Pescare in Valtellina 1 - ANNO 2015

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Pescare

in Valtellina Rivista dell’Unione Pesca Sportiva della Provincia di Sondrio - Anno XXXI - N° 1 - 2015


Editoriale

I

o non so se chiudere le province sia stato un affare oppure no. A dire il vero non sono nemmeno riuscito a capire se le hanno chiuse per davvero, stanno per farlo, o sperino che l’ISIS ci invada sul serio e il problema passi in secondo piano. Quello che so è che a scuola la preside di mia figlia non ha mai pianto miseria come quest’anno, a Como hanno pregato in cinese che non venisse la neve perché mancavano i soldi pure per il sale e i bus hanno talmente ridotto le corse

che la gente quando può si compra la bicicletta elettrica. Di suo UPS ha 30mila buoni (euro) motivi per avercela col Governo, e vorrà dire che le trote del centro ittiogenico finiranno anche loro per mangiare al discount. Che tanto lo stiamo facendo tutti ma alla fine si viene grandi lo stesso. Non so nemmeno se ho fatto bene a chiedere al Lanzi di provare a dare risposta, una volta per sempre, a tutte quelle domande che i pescatori si fanno e trovavano risposte sempre diverse ad ogni bar che incontri. Roba che alla fine non capivi se avevi bevuto troppo o bisognava metterci una pezza. Ho scelto la seconda, ma tanto so già che ci sarà quello convinto che alla fine va bene così, che se le dighe svasano almeno noi ci si guadagna coi rimborsi “e allora da quest’anno vado a pescare nella bergamasca e non mi vedete più”. Salvo scoprire poi che a metà febbraio sul Brembo hanno svasato la diga del Bernigolo, con le freghe non si sa come andrà a finire e non c’è nemmeno un’associazione che intascherà quattrini da spendere al ristorante per ingrassare lei insieme a tutti i ristoranti della valle. Abbiamo anche i risultati del

questionario. Avete risposto in poco più di mille; che non sono pochi ma poteva andare meglio. Anche perché i fuori provincia se lo sono filato poco. Che poi i loro motivi per essere incazzati ce li hanno pure loro. Che si fanno un mare di chilometri e l’acqua chissà come sarà, che vorrebbero una pesca più attenta alle loro esigenze, che sanno che senza non si sta in piedi e allora diamoci una mossa che chi ha già cominciato a farlo sta cominciando a raccoglierne i frutti. In fiera a Vicenza ho visto associazioni di ogni tipo. Alcune presentavano offerte eccezionali e avevano i loro buoni motivi per esserne fieri. Altre gestiscono di quei fossi che noi non ci si laverebbe nemmeno il cane, ma ci credevano e sorridevano lo stesso. E se siamo riusciti a farci dire da Mario Cotelli – che di pesca ci capisce come io so andare sugli sci – che siamo una banda di addormentati, beh questa stramaledetta sveglia in testa dobbiamo farcela suonare bella forte. Dobbiamo presentare alle APT un progetto che metta a sistema pesca, turismo e bellezze naturali. E metti mai che tra valanghe azzurre e valanghe di fango non si riesca pure noi a vincere la nostra partita.

ULTIM’ORA

M

entre stavamo chiudendo la rivista abbiamo ricevuto una notizia che farà piacere a tutti: A2A ha deciso che le attività di svaso del bacino di Cancano in programma dal 7 al 18 aprile delle quali si era data notizia sulla stampa locale sono state rinviate al 2017. Una conquista che per noi vuol dire 2 anni senza movimentazioni importanti che avrebbero inevitabilmente condizionato la pesca e lo stato di salute del fiume Adda. Un accordo che si fonda sull’incontro che lo scorso dicembre il nuovo direttore degli impianti idroelettrici di A2A ed Edipower ing. Roberto Gianatti ha avuto con i vertici di UPS nella sede della nostra associazione. In quella occasione abbiamo avuto il modo di esprimere al Gianatti tutte le nostre preoccupazioni e in lui abbiamo trovato una persona attenta e disposta al confronto. Detto della soddisfazione per il risultato ottenuto, ci auguriamo di aver posto le basi per una relazione costruttiva che negli anni a venire sappia trovare un giusto equilibrio tra le opportunità che le nostre acque sanno garantire e il rispetto che in ogni caso meritano.

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SOMMARIO

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Attualità

Farsene una ragione?

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V i ta a s s o c i at i va I nostri numeri

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Le novità del regolamento 2015

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L’Associazione Pesca Livigno: un esempio da seguire

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A P P RO F O N DI M E N TI UNIONE PESCA SPORTIVA DELLA PROVINCIA Dl SONDRIO SONDRIO - Via Fiume, 85 Tel. 0342.21.72.57 (2 linee urbane) Fax 0342.21.89.69 www.unionepescasondrio.it info@unionepescasondrio.it Direttore Responsabile: Marco Corengia Redazione: Valter Bianchini Giorgio Lanzi Hanno collaborato per i testi: Valter Bianchini Marco Caslini Marco Corengia Pierpaolo Gibertoni Giorgio Lanzi Mauro Mazzo Ivan Parolo Hanno collaborato per le foto: Valter Bianchini Mauro Mazzo Marco Viganò Camillo Pasini Giorgio Lanzi Ivan Parolo Adamo Corvi Foto di copertina: Fime Adda Ponte di Ganda - Morbegno Foto Valter Bianchini Stampa Tipografia Polaris Via Vanoni, 79 23100 SONDRIO Tel. 0342.51.31.96 Fax 0342.51.91.83 info@litopolaris.it Della presente rivista sono state stampate e diffuse 7.500 copie Iscritta al n° 166 Registro Tribunale di Sondrio

Pescare con la rete

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Il brentino

66

Per conoscerci meglio

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I l t o r o pe r l e c o r n a Acqua ed energia idroelettrica in provincia di Sondrio

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T E C N IC H E DI P E SCA Valtellina, lontano dalle strade, vicino ai pesci

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Pillole di adrenalina

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STORI E D ’ AUTOR E La buca e l’argine

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IL P E RSO N A G G IO Yvon Chouinard, capitalista controvoglia per salvare il pianeta

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L E TTI P E R V OI Come imparare a pescare a mosca in un’ora ...e prendere i pesci

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P E SCA E SCI E N Z 4 Studio sulle interazioni tra salmonidi adulti di origine zootecnica e ittiofauna nativa. Il caso dell’Appennino Genovese

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TUT E LA AC Q U E Gli accordi per il risarcimento dei danni

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ATTUALIT à

FARSENE UNA

Articolo e foto di Valter Bianchini

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A

lla fine è accaduto. Sulla questione province sta calando il sipario. L’ultimo atto di questa vicenda sta per giungere al suo compimento. Per la verità, una ben misera vicenda propinata attraverso i media per riforma epocale ma che si sta trasformando invece in farsa. Perché questi enti, seppur formalmente non aboliti ma privati dallo Stato del 50% delle loro risorse, chiuderanno i battenti per forza di cose nel giro di pochi mesi. Ma così stando le cose ne le regioni ne gli altri enti locali, ridotti al collasso da 25 miliardi di tagli in 5 anni, vogliono farsi carico delle loro funzioni e del personale. Un enorme pasticcio e l’unica cosa certa è che a rimetterci saranno i cittadini perché, è bene precisarlo, i risparmi sbandierati sono fatti a scapito di servizi fondamentali per la comunità: manutenzioni della rete stradale provinciale, edilizia scolastica, trasporto pubblico, controllo del territorio montano e ambientale in primis. Eppure le provincie incidevano soltanto per l’1,27% dell’intera spesa della pubblica amministrazione italiana e per lo 0,4 dell’intero debito pubblico. E la Provincia di Sondrio era di una virtuosità teutonica. Però si è deciso che proprio loro dovevano

essere immolate sull’altare di un’operazione di imbellettamento istituzionale, tanto al giorno d’oggi cambiare per cambiare – o anche solo annunciarlo - è un valore in sé, al di là dei risultati ottenuti. In agricoltura si mantiene in salute la pianta tagliando i rami secchi e sfoltendo quelli improduttivi, chi ci governa persevera nel metodo contrario: tenere in vita amministrazioni fallimentari di metropoli, organismi, enti e società in permanente stato di dissesto sottraendo risorse alle amministrazioni virtuose: I cosiddetti tagli lineari servono a questo, la capitale non può fallire ne essere commissariata, mica siamo negli States suvvia! Lì nessuno ha mosso un dito per salvare Detroit, capitale dell’auto. E non c’era neppure la mafia a farla da mezza padrona. Questa premessa, che è anche lo sfogo di chi vive in un territorio abituato a far quadrare i conti, andava fatta perché la lodevole iniziativa della Regione Lombardia di scommettere sulla Provincia di Sondrio accompagnandola


RAGIONE?

in un percorso che le attribuisca forme di autonomia si presenta come una sfida il cui esito non è scontato. Comunque vada, è una scommessa che dobbiamo condividere, augurando al neo Presidente Della Bitta e al consiglio provinciale di potercela fare. Perché, tra l’altro, è di tutta evidenza che poter contare in un ente politico amministrativo provinciale dotato di qualche peso contrattuale verso i potentati elettrici è decisivo per quanto riguarda la salvaguardia delle nostre acque. Come sarà determinante che le competenze in materia di grandi concessioni non tornino in capo allo stato come invece chi oggi guida il carro del paese progetta di fare. 


In materia non dovremo scordarci che, senza la nostra Provincia il bilancio idrico – una unicità in Italia - non sarebbe mai stato messo nero su bianco. E conseguentemente lo stop alle concessioni delle centraline sui nostri torrenti. Queste vicende non lasciano solo l’amaro in bocca, diversamente ci terremmo certe opinioni per noi, il punto è che ne discendono da subito conseguenze negative anche per le cose che ci stanno a cuore. Sebbene la nostra sia l’unica Provincia lombarda che manterrà le competenze in materia di pesca, abbiamo dovuto fare i conti con l’impossibilità che la stessa ci assicuri nel 2015 il solito prezioso contributo annuo di 30.000 euro per la gestione del centro ittico: questo è anche uno dei motivi dell’aumento del permesso annuale. Ma in generale la mancanza di risorse metterà a rischio la fattibilità di interventi di messa in sicurezza del territorio, di messa in sicurezza degli alvei messi sottosopra, di rimozione degli inerti di troppo, insomma tutto ciò che servirebbe per la manutenzione dei corsi d’acqua. E già ci lamentavamo di quel poco che passava prima il convento. I più attenti noteranno su questo numero il consistente avanzo di gestione 2014 ma non ci si deve illudere, in gran parte deriva da entrate straordinarie per risarcimenti di danni causati al patrimonio ittico dai produttori elettrici e come tali da reinvestire in gran parte allo scopo. Le entrate dei permessi di pesca faticano invece a coprire le spese di gestione dell’associazione ma nonostante questo abbiamo voluto compiere quest’anno un’ulteriore sforzo per quanto riguarda i ripopolamenti, in particolare del novellame di temolo. Una pessima fotografia della realtà accentuata dai drammatici cambiamenti climatici: è ufficiale, il 2014 è stato l’anno più caldo dal 1880 e in quanto a piovosità si registrano record storici. In Valtellina oramai si piantano gli olivi e ad ogni piè sospinto si rischiano alluvioni. L’abbiamo sfangata per un pelo lo scorso 14 agosto, speriamo continui la fortuna. Senza la nostra passione l’alternativa è l’abbandono dei corsi d’acqua a se stessi oppure la privatizzazione. E senza scordarci però che la nostra valle offre un panorama piscatorio unico per varietà di scelta. Anche se per molti non c’è limite alle aspettative, i dati dei censimenti catture annuali smentiscono i catastrofisti. Abbiamo un patrimonio da promuovere e valorizzare, mettiamo da parte diffidenze, insignificanti interessi localistici e contiamo solo su noi stessi. Non abbiamo alternative. Ecco perché farsene una ragione.

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V ITA ASSOCIATI V A

RENDICONTO DI GESTIONE 2014 - pubblicazione in estratto Quadro riassuntivo della gestione finanziaria GESTIONE Residui Competenza –– –– 207.146,19 1.011.889,50 92.677,31 792.416,05

Fondo di cassa al 1° gennaio 2014 RISCOSSIONI PAGAMENTI FONDO DI CASSA AL 31 DICEMBRE 2014 PAGAMENTI per azioni esecutive non regolarizzate al 31 dicembre Differenza RESIDUI ATTIVI RESIDUI PASSIVI Differenza AVANZO (+) O DISAVANZO (-)

377.116,18 687.511,23

24.262,51 77.897,44

Totale 705.363,75 1.219.035,69 885.093,36 1.039.306,08 0,00 1.039.306,08 401.378,69 765.408,67 -364.029,98 675.276,10

BILANCIO DI PREVISIONE 2015 - pubblicazione in estratto ENTRATE (previsioni) Titolo I Titolo II Titolo III Titolo IV Titolo V Titolo VI

ENTRATE TRIBUTARIE ENTRATE DERIVANTI DA CONTRIBUTI AMM.NE PROVINCIALE ENTRATE CORRENTI (permessi di pesca, obblighi ittiogenici ecc.) ENTRATE DA ALTRI ENTI PUBB.ICI E PRIVATI PER INVESTIMENTI TOTALE ENTRATE FINALI ENTRATE DERIVANTI DA ACCENSIONE DI PRESTITI ENTRATE DA SERVIZI PER CONTO DI TERZI TOTALE AVANZO DI AMMINISTRAZIONE TOTALE GENERALE ENTRATA

SPESE (previsioni)

2015 0,00 TITOLO I TITOLO II

SPESE CORRENTI

2015 953.140,00

SPESE C/CAPITALE

215.100,00

755.610,00 200.100,00 955.710,00 100,00 TITOLO III 28.300,00 TITOLO IV 984.110,00 212.530,00 1.196.640,00

TOTALE SPESE FINALI 1.168.240,00 SPESE PER RIMBORSO 100,00 PRESTITI SPESE PER SERVIZI 28.300,00 PER C/TERZI TOTALE 1.196.640,00 Disavanzo di amministrazione TOTALE COMPLESSIVO SPESE 1.196.640,00

I nostri 8


Residenti in Provincia di Sondrio:

2.754

Residenti fuori Provincia

SOCI 2014

1.596

SOCI 2014 per etĂ

numeri


V ITA ASSOCIATI V A

Le novità del regolamento 2015 I COSTI DEI PERMESSI Abbiamo dovuto alla fine aumentare di 10,00 euro il costo del permesso annuale segnapesci adulti che passa dai 140,00 Euro della passata stagione a 150,00 per l’anno 2015. Non è stata una decisione facile, non lo è mai quando si tratta di mettere le mani nelle tasche degli altri in particolare di questi tempi di “vacche magre” per molti, ma la flessione numerica dei soci e l’assenza di contributi pubblici ci costringono a contare solo sulle nostre forze. Per quanto riguarda invece i costi delle altre tipologie di permessi questi sono stati mantenuti inalterati.

Altre novità del regolamento ZONA DI LIVIGNO • Lago di Livigno: l’esercizio della pesca è consentito dal 1° maggio al 25 ottobre nei giorni: lunedì, martedì, mercoledì, sabato e domenica. È consentita la cattura di numero 10 capi giornalieri di cui massimo 5 trote. I permessi giornalieri con catture sono acquistabili dal 2 maggio 2015. • Nuova ubicazione -zona di pesca fascia “e” bambini: Torrente Spoel loc. Borch - ponte S. Giovanni. ZONA DI BORMIO • Lago Viola: divieto di cattura del temolo. • Sono soppresse le zone di pesca a mosca di fascia B - NO KILL: 1. da silos Antonioli - imbocco by-pass nel lago val pola 2. da sbocco by pass sino alla cantoniera Le Prese (Sondalo)

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• È istituita nuova zona fascia “b” pesca a mosca no-kill - con permesso aggiuntivo fascie b e c: Fiume Adda: da guado a valle confluenza t. Massaniga fino a briglie “ Corten - Val Pola”. ZONA DI SONDALO • La zona di divieto assoluto compresa tra il ponte di s. rocco a valle sino al ponte di Bolladore è trasformata in zona di pesca a mosca no-kill (fascia “b”) senza il pagamento del permesso aggiuntivo ZONA SONDRIO • Nuovi confini della zona di pesca a mosca: Torrenti Lanterna - Mallero (Chiesa V.M.) - da ponte di legno loc. Vassalini (T. Lanterna) sino 50 mt a valle prima briglia loc. Castelasch (zona opportunamente palinata). •n uova ubicazione zona fascia “e” – bambini: T. Lanterna: da ponte di legno (loc. Vassalini) a campo sportivo di Lanzada • Lago Palu’: il salmerino alpino può essere catturato senza limite di misura e di numero. • L’esercizio della pesca nell’immissario del Lago Venina è consentito solo ed esclusivamente ai possessori del permesso giornaliero riservato al “Lago Venina” rilasciato esclusivamente dalla sede UPS. ZONA VALCHIAVENNA Nuovi confini zona fascia “d” turistica: Fiume Mera (Chiavenna): da briglia distributore ex AGIP a ponte Tognoni.


XX Il libretto segnapesci VA RESTITUITO.

PROVin

LIBRE SEGNA TTO PESCI

CiA Di SOnDR iO plicazio ne del bo dei pe llino Mosca/A rmessi zone rtificiali Turistic he

Per esercitare la pesca nelle acque della Provincia di Sondrio è necessario essere anche in possesso della licenza regionale tipo “B”. La Legge Regionale n.31 del 2008 e il Regolamento Regionale n. 9 del 22 maggio 2003 prevedono: • la licenza regionale ha validità 10 anni dalla data di rilascio; • la tassa di concessione regionale di Euro 22,72 per l’esercizio della

E PESC A

spazio ap

LICENZA REGIONALE.

UniOn

n° A/

La Rivista “Pescare in Valtellina” contiene: a) modulistica personalizzata e raccolta in un unico foglio necessaria per ottenere i permessi di pesca. b) Regolamento 2015 c) busta indirizzata all’UPS per la restituzione del modulo di censimento catture e del libretto segna pesci. Presso la sede Ups, in via Fiume 85 – Sondrio, è disponibile il Servizio POS fisico fornito dalla Banca tesoriere. Al pescatore, dunque, non rimane altro che presentarsi con l’intero foglio/ modulistica in un punto autorizzato al rilascio dei permessi con la ricevuta di pagamento del bollettino di versamento in c/c postale in base alla propria scelta di stagionale. Detti punti autorizzati contrassegnati con l’asterisco nella colonna “annuali” consegneranno il permesso stagionale di pesca.

pesca dilettantistica non è dovuta dai cittadini residenti nel territorio italiano di età inferiore a 18 anni o superiore a 65, nonché ai portatori di handicap, ai sensi della L.r.10/2003; • l’istituzione di un permesso “turistico per la pesca dilettantistica, sostitutivo della licenza di tipo”B”– che per la provincia di Sondrio ha il costo di €. 2,00 e validità quindicinale. Chi risiede in Lombardia e non deve rinnovare la licenza regionale, dovrà limitarsi a versare la tassa annuale 22,72 € sull’apposito bollettino di conto corrente postale 25911207 intestato a Regione lombardia, servizio Tesoreria, via Pirelli 12, 20133 MILANO Per il rilascio di nuova licenza regionale e/o per il rinnovo delle stesse occorrerà presentare all’Ufficio Pesca della Provincia di provenienza: n.2 foto formato tessera, autocertificazione su apposito modello / ricevuta del versamento di € 22,72 della tassa di concessione regionale da effettuarsi sul ccp n. 25911207 intestato a Regione Lombardia, Servizio Tesoreria, Via Pirelli 12-20133 Milano / fotocopia del documento d’identità / n. 2 marche da bollo da € 16,00 (*Per i pescatori della provincia di Sondrio dovrà essere presentata anche ricevuta del versamento di € 5,16 sul c.c.p. n. 11925237 intestato a Amministrazione Provinciale di Sondrio - Servizio di Tesoreria indicando la causale “licenza di pesca”).

PERMES SO

COME E DOVE ACQUISTARE I PERMESSI DI PESCA AVVERTENZE VARIE

Ricordiamo che, al fine di verificare la resa dei ripopolamenti, oltre che per fini statistici e di controllo, in particolar modo del novellame e allo scopo di acquisire dati significativi sulle catture delle varie specie ittiche, al termine della stagione piscatoria e comunque entro 15 marzo 2015 si dovrà obbligatoriamente riconsegnare il “Modulo censimento catture congiuntamente al Tesserino segna pesci relativo alla stagione 2014. Il modulo censimento catture compilato consente al personale U.P.S. una maggiore velocità di lettura dei dati, i quali vengono inoltre controllati con una verifica a campione degli allegati libretti segna pesci al fine di verificarne la veridicità.

StAgiOnE

2014

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A P P RODO N DI M E N TI

Essere più informati è semplice Quello che ipotiziamo in queste pagine non è fantascienza; esiste già. Indicate il vostro numero di cellulare e la vostra mail nell’apposito spazio del modulo di affiliazione e il gioco è fatto, potremo inviarvi utili informazioni.

di Marco Corengia

M

i capita spesso di raccogliere osservazioni e critiche – a volte anche apprezzamenti - riguardo alle soluzioni comunicative offerte da UPS. Alcune piuttosto fondate e altre invece dettate da una conoscenza soltanto parziale del sistema media. Visto comunque l’interesse che suscita l’argomento ho pensato che fosse il caso di affrontarlo a 360° , prendendo in considerazione gli strumenti della comunicazione e le tipologie di messaggio più indicate per ognuno di essi. Tranquilli, non siete davanti a un trattatello che andrà ad arricchire lo sconfinato mondo di quanto è già stato detto e scritto in materia. La questione sarà analizza a uso e consumo del pescatore.

Piccola considerazione di base Foto di Valter Bianchini

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Ogni scelta ha tempi di trasmissione e costi suoi propri. Specifico è anche il supporto, che

proprio in virtù della sua selettività può - o “non puo” – raggiungere i destinatari nel loro insieme o solo in parte. Ma quali sono le strade che la tecnologia offre a noi pescatori?

1. La rivista cartacea

Partiamo dai costi: una rivista cartacea come quella che state leggendo ha un costo tra stampa e distribuzione che oscilla tra 1 e 2€ in virtù del numero di pagine, la rilegatura, il tipo di carta e una serie di altre variabili che qui non serve elencare. Il costo unitario va poi moltiplicato per il numero di copie distribuite – nel nostro caso più di 7mila – e per le uscite annue. Alla fine una cifra decisamente importante La “variabile tempo” invece è riconducibile alle uscite annue, che nel nostro caso sono solitamente un paio. D’altra parte stiamo parlando di uno strumento estremamente democratico: una rivista arriva a tutti gli associati (e con loro a biblioteche, sedi comunali, esercizi commerciali) e per conoscerne il contenuto basta saper leggere. In pratica ci troviamo di fronte a un supporto decisamente costoso e poco adatto a veicolare informazioni “fresche”, dell’ultima ora; che


Pescare con la

rete

fatica a dar vita e poi a mantenere vivo un dibattito in funzione del tempo infinito che trascorre tra un’uscita e l’altra. Uno strumento che dalla sua ha il fatto di essere facilmente fruibile ma che – proprio in virtù dei costi – viene circoscritto ai soli associati. Il che significa che difficilmente potrà parlare di pesca al di fuori della propria cerchia.

ignorata dagli amministratori locali. Si potrebbe affermare che questa diffusione così capillare a livello locale rappresenta da un lato il valore aggiunto del supporto, ma dall’altro ne costituisce un limite, visto che ne rimane escluso tutto il mondo “fuori”, e con esso tutti i messaggi che si pongano l’obiettivo di aprirsi a un pubblico più vasto. Ha senso qui distinguere la tipologia del mes-

2. L e uscite periodiche sul quotidiano locale

Rappresentano l’alternativa alla rivista cartacea rimanendo nel mondo della carta stampata. In pratica si compra uno spazio – può essere una pagina intera o una mezza pagina – su un quotidiano locale che garantisce un’uscita periodica ben determinata nel tempo. Di solito la pubblicazione è settimanale e viene pubblicata sempre lo stesso giorno della settimana. Una frequenza così ravvicinata consente di informare puntualmente il proprio pubblico e soprattutto garantisce maggior visibilità alla notizia, che non rimane più circoscritta al lettore/pescatore. Se ad esempio dovessi scegliere di denunciare una captazione idroelettrica, i danni collaterali di uno svaso o promuovere un evento, la notizia sarebbe sotto gli occhi di chiunque dovesse sfogliare il giornale. Una visibilità che avrebbe i suoi effetti anche dal punto di vista politico, visto che non potrebbe essere

saggio veicolato: se attraverso il giornale locale si possono sensibilizzare cittadini e politici su un tema rilevante, oltre che stringere un rapporto continuo con gli associati residenti in provincia, difficilmente un consorzio turistico sceglierebbe questa formula per promuovere 

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un’iniziativa che vorrebbe veicolare in maniera diffusa. Esclusi rimarrebbero anche i pescatori fuori provincia, che per la nostra associazione rappresentano almeno il 50% degli associati. Anche in questo caso i costi sono “importanti”, ma comunque proporzionati alla visibilità. A tal proposito è di questi giorni la scelta dell’APS di Como, che ha deciso di rinunciare a una delle due uscite annuali e dirottare quel budget su un’uscita settimanale di mezza pagina sul quotidiano “La Provincia” tutti i mercoledì per un costo annuo di 7500€.

3. L a comunicazione via web

Ci sono luoghi comuni duri a morire. Alcuni hanno una lunga tradizione e altri invece sono freschissimi. Nel mondo della comunicazione il più diffuso è quello secondo il quale IL FUTURO dell’informazione passerà per internet. Niente di più sbagliato. È IL PRESENTE della comunicazione che sta passando attraverso internet. Lo fa già da un pezzo e se non ne prendiamo atto rischiamo di perdere il treno. E a dirlo è uno che – quando il figlio gli pasticcia il cellulare – per rimetterlo a posto deve andare da chi gliel’ha venduto. Lo stesso che quando è dentro al negozio e legge i prezzi, per valutarne davvero l’importo in automatico li converte in lire.

I numeri dell’ISTAT

È vero, per navigare nel web saper leggere non basta. Per accedere alla rete ci vuole una connessione internet e un supporto tecnologico, sia esso un computer, un tablet o uno smartphone. Di conseguenza è vero anche che non ci troviamo di fronte a un mezzo “per tutti”. Si, ma chi ne resta escluso veramente? L’ultimo rapporto ISTAT intitolato “Cittadini e nuove tecnologie” per l’anno 2014 parla chiaro: il 66,7% (2 su 3) delle famiglie del centro/nord possiede una connessione internet - un dato cresciuto di 3 punti % rispetto al 2013 - e il 56% possiede un telefono cellulare abilitato alla connettività, valore cresciuto di 10 punti % rispetto all’anno precedente. Medie percentuali già di per sé significative, ma che acquisiscono un significato ancora più rilevante se scomposte in funzioni delle classi di età e composizione del nucleo familiare. Nelle famiglie dove è presente almeno un minorenne, accesso a internet e possesso di

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un pc sfiorano il 90%, mentre lo smartphone abilitato si attesta intorno al 78%; in quelle costituite esclusivamente da ultrasessantacinquenni la percentuale si attesta attorno al 17% per quello che riguarda possesso di pc e connessione e scende sotto il 10% in riferimento al possesso di cellulare abilitato. Lo studio testimonia anche una diminuzione delle differenze sociali nell’uso di pc e internet. In altre parole, la navigazione si sta “democratizzando”, estendendosi a fasce di popolazione sempre più eterogenee e non più riconducibile in buona sostanza ai segmenti caratterizzati da un maggiore tasso di cultura o disponibilità economica. D’accordo, i numeri danno fastidio. Un po’ perché sono noiosi da leggere e un po’ perché ci mettono di fronte a dati di fatto che non sono più opinabili. E quello che emerge dai dati ISTAT non si presta a fraintendimenti. Quindi cari presidenti di società e rappresentanti dei club di pescatori distribuiti qua e là per il mondo fatevene una ragione. E se un vostro associato dovesse dirvi che lui internet non sa nemmeno cosa sia, voi dategli un bacio grande e abbraciatelo forte forte: per l’ISTAT avete davanti un italiano in via di estinzione. Potreste farvi pure un selfie – che una volta si chiamava “autoscatto”ed era poi la stessa cosa – per immortalare l’evento. Il telefonino che avete in tasca con ogni probabilità vi consentirebbe di farlo, così come vi darebbe la possibilità di mettere la foto in rete e condividerla con gli amici. Finora non lo sapevate nemmeno ma adesso non avete più scuse. Il cambiamento è già in atto, dovremo cominciare a prendere la rete molto sul serio. Anche perché il web offre opportunità assolutamente inarrivabili per qualsiasi altro media.

Le opportunità del web

La comunicazione via internet viaggia a velocità istantanea e proprio per questo è la più indicata a informare su situazioni in continua evoluzione. Costa pochissimo – sia per chi la fa sia per chi la riceve – e soprattutto il costo non è proporzionato al numero di uscite o a quello delle persone contattate. Il presupposto che la tiene insieme (e che ottimizza la penetrazione del messaggio) è quello della “community”, ossia l’insieme degli utenti raggiunti da un determinato tipo di messaggio. Oltretutto – e la cosa interessa particolarmente inserzionisti pubblicitari interessati a promuovere un prodotto, così come 


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gli operatori turistici che vogliono valorizzare una particolare iniziativa – La community è una “comunità omogenea”, tenuta insieme da una passione comune. Così per esempio se un’azienda di promozione turistica volesse promuovere un itinerario di pesca, con ogni probabilità guarderebbe con maggiore interesse a una newsletter che raggiunge 10mila pescatori piuttosto che un quotidiano letto da 100mila persone; supporto che invece mantiene la sua rilevanza laddove si volessero sensibilizzare opinione pubblica e amministratori locali su argomenti più “trasversali”. Se in un primo momento la comunicazione online era stata ricondotta alla sola realizzazione di un sito web, da qualche tempo ci si è accorti che avere un sito non basta se poi nessuno va a visitarlo. La tendenza ormai è quella di concepire il sito internet come un esaustivo serbatoio di notizie, dove i fatti sono esplicitati senza limiti di spazio. Fatti che però vengono anticipati dai canali social – newsletter, facebook, gruppi whatsapp o twitter – rivolti alla propria comunità di riferimento. Non bisogna però lasciarsi andare in sterili trionfalismi. Il progetto twitter lanciato lo scorso anno deve far riflettere.

Un anno di UPS su Twitter

A oggi gli associati che seguono UPS via Twitter sono 166. Che su un totale di più di 4mila soci non rappresentano certo un risultato incoraggiante, ma di fronte ai quali non ha senso arrendersi subito. D’altronde anche il telefonino vent’anni fa lo vedevi solo nei film dei fratelli Vanzina e adesso in Italia ci sono più cellulari che cristiani. E poi c’è sempre quel maledetto rapporto ISTAT a farci coscienza. La logica che animava il servizio era piuttosto semplice: garantire a chiunque un’istantanea – supportata anche da fotografie scattate dal personale UPS operativo sul territorio - sulle condizioni di pesca in valle, oltre ad anticipare nei doverosi 140 caratteri iniziative e appuntamenti a calendario. A un anno dalla sua inaugurazione, credo che lo scarso successo dell’iniziativa – oltre che a un’inevitabile fase iniziale di rodaggio, unita alle resistenze di qualcuno a cui sfugge l’importanza di contribuire alla piattaforma per ottimizzarne il servizio - al momento sia riconducibile più alla scarsa adesione che non all’inefficacia dello strumento in sé.

Un’iniziativa che come ogni cosa al mondo ha limiti suoi intrinsechi. Sappiamo tutti come l’acqua possa essere un cristallo adesso e alzarsi di mezzo metro un minuto dopo. Ma se venissi informato tempestivamente della variazione di livello mi risparmierei chilometri e imprecazioni. Stesso discorso per il giudizio sulle condizioni delle acque, che è decisamente soggettivo e legato alla tecnica di pesca praticata. Così che un’acqua ritenuta “pescabile” per chi contava di affrontarla al tocco sarebbe ritenuta uno schifo dal pescatore a mosca secca. Ma immaginate come potremmo ottimizzare le nostre uscite di pesca se solo venissimo informati – la mattina presto, informati da un tweet che ci raggiunge sul nostro telefonino mentre siamo già in macchina – dei piani di movimentazione idraulica decisi per la giornata dai produttori di energia idroelettrica. Potremmo cambiare destinazione seduta stante, o affrettarci a raggiungere il luogo di pesca consapevoli di avere un tempo di azione definito prima che si innalzino i livelli, e poi indirizzarci verso altre mete. O decidere di farlo sin da subito, anticipando gli altri pescatori. Idee alle quali stiamo lavorando, ma per farlo bisogna dialogare con i due soggetti interessati: le aziende idroelettriche con le quali stiamo valutando la fattibilità della cosa e i nostri associati, che dovrebbero darci la possibilità di essere raggiunti con la tempestività necessaria.

Per una comunicazione multimediale integrata

Ora, detto che una strategia di comunicazione che volesse adempiere alla sua funzione in maniera ottimale dovrebbe potersi muovere su più media - scegliendo il più adatto a veicolare un tipo di messaggio piuttosto che un altro, e in questo web, rivista e quotidiano potrebbero ritagliarsi ognuno il proprio spazio – proviamo però a chiederci quanto cambierebbero le cose se la “community UPS” si avvicinasse nel numero ai suoi associati, o addirittura includesse appassionati di pesca “foresti”, attirati da un’informazione anche per loro ricca di spunti? Quanto sarebbe più facile garantire un’informazione “a flusso” continuamente aggiornata e a costo zero - sul mondo della pesca in provincia di Sondrio? Quanto sarebbe più facile promuovere la nostra offerta piscatoria fuori dalla cerchia di chi già ne apprezza i pregi e ne sopporta i difetti?

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IL TORO PER LE CORNA

Acqua ed Energia in provincia di di Giorgio Lanzi

Alcune risposte ai vostri “perché succede che…” 1. Il nostro territorio e i numeri dell’idroelettrico

Inutile negarlo, in Valtellina “la madre di tutti i problemi” è il rapporto con i produttori di energia elettrica. Con questo articolo abbiamo cercato di dare risposta a una serie di domande che i frequentatori della valle si pongono da tempo. Un po’ per dovere di informazione e un po’ per ridimensionare quella serie di luoghi comuni e interpretazioni a volte piuttosto fantasiose che non aiutano a capire come funzionano davvero le cose. Il problema c’è. Proviamo a parlarne con cognizione di causa. 18

Il territorio della provincia di Sondrio è ricco di corsi d’acqua grazie alla posizione geografica intrinsecamente alpina e per le sue caratteristiche morfologiche, dominato dai bacini idrografici dei fiumi Adda e Mera che attraversano rispettivamente la Valtellina e la Valchiavenna, ai quali afferiscono una infinità di bacini e sottobacini che danno origine a un numero elevato di corpi idrici che costituiscono uno dei reticoli idrografici più importanti d’Italia. La conformazione morfologica del territorio che si estende dalla quota 4.000 metri delle vette più alte fino ai 300 metri del fondovalle ha favorito la realizzazione di centrali idroelettriche che trasformano l’energia gravitazionale di un salto d’acqua o di un bacino artificiale in energia elettrica. Per questa spiccata attitudine del territorio, dai primi anni del secolo scorso ad oggi si è assistito ad un vero e proprio assalto ai corsi d’acqua. Il 98% della risorsa idrica provinciale è stata utilizzata a scopi idroelettrici e solamente il 10% di essa viene rilasciata come deflusso minimo vitale, come stabilito dalle norme vigenti. La conseguenza dello sfruttamento/uso della risorsa idrica per la produzione di energia è stata una capillare alterazione idrologica della quasi totalità dei corpi idrici. Bacini artificiali, opere di presa, canali e condotte hanno modificato


idroelettrica Sondrio il regime idrologico, l’ambiente e il paesaggio. In provincia non esistono che poche vallate o territori non interessati da manufatti di captazione, da canali di adduzione, da bacini di accumulo o da impianti di produzione. Sul territorio sono presenti 36 impianti che costituiscono le grandi derivazioni e 87 impianti di piccola taglia con potenza inferiore a 3 MW. L’energia idroelettrica prodotta in provincia di Sondrio assume pertanto un valore di assoluta importanza a livello nazionale e regionale per la quantità di energia prodotta da fonti rinnovabili, pari a circa 5.000 Gwh annui, che rappresenta il 13% di quella prodotta in Italia e il 50% di quella lombarda. L’85% di questa energia viene destinata al consumo fuori provincia. Il business complessivo annuale si aggira, a seconda della quotazione del Kw/h, tra 350/400 milioni di Euro. La quasi totalità di questi 5 miliardi di Kwh è prodotta dalle Società A2A, Enel, Edipower e Edison ed Enel-GreenPower, una insignificante fetta di mercato è detenuta dalle cosiddette centraline o “piccoli salti”. Sul territorio della Valtellina e della Valchiavenna sono presenti 83 bacini artificiali di accumulo (56 piccole dighe + 27 grandi dighe) che raccolgono le acque sottese dalle varie opere di presa ubicate sui corsi d’acqua a diverse altitudini.  Denominazione

Regolazione

Quota s.l.m.

Sistema idroelettrico in Valtellina A2A

Diga/Sbarramento Sbarramento fluviale Canale derivatore Condotta forzata Centrale idroelettrica Centrale in galleria

Acque derivate

Braulio

Fluente

1.986

Gavia-Forni-Braulio

Premadio

Bacino Cancano/ S.Giacomo

1.900

Alpe, Gavia, Frodolfo, Zebrù, Braulio, Forcola – Spoel – Tresenda – Vago-Forcola-Monte- Federia –Lia-cardonè-Verva-ViolaMinestra-Foscagno

Grosio

Bacino Vagrosina

1.212

Centrale di Premadio,Adda Viola, Frodolfo, Vallecetta, Massaniga, Vendrello, Migiondo,Sacco

Lovero

Vasconi - Grosotto

618

Centrale di Grosio

Stazzona

Traversa - Sernio

511

Centrale Lovero, Adda

Grosotto

Fluente

948 - 825

Adda (loc. Le Prese) – Adda( loc. Boscaccia)

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2. I sistemi idroelettrici della provincia di Sondrio

3. Le conseguenze dello sfruttamento dei corpi idrici a fini idroelettrici

I serbatoi più importanti come capacità di invaso, sono stati realizzati a quote che variano tra 1.800 e 2.000 s.l.m. e danno origine a diversi sistemi idroelettrici complessi in Valtellina e in Valchiavenna. Sicuramente il sistema idroelettrico del Gruppo A2A è il più importante; detiene una quota considerevole dell’energia prodotta in provincia ed è costituito da sei impianti denominati Braulio-Premadio, Grosio, Lovero, Stazzona e Grosotto/Boscaccia ubicati su un’area molto vasta di territorio valtellinese che sottende tutto l’alto bacino idrografico dell’Adda dei sui affluenti e dello Spoel, come si può notare dalla tabella. Dallo specchietto è facile intuire che il sistema idroelettrico di A2A, ad esclusione dell’impianto di Boscaccia, è stato concepito e realizzato con impianti che utilizzano l’acqua in cascata dove ad esempio un litro di acqua invasato nei serbatoi di S. Giacomo e Cancano a quota 2.000 metri viene restituito nel fiume Adda in località Stazzona alla quota di 504 metri, dopo essere stato turbinato nelle centrali di Premadio, Grosio, Lovero e Stazzona. Analoga concezione degli impianti è paragonabile al sistema idroelettrico dell’Enel in Valmalenco, in cui l’acqua accumulata nei serbatoi di Campo Gera e Campo Moro, alla quota di 2.000 metri, dopo essere transitata nelle turbine delle centrali di Campo Moro, Lanzada e Sondrio viene restituita nel fiume Adda a Sondrio alla quota di 300 metri. La medesima situazione si traspone in Valchiavenna: lungo l’asta del torrente Liro è un susseguirsi di impianti denominati I°II°-III°-IV° salto che sottendono le acque dei vari corpi idrici con impianti in cascata a partire dalla quota di metri 2.000 dell’invaso di Montespluga per poi essere restituite a Gordona nel Mera alla quota di 200 metri. Discorso che vale anche per il fiume Mera, dove nei pressi del confine Svizzero è presente il bacino di Villa di Chiavenna che sottende le acque del suddetto corpo idrico; acque che vengono restituite nell’alveo del medesimo corso d’acqua a Gordona, a parecchi chilometri di distanza.

A questo punto sarà facile intuire come sistemi idroelettrici così articolati abbiano modificato profondamente gli ecosistemi fluviali in conseguenza di tre fattori principali che si possono riassumere: 1. Trasformazione dei regimi idrologici naturali a causa della sottrazione forzata di grandi volumi d’acqua dai corpi idrici derivati. 2. Rilascio dai bacini artificiali e dalle opere di presa di grandi quantitativi di sedimenti. 3. Continue alterazioni artificiose del flusso idrico causato dall’esercizio degli impianti (Hydropeaking).

3.1. Modifica dei regimi idrologici naturali e Deflusso Minimo Vitale Gli impianti idroelettrici comportano delle alterazioni dei regimi idrologici e quindi modificano i parametri morfologici, chimico-fisici e biologici dei corsi d’acqua sottesi dalle derivazioni. La portata di un corso d’acqua è l’elemento che garantisce la vita; pertanto è di fondamentale importanza per la conservazione dell’ecosistemi fluviali. Questo tema è stato per anni l’oggetto di confronto, anche aspro, tra i concessionari degli impianti da una parte e gli enti istituzionali con la nostra associazione dall’altra al fine di definire delle regole condivise che potessero garantire la produzione idroelettrica e contemporaneamente assicurare la tutela degli ecosistemi fluviali. In particolare l’esigenza di rilasciare dalle opere di presa un quantitativo d’acqua tale da mantenere le funzioni vitali e di qualità degli ecosistemi situati a valle delle derivazioni, il cosiddetto Deflusso Minimo Vitale (DMV) Il primo approccio sperimentale al problema di garantire idonei quantitativi d’acqua a valle delle captazioni fu stabilito dalla Legge 102/90, legge Valtellina. Da quel momento i concessionari degli impianti idroelettrici furono costretti a rilasciare il deflusso minimo vitale sulla base di una formula complicata, che teneva conto di diversi fattori. La Regione Lombardia, nell’anno 2006, con l’approvazione del Programma di Tutela ed Uso della risorsa idrica (PTUA), che recepisce 

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Traversa Enel di Ardenno

Torrente Mallero a Sondrio 19 luglio 1987

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le norme in materia di tutela ambientale della Comunità Europea e dello Stato, ha di fatto reso cogente con formule e parametri di calcolo il DMV che viene applicato sistematicamente su tutti gli impianti vecchi e nuovi. Oggi, come oggi, si può tranquillamente affermare che la situazione attinente aspetti idrologici di ogni corpo idrico situato a valle delle opere di presa è decisamente migliorata rispetto al passato, anche in quei corsi d’acqua che erano storicamente in asciutta a causa dello sfruttamento idroelettrico eccesivo. Si prenda a esempio il tratto di torrente Liro a monte dell’abitato di Campodolcino, che in periodi estivi particolarmente poveri di precipitazioni andava in secca,ora la continuità idrologica è garantita. Oppure nel fiume Adda a valle dello sbar-

ramento di Ardenno dove la situazione risultava particolarmente critica fino ai primi anni ’90; dal 2006 vengono rilasciati quasi otto metri cubi al secondo di acqua che assicurano una portata adeguata.

3.2 Gli effetti delle operazioni di svaso dei bacini idroelettrici e dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi fluviali Se il problema di salvaguardare i corpi idrici con idonei quantitativi d’acqua finalizzati al mantenimento delle funzioni vitali dei biosistemi fluviali è in parte superato grazie all’applicazione sul nostro territorio provinciale delle norme regionali, negli ultimi dieci anni sono subentrati altri fattori antropici particolarmente cruenti. Il primo in ordine di importanza è sicuramente attribuibile agli svasi dei bacini idroelettrici, i cui effetti sono amplificati da fattori naturali determinati dai cambiamenti climatici e da eventi meteorologici significativi - separati e/o concomitanti - che determinano periodi di eccessiva torbidità dell’acqua e che sono causa del degrado e del depauperamento della qualità degli ecosistemi fluviali - in particolare della fauna ittica - e contemporaneamente non consentono il proficuo esercizio della pesca. Come detto, ai fattori di forte rilevanza antropica si aggiungono fenomeni naturali particolarmente significativi in conseguenza dei cambiamenti climatici su scala mondiale, che producono degli eventi meteorologici catastrofici con fenomeni idrologici devastanti 



La frana in Valpola

Ghiacciaio di Dosdè Val Viola (foto G. Lanzi)

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in territori di intere nazioni così come su aree circoscritte, che hanno, altresi, impatti distruggenti sulle cose, sulle infrastrutture, sugli ambienti acquatici e purtroppo spesso tragici sulle popolazioni. Un’alterazione geoclimatica che negli ultimi anni si è fatta sempre più intensa, come confermano i recenti fatti di cronaca. Purtroppo la provincia di Sondrio – in virtù proprio della sua conformazione geografica - è stata una delle prime in Italia a fare i conti con questi mutamenti del clima, basti pensare ai tragici fatti dell’estate del 1987. L’alluvione del 1987 e la grande frana della Valpola furono due eventi di straordinaria intensità che ancora oggi sono ricordati con grande angoscia dalle popolazioni valtellinesi e furono il primo forte segnale che qualcosa in peggio stava cambiando dal punto di vista climatico e idrologico. Quattro giorni di temporali violenti provocarono la più grave alluvione della storia in Valtellina. Nella tragica notte fra il 18 ed il

19 Luglio l’Adda ruppe gli argini in più punti, alimentata dalle precipitazioni che colpirono per intero il suo bacino, precipitazioni che si incrociarono con un innalzamento termico ben oltre i 4049 mt. del Pizzo Bernina. Centinaia di frane si riversarono nei torrenti quasi contemporaneamente facendo saltare tutti gli equilibri idraulici dei corsi d’acqua. Il 28 luglio, quando il peggio sembrava passato, la gigantesca frana della Val Pola ridisegnò la geografia dell’Alta Valtellina. 53 Morti, migliaia di miliardi di danni e un’intera valle in ginocchio. A 27 anni dal quel disastro in Valtellina e Valchiavenna sono stati effettuati moltissimi interventi diffusi e capillari finalizzati a mitigare la minaccia di frane e alluvioni, ma il rischio idrogeologico ed idraulico nella nostra provincia permane sempre. In base alla classificazione del Ministero dell’Ambiente il 99% dei comuni della provincia di Sondrio sono considerati a rischio idrogeologico. Negli ultimi anni, alla situazione sopra descritta, si è aggiunto anche il fenomeno della disgregazione dei ghiacciai nei mesi estivi per colpa del cambiamento climatico. Estati particolarmente calde come quelle degli ultimi anni hanno accelerato il processo di fusione dei ghiacciai.

3.2.1 Gli effetti dello scioglimento dei ghiacciai Per quanto riguarda la nostra provincia, nella parte alta dei bacini dei Fiumi Adda e Mera e del torrente Mallero sono presenti numerosi ghiacciai. Lo scioglimento delle nevi e dei ghiacciai avviene nei mesi caldi, di conseguenza le maggiori portate si hanno in giugno e in luglio e permangono cospicue anche in agosto, mentre il minimo si verifica in inverno. La superficie glaciale del ghiacciaio dei Forni negli ultimi 150 anni si è ridotta intensamente (circa del 36%, si veda Diolaiuti & Smiraglia, 2010 e Garavaglia et al., in press) e la lingua è arretrata di circa 2 km (Diolaiuti & Smiraglia 2010). Lo spessore del ghiacciaio si è ridotto sulla lingua di ben 70 mt. nel periodo 1929-1998 (Merli et al., 2001), innescando nei sottostanti corsi d’acqua Frodolfo, Zebrù, Uzza, Braulio e Ables processi di erosione degli alvei e di notevole trasporto solido di materiale di granulometria particolarmente fine che dà origine alla torbidità.


Ghiacciaio dei Forni Agosto 2012 (foto G. Lanzi)

La torbidità dei nostri corpi idrici è quindi causata da fattori meteorologici e climatici (temperatura) interconnessi o separati, oltre che fattori antropici come le operazioni di svaso dei bacini idroelettrici, attività subordinate all’andamento delle due variabili precedenti. Ad esempio nella maggior parte dei torrenti della Valtellina e della Valchiavenna il trasporto solido è generato dall’erosione del territorio in concomitanza di eventi meteorologici e idrologici significativi che determinano delle concentrazioni dei solidi sospesi molto elevate, in alcuni casi si sono stati registrati picchi fino a 45 g/l , superata questa fase i corsi d’acqua tornano puliti. Viceversa in diversi corsi d’acqua come nei torrenti Frodolfo, Braulio, Viola, Mallero, la portata è di tipo “nivoglaciale” e il fattore termico è l’elemento prevalente che influisce sui regimi idrologici e sulla torbidità.

Questa situazione è facilmente verificabili nei mesi estivi all’opera di presa dei Forni della società A2A, situata a 2.000 metri, che raccoglie le acque provenienti dal sovrastante ghiacciaio dei Forni e attraverso un canale di raccolta dei vari affluenti convoglia le acque nel bacino di Cancano. Ma perché capita che ci sia acqua torbida anche in assenza di precipitazioni atmosferiche? Nei periodi caldi di luglio, agosto e in alcuni anni nella prima decade di settembre o in periodi particolari come nel mese di giugno del 2014, l’acqua è risultata torbida e le concentrazioni dei solidi sospesi alcune volte hanno raggiunto valori elevati (3g/l), come si può vedere dal grafico sotto riportato che registra i dati delle concentrazioni dei solidi sospesi dal 7 al 15 giugno dello scorso anno misurate alle varie prese di A2A, periodo coinciso con un 

Presa Forni Agosto 2012 (foto G. Lanzi)

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Foto 1 Primi di giugno 2014

Foto 2 Metà giugno 2014

Foto 3 Fine di giugno 2014

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anomalo innalzamento delle temperature, fino a determinare lo sfioro delle prese alte e basse. Come è noto le torbidità, durante il disgelo, seguono le temperature; si sono mosse dapprima sulle prese basse e poi anche su quelle alte. In particolare prima dello sfioro delle prese basse le acque venivano tutte derivate in Val Grosina e quindi sull’Adda da Premadio a Sernio non vi erano situazioni di torbidità (vedi foto 1 dove lo scarico di Lovero è grigio contro l’arrivo blu dell’Adda). Con il permanere delle alte temperature i canali si sono saturati di modo che le prese alte sono andate allo sfioro causando anche lo sfioro di quelle basse. Non tutte le acque potevano essere derivate in Val Grosina e quindi da Premadio a Sernio ne ha risentito anche l’Adda (Foto 2 - lo scarico di Lovero e l’arrivo dell’Adda hanno lo stesso colore). Poi la situazione, con l’abbassamento delle temperature e quindi il rientro degli sfiori, si è normalizzata (Foto 3). Risulta evidente che l’acqua torbida proveniente dagli impianti idroelettrici di A2A è restituita altrettanto torbida nel fiume Adda dallo scarico della centrale di Stazzona, depurata in parte della quota di sedimento che si ferma negli invasi idroelettrici, che servono da serbatoi di accumulo di grandi volumi d’acqua, ma svolgono anche una azione di stoccaggio dei sedimenti. Gli invasi pertanto alterano in modo significativo la dinamica naturale del trasporto solido, anche in momenti e periodi temporali diversi non sempre coincidenti con eventi idrologici e climatici significativi. Ed ecco perché alcune volte abbiamo acque torbide nel Fiume Adda in giornate di bel tempo, nonostante non ci siano in atto situazioni climatiche e meteorologiche particolari, solo per effetto della diretta conseguenza della riattivazione dei sedimenti precedentemente depositati nelle opere di presa nei canali di derivazione e negli invasi, durante il normale esercizio delle centrali idroelettriche. Pertanto la torbidità di un corso d’acqua non si interrompe immediatamente al cessare dell’evento naturale, ma può durare per giorni e giorni per i motivi sopra esposti o in particolari periodi caldi dove l’innalzamento termico, oltre determinate quote, causa lo scioglimento eccessivo dei ghiacciai. In questo caso il ritorno alla normalità risulta più lungo rispetto al singolo evento meteorologico ed idrologico. Queste riflessioni trovano riscontro dal


confronto delle giornate di torbidità del fiume Adda rilevate nel periodo compreso tra marzo a novembre del 2014, rispetto alle giornate di acqua sporca dello stesso periodo nell’anno 2012 nel medesimo corso d’acqua. Periodi temporali caratterizzati da situazioni climatiche, meteorologiche e idrologiche differenti. In particolare sono stati elaborati i dati relativi alle temperature e alle precipitazioni misurati dalla Stazione di Caiolo, presso l’Aeroporto, della Rete Meteorologica di ARPA – Lombardia. Come tutti abbiamo potuto constatare l’anno 2014 è stato l’anno dei record, contraddistinto da un periodo invernale particolarmente nevoso, sulle Orobie sono stati misurati complessivamente 9,50 metri di neve e da una estate fredda. Il 2014 è risultato anche l’anno più piovoso degli ultimi cento e il mese di novembre il più caldo dal 1800. La stagione estiva del 2012 è risultata molto calda, l’innalzamento termico fino a quote alte ha determinato lunghi periodi di acque torbide nei mesi estivi (giugnoluglio–agosto) per lo scioglimento dei ghiacciai. Il periodo 1 marzo/ 30 novembre 2014 si è contraddistinto per le giornate di pioggia 129 su 275 giorni – nel solo periodo estivo (21 giugno/21 settembre) le giornate di precipitazioni sono risultate 60 su 90 con

un apporto complessivo di 424,6 mm. di acqua misurati a Caiolo. Nel 2012 le giornate con precipitazioni dal 1 marzo al 30 novembre sono state 100. In particolare il periodo estivo è stato caratterizzato da 57 giorni senza precipitazioni e 33 giorni di pioggia, in questo periodo sono stati misurati, sempre nella stazione di riferimento di Caiolo, 267 mm. di acqua. Come si è può rilevare dalla disamina dei dati sopra citati i mesi estivi ed autunnali dell’anno 2014 sono stati caratterizzati dalle avverse condizioni meteorologiche per il susseguirsi di un numero impressionante di perturbazioni che hanno attraversato il nord Italia.  Precipitazioni medie mensili rilevate dalla Stazione Caiolo dal 1 marzo al 30 novembre 2012

2014

Marzo

19,6

83,4

Aprile

144,9

39,8

Maggio

98

48,2

Giugno

99,29

113,4

Luglio

125,8

155,8

104

149,2

Settembre

134,4

43,6

Ottobre

136,6

88,2

Novembre

183,8

282,8

1046,39

1004,4

Agosto

Totali

27


Giornate con precipitazioni e senza precipitazioni dal 1° marzo al 30 novembre 2012 2014 Con precipitazioni 100 129 Senza precipitazioni 175 146 Giornate con precipitazioni e senza precipitazioni periodo estivo 2012 2014 Con precipitazioni Senza precipitazioni Precipitazione complessiva mm.

Mese Marzo Aprile Maggio Giugno Luglio Agosto Settembre Ottobre Novembre

28

33 57 267,6

60 30 424,6

Nel corso della stagione 2014, nonostante i grandi quantitativi d’acqua caduti sul territorio provinciale, paradossalmente la qualità dell’acqua, in particolare del fiume Adda, è risultata sicuramente migliore rispetto a quella del 2012. Infatti si sono registrate dal 1° marzo al 30 novembre 2014 n. 49 giornate di acqua sporca nel fiume Adda, rispetto alle 90 giornate del medesimo periodo dell’anno 2012. Quest’ultimo periodo caratterizzato da un numero decisamente inferiore di giornate di precipitazione ma con temperature medie mensili nel periodo estivo molto superiori a quelle dell’estate 2014 che hanno determinato per lunghi periodi la fusione dei ghiacciai e quindi grandi apporti di sedimenti. Queste valutazioni sono state confermate dagli eventi naturali e artificiali del mese di ottobre del 2014. In questo periodo grandi perturbazioni atlantiche hanno investito tutta l’Italia causando disastri di varia natura; ciò nonostante la Valtellina e la Valchiavenna hanno risentito molto meno di questa grave situazione meteorologica rispetto ad altre zone per effetto delle temperature basse ( zero termico 2.200 mt.). In quota ci sono state abbondanti nevicate che hanno limitato gli effetti indotti dalle variazioni termiche, tanto è vero che la torbidità dell’acqua è rimasta circoscritta solamente al periodo degli eventi di piena dei fiumi Adda e Mera dal 13 al 16 agosto e dal 10 al 17 ottobre e nei giorni 9/10 agosto in occasione delle operazioni di svaso del bacino di Valgrosina. Ma quindi perché a volte capita di trovare acqua torbida in momenti dell’anno non

Specchietto di dettaglio dei maggiori eventi che hanno determinato le acque sporche dei fiumi Adda e Mera negli anni 2012 e 2014. 2012 2014 Giorni Causa Giorni Causa 22 Svaso Cancano 0 9 Frana Torreggio e Ruinon 12 Fluitazione San Giacomo 0 0 12 Innalzamento termico disgelo e vasconi Grosotto 7 Innalzamento Termico - disgelo 6 Apertura Traversa di Sernio 11 Innalzamento termico - disgelo 4 Precipitazioni Precipitazioni – Piena Adda e Mera21 Innalzamento termico - disgelo 10 Operazioni B. Valgrosina 6 Precipitazioni mm.97 0 9 Precipitazioni mm.122.8 10 Precipitazioni – Piena Adda e Mera 0 0


interessati né da forti precipitazioni né da innalzamenti termici? In ultima istanza questo capita per la riattivazione dei sedimenti depositati nelle opere di presa o lungo il corso del fiume – si pensi ad esempio alla grande massa di inerti e limo presenti in Val Pola – che vengono rimessi in circolo dalla variazione dei flussi idrici provenienti da monte.

3.2.2 L’interrimento dei bacini artificiali e le opere di svaso Ai fattori naturali sopra descritti che determinano la torbidità dei nostri corsi d’acqua si aggiungono le attività relative alle operazioni di svaso dei bacini idroelettrici. Come anzidetto, in provincia di Sondrio sono presenti 83 bacini artificiali costituiti da sbarramenti di grandi e piccole dimensioni realizzati a diverse altitudini (da 2.200 a 400 mt. s.l.m.) e 4 traverse fluviali realizzate sull’asta del fiume Adda. Tutti questi invasi presentano problemi di interrimento più o meno elevato a seconda della loro ubicazione, delle condizioni climatiche, idrauliche e geomorfologiche dei bacini sottesi. Il valore di interrimento percentuale dei nostri bacini artificiali è valutato tra l’1% e il 9%. L’invaso di Villa di Chiavenna, ad esempio, ha il più alto apporto solido e grado di interrimento di tutti gli invasi della provincia di Sondrio; o ancora il bacino di Valgrosina, dove pur avendo una capacità relativamente modesta (1.200.000 mc.), prima delle operazioni di svaso iniziate nell’anno 2006, il materiale depositato nell’invaso addirittura veniva stimato in 200.000 metri cubi. Il sedimento presente nel bacino deriva quasi totalmente dal materiale in sospensione trasportato dall’Adda a monte di Premadio e dal Frodolfo a monte di Uzza, le cui acque captate dalle rispettive opere di presa, vengono derivate nel canale Premadio-Valgrosina. Si tratta di materiale con granulometria fine che non si è depositato nei dissabbiatori delle relative prese. Si stima un deposito annuo di 15.000/20.000 metri cubi. Il bacino di Valgrosina ha un ruolo fondamentale nel sistema idroelettrico di A2A, poiché oltre a permettere la regolazione parziale delle portate naturali dei T. Roasco di Eita di Sacco direttamente affluenti, costituisce il serbatoio di modulazione delle portate giornaliere che arrivano dall’alta Valtellina attraverso il canale

Premadio-Valgrosina e che alimentano la sottostante centrale di Grosio. La capienza relativamente piccola permette un ricambio medio dell’acqua dell’invaso nell’ordine di 24 ore. Le operazioni di svaso di un bacino idroelettrico hanno l’obiettivo di ripristinare la capacità utile del bacino stesso e garantire prioritariamente in ogni tempo la funzionalità degli scarichi di fondo di fronte a fenomeni di interrimento e contemporaneamente devono assicurare la salvaguardia degli habitat fluviali nei corsi d’acqua ricettori. Queste operazioni però, da un lato sono positive per il bacino stesso, ma dall’altro possono determinare gravi effetti sugli ecosistemi del corpi idrici posti a valle, oltre che alle dighe che ne ricevono i sedimenti. La rilevanza e la complessità di questo tema ha indotto la Provincia di Sondrio nell’anno 

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Invasi di S. Giacomo e Cancano (foto G. Lanzi)

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2005 a promuovere, con il sostegno della Sede Territoriale di Sondrio della Regione Lombardia, una ricerca scientifica che ha coinvolto i produttori di energia elettrica (AEM, oggi A2A, Enel, Edipower), gli enti di controllo (ARPA Sondrio e ARPA Lombardia), il mondo delle ricerca scientifica (Università dell’Insubria di Varese, la Società GRAIA) e il settore della pesca (Unione Pesca Sportiva della Provincia di Sondrio). Dal 2006 al 2007 sono stati effettuati due anni di sperimentazione i cui risultati hanno portato benefici non solo al contesto valtellinese, ma anche a tutto il comparto alpino, finalizzati a rendere compatibile la produzione di energia idroelettrica con la tutela ambientale e l’attività alieutica. In particolare la ricerca ha riguardato il monitoraggio effettuato nell’ambito degli svasi oggetto di sperimentazione: Valgrosina 2006/2007(A2A) e Panigai (Enel), inoltre il campo di ricerca è stato esteso anche ai bacini di Villa di Chiavenna (Edipower) e Campo Tartano (Enel). Le indagini effettuate hanno quindi consentito la raccolta sperimentale di moltissimi dati relativi a diversi comparti indagati in ordine agli aspetti chimici, fisici ed ecologici, con particolare riguardo per la fauna ittica che hanno permesso di definire le metodiche utilizzate e riportate nel documento finale che da il titolo

al progetto “Definizione dell’impatto degli svasi dei bacini artificiali sull’ittiofauna e valutazione di misure di protezione”. Questo lavoro definisce i rischi ecologici connessi alle procedure di svaso dei sedimenti sugli ecosistemi fluviali, individua misure di salvaguardia e sicuramente costituisce il modello tecnico/scientifico da utilizzare dai Gestori nella redazione dei Progetti di Gestione degli invasi. Il Progetto di Gestione è diretto a definire quadro conoscitivo e previsionale delle operazioni di svaso, sfangamento e spurgo collegate con le attività di manutenzione dell’impianto, previsto dalla normativa statale di riferimento (D.Lgs.152/199 – disposizioni su tutela acque da inquinamento; D.M. 30/06/2004 – criteri per la redazione dei progetti di gestione – D.Lgs. 152/2006 – norme in materia ambientale). Ma in che modo si programma e poi si concretizza uno svaso? Nel Decreto “Salva Italia” i Gestori entro il 31/12/2012 dovevano presentare tutti i Progetti di Gestione. Se il Gestore intende effettuare manovre di cui al Progetto di Gestione, per quanto riguarda le attività di ripristino della capacità utile del serbatoio e per quanto attiene le attività pro-


pedeutiche per il ricostituzione della pervietà degli scarichi sommersi delle dighe, predispone un Piano Operativo in cui si descrive in modo dettagliato e circostanziato: 1. le operazioni che intende compiere 2. Il periodo di effettuazione 3. Le modalità di intervento. 4. Tipo di monitoraggio previsti pre/durante/post operazione (Biologici, concentrazioni solidi sospesi, ittiofauna, ecc.), chiaramente redatto sulla base delle caratteristiche di ogni invaso. Il Progetto di Gestione con il Piano Operativo vengono presentati dal concessionario all’autorità competente - nel nostro caso alla Sede di Sondrio della Regione Lombardia - che provvede ad approvarlo con tutti gli Enti territoriali competenti, attraverso l’indizione della Conferenza dei Servizi, ai sensi della normativa nazionale di riferimento. Ma è vero – come alcuni sostengono – che o volte le società idroelettriche approfittano di precipitazioni atmosferiche per “alleggerire” il materiale depositato negli invasi? Come si potrà intuire da quanto scritto in precedenza, le operazioni di svaso dei bacini idroelettrici non possono essere eseguite a discrezione del gestore degli impianti, ma devono essere necessariamente autorizzate in base alla normativa nazionale e regionale. Il gestore dell’impianto, pertanto, è obbligato a darne comunicazione all’ente competente, nella fattispecie dalla Sede Territoriale di Sondrio della Regione Lombardia (STeR), che dopo avere chiesto il parere degli altri enti territoriali - Provincia, ARPA e gli altri soggetti portatori di interesse come la nostra associazione - può consentire le operazioni di svaso. Le suddette manovre non devono altresì pregiudicare gli ecosistemi dei corsi d’acqua situati a valle delle dighe, ed è per questo che nel caso specifico dei fiumi Adda e Mera si sono posti dei limiti delle concentrazioni dei solidi sospesi giornalieri che non possono essere oltrepassati durante le operazioni di svaso. Ad esempio durante lo svaso di Valgrosina il limite nel T.Roasco è di 5 gr./l., nel fiume Adda dalla confluenza del T.Roasco fino a Sernio gr.3 gr./l., da Sernio fino al Baghetto 1,5 gr./l. e dal Baghetto a valle 1 gr./l.. Questa è soltanto una delle tante disposizioni contenute nel decreto autorizzativo, che prescrive ad esempio i monitoraggi ecologici e biologici che devono essere eseguiti dal con-

cessionario ante, durante e post svaso al fine della salvaguardia degli ecosistemi. fluviali. Queste regole valgono solo ed esclusivamente per le dighe e non per le traverse che soggiacciono a norme e prescrizioni differenti dalle prime in quanto sono caratterizzate da una capacità di invaso inferiore al 1M di mc.. Le traverse sono strutture che formano degli invasi di modeste dimensioni che però trattengono grandi quantitativi di materiale solido trasportato dalle portate del corpo idrico afferente all’invaso, in particolare durante eventi naturali e artificiali significativi. Lungo il fiume Adda sono presenti quattro traverse fluviali: Le Prese e Sernio di A2A, Baghetto di Enel-Green Power e Ardenno di Enel. Sul fiume Mera è stata realizzata la diga di Villa di Chiavenna che forma un bacino e dal punto di vista dell’esercizio è gestita come una traversa. Di conseguenza durante fenomeni eccezionali - ad esempio durante le piene di Adda e Mera - il gestore degli impianti è autorizzato, previa comunicazione per le vie brevi allo STER, a procedere all’apertura degli organi di scarico delle dighe o delle traverse al fine precipuo di garantire l’incolumità delle popolazioni rivierasche e nel contempo evacuare il materiale proveniente da monte che potrebbe occludere gli organi idraulici della diga e quindi non assicurare la pervietà degli stessi con gravi conseguenza per la sicurezza dell’impianto. In siffatte situazioni i limiti stabiliti in normali operazioni artificiali di svaso non vengano rispettati in quanto sono già abbondantemente superati a causa delle elevate portate del corso d’acqua durante gli eventi naturali di piena. A dimostrazione durante l’ultima piena dell’agosto 2014 del Mera le concentrazioni dei solidi sospesi superavano tranquillamente 13 g/l. In queste specifiche occasioni il gestore ha l’opportunità di rilasciare dai bacini grandi quantitativi di sedimenti che altrimenti andrebbero ad accumularsi all’interno dell’invaso come è avvenuto nel periodo compreso tra il 1990 e il 2004, quando la normativa impediva di fatto simili operazioni e nel frattempo il materiale continuava ad accumularsi negli invasi. Cosa che ad esempio è avvenuta nei bacini di Sernio e Villa di Chiavenna che avevano perso il 40% della loro capacità utile. È capitato - e sicuramente potrà ancora capitare - che anche in assenza di eventi meteorologici e idraulici importanti il Gestore sia 

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Nome invaso Cancano Valgrosina

Anno operazione 2010, 2011, 2012, 2013 2006, 2007, 2008, 2009, 2010, 2011, 2012, 2014 Sernio 2010,2011,2012 Campo Moro 2012 Campo Tartano 2007 Villa Chiavenna 2007, 2008, 2009, 2010, 2011, 2012, 2013 Madesimo 2010 Valle di Lei 2012

stato costretto, come è successo a Sernio, ad aprire le paratoie della diga a causa del disservizio o per un guasto tecnico intervenuto nella centrale sottostante. Non effettuare queste manovre vuole mette in serio pericolo la sicurezza delle dighe con gravi conseguenze per i cittadini e per l’ambiente. E evidente che, in ogni caso, si tratta di operazioni che implicano conseguenze a volte anche decisamente pesanti per il corso d’acqua sottostante ma sono eseguite nel rispetto della legge vigente.

Operazioni di svaso B. Cancano (foto G. Lanzi)

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È vero che – in termini di svasi - i nostri corsi d’acqua hanno dovuto sopportare in pochi anni quello che non era stato fatto per decenni? Davvero questo periodo ce lo siamo

Numero Tipologia 4 Fluitazione 8 Fluitazione 3 1 1 6 1 1

Fluitazione + Meccanica svaso Fluitazione Meccanica Fluitazione Svaso

lasciato ormai alle spalle? Dall’anno 2006 in poi le attività di svaso hanno riguardato i seguenti invasi (vedi tabella). Come di evince dallo specchietto riassuntivo le operazioni di svaso dei più importanti bacini artificiali - o meglio quelli che avevano una situazione critica di interrimento - sono iniziate nel 2006 in seguito alle approvazione delle norme sopra descritte. Prima di questa data e tornando indietro per almeno vent’anni, dal 1987 in poi, nulla era stato fatto per la gestione dei sedimenti, anche per colpa della mancata assunzione di responsabilità da parte delle Autorità preposte al rilascio delle autorizzazioni che non consentivano, sull’onda emotiva della grande


alluvione dell’87, l’effettuazione delle operazioni di svaso. La natura però non ha per questo interrotto il suo corso. Ne consegue che, nei decenni successivi sono stati caratterizzati dagli ineluttabili fenomeni di sedimentazione degli invasi. Nei serbatoi, ogni anno, si sono accumulati migliaia di metri cubi di materiale pregiudicando la gestione delle dighe sia per quanto riguarda gli aspetti legati alla sicurezza dei manufatti e delle opere idrauliche e sia per quanto attiene gli aspetti ambientali; pertanto la situazione risultava veramente critica e insostenibile da ogni punto di vista. Le metodiche applicate durante la sperimentazione, contenute nel progetto “Definizione dell’impatto degli svasi dei bacini artificiali sull’ittiofauna e valutazione di misure di protezione”, hanno consentito di effettuare, anno dopo anno, operazioni di svaso, in particolare nei bacini di Valgrosina e Cancano, che hanno permesso di uscire da una situazione di assoluta emergenza e dare inizio ad una gestione ordinaria, come quella degli ultimi anni, in linea con quello che avveniva prima dell’alluvione. Le sistematiche operazioni di svaso che si sono susseguite negli anni non sono state certamente indolori per l’ambiente acquatico, la fauna ittica e per l’attività di pesca; nonostante la tecnologia a disposizione è impensabile che siffatte operazioni abbiano un effetto ”zero” sugli ecosistemi fluviali dei corpi ricettori. Nonostante tutto la ricerca è servita a trovare un sistema metodologico da applicare durante le operazioni di svaso finalizzato a mitigarne gli effetti. Tutto ciò, in questi anni, ha comportato il confronto, spesso aspro, tra componenti sociali ed economiche diverse ed appartenenti a categorie differenti, difficilmente conciliabili tra loro come i gestori degli impianti e il mondo della pesca, ma alla fine si è giunti a sintesi costruttive nell’approccio delle problematiche nell’interesse soprattutto del territorio.

3.3 Continue alterazioni artificiose del flusso idrico causato dall’esercizio degli impianti. Il fenomeno dell’ Hydropeaking. Ai problemi naturali e antropici sopra descritti negli ultimi dieci anni si è aggiunto

un ulteriore fattore negativo che determina importanti impatti sugli ecosistemi fluviali e sull’esercizio della pesca chiamato con il termine anglosassone “hydropeaking. Ovvero le alterazioni artificiose del flusso idrico causato dall’esercizio degli impianti idroelettrici, fenomeno che nell’ultimo decennio si è ulteriormente accentuato a causa dell’istituzione della Borsa elettrica, avviata in Italia il 31 marzo 2004, che è il principale strumento promosso dall’Unione Europea al fine di concretizzare il mercato libero dell’energia.

3.3.1 La Borsa dell’energia elettrica La Borsa elettrica costituisce appunto il punto di incontro tra l’offerta da parte dei produttori e la domanda da parte di consumatori e grossisti che acquistano energia per le loro necessità o per venderla ad altri utilizzatori. Nella Borsa viene quindi definita la quantità di energia elettrica necessaria a soddisfare in modo equilibrato le esigenze dei produttori e dei consumatori. Un apparato organizzato ed efficace che favorisce da un lato la competizione nelle attività di produzione e vendita all’ingrosso di energia elettrica, dall’altro la massima trasparenza, sicurezza ed efficienza del sistema elettrico, tutelando gli interessi di utenti e clienti finali. Il sistema dell’offerta della Borsa elettrica italiana è basato sul Mercato dell’Energia, a sua volta articolato in Mercato del giorno prima (MGP) e Mercato di aggiustamento (MA) e Mercato del servizio di dispacciamento (MDS). Grazie ai quattro mercati vengono tutelati sia l’elevato grado di complessità, sia l’esigenza di coordinamento richiesti per il corretto funzionamento del sistema elettrico. A tal fine è anche stato predisposto un coordinamento centrale del mercato elettrico, affidato al Gestore del Mercato Elettrico (GME), con potere di controllo su tutti gli impianti di produzione facenti parte del Sistema, in modo da assicurare che la produzione eguagli sempre il consumo e che la frequenza e la tensione non si discostino dai valori ottimali. È risultato da subito evidente che questo nuovo modo di gestire la produzione dell’energia elettrica ha avuto ulteriori ricadute sull’ambiente fluviale e sulla pesca. L’hydropeaking è una delle principali cause antropogeniche del progressivo depauperamento ecologico di diversi corsi d’acqua, in particolare dei fiume Adda e Mera. Il fenomeno ha delle ripercussioni importanti anche sul 

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corretto esercizio delle pesca e sull’incolumità degli stessi pescatori. Più di una volta sono intervenuti i pompieri nell’Adda al fine di mettere in salvo i pescatori in conseguenza del repentino innalzamento del livello del fiume. Ma per i pescatori sarebbe possibile conoscere in anticipo gli orari e ritmi di turbinamento dell’acqua così da coordinare l’attività di pesca in funzione della non attività di sfruttamento della risorsa idrica? I flussi d’acqua scaricati dalle centrali possono variare diverse volte in una giornata e sono chiaramente subordinati all’esito dell’offerta che il gestore entro le ore ventidue del giorno prima (MGP) propone alla Società Terna S.p.A (Gestore del mercato dell’energia - Il servizio svolto da Terna in Italia è indispensabile per il funzionamento dell’intero sistema elettrico e per assicurare l’energia elettrica a tutti, cittadini e imprese.); restano solamente due ore per sapere il risultato dell’offerta e quindi eventuali aggiustamenti del programma della produzione per il giorno dopo (MA). È facilmente intuibile che il mercato dell’energia rappresenta un sistema molto articolato tra la domanda e l’offerta del chilowattora e che il valore dello stesso si decide in un lasso di tempo molto breve (il giorno prima per il giorno dopo). Di conseguenza le centrali possono modificare la produzione e variare i flussi idrici rilasciati in continuazione dando origi-

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ne alla sovrapposizione di altri effetti come le alterazioni nella qualità dell’acqua, nel trasporto di sedimenti o nell’idrogramma. Pur essendo nostra intenzione provarci in futuro, risulta però difficile conoscere per tempo dal Gestore il programma della produzione e le possibili variazioni dei regimi idrologici dei fiumi - in particolare dell’ Adda e del Mera quando è subordinata alle variabili economiche e tecniche sopra descritte. Il Protocollo d’intesa programmatica per la tutela e l’incremento del patrimonio ittico nella provincia di Sondrio e per il rilancio della attività di pesca relativo agli anni 2010/2014 stipulato tra la Società A2A e l’UPS nell’anno 2010 è stato un primo serio tentativo finalizzato a rendere compatibile l’esigenza della produzione idroelettrica con gli aspetti ambientali e legati all’esercizio della pesca e in tal senso la società A2A si era impegnata in questi ultimi cinque anni a regolarizzare la restituzione in Adda dal proprio impianto di Stazzona, al fine di facilitare la pesca nel successivo tratto a valle di detto impianto, nei fine settimana nei periodi marzo/aprile e settembre/novembre. Questo, al contrario di come alcuni pensano, non sta a significare che A2A si sia impegnata a non turbinare nei fine settimana. L’impegno è a restituire l’acqua in Adda all’altezza dello scarico di Stazzona con una portata costante, limitando così il fenomeno dell’hydrokeeping di cui sopra.


È vero che la realizzazione del nuovo canale Viola ha contribuito al peggioramento della qualità delle acque? Non c’è alcun collegamento tra la realizzazione del nuovo canale Viola e un ipotetico peggioramento della qualità delle nostre acque. Caso mai il peggioramento delle condizioni delle nostre acque negli ultimi anni è da ricondursi al periodo di svasi “straordinari” che ci siamo lasciati alle spalle e di cui abbiamo parlato in precedenza. Il nuovo canale Viola realizzato dalla Società A2A (ex AEM) nel 2004 nasce dalla necessità da parte della suddetta società di sostituire i vecchio impianto obsoleto di Fraele aumentandone contemporaneamente la produzione idroelettrica, con un migliore utilizzo delle acque derivate dal bacino dell’alta Val Viola. Nel contempo, in concomitanza dell’entrata in vigore del mercato dell’energie elettrica, quest’opera consente ad A2A di stoccare nel bacino di Cancano i volumi d’acqua derivati dalle sette nuove prese realizzate sui torrenti Cardonè, Lia, Verva, Viola, Minestra, Foscagno

e Cadangola che ora vengono immessi in una galleria a pelo libero della lunghezza di quindici chilometri che attraversa entrambi i versanti della Val Viola a quota mt.1.900. Tale tipologia impiantistica consente di produrre l’energia elettrica nei periodi di maggior consumo; energia che può quindi essere venduta seguendo le leggi di mercato sopra descritte, quando vale di più. Il nuovo canale permette di immettere per tutto l’anno le acque del bacino della Val Viola nel serbatoio di Cancano, quindi di aumentare le capacità di regolazione dell’intero sistema A2A e di produrre più energia utilizzando il maggior salto sulla centrale di Premadio. Tutto questo non era possibile con il vecchio impianto di Fraele, ora dismesso, che funzionava ad acqua fluente, senza possibilità di accumulo della stessa. In estrema sintesi, il nuovo canale Viola – consentendo di stoccare l’acqua nel bacino di Cancano - consente ad A2A di ottimizzare la produzione, dal momento che l’acqua “in giacenza” a Cancano può essere turbinata alla bisogna, ossia quando la Borsa dell’Energia richiede un picco di chilowattora.

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Rilascio permessi di pesca e punto informazioni U.P.S. 35


T E C N IC H E DI P E SCA

lontano dalle (Foto di Valter Bianchini)

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XX

Valtellina,

strade, vicino ai pesci di Mauro Mazzo

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T

(Foto di Mauro Mazzo)

utti i pescatori che frequentano la Valtellina da molti anni avranno notato un progressivo impigrimento della categoria, che è sempre più portata a restringere il proprio campo di azione a poche decine di metri di distanza dal parcheggio della propria auto. Questo dipende sicuramente dall’ottima pescosità di Adda e Mera che, se si adeguano tecniche ed orari, possono garantire risultati più o meno buoni, durante tutto l’arco della stagione. Chiaramente questo vale soprattutto per chi pesca con esche naturali e non ha problemi a svegliarsi presto, mentre per la categoria dei moschisti, alla quale appartengo ormai da molti anni, nei periodi di acqua alta e/o torbida, si riducono, e di molto, le possibilità di cattura. Va detto che anche noi appassionati di pesca a mosca, dovremmo riconoscere che spesso pretendiamo che i fiumi si adattino a noi, e non noi a loro. Mi spiego meglio. È sicuramente vero che la gestione delle dighe negli ultimi anni ci ha creato grossissimi problemi, ma è altrettanto vero che questi problemi

c’erano anche negli anni ‘70 ed ‘80, e venivano risolti pescando all’alba nell’asta principale dell’Adda, mentre quando l’acqua si sporcava, ci si spostava in qualche affluente. Oggi, i pochi pescatori che mi capita di incontrare sul fiume nelle prime ore del mattino, non sono quasi mai pescatori a mosca, e questo ha sicuramente contribuito a far aumentare lo scontento della categoria, che si ritrova ad essere quella che più risente della gestione selvaggia di rilasci e svasi. Se quindi alle diminuite possibilità di pesca di Adda e Mera aggiungiamo il cambiamento di

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XX

abitudini da parte dei pescatori, è chiaro che pescare in Valtellina - soprattutto per alcune categorie - è diventato davvero problematico. Ma come diceva un grande economista, “non esistono problemi che non abbiano almeno una soluzione”, e nel nostro caso la soluzione più facile è la riscoperta dei tanti torrenti e laghi alpini, presenti in Valtellina. Contrariamente a quanto ci si sarebbe potuto aspettare, ho notato che negli ultimi anni torrenti e laghi alpini sono sempre meno frequentati, e se da un lato la cosa può essere comprensibile per quei pescatori che non lo

anni mi è capitato di incontrare lungo sentieri anche abbastanza impegnativi, persone in scarpe da ginnastica e felpa annodata in vita. Magari può farci sentire particolarmente “trendy”, però ricordiamoci che, oltre a mettere a rischio la nostra incolumità fisica, ne va di mezzo anche quella dei soccorritori che in caso di difficoltà ci verrebbero a recuperare. Il miglior modo di dimostrare che abbiamo stima del loro lavoro è cercare di affrontare le escursioni bene equipaggiati. Per quanto riguarda le attrezzature da pesca, vanno sicuramente dimenticati i giubbotti 

(Foto di Valter Bianchini)

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fanno a causa di limiti fisici, è più difficilmente giustificabile per i tanti giovani, - o comunque per le tante persone in ottima forma fisica - che vengono a pesca nelle nostre acque. Quindi molto probabilmente il motivo per cui si vedono sempre meno pescatori in questi posti, è la crescente pigrizia della nostra epoca, dove quasi tutto si può fare con un clic, stando comodamente seduti sulla poltrona di casa.

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Ma pesca e pigrizia non sono mai andate d’accordo e quindi, visto che convincere i signori delle acque ad avere rispetto di noi pescatori è cosa sicuramente difficile, continuiamo pure a combattere per ridurne lo strapotere, ma nello stesso tempo cerchiamo di prendere coraggio, e allontaniamoci dal parcheggio di più di quei cento-duecento metri che le statistiche dicono essere la distanza media che il pescatore lascia tra sé e la propria auto. La Valtellina offre moltissime possibilità ai pescatori che sono disposti a camminare, infilare un paio di scarponi, e messo nello zaino il necessario per la giornata, partire alla scoperta di laghi e torrenti pochissimo frequentati. In Valtellina ci sono decine di laghi e torrenti, e spesso, con meno di mezz’ora di cammino, ci si può ritrovare a pescare in acque dove molto probabilmente non vedremo nessun altro pescatore.

Vediamo quindi qual è l’attrezzatura necessaria per affrontare questi ambienti in sicurezza. Molto spesso un buon paio di scarponi è da preferire agli stivali in gomma, soprattutto nel caso di spostamenti abbastanza lunghi, e nello zaino non dovrà mai mancare una buona giacca impermeabile, un pile, oppure un piumino per proteggersi dal freddo, visto che in montagna, anche d’estate, il tempo può cambiare repentinamente. A questo proposito, devo dire che negli ultimi

(Foto di Valter Bianchini)

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(Foto di Mauro Mazzo)

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multitasche pieni di scatole, tipici dei pescatori a mosca e/o spinning, oppure i panieri dei pescatori a passata. Qualunque sia la tecnica che preferiamo, la leggerezza è d’obbligo, soprattutto tenendo in considerazione il fatto che normalmente - più il posto da raggiungere è lontano - maggiori saranno le probabilità di cattura. Ma veniamo ad analizzare gli approcci più opportuni in base all’ambiente di pesca e ai sistemi di pesca preferiti. Partiamo dal torrente di montagna. Per la pesca con esche naturali una canna teleregolabile non troppo lunga, qualche scatola di vermi o camole, qualche piombo, un paio di bobine di filo e una manciata di ami saranno più che sufficienti. Nel caso si sia appassionati di pesca a spinning, con un paio di scatole contenenti un buon assortimento di piccoli rotanti e qualche minnow, saremo più che a posto. Per quanto riguarda la canna per la pesca a mosca, una otto piedi coda quattro, oppure una canna da tenkara, andrà benissimo, e per l’assortimento di mosche consiglierei qualche mosca da caccia, ad esempio la Klinkhammer con corpo nero, la Royal Wulff, qualche terrestrial, e qualche imitazione di sedge da utilizzare sotto le piante e verso sera tra le secche. Pheasant tail wet oppure spider con corpo arancio, grigio, oppure marrone, su amo del 12 per quanto concerne le sommerse e le classiche Pheasant tail e Hare’s hear, su amo del 14 per le ninfe.

Da non dimenticare streamer tipo Wooly bugger nero o marrone su amo del 10 per insidiare gli esemplari più grossi che si nutrono di piccoli pesci foraggio. Per quanto riguarda la pesca in lago invece, una buona telescopica in grado di lanciare anche piombature abbastanza sostenute, ci aiuterà nell’aumentare il nostro raggio di azione, mentre per le montature andranno benissimo le classiche soluzioni proprie della pesca “da laghetto”. Ultima solo in ordine di successione ma non certo in quanto a resa la moschera, che soprattutto verso sera può rivelarsi micidiale. Per lo spinning andrà bene una canna leggermente più potente di quella che si usa in torrente, in modo da aumentare la superficie di acqua che riusciremo a coprire, e al classico assortimento di artificiali da torrente ne aggiungeremo qualcuno di taglia e peso superiore. Pescando a mosca la situazione si fa un po’ più complessa, vista la quasi costante presenza di vento e la necessità di raggiungere distanze notevoli. La canna più indicata è a mio parere una dieci piedi coda sette, su cui montare una coda decentrata (WF) Long Belly. Il finale nella pesca in lago è molto importante, e dovrà essere lungo almeno 5 metri, in modo da non insospettire il pesce, e ben scalato, così da distendersi senza problemi. Per le mosche, si conferma l’efficacia dell’assortimento da torrente, al quale aggiungeremo qualche chironomo da recuperare lentamente a matassina, imitazioni di formica alata e qual-


che piccola secca in cdc montata su amo del 18, da utilizzare nei momenti di calma piatta. Adesso che abbiamo visto come affrontare laghi alpini e torrenti, passerei a qualche cenno sul “dove” pescare. Visto che UPS gestisce 97 laghi naturali e 18 bacini artificiali oltre a parecchie centinaia di km. di torrenti, mi limiterò a qualche suggerimento, che vi dimostrerà che non è necessario essere grandissimi camminatori per potersi godere una bella giornata di pesca lontani dalla folla. Personalmente amo frequentare laghi che mi diano la possibilità di pescare anche in torrenti immissari oppure emissari; questo perché - specie nelle giornate soleggiate - il lago alpino offre le migliori possibilità all’alba ed al tramonto. Infatti spesso porto con me una canna e un mulinello in più, per potermi dedicare nelle ore centrali alla pesca nel torrente limitrofo. Laghi di facilissimo accesso, che offrono entrambe le possibilità di pesca, sono il Lago del Belviso, il Lago Prestone, il Lago d’Isola, il Lago di Livigno. Stiamo parlando si invasi raggiungibili comodamente in auto, e quindi piuttosto frequentati. M se nelle gambe avete almeno un’ora o meglio un’ora e mezza di autonomia, potrete raggiungere posti bellissimi. Per i moschisti, in Alta Valtellina partendo da

Arnoga, il Lago Viola, riservato alla sola pesca a mosca e incastonato in una conca bellissima, è un itinerario quasi obbligato. Guardando alla Valchiavenna invece, il Lago Emet e il vicino torrente Scalcoggia offrono la possibilità di trascorrere una bella giornata, affrontando un percorso abbastanza breve. Allungando un po’ la passeggiata, luoghi che cerco di visitare tutti gli anni sono il Lago Nero del Foscagno e la zona della Val Grosina, con i suoi numerosi laghi alpini e il torrente Roasco. Per quelli che hanno davvero buone gambe, a mio parere il lago del Truzzo e quello di Acquafraggia sono posti da vedere assolutamente. Qui l’ambiente è davvero di alta montagna e non possiamo fare sconti all’attrezzatura o evitare di consultare preventivamente il bollettino meteo. D’altra parte avremo la possibilità di catturare pesci di taglia davvero notevole. Non dimentichiamoci che il periodo ideale per la pesca nei bacini alpini è l’estate, guarda caso quello in cui le acque di Adda e Mera sono maggiormente alterate dallo scioglimento dei ghiacciai. Varrebbe quindi la pena di fare un piccolo sforzo e partire all’esplorazione di posti nuovi, che magari non offrono la trota record da postare su Internet ma vi permetteranno di vivere una giornata diversa, in totale simbiosi con la natura, cosa che dovrebbe essere il primo desiderio di ogni pescatore.

(Foto di Mauro Mazzo)

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T E C N IC H E DI P E SCA

Pillole

di adrenalina di Marco Caslini

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mprovvise scariche di adrenalina. È così che lo spinning diventa una passione che a fatica si distingue da una dipendenza. In Valtellina, tendenzialmente, la pesca a spinning è intesa come l’utilizzo di un artificiale, scelto a simpatia, lanciato per curiosità mista a disperazione in quegli attimi di nulla assoluto che caratterizzano la nostra meravigliosa attività alieutica. E così, dopo qualche tiro a vuoto, oppure dopo la perdita della montatura (incagliata in chissà quale ostacolo sul fondale), questa tecnica viene frettolosamente abbandonata, in favore di quelle tradizionali.

Questo abbandono comporta la rinuncia all’opportunità di vivere un’ esperienza indimenticabile: l’ attacco di una trota improvviso e selvaggio e l’energia dell’abboccata che giunge violentemente al braccio, trasmessa da filo e canna, possono regalare sensazioni ed emozioni difficilmente riscontrabili in altri momenti di pesca. A prima vista, lo spinning potrebbe sembrare una ripetizione casuale di lanci e recuperi in attesa di qualche trota suicida, ma è l’esatto opposto: ogni tiro è una storia a sé e sono necessari concentrazione e abilità. 

(Foto di Valter Bianchini)

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(Foto di Camillo Pasini)

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La scelta della tipologia di artificiale, la direzione del lancio in relazione alla corrente e alle caratteristiche dello spot, il recupero più o meno in profondità e l’azione che può essere lenta o vivace, continua o intervallata da pause e cambi di velocità, regolare o jerkata, sono variabili fondamentali che concorrono a determinare gli esiti della pescata. Oltre a dover possedere la consueta indispensabile esperienza e le informazioni riguardo

alle abitudini del pesce che ha intenzione di insidiare, il pescatore a spinning necessita anche di un’ ampia conoscenza del panorama di artificiali utilizzabili e di doti tecniche adeguate per poter sfruttare al meglio le peculiarità di ciascuno di essi. La chiave del successo sta tutta nel riuscire a trasformare l’artificiale da un oggetto inanimato in un irresistibile richiamo e sono quindi fondamentali, in ogni istante, la conoscenza


e il controllo della posizione e del movimento dell’esca. Il più delle volte non basta sfruttare il movimento “da impostazioni di fabbrica” dell’ artificiale per indurre il pesce all’aggressione: il giusto movimento del polso, il corretto posizionamento della canna e la sottile sensibilità indispensabile per assecondare i cambi d’intensità della corrente possono trasformare un cappotto in un’ esperienza adrenalinica. L’attrezzatura per la pesca a spinning si di-

scosta parzialmente da quella tradizionale. La canna, reattiva e maneggevole, ha lunghezza compresa tra i 2.10 metri e i 2.70 metri e deve garantire il corretto controllo dell’esca. Il mulinello non necessita di dimensioni eccessive, ma deve assicurare fluidità al recupero e resistenza per i combattimenti con esemplari di grossa taglia. Per quanto riguarda il filo in bobina si può scegliere tra il classico nylon e fili trecciati. La scelta varia a seconda delle esigenze del pescatore. Tendenzialmente il nylon garantisce elasticità e più scorrevolezza in fase di lancio e morbidezza nel recupero, la treccia permette un maggior controllo dell’esca, più precisione in fase di ferrata e maggior resistenza alla rottura a parità di diametro. Infine, indispensabili sono gli artificiali. Il mondo degli artificiali è immenso, tuttavia le esche più conosciute appartengono a quattro grandi famiglie: rotanti, ondulanti, minnows ed esche di gomma. Il più diffuso è il rotante, comunemente detto “cucchiaino”. Il recupero può essere lento o vivace e tendenzialmente avviene controcorrente. I vari tipi di rotanti differiscono tra loro per peso, colore, velocità di rotazione della paletta e resistenza alla corrente. Gli ondulanti, come suggerisce il nome, sono caratterizzati da un movimento ondulatorio che tenta di riprodurre l’avanzare di un piccolo pesce. Il recupero può essere uniforme o arricchito da improvvisi cambi di direzione e da brevi pause. L’abilità tecnica richiesta sale di livello, soprattutto in ambienti caratterizzati da assenza di corrente e acque cristalline come i nostri laghetti alpini. I minnows sono imitazioni più o meno realistiche di pesci. Sono realizzati in legno di balsa e possono essere galleggianti (floating) o affondanti (sinking) e a seconda del tipo di paletta hanno caratteristiche di nuoto differenti. Governare la loro azione in modo efficace 

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(Foto di Valter Bianchini)

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non è banale e richiede pazienza, capacità di osservazione e discrete competenze tecniche. In rete le principali case produttrici mettono a disposizione video che fungono da “istruzioni per l’uso” per i diversi tipi artificiali dai quali si può prendere spunto per utilissimi virtuosismi tecnici, tra cui la letale jerkata, ossia quel movimento rapido e improvviso impresso all’artificiale con la punta della canna. L’attacco del pesce è indotto per necessità di nutrimento oppure per territorialità: molte volte infatti l’artificiale viene aggredito per difesa del territorio più che per vera e propria fame. Una grossa fetta di mercato è rappresentata anche dagli artificiali in gomma, il cui utilizzo però, ad oggi, è vietato nella acque di Valtellina e Valchiavenna. Per chi volesse intraprendere questa tecnica di pesca è consigliabile, durante i primi approcci, l’utilizzo di rotanti. La loro azione classica non richiede eccessivi tecnicismi e sono ottimi strumenti per potersi impratichire con la gestione della profondità di recupero e degli attacchi delle prede. Gli artificiali hanno costi contenuti e con un po’ di caparbietà le trote sicuramente non

mancheranno. Chi è in cerca di emozioni forti, però, deve assolutamente ricorrere ai minnows. Aggressioni feroci e imprevedibili regalano esperienze da cardiopalma anche perché, non di rado, hanno come protagonisti pesci di taglia superiore alla media. Aggressione dell’esca, ferrata decisa, frizione che “canta” e violento inizio della fase di recupero avvengono nel medesimo istante e in un crescendo adrenalinico il pesce, dopo un energico combattimento, è a riva. Oltre alla componente emozionale, un ulteriore incentivo spesso sottovalutato per la pesca a spinning è dato dalla possibilità di praticare il catch&release: il rapido combattimento e l’utilizzo di amo singolo senza ardiglione agevolano il rilascio della preda e garantiscono la sua incolumità. Ottimi risultati si possono avere inoltre a seguito dei repentini cambi di portata e di colore cui l’ Adda ci ha abituati, quando cioè le tecniche di pesca tradizionali risultano poco efficaci. Ai pescatori impavidi non resta quindi che regolare la frizione del mulinello e provare…ma con attenzione: lo spinning causa dipendenza!


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STORI E D ’ AUTOR E

La buca e l’argine n i l e n e p el

“L’

Adda usciva e allagava tutto. Poi sono arrivati gli Austriaci e hanno costruito gli argini”. Tra gli antipasti e il piatto di taroz, nel bel mezzo di un pranzo in compagnia ad alto tasso di calorie e commensali vocianti, la conversazione cade lì, su quella dominazione che lasciò in eredità robusti muri di contenimento per i nostri fiumi e torrenti. “Ai tempi di Maria Teresa d’Austria si costruivano strade come quella dello Stelvio in cinque anni, tutto compreso – insiste il buongustaio che siede alla mia sinistra - Oggi, se tutto va bene, si arriva al progetto esecutivo. Ma ruspe al lavoro nemmeno a piangere!”. E così mentre addento un pezzo di salsiccia mettendo a dura prova fegato e digestione, mi ritrovo con quella lucida analisi su passato e presente di una terra, la Valtellina, che ha sempre dovuto fare i conti con l’acqua e i suoi cambi d’umore. “Mettere giù brodo nella macchina” – sentenziò nonno Cesare nel 1987 dopo che dal

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cielo era caduta pioggia a catinelle per una settimana, in piena estate. L’avevamo preso sottogamba. E lui: “Quando piove sulle cime in estate è meglio mettere brodo (benzina, Ndr) nella macchina e tenersi pronti a partire”. Lui un’alluvione l’aveva vista da piccolo e sapeva leggere i segnali premonitori. Pochi giorni dopo, gli abbiamo dato ragione: le cose sono andate come tutti sappiamo. Il 2014 è già nella storia: nevicate nel fondovalle fino ad aprile e soprattutto un’estate da dimenticare con una settimana di bel tempo a giugno, tre giorni di sole a luglio e due ad agosto. Per il resto, pioggia a sfinimento. La zona nord di Milano è andata sott’acqua tre volte con Lambro e Seveso usciti dai loro letti di cemento. A Genova, il Bisagno ha allagato la città, con buona pace dei ricorsi pendenti al Tar per lavori da fare e mai fatti. E su internet impazza il video della nonnina di 80 anni che in dialetto genovese manda tutti a quel paese perché si ritrova fuori casa per colpa di una frana. “Fa più notizia una buca tappata che la pulizia di un argine” – è la frase che viene ripetuta a sfinimento, come fosse un mantra, nei talk show. L’asfalto, si sa, diventa liscio come un biliardo in due casi: quando deve passare il Giro d’Italia o quando si avvicinano le elezioni. L’argine liberato dalle piante e dagli infestanti non si guadagna grandi spazi sui giornali. Ma qualcosa sta cambiando. Aumentano giorno dopo giorno i gruppi di volontari che si rimboccano le maniche per sistemare il greto del torrente vicino a casa. Rastrelli e motoseghe in pugno, scale per scendere dentro il letto del corso d’acqua. Tutto lontano dai riflettori. Unica concessione, una foto di gruppo che finisce su Facebook per fare vedere agli amici come si può cambiare il volto di un torrente. Senza bandiere, senza slogan, senza tagli del nastro. Ecco una cosa da salvare per l’anno nuovo: gli ambientalisti di fatto, non di facciata. Maria Teresa d’Austria ha fatto la sua parte, noi facciamo la nostra. Buon lavoro.


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IL P E RSO N A G G IO

Yvon

di Valter Bianchini

capitalista controvoglia per salvare il pianeta

(Foto di Valter Bianchini)

N

on si scappa, l’età adulta è il momento della disillusione. Cominci ad accorgerti che molte tra le ricche star che si battono contro la fame nel Mondo, a metà mattina stringono la mano al Dalai Lama e poi se ne vanno su un jet privato, molte ONG spendono più denaro per marketing e autoproduzione che non per salvare persone, e l’impegno nelle energie rinnovabili serve a società multimilionarie per comprare certificati verdi che gli consentiranno poi di fare business in settori molto remunerativi. Nonostante tutto continuiamo ad avere bisogno di credere

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nei sogni e di personaggi che li rappresentino. E quando uno dei miti del capitalismo responsabile più osannati a livello mondiale viene a pescare in Valtellina, beh questa è un’occasione da non perdere. Avevo letto la sua autobiografia “Let my people go surfing” qualche anno fa e ne ero rimasto affascinato, ma mai avrei potuto immaginare che un giorno mi ci sarei trovato a tu per tu. La persona che scende dal fuoristrada di Mauro Mazzo - suo amico e compagno di pesca - è Yvon Chouinard: alpinista e arrampicatore di fama mondiale, pescatore, kayaker, sur-


Chouinard,

fista ma non solo. Questo uomo tutto fare di origini franco-canadesi, trasferitosi in California con la famiglia nel 1947 all’età di nove anni, è anche, insieme alla moglie, il fondatore e proprietario di Patagonia, l’azienda che la prestigiosa rivista di business globale Fortune ha definito la più cool del pianeta. Di bassa statura e fisico robusto, 76 anni ma non li dimostra, abbronzato e abbigliamento casual “molto usato”, colpisce da subito per la sua cordialità e straordinaria semplicità, non ricorda affatto il classico yankee un po’ spaccone dell’immaginario collettivo, 


Yvon Chouinard nel 1973 (Foto Patagonia) A destra: Chouinard sulla parete di El Capitan nel 1964 (Foto di Chuck Pratt)

L’officina negozio di Chouinard a Ventura (CA) nel 1966 (Foto di Tom Frost)

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si potrebbe al più scambiarlo per un simpatico nonno come ne incontri tanti a passeggio. Chouinard è appena reduce dalla traversata atlantica ma non vede l’ora di andare a pescare, dice che si riposerà in questo modo. Nell’atrio della nostra sede si imbatte nelle fotografie appese al muro della buonanima del Andrea Della Bosca con la canna in bamboo in spalla e, indicandola, esclama: “usava la tenkara!”. Che poi guarda caso è l’antichissima tecnica

di pesca a mosca alla quale ha dedicato il suo ultimo libro e che consisteva nell’utilizzare esclusivamente una canna senza mulinello e una lenza in crine di cavallo a cui legare le moschette. Commenta stupito anche le immagini delle enormi trote lacustri che risalivano l’Adda dal lago di Como. Gli dico che tanti anni fa la costruzione di una diga ha rotto quell’incantesimo. Una delle tante “dannate dighe” - come le definisce lui che ci ha speso una vita contro - fino al punto di investire una montagna di dollari in una campagna di opinione che alla fine ha costretto il suo governo a buttarne giù una, la grande Edwards Dam, consentendo in tal modo la rinascita del fiume e il ritorno dei salmoni. Ma anche spenderne altrettanti per produrre il recente bellissimo documentario “DamNation”, che denuncia l’antieconomicità di strutture siffatte a fronte dei gravi danni ambientali causati. E sì, perché quando gli dico che in Valtellina, di dighe, ne abbiamo sopra le nostre teste cinquantotto, lui sorride amaramente e per nulla stupito mi informa che negli Stati Uniti, escluse quelle minori, loro ne hanno 


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Yvon Chouinard con la moglie Malinda e il figlio nel 1975. Sullo sfondo la parete El Capitan (Foto Patagonia)

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80 mila di cui oramai migliaia in disuso. Chouinard si fermerà una settimana in Italia, pescando e lavorando, perché da quando è in affari metà del suo tempo lo dedica agli sport che ama, l’altra metà incontrando i suoi manager in giro per il mondo. Non è che la cosa lo entusiasmi granchè, infatti è nota la sua filosofia in proposito, la chiama “gestire in assenza”, che poi sta a significare che lui se ne va in giro anche per mesi testando di persona i suoi prodotti e i suoi dipendenti devono sapersela cavare. In piccola parte conosce già la Valtellina per aver arrampicato in Val di Mello negli anni ‘70 con Alessandro Gogna: “Io ero spericolato, ma lui lo era ancora di più” ebbe a confidare a Mauro. E proprio grazie a lui da qualche anno ha scoperto che nel nord Italia non ci sono solo pareti da scalare, ma anche fiumi per pescare. Nel suo ultimo libro ammette di non averlo mai ritenuto possibile. Abituato a rifugiarsi nei grandi spazi incontaminati che restano a questo mondo, dal Nordamerica alla Terra del Fuoco, non si sarebbe mai immaginato che nell’Adda, ferita da arginature artificiali, briglie e traverse, stretta nella morsa di una

edificazione spesso insensata, vi potessero essere trote e temoli di dimensioni anche ragguardevoli. Adesso che lo sa, quando viene in Europa e il tempo glielo consente, fa un salto in Valtellina dove ha scoperto anche il valore aggiunto di pizzoccheri, polenta e bresaola, e in più delle nostre cantine che dalle sue parti, nella Napa Valley, così belle se le sognano. Insieme sul fiume la domenica mattina osservo: “Yvon, oggi ci sono tanti pescatori”. Mi risponde:” Perché, non si lavora in Italia il lunedì?”. Chouinard è così, ho la conferma di quel che dicono di lui, è proprio un uomo libero di testa. Non porta orologio, non ha lo smartphone, quando è in giro per il mondo a rassicurare la moglie a casa ci devono pensare i compagni di viaggio. Che sia anche un pescatore “vero” ci vuole poco a capirlo. Giubbetto superusato e scarponi consumati rendono l’idea di uno che pesca appena può, cioè molto. Capisci al volo che non lo devi disturbare più di tanto perché pesca con determinazione, senza dire una parola che non sia la richiesta di un consiglio all’amico sulla ninfa da usare o un breve commento. Non si siede a riposare, non si perde in chiacchiere tanto per far passare il tempo. Penseresti che uno così, che gira il mondo inseguendo i più bei pesci esistano, in fondo si potrebbe permettere di prendere la pesca alla trota o al temolo con una certa sufficienza, magari in attesa che venga l’ora della cena che si gode nella solita ottima trattoria tra i vigneti del tiranese confuso tra gli altri avventori. Invece no, lo vedi fare smorfie di disappunto anche quando perde pesci di modeste dimensioni. La percezione del rischio dei grandi alpinisti è un po’ diversa da quella dei comuni mortali e Chouinard è famoso anche per la sua freddezza nelle situazioni difficili. Non smentisce questa fama quando si immerge nella corrente forte di un sottoriva per liberare la lenza e lì ci resta, impassibile, come se avesse i piedi piombati, fin quando non ci riesce. Mentre io lo guardo allibito e preoccupato, Mauro scuote la testa e mi dice che non si può nemmeno invitarlo alla prudenza se no si incavola, deve sentirsi libero di fare ciò che vuole. Quella libertà che è la prima regola anche al suo quartier generale a Ventura, California: se c’è l’onda giusta i dipendenti vanno a fare surf in orario d’ufficio. Se la “sua gente” è libera lavorerà meglio e sarà stimolata a raggiungere gli obiettivi. 


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Yvon Chouinard e Valter Bianchini, presidente UPS. (Foto di Adamo Corvi)

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Yvon ha sempre vissuto con grande semplicità mirando solo alla sostanza. Come le sue idee, e la sua azienda fondata sull’innovazione e l’alta qualità dei prodotti, la prima in materia di business ecocompatibile, che vanta oggi un fatturato di 320 milioni di dollari: «Sono un imprenditore da quasi cinquant’anni. Mi riesce difficile pronunciare queste parole, come per qualcuno ammettere di essere un alcolista o un avvocato. Non ho mai stimato questa professione”. Esordisce così in “Let My People Go Surfing”. Invece, suo malgrado, è diventato proprio un grande imprenditore. Nonostante gli affari, Chouinard ha speso gran parte della vita nella natura: “Io non ho mai comprato una tenda fino a 40 anni, potrei sempre trovare una grotta, o un albero, o stare fuori al vento” rispose a un amico di spedizione stupito di quanto poco portasse con sé. Da giovane imparò a conoscere la montagna addestrando falchi: lui e i suoi amici la scendevano con le corde per raggiungere i nidi. Poi cominciarono a divertirsi nel risalirla e nel giro di qualche anno divenne uno dei pro-

tagonisti dell’età dell’oro delle scalate nella Yosemite Valley. Ai tempi capitava che sparisse dalla circolazione e i suoi familiari non sapessero dove si fosse cacciato. Lo capirono il giorno in cui una troupe televisiva inquadrò dall’elicottero l’impressionante parete verticale di El Capitan, dove lui se ne stava appollaiato in un’amaca. A fine anni ‘50 imparò il mestiere di fabbro e iniziò con il forgiarsi da solo i chiodi da arrampicata, li caricava in auto e li vendeva alla base delle pareti rocciose. La sua attrezzatura ebbe presto successo, grazie alla qualità dell’acciaio, tanto che nel 1964 fondò con un amico la società Chouinard Equipment, che divenne il più grande venditore di materiale da scalata degli Stati Uniti. Però, i due ben presto si resero conto che quel tipo di chiodi rovinava la roccia. “All’inizio degli anni ‘70 - ricorda Chouinard nei suoi scritti - decidemmo quindi di sospendere la produzione per proporre, due anni dopo, attrezzature per l’arrampicata pulita, che si mettono e tolgono semplicemente con le mani senza danneggiare le pareti, con la volontà di


rispettare l’integrità della roccia”. Ancora oggi questo tipo di materiale è all’avanguardia. Le stesse idee di ecologia hanno poi spinto Chouinard, all’età di 35 anni, a fondare Patagonia, allargando gli affari alla produzione di vestiario ecocompatibile per l’outdoor tramite l’utilizzo del cotone organico e delle fibre ricavate dalle bottiglie di plastica usate. Una vera scommessa, perché i capi così prodotti costano di più ma il mercato lo ha premiato decretando il successo del marchio. La cosa incredibile è che quando iniziò insieme ai suoi collaboratori - nessuno dei quali aveva una benchè minima infarinatura di economia - non volevano fare soldi ma solo divertirsi inventandosi giorno per giorno il lavoro che più li appassionava. E che sia un capitalista molto sui generis a capo di una grande azienda dalla filosofia altrettanto originale, lo testimoniano anche le scarsissime campagne pubblicitarie che non invitano certo all’acquisto. Quante aziende avrebbero il coraggio di scrivere sul proprio catalogo: «Più sai, meno attrezzatura ti serve» oppure la frase di Thoreau «Diffida delle imprese che richiedono vestiti nuovi”. Solo furbizie del marketing dirà qualcuno, ma così non pare proprio. L’azienda, che per precisa scelta non è quotata in borsa, devolve non meno dell’1% del fatturato annuo a progetti ambientali, quasi 7 milioni di dollari nel solo anno fiscale 2014. Da un’iniziativa di Chouinard è nata anche “For the Planet”, un’associazione di imprese che sovvenzionano organizzazioni ambientali in tutto il mondo, comprano foreste per sottrarle al disboscamento, grandi aree per proteggervi gli animali e campagne a difesa delle specie in pericolo. “Per me – dice - la soluzione ai problemi della Terra è semplice: dobbiamo fare qualcosa, se non possiamo farlo direttamente, dobbiamo mettere mano al portafoglio. Il momento più traumatico è quando si firma il primo assegno, ma sapete una cosa? Il giorno seguente le cose vanno avanti: il telefono continua a squillare, il mangiare è in tavola e il mondo è un po’ migliore”. Infatti Chouinard dichiara ai quattro venti che Patagonia esiste per fare qualcosa di buono, per fare soldi e darli a chi lavora per salvare il pianeta, per dimostrare che anche il business può essere fatto in modo corretto. E lui vuole che si sappia: “Sono in affari solo per salvare la Terra. Sarà il sistema intero a fare bancarotta se non diventerà verde».
 Ecco, magari ne nascesse uno così in Italia, anche solo per sbaglio.

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L E TTI P E R V OI

Come imparare a pescare a mosca in un’ora ...e prendere i pesci di Marco Corengia

Da sinistra Mauro Mazzo, Craig Mathews, Yvon Chouinard (Foto di Patagonia)

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ick Lyons e Yvon Chouinard si conoscono da anni. Il primo è l’editore di libri dedicati alla pesca a mosca più importante degli Stati Uniti; il secondo è riuscito a costruire un’azienda – Patagonia – leader mondiale nell’abbigliamento tecnico sportivo. Oltre che la passione per la pesca, in comune i due hanno avuto una vita tanto fortunata che vincere o perdere una scommessa non avrebbe aggiunto o tolto nulla al loro presente. Forse è proprio per questo che - quattro anni fa - si sono stretti la mano e hanno determinato la misura del successo senza nascondersi: Quota 5mila. Coi tempi che correvano, 5mila copie per un nuovo libro sulla pesca a mosca erano per Lyons il massimo che ci si potesse aspettare.

Oggi, dopo nemmeno un anno dalla sua uscita, solo negli Stati Uniti Simple fly fishing di copie ne ha vendute più di 25mila. Altre 5mila ne ha vendute in Giappone e adesso aspetta di essere tradotto e distribuito anche da noi. A scriverlo sono stati in tre, Chouinard che si è occupato di pesca a sommersa, il nostro Mauro Mazzo ha approfondito la sezione dedicata alla ninfa e Craig Mathews per la secca. “L’idea che avevamo in testa – ci dice Mauro – era di avvicinare la gente alla pesca a mosca. Il nostro è un sistema di pesca erroneamente percepito come elitario e costoso; per il quale occorrono tempi di apprendimento lunghissimi. Volevamo demolire questi preconcetti e dimostrare che in un’ora si può cominciare a pescare a mosca e prendere i pesci”. E la tecnica che gli autori scelgono e quella


della tenkara – interpretazione giapponese molto vicina alla nostra Valsesiana – proprio per la sua immediatezza. In pratica si tratta di una canna fissa, uno spezzone di nylon come finale e un artificiale legato in punta; niente mulinello, coda di topo e relative tecniche di volteggio. “Negli Stati Uniti come da noi, la pesca sta subendo un costante calo di praticanti, i giovani preferiscono altri sport. Volevamo che chiunque potesse imparare in fretta, in maniera facile e senza dover mettere sul piatto un budget importante. Se il primo problema era il lancio, la strada più efficace era la più semplice e ovvia, eliminarlo”. E la cosa che più colpisce di Simple Fly Fishing è proprio questa ricerca della semplicità, questo mirare all’essenziale senza perdersi in orpellosi tecnicismi. “Per me – dice ancora Mazzo – è stato uno sforzo incredibile. Avevamo suddiviso il tema in tre grandi aree tematiche, a ognuno la sua. Solo quando è stato il momento di consegnare le bozze mi sono accorto che avrei dovuto condensare le mie 90 pagine in 30. Da una parte volevamo mirare alla semplicità, ma sapevamo anche che – più che una tentazione – perdersi nei tecnicismi sarebbe stato un riflesso condizionato. È per questo che abbiamo voluto affidarci a 3 editor che di pesca non ne sapessero nulla. Siamo abituati a dare per scontate un sacco di cose, ma ricordiamoci sempre che - a parte noi - per il resto del mondo la “coda di topo” è la coda del topo! Più che uno sforzo di scrittura si è trattato di un esercizio spirituale Zen”. Ma il libro vuole anche richiamare l’attenzione sui temi della conservazione ambientale e della rilevanza politica che la pesca potrebbe far pesare. “L’equazione è piuttosto ovvia: più siamo più contiamo. Dividerci non serve a nulla. Negli Stati Uniti i pescatori sono circa 28 milioni, di cui circa 10 milioni quelli che pescano a mosca. La conservazione ambientale e il recupero degli ecosistemi già alterati devono essere un obiettivo comune non eludibile”. È anche per questo che i proventi del libro – che non a caso ha riscosso l’interesse di un gran numero di non praticanti, oltre a trovare spazio anche sulle colonne di quotidiani prestigiosi e lontani dal mondo della pesca, come il Wall Street Journal o il New York Times – sono devoluti interamente ad associazioni impegnate nella difesa dell’ambiente.

Un binomio - quello tra pesca ed ecosistemi fluviali – talmente radicato che l’iniziativa editoriale è stata promossa attraverso corsi di pesca a mosca sparsi in tutto il territorio americano ai quali hanno partecipato centinaia di donne e bambini. Un successo tale da suggerire agli autori di proporre l’iniziativa ad alcune scuole degli Stati Uniti. Ma se Simple Fly Fishing attraverso la tenkara vuole essere una sorta di introduzione alla pesca a mosca in grado di indirizzare il neofita su come, dove e quando avvicinarsi al fiume, il libro è anche una raccolta pragmatica di tutte quelle “techniques for rod and reel” che tanti pescatori navigati danno per scontate ma delle quali a volte non sono pienamente consapevoli. “Pescando a ninfa da parecchi anni mi sono reso conto di come molti diano per scontate delle dinamiche tutte da approfondire, come la velocità della ninfa durante la passata, condizionata - al pari della secca nella presentazione a galla - dal dragaggio esercitato dalla corrente sul diametro del terminale. Abbiamo voluto essere concreti pur senza rinunciare a un approccio scientifico alla materia. Per capire le dinamiche di un processo ed influenzarne l’evoluzione bisogna conoscerne le cause”. E la cosa più divertente è che – in mezzo a tanta America – fa capolino anche un po’ di Valtellina; quella che uno stupito Yvon Chouinard racconta nel suo Minestrone Hatch, dove viene accompagnato a pescare da Mauro Mazzo nella scia di segretissimi scarichi bianchi che riversano in Adda l’acqua utilizzata per lavare i piatti appena dopo l’ora di pranzo. Un segreto che da Sondrio e dintorni adesso ha cominciato a fare il giro del mondo.

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V ITA ASSOCIATI V A

L’Associazione Pesca Livigno: un esempio da seguire di Marco Corengia

Le foto di questo articolo sono dell’Associazione Pesca Livigno

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on devi partire da Milano per accorgertene: per arrivare a Livigno ci vuole un mare di tempo. Puoi passare dal Foscagno o dalla Forcola, ma tre ore di macchina le devi mettere in conto. Per accorgersi che a Livigno la pesca non sia una questione per vecchi invece bastano 5 minuti soltanto. Quelli che passano dalle strette di mano di rito a quella che il segretario e fondatore dell’associazione di pescatori Franco Confortola definisce la loro arma vincente: “qui il segreto è il turn-over. Rinnovare le cariche vuol dire rinnovare i punti di vista. Altrimenti la gestione diventa routine e va avanti per inerzia. I giovani portano idee nuove; alcune ricche

di spunti e altre meno. Noi vecchi dobbiamo fare da traghettatori, incoraggiare i nuovi e guidarli forti della nostra esperienza”. In pratica è come se fossimo già oltre la retorica dei rottamati e dei rottamatori; a Livigno il ricambio generazionale è inteso come un volano per la crescita. E allora quell’incontro ti verrebbe voglia di registrarlo e farlo vedere a tutti quelli che quando pensano alla pesca - si immaginano il vecchino seduto sul fosso, con i cagnotti tra i piedi e lo sguardo spento sul galleggiante. Si perché a Livigno il presidente è Bruno Negri, che con Confortola condivide passione e capelli bianchi, ma tutti e due vanno fieri che il vice – Federico Galli – di anni ne abbia 30 e che


all’interno del consiglio ci siano altri giovani, con età che spaziano dai 22 ai 32 anni, fatto anomalo paragonato ad altre realtà. Giovani che nell’associazione portano idee ed entusiasmo che non si immaginavano nemmeno. Federico e i suoi, che quando le idee non bastano in associazione ci mettono tempo, braccia e gambe; visto che in sette hanno conseguito il patentino di guardiapesca volontario e aspettano solo di essere spedito sul territorio a controllare che nessuno faccia il furbo. Come tutte le cose che funzionano davvero, il successo dell’associazione dei pescatori di Livigno è misurabile e riconducibile a numeri precisi: se è vero che a livello nazionale il numero dei pescatori praticanti è in calo continuo, qui la tendenza è diametralmente opposta. Quattro anni fa i bambini iscritti erano 17 e gli adulti 34, oggi sia i primi che i secondi sfiorano la novantina. E un risultato di questo tipo non è figlio del caso. Alle spalle c’è un lavoro continuo basato sul coinvolgimento dei più piccoli. Ci sono corsi di introduzione alla pesca dove si insegnano i fondamentali necessari a mettere un bambino in grado di pescare subito, si insegnano a costruire le montature per la pesca al tocco o i primi rudimenti per assemblare le

prime esche artificiali. Che stupisce è proprio questo: in un paese dove a trent’anni sei troppo giovane, a quaranta devi farti le ossa e a cinquanta ormai è tardi per tutto e dovevi muoverti prima, qui quando parlano di bambini si mantengono fedeli al vocabolario. Il sabato i genitori recuperano i ragazzini fuori da scuola e li portano sul fiume. Al resto ci pensa il passaparola. E invece di ebola a febbre emorragica a diffondersi a Livigno e la voglia di andare a pesca. Che in estate anche lei si trasforma in febbre, come a inizio giugno, quando l’associazione organizza una gara per bambini dove i più grandi aiutano i più piccoli, che tanto già questo è un bel risultato, e chi prende più pesci alla fine non importa a nessuno. O la Pescheda della terza domenica di agosto, che vuol dire pesca per tutti, turisti compresi. Purchè si socializzi. Anche se la vittoria più bella forse si chiama “Livigno Pulita”, la giornata ecologica che l’associazione inaugurò negli anni ’80 e adesso è sostenuta dal comune e coinvolge più di 500 persone, impegnate a ripulire l’alveo del fiume e denunciare scarichi e abusi di tipo  ambientale.

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Ma Livigno è anche una sorta di laboratorio al quale potrebbero guardare enti e istituzioni per farsi un’idea di cosa potrebbe dare la pesca al comparto turistico. Qui il dialogo con l’Associazione di Promozione Turistica è continuo e la pesca è vissuta come un’opportunità capace di arricchire l’offerta del territorio. Una partnership che ha fatto di Livigno un esempio dove si è concretizzata – forse senza nemmeno rendersene conto – un’istanza che in Italia sta cominciando a farsi sentire in maniera sempre più prepotente: l’istituzione della guida di pesca ricreativa.

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In accordo con APT e UPS, l’associazione ha ottenuto la possibilità di navigazione sul lago; e ogni mercoledì mattina d’estate si organizzano uscite di pesca con la barca accompagnati da pescatori esperti. Iniziativa riproposta con uscite di pesca sul fiume Spool o sui laghi alpini. A promuovere questa opportunità ci pensano gli albergatori, che di fatto affidano i loro clienti a guide volontarie fornite dall’associazione. E se i 70 bambini/turisti del 2013 o i proventi dei permessi di pesca giornalieri sono dati già acquisiti, il futuro è ancora tutto da scrivere, ed è fatto di progetti pionieristici. A suggerirli sono le richieste che i turisti avanzano alle strutture alberghiere che li ospitano. Come l’eli-pesca, che farà storcere il naso agli appassionati di trekking ma sembra solleticare le voglie di chi vorrebbe raggiungere comodamente i laghi alpini del comprensorio. Niente in confronto al sogno – neanche troppo segreto - dei russi che arrivano a Livigno nel periodo invernale: la pesca nel ghiaccio. Che quando Fabiano Lazzeri dell’albergo Bellavista me lo racconta, e mi dice di quanti glielo domandano all’inizio un po’ ci credo e un po’ no, “ma sai che cinema sarebbe la pesca in igloo?”


Dal 1° agosto 2013 il Lago di Livigno è finalmente navigabile! Si tratta di un’importante novità per la stagione estiva di Livigno che apre l’offerta turistica agli sport acquatici come kayak, kitesurf, sup, windsurf, canottaggio e barca a remi (in generale alle imbarcazioni non a motore fino

a 6 metri di lunghezza e 1,5 metri di pescaggio). Il Lago è navigabile ma non balneabile. Livigno, un turismo di sportivi per passione, per tutti coloro che sono alla ricerca di una vacanza attiva inserita in un contesto paesaggistico di assoluto valore.


A P P RO F O N DI M E N TI

Il brentino P di Ivan Parolo

robabilmente molti dei giovani amici pescatori non sanno nemmeno di cosa stiamo parlando e anche i meno giovani lo conoscono poco o se lo sono dimenticato. In un’epoca di banda larga, wi-fi, connessioni ultra veloci parliamo di uno “strumento” molto semplice, usato nell’ottica del massimo rispetto della natura e dei suoi tempi lunghi. Stiamo parlando di un contenitore in alluminio, a forma di “brenta” appunto, con un coperchio e con due bretelle per il trasporto sulle spalle. Serve per trasportare il novellame di trota per le semine in luoghi difficilmente accessibili in altro modo. L’organizzazione di una semina con il brentino potrebbe apparire un’operazione banale, ma ci sono aspetti che - se trascurati o lasciati al caso - condizionano pesantemente il risultato finale. Prima di mettere i pesciolini nel brentino, prelevandoli dalla vasca ben ossigenata istallata sulla jeep, si inserisce nello stesso un apposito sacco di plastica trasparente che viene riempito d’acqua. Questo ha una duplice funzione: la più importante sicuramente è che, con apposita bombola, si cerca di arricchire un po’ l’acqua contenuta nel sacco con quell’ossigeno che garantirà un ambiente più accogliente ai pesci stressati dal trasferimento. Secondariamente, chiudendo il sacchetto, ci si bagnerà meno le spalle. Fatto questo, via di corsa verso la destinazione. Ovviamente meno ci si impiega e meno stressate saranno le trotelle. Se il tragitto è lungo o la temperatura ambiente elevata è necessario, dove possibile, fermarsi e cambiare l’acqua in modo da ossigenarla e rinfrescarla. Arrivati al torrente, di fondamentale importanza sarà dare agli avannotti il tempo di ambientarsi alla nuova temperatura evitando lo shock termico che per loro sarebbe fatale. Bisogna quindi inserire nel brentino l’acqua fresca del torrente stesso, che sarà ben presto la loro nuova casa. Importante poi è rilasciare le trotelle delicatamente in acqua, in zone di pochissima corrente, evitando però le buche profonde dove qualche “vecchia” le prederebbe sicuramente vanificando lo sforzo. In tutto questo la fatica non manca. Il peso

(Foto I. Parolo)

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dell’acqua sulle spalle non è indifferente, si cammina sempre in salita e bisogna continuare a caricare e scaricare il brentino per seminare un tratto il più lungo possibile, rispettando però sempre i tempi, altrimenti i nostri pesciolini non ce la farebbero a superare il trauma. Alla fine si ritorna stanchi, ma per un pescatore vero è un’esperienza intensa, un altro aspetto che completa la passione per la pesca. E poi questo sforzo, se fatto con tecnica e amore, ci ripagherà con dei bellissimi pesci nel futuro. È auspicabile quindi che, a prescindere da potenti 4x4 ed elicotteri ovviamente insostituibili, questa tradizione si conservi e continui ad essere alimentata dalla passione dei pescatori. Ci sono fortunatamente diverse realtà in provincia dove tutti gli anni diversi volontari dedicano alcune giornate a queste bellissime iniziative. Si accettano sempre nuovi candidati per coadiuvare l’attività del nostro Corpo di Vigilanza. Più che per dovere ve lo dico proprio come augurio. (Foto UPS)

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P E SCA E SCI E N Z A

N (Foto di Marco Viganò)

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el corso del 2013 e del 2014 ho avuto la possibilità di coordinare un gruppo di tecnici, ittiologi, idrobiologi e naturalisti, per indagare in merito alle presunte pressioni esercitate da salmonidi alloctoni, immessi adulti già di una taglia “pronto pesca” o da “trofeo”, su ciprinidi autoctoni in alcuni fiumi e torrenti del bacino padano ricadenti nell’Appennino genovese.

Non vi nascondo l’entusiasmo nell’affrontare questa ricerca poiché in giro si sentono tante campane, e studi di questo tipo non ne erano ancora stati fatti, contestualmente su fiumi e torrenti diversi, a livello nazionale. Non vi nascondo nemmeno che sono partito con qualche personale pregiudizio, ma di ciò non voglio svelarvi ancora nulla. Nelle acque interne della Liguria, le province


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Studio sulle interazioni tra salmonidi adulti di origine zootecnica e ittiofauna nativa Il caso dell’Appennino Genovese di Pier Paolo Gibertoni

possono autorizzare la costituzione delle cosiddette riserve turistiche individuate nelle zone a carattere ciprinicolo o misto ciprinicolo/salmonicolo e in esse viene esercitata la pressione di pesca più intensa. In questo senso rivestono anche importante funzione di richiamo turistico-pescasportivo. Secondo la Carta Ittica, allo scopo di far fronte all’entità dei prelievi in tali corsi d’acqua, sono con-

sentite immissioni di salmonidi adulti pronta cattura; il materiale “pronta pesca” in queste acque può appartenere alle specie trota fario, trota iridea e salmerino di fonte. Proprio in merito all’utilizzo del salmerino e della trota iridea, l’ufficio pesca della provincia di Genova ha richiesto ai gestori delle zone turistiche di pesca l’esito di approfondimenti ittiologici finalizzati a rilevare eventuali effetti

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(Foto di UPS Sondrio)

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negativi delle immissioni sulla fauna acquatica nativa, con particolare riguardo allo stato di conservazione delle specie ittiche tutelate dalla direttiva 92/43/CEE appartenenti alla comunità ciprincola o mista-ciprinicola tipica di quella fascia fluviale, quali vaironi, cavedani barbi e lasche. Per l’individuazione degli eventuali effetti negativi è stato predisposto un piano di campionamento ittiologico in tre corsi d’acqua nei quali sono presenti le riserve turistiche del torrente Aveto, del fiume Trebbia e del torrente Scrivia. Per ciascun corso d’acqua si è deciso di individuare almeno due stazioni di campionamento di cui almeno una all’interno della riserva turistica e almeno un’altra fuori dalla riserva turistica. La scelta dei siti in cui effettuare i campionamenti ittiologici è stata fatta a miglior giudizio dell’esperto, in modo da interessare ambienti acquatici omogenei e confrontabili, con caratteristiche macro-ecologiche simili,

tali da garantire l’osservazione del maggior numero possibile di specie ittiche. Al fine di avere la maggiore omogeneità possibile, l’individuazione delle stazioni è stata guidata dalla necessità di porre le stazioni di campionamento di “controllo” all’esterno dei tratti gestiti a zone turistiche di pesca non troppo lontane dalle riserve, ma al contempo abbastanza distanti da non essere influenzate dalle pratiche di gestione delle stesse. Si sono così individuate 3 stazioni sul fiume Trebbia e sul torrente Scrivia, di cui una sita dentro la riserva e le altre due fuori, una a valle e una a monte, e 2 stazioni di campionamento sul torrente Aveto, dentro la riserva e a monte. In tutto i siti interessati dalle attività di indagine sono stati 8. Nelle stazioni di campionamento sono state effettuate indagini di tipo quantitativo nei confronti dell’ittiofauna, nel rispetto delle metodologie indicate dall’ISPRA (2007), in modo da poter ricavare informazioni utili circa la composizione e lo stato di conservazione


delle comunità. Lungo i tratti interessati dai campionamenti gli esemplari catturati sono stati pesati (mediante una bilancia elettronica con precisione ± 1 g) e misurati (in termini di lunghezza totale, attraverso l’impiego di un ittiometro con precisione ± 1 mm). Sulla base dei dati raccolti è stato possibile elaborare e valutare la struttura di popolazione ed effettuare lo studio dei valori di densità (N° ind./m2) e concentrazione (g/m2) attraverso il “metodo delle catture successive”. Nell’ambito delle elaborazioni è stato infine calcolato il fattore di condizione “K di Fulton” come indicatore dello stato di salute, indice di “corposità”, di ciascun individuo appartenente alle diverse specie e le regressioni peso-lunghezza con azioni di correzione e smorzamento dei fattori variabili, quali le differenze tra gli ambienti fluviali e la gestione delle riserve. I risultati delle indagini ittiologiche relative ai singoli bacini idrografici e l’analisi complessiva dei dati ha rilevato che non ci sono, in nessun caso, impatti negativi sulla presenza e sullo stato di salute delle specie native nei tratti dei corsi d’acqua ricadenti all’interno delle riserve di pesca turistiche rispetto a quelli fuori dalle riserve. Sebbene la predazione e la competizione siano i due fenomeni ecologici ai quali sarebbe potuto essere imputato un teorico - ma non riscontrato - danno alle specie native, la lettura e l’elaborazione dei dati raccolti non ha consentito di rilevare alcuna anomalia che possa giustificare la presenza di tali fenomeni all’interno delle riserve turistiche, tratti interessati da sistematiche e frequenti immissioni di salmonidi “pronto pesca”. Qualora le popolazioni delle specie native fossero minacciate da pressione predatoria da parte dei salmonidi immessi nelle riserve, si sarebbe dovuta riscontrare all’interno delle riserve una minor rappresentanza, in termini quantitativi e qualitativi, della comunità composta da ciprinidi e gobidi. In questo studio, che integra i dati provenienti da più corsi d’acqua, l’elaborazione statistica non ha evidenziato differenze significative fuori e dentro le riserve tra biomasse di ciascuna specie. In aggiunta, i valori più elevati di biomassa per ciprinidi e gobidi sono stati riscontrati proprio all’interno delle riserve di pesca. Questi risultati sono in accordo con studi effettuati da alcuni autori transalpini che suggeriscono che le comunità ittiche europee

non sono sature e che qualche nicchia ecologica potrebbe rimanere vacante, rendendo possibile il fatto che, in alcuni casi, una specie aliena introdotta possa non avere effetti negativi sulla fauna ittica nativa. Il confronto tra le biomasse e tra gli “indici di condizione” suggeriscono che la pressione predatoria e la competizione dei salmonidi immessi ai danni delle specie non salmonicole native siano nulle o quantomeno trascurabili. Anche un recente studio effettuato lungo il medio corso del fiume Piave, che ha riguardato l’esame dei contenuti stomacali di 195 trote iridee adulte immesse e catturate con tecniche di pesca sportiva, ha illustrato come solo un limitatissimo numero di esemplari, pari al 4,1% degli animali esaminati, presentasse un contenuto stomacale costituito anche da resti di pesci, ad ulteriore conferma di un ridotto impatto predatorio sulle comunità native. La generale tendenza, al netto della biomassa salmonicola, di una maggiore produttività ittica delle altre specie native all’interno delle 

(Foto di Mauro Mazzo)

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riserve può apparire sorprendente. Ritengo possibile spiegare questa tendenza con il fatto che probabilmente una maggior presenza di pescatori, assicura un presidio sul corso d’acqua quasi permanente, un deterrente efficace nei confronti degli uccelli ittiofagi che nell’ultimo decennio sono in grande espansione demografica e che sono avvistati in maniera sempre più consistente nei bacini idrografici interessati dallo studio. Salmerini di fonte e Trote Iridee, immessi da adulti, danno risultati eccellenti ai fini alieutici. Gli individui immessi sono prelevati dai pescatori nel giro di pochi giorni, se non ore, sono quindi soggetti a un continuo turnover che impedisce ai singoli individui, cresciuti in vasca e alimentati con mangimi in pellet industriali, di avere il tempo di integrarsi efficacemente nella rete ecologica del corso d’acqua determinandone una scarsa attitudine alla predazione, nonché alla competizione alimentare e territoriale. Dimostrazione di questo rapido turnover è il fatto che nei campionamenti effettuati anche a pochi giorni di distanza dalle ultime semine, in relazione alla quantità di materiale immesso, sono stati catturati pochi individui. Quasi tutto il materiale immesso era stato prelevato dai pescatori all’interno delle riserve, e nessun salmerino è stato catturato fuori dalle riserve medesime. Il confronto tra gli indici di “corposità” degli individui appartenenti alle specie non salmonicole ha dimostrato che i pesci che vivono all’interno delle riserve dimostrano uno stato di salute e di nutrizione uguale o maggiore rispetto ai pesci campionati fuori dalle riserve, in condizioni ambientali, idrologiche e morfologiche omogenee. In questo senso spicca il dato del vairone, che nell’elaborazione statistica generale, al netto delle caratteristiche individuali di ciascun fiume, presenta un “indice di corposità” significativamente più alto all’interno delle riserve. Questi dati escludono quindi la possibilità che le specie native della comunità non salmonicola siano minacciate dalla competizione alimentare dei salmonidi zootecnici immessi all’interno delle riserve. Per quanto riguarda le capacità riproduttive del salmerino di fonte e della trota iridea è concreto affermare che nella gestione stessa delle zone turistiche di pesca, con frequenti immissioni di materiale adulto cresciuto in vasca che va incontro a un rapido turnover, non vi siano le potenzialità biologiche affinché

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le specie possano riprodursi efficacemente, né stabilmente. Si ritiene invece non opportuna la semina di trote fario poiché in grado di incrociarsi con i salmonidi nativi. In conclusione, i dati sull’abbondanza, composizione e stato di salute delle specie dentro e fuori le riserve impongono di rifiutare l’ipotesi che le immissioni di individui adulti di salmerino di fonte e trota iridea nelle aree d’interesse di questo studio, abbiano un effetto negativo sulle specie native a causa di predazione o competizione alimentare e territoriale. Ovviamente i risultati di questo studio non debbono giustificare l’immissione di iridee e salmerini “a pioggia”, ovunque e comunque, ma potrei sintetizzare che se si verificano le condizioni qui di seguito riportate l’immissione di esemplari appartenenti ai generi Oncorhynchus e Salvelinus è di certo molto meno dannosa dell’immissione operata per quasi un secolo con trote fario atlantiche, e più in particolare è: opportuno evitare la potenziale riproduzione naturale tra gli individui immessi, favorendo per esempio la sola presenza delle femmine o di esemplari sterili; necessario scongiurare il rischio di ibridazione con popolazioni autoctone, come rappresentato dalle fario atlantiche rispetto a popolazioni di mediterranee o di marmorate; importante limitare la competizione alimentare e territoriale, utilizzando per le semine esemplari “molto addomesticati”, generalmente non inclini alla predazione di altri pesci; consigliabile ridurre il “tempo di contatto”, cioè il tempo di presenza dell’alloctono nelle acque di un dato tratto di fiume o di torrente, commisurando di fatto la quantità delle immissioni al reale prelievo evitando così il rischio di creazione di micro popolazioni residuali; fondamentale il controllo delle ricatture, mediante elaborazione dei dati presenti nei tesserini “segna catture”, al fine di operare scelte gestionali mirate all’interno di un dato reticolo idrografico. Adesso posso svelarvi quelli che erano i miei pregiudizi quando ho accettato l’incarico di questo studio: pensavo che iridee e salmerini famelici avessero la capacità di saccheggiare gli ambienti naturali in cui sono immessi. Mi sbagliavo, anche se va tenuto in considerazione che ogni ambiente può avere equilibri differenti e che pertanto questo studio va al momento circostanziato all’area in cui è stata svolta l’indagine.


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TUT E LA AC Q U E

Gli accordi per il risarcimento dei danni di Giorgio Lanzi

Invaso di Livigno

Bacino di Livigno

S

ull’ultimo numero della rivista “Pesca in Valtellina” è apparso un articolo a firma del nostro responsabile Giorgio Lanzi dal titolo “Lo svaso del lago di Livigno: da un progetto al suo contrario” nel quale sono illustrate tutte le attività e i provvedimenti che erano stati adottati dalle Autorità svizzere e italiane dal 2012 in poi per l’esercizio della pesca finalizzato alla riduzione della popolazione ittica presente nell’invaso in prospettiva di

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un possibile svaso totale del serbatoio che la Società Engadiner Kraftwerke (EKW) che doveva effettuare nell’anno 2015. Il progetto originale di svaso, a seguito dell’incidente ambientale del marzo 2013, che aveva determinato una ingente moria di fauna ittica nel tratto di fiume Spoel a valle della diga in territorio Elvetico e in parte in quella presente nell’invaso, era stato rimesso in discussione da parte degli Enti Svizzeri e Italiani. In particolare nelle riunioni successive al suddetto evento si era valutata l’opportunità di mantenere o meno i provvedimenti adottati in precedenza per la riduzione della comunità ittica, che hanno indotto la Società EKW a ripresentare un nuovo progetto di svaso che modifica sostanzialmente quello vecchio e che


verrà effettuato in data ancora da definire. Nel mese di settembre è stato sottoscritto tra la Provincia, l’Unione Pesca e l’Engadiner Kraftwerke l’accordo economico per il piano di ripristino del patrimonio ittico nel serbatoio di Livigno corrispondente a Euro 131.000 che ha richiesto una lunga trattativa tra le parti supportata da approfonditi studi scientifici per la determinazione dettagliata delle varie voci di danno relative alla perdita del materiale ittico causato dall’incidente ambientale, per il lucro derivato dalla riduzione dei pescatori nelle stagioni 2013/2014, per il maggiore prelievo di salmerino nel corso dell’anno 2012 e per studi sull’analisi genetica del Temolo presente nel lago, per il programma biennale di ripopolamento. L’accordo prevede, altresì, il risarcimento da parte della società E.K.W. dei costi del personale e di altre spese relative ai monitoraggi affrontate dall’Unione Pesca nel corso del periodo 2012/2014.

Svaso di Campo Moro

L

o scorso mese di dicembre, presso Palazzo Muzzio, è stato sottoscritto tra il Presidente della Provincia, il Presidente dell’Unione Pesca e il responsabile dell’impianti idroelettrici dell’Enel, l’accordo relativo al risarcimento dei danni causati al patrimonio ittico nei torrenti Cormor, Lanterna e Mallero in seguito allo svaso del bacino di Campo Moro dell’ottobre 2012 effettuato dalla medesima società. Con la firma del documento si pone fine a più di un anno di trattive tra i responsabili dell’Unione Pesca e l’Enel, assistiti dalle rispettive società di consulenza, incaricate da entrambe le parti per le indagini e le analisi sulla fauna ittica dei corsi d’acqua interessati dalle attività di svaso. Il sedimento fuoriuscito dal serbatoio durante le operazioni di svaso ha determinato dei gravi danni alla comunità ittiche che popolavano i suddetti corpi idrici situati a valle della diga che sono stati oggetto di minuziose indagini da parte dei tecnici dell’Unione Pesca e dell’Enel. I campionamenti effettuati sulla fauna ittica prima e dopo lo svaso e la elaborazione dei dati raccolti con le analisi di campo eseguite rispettivamente nei torrenti Cormor, Lanterna

e Mallero hanno consentito di predisporre una perizia conclusiva, sottoscritta dai tecnici delle due parti, che sostanzialmente definisce le compensazioni economiche che Enel ha corrisposto alla nostra Associazione per i danni arrecati al patrimonio ittico. Le valutazioni del danno economico causato dalle operazioni di svuotamento del bacino di Campo Moro fanno riferimento al confronto tra le indagini biologiche condotte dalla società incaricata dall’Enel e dall’UPS, prendendo in considerazione la superfice totale dei bacini dei corsi d’acqua influenzati dagli effetti dello svaso. È risultato evidente che le conseguenze dirette delle operazioni di svaso hanno determinato la completa devitalizzazione della fauna ittica nel torrente Cormor, l’effetto è diminuito, anche in modo significativo lungo l’asta dei torrenti Lanterna e Mallero, man mano che ci si allontanava dalla diga, zona di origine dell’evento. Il danno è stato quantificato in Euro 60.616,00, somma ritenuta sodisfacente dall’Unione Pesca, costituito essenzialmente da tre voci: danno ittico diretto – mancata capacità riproduttiva – mancata produttività – delle comunità ittiche dei tre corsi d’acqua interessati dalle operazioni di svaso. La suddetta cifra verrà rivestita sul territorio con interventi di popolamento mirati nei corsi d’acqua interessati dalle operazioni di svaso seguendo un programma di immissioni specifico che durerà almeno tre anni.

Invaso di Campo Moro (foto G. Lanzi)

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A P P RO F O N DI M E N TI

Per conoscerci di Marco Corengia

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E

cco i risultati del questionario che vi avevamo chiesto di compilare lo scorso anno. A collaborare all’iniziativa è stato circa il 25% degli associati, se è vero che le schede pervenute sono state poco più di mille su più di 4mila tesserati. Un campione non trascurabile ma che sarebbe stato ancor più significativo se l’iniziativa fosse stata accolta allo stesso modo sia dai pescatori residenti nella provincia di Sondrio ( 675 su 1062 schede consegnate, che corrispondono più o meno al 30% dei più di 2000 tesserati UPS residenti in provincia) che dai foranei ( soltanto 385 le schede consegnate, circa il 15% dei tesserati fuori provincia). Si poteva fare di meglio, ma proviamo a ragionare con quello che abbiamo. Emerge chiaramente che il corso d’acqua più frequentato sia l’Adda. Se la considerazione – anche solo per motivi di estensione chilometrica – può apparire ovvia, per altri aspetti ci costringe a riflettere sulla scarsa frequentazione garantita all’altro grande fiume della provincia, il Mera, che insieme alle merette è pescato da poco più del 6% dei pescatori. Se poi consideriamo che durante l’intera stagione il Mera è meno influenzato rispetto all’Adda dalla presenza dell’acqua di neve, quel 6% diventa ancora più pesante. Se non vogliamo rinunciare a una simile risorsa sarebbe sicuramente necessario analizzare i motivi del disinnamoramento per questo corso d’acqua e provare a porvi rimedio. Degno di spunto anche il dato relativo alle tecniche si pesca praticate, con i pescatori con esche artificiali che si attestano - sommando mosca, spinning e moschera - attorno al 30%, quelli con le esche naturali al 57% e la camolera attorno all’8%. Se è vero che tra i pescatori foranei la pesca con le esche artificiali è particolarmente apprezzata, la rilevazione statistica appena trattata sarebbe stata ancora più rilevante nel caso in cui questi avessero aderito al questionario in maniera per lo meno pari ai residenti. Nel caso qualcuno cominciasse a pensare a un’occasione persa, con ogni probabilità non

sbaglierebbe di molto. In ogni caso, anche solo quel 30% rappresentato dai pescatori con esche artificiali va a confermare lo studio del dottor Fusi che ipotizzava di destinare il 30% delle acque della concessione a una gestione a minor impatto per gli stock ittici. Anche i dati relativi alle catture hanno fornito interessanti spunti di riflessione. Un terzo del campione rilevato dimostra di sganciare la pratica della sua passione dall’esigenza di trattenere il pesce (il 30% infatti dichiara di liberare sempre o spesso il pesce allamato), mentre quasi la metà sostiene di farlo solo qualche volta. Il 25% mai. Se poi incrociamo questo rapporto con quel 75% che si dice favorevole alle semine di trote pronto pesca e il 46% che ritiene adeguato il limite attuale di esemplari di trota trattenibili, sembra confermata l’ipotesi avanzata sullo scorso numero della rivista, secondo la quale tra i pescatori si stanno affermando due grandi profili. Da una parte l’appassionato che concepisce la pesca come un’attività ricreativa il cui valore non è direttamente riconducibile al numero di pesci ottenuti in cambio del costo del permesso; dall’altra il pescatore che tra le sue priorità continua a dare spazio rilevante al cestino. Una considerazione che trova conferma anche nell’aspirazione del 55% del campione ad avere costi del permesso differenziati in funzione agli esemplari trattenuti. Come a dire: detto che una quota parte del permesso deve andare a coprire costi fissi di gestione e per questo comuni a tutti, il resto della voce di spesa che va a costituire l’importo del permesso dovrebbe essere variabile e direttamente proporzionale al numero di esemplari trattenuti. Tradotto in soldoni: chi trattiene deve pagare di più rispetto a chi non lo fa. Segnali positivi arrivano infine sul fronte della protezione del temolo: per quanto quasi il 60% del campione dichiari di pescare il timallide – con camolera e mosca a farla da padroni – soltanto un misero 8,7% si auspicherebbe di poter trattenere un numero di capi superiore


meglio a quello stabilito dal regolamento vigente, mentre un 30% pronto al no kill totale o a un numero massimo di 5 catture; unito a un 23% che si accontenterebbe di 10 esemplari e poco meno del 14% favorevole al numero attuale di 15 capi annui.

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RILASCI IL PESCE PESCATO ANCHE SE DI MISURA ?

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Se peschi il temolo, quale tecnica utilizzi ? 2,4%

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Non ha risposto 58,1%

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PER MEGLIO SALVAGUARDARE IL TEMOLO, QUALE LIMITE DI CATTURE SARESTI DISPOSTO AD ACCETTARE ?

No 37%

13,8% 11,5%

Si 56%

8,7% 10,0%

5,0%

0,0%

0

78

4BHB$OBKL>$B$CGCR>$

Non ha risposto 7%

18,0%

20,0%

4BHB$L>OBH?@>$

VEDRESTI CON FAVORE SE UPS DIFFERENZIASSE IL COSTO DEL PERMESSO ANNUALE DANDOTI LA POSSIBILITA’ DI SCEGLIERE TRA CARNET DI CATTURE NUMERICAMENTE DIFFERENZIATE ?

23,0%

25,0%

15,0%

6;:#$

5

10

15

superiore


Troticoltura Il Giardino

Acquacoltura la sfida di nutrire il mondo nel 2050 ...nei prossimi decenni dovremo produrre più cibo di quanto ne sia stato prodotrto negli ultimi 10.000 anni... ...la crescita più forte è attesa nel consumo di pesce e pollo... ...per una fortunata coincidenza queste sembrano essere le due fonti di proteine animali che producono la minor impronta carbonica... ...l’acquacoltura è il sistema di produzione alimentare che sta crescendo più rapidamente... ...è probabile che gli sviluppi in acquacoltura avverranno soprattutto nei più sofisticati allevamenti a terra e nei grandi siti marini lontani dalle coste...

Loc. Ponte - Tresana (MS) - Tel 0187471112 - www.troticolturatoscana.it 79


Banca Popolare di Sondrio

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IL GRUPPO BANCARIO AL CENTRO DELLE ALPI B a n c a Po p o l a r e d i S o n d r i o

BPS (SUISSE)

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Pirovano Stelvio


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