di costruire delle famiglie di strategie di intervento e del-

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design tool starting from the idea that the future structure can be inserted organically within the historical series by assuming the sum of the transformations, and not just their visible result, as the starting point of the design action. The period identified for the choice of the temporal plates at the end of the reconstruction process, which makes it possible to draw up the transformation maps, varies significantly: in some cases characterised by extensive but punctual destruction, the reconstruction processes are already completed in the 1950s. (Marseille, Caen, Florence, etc.); most of the planned largescale reconstructions are completed in the 1960s (Le Havre, Rotterdam, etc.) while in some examples for economic or political reasons the processes last until the 1970s (Kassel, etc.) or even to the ‘80s (Dresden, London, etc.). A formal date of completion of the reconstruction exists only in some cases of top-down planning such as in Le Havre, where in 1964 Auguste Perret’s plan is declared completed, or in Rotterdam where Cornelius Van Tra’s Basis Plan remains in operation until 1968. In many cases the completion of a symbolic building is used as the beginning or end of the reconstruction: in Milan the rapid reconstruction of the La Scala theater with the inaugural concert directed by Arturo Toscanini on May 11th 1946 and the completion of the Velasca tower by BBPR in the 1957; in Marseille, the inauguration in 1954 of the new Vieux Port district which was deliberately razed to the ground during the Nazi occupation and rebuilt with a design by Fernand Pouillon; or in London where the Cripplegate area sees a radical upheaval of urban forms which culminates with the inauguration by Queen Elizabeth II of the Barbican Center in 1982. The comparative analysis of the transformation maps allows, through critical observation, to build families of intervention strategies and their spatial consequences. The clear categorisations contained in the monographic works on individual case studies are often challenged by a system that tends to return a more complex and multifaceted reading of phenomena archived with rigid definitions. The initial decision on the maintenance or abandonment of the pre-destruction urban form marks a clear watershed between places where the urban structure is substantially mended with minimal changes (Milan, Pisa, Caen, Saint Malo etc.) and the places where the structure reconstructed is completely different from the pre-destruction ones (Le Havre, Coventry, Brunete, Kassel, etc.). There are also mixed systems in which the maintenance of some elements considered of greater architectural value is accompanied by a radical rethinking of the small urban pattern (Dresden, Hamburg, etc.). In other cases, the pre-destruction settlement principle is reinterpreted as a trigger for reconstruction processes by re-proposing the urban form but substantially modifying some key parameters (distances, dimensions of the buildings) (Orleans, Münster, etc.). On other occasions, the inclusion of new functions, wrongly or rightly imagined as more in line with contemporary needs, is the engine of the profound change in the urban layout (Coventry, Exeter, etc.). The operation as a whole shows how any attempt at clear vertical categorisation starting from common characters, that in some cases become real slogans such as how it was where it was or tabula rasa, must give way to a more fluid division in which the surrounding economic, social and political conditions dictate the timing and forms of the interventions. The strong resilience of urban forms

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emerges with great clarity, dictated above all by the ownership structures and the consequent systems of financial income (Bernoulli, 1946), which in spite of sometimes total destruction remain capable of directing future design choices. The results of the application in the field of different reconstruction strategies make it possible to strongly reaffirm a vision of the city as a unitary organism, in which the modification of the individual parts is always possible but never indiscriminate with respect to the overall value of the whole complex. The quantitative analysis of the transformation maps can allow a further step forward in the understanding of the phenomena and in their cataloging, for this reason a collaboration is currently being defined with the “Tullio Levi-Civita” Department of Mathematics of the Università di Padova, with the aim of defining and calculating a series of key parameters related to the transformation maps. Urbicide Task Force intends to further develop the research, not only through mathematical analysis but also by trying to understand if events that are different in cause but similar in effect, such as natural disasters and socio-economic crises, have radically different impacts on urban metamorphosis processes. In the meantime, it is necessary to reaffirm the use of drawing as a tool for investigation and understanding, not so much of the past in a documentary key or of the present with an illustrative function, but as an analytical tool for understanding the complexity of urban metamorphosis processes and above all as an operational basis for the creation of strategic urban design tools. Only a full understanding of the reasons and results of past choices can allow today, in a historical context in which catastrophic destructions are constantly increasing and the complexity factors of the reconstruction processes grow exponentially, to critically insert contemporary choices into an overall trajectory. that bases the project of the future on the understanding of the past.

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le loro conseguenze sul piano spaziale. Le categorizzazioni nette contenute nei lavori monografici sui singoli casi studio vengono spesso messe in crisi da un sistema che tende a restituire una lettura più complessa e sfaccettata di fenomeni archiviati con frettolose definizioni tranchant. La decisione iniziale sul mantenimento o l’abbandono della forma urbana pre-distruzione segna uno spartiacque chiaro tra luoghi in cui la struttura urbana viene sostanzialmente ricucita con modifiche minime (Milano, Pisa, Caen, Saint Malo etc.) e i luoghi in cui l’assetto ricostruito è completamente differente da quello predistruzioni (Le Havre, Coventry, Brunete, Kassel, etc.). Esistono poi sistemi misti in cui il mantenimento di alcuni elementi considerati di maggior pregio architettonico, è affiancato da un ripensamento radicale del tessuto minuto (Dresda, Amburgo, etc.). In altri casi il principio insediativo pre-distruzione è reinterpretato come innesco dei processi di ricostruzione riproponendo la forma urbana ma modificando sostanzialmente alcuni parametri chiave (distanze, dimensioni dei corpi di fabbrica) (Orleans, Münster, etc.). In altre occasioni l’inserimento di nuove funzioni, immaginate a torto o a ragione come maggiormente allineate alle necessità della contemporaneità, è il motore della modifica profonda dell’assetto urbano (Coventry, Exeter, etc.). L’operazione nel suo complesso mostra come ogni tentativo di chiara categorizzazione verticale a partire da caratteri comuni, in alcuni casi divenuti veri e propri slogan come com’era dov’era o tabula rasa, debba lasciare il passo ad una divisione più fluida in cui le condizioni a contorno di tipo economico, sociale e politico dettano i tempi e le forme degli interventi. Emerge con grande chiarezza la forte resilienza delle forme urbane, dettate innanzitutto dagli assetti proprietari e dai conseguenti sistemi di rendita finanziaria (Bernoulli, 1946), che a dispetto di distruzioni talvolta totali rimangono capaci di indirizzare le scelte progettuali future. I risultati dell’applicazione sul campo di diverse strategie di ricostruzioni consentono di riaffermare con forza una visione della città come organismo unitario, in cui la modifica delle singole parti è sempre possibile ma mai indiscriminata rispetto al valore complessivo dell’insieme. L’analisi quantitativa delle mappe di trasformazione può consentire un ulteriore passo in avanti nella comprensione dei fenomeni e nella loro catalogazione, per tale ragione è attualmente in via di definizione una collaborazione con il Dipartimento di Matematica “Tullio Levi-Civita” dell’Università di Padova, con lo scopo di definire e calcolare una serie di parametri chiave collegati alle carte delle trasformazioni. Urbicide Task Force intende sviluppare ulteriormente la ricerca, non solo tramite l’analisi matematica ma anche cercando di capire se eventi diversi per causa ma simili per effetti, come disastri naturali e crisi socio-economiche, hanno impatti radicalmente differenti sui processi di metamorfosi urbana. È necessario intanto riaffermare l’uso del disegno come strumento di indagine e comprensione, non tanto del passato in chiave documentaristica né del presente con funzione illustrativa, ma come strumento analitico per la comprensione della complessità dei processi di metamorfosi urbana e soprattutto come base operativa per l’ideazione di strumenti strategici di disegno urbano. Solo una piena comprensione dei motivi e dei risultati delle scelte passate può consentire oggi, in un contesto storico in cui le distruzioni catastrofiche sono in continuo aumento e i fattori di complessità dei processi di ricostruzione crescono esponenzialmente, di inserire criticamente le scelte contemporanee in una traiettoria complessiva che fondi sulla comprensione del passato il progetto del futuro. Riferimenti bibliografici_References Albrecht B. (2018) WAVE 2017. Syria the Making of the Future from Urbicide to the Architecture of the City, Incipit, Conegliano. Albrecht B. (2015) “Leonardo Benevolo e il guardare gli edifici del passato da dentro”, in Benevolo L. (2015) Indagine su Santo Spirito di Brunelleschi, Guaraldi, Rimini. Benevolo L. (1988) “Le due tradizioni dell’architettura contemporanea”, in Casabella, n. 544. Benevolo L. (1990) “La percezione dell’invisibile. Piazza San Pietro del Bernini”, in Casabella, n. 572. Bernoulli H. (2006) La città e il suolo urbano, Corte del Fontego, Venezia.

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urbanform and design Progetto e continuità

U+D Project and continuity. Forms and types of living in Sardinia and in the Mediterranean area

Carlo Atzeni1, Adriano Dessì2, Silvia Mocci3

DICAAR Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Architettura, Università di Cagliari E-mail: 1carlo.atzeni@unica.it, 2adrianodessi@unica.it, 3silvia.mocci@gmail.com

Un approccio morfo-tipologico per lo studio dei contesti consolidati Le culture, le forme e i tipi dell’abitare storico-tradizionale e moderno sono temi chiave della riflessione teorica ed operativa sul progetto della Scuola di Architettura di Cagliari, con un interesse particolare e inscindibile agli sviluppi in chiave di progetto contemporaneo che ne possono conseguire. Questa riflessione ha come fondamento l’idea che le strutture insediative, la costruzione del paesaggio agrario come luogo della produzione in diretta relazione con l’insediamento, e le strutture urbane, ambiti dell’accentramento anche quando organizzate in reti di micro-villaggi capillarmente distribuiti sul territorio a presidio della proprietà agraria (come accade quasi sistematicamente in Sardegna), costituiscano un palinsesto frutto di un processo di lunga durata con continui aggiornamenti e modificazioni. Assumendo la necessità che il progetto non possa che essere esito di un complesso sistema di relazioni contestuali, in coerenza con i principi che discendono dalla coppia progetto/contesto, si ritiene che il concetto di Continuità, (Rogers, 1958), possa e debba essere la base su cui strutturare la conoscenza dei luoghi e della loro “riscrittura” e reinterpretazione in chiave progettuale. Pur con questo approccio di continuità, tuttavia, nei momenti di crisi acuta, come quella che stiamo attraversando, il pensiero di ridefinizione degli spazi e sulla trasformazione dei luoghi può accettare la sfida dei cambiamenti di paradigma, e quindi segnalare e interpretare anche eventuali ed opportune discontinuità. Il progetto si inserisce dunque nel quadro di una pratica storica, accogliendone e interpretandone la dimensione processuale evitando però le secche di un approccio storicista, di replica acritica di figure e forme prodotte nel tempo lungo delle storie locali. È la Storia Operante di Muratori (Muratori, 1959) a cui è d’obbligo far riferimento, così come è stato a livello internazionale dal secondo dopoguerra in poi: valga per tutte la vicenda di tanta cultura progettuale raccolta sotto l’amplissima definizione di Regionalismo critico (Frampton, 2008), nella convinzione che i contesti locali non abbiano necessità di essere eccessivamente perturbati piuttosto “riscritti” appunto, secondo un approccio agopunturale di ricucitura con le trame già esistenti.

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Abstract The School of Architecture of Cagliari has dedicated considerable efforts to study the forms of landscape, urban settlements and building typologies, interpreting them as fundamental tools of analytical knowledge for any transformation approach of places. Starting from a well-established research activity on “minor” settlements in Sardinia, which was later extended to some countries of the Mediterranean area, a number of design experiences have been carried out (teaching, competitions, applied research projects) on margin contexts and on rural landscapes of the region, in addition to places of particular interest in some areas of Maghreb (Algeria and Morocco in particular). The inter-scale knowledge of the forms and types of settlement, understood as an integral part of the project, allowed us to define a framework of settlement invariants, recurring features and specific places. This framework constitutes the system of continuity references onto which we can inscribe the new sense interpretations of landscapes under transformation, in a scenario that is continually stretched between the memory of what already exists and the invention of what will be. The project, therefore, is used to conceive and produce new territorial structures, new habitats, according to an idea of long-lasting landscape and settlement palimpsest and, in this sense, it becomes a research tool on the transformation potential of places inside a process framework that is not univocally and definitively determined. In this sense and to a certain extent, the proposed experiences follow the idea of Álvaro Siza on the role of architecture as something that “already exists (...)” and that “(...) is only waiting to emerge” (Siza, 1993). Architecture is therefore not seen as “(...) the repeated production of aesthetic objects” (Frampton, 1987) but, rather, as a relational tool.

DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.013

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Keywords: Continuity, Urban Morphology, Building Typology, Mediterranean Habitats, Settlement in Sardinia

Forme e tipi dell’abitare in Sardegna e nel Mediterraneo

A morphological and typological approach to the study of consolidated contexts The cultures, forms and historical/traditional and modern residential types are key themes of the theoretical and practical reflection on the

Secondo questa idea si è interpretata la conoscenza dei luoghi come ricerca sugli elementi e le regole dell’insediamento che permangono, in altro modo, i suoi elementi strutturali, le sue invarianti, che attraversano il tempo e contribuiscono a definirne il carattere identitario. Proprio per questa convinzione la morfologia e la tipologia diventano strumenti di indagine e di comprensione dell’insediamento secondo un approccio interscalare (Caniggia, Maffei, 1981) che mette in relazione le forme insediative con le emergenze ambientali, le strutture e le forme degli aggregati con i tipi edilizi e i loro caratteri, cioè con le unità minime che articolano gli organismi urbani stessi. Ma, sempre per la stessa ragione, la morfologia e la tipologia sono due strumenti, forse fra i più incisivi, di interpretazione dei palinsesti costruiti esito di processi interrotti di

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Dalla conoscenza al progetto: la continuità come principio

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project of the School of Architecture of Cagliari, with a particular and strong interest in the key developments of the contemporary project that may result. This reflection is founded on the idea that settlement structures, the construction of the agricultural landscape as a place of production in direct relation with the territory, and urban structures, that are areas of centralisation even when organised into micro-village networks evenly distributed on the territory as a protection for the land (as happens almost systematically in Sardinia), constitute a palimpsest which is the result of a long-term process that gets continuously updated and modified. With the assumption that the project can only be the result of a complex system of contextual relations, consistent with the principles of the pair project/context, we believe that the concept of Continuity, (Rogers, 1958), can and should be the basis on which to structure the knowledge of places for their “rewriting” and reinterpretation in a design perspective. Inside this continuity approach, however, in times of acute crisis, like the one we are experiencing at the moment, thoughts about the redefinition of spaces and the transformation of places can take on the challenge of the paradigm shifts and, therefore, also highlight and interpret any appropriate forms of discontinuity. The project is therefore framed within a historical practice, embracing and interpreting its process dimension, even though avoiding the shallows of a historicist approach, of a sterile replication of shapes and forms resulting from long-standing local histories. It is the Operating History by Muratori (Muratori, 1959) to which we must refer, as confirmed at an international level since the end of World War II: an example for all, the great design culture created under the wide movement defined as Critical Regionalism (Frampton, 2008), in the belief that local contexts do not need to be overly perturbed , but rather “rewritten” according to an approach which works almost like acupuncture to restitch existing plots.

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Fig. 1 - Quadro sinottico delle strutture insediative sul territorio della Sardegna e casistiche morfo-tipologiche ricorrenti nei villaggi di pianura, con tipo edilizio prevalente della casa a corte, e di montagna, con tipo edilizio prevalente della casa alta di montagna e della casa a cellule elementari. Summary view of settlement structures on the territory of Sardinia and morphological and typological recurrent cases in lowland villages, with the courtyard house as predominant building type, and in mountain villages, with the high-mountain houses and elementary-cell house as prevailing types.

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modificazione e di conseguente definizione di nuovi orizzonti progettuali nella contemporaneità. Nella ricca e complessa rete di rimandi reciproci che collega filoni e temi di ricerca e progetto intorno all’argomento della Morfologia Urbana non si può non citare le “architetture senza architetti” di Bernard Rudofsky (Rudofsky, 1988). Lo sguardo rivolto ai contenuti “minimi” dell’abitare, alla qualità che nasce da un’interpretazione coerente ed aderente agli stati di necessità socioculturali ed ambientali è per molti aspetti sovrapponibile, si alimenta da filoni del Moderno che non fanno riferimenti alla “nuova formatività” delle avanguardie artistiche, ma ad un rapporto con l’industria in cui la qualità resta ben salda nelle mani di saperi di “alto artigianato”: Adolf Loos, ma forse anche Heinrich Tessenow, la Scuola di Amsterdam in grande misura, in Italia il già citato Pagano. Portatori di una versione della “qualità totale” dell’ambiente costruito differente da quella attorno alla quale si andava lavorando nei laboratori Bauhaus; capaci di intravvedere anticipatamente, negli anni tra le due guerre, i limiti dell’industrializzazione applicata all’architettura e alla città. L’esperienza della Scuola di Cagliari, particolarmente coinvolta negli studi degli insediamenti “minori” e dell’architettura tradizionale con i suoi tipi e archetipi mediterranei, in qualche modo ripercorre l’idea che proponeva il gruppo portoghese dell’inquerito – sfociato poi nei volumi dell’Arquitectura popular in Portugal – e che le parole di Fernando Távora ben sintetizzano quando sostiene che “(…) dallo studio dell’architettura popolare si devono trarre lezioni di coerenza, serietà, economia, ingegno, funzionamento, bellezza (…) che molto possono contribuire alla formazione di un architetto dei giorni nostri” (Távora, 1988). La riflessione proposta è sempre in proiezione progettuale e, dunque, incardinata sulla coppia analisi/progetto, considerando il momento di conoscenza

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From knowledge to the project: continuity as a principle According to this idea, the knowledge of places is understood as a research work on the elements and rules of the settlement that persist therein, in other words, its structural elements, its invariants which cross time and contribute to the definition of the identity character of the place itself. It is for this reason that morphology and typology become tools of investigation and understanding of the settlement according to an inter-scalar approach that puts together the forms of settlement with the environmental elements, the structures and forms of the aggregates with their building types and features, that is, with the minimum units that articulate urban organisms. All this according to an inter-structural logic that Caniggia and Maffei have defined thoroughly in their studies (Caniggia, Maffei, 1981). In addition and for the same reason, morphology and typology are two of the most effective tools for the interpretation of the built palimpsests resulting from interrupted processes of modification, and therefore for the definition of new contemporary design horizons. Inside the rich and complex cobweb of cross-references that connect different strands, research and design topics about Urban Morphology, we should mention the “architecture without architects” by Bernard Rudofsky (Rudofsky, 1988). The focus on the “minimum” contents of inhab-

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Fig. 2 - Carlo Atzeni, Adriano Dessì e Silvia Mocci, “Seilhabitat- Toujour collectif Toujour Individuel”, progetto vincitore del concorso internazionale Europan X per il sito di Seilh-Toulouse, Francia nel 2010-11. Morfo-tipologie di un ettaro-tipo del nuovo insediamento di margine tra urbano e rurale. Carlo Atzeni, Adriano Dessì and Silvia Mocci, “Seilhabitat- Toujour collectif Toujour Individuel”, first prize project for the international competition Europan 10 for the site of Seilh-Toulouse, France, 2010-11. Morphological and typological features of an example hectare of land of the new marginal settlement between urban and rural settings.

analitica e critica come parte integrante del processo di approssimazione ai luoghi. In questo senso il progetto diventa dispositivo di ricerca fra i più stimolanti ed efficaci, grazie alle sue valenze conoscitive, interpretative ed in ultima istanza, ma non meno importante, esplorative.

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iting a place, on the quality that comes from an interpretation that is consistent and adherent to social, cultural and environmental needs, is fuelled by some Modern-period strands that make no reference to the “new formativity” of the artistic avant-garde, but rather refer to a relationship with industry where quality remains firmly in the hands of the “top craftsmanship”: Adolf Loos, but perhaps also Heinrich Tessenow, The School of Amsterdam to a great extent and in Italy the aforementioned Pagano. These were bearers of a version of the “total quality” of the built environment that was different from the one developed inside the Bauhaus Laboratories; they were capable of understanding in advance, in the years between the two wars, the limits of industrialisation applied to architecture and to the city. In our country, Libera, Quaroni and Ridolfi, to name just a few of the most representative, would then take pick up and develop this cultural heritage with some of the most important projects of the second half of the twentieth century. The experience of the School of Cagliari, which is particularly committed to studying “minor” settlements and traditional architecture with its Mediterranean types and archetypes, somehow traces the idea proposed by the Portuguese group of the Inquérito, which then led to the publication of the volumes of the Arquitectura Popular em Portugal, and the thought of which is well summarised by Fernando Távora “(...) from the study of popular architecture we must draw lessons of consistency, reliability, economy, wit, operation and beauty (...) that can significantly contribute to the formation of an architect of our time” (Távora, 1988). The proposed reflection is always following a design projection and, therefore, is always anchored to the analysis/project pair, considering the time spent to gain analytical and critical knowledge as an integral part of the process of approaching a place. In this sense, the project becomes a device among the most effective and inspiring for research work on places and settlement structures, due to its knowledge-based, interpretative and, last but not least, exploratory values.

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Forms and residential types in Sardinia: the archetypes/invariants of the project This line of research has truly been one of the cornerstones of scientific elaboration at the School of Cagliari. Among the numerous research works conducted on the long-term settlements of Sardinia, the most significant can be classified around four key issues: - rural landscape and sustainable design development for inland areas; - “minor” historical centres (summarised in the series of Recovery Manuals and of the Atlas of Building and Living Cultures in the Historical Centres of Sardinia); - dysfunctions and criticality of the marginal areas of inland villages, affected by transformation processes that interrupt the historic and necessary relationship between settlements and countryside; - landscapes of the modern period concerning agrarian reforms, mining landscapes and the planned cities of the twentieth-century (Carbonia, Cortoghiana, Bacu Abis, Arborea and Fertilia). In particular, the study of the settlement network of villages on which the long-lasting landscapes are structured, led us to produce the most interesting results concerning morphological and typological studies, in terms of the relationship between knowledge and project and of the transformation potential of such landscapes. Research works on the structures and forms of

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Forme e tipi dell’abitare in Sardegna: dagli archetipi/invarianti al progetto Tra le numerose ricerche condotte sugli insediamenti di lunga durata del territorio isolano, le più significative sono inquadrabili su quattro tematiche fondamentali: - paesaggio rurale e progetto di sviluppo sostenibile per le aree interne; - centri storici “minori” (sintetizzata nella collana dei Manuali del recupero e dell’Atlante delle Culture costruttive dei Centri Storici della Sardegna); - disfunzionalità e criticità delle aree marginali dei villaggi dell’interno, interessate da processi di trasformazione che interrompono lo storico rapporto di necessità tra abitato e agro; - paesaggi della modernità che comprendono le vicende legate alle riforme agrarie, ai paesaggi minerari e alle città di fondazione novecentesca (Carbonia, Cortoghiana, Bacu Abis, Arborea e Fertilia). Le ricerche sulle strutture e sulle forme dell’insediamento rurale premoderno, infatti, hanno consentito di individuare una serie di archetipi legati alle pratiche di gestione della terra e, più in generale, propri delle culture dell’abitare che permettono di delineare un quadro di figure di paesaggio, di forme urbane e di tipi abitativi. La ricerca sul campo ha poi costituito un vero e proprio corpus di conoscenze | Carlo Atzeni_Adriano Dessì_Silvia Mocci | ISSN 2612-3754 (print) ISSN 2384-9207 (online)_n.16-2021

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the pre-modern rural settlement, in fact, allowed us to identify a series of archetypes related to the management techniques of the land and, more generally, related to the cultures of living which create a framework of landscape figures, urban forms and residential types. Field research has also created an actual body of knowledge and findings about the construction characters and techniques that are directly attributable to the Sardinian settlement, and allowed us to place this gained knowledge in a wider cognitive framework which makes it paradigmatic and comparable on a Mediterranean scale. Firstly, the link between the construction of the rural landscape and the village shows that the latter takes on a role as protector of the land in production and residential terms, which is the main social, economic and structural drive of the territorial organism. In general, around the village, the arrangement of the agricultural systems, the density of use of the agricultural and farming surfaces, the connection infrastructures and the cyclical nature of production, constitute the complex system of the “everyday construction” and modelling of the soil which defines the form of the landscape. This relationship has an inter-scalar origin and in it gains its own meanings and interpretations in the transition between the scales. In a brief summary it is possible to describe the rural landscape, with respect to the settlement centrality, through at least three levels of reading: - the identification of territorial figures, i.e. the combination of local morphological variables in which the operation of the village/countryside system is strongly determined by the geographic dominants and by their relationship with villages; in general, the relationship between the village and the countryside is determined by the morphologies in which such relationship is developed (crowns of centres arranged on the hillside of highlands, alignment of villages along central ridges, networks of interspersed centres in the inner valleys of the outlying regions and grids of equally-distanced centres on plains, etc.) and it can be described according to a “need for a figure” (Gregotti, 1967) that is perceptible only at a large scale, but not independent from the small scale which allows for an exhaustive and objective understanding; - the recognition of the rural matrix of the village from its relationship with the dominant agricultural system, namely the understanding of the two variables, position and morphology, which are located at the base of its production and residential purpose which culminates inside the village with the courtyard house, in its different typological variations. In this sense it is possible to identify at least four “habits” in the relationship between rural village and land, which are translated in the different territorial figures: the centralisation, where the village is arranged in a uniform rural territory with a cyclical and seasonal use and where the distribution of resources, types of soil and territorial infrastructures surround the inhabited area that constitutes the centrality; the marginality that characterises the village when it is located between two very different rural systems, but on which, in the same way, Sardinia almost completely relies, pasture and agriculture, establishing an asymmetric and polarised system of relations with the territory, with a strong dependency between the house and the suburban garden; the intercalary nature, typical of the dispersed systems of recent colonisation regions, in which the concept of dense village is replaced by settlement filaments which unfold

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e rilievi sui caratteri e sulle pratiche della costruzione propriamente attribuibili all’insediamento sardo e di collocarlo in un quadro conoscitivo più ampio che lo rende paradigmatico e confrontabile su scala mediterranea. In primo luogo, il nesso tra la costruzione del paesaggio rurale e il villaggio evidenzia che quest’ultimo assume ruolo di presidio produttivo-abitativo della terra, principale motore socio-economico e strutturale dell’organismo territoriale. Questo rapporto ha origine interscalare e nella transizione fra le scale acquisisce significati e interpretazioni propri. In una sommaria sintesi è possibile descrivere il paesaggio rurale, rispetto alla centralità dell’insediamento, attraverso almeno tre livelli di lettura: - l’identificazione di figure territoriali, ovvero la combinazione di quelle variabili morfologiche locali nelle quali il funzionamento del sistema villaggio-campagna è fortemente determinato dalle dominanti geografiche e dal rapporto dei villaggi con esse; in generale il rapporto tra villaggio e campagna è determinato dalle morfologie in cui esso si sviluppa (corone di centri disposti nella mezzacosta degli altipiani, allineamento dei villaggi lungo le dorsali centrali, reti di centri intercalari dispersi nelle valli interne delle regioni periferiche, reticoli di centri equidistanti di pianura etc.) e risulta descrivibile secondo quella “necessità di figura” (Gregotti, 1967), percepibile solo alla grande scala, ma non per questo indipendente dalla piccola, senza la quale la sua comprensione non sarebbe esaustiva e oggettiva; - il riconoscimento della matrice rurale del villaggio a partire dalla relazione con l’agrosistema dominante, ovvero la comprensione delle due variabili, disposizionali e morfologiche, che si situano alla base della sua ragione produttiva e abitativa che culmina al suo interno con la casa a corte, nelle sue differenti variazioni tipologiche. In tal senso è possibile individuare almeno quattro “consuetudini” del rapporto tra villaggio e suolo rurale, che si declinano nelle differenti figure territoriali, quali: l’accentramento, che vede il villaggio disporsi in un territorio rurale omogeneo ad uso ciclico e stagionale, dove la distribuzione delle risorse, i tipi di suolo e le infrastrutture territoriali circoscrivono il nucleo abitato che ne costituisce la necessaria e inscindibile centralità; la marginalità che caratterizza il villaggio quando si dispone tra due sistemi rurali molto diversi, il pascolo e l’agricoltura, stabilendo un sistema di relazioni con il territorio asimmetrico e polarizzato con una forte dipendenza proprietaria tra abitazione e giardino periurbano; l’intercalarità, propria dei sistemi dispersi delle regioni di recente colonizzazione, nei quali il concetto di villaggio accorpato è sostituito da filamenti insediativi che si dispiegano lungo i principali assi del territorio o lungo le vie di penetrazione rurale, colonizzando valli strette, mezzecoste, sistemi fluviali o litorali; la distanza, propria dei sistemi insediativi di altopiano e di montagna, nei quali il villaggio, accentrato e accorpato, vede i suoi sistemi produttivi rurali collocarsi a qualche chilometro nelle aree più fertili dell’agro di sua pertinenza; - infine, l’individuazione delle morfologie principali, di matrice ambientale e paesaggistica, che determinano le logiche strutturali e figurative interne al villaggio e che producono le varianti principali degli assetti tipologici: i fusi urbani come residui di paleoalvei o antichi stagni; i filamenti edificati sulle opere di terrazzamento; i sistemi di spazi aperti e, ancora, di isolati, come edificazione progressiva del mosaico agrario preesistente etc… Alla scala del villaggio, quindi della relazione fra aggregato e tipo edilizio, cioè della dimensione intermedia in cui spazio collettivo e spazio domestico costituiscono la base della forma e della struttura urbana, invece, si possono individuare alcune ricorrenze decisive: - la dicotomia tra la “casa a corte” e la “casa elementare a cellule” che si instaura tra i villaggi di pianura e collina e quelli di montagna; - la conseguente distinzione tra villaggi a bassa densità in cui il vuoto prevale sul pieno, laddove la corte diventa il tipo prevalente, e l’alta densità con la dominante del pieno edilizio nei villaggi in cui la casa elementare a cellule è il tipo abitativo ricorrente; - il recinto come struttura fondativa dello spazio domestico che costituisce l’elemento di relazione tra casa e isolato e, ad una scala più ampia, tra villaggio e agro;

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- il muro come elemento che regola l’articolazione e la forma dello spazio, costituendo il punto di passaggio tra l’architettura e la costruzione e conferendo al costruito il carattere massivo così fortemente connotante.

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Reinventing habitat: the project as research The structural knowledge of the settlement phenomena of the regional territory, fully included inside the wider Mediterranean palimpsest, has been the base of numerous and different design research experiences on habitats of marginal contexts of minor centres in Sardinia – as teaching applied to the project (the thesis laboratory Reinventing Habitat coordinated by the authors) – on a number of Mediterranean countries – as international architecture competitions (Europan 9-13) – and research work on projects for mass residential fabrics from the post-war and post-colonial period in the Maghreb countries, e.g. Atbat Africa and CIAM Algiers. The continuous investigation of the complexity of the Sardinian morphological and typological systems and of the Mediterranean contexts, contributed to the consolidation of the idea that the type is the real elementary and conceptual structure of the project, inside a design-based research method. In this framework, in fact, morphological and typological study stands as a tool at the service of the project; overcoming the approach of a deterministic and ordering knowledge, the type becomes a lively and open scheme that endures and binds the variations and aggregations of the architectural and urban form (Marti Arís, 1990). This approach characterised some of the most significant works of the Mediterranean architectural culture starting from the second half of the last century (such as, in particular, the experiments

Fig. 3 - Laboratorio di tesi di laurea Reinventing Habitat, coordinato da Carlo Atzeni, Adriano Dessì e Silvia Mocci negli anni 2010-2016. In alto sintesi della tesi di Federico Sercis; in basso, sintesi della tesi di Francesco Marras. Thesis laboratory Reinventing Habitat, coordinated by Carlo Atzeni, Afriano Dessì and Silvia Mocci from 2010 to 2016. Above, summary of the thesis work of Federico Sercis; below, summary of the thesis work of Francesco Marras.

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along the main territorial axes or along the roads penetrating into the countryside, colonising narrow valleys, hillsides, river systems or coastlines; the distance, typical of the settlement systems of the highlands and mountains, in which the village, that is centralised and dense, has its rural production systems located a few kilometres away in the most fertile agricultural areas; - finally, the identification of the main environmental and landscape morphologies which determine the figurative and structural logics inside the village and that produce the main variants of the typological structures: urban fuses as old riverbed residues or ancient ponds; the filaments built on terracing works; the systems of open spaces and blocks as a progressive construction of the pre-existing agrarian mosaic etc... At the scale of the village, therefore of the relationship between aggregate and building type, i.e. of the intermediate dimension in which collective space and domestic space constitute the base of the urban form and structure, we can identify a number of significant recurring factors: - the dichotomy between the “courtyard house” and the “elementary cell house” that is established between the villages on plains and hills and those on the mountains; - the resulting distinction between low-density villages where the void prevails over the full and where the courtyard house becomes the predominant type, and high-density villages where the full prevails and where the elementary cell house is the recurrent residential type; - the enclosure as the founding structure of the domestic space that constitutes the element of relationship between the dwelling and the block on the one hand and, on a larger scale, between the village and countryside on the other; - the wall as an element which regulates the articulation and the shape of space, creating the crossing point between architecture and construction and attributing an extremely connoting “massive” attribute to the built environment.

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Reinventare l’habitat: il progetto come ricerca La conoscenza strutturale dei fenomeni insediativi del territorio regionale, pienamente inseriti nel più ampio palinsesto mediterraneo, è stata posta a fondamento di numerose e differenti esperienze di ricerca progettuale sul tema dell’habitat di margine di contesti minori della Sardegna – in forma di didattica applicata al progetto (laboratorio di tesi Reinventing Habitat coordinato dagli autori) – di alcuni paesi del Mediterraneo – in forma di concorsi internazionali di architettura (Europan edizioni IX-XIII) – e di ricerche sui progetti per tessuti abitativi rivolti ai grandi numeri del periodo post bellico e post-coloniale nei paesi del Magreb – Atbat Africa, CIAM Algeri su tutti. La continua indagine sulla complessità dei sistemi morfo-tipologici sardi e dei contesti mediterranei ha contribuito a consolidare, all’interno di una metodologia di ricerca progettuale, l’idea che il tipo costituisca la vera struttura elementare e concettuale del progetto. In questo quadro, infatti, lo studio morfo-tipologico si pone come strumento al servizio del progetto; superando l’approccio di una conoscenza deterministica e ordinatrice, il tipo diviene schema vivo e aperto che sopporta e vincola le variazioni e le aggregazioni della forma architettonica e urbana (Marti Arís, 1990). Questo stesso approccio, in realtà, ha connotato alcune delle esperienze più significative della cultura architettonica mediterranea a partire dalla seconda | Carlo Atzeni_Adriano Dessì_Silvia Mocci | ISSN 2612-3754 (print) ISSN 2384-9207 (online)_n.16-2021

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on the “habitat evolutif” by Candilis, Woods and Azagury); the design research carried out is part of this process of reviewing and rewriting rules and models with the aim of building fabrics and new urban settings in marginal areas. In this direction, the turning point with respect to the conventionality of the modern peripheral neighbourhood was certainly marked by an emblematic work, the Quinta da Malagueira, which traced the beginning of an “alternative tradition” (Montaner, 2015) through which it was possible to rebuild fabrics and relations with the existing city. The design research investigated different themes that are variously interconnected: - density as an operational tool for the protection of the land in line with the basic settlement principle of Sardinian low-density rural landscapes, but also as a design opportunity for the exploration of the relational complexities between public and private spaces, between collective space and individual space understood in their nuanced dialectic that is never dichotomous: “L’habitat est toujours collectif. L’habitation doit toujours êt̂ re individuelle” (G. Candilis, 1967); - the recovery of traces and the historical settlement “measures” as a founding principle through which we can weave the new with the existing: agricultural structures, ecological plots, weak infrastructure systems; - the reference to the historical type and its metamorphosis within established built fabrics, understood as a reinvention drive for new hybrid and flexible forms of living, therefore as a control tool for the time and spatial regeneration variables. The projects developed during the thesis laboratory Reinventing Habitat, for example, propose new settlement forms which, from a morphological point of view, oscillate between the reinterpretation of portions of margin fabrics and their redevelopment according to urban infill processes which rely on the concept of infiltrating clusters and that connect the “inside” of the village with the “outside” of the countryside, creating therefore new rur-urban habitat models where the residential aspect is merged with the multi-purpose dimension of social and productive activities. Finally, the punctual definition of “exceptional objects”, mostly intended for a contemporary conception of agricultural production, which are inserted inside consolidated fabrics and re-read the theme of the “out-of-scale” objects. The participation in international competitions, allowed us to use the project as a tool to explore architecture as a system (Morales, De Giles, 2018), where the rule and its exception are alternated to define living spaces and the construction of a settlement palimpsest understood as privileged grounds for resilience, according to prospectives of continuity with places and their cultures, supported by memory and proposing invention exceptions that are typical of the contemporary period.

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metà del secolo scorso (si pensi in particolare alle sperimentazioni sull’habitat evolutif di Candilis, Woods e Azagury); le ricerche progettuali condotte si inscrivono in questo processo di revisione e riscrittura di regole e modelli con l’obiettivo di costruire tessuti e nuove urbanità negli ambiti marginali. In questa direzione, il punto di svolta rispetto alla convenzionalità del quartiere periferico moderno è stato sicuramente segnato da un’opera emblematica, la Quinta da Malagueira, che ha tracciato l’inizio di una “tradizione alternativa” (Montaner, 2015) attraverso cui ricostruire tessuti e legami con la città esistente. La ricerca progettuale ha indagato su differenti temi variamente interconnessi: - la densità come strumento operativo di salvaguardia dei suoli in coerenza con il principio insediativo di base dei paesaggi rurali a bassa densità della Sardegna, ma anche come opportunità progettuale per l’esplorazione delle complessità relazionali tra spazio pubblico e privato, tra spazio collettivo e spazio individuale intesi nella loro dialettica sfumata e mai dicotomica: “L’habitat est toujours collectif. L’habitation doit toujours être individuelle” (Candilis, 1967); - il recupero delle tracce e delle “misure” insediative storiche come principio fondativo attraverso cui ritessere il nuovo con l’esistente: strutture agrarie, trame ecologiche, sistemi infrastrutturali deboli; - il riferimento al tipo storico e alla sua metamorfosi all’interno dei tessuti consolidati come motore di reinvenzione di nuove forme per l’abitare ibride e flessibili, quindi come strumento di controllo delle variabili temporali e di rigenerazione spaziale. I progetti sviluppati durante il laboratorio di tesi Reinventing habitat, ad esempio, propongono nuove forme insediative che sotto il profilo morfologico oscillano tra la reinterpretazione di intere porzioni di tessuti di margine e la loro riqualificazione secondo processi di infill urbano che si appoggiano al concetto di cluster infiltrante e che connettono il “dentro” del villaggio con il “fuori” dell’agro, nuovi modelli d’habitat rururbani in cui l’abitare si fonde con la dimensione multifunzionale legata alle pratiche socio-produttive. Infine, la definizione puntuale di “oggetti eccezionali” destinati perlopiù a una concezione contemporanea della produzione agraria, che si inseriscono nei tessuti consolidati rileggendo il tema del “fuori-scala”. I progetti sviluppati durante i concorsi internazionali hanno consentito di utilizzare il progetto come strumento per esplorare l’architettura come sistema (Morales, De Giles, 2018) in cui regola e eccezione si alternano nel definire gli spazi dell’abitare e la costruzione del palinsesto insediativo come ambito privilegiato della resilienza, secondo prospettive di continuità coi luoghi e con le loro culture, appoggiandosi alla memoria e proponendo scarti di invenzione propri della contemporaneità.

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Riferimenti bibliografici_References

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urbanform and design Aspetti della conoscenza tipo-morfologica

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dell’architettura della città come materia stessa del progetto Il disegno critico di rilievo come strumento analitico-descrittivo DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.014

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DiCEM, Dipartimento delle Culture Europee e del Mediterraneo, UniBas, Matera E-mail: antonio.conte@unibas.it

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This contribution supports the importance of telling the reasons for an opportunity to develop a tradition of studies on “urban morphology” and “typology”, not from the point of view of urbanologist or planners but reiterating that the analysis and the project represent the operational and technical practice suitable for reading and observing the complexity of urban facts and the

Questo contributo è a sostegno dell’importanza di raccontare le ragioni per una opportunità di sviluppo di una tradizione di studi sulla “morfologia urbana” e sulla “tipologia”, non dal punto di vista degli urbanisti o pianificatori, ma ribadendo che l’analisi e il progetto rappresentano la prassi operativa e tecnica adeguata alla lettura e all’osservazione della complessità dei fatti urbani e dei patrimoni dell’architettura e del paesaggio costruito. “Se noi ci poniamo allo studio di una città, vediamo che essa, indipendentemente dalla sua dimensione, è distinguibile per parti; queste parti, o zone, o aree sono un elemento caratteristico del fatto urbano e la loro presenza costituisce l’ultima lettura che possiamo fare di una serie di questioni storiche, sociali, politiche il cui insieme costituisce la città” (Rossi, 1974). Questa eredità del costruito, insieme ai Trattati di Architettura e ai Manuali, rappresenta il fondamento insostituibile per la formazione critica di giovani generazioni di architetti che, attraverso una memoria collettiva sostanziata da profondi studi di analisi urbana, siano condotti con una maggiore consapevolezza e coscienza tanto al progetto di conservazione e di rigenerazione, che al rinnovamento e ricucitura di “parti di città” e dei tessuti edilizi ed elementi primari. Queste riflessioni tendono altresì alla definizione di un insegnamento di teoria e tecnica (metodi) della conoscenza (analisi) dei fatti urbani, attraverso la misura e il rilevamento diretto delle tipologie e della morfologia di edifici complessi nelle città di antico impianto, di piccole e medie dimensioni, in particolare della Basilicata (fig. 1). Il discorso si focalizza sull’importanza di come l’impegno didattico e di ricerca si dispone a prendersi cura delle città, e mette a disposizione forme di conoscenza, misura, descrizione e classificazione di esperienze, per la costituzione di un insegnamento generale dell’architettura. Penso a Matera come in altre sedi, per una opportunità di sviluppo di una pratica di studi sulla morfologia urbana e tipologia edilizia che formano la sostanza del nostro lavoro. La conoscenza attraverso il disegno di rilievo ed il progetto, rappresentano la prassi operativa adeguata alla lettura e all’osservazione della complessità dei fatti urbani e dei patrimoni dell’architettura e del paesaggio mediterranei, sia come eredità del costruito, che come identità e tradizione. Fondamenti insostituibili per la formazione critica di una memoria collettiva per la conservazione, rigenerazione e rinnovamento di “parti di città” e dei suoi manufatti. È importante formare ed educare le giovani generazioni di architetti mostrando loro, attraverso vari approcci teorici e di metodo, l’articolazione dell’analisi rivolta alla città nei suoi aspetti tipo-morfologici degli elementi urbani, dalla residenza ai monumenti, che sono il risultato della stratificazione dell’esperienza costruttiva, che conserva le tracce di forme e soluzioni proprie di una cultura Mediterranea complessa. Il nostro tempo non ci chiede di ideare nuovi modelli di città, nuove espansioni, ma di lavorare sul tessuto della città la cui trama ha bisogno di essere ridiscussa, con l’atteggiamento di conoscere il patrimonio esistente e innestarsi in esso, non rinunciando all’aspetto progettuale autonomo, ma con la consapevolezza di dover precisare tale visione su morfologie urbane stratificate nel tempo.

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Abstract This contribution supports the importance of telling the reasons for an opportunity to develop a tradition of studies on “urban morphology” and “typology”, not from the point of view of urbanologist or planners but reiterating that the analysis and the project represent the operational and technical practice suitable for reading and observing the complexity of urban facts and of heritages of architecture and built landscape. This legacy of the built represents the irreplaceable foundation for the critical training of young generations of architects who, through a collective memory substantiated by deep urban analysis studies, are conducted with greater awareness and conscience both to the conservation and regeneration project and renewal and mending of “parts of the city” and building fabrics and primary elements. These thoughts also tend to define the teaching of theory and technique (methods) of knowledge (analysis) of urban facts, through the measurement and direct survey of the types and morphology of complex buildings in cities of ancient structure, small and medium-sized, especially in Basilicata. It is essential to train and educate the younger generations of architects by showing them the articulation of the analysis addressed to the city in type-morphological aspects of its urban elements, from the residence to the monuments, which are the result of stratification of the building experience, which preserves the traces of forms and solutions typical of a complex Mediterranean culture. I think there is an opportunity in Matera, as in other locations, to develop a practice of studies on urban morphology and building typology that form the substance of our work.

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Keywords: Basilicata, Matera, Relief, Typology, Morphology

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Fig. 1 - Analisi urbana ed evoluzione del tipo edilizio del centro storico di Potenza: rilievi e sezioni al piano terra. Urban analysis and evolution of the building type of the historic centre of Potenza: surveys and sections on the ground floor.

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heritages of architecture and built landscape. “If we study a city, we see that, regardless of its size, it is distinguishable by parts; these parts, or zones, or areas are a characteristic element of the urban fact and their presence constitutes the last reading that we can make of a series of historical, social, political issues whose whole constitutes the city” (Rossi, 1974). This legacy of the built, together with the architectural treaties and the manuals, represents the irreplaceable foundation for the critical training of young generations of architects who, through a collective memory substantiated by profound urban analysis studies, are conducted with greater awareness and conscience both to the conservation and regeneration project and to the renewal and mending of “parts of the city” and building fabrics and primary elements. These thoughts also tend to define the teaching of theory and technique (methods) of knowledge (analysis) of urban facts, through the measurement and direct survey of the types and morphology of complex buildings in cities of ancient structure, small and medium-sized, especially in Basilicata (fig. 1). The speech focuses on the importance of how the teaching and research commitment prepares to take care of the cities, and makes available forms of knowledge, measurement, description and classification of experiences, for the constitution of the general teaching of architecture. I think there is an opportunity in Matera, as in other locations, to develop a practice of studies on urban morphology and building typology that form the substance of our work. Knowledge through the survey drawing and project represent the operational practice suitable for reading and observing the complexity of urban facts and the heritage of Mediterranean architecture and landscape, both as a legacy of the built, as well as an identity and tradition. These are irreplaceable foundations for the critical formation of collective memory for the conservation, regeneration and renewal of “parts of the city” and its artefacts. It is essential to train and educate the younger generations of architects by showing them, through various theoretical and methodical approaches, the articulation of the analysis addressed to the city in type-morphological aspects of its urban elements, from the residence to the monuments, which are the result of stratification of the building experience, which preserves the traces of forms and solutions typical of a complex Mediterranean culture. Our time does not ask us to devise new models of the city, new expansions, but to work on the fabric of the city whose texture needs to be re-discussed, with the attitude of knowing the existing heritage and engaging in it, not giving up on the autonomous design aspect, but with the awareness of the necessity to specify this vision on urban morphologies, stratified over time. The detailed aspects of the learning and training process in architecture rely on the steady application of drawing aimed at the world of forms, expanding to understand, through observation and measurement, increasingly broad and profound aspects of the architectural experience. To me, the survey drawing with its techniques and methods of measuring reality certainly is a founding practice for the construction of an architectural thought that also starts from the observation of the progressive disappearance from the contemporary cultural debate, of every discussion on survey drawing of architecture as a manual, critical, artistic practice, on the recog-

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Gli aspetti descrittivi del processo conoscitivo e formativo in architettura, si fondano sull’applicazione costante del disegno rivolto al mondo delle forme per allargarsi a comprendere, attraverso l’osservazione e la misura, aspetti sempre più ampi e profondi dell’esperienza dell’architettura. Il disegno di rilievo con le sue tecniche e metodi di misura della realtà è certamente, per me, una pratica fondativa per la costruzione di un pensiero architettonico che parte anche dall’osservazione della progressiva scomparsa dal dibattito culturale contemporaneo, di ogni discussione intorno al disegno di rilievo dell’architettura come pratica manuale, critica, artistica, sul riconoscimento dei fondamenti e dei caratteri della struttura urbana e sulle sue prospettive di sviluppo. Bisogna considerare che l’idea dell’incessante sviluppo come valore, insieme a nuove immagini promosse dalle tecnologie informatiche, impongono una riflessione critica sul fatto che tutto questo corrisponda ad una grave perdita di tensione all’insegnamento e alla pratica del disegno come strumento di ricerca progettuale e di osservazione e sintesi delle complessità della realtà, nel formalizzare un punto di vista autonomo. Ogni forma di conoscenza in architettura, come in ogni campo disciplinare, non si esaurisce nell’informazione, nei dati percettivi, nell’elaborazione storico-critica, ma si rapporta ad una struttura di pensiero teorica, che si articola attraverso i contributi dell’esperienza dell’architettura strettamente interconnessa e dei quali il disegno di rilievo può disvelare un rapporto privilegiato con la realtà fisica dell’edificazione e dei luoghi dell’immaginario, con strutture ed apparati creativi unici ed irripetibili. “[...] la caratteristica tipica dell’architettura è l’ordinamento dei suoi elementi di sostanza: è l’armonia spirituale della materia fisica della sua struttura, sulla sua obiettiva, percepibile e tangibile

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Fig. 2 - Monasteri e conventi della Basilicata: tipi edilizi complessi rilevati e rappresentati in modo comparata alla stessa scala. Monasteries and convents of Basilicata: complex building types surveyed and represented in a comparative way on the same scale.

sostanza. La prima conseguenza di queste premesse è nell’ovvia definizione che l’architettura è un fenomeno tridimensionale, le cui manifestazioni si caratterizzano nello spazio ed esso spazio caratterizzano” (Rogers, 1997). Un ragionamento etico sull’opportunità dell’insegnamento e dell’addestramento all’architettura attraverso il disegno di rilievo, per la formazione di un pensiero spaziale tipo-morfologico dell’architettura e dei suoi aspetti urbani, appare oggi più che mai del tutto legittimo e addirittura indispensabile sia dal punto di vista teorico, che da quello critico e didattico nella formazione. L’architettura, nei suoi diversi modi di esistenza, punto di vista di un disegno come struttura mentale capace di costruire stratigrafie profonde dell’osservazione del mondo, legittima in una consolidata tradizione storica, un sistema verificabile di regole, che ne costituiscono il campo d’azione e ne definiscono l’orizzonte di esistenza dell’analisi come del progetto. Gli studi tipologici e quelli sulla morfologia urbana hanno per me radici profonde nel periodo di fondazione del gruppo di “tendenza” della Scuola di Pescara. Sono stati alcuni Maestri che ho incontrato a Pescara come Giorgio Grassi, Antonio Monestiroli, Aldo Rossi, Agostino Renna, Uberto Siola e Luigi Pisciotti e poi Carlo Aymonino e Raffaele Panella, ad avvicinarmi alla questione del particolare significato che assume il senso dell’indagine geometrico-formale del patrimonio, del disegno dell’architettura e del rilievo urbano, del mondo delle forme stabili del costruito e delle sue varianti e dei metodi di descrizione, comparazione e classificazione. In particolare, senza dover passare per alcuna definizione di una teoria dell’architettura o di una teoria della progettazione, nella ricerca personale come nell’insegnamento di teoria e metodi delle tecniche di rappresentazione e di

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nition of the foundations and characters of the urban structure and its development prospects. We should consider that the idea of continual development as a value, together with new images promoted by information technologies, requires a critical reflection on the fact that all this corresponds to a severe loss of tension in teaching and practising the drawing as a tool for design research, for observation and synthesis of the complexities of reality, in formalizing an autonomous point of view. Every form of knowledge in architecture, as in every disciplinary field, is not limited to information, perceptual data, historical-critical considerations, but relates to a unit of theoretical thought structured through the contributions of the strictly interconnected experience of architecture. The survey drawing can reveal a privileged relationship of these contributions with the physical reality of the building and places of the imagination, with unique and unrepeatable structures and creative apparatuses. “(...) the typical feature of the architecture is the ordering of its elements of substance: it is the spiritual harmony of the physical matter of its structure, on its objective, perceptible and tangible essence. The first consequence of these premises is in the obvious definition that architecture is a three-dimensional phenomenon, the manifestations of which are characterized in space and it characterizes space” (Rogers, 1997). Ethical reasoning on the advisability of teaching and training in architecture through survey drawing, for the formation of a spatial type-morphological thought of architecture and its urban aspects, appears today more than ever totally legitimate and even indispensable both from a theoretical point of view and from a critical and didactic point of view in training. Architecture, in its various modes of existence, the point of view of a design as a mental structure capable of constructing deep stratigraphies in the observation of the world, legitimate in an established historical tradition, a verifiable system of rules, which constitute its field of action and define the horizon of the existence of the analysis as of the project. To me, typological studies and research on urban morphology have deep roots in the period of the foundation of the “Tendenza” group of the Pescara School. Some Masters I met in Pescara like Giorgio Grassi, Antonio Monestiroli, Aldo Rossi, Agostino Renna, Uberto Siola, Luigi Pisciotti and then Carlo Aymonino and Raffaele Panella approached me to the question of the specific meaning assumed by the sense of geometrical-formal investigation of the heritage, of architectural design and urban survey, of the world of stable forms of construction and its variants and methods of description, comparison and classification. In particular, without going through any definition of a theory of architecture or a theory of design, in personal research as in the teaching of theory and methods of representation techniques and Drawing and Surveying of ancient and modern architecture, I always have been referring to the speech by Rossi, which I consider fundamental for training in architecture: “they are in the first place the reading of monuments, secondly the discourse on the form of architecture and the physical world, and finally the reading of the city, that is the conception in many ways new and ours of urban architecture. (...) With the study of monuments I am referring to the architects training in architecture, that is the meditation on architectural facts; therefore, not strictly to the history of architecture, but

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rather to what, from a disciplinary point of view, was called and is called the architectural survey of the monument which indeed constitutes the main if not the only way of appropriating of the characteristics of a certain architecture” (Canella, Coppa, Gregotti, Rossi, 1966; Samonà, Scimemi, Semerani, Tafuri, 1968). At the beginning of the 80s and in the following years, I have placed great interest in those statements and on the role of these urban studies and some buildings such as monasteries and convents, which form a dense network, a structure of the territory, fixed points of small cities of Basilicata (fig. 2). I was convinced, and still am, that these complex artefacts are fertile ground for knowing and observing in-depth those stable characters of reasoning; this idea of city and territory can constitute a certainty in teaching «where monuments represent the fixed points of human creation, the tangible signs of the action of reason and collective memory; where the residence becomes the concrete problem of living for the man who gradually organizes and improves the space in which he lives according to his ancient need; and so the urban structure, according to the laws of the dynamics of the city, is arranged in different ways but always with these fixed elements; the house, the primary elements, the monuments». (Canella, Coppa, Gregotti, Rossi, 1966; Samonà, Scimemi, Semerani, Tafuri, 1968). This formative character has offered me, and still offers my students, a meaning to the survey drawings, the theoretical writings and the study of ancient architecture and the projects that, in different ways, have become fixed in our works and in the research of the young school of Architecture which, together with a few others, we founded in Matera. Some writings by Rosaldo Bonicalzi, first in Architettura and then in the UID, and a long association with Luigi Pisciotti, first in Pescara and then in Naples, accompanied me in that analytical choice of which the project represents, even if only in some aspects, a partial and limited choice. This selection is aware of the research for principles and elements of generality in architecture, defined by a logical-descriptive and logical-evaluative discourse on the reality of the story in which we are immersed. “The historic city clearly shows the structural continuity that links the parts with the whole. Each element has a decisive role in its constitutive process and its control, and the definition of the techniques and methods of intervention must take place in the light of a substantial inseparability that binds together all the competing aspects to the definition of the artefacts: from their architectural building characteristics to their material production, their relationship with the processes of formation and transformation, the meanings that underlie them” (Pisciotti, Mainini, 1994). In the preliminary cognitive process through survey and measurement, one is almost naturally led to making a series of continuous references between urban and building and between these and the parts, between the details and materials that contribute to defining that specific image, that precise shape of the city. Keeping in mind the disciplinary point of view we use to look at urban facts, starting from the city, it is possible to highlight the close relationship connecting analysis and project. Urban form, type and place are mutually variable in time and space. In this way, we point out the characteristics of an interpretation that must be specific and tendentious, intends to arrive at a judgment and

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Disegno e Rilievo dell’Architettura antica e moderna, mi sono sempre riferito al discorso di Rossi, che considero fondamentale per la formazione in Architettura: “essi sono in primo luogo la lettura dei monumenti, in secondo luogo il discorso sulla forma dell’architettura e del mondo fisico, infine la lettura della città, cioè la concezione per molti versi nuova e nostra dell’architettura urbana. (…) Con lo studio dei monumenti mi riferisco alla formazione dell’architetto sull’architettura, cioè alla meditazione sui fatti architettonici; non quindi propriamente alla storia dell’architettura, ma piuttosto a quello che, dal punto di vista disciplinare, si chiamava e si chiama il rilievo architettonico del monumento che costituisce infatti il principale se non l’unico modo di appropriarsi delle caratteristiche di una certa architettura». (Canella, Coppa, Gregotti, Rossi, 1966; Samonà, Scimemi, Semerani, Tafuri, 1968). All’esordio degli anni ’80 e negli anni successivi, ho posto grande interesse a quelle affermazioni e sul ruolo che questi studi urbani e di alcuni edifici come monasteri e conventi, fossero una fitta rete, una struttura del territorio, punti fermi delle piccole città della Basilicata (fig. 2). Ero convinto, e lo sono tutt’ora, che questi manufatti complessi sono un terreno fertile per conoscere e osservare in profondità quei caratteri stabili di un ragionamento, e che questa idea di città e di territorio possono costituire una certezza nell’insegnamento “dove i monumenti rappresentano i punti fissi della creazione umana, i segni tangibili dell’azione della ragione e della memoria collettiva; dove la residenza diventa il problema concreto dell’abitare dell’uomo che via via organizza e migliora lo spazio in cui abita secondo la sua antica necessità; e così la struttura urbana, secondo le leggi della dinamica della città, si dispone in modi diversi ma sempre con questi elementi fissi; la casa, gli elementi primari, i monumenti” (Canella, Coppa, Gregotti, Rossi1966; Samonà, Scimemi, Semerani, Tafuri, 1968). Questo carattere formativo mi ha offerto, e offre tutt’ora anche ai miei studenti, un significato ai disegni di rilievo, agli scritti teorici e allo studio dell’architettura antica e ai progetti che, in modi diversi, si sono fissati nei nostri lavori e nella ricerca della giovane scuola di Architettura che, insieme a pochi altri, abbiamo fondato a Matera. Alcuni scritti di Rosaldo Bonicalzi, dapprima ad Architettura e poi nell’UID, e una lunga frequentazione a fianco di Luigi Pisciotti, prima a Pescara e poi a Napoli, mi hanno accompagnato in quella scelta analitica di cui il progetto rappresenta, anche solo in alcuni aspetti, una scelta parziale e limitata consapevole della ricerca dei principi, degli elementi di generalità dell’architettura che si definisce intorno ad un discorso logico-descrittivo e logico-valutativo della realtà della storia in cui siamo immersi. “La città storica mostra in tutta la sua evidenza la continuità strutturale che lega le parti con il tutto. Ogni elemento ha un ruolo decisivo nel suo processo costitutivo e il suo controllo e la definizione delle tecniche e modalità d’intervento devono avvenire alla luce di una sostanziale inscindibilità che lega tra loro tutti gli aspetti concorrenti alla definizione dei manufatti: dai loro caratteri edilizio architettonici, alla loro produzione materiale, al loro rapporto con i processi di formazione e trasformazione, ai significati che li hanno sottesi” (Pisciotti, Mainini, 1994). Nel preliminare processo conoscitivo attraverso il rilievo e la misura, si è quasi naturalmente condotti a compiere una serie di continui rinvii tra urbano ed edilizio e tra questi e le parti, tra i dettagli e i materiali che contribuiscono a definire quella particolare immagine, quella particolare forma di città. Proprio a partire da essa, avendo ben presente l’angolo disciplinare da cui guardiamo ai fatti urbani, è possibile evidenziare lo stretto rapporto che lega analisi e progetto. Forma urbana, tipo e luogo stanno tra loro in un rapporto variabile nel tempo e nello spazio. Si precisano così i caratteri di una lettura che deve essere specifica e tendenziosa, che intende pervenire ad un giudizio e ad una interpretazione della realtà su cui intervenire, attraverso la categoria del progetto. “Strumento fondamentale in questa fase è il rilievo critico una sorta di esame stratigrafico dell’area per definire gli elementi di permanenza, le gerarchie, le metriche, la dimensionalità del campo d’intervento, le sue relazioni interne

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ed esterne. Da questa operazione di selezione dei segni, il progetto guadagna il suo spazio, è possibile una prima tematizzazione delle questioni che la parte di città ci pone, è possibile rintracciare le sue componenti tipo-morfologiche ed assumere i riferimenti più adeguati. È ancora la città, luogo privilegiato di incontro e di confronto delle diverse architetture che si sono succedute nel corso del tempo, luogo dei rimandi e delle analogie con altre architetture realizzate o solo disegnate, a fornirci l’opportunità dell’incontro con la storia” (Pisciotti, Mainini, 1994). Il mio lavoro di studi e ricerche sulle città storiche di antico impianto in Basilicata, sostenuto da lunghe discussioni e meditazioni critiche sui fatti urbani, su “la città per parti” e sui suoi “elementi primari e l’area” tenute con Carlo Manzo nella Scuola di Ingegneria di Potenza, hanno dato senso alla mia ostinazione nel trasmettere sul piano operativo dell’insegnamento, per un periodo lungo di vent’anni, a centinaia di studenti nei corsi di disegno e rilievo dell’architettura e della città. Questa esperienza si è spostata di recente, da un decennio, nella definizione di un percorso e di programmi formativi per la Facoltà di Architettura fondata a Matera, sito patrimonio dell’umanità. Questo esordio di Architettura è pieno di criticità e l’invito alla partecipazione a questi incontri di studi e ricerche sulla “morfologia delle città” può essere per me, per i miei studenti, un riferimento necessario per comprendere e delineare le diverse anime che alimentano gli studi sulla tipologia e morfologia urbana, in una diversa prospettiva di sviluppo e attualità di tale insegnamento. In questi anni mi sono occupato di questo aspetto concreto della conoscenza in architettura, e disegnare, misurare, rilevare, “saper fare” e “saper far fare” è stata una attività che si è fissata in centinaia di restituzioni grafiche che prendevano forma in organismi e tipi edilizi, parti di città, architetture complesse come monasteri e abbazie, castelli e città fortificate, centri antichi e città fantasma, architetture ipogee e città scavate, tanto da configurare queste straordinarie nature di fatti urbani in classificazioni tipo-morfologiche con caratteri diversi condizionati dai luoghi e dai materiali. Unica per la stabilità di forme e tipi è l’architettura scavata e costruita della città di Matera, cresciuta nei secoli con numerosissime piccole variazioni. Questo processo di varianti alla tipologia del lamione ed ai modi di aggregazioni di essa in parti di città diverse, costituisce un laboratorio di ricerca che dal 1980 mi ospita in forme e modi diversi. Questa conoscenza e classificazione si ritrova nello studio dei mosaici delle piante per stratigrafie che mostrano strutture scavate composte e sovrapposte a sezioni costruite e nell’insieme possiedono alcune caratteristiche formali e compositive specifiche: l’andamento delle strade e degli attraversamenti, dei profferli e dei terrazzamenti, delle curve e dei sinuosi andamenti di percorsi che si appoggiano alla morfologia dei luoghi, seguono il banco tufaceo che affiora in modi e forme diverse. La città dei Sassi si presenta così come un grande organismo che sembra a tratti essere una forma unica in continua evoluzione attraverso infinite variazioni di identità architettoniche, aggregazioni e specialismi evolutivi tanto da far apparire la struttura di questi fatti urbani un’opera che segue “leggi evoluzionistiche di stampo darwiniano” (de Rubertis, 2012). Il mio impegno di ricercatore si è svolto attraverso un lavoro di gruppo nell’applicazione di principi e metodi di scienza e conoscenza, documentando e studiando la forma e i tipi di questa storia straordinaria che mi ospita da oltre quarant’anni. Ritengo fondamentale citare l’esperienza messa in campo negli anni ottanta dopo il terremoto e di come alcune ricerche e studi urbani siano giunti al Codice di Pratica, di Antonino Giuffrè e Caterina Carocci. Alcune esperienze dirette sul campo di quegli anni, sono compiute costruzioni teoriche in cui lo scenario dell’architettura della città di Matera era la struttura urbana più complessa e stratificata, luogo unico, in cui comprendere la particolare tessitura morfologica del territorio, caratterizzato da cavità profonde e sovrapposte, singolari spazi complessi che ospitarono per millenni uomini e donne in una società in continuo divenire in un rapporto stretto tra materia disponibile e forme dell’abitare. “L’abitare, allora, potrà essere correttamente interpretato come la forma del rapporto che gli individui e le comunità insediate costruiscono ed intrattengo-

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an interpretation of the reality for intervening, through the category of the project. “A fundamental tool in this phase is the critical survey, a sort of stratigraphic examination of the area to define the elements of permanence, the hierarchies, the metrics, the dimensionality of the intervention field, its internal and external relations. From this operation of selecting the signs, the project gains its space, it is possible a first thematization of the issues that the part of the city poses to us, it is possible to trace its type-morphological components and assume the most appropriate references. It is still the city, a privileged place of meeting and comparison of the different architectures that have followed one another over time, a place of references and analogies with other buildings built or just designed, to provide us with the opportunity to meet history” (Pisciotti, Mainini, 1994). My work of studies and research on historical cities of an ancient structure in Basilicata, supported by long discussions and critical meditations on urban facts, on “the city by parts” and on its “primary elements and the area”, held with Carlo Manzo in the School of Engineering of Potenza, they gave meaning to my obstinacy in transmitting on the operational level of teaching, for a long period of twenty years, to hundreds of students in the courses of design and survey of architecture and the city. This experience has recently shifted, for a decade, to the definition of a path and training programs for the Faculty of Architecture founded in Matera, a World Heritage Site. This debut in Architecture is full of critical issues and the invitation to participate in these meetings of studies and research on the “morphology of cities” can be for me, for my students, a necessary reference to understand and outline the different souls that feed the studies on urban typology and morphology, from a different perspective of development and relevance of this teaching. In recent years, I have dealt with the tangible aspect of knowledge in architecture, designing, measuring and surveying, “knowing how to do” and “knowing how to make someone do” was an activity that was fixed in hundreds of graphic outputs, taking shape in organisms and building types, parts of cities, complex architectures such as monasteries and abbeys, castles and fortified towns, ancient centres and ghost towns, underground architectures and excavated cities. These operations led to configure these extraordinary natures of urban facts in type-morphological classifications with different characters, conditioned by places and materials. Unique for the stability of shapes and types is the excavated and built architecture of the city of Matera, which has grown over the centuries with many little variations. This process of variations of the typology of the lamione and the ways it aggregates in different parts of the city constitutes a research laboratory that since 1980 has hosted me in various forms and means. This knowledge and classification wind up in the study of plans mosaics by stratigraphy showing excavated structures composed and superimposed on constructed sections and as a whole possess some specific formal and compositional characteristics: the profile of the roads and crossings, profferli and terraces, of the curves and sinuous profile of paths that lean on the morphology of the places, follow the tuff bank emerging in different ways and shapes. The city of the Sassi thus presents itself as a great organism that at times seems to be a single form in continuous evolution through infinite variations of architectural identities, aggregations and evolutionary specialisms to make the structure of these urban facts

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appear a work that follows “evolutionary laws of Darwinian type” (de Rubertis, 2012). My commitment as a researcher took place through group work in adopting principles and methods of science and knowledge, documenting and studying the form and types of this extraordinary story that has hosted me for over forty years. I believe it is essential to mention the experience in the field during the eighties after the earthquake and how some urban research and studies came to the Code of Practice, by Antonino Giuffrè and Caterina Carocci. Some direct experiences in the field of those years are complete theoretical constructions where the scenario of the architecture of the city of Matera was the most complex and stratified urban structure, a unique place, in which to understand the particular morphological texture of the territory, characterized by deep and superimposed cavities, singular complex spaces that hosted men and women for millennia in a society in constant evolution in a close relationship between available material and forms of living. “Living, then, can be correctly interpreted as the form of the relationship that individuals and settled communities build and maintain with the territory, culturally appropriating its resources, that is, using them technically and aesthetically:” dwelling “will therefore be a” having form of places “and to it will correspond a “living” as (being able to) give shape to places” (Ugo, 1991). This specific human settlement, the Sassi, represent an essential synthesis of the existence of man, a unique pre-existence in the world that reveals with a “solution of continuity and resistance, the passage of knowledge and truth in the relationship between nature and art of building” (Giuffrè, Carocci, 1997). For this continuity of settlement, it can be considered one of the oldest cities in the world, a place where the advancements of humanity have consolidated through evolving scenarios on which the ingenuity of work and continuous variations and constant improvements of type-morphological identity has moved. It is still under the open sky and ready to continue the study and analysis. I have always considered the territory a text, a place where it is possible to decipher models and signs encoded over time in the great plateau of Murgia. A constant impression when observing the city is the indestructible complexity between stairs and alleys, open spaces and squares, in a homogeneous language that gives the sense of being immersed in a chaotic maze, lacking the necessary tools for its understanding. “Simplicity and complexity coexist and overlap in dozens of levels with different orientations and stratigraphies. The urban fabric between neighbourhood units and urban rooms appear as surprising parts of the city in a succession of elementary cells arranged according to the naturally curved lines of the ravine with a homogeneous masonry technique: walls and vaults, abutments and fillings, stairs and roofs, appear as the wise result of a single constructive culture” (Giuffrè, Carocci, 1997). The critical knowledge of this “human work” is based on notions that using the history and the incisive outcome of hundreds of surveys and measurements, give us back type-morphological sections that have produced an incredible formal result. More precisely “we have theoretical and critical knowledge of the work when we know in what way it responds, in its specificity and unrepeatable individuality, to the question about “where” and to the general definition of architecture. It means these artefacts are precisely what the form conferred” (Ugo, 1991).

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no col territorio, appropriandosi culturalmente delle sue risorse, cioè utilizzandole tecnicamente ed esteticamente: “abitazione” sarà dunque un “averforma dei luoghi” e ad esso corrisponderà un “abitare” come (essere capaci di) dar forma ai luoghi” (Ugo, 1991). Questo specifico insediamento umano, i Sassi, rappresentano una sintesi essenziale dell’esistenza dell’uomo, una preesistenza unica al mondo che indica, con “soluzione di continuità e resistenza, il passaggio della conoscenza e della verità nel rapporto tra la natura e l’arte di costruire” (Giuffrè, Carocci, 1997). Per tale continuità insediativa può essere considerata una delle città più antiche del mondo, un luogo dove gli avanzamenti dell’umanità si sono consolidati attraverso scenari in divenire su cui si è mosso l’ingegno del lavoro e delle continue variazioni e miglioramenti costanti di identità tipo-morfologiche ancora a cielo aperto e da continuare a studiare ed analizzare. Ho sempre considerato il territorio come un testo, un luogo dove poter decifrare modelli e segni codificati nel tempo nel grande altopiano murgico. Un’impressione costante osservando la città è la complessità indistricabile tra scale e vicoli, slarghi e piazzette, in un linguaggio omogeneo che dà il senso di essere immersi in un dedalo caotico con la mancanza degli strumenti necessari alla sua comprensione. “Semplicità e complessità convivono e si sovrappongono in decine di livelli con orientamenti e stratigrafie diverse. Il tessuto urbano tra unità di vicinati e camere urbane appaiono come sorprendenti parti di città in una successione di cellule elementari disposte secondo le linee curve naturali della gravina con una tecnica muraria omogenea: muri e volte, rinfianchi e riempimenti, scale e coperture, appaiono come il risultato sapiente di un’unica cultura costruttiva” (Giuffrè, Carocci, 1997). La conoscenza critica di questa “opera umana” è fondata su nozioni che, servendosi della storia e dell’esito critico di centinaia di rilievi e misurazioni, ci restituiscono sezioni tipo-morfologiche che hanno prodotto un esito formale incredibile. Più precisamente “si ha conoscenza teoretica e critica dell’opera allorché si conosce in qual modo essa, nella sua specificità ed irripetibile individualità, risponde in modo pertinente all’interrogazione sul “dove” ed alla definizione generale di architettura che questi manufatti sono appunto la forma storicamente conferita e fenomeno logicamente riconosciuta tramite l’azione di edificare, ai modi di esistenza del sistema di rapporti natura/cultura, spazio/luogo, materiali/tecniche, memoria/progetto in funzione dell’abitare che tramite le specifiche soluzioni di questo insieme di rapporti, nel tempo e contemporaneamente le ha ritematizzate” (Ugo, 1991). Riferimenti bibliografici_References

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Canella G., Coppa M., Gregotti V., Rossi A., Samonà A., Scimemi G., Semerani L., Tafuri M. (1968) Teoria della progettazione architettonica, Dedalo, Bari. Conte A. (1996) Il disegno degli ordini. Monasteri, conventi, abbazie e grancie della Basilicata, Ermes, Potenza. De Rubertis R. (2012) Darwin architetto, l’evoluzione in architettura e oltre, ESA, Napoli. Giuffrè A., Carocci C. (1997) Codice di Pratica per la sicurezza e la conservazione dei Sassi di Matera, La Bautta, Matera. Pisciotti L., Mainini G. (1994) I percorsi del progetto, Cluen, Napoli. Renna A. (1980) L’illusione e i cristalli, Clear, Roma. Rogers E. N. (1997) Esperienza dell’architettura, Skira, Milano. Rossi A. (1974) L’analisi urbana e la progettazione architettonica, Clup, Milano. Ugo V. (1991) I luoghi di Dedalo. Elementi teorici dell’architettura, Dedalo, Bari.

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urbanform and design Lettura e rappresentazione della

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Riccardo Florio

DiARC Dipartimento di Architettura, Università di Napoli Federico II E-mail: riccardo.florio@unina.it

L’azione della rappresentazione impone una attenta lettura delle realtà osservate e la conseguente trasposizione trascrittiva in uno spazio segnico nel quale restituire elementi che possano preservare le qualità iniziali e consentirne il riconoscimento. Indagare la città consolidata, rendendo accessibili i livelli stratificati che ne definiscono lo “spessore urbano”, vuole essere la peculiarità di questa riflessione sulla lettura della città, intesa quale entità spaziale/temporale simultanea, assunta come profondamente significativa di un’idea di città contemporanea come costruzione e stratificazione e come problematica sede di condensazione di alcune delle più profonde contraddizioni che la caratterizzano. Le informazioni innumerevoli contenute nelle immagini fotografiche, ad esempio della città di Napoli, seppure preziose per delineare i campi conoscitivi diventano esuberanti per poter descrivere analiticamente le proprietà urbane, architettoniche, geometriche e dimensionali dei tessuti urbani e delle singole architetture. La realtà in esse rappresentata non può essere tradotta con la stessa totalità e densità di informazioni, ma deve essere sottoposta ad una accurata selezione. Le due operazioni del rilievo e della rappresentazione diventano inscindibili, l’una contiene l’altra in maniera vicendevole: il rilievo non può non impegnare l’azione di restituzione e di ripresentazione della realtà indagata. Occorre, quindi, immergersi in questo materiale denso e stratificato, che presuppone una obbligatoria lettura delle sue composizioni e delle sue strategie di formazione e che impone una attività di discernimento selettivo che approda ad una sintesi interpretativa nella quale si misura la qualità della rappresentazione. Tale condizione contiene enucleato al suo interno il senso profondo e necessario della perdita, del deficit di imitazione derivante dall’officio della sostituzione, ovvero della diminuzione del livello di informazione iniziale, che al fine produce, dalla matrice figurativa complessiva, una precipitazione segnica codificata, una lenta distillazione, che diviene cifra della sedimentazione euristica e calibro della capacità di de-signazione. Una planimetria, una aerofotogrammetria, ad esempio, diventano più significative di una foto aerea, perché fondate su un numero selezionato di segni, ed ancora di più lo diventa, ad esempio, la rappresentazione in Assonometria di tutta la città di Napoli in scala 1:2000 (Baculo, 1992) nella quale si è perseguito un doppio obiettivo: da un lato, un unico grande disegno (distribuito in 63 tavole), reso possibile da un unico registro grafico che contiene, grazie all’Abaco/Codice dei Segni e degli Elementi, i principi della classificazione che hanno consentito l’azione di sintesi, una sorta di grande setaccio che ha fatto precipitare nel disegno gli elementi che abbiamo scelto quali più rispondenti a restituire l’immagine della città e sui quali fondare l’operazione del riconoscimento; dall’altro la possibilità di ricercare e ritrovare ogni edificio costituente la città con le sue peculiari caratteristiche in una scala di rappresentazione che ne ha imposto una riduzione segnica estrema senza pregiudicarne il riferimento alla propria immagine architettonica. La struttura dell’intero programma decodificatorio ha consentito di conferire omogeneità all’imago urbis, eliminando qualsivoglia ricorso all’esaltazione

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Abstract Investigating the consolidated city, making accessible the stratified levels that define its ‘urban thickness’, wants to be the peculiarity of this reflection on the reading of the city, understood as a simultaneous spatial/temporal entity, taken as deeply significant of an idea of contemporary city as construction and stratification. To the traditional documentary corpus of urban representation we want to add the three-dimensional model as a further tool for reading and monitoring the city, able not only to accommodate the complementarity and interactivity between the three-dimensional spatiality and the flat projections of urban areas, sites, buildings, but also to return, with particular effectiveness, the results of comparisons between the characteristics and relationships of urban parts. The forms of representation in their current multiplicity also give back countless forms of the city itself, apparently different from each other, but which, in the rigour of their correct selective synthesis, are recomposed in a single dimension that holds together all the layers of representation and brings the diversity of vision back to a condition of univocal reading. The forms of representation restitute identity to the form of the city.

DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.015

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Keywords: Hermeneutics, Urban Thickness, Three-Dimensional Model, Radiography

città storica

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The action of representation requires a careful reading of the realities observed and the consequent transcriptive transposition into a sign space in which to restitute elements that can preserve the initial qualities and allow them to be recognised. The peculiarity of this reflection on the reading of the city, understood as a simultaneous spatial/ temporal entity, is to investigate the consolidated city, making the stratified levels that define its ‘urban thickness’ accessible. It is assumed to be profoundly significant of an idea of the contemporary city as construction and stratification and as a problematic site of condensation of some of the deepest contradictions that characterise it. The countless pieces of information contained in photographic images, for example of the city of Naples, although valuable for delineating cognitive fields, become exuberant in order to analytically describe the urban, architectural, geometric and dimensional properties of urban fabrics

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and individual architectures. The reality represented in them cannot be translated with the same totality and density of information, but must be subjected to a careful selection. The two operations of survey and representation become inseparable, one contains the other in a reciprocal manner: the survey cannot but engage the action of restitution and re-presentation of the reality investigated. It is necessary, therefore, to immerse oneself in this dense and stratified material, which presupposes an obligatory reading of its compositions and its formation strategies and which imposes an activity of selective discernment that arrives at an interpretative synthesis in which the quality of the representation is measured. This condition contains enucleated within it the profound and necessary sense of loss, of the deficit of imitation deriving from the office of substitution, or rather of the diminution of the initial level of information, which in the end produces, from the overall figurative matrix, a codified sign precipitation, a slow distillation, which becomes a figure of heuristic sedimentation and a gauge of the capacity to design. A planimetry, an aerial photogrammetry, for example, become more significant than an aerial photo, because they are based on a selected number of signs, and even more so becomes, for example, the representation in axonometry of the whole city of Naples in scale 1:2000 (Baculo, 1992) in which a double objective has been pursued: on the one hand, a single large drawing (distributed in 63 tables), made possible by a single graphic register that contains, thanks to the Abacus/Code of Signs and Elements, the principles of classification that have allowed the action of synthesis, a sort of great sieve that has precipitated into the drawing the elements that we have chosen as most suitable to restore the image of the city and on which to base the operation of recognition; on the other hand, the possibility of searching for and finding every building that makes up the city, with its particular characteristics, on a scale of representation that has imposed an extreme reduction in signs without prejudice to the reference to its architectural configuration. The structure of the entire decoding programme made it possible to confer homogeneity on the imago urbis, eliminating any recourse to the exaltation of the building as a unicum, postponing the explanation of its architectural configuration to its urban role. Codification/translation/recognition have triggered a process of reconstruction of the representative apparatus, the final result of which is the determination of the figural analogon in its polysignificant explication. If it is true, as has been acutely observed, that the “graphic form of axonometry (...) is identified through a semantic short-circuit with the form of the city itself”, and “in Naples (...) there is no modification other than on the already given, on an existing that is only waiting to be recognised, to be rediscovered” (Purini, 1993), the axonometric representation of the city becomes the inevitable reference point for any other reconnaissance action on the constitutive characters of its urban structure. Perhaps the highest result of this research activity resides in the potentiality of the axonometric view that, besides its own immanent visibility, makes manifest and necessary the existence of a previous, secret writing: “Naples is a naturally axonometric city. With the hollows of the

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Fig. 1 - In alto: modello tridimensionale: planovolumetrico dal Ponte della Maddalena al porto monumentale e a Castel S. Elmo. In basso: modello tridimensionale della veduta di insieme dal Castel Nuovo al Castel S. Elmo. Above: three-dimensional model: planovolumetrical from Ponte della Maddalena to the Monumental Harbour and Castel S. Elmo. Below: overall view from Castel Nuovo to Castel S. Elmo three-dimensional model.

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dell’edificio come unicum, rimandando al suo ruolo urbano l’esplicitazione della propria configurazione architettonica. Codificazione/traduzione/riconoscibilità hanno innescato un processo di ricostruzione dell’apparato rappresentativo che è giunto come ultimo risultato, nella sua esplicitazione polisegnica, alla determinazione dell’analogon figurale. Se è vero, come è stato acutamente osservato, che la “forma grafica dell’assonometria (…) si identifica attraverso un corto circuito semantico con la forma stessa della città”, e “a Napoli (…) non si dà modificazione che sul già dato, su di un esistente che aspetta soltanto di essere riconosciuto, di essere riscoperto” (Purini, 1993), la rappresentazione assonometrica della città assurge a caposaldo inevitabile di riferimento per qualsiasi altra azione ricognitiva sui caratteri costitutivi della sua struttura urbana. Forse il risultato più alto di questa attività di ricerca risiede nella potenzialità della veduta assonometrica che accanto alla propria immanente visibilità rende manifesta e necessaria l’esistenza di una precedente, segreta scrittura: “Napoli è una città naturalmente assonometrica. Con le cavità delle strade e i vuoti delle piazze essa duplica in elevazione il suo calco nascosto, il suo paesaggio interiore fatto di grotte e cunicoli. (…) Napoli ha sempre avuto coscienza che i tracciati urbani sono valori tridimensionali e non solo disegni di superficie” (Purini, 1993). Muovendo dalla inevitabile incursione nei territori indagati e familiari di “Napoli in Assonometria”, si vuole proporre un’ulteriore riflessione circa la possibilità di aggiungere altri livelli di conoscenza e di discretizzazione del continuum urbano con l’obiettivo di approdare a modi innovativi di rappresentazione della città, mediante l’elaborazione di un modello tridimensionale e

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multimediale continuamente ed illimitatamente implementabile, assumendo quali capisaldi gnoseologici, a sostegno di tutte le fasi sistemiche dell’indagine esplorativa, i bisogni di decriptare, di decifrare gli strati, i tratti e i caratteri che restituiscono veridicità singolari e di insieme alle architetture e che ne definiscono le radici figurative rendendo palese la loro appartenenza alla disposizione urbana. Al corpus documentario tradizionale della rappresentazione urbana si vuole dunque aggiungere, come ulteriore, versatile e spesso strato per la conoscenza, uno strumento nuovo per la lettura e il monitoraggio della città. Il modello tridimensionale, capace non solo di accogliere la complementarietà e l’interattività tra la spazialità tridimensionale e le proiezioni piane di ambiti urbani, siti, edifici, ma anche di restituire, con particolare efficacia, i risultati di confronti tra caratteristiche proprie e relazionali delle parti urbane, emerge come fulcro dinamico della lettura della città, concepita, rispetto al presente stato dell’arte, come sincronico portato di rifondazione della conoscenza della città e del suo patrimonio culturale. Dalla scala urbana alla scala architettonica, si è inteso ridefinire i campi di indagine facendo ricorso ad una ricalibrazione dei livelli di sintesi segnica ed alla molteplicità dei risultati posti nella evidenza delle infinite rappresentazioni derivanti dal controllo e dalla gestione del modello tridimensionale che, con le molteplici possibilità di visualizzazione ed estrapolazione degli esiti configurativi dei dati strutturati, indurrà e suggerirà opportune modalità di confronto tra le parti diventando momento di dipanamento ed esplicitazione del fitto sistema di relazioni degli spazi, indagati sia nella loro qualità fenomenica e fisica sia in quella morfogenetica. L’intento di cogliere l’essenza urbana per tendere all’appropriazione del suo assetto strutturale richiederà una profonda riflessione di tipo ermeneutico riguardante i rapporti tra forma e rappresentazione. Nell’indagine interpretativa, assumendo quali elementi di interesse prioritario i caratteri intrinseci alla morfologia urbana e all’architettura (alle architetture) della città, emergeranno le invarianti semantiche che, opportunamente organizzate, confluiranno in un sistema di segni, potenzialmente generativo di nuove forme. Senza negare l’assunto muratoriano che interpreta la città come fatto unitario di cui leggere la struttura attraverso la messa in corrispondenza della pianta tipologica e dello spaccato orizzontale, il sistema di segni a base della rappresentazione definirà vari livelli di discretizzazione territoriale e di approfondimento scalare, configurandosi come metalinguaggio delle forme-configurazioni urbane e architettoniche in riferimento ad un rinnovato “Codice dei Segni” di carattere transitorio che, istituendo un continuo processo di feed-back operativo, si troverà ad essere ampliato e continuamente trasformato durante tutto il processo interpretativo, divenendo insostituibile presupposto della rappresentazione dinamica della città. L’operazione condotta ha ritrovato nel processo ermeneutico, che appartiene al disegno, la condizione determinante per restituire la riduzione necessaria degli elementi connotativi della forma urbana: processo pregno di significazioni che si snoda all’interno di un orizzonte culturale i cui estremi si situano nella doppia azione di oculata osservazione e di attenta ricostruzione di simulacri rappresentativi che rendono palese la forma restituita. La forma di una città coincide con la forma della sua rappresentazione? Quali sono i livelli differenziati del discrimine operabile tra la realtà costitutiva di una struttura urbana e la sua restituzione secondo processi decodificatori? Una possibile risposta potrebbe appellarsi all’affermazione di Guillerme: “Se si considera l’importanza delle mediazioni grafiche (…) e quindi l’importanza quantitativa e morfogenetica della connessione compilativa degli insiemi grafici accessibili, si è tentati d’affermare che l’architettura, in quanto processo mediato fondantesi in buona parte sui propri modelli figurati, risieda effettivamente nel corpo stesso del figurato. (…) Una riflessione sulla pratica architettonica non può legittimamente omettere d’esaminare come siano apparsi i vari modi di figurazione grafica ad essa relativi, e quali possano essere state le conseguenze delle frammentazioni più o meno codificate collegate alla diffusione di tali modi” (Guillerme, 1981-1982).

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streets and the voids of the squares it duplicates in elevation its hidden cast, its interior landscape made up of caves and tunnels. (...) Naples has always been aware that urban layouts are three-dimensional values and not just surface drawings” (Purini, 1993). Starting from the inevitable incursion into the investigated and familiar territories of “Napoli in Assonometria”, we would like to propose a further reflection on the possibility of adding other levels of knowledge and discretization of the urban continuum with the aim of arriving at innovative ways of representing the city, through the elaboration of a three-dimensional and multimedia model that can be continuously and limitlessly implemented, assuming as gnoseological cornerstones, in support of all the systemic phases of the exploratory investigation, the need to decrypt, to decipher the layers, the features and characters that give back singular and overall truthfulness to the architectures and that define their figurative roots making clear their belonging to the urban layout. To the traditional documentary corpus of urban representation we therefore want to add, as a further, versatile and often layer for knowledge, a new tool for reading and monitoring the city. The three-dimensional model, capable not only of accepting the complementarity and interactivity between the three-dimensional spatiality and the flat projections of urban areas, sites and buildings, but also of restoring, with particular effectiveness, the results of comparisons between the specific and relational characteristics of the urban parts, emerges as the dynamic fulcrum of the reading of the city, conceived, with respect to the present state of the art, as a synchronic refounding of the knowledge of the city and its cultural heritage. From the urban scale to the architectural scale, the aim is to redefine the fields of investigation by recalibrating the levels of sign synthesis and the multiplicity of results obtained by highlighting the infinite number of representations deriving from the control and management of the three-dimensional model which, with the multiple possibilities of visualisation and extrapolation of the configurative results of the structured data, will induce and suggest appropriate methods of comparison between the parts, becoming a moment of unravelling and clarification of the dense system of relationships of the spaces, investigated both in their phenomenal and physical quality and in their morphogenetic one. The intention of grasping the urban essence in order to tend towards the appropriation of its structural order will require a profound hermeneutic reflection regarding the relationships between form and representation. In the interpretative investigation, assuming as elements of priority interest the characters intrinsic to the urban morphology and architecture (to the architecture) of the city, semantic invariants will emerge that, properly organized, will flow into a system of signs, potentially generative of new forms. Without denying Muratori’s assumption that interprets the city as a unitary fact whose structure can be read through the correspondence of the typological plan and the horizontal cross-section, the system of signs at the basis of the representation will define various levels of territorial discretization and scalar deepening, becoming a metalanguage of urban and architectural forms-configurations with reference to a renewed “Code of Signs” of a transitional nature which, by establishing a continuous process of operational feedback, will be expanded

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and continuously transformed throughout the interpretative process, becoming an irreplaceable prerequisite for the dynamic representation of the city. The operation carried out has found in the hermeneutic process, which belongs to the drawing, the decisive condition to give back the necessary re-rendering of the connotative elements of the urban form: a process full of meanings that unfolds within a cultural horizon whose extremes are located in the double action of careful observation and careful reconstruction of representative simulacra that make clear the returned form. Does the form of a city coincide with the form of its representation? What are the differentiated levels of the operable distinction between the constitutive reality of an urban structure and its restitution according to decodifying processes? A possible answer could be based on Guillerme’s statement: “If one considers the importance of graphic mediations (...) and therefore the quantitative and morphogenetic importance of the compilative connection of the accessible graphic sets, one is tempted to affirm that architecture, as a mediated process founded in large part on its own figured models, actually resides in the body of the figured itself. (...) A reflection on architectural practice cannot legitimately omit to examine how the various modes of graphic figuration related to it appeared, and what the consequences of the more or less codified fragmentations linked to the diffusion of these modes might have been” (Guillerme, 1981-1982). The reconstruction of the image of a city through the careful selection of graphical-representative simulacra often leads us into the territories of the profound connection between stratifications and conformative outcomes, thanks to which and through the investigative instrument of drawing, the tenacious roots that over time have determined and made possible the concretised layout are outlined and revealed. The form of the historic city, therefore, resides in the forms of its representation, if its processes of stratified growth have wisely nourished the reduction of its image. Forms of representation that in their current multiplicity – photographic and cinematographic images, not only, but dynamic representations, three-dimensional models that do not presuppose a single centre of view or a single direction in the infinity of the projection, but can contemplate an infinite number of them – give back innumerable forms of the city itself, apparently different from each other, but that, in the rigour of their correct selective synthesis, are recomposed in a single dimension that holds together all the layers of representation and leads the diversity of vision back to a condition of univocal reading. The forms of representation restore identity to the form of the city. With reference to some considerations contained in the text of “The architecture of the city” (Rossi, 1987), we could reflect on the double definition of historical city and city as history, with two different meanings. The first implies the study of the city as a material fact, an artefact, on which traces of time can be read, according to a temporal disarticulation which, however, reveals a sort of analytical process of history through the observation and understanding of the visible and identifiable manifestations of archaeology, the history of its architecture, etc. The second takes on the city in its historical process of becoming, as a study of the very foundation of urban facts and their structure, and offers itself as a neces-

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La ricostruzione dell’immagine di una città attraverso la selezione attenta di simulacri grafo-rappresentativi ci conduce spesso nei territori della connessione profonda tra stratificazioni e esiti conformativi, grazie ai quali e mediante lo strumento indagatore del disegno si delineano e si svelano le radici tenaci che nel tempo hanno determinato e reso possibile l’assetto concretato. La forma della città storica, quindi, risiede nelle forme della sua rappresentazione, se i suoi processi di crescita stratificata hanno sapientemente alimentato la riduzione della sua immagine. Forme della rappresentazione che nella loro molteplicità attuale – immagini fotografiche, cinematografiche, non solo, ma rappresentazioni dinamiche, modelli tridimensionali che non presuppongono un solo centro di vista o un’unica direzione all’infinito della proiezione, ma ne possono contemplare infinite – restituiscono innumerevoli forme della città stessa apparentemente diverse tra di loro, ma che, nel rigore della loro corretta sintesi selettiva, si ricompongono in un’unica dimensione che tiene insieme tutti gli strati della rappresentazione e riconduce le diversità di visione ad una condizione di univocità di lettura. Le forme della rappresentazione restituiscono identità alla forma della città. In riferimento ad alcune considerazioni contenute nel testo de “L’architettura della città” (Rossi, 1987), si potrebbe riflettere sulla definizione doppia di città storica e di città come storia, con due diverse accezioni. La prima implica lo studio della città come un fatto materiale, un manufatto, sul quale si leggono le tracce nel tempo, secondo una disarticolazione temporale che, tuttavia, svela una sorta di processo analitico della storia mediante l’osservazione e la comprensione delle manifestazioni visibili e individuabili dell’archeologia, della storia delle sue architetture, ecc. La seconda assume la città nel suo processo storico in divenire, come studio del fondamento stesso dei fatti urbani e della loro struttura, e si offre come completamento necessario della prima mettendo a confronto non solo la struttura materiale della città, ma anche l’idea che noi abbiamo costruito della città, una sorta di fascinosa sintesi dell’immaginazione collettiva. Ci sono “(…) idee di città che vanno oltre la loro forma fisica, oltre la loro permanenza; in questo senso si può parlare di città di cui rimangono pochissimi segni” (Rossi, 1987). Un processo analogico, quindi, che si fonda sulla memoria collettiva e sul ruolo degli artefici della rappresentazione nella loro assunzione di portatori di memoria, ruolo filologico che ha interrogato le memorie e i documenti secondo una direzione scopica di indagine. Attraverso la rappresentazione nei molteplici passaggi trascrittivi e designativi dei “fatti” reali, accade che accanto ad essi si costruiscano, sia inconsapevolmente che scientemente, altri ‘fatti’ che si corrispondono in un sistema di restituzione analogica. Come ad esempio il paradosso visionario della tela del Canaletto, Basilica di Vicenza e Ponte di Rialto, “capriccio” architettonico realizzato nel 1742, che descrive e rappresenta una Venezia vera quanto la vera Venezia, un vero e proprio “(…) incunabolo della riflessione sulla rappresentazione (…) Ciò che scaturisce all’opera di Canaletto è dunque una sorta di apparizione, di “visione” straniata dell’architettura, che consente di riflettere sull’essenza stessa dell’architettura e della sua rappresentazione, come se essa architettura (la Venezia immaginaria composta da opere in parte già note) fosse osservata e “vista” per la prima volta” (Contessi, 1985). Le variazioni restitutive della forma urbis, nella duplice accezione additiva e sottrattiva, prendono corpo e forma, nella figurabilità del loro cambiamento fisico e dimensionale, anche nei diversi piani sui quali si distribuiscono le “figure del significato e del significante”, per dirla con De Fusco. E se la pianta è senza dubbio la figura dello spazio interno “significato” più importante, è “la generatrice di quello spazio”, è pur vero che la facciata, in particolare quella esterna dell’edificio, nella sua doppia realtà di “figura della componente significato del segno urbanistico e poi come figura della componente significante di quello architettonico” (De Fusco, 1978), è stata da sempre l’elemento architettonico che ha originato le posizioni più disparate e antitetiche. La sua principale “ambiguità e polivalenza” deriva principalmente dall’essere parte essenziale della scena della città, della sua spazialità urbana e al contempo

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Fig. 2 - Modello tridimensionale: veduta di insieme dalla Stazione marittima alla collina di S. Martino. Three-dimensional model: overall view from the Maritime Station to St. Martin’s Hill.

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Fig. 3 - Modello tridimensionale: prospettiva da via Marina. Three-dimensional model: perspective from Via Marina.

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Fig. 4 - Modello tridimensionale: profilo su via Duomo, in alto, e profilo su via Marchese di Campodisola, in basso. Three-dimensional model: profile on via Duomo, above, and profile on via Marchese di Campodisola, below.

incarnazione dei caratteri dell’edificio. Linea di confine sulla quale si condensano i molteplici gradi della corrispondenza tra spazio dell’architettura e spazio della città; tra edificio e elemento costitutivo della quinta; tra omogeneità dell’edificato e proclamazione spuria della propria diversità; tra paradigma ed emblema. Le architetture si “consegnano al fronte” nella esigenza manifesta di esibire la loro partecipazione alla vicenda di composizione e di costruzione della struttura urbana; conferiscono spessore alle connotazioni linguistiche offerte come parte costituente l’immagine della città. La forma della rappresentazione che si avvale del modello tridimensionale, nella sua multipla scalarità e proiettività, mette in atto la possibilità di dissociare gli strati della città, di praticare in essa calibrate incisioni che ne rivelano, su rigorosi piani verticali per mezzo di sezioni radiografiche concepite per essere in grado di intercettare la densità dei livelli urbani, tutta la profondità sedimentata e di attivare dinamicamente relazioni con gli apparati iconografici che conservano e testimoniano il suo divenire storico. I disegni dei profili urbani portano sul piano di proiezione la complessità della città modellata: un profilo denso in cui si manifesta lo spessore della città disegnata, attraverso il quale si riescono a leggere, in uno con le altre infinite rappresentazioni anche i valori delle criticità indagate. Si vuole, così, condurre una riflessione sui territori del disegno, investendo le sue potenzialità critiche di restituzione segnica delle indagini esplorative e, prescindendo dal suo ruolo consueto di riferimento esclusivo alla dimensione reale della cosa rappresentata, si vuole accedere ad una diversa e più pregnante condizione di interrogazione critica sui concetti fondativi della città alfine di approdare alla formulazione di nuovi pensieri sull’architettura.

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sary complement to the first by comparing not only the material structure of the city, but also the idea that we have constructed of the city, a sort of fascinating synthesis of the collective imagination. There are “(...) ideas of cities that go beyond their physical form, beyond their permanence; in this sense we can speak of cities of which very few signs remain” (Rossi, 1987). An analogical process, therefore, that is based on collective memory, and on the role of the creators of representation in their assumption as bearers of memory, a philological role that has interrogated memories and documents according to a scopic direction of investigation. Through the representation in the multiple transcriptive and designative passages of the real ‘facts’, it happens that next to them, both unconsciously and consciously, other ‘facts’ are constructed that correspond to each other in a system of analogical restitution. As, for example, the visionary paradox of Canaletto’s painting, Basilica di Vicenza e Ponte di Rialto, an architectural “capriccio” created in 1742, which describes and represents a Venice that is as real as the real Venice, a veritable “(...) incunabulum of reflection on representation (...). What emerges from Canaletto’s work is therefore a sort of apparition, of an alienated “vision” of architecture, which allows one to reflect on the very essence of architecture and its representation, as if this architecture (the imaginary Venice composed of works that are in part already known) were being observed and “seen” for the first time” (Contessi, 1985). The restitutive variations of the forma urbis, in the double meaning of additive and subtractive, take shape and form, in the figurability of their physical and dimensional change, also in the different planes on which the “figures of the meaning and of the signifier”, as De Fusco says, are distributed. And if the plan is undoubtedly the most important figure of the “significant” internal space, it is “the generator of that space”, it is also true that the façade, in particular the external one of the building, in its double reality of “figure of the significant component of the urban sign and then as figure of the significant component of the architectural one” (De Fusco, 1978), has always been the architectural element that has originated the most disparate and antithetic positions. Its main “ambiguity and polyvalence” derives mainly from being an essential part of the city scene, of its urban spatiality and at the same time an embodiment of the characters of the building. A boundary line on which are condensed the multiple degrees of correspondence between architectural space and city space; between building and constitutive element of the fifth; between homogeneity of the built environment and spurious proclamation of its diversity; between paradigm and emblem. The architectures are “handed over to the front” in the manifest need to exhibit their participation in the process of composition and construction of the urban structure; they give depth to the linguistic connotations offered as a constituent part of the image of the city. The form of representation that makes use of the three-dimensional model, in its multiple scalar and projective nature, makes it possible to dissociate the layers of the city, to make calibrated incisions in it that reveal, on rigorous vertical planes by means of X-ray sections conceived to be able to intercept the density of the urban levels, all the sedimented depth and to dynamically activate relationships with the iconographic

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apparatuses that preserve and bear witness to its historical becoming. The drawings of the urban profiles bring to the projection plane the complexity of the modelled city: a dense profile in which the thickness of the drawn city is manifested, through which it is possible to read, in one with the other infinite representations, also the values of the investigated criticalities. In this way, the aim is to reflect on the territories of drawing, investing its critical potential as a symbolic restitution of the exploratory investigations and, leaving aside its usual role of exclusive reference to the real dimension of the thing represented, the aim is to access a different and more pregnant condition of critical questioning on the founding concepts of the city in order to arrive at the formulation of new thoughts on architecture. This ability, and possibility, of looking inside things to capture their hidden meaning without tampering with the alchemy of the code, can be referred to the production of signs that springs from the architect’s experience. The city is the field that holds, as a continuous whole, the traces that are deposited in the times of memory on a sedimentary layer that, welcoming them, crystallises them in a stratified succession. Through Drawing and with Drawing we place ourselves within the generative process of architecture and participate, as protagonists of the action or as observers of the becoming of signs, in the concretisation of the indissoluble formation of the bond between sign and thought. The sign thus becomes a clue, a revelatory signal that leads unreservedly towards architecture and decrees its re-acknowledgement in an ever-changing interpretative attribution. The act of drawing, in its transfiguring and revealing quality, thus becomes the act of tracing or recognising traces as an unavoidable moment for any intervention in the formation of the city, a city that remains, however, the place of the everlasting clash between Amphion and Prometheus, between the poetic will of its representation and the inevitability of its material construction in the immanence pervaded by technological and technocratic scientism; of its being first a space of ‘representation’ and then of the useful” (Assunto, 1983).

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Questa capacità, e possibilità, di guardare dentro le cose per catturarne il significato recondito senza manomettere l’alchimia del codice, si può riferire alla produzione segnica che scaturisce dalla esperienza dell’architetto. La città è il campo che trattiene come un insieme continuo le tracce che si depositano nei tempi della memoria su uno strato sedimentario che, accogliendole, le cristallizza in una successione stratificata. Attraverso il Disegno e con il Disegno ci si pone all’interno del processo generativo dell’architettura e si partecipa, quali protagonisti dell’azione ovvero quali osservatori del divenire segnico, alla concretazione della formazione indissolubile del legame tra segno e pensiero. Il segno diventa così indizio, segnale rivelatore, che conduce senza riserve verso l’architettura e ne decreta il ri-conoscimento in una sempre diversa attribuzione interpretativa. L’atto del Disegnare, nella sua qualità trasfiguratrice e disvelatrice, diventa così l’atto del tracciare o del riconoscere le tracce come momento ineludibile per qualsiasi intervento di formazione della città, città che rimane, tuttavia, il luogo dello scontro imperituro tra Anfione e Prometeo, tra la volontà poetica della sua rappresentazione e la inevitabilità della sua costruzione materiale nella immanenza pervasa dallo scientismo tecnologico e tecnocratico; del suo essere prima spazio della “rappresentazione” e, poi, dell’utile (Assunto, 1983). Nota

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Il lavoro al quale si fa riferimento è il frutto di attività di ricerca e di didattica condotte dal gruppo di lavoro coordinato da Riccardo Florio e costituito da: Teresa Della Corte, Simona Cuomo, Carmen Frajese D’amato, Alessia Mazzei, Morena Beatrice Mennella.

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Note The work to which reference is made is the result of research and teaching activities carried out by the working group coordinated by Riccardo Florio and consisting of: Teresa Della Corte, Simona Cuomo, Carmen Frajese D’amato, Alessia Mazzei, Morena Beatrice Mennella.

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urbanform and design Forma e carattere dell’abitare

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DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.016

Gianfranco Gianfriddo

DICAR Dip. di Ing. Civile e Architettura, SDS Architettura, Università degli Studi di Catania E-mail: gianfranco.gianfriddo@unict.it

An essay on the debate or on the state of studies, on urban morphology cannot fail to take into account what were the reasons of necessity that initiated such researches. On the one hand, an evident criticism of “modernism” as the bearer of individualistic phenomena and, on the other one, a didactic need to overcome these limits in order to bridge an ever-increasing gap between the old building fabric and the post-war buildings realized by the city’s unstoppable expansionist of that period. As evidence of these efforts, we need only recall the work and commitment of Saverio Muratori, Gianfranco Caniggia and Gian Luigi Maffei, among others. In the book Lettura dell’edilizia di base published in April 1979, Gianfranco Caniggia and Gian Luigi Maffei entitled the first chapter: “1.1 La crisi della produzione e dell’insegnamento dell’edilizia” (1.1 the crisis in the production and teaching of construction) and on page 19, we read: “The current building moment is in fact characterised by great inconsistency of products and intentions; discontinuity which in practice translates into the formation of urban aggregates made up of highly personalised objects, with little reciprocal correlation. (…) The crisis is evident precisely

Un contributo sul dibattito, o sullo stato degli studi, relativo alla morfologia urbana non può non tener conto di quelle che furono le ragioni di necessità che avviarono tali studi. Da un lato una critica evidente del “modernismo” come portatore di fenomeni individualistici e dall’altro una esigenza didattica per un superamento di tali limiti al fine di colmare una sempre maggiore distanza tra i tessuti edilizi che la tradizione ci aveva consegnato e ciò che veniva realizzato con la irrefrenabile spinta espansionistica della città dal dopoguerra. A testimonianza di ciò basta ricordare il lavoro e l’impegno, tra gli altri, di Saverio Muratori o quello di Gianfranco Caniggia e Gian Luigi Maffei. Questi ultimi, nel loro libro Lettura dell’edilizia di base uscito nell’aprile del 1979 intitolano il primo capitolo: “1.1 La crisi della produzione e dell’insegnamento dell’edilizia” e alla pag. 19 leggiamo: “Il momento edilizio attuale è infatti caratterizzato da grandi discontinuità di prodotti e di intenzioni; discontinuità che si traducono, nella pratica, nel formarsi di aggregati urbani fatti di oggetti fortemente personalizzati, dotati di scarsa correlazione reciproca. (...) La crisi è esplicita proprio perché implica divergenze nelle intenzioni e contemporaneamente nei prodotti. (...) Il portato della situazione è tale che ciascuno opera apparentemente ignorando quel che fa il vicino, all’insegna del più totale individualismo e nella totale mancanza di coscienza del dare, con la propria opera, un apporto comunque a un quadro globale di relazioni, indispensabile portato dell’edilizia in qualsiasi epoca”. A distanza di circa cinquanta anni queste parole risuonano più attuali che mai. Non è forse cambiato niente? Eppure lo studio dei tessuti e della loro aggregazione è stato anche istituzionalizzato nel percorso formativo degli architetti e non solo, l’insegnamento di Analisi della morfologia urbana e delle tipologie edilizie è stato ed è tuttora praticato nelle scuole. Il materiale disponibile per comprendere le forme aggregative e di sviluppo della città storica è enorme. Sarebbe il caso di interrogarci su cosa non ha funzionato o non funziona rispetto alla pratica sul campo nello svolgersi della professione. Possiamo aggiungere che la situazione attuale è forse peggiorata e il dato più preoccupante e attuale lo leggiamo ancora nelle parole di Caniggia e Maffei ed è proprio “nella totale mancanza di coscienza del dare, con la propria opera, un apporto comunque a un quadro globale di relazioni, indispensabile portato dell’edilizia in qualsiasi epoca”. È proprio su questo aspetto che vale la pena soffermarsi. Sul ruolo e sul peso che l’edilizia residenziale, cioè le case degli abitanti della città, hanno sulla costruzione dello spazio urbano. Va ricordato che il corpo fisico della città è fatto prevalentemente di case e di conseguenza lo spazio pubblico è definito da “quinte residenziali”. Anche nei luoghi più rappresentativi, le piazze, a dare rilievo agli edifici pubblici, monumentali e non, sono le case, e spesso edifici che oggi rivestono un ruolo pubblico sono nati come case di famiglie importanti, valga per tutti l’esempio di palazzo Farnese a Roma. È dunque l’edilizia residenziale che svolge un ruolo strategico nel qualificare e costruire il carattere dello spazio urbano. La casa, e chi la dovrà abitare, sono chiamati responsabilmente a dare un contributo indispensabile alla causa collettiva.

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Abstract A contribution on the debate, or on the state of studies, concerning the urban morphology cannot fail to take into account the reasons for the need that initiated these studies. The theme of our reflection is linked to the relevance of those reasons after fifty years. Residential construction plays a strategic role in qualifying and building the personality of the urban space. The house and its inhabitants are called responsibly to make an indispensable contribution to the collective cause. A good house in a city must meet three requirements at the same time: - contribute to building a public dimension with its presence; - create a collective domestic dimension; - give its inhabitants a private domestic dimension. With this assumption, we try to read some segments of the city to grasp new points of view and contribute to fuel the debate on the studies of urban morphology in relation to the general framework of building production in our country.

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Keywords: City, Type, Shape, Character

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Fig. 1 - Planimetria del quartiere Umbertino, Siracusa. Plan of the Umbertino district, Syracuse.

because it implies divergences in intentions and products at the same time. (…)The situation is such that everyone seems to be ignorant of what their neighbours are doing, in the name of total individualism and a total lack of awareness of the fact that their own work contributes to a global framework of relationships, an indispensable feature of building in any age”. Almost fifty years later, these words are more current than ever. Has nothing changed? Yet the study of fabric and its aggregation has been institutionalised in the education of architects, and not only that, the teaching of “Analisi della morfologia urbana e delle tipologie edilizie” (Analysis of urban morphology and building types) has been and still is practised in schools. The material available for understanding the aggregative forms and development of the historical city is enormous. It would be a good idea to ask ourselves what has not worked or is not working in relation to the practice on the field when carrying out the job. We might add that the current situation has perhaps worsened, and the most worrying and topical fact we read again in the words of Caniggia and Maffei is precisely in that “total lack of awareness of the fact that their own work contributes to a global framework of relationships, an indispensable feature of building in any age.” It is precisely on this aspect that it is worth dwelling on. On the role and weight that housing, i.e. the homes of the city’s inhabitants, has on the construction of urban space. It should be remembered that the physical body of the city is predominantly made up of houses and consequently public space is defined by ‘residential backdrops’. Even in the most representative places, the squares, it is the houses that give prominence to the public buildings, monumental or otherwise, and often buildings that today play a public role originated as private homes of prominent families, the example of Palazzo Farnese in Rome being a case in point. Therefore, residential buildings play a strategic role in qualifying the quality of urban space. The house, and those who will live in it, are responsibly called upon to make an indispensable contribution to the collective good. We can say that a good town house must satisfy three requirements at the same time: - building a public dimension with its presence; - creating a collective domestic dimension; - giving its inhabitants a private domestic dimension. With these three requisites, we could attempt a verification reading of a city’s frame, and by “city’s frame” I mean everything we perceive as such today, from the heart of the historic city to the countryside that we call the sprawling city. Any judgement of an aesthetic nature is outside the aim of our examination because it has no bearing on the structural data we intend to verify. Moreover, since living is a fact that all humanity shares, the geographical, temporal and cultural data are also irrelevant, since the three requirements can be satisfied in an infinite number of ways and combinations. What we will certainly find as a variable, in this case, is the prevalence of one over the other components dictated by the geographical and cultural condition. To conduct our observation we will read three city’s frames of Syracuse embracing a wide time span: the Umbertino district of the late nineteenth and early twentieth century close to the historic centre of Ortigia, the district of Scala Greca of the 80s of the twentieth century and

Fig. 2 - Via Malta nel quartiere Umbertino, Siracusa. Via Malta in the Umbertino district, Syracuse.

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Possiamo dire che una buona casa di città deve soddisfare contemporaneamente tre requisiti: - contribuire a costruire, con la sua presenza, una dimensione pubblica; - realizzare una dimensione domestica collettiva; - dare ai propri abitanti una dimensione domestica privata. Con questi tre requisiti potremmo tentare una lettura di verifica di un brano di città, e per brano di città intendo tutto ciò che oggi percepiamo come tale, dal cuore della città storica fino alla campagna che chiamiamo città diffusa. Esula dalla nostra verifica qualsiasi giudizio di natura estetica perché ininfluente rispetto al dato strutturale che intendiamo verificare. Inoltre essendo l’abitare un fatto che accomuna tutta l’umanità è ininfluente anche il dato geografico, temporale e culturale dal momento che i tre requisiti si possono soddisfare in infiniti modi e combinazioni; ciò che sicuramente riscontreremo come variabile, in questo caso, è il prevalere dell’una sulle altre componenti dettata dalla condizione geografica e culturale appunto. Per condurre la nostra osservazione procederemo con la lettura di tre brani del tessuto della città di Siracusa che abbracciano un arco temporale ampio: un tessuto del quartiere Umbertino di fine ottocento inizio novecento a ridosso del centro storico di Ortigia, uno degli anni ’80 del Novecento nel quartiere di Scala Greca ed uno di recente realizzazione nel quartiere della Mazzarona nella periferia al margine con la campagna. Aggiungeremo a questi, a titolo esemplificativo, un brano di città nella periferia americana a Port Jefferson contea di Suffolk stato di New York. Il quartiere Umbertino di fine ottocento inizio novecento (fig. 1, 2) è realizzato da blocchi edilizi compatti composti da case in linea e corte interna coincidente con l’intero isolato o da diversi corpi che costruiscono l’isolato, in questo

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Fig. 3 - Planimetria del quartiere Scalagreca, Siracusa. Plan of the Scalagreca district, Syracuse.

Fig. 4 - Via Acquaviva Platani nel quartiere Scalagreca, Siracusa. Via Acquaviva Platani in the Scalagreca district, Syracuse.

caso con corti interne differenziate in numero e dimensione. La capacità di questo tessuto di costruire una dimensione pubblica è evidente: la strada “corridoio” nella sua compattezza spaziale è rafforzata dalla serialità e sobrietà dei fronti che coincidono con il limite dello spazio pubblico, quando al piano terra vi sono case il piano è rialzato così da avere la soglia della finestra sopra l’orizzonte della vista, in alternativa al piano terra troviamo destinazioni di attività artigianali o depositi in questo caso giustificate dal carattere di strada secondaria e perciò con rendita di posizione meno appetibile. La dimensione domestica collettiva si realizza all’interno delle corti: vi si stendono i panni, si chiacchiera tra vicini, vi sono occasioni di gioco tra i bambini sotto l’occhio vigile delle madri, in sintesi tutto ciò che attiene allo svolgimento di attività informali. La dimensione domestica privata è anch’essa garantita dalla presenza della corte che ne gradua il livello di introspezione e di relazioni con l’esterno. L’alternanza tra finestre e balconi lungo la via pubblica lascia intendere una diversa destinazione degli ambienti tra camere da letto e locali soggiorno, lo stesso vale all’interno della corte tra camere e cucina. Nel tessuto del quartiere Scala Greca (fig. 3, 4) i tipi edilizi variano, da una parte della strada case in linea e dall’altra case unifamiliari e bifamiliari isolate. La capacità di costruire una dimensione pubblica di questo tessuto appare debole, la dimensione spaziale della strada non è chiara, le quinte delle case non coincidono col limite dello spazio pubblico della strada ma sono mediate da recinzioni che nella loro inconsistenza e varietà di altezze e materiali non restituiscono unità allo spazio. Così la strada non è più percepita come spazio pubblico di relazioni tra gli individui ma piuttosto come mero elemento funzionale di distribuzione.

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the Mazzarona district of recent construction on the outskirts of the countryside. We will add to these, by way of example, a piece of city in the American suburbs in Port Jefferson, Suffolk County, New York State. The Umbertino district of the late nineteenth and early twentieth century (fig. 1, 2) is made up of compact building blocks composed of row houses and an internal courtyard coinciding with the whole block or by different bodies that build the block, in this case with internal courtyards differentiated in number and size. This fabric’s ability to build a public dimension is evident: the street is a compact “corridor strengthened by the seriousness and sobriety of the fronts that coincide with the limit of the public space. When on the ground floor there is a house the floor is raised so as to have the threshold of the window above the horizon of the view, alternatively on the ground floor there are functions of handcrafted activities or warehouses in this case justified by the character of secondary street and therefore with a less attractive position. The collective domestic dimension takes place in the courtyards: clothes are hung, neighbours chat, children play under the watchful eye of their mothers, in short, everything that goes to informal activities. The private domestic dimension is also guaranteed by the presence of the courtyard, which graduates the level of introspection and relations with the outside world as a filter. The alternation of windows and balconies along the public street suggests a different use of the rooms between bedrooms and living rooms, and the same is true inside the courtyard between bedrooms and kitchen. In the fabric of the Scala Greca district (fig. 3, 4) the building types vary, on one side of the street there are row houses and on the other isolated detached and semi-detached houses. The ability to construct a public dimension of this fabric appears weak, the spatial dimension of the street is not clear, the backdrop of the houses do not coincide with the limit of the public space of the street but are mediated by fences that in their inconsistency and variety of heights and materials do not restore unity to the space. Thus, the street is no longer perceived as a public space of relations between individuals but rather as a mere functional element of distribution. The collective domestic dimension is by definition cancelled out in the isolated single-family house, and in this case, it cannot be recovered even in the street, as happens in a fabric of traditional terraced houses, simply because this has been downgraded to a distributive element. Even in row houses, even though they have internal courtyards, the collective domestic dimension is weakened by the duplication of a condominium street close to the fence and the reproposition of the façade inside and outside the courtyards, compromising the hierarchical perception of their different functions. The private domestic dimension of the detached and semi-detached houses is left to the judgement of their inhabitants, while in the case of row houses it appears decidedly weak. The ambiguous element is the uninterrupted balconies on the fronts. They open up rooms, living rooms, bedrooms and bathrooms without distinction, which creates a lot of conflict both within the individual apartments and towards the city. In relation to the individual apartment, because a guest could accidentally come out of the living room onto the balcony and into the bedroom

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Fig. 5 - Insediamento nel quartiere Mazzarrona, Siracusa. Settlement in the Mazzarrona district, Syracuse.

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La dimensione domestica collettiva per definizione è annullata nella casa unifamiliare isolata e in questo caso non è recuperabile nemmeno nella strada come accade in un tessuto di case a schiera tradizionali per il semplice fatto che questa è stata declassata a elemento distributivo. Anche nelle case in linea, pur avendo delle corti interne, la dimensione domestica collettiva risulta indebolita dalla duplicazione di una strada condominiale a ridosso della recinzione e dalla riproposizione della facciata dentro e furi le corti compromettendone la percezione gerarchica di differente funzione. La dimensione domestica privata delle case unifamiliari e bifamiliari la lasciamo al giudizio dei propri abitanti mentre per le case in linea essa appare decisamente debole. L’elemento ambiguo sono le balconate continue dei fronti. Si vede che vi si aprono indifferentemente ambienti, soggiorno, camere da letto e servizi il che crea non pochi conflitti di relazione sia all’interno del singolo alloggio sia verso la città. All’interno del singolo alloggio perché un ospite uscendo dal soggiorno nel balcone si potrebbe presentare accidentalmente in camera da letto o sbirciare nella finestra socchiusa del bagno. Verso la città perché ci si aspetta che l’apertura della camera da letto garantisca una certa introspezione dall’esterno e un balcone è certamente diverso da una finestra; oltre che difficilmente a qualcuno viene voglia di uscire in pigiama nel balcone sulla pubblica via, cosa che invece si può fare nella corte interna proprio per la sua condizione domestico-collettiva informale. Infine rinunciare ai balconi aiuterebbe non poco a costruire una maggiore compattezza del fronte nella costruzione dello spazio pubblico della città, sempre che se ne comprenda la necessità. Il tessuto edilizio, di recente costruzione, nel quartiere Mazzarrona (fig. 5) è formato in parte dalle cosiddette ville bifamiliari (termine probabilmente co-

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or peek through the half-closed bathroom window. Towards the city, because the openness of the bedroom is expected to guarantee a certain introspection from the outside, and a balcony is certainly different from a window. Moreover, it is difficult for inhabitants to feel comfortable going out on the balcony appearing on the public street in their pyjamas, which can be done in the inner courtyard due to its informal domestic-collective condition. Finally, giving up balconies would help a lot to build a more compact front in the construction of the city’s public space, if we understand the need for it. The recently constructed building fabric in the Mazzarrona district (Fig. 5) is partly made up of so-called semi-detached villas (a term probably coined by estate agents), and partly of presumably terraced houses built in two separate unitary interventions attributable to two cooperatives. In both cases, two large enclosed areas were built with automatic gates and guardhouses. On one side, there were built inside the semi-detached houses with a fence and gate for each individual dwelling, while on the other the terraced houses with an appurtenant area in front and individual gates. The result: before opening the door of the house, one has to make an effort to open two gates and close them again. The renunciation of the construction of a public dimension is total. The houses do not interact with the access road, which is only public in terms of use and maintenance. As far as the collective

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Fig. 6 - Case lungo una via a Port Jefferson, contea di Suffolk, stato di New York. (foto Salvo Ingannè). Houses along a street in Port Jefferson, Suffolk county, New York state (Photo by Salvo Ingannè).

Fig. 7 - Frank Lloyd Wright, Casa Winslow, River Forest 1893. Frank Lloyd Wright, Winslow House, River Forest 1893.

niato dalle agenzie immobiliari), in parte da presunte case a schiera realizzate con due distinti interventi unitari riconducibili a due cooperative. In ambedue i casi si sono costruite due grandi aree recintate con tanto di cancello automatico e guardiola e all’interno sono state inserite da una parte le case bifamiliari con relativa recinzione e cancello per singolo alloggio e dall’altra le case a schiera con area di pertinenza antistante e relativo cancello individuale. Il risultato: prima di aprire la porta di casa bisogna adoperarsi nell’aprire due cancelli e richiuderli. La rinuncia alla costruzione di una dimensione pubblica è totale. Le case non hanno nessuna interazione con la strada di accesso che di pubblico ha solo la proprietà e la gestione in termini di manutenzione. Per ciò che attiene alla dimensione domestica collettiva resta il sedime di un’area indifferenziata all’interno della recinzione condominiale senza alcuna valenza spaziale. Rimane la possibilità che vi sia una condizione domestica privata cosa abbastanza ardua in una pianta specchiata due volte e riprodotta in serie. A Port Jefferson, stato di New York, la città, a bassissima densità, è costruita da case unifamiliari isolate in pieno stile Prairie House. Il contesto culturale è quello della grande Democrazia Americana del sogno dell’autodeterminazione e del riscatto individuale. Il tessuto è realizzato da una strada destinata al solo transito veicolare, un marciapiede arretrato di qualche metro e in fondo le quinte delle case allineate e rigorosamente individuali. La dimensione pubblica che ne viene fuori è chiara e lo spazio è ben definito dalle quinte delle case che nella sostanza lo costruiscono. A questa chiarezza contribuisce la destinazione degli ambienti del piano terra su strada dove troviamo l’ingresso principale, l’accoglienza e gli ambienti pubblici della casa

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domestic dimension is concerned, there remains an undifferentiated area within the condominium enclosure without any spatial value. There remains the possibility that there is a private domestic condition, which is quite difficult in a plan mirrored twice and reproduced in series. In Port Jefferson, New York State, the very low-density town is built of detached single-family houses in the Prairie House style. The cultural context is that of the great American dream of self-determination and individual redemption. The fabric is made up of a street used only for vehicular transit, a pavement set back a few metres and, at the end, the backdrop of aligned, strictly individual houses. The resulting public dimension is clear and the space is well defined by the backdrops of the houses which essentially build it. This clarity is helped by the use of the ground floor spaces on the street, where we find the main entrance, the reception area and the public areas of the house, such as the living room and study-library. It should be noted that the public property ends at the roadside, beyond that, including the pavement, belongs to the owner of the house who provides for its maintaining and also responsible for it in legal terms. The collective domestic dimension is left to the space between the houses and the street: this is where neighbours chat, where children meet, where the owner personally and proudly maintains his public lawn, where the flag is displayed

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on Thanksgiving Day. A wonderful description of the functioning of these houses can be seen in Clint Eastwood’s 2008 film Gran Torino. The private domestic dimension is flawless and the scheme is essentially that of the Winslow House designed and built by Frank Lloyd Wright in River Forest in 1893 (fig. 7). On the ground floor, in addition to the public rooms on the street, at the rear is the kitchen, dining room and private garden with adjoining barbecue; to the side, mostly to the left, is the secondary entrance and the car and tool shed. We could continue reading other city’s frame, perhaps choosing a few from the context of the Italian tradition to verify their quality and full compliance with the three requirements, if ever there was a need. The purpose of our essay tries to understand why in the outskirts, and in the city too, the situation is so tragic. There is no shortage of regulations, constraints and restrictions, various types of bodies responsible for issuing preparatory opinions, zoning plans and detailed plans accompanied by instructions for calculating the maximum volume or height of a building, etc. etc. Evidently, quality is not something that can be governed by standards; on the contrary, perhaps we could try to understand whether there are elements in them that inhibit it, or rather that inhibit the customs and habits of the tradition that we evoke so much. In this regard, it would be interesting to compare Book III of the Civil Code on property (certainly inspired by traditional customs and traditions) with the rules of a master plan in an attempt to understand whether the plan’s restrictions imply an impoverishment of the spatial relations that architecture can bring into play in our cultural context. This is a hypothesis worth discussing. We do have one certainty: that fabric of the Mazzarona, which we described earlier, certainly satisfies all the prescriptions of the plan in a diligent manner, for the sake of those who planned it and those who conceived it but less probably for its inhabitants and for the city.

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Riferimenti bibliografici_References

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quale soggiorno e studio-biblioteca. C’è da rilevare che la proprietà pubblica finisce nel ciglio della strada, oltre, compreso il marciapiede, appartiene alla proprietà della casa ed è il proprietario che ne cura la manutenzione e ne è il responsabile anche in termini giuridici. La dimensione domestica collettiva è affidata allo spazio tra le case e la strada: è qua che si chiacchiera tra vicini, che si incontrano i bambini, che il proprietario si adopera personalmente e con orgoglio alla manutenzione del suo prato pubblico, che nel giorno del ringraziamento si espone la bandiera. Una mirabile descrizione del funzionamento di queste case si può vedere nel film di Clint Eastwood, Gran Torino, del 2008. La dimensione domestica privata è impeccabile e lo schema è sostanzialmente quello della Winslow House progettata e realizzata da Frank Lloyd Wright a River Forest nel 1893 (fig. 7). Al piano terra, oltre gli ambienti pubblici su strada, sul retro si trova la cucina, la sala da pranzo e il giardino privato con annesso barbecue; di lato, prevalentemente a sinistra, l’ingresso secondario e la rimessa dell’auto e degli attrezzi. Potremmo continuare la lettura di altri brani di città magari scegliendone qualcuno del contesto della tradizione italiana per verificarne la qualità e il pieno soddisfacimento dei tre requisiti, se mai ce ne fosse bisogno. Ma il tema della nostra riflessione è come mai nella periferia, e non solo, delle nostre città la situazione è così drammatica, non mancano certo le norme, i vincoli e le restrizioni, enti di vario tipo preposti al rilascio di pareri propedeutici, piani di zona e piani particolareggiati corredati di istruzioni per il calcolo del volume o dell’altezza massima di una costruzione ecc. ecc. Evidentemente la qualità non è roba che si può governare con norme; anzi, forse potremmo cercare di capire se in esse non vi siano elementi che la inibiscono o meglio che inibiscono usi e consuetudini propri della tradizione che tanto evochiamo. Sarebbe interessante, a riguardo, confrontare il libro III° Della proprietà del Codice Civile (sicuramente ispirato dagli usi e costumi della tradizione) con le norme di un piano regolatore per tentare di capire se le restrizioni del piano implichino un impoverimento delle relazioni spaziali che l’architettura può mettere in campo nel nostro contesto culturale. È una ipotesi su cui varrebbe la pena confrontarsi. Una certezza l’abbiamo: quel tessuto della Mazzarona, che abbiamo prima descritto, soddisfa sicuramente tutte le prescrizioni del piano in maniera zelante; per buona pace di chi l’ha pianificato e di chi lo ha pensato; meno probabilmente per i propri abitanti e per la città.

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Benevolo L. (1993) Storia della città, Laterza, Bari. Borsi F., Pampaloni G. (1975) (a cura di) Monumenti d’Italia. Le Piazze, Istituto Geografico De Agostini, Novara. Caniggia G., Maffei G.L. (1995) Lettura dell’edilizia di Base, Marsilio, Venezia. Muratori S. (1959) “Studi per una operante storia urbana di Venezia. I: quadro generale dalle origini agli sviluppi attuali”, in Palladio, n. 3/4, Roma.

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urbanform and design Archeologia degli studi di analisi urbana

U+D Archaeology of urban analysis research

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All’origine degli studi di analisi urbana c’è un sinthomo, qualcosa di “non detto”, che affiora solo qua e là, a volte prende corpo, ma generalmente resta nascosto. È l’emergere di una latenza nello studio della città che ha impedito lo sviluppo di una costruzione teorica attorno a una vicenda molto importante per il divenire della città che avrebbe certamente cambiato sia gli studi urbani sia la nozione stessa di città. Ritengo che questo “non detto” sia stato celato, paradossalmente, proprio dall’applicazione di tecniche analitiche che volevano capire il divenire storico della città. Capita infatti che una tradizione di studi, nella sua scrittura tecnica, finisca per scegliere e teorizzare una strada, seppur all’interno di diversificate posizioni, e insieme di occultarne programmaticamente altre. Si potrebbe dire, importando in architettura un neologismo coniato da Jacques Lacan in psicoanalisi, che un fenomeno di forclusione è avvenuto. L’ipotesi sulla quale lavoro è che la ricerca della forma urbana sia stata compromessa da una vera e propria cancellazione dalla memoria collettiva del rapporto che la città instaura con forma geografica del proprio suolo. Si potrà obiettare che questo problema fu affrontato già a suo tempo e che alcune ricerche attuali l’abbiano recuperato. In realtà non intendo tanto le relazioni spaziali tra gli oggetti architettonici costruiti sulla superficie terrestre che si disporrebbero in un modo o nell’altro a seconda dell’orografia1: intendo il fatto che la città è stata studiata sempre e solo all’interno di categorie riferite esclusivamente all’architettura della città stessa2, come un fenomeno contrapposto al territorio. E quando il confronto è avvenuto si è sempre verificata la proiezione della città, come categoria interpretativa della realtà, sul territorio, ma non è mai avvenuto il contrario. La campagna è stata urbanizzata, mentre la città non è stata territorializzata3. Mi sono occupato pertanto di formulare congetture basate sulla descrizione di una storia e di uno sviluppo della città come didascalica costruzione delle forme della Terra. Ciò che cerco è dunque l’origine terrestre della città, un’origine spesso anfibia in virtù dell’importanza delle acque nei fatti urbani. Cercare l’origine terrestre della città significa indagare gli stati della forma della città considerati dal punto di vista della geografia fisica. Nel libro Dimenticare la città pubblicato nel 2008 ho dato avvio a questa ricerca inseguendo la presenza della geografia nelle tecniche analitiche degli studi di morfologia urbana; questo testo può essere visto come il primo moto di una ricerca archeologica che ha avuto in seguito, tra altre occasioni di studio4, come campo di applicazione alcune valli e città in cui i termini insediamento e geomorfologia si sono sovrapposti indissolubilmente.

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An originary lack At the origin of urban analysis studies there is a sinthomo, something “unspoken” that arises sporadically, sometimes taking shape, but mostly remaining concealed. This emerging deficit in urban studies has prevented the development of a theoretical framework concerning a fundamental matter for the future of cities that would have certainly changed both urban studies and the notion of “city” itself. I believe that such “unspoken” factors have been concealed, paradoxically, by the very implementation of the analytical techniques designed to explain the historic development of cities. It so happens that within a research tradition of technical literature one route is selected and theorized – though among a series of diverse positions – and others are systematically occulted. Applying to architecture a neologism coined by Jacques Lacan in psychoanalysis, it may be stated that a foreclosure event has occurred. The hypothesis I am working on is that research of the urban form has been compromised by a true erasure of collective memory of the relationship created between the city and the geographic form of its territory. One may object that such issue has already been dealt with in the past, and that modern research quotes such work. I do not intend so much the spatial relationship between architectural objects built on

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Una mancanza originaria

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Dipartimento di Architettura e Design, Politecnico di Torino E-mail: carlo.ravagnati@polito.it

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Abstract This paper organizes certain studies on cities and territories I have performed in the framework of urban analysis. The work is part of an archaeological investigation concerning the gap between a series of technical issues typical of such field of research and the contemporary local and regional contexts. The difference between the more historically formed cities and contemporary cities that caused distress in urban analysis instruments has been seen under a different light, starting with a series of technical matters that open new doors in studying the past of cities and thus their design. My research may therefore be positioned in this intermundium where technological theories cannot be defined as little sisters of architectural theories, but take on a central role, in that the idea is not independent of the different instruments producing it.

Carlo Ravagnati

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Keywords: Geography, Geology, Water, City, Territory

DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.017

Supplemento “La città parte in tutte le direzioni”, “alloggia e sloggia da tutti i lati” (Nancy, 2002), scrive Jean-Luc Nancy. La città non parte propriamente “in tutte le direzioni”, ma “parte” sempre nella direzione del principale elemento geografico sul quale si aggancia. La città si qualifica con l’elemento geografico che la carat| Carlo Ravagnati | ISSN 2612-3754 (print) ISSN 2384-9207 (online)_n.16-2021

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c Fig. 1 - a. Venaria Reale. Carta dei piani terra Venaria Reale; b. La città di fondazione sulla pianura; c. La città di guado; d. La città (Altessano Sup.) di ciglio fluviale; e. La città di delta artificiale. a. Venaria Reale. Map of ground floors; b. The foundation city on the plain; c. The city of ford; d. The city (Altessano Sup.) on fluvial edge; e. The city of man-made delta.

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terizza: si può parlare allora di città-fiume, città-costa, città-valle, città-collina, città-isola o città-arcipelago... Eliminando il genitivo (città-di-fiume, città-dicosta…) si produce un ente in cui i due termini costituiscono un “doppio legame”. La ricerca archeologica che ho condotto è volta a ripercorrere questa possibilità per il passato della città, questo rispecchiamento tra architettura e geografia. Il mio lavoro si è dunque dato l’obiettivo di svelare il procedimento di mascheramento di questo tema che non intende rivelare un’archè più autentica, ma semplicemente intende mostrare qualcosa che nella tradizione degli studi urbani è sfuggito e che rappresenta “un’esperienza non formulata”. Ho cercato di forzare alcuni cardini su cui si è retto il discorso analitico per offrire una possibilità per la prosecuzione degli studi di analisi urbana benché, sia nei loro fondamenti sia nelle loro tecniche, essi abbiano “fatto il loro tempo”. Mentre Muratori ricercava le regole proprie della costruzione della città di Venezia, la conurbazione veneta era già attiva e proiettata in una logica territoriale del tutto estranea a quella della città di più antica formazione. Per quanto si possa sostenere la continuità e la ripetizione dei fatti urbani, questi ultimi, nella città contemporanea rispondono a fenomeni completamente differenti: tale continuità è dunque da ricercare altrove, con altri strumenti, con altri apparati teorici, disponendosi allora all’incontro con un altro reale perduto. Volendo rispondere alla domanda di conoscenza dei caratteri di generalità della città così come del progetto di architettura, ho intrapreso una ricerca in cui inquadrare sia i centri storici sia le città contemporanee. Ciò significa trovare un posto al mio lavoro all’interno di questa comunità scientifica, rispondendo alle domande formulate dalla comunità stessa: “perché continuare gli studi di morfologia urbana nel XXI secolo?”; “cosa cerchiamo, oggi, con questi studi?”; “come si possono rinnovare questi studi e quale può essere il loro futuro?”.

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Fig. 2 - La geografia nella città. Modelli sperimentali eseguiti dagli studenti del corso di Composizione architettonica nell’anno 2009-10 al primo anno del CdS in Architettura del PoliTo. The geography in the city. Experimental models performed by students of course of Composizione architettonica in 2009-10 at first year of CdS in Architettura of PoliTo.

the Earth’s surface and arranged in one way or another depending on the orography1: I refer to the fact that the city has always and only been studied in categories strictly related to the city architecture itself2 as a phenomenon counterposed to the territory. When this comparison was made, the city has always been considered a projection or interpretation of the territorial reality, but the opposite has never occurred. The countryside has been urbanized, while the city has never been territorialized3. I have thus formulated conjectures based on the description of a city’s history and development as an academic model of the development of earthly forms. What I thus seek is the terrestrial origin of the city: an often amphibious origin by virtue of the importance of water in the urban context. Seeking the terrestrial origin of cities means investigating the evolutions of the city’s shapes from a physical geography perspective. In my book Dimenticare la città (Forgetting the city) – published in 2008 – I initiated this research by seeking the presence of geography in urban morphology analysis techniques. Such text may be considered the first step of an archaeological research that has subsequently involved, among other subjects of research4, a number of valleys and cities where the terms settlement and geomorphology have indissolubly overlapped.

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Supplement “The city starts in every direction”, “it lodges and exits on every side” (Nancy, 2002), wrote Jean-Luc Nancy. In fact, the city does not exactly start “in every direction”, but always “starts” in the direction of the main geographic element it is attached to. The city finds a qualification by means of its distinguishing geographic element: one can thus speak of a river-city, a coast-city, a valley-city, a hill-city, and island-city, or an archipelago-city… By eliminating the genitive (city-of-river, city-of-coast, etc.) an entity is produced whose terms have a “double-blind”. The archaeological research I have conducted has the purpose of retracing this possibility – this mirroring of architecture and geography – for the city’s past. My work thus aims to unmask this topic, which does not mean to reveal a more authentic archè, but simply demonstrate something that has slipped away from the urban analysis tradition and represents a “unformulated experience”. I attempted to go beyond certain keystones of the analytical discussion in order to offer a possible continuation of urban analysis, given such foundations are “past their time” in terms of both background and techniques. While Muratori sought the quintessential rules of the construction of Venice, the Venetian conurbation was already active and projected towards a territorial logic completely disavowing that of the more ancient city. Inasmuch as the continuity and repetition of urban systems may be support-

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Fig. 3 - Vallée de Grésivaudan. Studi per il progetto di una città-valle; a. Schema idrogeologico della valle; b. Idea di piano; c. Esempi di studio delle fasi di formazione degli insediamenti sui due versanti, Chartreuse e Belledonne. Vallée de Grésivaudan. Studies of the project of a city-valley; a. Hydrogeological scheme of the valley; b. Idea of planning; c. Exempla of study of formation fases of settlements on two slope, Chartreuse e Belledonne.

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Gli studi su Venaria Reale (2007-10) ruotano attorno a uno dei capisaldi degli studi di analisi urbana: i rapporti tra tipologia edilizia e morfologia urbana. Il dubbio sollevato riguarda l’assunto strutturalista dell’unicità del funzionamento di questo rapporto. Come ogni coppia strutturale anche questa funziona all’interno di una relazione che soddisfa reciprocamente i due termini. La soddisfazione si attua per mezzo della copertura e dell’oblio di qualsiasi altro elemento. L’apparizione di un terzo soggetto scatena una crisi della coppia: negli studi su Venaria Reale il terzo elemento che irrompe è il teatro geografico sul quale la costruzione della città si compie nel tempo. È un teatro plurale (pianura irrigua, aree golenali, conoidi…) che corrompe il rapporto di coppia che riposava su ricorsi e ricorrenze. In questi studi Venaria Reale, oltre ad essere presentata convenzionalmente come città di fondazione con la Reggia Sabauda, è qui vista nelle forme prodotte e riferite alla sua compromissione formale con i caratteri del territorio. La città barocca non viene negata, ma ad essa si accostano altre figure che attribuiscono differenti significati ai rapporti tra tipologia e morfologia. Per effetto della rappresentazione cartografica tematica Venaria diviene città-delta artificiale con i mulini per la seta, cittàpianura con la geometrizzazione del progetto di Castellamonte, città-guado posizionandosi nella serie dei punti di attraversamento dell’alveo, città-lungofiume come ciò che resta di Altessano Superiore, il borgo precedente alla fondazione seicentesca. Così Venaria Reale si apre a un sistema di differenze perdendo lo statuto di unicum fissato nel Theatrum Sabaudiae.

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ed, the latter respond – in the contemporary city – to completely different logics: such continuity shall thus be sought elsewhere, with different instruments, and with other theoretical frameworks, thus predisposing them to the encounter with a different lost real. With the aim to respond to the demand for information concerning the city as much as its architectural design, I have performed a research study to contextualize both historic centres and contemporary cities. This means positioning my work among that of the scientific community, in response to the questions formulated by the same: “why continue urban morphology studies in the 21st century?”; “what are we seeking by means of such research today?”; “how can we update such studies, and what may their future be?”.

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Fig. 4 - Favignana; a. La città sui bordi di cava; b. La città nei fondi di cava; c. La cava. Elementi della costruzione urbana. Favignana; a. The city on quarry edge; b. The city in the bottom of the quarry; c. The quarry. Elements of the urban building.

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Parti geologiche della città nella Vallée du Grésivaudan

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Gli studi sulla Vallée du Grésivaudan (2010-14) incontrano un altro punto chiave degli studi morfologici: la “città in estensione” e il “rapporto città/campagna”. Qui la ricerca archeologica sugli studi urbani non aveva l’obiettivo di trovare sinonimi alternativi alla “città diffusa”, in voga nei decenni precedenti, ma si concentrava su un altro elemento cardine: la compiutezza formale delle parti e il loro essere complementari. La “Grande Grenoble” distesa lungo la Vallée è una città che scandisce la propria forma riproducendo la struttura oroidrografica del territorio. Il “mistero della forma urbana” qui si svela in tutto il suo realismo: la forma della città semplicemente coincide con la forma della struttura geologica della valle glaciale. Per comprendere questa città occorre dimenticare e travisare la città stessa: il riferimento per la sua costruzione è la geologia. L’architettura della città-valle si organizza stabilendo i propri monumenti laddove i rii alpini incontrano la strada pedemontana alpina lungo la Belledonne. Gli insediamenti sedimentati su questi elementi primari, i rii che fanno così ingresso nello statuto dell’architettura, si disegnano fissando nella pietra le forme della confluenza con l’Isère differenziando così i tipi di insediamenti. Sulla riva opposta, la Chartreuse, i conoidi di deiezione indicano i luoghi delle aree della residenza, e i rii segnano il ritmo alternato tra costruzione e natura che definisce la logica dell’insediamento vallivo. Un grande parco pubblico infine, un Central Park che restituisce unità alla città-valle, si stende lungo l’Isère. Il fiume, coi suoi spazi agresti e con quelli organizzati per il tempo libero: è lo spazio pubblico della città contemporanea.

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Geographical theatres of Venaria Reale Research concerning Venaria Reale (Turin, 200710) revolves around one of the cornerstones of urban analysis: the relationships between construction type and urban morphology. The question raised relates to the structuralist assumption of the unique mechanisms of such relationships. As for every couple, the relationship works by means of reciprocal prosperity. The satisfaction of the demands of the two parties is granted by means of concealing and oblivion of any other element. The appearance of a third subject causes a crisis in the couple: in the studies on Venaria Reale, the third, irrupting element is the geographical theatrum in which the city grew over time. It is a multifaceted context (irrigated valley, floodplain, alluvial fan…) which breaks into the relationship built on history and tradition. In this research, Venaria Reale is not only conventionally presented as a planned city with a Royal Palace, but is analysed in the forms produced and related to its formal alteration by means of the territorial features. The Baroque city is not rejected, but it is paired with other entities that give different meanings to typology-morphology relationships. By means of the themebased map representation, Venaria becomes an artificial delta with its silk mills, valley-city with the geometrization of the Castellamonte (Turin) project, wade-city with its position between a series of river crossings, riverbank-city like what remains of Altessano Superiore. Venaria Reale thus opened to a system of distinctive personalities, losing the status of unicum as planned in the Theatrum Sabaudiae project.

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Geological parts of the city in the Vallée du Grésivaudan Studies on the Vallée du Grésivaudan (Grésivaudan Valley, 2010-14) give rise to another key point of morphological research: the “expanding city” and the “city/countryside relationship”. In this case, archaeological research on urban analysis did not have the goal of finding alternative definitions of “urban sprawl”, a term in fashion in the previous years, but focused, instead, on another cardinal point: the formal completeness of different parts, and their complementary nature. The “Great Grenoble” extending down the Vallée is a city whose shape retraces the orohydrographic structure of the territory. The “mystery of the urban form” unveils itself in all its realism: the city shape simply corresponds to that of the geological structure of the glacial trough. To comprehend this city, the city itself shall be forgotten and distorted: the reference point for its construction is the geology itself. The architectural design of the valley-city

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sees the monuments placed where the Alpine streams meet the piedmont road along the Belledonne mountain range. Settlements based on these primary elements – the streams, which thus are included in the architectural foundation – are drawn by sculpting in the stone the shapes of the confluence with the Isère River, thus finding a distinction. On the opposite bank, along the Chartreuse mountain range, the alluvial fans outline the residential areas, and the streams mark the alternating rhythm of construction and nature that defines the valley’s settlement structure. Finally, a great public park extends along the Isère: a Central Park that restores a unity of the valley-city. The river, with its camped areas and those designed for leisure, is the public space of a contemporary city.

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Fig. 5 - Sanremo. Valle del torrente San Francesco; a. Modello del fondovalle; b. Modello dei cammini terrestri; c. Modello dei geo-monumenti. Sanremo. Valley of San Francesco stream; a. Model of valley floor; b. Model of terrestrial path; c. Model of the geo-monuments.

Mineralogia e attività estrattiva come criteri insediativi nell’isola di Favignana

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Mineralogy and extraction activity as settlement criteria on the island of Favignana Research concerning the island of Favignana (2017-18) invites us to observe the relationship between the structure of the Earth’s crust and human settlement within a cycle of elements whose order and precession is impossible to establish. This does not occur at a site where the relationship with the Earth is merely didactic – as in the case of the Sassi of Matera or Cappadocia – because as you walk the streets of Favignana, from the port to the main square, the rapport between city and its topography seems to hide behind the conventional façades of its houses. The mechanism lies indeed beneath this apparent conventionality. In Favignana, the house itself is a “hourry”, half-house half-quarry. The exploitation of the calcarenite reservoir was in fact the basis of the island’s settlement. The excavation of the quarry follows the layers of calcarenite and stops where the material quality changes. The extracted material either left the island or was moved to the edge of the exploited and abandoned quarry. The exhausted quarry gradually became the core of the settlement; its borders became the streets; its sides became the homes. The quarry gave the island its architectural structure. The streets crossing it along and across the main crest are isthmi between the quarries. Extraction activity and mineralogy thus became the settlement criteria. It is a radical example of transformation from The Architecture of the City to The architecture of the Earth crust.

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Terrestrial chromosome of the city of Sanremo I dedicated my research on the San Francesco torrent valley in Sanremo (2014-present) on another key aspect of urban analysis studies and their purpose: to define “design as a knowledge activity” and “analytical design”. The studies that had investigated such locutions were added the geographic factor in this case. I aimed to experiment a city representation technique where the Earth’s forms could take on a more evident value in terms of style compared to the city, thus showing the excess of architecture on the Earth’s crust before the design phase. The search for this “architectural desire” has taken shape in three models. The first model represents the valley floor carved out by the water; the second model shows the structure of human passage and its ability to generate settlement; the third shows the repetition compulsion of monumental places corresponding to geomorphologically exceptional events. Each model provides a unique representation of the San Francesco torrent valley: they focus on reality and show the features that may affect transformations. This dual descriptive/

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Gli studi per l’isola di Favignana (2017-18) invitano a guardare il rapporto tra struttura della crosta terrestre e insediamento umano all’interno di un circolo di elementi in cui è impossibile stabilire ordini e precessioni. E ciò non avviene in un sito in cui il rapporto con la terra è didascalico, penso ai Sassi di Matera o alla Cappadocia. Perché attraversando le vie di Favignana, dal porto alla piazza, il rapporto della città con il proprio suolo sembra nascondersi dietro le facciate convenzionali delle case. Ed è proprio dietro a questa apparente convenzionalità che si cela il meccanismo. A Favignana la casa in sé è la casva, metà casa metà cava. Lo sfruttamento del giacimento di calcarenite è infatti il criterio di costruzione dell’architettura dell’isola. Lo scavo della cava segue gli strati di calcarenite, si arresta laddove la qualità del materiale cambia. Il materiale di scavo lascia l’isola oppure si sposta sul ciglio della cava sfruttata e abbandonata. La cava esaurita diviene progressivamente l’interno dell’isolato, i suoi bordi diventano le strade, i suoi cigli diventano le case. La cava organizza la forma architettonica dell’isola. Le strade che la percorrono lungo il crinale principale e trasversalmente ad esso sono istmi tra le cave. L’attività estrattiva e la mineralogia divengono dunque criterio insediativo. Qui si radicalizza la trasformazione dell’architettura della città in architettura della crosta terrestre. Cromosoma terrestre della città di Sanremo Gli studi sulla valle del torrente San Francesco a Sanremo (2014-in corso) li ho dedicati a un altro aspetto centrale negli studi di analisi urbana e alla loro | Carlo Ravagnati | ISSN 2612-3754 (print) ISSN 2384-9207 (online)_n.16-2021

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productive function is favoured by an excessive representativeness embedded in the model: one that overflows from reality at the very time it originates from reality itself. This is possible because the location is depicted as a necrotized body. Not only because the life taking place in that location is never represented, but especially because the element assigned a main role in the creation of the model is also a dead entity: the distinctive terracing system of the Liguria region. In the model, the subject appears mummified, cadaveric, but unlike a “death mask” this model is an “unfaithful cast”. Rather than a depiction, it is a transfiguration. Credits Fig. 1 and Fig. 2: research group directed by C. Ravagnati with M. Graffione, and with N. Lanza, M. Matera, G. Mazzone, T. Pepino, G. Politi, D. Scirpo, D. Zannotti. Fig. 3: research group directed by C. Ravagnati with M. Graffione, and with M. Gola, G. Mazzone, D. Nucaro, D. Scirpo. Fig. 4: research group directed by C. Ravagnati with G. Mazzone and with T. Pepino, A. Pettorruso. Fig. 5: research group directed by C. Ravagnati with G. Mazzone and with E. Borio, T. Pepino.

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finalità: le definizioni di “progetto come attività conoscitiva” e di “progetto analitico”. Gli studi che avevano indagato questa locuzione sono stati qui implementati della questione geografica. Ho voluto sperimentare una tecnica di rappresentazione della città in cui le forme della Terra assumessero un valore formale molto evidente rispetto alla città, mostrassero un eccesso di architettura presente nella crosta terrestre ancor prima del progetto. La ricerca di questo “desiderio di architettura” ha preso corpo in tre modelli. Il primo rappresenta il fondovalle del torrente scavato dalle acque; il secondo mostra la struttura dei cammini terrestri nella loro capacità di generare insediamento; il terzo mostra la coazione a ripetere dei luoghi monumentali coincidenti con fatti geomorfologicamente eccezionali. Ciascun modello affronta una rappresentazione particolare della valle del torrente San Francesco: esso tematizza la realtà, mostra quel carattere che può orientare le trasformazioni. Questa doppia funzione descrittiva/produttiva è favorita dall’eccesso di figuratività insita nel modello, una figuratività che deborda dalla realtà proprio nel momento in cui scaturisce dalla realtà stessa. Ciò è possibile perché il luogo è rappresentato come un corpo necrotizzato; non solo perché non è mai rappresentata la vita che si svolge in quel luogo, ma soprattutto perché l’elemento al quale viene affidato un ruolo da protagonista nella costruzione del modello è esso stesso un corpo morto: il sistema dei terrazzamenti proprio dell’antropizzazione del territorio ligure. Nel modello il soggetto appare mummificato, cadaverico: ma a differenza della “maschera mortuaria”, questo modello è un “calco infedele”. Esso più che ritrarre, delinea una trasfigurazione.

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Notes 1 A well-known case of this research opportunity is the comparison between Timgad and Djémila presented in G. Grassi, “Questioni di progettazione”, in Id., Architettura lingua morta, Electa ed., Milan 1988, pp. 23-33. 2 I hereby use the expression “city architecture” to describe, as Aldo Rossi did, a way of expressing the design of every part, monument, etc. of the city, as opposed to a city made of architectures. 3 A preliminary study related to city “territorialization” may be found in G. Motta, A. Pizzigoni, “The territorialization of the city and the new forms of representation”, in Landscape Architecture, ELSA magazine, 2008, vol. 1, pp. 18-29; it includes a summary of the research on the Po River section from Moncalieri (Turin) to Casale Monferrato (Alessandria) performed in collaboration with R. Palma and myself. 4 I hereby reference the study performed on the 1600s treaty, at the intersection of architecture and geography, in which the description of river features hints a series of urban topics. See: C. Ravagnati, “Architettura d’acque di Giovan Battista Barattieri. Un trattato seicentesco di architettura della città”, in G. Motta, A. Pizzigoni, C. Ravagnati, L’architettura delle acque e della terra, FrancoAngeli ed., Milano 2006, pp. 157-250.

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Fig. 1 e fig. 2: gruppo di ricerca diretto da C. Ravagnati con M. Graffione, e con N. Lanza, M. Matera, G. Mazzone, T. Pepino, G. Politi, D. Scirpo, D. Zannotti. Fig. 3: gruppo di ricerca diretto da C. Ravagnati con M. Graffione, e con M. Gola, G. Mazzone, D. Nucaro, D. Scirpo. Fig. 4: Gruppo di ricerca diretto da C. Ravagnati con G. Mazzone e con T. Pepino, A. Pettorruso. Fig. 5: Gruppo di ricerca diretto da C. Ravagnati con G. Mazzone e con E. Borio, T. Pepino. Note

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1 Caso noto di questa possibilità di studio è il confronto fra Timgad e Djémila proposto in Grassi G. (1988) “Questioni di progettazione”, in Id., Architettura lingua morta, Electa, Milano, pp. 23-33. 2 Impiego la locuzione “architettura della città” per riferirmi, con Aldo Rossi, a un modo di intendere il disegno della città nelle sue parti, nei suoi monumenti, ecc. ecc. in opposizione a una città fatta di architetture. 3 Uno studio iniziale relativo alla “territorializzazione” della città si trova in Motta G., Pizzigoni A. (2008) “The territorialization of the city and the new forms of representation”, in Landscape Architecture, ELSA, 2008, vol. 1, pp. 18-29; qui è sintetizzata una ricerca sul corso del Po da Moncalieri a Casale Monferrato sviluppata con la collaborazione di R. Palma e mia. 4 Segnalo lo studio che ho condotto su un trattato seicentesco, a cavallo tra architettura e geografia, in cui la descrizione dei fenomeni fluviali lascia trasparire una sequenza di temi urbani. Rimando a: Ravagnati C. (2006) “Architettura d’acque di Giovan Battista Barattieri. Un trattato seicentesco di architettura della città”, in Motta G., Pizzigoni A., Ravagnati C. (2006) L’architettura delle acque e della terra, FrancoAngeli, Milano, pp. 157-250. Riferimenti bibliografici_References Nancy J.-L. (2002) La città lontana, Ombre corte, Verona, p. 36. Palma R., Ravagnati C. (2020) L’architetto cartografo. Strati e figure terrestri nel progetto di architettura, Libria, Melfi. Ravagnati C. (2021) Clinica urbana. Una città-torrente a Sanremo, Aión, Firenze. Ravagnati C. (2008) Dimenticare la città. Pratiche analitiche e costruzioni teoriche per una prospettiva geografica dell’architettura, FrancoAngeli, Milano. Ravagnati C. (2012) L’invenzione del territorio. L’atlante inedito di Saverio Muratori, FrancoAngeli, Milano. Ravagnati C. (a cura di) (2018) Favignana come un’infanzia. Il cromosoma terrestre dell’architettura, Lettera Ventidue, Siracusa.

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urbanform and design La forma e la città

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DiAP, Dipartimento di Architettura e Progetto, Sapienza Università degli Studi di Roma E-mail: fabrizio.toppetti@uniroma1.it

In questo breve testo sulla città ho scelto di allargare l’orizzonte concettuale del tema proposto operando uno slittamento di fianco dalla morfologia alla forma, una mossa minima, apparentemente innocente, ma foriera di sviluppi generativi. Allo stesso tempo partirò da una dimensione che trascende la città che a mio modo di vedere, non è altro che un luogo di particolare curvatura e densità, ovvero di massima concentrazione di materia lavorata e di stratificazione dell’azione dell’uomo, nel continuum dell’ambiente antropogeografico. Sono certo che Saverio Muratori, almeno quest’ultimo aspetto, lo avrebbe apprezzato. Non sono uno studioso di morfologia urbana e spero che questo contributo eccentrico, possa collocarsi costruttivamente all’interno del dibattito sul futuro degli studi urbani. Conosco i lavori della scuola italiana dei quali ho sempre ammirato il carattere sistematico e la capacità di tenere insieme, con una visione transcalare, struttura topografica del territorio, tipologia degli oggetti costruiti, morfologia degli aggregati. Eppure ho mantenuto un certo distacco. Il rigore sequenziale dei procedimenti e l’attitudine a spiegare fenomeni complessi sulla base di passaggi analitici, mi hanno sempre attratto ma allo stesso tempo preoccupato per una certa dose di determinismo, trascurabile probabilmente nella lettura, più consistente nell’interpretazione progettuale che, in quell’impostazione, ne è la derivata. E, d’altra parte, ammesso che sia possibile attraverso un unico metodo dare conto della formazione della città storica, il dubbio è che lo sia per la città nella sua configurazione attuale1. Sono convinto che l’attualizzazione degli studi di morfologia – che vedo come fondamento solido per la comprensione dei fenomeni urbani – debba passare attraverso il riconoscimento della parzialità del punto di vista e per l’integrazione con altre letture e modalità di indagine in grado di cogliere aspetti della realtà che sfuggono a un’analisi monospecie, dando conto di un quadro di fattori interagenti oggi sempre più vasto e interconnesso.

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Abstract The habitat that mankind has moulded in its own image has taken on a complex, elaborate, stratified structure over the centuries. During this portion of time, which is known, amidst the geological eras, as the anthropocene period, we have left a weighty footprint on the global ecosystem, as regards both intangible considerations and morphological characterisation. We live in a space born of homo faber’s inclination to build, and whose form determines, affects, reinforces and permits our existence to evolve. This is the landscape, an integral part of which is the city. As human beings, we cannot ignore the issue of form, with which we are constantly dealing. As architects, we are called upon to address it, approaching the space to be inhabited with knowledge and awareness, so as to preserve forms that we hold to be suitable, reintroduce old forms into new life cycles and modify forms that are wrong, being out of step with the times. In theory, we are also allowed to bring into play new forms, though such operations are increasingly rare and, as I see it, do no more than modify existing forms. Cities, our civilisation’s maximum form of expression, hold the majority of the world’s people today, and so their form merits attention. One reason being that form has an effect on the aesthetic and functional features of the space we inhabit. In recent years, speaking of the form of cities would appear to have gone out of style, as I believe is still the case, at least to a certain extent, in academic circles. And yet everything has a form. And if we are convinced that its suitability plays a key role in determining the quality of space, and therefore of our lives, with the result that we wish to improve it, then we must understand its underlying reasons and meanings, in order to evaluate its potential, both implicit and explicit, through planning, and not merely for transformation.

Fabrizio Toppetti

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Keywords: Urban Landscape, Form of the City, Habitable Urban Space, Experience of Form

DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.018

In this brief text on the city, I have expanded the conceptual horizon of the proposed topic, shifting the focus from morphology to form, a minimal, apparently innocent recalibration, though one with productive consequences. At I will be starting from a dimension that transcends the city, which, to my way of thinking, is nothing more than a location endowed with a certain curvature and density, in other words a maximum concentra-

L’habitat che l’uomo si è plasmato a sua immagine e somiglianza ha assunto, nel corso dei secoli, un assetto complesso, articolato e stratificato. In questa frazione temporale, che tra le epoche geologiche va sotto il nome di antropocene, la nostra impronta sull’ecosistema globale ha un peso rilevantissimo sia per quanto riguarda gli aspetti immateriali sia in termini di caratterizzazione morfologica. Viviamo in uno spazio che è frutto dell’inclinazione dell’homo faber a costruire, la cui forma determina, condiziona, asseconda, consente, lo svolgersi della nostra vita, così come si è evoluta. Questa forma naturalmente è tante forme, è in continuo divenire ed è caratterizzata dalla sovrapposizione e ibridazione di componenti naturali date o manipolate e materiali artificiali diversi, sedimentati nel tempo. È il paesaggio, e la città ne è parte integrante. Riprendendo una locuzione che ci propone Aristotele (Politica), è il “ritratto della terra abitata”, la cui configurazione fisica è la rappresentazione plastica del nostro essere sulla terra. Per inciso, per le riflessioni che seguono, può essere di una qualche utilità ricordare che circa

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La forma dell’habitat

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tion of processed materials and stratified layers of human endeavour, all part of the continuum of the anthropogeographic environment. At least this last consideration, I trust, would meet with Saverio Muratori’s approval. I am not a scholar of urban morphology, hopefully this somewhat unconventional contribution can play a constructive role in discussions of the future of urban studies. I am well acquainted with the work of the Italian School, having long admired its systematic approach, as its ability to take a cohesive outlook encompassing all scales when it comes to addressing the topographic structure of the territory, the typology of constructed objects and the morphology of agglomerations. And yet I have always kept a certain distance. The sequential rigour of the procedures and the predilection for explaining complex phenomena through phases of analysis have always enticed me, but at the same time I worry over the touch of determinism that, while probably negligible in the context of an analysis, would be of more concern during the design interpretation that results from such an approach. For even if a single method could adequately address how the cities of the past were formed, the doubt remains as to whether this holds true for the city in their current configuration1. I am convinced that any updating of the study of morphology – which I view as a solid cornerstone for understanding urban phenomena – must acknowledge that this approach is only part of the solution, with further modes of analysis and research being needed to fully grasp aspects of reality that would escape a one-track approach, considering the increasingly vast, interconnected nature of the framework of interacting factors.

Fig. 1 - Armelle Caron, Les villes rangees, Parigi, 2011. Armelle Caron, Les villes rangees, Paris, 2011.

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duemilacinquecento anni dopo, la Convenzione Europea del Paesaggio2 contiene una definizione molto simile, alla quale si aggiunge il filtro della percezione, che come vedremo, assume una rilevanza assai significativa. Come uomini non possiamo trascurare il problema della forma con il quale ci rapportiamo ogni istante. Come architetti siamo chiamati a interessarcene, intervenendo con cognizione e consapevolezza sullo spazio dell’abitare per conservare forme che riteniamo adeguate, reimmettere vecchie forme all’interno di nuovi cicli di vita, modificare forme sbagliate, non più al passo con i tempi, non più funzionali in termini prestazionali simbolici o culturali. In teoria saremmo abilitati anche a metterne in campo di nuove, ma questo è sempre più raro e, per quanto mi riguarda, è comunque un aspetto della modificazione dell’esistente. La forma come esperienza Se le città sono la massima espressione della nostra civiltà e oggi ospitano la maggioranza delle persone al mondo, è necessario occuparci della loro forma. Perché la forma incide sui caratteri estetici e prestazionali dello spazio che abitiamo. Parlare di forma della città negli ultimi anni sembrava essere fuorimoda e credo che in una certa misura, almeno per una parte della nostra cultura disciplinare, lo sia ancora. Di fronte alla crescita esponenziale e incontrollata, alle recenti conurbazioni ibride e ascalari, si è spesso insistito sulla celebrazione elusiva e inoperante del caos e sull’inutilità di pensare per principi d’ordine, dunque la questione potrebbe apparire irrilevante e comunque di scarsa utilità.

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Form and habitat The habitat that mankind has moulded in its own image has taken on a complex, elaborate, stratified structure over the centuries. During this portion of time, which is known, amidst the geological eras, as the anthropocene period, we have left a weighty footprint on the global ecosystem, as regards both intangible considerations and morphological characterisation. We live in a space born of homo faber’s inclination to build, and whose form determines, affects, reinforces and permits our existence to evolve. Of course this form is actually many forms in a continuous state of flux, characterised by an overlapping and cross-fertilisation of natural components, whether in their received state or manipulated, and a variety of artificial materials, all sedimented over time. To quote Aristotle , it is the “portrait of the inhabited land”, whose physical configuration is the plastic representation of our existence on earth. Indeed, it may prove helpful, in contemplating the reflections that follow, to keep in mind that some two thousand, five hundred years later, the European Landscape Convention included a very similar definition, with the addition of the filter of perception, which, as we shall see, is of no small importance. As architects, we are called upon to address it, approaching the space to be inhabited with knowledge and awareness, so as to preserve forms that we hold to be suitable, reintroduce old forms into new life cycles and modify forms that are wrong. In theory, we are also allowed to bring into play new forms, though such operations are increasingly rare and, as I see it, do no more than modify existing forms. Form as experience Cities, our civilisation’s maximum form of expression, hold the majority of the world’s people to-

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Eppure tutto ha una forma. E se siamo conviti che la sua adeguatezza sia determinate per la qualità dello spazio, ovvero per la qualità della nostra vita, e intendiamo agire per migliorarla, dobbiamo comprenderne ragioni e significati, verificandone, per mezzo del progetto, le potenzialità, non solo trasformative, esplicite e implicite. Ma di cosa parliamo quando parliamo di forma? Il carattere polisemico del termine non è in dubbio, il filosofo polacco Wladyslaw Tatarkiewicz (Tatarkiewicz, 2011) affronta il tema declinandolo secondo cinque differenti registri concettuali dei quali ripercorre i fondamenti teorici storicamente consolidati. Approfondire questo aspetto ci porterebbe fuoripista, per darne conto può essere utile sottolineare, sempre con Tatarckiewicz, l’eterogeneità dagli opposti che di volta in volta vi si associano: contenuto, materia, oggetto, argomento e, secondo i dettami del Movimento Moderno, direi anche funzione. Per prendere posizione, in altra sede, ho fatto riferimento alla definizione di Adorno che continua a sembrarmi chiara tanto da non essere equivocabile e altrettanto basica da essere inclusiva. Adorno parla di forma in termini di materia sedimentata (Adorno, 2009), ragione per la quale tutto, nel momento in cui prende corpo, in maniera più o meno stabile o transitoria, ha una forma. La neutralità della formulazione adorniana, da un lato conferisce dignità di forma a qualsivoglia configurazione, anche se frutto di un processo meccanico e non orientato, dall’altro rende relativamente indipendente il risultato dall’indirizzo (ove presente) impresso da una intenzionalità, esponendolo alla eventualità di veicolare contenuti non previsti. Resta da stabilire che cos’è la forma della città. Tradizionalmente ci si riferisce al suo contorno, ovvero alla figura che emerge da uno sfondo: la città in opposizione alla campagna. Ma questo è un punto di vista che non ci aiuta; si basa su due presupposti gnoseologici inadeguati e inattuali, sinteticamente riconducibili alla dislocazione dello sguardo all’esterno e alla presunta finitezza della città. Quella dell’insieme è una configurazione che non riusciamo ad afferrare nella concretezza dell’esperienza, è una trasposizione cartografica, percepibile al vero solo occasionalmente, che oltre una certa dimensione risulta ineffettuale. Aldo Rossi, quando afferma che da architetti ci occupiamo della forma della città come “dato concreto riferito a un’esperienza concreta” (Rossi, 1966) introduce, con quest’ultima notazione, una variabile che a mio avviso è stata sottostimata, riferita alla dimensione soggettiva, che a sua volta chiama in causa la percezione messa esplicitamente in campo dalla Convenzione Europea del Paesaggio sopra richiamata. Ragione per la quale la questione assume un carattere più complesso che coinvolge il sostrato culturale di un popolo, gli immaginari, gli archetipi collettivi e naturalmente la sensibilità individuale, il tutto in una dimensione contestuale che si spinge ben oltre la sfera fisica del tangibile. Come progettisti la forma o l’insieme di più forme giustapposte, ci riguardano in quanto definiscono, delimitano, emanano, caratterizzano, lo spazio abitabile, indifferentemente interno o esterno, alla scala della casa come della città tutta. Se così non fosse si tratterebbe di un attributo esornativo. In questo senso la forma che ci interessa in definitiva è quella delle relazioni, del vuoto, dei legami di solidarietà tra le parti, poiché ciascun elemento, singolo o in associazione con altri, viene percepito misurato, vissuto, a partire dallo spazio effettivamente praticabile. Sono i volumi sotto la luce, la loro geometria, la loro dimensione, la loro densità e caratterizzazione materica, nelle infinite combinazioni possibili, secondo un’interpretazione ampia del concetto albertiano delle parti accomodate insieme, a conferire qualità allo spazio. Allo stesso tempo un ruolo fondamentale lo gioca il disegno di suolo, la sua modellazione e tutto ciò che non è concepito come volume, dai sistemi infrastrutturali fino all’apparato araldico. Tra le caratteristiche dello spazio, oltre quelle sopra menzionate, Luigi Moretti, nella sua nota trattazione, ne aggiunge una quarta: la pressione o carica energetica funzione della “prossimità più o meno incombente, in ciascun punto dello spazio, delle masse costruttive liminari, delle energie ideali che da esse sprigionano” (Moretti, 1953). Apparentemente sfuggente, quest’ultima pecu-

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day, and so their form merits attention. One reason being that form has an effect on the aesthetic and functional features of the space we inhabit. In recent years, speaking of the form of cities would appear to have gone out of style, as I believe is still the case, at least to a certain extent, in academic circles. And yet everything has a form. And if we are convinced that its suitability plays a key role in determining the quality of space, and therefore of our lives, with the result that we wish to improve it, then we must understand its underlying reasons and meanings, in order to evaluate its potential, both implicit and explicit, through planning, and not merely for transformation. But what do we mean when we refer to form? The term is clearly polysemic, as the Polish philosopher Wladyslaw Tatarkiewicz (Tatarkiewicz, 2011) demonstrates by identifying five different conceptual permutations and providing theoretical underpinnings with historical substantiation for each. But delving further into the question might throw us off track, as we can see from the dissimilarity of the opposing factors associated at any given time with form, once again as illustrated by Tatarckiewicz: content, matter, object, subject and, as I would include with an eye towards the canons of the Modern Movement, function too. In making my case, on another occasion, I referenced Adorno’s definition, which I still find clear enough to be unequivocal and basic enough to be broadly inclusive. Adorno spoke of form as sedimented material (Adorno, 2009), which would explain why everything, upon coming into being on a more or less stable basis, has a form. The neutrality of his definition bestows the dignity of form to any type of configuration, even the outcome of a mechanical, unguided process, at the same time as it renders the result relatively independent of any aim (if there was one) arising from intentionality, opening up the possibility that it could eventually ne a vehicle of unexpected content. It remains to be seen what is meant by the form of the city. Traditionally the reference is to surroundings: the city as opposed to the country. But this outlook is if no help to us, being based on pair of inadequate, outmoded gnoseological assumptions which can be summarised as the external displacement of the vantage point and the supposedly finite nature of the city. When Aldo Rossi states that we architects deal with the city’s form as “a practical fact tied to a practical experience” (Rossi, 1966), he introduces a variable which I feel is not given its due, and namely the subjective dimension, which in turn raises the issue of perception explicitly brought into play by the aforementioned European Landscape Convention. Making the issue all the more complex is the extent to which it involves the cultural substrate of a people, their collective imagination and shared archetypes, and naturally individual sensibilities, all in a contextual dimension that reaches well beyond the physical sphere of the tangible. As designers, we work with form, or sets of juxtaposed forms, because they define, contain, make manifest and characterise inhabitable space, be it indoors or outdoors, on the scale of a home or an entire city. In this sense, the most intriguing form is that of relations, of empty space, of ties of solidarity between different parts, seeing that each element, whether on its own or in association with others, is perceived, measured and experienced on the basis of the space effectively available for use. It is the volumes beneath the light, their geometry, their dimensions, their density, the make-up of their materials, in any one of the infinite number of possible combinations, that, in a broad interpretation of Alberti’s

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concept of the harmony of all parts in relation to one another, gives space its quality. At the same time, the design of the ground is a key factor, together with its modelling and whatever else is not conceived of as volume, meaning everything from infrastructure to coats of arms. Luigi Moretti, in a widely read treatise, adds a fourth feature of space to the ones mentioned above: the pressure or charge of energy produced by the more or less “looming vicinity, in each point of space, of adjoining constructed masses and the imagined energy they release” (Moretti, 1953). Seemingly ineffable, this last distinctive trait comes to life when backed by examples meant to unveil urban factors which defy classification under the canonical rules of morphological analysis. The intrusive pressure of the energy issuing from the bench and the imposing cornice of the Palazzo Farnese, out into the space of the piazza and its potential for habitation, is immediately perceptible, constituting the site’s distinctive feature. In the same way, the extraordinarily inventive inclined surface in front of the Beaubourg, which reaches the large recessed lobby by passing through the plane of the façade without interruption, constitutes, together with the panoramic stairway sheathed in a tube, the strongpoint of what would otherwise be a rather ordinary design that might have struggled to be noticed. Shifting the focus to the urban landscape, similar considerations hold for points of iconic attraction that rely on their uncommon worth as plastic works to make their presence felt, such as the Mole Antonelliana building in Turin, the peak of Milan’s Torre Velasca skyscraper or the impressive moulding of Genoa’s San Carlo Theatre. Much the same can be said, though slightly less emphatically, for each of the elements – be it an object, detail or material – that contributes, when part of a given context, and despite its own lack of scenic presence, to establishing the physiognomy of the landscape of which it is a part, whether it be the depth of the exposed stone of a medieval row house, the warmth of the historically accurate facing of a 17th century building, the skilful stone and brick composition of a block of homes built in the 1920’s or the jutting balcony of an apartment house from the 50’s.

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liarità assume vigore se suffragata da esemplificazioni mirate a esplicitare fatti urbani che trascendono i tentativi di classificazione secondo le regole canoniche dell’analisi morfologica. La pressione energetica intrusiva che esercitano il sedile e il possente cornicione di Palazzo Farnese rispetto all’invaso della piazza e alla sua abitabilità è immediatamente percepibile ed è l’aspetto distintivo di quel luogo. Analogamente l’invenzione straordinaria del piano inclinato di fronte al Beaubourg, che raggiunge la grande hall incassata, attraversando il piano della facciata senza soluzione di continuità, costituisce, insieme alla scala panoramica intubata, il punto di forza di un progetto altrimenti ordinario e forse incapace di fare centro. Spostando l’attenzione sul paesaggio urbano valgono considerazioni simili per gli iconemi che affidano ad un particolare e inconsueto valore plastico la loro capacità di presenza, penso alla Mole Antonelliana di Torino, al coronamento della Torre Velasca di Milano, alla potentissima modanatura dell’extrascena del Carlo Felice a Genova. Ragionamenti simili anche se dotati di minore potenza assertiva potremmo farli per ciascun elemento – un oggetto, un dettaglio, un materiale – di minore presenza scenica che, in associazione con un determinato contesto, concorre alla qualificazione fisiognomica del paesaggio del quale partecipa. Dalla profondità della pietra faccia a vista di una casa a schiera medievale, al calore della patina di un intonaco d’epoca su un edificio del seicento, alla sapiente composizione di pietra e mattone in un isolato degli anni venti, all’aggetto di un balcone di una palazzina degli anni cinquanta. Da un capannone industriale a un serbatoio idrico, da un edificio dismesso all’insegna di un McDonald, dalla stazione di servizio al centro commerciale, da un vallo ferroviario a una sopraelevata, da un’alberata monumentale all’alveo di un fiume. Sono tutti aspetti che acquistano peso specifico con il progressivo allentamento dei nessi della struttura sistemica generale.

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La forma della città contemporanea

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La città è una comunità di uomini con una base territoriale stabile e definita. Dalle sue origini cresce intorno a sé stessa e sopra a sé stessa. In ciascun tempo della storia, è sempre il prodotto imperfetto di questo processo coevolutivo, fatto di eventi che si succedono con una certa omogeneità, ma anche di fratture, deviazioni, riscritture, operazioni sostanziali di renovatio urbis che spesso coincidono con i passaggi d’epoca. Tutto questo è ciò che ci permette di periodizzarne la storia, distinguendo, nella tendenziale continuità processuale, la città medievale da quella rinascimentale da quella barocca. La città è dotata di una naturale propensione a metabolizzare il nuovo, nel tempo assorbe deficit e traumi mostrando una tendenziale propensione verso stati di equilibrio, seppure dinamici, è un sistema complesso a memoria di forma. Oggi il concetto di resilienza è assai di moda, ma in termini di morfologia è molto prossimo alla permanenza del piano cui fa riferimento Aldo Rossi (Rossi, 1966). Nella città europea questo è particolarmente evidente: nel suo vocabolario, nella sua grammatica e sintassi, dunque nelle sue forme, si rintraccia la continuità di una cultura radicata e sedimentata; ciascun assetto travalica la dimensione congiunturale della società che l’ha prodotta, questo ha permesso ai popoli di sentirsi rappresentati da valori stabili, nella loro evolutività, piuttosto che da una corrispondenza immediata ed effimera. Si pensi a come la rivoluzione hausmaniana a Parigi, per quanto sconvolgente, sia ancora compatibile alla sua storia e a come le trasformazioni occorse alla fine del Novecento, con la realizzazione della Défense, facciano comunque parte di quel disegno, la cui matrice ideologica è da ricercare in quella proiezione oltre il limite, che Leonardo Benevolo ha giustamente definito la cattura dell’infinito (Benevolo, 1991). In questa prospettiva, ove prevale la dimensione critica e metodologica continuista di stampo crociano, espressa a sua volta dalla longue durée3, dai temi del palinsesto e della sedimentazione, dalla continuità e dalla coerenza dell’azione antropica, non vi è dubbio che qualcosa si sia incrinato, come se quanto

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The form of the contemporary city A city is a community of men and women with a stable, well-defined foundation. From its origins, it grows around and above itself. In every period of history, it has always been the imperfect product of this process of compound evolution, in which sequences of events occur with a certain uniformity, but also breaks, detours, revisions and noteworthy operations of urban renewal that often coincide with the ends of eras. This is what allows us to divide history into periods, distinguishing, despite the overarching continuity, the medieval town from that of the Renaissance, and both from the Baroque example. The city has a natural propensity to metabolise the new, absorbing shortcomings and traumas over time, and generally tending to return to a state of equilibrium, albeit a dynamic one. This is especially apparent in a European city (Rossi, 1966), whose vocabulary, grammar and syntax, and therefore its forms, reveal the continuity of a deeply rooted, heavily sedimented culture. An example is Haussmann’s revolution in Paris, a drastic change, but one still in line with the city’s history, just as the transformations of the late 20th century, with the construction of the La Défense district, were also part of the grand

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è avvenuto negli ultimi cento anni possa aver prospettato una deviazione in un percorso altrimenti lineare. È vero, tra la città di antico impianto che è cresciuta secondo un processo formativo continuo e organico e la quella contemporanea che ad essa si sovrappone e si interpone, vi è una differenza genetica. Ma esiste realmente una frattura? Se si, in quale momento storico possiamo collocarla? Oppure siamo di fronte a un’accelerazione delle forze del mutamento già scritta nel codice genetico delle nostre città? Quali sono le cause scatenanti? È la rivoluzione industriale, che per prima introduce elementi estranei alla città tradizionale e apre all’inurbamento di massa? È l’ideologia del Movimento Moderno che ripensa l’idea di città, dislocandola in una dimensione alternativa a quella esistente? È l’emergenza del dopoguerra che ridisegna di fatto la geografia della città reale? È il modello americano che avanza e contamina la città europea? È l’avvento della città senza luoghi dell’era digitale? Sono interrogativi ai quali se ne potrebbero aggiungere altri che è difficile sciogliere con una risposta univoca, ciascuno di loro pone una questione a suo modo rilevante e interagente. Già all’inizio del Novecento i primi studi di geografia urbana evidenziano come, a partire dalla rivoluzione industriale, il modello deterministico di matrice biologica riconducibile esclusivamente a leggi fisiche, non è più sufficiente – forse non lo è mai stato – a descrivere uno sviluppo urbano privo di regole codificate e prevedibili, che poco ha a che fare con la relazione stretta tra crescita, struttura e forma propria dell’organismo. Nel 1915 Patrik Geddes in Città in evoluzione (Geddes, 1970), prendendo in considerazione il caso di Londra e trattandone l’espansione irregolare come qualcosa di vivo, che si muove come un’ameba e si estende e cresce inglobando i villaggi e le circoscrizioni vicine, giunge alla conclusione che si rende necessaria una revisione delle idee e dei metodi di lettura. La città era già allora una conurbazione complessa in rapido mutamento nella direzione di futuri assetti ibridi e totalizzanti, esito di processi probabilistici, influenzati da un elevato numero di variabili. Geddes, formatosi secondo i principi di una razionalità tipicamente anglosassone, in quanto singolo specialista, si rende conto di non essere capace di intendere pienamente i fenomeni in atto e ancor meno di prevedere dove potranno condurre se non con il supporto di altre discipline. Con grande lungimiranza comprende che si tratta di una mutazione genetica allora in nuce, che in Europa esploderà quarant’anni dopo con l’avvio della ricostruzione post-bellica. Oggi abbiamo chiaro che la città è una struttura multiforme e porosa, che vive delle relazioni con il proprio territorio e con le reti che la compongono, la trascendono e la alimentano. Che è composta di materiali eterogenei accostati spesso secondo regole indipendenti da piani e progetti, le cui qualità costitutive e le cui aggregazioni, oltre ad assolvere alle funzioni per le quali sono state pensate, reagiscono tra loro e con i contesti sprigionando un potenziale connotativo e figurativo che a sua volta può emanare significati inediti. I nuclei urbani storicamente conformati permangono eppure i suoi loro contorni sfumano, si generano nuove polarità, in un sistema reticolare all’interno del quale i frammenti di urbanità – che nascono ed evolvono secondo processi affatto meccanici e lineari diversamente da come una certa tradizione urbanistico-sociologica li ha spiegati riconducendoli ad un unico schema (Aymonino, 1965) –, non si riconoscono come sviluppo dei nuclei di origine. La centralità non è riferibile alla prossimità spaziale ma alla connettività. Le nuove forme di urbanità, l’infrastrutturazione, le reti materiali e immateriali, pur lasciando apparentemente inalterati i centri storici, ne cambiano profondamente il senso e il ruolo. Allo stesso modo le nuove modalità dell’abitare, la mobilità interna, i flussi migratori, l’ubiquità planetaria dovuta al lavoro, la gentrificazione e il turismo, contribuiscono alla perdita del senso di appartenenza, in definitiva all’omologazione delle città, modificando la percezione delle forme alle quali comunque è affidata la loro ultima possibilità di distinguersi. È ancora presto per azzardare ragionamenti sugli effetti della pandemia da Covid-19, ma già sappiamo che all’interno di quel sistema di variabili indipendenti vi sarà certamente un’incognita in più con la quale, in misura più o meno consistente, dovremo confrontarci nel prossimo futuro, se non altro in termini di condizionamento culturale e sociale.

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design whose underlying aim is to go beyond the limit, or, as Leonardo Benevolo aptly put it, to capture the infinite (Benevolo, 1991). It is true that the difference between historic cities that grew under a continuous, organic process of formation and the modern-day city that has since overlapped and become interspersed with it, is genetic. But has there really been a break? And if so, in what point in history can we identify it? Or are we simply witnessing an acceleration in forces of change already a part of the genetic code of our cities? What triggered the change? Was it the industrial revolution introducing the first foreign elements into the traditional city, opening the way for mass urbanisation? Was it the ideology of the Modern Movement and its new idea of the city, which, as a result, was shifted into an alternate dimension? Was it the emergency of the post-war period and the de facto redesign of the geography of the real city that resulted? Was it the inexorable advance of the American template which contaminated the European city? Was it the onset of the placeless city of the digital age? Other questions that could doubtless be raised, but none are unlikely to find a single, all-inclusive answer, as each entails issues that are not only significant but intertwined. Back as far as the early 1900’s, the first studies of urban geography showed that, from the industrial revolution on, the deterministic model of a biological progression traceable solely to physical laws no longer sufficed – if it ever had – for describing a mode of urban development without any codified, reliable rules, and with little or nothing in common with the close links between the growth, structure and form of the organism itself. In 1915, Patrik Geddes’ Cities in Evolution (Geddes, 1970) examined the case of London and its irregular expansion, similar to that of a live thing, an amoeba spreading out and swallowing up nearby villages and districts, leading Geddes to the conclusion that it was time to revise the prevailing ideas and methods of analysis. Geddes, trained to follow the typically rational principles of the Anglo-Saxon approach, realized that, as a specialist, he would be unable to fully understand the phenomena at work, much less foresee where they might lead, unless he drew on other disciplines. With remarkable foresight, he realized that a genetic mutation was in its nascent stage, ready to explode on the scene in Europe forty years later, with the start of the post-war reconstruction. Today, it is clear to us that the city is a multiform, porous structure which lives through its ties with the surrounding territory and with its own constituent networks, which comprise it, transcend it and feed it. The urban cores of the past remain, but their outlines grow faint as they generate new polarities within a grid system where fragments of urban fabric – born and developed according to processes not at all mechanical and linear, unlike the way a certain tradition of urban studies/ sociology, drawing on a single approach, has depicted them (Aymonino, 1965) – do not recognise each other as offshoots of their city cores of origin. The central focus no longer involves spatial proximity, but rather connectivity. Though the new forms of urban fabric, infrastructure development, tangible and intangible networks have left historic city cores seemingly unaltered, they have ushered in profound changes in their meaning and role. In the same way, the new modes of living, of internal migratory flows, of planetary ubiquity for work, of gentrification and tourism, contribute to the loss of people’s sense of belonging, and ultimately to cities becoming uniform, which modifies the perception of the forms which

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were the city’s last hope of setting itself apart. It is still too early to venture any considerations on the effects of the Covid-19 pandemic, though we already know that, within the system of independent variables, there will definitely be one more unknown that we will all be obliged to deal with, to a greater or lesser extent, in the future, if for no other reason than its cultural and social repercussions. It goes without saying that, if we intend to take an asymptotic approach to exploring a multifaceted, stratified, instable reality, then we must learn from the irreductionism professed by, among others, Bruno Latour4, eschewing simplification and resisting the allure of comparisons through analogy, while bringing into play instead, together with traditional modes of analysis, new means that are more refined and creative. Here, another line of inquiry could be opened, though one calling for more thorough examination of the tools to be prepared, potentially supplementing and updating a legacy of studies which has been passed on from Kevin Lynch (Lynch, 1969) to Gordon Cullen (Cullen, 1976) to Robert Venturi (Scott, Izenour, Venturi, 1985), together with still other approaches capable of covering fields ranging from economy to sociology, from literature to the arts. At the same time, in order to stay on course, there must be a firm reassertion, in part to offset further proliferation of the imponderabilia, of how the essence of all declinations of city-forms, in their various tangible and intangible manifestations, can always be traced back to constructiveness, to gainful habitation. This is where it is possible to uncover, albeit fairly deep down, shared roots. The upshot is that the layman cannot help but see the city, always and in any event, in the totality of its multiform, eclectic nature, in its effective continuity as a phenomenon, as a unified, cohesive fact. For the city’s parts – even if they are no longer arranged according to relations of reciprocal need that assign each one a role in an organic whole endowed with a fully established sense – are made from a uniform substance, so that, even if they lead independent lives in a paratactic universe, they still contribute to ensuring the continuity of the whole. Ultimately the various components, including those that have been neglected or overlooked, as well as the city’s stories, including the less edifying ones, must be dealt with, seeing that they are all part of this collective construction, in neutral fashion, without any consideration of hierarchy, simply for what they are and what they represent. With judgment suspended until a new wish for conformation arises, as expressed through design, which shall proceed with awareness and sensitivity, but also with the related, and necessary, independence from critical analyses and assessments, allowing it to open new horizons.

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È evidente allora che se intendiamo avvicinaci asintoticamente alla conoscenza di una realtà sfaccettata, stratificata e instabile, dovremmo fare tesoro dell’irriduzionismo professato, tra gli altri, da Bruno Latour4, rinunciando alle semplificazioni, resistendo al fascino delle comparazioni analogiche e mettendo in campo, insieme alle letture tradizionali, nuovi dispositivi più raffinati e creativi, accettando la molteplicità delle letture come unica strada, seppure perfettibile. Qui si potrebbe aprire un altro ragionamento che richiederebbe ben altro approfondimento, relativo agli strumenti da mettere a punto, magari integrando e aggiornando una tradizione di studi che va da Kevin Lynch (Lynch, 1969) a Gordon Cullen (Cullen, 1976) a Robert Venturi (Scott Brown, Izenour, Venturi, 1985), con altri sguardi capaci di spaziare dall’economia alla sociologia, dalla letteratura alle arti. Allo stesso tempo, per mantenere la barra dritta, è necessario riaffermare con forza, anche in ragione di un’ulteriore proliferazione degli imponderabilia, che l’essenza di tutte le declinazioni delle forme-città, nelle varie manifestazioni materiali e immateriali, è sempre riconducibile alla costruttività, all’abitare operosamente. È lì che è possibile rintracciare, seppure in profondità, una radice comune. Questo significa che a uno sguardo laico non può che apparire sempre e comunque, nella sua totalità multiforme ed eclettica, nella sua effettuale continuità fenomenologica, come fatto unitario. Comprese le periferie senza modello e i territori dello sprawl. Giacché le sue parti – seppure non più disposte secondo relazioni di reciproca necessità che assegnano loro un ruolo in un insieme organico dotato di senso compiuto – sono fatte di una sostanza omogenea e, pur avendo una vita autonoma in un universo paratattico, concorrono egualmente a garantire la continuità del tutto. Infine vuol dire anche che le varie componenti, comprese quelle neglette e trascurate, così come le sue storie, incluse quelle meno edificanti, partecipando di questa costruzione collettiva, dovranno essere assunte in maniera neutra e agerarchica, per ciò che sono e che rappresentano. Sospendendo il giudizio fino all’affermazione di una nuova volontà conformativa, espressa per mezzo del progetto, che interverrà con coscienza e sensibilità, ma anche con la relativa e necessaria indipendenza rispetto alle letture e alle valutazioni critiche, aprendo nuovi orizzonti.

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1 Un’applicazione interessante di questo tipo di studi rispetto alla città contemporanea si rintraccia in Strappa G. (2012). 2 Il riferimento è alla nota definizione contenuta nell’art. 1 comma a: “Paesaggio designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”, CEP, Firenze 2000. 3 Longue durée è una locuzione utilizzata dalla scuola francese degli storici delle Annales, con particolare riferimento a Ferand Braudel, per designare un approccio allo studio della storia, che dà la priorità alle strutture storiche di lunga durata piuttosto che agli eventi. 4 Oltre alle opere di Latour cfr. il capitolo sull’irriduzionismo, in Croce M. (2020). Riferimenti bibliografici_References Adorno Th.W. (2009) Teoria estetica, Einaudi, Torino 1970. Aristotele, Politica, VII, 5. Aymonino C. (1965) Origini e sviluppo della città moderna, Marsilio, Padova. Benevolo L. (1991) La cattura dell’infinito, Laterza, Roma-Bari. Croce M. (2020) Bruno Latour. Irriduzionismo Attante Piattezza Ibridi Gaia, Derive Approdi, Roma. Cullen G. (1976) Il paesaggio urbano. Morfologia e progettazione, Calderini, Bologna. Geddes P. (1970) Città in evoluzione, Il Saggiatore, Milano 1915. Lynch K. (1969) L’immagine della città, Marsilio, Padova. Moretti L. (1953) “Strutture e sequenze di spazi”, in Spazio, n. 7. Rossi A. (1966) L’architettura della città, Marsilio, Padova. Scott Brown D., Izenour S., Venturi R. (1985) Imparando da Las Vegas, Cluva, Venezia. Strappa G. (a cura di) (2012) Studi sulla periferia est di Roma, FrancoAngeli, Milano. Tatarkiewicz W. (2011) Storia di sei idee, Aesthetica, Palermo 1975.

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Fabrizio Toppetti | ISSN 2612-3754 (print) ISSN 2384-9207 (online)_n.16-2021 |

Notes 1 An interesting application of this type of study to the modern-city can be found in G. Strappa (2012). 2 The reference is to the well known definition in the article 1, clause a: “The Landscape designates a certain part of the territory, as populations perceive it, the character of which derives by natural action/or by human factors and by their interaction”, CEP, Florence 2000. 3 Longue durée is a locution used by the French school of historians of the Annales, in particular with regard to Ferand Braudel, to designate an approach to history that gives priority to longterm historical structures rather than events. 4 In addition to Latour’s works, cfr. the chapter on irriduzionismo in M. Croce (2020).

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urbanform and design L’influenza degli studi di tipologia

U+D The influence of procedural typology studies on the Codes of Practice, on the Recovery Manuals and on the didactic of urban restoration

Michele Zampilli

Dipartimento di Architettura, Università degli Studi di Roma Tre E-mail: michele.zampilli@uniroma3.it

Nell’ambito di una più ampia riflessione sul portato che gli studi di morfologia urbana hanno avuto nella cultura e nell’insegnamento del progetto di architettura degli ultimi decenni, questo breve contributo si incentrerà sulle figure di Gianfranco Caniggia (1933-1987), Antonino Giuffrè (1933-1997) e Paolo Marconi (1933-2014) e su come gli studi di tipologia processuale della scuola muratoriana, ed in particolare le applicazioni operative di Caniggia, abbiano influenzato la nascita dei codici di pratica concepiti da Giuffrè per la conservazione e la messa in sicurezza del costruito storico, in particolare nei centri storici a rischio sismico, e l’evoluzione nello stesso senso dei manuali del recupero prodotti dalla scuola di Marconi. E come la ricerca operativa e l’insegnamento di questi grandi maestri abbia inciso profondamente nella didattica del restauro urbano.

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Abstract Making a wider reflection about the results achieved by the studies on urban morphology in the culture and in the teaching of architectural projects during the last decades, this brief contribution will focus on the personalities of Gianfranco Caniggia (1933-1987), Antonino Giuffrè (19331997) and Paolo Marconi (1933-2014). We will also reflect about how the procedural typology studies of the Muratorian school, and in particular the operational applications of Caniggia, have influenced the birth of the codes of practice conceived by Giuffrè for the conservation and safety of historical buildings, in particular in historical centers in seismic risk, and about the evolution, in the same direction, of the recovery manuals produced by the Marconi school. We will also analyze how the operational research and the teaching of these great masters have deeply impacted on the didactic of urban restoration.

DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.019

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Keywords: Typology Studies, Codes of Practice, Recovery Manuals, Urban Restoration

processuale sui Codici di Pratica ed i Manuali del Recupero e nella didattica del restauro urbano

Sicurezza e conservazione dei centri storici

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Safety and preservation of historical centers Everything started with the conference “Restoration problems in Italy” held in November 1986 and organized by Corrado Maltese on behalf of the “CNR”, with the participation of a large number of operators of the area. The conference took its form in the years after the earthquake in Irpinia in 1980 and was related with the problems concerning the reconstruction, just when the first balances had appeared about the reconstruction following the earthquake in Friuli in 1976. Corrado Maltese, with the aim to make a point on the state of the art of the architectural restoration, invited a group of architects and engineers, restorators and other personalities engaged in the study and interpretation of historical building, all personalities with different opinions about the theories of Brandi, which had been confirmed by the 1972 Restoration Charter. After the conference a new working group was created to review and update the “carta”, leading to the 1987 Restoration Charter signed by Maltese himself, Paolo Marconi and others. Among the others, at the conference took part: Gianfranco Caniggia with a report on the state of the discipline which studies the processes of

Tutto inizia con il convegno sui “Problemi del restauro in Italia” (Maltese, 1988) del novembre 1986, organizzato da Corrado Maltese per conto del CNR, nel quale sono chiamati a partecipare un gran numero di addetti del settore. Il convegno matura negli anni che seguono il terremoto dell’Irpinia del 1980 con i problemi connessi alla ricostruzione, nel momento in cui si fanno i primi bilanci della ricostruzione del Friuli dopo il terremoto del 1976. Corrado Maltese invita a fare il punto sullo stato dell’arte del restauro architettonico un gruppo di architetti e ingegneri, restauratori o attivi nello studio e nell’interpretazione dell’edilizia storica, anche piuttosto distanti tra loro, che però hanno in comune la caratteristica di non essere perfettamente allineati sulle teorie brandiane sancite dalla Carta del restauro del 1972. Tant’è vero che dopo questo convegno si formerà un gruppo di lavoro per la rivisitazione e l’aggiornamento della carta, che sfocerà nella “Carta del Restauro del 1987” a firma dello stesso Maltese, di Paolo Marconi e di altri. Tra gli altri, intervengono: Gianfranco Caniggia con una relazione sullo stato della disciplina che studia i processi di formazione e di mutazione delle tipologie edilizie; Paolo Marconi che fa il punto sugli studi diacronici dei tipi strutturali nei centri urbani sfociati nei Manuali del Recupero; Antonino Giuffrè che affronta la tematica della valutazione della vulnerabilità sismica dei monumenti antichi ed i metodi di verifica e tecniche d’intervento. Mi soffermo brevemente sull’intervento di Gianfranco Caniggia, perché, come si capirà più avanti, è il personaggio centrale di questa vicenda. Caniggia svolge un’ampia relazione nella quale descrive l’evoluzione della disciplina, denominata “analisi storico-tipologica” o “tipologico processuale” dai primi studi di Saverio Muratori su Venezia del 1954 e su Roma del 1959-60, alle applicazioni operative sulla città murata e sui borghi di Como sviluppate dello stesso Caniggia tra il 1963 e il 1975. Metodologia di cui faranno riferimento, talvolta senza riconoscerlo esplicitamente, Pierluigi Cervellati nel piano particolareggiato del centro storico di Bologna del 1976 (Cervellati, Scannavini, 1973), Leonardo Benevolo a Brescia e Assisi (Benevolo 1980 e 1986), ed in molti altri piani della fine degli anni Settanta e anni Ottanta del Novecento.

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formation and mutation of the building typologies, Paolo Marconi made a statement on diacronical studies of the structural types in the urban centers that leaded to the “Manuali del Recupero”; Antonino Giuffrè who addressed the issue of assessing the seismic vulnerability of ancient monuments and the methods of verification and intervention techniques. I will pause briefly on Gianfranco Caniggia’s speech, because, as we will understand later, Caniggia is the central character of this story. Caniggia carried out an extensive report describing the evolution of the discipline, called “historical-typological analysis” or “procedural typological” from the first studies made by Saverio Muratori on Venice in 1954 and on Rome in 195960, to the operational applications on the walled city and on the villages around Como developed by Caniggia himself between 1963 and 1975. Methodology to which will refer to, sometimes without explicitly recognizing it, Pierluigi Cervellati in the detailed plan of the historic center of Bologna in 1976, Leonardo Benevolo in Brescia and Assisi and as well as in many other plans from the late seventies and eighties of the twentieth century. Caniggia also reported about the parallel experiences made by the Venetian and Milanese schools, leaded by Carlo Aymonino, Aldo Rossi and Giorgio Grassi, who admittedly followed the muratorian studies, but arrived to an opposite conclusion from the original. They were searching a sort of “genius loci” useful to increase a free architectural invention, instead of looking for the building culture continuity of a given place. Caniggia also presented his most recent studies starting with the research for the reconstruction of Venzone, which in addition to its decisive influence on the reconstruction plan of the historic center in the Friulian town hit by the 1976 earthquake, allowed the discipline to take a further significant step with the formulation of the concept of “synchronic variant of the building type” giving an important answer to the understanding of urban phenomena. He continued with the studies on the Neapolitan farmhouses commissioned by the Superintendency for the reconstruction of the Municipality of Naples, and the most recent ones on the Venetian house. The study on Venice was realized in 1985, when he participated to the international competition, announced by the IACP of Venice, for the restructuring of the Campo di Marte on Giudecca, Venice, that study formed the introductory part to the project of the group leaded by Caniggia. Caniggia’s research deserved the special jury prize, for its remarkable advancement in the knowledge of the historical phases in the formation of the lagoon city and was published as the first chapter of Paolo Maretto’s volume on the Venetian house. In Naples, particularly for the Barra sector, his studies on the recognition of the permanence of the court substrate in contemporary building led to the definition of interventions which would include the reconstruction on the ancient alignments of the lost courts and the use of the type of court bulding for the construction of new urban aggregates. The research on the farmhouses had allowed Caniggia to deepen the theme of the courtyard house in various Italian urban contexts. The research was published in a 1984 CRESME volume. Caniggia’s work on Neapolitan farmhouses, if compared with similar experiences in the Neapolitan and Irpinia crater – I am thinking, for example, of the historic center reconstruction of

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Caniggia parla anche delle esperienze parallele della scuola veneziana e milanese, che ruota intorno a Carlo Aymonino, Aldo Rossi e Giorgio Grassi, le quali derivando dichiaratamente i loro studi da quelli muratoriani, arrivano a fini opposti a quelli originari perché finalizzati alla ricerca di una sorta di “genius loci” utile ad accrescere una libera inventiva architettonica, piuttosto che a ricercare la continuità della cultura edilizia di un luogo. Caniggia presenta i suoi studi più recenti iniziando con la ricerca per la ricostruzione di Venzone, che oltre ad avere un’influenza decisiva sul piano di ricostruzione del centro storico della cittadina friulana colpita dal terremoto del 1976, consente alla disciplina di fare un notevole passo avanti con la formulazione del concetto di “variante sincronica del tipo edilizio” che darà una risposta importante alla comprensione dei fenomeni urbani (Zampilli, 2009). Prosegue con gli studi sui casali napoletani commissionata dal Provveditorato alla ricostruzione del Comune di Napoli, e quelli più recenti sulla casa veneziana. Lo studio su Venezia fu portato avanti nel 1985, in occasione della partecipazione al concorso internazionale per la ristrutturazione del campo di Marte alla Giudecca bandito dall’IACP di Venezia, e costituiva la parte introduttiva al progetto di cui Caniggia era capogruppo. La ricerca, che meritò il premio speciale della giuria per il notevole avanzamento per la conoscenza delle fasi storiche di formazione della città lagunare, fu pubblicata come primo capitolo del volume di Paolo Maretto sulla casa veneziana (Maretto, 1986). A Napoli, in particolare per il comparto di Barra, i suoi studi sul riconoscimento della permanenza del sostrato di casa a corte nei tessuti contemporanei portarono alla definizione di interventi che prevedessero la ricostruzione sugli antichi allineamenti delle corti perdute e l’utilizzo del tipo di tessuto a corte per la realizzazione dei nuovi aggregati. La ricerca sui casali aveva consentito a Caniggia di approfondire il tema della casa a corte in diversi contesti urbani italiani e fu pubblicato in un volume CRESME del 1984 (Caniggia, 1984; Caniggia, 1985). Il lavoro sui casali napoletani, se confrontato con analoghe esperienze nel cratere napoletano e irpino – sto pensando ad esempio alla ricostruzione del centro storico di Teora nell’avellinese ad opera di Giorgio Grassi – mostra i limiti di queste ultime nell’errata e un po’ superficiale interpretazione della tipologia edilizia nelle ricostruzioni post-sismiche. Infine, presenta la ricerca operativa della struttura urbanistica e sulla evoluzione della tipologia edilizia del centro storico di Firenze svolta nell’abito della revisione del piano regolatore generale pubblicata nel 1980 (Caniggia, 1980) e di cui le elaborazioni sull’evoluzione processuale della città, del tessuto urbano e dei tipi edilizi, dal primo castrum romano fino al XIX secolo, sono confluiti nel volume sulla casa fiorentina curato da Gian Luigi Maffei (Maffei, 1990). L’intervento di Caniggia impressiona enormemente Antonino Giuffrè il quale ne è attratto per la sua intelligenza e l’indubbio carisma, ma anche e soprattutto perché intravede l’operatività del suo metodo di lettura del costruito storico e la possibilità di essere applicato alle tematiche che più lo interessano in quel momento: la conservazione e la contemporanea messa in sicurezza dei centri storici a rischio sismico. Su queste basi si sviluppa la redazione del primo Codice di Pratica italiano, quello su Castelvetere sul Calore (Giuffrè et al., 1988) nel quale Giuffrè riconosce il valore della ricerca di Caniggia capace di leggere le fasi di formazione e accrescimento dei tipi edilizi e del tessuto e quindi in grado di consentire di individuare le criticità strutturali palesi o nascoste del costruito storico. Alcuni schemi evolutivi dei tessuti urbani, originariamente a corte progressivamente mutati in case a schiera. hanno avuto una grande importanza per orientare la lettura dei possibili meccanismi di danno dell’edilizia aggregata condizionando anche le nuove norme tecniche per la riparazione degli edifici danneggiati dai terremoti che hanno dato sempre maggiore rilievo alla conoscenza dei processi formativi (fig. 1). Dopo i Codici di pratica – quello di Ortigia è considerato universalmente il prodotto più maturo della scuola di Giuffrè (Giuffrè, 1993) – anche i Manuali del recupero, a partire da quello di Palermo del 1997 (Giovanetti, 1997), hanno

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inserito l’analisi tipologico-processuale tra gli strumenti indispensabili per il riconoscimento dei caratteri identitari del costruito storico. Peraltro, il Manuale di Palermo si inseriva nella linea già tracciata dal piano particolareggiato per il centro storico redatto da Benevolo, Cervellati e Insolera nel quale erano comprese categorie d’intervento quali il ripristino filologico e il ripristino tipologico che richiedevano una puntuale lettura critica dell’edilizia storica, sia sotto l’aspetto tipologico che costruttivo, come contenuta nel manuale.

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Teora in the Avellino area conducted by Giorgio Grassi – shows the limits of the latter in the erroneous and somehow superficial interpretation of the building typology in post-seismic reconstructions. Finally, he presents the operational research on urban structure and evolution of the building typology in the historic center of Florence – carried out by revising the general regulatory plan published in 1980 – and whose elaborations on the procedural evolution of the city, its urban fabrics and the buildings types, go from the first Roman castrum up to the 19th century, this work appeared in the volume on the Florentine house edited by Gian Luigi Maffei. Antonino Giuffré was enormously impressed by Caniggia’s speech. He was attracted by his intelligence and undoubted charisma, above all because he glimpsed the effectiveness of his reading method of the historical construction and about the possibility to apply it to the themes that he was mostly interested in at that moment: the conservation and simultaneous safety measures of historic centers at seismic risk. These are the fundaments on which it will develop the drafting of the first Italian Code of Practice, the one on Castelvetere sul Calore, in which Giuffrè recognized the value of Caniggia’s research, capable to read the phases of formation and growth of the building types and their fabrics, and therefore allows to identify the obvious or hidden structural criticalities in the historical building. Some evolutionary patterns of urban fabrics,

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Fig. 1 - Pagine dal Codice di Pratica di Castelvetere sul Calore (AV). In alto: modelli ricostruttivi dei tessuti a corte ed occupazione dell’ambitus. In basso: modelli ricostruttivi dell’intasamento delle corti. I numeri indicano la progressione di intasamento. Pages from the Code of Practice of Castelvetere sul Calore (AV). Above: reconstructive models of the courtyard fabrics and obstructing of the ambitus. Below: reconstructive models of the “filling” of the courtyards. The numbers indicate the progression of “filling”.

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Restauro urbano Un ulteriore e fondamentale contributo della disciplina è dato al tema del restauro urbano. Saverio Muratori, con un fondamentale saggio del 1950 (Muratori, 1950) e con gli studi sulla “storia urbana operante” di Venezia e Roma, getta le basi per un nuovo concetto di restauro urbano come opportunamente riconosciuto anche da restauratori non allineati sulle sue posizioni (Cristinelli, 2013). Gli esercizi di riprogettazione del tessuto urbano di Roma svolti nei corsi di Composizione Architettonica tenuti presso la Facoltà di Architettura – La Sapienza fin dall’inizio degli anni ’60 da Muratorie dai suoi allievi (Bollati et al., 1963) e riproposti poi da Gianfranco Caniggia nei propri corsi in diversi contesti urbani (Caniggia, Maffei, 1984), applicavano un metodo di lettura-riprogettazione delle fasi di formazione e di trasformazione dell’edificato inducendo studente ad impossessarsi del metodo compositivo proprio agli edifici storici, progettando come avrebbe progettato un architetto pre-moderno. L’obiettivo era | Michele Zampilli | ISSN 2612-3754 (print) ISSN 2384-9207 (online)_n.16-2021

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Fig. 2 - In alto: il progetto di Caniggia per il ripristino dell’area centrale di via Giulia. In basso: la stessa area nel progetto di Marconi. Above: the project by Caniggia for the restoration of Via Giulia central area. Below: the same area in Marconi’s project.

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quello di definire un metodo progettuale che derivasse i suoi fondamenti dalle leggi dell’operare spontaneo assunte in modo critico e consapevole affinché l’opera progettata fosse coerente e compatibile con la “struttura resistente” della città. Con tale concetto si esprimeva la “predisposizione naturale a suggerire ed accogliere in un modo tutto suo gli elementi nuovi” (Muratori, 1950). Un interessante esempio riguarda le applicazioni didattiche sul centro storico di Roma. Può essere utile mettere a confronto i progetti di Caniggia e di Marconi sulla stessa area di via Giulia a Roma per risarcire il tessuto urbano demolito con le ristrutturazioni urbanistiche previste in attuazione del Piano Regolatore del 1931 e mai portate a conclusione (fig. 2). Tra la fine del 1984 e il 1985, l’allora Assessore al Centro Storico di Roma, Carlo Aymonino, indice un concorso ad inviti per il recupero di alcune di queste parti di città: i cosiddetti “Buchi di Roma” (Klotz, Pavan, 1987). Gianfranco Caniggia raccoglie intorno a sé un folto gruppo di collaboratori per rispondere alle richieste del concorso e concentra la sua attenzione in particolare sui due assi rinascimentali paralleli al di qua e al di là del Tevere: via Giulia e via della Lungara. Il tema dà l’occasione per uno studio approfondito sul Campo Marzio occidentale che ha riguardato la ricostruzione ipotetica dell’assetto viario e fondiario dell’ansa del Tevere raggiunto in età tardo imperiale basando lo studio su ricerche archeologiche e di storia urbana e sugli studi muratoriani pubblicati nel 1960. Ripercorre l’evoluzione dell’area dal primo impianto pianificato di epoca romana, al riuso con riduzione del costruito in epoca medievale, alle ristrutturazioni cinquecentesche, fino a quelle otto-novecentesche per affermare che:

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originally characterized by courtyards and progressively converted into row houses, have gained a great importance in guiding the reading of possible damage mechanisms of the aggregated building, conditioning also the new technical standards to repair buildings damaged by earthquakes and giving increasing importance to the knowledge of the formation processes (fig 1). Following the Codes of Practice – that of Ortigia is universally considered the most mature product of Giuffrè’s school – also the Recovery Manuals, beginning from that of Palermo in 1997, started to include the typological-procedural analysis among the indispensable tools for recognition of the identifying characteristics of the historical building. Moreover, the Palermo Manual was part of the line already indicated by the detailed plan for the historic center, drawn up by Benevolo, Cervellati and Insolera, which included categories of intervention such as philological restoration and typological restoration, requiring a precise critical reading of the historical building, both in terms of typology and of construction aspects, as contained in that manual. Urban restoration This discipline gave a further and fundamental contribution to the theme of urban restoration. Thanks to Saverio Muratori’s fundamental essay in 1950 and to his studies on the “operating urban history” of Venice and Rome, were laid the foundations for a new concept of urban restoration as

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“La città muta nel tempo, ma anche che non può essere lecito assoggettare tali mutazioni ad eventi occasionali e distratti che possano aver occasionalmente inciso in violazione della sua sostanziale continuità, che è coerenza tra ciascun edificio e gli altri contigui: tale coerenza compositiva, fatta di gerarchie molteplici, trae la sua origine dai caratteri del tipo edilizio di “prima edificazione” coevo con l’impianto del tessuto fondiario e viario, e dei suoi svolgimenti successivi regolati dal processo tipologico peculiare per ciascun luogo perché diversificato da ogni altro luogo della medesima città distinguibile da “prime edificazioni” di epoca diversa (…) I nostri progetti propongono la possibilità di ricostruire la città continua saturandone le parti traumatizzate con un tessuto analogo all’intorno derivato e riprogettato sulla base del prolungato processo di formazione-mutazione del costruito con Il fine di restituire all’intorno una condizione di organica relazione (tra il vecchio) e il “nuovo costruito”. Il progetto non mette in discussione l’esistenza dei Lungotevere, giudicati ormai una presenza irreversibile nell’assetto urbano odierno, così come quella di corso Vittorio, che per il suo disegno e per la coerenza tra percorso e tessuto connesso, rappresenta una “salutare rimodulazione sulla logica delle espansioni intervenute”. Il progetto intende “riproporre una utilizzazione residenziale, analoga a quella che l’area ha avuto dal tempo della sua prima edificazione (…) Si ritiene pure necessaria la sostituzione del liceo Virgilio con un altro edificio di pari destinazione, ma non così inerte rispetto all’intorno sia come giacitura che qualità architettonica (…) La riprogettazione del tessuto residenziale si è basata sulla “riprogettazione del processo formativo” a partire dall’impianto delle lottizzazioni a domus e dalle mutazioni differenziate che hanno subito fino a divenire case a schiera alcune delle quali rifuse in forma di case-palazzo plurifamiliari” (Caniggia, 1997, pag. 143 e segg.). Le esercitazioni didattiche dirette da Palo Marconi su via Giulia, iniziate già oltre venticinque anni fa (AA.VV., 2002; Marconi, 2005; Giovanetti, Zampilli 2006), ed ancora in corso per opera dei suoi collaboratori di allora, partono dagli stessi principi ma utilizzano primariamente altre fonti documentarie, ove esistono. Come Caniggia, si giudica la fase urbana documentata dal catasto gregoriano del 1824 come la più organica del divenire della città. Fino a quel momento le trasformazioni, numerose come abbiamo visto, si muovono nel solco di una mutazione fisiologica del volto della città. Oltre quella fase, gli interventi urbanistici lo trasformano in modo incoerente e devono essere rimossi o attenuati. Nel modello didattico di Marconi si dà una grandissima importanza alle fonti documentarie (rilievi murari sia in pianta che in alzato, documenti d’archivio, foto d’epoca, iconografia storica, ecc.) in modo che il restauro di ripristino sia il più filologico possibile. Quando mancano i documenti d’archivio, ecco che ci viene in soccorso l’analisi tipologica e la valutazione, su base comparativa, di quali siano i tipi edilizi più idonei ad un particolare contesto urbano conservando il tracciato viario e le suddivisioni fondiarie o, se esistono, gli spiccati dei muri di fondazione. Tipi edilizi proposti nell’ assetto evolutivo più maturo in grado di dialogare senza stridore con l’intorno urbano in cui vanno a collocarsi. Nel riproporre la ricostruzione di un edificio di cui si conosca l’assetto architettonico precedente alla sua demolizione, si agisce come se si trattasse del restauro dell’edificio ancora esistente: cioè rimuovendo le parti aggiunte nel tempo giudicate incoerenti e superfetative, e completando quelle parti che lo si ritenesse utile per dare una coerente leggibilità. I lavori di riammagliamento urbano di parti traumatizzate del centro storico di Roma portati avanti dal gruppo di Marconi, in particolare lungo i muraglioni sul Tevere, hanno come riferimento anche l’importante lavoro di Benevolo sulla spina di Borgo (Benevolo, 2004).

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appropriately recognized even by restorers who were not aligned with his positions. The exercises to redesign the urban fabric of Rome, carried out in the Architectural Composition courses held by Muratori – since the beginning of the 60s, at the Faculty of Architecture La Sapienza – together with his students were later re-proposed by Gianfranco Caniggia in his courses in various urban contexts. They applied a new method of reading and redesigning the phases of formation and transformation of the building, inducing students to master the compositional method of the historic buildings by designing just as a pre-modern architect would have done. The objective was to define a design method that would derive its foundations from the laws of spontaneous operating, which were considered in a critical and conscious way, in order that the designed work would be consistent and compatible with the “resistant structure” of the city. This concept expressed the “natural predisposition to suggest and welcome new elements according to its own way”. An interesting example concerns the didactic applications on the historical center of Rome. It may be useful to compare Caniggia’s and Marconi’s projects on the same area of Via Giulia in Rome to compensate the demolished urban fabric with the urban renovations envisaged by the City Plan in 1931 and never completed (fig. 2). Between the end of 1984 and 1985, the Councilor for the Historic Center of Rome, Carlo Aymonino, announced a competition by invitation for the recovery of some of those parts of the city: the so-called “Holes of Rome”. Gianfranco Caniggia gathered around him a large group of collaborators to respond to the requests of the competition, in particular he focused his attention on the two parallel Renaissance axes on both sides of the Tiber: Via Giulia and Via della Lungara. This theme provided the opportunity for an in-depth study on the western area of Campo Marzio, which concerned the hypothetical reconstruction of the road and land layout that the Tiber bend achieved in the late imperial age. He based his study on archaeological and urban history research and on Muratori’s studies, published in 1960. He ran over the evolution of the area from the first planned layout of the Roman era to its reuse with reduction of the building in medieval times, to the sixteenth-century renovations and up to the nineteenth-twentieth centuries to affirm that: “The city changes along the time, but also it may not be correct to subject those mutations to occasional and distracted events which might have occasionally affected in violation of its substantial continuity, that means coherence between each building and the contiguous ones: this compositional coherence, made of multiple hierarchies, draws its origin from the characteristics of the building type of “first building” and is coeval with the layout of the land and road fabric, and with the subsequent developments regulated by the typological process, which is peculiar to each place because it is diversified from any other place of the same city and distinguishable from the “first buildings” of different epochs (...). Our projects propose the possibility of reconstructing the continuous city by filling the traumatized parts with a urban fabric similar to the surroundings, derived and redesigned on the basis of the prolonged process of formation-mutation of the built, with the aim of restoring to the surrounding a condition of organic relationship between the old and the new built”. The project does not question the existence of the Lungotevere, already considered an irrevers-

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Conclusioni Si è cercato di ripercorrere in questo breve e lacunoso resoconto un settantennio di studi e ricerche operative sui centri storici, volte ad indicare le direttrici principali per la loro conservazione, la messa in sicurezza e il ripristino dei valori perduti o compromessi. A partire dal riconoscimento delle invarianti che rappresentano la “struttura resistente” il cui valore, al nostro scopo, non risiede solo nel concetto filosofico espresso da Saverio Muratori, ma assume anche una rilevanza fisica, si potrebbe dire “tettonica”, per definire i principi strutturali e aggregativi utili alla conservazione dei caratteri identitari del costruito storico. Riferimenti bibliografici_References

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ible presence in today’s urban layout, as well as that of Corso Vittorio, which for its design and its coherence between the path and the connected fabric, represents a “healthy remodeling on the logic of the realized expansions”. The project intends to “re-propose a residential utilization, similar to the one that the area has had since its first construction (...) It is also considered necessary to replace the Virgilio high school with another building of the same use, but not so inert compared to the surrounding both in terms of location and architectural quality (...) The redesign of the residential fabric was based on the “redesign of the formation process” starting from the layout of the subdivisions in domus and from the differentiated mutations that they have undergone to the point to become row houses some of them recast in form of multi-family house-buildings”. The didactic exercises on Via Giulia directed by Paolo Marconi, started more than twenty-five years before, were still in progress and were leaded by his collaborators of that time, they were based on the same principles but primarily used other documentary sources, where they existed. As Caniggia did, it was taken into account the urban phase documented by the Gregorian land registry of 1824 as the most organic of the city mutations. Until that moment the transformations, numerous as we have seen, moved along a line of a physiological mutation of the face of the city. Beyond that phase, urban interventions transformed it inconsistently and had to be removed or mitigated. Marconi’s didactic approach gives great importance to documentary sources (wall reliefs both in plan and in elevation, archival documents, vintage photos, historical iconography, etc.) so that the restoration is the most philological possible. When archival documents are lacking, come to help the typological analysis and the evaluation, on a comparative basis, of which building types are most suitable for a particular urban context, preserving the road layout and the land subdivisions or, if exists, the marked out of the foundation walls. Building types, proposed in the most mature evolutionary structure, which dialogue without contrast with the urban surroundings in which they are located. In proposing the reconstruction of a building, whose original architectural structure, prior to its demolition, is known, we act as if it were the restoration of the still existing building: that is, by removing the parts added over time and deemed inconsistent and superfluous, and completing the parts considered useful for a consistent legibility. The works of a urban re-linking on the traumatized parts of the historic center of Rome carried out by Marconi’s group, in particular along the embankments of the Tiber, refer to Benevolo’s important work on the spine of Borgo. Conclusions In this brief and incomplete account, we have tried to retrace seventy years of studies and operational research on historic centers, trying to indicate the main guidelines for their conservation, safety and restoration of the lost or compromised values. Starting from the recognition of the invariants that represent the “resistant structure” whose value, for our purpose, lies not only in the philosophical concept expressed by Saverio Muratori, but also assumes a physical relevance, one could say “tectonic”, useful for defining the structural and aggregative principles useful for the conservation of the identity characters of the historical built.

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urbanform and design La tradizione umanistica degli studi di

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Architekturtheorie, Institut für Architektur. E-mail: joerg.gleiter@tu-berlin.de

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“Ripensare la morfologia urbana” è il nome – molto attuale – della rivista U+D urbanform and design, che – più che una rivista – è un libro sulla tematica della morfologia urbana. Vi sono rappresentati i principali nomi dell’architettura in Italia. Con meticolosità scientifica e grande esperienza i vari saggi seguono il tema della morfologia urbana e della morfogenesi della città. I saggi sono di grande attualità e sono inoltre di grande profondità storica e teorica. L’attenzione internazionale è poi assicurata dalla pubblicazione in due lingue: italiano e inglese. La presentazione dell’edizione attuale, del n.15, della rivista offre l’opportunità, come scrive Giuseppe Strappa nell’editoriale, per “momenti di riflessione e rigenerazione”. Si fa un bilancio, ma senza mettere la parola fine, “si compone e ricompone cercando un nuovo ordine, si guarda con occhi nuovi al futuro e si fanno progetti”. È un piacere per me partecipare a questa operazione e poter dare il mio contributo. Per questo vorrei riprendere alcuni punti ai quali fa riferimento l’editoriale che mi sembrano essere di grande importanza per il tema della morfologia urbana e della morfogenesi nelle condizioni attuali – a livello sociale, tecnologico e climatico. Consentitemi anche di riprendere una frase dell’editoriale, nel quale, tra l’altro, si dice, che le ricerche sulla forma della città (di Aldo Rossi e Guido Canella), hanno le loro lontane origini nell’“Illuminismo lombardo”. Quindi anche solo la precisazione “Illuminismo lombardo” senza riferimento all’Illuminismo in generale è di per sé eloquente. L’Illuminismo e, come vedremo in seguito, l’Umanesimo, si presentano in diverse variazioni a seconda del contesto. Poco dopo Giuseppe Strappa approfondisce la lunga tradizione della ricerca sulla morfologia della città in Italia. E scrive: “è vero che le ricerche sulla forma della città, sono caratterizzate da noi da un fondo umanistico e storico che ha sempre impedito determinismi e tassonomie” (Strappa, 2021). “Da noi” in buona sostanza significa “nella tradizione italiana degli studi morfologici”, che risalgono agli anni ’50. E concordo pienamente. Soprattutto se si pensa alla lunga storia dell’evoluzione della città, questa è uno di quegli artefatti culturali, nel quale l’atteggiamento di fondo umanistico dell’epoca, nella sua concezione di volta in volta diversa, diviene ampiamente ipostasi, e assume consistenza e forma. Soltanto divenendo forma, soltanto nell’intermediazione attraverso la consistenza morfologica, l’idea umanistica può divenire efficace nella vita quotidiana. La città è un mezzo importante della trasformazione dell’idea pura nel suo divenire efficace nella quotidianità della vita. Lo si vede nel fatto che il concetto di Angemessenheit o Adeguatezza con l’emergere dell’umanesimo rinascimentale è diventato un concetto fondamentale centrale della teoria dell’architettura. Adeguatezza alla persona – all’essere umano ovviamente – a cos’altro sennò! Ma non è così semplice. Perché si tratta sempre dell’essere umano e della “sua posizione nel mondo” (Gehlen, 2016), che cambia continuamente. I cambiamenti della società e quelli delle città, ma anche i cambiamenti nell’idea di Umanesimo e quelli della morfologia della città si trovano in un rapporto di reciprocità gli uni verso gli altri, gli uni si riflettono negli altri e viceversa.

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“Rethinking urban morphology” is the very current name of the magazine U+D urbanform and design, which – more than a magazine – is a book on the topic of urban morphology. The most important names in Italian architecture in Italy are all here. With scientific exactitude and great expertise, the essays investigate the topic of urban morphology and the morphogenesis of the city. The essays are very topical in addition to providing great historical and theoretical depth. The contributions are sure to attract international attention due to the fact that they are published in both Italian and English. The presentation of the current issue, n. 15 of the journal, provides an opportunity, as Giuseppe Strappa writes in the editorial, for “moments of reflection and regeneration”. One can assess the situation but not yet draw a final conclusion yet: “one takes a look at the work done and takes stock, looking at the future with new eyes, and makes plans”. It is a great pleasure for me to take part in this process and to contribute to it. I would like to take up some points that are mentioned in the editorial and that seem to me to be of great importance for the topic of urban morphology and morphogenesis under the current conditions, including social, technological, and climatic issues. There is one sentence from the editorial in particular that I would like to focus on. It claims, among other things, that research into urban design “has its distant origins in the Lombard Enlightenment”. The fact that the author singles out the Lombard Enlightenment as opposed to the Enlightenment in general is significant. The Enlightenment and, as we shall see later, humanism feature in different variations depending on the context. A little later, Giuseppe Strappa delves into a discussion of the long tradition of research into the morphology of the Italian city. He writes that “it is true that the research on the form of the city is characterized with us by a humanistic and historical background that has always prevented determinisms and taxonomies” (Strappa, 2021). “With us” means something along the lines of “in the Italian tradition of morphological studies” going back to the 1950s. I agree wholeheartedly. Especially when you think of the city’s long history of development, you realize that it is one of those cultural artifacts in which the basic humanistic attitude is extensively hypostatized, i.e., in shape and form, depending on how it is conceived. The humanistic idea is only realized in everyday life when it is given form and only when it is conveyed through

DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.020

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The humanistic tradition of Urban Morphology studies in Italy

Morfologia Urbana in Italia

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a morphological shape. The city is an important place for transforming the pure idea so that it can achieve realization in everyday life. This can be seen in the fact that the concept of appropriateness or adeguatezza became central to architectural theory with the rise of Renaissance humanism. And when we say appropriateness, we mean with reference to people. Of course, who else would it be? However, the idea is not as simple as it may appear. That is because it is always about people and “their place in the world” (Gehlen, 2016), which is in constant flux. The changes in society and in cities, but also the changes in the concept of humanism and the morphology of the city, are in a reciprocal relationship with one another. They mirror one another.

Fig. 1 - Leonardo da Vinci, L’uomo vitruviano. Leonardo da Vinci, the Vitruvian Man.

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Fig. 2 - Cesare Cesariano, L’uomo vitruviano. Cesare Cesariano, the Vitruvian Man.

Historical index I would like to elaborate on the idea that since our thinking is grounded in humanism and history, we are able to avoid a narrowly deterministic and functionalist focus. This is especially important in light of the current frenzied attacks against our place of origin as well as humanism and the Enlightenment in general in the name of post-colonialism and post-racism, i.e., as if one could get rid of one’s own history so easily with the help of the “cancel culture”. As Susan Neiman, the director of the Einstein Forum in Potsdam, wrote some time ago, it is now fashionable to portray the Enlightenment in a twisted way, “attacking it for leaving a legacy of devastating consequences, where such arguments rely on a mixture of caricatures and distortions” (Neiman, 2021). The fact that all knowledge is grounded in history is completely ignored. Following Edmund Husserl, we must admit that we not only have a spiritual legacy, but are “through and through nothing other than the products of historical-spiritual processes” (Husserl, 2019). All knowledge comes with a “historical index” that it is tied to. Research into urban morphology, in particular, is being pursued with a view to the future, and it is informed by the idea that all knowledge is a product of spiritual processes and of the historical index. These are the conditions that determine the future viability of the city. So what does it mean to hold on to humanism today, especially in a cultural environment that is changing as a result of artificial intelligence, digitization, climate change, and sustainability? The research into the morphogenesis of cities is based on the understanding that cities have their own developmental logic, their own selfwill. And people have realized this long before space syntax or actor-network theory became fashionable in sociology and political ecology. Humanism, as I understand it, is not rooted in the assertion that the human being somehow forms the center of the world. Rather, it consists in the awareness of self-will and the resistance of things. Humanism means being able to recognize the difference between things and people. This is a fruitful distinction, because it provokes the kind of reflection and critical thinking through which people become aware of “their nature and their position in the world” (Gehlen, 2016). The term “organic,” in particular, echoes the resistance inherent in things. We need to realize that the term “organic” means something like the “structure and developmental logic of things” that Frank Lloyd Wright (1867-1959) once conceived of. For Wright, architectural thinking reveals itself in the organic “integrity of

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Che la fondazione del pensiero nell’Umanesimo e nella storia impedisca una strozzatura deterministica e funzionalistica è l’aspetto che vorrei approfondire. Soprattutto nel contesto per cui oggi, in nome del postcolonialismo e postrazzismo, l’Umanesimo e l’Illuminismo devono essere semplicemente eliminati in uno strano accesso di furore contro le proprie origini, come se con la cancel culture ci si possa disfare facilmente della propria storia. Come scrisse tempo fa Susan Neiman, la direttrice dell’Einstein Forum di Potsdam, oggi va di moda presentare l’Illuminismo in modo distorto “con conseguenze disastrose come gli attacchi all’illuminismo stesso, che si collocano a metà tra la caricatura e il travisamento” (Neiman, 2021). Si ignora completamente la realtà che tutto il sapere è storico. Con Edmund Husserl si constata che non soltanto abbiamo un’eredità culturale, ma “essenzialmente non siamo altro che ciò che siamo divenuti in termini storico-culturali” (Husserl, 2019). Ogni sapere è accompagnato da un “indice storico”, dal quale non può prescindere. Proprio la ricerca della morfologia urbana avviene con lo sguardo rivolto al futuro, che è però consapevole del suo essere divenuto culturale nonché dell’indice storico di ogni sapere. Sono queste le condizioni per le prospettive future della città. Che cosa significa dunque oggi rimanere fedeli all’Umanesimo, soprattutto in una tensione culturale che cambia costantemente, caratterizzata da intelligenza artificiale, digitalizzazione, cambiamento climatico e sostenibilità. Proprio l’analisi sulla morfogenesi delle città si fonda sulla concezione che le città hanno una propria logica di sviluppo, una propria pervicacia. E ce l’hanno da molto prima che con Space Syntax o l’Actor-Network-Theory ciò fosse tematizzato in sociologia o nell’ecologia politica. L’Umanesimo, come lo intendo io,

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non consiste appunto nel fatto che l’essere umano in qualche modo è al centro del mondo, ma nella consapevolezza dell’ostinazione e dell’oppositività delle cose. Umanesimo è proprio riconoscere quella differenza tra le cose e le persone – una differenza feconda perché ne deriva riflessione e pensiero critico, attraverso i quali l’essere umano diviene appunto consapevole “della propria natura e della propria posizione nel mondo” (Gehlen, 2016). Nell’oppositività delle cose c’è una vena del concetto di “organica”. Con Frank L. Wright (1867-1959) si constata che il concetto di “organica” significa sostanzialmente struttura e logica di sviluppo delle cose. Per Wright il pensiero architettonico si rivela nell’organica “integrità dell’architettura”. Per organica si intende lo sviluppo delle cose dalla logica che è loro propria o la “bellezza del pensare” che si sviluppa dalla funzione dell’architettura (Wright, 1966). Organico è ciò che si sviluppa da sé in modo logico e quindi da una legge propria, nello scambio con il contesto. Un altro termine è morfogenesi o morfologia, proprio intesa come la morfologia delle piante di Goethe.

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architecture”. The term “organic” is understood to mean the development of things following their own logic or the “beauty of thinking” that arises from the architectural task (Wright, 1966). What is organic is what is logical and thus develops following its own law while interacting with its context. Another word for this is morphogenesis or morphology, not unlike Johann Wolfgang von Goethe’s plant morphology.

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Fig. 3 - Aachen, gerarchia dei percorsi del quartiere Frankenberger Viertel (immagine tratta dalla tesi di laurea: Studio dei caratteri dell’architettura nordeuropea. Lettura comparata dell’organismo e del tessuto urbano di Aachen, Maastricht, Liegi; laureandi: Malena V., Prezioso N., Ritoli M., Russo M., Tommasi L.; coordinatore: Ieva M.). Aachen, routes hierarchies of the Frankenberger Viertel district (picture taken from the degree thesis: Study of the characters of Northern European architecture. Comparative reading of the organism and of the urban fabric of Aachen, Maastricht; students: Malena V., Prezioso N., Ritoli M., Russo M., Tommasi L.; advisor: Ieva M.).

Eccentricity I would first like to make a few comments on the concept of appropriateness, which is at the center of humanism and especially architecture. Analogous to the concept of humanism, the concept of appropriateness has also undergone various stages of transformation or metamorphosis. It is fascinating to see how appropriateness already assumes its modern form in the fifteenth century. This is a result of the transition from the mechanistic ancient worldview, as embodied in Vitruvius’s work De architectura libri decem (Ten Books on Architecture), to the Christian worldview as articulated, for example, by Giovanni Pico della Mirandola (1463-96) in his De hominis dignitate (On Human Dignity). Christof Thoenes (Thoenes, 2016) has written that the Ten Books on Architecture represent a “powerful vein of ancient superstition”. The degree to which everyday life and social institutions were permeated by pagan religious ideas and rituals in antiquity is described by Numa

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Eccentricità Consentitemi di fare alcune osservazioni sul concetto dell’adeguatezza, che è al centro dell’Umanesimo e anche in particolare dell’architettura. Analogamente al concetto di Umanesimo anche il concetto di adeguatezza passa attraverso i diversi stadi della trasformazione o metamorfosi. È affascinante vedere come nel XV secolo l’adeguatezza acquisisce la sua impronta moderna. Ciò avviene nel passaggio dalla concezione meccanicistica del mondo antico, che è alla base dello scritto di Vitruvio De architectura libri decem ovvero Dieci | Jörg H. Gleiter | ISSN 2612-3754 (print) ISSN 2384-9207 (online)_n.16-2021

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Denis Fustel de Coulanges (1830-89) in his book La Cité antique (The Ancient City, 1864). Incidentally, Aldo Rossi referred to Fustel de Coulanges and the ancient worldview when, in the course of the discussion of form in his book L’architettura della città (The Architecture of the City), he conjured up the unity of “monument, rite, and myth” (Rossi, 2015) or of building structure, everyday ritual, and sentimental value. But also note: It is interesting to see how Rossi reached past Renaissance humanism all the way back to antiquity and the ancient worldview in order to renew the concept of architecture in the 1960s. The difference from the mechanistic worldview of antiquity can be clearly seen in the writing of Pico della Mirandola. In De hominis dignitate (On Human Dignity), he lets God speak to Adam: “I have placed you in the middle of the world to afford you with a more comfortable vantage point from which to see everything there is in the world” (Pico della Mirandola, 2009). Pico della Mirandola therefore espouses an anthropocentric worldview. At the same time, the human being forms part of an organic creation story that evolves under its own logic and is no longer determined by the mechanics of the ancient world. Leonardo da Vinci (1452-1519) portrayed the humanistic worldview in his drawing of the Vitruvian man. Leonardo deviates from Vitruvius’s description in one seemingly insignificant detail. In contrast to Vitruvius’s description, in Leonardo’s famous representation, the circle, the square, and the person are not centered on the same point. Cesare Cesariano (1475-1543) had followed the Vitruvian description literally, thus following the ancient mechanical world order. This is in contrast to Da Vinci, for whom the human being is part of a decentralized, dynamic order. To use a term from Helmuth Plessner’s philosophical anthropology: the relationship between man and the world is reflected in the act of decentering or “eccentricity”. Humanism is characterized by the fact that the person stands eccentrically with reference to the center, so that even the question of the center can no longer be answered. Man is in a fraught relationship with the world, that is, with things. Or as Plessner wrote: man “is not only situated in his environment, but is also set in opposition to it. He lives in a dynamic relationship in which he is both drawn to and repelled by it, the living thing” (Plessner, 2017). It is only through this distinction between the material world and the human being that the process of reflection is able to enter the world, and this could be the topic of a separate paper. The human being only becomes aware of himself through this eccentricity. And as I quoted from Plessner, man is not just situated in his environment, “but is also set in opposition to it”. This applies not only to nature, but also to the objects created from it. Man also finds himself in an eccentric position with regard to artifacts, devices, houses, and cities. So we can say that humanism is not so much shaped by the idea of the center, but by the awareness of this eccentricity. Arnold Gehlen, one of the founders of philosophical anthropology, spoke in this regard of the “material resistance” (Sachwiderstand) of things. He understood this material resistance to be the trigger for critical thought, reflection, and the self-awareness of people in general. Gehlen pointed out the role of language here, because it represents “an intermediate world that lies between consciousness and the world (of things),

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libri sull’architettura, della concezione del mondo cristiana, come ha descritto ad esempio Giovanni Pico della Mirandola (1463-96) nel De hominis dignitate o Discorso sulla dignità dell’uomo. Christof Thoenes ha scritto (Thoenes, 2016) che ai Dieci libri sull’architettura è rimasta imprescindibilmente associata una “possente ondata di superstizione antica”. Con quale intensità fossero pervase di concezioni e rituali pagano-religiosi la vita quotidiana e le istituzioni sociali nell’antichità, lo ha descritto ad esempio Numa Denis Fustel de Coulanges (1830-89) nel suo libro Lo stato antico (1864). A Fustel de Coulanges e alla concezione antica del mondo ha fatto anche riferimento tra l’altro Aldo Rossi, quando, nel corso delle sue riflessioni morfologiche nel testo Architettura della città, evocava l’unità di “monumento architettonico, rito e mito” (Rossi, 2015) ovvero di struttura dell’edificio, rituale quotidiano e valore del ricordo. Solo per inciso: è interessante vedere, in che modo Rossi attinge al rinnovamento della concezione di architettura negli anni ’60 in epoche precedenti all’Umanesimo e fino all’antichità e alla visione del mondo antica. La differenza rispetto alla visione del mondo meccanicistica dell’antichità emerge chiaramente in Pico della Mirandola. Nel De hominis dignitate (Discorso sulla dignità dell’uomo) fa dire da Dio ad Adamo: “ti ho posto nel mezzo del mondo, perché di là potessi, guardandoti intorno, scorgere meglio tutto ciò che è nel mondo” (Pico della Mirandola, 2009). Pertanto in Pico della Mirandola l’uomo è nel mezzo del mondo. Contemporaneamente l’uomo è parte di una storia di creazione organica che si sviluppa da una sua propria logica e non più da una meccanica del mondo antica. La visione del mondo umanista l’ha illustrata però Leonardo da Vinci (1452-1519) nel suo disegno dell’uomo vitruviano. Ma Leonardo in un dettaglio apparentemente irrilevante si discosta dalla descrizione di Vitruvio. A differenza della descrizione di Vitruvio nella raffigurazione più famosa di Leonardo, il cerchio, il quadrato e l’uomo non condividono lo stesso centro. Cesare Cesariano (1475-1543) seguì invece ancora letteralmente la descrizione vitruviana e quindi l’ordine mondiale meccanico dell’antichità. Non lo fece Leonardo, per il quale l’uomo è parte di un ordine dinamico decentrato. Per utilizzare un concetto tratto dall’antropologia filosofica di Helmuth Plessner: il rapporto tra uomo e mondo si vede nel decentramento o “eccentricità”. L’Umanesimo si distingue per il fatto che l’uomo proprio eccentricamente è nel mezzo, addirittura la questione del centro rimane irrisolvibile. L’uomo si trova in un rapporto d’interazione con il mondo, vale a dire con gli oggetti. O come scrive Plessner: l’uomo “non è posto soltanto nel suo ambiente, ma anche contro di esso. Vive sia relazionandosi dinamicamente al proprio ambiente che in contrapposizione ad esso, al vivente” (Plessner, 2017). E per ampliare, la riflessione nel mondo giunge solo mediante la differenza tra il mondo materiale e l’uomo, l’uomo acquisisce consapevolezza di sé stesso solo mediante l’eccentricità. E come dice Plessner, l’uomo non si trova soltanto nel suo ambiente, ma si staglia anche “contro di esso” (Plessner, 2017). Ciò vale non solo per la natura, ma anche per gli oggetti che crea. Anche in relazione agli artefatti, agli apparecchi, agli edifici e alle città si trova in una posizione eccentrica. Pertanto si può affermare che l’Umanesimo non si caratterizza per l’idea del centro, ma per la consapevolezza dell’eccentricità. Arnold Gehlen, uno dei fondatori dell’antropologia filosofica, a tale proposito parlava di “resistenza oggettiva” delle cose. In tale resistenza oggettiva vedeva l’elemento scatenante del pensiero critico, la riflessione o comunque la coscienza di sé dell’uomo. Gehlen qui faceva riferimento al ruolo della lingua, perché essa è “un mondo intermedio, che si trova tra la coscienza e il mondo (delle cose), e ad un tempo unisce e divide” (Gehlen, 2016). Ciò che è particolare è che la lingua è rivolta alle cose, ma ne subisce resistenza. “Mentre il pensiero in parole trova resistenza presso le cose, ricade su se stesso (Riflessione)” (Gehlen, 2016). Si riflette la parola “rimandata a sé stessa” (Gehlen, 2016). Laddove però la parola incontra resistenza e viene riflessa dalle cose, qualcosa di queste ultime rimane attaccata alla lingua. Da qui, continua Gehlen, ne deriva la capacità dell’uomo di riflettere. Le cose si impongono alla lingua e modificano la lingua e il mondo della fantasia immaginato mediante la lingua. Ma questo è anche il senso della riflessione teorica. Non dev’essere non coinvolta, indifferente o neutra nei confronti delle cose, dev’essere tinta, dunque

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colorita, dalle cose. L’uomo cozza dunque contro la resistenza delle cose. E non è questo ciò che è anche al centro delle analisi della morfologia urbana? Che la città, ogni città, ha una sua dinamica propria, che è rivolta positivamente non solo nei confronti dell’uomo, ma il suo contributo alla vita consiste proprio nella sua resistenza ad essa? Anche la città oppone sempre resistenza. Attraverso questo suo opporre resistenza riesce anche a influire sulle persone. Questa è la sua funzione culturale, quella di essere “formante”, “civilizzante” ed “educante”. Secondo il pittore e architetto tedesco Karl Friedrich Schinkel l’architettura, come istituzione nello spazio pubblico, aveva una funzione formativa. Si può parlare anche di una funzione formativa delle città. Gli esseri umani modellano le città e ne sono successivamente a loro volta plasmati. Nella differenza, nella resistenza che oppongono, si costituisce l’anima umanistica della città. Ciò fa parte della loro struttura morfologica e degli indici storici che rimangono attaccati alle città. La città carica di indici storici oppone, per così dire, resistenza all’ignoranza, al consumismo, agli automatismi della quotidianità e alla svagatezza.

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which both connects and divides at the same time” (Gehlen, 2016). What is special is that language is both directed towards things and also encounters resistance from them. “When the word-thought finds resistance in matter, it falls back on itself (producing reflection)” (Gehlen, 2016). The word is “thrown back on itself or reflected” (Gehlen, 2016). But where language encounters resistance and is reflected by things, something from these things sticks to the language. This, according to Gehlen, is the reason for people’s ability to reflect. The things force themselves upon language, and change both language and the world of ideas that is imagined using language. But that is also what is meant by theoretical reflection. It should not be unconcerned, indifferent, or neutral towards things. Rather, it should be tinged or colored by them. Therefore, man encounters the resistance of things. Is this not the central concern of studies in urban morphology? Do they not fundamentally show that the city, meaning every city, has its own dynamic, that it is not only conducive to people’s lives, but that it also contributes to life by providing a point of friction? The city never loses this resistant quality. It is because of this resistance that it can influence people at all. That is its cultural function: to “educate,” “civilize,” and “cultivate” through resistance. According to the German architect and painter Karl Friedrich Schinkel, architecture as

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Fig. 4 - Aachen, sviluppo urbano dal XIX secolo ad oggi (immagine tratta dalla tesi di laurea: Studio dei caratteri dell’architettura nordeuropea. Lettura comparata dell’organismo e del tessuto urbano di Aachen, Maastricht, Liegi; laureandi: Malena V., Prezioso N., Ritoli M., Russo M., Tommasi L.; coordinatore: Ieva M.). Aachen, urban development from 19th century to today (picture taken from the degree thesis: Study of the characters of Northern European architecture. Comparative reading of the organism and of the urban fabric of Aachen, Maastricht; students: Malena V., Prezioso N., Ritoli M., Russo M., Tommasi L.; advisor: Ieva M.).

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Ambienti Io ritengo che il compito della ricerca della morfologia urbana sia quello di fortificare – contro l’ignoranza degli esseri umani – la caparbietà della città e la sua base umanistica, di renderla visibile ed efficace. È nell’opporre resistenza la funzione umanistica della città, che nel contempo rappresenta il suo lato stimolante. Nella resistenza che oppone si vede l’adeguatezza. Ma non è appunto nella resistenza oggettiva la funzione umanistica dell’architettura? | Jörg H. Gleiter | ISSN 2612-3754 (print) ISSN 2384-9207 (online)_n.16-2021

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an institution existing in the public space should have an educational mandate. Similarly, it is also possible to speak of the educational mandate of cities. People shape cities, but then cities also shape people. The humanistic core of cities consists in embodying difference or resistance. This is part of their morphological structure and the historical indices that are attached to them. The city, which is charged with historical indices, offers resistance to ignorance, consumerism, the automatic behaviors of everyday life, and self-forgetfulness. Environments I understand the task of the discipline of urban morphology (research in urban morphology) as reinforcing the self-will of the city and its humanistic basis against the ignorance of people, making it visible and giving it agency. Resistance is the humanistic mission of the city as well as its stimulating impetus. Appropriateness reveals itself in resistance. But is not the humanistic function of architecture a fundamental product of material resistance? Is it not the case that every wall must fundamentally stand in the way of people, blocking their way in an act of resistance? Then, by opening a door and providing a way to the other side of the wall or to the inside of the house, people can come together and take part in various socialization processes. Whether the city is appropriate to the people that live in it can be measured in its resistance or its material resistance. That is, it can be felt in its difference, in its eccentricity, in the “eccentric positionality” (Plessner, 2017) of people and cities or people and their surroundings. But I think that researchers could currently do much more to expand our understanding of the resistance of the world of things and of the city. With Giorgio Agamben’s “The Opening” and Jacob von Uexküll’s theses from Streifzüge durch die Umwelten von Tieren und Menschen (Wanderings through the worlds of animals and humans, 1956), the concept of appropriateness must be freed from its anthropocentric constraints, and the morphology of the city must be expanded into a morphology of environments. Jacob von Uexküll was able to show through his studies with animals how humans live in their environment, and that the human environment is not the only one. He demonstrates how every animal lives in its own environment using its sensory skills. The human environment, however, dominates the other environments by threatening and in certain cases destroying them. When we speak of protecting the environment today, that means recognizing the material resistance of other environments. Resistant environments also include those belonging to various organisms, animals, and plants, but today we should remember that resistant environments are also material ones, involving elements like climate and artificial intelligence; and the environments of things, including especially cities, but also machines, houses, and institutions. Morphological research today should be expanded beyond the city to encompass the city as a hybrid of different environments, each with its own material resistance and humanistic mission. To accommodate an expanded concept of humanism, the morphology of the city currently needs to be expanded into a morphology of environments.

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Non è che ogni muro, per principio, prima di tutto intralcia l’essere umano o – opponendo resistenza – gli blocca il cammino? Per poi, mediante un’apertura, una porta, sgombrare il percorso verso l’altra parte della parete o verso l’interno della casa, dove le persone possono stare insieme e dove possono svolgersi i vari processi di socializzazione. L’adeguatezza della città all’essere umano è costituita dal suo opporre resistenza o dalla sua resistenza oggettiva. Vale a dire nella differenza, nell’eccentricità, nella “posizionalità eccentrica” (Plessner, 2017) dell’essere umano e della città o dell’essere umano e dell’ambiente. Intendo dire però che la concezione dell’opporre resistenza del mondo delle cose e della città dev’essere oggi ampliata. Con L’aperto: l’uomo e l’animale di Giorgio Agamben e le tesi di Jacob von Uexküll tratte da Streifzüge durch die Umwelten von Tieren und Menschen (Excursus nei mondi animali e umano) (1956) il concetto di adeguatezza dev’essere liberato della sua definizione antropocentrica e la morfologia della città dev’essere ampliata ad una morfologia degli ambienti. Jacob von Uexküll attraverso i suoi studi sugli animali è riuscito a dimostrare come l’essere umano viva sì nel suo ambiente, che però non è l’unico. Che ogni animale – secondo le sue capacità sensoriali – vive nel suo proprio mondo. L’ambiente umano domina però gli altri ambienti e ne minaccia e annienta l’esistenza. Parlare oggi della tutela dell’ambiente significa riconoscere la resistenza oggettuale degli altri ambienti. Agli ambienti che oppongono resistenza appartengono i diversi organismi, degli animali e delle piante, ma oggi vi appartengono in pari misura gli ambienti materiali – come il clima e l’intelligenza artificiale – e gli ambienti delle cose, soprattutto delle città, ma anche delle macchine, degli edifici e delle istituzioni. Oggi la ricerca morfologica dovrebbe essere estesa oltre la città e comprendere la città come ibrido di ambienti diversi, ognuno con la sua propria resistenza oggettuale, ognuno con la sua propria funzione umanistica. Per un ulteriore ampliamento del concetto di umanesimo la morfologia della città oggi ha bisogno quindi di estendersi ad una morfologia degli ambienti. Riferimenti bibliografici_References

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urbanform and design La morfologia urbana come studio della

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Franco Purini

DiAP Dipartimento di Architettura e Progetto, Università degli Studi di Roma E-mail: f.purini@gmail.com

Da qualche anno tre domande ricorrono continuamente sulle mie considerazioni relative al nostro mestiere. Premetto tre risposte a questi interrogativi ad alcune riflessioni sull’ultimo numero della rivista U+D (Urbanform + Design). Esse costituiscono lo sfondo concettuale di quanto dirò nel mio intervento. La prima domanda riguarda una questione per me molto importante, consistente nel chiedersi se l’evoluzione di ogni città sia l’effetto di un suo progetto di esistenza o avvenga per eventi casuali. Credo sempre di più che le città abbiano una loro missione, un loro messaggio o, se si preferisce, una finalità che si riafferma nel tempo, ovviamente in modi diversi secondo i vari periodi che le città stesse vivono. La seconda domanda concerne la possibilità che noi abbiamo di conoscere la città in tutta la sua complessità. Sono convinto che dato che essa, come afferma Claude Lévi-Strauss, è “la cosa umana per eccellenza”, un’entità che è al centro di un ampio numero di letture artistiche e scientifiche – quelle di saperi come l’urbanistica, la sociologia, l’economia, la climatologia, l’antropologia, l’archeologia, la geografia, la storia, la filosofia, la letteratura, l’architettura, l’arte figurativa, la prossemica e altre – una conoscenza completa degli organismi urbani non sia possibile se non in termini parziali e transitori. Per noi architetti ritengo inoltre che tale conoscenza si ottenga più con i progetti su di essa che per mezzo di altre procedure interpretative, senz’altro essenziali come l’analisi urbana o la ricerca storica. La terza domanda consiste nel chiedersi se gli studi urbani siano il fondamento delle Facoltà e delle Scuole di Architettura o se si configurino, ammesso che esistano ancora, come uno dei tanti saperi, oggi non solo divenuti specialistici ma considerati autonomi in quanto hanno voluto istituirsi negli ultimi decenni come discipline a sé. In realtà nelle tante Facoltà o Scuole italiane, nelle quali si insegna il nostro mestiere, gli studi urbani sono di fatto scomparsi, tranne che in pochi casi, ma anche in questi ridotti e marginalizzati. Tale frammentazione dell’unitarietà dell’architettura è un fenomeno per me più che negativo. Come il nostro corpo è composto di organi diversi che concorrono a definirne l’unità, l’architettura si articola in materie che devono integrarsi con le altre per dare vita all’architettura. Oggi invece il disegno, la composizione, l’urbanistica, la tecnologia, la storia, il restauro, l’estimo, il paesaggio si sono trasformate in saperi che si configurano come entità teoriche e operative, esistenti di per sé, le quali si sommano meccanicamente in un prodotto che finisce con l’essere un semplice mosaico di competenze che non dialogano tra di loro. Per questo motivo l’architettura non è più un corpo unitario, organicamente generato dal convergere dei suoi settori in una forma, ma l’esito di un assemblaggio di scelte che non hanno un operante rapporto l’una con l’altra. Se la forma non è più al centro dell’architettura la morfologia, che la rivela, non ha più un ruolo. Nel contempo, quanto appena descritto credo che sia particolarmente importante la divisione tra l’architettura e l’urbanistica. La seconda non è qualcosa di diverso dalla prima ma un suo aspetto, come millenni di vita della città ci ricordano. Sarebbe di notevole interesse che Giuseppe Strappa, il fondatore e direttore di U+D, dedicasse un numero a questo argomento. Nei primi Anni Sessanta ricordo un celebre articolo su Casabella del 1963 di Manfredo Tafuri, Giorgio Piccinato e Vieri Quilici nel quale si sosteneva – erano gli anni della grande dimensione – l’articolazione in tre categorie scalari della costru-

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For some years now, three questions have been continuously recurring on my considerations relating to our profession. I advance three answers through some reflections on the latest issue of the magazine U+D urbanform and design. They form the conceptual background of what I will say in my speech. The first question concerns a very important issue for me, consisting in asking whether the evolution of each city is the effect of its own project of existence or occurs due to random events. I believe more and more that cities have their own mission, their own message or a purpose that reaffirms itself over time, obviously in different ways according to the various periods that the cities themselves experience. The second question concerns the possibility that we have of knowing the city in all its complexity. If the city, as Claude Lévi-Strauss states, is “the human thing par excellence”, I am convinced that a complete knowledge of urban organisms is not possible except in partial and transitory terms, as the city is an entity at the center of a large number of artistic and scientific readings, knowledge such as urban planning, sociology, economics, climatology, anthropology, archaeology, geography, history, philosophy, literature, architecture, figurative art, proxemics and others. I also believe that for architects this knowledge is obtained more with the projects on it than through other interpretative techniques, certainly essential, such as urban analysis or historical research. The third question consists in asking whether urban studies today are the foundation of the Faculties and Schools of Architecture or if they are, if they still exist, as one of the many knowledges which in recent decades have become specialized and autonomous, as they are disciplines in themselves. In reality, in the many Italian Faculties or Schools, in which our profession is taught, urban studies have in fact disappeared, except in a few cases, in which however they are reduced and marginalized. This fragmentation of the unity of architecture is more than a negative phenomenon for me. As our body is made up of different organs that combine to define its unity, architecture is divided into subjects that must integrate with the others to give life to architecture. Today, however, design, composition, urban planning, technology, history, restoration, estimation, landscape have been transformed into knowledge that is configured as theoretical and operational entities, existing in themselves, which add up mechanically in a product that is a simple mosaic of skills that do not communicate with each other. For this reason, architecture is no longer a unitary body, organically generated

DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.021

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Urban morphology as a study of the city and as a vision of its future

città e come visione del suo futuro

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by the convergence of its sectors in a form, but the result of an assembly of choices that do not have an operating relationship with each other. If form is no longer at the center of architecture, morphology, which reveals it, no longer plays a role. At the same time, I believe that the division between architecture and urban planning is particularly important in reference to what is described, because the second is not different from the first, but represents one aspect of it, as millennia of city life remind us. It would be of considerable interest if Giuseppe Strappa, founder and director of U+D, dedicated a number to this topic. I remember a famous article on Casabella of 1963 by Manfredo Tafuri, Giorgio Piccinato and Vieri Quilici, in which the articulation of dwelling was divided in three scalar categories, Urban Planning, Town Design, Architecture, seen as a simple derivation from previous and superior choices: they were the years of the great dimension. 1963 was also the year of the famous Seminary of Arezzo, led by Ludovico Quaroni as an anticipation of a future Faculty or School of Urban Planning. This increasingly shared orientation resulted in the foundation within the IUAV (University Institute of Venice) of an Urban Planning Course, which was in fact a parallel Faculty to that of Architecture. This fact caused the shift of the discipline, on the one hand towards a planning linked to politics, economics and sociology, rather than an answer to the evolutionary questions of the city, and on the other hand towards an exclusive knowledge relating to the city itself that made architecture dependent on choices considered more decisive and urgent. From this split was born, as a reaction, the reaffirmation of the autonomy of architecture. The effects of this division are now under our eyes, in every city, for those who want to see them. I have always been a supporter of the centrality of urban studies which, together with composition, are thematic centers that allow the other aspects of architecture to arrive at the unity of building in a harmonious relationship. In the Italian architectural culture the ideas of morphology and typology were formulated in the early years of the twentieth century by some scholars, including: Gustavo Giovannoni, an attentive connoisseur of the works of Camillo Sitte; Marcello Piacentini, still not fully reintegrated into the history of Italian architecture, as it would be necessary, despite being the author of important texts on the city, such as Il volto di Roma, from 1944, and a small but important book, Architettura d’oggi, which allowed Italian architecture in 1930 to understand and starting the Modernity in Italy; Saverio Muratori, the most profound and decisive theorist in the formation and structuring of the most lasting and deep meaning of the city; Ludovico Quaroni, too conditioned by his systematic doubt which did not allow him to enunciate a clear and lasting idea of the relationship between city and architecture, but still capable of urban interpretations that are still precise and suggestive today; Gianfranco Caniggia, pupil and continuator of the Muratorian vision but also able to reflect critically on his legacy until the conquest of his autonomy, expressed in a series of statements in Latin regarding criticisms on some themes by the author of Architecture and civilization in crisis; Paolo Maretto, who unlike Gianfranco Caniggia was a continuer of the Muratorian research, re-proposed with great originality; Giuseppe Samonà and Luigi Piccinato were equally great protagonists of Italian architecture of the second half of the

Fig. 1 - Franco Purini, “Cercando una città”, 1997, dettaglio. Franco Purini, “Cercando una città”, 1997, detail.

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zione dell’abitare, l’Urbanistica, il Town Design, l’Architettura, vista come una semplice derivazione da scelte precedenti e superiori. Il 1963 è anche l’anno del famoso Seminario di Arezzo, guidato da Ludovico Quaroni come anticipazione di una prossima Facoltà o Scuola di Urbanistica. Questo orientamento, sempre più condiviso, ebbe come conseguenza la fondazione all’interno dello IUAV (Istituto Universitario di Venezia) di un Corso di Urbanistica inteso, di fatto, come una Facoltà parallela rispetto allo IUAV, spostando così il settore relativo a divenire per un verso una pianificazione legata alla politica, all’economia, alla sociologia, più che una risposta alle domande evolutive della città, per l’altro un esclusivo sapere relativo alla città stessa che, come ho già detto, rendeva sostanzialmente l’architettura dipendente da scelte considerate più decisive e urgenti. Da questa scissione nacque, per reazione, la riaffermazione dell’autonomia dell’architettura. Gli effetti di questa divisione sono sotto i nostri occhi, in ogni città, per chi vuole vederli. Sono da sempre un sostenitore della centralità degli studi urbani i quali, assieme al comporre, si configurano come centri tematici che consentono agli altri aspetti dell’architettura di pervenire, in un rapporto armonico, all’unità del costruire. Nella cultura architettonica italiana le idee di morfologia e di tipologia sono state formulate nei primi anni del Novecento da alcune personalità come Gustavo Giovannoni, attento conoscitore delle opere di Camillo Sitte, Marcello Piacentini, ancora non pienamente reinserito, come sarebbe giusto e necessario, nella storia dell’architettura italiana, nonostante sia autore di importanti testi sulla città, come ad esempio Il volto di Roma, del 1944, e di un piccolo ma quanto mai importante libro, Architettura d’oggi, che ha consentito all’architettura italiana, nel 1930, di comprendere e di dare vita alle modernità del costruire; Saverio Muratori, il teorico più profondo e determinante della

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formazione e della strutturazione del significato più duraturo e profondo della città; Ludovico Quaroni, troppo condizionato dal suo dubbio sistematico, che non gli ha permesso si enunciare una sua chiara e duratura idea del rapporto tra città e architettura, ma comunque capace di interpretazioni urbane ancora oggi precise e suggestive; Gianfranco Caniggia, allievo e continuatore della visione muratoriana ma anche in grado di riflettere criticamente sul suo lascito fino alla conquista di una sua autonomia dal proprio maestro espressa in una serie di affermazioni in latino dei rilievi mossi ad alcune tematiche dell’autore di Architettura e civiltà in crisi; voglio anche ricordare Paolo Maretto, a differenza di Gianfranco Caniggia un continuatore della ricerca muratoriana riproposta con grande originalità. Giuseppe Samonà, Luigi Piccinato, due grandi protagonisti dell’architettura italiana della seconda metà del Novecento, sono stati collaboratori di Marcello Piacentini, dal quale sono stati molto influenzati. Nello IUAV diretto da Giuseppe Samonà, Saverio Muratori ha insegnato, per pochi anni, Caratteri Distributivi, producendo in quel periodo il celebre libro Studi per una operante storia urbana di Venezia. Carlo Aymonino, che qualche anno dopo fu incaricato della stessa materia, quando fondò il Gruppo Architettura si ispirò alle teorie muratoriane, ovviamente modificandole ereditando, però, il suo nucleo generatore, vale a dire la relazione tra morfologia urbana e tipologia edilizia. Al rigorismo muratoriano, che cercava una formula continua-discontinua nell’evoluzione urbana, Carlo Aymonino opponeva un comporre libero che però finiva con il contraddire la sua idea di città. Aldo Rossi, che collaborò con il Gruppo Architettura, con la sua idea di Città analoga riprendeva la dualità muratoriana della continuità-discontinuità peraltro non molto lontana dall’utopia della realtà teorizzata da Ernesto Rogers. Per inciso anche le preesistenze ambientali del maestro milanese non sembrano molto lontane dalla visione muratoriana sulla città e sulle sue architetture. La linea urbana della cultura architettonica italiana è stata negata a Roma, nel famoso Convegno del Roxy del 1963, organizzato da Bruno Zevi che tornava nella Facoltà di Architettura di Roma dopo aver insegnato a Venezia. In quell’anno furono chiamati a Roma Luigi Piccinato docente in quegli anni allo IUAV e Ludovico Quaroni, che aveva insegnato Urbanistica a Firenze. A Roma fu chiamato a coprire la cattedra di Composizione Architettonica lasciata da Adalberto Libera, morto all’inizio dello stesso anno. Anch’egli proveniva dalla Facoltà di Architettura di Firenze ma il suo primo corso a Roma non riuscì a terminarlo. Un corso durante il quale molti suoi studenti, e alcuni dei suoi assistenti, tra i quali Alberto Samonà e Carlo Aymonino, dettero vita a una decisa contestazione accusandolo di aver costruito architetture durante il ventennio, che aveva visto peraltro all’opera anche Ludovico Quaroni e Luigi Piccinato, e successivamente aveva alcuni rapporti di lavoro con la Società Generale Immobiliare, ritenuta allora da molti architetti e docenti della Facoltà di Architettura responsabile principale della speculazione edilizia nella Capitale. Il Convegno, che ho seguito in tutte le sue sedute, si configurò come un vero e proprio processo alla Facoltà di Architettura di Roma, considerata da Bruno Zevi come un’istituzione superata, accademicamente reazionaria, immobile nei temi che proponeva. Un’accademia molto lontana dalle problematiche che allora interessavano la cultura architettonica considerata più avanzata come la grande dimensione, materializzata nella città regione teorizzata da Giancarlo De Carlo. In breve tutta la tradizione della Facoltà andava superata a favore di una visione che intendeva introdurre idee innovative provenienti dalla cultura nordamericana e inglese. Gli anni sessanta erano animati dalle ricerche neoavanguardiste che si esprimevano in una serie di proposte utopistiche tra le quali si distinguevano il gruppo inglese Archigram, i Metabolisti giapponesi, Yona Friedman. La nuova ondata investì la Facoltà interrompendone la continuità spingendo la maggior parte degli studenti ad aderire alle nuove formulazioni urbane senza effettuare meditati passaggi tra i contenuti precedenti e le nuove prospettive progettuali. In questo modo la scuola urbana romana – Giovannoni, Piacentini, Muratori, Caniggia – fu messa da parte con il risultato della damnatio memoriae di Saverio Muratori che si aggiungeva a quella, già decretata anni prima, di Marcello Piacentini. Gianfranco Ca-

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twentieth century, collaborators of Marcello Piacentini, by whom they were greatly influenced. In the IUAV directed by Giuseppe Samonà, Saverio Muratori taught Distributive Characters for a few years, producing at that time the famous book Studies for an operative urban history of Venice. Carlo Aymonino, who a few years later was in charge of the same subject, when he founded the Architecture Group was inspired by the Muratorian theories, modifying them, but inheriting its generating nucleus, that is the relationship between urban morphology and building typology. Differently from Muratorian rigorism, which sought a continuous-discontinuous formula in urban evolution, Carlo Aymonino opposed a free composition which, however, ended up contradicting his idea of the city. Aldo Rossi, who collaborated with the Architecture Group, with his idea of an analogous city resumed the Muratorian duality of continuity-discontinuity, however not very far from the “utopia of reality” theorized by Ernesto Rogers. Incidentally, even the pre-existing environmental features of the Milanese master do not seem very far from the Muratorian vision of the city and its architecture. The urban line of Italian architectural culture was denied in Rome during the famous 1963 Roxy Convention, organized by Bruno Zevi who was returning to the Faculty of Architecture in Rome after having taught in Venice. In that year Luigi Piccinato, a lecturer at the IUAV, and Ludovico Quaroni, who had taught Urban Planning in Florence, were called to Rome. Quaroni was called also to fill the chair of Architectural Composition left by Adalberto Libera, who died at the beginning of the same year. He too came from the Faculty of Architecture in Florence but he was unable to finish his first course in Rome. A course during which many of his students, and some of his assistants, including Alberto Samonà and Carlo Aymonino, gave rise to a strong dispute accusing him of having built architecture during the twenty years, which had also seen Ludovico Quaroni and Luigi Piccinato, and subsequently had some working relationships with the General Real Estate Company, then considered by many architects and teachers of the Faculty of Architecture to be the main responsible for building speculation in the capital. The conference, which I attended in all its sessions, was a real trial at the Faculty of Architecture in Rome, considered by Bruno Zevi as an outdated, academically reactionary institution, immobile in the themes it proposed. An academy far removed from the problems that then affected the architectural culture considered more advanced, such as the large size, materialized in the city-region theorized by Giancarlo De Carlo. In short, the whole tradition of the Faculty had to be overcome in favor of a vision that could introduce innovative ideas from North American and English culture. The sixties were animated by neoavant-garde research expressing itself in a series of utopian proposals among which the English group Archigram, the Japanese Metabolists, Yona Friedman stood out. The new wave hit the Faculty, interrupting its continuity and pushing most of the students to adhere to the new urban formulations without making thoughtful passages between the previous contents and the new design perspectives. In this way the Roman urban school – Giovannoni, Piacentini, Muratori, Caniggia – was set aside causing the damnatio memoriae of Saverio Muratori which was added to that, already decreed years earlier, of Marcello Piacentini. Gianfranco Caniggia was an exception, in the sense that he continued his research in the thematic-theoretical area defined by

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Saverio Muratori. A research that progressively detached itself from the Muratorian one until Gianfranco Caniggia listed his criticisms of some aspects of his master’s theory, in points expressed in Latin language, then proceeding along an increasingly personal path. I had chosen, like many others, to follow the courses of Ludovico Quaroni, with whom I graduated, but the interest in the figure and work of Saverio Muratori was constant in me as it still is today. What has always seemed to me to be decisive in this interest is the analytical consequentiality of his conception of the city and of the related studies. For him an urban settlement was not a simple system of buildings, infrastructures, public spaces, but something much more important, the human invention of an evolutionary community that was reflected in the architecture considered as a living entity, with aims high. Spiritual as well as functional and intellectual purposes. For him, typology was not the result of a simple classification of building genres but the intersection of a stratification of functions represented in all its expressions – dynamic stratifications – always in relation to the deeper meaning of their role in configuring the incessant narrative of dwelling. An argument that seems to me necessary to introduce is the distinction that must be kept in mind in its consequences between the Roman architectural culture and the Faculty of Architecture. The first was and still is very present in Rome, not only with the Accademia di San Luca and then with the Academy of Fine Arts but above all with the artistic association among architecture lovers which has carried out an admirable activity for the foundation in 1919 of the Royal School of Architecture, which is due to Gustavo Giovannoni, which later became a Faculty in the early Thirties. Today this culture is expressed by Inarch, in the activities of the Association of architects, in various associations, in the Giorgio Muratore Study Center, in the A.A.M. by Francesco Moschini, in the specific sectors of MAXXI and MACRO, in relations with the many foreign academies. In the 1960s, many studios of young architects – the GRAU, the AUA, Metamorph, Corso Vittorio, and many others – were active places for discussion and research that helped to train numerous teachers of our Faculty, as well as committed architects, experimental, working towards original proposals. Faced with the liveliness of this context, for more than fifty years the Faculty of Architecture has presented, on the one hand, an internal conflict that almost never finds moments of balanced and operational confrontation, on the other, a rather questionable attitude to constantly and quickly expanding the boundaries of architecture by including themes that are not strictly essential to building, even if an architect must be aware of them. Furthermore, the current Faculty of Architecture is no longer a training area that considers architecture itself a unitary body but is an incoherent set of sectors that have become specialisms, autonomous knowledge, which by now do not communicate with each other because they are committed to protecting their thematic territory. The young generations of Roman architects are entrusted with the task to recompose the unity of architecture, starting from these specialisms that cannot be abolished, at least for a few decades. They should be able to recompose a composite unity that for millennia has given to living an identity that is now weakened, if not counterfeited. At this point of my considerations I want to briefly focus on morphology, a word and a vision of the world invented by Johann Wolfgang Goethe in 1797 and present in one of his essays

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niggia costituì un’eccezione, nel senso che egli continuò la sua ricerca nell’area tematico-teorica definita da Saverio Muratori. Una ricerca che si distaccò progressivamente da quella muratoriana fino a quando Gianfranco Caniggia elencò in un certo numero di principi, espressi in latino, le sue critiche ad alcuni aspetti delle idee del suo maestro, procedendo poi per una strada sempre più personale. Io avevo scelto, come molti altri, di seguire i corsi di Ludovico Quaroni, con il quale mi sono laureato, ma in me l’interesse per la figura e l’opera di Saverio Muratori fu costante come lo è ancora oggi. Ciò che mi è sempre sembrato determinante in questo interesse è la consequanzialità analitica della sua concezione della città e dei relativi studi su di essa. Per lui un insediamento urbano non era un semplice sistema di edifici, di infrastrutture, di spazi pubblici, ma qualcosa di molto più importante, l’invenzione umana di una comunità evolutiva che si rifletteva nell’architettura considerata come un’entità vivente, dalle finalità elevate. Finalità spirituali oltre che funzionali e intellettuali. Per lui la tipologia non era il risultato di una semplice classificazione di generi edilizi ma l’incrocio di una stratificazione di funzioni rappresentate in tutte le sue espressioni – stratificazioni dinamiche – sempre in rapporto al significato più profondo del loro ruolo nel configurare l’incessante narrazione dell’abitare. Un argomento che mi sembra necessario introdurre è la distinzione che occorre tenere presente nelle sue conseguenze tra la cultura architettonica romana e la Facoltà di Architettura. La prima è stata ed è ancora molto presente a Roma, non solo con l’Accademia di San Luca e poi con l’Accademia delle Belle Arti ma soprattutto con l’Associazione artistica fra i cultori di Architettura che ha svolto un’ammirevole attività per la fondazione nel 1919, che si deve a Gustavo Giovannoni, della Regia Scala Superiore di Architettura, divenuta poi, nei primi Anni Trenta, Facoltà. Oggi questa cultura si esprime nell’Inarch, nelle attività dell’Ordine, in varie associazioni, nel Centro Studi Giorgio Muratore, nella AAM di Francesco Moschini, nei settori specifici del MAXXI, del Macro nei rapporti con le molte accademie straniere. Negli Anni Sessanta molti studi di giovani architetti – il GRAU, l’AUA, Metamorph, Corso Vittorio, e molti altri – sono stati attivi luoghi di discussione e di ricerca che hanno contribuito a formare numerosi docenti della nostra Facoltà, oltre ad architetti impegnati, sperimentali, operanti verso originali proposte. A fronte della vivacità di questo contesto la Facoltà di Architettura presenta invece, da più di cinquanta anni, per un verso un’interna conflittualità che non trova quasi mai momenti di confronto equilibrati e operativi, per l’altro un’attitudine, piuttosto discutibile, ad ampliare costantemente e con grande velocità i confini dell’architettura includendo tematiche non propriamente indispensabili al costruire anche se un architetto deve averne coscienza. Inoltre la Facoltà di Architettura attuale non è più un ambito formativo che considera l’architettura stessa un corpo unitario ma è un insieme che non è errato definire piuttosto incoerente di settori che hanno preteso di divenire specialismi, saperi autonomi, che ormai non comunicano tra di loro perché impegnati a proteggere il proprio territorio tematico. Un compito che le giovani generazioni di architetti romani dovrebbero riuscire, partendo dagli specialismi che non è più possibile abolire, almeno per qualche decennio, a risalire da questi per ricomporre l’unità dell’architettura, un’unità composita che ha dato per millenni all’abitare un’identità oggi indebolita se non proprio contraffatta. A questo punto delle mie considerazioni voglio brevemente soffermarmi sulla morfologia, una parola e una visione sul mondo inventata da Johann Wolfgang Goethe nel 1797 e presenti in un suo saggio del 1817. Per il grande scrittore, filosofo, poeta, scienziato e artista di Francoforte la morfologia era il modo attraverso il quale le cose acquistano riconoscibilità, identità e finalità. Per quanto riguarda la nostra cultura troviamo il seme di questo concetto nell’affermazione albertiana che “la casa è una piccola città e la città è una grande casa”, ricordando questa definizione a memoria. La casa e la città sono la stessa entità ma su scale dimensionali diverse. La morfologia è lo studio della forma della città, uno studio che è stato possibile fino a quando la città è stata racchiusa dalle sue mura. Dall’Ottocento in poi, quando molte città di ingrandiscono per la nascita dell’era industriale, abbattendo le mura e dialogando al

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loro intorno o aggiungendo alla città storica lasciata più o meno intatta quartieri e fabbriche, la parola morfologia acquista un nuovo senso. Essa non è più l’esito di un disegno unitario, concluso in sé rispetto alla campagna, ma indica, per così dire, una forma informale che è sempre riconoscibile, anche se non è geometricamente impostata. Essa ci appare casuale, irregolare, quasi frutto di una germinazione spontanea. Negli ultimi decenni la moltiplicazione delle infrastrutture e la nascita attorno alla città di una serie di insediamenti satellitari hanno trasformato la forma informale in un sistema complesso, una specie di arcipelago o, meglio, una microgalassia che è decifrabile non tanto nel suo insieme quanto nelle sue singole componenti. La morfologia plurale della città assume così un carattere geografico data la grande scala dimensionale che la caratterizza. Queste tre espressioni morfologiche non si configurano, però, solo in una visione zenitale. La morfologia implica anche la tridimensionalità della città, il suo essere una continuità discontinua di spazi che separano edifici di varie tipologie e grandezze, serializzate, che si confrontano con poli monumentali o comunque dalle molteplici funzioni o grandezze. In questa lettura di pieni e di vuoti e delle pause che li separano – una lettura più ampia e profonda della città – occorre cogliere alcuni suoi caratteri impliciti, se non proprio segreti, un apparato simbolico che trascende il costruito evidenziando in essa la presenza di un testo nascosto. È nel tentativo di comprendere tale testo che la morfologia dimostra la sua natura narrativa ma anche la sua capacità di erigere tra la città e chi la vive uno schermo che non consente di vederla e comprenderla del tutto. Occorre allora, come seguendo il flaneur di Charles Baudelaire, che andare senza sapere dove, ma sapeva trarre da questa erranza sensazioni e contenuti, o come pensava Walter Benjamin, “perdersi nella città”, o ancora, abbandonarsi alla deriva situazionista di Guy Debord, derivata dal poeta de I fiori del male, padre della psicogeografia cara a Iain Sinclair. Anche se comprendere il testo nascosto non è possibile, il tentativo di decifrarlo apre prospettive interpretative di notevole intensità consentendo di cogliere qualche frammento di verità. In effetti la città si può conoscere solo in modo parziale e transitorio, ma è proprio questa limitazione del nostro sapere su di esso, nonché la breve e relativa durata della scoperta di uno dei suoi aspetti infiniti ci spinge a ricominciare ogni volta a interrogarci su ciò che questa manifestazione fondamentale della nostra umanità a volte ci dice, in molte altre occasioni non vuole comunicarci spesso rendendo molto difficile se non impossibile ascoltare la sua voce. Un ulteriore livello morfologico consiste nel rapporto tra il costruito della città e il supporto naturale sul quale tale costruito è deposto. Osservando le volumetrie di Roma, determinate dallo strato architettonico che essa ha sovrapposto all’orografia originaria possiamo constatare che lo spessore edilizio ha riplasmato in più punti la conformazione del suolo della città senza però cancellarla del tutto. Le pareti verticali che erano i bordi dei rilievi, una conseguenza delle eruzioni del complesso vulcanico dei Colli Albani, sono state sensibilmente modificate e a volte nascoste dalle costruzioni che si affiancavano ad esse mentre i dislivelli tra il piano orizzontale dell’insediamento urbano e la sommità dei rilevi diminuivano. Nel corso del tempo si è così stabilito un rapporto simbolico tra il paesaggio originario sul quale Roma è sorta e l’architettura che, epoca dopo epoca, ha dialogato con questo scenario. Una simbiosi che Giovanni Battista Piranesi ha saputo rappresentare con un’evidenza straordinaria in una famosa incisione nella quale una serie di frammenti della Forma Urbis severiana dichiara, in uno scambio iconico, la propria discendenza dal profilo irregolare delle colate laviche, a loro volta, prima che Roma nascesse, erose lungo millenni dal paleoalveo del Tevere. Il penultimo aspetto della morfologia è la sua struttura attiva. La forma della città non è soltanto un sistema di segni grafici, è anche una narrazione che ci parla della memoria della città, una memoria che si fonde con i nostri personali ricordi di essa e di come abbiano cercato di conoscerla. La forma urbis, anche quella attuale, che sembra aver perduto il carattere primario che aveva, un carattere risolto oggi in un sintetico diagramma o, se si preferisce, uno stemma che in pochi segni riassumeva la composizione urbana, è ancora oggi operante sebbene sia cambiato il suo senso, divenuto più complesso, come

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from 1817. For the great Frankfurt writer, philosopher, poet, scientist and artist morphology was the way in which things acquire recognition, identity and purpose. As far as our culture is concerned, we find the seed of this concept in Alberti’s statement that “the house is a small city and the city is a big house. Morphology is the study of the shape of the city, a study that was possible until the city was enclosed by its walls. From the IX century onwards, when many cities expanded due to the birth of the industrial era, breaking down the walls, the word morphology acquires a new meaning. It is no longer the result of a unitary design, concluded in itself, but indicates an informal form that is always recognizable. It appears to us casual, irregular, almost the result of a spontaneous germination. In recent decades, the multiplication of infrastructures and the birth of a series of satellite settlements around the city have transformed the informal form into a complex system, a kind of a micro-galaxy that is not so much decipherable as a whole but in its own individual components. The plural morphology of the city thus takes on a geographical character, given the large dimensional scale that characterizes it. These three morphological expressions are not configured, however, only in a zenith vision. The morphology also implies the three-dimensionality of the city. In this reading of full and empty spaces and of the pauses that separate them it is necessary to grasp some of its implicit, if not secret, characteristics, a symbolic apparatus that transcends the built, highlighting in it the presence of a hidden text. It is in the attempt to understand this text that the morphology demonstrates, its narrative nature but also its ability to erect a screen between the city and those who live it that does not allow it to be seen and understood completely. It is therefore necessary to “get lost in the city”, like the flaneur of Charles Baudelaire, who went without knowing where but knew how to draw sensations and contents, or as Walter Benjamin thought, or it is necessary to abandon oneself to the situationist drift of Guy Debord. Even if it is not possible to understand the hidden text, the attempt to decipher it opens interpretative perspectives. In fact, the city can only be known in a partial and transitory way, but it is precisely this limitation of our knowledge about it, but which on many other occasions does not want to communicate to us, to listen to his voice. A further morphological level consists in the relationship between the built parts of the city and the natural support on which it is built. By observing the volumes of Rome, determined by the architectural layer that it superimposed on the original orography, we can see that the building thickness has reshaped the conformation of the ground of the city in several points without however completely erasing it. Over time, a symbolic relationship has thus been established between the original landscape and the architecture that, age after age, dialogued with this scenario. A symbiosis that Giovanni Battista Piranesi was able to represent with extraordinary evidence in a famous engraving in which a series of fragments of the Forma Urbis Severiana declares, in an iconic exchange, their lineage from the irregular profile of the lava flows, in turn, before that Rome was born, eroded over millennia by the ancient riverbed of the Tiber. The penultimate aspect of morphology is its active structure. The shape of the city is not only a system of graphic signs, it is also a narration that speaks to us of the memory of the city. The Forma Urbis, even the current one, resolved today in a synthetic diagram, is still operating today. But its mean-

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ing has become more complex. In my opinion, the last content of the morphology is represented by the identification and meaning of the places. The morphology identifies an extended place that may seem immeasurable, which is a place of places, that are more contained semantic concentrations that structure the urban tissue giving it a meaning, a necessity. By interrogating the concrete and ideal map of the places in the overall place, which is an urban settlement, our partial and transitory knowledge puts us in a position to be able to elaborate a temporary and limited description. The centrality of the Faculty of Architecture of Rome in this intervention derives from my experiences as a student and then as a teacher, but I believe that all Faculties, should be the subject of careful reflection on their events, to be entrusted to the architects of the latest generations. Classical historiography of XX century Italian architecture is pervaded by the primacy of ideology, not intended as a necessary conception of the world, of society and of the human beings who were part of it, but considered as an entity that must constantly struggle against different opinions. In an open, loyal, but also hard confrontation with those who militate on different fronts, historiography has often replaced the strategy of enlarging some protagonists beyond their real presence in the cultural debate by decreasing others, when not condemned to oblivion. At the same time many architectures have been overestimated while those of the enemies were never taken into consideration or, if in some way they had not succeeded, used as in the famous “table of horrors”. The same method was used for the theories, sublimating those of the architects of the most active field, ignoring or vilifying those of the adversaries, described, in essence, not so much as architects who think of their profession in another way, but as people morally guilty. I conclude these considerations with the certainty that Giuseppe Strappa’s magazine will increasingly become a place of advanced research, the cultural and operational environment that will allow the re-appropriation of urban studies in our Faculties, the space for exchanges on urban events with other cultures and, I would say above all, a laboratory that allows a patient and enlightened work on the theories of Saverio Muratori, Gianfranco Caniggia, Paolo Maretto and other scholars of the city, in order to be able to enable these now historical knowledge to contribute to a current reading of urban organisms, of the territory-landscape and of the infrastructures that mark it. It will therefore be necessary to reformulate these theories by extracting from them those basic elements that can be transferred into that order of issues, some of which are very complex and difficult to address and resolve, that globalization has produced in the field of city architecture. Personally I am grateful to Giuseppe Strappa, whom I thank together with Matteo Ieva for their invitation to this meeting, who has been working diligently, coherently and innovatively for years, gathering around him, as in the issue of the magazine that is at the centre of this meeting, scholars capable of contributing with a notable commitment, and with admirable conceptual depth, to return to urban studies their centrality in the understanding of the city and its future.

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ho già detto, ma sempre attraversato da positive rappresentazioni riassuntive del complesso disegno insediativo nonché dalle inevitabili tensioni dinamiche che ogni città produce. A mio avviso l’ultimo contenuto della morfologia è rappresentato dalla individuazione e dal significato dei luoghi. La morfologia identifica un luogo esteso che può sembrarsi incommensurabile il quale è un luogo dei luoghi, vale a dire concentrazioni semantiche più contenute che strutturano il tessuto urbano dando ad esso un significato, una necessità, un’armonia tra ordine e disordine. Il tutto capace di portare alla luce il volto della città, ricordando il titolo di un testo di Piacentini già citato. Interrogando la mappa concreta e ideale dei luoghi nel luogo complessivo che è un insediamento urbano la nostra conoscenza parziale e transitoria ci mette in condizione di poter elaborare una descrizione temporanea e limitata che è comunque in grado di, per una sorta di miracolo, rappresentarci come risultato dell’azione della città nel dare valore a noi stessi. La centralità delle Facoltà di Architettura di Roma in questo intervento deriva dalle mie esperienze come studente e poi docente, anche se ho avuto la fortuna di insegnare in altre città, come Reggio Calabria e Venezia, conoscendo così altri ambienti culturali, ma credo tutte Facoltà nate dopo quella della Capitale, che in un modo o nell’altro hanno considerato la scuola romana il proprio modello dovrebbe essere affetto di una riflessione attenta sulle loro vicende da affidare agli architetti delle ultime generazioni, indenni dai molti equivoci interpretativi che noi abbiamo dovuto individuare e chiarire. La storiografia classica sull’architettura italiana del Novecento è pervasa dal primato dell’ideologia, non intesa come una necessaria concezione del mondo, della società e degli esseri umani che ne hanno fatto parte, ma considerata come un’entità che deve costantemente lottare contro opinioni diverse. Da qui scontri, fraintendimenti, negazione assoluta di alcune importanti personalità e delle loro opere, omissioni di vicende determinanti. Al confronto aperto, leale, ma anche duro con coloro che militano su fronti diversi, la storiografia ha sostituito spesso la strategia consistente nell’ingrandire alcuni protagonisti oltre la loro reale presenza nel dibattito culturale diminuendone altri, quando non li condannano all’oblio. Al contempo molte architetture sono state sovrastimate mentre quelle dei nemici non venivano mai prese in considerazione o, se per qualche verso non erano riuscite, utilizzate come nella famosa “tavola degli orrori”. Lo stesso metodo è stato usato per quanto riguarda le teorie, sublimate quelle degli architetti dello schieramento più attivo e presente, ignorate o vilipese quelle degli avversari, descritti, in sostanza, non tanto come architetti che pensano al loro mestiere in altro modo, ma come persone moralmente colpevoli. Concludo queste considerazioni con la certezza che la rivista di Giuseppe Strappa diventerà sempre di più un luogo di ricerca avanzato, l’ambito culturale e operativo che consentirà di riappropriarsi degli studi urbani nelle nostre Facoltà, lo spazio di scambi sulle vicende urbane con altre culture e, direi soprattutto, un laboratorio che consenta un paziente e illuminato lavoro sulle teorie di Saverio Muratori, di Gianfranco Caniggia, di Paolo Maretto e di altri studiosi della città al fine di poter mettere in grado questi saperi ormai storici di contribuire a una lettura attuale degli organismi urbani, del territorio–paesaggio e delle infrastrutture che lo segnano. Occorrerà quindi riformulare tali teorie estraendo da esse quegli elementi di base che possono essere trasferiti in quell’ordine di questioni alcune delle quali molto complesse e difficili da affrontare e risolvere, che la globalizzazione ha prodotto nel campo dell’architettura delle città. Personalmente sono grato a Giuseppe Strappa, che ringrazio assieme a Matteo Ieva per il loro invito a questo incontro, che svolge un lavoro assiduo, coerente e innovativo da anni, raccogliendo attorno a sé, come nel numero della rivista che è al centro di questo incontro, personalità capaci di contribuire con un impegno notevole, e con ammirevole profondità concettuale, a restituire agli studi urbani la loro centralità della comprensione della città e del suo futuro.

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urbanform and design Un tesoro da non sprecare

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IUAV Istituto Universitario Architettura Venezia E-mail: ferlenga@iuav.it

Tenere alto, come fa U+D urbanform and design, l’interesse sui temi della morfologia e dell’analisi urbana è oggi un atto di benemerita resistenza, vista l’assenza quasi totale di ricerche in questo ambito che caratterizza negli ultimi anni il nostro Paese. La resistenza potrebbe, però, trasformarsi in qualcosa di più considerando come una situazione di forte impasse nella comprensione dei fenomeni urbani stia determinando un ritorno di interesse a livello internazionale sul tema di una loro lettura legata a nuove possibilità di trasformazione. Ciò attribuisce particolare importanza alle esperienze passate e nuova attualità ad attività che sembravano dimenticate. Parafrasando una frase un po’ demodè di Régis Debray intellettuale francese noto per avere avuto un ruolo nella fine dell’avventura del “Che” in Bolivia – “Ci sono molti modi per parlare della rivoluzione ma c’è una concordanza necessaria fra tutti coloro che sono decisi a farla” – si potrebbe dire che ci sono, o ci sono stati in passato, molti modi per parlare di città e leggerne le dinamiche formali ma, di fronte ad una situazione mutata, dovrebbe esserci una concordanza necessaria tra tutti coloro che pensano che tornare a farlo sia importante per molti motivi. Il che non significa certo ripercorrere la traccia di antichi dibattiti, incomprensibili a chi oggi non abbia presente il quadro ideologico in cui sono stati prodotti, ma chiedersi piuttosto se, nelle condizioni attuali, certo lontane da quelle che avevano generato in Italia le prime ricerche sulla morfologia urbana nelle loro varie sfaccettature, abbia un senso ritornare a leggere le città, partendo dalla loro essenza formale e con nuovi strumenti. Essendo io convinto che non solo questo abbia senso ma che sia un’azione necessaria, proverò a dimostrarlo affrontando questo argomento come se dovessi spiegarlo a chi non ha vissuto la stagione di quelle ricerche e con difficoltà capirebbe i distinguo fra le varie posizioni di allora che, viste dall’esterno, potrebbero sembrare oggi non così distanti come un tempo. Lo farò alla luce di una convinzione e cioè che in alcuni momenti di passaggio, come quello in cui indubbiamente ci troviamo, diventi importante, guardarsi indietro considerando che nel tempo, come ricordava Robert Musil, “le stesse cose ritornano”, e ciò è tanto più vero in architettura. Ma se è vero che molte cose ritornano cambia però il contesto che le genera, cambia la spinta dell’onda che le sospinge e, soprattutto, cambia il nostro modo di pensare. Tornare a quel dibattito nelle mutate condizioni dell’oggi significa, dunque, fornire alla cultura architettonica, non solo italiana, una nuova occasione per comprendere i territori a cui si applicano i progetti degli architetti dentro un contesto generale contraddistinto da nuove priorità. È questo il tema su cui vorrei soffermarmi riprendendo la specificità della tradizione “analitica” italiana. Una tradizione che se ha prodotto letture urbane importanti in molte nostre città, da un certo momento in poi non ha più saputo rinnovarsi, congelando nel tempo le ultime letture comparate di centri storici e altre parti urbane e sostituendole con la ripetizione di slogan non più verificati o luoghi comuni scaduti. Il risultato è stato che in Italia, patria dell’analisi urbana, non c’è più stata una lettura sul campo sufficientemente estesa da almeno cinquanta anni. Malgrado ciò, per fortuna, i risultati pratici e teorici non scompaiono mai del tutto nell’evolversi della cultura urbana ed è sempre possibile, in questo ambito, riannodare i fili di un discorso interrotto. È possibile cioè, e, io credo, necessario in questo momento, riprendere in mano

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Keeping high, as U+D urbanform and design does, the interest in the themes of morphology and urban analysis is today an act of meritorious resistance, given the almost total absence, in recent years, within our country, of research in this area. The resistance could, however, turn into something more considering how a situation of strong impasse in the understanding of urban phenomena is causing a return of interest at an international level on the subject of their interpretation linked to new possibilities of transformation. This gives particular importance to past experiences and new relevance to activities that seemed forgotten. Paraphrasing a slightly outdated phrase by Régis Debray, a French intellectual known for having played a role in the end of the “Che” adventure in Bolivia – “There are many ways to talk about the revolution but there is a necessary agreement among all those who are determined to do it” – it could be said that there are, or have been in the past, many ways to talk about cities and read their formal dynamics but, in the face of a changed situation, there should be a necessary agreement between all those who think that returning to do so is important for many reasons. This certainly does not mean retracing the trail of ancient debates, incomprehensible to those who today do not have the ideological framework in which they were produced, but rather asking oneself whether, in current conditions, certainly far from those that had generated the first research on urban morphology in their various facets, it makes sense to go back to reading cities, starting from their formal essence and with new tools. Since I am convinced that not only does this make sense but that it is a necessary action, I will try to demonstrate it by addressing this topic as if I had to explain it to those who have not lived through the season of those researches and would have difficulty understanding the distinctions between the various positions at the time that, seen from the outside, they may seem not as distant today as they once were. I will do it in the light of a conviction: that is, in some moments of transition, such as the one in which we undoubtedly find ourselves, it becomes important to look back considering that over time, as Robert Musil recalled, “the same things return”, and this is so much more true in architecture. But if it is true that many things return, however, the context that generates them changes, the thrust of the wave that drives them changes and, above all, our way of thinking changes. Returning to that debate in today’s changed conditions therefore means providing architectural culture, not just Italian, with a new opportunity to understand

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A treasure not to be wasted

DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.022

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the territories to which the architects’ projects are applied within a general context marked by new priorities. This is the theme on which I would like to focus on, taking up the specificity of the Italian “analytic” tradition. A tradition that if it has produced important urban readings in many of our cities, from a certain moment on has not been able to renew itself, freezing over time the latest comparative readings of historic centers and other urban parts and replacing them with the repetition of slogans no longer verified or outdated clichés. The result was that in Italy, home of urban analysis, there has not been a sufficiently extensive “field reading” for at least fifty years. Despite this, fortunately, the practical and theoretical results never completely disappear in the evolution of urban culture and it is always possible, in this context, to re-tie the threads of an interrupted discourse. In other words, it is possible, and, I believe, necessary at this moment, to take up these themes again, being able to rely on a distant but rich tradition of research and having at one’s disposal an enormous patrimony of still living places where to apply it and able to play, to many aspects, the role of model. To explain why the intrinsic characteristics of the Italian architect and of the landscape make this opportunity important, I use three quick references, which do not belong to the field of Architecture. The first is to Roberto Esposito, a Neapolitan philosopher, who in his book Il pensiero vivente (The living thought), speaking of Italian intellectuals and of a particular fortune of Italian studies, explains the reasons in some particularities: a certain fragmentation of thought, a very strong link with origin, and an equally strong relationship with people’s lives and with the places where it takes place, which would make the relationship with contemporaneity easier. Esposito does not speak of architects but his considerations can easily be referred to them too, and perhaps these same characters are responsible for the tendency to be particularly sensitive towards what surrounds them. A second, almost inevitable, reference is to Carlo Cattaneo and his well-known thesis according to which cities are the characteristic feature of the Italian landscape, more than in any other place in the world: “From the very beginning the city has been something else in Italy from what it is in the east or in the north”. Finally, an English traveler and writer, Edith Wharton, who, between the nineteenth and twentieth centuries, traveling through Italy as a tourist, identifies in the close relationship between “first floor” and “second floor”, therefore in an intertwining of relationships between life and background, another peculiar character of the Italian landscape, both pictorial and real. All three references draw attention to a system of physical and metaphysical ties that constitutes the fundamental part of a culture strongly shaped by places and history. This also returns in the particular ability to weave urban relationships that characterizes many of the most important architectures of our country, buildings such as the Padua Basilica, the Mantua Ducal Palace or that of Urbino, the Uffizi in Florence, for example, which can be considered real fragments of the city capable of expressing values that go far beyond purely architectural ones. Perhaps the Uffizi Gallery is the most extraordinary example of this: office building and infrastructure at the same time, path and monument, which, ahead of its time, shows how a building complex de-

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Fig. 1 - Gianfranco Caniggia, ricostruzione delle fasi formative del tessuto di Como. Fase dell’impianto romano. Castrum di Marcello. Gianfranco Caniggia, Como urban fabric reconstruction phases. Phase of the Roman plan. Castrum of Marcellus.

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questi temi potendosi appoggiare su di una tradizione di ricerca lontana ma ricca e avendo a disposizione un enorme patrimonio di luoghi ancora vivi cui applicarla e in grado di fungere, per molti aspetti, da modello. Per spiegare perché le caratteristiche intrinseche dell’architetto e del paesaggio italiani rendano questa opportunità importante mi servo di tre veloci riferimenti, che non appartengono al campo dell’Architettura. Il primo è a Roberto Esposito, filosofo napoletano, che nel suo libro Il pensiero vivente, parlando degli intellettuali italiani e di una particolare fortuna degli Italian studies, ne spiega le ragioni in alcune particolarità: una certa frammentarietà del pensiero, un fortissimo legame con l’origine, e un altrettanto forte rapporto con la vita delle persone e con i luoghi in cui essa si svolge, che renderebbero più facile il rapporto con la contemporaneità. Esposito non parla degli architetti ma le sue considerazioni possono essere facilmente riportabili anche a loro, e forse a questi stessi caratteri si deve la tendenza ad essere particolarmente sensibili nei confronti di ciò che li attornia. Un secondo riferimento, quasi inevitabile, è a Carlo Cattaneo e alla sua nota tesi secondo la quale le città sono il tratto caratteristico del paesaggio italiano, più che in qualsiasi altro luogo al mondo: “Fin dai primordi la città è altra cosa in Italia da ciò che ella è nell’oriente o nel settentrione”. Infine una viaggiatrice e scrittrice inglese, Edith Wharton, che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, percorrendo da turista l’Italia, individua nel rapporto stretto tra “primo piano” e “secondo piano”, quindi in un intreccio di relazioni tra vita e sfondo, un altro carattere peculiare del paesaggio italiano, sia pittorico che reale. Tutti e tre i riferimenti portano l’attenzione su di un sistema di legami fisici e metafisici che costituisce la parte fondamentale di una cultura fortemente

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plasmata dai luoghi e dalla storia. Ciò ritorna anche nella particolare capacità di intessere rapporti urbani che caratterizza molte tra le architetture più importanti del nostro Paese, edifici come la Basilica di Padova, il Palazzo ducale di Mantova o quello di Urbino, gli Uffizi di Firenze, ad esempio, che possono essere considerati veri e propri frammenti di città in grado di esprimere valori che vanno ben oltre quelli puramente architettonici. Forse proprio gli Uffizi sono l’esempio più straordinario di ciò: palazzo per uffici e infrastruttura al tempo stesso, percorso e monumento, che, in anticipo sui tempi, mostra come un complesso edilizio progettato in forma di strada e unito a una vera e propria strada sopraelevata (il corridore vasariano) possa diventare un elemento di trasformazione urbana in grado di rinnovare un’intera città. L’intervento del Vasari non ha certo nell’aspetto stilistico la sua importanza, ma se lo consideriamo, invece, dal punto di vista della sua capacità di intessere rapporti con la città, si tratta sicuramente di uno dei più moderni esempi al mondo di architettura urbana, dotata di una complessità e di una efficacia che solo in Italia è possibile incontrare. Nella presenza ampia di casi del genere conta sicuramente il fatto che il nostro Paese può essere considerato il più grande “archivio” esistente di differenze e qualità urbane ed epicentro di quella che può essere considerata la tradizione unica delle città del mondo. Una tradizione declinata in modi diversi e con innumerevoli differenze e soprattutto viva, governata da un tempo speciale in cui passato e presente convivono e creatrice di un’infinita gamma di spazi generati da un numero limitato di elementi si compongono continuamente tra loro in modalità diverse generando relazioni e forme che favoriscono il vivere civile. Alla presenza di questo patrimonio unico è probabilmente da collegare l’esigenza, egualmente antica, di descriverlo e comprenderlo a fondo. Una vera e propria dichiarazione in questo senso è contenuta nella citatissima lettera di Raffaello a Papa Leone X che, andando oltre i pochi passi di norma riportati, esprime la volontà di descrivere non solo le rovine ma l’insieme della città di Roma. E descriverla adottando modalità specifiche “da architetti” e non da pittori, come il grande artista precisa nella missiva; e ciò significa attraverso modi misurabili e avvalendosi di strumenti che lui stesso inventa a questo scopo. Sappiamo che il rilievo di Roma che avrebbe dovuto seguire alla lettera, scritta a due mani attorno al 1519 con Baldassarre Castiglione, non venne mai realizzato per la morte del pittore urbinate, ma rimane l’intento, la spinta ad una conoscenza specifica che si svilupperà per tutti gli anni a seguire come un’attitudine distintiva degli architetti italiani. Da allora, e ancor da prima, nasce la consapevolezza che le città, in Italia, siano qualcosa di speciale, un coacervo di valori spaziali e formali e un patrimonio culturale talmente vasto e particolare da richiedere, comunque, una descrizione specifica in grado di assumere in sé il carattere di peculiarità e complessità delle città stesse. Dall’Alberti e da Raffaello in poi possiamo dire che questa attitudine non si sia persa del tutto anche quando l’oggetto dell’interesse si trasferiva dai singoli monumenti, ai centri storici fino alle nuove espansioni urbane rispetto alle quali suona ancora oggi programmatica l’esortazione di Italo Calvino, alla fine delle Città invisibili (1972) a “trovare nell’inferno ciò che inferno non è, e dargli forza”. Quello stesso inferno in cui si immerge, in un libro recente, dedicato, non a caso proprio a Calvino, Suketu Mehta, scrittore e giornalista indiano che in, La vita segreta delle città, (1916) legge negli slum più disperati di Mumbai le tracce di una ricerca identitaria e di una volontà di miglioramento spaziale, che portano, chi ci vive ad attribuire a un rivolo di fogna il nome del fiume abbandonato al villaggio d’origine, a costruire spazi di ritrovo con lamiere e scarti, e a nominare col nome di una lontana montagna un cumulo di rifiuti. C’è dunque una necessità di bellezza e di identità anche nei luoghi più disperati, ci dice Metha, che porta a praticare, anche nelle condizioni peggiori, la ricerca di quel particolare benessere che deriva dalla ripresa, in ogni condizione, delle figure tipiche delle città. Un benessere “particolare” in cui pratiche di governo e vita sociale trovano riscontro nella scena fisica in cui si svolgono, come Ambrogio Lorenzetti ha rappresentato al massimo livello nella grande Allegoria del Buon Governo (1338 ca.) conservata nel Palazzo Pubblico di Siena che descrive un welfare che nessun dato statistico ci

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signed in the form of a street and joined to a real elevated road (the Vasari corridor) can become an element of urban transformation capable of renewing an entire city. Vasari’s intervention certainly does not have its importance in the stylistic aspect, but if we consider it, instead, from the point of view of its ability to weave relationships with the city, it is certainly one of the most modern examples of architecture in the urban world, endowed with a complexity and effectiveness that can only be encountered in Italy. The fact that our country can be considered the largest existing “archive” of urban differences and qualities and the epicenter of what can be considered the unique tradition of cities in the world certainly counts in the wide presence of such cases. A tradition declined in different ways and with innumerable differences and above all alive, governed by a special time in which past and present coexist and creator of an infinite range of spaces generated by a limited number of elements that continuously compose each other in different ways generating relationships and forms that favor civil life. The equally ancient need to describe and understand it in depth is probably linked to the presence of this unique heritage. A real statement in this sense is contained in the aforementioned letter from Raphael to Pope Leo X which, going beyond the few passages usually reported, expresses the desire to describe not only the ruins but the whole of the city of Rome. And to describe it by adopting specific methods “as architects” and not as painters, as the great artist specifies in the letter; and that means through measurable ways and making use of tools that he himself invents for this purpose. We know that the relief of Rome that should have followed to the letter, written in two hands around 1519 with Baldassarre Castiglione, was never made for the death of the painter from Urbino, but the intent remains, the drive for a specific knowledge that will develop for all the following years as a distinctive attitude of Italian architects. Since then, and even before, the awareness has arisen those cities, in Italy, are something special, a jumble of spatial and formal values and a cultural heritage so vast and particular that it requires, in any case, a specific description capable of assuming in itself the peculiarity and complexity of the cities themselves. From Alberti and Raffaello onwards we can say that this attitude was not completely lost even when the object of interest moved from the individual monuments, to the historic centers, to the new urban expansions with respect to which the Italo Calvino’s exhortation, at the end of the Invisible Cities (1972) to “find in hell what hell is not, and give it strength”. That same hell into which Suketu Mehta, an Indian writer and journalist, immerses himself in a recent book dedicated, not surprisingly to Calvino, who reads (in the most desperate slums of Mumbai in “The Secret Life of Cities”, 1916) traces of an identity research and a desire for spatial improvement, which lead those who live there to attribute the name of the river abandoned to the village of origin to a stream of sewers, to build meeting spaces with metal sheets and waste, and to name with the name of a distant mountain a pile of rubbish. There is therefore a need for beauty and identity even in the most desperate places, Metha tells us, which leads us to practice, even in the worst conditions, the search for that particular well-being that derives from the recovery, in all conditions, of the typical figures of city. A “particular” well-being in which practices of government and social life

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are reflected in the physical scene in which they take place, as Ambrogio Lorenzetti represented at the highest level in the great Allegory of Good Government (c. 1338) preserved in the Palazzo Pubblico in Siena which he describes a welfare that no statistical data can bring back to us but that derives to citizens from feeling good in recognizable, well-governed and well-designed places. And well-designed places are also so thanks to the implementation of precise, centuries-old methods and techniques, at the basis of which there is always a thorough knowledge of the places of intervention and the possibility of learning from what already exists. In epochs closer to us, then, the theme of specific knowledge of cities and landscapes has taken on a political significance. In 1946 in the first issue of Metron Bruno Zevi, faced with the tasks of the Italian reconstruction, recalled how a correct reconstruction needed, first of all, knowledge: “To reconstruct you need to know”. From this point of view, the Italian post-war period represented an exceptional opportunity and, beyond the results, that need for specific knowledge regarding a national territory heavily damaged by the war was also among the springs that pushed, in those same years, a generation of Italian architects to seek a new role for their profession and to build a culture suitable to support it. A collective drive expressed in the proliferation of magazines, in conferences, in projects. And in the use of urban analysis, as a fundamental tool of the project. The results of that season are known, even if many of those events would be worth returning to for the reasons I mentioned at the beginning, but at this point it is legitimate to wonder if we are not today in an equally crucial moment, compared to that of the Reconstruction, and if those needs do not return to being current. The young architects who will find themselves working in the coming decades will certainly not have the same priorities as in the past but in the new scenario that has opened up and in which environmental and social emergencies have taken the place of the previous ones, mainly political and economic, A profound renewal is also required so that the culture and role of architects do not become superfluous precisely at the moment when the knowledge they bring would be most necessary, considering that it is precisely in the classical fields of application of their work that the environmental crisis most beats. Tracing these events therefore does not have the sense of a historical study among the many but that of a necessity. Studies such as those of Saverio Muratori, a true progenitor in this area and to whom we owe the contemporary formalization of urban analysis, or of scholars and architects such as Aldo Rossi who had the ability to subtract those original experiences from a context of substantial conservation to place it in one of progress means looking for reasons that have to do with our contemporaneity. Of course, if we were to consider the Italian fallout of these researches, in all their aspects and their declinations, especially in our country, we would have to speak of a substantial defeat due to political reasons but also to the embalming in academic enclosures of a precious heritage of methods and knowledge and which did not affect the urban reality. A defeat, however, which left us precious legacies including an analytical reading of our cities that no other country in the world possesses, some principles of understanding the formal dynamics of historic centers still valid, some relevant techniques and some fun-

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Fig. 2 - Venezia, Campo Santa Maria Nova, rilievo dei piani terreni. Da: Maretto P. (1986) La casa Veneziana nella storia della città, Marsilio. Venice. Campo Santa Maria Nova Ground Floor survey. From: Maretto P. (1986) La casa Veneziana nella storia della città, Marsilio.

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può riportare ma che deriva ai cittadini dal sentirsi bene in luoghi riconoscibili, ben governati e ben progettati. E i luoghi ben progettati lo sono anche grazie alla messa in atto di modalità e tecniche precise, secolari, alla base delle quali vi è sempre una conoscenza approfondita dei luoghi di intervento e la possibilità di imparare da ciò che già esiste. In epoche più vicine a noi, poi, il tema della conoscenza specifica di città e paesaggi ha assunto una valenza politica. Nel 1946 sul primo numero di Metron Bruno Zevi, di fronte ai compiti della ricostruzione italiana, ricordava come una ricostruzione corretta necessitasse, prima di tutto, di conoscenza: “Per ricostruire bisogna conoscere”. Da questo punto di vista il dopoguerra italiano ha rappresentato una eccezionale occasione e, al di là degli esiti, quella necessità di conoscenza specifica riguardante un territorio nazionale fortemente danneggiato dalla guerra è stata anche tra le molle che hanno spinto, in quegli stessi anni, una generazione di architetti italiani a ricercare un nuovo ruolo per la propria professione e a costruire una cultura adatta a sostenerlo. Una spinta collettiva espressa nel proliferare delle riviste, in convegni, in progetti. E nell’uso dell’analisi urbana, come strumento fondamentale del progetto. Gli esiti di quella stagione sono noti, anche se su molte di quelle vicende varrebbe la pena di tornare per le ragioni che ricordavo all’inizio, ma a questo punto è lecito chiedersi se non ci troviamo oggi in un momento egualmente cruciale, rispetto a quello della Ricostruzione, e se quelle necessità non ritornino ad essere attuali. I giovani architetti che si troveranno a lavorare nei prossimi decenni, non avranno certo le stesse priorità del passato ma nel nuovo scenario che si è aperto e in cui le urgenze di tipo ambientale e sociale hanno preso il posto delle precedenti, prevalentemente politiche ed economiche, è richiesto egualmente un profondo rinnovamento perché cultura e ruolo degli

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Fig. 3 - Rossi A., Ricostruzione del tessuto murario della città di Zurigo. Rossi A., Reconstruction of the Zurich’s urban fabric.

architetti non diventino superflui proprio nel momento in cui il sapere di cui sono portatori sarebbe più necessario, considerando che è proprio nei terreni classici di applicazione del loro lavoro che più batte la crisi ambientale. Ripercorrere queste vicende non ha dunque il senso di un approfondimento storico tra i tanti ma quello di una necessità. Studi come quelli di Saverio Muratori, vero e proprio capostipite in questo ambito e a cui si deve la formalizzazione contemporanea dell’analisi urbana, o di studiosi e architetti come Aldo Rossi che ha avuto la capacità di sottrarre quelle esperienze originarie da un ambito di sostanziale conservazione per collocarlo in uno di progresso, significa ricercare ragioni che hanno a che fare con la nostra contemporaneità. Certo, se dovessimo considerare la ricaduta italiana di tali ricerche, nell’insieme dei loro aspetti e delle loro declinazioni, specie nel nostro Paese, dovremmo parlare di una sostanziale sconfitta dovuta a ragioni politiche ma anche all’imbalsamazione in recinti accademici di un patrimonio prezioso di metodi e conoscenze e che non ha quasi per nulla influito sulla realtà urbana. Una sconfitta, però, che ci ha lasciato lasciti preziosi tra cui una lettura analitica delle nostre città che nessun altro paese al mondo possiede, alcuni principi di comprensione delle dinamiche formali dei centri storici ancora validi, alcune tecniche di rilievo e alcune pubblicazioni fondamentali: dalla Studi per una operante storia urbana di Venezia (1959) e poi di Roma (1963) di Muratori, alla Lettura di una città: Como (1984) di Gianfranco Caniggia fino a L’architettura della città (1966) di Aldo Rossi o a La città di Padova (1970) del gruppo Architettura di Venezia. “Disegnare piante di città: vecchia norma insuperabile di conoscenza” scriveva Rossi ed è forse con lui e con il suo insegnamento a Zurigo nei primi anni ’70, dopo la cacciata dal Politecnico di Milano, che si chiude una stagione di rilievi urbani a grande scala. Una stagione che, esau-

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damental publications: from Studi per una operante storia urbana di Venezia (1959) and then of Rome (1963) by Muratori, to the Lettura di una città: Como (1984) by Gianfranco Caniggia up to L’architettura della città (1966) by Aldo Rossi or to La città di Padova (1970) of the Architettura di Venezia group. “Drawing city plans: an old insurmountable norm of knowledge” wrote Rossi and it is perhaps with him and with his teaching in Zurich in the early 70s, after his expulsion from the Milan Polytechnic, that a season of urban surveys is coming to an end. ladder. A season which, having run out at home, will however have its own international tail in the genesis of what remain, even today, the last three important books written by architects on urban themes: Learning from Las Vegas, by Robert Venturi, Denise Scott Brown and Steven Izenur, (1972), Delirious New York by Rem Koolhaas (1878), Collage city by Colin Rowe and Frank Koetter (1984), books that have their undoubted precedents in “The architecture of the city” and in the Italian “analytic season”. Since then it is perhaps more in the work of photographers that we could find the continuation of an attention to urban themes. A new look towards the existing which, although coming from another “art” will influence the architects and urban planners of the 1980s with authors such as Gabriele Basilico, Luigi Ghirri, Mimmo Jodice, Giovanni Chiaramonte etc. who have taken on a role of reading the signs of the present now

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abandoned by architects. Before concluding, I would like to ask a question mentioned at the beginning: is it possible to apply the kind of formal and architectural analysis that our country has known even to the most recent parts of cities? In this regard, there is a sentence by Carlo Aymonino in Origin and development of the modern city (1965) which gives for certain this possibility: “It is evident that the architecture of the city does not end in the nineteenth century; however, one can see how one’s role in building the urban form is changing. It is equally evident that the dimensional difference of the current agglomerations does not in itself cancel the possibility of architectural interventions, that is, the possibility of a characterization exists…”. An important reflection, made in years in which not even the first signs of what would become the contemporary city could be seen. But, on the other hand, the fact that analytic activity can continue to express its importance while modifying its reading tools, is demonstrated by some recent research carried out in the most extreme areas of contemporary urbanism such as, for example, the favelas of Rio de Janeiro analyzed by Alessandro Tessari (Informal rooting, 2021) in which the relationships and variations that arise in the relationships between precarious spaces and volumes are studied and their contribution to a need for representation and construction of collective contexts that has a importance even outside the specific field of study. An ancient tradition available, some signs of revival of interest in urban phenomena, a special point of view like the Italian one all contained within the boundaries of the architectural discipline and above all the enormous “living” urban heritage that our country contains: are therefore the ingredients of an unparalleled baggage of knowledge “available” that it would be suicidal to trivialize in academic polemics that have now expired just as its “operative” character becomes current again. In fact, there are moments in which research, analysis and projects of the past take on a new value in the light of contemporaneity, in which the patrimony of urban values held by a nation takes on a new weight in the world scenario. The fact that today no one is able to understand recent urban phenomena and the failure of all the hypotheses of control of urban organisms puts us in front of a dramatic condition but also a great opportunity, not only academic, to resume a job to its time only started, this time, placing it within a framework in which environmental issues represent the unavoidable reference for every formal transformation. And perhaps this is precisely the moment in which the enjoyment of such an important income can be useful, as long as the legacy is not lost and its relevance and need for adaptation are understood.

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ritasi in patria, avrà, però, una sua coda internazionale nella genesi di quelli che restano, ancora oggi, gli ultimi tre libri importanti scritti da architetti su temi urbani: Learning from Las Vegas, di Robert Venturi, Denise Scott Brown e Steven Izenur, (1972), Delirious New York di Rem Koolhaas (1878), Collage city di Colin Rowe e Frank Koetter (1984) libri che in L’architettura della città e nella “stagione analitica” italiana hanno i loro indubbi precedenti. Da allora è forse più nel lavoro dei fotografi che potremmo trovare il seguito di una attenzione ai temi urbani. Un nuovo sguardo sull’esistente che, pur provenendo da un’altra “arte” influenzerà gli architetti e gli urbanisti degli anni ’80 con autori come Gabriele Basilico, Luigi Ghirri, Mimmo Jodice, Giovanni Chiaramonte ecc. che hanno assunto un ruolo di lettura dei segni del presente ormai abbandonato dagli architetti. Prima di concludere ripongo una domanda accennata all’inizio: è possibile applicare quel genere di analisi formale ed architettonica che il nostro Paese ha conosciuto anche alle parti più recenti delle città? C’è, a questo riguardo una frase di Carlo Aymonino in Origini e sviluppo della città moderna (1965) che dà per certa questa possibilità: “È evidente che l’architettura della città non finisce nel secolo XIX; si può tuttavia constatare come muti il proprio ruolo nel costruire la forma urbana. È egualmente evidente come la differenza dimensionale degli attuali agglomerati non annulli di per sé la possibilità di interventi architettonici, come esista cioè la possibilità di una caratterizzazione…”. Una riflessione importante, fatta in anni in cui non si potevano scorgere nemmeno le prime avvisaglie di quello che sarebbe diventata la città contemporanea. Ma, d’altra parte, che l’attività analitica possa continuare ad esprimere la sua importanza pur modificando i suoi strumenti di lettura, lo dimostrano alcune ricerche recenti realizzate negli ambiti più estremi dell’urbanismo contemporaneo come, ad esempio, le favelas di Rio de Janeiro analizzate da Alessandro Tessari (Informal rooting, 2021) in cui vengono studiate le relazioni e le variazioni che si instaurano nei rapporti tra spazi e volumi precari e il loro contribuire ad una necessità di rappresentazione e di costruzione di ambiti collettivi che ha un’importanza anche al di fuori del terreno specifico di studio. Una tradizione antica a disposizione, alcuni segni di ripresa dell’interesse sui fenomeni urbani, un punto di vista speciale come quello italiano tutto contenuto dentro i confini della disciplina architettonica e soprattutto l’enorme patrimonio urbano “vivente” che il nostro Paese contiene, sono dunque gli ingredienti di un bagaglio ineguagliabile di conoscenza “a disposizione” che sarebbe suicida banalizzare in polemiche accademiche ormai scadute proprio mentre il suo carattere “operante” torna attuale. Ci sono momenti, infatti, in cui ricerche, analisi e progetti del passato assumono, alla luce della contemporaneità, una valenza nuova, in cui il patrimonio di valori urbani in possesso di una Nazione assume un peso nuovo nello scenario del mondo. Il fatto che nessuno oggi riesca più a comprendere i fenomeni urbani recenti e il fallimento di tutte le ipotesi di controllo degli organismi urbani ci mette di fronte ad una condizione drammatica ma anche ad una grande occasione, non solo accademica, per riprendere un lavoro a suo tempo solo avviato, collocandolo, questa volta, dentro un quadro in cui le tematiche ambientali rappresentano il riferimento ineludibile per ogni trasformazione formale. E forse questo è proprio questo il momento in cui il godere di una così importante rendita può tornare utile, purché non se ne disperda il lascito e se ne comprendano attualità e necessità di adeguamento. Riferimenti bibliografici_References Muratori S. (1960) Studi per un’operante storia urbana di Venezia, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma. Rossi A. (1966) L’architettura della Città, Marsilio, Padova. Venturi R., Scott Brown D., Izenour S. (1972) Learning from Las Vegas, MIT, Cambridge (USA). Koolhaas R. (1978) Delirious New York, Oxford University Press, Oxford. Rowe C., Koetter F. (1978) Collage City, MIT, Cambridge (USA).

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urbanform and design Ibridazioni: la città nord americana

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Gianpiero Moretti1, François Dufaux2

École d’architecture, Université Laval E-mail: 1gianpiero.moretti@arc.ulaval.ca, 2francois.dufaux@arc.ulaval.ca

La città ed i paesaggi nord-americani contemporanei sono pensati in modo da essere funzionali, pratici e guidati da una serie di norme e modelli ampiamente sviluppati durante il XX secolo. Questi sono stati progressivamente implementati tra gli ideali urbanistici, le regole dell’ingegneria stradale e le politiche di sviluppo economico. Le forme urbane ed architettoniche così come i processi progettuali sono stati generalmente sottovalutati a favore di un modello di pianificazione sistemica, largamente indifferente allo spazio ed indifferente al processo storico di trasformazione urbana e territoriale. La tipo-morfologia e il suo quadro teorico, pur stabiliti per rivelare i processi di sviluppo urbano e di insediamento territoriale su scale e complessità storiche molto più lunghe con contesti culturali successivi, si rivela un potente strumento per decifrare la città nord-americana. Gli studi che utilizzano questi strumenti mettono in evidenza l’evoluzione dall’era coloniale, le espansioni del XIX e XX secolo e la suburbanizzazione del dopoguerra. Formazioni, trasformazioni e schemi deformativi specifici emergono da un paesaggio apparentemente privo di condizioni locali a favore di norme e pratiche diffuse largamente in Nord America. La Scuola di Architettura della Laval University di Quebec-City, Canada, si trova nel cuore del quartiere storico del Vieux-Québec, patrimonio dell’UNESCO. I dibattiti locali relativi al mantenimento e all’evoluzione di questo ambiente costruito e del suo specifico “paesaggio culturale” hanno contribuito notevolmente ad un crescente interesse per metodi, concetti e strumenti sviluppati con la tipo-morfologia. Tutti contribuiscono alla comprensione di un tale contesto e di un mondo nuovo inquadrato da tre tradizioni costruttive storiche successive; i modelli francese, britannico e americano e il loro adattamento locale attraverso l’ibridazione.

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The present-day North American city and landscape claims to be functional and practical, driven by a set of norms and patterns largely developed during the 20th century. These were gradually implemented between the urban planning ideals, road engineering motivations and economic development policies. Urban and architectural forms and design processes were generally underrated in favour of a systemic planning model, largely indifferent to space and blind to previous historical process of urban and territorial transformation. Typo-morphology and its theoretical framework, while established to reveal the urban development and territorial settlement processes on a much longer historical scales and complexity with successive cultural contexts, proves to be a powerful tool to decipher the North American city. It revealed the evolution since the colonial era, the 19th and 20th centuries expansions and the post-war suburbanisation. Specific formations, transformations, and deformations patterns emerge from a landscape apparently free of local conditions in favour of continental norms and practice. Laval University’s School of Architecture in Quebec, Canada, is located at the very heart of the historic district of Old Quebec, a UNESCO heritage site. The local debates relating to the maintenance and evolution of this built environment and its specific “cultural landscape” contributed greatly for a growing interest in methods, concepts and tools developed with typo-morphology. All contribute to the understanding of such a context, and a new world framed by three historical successive constructive traditions; the French, the British and American models and their local adaptation through hybridisation.

DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.023

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Hybridizations: typo-morphology reveals the North American city

rivelata dagli studi tipo-morfologici

The rise of typo-morphology at the Laval School of Architecture in Quebec City Two professors greatly contributed to the development of a scientific exploration of the urban and architectural design as a morphological process at Laval University. Alfred Neumann, an Austrian born architect, studied at the Atelier du Palais de Bois, the school run by Auguste Perret and worked among others at Peter Behrens’s agency in Berlin. Settled in Israel, in 1953 Neumann became professor at the Faculty of Architecture of the Israel Institute of Technology (Technion) in Haifa, where he was subsequently appointed Dean (Neumann E-A., 2020). During these years in Israel, Alfred Neumann with his pupils Zvi Hecker and Eldar Sharon, designed numerous projects based on the crystal-

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L’emergenza della tipo-morfologia alla Laval School of Architecture di Quebec-City Due professori hanno contribuito notevolmente allo sviluppo di un’esplorazione scientifica del design urbano e architettonico come processo morfologico presso la Laval University. Alfred Neumann, architetto di origine austriaca, ha studiato all’Atelier du Palais-de-Bois, la scuola diretta da Auguste Perret e ha lavorato tra gli altri presso l’agenzia di Peter Behrens a Berlino. Stabilitosi in Israele, nel 1953 Neumann divenne professore presso la Facoltà di Architettura dell’Israel Institute of Technology (Technion) di Haifa, dove fu successivamente nominato Preside (Neumann E-A., 2020). In questi anni in Israele, Alfred Neumann con i suoi allievi Zvi Hecker ed Eldar Sharon, ha ideato numerosi progetti basati sulla geometria cristallina presente in natura con l’obiettivo di “umanizzare lo spazio”. Gli appartamenti Dubiner nel distretto di Ramat Gan a nord di Tel-Aviv in Israele e il municipio di BatYam, una cittadina a sud di Tel-Aviv, rimangono architetture notevoli basate su questo approccio. È da queste esperienze progettuali che Neumann tenterà di articolare una teoria di “architettura morfologica” in una conferenza tenuta al Royal Architectural Institute (RAIC) in Canada nel 1963. (Teyssot, 2020) | Gianpiero Moretti_ François Dufaux | ISSN 2612-3754 (print) ISSN 2384-9207 (online)_n.16-2021

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line geometry present in nature with the aim of “humanizing space”. The Dubiner apartments in the Ramat Gan district in the north of Tel-Aviv in Israel and the Town Hall of Bat-Yam, a town in the south of Tel-Aviv, remain notable architectures based on this approach. It is from these project experiences that Neumann will attempt to articulate a theory of “morphological architecture” in a lecture given at the Royal Architectural Institute (RAIC) in Canada in 1963 (Teyssot, 2020). In his writings and his teaching Neumann argued for a scientific exploration of architecture by processing the “whole human-made environment from a unifying point of view by applying morphological criteria” (Neumann, 1963). Neumann considered the built environment to be divided between the tools and the containers, the latter including the architectural objects. He explored the genesis of forms and the morphological properties of objects leading to an original theory about the evolution of architectural spaces in three topological stages. Initially he observed a design informed by a ratio between enclosure and space leading to round figures. It subsequently evolved toward projective geometric stage, and finally adopted a Euclidian organization of space based on rectangular geometric shapes (Neumann, 1963). The same year, Alfred Neumann he was hired as a professor at the School of Architecture at Laval University where he laid the foundations for the master’s degree program (1966-68). His teachings have a great influence on several of the students among whom Pierre Larochelle. Inspired by Neumann’s teaching, Pierre Larochelle, following several Roman stays, discovered the work of Muratori on Venice (1959) and Rome (1963), Caniggia’s study on the city of Como (1963) as well as the synthetic work of the typo-morphology method set up by Caniggia and Maffei (1982). Over the years Pierre Larochelle translated numerous writings from the Italian school, using them for his theoretical and studio teaching. On the other hand, he conducted the first field studies based on typo-morphological approach in Canada and supervised several graduate students’ theses. (Mansour, 1992; Morency, 1993; Vachon, 1994; Neji, 1996; Verret, 1996; Gauthier, 1997; Kotzev, 1997; Moretti, 1998; Vallières, 1999).

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Fig. 1 - Relazioni morfologiche: tipologia residenziale tra componenti interne ed esterne (Dufaux F., 2007). Morphological relationships: housing typology between internal and external components (Dufaux F., 2007).

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Nei suoi scritti e nel suo insegnamento Neumann sosteneva un’esplorazione scientifica dell’architettura elaborando “l’intero ambiente creato dall’uomo da un punto di vista unificante applicando criteri morfologici” (Neumann, 1963). Neumann riteneva che l’ambiente costruito fosse diviso tra gli strumenti e i contenitori, questi ultimi compresi gli oggetti architettonici. Ha esplorato la genesi delle forme e le proprietà morfologiche degli oggetti portando a una teoria originale sull’evoluzione degli spazi architettonici in tre fasi topologiche. Inizialmente osservò un design informato da un rapporto tra involucro e spazio che porta a cifre tonde. Successivamente si è evoluto verso lo stadio geometrico proiettivo e infine ha adottato un’organizzazione euclidea dello spazio basata su forme geometriche rettangolari (Neumann, 1963). Lo stesso anno, Alfred Neumann viene assunto come professore presso la Facoltà di Architettura della Laval University dove mette le basi per il corso di laurea magistrale (1966-68). I suoi insegnamenti hanno una grande influenza su molti degli studenti tra cui Pierre Larochelle. Ispirato dall’insegnamento di Neumann, Pierre Larochelle, in seguito a diversi soggiorni romani, scoprì l’opera di Muratori su Venezia (1959) e Roma (1963), lo studio di Caniggia sulla città di Como (1963) nonché il lavoro sintetico della tipo-morfologia metodo messo a punto da Caniggia e Maffei (1982). Negli anni Pierre Larochelle ha tradotto numerosi scritti della scuola italiana, utilizzandoli per la sua didattica teorica e nei corsi di progettazione. D’altra parte, ha condotto i primi studi sul campo basati sull’approccio tipo-morfologico in Canada e ha diretto diverse tesi di laurea.

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From landscape to build forms, for a knowledge of the anthropic environment in Quebec In the last decades, more than a few studies were conducted between doctoral and research projects supervised by Laval University School of architecture faculty members and students. These different contributions may be sorted between territorial analyses, urban forms and buildings’ type case studies. Numerous works have focused on the analysis of old districts either from the point of view of urban morphology (Gauthier, 1997; Morency, 1993; Vachon, 1994; Verret, 1996) and that of housing typologies as in the case of the Old-Quebec (Vallières, 1999). The relatively recent formation of human space as well as the availability of archival documentation allows us to understand the play of the actors who have contributed to the establishment of urban fabrics. The rural landscape was explored in different region along the St. Lawrence plains. A first application in St-Felix de Valois (Dufaux, 2007) underlined the strong relationship between agricultural land use and current rural morphology. A year later, an extensive research project

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Dal paesaggio alle forme costruite, per una conoscenza dell’ambiente antropico in Québec

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Negli ultimi decenni, numerosi studi tra dottorati e progetti di ricerca diretti da docenti e studenti della Facoltà di architettura dell’Università di Laval. Questi contributi possono essere ordinati secondo le diverse scale di lettura, da quella territoriale, alle forme urbane ed a quella della tipologia edilizia. Numerosi lavori si sono concentrati sull’analisi dei quartieri storici sia dal punto di vista della morfologia urbana (Gauthier, 1997; Morency, 1993; Vachon, 1994; Verret, 1996) sia da quello delle tipologie abitative come nel caso del Vieux-Québec (Vallières, 1999). La formazione relativamente recente dello spazio costruito nonché la disponibilità di documentazione d’archivio permette di evidenziare il gioco degli attori che hanno contribuito alla costituzione dei tessuti urbani. Il paesaggio rurale è stato esplorato in diverse regioni lungo le pianure di San Lorenzo. Una prima applicazione a St-Felix de Valois (Dufaux, 2007) ha sottolineato la forte relazione tra l’uso del suolo agricolo e l’attuale morfologia rurale. Un anno dopo, un ampio progetto di ricerca intorno a St-Hyacinthe per l’autorità regionale Maskoutin (Dufaux e Vallieres, 2008) ha fornito un’analisi diacronica e sincronica di uno dei centri agricoli del Québec. La prospettiva storica ha evidenziato gli stretti rapporti tra la geomorfologia e le strutture ereditarie che caratterizzano i paesaggi della pianura del Saint-Laurent. Lo studio ha inoltre sottolineato la contraddizione morfologica generata dalle nuove infrastrutture stradali. Ciò ha portato a una nuova fase progettuale per una maggiore coerenza tra i paesaggi culturali e quelli contemporanei. Tra il 2014 e il 2018, gli studi e le tesi di laurea hanno esplorato la sfida dei cambiamenti climatici sulla costa del Bas Saint-Laurent. Tutto ciò ha delineato il forte impatto sul paesaggio dell’originaria divisione delle terre coloniali e della modernizzazione postbellica dei processi agricoli. Una recente tesi di laurea sottolinea l’impatto importante della pratica agricola industriale sul declino delle comunità (Blanchet, 2020). L’analisi morfologica alla scala urbana è parte del curriculum in diversi studi e due corsi di laurea e laurea nell’attuale curriculum della Scuola. A seguito della ricerca per l’autorità regionale Maskoutin, due villaggi – St. Hugues e Ste Hélène de Bagot (Dufaux, 2010) – sono stati caratterizzati nella loro struttura urbana e nelle componenti esterne degli edifici. Uno studio simile è stato completato per Montmagny (Dufaux e Vallières, 2010), una città più grande a est di Quebec City. Questi studi hanno osservato modelli simili di suddivisione del territorio, tradizioni edilizie e tipologie riscontrate da Gauthier (1997) nei sobborghi di Quebec City tra il 1850 e il 1950. La complessità e le contraddizioni sulla comprensione delle forme costruite vernacolari erano comunemente riconosciute dalla struttura e dai metodi teorici sociali (Choko, 1992) e della storia dell’arte (Charney, 1971). I metodi morfologici hanno fornito un approccio sistematico e completo per decifrare la connessione tra composizione architettonica, metodi e materiali di costruzione, configurazione del programma e condizioni legali e finanziarie. Queste categorie sono state utilizzate nello studio di un’ampia gamma di tipologie edilizie. Nel caso delle case popolari di Montreal, Dufaux (2007) ha sottolineato il legame tra l’implementazione di forme urbane e architettoniche nei diversi quartieri centrali ed il contesto culturale, sociale ed economico che l’ha prodotta. La tesi avvia una “morfologia sensibile” in cui il progetto contemporaneo stabilisce un dialogo tra la storia della città, il progetto architettonico e le aspirazioni degli abitanti. La conservazione dei conventi cattolici, capillarmente presenti nel Quebec, si confronta con il desiderio generale di trasformazione in patrimonio collettivo e l’ignoranza dell’evoluzione architettonica e delle caratteristiche costruttive necessarie ad attuare tale obiettivo. Con il supporto dell’autorità municipale, analisi morfologiche del monastero agostiniano dell’Hotel-Dieu di Québec (Dufaux, 2007, 2008, 2009), dei conventi delle Orsoline a Quebec (Dufaux, 2011), del Seminario di Québec (Dufaux, 2011) e di Trois-Rivières (2020) sono

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Fig. 2 - Il processo di colonizzazione nella regione del Maskoutain; percorsi matrice (linee spesse). Dufaux F., Vallières A. (2008). The colonisation process in the Maskoutain region; matrix routes (thick lines). Dufaux F., Vallières A. (2008).

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stati condotti. Hanno illustrato non solo l’evoluzione di queste istituzioni sanitarie ed educative, ma anche attraverso la forma costruita, i cambiamenti nei paradigmi culturali che inquadrano gli ideali architettonici dall’era coloniale francese fino ad oggi, e in particolare l’impatto della modernizzazione del dopoguerra. Alcune ricerche si sono occupate della comprensione delle forme dell’ambiente costruito contemporaneo nel caso specifico della città nord-americana. Moretti (1998 e 2004) mette in evidenza il processo di formazione dei centri commerciali sottolineando l’importanza del contesto di inserimento. D’altra parte, la tesi di laurea di Morissette (2011) ha affrontato inizialmente la progettazione della vasta rete autostradale di Quebec City a partire dagli anni ’60. La ricerca evidenziato i riferimenti ideologici e tecnici attuati nella progettazione e ristrutturazione stradale del primo dopoguerra. La natura della progettazione delle infrastrutture è una componente chiave per comprendere l’evoluzione del paesaggio nell’economia aperta orientata all’esportazione di risorse naturali per il mercato estero.

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Conoscere per progettare

around St-Hyacinthe for the Maskoutain regional authority (Dufaux and Vallieres, 2008) provided a diachronic and synchronic analyses of one of Quebec’s agricultural heartlands (fig 2). The historical perspective highlighted the close relationships between geomorphology and the inherited structures that characterize the landscapes of the Saint-Laurence plain. It also underlined the morphological contradiction generated by the new road infrastructures. This led to a new planning stage for more coherence between cultural landscapes and contemporary ones. Between 2014 and 2018, studios and graduate students’ theses explored the challenged of climatic changes on the Lower St. Lawrence seashore. All these outlined the strong impact of the original colonial land division and the post-war modernisation of agricultural processes on the landscape. A recent graduate thesis underlines the depleting impact of industrial agricultural practice on the decline of communities (Blanchet, 2020). The morphological analysis at the urban scale is part of the curriculum in several studios and two undergraduate and graduate courses in the current School curriculum. Following the research for the Maskoutain regional authority, two villages – St. Hugues and Ste Hélène de Bagot (Dufaux, 2010) – were characterised in their urban layout and buildings’ exterior components. A similar study was completed for Montmagny (Dufaux and Vallières, 2010), a larger town east of Quebec City. These studies observed similar patterns of land division, building traditions and typologies as found by Gauthier (1997) in Quebec City’s faubourgs between the 1850s to the 1950s. Complexity and contradictions about the understanding of vernacular built forms were commonly acknowledged by social (Choko, 1992) and art history (Charney, 1971) theoretical framework and methods. The morphological methods provided a systematic and comprehensive approach to decipher the connection between architectural composition, construction methods and material, programme’s configuration, and the legal and financial conditions. These categories were used in the study of a wide range of building types. In the case of Montreal traditional tenements, Dufaux (2007) underlined the link between the implementation of urban and architectural forms in the Montreal neighbourhoods and the cultural and social and economic context that produced it. The thesis initiates a “sensitive morphology” in which the contemporary project establishes a dialogue between the history of the city, the architectural design and the inhabitants’ aspirations (fig 1). The preservation of Catholic convents, an extensive real estate features in Quebec, confronts an overall wish to become a common heritage and an ignorance of the architectural evolution and characteristics about what and how to implement such a goal. With the support of municipal authority, morphological analyses of the Augustinian monastery of Quebec Hotel-Dieu (Dufaux, 2007, 2008, 2009), the Ursulines’ convents in Quebec (Dufaux, 2011), the Quebec Seminary (Dufaux, 2011) and Trois-Rivières (2020) were conducted. They illustrated not only the evolution of theses health and educational institutions, but also through the built form, the shifts in the cultural paradigms framing architectural ideals since the French colonial era until today, and notably the impact of the post-war modernisation.

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La città nord-americana ha un grande potenziale per esplorare le relazioni tra le forme urbane e architettoniche esistenti, relativamente recenti, e il progetto contemporaneo. Spesso, infatti, il progetto contemporaneo è parte di un processo di edificazione in atto, anche nel nucleo centrale delle città che non è ancora cristallizzato come in contesti più stratificati. In questo caso, l’analisi dell’evoluzione urbana e tipologica è possibile grazie all’utilizzo di una cartografia accessibile, che consente di evidenziare le fasi di formazione e trasformazione del tessuto urbano che rimane un processo aperto per il progetto contemporaneo (Moretti, 2021). Negli ultimi anni, diversi lavori basati sullo studio delle tipologie architettoniche, urbane e territoriali hanno messo in luce il processo progettuale o gli interventi normativi a diverse scale. La grande maggioranza di questi hanno come oggetto contesti significativi dal punto di vista del patrimonio, sia per edifici di importanza collettiva sia per interventi in paesaggi culturali rilevanti. A livello architettonico, le analisi effettuate sul tribunale di Montmagny (Dufaux e Vallières, 2009) e sul centro di detenzione di Chicoutimi (Dufaux e Vallières, 2011) consentono di cogliere la struttura spaziale di edifici e la loro relazione allo spazio pubblico circostante in vista delle future trasformazioni. Comprendere la morfogenesi degli edifici permette di evidenziare la complessità degli edifici e il loro valore patrimoniale ed è un vero e proprio strumento per le scelte progettuali. Più recentemente, un ampio progetto di ricerca (2017-2022), finanziato dal Ministero dell’Educazione del Québec, ha affrontato tra vari altri argomenti, le caratteristiche morfologiche delle Scuole pubbliche, erette in grande maggioranza (75%) prima del 1980. L’analisi intende informare le trasformazioni previste nel prossimo decennio. L’architettura scolastica è in gran parte retorica, nel senso che forme e componenti fanno parte di un discorso e di un progetto educativo in cui il tema dell’innovazione e delle nuove idee sono sempre in primo piano nel design. Un articolo di recente pubblicazione sui criteri di progettazione della classe (Wagner-Lapierre, Zarié, 2021) sottolinea la relazione tra ideali educativi e scelte di progettazione morfologica. Lo studio per l’integrazione urbana della stazione dei traghetti di Lévis (Vallières e Moretti, 2011) rivela l’importanza del paesaggio storico tra le due sponde del St.-Lawrence. Ha inoltre contribuito alla comprensione della formazione dello spazio pubblico e del paesaggio storico in cui l’infrastruttura è inserita. D’altro canto, l’analisi tipologica mette in luce le logiche interne legate alla funzione stazione fluviale. L’intersezione di questi due diversi punti di vista ha supportato l’elaborazione di schemi concettuali e volumetrici come linee guida progettuali. In questo modo il nuovo edificio è generatore di spazio pubblico, rispondendo anche alla scala tipologica dell’edificio e divenendo un elemento significativo del paesaggio patrimoniale.

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A scala cittadina, lo studio sull’integrazione del fiume Saint-Charles a Quebec City ha aperto le porte a una serie di nuovi progetti di passerelle ed alla riqualificazione di ponti veicolari esistenti con l’obiettivo di migliorare la permeabilità urbana. In questo caso, un’analisi sincronica e diacronica dei tessuti urbani adiacenti ha permesso di comprendere le problematiche a scala urbana. L’utilizzo del metodo “space-syntax” ha invece permesso di la validazione del nuovo ruolo delle diverse strade a seguito dell’introduzione delle nuove passerelle (Dufaux e Moretti, 2017).

Some research dealt with the understanding of the forms of the contemporary built environment in the specific case of the North American city. Moretti (1998 and 2004) highlights the process of forming shopping centres while emphasizing the importance of the context of insertion. On the other hand, Morissette (2011) graduate thesis addressed initially the design of the extensive motorway network in Quebec City since the 1960s. The research discovered the ideological and technical references implemented in the road design and restructuration after the First World War. The nature of infrastructures design is a key component to understand the landscape evolution in open economy geared at exporting for foreign market natural resources.

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L’analisi morfologica permette di comprendere la formazione e l’evoluzione del paesaggio nord-americano a diverse scale. L’analisi approfondita dei processi progettuali e costruttivi consente di approfondire la comprensione della riproduzione fedele o irrispettosa di modelli, tipologie e norme urbanistiche e architettoniche, in particolare a seguito della modernizzazione del dopoguerra dopo il 1945. Al contrario, strumenti e concetti morfologici possono contribuire a valutare i cambiamenti che rivelano l’adattamento a circostanze specifiche – geografiche, temporali, culturali, economiche, sociali – che esprime diversi livelli di ibridazione nell’ambiente costruito. L’educazione architettonica in Nord America ha seguito il modello “storia e teoria” dopo il 1990 (Zaera-Polo, 2004). Questo quadro intendeva collegare la scelta progettuale in una relazione tangenziale con studi e teorie sociali e culturali. Le numerose discussioni accademiche rimangono tuttavia silenziose nello spiegare le soluzioni progettuali a scala architettonica e del design urbano. I metodi tipo-morfologici, mettendo in evidenza scelte formali e processi a varie scale, forniscono i presupposti per una comprensione approfondita delle risposte spaziali attuate nei diversi casi, sollevando così il problema della coerenza tra progetto e discorso. Questo è il livello di ibridazione inerente al design. Il Nord America presenta un territorio di occupazione sedentaria più recente, con un’età compresa tra i 100 e i 400 anni. La parte ibrida descrive la reinterpretazione critica o spontanea delle tradizioni costruttive portate dagli europei. Continua nello sviluppo moderno, trasgredendo l’ideale normativo dello stato sociale. Le sfide contemporanee dello sviluppo sostenibile, vale a dire riconsiderare il contesto locale come una base piuttosto che una realtà da standardizzare, suggeriscono un riconoscimento dell’approccio ibrido per affrontare l’ambiente naturale e antropico. La tipo-morfologia fa luce sulle scelte da progettuali in divenire.

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Understand in order to project The North American city has great potential for exploring the relationships between existing urban and architectural forms, which are relatively recent, and the contemporary project. Indeed, often the contemporary project is part of an edification process that is underway, even in the cities’ central core which are not crystallized as in more stratified contexts. In this case, the analysis of the urban and typological evolution is possible thanks to the use of an accessible cartography, which makes it possible to highlight the stages of formation and transformation of the urban fabric which remains an open process for the contemporary project (Moretti, 2021). In recent years, several works based on the study of architectural, urban, and territorial typologies have shed light on the design process or regulatory interventions at different scales. The vast majority of these are significative contexts from a heritage point of view, whether for collectively important buildings or for interventions in relevant cultural landscapes. At the architectural level, the analyses carried out on Montmagny’s courthouse (Dufaux and Vallières, 2009) and on the Chicoutimi detention centre (Dufaux and Vallières, 2011) allow to grasp the spatial structure of buildings and spaces. Surrounding audiences in view of the transformations to come. Understanding the morphogenesis of buildings allows to understand the complexity of buildings and their heritage value and is a real tool for project choices. More recently, a large research project (20172022) funded by the Quebec department of Education addresses, addressed among various other topics, the morphological characteristics of the public Schools, erected at 75% before 1980. The analysis intends to inform the foreseen renovations in the next decade. School architecture is largely rhetorical in the sense that forms and components are part of an education discourse and project where the theme of innovation and new ideas are always in the design foreground. A newly published paper about the classroom design criteria (Wagner-Lapierre, Zarié, 2021) underlines the relationship between education ideals and morphological design choices. The study for the urban integration of the Lévis ferry-station (Vallières and Moretti, 2011) reveals the importance of the historical landscape between the two banks of the St.-Lawrence. It further contributed to the understanding of the formation of the public space surrounding this infrastructure. On the other hand, a study of the river station typology highlights the internal logics linked to the function. These intersection of these two views supported the design of conceptual diagrams for a new station. It answered the provision of a new public space, an understand-

Conclusione

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Conclusion Morphological analysis allows to understand the formation and the evolution of the North American landscape at different scales. The detailed dismantling of the design and construction processes allows a refine understanding of the faithful or unrespectful reproduction of planning and architectural models, types and norms, notably following the post-war modernisation after 1945. Conversely, morphological tools and concepts assess the changes which disclose the adaptation to specific circumstances – geographical, timewise, cultural, economic, social – which expresses various levels of hybridization in the built environment. Architectural education in North American followed the “history and theory” model after 1990 (Zaera-Polo, 2004). This framework intended to link design choice in a tangential relationship to social and cultural studies and theory. The numerous academic discussions nevertheless remain quiet in explaining design solutions at the urban design and architectural scales. The typo-morphological methods by exposing formal choices and the processes at various scale, provides the spatial answers implemented, which raise the issue of consistency between design and discourse. This is the level of hybridization inherent to design. North America presents a more recent sedentary occupation territory, between 100 and 400 years old. The hybrid part describes the critical or spontaneous reinterpretation of the constructive traditions brought by Europeans. It continues in modern development, transgressing the normative ideal of the welfare state. The contemporary challenges of sustainable development, that is to say to consider again the local context as a basis rather than a reality to be standardized, suggests a recognition of the hybrid approach to deal with the natural and anthropogenic environment. Typo-morphology sheds a light on the choices to be made.

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ing of the specific landscape, while responding to the technical challenges specific to a river ferry-station type. At the city scale, the Saint-Charles River integration study in Quebec City opened the door to a series of new Foot Bridges projects and the redevelopment of existing vehicular bridges with the goal of improving urban permeability. In this case, a synchronic and diachronic analysis of the adjacent urban fabrics allowed the understanding of the urban issues. On the other hand, the use of the space-syntax method made it possible to verify the new role of the different streets following the introduction of the new pedestrian bridges (Dufaux and Moretti, 2017) (fig 3).

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urbanform and design Ecco un altro pezzo del mondo di Carlo

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DOI: 10.48255/2384-9207.16.2021.024

Efisio Pitzalis

Dip. di Architettura e Disegno Industriale, Università degli Studi Unicampania “Luigi Vanvitelli” E-mail: efisio.pitzalis@gmail.com

Prologo

Prologue Considering Saverio Muratori’s “working urban history” and the subsequent contribution of the “Architecture Group”, the Venice school deserves credit for having relaunched the study of urban phenomena, capturing the relationship between “urban morphology” and “building typology”, the inspiring principle of the “form” of the new expansion nuclei of the city. In historiographic and historical-documentary terms, the origin of these studies is to be traced in the analytical contribution of the German and French school between the end of the 19th and the first half of the 20th century through a systematic design that aims to reconstruct the line genealogy of the interventions on the city. The first branch of studies, that is to that branch that investigates topographic, parcel and cadastral variations, dates back to the interpretative surveys carried out in the Nordic area, in the Slavic, Soviet and Franco-Swiss regions by Georges Chabot, Pierre George, and Maximilien Sorre, leading exponents of early twentieth-century urban geography. On the other hand, the analysis of plans, layouts, and monuments by Steen Eiler Rasmussen and John Summerson on London and by Werner Hegemann on Berlin can be traced back to the trend that focuses interest on the building structure in its historical evolution.

Alla luce della “operante Storia urbana” di Saverio Muratori e del successivo contributo del “Gruppo Architettura”, alla scuola di Venezia va riconosciuto il merito di aver rilanciato lo studio dei fenomeni urbani cogliendo nel rapporto tra “morfologia urbana” e “tipologia edilizia” il principio ispiratore della “forma” dei nuovi nuclei di espansione della città. In termini storiografici e in chiave storico-documentaria, l’origine di tali studi è da rintracciare nell’apporto analitico della scuola tedesca e francese tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo attraverso un disegno sistematico che mira a ricostruire la linea genealogica degli interventi sulla città. Al primo ramo di studi, ovvero a quella branca che indaga le variazioni topografiche, parcellari e catastali, risalgono le perlustrazioni interpretative compiute in area nordica, nelle regioni slave, sovietiche e franco-svizzera da Georges Chabot, da Pierre George e da Maximilien Sorre, esponenti di punta della geografia urbana d’inizio Novecento; al filone che focalizza l’interesse sulla struttura edilizia nella sua evoluzione storica sono invece riconducibili le analisi dei piani, dei tracciati e dei monumenti di Steen Eiler Rasmussen e di John Summerson su Londra e di Werner Hegemann su Berlino.

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Here is another piece of Carlo’s world

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05| Punti di vista

| Efisio Pitzalis | ISSN 2612-3754 (print) ISSN 2384-9207 (online)_n.16-2021

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Square Because of the pedagogical purpose that runs through this paper, it is necessary to premise that there was a sharp contrast between different disciplinary orientations from the point of view of the historical-analytical investigation. Among these is one empirical matrix – to which Bruno Zevi refers for example – which consists of adapting to the theoretical thought of Anglo-American roots summarized in an epistemological context by Charles Sanders Peirce and, subsequently, in a strictly philosophical key by Karl Popper. The denial or validation of an initial intuition is pursued through a progressive abductive reorganization that proceeds through a continuous correction of verification of the facts. An approach that moves from the impracticability of the experimental method postulated in the field of historiography by Johann Gustav Droysen in Sommario di Istorica (Grundiss der Historik, 1868) and which inspires historical research based on four moments: method, heuristics, critique of sources, and interpretation, by which the initial formulations undergo those changes imposed by the comparison with documentary evidence to “understand by investigating” ac-

In vista del proposito pedagogico che percorre questo scritto, ai fini dell’inquadramento in ambito nazionale, è necessario premettere che dal punto di vista dell’indagine storico-analitica vi fu un’accesa contrapposizione tra diversi orientamenti disciplinari. Tra questi ve n’è uno di matrice empirica – a cui si rifà per esempio Bruno Zevi – che consiste nell’adeguarsi al pensiero teoretico di radice anglo-americana riassunto in ambito epistemologico da Charles Sanders Peirce e, successivamente, in chiave strettamente filosofica da Karl Popper. Ovvero: della smentita o dell’avvaloramento di una intuizione iniziale perseguiti tramite un progressivo riordino retroduttivo che procede attraverso una continua correzione di verifica dei fatti. Un approccio che muove da quella impraticabilità del metodo sperimentale postulata in ambito storiografico da Johann Gustav Droysen in Sommario di istorica (Grundiss der Historik, 1868) e che ispira una ricerca storica fondata su quattro momenti: metodo, euristica, critica delle fonti e interpretazione, in virtù dei quali le formulazioni iniziali subiscono quei mutamenti imposti dal confronto con i riscontri documentari per “comprendere indagando” secondo una prospettiva parziale e soggettiva. A tale “pluralismo metodologico”, al di là del consenso riscosso da una critica puramente formale, si affianca un metodo induttivo che salda il legame tra “forma” e “contenuto” sistematizzando il processo di appropriazione del significato attraverso un piano di corrispondenze congruenti. Tale sistema è codificato nel sistema proposto da Erwin Panofsky, per il quale, nell’analisi di un’opera, esistono tre momenti particolari: 1. semantico (o del significato), 2. sintattico (o strutturale), 3. documentario; dove i primi due momenti sono avvalorati dal conforto del terzo come prova di legittimazione scientifica di una impresa

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cording to a partial and subjective perspective. This “methodological pluralism”, beyond the consensus gained by a purely formal criticism, is accompanied by an inductive method that welds the link between “form” and “content” by systematizing the process of appropriation of meaning through a plan of congruent correspondences. This system is encoded in the system proposed by Erwin Panofsky, for which, in the analysis of a work, there are three particular moments: 1. semantic (or meaning), 2. syntactic (or structural), 3. documentary; where the comfort of the third corroborates the first two moments as proof of the scientific legitimacy of a historical enterprise based on a comparative investigation. On the front of this classification inspiration, the initial task consists in collecting, filing, cataloging, comparing temporally distant events to be reconstructed through a clear genealogical perspective. The subtle controversy between the different visions within the historiographic analysis reconstructs a picture of divergent results. On the one hand, to an idea through which an attempt is made to formulate a linguistic vocabulary of architecture by extrapolating it from the work of the masters (in Rome and Florence with the researches of Bruno Zevi, Klaus Koenig, and Italo Gamberini); while on the other hand, they relate to the urban analysis studies conducted by Saverio Muratori (Venice and Rome) and by his students Paolo Maretto and Gianfranco Caniggia (in various universities) in an anti-modernist and anti-personalistic key, contrary to the alleged “freedom creative “by the purely formalist architect.

Fig. 1 - Schizzi di studio per il Palazzo del Cinema Venezia, 1990. Sketches for the Cinema Palace of Venice, 1990.

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storica incardinata sull’indagine comparativa. Sul fronte di questa ispirazione classificatoria il compito iniziale consiste nel raccogliere, schedare, catalogare, raffrontare eventi temporalmente distanti da ricostruire attraverso una chiara prospettiva genealogica. La sottile vena polemica che intercorre tra le differenti visioni interne all’analisi storiografica ricostruisce un quadro i cui risultati divergenti afferiscono, da un lato, a una idea tramite cui si tenta di formulare un vocabolario linguistico dell’architettura estrapolandolo dall’opera dei maestri (a Roma e a Firenze con le ricerche di Bruno Zevi, Klaus Koenig e Italo Gamberini); mentre dall’altro lato attengono agli studi di analisi urbana condotti da Saverio Muratori (Venezia e Roma) e dai suoi allievi Paolo Maretto e Gianfranco Caniggia (in varie sedi universitarie) in chiave anti-modernista e anti-personalistica, contraria alla presunta “libertà creativa” dell’architetto puramente formalista. Radici Ora, sulla scorta di una seppur sintetica ricostruzione e sullo sfondo di contrapposti significati, è bene ricordare alcune note metodologiche sottese ai diversi atteggiamenti in merito all’azione progettuale da condurre nel vivo dei nuclei urbani. L’ipotesi muratoriana considera il progetto di nuova edificazione come il risultato di un processo direttamente conseguente all’analisi del tessuto edilizio e dei tracciati territoriali. Egli postula il nesso morfo/tipologico, giusta l’accezione kantiana della “sintesi a priori”, come qualcosa che esiste già, seppur latente ma chiaramente individuabile, nella concatenazione dei tracciati, dei monumenti e dei vuoti urbani. L’attività di base consiste nel rivelarne i tratti abrasi per assoggettarli a una linea genealogica in grado di determinare

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Roots Now, based on a synthetic reconstruction and against the background of opposing meanings, it is good to recall some methodological notes underlying the different attitudes regarding the design action to be carried out in the heart of urban centers. The Muratorian hypothesis considers the new building project as the result of a process directly resulting from the analysis of the building fabric and territorial layouts. He postulates the morpho-typological link, according to the Kantian meaning of the “a priori synthesis”, as something that already exists, albeit latent but identifiable, in the concatenation of layouts, monuments, and urban voids. The essential activity involves revealing the abraded features to subject them to a genealogical line capable of determining that link in the evolutionary chain that is born and settles in the existing waste of the parcel tissue. The city is assimilated to a significant fossil find to be deciphered and completed through a project imbued with the plan’s movements, electing its history as an operational tool. The project is given as a summary code of the parameters and points of view on the city. His line of development unties the knots of a temporal stratification and recovers the original nucleus of a genesis whose projection aims at a consequential construction. In this sense, the completion work can only be aligned on a series of linked stages, under penalty of overrun in the fortuitous and arbitrary. From this perspective, the relief from life becomes the primary tool to reveal the “structural link” which, in a “gradual development over time”, oversees the concreteness of the city through the relationship of reciprocity between operating history and project. Ultimately, in the deterministic approach, the project is given as a “story” intertwined with the family tree of the city itself, in the reference to

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quell’anello della catena evolutiva che nasce e si insedia nello scarto esistente del tessuto parcellare. La città è assimilata a un grande reperto fossile da decifrare e completare attraverso un progetto che s’impregna dei movimenti del piano eleggendo la sua storia a strumento operativo. Il progetto, cioè, si dà come codice riassuntivo dei parametri e dei punti di vista sulla città. La sua linea di sviluppo scioglie i nodi di una stratificazione temporale e recupera il nucleo originario di una genesi la cui proiezione mira a una costruzione consequenziale. In tal senso, l’opera di completamento non può che allinearsi su una serie di tappe concatenate, pena lo sconfinamento nel fortuito e nell’arbitrario. Su tale prospettiva, il rilievo dal vero diviene lo strumento principe tramite cui disvelare il “nesso strutturale” che, in un “graduale sviluppo nel tempo”, sovrintende alla concretezza della città attraverso il rapporto di reciprocità tra Storia operante e progetto. In definitiva, nell’approccio deterministico, il progetto si dà come un “racconto” intrecciato all’albero genealogico della città stessa, nel richiamo a una radice etimologica che riattiva i meccanismi di quella “sintesi a priori” come strumento propedeutico all’azione di completamento.

an etymological root that reactivates the mechanisms of that “a priori synthesis” as a preparatory tool for the action of completion.

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Scena

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A fronte di tale principio di corrispondenza, l’ipotesi di Carlo Aymonino – di fatto critico rispetto alla idea di un rapporto diretto tra analisi e progetto – muove dalla nota definizione di tipo e di modello formulata da Quatremère de Quincy per recuperare l’idea di un modello analogico della città da contrapporre allo sviluppo evoluzionistico dei fatti urbani. In sintesi: laddove per Muratori il tipo è qualcosa da desumere sulla base dello studio delle permanenze, per Carlo Aymonino il tipo può inverarsi in un modello che serva nuovamente da archetipo. In questo caso, il progetto, diversamente da quanto prima descritto, s’incarica di riassumere i movimenti del Piano secondo un rapporto dialettico che spesso lo spinge alla messa in gioco di elementi contrastanti tra di loro e orchestrati secondo un meccanismo di trasfigurazione metamorfica. Ancora in sintesi: il procedimento muratoriano si relaziona in modo diretto alle matrici del sito, quello di Aymonino tende, per agglutinazione di forme, a moltiplicare artificiosamente nello spazio i punti di vista ingenerandosi in montaggio di attrazioni. Alla luce di quanto espresso, conviene quindi reintrodurre il concetto di “rapporto dialettico con la storia”. Per Aymonino, in relazione a tale rapporto, la città moderna è vista come opera in fieri, “a più incognite”, la cui storia attinge al passato e si dà proiettata nel futuro seguendo un incessante riordino retrospettivo. Il principio costitutivo del suo accrescimento asseconda l’inferenza dell’abduzione che il pensiero epistemologico di Peirce pone a fondamento del progresso della disciplina. Una città che, come la Roma di Sisto V e di Domenico Fontana o la Parigi di Haussmann e di Hardouin Mansart, organizzi delle direttrici, che cresca e si deformi intorno ad alcune emergenze (piazze, strade, monumenti), che direzioni gli assetti e che contempli anche la modificazione del work in progress. Un’opera, insomma, che per esistere ha bisogno di essere abitata, fruita, secondo il principio introdotto da Heinrich Wölfflin di “opera aperta”, e che, in accordo con le espressioni artistiche del Novecento, prefigura una incompletezza proclive a favorire la possibilità di accrescimento variabile. Da tali premesse, per Aymonino la città è un sistema in continuo sviluppo, un grande manufatto “distinguibile per parti”, come un corpo architettonico che occupa la scena in sottaciuto apparentamento al concetto di “città analoga”. Le proliferanti emblemature di ascendenza rossiana – rese note attraverso la celebre tavola alla Biennale di Venezia del 1976 – s’imprimono nei meccanismi associativi sperimentati nella proposta del “Piano per Roma Est” alla XV Triennale di Milano del 1973 (con N. Dardi e R. Panella) come concreta possibilità di saldare la rete urbana e territoriale a una successione di emergenze monumentali il cui bagaglio iconografico si nutre di un esercizio compositivo puramente additivo. In analogia con il procedimento rossiano, le cui trame urbane sovrapposte trattengono i pezzi di affezione montati nel “tumulto dell’insieme”, la proposta per Roma Est si compone di un tessuto residenziale che colma gli interstizi tra gli elementi

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Scene Faced with this principle of correspondence, the hypothesis of Carlo Aymonino – in fact, critical of the idea of a direct relationship between analysis and design – starts from the well-known definition of type and model formulated by Quatremère de Quincy to recover the idea of an analogical model of the city to contrast with the evolutionary development of urban facts. In summary: whereas for Muratori the type is something to be inferred based on the study of permanence, for Carlo Aymonino, the type can occur in a model that again serves as an archetype. In this case, unlike what has been described above, the project is responsible for summarizing the movements of the Piano according to a dialectical relationship that often pushes it to bring into play contrasting elements and orchestrated according to a mechanism of metamorphic transfiguration. Again, in summary: the Muratorian procedure relates directly to the matrices of the site, that of Aymonino tends, by agglutination of forms, to artificially multiply the points of view in space, generating in a montage of attractions. In the light of what has been expressed, it is therefore convenient to reintroduce the concept of “dialectical relationship with history”. For Aymonino, concerning this relationship, the modern city is seen as a work in progress, “with more unknowns”, whose history draws on the past and is projected into the future following an incessant retrospective reorganization. The constitutive principle of his growth supports the inference of abduction that Peirce’s epistemological thought places at the foundation of the progress of the discipline. A city which, like the Rome of Sixtus V and Domenico Fontana or the Paris of Haussmann and Hardouin Mansart, organizes guidelines, which grows and deforms around specific emergencies (squares, streets, monuments), which directs the structures and which also includes the modification of the work in progress. According to the principle introduced by Heinrich Wölfflin of “open work” and, following the artistic expressions of the twentieth century, the incompleteness is envisaged that favors the possibility of variable growth. From these premises, for Aymonino, the city is a system in continuous development, a significant artifact “distinguishable by parts”, like an architectural body that occupies the scene in unspoken connection to the concept of “analogous city”. The proliferating emblems of Rossian ancestry – made known through the famous panel at the 1976 Venice Biennale – are imprinted in the associative mechanisms experimented in the proposal of the “Plan for East Rome at the 15th Milan Triennale in 1973 (with N. Dardi and R. Panella) as a concrete possibility of joining the urban and territorial network to a succession of monumental emergencies whose iconographic baggage is nourished by a purely