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ANNO XIX · N.7

DICEMBRE 2018

VARESEFOCUS Ecco perché le bollette aumenteranno

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EDITORIALE

La trasformazione digitale va governata Riccardo Comerio

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olte cose sono successe dall’inizio della diffusione di massa della connessione ad Internet, avvenuta nella seconda metà degli anni ’90. A quei tempi si sognava molto e si tentava di immaginare come sarebbe stato vivere in una società interconnessa. Sugli effetti a lungo, medio e breve termine di questo nuovo fenomeno, molte delle previsioni degli esperti si sono rivelate corrette, anche se nella maggior parte dei casi si sono concretizzate in tempi assai diversi da quelli ipotizzati anche dai più blasonati analisti. Altre trasformazioni si sono invece realizzate in tempi molto più rapidi di quanto si potesse immaginare o sperare. Basti pensare ai social network o al ruolo di WhatsApp nella vita quotidiana di tutti noi, a meno di dieci anni dalla sua comparsa. Altre innovazioni hanno invece faticato più del previsto, come ad esempio il commercio elettronico che, annunciato come totalmente pervasivo per i primi anni Duemila, ha dovuto attendere almeno altri dieci anni prima di raggiungere i risultati attesi ed i tassi di crescita del 18/20% annuali. Tra accelerazioni e frenate, tuttavia, il cambiamento avanza. Il fenomeno definito come Industria 4.0 ne è l’esempio più attuale. Le tecnologie digitali, molte delle quali già disponibili da anni, entrano ora con più decisione in fabbrica, innervano l’ambiente produttivo e lo interconnettono con i sistemi aziendali, con i clienti e con i fornitori, modificando radicalmente competenze, assetti, processi, rapporti tra le parti, ma aprendo la strada anche a nuove sfide e problemi da risolvere. Per decenni ci siamo limitati ad invocare e celebrare il cambiamento come cosa “buona e giusta” a prescindere, e per la maggior parte dei casi, così è stato. Il cambiamento derivante dalla rivoluzione digitale è complessivamente ed innegabilmente positivo. Si avverte però, mai come ora, la necessità di uno sguardo critico, disincantato, su quello che è accaduto e che sta accadendo, perché la rivoluzione digitale, insieme ai benefici, inizia in qualche modo a presentarci il conto. Di questo vogliamo parlare nel focus che apre questo numero di Varesefocus. Stravolgimenti nel settore del commercio, con centri urbani desertificati e negozi sfitti, enormi problemi di privacy, di sicurezza. La fiscalità che si sposta laddove conviene ai giganti del web. Strapotere dei motori di ricerca e dei social, meccanismi di creazione

del consenso inediti e non sempre trasparenti, truffe online, fake news, problemi di dipendenze, cambiamenti nel costume, inadeguatezza del sistema formativo. Questi sono solo alcuni degli elementi di criticità che ad oggi ciascuno di noi, ma anche governi ed istituzioni, si trovano a dover affrontare. L’obbiettivo, per non rischiare di subire soltanto le conseguenze della trasformazione digitale è di comprenderla fino in fondo per iniziare a governarla. Ed è esattamente questo il punto centrale: la rivoluzione digitale, se la conosci, la governi e ne trai il massimo vantaggio. Sfida all’apparenza semplice ma tutt’altro che scontata. Dal mondo della scuola fino ad arrivare a chi governa l’economia e il lavoro, sembra che si stia semplicemente cercando di tappare le falle più macroscopiche invece di affrontare le nuove sfide in modo organizzato e consapevole. Il successo del Piano Nazionale Industria 4.0 resta uno dei rari esempi di come si possa interpretare e governare un fenomeno in modo organico e continuativo, trasformando un problema (il gap tecnologico delle imprese nei confronti dei competitors internazionali) in un’opportunità di cambiamento ed innovazione di prodotto e di processo. Lo strumento funziona. Per questo risulta incomprensibile la volontà del Governo di smontarne, con la nuova Manovra, la struttura portante degli incentivi agli investimenti, alle attività di ricerca, alla formazione 4.0 e all’assunzione di manager in grado di gestire le trasformazioni digitali nelle aziende. Stiamo tornando al passato. È come se fosse in atto un tentativo, per altro inutile, di fermare la modernità del lavoro e della società a colpi di legge. Non possiamo permetterci di portare avanti politiche fuori dal tempo in un mondo digitale. Il rischio, non solo economico, è di andare, come Paese, alla deriva verso i margini dello sviluppo mondiale.

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ANNO XIX · N.7

DICEMBRE 2018

VARESEFOCUS Ecco perché le bollette aumenteranno

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Periodico di economia, politica, società, costume, arte e natura in provincia di Varese. Presidente Riccardo Comerio Direttore editoriale Vittorio Gandini Direttore responsabile Davide Cionfrini Direzione, redazione, amministrazione Piazza Monte Grappa, 5 21100 Varese T. 0332 251.000 - F. 0332 285.565 M. info@varesefocus.it reg. n. 618 del 16/11/1991 - Trib. Varese

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FOCUS

ECONOMIA

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20 L’Italia che sfonda negli USA 24 Sempre più in alto 26 Borroni Powertrain, l’azienda che muove la Ducati di Dovizioso

www.varesefocus.it Progetto grafico e impaginazione Paolo Marchetti Fotolito e stampa Roto3 srl Via per Turbigo 11/B 20025 Castano Primo (Mi) T. 0331 889.601 Gestione editoriale Univa Servizi srl Via Vittorio Veneto, 8/E 21013 Gallarate (VA) - T. 0331 774.345

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Come diventare veri cittadini digitali Come cambia il giornalismo Come cambia la fabbrica Come cambia la scuola Come cambiano genitori e figli Come cambia lo sport Parola a un millennial

PIÙ CORAGGIO 28 Ecco perché le bollette aumenteranno

PUBBLICITÀ Univa Servizi srl M. commerciale@univaservizi.it T. 0331 774.345 Questo numero è stato chiuso il 30 novembre 2018. Il prossimo numero sarà in edicola con Ilsole24Ore il 28 gennaio 2019. “Varesefocus” ospita articoli e opinioni che possono anche non coincidere con le posizioni ufficiali dell’Unione Industriali della Provincia di Varese. Valore di abbonamento annuo Euro 20,00 (nell’ambito dei servizi istituzionali dell’Editore).

Interventi e contributi di: Federico Anselmi; Luigi Bignami, giornalista; Tommaso Broggian; Andrea Della Bella, giornalista; Michele Mancino, giornalista; Luisa Negri, giornalista; Stefania Radman, giornalista. In redazione: Cristina Cannarozzo, Davide Cionfrini, Silvia Giovannini, Cristina Di Maria, Luca Massi, Chiara Mazzetti, Maria Postiglione. Segreteria di redazione: Barbara Brambilla, Viviana Maccecchini. Fotografie di: Archivio Reuters, Cristina Cannarozzo, Davide Cionfrini, Foto Blitz, Mauro Luoni, Paola Margnini, Chiara Mazzetti.


M A R I O FORMAZIONE

TERRITORIO

31 #PmiDay Varese 2018

UNIVERSITÀ

50 “Non era la Tintoria Zerbi a inquinare l’Olona”

36 L’Università del lavoro

RUBRICHE

VITA ASSOCIATIVA

▶ Provincia da scoprire 52 Non solo un altare

40 Confindustria “connext” le imprese 42 Varese produce come mangia

FOTO DAL MONDO 44 Turisti sul Gold Bridge a Danang City, in Vietnam

SCIENZA

52 ▶ Gita a... 56 Per immergersi nel Natale ▶ Arte 60 Nel laboratorio intimo di Picasso

▶ Di moda 68 Idee regalo last minute ▶ Sport 72 Elsa d’oro

72 ▶ Motori 75 Nuove Audi A1 e Q3: segmenti diversi, stesso stile ▶ In libreria 77 Che pesci prendere

47 Le cimici sono invincibili

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60 64 Beckmann a Mendrisio 66 Mostre e Appuntamenti

77 ▶ Dal Web 80 La dignità del lavoro


FOCUS

Come diventare veri cittadini digitali Giornalismo, fabbriche, rapporti tra genitori e figli, studio, sport: ecco come il digitale sta cambiando, non sempre in meglio e spesso inconsciamente, le nostre vite. Ignorare e subire i mutamenti, dandoli per scontati, è però l’atteggiamento più sbagliato. Intervista a Paolo Attivissimo non conosci qualcosa, non puoi governarlo”. Anche nel mondo di

Luca Massi oggi elemento chiave resta la conoscenza, il tema delle competenze.

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Se non si può misurare qualcosa, non si può migliorarla”, diceva Lord Kelvin. Prendendo in prestito questo suo aforisma potremmo parafrasarlo in “se

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Nel caso della trasformazione digitale, oltretutto, la conoscenza diventa non solo una competenza necessaria e spendibile nel mondo della scuola e del lavoro, ma un requisito fondamentale per una piena cittadinanza digitale, intesa come la capacità di ciascuno di par-


tecipare degnamente ed attivamente alla vita online. Il tema della partecipazione diventa centrale quando si discute di social network, che sono diventati il più straordinario strumento di circolazione delle idee e delle informazioni. Non a caso chi è stato (ancora una volta) il primo o tra i primi a capire la portata di questo cambiamento ed il primo a sfruttarne i punti deboli, oggi gode di un enorme e largamente imprevisto successo elettorale, in diverse parti del mondo. Quali sono i punti deboli? Certamente il primo ed il più insidioso è la possibilità di divulgare informazioni nella migliore delle ipotesi semplificate, se non manipolate, tendenziose o palesemente false. Certamente questo è un problema vecchio come il mondo se si parla di mezzi di comunicazione, ma nessuno aveva previsto l’effetto deflagrante che può avere una informazione di qualunque tipo, abilmente contraffatta e diffusa tramite il web, su un gruppo di persone fortemente ricettivo (per le ragioni più disparate) su quell’argomento. O meglio… qualcuno lo aveva previsto e ci sta combattendo da decenni. È il caso di Paolo Attivissimo, giornalista, scrittore e traduttore scientifico, ma noto ai più come implacabile “cacciatore di bufale” e studioso della disinformazione nei media. Varesefocus lo ha intervistato. Da anni lei è uno dei più noti e seguiti “cacciatori di bufale” sul web. Cosa l’ha spinta, tanti anni fa, ad occuparsi di disinformazione nei media? Possiamo dire che aveva capito prima degli altri i pericoli della diffusione di falsità in rete? Ho cominciato assolutamente per caso: nel 1994 scrissi uno dei primi libri in lingua italiana dedicati all’allora nascente Internet e citai nel testo le prime bufale che circolavano in rete. Iniziarono ad arrivarmi mail di richieste d’indagine, così decisi di creare un sito nel quale pubblicarle. Siccome circolavano in quei tempi lontani tanti allarmi via mail, con tutti i destinatari in chiaro, colsi l’occasione per avvisarli in automatico, e questo fece conoscere il mio sito. Il resto è storia. Per cui non posso vantarmi di aver capito il

FOCUS

“Mi aspettavo il dilagare della disinformazione fatta ‘dal basso’, ossia dal passaparola incontrollato che prospera grazie a credulità e pregiudizi. Meno, invece, la creazione di vere e proprie fabbriche di notizie false gestite di nascosto da governi”

pericolo prima degli altri, anche se è da anni che metto in guardia contro questo problema per lungo tempo sottovalutato. Oggi il complottismo e la disinformazione, più o meno organizzata in rete, giocano un ruolo cruciale anche negli equilibri politici dei paesi. Lo avrebbe mai detto che saremmo arrivati a questo punto? In parte sì: mi aspettavo il dilagare della disinformazione fatta “dal basso”, ossia dal passaparola incontrollato che prospera grazie alla credulità delle persone e fa leva sui loro pregiudizi. Mi aspettavo meno la creazione di vere e proprie fabbriche di notizie false gestite di nascosto da governi e da soggetti economici senza scrupoli. Confesso che sono stato troppo ottimista: pensavo che l’intelligenza media dell’umanità avrebbe saputo difendersi. Invece vedo che ci sguazza e se ne compiace. Siamo arrivati a veri e propri linciaggi pubblici organizzati tramite i social network: persone del tutto innocenti, accusate senza alcuna prova di essere rapitori di bambini e poi Paolo Attivissimo (a sinistra) con uccise o arse vive dalle folle l’astronauta Walter Cunningham in vari paesi (https://www. bbc.com/news/world-latinamerica-46145986). E senza arrivare a questi livelli assolutamente inumani, anche dalle nostre parti si avverte online la voglia di odio e di sopraffazione. Ne ho sinceramente paura per il futuro, anche perché i governanti spesso sfruttano la disinformazione invece di combatterla: penso al recente ritorno dell’antivaccinismo e alle interrogazioni parlamentari sulle presunte “scie chimiche”. Il fact-checking, il debunking, hanno ancora efficacia oppure serve ben altro? La società può crearsi degli anticorpi contro fake news e teorie antiscientifiche? Sì, hanno ancora una grande efficacia; anche se alcuni ricercatori dicono che sono inutili o addirittura controproducenti in certi social network, continuano a dimostrarsi efficaci al di fuori di questi contesti digitali. Non possiamo correre il rischio di non fare nulla e lasciare il megafono di Internet in mano esclusivamente agli imbecilli, ai ciarlatani e ai disinformatori di professione. L’informazione corretta va pubblicata e va messa a disposizione: spetta poi all’utente decidere se vuole consultarla e ragionarci o se preferisce farsi manipolare da chi lo stimola con soluzioni facili e “di pancia”. Gli anticorpi ci sono, ma vanno irrobustiti, si deve iniziare, a mio parere, dalle scuole: serve una nuova materia, ossia l’educazione al senso critico. Serve anche un’attività di promozione e riqualificazione della corretta informazione nei media. E serve anche che i cittadini sappiano come funziona realmente il mondo del giornalismo, sempre più a corto di soldi e sempre più disposto ad assumere incompetenti e a piegarsi agli inserzionisti. Questa consapevolezza formerà gli anticorpi che ci servono.

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FOCUS

Come cambia il giornalismo Il web ha ormai scardinato il monopolio dell’informazione in mano alla categoria dei giornalisti. Influencer, blogger, youtuber, uffici stampa: la comunicazione, anche quella di impresa, arriva direttamente al pubblico. Con quali implicazioni deontologiche? mano simpaticamente “marchette”. Non solo la bionda più famosa

Silvia Giovannini del web, ma una schiera di influencer, più o meno “influenzanti”. Le

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emergenza è l’impunità sul web”. Paolo Pozzi, portavoce del presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia introduce così l’incontro di Glocalnews, il festival del giornalismo organizzato da Varesenews a novembre, dedicato a “Blogger, influencer, giornalisti: stessa faccia, stessa razza? E la deontologia dove la metto?” Impossibili i fraintendimenti: il numero di scrittori della rete, solo per citare i blogger (senza tenere conto quindi del fenomeno più importante, e non solo numericamente, e cioè chi scrive sui social network) è altissimo, come altissimo è il numero di chi dietro la scrittura nasconde più o meno velate intenzioni pubblicitarie. Quelle che i colleghi iscritti all’albo chia-

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domande sorgono spontanee e infinite. Solo per citare quelle introduttive all’incontro, si resta senza risposte: “Tutti possono scrivere tutto? Quali sono i diritti e i doveri di chi informa per professione e ha l’obbligo di rispettare leggi e Carte deontologiche e quelli di chi, invece, informa pur non essendo giornalista? Ma i giornalisti della carta stampata sono immuni dal fascino del marketing?” Se risultano difficili risposte risolutive (“anche perché il problema non è solo italiano ma transnazionale” evidenzia bene Pozzi), è necessario incoraggiare una riflessione seria, personale e di categoria, sia per i professionisti iscritti all’albo che per gli scrittori digital a vario titolo. Un tema complesso, quello affrontato a Glocalnews alla presenza di relatori di alto livello, rappresentativi di mondi diversi: dal pre-


sidente dell’Ordine della Lombardia, Alessandro Galimberti, alla ben nota penna e volto Selvaggia Lucarelli (erroneamente definita blogger), dal giornalista Raffaele Fiengo alla youtuber Francesca Tamburini, davanti ad una platea di giornalisti di ogni età. Un tavolo di relatori indicativo di un panorama variegato e persino difficile da definire (narratori della contemporaneità tra carta e web?). Un ta-

FOCUS

volo che, peraltro, lasciava trasparire una certa reciproca diffidenza e, probabilmente, una scarsa conoscenza dei rispettivi ambiti. Tra i tanti problemi sul tavolo, a scaldare gli animi, in particolare, quello della pubblicità. Il sociologo Enrico Finzi con un intervento registrato e, quindi, senza possibilità di contraddittorio, sintetizza il fulcro del problema così: gli editori nel tempo hanno spinto la stampa a piegarsi alle esigenze di raccolta pubblicitaria e, in sostanza, sui giornali non si parla mai male di un marchio che foraggia le casse dell’editore, che, a sua volta, solo così, può pagare gli stipendi dei giornalisti. Il giornale si adegua e i lettori ci mettono poco ad accorgersene: da qui partirebbe, secondo Finzi, il disamore verso una stampa ritenuta non più credibile. In più, mentre il giornalista non è più fonte autorevole, chiunque grazie al web può esserlo: nascono così i cosiddetti influencer. Ma se poi alcuni di questi vengono pagati dalle aziende? Allora, si torna al punto di partenza. Come fare dunque? Per il giornalista, oltre al rispetto del lettore, il rispetto dei codici scritti, pena l’esclusione da un ordine che molti criticano ma dal quale non vogliono uscire: regole piuttosto chiare e, nonostante questo, disattese, che vietano esplicitamente di fare pubblicità non dichiarata. E per i non giornalisti? “Le vostre regole, sono le nostre”, sottolinea Selvaggia Lucarelli incalzata da un pubblico di professionisti di lunga data. In primis, evidentemente le regole del buon senso, del rispetto delle persone e della verità. Restano, tuttavia, problemi e spazi aperti, domande senza facili risposte e, soprattutto, tanto da fare: appare chiara l’urgenza di diffondere una cultura del digitale tale da poter affrontare le questioni con cognizione di causa e, soprattutto, quella di trasmettere ai giovani il valore della capacità di fare (essere?) i giornalisti non più, o non solo, consumando la suola delle scarpe, ma sempre seguendo la strada dell’etica.

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FOCUS

Come cambia la fabbrica Nessun settore produttivo è esente dalla trasformazione digitale. Anche quelli più tradizionali come le fonderie e l’industria tessile stanno cambiando profondamente processi, prodotti e comunicazione. Investendo non solo in tecnologia, ma soprattutto nelle risorse umane Gianluigi Casati

da qualche mese. Ora – spiega il titolare, Gianluigi Casati – nel

Davide Cionfrini nostro stabilimento impianto di colata, forni, preparazione ri-

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osa c’è di più tradizionale e di più legato all’immaginario collettivo della “old economy” se non una colata di fonderia, con il metallo fuso che con il suo rosso fuoco entra negli stampi? Eppure, anche questo pezzo di mondo industriale è in profonda trasformazione. Anche le lavorazioni dei metalli sono ormai digitali. Non tutte, certo. Ma una realtà avanzata, a Varese, c’è ed è la Fonderia Casati Spa. “Abbiamo investito 10 milioni di euro in un nuovo sistema produttivo attivo

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cette, magazzino parlano tutti fra loro. Un sistema di monitoraggio ora su ora e un flusso di informazioni costante che hanno aumentato la nostra produttività del 35%”. Ma non è solo una questione di produrre di più e più velocemente: “Le attività di fonderia hanno per loro natura un tasso di errore sul prodotto, e dunque una percentuale di scarto, che si aggira intorno al 5 e 10% della produzione. Noi siamo scesi abbondantemente sotto il 5%”. Un sistema, dunque, più veloce, più preciso e più sicuro anche per i lavoratori. Che, però, rimangono centrali: “L’indu-


anche più innovative in altri ambiti lavorativi”. Ma il digitale non sta innovando solo i processi produttivi e i prodotti. Nella manifattura sta cambiando anche il modo di comunicare: “I social network - spiega Roberto Grassi, Presidente dell’Alfredo Grassi Spa - hanno fatto evolvere i contenuti dei nostri messaggi. Il digitale impone alle imprese di diversificare il proprio messaggio. La sfida ormai non è solo quella di promuovere i propri prodotti sul mercato, ma di trasmettere cultura d’impresa e valori, in primis quelli legati alla sostenibilità. Il tutto partendo dal coinvolgimento dei propri collaboratori e da un aumento del loro senso di appartenenza all’azienda”.

FOCUS

stria 4.0 che abbiamo introdotto in azienda non solo non ha comportato nessun esubero, ma ha dato vita ad un profondo investimento di tempo e risorse in un’operazione, ancora in atto, di riqualificazione delle persone, che possono così crescere e cambiare”. Oggi la Fonderia Casati fattura intorno ai 22 milioni di euro all’anno, con l’aumento della produttività l’obiettivo è di arrivare alla soglia dei 30 milioni nel corso del 2019, grazie alla conquista di nuove quote di mercato. Per produrre cosa? Quello che ha già a catalogo: ossia componenti di motori per l’automotive per le più famose e importanti case internazionali. Da Volkswagen a Fca, passando da Toyota, Mercedes, Renault. Solo per fare qualche nome. Ma il digitale sta entrando anche nei tessuti, un’altra parte dell’industria di casa nostra che penseremmo immutabile con il passare nel tempo. A smentire questo comun pensiero è la Alfredo Grassi Spa di Lonate Pozzolo. “L’applicazione della tecnologia digitale ai capi di abbigliamento ci ha permesso di sviluppare la Smart Jacked un prodotto intelligente per i vigili del fuoco con la quale siamo in grado di misurare e monitorare i parametri fisiologici dell’operatore e anche di ambienti dalle condizioni estreme come quelli dove i pompieri operano”, ecco un esempio di come la tecnologia possa cambiare anche i capi di abbigliamento tecnici. A illustrarlo è Daniela Ferroni, Responsabile Ricerca e Sviluppo dell’azienda: “Questo è solo l’inizio. Il nostro obiettivo è quello di utilizzare questa e altre tecnologie

Gianluigi Casati: “Abbiamo implementato un sistema di monitoraggio ora su ora e un flusso di informazioni costante che hanno aumentato la nostra produttività del 35%”

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Come cambia la scuola FOCUS

Lavagne interattive, smart school, coding: come si stanno evolvendo il sistema formativo scolastico e la didattica? Qual è il ruolo dell’istruzione superiore e universitaria nel processo di digitalizzazione delle nuove generazioni? 72mila insegnati: è l’inizio di un processo di familiarizzazione dei

Maria Postiglione docenti con le nuove tecnologie.

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a digitalizzazione è un processo che riguarda numerosi ambiti e che innesca cambiamenti radicali. É dunque importante che un sistema scolastico, attento alle tendenze economiche, sociologiche e culturali, ponga l’attenzione sui temi dell’informatica e della tecnologia, inserendoli ai primi posti del programma formativo. Reti, lavagna interattiva multimediale (LIM), classe scomposta, smart school, sharing sono solo alcuni dei termini usati ormai quotidianamente all’interno di una scuola che punta verso il digitale e verso la didattica per competenze. Un processo che in Italia prende avvio nel 2008, con l’ingresso nelle classi della LIM, per il cui utilizzo vengono formati più di

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Una tappa importante è segnata poi dall’emanazione del Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD) nel 2015 all’interno nel programma più ampio “La Buona Scuola” con il dichiarato obiettivo di ammodernare e ristrutturare il sistema scuola in Italia, attraverso l’individuazione di 8 aree di intervento, suddivise in azioni: accesso, spazi e ambienti per l’apprendimento, amministrazione digitale, identità digitale, competenze degli studenti, digitale imprenditorialità e lavoro, contenuti digitali e formazione del personale. Per Federico Visconti, Rettore della LIUC – Università Cattaneo, “l’interesse del mondo universitario per le tecnologie digitali non è legato solo alla didattica a distanza, ma anche alla didattica in aula. Per sfruttarle al meglio si è iniziato a lavorare all’interno di un ‘ecosistema’ che favorisce il più possibile la didattica attiva.


la Dott.ssa Daniela Lucangeli, professoressa ordinaria di Psicologia dello sviluppo all’università di Padova. La ricerca, condotta su un campione di scuole primarie, ha evidenziato che nel processo di lettoscrittura non emergono particolari differenze rispetto ai risultati delle classi ‘non digitali’. Lo strumento è di per sé ‘neutro’, quello che cambia è l’approccio dell’insegnante. Chi si presta ad utilizzare le ICT è un docente motivato che ha cambiato il tradizionale paradigma insegnamento/apprendimento, mettendo l’alunno al centro ed utilizzando metodologie didattiche diverse.” La digitalizzazione nell’ambito scolastico passa dunque anche dalla formazione degli insegnanti, aspetto quest’ultimo cruciale: in molte delle ricerche condotte tra docenti e studenti emerge che uno dei principali ostacoli è la difficoltà del docente ad adeguarsi alla rivoluzione digitale. I motivi sono diversi, uno è rappresentato dalla difficolta di superamento del gap generazionale. Da non dimenticare poi la poca conoscenza, per molti insegnanti, degli strumenti informatici e dei linguaggi di programmazione, e la mancanza di aggiornamento. È chiaro che la tecnologia da sola non fa scuola, è dunque fondamentale lavorare sulle metodologie. Nonostante l’azione del Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca (MIUR) con l’individuazione di un animatore digitale per scuola, (circa 8.170 in tutta la nazione) solo un 20-25% di docenti ha aderito alla formazione ed in parte applicato nuove strategie di insegnamento. Per Laura De Biaggi docente di matematica e fisica all’Istituto Superiore Dalla Chiesa di Sesto Calende, nonché direttore esecutivo del laboratorio territoriale Idea.lab, “le istituzioni scolastiche hanno implementato nel PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa) azioni coerenti con le finalità, i principi e gli strumenti previsti dal Piano Nazionale Scuola Digitale. Sono state avviate anche numerose iniziative di formazione verso i docenti e un tour di 24 eventi ‘Futura’ in tutta Italia per condividere le buone pratiche del PNSD e fare ancora formazione. Una tappa ha toccato a settembre 2018 la provincia di Varese. Molti insegnanti sono pronti a mettersi in discussione, a scendere in campo per sperimentare, raccogliere e disseminare”. Spostando l’attenzione sugli altri attori coinvolti in questo processo di digitalizzazione la De Biaggi aggiunge che “l’educazione nell’era digitale parte da un’idea rinnovata di scuola. Il digitale è utile poi non solo in classe ma anche nella gestione più generale della scuola poiché automatizza i processi interni, semplifica le attività di routine e migliora la comunicazione tra studenti, docenti e genitori. Gli studenti accolgono in modo positivo l’utilizzo del digitale in classe poiché in questo modo gli strumenti di comunicazione diventano più vicini al loro mondo e comprendono anche così le potenzialità del digitale che va molto oltre il videogioco”.

Per questo deve essere progettato e gestito attraverso tre pilastri fondamentali: infrastrutture digitali coerenti con l’obiettivo, spazi flessibili e aspetti pedagogici dell’interazione docente – studente”. Tutto questo processo quindi non va però interpretato come un semplice dispiegamento di nuove e performanti tecnologie: nessun cambiamento educativo può infatti prescindere dal rapporto umano docente/studente. La domanda è: la scuola sta realmente cambiando? Portare gli strumenti tecnologici nelle classi è la direzione giusta? Per Mauro Sabella docente di laboratorio di chimica e referente della formazione di Impara Digitale (associazione che promuove lo sviluppo di una modalità didattica innovativa) “iniziano ad esserci ricerche condotte da enti riconosciuti a livello nazionale ed internazionale che analizzano i benefici dell’uso delle tecnologie come supporto alla didattica. Una di queste è quella condotta dal-

Il Rettore Federico Visconti: “Per sfruttare al meglio le nuove tecnologie il cambiamento deve essere progettato e gestito attraverso tre pilastri fondamentali: infrastrutture digitali coerenti con l’obiettivo, spazi flessibili e aspetti pedagogici dell’interazione docente - studente”

FOCUS

L’i-Fab della LIUC

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Da una parte mamme e papà “dinosauri”. Dall’altra quelli che concedono digitalmente tutto. Ognuno con i propri errori. Una giusta impostazione pedagogica sta forse nel mezzo, ma soprattutto nell’offrire ai ragazzi opportunità di vita reale Federico Anselmi

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l tempo del digitale i genitori nei confronti dei propri figli devono “intraprendere un’educazione in offerta e non in sottrazione”. Luigi Ballerini medico e psicoanalista, oltre che scrittore, ha pubblicato diversi romanzi riguardanti l’eduzione e i giovani. Nel suo ultimo saggio “Né dinosauri, né ingenui. Educare i figli nell’era digitale”, affronta proprio il tema sul confronto e il rapporto pedagogico tra genitori e figli in questo periodo storico dove la tecnologia e il digitale fanno da padroni. Come possono gli adulti di oggi, non nativi digitali a comprendere a fondo il nuovo mondo e avvicinarsi in modo costruttivo e non con regole e restrizioni? “Innanzitutto – afferma lo psicanalista – bisogna distinguere due tipologie di genitori: quelli che possono

FOCUS

Come cambiano genitori e figli

essere definiti dinosauri, ovvero coloro i quali vedono la tecnologia come nemica, nostalgici di un tempo in cui Internet, i cellulari e i social non esistevano, quelli che, insomma, vedono tutto il male che può arrivare dal digitale e desiderano tenere i propri figli il più lontano possibile. E poi, i genitori al loro opposto, che reputo, invece, ingenui, perché sono coloro i quali vedono solo il bene, le potenzialità della tecnologia e la mettono in mano ai loro figli anche piccolissimi, con troppa leggerezza, sottovalutandone i rischi e i pericoli”. Un aspetto importante per entrambe le tipologie di genitori è che, continua Ballerini, “da una parte i ragazzi di oggi sono ragazzi del 2018 e che certi anacronismi non sono praticabili, e dall’altra che il mezzo digitale-tecnologico non è per niente neutro, anzi esercita degli effetti, cambia il modo di concepire le reazioni, lo studio, il reale e per questo i ragazzi devono essere accompagnati a scoprire e conoscere tutte le potenzialità così come le insidie che il digitale porta con sé”. Ma in che modo un genitore può educare un figlio in maniera adeguata? “Bisogna intraprendere un’educazione in offerta e non in sottrazione. Mi spiego meglio: con questa espressione intendo che l’educazione non può essere determinata dal ‘ti tolgo’, bensì è il momento di offrire il reale aiutando i ragazzi ad uscire di casa, incentivando l’incontro fisico, stimolarli ed aiutarli a trovare le proprie passioni reali. Non è possibile, e la cosa è alquanto preoccupante, che un giovane oggi possa affermare di ritenere migliore amico una persona che non ha mai incontrato e con cui gioca online la sera. In più, per uscire da quella che personalmente definisco la tirannia dei like, occorre che sia io a decidere a chi voglio piacere, e non a tutti indistintamente, in modo da riconoscere le persone il cui parere è per me significativo. Insomma, dobbiamo insegnare ai nostri figli a distinguere chi è un vero amico, da chi può rappresentare semplicemente un contatto”. Ballerini definisce questo ritorno al concreto come una sfida al virtuale che si vince nel reale. “Si è proprio così. Sono convinto che se esiste una vita reale interessante, soddisfacente e piena, il virtuale si mette al suo servizio”. Specifica lo psicoanalista: “Se ho amici sinceri in carne e ossa, se ho una passione che desidero coltivare, se mi piace uno sport, se almeno qualche materia di studio mi interessa, è molto probabile che non mi perderò dentro uno schermo. Anzi quello schermo può diventare mio alleato per organizzarmi meglio, per restare in contatto, per incrementare le mie conoscenze e le mie competenze. Il pericolo si palesa quando il reale si impoverisce e viene progressivamente sostituito dal virtuale, quando lo schermo mangia il giovane, lo risucchia, facendogli perdere il mordente sulla vita”. Quindi, conclude Luigi Ballerini “occorre che noi stessi viviamo intensamente il reale, ossia diventiamo testimoni veri della possibilità di una vita piena. Esseri seri con i nostri rapporti, con il lavoro, con gli affetti è oggi più che mai importante. C’è però anche bisogno di conoscere i giovani, di ascoltarli, nei loro desideri, nelle loro necessità e nelle loro preoccupazioni. Solo così sapremo davvero offrire ciò che realmente conta”.

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FOCUS

Il Centro ricerche Mapei Sport di Olgiate Olona

Come cambia lo sport La potenza sviluppata dall’atleta, la frequenza delle pedalate, l’ossigenazione muscolare. L’analisi dei dati è ormai il cuore della medicina sportiva e degli allenamenti nei centri di ricerca più avanzati come quello Mapei di Olgiate Olona. Ma a vincere sul campo, alla fine, è sempre l’uomo Andrea Della Bella

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n principio ci fu il cardiofrequenzimetro. Da allora, quasi tutto è cambiato nel mondo dello sport, dove la tecnologia digitale ha conquistato un ruolo sempre più importante. Certo un atleta non è tale senza allenamento, costanza, fisico, tecnica e testa. Ma queste peculiarità ora sono supportate e migliorate dall’utilizzo di strumentazioni digitali. È presto per parlare di scienza, ma la strada segnata è quella. La tecnologia applicata allo sport, infatti, aiuta a svelare molti “segreti” sul comportamento psicofisico, anche se la componente umana resta il fulcro, la parte predominante in ogni disciplina sportiva. E al Centro ricerche Mapei sport di Olgiate Olona lo

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sanno bene. “L’evoluzione degli strumenti e l’applicazione della tecnologia digitale hanno dato un grande aiuto agli atleti, indipendentemente dalla disciplina - spiega Andrea Morelli, responsabile del settore ciclismo e del laboratorio di analisi del movimento al Centro Mapei sport - ma anche agli allenatori, ai preparatori e alla scienza dello sport. Oggi, a differenza del passato, abbiamo la possibilità di elaborare e poi studiare tantissimi dati sulla condizione atletica, sul comportamento muscolare, sulla respirazione, ma anche sul recupero, sul riposo notturno, sulla capacità cognitiva e di concentrazione di un atleta. E perfino sul mezzo, come ad esempio la bicicletta”. Se solo pochi anni fa il top della tecnologia applicata allo sport era appunto il cardiofrequenzimetro, ovvero lo strumento che permette di conoscere il comportamento del cuore sotto sforzo, ora si può arrivare a misurare anche la potenza che sviluppa un atleta mentre compie il gesto sportivo, la frequenza di pedalata se si tratta di un ciclista, le distanze percorse, la velocità, la posizione gps, i dislivelli coperti, ma anche l’ossigenazione muscolare. Ciò significa avere in tempo reale o al termine di ogni sessione di allenamento una serie di parametri da analizzare e che possono essere incrociati con i dati relativi alle condizioni esterne, ovvero sulle condizioni meteo, sull’umidità dell’aria e perfino su quanto incide il vento. “Poter contare su tutto questo materiale per un preparatore, ma anche per l’atleta stesso, significa poter programmare e stilare tabelle di allenamento specifiche e finalizzate alle peculiarità fisiche e mentali dello sportivo. Ma è utile anche all’atleta stesso, il quale, può ‘leggere’ in maniera più precisa le sensazioni che sente del proprio fisico”. Insomma, la tecnologia migliora l’allenamento, aiuta le performance, ma previene anche patologie e infortuni. “Sapere come si comporta un determinato muscolo, quindi vedere come reagisce allo sforzo, aiuta a capire, ad esempio, se il trauma è superato, se l’atleta è pronto al rientro, oppure se necessita di altro tempo per recuperare. Non solo. Poter analizzare anche ciò che riguarda la parte cognitiva e la capacità di concentrazione è fondamentale. Allenare e migliorare, ad esempio, l’attenzione e la reattività può evitare molti incidenti sportivi quali cadute, infortuni”. La tecnologia digitale ormai gioca un ruolo importante. In bicicletta, ma anche su una pista di atletica, un campo di calcio, di basket o pallavolo. Ma per vincere non conta solo il numero dei sensori e i dati, ma anche l’uomo e le sue doti atletiche.


FOCUS

Parola a un millennial

to nuova occupazione. Inoltre, l’utilizzo di queste tecnologie ha consentito di aumentare la capacità d’uso delle risorse disponibili nelle varie attività produttive e di conseguenza di aumentare la produttività delle singole aziende. Secondo questo ragionamento, si potrebbe giungere alla conclusione che le tecnologie continueranno ad assistere l’uomo e lo aiuteranno a creCosa pensa un giovane delle are nuove aree di lavoro, ma affermare che scuole superiori sull’equilibrio in futuro si ripeterà ciò che è accaduto in tra progresso tecnologico passato, ovvero che le tecnologie genereranno nuovi posti di lavoro, è decisae cambiamento sociale? mente azzardato. Lo abbiamo chiesto a Se si considera il grafico di Morris che Tommaso Broggian, uno rappresenta l’evoluzione dell’uomo nel corso della storia in relazione al grado di Tommaso Broggian studente del Liceo Scientifico sviluppo della società stessa, si può notare di Gallarate che ha vinto a come la capacità dell’uomo di svilupparsi sia Catania l’edizione 2018 di “Futura rimasta costante per molto tempo, progredendo così molto poco. Poi, improvvisamente, ha subito un’accelerata 4.0”, la competizione nazionale esponenziale, grazie anche all’avvento delle ultime tecnologie che di public speaking in lingua ci hanno contraddistinto, in particolare negli ultimi cinquant’aninglese organizzata dal Ministero ni, portando le società più evolute quasi alla piena occupazione. dell’Istruzione. È lui stesso a firmare Non tutte le ricerche degli ultimi anni condividono tale visione ottimistica. Questo perché diversi economisti credono che lo sviquesto articolo luppo tecnologico che si avrà nei prossimi anni sarà di tutt’altra portata rispetto al passato e che l’uomo non riuscirà, nella gran parte dei casi, a “difendersi” da questa ondata tecnologica. Tommaso Broggian In conclusione, se l’uomo sarà in grado di intervenire con lungimiranza, sia a livello macro che micro-economico, riuscirà ad ormai un dato di fatto che le tecnologie tendano a diffon- assorbire parte dell’effetto negativo, che comunque ci sarà sicudersi sempre più in modo pervasivo in tutti i settori econo- ramente. mici e che macchine e computer stiano ormai tendendo Il futuro è perciò, ancora una volta, in mano all’uomo e alle sue da anni a fagocitare il lavoro in qualunque contesto. Tuttavia, la abilità e le risposte scaturiranno dagli obiettivi che si porrà e dai presa di coscienza che le macchine avrebbero progressivamente valori delle nuove società. sostituito l’uomo non è una novità. L’uomo ha infatti sempre avuto la tendenza a cercare di fare meno fatica e al tempo stesso essere il più produttivo possibile e questa sua capacità lo ha portato a sviluppare le tecnologie che oggi dominano le nostre vite. L’impiego di queste tecnologie che stanno pian piano sostituendo l’uomo ha sicuramente avuto alcuni effetti positivi; primo fra tutti la creazione di un nuovo settore economico, l’ICT (Information and communication technology), che nel tempo ha genera-

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Il futuro è, ancora una volta, in mano all’uomo e alle sue abilità e le risposte scaturiranno dagli obiettivi che si porrà e dai valori delle nuove società 19


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L’Italia che sfonda negli USA L’Mit di Boston, Mass Robotics, Barkeley e Stanford University, Next, Aizoon: tra Boston e la Silicon Valley, nel cuore dell’innovazione tecnologica mondiale, sono numerosi i connazionali che abbiamo “esportato” e che si celano dietro i successi della ricerca scientifica e dei colossi dell’high-tech statunitensi. Ecco alcune delle loro storie Michele Mancino

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assione per un mondo migliore”. Questa scritta campeggia in una gigantografia sotto l’immagine di una scheda elettronica Arduino all’entrata dell’MIT, il Massachussetts Institute of Technologies, tra le più prestigiose università al mondo. Un presidio del futuro nell’aristocratica e tradizionale Boston, dove si concentrano le menti migliori del pianeta. Cinque anni fa, al World Business Forum di Milano, Chris Anderson, guru dei makers digitali, pose al pubblico questa domanda: “Chi conosce Massimo Banzi e l’esperienza di Arduino?” Delle oltre duemila persone presenti, tra imprenditori, opinion leader e manager, in pochi alzarono la mano. “Com’è possibile che nessuno li conosca?” disse Anderson con un tono pieno di stupore, giustificato dal fatto che quella scheda era stata sviluppata all’interno dell’Interaction Design Institute di Ivrea, fondato da Olivetti e Telecom. Un esempio perfetto di genius loci italiano, a partire dal nome “Arduino”, omaggio al bar dove si trovavano gli ideatori del progetto. L’MIT ha scelto un prodotto tecnologico progettato dall’italianissimo Banzi per definire il suo posto nell’immaginario collettivo. Secondo Serenella Sferzi, responsabile delle relazioni dell’MIT con l’Italia, che ha accolto i 34 rappresentanti dell’industria lombarda in missione tecnologica a Boston (#TechMission2018), sotto l’egida di Confindustria Lombardia, dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese e del Digital Innovation Hub Lombardia, i legami tra la celebre università e il Belpaese sono tanti. A cominciare dalla cupola dell’istituto, che riproduce esattamente quella del Pantheon di Roma, fino ai laboratori condivisi con prestigiose realtà imprenditoriali e di ricerca, tra cui Lamborghini, Loccioni e la Sissa di Trieste. “Qui gli studenti italiani sono molto apprezzati - racconta Sferzi - perché sanno lavorare in team, hanno creatività e una buona preparazione di base”. A qualcuno potrà sembrare un paradosso, ma

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uno dei cantieri più visitati dagli studenti dell’MIT di Boston è quello di Pellestrina, isola della laguna veneziana, dove si trova il Mose, il dispositivo per evitare il fenomeno dell’acqua alta a Venezia. “Molti professori dell’istituto - commenta la professoressa - ritengono che sia una tra le più geniali invenzioni contemporanee”. Il 14% della popolazione di Boston è di origine italiana, una presenza importante. La città bagnata dal fiume Charles, così chia-

Ilaria Raniero, direttore design alla Locus Robotics: “In questo settore c’è un margine di sviluppo enorme: entro il 2020 i ricavi dell’eCommerce raggiungeranno quota 520 miliardi di dollari”


Emanuele Bianchini oggi è senior manager alla Next, multinazionale del tessile che dà lavoro a 200 mila persone nel mondo: “Qui nessuno ti regala niente. Devi meritarlo” a dirigere e realizzare i lavori, e non solo nei cantieri. D’altronde la robotica si applica a tutti i macrosettori: dall’agricoltura alla difesa, dalla cura della persona alla logistica, dalla sicurezza domestica all’automotive. I dirigenti della Mass Robotics stimano che nei prossimi dieci anni il mercato crescerà fino a 67 miliardi di dollari con un impatto complessivo sull’economia di un trilione di dollari. Anche la veronese Ilaria Raniero, direttore design alla Locus Robotics di Boston, startup che sviluppa sistemi di logistica avanzata per l’eCommerce, ha pochi dubbi sul suo futuro e su quello dei robot. “In questo settore c’è un margine di sviluppo enorme - spiega la giovane manager italiana - entro il 2020 i ricavi dell’eCommerce raggiungeranno quota 520 miliardi di

ECONOMIA

mato in onore di re Carlo I d’Inghilterra, è tutto fuorché una metropoli americana. Una città di stampo europeo. Elegante, colta, poco caotica e piena di opportunità per chiunque voglia fare business con l’innovazione. La patria ideale per chi proviene dal Vecchio Continente in cerca di un nuovo futuro. Roberto Dolci, dopo una laurea in ingegneria al Politecnico di Torino e un’esperienza in Inghilterra, è andato a cercare fortuna proprio a Boston. Oggi è a capo di Aizoon Usa, azienda che fornisce servizi di innovazione tecnologica, soprattutto industrial Iot, ad oltre cento multinazionali, tra le quali c’è anche Amazon. “Qui tutti studiano le stesse ricette, nessuno esce dagli schemi ed è questo il motivo per cui gli italiani sono molto apprezzati - dice Dolci -. Avere una forma mentis critica e creativa è un valore. La differenza fondamentale con l’Italia consiste nel fatto che negli Usa c’è una cultura d’impresa diffusa e condivisa, fin da quando si è bambini e un sistema che nel suo complesso la sostiene”. A Boston c’è spazio per “mens et manus”, per intelligenza e manualità, come recita il motto dell’MIT. I tanti cantieri aperti nella città sono il termometro che misura la febbre di cambiamento della East Coast. Dalle finestre della sede della Mass Robotics se ne contano almeno tre. Uno accanto all’altro dove si lavora freneticamente. Tra qualche anno potrebbero essere dei robot

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dollari. I nostri sistemi raddoppiano la produttività, riducono i tempi di ciclo dell’ordine del 50% e i tempi di addestramento del personale dell’80%. È una vera rivoluzione che porteremo anche in Europa”. C’è chi, come Emanuele Bianchini, sul suo futuro ha scommesso oltre trent’anni fa. Appena diciottenne e fresco di diploma, questo coriaceo friulano è sbarcato a Boston “per cercare l’America” e realizzare il suo sogno: diventare ingegnere aeronautico. Con una laurea conseguita negli Usa ha lavorato per diverse aziende del settore tra cui anche l’italiana Aermacchi. Oggi è senior manager alla Next, multinazionale del tessile che dà lavoro a 200 mila persone nel mondo. “Qui nessuno ti regala niente sottolinea Bianchini - devi meritarlo”. Negli Stati Uniti il primato sull’innovazione tecnologica se lo giocano gli estremi, Boston, da una parte, e San Francisco e la Silicon Valley, dall’altra. Il silicio, dalla celebre valle da cui è partita la rivoluzione digitale, è sparito da così tanto tempo che, secondo Domenico Di Mola, bisognerebbe chiamarla application valley. “Gli imprenditori devono reinventare il loro modello di business - afferma il vice presidente di Juniper Network, società specializzata in communication technology e tecnologie di rete -. Siamo in un momento favorevole per i cervelli e non per le mani”. È indubbio che l’Italia sia tra i principali esportatori al mondo di materia grigia. Accanto a Di Mola, siede Carlo Tedesco, altro manager italiano che ha passato gran parte della sua vita a creare e far crescere startup. Una leadership che ha portato il fatturato di Juniper a quota 5 miliardi di dollari, l’occupazione a 9.300 dipendenti, distribuiti in 43 paesi nel mondo. “Qui c’è molta trasparenza nelle informazioni - aggiunge Tedesco - il ceo periodicamente incontra i manager e in queste riunioni si può chiedere tutto ciò che si vuole. C’è una buona cultura, basata sulla gentilezza”. Il sorriso e l’intelligenza di Massimiliano Fratoni, professore di ingegneria nucleare originario di Frosinone, sono il biglietto da visita che la Berkeley University consegna alla delegazione dell’industria lombarda. “Devo ringraziare il mio Paese - sottolinea Fratoni - perché mi ha dato una valida preparazione di base. Ma la vera differenza è che a Berkeley ho potuto andare oltre la teoria e partecipare a progetti concreti. Insomma, ho potuto mettere le mani in pasta”. La gratitudine verso il proprio Paese di origine non è un sentimento così sconta-

to tra coloro che hanno deciso di lasciarlo. Per Enzo Carrone, direttore del LAC, uno dei più importanti laboratori di fisica negli Usa, legato all’Università di Stanford, è invece una priorità morale: “Un giorno mi piacerebbe mettere a disposizione dell’Italia l’esperienza maturata qui per restituire quanto ho ricevuto in termini di conoscenza. E mi auguro che lo stesso facciano i miei figli”.

Massimiliano Fratoni, professore di ingegneria nucleare alla Berkeley University: “Devo ringraziare il mio Paese perché mi ha dato una valida preparazione di base”


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Sempre più in alto Un forte legame con il territorio, una grande responsabilità sociale, capacità di gestire le emergenze. Amca è un’azienda varesina, specializzata nella produzione di soluzioni per la mobilità, come gli ascensori o le scale mobili, in piena espansione Chiara Mazzetti

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lbert Einstein affermava che “la vita è come andare in bicicletta. Per mantenere l’equilibrio devi muoverti”. Edgar Allan Poe, invece, sosteneva che “ogni movimento, di qualsiasi natura esso sia, è creatore”. Mentre Socrate teorizzava qualcosa di ancora più elevato: “Chi vuol muovere il mondo, prima muova se stesso”. Il movimento, insomma, che si parli da filosofi, scienziati o poeti, è sempre stato un

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tratto connotativo dell’essere umano, in senso lato ma soprattutto nell’accezione più letteraria del termine. Ma cosa accade all’uomo quando la sua possibilità di muoversi viene limitata? Si ferma. Smette di creare e di produrre e, in un certo senso, di vivere pienamente. “Non capita mai di pensare a quanto sia importante muoversi liberamente, finché questo diritto ci viene negato. Noi lavoriamo per l’autonomia delle persone, per dare la possibilità a chiunque di potersi spostare in maniera agevole ed efficiente”, spiega Luca Corradini, Direttore Commerciale di Amca


50 addetti, 3.500 metri quadri di spazio lavorativo, 2.000 clienti, 3.000 ascensori istallati, 6 certificazioni: questi i numeri di Amca Elevatori tenzione di impianti costruiti da altri. E questa crescita significativa necessita di un aumento del numero dei dipendenti: assumiamo 2/3 persone ogni anno”, specifica ancora l’Ad di Amca. Privati, condomini, industrie, esercizi commerciali, pubblica amministrazione, imprese edili, progettisti ed architetti: a tutte queste categorie sono rivolti i servizi dell’impresa. “Riceviamo una media di 20 chiamate al giorno ed entro sera dobbiamo aver fugato tutti i disagi degli utenti in difficoltà – spiega Luca Corradini –. Solitamente almeno una persona, ogni giorno, rimane bloccata in un ascensore: durante l’ultimo blackout a Varese, per esempio, alle 3:20 di notte due persone erano intrappolate e noi siamo intervenuti”. Con in mente sempre il cliente e con l’intento di rendere più personalizzata possibile l’offerta, nel 2016 Amca ha deciso di aprire uno showroom a Gallarate per testare quello che gli utenti andranno ad acquistare: “È l’unico store simile in Italia. Si tratta di un percorso con prodotti del tutto funzionanti, con 7/8 tappe fruibili anche dalle carrozzine. L’obiettivo è mostrare ai clienti cosa stanno per comprare, insomma un acquisto consapevole”, chiosa il Direttore Commerciale dell’azienda specializzata in soluzioni di mobilità.

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Elevatori Srl. “Il nostro obiettivo è permettere alle persone di abbattere le barriere architettoniche, qualsiasi esse siano. Sentiamo molto il peso della responsabilità sociale”. Amca è una realtà del territorio varesino che da quasi 60 anni (l’anniversario cadrà proprio nel 2019) progetta, realizza, installa, ripara e fa manutenzione ad ascensori, montacarichi, piattaforme elevatrici, servoscale, montauto, scale e tappeti mobili. Ovvero quegli strumenti fondamentali per le persone con scarsa mobilità, per gli anziani o semplicemente per chi si è fratturato un arto. Fondata nel 1959 da Pericle Corradini (padre di Roberto e nonno di Luca), l’impresa familiare giunta alla terza generazione ora conta 50 addetti, di cui 3 progettisti e 30 tecnici specializzati, 3.500 metri quadri di spazio lavorativo, ha 2.000 clienti, istallato 3.000 ascensori, ottenuto 6 certificazioni ed è attiva 24 ore su 24, 7 giorni su 7. “Il primo ufficio di mio nonno – ricorda Luca, ripercorrendo la storia di Amca dalla sua nascita – era il bar Socrate in Piazza Monte Grappa in centro a Varese e come stoccaggio c’era solamente un piccolo magazzino nella rimessa della Camera di Commercio. Da lì è iniziato tutto: dopo la laurea in Ingegneria, tra il ‘78 e il ‘79, è entrato in azienda mio padre Roberto. Dal 2012, invece, ho fatto il mio ingresso. In sintesi, spirito imprenditoriale e continuità. In più di 50 anni abbiamo sviluppato un’esperienza ed un know-how, che ci hanno portato dalla semplice commercializzazione alla progettazione e realizzazione di impianti propri”. In tutti questi anni, però, il legame con il territorio non è mai cambiato, anzi si è rafforzato sempre più. Diventando la cifra distintiva dell’operato di Amca. “È stata una scelta aziendale strategica quella di concentrare l’attività in un territorio geograficamente circoscritto, attraversabile in poco tempo. L’obiettivo ideale sarebbe di mandare un tecnico dal cliente a piedi. Se si allarga il raggio di azione, si viene immediatamente a perdere quel rapporto di fiducia con clienti e fornitori così fondamentale per noi. Se qualcuno ha bisogno, si deve poter arrivare velocemente, anche e soprattutto nei casi di emergenza. Garantiamo il nostro intervento in 60 minuti: arriviamo addirittura prima dei pompieri”, racconta Roberto Corradini, Amministratore Delegato e Direttore Tecnico dell’azienda. “La nostra forza è il lavoro a km 0. Non sei competitivo se devi andare a Brescia partendo da Varese: questa provincia ci permette di crescere. Il mercato ascensoristico nel territorio varesino è in espansione: i nostri clienti ci affidano la manu-

“Il nostro obiettivo è permettere alle persone di abbattere le barriere architettoniche, qualsiasi esse siano. Sentiamo molto il peso della responsabilità sociale” 25


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Borroni Powertrain, l’azienda che muove la Ducati di Dovizioso Compie 45 anni l’azienda di Saronno appartenente al Gruppo Strepava che produce gli alberi a motore per i bolidi del motociclismo, ma non solo Cristina Cannarozzo

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stata ribattezzata “Fabbrica in Famiglia” l’iniziativa voluta dal Gruppo Streparava che ha festeggiato i 45 anni di Borroni Powertrain con una mattinata di porte aperte e una cerimonia con la premiazione dei dipendenti per l’anzianità lavorativa ma anche per il raggiungimento di obiettivi di miglioramento continuo. “Fabbrica in Famiglia”, dunque, e non “famiglia in fabbrica” come sembrerebbe più ovvio indicare, e questo particolare non sfugge a Monsignor Armando Cattaneo, Prevosto di Saronno, che ha portato la benedizione natalizia nei reparti in occasio-

I clienti principali sono i grandi marchi del motorbike, come Ducati, MV Agusta, BMW, e dell’automotive: Gruppo FCA e gruppo Wolkswagen 26

ne di questa festa. Perché ci sono le persone al centro di tutto per il Gruppo Streparava, un Gruppo rappresentato da culture, competenze e nazionalità diverse che nacque nel 1951 su iniziativa di Angelo Streparava. Fu lui con un paio di macchine, in una chiesa sconsacrata in provincia di Brescia, a iniziare quell’attività nella metallurgia pesante che oggi è una realtà multilocalizzata in Italia e all’estero con quasi 1.000 dipendenti. Nel 2016, il Gruppo leader nella produzione di componenti motore ha acquisito il 100% della Borroni Powertrain, dopo averne preso alcune quote insieme ad altri soci nel 2014, ed aver così salvato da un destino che sembrava segnato l’azienda di Saronno che da 45 anni produce anche alberi motore per il settore motociclistico. Un ambiente famigliare, un clima disteso che si respira chiaramente durante la visita nei reparti. Basta poco per percepire l’orgoglio dei responsabili che hanno spiegato le attività principali dell’azienda e presentato “i loro pezzi” e “le loro macchine”. Il loro è lo stesso orgoglio degli operai che per l’occasione hanno portato mogli, genitori e bimbi piccoli a questo insolito tour ed è il medesimo orgoglio del Presidente Pierluigi Streparava, del figlio Paolo e di tutta la dirigenza.


Un investimento massiccio quello che il Gruppo bresciano ha fatto sull’azienda di Saronno: ammodernamento degli spazi, delle macchine, dei processi ma anche un nuovo modo di organizzare e condividere la produzione per un’azienda che, lavorando con marchi importanti, deve rispettare degli standard qualitativi altissimi e assicurare l’eccellenza. L’azienda nasce nel 1973, quando Giuseppe Borroni, allora responsabile di produzione della Montepilli S.p.a., leader europeo nella costruzione di alberi motore, lascia l’azienda e fonda con il fratello Vito la società F.lli Borroni. Negli anni a seguire la produzione si estende alla motorizzazione pesante (autocarri, trattori e movimento terra), marina, auto sperimentali e sportive, motociclismo e impianti di refrigerazione. Nel 1995 la F.lli Borroni con l’acquisizione della Montepilli inizia la produzione di alberi a camme. Un reparto altamente qualificato dell’azienda produce alberi motore sperimentali e da gara, ricavandoli interamente da barra piena. L’azienda prolifica. È del 2002 l’acquisto e il trasferimento nella nuova e imponente sede di via Antonio Parma. La crisi è però dietro l’angolo e porta la famiglia Borroni a ricercare nuovi investitori. È così che subentra il grande gruppo bresciano portando non solo nuove finanze ma anche e soprattutto nuove sfide e un rinnovato spirito di gruppo. Oggi nel sito di Saronno lavorano circa 90 persone su 3 turni e vengono prodotti circa 40.000 alberi motore e 60.000 alberi a camme all’anno, con una previsione di fatturato per il 2018 di 9.500.000 euro. I clienti principali sono i grandi marchi del motorbike, come Ducati, MV Agusta, BMW, e dell’automotive: Gruppo FCA e gruppo Wolkswagen. I valori comunicati e celebrati durante l’open day sono: spirito di gruppo, benessere e sfida, a sottolinearli a sorpresa anche il video saluto di Andrea Dovizioso il pilota che gareggia in MotoGP sulla Ducati e che macina successi anche grazie agli eccellenti alberi motore sperimentali da gara che la Borroni Powertrain “produce per lui”.

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Oggi nel sito di Saronno vengono prodotti circa 40.000 alberi motore e 60.000 alberi a camme all’anno

L’impresa nasce nel 1973, quando Giuseppe Borroni, allora responsabile di produzione della Montepilli S.p.a., lascia l’azienda e fonda con il fratello Vito la società F.lli Borroni 27


#PIU’CORAGGIO

Ecco perché le bollette aumenteranno Non ne parla nessuno, ma per il 2019 sono previsti forti aumenti dei costi di energia elettrica e gas metano. Una situazione sempre più preoccupante per imprese e famiglie. Per quale motivo il tema non è tra le priorità dell’agenda politica? Qual è lo scenario energetico che le imprese devono at-

Davide Cionfrini tendersi per il 2019?

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l quadro è sempre più preoccupante. Per le imprese, certo. Ma le famiglie non saranno risparmiate. Le bollette sono destinate ad aumentare non poco nei prossimi mesi. Rispetto ai livelli minimi di soli tre anni fa, le previsioni parlano di incrementi del 49% per il gas metano e del 58% dell’energia elettrica. Una situazione che il nostro Paese condivide con il resto d’Europa, ma che va ad incidere su un gap competitivo energetico ormai strutturale che da anni obbliga le aziende del made in Italy ad affrontare costi ben più alti dei propri competitor internazionali. Ce ne sarebbe, dunque, per porre la questione tra le priorità di un’azione politica a sostegno della competitività delle imprese e della capacità di spesa dei cittadini. Eppure, tutto tace. Nessuno ne parla. A parte Varesefocus che ha voluto indagare la situazione insieme a Giuseppe Gatti, Senior Partner di Energy Advisors, società di consulenza energetica che collabora con l’Unione degli Industriali della Provincia di Varese e le sue aziende dal 1999, quando venne costituito il primo Consorzio in Italia per accedere al mercato libero dell’energia: Energi.Va.

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Purtroppo, tutti gli indicatori di cui disponiamo, a partire dai forwards, cioè dai contratti a termine già conclusi, dicono che l’escalation dei prezzi energetici iniziata con la primavera scorsa non si è esaurita e che ci attendo ancora diversi mesi, direi fino ad aprile, di quotazioni elevate. Ricordo che a gennaio il PUN, cioè il prezzo di borsa dell’energia all’ingrosso, era di 49 €/MWh ed è salito a 76,32 €/MWh con settembre. Le previsioni che possiamo oggi formulare vedono un PUN al di sopra dei 70 €/MWh ancora per un 4-5 mesi. Anche per il gas dobbiamo attenderci una conferma delle elevate quotazioni attuali. Il 2018 è iniziato con un gas a 20 €/MWh ed a settembre eravamo a 30 €/MWh e, come per l’energia elettrica, tutte le previsioni dicono che sino alla seconda metà di aprile, i prezzi sul PSV (che rappresenta la borsa del gas) saranno tra i 27 ed i 30 €/MWh. Se consideriamo che l’anno termico ottobre 2017-settembre 2018 si è chiuso con un prezzo medio di 23,11 €/MWh alla voce metano l’incremento dei costi per le imprese rischia di essere nell’ordine del 20%. Quali sono le cause dei forti aumenti che le imprese si ritroveranno in bolletta nei prossimi mesi?


#PIU’CORAGGIO

È una situazione irreversibile quella con cui devono fare i conti le imprese o ci sono delle azioni di politica economica ed energetica che le istituzioni, Governo in primis, potrebbero intraprendere sia nel breve, sia nel lungo periodo? L’unico intervento che nel breve periodo potrebbe modificare in misura significativa la fattura energetica delle imprese è un trasferimento alla fiscalità generale degli oneri di sistema ed in specie della componente A3 (incentivazione delle rinnovabili). Nel 2017 su di una bolletta elettrica nazionale di 45,6 miliardi di euro (al netto dell’IVA) gli oneri di sistema hanno pesato per 14,6 miliardi e di questi 12,4 miliardi sono andate alle rinnovabili (il 27% del totale). Nel più lungo periodo, seguendo l’indirizzo già assunto a partire dal 2012, occorrerebbe da un lato graduare con maggiore attenzione gli incentivi alle rinnovabili, riducendone il peso, e da un altro sostenere le linee di ricerca innovative sulla decarbonizzazione.

Paghiamo le turbolenze e le incertezze che segnano la scena geo-politica su tutto lo scacchiere medio-orientale e del Nord Africa, quindi un Iraq che vede irrisolta la questione curda (con i grandi giacimenti del Kurdistan), la Siria con un assetto indefinito, una Libia con due Enti petroliferi entrambi minacciati dalle più diverse Perché secondo lei la questione energemilizie tribali. Si aggiungano le nuove sanziotica, anche alla luce dei forti incrementi ni Usa all’Iran ed in generale la politica proattesi, non è in testa all’agenda politica tezionista dell’amministrazione Trump. Una italiana? miscela esplosiva che ha impattato in primo La totale incomprensione della problematica luogo sui prezzi degli idrocarburi, petrolio e energetica italiana è espressa emblematicagas naturale e che ovviamente dal gas si è riflesmente dalla vicenda del TAP, accettato alla fine Giuseppe Gatti sa sull’energia elettrica, che, in Italia soprattutto, con rassegnazione dal Governo. Del resto, passi ha nel gas la fonte principale. C’è da dire che la forte avanti per ridurre i costi per famiglie ed imprese si concorrenza portata dalla liberalizzazione del mercato possono compiere solo procedendo verso una maggiore elettrico ha contenuto l’incremento dei prezzi, costringendo i integrazione a livello europeo tra i diversi sistemi energetici naproduttori a comprimere i propri margini. Potrebbe apparire zionali, ma chiedere oggi più Europa all’attuale vertice politico una magra consolazione, ma bisogna invece essere consapevoli sembra scarsamente realistico dei vantaggi di un libero mercato in una congiuntura politica che proietta nuovamente l’ombra di un incombente statalismo di ritorno.

Questi incrementi vanno a incidere su una realtà, quella italiana, già strutturalmente peggiore rispetto allo scenario degli altri competitor stranieri. In Italia, sul mercato all’ingrosso l’energia elettrica costa il 12% in più che in Francia ed il 40% più che in Germania. Questi divari sono strutturali e non rimediabili nel breve periodo e dipendono dal mix di tecnologie e quindi di combustibili. La Francia si basa per il 75% della sua produzione sul nucleare. La Germania per il oltre il 40% si affida al carbone. Noi dipendiamo essenzialmente dal gas che è il più caro tra i combustibili disponibili.

Giuseppe Gatti, Senior Partner di Energy Advisors: “Paghiamo le turbolenze e le incertezze che segnano la scena geo-politica su tutto lo scacchiere medioorientale e del Nord Africa. In primis, Libia, Kurdistan, Siria e le nuove sanzioni Usa all’Iran”

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IL NOLEGGIO A LUNGO TERMINE: INTERVISTA AL DOTT. RINALDO CORTI, ELMEC INFORMATICA Questo mese Executivelease, societĂ di consulenza di mobilitĂ , e agente di noleggio a lungo termine, intervista il Dott. Rinaldo Corti, AD di Elmec Informatica, sul tema sempre piĂš richiesto della mobilitĂ  aziendale.

AVETE DELLE FORMULE PER AGEVOLARE TALE RICHIESTA? “Con il noleggio a lungo termine abbiamo avuto la possibilitĂ di ampliare iO numero e il tipo di modelli di veicoli a disposizione dei nostri collaboratoriâ€?.

INNANZITUTTO, UNA DOMANDA SU DI VOI: NEL TERRITORIO LOMBARDO SIETE UNA REALTĂ€ AFFERMATA MA PER CHI ANCORA NON VI CONOSCESSE BENE, CI PUĂ’ SPIEGARE MEGLIO IN COSA CONSISTE IL VOSTRO CORE BUSINESS? “La nostra attivitĂ consiste nel migliorare il business dei nostri clienti costruendo, insieme, il loro ambiente informatico e mantenendolo Gamo>_oK^K_oKPp_{Sa_>_oK­KP}GK_oK­mSGpla e connesso attraverso servizi gestiti dal nostro personale operativo 24 ore su 24 per 365 giorni l’annoâ€?.

SI SENTE SEMPRE PIĂ™ PARLARE DI MOBILITĂ€ SOSTENIBILE, E IL VOSTRO GRUPPO Ăˆ PARTICOLARMENTE ATTENTO ALLA QUESTIONE AMBIENTALE. QUALI LE VOSTRE SCELTE AL RIGUARDO? Ă‹ >oKG_a]aQS>GSmiS_QKuKlmap_KP}GSK_o>^K_oa e una diminuzione dell’impatto ambientale, per cui, oltre ad aver scelto alcuni modelli elettrici o ibridi, il mantenimento del parco molto aggiornato ci consente di limitare l’impatto delle emissione dovuto alla nostra necessitĂ di mobilitĂ â€?.

AVETE UN PARCO AUTO DI UNA NOTEVOLE IMPORTANZA. COME L’AVETE GESTITO FINO AD ADESSO E COSA PREVEDETE PER IL FUTURO? “Stiamo trasformando il nostro parco a noleggio a lungo termine, dopo anni nei quali siamo stati convinti dell’economicitĂĄ dell’acquisto. Ad oggi questo cambio di rotta è dovuto ad una serie di motivazioni economiche, funzionali, ISQKmoSa_K­ISKP}GSK_{>­ISkp>]SoB­^SQ]Sal iS>_S}G>{Sa_KIKQ]SS_uKmoS^K_oSK_a_p]oS^a p_>a^aQK_KS{{>{Sa_KIKS~pmmS}_>_>{S>lSĂŒÂ˛ LEI PERSONALMENTE USA UNA VETTURA A NOLEGGIO A LUNGO TERMINE. CHIEDONO QUESTA FORMULA SEMPRE PIĂ™ PRIVATI, CHE LA NOLEGGIANO COME DIPENDENTI. SECONDO LEI COME MAI? “Credo per una maggiore comoditĂ della gestione di tutta la vita dell’automobile: una rata costante che prevenga sorprese “sgraditeâ€? assicura una iS>_S}G>{Sa_K}_>_{S>lS>P>^SQ]S>lK^SQ]SalK­ mantenendo la possibilitĂ  di rinnovare il veicolo in possesso usando sempre modelli aggiornati, KP}GK_oSK>I>ooS>]]KmiKGS}GRK_KGKmmSo?IK]]>uSo> quotidiana di ognunoâ€?.

CLASSICA DOMANDA: COSA CONSIGLIEREBBE A CHI VOLESSE INIZIARE A PROVARE IL SERVIZIO A NOLEGGIO A LUNGO TERMINE? “Sono convinto che sia il modo migliore per affrontare la mobilitĂ oggiâ€?. COSA DIREBBE A CHI ANCORA Ăˆ LEGATO AL CONCETTO DI PROPRIETĂ€? “/o condivido solo per le auto da collezioneâ€?. UN ULTIMO CONSIGLIO SUL PARTNER DA SCEGLIERE PER IL NOLEGGIO A LUNGO TERMINE: QUALI CARATTERISTICHE DOVREBBE AVERE LA FIGURA PROFESSIONALE CHE VI SUPPORTA IN TALE SERVIZIO? “Per la nostra esperienza è stato vincente S]i>lo_KlGRKmSOIS^amol>oa~KmmSFS]KKuK]aGK² Abbandonando lo stereotipo del vecchio contratto di noleggio a lungo termine rigido in ogni clausola dell’accordoâ€?.

Executivelease Noleggio a lungo termine

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Formazione, passione, cultura d’impresa, economia circolare, entusiasmo: questo e molto altro hanno cercato di trasmettere ai 4.000 ragazzi di terza media le 140 imprese che hanno organizzato le visite aziendali nell’ambito della manifestazione di orientamento allo studio della Piccola Industria di Univa Chiara Mazzetti

C

ome si chiama quando 4.000 studenti di terza media entrano in oltre 140 aziende alla scoperta della cultura imprenditoriale? Pmi Day Varese. Giunta alla nona edizione, la giornata nazionale della piccola e media impresa, voluta ed organizzata in tutta Italia da Confindustria all’interno della settimana della Cultura d’Impresa, nella provincia di Varese ha dato vita a un mese di visite aziendali. “Si tratta di un evento abbastanza inusuale ed insolito, in cui l’impresa si apre ed incontra il territorio e i ragazzi – spiega Giancarlo Saporiti, neo Presidente della Piccola Industria dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese –. Quei ragazzi che saranno anche la futura classe dirigente delle nostre aziende. Un’occasione più unica che rara per trasmettere ai giovani i valori della cultura d’impresa: un messaggio in cui, come imprenditori, crediamo molto e su cui puntiamo quotidianamente”. Dopo la grande partecipazione dello scorso anno, le aziende del territorio hanno nuovamente aperto i cancelli dei propri stabilimenti

FORMAZIONE

#PmiDayVarese 2018 agli studenti delle classi terze delle scuole medie. Per un totale di oltre 150 visite. Risultato che conferma e rilancia gli sforzi compiuti non solo nel 2017, ma fin dalla nascita dell’iniziativa: dal 2009, infatti, sono stati oltre 10.220 gli studenti coinvolti nel progetto. Numeri che danno un’idea dell’importanza sempre maggiore che l’iniziativa riscontra, non solo per la compagine produttiva, ma specialmente per scuola, ragazzi e famiglie. Un crescendo che ha permesso al Alfredo Grassi Spa

Lodetex Spa

Pmi Day di trasformarsi, nel corso del tempo, nel più importante evento di orientamento allo studio del Varesotto. Ma com’è stato il viaggio degli studenti coinvolti in questa edizione? Formativo di sicuro. Se c’è un aspetto che è sempre stato sottolineato nelle visite aziendali, infatti, è proprio l’importanza di una formazione continua, come ha raccontato Sergio Taffurelli, fondatore insieme alla moglie Franca Tettamanti della Automation Systems Technology di Gallarate: “La necessità della nostra piccola azienda che produce quadri elettrici è trovare giovani da far crescere nell’organico. Ragazzi volenterosi a cui insegnare il nostro lavoro praticamente da zero”. Concetto ribadito e sottolineato anche da Luca Cattaneo della 31


FORMAZIONE

Pool Service di Cairate: “Abbiamo aderito a questa iniziativa per far sì che i ragazzi abbiano idee chiare sul loro futuro. Nel nostro campo (la cosmetica ndr), c’è una grande richiesta di figure professionali diversissime tra loro, che spaziano dalla grafica pubblicitaria, alla fotografia passando per la produzione, arrivando al chimico e al biologico”. Cambia il settore, ma il messaggio decisamente no: alla Tintoria G. Tosi di Busto Arsizio per innovare servono capacità e grande impegno, che si tratti di “chi crea la ricetta e dosa i colori necessari per la lavorazione, chi sta in laboratorio e chi da un insieme di colori tira fuori un prodotto finito”, ribadisce Francesca Orsenigo delle Risorse Umane. Pmi Day Varese, però, significa anche e soprattutto lasciarsi entusiasmare. Come è successo, per esempio, ai giovani dell’Istituto Leonardo da Vinci di Saronno in visita alla SPII (acronimo di Studio Professionale di Ingegneria Industriale), rimasti letteralmente a bocca aperte di fronte al banco di comando di un treno. E se è chiaro a tutti che in azienda (e non solo) servono grande spirito di sacrificio e mente aperta, altra lezione da imparare “sul campo” è l’importanza di alimentare i propri interessi. “Cercate di capire quali siano le vostre passioni: coltivatele e trovate il modo di farne un lavoro”, racconta Stefano Montoli della Brevetti Montolit di Cantello. Formazione, entusiasmo e passione non devono mancare, ma la sicurezza degli operatori sul luogo di lavoro è fondamentale: “Ogni ambiente, ogni nostra azione è sicura se si usa la testa, si è sempre vigili, se si adottano delle soluzioni preventive, si valutano rischi ed eventualità e se si continua a formarsi con serietà e costanza. In un’azienda chimica questo è un vero e proprio lavoro”. L’insegnamento arriva forte e chiaro ed è targato Quaker Chemical e Quaker Italia, le due realtà chimiche con sede a Tradate appartenenti allo stesso gruppo. Si è parlato anche del made in Italy e del saper fare tutto Samic Spa

mo: questo deve essere il futuro, qualcosa di cui da grandi, voi ragazzi, potrete vantarvi”, spiega il Ceo Shahrokh Farhanghi. A pochi passi dall’impresa che produce tessuti per gli hotel di lusso di tutto il mondo, ne sorge una leader nella rigenerazione di PVC rigido utilizzato nella produzione di compound: Laborplast. In prima fila sulle tematiche ambientali, l’azienda ha raccontato agli studenti cosa succederebbe “Se la plastica non esistesse…”, attraverso un filmato prodotto per la campagna social #AreyouR a favore del riciclo della plastica. Tra i messaggi più ostici da trasmettere ai giovani in ascolto, tuttavia, c’era sicuramente cosa significa fare impresa. Ha provato a dare una Mazza Sollevamenti Srl

risposta Sergio Mazza, Presidente della Mazza Sollevamenti di Samarate: “Fare impresa significa costruire e realizzare qualcosa: per farlo occorre investire capitali e assumere dipendenti. Perché si fa? Perché in Italia, non avendo materie prime, dobbiamo trasformare, lavorare e creare prodotti. Abbiamo capacità innovative, creative e produciamo beni che arricchiscono il nostro Paese e che ci invidiano in tutto il mondo”. In fin dei conti, però, la testimonianza diretta rimane sempre il modo migliore per trasmettere un concetto: “Com’è gestire questa azienda?” Risposta: “È una figata pazzesca. Ci sono moltissime responsabilità, ma è compito dell’imprenditore trasformare i pesi in soddisfazioni”. E se lo dice Giovanni Berutti, Presidente del Cda dalla Spm di Brissago Valtravaglia, non resta che crederci.

italiano che contraddistingue la produzione manifatturiera del Varesotto: “Ci fa piacere far vedere ai ragazzi del territorio che ci sono ancora tante aziende manifatturiere, come la nostra – ha raccontato Anna Pisaniello della Giovanni Bottigelli –. Esistono ancora diverse realtà che fanno questi prodotti qui in Italia”. Esperienze diverse e settori differenti, accomunati da un unico fil rouge. A collegare tutti i tour in azienda della nona edizione del Pmi Day targato Varese, è stata l’economia circolare, raccontata dalle imprese con testimonianze dirette. Come nel caso della bustocca Lodetex: “Cerchiamo di salvaguardare l’ambiente quando producia32

Quelle qui riportate sono testimonianze che rappresentano solo uno spaccato di un vero e proprio reportage nell’industria della provincia di Varese che le redazioni di Varesefocus e di Varesenews hanno svolto a seguito delle scolaresche. Potete trovare tutti gli articoli, i video, le gallerie fotografiche e i post social su www.varesefocus.it e www.univa.va.it


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FORMAZIONE


FORMAZIONE

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UNIVERSITÀ

L’Università del lavoro La crescita delle immatricolazioni, così come quella sul fronte delle opportunità occupazionali e di stage offerte a laureati e studenti. Ma non solo: l’inaugurazione dell’anno accademico della LIUC si è trasformata nella difesa a spada tratta del ruolo di inclusione sociale che rivestono le imprese Davide Cionfrini

I

l lavoro e la sua dignità. Le imprese e il loro ruolo di inclusione sociale. Sono stati questi i temi posti al centro dell’inaugurazione dell’anno accademico 2018/2019 della LIUC – Università Cattaneo. Un evento durante il quale “l’Università nata dalle imprese”, come vuole lo slogan che da sempre ne ripercorre le origini, ha voluto rimarcare il proprio posto nel mondo delle nuove generazioni. Come la rivendicazione di un ruolo che è anche difesa dei principi che furono e sono ancora le fondamenta dell’operare quotidiano di un ateneo dove “ogni giorno insegniamo ai giovani a guardare lontano e a sapersi confrontare con culture diverse, offrendo ai nostri studenti conoscenze scientifiche, opportunità di esperienze in paesi stranieri, stage in importanti aziende”. Le parole del Presidente della LIUC, Michele Graglia, tracciano un’immagine lineare: solo il lavoro può dare dignità alle

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Alla celebrazione è intervenuto anche il Presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia: “Siamo cittadini europei di nazionalità italiana. In queste aule si costruisce il nostro futuro” persone. E il lavoro viene creato dalle imprese. Ma chi può mettere in contatto le due sponde di un fiume sempre più in piena, sempre più complicato da guadare se non il ponte rappresentato dall’Università? Soprattutto se è un’Università, appunto, nata dalla spinta propulsiva del sistema industriale, come la LIUC: “Siamo convinti - scandisce bene le parole Graglia - che Vincenzo tutto il Paese debba fortemente credere Boccia nel valore insostituibile del lavoro inteso come strumento per realizzarsi come persone, riconoscendo il ruolo insostituibile di chi il lavoro lo crea giorno dopo giorno, le aziende”. Il riferimento nemmeno troppo implicito è all’azione di politica economica del Governo, al reddito di cittadinanza e al Decreto Dignità. La precisazione, dunque, per il Presidente della LIUC, è d’obbligo: “Ogni Paese moderno e civile ha il dovere di sostenere le fasce di popolazione in difficoltà”. Questo non può essere messo in discussione. Anzi: “È responsabilità di tutti e non può essere solo un’iniziativa di una parte politica, qualunque essa sia”. C’è, un però nelle


Michele Graglia

UNIVERSITÀ

parole di Graglia: “Chi conosce il mondo delle tipiche imprese italiane, medio-piccole, familiari, sa che proprio dall’interno delle aziende molto spesso si creano le condizioni di sostegno e solidarietà per coloro che maggiormente hanno bisogno”. Solo sostenendo le imprese, si sostiene il Paese con politiche di vera inclusione sociale, secondo Graglia: “La dignità di contribuire con il proprio sforzo, in fabbrica, negli uffici, garantendo i servizi necessari alla comunità, è l’unico vero obiettivo che dobbiamo porci ricercando e garantendo le condizioni più favorevoli per creare lavoro, nuovo lavoro, aiutando così, concretamente ed in maniera sostenibile, i più deboli”. Quella del Presidente della LIUC, però, non vuole essere “una difesa acritica del mondo delle imprese: molto va cambiato nei metodi di gestione, di sviluppo, di capacità di operare con orizzonti molto più ampi”. Ma è proprio qui che si fa centrale il ruolo di un’istituzione formativa come la LIUC: “Il nostro compito come Università è formare giovani capaci di aiutare questo sviluppo e questo cambiamento”. Il problema, però, e qui Graglia torna ad un tono amaro, è che “la percezione culturale dell’ambiente in cui le nostre aziende operano non dipende solo da noi. Tutti abbiamo bisogno di vedere che chi guida il nostro Paese sia convinto di questo e operi coerentemente”. La sfida, da un certo punto di vista, è allo stesso tempo difficile ed epica: “Non dobbiamo accontentarci di creare dei bravi giovani manager capaci di gestire le imprese”. Non basterebbe lo svolgimento di questo compito per prendere una lode, che semmai passa dal raggiungimento di un obiettivo più ambizioso: “È necessario da parte di tutti - spiega Michele Graglia - un grande sforzo perché queste capacità si concretizzino in un tessuto produttivo che cresce e si sviluppa garantendo così anche maggiore equità sociale”. Occorre dare nuovi orizzonti a ragazzi e ragazze. La chiosa di Graglia non è un semplice slogan programmatico, bensì la dichiarazione di voler continuare su un percorso che da anni sta già dando buoni risultati. Come quelli che traduce in numeri il Rettore della LIUC – Università Cattaneo, Federico Visconti. Anche qui è la voce “lavoro” a dare la misura di tutto: “Lo scorso anno accademico il Career Service del nostro ateneo ha gestito 4.289 opportunità di occupazionali e di stage, un dato in crescita del 10% rispetto al periodo precedente”.

È anche grazie a questa capacità di fare da ponte tra lo studio e il lavoro che l’offerta didattica e formativa della LIUC piace ad una fascia sempre più ampia di giovani. Il Rettore fa parlare i numeri: “Questo nostro nuovo anno accademico si apre con una crescita delle immatricolazioni rispetto al 2017/2018 che si assesterà intorno al 20%, passando da 750 studenti a oltre 900 e portando così la popolazione studentesca nell’intorno di 2.200 iscritti”. Una crescita che pone delle sfide: “L’incremento del numero di studenti - spiega Visconti - sta imponendo un rigoroso presidio delle attività didattiche, a livello di composizione delle classi, corsi propedeutici all’apprendimento delle materie più complesse, tutoraggio, assistenza nello svolgimento delle tesi di laurea”. D’altronde lo stesso Rettore lo aveva dichiarato già a metà ottobre, quando i dati sulle iscrizioni ai corsi si erano chiuse con il segno più: “Ai buoni risultati delle immatricolazioni si aggiungono novità nell’ambito del reclutamento dei docenti: sono stati chiamati 5 nuovi docenti di ruolo (la componente principale della nostra

Il Presidente della LIUC, Michele Graglia: “Chi conosce il mondo delle tipiche imprese italiane, mediopiccole, sa che proprio al loro interno molto spesso si creano le condizioni di sostegno e solidarietà per coloro che maggiormente hanno bisogno” 37


UNIVERSITÀ

faculty) e aperte posizioni per altri 3. Gli assegni di ricerca, invece, sono raddoppiati passando da 8 a 16, garantendo nuovi posti per giovani colleghi. Inoltre, attraverso un bando per il ‘rientro dei cervelli’ richiameremo come professore Associato un docente ‘nato’ alla LIUC che oggi insegna all’estero”. Il segreto, ormai da anni, è l’apertura internazionale di questo ateneo. “Sono 130 gli accordi che abbiamo con altre Università collocate in una cinquantina Paesi europei ed extra europei”, spiega Visconti. Non potrebbe essere altrimenti per un ateneo di ispirazione industriale. “Non creiamo l’illusione che isolandoci possiamo cambiare il mondo”, sostiene il Presidente Michele Graglia: “Fuori dai nostri confini le aziende ed i prodotti italiani, tutti, non solo moda e cibo, godono di grande rispetto sui mercati internazionali: siamo geneticamente bravi a fare industria”. Come dire: la dimensione internazionale è una necessità. Condivisa nel suo intervento di saluto portato all’inaugurazione dell’anno accademico anche dal Presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia: “Siamo cittadini europei di nazionalità italiana”. Una convinzione, quella del leader degli industriali, più volte ripetuta, ma che ci tiene a ribadire rivolgendosi direttamente agli studenti della LIUC, definita “un luogo della conoscenza dove si gioca il futuro del Pa-

ese”. Un futuro che sarà industriale o non sarà. In questa visione, che si riallaccia a quella di Graglia, la Ferrari diventa “un oggetto di sinistra”, dice provocatoriamente, ma non troppo, il Presidente di Confindustria: “La Ferrari, come tutti gli altri prodotti del made in Italy del lusso, la comprano i ricchi del mondo. Per questo dico che è un fattore di riduzione di divario sociale: perché permette di far arrivare in Italia una parte della ricchezza internazionale”. Che con il lavoro in fabbrica viene ridistribuito.

Il Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Marco Bussetti in prima fila all’inaugurazione dell’a.a. in LIUC

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giovedì 7 febbraio alla LIUC Università Aperta Presentazioni piani di studio e seminari tematici di Economia aziendale e Ingegneria gestionale

Test d’ammissione per l’anno accademico 2019/2020

martedì 5 e mercoledì 6 febbraio Test d’ammissione in molte altre città d’Italia

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VITA ASSOCIATIVA

Confindustria

“connext” le imprese Dare vita a nuove filiere produttive, offrire opportunità di business, creare sinergie con Germania, Marocco e Balcani. A Milano, il 7 e 8 febbraio, si terrà il primo grande evento di partenariato industriale organizzato dal Sistema Confindustriale di networking digitale che farà leva sui principali driver di svi-

Davide Cionfrini luppo e crescita per il sistema produttivo ed economico nazio-

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reare nuove reti, nuove filiere e nuove opportunità di business per le imprese: è questo l’obiettivo di Connext, il primo evento di partenariato industriale organizzato da Confindustria. In pratica si tratta, da una parte, di un grande incontro espositivo e fieristico, mentre, dall’altra, di un’iniziativa

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nale ed internazionale. Dare vita a un momento di costruzione collettiva di valore che potrà contare sulla capacità di Confindustria di mettere in connessione e offrire alle imprese visione e occasioni di crescita; puntare sui principi che le 160mila imprese iscritte a Confindustria condividono, per ampliare la catena del valore di ogni


singola filiera; accendere un faro su ogni impresa, moltiplicando le occasioni di networking e business per aprire le singole realtà che aderiranno al progetto a nuove possibilità. È su queste basi che sta nascendo Connext. L’evento La parte espositivo-fieristica del progetto si terrà giovedì 7 e venerdì 8 febbraio 2019 negli spazi di MiCo – Milano Congressi. È qui che sono attese le aziende e i principali player nazionali del mondo economico e finanziario che saranno presenti nei vari spazi, divisi su quattro aree tematiche: “Fabbrica Intelligente”, “Aree metropolitane motore dello sviluppo”, “Il territorio laboratorio dello sviluppo sostenibile”, “La persona al centro del progresso”. Un’altra zona a parte verrà, invece, dedicata al “Made in Italy” e verrà riservata agli incontri con la rete commerciale della Germania per i prodotti del Food & Beverage e Moda & Accessori, grazie alla collaborazione con l’Ice (Istituto Commercio Estero). Più in generale, le imprese che decideranno di aderire a Connext potranno partecipare a incontri B2B, speedpitching, showcase di progetti innovativi, momenti di dibattito su temi strategici o di approfondimento tecnico. Il marketplace digitale Evento fieristico, ma non solo. Connext offrirà alle imprese anche una vetrina digitale attraverso l’utilizzo di un marketplace: uno spazio per incontrarsi, guardare oltre i confini del proprio business, accrescere e migliorare le proprie filiere, conoscere nuovi partner, confrontarsi con stakeholder, associazioni, operatori commerciali. Le imprese del marketplace digitale si profileranno per creare una scheda di presentazione della propria attività che apparirà sul catalogo degli espositori attivo anche oltre lo stretto evento fieristico di febbraio, fino a dicembre 2019.

L’ambito internazionale Connext, inoltre, avrà anche una dimensione internazionale. Verranno, infatti, coinvolte imprese dalla Germania, partner strategico del made in Italy. Spazi espositivi saranno offerti anche ad aziende dell’area balcanica e del Marocco, uno dei più promettenti Paesi di sbocco di merci dell’area mediterranea. Ciò attraverso la stretta collaborazione con Confindustria Est Europa e Confindustria Assafrica & Meditteraneo.

VITA ASSOCIATIVA

Connext sarà anche una vetrina digitale con un marketplace dove le imprese si potranno profilare per creare una scheda di presentazione della propria attività che apparirà sul catalogo degli espositori

Attivando il proprio profilo sul marketplace le imprese potranno: richiedere e accettare proposte di B2B per il 7 e 8 febbraio al MiCo, iscriversi agli eventi che animeranno Connext. Un tool consentirà di organizzare gli incontri, consultare in real time profili, agenda e programma dei lavori. In sostanza, dunque, le imprese che parteciperanno a Connext potranno contare su un kit fatto di visibilità del brand, assistenza, area dedicata, incontri di business, presentazioni aziendali, networking e accesso ad un’agenda online di appuntamenti.

Non solo business “Connext sarà un evento - spiega il Presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia - di orgoglio e consapevolezza che permetterà alle imprese nostre associate e non, di incontrarsi per creare nuove filiere verticali e orizzontali e nuove alleanze”. In pratica Confindustria cercherà di scaricare sul terreno del business una sua grande potenzialità, “quella di essere un network” già esistente nei fatti, come spiega il Vicepresidente nazionale per la Politica Industriale, Giulio Pedrollo. O per dirla con le parole della Vicepresidente all’Organizzazione, Antonella Mansi: “Siamo una grande comunità che ha deciso di intraprendere una nuova sfida, riunendosi in una grande piazza”. Fisica e virtuale. Per fare business, in questo caso, ma non solo. Non viene meno il motivo di esistenza stessa di Confindustria. È vero, infatti, che Connext, come spiega il Presidente nazionale della Piccola Industria, Carlo Robiglio, rappresenterà grazie all’esposizione basata sulle filiere “una opportunità per valorizzare le eccellenze delle Pmi”, visto che a Milano “ci saranno grandi realtà industriali che hanno bisogno di selezionare i propri fornitori”. Ma, allo stesso tempo, l’evento, continua Robliglio, “sarà un momento identitario per far capire alla politica cos’è il mondo delle imprese, che crea Pil e lavoro”. L’obiettivo è: “Unirci sempre di più. Ci dobbiamo conoscere e lavorare insieme, per aumentare il nostro senso di appartenenza”, chiosa il Presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Alessio Rossi.

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VITA ASSOCIATIVA

Varese produce come mangia

Carne, latte, birra, alcolici e dolci. Ma anche formaggi, prodotti pronti, pasta fresca. Ecco come l’industria degli alimentari e delle bevande del territorio varesino finisce ogni giorno sulle nostre tavole. E in quelle di mezzo mondo lui un bicchierino di grappa ed una mousse, lei un amaretto ed

Cristina Di Maria un quadratino di cioccolato fondente. L’occhio di Vittorio cade

su una foto del matrimonio: “Amore, che ricordi...” Lei: “Vero... i ai come in questo periodo le nostre cucine sono il luo- confetti erano buonissimi!” “Sempre la solita romantica...” Almego dove the magic happens! Per questo motivo vi rac- no il sabato è vicino, e Vittorio può consolarsi con il pensiero di contiamo una storia che parla sì di cibo ma che, frenate una pizza ed una birra con gli amici di una vita. l’appetito, vi chiede di riflettere su cosa c’è “dietro” le nostre tavole Ebbene tutti i prodotti che servono a Vittorio e Sabrina sono reaimbandite. Già, perché il buono della tavola inizia da lizzati, confezionati e commercializzati da imprese della molto prima di entrare nelle nostre case e le improvincia di Varese.Ma tutte queste industrie di prese della provincia di Varese lo testimoniaalimentari e bevande non lavorano da sole: le no. aziende sono infatti strettamente connesse Infatti, sebbene sia un settore di nicchia, con i produttori di elettrodomestici, di macquello dell’industria degli alimentari e chinari per il settore del food&beverage, bevande è da sempre presente nella prooltre che con le catene di distribuzione e vincia di Varese: 420 aziende, per un tole aziende che si occupano di packaging. VARESE tale di circa 3.850 addetti, (cioè il 4% dei Perché per garantire la qualità e restare al lavoratori manifatturieri del Varesotto), passo con i tempi servono ben più di due che sono in grado di generare 514 milioni mani. di euro di export. Ma cosa producono di Che dire... Varese “produce davvero come preciso tutte queste realtà enogastronomimangia”: curando la qualità e la sicurezza dei che? prodotti (non è mica uno scherzo stare dietro Ve lo racconta la storia di uno di voi: Vittorio, 45 alle certificazioni ed agli standard igienico-sanitari), anni funzionario di banca, moglie e due bambini, di 2 e cercando di ridurre gli sprechi, mantenendo un legame con la 7 anni. Vittorio è un pendolare e al mattino la sua sveglia suona tradizione, senza però mai smettere di innovare. Ma soprattutto, lo presto, ha bisogno quindi di una colazione che gli dia la carica: fa portando la bandiera del Made in Italy, anzi del Made in Varese, caffè, fette biscottate integrali, burro e marmellata. Tra una riunio- sempre alta nel mondo: nel solo 2017 infatti l’export di alimentari e ne e qualche e-mail, arriva presto l’ora del pranzo, che è sempre bevande generato sul territorio è cresciuto ben del 4,3%. un mordi e fuggi. Per fortuna ci sono i piatti pronti: oggi zuppa, domani tramezzino, veloce e pratico. Finalmente è il momento di tornare a casa, ma squilla il telefono: è Sabrina, la moglie, dottoresIl settore conta nel Varesotto sa integerrima, che gli chiede di “recuperare” Fabrizio a calcetto. 420 aziende che danno lavoro a Prima di riagganciare, Sabrina, consapevole della memoria corta del marito, gli ricorda anche di comprare il pane, i formaggini per 3.850 addetti. Nel 2017 l’export è Chiara e magari dei ravioli ripieni. “A pranzo un’insalatina leggeammontato a 514 milioni di euro, ra, nel pomeriggio una lezione di military fitness: stasera mi sono proprio meritata ravioli e bistecca”. Le 22:00, i bimbi sono finalin crescita del 4,3% mente a letto e Vittorio e Sabrina possono godersi un po’ di relax:

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VITA ASSOCIATIVA


FOTO DAL MONDO 44

Turisti sul Gold Bridge che sorge sulle colline di Ba Na vicino a Danang City, in Vietnam. REUTERS/Kham


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FOTO DAL MONDO


SCIENZA

Le cimici sono invincibili Occorre arrendersi. Ad oggi l’insetto più odiato dall’uomo e principale invasore “alieno” delle nostre case ha resistito ad ogni soluzione scientifica sperimentata per arginarlo. Non rimangono che i “rimedi della nonna”, ma la battaglia è impari re. E se gli si sbarra la strada aspettano sui muri, arrivando anche a

Luigi Bignami tappezzarli con centinaia di esemplari. Se per l’uomo non sono un

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iuscirà l’inverno a debellare il fastidioso problema delle cimici? Hanno invaso l’Italia da Nord a Sud e durante ogni autunno degli ultimi anni dichiarano una vera e propria guerra alle nostre case che vogliono occupare per cercare tepo-

problema, lo sono invece per la nostra agricoltura, in quanto non hanno antagonisti naturali che ne ostacolano la diffusione e quindi riescono a riprodursi facilmente e rapidamente. La “cimice marmorizzata marrone”, il cui nome scientifico è Halyomorpha halys è una specie dell’Asia orientale che da alcuni anni ormai si è stabilita nel

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SCIENZA 48

Nord America, in Canada e in alcune aree dell’Europa. Le analisi del DNA, i cui risultati sono apparsi sulla rivista Nature, rivelano che il luogo di partenza delle cimici arrivate in Italia è la Cina, anche se sembra che abbiano stanziato negli Stati Uniti orientali prima di arrivare da noi. In ogni caso da ovunque sia giunta è una specie “aliena” con la quale dovremo fare i conti nel prossimo futuro. Chi le ha portate in Europa e in Italia? Nessuno e tutti. Il responsabile è il commercio globale delle merci. Abbiamo fatto arrivare un piccolo oggetto dagli Stati Uniti e dopo tre giorni lo abbiamo avuto tra le mani? Beh, non è da escludere che anche quel pacchetto abbia fatto da nave da trasporto per alcune cimici che aiuteranno le altre a proliferare. “Quando una nuova specie arriva in un habitat nuovo e non trova né antagonisti, né fattori climatici che la indeboliscono, si diffonde rapidamente e a volte succede che può passare inosservata per un po’ di tempo. E questo finché le popolazioni raggiungono livelli tali che iniziano a comportare impatti economici significativi e costi di gestione elevati”, spiega l’ecologo Rafael Valentin della Rutgers University e autore della ricerca apparsa su Nature. Ora non rimane che combatterle. Già ma come? Negli Stati Uniti la guerra è in atto da una ventina d’anni, ma i risultati delle battaglie sono sempre stati a favore delle cimici. L’ultima ha fatto quasi gettare la spugna per l’ennesima volta, anche se all’inizio sembrava far pensare ad una facile vittoria da parte dell’uomo. Si era riusciti infatti, a creare artificialmente un “feromone” in grado di attirare gli insetti. I feromoni sono sostanze biochimiche prodotte da alcune ghiandole emesse da organismi viventi con la funzione di inviare segnali ad altri individui della stessa specie. I ricercatori erano riusciti a mettere a punto quello che spinge le cimici ad aggregarsi e contemporaneamente avevano dato vita a delle trappole sia da usare in esterno che all’interno delle case, le quali avrebbero permesso una facile cattura. Ma recentemente si sono accorti che il feromone da richiamo agisce solo quando la luce solare dura per più di 13 ore e mezzo, dunque non ha alcun effetto durante l’autunno no inoltrato e l’inverno, proprio quando si dovrebbe scatenare catenare l’attacco. La battaglia dunque è persa in ppartenza. tenza. Diffondere feromoni in casa con la speranza di catturarli non dà risultati. sultati. Si è dunque punto e a capo. L’unica soluzione, oluzione, almeno per il momento, rimane la difesa, ossia ssia impedire alle cimici di entrare in casa e di rimanervi. A questo esto punto i suggerimenti sono quelli che tutti conosciamo. Usare sare zanzariere anche durante l’autunno, nno, quando le zanzare se ne sono già andate. Sigillare le fessure che possono ono permettere alle cimici di trovaree facile strada per introdursi in casa, a, soprattutto quelle presenti nei sottotetti, negli scantinati antinati o nei magazzini. Un attrezzo molto utile per catturarle urarle è l’aspirapolvere, badando di non tenerle all’interno perché erché potrebbero emettere un odore nauseabondo. C’è qualcuno uno che avanza questa difesa: creare ricoveri artificiali davanti casa, a, in modo che preferiscano infilarsi al loro interno anziché nell’edifico difico e una volta ogni tanto distruggerle.

L’ultimo tentativo di vincere la guerra è stato portato avanti con un feromone artificiale sviluppato negli Usa, ma dopo i primi risultati positivi i ricercatori hanno dovuto gettare la spugna. Il metodo non funzionava nel momento di massima proliferazione: autunno e inverno I rifugi possono essere rappresentati da coperte, sacchi di iuta o cartone ondulato arrotolati e avvolti in teli di plastica per proteggerli dalla pioggia (lasciando libere le estremità per permettere loro di entrare). E poi ci sono i “rimedi della nonna” che secondo alcuni funzionano, secondo altri no. Ma di fronte al problema si potrebbero anche sperimentare. Uno di questi propone di utilizzare uno spicchio d’aglio da sistemare nei luoghi dove le cimici potrebbero intrudersi in casa. C’è che si spinge a produrre una soluzione a base di acqua ed aglio da spruzzare su battiscopa e piante ornamentali. Ci sono poi la menta e l’olio di Neem, un olio estratto dall’albero di Neem che è presente in India e altre zone tropicali. p cali. Si dice che un infuso con mezzo litro d’acqua,, dieci foglie di menta e l’aggiunta di cinque ggocce cce di olio di Neem, una volta raffreddato, possa essere utilizzato su piante, davanzali, porte e finestre di casa. Il risultato è assicurato. Altra arma è l’“erba gatta”, che se fatta crescere su balconi e davanzali funge da scudo naturale. Si potrebbe continuare a lungo, la speranza comunque è che la scienza trovi un antagonista alla cimice che possa, se non eliminarla, almeno tenerla a bada.


TERRITORIO

“Non era la Tintoria Zerbi a inquinare l’Olona” La storica impresa di Lonate Ceppino finì nel 2013 nell’occhio del ciclone di accertamenti che ne imposero per alcuni mesi il fermo delle attività, contribuendo alla sua chiusura, con la perdita di 81 posti di lavoro: “Ora, però, vogliamo vedere riscatta la nostra immagine” rinviato a giudizio come scrissero alcuni giornali. Anzi, dopo la

Davide Cionfrini chiusura delle indagini, la presentazione di una propria memo-

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on eravamo noi ad inquinare l’Olona e ora ci sono degli atti giudiziari che lo confermano in maniera definitiva”. È rimasta soffocata per cinque anni la frase che oggi può esprimere Davide Cova, ex amministratore della Tintoria Zerbi di Lonate Ceppino. Un’attività manifatturiera storica Davide del Varesotto che nel 2013 finì sotto i riflettori Cova delle autorità preposte al controllo degli scarichi nel fiume Olona. Dopo dei rilevamenti venne formulata l’ipotesi che fosse l’azienda allora guidata da Cova a essere causa di alcuni valori delle acque fuori dai limiti, nonché delle schiume visibili ad occhio nudo. Una teoria a cui l’azienda si è da subito opposta. “Abbiamo – ricorda Cova – sempre contestato il punto dove venne prelevato il campione di acqua (alla bocca di scarico situata ben al di sotto del livello del fiume Olona e non al pozzetto ispettivo come prescritto per legge) e abbiamo sempre fatto notare come anche dopo la chiusura per tre mesi dell’attività, imposta a seguito di quei controlli, le schiume non scomparvero”. Sta di fatto che venne aperta un’inchiesta e Cova ricevette un avviso di garanzia: “Ciò fece di me un indagato, ma mai un imputato, come scrissero invece alcuni organi di stampa locale”, precisa l’ex imprenditore. “E men che meno un colpevole!” A fianco alla vicenda giudiziaria, come spesso accade, si aprì anche una campagna stampa non proprio lusinghiera per la Tintoria Zerbi. “Vogliamo riscattare la nostra immagine e i valori con i quali abbiamo sempre lavorato”. Davide Cova, infatti, in qualità di amministratore della Tintoria Zerbi, non è mai stato

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ria difensiva e l’interrogatorio alla Procura della Repubblica di Varese, il Pubblico Ministero chiese al Giudice per le Indagini Preliminari l’archiviazione. Era il 20 giugno del 2016. Nel documento di richiesta di archiviazione c’è un passaggio molto chiaro che ne attesta le motivazioni: “La parte (ossia i rappresentanti della Tintoria Zerbi indagati: Davide Cova e il suo consulente ambientale ndr) ha dimostrato che la presenza di schiume nel fiume Olona è notoria e che non vi è comunque prova che tale accadimento sia causalmente riconducibile alla propria attività, anche in relazione alla questione di cui al capo a) connessa alla attribuibilità certa dello scarico alla predetta società”. Nel documento presentato dal Pm al Gip, con riferimento al prelievo del campione delle acque, c’è anche scritto che “il dato raccolto è ambiguo”. Così come viene anche smontata la contestazione della presenza del rame negli scarichi della Zerbi.

“La storica sensibilità ambientale della Tintoria Zerbi era testimoniata da 35 anni di attività depurativa, sempre sotto stretta osservazione e sempre sottoposta a diversi controlli durante l’anno”


mesi dopo l’accertamento inevitabilmente creò i presupposti per quanto sarebbe poi tragicamente successo. Tre mesi di stop vollero dire per la società sostenere, solo tra paghe e contributi, costi per 1,6 milioni di euro, senza poter, dall’altra parte, produrre e dunque vendere e incassare alcunché”. A casa rimasero così 81 dipendenti. “Eppure - ricorda Cova - il sistema bancario aveva dimostrato di credere nelle nostre potenzialità con un finanziamento, concesso solo pochi mesi prima dei fatti, nell’ambito di un’operazione di ristrutturazione del debito, in un periodo di pieno ‘credit crunch’ e nonostante la crisi del settore tessile. Avremmo potuto farcela, avevamo buone prospettive di miglioramento”. “Ancora nel 2016 ci accusarono con lettere anonime di sversare liquami nell’Olona, quando in realtà l’azienda era già in procedura concorsuale e chiusa da tempo”. Ricorda ancora Cova per sottolineare l’accanimento generale nei confronti della sua azienda. “Vogliamo riabilitare il nome della Tintoria Zerbi - chiosa Cova - che ha operato per 80 anni dando lavoro nel tempo a centinaia di persone e contribuendo alla costruzione di un benessere diffuso sul territorio. Perché quello che è capitato a me, alla mia azienda e ai miei collaboratori non accada più”.

TERRITORIO

Cova nel rileggere le parole messe nero su bianco dal Procuratore trova la conferma della sua battaglia durata anni. Ma più che sollievo c’è tanta amarezza: “Non vi è comunque prova… Non poteva esserci. Avevamo da poco investito nel nostro impianto di depurazione circa 2 milioni di euro. A cui bisogna aggiungere gli 1,7 milioni di costi negli ultimi cinque anni di gestione. La nostra acqua presentava valori comunque non tali da giustificare una chiusura aziendale”. Una verità che pochi vollero ascoltare. Ora però lo stesso Gip in data 26 giugno 2018 ha predisposto l’archiviazione. Per prescrizione, è vero, ma richiamando esplicitamente il documento del Pubblico Ministero che ne chiese la restituzione dei documenti e la chiusura del procedimento senza rinvio a giudizio già due anni prima. “La storica sensibilità ambientale della Tintoria Zerbi - racconta Cova - era testimoniata da 35 anni di attività depurativa, sempre sotto stretta osservazione e sempre sottoposta a diversi controlli durante l’anno. Non abbiamo, prima dei fatti contestati, mai avuto degli scarichi oltre i limiti tabellari, mai alcuna questione. Quando il depuratore aveva dei problemi, venivano risolti tempestivamente, compatibilmente coi tempi tecnici necessari”. Il vero problema è che, però, oggi la Tintoria Zerbi non esiste più. È in procedura concorsuale. “La chiusura forzata di circa tre

La Tintoria Zerbi, ora chiusa

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RUBRICHE

▶ PROVINCIA DA SCOPRIRE

Non solo un altare Gli occhi di tutti sono ormai fissi sull’opera d’arte firmata da Claudio Parmiggiani. In questi anni, però, la Basilica di Gallarate è stata teatro di un grande lavoro di recupero e restauro che è anche storia di un saper fare impresa del territorio Chi si avvicina all’altare, realizzato in onice iraniano, un materiale

Luisa Negri scelto per l’apprezzata luminosità e trasparenza, si trova a collo-

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l maestro è nell’anima e dentro all’anima per sempre resterà”. Paolo Gasparoli e Fabiana Pianezze dicono di avere pensato, osservando a opera compiuta il lavoro di Claudio Parmiggiani, artista di fama internazionale, alla canzone di Paolo Conte: come lui poeta e maestro di vita. È toccato a loro il compito di direttori dei lavori di restauro e riqualificazione della Basilica Santa Maria Assunta in quel di Gallarate, iniziati nel 2016 e terminati lo scorso ottobre con la sistemazione della parte absidale, dove sono stati collocati per ultimi i due elementi che fungono da poli liturgici: l’altare e l’ambone realizzati da Parmiggiani per la nuova ala presbiterale. Allo scultore non sarà dispiaciuto l’accostamento con Paolo Conte: essendo a sua volta ricorso - nell’inseguire estetica ed etica - a una precisa, potente espressività, ‘macchiata’, nel saldo cammino della sua vita d’artista, da contrastanti sonorità, scansita da toni rochi o soavi.

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quio con un’opera dal richiamo drammatico, potente e complessa. Un’opera figlia della contemporaneità, che guarda però alla storia, raccontando insieme arte e religione, passato e presente: soprattutto destinata a restare nel tempo, fissata per sempre e per tutti, comunità credente e non, nella sua concreta realizzazione e nell’alto significato morale. “Il nuovo altare - spiega Parmiggiani - si riassume in una mensa derivante dalla giustapposizione di due luminose lastre marmoree che trattengono e proteggono, quasi materno pellicano, (simbologia del sacrificio e dell’amore di Cristo, ndr) una moltitudine di teste antiche, reliquie ed emblemi di una sacralità, di una umanità, di una totalità”. L’insieme richiama un sarcofago di ispirazione paleocristiana, le teste maschili e femminili di nobile fattura, sono replica di copie, celebri o anonime, dell’arte greca e romana, del Rinascimento: spicca al centro dell’altare, nella parte rivolta ai fedeli, il viso dolcissimo della più nota tra le Pietà di Michelangelo. Volutamente incombente è poi la presen-


RUBRICHE za del massiccio ambone in marmo del Madagascar, con sprazzi di luce dorata e di azzurri, che si protende, quasi prua di una nave aggettante verso l’ecclesia, dalla nuova pedana in onice chiaro. Immaginiamo la commozione di un artista come Parmiggiani, abituato ad esprimersi per linguaggi e poetiche che sottolineano le contraddizioni dell’arte: indecisa tra sacralità e profanazione, tra pretese di immortalità e riconoscimenti di effimere cadute. Immaginiamo che sia questa, prima di tutto per lui, un’opera fondamentale, essendo un capolavoro d’arte contemporanea inserito in una chiesa dalla storia relativamente recente, dove però lavorarono a suo tempo molti tra i migliori artisti. Insomma, un traguardo davvero importante. I lavori di restauro hanno a loro volta le caratteristiche dell’eccezionalità: espressi in metri quadri sono 4600 di dipinti e decorazioni, 1450 di stucchi e dorature, 1250 di pietre e marmi, 950 di opere in legno, circa 1000 di pavimentazioni a mosaico. E sono 35.000 le ore di lavoro con la presenza continuativa di 10-12 restauratori al giorno. A occuparsene è stata chiamata una impresa gallaratese di grande esperienza e professionalità, la Gasparoli Srl Restauri e Manutenzioni, che ha fatto da capofila di un Raggruppamento Temporaneo di imprese di cui facevano parte anche Melca Costruzioni, Vincenzo Medeghini Srl e Bighinati Claudio. La Gasparoli Srl vanta ampia esperienza di cantieri qualificati: da quelli del Duomo di Milano, del Cenacolo di Leonardo e Santa Maria delle Grazie, della Galleria Vittorio Emanuele II e di Casa Manzoni, sempre nel capoluogo lombardo, alla Mole Antonelliana di Torino, di nuovo ai palazzi milanesi Turati e Litta, alla Cà Granda (l’Università Statale), alle Basiliche di S. Ambrogio, S. Lorenzo, S. Maria alla Scala in San Fedele, a S. Maria in Canepa Nova. Durante l’opera di restauro della Basilica di Gallarate “le tecniche

utilizzate, alcune molto sofisticate, altre che hanno fatto riferimento a procedimenti desunti dalla nobile arte del restauro, tramandati da secoli, hanno riguardato - spiega Marco Gasparoli - interventi di pulitura, consolidamento, stuccatura, doratura, integrazione pittorica. Nella gestione del cantiere sono stati sperimentati innovativi strumenti digitali di registrazione, controllo e ispezione”. Tecnologie all’avanguardia che hanno riportato alla luce un passato dal grande valore artistico: “La ricerca storica in fase di progetto spiega Paolo Gasparoli che con Fabiana Pianezze ha curato il progetto di restauro - ha messo in evidenza la grande qualità degli autori coinvolti, già dalla metà dell’Ottocento, nella costruzione della Basilica, a partire da Giacomo Moraglia a cui si deve il progetto iniziale, a Camillo Boito che realizzò la facciata nel 1870, a Carlo Maciachini e al pittore Luigi Cavenaghi che dal 1888 al 1892 progettarono ed

“Il nuovo altare - spiega Parmiggianisi riassume in una mensa derivante dalla giustapposizione di due luminose lastre marmoree che trattengono e proteggono una moltitudine di teste antiche, reliquie ed emblemi di una sacralità, di una umanità, di una totalità” 53


della finestra. Sapeva fare di due rose nella trasparenza di un vaso un racconto di sogno e mistero, oppure insufflava l’anima in un piatto di coccio, in un grappolo di oggetti ingrigiti, buttati da parte. I documentari presentati al MA*GA permettono di inseguire Parmiggiani, già ben noto per le sue “Delocazioni”, nel suo importantissimo percorso: attraverso le sue parole, che usa molto bene, o di opera in opera, di città in città. E dov’era invitato da celebrità del mondo della cultura: da Parigi ad Amsterdam, dall’ Italia all’Egitto, ai Castelli di Francia (Rabasten) alla Cecoslovacchia. Questi ultimi paesi rappresentano i punti cardinali di “Scultura”, opera nota e curiosa che si avvale di quattro parti (disseminate per il mondo). Ai quattro punti cardinali. Formano nell’insieme un percorso, quasi un pellegrinaggio lungo il tracciato di un quadrilatero di luoghi ‘eremitici’.

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RUBRICHE

eseguirono le decozioni interne: un team di autori, noti a livello nazionale, tra i più quotati del periodo”. E ora, attorno a quell’altare palpita un mondo, una chiesa di fedeli e laici, comunque di credenti, che hanno detto sì. Uomini di buona volontà, tutti legati a una comunità che ha deciso di dedicare alla sua chiesa, in momenti non facili, ogni cura: grazie a Franco Moggio e a tutti gli altri benefattori, a una commissione attenta che ha scelto il nome dell’artista. Un occhio di riguardo è arrivato prima di tutto, oltre che dalla città, guidata da Castelli, dalla Diocesi: attraverso il Vicario Episcopale, monsignor Ivano Valagussa che ha continuato a condividere l’entusiasmo della comunità con l’attuale prevosto Riccardo Festa. Anche il MA*GA, rappresentato da Sandrina Bandera, da Emma Zanella, da un suo storico fondatore come Orsini e dagli Amici del Museo ha sostenuto e reso possibile l’opera di Parmiggiani, onorando al meglio l’evento nelle sue sale, con due interessanti e utili mostre esplicative: Documentari e Moltiplicazioni. La prima comprende una videografia scelta dall’artista che ne racconta il cammino artistico. La seconda, curata da Emma Zanella, è dell’ottimo fotografo tedesco Amin Linke (Milano, 1966). Documenta il processo creativo dell’artista reggiano a Gallarate, ma anche momenti particolari - concreta simbologia della mensa - nel quotidiano della comunità che ha voluto l’altare. Parmiggiani, nato a Luzzara nel 1945, studi d’arte, è un grande nutritosi alla scuola intellettuale e “minimalista” di Giorgio Morandi: un gigante dell’arte, Morandi, che adocchiava il mondo dai vetri


Reverse Logistic: la gestione del reso in un mercato dominato dalle logiche di Amazon & C. Per Reverse Logistic si intende la gestione di un ordine che l’acquirente ha deciso di restituire per le più svariate ragioni. Attuare una buona politica dei resi richiede da sempre una salda organizzazione dei processi che coinvolgono più funzioni all’interno dell’Azienda, in cambio si ottiene un’elevata customer satisfaction. Su questo fronte, il comparto che più si è dovuto adoperare per stabilire regole di return policy efficaci e rapide, è stato sicuramente quello della vendita online dove i volumi dei resi sono notevoli. Dati della prima metà del 2018 confermano resi nell'e-commerce che ammontano mediamente al 30-40% delle vendite (mentre nei negozi fisici tradizionali non superano il 9%). La sola Zalando comunica di avere tassi di ritorno dai clienti vicino al 50% (d’altronde utilizza proprio questo servizio come plus commerciale e differenziante), mentre Amazon ha una percentuale media di resi compresa tra il 5 e il 15%, ma che varia molto dalla tipologia della merce (nel caso di abbigliamento e scarpe questa percentuale supera il 25%). Il cliente si è così abituato, una volta avuto in mano il prodotto, ad esercitare la scelta reale di acquisto. Il reso è dunque entrato nelle nostre abitudini e può avvenire per i motivi più soggettivi, se non addirittura futili, come per quelli più oggettivi di qualità e condizioni del prodotto. Questa logica è divenuta prassi sempre più consolidata per il canale di vendita online e ha prodotto un innalzamento dell’aspettativa di gestione dei resi in termini non solo di quantità ma anche di rapidità ed efficienza. Consumatore o Azienda che sia, canale on-line o di vendita tradizionale che dire si voglia, sempre di persone si parla e questa pretesa sta diventando cultura d’acquisto. Va da sé che anche Aziende con vendita B2B e che non utilizzino il canale online, debbano rivedere tutto il processo dei resi per ottimizzare i tempi di gestione e quindi con l’obiettivo di un efficientamento generale.

La richiesta è che il reso venga gestito in fretta e bene, sul modello di Amazon & C. Proprio per questo, nel nostro ruolo di partner informatico e tecnologico, siamo sempre più coinvolti ad implementare e/o personalizzare la soluzione già a disposizione dei nostri clienti che usano il nostro ERP SisinfoWeb 4.0, oppure a sviluppare moduli ad hoc. In sintesi la richiesta è che il reso venga gestito in fretta e bene, con l’obiettivo di ottenere questo risultato con il minimo delle complicazioni ed il massimo dell’ingegnerizzazione sul fronte amministrativo e operativo, trasferendo a livello software un processo che è trasversale alle funzioni tecniche, di produzione, commerciale, amministrativa e di magazzino.

Il nostro modulo di Gestione Resi, consente all’Azienda di tenere traccia, in maniera dettagliata, di tutti i documenti associati al singolo reso con il proprio ciclo di vita, dalla logistica dei materiali, all’apertura delle “non conformità”, alla chiusura dei reclami. La nostra soluzione, integrata con gli altri moduli funzionali (di contabilità, magazzino e produzione), consente di configurare il ciclo di vita del reso e del processo correlato nella maniera più adatta alle proprie esigenze con variabili particolarmente raffinate (ad esempio se l’articolo debba essere sostituito oppure riparato in garanzia, o se debba essere riparato con addebito o sostituito con addebito).

Un gestionale ad hoc per avere il minimo delle complicazioni ed il massimo dell’ingegnerizzazione Il vantaggio di disporre di un modulo gestionale specifico per i resi e integrato con le altre funzionalità dell’ERP, non è solo quello di rispondere alle richieste di un mercato sempre più esigente ma anche di potere tracciare l’intero processo aziendale. Inoltre, l’inserimento a sistema dei dati relativi ai resi e ai costi sostenuti, consente di generare un output di analisi statistiche finalizzate a stabilire strategie aziendali volte alla riduzione degli stessi e ad una maggiore attenzione nelle fasi del processo produttivo. Tra i benefici conseguenti vi possono essere un’attenzione specifica per alcuni processi critici nel ciclo produttivo; una migliore gestione dell’attività di post vendita; una migliore definizione operativa delle funzioni e dei singoli ruoli nella gestione di un medesimo processo.

Paolo Moscagiuro

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▶ GITA A RUBRICHE

Per immergersi nel Natale Presepi (sottacqua e non), villaggi alternativi come quello del Grinch a Volandia, piste di pattinaggio, le ormai tradizionali e famosissime lucine di Leggiuno. Ecco qualche suggerimento per tuffarsi nel clima delle feste in provincia di Varese ri: siano essi laghi, piazze, castelli, o persino l’aeroporto di Malpensa.

Stefania Radman Ecco le principali iniziative, da non perdersi.

È

un Natale davvero “nataloso” per la provincia di Varese quest’anno: tra tradizioni che si sono consolidate negli ultimi anni, novità emozionanti e piccole scoperte, le vacanze natalizie promettono di essere vissute bene anche nei nostri territo-

Varese città natalizia Varese quest’anno promette faville: l’intera organizzazione del Natale varesino è stata infatti “appaltata” a una società, che ha già anticipato diverse delle novità che illumineranno il natale del capoluoLuci in Piazza Monte Grappa

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Il villaggio del Grinch a Volandia In un mondo dove i villaggi di Babbo Natale proliferano a dismisura fino a destare un po’ di confusione nei bambini, Volandia ha deciso di ospitare una “sede natalizia” alquanto originale: è aperto infatti, dal primo fine settimana d’avvento, il Villaggio del Grinch. La versione cinematografica della storia quest’anno compie 18 anni (nell’edizione con Jim Carrey protagonista) e vedrà una riedizione con Benedict Cumberbatch: un’occasione quindi per vivere “dal vivo” una storia natalizia diversa dal solito. Insieme a Babbo Natale, che avrà la sua casetta e accoglierà i bambini come al solito, è possibile infatti far visita al Grinch, personaggio che il Natale proprio lo odia e non ha nessuna voglia di farsi contagiare dal suo spirito. Babbo Natale a Volandia “riceve” dalle 10:30 alle 12:30 e dalle 14:30 alle 17:00, mentre il Grinch - che, come nel film, parla in rima e fa le foto coi bambini borbottando, e chiama Babbo Natale “il panzone” - si incontra 3 volte al giorno nell’appuntamento su prenotazione “Cioccolata con il Grinch” alle 11, alle 15:30 e alle 17:30, un modo per conoscere la creatura verde ed influenzarla con la forza dello Spirito Natalizio. Non mancano, nel villaggio, anche laboratori creativi, la grande giostra “in volo con Babbo Natale”, il truccabimbi, lo spettacolo di magia, i dolciumi.

Le lucine di Leggiuno Una curiosa tradizione natalizia è nata a Leggiuno. Le fiabesche lucine che illuminano il paese e attirano decine di migliaia di turisti sono infatti nate da una “voglia di Natale” di un privato, proprietario di una villetta che nel periodo natalizio si riempiva di animali, alberi e casette luminose, attirando tutto il circondario e diventando alla fine attrattiva del paese. Anche quest’anno le lucine si accenderanno, dall’8 dicembre

In un mondo dove i villaggi di Babbo Natale proliferano a dismisura fino a destare un po’ di confusione nei bambini, al Museo Volandia hanno deciso di ospitare una “sede natalizia” alquanto originale: il Villaggio del Grinch

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go: dall’illuminazione che “a pioggia” cadrà dalla torre civica verso piazza Monte Grappa, alle luci sugli alberi delle piazze Giovine Italia, Carducci e San Vittore alla filodiffusione, dal trenino che passa intorno al centro storico agli elfi che distribuiscono cioccolatini ai bambini. Un’altra delle novità è la pista di pattinaggio, che tornerà in piazza Monte Grappa. In piazza Repubblica invece sarà allestito un grande villaggio di Babbo Natale, con tanto di gigantesca porta d’entrata illuminata da centinaia di led e che sarà accompagnata da figure luminose altrettanto grandi: qui ci saranno la casetta di Santa Claus, le bancarelle, una serie di truck per mangiare a tema street food, e un angolo dei laboratori per bambini. Le iniziative dureranno tutte le vacanze: per rimanere informati sugli eventi si può seguire la pagina Facebook di Varese Xmas Village.

fino alla durata di tutte le festività: oltre 500mila led creano un percorso fiabesco attraverso alcuni dei luoghi caratteristici del paese, dal Bosco Incantato all’oratorio, dal campanile alla mitica casa Betti, dove è nato tutto. L’iniziativa infatti è di Lino Betti, un residente del paese di 3600 abitanti noto per l’Eremo di Santa Caterina. Le prime luci le ha acquistate in una città del Brasile, paese natale della moglie: la prima spesa fu di 100 dollari. Era il 1999 e da quel giorno, ogni anno, la collezione si è arricchita fino a toccare quota 500 mila. “Da quel primo fascio di lucine, di strada ne abbiamo fatta tanta e credo di essere riuscito, insieme ai tanti volontari, a dare vita a uno spettacolo emozionante”. La sesta edizione ufficiale, che vede al lavoro 150 volontari e l’anno scorso ha avuto 140mila visitatori vedrà non solo le lucine ma anche cori di musica Gospel, mercatini e stand gastronomici per ristorarsi dal freddo. Le lucine di Leggiuno rimarranno accese tutti i giorni dalle 17:00 alle 23:00 fino all’Epifania, mentre la tradizionale cerimonia di accensione si terrà il giorno dell’Immacolata, alle 17. Per raggiungere l’evento, è disponibile un servizio navetta che partirà dalle tre aree adibite a parcheggio e collocate al di fuori del paese.

Presepi sommersi, viventi, in movimento Poiché Varese è terra di laghi, la provincia è terra anche di presepi sommersi: i più famosi sono quelli di Laveno Mombello, di Ponte Tresa e di Porto Ceresio tutti “calati” da associazioni di sommozzatori a dicembre e visibili dal lungolago - o meglio: dai lungolago, visto che il primo sarà deposto nel lago Maggiore, mentre gli altri due nel lago di Lugano - fino all’Epifania. In particolare, il presepe di Lavena Ponte Tresa verrà posizionato dall’unione dei pescatori del Ceresio onlus e gli amici del gruppo Sub la sera del 24 con una processione in acqua con le fiaccole per depositare il bambinello. Quello di Porto Ceresio invece verrà posizionato il 16 dicembre alle 16.00, in occasione dell’inaugurazione della 57


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mostra dei presepi in città. Per chi ama i presepi viventi, una rappresentazione natalizia speciale, è quella che vede la prestigiosa direzione di Andrea Chiodi, direttore artistico del teatro di Varese e regista teatrale di fama nazionale: si svolge sul sagrato di san Vittore a Varese ed è una vera e propria rappresentazione scenica della natività con un gran numero di figuranti, realizzata a favore di Avsi. L’appuntamento - ci raccomandiamo: ben coperti, visto che le sedie sono posizionate all’esterno - è in piazza San Vittore, alle 15, sabato 22 dicembre. Il presepe vivente - ma più corretto sarebbe chiamarlo “presepe in movimento” - più longevo e famoso della provincia però è senza dubbio quello dei missionari Comboniani, che si svolge da sessant’anni nel castello dei Comboniani, a Venegono Superiore: nato come esercizio di avvento per i novizi, ora è realizzato da volontari che prestano il loro ingegno per una tradizione da continuare mantenendo lo spirito guida dei padri missionari. Il presepe di solito è visitabile a partire da Natale. Infine, è meno noto ma vale assolutamente una visita il museo dei presepi ad Albusciago, frazione di Sumirago: qui, in un luogo visitabile su prenotazione tutto l’anno e durante le festività natalizie tutti i pomeriggi festivi tranne Natale, si trovano presepi provenienti da tutto il mondo, diorami con effetti di movimento della luce del giorno e dell’acqua, scene del Vangelo realizzate da grandi artisti del presepio. Un museo per veri appassionati, che fa dire “oh!” a tutti i bambini.

Il presepe sommerso di Laveno Mombello

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Nel laboratorio intimo di Picasso A Palazzo Reale di Milano l’esposizione di 200 opere, provenienti dai musei di tutto il mondo, racconta la frequentazione dell’artista con la classicità e il mito Luisa Negri

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itorna Picasso con la rassegna Picasso metamorfosi curata da Pascale Picard, direttrice dei Musei civici di Avignone, promossa da Comune di Milano-Cultura,

Palazzo Reale e MondoMostre Skira, incentrata sul mito: tema ben caro all’artista (1881-1973), fondatore con Braque del Cubismo. Si tratta di duecento opere, parte dello stesso e di colleghi celebri, parte di arte antica - ceramiche, vasi, statue votive, placche, stele, idoli, rilievi, e tanto altro - fonte di ispirazione per il maestro, provenienti dal Musée National Picasso di Parigi e da diversi altri musei del mondo, tra cui il Louvre, i Musei Vaticani, il Museo Picasso di Antibes, il Centre Pompidou, l’Orangerie, il Museo Picasso di Barcellona. Per i curatori è un discorso che prosegue, un appuntamento di approfondimento dopo le tre mostre milanesi precedenti a lui dedicate: la mostra di Guernica nel 1953, un regalo fatto dall’artista alla città di Milano - nella Sala della Cariatidi - quella del settembre 2001, curata dagli eredi, a quattro giorni dalla tragedia delle Torri Gemelle, e la monografica sulle sue tecniche e mezzi espressivi, del 2012. Pur nella personale vicenda artistica di un percorso che guardava avanti prepotentemente, rompendo ogni schema nonostante la contrarietà di artisti che lo stimavano, come avvenne con le Demoiselles d’Avignon (1907) - opera non compresa neppure dai suoi più vicini amici e addetti ai lavori - Picasso non smise mai di cercare nella classicità - la mostra ampiamente lo conferma - il diritto alle sue fughe in avanti. Erano rivisitazioni geniali, sortite da una profonda sensibilità artistica, di radici che portavano indietro nel tempo, verso l’arte somma di chi Pablo Picasso, Testa di uomo barbuto, 1938, olio su tela. A destra, Pablo Picasso, Donna seduta, 1930, legno; Pablo Picasso, L’abbraccio, 1970, olio su tela

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l’aveva potuta frequentare col privilegio di esserci: nelle sue scorribande in un mondo, quello della classicità, che in arte già aveva scoperto e rivelato tutto e il contrario di tutto, Picasso si sentiva a proprio agio. E poteva rivedere anche il mito a modo suo. Sono individuati qui e ricreati, attraverso il confronto di opere sue e di altri cui si ispirava, sei miti “picassiani”. Il primo è “La mitologia del bacio”, tema ricorrente per Picasso, estasiato indagatore del mondo femminile, che viene avvicinato in mostra a Rodin e a Ingres, a loro volta autori di storici baci d’artista. “Arianna Minotauro e Fauno” è il secondo mito: Arianna è sempre vista da Picasso quale rappresentazione simbolica di un amore, come era il suo, che ama e che insidia, che va e viene. “Alla fonte dell’antico: il Louvre” - terzo mito per Picasso - si rifà pienamente alla ricerca picassiana della classicità, da lui ben sviluppata in un’opera del ’21, ispirata al fiume Nilo (una personificazione del fiume custodita in Campidoglio) ma anche a un quadro di Ingres e ad un meraviglioso vaso greco, conservato al Louvre, che gli suggerì la serie di dipinti “Tre donne alla fonte”. “Le demoiselles del Dyplon” comprende il quarto mito, con un viaggio tra greci, etruschi e iberici. Le osservazioni di opere greche, i vasi con decorazioni geometriche, sempre al Louvre, dove Picasso va e torna per buona parte della sua vita, lo avviano a lavori di rottura come “Le Demoiselles d’Avignon”, o lo splendido “Nudo seduto su fondo verde” del 1946. “La donna in Giardino”, scultura del 1932 in ferro, nella quinta sezione dedicata alle Metamorfosi, riporta invece all’omonima opera di Ovidio, che Picasso illustrò nel 1931 per una celebre edizione di Albert Skira.

Se la mostra consente dunque la visione di capolavori dell’artista e di molti colleghi, tratti dai più importanti musei internazionali, il percorso approfondisce anche la frequentazione con opere e temi meno celebrati, eppure ricorrenti per Picasso. Temi che nella sua lunga vita d’artista - cui era stato avviato

Attraverso il confronto di opere sue e di altri cui si ispirava la mostra accompagna il visitatore alla scoperta di sei miti “picassiani”. Tra questi “La mitologia del bacio”, tema ricorrente per Picasso, estasiato indagatore del mondo femminile 61


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Pablo Picasso, Nudo con bouquet di iris e specchio, 1934, olio su tela

giovanissimo dal padre, a sua volta pittore e insegnante di disegno- avvicinerà continuamente. Lo fa in quei tanti disegni di una produzione sterminata, che spesso raccontano anche il mito, naturalmente sempre a modo loro: a

“La donna in Giardino”, scultura del 1932 in ferro, nella quinta sezione dedicata alle Metamorfosi, riporta all’omonima opera di Ovidio, che Picasso illustrò nel 1931 per una celebre edizione di Albert Skira 62

conferma di un confronto scanzonato, che Picasso non teme di dover fare con la bellezza assoluta della cultura greca ed egizia, né con quella ancestrale dell’Africa. Il primordiale aggancio con la madre terra lo influenzò a sua volta nella ricerca di nuove situazioni descrittive - adottate dalla visione di vasi, piatti, steli, bassorilievi, oggetti della quotidianità che gli furono fonte di ispirazione continua - poi riproposte splendidamente in sculture dello stesso materiale, la terra appunto. Come ben racconta l’ultima sezione della mostra “Antropologia dell’Antico”. Si vedano qui “Musico seduto”, o il “Vaso tripode con viso di donna” del 1930. O la “Brocca con toro” del 1957 che riprende un tema tra i più cari. Plasmare nella terra dava a Picasso il senso della concretezza che richiedeva alle sue opere, anche quando l’intento era quello di una “trasfigurazione” dell’immagine o di una rivoluzione del modo di intendere l’arte. La mostra, come si propone la curatrice, ci aiuta dunque a “penetrare nel laboratorio intimo di un artista mondiale, alla luce delle fonti antiche che ne hanno ispirato l’opera, ma anche a svelare i meccanismi di una singolare alchimia che pone l’Antichità al cuore di una modernità determinante per l’arte del XX secolo”.

PICASSO METAMORFOSI 18 ottobre 2018 - 17 febbraio 2019 Milano Palazzo Reale, Piazza Duomo 12 Orari: Lunedì 14.30 – 19.30 Martedì, mercoledì venerdì e domenica 9.30 – 19.30 Giovedì e sabato 9.30 – 22.30 Ingresso: intero € 14; ridotto € 12; ridotto speciale € 6 Info e prevendite: 02 92897755 - singoli / 02 92897793 - gruppi mondomostreskira-gruppi.vivaticket.it www.palazzorealemilano.it www.mostrapicassomilano.it


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Beckmann a Mendrisio Un maestro dell’arte contemporanea misconosciuto in Italia, ma ormai presente nei maggiori musei del mondo accanto a Picasso e Matisse Luisa Negri

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l Museo d’Arte di Mendriso propone un’interessante mostra dell’artista tedesco Max Beckmann, la prima in terra di cultura italiana, dopo quella del 1996 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Pochi dunque tra noi conoscono la sua opera, eppure Beckmann è un maestro dell’arte moderna. Nato a Lipsia nel 1884, orfano di padre, arriva presto alla ribalta grazie alle innate doti artistiche e alla capacità di saperle valorizzare al meglio, tanto da essere oggi presente nei maggiori musei del mondo accanto a Picasso e Matisse. Si è rivelato, spiega il direttore del museo svizzero Simone Soldini, dopo le prime soddisfazioni parigine e un approccio all’arte cubista e ai suoi protagonisti, come un grande solitario della cultura e pittura del Novecento. La rassegna di Mendrisio, sostenuta dalla famiglia Beckmann e dal contributo critico di Siegfried Gohr, suo massimo studioso, e curatore della stessa con Soldini, si propone dunque di diffonderne la conoscenza anche in territorio italofono, ripercorrendone il cammino di uomo e di artista: con una particolare attenzione, oltre che ai trenta dipinti, a tre sculture, e ai quindici acquerelli esposti, alla sua ricca, raffinata ed eccezionale produzione grafica. Il museo svizzero ne presenta un’ottantina di esemplari: litografia, puntasecca, xilografia sono tecniche varia-

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mente sperimentate dall’artista nella declinazione di temi che vanno dai ritratti, a scene di gruppo - si vedano “Carosello”, “Obitorio”, “Dietro le quinte” - ai prediletti autoritratti. Il soggetto dell’autoritratto ritorna più volte anche nei dipinti e nel corso di tutta la ricerca di Beckmann. Come il più celebre del ’38-’39, scelto quale immagine ufficiale della mostra, dipinto quando si trova ad Amsterdam: si ritrae con una pipa tra i denti e una espressione che rimanda all’analogo, noto soggetto di Van Gogh. Del quale ha esplorato la tecnica pittorica, “copiaSotto, Max Beckmann, Paesaggio con mongolfiera. Nell’altra pagina, Max Beckmann, Autoritratto su sfondo verde con camicia verde

to” a volte certi cromatismi densi e pastosi, ammirato il risultato dell’insieme della sua originale opera. Altro autoritratto significativo presente in mostra è quello scultoreo (l’unico


da lui eseguito) del ’37, dove si ritrae da artista “degenerato”, magistrale, umana testimonianza scolpita ad memoriam di un momento per lui - e per l’intero mondo della cultura - altamente drammatico. A volte è ancora il volto di Beckmann a mimetizzarsi addirittura nell’opera, che del resto è per lui abitata da presenze ‘nascoste’, da diversi rimandi simbolici. Si veda al proposito il bellissimo olio del 1950, un quadro sereno, traboccante di colore “Natura morta con sterlitzie” realizzato quale omaggio al suo agente Curt Valentin, che gli aveva inviato un mazzo di fiori: sullo sfondo si profila ironico il berretto di Max. L’opera ben si accompagna in mostra a capolavori quali “Tulipani rossi e gigli di San Giovanni”, l’onirico “Paesaggio con mongolfiera”, il “matissiano” “Ragazze in nero e verde”, il seducente “Donna addormentata”, il “Parco Notturno Baden Baden” dedicato al figlio medico Peter, che lo curò amorevolmente in esilio. “Rève de Paris-Colette” è invece simbologia riassuntiva e memoria dedicata nel ’31 a Parigi - dove espone - e ai suoi artisti amici: quando è chiamato “il Picasso germanico”. Si può dire di Max Beckmann che è stato testimone di primo piano della storia del suo tempo, di un secolo che ha vissuto l’orrore di due guerre mondiali e la paura della persecuzione, infine dello sterminio elevato a sistema. Dopo le prime esperienze artistiche alla Accademia di Weimar fino al 1903, le esperienze parigine fino al 1905, e le sim-

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La rassegna di Mendrisio dedicata a Max Beckmann pone una particolare attenzione, oltre che ai trenta dipinti, a tre sculture, e ai quindici acquerelli esposti, alla sua ricca, raffinata ed eccezionale produzione grafica patie per la Secessione condivise a Berlino, dove dimora fino al 1915, a interrompere l’idillio con l’arte del giovane artista sarà proprio la prima guerra mondiale, alla quale aderisce da infermiere volontario. Beckmann rientrerà sconvolto da quell’esperienza che lo cambierà per sempre e che si ripercuoterà con evidenza anche nella sua vita e nell’opera stessa, percorsa spesso da inquietudine, da domande lasciate in sospeso e rafforzate da una sensibilità e intelligenza non comuni: la guerra rimarrà elemento determinante e frustrante nella sua esistenza, così come furono le provocazioni della politica contro l’“arte degenerata” della sua opera - centinaia di suoi quadri vengono tolti dai musei tedeschi - a indurlo a partire. Lascerà la Germania nel ’37 per Amsterdam, dove resterà rifugiato per una decina di anni, prima di salpare definitivamente per l’America con la seconda compagna della sua vita, Quappi. Troverà qui il piacere di approdare nel Nuovo Mondo, l’accoglienza degli uomini di cultura e il confronto con sperimentazioni artistiche foriere di novità. Né mai più tornerà nel paese natale. Sarà però anche in quegli ultimi anni, come sempre lo era stato, un grande viaggiatore: è testimoniato nei suoi quadri anche il forte amore per l’Italia, conosciuta già nel 1904, per il suo paesaggio che gli offre pace e calore, per i riferimenti culturali al Rinascimento, e a maestri come Tiziano e Tintoretto, che lui colloca tra i prediletti, accanto a Cézanne, altra pietra miliare della sua lunga ricerca. Dopo una vita discontinua, guadagnata ad alto prezzo, elevata a volte fino al successo, a volte strappata giorno per giorno, nel sigillo della sofferenza, la morte gli sarà lieve. Muore improvvisamente a New York, mentre attraversa Central Park per entrare al Metroplitan Museum, dove è stata esposta una sua opera. È il 1950. E anche il mondo sembra aver voglia di pace.

MAX BECKMANN 27 ottobre 2018 - 27 gennaio 2019 Museo d’Arte di Mendrisio - Piazzetta dei Serviti, 1 Martedi - venerdì: 10-12/14-17 Sabato e domenica 10-18 museo@mendrisio.ch - tel +41 58 688 33 50 65


M O S T R E

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A P P U N T A M E N T I

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SILVIO ZANELLA. DIARI Serie di esposizioni volte a restituire l’arte dell’Artista come il suo indimenticabile universo immaginario, quasi moderne Wunderkammer, capaci di tuffare il visitatore nel cuore dei pensieri e delle azioni artistiche di un pittore e di un uomo di profonda cultura.

QUANDO: Fino al 6 gennaio 2019 DOVE: Fondazione Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea ‘Silvio Zanella’ Via De Magri, 1 - Gallarate (VA) Orari: martedì - venerdì 10.00 -13.00 | 14.30 - 18.30, sabato e domenica 11.00 - 19.00. Chiuso il lunedì Informazioni: tel. 0331 706011 - www.museomaga.it

BIENNALE D’ARTE GIOVANI Gli artisti hanno ricerche e poetiche diversificate, presentano opere caratterizzate da poetiche tradizionali, con dipinti e sculture improntate alla figurazione, ma anche opere in cui gli aspetti predominanti ricadono sulla processualità o sono legati alla narratività fotografica, altri sulle caratteristiche specifiche dei materiali e altre ancora con carattere marcatamente concettuale.

QUANDO: Fino al 23 dicembre 2018 DOVE: Museo Butti Viale Varese 4 - Viggiù (VA) Orari: da martedì a venerdì 14.00 -18.30 e 16.00 - 18.30, sabato 9.30 -12.00, domenica 15.00 - 18.00. Informazioni: https://theholenonmuseo.jimdo.com

L’ETÀ DELL’INNOCENZA. CLAUDIA GIRAUDO In esposizione 14 dipinti tra cui 10 inediti realizzati dalla pittrice torinese nel corso del 2018. Claudia Giraudo si muove in una ricerca pittorica molto raffinata che è solo all’apparenza semplice e immediata nei suoi riferimenti estetici, dal surrealismo novecentesco a quello pop, ma che scopre a uno sguardo più attento una serie di rimandi e suggestioni tali da ingenerare nello spettatore l’inquietudine dell’infanzia sul limite dell’adolescenza.

QUANDO: Fino al 29 dicembre 2018 DOVE: Galleria PUNTO SULL’ARTE Viale Sant’Antonio, 59/61 - Varese Orari: da martedì a sabato 10.00 -13.00 e 15.00 - 19.00, domenica 15.00 - 19.00. La Galleria rimarrà chiusa per festività dal 24 al 26 dicembre 2018. Informazioni: info@puntosullarte.it - www.puntosullarte.it - tel. 0332 320990

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M O S T R E

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A P P U N T A M E N T I a cura di Maria Postiglione RUBRICHE

BUSTO ARSIZIO: CONCERTI DI NATALE E CAPODANNO Come da tradizione, l’Amministrazione comunale di Busto Arsizio organizza due momenti musicali di grande spessore in occasione delle prossime festività. Il Concerto di Natale della Città di Busto Arsizio con il Coro e l’Orchestra Sinfonica Amadeus diretti dal Maestro Marco Raimondi, si terrà giovedì 13 dicembre alle ore 21.00 nella Basilica San Giovanni. Il 1° gennaio alle ore 12.00 al Teatro Sociale l’Orchestra Microkosmos, diretta dal maestro Fabio Gallazzi, suonerà per il Concerto di Capodanno. Sarà possibile ritirare il biglietto d’invito (l’ingresso è gratuito) per entrambi i concerti dal 29 novembre 2018 e fino ad esaurimento posti dalle ore 8.30 alle ore 13.00 presso la Sala Riunioni del Palazzo Comunale – Via Fratelli d’Italia n. 12 e successivamente presso l’Ufficio Grandi Eventi. Ciascuno degli interessati potrà richiedere, per una sola volta, un numero massimo di due ingressi e tali biglietti dovranno essere presentati obbligatoriamente all’entrata il giorno dei concerti. Non sono previsti posti numerati. In ogni caso la precedenza sarà sempre assicurata ai cittadini residenti in Busto Arsizio; i non residenti potranno partecipare ai concerti solo nel caso di richieste inferiori ai posti disponibili.

SACRO MONTE DI VARESE: APPUNTAMENTI MOSTRA DI PRESEPI ALLA CHIESA DELL’ANNUNCIATA Sabato 8 dicembre 2018, nella Chiesa dell’Annunciata in Piazzetta Paolo VI, si apre la mostra di Presepi, che come ogni anno la Parrocchia di Santa Maria del Monte, in partenariato con il Comune di Varese, organizza per il periodo natalizio. La mostra osserverà i seguenti giorni e orari di apertura: - sabato 8, 15 e 22 dicembre 2018 dalle 10.00 alle 16.00; - domenica 9, 16 e 23 dicembre 2018 dalle 10.00 alle 16.00; - da mercoledì 26 a domenica 30 dicembre 2018 dalle 10.00 alle 16.00; - da martedì 1 a domenica 6 gennaio 2019 dalle 10.00 alle 16.00.

CONCERTO DELL’EPIFANIA AL SACRO MONTE DI VARESE Il coro Sine Nomine del Maestro Reggiori al santuario di Santa Maria del Monte. Domenica 6 gennaio 2018, alle ore 18.00, al Santuario di Santa Maria del Monte si terrà il consueto Concerto dell’Epifania, organizzato come tutti gli anni dal Comune di Varese: il Coro da Camera Sine Nomine Città di Varese si esibirà diretto dal Maestro Giuseppe Reggiori. Il Coro, composto da circa 30 elementi con formazione musicale molto eterogenea, da ormai 25 anni si dedica alla musica polifonica con passione e impegno, sotto la guida, attenta e professionale, del suo direttore Reggiori, che lo ha fondato nel 1990. Proprio a partire da quest’anno l’Ensemble ha svolto un’intensa attività concertistica eseguendo, fino ad oggi, oltre 250 concerti per importanti Enti ed Associazioni Musicali di diverse città d’Italia, esibendosi anche in Svizzera, in Germania e in Francia. La partecipazione sarà libera e gratuita. Informazioni: info@sacromontedivarese.it - tel. 366 4774873 / 328 8377206

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▶ DI MODA RUBRICHE

Idee regalo last minute Brillanti, golosi e digitali: ecco alcuni consigli per chi si muoverà solo all’ultimo momento per i pacchetti da mettere sotto gli alberi di Natale di amici e parenti condo il rapporto di Salesforce Holiday insights and predictions

Silvia Giovannini (il titolo la dice lunga...) basato sull’analisi combinata del compor-

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tempora, o mores. Piccoli Scrooge travestiti da consumatori critici (nel senso di criticoni), quanti di voi, di fronte agli addobbi natalizi a ottobre, non hanno avuto almeno un moto di disappunto e la tentazione di staccare a morsi le palline dagli alberi addobbati già ad Halloween? Cambiano i tempi e cambiano i costumi. Dimentichiamoci - con buona pace delle tradizioni e delle decorazioni che il Milanese Imbruttito metterebbe solo a Sant’Ambrogio - il “Natale quando arriva, arriva” anche se siete nati negli anni ‘80. Il Natale incombe il 26 dicembre dell’anno prima, come l’abete che fa bella mostra di sé tutto l’anno su un balcone di corso Moro a Varese e che sembra voler ripetere presuntuoso ai passanti anche a Ferragosto: “Io ci sono!”. Benissimo. Quindi, stando a queste premesse, quando Varesefocus sarà in edicola, possiamo scommettere che avrete tutti già impacchettato i regali di Natale, magari approfittando dei saldi di fine stagione estiva o, alla peggio, del Black Friday... E, invece no! Ma come no, vi chiederete voi? È segnato su tutte le agende in rosso e non c’è possibilità di rimandare l’appuntamento. Come si fa a non aver ancora preso i regali? Non è né una fake news, né un’invenzione dei giornalisti. Chiamiamo in aiuto i dati che ci piacciono tanto e che difficilmente mentono, soprattutto sotto le feste. Se-

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tamento d’acquisto di 500 milioni di consumatori in 53 paesi, il picco per l’eCommerce (quindi per quelli che non hanno nemmeno la forza di mettersi la sciarpa e uscire a cercare nei negozi) sarà proprio nel giorno della Vigilia di Natale. Un dato, in realtà, che resta un di cui di quello che è il cuore della ricerca, la vera novità di quest’anno: il buon vecchio Babbo non è più quello di un tempo, perché, per la prima volta nella storia del commercio, queste feste saranno davvero smart. Il maggior numero di acquisti e visite ai siti di eCommerce, infatti, avverrà via smartphone, superando lo shopping online davanti al pc. Roba vecchia, insomma, il computer, da rottamare. L’altro dato della ricerca poi è che l’eCommerce è destinato a crescere grazie ai consigli per gli acquisti generati dall’intelligenza artificiale. Un dato che deve fare molto pensare. Quanto di buono saprà consigliare a voi e ai vostri cari? Lo diranno i pacchetti sotto l’albero. La prozia Maria, che ormai su Instagram è un’influencer della terza età, surfando tra gli algoritmi, eviterà di comprarvi la solita sciarpa che butterete nell’armadio del riciclo insieme alle altre venti e saprà scegliere, invece, proprio quello che vi piace? Noi ve lo auguriamo ma con gli auguri, aggiungiamo anche un consiglio: in questo Natale che, ironia a parte, ormai è arrivato, con lo smartphone accendete anche la consapevolezza. Alla intelligenza artificiale, lo Spirito del Natale Futuro, aggiungete anche la vostra. Buon shopping di Natale, cari Digital Scrooge.


Se vi mancano le idee e non siete tra quelli che il giorno della Vigilia smanettano sullo smartphone alla ricerca del regalo giusto, ecco qualche idea brillante in ogni senso. Per il Natale 2018, la Gioielleria Nicora di Varese suggerisce un must per signora. Perfetto mix tra le qualità di un oggetto senza tempo e quel guizzo di colore moda attualissimo, Rolex propone un modello da donna che è un vero gioiello, il nuovo modello Datejust Oyster Perpetual, 36mm in Rolesor Everose, combinazione di Acciaio Oystersteel e oro Everose 18 ct. con bracciale jubilé e quadrante rosa con diamanti. In questa versione inedita, il Datejust 36 è l’oggetto del desiderio per la donna contemporanea che vuole essere di classe ma non passare inosservata. Un’altra proposta della gioielleria Nicora ha il fascino di un film sui viaggi nel tempo ed è proprio un rotore per orologi della marca “Scatola del Tempo”. Modello dall’estetica accattivante e dallo scarso ingombro, consente di mantenere in carica un orologio automatico con due differenti programmi di rotazione. Lo chassis è rivestito con un inserto di pelle di vitello, mentre il coperchio è in plexiglass e metallo. Il funzionamento è garantito da batterie alcaline ma è possibile utilizzare la corrente elettrica. Il Rotor One è disponibile in una vasta gamma di colori e di finiture.

Per tutti i palati Per chi, invece, preferisce sollecitare il palato una soluzione, anche come regalo aziendale, la suggerisce sempre il web: l’idea è quella di regalare un prodotto del territorio o un bouquet di assaggi made in Varese. La proposta è quella de I Sapori di

Varese, che è anche l’omonimo sito Internet sul quale è possibile acquistare una selezione di aromi varesini per realizzare omaggi aziendali indimenticabili, perfetti per far scoprire l’unicità del nostro territorio anche attraverso il palato. Dai genuini profumi tipici sprigionati da formaggi, salumi, grissini, dolci il tutto accompagnato da ottimi vini e dalla tipica grappa da fine pasto. I Sapori di Varese realizzano il dono su misura per ogni desiderio e dimensione di bagaglio. Il suggerimento è quello di farne una soluzione per regali di Natale di eccellenza per rendere indimenticabile il ricordo delle imprese varesine nel periodo più speciale dell’anno. Visto che abbiamo solleticato i palati, ecco invece una proposta per quelli ipergolosi. Perché non andare sul sicuro giocando il Jolly? Il classicone è il re della tavola delle feste: il panettone. “Ma se è vero che conta il pensiero, perché non fare in modo che il pensiero sia unico nel suo genere?” suggerisce Davide Steffenini, giovanissimo pasticcere di DolceMente a Varese. Ecco quindi le sue creazioni, insieme golose e scenografiche: dal Panettone Milano arricchito di arancia, cedro e uvetta, preparato secondo la tradizione di una volta, da quello al cioccolato, cioccolato e arancia, cioccolato bianco, amarena, limone, marron glacé e violetta, ai mini-panettoni sotto vetro, un’idea di tendenza e di grandissimo effetto, perfetta anche come centrotavola di un banchetto luculliano. Per chi vuole stupire (i bambini resteranno a bocca aperta) un’altra proposta della pasticceria varesina sono le figurine di cioccolato: spettacolare l’albero di Natale, che è una sorta di meravigliosa alzata ripiena di frutta secca e candita.

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Viaggi nel tempo

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I ragni di Natale

Instaidee Volete puntare su un regalo originale? Una ricerca di Ynap, anticipata dal Sole24Ore, fotografa un mercato vario sul fronte delle scelte di prodotto: la vera novità è che l’ispirazione per l’acquisto dei regali arriva da Instagram nel 60-70% dei casi, con picchi fino all’80% per i più giovani. Largo quindi alle digital ispirazioni creative per tutte le età. Un’occhiata prima di comprare, senza dimenticare le stories, può risolvere tanti dubbi e colpire nel segno. Ottime le idee anche per chi adora l’artigianato, ma attenzione alle truffe. Un’alternativa è quella di navigare su siti verificati, come Etsy, che raccoglie i professionisti della creatività. Moltissime poi le iniziative benefiche sul territorio di Varese: sempre apprezzabile, e apprezzata, l’idea di augurare un buon Natale con un regalo buono.

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“Una deliziosa leggenda racconta che tanto tempo fa, la Vigilia di Natale, una madre di famiglia fece una grande pulizia, facendo piazza pulita di sporcizia e ragnatele. I ragni si rifugiarono in soffitta e quando la donna ebbe finito, uscirono con prudenza, scesero le scale sulla punta delle loro otto piccole zampe per vedere cosa fosse successo. Ed ecco: c’era un bell’albero di Natale. Per i ragni era una cosa nuova e nella loro felicità cominciarono a salire e salire senza accorgersi che avevano ricoperto l’albero di mille fili grigi e polverosi. Quando Babbo Natale scese dal camino con i suoi regali vide l’albero tutto ricoperto di ragni e di fili. In un primo momento si mise a ridere nel vedere la felicità dei ragni, poi pensò alla signora che aveva preparato l’albero e pulito la casa per il Natale. Magicamente Babbo Natale trasformò i fili tesi dai ragni in fili d’oro e d’argento. L’albero era di nuovo scintillante e più bello di prima”. Ecco spiegata l’origine dei fili d’argento e d’oro sull’albero. Questa e altre storie tenerissime sono raccontate nel libro di Mauro Luoni dedicato alle tradizioni di Natale della nostra provincia. In queste giornate frenetiche strappa un sorriso, come molte delle storie contenute nel volume su una Varese d’altri tempi, con Natali più poveri ma vissuti intensamente e con atti di grande generosità (sapevate ad esempio della tradizione di ospitare, durante le feste, gli spazzacamini?).


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DolceMente Do olceMente in ffesta esta Come da tradizione non manca la nostra ricetta di Natale. Quest’anno il suggerimento è di Davide della pasticceria DolceMente ed è per una crema che accompagni il panettone sulla tavola delle feste. Lui ci regala due versioni: quella facilitata per chi si mette ai fornelli un giorno l’anno e quella “upgrade”, per i più esperti. Grazie a Davide e, a voi, buon appetito. Crema al Mascarpone per Panettone (la ricetta è per 1 kg di prodotto) Zucchero semolato 150 gr - Tuorlo d’uovo pastorizzato 200 gr - Mascarpone 300 gr - Panna fresca 300 gr Borducan 50 gr Procedimento: montare i tuorli ed a parte montare la panna con il mascarpone, unire il tutto e alla fine aggiungere il Borducan. Calcolare circa 100gr a persona. Crema alle Noci Pecan Per la crema pasticcera: 500 ml di latte - 200 gr di tuorlo d’uovo - 150 gr di zucchero semolato - 43,5 gr di amido di riso - 1 bacca di Vaniglia Bourbon del Madagascar Procedimento: scaldare il latte con la bacca e i semi della vaniglia, quando bolle aggiungere l’amido di riso miscelato con lo zucchero e mescolare energicamente con una frusta. Riportare a bollore, aggiungere i tuorli, portare di nuovo a bollore sempre frustando poi mixare con un frullatore a immersione fino a far tornare liquido il composto, riporre in frigo fino a raffreddamento. Per il pralinato alle noci Pecan:180 gr di noci pecan - 120 gr di zucchero semolato - 30 ml di acqua - 1,2 gr di sale fino Portare acqua, zucchero e sale a 115°C, aggiungere le noci, cuocere per 20 minuti circa a fuoco basso facendo attenzione a non bruciare il composto. Raffreddare e frullare con un frullatore in tre volte per non scaldare il composto. Tenere da parte. Crema alle noci Pecan per Panettone: 500 gr di crema pasticciera - 60 gr di pralinato alle noci Pecan Miscelare i due composti e servire.

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▶ SPORT

Elsa d’oro Dopo 50 anni alla presidenza della Pro Patria Scherma è stato consegnato a Cesare Vago il massimo riconoscimento schermistico nazionale: “Nonostante i numerosi successi, la soddisfazione più importante non sta in bacheca ma nell’ambiente che abbiamo saputo costruire nel tempo” portato avanti sempre con rispetto e senso del dovere. Tra le

Andrea Della Bella difficoltà, ma anche le grandi gioie.

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utti in piedi. Per raccontare questa storia di sport partiamo, prima che dalle parole del protagonista, da un’immagine bellissima: la sala Tramogge dei Molini Marzoli di Busto Arsizio, gremita all’inverosimile e che, qualche settimana fa, ha regalato una lunga standing ovation a Cesare Vago, bustocco e da 50 anni presidente della Pro Patria Scherma. In quell’occasione il presidente della Federscherma Giorgio Scarso ha consegnato a Vago l’Elsa d’oro, il massimo riconoscimento schermistico nazionale. Cesare Vago, non possiamo che partire dall’ultimo capitolo della sua avventura sportiva: l’Elsa d’oro. Cos’ha pensato quando l’ha ricevuta? In quel momento a nulla. Sono un sentimentale e mi sono commosso. L’Elsa d’oro è un riconoscimento di gradissimo prestigio e lo considero anche un premio ai miei valori personali: la famiglia, l’amicizia, il lavoro e il tener fede agli impegni assunti. E tra gli impegni assunti c’è anche la Pro Patria Scherma. Lei è sempre stato un uomo di sport, ma mai uno schermitore. Come è nato questo amore? Anno 1967, Enrico Mirelli, amico e coscritto, decise di rifondare la società e chiese ai suoi amici coetanei di dargli una mano a costituire il consiglio. Mi affidò la vicepresidenza e, un anno dopo, quando lasciò per impegni personali, la presidenza. Quel passaggio di consegne lo presi come impegno anche nei suoi confronti e l’ho

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Le grandi gioie durante la sua presidenza non sono certo mancate. Quali sono i successi ai quali è più legato? Vero, la Pro Patria mi ha dato tantissime soddisfazioni. Abbiamo avuto la fortuna di avere atleti che hanno vinto titoli mondiali e nazionali e anche una medaglia olimpica, l’unica per Busto Arsizio. Tutti i successi sono importanti. Ma la soddisfazione più grande non sta in bacheca ed è patrimonio di tutta la società. Mi riferisco all’ambiente che negli anni abbiamo costruito. La nostra società, ma la scherma in generale, è fatta di gesti atletici, ma anche di regole da rispettare e che aiutano a stare al mondo. Ecco questa è la mia più grande soddisfazione. Dagli scantinati al Museo del Tessile, anche il vostro cammino nelle varie sedi delle città può essere considerato un successo. Come ci siete riusciti?


Siamo davvero ripartiti da uno scantinato. Poi le palestre delle scuole, dove ogni volta bisognava montare e smontare le pedane. Fino all’attuale sistemazione. In questo caso l’amministrazione comunale è stata davvero lungimirante e oggi la città può contare su una sala per la scherma tra le più belle d’Italia. L’ha riconosciuto anche il presidente Scarso. Ma dietro questo grande progetto c’è l’impegno di tanti concittadini e amici. È vero, come presidente ho fatto da capofila, ma ho sempre avuto al mio fianco alcune famiglie bustocche che mi hanno sempre sostenuto. Di padre in figlio. In città la scherma ha una

Il libro: “Stoccate in biancoblù” Quello tra Cesare Vago e il maestro Giancarlo Toràn è un binomio incredibile, inossidabile e che ha regalato alla scherma cittadina e nazionale tantissimi successi e soddisfazioni. Ma accanto all’aspetto sportivo c’è il lato umano, quello che non finisce mai in bacheca, ma che nello sport permette di compilare palmares importanti. E il legame tra il presidente e il maestro svela una chimica davvero particolare. E nel libro “Stoccate in biancoblù”, presentato ai Molini Marzoli proprio durante la consegna dell’Elsa d’oro a Vago, questa perfetta sintonia emerge tra le righe del racconto e rende la storia di questa società ancor più affascinante. Molto bello, ad esempio, è il passaggio in cui Toràn, da poco arrivato a Busto, racconta di come ha fatto della scherma la sua ragione di vita professionale. Una scelta non semplice, quasi di fede in questo sport, ma anche nel suo presidente, Cesare Vago, che non ha mai mancato di far sentire il suo sostegno e la sua vicinanza.

RUBRICHE

Cesare Vago

tradizione che viene tramandata e insieme a questa anche la passione per questa disciplina. E tutto questo si può respirare visitando il Museo della scherma. Anche qui un’intuizione che non è rimasta tale. Come nato? Credo che il museo sia l’esempio di ciò che Busto è in grado di fare. Questo progetto è stato voluto e realizzato solo con risorse private. Ricordo che una sera in consiglio è stato giustamente sollevato il problema delle risorse necessarie per realizzarlo. Risposi che i soldi non sarebbero stati un problema e che li avremmo trovati. E così è stato. Oggi la nostra realtà è unica al mondo per bellezza, ma anche per contenuti. Qui c’è la storia della scherma, che è sport, ma anche cultura e regola di vita. Ma a Busto c’è anche Giancarlo Toràn. Cosa rappresenta il maestro per la società e per la scherma? Toràn ha saputo interpretare al meglio quello che è lo spirito di una città, declinandolo a questo sport. La Pro Patria da sempre punta a far crescere e valorizzare le proprie risorse. Basti pensare che tutti i nostri maestri sono stati nostri atleti e sono rimasti legati alla società. Un’altra grande soddisfazione per un presidente.

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il

buon

gioco vicino a te

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▶ MOTORI RUBRICHE

Nuove Audi A1 e Q3:

segmenti diversi, stesso stile

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a Nuova Audi A1 Sportback ridefinisce il segmento delle compatte. Le sue linee decise e muscolose, nate dai geni della sportiva Ur-quattro, caratterizzano questa seconda generazione della compatta di Audi. L’interno, con il suo design emozionale e altamente personalizzabile, è stato disegnato attorno al guidatore. “L’interno più sportivo di tutta la categoria”: era questo l’obiettivo dichiarato. E con i suoi sistemi di infotainment e assistenza alla guida, che non hanno nulla da invidiare alle Audi di segmento superiore, la nuova A1 Sportback è sempre connessa al mondo digitale. Nuova A1 Sportback è disponibile in dieci sfavillanti colori (dal Giallo Pitone al Rosso Misano o Blu Turbo) tutti pensati per dare risalto al suo design e al suo stile straordinario. A richiesta è disponibile l’immancabile tetto in colore di contrasto e gli inediti pacchetti sempre in colore di contrasto nelle tinte nero Mythos o grigio Chronos.

La nuova Audi Q3 con il nuovo design fedele al Dna Q è ancora più sportiva e funzionale e offre maggior sicurezza e uno spazio ancora più versatile. Grazie alle strumentazioni digitali l’assistenza alla guida è adatta a ogni condizione. Il design della nuova Audi Q3 è ricco di elementi distintivi come la griglia single frame ottagonale e l’andamento cuneiforme dei proiettori anteriori, disponibili in tre diversi livelli di tecnologia LED. Questi dettagli, a cui si aggiungono i passaruota pronunciati, i montanti posteriori decisamente inclinati, passo e larghezza maggiorati, oltre a conferire un look energico contribuiscono ad aumentare la guidabilità e grazie a una maggiore stabilità ad aumentare la maneggevolezza e il controllo su ogni superficie. Se desideriate una compatta o un’auto di grande impatto Audi Zentrum Varese con sede a Varese e Solbiate Olona vi aspetta per farvi provare un nuovo stile di guida.

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“Ci divertimmo moltissimo in Spagna quell’anno, viaggiando e scrivendo. Hemingway mi portò a pescare i tonni e io ne presi quattro scatolette”. (Woody Allen)

Questo Natale pescate buoni libri Silvia Giovannini

Ernesto Giorgetti QUANDO DORMONO LE CASE 2018 “Non mi sento un nostalgico: mi capita talora di ripensare al passato e lo ascolto come si fa con una musica che piace”. Così scrive Giorgetti, pescatore del lago

Il porticciolo C’è un porticciolo a Cazzago, un minuscolo bar. Se ci arrivi spegni la parola, non pensare – un genio del luogo ti prende per mano – guarda com’è alto il cielo, oggi com’è strano il lago. Lo spirito vola lontano. Sa di alga il porticciolo, se hai un amore come sa di alga anche il tuo cuore. Com’è più nera la folaga prima che tramonti il sole, quando i colori sono più vivi.

IN LIBRERIA

Che pesci prendere

di Varese, nel prologo al suo bel lavoro, un incontro tra prosa e versi che, invece, siamo sicuri al lettore un po’ di nostalgia lascerà. Racconti che hanno il fascino d’altri tempi e atmosfere familiari di casa nostra. Vi regaliamo uno scorcio poetico:

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IN LIBRERIA Claudio Casiraghi COMUNICAZIONE ETICA Apogeo Education, 2018 Manuale di riflessione per la società digitale. In un numero della rivista ampiamente dedicato ai pro e contro della digital transformation che contagia ogni aspetto della nostra quotidianità, non poteva mancare una segnalazione di lettura ad hoc. Una scansione del mondo della comunicazione in relazione alla società e un focus sull’etica di cui si sente, e si esprime da più parti, l’urgenza. Matteo Maggioni IL VAGONE PIOMBATO Prodigi Edizioni, 2018 Le radici dell’odio dall’Europa al Medio Oriente. In occasione del centenario della fine della prima guerra mondiale l’autore ha voluto ripercorre le cause dello scoppio del 78

conflitto, passando dagli errori del Congresso di Versailles, attraversando le tragedie delle dittature tedesca ed italiana, fino ad arrivare alle Primavere Arabe del 2011. Un libro che vuole dichiaratamente essere “un atto di difesa del grande sogno europeo realizzato dagli statisti di frontiera Schuman, Adenauer e De Gasperi”.

Elio Bertozzi L’ANTICO DEI GIORNI Collana Galerate, 2018 Ampia e, per certi aspetti, inedita panoramica sull’esperienza umana, sull’impegno culturale ed artistico, sulla presenza amministrativa nel comune di Gallarate, del professor Silvio Zanella nel centenario della nascita. Dalla istituzione del Premio Città di Gallarate alla fondazione della Civica Galleria d’Arte Moderna che diverrà in seguito GAM e, in tempi relativamente recenti, MA*GA. Ad arricchire il testo le riproduzioni di opere dell’artista. Laura Veroni CONCERTO DI MORTE Fratelli Frilli Ed. 2018 Un nuovo caso per il magistrato Elena Macchi. Sulla scena un famoso pianista, Aldo Marini, la cui ex moglie viene trovata assassinata nel garage della


IN LIBRERIA

propria abitazione a Comerio. Quello di Fabiola Zucchi, ex signora Marini, donna in carriera, non è però l’unico omicidio. La storia si svolge tra Marzio e le zone vicine, durante un freddo e nevoso inverno. Per i lettori affezionati della Veroni tornano personaggi noti, che i nuovi comunque sapranno apprezzare. Molti colpi di scena e molta Varese per un noir da gustare durante le vacanze. Annamaria Soldera, Yvonne Campedel LA VERA STORIA DEI 25 BABBI NATALE Nomos, 2018 Un volume illustrato per bambini (e per bambini cresciuti). “Ogni 24 dicembre mio nonno mi racconta che...” Comincia così una storia tenerissima, con illustrazioni fresche e originali. Siete sicuri di conoscere la vera storia di Babbo Natale? E se in passato ne fosse esistito più di uno? Da leggere tutto d’un fiato o centellinare come fosse un calendario dell’Avvento, ecco un divertente racconto per le feste. Quale segnalazione più a tema? Cogliamo l’occasione, per inviare ai nostri lettori, da parte di tutta la redazione, 25mila auguri per un felice Natale e un 2019 a tutto colore.

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▶ DAL WEB RUBRICHE

La dignità del lavoro Le ultime notizie sulle #ImpresediVarese dal web e dai social network

solo su

univa.va.it Sosteniamo il lavoro sostenendo le imprese Il presidente dell’Unione Industriali, Riccardo Comerio, si inserisce nell’attuale dibattito politico come portavoce del sentiment del mondo imprenditoriale. “Vediamo di fronte a noi troppi tentativi di fermare la modernità a colpi di legge”, spiega in un suo recente intervento. “Le risposte alle esigenze del Paese per noi stanno in una politica che punti a investire sul lavoro e, dunque, sulle imprese. Solo così si creano le condizioni per dare dignità alle persone”.

Non cresceremo mai dell’1,5% Il rallentamento di settori che non avevano decelerato nemmeno nel momento più buio della crisi economica. Il clima di sfiducia diffuso tra le imprese. L’alto indice di popolarità di cui gode oggettivamente il governo che non si sta traducendo in un coerente comportamento economico quotidiano, anche tra i suoi sostenitori. Ecco perché gli industriali varesini sono preoccupati per gli obiettivi di una manovra economica che hanno tutta l’aria “di una scommessa”.

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varesefocus.it BTicino prima tra le aziende in cui si lavora meglio BTicino è l’azienda dove si lavora meglio in Italia nel settore dell’elettronica. È quanto emerge dal sondaggio online dell’istituto di ricerca Statista, in collaborazione con Panorama. “Siamo molto fieri di un riconoscimento che è il risultato della testimonianza dei nostri collaboratori e che si ripete per il secondo anno consecutivo, collocandoci per il 2018 al primo posto nella categoria”, ha dichiarato Lucio Tubaro, direttore Risorse Umane dell’azienda.

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dai social


Varesefocus 7-2018  

Ecco perché le bollette aumenteranno

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