U+D | N°17-18/2022

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PROGETTO URBANO E AREE CULTURALI

URBAN DESIGN AND CULTURAL AREAS

n.17/18

U+D

International Journal on Urban Morphology

G. Strappa editoriale, Aree culturali e crisi della globalizzazione - M. Ieva, N. Scardigno, G. Strappa dialoghi, Termini urbani - M. Ieva, Tempo, spazio e mutabilità nella diade durata/temporaneità della forma urbana - J.H. Gleiter, “Totalmente moderno”. Il complesso Weißenhof e il concetto modernista di temporalità - M. Turchiarulo, Londra: fenomenologia di una metamorfosi urbana. Il palinsesto orizzontale della “città di recinti” - M.P. Conzen, Permanenza morfologica e cambiamento nelle città americane contemporanee - A. Camporeale, La diade plasticità/elasticità nel processo delle trasformazioni urbane. Alcune osservazioni sul caso dell’area culturale iberica - L.A. de Armiño Pérez, V.M. Vidal Vidal, C. Vidal Climent, Rimodellare e rifondere. Due architetture nel processo di rinnovamento urbano di un centro storico: Alcoy 1988-2000 - M. Ieva, A. Siza, COR Arquitectos, Il nuovo non aggressivo nel progetto di Álvaro Siza e COR arquitectos a Gallarate - J. Sergison, Studio morfologico e progetto urbano - U. Schröder, Sugli spazi architettonici della città - C. Dias Coelho, S. Padrão Fernandes, Leggere la città, produrre la città. Considerazioni e manifesto - M. Maretto, Ricerca scientifica e progetto urbano. Saverio Muratori tra storia e paesaggio - M. Abaee, “Conglomerati tipo-morfologici”: come affrontare la sfida tra conservazione e sviluppo - L. Bagnoli, L’Habitat Urbano della macrodimensione - S. Clemente, Laboratorio Aperto Ferrara - G.B. Cocco, A. Manca, Una azione di resistenza urbana. Il progetto per l’Avenue des Champs-Élysées a Parigi - M. Ferrari, Instabilità della forma urbana. Il caso Londra - G. Galli, Vitruvius Europaeus. Esegesi di un documento programmatico di alto livello - S. Giunta, Un sistema di relazioni: un“rizoma” narrativo per Cefalù - R. Lucente, G. Canestrino, Barcellona: un modello in divenire per la città del XXI secolo - M. Marino, Il progetto frammentario. Indagine su San Gimignano - G.A. Neglia, Il progetto della città tra morfologie urbane e territoriali - P. Scala, Ieri, oggi e domani - N. Scardigno, Modificazione e continuazione. I termini della questione di un progetto urbano - R. Spera, L. Stendardo, Sotto la strada. Casi limite di morfologia urbana - F. Visconti, R. Capozzi, Una porta per Napoli. Il tema dell’ingresso alla città tra tessuti consolidati, porto, infrastrutture e aree industriali in transizione (ENGLISH TEXT INSIDE)

«L’ERMA» di BRETSCHNEIDER
2022 urbanform and design

U+D urbanform and design

Reg. Trib. Roma N°149 del 17 giugno 2014 info@urbanform.it

ISUFitaly_International Seminar on Urban FormItalian Network

DiAP_Dipartimento di Architettura e Progetto LPA Lab_Lettura e Progetto dell’Architettura

Direttore_Editor

Giuseppe Strappa, Univ. Sapienza Roma

Vicedirezione_Co-Editors

Paolo Carlotti, Univ. Sapienza Roma

Sede di Bari: Matteo Ieva, Polit. di Bari

Sede di Parma: Marco Maretto, Univ. di Parma

Sede di Firenze: Alessandro Merlo, Univ. di Firenze

Caporedattore_Assistant Editor

Giulia Annalinda Neglia, Polit. di Bari

Redazione_Editorial Team

Studi e Ricerche_Studies and Research

Mariangela Turchiarulo, Polit. di Bari

Punti di Vista_Viewpoints:

Nicola Scardigno, Polit. di Bari

Recensioni e Notizie_Book Reviews & News

Giuseppe Francesco Rociola, Polit. di Bari

Revisione testi inglese English texts reviews

Giuseppe Francesco Rociola, Polit. di Bari

Nicola Scardigno, Polit. di Bari

Progetto grafico e composizione_Graphic design

Antonio Camporeale, SSBAP Polit. di Bari

Collaboratori esteri Collaborators abroad

Youpei Hu, Univ. of Nanjing

Sérgio Padrão Fernandes, Univ. of Lisboa

Pierre Gauthier, Univ. Concordia Montreal

Comitato Scientifico_ Scientific Committee

Giuseppe C. Arcidiacono, Univ. di R. Calabria

Luis A. de Armiño Pérez, Univ. Polit. de Valencia

Enrico Bordogna, Polit. di Milano

Eduard Bru, Univ. Polit. de Catalunya

Brenda Case Sheer, Univ. of Utah

Giancarlo Cataldi, Univ. di Firenze

Michael P. Conzen, Univ. of Chicago

Carlos F. L. Dias Coelho, Univ. de Lisboa

Kai Gu, Univ. of Auckland

Pierre Larochelle, Univ. Laval

Nicola Marzot, TU Delft

Vicente Mas Llorens, Univ. Polit. de Valencia

Gianpiero Moretti, Univ. Laval Québec

Vitor Oliveira, Univ. de Porto

Attilio Petruccioli, Univ. Sapienza Roma

Franco Purini, Univ. Sapienza Roma

Carlo Quintelli, Univ. di Parma

Ivor Samuels, Univ. of Birmingham

Marco Trisciuoglio, Polit. di Torino

Processo di pubblicazione degli articoli

La rivista U+D urbanform and design adotta un processo di valutazione e revisione dei contributi presentati dagli autori in forma anonima avvalendosi della collaborazione di due revisori (double-blind peer review). Gli autori che intendono pubblicare i propri contributi sulla rivista, sono invitati a presentare una proposta secondo le forme indicate nella call. Le proposte sono valutate dalla direzione della rivista sulla base di criteri di qualità riferibili soprattutto alla congruenza con le finalità della rivista, originalità, innovatività e rilevanza dell’argomento trattato, rigore metodologico e chiarezza espositiva, impatto nella comunità scientifica. Per le proposte accettate, la redazione invita gli autori a presentare lo scritto completo in italiano e in inglese (per gli stranieri è obbligatoria la sola lingua inglese). La procedura di valutazione avviene attraverso il giudizio di due revisori, esterni al comitato di redazione. La direzione individua, per ciascun contributo presentato, i nomi dei due revisori in relazione alla loro specifica competenza. I riferimenti che possono attribuire la paternità all’autore non compaiono nei files inviati ai revisori. Nel caso di discordanza tra i due pareri, il contributo è inviato a un terzo revisore, la cui valutazione consente di ottenere la maggioranza del giudizio. La valutazione e le indicazioni dei Revisori vengono comunicate agli Autori che procedono alla stesura finale del contributo. La decisione finale sulla pubblicazione del contributo spetta comunque al Direttore. Ove dovesse verificarsi una sostanziale modifica allo scritto da parte dell’Autore, la Direzione può decidere di riattivare il processo di valutazione.

Articles publishing process

U+D urbanform and design journal adopts an anonymous process of evaluation and review of the contributions presented, with the collaboration of two reviewers (double-blind peer review). Authors wishing to publish their contributions in the journal are invited to submit a proposal according to the forms indicated in the call. The proposals are evaluated by the direction of the journal considering quality criteria above all concerning the congruence with the aims of the journal, originality, innovation and relevance of the topic, methodological rigor and clarity of presentation, impact on the scientific community. The editorial board invites the authors of the accepted proposals to present the complete text in Italian and English (for foreigners only the English language is mandatory). The evaluation process takes place through the valuation of two reviewers external to the editorial board. The journal direction will choice, for each contribution submitted, the names of the two reviewers selected for their specific competence. References that can make authorship recognized by the reviewers will not appear in the files sent to them. In the event of a divergence between the two opinions, the contribution will be sent to a third reviewer, whose valuation allows to obtain the majority of the opinion. The evaluation and indications of the Reviewers will be communicated to the Authors who will proceed to the final writing. The final decision on the publication of the contribution rests, however, with the Director. Should a substantial modification by the author to the written document occur, the editors may decide to activate the evaluation process again.

L’Editore è a disposizione degli eventuali proprietari di diritti sulle immagini riprodotte nel caso in cui non si fosse riusciti a chiedere la debita autorizzazione. Chiuso in redazione nel dicembre 2022.

The publisher is available to any owners of the images rights in the event that it has not been possible to request due authorization. Closed by the editorial board in December 2022.

Consultabile su/Available on: https://www.urbanform.it/

DOI: 10.48255/2384-9207.UD 17-18 2022

ISSN 2384-9207 (Online) ISSN 2612-3754 (Print)

ISBN 978-88-913-0000-0 (Print) ISBN 978-88-913-0000-0 (Pdf)

In copertina: Giovanni Astengo. Ridisegno della Cité Industrielle da un originale di Tony Garnier.

On the cover: Giovanni Astengo. Redrawing of the Tony Garnier’s Cité Industrielle

Indice_Contents

2022 anno IX_n.17/18

Editoriale_Editorial

E| Giuseppe Strappa

Aree culturali e crisi della globalizzazione Cultural areas and the crisis of globalization

Dialoghi_Conversations

D| Matteo Ieva, Giuseppe Strappa, Nicola Scardigno

Termini urbani. Conversazioni con Nicola Emery, Maurizio Ferraris, François Jullien Urban terms. Conversations with Nicola Emery, Maurizio Ferraris, François Jullien

Diadi_Dyads

1| Matteo Ieva

Tempo, spazio e mutabilità nella diade durata/temporaneità della forma urbana Time, space and mutability in the dyad Duration and Temporariness of Urban Form

2| Jörg H. Gleiter

“Totalmente moderno”. Il complesso Weißenhof e il concetto modernista di temporalità “Totally modern”. The Weissenhof Estate (Weissenhofsiedlung) and the modern concept of temporality

3| Mariangela Turchiarulo

Londra: fenomenologia di una metamorfosi urbana. Il palinsesto orizzontale della “città di recinti” London: phenomenology of urban metamorphosis. The horizontal palimpsest of the “city of enclosures”

4| Michael P. Conzen

Permanenza morfologica e cambiamento nelle città americane contemporanee Morphological permanency and change in contemporary American Cities

5| Antonio Camporeale

La diade plasticità/elasticità nel processo delle trasformazioni urbane. Alcune osservazioni sul caso dell’area culturale iberica

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Process and transformation through the “plastic/elastic” dyad. A first investigation on the Iberian Peninsula

6| Luis A. de Armiño Pérez, Vicente M. Vidal Vidal, Ciro Vidal Climent

Rimodellare e rifondere. Due architetture nel processo di rinnovamento urbano di un centro storico: Alcoy 1988-2000

Remodelling And Recasting. Two Works In The Urban Renewal Process Of A Historical Centre: Alcoy 1988-2000

Saggi e Progetti_Essays and Projects

1| Matteo Ieva, Alvaro Siza, COR Arquitectos

Il nuovo non aggressivo nel progetto di Álvaro Siza e COR arquitectos a Gallarate

The non aggressive new as Alvaro Siza and COR arquitectos project for Gallarate

2| Jonathan Sergison

Studio morfologico e progetto urbano

Morphological study and urban project

3| Uwe Schröder

Sugli spazi architettonici della città About Architectural Spaces of the City

4| Carlos Dias Coelho, Sérgio Padrão Fernandes

Leggere la città, produrre la città. Considerazioni e manifesto Reading the city, building the city. Reflections and manifesto

5| Marco Maretto

Ricerca scientifica e progetto urbano. Saverio Muratori tra storia e paesaggio Scientific Research and Urban Design. Saverio Muratori between History and Landscape

Punti di vista_Viewpoints

1| Mazyar Abaee

“Conglomerati tipo-morfologici”: come affrontare la sfida tra conservazione e sviluppo

“Typo-Morphological Conglomerates”: Facing a challenge in the preservation development dichotomy

2| Lorenzo Bagnoli

L’Habitat Urbano della macrodimensione The Urban Habitat of macrodimension

3| Susanna Clemente

Laboratorio Aperto Ferrara Open Workshop Ferrara

4| Giovanni Battista Cocco, Andrea Manca

Una azione di resistenza urbana. Il progetto per l’Avenue des Champs-Élysées a Parigi

An action of urban resistance. The Avenue de Champs-Élysées Project in Paris

5| Mario Ferrari

Instabilità della forma urbana. Il caso Londra Form Doesn’t Matter. London’s Lack of Shape as a Manifesto

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6| Giovanni Galli

Vitruvius Europaeus. Esegesi di un documento programmatico di alto livello Vitruvius Europaeus. Exegesis of a high-level programmatic document

7| Santo Giunta

Un sistema di relazioni: un“rizoma” narrativo per Cefalù

A system of relationships: a narrative “rhizome” for Cefalù

8| Roberta Lucente, Giuseppe Canestrino

Barcellona: un modello in divenire per la città del XXI secolo Barcelona: a model in the making for the 21st century city

9| Marco Marino

Il progetto frammentario. Indagine su San Gimignano

Piecemeal planning. Survey on San Gimignano

10| Giulia Annalinda Neglia

Il progetto della città tra morfologie urbane e territoriali

The project of the city between urban and territorial morphologies

11| Paola Scala

Ieri, oggi e domani

Yesterday, Today and Tomorrow

12| Nicola Scardigno

Modificazione e continuazione. I termini della questione di un progetto urbano

Modification and continuation. Question terms of an urban project

13| Raffaele Spera, Luigi Stendardo

Sotto la strada. Casi limite di morfologia urbana

Below the road. Borderline cases in urban morphology

14| Federica Visconti, Renato Capozzi

Una porta per Napoli. Il tema dell’ingresso alla città tra tessuti consolidati, porto, infrastrutture e aree industriali in transizione

A gateway to Naples. The theme of the gateway to the city between consolidated urban fabric, the harbour, infrastructures and industrial areas in transition

Recensioni e Notizie_Book Reviews & News

R1| Intini P., Intini P.P., Quartulli A. (a cura di) Plinio e Paolo Marconi architetti per l’Ente Riforma in Puglia, Basilicata e Molise. La chiesa dell’Assunta di Lamadacqua a Noci: un restauro del moderno (Giovanni Carbonara)

Intini P., Intini P.P., Quartulli A. (eds.) Plinio e Paolo Marconi architetti per l’Ente Riforma in Puglia, Basilicata e Molise. La chiesa dell’Assunta di Lamadacqua a Noci: un restauro del moderno (Giovanni Carbonara)

R2| Heike Hanada (a cura di), Public buildings at the beginning of the 21st century (Franziska Kramer)

Heike Hanada (ed.), Public buildings at the beginning of the 21st century (Franziska Kramer)

R3| Karl Kropf, The Handbook of Urban Morphology (Marco Maretto) Karl Kropf, The Handbook of Urban Morphology (Marco Maretto)

R4| Federico Vercellone, Salvatore Tedesco (a cura di), Glossary of Morphology (Marco Maretto)

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Federico Vercellone, Salvatore Tedesco (eds.), Glossary of Morphology (Marco Maretto)

R5| Santi Centineo, Representamen. Musica, architettura degli interni, società (Pierluigi Salvadeo)

Santi Centineo, Representamen. Music, interior design, society (Pierluigi Salvadeo)

R6| Manuela Madeddu, Xiaoqing Zhang (a cura di), Feng Shui and the City. The Private and Public Spaces of Chinese Geomancy (Marco Trisciuoglio) Manuela Madeddu, Xiaoqing Zhang (ed.), Feng Shui and the City. The Private and Public Spaces of Chinese Geomancy (Marco Trisciuoglio)

R7| M.R.G. Conzen, Alnwick, Northumberland. Análise do Plano de Cidade, traduzione di Vítor Oliveira e Cláudia Monteiro (Mariangela Turchiarulo) Alnwick, Northumberland. Análise do Plano de Cidade, translation by Vítor Oliveira and Cláudia Monteiro (Mariangela Turchiarulo)

R8| Loredana Ficarelli (a cura di), Alberto Campo Baeza

Palinsesto architettonico (Alberto Ulisse)

Loredana FIcarelli (ed.) Alberto Campo Baeza. Architectural palimpsest (Alberto Ulisse)

N1| Mariangela Turchiarulo

Pensare l’Architettura, Ciclo di seminari sul tema del rapporto tra Teoria e Progetto, Bari, 10 marzo 2022 - 23 giugno 2022

Thinking Architecture. A cycle of seminars on the theme of the relationship between Theory and Design, 10 March 2022 - 23 June 2022, Bari

N2| Francesca D. De Rosa

Composizione architettonica e tipologia edilizia. L’insegnamento di Gianfranco Caniggia, Giornata di studi, Roma, 3 maggio 2022

Composizione architettonica e tipologia edilizia. L’insegnamento di Gianfranco Caniggia, Study day, Rome 3 may 2022

N3| Alice Monacelli

U+D Prize, Premio per la migliore Tesi di Dottorato Italiana in Morfologia Urbana

U+D Prize, Prize for the best Italian PhD Thesis in Urban Morphology, 10 June 2022

N4| Alice Monacelli

Morphology and Urban Design. New strategies for a changing society, 6th ISUFitaly International Conference, Bologna 8-10 giugno 2022

Morphology and Urban Design. New strategies for a changing society, 6th ISUFitaly International Conference, Bologna, 8-10 June 2022

N5| Alessandra Pusceddu

ISSUM International School in Urban Morphology, Scuola Internazionale di Progettazione, Roma, 20-28 giugno 2022

ISSUM International School in Urban Morphology, Rome, 20th June-28th June 2022

N6| Francesca D. De Rosa

KAEPUB - Knowledge Alliance for Evidence-Based Urban Practices, Business Model Workshop, Porto, 26-29 luglio 2022

KAEPUB - Knowledge Alliance for Evidence-Based Urban Practices Business Model Workshop, Porto, 26-29 July 2022

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N7| Luigi Franciosini, Fabrizio Toppetti

Etruscan Places. Mediterranean Glances, Workshop internazionale di progettazione, Castello di Santa Severa, Roma, 5-17 settembre 2022

Etruscan Places. Mediterranean Glances, International Design Workshop, Santa Severa Castle, Rome, 5-17 September 2022

N8| Redazione

ISUF Regional Networks 2022 Meeting, Łódź, 6 settembre 2022 ISUF Regional Networks 2022 Meeting, Łódź, 6 September 2022

N9| Matteo Ieva

Inaugurazione Fondo “Claudio D’Amato Guerrieri”, Aula Magna Domus Sapientiae, dipartimento ArCoD Architettura, Costruzione e Design, Politecnico di Bari, 19 ottobre 2022

Opening of the Claudio D’amato Guerrieri Fund, Aula Magna Domus Sapientiae, dip. ArCoD Architettura, Costruzione e Design, Politecnico di Bari, 19 October 2022

N10| Giulia Annalinda Neglia

Arido. Progetti e azioni per paesaggi lungimiranti, 24-25 novembre 2022, Bari Arido. Design and Actions for Forward-looking Landscapes, 24-25 November 2022

N11| Mazyar Abaee

La fondazione di un network iraniano di morfologia urbana. Iniziare il nuovo per studiare le radici Iranian Network of Urban Morphology, starting a new to study the rooted

N12| Giancarlo Cataldi, Giuseppe Strappa

L’eredità di Paolo Vaccaro

The heritage of Paolo Vaccaro

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Cultural areas and the crisis of globalization

This issue of our journal is devoted to the urban project considered in its relationship with the studies on the form of the city that generate, or at least explain, choices, designs, programs. In the belief that investigations into urban morphology are themselves a product of the environment in which they developed, the issue is also dedicated to the theme of the formation and persistence of the notion of “cultural area” in the contemporary condition. A subject familiar not only to the Muratorian school (think, not to quote Vitruvius, to the many researches of modern geographers, from Friedrich Ratzel to Carl Sauer). But do cultural areas still exist, meaning by this term social, geographical, political areas in which a set of shared values, languages, techniques has been consolidated? In a phase of history in which everything seems to coexist, all participating in a common universe, from that of images to the economic one, within which the city is transformed? The question of the specificities related to the context poses, for us architects the other quite hard problem of the circulation of ideas and architectural projects. The notion of cultural area was taken for granted until times not too distant from us. The builder who in the past intervened in base building (until at least the mid-eighteenth century) knew a shared type of house that he had the task of building within a community. He often did not even need, therefore, graphic documents. But even in special building, in the construction of palaces and monuments, the critical awareness that the project required was above all linked to the “documentary” value of the urban environment, in the architect’s empathy with the objects that surrounded him. An consciousness that stemmed from the physical (inhabited space) and perceptive (the form read in built reality) relationship with the city in transformation. The shared prediction that each project possessed also contained a fulfilment, the history of stages of transformations provisionally concluded and endowed with their own generality, encompassing knowledge and generalizable characteristics within communities capable of understanding their meaning.

On the other hand, a fundamental character of the contemporary design seems to be its autonomy from the real built environment. It has gradually acquired, over time, procedures independent, if not autonomous, from the contingencies of built reality. The document itself becomes a cultural object, indeed it places itself at the very centre of the reasoning on building: it is a statement, the verification of which is not given only through

Editoriale

Aree culturali e crisi della globalizzazione

DOI: 10.48255/2384-9207.UD 17-18.2022.01

DiAP, Dipartimento di Architettura e Progetto, Sapienza Università degli Studi di Roma E-mail: giuseppe.strappa@uniroma1.it

Questo numero della rivista è dedicato al progetto urbano considerato nel suo rapporto con gli studi sulla forma della città che generano, o almeno spiegano, scelte, disegni, programmi. Nella convinzione che le indagini sulla morfologia urbana siano esse stesse un prodotto dell’ambiente in cui sono maturate, il numero è dedicato anche al tema della formazione e persistenza della nozione di “area culturale” nella condizione contemporanea. Argomento familiare non solo alla scuola muratoriana (si pensi, senza scomodare Vitruvio, alle tante ricerche dei geografi moderni, da Friedrich Ratzel a Carl Sauer).

Ma esistono ancora le aree culturali, intendendo con questo termine ambiti sociali, geografici, politici nei quali si è consolidato un insieme di valori, linguaggi, tecniche condivise? In una fase della storia, peraltro, nella quale tutto sembra coesistere, tutto partecipare di un comune universo, da quello delle immagini a quello economico, all’interno del quale la città si trasforma?

La questione delle specificità legate al contesto pone per noi architetti, in realtà, l’altro problema, assai arduo, della circolazione delle idee e dei progetti di architettura.

La nozione di area culturale era scontata fino a tempi non troppo distanti da noi. Il costruttore che nel passato interveniva nell’edilizia di base (fino almeno alla metà del XVIII secolo) conosceva un tipo condiviso di casa che aveva il compito di edificare all’interno di una comunità. Spesso non aveva neppure bisogno di documenti grafici. Ma anche nell’edilizia speciale, nella costruzione degli edifici pubblici, dei palazzi e dei monumenti, la coscienza critica che il progetto richiedeva era soprattutto legata al valore “documentario” dell’ambiente urbano, in una solidale empatia dell’architetto con gli oggetti che lo circondavano. Una consapevolezza che derivava dal rapporto fisico (lo spazio abitato) e percettivo (la forma letta nella realtà costruita) con la città in trasformazione. La predizione condivisa che ogni progetto possedeva, conteneva anche un compimento, la storia di fasi di trasformazioni provvisoriamente concluse e dotate di una loro totalità, racchiudenti cognizioni e caratteri generalizzabili all’interno di comunità in grado di comprenderne il significato. Carattere fondamentale del progetto contemporaneo sembra, invece, una sua autonomia rispetto al costruito reale. Esso ha acquisito, progressivamente nel tempo, procedure indipendenti, se non proprio autonome, dalle contingenze della realtà costruita. Il documento diviene esso stesso oggetto culturale, anzi si pone al centro del ragionamento sul costruire: è un enunciato, la cui verifica non si dà solo attraverso l’esito. Dotato di un proprio divenire processuale, esso è divenuto testimonianza distinta da quella fisica, ma non meno rilevante. Ci si chiede, allora, come mai, in un contesto di ampia circolazione del documento, ormai all’interno di una cultura digitale che ne permette l’immediata trascrizione e comunicazione, possano sopravvivere specificità e distinzioni.

Credo che, in realtà, esistano “aree culturali del documento”, ambiti documentali all’interno dei quali la produzione possiede alcuni caratteri comuni. Nonostante il flusso planetario di informazioni e immagini, è un dato di fatto che esistano anche forme di circolazione localizzate e produzioni riconoscibili per caratteri comuni all’interno di comunità culturali, non necessariamente legate a un contesto geografico.

| Giuseppe Strappa | ISSN 2612-3754 (print) ISSN 2384-9207 (online)_n.17/18-2022

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U+D 0E| Editoriale
Editoriale | Editorial U+D
n.17/18
urbanform and design 2022

Si danno infatti, nella condizione contemporanea, domini di maggiore pertinenza del documento, di più evidente comprensione e condivisione che persistono nonostante la circolazione infinita delle informazioni. Un’area relativa alla competenza, per usare un espressione di Chomsky (“ogni uomo normale ha sviluppato per sé stesso una perfetta competenza nel suo linguaggio nativo”) anche se questa non corrisponde necessariamente, ma non è del tutto una novità, ad ambiti geografici perimetrati. La competenza, in architettura, può allora essere definita come la capacità di produrre forme il cui significato è condiviso all’interno di un’area culturale. La quale deve fare i conti, oggi, con la globalizzazione e la sua crisi, con la interdipendenza tra aree, con la loro specializzazione produttiva e l’incremento di scambi che genera. Ma alla quale si va sovrapponendo e spesso sostituendo, in tempi recentissimi, la formazione di gruppi di aree a forte integrazione in competizione tra loro per l’egemonia non solo economica, ma anche tecnica e culturale. La fase storica che stiamo attraversando è molto complessa e le semplificazioni nell’interpretarla sono pericolose. Da una parte non c’è dubbio che il mito dell’integrazione globale, sorto alla fine degli anni ’80 con la caduta del Muro di Berlino, abbia subito colpi durissimi: la crescita, dovunque, delle barriere create dalla disuguaglianza sociale, gli effetti del protezionismo di Trump, le divisioni provocate dalla Brexit, le conseguenze della pandemia che ha isolato a lungo intere parti del pianeta, la nuova divisione in blocchi politico-militari creata dalla guerra in Ucraina, sono solo manifestazioni macroscopiche di un generale fenomeno di risuddivisione del mondo che le statistiche sugli scambi internazionali confermano. Ma, dall’altra, è anche vero che altri aspetti dell’integrazione globale hanno dimostrato una grande tenuta, come la collaborazione scientifica e la comunicazione attraverso i media, in inarrestabile espansione. La fine della

Giuseppe Strappa | ISSN 2612-3754 (print) ISSN 2384-9207 (online)_n.17/18-2022 |

the outcome. Endowed with its own forming process, it has turned in a distinct testimony from the physical one, but no less relevant. One wonders, then, why, in a context of wide circulation of the document, within a digital culture that allows its immediate transcription and communication, specificities and distinctions can survive. I believe that there are “cultural areas of the document”, documentary regions within which the production has some common characters. Despite the planetary flow of information and images, it is a fact that there are also localized forms of circulation and productions that are recognizable by common features within cultural communities, not necessarily linked to a geographical context. In fact, in the contemporary condition, there are domains of more evident understanding and sharing that persist despite the unlimited circulation of information. Areas relating to competence, to use a Chomsky expression (“every normal man has developed for himself a perfect competence in his native language”) even if this does not necessarily correspond, but is not entirely new, to geographical perimeters. Competence, in architecture, can then be defined as the ability to produce forms whose meaning is shared within a cultural area. Today, it has to deal with globalization and its crisis, with the interdependence between areas, with their productive specialization and the increase in exchanges that it generates. But to which it is overlapping and often replacing, in very recent times, the formation of

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U+D 0E| Editorial
Fig. 1 - Franco Purini, Nicola Marzot, Margherita Petranzan, Livio Sacchi (coordinatori), VEMA progetto urbano per la Biennale di Architettura di Venezia (2006). Franco Purini, Nicola Marzot, Margherita Petranzan, Livio Sacchi (coordinators), VEMA urban design for the Biennale di Architettura di Venezia (2006).

Urban design for 6000 houses in the Spoorzone in Dordrecht (2020-21).

highly integrated groups of areas competing with each other for not only economic, but also technical and cultural hegemony. I am persuaded that, today, the cultural area has to do with language. In the Archaic age, things were not distinguished from its name. Creation itself was naming things by distinguishing them from others. On the other hand, contemporary thought attributes to language an its own rationality independent of the subject, a structure that is intertwined with external conditions: social, cultural, environmental. A linguistic paradigm (in the words of Lucio Cortella) extended to communities that share the same competence, rather than to geographical areas. Today, new diversifications, demarcations, belonging must also be taken into account: the extent of technology, the set of rules that are opposed to the randomness of the production of goods (architecture as a product) which give unity to doing and evidently much more persistent than the rapid and fleeting circulation of images. There is no doubt, in order to remain within the urban form, of the permanence of opposite and complementary characters: of organic cities that retain, with respect to their center, a hierarchy of poles, paths, fabrics and metropolises that have no beginning, center, end, where everything is serial and objects do not establish relationships of necessity linked to a legible form: the conurbations on the outskirts of Mediterranean cities, where the complexity of new urban structures preserves traces of a hidden link with form of the

globalizzazione è, dunque, un’affermazione controversa e, peraltro, di dubbia utilità. Per questo sono convinto che, oggi, la nozione di area culturale, in un’accezione utile agli studi sulla forma urbana, vada ridefinita all’interno di questa nuova condizione, tenendo conto di quanto essa sia aperta al rapido cambiamento.

Credo che essa abbia a che fare, ad esempio, col linguaggio. Nell’età arcaica non si distingueva la cosa dal suo nome. La stessa creazione era il nominare la cosa distinguendola dalle altre. All’estremo opposto il pensiero contemporaneo attribuisce al linguaggio una propria razionalità indipendente dal soggetto, una struttura che si intreccia con le condizioni esterne: sociali, culturali, ambientali. Un paradigma linguistico (per dirla con Lucio Cortella) esteso a comunità che condividono le stesse competenze, più che ad aree geografiche.

Và oggi tenuto conto di nuove diversificazioni, demarcazioni, appartenenze: del portato della tecnica, dell’insieme di regole che si contrappongono alla casualità della produzione di beni (l’architettura come bene prodotto) le quali danno unità al fare, anche esso pertinente ad aree culturali diverse, ed evidentemente molto più persistenti della rapida e fugace circolazione delle immagini.

Credo che non ci sia dubbio, per rimanere nell’ambito della forma urbana, della permanenza di alcuni caratteri opposti e complementari: di città organiche che conservano, rispetto al loro centro, una gerarchizzazione di poli, percorsi, tessuti e di metropoli che non hanno inizio, centro, fine, dove tutto è seriale e gli oggetti non stabiliscono tra loro rapporti di necessità espressi da una forma leggibile: le conurbazioni alle periferie delle città mediterranee, dove la complessità delle nuove strutture urbane conserva le tracce di un nascosto legame con la forma del suolo (con un territorio che si potrebbe utilmente

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| Giuseppe Strappa
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Fig. 2 - Mecanoo, progetto urbano per 6000 abitazioni nella Spoorzone a Dordrecht (2020-21).

considerare come storico) e i suburbi delle metropoli nordamericane, della successione interminabile di abitazioni unifamiliari ripetute su piccoli lotti. A questi caratteri sono applicabili altre diadi, come quella, fondamentale, di durata e rapida obsolescenza. Intendendo la durata non solo come il tempo di vita di una forma, ma anche il suo prolungarsi nel tempo secondo modi diversi, la sua capacità di permanere attraverso l’impronta che lascia, la trasmissione dei propri caratteri ad altre famiglie di forme le quali li ereditano e li trasmettono a loro volta. È durata non solo il sostrato antico che dà vita alle forme della città medievale, ma anche la visione ideale della città del Rinascimento la quale, mai tradotta in forma compiuta, ha dato vita a molteplici idee di formazione organica della città futura.

Forse la città del post-consumismo, sotto questo punto di vista, dovrà fare i conti con una revisione dei miti del moderno che sembrano essersi consolidati fino ai nostri giorni, nonostante la vastissima letteratura sulla loro crisi e la constatazione del loro fallimento.

Per ridefinire in termini contemporanei la nozione di area culturale, credo che occorra inquadrare il problema della trasformazione della città nelle sue espressioni generali ed extradisciplinari, all’interno delle nuove condizioni politico sociali che hanno originato inedite specificità.

Non solo valori, aspettative, programmi hanno loro peculiarità areali, ma le hanno le crisi politiche, i conflitti, le disuguaglianze. Le hanno le negoziazioni e le rivendicazioni sociali, i confronti etnici, gli scambi e le interazioni tra culture diverse, e poi l’antagonismo negli stili di vita, i conflitti fra generazioni. Perfino le diverse forme di ribellione: se gli sterminati ghetti di Harlem, Detroit, Chicago sembrano non avere alcun epicentro che li aggreghi, nelle banlieues parigine, nelle sacche di degrado alla periferia di molte metropoli europee, fin dagli anni Settanta il centro urbano viene percepito come il luogo delle merci e del consumo, del desiderio e dell’appropriazione sociale. Hanno loro specificità areali anche le politiche di trasformazione urbana relative ai cambiamenti climatici. In Europa, ad esempio, la Commissione Ue ha affidato le scelte del piano per ridurre a zero l’impatto climatico nel 2030, che prevede la trasformazione di cento città pilota, non ai governi centrali, ma alle governance locali, ad indicare il nuovo ruolo dei sindaci e il riconoscimento del significato politico di peculiarità e appartenenze. Credo che dovremmo porre molta attenzione, infine, al fatto che la nozione stessa di area culturale è un nuovo terreno di scontro. Sarebbe un grave errore lasciare ai nuovi nazionalismi identitari questo patrimonio, permettere che venga data un’interpretazione conservatrice, pragmatica ed egoista al risorgere delle specificità ed anche delle nuove piccole patrie. Le quali sembrano, al contrario, tendenzialmente legate a una nuova dimensione sociale ed affettiva del modo di abitare una parte di mondo individuata e limitata: di nuovo, la patria come madre, ma una madrepatria aperta, circoscritta e accogliente, composita: il nostro auspicabile futuro nell’era della crisi della globalizzazione, così come l’abbiamo intesa sino ad ora, con l’incrinarsi del dominio dei poteri finanziari transcontinentali e delle logiche che sfuggono a qualsiasi controllo delle amministrazioni locali. Contro la versione oscurantista derivata dai periodi più bui della nostra storia, che crea recinti ed esclude in nome dell’autentico, sembra il momento di riscoprire la definizione umanistica e inclusiva di cultura che dava l’Antonio Gramsci dei Quaderni dal carcere. La cultura come coscienza di sé, certo, ma in relazione col tutto, con l’insieme degli esseri umani, intesa come luogo della coscienza che accoglie, include ed elabora. Temo che la nostra interpretazione “progressista” della città e del territorio stia, invece, riproponendo vecchi miti internazionalisti trasformati in nuovi slogan sull’integrazione planetaria, come se non vedessimo cosa sta succedendo perfino dietro l’angolo, come se avessimo rimosso i nuovi conflitti e le nuove paure. “Non sappiamo cosa ci sta accadendo ed è proprio quello che ci sta accadendo”: le parole di José Ortega y Gasset non sono mai state tanto attuali.

soil (with a territory that could usefully be considered as historical) and the suburbs of the North American metropolises, of the interminable succession of single-family dwellings repeated on small lots.

Other dyads are applicable to these opposite and complementary characters, such as the fundamental one of duration and rapid obsolescence. Intending the duration not only as the life time of a form, but also its prolongation over time according to different ways, its ability to persist through the imprint it leaves, the transmission of its characters to other families of forms which inherit and transmit them in turn. Not only the ancient substratum that gives life to the forms of the medieval city is duration, but also the ideal vision of the Renaissance city which, never translated into a complete form, gave life to multiple ideas of organic formation for the future city. Perhaps the city of post-consumerism, from this point of view, will have to deal with a revision of the modernity myths that seem to have consolidated to this day, despite the vast literature on their crisis and the observation of their failure.

To redefine the notion of cultural area in contemporary terms, I believe that the problem of the transformation of the city needs to be framed in its general and extra-disciplinary terms, within the new political and social conditions that have given rise to unprecedented specificities.

Not only do values, expectations, programs have their areal peculiarities, but political crises, conflicts, inequalities have them. Negotiations and social demands, ethnic confrontations, exchanges and interactions between different cultures, and then antagonism in lifestyles, conflicts between generations etc.

Urban transformation policies related to climate change also have their areal specificities. In Europe, for example, the EU Commission has entrusted the choices of the plan to reduce the climate impact to zero in 2030, which provides for the transformation of one hundred pilot cities, not to central governments, but to local ones, to indicate the new role of mayors and the recognition of the political significance of peculiarities and belonging.

I believe that we should pay close attention, to conclude, to the fact that the very notion of a cultural area is a new battleground. It would be a serious mistake to leave this heritage to the new nationalistic identies, to allow a conservative, pragmatic and selfish interpretation to be given to the resurgence of specificities and also of new small homelands. On the contrary, they seem to tend to be linked to a new affective dimension of the way of living in an identified and limited part of the world: again, in the future, the homeland as a mother, but an open, circumscribed and welcoming, composite motherland: our desirable future in the era of post-globalization, at the end of the domination of transcontinental financial powers. We should rediscover the humanistic and inclusive definition of culture that Antonio Gramsci gave in his Notebooks from prison. Culture as self-awareness, of course, but in relation to the whole of human beings. Our “progressive” interpretation of the city and the territory actually seems to continue old internationalist myths transformed into new slogans on planetary integration, as if we do not see what is happening even around the corner, in the conflicts of economic-military blocs and of new fears. “We do not know what is happening to us and it is precisely what is happening to us”: the words of José Ortega y Gasset have never been so pertinent.

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U+D 0E| Editorial
U+D

Dialoghi Conversations

U+D

urbanform and design

Termini urbani

Conversazioni con Nicola Emery, Maurizio Ferraris, François Jullien

DOI: 10.48255/2384-9207.UD 17-18.2022.02

U+D

ArCoD, Dipartimento di Architettura, Costruzione e Design, Politecnico di Bari DiAP, Dipartimento di Architettura e Progetto, Sapienza Università degli Studi di Roma E-mail: matteo.ieva@poliba.it, giuseppe.strappa@uniroma1.it, nicola.scardigno@poliba.it

Urban terms.

Conversations

with Nicola Emery, Maurizio Ferraris, François Jullien

A conversation between Matteo Ieva and Nicola Emery

Duration And Temporary Nature Of The Urban Form

Matteo Ieva - As the first topic of the conversation, I would like to propose an evaluation of the duration-temporariness dyad that we have suggested in the framework of the critical reflections dealt with in this issue of U+D dedicated to urban design. The use of the dyad of opposite terms, to which complementary terms are also associated in many cases (see, in particular, the work of G. Strappa, 1995), is a formula that often recurs in our research following the interest in construction of a dialectical dimension of reasoning aimed at comparatively investigating the differences that gravitate around a specific theme.

In this case, we intend to develop the theme by trying to define a series of opinions on the value of architecture as an expression of an identity denoting the linguistic-cultural diversity of European architectural civilizations which, albeit with a reductive approximation, we can identify in “Mediterranean”, the one characterized by a behavior – of the construction – masonry, massive, opaque, heavy, load-bearing and enclosing; and in “Mittel-North European”, the one that expresses a conception of organisms revealing an aptitude for forming transparent systems, made up of discrete, light, load-bearing and non-closing elements. Typical aspect that should be read as the result of a way of understanding and building the city and as a characteristic cultural trait, rooted in the conscience of those who live in those worlds. Think of the habit of practicing the periodic renewal of architecture and urban spaces manifested by the civilization beyond the Alps, and the inertia in considering them durable and continuous in the other cultural current. Therefore, cultural variations (construction, aggregation, urban) which, although less evident in the contemporary world, contribute to defining horizon differences also in the way of imagining the transformative future of cities.

Now, there is no doubt that the renewal brings the appropriate update but, at the same time, it cannot be denied that it induces a condition of entropic crisis, a concept you often refer to in your writings.

How, then, can urban renewal be imagined –even through that ecological finalism you speak of by foreseeing the usefulness of a necessary

Conversazione tra Matteo Ieva e Nicola Emery

Durata e temporaneità della forma urbana

Matteo Ieva - Proporrei come primo tema della conversazione una valutazione sulla diade durata-temporaneità che abbiamo suggerito nel quadro delle riflessioni critiche trattate in questo numero di U+D dedicato al progetto urbano.

Il ricorso alla diade di termini opposti, cui si associano in molti casi anche i complementari (si veda, in particolare, l’opera di G. Strappa, 1995), è una formula che ricorre spesso nelle nostre ricerche a seguito dell’interesse a costruire una dimensione dialettica di ragionamento teso ad indagare comparativamente le differenze che gravitano intorno ad un tema specifico.

In questo caso, intendiamo svilupparlo provando a definire una serie di opinioni sul valore dell’architettura come espressione di una identitarietà denotativa delle diversità linguistico-culturali delle civiltà architettoniche europee, le quali, pur con riduttiva approssimazione, possiamo identificare in “mediterranea”, quella connotata da un comportamento – della costruzione – murario, massivo, opaco, pesante, portante e chiudente e in “mittel-nordeuropea”, quella che esprime una concezione degli organismi rivelatrice di un’attitudine a formare sistemi trasparenti, costituiti da elementi discreti, leggeri, portanti e non chiudenti. Aspetto tipico che va letto come l’esito di un modo di intendere e costruire la città e come tratto culturale caratteristico, radicato nella coscienza di chi vive quei mondi. Si pensi alla consuetudine di praticare il periodico rinnovamento dell’architettura e degli spazi urbani, manifestato dalla civiltà d’Oltralpe, e l’inerzia nel considerarli durevoli e continui nell’altra. Dunque, variazioni culturali (edilizie, aggregative, urbane) che, sebbene meno marcate nella contemporaneità, concorrono a definire differenze di orizzonte anche nel modo di immaginare il divenire trasformativo delle città.

Ora, non c’è alcun dubbio che il rinnovo porti il conveniente aggiornamento ma, al tempo stesso, non si può negare che induca una condizione di crisi entropica, concetto da lei spesso richiamato nei suoi scritti.

Come si può, allora, immaginare il rinnovamento urbano – anche attraverso quel finalismo ecologico di cui parla, prevedendo l’utilità di una condizione necessaria di responsabilità sociale e ambientale – senza che si abdichi integralmente al paradigma identitario che, sebbene meno marcato rispetto al passato, si deve poter riconoscere nell’ambito della cultura europea?

Cosa pensa, inoltre, delle considerazioni di Rem Koolhaas quando in Junkspace afferma che “L’identità è una trappola in cui un numero sempre maggiore di topi deve dividersi l’esca originaria e che, osservata da vicino, forse è vuota da secoli. Più forte è l’identità, più è vincolante, più recalcitra di fronte all’espansione, all’interpretazione, al rinnovamento, alla contraddizione”?

Nicola Emery - Non credo che il concetto di crisi entropica e la sua espressione attuale in termini di catastrofe ambientale sia necessariamente intrecciato con l’esigenza del rinnovamento come tale. Se il rinnovamento fosse stato inteso, nell’ambito dell’espansone moderna, in funzione di una logica del va-

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lore d’uso e dunque del buon abitare e del benessere, lo si sarebbe dovuto articolare non già sacrificando distruttivamente la tradizione e le sue leggi insediative e tipologiche, quanto salvandole dialetticamente. La modernità più aggressiva intanto si è profilata come processo distruttivo ubbidendo in modo pressoché integrale a una logica della massimizzazione dei profitti. La voracità per l’appropriazione di questa esca o preda storica – che Koolhaas sembra mascherare con quella di un’identità totalmente reificata e caricaturale – ha fatto funzionare a meraviglia la trappola di una espansione costruttiva fine a sé stessa, ossia ancora oggi, nell’epoca del green washing e di altre affini retoriche, troppo fedele a quella distruzione creatrice già cara a Schumpeter. Occorre dunque considerare quelli che lei nomina come i paradigmi identitari nell’ottica di un sapere critico attento alla dialettica delle forze agenti nella storia, ribadendo la necessità di una ricerca volta ad intendere dinamicamente le identità e al contempo, e con forse ancor maggior intensità, volta a salvare e rilanciare i potenziali ecologici insiti nelle tradizioni e tuttavia rimossi dall’ideale moderno della coscienza auto-trasparente (e indefinitamente accumulante capitale astratto). La salvaguardia dell’heritage in questo senso, come coscienza progettuale criticamente avvertita, superando ciò che del moderno va superato, e intesa anche come pratica auto critica di costruire sul costruito, di riuso, ecc., non contraddice affatto, piuttosto rientra e si integra in quel finalismo ecologo nutrito di responsabilità sociale e ambientale in funzione del quale il progetto, come scrivevo anni fa, può – o avrebbe potuto… – ritrovare forse senso.

L’esplicitazione del potenziale ancora dormiente nelle preesistenze, espressioni di identità non lineari e di temporalità stratificate, non di rado nichilisticamente-speculativamente abbandonate alla distruzione dell’oblio-rimozione-misconoscimento della loro feconda non contemporaneità, dovrebbe orientare, al di là di ogni volontà semplicemente restaurativa, la bussola del progetto contemporaneo.

Il progetto consapevole: “saper abitare”

M.I. - Un secondo punto che vorrei trattare prova a gettare uno sguardo sul significato di progetto in una cornice che tende a coniugare in forma dialettica la relazione che intercorre tra soggetto operante e oggetto reale in trasformazione. Riconoscendo, così, l’evidenza di un rapporto logico-creativo che implica, come primo atto di riflessione critica, una valutazione analitica del “tipo” di trasformazione da attuare, risultato della consapevole esegesi proposta dell’operatore, ma allo stesso tempo considera la realtà nella sua sensibile concretezza, in sé atta ad esprimere “in potenza” trasformazioni congruenti purché se ne riconoscano le specifiche prerogative di mutazione. Tale binomio, che si invera mediante lo strumento del progetto, significante un’idea di futuro pre-figurato, declama un’implicita e quanto mai necessaria ipotesi di modificazione che, essendo proiettata oltre il presente, non può prescindere da un presupposto di novità; con ciò esprimendo l’essenza di significato parasintetico rivelato dall’in-futurarsi (figurativo).

Si tratta quindi di un’azione cosciente che varia, secondo Cacciari, in relazione alla nostra idea-cogito quale atto intenzionale primario con cui si dà vita proprio a un’ipotesi di trasformazione futura. Ma l’attività di un soggetto operante che agisce su una scala di interessi e di uso che non incide la sola sfera personale, ha sempre a che fare con una etica comportamentale, non fosse altro perché col proprio agire mette in essere azioni che riverberano sul comportamento dei propri simili e finiscono anche per produrre un condizionamento sul reale che incide sia sulla componente individuale, sia su quella collettiva. Soffermandosi solo sul legame che intercorre tra questi enti che interagiscono reciprocamente, tralasciando per brevità l’analisi sui modelli di comportamento (progettuale) che variano a volte sensibilmente producendo risultati anche oppositivi, richiamerei alcune linee speculative dei suoi scritti che intrecciano l’argomento con l’invito a riproporle nella cornice di discussione che stiamo sviluppando.

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condition of social and environmental responsibility – without completely abdicating the identity paradigm which, although less highlighted than in the past, must be recognizable in the context of European culture?

Furthermore, what do you think of the considerations of Rem Koolhaas when in Junkspace he states that “Identity is a trap in which an ever-increasing number of mice must share the original bait and which, observed closely, has perhaps been empty for centuries. The stronger the identity, the more binding it is, the more it balks in the face of expansion, interpretation, renewal, contradiction”?

Nicola Emery - I do not believe that the concept of entropic crisis and its current expression in terms of environmental catastrophe is necessarily intertwined with the need for renewal as such. If the renewal had been understood in the context of modern expansion as a function of a logic of use value, and therefore of good living and well-being, it would have had to be articulated not by destructively sacrificing tradition and its settlements and typologies laws, but by saving them dialectically. In the meantime, more aggressive modernity has emerged as a destructive process, almost entirely obeying a logic of maximizing profits. The voracity for the appropriation of this historical bait or prey – which Koolhaas seems to mask with that of a totally reified and caricatured identity – has made the trap of a constructive expansion as an end in itself work wonderfully, i.e. still to this day, in the era of green washing and other similar rhetoric, too faithful to that creative destruction already dear to Schumpeter. It is therefore necessary to consider what you name as the identity paradigms from the perspective of a critical knowledge attentive to the dialectic of the forces acting in history, reaffirming the need for research aimed at understanding identities dynamically and at the same time, and perhaps with even greater intensity, aimed at salvaging and reviving the ecological potentials inherent in traditions yet removed from the modern ideal of self-transparent consciousness (and indefinitely accumulating abstract capital). The safeguarding of heritage in this sense, as a critically perceived design consciousness overcoming what must be overcome of the modern, and also understood as a self-critical practice of building on the built, of reuse, etc., does not contradict at all, rather it falls within and integrates into that ecological finalism nourished by social and environmental responsibility according to which the project, as I wrote years ago, can – or could have…– perhaps rediscovered meaning. The making explicit of the still dormant potential in the pre-existences, expressions of non-linear identities and stratified temporalities, often nihilistically and speculatively abandoned to the destruction of oblivion-removal-misrecognition of their fruitful non-contemporaneity, should direct the compass of the contemporary project beyond any merely restorative will.

The Conscious Project: “Knowing How To Live/ Dwell/Inhabit”

M.I. - A second point that I would like to discuss tries to cast a glance on the meaning of the project in a framework that tends to combine the relationship between the operating subject and the real object in transformation in a dialectical way. Thus recognizing the evidence of a logical-creative relationship which implies, as a first act of critical reflection, an analytical evaluation of the “type” of transformation to be implement-

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ed, the result of the conscious exegesis proposed by the operator, but at the same time considers the reality in its sensitive concreteness, in itself capable of expressing “potentially” congruent transformations as long as the specific prerogatives of mutation are recognized. This binomial, which comes true through the tool of the project, signifying an idea of a pre-figured future, declaims an implicit and extremely necessary hypothesis of modification which, being projected beyond the present, cannot disregard a presupposition of novelty; thereby expressing the essence of parasynthetic meaning revealed by the (figurative) in-futurarsi. It is therefore a matter of a conscious action which varies, according to Cacciari, in relation to our idea-cogito as a primary intentional act with which a hypothesis of future transformation is given life. But the activity of an operating subject who acts on a scale of interests and uses that does not affect only the personal sphere, always has to do with behavioral ethics, if only because with his own work he puts into place actions that reverberate on the behavior of one’s fellows and also end up producing a conditioning on reality that affects both the individual and the collective component.

Focusing only on the link that exists between these mutually interacting entities, omitting for the sake of brevity the analysis of the (design) behavior models that vary significantly at times, producing even opposing results, I would recall some speculative lines of your writings that intertwine the topic with the invitation to propose them again in the discussion framework that we are developing.

In the volume Difficult architecture, you observe that: “In the field of architecture, the being in itself, however monolithic and self-referential it may claim to become, never takes away or reduces being-for-others. And his essential being-for-others in the worst cases turns into his being against others: isn’t this perhaps the absurdity of eco-monsters and of the contemporary “dispersed city”? Effective, for our purposes, is also the reference to the term existence of man – Ek-sistenz, in which the prefix Ek- indicates the tension towards the outside – which must be thought of as a relational opening, where – according to Heidegger – we are esser-ci. Can you better clarify the concept in relation to the task and social role of the architect?

N.E. - I could summarize by observing that the relationship precedes the identity, the relationship is the ontological prius that allows identities to take shape and therefore these must be understood as in dialogic and dynamic terms, they make sense to the extent that they recognize their being in the relationship and do not aspire to separate themselves from it and to isolate themselves from it. But staying in the relationship also means having to answer for one’s form-presence, being responsible for the requests that come from others, from the other pole of the relationship that constitutes us. Without being-for-others, the being in itself isolates itself in a self-referentiality that is necessarily static and closed to the needs of the city, in this case responsibility is replaced by the prevarication and usurpation of the devastated space with respect to its essence of common good.

M.I. - A further stimulating passage opens up a horizon of critical interpretation of the designer’s way of existing: “… if the territory refers to the designing subject, the sense of the project will depend on the subject’s way of existing, on his way of placing himself and understanding himself with respect to the structure of being. The

Nel volume L’architettura difficile, osserva che: “Nel campo dell’architettura l’essere in sé, per quanto monolitico e autoreferenziale possa pretendere di farsi, non toglie mai né riduce l’essere-per-gli altri. E questo suo essenziale essere-per-gli altri nei casi peggiori si rovescia in un suo essere contro gli altri: non è forse questo l’assurdo degli eco-mostri e della “città dispersa” contemporanea?”.

Efficace, ai nostri fini, è anche il rimando al termine esistenza dell’uomo – Eksistenz, in cui il prefisso Ek- indica la tensione verso il fuori – che va pensata come un’apertura relazionale, dove – secondo Heidegger – noi siamo l’esser-ci. Può chiarirci meglio il concetto in rapporto al compito e al ruolo sociale dell’architetto?

N.E. - Potrei sintetizzare osservando che la relazione precede l’identità, la relazione è il prius ontologico che permette alle identità di prender forma e queste pertanto vanno intese come in termini dialogici e dinamici, hanno senso nella misura in cui riconoscono il loro stare nella relazione e non ambiscono a separarsene e a isolarsi da essa. Ma stare nella relazione significa anche dover rispondere della propria forma-presenza, essere responsabili rispetto alle richieste che provengono da altri, dall’altro polo della relazione che ci costituisce. Senza l’essere-per-gli-altri, l’essere in sé si chiude in una autoreferenzialità necessariamente statica e chiusa ai bisogni della città, in questo caso alla responsabilità subentra la prevaricazione e l’usurpazione dello spazio devastato rispetto alla sua essenza di bene comune.

M.I. - Un ulteriore stimolante passaggio apre un orizzonte di interpretazione critica sul modo di esistere del progettista: “…se il territorio rinvia al soggetto progettante, il senso del progetto dipenderà dal modo di esistere del soggetto, dal suo modo di collocarsi e comprendersi rispetto alla compagine dell’essere. Le diverse visioni del territorio vanno pertanto filosoficamente ridotte alle diverse visioni e definizioni del soggetto, alla loro variabilità epocale e/o culturale”. Concetto per noi estremamente interessante!

N.E. - Oggi forse insisterei maggiormente sul legame fra il modo di esistere del soggetto e il suo comprendersi rispetto all’orizzonte del linguaggio. La “compagine dell’essere” si dà nel linguaggio e questo implica che il nostro ek-sistere si configuri come un rispondere alle richieste di altri, alle domande della differenza, che possono essere intese sia in senso ontologico-cosmologico sia, mediatamente, in termini storico-sociali e ecologici. In ogni caso solo entro questo rapporto ci costituiamo e assumiamo poi consistenza e identità ontologica, portando, in ogni caso, l’altro in noi. Nell’ambito della fenomenologia, Emmanuel Lévinas, in un rapporto di odi et amo con Heidegger, ha coniato la formula “l’etica precede l’ontologia”, o anche l’etica della responsabilità, e non l’ontologia, è la filosofia prima. Anche un pensatore come Hans Jonas andrebbe qui ricordato, poiché oggi senza “principio responsabilità” nessun “principio speranza” (per ricordare il pur sempre grande Bloch) può essere formulato e assunto quale fuoco del progettare.

M.I. - Il riferimento alle meditazioni heideggeriane è evidente anche in molti passaggi successivi in cui riprende e decodifica il suo pensiero con significanti quanto inedite notazioni critiche: “Il progetto – scrive Heidegger – è essenzialmente un progetto gettato. Nel progettare, chi getta non è l’uomo, ma l’essere stesso, il quale destina l’uomo nell’esistenza dell’esserci come sua essenza … da parte di Heidegger viene fatto sempre di nuovo riferimento alla dimensione dell’abitare come un tratto essenziale dell’e-sistenza … L’abitare è il presupposto del fare e del costruire. ‘Il costruire è già in sé stesso un abitare’ ma appunto ‘i mortali devono innanzitutto imparare ad abitare’. Come possiamo imparare ad abitare?” Riprendo questa sua domanda e la rilancio con l’invito a proporla nell’ottica delle traiettorie tematiche intersecate finora.

N.E. - Certo, ha ragione, ma si tratta comunque di un riferimento che cercava, a partire dalla fenomenologia, di esplicitare la dimensione dell’etica

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originaria come condizione dell’abitare. E per quanto riguarda la domanda sul come possiamo imparare ad abitare, nel mio libro Distruzione e progetto, successivo a L’architettura difficile, ho cercato di storicizzare fortemente questa domanda e il rispettivo tentativo di risposta, di storicizzarle in chiave storico-materialistica.

All’“inabilità” del mondo tardo capitalistico, dominato da un “Junk space” che estremizza la logica schumpeteriana della distruzione, opponevo pratiche resistenziali di rioccupazioni e recupero, mostrandone l’alta genealogia nell’ambito delle avanguardie storiche di queste pratiche di riuso e montaggio dal basso – penso in primo luogo a Schwitters al suo progettare con gli scarti, alla sua cosmogonia a partire dai rifiuti, ma poi anche a Heartfield.

Téchne e Poiesis: l’abitare poetico

M.I. - Altro argomento su cui si discute di frequente rimanda alla questione complessa dell’età della Tecnica. Disputa dalle molteplici accezioni che ha trovato anche in architettura una pervasiva efficacia, al punto che molta produzione recente pare “fidelizzarsi” nella pervicacia del sapere tecnico-scientifico, il quale ha favorito una forma di sclerotizzazione del valore delle tradizionali componenti unitarie a vantaggio di pochi principi disarticolati e privi di omogeneità. Lo dimostra l’attuale tendenza a designare a simbolo di progresso una serie di fattori parziali estratti dal complesso sistema di una realtà ormai ridotta a brandelli. E dunque, non è un caso che molti pensatori, direi soprattutto (voi) filosofi, avvertano come oggi non si è sollevati dal rischio di rimanere soggiogati dal “dominio della tecnica”. La sua trasformazione da mezzo in fine e l’inarrestabile volontà di potenza stanno producendo effetti improvvisi (anche) nel campo specifico dell’architettura. Così che, in fondo, anche i dispositivi etici ed umanistici ad essa stabilmente legati sono sprofondati di fronte all’immanenza dell’accadere tecnico, perché è noto che l’etica è sempre stata pensata in chiave umanistica e, come sottolinea Galimberti, non si è mai fatta carico degli enti di natura e tantomeno di quelli prodotti dall’artificio.

Richiamo, a questo proposito, altre sue riflessioni che offrono una chiave interpretativa originale rispetto alle linee speculative coltivate dagli architetti: “Tuttavia per Heidegger è essenziale evidenziare come originariamente ed essenzialmente appunto anche la techne ‘appartiene alla poiesis; è qualcosa di poietico’. Ed è essenziale evidenziare questo legame per liberare il concetto del fare tecnico-artistico (e l’idea di ‘opera’) dallo schema autoreferenziale del soggetto che produce autonomamente l’oggetto appropriandosi del mondo in vista di sé …”. È un pensiero di grande vitalità per noi e per questo le chiedo un approfondimento, specie riguardo al legame inscindibile tra i due termini, a cui mi sembra sensato aggiungere un’altra considerazione volta a cogliere la struttura del problema:

“… È l’epoca dell’oblio dell’essere che coincide con ‘l’epoca dell’incuria della cosa’ universalmente percepibile nell’attuale dislocazione di una oggettività ‘smaterializzata’, ma al tempo stesso di crescente impatto ambientale e altissimi costi sociali, all’interno della quale finisce del resto con il venir interamente ridotto anche l’uomo come impiegato flessibile dell’Impianto. … Questo assume infine i tratti anonimi dell’impianto tecnico globale che tutto ordina e tutto rende equivalente, dove la tecnica moderna taglia ogni rapporto con la poiesis e si articola come pro-vocazione-imposizione (Stellen) nei confronti di una natura che diventa materiale a disposizione dell’appropriazione (Bestand)”. Da questa profonda analisi critica, che sembrerebbe alludere per altro ad una forma di condizione nichilista, se non altro nei termini di una integrale perdita di valori che riverbera anche nel rapporto dell’uomo con l’ambiente, verrebbe da chiedersi – domanda che le rivolgo – se fosse tuttora possibile immaginare una strada che porti a conquistare un agire proiettato nella conquista di un “abitare poetico”.

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different visions of the territory must therefore be philosophically reduced to the different visions and definitions of the subject, to their epochal and/or cultural variability”. Extremely interesting concept for us! N.E. - Today perhaps I would insist more on the link between the way of existing of the subject and his self-understanding with respect to the horizon of language. The “structure of being” is given in language and this implies that our ek-sistence is configured as a response to the requests of others, to the questions of difference, which can be understood both in an ontological-cosmological sense and, indirectly, in socio-historical and ecological terms. In any case, only within this relationship do we constitute ourselves and then assume consistency and ontological identity by bringing, in any case, the other within us. In the field of phenomenology, Emmanuel Lévinas, in a love and hate relationship with Heidegger, coined the formula “ethics precedes ontology”, or the ethics of responsibility, and not ontology, is the primary philosophy. Even a thinker like Hans Jonas should be remembered here, since today without the “principle of responsibility” no “principle of hope” (to recall the still great Bloch) can be formulated and assumed as the focus of design.

M.I. - The reference to Heidegger’s meditations is also evident in many subsequent passages in which he takes up and decodes his thought with significant, albeit unpublished, critical notations: “The project – writes Heidegger – is essentially a thrown project. In designing, the one who throws is not man but the being itself, who destines man in the existence of Dasein as his essence ... Heidegger always refers again to the dimension of living as a trait essential of ek-sistence… Dwelling is the presupposition of doing and building. ‘Building is already in itself a dwelling’ but precisely ‘mortals must first of all learn to inhabit’. How can we learn to inhabit?” I take up this question of yours and relaunch it with the invitation to propose it from the perspective of the thematic trajectories intersected so far.

N.E. - Of course, he is right, but it is still a reference that sought, starting from phenomenology, to make explicit the dimension of original ethics as a condition of living. And as regards the question of how we can learn to inhabit, in my book Destruction and Project, following Difficult Architecture, I tried to strongly historicize this question and the respective attempt to answer it, to historicize them in a historical-materialistic key. To the “inability” of the late capitalist world, dominated by a ‘Junk space’ which takes the Schumpeterian logic of destruction to extremes, I opposed resistance practices of reoccupations and recovery, showing their high genealogy in the ambit of the historical avant-gardes of these practices of reuse and bottom-up editing, I am thinking primarily of Schwitters and his designing with waste, his cosmogony starting from waste, but then also of Heartfield.

Téchne and Poiesis: the poetic living M.I. - Another subject frequently discussed refers to the complex question of the age of technology. A dispute with multiple meanings that has found a pervasive efficacy even in architecture, to the point that a lot of recent production seems to “be loyal” to the stubbornness of technical-scientific knowledge, which has favored a form of scleroticization of the value of the traditional unitary components to the advantage of few disjointed principles lacking homogeneity. This is demonstrated by the current tendency to des-

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ignate a series of partial factors extracted from the complex system of a reality now reduced to tatters as a symbol of progress. And therefore, it is no coincidence that many thinkers, I would say above all (you) philosophers, feel that today we are not relieved of the risk of remaining subjugated by the “dominance of technology”. Its transformation from a means to an end and the unstoppable will to power are producing sudden effects (also) in the specific field of architecture.

So that, after all, even the ethical and humanistic devices permanently linked to it have collapsed in the face of the immanence of the technical happening, because it is known that ethics has always been thought of in a humanistic key and, as Galimberti points out, it has never taken responsibility for natural entities and even less for those produced by artifice.

In this regard, I recall your other reflections which offer an original interpretative key with respect to the speculative lines cultivated by architects: “However, for Heidegger it is essential to highlight how originally and essentially also techne ‘belongs to poiesis; it is something poietic. And it is essential to highlight this link in order to free the concept of technical-artistic making (and the idea of “work”) from the self-referential scheme of the subject who autonomously produces the object by appropriating the world in view of himself ...”.

It is a thought of great vitality for us and for this reason I ask you for an in-depth analysis, especially regarding the inseparable link between the two terms, to which it seems sensible to add another consideration aimed at understanding the structure of the problem: “… It is the era of forgetfulness of being which coincides with ‘the era of neglect of the thing’ universally perceptible in the current dislocation of a ‘dematerialized’ objectivity, but at the same time of growing environmental impact and very high social costs, within which man also ends up being entirely reduced as a flexible employee of the Plant. … Finally, this assumes the anonymous traits of the global technical system that orders everything and makes everything equivalent, where modern technique cuts off every relationship with poiesis and is articulated as a provocation-imposition (Stellen) towards a nature that becomes material available for appropriation (Bestand)”. From this profound critical analysis which would seem to allude to a form of nihilistic condition, if only in terms of an integral loss of values which also reverberates in man’s relationship with the environment, one might wonder – a question I address to you – if it were still possible to imagine a road that leads to the conquest of an action projected towards the conquest of a “poetic dwelling”.

N.E. - Yes, as I have already had the opportunity to mention a moment ago, living capable of poetry, i.e. of a non-destructive doing, today cannot help but be oriented towards something other than re-inhabiting the existing by criticizing it, cutting it into pieces as Hanna Hoch did with his knife-edged collages, but also armed with that thrifty spirit that the current social poverty – oh yes this is still and increasingly the scandal! –will necessarily also have to rediscover, finally demanding substantial redistribution policies. Relaunching the poetry of design in times of poverty and environmental ruin should imply a parsimonious reuse of the existing, meanwhile claiming the social redistribution of the already existing elements for a different possible world as the incipit of your work of disassembly and new assembly.

N.E. - Sì, come ho già avuto modo di accennare poco fa, l’abitare capace di poesia, ossia di un fare non distruttivo, non può non orientarsi oggi ad altro che al ri-abitare l’esistente criticandolo, tagliandolo a pezzi come faceva Hanna Hoch con i suoi collage al coltello, ma armato anche da quello spirito parsimonioso che l’attuale povertà sociale – eh sì questo è ancora e sempre più lo scandalo! – dovrà necessariamente anche ritrovare, reclamando infine sostanziali politiche di redistribuzione. Rilanciare la poesia del progetto nel tempo della povertà e della rovina ambientale dovrebbe implicare un riuso parsimonioso dell’esistente, rivendicando, intanto, la redistribuzione sociale degli elementi già esistenti per un diverso mondo possibile come incipit della sua opera di smontaggio e di nuovo montaggio.

Conversazione tra Giuseppe Strappa e Maurizio Ferraris

Giuseppe Strappa - Credo che sia importante il tuo contributo a questo numero dedicato al progetto urbano e alle aree culturali, perché la tua ricerca è in qualche modo affine agli interessi della nostra rivista che si interessa allo studio della forma nei suoi aspetti concreti e razionalmente indagabili. Non credi che le parole “realismo” e “realtà” abbiano, in architettura, un significato molto diverso da ogni altra forma d’arte. Le arti visive, il cinema, il teatro riflettono sulla realtà, possono, commentarla, descriverla o negarla. L’architettura è la realtà.

Maurizio Ferraris - In questo l’architettura si trova imparentata con la politica e con la medicina, tanto per fare degli esempi. Non contano i programmi, contano i processi, e questi processi sono molto più corali di quanto non avvenga nelle arti visive. Anche lì, però, la realtà si impone: la forma del blocco di marmo, l’attore che si ammala e che impone un cambio di sceneggiatura, le tende di velluto verde che non si trovano e che vanno sostituite con tende di altro colore. La vera differenza, e la vera responsabilità, sul piano della realtà, è che un brutto film, una brutta commedia, un brutto quadro si possono facilissimamente non vedere, mentre se davanti a casa hai un edificio orrendo sei condannato a vederlo per chissà quanti anni (il mio consiglio, in questi casi, è di trasferirsi nella casa orrenda, così non la si vede).

G.S. - Quello delle aree culturali è un tema controverso e da tempo dimenticato, che ora sembra riemergere, forse favorito da una possi-bile crisi della globalizzazione. Credi che si possa dare una nuova accezione del termine, per esempio legata al ruolo che ha assun-to il paradigma linguistico: il linguaggio, secondo la lettura di Lucio Cortella, solidalmente annodato al contesto culturale, alle pratiche sociali, alla condizione fisica dell’ambiente. Nonostante il mercato delle immagini e l’omologazione delle forme, un’architettura costruita oggi a Rotterdam ha, tutto sommato, caratteri diversi da una costruita a Siviglia.

M.F. - E sorprenderebbe il contrario, se non altro perché il clima è diverso! Io non credo, però, che siamo alla fine della globalizzazione. La terra è rotonda, dunque la globalizzazione è un destino e un dovere, perché gli umani sono destinati a incontrarsi e a confron-tarsi. Se per “globalizzazione” si intende invece costruire dappertutto le stesse case, anonimi compound che si assomigliano tutti così come si assomigliano tutte le sedie in plastica da bar che si trovano in Libia come in Paraguay o in Cina, bene, quella non è globalizzazione ma standardizzazione, ed è tutta un’altra cosa.

G.S. - Vorrei continuare sul tema del linguaggio che ritengo, oggi, un discrimine tra diverse accezioni del lavoro di architetto. Noi ci interessiamo di morfologia urbana, cioè dello studio della realtà costruita da un punto di vista razionale e trasmissibile. La qual cosa si scontra oggi con una dominante individualità estetica che non accetta regole: il mondo come prodotto della nostra lettura soggettiva delle cose, inconcepibile come indipendente da noi. Credi che pos-

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sa esistere una possibilità di salvezza dalla deriva estetizzante contemporanea proprio nel linguaggio, in una razionalità intesa come carattere indipendente, insito nel linguaggio stesso?

M.F. - Credo che le buone vecchie commissioni comunali dell’ornato, che imponevano stili e colori, abbiano assolto la loro funzione egregiamente, ai loro tempi. La salvezza non sta nella razionalità universale, ma nella documentalità comunale, nei vincoli co-struttivi, nella negoziazione che l’architetto si trova sempre ad avere con l’ambiente in cui opera, a meno che, per qualche motivo (mai giustificabile) gli sia stata data carta bianca.

G.S. - Tu hai definito l’architettura soprattutto come forma di pensiero. Non credi che il progetto potrebbe allora essere spiegato come processo circolare secondo la tradizione lukácsiana (perdonami il riferimento un po’ retorico): “dalla vivente intuizione, al pen-siero astratto e da questo alla prassi”? Gli studi di morfologia urbana sembrano ciclicamente riscoprire questo processo come nuovo strumento di architettura.

M.F. - Più che come una forma di pensiero credo che l’architettura sia una forma di scrittura, un modo per creare dei progetti scrivendo, cancellando, modificando, poco alla volta e con molto lavoro di gomito e di gomma. La vivente intuizione e il pensiero astratto sono rari e non sempre utili nei filosofi, penso che anche per gli architetti sia così. Quanto alla prassi, direi che, nell’architettura come nella vita, sta all’inizio e non alla fine, perché non si tratta di pensare case o azioni morali, ma di realizzare le une e le altre, per quanto possibile.

Conversazione tra Nicola Scardigno e François Jullien

Nicola Scardigno - Inizierei questa conversazione a partire da una sua affermazione: “la grandezza di una filosofia si misura sulla base dello scarto che riesce a produrre per aprire e riconfigurare il campo del pensabile; ovvero per dispiegare, smarcandosi dal pensiero istituito, altre risorse che non sono state esplorate o coltivate in quello stesso pensiero”1

In qualità di architetto interessato alla pratica del progetto urbano sarei interessato a proiettare questa sua affermazione sulla città contemporanea. Un territorio di ricerca oggi troppo spesso concepito alla stregua di un “teatro” dove esibire il raro, il prodigioso, lo straordinario. Questo accade, a mio modo di vedere, principalmente per due ragioni: sia perché probabilmente molti attori che operano all’interno dei contesti urbani sono ormai per lo più stimolati dalle sfide imposte da un nuovo modello di architettura e urbanistica cosiddetta “performativa” (dal punto di vista, sociale, economico, energetico); sia perché tra i cultori della disciplina del progetto (architettonico e urbano) vi è un generale disinteresse a cogliere il “senso” profondo di una forma urbana o le “ragioni” costitutive alla base di un edificio. In altri termini, potrei dire, rifacendomi ad un concetto da lei spesso utilizzato, che manca probabilmente la capacità di ricercare l’“inaudito”, ovvero quel qualcosa che si trova al di sotto di ciò che nella realtà “coincide”, dove tutto si “modella e si allinea, in cui tutto è conforme e aggiustato in sé…in cui tutto è previsto”.

Potrebbe dirci in cosa consiste la dimensione inaudita di una realtà urbana?

François Jullien - Vorrei incentrare la risposta alla sua domanda ragionando su due concetti: quello di “coincidenza” e “de-coincidenza”. Quando le cose coincidono, quando tutto è adeguato, quando tutto è soddisfacente, quando tutto combacia, non si coglie più l’Io. In altri termini la conformità è, in un certo qual senso, mortale. Rompere la conformità, le forme di assoluto adeguamento, come quelli richiesti dalla città e dell’urbanismo performativo, sono più che mai necessari al fine di rimettere in cantiere, di riaprire il possibile, di ritrovare la vita, la vita vera e di riscoprire l’inaudito.

Io credo che lei l’abbia precisato molto bene: l’inaudito non è lo straordinario, non è il raro, non è il magnifico, non è grandioso, o il “teatrale”.

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A conversation between Giuseppe Strappa and Maurizio Ferraris

Giuseppe Strappa - I consider your contribution to this issue, dedicated to urban design and cultural areas, relevant as your research is somehow close to the interests of our magazine concerning the study of form in its concrete aspects. Don’t you think that the words “realism” and “reality” have a meaning, in architecture, different from any other form of art. The visual arts, cinema, theatre reflect on reality, they can comment on, describe or deny it. Architecture is reality.

Maurizio Ferraris - In this, architecture is related to politics and medicine, just to give some examples. The programs don’t count, the processes count, and these are much more choral than what happens in the visual arts. Even there, however, reality imposes itself: the shape of the block of marble, the actor who falls ill and who imposes a change of script, the green velvet curtains that cannot be found and must be replaced with curtains of another colour. The real difference, and the real responsibility, in terms of reality, is that a bad film, comedy, picture can easily not be seen, while if you have a hideous building in front of your house you are condemned to see it (my advice, in these cases, is to move to the hideous house, so you don’t see it).

G.S. - That of cultural areas is a controversial and long-forgotten topic, which now seems to be re-emerging, perhaps favored by a possible globalization crisis. Do you think that a new meaning of the term could be given, for example linked to the role that the linguistic paradigm has assumed: language, according to Lucio Cortella’s reading, solidly linked to the cultural context, social practices, physical condition of the environment. Despite the images market and the homogenization of forms, a building built today in Rotterdam has, all things considered, different characters from one built in Seville.

M.F. - The opposite would be surprising, if only because the climate is different. I am not sure, however, that we are at the end of globalization. The earth is round, therefore globalization is a destiny and a duty, because humans are destined to meet and confront each other. If by “globalization” we instead mean building the same houses everywhere, anonymous compounds that all look alike just like all the plastic bar chairs you find in Libya as in Paraguay or China look alike, well, that’s not globalization but standardization, and that’s another thing altogether.

G.S. - I would like to continue on the theme of language, which I consider, today, to be a distinction between different meanings of the architect’s work. We are interested in urban morphology, that is, the study of built reality from a rational and transmissible point of view. This clashes today with a dominant aesthetic individuality that does not accept rules: the world as a product of our subjective reading of things, inconceivable as independent of us. Do you believe that there may be a possibility of salvation from the contemporary aestheticising drift precisely in language, in a rationality understood as an independent character, inherent in language itself?

M.F. - I believe that the good old municipal commissions of ornamentation, which imposed styles and colours, fulfilled their function very well in their time. Salvation does not lie in universal rationality, but in municipal documentality, in construction constraints, in the negotiation that the architect always has with the environment in which he works, unless, for some reason (never

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justifiable) he has been given carte blanche. G.S. - You have defined architecture above all as a form of thought. Don’t you think that design could then be explained as a circular process in the Lukácsian tradition (forgive the somewhat rhetorical reference): “from living intuition to abstract thought and from this to praxis”? Urban morphology studies seem to cyclically rediscover this process as a new tool for architecture. M.F. - Rather than as a form of thinking, I suppose architecture is a form of writing, a way of creating projects by writing, erasing, modifying, little by little and with a lot of elbow and elbow work. Living intuition and abstract thought are rare and not always useful in philosophers, I think this is also the case for architects. As for praxis, I would say that, in architecture as in life, it is at the beginning and not at the end, because it is not a question of thinking houses or moral actions, but of realising both, as far as possible.

A conversation between Nicola Scardigno and François Jullien

Nicola Scardigno - I would begin our conversation starting from one of your statements: “the greatness of a philosophy is measured on the basis of the gap it manages to produce in order to open and reconfigure the field of the thinkable; that is, to unfold, dissociating oneself from established thought, other resources that have not been explored or cultivated in that same thought”1

As an architect interested in the practice of urban design, I would be interested in projecting your statement onto the contemporary city. A territory of research today too often conceived as a “theatre” in which to exhibit the rare, the prodigious, the extraordinary. This happens, in my view, mainly for two reasons: both because probably many actors who operate within urban contexts are now mostly stimulated by the challenges imposed by a new model of so-called “performative” architecture and urban planning (from point of view, social, economic, energy); and because among the connoisseurs of the design discipline (architectural and urban) there is a general disinterest in grasping the profound “sense” of an urban form or the constitutive “reasons” at the base of a building. In other words, I could say, referring to a concept you have often used, that the ability to search for the “unheard of” is probably lacking, that is, that something that is found below what in reality “coincides”, where everything is “models and aligns, in which everything conforms and adjusts itself…in which everything is foreseen”. Could you tell us what the unprecedented dimension of an urban reality consists of?.

François Jullien - I would like to focus the answer to your question by reasoning on two concepts: that of “coincidence” and “de-coincidence”. When things coincide, when everything is adequate, when everything is satisfactory, when everything fits together, the ego is no longer understood. In other words, conformity is, in a sense, deadly. Breaking with conformity, forms of absolute adaptation, such as those required by the city and performative urbanism, are more necessary than ever in order to get back in the pipeline, to reopen the possible, to rediscover life, real life and to rediscover the unheard of. I think you made it very clear: the unheard of is not the extraordinary, it is not the rare, it is not the magnificent, it is not grandiose, or the theatrical. The unheard-of is, on the contrary, that

L’inaudito è, al contrario, ciò che non può essere inteso, compreso, perché è il più comune, il più ordinario, il più diffuso nell’esperienza. Ma allora perché non lo si coglie? Perché per coglierlo, per capirlo, occorrerebbe superare i limiti già costituiti della nostra esperienza. In questo senso, ritengo che il ruolo dell’arte, dell’architettura, dell’urbanistica, sia proprio far riaffiorare l’inaudito della quotidianità, del comune e dell’ordinario.

Vorrei soffermarmi su questo concetto facendo riferimento ad altri due concetti pertinenti alla disciplina dell’architettura. Questi termini sono sparire e scomparire. Direi che ciò che abbiamo sotto i nostri occhi non sparisce ma scompare (momentaneamente). Così come il sole che, a furia di averlo davanti ai nostri occhi, la sera non sparisce ma scompare all’orizzonte per poi comparire in un secondo momento; allo stesso modo l’inaudito consiste nel far ri-emergere ciò che è scomparso per abitudine, per ordinarietà, per performatività, per eccessiva disciplina.

Io non sono un architetto né un urbanista, ma vivo in una città che mi parla di un’esistenza assolutamente condizionata dal paesaggio urbano.

Per questa ragione ritengo che un progetto di architettura debba portare a costruire ed organizzare delle de-coincidenze in grado di far riemergere l’inaudito possibile come risorsa; come capacità di far riapparire non in qualcosa di monumentale o ornamentale, ma piuttosto attraverso delle leggere inflessioni, delle forme (d’architettura) minimaliste in grado di rimettere in tensione. Per tale ragione l’architettura mi interessa in quanto è in grado di far riemergere l’inaudito come accesso alla vita vera, alla vita intensa. L’architettura che versa in uno stato di coincidenza non può che produrre una positività morta, una pseudo-vita.

Potrei dire che sia l’architettura che l‘urbanistica rappresentano per me la mise en forme di un dato di esistenza che ha un effetto diretto sulla nostra capacità di esistere.

Quello che lei ha indicato come performatività in realtà conduce ad una coincidenza ideologica, un ordine, una positività performativa per l’appunto che nasconde l’inaudito, quel dato di de-coincidenza vitale al fine di mettere in tensione la vita delle cose.

N.S. - C’è un altro aspetto della sua ricerca che mi interessa comprendere in quanto, anche in questo caso, rappresenta un argomento di riflessione per la disciplina della progettazione architettonica e urbana. Si tratta del rapport tra “continuità” e “modificazione”. Due nozioni che a mio modo di vedere rimandano, in modo quasi inevitabile, al concetto di “forma” in quanto espressione sintetica di un progetto di architettura e dunque di un idea che interpreta la vitale e necessaria trasformazione del reale assumendo la continuazione come ricerca di una vocazione alla durata. Ora, dai suoi scritti emerge come queste due nozioni oltre ad essere utili a dispiegare il rapporto di opposizione-complementarietà che interessa la “struttura del reale” sono legate al concetto di “divenire”. Potrebbe spiegarci in che modo i due concetti si implicano l’uno all’altro, provando ad assumere la città o il territorio come terreno di riflessione?

F.J. - Continuità e modificazione sono due parole opposte ma complementari. Io preferirei parlare di continuazione piuttosto che di continuità perché il suffisso “tà” mi sembra conferisca staticità al concetto. In altri termini, è essenziale pensare ad una continuità che si rinnova, ad una continuità in trasformazione e quindi ad un processo di continuazione. Questo concetto sembra nuovamente fare riferimento ad una idea di de-coincidenza che allude ad una trasformazione piuttosto che ad una forma. Dalla sua domanda percepisco come non si tratti di inserire il tempo nello spazio e quindi non di pensare all’architettura come monumento eterno dotato di una fissità, ma piuttosto come un qualcosa di vitale. È la vita che mette in rinnovamento e che non si sottomette alla fissità delle cose. Dunque mi concentrerei sul rapporto tra continuazione e modificazione per comprendere meglio il rapporto tra i due termini. Dove modificazione corrisponde al modo, alla via attraverso la quale ottenere una continuazione che

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corrisponda ad una messa in tensione della continuità, ad una messa in opera, ad una un’attivazione della continuità.

Rimanendo sul lessico, direi ancora che non si dovrebbe parlare di durata ma di durazione. Oggi questo è un termine molto usato. Sono stato in contatto con architetti francesi come Cristian Portzamparc e Jacques Ferrier ed ho accompagnato Jean Nouvel in un lavoro durato cinque anni per il museo di Pechino. Con loro ho discusso molto e quello che mi è sembrato interessante è il fatto che si voglia inserire il vivant nelle città o nelle forme. Ovviamente non si tratta soltanto di inserire elementi naturali come piante o del verde nell’architettura, ma piuttosto di pensare a come introdurre della vita, dell’intensità in rinnovamento nelle forme di architettura. A tale proposito lei ha fatto cenno alla parola divenire. Io proporrei di pensare in termini di processualità, ossia in termini di qualcosa in corso di rinnovamento, di riattivazione. Ciò significa intendere il reale non come identità, non secondo un punto di vista ontologico, ma piuttosto come una risorsa: come risorsa alla capacità di reazione.

Per esempio: mi sembra che con il tempo le città diventino tristi per via dell’usura dei materiali; il cemento, per esempio, pur essendo essenziale rende le città tristi poiché produce forme che invecchiano male.

Sarebbe interessante pensare ad una architettura fatta di materiali come la pietra che pur usurandosi si riattivino trasformandosi, esaltando “le grain” (a parte ruvida). Ritengo infatti che le cose diventino sensibili esibendo una ruvidità e una granulosità: un dato di matericità insomma a cui il nostro sguardo possa aggrapparsi. Porterei questa considerazione al centro del dibattito attuale sull’architettura e sull’urbanistica.

N.S. - In questa terza ed ultima domanda mi piacerebbe invitarla a compiere una riflessione sul concetto di paesaggio. Una nozione, intendo precisare, alla quale non sono interessato in quanto rappresentativa di un fotogramma che esprime qualcosa di fermo e sospeso, con le forme immobili colte e fissate in un attimo perpetuo; ma piuttosto come sostanza in grado di esplicitare una concrezione di eventi, un insieme di orme, di segni, di memorie. Sul tema del paesaggio lei ha scritto molto e, a mio modo di vedere, lo ha fatto cogliendo degli aspetti che ritengo essere fondamentali per coloro interessati al progettare la trasformazione di un paesaggio.

In modo particolare nel suo libro intitolato Vivere di Paesaggio o l’impensato della ragione lei afferma: “c’è paesaggio, prima di tutto, quando in esso si afferma del singolare…” e, in lui “…si accentua l’individuazione che fa si che esso si specifichi…”2

La inviterei ad entrare nel merito del rapporto tra “paesaggio” e “singolarità” con lo scopo di chiarire i presupposti sui quali dovrebbe basarsi l’opera architettonica al fine di configurarsi come singolarità di un paesaggio. Se lo ritiene opportuno potrebbe fare riferimento a paesaggi a lei noti.

F.J. - Considero questa domanda molto interessante poiché introduce nuovamente una de-coincidenza in rapporto ad una concezione tradizionale di paesaggio. Lei associa al paesaggio una idea di sostanza. Il rapporto tra forma e sostanza introduce una questione ontologica in quanto la substanza indica qualcosa che soggiace al cambiamento e dunque che non cambia. Se penso invece alla necessità di riattivare continuamente la vitalità del paesaggio ritengo più appropriato l’utilizzo del concetto di risorsa: risorsa di avvenimenti, di tracce, di segni, insomma di tutto ciò che da vita ad un paesaggio, che lo attiva e lo promuove.

Nella sua riflessione mi sembra di capire che il paesaggio sia pensato come un luogo produttivo fatto di cose che si pongono in tensione tra loro.

Dunque più che porci il problema di cos’è il paesaggio, dovremmo chiederci cosa fa il paesaggio, cos’è che lo rende vitale e lo intensifica.

Io ritengo che il paesaggio viva attraverso la messa in tensione di fattori opposti. Un primo effetto di questa messa in tensione è la “singolarizzazione” del paesaggio. Per essere più preciso direi che un paesaggio si promuove in base alla sua capacità di singolarizzazione e dunque nella misura in cui riesce

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which cannot be understood because it is the most common, the most ordinary, the most widespread in experience. But then why not catch it? Because to grasp it, to understand it, it would be necessary to overcome the limits already established by our experience. In this sense, I believe that the role of art, architecture and urban planning is precisely to bring back the unheard from the everyday life, from the common and the ordinary. I would like to dwell on this concept by referring to two other concepts pertinent to the discipline of architecture. These terms are vanish (sparire) and disappear (scomparire). I would say that what we have in front of our eyes does not vanish but disappear (momentarily). Just like the sun which, by dint of having it in front of our eyes, does not vanish in the evening but disappears on the horizon to then appear at a later time; in the same way the unheard of consists in making what has disappeared out of habit, out of ordinariness, out of performativity, out of excessive discipline re-emerge. I am neither an architect nor an urban planner, but I live in a city that speaks to me of an existence absolutely conditioned by the urban landscape. For this reason I believe that an architectural project must lead to the construction and organization of de-coincidences capable of making the unheard of possible re-emerge as a resource; as the ability to make reappear not in something monumental or ornamental, but rather through light inflections, minimalist forms (of architecture) capable of restoring tension. For this reason, architecture interests me as it is capable of making the unheard of re-emerge as access to real life, to intense life. Architecture that is in a state of coincidence can only produce a dead positivity, a pseudo-life. I could say that both architecture and urban planning represent for me the mise en forme of an existence fact that has a direct effect on our ability to exist. What you have designated as performativity actually leads to an ideological coincidence, an order, a performative positivity precisely that hides the unheard of, that datum of vital de-coincidence in order to put tension on the life of things.

N.S. - There is another aspect of your research that I think open to a field of reflection for the discipline of architectural and urban design. It is the relationship between “continuity” and “modification”. Two notions which, in my view, almost inevitably refer to the concept of “form” as a synthetic expression of an architectural project and therefore of an idea which interprets the vital and necessary transformation of reality by assuming continuation as a search for a vocation to the duration. Now, from your writings it emerges how these two notions as well as being useful to unfold the relationship of opposition-complementarity that affects the “structure of reality” are linked to the concept of “becoming”. Could you explain to us how the two concepts imply each other, trying to take the city or the territory as a ground of reflection?

F. J. - Continuity and modification are two opposite but complementary words. I would prefer to speak of continuation rather than continuity because the suffix “tà” seems to me to give the concept a static nature. In other words, it is essential to think of a continuity that is renewed, of a continuity in transformation and therefore of a process of continuation. This concept again seems to refer to an idea of de-coincidence which alludes to a transformation rather than a form. From your question I perceive that it is not a matter of inserting time into space and therefore not of thinking to the architecture as an eternal

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monument endowed with a fixity, but rather as something vital. It is life that brings about renewal and that does not submit to the fixity of things. So I would focus on the relationship between continuation and modification to better understand the relationship between the two terms. Where modification corresponds to the way, to the way through which to obtain a continuation that corresponds to a tensioning of the continuity, to an implementation, to an activation of the continuity. Remaining on the lexicon, I would still say that we shouldn’t talk about “durata” but about “durazione”. Today this is a very used term. I have been in contact with French architects such as Cristian Portzamparc and Jacques Ferrier and I accompanied Jean Nouvel in a five-year work for the Beijing museum. I had a lot of discussions with them and what seemed interesting to me is the fact that they want to insert the vivant in cities or in forms. Obviously it is not just a question of inserting natural elements such as plants or greenery into the architecture, but rather of thinking about how to introduce life, an intensity of renewal into the forms of architecture. In this regard, you mentioned the word becoming. I would propose to think in terms of processuality, that is, in terms of something being renewed, reactivated. This means understanding the real not as an identity, not according to an ontological point of view, but rather as a resource: as a resource for the ability to react. For instance: it seems to me that over time cities become sad due to the wear and tear of materials; concrete, for example, despite being essential, makes cities sad because it produces shapes that age badly. It would be interesting to think of an architecture made of materials such as stone which, while wearing out, are reactivated by transforming themselves, exalting “le grain” (the rough part). In fact, I believe that things become sensitive by exhibiting a roughness and graininess: in short, a matter of materiality to which our gaze can cling. I would bring this consideration to the center of the current debate on architecture and urban planning. N.S. - In this third and last question I would like to invite you to reflect on the concept of landscape. A notion in which I am not interested as it is representative of a photogram that expresses something still and suspended, with immobile forms caught and fixed in a perpetual moment; but rather as a substance capable of making explicit a concretion of events, a set of footprints, signs, memories. You have written a lot on the subject of landscape and, in my view, you have done so by grasping aspects that I believe are fundamental for those interested in planning the transformation of a landscape. In particular in your book entitled Vivere di Paesaggio o l’impensato della ragione of reason you state: “there is landscape, first of all, when the singular is affirmed in it...” and, in him “...the individuation that causes it to be specified…”2. I would invite you to enter into the merits of the relationship between “landscape” and “singularity” with the aim of clarifying the assumptions on which the architectural work should be based in order to configure itself as a singularity of a landscape. You could refer to landscapes which are familiar. F.J. - I consider this question very interesting because it introduces again a de-coincidence in relation to a traditional conception of landscape. You associate the landscape with an idea of substance. The relationship between form and substance introduces an ontological question as the substance indicates something that is subject to change and therefore that does not

ad essere “singolare”. Un concetto, quest’ultimo, che afferisce alla dialettica filosofica hegeliana e che si delinea come prodotto tra due opposti complementari: la generalità/la particolarità, o meglio, la generalità astratta/la particolarità concreta.

Da questo processo di singolarizzazione emerge l’inedito. Proverei a fare degli esempi: per me che frequento e abito in Provenza, i villaggi ripidi e scoscesi sono singolari perché “sposano” la roccia. Potrei dire che tutti i villaggi sono assolutamente singolari, vitali, perché aggrappati alla loro roccia. Le case presenti in questi villaggi rimpiccioliscono in base alla forma della roccia ed alla loro disposizione in rapporto ai venti. A queste forme di insediamento si oppongono i cosiddetti “complessi residenziali”, presenti in pianura, fatti di case allineate con il loro proprio giardino, il loro laghetto, il loro prato, il loro recinto, la porta d’ingresso. Questa per me è morte, distruzione!!!

Nel senso che spazi organizzati in questo modo provocano un mitage, cioè una proliferazione urbana: ovvero si costruiscono case perché c’è il permesso di costruire rispettando certe distanze; ed ogni casa avrà il suo giardino, la sua piscina, il suo barbecue, il suo garage, ecc. Questo tipo di assetto urbanistico ritengo annulli ogni forma di singolarizzazione e renda il paesaggio atono, cioè senza tono, senza tensione, senza capacità di attrazione.

Pongo un altro esempio. Ho letto i racconti che Stendhal ha scritto sul lago di Como. Quando ho frequentato il lago, sono rimasto profondamente deluso poiché ho notato che si è costruito a ridosso della montagna provocando una saturazione del paesaggio. Eppure è lo stesso paesaggio nel quale è nato il romanzo di Stendhal: è il paesaggio che ha dato vita a personaggi come Sanseverina e Fabrizio del Dongo. Il paesaggio che si colloca tra due sponde, una più selvaggia, l’altra più urbanizzata con i suoi conventi sparsi qua e là. Potrei dire che Stendhal ha vissuto il paesaggio di Como per la capacità del paesaggio stesso di singolarizzarsi.

Note

1 Jullien F. (2014) Contro la comparazione. Lo scarto e il tra. Un altro accesso all’alterità, Mimesis, Milano, p. 49.

2 Jullien F. (2017) Vivere di Paesaggio o l’impensato della ragione, Mimesis, Milano, p. 108.

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Fig. 1 - Paul Klee, “Stadtperspective” (Prospettiva di città), 1928.

Paul Klee, “Stadtperspective” (Cityscape), 1928.

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change. Rather I think to the need to continually reactivate the vitality of the landscape, I consider the use of the concept of resource more appropriate: a resource of events, traces, signs, in short, everything that gives life to a landscape, which activates and promotes it. In your reflection I seem to understand that the landscape is thought of as a productive place made up of things that are placed in tension with each other. Therefore, rather than asking ourselves the problem of what the landscape is, we should ask to ourselves what the landscape does, what makes it vital and intensifies it. I believe that the landscape lives through the tension of opposing factors. A first effect of this tension is the “singularization” of the landscape. To be more precise, I would say that a landscape promotes itself on the basis of its singularity capacity and therefore to the extent that it manages to be “singular”. A concept, the latter, which belongs to the Hegelian philosophical dialectic and which emerges as a product between two complementary opposites: generality/particularity, or rather, abstract generality/concrete particularity. The unedited emerges from this process of singularization. I would like to do some examples: for me, who frequent and live in Provence, steep and craggy villages are unique because they “marry” the rock. I could say that all the villages are absolutely singular, vital, because they cling to their rock. The houses in these villages shrink according to the shape of the rock and their arrangement in relation to the winds. These forms of settlement are opposed by the so-called “residential complexes”, present in the plains, made up of houses lined up with their own garden, their pond, their lawn, their fence, their front door. This to me is death, destruction!!! In the sense that spaces organized in this way cause a mitage, that is an urban proliferation: that is, houses are built because there is permission to build while respecting certain distances; and each house will have its own garden, swimming pool, barbecue, garage, etc. I believe this type of urban layout cancels any form of singularization and makes the landscape atonal, that is, without tone, without tension, without the ability to attract. I will do another example. I have read the stories that Stendhal has made of Como Lake. When I visited the lake, I was deeply disappointed as I noticed that it was built close to the mountain causing a saturation of the landscape. Yet it is the same landscape in which Stendhal’s novel was born: it is the landscape that gave life to characters such as Sanseverina and Fabrizio del Dongo. The landscape that lies between two shores, one wilder, the other more urbanized with its convents scattered here and there.

I could say that Stendhal lived the landscape of Como for the ability of the landscape itself to be singular.

Notes

1 Jullien F. (2014) Contro la comparazione. Lo scarto e il tra. Un altro accesso all’alterità, Mimesis, Milan, p. 49.

2 Jullien F. (2017) Vivere di Paesaggio o l’impensato della ragione, Mimesis, Milan, p. 108.

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Diadi Dyads

urbanform and design

Tempo, spazio e mutabilità nella diade durata/temporaneità della forma urbana

DOI: 10.48255/2384-9207.UD 17-18.2022.03

U+D

Time, space and mutability in the dyad Duration and Temporariness of Urban Form

Keywords: Time, space, urban form, urban project

Abstract

Could the dyad of the concepts of duration and temporariness – useful for recognizing the changes in pre-modern architecture, albeit with due caution on a methodological level – still today represent a fertile tool for reading urban transformations and the language that characterizes the face of the contemporary city?

The nourished opinions on the subject open up different interpretative trajectories that leave no room for immediate or intuitive statements. To this end, the essay tries to scrutinize a possible horizon of reasoning centered on the subject/ author – reality dialectic (referring, however, to some considerations by the philosopher Nicola Emery), starting from the postulate that duration is not only synonymous with permanence and continuity and temporariness is not an attribute to be understood exclusively in terms of time.

The traditional differences that have characterized the architecture of the two main cultural areas in Europe for a long time are today declining towards an unprecedented and interesting linguistic hybridization that makes the meanings of the two poles of the dyad less selective, which must be re-read with an interpretative key to scrutinize the constitutive part of architectural and urban manifestations, identifying a new cultural identity.

As evidence of this interesting “mutation” the sample case of the recent Killesberghöhe district which rises near the well-known Weißenhof built in Stuttgart in 1927 will be analysed.

The conversation with the philosopher Nicola Emery, built on the dyad duration/temporariness, is part of this section with a series of interesting ideas that find space in different lines of research and are explored in the articles and in points of view proposed below.

By crossing some of his observations on the theme launched by the editorial staff, we will try to build a useful reasoning useful to recall possible speculative coordinates, here only mentioned, to relaunch the critical comparison starting from the initial recognition of the changing meaning of the two concepts which presuppose

ArCoD, Dipartimento di Architettura, Costruzione e Design, Politecnico di Bari E-mail: matteo.ieva@poliba.it

La conversazione con il filosofo Nicola Emery, costruita sulla diade durata/ temporaneità, si inserisce in questa sezione con una serie di interessanti spunti che trovano spazio in diverse linee di ricerca e di pensiero esplorate negli articoli e nei punti di vista proposti di seguito. Incrociando alcune sue osservazioni sul tema lanciato dalla redazione, si cercherà di costruire un ragionamento utile a richiamare possibili coordinate speculative, qui peraltro solo accennate, per rilanciare il confronto critico partendo dall’iniziale riconoscimento del mutevole significato dei due concetti. I quali presuppongono già in partenza un conflitto terminologico ed un’aspettazione che annuncia, in sé neppure tanto potenzialmente, una indubbia forma antinomica di significato. Antitesi che vive, nel caso ci si riferisca alla città col suo carattere leggibile estetico-figurativo, in una differenza che ad un primo rapido sguardo si evidenzia in base ad un principio di temporalità –considerato che le strutture urbane non sono sempre identiche e la diversità formale-strutturale sedimentata nel costruito lascia sempre traccia –, ma che allo stesso tempo implica una diversa percezione dipendente dall’istante storico osservato, specie se ci si riferisce al passato. Ciò perché la sola variabile temporale non può rappresentare la coordinata esclusiva da cui muovere per la formulazione di un giudizio.

Si pone, allora, in quest’ottica, l’interrogativo di quale sia la relazione riferita alla temporalità che deve contemplare congiuntamente presente, passato e futuro per tentare di riconoscere l’immagine simbolico-segnica della durata o della temporaneità nel mondo della forma urbana.

I tre momenti temporali, non indipendenti dalla meccanica del divenire, devono integrarsi e partecipare simultaneamente perché possano costituire una traiettoria di indirizzo per l’interpretazione del percepito attraverso i sensi1 Cosa significa mettere in relazione tutti i tempi rispetto all’atto dell’esistere, nel quadro delle valutazioni che stiamo esplorando? Che ogni essere, partecipe di un luogo e di un tempo, finisce per giudicare queste condizioni, in rapporto alla propria cultura, attraverso la percezione di una differenza che è, allo stesso tempo, un diversificarsi dell’esperienza; da cui discende la visione del giudicato, quale senso critico del pensare e dell’agire. Naturalmente, in una valutazione mirata a comprendere il portato collettivo, il tempo vissuto dall’individuo non può essere il parametro del percepito sensibile. Ne consegue che qualsiasi opinione deve esprimersi su base analitico-indiziaria per dare prova che si tratti di un interpretato fondato su ogni segno rivelato, partecipe dell’atto di riconoscere proprio la percezione del differenziarsi di una “realtà mutevole”, talora discontinua.

È dunque dalla sintesi costruita sul rapporto tra la ricerca degli indizi che concorrono a definire il senso di una durata più o meno prolungata, meno o più dichiarata, e la transtemporalità atta a dimostrare in concreto le trasformazioni, che possono derivarsi possibili tracce strutturali in grado di consegnare alla storia l’evidenza di quella inesorabile differenza compresa tra i poli della diade.

Entro questo scenario, sia la durata che la temporaneità devono, perciò, inquadrarsi ineludibilmente in una modalità di “mutazione” necessitata, pur in forma differenziata.

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1

b. c.

d. e. f.

del progetto internazionale di concorso alla

“New

for Tallinn 2019”; b., d., e., f. Esercizi didattici eseguiti nel Laboratorio di Progettazione

e Urbana

Prof. M. Ieva; c. Esercizio didattico eseguito nel Laboratorio di Laurea coordinato dal Prof. M. Ieva; b. Progetto di quartiere in Bari (A.A. 2017-2018); c. Progetto di riqualificazione del fronte nord della città di Tarragona (Lab. Laurea A.A. 2017-2018); d. e. f. Progetto di quartiere a Taranto (A.A. 2016-2017)*.

a. Volumetric plan of the international competition project at the Tallinn Architecture Biennale “New habitats, new beauties. Speculation for Tallinn 2019”; b., d., e., f. Didactic exercises carried out in the Architectural and Urban Design Laboratory of Prof. M. Ieva; c. Didactic exercise within the Degree Laboratory coordinated by Prof. M. Ieva; b. Neighborhood project in Bari (Academic Year 2017-2018); c. Redevelopment project of the northern front of the Tarragona city Lab. Degree A.A. 2017-2018); d. and. f. Neighborhood project in Taranto (Academic Year 2016-2017)*.

Interessante a questo riguardo è la considerazione di Alessandro Baricco (Baricco, 2013) proprio sul significato di mutazione: “Credo che si tratti di essere capaci di decidere cosa, del mondo vecchio, vogliamo portare fino al mondo nuovo. Cosa vogliamo che si mantenga intatto pur nell’incertezza di un viaggio oscuro. I legami che non vogliamo spezzare, le radici che non vogliamo perdere, le parole che vorremmo ancora sempre pronunciare, e le idee che non vogliamo smettere di pensare. È un lavoro raffinato. Una cura. Nella grande corrente, mettere in salvo ciò che ci è caro. È un gesto difficile perché non significa, mai, metterlo in salvo dalla mutazione, ma, sempre, nella mutazione. Perché ciò che si salverà non sarà mai quel che abbiamo tenuto al riparo dai tempi, ma ciò che abbiamo lasciato mutare, perché ridiventasse sé stesso in un tempo nuovo”.

Posta sullo sfondo della “mutazione” che funge da parametro di giudizio sotto forma di derivata prima, la diade assume un significato diverso per i due opposti concetti. Va però messo in risalto che, in entrambi i casi, si salva ciò che si è lasciato mutare facendolo ridiventare qualcosa d’altro in un tempo nuovo. È in questa dialettica di pensiero che possiamo giungere a definire lo scarto che si delinea nel nostro mondo, in particolare quello della forma urbana, sottoposta a continue trasformazioni non sempre equiparabili e soprattutto distinte per ambiti culturali linguistico-identitari. Tradizionalmente riconoscibili, l’una, nell’area del contesto mediterraneo, connotata da una maggiore “durata” e permanenza (l’essere traccia visibile nel divenire), sia della struttura urbana, sia della costituzione materica degli edifici e quindi del tessuto, l’altra, nell’area dei paesi mittel-nordeuropei, denotativa di una “temporaneità” che trova – nei caratteri strutturali, pure dipendenti dal modo in cui si concepisce il materiale impiegato nelle costruzioni – un processo di costante

from the beginning a terminological conflict and an expectation that announces, actually not so potentially, an undoubted antinomian form of meaning.

Antithesis that lives, if we refer to the city with its legible aesthetic-figurative character, in a difference that at first glance is highlighted on the basis of a principle of temporality – considering that urban structures are not always identical and the formal-structural diversity sedimented in the built always leaves traces –, but at the same time implies a different perception depending on the historical moment observed, especially if we refer to the past. This is because the time variable alone cannot represent the exclusive coordinate from which to move for the formulation of a judgment.

In this perspective, then, the question arises of what is the relationship referred to temporality that must jointly contemplate present, past and future to try to recognize the symbolic-sign image regarding the duration or the temporariness in the world of urban form.

The three temporal moments, not independent from the mechanics of becoming, must integrate and participate simultaneously so that they can represent a trajectory of address for the interpretation of the perceived through the senses1

What does it mean to relate all times respect to the act of existence, within the framework of the evaluations we are exploring? That every “to be”, participant of a place and a time, ends up

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Fig. - a. Planivolumetrico Biennale di Architettura di Tallinn habitats, new beauties. Speculation Architettonica del
a.

judging these conditions, in relation to its own culture, through the perception of a difference which is, at the same time, a diversification of experience; from which derives the vision of what’s judged, as an analytical sense of thinking and acting. Of course, in an evaluation aimed at understanding the collective result, the time experienced by the individual cannot be the parameter of the perceived sensitive. It follows that any opinion must be expressed on analytical-circumstantial basis to prove that it is an interpretation based on every revealed sign, participating in the act of recognizing precisely the perception of the differentiation of a “changing reality”, sometimes discontinuous.

It is therefore from the synthesis built on the relationship between the search for clues which contribute to define the meaning of a more or less prolonged, less or more declared duration, and the trans-temporality capable of concretely demonstrating the transformations which can be derived from possible structural traces able to deliver to history the evidence of that inexorable difference between the poles of the dyad. Within this scenario, both duration and temporariness must therefore be inevitably framed in a mode of necessitated “mutation”, albeit in a differentiated form.

Interesting in this respect is the consideration of Alessandro Baricco (Baricco, 2013) precisely on the meaning of mutation: “I think it’s about being able to decide what we want to take out form the old world to the new world. What we want to keep intact even in the uncertainty of a dark journey. The bonds we don’t want to break, the roots we don’t want to lose, the words we still want to say, and the ideas we don’t want to stop thinking. It is a refined work. A cure. In the great current, to save what is dear to us. It is a difficult gesture because it never means saving it from mutation, but, always, in mutation. Because what will be saved will never be what we have kept away from the times, but what we have allowed to change, so that it would become itself again in a new time”.

Placed against the background of the “mutation” that serves as a parameter of judgment in the form of a first derivative, the dyad takes on a different meaning for the two opposite concepts. However, it should be emphasized that, in both cases, what has been allowed to change is saved, making it become something else in a new time. It is in this dialectic of thought that we can come to define the gap that is emerging in our world, in particular that of the urban form, subjected to continuous transformations that are not always comparable and above all distinguished by linguistic-identity cultural areas. Traditionally recognizable, one, in the area of the Mediterranean context, characterized by a greater “duration” and permanence (being a visible trace in becoming), both of the urban structure, and of the material installation of the buildings and therefore of the fabric, the other, in the area of the Mittel-Northern European countries, denotative of a “temporariness” that finds – in the structural characters, also depending on the way the material used in construction is conceived – a process of constant modification and substitution also reflected in the urban form subject to more rapid transformations. Therefore, a different mutability that, from time to time, makes the urban space “become again” in the sign of a new figurativeness updated to the varied civil instances, albeit differentiated in the two areas in relation to the permanence of the imprint left in the built by each building

Fig. 2 - Foto dall’alto del quartiere

Killesberghöhe. Fonte: https://ortner-ortner. com/de/baukunst/ projekte/staedtebau/ quartierszentrumkillesberghoehestuttgart.

Aerial photo of the Killesberghöhe district. Source: https://ortner-ortner. com/de/baukunst/ projekte/staedtebau/ quartierszentrumkillesberghoehestuttgart.

Fig. 3 - Stralcio planimetrico del quartiere con indicazione dei progettisti: 1. e 2. O&O Baukunst; 3. KCAP Architects & Planners; 4. be baumschlager eberle; 5. David Chipperfield Architects.

Part of the neighborhood plan with indication of the designers: 1. and 2. O&O Baukunst; 3.KCAP Architects & Planners; 4. be baumschlager eberle; 5.David Chipperfield Architects.

modificazione e sostituzione che si riflette anche nella forma urbana soggetta a più rapide trasformazioni.

Dunque, una diversa mutabilità che, di volta in volta, fa “ridiventare” lo spazio urbano nel segno di una nuova figuratività aggiornata alle variate istanze civili, sia pure differenziate nei due ambiti in rapporto al permanere dell’impronta lasciata nel costruito da ciascuna cultura edilizia.

Per un approfondimento critico su questo argomento, si veda la lettura proposta da G. Strappa nel volume Unità dell’organismo architettonico (Strappa, 1995) e nell’editoriale sul significato dell’odierno concetto di area culturale.

In parallelo al riconoscimento di un carattere dell’ente urbano nelle sue manifestazioni leggibili consolidate e durevoli o instabili perciò transitorie, sulla cui enunciazione è stato finora esposto succintamente il personale punto di vista, scorciando un po’ il discorso, si proverà ora ad aprire l’interrogativo di cosa si rilegge nell’orizzonte di ricerca che compare nelle proposte progettuali odierne e nelle realizzazioni dei nuovi sistemi insediativi, in cui sembra spesso radicarsi l’idea di “mutazione” imperniata in un campo di valutazioni basate sull’utopia del solo temporaneo; significato dall’aspirazione del progettista, neppure tanto celata, di rincorrere l’infuturato scenario (immaginato in un luogo) attraverso un desiderato che punta all’alterità, non di rado al di fuori del proprio tempo storico, negando l’identità che giace nell’interlinea dei caratteri propri di una cultura. Con ciò, di fatto, determinando una pressoché totale equiparazione dei modelli vigenti nei due mondi da sempre connotati da diversità e significanti sfumature, almeno fino alla modernità. L’obiettivo del superamento delle condizioni materiali di cui si nutre il presente, proprio in vista di un qualcosa d’altro, si pone inevitabilmente nel campo equivoco di un retaggio che vede, talvolta, entrare in gioco un percorso con-

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traddittorio in cui prevale, ad esempio, l’dea di un’architettura, ad un tempo, “sostenibile” ma anche soggetta a un’obsolescenza programmata, a un indubbio progressivo consumo, paradossalmente contrario all’altro presunto requisito che annuncia e contiene in sé il concetto di durata. Spostando ora il ragionamento sull’operato dell’architetto attraverso il progetto che traduce e soddisfa la propria idea-cogito, si può notare che l’autorialità assume un significato inspiegabilmente esaltato, spesso tradotto nell’oltrepassamento dei limiti di una condizione in cui il progettista dà vita ad un’amplificazione della propria referenzialità, trasposta in un operato che si rapporta solo al sé. È interessante, a questo proposito, notare quanto afferma N. Emery: “Nel campo dell’architettura l’essere in sé, per quanto monolitico e autoreferenziale possa pretendere di farsi, non toglie mai né riduce l’essere-per-gli altri. E questo suo essenziale essere-per-gli altri nei casi peggiori si rovescia in un suo essere contro gli altri: non è forse questo l’assurdo degli eco-mostri e della “città dispersa” contemporanea? […] Ma stare nella relazione significa anche dover rispondere della propria forma-presenza, essere responsabili rispetto alle richieste che provengono da altri, dall’altro polo della relazione che ci costituisce. Senza l’essere-per gli-altri, l’essere in sé si chiude in una autoreferenzialità necessariamente statica e chiusa ai bisogni della città, in questo caso alla responsabilità subentra la prevaricazione e l’usurpazione dello spazio devastato rispetto alla sua essenza di bene comune”. L’essenza di bene comune dello spazio urbano è latente, anzi destituita in favore di una visione individualizzata del mondo che perde, di fatto, il suo paradigma di qualcosa di condiviso e comunitario, a dichiarare che l’intervento dell’autore risponde soltanto al modo personale di pensare e proporre la mutazione.

L’incoerenza del non considerare il proprio agire nei lineamenti di un essereper-gli altri, concedendosi a un’etica di servizio per la società, affiora nelle numerose manifestazioni che si spiegano, talvolta, nel nutrire interesse verso il compimento di un immaginario nella forma di un’autoreferenza esclusiva del rapportarsi/concepire la realtà strutturata – sintesi concreta dell’apporto collettivo stratificatosi nel tempo – già al momento della sua interpretazione e figurazione grafica. Lo dimostra la modalità con cui spesso si risolve la rappresentazione del promettente immaginato, astratto dal contesto reale e soprattutto dall’identità, che è risorsa ma anche vincolo. Prova ne sia il modo in cui, di norma, viene riprodotto il progettato che amplifica, esasperandolo graficamente, lo spazio pensato rispetto ad un intorno anonimo, dissimulato e privo di consistenza. Ugualmente ambigua è l’applicazione di categorie basate sulla percezione cartesiana secondo cui “tutto deve stare al soggetto e ai propri parametri di valutazione” e non a quelli delle “cose stesse”. Si pensi, ancora, all’interpretazione generalmente attribuita al percorso o allo spazio urbano non edificato inteso come vuoto, cioè come un’insignificanza che evoca assenza, ed ignora che il percorso è all’opposto la legge di connessione tra gli spazi costruiti o inedificati della città, essenza dei rapporti in essere allo spazio. Rinunciare a comprenderlo come struttura antropica, significa non ricercare la “relazione” che si instaura tra il costruito e l’essere, nel senso dell’Esser-ci2, sottraendosi al portato identitario.

Ancora un richiamo ad Emery sul sistema relazione-identità: “… la relazione precede l’identità, la relazione è il prius ontologico che permette alle identità di prender forma e queste pertanto vanno intese come in termini dialogici e dinamici, hanno senso nella misura in cui riconoscono il loro stare nella relazione e non ambiscono a separarsene e a isolarsi da essa”.

In questo quadro di riflessione, potremmo rileggere tali forme dello spazio urbano non classificandole come “vuoti” – perché il vuoto come pura assenza non interroga la relazione tra l’essere e gli enti in gioco e di conseguenza non coglie l’interdipendenza tra lo spazio costruito e quello libero –, ma – col sostegno della prospettiva ontologica interessata a definire una dimensione in cui i legami tra le cose e l’uomo sono il fondamento dell’esistenza – come “cavità urbane”. Categoria alternativa che per sua natura rappresenta un sistema contenente rispetto ad uno contenuto.

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culture.

For a critical study on this topic, see the reading proposed by G. Strappa in the volume Unità dell’organismo architettonico (Strappa, 1995) and in the editorial on the meaning of today’s concept of cultural area.

In parallel with the recognition of a character of the urban entity in its legible manifestations consolidated and durable or unstable therefore transitory, on the enunciation of which the personal point of view has so far been succinctly exposed, lightly shortening the discourse, we will now try to open the question of what we re-read in the research horizon that appears in today’s project proposals and in the realizations of new settlement systems, in which the idea of “mutation” often seems to take root, focused in a field of evaluations based on the utopia of the only temporary; meaning by the aspiration of the designer, not hidden, to chase the future scenario (imagined in a place) through a desire that points to otherness, often outside of its own historical time, denying the identity that lies in the interline of the characters specific of a culture. With this, in fact, determining an almost total equivalence of the models in force in the two worlds that have always been characterized by diversity and significant nuances, at least until modernity.

The objective of overcoming the material conditions on which the present is nourished, precisely in view of something else, inevitably arises in the ambiguous field of a legacy that sees, sometimes, a contradictory path come into play in which prevails, for example, the idea of an architecture, at the same time, “sustainable” but also subject to a programmed obsolescence, to an undoubted progressive consumption, paradoxically contrary to the other alleged requirement that announces and contains in itself the concept of duration.

Shifting now the discussion on the work of the architect through the project that translates and satisfies his idea-cogito, we notice that authorship takes on an inexplicably exalted meaning, often translated in the overcoming of the limits of a condition in which the designer gives life to an amplification of his own referentiality, transposed into a work that relates only to itself.

It is interesting, in this regard, to note what N. Emery says: “In the field of architecture, being in itself, although monolithic and self-referential it may claim to be, never takes away or reduces being-for-others. And this essential being-for-others in the worst cases reverses into its being against others: is this not perhaps the absurdity of eco-monsters and of the contemporary “dispersed city”? [...] But being in the relationship also means having to answer for one’s own form-presence, being responsible for the requests that come from others, from the other pole of the relationship that constitutes us. Without being-for-others, being in itself closes itself in a necessarily static self-referentiality and closed to the needs of the city, in this case responsibility is replaced by the abuse and usurpation of the devastated space with respect to its essence of common good”.

The essence of the common good of urban space is latent, indeed dismissed in favor of an individualized vision of the world that loses, in fact, its paradigm of something shared and communitarian, to declare that the author’s intervention responds only to the personal way of thinking and proposing mutation.

The inconsistency of not considering one’s own actions in the features of a being-for-others,

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giving oneself to an ethic of service to society, emerges in the numerous manifestations that are explained, sometimes, in nourishing interest in the fulfillment of an imaginary in the form of an exclusive self-reference of the relating/conceiving the structured reality – concrete synthesis of the collective contribution stratified over time – already at the time of its interpretation and graphic figuration. This is demonstrated by the way in which the representation of the promising imagined is often resolved, abstracted from the real context and above all from identity, which is a resource but also a bond. Proof of this is the way in which, as a rule, the design is reproduced it amplifies, graphically exasperating, the space thought in respect to an anonymous environment, disguised and inconsistent. Equally ambiguous is the application of categories based on the Cartesian perception according to which “everything must belong to the subject and to its own parameters of evaluation”, not to the “things themselves”. Think, again, to the interpretation generally attributed to the path or to the unbuilt urban space intended as emptiness, as an insignificance that evokes absence, and ignores that the path is on the contrary, the connection law between the built or unbuilt spaces of the city, essence of the actual space relationships. To renounce understanding it as an anthropic structure means not to seek the “relationship” that is established between the built and the being, in the sense of Being-there, escaping the identity bearing2

Another reference to Emery on the system relationship-identity: “...The relationship precedes the identity, the relationship is the ontological Prius that allows identities to take shape and these therefore must be intended in dialogical and dynamic terms, they make sense as long as they recognize their being in the relationship and do not aspire to separate and isolate themselves from it”.

In this framework of reflection, we could reinterpret such forms of urban space not classifying them as “empty” – because emptiness as pure absence does not question the relationship between the being and the entities involved (being-penso) at stake and consequently does not grasp the interdependence between built and free space –, but – with the support of the ontological perspective interested in defining a dimension in which the links between things and man are the foundation of existence – as “urban cavities”. An alternative category which by its nature represents a containing system with respect to a contained one.

Remaining on a level of discussion based on the similarity borrowed from philosophy, we consider the surprising essay by Heidegger “The Thing” (in Vattimo, 2019, 109-124), in which the German thinker reflects on the meaning of the object jug in the relationship between the containing consisting of sides and the bottom, made by the potter who gives shape to the clay (more precisely – he says – gives shape to the void), and the content (void) consisting of air: “The potter grasps (fasst) above all and constantly the incomprehensible (das Unfassliche) of the vacuum and produces it as the containing (das Fassende) in the form of the vessel ... The thingness of the vessel doesn’t lie in the material of which it consists, but in the vacuum, it contains”.

Using the prodigious Heideggerian hyperbole that summarizes the evaluations on the generative relationship established between the potter and the object, with its nature not linked to the sole function, imagine – in the guise of artifi-

Fig. 4 - Foto del centro commerciale e uffici in testata al lotto. (in alto, foto dell’autore; in basso, fonte: https://ortner-ortner.com/de/baukunst/projekte/staedtebau/quartierszentrumkillesberghoehe-stuttgart).

Photos of the shopping center and offices at the end of the lot. (above, photo by the author; below, source: https://ortner-ortner.com/de/baukunst/projekte/staedtebau/quartierszentrumkillesberghoehe-stuttgart).

Restando su un piano di trattazione basato sulla similitudine mutuata dalla filosofia, si consideri il sorprendente saggio di Heidegger “La cosa” (in Vattimo, 2019), in cui il pensatore tedesco riflette sul significato dell’oggetto brocca nella relazione tra il contenente costituito dalle pareti e dal fondo, realizzato dal vasaio che dà forma all’argilla (più precisamente – dice – dà forma al vuoto), e il contenuto (vuoto) costituito dall’aria: “Il vasaio coglie (fasst) anzitutto e costantemente l’inafferrabile (das Unfassliche) del vuoto e lo produce come il contenente (das Fassende) nella forma del recipiente … La cosalità del recipiente non risiede affatto nel materiale di cui esso consiste, ma nel vuoto, che contiene”.

Impiegando la prodigiosa iperbole heideggeriana che fa sintesi delle valutazioni sul rapporto generativo istituito tra il vasaio e l’oggetto, con la sua natura non legata alla sola funzione, si immagini – in guisa di artificiosa metafora – il ruolo dell’architetto portato a cogliere l’inafferrabile del vuoto urbano. La “cosalità” dell’architettura, pensata come spazio della città, giunge a richiamare proprio il “vuoto che contiene”, nel senso del legame necessario che delinea il tentativo di fare proprio l’inafferrabile, ora riguardato come ciò che è accolto e compreso in una cavità, appunto, definita dalla sua forma come intorno delle cose.

Anche nella didattica sul progetto urbano sembra in molti casi dominare l’interesse a non trasmettere i principi di una ricerca tesa a stabilire una relazione con il mondo reale guardato nel suo divenire e paiono, anzi, affermarsi modelli a-priori trattati in forma di paradigma con la presunzione di poterli immaginare adatti ad ogni condizione incontrata; provocando così l’annullamento di quanto in teoria la realtà offre come opportunità promessa al progettista nel poter pensare un orizzonte di adeguazione possibile a quanto ereditato, che

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cial metaphor – the role of the architect led to grasp the elusive of the urban void. The “thingness” of architecture, conceived as space of the city, comes to recall precisely the “emptiness it contains”, in the sense of the necessary link that outlines the attempt to own the elusive, now referred as what is welcomed and understood in a cavity, precisely, defined by its form as what surrounds things.

Even in the teaching on urban design seems in many cases to dominate the interest in not transmitting the principles of a research aimed at establishing a relationship with the real world observed in the making and it seems like, indeed, a priori models arise treated in the form of paradigm with the presumption of being able to imagine them suitable for every condition encountered; thus provoking the annulment of what reality potentially offers as a promised opportunity to the designer in being able to think of a horizon of possible adaptation to what is inherited, which expresses in strength recognizable identity values, but also convenience to pursue a mutation in a perspective of progress and perfection.

In addition to what has been observed so far regarding some critical issues, moreover just outlined, evident in some lines of research applied to the urban project, the cities show interesting realizations of neighborhoods in which the two notions live combined. Which can no longer be strictly regarded as identifying each of a cultural area, but exist differently hybridized and integrated by virtue of some, composite factors dependent in many cases on the current condition of “massification” of the materials used and therefore on their interpretation, on the “objectivity” which unfolds with its own expectations and, no less relevant, on the “intentionality” of the author.

esprime in potenza valori identitari riconoscibili, ma anche convenienza ad inseguire una mutazione in un’ottica di progresso e di perfezione. A lato di quanto si è finora osservato riguardo ad alcune criticità, peraltro appena delineate, evidenti in alcune linee di ricerca applicate al progetto urbano, le città mostrano interessanti realizzazioni di quartieri in cui vivono combinate le due nozioni. Le quali non possono più riguardarsi severamente come identificative ciascuna di un’area culturale, ma sussistono diversamente ibridate ed integrate in virtù di alcuni, compositi fattori dipendenti in molti casi dall’attuale condizione di “massificazione” dei materiali impiegati e quindi dalla loro interpretazione, dalla “oggettualità” che si dispiega con aspettative proprie e, dato non meno rilevante, dalla “intenzionalità” dell’autore. Si propone di seguito la descrizione del quartiere Killesberghöhe, realizzato a Stoccarda vicino al Weißenhof oggetto di analisi critica nello scritto di Jörg Gleiter, partendo da una domanda: si può parlare realmente di durata quando si analizza un quartiere di nuovo impianto? Così posta potrebbe far pensare ad un ossimoro, perché la durata si relaziona comunque ad un tempo, approssimativamente prolungato o sufficientemente ampio e, ugualmente, non è ragionevole immaginare una mutabilità in un apparire che non ha ancora prodotto uno stato di cambiamento necessitato. Allora, come va riconosciuta questa qualità?

Attraverso il concetto della temporalità non intesa come parametro assoluto basato sull’idea scientifica del tempo, astrattamente letto come il flusso continuo di una successione di istanti equivalenti trasposti in rappresentazioni di natura spaziale, ma come attitudine al saper cercare la relazione di tutti i tempi attraverso lo sfondo del compimento di valori permanenti (durata), identificati come essenti. Tra questi va, senza dubbio, riconosciuto – nella città

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The following is the description of the Killesberghöhe district, made in Stuttgart near the Weißenhof object of critical analysis in the paper by Jörg Gleiter, starting from a question: can we really talk about durability when analyzing a newly planted district? Thus asked it could suggest an oxymoron, because the duration is still related to a time, approximately prolonged or sufficiently large and, equally, it is not reasonable to imagine a mutability in an appearance that has not yet produced a state of required change. So how should this quality be recognized?

Through the concept of temporality not intended as an absolute parameter based on the scientific idea of time, abstractly read as the continuous flow of a succession of equivalent instants transposed into representations of a spatial nature, but as an attitude being able to seek the relationship of all times through the background of the fulfillment of permanent values (duration), identified as becoming. Among these, it is undoubtedly recognized – in the European city – the “measured” relationship determined by balanced hierarchical links that sanction the interdependence of the various elements constituting the organism with the space of connection, in view of an advantageous unity, experienced and known historically not without uncertainties and imperfections.

Prerogatives present in the case of the Killesberghöhe district located north of Stuttgart on the site of the former exhibition center moved in 2007, near the Killesbergpark next to the Weißenhof (1927)

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which houses the innovative residences of Ludwig Mies van der Rohe, Le Corbusier, J.J. Peter Oud, Hans Scharoun and others. Fig. 6 - Foto degli edifici di KCAP Architects & Planners e be baumschlager eberle (foto dell’autore). Building photos by KCAP Architects & Planners and be baumschlager eberle (photo by author). Fig. - Foto dello spazio interno con gli edifici di O&O Baukunst a dx e l’edificio di David Chipperfield Architects in fondo (fonte https://ortner-ortner.com/de/baukunst/projekte/ staedtebau/quartierszentrum-killesberghoehe-stuttgart). Photo of the interior space with the O&O Baukunst buildings on the right, and the David Chipperfield Architects building in the background (source

Fig. 7 - David Chipperfield Architects. Progetto di casa in linea con scuola materna. Prospetti e pianta del II-IV piano, del V piano (attico) e del piano terra (© David Chipperfield Architects)**. David Chipperfield Architects. In line house project with kindergarten. Elevations and plan of the 2nd-4th floors, the 5th floor (attic) and the ground floor (© David Chipperfield Architects)**.

Made between 2011 and 2013 by Fürst Developments commission, the overall project was developed by the Stuttgart-based studio ackermann+raff, which won the competition for ideas for urban planning, which was followed by an international competition at European level for the design of building units.

Among the aspects useful to frame the interesting result of the work, we recall some notes on the realization of the entire complex and on the figures, who participated to its execution.

The masterplan was drawn up by architects O&O Baukunst, of the Vienna studio, while the Berlin office designed the district center with commercial facilities and 3 residential buildings to the east, along Stresemannstraße. The other residential buildings belong to: KCAP Architects & Planners Zurich with 3 in line houses to the south; be baumschlager eberle of Lustnau with 3 in line houses to the north; David Chipperfield Architects Berlin with a in line house and the nursery to the north.

The landscape project was curated by Rainer Schmidt Landschaftsarchitekten of Munich.

The organic vision of the entire operation emerges from the congruity and adequacy of the relationship spaces and from the built that foresees, together with the housing functions, the insertion of a shopping center and offices in a nodal position with respect to the system, at the head of the lot where the subway arrives, along the fast arteries of Am Khokenhof and Stresemann-

europea – il rapporto “misurato” determinato da equilibrati legami gerarchici che sanciscono l’interdipendenza dei vari elementi componenti l’organismo con lo spazio di connessione, in vista di una vantaggiosa unità, sperimentata e nota storicamente non senza incertezze e imperfezioni.

Prerogative presenti nel caso del quartiere Killesberghöhe che sorge a nord di Stoccarda sull’area dell’ex centro fieristico trasferito nel 2007, nei pressi del Killesbergpark prossimo al Weißenhof (1927) che ospita le innovative residenze di Ludwig Mies van der Rohe, Le Corbusier, J. J. Pieter Oud, Hans Scharoun ed altri.

Realizzato tra il 2011 e il 2013 su committenza della Fürst Developments, il progetto generale è stato elaborato dallo studio Ackermann+Raff di Stoccarda che vinse il concorso di idee bandito per la pianificazione urbana, cui fece seguito un concorso internazionale a livello europeo per la progettazione delle unità edilizie.

Tra gli aspetti utili ad inquadrare l’interessante risultato dell’opera, si richiamano alcune note sulla realizzazione dell’intero complesso e sulle figure che hanno partecipato alla sua esecuzione.

Il masterplan è stato elaborato dagli architetti O&O Baukunst, dello studio di Vienna, mentre la sede di Berlino ha progettato il centro di quartiere con le strutture commerciali e 3 edifici residenziali ad est, lungo Stresemannstraße.

Gli altri edifici residenziali sono di: KCAP Architects & Planners di Zurigo con tre case in linea a sud; BE Baumschlager Eberle di Lustnau con tre case in linea a nord; David Chipperfield Architects con una casa in linea e l’asilo nido a nord.

Il progetto paesaggistico è stato curato da Rainer Schmidt Landschaftsarchitekten di Monaco di Baviera.

La visione organica dell’intera operazione emerge dalla congruità e dall’ade-

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guatezza degli spazi di relazione e dal costruito che prevede, insieme alle funzioni abitative, l’inserimento di un centro commerciale e di uffici in posizione nodale rispetto al sistema, in testata al lotto dove arriva la metropolitana, lungo le arterie a scorrimento veloce di Am Khokenhof e Stresemannstraße, veri limes che generano una indubbia discontinuità con l’intorno. Il centro, peraltro anche a servizio dei frequentatori della vicina Staatliche Akademie der Bidenden Künste Stuttgart, è integrato da altre attività ospitate all’interno del complesso interamente pedonalizzato e attraversato, pur se privato, avendo collocato il parcheggio in un piano interrato.

Lo spazio della corte interna, unitario e misurato nella sua estensione, è semiaperto sul fronte sud-est, dove ritaglia un ampio percorso di accesso, mentre restringe il suo invaso nella parte opposta, a ricercare, sembrerebbe, l’espediente “barocco” che accelera la prospettiva in corrispondenza di una scalinata che risolve il salto di quota, senza rinunciare alla continuità garantita da uno stretto corpo a ponte di connessione tra le due ali. Piena coerenza si osserva anche nella leggibilità delle facciate: quelle interne interamente permeabili, con l’evidenza della sola campata strutturale e di elementi prefabbricati a livello del solaio, integrati da esili velette arretrate utili a contenere il sistema degli infissi; quelle esterne con una leggera gerarchia al piano terra rispetto ai livelli superiori, dove compaiono ampie aperture a portafinestra intervallate da elementi a doppia strombatura, sfalsati nei vari piani, in mattoni scialbati di colore beige.

Stesso rigore si rileva nei corpi residenziali dello studio berlinese di O&O Baukunst, definiti da volumi puri con aperture che attestano il diverso ruolo del piano terra rispetto ai piani superiori, connotati, anche in questo caso, da ampie aperture ritmiche, sebbene lievemente disassate a dimostrare il ruolo

straße, real limes that generate an undoubted discontinuity with the surroundings. The Centre, which also serves visitors to the nearby Staatliche Akademie der Bidenden Künste Stuttgart, is complemented by other activities housed within the entirely pedestrianized complex and crossed, albeit privately, having placed the car park in a basement.

The space of the internal courtyard, unitary and measured in its extension, is semi-open on the south-east front, where it cuts out a wide access path, while narrowing its reservoir on the opposite side, to seek, it seems, the “baroque” expedient that accelerates the perspective at a staircase that solves the jump in altitude, without sacrificing the continuity guaranteed by a narrow bridge body connecting the two wings. Full consistency is also observed in the legibility of the facades: the internal ones entirely permeable, with the evidence of only the structural span and prefabricated elements at the level of the floor, integrated by slender recessed veils useful to contain the system of fixtures; the external ones with a slight hierarchy on the ground floor compared to the upper levels, where large French window openings appear interspersed with double-splayed elements, staggered in the various floors, in beige drab bricks.

The same rigor can be found in the residential bodies of O&O Baukunst’s Berlin studio, defined by pure volumes with openings that attest to the different role of the ground floor compared to

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Fig. 8 - David Chipperfield Architects. Foto dei prospetti dell’edificio e della loggia al piano attico (Foto © Stefan Müller). David Chipperfield Architects. Photos of the building elevations and of the loggia on the attic floor (Photos © Stefan Müller).

the upper floors, connoted, also in this case, by large rhythmic openings, although slightly offset to demonstrate the non-load-bearing role of the envelope that has a white plaster finish with scratch-type decorative fragments.

The lots designed by the Zurich studio have an articulated volumetric composition, with evident variations on the side fronts and on the one opposite the façade, the latter participating in the central space in which a linear figurativeness similar to the other buildings is captured, with little varied openings arranged on the same vertical axis. Access to the building takes up a recurring theme starting from modernity, with the emptying of the corner and the cantilevered upper body that allows to obtain a covered but open space3

The units of be baumschlager eberle assume a volumetric configuration parallelepiped on a rectangular plan, with corner loggias and windows little changed on all fronts, two of which overlook the park. The white plaster, covering the entire external surface, is interrupted at the openings framed by travertine slabs to define a small internal “slot” that prepares the wall for discontinuity.

A triple body visible on the narrow front, joined to another on the ground floor that reaches two levels on Stresemannstraße overcoming the difference in height, bears the signature of the Berlin studio of Chipperfield.

The essentiality of the plant and the legible system express the refined tendency of the British architect and his collaborators towards a research that combines, at the same time, complexity and compositional clarity. The development of the serial floors, beyond the first level, is declared by the presence of stringcourses that find a conclusion, barely mentioned, consisting of a band of greater height, sufficient to affirm the term of the building. Different is instead the system of openings between the east front, here arranged in an alternating interaxis with a series of French windows coupled in the form of mullioned windows, and the west front, with large loggias strictly aligned for all six floors, with the exception of the basement almost totally opaque. The choice of the casing was also oriented in this case towards the use of dull bricks. The spaces inside the district, resulting of careful design, neatly isolate the paths from the extensive green fields and solve with sophisticated harmony the variations in altitude, both inside the building complex and external, without ever renouncing to carefully qualify each profile, consisting of the series of buildings and connecting spaces, which relates to diversified surroundings on each edge of the lot.

From what has been outlined so far, there is no doubt that the district was born with the interest of reproducing a consolidated experimentation device starting from modernity, especially of the Weißenhof, as the choice to entrust to several designers the construction of housing units demonstrates, in this case only multi-family, surfaces with a light finish, garden roofs, etc.

“...wir müssen das architektonische Erbe der Siedlung weiterführen”4 said architect Manfred Ortner to investor Franz Fürst.

Approaching a conclusive synthesis at the moment still in progress open – introduced even with excessive approximation the terms of time and space, framed in the urban problem with the stable evidence of a mutability announcer of the continuity of life of the organism –, it must be said that the itinerarium mentis towards which the reasoning on the dyad duration and

non portante dell’involucro che presenta una finitura ad intonaco bianco con lacerti decorativi a graffio.

I lotti progettati dallo studio di Zurigo presentano una composizione volumetrica articolata, con variazioni evidenti sui fronti laterali e su quello opposto alla facciata, quest’ultimo partecipa dello spazio centrale in cui si coglie una figuratività di tipo lineare analoga agli altri edifici, con aperture poco variate disposte sullo stesso asse verticale. L’accesso all’edificio riprende un tema ricorrente a partire dalla modernità, con lo svuotamento dell’angolo e il corpo superiore a sbalzo che consente di ricavare uno spazio coperto ma aperto3.

Le unità di BE Baumschlager Eberle assumono una configurazione volumetrica parallelepipeda su pianta rettangolare, con logge angolari e finestre poco variate su tutti i fronti, due dei quali affacciano sul parco. L’intonaco bianco, coprente tutta la superficie esterna, è interrotto in corrispondenza delle bucature riquadrate da lastre di travertino a definire una esigua “asola” interna che prepara la parete alla discontinuità.

Un corpo triplo visibile sul fronte stretto, unito ad un altro a piano terra che raggiunge due livelli su Stresemannstraße superando il dislivello, porta la firma dello studio berlinese di Chipperfield.

L’essenzialità dell’impianto e del sistema leggibile esprimono la raffinata tendenza dell’architetto britannico e dei suoi collaboratori verso una ricerca che coniuga, ad un tempo, complessità e chiarezza compositiva. Lo sviluppo dei piani seriali, oltre il primo livello, è dichiarato dalla presenza dei marcapiani che trovano una conclusione, appena accennata, costituita da una fascia di altezza maggiore, sufficiente ad affermare il termine dell’edificio. Diverso il sistema delle aperture tra il fronte est, qui disposte ad interasse alternato con serie di portefinestra accoppiate in guisa di bifora, ed il fronte ovest, con ampie logge rigorosamente allineate per tutti i sei piani, ad eccezione del basamento pressoché totalmente opaco. La scelta dell’involucro si è orientata anche in questo caso verso l’uso di mattoncini in laterizio scialbato.

Gli spazi interni al quartiere, risultato di un accurato design, isolano ordinatamente le percorrenze dagli estesi campi a verde e risolvono con sofisticata armonia le variazioni di quota, sia interne al complesso edilizio, sia esterne, senza mai rinunciare a qualificare in modo attento ogni profilo, costituito dalla serie degli edifici e degli spazi di connessione, che si rapporta a un intorno diversificato su ciascun margine del lotto.

Da quanto finora tratteggiato, non vi è alcun dubbio che il quartiere sia nato con l’interesse di riprodurre un dispositivo di sperimentazione consolidato a partire dalla modernità, in special modo del Weißenhof, come dimostra la scelta di affidare a più progettisti la realizzazione delle unità abitative, in questo caso solo plurifamiliari, le superfici con finitura chiara, i tetti giardino, ecc. “… wir müssen das architektonische Erbe der Siedlung weiterführen”4 ha dichiarato, a questo proposito, l’architetto Manfred Ortner rivolgendosi all’investitore Franz Fürst. Accostandoci ad una sintesi conclusiva al momento ancora in fieri aperta – introdotti pur con eccessiva approssimazione i termini di tempo e spazio, inquadrati nel problema urbano con la stabile evidenza di una mutabilità annunciatrice della continuità di vita dell’organismo –, va detto che l’itinerarium mentis verso cui volge il ragionamento sulla diade durata e temporaneità porta a riconoscere la differenza – oggi solo potenziale – che vive nel concetto di area culturale nella fase storica della post globalizzazione (v. Strappa), in direzione di una transizione critica che supera il modello ideale riconosciuto tradizionalmente per aprirsi al fenomeno derivato di una ibridazione necessitata, che amplia i confini senza, tuttavia, rinunciare al valore identitario radicato nel riposto della lingua architettonica, arricchita costantemente dall’apporto delle culture interagenti. Una lingua che comunica una diversificata e ricca parole incarnata nelle complesse ed ellittiche morfologie di un pensiero che insegue, non senza difficoltà, la forma di un “nuovo razionalismo di matrice europea” (Ieva, 2018). E in quanto parole, capace di consacrare un insieme di soggettività tutte fra loro differenti ed allo stesso tempo orientate a coltivare la diversità con la messa in opera di una coscienza sia individuale sia universale. Diversità nell’ottica di una modernità sempre attuale ed aggiornata in cui il

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moderno va inteso come il nuovo che ha le potenzialità di diventare classico al di là del tempo, come rileva J. Gleiter.

*a. Progettisti: M. Ieva (capogruppo), A. Camporeale, N. Scardigno, G. Volpe; b. Stud. A. Losito, A. Roma, E. Sabatelli, M. Tridente (A.A. 2017-2018); c. Stud. D. Anelli, F. Bonerba, A. Brunetti, M. Campicelli, V. Cinnella, F.D. De Rosa, G. Pugliese (Lab. Laurea A.A. 2017-2018); d. e. f. Stud. S. Quatela, G. Volpe; Stud. M. Farinola, G. Liuzzi, B. Suriano, L. Susca, F. Viganotti; Stud. F. Ciriello, A.V. Graziano, S. Lavolpicella.

** Edificio residenziale Killesberg Stoccarda, Germania 2009-2013; concorso: gennaio-marzo 2009; inizio progetto: ottobre 2009; inizio lavori: marzo 2011; completamento: 2013; superficie lorda: 6.500 mq; cliente: Fürst Developments GmbH; architetto: David Chipperfield Architects Berlino; socio: Mark Randel; architetto del progetto: Cyril Kriwan; team di progetto: Ulrike Eberhardt, Annette Flohrschütz, Dirk Gschwind, Anton Hahn, Hjoerdis Klein, Fabian Koch, Thomas Kupke, Dalia Liksaite, Ilona Priwitzer, Gunda Schulz, Julie Studer; architetto paesaggista: Rainer Schmidt Landschaftsarchitekten GmbH, Monaco di Baviera; ingegnere strutturale: WSP CBP Tragwerksplanung GmbH, Monaco di Baviera, Boll und Partner, Beratende Ingenieure VBI, Stoccarda; tecnico dei servizi: Scholze Ingenieurgesellschaft mbh, Stoccarda, Aschauer und Burkhardt Ingenieurgesellschaft mbH, Stadtilm; fisica delle costruzioni: Dr. Schäcke & Bayer GmbH, Stoccarda; consulente illuminotecnico: Büro Wesenlicht e. K., Stoccarda (Illuminazione esterna); consulente antincendio: HHP Berlin GmbH, Monaco di Baviera; direzione lavori: Höhler + Partner Architekten und Ingenieure, Amburgo (Supervisione tecnica dei lavori); controllo del progetto: Ernst & Young Real Estate GmbH, Stoccarda; geometra: Höhler + Partner Architekten und Ingenieure, Amburgo; appaltatore generale: Ed. Züblin AG, Stoccarda; fotografia: Stefan Müller, Ute Zscharnt per David Chipperfield Architects.

Note

1 Utili a questo riguardo le considerazioni di H. G. Gadamer secondo cui il passato va inteso come qualcosa di vivo ed operante che continua ancora a parlare. Presupposto di verità che implica un necessario collocarsi dinamicamente nel processo storico che va interpretato come sintesi dei due momenti determinati dalla trasmissione del dato storico e dall’interprete con la sua meccanica mentale collocata nella storicità. Gadamer impiega il termine Wirkungsgeschichte, cioè storia degli effetti, per designare la fortuna critica dell’insieme delle interpretazioni passate che giungono a mediare la pre-comprensione dell’interprete senza che ne sia consapevole. Inserirsi in questo processo promuove – afferma – la “fusione di orizzonti”. E dunque la storia, sintesi di passato, presente e futuro, può essere intesa – dice – come qualcosa che “esprime un senso attraverso l’interpretazione del tempo dotato di una sensatezza che coglie il rapporto tra il prima e il dopo”. E tra le pieghe del tempo così inteso è possibile intercettare, con ogni probabilità, un possibile cammino interpretativo e di ricerca sul senso della diade.

2 Vale la pena ricordare che per i Greci il concetto di relazione è implicito in quello di identità e ne anticipa l’evidenza. È il rapporto tra individui che determina la condizione identitaria e l’identità è una condizione sociale. L’uomo consiste in una relazione che vien fuori proprio dal continuo rapporto tra gli artefici e le opere. Aristotele dice che la città viene prima dell’individuo perché l’uomo è un animale sociale e non è autosufficiente.

3 In questi edifici le residenze al piano terra mostrano una scarsa tutela della privacy. Si veda, a questo proposito, l’articolo pubblicato nel 2014 su https://www.db-bauzeitung.de/architektur/ industriebau/insel-in-weiss-quartier-killesberghoehe, che riporta le linee di indirizzo critico per la realizzazione della restante parte del quartiere.

4 “… dobbiamo portare avanti l’eredità architettonica dell’insediamento” in: Killesberg-Anwohner freuen sich über neue Läden, https://www.stuttgarter-nachrichten.de/inhalt.killesberghoehekillesberg-anwohner-freuen-sich-ueber-neue-laeden.e4d608f5-cf60-4d5b-9d1c-d780b065838a. html

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temporariness turns leads to recognize the difference – today only potential – that lives in the concept of cultural area in the historical phase of post-globalization (see Strappa), in the direction of a critical transition that exceeds the ideal model traditionally recognized to open up to the derived phenomenon of a necessitated hybridization, which expands the boundaries without, however, renouncing the identity value rooted in the storage of the architectural language, constantly enriched by the contribution of interacting cultures. A language that communicates a diversified and rich words embodied in the complex and elliptical morphologies of a thought that pursues, not without difficulties, the form of a “new rationalism of European matrix” (Ieva, 2018). And as words, capable of consecrating a set of subjectivities all different from each other and at the same time oriented to cultivate diversity with the implementation of a consciousness both individual and universal.

Diversity in the perspective of an ever actual and updated modernity in which modern must be intended as the new that has the potential to become classic beyond time, as J. Gleiter points out.

Notes

1 Useful In this respect, the considerations by H. G. Gadamer according to which the past must be intended as something alive and working that still continues to speak. Assumption of truth who implies a necessary dynamic positioning in the historical process that must be interpreted as a synthesis of the two moments determined by the transmission of historical data and by the interpreter with his mental mechanics placed in historicity. Gadamer uses the term Wirkungsgeschichte, which means history of effects, to designate the critical fortune of the set of past interpretations that come to mediate the unaware pre-understanding of the interpreter. Getting involved in this process promotes – states – The “fusion of horizons”. So History, synthesis of past, present and future may be intended – states –as something that “expresses meaning through the interpretation of time action equipped with a common sense that captures the relationship between before and after”. And between the folds of time as intended it is most probably possible to intercept a possible interpretative and investigating path on the sense of the dyad.

2 It is worth remembering that for the Greeks the concept of relationship is implicit in the one of identity and anticipates its evidence. It is the relationship between individuals that determines the identity condition and identity is a social condition. Man consists of a relationship that comes out precisely from the continuous relationship between the creators and the works. Aristotle says that the city comes before the individual because man is a social animal and is not self-sufficient.

3 In these buildings the residences on the ground floor show a poor privacy policy. See, In this respect, the article published in 2014 on https:// www.db-bauzeitung.de/architektur/industriebau/insel-in-weiss-quartier-killesberghoehe, which reports the critical guidelines for the realization of the remaining part of the neighborhood.

4 “... We must carry on the architectural legacy of the settlement” in: Killesberg-Anwohner freuen sich über neue Läden, https://www.stuttgarter-nachrichten.de/inhalt.killesberghoehe-killesberg-anwohner-freuen-sich-ueber-neue-laeden. e4d608f5-cf60-4d5b-9d1c-d780b065838a.html

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U+D 01| Dyads

Keywords: Weißenhof, future classic, immanente temporality,

Abstract

Exemplary for experimental modernism and built in just a few months, the Weißenhofsiedlung in Stuttgart was constructed in 1927. Ludwig Mies van der Rohe was the artistic director. A total of twenty-one buildings were created by sixteen architects. After losses in the war, eleven of them are still preserved today. They are listed as historical monuments. Spellbound and overwhelmed, one stands today, a good hundred years after their completion, in front of the white buildings of the Weißenhofsiedlung, especially after their last restoration in accordance with the preservation order. The Weißenhofsiedlung reveals its own model of the temporality of modernity. Modern is when the newest has the potential to become a classic over time, only to save what was once the newest as a classic into the future, as the basis for the processes of future identity formation. With the centennial of the Weißenhofsiedlung coming soon up we understand that what is modern can only be determined in retrospect. However, with a good hundred years of hindsight, it must also be said that not all the buildings of the Weißenhofsiedlung live up to the claim of absolute modernity. Thus, the buildings of Le Corbusier and Walter Gropius come into focus. Both architects built two buildings in the Weißenhofsiedlung.

DOI: 10.48255/2384-9207.UD 17-18.2022.04

Department of Architectural Theory, Institute for Architecture, Technische Universität Berlin

E-mail: joerg.gleiter@tu-berlin.de

Il complesso Weißenhof, costruito in pochi mesi nel 1927 a Stoccarda, assurge a modello del moderno sperimentale. È situato in ottima posizione esposta sulle colline che circondano la città da cui si gode di un’ampia visuale su Stoccarda e le zone circostanti. All’epoca della sua edificazione, il complesso Weißenhof era circondato da vigne e frutteti. Oggi, invece, dietro al complesso sorge il campus dell’Accademia di arti figurative e il nuovo quartiere residenziale Killesberghöhe che ha sostituito i padiglioni fieristici presenti fin dagli anni ’50 e qui rimasti per ben 50 anni. Particolarmente felice fu la decisione di assegnare la direzione artistica a Ludwig Mies van der Rohe, all’epoca conosciuto solo da uno sparuto gruppo di architetti. Questo fece sì che il quartiere Weißenhof non diventasse bersaglio di critiche riconducibili agli strenui detrattori del moderno, molto attivi a Stoccarda, fra i quali figuravano Paul Bonatz e Paul Schmitthenner. Entrambi sono fra i fondatori della Scuola di Stoccarda che invocava un più stretto legame con la tradizione. In virtù del suo orientamento sperimentale, il complesso Weißenhof fu tutt’altro che incontestato anche fra alcuni degli architetti coinvolti nel progetto, come Richard Döcker originario di Stoccarda. Nonostante i contrasti, furono costruiti in tutto ventuno edifici ad opera di sedici architetti. Dopo la guerra ne rimasero undici, attualmente sottoposti a vincolo architettonico. Oggi si rimane affascinati e sopraffatti da questi edifici bianchi, in particolare dopo l’ultimo restauro di conservazione monumentale. Essi si presentano come totalmente moderni. Nel 1938 Bruno Taut definì in Das japanische Haus und sein Leben con il termine “totalmente moderna”(Taut, 2000) la villa imperiale di Katsura a Kyoto. Taut, che fu anche architetto di uno degli edifici nel complesso Weißenhof, cercò così di esprimere il fascino che ai suoi occhi emanava il palazzo dell’inizio del XVII secolo che era moderno e attuale e al contempo anche intramontabile e classico. Il termine “totalmente moderno” descrive la situazione in cui l’attuale si fonde indissolubilmente con l’eterno, il contemporaneo con l’intramontabile o la moda con il classico.

Così si pone la questione del modello di temporalità alla base del moderno.

Built in 1927 in only a matter of months, the Stuttgart Weissenhof Estate stands out as an example of experimental Modernism. The Weissenhof Estate is located in a prominent position on a prime site on the hills surrounding Stuttgart with views over the city and the surrounding countryside. At the time of its construction, the area around the Weissenhof Estate consisted mainly of vineyards and orchards. Nowadays however, the campus of the State Academy of Art and Design and a new residential district can be found behind the Weissenhof Estate, replacing the exhibition halls built in the 1950s, which had stood there for a good 50 years. It was a wise choice to place the artistic co-ordination in the hands of Ludwig Mies van der Rohe. At that time, his name may only have been known to a small group of architects, but the decision prevented the Weissenhof Estate

Perché la totale modernità del complesso Weißenhof oggi, ben cento anni dopo l’ultimazione, contraddice l’opinione secondo cui il moderno consiste nel sostituire continuamente qualcosa di nuovo con qualcosa di ancora più nuovo. Effettivamente nel complesso Weißenhof si rivela un altro modello di temporalità. Con una definizione più ampia del concetto di moderno si può affermare che il moderno è quando il nuovo ha le potenzialità di diventare classico al di là del tempo, per trasportare nel futuro come classico ciò che era prima il nuovo, con lo scopo della formazione identitaria delle future generazioni.

Laddove la modernità totale ha come presupposto il divenire classico dell’attuale e del nuovo, ne consegue che la modernità può essere definita solamente a posteriori. Inoltre, poiché non tutto l’attuale e il nuovo diventa classico, significa che anche la totale modernità può presentarsi solo in edifici esemplari. Oggi, a circa un secolo di distanza, si deve peraltro constatare anche che non tutti gli edifici del quartiere Weißenhof soddisfano questa esigenza. Rientrano nella definizione di totale modernità l’edificio di Jacobus Johannes Pieter Oud, Mart Stam e Mies van der Rohe, ma soprattutto quelli di Le Corbusier e Walter Gropius.

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U+D 02| Diadi
“Totalmente moderno”. Il complesso Weißenhof e il concetto modernista di temporalità
“Totally modern”. The Weissenhof Estate (Weissenhofsiedlung) and the modern concept of temporality
modern
urbanform
n.17/18
U+D
and design 2022

Fig. 1 - Weißenhofsiedlung oggi. CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia. org/w/index.php?curid=42286.

Weißenhofsiedlung today. CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/ index.php?curid=42286.

Fig. 2 - Casa bifamiliare di Le Corbusier ed automobile, https://architare.de/ de/magazin/die-weissenhofsiedlungstuttgart.

Semi-detached house by Le Corbusier and car, https://architare.de/de/ magazin/die-weissenhofsiedlungstuttgart.

Entrambi questi ultimi due architetti hanno costruito due edifici nel complesso Weißenhof. Gli edifici di Le Corbusier, la casa unifamiliare e la casa bifamiliare, sono stati dichiarati patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, mentre gli edifici di Gropius sono andati distrutti durante la guerra. Ma per questo si può far riferimento alle Case dei maestri di Gropius a Dessau che furono costruite solo un anno prima in base ai medesimi principi teorici, ma con maggiore libertà di sperimentazione.

Il nuovo nel vecchio

Per non cadere nell’astrazione di un’argomentazione meramente teorica, si fa riferimento a una fotografia che ha valore iconico per il moderno. E tuttavia, per quanto chiari sembrino i soggetti raffigurati, essa rimane oscura. La foto, scattata nel 1927, raffigura l’allora ultimo modello di Mercedes Roadster 8 con sullo sfondo la casa bifamiliare di Le Corbusier. Davanti ad essa una giovane donna con una gamba sul predellino dell’automobile che indossa abiti all’ultima moda dell’epoca.

Al momento dello scatto della fotografia, l’automobile, l’architettura moderna e l’abito della giovane donna rappresentavano la modernità, la tecnica più nuova, la frenesia della vita moderna e la libertà personale. In particolare la giovane donna rappresentava allegoricamente lo stile di vita dell’epoca. Ma dopo cento anni solo la casa bifamiliare è sinonimo di assoluta modernità. L’auto è superata, mentre come simbolo dello spirito del tempo, la moda è anch’essa superata, ma presenta le potenzialità di ritornare e, nel senso del nuovo nel vecchio, potrà fornire impulso all’era attuale.

from falling under the influence of the critics of Modernism, who were powerful in Stuttgart and included Paul Bonatz and Paul Schmitthenner. Both were among the founders of the Stuttgart School, which insisted on preserving closer ties to tradition. Because of its experimental focus, the Weissenhof Estate was not without controversy even among some of the architects involved, such as Richard Döcker, who came from Stuttgart. All together, twenty-one buildings were created by sixteen architects. After some losses in the War, eleven of them still survive today. They are listed as buildings of special architectural interest. When we stand in front of the white buildings today, we are filled with fascination and awe, especially since their last restoration in keeping with their listed building status. They come across as totally modern. “Totally modern” (Taut, 2000) was the expression used by Bruno Taut in 1938 in Das japanische Haus und sein Leben to describe the Katsura Imperial Villa in Kyoto. Taut, who was also the architect of one of the buildings in the Weissenhof Estate, was trying to express his fascination with the fact that, as he saw it, the palace from the beginning of the 17th century was excitingly contemporary and topical, yet also timeless and classical. The term “totally modern” describes the fact that something is modern if the topical combines with the eternal, the contemporary with the timeless or the fashionable with the classic, to form a unity. This raises the question of the model of temporality underlying Modernism, because today, more than one hundred years after the Weissenhof Estate was completed, its total modernity challenges the opinion that modernity consists in permanently replacing the new with something even newer. A different model of temporality can indeed be identified in the Weissenhof Estate. In a broader definition, it could be said that the new can be considered “modern” if it has the potential to become a classic in the course of time, so that what was once new can be transported into the future, where, now a classic, it is then in a position to shape the identity of future generations. If total modernity is based on the premise that the topical and contemporary should become classic, this implies that it can only be identified with the benefit of hindsight. Since not everything contemporary and new becomes classic, this also means that total modernity can only be found in exemplary buildings. With that in mind and now that more than a hundred years have passed, we can also acknowledge that not every building in the Weissenhof Estate deserves that title. If we expect total modernity, the focus shifts to the buildings by Jacobus Johannes Pieter Oud, Mart Stam and Mies van der Rohe, and above all the buildings by Le Corbusier and Walter Gropius. Both architects designed two buildings in the Weissenhof Estate. The buildings by Le Corbusier, the single house and the double house, are now UNESCO World Heritage Sites, while the buildings by Gropius were destroyed in the War. It is some consolation that Gropius’s masterpiece buildings in Dessau still survive. They were built only one year earlier and deal with the same theoretical questions, but with more freedom for experimentation.

The newest in the oldest In order not to succumb to the temptation to seek an abstract principle in a purely theoretical argument, let us consider a photograph which has iconic status for Modernism. However unambiguous the motifs may appear to be, the picture still preserves a mystery. Taken in 1927, it shows the latest model of the Mercedes

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U+D 02| Dyads
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Roadster 8 with Le Corbusier’s double house in the background. In front of it is a young woman with one foot on the car’s running board and wearing what was then the latest fashion. At the time when the photograph was taken, the car, the modern architecture and the young woman’s dress stood for modernity, the latest technology, a fast-paced lifestyle and individual freedom. The young woman stood allegorically for the lifestyle of the time. Now, however, a hundred years on, only the double house still stands for unbroken modernity, the car is now a veteran, and the woman’s fashion as the most obvious symbol of the spirit of the age is probably also outdated, though it does have the potential to return and embody the newest in the old, providing impulses for the present day. Considering the modernity of the Weissenhof Estate, an obvious comparison to make is with the architecture of Andrea Palladio, such as Villa Emo, which dates from 1559. As we stand before Villa Emo, do we not feel a sense of total modernity in view of the geometrical clarity of the composition and the use made of basic architectural elements, the ramp, the loggia, the smooth, unadorned walls and the arcades stretching out to the left and right into the landscape? These are typologically clearly defined architectural elements, which were also employed in other villa projects by Palladio and were borrowed and varied by other architects for their own projects. These elements determined the architecture of the Venetian villa on terra ferma for many decades, if not even centuries. As with the Katsura Villa, these are surely totally modern. This is all the more valid when we remember that the rediscovery of Palladio a few decades ago was triggered by the critical analysis of the early Modernism of the 20th century. The modern criticism of Modernism caused people to view not only Modernism but also the objective relevance of the Renaissance and especially Palladio with different eyes. If we are not to dismiss this comparison as simply disrespectful towards the history of architecture, and especially towards Palladio, the greatest of architects, the question arises as to the model of temporality in Modernism. The fascination that proceeds from the buildings of the Weissenhof Estate and from Palladio’s villa architecture consists in the fact that they by no means appear to us as antiquated architecture, but instead they render us speechless and almost defenceless with their total modernity.

The ephemeral and the eternal As Jürgen Habermas demonstrated in Der philosophische Diskurs der Moderne, Modernism’s model of temporality becomes apparent where “the aesthetic and the historical experience of modernity” (Habermas, 1993) blend. Habermas cites Charles Baudelaire, who wrote around the middle of the 19th century: “Modernity is the transient, the fleeting, the contingent, [it] is one half of art, the other being the eternal and the immutable” (Habermas, 1993). The modern work of art thus stands at the intersection between the present and the eternal or the ephemeral and the intrinsic. Baudelaire already expressed what was later to take on its most radical form in the 20th century: Modernism between the extremes of the classic and the fashionable. Modernism goes to extremes, it is not conciliatory, as Theodor W. Adorno once observed. Modernism is when the transient and the eternal amalgamate and the extremes are forced to become a unit, though without losing their contrasting characters. That sheds some light on the time model

Davanti alla modernità del complesso Weißenhof si impone il confronto con l’architettura di Andrea Palladio, per esempio con Villa Emo del 1559. Non facciamo proprio anche con Villa Emo un’esperienza di totale modernità grazie alla chiarezza geometrica della composizione e degli elementi architettonici utilizzati, della rampa, del loggiato, delle pareti lisce e spoglie e grazie anche alle arcate che si estendono a destra e a sinistra sul paesaggio?

Si tratta di elementi architettonici chiaramente definiti sotto l’aspetto della tipologia, impiegati dal Palladio anche in altri progetti di ville e ripresi in varie interpretazioni da altri architetti per i loro progetti. Questi elementi definiscono l’architettura della villa veneziana sulla terraferma per molti decenni, per non dire persino per secoli. Essi sono in questo caso, come nel caso di villa Katsura, totalmente moderni. A maggior ragione considerando che la riscoperta di Palladio alcuni decenni fa fu scatenata dalla discussione critica del primo moderno del XX secolo. L’attuale critica del moderno non fece solo vedere la modernità con occhi diversi, ma anche l’oggettività del Rinascimento e in particolare del Palladio. Se non si vuole semplicemente liquidare questo confronto come irriverente nei confronti della storia dell’architettura, in particolare nei confronti del Palladio, grande architetto, occorre porsi la domanda relativa al modello di temporalità del moderno. Perché il fascino che emana dagli edifici del quartiere Weißenhof come anche dall’architettura delle ville del Palladio, consiste nel fatto che non ci si trova in alcun modo davanti a una architettura superata, bensì si rimane quasi senza parole e disarmati davanti a una totale modernità.

Il fugace e l’eterno

Il modello della temporalità del moderno si rivela, come evidenziato da Jürgen Habermas in Il discorso filosofico della modernità (Der philosophische Diskurs der Moderne), dove “l’esperienza estetica (si fonde) con l’esperienza storica della modernità” (Habermas, 1993). Habermas fa riferimento a Charles Baudelaire che, verso metà del XIX secolo, scrisse: “La modernità è il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell’arte, di cui l’altra metà è l’eterno e l’immutabile” (Habermas, 1993). L’opera d’arte moderna è quindi dove si incrociano l’attuale e l’eterno o l’effimero e il sussistente. In Baudelaire si palesa ciò che più tardi nel XIX secolo ha trovato la sua radicalizzazione: ovvero il moderno tra gli estremi del classico e della moda. Il moderno è ciò che si spinge all’estremo, non ciò che concilia, per dirla con le parole di Theodor W. Adorno. Il moderno è quando il fugace e l’eterno si amalgamano e gli estremi vengono costretti in un’unità, senza perdere il proprio carattere di opposti. Ciò getta una luce sul modello temporale iscritto nella modernità. Perché il momento fuggevole di ciò che va di moda non rappresenta null’altro se non il “passato autentico di un presente futuro” (Habermas, 1993). Qui l’accento va posto sulla parola autentico. Come si può constatare, l’autenticità di un periodo può scaturire solo dall’immediatezza dei momenti fuggevoli. Solo questi garantiscono l’autenticità del presente. Sono i momenti fuggevoli che si trasformano in classico e quindi in punti di identificazione di una società futura.

Per comprendere il modello moderno di temporalità bisogna andar oltre il XIX e il XVIII secolo per arrivare al XVII secolo. Fu nella disputa accademica francese, la querelle des anciens et des modernes, in cui si rivelò per la prima volta il moderno concetto di tempo. Nel campo dell’architettura i due avversari di questa controversia furono François Blondel (1617-1686) e Claude Perrault (1613-1688). Mentre Blondel insisteva sull’esemplarità dell’antichità che gli architetti sono riusciti solo a imitare, ma mai a raggiungere, Claude Perrault (1613-1688) invocava invece l’apertura dello stile classico in modo da accogliere lo spirito del tempo. Perrault argomentò che ogni periodo ha i suoi usi e il suo gusto specifici, dunque anche il proprio concetto di bello che troverebbe espressione nell’architettura. Motivo scatenante della querelle des anciens et des modernes fu la ricerca di una forma adeguata di rappresentare il Re Sole Luigi XIV. A fronte dell’unicità

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Fig. 3 - Casa bifamiliare di Le Corbusier. Foto: Andreas PraefckeSelf-photographed, CC BY 3.0, https:// commons.wikimedia. org/w/index. php?curid=11149752. Semi-detached house by Le Corbusier. By Photo: Andreas Praefcke - Selfphotographed, CC BY 3.0, https:// commons.wikimedia. org/w/index. php?curid=11149752.

Fig. 4 - Casa bifamiliare Muche/Schlemmer, Dessau 1926. Foto: Carsten Krohn, da: Krohn C. (2019) Walter Gropius. Bauten und Projekte, Birkhäuser Verlag, Basel, p.80. Semi-detached house Muche/Schlemmer, Dessau 1926. Photo: Carsten Krohn, from: Krohn C. (2019) Walter Gropius. Bauten und Projekte, Birkhäuser Verlag, Basel, p. 80.

del re, non sarebbe stato necessario, se non invalidare del tutto, almeno modificare le regole dell’architettura? Nel concreto si parlava dell’ampliamento dell’ala est del Louvre con un ordine gigante di colonne disposte a coppie. Già solo questo motivo si poneva al di sopra dei canoni classici e del vitruvianesimo. Al contempo la progettazione combinata di mura e ferro in cui doveva essere realizzato l’edificio, rappresentava un’importante novità in campo edilizio. Perrault parlava quindi di principes arbitraires (principi arbitrari), che l’architetto doveva poter seguire secondo lo spirito del tempo e il suo genio. Egli quindi non chiedeva di infrangere le regole classiche, bensì esigeva solo il permesso di variare. Fu dunque solo in parte il progresso tecnico quanto molto più lo spirito del tempo, il passeggero, l’effimero e il fugace la forza trainante del modernismo estetico.

Il classico futuro

Alla base della modernità si pone la dinamizzazione del modello di temporalità. L’obiettivo era la possibilità di accogliere in architettura l’attuale e il tipico del tempo, ma allo stesso tempo anche la possibilità del suo divenire classico. La trasformazione dell’attuale in un classico futuro è il modo in cui il presente attuale ha l’opportunità di diventare un passato autentico. Ciò si vede nei due edifici del quartiere Weißenhof di Le Corbusier, in particolare nella casa unifamiliare. In Oeuvre complète Le Corbusier presentò la casa come evoluzione dell’idea della Maison Citrohan del 1922. In quest’opera aveva illustrato per la prima volta i cinque punti dell’architettura moderna: pilotis, finestre a nastro, facciata libera, pianta libera e tetto giardino (Le Cor-

attributed to Modernism, because the transient moment of the fashionable is nothing other than the “authentic past of a future present” (Habermas, 1993). The emphasis here is on authentic As we can then also establish, the authenticity of a time can only emerge from the immediacy of the transient moments of life. Only these can guarantee the authenticity of the present. It is the transient moments which are transformed into classics and hence into points of identification for a future society. In order to understand the modern model of temporality, we have to back beyond the 19th and 18th centuries to the 17th century. It was the dispute in the Académie Française, the Querelle des anciens et des modernes, which first brought forth the modern understanding of time. In the field of architecture, François Blondel (1617-1686) and Claude Perrault (1613-1688) were the two adversaries in this controversy. Whereas Blondel insisted on the exemplary nature of Antiquity, which architects could only imitate but never match, Claude Perrault (1613-1688), on the other hand, demanded that the Classical style should open up to accommodate the spirit of the age. Perrault argued that every age had its own customs and its own taste, i.e. its own sense of beauty, and that this should be made visible in architecture. The trigger for the Querelle des anciens et des modernes was the search for an appropriate form of representation for the Sun King Louis XIV. In view of the King’s uniqueness, should not the rules of architecture be – if not annulled completely – then at least modified? The specific issue was the extension of the East side of the Louvre with a giant order of columns arranged in pairs. This motif alone showed a complete disregard for the rules of Classicism and Vitruvianism. At the same time, the combined masonry and iron structure needed to execute the building was a major innovation in the field of building construction. Perrault then spoke of the principes arbitraires or arbitrary principles which an architect should be allowed to adopt in accordance with the spirit of the age and his own genius. He was not therefore demanding a total breach with the Classical rules, but only the right to vary them. Hence, it was only technical progress on the one hand, but even more than that the spirit of the age, the momentary, the ephemeral and the transient which were the driving force of aesthetic Modernism.

A future classic Modernism is based on the dynamisation of the model of temporality. Its aim was for architecture to absorb what was contemporary and typical of its age, and at the same time to create the possibility of its becoming classic in its own right. The transformation of the contemporary into a future classic is what gives today’s present an opportunity to become an authentic past. This can be seen in the two buildings by Le Corbusier in the Weissenhof Estate, especially the detached single house. In the Oeuvre complète, Le Corbusier presented the single house as a further development of the idea of the Maison Citrohan from 1922. It was there for the first time that he initiated the discussion of the five points of modern architecture. The five points – pilotis, ribboned windows, free design of the façade, free design of the ground plan and a roof garden (Le Corbusier, 1994) – were then consistently implemented for the first time in the single house in the Weissenhof Estate. With the five points, Le Corbusier was aiming for no less than to connect Modernism to Classicism. With the free design of the ground plan and the free design of the

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façade, he opened up Modernism on the one hand to Perrault’s principes arbitraires, while at the same time defining the basic principles of modern architecture with the five points and, thanks to the analogy with the five Classical orders of columns, placing Modernism in a continuum with the Classical tradition. Originally, there were not five, but seven points defining modern architecture. In Feststellungen zu Architektur und Städtebau, he listed another two points: an “independent building skeleton” and “in the interior, the house is equipped with cabinets and devoid of furniture” (Le Corbusier, 1964). It was, however, easy to subsume these two points under the points of the “pilotis” and the “free ground plan”. Why did Le Corbusier reduce the seven points to the familiar five? He wanted the analogy with the five Classical orders of columns. In fact, he could have reduced the list still further to four points, because the ribboned windows are one possible form of the free façade, and he would have had no difficulty in subsuming it under “free façade”. But Le Corbusier wanted five points.

Immanent temporality

While Le Corbusier’s five points of architecture were aiming at defining a formal typology of individual elements, Gropius, on the other hand, adopted his concept of the building block system in pursuit of the modularisation of architecture. Both strategies demonstrated modern temporality, but in two different concepts. With

busier, 1994), che implementò per la prima volta in maniera sistematica nella casa unifamiliare del quartiere Weißenhof.

Con i cinque punti Le Corbusier non perseguiva null’altro se non il collegamento della modernità con il classico. Con la pianta e la facciata libera aprì il moderno da un lato ai principes arbitraires di Perrault, mentre con i cinque punti definì i principi fondamentali dell’architettura moderna e attraverso l’analogia ai cinque ordini classici di colonne inserì il moderno in un continuum con la tradizione classica.

Inizialmente i punti di un’architettura moderna non erano neanche cinque, bensì sette. In Precisazioni sullo stato presente dell’architettura e dell’urbanistica indicò altri due punti: “scheletro della casa indipendente” e “all’interno la casa è dotata di armadi a muro e libera da mobili” (Le Corbusier, 1964). Questi due punti potevano essere facilmente subordinati ai punti “pilotis” e “pianta libera”, motivo per cui Le Corbusier ridusse i sette punti ai noti cinque. Voleva l’analogia con i cinque ordini classici di colonne. In realtà avrebbe potuto ridurre la lista a quattro punti, perché la finestra a nastro è una forma possibile della facciata libera che avrebbe potuto far rientrare senza problemi in “facciata libera”. Ma Le Corbusier voleva cinque punti.

Temporalità immanente

Mentre Le Corbusier con i cinque punti dell’architettura aspirava a una tipologizzazione formale di singoli elementi, Gropius perseguiva con il sistema modulare da lui concepito la modularizzazione dell’architettura. In entrambe le strategie si rivelava la temporalità moderna, ma in due concezioni diverse.

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Fig. 5 - Casa bifamiliare Feininger/Moholy-Nagy, da: Krohn C. (2019) Walter Gropius. Bauten und Projekte, Birkhäuser Verlag, Basel, p. 79. Semi-detached house Feininger/Moholy-Nagy, from: Krohn C. (2029) Walter Gropius. Bauten und Projekte, Birkhäuser Verlag, Basel, p. 79.

Con il sistema modulare Gropius radicalizzò il modello di temporalità del moderno, andando così concettualmente oltre l’approccio classicistico di Le Corbusier. Mentre Le Corbusier, ispirato da Perrault, rivendicava la libertà creativa dell’architetto, Gropius, all’opposto, diversamente dall’opinione comune, con il sistema modulare interessava meno un procedimento additivo quanto più un procedimento di processualità. Effettivamente appare fuorviante l’associazione con elementi di legno come quelli sviluppati da Friedrich Fröbel a inizio del XIX secolo come gioco creativo per l’educazione dei bambini che tutt’oggi sono considerati pedagogicamente utili. A Gropius non interessava l’impilamento additivo, bensì la dinamizzazione dell’architettura. Questo concetto si ritrova nelle Case dei maestri di Dessau. Esse si caratterizzano per una composizione complessa, in cui i singoli volumi penetrano l’uno nell’altro. Di ciò si trovano riferimenti nella facciata. Si ritrovano così tetti aggettanti che creano un angolo negativo con la parete come se fosse l’impronta di un volume qui un tempo esistente, ma che adesso manca. Al piano terra sono presenti balaustre in muratura che creano anch’esse un angolo negativo, venendo a creare uno spazio vuoto con le pareti della casa e il lato inferiore del balcone o delineando appunto un volume mancante. E nella facciata ci sono porte che conducono a balconi e terrazze che sembrano fenditure o fessure, nate dallo spostamento opposto di due volumi. Le case sperimentali di Gropius si distinguono per una temporalità propria. Nelle case dei maestri, Gropius sostituì la temporalità storica, che prima della modernità era il grande tema dell’architettura negli elementi stilistici e ornamentali, con una temporalità immanente all’edificio. Le case dei maestri sono il crocevia di due epoche. In esse si rivela la dialettica che contraddistingue la modernità, tra statico e in movimento, ideale e fuggevole, classico e attuale. Come nella Villa Emo del Palladio, la geometria pura, gli spigoli vivi dei volumi, le pareti spoglie e le superfici nere delle finestre conferiscono all’architettura immortalità e trascendenza, mentre nelle tracce e nei segni indicativi si mostra una nuova temporalità, ora però immanente, che non è più una temporalità storica nel senso della storia, bensì annuncia il processo immaginario del progettare e del concepire dell’edificio. La storia evolutiva dell’architettura viene sostituita da un’immaginaria storia evolutiva della singola casa.

Totalmente moderno

Negli edifici di Gropius e Le Corbusier il modello della temporalità che definisce la modernità totale si rivela in modo esemplare. Si concretizza da un lato nell’apertura dell’architettura allo spirito del tempo, al nuovo e quindi alla moda, dall’altro lato, Gropius e Le Corbusier evidenziano che ciò non è fine a sé stesso. L’appropriazione del nuovo si mette al servizio dello scopo superiore del suo diventare classico. Perché solo come classico, quello che un tempo era il nuovo presenta le potenzialità di permettere alle generazioni future di costruire su di esso la propria identità. La modernità si basa propriamente sulla possibilità del diventare classico il nuovo e alla moda. È moderno ciò che oggi è attuale e domani diventerà classico. Dunque cosa vieta di sostituire, per prova, il termine classico con il termine moderno? Dopotutto si parla anche di modernità classica.

Riferimenti bibliografici_References

Taut B. (2000) Das japanische Haus und sein Leben, Gebr. Mann Verlag, Berlin, p. 272. Habermas J. (1993) Der philosophische Diskurs der Moderne, Suhrkamp, Frankfurt/M., pp. 17, 17f., 18.

Le Corbusier (1994) Oeuvre complète, Vol. 1: 1910-1929, Les Editions d’architecture, Zürich, p. 128.

Le Corbusier (1964) 1929. Feststellungen zu Architektur und Städtebau, Ullstein, Berlin, p. 119.

the building block system, Gropius radicalised Modernism’s model of temporality and thus went further in conceptual terms than Le Corbusier’s classicistic approach. Le Corbusier took his lead from Perrault and demanded freedom of design for architects. Contrary to the general opinion, Gropius on the other hand, with his building block system, was concerned less with an additive method and more with a method of processuality. In fact, the association with wooden building blocks, which Friedrich Fröbel had developed at the beginning of the 19th century as a creative toy for children’s education, and which are still regarded as paedagogically valuable even today, is misleading. Gropius was not aiming for additive stacking, but rather for the dynamisation of architecture. This can be seen in the Masters’ Houses in Dessau. They are characterised by a complex composition in which the individual volumes interpenetrate one another, indications of which can be seen in the façade. There are cantilevered roof elements, for example, which form a negative corner with the wall as though it were the impression of a volume that once stood in this position, but has now disappeared. On the ground floor, for example, there are masonry balustrades, which also form a negative corner and in this way, together with the walls of the house and the underside of the balcony, trace an empty space or again a missing volume. And in the façade there are doors leading onto balconies and patios, which look like cracks or slots in the façade that resulted from the mutual displacement of two volumes. Gropius’s experimental houses are characterised by a temporality of their own. In the Masters’ Houses, Gropius replaced historical temporality, which was the major issue in stylistic elements and ornamentation in architecture before Modernism, with a temporality immanent in the building itself. The Masters’ Houses stand at a crossroads between two ages. They illustrate the dialectic which is so characteristic of Modernism, between static and moving, ideal and transient, classic and topical. As with Palladio’s Villa Emo, the clear geometry, the sharp edges of the volumes, the unadorned walls and the black areas of the windows give the architecture a timelessness and transcendence, while the traces and indexical signs demonstrate a new, but now immanent temporality, which is no longer a historical temporality in the sense of the past, but which reveals the imaginative process of designing and planning the building. The historical evolution of architecture is replaced by an imaginative evolution of the individual house.

Totally modern

The buildings of Gropius and Le Corbusier stand as examples which illustrate the model of temporality that characterises total modernity. It consists on the one hand in the opening up of architecture for the spirit of the age, for the newest and hence for fashion. On the other hand, Gropius and Le Corbusier show that this is not an end in itself. Adopting the newest serves the higher goal of enabling it to become a classic, because only as a classic does what was once the newest obtain the potential for future generations to shape their identities according to it. Modernity in the true sense is based on the possibility that the newest and fashionable can become classics. Modern is what is topical today and classic tomorrow. What about experimenting now by replacing the terms classic and classical by the term modern? After all, we also speak of classical Modernism.

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urbanform and design

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London: phenomenology of urban metamorphosis. The horizontal palimpsest of the “city of enclosures”

Keywords: London, English City, Urban Morphology, Urban Form, Urban Enclosures, Urban Geography

Abstract

Ever since the Middle Ages, London has appeared as a “city by parts” that has expanded, over time, in an uncontrolled manner, mainly by juxtapositions and additions. The “urban enclosures” dotting the English landscape, starting from the archetypical forms of the precinct, the square, the crescent, and the circus, become devices that shape the contemporary metropolis, capable of drawing complex geography, a horizontal palimpsest. An urban structure substantially opposed to that of the historical city, which develops vertically, over the years, in a sort of geological overlapping of layers. In the third millennium, London’s powerful dynamics of growth reveals a “terrific” and prophetically cautionary urban text: one of the most organic and rational conurbations in the world, whose demographic expansion has always been accompanied by a remarkable topographical development. The city is a living body, with a complex and contradictory structure, which has expanded engulfing neighbouring villages and countryside and, arguably, imposes the need for rethinking the tools for reading and designing the urban form. Methods and tools useful to favour the understanding, the interpreting and the decoding of the complex phenomena of urban growth and transformation conditioned, from the origins, by numerous variables, as shown in the paper; tools useful to give new meaning to the fragments making up the contemporary city, in an attempt to transform the “margins” into “thresholds” of a continuous urban speech

Londra: fenomenologia di una metamorfosi urbana

Il palinsesto orizzontale della “città di recinti”

DOI: 10.48255/2384-9207.UD 17-18.2022.05

ArCoD, Dipartimento di Architettura, Costruzione e Design, Politecnico di Bari E-mail: mariangela.turchiarulo@poliba.it

Londra fu la creazione del suo stesso fiume. È dal Tamigi, rotta commerciale e fonte di potere e sovranità, che deriva l’argilla dei mattoni con cui furono costruiti i suoi edifici.

Ancora, una delle possibili origini della parola “London” è costituita dall’espressione “Llyn-Din” che, in britannico, significa “la collina presso la pozza d’acqua”. Il punto di attraversamento della prima strada romana dell’antica provincia della Britannia, Watling Street, che collegava Inghilterra e Galles, era costituito dal guado di Westminster, lì dove si fermava la marea e il fiume allargava il proprio alveo. A causa del lungo tempo necessario a garantirne l’attraversamento, per fondare la nuova città, i Romani preferirono un tratto di fiume più adatto all’ubicazione di un porto, di un valido approdo ben difendibile. Nel 52 d.C. fu costruito il primo ponte di legno sul Tamigi; nel IV secolo, la cinta muraria di Londra fu estesa per difendere la sponda del fiume. Un fiume, all’origine, con rive di ghiaia che si insinuava sinuoso in un paesaggio paludoso; che aveva bisogno di essere addomesticato e protetto (Ackroyd, 2009).

La città di Londra rappresenta un paradigmatico esempio di insediamento favorito, nel suo sviluppo, dalla felice ubicazione: punto di passaggio obbligato tra il retroterra pianeggiante e la costa del Mare del Nord, collocato su un grande estuario e per questo destinato ad essere uno dei maggiori porti mondiali.

La griglia ortogonale della città romana occupava l’area dell’attuale City, nucleo produttivo e commerciale. La nuova dimensione monumentale introdotta dagli invasori normanni (1067-1076), attraverso la costruzione di cattedrali, castelli e abbazie, mutò radicalmente i caratteri delle città anglosassoni, rivelandone la fragilità della trama spaziale, della quale il modello a “croce di strade”, legato alla presenza del mercato, restò tuttavia una costante, anche in molte fondazioni del XII e XIII secolo (Guidoni, 1981).

London was the creation of its river. It is from the Thames, a trade route and source of power and sovereignty, that derives the clay of the bricks from which they construct its buildings. Again, one of the possible origins of the word “London” is the expression “Llyn-Din” which, in British, means “the hill by the waterhole”. The crossing point of the first Roman road in the ancient province of Britain, Watling Street, connecting England and Wales, was the ford at Westminster, where the tide stopped, and the river widened its bed. Because of the long time

I grandi recinti (precincts) di abbazie e conventi, strutture fondanti della città medievale (fig. 1), si sovrapposero alla griglia romana, stretti tra le stesse mura, quali nodi di una mutata struttura urbana fatta ora di strade strette e tortuose. Il nuovo ponte di legno, che sostituì quello di epoca romana, sovrastato da una fila di case, rimase l’unico sino al XVIII secolo e conduceva al sobborgo medievale sviluppatosi oltre il fiume. Ad Ovest, fuori dalla cinta muraria, la fondazione dell’abbazia di Westminster, quale centro del potere politico, segnò una nuova fase di sviluppo della città. Durante l’epoca medioevale, si strutturarono, dunque, i due nuclei principali: la zona vicina a Westminster, centro del potere politico, con la residenza del re e i palazzi del Parlamento e del Governo; la City, che andò identificandosi sempre di più con il maggior centro degli affari e del commercio europeo. Nel frattempo, Charing Cross, in corrispondenza dell’ansa del fiume, nell’area di Westminster, iniziava ad affermarsi come un’importante arteria di traffico, anche nella scala extraterritoriale. L’espansione di Londra, dunque, sino ad allora, avvenne in forma aperta, come sommatoria di polarità legate da un complesso sistema viario. Lungo l’area compresa tra i due cuori pulsanti della città, iniziarono ad attestarsi le residenze: a partire dal 1600, iniziò l’opera di urbanizzazione dell’intervallo compreso tra Westminster e la City, con la formazione di una corona di sobborghi adagiati lungo il tracciato delle vie rurali.

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Al modello insediativo medievale, nella prima metà del Seicento, si contrappose quello riferito all’esperienza della piazza (square) italiana e francese, importato da Inigo Jones, per Convent Garden (fig. 2): piazza residenziale e spazio pubblico al contempo, ispirò la costruzione di Leicester Square, Bloomsbury Square, So Share, James’s Square (fig. 3), Grosvenor Square e molte altre, nel corso del Settecento. Sebbene mancasse un disegno, un piano di espansione unico, la città cresceva per addizione di brani separati nei quali, tuttavia, era possibile intravedere uno sviluppo armonico, con caratteristiche di ordine ed equilibrio (Teodori, 1967). Nel principio di aggregazione e nella compostezza del partito architettonico, le terrace-house, che delimitavano le square, persero ogni carattere di individualità andando a definire un unico grande manufatto urbano: un’unità di abitazione, che contribuiva alla definizione della scena urbana, sul giardino privato, poi piazza pubblica, con un disegno normato e fisso dei fronti. Tale tipologia costituì l’elemento preminente e costitutivo dell’esperienza urbana residenziale inglese. Evolutasi processualmente nel corso dei secoli, a partire dalla casa a schiera, la terrace-house caratterizzò anche i successivi crescent e ispirò le soluzioni degli appartamenti duplex o maisonette, elaborate in epoca moderna (Perego, 2020).

Per circa duecento anni, dal 1650 al 1850, la piazza giardino ha dominato il paesaggio urbano inglese, quale modello perfetto da imitare, a sua volta, nella città europea e americana, offrendo un contributo più significativo, rispetto alla stessa tradizione del parco o della casa suburbana. Il tema della piazza, come unità minima e autosufficiente, parte integrante di un più grande e complesso organismo urbano, caratterizzò, dunque, in maniera diffusa, lo sviluppo successivo della città inglese, dalla struttura sempre più fortemente policentrica, dovuta alla morfologia del suo territorio,

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Fig. 1 - Il perimetro medievale di Londra (in alto); la città medievale, con l’indicazione dei precinct (in basso).

The medieval perimeter of London (top); the medieval city, showing precincts (bottom).

it took to secure the crossing, the Romans preferred a stretch of the river more suitable for locating a harbour to establish the new city, a good, well-defended landing place. In 52 A.D. they built the first wooden bridge across the Thames; in the 4th century, they extended London city walls to defend the riverbank. The Thames was originally a river with gravel banks meandering through a marshy landscape, which needed to be tamed and protected (Ackroyd, 2009).

The city of London represents a paradigmatic example of a settlement favoured, in its development, by its advantageous location: an obligatory point of passage between the flat hinterland and the North Sea coast, situated on a large estuary and for this reason destined to be one of the world most important ports.

The orthogonal grid of the Roman town occupied the area of the present City district, the productive and commercial core. The monumental new dimension introduced by the Norman invaders (1067-1076) through the construction of cathedrals, castles, and abbeys, radically changed the character of Anglo-Saxon cities, revealing the fragility of their spatial texture, where however the “cross of streets” model, linked to the presence of the market, remained a constant even in many 12th and 13th century foundations (Guidoni, 1981).

The large enclosures (precincts) of abbeys and convents, the founding structures of the medieval town (fig. 1), were superimposed on the

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Fig. 2 - Londra, Convent Garden Square: lottizzazione originaria (in alto); con l’inserimento del mercato, pianta di R. Horwood, 1799 (in basso).

London, Convent Garden Square: original allotment (top); with the insertion of the market (bottom); Strand area, plan by R. Horwood, 1799 (bottom).

Roman grid, squeezed between the same walls, as the nodes of a changed urban structure now made up of narrow and winding streets. The new wooden bridge, replacing the Roman one and surmounted by a row of houses, remained the only one until the 18th century and led to the medieval suburb that had developed beyond the river. To the west, outside the city walls, the foundation of Westminster Abbey as a centre of political power marked a new phase in the city’s development. During the Middle Ages, they structured the two primary nuclei: the area near Westminster, the centre of political power, with the King’s residence and the Houses of Parliament and Government; the City, progressively identified with the more important centre of European business and trade. Meanwhile, Charing Cross, at the bend in the river in the Westminster area, was starting to stand out as a major traffic artery, even on the extraterritorial scale. The expansion of London, until then, took place in an open form as a sum of polarities linked by a complex road system. Along the area between the two beating city hearts, residences began to settle: from 1600 onwards, the urbanisation of the interval between Westminster and the City started with the formation of a crown of suburbs lying along the route of the rural roads. In the first half of the 17th century, the Italian and French experience of the piazza (square), imported by Inigo Jones for Convent Garden (fig. 2), countervailed to the medieval settlement

ma anche a ragioni storiche, sociali e insediative. (Maretto, 2019) Le square, pensate come veri e propri “pezzi di città”, gli allineamenti e i regolamenti edilizi (Building Acts) furono gli strumenti determinanti per lo sviluppo della città per parti omogenee in sé, ma non unitarie nell’insieme. Nelle square si esprimeva il principio dell’autosufficienza di ogni addizione urbana, provvista di un mercato e, spesso, di un edificio religioso, con una forte connotazione gerarchica tra il centro – rappresentato dalla piazza vera e propria, man mano destinata sempre più frequentemente a verde pubblico – e la rete di strade riservate al mercato.

Il building leasing, messo a punto in questo periodo, fu un importante strumento finanziario, fondato sulla concessione in affitto ai costruttori, per un lungo periodo (da 40 a 99 anni), dei terreni da edificare. Le grandi proprietà, gravate dal divieto di vendita, potevano essere, così, trasformate in suoli edificabili che acquisivano valore grazie all’opera di urbanizzazione, ritornando nelle mani dei proprietari, insieme agli edifici nel frattempo costruiti. La valorizzazione dei terreni, la conseguente espansione urbana, il rinnovato equilibrio tra città e campagna, proprio della tradizione culturale anglosassone, producevano ricchezza e lavoro: un meccanismo attivato dall’edilizia privata sembrava, così, costituire un vantaggio per la collettività (Curcio, 2008).

L’incendio del 1666 (Great Fire) distrusse gran parte della City e segnò un ulteriore punto di svolta grazie ai successivi progetti di ricostruzione, firmati da Wren ed Evelyn, che la monarchia inglese non ebbe la forza economica di realizzare, limitandosi all’ampliamento della sezione delle strade e alla definizione dell’altezza delle residenze (Benevolo, 1993). Con il Rebuiding Act fu imposto l’utilizzo di quattro categorie di strade, che mutarono parzialmente la struttura viaria precedente, e di tre tipologie riferite ad una rinnovata tra-

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dizione abitativa, che caratterizzò una progettualità per parti, corrispondenti ai confini delle proprietà fondiarie delle aree residenziali intermedie, almeno sino alla costruzione di Regent Street. Durante la fase della ricostruzione, le uniformi facciate in mattoni delle terrace-house bordavano le strade che via via andavano risorgendo sugli antichi tracciati, sopraelevandosi, nel tempo, per accogliere, al di sotto, condotti idrici e fognanti (Curcio, 2008). Dopo la rivoluzione del 1689, Londra si trasformò in capitale commerciale e finanziaria, prendendo il posto di Amsterdam: a fine secolo, si presentava come la più grande metropoli d’Europa. Negli anni a venire, crebbe a dismisura. Attraverso iniziative private, il suo tessuto continuo penetrò senza limiti le aree rurali, attraverso enormi e informi periferie, che lasciavano gradualmente il passo ai palazzi e alle ville rurali della ricca borghesia, presentando, già nel Settecento, le problematiche proprie delle metropoli contemporanee. L’architettura inglese, come la città, andava prendendo forma al di là di vincoli di piano e di scelte linguistiche precostituite, diversamente da quanto accadeva per le città di Amsterdam o Parigi (Benevolo, 1993).

Londra iniziò a configurarsi come organismo unitario nel XVIII secolo, grazie all’affermarsi di nuovi rapporti spaziali e gerarchie architettoniche che riuscirono a conferire omogeneità e continuità ad una città fatta comunque di parti riconoscibili. La scala degli edifici determinò la forma urbana e viceversa, in entrambe le dimensioni, tramutandosi in uno strumento di progetto del quale partecipava non solo la pianta, ma anche le sezioni urbane e le combinazioni gerarchiche tra gli elementi architettonici. Anche i pochi monumenti precedenti, come l’abbazia di Westminster e la Torre, trovarono nuove relazioni spaziali nell’impianto settecentesco (Aymonimo, 1976).

Nel corso del Settecento la ulteriore espansione di Londra fu guidata, ancora

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model: as a residential square and public space at the same time, it inspired the construction of Leicester Square, Bloomsbury Square, So Share, James’s Square (fig. 3), Grosvenor Square and many others, during the 18th century. Although there was no design and no single plan of expansion, the city grew by the addition of separate pieces in which, however, it was possible to glimpse a harmonious development with characteristics of order and balance (Teodori, 1967). In the principle of aggregation and the composure of the architectural layout, the terrace houses delimiting the squares lost all their character of individuality to define an individual large urban artefact: a dwelling unit, which contributed to the definition of the urban scene, on the private garden, then public square, with a regulated and fixed design of the fronts. This typology constituted the pre-eminent and constitutive element of the English residential urban experience. Evolving in the course of the centuries and starting with the townhouse, the terrace-house also characterised the later crescents and inspired the solutions of the duplex flat or maisonette, developed in modern times (Perego, 2020).

For about two hundred years, from 1650 to 1850, the garden square dominated the English urban landscape as a perfect model to be imitated, in turn, in the European and American cities, making a more significant contribution than the park or suburban house tradition itself.

The theme of the square, as a minimal and self-sufficient unit, an integral part of a larger and more complex urban organism, characterised, therefore, in a widespread way, the subsequent development of the English city, with its increasingly polycentric structure, due to the morphology of its territory, but also to historical, social and settlement reasons (Maretto, 2019).

The squares, conceived as proper “pieces of the city”, the alignments, and the building regulations (Building Acts) were the determining instruments for the city development by homogeneous parts in themselves, but not unitary in the whole. The square expressed the principle of the self-sufficiency of each urban addition, provided with a market and, often, a religious building, with a strongly hierarchical connotation between the centre – represented by the proper square, which they increasingly used as a public green space – and the network of streets reserved for the market.

Building leasing, developed during this period, was a relevant financial tool based on leasing land to builders for long-lasting periods (from 40 to 99 years). Large properties, forbidden to be sold, could thus be transformed into building land acquiring value through urbanisation and then returned to the hands of the owners, together with the buildings constructed in the meantime. The valorisation of land, the consequent urban expansion, and the renewed balance between town and country, typical of the Anglo-Saxon cultural tradition, produced wealth and work: a mechanism activated by private building thus seemed to be an advantage for the community (Curcio, 2008).

The fire of 1666 (Great Fire) destroyed a large part of the City and marked a further turning point thanks to the subsequent reconstruction projects, signed by Wren and Evelyn, which the English monarchy did not have the economic strength to realise, limiting itself to enlarging the cross-section of the streets and defining the height of the residences (Benevolo, 1993). The Rebuilding Act imposed the use of four categories of streets which partially changed the pre-

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Fig. 3 - Londra, St. James Square’s (in alto); casa su tre livelli in St. James’s Square (in basso). London, St. James’s Square (top); three-story house in St. James’s Square (bottom).

vious street structure, and of three typologies referring to a renewed housing tradition, which characterised planning by parts, corresponding to the boundaries of the landed estates of the intermediate residential areas, at least until the construction of Regent Street. During the reconstruction phase, the uniform brick façades of the terrace houses bordered the streets raised again step-by-step on the old tracks, elevated over time to accommodate water and sewage pipes underneath (Curcio, 2008).

After the revolution of 1689, London became a commercial and financial capital, taking over from Amsterdam: by the end of the century, it was the largest metropolis in Europe. In the years to come, it grew by leaps and bounds.

Through private initiatives, its continuous fabric penetrated the rural areas without limits through huge, shapeless suburbs, which gradually gave way to the palaces and country villas of the wealthy bourgeoisie, presenting, already in the 18th century, the typical problems of contemporary metropolises. English architecture, like the city, was taking shape beyond the constraints of pre-established plans and linguistic choices, unlike the cities of Amsterdam or Paris (Benevolo, 1993).

London started to shape up as a unitary organism in the XVIII century, thanks to the affirmation of new spatial relationships and architectural hierarchies that succeeded in giving homogeneity and continuity to a city still made up of recognisable parts. The scale of the buildings determined the urban form and vice versa, in both dimensions, becoming a design tool in which not only the plan but also the urban sections and the hierarchical combinations of architectural elements participated. Even the few earlier monuments, such as Westminster Abbey and the Tower, found new spatial relationships in the 18th century layout (Aymonimo, 1976).

During the eighteenth century, London’s further expansion was driven, once again, by private initiative, in the wake of what they had developed between the years of the Restoration and the Great Fire, through the experiences of squares and building leasing: instruments that continued to mark out the subsequent great building campaigns.

As in the previous century, the urban expansion of London took place by “estates”, blocks belonging to the same property, characterised by a square or a portion of a street. Nature and architecture found a meeting point: firstly, they transformed parts of the countryside into urban areas through controlled speculation; they embedded rural lots into the emerging squares (Teodori, 1967).

It was only in the first half of the century, following the construction of the Westminster Bridge, that the first connection between the neighbourhoods of the representative area and the rapidly expanding industrial districts on the opposite bank of the Thames stood out. The city continued to grow freely and significantly towards the West End (fig. 4). The new residential typologies of the circus and crescent were typical of the Anglo-Saxon city during the 18th and 19th centuries, both in the established urban and rural contexts, offering relevant insights also concerning their inclusion in the landscape scale. These urban-territorial enclosures imposed themselves in the city as nodes capable of re-modelling old and new routes: they used the classical architectural scores in the elevations unifying the distinct parts, realised in successive phases (Carbonari, 1987).

Fig. 4 - Londra, quartiere residenziale del West End, pianta di R. Horwood, 1799. London, West End residential district, plan by R. Horwood, 1799.

una volta, dall’iniziativa privata, sulla scorta di quanto era stato messo a punto tra gli anni della Restaurazione e il grande incendio, attraverso le esperienze delle square e del building leasing: strumenti che continuarono a caratterizzare le successive grandi campagne edilizie.

Come nel secolo precedente, l’espansione urbana di Londra avvenne per “estates”, cioè per blocchi appartenenti ad una medesima proprietà, caratterizzati da una piazza o una porzione di strada. Natura e architettura trovarono un punto di incontro: innanzitutto, furono trasformate parti di campagna in zone urbane, attraverso speculazioni controllate; aree rurali furono inglobate nelle nascenti piazze (Teodori, 1967).

Solo nella prima metà del secolo, in seguito alla costruzione del ponte di Westminster, si impose il primo collegamento tra i quartieri dell’area rappresentativa e i quartieri industriali, in rapida espansione, sulla riva opposta del Tamigi. La città continuò a crescere liberamente ed in maniera significativa verso il West End (fig. 4). Le nuove tipologie residenziali del circus e del crescent caratterizzarono la città anglosassone nel corso del XVIII e del XIX secolo, sia nel contesto urbano consolidato che in quello rurale, offrendo interessanti spunti di riflessione anche rispetto al loro inserimento nella scala del paesaggio. Questi recinti urbano-territoriali si imposero nella città quali nodi in grado di riammagliare antichi e nuovi tracciati: utilizzarono gli spartiti architettonici classici nei prospetti unificanti le parti distinte, realizzate in fasi successive (Carbonari, 1987).

I circus, in particolare, identificavano uno spazio circolare, generalmente adibito a giardino, definito dalla facciata curva e uniforme, giustapposta ad una fila di unità residenziali, interrotta solo nei punti di penetrazione delle strade. (Curcio, 2008)

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Fig. 5 - Londra, il tracciato di Regent Street sovrapposto alla struttura urbana preesistente, 1814.

London, the layout of Regent Street superimposed on the pre-existing urban structure, 1814.

Circuses identified a circular space, generally used as a garden, defined by the curved and uniform façade, juxtaposed to a row of residential units, interrupted only at the points of penetration of the streets (Curcio, 2008).

Similarly, the crescents presented a row of terraced units, mainly arranged in a crescent, following the course of contour lines, with a continuous and monumental front facing a green space. These settlement models, also proposed in other English centres, constituted the archetypes to which, in the modern age, Le Corbusier and Pierre Jeanneret’s projects for the Algiers urban development plan referred, inspiring renewed typological and morphological research on the residence as a generative matrix for the expansion of the city.

Allo stesso modo, i crescent presentavano una fila di unità di schiera, disposte prevalentemente a mezzaluna, seguendo l’andamento delle curve di livello, con un fronte continuo e monumentale rivolto verso uno spazio verde. Questi modelli insediativi, riproposti anche in altri centri inglesi, costituirono gli archetipi ai quali, in età moderna, fecero riferimento i progetti di Le Corbusier e Pierre Jeanneret per il piano regolatore di Algeri, ispirando una rinnovata ricerca tipologica e morfologica sulla residenza, quale matrice generativa per l’espansione della città.

Nell’Ottocento, Londra si presentava come la più grande città del mondo. In questo periodo, si cercò di spezzare il tessuto continuo delle nuove periferie con la costruzione di altri parchi pubblici (Regent Park, nel 1830; Victoria Park, nel 1845; Finsbury Park nel 1869) e di ridefinire i caratteri tipologici dello spazio domestico, precisando i rapporti tra i piani, il lotto ortogonale alla strada, la collocazione dei servizi. Sino agli inizi del XIX secolo, con l’eccezione dell’apertura della Oxford Street (1720-30) come asse viario est-ovest, seguita da soluzioni analoghe per la direzione nord-sud, la struttura urbana di Londra crebbe, dunque, per sommatoria di parti caratterizzate dalle square: modalità di sviluppo che entrò in crisi alla fine del secolo a causa, soprattutto, della notevole estensione raggiunta dalla città. Il primo piano d’insieme si deve a John Fordyce, sovraintendente alle proprietà della Corona, sul finire del Settecento, per quanto si andava sempre più consolidando – secondo una linea di demarcazione definita da John Nash – un’organizzazione della città per settori identificabili: l’area a nord o nord-ovest, abitata dalla nobiltà, i borghesi, i professionisti, costituita da piazze, assi e spazi di relazione; l’area a nord-est, destinata ad attività artigianali disseminate in un intreccio di strade. L’intervento di John Nash si configurò come un vero e proprio progetto di ri-

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In the 19th century, London presented itself as the largest city in the world. In this period, they attempted to break up the continuous fabric of the new suburbs with the construction of more public parks (Regent Park, in 1830; Victoria Park, in 1845; Finsbury Park in 1869) and to redefine the typological characters of the domestic space, specifying the relationships between floors, the lot orthogonal to the street, the location of services. Up to the beginning of the 19th century, except for the opening of Oxford Street (172030) as an east-west road axis followed by similar solutions for the north-south direction, London’s urban structure grew, therefore, by summation of parts characterised by squares: a mode of development that went into a crisis at the end of the century due, above all, to the considerable extension reached by the city. The first overall plan is owed to John Fordyce, superintendent of the Crown’s estates, at the end of the 18th century, even if an organisation of the city by identifiable sectors was increasingly consolidating, according to a demarcation line defined by John Nash: the area to the north or north-west, inhabited by the nobility, the bourgeoisie, the professionals, made up of squares, axes, and relational spaces; the area to the north-east, destined for artisan activities scattered in a network of streets.

John Nash’s intervention took the form of a proper urban regeneration project: the model of garden squares was now outdated (Maretto, 2019). The Prince Regent architect was responsible for the first overall proposal of the urban structure that found fertile ground in the seventeenth-eighteenth-century fabric: an organic plan that constituted a model for future interventions and that extended from St. James’s Park (through current Piccadilly), passing through Regent Street, Marylebone, up to the building of Regent Park. In a city suffering the consequences of the industrialisation process, Nash’s project represented another side of the medal: a marked tension in the urban scene, the emphasis on the repetition of elements, and the neoclassical language were the elements that characterised the design. For the first time, they imagined the housing unit immersed in a green context, with a new urban park characterised centrally by a double ring of buildings. At the turn of the century, the urban plot was characterised by a succession of squared, circular, elliptical, crescent and circus squares, the mark of which remains in the present city (Teodori, 1967).

The construction of Regent Park closed the period of the city development by parts, presenting itself as one of the largest real estate operations in the West End, which triggered the subsequent major transformations of London’s urban fabric. They overlaid the complex and contradictory

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existing urban structure with a modified dimension of the city, founding its new references all represented in the homonymous street system, Regent Street (fig. 5).

The three-story bourgeois house on terraced plots, a typology characterising the “per square” development, was replaced, on the new layout, by building complexes in which they incorporated the individual housing units into unitary building projects. They adopted different architectural solutions along the new route, using arcades and loggias in the second section, from Oxford Circus to Waterloo Place. The use of white stucco, instead of facing bricks, reinforced the unity of the intervention. They finally replaced instruments of alignments and building regulations with an architectural design referring to the urban scale: intersections became circuses; connecting sections recalled crescents; facades and colonnades recovered architectural orders (Aymonino, 1976).

From the mid-19th century onwards, alongside the planned and designed city, a shapeless urban body grew up, torn apart by the railroads whose proliferation in the region began to mark the urban scene of the metropolis, causing the deterioration of entire areas.

The century from the Napoleonic wars to the Howardian proposals on the garden city saw the dissemination of new settlement forms in the post-industrial English urban landscape, which realised the utopian proposals of the time. Cer-

generazione urbana: il modello delle piazze con giardino era oramai superato (Maretto, 2019). All’architetto del principe reggente si deve la prima proposta d’insieme della struttura urbana che trovava nel tessuto sei-settecentesco un terreno fertile: un piano organico che costituì un modello per i futuri interventi e che si estendeva dal parco di St. James (attraverso l’attuale Piccadilly), passando per Regent Street, Marylebone, fino al costruendo Regent Park. In una città che andava subendo le conseguenze del processo di industrializzazione, il progetto di Nash rappresentò l’altra faccia della medaglia: una forte tensione della scena urbana, l’accento posto sulla ripetizione di elementi, il linguaggio neoclassico furono gli elementi caratterizzanti il disegno. Per la prima volta, l’unità di abitazione venne immaginata immersa in un contesto verde, con un nuovo parco urbano caratterizzato centralmente da un doppio anello di edifici. A cavallo tra i due secoli, la trama urbana si presentava caratterizzata da un susseguirsi di square quadrate, circolari, ellittiche, di crescent e circus il cui segno resta ancora impresso nella città odierna (Teodori, 1967). La realizzazione di Regent Park chiuse il periodo di sviluppo della città per parti, presentandosi come una delle più grandi operazioni immobiliari del West End, che innescò le successive grandi trasformazioni del tessuto urbano londinese. Alla complessa e contradditoria struttura urbana esistente, si sovrappose una dimensione modificata della città che trovava i nuovi riferimenti tutti rappresentati nel sistema dell’omonima strada, Regent Street (fig. 5). Alla casa borghese su tre piani, su lotti a schiera, tipologia che caratterizzò lo sviluppo “per square”, si sostituirono, sul nuovo tracciato, complessi edilizi in cui le singole unità abitative furono inglobate in progetti unitari di palazzi. Soluzioni architettoniche differenti furono adottate lungo il nuovo percorso, con l’impiego di portici e logge nel secondo tratto, da Oxford Circus a Waterloo Place.

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Fig. 6 - Londra: immagine satellitare 2022. London: satellite image 2022.

Lo stucco bianco, in luogo dei mattoni a facciavista, rafforzò l’unitarietà dell’intervento. Agli strumenti propri degli allineamenti e del regolamento edilizio si sostituì finalmente il progetto architettonico riferito alla scala urbana: gli incroci diventarono circus; i tratti di raccordo ricordavano i crescent; facciate e colonnati recuperarono gli ordini architettonici (Aymonino, 1976).

A partire dalla metà dell’Ottocento, accanto alla città progettata e disegnata, crebbe un corpo urbano informe lacerato dalle strade ferrate la cui proliferazione, sul territorio regionale, iniziò a segnare la scena urbana della metropoli, provocando il deterioramento di intere zone.

Il secolo che va dalla guerre napoleoniche alle proposte howardiane sulla città giardino, vide il disseminarsi di nuove forme insediative nel panorama urbano inglese postindustriale, che concretizzarono le proposte utopiche del tempo. Certamente le innovazioni tecnologiche, legate innanzitutto alla mobilità, con i tentativi di collegare rapidamente centro e periferia, luogo di lavoro e luogo di residenza, misero in crisi la struttura della città, favorendo i fenomeni di congestione del centro e di dispersione della fascia suburbana (Teodori, 1967). Già agli albori del Novecento, si andava delineando un vero e proprio cambio di paradigma: una mutazione genetica, che, quattro decenni dopo, sarebbe scoppiata in tutta Europa, con l’inizio della ricostruzione postbellica (Geddes, 1915).

Londra si presenta, sin dall’epoca medievale, una “città per parti” che, nel tempo, si espande, in maniera incontrollata, prevalentemente per giustapposizioni e addizioni. I “recinti urbani”, a partire dalle originarie declinazioni analizzate (precinct, square, crescent, circus), diventano dispositivi che conformano la metropoli, in grado di disegnare una geografia complessa, un palinsesto orizzontale. Una struttura urbana sostanzialmente opposta a quella della città storica che si sviluppa in verticale, per stratificazioni sovrapposte (Amore, 2020). La potente dinamica di crescita di Londra (fig. 6), nel terzo millennio, si esprime in un “testo urbano spaventoso, profetico ammonitivo e perciò mostruoso” (dal latino monstrare: “che mostra”, “che si mostra”) (Mancini, 2015); una delle più organiche e razionali conurbazioni del mondo, la cui espansione demografica si è sempre accompagnata da un notevole sviluppo topografico. È un corpo vivo, dalla struttura complessa e contraddittoria, che si è espanso fagocitando villaggi e campagne vicine e che, probabilmente, impone la necessità di un ripensamento degli strumenti di lettura (Geddes, 1915) e di progetto della forma urbana. Strumenti utili a favorire la comprensione, l’interpretazione e la decodificazione dei complessi fenomeni analizzati, condizionati da numerose variabili; utili a risignificare i frammenti che compongono la città contemporanea, nel tentativo di trasformare i “margini” in “soglie” di un discorso urbano continuo.

Riferimenti bibliografici_References

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tainly, the technological innovations, linked first to mobility, with the attempts to rapidly connect the centre and the periphery, place of work, and place of residence, undermined the structure of the city, favouring the phenomena of congestion in the centre and dispersion in the suburban belt (Teodori, 1967). Already at the dawn of the 20th century, a true paradigm shift was taking shape: a genetic mutation, which, four decades later, would break out all over Europe, with the beginning of post-war reconstruction (Geddes, 1915). Ever since the Middle Ages, London has presented itself as a “city by parts” that, over time, has expanded, in an uncontrolled manner, mainly by juxtapositions and additions. The “urban enclosures”, starting from the original declinations analysed (precinct, square, crescent, circus), become devices that shape the metropolis, capable of drawing complex geography, a horizontal palimpsest. An urban structure substantially opposed to that of the historical city, which develops vertically by superimposed stratifications (Amore, 2020). The powerful growth dynamic of London (fig. 6) in the third millennium is expressed in a frightening, prophetically cautionary and therefore monstrous urban text (from the Latin monstrare: “that shows”, “that shows itself”) (Mancini, 2015); one of the most organic and rational conurbations in the world, whose demographic expansion has always been supported by a remarkable topographical development. It is a living body with a complex and contradictory structure, which has expanded engulfing neighbouring villages and countryside and arguably imposes the need for a rethinking of the tools for reading (Geddes, 1915) and designing the urban form. Helpful tools to favour the understanding, interpreting and decoding of the complex phenomena analysed, conditioned by numerous variables; tools useful to re-signify the fragments making up the contemporary city, to transform the “margins” into “thresholds” of a continuous urban speech.

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urbanform and design

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Morphological permanency and change in contemporary American Cities

Keywords: Location, Topograhic Site, Cadaster, Political Segmentation, Building Technology, Mobility, Climate Change

Abstract

The urban form of American cities can be read as a text revealing many central features of national history, cultural values, and the distinguishing character of American urbanism in general. The struggle for cities to adjust their urban layout and built forms against the backdrop of changing environmental and social conditions can be conceptualized as a perpetual but shifting tension between those physical features that are easy to change and those that represent profound resistance. Structures are simpler to change than the spatial layout of city space. Eight fundamental categories by which American urban form may be measured are examined here, and discussed in a sequence moving from extreme resistance to relative ease in transformation. The shifting balances among these features and forces are coming under unprecedented pressure resulting from the long-term climate change that centuries of world (and American) industrialization have produced.

Permanenza morfologica e cambiamento nelle città americane contemporanee

DOI: 10.48255/2384-9207.UD 17-18.2022.06

The history of American urbanism, relatively brief as it can be considered in comparative global terms, is universally viewed as particularly dynamic. As a result, it is therefore in many respects often seen to be at the forefront of change, sometimes as a harbinger of novel urban features that defuse elsewhere in the fullness of time. Urban morphology provides an unusually reliable and unblinking mirror of society at large, and this is undoubtedly true for American cities. Before focusing on the variable balance between those factors that accelerate or retard change in American urban form, it helps to note three distinguishing regional cultural characteristics that regulate the instability between the two. First, the historical recency of most American cities means that city-making as a settlement strategy had already significantly matured by the time that Spain, France, and England exported the process to the New World. Cities there would be primarily tools of commerce and regional economic exploitation without the burdens of supporting elaborate monarchic and military infrastructure and the urban forms that went with such aims. A simple result is that very

The Committee on Environment, Geography, and Urbanization, The University of Chicago E-mail: mconzen@uchicago.edu

La storia dell’urbanistica americana, relativamente breve se considerata in termini comparativi globali, è universalmente riconosciuta come particolarmente dinamica. Di conseguenza, per molti aspetti, è spesso vista come all’avanguardia del cambiamento; a volte, come foriera di nuove caratteristiche urbane che non sempre, nel tempo, si traducono altrove. La morfologia urbana fornisce uno specchio insolitamente affidabile e imperturbabile della società in generale e questo è indubbiamente vero per le città americane. Prima di concentrarsi sull’equilibrio variabile tra i fattori che accelerano o ritardano il cambiamento nella forma urbana americana, è utile rimarcare tre caratteristiche culturali regionali distintive che regolano la stabilità tra i due fattori. In primo luogo, l’attualità storica della maggior parte delle città americane dimostra come la costruzione urbana, intesa quale strategia di insediamento, era già significativamente matura quando Spagna, Francia e Inghilterra esportarono il processo nel Nuovo Mondo. Le città sarebbero state costituite principalmente da sistemi legati al commercio e allo sfruttamento economico regionale, senza la necessità di sostenere le complesse infrastrutture monarchiche e militari e le forme urbane sviluppatesi in seguito a tali prerogative.

Di conseguenza, pochissime città americane hanno acquisito strutture significativamente antiche, estese o di successivo valore culturale tale da richiedere una manutenzione particolarmente onerosa. Ciò ha consentito allo sviluppo immobiliare, essenzialmente privato, di prendere il sopravvento nella mentalità collettiva degli abitanti, rispetto alle prioritarie forme urbane. Se le condizioni cambiassero, le proprietà morfologiche obsolete potrebbero e dovrebbero essere facilmente trasformate.

In secondo luogo, il vasto anfiteatro territoriale del Nord America si è presentato ai colonizzatori – che hanno percepito rapidamente l’impreparazione delle popolazioni indigene a resistere allo sfollamento – come una “tabula rasa” su cui l’agricoltura, la silvicoltura e l’estrazione mineraria potevano essere ampiamente coordinate dallo sviluppo sperimentale di una rete di città. C’erano pochi ostacoli all’insediamento di tessuti urbani, ove il commercio e la produzione riuscivano a creare condizioni favorevoli. Inoltre, mancavano leggi che vietassero l’utilizzo del suolo urbano.

In terzo luogo, il dinamismo economico avviato dal colonialismo e sostenuto, in seguito, dalle libertà democratiche auto dichiarate garantiva alle città americane un’infinita disponibilità di manodopera aggiuntiva, grazie alla costante immigrazione, da impiegare in negozi, fabbriche e costruzioni. Questa presenza multiculturale ha generato un entusiasmo collettivo a lungo termine per il “nuovo”, soprattutto rispetto ai temi del funzionalismo e del governo minimo. Lo spettro tra permanenza e cambiamento, nell’odierna forma urbana americana, può essere sicuramente compreso attraverso il ricorso a tre ampi raggruppamenti riguardanti otto caratteristiche morfologiche fondamentali, distribuite lungo un continuum tra i due opposti poli. In questa sede, c’è spazio solo per un fugace riferimento a esempi specifici di ciascun tipo di forma urbana e ai cambiamenti che la riguardano.

Caratteristiche permanenti e quasi permanenti della forma urbana

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1. Posizione geografica - permanente. La geografia ha determinato gran parte della gerarchia urbana nazionale determinando la crescita più o meno aggressiva delle città, in termini di popolazione, estensione e complessità delle forme urbane. Nessuna città dell’Idaho, ad esempio, potrà mai rivaleggiare con New York sotto questo aspetto. È significativo che 12 delle 25 grandi regioni metropolitane degli Stati Uniti siano ancorate a città centrali che si affacciano sugli oceani (in particolare i vecchi porti di Boston, New York, Filadelfia e Baltimora), a cui si aggiungono altre 5 che si trovano ai margini dei Grandi Laghi (Chicago, Detroit) o dei grandi fiumi (Minneapolis-St. Paul, St. Louis e Portland). Questi paesaggi urbani hanno incluso importanti strutture portuali che hanno conferito alla loro forma urbana un carattere peculiare. Alcuni porti oceanici, in particolare, hanno sviluppato, negli ultimi anni, strutture di dimensioni mai viste prima per il commercio globale di container (fig. 1). Le città che si sono espanse sono sorte solo in un secondo momento, quando l’introduzione delle ferrovie ha creato un contatto con il resto del mondo, favorendo le aree metropolitane del Sunbelt, come quelle incentrate su Dallas, Houston, Atlanta e Phoenix. Le ferrovie hanno permesso di “recuperare” i centri industriali del Nord, più antichi e consolidati. Le città di quest’ultima epoca non hanno molti dei simboli urbani iconici dei secoli precedenti (come Fanueil Hall a Boston o Independence Hall a Philadelphia), ma i loro skyline rivaleggiano sempre più con le loro controparti precedenti, ora dotate di sfarzosi grattacieli. La posizione di ogni città è letteralmente permanente, ma quella all’interno degli Stati Uniti è sempre stata ridefinibile (Taylor e Derudder, 2016), con una varietà di architetture e forme urbane appartenenti ad epoche differenti. 2. Sito Topografico - difficile da modificare. La maggior parte delle città statu-

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few American cities acquired really old, really extensive, and thus in later times culturally-valued structures demanding costly maintenance. This allowed essentially private real estate development to assume center stage in the collective mindset of urbanites regarding what urban forms to prioritize. If conditions changed, then obsolete morphological equipment could and should easily be replaced.

Second, the vast territorial arena that the continent of North America presented to the colonizers – quickly perceiving the unpreparedness of indigenous peoples to resist displacement –produced a “blank slate” upon which farming, forestry, and mining, could be extensively coordinated by as experimentally evolving network of cities. There were few hindrances to cities arising wherever trade and production encouraged them. Nor were there any laws forbidding the spread of urban land use.

Third, the economic dynamism kick-started by colonialism, and sustained later by self-declared democratic freedoms, guaranteed American cities an unending supply of additional labor through constant immigration to fill their stores, factories, and housing. This multicultural mix bred a long-term collective enthusiasm for the “new”, with an emphasis on functionalism and minimal government.

The spectrum between permanence and change in today’s American urban form can be conveniently understood in terms of three broad groupings of what might be conceived as eight fundamental morphological features, distributed along a continuum between the two polar opposites. There is room here for only the most fleeting reference to specific examples of each type of urban form and the changes affecting them.

Permanent and Near-Permanent Features of Urban Form

1. Geographical Location - permanent. Geography has determined much of the national urban hierarchy, and therefore which cities have grown most aggressively in population size and therefore extent and complexity of urban forms. No city in Idaho, for example, is ever likely to rival New York City in such respects. Significantly, 12 of the 25 large metropolitan regions in the U.S. are anchored by core cities facing oceans (especially the old ports of Boston, New York, Philadelphia, and Baltimore), added to which 5 more lie either at the margins of the Great Lakes (Chicago, Detroit), or major rivers (Minneapolis-St. Paul, St. Louis, and Portland). These cityscapes have included major port facilities that have given their urban form special character. Some oceanic ports in particular have in recent years developed unprecedentedly vast transfer facilities for global container commerce (fig. 1). Cities that grew large only later arose when key railroads created contact for them with the wider world, and this tended to assist Sunbelt metropolitan areas, such as those centered on Dallas, Houston, Atlanta, and Phoenix. Railroads allowed them to play “catch up” with older, established Northern industrial centers. Cities of this later vintage lack many of the iconic urban symbols of earlier centuries (such as Fanueil Hall in Boston, or Independence Hall in Philadelphia), but their skylines increasingly rival their earlier counterparts now with glitzy skyscrapers. Each city’s location is literally permanent, but that location within the United States has always been redefinable (Taylor and Derudder, 2016), giving cities very different mixtures of period architecture and urban forms.

2. Topographic Site - difficult to alter. Most U.S.

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Fig. 1 - Terminal container di Los Angeles (Autorità portuale di Los Angeles). Container terminals at Los Angeles (Port of Los Angeles Authority). Fig. 2 - Tessuto urbano definito dalla maglia: West side Chicago, 1940 (Chicago Historical Society). Urban fabric shaped by the grid: West side Chicago, 1940 (Chicago Historical Society).

cities long ago adapted to their site conditions with little difficulty. Interestingly, oceanside cases have had the ability to increase their land area by colonizing the seafront (Los Angeles) or reconfiguring their river estuaries, especially for airports. Boston doubled its original downtown land area over the last 150 years (Seasholes, 2003). The most famous cases of topographic change have involved cutting down hills (New York’s Manhattan Island), or raising street levels to avoid inundation (Chicago in its earliest days) (Ballon, 2012; Mayer and Wade, 1969, 94-96). The biggest challenges in more recent times have been the building and maintenance of bridges over large water bodies (San Francisco Bay Bridge, 1936; 7.1 km long; ruptured in 1989 by an earthquake).

3. Cadasters - enabling and constraining. Most non-Americans, familiar with New York’s Manhattan street pattern, think all U.S. cities are laid out on the grid principle, but this is not true for many cities in the nation’s east, particularly New England, where cities grew organically out of small towns, tamely accepting the irregularity of country roads. However, from the nation’s founding, the freedom of bare ground invited developers to impose rectilinear street grids as expressions of rational order and easy wealth (fig. 2) (Reps, 1992). As urban grids became the norm, the regimentation of property on the land had the effect of locking cities into a superfluity of traffic intersections that today bedevil many American cities, because their numbing repetition regardless of optimum land use renders too many street crossings problematic in a world where most traffic seeks to create dendritic flows rather than (often unneeded) chessboard parity. So deeply entrenched in the property system, American street grids reflect both the symbolic equality of ownership and the modern expense of tinkering with their modification to expedite traffic flow. Urban cadasters are among the most resistant elements of urban form to change.

Urban Form with Substantial Staying-Power

4. Political Segmentation - creating vast density differences. The political significance of municipal boundaries is usually discussed by Americans in terms of social rather than morphological consequences. But the modern ossification of political boundaries has locked central cities within suffocating girdles of governmentally independent suburbs of all irregular shapes and sizes, with far-reaching results. It has produced a political segmentation on the ground with strong class and racial overtones that directly shapes and often limits the budgets available for basic upkeep of physical infrastructure. Central cities keep losing the middle classes to the generally small suburban entities, while retaining high-rise wealthy residents and being “stuck” with burgeoning tax-challenged poorer-class districts. It has also encouraged the endless bickering that stymies bold planning schemes for the greater good. Suburbs with attractive features attract and protect wealth from redistribution, while poor suburbs get locked into cycles of disinvestment and decay. Overall, suburbs can claim low density urban form as a virtue, until low tax revenues starve them of maintenance funding. Developers prefer to locate new projects near already well-to-do locations. In an interesting case in metropolitan Chicago, declining interest in horse-racing has opened the door to conversion of a famous racetrack to a proposed superdome for the city’s professional football team in an afluent western suburb, complete with new adjacent entertainment park. What to do with the old facility in the city,

nitensi si è adattata facilmente, da tempo, alle condizioni del sito. È interessante notare che le città che si affacciano sull’oceano hanno avuto la possibilità di aumentare la loro superficie colonizzando il lungomare (Los Angeles) o riconfigurando gli estuari dei fiumi, soprattutto per l’edificazione di aeroporti. Boston ha raddoppiato la superficie originaria del centro città negli ultimi 150 anni (Seasholes, 2003). I casi più famosi di cambiamento topografico hanno riguardato l’abbattimento di colline (l’isola di Manhattan a New York) o l’innalzamento del livello delle strade per evitare i fenomeni di inondazione (Chicago nei primi tempi) (Ballon, 2012; Mayer e Wade, 1969, 94-96). Le sfide più grandi, in tempi più recenti, sono state la costruzione e la manutenzione di ponti su grandi corpi idrici (San Francisco Bay Bridge, 1936; 7,1 km di lunghezza; danneggiato nel 1989 da un terremoto).

3. I catasti - abilitanti e vincolanti. La maggior parte dei non americani, che conoscono il sistema stradale di New York a Manhattan, pensa che tutte le città statunitensi siano disposte secondo il principio della griglia, ma questo non è vero per molte città dell’est della nazione, in particolare del New England, espansesi organicamente, assecondando l’irregolarità delle strade di campagna. Tuttavia, dalla fondazione della nazione, la libertà della nuda terra spinse i costruttori a imporre griglie stradali rettilinee come espressione di ordine razionale e di facile ricchezza (fig. 2) (Reps, 1992). Quando le griglie urbane divennero la norma, la regimentazione della proprietà dei suoli ebbe l’effetto di bloccare le città in un eccesso di inutili intersezioni stradali ortogonali, anziché radiali, in controtendenza rispetto all’evoluzione corrente dei moderni flussi veicolari. Così profondamente radicate nel sistema di proprietà, le griglie stradali americane riflettono sia l’uguaglianza simbolica dei proprietari, sia il costo del cambiamento necessario ad accelerare il flusso del traffico. I catasti urbani sono tra gli elementi della forma urbana più resistenti al cambiamento.

Forma urbana con una sostanziale capacità di tenuta

4. Segmentazione politica - creazione di grandi differenze di densità. L’importanza politica dei confini comunali è solitamente discussa dagli americani in termini di conseguenze sociali piuttosto che morfologiche. Ma la moderna ossificazione dei confini politici ha rinchiuso il centro delle città all’interno di soffocanti cinture di periferie, amministrativamente indipendenti, di ogni forma e dimensione irregolare, con risultati di vasta portata. Ha prodotto una segmentazione politica sul territorio con forti connotazioni di classe e razziali che determina direttamente, e spesso limita, i budget disponibili per la manutenzione di base delle infrastrutture fisiche. Il centro città continua a perdere la classe media a favore delle piccole entità suburbane, “bloccate” dai quartieri della classe povera in crescita e con problemi fiscali, trattenendo i residenti ricchi dei grattacieli. Questo aspetto ha anche incoraggiato l’infinita litigiosità che ostacola audaci e determinanti strumenti di pianificazione. I sobborghi con caratteri più attrattivi calamitano e proteggono la ricchezza dalla redistribuzione, mentre i sobborghi poveri rimangono bloccati in cicli di disinvestimento e degrado. Nel complesso, le periferie possono rivendicare la forma urbana a bassa densità come una virtù, finché il basso gettito fiscale non le priva dei fondi per la manutenzione. I progettisti preferiscono localizzare i nuovi progetti vicino a luoghi più attrattivi. In un caso di rilievo, nella metropoli di Chicago, il calo di interesse per le corse dei cavalli ha aperto le porte alla conversione di un famoso ippodromo in un Superdome, proposto per la squadra di football professionistico della città, in un ricco sobborgo occidentale, completo di un nuovo parco divertimenti adiacente. Cosa fare della vecchia struttura in città resta un enigma.

Il centro delle città conserva l’unica risorsa efficiente: il nucleo commerciale metropolitano, con la sua selva di grattacieli e la densità di servizi culturali e ricreativi. Chicago è un esempio adatto per riflettere sulla suburbanizzazione dei suoi pendolari giornalieri, un tempo in gran parte interni. Tuttavia, il fascino della vita nei grattacieli per ricchi del centro, con viste spettacolari da ammirare, non solo ha intensificato la differenza di densità, ma ha anche cambia-

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to la forma dei grattacieli che si presentano, oggi, per la maggior parte, come torri residenziali. Inoltre, stanno iniziando ad apparire delle piccole polarità costituite da agglomerati di grattacieli in quartieri da tempo caratterizzati da servizi di qualità, come nel caso di Hyde Park, dove le impressionanti viste dei nuovi grattacieli sul vicino centro e sul vicino lago Michigan, “sigillano l’affare”. È interessante notare che un importante edificio di riferimento del centro, il Thompson Building, progettato dal famoso architetto Helmut Jahn per lo Stato dell’Illinois, è stato abbandonato e destinato alla demolizione, in quanto stravagante e inefficiente, sia all’interno che all’esterno, recentemente “salvato” per accogliere il centro operativo regionale dalla società Google.

5. Tecnologia edilizia - tipi di edifici stabili. Le tecniche di costruzione nelle città americane non sono cambiate molto nell’ultimo secolo: mattoni e cemento rispetto a legno e pietra, a seconda del prezzo e del vicinato. Rispetto ad altre civiltà urbane moderne, le città americane contengono ancora una percentuale preponderante di case unifamiliari. Gli sforzi compiuti durante gran parte del XX secolo, per far fronte al rapido degrado dei quartieri poveri, hanno portato a una progettazione scadente e a una manutenzione inadeguata, soprattutto per quanto riguarda l’edilizia pubblica, spesso rappresentata da quartieri a maggioranza minoritaria. Il ciclo di demolizione degli alloggi in legno e mattoni al di sotto degli standard e la loro sostituzione con tipi di edifici comunali di livello medio-alto ha portato, dopo le crescenti proteste sociali, a sgomberi che hanno segnato il tessuto cittadino. Ora, per molte di queste piccole terre desolate, lasciate a cuocere al sole, non ci sono investitori interessati (tranne il governo della città, quando viene sollecitato a sufficienza). In alternativa, gli spazi sgomberati in posizione strategica vengono utilizzati per progetti troppo spesso funzionali a processi di “gentrificazione”.

Per quanto riguarda gli stili edilizi, in molte città statunitensi, il postmodernismo sta iniziando a mostrare la sua età, dissolvendosi in un miscuglio di stranezze isolate qua e là, che sfidano la classificazione.

Ma alla scala di intere città, la superficie coperta da forme urbane residenziali rimane un notevole pastiche esito dell’accumulo storico di tipi di edifici e mode architettoniche sedimentatesi nel tempo. E tra tutte le ondate di sostituzione che hanno cambiato il volto di molte città, si possono ancora individuare quartieri che esprimono ancora i caratteri distintivi delle regioni di appartenenza. Si può camminare per decine di strade di Boston, costruite nei primi decenni del XX secolo, e osservare la sopravvivenza del tipo di casa “a tre piani”, così espressivo della vita in appartamento del Massachusetts e del New England (fig. 3). Al contrario, le abitazioni a tre piani di Chicago e Omaha non trasmettono questa impressione, mentre la diffusa tradizione del bungalow del Midwest presenta un più caratteristico tocco regionale (Krim, 1970; Sonoc, 2001). Una nuova tendenza è il crescente entusiasmo dei progettisti e degli ingegneri per i grattacieli costruiti in legno, anziché in acciaio a travi incrociate, che potrebbe sembrare, a prima vista, intuitivamente assurdo. Tuttavia, i vantaggi in termini di costi e di sostenibilità ambientale stanno spingendo l’attenzione, ad esempio, sul grattacielo in legno massiccio (attualmente) più alto del mondo: un grattacielo di lusso di 25 piani in un materiale simile al legno lamellare, la Ascent Tower, a Milwaukee, Wisconsin (Ryan, 2022). È un materiale resistente al fuoco e in grado di assorbire il carbonio e, secondo i ricercatori, potrebbe essere il futuro materiale da costruzione. La tecnica è in fase di “verifica” in California per valutarne il potenziale antisismico (Wall Street Journal, 2022). Questa invenzione sta creando una nuova categoria di edifici nella letteratura sulla morfologia urbana.

Forme urbane particolarmente suscettibili di cambiamento

6. Tecnologia industriale e della mobilità - i macro-cambiamenti del passato cedono il passo a un uso più intenso delle sovraccariche infrastrutture. È un luogo comune osservare che le città statunitensi abbiano trascorso gli ultimi cinquant’anni a “deindustrializzarsi”, considerato che le fabbriche sono state abbandonate nel paesaggio, ad una scala sconvolgente, e che la dipenden-

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Fig. 3 - Caratteri della città regionale. In alto: bungalow di Chicago. (Anon.; Chicago Bungalow Association). In basso: Boston, tipo a tre piani.

Regional city personality. Top: Chicago bungalow. (Anon.; Chicago Bungalow Association). Bottom: Boston triple-decker.

if the move takes place, presents a conundrum. Central cities retain their one efficient asset: the metropolitan business core with its thicket of skyscrapers and density of cultural and recreational services. Chicago is a suitable poster-child in reflecting the suburbanization of its once largely internal daily commuters. However, the allure of downtown highrise living for the wealthy and up-and-comers, with spectacular views to enjoy, has not only intensified density differentials, but also changed the form of skyscrapers: residential towers are becoming a larger percentage of the skyscrapers being built today. In addition, mini high-rise hubs are beginning to appear in neighborhoods long anchored with good services, such as in Hyde Park, where impressive new highrise views of downtown from a small distance and of nearby Lake Michigan, “seal the deal.”

Interestingly, a major landmark building downtown, the Thompson Building, designed by famous architect Helmut Jahn for the State of Illinois, was abandoned by the state as quirky and inefficient inside and out, and touted for demolition, but was recently “rescued” as a regional operations hub by the Google corporation.

5. Building Technology - long-stable building types under question. Building techniques in American cities have not changed much in the last century: brick and concrete over wood and stone, depending on price and neighborhood. Compared with other modern urban civilizations, American cities still overwhelmingly contain sin-

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gle-family homes as a proportion of their housing stock. Efforts during much of the twentieth century to deal with the rapid deterioration of poor districts led to cheap design and inadequate upkeep, especially of public housing, often in majority-minority neighborhoods. The cycle of demolition of substandard wood and brick housing and its replacement by mid-to-highrise communal building types led, after mounting social protests, to clearances that pockmarked the city fabric. Now, too many of these mini-wastelands are left to bake in the sun where few investors will venture a dollar (except the city govenment, when pushed hard enough). Alternatively, strategically located cleared spaces are being appropriated for projects too often branded as gentrification. As for building styles, in many U.S. cities, post-modernism is beginning to show its age, dissipating into a mishmash of one-off oddities here and there, defying classification. But on the scale of whole cities, the surface area covered in residential urban forms remains a remarkable pastiche of the historical accumulation of building types and architectural fashions dating from the eras of their completion. And still detectable amid all the waves of replacement that have changed the face of so many cities, there remain neighborhoods still expressive of their regions’ distinctive personality. One can walk down scores of Boston streets built during the early decades of the 20th century and observe the survival of the “triple-decker” house type so expressive of Massachusetts and New England apartment living (fig. 3). By contrast, the three-story dwellings of Chicago and Omaha, for example, convey no such impression, while the widespread tradition of the Midwestern bungalow represents a more characteristic regional flavor (Krim, 1970; Sonoc, 2001).

A new trend is the growing enthusiasm among designers and engineers for high-rise buildings built of timber instead of cross-braced steel, which might seem at first blush intuitively absurd. However, the advantages of cost and environmental sensitivity are focusing attention, for example, on the (current) world’s tallest mass-timber skyscraper, a 25-story luxury “glue-lam” (as in laminated wood) skyscraper, the Ascent Tower, in Milwaukee, Wisconsin (Ryan, 2022). It is both fire-resistant and a carbon sink, and researchers say may be the future building material of choice. The technique is undergoing “shake-testing” in California to assess its earthquake-resisting potential (Wall Street Journal, 2022). This invention is creating a new category of building type in the literature of urban morphology.

Urban forms particularly susceptible to change 6. Industrial & Mobility technology - macro-changes of the past yield to more intense use of stressed infrastructure. It is commonplace to observe that U.S. cities have spent the last fifty years “de-industrializing,” to the extent that not only have factories been abandoned in the landscape on a shocking scale, but that dependence on offshore manufacturing is compromising national security (for chips and battery supply, for instance). While some of the sickness and environmental distress caused by burning fossil fuels has abated with industrial contraction and cleaned city air in many places, the subtle stench of new chemical compounds littering streets and abandoned buildings in some districts does nothing for general well-being.

The original concentrating of industrial forms next to water led, with the explosion of intercity railroad networks, to the formation of industrial corridors radiating from city centers, relegating

Fig. 4 - Gran parte di Elk Grove Village, Illinois, si presenta come un denso deposito aggiunto all’aeroporto internazionale O’Hare (Google Maps).

Much of Elk Grove Village, Illinois, is a dense warehouse adjunct to O’Hare International Airport (Google Maps).

za dalla produzione offshore sta compromettendo la sicurezza nazionale (ad esempio, per la fornitura di chip e batterie). Sebbene alcune delle malattie e dei disagi ambientali, causati dalla combustione di combustibili fossili, siano diminuiti con la contrazione industriale, il sottile fetore di nuovi composti chimici che riempie le strade e gli edifici abbandonati in alcuni quartieri non giova al benessere generale.

L’originaria concentrazione di forme industriali vicino all’acqua ha portato, con l’esplosione delle reti ferroviarie interurbane, alla formazione di corridoi industriali che si irradiano dai centri delle città, lasciando gli interstizi a forma di cuneo agli alloggi per la forza lavoro (Conzen, 2000). Questo modello, ereditato dalla fine del XIX e dall’inizio del XX secolo, anche se i complessi manifatturieri hanno chiuso nell’ultimo mezzo secolo, è rimasto intensamente radicato nella struttura spaziale della città. Tuttavia, mentre le automobili trasferivano sempre più i pendolari dai treni alle strade e alle autostrade, l’avvento dei mezzi di trasporto necessari ha determinato una nuova geometria nei tessuti cittadini. La mobilità ha guadagnato una nuova efficienza macro-spaziale in modo piuttosto selettivo sul territorio urbano, spesso ignorando la griglia urbana. I nuovi tipi di industria, che hanno sostituito i vecchi modelli, hanno cercato di localizzarsi, primariamente, in prossimità delle reti autostradali. Questa grande sequenza di cambiamenti nella circolazione intorno alle aree metropolitane, oggi, è in gran parte bloccata e invecchiata: richiede costose manutenzioni e ricostruzioni periodiche, di solito concentrate all’interno di corridoi ormai profondamente definiti. Oggi, sono pochissime le nuove superstrade che vengono scavate in aree densamente edificate. Tuttavia, la ricerca di una mobilità più efficiente sta avvenendo a livello locale: scooter, biciclette e micro-veicoli a batteria e l’incremento delle opzioni di trasporto stanno

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Urban,

esercitando nuove pressioni sui sistemi stradali tradizionali, già sovraccarichi.

7. L’impulso commerciale-industriale - divorare la campagna con pochi controlli. La continua globalizzazione del commercio e la diffusione della produzione industriale nel XXI secolo non solo hanno fatto chiudere molti impianti di produzione nazionali negli Stati Uniti, ma hanno aumentato la domanda di strutture di stoccaggio come tappe di complicate catene di approvvigionamento, spesso con origine in Cina. Di conseguenza, sono sorte enormi concentrazioni di complessi di capannoni, non solo nelle città portuali come Los Angeles, per gestire il traffico di container, ma anche intorno ai principali aeroporti (fig. 4) e nelle località suburbane dove le autostrade si intersecano e si combinano con le strutture di trasferimento intermodale.

Questa tendenza ha rafforzato il decentramento del sistema di distribuzione all’ingrosso, in quanto, un numero sempre maggiore di residenti metropolitani si è trasferito non solo nei quartieri periferici, ma in una penombra sempre più ampia di comunità extraurbane che stanno sempre più sfumando i margini esterni delle zone urbanizzate ancorate al centro città. Questo decentramento ha ricevuto un ulteriore imprevisto impulso dalla pandemia da Covid-19, ormai quasi triennale, che ha favorito un aumento dei beni di consumo spediti direttamente a casa dei clienti, evitando i punti vendita fissi. La pandemia, insieme all’eventuale aumento dei lavoratori a domicilio, potrebbe far diminuire il tasso di costruzione di nuove torri per uffici nei centri urbani americani, in quanto le aziende si avvantaggiano di scaricare le spese per la fornitura di uffici sui propri dipendenti, mettendo a disposizione le loro residenze personali a costo zero. La fenomenale trasformazione sociale di Internet ha ulteriormente minimizzato l’”attrito della distanza” nei rapporti di lavoro, incoraggiando la dispersione della forza lavoro nell’”exurbia”, e questo ha ulteriormente urbanizzato i mar-

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the wedge-shaped interstices to housing for the workforce (Conzen, 2000). This pattern, inherited from the late 19th and early 20th centuries – even as manufacturing complexes have shuttered over the last half century – has remained intensely ingrained in metropolitan spatial structure. However, as automobiles increasingly transferred commuters from trains to streets and highways, the advent of needed expressways incised a new geometry across city fabrics. They redirected mobility with a new macro-spatial efficiency quite selectively across the urban landscape, often with blithe disregard for the urban grid. Those new types of industry that replaced the old sought locations with primary reference to expressway networks.

This grand sequence of changing circulation around metropolitan areas today is largely stuck in place, aging, and requiring expensive upkeep and periodic rebuilding, but usually within the now deeply-etched corridors. Very few new expressways today are being carved out through dense built-up areas. Yet the search for improved mobility is happening at the local scale: battery-powered scooters, bicycles, and micro-vehicles and the rise of minute-by-minute rental options are placing new pressures on overburdened traditional street systems.

7. The Commercial-Industrial Impulse - eating up the countryside with few controls. Continued globalization of commerce and diffusion of industrial production in the 21st century not only shuttered

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Fig. 5 - Aree urbane, extraurbane e rurali negli Stati Uniti orientali, 1960-2000 (Fonte: Adattato da Theobald, 2001). exurban, and rural territory in the eastern U.S.A., 1960-2000 (Source: Adapted from Theobald, 2001).

many domestic manufacturing plants in the U.S. but increased the demand for storage facilities as way-stations in complicated supply chains, often originating in China. Consequently, huge concentrations of warehouse complexes have arisen, not only in port cities like Los Angeles, to handle the through-put of the container trade, but also around major airports (fig. 4), and in suburban locations where freeways intersect and combine with intermodal transfer facilities.

This trend has reinforced the ongoing decentralization of the wholesale distribution system as more metropolitan residents have located not just in suburban districts, but in a widening penumbra of exurban communities that are increasingly blurring the outer margins of urbanized zones anchored by central cities. This decentralization has received a further, unanticipated boost from the now almost three-year-old Covid-19 pandemic, which has fostered a surge in consumer goods shipped directly to customers’ homes, bypassing fixed-location retail outlets. The pandemic, together with possibly higher levels of workers working from home, may conceivably depress the rate of new office tower construction in American downtowns, as corporations take advantage of off-loading the expense of office provision onto their employees providing their personal residences at no cost.

The phenomenal societal transformation of the Internet has further minimized the “friction of distance” in work relations, encouraging workforce dispersion into “exurbia,” and this has further urbanized the rural margins of most metropolitan areas. At the macro scale, this pattern now spreads untidily across the entire eastern half of the American continent (fig. 5) (Theobald, 2001). It is now possible to drive along roads from Bar Harbor, Maine, to Sister Bay on the Door Peninsula of Wisconsin, a distance of 1,760 miles (2,832 km) through continuous “exurban” landscapes, without ever traversing any expanse of fully rural character. In a country of America’s size, this is a remarkable statement to make. In the process, the relative verticality of central cities stands in ever sharper contrast to the vast constructional flatness and spatial intermittancy of the outer metropolitan skin. It is a universal process across all regions, which in some cases is beginning to approach and put pressure on rural zones that have been given specific protection from unwanted development, such as national parks and similar areas of special cultural value, particularly in the West, where planning regulations have historically been weakest (except in progressive California).

8. Climate change as the end game - suffering floods and learning little from them. Climate’s influence on the urban form of American cities has received comparatively little attention beyond the different histories of building design in relation to temperature until recently. Mostly, the question of radical change or resistance is defined in terms of the ease and rapidity with which routine rebuilding follows disasters, usually of localized cause and relative infrequency. City administrations, business interests, and residents usually have been content to seek the status-quo-ante of destroyed buildings through disaster relief, rather than a broader rethinking of the ultimately seismic implications of climate change.

But the rash of high temperature extremes during 2022 across the West with associated wildfires and dried-up major rivers, and the more widespread series of record-shattering urban floods to the east (e.g. Dallas during August) is at last registering in public consciousness as “not

Fig. 6 - I distretti del New Jersey, vicino a Manhattan, rischiano di essere sommersi entro il 2050 (Google Maps; progetto di ricerca Climate Central, 2022).

New Jersey districts near Manhattan liable to be underwater by 2050 (Google Maps; Climate Central research project, 2022).

gini rurali della maggior parte delle aree metropolitane. A livello macroscopico, tale modello si estende in modo disordinato su tutta la metà orientale del continente americano (fig. 5) (Theobald, 2001). Oggi è possibile percorrere le strade che vanno da Bar Harbor, nel Maine, a Sister Bay, nella penisola di Door, nel Wisconsin, per una distanza di 1.760 miglia (2.832 km) attraverso continui paesaggi “extraurbani”, senza mai attraversare alcun territorio a carattere pienamente rurale. In un Paese delle dimensioni dell’America, questa è una straordinaria considerazione da fare. In questo processo, la relativa verticalità del centro città si contrappone sempre più nettamente alla vasta piattezza costruttiva e all’intermittenza spaziale della superficie metropolitana esterna. Si tratta di un processo universale in tutte le regioni, che in alcuni casi, sta iniziando ad esercitare pressioni sulle zone rurali che sono state oggetto di una protezione specifica dallo sviluppo indesiderato, con i parchi nazionali e le aree simili, di particolare valore culturale, soprattutto nell’Ovest, dove le norme di pianificazione sono state storicamente più deboli (tranne che nella progressista California).

8. Il cambiamento climatico come partita finale - subire le alluvioni e imparare poco da esse. Fino a poco tempo fa, l’influenza del clima sulla forma urbana delle città americane ha ricevuto relativamente poca attenzione, al di là delle singole storie legate alla progettazione sostenibile di edifici. Per lo più, la questione del cambiamento radicale o della resistenza è definita rispetto alla facilità e rapidità con cui la ricostruzione di routine segue i disastri, di solito, di origine localizzata e relativamente poco frequenti. Le amministrazioni cittadine, gli interessi commerciali e i residenti si sono generalmente accontentati di cercare lo status-quo-ante degli edifici distrutti attraverso i soccorsi per i disastri, piuttosto che attraverso un ripensamento più ampio delle implicazioni

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sismiche del cambiamento climatico. Ma l’ondata di temperature estreme nel 2022, in tutto l’Occidente, con i relativi incendi selvaggi, l’inaridimento dei principali fiumi e le serie più diffuse di inondazioni urbane da record a Est (ad esempio a Dallas in agosto) sono finalmente fenomeni considerati “non normali” nella coscienza pubblica. Le recenti iniziative, finalizzate ad accelerare la transizione dei veicoli stradali dal petrolio alle batterie elettriche (ancora una volta guidate da interessi urbani in California), lasciano presagire possibili cambiamenti nelle strutture urbane da adeguare necessariamente, anche nella loro successiva disposizione spaziale. Tuttavia, l’impatto del futuro equilibrio tra il traffico dei pendolari, il traffico commerciale a lungo raggio e i modelli di lavoro da remoto rimane ancora un aspetto da chiarire. E soprattutto, le implicazioni dei modelli climatici globali, concepiti per favorire le riduzioni, essenziali e urgenti, delle emissioni di gas che causano calore, non sono entrate nei calcoli di bilancio della maggior parte delle città americane. Le minacce calibrate sul lungo periodo sono quasi un incentivo alla procrastinazione politica. Tuttavia, le stime scientifiche stanno diventando sempre più precise. Ad esempio, l’ormai indiscutibile futuro innalzamento del livello degli oceani può essere modellato con chiare implicazioni per la forma urbana delle città costiere. Il gruppo di sobborghi del New Jersey a bassa quota della città di New York, a sole cinque miglia a Nord-Ovest del Central Park di Manhattan, attraverso il fiume Hudson, perderà – si prevede – la maggior parte delle case dei residenti entro il 2050, se l’Oceano Atlantico settentrionale si innalzerà di circa un metro (fig. 6) (Climate Central Inc., 2021). Sebbene questo sia il caso più drammatico di probabile perdita di terreno lungo la East Coast, e rappresenti un distretto ad uso misto, commerciale e industriale, con quartieri della classe operaia, piuttosto che quartieri ricchi, esso illustra la ampia e variegata scala e la complessità implicita dei problemi che gli urbanisti dovranno affrontare in futuro.

Riferimenti bibliografici_References

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normal.” The recent moves to accelerate a transition of road vehicles from oil to electric batteries (again led by urban interests in California) presages possible changes in the appropriate urban structures needed and their future spatial layout. Yet the future balance between commuter traffic, long-haul commercial traffic, and computer-based work-from-home employment patterns remains quite unclear.

More fundamentally, the implications of global climate models designed to warn nations of essential and urgently-needed reductions in heat-trapping gas emissions has not entered the budgetary calculations of most American cities. Threats that are calibrated over the long term are almost inducements for political procrastination. However, scientific estimates are becoming increasingly precise. For example, the now indisputable future rise in ocean levels can be modelled with clear implications for the urban form of coastal cities. The cluster of low-lying New Jersey suburbs of New York City just five miles northwest of Manhattan’s Central Park across the Hudson River are predicted to lose most of their residents’ homes by 2050 if the North Atlantic Ocean rises by approximately one meter (fig. 6) (Climate Central Inc., 2021). While this offers the most dramatic case of likely land loss along the East Coast – and represents a district of mixed commercial and industrial land use with working-class neighborhoods, rather than wealthy districts – it illustrates the scale and implicit complexity of issues on a far grander and more varied scale facing urban planners in the future than in the past.

Transformation and resistance in contemporary american urban form

The history of American city development has been one of speed, generally simplified urban forms spread over unresisting fringe surroundings, ingeniously low-cost physical infrastructure, and the spatial freedom for capital to determine where the rich and the poor will live. That process over time is increasingly under stress as ever more dispersed infrastructure needs upgrading, racial equality in access to housing remains elusive, and the largely fixed-in-place and segmented public authorities fight over resources.

The biggest urban morphological transformations are powered by changing building technology and materials, new mobility dynamics, and the looming prospects of harsh adjustments to come through accelerating climate change.

The biggest resistances to morphological change reside in the elemental forms of the urban cadaster and inherited limitations of site and situation.

In theory, vast regions within metropolitan areas invite opportunities for densification, but this will doubtless be highly selective. Paradoxically, life in the digital world is making possible an acceptance of the untidy patterns of the urbanization of the past. And, as ever, the character of American urban life will continue to be reflected faithfully in the design and geography of its urban forms.

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urbanform and design

The plastic / elastic dyad in the process of urban transformations. Some observations on the case of the Iberian cultural area

Keywords: dyads, process, transformation, plastic/elastic, typology

Abstract

The reality that human being has built around himself – and that he continually transforms – is increasingly complex, specialized, heterogeneous. A material reality that has been stratified, more or less sensibly, everywhere. The awareness of the transformative anthropic act has changed the relationship between the human being and the matter around him: the spontaneous consciousness, that once guided the action of construction as consolidated by a broad collective knowledge, changes and adapts itself to the renewed and increased critical capacity that the human being has developed, in an autonomous and individualized way, in the course of his existence.

The product of anthropic action par excellence is what we call a “city”, that is an urban organism that condenses, in certain temporal spheres, the common characteristics of a defined constructive culture. Today the city represents an intertwining of difficulties that is only apparently inextricable. For this reason, the description and study of a complex reality, such as that of a city, cannot be separated from an excluding approach and, at the same time, organic and as much as possible generalizing.

The use of dyads, therefore, proved to be an appropriate tool in the attempt to describe the complexity of reality, to generalize the common characteristics that define human constructions. There are many pairs of opposite terms that describe architecture and cities, polarizing and contrasting certain characteristics rather than others. The formation of the “plastic/elastic” dyad is relatively recent and therefore meets a field of application almost completely unexplored.

Introduction

The reality that human being has built around himself – and that he continually transforms – is increasingly complex, specialized, heterogeneous. A material reality that has been stratified, more or less sensibly, everywhere. The awareness of the transformative anthropic act has changed the relationship between the human being and the matter around him: the spontane-

La diade plasticità/elasticità

nel

processo delle trasformazioni urbane

Alcune osservazioni sul caso dell’area culturale iberica

DOI: 10.48255/2384-9207.UD 17-18.2022.07

Antonio Camporeale

SSBAP Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio, Politecnico di Bari E-mail: arch.phd.antonio.camporeale@gmail.com

Introduzione

La realtà che l’essere umano ha costruito attorno a sé – e che trasforma continuamente – risulta sempre più complessa, specialistica, eterogenea. Una realtà materiale che si è stratificata, più o meno sensibilmente, ovunque. La consapevolezza dell’atto antropico trasformativo ha cambiato il rapporto tra essere umano e materia che lo circonda: la coscienza spontanea, che un tempo guidava l’azione della costruzione poiché consolidata da una ampia conoscenza collettiva, muta e si adegua alla rinnovata ed aumentata capacità critica che l’essere umano ha sviluppato, in modo autonomo e individualizzato, nel corso della sua esistenza

Il prodotto dell’azione antropica per antonomasia è ciò che chiamiamo città, ossia un organismo urbano che condensa, in determinati ambiti temporali, i caratteri comuni di una definita cultura costruttiva. La città rappresenta, oggi, un intreccio di difficoltà solo apparentemente inestricabile. Per questo la descrizione e lo studio di una realtà complessa come quella in esame non può prescindere da un approccio escludente e, allo stesso tempo, organico e per quanto possibile generalizzante.

L’uso delle diadi, quindi, si è rivelato uno strumento opportuno nel tentativo di descrivere la complessità del reale, di generalizzare i caratteri comuni che definiscono le costruzioni umane. Molteplici sono le coppie di termini opposti che si sfruttano per descrivere architetture e città, polarizzando e contrapponendo determinate caratteristiche piuttosto che altre. La formazione della diade “plastico/elastico” è relativamente recente e quindi incontra un campo di applicazione ancora poco, se non del tutto, inesplorato.

Interpretazione processuale del fenomeno trasformativo: la diade plastico/ elastico

Lo studio delle trasformazioni urbane ha conosciuto un profondo rinnovamento quando, con l’iniziale e imprescindibile apporto scientifico di Saverio Muratori, l’orizzonte della ricerca sulla lettura e il progetto della città si è allargato, incontrando e superando quei limiti potenziali contenuti nel metodo e nella teoria: lo studio della forma urbana non poteva più prescindere da un nuovo concetto legato alle implicazioni multiformi delle trasformazioni urbane. La serie degli eventi della storia diventa sequenza processuale: l’architettura della contemporaneità è il risultato temporaneo dell’accumulazione, dell’integrazione, della stratificazione di eventi antecedenti, pronto ad accogliere, guidare e suggerire quelli futuri.

La lettura degli indizi, degli elementi e delle forme si lega, ora, anche alla ragione costruttiva, tecnologica, culturale dell’azione dell’uomo: il rilievo delle piante dei piani terra di ogni edificio permette di ipotizzare – e molto spesso confermare – il processo formativo e le relative fasi di formazione/trasformazione del costruito. La cui lettura viene codificata attraverso un metodo.

L’allargamento dell’orizzonte di ricerca muratoriano coinvolge la parte costitutiva e preponderante della città, ossia il tessuto di “base” con funzione abitati-

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va. L’organismo urbano vive non solo di monumenti, ovvero di trasformazioni generalmente puntuali e discrete, ma si costruisce come una unità inscindibile in cui i confini tra edilizia con funzione speciale (ciò che chiamiamo convenzionalmente “architetture”, di cui fanno parte gli stessi “monumenti” e gli edifici a destinazione non residenziale ) ed edilizia di base sono difficilmente individuabili e isolabili.

Intervenire inserendosi nel processo trasformativo delle città diventa un’operazione possibile e controllata attraverso il perfezionamento del metodo di lettura che Gianfranco Caniggia, allievo di Muratori, approfondisce, affina e sperimenta in numerose occasioni di studio e nei concorsi di progettazione. Il progetto, quindi – la trasformazione contemporanea dell’esistente – coincide con la lettura critica del costruito: interpretazione logico-processuale e continuità della trasformazione attraverso il progetto si sovrappongono – diremmo “plasticamente” – perdendo, anche qui, concettualmente i propri limiti di significato.

Trasformare la complessità urbana ha richiesto, quindi, la necessità di imparare a conoscerla: il risultato, parziale e perfettibile, di questo processo in continuo divenire spiegato con la lettura si concentra attorno alla sintesi operata dagli esponenti della Scuola di tipologia processuale, specificata dalla definizione della coppia di termini opposti e complementari “plastico-murario” ed “elastico-ligneo”. Di questa diade i termini “murario” e “ligneo” rimandano, intuitivamente, alla materia di cui è fatta l’architettura, mentre i termini “plastico” e “elastico” alle sue caratteristiche e ai comportamenti fisico-meccanici. Ogni diade comprende e condensa la cultura costruttiva che, in linea generale, ha permesso di definirla: si può legare, quindi, al concetto di area culturale plastico-muraria, ad esempio, la cultura costruttiva del bacino del Mediter-

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ous consciousness, that once guided the action of construction as consolidated by a broad collective knowledge, changes and adapts itself to the renewed and increased critical capacity that the human being has developed, in an autonomous and individualized way, in the course of his existence.

The product of anthropic action par excellence is what we call a “city”, that is an urban organism that condenses, in certain temporal spheres, the common characteristics of a defined constructive culture. Today the city represents an intertwining of difficulties that is only apparently inextricable. For this reason, the description and study of a complex reality, such as that of a city, cannot be separated from an excluding approach and, at the same time, organic and as much as possible generalizing.

The use of dyads, therefore, proved to be an appropriate tool in the attempt to describe the complexity of reality, to generalize the common characteristics that define human constructions.

There are many pairs of opposite terms that describe architecture and cities, polarizing and contrasting certain characteristics rather than others. The formation of the “plastic/elastic” dyad is relatively recent and therefore meets a field of application almost completely unexplored.

Processual interpretation of the transformative phenomenon: the plastic/elastic dyad The study of urban transformations underwent

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Fig. - (Sopra) Esempio di città a prevalente carattere plastico-murario: Matera; (sotto) esempio di città a prevalente carattere elastico-ligneo: Lubecca. (Above) Example of a city with a predominantly masonry-plastic character: Matera; (below) example of a city with a prevalently wooden-elastic character: Lübeck.

a deep renewal when, with the initial and essential scientific contribution of Saverio Muratori, the horizon of research on the city reading and design widened, meeting and overcoming those potential limits contained in the method and in the theory: the study of urban form could no longer ignore a new concept linked to the multiform implications of urban transformations. The series of events in history becomes a processual sequence: the architecture of contemporaneity is the temporary result of the accumulation, integration, stratification of antecedent events, ready to welcome, guide and suggest future ones.

The reading of clues, elements and forms is now also linked to the constructive, technological, cultural reason of man’s action: the surveys of the ground floor plans of each building allows us to hypothesize – and very often confirm –the training process and the relative phases of formation/transformation of the building. This reading is encoded through a method.

The widening of the Muratorian research horizon involves the constitutive and preponderant part of the city, that is the “basic” urban fabric with housing function. The urban organism lives not only on monuments, or on generally punctual and discrete transformations, but it is built as an inseparable unit in which the boundaries between buildings with a special function (what we conventionally call “architecture”, as the same “monuments” and buildings for non-residential use) and basic buildings are difficult to identify and isolate.

Intervening by inserting oneself in the transformative process of cities becomes a possible and controlled operation through the improvement of the reading method that Gianfranco Caniggia, a student of Saverio Muratori, deepens, refines and experiments on numerous study occasions and in design competitions. The project, therefore – the contemporary transformation of the existing – coincides with the critical reading of the built reality: logical-processual interpretation and continuity of the transformation through the project overlap – we would say “plastically” – losing conceptually their limits of meaning.

Transforming urban complexity has therefore required the need to learn to know it: the partial and perfectible result of this constantly evolving process explained by the urban reading, focuses on the synthesis made by the exponents of the School of processual typology, specified by the definition of the pair of opposite and complementary terms “masonry-plastic” and “wooden-elastic”. The terms “masonry” and “wooden” of this dyad refer, intuitively, to the matter of which the architecture is made, while the terms “plastic” and “elastic” refer to its characteristics and its physical-mechanical behaviors. Each dyad understands and condenses the constructive culture that, in general, made possible its definition: it can therefore be linked to the concept of a masonry-plastic cultural area, for example, the constructive culture of the Mediterranean area and to the concept of wooden-elastic cultural area that of Central and Northern Europe.

In these areas we find architectures and cities that have common general characteristics. Thus Matera, “city of the Sassi”, adheres perfectly to the definition of a “masonry-plastic” city: its formation reflects the lithic character of the matter of which it is composed, that is stone and tuff. Its transformation cannot affect individually the single elements of which the urban organism is

raneo e al concetto di area culturale elastico-lignea quella del Centro e Nord Europa.

In queste aree ritroviamo architetture e città che presentano caratteri generali comuni. Così Matera, “città dei Sassi”, aderisce perfettamente alla definizione di città “plastico-muraria”: la sua formazione rispecchia il carattere litico della materia di cui è composta, cioè pietra e tufo. La sua trasformazione non può interessare individualmente i singoli elementi di cui è costituito l’organismo urbano, poiché essi stessi non sono più “individualizzabili”, cioè non più isolabili con facilità, né fisicamente/strutturalmente né concettualmente/teoricamente: l’unità dell’organismo urbano è data dalla collaborazione – strutturale, distributiva, spaziale – di ogni singolo elemento, la cui trasformazione coinvolge necessariamente più parti. La città nordica, costruita con elementi urbani seriali in legno, le cosiddette “case a graticcio” (Fachwerkhäuser), rappresenta invece la città “elastico-lignea”: in questo caso le trasformazioni avvengono con relativa facilità e rapidità, riguardano la singola unità urbana che molto spesso si aggrega, nella formazione dei tessuti, evitando la condivisione strutturale dei muri d’ambito.

La diade “plastico/elastico” si forma e si consolida quando si perdono i riferimenti alla materia, quando cioè la diffusione globale del calcestruzzo armato, a partire dalla modernità, rende meno netta l’individuazione dei caratteri comuni areali legati alla pietra nel sud e al legno nel nord Europa. Resta però leggibile il carattere generale dell’organismo urbano: possiamo, quindi, definire città “plastiche” quegli organismi urbani in cui ogni trasformazione avviene coinvolgendo in modo profondo, strutturale ed esteso, le unità e gli aggregati contigui, ottenendo dopo la trasformazione una nuova configurazione urbana, diversa da quella di partenza. Le città “elastiche”, invece, permettono trasformazioni rapide, discrete, individuabili, con il minimo coinvolgimento delle strutture contigue, mantenendo pressoché la stessa configurazione urbana dopo la trasformazione.

La città di Roma rappresenta, con buona approssimazione, la città “plastica” per eccellenza: un organismo stratificato in cui ogni trasformazione coinvolge necessariamente le strutture urbane contigue, strutturalmente, distributivamente, tipologicamente. Le trasformazioni “plastiche” sono lente, prudenti, attente, “attritiche”: l’energia immessa nell’azione progettuale non si esaurisce nella singola trasformazione ma tende, quasi in modo spontaneo, all’allargamento problematico della stessa.

I caratteri della città “elastica” si esprimono, invece, nella metropoli, nella “città dei grattacieli”. Questi edifici, elementi urbani discreti, concettualmente isolati e individuabili, sono sostituibili senza il necessario coinvolgimento delle parti contigue di città. La trasformazione dello skyline di Manhattan, ad esempio, con la sostituzione continua di grattacieli, rappresenta il fenomeno in atto descritto in queste note: il carattere “elastico” della città dei grattacieli risiede nella condensazione in punti determinati dell’energia progettuale, nella sua relativa velocità di pensiero ed esecuzione.

Architettura e trasformazione plastica nella penisola iberica: prime indagini

Un primo tentativo di applicazione di questa struttura teorica ha riguardato lo studio dell’architettura e della città mediterranea e delle sue trasformazioni. Come riportato in precedenza, la città di Roma manifesta il carattere generale plastico-murario nella continua stratificazione urbana e nella organicità delle sue trasformazioni: l’isolato che ospita la chiesa della Trinità dei Pellegrini con parti dell’antico convento rappresenta un esempio chiaro di trasformazione plastica, coerente al contesto in cui avviene. Partendo dalla prima stratificazione muraria di epoca romana, che definisce moduli e proporzioni dimensionali dell’isolato, si giunge all’ultima trasformazione ad opera di Emanuele e Gianfranco Caniggia (che “intasano” l’isolato attraverso l’innesto di edilizia di base, ridefinendo i percorsi interni dello stesso), che rilegge criticamente le sedimentazioni rinascimentali, barocche, ottocentesche e del primo Novecento, tutte organicamente integrate nel tessuto edilizio che ha cambiato la

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configurazione finale dopo ogni trasformazione. Sono ancora relativamente esigui i casi studio approfonditi per il carattere inedito delle tesi qui proposte. Oltre quello esemplare di Roma, è possibile citare altri interventi urbani assimilabili a trasformazioni plastiche del tessuto murario: la ricostruzione della corte di San Michele in Borgo a Pisa, ad opera di Massimo Carmassi, dove la ridefinizione dell’isolato attraverso l’impianto di edilizia di base ristabilisce l’unità del tessuto riconquistando la solidarietà muraria con le strutture preesistenti. L’intervento di Francesco Venezia a San Pietro a Patierno consolida il valore di nodo urbano della piazza principale: l’innesto delle nuove strutture su quelle preesistenti innesca il meccanismo “plastico” che le coinvolge strutturalmente, operando una trasformazione che si serve della tipologia formativa del palazzo per garantirne la continuità. In tutti i casi qui esposti, il nuovo si attesta strutturalmente sul preesistente: l’architettura si fonde in coerenza e congruenza col contesto; l’energia si disperde nelle costruzioni contigue, attivando quasi sempre una stretta collaborazione strutturale, distributiva e spaziale; la configurazione urbana finale muta rispetto a quella iniziale, ma resta pronta e in attesa di una nuova trasformazione plastica. La ricerca sulla “città plastica” ha conosciuto un ulteriore passaggio di approfondimento teorico che ne ha rivelato un interessante e poco analizzato fenomeno in atto: la trasformazione della città consolidata mediterranea attraverso l’uso “plastico” (murario) del calcestruzzo armato. Tale fenomeno ha espresso in maniera più evidente i suoi esiti nella penisola iberica. Diversamente dall’uso “elastico” – quindi seriale, discreto, puntuale – dello “scheletro” strutturale di travi e pilastri, l’uso “plastico” del calcestruzzo armato determina una ritrovata e rinnovata coincidenza fra costruzione e spazio: la capacità progettuale riattiva l’organicità del pensiero mediterraneo e della sua complessità. Pensare e costruire uno spazio confinato dalla stessa sua struttura significa poter usare “muri” di calcestruzzo armato, setti o scatole resistenti per forma, in forma muraria ed opaca; poterlo fare all’interno di un contesto consolidato “plastico-murario” significa innestarsi coerentemente in un processo trasformativo che possiamo definire “plastico”, appartenente all’area culturale mediterranea.

In Spagna, ad esempio, è stato possibile rilevare, con particolare frequenza, un buon numero di interventi che presentano tali caratteristiche: trasformazioni “plastiche” in contesti plastico-murari. Tra i casi studio approfonditi possiamo menzionare la trasformazione, con conseguente consolidamento del suo valore urbano nodale, del centro originario del Cabanyal, quartiere costiero di Valencia: l’innesto del nuovo centro culturale El Musical (arch. Eduardo de Miguel Arbonés), costruito con setti e scatole murarie in calcestruzzo armato, aderisce e collabora perfettamente in modo strutturale col tessuto in cui si inserisce, inglobando murature preesistenti. Una trasformazione del tutto simile è avvenuta nel piccolo centro di Hellìn, Albacete. Anche in questo caso il nuovo Museo della Settimana Santa (Exit Architects) si inserisce e aderisce al tessuto della città consolidata, approfittando “plasticamente” di murature preesistenti e di allineamenti dati. La sua struttura è composta da pareti portanti in calcestruzzo armato che unificano organicamente lo sforzo progettuale spaziale e quello costruttivo. Un altro esempio molto simile di trasformazione plastica è dato dall’intervento progettuale del nuovo Museo di Arte Contemporanea ad Alicante (S-MAO Arquitectos): anche qui l’edificio coinvolge direttamente le strutture preesistenti e, attraverso una possente e complessa composizione strutturale di scatole spaziali resistenti in calcestruzzo armato, permette alla luce naturale di superare gli esigui limiti dimensionali del lotto e di raggiungere e illuminare direttamente i livelli più bassi dell’edificio.

Un ultimo esempio di trasformazione plastica di un contesto consolidato è quello firmato da Mendaro Corsini nel centro storico di Toledo: qui il nuovo edificio si inserisce nel tempo presente in modo organico, non solo tipologicamente ma anche attraverso la cromatura delle pareti. Una colorazione, però, non superficiale, ma che riguarda la composizione interna stessa della materia con cui è costruito l’edificio: il pigmento è dato dall’utilizzo della

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constituted, since they themselves are no longer “individualizable”, that is, no longer easily isolable, neither physically/structurally nor conceptually/theoretically: the unity of urban organism is given by the collaboration – structural, distributive, spatial – of every single element, whose transformation necessarily involves several parts. The Nordic city, built with serial urban elements in wood, the so-called “half-timbered houses” (Fachwerkhäuser), represents instead the “ wooden-elastic” city: in this case the transformations take place with relative ease and speed, they concern the single urban unit which very often aggregates, in the formation of fabrics, avoiding the structural sharing of the border walls.

The “plastic/elastic” dyad is formed and consolidated when the references to the matter are lost, that is, when the global diffusion of reinforced concrete, starting from modernity, makes the identification of common areal characteristics, linked to stone in the south and to wood in northern Europe. However, the general character of the urban organism remains legible: we can, therefore, define “plastic” cities those urban organisms in which every transformation takes place involving in a deep, structural and extended way, the urban units and contiguous aggregates, obtaining after the transformation a new urban configuration, different from the original one. The “elastic” cities, on the other hand, allow rapid, discrete, identifiable transformations, with the minimum involvement of the contiguous structures, maintaining almost the same urban configuration after the transformation.

The city of Rome represents, with a good approximation, the “plastic” city par excellence: a stratified organism in which every transformation necessarily involves structurally, distributively, typologically, the contiguous urban structures.

The “plastic” transformations are slow, prudent, careful, “frictional”: the energy introduced into the design action is not exhausted in the single transformation but tends, almost spontaneously, to the problematic enlargement of the transformation itself.

The characteristics of the “elastic” city are expressed, however, in the metropolis, in the “city of skyscrapers”. These buildings, discrete urban elements, conceptually isolated and identifiable, can be replaced without the necessary involvement of the contiguous parts of the city.

The transformation of the Manhattan skyline, for example, with the continuous replacement of skyscrapers, represents the phenomenon in progress, described in these notes: the “elastic” character of the city of skyscrapers resides in the condensation of design energy in specific points and in its relative speed of thought and execution.

Architecture and plastic transformation in the Iberian Peninsula: first investigations

A first attempt to apply this theoretical structure concerned the study of architecture and the Mediterranean city and its transformations. As previously reported, the city of Rome manifests the general masonry-plastic character in the continuous urban stratification and in the organic nature of its transformations: the urban block of the church of Trinità dei Pellegrini with parts of the ancient convent represents a clear example of plastic transformation, coherent with the context in which it occurs. Starting from the first Roman stratification, which defines the modules and dimensional proportions of the block, we reach the last transformation by Emanuele

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and Gianfranco Caniggia (who “clog” the block through the grafting of basic building, redefining the internal paths), which critically reinterprets the Renaissance, Baroque, 19th and early 20th century sedimentations, all organically integrated into the building fabric which has changed its final configuration after each transformation. The in-depth case studies are still relatively few, because of the unprecedented nature of the theses proposed here. In addition to the exemplary one in Rome, it is possible to cite other urban interventions similar to plastic transformations of the urban fabric: the reconstruction of the courtyard of San Michele in Borgo in Pisa, by Massimo Carmassi, where the redefinition of the block through a basic building system, re-establishes the unity of the fabric by regaining the solidarity of the walls with the pre-existing structures. The intervention of Francesco Venezia in San Pietro a Patierno consolidates the value of the urban node of the main square: the grafting of the new structures on the pre-existing ones triggers the “plastic” mechanism that involves them structurally, operating a transformation that uses the formative typology of the building to ensure its continuity.

In all the cases shown here, the new is structurally attested to the pre-existing: the architecture blends in coherence and congruence with the context; the energy is dispersed in the contiguous buildings, almost always activating a close structural, distributive and spatial collaboration; the final urban configuration changes from the initial one, but remains ready and awaiting a new plastic transformation.

The research on the “plastic city” has undergone a further step of theoretical study that has revealed an interesting and little-analyzed phenomenon in progress: the transformation of the consolidated Mediterranean city through the “plastic” (masonry) use of reinforced concrete. This phenomenon has expressed its results more clearly in the Iberian Peninsula. Unlike the “elastic” use – therefore serial, discrete, punctual – of the structural “skeleton” of beams and pillars, the “plastic” use of reinforced concrete determines a rediscovered and renewed coincidence between construction and space: the design capacity reactivates the organicity of Mediterranean thought and its complexity. Thinking about and building a space confined by its own structure means being able to use reinforced concrete “walls”, septa or boxes resistant in shape, in masonry and opaque form; being able to do so within a consolidated “masonry-plastic” context means being coherently grafted onto a transformative process that we can define as “plastic”, belonging to the Mediterranean cultural area.

In Spain, for example, it has been possible to detect, with particular frequency, a good number of interventions that present these characteristics: “plastic” transformations in masonry-plastic contexts. Among the case studies we can mention the transformation, with consequent consolidation of its nodal urban value, of the original center of Cabanyal, the coastal district of Valencia: the grafting of the new cultural center El Musical (arch. Eduardo de Miguel Arbonés), built with septa and masonry boxes in reinforced concrete, adheres and collaborates perfectly in a structural way with the fabric in which it is inserted, incorporating pre-existing walls.

A very similar transformation took place in the small town of Hellìn, Albacete. Also in this case, the new Museum of Holy Week (Exit Architects) fits into and adheres to the urban fabric of the

Fig. 2 - Trasformazioni plastiche: a. Roma, Trinità dei Pellegrini; b. Pisa, San Michele in Borgo; c. Napoli, San Pietro a Patierno.

Plastic transformations: a. Rome, Trinità dei Pellegrini; b. Pisa, San Michele in Borgo; c. Naples, San Pietro a Patierno.

polvere delle stesse pietre con le quali è stata edificata nei secoli la città di Toledo, ottenendo un naturale e completo inserimento organico nel processo trasformativo in divenire.

Conclusioni provvisorie

Gli interventi sinteticamente esposti rappresentano una prima e certamente non esaustiva indagine che mira a sostenere e consolidare le ipotesi di lettura delle trasformazioni urbane attraverso la diade plastico/elastico, con un focus sul polo diadico della plasticità. Questo perché il processo trasformativo che consideriamo “elastico” non solo risulta relativamente più semplice e rapido da individuare e circoscrivere ma presenta un numero maggiore di esempi: in area culturale elastico-lignea il processo elastico di trasformazione, proprio perché tale, non ha subito interruzioni così brusche e nette (di quanto si pensi e si sia scritto) rispetto a quanto avvenuto invece in area plastico-muraria, la quale, a sua volta, ha dovuto reagire ad una sorta di “colonizzazione”, di forza tecnologica impositiva ed esterna che, col tempo, è riuscita in qualche modo a confondere i codici, consolidati da millenni, di consuetudini costruttive legate alla organicità della materia contingente. Indagare questa apparente libera mescolanza – tipologica, compositiva, estetica – attraverso l’uso della diade plastico/elastico, permette di operare lo studio critico dei fenomeni urbani in un’ottica diversa, peraltro utile a rendere coerente l’idea progettuale alle aspettative della realtà costruita e del suo continuo divenire formativo processuale.

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Fig. 3 - Trasformazioni plastiche in Spagna: a. Valencia, TEM Teatre El Musical; b. Alicante, MACAMuseo de Arte Contemporáneo; c. Toledo, Centro Cultural San Marcos y Archivo Comunal. Plastic transformations in Spain: a. Valencia, TEM Teatre El Musical; b. Alicante, MACA-Museo de Arte Contemporáneo; c. Toledo, Centro Cultural San Marcos y Archivo Comunal.

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consolidated city, taking advantage “plastically” of pre-existing walls and existing alignments. Its structure is composed of reinforced concrete load-bearing walls that organically unify the spatial design effort and the constructive one. Another very similar example of plastic transformation is given by the design intervention of the new Museum of Contemporary Art in Alicante (S-MAO Arquitectos): here too the building directly involves the pre-existing structures and, through a powerful and complex structural composition of resistant spatial boxes in reinforced concrete, allows natural light to overcome the small size limits of the lot and to directly reach and illuminate the lower levels of the building. A final example of the plastic transformation of a consolidated context is the one signed by Mendaro Corsini in the historic center of Toledo: here the new building fits into the present time in an organic way, not only typologically but also through the chrome plating of the walls. A not superficial color, but concerning the very internal composition of the matter with which the building is built: the pigment is given by the use of the powder of the same stones with which the city of Toledo was built over the centuries, obtaining a natural and complete organic insertion in the transformative process in progress.

Temporary conclusions

Those urban interventions here synthetically exposed represent a first and certainly not exhaustive investigation aming to support and consolidate the hypotheses of reading urban transformations through the plastic/elastic dyad, with a focus on the dyadic pole of plasticity. This is because the transformative process that we consider “elastic” is not only relatively simpler and quicker to identify and circumscribe but presents a greater number of examples: in the wooden-elastic cultural area the elastic transformation process, by its nature, has not undergone interruptions so abrupt and sharp compared to what happened instead in the masonry-plastic area, which, in turn, had to react to a sort of “colonization” of external and technological force that, over time, has somehow managed to confuse the codes, consolidated for thousands of years, of construction habits linked to the organic nature of the contingent matter. Investigating this apparent free mix – typological, compositional, aesthetic – through the use of the plastic/elastic dyad, allows to operate a critical study of urban phenomena from a different point of view, which is also useful for make the design idea coherent with the built reality expectations and with its continuous formative process.

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urbanform and design

Rimodellare e rifondere. Due architetture nel processo di

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Remodelling And Recasting. Two Works In The Urban Renewal Process Of A Historical Centre: Alcoy 19882000

Keywords: Alcoy, Spanish urban regeneration, Morpho-typological approach, Project analysis

Abstract

This paper presents two project experiences in the city of Alcoy that may somehow serve as a sample of the varied number of plans aimed in Spanish cities at the improvement of historical centres.

During the 1980s the impact of morpho-typological experiences into the Spanish urban professional culture, mainly sourced from Italian studies, marked the search for new project control of planning interventions, recognizing the notion of urban transformation as a complex process. Founded in those principles, and profiting an early coordination among intervening public agencies, Alcoy municipality set up a planning initiative that evolved towards a global urban programme later called ARA Plan, in which the two projects presented here were the only significant, effectively built-up elements.

Barbacana housing project addressed the configuration of a new urban space within the limits of the enclosure of the old 14th century wall (hence its barbican name), proposing an urban complex intimately integrated into the structure of the city. La Sang quarter, for its part, represents a larger example of project aimed at redesigning a largely dilapidated, vacant urban area. The project is developed on the traces of remaining ruins, with the addition of green spaces. More than two decades after completing these two works, recent theoretical Italian contributions allow for a renewed interpretation of the thinking and resources employed in designing and building them. Each project takes on previous architectural experience through a process of critical recognition, in which positive aspects of form are updated and given a renewed formal interpretation, either by remodelling, through considered reuse of pre-existing elements, or by fully recasting, reinventing a new built landscape.

The programs and projects developed in Spain in the last thirty years are very numerous and varied. Most of them are also coincident with the enhancement of an idea of urbanism associated with the ‘urban project’ concept, understood

urbano di un centro storico: Alcoy 1988-2000

rinnovamento

DOI: 10.48255/2384-9207.UD 17-18.2022.08

Luis A. de Armiño Pérez, Vicente M. Vidal Vidal, Ciro Vidal Climent Dip. Urbanismo e Dip. Proyectos, Univ. Politécnica de Valencia E-mail: luis@arminoarquitectos.com, estudiovvv@estudiovvv.com, civicli@pra.upv.es

I programmi e i progetti urbani sviluppati in Spagna negli ultimi trent’anni sono numerosi e vari. Molti di essi coincidono anche con la valorizzazione di un’idea di urbanistica legata al “progetto urbano”, inteso non come progetto architettonico a grande scala, ma come strumento disciplinare che assume la complessità propria dell’urbano, riconosce il carattere “processuale” che la costruzione della città comporta, si pone obiettivi in cui la componente temporale è determinante quanto quella spaziale, e mira a collegare progetti specifici a istanze operative che ne garantiscano l’esecuzione, integrandoli in un progetto urbano collettivo.

Le aree storiche delle città spagnole sono state il terreno fertile per l’attuazione di azioni trasformative secondo principi sopra menzionati, dopo aver subito un notevole degrado per tutta la seconda metà del XX secolo. A partire dagli anni Ottanta si è sviluppata una nuova sensibilità verso i valori e le potenzialità dei tessuti urbani storici, riconsiderando l’attrattività della loro centralità, della loro scala e della loro compattezza come caratteristiche da preservare e migliorare. Ma, soprattutto, si trattava di affrontare le criticità di quei tessuti storici urbani che potevano permettere l’inserimento dei processi costruttivi della città contemporanea, attribuendo nuovi significati, sia alla loro struttura fisica e architettonica, sia in relazione agli usi e alle pratiche antropiche.

Pertanto, la cultura urbana degli anni Ottanta è soggetta a tensioni tra pianificazione convenzionale e iniziative con orientamento di tipo marcatamente morfologico, segnate dalla ricerca del controllo progettuale degli interventi urbani. I casi di Aranjuez e Gijón si configurano come esperienze pionieristiche, comunque caratterizzate da un rinnovato interesse per la mappatura dei piani della città esistente e il riconoscimento dei suoi valori, sperimentando nuove possibilità di trascriverli all’interno della disciplina urbanistica in forma di ordinanze “disegnate”, come strumento per determinare le forme del paesaggio costruito.

Questo testo fa riferimento a un’esperienza progettuale e costruttiva in due ambiti di un intorno urbano storico, sviluppati in un contesto temporale di oltre due decenni fa, nel pieno del dibattito in Spagna su come affrontare il recupero del valore d’uso delle aree urbane storiche. Inoltre, questo testo contribuisce a raccontare un’esperienza diretta, con la paternità o la partecipazione attiva degli autori alle successive fasi di costruzione concreta del progetto e di realizzazione delle opere di architettura urbana.

Abbiamo pensato, e continuiamo a pensare, che, in larga misura, le nostre città mediterranee crescono e si rinnovano grazie ad azioni occasionali che sfruttano i vantaggi offerti da alcuni frammenti storici quando i loro spazi sono utilizzati a favore della città. Una certa plasticità della struttura urbana si riscontra nelle condizioni spaziali del luogo che, nei casi a cui ci riferiremo in seguito, rispondono a una topografia ricca e complessa.

In ogni caso, i principi che hanno guidato i progetti di seguito descritti ruotavano attorno all’idea di continuare a rendere praticabile e plausibile l’abitare la città storica, costruendo un habitat residenziale competitivo senza perdere per questo la specificità ambientale caratteristica dei centri storici. Contribuire, insomma, all’ammodernamento e all’aggiornamento del suo valore d’uso urbano nel contesto dell’intera città.

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Riteniamo infine che questi due esempi possano essere considerati rappresentativi di operazioni simili nel variegato contesto delle esperienze spagnole in materia di studio e rinnovamento della forma urbana.

La città di Alcoy alla fine degli anni Ottanta. Il Piano ARA

Alcoy è una città di medie dimensioni nella regione della Comunità Valenciana. Con i suoi quasi 60.000 abitanti, Alcoy si insedia originariamente su un promontorio formatosi tra le due gole dei fiumi Barchell e Molinar, un ambiente orografico vario e brusco che presenta notevoli variazioni di livello altimetrico. La sua struttura urbanistica è costituita da un centro storico di origine medievale, due ampliamenti, uno a base “artigianale”/spontaneo (1845) e l’altro convenzionale (1878), con un assetto industriale sparso sulle sponde alte e pendenti dei fiumi o immerso nelle sue due espansioni. Non è questa la sede per approfondire la descrizione del centro storico di Alcoy. Basti qui rilevare che negli anni Ottanta si trovava in un momento critico di abbandono dopo essere stato sottoposto per più di mezzo secolo ad un processo segnato, tra l’altro, dall’obsolescenza o inadeguatezza delle sue condizioni tipologiche e dalla progressiva rovina fisica dei suoi edifici. Nel corso degli anni Ottanta, ad Alcoy sono state sviluppate una serie di iniziative, patrocinate dal Comune e dalla Regione, volte al recupero del suo centro storico e al suo reinserimento attivo in una città migliorata e riattrezzata. Alcuni interventi strategici, in particolare il rifacimento della Plaza Mayor e della Plaza de España, nella città storica, antecedenti al Piano ARA, hanno permesso di verificare la fattibilità e di proseguire lungo le linee indicate, se-

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not as a large-scale architectural project, but as a disciplinary instrument that, assuming the urban complexity, and recognizing the nature of process that the construction of the city entails, pursues objectives in which the time component is as decisive as the spatial one, and aims to link specific projects to operational instances that ensure their execution, integrating them in a collective project for the city (Solà-Morales I Rubió, 1997; Saiz Gutiérrez, 2006).

Historic areas of Spanish cities have been fertile ground for the implementation of transformative actions along the lines of what has been pointed out above, after having suffered considerable deterioration throughout the second half of the 20th century. Starting in the 1980s, a new sensitivity was developed towards the values of historic urban fabrics, reconsidering the attractiveness of their centrality, their scale and their compactness as characteristics that must be preserved and improved. But, above all, it was about addressing a treatment for those historic fabrics that would allow them to be incorporated into the construction processes of the contemporary city, giving them new meanings, both in their physical structure and architecture as well as in relation to uses and social practices that urban change entails. Spanish urban culture of the 1980s was, therefore, subject to tensions between conventional planning and new initiatives with a markedly type-morphological orientation, marked by the search for project control of plan-

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Fig. 1 - Barbacana e La Sang individuate sul Piano Ensanche, 1875. Barbacana and La Sang identified on the Ensanche Plan, 1875.

ning interventions. The cases of Aranjuez and Gijón spring to mind as pioneering experiences, in any case all marked by the appraisal of the values of historic fabrics and a renewed interest and even relish for the mapping and surveying the existing city and its elements, experiencing new possibilities of transcribing them into planning by means of pre-drawn building regulations as means to determine forms of built landscape (Echeverría, 1998; Pol Méndez, 1989).

This text refers to a project and construction experience in two areas of a historic urban environment, developed in a context of more than two decades ago, in the midst of the debate in Spain on how to approach the recovery of the use-value of urban historic areas. In any case, it has the added value of recounting a first-hand experience, with the authorship or the active participation of the undersigned authors throughout the successive phases of materialization of the project and the construction of urban architecture works. We thought, and we still think, that to a large extent our Mediterranean cities grow and renew themselves thanks to occasional actions that take profit of the advantages provided by certain historical fragments when their spaces are used in favour of the city. Certain plasticity in the urban structure is found in the spatial conditions of places that, in the cases that we refer to later, respond to a complex and rich topography. In any case, the principles that guided the projects described below revolved around the idea of still make living in the historic city viable and plausible, building a competitive residential habitat without losing the environmental specificity characteristic of old towns. In short, contribute to the modernization and updating of its urban use-value in the context of the entire city. We believe, finally, that these two examples can be considered representative of similar operations in the varied context of Spanish experience addressing the issues of studying and renewing urban form.

The city of Alcoy at the end of the eighties. The ARA Plan

Alcoy is a medium-sized city in the whole of the Valencian Community. With nearly 60,000 inhabitants, Alcoy originally unfolds on a promontory above the ravines of the Barchell and Molinar rivers, a varied and abrupt terrain that presents significant variations in level. Its urban structure is made up of an old town of medieval origin, two city enlargements, one minor, utilitarian-based (1845) and another a conventional city plan (1878), with industrial structure still scattered on the slopes of the rivers or immersed in its two extensions.

This is not the place to go further on the description of the old town of Alcoy. Suffice it to point out here that in the eighties it was at a critical moment of abandonment after having been subjected for more than half a century to a process marked, among other things, by the obsolescence or inadequacy of its typological conditions and by the progressive physical ruin of its their factories.

Throughout the 1980s, a series of initiatives were developed in Alcoy jointly sponsored by the city council and the regional government, aimed at recovering the historic centre and reinserting it into an improved and re-equipped city. Some strategic interventions prior to the ARA Plan, in particular the remodelling of the Plaza Mayor and the Plaza de España, within the historic city, served to verify the possibility of continuing along the aforementioned aims, following the

Fig. 2 - Barbacana: (sopra) tessuto urbano preesistente; (sotto) piano terra di progetto. Barbacana: (above) pre-existing urban fabric; (below) project of the ground floor.

guendo lo schema di questi lavori, che ricostruiscono – ripristinano – con rigore dimostrativo una nuova qualità ambientale e materica degli spazi centrali della città.

La sintonia tra la Giunta regionale e il Comune di Alcoy è culminata nella presentazione, realizzata nel 1991, del Piano ARA (Alcoy, Architettura, Riabilitazione), proposto come un programma completo di azioni che si rivolgono sia al centro storico, prevedendo azioni di recupero, sia alla periferia urbana, con azioni atte alla pianificazione, tra l’altro, di un sistema di parchi urbani.

Per quanto riguarda il centro storico, gli obiettivi di recupero e rilancio sono stati proposti in un contesto ampio, supportati da un’idea secondo la quale è stato possibile avviare un esteso processo di recupero attraverso specifici interventi, puntuali ed intensivi, individuati per la natura strategica di ciascuna posizione. Azioni che, come abbiamo indicato, da sole avrebbero dovuto indurre un processo di rinnovamento per implicazione o “contagio”, coinvolgendo in fasi successive i settori immobiliari privati operanti ad Alcoy.

Il Piano ARA ha ottenuto una certa notorietà a livello professionale e amministrativo, perché è stato costruito attraverso l’impostazione di un importante concorso che ha coinvolto figure europee di una certa rilevanza e/o esperienza in progetti urbani, come Manuel Solá Morales, Alvaro Siza, Colquhoun & Miller, Francesco Venezia, Carozzi & Rozzi e altri, la cui collaborazione è stata considerata rilevante al fine di aprire nuove prospettive nel campo del progetto urbano.

Tuttavia, le modifiche e il venir meno di quella sintonia amministrativa hanno largamente impedito l’effettiva esecuzione delle prescrizioni contenute nel Piano ARA, che non è andato oltre la predisposizione di studi preliminari da parte dei citati architetti che non lo hanno sviluppato nella pratica e ciò ha

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Fig. 3 - Barbacana, prospetti e sezioni: (sopra) preesistenti, (sotto) di progetto. Barbican, elevations and sections: (above) pre-existing, (below) project.

determinato una evidente scarsità di materiale a disposizione. Infatti, l’unica opera assegnata allo sviluppo del suo programma è proprio la ristrutturazione del quartiere di La Sang, descritto più avanti. L’abbandono di ogni sforzo politico a difesa di un’idea di città integrata, l’inesperienza tecnico-amministrativa e la riluttanza di una modesta iniziativa privata ad aderire al processo di trasformazione urbana finiscono per configurare il Piano ARA come un’esperienza manifestamente infruttuosa perché incompiuta.

Complesso residenziale nel Barbacane di Alcoy

L’episodio iniziale che inaugura l’insieme delle esperienze del Piano ARA è proprio l’affidamento agli scriventi di una serie di interventi di riqualificazione urbana legati ad un programma di social housing. L’incarico, svolto dalla IVVSA, società di edilizia popolare, è stato favorito dalla disponibilità di terreni in due settori del centro storico in stato di rudere fisico, la torre di Fraga a Buidaoli e La Barbacana nel Raval Vell.

Di queste opere, la più significativa per complessità ed estensione è il progetto de La Barbacana, che risponde ad un programma definito dal progetto stesso, composto da un insieme di 90 abitazioni sociali, locali attigui e parcheggi interrati. Il progetto ha affrontato la configurazione di un nuovo spazio urbano entro i limiti del recinto dell’antica cinta muraria trecentesca (da cui il nome), proponendo un complesso urbano intimamente integrato nella struttura della città. La sua concretizzazione, immediatamente prima della presentazione del Piano ARA, ha dato definitiva credibilità al progetto urbano nel suo ruolo di rinnovamento del tessuto storico della città.

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pattern of those works that rebuild – repristinate – with demonstrative rigour a new environmental and material quality for the central spaces of the city.

The effective links between the regional government and the Alcoy city council culminated in the presentation of the ARA Plan (Alcoy, Architecture, Rehabilitation), that took place in 1991.

ARA Plan proposed a complete program of urban renewal, addressing both the historic centre, by means of recovery actions, as well as in the urban periphery, with the creation of a system of urban parks. As far as the historic centre is concerned, the objectives of renovation and revitalization were proposed in a broad context, supported by the idea that it was possible to start an extensive recovery process of the old town through specific intensive operations, selected according to the strategic nature of its location, that, by themselves should induce a renovation process by dragging in subsequent stages private real estate firms operating in Alcoy.

The ARA Plan had a certain notoriety at the professional and administrative level, because it was postulated as an operation with the concurrence of European figures of certain relevance and/or experience in urban projects, such as Alvaro Siza, Colquhoun & Miller, Manuel Solá Morales, Francesco Venezia, Carozzi & Rozzi and others, whose collaboration was considered relevant as regards opening new perspectives at urban project level (Vidal Vidal, 1992; Salvat, 1997; Davila Linares, 1993; Ponce Herrero, 2013; AA.VV., 1991).

However, changes in regional-municipal collaboration issues and political disagreements have largely deprived the effective execution of the provisions contained in the ARA Plan, which never went beyond the elaboration of preliminary studies by the aforementioned architects, on no account to be developed, and about which little material is today available. In fact, the only work assigned to the development of its program is precisely the renovation of the Sang neighbourhood, described later. The abandonment of any political effort to defend an idea of an integrated city, the technical-administrative inexperience and the lack of will of a timorous private initiative to join in the process, all end up by configuring the ARA Plan as an unfinished, failed experience.

Barbacana Housing complex in Alcoy

The initial episode that inaugurates the experiences of the ARA plan was precisely the commission to the undersigned architects of a series of urban rehabilitation projects associated with a social housing program. The commission, carried out by the IVVSA, public housing enterprise, was favoured by the availability of land in two sectors of the historic centre in a situation of physical ruin, the Fraga tower in Buidaoli and the Barbacana in Raval Vell.

Of these works, the most significant due to its complexity and extension is the Barbacana project, which responds to a program defined from the project itself, made up of a set of 90 social dwellings, adjoining premises and underground car parks. Barbacana project addressed the configuration of a new urban space within the limits of the enclosure of the old 14th century wall (hence its barbican name), proposing an urban complex intimately integrated into the structure of the city. Its materialization immediately before the presentation of the ARA Plan gave definitive credibility to the urban project in its role of renewing the historical fabric of the city.

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The Raval Vell, where the Barbacana is located, stands on a spur between the Barxell river and the Lloba ravine. It is an urban fabric with a regular layout and minute grain, reminiscent of contemporary (14th century) bastides in the south of France. The fabric layout determines a width of approximately 30 yards for the blocks and 7 yards for the streets. In short, a populous, tightly packed urban enclave.

On the other hand, the terrain profile of Barbacana, located on the edge of the Lloba ravine, offered its own difficulties, with a clear risk of soil creep, which required a deep foundation for its consolidation. A careful survey of plans, elevations, and profiles allowed a detailed knowledge of previously existing reality.

The initial objective that guides the project is the creation of a new system of places to enrich the existing historic network of streets. To this end, a new well-proportioned quadrangular plaza and a series of porticoed passages were designed, linking the old streets with the new urban spaces. For its part, the levelling of the plaza floor made it possible to systematize a basement for vehicle parking, while the treatment of the ground level plane, paved with cobblestones and stone slabs, allows the ground floor to be read as a single unit.

A description of the project in terms of built landscape makes it possible to highlight three elements: First, the head platform or “balcony” over the river, on the edge of the old Lloba ravine. Second, the recovery of the section of the old city wall, including the houses built on it. Third, the construction of new houses, whose systematization in plan configures the frontal continuity of the plaza, adjusted by means of a folded frontage.

The aforementioned “balcony” is a platform connected to the square by means of a diaphragm under portico, and vertically surrounded by a sort of limestone cliff almost fifteen meters high, which descends in successive flights of steps from the plaza level to San Roque street, completing the “distant” scale of the complex, with views of the city and the River Bartxell.

For its part, the recovery of the buildings on Barbacana Street meant integrating the existing mass with the new building. For this it was necessary, on the one hand, to respect the levels of the floors and, on the other hand, to recover its old masonry walls, made out of rammed earth and poor lime mortar, subject to severe deterioration. Both components, the vertical floor-layout and the recovery of the walls, maintain the morphological unity of walling-mass and character beyond worn-out iconographic arguments. Finally, the new housing buildings are organized in an angled linear body, grouping two units per staircase, with three access portals. The ground floor units are connected to the mezzanines, forming a sort of combined workshop-houses, reminiscent of the old housing typologies that existed in the area since the 19th century. The composition of the facades is based on an austere fenestration, with double-height, limestone-clad plinth, and stuccoed brick masonry on the upper floors (AA.VV., 1991, 1994).

Renovation of la Sang neighbourhood

The Sang neighbourhood conveniently illustrates the nature of an urban project. Its program, as in the previous case defined through the project itself, includes 144 housing units, commercial and community premises, car parking and a new garden area, configuring a new urban space. This project was commissioned to M. Solà-Morales

Fig. 4 - Barbacana: assonometria.

Barbacana: axonometry.

Fig. 5 - Barbacana: prospetto su Plaça de les Xiques.

Barbacana: elevation on Plaça de les Xiques.

Il Raval Vell, dove si innesta La Barbacana, si trova su uno sperone tra il fiume Barxell e il burrone di Lloba. È un tessuto urbano a pianta regolare e a “grana” fine, alla maniera delle bastides contemporanee (XIV secolo) del sud della Francia. Il modulo del tracciato determina una larghezza di circa 30 iarde per i blocchi costruiti e 7 iarde per le strade. In breve, un’enclave urbana stretta e popolosa.

Il profilo orografico de La Barbacana, posto ai margini della forra di Lloba, presentava invece le proprie difficoltà, con un evidente rischio di dissesto del suolo, che richiedeva una fondazione profonda per il suo consolidamento. Un attento rilievo di piante, prospetti e sezioni urbane ha permesso di conoscere la realtà preesistente.

L’obiettivo iniziale che guida il progetto è la creazione di un nuovo sistema di luoghi tali da ampliare la rete storica delle strade esistenti. A tal fine è stata progettata una nuova piazza quadrangolare ben proporzionata e una serie di passaggi e percorsi sotto il portico che collegano le antiche strade con i nuovi spazi urbani. Dal canto suo, il livellamento altimetrico della piazza ha consentito di progettare un seminterrato per la sosta dei veicoli, mentre il trattamento del piano del suolo, con pavimentazione di ciottoli e lastre di pietra, permette di leggere i differenti piani terra come un’unica unità.

Una descrizione del progetto in termini di paesaggio costruito consente di evidenziare tre elementi: in primo luogo, la testa o “balcone” sul fiume, sulla scogliera dell’antico burrone di Lloba; in secondo luogo, il recupero del tratto della cinta muraria antica, comprese le case costruite su di essa; in terzo luogo, la costruzione di nuove case, la cui sistemazione in pianta costituisce la continuità frontale della piazza, regolata architettonicamente mediante pieghe e diedri.

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La suddetta testata o “balcone” è una piattaforma collegata alla piazza per mezzo di un diaframma sotto un portico, circondata da una specie di rupe calcarea alta quasi quindici metri, che scende a gradini successivi dal livello della piazza fino a la Calle de San Roque, che completa la scala “lontana” del complesso, con vista sulla città e sul fiume Bartxell. Il recupero degli edifici su via Barbacana ha significato l’integrazione della struttura muraria esistente con il nuovo edificio. Per questo si è reso necessario, da un lato, rispettare i livelli dei solai e, dall’altro, recuperare i suoi vecchi edifici, costruiti con muratura irregolare o terra battuta e malta di calce povera, soggetti a grave deterioramento. Entrambe le componenti, la disposizione dei solai e il recupero della muratura, mantengono l’unità morfologica e il carattere dell’edificio, al di là delle consuete retaggio iconografico. Infine, le nuove abitazioni sono organizzate in un edificio lineare curvo, due a piano per vano scala, con tre portali di accesso. I piani terra sono connessi con i mezzanini, formando unità abitative-laboratorio, che ricordano le antiche tipologie abitative diffuse in zona fin dall’800. La composizione delle facciate si basa su un’austera finestratura, con plinto a doppia altezza rivestito in pietra calcarea al piano terra e ai piani superiori muratura in mattoni rivestita con stucco.

Trasformazione del quartiere de La Sang

Il quartiere de La Sang illustra convenientemente le qualità di un progetto urbano. Il suo programma, come nel caso precedente è definito attraverso il progetto stesso, comprende 144 abitazioni, locali commerciali e collettivi,

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Fig. 6 - Barbacana: plastico, 1988.

Barbacana: model, 1988.

Fig. 7 - Barbacana: parte della cinta muraria del XIV secolo recuperata, 1988.

Barbacana: part of the 14th century wall recovered, 1988.

and V. Vidal.

The neighbourhood of La Sang belongs to the urban conglomerate that was formed on the grounds of the convent of San Francisco in 1820.

The paths that make up the urban area of La Sang owe their geometry to the orchard wall of the San Francisco convent and formed two streets, San Mateo and the edge of the la Lloba ravine, both steeply sloping north-south. The three paths that join them crosswise formed three smaller, minor streets: Cova Santa, la Sang and San Domenech.

The high density of working-class single-room-housing units for rent in the transversal streets is combined with houses belonging to the petty-bourgeois technical-industrial classes, which settle on the main street of San Mateo and achieve a certain neighbourhood identity.

The houses with higher rents maintain a continuity between ownership and permanence, in such a way that there are almost subsumed by the bourgeois class living in the contiguous main street of the historic centre, i.e., San Nicolás street, to the east from the Glorieta garden.

The streets of the La Sang neighbourhood were built up as proletarian lodgements whose model-settlement was regulated by street portals and turbine-shaped stairs. From each stair landing there was access to elementary cells – rooms – that were rented individually, with independent keys, their rent depending on the economic possibilities that precarious work allowed.

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Fig. 8 - Barrio de la Sang: tessuto esistente in rovina. In grigio scuro, tessuto riabilitato.

Barrio de la Sang: existing urban fabric in ruins. In dark gray, rehabilitated fabric.

Fig. 9 - Barrio de la Sang: prospetto e sezione dei nuovi edifici.

Barrio de la Sang: elevation and section of the new buildings.

The property of the buildings that form its streets belongs to the bourgeoisie. It invests in its value as fixed capital that yields more than industry or agricultural revenues. Its elevations are spelled out like a phrase whose drawing gives continuity to the whole, so that the houses are recognized by the name of the street, doorway number, staircase and access landing, in a continuous and undifferentiated building. The bourgeois house, on the other hand, corresponds to the home owned by a family where there is a portal, entrance hall, street number and the identity image of the building ingrained in the collective memory.

In 1990, 150 years after existing as a sector of the city of Alcoy intended for working-class housing, the Sang neighbourhood had more than half of its buildings missing, and could no longer be assumed as a residential area. Therefore, it was proposed to build up on the existing land a thoroughly renewed public housing program. The clear intention of incorporating a modern sector into the city’s urban complex with new hygienic criteria, access, commerce, parking and low acquisition price, maintained the advantage of its centrality and the commitment to urban qualities that resolved the hierarchy established between vehicular and pedestrian traffic. For this, an access ramp to the collective garages was opened in coincidence with the topography of the edge of the la Lloba ravine, freeing the streets Cova Santa, Sang and San Domenech

parcheggi e una nuova area giardino, configurando un nuovo spazio urbano. Il quartiere de La Sang appartiene al conglomerato urbano che si è formato sui lotti del convento di San Francesco nel 1820. I percorsi che compongono l’area de La Sang devono la loro geometria al muro del frutteto del convento di San Francesco e formano due strade, San Mateo e il margine del Barranco de la Lloba, entrambe in forte pendenza da nord a sud. I tre percorsi che li uniscono trasversalmente formano tre strade minori: Cova Santa, La Sang e Sant Domenech.

L’elevata densità di case operaie in affitto nelle vie trasversali si unisce a quella delle case appartenenti ai ceti tecnico-industriali piccolo-borghesi che si insediano sulla via principale di San Mateo e acquistano una certa identità di quartiere. Le case con i maggiori benefici mantengono una continuità tra proprietà e permanenza, tanto che ci sono diversi tentativi di essere monopolizzati dalla classe borghese che abita nella via principale del centro storico, cioè la via San Nicolás, ad est dal giardino della Glorieta.

Le strade del quartiere de La Sang furono costruite per assorbire le abitazioni proletarie il cui modello insediativo era regolato da porte su strada e scale a forma di turbina. Dai suoi pianerottoli si accedeva alle celle elementari che venivano affittate per singole stanze, con chiavi indipendenti, e il loro affitto dipendeva dalle possibilità economiche che il lavoro precario consentiva.

La proprietà degli edifici che ne formano le strade appartiene alla borghesia. Essa investe nel suo valore come capitale fisso che rende più dell’industria o delle fattorie. I prospetti sono scanditi come una frase il cui disegno dà continuità all’insieme, così che le case si riconoscono per nome della via, numero del portone, scala e pianerottolo di accesso, in un edificio continuo e indifferenziato. La casa borghese, invece, appartiene al domicilio di proprietà di

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Barrio de la Sang: walkway on calle San Mateo. Rehabilitated building.

una famiglia dove c’è un portale, un androne, un numero civico e l’immagine identitaria dell’edificio nella memoria collettiva.

Nell’anno 1990, 150 anni dopo essere considerato come quartiere della città di Alcoy destinato all’edilizia popolare, il quartiere de La Sang aveva più della metà dei suoi edifici mancanti e non poteva più essere considerato un’area residenziale ad uso pubblico costante. Pertanto, è stato proposto di insediare sul suolo libero esistente un programma abitativo ufficialmente protetto (edilizia convenzionata) con volontà di rinnovamento.

La chiara intenzione di incorporare un quartiere moderno nel complesso urbano della città, con nuovi criteri di igiene, accessibilità, commercio, parcheggi e basso prezzo di acquisto, ha mantenuto il vantaggio della sua centralità e l’impegno per una qualità urbana che risolvesse la gerarchia stabilita tra traffico veicolare e pedonale. Per il traffico è stata aperta una rampa di accesso ai garage collettivi in coincidenza con la topografia del bordo del Barranc de la Lloba, liberando le strade Cova Santa, Sang e Sant Domenech dalla presenza di parcheggi. Il terreno esistente sul lato ovest di questa rampa si configura come un parco locale, collegato da ponti con le suddette strade. Contestualmente, in via San Mateo, si prevedeva il recupero delle case ereditate dai ceti operai dei tecnici. Questa decisione di trasformazione urbana ha facilitato l’unicità spaziale di un complesso che ha conservato parte dei suoi elementi utili accettando i vantaggi della sua eredità di patrimonio.

La proposta per il nuovo quartiere di La Sang è stata assunta con il nome precedente, con i vantaggi di essere aggiornato come edilizia di inaspettata qualità, superficie, spazialità, volumetria e matericità, la quale si dispone sulle tracce di alcuni ruderi, insieme all’aggiunta di un generoso spazio paesaggistico. Gli edifici sono stati costruiti mantenendo i percorsi vincolati alle strade recu-

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Fig. 10 - Barrio de la Sang: (sopra) vista della rampa; (sotto) vista sul parco sulla collina.

Barrio de la Sang: (above) view of the ramp; (below) view of the park on the hill.

from the presence of car parking. The existing land on the west side of said ramp is configured as a local park, connected by bridges with the aforementioned streets. At the same time, in San Mateo Street, the rehabilitation of the houses inherited from the technical working classes had been planned. This urban implementation facilitated the spatial uniqueness of a complex that kept part of its useful elements while accepting the advantages of its heritage.

The proposal for the new neighbourhood of La Sang was recognized with the name of the previous one, with the advantages of being updated as a dwelling area of unexpected quality, surface, spatiality, volume and materiality on the traces of some ruins and with the addition of a generous park space (Solà-Morales I Rubió, 1995).

The buildings have their portals linked to the recovered streets, and the systematization of the houses organized according to the staggering of floors served by turbine-shaped stairs. With this, a formal and continuous literalness is maintained, powerfully intelligible as a renewed urban entity, which proposes a modern character from the reinterpretation of its history, maintaining the coherence of the inherited traces, taking on the advantage of topographic options as a basis for a project that updates and enriches the historic city.

Some considerations two decades later

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Fig. - Barrio de la Sang: passerella su calle San Mateo. Edilizia riabilitata.

Two decades after the completion of the works described above, we may know today that their development corresponds to concerns raised in other cultural fields, in which the recent Italian contribution marks a concrete advance on the nature of urban transformations. The organic condition of these transformations, the procedural mutability in changes, the vocation of resilience in durability and other connected issues are matters highlighted by architect researchers such as G. Caniggia, F. Purini, G. Strappa, and others, opening a renewed field of thought in which the present is also history. Concepts like urban substrata or masonry plasticity were unknown back then in Spanish architectural background.

Looking back on the two projects described, we believe that, although considerably different, maintain shared basic postulates. Both projects develop different interpretations of the transformation of a concrete urban area as a process, in which the final design must reveal the feasible improvement in the built reality. Aspects of form, urban uses and constructive logic present as a substratum in the immediately preceding reality, act as a direct reference for the project synthesis. And all this in a context in which, and in both cases, the intervention takes place in an area marked by physical ruin and the practical material disappearance of the historical substratum.

The idea behind each project acquired a concrete profile by presenting the previous experience in architecture through a process of critical recognition, in which the positive aspects of the form are updated and advanced, somehow recovering elements of past experience, reconverting them in the light of present-day paradigms, and giving them a renewed formal interpretation, achieved by different means, be it by remodelling, through cautious reuse of pre-existing elements, or by fully recasting, reinventing a new built landscape.

The case of Barbacana seems to belong, in retrospect, to the remodelling line, on account of the aims and means put into its elaboration.

The previously existing fabric had a typical morphology, a substratum, which, although it had lost its function and use-value, still conserved alignments, the remains of plot-structure and other construction features that could serve as a link with the future area rebuilding. In this way, a careful reading of the place made it possible to propose the rehabilitation of an existing spur of housing, built upon the wall, and integrate it into a new space -the plaza- surrounded by new building constructions, which is proposed as the fulcrum of the whole urban space of the Raval, today characterized by its administrative use.

The project is also an interpretation of the constructive logic based on history, rather than historicism, re-giving to masonry textures their role of continuity in a final episode of the transformation process of the city and its built landscape, in which the perception of volumes and facades is marked by the tension between diversity and regularity. A project, then, attentive to the underlying material, that is presented as a concrete synthesis intended to enrich the spatial and material layout of the neighbourhood.

La Sang project, on the other hand, with its disappeared historical substratum, ended up by recasting anew a fabric of streets and buildings upon the inherited layout, in a larger scale approach, and in which the new construction component is the formal determinant of the whole.

The circumstance of not being able to incorporate any pre-existing built element, except San Mateo street frontage, required a formal syntax

perate, e la sistemazione delle case organizzate secondo lo sfalsamento dei piani serviti da scale a turbina. Con ciò si mantiene una letteralità formale e continua, potentemente intelligibile come entità urbana rinnovata, che propone un carattere moderno ottenuto dalla reinterpretazione della sua storia, mantenendo la coerenza delle tracce ereditate, scommettendo sul vantaggio offerto dalle differenti opzioni topografiche come base per il progetto che aggiorna e arricchisce la città storica.

Alcune considerazioni due decenni dopo

A vent’anni dalla realizzazione dei lavori sopra descritti, sappiamo che il loro sviluppo corrisponde a preoccupazioni sollevate in altri ambiti culturali, tra i quali il recente contributo italiano che segna un concreto avanzamento sulla natura delle trasformazioni urbane.

La condizione organica di queste trasformazioni, la trasformazione processuale dei cambiamenti, la vocazione della resilienza nella durabilità e altre problematiche connesse sono temi approfonditi da architetti e studiosi come G. Caniggia, F. Purini, G. Strappa, tra gli altri, i quali hanno costruito un rinnovato campo di pensiero in cui il presente è già storia. Concetti come il sostrato urbano o la plasticità degli edifici in muratura erano allora sconosciuti nella scena architettonica spagnola. Ripensando ai due progetti descritti, riteniamo che, pur essendo notevolmente diversi, assumano postulati di base condivisi. Entrambi i progetti sviluppano interpretazioni diverse della trasformazione processuale di un’area urbana consolidata, in cui il progetto definitivo deve rivelare il possibile miglioramento della realtà costruita. Aspetti riguardanti la forma, gli usi urbani e le logiche costruttive presenti come sostrato nella realtà immediatamente precedente, fungono da riferimento diretto alla sintesi progettuale. E tutto questo in un contesto in cui, in entrambi i casi, l’intervento si svolge in un’area segnata dalla rovina fisica e dalla effettiva scomparsa materiale del sostrato storico. L’idea alla base di ogni progetto acquisisce un profilo concreto presentando l’esperienza precedente in architettura attraverso un processo di riconoscimento critico, in cui gli aspetti positivi della forma vengono aggiornati, recuperando in qualche modo elementi dell’esperienza passata, riconvertendoli alla luce dei paradigmi attuali, dando loro una rinnovata interpretazione formale, ottenuta sia rimodellando, attraverso un attento riutilizzo di elementi materiali esistenti, sia rifondendo, reinventando e creando un nuovo paesaggio costruito.

Il caso de La Barbacana sembra corrispondere retrospettivamente all’idea del rimodellamento, tenendo conto degli obiettivi e dei mezzi utilizzati nella sua elaborazione. Il tessuto preesistente aveva una morfologia tipica, un sostrato, che, pur avendo perso la sua funzione e valore d’uso, conservava allineamenti, tracce dei lotti ed elementi costruttivi condivisi che avrebbero potuto rappresentare il collegamento con il nuovo edificio. In questo modo, un’attenta lettura del luogo ha permesso di proporre il recupero di uno sperone abitativo esistente, costruito sull’antica muraglia, e di integrarlo in un nuovo spazio – la piazza – circondato da un nuovo edificio, che si pone come il fulcro dell’intero spazio urbano del Raval, oggi caratterizzato dal suo uso amministrativo. Il progetto è anche un’interpretazione della logica costruttiva basata sulla storia, più che sullo storicismo, restituendo alla trama delle pareti in muratura il suo ruolo di continuità in un ultimo episodio del processo di trasformazione della città e del suo paesaggio costruito, segnato dalla tensione tra diversità e regolarità nella percezione dei volumi e delle facciate. Un progetto, quindi, che si presenta come una sintesi concreta, attenta alla materia di fondo, al superamento degli impedimenti e all’arricchimento spaziale e materico del quartiere.

Anche nel caso de La Sang, il progetto reinterpreta il sostrato storico preesistente e scomparso, reinventando un tessuto di percorsi ed edifici sull’impianto ereditato, in un approccio a scala più ampia e in cui la nuova componente costruttiva è la determinante formale dell’insieme. Tale circostanza, non po-

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tendo inglobare edifici preesistenti, richiedeva una sintassi formale basata sul contenimento. Le strade sono materializzate dagli edifici, che ne definiscono il fronte e uno spazio interno, opposto alla strada, dotato di maggiore ampiezza. Questi edifici sono definiti da piani di facciata lisci e continui, costruiti con pietra calcarea. La finestratura, sia nel fronte strada che sul fronte interno, è costituita da due soli tipi di apertura, la cui differente disposizione riflette lo sfalsamento dei piani di riposo della scala a turbina.

Il progetto, insomma, è concepito come un esercizio risolutamente moderno, che riscrive la nuova disposizione delle strade sulla disposizione delle precedenti, articola le case recuperate su via San Mateo. Assumendo la possibilità di imbattersi in una qualsiasi eredità storica, il progetto ne recupera l’utilità creando un ambiente manifestamente diverso da quello preesistente. Gli esempi precedenti sono significativi della natura del processo progettuale stesso, come esperienza conoscitiva e, allo stesso tempo, come mediazione per modificare ciò che già esiste. Il lavoro progettuale è un processo di sintesi, in cui il progetto definitivo deve rivelare il possibile miglioramento della realtà costruita. L’idea alla base del progetto acquisisce un profilo concreto quando individua l’esperienza pregressa in architettura attraverso un processo di riconoscimento critico, in cui gli aspetti positivi della forma vengono aggiornati, recuperando in qualche modo elementi dell’esperienza passata, riconvertendoli alla luce dei paradigmi attuali, dando loro una rinnovata interpretazione formale. Siamo consapevoli che questo processo non si snoda in modo lineare, per progressioni logiche e passaggi deduttivi, ma anche, e forse soprattutto, per percorsi largamente indiretti e imprevedibili. Percorsi in cui memoria, intuizione ed emozione giocano un ruolo importante.

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based on containment. The minor streets are materialized by building bodies, each defining its frontage and intrados space, opposite the street, endowed with greater width. These building bodies are defined by smooth and continuous limestone facade planes. Fenestration, both on the street frontage and its intrados, is made up of only two types of window-opening, whose varied arrangement reflects the staggering of the tributary slabs of the turbine-shaped staircase.

The project, in short, is conceived as a resolutely modern exercise, which re-inscribes a new street network upon the layout of the previous ones, articulates rehabilitated houses on San Mateo street, and assumes the proximity of an heritage that has recovered its utility. Assuming the proximity of any disappeared inheritance, it regains its usefulness by creating an environment clearly distinct from the pre-existing one.

The previous examples are significant of the nature of the project process itself, as a cognitive experience and, at the same time, mediation to modify what already exists. Project work is a synthesis process, in which the final design must reveal the feasible improvement of the built reality. The idea behind the project acquires a concrete profile by presenting the previous experience in architecture through a process of critical recognition, in which the positive aspects of the form are updated and advanced, somehow recovering elements of past experience, reconverting them in the light of current paradigms, and giving them a renewed formal interpretation. We are aware that this process does not run in a linear way, by logical progressions and by deductive steps, but also, and perhaps above all, by routes that are largely indirect and unpredictable. Routes in which memory, intuition and emotion play a relevant role.

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Saggi e Progetti Essays and Projects

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urbanform and design

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The non aggressive new as Alvaro Siza and COR arquitectos project for Gallarate

Keywords: A. Siza, COR arquitectos, Gallarate, urban continuity, F. Tavora

Abstract

“…architects don’t invent anything, they transform reality”. This statement by Siza represents the theoretical basis of the project in Gallarate elaborated with COR arquitectos. In fact, the designers show an interest in seeking an indispensable continuity in the urban fabric, confirming a method based on reading of the existing as the starting point of the project. The variations of the courtyard aggregation system are present in Siza’s initial reflections which evoke the aggregation system typical of these places and propose a form of interaction between the interior of the courtyards and the external space, with a public route that crosses the area connecting two urban routes. Even the building types used, multi-family houses with double facing, and the materials chosen for the finishes, consistently recall the character of housing without renouncing to express the condition of “Italianness”, projected into the present, without renouncing to the necessary updating.

The search for the “new” for Siza and COR arquitectos does not aim to spend themselves towards a parasitic and oppositional “creativity”, but is seen as a concrete idea that must be projected experimentally towards the beyond by relating to history “because (says Siza) what is new must not be an aggression”.

As Warnke states: “The way we anticipate the future determines the meaning that the past may have for us, just as the way our ancestors designed the future defines our range of possibilities.” Consequently, according to Gadamer, Vico’s formula requires that we comprehend history not simply because we make it, but also because it made us; we belong to it to the extent that we inherited its experiences, we plan future on the basis of a situation that the past has created for us and behaves in light of our comprehension of such past, whether this comprehension is explicit or not.”

Such formulation seems to be echoed in Portuguese architect Alvaro Siza’s famous apodictic statement: “architects do not invent anything, rather they transform reality” (Frampton, 2005, 44). This quotation of Kenneth Frampton of Siza

Il

nuovo non aggressivo nel progetto di Álvaro Siza e COR arquitectos a Gallarate

DOI: 10.48255/2384-9207.UD 17-18.2022.09

Matteo

Ieva, Álvaro Siza, COR arquitectos ArCoD, Dipartimento di Architettura, Costruzione e Design, Politecnico di Bari E-mail: matteo.ieva@poliba.it, geral@sizavieira.pt, mail@corarquitectos.com

Presentazione di Matteo Ieva

“Come afferma Warnke: ‘Il modo in cui anticipiamo il futuro determina il significato che il passato può avere per noi, proprio come il modo in cui i nostri antenati progettavano il futuro determina la nostra gamma di possibilità. Di conseguenza, per Gadamer la formula di Vico richiede che comprendiamo la storia non semplicemente perché la facciamo, ma anche perché essa ci ha fatto; noi le apparteniamo nel senso che ne abbiamo ereditato l’esperienza, progettiamo un futuro sulla base di una situazione che il passato ha creato per noi e che agisce alla luce della nostra comprensione di questo passato, sia che tale comprensione sia esplicita o meno’. Questa formulazione sembra essere riecheggiata nella famosa dichiarazione apodittica dell’architetto portoghese Álvaro Siza: ‘gli architetti non inventano niente, essi trasformano la realtà’” (Frampton, 2005, 44).

La citazione di Kenneth Frampton su Siza chiarisce la posizione del maestro lusitano sul senso teoretico ed etico del lavoro dell’architetto, delineandone la tensione critica che anima il processo di ideazione nell’annuncio di una trasformazione del reale di cui si deve avere piena conoscenza. Sintomatico è l’impiego del termine “invenzione”, proposto non nel senso di un nuovo mai fatto prima, ma nel vero della sua derivazione etimologica qui intesa come azione volontaria che racchiude in sé il significato del saper trovare soluzioni che immettono la propria visione in forma cosciente nel corso delle mutazioni in atto.

L’interesse di dare continuità alla maglia urbana di Gallarate, annunciato nella scheda di sintesi proposta di seguito e redatta da Siza e COR arquitectos, è la conferma di un metodo progettuale che impiega la lettura dell’esistente come base di un ragionamento imperniato sulla relazione tra l’aspettativa di trasformazione del reale – e dei suoi legami con la storia del luogo – e l’azione soggettiva fondata su valori che pensano l’“invenire” non come improduttiva autoreferenza.

Lo dimostra, ad esempio, la ricerca della soluzione tipologico-aggregativa impiegata, basata sul concetto della corte distributiva che si pone in continuità con il processo dei tipi lombardi e della stessa Gallarate, in cui la matrice della domus originaria di età romana, ereditata nella formula aggiornata della casa a ringhiera milanese, diventa un prodigioso lascito che si fa virtù giungendo ad “informare” il sistema delle unità abitative realizzate al limite della città storica.

Ulteriore ricerca praticata consapevolmente dai progettisti compare nel modo in cui interpretano la continuità della maglia urbana, che in questo settore della città è costituita da edifici aggregati intorno ad ampie e/o lunghe corti ed è in parte discontinua rispetto al tessuto a sud di via G. Mazzini, che risulta essere più unitario e meno traumatizzato da interventi recenti.

Gli schizzi di Siza interpretano le variazioni del sistema aggregativo a corte e ripropongono preliminarmente un’articolazione a case in linea organizzate su una geometria ad U. Pur con le modifiche che hanno portato alla versione definitiva del complesso edilizio, l’intenzione di aprire lo spazio interno verso via Roma, a riprova dell’attenzione a rappresentare in chiave aggiornata la

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tipologia gallaratese, è confermata dalla disposizione finale dei lotti e dal ritaglio di un percorso pubblico che entra all’interno per giungere a via Postporta.

In questa prospettiva di scelta progettuale, appare chiaro il principio che anima la ricerca sul significato di bordo del nucleo storico non inteso come confine o limes posto a separare lo spazio privato da quello pubblico, proprio perché non definisce uno iato tra l’interno inaccessibile e l’esterno, ma è immaginato, piuttosto, come “soglia” di attraversamento che costruisce un oltre in grado di aprire gli edifici alla città con spazi (pubblici e privati) adeguati ad acquisire una propria specifica finitezza attraverso il reciproco rapporto. Anche la scelta della tipologia edilizia adottata vede candidare soluzioni chiare e congruenti rispetto all’assetto canonico della casa plurifamiliare a doppio affaccio, con i due fronti variati in rapporto all’orientamento solare, dimostrando che il significato di “tipo”, cioè il concetto di casa vigente in ogni periodo storico, è scelta collettiva compiuta da una cultura civile operante in un luogo e all’architetto spetta il compito di saperla impiegare innovandola, nel senso del “saper abitare”. La cornice di riflessione entro cui si muove il ragionamento, efficace ad illustrare l’azione critico-cogitativa proposta da Siza e COR nell’accezione della parole, si radica nel profondo di una aspettativa che esprime l’attitudine a non considerare l’utilità di un progetto basato sulla ricerca di un a-priori assoluto, disvelato dal palinsesto di morfemi paradigmatici scelti dall’autore. Al contrario, persegue l’idea della continua “scoperta” (l’inventio) del tipo edilizio immesso in un cammino in divenire che mette in rapporto (storico) l’essere-uomo, il suo pensato e ciò che ne esprime la materialità e la modernità. Tale processo ideativo sembra intrecciarsi abilmente nell’ordito del celebre ragionamento heideggeriano: Abitare Costruire Pensare. Attraverso la parola bauen, originariamente costruire (che dice fin dove

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Fig. 1 - Edificio residenziale a Gallarate. Planimetria di progetto e foto del complesso edilizio.

Residential building in Gallarate. Project plan and photos of the building complex.

clarifies the position of the lusitanian master on the architect work’s theoretical and ethical sense, defining the critical tension that moves the conception process in the announcement of the transformation of the real thing, of which one must be fully conscious. The employment of the term “invention” is symptomatic, as it is proposed not as a new thing never done before, but rather in its true etimologic derivation, here ment as a voluntary action which embeds the meaning of being able to find solutions which inject their own vision in a conscious form in the course of the ongoing mutations.

The interest in giving contniuity to Gallarate’s urban mesh, as announced in the following summary sheet, wrote by Siza and COR arquitectos, is the confirmation of a design method which employs the interpretation of the present as the basis of a pivotal reasoning on the relation existing between the transformational expectation of the real thing – and of its links with the history of the place – and the subjective action based on the values which take into account the “invention” not as improductive self reference.

This is shown, for example, in the research for the employed aggregative typological solution, based on the concept of the distributive court which is posed in continuity with the process of the lombard types and of Gallarate itself, in which the matrix of the roman age originary domus, inherited in the adjourned formula of the milanese railing house, becomes a prodigious legacy that

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Fig. 2 - Foto del complesso edilizio.

Photo of the building complex.

becomes a virtue leading to “inform” the housing units’ system which was built in the suburbs of the historical city. A further research consciously performed by the designers shows itself in the way in which they interpreted the continuity of the urban fabric, which in this sector of the city is formed by aggregated buildings around ample and/or long courts and is partially discontinuous in respect to the context posed south of Via G. Mazzini, resulting in being more unitary and less traumatised by recent interventions.

Siza’s sketches interpret the court aggregative system variations and preliminarily re-propose an organization of geometrically U shaped in line houses articulation. In spite of the modifications which led to the final version of the building complex, the intent of opening the internal space towards Via Roma, which proves the attention posed in representing the “gallaratese” typology, in an adjourned manner, is confirmed by the final allocation of the lots and by the clipping of a public path which cuts through internally to via Postporta. Envisioning this design choice, it is clear how the principle which moves the research on the meaning of the border of the historical center not meant as boundary or limes posed in separation of private from public space, for it does not define an hiatus between the inaccessible inside and the outside, but it is rather imagined as a crossing “threshold” which constitutes a beyond point which is able to open the buildings to the city with (private and public)

l’essenza dell’abitare si estende), Heidegger giunge infatti a spiegare il termine bin “io sono” e quindi “io abito”, con Buan che indica il modo in cui gli uomini sono sulla terra, da cui fa discendere proprio il significato di bauen che spiega come “l’uomo sia nella misura in cui egli abita”. Marcello Barison, a commento del noto saggio del filosofo tedesco, scrive: “L’essenza del costruire è il lasciar-abitare. L’attuazione essenziale (Wesensvollzug) del costruire è l’instaurazione di luoghi mediante la congiunzione dei loro spazi. Soltanto se siamo capaci di abitare, possiamo costruire” (Barison, 2010, 10-49).

L’abitare praticato nel progetto di Gallarate, come nelle precedenti realizzazioni di complessi residenziali di Siza in Portogallo, persegue l’interesse a ricercare la “verità” nella langue edilizia del portato collettivo, subordinando l’autorialità espressa in forma parassitaria, a conferma di quel senso gadameriano-vichiano della storia che, nel suo darsi, concorre a farci.

La capacità dell’abitare/costruire si annuncia anche nella leggibilità delle unità abitative. L’opposizione all’uso di inutili artifici estetico-figurativi, contrabbandati per principi che inseguono la sostenibilità, lascia spazio: al richiamo della tradizione moderna italiana, priva di contraddizioni conservatrici e coerentemente interpretata mediante l’uso di superfici lineari; alla soluzione delle aperture differenziate in rapporto all’isorientamento; alla finitura delle facciate in lastre di travertino; alla protezione di tutte le bucature mediante solette continue e balconi a testimonianza della consolidata consuetudine praticata in ambito mediterraneo.

Si può, dunque, affermare che la ricerca del “nuovo” per Siza non esemplifica una “creatività” intesa come opposizione a qualcosa di già fatto, nel senso di un fare soggettivo proiettato alla ricerca di quel qualcosa che viene dal nulla,

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ma è vista come l’autentico inedito che pacifica il mondo, “perché ciò che è nuovo non deve essere un’aggressione”, come dichiara nell’intervista rilasciata a WeArch parlando del progetto di due orologi da polso per Cauny, quando conferma il personale-generale punto di vista e afferma la sua idea: che “sembri un orologio, allo stesso modo in cui penso che una sedia debba ‘sembrare’ una sedia e un’automobile debba ‘sembrare’ un’automobile”.

Infine, richiamando proprio l’etimologia del termine “creare”, da ricondursi alla radice sanscrita kar- che significa fare, simile a quella zenda kere che in greco è κραίνω (kraino) cioè fare, compiere e realizzare, affidiamo la conclusione di questa breve presentazione del progetto di Siza e COR arquitectos ad un pensiero di Fernando Tavora: “… progettare, pianificare, disegnare non dovrà tradursi per l’architetto nella creazione di forme prive di senso, determinate dalla moda o da qualche altro tipo di capriccio. Le forme che egli creerà dovranno innanzitutto risultare da un sapiente equilibrio tra la sua visione personale e la circostanza in cui si trova, che egli dovrà conoscere così intimamente da non poter più distinguere la conoscenza dall’essere” (Távora, 2021).

arquitetos

Realizzazione di 20 appartamenti nel centro storico di Gallarate tra Via Roma e Via Postporta distribuiti in due fabbricati di quattro piani fuori terra. L’impianto tipologico è pensato per dare grande importanza agli spazi esterni, ai percorsi pubblici e privati, riproponendo il cortile della “tradizione lombarda” e i vicoli del borgo antico.

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spaces which are adequate to acquire a specific own finitness through their mutual rapport. Even the choice of the adopted building typology leads to clear and congruent solutions in respect to the canonical asset of a double face multifamiliar house, with each front varied in rapport to the solar orientation, proving that the meaning of “type”, i.e. the concept of standing house in any historical period, is a collective choice made by a civil culture operating in a specific place, and the architect is tasked with being able to employ it renovating it, in respect to “knowing how to live it”. The frame of thought within which this reasoning moves, being it effective in illustrating the critical-cogito action proposed by Siza and COR in the acception of the parole, takes root deep inside an expectation which expresses the attitude in not considering the usefulness of a project based on the search of an absolute a priori, revealed by the palimpsest of paradigmatic morphemes chosen by the author. On the contrary, it pursues the idea of a continuous “invention” (the inventio) of the building type embedded in a journey in progress which puts in (historical) relation the man-being, his thinking and whatever expresses the materiality and modernity thereof. Such ideational process seems to skillfully intertwine in the warp of the famous heideggerian reasoning: Inhabit, Construct, Think. Through the word bauen, originally “construct” (which explains as far as the essence of living extends), Heidegger comes to explain the term bin “I am”

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Intervento abitativo nel centro storico di Gallarate di Alvaro Siza e COR

and therefore “I live”, with Buan indicating the way humans are on Earth, resulting in matter of discussion on the meaning of bauen which explains how “Man is on Earth, which he lives on”. Marcello Barison, commenting the German Philosopher popular essay, writes: “The essence of constructing is to let inhabit. The essential implementation (Wesensvollzug) of constructing is the establishment of places through the conjunction of their spaces. Only if we are able to inhabit, we can construct” (Barison, 2010, 10-49).

The residing practised in the Gallarate’s project, as in Siza’s preceding constructions of residential complexes in Portugal, pursues the concern in searching for the “truth” in the construction langue of the collective flow, subordinating the authorship expressed in parasitic form, in confirmation of that gadamerian-vichian sense of history which, in its giving itself, it concurs in making ourselves. The ability to reside/construct announces itself also in the readability of the housing units. The opposition to the use of useless esthetical-figurative artifices counterbanded as principles that pursue sustainability, leaves room to: the recall of modern Italian tradition, free of conservative contradictions coherently interpreted through the use of linear surfaces; to the solution of differentiated openings in rapport with isolar orientation; to the finishing of the façades in travertine slabs; the protection of all openings through the use of continuous insoles and balconies in testimony of the consolidated use as practiced in the Mediterranean area.

Thus, one can state that the research for “the new thing” according to Siza does not simplify a form of “creativity” intended as an opposition to something that has already been accomplished, to the extent of a subjective doing projected towards the research of that something which comes from nothing, but it is seen as the authentical unreleased which pacifies the World, “because what is new must not be an aggression”, as stated in an interview granted to WeArch talking about the project for two Cauny wrist watches, in which he confirms his personal-general point of view and affirms his idea: it has to look like a wrist watch, just like I think that a chair should look like a chair and a car should look like a car”.

Finally, recalling the very etymology of the word “create” to be reminded as having its sunskit root kar-, which means “do”, similar to the zenda kere which in greek is κραίνω (kraino), i.e. do, accomplish and realize, we hand the conclusion of this brief presentation of the Siza and COR arquitectos project to a thought of Fernando Tavora; “...to project, plan, drowing, must not further be, for an architect, translated in the creation of senseless forms, determined by fashion or any other kind of fanciness. The forms that he will create must result in the first place in a wise balance between his personal vision and the circumstance he is in, which he must know so intimately as to not be able to distinguish the knowledge from the being” (Tavora, 2021).

Housing project in the historic center of Gallarate by Alvaro Siza e COR arquitetos

Construction of 20 apartments in the historical centre of Gallarate between via Roma e via Postporta distributed in two four storey building. The urban insert is conceived giving great importance to the external spaces, to the public and private paths, reproposing the traditional Lombard courtyard and the alleys of the ancient town.

General description

Gallarate is a small town between Malpensa air-

Fig. 3 - Alvaro Siza. Schizzi del progetto dell’edificio residenziale a Gallarate.

Alvaro Siza’s project sketches of the residential building in Gallarate.

Descrizione generale

Gallarate è una cittadina tra l’aeroporto di Malpensa e Milano situata all’interno dell’area paesaggistica del Parco del Ticino e pertanto sottoposta a vincolo. Il lotto a disposizione (di circa 50m x 60m) per la costruzione era vuoto ed inserito fra il tessuto del centro storico e quello più allargato del periodo Liberty: lo stabilimento novecentesco della Manifattura Borgomaneri, di fronte al complesso su via Roma, ne è un esempio. Il programma funzionale comprende 20 appartamenti con la superficie variabile da 75 m2 a 270 m2 e tipologie abitative da 2 stanze a 4 stanze da letto; 94 posti auto e 20 cantine. I livelli fuori terra sono 4 e gli interrati sono 2 per l’autorimessa. I corpi di fabbrica sono larghi 15 m comprensivi di loggia (2m). Il cortile principale ha una larghezza di 10 e una profondità di XX. I due appartamenti negli ultimi piani sono in duplex con ampi terrazzi sul panorama urbano e del Parco del Ticino.

Concetto e strategia L’obiettivo principale è stato senza dubbio quello di dare continuità alla maglia urbana cioè disegnare i nuovi volumi tenendo presente le altezze di gronda circostanti e la conformazione dei lotti adiacenti. Questo significa fare entrare la città all’interno di un condominio utilizzando il tessuto urbano, misure e altezze degli isolati circostanti. Inoltre, nonostante l’intervento sia privato, il programma funzionale è completato dalla presenza di posti auto municipali (autorimessa livello 1) e dal passaggio pubblico pedonale all’interno del lotto ad ore controllate (permeabilità del lotto). È stato realizzato infatti un percorso pubblico autonomo che permette l’attraversamento municipale tra via Roma e via Postporta. Sia per i residenti che per i pedoni (cittadini) si ha la sensazione di trovarsi in un borgo segnato da alcuni elementi che articolano il

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piano terra come i portali che indicano gli accessi, fino ai volumi che risalgono dai piani interrati, dove il progetto riesce a portare la luce naturale. Dal punto di vista dello studio tipologico abitativo si è preferito disegnare appartamenti con doppio affaccio permettendo così efficienza termica (ventilazione naturale) e miglior orientamento solare (est-ovest). Gli appartamenti sono dotati di ampi terrazzi che sono il prolungamento dei soggiorni (“living”).

Materiali della costruzione e struttura

Due volumi di travertino si guardano e dialogano, connessi dagli ampi spazi verdi di una grande corte rettangolare. Sul lotto di 50 x 60 metri, i due edifici, con struttura in cemento armato con post tensionamento, posti a 10 metri l’uno dall’altro, danno luogo a una corte allungata, in cui convivono le due differenti tipologie costruttive: da una parte, quello più piccolo su via Roma, corpo autonomo di una villa moderna; dall’altra, verso l’interno, quello a forma di U, una palazzina a corte che si relaziona con la parte più antica della città. Gli spazi verdi percorrono il lotto, al di sotto di passaggi coperti, gallerie o si arrampicano sui muri di contenimento ai limiti dell’intervento. Il materiale lapideo travertino riveste l’intero manufatto giungendo anche fino all’autorimesse attraverso i patii di ventilazione. I percorsi esterni sono invece segnalati da pavimentazioni in battuto di pietra macinata e cordoli in travertino. Oltre che a livello strada, la vegetazione caratterizza anche le coperture, costituite in parte da giardini pensili e in parte da pannelli fotovoltaici. L’attenzione all’efficienza energetica è evidenziata, inoltre, dalla presenza di sonde geotermiche, impianto utilizzato sia per il riscaldamento, rigorosamente a pavimento, che per l’acqua calda sanitaria.

Riferimenti bibliografici_References

Barison M. (a cura di) (2010) “Costruire Abitare Pensare di Martin Heidegger”, in Taddio L. (a cura di) Costruire Abitare Pensare, Mimesis Edizioni, Milano-Udine.

Frampton K. (2005) Tettonica e architettura. Poetica della forma architettonica nel XIX e XX secolo, Skira, Ginevra-Milano.

Jodidio P. (2013) Álvaro Siza. Complete Works 1952-2013, Taschen, Colonia.

Távora F. (2021) Dell’organizzazione dello spazio, a cura di Carlotta Torricelli, Nottetempo, Milano. https://www.wearch.eu/alvaro-siza-disegna-due-orologi-da-polso/?fbclid=IwAR0fmJmVrPhJmM V8eVUfR_FvssKeCV199Lig4ZA_4axBuA1RcpGIrimSpdQ

port and Milan, situated within the natural area of the Park of Ticino, therefore submitted to landscape bound. The vacant plot (50x60m approximately) available for the construction is inserted in the limit between the fabrics of the historical centre and the Liberty period, the twentieth-century Borgomaneri factory facing the complex in via Roma is a good example. The functional program consists of 20 apartments with surface areas ranging from 75 to 270 m2, and housing typology varying from studios to four-bedroom apartments, 94 parking spaces and 20 cellars. There are 4 levels above ground and 2 underground. The buildings are 15 m wide inclusive of the loggia (2m). The main courtyard is 10m wide and 41.6m deep. The apartments on the top of each building are duplexes with large terraces facing the urban landscape and the Park of Ticino.

Concept and strategy

The main concern has undoubtedly been to respect the continuity to the urban grid, designing the new volumes considering the highs of the surrounding buildings and the conformation of the adjacent plots. Despite the fact that it consists of a private intervention, the functional program included municipal parking spaces, and a public autonomous pedestrian pathway (permeability of the plot), open during most part of the day, connecting via Roma to via Postporta. All this results in the city entering and crossing the complex. Both the resident and the no resident pedestrians experience the feeling of entering a small town marked by some elements that provide the complex with an articulate characteristic: from the portals that sign the entrances, to the volumes that rise from the basements, illuminating the underground levels with natural light. From the study of the dwelling typology point of view, the choice of designing apartments with double exposures (east-ovest) ensures a better thermal efficiency (cross ventilation) and an optimal solar orientation. Large balconies work as an extension of the living rooms.

Construction materials and structure

In the 50x60 m plot, the two buildings, with reinforced concrete structure and post-tensioned floors, placed 10m apart from one another, bound a large rectangular courtyard with generous green spaces, and are designed as two different typologies of buildings: the smaller one, facing via Roma is an autonomous body, similar to a modern villa; the larger one, U-shaped, encloses another courtyard and interacts with the oldest part of the town. The green spaces run through the plot, under covered passageways, galleries, or climbing the ritainig walls at the limits of the project. The stone material travertino cover entirely the construction, reaching the underground floors through the ventilation patios. The external paths are covered with grained stone and curbs in travertino. The vegetation characterizes not only the external ground floor level, but also the roofs of the buildings which are covered mostly with green areas. The only exception is where the photovoltaic panels are located. The concern about the energy efficiency is highlighted also by the presence of geothermal probes, used both for heating (floor heating) and hot domestic water.

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Fig. 4 - Alvaro Siza. Disegno del progetto dell’edificio residenziale a Gallarate. Alvaro Siza’s project drawing of the residential building in Gallarate.

Morphological study and urban project

Keywords: Urban morphology, architecture, urban grid, European city, learning

Abstract

In this paper I will offer a rather partial reflection on urban morphology in relation to the cities I know well as an architect who is concerned with building as much as with understanding the physical character of the places in which they exist. In this paper I will offer a rather partial reflection on urban morphology in relation to the cities I know well as an architect who is concerned with building as much as with understanding the physical character of the places in which they exist. I have a profound interest in the European city, the place where most of our work takes place, and the many lessons it holds for us to draw upon in our projects. All of our projects have a relation to the work others have undertaken in the past, we are interested in learning from the elements and structure of cities, from the examples they offer. Many European cities still have significant urban traces of Greco-Roman foundations. The Romans created new settlements or coloniae using the logic of the grid, based on intersecting cardo and decumanus. Only few of them maintain Roman foundations still legible in the contemporary urban fabric.

Studio morfologico e progetto urbano

DOI: 10.48255/2384-9207.UD 17-18.2022.10

“Urban morphology is the study of urban forms and of the agents and processes responsible for their transformation over time. Urban form refers to the main physical elements that structure and shape the city including streets, squares (the public space), street blocks, plots, and buildings, to name the most important. The word “morphology” was first proposed by Goethe, the German writer and thinker, who devoted part of his work to biology. Goethe used the word “morphology” to designate the science that deals with the essence of forms” (Oliveira, 2016).

Urban morphology, much like typology, is a term often used by architects and urbanists in relation to cities and urban situations, but it means different things to different people. Rather than offering my own definition, I am happy to accept the quote I have used above.

In this paper I will offer a rather partial reflection on urban morphology in relation to the cities I know well as an architect who is concerned with building as much as with understanding the physical character of the places in which they exist.

ISUP Istituto di studi urbani e del paesaggio, USI Università della Svizzera Italiana E-mail: jonathan.sergison@usi.ch

“La morfologia urbana è lo studio delle forme urbane e degli agenti e dei processi responsabili delle loro trasformazioni nel tempo. La forma urbana si riferisce ai principali elementi fisici che strutturano e danno forma alla città includendo strade, piazze (spazi pubblici), isolati, lotti ed edifici. La parola morfologia fu utilizzata per la prima volta da Goethe, il pensatore e scrittore tedesco che ha dedicato parte del suo lavoro agli studi di biologia. Goethe ha usato la parola “morfologia” per indicare la scienza che ha a che fare con l’essenza delle forme” (Oliveira, 2016).

La morfologia, così come la tipologia, è il termine spesso usato dagli architetti e dagli urbanisti in relazione alle città ed alle situazioni urbane, ma assume significati differenti a seconda delle persone che lo utilizzano. Piuttosto che offrire una mia personale definizione, sono propenso ad accettare la citazione precedente.

In questo saggio intendo proporre, piuttosto, una parziale riflessione sulla morfologia urbana in relazione alle città che conosco meglio come architetto che ha a che fare tanto con edifici così come è interessato a comprendere il carattere fisico dei luoghi in cui si collocano. Nutro un profondo interesse nella città europea, il luogo dove si collocano la maggior parte dei nostri lavori e dal quale attingiamo insegnamenti per i nostri progetti. Tutti i nostri progetti hanno una relazione con il lavoro che altri hanno intrapreso in passato, siamo interessati a imparare dagli elementi e dalla struttura delle città, dagli esempi che esse offrono. Molte città europee conservano ancora significative tracce di fondazioni urbane di epoca greco-romana. I romani, infatti, crearono nuovi insediamenti o coloniae usando la logica della griglia basata sull’intersezione di cardo e decumano. Arles, Belgrado, Budapest, Colchester, Colonia, Gerusalemme, Lincoln, Narbonne, Merida, York, Chester, Gigen (Bulgaria), Cluj Napoca (Romania), Lubiana, Patrasso (Grecia), Sebinkarahisar (Turchia), Setif (Algeria) sono solo alcune delle città le cui fondazioni romane risultano ancora leggibili nei tessuti contemporanei.

Un esempio notevole è il centro storico di Napoli. Il nome deriva dal greco Neapolis, città nuova. Nel tempo, e attraverso un processo di costruzione e ricostruzione, le strade hanno perso la loro forma rettilinea. Le inflessioni nell’allineamento del cardo sono rafforzate dalla densità del tessuto costruito. Camminare per le strade napoletane rappresenta un’immersione urbana intensa. È una sensazione che si prova anche nelle parti più antiche di Genova e Barcellona. Nel XVII e XVIII secolo queste erano le parti più dense di qualsiasi città europea e le condizioni antigeniche che derivavano da tale densità spiegano in realtà il radicale processo di espansione che hanno poi subito con la modernità, in particolare a Barcellona. Personalmente mi sento più a mio agio nelle città che hanno organizzato la loro crescita ed espansione su una griglia. Vengono in mente il Pireo, una nuova città costruita per assorbire la crescita della popolazione dell’antica Atene; la vasta area di Barcellona, costruita secondo il piano urbanistico di Cerda. A Glasgow,invece, le aree in cui la griglia si combina con la ripida orografia naturale determinano una forma urbana potente; mentre nella zona Baixa di Lisbona, sostanzialmente ricostruita in seguito al terremoto del 1755, una griglia rettilinea è sapientemente adattata

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per integrarsi con il tessuto urbano sopravvissuto. La griglia è stata anche la struttura organizzativa pianificata di molte città nordamericane e sudamericane ma, in Europa, Torino è, per eccellenza, la città fondata su una struttura a griglia estesa fin dove possibile, utile ad orientarsi immediatamente, a vedere le Alpi adagiate in lontananza al termine di lunghi percorsi. L’impianto di fondazione romano di Torino è stato semplicemente ampliato utilizzando il palazzo urbano come tipo edilizio principale, come un’immagine costruita della città ideale rappresentata nei dipinti del Quattrocento. Forse non sorprende che il mio rapporto con la morfologia urbana, come londinese, inizi proprio con la lezione tratta da questa città.

La fondazione romana di Londra risulta più leggibile nelle strade radiali che collegano altri insediamenti significativi costruiti per portare ordine alle indisciplinate tribù che occupavano quest’isola settentrionale prima dell’arrivo dei Romani. Oggi, queste strade romane sono strade commerciali significative, o “high street”, e includono Oxford Street (la via dello shopping più famosa del Regno Unito), Camden High Street, la Vecchia Kent Road, Edgeware Road, Tottenham High Road, solo per citarne alcune.

Londra si estende su una superficie molto ampia e ha la popolazione più numerosa dell’Europa occidentale, avendo superato Parigi e Berlino alla fine del XIX secolo. È un insieme di borghi con struttura a croce medioevale il cui centro si colloca all’incrocio di due strade. Nel corso del tempo questi piccoli insediamenti si sono fusi in un’unica grande conurbazione. Solo una piccola parte di essa presenta un senso ordine urbano evidente, fatta eccezione per il tessuto urbano che si è sviluppato nel Settecento e nell’Ottocento.

A Londra, in quello che è generalmente noto come il periodo Georgiano (1714-1830), la casa a schiera è stata impiegata come principale soluzione

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I have a profound interest in the European city, the place where most of our work takes place, and the many lessons it holds for us to draw upon in our projects. All of our projects have a relation to the work others have undertaken in the past, we are interested in learning from the elements and structure of cities, from the examples they offer.

Many European cities still have significant urban traces of Greco-Roman foundations. The Romans created new settlements or coloniae using the logic of the grid, based on intersecting cardo and decumanus. Arles, Belgrade, Budapest, Colchester, Cologne, Jerusalem, Lincoln, Narbonne, Merida, York, Chester, Gigen (Bulgaria), Cluj Napoca (Romania), Ljublijana, Patras (Greece), Sebinkarahisar (Turkey), Setif (Algeria) are a few of the cities whose Roman foundations are still legible in the contemporary urban fabric. One notable example is the centro storico of Naples. The name of the city comes from the Greek for New Town, Neopolis. Over time and through a process of building and rebuilding, streets have lost their straightness and the grid appear looser. The inflections in the alignment of the cardi is reinforced by the density of the built fabric. Walking through Neopolitan streets is an intense urban immersion, that can also be experienced in oldest parts of Genova and Barcelona. In the seventeenth and eighteenth centuries these were the densest parts of any European city, and the unsanitary conditions that derived from such density explain the radical process of expansion they underwent in modern times, most notably in Barcelona.

Personally, I feel most at home in the cities that have organising their growth and expansion on a grid. Pireaus, a new town built to absorb the growing population of ancient Athens, comes to mind, the extensive area of Barcelona built according to Cerda’s urban plan. In Glasgow, the areas where the grid combines with the natural steep topography create a powerful urban form, and in the Baixa area of Lisbon, which was substantially rebuilt following the earthquake of 1755, a rectilinear grid is skillfully adapted to integrate with the surviving urban fabric.

The grid was also the default organising structure of many North and South American cities, but in Europe Turin is the gridded city par excellence: a city organised around a complete and extensive grid structure where it is possible to immediately orientate yourself and see the Alpes lying in the distance at the end of long street vistas. Turin’s Roman foundation has simply been extended using the urban palazzo as the dominant building type, the built image of the ideal city represented in fifteenth century paintings. As a Londoner it is perhaps unsurprising that my relationship to urban morphology begins with the lessons I have drawn from this city. London’s Roman foundation is most legible in the radial roads that connect to other significant settlements built to bring order to the unruly tribes that occupied this northern island before the arrival of Romans. Today, these Roman roads are significant commercial streets, or “high streets”, and include Oxford Street (the most famous shopping street in the UK), Camden High Street, the Old Kent Road, Edgeware Road, Tottenham High Road, to name but a few.

London extends over a very large surface and has the largest population in western Europe, having surpassed Paris and Berlin at the end of the nienteenth century. It is a collection of villages with a medieval cross structure, whose centre lies at the intersection of two roads. Over time

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Fig. 1 - Timgad (l’antica Thamugadi romana). Timgad (the ancient Roman Thamugadi).

Fig. 2 - Napoli: (sinistra) ortofoto, (destra) planimetria dei piani terra.

Naples: (left) orthophoto, (right) plan of the ground floors.

these smaller settlements have merged into one great conurbation. Little of it offers any tangible sense of urban order, with the notable exception of the urban fabric that was developed in the eighteenth and nineteenth century.

In London, in what is generally known as the Georgian period (1714-1830), the terraced house was employed as the dominant solution in the expansion of the city. Arranged as repeated elements in “terraces”, rows of houses structure streets, squares and, less frequently, crescents and circles. Public, and civic buildings act as a counterpoint to terraced housing, in a precisely arranged composition that appears casual, and picturesque in character. Brick was the dominant building material, ochre in colour and produced locally from the clay that is abundant in the Thames Valley.

The use of a relatively low-density housing solution such as the English terraced house over such large areas of land was made possible by the absence of defensive walls and by the relatively low cost of building materials. This is certainly true in relation to the large courtyard blocks built in the same period in Berlin, for instance, which required a considerably larger capital outlay.

The areas of land that were developed in Bloomsbury and Fitzrovia in the seventeenth, eighteenth and nineteenth centuries had originally been used for agricultural purposes, with watercourses passing through them and few building structures. What was subsequently

all’ampliamento della città. Disposti come elementi ripetute in terraces, strutture di case a schiera che definiscono strade, piazze e, meno frequentemente, crescents e circles. Gli edifici pubblici e civici fanno da contrappunto alle abitazioni a schiera, disponendosi in modo tale da mostrare un carattere casuale e pittoresco. Il mattone di colore ocra è stato il materiale da costruzione dominante, prodotto localmente grazie all’abbondante argilla presente nella valle del Tamigi. L’utilizzo di una soluzione abitativa a densità relativamente bassa come quella della casa a schiera su vaste aree di terreno è stata resa possibile dall’assenza delle mura difensive e dal costo relativamente basso dei materiali da costruzione. A tale riguardo si pensi ai grandi blocchi a corte costruiti nello stesso periodo a Berlino, i quali hanno richiesto un esborso di capitale notevolmente maggiore. Le aree di sviluppo di Bloomsbury e Fitzrovia erano state originariamente utilizzate, nei secoli XVII, XVIII, XIX, per scopi agricoli; esse erano attraversate da corsi d’acqua ed erano occupati da esigue strutture edilizie. Quello che è stato costruito in seguito ha mantenuto il libero disegno dei campi agricoli. I piani commissionati dai proprietari di questi terreni sono stati redatti da agrimensori come blocchi di espansione. I loro perimetri spesso dovevano essere adattati alle condizioni al contorno, mentre le fotografie aeree mostrano chiaramente dove si incontravano le diverse tenute. Come concetto per estendere una città, l’approccio urbano georgiano è tollerante e alquanto diverso dalle piante classiche con lunghe vedute e blocchi simmetrici. Le case a schiera hanno la priorità, mentre i monumenti e le istituzioni pubbliche sono inserite all’interno del tessuto urbano piuttosto che essere imposte in maniera formale. Questo atteggiamento tollerante può essere letto sia in termini di strategia generale che di dettaglio. La costruzione in mattoni consente di apportare modifiche all’impostazione di un edificio, assi-

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curando che si adatti ai vincoli di un terreno edificabile; allo stesso modo, l’impostazione degli isolati urbani risulta essere adattabile alle proprietà limitrofe. La città più grande della Svizzera, Zurigo, ha qualità urbane eccezionali. Può essere letta superficialmente come una città con un centro medievale cinto da mura difensive, mentre nei quartieri costruiti sulle colline ai margini della città del Novecento, sono state adottate ville urbane e soluzioni abitative ispirate al modello della città giardino per assorbire la crescente popolazione. Nelle aree pianeggianti sviluppate alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento, il blocco perimetrale con cortile interno è stato ampiamente utilizzato insieme a impianti industriali e infrastrutture ferroviarie. Un viaggio attraverso il centro di molte città dell’Europa continentale alla fine del XIX secolo avrebbe sicuramente portato ad incontrare la tipologia urbana dell’isolato a corte. Mentre l’interpretazione delle possibilità di questa soluzione edilizia variano e rivelano le singolarità urbanistiche ed architettoniche proprie di città e di specifiche nazioni, la sua ampia e dominante applicazione è indiscutibile. Le origini dell’isolato con cortile interno, come la maggior parte degli edifici premoderni, nasce da una risposta pragmatica a un insieme di circostanze – in questo caso, la necessità di fornire alloggi dignitosi a una densità relativamente elevata – e costituisce la tipologia di base di città come Berlino, Vienna, Monaco e Zurigo. Data la necessità di organizzare gli alloggi in modo compatto, il valore locativo di un appartamento era determinato da come risultava raggiungibile dal percorso urbano. Gli appartamenti migliori erano collocati al primo piano, i più economici in cima all’edificio e, nel caso di Berlino, nella parte centrale del blocco. La maggior parte degli edifici a corte non superava i 6 piani, poiché questa era ritenuta la massima altezza ragionevolmente raggiungibile da una scala comune. L’invenzione dell’ascensore ha cambiato radi-

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Fig. 3 - Manhattan (New York): planimetria catastale.

Manhattan (New York): cadastral plan.

built has the loose-fit pattern of fields. The plans that were commissioned by the owners of these parcels of land were drawn up by surveyors as development blocks. Their edges often needed to be adjusted to the neighbouring conditions, and aerial photographs clearly show where different estates met.

As a concept for extending a city, the Georgian urban approach is tolerant and quite unlike the classical plans with long vistas and symmetrical blocks. Terraced houses are given priority, while monuments and public institutions are incorporated within the urban tissue rather than imposed in a more formal manner. This tolerant attitude can be seen both in terms of strategy and in detail. Brick construction allows for adjustments to be made in the setting out of a building, ensuring that it fits within in the constraints of a building plot, in the same way the setting out of the urban blocks adjusted to a neighbouring estate.

The largest city in Switzerland, Zurich, has exceptional urban qualities. While it can be read superficially as a city with a medieval centre encircled by defensive walls, in the neighbourhoods built on the hills at the margins of the city in the mid-twentieth century, urban villas and garden city housing solutions were adopted to absorb the growing population. In the flatter areas developed at the end of the nineteenth and beginning of the twentieth century, the perimeter block with inner courtyard was extensively em-

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Fig. 4 - Planimetria di Torino. Nella pagina seguente: dettaglio della “Città ideale” di Urbino. Plan of Turin. On the next page: detail of the “Ideal City” of Urbino.

ployed together with industrial plants and railway infrastructure.

A journey through the centre of many continental European cities at the end of the nineteenth century would have meant encountering this once dominant urban typolgy: the courtyard block. While the interpretation of the possibilities of this building solution vary and reveal the unique urban and architectural properties of specific cities and nation, its wide-ranging and dominant application is indisputable.

The origins of the city block with an inner courtyard, like most pre-modern building forms, stems from a pragmatic response to a set of circumstances – in this instance, the need to provide decent housing to a relatively high density – and forms the figure ground of cities such as Berlin, Vienna, Munich and Zurich. Given the need to organise housing compactly, the rental value of an apartment would be determined by the level of comfort with which it could be reached from the street. Better apartments would be on the first floor, the cheapest at the top of the building, and in the case of Berlin those in the middle of the block. Most courtyard buildings do not exceed 6 storeys, as this was deemed to be the greatest vertical distance that could be reasonably reached by a common stair. The invention of the lift fundamentally changed this assessment, and with a greater ease of access, living farther from the street and with better views of the city, turned the upper stories into a desirable option.

calmente questo valutazione, e con una maggiore facilità di accesso, abitando più lontano dalla strada e con una migliore vista della città, ha trasformato i piani superiori in un’opzione desiderabile. Tuttavia, gli appartamenti ai piani superiori non presentano un’altezza utile interna adeguata rispetto a quelli del piano terra e del primo piano (piano nobile).

Il blocco a corte è definito dalla qualità della sua facciata esterna e interna a cortile. L’esterno dell’isolato offre uno sguardo sulla città e presenta il volto pubblico dell’edificio. È questo l’aspetto dell’edificio che trasmette il senso di decoro urbano che l’isolato intende evocare o mostrare. Il senso complessivo della qualità urbana deriva, invece, dall’ampiezza delle strade in relazione all’altezza delle facciate, nonché dalla frequenza delle piazze.

La parte interna dell’isolato è formata da uno o più cortili (come nel caso del Mietskaserne di Berlino), uno spazio privato che introduce nozioni di collettività e comunità e la cui qualità è naturalmente dettata dalle dimensioni del cortile e dall’altezza degli edifici che lo contengono. In alcuni casi i cortili sono di dimensioni così generose che lo spazio al centro del blocco ha il carattere di un giardino condiviso o di un piccolo parco. L’aggiunta di nuovi blocchi deve misurarsi con le preesistenze. La qualità di molti centri urbani europei deriva dal modo in cui i nuovi blocchi hanno seguitato convenzioni piuttosto che introdurre nuovi temi formali con finalità di apparire differenti. Riflettendo sulle diverse tipologie costruttive che sono state adottate nel storia recente dell’architettura, è chiaro che il blocco a corte rimane rilevante per una strategia urbana volta a realizzare una città contemporanea più densa e compatta.

Ho imparato ad apprezzare il blocco perimetrale con una corte interna visitando le città europee. Sebbene completamente diversa dalla tipologia urbana

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della casa a schiera londinese (tipologia nella quale sono cresciuto), quando incontro questa forma di abitazione mi sento del tutto a casa. Sebbene mi trovi più a mio agio a vivere nel centro di una città rispetto ad una zone periferica, è in quest’ultima che mi ritrovo a dover lavorare perché esse richiedono di essere densificate. Preferisco dover lavorare nelle parti di città caratterizzate da un tessuto ordinato e ripetitivo. Parigi ha una forma urbana che trovo impressionante sotto un certo punto di vista, ma allo stesso tempo intimidatoria. Bedford Square o Gower Street a Londra, o Ida Platz a Zurigo, sono luoghi, al contrario, nei quali trovo il giusto equilibrio. Quando penso a quello che potrebbe essere una morfologia urbana interessante ho in mente queste due parti di città, sebbene molto diverse tra loro Molte altre città – New York, Chicago, Hong Kong, Tokyo – hanno lasciato una forte impronta, così come città più vicine a casa, come Tel Aviv e Casablanca. E, tuttavia, è la città europea quella a cui mi rivolgo con continuità perché è qui che continuiamo a trarre ispirazione e apprendere importanti lezioni per il nostro lavoro di progettisti.

Riferimenti bibliografici_References

However, upper floor flats lack the favourable floor-to-ceiling height of the ground floor and the first floor (piano nobile).

The courtyard blook is defined by the quality of its outer facade and inner courtyard. The exterior of the block offers an outlook onto the city and presents the building’s public face to the city. It is this aspect of the building that conveys the sense of urban decorum the block intended to evoke or display. The overall sense of urban quality is derived from the width of the streets in relation to the height of the facades, as well as the frequency of squares and public amenity more generally. The inner part of the block is formed by one or more courtyards (as in the case of Berlin’s Mietskaserne), a private realm that introduces notions of collectivity and community. The quality of this space is naturally dictated by the size of the courtyard and the height of the buildings that contain it. In some cases courtyards are of such generous dimensions that the space at the centre of a block has the character of a shared garden or a small park.

The addition of new blocks must consider its relationship to the character of the preexisting area of the city. The quality of many European city centres lies precisely in the care with which new blocks have been added in a respectful manner, following the same conventions rather than inventing new ones for the sake of appearing different.

Reflecting on the different building typologies that have been adopted in the recent history of architecture, it is clear that the courtyard block remains relevant for an urban strategy designed to achieve a denser, more compact contemporary city.

I have grown to appreciate the perimeter block with an inner courtyard in my travels through European cities. Although utterly different from the urban typology, the London terraced house, I grew up with, I feel completely at home when I encounter this urban morphology.

I am happier living in the centre of a city than in more suburban areas, although all too often this is where we find ourselves working, partly because they represent the largest surface area of a city, and partly because they have the greatest potential to be densified. I also prefer the parts that are most ordered, where the normative tissue is calm, repetitious housing. Paris has an urban form that I find impressive at one level, but at the same time intimidating. Bedford Square or Gower Street in London, or Ida Platz in Zurich strike the right balance for me. When I consider what might be a good urban morphology I have these two very different parts of two very different cities in mind. Many other cities – New York, Chicago, Hong Kong, Tokyo – have left a strong imprint, as have cities closer to home, like Tel Aviv and Casablanca. But it is the European city that I turn to again and again, for this is where we continue to draw our inspiration and learn lessons that are relevant in our work.

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Oliveira V. (2016) Urban Morphology: An Introduction to the Study of the Physical Form of Cities, Springer International Publishing, Switzerland.

urbanform and design

U+D

About Architectural Spaces of the City

Keywords: space, inner spaces, outer spaces, city, urban planning, landscape

Abstract

Today, in the discipline of architecture, “space” is one of the most controversial concepts, and perhaps the most ambiguous, too. The implications of the term “space” and the theoretical model that underlies it are still being negotiated and affirmed in divergent ways within various disciplines.

The paper is aimed to claim the significant of architectural space in relation to both the architectural and urban scales.

In order to overcome the inherited conception of space it’s necessary to imagine, describe, and define also the outer spatiality of the city. A typology of the outer spaces of the city would have the task of introducing a differentiated definition of the meaning of familiar and excessively generalizing terms – those of the cityscape or townscape – and of contributing to a synchronous spatial understanding of the inner and outer spaces of the city.

Sugli spazi architettonici della città

DOI: 10.48255/2384-9207.UD 17-18.2022.11

“Architecture is spatial philosophy” (Magercord, 2020).

In the discipline of architecture today, “space” is perhaps among the most controversial concepts, and perhaps the most ambiguous, too. But why should this be the case? While in previous eras, disputes over the conceptual and contentual determination of “space” were invested with claims to philosophical and physical authority, in the late nineteenth and early twentieth centuries the discourse on space migrated into various disciplines, among them art history, sociology, phenomenology, and psychology, but the natural sciences in particular. Today, the implications of the term “space” and the theoretical model that underlies it are still being negotiated and affirmed in divergent ways within the various disciplines. It appears that only a transdisciplinary history of the concept could provide insight here, one that would bring together the various “evolutionary” threads of understanding and imagination, meaning and content, and theoretical models and synesthetic perception together in a nuanced way. With the spatial turn in the cultural and social sciences that began in the late 1980s, but also with the succeeding revival of an architectural and theoretical discourse on space, spaces, and spatiality (Schröder, 2020) around the turn of the millennium, a disciplinary differ-

Department of Spatial Design, Rheinisch-Westfälische Technische Hochschule Aachen, Germany

E-mail: schroeder@raum.arch.rwth-aachen

“L’architettura è filosofia dello spazio” (Magercord, 2020). Nell’attuale disciplina dell’architettura, lo “spazio” è forse tra i concetti più controversi e probabilmente anche il più ambiguo. Perché, tuttavia, dovrebbe essere così? Mentre in epoche precedenti le dispute sulla determinazione concettuale e contenutistica dello “spazio” erano rivendicate in nome di un’autorità filosofica e fisica, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento il discorso sullo spazio è migrato in discipline diverse, tra cui la storia dell’arte, la sociologia, la fenomenologia e la psicologia, ma in particolare in quello delle scienze naturali. Ancora oggi le implicazioni del termine “spazio”, e del modello teorico che ne è alla base, vengono negoziate e affermate in modi divergenti anche all’interno delle diverse discipline. Sembra che solo una storia transdisciplinare di questa nozione possa fornire una visione generale capace di riunire insieme, con le diverse sfumature che questo comporta, i vari “filoni evolutivi” di comprensione e immaginazione, significato e contenuto, modelli teorici e percezione sinestetica. Con i cambiamenti avvenuti in seno alle scienze culturali e sociali iniziati alla fine degli anni ’80, ma anche con la successiva rinascita di un discorso architettonico e teorico sulle nozioni di spazio, spazi e spazialità, è divenuta evidente, alla fine del millennio, una differenziazione disciplinare del termine.

I. Per quanto riguarda l’architettura, accanto ad altre concezioni dello spazio, come quella naturale, culturale e sociologica, si rivendica qui una sorta di indipendenza fenomenica del concetto di “spazio architettonico”: l’architettura colloca, “fonda e unisce” spazi che compaiono all’interno degli edifici – come i cortili – o tra gli edifici – come le piazze – e che, in virtù della proporzionale vicinanza dei loro confini strutturali, percepiamo come spazi interni. Altri spazi, come gli spazi esterni, in virtù della lontananza dei loro confini, hanno l’effetto di “campi” aperti ed estesi – come i parchi – e non si danno come spazio architettonico in senso stretto, sebbene senza dubbio contribuiscano alla spazialità della città. Gli spazi architettonici appaiono come spazi interni legati al luogo, prodotti soprattutto dai loro confini strutturali. Il modo in cui siamo in grado di muoverci attraverso i vari spazi all’interno di un edificio, collegati tra loro attraverso aperture, corrisponde alla nostra esperienza e percezione quotidiana.

Con questa semplice descrizione del fenomeno come evento percepito, abbiamo già contrapposto, per esempio, lo spazio architettonico allo spazio allo spazio matematico così come ad altre concezioni relazionali. Pertanto, non ci riferiremo allo “spazio” che definisce un edificio, per esempio, o una città, in quanto entità omogenea, ma distingueremo invece i diversi spazi di un edificio, e allo stesso modo gli spazi di una città, secondo il loro aspetto. Tra i “fenomeni primari” dell’architettura che riguardano questa forma dello spazio c’è la “separazione dell’interno dall’esterno”. Dal punto di vista materiale, costruttivo e formale, l’architettura si muove verso il confine, verso i confini tra gli spazi: verso il confine tra interno ed esterno prima (tra interno ed esterno di un edificio) e poi verso i confini interni tra vari spazi all’interno di un edificio. L’aggettivo esterno rimanda allo “stare fuori”, alla situazione di trovarsi di fronte all’edificio, ma non dice nulla, invece, sulla qualità spaziale di questa situazione, perché l’esterno, in relazione all’edificio, può apparire

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tanto come spazio esterno, cioè una superficie aperta ed estesa, quanto come spazio interno, una strada o una piazza. In altre parole: anche fuori, possiamo essere dentro, poiché anche all’esterno di un edificio gli spazi architettonici possono manifestarsi come spazi interni. Né il fatto che questi spazi non possano essere coperti annulla il loro aspetto, come con un cortile all’interno di un edificio. L’architettura crea confini strutturali tra gli spazi e determina transizioni, come le aperture, che possono apparire esse stesse come spazi autonomi: una porta o un cancello, una finestra o una nicchia. Il linguaggio ordinario esprime anche la percezione quotidiana, ad esempio quando usiamo le preposizioni per riferirci alla spazialità di una situazione abituale: quando diciamo di essere sulla soglia, nella finestra, nella stanza o nella sala, così come dentro o per strada. II. Lo spostamento di paradigma, spesso frainteso, verso la quarta dimensione dello spazio-tempo, adottato con tanto entusiasmo dai modernisti, ha guidato l’architettura verso nuove strategie interpretative sia nella prassi che nella teoria. Un’erosione di vasta portata dei confini strutturali dello spazio interno ha fatto regredire in secondo piano la tradizionale dialettica tra interno ed esterno. Questo ha significato per l’architettura una rinuncia autoimposta a una formazione dello spazio autonomo a favore della composizione formale degli elementi strutturali, che mirava all’annullamento sostanziale del confine tra interno ed esterno. Quando si discute della concezione moderna dell’“assenza di spazio” in architettura, il termine dovrebbe, di diritto, riferirsi alla rinuncia teorizzata della formazione autonoma degli spazi interni. III. Quando tentiamo di descrivere la spazialità della città da un punto di vista architettonico, non siamo obbligati né a sfidare l’idea di spazio architettonico che qui si descrive, né a sostituire il modello teorico che lo sottende, ad esempio scambiando un concetto assoluto di spazio con uno relazionale. Noi descriviamo la sostanza degli spazi della città come situazioni percepite, che a volte sembrano spazi interni, in altri casi esterni, e che agiscono su di noi di conseguenza. Per quanto riguarda la spazialità interna della città, vale la pena notare che abbiamo a disposizione sia un discorso teorico tradizionale sia una tipologia differenziata degli spazi, la quale ha generato un insieme enciclopedico di riferimenti per il progetto urbano. Lo stesso, naturalmente, non si può dire per la spazialità esterna alla città, poiché essa non è concepita in termini di spazi differenziati, ma continui, almeno nella tradizione dell’architettura moderna. Ma una tale concettualizzazione relazionale dello spazio – dovrebbe essere evidente – comporta una maggiore attenzione alla forma, alla morfologia delle strutture costruite, a una città di oggetti. Per superare questa concezione ereditata dello spazio, bisognerebbe immaginare, descrivere e definire anche la spazialità esterna della città come città degli spazi. Una tipologia di spazi esterni avrebbe poi il compito di introdurre una definizione differenziata del significato di termini familiari ed eccessivamente generalizzanti – quelli di cityscape o townscape – e di contribuire a una sincronica comprensione di quelli interni ed esterni della città.

IV. In opposizione all’estetica dello spazio urbano di Sitte, l’urbanistica della nostra epoca ha preso sempre più come punto di partenza una concezione relazionale dello spazio: l’apertura degli spazi urbani mirava a realizzare, tra l’altro, una profonda compenetrazione tra città e paesaggio. I singoli edifici sono emersi come solitari, tutti configurati in spazi verdi “igienici” che hanno proposto un tipo di composizione non concepita in termini di spazi indipendenti. Quando si parla – con riferimento a questo sviluppo moderno dell’urbanistica, il cui impatto continua fino ad oggi – di “oblio della città”, si fa ancora riferimento a una rinuncia di principio alla formazione autonoma di spazi urbani dedicati nella forma di strade e piazze.

V. L’insediamento di Japigia, la cui costruzione iniziò dopo la seconda guerra mondiale, può essere considerato come il primo rione della periferia barese. Si trova a sud-est dell’abitato consolidato – tra la costa e la zona degli uliveti – ed è parzialmente collegato alla contrada della Madonnella. La Lama Valenzano, un paesaggio carsico formato dall’impatto sulle rocce calcaree dell’acqua piovana, attraversa l’area e viene scaricata artificialmente in mare. Lo sviluppo, con blocchi di 5-7 piani, è ordinato dalla formazione di spazi aperti

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entiation of conceptual terminology has become evident.

I. With regard to architecture, we presuppose here a spatial understanding that attributes to architectural space a phenomenal independence within the differentiated spatiality of the lifeworld, and alongside other natural, cultural, and sociological conceptions of space: architecture situates, “founds and joins” spaces that appear in the interiors of buildings – such as courtyards – or among buildings – such as squares – and which, by virtue of the proportional proximity of their structural boundaries, we perceive as inner spaces. Other spaces, such as outer spaces, which, by virtue of the remoteness of their boundaries, have the effect of open, expansive “fields” – such as parks – and do not count as architectural space in the strict sense of the term, although they doubtlessly contribute to the spatiality of the city. Architectural spaces appear as place-bound inner spaces that are essentially produced by their structural boundaries. The way in which we are able to move through various spaces within a building, which are connected with one another through openings, corresponds to our everyday experience and perception. However, with this straightforward description of the phenomenon as a perceived event, we have already contrasted the architectural understanding of space to mathematical space, for instance, as well as to other relational conceptions of space. Therefore, we would not refer to “the” space that defines a building, for example, or a city, as a homogenous entity, but instead differentiate between the spaces of a building – and similarly the spaces of a city according to their appearance. Among the “primal phenomena” of architecture that pertain to this aspect of space is the “separation of inner from outer” (Meisenheimer, 2000). In material, constructive, and formal respects, architecture moves toward the boundary, toward the boundaries between spaces (Schröder, 2016): toward the external boundary between inner and outer initially, which is to say between the interior and exterior of a building, and then toward the internal boundaries between various spaces in the interior of a building. Here, external refers to “being outside”, to the situation of being in front of the building, but says nothing, however, about the spatial quality of this situation, since the outside, in relation to the building, may appear as an external space, as an expansive field, or instead as an inner space, as a street or square. In other words: even outside, we may be inside, since even on the outside of a building, architectural spaces can manifest themselves as inner spaces. Nor does the fact that these spaces may not be roofed annul their spatial appearance, as with a courtyard in a building’s interior. Architecture creates structural boundaries between spaces, and determines transitions as openings, which may themselves appear as autonomous spaces, a door or a gate, a window or a niche (Schröder, 2016). Ordinary language also expresses everyday perception, for example when we use prepositions to refer to the habitual spatiality of a situation: when we speak, for example, of being in the doorway, in the niche, at or in the window, in the room or the hall, as well as being in or on the street.

II. The oft-misunderstood paradigm shift toward the fourth dimension of space-time, adopted so enthusiastically by modernists, guided architecture toward new interpretive strategies in both praxis and theory1. A far-reaching erosion of the structural boundaries of interior space caused

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the traditional dialectic of inner and outer to retreat into the background. For architecture, this meant a self-imposed renunciation of independent space formation in favor of the formal composition of structural elements, which aimed toward the substantial nullification of the boundary between inner and outer. When this modern development of “spacelessness” in architecture is discussed (Schröder, 2009), the term should by rights refer to the conceptualized renunciation of the autonomous formation of interior spaces (Denk, et al., 2016).

III. When we attempt to describe the spatiality of the city from an architectural perspective, we are neither obliged to challenge the architectural understanding of space described here, nor are we obliged to replace the underlying theoretical model, such as by exchanging an absolute concept of space for a relational one. We describe the substantiality of the spaces of the city as perceived spatial situations, which here seem more like inner spaces, and elsewhere more like outer spaces, and which act upon us accordingly. With regard to the inner spatiality of the city, it is worth remarking here that we have at our disposal both a traditional theoretical discourse and a differentiated typology of spaces, one that has generated an encyclopedic collection of references for urban design. Naturally, the same cannot be said for the outer spatiality of the city, since it is not conceived in terms of differentiated spaces, but instead as continuous space, at least in the tradition of architectural modernity. But such a relational conceptualization of space – and this should be self-evident – involves a greater attentiveness to form, to the morphology of built structures, to a city of objects. In order to overcome this inherited conception of space, we would need to imagine, describe, and define the outer spatiality of the city as a city of spaces, too. A typology of the outer spaces of the city would then have the task of introducing a differentiated definition of the meaning of familiar and excessively generalizing terms – those of the cityscape or townscape – and of contributing to a synchronous spatial understanding of the inner and outer spaces of the city.

IV. In opposition to Sitte’s aesthetics of urban space, urban planning during this era increasingly took a relational understanding of space as its point of departure: among other things, the opening up of urban spaces was intended to achieve a profound interpenetration between city and landscape. Individual buildings emerged as solitaires, all configured in green spaces that were connoted as hygienic, and which supported a compositional relationship that was not conceived in terms of independent spaces. When we speak – with reference to this modern development in urban planning, whose impact continues up to the present – of the “oblivion of the city” (Schröder, 2009), then we are once again referring to a conceptualized renunciation of the autonomous formation of dedicated urban spaces in the form of streets and squares (Denk, et al., 2016).

V. The settlement of Japigia, whose construction began after the Second World War, can be considered as the first district in the periphery of Bari. It is located southeast of the consolidated city – between the coastline and the olive-growing area – and is partially connected to the district of Madonella. The Lama Valenzano, a karst landscape formed by the impact of rainwater on calcareous rocks, crosses the area and is artificially discharged into the sea. The development, with 5-7 story slabs, is dominated by convex

Fig. 1 - Santa Rita. La città interna ed esterna. Japigia e Santa Rita. Due quartieri urbani. Bari 2021. BiArchBari International Archifestival 2021 “Margini, Confini, Frontiere”, Workshop “Margini - GreenVille”. Capogruppo: prof. Uwe Schröder, Dipartimento di progettazione spaziale, RWTH Aachen University; assistenti accademici: Nicola Carofiglio M.Sc., Oliver Wenz M.Sc; assistenti agli studenti: Maria Cazzorla, Antonella Cerabino, Elisabetta Chieppa. Santa Rita. The interior and exterior city. Japigia and Santa Rita. Two urban quarters. Bari 2021. BiArchBari International Archifestival 2021 “Margini, Confini, Frontiere”, Workshop “Margini - GreenVille”. Team leader: prof. Uwe Schröder, Department of Spatial Design, RWTH Aachen University; academic assistants: Nicola Carofiglio M.Sc., Oliver Wenz M.Sc; student assistants: Maria Cazzorla, Antonella Cerabino, Elisabetta Chieppa.

convessi e concavi che mancano di un ordine generale e/o corrispondente. A favore dell’identità del luogo, il progetto qui presentato conferisce un carattere inequivocabile alla città interna. Japigia può così diventare un quartiere urbano con strade, piazze e cortili. La sequenza di situazioni spaziali interne, architettonicamente orientate, stabilisce una gerarchia e quindi una distinzione tra pubblico, semi-pubblico e privato. Le strutture ambivalenti e aperte degli isolati si integrano tipologicamente ai blocchi e ai cortili consentendo un’ulteriore differenziazione spaziale, permettendo di accedere ai blocchi dall’esterno e ai cortili dall’interno. Gli isolati possono così presentare giardini privati negli spazi interni, mentre i cortili risultano semiprivati o addirittura pubblici. Questi spazi interni sono intesi come paesaggi culturali urbani: come parchi e orti, prati e foreste. Le nuove tipologie aggiunte di blocchi, cortili, torri e ville portano anche a nuove forme dell’abitare.

La forzata densificazione tipo-morfologica conferisce al quartiere Japigia un’atmosfera urbana: la città come mescolanza. Il quartiere, spazialmente introverso, si apre alla lama e al paesaggio. I paesaggi culturali rurali esterni e quelli urbani interni possono così completarsi a vicenda.

VI. L’area di Santa Rita risulta isolata a sud dell’abitato consolidato, nei pressi del precedente insediamento di Carbonara. L’abitato si estende lungo la Lama Picone, su un pianoro strutturato da uliveti e caratterizzato dalla cava dismessa (Cava di Maso), che fa parte della lama stessa. Lo sviluppo dell’insediamento, con estese “lastre edilizie” orientate verso nord-sud o est-ovest, indicano uno spazio intermedio privo di gerarchie che, nella sua ambivalenza, non può stabilire alcuna coerenza né orientamento. La trasformazione dell’insediamento induce ad una caratteristica intensificazione spaziale della città esterna. Il continuum spaziale dato e l’ordine relazionale trovato sono conser-

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Fig. 2 - Santa Rita: assonometria e sezione urbana.

Santa Rita: axonometry and urban section.

vati come punti di partenza. Il carattere della città spazialmente libera è intensificato monumentalmente con l’aggiunta di ulteriori oggetti strutturali. Con l’inserimento di torri, monumenti, spazi ad aula e ville, non solo si arricchisce tipo-morfologicamente l’insediamento, ma anche le aree aperte dell’abitato subiscono una notevole intensificazione, senza mai interrompere, tuttavia, le sequenze di situazioni spaziali esterne architettonicamente slegate tra loro. Questa intensificazione e moltiplicazione di sovrapposizioni, che conducono dentro e attraverso le atmosfere spaziali esterne, sono determinate da un ordine compositivo generale che mantiene il campo spazialmente aperto e allo stesso tempo lega i corpi in modo complementare. Un uliveto che si estende uniformemente in tutto l’insediamento sottolinea la transizione, senza alcuna soglia, tra le molteplici situazioni spaziali esterne.

Verso ovest, in direzione del paesaggio rurale coltivato, il rigido ordine vegetale si dissolve lentamente; verso est e, in direzione della Lama, raggiunge il limite topografico. Per rafforzare le strutture a sviluppo monotipologico e monofunzionale esistenti, si consigliano alcuni interventi: I. Conchiglia. Per aumentare lo spazio abitativo esterno e aumentare la flessibilità d’uso degli appartamenti, dovrebbero essere aggiunti ulteriori strutture esterne, come logge, lungo le pareti longitudinali; II. Aule: agli isolati urbani devono essere assegnate architetture elementari che accolgano spazi dedicati alla cultura e al commercio; III. Aperture: quando è opportuno, i lunghi volumi orizzontali dell’edificio possono essere accorciati, interrotti e/o portati a una nuova scala attraverso grandi aperture. In questo modo, anche l’area di Santa Rita potrebbe essere trasformata in un luogo straordinario, in un quartiere dall’atmosfera urbana.

VII. Le periferie urbane europee pongono la questione del disegno degli spazi della città e di una città degli spazi: va notato come, per quanto riguarda la

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and concave open space formations that lack a superior and/or corresponding order. In favor of the identity of the place, the design endows the unambiguous character of the interior city. Thus, Japigia can become an urban neighbourhood with streets, plazas and courtyards. The sequence of architecturally bound interior spatial situations establishes a hierarchy and thus the distinctness of spatial spheres between the public, semi-public and private. The ambivalent open structures of the panes are typologically supplemented to blocks and courtyards, which allow a further spatial differentiation: blocks are accessed from the outside, courtyards from the inside. Blocks therefore feature private gardens in the interior spaces, while courtyards are semi-private, or even public. These landscaped interior spaces are understood as urban cultural landscapes: as parks and allotments, as meadows, meadows and forests. The newly added typologies of blocks, courtyards, towers and villas also lead to new forms of living. The forced typo-morphological densification gives the Japigia neighbourhood an urban atmosphere: the city as a mixture. The spatially introverted quarter opens up to the lama and the landscape. Thus, outer rural and inner urban cultural landscapes can complement each other.

VI. Santa Rita is isolated to the south of the consolidated town, near the former town of Carbonara. The settlement extends along the Lama Picone, on a plateau structured by olive groves

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and characterized by the abandoned quarry Cava di Maso, which is part of the Lama. The development of the settlement, with extended slabs that take up north-south or east-west orientations, indicate a hierarchy-less intermediate space that, in its ambivalence, can assert neither coherence nor orientation. The transformation of the settlement leads to a characteristic spatial intensification of the exterior city. The given spatial continuum and the found relational order of bodies are maintained as starting points. The character of the spatially unbound city is monumentally intensified with the addition of further structural objects. With the insertion of towers, monuments, aulas and villas, not only is the settlement typo-morphologically enriched, but the open field of the settlement also experiences a vehement intensification, without ever interrupting the various sequences of architecturally unbound exterior spatial situations. This intensification and multiplication of overlapping, leading into and through each other exterior spatial atmospheres are determined by a superordinate compositional order that keeps the field spatially open and at the same time binds the bodies back and together in a complementary manner. A plantation of olive trees spreading evenly throughout the settlement emphasizes the thresholdless transition between the manifold exterior spatial situations. Towards the west, in the direction of the rural cultivated landscape, the strict vegetative order slowly dissolves; towards the east, in the direction of Lama, it reaches the topographical edge. To strengthen the existing mono-typological and mono-functional development structures, various interventions are recommended: I. Shell. To increase the exterior living space and increase the flexibility of use of the apartments, additional exterior cabinets should be added along the longitudinal walls as loggias; II. Aulas: elementary architectures that accommodate spaces of cultural and commercial dedication are to be assigned to the panes; III. Opening: where appropriate, the long horizontal building volumes can be shortened, interrupted and/or led to a new scale through large-scale openings. In this way, Santa Rita can also be led to a memorable place, to an urban neighborhood with an urban atmosphere. VII. The peripheries of European cities raise the question of the design of the spaces of the city and of a city of spaces: It should be noted that, with regard to the interior city, we have a traditional theoretical discourse and a differentiated typology of spaces that have produced an encyclopaedic collection of references for urban design. The same cannot be claimed for the exterior city in this way, since it was not and is still not conceived in terms of differentiated spaces, but rather as a continuous space. Such a relational conception of space, however, increasingly turns attention to the form, the morphology of building structures, to a city of objects. If we wanted to overcome this traditional conception of space, then we would also have to imagine, describe and define the external city as a city of spaces.

The dedicated appearance of spaces in places is also the task of urban planning! Only that in this case we do not only deal with architectural spaces, i.e. with interior spaces, but at the same time with other spaces, with exterior spaces to be differentiated, but in any case not with “the” space.

The exterior city should no longer be understood as a diffuse continuum, but should be presented as a structured context of exterior situations, places, and fields that can be experienced, which take into account different characters and at-

Fig. 3 - Japigia. La città interna ed esterna. Japigia e Santa Rita. Due quartieri urbani. Bari 2021. BiArch - Bari International Archifestival 2021 “Margini, Confini, Frontiere”, Workshop “Margini - GreenVille”. Capogruppo: prof. Uwe Schröder, Dipartimento di progettazione spaziale, RWTH Aachen University; assistenti accademici: Nicola Carofiglio M.Sc., Oliver Wenz M.Sc; assistenti agli studenti: Maria Cazzorla, Antonella Cerabino, Elisabetta Chieppa.

Japigia. The interior and exterior city. Japigia and Santa Rita. Two urban quarters. Bari 2021. BiArch - Bari International Archifestival 2021 “Margini, Confini, Frontiere”, Workshop “Margini - GreenVille”. Team leader: prof. Uwe Schröder, Department of Spatial Design, RWTH Aachen University; academic assistants: Nicola Carofiglio M.Sc., Oliver Wenz M.Sc; student assistants: Maria Cazzorla, Antonella Cerabino, Elisabetta Chieppa.

città interna, si presenti una visione ancora tradizionale, una tipologia differenziata di spazi che hanno prodotto un insieme enciclopedico di riferimenti per la progettazione urbana. Lo stesso non si può dire per la città esterna, che non era e non è tuttora concepita in termini di spazi differenziati, ma piuttosto come continui. Una tale concezione relazionale dello spazio, tuttavia, si rivolge sempre più alla morfologia delle strutture edilizie, a una città di oggetti. Se volessimo superare questa concezione tradizionale, dovremmo immaginare, descrivere e definire la città esterna come una città degli spazi. L’aspetto degli spazi compete anche all’urbanistica! Ma in questo caso non si tratta solo di spazi architettonici, cioè di spazi interni, ma anche di altri spazi, di spazi esterni da differenziare. La città esterna non va più intesa come continuum diffuso, ma va concepita come un contesto strutturato di situazioni, luoghi e campi esperibili, tenendo conto di caratteri e atmosfere differenti, campi complementari di tensione tra città e paesaggio. In questo modo il paesaggio urbano può diventare natura urbana, città e paesaggio, architetture urbane di case e cortili, insediamento e quartiere, e paesaggi culturali urbani di orti, parchi e cimiteri, foreste, pascoli e prati. Una tipologia sistematica degli spazi esterni della città – non ancora disponibile – potrebbe anche promuovere una comprensione sincrona degli spazi interni ed esterni della città. L’architettura avrebbe così anche il compito di individuarli e delimitarli, rendendoli disponibili ad una “città degli spazi”.

Note

1 László Moholy-Nagy, ad esempio, è arrivato a una concezione relazionale in questo modo: “il design dello spazio è il design della relazione spaziale dei corpi”.

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Fig. 4 - Japigia: assonometria e sezione urbana. Japigia: axonometry and urban section.

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mospheres in the complementary field of tension between city and landscape. In this way, the urban landscape can become urban nature, city and landscape, urban architectures of house and yard, settlement and neighbourhood, and urban cultural landscapes of allotments, parks and cemeteries, forests, pastures and meadows. A systematic typology of the exterior spaces of the city – which is not yet available – could also promote a synchronous understanding of space for the interior and exterior spaces of the city. Architecture would thus also have the task of identifying and delimiting these outer spaces, and of providing them to a “city of spaces” (Denk and Schröder, 2104).

Notes

1 László Moholy-Nagy, for example, is arrived at a relational conception in this way: “Spatial design is the design of the spatial relatedness of bodies”.

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urbanform and design

Leggere la città, produrre la città

Considerazioni e manifesto

DOI: 10.48255/2384-9207.UD 17-18.2022.12

U+D

CIAUD Centro de investigação em Arquitetura, Urbanismo e Design, Universidade de Lisboa E-mail: cdcoelho.luotp@gmail.com, sergiopadrao@campus.ul.pt

Reading

the city, building the city. Reflections and manifesto

Keywords: urban morphology, design process, research by design

Abstract

One of the main questions that arises facing the discipline of the form of the city, or, in its more precise expression, urban morphology studies, is the relationship between reading, necessarily understood in an interpretative sense, and the construction of the city and its elements, components, spaces and buildings. Since the city is probably the most complex object of human production, its reading, global or by components, must necessarily be spatial-temporal and comparative.

The reading must allow us to decode the object, understanding it in its existence and its dynamics. For this reason, we must be able to find an explanatory framework for all the operations we perform when we want to read or intervene in the city, and which in practice correspond to the reduction of a complex object to certain interpretative, simple and schematic components.

The question of transposing the reading into the design does not, and cannot, contain any trace of a deterministic path or cause-effect relationship but, on the contrary, must always be based on the assumption that from any premise we can conceive different paths rather than different goals, considering the dynamism of the built environment.

The design will always assume an eminently personal nature. In this sense we intend to approach it through two examples of mere illustrative value. The first is an intervention concept for a problem addressed in the abstract. The second one is the establishment of strategies for a specific case, from a range of alternative options.

Uno dei principali interrogativi che si pone quando si affrontano disciplinarmente gli studi sulla forma urbana, o, nella sua espressione più precisa, di morfologia urbana, è il rapporto tra la lettura, intesa necessariamente in senso interpretativo, e la produzione della città e suoi elementi, componenti, spazi ed edifici. Naturalmente la questione si pone con accezioni molto diverse, a seconda della formazione dei tanti studiosi e attori coinvolti nel dibattito sulla forma della città, che oggi attrae e coinvolge non solo gli addetti ai lavori originariamente interessati alla materia, in particolare architetti, urbanisti, geografi e storici, bensì si estende a nuovi campi disciplinari come quelli dei matematici, degli antropologi, e di molti altri.

Il fatto è che, fin dal principio, vi è stata una separazione tra chi si è concentrato sulla lettura della forma della città, inclusa la comprensione dei fenomeni che l’hanno originata, e chi ha cercato di dedurre delle leggi a partire dalla lettura di essa, per utilizzarle in seconda battuta come strumenti per la produzione di urbanità.

One of the main questions that arises facing the discipline of the form of the city, or, in its more precise expression, urban morphology studies, is the relationship between reading, necessarily understood in an interpretative sense, and the construction of the city and its elements, components, spaces and buildings.

Of course, this question arises with very different meanings, depending on the training of the many scholars and actors involved in the debate on the urban form, which nowadays attracts and involves not only those originally interested in the matter, as architects, urban planners, geographers and historians, but extends to new disci-

È possibile rilevare tale linea di demarcazione dalla fine dell’Ottocento, molto evidente nei principali precipitati del Novecento, soprattutto nel periodo tra le due guerre, ma con maggiore risalto nella seconda metà del secolo, con il condensarsi, palesemente, di differenti percorsi di studi per architetti e urbanisti da un lato, e geografi e storici dall’altro. Se la prospettiva che ci interessa è quella dei primi, considerando come argomento di dissertazione il rapporto tra la lettura e la produzione della città, dello spazio e degli edifici, è importante notare che la rilevanza o l’utilità dello studio della forma non ha sempre costituito un valore consensuale tra architetti e urbanisti, ma, per tutto il Novecento, è stata cristallizzata in un prisma ideologico, costituendo uno dei principali confronti culturali in ambito disciplinare e professionale. Va tuttavia chiarito che l’interesse per la forma della città non è il vero nocciolo della questione: l’attenzione e lo sforzo vanno indirizzati sulla città costruita, la città fisica, un oggetto reale che abitiamo e sperimentiamo attraverso tutti i nostri sensi e che costituisce probabilmente il più complesso sedimento di civiltà. Tuttavia, la prima e meno incompleta approssimazione all’oggetto costruito è, come per tutti gli altri oggetti fisici ed esistenti materialmente, la sua forma. Per non dilungarci ulteriormente nella questione, possiamo ricorrere ad Aristotele, considerando l’espressione “la forma è l’essenza delle cose” e, in tal senso, potremmo asserire che se l’essenza non esaurisce la natura complessa della cosa in sé, ne sarà comunque la componente più importante. È in questo senso che gli studi sulla forma urbana costituiscono l’approccio più vicino alla comprensione di questo oggetto complesso e dinamico ed è attraverso di essi che tentiamo di decodificare al meglio “la cosa”.

Infine, è importante capire ciò che ci porta a legare la lettura della città al processo della sua produzione. Considerando che lo spazio che abitiamo è in realtà un manufatto umano, che ereditiamo, e verso il quale tendiamo con tutto il bagaglio di una cultura, risulta inevitabile opporci all’idea chimerica della città come esperienza continuamente ex novo, di ricreazione fondativa, che mira ad ignorare tutta la realtà esistente. Produrre la città non è trascrivere modelli cristallini su di un foglio bianco, bensì entrare in un treno in corsa che continuerà il suo viaggio anche dopo esserne scesi. Qualsiasi contributo alla

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costruzione di questo oggetto sarà sempre incompleto e limitato nel tempo, e potrà essere più ricco man mano che riusciremo a decodificarne la forma, che comprenderemo la natura dello stesso, le caratteristiche degli elementi che lo costituiscono, le sue logiche.

La questione della natura dell’oggetto

Per leggere e interpretare veramente l’oggetto-città, è necessario comprendere la particolarità della sua natura.

In primo luogo, la città, essendo un oggetto fisico e reale, è un oggetto tridimensionale, rappresentabile nelle tre dimensioni spaziali. È un oggetto dello spazio, dato che gode di un’esistenza concreta sulla Terra, come luogo specifico e irripetibile. Se a ciò aggiungiamo la complessità delle sue componenti (sito, spazi ed edifici, struttura catastale, e molte altre), capiamo perché tutte le città sono uniche e irripetibili.

Si potrebbe addirittura affermare che, sebbene le città possano essere classificate in determinate categorie nel contesto di una certa cultura (ad esempio come capitali, città di mare, ecc.), potendole classificare in base alla presenza di programmi simili (parlamento, stazione, ferrovia, cattedrale, ecc.) gli esiti ottenuti sono comunque infiniti (fig. 1).

Parallelamente, la città è un oggetto inseparabile dal tempo. La città può essere compresa solo nel dinamismo della sua continua evoluzione e nella sua forma risultante dalle tensioni tra azioni che la producono ei molteplici ritmi di cambiamento. Inoltre, il cambiamento di interessi e mentalità, se non di civiltà, innesca un meccanismo di perdita di significato e successiva reinterpreta-

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Fig. 1 - Diversità della materializzazione di un programma urbano nelle città Capitali; campioni di tessuto e tracciato di Roma, Parigi e Lisbona. Diversity of the materialization of an urban program in capital cities; fabric samples and layouts of Rome, Paris and Lisbon.

Fig. 2 - Molteplici variazioni dell’edificio; porzione di tabella comparativa dei tipi di edifici di edilizia abitativa collettiva nella città di Lisbona organizzati per tipo.

Building multiple variations; part of comparative table of types of collective housing buildings in the city of Lisbon organized by type.

plinary fields such as those of mathematicians, anthropologists, and many others.

The fact is that, since the beginning, there has been a separation between those who have concentrated on reading the urban form, including the understanding of the phenomena that gave rise to it, and those who have tried to deduce laws starting from the reading, to use them secondly as tools for the production of urbanity.

It is possible to detect this demarcation line from the end of the 19th century, very evident in the main results of the 20th century, especially in the period between the two world wars, but with greater prominence in the second half of the century, with the evident condensing of different paths of studies for architects and urban planners on the one hand, and geographers and historians on the other.

If the perspective that interests is the former, considering the relationship between reading and the building of the city, space and buildings as a topic for dissertation, it is important to note that the relevance or usefulness of the study of form does not always have constituted a consensual value between architects and urban planners but, throughout the twentieth century, it was crystallized in an ideological prism, constituting one of the main cultural debate in disciplinary and professional fields.

However, it should be clarified that the interest in the urban form is not the real focus of the matter: attention and effort must be directed

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towards the built city, the physical city, a real object that we inhabit and experience through all our senses and that probably constitutes the most complex sediment of civilization. However, the first and least incomplete approximation to the built object is, as for all other physical and materially existing objects, its form. In order not to dwell further on the question, we can recall Aristotle, considering the expression “form is the essence of things” and, in this sense, we could say that if essence does not exhaust the complex nature of the thing in itself, neither it will still be the most important component. It is in this sense that urban morphology studies constitute the closest approach in understanding this complex and dynamic thing and it is through them that we try to best decode “the object”. Finally, it is important to understand what leads us to link the reading of the city to the process of its construction. Considering that the space we inhabit is actually a human artifact, which we inherit, and towards which we tend with the whole legacy of a culture, it is inevitable to oppose the chimerical idea of the city as an ex novo experience, of new foundation, which it aims to ignore all existing realities. Building the city is not transcribing crystalline models on a white sheet, but entering a moving train that will continue its route even after getting off it. Any contribution to the construction of this object will always be incomplete and limited in time, and may be richer as we manage to decode its form, as we understand its nature, the characteristics of the elements that make it up, and its logic.

The question of the nature of the object

To truly read and interpret the city-object, it is necessary to understand the particularity of its nature.

First of all, the city, being a physical and real object, is a three-dimensional object, which can be represented in three spatial dimensions. It is an space-object, since it has a concrete existence on Earth, as a specific and unrepeatable place. If we add the complexity of its components (site, spaces and buildings, plot structure, and many others), we understand why all the cities are unique and unrepeatable.

It could even be argued that, although cities can be classified in certain categories in order to a certain cultural context (i.e. capitals, seaside settlements, etc.), being able to classify them according to the presence of similar programmes (i.e. parliament, railway station, cathedral, etc.) the results are in any case infinite (fig. 1).

In parallel, the city is an object inseparable from time. The city can only be understood in the dynamism of its continuous evolution and in its form as the result of the tensions between the actions that produce it and the multiple rhythms of change. Furthermore, the change of interests and mentality, when not of civilization, triggers a mechanism of loss of meaning and subsequent reinterpretation of the places that compose it during the production process itself.

Therefore, if we consider the city for the entire extension of its existence and, from this, we interpret its form, we face an object built up by the incessant result of successive additions, alterations and reinterpretations, resulting from momentary, distinct and contradictory visions that shape a physical object. Now, this temporal object can only be considered as an imperfect one.

Imperfect in both senses: imperfect as “drafted” and imperfect because “incomplete”.

This glance on the nature of the object contrasts with the one that prevailed for much of

zione dei luoghi che la compongono durante lo stesso processo di produzione. Se consideriamo quindi la città per tutta l’estensione della propria esistenza e, da ciò, ne interpretiamo la forma, ci troveremmo di fronte a un oggetto come incessante risulta di successive aggiunte, alterazioni e reinterpretazioni, risultanti da visioni momentanee, distinte e contraddittorie, che modellano un conseguente oggetto fisico. Ora, questo oggetto temporale non può che essere inteso solo come un oggetto imperfetto. Imperfetto in entrambi i sensi: imperfetto in quanto “abborracciato” e imperfetto perché “non finito”. Questo punto di vista sulla natura dell’oggetto si contrappone a quello che ha prevalso per gran parte del XX Secolo: una visione che ha plasmato molte delle espansioni e ricostruzioni di città europee del secondo dopoguerra, che ha rifiutato la città esistente in quanto imperfetta e che ha imposto la soluzione di un città modulare, finita e conclusa. Ma, oltre alla città presa come fenomeno di spazio e di tempo, esiste una terza caratteristica intrinseca di questo manufatto che merita particolare attenzione e che risulta decisiva anche per la questione del rapporto lettura-scrittura: il riconoscimento della città come oggetto culturale. Poiché la città costruita è un manufatto, cioè un oggetto di produzione umana, ha un’esistenza concreta e storica, ed è stata adottata a partire da un certo momento. In tal senso, la città potrebbe anche scomparire e la società finire per organizzarsi attraverso un altro supporto. La città non scaturisce da alcun processo naturale, ma da un insieme di opzioni e intenzioni individuali e collettive che si materializzano nel tessuto umano (che deve coesistere al tessuto edificato affinché una città si possa definire tale).

È per questo che tale oggetto è culturale non ha invarianti nella sua organizzazione o negli elementi che lo costituiscono. Tutti gli elementi di composizione o organizzazione della città sono risultato di opzioni, consensi e opposizioni legate a tempi specifici, figure individuali e gruppi determinati, confrontanti di idee, interessi e opportunità (fig. 2).

Questo è l’unico modo per comprendere l’esistenza di elementi urbani come i fori nelle città dell’Impero Romano, o le piazze reali nelle capitali europee del XVII e XVIII secolo, o, al contrario, l’inesistenza dell’elemento quadrato in alcune culture, come nelle città giapponesi. L’isolato, o la parcella, così come il concetto stesso di centro, che nella nostra città ha costituito elementi imprescindibili ed essenziali per la costituzione dei tessuti edificati e dell’organizzazione urbana, sono inesistenti in città di altre culture o possono assumere caratteri e rilevanze profondamente divergenti.

La questione della produzione della città Comprendendo la natura dell’oggetto, possiamo allora interrogarci sugli equivoci legati alla sua produzione che hanno costituito uno dei principali punti di conflitto disciplinare del Novecento.

La città è sempre stata prodotta da frammenti (tessuti, elementi) e la resistenza dell’esistente prevale quasi sempre sul desiderio di rinnovamento. Tale dinamica è molto evidente anche negli imponenti progetti urbani ottocenteschi, quando le grandi capitali moltiplicarono le loro dimensioni e si ristrutturarono profondamente (esemplari i processi di Parigi, Vienna, Barcellona): molte delle espansioni furono effettuate mediante addizione di tessuti e ristrutturazione con interventi in lacuna.

Fu nel Novecento, con l’avvento di tecnologie aggiornate e di nuove discipline – l’urbanistica –, che i problemi della città esistente furono analizzati e ritenuti irrimediabili, conferendo valore al piano come strumento configuratore di uno spazio/oggetto che sarebbe dovuto essere perfetto.

Occorre però chiarire una responsabilità che oggi viene attribuita quasi esclusivamente al Movimento Moderno, e che deriva dalle grandi opportunità create dalla ricostruzione delle città distrutte nella Seconda Guerra Mondiale. Se al Movimento Moderno si può attribuire il rifiuto della città esistente, sta di fatto che era già diffusa la credenza nella pianta e nella città perfetta e compiuta, e assieme nell’urbanistica, come scienza riparatrice. Questo fenomeno

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è ben illustrato dalle reazioni ai lavori di lettura e interpretazione della città, come modo di produrla, realizzati per primi da Saverio Muratori e Gianfranco Caniggia negli anni ’60 e ’70, e da Philippe Panerai e Jean Castex negli anni ’80. Ma se il piano come proposta compiuta, così come il progetto architettonico come chiave di lettura e di intervento sulla città, non spiega completamente il processo di formazione di questo oggetto, pur essendo parte di esso, è necessario trovare i fenomeni che, dilatati nel tempo, concorrono alla realizzazione di questo disegno, e quindi dedurre e costruire una teoria a supporto della produzione di città a partire dalla lettura.

Possiamo quindi correlare la dinamica di produzione della città a due fenomeni complementari: la sedimentazione e la metamorfosi. Il primo, la sedimentazione, è un fenomeno che consiste nell’incessante operazione di addizione e sottrazione di elementi e strutture in un contesto preesistente, rispettando, o meglio non contravvenendo, una regola prestabilita accettata come processo di rinnovamento e crescita urbana. Questo può spiegare, ad esempio, l’evoluzione di Manhattan nel XX secolo, il cui stato attuale corrisponde grosso modo alla stessa configurazione di fine Ottocento, perché tutti gli edifici sono stati sostituiti rispettando la struttura pubblica e limitandosi al sistema parcellare esistente.

Ma il fenomeno della sedimentazione, da solo, non è in grado di spiegare alterazioni come quelle che hanno interessato il Campo di Marte a Roma, per esempio. In casi come questo si attua uno spostamento dei confini tra spazio pubblico e privato, una scomposizione e riappropriazione dell’edificio, visto spesso non come edificio, ma come elemento urbano a supporto della ricostruzione. Possiamo chiamare questo fenomeno metamorfosi, e si verifica quando altera la natura degli spazi costruiti, e più che la deformazione, ciò che risulta è evidente è proprio la scomposizione dei vari elementi dai tessuti e la loro ricontestualizzazione.

Naturalmente, questi due fenomeni agiscono simultaneamente, interconnettendo tutte le azioni tra il tessuto edificato e le sue componenti, dove si integrano progetti e piani, o meglio, le azioni che da essi scaturiscono e si materializzano.

Solo così si spiega la distanza tra progetti e piani, idealmente perfetti e coerenti in ogni parte, e le contraddizioni della città costruita. Non possiamo paragonare la Ville contemporaine de 3 millions d’habitants a nessuna città effettiva di tre milioni di abitanti. E, sebbene di dimensioni simili, non possiamo confrontare Tolosa con Toulouse-le-Miray, come hanno illustrato Collin Rowe e Fred Koetter (fig. 3).

C’è più ricchezza formale, tipologica, compositiva e costruttiva in una piccola porzione di via urbana cancellata dal Plan Voisin che nell’intera proposta avanzata da Le Corbusier nel 1925. Nel suo radicalismo, il Movimento Moderno non ha combattuto la città del passato, come apparentemente si proponeva, bensì la città del presente, la città esistente, in una posizione diametralmente opposta a quella di chi la intende come il più grande deposito culturale della nostra civiltà.

Presupposti metodologici del rapporto tra lettura e progetto

Se mettiamo in discussione l’idea chimerica della città perfetta e compiuta e del piano come strumento globale e definitivo per la sua costruzione, dovremmo riuscire a definire invece i presupposti da stabilire nel processo produttivo della città che considerano l’intervento in un territorio carico di informazioni da leggere e decodificare.

Come punto di partenza, possiamo riassumere la questione come l’opposizione tra una posizione che rifiuta la città esistente, mirando a una città perfetta, e un’altra che accetta la città esistente come una delle più grandi ricchezze della produzione umana e comprende che è su questo che dobbiamo operare. Queste visioni opposte si consumano in approcci di produzione della città, in tutte le dimensioni dell’intervento, altrettanto divergenti. Dietro l’opportunità di un’operazione urbana, per quanto piccola possa essere – edificio o

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the 20th century: a paradigm that shaped many of the post-World War II expansions and reconstructions of European cities, which rejected the existing urban ground as imperfect and which imposed the solution of a modular, finished and concluded city.

But, in addition to the city taken as a phenomenon of space and time, there is a third intrinsic characteristic of this object which deserves particular attention and which is also decisive for the question of the reading-writing relationship: the recognition of the city as a cultural object. Since the built city is an artifact – i.e. an object of human production –, it has a concrete and historical existence, and has been adopted since a certain moment. In this sense, the city could even disappear and society end up organizing itself through another structure. The city does not spring from any natural process, but from a set of individual and collective options and intentions that materialize in the human fabric (which must coexist with the built fabric for a city to be defined as such).

This is why this cultural object has no invariants in its organization and in the elements that constitute it. All the elements of the city’s composition or organization are the result of options, consensuses and oppositions related to specific times, individual figures and specific groups confronting ideas, interests and opportunities (fig. 2).

This is the only way to understand the presence of urban elements such as the forums in the cities of the Roman Empire, or the royal squares in the European capitals of the 17th and 18th centuries, or, conversely, the absence of the squared urban element in some cultures, such as in Japanese cities. The block, or the parcel, as well as the concept of the city center, which in our urbanity has constituted unavoidable and essential elements for the construction of the fabric and of the urban system, doesn’t exist in other cultures cities or can assume profoundly different characters and relevance.

The question of building the city

Understanding the nature of the object, we can then ask ourselves about the misunderstandings associated with its production, which constituted one of the main points of disciplinary conflict of the 20th century.

The city has always been produced from fragments (fabrics, elements) and the resistance of the existing almost prevails over the desire for renewal. This dynamic is also very evident in the imposing 19th century urban projects, when the great capitals multiplied their size and profoundly restructured themselves (the processes of Paris, Vienna, Barcelona are exemplary): many of the expansions were carried out by adding fabrics and restructuring with interventions in gap. It was in the 20th century, with the advent of updated technologies and new disciplines – i.e. urban planning – that the problems of the existing city were analyzed and considered irremediable, giving value to the plan as a configuration tool for a space/object that should have been perfect. However, it is necessary to clarify a responsibility that today is attributed almost exclusively to the Modern Movement, and which derives from the great opportunities created by the reconstruction of the cities destroyed in the Second World War. If the rejection of the existing city can be attributed to the Modern Movement, the fact is that the belief in the plan and in the perfect and complete city was already widespread, together with urban planning, as a science of reparation.

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This phenomenon is well illustrated by the reactions to the works of reading and interpreting the city, as a way of producing it, first made by Saverio Muratori and Gianfranco Caniggia in the 1960s and 1970s, and by Philippe Panerai and Jean Castex in the 1980s.

But if the plan as a complete proposal, as well as the architectural project as a key to understanding and intervening on the city, does not fully explain the process of formation of this object, despite being part of it, it is necessary to find the phenomena which, dilated over time, contribute to the realization of this design, and therefore deduce and build a theory to support the production of cities starting from the reading.

We can therefore correlate the production dynamics of the city to two complementary phenomena: sedimentation and metamorphosis.

The first one, sedimentation, is a phenomenon that consists in the incessant operation of addition and subtraction of elements and structures in a pre-existing context, respecting, or rather not contravening, a pre-established rule accepted as a process of urban renewal and growth. This can explain, for example, the evolution of Manhattan in the 20th century, whose current state roughly corresponds to the same configuration at the end of the 19th century, because all the buildings have been replaced respecting the public structure and limiting themselves to the existing parcel system.

But the phenomenon of sedimentation is unable to explain alone alterations such as those affecting the Campo di Marte in Rome, for example. In cases like this there is a shift of the boundaries between public and private spaces, a decomposition and reappropriation of the building, often seen not as a building, but as an urban element to support the reconstruction. We can call this phenomenon metamorphosis, and it occurs when it alters the nature of the built spaces and, more than deformation, what is evident is precisely the decomposition of the various elements from the fabrics and their recontextualization. Obviously, these two phenomena act simultaneously, interconnecting all the actions between the built fabric and its components, where projects and plans are integrated, or rather, the actions that arise and materialize from them. This is the only way to explain the distance between projects and plans, ideally perfect and coherent in every part, and the contradictions of the built city. We cannot compare the Ville contemporaine de 3 millions d’habitants with any actual city of three million inhabitants. And, while similar in size, we cannot compare Toulouse with Toulouse-le-Miray, as Collin Rowe and Fred Koetter have illustrated (fig. 3). There is more formal, typological, compositional and constructive richness in a small portion of a city street canceled by the Plan Voisin than in the entire proposal made by Le Corbusier in 1925. In its radicalism, the Modern Movement did not fight the city of the past, as it apparently aim to, but the city of the present, the existing city, in a position diametrically opposed to that of those who looked at it as the greatest cultural sedimentation of our civilization.

Methodological assumptions of the relationship between reading and design If we question the chimerical idea of the perfect and complete city and of the plan as a global and definitive tool for its construction, we should instead be able to define the conditions to be established in the productive process of the city which consider the intervention in a territory full

spazio – alberga sempre la stessa ambizione: rifiutare e ricreare l’oggetto. Ma la grande questione non si trova in questa dicotomia, piuttosto riguarda la ricerca di quali sono i principali criteri che dovrebbero guidare gli interventi che considerano la città esistente come un valore irrinunciabile. In questo senso, si potrebbero indicare tre principi che si oppongono al rinnovamento iconoclasta e che sostengono l’impossibilità di dissociare la lettura dell’oggetto esistente dalla sua stessa produzione.

Il primo assunto si oppone all’idea di intervento sulla città come operazione necessariamente onnicomprensiva, e in questo senso si può ipotizzare che qualsiasi operazione debba essere per forza di cose incompleta, accettando la realtà esistente, pur restando la possibilità di intervenire e modificare. Ma soprattutto consta nel riconoscere che la ricchezza dell’oggetto è garantita dall’aggiunta di un frammento, elementare o composto, a un sistema riconoscibilmente ricco e complesso.

Il secondo si oppone all’idea della città come oggetto perfetto e finito, accettando la natura temporale e transitoria di qualsiasi progetto o intervento. In questo senso, qualsiasi operazione o edificio occuperà solo un segmento temporale, una fase, e con una maggiore o minore resistenza farà parte dei tanti ritmi che caratterizzano la dinamica dell’oggetto urbano. La lunga vita delle strutture spaziali e costruite di una città è legata proprio alla loro capacità di consentirne la reinterpretazione in un tempo più o meno distante dalla loro creazione, ferma restando una cultura che momentaneamente elegge determinati oggetti o spazi a rappresentativi di sé (fig. 4).

Il terzo dei presupposti supera l’idea che la città e la sua evoluzione siano pienamente programmabili e controllabili; al contrario si deve accettare che un’operazione urbana avrà ripercussioni sull’evoluzione della città basata sull’interpretazione che altri – esterni al progetto – produrranno. Questo principio della “fecondazione successiva” per ogni operazione urbana prevede la reinterpretazione dell’oggetto o del frammento urbano, ma anche delle idee che esso emana. Di fatto, questo assunto considera la densità culturale della città costruita, il suo carattere unico, e la sua capacità di riprodurre il proprio artefatto – costruzione – culturale come ricchezza di valore superiore a qualsiasi modello ideale.

La rilevanza della lettura in relazione al progetto

La questione della trasposizione della lettura nel progetto, o meglio, la questione del progetto sostenuto dalla lettura, vera giustificazione per i lavori di morfologia urbana, si fonda su due aspetti complementari. Il primo è la lettura della città esistente, ovvero del suo tessuto così com’è, e il secondo la comprensione delle idee che hanno dato origine a questa realtà fisica, che sperimentiamo, e la cui approssimazione meno imperfetta corrisponde alla sua forma.

Questa trasposizione non contiene, né può contenere, alcuna traccia di un percorso deterministico, di un rapporto di causa-effetto, ma al contrario, si basa sul presupposto che da qualsiasi premessa si possa concepire non tanto diversi obiettivi bensì percorsi diversi, considerando il dinamismo del manufatto costruito.

La lettura, invece, riconosce la ricchezza di una realtà esistente, a prescindere dal progetto da sostenere o contrastare. È importante sottolineare il fatto che la realizzazione di qualsiasi oggetto fisico – una arredo, un edificio, una frammento urbano – implica sempre una sperimentazione preliminare e una successiva concettualizzazione. Quella che in un determinato momento alcuni hanno definito “base 0”, ovvero la creazione completamente slegata da un precedente, è in realtà una produzione basata su di un riferimento più astratto, di possono essere esempio i solidi platonici, a cui più volte si è fatto ricorso. La costruzione di un diagramma che rappresenti il processo di creazione di un oggetto fisico comporta un insieme di passaggi che teoricamente possono essere schematizzati in: 1. oggetto esistente; 2. lettura dell’oggetto; 3. concettualizzazione di un nuovo oggetto; 4. ideazione in progetto; 5. materializzazione di un nuovo oggetto che, in un processo circolare, implica la ripetizione degli

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Fig. 3 - Povertà della produzione del modello ex-novo vs complessità della città consolidata; Tolosa e Toulouse-le-Mirail (Collin Rowe e Fred Koetter).

Poorness of the production of the ex-novo model vs complexity of the consolidated city; Toulouse and Toulouse-le-Mirail (Collin Rowe and Fred Koetter).

of information to read and decode.

As a starting point, we can summarize the question as the opposition between a position which rejects the existing city, aiming at a perfect one, and another which accepts the existing city as the greatest wealth of human production and understands that we must operate on it. These opposing visions lead in equally divergent approaches to the production of the city, in all the intervention scales. Behind the opportunity of an urban operation, however small it may be (i.e. buildings or spaces), there is always the same ambition: to reject and recreate the object. But the big question is not found in this dichotomy, rather it concerns the search for what are the main criteria that should guide the interventions that consider the existing city as an indispensable value. In this sense, three principles could be indicated in opposition to the iconoclastic renewal and highlighting the impossibility of dissociating the reading of the existing object from its own production.

The first assumption opposes the idea of intervention on the city as a necessarily all-encompassing operation, and in this sense it can be hypothesized that any operation must necessarily be incomplete, accepting the existing reality, while remaining the possibility of intervening and modifying it. But, above all, it consists in recognizing that the richness of the object is guaranteed by the addition of a fragment, elementary or compound, in a recognizably rich and complex system.

Fig. 4 - Oggetto-città nel tempo; fasi evolutive della città di Braga. City-object over time; evolutionary phases of the city of Braga.

stessi passaggi a seguire. Astrazione, decontestualizzazione e risignificazione sono strategie che possono essere utilizzate nel corso del medesimo processo.

Rendere operativa la lettura per il progetto

Poiché la città è probabilmente l’oggetto più complesso di tutta la produzione umana, la sua lettura, globale o per componenti, deve necessariamente essere spaziotemporale e comparativa.

Per strutturare il processo di lettura, possiamo ricorrere all’esperienza di Ferdinand de Saussure (1857-1913), che studiò le lingue come oggetto, non assegnando alcun giudizio di valore che vedesse un idioma superiore a un altro. Egli usò metodi comparativi per trovare somiglianze, costituire famiglie e dedurre evoluzioni. Il linguista svizzero propose che ogni scienza dovesse utilizzare due assi come procedura metodologica: un asse di successione e un asse di simultaneità. Ora, per la città, l’asse di successione, l’asse del tempo, pone l’oggetto presente come risultato di un insieme di azioni pregresse che ne giustificano l’assetto odierno, ma, al contempo, lo pone come punto di partenza, ovvero come stadio contenente le informazioni proiettate al futuro (fig. 5). L’asse di simultaneità, cioè dello spazio, colloca l’oggetto all’interno di un’infinita possibilità di varianti, il cui valore è solo quello da noi assegnatogli per un determinato scopo, compreso il progetto. I due assi sottolineano sempre la questione della comparabilità dell’oggetto con un prima (passato) e un dopo (progetto) e con casi simili (valore).

Una volta impostata la lettura, possiamo passare alle procedure che ci permettono di decodificare l’oggetto, comprendendolo nella sua esistenza e

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The second one opposes the idea of the city as a perfect and finished object, accepting the temporal and transitory nature of any project or intervention. In this sense, any operation or construction will only occupy a temporal segment, a phase, and, with greater or lesser resistance, will be part of the many rhythms that characterize the dynamics of the urban object. The long life of the spatial and built structures of a city is linked precisely to their ability to allow their reinterpretation in a time more or less distant from their creation, without prejudice to a culture that momentarily elects certain objects or spaces as representative of itself (fig. 4).

The third of the assumptions goes beyond the idea that the city and its evolution are fully programmable and controllable; on the contrary, it must be accepted that an urban operation will have repercussions on the evolution of the city based on the interpretation that others subjects – external to the project – will produce. This principle of “subsequent fecundation” for each urban operation provides for the reinterpretation of the urban object or fragment, but also of the ideas it springs. In fact, this assumption considers the cultural density of the built city, its unique character, and its ability to reproduce its cultural artefact – the built landscape – as a wealth of higher value than any ideal model.

The relevance of reading in relation to the design

The question of the transposition of reading the city into the urban design, or rather, the question of the design supported by the reading, the real justification for the urban morphology activities, is based on two complementary aspects. The first is the reading of the existing city, i.e. its fabric “as built”, and the second is the understanding of the ideas that gave rise to this physical entity, which we experience, and whose least imperfect approximation corresponds to its form.

This transposition does not contain, nor can it contain, any trace of a deterministic path, of a

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cause-effect relationship, but on the contrary, it is based on the assumption that from any premise we can conceive different paths rather than different goals, considering the dynamism of the built environment.

The reading, on the other hand, recognizes the richness of an existing situation, regardless of the project to support or oppose. It is important to underline the fact that the creation of any physical object – a piece of furniture, a building, an urban fragment – always implies a preliminary experimentation and a subsequent conceptualization. The “base 0”, as some have defined at a certain moment, or the creation completely unrelated to a previous one, is actually a production based on a more abstract reference, such as the Platonic solids, for example, which have often been referred to.

The construction of a diagram that represents the process of creating a physical object involves a set of steps that can theoretically be summarized in: 1. existing object; 2. reading of the object; 3. conceptualization of a new object; 4. conception into design; 5. materialization of a new object which, in a circular process, implies the repetition of the same steps to follow. Abstraction, decontextualization and re-signification are strategies that can be used in the same process.

Operationalize the reading for the design

Since the city is probably the most complex object of all human production, its reading, global or by components, must necessarily be spatiotemporal and comparative.

To structure the reading process, we can recall the experience of Ferdinand de Saussure (18571913), who studied languages as objects, not assigning any value judgment that considers one idiom superior to another. He used comparative methods to find similarities, establish families and deduce evolutions. The Swiss linguist proposed that every science should use two axes as a methodological procedure: an axis of succession and an axis of simultaneity.

Now, for the city, the axis of succession, the axis of time, places the present object as the result of a set of previous actions that justify its current structure but, at the same time, places it as a starting point, or as a stadium containing information projected into the future (fig. 5).

The axis of simultaneity, i.e. of space, places the object within an infinite possibility of variations, the value of which is only that assigned by us for a specific purpose, including design goals. The two axes always underline the question of the comparability of the object with a before (past) and an after (project) condition and with similar cases (value).

Once the reading has been set, we can move on to the procedures that allow us to decode the object, understanding it in its existence and dynamics. To this end, it is necessary to find an explanatory framework for all the operations we carry out when we want to read or intervene on the city and its various components, which in practice correspond to the reduction of a complex object to certain interpretations, thus simplified, and schematic components. Our experience with built cities is full of examples that use facilitating tools, both for their interpretation and in the design process itself, such as, among others, the use of graphic schemes, maps and orthogonal projections of architectural elements.

This approximation to the object, based on the reading and representation of its form, uses an essential tool – drawing – to support the entire process, bearing in mind that it is from it that

Fig. 5 - Diagramma interpretativo della forma urbana di Lisbona dal presente, utilizzando i due assi proposti da Ferdinand de Saussure: asse di simultaneità (spazio) e asse di successione (tempo).

Interpretive diagram of the form of the city of Lisbon from the present, using the two axes proposed by Ferdinand de Saussure: the axis of simultaneity (space) and the axis of succession (time).

dinamica. A tal fine è necessario trovare un quadro esplicativo per tutte le operazioni che svolgiamo quando vogliamo leggere o intervenire sulla città e le sue diverse componenti, che in pratica corrispondono alla riduzione di un oggetto complesso a certe interpretazioni, così semplificate, e componenti schematiche. La nostra esperienza con le città costruite è ricca di esempi che utilizzano strumenti agevolanti, sia per la loro lettura che nel processo stesso di progettazione come, tra i molti, l’uso di schemi grafici, planimetrie e proiezioni ortogonali di elementi architettonici. Questa approssimazione all’oggetto, basata su lettura e rappresentazione della propria forma, utilizza uno strumento essenziale – il disegno – a supporto dell’intero processo, tenendo conto che è da esso che possiamo ridurre, scomporre, interpretare, speculare e infine progettare. Il disegno è di fatto il grande mezzo per leggere e progettare, e se non se ne legittima il ruolo di dispositivo per la condensazione delle idee nella produzione dell’architettura, c’è il rischio che non rientri più sistematicamente nel processo di lettura della città che ricorre, oramai, ad altri strumenti descrittivi come le analisi statistiche e molti altri.

Per ridurre la complessità dell’oggetto al fine di consentirne una lettura operativa e sistematica, possiamo teoricamente ricorrere all’aiuto degli Strutturalisti, che si ritenevano eredi di Saussure, quando postularono che per la comprensione di un oggetto, qui in un senso ampio (linguaggio, poesia, edificio, pittura, etc.), è necessario procedere con la sua scomposizione e ricomposizione. È questa l’operazione che permette di estrarne l’essenza, cioè la struttura di relazioni che dà senso alle parti di un tutto, che costituisce la chiave per la comprensione dell’oggetto. Tutte queste azioni non possono che essere affrontate come operazioni me-

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Fig. 6 - Strade emergenti: metamorfosi della strada in una nuova tipologia di via commerciale (João Leite); Segmentazione e scomposizione di un caso studio.

Emerging streets: metamorphosis of the road into a new typology of commercial street (João Leite); Segmentation and decomposition of a case study.

todologiche, con l’obiettivo di facilitare la lettura, tenendo conto che nell’economia di questa impresa l’oggetto risulta inevitabilmente decontestualizzato e impoverito nella sua ricchezza e complessità.

Applicando questo ragionamento all’oggetto urbano, si possono dispiegare tre operazioni: la prima considera la delimitazione di un frammento urbano; la seconda consiste nello scomporre l’oggetto in componenti sistemiche o elementari; il terzo è la derivazione di matrici e tipi (figg. 6 e 7).

Se la delimitazione isola un frammento o un elemento dal suo insieme, la scomposizione costituisce un’astrazione, poiché identifica sistemi o elementi come autonomi, astraendoli dalla loro natura reale e tridimensionale. La deduzione di matrici e tipi è poi una speculazione, tenendo conto che il tentativo è di ricostituire un’idea sottostante a uno spazio, un oggetto o un insieme di oggetti, portando con sé tutta la potenzialità della creazione.

Gli elaborati ottenuti divengono operativi solo se correlati tra loro per spiegare l’oggetto e anche per supportare deduzioni speculative, che possono quindi informare il processo di progettazione.

Manifesto: il progetto informato, il progetto aperto

Il rapporto conclusivo tra lettura e progetto può declinarsi in un’infinità di percorsi e obiettivi finali. C’è però un solo presupposto che deve essere trasversale a ogni alternativa: il rapporto tra lettura e progetto in ambito di morfologia urbana non può mai assumere un controllo deterministico, ma solo informare un processo creativo e individuale.

Tenendo conto di questa natura eminentemente personale della fase proget-

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we can reduce, decompose, interpret, speculate and finally design. Drawing is in fact the great medium for reading and planning, and if its role as a device for the condensation of ideas in the production of architecture is not legitimized, there is a risk that it will no longer systematically included within the process of reading the city which now consider other descriptive tools such as statistical analyzes and many others.

To reduce the complexity of the object in order to allow an operational and systematic reading of it, we can theoretically call the Structuralists – who considered themselves heirs of Saussure – for help, cause they postulated that for the understanding of an object, here in a broad sense (language, poetry, building, painting, etc.), it is necessary to proceed with its decomposition and recomposition. This is the operation that allows us to extract its essence that is, the structure of relationships that gives meaning to the parts of a whole, which constitutes the key to understanding the object.

All these actions can only be tackled as methodological operations, with the aim of facilitating the reading, bearing in mind that in this operation the object is inevitably decontextualized and impoverished in its richness and complexity.

By applying this reasoning to the urban object, three operations can be deployed: the first considers the delimitation of an urban fragment; the second consists in breaking down the object into systemic or elementary components; the third

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is the derivation of matrices and types (figg. 6, and 7).

If the delimitation isolates a fragment or an element from the whole, the decomposition constitutes an abstraction, since it identifies systems or elements as autonomous, abstracting them from their real and three-dimensional nature. The deduction of matrices and types is then a speculation, bearing in mind that the attempt is to reconstitute an idea underlying a space, an object or a set of objects, bringing with it all the potential of creation.

The drawings obtained become operational only if correlated to each other to explain the object and to support speculative deductions, which can therefore inform the design process.

Manifesto: informed project, open project

The final relationship between reading and design can be declined in an infinite number of paths and final objectives. However, there is only one assumption that must be transversal to every alternative: the relationship between reading and design in the field of urban morphology can never assume a deterministic mood, but only inform a creative and individual process.

Taking into account this eminently subjective nature of the design phase, the goal of the reading, we intend to examine it through two examples of mere illustrative value. The first consists of an intervention proposal, declined in abstract, for an urban problem deduced from a model of critical

Fig. 7 - Strade emergenti: metamorfosi della strada in una nuova tipologia di via commerciale (João Leite); Deduzione di un tipo urbano. Emerging streets: metamorphosis of the road into a new typology of commercial street (João Leite); Deduction of an urban type.

tuale, obiettivo finale della lettura, intendiamo prenderla in esame attraverso due esempi di valore meramente illustrativo. Il primo consiste in una proposta di intervento, declinata in astratto, per un problema urbano dedotto da un modello di lettura critica di un caso parallelo. Il secondo consiste nello stabilire strategie di intervento per un caso specifico, che mostrano il progetto come un processo casistico basato su un’infinita gamma di possibilità che si materializzeranno con maggiore o minore adattamento nella realtà dinamica della città.

1. Una strategia di intervento per la corona periferica di Lisbona Nel corso di tre anni abbiamo dialogato con il Settore di Pianificazione Urbana della città di Lisbona sul tema delle periferie e sul cambiamento della loro natura di “margine” rispetto alla città consolidata. Abbiamo sostenuto che la questione non era meramente geografica, del posizionamento di questo spazio rispetto alla “città centrale”, ma delle sue caratteristiche formali, funzionali e dell’interrelazione tra le parti che lo costituiscono (fig. 8).

Questa urbanità periferica, cioè “fuori dal centro”, di luoghi detti anche suburbani, cioè “al di sotto dell’urbano”, rimanda al suo non riconoscimento come città, bensì come qualcosa “al di là” o “di inferiore” ad essa. Di questi luoghi si criticano la lontananza dalla città consolidata, con la quale vengono sempre confrontati, la monofunzionalità, la divergenza formale nella produzione di urbanizzazione che costituiscono frammenti urbani autonomi, la minore qualità degli spazi e la carenza di attrezzature.

Tenendo conto delle “qualità” che le vengono attribuite, derivanti dal suo confronto con la città consolidata, a cui viene attribuito un valore più elevato, si è cercato di sviluppare un lavoro comparativo tra di esse per poter stabilire dei parametri che traducessero gli attributi formali dell’una e dell’altra.

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Da un campione esteso di un’area centrale e consolidata di Lisbona, si è proceduto alla lettura della sua forma e verificato che è sì composta da frammenti omogenei, distinti, di qualità ma, a differenza dei frammenti del campione periferico, questi sono collegati da elementi strutturali. Non appartenendo specificatamente ad una zona omogenea, essi hanno un ruolo evidente nell’articolazione di diverse realtà morfologiche. Questi elementi strutturali risultano tanto più efficaci quanto più evidente è la loro gerarchica, superiore rispetto alle aree che articolano. È infatti in questi elementi che si concentrano gli spazi principali, gli edifici e le funzioni urbane, relegando i frammenti omogenei in una posizione secondaria.

Tale osservazione ha permesso la creazione di un modello della città consolidata che considerava due aree omogenee disparate e la presenza di un elemento urbano strutturale che le articola, assumendo un ruolo urbano gerarchicamente superiore ai due frammenti. Successivamente, si è costruito un modello rappresentativo di un’area periferica, scoprendo l’alterazione della natura di questo sistema. Va qui rilevato che le aree periferiche sono stabilmente oggetto di politiche pubbliche tendenti alla loro valorizzazione, che si esprimono in rilevanti investimenti che si concretizzano principalmente nella realizzazione di infrastrutture di accesso alla “città centrale”, nonché nella riqualificazione di ogni frammento attraverso l’introduzione di attrezzature pubbliche e il miglioramento generalizzato dei suoi spazi. Nonostante i notevoli miglioramenti, la natura di questo spazio come periferico e sussidiario di un centro cittadino non cambia, e l’obiettivo teorico nel dialogo con il comune ha cercato di rispondere alla sfida ricorrendo più alla ricollocazione degli investimenti che alla soluzione semplicistica del loro incremento. Pertanto, abbiamo proposto di trasporre un modello di elementi strutturali per articolare i frammenti della periferia, ricollocando le funzioni urbane su questi assi, comprendendo che il modello potrebbe costituire un punto di partenza per l’elaborazione di piani e progetti che materializzerebbero questa strategia e quindi trasfigurando concretamente gli spazi “inferiori” e “oltre” l’urbano in vera e propria città.

2. Quattro strategie per un progetto in Campo da Feira a Santarém

Nella città di Santarém si trova un spazio emblematico con l’Arena e la Fiera, dove fino al 1994 si svolgevano le feste più importanti del paese. All’importanza simbolica di questo spazio oggi non corrisponde ad un’adeguata definizione spaziale con conseguente soluzione formale e, pertanto, il Comune ha deciso di commissionare uno studio a sostegno di un dibattito cittadino e di un piano di azioni da intraprendere per fasi.

Il lavoro è stato organizzato essenzialmente in due momenti: una prima fase incentrata sullo studio della città con focus sull’area della fiera (fig. 9); in una seconda, più propositiva, si è fatto ricorso a una serie di ipotesi per promuovere il dibattito coinvolgendo amministrazione municipale e comunità intorno ad una soluzione per un’area così importante per Santarém (fig. 10). L’analisi della città è stata strutturata a partire da una matrice di lettura che interseca tre scale di osservazione con tre temi: Paesaggio, Città, Luogo, con Forma Urbana, Evoluzione della Forma Urbana e Piani e Progetti. Leggere la città ha permesso di riconoscere il ruolo di alcuni elementi preesistenti e la necessità di valorizzarli nel loro insieme. La fase iniziale dei lavori ha portato anche alla riflessione che l’inversione del processo di progressivo abbandono del distretto fieristico può avvenire da una visione integrata e integrativa del quartiere fieristico in un asse strutturale di spazi pubblici che articola il vecchio nucleo della città con le aree di sviluppo che via via si sono organizzate nel circondario.

La complessità del processo in termini di progetto, ma anche in termini politici, ci ha portato a optare per un ventaglio di strategie, espresse in quattro scenari in luogo di un progetto che esprimesse una soluzione finale e compiuta. Nell’eseguire questo procedimento avevamo in mente le proposte di Muratori per Mestre, o anche le tavole che nell’Ottocento dei progetti di collegamento tra il Louvre e le Tuileries. Visti da lontano, questi evidenziano più l’intelligen-

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reading of a parallel case. The second consists in establishing intervention strategies for a specific case, which show the design as a case-study process based on an infinite range of possibilities that will materialize with greater or lesser adaptation in the dynamic reality of the city.

1. An intervention strategy in the peripheral belt of Lisbon

Over the course of three years, we have been in dialogue with the Urban Planning Office of the City of Lisbon focusing on the suburbs and on changing their nature as a “margin” compared to the consolidated city. We argued that the question was not merely geographical, of the position of those areas in relation to the “central city”, but of its formal and functional characteristics and the interrelationship between the parts that constitute them (fig. 8).

This peripheral urbanity, i.e. “outside the centre”, of places also called suburban, i.e. “below the urban”, refers to its non-recognition as a city, but rather as something “beyond” or “inferior” to it.

These places are criticized for their distance from the consolidated city, with which they are always compared, their monofunctionality, their formal divergence in the production of urbanization which constitute autonomous urban fragments, their lower quality of the spaces and the lack of equipment.

Taking into account the “qualities” that are attributed to it, deriving from its comparison with the consolidated city, to which a higher value is attributed, an attempt was made to develop a comparative work between them in order to establish parameters that would translate the formal attributes of one into the other.

From a large sample of a central and consolidated area of Lisbon, we proceeded to read its form and verify that it is indeed composed of homogeneous, distinct, quality fragments but, unlike the fragments of the peripheral samples, these are connected by structural elements. Not belonging specifically to a homogeneous area, they have an evident role in the articulation of different morphological realities. These structural elements are all the more effective the more evident their hierarchy is, superior to the areas they articulate. It is in fact in these elements that the main spaces, buildings and urban functions are concentrated, relegating the homogeneous fragments to a secondary position.

This observation allowed the creation of a model of the consolidated city that considered two disparate homogeneous areas and the presence of a structural urban element that articulates them, assuming an urban role hierarchically superior to the two fragments. Subsequently, a representative model of a peripheral area was built, discovering the alteration of the nature of this system.

It should be noted here that the peripheral areas are permanently subject to public policies aimed at their enhancement, which are expressed in significant investments that mainly materialize in the construction of access infrastructures to the “central city”, as well as in the redevelopment of any fragmentation through the introduction of public facilities and the general improvement of its spaces. Despite the considerable improvements, the nature of this space as a peripheral and subsidiary of a city center does not change, and the theoretical objective in the dialogue with the municipality has tried to respond to the challenge by resorting more to the relocation of investments than to the simplistic solution of their increase.

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Therefore, we proposed to transpose a model of structural elements to articulate the fragments of the suburbs, relocating the urban functions along these axes, understanding that the model could constitute a starting point for the elaboration of plans and projects that would materialize this strategy and thus concretely transfiguring the “inferior” and “beyond” urban spaces into a real city.

2. Four strategies for a project in Campo da Feira in Santarém

The city of Santarém has an emblematic space with the Arena and Fairground, where until 1994 the most important festivities of the town were held. Nowadays the symbolic importance of this space is not matched by an adequate spatial definition with a consequent formal solution and, therefore, the municipality decided to commission a study to support a common debate and a plan of actions to be undertaken in phases. The work was essentially organized in two stages: a first phase focused on the study of the city with a focus on the fairground area (fig. 9); in a second, more proactive phase, a series of hypotheses were used to promote debate by involving municipal administration and community around a solution for such an important area for Santarém (Fig. 10).

The analysis of the city was structured from a reading matrix that intersects three scales of observation with three themes: Landscape, City, Place, with Urban Form, Evolution of Urban Form, and Plans and Projects. Reading the city made it possible to recognize the role of some pre-existing elements and the need to enhance them as a whole entity. The initial phase of the work also led to the reflection that the reversal of the progressive abandonment process of the fair district can spring from an integrated and integrative vision of the place in a structural axis of public spaces that articulates the old core of the city with the areas of development that have gradually been organized in the surrounding areas.

The complexity of the process in terms of design, but also in terms of policy, led us to opt for a range of strategies, expressed in four scenarios rather than a plan as a final and accomplished solution.

In carrying out this process we had in mind Muratori’s proposals for Mestre, or even the 19th century plates for the various connections between the Louvre and the Tuileries. Seen from a distance, these highlight more the intelligence of the process than the formalization of the solutions, all of which are of obvious aesthetic and formal quality, though very different in nature.

The comparison between the urban reading and the premises of the Municipal Assembly Resolution made it possible to imagine the future of the fairground from four possible, plausible and contrasting strategies that start from the recognition of the urban form to address the problem of the area. Each strategy proposes a design scenario that was formulated from a theme, selected from the fundamental characteristics recognized in the structural axis of Santarém, of which the Campo da Feira is part.

The Consolidating scenario is based on a strategy of densification through building onto empty space, understanding that the structural axis of public vocation has been formed and progressively consolidated and densified through the construction of large public buildings.

The Adapting scenario recognizes that the Santarém axis consists of a sequence of important

Fig. 8 - Definizione di un concetto a partire da una lettura critica; una strategia di intervento per la corona periferica di Lisbona: a. Lisbona (centro), tessuto urbano; b. Lisbona (corona periferica), tessuto urbano; c. Lisbona (centro), regioni morfologiche; d. Lisbona (centro), elementi strutturali; e. Articolazione tra due regioni morfologiche; f. Corona periferica; g. Interventi nella corona periferica; h. Interventi alternativi nella corona periferica.

Definition of a concept based on a critical reading; an intervention strategy for the peripheral belt of Lisbon: a. Lisbon (central), urban frabric; b. Lisbon (peripheral belt), urban fabric; c. Lisbon (central), morphological regions; d. Lisbon (central), structural elements; e. Articulation of two distinguish morphological regions; f. Peripheral belt; g. Public interventions in the peripheral belt; h. Alternative interventions in the peripheral belt.

za del processo che la formalizzazione delle soluzioni, tutte di evidente qualità estetica e formale, anche se di natura molto diversa.

Il confronto tra la lettura urbana e le premesse della Delibera dell’Assemblea Comunale ha permesso di immaginare il futuro del polo fieristico a partire da quattro strategie possibili, plausibili e contrastanti, che partono dal riconoscimento della forma urbana per affrontare il problema del quartiere. Ogni strategia propone uno scenario progettuale che è stato formulato a partire da un tema, selezionato tra le caratteristiche fondamentali riconosciute nell’asse strutturale di Santarém, di cui il Campo da Feira fa parte.

Lo scenario Consolidare si basa su una strategia di densificazione attraverso l’edificazione dello spazio, comprendendo che l’asse strutturale di vocazione pubblica è stato formato e progressivamente consolidato e densificato attraverso la costruzione di grandi edifici pubblici.

Lo scenario Adattare riconosce che l’asse di Santarém è costituito da una sequenza di importanti spazi pubblici articolati con edifici unici. È sulla base di questa osservazione che si propone, nell’ambito della fiera, un sistema piazze minori e l’adattamento di una grande piazza monumentale per l’articolazione tra un simbolico edificio preesistente e un nuovo forum polivalente per la città.

Lo scenario Trasformare assume una vocazione ricreativa e culturale per essere parte del sistema di belvederi che caratterizza questa città e in particolare l’asse di spazi pubblici ove si trova il Campo da Feira.

Lo scenario Ricontestualizzare propone un aspetto più ludico per il campo della fiera, associato all’immaginario dell’hortus conclusus, tra il giardino ideale e il parco urbano. Il tema della ricontestualizzazione presuppone che l’area della fiera sia intesa come un sistema di giardini che, a sua volta, fa parte di un corridoio verde oggi appena evidente.

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Fig. 9 - Lettura della città di Santarém: a. Santarém (centro), tessuto urbano; b. Santarém (centro), asse strutturale ed edifici speciali; c. Santarém (centro), asse strutturale e regioni morfologiche; d. Santarém (Campo da Feira), tessuto urbano; e. Santarém (Campo da Feira), planimetria.

Reading the City of Santarém: a. Santarém (central), urban fabric; b. Santarém (central), structural urban axis and singular buildings; c. Santarém (central), structural urban axis and morphological regions; d. Santarém (Campo da Feira), urban axis; e. Santarém (Campo da Feira), plan.

Fig. 10 - Quattro strategie per un progetto; punti di partenza per il progetto di Campo da Feira a Santarém.

Four strategies for an urban design; starting points for the Campo da Feira in Santarém.

Immaginiamo che la soluzione progettuale si condenserà attorno a compromessi, consensi e scelte disseminate nel tempo, avvicinandosi così, in modo più reale, a quella dimensione della produzione della città così com’è fatta, ove il dibattito allargato e collettivo, assieme alla creazione di alternative, interviene attivamente nel processo di progettazione.

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public spaces articulated with unique buildings. It is on the basis of this observation that a minor plaza system and the adaptation of a large monumental plaza for articulation between a symbolic pre-existing building and a new multipurpose forum for the city is proposed as part of the fair.

The Transforming scenario takes on a recreational and cultural vocation for being part of the system of belvederes that characterizes this city and in particular the axis of public spaces where the Campo da Feira is located.

The Recontextualizing scenario proposes a more playful aspect for the fairground, associated with the imagery of the hortus conclusus, between the ideal garden and the urban park. The recontextualizing theme assumes that the fairground is understood as a garden that, in turn, is part of a green infrastructure that is barely evident today.

We imagine that the design solution will condense around scattered compromises, consensuses and choices over time, thus approaching, in a more real way, that dimension of the production of the city as it is made, where the expanded and collective debate, along with the creation of alternatives, actively intervenes in the design process.

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urbanform and design

Ricerca scientifica e progetto urbano Saverio Muratori tra storia e paesaggio

DOI: 10.48255/2384-9207.UD 17-18.2022.13

U+D

Scientific Research and Urban Design. Saverio Muratori between History and Landscape

Keywords: Urban Design, Morphology, Muratori, Landscape

Abstract

The contemporary city is, above all, a “city of knowledge”. All processes that define it have a high scientific-cognitive content and in order to manage them, awareness, critical skills and cultural openness are necessary. But this is the right field of scientific research. On the other hand, the complexity of the city’s transformation processes, the dynamism and volatility of the agents of change that these processes trigger, make it increasingly necessary to adopt approaches capable of grasping these phenomena to translate them into new operational solutions. The role of scientific research in architecture therefore appears to play a decisive role in the knowledge, interpretation and guidance of urban transformation processes.

One of the first experiences of “scientific foundation” of the urban project is that carried out by Saverio Muratori since the 1940s. An experience, long forgotten by his own students, which on the contrary represents an interesting methodological-scientific attempt on which it is appropriate to come again. It is the “structural” value of these experiences that makes them useful for the current debate on the city. It is their ability to synthesize needs that are often very distant from each other, critically unifying them in the common instance of knowledge, that makes them a paradigmatic “prologue” for the scientific project of the contemporary city.

Marco Maretto, Gianluca Emmi

Dipartimento di Ingegneria e Architettura, Università degli Studi di Parma; UPV Universitat Politècnica de València.

E-mail: marco.maretto@unipr.it, gianluca.emmi@uniroma1.it

Il fatto essenziale dell’urbanistica è l’organismo e il carattere della città e cioè il senso originale del suo sviluppo planimetrico nel tempo, del suo ambientarsi nel paesaggio, della sua struttura urbana ed edilizia, della sua vita civile e sociale, del suo clima morale, della sua tradizione e della sua storia.

(Muratori, 1946).

Il progetto urbano rappresenta, da sempre, l’intenzione ordinatrice di una società che attraverso di esso vuole prosperare e rappresentarsi. È un progetto che nasce nel tempo presente delle esigenze che lo generano ma parla al tempo futuro delle aspettative delle generazioni che verranno. in questa doppia temporalità sta, forse, la sua identità più profonda. È un progetto che, per sua natura, è chiamato a tessere relazioni spazio-temporali con i contesti in cui si trova ad intervenire, relazioni dinamiche, fluide, eppure sostanziali nella loro capacità di plasmare e identificare le società che esse stesse rappresentano, perché una società è un organismo fatto di “tessuti”, sociali, economici, culturali, materiali e immateriali, che trovano la loro forma tangibile nella città. Tanto più complesso è il sistema di relazioni che caratterizza una società, tanto più articolate dovranno essere le strutture urbane atte ad accoglierle. Perché la città è, anzi tutto, civitas, organismo civile per eccellenza, dove i “diritti comuni” e i “diritti individuali” convergono nella prospettiva storica.

Progettare la città del XXI secolo richiede, allora, una consapevolezza scientifica ampia, capace di comprenderne dinamicamente i fenomeni, di “fondarli storicamente” e “tradurli semanticamente” in una nuova forma. Una forma dinamica, mutevole, complessa nei suoi contenuti ma semplice nella sua sintassi ritrovando, di volta in volta, i propri significati, “sempre uguali e sempre differenti”.

Il progetto della città è dunque parte di un grande processo creativo e di conoscenza, in cui il ruolo della ricerca scientifica di architettura appare sempre più essenziale nella sua capacità di tenere insieme ambiti disciplinari spesso lontani tra loro unificandoli, criticamente, nella comune istanza della conoscenza.

The essential fact of town planning is the body and character of the city, that is, the original meaning of its planimetric development in time, of its setting in the landscape, of its urban structure and building, of its civil and social life, of its moral climate, and of its tradition and history. (Muratori, 1946).

The urban project has always represented the ordering intention of a society that wants to prosper and represent itself through it. It was born in the present time of the needs that generate it but speaks to the future of the expectations of the generations to come. Perhaps his deepest identity lies in this double temporality. By its nature, it is called to weave spatial-tem-

Una delle prime esperienze di “progetto scientifico” della città è sicuramente quella condotta da Saverio Muratori a partire dagli anni Quaranta del Novecento. Un’esperienza, a lungo dimenticata dai suoi stessi allievi, che ricopre al contrario, un interessante tentativo metodologico-scientifico su cui è altresì opportuno tornare a riflettere.

Muratori e il progetto della città

Il progetto della città, secondo Muratori, è architettura (e viceversa), secondo una visione totale del progetto capace di accogliere il particolare (individuale) e l’universale (collettivo), di tradurre i tessuti urbani in altrettanti “tessuti” economici, sociali e culturali, “senza dimenticare i caratteri occasionali ed effimeri (...) cornice necessaria di vita e di atmosfera, su cui far spiccare i valori fondamentali” (Muratori, 1959). Una città che non teme il confronto con la storia “perché non c’è esigenza, non c’è momento della vita dell’uomo che

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non abbia un precedente da cui organicamente discenda, che non abbia una storia, fornita o non fornita di documenti concreti, ma sempre fondata su precedenti umani” (Muratori, 1950). Una città “sostenibile”, nella sua accezione più ampia, alla cui base sta il concetto dinamico di “autenticità” (cfr. gr. authentikós, lat. authéntēs, “che è fatto da sé”), ovvero la consapevolezza degli strumenti e delle modalità attraverso cui si è venuta stratificando nel tempo, senza formalismi o ideologismi e la possibilità, dunque, di riprogettarla “sempre uguale e sempre differente”. Il progetto urbano è, dunque, un tema centrale per Muratori, è lo strumento cui affidare la coerenza e la correttezza delle scelte architettoniche, è il “contesto” critico e culturale entro cui inserire, consapevolmente, il progetto dell’architettura: “in quelle più vaste composizioni architettoniche che sono le nostre città” (Muratori, 1946).

I progetti urbani di Saverio Muratori costituiscono così un grande “processo di conoscenza” della città e delle sue logiche formative. Al di là della normale episodicità delle diverse esperienze progettuali, infatti, è chiaramente riscontrabile un percorso di crescita e maturazione che, dal Piano Regolatore di Aprilia del 1936 ai progetti veneziani per le Barene di San Giuliano del 1959, individua un evidente progetto culturale, tanto più interessante in quanto assolutamente spontaneo: un “progetto di vita” che diviene programma culturale e viceversa, dunque eminentemente “vero” secondo una visione Gadameriana della conoscenza (Gadamer, 1983).

Un percorso che Muratori compie in tre fasi successive (Maretto, 2015). Dapprima, “tra modernismo e classicismo” (1936-47), si trova a sperimentare i temi e i linguaggi del razionalismo europeo, pur all’interno del ricco e complesso dibattito italiano di quegli anni. Ricerca che lo porterà, giovanissimo, a partecipare al concorso per la redazione del Piano Regolatore di Aprilia (con

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Fig. 1 - Studi di progetti urbani (Archivio Muratori).

Studies in Urban Design (Archivio Muratori).

poral relationships with the contexts in which it intervenes and to shape and identify the societies it represents, because a society is an organism made of social, economic, cultural, material and intangible “fabrics”, that find their tangible form in the city. The more complex the system of relationships that characterizes a society, the more articulated must be the urban structures able to accommodate them. Because the city is, above all, civitas, a civil body par excellence, where “common rights” and “individual rights” converge in the historical perspective. Designing the city of the 21st century therefore requires a broad scientific awareness, capable of dynamically understanding its phenomena, of “historically founding them” and “translating them semantically” into a new form. A dynamic, changeable form, complex in its contents but simple in its syntax, finding, from time to time, its own meanings “always the same and always different”.

The city project is therefore part of a great creative and knowledge process, in which the role of scientific research in architecture appears increasingly essential in its ability to hold together disciplinary fields that are often distant from each other, unifying them critically in the common instance of knowledge.

One of the first experiences of a “scientific project” of the city is certainly the one of Saverio Muratori since the 1940s. An experience, long forgotten by his own students, which on the

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Fig. 2 - Le nuove città minerarie: Cortoghiana (1939-40). Modello e prospettive.

The new mining towns: Cortoghiana (1939-40). Model and perspectives.

contrary covers an interesting methodological-scientific attempt on which it is appropriate to come again.

Muratori and the Project of the city

The city project, according to Muratori, is architecture (and vice versa), in accordance with a total vision of the project capable of receiving the particular (individual) and the universal (collective), of translating the urban fabrics into as many economic, social and cultural “fabrics”, “without forgetting the occasional and ephemeral characters [...] necessary frame of life and atmosphere, on which the fundamental values are to be made to stand out” (Muratori, 1959). A city that does not fear a comparison with history “because there is no need, there is no moment of human life that does not have a precedent from which it organically descends, that does not have a history, provided or not provided with concrete documents, but always founded on human precedents” (Muratori, 1950). A “sustainable” city, in its broadest sense, at the base of which lies the dynamic concept of “authenticity” (lit. “which is made by itself”), that is, the awareness of the instruments and the ways through which it has been stratified in time and the possibility, therefore, of re-designing it “always identical and always different”. The urban project is therefore a central theme for Muratori, it is the instrument to which entrust the coherence and correctness of the architectural choices, it is the critical and

F. Fariello, L. Quaroni, E. Tedeschi). A queste prime esperienze dovrà un rigore progettuale e metodologico che lo accompagnerà per tutta la vita. Anche il dialogo con la storia nasce in questi anni. Inizialmente come strumento di riflessione ed approfondimento delle tematiche moderne, successivamente come palinsesto in cui calare criticamente il progetto della città. Quindi la fase del “Neorealismo e del “laboratorio” Ina–Casa” (1948-50) in cui Muratori lascia sedimentare le esperienze precedenti immergendosi in una sorta di estasi “verista” (sulla scia dell’empirismo scandinavo e del neorealismo italiano) che trova nel progetto Ina-Casa per il Tuscolano il suo massimo esempio. Si tratta di un settennio di apparente sospensione della continuità nelle ricerche urbane di Muratori, che agirà però da filtro preparatorio della successiva fase “morfologica”. Da questo laboratorio, infatti, emerge la terza ed ultima fase, la più importante, che caratterizzerà in maniera indelebile tutto il pensiero muratoriano. È il periodo veneziano (e poi romano) in cui gli studi e i rilievi dei tessuti storici delle città acquistano valenza paradigmatica non solo sul piano dei successivi sviluppi teorici ma anche (e soprattutto) nella maturazione di una disciplina progettuale che troverà la sua massima espressione nel concorso per le Barene di San Giuliano a Venezia.

La Morfologia urbana come fondamento “scientifico” del progetto Alcuni concetti fondamentali sono alla base di questa esperienza. Il primo è quello di “Crisi”, di cui si è ampiamente discusso in altre sedi, e del quale Muratori scrive: “Le crisi sono dei fenomeni niente affatto eccezionali della vita, ma ne divengono anzi l’aspetto tipico, poiché sempre la vita si pone cen-

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tralmente come organicità, cui si oppongono ostacoli di varia natura, esterna o interna, comunque ostacoli all’equilibrio acquisito. [...] E questi momenti di trapasso, questi momenti di flesso, in cui le leggi antiche tentano di trasformarsi in leggi più ampie e più comprensive, rappresentano appunto le crisi” (Muratori, 1960). La maturazione di questa consapevolezza sembra svilupparsi nel corso del periodo bellico quando, evidentemente, Muratori si trova ad approfondire i suoi studi di carattere teorico-filosofico e durante il quale, scriverà Ludovico Quaroni, deve avere incontrato “qualche personaggio che è stato per lui un catalizzatore” (Quaroni 1984). Personaggio che “potremmo chiamare emblematicamente Friederich Schiller” scrive Giorgio Pigafetta nel suo testo su Saverio Muratori (Pigafetta, 1990). È attraverso le pagine dei Briefe ueber die aesthethische Erziehung (Schiller, 1795) e di Ueber naive und sentimentalische Dischtung (Schiller, 1795-96), infatti, che la frattura dicotomica su cui si fonda la crisi dell’epoca moderna trova forse la sua enunciazione più convincente e, soprattutto, più vicina alle tesi muratoriane: (l’umanità) “cerca di raggiungere mediante la ragione quella stessa unità spontanea che la ragione col suo apparire aveva scisso” (Pareyson, 1983). Un’umanità la cui “riunificazione” si può attuare, secondo Muratori, solo attraverso una radicale revisione dei presupposti che hanno condotto a quella scissione e che segnano l’esperienza della modernità. Alla frantumazione del moderno non si può, infatti, semplicemente proporre un programma teorico alternativo, è necessario radicare questo programma nella “concretezza dei fatti empirici”, nella “verità” della realtà storica: “l’occhio ideale istallato nel soggetto è emblema di una linea culturale, dominante nell’epoca moderna, che stemperando la ragione nelle pratiche di una “risolutiva” e semplificante razionalizzazione, non è più in grado né di comprendere

Fig. 3 - Napoli. Quartiere Ina-Casa “La Loggetta”. Plastico dell’intervento e schema morfologico (disegno dell’autore). Si nota chiaramente la gerarchia degli spazi pubblici e degli edifici speciali, individuandosi un sistema “alto”, a carattere civile e religioso, ed uno “basso” specialistico. (Archivio Vagnetti). Naples. Ina-Casa neighbourhood “La Loggetta”. Project model and author morphological scheme. One can clearly note the hierarchy of public spaces and specialised buildings, differentiating between a “high” civic and religious system and a “low” specialised one. (Archivio Vagnetti).

cultural “context” within to insert the project of the architecture: “in those vaster architectural compositions that are our cities” (Muratori, 1946).

Saverio Muratori’s urban projects thus constitute a great “process of knowledge” of the city and its formative logics. Beyond the normal episodic nature of the different planning experiences, it is clearly possible to find a maturation path that, from the Master City Plan of Aprilia in 1936 to the Venetian projects for the Barene di San Giuliano in 1959, identifies an evident cultural project, a “project for life” that becomes a cultural programme and vice versa, “true” in a Gadamerian vision of knowledge (Gadamer, 1983). A path that Muratori carried out in three successive phases (Maretto 2015). First, “between modernism and classicism” (1936-47), experimenting with the themes and languages of European rationalism. This research would lead him, very young, to participate in the competition for the Master Plan of Aprilia (with F. Fariello, L. Quaroni, and E. Tedeschi). These early experiences would give him a planning and methodological rigour that would accompany him throughout his life. His dialogue with history will also born in those years. Initially as an instrument for investigating modern themes, later as a palimpsest in which to critically identify the project of the city. Then the phase of “Neorealism and the Ina-Casa “workshop” (1948-50) in which Muratori left his previous experiences to settle

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Fig. 4 - Roma, Progetto per un quartiere Ina Casa alla Magliana I e II. (1956-1957) e Schema morfologico (disegno dell’autore). Rome, Project for an Ina Casa quarter at Magliana I and II (1956-1957) and Author morphological scheme.

immersing himself in a sort of “realist” ecstasy that found its greatest example in the Ina-Casa project for Tuscolano. They were seven years of a suspension of the continuity in the urban research carried on by Muratori, who would however act as a preparatory filter for the following “morphological” phase. Indeed, from this workshop emerged the third and last phase, the most important one, which would characterize in an indelible way the entire Muratorian thinking. It is the Venetian (and then Roman) period in which the studies and surveys of the historical fabrics of the cities acquire a paradigmatic value not only on the level of subsequent theoretical developments but also (and above all) in the maturation of a planning discipline that would find its maximum expression in the competition for the Barene di San Giuliano in Venice.

Urban Morphology as the

“scientific”

foundation of the project

Some basic concepts are at the heart of this experience. The first is that of a “Crisis”, which has been widely discussed in other forums and of which Muratori wrote: “Crises are not at all exceptional phenomena of life, but they become the typical aspect of life, since life always stands centrally as organicity, to which obstacles of various nature are opposed, external or internal, in any case obstacles to the acquired balance. [...] And these moments of passing, these moments of inflection, in which ancient laws attempt to

la necessità della storia, né la ricchezza e la forza di riscatto di una ragione più piena” (Pigafetta, 1990). Una “ragione storica” che trova la sua piena manifestazione nei tessuti urbani in quanto “tessuti civili” per eccellenza: “L’anatomia di un organismo urbano va studiata e capita nei tracciati e nei tessuti edilizi, nel loro inserirsi nella natura e nel paesaggio (Maretto, 2008). [...] L’ampliamento di una città è già (infatti) in potenza, nella sua organica struttura e nella sua positura naturale” (Muratori, 1950). Occorre allora “lasciare lavorare la realtà comprendendone il senso del migliore utilizzo” scriverà Muratori nel 1972, occorre leggere la “verità” della realtà storica “come via elettiva per ricomporre l’interezza perduta” (Muratori, 1976). Il secondo concetto fondamentale è poi quello dell’assoluta convergenza della teoria e del progetto nella medesima istanza fondativa della conoscenza: l’architettura è strumento di conoscenza e viceversa, non esiste architettura senza conoscenza, pena la sua perdita di significato e valori civili. E questo è particolarmente vero nel progetto della città, dove alla componente conoscitiva si aggiunge quella etica ed entrambi trovano nell’architettura, secondo Muratori, la loro sintesi più profonda. Il tema, ancora una volta, non è quello di proporre nuovi valori cui attenersi, quanto quello di capire le logiche che hanno portato, nel tempo, al formarsi di quei valori. Ogni teoria (anche una teoria del valore) si gioca sempre, infatti, nel campo della critica ed ogni critica è necessariamente contemporanea al pensiero che la determina. S’instaura così un legame in grado d’inverare, di volta in volta, valori “sempre uguali e sempre differenti” dal passato verso il futuro, attraverso il presente. Non si tratta di valori del passato da recuperare, quanto piuttosto di valori del presente, della contemporaneità, della piena “attualità” critica, da ri-scoprire. Non si tratta, secondo Muratori, di proporre nuovi strumenti d’indagine, né d’individuare spazi di confronto

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tra il nuovo e l’antico, si tratta di restituire un rapporto “collaborativo” con la storia, del cui processo noi stessi facciamo parte. Dalla consapevolezza della crisi alla “scoperta” della morfologia; dalla convergenza della teoria e dell’architettura (ove l’architettura è “scienza del progetto”) nella comune istanza della conoscenza, all’invenzione della morfologia come sintesi, si delineano così chiaramente i confini di una ricerca che trova nel progetto della città il suo pieno compimento.

Il 1950 è sicuramente un anno fondamentale per Muratori. È l’anno della sua chiamata in cattedra a Venezia e della sua definita maturazione scientifica e progettuale. Con il 1950, potremmo dire, sarà gettata la “prima pietra” di quella che sarà di fatto, in tutte le sue sfaccettature, la scuola italiana di tipologia edilizia e morfologia urbana. E di questo Muratori era in parte consapevole se leggiamo la prolusione del suo corso di “Caratteri degli Edifici”, materia tradizionalmente positivistico-funzionalista, che egli trasformerà sensibilmente, individuando nell’esame dei processi formativi della città e di suoi organismi edilizi un campo di studi radicalmente innovativo: “In luogo di un corso cosiddetto istituzionale nello spirito positivistico, fondato sulla classificazione della casistica edilizia, fu preso in esame il processo formativo del tipo edilizio in un settore particolarmente trattato dall’edilizia contemporanea, quello dell’abitazione, concentrando lo studio sugli esperimenti specifici condotti dai tecnici e teorici funzionalisti, da Klein a May a Gropius ed estendendo il processo agli antecedenti e ai conseguenti in un vero e proprio sviluppo storico continuo”. Il funzionalismo, dunque, come fase coerente della storia moderna e perciò stesso da superare per dare, a quelle ricerche, un futuro valido per l’epoca contemporanea. Un superamento possibile, però, solo tornando alla “concretezza dei fatti empirici” visti nella loro dimensione storica e di cui i “raziona-

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Fig. 5 - Esempi delle tre strutture “tipiche” del tessuto urbano veneziano: Campo San Polo (isole- parrocchie), Santa Maria Formosa (a “spina”), Cannaregio (a “pettine”).

Examples of the three “typical” structures of the Venetian urban fabric: Campo San Polo (island parishes), Santa Maria Formosa (“spine”), Cannaregio (“comb”).

Fig. 6 - Asse parrocchiale di San Polo. Da notare, nella Veduta del De Barbari (1514), che il Campo San Polo è accuratamente pavimentato mentre il Campo di San Giacomo dall’Orio è ancora al suo stato antipolare di “campo”. San Polo parish axis. It is noticeable, in De Barbari’s Veduta (1514), that Campo San Polo is carefully paved while Campo di San Giacomo dall’Orio is still in its antipolar state of “campo”.

turn into broader and more comprehensive laws, represent precisely crises” (Muratori, 1960). The maturation of this awareness seems to develop during wartime when, evidently, Muratori found himself going deeper into his studies of a theoretical-philosophical nature and during which, Ludovico Quaroni would write, he must have met “some character who was a catalyst for him” (Quaroni, 1984). A character that “we could emblematically call Friederich Schiller” wrote Giorgio Pigafetta in his text on Saverio Muratori (Pigafetta, 1990). It is through the pages of the Briefe ueber die aesthetische Erziehung (Schiller, 1795) and Ueber nauive und sentimentalische Dischtung (Schiller, 1795-96), that the dichotomic fracture upon which the crisis of the modern era is based found its most convincing statement closer, above all, to the Muratorian theses: (humanity) “seeks to achieve by reason that same spontaneous unity that reason with its appearance had split” (Pareyson, 1983). A humanity whose “reunification” can be implemented, according to Muratori, only through a radical revision of the assumptions that led to that split and that mark the experience of modernity. The breakup of modernity cannot, indeed, simply be offered an alternative theoretical programme, it is necessary to entrench this programme in the “concreteness of empirical facts”, in the “truth” of historical reality: “the ideal eye installed in the subject is the emblem of a cultural line, dominant in the modern era,

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which, by attenuating reason in the practices of a “decisive” and simplifying rationalization, is no longer able to understand either the necessity of history or the wealth and power of redemption of a fuller reason” (Pigafetta, 1990). A “historical reason” that finds its full manifestation in urban fabrics as much as in “residential fabrics” par excellence: “The anatomy of an urban organism must be studied and understood in the building plans and fabrics, in their insertion into nature and the country (Maretto, 2008). [...] The expansion of a city is already (indeed) potential, in its organic structure and in its natural position” (Muratori, 1950). It is therefore necessary to “let reality work comprehending the meaning of its best use” Muratori wrote in 1972, it is necessary to read the “truth” of historical reality “as an elective way to recompose the lost wholeness” (Muratori, 1976).

The second fundamental concept is that of the convergence of theory and project in the same fundamental instance of knowledge: architecture is a tool of knowledge and vice versa, there is no architecture without knowledge, or it will lose its meaning and civil values. And this is particularly true in the city’s project, where the ethical component is added to the cognitive component and both find in architecture, according to Muratori, their deepest synthesis. The theme, once again, is not to propose new values to follow, but to understand the logic that has led, in time, to the formation of those values. Every theory (also a theory of value) is always played out on the field of criticism and every criticism is necessarily contemporary to the thought that determines it. In this way, a bond is established that can, each time, realize values that are “always identical and always different” from the past to the future, through the present. These are not values of the past to be recovered, but rather values of the present, of contemporaneity, of the full critical “topicality”, to be rediscovered. According to Muratori, it is not a question of proposing new instruments of investigation, nor of identifying spaces of comparison between the new and the old, it is a question of restoring a “collaborative” relationship with history, of whose process we ourselves are part. From the awareness of the crisis to the “discovery” of the morphology; from the convergence of theory and architecture in the common instance of knowledge, to the invention of morphology as synthesis, the boundaries of a research that finds its full accomplishment in the city’s project are thus clearly delineated.

1950 was certainly a fundamental year for Muratori. It was the year of his call to the chair in Venice and of his scientific and planning maturation. With 1950, we could say, the “first stone” of what would be the Italian school of building typology and urban morphology. And of this Muratori was in part aware if we read the prolusion of his course on “Characters of Buildings”, a traditionally positivist-functionalist subject, which he would significantly transform, identifying a field of radically innovative studies in the examination of the formative processes of the city and of its building organisms: “In place of a so called institutional course in the positivist spirit, based on the classification of the building survey, the formative process of the building type was examined in a sector treated particularly by contemporary building, that of housing, concentrating the study on the specific experiments carried out by functionalist technicians and theorists, from Klein to May to Gropius and extending the process to the antecedents and the consequents

li” tessuti veneziani costituivano un’occasione unica: “Questo incontro con la realtà fu davvero illuminante – continua Muratori – e aprì la via ad una serie di esperienze metodologiche sui processi positivi della struttura edilizia e urbana che risultarono determinanti, accentrando in sé, sempre più, l’interesse del corso” (Muratori, 1963). Venezia segna così l’inizio di una vera rivoluzione nell’interpretazione dei fenomeni urbani. Ma il 1950 è anche l’anno in cui Muratori pubblica il testo Vita e storia delle città, una sorta di prologo critico ai successivi saggi di storiografia urbana: “Che l’urbanistica debba avere una visione storica e cioè universale [...] ce lo dice del resto il fatto che essa s’interessa delle città non come cose inerti, ma come organismi creati dall’uomo per la vita, che è continuo svolgimento [...] che non può essere intesa nella visione analitica di particolari aspetti [...] ma solo nella sua totalità, perché solo in questa le riconosciamo un senso” (Muratori, 1950). La città è dunque il “fondamento individuale e allo stesso tempo collettivo della creazione architettonica” in quanto costituita da elementi “collegati nello spazio, secondo un ordine estensivo, ma anche nel tempo, secondo un ordine di sviluppo, costituendo quelle sequenze formali che sono i cosiddetti organismi tipici di una civiltà” (Muratori, 1946). Obiettivo primario degli studi condotti da Muratori nel decennio 1949-59 sarà così “il chiarimento in concreto del duplice aspetto che comporta ogni indagine edilizia (ovvero) l’individuazione di una tipologia urbanistica o edilizia e l’individuazione di una linea di sviluppo storico”. In altre parole, il vero obiettivo, per Muratori, sarà quello d’individuare il “nesso strutturale” su cui si fonda, nel suo graduale sviluppo temporale, l’esistenza concreta di una città. In quest’ottica il tradizionale metodo d’indagine “a schede tipologiche” si dimostrerà insufficiente e parziale nella sua incapacità a cogliere il tutto “storico” dei campioni che analizza e sarà presto abbandonato a favore di “uno studio organico per unità urbane [...] solo nei quartieri infatti, rilevati casa per casa e fase per fase, si può cominciare a cogliere lo stretto nesso che lega il singolo nella società, il mondo individuale nel linguaggio, nella tecnica e nella economia del tempo e in sostanza quella strutturalità della vita sempre [...] perfettamente qualificata come tutto e come momento” (Muratori, 1960). Così i diversi tipi di tessuto urbano divengono il risultato di altrettanti “tessuti” economici, sociali, culturali, politici, che proprio in essi trovano concretezza e forma. Una “forma semantica” dal cui studio è possibile “leggere” e “scrivere” la storia di un luogo antropico, in tutta la sua scalarità: “il tipo edilizio non s’individua se non nella sua applicazione concreta, cioè nel tessuto edilizio; (...) un tessuto urbano non s’individua se non nel suo termine totale, cioè nell’organismo urbano e il valore totale di un organismo urbano lo si afferra solo nella sua dimensione storica”. La scala urbana, quindi, in quanto condizione essenziale di vita associata, di rimandi continui tra particolare e universale, tra l’individuo e la civitas, diviene per Muratori il minimo comune denominatore civile di tutte le esperienze condotte in questo decennio: il contesto minimo necessario per la lettura “strutturale” dei tessuti edilizi e per il progetto della città. In questi anni Saverio Muratori progetta i suoi ultimi due quartieri Ina-Casa: il quartiere “La Loggetta” a Napoli (1953) e il grande quartiere della Magliana (1956-57). Se Napoli è il punto di partenza di questa nuova ricerca morfologico-progettuale, la Magliana ne costituisce la necessaria messa a punto, portando a maturazione tematiche che si compiranno di lì a poco con il concorso veneziano. Nel 1959 esce Studi per una operante storia urbana di Venezia e la morfologia urbana ha il suo primo testo ufficiale, nonché il fondamento critico per i suoi ultimi e più consapevoli progetti urbani: i tre progetti veneziani per le Barene di San Giuliano.

Il concorso per Le Barene di San Giuliano a Venezia (1959)

Il concorso prevedeva la progettazione di un insediamento di circa 40.000 abitanti da realizzarsi presso San Giuliano, in posizione baricentrica tra gli insediamenti lagunari e quelli di terraferma. Un baricentrismo funzionale, sociale e culturale, oltre che geografico, dato che al nuovo quartiere sarebbero state affidate tutte quelle funzioni, tipiche di una città moderna, che faticavano

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a trovare adeguata collocazione nel centro storico veneziano. Una “Venezia contemporanea” cui consegnare la responsabilità del futuro dell’intera enclave lagunare: ovvero una “città-estuario”. Alcune “concetti-chiave” sottendono tutta quest’esperienza: il concetto di organismo, il concetto di complementarità, il concetto di tipizzazione. Al primo Muratori affida l’unità civile dei tre progetti, la loro conseguente omogeneità ambientale e l’esigenza costante della “misura” umana degli interventi; al secondo è legata l’individuazione di sotto unità (urbane e sociali) in cui articolare il progetto d’insieme, il loro necessario coordinamento in senso policentrico e quindi, le istanze identitarie (individuali) e di appartenenza (collettive) della nuova civitas; all’ultimo concetto è rivolta la ricerca di strutture tipiche in grado di farsi portatrici della storia edile (sociale e culturale) del luogo. Muratori infatti, come sappiamo, non è interessato alla storiografia dei luoghi e dei tessuti che va ad analizzare, quanto piuttosto al “nesso strutturale” che ne consenta una lettura “operativa” per fasi successive, che consenta cioè di leggere e capire il processo storico nella sua interezza e di porlo come fondamento critico del progetto urbano contemporaneo. Ciò emerge con grande chiarezza nei progetti veneziani tanto che Muratori stesso, nella relazione al progetto, individua i “tre tipici sistemi di orditura” che hanno caratterizzato, nel tempo, i tessuti veneziani:

a) Il tipo a campo quadrangolare, “situato nel cuore di isole autosufficienti e accentrante, sui quattro lati, la chiesa parrocchiale, le case fondaco, corti popolari, botteghe e squeri, ciascuno con i propri distinti approdi”. È l’esempio tipico della Venezia del X-XI secolo, la “città arcipelago” organizzata per isoleparrocchie, con il netto predominio dei percorsi acquei su quelli terrestri.

b) Il tipo a spina, con “percorsi primari acquei e terrestri su assi paralleli distanziati da strutture secondarie interposte ortogonalmente: calli, corti collettive, grandi case individuali”. È la Venezia gotica per eccellenza, in un sostanziale equilibrio di valori tra viabilità acquea e terrestre.

c) Il tipo a pettine, con “case allineate sulle fondamenta oppure su corti e calli ortogonali ad essa”. È il tipo proprio della Venezia rinascimentale e moderna (sec. XVI-XVIII), caratterizzata dalla graduale preminenza dei percorsi terrestri su quelli acquei. È anche il tipo “di consolidamento” delle fringe belt urbane (Cannaregio, Fondamenta Nove, Fondamenta Bragadin, Zattere ecc.) e di tutti quei brani di tessuto interni che ancora richiedevano una definizione. Su queste basi si fonderanno le tre proposte progettuali elaborate da Saverio Muratori per le Barene di San Giuliano. Tre progetti che corrispondono a tre momenti fondamentali dello sviluppo urbano di Venezia, letti nelle loro componenti “strutturali” e quindi economiche, sociali, culturali, oltre che edilizie e che, di fatto, corrispondono ad un unico grande progetto civile. Obiettivo primario di Muratori era non solo, infatti, quello di svolgere al meglio il tema progettuale ma anche e soprattutto di verificare, nella realtà del progetto, le tesi e le ricerche condotte sino a quel momento sulla città, per farne le basi consapevoli di una metodologia per il progetto urbano contemporaneo. Muratori svolge quindi tre progetti: 1 - Estuario I. Una città-estuario a quartieri costituiti da isole di forma, dimensione e “struttura tipica”, collegate tra loro e con la terraferma da ponti e costituenti unità autosufficienti disposte lungo entrambe le sponde dell’estuario di San Giuliano. Ogni nucleo insulare costituisce una vera e propria unità insediativa progettata sul tipo delle tradizionali isole-parrocchie della Venezia del X-XI secolo, su un’estensione di circa 33.000 mq. Sono previsti tre tipi edilizi principali, ciascuno distribuito attorno ad un consapevole spazio di vicinato: “case in linea” a quattro piani, più un piano terreno a botteghe, distribuite attorno a due corti collettive aperte sulla laguna tramite sottoporteghi, con due alloggi per piano e soggiorno “passante”; “case in linea” a quattro piani, interamente residenziali, distribuite attorno a due corti aperte alberate; “case a schiera” a due piani. I tre tessuti sono raccolti attorno ad un campo centrale quadrangolare di 60 metri di lato, sul quale si apre anche l’edilizia pubblica e l’accesso agli edifici assistenziali: asilo, ambulatorio, centro anziani. Le isole si raggruppano, quindi, in comparti di 3, 4 o 5 isole a costituire unità urbane autosufficienti dotate di propri servizi pubblici: chiesa, scuola, centro sociale,

in a real continuous historical development”. Functionalism, therefore, as a coherent phase of modern history and therefore itself to be overcome in order to give that research a valid future for the contemporary age. Such an overcoming, however, only being possible by returning to the “concreteness of the empirical facts” seen in their historical dimension and of which the “rational” Venetian fabrics constituted a unique opportunity: “This encounter with reality was truly enlightening” continued Muratori, “And it opened the way to a series of methodological experiments on the positive processes of the building and urban structure that proved to be decisive, increasingly focusing the interest of the course on itself (Muratori, 1963). Venice thus marked the beginning of a real revolution in the interpretation of urban phenomena. But 1950 was also the year in which Muratori published the text Vita e storia delle città (the life and history of cities), a sort of critical prologue to his subsequent essays on urban historiography: “That city planning must have a historical, or rather a universal vision [...] is after all revealed by the fact that it is interested in cities not as inert things, but as organisms created by man for life, that is continuous development [...] that cannot be understood in the analytical vision of particular aspects [...] but only in its entirety, because only in this do we acknowledge it with meaning” (Muratori, 1950). The city is therefore the “individual and at the same time collective foundation of architectural creation” in that it consists of elements “connected in space, according to an extensive order, but also over time, according to an order of development, constituting those formal sequences which are the socalled typical organisms of a civilization” (Muratori, 1946). The primary objective of the studies conducted by Muratori in the decade 1949-59 would thus be to identify the “structural link” on which the concrete existence of a city is based in its gradual temporal development. In this perspective, the traditional “typological” method of investigation would prove insufficient and partial in its inability to grasp the “historical” entirety of the samples it analyses and would soon be abandoned in favour of “an organic study by urban units [...] only in the neighbourhoods, surveyed house by house and phase by phase, can we begin to grasp the close connection that binds the individual in society, the individual world in language, in the technology and in the economy of the time and essentially that structurality of life always [...] perfectly qualified as everything and as a moment” (Muratori, 1960). Thus, the different types of urban fabric become the result of as many economic, social, cultural, and political “fabrics”, which find concreteness and form in them. A “semantic form” from whose study it is possible to “read” and “write” the history of an anthropic place, in all its scalarity: “the building type is not identified other than in its concrete application, that is in the building fabric; [...] an urban fabric is not identified other than in its total term, that is in the urban organism and the total value of an urban organism is grasped only in its historical dimension”. The urban scale, therefore, as an essential condition of associated life, of continuous reference between the particular and the universal, between the individual and the civitas, became for Muratori the lowest common civil denominator of all the experiments conducted in that decade: the minimum context necessary for the “structural” reading of the building fabrics and for the city project. In those years Saverio Muratori designed his last

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two Ina-Casa districts: the “La Loggetta” district in Naples (1953) and the large Magliana district (1956-57). If Naples is the starting point of this new morphological-planning research, Magliana is its necessary development, leading to thematic maturation that would soon after be accomplished with the Venetian competition. In 1959 Studi per una operante storia urbana di Venezia [Studies for an active urban history of Venice] was published and urban morphology had its first official text, as well as the critical foundation for his last and most conscious urban projects: the three Venetian projects for the Barene di San Giuliano.

The competition for the Barene di San Giuliano in Venice (1959)

The competition required planning a settlement of approximately 40,000 inhabitants to be built near San Giuliano, in a barycentric position between the lagoon settlements and those on the mainland. A functional, social and cultural centre of gravity, as well as a geographical one, since the new district would have been entrusted with all those functions which struggle to find an adequate location in the historical centre of Venice. A “contemporary Venice” to be given responsibility for the future of the entire lagoon enclave: that is, an “estuary city”.

Some “key concepts” underlie all this experience: the concept of organism, the concept of complementarity, and the concept of characterizing. Muratori entrusted the first one with the civil unity of the three projects, their consequent environmental homogeneity and the constant need for the human “measure” of the interventions; the second one was linked to the identification of sub-units (urban and social) in which to organize the overall project, their necessary coordination in a polycentric sense and then the instances of the identity (individual) and belonging (collective) of the new civitas; the last concept was aimed at the search for typical structures capable of bearing the building history (social and cultural) of the place. Indeed, as we know, Muratori was not interested in the historiography of fabrics he would go to analyse, but rather in the “structural link” that allows their “operative” reading in successive phases, that is to say, it allows reading and understanding the historical process in its entirety and placing it as the critical foundation of the contemporary urban project. This emerges with great clarity in the Venetian projects so much so that Muratori himself, in the report on the project, identified the “three typical frameworks” that have, over time, characterized the Venetian fabrics:

a) The quadrangular square type, “situated in the heart of self-contained islands and bringing together, on the four sides, the parish church, storehouses, yards, shops and boatyards, each with its own distinct landings”. It is the typical example of the Venice of the X-XI century, the “archipelago city” organized by islands-parishes, with the clear predominance of waterways over land routes.

b) The herringbone type, with “primary waterways and land routes on parallel axes spaced apart by orthogonally interposed secondary structures: streets, collective yards, large individual houses”. It is the Gothic Venice par excellence, in a balance of values between aquatic and terrestrial viability.

c) The comb type, with “houses aligned on the foundations or on yards and orthogonal streets”. It is the typical type of Renaissance and modern Venice (XVI-XVIII century), characterized by the

Fig. 7 - Estuario I. Scalarità socio edile. In evidenza una Unità urbana con i vicinati socio-edili (giallo), le Unità edilizie focalizzate sui campi quadrangolari (in verde), gli edifici speciali (rosso), le chiese-isola e la “Piazza Architettonica”(viola) come importanti Landmark territoriali. Estuario II. Scalarità socio edile. In evidenza una Unità urbana con i vicinati socio-edili (giallo), le Unità edilizie caratterizzate dalle penisole (in verde), gli edifici speciali (rosso), le chiese e il lungo “asse specializzato” (viola) come importanti Landmark territoriali. Estuario III. Scalarità socio edile. In evidenza una Unità urbana con i vicinati socio-edili (giallo) posti ad occupare per intero le Unità edilizie (in verde), gli edifici speciali organizzati in una lunga fascia specializzata convergente verso il centro urbano (rosso), le chiese (arretrate rispetto alla fondamenta) e la lunga “Piazza Architettonica” (viola) come importanti Landmark territoriali. Estuary I. Socio-building scalarity. In evidence an urban Unit with the socio- building neighbourhoods (yellow), the building Units focused on the quadrangular squares (green), the special buildings (red), the island-churches and the “Architectural Square” purple) as important territorial Landmarks. Estuary II.Socio-building scalarity. In evidence an urban Unit with the sociobuilding neighbourhoods (yellow), the building Units characterised by the peninsulas (green), the special buildings (red), the churches and the long “specialised axis” (purple) as important territorial Landmarks. Estuary III. Socio-building scalarity. In evidence an urban Unit with the sociobuilding neighbourhoods (yellow) placed to occupy the entire building Units (green), the special buildings organised in a long specialised strip converging towards the urban centre (red), the churches (set back from the foundations) and the long “Architectural Square” (purple) as important territorial Landmarks.

cinematografo e due mercati, tutti (ad eccezione delle scuole e talvolta, della chiesa occupanti una piccola isola a se stante) distribuiti nei campi delle varie isole del comparto, così da renderle tra loro complementari. Le attrezzature sportive e ricreative sono disposte nella fascia verde pertinenziale sulla terraferma insieme con le strade carrabili (escluse dalle isole) fiancheggiate da un nastro di parcheggi, autorimesse e servizi annessi. Una zona di rispetto a verde agricolo è proposta, infine, come cornice di tutela urbana e paesistica lungo i due bordi lagunari. Un “centro” urbano, con attrezzature commerciali, amministrative e alberghiere è poi progettato in corrispondenza del nodo fondamentale di collegamento Mestre-Venezia. Quest’isola è pensata come una grande piazza allungata, con approdi e banchine per il trasporto pubblico (verso la laguna), una stazione delle autolinee e parcheggi (verso la terraferma) e sui fianchi, due quinte di edilizia commerciale in linea, a quattro piani, con portici e approdi privati sui canali laterali di collegamento alla rete canalizia interna. Al centro il palazzo pubblico. Vediamo chiaramente riaffiorare il tema della “piazza architettonica” nella dialettica tra elemento continuo porticato, definente lo spazio pubblico ed elemento speciale puntuale, individuante la piazza nel territorio, tipica di tutti i progetti urbani muratoriani.

2 - Estuario II. Una città-estuario a quartieri autosufficienti costituiti da penisole, a “struttura tipica”, disposte in parallelo su assi di penetrazione carrabile e separate da canali, secondo uno schema di percorsi (acqueo e terrestre) a pettine. Le penisole sono disposte con assi convergenti ad anfiteatro intorno al bacino lagunare, il quale si conclude, a sua volta, con un canale maggiore in corrispondenza dell’asse Mestre-Venezia, isolando l’ultima penisola che, costituendo testata verso la zona portuale e industriale di Marghera sarà destinata a funzione speciale. É una chiara interpretazione della Venezia gotica,

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con un impianto a corti edilizie affiancate ortogonalmente all’asse di penetrazione terrestre e ai canali perimetrali. Il programma insediativo prevede la sola tipologia “in linea” a tre piani, più piano terreno porticato di passaggio, con botteghe e cantine, due alloggi per piano a soggiorno “passante” (affacciato su corte e su calle) e soluzioni speciali per le testate. Ogni coppia di penisole costituisce una unità urbana autosufficiente di circa 10.000 abitanti, dotata di tutti i servizi pubblici essenziali: chiesa, scuole, centro sociale, due mercati, cinematografo etc., disposti (ad esclusione delle scuole) su campi aperti sul canale e collegati alle altre penisole da un percorso primario trasversale pedonale, in posizione baricentrica, a costituire insieme ai grandi assi di penetrazione, la rete principale dei percorsi urbani. Le attrezzature sportive e ricreative, gli allacci tecnici, i principali percorsi carrabili, i parcheggi e i servizi annessi, sono localizzati nella consueta fascia verde di margine, mentre una zona di rispetto a verde agricolo è di nuovo posta a cornice di tutela urbana e paesaggistica lungo il canale dell’Osellino. Il centro cittadino avrà caratteristiche simili a quello del primo progetto, salvo essere fortemente gerarchizzato per fare sistema con la grande penisola meridionale a carattere misto residenziale-speciale. Quest’ultima sarà caratterizzata, allora, da un tessuto in parte “a pettine” e in parte “a palazzata” lungo i bordi del canale maggiore e del bacino lagunare. Ancora una volta il tema dell’elemento porticato avvolgente e quello puntiforme emergente è alla base dell’organizzazione di tutte le “piazzette speciali” di ogni penisola. Non esiste, in questo caso, una grande “piazza architettonica” urbana, ma tante piccole piazze locali che nella loro pluralità diffusa contribuiscono a dare unità all’organismo urbano.

3 - Estuario III. Una città-estuario a quartieri disposti a doppia fascia, sulle fondamenta dei due bracci opposti dell’estuario, aperto gradualmente verso

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gradual preeminence of land routes over waterways. It is also the type “of consolidation” of the urban fringe belt (Cannaregio, Fondamenta Nove, Zattere, etc.) and of all those pieces of internal fabric that still required a definition.

On these bases would be founded the three design proposals elaborated by Saverio Muratori for the Barene di San Giuliano. Three projects that correspond to three fundamental moments of the urban development of Venice, read in their “structural” components. The primary objective of Muratori was not only to best accomplish the planning theme, but also and above all, in the reality of the project, to verify the theses and research carried out up to that moment on the city, to make it the conscious basis of a methodology for the contemporary urban project. Muratori then carried out three projects:

1 - Estuary I. An estuary-city with districts consisting of islands of shape, size and “typical structure”, connected to each other and to the mainland by bridges and constituting self-contained units along both banks of the San Giuliano estuary.

Each island nucleus (building unit) constitutes a real settlement unit designed on the type of the traditional islands-parishes of Venice of the X-XI century, on a surface area of approximately 33,000 square metres. There were three main types of buildings, each distributed around a neighbourhood-building unit: “row houses” with four floors, plus a ground floor with shops, distributed around two collective yards open onto the lagoon by alleyways, with two flats per floor and a “through” living room; “row houses” with four floors, entirely residential, distributed around two open yards with trees; “terraced houses” with two floors. The three fabrics are gathered around a quadrangular central square of 60 metres each side, onto which also opens the public housing and access to the day care centres: kindergarten, surgery, elderly centre. The islands are therefore grouped into urban units of 3, 4 or 5 islands to constitute self-contained urban units equipped with their own public services: church, school, social centre, cinema and two markets, all distributed in the squares of the various islands of the urban unit, so as to make them complementary to each other. Sports and recreational facilities are located in the green belt of each Unit on the mainland as like roadways (cars are off the islands). An urban “centre”, with commercial, administrative facilities, is then designed at the main junction of Mestre-Venice. This island is conceived as a large elongated square, with landings and docks for public transport (toward the lagoon), a bus station and car parks (toward the mainland) and on the sides, two wings of commercial building in a row, with four floors, with private porticoes and landings on the side canals connecting to the internal canal network. The public building in the middle. We can clearly see the theme of the “architectural square” in the dialectic between a continuous porticoed element, defining the public space and a special punctual element, identifying the square on the territory, typical of all the Muratorian urban projects.

2 - Estuary II. An estuary-city with self-contained districts consisting of peninsulas, with a “typical structure”, arranged in parallel on axes of driveways and separated by canals, according to a scheme of comb-shaped paths. The peninsulas are arranged with their axes converging in the form of an amphitheatre around the lagoon basin. A larger canal at the Mestre-Venice axis isolates the last peninsula destined for

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a special function. It is a clear interpretation of Gothic Venice, with a neighbourhood-building units set at right angles to the axis of terrestrial penetration and to the perimeter canals. The settlement programme consists of only the “row” type with three-floors, plus a porticoed ground floor for passing through, with shops and cellars, two flats per floor with a “through” living room and special solutions for the heads. Each pair of peninsulas constitutes a self-contained urban unit of approximately 10,000 inhabitants, equipped with all the essential public services: church, school, two kindergartens, social centre, two markets, cinema, etc., arranged on squares opening onto the canal and connected to the other peninsulas by a primary transversal pedestrian pathway, in a barycentric position, to constitute together with the great axes of penetration, the main network of urban routes. Sports and recreational facilities, technical utilities, main roads, car parks and annexed services are located in the usual green belt on the border along the Osellino canal. The city centre would have similar characteristics to those of the first project, except for being strongly hierarchical in order to link up with the large southern peninsula of a mixed residential-special character. The latter will then be characterized by a fabric partly “comb-like” and partly “terracelike” along the edges of the main canal and the lagoon basin. Once again, the theme of the surrounding porticoed element and the emerging punctiform element is at the basis of the organization of all the “special squares” of each peninsula. In this case, there is no large urban “architectural square”, but many small local squares that, in their widespread plurality, contribute to the unity of the urban organization.

3 - Estuary III. An estuary-city with districts arranged in a double band on the fondamenta of the two opposite arms of the estuary towards Venice. A double framework of canals (longitudinal and transversal) constitutes two sets of adjacent islands, capable of mediating the characteristics of the two previous projects: the isolation of the island system and the possibility of localized access to the peninsulas system, with moreover the presence of agile longitudinal connections (median and marginal) to guarantee urban unity and continuity. From the large road junction set on the Mestre-Venice axis, on which the city centre stands, two sets of paths are design determining a “double comb” system: the vehicular axis of any single urban unit and the canal. Each urban unit is thus identified by two canal boundaries and an urban access axis and is then connected with the other units via pedestrian bridges. There are two building units: one of “terraced houses”, facing the land, the other of “row houses”, toward the lagoon, with a view of Venice. In the line of balance between these two building bands are found all the commercial services of each single district, but aligned with the commercial spines of the other urban units, so as to constitute a large continuous axis of public interest converging toward the city centre. Each district is equipped with: a church in a dominant position over the lagoon or the fields, a market, a cinema, a social centre and shops with housing over them, kindergartens, schools etc. Here too, the strip of proximity with the mainland is destined for a large public park, with all the sports and recreational services. The urban centre is designed as a long “street-square”. Two wings of arcades public and commercial buildings renovate the shape of the “architectural square”, leaving inside the isolated volume of the public

la laguna, in vista di Venezia. Una doppia orditura di canali (longitudinale e trasversale) costituisce due serie di isole affiancate, in grado di mediare le caratteristiche dei due progetti precedenti: l’isolamento del sistema a isole e la possibilità di accesso localizzato del sistema a penisole con, in più, la presenza di collegamenti longitudinali (mediani e marginali) a garanzia di un’unità e continuità urbana di ampio respiro. Dal grande nodo viario impostato sull’asse Mestre-Venezia, su cui s’attesta il centro cittadino, si dipartono così le due dorsali stradali e in coincidenza con esse due linee generali di tutti i servizi tecnici. Da queste dorsali si staccano, quindi, due serie di penetrazioni, ciascuna delle quali costituisce l’asse di una singola unità urbana, determinando così un sistema a “doppio pettine”: uno stradale e di servizio, l’altro d’acqua. Ogni quartiere urbano è così individuato da due confini canalizzi ed un asse urbano di accesso ed è poi collegato con le altre unità attraverso ponti pedonali. Due sono le fasce edilizie: una di “case a schiera”, verso terra, affacciata al parco perimetrale; l’altra di “case in linea”, verso la laguna, in vista di Venezia. Nella linea di equilibrio tra queste due fasce edilizie si trovano tutti i servizi commerciali di ogni singolo quartiere, allineati però con le spine commerciali delle altre unità urbane, così da costituire un grande asse continuo d’interesse pubblico convergente verso il centro cittadino. Ogni quartiere è dotato così di: una chiesa in posizione dominante sulla laguna o sui campi, un mercato, un cinema, un centro sociale ed un nucleo di negozi con alloggi sovrapposti, asili, scuole etc. Il sistema viario è tutto in direzione terra-acqua, dunque ortogonale alla linea dei servizi ed intervallato da ampie corti edilizie completamente aperte sulle due testate verso il parco e la zona commerciale (a case a schiera) e chiuse invece nella fascia esterna (a case in linea). In questo caso il passaggio fisico e percettivo, in direzione terra-acqua, è garantito dalla presenza, sulle due testate, di portici-filtro al piano terreno. Anche qui la fascia di prossimità con la terraferma è destinata a grande parco pubblico, con tutti i servizi sportivi e ricreativi, mentre la consueta fascia di verde agricolo costituisce la cornice di rispetto urbano e paesaggistico. Il centro urbano è quindi progettato come una lunga “strada-piazza” tesa tra i due poli opposti delle provenienze dalla terraferma e dalla laguna. Due quinte di edifici pubblici e commerciali porticati rinnovano la forma della “piazza architettonica”, lasciando al loro interno il volume isolato del palazzo pubblico.

Anche a Venezia, come in tutti i progetti “morfologici” di Muratori, la componente paesaggistica riassume e sintetizza l’essenza semantica di tutto il progetto. In questo caso la forte orizzontalità lagunare è “punteggiata” dai campanili delle chiese e da quegli edifici speciali a individuare il limite urbano fino a convergere, lungo i due bracci dell’estuario, verso il centro di tutto il sistema urbano.

Attraverso un sistema di complementarità e tipizzazioni scalari, dunque, dalla casa alla corte collettiva (unità socio-edile di vicinato), da questa alla fascia edilizia e così via fino all’unità urbana (quartiere), Muratori definisce un grande organismo territoriale come garanzia di unità urbana e sociale: dall’unità familiare al vicinato, alla comunità edile, a quella di quartiere fino alla pienezza di una civitas varia e differenziata, ma profondamente unitaria per vincoli e complementarietà sociali, economiche, culturali: “Il tema si estende a tutta la graduazione della scala urbana [...] dal proporzionamento nell’insieme nel paesaggio lagunare e nel quadro urbano, all’articolazione dei quartieri e alla loro strutturazione nei tessuti e negli isolati; in un ordine tipico di spazi (canale, calle, corte); di percorsi (esterni, interni, locali); di tessuti nel quartiere (case, servizi locali, servizi speciali)”.

Conclusione

Due sono gli effetti del concorso veneziano. Da un lato, l’aver posto alcuni concetti su cui fondare una rinnovata disciplina urbana. Primo fra tutti l’idea di quartiere come unità qualitativa (e non quantitativa) ponendo l’accento altresì su tutti quei livelli intermedi di complessità che caratterizzano una città e dai quali non si può prescindere; in secondo luogo il tema dello spazio pubblico

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urbano come spazio civile per eccellenza: “il progetto del costruito richiede, contemporaneamente, il progetto del “vuoto”, in quanto luogo dove si svolge la vita e la storia di una città, in quanto componente intrinseca alla struttura del costruito”, con una gamma di qualità (piazza, strada, corte, pertinenza etc.) spazialmente e socialmente differenziate. Dall’altro lato, i progetti muratoriani per le Barene di San Giuliano costituiscono le basi metodologiche per un primo tentativo di fondazione scientifica del progetto urbano contemporaneo. La città contemporanea è infatti, anzitutto, “città della Conoscenza”. Tutti i processi che la definiscono (smart, sostenibile, inclusiva, di prossimità, “temporanea”, condivisa, ecc.) sono ad altissimo contenuto scientifico-conoscitivo e per poterli gestire è necessaria una consapevolezza, una capacità critica e una apertura culturale che solo il mondo della ricerca scientifica può avere. D’altronde la complessità dei processi di trasformazione della città, il dinamismo e la volatilità degli agents of change che questi processi innescano e alimentano, rendono sempre più necessari degli approcci in grado di cogliere questi fenomeni per tradurli in nuove soluzioni operative. Il ruolo della ricerca scientifica e delle università appare quindi svolgere un ruolo determinante per la conoscenza, l’interpretazione e la guida dei processi di trasformazione urbana.

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building.

In Venice as in all Muratori’s “morphological” projects, the landscape component summarizes and synthesizes the semantic essence of the whole project. In this case characterized by a strong horizontality “punctuated” by the bell towers of the churches and by those special buildings placed to identify the urban limit and converging, along the two arms of the estuary, with the natural, political, commercial and cultural centre of the whole urban system.

Through a system of complementarity and scalar characterizations, therefore, from the house to the collective courtyard houses (social-neighbourhood building unit), from the latter to the building unit and so on to the urban unit (district), Muratori defines a large territorial body as a guarantee of urban and social unity: from family unity to the neighbourhood, to the building community, to that of the district, to the fullness of a varied and differentiated civitas, but deeply united by social, economic and cultural constraints and complementarities: “The theme extends to the entire graduation of the urban scale [...] from the proportioning in the whole in the lagoon landscape and in the urban framework, to the organization of the districts and their structuring in the fabrics and in the blocks; in a typical order of spaces (canal, street, yard); of pathways (exterior, interior, local); fabrics in the district (houses, local services, special services)”.

Conclusion

There are two effects of the Venetian competition. On the one hand, having placed some concepts on which to base a renewed urban discipline. First of all, the idea of the neighborhood as a qualitative (and not quantitative) unit, also putting emphasis on all those intermediate levels of complexity that characterize a city and which cannot be ignored; secondly, the theme of the urban public space as a civil space par excellence: “the project of the built requires, at the same time, the project of the void as a place where the life and history of a city takes place” with a range of qualities (square, street, courtyard, relevance, etc.) spatially and socially differentiated. On the other hand, the Muratorian projects for the Barene di San Giuliano constitute the methodological basis for a first attempt at a scientific foundation of contemporary urban design. The contemporary city is in fact, above all, a “city of knowledge”. All processes that define it (smart, sustainable, inclusive, proximity, “temporary”, shared, etc.) have a very high scientific-cognitive content and to be able to manage them, awareness, critical skill and cultural openness are necessary. But this is the right field of scientific research. On the other hand, the complexity of the transformation processes of the city, the dynamism and volatility of the agents of change that these processes trigger and feed, make it increasingly necessary to adopt approaches capable of grasping these phenomena to translate them into new operational solutions. The role of scientific research and universities therefore appears to play a crucial role in the knowledge, interpretation and guidance of urban transformation processes

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urbanform and design

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tipo-morfologici”: come affrontare la sfida tra conservazione e sviluppo

DOI: 10.48255/2384-9207.UD 17-18.2022.14

Urban Planning and Architecture Research Center of Iran, Theran E-mail: mzr.abaee@ut.ac.ir

Introduzione

Introduction

The late 19th and 20th centuries’ processes of change are known to those involved in architecture and planning research. Tower in the park morphology, highways and subways, the plasticity of individual buildings, and malls are some morphological outcomes of modernism on the architectural and urban scale. Despite European and American cities, many other cities worldwide have been tolerating enormous changes in their urban tissue. Modernistic mutations of types injured the traditional tissue of the cities. With developments in ICT, many new typo-morphological changes, even on a regional scale, happened. Giving birth to airport cities, computer-aided designed forms, CBDs, and universal brands shops with unique formal expressions, to name a few, can create different challenges in the conservation of the cities. These changes led to interventions in the historical part of the cities. This essay tries to express a kind of urban tissue that are a mixture of morphological elements (buildings, plots, street blocks and street networks in the convenient terminology; Conzen, 1960) which belongs to a different period in a way that it is hard to read the temporal character of the tissue. The essay investigates a residential block in the historical part of Tehran to explain the mentioned mixture’s characteristics. This city cannot be considered in the central geographical extent of modern changers. The essay reviews the transformation process of building types and their relationship with the plot in Tehran. This review shows the tissue’s temporal illegibility that is resulted from the companionship of the types belonging to different periods. The concept of “typo-morphological conglomerate” is used here to show the character of these tissues, metaphorically similar to a geological conglomerate. that is composed of gravels, different kinds and different sizes of stones (Selley, Cocks and Plimer, 2005).

The transformation of plot-building relationship in Tehran

The residential building and the residential plot in Tehran have been transformed and mutated through time. The combination of the building and its related open space in the plot is called “arse-a’yan” in Farsi. The word’s meaning is similar to the Italian word “edilizia” (Caniggia & Maffei, 2017). The primary “arse-a’yan” type in Tehran is accordant to the introvert courtyard type with building on four sides of the yard (Haghani,

I cambiamenti registrati tra la fine del secolo XIX e quello successivo sono noti a chi si occupa di ricerca architettonica e urbana: gli edifici “a torre” eretti all’interno dei parchi, le autostrade e le metropolitane, il carattere “plastico” di alcune costruzioni e i centri commerciali sono solo alcuni degli esiti “morfologici” del Modernismo alla scala Architettonica e Urbana. Questi enormi cambiamenti nel tessuto, che hanno avuto luogo principalmente nelle città europee e americane, sono avvenuti anche in altre parti del mondo, danneggiando in molti casi i loro tessuti storici. Oggi, lo sviluppo delle ICT sta favorendo, anche a scala regionale, numerosi cambiamenti tipo-morfologici. La realizzazione, ad esempio, di città aeroportuali, con forme progettate direttamente dai computer, di distretti finanziari e di punti vendita di marchi leader a livello mondiale caratterizzati da un linguaggio unico e riconoscibile, apre nuove sfide nei confronti dei processi di conservazione delle città, in particolare dei loro tessuti storici. Questo saggio prende in analisi un tessuto urbano frutto della commistione di elementi morfologici diversi (nella terminologia classica: edifici, lotti, isolati e percorsi, cfr. Conzen, 1960), formatosi nel lungo periodo e per il quale è difficoltoso individuare le diverse epoche di realizzazione. Si tratta di un quartiere residenziale situato nella parte storica di Teheran, città che non può essere considerata centrale nel panorama dei cambiamenti moderni, del quale si analizza il processo di trasformazione delle tipologie edilizie in funzione del lotto. Quello che si evince è l’impossibilità di dedurre le fasi costruttive del tessuto, che è il risultato della “rifusione” di tipi appartenenti a periodi diversi. Il concetto di “conglomerato tipo-morfologico” è stato utilizzato per evidenziare il carattere di questi tessuti, metaforicamente simili a quello che, in geologia, è un “conglomerato”, ovvero è una roccia composta da ghiaie diverse per dimensione e tipo di pietra (Selley, Cocks e Plimer, 2005).

La trasformazione del rapporto lotto-edificio a Teheran

A Teheran, l’edificio residenziale e il lotto su cui insiste sono variati e mutati nel tempo. L’insieme dell’edificio e del relativo spazio aperto nel lotto è chiamato in lingua Farsi “arse-a’yan”. Il significato di questa parola è equiparabile in italiano a quello del termine “edilizia” (Caniggia e Maffei, 2017). Il tipo più arcaico di “arse-a’yan” è assimilabile a quello “a corte introversa”, con costruzioni su tutti e quattro i lati della corte stessa (Haghani, 2009; Milani, 2021) (fig. 3a, tipo “a corte”). Di questo tipo esistono alcune varianti (con edifici su tre o due lati della corte, fig. 3b, varianti del tipo “a corte introversa”) ascrivibili all’epoca premoderna dell’Iran (prima degli anni ’20 del XX secolo), quando la dinastia Pahlavi iniziò a governare il paese. Nell’epoca moderna, una volta aperta la corte alle automobili, è cambiato il rapporto tra edificio e lotto; il tipo “a corte” introversa è mutato in tipo “a corte” estroversa (Milani, 2021), nel quale gli edifici sono separati all’interno del lotto, che rimane comunque circondato da un muro (fig. 3c, tipo “disaggregato”).

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“Conglomerati
“Typo-Morphological Conglomerates”: Facing a challenge in the preservation-development dichotomy
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Con il primo masterplan di Teheran, realizzato negli anni ’60 (secondo periodo Pahlavi), il processo di mutazione tipologica è progredito mediante l’impiego del tipo “a corte aperta” in tutta l’edilizia residenziale della città. L’edificio (a uno o più piani di appartamenti) posto a nord del lotto, con un Rapporto di Copertura pari al 60% e parcheggi sotterranei, è tuttora il principale schema con il quale viene pianificata la città di Teheran (fig. 1d, 60% del Rapporto di Copertura, schema-tipo). Impiegando questo schema-tipo, nelle strade con andamento est-ovest gli edifici costituiscono il fronte meridionale dei percorsi, mentre quello settentrionale è formato da un muro di cinta. Il fabbricato non si estende per tutto il lato del lotto; pertanto, nelle strade con andamento nord-sud, il fronte strada è costituito dall’edificio stesso e dal muro di confine della corte (Shayesteh e Steadman, 2013).

Nel periodo della Repubblica islamica, a partire dal 1979, molti nuovi quartieri sono stati edificati utilizzando questo schema-tipo (planning code type). Numerosi lotti all’interno dei tessuti esistenti, compreso quello storico, sono stati ricostruiti secondo tale schema e non in continuità con la tradizione edilizia. L’enorme crescita che si è avuta nel settore delle costruzioni ha spinto le imprese a semplificare quanto più possibile i volumi degli edifici, riducendoli a dei volumi puri (fig. 3e, schema-tipo 60% del Rapporto di Copertura, variante “pure box”). L’aumento vertiginoso della densità edilizia in città durante l’ultimo decennio ha fatto sì che la media del numero dei piani negli edifici residenziali superi 6. La corte (il restante 40% dell’area del lotto) gradualmente perde di significato: la metà della sua superficie è infatti utilizzata per la rampa dei parcheggi interrati, la restante parte diviene un’area residuale. Questa situazione ha spinto alcuni pianificatori a prendere in esame la possibilità di rimuovere il muro della corte, permettendo all’edificio e alla sua area di perti-

Fig. 1 - Tessuto storico di Teheran. Historical urban fabric of Tehran.

Fig. 2 - Tipologie edilizie presenti in un blocco residenziale nel centro storico di Teheran.

Distinguishing different types in a residential block in the historical center of Tehran.

2009; Milani, 2021) (fig. 3a, courtyard type). This type has different derivations (with building on three or two sides of the yard (fig. 3b, courtyard derivations types) that its samples belong to pre-modern developments of Iran before the 1920s as the Pahlavi Dynasty started to rule over the country). The early modern evolutions in Iran changed the relationship between building and plot by opening up the yard to automobiles. The introvert type mutated to an extrovert one (Milani, 2021). This extrovert type includes disjointed buildings in the plot surrounded by a wall (fig. 3c, disjointed type).

The first Tehran master plan (the 1960s) (provided in the second Pahlavi period) continued the mutation path, by generalizing a type, following the extrovert pattern, to all residential construction over the city. This type in which the building (which could have one story or multiple stories including apartments) locates at the north of the plot, having 60% BCR and parking underground, is still the main element of Tehran Zoning (fig. 3d, 60% BCR planning code type). According to this code, in east-west streets, the buildings are coincident with the plot frontage in the southern plots. However, the building faces the street with a yard wall in the northern plots. In north-south streets, the building is not entirely coincident with the plot frontage, and the plot frontage is a combination of the building coverage area and the yard border (Shayesteh and Steadman, 2013).

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Using this planning code in the Islamic Republic period after 1979, many new developments were built according to this type. Many plots inside existing regions, including the historical fabric, were rebuilt according to it and not continuous with the building tradition. With extreme growth in the construction industry, developers tended to simplify the building volume to a pure “box” (fig. 3e, 60% BCR planning code type, “pure box” derivation). With the enormous growth in the city’s density during the last decade, the average stories of the residential buildings exceed 6. Therefore, the yard (the left 40% of the plot area) becomes meaningless, giving half of itself to a parking ramp and leaving half as a useless construction residue. This situation has been given an idea to some developers to eliminate the yard wall, introduce the building to the street and have the yard as a setback (fig. 3f, 60%BCR planning code type, developers’ recent derivation).

The urban tissue of Tehran, due to a weak regulation for historic preservation in the past 100 years, is a palimpsest of different types of constructions. The urban tissue transformed so that old parts of the city became a “mixture” of different types of buildings, plots, street blocks, and street networks. This transformation has been made by constructing direct streets to ease car access, new constructions’ setback rules to widen the streets, plots amalgamation and subdivision, and the “arse-a’yan” type mutation. The following example explains the situation.

Historical tissue of Tehran a typo-morphological conglomerate

The historical urban tissue of Tehran is the place of different types of different elements (fig. 1). If one tries to draw the morphological regions in Conzenian terms, he/she finds it hard to draw the borderlines beyond a few adjacent plots. Fig 2. shows it in a block near the borders of the early formation of Tehran, in the Safavid period, at the time of king Tahmasb (before 1576 A.D.)

Although the block locates in an old area, only a third of the plots correspond to the courtyard type or its derivations (nearly 33 per cent of the plots and 14.1 per cent of the total area. More than a half of the block area (ten plots) corresponds to the disjointed type, and 39 plots (more than a half of them) that cover near a quarter of the total area correspond to the planning code type and its “pure box” derivation. This block, similar to lots of residential plots in the historical tissue of Tehran or historical tissue of other large cities of the country that suffer the rapid expansion of planning codes quite similar to the 60% BCR, has a different temporal and typological identity. The block belongs to historical developments of the city, at least two centuries ago. However, it is hard to read the historical “lines” between what is remained today. The tissue has been operated on, old buildings have been demolished, and plots have been amalgamated, modernizing the fabric, corresponding to the disjointed type. Constructions based on 60% per cent BCR planning code and its derivations have been operated on the tissue once again. It is where the word conglomerate can help to describe the situation. It seems that different parts of the tissue belong to different times. However, it is possible to find evidence of other times in a part that seems to belong to a particular time. This evidence can be seen in the network axes, street borders, frontage coincidence of the buildings with streets, the BCR amount, the building coverage pattern and other ty-

nenza (l’ex corte) di aprirsi sulla strada (fig. 3f, 60% del Rapporto di Copertura, schema-tipo, recente variante proposta dai pianificatori). Negli ultimi cento anni, a causa di una normativa poco efficace inerente la conservazione del patrimonio storico, il tessuto urbano di Teheran è divenuto un palinsesto di tipi edilizi diversi, così profondamente che anche le aree storiche si presentano oggi come una “miscela” di più tipologie di edifici, di isolati, di tessuti e di impianti. Questa trasformazione è ascrivibile in gran parte alla volontà di realizzare nuove strade carrabili, alle recenti regole di arretramento degli edifici al fine di allargare le carreggiate, alla fusione e suddivisione dei tessuti e alla mutazione del tipo “ass-a’yan”. Il seguente esempio consente di chiarire quanto detto.

Il tessuto storico di Teheran. Un “conglomerato tipo-morfologico”

Il tessuto urbano storico di Teheran è costituito da una pluralità di tipologie di elementi tra loro diversi (fig. 1). Se provassimo a individuare delle aree morfologiche omogenee in termini conzeniani, riusciremo a circoscrivere solo alcuni lotti contigui. La fig. 2 si riferisce ad un isolato posto vicino ai confini al primo nucleo abitato di Teheran, risalente al periodo Safavide, al tempo del re Tahmasb (prima del 1576 d.C.). Sebbene gli isolati si trovino in un’area antica, solo un terzo dei lotti corrisponde alla tipologia “a corte” o alle sue varianti (quasi il 33% dei lotti e il 14,1% della superficie totale), mentre più della metà dell’isolato (10 lotti) coincide con il tipo “a corte aperta” e 39 lotti (più della metà), che coprono quasi un quarto dell’area totale, sono assimilabili allo schema-tipo proposto dai pianificatori e alla sua variante “pure box”. Questo isolato, come molti altri isolati residenziali presenti nel tessuto storico di Teheran o di altre grandi città del paese soggette ad una rapida espansione utilizzando schemi-tipo simili al 60% del Rapporto di Copertura, ha una propria identità temporale e tipologica: si è infatti andato formando, almeno da due secoli, di pari passo con lo sviluppo storico della città. Tuttavia, è difficile leggere le “tracce” storiche rispetto a quello che è giunto ad oggi. Il tessuto è stato soggetto a molteplici interventi, i vecchi edifici sono stati demoliti e i lotti sono stati accorpati, modernizzando il tessuto grazie all’impiego della tipologia “disaggregata” e all’inserimento delle costruzioni basate sullo schema-tipo 60% del Rapporto di Copertura e sue variazioni. La parola “conglomerato” può venire in aiuto per descrivere tale situazione. Apparentemente, infatti, parti differenti di uno stesso tessuto sembrano essere ascrivibili a periodi diversi. È possibile però anche individuare elementi appartenenti a fasi distinte in un’area che sembra essere stata costruita in uno stesso arco temporale. Questo fatto è riscontrabile soprattutto in corrispondenza degli assi viari, nei bordi dei percorsi, nei fronti strada, nella percentuale del Rapporto di Copertura, nella densità edilizia e in altri aspetti tipo-morfologici. I risultati di questo processo, d’ora in poi denominati “conglomerati tipo-morfologici”, sono aree nelle quali sono compresenti tipi edilizi diversi che rendono difficile definire delle aree morfologiche omogenee. Se provassimo a delimitare queste aree, il risultato sarebbe molto frammentato. Da qui la domanda: in che modo i pianificatori e i progettisti dovrebbero operare su questi tessuti in vista della loro conservazione?

È possibile operare nel rispetto dei principi della “conservazione” nei conglomerati tipo-morfologici?

Nel tipo-conglomerato, nel quale la storia del tessuto urbano non è leggibile, è difficile fare riferimento ai caratteri tipologici e morfologici durante il processo di conservazione. La maggior parte di tali aree non presenta caratteri storici; solo quelle oggetto di modifica conservano ancora i resti del passato. È qui, nel “conglomerato” tipo-morfologico, che avviene il confronto tra conservazione e (ri)sviluppo. Un effettivo ritorno a elementi e forme storiche sembra impossibile, rischiando di passare come una operazione mimetica. In

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un “conglomerato” tipo-morfologico molti caratteri tipologici e morfologici sono cambiati per sempre. Pertanto, qualsiasi intervento teso a ripristinare la forma storica rischierebbe di rendere la lettura del conglomerato stesso più complessa sia a livello morfologico che storico-processuale. A tale proposito, al fine di caratterizzare il “conglomerato” tipo-morfologico come parte del processo storico di un tessuto urbano e, allo stesso tempo, stabilire l’impossibilità di analizzarne le fasi evolutive (temporal chaos), in questo articolo viene avanzata l’idea di “creare” dei nuovi tipi edilizi. Tali tipi non faranno riferimento ai caratteri storici del luogo, ma esprimeranno una situazione di fatto. A questo proposito è necessario fare riferimento alla nozione di tipo come essenza dell’identità fisica (Calqohoun, 1969). Secondo questa concezione, i nuovi tipi in quanto sintesi “formale” tra tipologie storiche e attuali, consentiranno di completare, riparare e rinnovare i “conglomerati”. Questi nuovi tipi possono essere considerati come la malta del “conglomerato”, che tiene assieme i distinti elementi. È necessario sottolineare che l’utilizzo di questi tipi “generati” ex novo in un’area storica può generare un contesto “senza tempo” destinato a rimanere un caso isolato. Per evitare questo pericolo, l’intervento progettuale nei tessuti “conglomerati” deve essere preceduto da un’attenta operazione di zonizzazione tipologica (Kropf, 1997). Devono essere infatti distinte chiaramente le aree nelle quali è possibile procedere con il ripristino dei tipi storici, da quelle che non possono essere restaurate e dalle zone dove, invece, è possibile intervenire inserendo nuovi tipi. Il risultato di questo processo potrà, successivamente, essere oggetto di ulteriori correzioni.

Conclusioni

Mentre le moderne mutazioni nella morfologia del tessuto urbano hanno portato all’emergere di “conglomerati” tipo-morfologici, gli effetti degli sviluppi delle ICT potrebbero dare luogo a cambiamenti nella forma urbana simili o addirittura più intensi di quelli generati dai cambiamenti introdotti dal Modernismo tra la fine del XIX secolo e quello successivo. Le cause possono essere ricercate nella crescita del lavoro da remoto, dall’uso diffuso delle tecnologie digitali, dalla robotica e dalla sua recente applicazione nel processo di progettazione o dalle conseguenze della globalizzazione. Al fine di preservare l’identità delle nostre città è necessario che gli “attori della trasformazione urbana” (cfr. Oliveira, 2016), in particolare urbanisti e progettisti, siano dotati di idonei strumenti per affrontare i nuovi cambiamenti.

Riferimenti bibliografici_References

Caniggia G., Maffei G.L. (2017) Interpreting basic buildings (Vol. 1), Altralinea Edizioni, Firenze. Colquhoun A. (1969) “Typology and design method”, in Perspecta, n.12, pp. 71-74.

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Kropf K. (1997) “Typological zoning”, in Petruccioli A (Ed.) Typological process and design theory, Aghakhan Program for Islamic Architechture, Cambridge, pp. 127-140.

Milani A.M. (2021) “The impact of regulations on the typo-morphological transformation of residential buildings in Tehran”, in Journal of urban morphology, n.25, pp. 173-187.

Oliveira V. (2016) Urban morphology: an introduction to the study of the physical form of cities, Springer, Cham.

Selley R.C., Cocks L.R.M., Plimer I.R. (2005) Encyclopedia of geology, Elsevier Academic, Massachusetts.

Shayesteh H., Steadman P. (2013) “The impacts of regulations and legislation on residential built forms in Tehran”, in The Journal of Space Syntax, vol. 4(1), pp. 92-107.

po-morphological details. The result of this process, called from now on here “typo-morphological conglomerates”, are areas with diverse types of elements near together, as it is hard to define accurate morphological regions, including several plots. By trying to draw these regions, the result will be very fragmented. Here, the question is how planners and designers should deal with such a tissue if they aim to respect the concept of preservation?

Can we respect “preservation” in typo-morphological conglomerates?

In typo-conglomerates where the history of urban tissue is not readable, it is hard to refer to historical typological and morphological values in preservation process. Most parts of such areas do not present historicity, while the changed parts still hold the residues of the past. Here, the tissue, the typo-morphological conglomerate, faces the dichotomy of preservation/(re)development. A deep return to historical elements and forms seems to be impossible or seems to be just a mimicry. In a typo-morphological conglomerate, many typological and morphological aspects are changed. Therefore, a coding process to restore historical form can make the conglomerate more complex in form and temporal implications.

In this respect, to regulate the typo-morphological conglomerate to address the historicity of urban tissue and, at the same time, fix its temporal chaos, this article suggests the ‘creation’ of new types. Types that embed the historicity of the location while presenting a contemporary statement of the situation. In this regard, it is necessary to look at the notion of type as the essence of physical identity (Calqohoun, 1969). According to this conception, created types must be a “formal” synthesis of historical types and current ones to refill, repair, and rejuvenate the conglomerates. These created types can be considered the conglomerate’s mortar that holds the fragmented parts adjacent. Here, it should be noticed that injecting “created” types in a historical area can end in a “timeless” atmosphere within an area that is meant to remain original. To avoid this danger, planning in conglomerate tissues needs an attentive typological zoning process (Kropf, 1997). The zones that need the reestablishment of historical types, the zones that cannot be fixed, and the zones that need the creation of new types should be distinguished clearly. This process’s implemented result can be considered a basis for further possible corrections.

Conclusion

a. b. c. d. e. f.

Fig. 3 - Trasformazione del tipo “arse-a’yan” nel tempo. Transformation of the “arse-a’yan” type through time.

While modern mutations in the morphology of urban tissue led to the emergence of typo-morphological conglomerates, the effects of ICT developments might end in similar or more intense changes in urban form. Changes with more unknown complications in urban form compared with the modernistic flow of changes during the late 19th and 20th centuries can happen. It can result from the growth of remote activities, the widespread usage of digital technology, the emergence of robotic technologies and their recent penetrations in the design process, and the spread of international connections. Aiming to preserve the identical repertoire of our cities, it is necessary for “agents of urban transformation” (as Oliveira has mentioned), especially planners and designers, to be equipped with tools to face further changes.

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urbanform and design

L’Habitat Urbano della macrodimensione

DOI: 10.48255/2384-9207.UD 17-18.2022.15

U+D

The Urban Habitat of macrodimension

The urban sociologist Louis Wirth, already in the mid-1900s, defined the contemporary city as a relatively large, dense and lasting settlement of socially heterogeneous people (Wirth, 1938). Size, density and heterogeneity acquired a basic role in the interpretation of a system that, for its nature, made different the urban site from rural settlements. The late twentieth century therefore marked a watershed in the idea of urban reality, more and more projected to be defined the only reference in the territorial context, pole of the main development activities. With the advent of the twentieth century and the idea of polar cities (Christaller, 1933), they directly defined degree of functions the urban sites perform and, in particular, the level of interaction and magnetism of the services offered.

This framework unfolds a clear vision on the hegemonic structure of the central localities, guaranteeing a greater possibility of supply than peripheral realities and, therefore, a constant magnetism of socio-economic activities.

Urban centralities are defined, albeit for different nature, environments where it is generally preferred to undertake a process of urbanization, both due to a social and settlement aspect and to an economic and commercial ones. It becomes necessary to identify the plurality of intrinsic assumptions in these places that favor urban growth from a physical-spatial point of view. The complete knowledge of foundations thus becomes the key tool in order to understand and plan the future of the urban habitat (United Nations, 2015), the settlement environment and interpretation of the space, of the relationships and of the economies that exist among its users. This interpretation of human space fully explains how the contemporary anthropized environment encompasses the potentialities that lead to the continuous metropolitan development from the community. With the concept urban habitat, we mean the favorable environment to the growth of its own structure not only thanks to its morphology and to the wealth of resources but also to the social relations (as a whole of the economic and political ties) that exist among the users themselves.

Since human relationships represent an extremely variable aspect based on culture but above all based on time, it is not possible to generalize the idea that links the relationships of the community to the characteristics that make the habitat a suitable environment for the settlement and the development. This system, under the sociological aspect, can therefore be defined only as the response to the requests and relationships that,

Il sociologo urbano Louis Wirth, già a metà del ’900, definì la città contemporanea come un insediamento relativamente vasto, denso e duraturo di persone socialmente eterogenee (Wirth, 1938). Dimensione, densità ed eterogeneità acquisirono un ruolo basilare nell’interpretazione di un sistema che diversificò, nella sua natura, il sito urbano dagli insediamenti rurali. Il tardo XX secolo segnò quindi uno spartiacque nella concezione della realtà urbana, sempre più proiettata ad essere definita come un unico riferimento nel contesto territoriale, polo delle maggiori attività di sviluppo. Con l’avvento del Novecento e la concezione delle città polari (Christaller, 1933) si definì direttamente il grado delle funzioni che i siti urbani esplicano ed, in particolar modo, il livello di interazione e magnetismo dei servizi offerti. Questo quadro interpreta una chiara visione sulla struttura egemonica delle località centrali, garanti di una possibilità di offerta maggiore rispetto alle realtà periferiche e, quindi, di un costante magnetismo delle attività socioeconomiche. Le centralità urbane vengono quindi definite, seppur per diversa natura, ambienti dove generalmente viene preferito intraprendere un processo di inurbamento, sia esso dovuto ad un aspetto sociale ed insediativo sia per quello economico e commerciale. Diventa quindi necessario identificare la pluralità dei presupposti intrinsechi a questi luoghi che favoriscono l’accrescimento urbano sotto il profilo fisico-spaziale. La piena conoscenza di questi fondamenti diviene così lo strumento nodale affinché sia possibile comprendere e pianificare il futuro dell’habitat urbano (United Nations, 2015), ambiente insediativo ed interpretazione dello spazio, delle relazioni e delle economie che intercorrono tra i suoi fruitori. Questa interpretazione di spazio umano identifica pienamente come l’ambiente antropizzato contemporaneo racchiuda le potenzialità che portano al continuo sviluppo metropolitano da parte della collettività. Per habitat urbano, infatti, si intende l’ambiente favorevole alla crescita della propria struttura non solo grazie alla morfologia ed alla ricchezza di risorse ma anche in base alle relazioni sociali (nell’interezza dei legami economici e politici) che intercorrono tra gli stessi fruitori. Essendo i rapporti umani un aspetto estremamente variabile in base alla cultura ma soprattutto in base al tempo, non è possibile generalizzare il concetto che lega le relazioni proprie della collettività alle caratteristiche che rendono l’habitat un ambiente consono all’insediamento ed allo sviluppo. Questo sistema, sotto il carattere sociologico, può essere quindi definito solo come la risposta alle richieste e alle relazioni che, nella storia dell’uomo, hanno cercato il soddisfacimento degli interessi della sua collettività. L’elemento temporale diventa quindi un fattore propriamente determinante nel giustificare il ruolo più o meno attivo che la popolazione ha avuto nel rapporto con la stessa città e, quindi, indirettamente con il suo sviluppo strutturale (Talia, 2007).

Contestualizzando l’habitat urbano alla realtà attuale, questo può essere definito come quell’insieme di connessioni tra spazio e società che permettono di trarre vantaggio dalle circostanze intrinseche al polo. È altresì evidente che la cultura, la storia e le necessità proprie di ogni singola società determinino una diversità formale che non permette una visione generica e assoluta, tra i singoli siti. Resta invece possibile una classificazione sul benessere relativo se

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confrontato con lo stesso intorno di ogni polarità urbana, riuscendo ad identificare così quelle qualità che rendono l’habitat urbano favorevole all’insediamento e all’espansione per quella singola società. A prescindere dall’interpretazione spaziale che l’uomo attua nelle proprie città, l’accentramento e lo sviluppo verso i siti restano caratteristiche imprescindibili che, mosse dalla qualità e/o dalle possibilità, garantiscono attivamente il miglioramento della vita di chi la vive. Per questo motivo è possibile evidenziare come l’habitat urbano sia un bacino di ricchezza fisica, di risorse, politica, economica o culturale che crea una certa attrazione a livello territoriale. Essendo l’habitat una condizione legata al benessere (inteso come condizione di beneficio sotto un qualsiasi aspetto), è quindi soggetto ad essere un elemento mutevole nel tempo, esposto a cambiamenti e legato alle dinamiche che influenzano direttamente la sua presenza sul territorio.

La variabilità della necessità e degli interessi collettivi possono portare quindi ad un cambiamento degli standard qualitativi, incrementando o diminuendo l’appetibilità di un luogo e la sua relativa espansione. Se la perdita di interesse causa quindi l’abbandono della presenza in un polo urbano, l’accrescimento dei suoi livelli porta alla continua richiesta di sviluppo per il suo accrescimento. È quindi in questo quadro che, per soddisfare le richieste della collettività, interviene come strumento progettuale la pianificazione della macrodimensione, uno sviluppo morfologico non più dimensionata a misura umana ma a grandezza sociale secondo un rapporto tra densificazione e interazione.

La città contemporanea è un sistema estremamente complesso dove intercorrono, seppur in modalità e dimensione diversa, relazioni continue tra lo spazio e i suoi elementi caratterizzanti quali società, economia e geografia. Le strutture urbane sono definite dal risultato di secoli di adattamenti agli eventi

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in the history of man, have tried to satisfy the interests of his community. The temporal element thus becomes a properly decisive factor to justify the more or less active role that the population has had in the relationship with the city itself and, therefore, indirectly with its structural development (Talia, 2007).

Contextualizing the urban habitat to the current reality, it can be defined as that set of connections between space and society that allow you to take advantage of the intrinsic circumstances of the pole. It is also evident that the culture, the history and the needs of each individual society determine a formal diversity that does not allow a generic and an absolute vision among the individual sites.

On the other hand, a classification on the relative comfort remains possible when it is compared with the surrounding environment of each urban polarity, succeeding in identifying those qualities that make the urban habitat favorable to the settlement and the expansion for that single society.

Regardless of the spatial interpretation that man achieves in his own cities, the centralization and the development towards the sites remain essential characteristics which, driven by quality and/ or possibilities guarantee actively the improvement of the life of those who live there. For this reason, it is possible to highlight how the urban habitat is a basin of physical, political, economic or cultural wealth that creates a particular attraction at local level. Since the habitat is a condition linked to the well-being (it is considered as a condition of advantage under any aspect), it is therefore subject to be an element that changes over time, exposed to changes and linked to the dynamics that affect directly its presence on the territory.

The variability of needs and collective interests can therefore lead to a change in quality standards, increasing or decreasing the attractiveness of a place and its relative expansion. If the loss of interest therefore causes the abandonment of the presence in an urban center, the increase of its levels leads to the continuous request for the development of its growth. It is therefore within this framework that, in order to satisfy the demands of the community, the planning of the macrodimension operate as a design tool, a morphological development no longer dimensioned on a human scale but on a social scale depending on a relationship between densification and interaction.

The contemporary city is an extremely complex system where, even if in a different way and dimension, continuous relationships exist between space and its characterizing elements such as society, economy and geography. Urban structures are defined by the result of centuries of adaptations to events that have more or less directly affected the territory, modifying and organizing its structure in a consistent way both at a microscopic and macroscopic level. The formal aspect of the urban poles is characterized by its own spatial structure, defined mainly by the territorial morphology and by the multitude of anthropic grafts that organize and deal with the space in a unique way.

This picture clearly highlights how the structure of the single city is articulated and full of more or less complex interpolations that determine and cause its continuous growth. Cities cannot be clearly identified as single punctiform units, but they must be interpreted as a more complex network of connections which, influencing one other, create a continuous system of relation-

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Fig. 1 - Ashton Silom Tower, A49 Architects, Bangkok (Thailand). Scatto personale, feb. 2020. Ashton Silom Tower, A49 Architects, Bangkok (Thailand). Personal Shot, Feb. 2020.

ships (Christaller, 1933). The decisive character in the formation of the urban structure is therefore to be found in the function it assumes on the surrounding area and, through it, with the other settlements. It is in fact the urban hierarchies that regulate the size, the location and the distance between attractive polarities and its satellite settlements (Christaller, 1933).

The diversification of the role assumed by the cities around them makes the sites attractive polar entities that magnetize the interest and the development of the community due to their uniqueness of specific offer. It is therefore possible to see the territory as a network of links (urban connections) generated by the presence of more or less concentrated junctions (settlements) which vary in size and importance. This network is clearly an articulation that changes continuously depending on the logic of economic, political but above all on technological evolution, gathering towards specific poles of interests and prospects of interest. The constant technological development carried out since the beginning of the millennium has led not only to the birth of a new interpretation of urban polarity but above all to the birth of a new weaving of virtual relationships. The digitalization of economic processes and of connective systems has contributed substantially to a new interpretation of social relations, no longer confined to the physical dimension but transmuted under the digital one.

We can easily understand how these innovations have broken down the distances and spatial needs that, in a physical way, circumscribed urban realities in more or less defined borders. In an increasingly fast and dynamic world, making the transfer of data immediate has caused to a complete review of the functional and economic prospects of each individual reality, sometimes even revolutionizing radically the role it has had up to that moment. The speed of information, as well as the speed of the connection of infrastructures, today outlines the new constructive mesh of the metropolises, increasingly projected to a dizzying expansion and digital interaction.

It is precisely thanks to technological innovation that today it is possible to conceive no longer single cities but entire conurbations defined as megalopolises (Geddes, 1915).

The urban densification our settlement system has been modelled on in the last decades has now become a normal condition of constructive and social development. The disappearance of the recognizable limit in the contemporary city has highlighted the hierarchical uncertainty of the territorial structure (Dematteis, 1983), abandoning in this way the concept of perimeter of the urban compartment. In this context, we can infer a substantial change in the entire concept of settlement from the development profiles of the last century. The contemporary population is inclined to concentrate more and more continuously towards areas with desirable conditions, such as those of widely urbanized areas which are now almost totally exploited from a territorial point of view (UN-Habitat, 2015). The intense urbanization that is taking place in contemporary cities has therefore intensified the dynamics of the relationship between central polarity and its surroundings, pushing man towards the city where occupation has become the main factor to determine migration.

A special case is the historic city that due to the extraordinary testimonial value of the consolidated fabric has seen the expansion of new settlement models towards the peripheral areas.

Fig. 2 - Sulla sinistra: 1251 Avenue of the Americas (Exxon Building). Wallace Harrison (1968). Sulla destra: 1271 Avenue of the Americas (Time & Life Building). Wallace Harrison (1960). Scatto sulla W 50th St., New York City (N.Y.). Scatto personale, lug. 2019.

On the left: 1251 Avenue of the Americas (Exxon Building). Wallace Harrison (1968). On the right: 1271 Avenue of the Americas (Time & Life Building). Wallace Harrison (1960). Shot form W 50th St., New York City (N.Y.). Personal Shot, Jul. 2019.

che hanno insistito più o meno direttamente sul territorio modificandone ed organizzandone la struttura in modo consistente sia a livello microscopico che macroscopico. L’aspetto formale dei poli urbani è caratterizzato da una propria struttura spaziale, definita principalmente dalla morfologia territoriale e dalla moltitudine di innesti antropici che ne organizzano e gestiscono lo spazio in modo unico.

Questo quadro delinea chiaramente come la struttura della singola città sia articolata e piena di interpolazioni più o meno complesse che ne determinano e ne alimentano la sua continua crescita. Le città non possono essere lette chiaramente come singole unità puntiformi, bensì è necessario che siano interpretate come una più complessa rete di connessioni che influenzandosi reciprocamente creano un sistema di relazioni continuo (Christaller, 1933). Il carattere determinante nella formazione della struttura urbana è quindi da ricercare nella funzione che essa assume sul territorio circostante e, attraverso essa, con gli altri insediamenti. Sono infatti le gerarchie urbane che regolano la dimensione, la dislocazione e la distanza tra polarità attrattive ed i suoi insediamenti satelliti (Christaller, 1933).

La diversificazione del ruolo assunto dalle città nel loro intorno, rende i siti entità polari attrattivi che ne magnetizzano l’interesse e lo sviluppo della collettività per la loro unicità di offerta specifica. È possibile quindi interpretare il territorio come una rete di legami (connessioni urbane) generata dalla presenza più o meno concentrata di snodi (insediamenti) che variano per dimensione ed importanza. Questo network è chiaramente un’articolazione che muta continuamente in base alle logiche di evoluzione economiche, politiche ma soprattutto tecnologiche addensando verso specifici poli interessi e prospettive di interesse. Il costante sviluppo tecnologico attuato da inizio millennio,

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ha portato infatti non solo alla nascita di una nuova interpretazione di polarità urbana ma soprattutto alla nascita di nuova tessitura di relazioni virtuali. La digitalizzazione dei processi economici e dei sistemi connettivi ha contribuito in modo sostanziale ad una nuova interpretazione delle relazioni sociali, non più confinate nella dimensione fisica ma trasmutate sotto quella digitale. È ben comprensibile come queste innovazioni abbiano abbattuto le distanze e le necessità spaziali che, in modo fisico, circoscrivevano le realtà urbane in confini più o meno definiti. In un mondo sempre più rapido e dinamico, rendere immediato il trasferimento dei dati ha portato a rivedere completamente le logiche funzionali ed economiche di ogni singola realtà, talvolta rivoluzionando radicalmente il ruolo che essa ha avuto fino a quel momento. La rapidità di informazione, quanto la velocità delle infrastrutture di connessione, delinea oggi la nuova maglia costruttiva delle metropoli, sempre più proiettate ad un’espansione vertiginosa e di interazione digitale. È proprio grazie all’innovazione tecnologica che oggi è possibile concepire non più singole città ma di intere conurbazioni definite come megalopoli (Geddes, 1915).

La densificazione urbana con cui il nostro sistema insediativo si è modellato nelle ultime decadi è divenuto ormai una normale condizione di sviluppo costruttivo e sociale. La scomparsa del limite riconoscibile nella città contemporanea, ha messo in evidenza l’aleatorietà gerarchica della struttura territoriale (Dematteis, 1983), abbandonando, di fatto, il concetto di perimetrazione del compartimento urbano. In questo quadro i profili di sviluppo dell’ultimo secolo evincono un cambiamento sostanziale dell’intero concetto di insediamento. La popolazione contemporanea tende a concentrarsi in modo sempre più continuativo verso aree con condizioni desiderabili, come quelle delle zone ampiamente urbanizzate che oramai risultano quasi totalmente sfruttate sotto il profilo territoriale (UN-Habitat, 2015). L’intensa urbanizzazione che sta avvenendo nelle città contemporanee ha quindi intensificato la dinamica del rapporto tra polarità centrale e il suo contorno spingendo l’uomo a polarizzarsi verso la città dove l’occupazione è divenuta il fattore principale nella determinazione della migrazione. Caso a parte è quello della città storica dove lo straordinario valore testimoniale del tessuto consolidato ha visto traslare verso le aree periferiche l’espansione dei nuovi modelli insediativi. Intorno al fattore economico si sviluppa il fondamento per cui “ogni relazione economica e ogni processo economico hanno, senza eccezione, una dimensione spaziale, che il riferimento allo spazio quindi è un elemento costitutivo di quelle relazioni e di quei processi, che sono impensabili senza di esso” (Christaller, 1933). Fermo restando quanto premesso, si introduce la definizione di centralità come identificazione di una località che dispone di un servizio assente in tutte le località circostanti in un determinato raggio di prossimità. Ad accelerare lo sviluppo centrico delle realtà urbane contemporanee ha indubbiamente inciso la crisi del comparto produttivo ed energetico mondiale. Con la globalizzazione e l’automazione del comparto industriale, il sistema e lo sviluppo economico si è incentrato verso la produttività di servizi – tra tutti quelli sviluppati su piattaforma digitale e dell’informazione – che ha trovato nella città il suo fulcro produttivo. Questo nuovo modello di identità urbana ha dato luogo, in modo ormai costante e trasversale, ad una nuova fase di periurbanizzazione che, nel suo insieme, ha condizionato in modo incisivo lo sviluppo dei sistemi antropizzati. La dimensione e la suddivisione spaziale dell’habitat trova quindi nella città contemporanea una nuova e fluida identità, dove l’addensamento nei poli insediativi sintetizza non solo una crescita demografica quando, piuttosto, un indice di sviluppo economico (Crisci, 2010). Dall’analisi dello sviluppo degli insediamenti delle ultime decadi si evince infatti che il trend di crescita urbana non sia più direzionato verso un legame esclusivo tra demografia e processi di insediamento.

Lo sviluppo dei grandi poli urbani è avvenuto infatti in modo strutturato anche in situazioni di stazionamento della popolazione, dove tuttavia l’indice di sviluppo economico era virato su livelli positivi. Questo presupposto ha definito quindi un fondamento per cui il processo di espansione urbana torva una sua natura nella correlazione tra sviluppo economico, vettore trainante per le nuove prospettive di urbanizzazione, ed una relativa dipendenza insediativa.

Around the economic factor we have the basis for which « every economic relationship and every economic process has, without any exception, a spatial dimension, in reference to the space it is therefore a constitutive element of those relations and processes, which are unthinkable without it” (Christaller, 1933). Notwithstanding the foregoing, the definition of centrality is introduced as the identification of a locality that has a service absent in all the surrounding localities in a given proximity range.

The crisis in the global production and energetic sector has undoubtedly affected the central development of contemporary urban realities. With the globalization and automation of the industrial sector, the system and economic development has focused on the productivity of services – among all those developed on a digital and information platform – which has found its productive fulcrum in the city.

This new model of urban identity has given rise, in a constant and transversal way, to a new phase of periurbanization which, as a whole, has influenced the development of anthropized systems incisively. The size and spatial subdivision of the habitat therefore finds in the contemporary city a new and fluid identity, where the densification in the settlement poles not only summarizes a demographic growth but, rather, an index of economic development (Crisci, 2010). In fact, the development of large urban centers has taken place in a structured way even in situations where the population was stabilized, but where, however, the economic development index had turned to positive levels. This assumption has therefore defined a base for which the process of urban expansion finds its nature in the correlation between economic development, a driving force for new urbanization prospects, and a relative settlement dependency. This correlation has become more and more stable thanks to the constant digitalization of the production world, an element that has redefined the spatial dimension in a structured way with the elimination of the need to allocate physical space to economic production.

The prospect of thickening a large part of the settlement development in the city has undoubtedly revolutionized the entire concept of urban infrastructure. In this, environmental protection and energy conservation (Schirru, 2012), let us understand that the sustainable solution suggested is the development of compact cities, or in any case with high density. The densification of the consolidated city, which aims to reduce land consumption and energy waste, represents a clear reference model for future development not only for urban planning policies but also for social ones (Moccia and Coppola, 2009). This growth condition has therefore defined a constant increase of the urban density, developing entire metropolitan conurbations towards compact and stratigraphic settlement models. The need to relate within the community, despite the technological change in human interactions, remains a fundamental human need, whether it is an expression of the ancestral form of settlement or a digital expression of social and economic connectivity.

Regardless of the nature of the need, the material translation is that of a spatial support, of a built volume, of an infrastructure. Because of the densification of the contemporary city, a phenomenon of profound recalibration of the concept of spatiality has been observed. While the city of the twentieth century lived a relationship between full and empty in a horizontal reading,

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the contemporary one experiences its spatial diversity in the stratigraphy of the vertical volume.

The use of settlement realities, such as of social, economic and relational ones, takes place in fact at height, exploiting the third spatial dimension as an element of development for overlayers. «

Contemporary reality, fragmented into fabrics, networks and knots, can be identified as the sum of partial cities, which often interact and sometimes strive: an overlapping of articulated layers, autonomous one other but at the same time intersecting in sensitive places that define their exchange points and interrelation” (Faroldi, 2019).

The urban densification our settlement system has been shaped on in the last decades, has therefore become for various urban realities, a normal condition of constructive and social development. In this context, an urban fabric has been outlined characterized by a volumetric compactness to require an exponential overlapping of housing components, a factor that has had a decisive impact on the modelling of cities.

If the concept of high density has become an essential feature in the design requirements to sort out the settlement request, from the management aspect of the city this has substantially conditioned the planning of the entire anthropogenic systems and human well-being.

The need to reach an operative resolution of the question, balancing in a synergistic way the densified spatiality and that one necessary for social life, becomes an absolute priority so that

La prospettiva di addensare nella città gran parte dello sviluppo insediativo ha indubbiamente rivoluzionato l’intera concezione dell’infrastruttura urbanistica. In questo la tutela ambientale e salvaguardia energetica (Schirru, 2012), ha reso evidente come la soluzione sostenibile suggerita sia lo sviluppo di città compatte, o comunque ad alta densità. La densificazione della città consolidata, che porta in essere l’obiettivo di ridurne il consumo di suolo e lo spreco energetico, rappresenta un chiaro modello di riferimento per lo sviluppo futuro non solo per le politiche urbane di pianificazione urbana ma anche per quelle sociali (Moccia e Coppola, 2009). Questa condizione di crescita ha definito quindi un aumento costante della densità urbana, sviluppando intere conurbazioni metropolitane verso modelli insediativi compatti e stratigrafici. Il bisogno di relazionarsi all’interno della collettività, nonostante il cambiamento tecnologico nelle interazioni umane, resta una necessità fondamentale dell’uomo, sia che esso sia espressione della forma ancestrale di insediamento abitativo sia essa un’espressione digitale di connettività sociale ed economica. Indipendentemente dalla natura del bisogno, la traduzione materiale è quella di un sostegno spaziale, di volumetria costruita, di infrastruttura. Con la densificazione della città contemporanea si è osservato quindi un fenomeno di profonda ricalibrazione del concetto di spazialità. Mentre la città del Novecento viveva un rapporto tra pieno e vuoto in una lettura orizzontale, quella contemporanea vive la sua diversità spaziale nella stratigrafia del volume verticale. La fruizione delle realtà insediative, come quelle sociali, economiche e relazionali avviene difatti in altezza, sfruttando la terza dimensione spaziale come elemento di sviluppo per overlayers. “La realtà contemporanea, parcellizzata in tessuti, reti e nodi, è identificabile come sommatoria di città parziali, che spesso interagiscono e a volte confliggono: una sovrapposizione di layers

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Fig. 2 - Vista Nord della città di Ho Chi Minh da Bitexco Financial Tower, Ho Chi Minh (Vietnam). Scatto personale, feb. 2020. North view of Ho Chi Minh from Bitexco Financial Tower, Ho Chi Minh (Vietnam). Personal Shot, Feb. 2020.

articolati, tra loro autonomi ma al contempo intersencantisi in luoghi sensibili che ne definiscono punti di scambio e interrelazione” (Faroldi, 2019).

La densificazione urbana con cui il nostro sistema insediativo si è modellato nelle ultime decadi è quindi divenuto, per svariate realtà urbane, una normale condizione di sviluppo costruttivo e sociale. In questo quadro si è delineato un tessuto urbano caratterizzato da una compattezza volumetrica tale da necessitare di una sovrapposizione esponenziale di componenti abitative, fattore che ha inciso in modo determinante nella modellazione delle città. Se sotto il profilo risolutivo alla richiesta insediativa il concetto di alta densità è divenuto un carattere imprescindibile nelle esigenze progettuali, sotto l’aspetto gestionale della città questo ha condizionato in modo sostanziale la progettualità degli interi sistemi antropici e il benessere umano. La necessità di giungere ad una risoluzione operante della questione, bilanciando in modo sinergico la spazialità densificata e quella necessaria alla vita sociale, diviene quindi una priorità assoluta affinché si possa giungere a riequilibrare il rapporto tra spazio e uomo. All’interno di queste macrodimensioni architettoniche, infatti, si concentrano la maggior parte degli insediamenti a cui lo sviluppo tecnologico e l’interazione con il mondo virtuale ha modellato stili di vita e usanze sociali definendo così un nuovo modello di vivere la città. Sotto il profilo prettamente compartimentale, se si interpreta la dimensione densificata come un fattore accelerante per le criticità sociali è altresì opportuno pensarla come un’area di vasta influenza in caso di un opportuno controllo e una virtuosa strategia sociale. La dimensione della densità architettonica ed urbana, genera quindi due situazioni diametralmente opposte, due antipodi che non consentono una interpretazione intermedia ma solo un risposta reattiva alle nuove necessità di tutela sociale. Tuttavia, intorno allo sviluppo degli insediamenti ad alta densità persistono una moltitudine di sfide affinché lo sviluppo urbano non incida sulla qualità dell’habitat urbano. In questo contesto è fondamentale che siano identificate e definite una moltitudine di attuazioni sociali e programmatiche in grado di controllare e gestire il rapporto tra spazio e società. Per avviare un opportuno approccio metodologico all’analisi del tema, si dovrà quindi necessariamente correlare le necessità della dimensione morfologica da quella complementare di scala sociologica. Non è quindi possibile, né tantomeno auspicabile, risolvere il delicato aspetto del benessere sociale nelle realtà ad alta densità abitativa senza relazionare l’uomo ai nuovi e molteplici fenomeni che incidono nella riconfigurazione dell’urbano. In questo, la frammentazione del tessuto sociale, l’incremento e la modifica della mobilità così come la smaterializzazione digitale delle funzioni tipiche della città (Balducci, 2012) definiscono ad oggi il nuovo presupposto tecnico-teorico di sviluppo con il quale pianificare il sistema urbano contemporaneo.

Riferimenti bibliografici_References

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we can achieve a rebalancing of the relationship between space and man. Within these architectural macro-dimensions, in fact, most of the settlements are concentrated where technological development and interaction with the virtual world have shaped lifestyles and social customs, defining a new model of living the city. From a purely compartmental point of view, if the densified dimension is interpreted as an accelerating factor for social critical issues, it is also appropriate to think of it as an area of vast influence in case of proper control and a virtuous social strategy. The dimension of architectural and urban density therefore generates two diametrically opposed situations, two antipodes that do not allow an intermediate interpretation but only a reactive response to the new needs of social protection.

However, a multitude of challenges persist around the development of high-density settlements so that urban development may not affect the quality of the urban habitat. In this context, it is essential to identify and define a multitude of social and programmatic implementations able to control and manage the relationship between space and society. In order to undertake an appropriate methodological approach to the analysis of the theme, it is necessary to correlate the needs of the morphological dimension with the complementary one on a sociological scale. It is therefore not possible, much less desirable, to resolve the delicate aspect of social well-being in high-density housing situations without relating man to the new and multiple phenomena that affect the reconfiguration of the urban. In this, the fragmentation of the social fabric, the increase and modification of mobility as well as the digital dematerialization of the typical functions of the city (Balducci, 2012) now define the new technical-theoretical assumption about the development with which to plan the contemporary urban system.

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urbanform and design

Laboratorio Aperto Ferrara

DOI: 10.48255/2384-9207.UD 17-18.2022.16

U+D

Open Workshop Ferrara

Introduction

Open Workshop is the significant title, chosen by the city of Ferrara for the new spaces, recently inaugurated at the former Theatre of the Accademia degli Intrepidi, then Obizzi, then Tosi-Borghi and finally Verdi. In neglect for over thirty years, the theatre risked turning into a real ruin in the historic centre. Following the acquisition by the Municipality in 1999, a long design process led to the formation of a new urban polarity, a UNESCO Visitor Center and a Center for Sustainable Mobility, almost close to the Este Walls.

The study presented aims to critically analyze the process underlying the recent and now historical transformations that have seen the former theatre become the “substrate” of a covered urban square, made continuously accessible and in fact returned to citizens.

From the first project of the Theatre of the Accademia degli Intrepidi, dating back to the early seventeenth century, by Giovan Battista Aleotti, who “reduced the granary near the church of San Lorenzo into a beautiful arena”, to the transformation into “modern architecture” by Carlo Pasetti, who merged the theatrical place for chivalrous performances with the hall theatre, until its destruction due to a fire in 1679, the theatre used and “consumed” its spaces until they were exhausted. The remains were not demolished or removed for about 130 years, after which it was decided to free the area to use it for the horse market, taking into account that the church of San Lorenzo overlooked the southeastern side of the square, which no longer exists. Yet on those same places, an uncovered summer arena was built again, inaugurated in June 1857, based on a project by the architect Foschini. Just six years later the theatre was covered, thus determining the transition from daytime theatre to theatre for performances in general, also possible in winter. However, it maintained a vocation for daily representations by retaining a glass roof, which produced a real knotting of the space originally open for the show.

Therefore, the reading of the contemporary project describes its ultimate contribution, the point of arrival of the stratification. The transformation of the former Verdi Theatre and the inauguration of the Open Workshop on 25 March 2019 are configured as a redevelopment of the urban fabric; a piece of the city has been revived, giving the citizens a real covered square. The Open Workshop of Ferrara, included in the network of Open Workshop of the Emilia-Romagna Region, is a hub, a point of reference in the area, an attraction for creative companies, start-ups, professionals and institutions for city development.

DiAP, Dipartimento di Architettura e Progetto, Sapienza Università degli Studi di Roma

E-mail: susanna.clemente@uniroma1.it

Introduzione

Laboratorio Aperto è il titolo significativo, scelto dalla città di Ferrara per i nuovi spazi, da poco inaugurati presso l’ex Teatro dell’Accademia degli Intrepidi, poi Obizzi, poi Tosi-Borghi e infine Verdi.

In abbandono da oltre trent’anni, il teatro ha rischiato di tramutarsi in una vera e propria rovina in centro storico. A seguito dell’acquisizione da parte del Comune nel 1999, un lungo percorso progettuale ha portato alla formazione di una nuova polarità urbana, Visitor Center UNESCO e Centro per la Mobilità Sostenibile, quasi a ridosso delle Mura Estensi.

Lo studio presentato si propone di analizzare criticamente il processo alla base delle trasformazioni recenti e ormai storiche che hanno visto l’ex teatro divenire il “sostrato” di una piazza urbana coperta, resa accessibile continuativamente e di fatto restituita ai cittadini.

Dal primo progetto del Teatro dell’Accademia degli Intrepidi, risalente ai primi anni del XVII secolo, di Giovan Battista Aleotti, che “ridusse in forma di bellissima arena il granaio presso la chiesa di San Lorenzo”, alla trasformazione in “architettura moderna” di Carlo Pasetti, che fuse il luogo teatrale per spettacoli cavallereschi con il teatro di sala, fino alla distruzione, dovuta a un incendio, nel 1679, il teatro utilizzò e “consumò” fino all’esaurimento i suoi spazi. I resti non furono demoliti né rimossi per circa 130 anni, passati i quali si decise di liberare l’area da destinare al mercato equino, tenendo conto che sul lato sudorientale della piazza si affacciava la chiesa di San Lorenzo, oggi non più esistente. Eppure su quegli stessi luoghi sorse nuovamente, inaugurata nel giugno del 1857, un’arena estiva, scoperta, su progetto dell’architetto Foschini. Appena sei anni più tardi il teatro venne coperto, determinando così il passaggio da teatro diurno a teatro per rappresentazioni in genere, possibili anche in inverno. Mantenne tuttavia una vocazione alla rappresentazione giornaliera conservando una copertura a vetri, che produsse un vero e proprio annodamento dello spazio in origine aperto per lo spettacolo. Dunque, la lettura del progetto contemporaneo ne descrive il contributo ultimo, il punto d’arrivo della stratificazione. La trasformazione dell’ex Teatro Verdi e l’inaugurazione del Laboratorio Aperto il 25 marzo 2019 si configurano come una riqualificazione del tessuto urbano; si è fatto rivivere un brano di città, restituendo ai cittadini una vera e propria piazza coperta. Il Laboratorio Aperto di Ferrara, inserito nel network di Laboratori Aperti della Regione Emilia-Romagna è un hub, punto di riferimento sul territorio, attrattore di imprese creative, start-up, professionisti e istituzioni per lo sviluppo cittadino.

Dalla piazza al teatro, dal teatro alla piazza

Lo studio presentato è volto a ricostruire per episodi salienti il processo di formazione del Laboratorio Aperto di Ferrara, vera e propria polarità, piazza urbana coperta, come esito delle trasformazioni del tessuto della città, a partire dallo spazio per lo spettacolo. Ferrara è senz’altro uno scenario privilegiato di studio, le rappresentazioni nei

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Drawing

cortili e nelle piazze, allestiti temporaneamente, hanno prodotto delle trasformazioni significative nel tessuto urbano a partire dall’epoca medievale e fino alla formazione, avvenuta anche in tempi recenti, di organismi teatrali autonomi, che, come in questo caso, hanno modificato ulteriormente la loro struttura e la loro funzione, subendo l’influenza e a loro volta influenzando i mutamenti della città.

Il Laboratorio Aperto può intendersi dunque come il prodotto di un processo evolutivo che parte dalla piazza per approdare al teatro e, dall’edificio teatrale, di nuovo alla piazza, coperta.

Tra le fonti principali che descrivono i mutamenti delle aree urbane ferraresi la cui funzione è stata ed è tuttora legata allo spazio moderno per lo spettacolo, si pensi a raccolte di mappe, disegni e carte, conservate presso la Biblioteca Ariostea, come le Topografie della città e provincia di Ferrara, la Raccolta di stampe e disegni della città e stato di Ferrara con altre città confinanti come pure di diverse stampe e disegni de fiumi e del modo di regolare il Reno, la Raccolta di Tavole disegnate o possedute da Giovan Battista Aleotti e le Carte corografiche generali e particolari dello Stato di Ferrara e descrittioni compendiose a ciascuna carta

Dallo studio di queste l’Architetto Carlo Bassi ha evidenziato “la straordinaria geometria [che] regola la struttura urbana di Ferrara entro le mura saldando Medioevo e Rinascimento in una unità inscindibile”. Non a caso Ferrara è stata definita da Burckhardt (Burckhardt, 1860) come la prima città moderna d’Europa. Simbolo di questa unità, nonché dell’identificazione della città con la sua scena teatrale, è la celebre rappresentazione contenuta nel Codice Sardi, in cui la piazza tra la cattedrale e il Palazzo Ducale costituisce il punto focale. La festa rinascimentale e barocca era intesa come un unicum, una rappresen-

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From square to theatre, from theatre to square The presented study is aimed at reconstructing the developing process of the Open Workshop of Ferrara in salient episodes, a real polarity, a covered urban square, as a result of the transformations of the urban fabric, starting from the space for the show.

Ferrara is undoubtedly a privileged setting for study, the performances in the courtyards and in the squares, temporarily set up, have produced significant transformations in the urban fabric starting from the medieval era and up to the formation, also in recent times, of autonomous theatrical organisms, which, as in this case, have further modified their structure and their function, undergoing the influence and in turn influencing the changes in the city.

The Open Workshop can therefore be understood as the product of an evolutionary process that starts from the square to arrive at the theatre and, from the theatre building, back to the covered square.

Among the main sources that describe the changes in the urban areas of Ferrara whose function has been and still is linked to the modern space for the show, think of the collections of maps, drawings and papers, kept at the Ariostea Library, such as the Topografie della città e provincia di Ferrara, the Raccolta di stampe e disegni della città e stato di Ferrara con altre città confinanti come pure di diverse stampe e disegni de fiumi e del modo di regolare il Reno,

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Fig. 1 - Disegno del Teatro Obizzi, interno. Biblioteca Comunale Ariostea, Fondo Antolini, busta n.83. of the Obizzi Theatre, interior. Biblioteca Comunale Ariostea, Fondo Antolini, busta n.83.

the Raccolta di Tavole disegnate o possedute da Giovan Battista Aleotti and the Carte corografiche generali e particolari dello Stato di Ferrara e descrittioni compendiose a ciascuna carta

From the study of these, the architect Carlo Bassi highlighted “the extraordinary geometry [which] regulates the urban structure of Ferrara within the walls, welding the Middle Ages and the Renaissance into an inseparable unity”. It is no coincidence that Ferrara was defined by Burckhardt (Burckhardt, 1860) as the first modern city in Europe. Symbol of this unity, as well as the identification of the city with its theatrical scene, is the famous representation contained in the Sardi Code, in which the square between the cathedral and the Doge’s Palace is the focal point.

The Renaissance and Baroque festival was intended as a unicum, a representation whose characteristic par excellence was the intermediality, the temporary coexistence of all the arts and all the means to make it real, as it would later happen in opera. Often, this unicum, the temporary event, has proved to be absolute, and also detached from the specific context in which it was created, a precursor of some of the main characters of the modern space for the show. Today the reconstructions of the organizational structures are possible mainly thanks to historical reports and, in some rarer cases, thanks to graphic representations.

Another important aspect is the substantial coexistence of the city as a theatrical place that occasionally modifies its squares and buildings making them places linked to the ephemeral, through the use of temporary devices, with permanent theatres, specialized closed buildings.

“Substrate”

Another type that partially summarizes what has been described so far is that of the open-air permanent theatre.

The first plan of the Theatre of the Accademia degli Intrepidi, dating back to the early seventeenth century, kept in the Archivio di Stato of Modena and shown below in figure 1, is by Giovan Battista Aleotti. Built in 1605, it was one of the first examples of a permanent theatre in Italy. On behalf of the Marquis Enzo Bentivoglio, Aleotti reduced “the granary near the church of S. Lorenzo into a beautiful arena”, which the Accademia degli Intrepidi had rented from the Duke of Modena Cesare d’Este.

We read in the dedication of Giovan Battista Aleotti to Ranuccio Farnese: “If the Theatre of Ferrara was erected, many years ago, from this very illustrious Accademia degli Intrepidi with the means of my drawings it is not even reduced to that perfection that it must, and for the variety of the Scenes, and for the multiplicity of the Machines, nevertheless it has in itself so much of nobility and vagueness, for that part in which it is accomplished, that it offers not mediocre delight and pleasure to those looking at it”1

The estimated dimensions of the theatre are about 22 x 37 meters, for a height of 13 meters.

The auditorium was divided into 13 steps, for a total of about 800 seats. The theatre was entirely wooden, the roof was made of light poplar wood boards. It was the site of the first ever opera performance, Claudio Monteverdi’s Orfeo “In this theatre Giovan Battista Aleotti, while referring to the architectural solutions of the Olympic theatre in Vicenza (1580) by Andrea Palladio (1518-1580), suppresses the fixed stage and anticipates some fundamental characteristics of modern opera houses. In the hall, the tiers form a “U” making the space destined to host some

tazione la cui caratteristica per eccellenza era l’intermedialità, la coesistenza temporanea di tutte le arti e di tutti i mezzi per renderla reale, come sarebbe accaduto più tardi nell’opera lirica. Spesso, proprio quest’unicum, l’evento temporaneo, si è rivelato in assoluto, e anche slegato dal contesto specifico in cui è stato creato, precorritore di alcuni dei principali caratteri dello spazio moderno per lo spettacolo.

Le ricostruzioni degli assetti organizzativi sono oggi possibili principalmente grazie alle cronache storiche e in alcuni più rari casi grazie alle rappresentazioni grafiche. Altro aspetto di rilievo è la sostanziale coesistenza della città come luogo teatrale che modifica occasionalmente le sue piazze e i suoi palazzi rendendoli luoghi legati all’effimero, tramite l’impiego di apparati provvisori, con i teatri stabili, edifici chiusi specializzati.

“Sostrato”

Ulteriore tipologia che in parte sintetizza quanto finora descritto è quella del teatro stabile all’aperto. La prima pianta del Teatro dell’Accademia degli Intrepidi, risalente ai primi anni del XVII secolo, custodita presso l’Archivio di Stato di Modena e di seguito riportata in figura 1, è di Giovan Battista Aleotti. Costruito nel 1605 fu uno dei primi esempi di teatro stabile in Italia. Su incarico del Marchese Enzo Bentivoglio, Aleotti ridusse “in forma di bellissima arena il granaio presso la chiesa di S. Lorenzo”, che l’Accademia degli Intrepidi aveva avuto in affitto dal Duca di Modena Cesare d’Este. Si legge nella dedica di Giovan Battista Aleotti a Ranuccio Farnese: “Se bene il Teatro di Ferrara eretto, molt’anni sono, da quest’illustrissima Accademia degli’Intrepidi col mezzo de’ miei disegni non è per anco ridotto a aquella perfezione che segli deve, e per la varietà delle Scene, e per la multiplicità della Macchine, ha tuttavia in sé tanto di nobiltà e di vaghezza, per quella parte in ch’egli è compiuto, che non mediocre diletto e piacere porge a’ rigurardanti”1

Le dimensioni stimate del teatro sono di circa 22x37 metri, per un’altezza di 13 metri. La cavea era ripartita in 13 gradoni, per un totale di circa 800 posti a sedere. Il teatro era interamente ligneo, la copertura era realizzata in leggere tavole di legno di pioppo. Fu sede della prima rappresentazione operistica in assoluto, l’Orfeo di Claudio Monteverdi.

“In questo teatro Giovan Battista Aleotti, pur rifacendosi alle soluzioni architettoniche del teatro Olimpico di Vicenza (1580) di Andrea Palladio (1518-1580), sopprime la scena fissa ed anticipa alcune fondamentali caratteristiche dei teatri d’opera moderni. Nella sala, le gradinate formano una “U” rendendo più ampio lo spazio destinato ad ospitare alcune parti dello spettacolo; tale spazio, in seguito, sarà occupato dalla platea. Dietro alla galleria, a differenza dei teatri “Olimpico” di Vicenza e “Olimpico” di Sabbioneta di Vincenzo Scamozzi (15531613), introduce altre gradinate che costituiscono, secondo alcuni studiosi, l’embrione delle file sovrapposte dei palchi. Il palcoscenico viene ampliato per ospitare scene mobili e per permettere la movimentazione delle macchine. La novità più importante rispetto ai precedenti teatri è rappresentata sicuramente da un elaborato arco di proscenio che incornicia la prospettiva” (Fabbri, Farinai, Fausti, Pompoli, 1995). Gli elementi descritti, in germe presso il Teatro dell’Accademia, vennero poi completamente sviluppati dall’Aleotti nel Teatro Farnese a Parma. Manfredo Tafuri ne Il luogo teatrale dall’umanesimo a oggi (Tafuri, 1976) scrive in proposito del Farnese che “sala e palcoscenico sono unificati architettonicamente, come ribaltamento dello spazio urbano all’interno dello spazio teatrale […] e la città non è più solo elemento ultimo della visione spettacolare, ma si fa spazio teatrale in senso assoluto”. Prisciani negli Spectacula, primo trattato in volgare dedicato al teatro, sintesi vitruviana e albertiana, nonché simbolo della riscoperta nel panorama ferrarese del teatro classico, fa discendere la parola theatro da visorio, luogo dove è possibile vedere ed esser visti, secondo l’interpretazione di Cassiodoro. Sempre Prisciani distingue poi le cinque parti necessarie del teatro: “lo expedito sino de la discohoperta area mediana, le gradazione atorno atorno la area, lo exagerato pulpito, el portico nel supremo et interiore ambito, et el

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Fig. 2 - Laboratorio Aperto (https://fesr.regione.emilia-romagna.it/notizie/2019/ottobre/ inclusione-digitale-al-laboratorio-aperto-di-ferrara).

Open Workshop (https://fesr.regione.emilia-romagna.it/notizie/2019/ottobre/inclusione-digitaleal-laboratorio-aperto-di-ferrara).

parts of the show larger; this space will later be occupied by the stalls. Behind the gallery, unlike the “Olympic” theatre in Vicenza and “Olympic” theatre in Sabbioneta by Vincenzo Scamozzi (1553-1613), it introduces other tiers which, according to some scholars, constitute the embryo of the superimposed rows of boxes. The stage is enlarged to accommodate mobile scenes and to allow the movement of the machines. The most important novelty compared to the previous theatres is certainly represented by an elaborate proscenium arch that frames the perspective” (Fabbri, Farinai, Fausti, Pompoli, 1995). The elements described, in germ at the Accademia Theatre, were then completely developed by Aleotti in the Farnese Theatre in Parma. Manfredo Tafuri in The Theatrical Place from Humanism to Today (Tafuri, 1976) writes about the Farnese that “hall and stage are architecturally unified, as an overturning of the urban space within the theatrical space [...] and the city is no longer just the ultimate element of the spectacular vision, but it becomes theatrical space in an absolute sense”. Prisciani in the Spectacula, the first treatise in vernacular dedicated to theatre, a Vitruvian and Albertian synthesis, as well as a symbol of the rediscovery of classical theatre in the Ferrara panorama, brings down the word theatro from visorio, a place where it is possible to see and be seen, according to the interpretation of Cassiodorus. Prisciani also distinguishes the five necessary parts of the theatre: “lo expedito sino de la discohoperta area mediana, le gradazione atorno atorno la area, lo exagerato pulpito, el portico nel supremo et interiore ambito, et el cohoperto”. These elements are performed in full in the Aleottian theatre.

Fig. 3 - Giovan Battista Aleotti, Pianta del teatro degli Intrepidi (?) [MOas].

Giovan Battista Aleotti, Plan of the theatre of the Intrepid (?) [MOas].

cohoperto”. Tali elementi sono eseguiti in toto nel teatro aleottiano. Il Teatro dell’Accademia subì due importanti rimaneggiamenti, di cui il primo, risalente al 1626, ad opera di Francesco Guitti, consistette in un ammodernamento del palcoscenico per gli aspetti tecnici legati alla movimentazione delle scene, e il secondo, del 1660 a cura di Carlo Pasetti, interessò l’area destinata al pubblico. L’architetto Pasetti lo trasformò in “architettura moderna”, fondendo il luogo teatrale per spettacoli cavallereschi con il teatro di sala. Furono creati un ampio spazio libero al centro, di forma ovata, circondato dalla cavea a gradoni, tribune a più ponti sovrapposte disposte circolarmente lungo il perimetro della platea, precorritrici di cinque ordini di palchi sovrapposti, e il palcoscenico con prospetto architravato, il tutto privilegiando una visione frontale della scena. Tali caratteristiche si possono dire precorse in tutto e per tutto sin dall’assetto aleottiano, poi ribadito a Parma. Il teatro fu poi acquistato dagli Obizzi nel 1640, perdendo dunque il legame con l’Accademia. Il teatro fu distrutto da un incendio nel 1679, i suoi resti non furono demoliti né rimossi per circa 130 anni, passati i quali si decise di liberare l’area da destinare al mercato equino, tenendo conto che sul lato sudorientale della piazza si affacciava la chiesa di San Lorenzo, oggi non più esistente.

L’Ingegner Tosi Borghi ottenne la concessione di utilizzare il cortile alla condizione che trasformasse in Arena il granaio di San Lorenzo, sito in piazza Nuova o piazza del Mercato dei cavalli, poi piazza Verdi. La chiesa di San Lorenzo, oggi scomparsa, era posta sul lato sud ovest della piazza, adiacente al granaio. L’Arena Tosi-Borghi, affacciante sull’area più meridionale della piazza, era dotata di platea e loggia. Gli spettacoli ivi rappresentati testimoniavano il carattere popolare legato sin dal principio allo spazio per la rappresentazione. L’arena estiva, scoperta, su progetto dell’architetto Foschini, fu dunque inaugurata nel giugno

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The Accademia Theatre underwent two important alterations, of which the first, dating back to 1626, by Francesco Guitti, consisted of a modernization of the stage for the technical aspects related to the movement of the scenes, and the second, in 1660 by Carlo Pasetti, interested the area intended for the public. The architect Pasetti transformed it into “modern architecture”, merging the theatrical venue for chivalrous performances with the hall theatre. A large free space was created in the centre, in an oval shape, surrounded by the cavea with steps, tribunes with several superimposed bridges circularly arranged along the perimeter of the stalls, precursors of five orders of superimposed boxes, and the stage with an architraved façade, all favoring a front view of the scene. These characteristics can be said to be precursor in all respects since the Aleotian order, then reaffirmed in Parma.

The theatre was then purchased by the Obizzi in 1640, thus losing the link with the Accademia. The theatre was destroyed by a fire in 1679, its remains were not demolished or removed for about 130 years, after which it was decided to free the area to use it for the horse market, taking into account that the southeastern side of the square overlooked the church of San Lorenzo, no longer existing today.

The engineer Tosi Borghi obtained the concession to use the courtyard on condition that he transforms the granary of San Lorenzo into an Arena, located in Piazza Nuova or Piazza del Mercato dei cavalli, then Piazza Verdi. The church of San Lorenzo, now disappeared, was located on the southwest side of the square, adjacent to the granary. The Tosi-Borghi Arena, overlooking the southernmost area of the square, was equipped with an audience and a loggia. The shows represented there testified to the popular character linked from the beginning to the space for rep-

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resentation. The summer arena, discovered, on a project by the architect Foschini, was therefore inaugurated in June 1857. The summer arena could hold up to a maximum of 1700 spectators, spread over three galleries, one of which was located at the level of the audience.

Just six years later, in 1863, the theatre was covered, first with a sheet then with an iron structure and light wooden coatings and crystals already present (built together with a new gallery), thus determining the transition from a daytime theatre to a theatre for representations in general, also possible in winter. However, it maintained a vocation for daily representations while still retaining a glass roof. In a letter from Angelo Borsari to the mayor of 1863 we read: “the covering of the stalls consists of various iron cavities secured to the internal fulchers of the scaffolding, on which fir boards rest on the outside covered by painted canvas, they include an area around the curve, and in the middle an opening covered with common sheets of crystal supported by a wooden frame, and defended by an iron mesh”2. This roof was subject to a collapse in 1871 and restored to a design by th engineer Calzoni. A letter from the engineer Borsari to the mayor also shows that this project included: “an iron and timber roof on cast iron columns to cover the stalls which can be supported independently of the rest of the theatre; and its columns should indeed support the parapets of the loggias and the attics adhering to them”3

Ultimately we are witnessing a real knotting of a space originally open for the show.

On June 2, 1912 the last performance was held in the old configuration of the Tosi-Borghi Arena.

The engineers Fausto Finzi and Antonio Mazza renovated the Foschini arena, increasing the seats to 2000, divided into two rows of galleries.

On May 7, 1913 the Verdi Theatre was inaugurated.

The capacity relating to the last Verdi Theatre was 1,400 seats; a progressive decline had led to its definitive closure in 1985. The theatre was therefore recently subjected to a restoration that made its spaces accessible to the city again, although with new and different functions.

Open Workshop

The events described so far testify the great possibility of recovery and reuse of this urban public space, especially through and thanks to the resonance and mutability induced by the theatrical event, multiform, multimedia par excellence, generator of connection, meeting, sharing. Certainly not by chance but the narrated process of transformation led this space rather than others to incorporate the new needs of the contemporary city, also wisely lending itself as a trigger for new activities and forms of awareness, becoming a hub for local and regional culture.

Since 1999 the real estate complex has been acquired in the patrimony of the Municipality of Ferrara. Thanks to the European Regional Development Fund 2014-2020 - Axis 6 for attractive and participated cities, the main objectives of the European Urban Agenda have been implemented, consisting in “strengthening the identity of an urban area”, in this case central, close to the Mura Estensi, “able to trigger processes of participation of citizens and businesses in the strategic choices of the city and to create new opportunities for employment and inclusion”.

The transformation of the former Verdi Theatre and the inauguration of the Open Workshop on March 25, 2019 are configured as a redevelopment of the urban fabric; a piece of the city has

del 1857. L’arena estiva poteva contenere fino a un massimo di 1700 spettatori, ripartiti su tre gallerie, di cui una era collocata alla quota della platea. Appena sei ani più tardi, nel 1863, il teatro venne coperto, dapprima con un telone poi con una struttura di ferro e rivestimenti lignei leggeri e cristalli già presenti (realizzata insieme a una nuova galleria), determinando così il passaggio da teatro diurno a teatro per rappresentazioni in genere, possibili anche in inverno. Mantenne tuttavia una vocazione alla rappresentazione giornaliera conservando comunque una copertura a vetri. In una lettera di Angelo Borsari al sindaco del 1863 si legge: “la cuopritura della platea consiste in varie incavallature di ferro assicurate ai fulchri interni dell’impalcatura, sulle quali incavallature poggiano tavole di abete, all’esterno coperte da tela verniciata, comprendono una zona in giro alla curva, e nel mezzo un’apertura coperta di lastre comuni di cristallo sostenute da intelaiatura di legno, e difese da maglia di ferro”2. Tale copertura fu soggetta a un crollo nel 1871 e ripristinata su progetto dell’Ingegner Calzoni. Da una lettera dell’Ingegnere Borsari al sindaco si evince ancora che tale progetto prevedeva: “un tetto in ferro e legname su colonne di ghisa per cuoprire la platea il quale può sorreggersi indipendentemente dal resto del teatro; e le sue colonne dovrebbero anzi sostenere i parapetti delle loggie e i solai che vi sono aderenti”3. In definitiva assistiamo a un vero e proprio annodamento di uno spazio in origine aperto per lo spettacolo. Il 2 giugno 1912 si tenne l’ultima rappresentazione nella vecchia configurazione dell’Arena Tosi-Borghi. Gli ingegneri Fausto Finzi e Antonio Mazza rinnovarono l’arena di Foschini, incrementando i posti a 2000, suddivisi su due ordini di gallerie. Il 7 maggio del 1913 fu inaugurato il Teatro Verdi. La capienza relativa all’ultimo impiego del Verdi era pari1400 posti; un progressivo declino aveva portato alla chiusura definitiva nel 1985. Il Teatro è stato quindi recentemente sottoposto a un intervento di restauro che ha reso nuovamente fruibili alla città i suoi spazi, tuttavia con nuove e diverse funzioni.

Laboratorio Aperto

Le vicende finora descritte testimoniano la grande possibilità di recupero e riuso di questo spazio pubblico urbano, specie attraverso e grazie alla risonanza e alla mutevolezza indotte dall’evento teatrale, per eccellenza multiforme, multimediale, generatore di connessione, incontro, condivisione. Senz’altro non il caso ma il processo di trasformazione narrato hanno portato questo spazio piuttosto che altri a recepire le nuove esigenze della città contemporanea, prestandosi sapientemente anche come innesco per nuove attività e forme di consapevolezza, divenendo un hub per la cultura locale e regionale. Dal 1999 il complesso immobiliare è stato acquisito al patrimonio del Comune di Ferrara. Grazie al Fondo Europeo di Sviluppo Regionale 2014-2020 - Asse 6 per le Città attrattive e partecipate sono stati attuati i principali obiettivi dell’Agenda urbana europea, consistenti nel “rafforzamento dell’identità di un’area urbana, in questo caso centrale, a ridosso delle Mura Estensi, in grado di innescare processi di partecipazione di cittadini e imprese alle scelte strategiche della città e creare nuove opportunità di occupazione e inclusione”.

La trasformazione dell’ex Teatro Verdi e l’inaugurazione del Laboratorio Aperto il 25 marzo 2019 si configurano come una riqualificazione del tessuto urbano; si è fatto rivivere un brano di città, restituendo ai cittadini una vera e propria piazza coperta. Si è creata una “Nuova Polarità” di livello urbano, data dall’articolazione di spazi pubblici e semipubblici, attraversabile da pedoni e biciclette come qualsiasi altra piazza della città, permeabile dunque, e coperta.

Nel corso degli interventi sono emerse tracce della città medievale, rese accessibili al di sotto della platea. Platea e torre scenica sono state oggetto di interventi dal basso impatto trasformativo a livello distributivo-funzionale, ciò al fine di conservare la più ampia versatilità dell’ “ambiente piazza”. I palchi e le gallerie sono stati trasformati in aree espositive e dedicate al coworking. Gli spazi dell’ex-foyer sono stati riconfigurati per realizzare il Visitor Center UNESCO - Ferrara, Città del Rinascimento, e il suo Delta del Po, il centro per la mobilità sostenibile, sale riunioni e meeting, laboratori.

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Il Laboratorio Aperto di Ferrara, inserito nel network di Laboratori Aperti della Regione Emilia-Romagna, è uno spazio polivalente, contenitore di attività, sempre più numerose nell’ultimo biennio, finalizzate alla valorizzazione del patrimonio culturale, all’innovazione tecnologica, alla promozione della mobilità sostenibile, del turismo culturale. Il Laboratorio Aperto è un hub, punto di riferimento sul territorio, attrattore di imprese creative, start-up, professionisti e istituzioni per lo sviluppo cittadino.

Conclusioni

Nello studio presentato si è descritta una linea interpretativa dell’organismo teatrale, che riconosce la sua derivazione dalle trasformazioni del tessuto urbano, parti di un processo costante. In particolare, definito lo spazio per lo spettacolo come un accadimento urbano mutevole, si è riconosciuta una funzione essenziale di innovazione alle attività ivi sviluppatesi sin dal tardo Rinascimento fino all’attualità. Dalla piazza al teatro, dal teatro alla piazza. Il Laboratorio Aperto è un progetto di trasformazione attivo, partecipato e consapevole dello spazio urbano, generatosi come teatro e a sua volta generatore di nuove soluzioni per le esigenze culturali della città.

Note

1 Molinari C. (1982) “Per una storia di alcuni teatri ferraresi”, in Teatri Storici in Emilia-Romagna, Istituti per i beni culturali dell’Emilia Romagna, Bologna.

2 FEasc TS b. 56.

3 Ibidem

Riferimenti bibliografici_References

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Documenti_Documents

Matteo Florimi, Ferrara, 1598, Incisione, 426x544mm, In alto a sinistra lo stemma Aldobrandini. Rivista da Giuseppe Capocaccia [Biblioteca Comunale Ariostea, Serie XIV-4].

Giovan Battista Aleotti, Pianta come andrebbe fatta la Fortezza se ritornasse il Po navigabile, 1605, Disegno a penna, 511x709mm, Copia a penna dell’originale del 1597. Sul retro nota manoscritta a matita di Eugenio Righini, 29 aprile 1932 [Biblioteca Comunale Ariostea, Serie XIV-5].

Mattio Cadorin, Pianta di Ferrara, Padova, 1669, Stampa, 130x188mm [Biblioteca Comunale Ariostea, Serie XIV-7A].

Gerolamo di Novo dis., Giovanni Orlandi inc., Ferrara, Roma, 1602, Incisione, 573x531mm, Rivista dal Signor Giuseppe Capocaccia. A penna è aggiunta la legenda delle cose notevoli [Biblioteca Comunale Ariostea, Serie XV-60].

Giovan Battista Aleotti, Ferrara, 1605, Stampa, 527x740mm, Dedicata a Francesco Borghese [Biblioteca Comunale Ariostea, Serie XVI-63].

Giovan Battista Aleotti, Ferrara, Disegno a penna, 1255x936mm, Disegno autografato dall’autore [Biblioteca Comunale Ariostea, Serie XVI-64].

Disegno Teatro Obizzi (interno e esterno). (Stampe). [Biblioteca Comunale Ariostea, Fondo Antolini, busta n. 83].

been revived, giving the citizens a real covered square. A “New Polarity” has been created on an urban level, given by the articulation of public and semi-public spaces, which can be crossed by pedestrians and bicycles like any other square in the city, therefore permeable, and covered.

During the interventions, traces of the medieval city emerged, made accessible below the stalls. The audience and the scenic tower were the subject of interventions with a low transformative impact at a distributive-functional level, in order to preserve the widest versatility of the “square environment”.

The boxes and galleries have been transformed into exhibition areas and dedicated to co-working. The spaces of the former foyer have been reconfigured to create the UNESCO Visitor Center - Ferrara, City of the Renaissance, and its Po Delta, the center for sustainable mobility, meeting rooms, workshops.

The Open Workshop of Ferrara, inserted in the network of Open Workshops of the Emilia-Romagna Region, is a multipurpose space, container of activities, more and more numerous in the last two years, aimed at the enhancement of cultural heritage, technological innovation, promotion of sustainable mobility, cultural tourism. The Open Workshop is a hub, a reference point on the territory, an attraction of creative companies, start-ups, professionals and institutions for city development.

Conclusion

In the presented study, an interpretative line of the theatrical organism was described, which recognizes its derivation from the transformations of the urban fabric, parts of a constant process.

In particular, having defined the space for the show as a changing urban event, an essential function of innovation has been recognized in the activities that have developed there since the late Renaissance up to the present day. From the square to the theatre, from the theatre to the square. The Open Workshop is an active, participatory and conscious transformation project of the urban space, generated as a theatre and in turn a generator of new solutions for the cultural needs of the city.

Notes

1 “Se bene il Teatro di Ferrara eretto, molt’anni sono, da quest’illustrissima Accademia degli’Intrepidi col mezzo de’ miei disegni non è per anco ridotto a aquella perfezione che segli deve, e per la varietà delle Scene, e per la multiplicità della Macchine, ha tuttavia in sé tanto di nobiltà e di vaghezza, per quella parte in ch’egli è compiuto, che non mediocre diletto e piacere porge a’ rigurardanti”. In Molinari C. (1982) “Per una storia di alcuni teatri ferraresi”, in Teatri Storici in Emilia-Romagna, Istituti per i beni culturali dell’Emilia Romagna, Bologna.

2 “la cuopritura della platea consiste in varie incavallature di ferro assicurate ai fulchri interni dell’impalcatura, sulle quali incavallature poggiano tavole di abete, all’esterno coperte da tela verniciata, comprendono una zona in giro alla curva, e nel mezzo un’apertura coperta di lastre comuni di cristallo sostenute da intelaiatura di legno, e difese da maglia di ferro”. In FEasc TS b. 56.

3 “un tetto in ferro e legname su colonne di ghisa per cuoprire la platea il quale può sorreggersi indipendentemente dal resto del teatro; e le sue colonne dovrebbero anzi sostenere i parapetti delle loggie e i solai che vi sono aderenti”, ibidem.

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urbanform and design

Una azione di resistenza urbana

Il progetto per l’Avenue des Champs-Élysées a Parigi

U+D

An action of urban resistance. The Avenue de Champs-Élysées Project in Paris

Introduction

In the second part of twentieth century, the thought on the European city identifies in the Urban Project the intermediate scale of spatial interpretation and design, with which to restore the relationship between architecture and the city, typology and morphology, interrupted by modernity. As is well known, this analytical lens emphasises a new dialectic: by rediscovering the city, architecture finds its reasons and its human dimension, the complexity of space and above all the historical; by rediscovering architecture, the project for the city rediscovers the richness of the spatial articulations and symbolic meanings of urban forms.

As has emerged in the cultural debate on the subject, while Urban Project in Italy, confronting a system often incapable of governing complexity, has failed in its primary objectives, in France, it has instead shown itself capable of generating a season of great modifications, firstly in its capital. The reasons of this can be traced back to the ability of the actors to face structural difficulties but, above all, to the concretisation of the theoretical dimension in the academic, institutional and professional fields. In this context, a pre-eminent role is to be attributed to the figure of Bernard Huet, major interpreter, between the 1970s and 1990s, of the theoretical current of “Urban Architecture”. As the Urban Project spreads capillary in Europe, a series issues emerged, firstly the growing awareness that the urban landscape is as much the result of design and form as of the ways in which people inhabit it. This aspect has generated a “living dialectic” between the History of Muratorian memory and the community that modifies and forms in landscapes. The latter, in fact, finds in public space the true generator of the citizenship a potential rooting relation between individuals (Huet, 2003), a place of production of collective reality.

The investigation1 considers the Parisian context. In it, the first part – Bernard Huet, thought and action architecturale et urbaine – the author’s theoretical coordinates and design practice are outlined, dwelling on his relationship with the Italian School and the influence that this culture has generated on French urban thought. In the second part –The evolutionary routes of the Urban Project in Paris – the editorial production of the Atelier Parisien d’Urbanisme (APUR) on Paris Projet is commented on, with the intention of showing the transition that took place between the 1970s and 1980s from rénovation to forme

DOI: 10.48255/2384-9207.UD 17-18.2022.17

Giovanni Battista Cocco, Andrea Manca DICAAR Dip. di Ingegneria Civile, Ambientale e Architettura, Università degli Studi di Cagliari E-mail: gbcocco@unica.it, amanca@unica.it

Introduzione

Nella seconda metà del Novecento, il pensiero sulla città europea individua nel Progetto urbano la scala intermedia di lettura e disegno dello spazio, con il quale rinsaldare la relazione tra architettura e città, tipologia e morfologia, perduta nella modernità. Attraverso questa lente analitica, come è noto, si dispiega una rinnovata dialettica: riscoprendo la città, l’architettura trova le sue ragioni e la sua dimensione umana, ovvero la complessità dello spazio e soprattutto il divenire del tempo storico; mentre, riscoprendo l’architettura, il progetto per la città ritrova la ricchezza delle articolazioni spaziali e dei significati simbolici delle forme urbane.

Come più volte è emerso nel dibattito culturale sull’argomento, se il Progetto urbano in Italia si è scontrato con un sistema spesso incapace di governare pienamente la complessità delle componenti in gioco, fallendo i suoi obiettivi primari, nell’ambito francese, invece, esso ha saputo avviare una stagione di grandi modificazioni, in primis nella sua capitale.

Le ragioni di ciò sono da ricondurre all’abilità degli attori di fronteggiare le difficoltà strutturali ma, soprattutto, al concretizzarsi della teoria nel progetto, in campo accademico così come in quello istituzionale e professionale. In questo contesto, un ruolo preminente è svolto dalla figura di Bernard Huet, principale interprete, tra gli anni Settanta e Novanta, della corrente teorica della “Architettura urbana”.

Così, mentre si assiste al diffondersi del Progetto urbano in Europa, parallelamente matura la consapevolezza che il paesaggio è il risultato tanto di una forma quanto dei modi in cui essa viene abitata, ovvero, costituisce una “dialettica vivente” tra la Storia operante di muratoriana memoria e le comunità. In esso lo spazio pubblico è generatore di riconoscibilità, potenziale radicante le relazioni tra individui (Huet, 2003), luogo di produzione della realtà collettiva. Lo studio1 è rivolto principalmente alla analisi del tema nel contesto parigino. Nella prima parte – Bernard Huet, pensiero e azione architecturale et urbaine – si descrivono le coordinate teoriche e la prassi progettuale di questo architetto, evidenziando il rapporto che egli ha intrattenuto con la cultura italiana del progetto, ma anche l’influenza che essa ha avuto sul suo pensiero urbano. Nella seconda parte – Le rotte evolutive del progetto urbano a Parigi – si rilegge criticamente la produzione editoriale dell’Atelier Parisien d’Urbanisme (APUR), con l’intento di mostrare la transizione intercorsa, tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, tra rénovation e forme urbaine. Questa lettura è condotta mettendo in relazione le visioni che Huet matura in quegli anni con l’interesse che, dalla fine del XX secolo, il dibattito architettonico avanza sugli spazi suscettibili a ospitare una pluralità di programmi, anche attraverso l’introduzione della componente digitale.

Nella terza parte – Avenue des Champs Élysées –, infine, si mette a confronto l’intervento che Huet realizza nel 1992 per questo importante spazio parigino con il progetto proposto nel 2020 dall’équipe coordinata dall’architetto Philippe Chiambaretta. Questa comparazione tra passato e presente matura dall’ipotesi che la pratica poetica e poietica del Progetto urbano, come “opera aperta”, continui a confrontarsi con l’eredità storica e che le identità molteplici

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Fig. 1 - Parigi, Progetti per l’Avenue des Champs-Élysées. Confronti (G.B. Cocco, A. Manca, 2022). Da sinistra verso destra, dall’alto verso il basso. Planimetrie dell’asse urbano, dal Rond Point degli Champs Élysées a l’Etoile: situazione ante 1992; intervento di Bernard Huet, 1992; proposta di Philippe Chiambaretta, 2020. Stralci planimetrici esemplificativi (transetti urbani) secondo le medesime configurazioni temporali del progetto. (I disegni risalenti alla configurazione precedente al 1992 sono rielaborazioni di immagini storiche ed elaborati di concorso; quelli riferiti al progetto di Bernard Huet sono derivate dai materiali conservati presso Fonds Huet. SIAF/Cité de l’architecture et du patrimoine/Archives d’architecture contemporaine, cote 182; infine, quelli riconducibili all’intervento dell’équipe coordinata da Philippe Chiambaretta sono ottenute dal ridisegno critico degli elaborati prodotti dal gruppo).

Paris, Projects for the Avenue des Champs-Élysées. Comparisons (G.B. Cocco, A. Manca, 2022). From left to right, from top to bottom. Plans of the urban axis, from the Rond Point of the Champs Élysées to L’Etoile: pre-1992 situation; Bernard Huet’s intervention, 1992; Philippe Chiambaretta’s proposal, 2020. Example planimetric extracts (urban transects) according to the same temporal configurations of the project. (Drawings dating from the pre-1992 configuration are reelaborations of historical images and design competition drawings; those referring to Bernard Huet’s project are derived from materials preserved at Fonds Huet. SIAF/Cité de l’architecture et du patrimoine/Archives d’architecture contemporaine, cote 182; finally, those referable to the intervention of the team coordinated by Philippe Chiambaretta are obtained from the critical redrawing of the materials produced by the group).

dei luoghi e degli attori si manifestino attraverso il progetto come stratificazione del presente, come concordanza di discordanze, in una transizione che coniuga la riconoscibilità di alcune invarianti formali con la necessità di assegnare loro nuovi significati. In ciò, le tematiche e i principi progettuali alla base della personale concezione di Huet mantengono pertinenza e applicabilità, nonostante le modificazioni delle condizioni operative e le possibilità che la contemporaneità offre al progetto.

Bernard Huet, pensiero e azione architecturale et urbaine

Il radicamento del pensiero e dell’azione urbana in Francia prende avvio attorno agli anni Settanta, grazie al contributo teorico e progettuale di Bernard Huet. Il suo posizionamento culturale si rafforza in seno a varie istituzioni di ricerca, che fonda e presiede, e matura anche grazie alla sua attività di direttore della rivista L’Architecture d’aujourd’hui, nella quale egli dà spazio a numerosi contributi di giovani architetti anche di Scuola italiana. In essa, inoltre, egli avvia diversi approfondimenti sul rapporto tra morfologia urbana e tipologia architettonica, con l’obiettivo di apprendere i “caratteri prevalenti” e i “processi evolutivi” del costruito, per rivelare i principi di continuità con l’esistente. L’oggetto di interesse preponderante è la città, la sua storia, i meccanismi della sua formazione, gli aspetti di natura politica e strategica. Questi primi studi, fondati sul rapporto architettura-città, traggono importante abbrivio dalla vicinanza e sinergia con Aldo Rossi, le cui ricerche sono introdotte da Huet in ambito francese. Ciò è evidenziato dagli studi condotti da Jean-Louis Cohen sull’italofilia (Cohen, 1984) e da quelli di Juliette Pommier (Pommier,

urbaine. This is conducted with a critical focus on Huet’s visions in those years, but also on the subsequent interest that, at the end of the 20th century, advanced for spaces capable to hosting a plurality of programmes, also due to the introduction of the digital component.

In the third part – Avenue des Champs-Élysées –, finally, the evolution of the avenue is analysed. By comparing past and present – from Huet’s project to the one proposed in 2020 by Philippe Chiambaretta “Reénchanter les Champs-Élysées” – the hypothesis is that the poetic and poietic practice of the Urban Project, as an “open work”, continues to be confronted with historical heritage and that the multiple identities of places and actors are manifested through the project’s capacity to constitute itself as stratification of the present and concordance of discords, in a transition that, also through new tools, is capable of juxtaposing the conservation of formal invariants with renewed meanings. In this, the design themes and principles of Huet’s personal conception continue to show their relevance and applicability, even in the changed operating conditions and possibilities that contemporaneity offers to the project.

Bernard Huet, architecturale et urbaine

thought and action

The rooting of thought and action on city space in France began in the 1970s. It is strongly conditioned by the studies and work of Bernard Huet. In fact, his theoretical positioning matured within various research institutions, which he founded and presided over, but also his activity as director of L’Architecture d’aujourd’hui, in which he aligned himself with the experience of the Italian School. Based on this affinity, Huet initiates in-depth studies on the relationship between urban morphology and architectural typology, with the aim of learning the “prevailing characteristics” and “evolutionary processes” of the built environment, in a perspective aimed at recognising the principles of continuity with the existing. The focus is the city, its history, the mechanisms of its formation, as well as its political and strategic aspects. These studies, based on the architecture-city relationship, are influenced by the proximity and synergy with Aldo Rossi, whose research is introduced by Huet in the French context. This aspect emerges from Jean-Louis Cohen’s studies on Italophilia (Cohen, 1984) and those of Juliette Pommier (Pommier, 2021), who emphasises the interest in Urban Architecture, promoted by Tendenza, and in the socio-political history developed by Tafuri. In the essay Architecture contre la ville (Huet, 1986), Urban Project is introduced as an instrument of mediation between city and architecture. In this apparent contrast, the former is founded on continuity and permanence in time and space; the latter, on the other hand, appears discontinuous, linked to events, to rapid cycles of institutional, functional and aesthetic transformations. If the city is the expression of the civic values of a collectivity, architecture is a personal fact, exalting invention and revolution. This false contradiction seems to be reconciled by the type, a structure of correspondence and mediation between the two. It, in fact, represents the sum of conventions that affect social structures as well as cultural models and building systems, generating values of the long durée, on which the meanings and rules of urban morphology are based. For Huet, therefore, the new Urban Project should recover that dialectic of the unity and the fragment, of the continuous and the discontinuous, of the identical and the different; for

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this to happen, the multiplicity of individual architectures must be inserted into the framework of urban rules. On a theoretical level, his compositional method is based on three invariants: the “contextual evidence”, readable in the link that each figure has with the previous ones; “the principle of formal permanence”, a set of elementary cultural conventions that allow architects of different epochs to operate by re-actualising the form to the changing contexts; “the principle of architectural continuity”, which goes beyond changes in style and expression (Huet, 1987).

The relationship between urban thought and the Urban Project in Huet emerges, in particular, in his reflection on public space, “the generating space of the city” (Huet, 2003), with which regulate and order the architectures. Therefore, this kind of space, by determining a legible, identifiable and lasting form, assumes the regulating and ordering function of private spaces, as it commands their arrangement and orders architectural objects. In light of this, it is possible to argue that the purpose of urban design is not to define buildings, but rather to act on three constituent elements of the urban fabric: layouts, monumental hierarchies and rules of spatial organization, with the aim of shaping a multifunctional public space.

The evolutionary routes of urban design in Paris

From the mid-1970s in Paris, thinking about the city placed public space at the centre of the project, fostering – procedurally – the shift from aménagement to Urban Architecture, thanks in part to a sensitive and purposeful political outlook that launched a phase of major projects2 This perspective contrasts the logic of the “ville par morceaux” (Samonà, 1966) with a city in which the unifying matrix of urban operations is the project of the street and the square. In addition to the economic crisis and the temporary weakening of political and social impetus, the architectural debate has seen a series of related structural changes since the end of the twentieth century: criticism of neo-liberal globalisation, changes in ways of experiencing space and time introduced by new technologies, and the ecological crisis. Thus, new needs have emerged, leading to new ethical ways of acting and a renewed interest in a broader satisfaction of community desires. The resulting orientations, between resource scarcity and an inclusive approach, define an architectural practice that seems to re-discuss the historical architecture-city paradigm, integrating the active and working presence of the community.

The evolution of the debate, as previously mentioned, emerges well from the critical analysis of the journal Paris Projet3. It demonstrates the prolific nature of the French capital as a context for experimentation with public space and the pursuit of collective well-being in the urban experience, socially, environmentally, culturally and politically.

Contextually, the analysis of interventions shows a systematic search for inhabitants’ input in the dynamics of city modification, giving use a more operational value than in the past.

Crossing scales, from complex projects to small and micro-interventions, in settlement, environmental and social terms, a variable approach emerges over fifty years in which the recognition of public space as the matrix of the city is constant. This highlights an ethical and civic motivation, in which the appropriation of everyday spaces is a tool resistant to the possible incursions of an ambiguous contemporaneity.

2021), nei quali si sottolinea l’interesse per l’Architettura urbana, promossa dalla Tendenza, e per la storia socio-politica sviluppata da Tafuri. Nello scritto Architecture contre le ville (Huet, 1986), Huet sottolinea la necessità di introdurre il Progetto urbano quale strumento di mediazione tra architettura e città. All’interno di questo rapporto di apparente contrapposizione, la prima esprime discontinua, legata agli eventi, ai movimenti di forza, ai cicli rapidi di trasformazioni istituzionali, funzionali ed estetici; la seconda racconta i caratteri di continuità e di permanenza nel tempo e nello spazio. In altre parole, se la città è l’espressione dei valori civici di una collettività, l’architettura è un fatto personale, che esalta l’invenzione e la rivoluzione. Questa falsa contraddizione sembra poter essere conciliata dal tipo, struttura di corrispondenza e di mediazione tra i due livelli, in cui si sommano le convenzioni relative alle strutture sociali, ai modelli culturali e ai sistemi costruttivi, e da cui si generano i valori della longue durée, che reggono significati e regole della morfologia urbana. Per Huet, dunque, il nuovo progetto urbano dovrebbe ristabilire la dialettica dell’unità e del frammento, del continuo e del discontinuo, dell’identico e del diverso; perché ciò si realizzi bisogna inserire la molteplicità delle singole architetture nel quadro delle regole urbane. Sul piano teorico, il suo metodo compositivo si fonda su tre invarianti: l’“evidenza contestuale”, leggibile nel legame che ciascuna figura intrattiene con quelle precedenti; “il principio della permanenza formale”, insieme di convenzioni culturali elementari che permettono ad architetti di epoche diverse di operare riattualizzando la forma ai contesti in divenire; “il principio di continuità architettonica”, che va al di là dei cambiamenti di stile e d’espressione (Huet, 1987).

La relazione tra pensiero e progetto in Huet emerge, particolarmente, nella sua riflessione sullo spazio pubblico, definito come “generatore della città” (Huet, 2003), con il quale regolare e ordinare i corpi architettonici. Esso, pertanto, determina una forma leggibile – identificabile e duratura –, governa i rapporti tra parti private, comanda la disposizione e dispone le architetture. Alla luce di ciò, è possibile sostenere che il progetto urbano non abbia come finalità la definizione degli edifici, quanto piuttosto l’azione su tre elementi costitutivi del tessuto urbano: i tracciati, le gerarchie monumentali e le regole di organizzazione spaziale, con l’obiettivo di dare forma a uno spazio pubblico polifunzionale.

Le rotte evolutive del progetto urbano a Parigi

Dalla metà degli anni Settanta, a Parigi, il pensiero sulla città pone al centro del progetto lo spazio pubblico, favorendo – sul piano procedurale – il passaggio dall’aménagement all’Architettura urbana. Ciò grazie anche a uno sguardo politico sensibile e propositivo che avvia una fase di importanti progetti2, in grado di mettere in relazione diverse operazioni e ampliare le strategie di intervento sulla città, contrapponendo alla logica della “ville par morceaux” (Samonà, 1966) il progetto del tessuto connettivo della strada e della piazza. Alla crisi economica e al temporaneo affievolimento della spinta politica, sociale e del dibattito architettonico, a partire dalla fine del XX secolo corrispondono una serie di cambiamenti strutturali interconnessi: la critica alla globalizzazione neoliberista, i cambiamenti dei modi di vivere lo spazio e il tempo introdotti dalle nuove tecnologie, la crisi ecologica, a cui si legano nuove rivendicazioni e modalità di azione fondate sull’etica e sull’interesse per le ampie e diversificate esigenze della comunità. Gli orientamenti che ne conseguono, tra scarsità delle risorse e approccio inclusivo, definiscono una pratica architettonica che sembra ridiscutere il paradigma storico architettura-città, integrandovi la presenza attiva e operante della collettività. L’evoluzione del dibattito, come precedentemente ricordato, ben emerge dall’analisi critica della rivista Paris Projet3, che evidenzia la prolificità della capitale francese come contesto di sperimentazioni sullo spazio pubblico e l’assiduo perseguimento del benessere collettivo nell’esperienza urbana, dal punto di vista sociale, ambientale, culturale e politico. Contestualmente, l’analisi degli interventi mostra una sistematica ricerca dell’apporto degli abitan-

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ti nelle dinamiche di modificazione della città, attribuendo all’uso un valore più operativo rispetto al passato. Attraversando le scale, dai progetti complessi ai piccoli e micro-interventi, in termini insediativi, ambientali e sociali, emerge, nel corso di cinquant’anni, un approccio variabile in cui è costante il riconoscimento dello spazio pubblico come matrice della città, secondo un’evidente motivazione etica e civica e in cui l’appropriazione degli spazi della quotidianità è uno strumento resistente alle possibili incursioni di un’ambigua contemporaneità.

Avenue des Champs-Élysées

Il progetto per l’Avenue des Champs-Élysées – come soprascritto – permette di illustrare il confronto tra eredità storica, nuovi paradigmi e pratiche operative. Muovendo dall’analisi delle rappresentazioni progettuali (fig. 1) e della letteratura relative agli ultimi due interventi su questo viale – il progetto di Bernard Huet del 1992 e quello proposto nel 2020 da Philippe Chiambaretta, “Reénchanter les Champs-Élysées” –, si intende mostrare come, pur evolvendo temi, istanze, approcci e strumenti, le soluzioni progettuali avanzate trovino ancora fondamento nella persistenza di una forma. Come è noto, nei primi decenni del Novecento la rivoluzione della mobilità causa la perdita di compostezza d’insieme di questo segno ordinatore per la città: abbattuta la seconda linea di alberi, infatti, si autorizzano i parcheggi sui controviali, inficiando la prospettiva verso l’Arc de triomphe. Come sottolinea Jean-Loius Cohen (Cohen, 2020), gli Champs-Élysées cessano tra l’inizio del XIX secolo e la Seconda guerra mondiale di essere il luogo di residenza e loisir dell’élite per diventare centro di una nuova Parigi, scena architettonica e urbana dei valori veicolati dall’automobile, dall’industria, dai media, dal cinema e dalla pubblicità.

Nella primavera del 1991, in continuità con i grandi progetti di rinnovamento urbano per l’area ovest di Parigi, è indetto il concorso internazionale per la sistemazione del tratto di viale compreso tra l’Etoile e il Rond-point degli Champs-Élysées (Pognant, 1993); esso indica e prescrive tre misure per il nuovo intervento: la riqualificazione dello spazio pubblico; la riconfigurazione dell’apparato pubblicitario; la regolamentazione delle attività commerciali. Il progetto di Bernard Huet proietta il pensiero di Le Notre nel presente, restituendo a questo segno urbano chiarezza e importanza: attraverso regole precise e un disegno semplice, l’intervento libera l’asse dalle superfetazioni e recupera l’originaria prospettiva verso l’Arc de Triomphe, ordinando con elementi compositivi tradizionali le diverse parti. Il disegno della nuova pavimentazione riconosce ed enfatizza i differenti usi attuali dello spazio pubblico, definendo una partitura complessa che combina la rigida geometria degli allineamenti con la flessibilità necessaria ad accogliere le irregolarità derivanti da elementi non rimovibili. Questo tappeto di granito grigio con linee longitudinali e trasversali propone una “diversità di colori adatta a uno spazio prestigioso e un sistema ripetitivo che rafforza l’unità e la continuità della composizione e che permette di dare un ordine visivo multiplo” (Pognant, 1993). L’arredo è inserito tra le due alberature, liberando gli ambiti in prossimità degli edifici e tripartendo il viale stesso: uno spazio adiacente ai fronti urbani, uno che ricomprende gli accessi ai parcheggi interrati, l’ultimo, infine, vicino alla strada.

Il progetto di Huet ristabilisce i caratteri figurativi e formali costitutivi, riaffermando equilibrio, ordine e chiarezza nell’impianto, ma nei decenni successivi affiorano nuove criticità. Nel 2018 un gruppo interdisciplinare guidato dal Comité Champs-Élysées promuove un’ampia consultazione collettiva che rivela la diffusa disaffezione dei parigini nei confronti di questo spazio. All’inizio del 2020 il sindaco di Parigi Anne Hidalgo annuncia un nuovo progetto, presentato ufficialmente nel febbraio del 2020, in una mostra intitolata Champs-Élysées, Histoire & Perspectives, presso il Pavillon de l’Arsenal

La proposta, firmata dall’équipe coordinata dall’architetto Philippe Chiambaretta e dal gruppo di ricerca STREAM (PCA- STREAM, 2020), si fonda su due

Avenue des Champs-Élysées

The project for the Avenue des Champs-Élysées allows the comparison of historical legacy, new paradigms, and practices. Building on the analysis of design representations (fig. 1) and literature related to the last two interventions on this avenue – Bernard Huet’s 1992 project and Philippe Chiambaretta’s 2020 proposal “Reénchanter les Champs-Élysées” –, the aim is to show how, while evolving themes, instances, approaches and tools, advanced design solutions still find their foundation in the persistence of a form.

As is well known, in the first decades of the 20th century, the mobility revolution caused the loss of overall composure of this ordering urban sign: in fact, once the second line of trees was cut down, parking spaces were authorised on the opposite side of the avenues, which led to a loss of perspective towards the Arc de Triomphe As Jean-Loius Cohen explains (Cohen, 2020), between the beginning of the 19th century and the Second World War, Champs-Élysées ceased to be the place of residence and leisure of the elite to become the centre of modern Paris.

In spring 1991, in line with the renewal projects for western Paris, an international competition was launched (Pognant, 1993) for the redevelopment of the section of avenue between the Etoile and the Rond-point of Champs-Élysées

The call for proposals, set out three measures of intervention: the redevelopment of the public space, the reconfiguration of the advertising system and the regulation of commercial activities. Bernard Huet’s project restores clarity and importance to this urban sign, taking up Le Notre’s thought and projecting it into the present: precise rules, through a design that composes and orders the different parts, with the aim of recovering the original perspective and historical compositional elements.

The design of the new pavement emphasizes the different uses of the public space, integrating in the composition the rigid geometry of the alignments with the flexibility needed to accommodate the irregularities of non-removable elements. This light grey granite carpet alternated with dark grey inserts, with longitudinal and transversal lines, reinforces visual continuity in both directions, constituting a “diversity of colours suitable for a prestigious space and a repetitive system that reinforces the unity and continuity of the composition and allows for multiple visual order” (Pognant, 1993). The furniture is inserted in the space between the two tree lines, freeing up the areas near the buildings. The avenue therefore appears tripartite: a space near the urban fronts, one between the two trees which includes the accesses to the underground car parks, and one near the road.

Huet’s project re-established and reaffirmed the constituent figurative and formal characters, as well as balance, order and clarity in the layout, but in the following decades new critical issues gradually emerged. In 2018, an interdisciplinary group led by the Comité Champs-Élysées promoted a broad consultation among citizens, which revealed the general disaffection of Parisians towards the avenue. At the beginning of 2020, the mayor of Paris Anne Hidalgo announced a new project for the avenue, presented publicly at Pavillon de l’Arsenal in February 2020 in an exhibition entitled Champs-Élysées, Histoire & Perspectives, and carried out by the team led by architect Philippe Chiambaretta and the STREAM research group.

The project is based on two assumptions: to re-establish the link between Parisians and the

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avenue, which has gradually been dissolved by traffic, pollution, excessive consumerism and over-tourism, and to work from an ecological perspective by acting on five urban layers: nature, mobility, uses, the built environment and infrastructure. The proposal interprets the avenue as a collective space to experiment with the development of a sustainable, desirable and inclusive city, focusing on four main strategic priorities: to reduce the impact of mobility, to rethink nature as an ecosystem, to identify new possible uses and to exploit, with a smart approach, the use of digital data to measure and regulate environmental, spatial and urban vitality qualities. The concept of “urban metabolism”, the broad thematic pivot that interprets the digital and ecological transition, introduces a renewal of urban thinking on a scientific and sensory level. It approaches the systemic complexity of the contemporary city by reinforcing rootedness in history and combining the local dimension with the global urban dimension.

The project identifies two large portions of this axis, between l’Etoile and Place de la Concorde: the western section, is a “hyperplace”, compromised by road traffic and characterised by a high density of use; the eastern section, is a “hypervoid” characterised by gardens and parks as far as the Seine. In the design intent, the first must be subdued, re-establishing its spatial and compositional unity, while the second must be revitalised and “re-enchanted”.

The action on the section located between the Rond-point on Champs-Élysées and the Arc de Triomphe includes the reduction of car traffic by narrowing the roadways, the reinforcement of the promenade and the rhythmic creation of “green rooms” which translate into the design the prospect of increasing urban greenery. The Étoile crossroads becomes a circular square, and from it, the whole space of the avenue is perceptually unified and increased, both longitudinally and transversally. In the gardens and harbour, currently underused, the extraordinary potential in terms of quality, quantity of green spaces and biodiversity is reinforced to encourage both social and individual activities. On May 17, 2022, the Mairie de Paris officially began works; a twophase process that will see the main section of the avenue laid out by 2024 and continued to the Louvre, to be completed by 2030.

Conclusions

The description of the case study provides feedback on the theoretical assumptions; its critical analysis shows the ability of the project to interpret the present needs in the permanence of the typological and morphological invariants. In fact, by accepting new forms and meanings, they express characteristics of resistance to long-term processes of modification. Indeed, in the two projects, the new requirements identify the architecture-city paradigm and renewed thinking about the city as a value, even where new needs, design fields, and different orientations emerge. In addition, there is a need to restore a legible and enduring urban form that is also resistant to the onslaught of the digital component – of an “architecture of connectivity” and a “public hyper-space” – which, while offering the project new potential, prove incapable of replacing the need for a physical space of relationship, a locus of collective memory.

A second theme concerns the characters of “contextual evidence”, “formal permanence”, and “architectural continuity” expressed by Bernard Huet. Philippe Chiambaretta shows their great

presupposti: ristabilire il legame tra i parigini e il viale, dissoltosi progressivamente a causa del traffico, dell’inquinamento, del sovraturismo e del consumismo eccessivo, e, allo stesso tempo, operare in prospettiva ecologica agendo su cinque elementi urbani: natura, mobilità, usi, ambiente costruito e infrastrutture. L’asse diviene lo spazio collettivo in cui sperimentare una città sostenibile, desiderabile e inclusiva, attraverso quattro priorità strategiche: ridurre l’impatto delle mobilità urbane, ripensare la natura come ecosistema, individuare nuovi usi possibili e sfruttare, con un approccio smart, l’uso dei dati digitali per misurare e regolare le qualità ambientali, spaziali e di vitalità urbana. Il concetto di “metabolismo urbano”, cardine tematico generale che interpreta la transizione digitale ed ecologica, introduce un rinnovamento del pensiero urbano sul piano scientifico e sensoriale, che approccia la complessità sistemica della città contemporanea rafforzando il radicamento nella storia e accostando alla dimensione locale quella globale urbana.

Il progetto individua due grandi parti di questo asse, compresi tra l’Etoile e Place de la Concorde; il primo, sul tratto occidentale, è un “iperluogo”, compromesso dal grande flusso veicolare e connotato da un’alta densità d’uso; il secondo, lungo la parte orientale, è un “ipervuoto” caratterizzato dai giardini e dei parchi fino alla Senna. Nell’intento progettuale, il primo deve essere acquietato, facendone riemergere l’unità spaziale e compositiva, mentre il secondo deve essere rinvigorito e rafforzato.

L’azione sul tratto situato tra il Rond-point degli Champs-Élysées e l’Arc de Triomphe prevede la riduzione del traffico, restringendo gli spazi carrabili a favore di quelli pedonali, il rafforzamento della promenade e la ritmica realizzazione di nuovi punti per la pausa e il loisir attraverso le “stanze verdi” che traducono progettualmente la volontà di incrementare la natura in città. L’incrocio dell’Étoile diviene una grande piazza circolare, da cui tutto lo spazio del viale appare percettivamente unificato e ampliato in senso longitudinale e trasversale. Nei giardini e nel porto, oggi poco utilizzati, lo straordinario potenziale, per qualità, quantità degli spazi verdi e biodiversità, è rafforzato per favorire tanto la socialità quanto le attività individuali.

Il 17 maggio 2022 la Mairie de Paris ha ufficialmente dato avvio ai lavori di rigenerazione degli spazi attraverso un processo in due fasi che prevede entro il 2024, la sistemazione del tratto principale del viale e il prosieguo fino al Louvre, da completarsi entro il 2030.

Conclusioni

I presupposti teorici commentati in apertura sembrano trovare riscontro nel progetto investigato, la cui analisi critica mostra la sua capacità di farsi, di volta in volta, portavoce delle necessità del presente attraverso il riconoscimento della continuità dei caratteri tipologici e morfologici. Questi ultimi accogliendo nuove forme e significati, appaiono resistere ai processi di modificazione di lunga durata. Nei due progetti, infatti, le nuove esigenze individuano nel paradigma architettura-città e nel rinnovato pensiero sulla città un carattere di valore, anche laddove emergono bisogni, campi di azione e orientamenti progettuali inediti. In aggiunta a questo, si avverte la necessità di restituire una forma urbana leggibile e duratura, resistente anche all’incalzare della componente digitale – di una “architettura della connettività” e di un “iper-spazio pubblico”, così come introdotti dal gruppo progettuale – che, pur offrendo al progetto nuove potenzialità, si rivelano incapaci di surrogare la necessità di uno spazio fisico di relazione, un locus della memoria collettiva. Un secondo tema riguarda i caratteri di “evidenza contestuale”, “permanenza formale” e “continuità architettonica” espressi da Bernard Huet e di cui Philippe Chiambaretta mostra la grande attualità, a patto che il progetto muova dalla lettura attenta dei luoghi, mettendo in risonanza istanze sociali, storia e memoria, morfologia e tipologia, e disvelando un racconto ininterrotto fondato sul rapporto tra continuità e invenzione. Per guidare l’imponderabile evoluzione della città, è necessario guardare alle invarianti formali, le uniche capaci di fornirne una guida e una misura. Secondo le parole di Huet, infatti, “se

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questa condizione viene a mancare, tanto le forme quanto le persone si confondono, rendendo pressoché impossibile qualsiasi comunicazione. Lo spazio della città si disorienta e si disgrega e l’architettura, perdendo ogni referente, cade nell’insignificanza” (Huet, 1984). In ciò si mostra la grande attualità dell’insegnamento di Huet, per cui “la prima qualità di un progetto urbano si basa sull’evidenza e semplicità delle soluzioni che offre” (Huet, 1984). Infine, emerge costante, nella visione costitutiva del progetto urbano, il ruolo della comunità come componente viva e operante, nell’evoluzione della città. Per questa ragione appare imprescindibile la relazione con elementi che, nella loro permanenza, ne rappresentino l’anima, incuneandosi e resistendo nella memoria urbana. Questa tenacia dell’architettura è evidente nei due interventi analizzati sul caso studio: Huet, infatti, interpreta e riporta in luce un luogo simbolo della storia urbana, rafforzandone i caratteri tipologici e formali, nonché restituendo la dignità dell’uso originario di promenade, a scapito degli usi indotti dalla modernità; mentre, la recente proposta di Chiambaretta, incrementando l’interesse per la scala umana e per la salvaguardia dell’ambiente urbano, valorizza non solo l’eredità del precedente intervento, ma anche il carattere originario degli Champs-Élysées quale grande asse verde urbano. In entrambi i casi, il ripensamento degli Champs-Élysées costituisce un ruolo ispiratore per nuovi modelli di progettualità urbana.

Note

1 Il presente paper è da inquadrarsi nell’ambito delle ricerche condotte da G.B. Cocco sul Progetto urbano in Italia e in Francia, e delle investigazioni dottorali di A. Manca sul tema della modificazione condivisa dello spazio pubblico. Pertanto, lo scritto è stato concepito dagli autori con unità di intenti. Per ragioni pratiche, l’Introduzione e le Conclusioni sono state scritte congiuntamente, “Bernard Huet, pensiero e azione architecturale et urbaine” è da ascrivere a G.B. Cocco; “Le rotte evolutive del progetto urbano a Parigi” ad A. Manca, e “Avenue des Champs-Élysées” è attribuibile a entrambi. L’apparato iconografico è stato concepito da G.B. Cocco e A. Manca e realizzato da quest’ultimo.

2 Con il rinnovarsi degli strumenti di pianificazione urbana – il Plan d’Occupation des Sols e lo Schéma Directeur d’Urbanisme et d’Aménegement, entrambi approvati nel 1977 – si consolida la propensione progettuale della città verso i due assi di composizione urbana definiti dalla Senna e dalla rete di canali a est. È su queste due direttici, nelle quali si attestano i grandi spazi produttivi in dismissione, che progressivamente si collocano i più importanti interventi di riammagliamento del tessuto e di realizzazione di grandi spazi pubblici: i grandi progetti per l’Est parigino e per la Rive Gauche, la riqualificazione del Canal Saint-Martin e del Bassin de la Villette; i parchi La Villette, Bercy e Citroën

3 La ricognizione critica ha riguardato l’analisi di tutti i numeri della rivista, pubblicati dal 1969 al 2020. Risultano particolarmente significativi in merito al tema d’indagine i numeri: 30-31 Espaces Publics del 1993; 39 Une petite synthèse du Grand Pari(s) de l’agglomération parisienne del 2009; 40 Paris Projet. Paris, metropole sur Seine del 2010; 41-42 Paris Projet. Ville visibles ressources cachées Paris del 2013. A questi vanno aggiunti i due dossier Les lieux singuliers de l’espace public à Paris, une stratégie de la petite échelle e La ville autrement. Initiatives citoyennes//Urbanisme temporaire//Innovations publiques//Plateformes numériques, del 2017.

Riferimenti bibliografici_References

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topicality, as long as the project moves from the careful reading of places, social instances, history and memory, morphology and typology, and reveals an unbroken narrative based on the relationship between continuity and invention. In order to guide the imponderable development of the city, it is necessary to focus on invariant elements, the only ones capable of providing guidance and measure. In Huet’s words, in fact, “if this condition is lacking, both forms and people become confused, making any communication almost impossible. The space of the city becomes disoriented and disintegrates, and architecture, losing all referents, falls into insignificance” (Huet, 1984). This shows the great topicality of Huet’s teaching, according to which “the first quality of an Urban Project is based on the evidence and simplicity of the solutions it offers” (Huet, 1984). Finally, the role of the community emerges as a living and active component in the evolution of the city. For this reason, a relationship with elements that persist and resist in urban memory appears imperative. This tenacity of architecture is evident in the two projects analysed. Huet, in fact, interprets and brings back to light a symbolic place in urban history, reinforcing its typological and formal characters, as well as restoring its original use as a promenade; Chiambaretta, by increasing the interest in the human scale and in the preservation of the urban environment, enhances not only the legacy of the previous intervention, but also the original character of the Champs-Élysées as a major urban green axis. In both cases, the rethinking of Champs-Élysées thus assumes an inspirational role for new models of urban design.

Notes

1 This paper should be considered in the context of the research carried out by G.B. Cocco, in the field of Urban project studies in Italy and France, and of A. Manca’s doctoral investigations on the theme of shared modification of public space. Therefore, the paper was conceived by the authors with unity of purpose. For practical reasons, the Introduction and Conclusions have been written jointly; Bernard Huet, thought and action architecturale et urbaine is to be ascribed to G.B. Cocco; The evolutionary routes of the Urban Project in Paris to A. Manca and Avenue des Champs Elysées is attributed to both. The iconographic apparatus was conceived by G.B. Cocco and A. Manca and realised by the latter.

2 With the new instruments of urban planning – the Plan d’Occupation des Sols and the Schéma Directeur d’Urbanisme et d’Aménegement, both of 1977 – the city’s planning propensity turned toward the two axes of urban composition defined by the Seine and the network of canals to the east. On these two directions, in which the large disused productive spaces are attested, progressively come the most important interventions for the recomposition of the urban fabric and the realization of large public spaces: the great projects for the Parisian East and Rive Gauche, the redevelopment of Canal Saint-Martin and Bassin de la Villette; the parks La Villette, Bercy and Citroën

3 The critical review involved an analysis of all issues of the journal published from 1969 to 2020. The following issues are of particular relevance to the topic of investigation: 30-31 Espaces Publics; 39 Une petite synthèse du Grand Pari(s) de l’agglomération parisienne; 40 Paris, metropole sur Seine; 41-42 Ville visibles ressources cachées Paris. In addition, the dossiers Les lieux singuliers de l’espace public à Paris and La ville autrement.

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urbanform and design

Instabilità della forma urbana

Il caso Londra

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Form Doesn’t Matter. London’s Lack of Shape as a Manifesto

“Even Londoners struggle to define London because its urban history hasn’t seen a single decade of non-expansion. Neither they are confident to mark a border where London becomes Great Britain”1 this quote from the 1966 Peter Hall’s The World Cities2 perfectly depicts London’s peculiar dimension. At the start of the XX century, the Green Belt policy and the New Towns experiment attempted to harness the capital’s overwhelming growth. However, this was still an issue in the nineties. Driving in the streets of London during the nineties, one couldn’t have missed some gigantic messages on large billboards advertising a clear and quite mysterious message: sorry this city is full (fig. 1).

The word “FULL”, bordered with a motel-style glooming red fluorescent tube, couldn’t pass unnoticed. The dystopic sound of the quote, in the London of Ballard, was part of a brilliant and massive advertising campaign to revive the New Town Milton Keynes, fifty miles north of London3

The slogan let the reader intend that London had reached its limit and that it couldn’t accept further residents, nor offer the same lifestyle that other villages, beyond M25, were promising. However, notwithstanding the Buchnan Report’s directives4, harsh containment politics, such as the ambitious experiment of the New Town Hook, gathered around a dense and articulated urban nucleus (the opposite of Milton Keynes), London doesn’t look “FULL” at all, and it keeps on growing inside the Green Belt, changing, and remodelling large parts of its bubbling fabric, along the meandering banks of the Thames, its only traditional landmark.

Unlike other European capitals, London hasn’t been through the same formal process of transformation imposed by Sisto V in Rome, Baron Hausmann in Paris, Ildefonso Cerda in Barcelona, or only imagined by Albert Speer for Hitler’s insane Berlin-Germania. Traces of London’s foundations have long gone dispersed into a mesh continuously warped by its mutations, in a process that seems to be repeating itself cyclically. Since its demographic boom, London’s growth hasn’t been determined by political actions, wars, or autarky, but rather by single episodes, cynically labelled by the typical Anglo-Saxon sense of humour, pinning them some funny names: The Great Plague dramatically dropped the resident population, the Great Fire wiped out a large part of the old city opening a new season for the new form of the city, the Great Stink which gave the start to the most extensive sewage network of the nineteenth century, and the Great Smog that originated the first Clean

DOI: 10.48255/2384-9207.UD 17-18.2022.18

Ph.D. progettazione architettonica e urbana, Università degli Studi di Firenze E-mail: ferrari@mclink.it

“I londinesi stessi si trovano in difficoltà quando devono dire che cosa intendono per Londra, perché della sua storia non è facile ricordare anche un solo decennio in cui la città non sia andata espandendosi, né stabilire in modo preciso dove Londra finisca e dove cominci il resto della Gran Bretagna”1. Così scriveva Peter Hall nel 1966 testimoniando la particolare dimensione della città. Una dimensione a cui si era cercato di porre un freno con la Green Belt2 e con la politica delle New Towns, che aveva caratterizzato tutta la prima parte del XX secolo. Un problema ancora sentito negli anni novanta. Se vi foste trovati ad entrare a Londra in automobile nel 1990, non avreste potuto fare a meno di notare dei misteriosi cartelloni contenenti un messaggio netto e al tempo stesso criptico: Sorry. This City is Full (fig.1). Era impossibile non vedere la parola Full, bordata con un tubo fluorescente di colore rosso come l’insegna di un motel. La frase dal tono distopico, proprio nella Londra di Ballard, era una brillante e costosissima campagna pubblicitaria per dare nuovo impulso a Milton Keynes, l’ultima delle New Towns, cinquanta miglia a nordest della capitale3. Lo slogan lasciava intendere che Londra avesse raggiunto il limite e che non potesse né ospitare altri abitanti, né offrire quella qualità della vita che i villaggi oltre l’M25 sembravano invece promettere. Eppure Londra, nonostante le indicazioni ricevute dal Buchanan Report4, le dure politiche di contenimento ed esperimenti coraggiosi, come l’ambizioso disegno della new town di Hook raccolta intorno ad un nucleo urbano compatto e complesso (una forma urbana opposta alla dispersione nella natura di Milton Keynes), non sembra ancora Full e continua a crescere anche all’interno della “cintura verde”, modificandosi e ridisegnando interi settori lungo il serpeggiante corso del Tamigi, unico forte elemento di riconoscibilità e coesione. Rispetto alle capitali europee Londra non ha attraversato gli stessi processi di formalizzazione urbana imposti da Sisto V a Roma, coordinati dal barone Hausmann a Parigi, progettati da Ildefonso Cerdà a Barcellona e solo tentati da Hitler con la folle Berlino/Germania. Le tracce della sua fondazione sono disperse nelle maglie deformate dalle continue mutazioni, un processo che sembra ripetersi ciclicamente. Sin dalla sua esplosione demografica l’evoluzione morfologica di Londra non è stata determinata da atti politici, da autarchie o da guerre, ma da eventi che l’umorismo cinico degli anglosassoni ha personalizzato affibbiando loro dei nomignoli: il Great Pleague che ha decimato la popolazione e poi il Great Fire che ha cancellato la gran parte della città, consentendo un ripensamento della sua forma; il Great Stink che ha avviato la più grande opera di infrastrutturazione fognaria ed il Great Smog che ha dato origine al Clean Air Act, pietra miliare della storia del movimento ecologista nel Novecento. Chiamare per nome e addomesticare le disgrazie ha consentito di attribuire loro un’immagine positiva che ha facilitato la transizione verso trasformazioni radicali i cui esiti hanno generato un tessuto urbano organico, dove il sedimento prevale sulla forma e gli unici segni “antropici” sono rappresentati dai grandi progetti, come quello per Mayfair redatto da John Nash per il principe Regent. Ancora oggi la città si interroga sulle origini di questo fenomeno: nel 2016 il Royal Institute of British Architects di Londra ha allestito una mostra sul tema della ricostruzione delle città dopo le catastrofi5. La mostra poneva al centro del ragionamento proprio la capitale, partendo dalle proposte per la

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Fig. 1 - John Leake, rilievo della città di Londra distrutta dal Great Fire del 1666. Incisione del 1667 ad opera di William Hollar.

John Leake, survey of the City of London devastated by the 1666 Great Fire. Engraving by William Hollar, 1667.

ricostruzione dopo il grande incendio del 1666. Dallo schema ispirato alla Parigi di Napoleone III proposto da Christopher Wren (fig.3), passando per la ricostruzione a scacchiera di Robert Hook e Richard Newcourts (figg.4-5) fino alla bizzarra proposta di Valentin Knight (fig.6). Quando più dei due terzi di Londra, già refrattaria ai tentativi dei Tudor di contenerla entro la cinta muraria, debordò e fu cancellata dal fuoco, la scelta di non adottare nessuna delle proposte per la sua ricostruzione dopo il Great Fire fu netta. Nonostante ci fossero già tutti gli elementi decisionali (un sovrano, un settore di città annichilita dal devastante incendio, l’opportunità di espandersi e incrementare i valori fondiari), il comune sentire si espresse attraverso il silenzio nei confronti delle proposte di ricostruzione. La città sarebbe stata ricostruita come era: compatta e fluida. Un atteggiamento che è perdurato nel diciannovesimo secolo, quando la necessità di fare fronte all’immigrazione operaia introdusse un ulteriore elemento di complessità al magma urbano:

“La prima scossa di un devastante terremoto, proprio in quel periodo, aveva lacerato l’intero quartiere fino al suo centro. Le tracce del suo passaggio erano visibili ovunque. Case crollate, strade interrotte, buche profonde e fossi scavati nel terreno, enormi mucchi di terra e argilla dappertutto, edifici lesionati traballanti tenuti in piedi da possenti travi in legno. Da una parte ammassi di cartelloni affastellati, giacevano capovolti ai piedi del pendio di una collina artificiale; dall’altra misteriosi tesori di ferro arrugginito, immersi in ciò che era diventato una pozzanghera. Ovunque ponti che non portavano in nessun posto; strade assolutamente impraticabili; torri di Babele di ciminiere scapitozzate; baracche in legno e muri di cinta nelle situazioni più improbabili; scheletri di caseggiati fatiscenti e frammenti di muri ed archi non finiti e pile di impalcature e selve di mattoni e forme gigantesche di gru e treppiedi posati sul nulla”6

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Fig. 2 - Progetto di ricostruzione di Londra di Christopher Wren presentato al re l’11 settembre 1666, dopo soli cinque giorni dallo spegnimento degli ultimi focolai del grande incendio.

Plan for the reconstruction of London by Christopher Wren, presented to the King on the 11th of Sep-tember 1666, five days after the last fires were extinguished.

Air Act of the history, a milestone for the environmental movement in the twentieth century. This peculiar behaviour of giving disgraces a name, provided a positive point of view on a sad event, helping the transition towards radical changes. The outcome was a natural organic urban fabric, where the only noticeable “artificial” marks were large urban sector projects, such as John Nash’s urban design for the Prince Regent. Even today there are queries related to the origin of this phenomenon. In 2016, the Royal Institute of British Architects set up an exhibition on how the cities react to catastrophes5. The core of the event was just London. Starting with the 1666 proposals for the post-fire reconstruction of London (fig. 2). There were at least four proposals: Napoleon III Paris’ inspired design by Christopher Wren (fig. 3), the city-by-blocks by both Robert Hook and Richard Newcourts (fig. 4-5), and finally the bizarre project by Valentin Knight (fig. 6). When Tudor’s attempt to contain the development of London inside the city walls failed, and the two third of London where destroyed, the decision not to accept any of the proposals was firm. London’s structure of power wasn’t much different from the other European capitals, and there were also other incentives (no need for forced expropriations, opportunity to increase the land values), however, the projects for a new form for London, modern and efficient, didn’t find any further progress. The city was rebuilt roughly where it was, following the same

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rules: fluidity and density. This attitude persisted until the nineteenth century, when industrialization took a large number of workers to move in, trigging a boost in London’s growth and, at the same time, the need to dramatically expand its infrastructures.

“The first shock of a greater earthquake had, just in that period, rent the whole neighbourhood to its centre. Traces of its course were visible on every side. Houses were knocked down; streets broken through and stopped; deep pits and trenches dug in the ground; enormous heaps of earth and clay thrown up; buildings that were undermined and shaking, propped by great beams of wood. Here, a chaos of carts, overthrown and jumbled together, lay topsy-turvy at the bottom of a steep unnatural hill; there, confused treasure of iron soaked and rusted in something that had accidentally become a pond. Everywhere bridges that led nowhere; thoroughfares that were wholly impassable; Babel towers of chimneys, wanting half their height; temporary wooden houses and enclosures, in the most unlikely situations; carcasses of ragged tenements, and fragments of unfinished walls and arches, and piles of scaffolding, and wildernesses of bricks, and giant forms of cranes, and tripods straddling above nothing”.6

Dickens, just after Engels’ The Condition of Working Class in England, described the coming of the railways slicing through the streets north of King’s Cross, leaving whole houses dangling in the air. The writer witnessed the traumatic dawn of the urban railway network. London was in the midst of a deep transition carving and mutating form, determining its future. During the nineteenth century, deep transformations prevented the city to freeze into a specific shape, as had happened instead for Paris. London was taking its unique personality through its parks, some landmarks, and a few events that we may name, following the modern trend, urban regeneration. The London wall was a long time gone, leaving a trace in the toponymy, and the fabric of dense fabric of Victorian Terrace houses was gathering from time to time around landmarks strictly correlated to their time, such as the immense Saint Paul’s Cathedral or, a couple of centuries later, the grand railway stations. Dickens, like every inhabitant, saw this as an apocalypse, however, it is worth saying that this mutation is not over, and it keeps happening even today. Such an atypical, unstable, and shapeless city as London, is governed by processes that, as raindrops on a placid lake, propagate through the nearest fabric, triggering modifications which themselves propagate in decreasingly minor changes until those meet the changes coming from a different side. Observing and studying those processes, makes it possible, for instance, to trace back the morphological evolution of the city.

One of the most dramatic changes in the morphology of London took place in 1985 when the banker Michael von Clemm showed interest in the former docks at Canary Wharf, south-east of London. It was an immense barren wasteland of basins for unloading and storing goods coming to London from the Americas. Active through all the nineteenth and part of the twentieth century, Canary Wharf had to surrender to the new hubs designed to withstand the new shipping international standards dictated by the introduction of the containers in 1956. The development of London in the eighties was decided by the Greater London Council, cancelled by Margaret Thatcher in 1986, and replaced only fourteen years later by the Greater London Authority, promoted by

Fig. 3 - Progetto di ricostruzione di Londra di Robert Hooke, presentato al re il 19 settembre 1666. Plan for the reconstruction of London by Robert Hooke, presented to the King on the 19th of September 1666.

Fig. 4 - Progetto di ricostruzione di Londra di Sir John Evelin, presentato al re il 13 settembre 1666. Plan for the reconstruction of London by Sir John Evelin, presented to the King on the 13th of September 1666.

Dickens racconta il trauma della nascente rete ferroviaria che, con la costruzione delle prime linee della metropolitana, stava trascinando Londra nel guado di una profonda transizione imprimendo mutazioni più evidenti al suo tessuto, mutandone la forma e determinandone il futuro. Per tutto l’ottocento profonde trasformazioni hanno impedito alla città di cristallizzarsi in una forma determinata e trasmissibile, come era invece accaduto per Parigi. A Londra non era la maglia urbana ad essere chiara, bensì i grandi edifici, i parchi o quei pochi interventi che potremmo chiamare, usando un gergo contemporaneo, rigenerazione urbana. La cinta muraria, sparita da tempo, aveva lasciato traccia di sé solo nella toponomastica ed il tessuto si andava consolidando nel tempo intorno alla grande cattedrale di San Paolo o, due secoli più tardi, alle grandi stazioni ferroviarie. Poli sostituiti da altri “portatori di forma”, ognuno dei quali commisurato al suo tempo. Se agli occhi di uno scrittore e dei cittadini questa visione appariva apocalittica, va evidenziato che questo processo di mutazione è continuo e giunge fino ai nostri giorni. Una città atipica, instabile e apparentemente priva di forma come Londra è dominata da fenomeni che, come la superficie di un lago increspato dalla pioggia, sono in grado di agire sulle aree circostanti, inducendo modificazioni che, a loro volta, si riverberano in onde sempre più deboli, fino ad interferire con le onde prodotte da un fenomeno attiguo. Osservando i diversi fenomeni che hanno caratterizzato la storia della città, se ne può disegnare, a ritroso, l’evoluzione morfologica. Era il 1985 quando ebbe inizio la vicenda che condusse ad uno degli stravolgimenti più violenti nella morfologia londinese. Il Banchiere Michael Von Clemm dimostrò il suo interesse per le aree dismesse dei docks di Canary Wharf, un’enorme distesa di bacini per lo scarico e lo stoccaggio delle merci a sud-est della città che, con l’introduzione dei container, era entrata in crisi

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come molti porti fluviali. In quegli anni lo sviluppo di Londra era controllato dal Greater London Council7 abolito nel 1986 dal governo di Margareth Thatcher in quanto contrario alle politiche dei conservatori per poi essere rimpiazzato, quattordici anni più tardi, dal Greater London Authority8 voluto da Tony Blair. Proprio nel 1985 però il City of London Plan, concepito per salvaguardare le caratteristiche storiche del centro città, aveva apposto un vincolo alle facciate in stile vittoriano che sanciva che nel perimetro della City non era possibile edificare in altezza. L’abolizione del Greater London Council nel 1986 lasciò intatto questo vincolo ma, nel frattempo, nei quindici anni di interregno tra il Greater London Council e il Greater London Authority, Canary Wharf crebbe a dismisura, soprattutto in altezza. Le conseguenze non tardarono a farsi sentire. Molti dei simboli che avevano popolato lo Square Mile, iniziarono a migrare verso gli uffici situati nelle torri del nuovo quartiere ad est, offerti a prezzi concorrenziali. La reazione della City non si fece attendere: nel 1999 fu istituito il Commission for Architecture and the Built Environment che iniziò ad approvare tutti i progetti speculativi per il centro città. Il paesaggio urbano, fino ad allora molto simile a quello dipinto da Canaletto nel settecento (fig.7), iniziò popolarsi di landmark in numero sempre maggiore; realizzazioni che, tra interruzioni e riprese, sono oggi interamente compiute e, aggiungendosi ai segni storici, formano il nuovo skyline londinese. La City che vediamo oggi, cresciuta sui morti di peste9 e sulle proprie ceneri non è il risultato di un piano ma rappresenta il prodotto di una reazione della politica ad un atto deliberato di crescita della città verso sud-est. Una reazione che comporta anomalie: progetti come la riqualificazione dei centralissimi 12 ettari dell’area di Moorgate, hanno introdotto un numero consistente di aree pedonali che, pur concesse all’uso pubblico, restano private, soggette a regole imposte a chi vi transita (è vietato fotografare o effettuare riprese, così come è impedito qualsiasi tipo di manifestazione se non approvata dalla società proprietaria dei suoli). Si tratta di uno scambio tra “uso” e “proprietà” che come prima conseguenza rivela aspetti negativi e scenari liberticidi, ma che fa sì che lo spazio pubblico di Londra sia costantemente soggetto a cura e manutenzione. Un compromesso che ha consentito alla municipalità di ridurre notevolmente gli interventi di riqualificazione pubblica nel distretto degli affari per concentrarsi sulle periferie e sulla costosa manutenzione dei grandi parchi pubblici. Questo atteggiamento, frutto di una guerra immobiliare tra City e Canary Wharf, è diventato una prassi per Londra, che oggi riserva ampio spazio a quelle che chiama Opportunity Areas: zone dove il meccanismo costi/benefici appena descritto – con un occhio di riguardo alla tutela delle politiche partecipative e sociali – è un obbligo. Osservando la costellazione di Opportunity Areas sulle pagine del sito della città di Londra (fig.8), si comprende quanto il perdurare dell’assenza di forma sia destinato a caratterizzare il prossimo secolo di vita di questa città. Tra questi nuovi nuclei di condensazione del disegno urbano nella morfologia nebulosa di Londra, vanno citate le Opportunity Areas di King’s Cross e del VNEB. Quest’ultima in particolare prefigura quello che a Londra accadrà nei prossimi 25/30 anni. VNEB è un acronimo che identifica un’area di 129 ettari nel cuore di Londra, un luogo rimasto inspiegabilmente intatto nel suo degrado fino al 2010. Un masterplan disegnato da Terry Farrell ha unito Vauxhall, Nine Elms e Battersea ed è diventato il VNEB (fig.9), termine che fonde i nomi dei tre quartieri, un’enorme porzione di città cancellata, ridisegnata e ricostruita in otto anni. Fino ad allora complessi incroci di fasci di binari, discariche e una diffusa decadenza ne perpetuavano la cattiva reputazione. Con il trasloco dell’ambasciata statunitense da Grosvenor Square a Vauxhall sono arrivati anche i grandi investitori. Il progetto per la nuova ambasciata USA di Kieran Timberlake, un prisma da un miliardo di dollari increspato su due lati da elementi in maglia metallica tesi a formare una seconda pelle (fig.10), ha avuto la forza mettere in moto un intervento che promette 30.000 nuovi residenti e 25.000 posti di lavoro, per non parlare dell’occupazione creata nell’industria edilizia dalla sola costruzione del nuovo quartiere. La spinta è stata così forte che anche la ex centrale elettrica di Battersea, sul versante opposto della grande Opportunity Area, dismessa nel 1987 e da allora abbandonata a sé stessa nonostante alcuni goffi tentativi di recupero, è stata felicemente riqualificata.

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Tony Blair. Right in 1985, however, the City London Plan was released to protect the heritage features of Victorian buildings, fixing a limit to the height of the new buildings inside the perimeter of the City. The abolition of the Greater London Council left this obligation in place for the following sixteen years – until Blair established the Greater London Authority in 2000 – allowing high-rise buildings to spring up in Canary Wharf, offering thus a brand-new business district at reasonable prices, if compared with the City. The consequences were not long in coming. Most of the Square Mile’s symbols kept moving to the offices in the high towers of the new district eastbound. The City’s reaction was prompt: in 1999, the newly nominated Commission for Architecture and Built Environment, chaired by Stuart Lipton – who was also Chief Executive of the property developer Stanhope – started approving several speculative plans for the City. In the eighties, London’s skyline, was not much dissimilar from the one depicted by Canaletto in the eighteenth century (fig. 7); its original shape was altered when the CABE started approving several new high-rise buildings, changing the square mile’s urban landscape. The form of the City that we perceive today – flourished on its ash, and literally built on the Great Plague’s victims7 – comes by no plan; it’s a mere reaction of the City establishment to a challenge coming from Canary Wharf, that forced the growth of London towards the south-east. Such a reaction involves some glitches. The large number of pedestrian pavements in the 12 hectares of the new Moorgate Area, even if used by the public, are private property, falling under strict restrictions (is forbidden to take photos, shoot videos, or hold a public event if not expressly approved by the owner of the land). It is a barter: “use” in change of “property”. A loss of freedom for a better-looking cost-free public space. This tradeoff has helped the London Council to focus on the expensive maintenance of the outskirts and the green areas. What had started as a compromise – a consequence of a clash between the City and Canary Wharf – has become a best practice through the London Opportunity Areas: urban sectors where the cost/benefit above mentioned -balanced with some care towards the social politics- has become an obligation. The website of the London Council, showing the constellation of Opportunity Areas (fig. 8), forecasts the future of the city that keeps refusing to be designed at once.

King’s Cross and the VNEB are some of the most important and recent Opportunity Areas in the cloudy nebula of London’s morphology. The latter, in particular, foreshadows the evolution of the city in the next thirty years. VNEB is an acronym identifying 129 hectares across three districts (fig. 9). A place long forgotten by the Londoners, packed with rail tracks, sheds, some dumps, and an immense coal-powered station. In 2010 a master plan designed by Terry Farrell joined Vauxhall, Nine Elms, and Battersea into a whole giant super district called VNEB, an acronym melting the names of the three old neighbourhoods. A large part of London was wiped out, redesigned, and rebuilt in eight years. Its notorious bad reputation, familiar to the Londoners, suddenly vanished when the USA embassy moved from Grosvenor Square to Vauxhall. Things changed, and big investors started to look at the place with a different attitude. The new embassy of the United States is a one-billion-dollar cube with two elevations wrapped with a metal mesh stretched to form a peculiar organic

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shape. The block designed by Kieran Timberlake (fig. 10) triggered a potential 30.000 new residents and 25.000 workplaces investment, not to mention the building industry’s workers involved in the enterprise. Such a push has even allowed resolving the unresolvable issue of the former coal power station of Battersea -a gigantic mountain of bricks at the opposite end of the VNEB Opportunity Area, closed in 1987 and abandoned after several unsuccessful tentatives for making something of it. The Malaysian government invested the national pension funds in it, and Wilkinson Eyre converted its huge belly into a mall and designed a minimal “Apple-style” slab of luxury penthouses on its top. A long shot, maybe -considering the several fails that nearly took to tear it down if it wasn’t listed as a historical landmark- that will give the Londoners the renewed Battersea Power Station back in October 2022. the VNEB, in short, is going to be a success. Because the beloved four white chimneys of the former Battersea Power station are a commercially fungible landmark (fig. 11-12), but also because it is included in the formidable three miles public walk that people can either cycle or walk along the Thames, from the former Battersea to the former Bankside power station (the latter converted into the Tate Modern), both designed by Sir Giles Gilbert Scott in the nineteenth century.

The VNEB’s twenty hectares of public spaces, take to perfection both the Docklands and the City experiments. The grand urban park, unraveling between the US embassy and the Battersea Power station and bordered by towers designed by international stars of architecture, is a compromise between public use and private property, providing the necessary financial sustainability.

Looking back to the sixties, several different examples have to be mentioned beyond the VNEB. Scattered around London, those urban nodes apply a “gravitational” pull condensing the urban fabric over the years. The South Bank, the Barbican, the Olympic District at Stratford, Moorgate, King’s Cross, and the VNEB are just a selection of the most remarkable. Looking at the location on London’s map of the next Opportunity Areas, it becomes clear that London is not looking for a specific urban form at all. On the contrary, it counts on solid and dense urban nodes, layers, and networks that overlap, forming an effective multilayer system perceived as a series of non-formal and dynamic sequences of spaces. Form doesn’t matter. You will not understand London using Google Maps but walking it through Street View because London has deliberately decided to be shapeless. Its morphology, uncertain and variable, has not given in to the temptation of an “absolute” design, consequently strengthening its responsiveness to external solicitations. As a result, the city can quickly decide what parts it needs to develop or tear down with the responsiveness that attracts investors. That is the outcome of a balance between market, social instances, and form8 that, in this specific case, is keeping London malleable and fluid. The works for the new Elizabeth Line – 15 miles of tunnels dug by Crossrail between east and west strongly wanted by Gordon Brown initially, Ken Livingstone afterward, and Boris Johnson later – are now completed and the new stations, opened in late May 2022 after four years of delay and an incredible 4 billion of Pounds of additional costs, promise new mutations in the fabric of a city which makes of its weak form its strong side.

Acquistata dal governo malese che vi ha investito i fondi pensionistici nazionali, è stata recentemente riconvertita da Wilkinson Eyre in gallerie commerciali e appartamenti di lusso. Un azzardo visti i precedenti tentativi di riuso andati male; fallimenti che, dopo il suo ventilato abbattimento, hanno facilitato l’apposizione di un vincolo monumentale. Il VNEB si profila come un successo, parte del quale risiede nella presenza di grandi landmark storici (le 4 ciminiere bianche sono parte dei simboli di Londra) (figg.11-12) ma anche nella eccezionale integrazione con le reti pubbliche, come quella ciclo-pedonale che la inserisce nel percorso lungo 4 Km che costeggiando il Tamigi, collega l’ex centrale di Battersea con l’ex centrale di Bankside (oggi sede della Tate Modern) entrambi progettati da Sir Giles Gilbert Scott a cavallo del diciannovesimo secolo. Il VNEB a Londra ripropone quanto già sperimentato con i Docklands o la City: ben venti ettari di spazi ad uso pubblico, ma di proprietà privata. Un compromesso che rende finanziariamente sostenibile l’enorme parco urbano che si dipana tra la stazione di Vauxhall e la ex centrale di Battersea, costeggiando una selva di edifici progettati dalle star dell’architettura mondiale. Come il VNEB, si possono citare molti altri esempi che, a partire dagli anni sessanta del ventesimo secolo, hanno cosparso Londra di nuclei di condensazione attorno ai quali il tessuto si è andato adattando negli anni successivi.

Il South Bank, il Barbican, il quartiere olimpico a Stratford, Moorgate, King’s Cross e il VNEB sono solo alcuni degli esempi di maggiore rilievo. Osservando la disseminazione delle prossime Opportunity Areas si comprende perché Londra non sia alla ricerca di una forma, bensì punti tutto sull’architettura urbana e sulla presenza di strati e reti che, sovrapponendosi, vanno a formare un efficace sistema multi-layer, caratterizzato da una lettura dello spazio in sequenza, informale e dinamico: Londra è priva di forma per scelta; non è una città che si presta ad essere vista attraverso google maps ma piuttosto con street view. La sua morfologia, incerta e variabile, non ha ceduto alle tentazioni di un disegno “assoluto” rafforzandone la reattività e consentendole di scegliere quali parti coltivare o mutilare con la rapidità che piace agli investitori. Si tratta, insomma, di un compromesso tra mercato, forma e politiche sociali10 che, in questo caso specifico, ha prodotto una città fluida e malleabile.

I lavori per la nuova linea metropolitana, la Elizabeth line, 20 chilometri di tunnel tra est ed ovest fortemente voluti dalle amministrazioni Livingstone, Brown e Johnson, scavati da Crossrail e inaugurati a fine maggio 2022 con quattro anni di ritardo e 4 miliardi di sterline in più, promettono un ventennio di ulteriori rimescolamenti in una città che fa della sua forma debole la sua vera forza.

Note

1 Hall P. (1966) Le città mondiali, Il Saggiatore, Milano.

2 Le Green Belt (cinture verdi), introdotte in Inghilterra nel 1935 ed a Londra dal Town and Country Planning Act del 1947, consentivano alle municipalità di assegnare ai suoli funzioni di protezione del territorio, integrandoli nei propri piani regolatori. Furono formalizzate nel 1955 dal Ministry of Housing and Local Government con il fine di controllare la crescita urbana e per prevenire la fusione delle città, preservandone le caratteristiche.

3 Milton Keynes fu istituita come “New Town” il 23 gennaio 1967, mediante l’unione di preesistenti centri di Bletchley, Fenny Stratford, Wolverton, Stony Stratford, e altri quindici villaggi. Prende il nome dal villaggio di Milton Keynes, originariamente collocato due miglia a est dell’attuale centro della città.

4 Il 25 novembre 1963 il Ministero dei Trasporti del Regno Unito pubblicò un rapporto redatto da un team guidato dall’architetto, ingegnere civile e pianificatore Colin Buchanan. Lo studio, denominato Rapporto Buchnan, metteva in guardia sui danni causati dalle automobili ed indicava linee guida e soluzioni (a volte drastiche) per affrontare il problema nascente dell’inquinamento da traffico urbano.

5 Creation from Catastrophe: how Architecture Rebuilds Communities. Mostra tenutasi presso il Royal Institute of Architecture di Londra, da febbraio ad aprile del 2016, curata da Jes Fernie.

6 Dombey e il figlio. Romanzo di Charles Dickens in origine pubblicato a puntate mensili tra l’ottobre 1846 e l’aprile 1848 con il titolo originale completo Dealings with the Firm of Dombey and Son: Wholesale, Retail and for Exportation

7 Il Greater London Council fu il massimo organo amministrativo di governo locale della Greater London dal 1965 al 1986. Esso sostituì il precedente London County Council che ricopriva un’area meno estesa. Il GLC divenne responsabile del funzionamento di servizi strategici come i servizi antincendio, la protezione civile e la prevenzione contro le calamità naturali. Esso poi suddivise alcuni oneri con i borough in merito alla manutenzione delle strade, le abitazioni, la pianificazione urbana ed i servizi di divertimento pubblico

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Fig. 5 - Progetto di ricostruzione di Londra di Valentin Knight, presentato al re il 20 settembre 1666. Plan for the reconstruction of London by Valentin Knight, presented to the King on the 20th of September 1666.

Notes

1 Hall P. (1996) The World Cities, World University Library, Weidenfeld & Nicolson, London.

2 Green Belts were introduced in England in 1935, and later in London by the Town and Country Planning Act, in 1947. The municipalities started including the unbuilt territories adjacent to the outskirts of the cities, as protective buffers. The Green Belts became official in 1955, as the Ministry of Housing and Local Government introduced these as a part of the Urban Act to prevent the urban sprawl.

3 The New Town Milton Keynes was created the 23rd January 1967 joining Bletchley, Fenny Stratford, Wolverton, Stony Stratford, and other fifteen small villages. Its name derives from the old Milton Keynes, two miles East from the actual city centre.

4 On the 25th of November 1963 the Ministry of Transport of the United Kingdom published the Buchnan Report, raising warning on the damages brought by urban private transport pollution risk, and providing some solutions (sometimes drastic) to face the issue.

5 Creation from Catastrophe: How Architecture Rebuilds Communities is an exhibition that took place in London, by the Royal Institute of Architecture from February to April 2016, curated by Jes Fernie.

6 Dombey and Son by Charles Dickens was originally published as a monthly issue between October 1846 and April 1848, with the title Dealings with the Firm of Dombey and Son: Wholesale, Retail and for Exportation

7 The works for the new station of Liverpool Street on the new Elizabeth Line reveals the violent mutations in London’s history. During the digs for the new station, three thousand skeletons from the Great Plague emerged. The archaeologists quickly catalogued the findings and the works have been regularly completed.

Fig. 6 - Vista di Londra dal fiume Tamigi. Antonio Canova, 1750. View of London from the river Thames. Antonio Canova, 1750.

8 La Greater London Authority è stata istituita nel 2000 per migliorare la coordinazione tra i distretti della città e il ruolo del sindaco, per dare a Londra un rappresentante unico. Il sindaco propone una politica e amministra le finanze della Greater London Authority, facendo affidamento ai corpi strategici della città per i trasporti (Transport for London) e per lo sviluppo economico (London Development Agency).

9 La storia di Londra e delle sue violente mutazioni ritorna. Durante gli scavi per la nuova stazione di Liverpool Street sulla nuova Elizabeth line sono state ritrovate le fosse comuni contenenti i resti delle numerose vittime della grande pestilenza che ha colpito Londra nel 1666. Rapidamente riesumati e catalogati, i ritrovamenti sono stati rimossi ed i lavori sono continuati praticamente senza interruzioni.

10 Uno degli effetti indesiderati di questa politica è rappresentato dal costo crescente delle nuove abitazioni e dalla sopravvalutazione di quelle esistenti. Un fenomeno che ha portato molti londinesi a vendere la propria casa per trasferirsi fuori città e, ancora peggio, sta impedendo ai giovani di insediarvisi; fenomeno questo che, in concomitanza con le restrizioni alla immigrazione dovute alla “Brexit”, sta privando la città della sua risorsa più preziosa: la creatività.

Riferimenti bibliografici_References

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8 One of the side effects of this politics is the rocketing price for new houses and the overprice for the old ones. This phenomenon brought many Londoners to sell their own home and move out of the city, and, even worse, is impeding the young generations to settle. Such a trend, summed up by the restrictions on immigration due to Brexit, is depriving London of its most precious resource: creativity.

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urbanform and design

Vitruvius Europaeus

Esegesi di un documento programmatico di alto livello

DOI: 10.48255/2384-9207.UD 17-18.2022.19

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Vitruvius Europaeus. Exegesis of a high-level programmatic document

On October 14, 2020, the President of the European Commission Ursula von der Leyen released a press conference to present the New European Bauhaus, a new European initiative, variously defined as a “movement”, “project”, “organization”, connected to the European Green Deal, in turn a set of policies launched in the same year with the declared aim of making Europe a climate neutral territory by 2050. A name –as we know – is rarely the outcome of random choices. Names tell the parents’ deep motivations towards their children: links with the past, intentions for the present and wishes for the future. The reasons behind the name Green Deal are quite transparent: “deal” as in “agreement”, “pact”, implying in this case an equal relationship between the contractors. That is, not an imposition from above, but an agreement between political power and civil society in view of the common good, which in turn can’t be anything but “green”. But of course, the name also plays on the assonance between the Green Deal and the New Deal, a pact many still remember with nostalgia because it coincided with – and in the opinion of many reasonably favoured – the period of greatest economic well-being in the entire history of Western society. The Rooseveltian “New” has been expunged in today’s initiative not out of antipathy towards what it means –indeed, “newness” still enjoys excellent health (more on this later) – but because it is made superfluous by the presence of “Green”: an economic pact putting at the centre green instead of money, even if green has been omnipresent for more than ten years now, is new par excellence; if only because, despite optimisms and fanfares, the green shift periodically announced still struggles to really take off. The term “New”, moreover, immediately reappears in the next denomination together with Bauhaus, pointing to renew ties with a glorious institution of the past that had become somewhat blurred over time. But if the name Green Deal sounds like a confirmation of things we have known for some time, a certain astonishment can be aroused by the explicit reference to the Bauhaus of the second denomination, chosen – it would seem – by will of von der Leyen herself. Amazement because the aims promoted by the combination of the two initiatives will influence for years to come the writing of the future European research funding calls (we are talking about around 750 billion euros). And it is the first time that architecture, thanks to this Gropiusian avatar, enters the world of funded research from the front door. It is a common experience among academics of archi-

dAD Dipartimento Architettura e Design, Università degli Studi di Genova E-mail: giovanni.galli@unige.it

Il 14 ottobre 2020, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen rilascia una conferenza stampa per presentare il New European Bauhaus, una nuova iniziativa europea, variamente definita “movimento”, “progetto”, “organizzazione”, connessa all’European Green Deal, a sua volta un insieme di policies varate nello stesso anno con lo scopo dichiarato di rendere l’Europa un territorio climaticamente neutrale entro il 2050. La scelta di un nome – si sa – è raramente casuale. I nomi raccontano le motivazioni profonde dei genitori nei confronti dei figli: i legami con il passato, le intenzioni del presente e gli auspici per il futuro. Le motivazioni dietro il nome Green Deal sono abbastanza trasparenti: “deal” in inglese significa “accordo”, “patto”, e in questo caso sottintende una relazione paritaria tra i contraenti. Ovvero, non siamo di fronte a un’imposizione dall’alto, bensì a un accordo tra il potere politico e società civile in vista del bene di tutti, che a sua volta non può che essere “green”. Ma naturalmente il nome gioca anche sull’assonanza tra Green Deal e New Deal, un patto che ancora molti ricordano con nostalgia perché ha coinciso con – e nell’opinione di molti ragionevolmente favorito – il periodo di maggior benessere economico dell’intera storia della società occidentale. Il New dell’iniziativa rooseveltiana è stato espunto in quella di oggi non per antipatia nei confronti di ciò che significa – ché anzi, il “nuovo” gode sempre di ottima salute (ma su questo torneremo più avanti) – ma perché reso superfluo dalla presenza del Green: un patto economico che mette al centro il verde al posto del danaro, anche se è presente sulla piazza ormai da più di una decina d’anni, è nuovo per eccellenza; se non altro perché, nonostante gli ottimismi e le fanfare, la svolta verde periodicamente annunciata stenta sempre a decollare realmente. Il New, peraltro, rientra immediatamente nella denominazione successiva, a significare in questo caso un rinnovato interesse per una gloriosa esperienza del passato con la quale i legami si erano nel tempo un po’ offuscati. Ma se il nome Green Deal suona più che altro come una conferma di cose che sappiamo da tempo, un certo stupore desta invece l’esplicito richiamo al Bauhaus della seconda denominazione, scelta – parrebbe – per esplicita volontà della stessa von der Leyen. Perché stupore? Perché gli intenti promossi dalle due iniziative influenzeranno per anni a venire i contenuti dei futuri bandi europei di finanziamento per la ricerca (si parla di circa 750 miliardi di euro). Ed è la prima volta che l’architettura, grazie a questo avatar gropiusiano, fa il suo ingresso nel mondo della ricerca finanziata dalla porta principale. È esperienza comune, tra gli accademici di composizione architettonica, il fatto di dover piegare – pur di accedere a qualche forma di finanziamento pubblico – la reale natura dello statuto della propria disciplina, che non a caso non è nemmeno compresa nel novero delle discipline scientifiche ufficialmente riconosciute dall’ERC (European Research Council). Ancora più stupore ha generato l’esplicito riferimento della von der Leyen, nel suo discorso di presentazione, alla bellezza: “the necessary can be beautiful at the same time, […] style and sustainability go together”. Al di là della banalità dei concetti, che peraltro sfiorano con grande leggerezza temi ad alto tasso aporetico almeno dai tempi di Socrate (Platone, 2000), rimane il fatto che la von der Leyen – per così dire –supera da sinistra molti architetti, col riferirsi a un concetto – la bellezza – che

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in molti, soprattutto chi più è legato alla memoria del moderno, suscita ancora imbarazzo per non dire fastidio.

Poi, è vero, si fa riferimento alla bellezza proprio nel momento in cui si cerca di riproporre la memoria del Bauhaus che con lo scivoloso concetto ha sempre evitato con grande cura ogni commercio. L’intitolazione al Bauhaus, peraltro, è stata contestata da personalità in vista nel mondo delle comunità artistiche e dell’educazione al progetto, anche se non per preoccupazioni filologiche, bensì come riferimento “inerentemente non inclusivo”, in quanto indirizzato a un’istituzione troppo connotata come “Occidentale” ed “Eurocentrica” (Khalidi et al., 2020). Il fatto che a un’iniziativa avviata in seno alla società occidentale e più precisamente europea possa essere rinfacciata la colpa di ispirarsi a una gloriosa istituzione europea e quindi occidentale è perlomeno curioso; è curioso e fa riflettere su quella specie di cupio dissolvi che da tempo sembra attanagliare una società occidentale rosa dai sensi di colpa e tanto desiderosa di espiare ciò di cui viene – anche giustamente – accusata, da essere pronta a gettare il bambino assieme all’acqua sporca. Ma tutto ciò fa precisamente parte delle questioni di cui vorremmo trattare più avanti.

In un documento esplicativo diffuso a cura dell’Unione Europea, si precisa che il nuovo Bauhaus europeo si rivolge ad “artisti, attivisti, designer, architetti, studenti, scienziati, ingegneri, professionisti, responsabili delle politiche e tutti i cittadini interessati” (Guide to Applicants, 2020). A parte i responsabili delle politiche e i cittadini interessati – un doveroso quanto generico riferimento all’ampiezza del coinvolgimento auspicato – non c’è dubbio sul fatto che il resto del gruppo costituisca nel suo insieme una discreta e perfino generosa approssimazione di ciò che si potrebbe definire come “il mondo del progetto”, ovvero del “design” (nell’accezione inglese del termine che, com’è

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tectural composition the necessity to bend the real nature of their discipline in order to access some source of public funding, a discipline not surprisingly excluded from the list of scientific disciplines officially recognized by the ERC (European Research Council). Even more amazement has been generated by von der Leyen’s explicit reference, in her presentation speech, to beauty: “the necessary can be beautiful at the same time, [...] style and sustainability go together”. Beyond the banality of concepts which, moreover, touch with great lightness themes highly aporetic at least since the times of Socrates (Plato, 2000), the fact remains that von der Leyen is more radical than many architects, referring to a concept – beauty – that many, especially those more closely attached to modernism legacy, are embarrassed – not to say annoyed – with. Admittedly, reference to beauty is made precisely while trying to re-propose the memory of the Bauhaus, that has always carefully avoided any trade with that slippery concept. Moreover, the referring to the Bauhaus has been contested by prominent personalities in the world of artistic communities and project education, not for philological concerns, but as “inherently non-inclusive”, since addressed to an institution too connoted as “Western” and “Eurocentric” (Khalidi et al., 2020). The fact that a Western and more precisely a European initiative can be blamed for being inspired to a glorious European and therefore Western institution is at least curious; and gives pause for reflection upon a kind of cupio dissolvi that for some time seems to obsess a Western society rightly guilt-ridden for the abuses it committed in the past, and so eager to wash them away that it is ready to throw the baby with the bathwater. But all of this is precisely part of the issues we will deal with later. An explanatory document published by the European Union specifies that the New European Bauhaus is aimed at “artists, activists, designers, architects, students, scientists, engineers, professionals, policy makers and all interested citizens” (Guide to Applicants, 2020). Apart from policy makers and interested citizens – a dutiful but generic reference to the desired ampleness of involvement – there is no doubt that, as a whole, the rest of the group constitutes a fair and even generous approximation of what could be defined as “the world of design”. Here the reference to the Bauhaus, where Gropius, Klee and Itten worked side by side, seems to find a justification going beyond purely celebratory intentions. Except that the order in which the stakeholders are listed is strange at the least: neither alphabetical nor, at least apparently, hierarchical. Almost as if it were intentionally random. As everyone knows, the Bauhaus curriculum was conceived as a sort of encirclement culminating in the centre with building, an architectural activity par excellence Chance (?) has given instead the fourth place to architects in the list. Perhaps the decision was taken in the fear of running into some kind of political incorrectness, which is always lurking. What is certain, however, is that giving the presidency of the initiative to an artist, Alexandre Dang, and opening the list with “artists”, seem to give a hint about the predicted role, if not for architecture, certainly for art.

Be as it may, for the moment – on the basis of the little collected so far – a couple of assumptions could be put forward: a) it is possible/probable that the dominance exercised by technocracy in European research is beginning to arouse some kind of dissatisfaction, at least in such a quantity as to allow entry into the temple of clarity and

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Fig. 1 - Il busto di Vitruvio presso la Protomoteca della Biblioteca civica di Verona. Vitruvius bust in the Protomoteca of the Verona Civic Library.

measurability to a concept confused and difficult to quantify such as beauty; b) the means to introduce this parvenu into the world of research must pass, at least in part, through the field of the disciplines of design and of so-called “creative” activities. We are by now, obviously, in the context of conjectures, which can only be confirmed or falsified by enlarging the survey sample.

The Horizon Europe-New European Bauhaus Nexus Report (hereafter Report) is the rather long title of the concluding report of a self-appointed “high-level” workshop, held by a group going by an equally long name, bringing together the “Directorate-General for Research and Innovation” with the “Joint Research Center” (Schellnhuber et al., 2022). It is a very recent document (February of this year), and it seems perfect for our survey supplement, since it was developed with the intention of producing a theoretical and methodological basis for the future practice of the New European Bauhaus (hereafter NEB). Immediately at the first lines of the initial page, we read that the general purpose is to favour “systemic and holistic” research proposals. At the end of the same page – as a summary of a numbered list of objectives – we read that the “values supported” by the NEB are “Sustainability, Inclusion and Beauty” (capital letters in the original text). Anyone with even a minimal smattering of architectural theory cannot, encountering a triad of capital terms, moreover ending with Beauty, avoid a state of alert: impossible to prevent an immediate connection with the well-known Vitruvian triad. And in fact, to prove the existence between the two of a close relationship – if not of a direct descent, at least a logical one – is a fairly simple operation. Firmitas, Utilitas, Venustas: no definition of architecture has ever been more exhaustive and lasting than the one given by Vitruvius more than two thousand years ago, when architecture itself was founded as a discipline by the institutionalizing act of that same definition. From then on, the remarkable longevity of the Vitruvian definition was guaranteed by the ability of its constituent terms to evolve in their meanings, following and/or guiding over time the evolution of customs and traditions. The term “Firmitas”, referring to architecture, has more and more meant “safety”, “calculability” and “predictability”, as applied to ever more daring structural constructions. “Utilitas” has accompanied ways of living increasingly concerned with issues such as the rational organization of spaces, their privacy or accessibility. The meaning of Beauty has forever changed in ever faster way: it has always been the hidden engine of customs’ evolution, fuelling our undying desire for change. The ontological power of the triad derives paradoxically from the “emptiness” of its constituent terms: they just fix very general spheres of semantic competence, remaining however available to the most diverse objectifications. When Philip Johnson and Henry Russell Hitchcock affirmed that “The Siedlungen of the European functionalists generally reach the neutral aesthetic level of good building, while the work of those who apply more consciously the disciplines of the contemporary style often rises to the level of architecture” (Hitchcock and Johnson, 1966. My emphasis), consciously or not they were still leaning on the Vitruvian ontological device, describing on the one hand architecture’s material needs (firmitas and utilitas), on the other its aesthetic ones (venustas), and postulating their unity as an indispensable requisite for being able to talk about “architecture”. All this regardless of the substantial differences separating Johnson and Hitchcock’s structural, utilitarian and above

noto, è molto più larga di quella italiana). Ecco che il riferimento al Bauhaus, dove Gropius, Klee e Itten lavoravano fianco a fianco, sembra trovare una giustificazione oltrepassa i puri intenti celebrativi. Se non fosse che l’ordine con cui i portatori di interesse si succedono in quell’elenco è quantomeno strano: né alfabetico né, almeno apparentemente, gerarchico. Quasi che si trattasse di un ordine intenzionalmente casuale, magari perfino estratto a sorte. Come tutti sanno, il curriculum del Bauhaus era concepito come una sorta di accerchiamento che culminava al centro con il costruire, attività architettonica per eccellenza. Il caso (?) ha invece riservato agli architetti il quarto posto nell’elenco delle categorie “attenzionate”. Forse la decisione è il frutto del timore di incorrere in qualche tipo di scorrettezza politica, che è sempre in agguato. Certo è che la presidenza dell’iniziativa affidata a un artista, il francese Alexandre Dang, e l’apertura della lista riservata agli artisti dà comunque adito a supposizioni sul ruolo presagito, se non per l’architettura, certamente per l’arte. Sia come sia, per il momento – sulla base del poco fin qui raccolto – sembra lecito azzardare un paio di supposizioni: a) è possibile/probabile che il dominio esercitato dalla tecnocrazia nell’ambito della ricerca europea stia cominciando a suscitare qualche tipo di insoddisfazione, almeno in quantità tale da spingere a concedere l’ingresso nel tempio della chiarezza e della misurabilità di un concetto confuso e difficilmente quantificabile come la bellezza; b) il mezzo per introdurre nel mondo della ricerca questa parvenue dovrà provenire, almeno in parte, dall’ambito delle discipline del progetto e delle attività cosiddette “creative”. Siamo, è evidente, nell’ambito delle congetture, che potranno essere confermate o falsificate solo allargando il campione di indagine. Lo Horizon Europe-New European Bauhaus Nexus Report (da qui in avanti Report) è la relazione conclusiva, dal titolo piuttosto lungo, di un workshop autonominatosi “di alto livello” a cura di un raggruppamento dal nome altrettanto lungo, che mette assieme il “Directorate-General for Research and Innovation” con il “Joint Research Centre” (Schellnhuber et al., 2022). È un documento recentissimo (febbraio di quest’anno) e sembra perfetto per il nostro supplemento di indagine, visto che è stato elaborato con l’intenzione di produrre una base teoretica e metodologica su cui fondare la futura prassi del New European Bauhaus (da qui in avanti NEB). Subito alle prime righe della pagina iniziale, leggiamo che lo scopo generale è quello di favorire la presentazione di proposte di ricerca “sistemiche e olistiche”. Al termine della medesima pagina – a mo’ di riassunto di un elenco numerato di obbiettivi –leggiamo che i “valori supportati” dal NEB sono la “Sostenibilità, l’Inclusione e la Bellezza” (maiuscole nel testo originale). Chiunque sia dotato anche di un minimo di infarinatura in materia di teoria dell’architettura non può, nell’imbattersi in una triade di termini maiuscoli, che per di più termina con la Bellezza, non entrare in uno stato di allerta: impossibile impedire un collegamento immediato con la nota triade vitruviana. E in effetti dimostrare l’esistenza di una stretta relazione – se non di una diretta discendenza, perlomeno logica –tra le due è un’operazione abbastanza semplice.

Firmitas, Utilitas, Venustas: nessuna definizione di architettura è mai stata più esaustiva e duratura di quella data da Vitruvio più di duemila anni fa, quando l’architettura fu fondata come disciplina dall’atto istitutivo di quella stessa definizione. Da allora in poi, la notevole longevità della definizione vitruviana è stata garantita dalla capacità dei suoi termini costituenti di evolvere nei loro significati, seguendo e/o guidando nel tempo l’evoluzione di usi e costumi. Il termine “Firmitas”, riferito all’architettura, ha sempre più significato “sicurezza”, “calcolabilità” e “prevedibilità”, in quanto applicato a realizzazioni strutturali sempre più ardite. La “Utilitas” ha accompagnato modi di vivere sempre più attenti a questioni come l’organizzazione razionale degli spazi, la privacy o l’accessibilità. Il significato della Bellezza è cambiato da sempre e progressivamente in modo sempre più rapido: da sempre ha costituito il motore nascosto dell’evoluzione dei costumi, alimentando il divenire di un desiderio per definizione inesauribile. Il potere ontologico della triade deriva paradossalmente dal contenuto nullo dei suoi termini costituenti, ovvero dal fatto che essi si limitano a fissare degli ambiti generalissimi di competenza semantica, rimanendo poi però disponibili a oggettivarsi nei modi più diversi: quando Philip

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Johnson e Henry Russell Hitchcock affermano che “le Siedlungen dei funzionalisti europei raggiungono in genere il livello estetico neutro del buon costruire, mentre l’opera di coloro che più consapevolmente ricorrono ai principi dello stile contemporaneo si eleva spesso al livello dell’architettura” (Hitchcock e Johnson, 1966. Mie le enfatizzazioni), consapevolmente o meno stanno ancora appoggiandosi al dispositivo ontologico vitruviano, descrivendo da un lato le necessità materiali dell’architettura (firmitas e utilitas), dall’altro quelle estetiche (venustas), e postulando la loro unità come requisito indispensabile per poter parlare di architettura. Tutto ciò a prescindere dalle differenze sostanziali che separano la concezione strutturale, utilitaria e soprattutto estetica di Johnson e Hitchcock da quella di Vitruvio. A sua volta, il Report propone un interessante ampliamento semantico delle ratio vitruviane, in un percorso che – per così dire – va dalla singolarità alla pluralità: non si tratterebbe più solamente, oggi, di soddisfare le esigenze di singoli edifici o di singoli utenti, che comunque non sono negoziabili, ma di allargare lo scopo generale dal bene dei singoli al bene comune. In questo quadro, il concetto di “sostenibilità” chiarisce un’idea potenziata di firmitas che dalla stabilità dei singoli edifici si amplia fino a comprendere quella dell’intero pianeta; allo stesso modo, quello di “inclusività” parla del potenziamento di un’utilitas che dallo spazio interno dei singoli edifici sposta la propria attenzione verso lo spazio che invece li separa gli uni dagli altri, accostando così i bisogni della collettività a quelli degli individui. Nel Report, Vitruvio non viene mai nominato, lasciando alle ipotesi l’alternativa tra un riferimento consapevole ma nascosto, magari per timore di risultare troppo “attempati” di fronte al pubblico; oppure del tutto inconsapevole ma, forse, guidato da una sorta di “inevitabilità ontologica”. Verrebbe quasi da parteggiare per la seconda ipotesi, visto che una per quanto tardiva presa di coscienza potrebbe portare in un secondo tempo alla riscoperta di un riferimento culturale che – dal punto di vista dei contenuti – sarebbe certamente più appropriato di quello – superficiale – al Bauhaus; e, auspicabilmente, a una riconsiderazione dell’intero atto fondativo vitruviano, da utilizzare possibilmente come solida base teoretica sulla quale appoggiare lo scioglimento delle aporie che rimangono aperte nel documento.

Giacché, se i primi due termini della triade vitruviana sono sufficientemente connotati dalla rinominazione a cui vengono sottoposti, il terzo rimane indefinito nella riproposizione inalterata che ne viene fatta. E tale rimane nel corso dell’intero documento. È un fatto che, a fronte di ripetuti e puntigliosi chiarimenti sul significato da attribuire ai termini “sostenibilità” e “inclusività” e sui mezzi per ottenerne i benefici, i riferimenti decisamente più rari alla questione della bellezza non sembrano essere in grado di andare oltre affermazioni quanto mai vaghe e non circostanziate. Si auspica una politica di sviluppo di “attitudini estetiche”, non meglio precisate (p. 38); si invita a “mettere in discussione il modello socio-politico contemporaneo dei concorsi di bellezza architettonica (sic)” (p. 56); si ricorda che la “bellezza degli spazi” aiuterà a invertire ineguaglianze culturali e socioeconomiche, promuoverà l’uguaglianza di genere (sic) e aumenterà l’aspettativa di vita (pp. 28 e 29); ci si interroga su come rendere nuovamente l’architettura urbana e del paesaggio “un’arte pubblica” (p. 38). Il più delle volte si esorta a produrre “più bellezza”, senza aggiungere altro. Insomma, mentre da un lato si descrivono in dettaglio i benefici influssi dei “frangisole biodinamici”, dei “vetri a triplo strato”, e dei “tetti inerbati che proteggono dalle dispersioni di calore”, di fronte alle questioni estetiche il documento comunica un palpabile senso di imbarazzo: tanto generico negli scopi quanto avaro nei suggerimenti. Un imbarazzo che non può sorprendere più di tanto, visto che nel complesso sembra di assistere a una replica di fatti già consumati nella storia passata dell’architettura. L’imbarazzo del Report ricorda quello della cultura architettonica moderna negli anni ’40 del secolo scorso, quando Sigfried Giedion, con l’aiuto di José Luis Sert e Ferdinand Léger, sente la necessità di riproporre una nozione che sembrava essere stato espunta per sempre dal novero delle questioni rilevanti: quello di monumentalità. “La nozione di monumento moderno è in verità una contraddizione in termini; se è un monumento non

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all aesthetic conceptions from those of Vitruvius. In turn, the Report proposes an interesting semantic extension of the Vitruvian ratios, in a path going – so to speak – from singularity to plurality: today it would no longer be a question of satisfying the needs of individual buildings or users, which in any case are not negotiable, but of broadening the general purpose from the individual to the common good. In this context, the concept of “sustainability” clarifies an enhanced idea of firmitas extending itself from the stability of individual buildings to include that of the entire planet; in the same way, that of “inclusiveness” speaks of the strengthening of a utilitas shifting its attention from the buildings internal space to the space separating them from each other, thus bringing together the needs of the community with those of individuals. In the Report, Vitruvius is never mentioned, leaving to hypotheses the alternative between a conscious but hidden reference, perhaps for fear of being too “old” in front of the public; or instead a reference completely unaware, guided by a sort of “ontological inevitability”. One would almost side with the second hypothesis, given that a newly acquired awareness, however belated, could lead to the rediscovery of a cultural reference that would certainly be more appropriate than the (superficial one) to the Bauhaus; and, hopefully, could guide to a reconsideration of the entire Vitruvian founding act, possibly to be used as a solid theoretical basis upon which to support the solution of the still open aporias contained in the document. Because, if in the document the first two terms of the Vitruvian triad are sufficiently connoted by the act of renaming them, the third remains completely undefined in the unaltered reproposition that is made of it. And as such it remains throughout the entire document. It is a fact that, in the face of repeated and meticulous clarifications on the meaning to be attributed to the terms “sustainability” and “inclusiveness”, and on the means to obtain their benefits, the decidedly rarer references to the issue of beauty do not seem to be able to go further some really vague and unsubstantiated statements. A policy of development of “aesthetic attitudes”, not better specified (p. 38), is hoped for; calls are made to “question the contemporary socio-political model of architectural beauty contests (sic)” (p. 56); it is recalled that the “beautiful space” will help “reverse cultural and socio-economic inequalities, promote gender equality (sic)” and increase life expectancy (pp. 28 and 29); a quest is proposed to make urban and landscape architecture “a public art” again (p. 40). Mostly, invitation is made to produce “more beauty”, with nothing further added as an explication. In short, while on the one hand the beneficial influences of “biodynamic sunscreens”, “triple-layer glass”, and “grass roofs that protect against heat loss” are described in detail, in the face of aesthetic issues the document communicates a palpable sense of embarrassment: as generic in purpose as it is stingy in suggestions. Not so much a surprising thing, given that - overall - we seem to witness a replica of facts already consummated in the past history of architecture. The Report’s embarrassment recalls that of modern architectural culture in the 1940s, when Sigfried Giedion, with the help of José Luis Sert and Ferdinand Léger, felt the need to re-propose a notion that seemed to have been expelled forever from the number of relevant issues: that of monumentality. “The notion of a modern monument is veritably a contradiction in terms: if it is a monument it is not modern, and if it is modern, it cannot be a monument”, wrote Lewis Mumford

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in 1938 (Mumford, 1938), giving voice to a widespread feeling in architectural culture towards an outdated concept. However, only five years later (1943), the text Nine points on monumentality, by Giedion and his companions (Giedion et al., 1958), sounded like the first symptom of a crisis of collective representativeness to which the exclusive privilege towards functional and constructive issues had led. And again, the past’s sudden interest in monuments is a symptom perfectly parallel to that in beauty today, appearing on the scene to disturb the all-technological certainties of sustainability. In many ways, today’s sustainable technicalities are an updated version of a hundred-year-old functionalism, its release 2.0. To be convinced of this, it would be sufficient to update Hannes Meyer’s (the director of the Bauhaus!) list of the “only motives when building a house”: 1. sex life, 2. sleep habits, 3. pets, 4. gardening, 5. personal hygiene, 6. weather protection, 7. Hygiene in the home, 8. car maintenance, 9. cooking, 10. heating, 11. Exposure to the sun, 12. service. So far Meyer (Meyer, 1987. My emphasis). But we can seamlessly continue: 13. photovoltaic, 14. cogeneration, 15. ... The terms “monument” and “monumentality” never appear in the Report, testifying at least to a greater critical awareness of those times with respect to today. But at that time, no significant results corresponded to that awareness. Even if, in that case, the premises were all there: “Every bygone period which shaped a real cultural life had the power and the capacity to create these symbols. Monuments are, therefore, only possible in periods in which a unifying consciousness and unifying culture exists. Periods which exist for the moment have been unable to create lasting monuments.” So says point number 3. But that felicitous intuition collapses at point 7: “A monument [is] the integration of the work of the planner, architect, painter, sculptor, and landscapist”. The monument is the task of “creative painters and sculptors”, will reiterate Giedion in 1951, at the conclusion of the work of the CIAM of Hoddesdon (Giedion, 1985). There is no way out of an additional logic where architecture remains a problem-solving activity, while beauty belongs to the artists. Alexandre Dang, the French director of the NEB known for “Dancing Solar Flowers”, an installation where mechanical flowers are activated thanks to the energy produced by built-in solar cells, would very much agree. The two documents, that of 1943 and that of 2022, are an excellent demonstration of how twenty years of technocracy are enough to make a tabula rasa of the cultural tools necessary to get out of the impasse produced by that same technocracy. In the end, however dated, van der Leyen’s claim that what is useful is also beautiful is still more advanced, or at least more architectural. It remains – that’s true – in the field of beauty as a by-product, but in any case it is already a great step forward compared to the Giedion/Report versions, where at most beauty is a sort of “dressing” that the architect delegates to others in order to concentrate on the actual tasks belonging to him. A real “systemic and holistic change”, such as the one advocated by the Report, would instead be possible precisely by taking to the extreme consequences the Vitruvian premises with which, consciously or not, the Report begins. Because the three Vitruvian ratios are consubstantial with each other. They are, to use a Thomistic terminology, “transcendentals”: perfectly convertible with each other. That is, to postulate – as van der Leyen does – “beautiful because solid and useful” is not enough: it is necessary to add “sol-

è moderno, e se è moderno, non può essere un monumento”, scriveva ancora Lewis Mumford nel 1938 (Mumford 1938), dando voce a un sentimento diffuso nella cultura architettonica, nei confronti di un concetto desueto perché superato nei fatti. Solo cinque anni dopo però (1943), il testo Nove punti sulla monumentalità, a cura di Giedion e compagni (Giedion et al., 1958), suona come il primo sintomo di una crisi di rappresentatività collettiva cui il privilegio esclusivo nei confronti delle questioni funzionali e costruttive aveva condotto. E, di nuovo, l’improvviso interesse per i monumenti è un sintomo perfettamente parallelo a quello della bellezza che si affaccia oggi sulla scena a perturbare le certezze tutte tecnologiche della sostenibilità. Per molti versi, i tecnicismi sostenibilisti di oggi sono una versione aggiornata del funzionalismo di cent’anni fa, una release 2.0. Per convincersene basta aggiornare la lista redatta da Hannes Meyer (direttore del Bauhaus!) degli “unici motivi che guidano la costruzione delle abitazioni”: 1. vita sessuale, 2. abitudini del sonno, 3. animali domestici, 4. giardinaggio, 5. igiene personale, 6. protezione dagli agenti atmosferici, 7. igiene in casa, 8. manutenzione dell’auto, 9. cucina, 10. riscaldamento, 11. esposizione al sole, 12. servizi. Fin qui Meyer (Meyer, 1987. Mia l’enfatizzazione). Ma poi si può continuare: 13. fotovoltaico, 14. cogenerazione, 15. … Nel Report, i termini “monumento” e “monumentalità” non compaiono mai, a testimonianza di una maggiore consapevolezza critica di allora rispetto a oggi. Ma a questa consapevolezza non corrisposero poi risultati significativi. Anche in quel caso, le premesse c’erano tutte: “Ogni epoca passata che ha maturato una vera vita culturale ha avuto il potere e la capacità di creare questi simboli. I monumenti, quindi, sono possibili solo nei periodi in cui esistono una coscienza e una cultura unificanti. I periodi che stiamo vivendo non sono stati in grado di creare monumenti durevoli”. Così recita il punto numero 3. Ma al punto 7.: “un monumento viene dall’integrazione del lavoro del pianificatore, dell’architetto, del pittore, dello scultore e del paesaggista”. Il monumento è compito di “scultori e pittori creativi”, affermerà ancora Giedion nel 1951 a conclusione dei lavori del CIAM di Hoddesdon (Giedion, 1985). Non si esce da una logica addizionale nella quale l’architettura rimane un’attività di problem solving e la bellezza spetta agli artisti. Alexandre Dang, direttore del NEB noto per Dancing Solar Flowers, un’installazione dove dei fiori meccanici si attivano grazie all’energia prodotta da una cella solare incorporata, sarebbe molto d’accordo. I due documenti, quello del 1943 e quello del 2022, sono un’ottima dimostrazione di come una ventina d’anni di tecnocrazia siano sufficienti per fare campagna rasa degli strumenti culturali necessari per uscire dal vicolo cieco che la medesima tecnocrazia è in grado di produrre. Alla fine, per quanto datata, l’affermazione di van der Leyen secondo cui ciò che è utile è anche bello è comunque più avanzata – o quantomeno più architettonica. Siamo sempre – è vero – nell’ambito della bellezza come sottoprodotto, ma comunque è già un gran passo avanti rispetto alle versioni Giedion/Report, dove tutt’al più la bellezza è una sorta di “condimento” che l’architetto delega ad altri per potersi concentrare sui compiti oggettivi che realmente gli competono.

Un reale “cambiamento sistemico e olistico”, come quello auspicato dal Report, sarebbe invece possibile proprio portando alle estreme conseguenze le premesse vitruviane con le quali, consapevolmente o meno, il Report inizia. Perché le tre ratio vitruviane sono invece consustanziali l’una all’altra. Sono, volendo usare una terminologia tomistica, dei “trascendentali”: perfettamente convertibili tra loro. Ovvero, postulare come fa van der Leyen “bello in quanto saldo e utile” non è sufficiente: è necessario aggiungere “saldo e utile in quanto bello”, perché nei tempi lunghi nessuno è disposto ad accettare la durabilità, o a riconoscere l’utilità, di qualcosa in cui non è anche in grado di riconoscersi.

Resta ovviamente il problema di quale significato dare al termine bellezza. Una possibilità potrebbe essere quella di attenersi al criterio secondo il quale, in ambito umanistico, il significato di un termine è dato dall’insieme dei significati che quel termine ha assunto nel corso del tempo. In architettura sarebbe un criterio relativamente facile da perseguire: l’insieme dei significati della

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bellezza architettonica è di fronte a noi, implicito nella stratificazione dei segni che nei secoli si sono accumulati in quei palinsesti viventi che sono le nostre città. Certo, è una lettura che richiede impegno e sapere. Ma questa non è la difficoltà maggiore. La vera difficoltà proviene dall’analfabetismo estetico di una cultura architettonica da molto tempo asservita al culto del “nuovo” (a scanso di equivoci: dai tempi delle avanguardie storiche; e compresa l’epoca postmoderna, votata alla produzione di novità a prescindere dalle scelte stilistiche).

Nel Report, il termine “innovazione” (assieme al derivato “innovativo”) compare ottantasette volte su un totale di sessantun pagine. Il termine “passato” due volte, il termine “progresso” mai. L’idea del progresso, e di come il progresso sia legato in modo biunivocamente lineare al passato, è totalmente estranea all’innovazione. Passato e futuro sono un intralcio all’eterno presente dell’innovazione, che non produce futuro ma solo imminente obsolescenza, un intralcio all’implicita possibilità di rinnovare continuamente i prodotti (e il mercato). Questa insofferenza per ciò che permane, sia come ricordo che come speranza, fa tutt’uno col diffuso desiderio cui si accennava inizialmente, di cancellazione delle proprie tradizioni culturali: l’accusa di eurocentrismo usata come arma al servizio di una passione iconoclastica per “il nuovo” pari se non superiore a quella delle avanguardie artistiche del primo Novecento. È il suicidio intellettuale di una regione – l’Europa – povera di materie prime ma ricchissima di “giacimenti culturali”, quelli di una cultura secolare che ha plasmato gran parte di ciò che conosciamo come civiltà, non solo europea, e di cui dovremmo essere comunque orgogliosi, perché in possesso di una cultura – di nuovo – storica, che ci consente di collocare storicamente i numerosi errori che sono stati commessi lungo il percorso. Siamo alla tabula rasa contro il palinsesto. E alla cecità di una politica incapace di vedere come i caratteri tipo-morfologici comuni che hanno prodotto la bellezza della città europea possono costituire la base materiale su cui fondare un’unione che fosse culturale oltre che economica. Se davvero il Green Deal europeo pretende di essere di più di un progetto ambientale o economico, “perché pone la cultura al centro” (Khalidi et al, 2020), e se davvero reintrodurre la bellezza nell’ambiente costruito è il mezzo per conseguire questo fine, allora l’Unione Europea dovrebbe produrre meno protocolli, fissare meno standards e cercare meno buone pratiche. E finanziare più progetti architettonici. Perché la bellezza non è una “cosa” che può essere aggiunta o tolta ai manufatti, ma il carattere del loro essere olistico. In termini linguistici, la forma del testo architettonico è inscindibile dal suo contenuto funzionale e tecnologico. L’unità, dunque, non può nascere in astratto, ma realizzarsi solamente a partire da un progetto. La teoria ci può portare solamente alla consapevolezza di questa necessità, ma non può fornirci scorciatoie per assolverla. Dopodiché il testimone non può che passare al progetto.

Riferimenti bibliografici_References

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Khalidi H. et al (2020) “Objections to the term New European Bauhaus”, consultato in https:// janvaneyck.nl/apply/letter-to-object-to-the-term-new-european-bauhaus/ Meyer H. (1987) “Costruire”, in Wingler H.M. (1987) Il Bauhaus. Weimar, Dessau, Berlino 1919-33, Feltrinelli, Milano.

Mumford L. (1938) The Culture of Cities, Hartcourt, New York.

Platone (2000) Ippia Maggiore, in id. Tutti gli scritti (a cura di Reale G.), Bompiani, Milano 2000 Schellnhuber H. J. et al. (2022) Horizon Europe-New European Bauhaus Nexus Report, https:// op.europa.eu/en/publication-detail/-/publication/9f9acd60-8aec-11ec-8c40-01aa75ed71a1/language-en

Senza Autore (2020) Guide to Applicants, https://prizes.new-european-bauhaus.eu/sites/default/files/guide-to-applicants/guide_to_applicants_EN_0.pdf

id and useful because beautiful”, since no one in the long run is willing to accept the durability, or to recognize the usefulness, of something in which he is not also able to recognize himself. There obviously remains the question of what meaning to give to the term beauty. One possibility could be to stick to the criterion according to which, in the humanities, the meaning of a term is given by the set of meanings that that term has assumed over time. In architecture it would be a relatively easy criterion to pursue: the set of meanings of architectural beauty is in front of us, implicit in the stratification of signs accumulated over the centuries in those living palimpsests that are our cities. Of course, it is a reading requiring commitment and knowledge. But this is not the main difficulty. The real difficulty comes from the aesthetic illiteracy of an architectural culture that has long been subservient to the cult of the “new” (to avoid misunderstandings: from the times of the historical avant-gardes; and including the postmodern era, devoted to the production of novelty regardless of stylistic choices). In the Report, the term “innovation” (together with the derivative “innovative”) appears eighty-seven times out of a total of sixty-one pages. The term “past” appears twice, the term “progress” never. The idea of progress