Turismo del Gusto Magazine - Gennaio 2023

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Questo magazine è un allegato del sito www.turismodelgusto.com Direttore Responsabile Roberto Rabachino
Rivista bimestrale Gennaio/Febbraio 2023 N°17 Country House La Bursch un luogo incantato e fascinoso nell’Alto Biellese Prosecco DOC i capolavori senza tempo del design Graham’s la più antica Casa di Porto impegnata nella sostenibilità La cucina lieve di Gian Michele Galliano allo Chalet Euthalia Serre di Pederiva il marchio creato da Rinaldi 1957
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Grafica e Impaginazione Martina Rabachino m.rabachino@turismodelgusto.com

Hanno collaborato a questo numero:

Paolo Alciati, Franca Dell’Arciprete Scotti, Jimmy Pessina, Gladys Torres Urday, Silvia Donatiello e Redazione Centrale

Immagini:

Paolo Alciati, Franca Dell’Arciprete Scotti, Redazione Centrale, Jimmy Pessina, Gladys Torres Urday, pixabay.com, Consorzio Tutela Prosecco DOC e Ente del Turismo di Tokyo – Fabrizio Galli

Credit Cover Foto di Moni Quayle da Pixabay

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Contenuti #TuttoDrink #TuttoFood 8 Drink: Mulholland Drive del barman Gian Paolo Di Pierro 12 Louis Roederer, Champagne Brut Nature 2015 18 Graham’s la più antica Casa di Porto impegnata nella sostenibilità 24 Don Papa presenta Baroko “Harvest” 30 La cucina lieve di Gian Michele Galliano allo Chalet Euthalia 38 Country House La Bursch, un luogo incantato e fascinoso nell’Alto Biellese 52 Serre di Pederiva, il marchio creato da Rinaldi 1957
#TuttoOk #TuttoTravel 64 Prosecco Doc e i capolavori senza tempo del design 70 Penisola salentina, un luogo perfetto per una vacanza 78 Tokyo, una città che non dorme mai! 86 Un itinerario nell’Umbria del vino
#TuttoDrink # 8 Drink: Mulholland Drive del barman Gian Paolo Di Pierro 12 Louis Roederer, Champagne Brut Nature 2015 18 Graham’s la più antica Casa di Porto impegnata nella sostenibilità 24 Don Papa presenta Baroko “Harvest”

MulhollandDrive delbarman GianPaoloDiPierro

Ispirato al film “Mulholland Drive”, di David Lynch, 2001

A cura di Redazione TDG

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ISPIRAZIONE

Drink ispirato al visionario film che prende il via da un incidente stradale sulla famosa Mulholland Drive di Hollywood. Parlando di strade, boulevard e vite mondane, non si poteva che rendere omaggio a un grande classico della miscelazione, appunto, il Boulevardier, con un “incrocio” (ops!) spiccatamente irlandese.

Non solo la sostituzione del whisky americano con un superbo Teeling irlandese, espressione della sapienza della famiglia Cooley, ma anche un intreccio con la ricetta di un altro drink classico, il Tipperary.

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Bicchiere: Coppetta Mescolare tutti gli ingredienti con ghiaccio e filtrare in coppetta. 30ml 30ml 10ml 20ml Teeling Irish whiskey Cocchi storico Campari Bitter Chartreuse Verde dash Angostura bitter 2 MULHOLLAND DRIVE
INGREDIENTI PREPARAZIONE
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13 TuttoDrink Louis Roederer, Champagne Brut Nature 2015 Il quarto capitolo del gusto non dosato secondo Louis Roederer è arrivato anche in Italia A cura di Redazione Centrale Tdg

Il percorso del Brut Nature, champagne non dosato della Maison Louis Roederer in collaborazione con il designer Philippe Starck, continua con la scelta di produrlo nel millesimo 2015 in due versioni: Blanc e Rosé.

L’interpretazione della nascita di uno champagne inedito per la Casa all’inizio degli anni 2000, impone l’accettazione della trasparenza con cui l’iter della produzione è avvenuto. La scelta di proporre al mercato un metodo champenois senza dosaggio non è a tutt’oggi una strada proselita o volta all’incremento di nuovi adepti della Maison ma un’opportunità per ascoltare il terroir e offrire al gusto del vino un’immagine più pura giunta alla sua quarta rappresentazione dopo la 2006, 2009 e 2012.

Jean-Baptiste Lécaillon, chef de Caves della Maison Louis Roederer dal 1999, ha così impostato il suo lavoro, in vigneto e in cantina, per rivelare l’espressività dei suoli della Champagne e dell’annata cavalcando l’intercettazione di un gusto che iniziava a cambiare, all’inizio del XXI secolo, verso vini più freschi ed esplosivi.

La sua esperienza e talento lo hanno portato a studiare le oltre 400 parcelle che compongono la superficie vitata della proprietà (243 ettari, di cui 122 certificati biologici e 140 in biodinamica) fino a trovare in Cumières, Vallée de la Marne, su argille grigie, le condizioni ideali per ottenere una maturità fenolica delle uve che consentisse l’elaborazione di uno champagne pas dosé per oggettivare il gusto “libero”, sincero, aptico.

Per rendere l’esperienza del Brut Nature anche estetica, in virtù dell’amicizia che lega Frédéric Rouzaud, CEO Louis Roederer, e Starck, quest’ultimo ha realizzato tutte le etichette, creando l’immagine di champagne che puntano all’essenzialità, dando loro una forma già al tatto, mettendo in rilievo le parole chiave. Il racconto del vino inizia con il soft touch posto su Blanc e Rosé.

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BRUT NATURE, L’ANNATA

Nati nel 2015, anno del riconoscimento della Champagne come patrimonio mondiale UNESCO, in una vendemmia straordinaria, gli Champagne sono in linea con la tendenza continentale del decennio: un inverno mite e umido, un’estate calda e soleggiata, che sarà ricordata per i record delle temperature e della siccità raggiunti.

Per fortuna, nella seconda metà di agosto, la pioggia ha ravvivato le vigne; le uve hanno raggiunto un’ottima maturazione grazie a un finale di stagione all’insegna del clima fresco, che ha dato vita a uve succose, mature e concentrate.

BRUT NATURE BLANC

Nasce a Cumières, dall’unione di tre vitigni: 46% Chardonnay 37% Pinot noir 17% Meunier

NOTE DI DEGUSTAZIONE

Colore giallo, con riflessi cangianti. Effervescenza dinamica e regolare. Bouquet puro, slanciato, verticale, ricco e concentrato. Evoca aromi maturi ma di grande eleganza: scorza di agrumi fine e delicata (limone, arancia), vaniglia; seguono sfumature più calde di mela cotta al forno, che tendono progressivamente verso note croccanti.

Il palato offre un contrasto marcato e singolare grazie alla texture ampia, succosa, quasi sensuale dei terreni argillosi di Cumières in un anno ricco di sole, ma anche risolutamente minimalista grazie a una vera e propria vena di freschezza, pura e minerale. Il finale è energico, leggero ed etereo.

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VINI AFFINATI IN LEGNO: 23% FERMENTAZIONE MALOLATTICA: 0% DOSAGGIO: 0 g/l

BRUT NATURE ROSÉ

Nasce con il metodo dell’infusione del Pinot noir per 5 giorni, poi aggiunta del field blend in succo: 20% Pinot noir infuso + 80% succo di Brut Nature Blanc. Co-fermentazione con una ripartizione finale di: 50% Pinot noir 37% Chardonnay 13% Meunier

VINI AFFINATI IN LEGNO: 11%

FERMENTAZIONE MALOLATTICA: 30%

DOSAGGIO: 0 g/l

NOTE DI DEGUSTAZIONE

Colore rosa dai riflessi brillanti. L’ effervescenza generosa e lenta, anticipa un bouquet intenso tra agrumi delicati (arancia rossa dell’Etna), frutti rossi (ribes) e spezie.

Con l’aerazione, i frutti rossi si uniscono a note di miele che ricordano il panpepato. Al palato è avvolgente, succoso, concentrato e fruttato.

La grande struttura bilancia la materia e l’energia della freschezza in un gusto secco a cui seguono note leggermente speziate, affumicate e iodate che ricordano una sensazione di Umami.

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Graham’s la più antica Casa di Porto impegnata nella sostenibilità

La magnifica Valle del Douro, Patrimonio Unesco dal 2001 si sviluppa in 250mila ettari, 35 dei quali dedicati alla viticoltura, che rientra in pieno diritto tra quelle eroiche

Le vigne si sviluppano tra gli 80 e i 550 metri s.l.m., i terrazzamenti su suoli di granito e scisto prendono il nome di pàtamares e costituiscono l’unica via di acceso per l’uomo e la lavorazione della vite, con pendenze che arrivano anche al 30%. Un paesaggio ricco di biodiversità che il poeta Miguel Torga definisce come “un poema geologico di assoluta bellezza”. Con la vite convivono olivi, limoni, erbe, aranci, fichi, e piante di moltissime tipologie. Un habitat incredibile, di fertilità mostruosa.

La delimitazione dei confini produttivi è antica, risale al 1756 ad opera del Cadastro, l’Ente governativo che fa parte del Departamento de Producão Vegetal (DPV) che ogni anno indica il volume massimo di produzione consentito ai produttori per controllare e certificare il migliore livello di qualità possibile. I vigneti sono classificati in sei categorie, dalla A alla F, e prendono in considerazione le pendenze, il suolo, l’esposizione, la produttività e il sistema di allevamento. Il punteggio di questi elementi definisce il prezzo dell’uva. Un lavoro necessario essendo oltre trentamila gli agricoltori che conducono familiarmente diversi ettari di vigneto.

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A cura di Redazione Centrale

E PRODUZIONE

Graham’s Port, fondata nel 1820, con i suoi oltre duecento anni alle spalle, è tra le più antiche aziende di Porto; di proprietà della famiglia Symington dal 1970, la superficie vitata supera i 350 ettari. Con altre 27 tenute nel Douro, questa famiglia inglese arriva a possedere 1000 ettari. Una proprietà vastissima a capo di una sola famiglia.

Un prestigio unico, perché è anche con Graham’s che si avvia una produzione di Porto più concreta; nel 1980 l’azienda ha costruito il suo primo lodge nella Quinta do Agro che domina Porto e Vila Nova de Gaia. Un sito importante, vicino a una città chiamata Cale, fondata dai romani che si insidiarono anche specularmente nel lato opposto della riva del Douro, a Portus. Un’area divenuta oggetto di contesa nel Medioevo tra Cristiani e Berberi al punto che divenne nota come Portus-Cale, il nome dell’attuale Portogallo.

Nonostante i suoi 130 anni di attività, la cantina è attiva e ospita ogni anno oltre 3500 botti di Porto Vintage (molte risalenti a metà del secolo scorso). Dal 2013 è tra le tappe preferite di molti visitatori provenienti da tutto il mondo che possono ultimare il percorso di visita pranzando al ristorante Vinum. La Casa è nota infatti per la produzione di Porto che beneficiano di moltissimi anni di affinamento, immessi nel mercato quando raggiungono il momento ideale per essere goduti.

È il caso dei Tawny 10, 20, 30, 40 o del The Tawny, blend di moltissime annate, affinati in botti di quercia da 50-70 ettolitri. Con il Late Bottled Vintage (noto come LBV), non filtrato, si sottolinea il carattere di una singola annata, quasi sempre prodotto per la maggior parte con uve provenienti dalla Quinta do Malvedos di 100 ettari, il principale polo produttivo di Graham’s. L’azienda vanta estimatori storici illustri, ricordiamo Sir Winston Churchill, Barack Obama e la famiglia Reale inglese di cui è fornitore ufficiale da secoli.

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STORIA

LA STRATEGIA PER LA SOSTENIBILITÀ

Graham’s affronta la sfida per contrastare gli effetti del cambiamento climatico con grande impegno da anni, imponendosi di raggiungere degli obiettivi ben precisi entro il 2025: l’uso di sola energia rinnovabile, l’impiego esclusivo di veicoli elettrici o ibridi, ridurre l’emissione di Co2 del 35% per ogni litro di vino prodotto (imbottigliato nell’ultima decade); riduzione dell’acqua del 10% durante le fasi di vinificazione e imbottigliamento, ripristino del verde, costruzione di strutture ecosostenibili.

Il tutto volto all’ottenimento di riconoscimenti ambientali per l’impegno profuso a simboleggiare un esempio virtuoso per le generazioni future.

Graham’s Port è distribuito da Sagna.

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HERITAGE DOURO

DA SAGNA S.P.A. DAL 1928 - WWW SAGNA IT
DISTRIBUITO
La memoria del passato rivive ogni giorno nel vino
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Don Papa presenta Baroko

“Harvest”

La confezione che celebra l’abbondanza dei raccolti

A cura di Redazione Centrale TdG

Celebra il Festival di Pahiyas nelle Filippine e raffigura temi di raccolto, abbondanza e sostenibilità. Il canister “Harvest” è un’affascinante prodezza visiva, racchiude scene magiche e oscure della flora e della fauna – ricche e abbondanti – che si trovano sull’isola di Sugarlandia e sullo sfondo mistico del Monte Kanlaon, che si erge a 2435 m di altezza.

Il Pahiyas Festival si svolge ogni maggio e trasforma le cittadine della provincia di Quezon dall’ordinario allo straordinario. Originariamente una festa pagana del raccolto, ora commemorata in onore di San Isidro Labrador, il santo patrono di contadini e braccianti. La festa è profondamente radicata nella tradizionale celebrazione del ringraziamento dei cittadini per un raccolto abbondante. Decori chiamati “Kiping”, cialde di pasta di riso a forma di foglie e multicolori, vengono utilizzati per decorare le facciate delle case insieme ai frutti e ai fiori della natura.

Grazie al particolare clima tropicale caldo‐umido, Don Papa è sottoposto a un’evaporazione alcolica dell’8‐10%, quattro volte maggiore rispetto a quella dello Scotch Whisky, caratteristica che gli conferisce un gusto particolarmente intenso e rotondo.

• Esame visivo: di colore ambrato scuro con riflessi brillanti.

• Esame olfattivo: al naso esplode con note agrumate e di vaniglia.

• Esame gustativo: in bocca è di corpo pieno con note di frutta tropicale matura, frutta candita e di miele, con un finale lungo e profondo e sentori di vaniglia.

Don Papa trae il suo nome da Dionisio Magbuelas , grande eroe rivoluzionario nella guerra di liberazione delle Filippine dalla dominazione spagnola. Papa Isio viene ricordato per la sua leggendaria energia e il suo spirito indomito. Don Papa Baroko è prodotto sull’isola di Negros Occidentale, la più importante area di produzione di canna da zucchero nelle Filippine.

Questa splendida isola, caratterizzata da aspre catene montuose, grandi spiagge bianche e impenetrabili giungle lussureggianti, grazie al suo terreno di origine vulcanica produce uno zucchero di canna fra i più pieni e dolci del mondo.

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TuttoFood

La
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un
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cucina lieve di Gian Michele Galliano allo Chalet Euthalia
House La Bursch,
luogo incantato e fascinoso nell’Alto Biellese
di Pederiva, il marchio creato da Rinaldi

La cucina lieve di Gian Michele Galliano allo Chalet Euthalia

Un tuffo al cuore per l’emozione. È ciò che ho provato qualche settimana fa spalancando la porta dello Chalet Euthalia a San Giacomo, una frazione di Roburent, in provincia di Cuneo.

Poco più di 1.000 metri s.l.m. e poco meno di 250 anime. Arrivando a sera inoltrata si rimane impressionati da questa splendida, imponente e articolata costruzione in pietra e legno sapientemente illuminata in modo da creare fascinosi giochi di luce sulle colonne a sottolineare gli archi e i legni massicci; ma è oltrepassando l’ingresso ben evidenziato da antiche travi di legno intagliate con motivi e decori tradizionali che mi sono chiesto se avevo varcato la soglia del tempo: un ambiente accogliente e lussuoso, legni antichi alle pareti e sui pavimenti, divani e pouf rossi, ricchi tappeti, lampade e vetri di Murano e una spettacolare stufa in ceramica con gli stemmi delle provincie del Piemonte dipinti sulle piastrelle superiori.

Un raffinato locus amoenus di fine ‘800 con spiccato gusto francese che introduce nella ampia sala ristorante – anch’essa tutta in legno e con un’altra scenografica e rara stufa in ceramica finemente decorata – un salone arricchito da eleganti tende rosso cardinale che incorniciano le grandi vetrate, tavoli rotondi ben distanziati e comode sedie con braccioli in stile Luigi XV impreziosite da un setoso tessuto rosso “ton sur ton”, altri tappeti a predominanza rossa, colonne lignee scanalate a tutto tondo con capitelli in stile ionico e lesene che delimitano grandi specchiere e il soffitto a cassettoni decorati con teste d’angioletto e motivi floreali d’antan dipinti sul legno. Un vero spettacolo per gli occhi di un appassionato di arredamento d’epoca come me, quasi da farmi dimenticare di essere in uno chalet di montagna!

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La Suite d’Alpeggio

La mia ampia camera, “La Suite d’Alpeggio”, è al primo piano e arredata in modo insolito con oggetti recuperati da una vecchia stalla, compreso una greppia ricolma di profumato fieno che funge da testiera del letto, alcuni grandi campanacci agganciati ad una grossa trave, pareti con antichi attrezzi agricoli appesi – dai falcetti, alle roncole, ai collari in legno con campana per le capre – e un comodo divano di fronte ad un rustico camino, perfetto per rilassanti e romantici dopocena, tra una lettura e un calice di buon vino, quando magari fuori la neve scende lieve e silenziosa.

La struttura dispone di altre quattro camere dai nomi romantici ed evocativi: “La Piccolina”, intima e dal soffitto a botte; “La Due cuori”, uno scrigno con affaccio sulle Alpi; “Il Nido”, quadrata con tetto a padiglione, un rassicurante rifugio, e infine “La Grangia”, con accesso privato esterno ed un piccolo giardino ad uso esclusivo. Tutte arredate in stile rustico con pezzi provenienti dalle antiche abitazioni rurali della zona.

La cucina

Ma l’emozione maggiore mi raggiunge a tavola, gustando la cucina di chef Galliano, fatta di materie prime di territorio, alta qualità a “metro” zero, fiori edibili, erbe spontanee e aromatiche – Gian Michele è un grande conoscitore e vero esperto nel loro utilizzo -, prodotti locali provenienti dal suo orto e da quelli dei piccoli fornitori vicini, pesci di torrente, margari e casari che forniscono carni, burro di montagna e formaggi d’alpeggio dal gusto sorprendente, quasi dimenticato da chi vive in città e ha il palato ormai standardizzato dai prodotti industriali.

Il mio primo incontro con Galliano risale a tre anni fa nel suo ristorante in quel di Vicoforte e con una filosofia di alta cucina ispirata a quella Kaiseki, stile culinario giapponese declinato in tanti piatti presentati in piccole porzioni. Fui già folgorato all’epoca e oggi la mia curiosità di verificarne l’evoluzione è tanta.

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La ricca apertura che dà il via al percorso di degustazione completo “La Gita” – “Quattro passi” è invece il menù più breve – è dedicata alle verdure e ai legumi, con porzioni non più minimal ma più ricche: vinaigrette di funghi porcini con orzo, timo selvatico e nocciole; zucchina trombetta e il suo fiore in tempura; carotina cotta con burro e prezzemolo su crumble croccante; “capunet” della tradizione con cipolla di Tropea e un divertente “soffio di panino di frittata” in ricordo della storica rosetta con frittata di erbette spontanee che, tra gli anni ’30 e gli anni ’80, si acquistava alla stazione di Ceva nel percorso vacanziero del popolo torinese verso la vicina Liguria e che dal 2014 è tutelato dalla De.Co., la Denominazione Comunale d’origine.

Immancabile anche la classica e gustosissima carne cruda di Fassona battuta al coltello, accompagnata dalla tradizionale salsa di uovo, senape e polline.

Semplicemente strepitosa in sapore e tenerezza. Su una bella mattonella in ceramica smaltata craquelè mi viene servito un burro di malga di un bel colore giallo, da latte intero di mucche che pascolano nei prati e si nutrono di fiori ed erbe. Presentato sia in versione normale sia salata con una fetta di ottimo salame artigianale il suo leggero profumo di stalla in quel momento mi ha ricordato le vacanze che passavo da bambino nella campagna astigiana, il tepore degli umidi ricoveri per bovini nelle cascine, quando il latte si poteva bere appena munto, tiepido e rassicurante e in un angolo della stalla un timido vitellino malfermo sulle gambe iniziava la sua vita.

La buona cucina serve anche a risvegliare ricordi ed emozioni, sensazioni uniche che gratificano e arricchiscono questa esperienza gastronomica, molto ben abbinata ad una carta dei vini di ottimo livello serviti con educato garbo d’altri tempi da Giuseppe Galliano, proprietario dello Chalet insieme al figlio Gian Michele. La passione assoluta per l’alta gastronomia di Giuseppe lo porta a dedicare i momenti liberi dall’attività di

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imprenditore edile alla frequentazione dei più prestigiosi ristoranti stellati Michelin e trasmette questo suo innamoramento a Gian Michele: la naturale conseguenza, dopo ovviamente un suo importante percorso di formazione presso grandi chef stellati, italiani e francesi, è il “fiore che sboccia” – tale il significato della parola greca “Euthalia” –questo buen retiro immerso in un parco di 9000 metri quadrati, un giardino alpino, piantumato a faggi, castagni, ciliegi, meli, tigli e betulle e con un angolo dedicato ad uno degli aspetti più importanti della cucina di Galliano, l’orto.

Cento metri quadrati con più di cinquanta specie diverse di erbe e spezie, da quelle più comuni e conosciute, come il finocchietto selvatico, la senape, l’origano, ad altre decisamente più territoriali e inconsuete come la silene, il rumex, il levistico oltre ad alcune varietà di fiori edibili: l’elemento vegetale riveste infatti un ruolo troppo importante nelle ricette dello chef.

La passeggiata prosegue con un delicato salmerino affumicato e levistico che precede il piatto icona di Gian Michele, ”Il Bosco”. Chef Galliano spiega: “Nella mia cucina si respira il bosco. Attraverso i miei piatti cucino un territorio: la montagna, luogo dove sono nato e cresciuto e che mi ha insegnato a saper ascoltare e a saper osservare”.

Mi addentro con curiosità in questo percorso silvano. Servito all’interno di una corteccia, è come se la natura stessa offrisse gli ingredienti con i quali è composto: lumache, funghi, licheni, erbe spontanee intense e profumate, aglio orsino, una piccola quenelle di gelato alle mandorle, chips di riso e una schiuma in estrazione dalla terra che si recupera in fase di raccolta dei funghi. Mi viene da chiudere gli occhi per immergermi ancor di più nel bosco balsamico, l’odore leggermente terroso fa immaginare davvero una camminata sul terreno umido alla ricerca di quei funghi che sto masticando lentamente per prolungarne il piacere gustativo.

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Terminata questa singolare escursione nel sottobosco, le lumache tornano nuovamente protagoniste come stuzzicante ripieno di una pasta arrotolata come un mini cannellone, con erbe e fiori ad arricchirne il sapore. La Gita continua, sempre con tema bucolico, con un risotto alla Robiola di Roccaverano con una particolare miscela di spezie locali che ricordano il curry, sedano, levistico e buccia di limone a dare una sferzata di freschezza, altro piatto entusiasmante.

Sempre nelle originali stoviglie ideate da Galliano e realizzate con materiali naturali da artigiani locali, vengono poi presentati uno squisito trancio di salmerino, giuncà (ricotta d’alpeggio di latte ovino), limone e cumino di montagna, accompagnato da una purea di melanzana con curry indiano e mentuccia seguito da un tenerissimo e gustoso taglio di costata di Fassona alla brace.

“La boca non xe straca fin che non la sa de vaca”, recita un famoso proverbio veneto. E infatti, su un vassoio di legno arrivano dei formaggi da sogno, intensi, gustosi, ricchi in sapore. Anche in questo caso, l’accurata scelta dei fornitori è premiante.

E col pre-dessert, un sorbetto al fieno abbinato a una tisana alle erbe e fieno, inizia la girandola del “gran dessert” culminata con una golosa creme brulée di grande soddisfazione a terminare una “gita” che mi ha lasciato un meraviglioso ricordo e il desiderio, appena possibile, di ripetere questa emozionante esperienza.

Naturalità, territorialità e sostenibilità, questo il credo di chef Galliano, che rende lieve un intenso percorso di gusti e sapori che hanno nella stagionalità la componente vincente: la croccantezza dei vegetali appena raccolti o i profumi del burro freschissimo, che fino al giorno prima era latte, o ancora la qualità delle carni di animali nutriti in alpeggio con erbe e fiori che donano sfumature gustative uniche.

Tutto ciò, unito alla grande conoscenza delle erbe spontanee e del loro sapiente utilizzo, applicate all’eleganza e alla purezza della sua cucina renderanno indimenticabile la sosta in questa struttura da sogno in un luogo fiabesco ai confini del bosco.

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Country House La Bursch, un luogo incantato e fascinoso nell’Alto

Biellese

A cura di Paolo Alciati

Varcare la porta della Country House La Bursch che si apre sulla reception, concepita come una grande biglietteria dei primi del ‘900, lascia stupefatti e incantati allo stesso tempo poiché tanti sono gli stimoli visivi e mentali che colpiscono e scatenano nel cervello magici ricordi, memorie di viaggi, di vacanze felici, di istanti giocosi o di indimenticabili momenti della nostra infanzia trascorse nelle case dei nonni.

Èil “binario 9 e ¾”, che non conduce ovviamente nel mondo magico di Harry Potter a Hogwarts, ma immerge in una magia più fruibile, quella di un luogo che per qualche giorno ci permetterà di staccare dalla solita quotidianità e di vivere come fuori dal tempo, sospesi tra le nostre piacevoli fantasie e le rilassanti coccole di un ambiente che immediatamente sentiremo abituale, genuino, come se ci appartenesse da sempre, esattamente come una casa di famiglia.

E proprio “casa”, “rifugio”, “tana” è il significato di La Bursch nel dialetto Walser, l’idioma di origine germanica che ancora oggi si parla in alcune vallate aostane, come quella di Gressoney, o del vicino Piemonte, come l’Alta Valle Cervo, territorio di confine tra la Svizzera e la Francia a cui appartiene Campiglia Cervo, piccolo borgo incastonato tra le alpi biellesi a circa un’ora di macchina da Milano e Torino, e in cui si trova questa insolita Country House nata dall’idea della vulcanica Barbara Varese – “un progetto che è una follia” dichiara Barbara – imprenditrice di origine genovese trapiantata a Milano, di ridare vita alla vecchia casa di famiglia, una struttura caratterizzata da alcune piccole abitazioni in pietra collegate tra loro in un susseguirsi di ambienti curiosi, piccoli angoli nascosti, accoglienti stanze con una propria identità e atmosfera, raccordate dal tema del viaggio, grazie ai tanti oggetti e cimeli raccolti in giro per il mondo da quattro generazioni della famiglia di Barbara.

Un borgo che mantiene intatta la pianta originale del diciassettesimo secolo così che l’autenticità della sua architettura permetta di far vivere agli ospiti un vero e proprio percorso sensoriale e un tour emozionale.

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Undici sono le camere, con un’impostazione d’arredo diversa l’una dall’altra per far vivere agli ospiti l’emozione di un tour privilegiato che attraversi i continenti: l’America, tra cimeli appartenenti al selvaggio west nordamericano, tessuti patchwork e antiche banconote; l’Africa, un vero e proprio lodge nella savana, tra bauli d’epoca e statue tribali, pelli di animali selvaggi e antiche mappe; l’Antartide, dalle pareti bianche come la neve, per isolarsi nel regno dei ghiacci coccolati dal calore del camino, da una moquette tartan tra i più classici e conosciuti (del Clan scozzese Wallace) e da calde pellicce, sognando con l’effetto magico e poetico che donano le mille boule de neiges al suo interno; l’Asia, per addentrarci nel mistero dell’Oriente tra mandala di antiche stampe zen, sculture d’avorio giapponese, ma anche pugnali kriss e maschere lignee malesiane condivisa con l’Europa, con pizzi e merletti antichi, letti d’ottone e tessuti Toile de Jouy alle pareti per segnare un’epoca senza tempo.

La Casa dell’Alchimista, al lato opposto della grande “house”, è caratterizzata da 6 camere, con affreschi originali alle pareti e sui soffitti, e hanno curiosamente il nome di pianeti: Marte, Giove, Venere, Urano, Mercurio e Saturno… misteriose congiunzioni astrali li accomunano. All’ultimo piano, si trova la romantica Soffitta di Nettuno, un appartamento esclusivo in cui dominano la pietra e il legno, elementi tipici del luogo che abbracciano l’ospite e lo avvolgono in un’atmosfera magica.

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La Bursch nasce con l’obiettivo di valorizzare il territorio e promuovere un turismo etico avvalendosi delle antiche tecniche di costruzione legate alla tradizione della valle, del riutilizzo degli antichi arredi, della reinterpretazione delle antiche ricette legate al territorio, una valle solitaria, segreta e magica che ha le suggestioni del tempo perduto. Lunga una ventina di chilometri, la Valle Cervo è chiamata anche “Valle dell’Acqua” ed è caratterizzata da paesini e borghi con le caratteristiche case in pietra di sienite e boschi di faggi e castagni.

Poco oltre il paesino di Campiglia Cervo si trova uno dei più suggestivi e misteriosi borghi d’Italia: Rosazza, che deve la sua fama a Federico Rosazza, massone e appassionato di esoterismo, che fece costruire molte opere tutte con molteplici elementi e simboli legati alla massoneria e all’occultismo. Lungo le strade del borgo si trovano inoltre numerose rose scolpite, classico simbolo della massoneria, stelle a cinque punte, clessidre, scale a pioli che simboleggiano il percorso che l’uomo deve percorrere per compiere le tappe della Grande Opera alchemica.

Ma da Campiglia Cervo si può partire, attraverso la strada panoramica, anche per un bellissimo tour nell’Oasi Zegna, 100 chilometri quadrati, un ambiente naturale creato negli anni trenta da Ermenegildo Zegna, fondatore della più famosa industria laniera italiana. Uno scenografico palcoscenico sulle Alpi che testimonia l’anima green del Gruppo che segue ancora oggi lo spirito filantropico del fondatore dando continuità, con azioni tangibili, ai suoi valori ispirati ad un’etica sostenibile.

E dopo queste due gite, caldamente raccomandate, scopriamo La Bursch e i suoi ambienti da fiaba. Un susseguirsi di stanze ricolme di oggetti da vivere e scoprire: la sala del biliardo, il bar Déco anni ’30, la sala dei giochi antichi, la sala musica e la taverna del pozzo.

L’antico fienile ospita la sala delle farfalle e la pépinière, spazio flessibile dedicato a praticare yoga, meditazione, vivere eventi speciali e a svolgere convegni.

L’esperienza continua all’esterno nel parco, un luogo di pace e di armonia, cullato dal rilassante “rumore bianco” delle acque del ruscello che scorre lì di fianco. Il profumo del bosco di faggi e castagni, il sapore dei frutti antichi coltivati nel frutteto così come i prodotti dell’orto regalano momenti di quiete e serenità.

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L’esperienza continua all’esterno nel parco, un luogo di pace e di armonia, cullato dal rilassante “rumore bianco” delle acque del ruscello che scorre lì di fianco. Il profumo del bosco di faggi e castagni, il sapore dei frutti antichi coltivati nel frutteto così come i prodotti dell’orto regalano momenti di quiete e serenità.

Aperto anche agli ospiti esterni, il ristorante propone i sapori del territorio attraverso una cucina piemontese improntata alla tradizione ma dal tocco contemporaneo. La direttrice d’orchestra è Erika Gotta, giovane chef di origini piemontesi e appena nominata miglior chef Under 35 dell’anno in occasione dei Food Community Awards 2022 che, insieme al sous chef Pietro Cinti e alla brigata di cucina e di sala, con il preparatissimo sommelier Davide e l’impeccabile accoglienza dell’esperto Andrea, esalta la sua proposta gastronomica offrendo spunti di gusto e sapori come in un concerto da lei sapientemente diretto con momenti aulici e altri dirompenti, delicati assoli e poderose sinfonie.

Nel suo giovane percorso Erika si è formata presso ristoranti stellati del calibro de La Ciau del Tornavento, da Maurilio Garola e del Pomiroeu da Giancarlo Morelli; timida al di fuori della sua comfort zone, in cucina è grintosa e determinata e offre ai propri ospiti un viaggio tra i sapori autentici del territorio, in perfetta sintonia con la filosofia della struttura, con piatti dagli abbinamenti audaci e sorprendenti che accompagnano i commensali in una degustazione innovativa tra le eccellenze del biellese, con una cucina garbata e senza fronzoli, essenziale ed elegante al tempo stesso.

Il menù segue la stagionalità e varia secondo la reperibilità degli ingredienti con un percorso degustazione e à la carte. Le erbe che crescono nell’orto del borgo sono elementi fondamentali per la costruzione dei suoi piatti. Il rispetto e l’amore per il territorio si riflette proprio nella selezione di materie prime della zona a vantaggio di una filiera corta, praticamente a km 0 e nell’utilizzo di erbe ed elementi naturali raccolti nel bosco circostante.

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Tra i deliziosi piatti di questa stagione troviamo il Vi-To, un insolito Vitello Tonnato, cipolla in agrodolce, acciuga disidratata e uovo marinato; i Bottoni di gallo ruspante della Cascina Eremiti, cavolo verza e il suo brodo; il Risotto Tenuta Castello, fontina di capra, olio alla zucca e semi, crumble d’abete e cachi; l’incredibile Polenta di grano saraceno, fonduta al Parmigiano, fichi d’india, sesamo, porri, topinambur e liquirizia; gli Gnocchetti con acqua di bosco, salsa al caprino, pesto d’arachidi in conserva, fagioli, uva; il Cervo in vigna, carpaccio di cervo, uva fragola, vinaccia di gattinara, fava tonka e tra gli strepitosi dolci l’imbarazzo della scelta è tra la Tonda Gentile in Valle Cervo, un soffice di nocciole, spuma al fondente, crema al finocchietto pepe cioccolato, il divertente Una sera al cinema, una meringa con panna, caramello, popcorn e capperi e lo squisito Lievitato della Bursch, impasto dolce all’agrume e spuma di zabaione.

Un’esperienza a La Bursch può essere rilassante, romantica, festosa, di evasione, ma anche di movimento con attività esclusive come la pesca alla mosca nella Riserva Privata, una visita dedicata all’antico Cappellificio Cervo, la ricerca dell’oro alla Bessa e l’esperienza manuale di produrre formaggio e di scoprire il fascinoso mondo delle api. Inoltre, per gli amanti dello sport, la struttura organizza tour in e-bike, camminate nel bosco (in autunno il foliage è un momento imperdibile!) e lezioni di tennis nell’antico Circolo anni ‘30 di Rosazza, gite a cavallo, trekking, oppure sport più estremi come Eliski, Canyoning, Downhill, Parapendio e Bunjee Jumping.

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La Bursch • Frazione Oretto Inferiore, Campiglia Cervo, Biella • +39 333 8672684 • Aperto dal giovedì alla domenica • www.labursch.com • info@labursch.com
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SERRE DI PEDERIVA, IL MARCHIO CREATO DA RINALDI 1957

Il riposo necessario per un gran Valdobbiadene DOCG brut nature: Serre di Pederiva, per il suo “Erres”, attende per mesi che il grado zuccherino dei mosti raggiunga il punto sperato.

A cura di Redazione Centrale TdG

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Perché rinunciare al gusto di un buon Valdobbiadene DOCG durante i pasti? La leggera punta di dolcezza che alcuni di noi percepiscono quando bevono Prosecco, viene risolta con Erres, il Valdobbiadene DOCG proposto da Serre di Pederiva nella versione Brut Nature. Con pochissimi zuccheri residui, questo Valdobbiadene non perde in piacevolezza e facilità di beva.

Questo perché Serre di Pederiva è un marchio che garantisce il rispetto della tradizione: senza scorciatoie si attendono i tempi della Natura (alcuni mesi) per dare a Erres le ottime caratteristiche organolettiche che gli sono proprie, il prodotto non sarà disponibile fino a marzo perché è necessario allungare il periodo di maturazione della base sulle fecce fini della prima fermentazione, prima di poter procedere con la spumantizzazione.

Sono i tempi che l’agricoltura ha e che vengono rispettati dai sacrifici della famiglia Pederiva. In pochi mesi invernali, infatti, non è possibile produrre questa specialità, nata dalla collaborazione con Rinaldi 1957 che lo rappresenta in tutta Italia.

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Giallo paglierino scarico con riflessi verdognoli, Erres ha una spuma soffice e persistente, ben alimentata da un perlage fine e incessante. Al naso dominano le note di frutta fresca e fiori estivi. In bocca, invece, è fresco e croccante.

È, sottolineano i suoi produttori, lo spumante ideale per i palati esigenti ma soprattutto per chi vuole provare nuove esperienze gustative. Ottimo come aperitivo, non ha problemi ad accompagnare tutto il pranzo. Buono con primi a base di pesce, come uno spaghetto allo scoglio, sa accompagnare bene anche piatti delicati di carne bianca. Da provare, ad esempio, con il classico pollo arrosto.

Il marchio

“Serre di Pederiva” è il marchio creato da Rinaldi 1957 con la società Serre per puntare ai prodotti DOCG Conegliano e Valdobbiadene e con cinque diverse etichette, tra cui un Superiore di Cartizze.

“Anche nei vini come nei distillati – precisa Gabriele Rondani, Direttore Marketing e PR di Rinaldi 1957 che ha avuto l’idea di quel marchio – la crescita sta avvenendo soprattutto con le selezioni e non con i prodotti base”. Continua il manager milanese: “è una realtà unica in Valdobbiadene, tra quelle più alte in termini di altitudine, se non la più alta.”

È inoltre, un’azienda veramente familiare, proprietaria per oltre venti ettari in Valdobbiadene intorno a Miane di Combai. Tutti i processi avvengono a mano: cura dei terreni e dei vigneti, vendemmia, trasporto dell’uva e movimentazione in azienda. La filiera è completa all’interno dell’azienda per tutti i DOCG, prodotti e imbottigliati all’origine. Imbottigliamento secondo i più moderni standard qualitativi.

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Rive, Valdobbiadene D.O.C.G Extra Dry
Valgres,
–Prosecco Superiore Medaglia d’oro sia al Concours Mondial de Bruxelles 2022 sia a Mundus Vini.

• Gradazione Alcolica: 11% alc. Vol.

• Capacità: 75 cl

• Zuccheri: 17 g/l

• Pressione: 5 bar a 20° C

• Uve: 100% Glera selezionate

Nome: Valgres è la zona dei vigneti più alta della famiglia Pederiva a Combai, da dove provengono le uve di questo prezioso spumante. Per questo motivo si può definire “Cru”.

Zona di produzione: i più ripidi vigneti di Combai.

Caratteristiche dei vigneti: i vigneti disetanei in questo caso sono detti “Rive”, perché sono su terreni ancor più ripidi e scoscesi. Si trovano totalmente nei versanti sud delle colline. Il sistema di allevamento è il caratteristico doppio capovolto.

Terreno: morbido, strutturato, argilloso, presenza di scheletro, ben dotato di sostanza organica con pH neutro alcalino.

Vendemmia: ultima decade di settembre.

Vinificazione: le uve provenienti solo dal Cru Valgres, vengono sottoposte a criomacerazione per alcune ore; si prosegue con una apposita vinificazione in bianco con tecnica riduttiva utilizzando particolari lieviti selezionati. La presa di spuma avviene in autoclave alla temperatura di 12-14° C seguendo la metodologia dello Charmat corto.

• Esame visivo: colore giallo paglierino scarico

• Esame olfattivo: profumi di mela, pera, banana, glicine e gelsomino.

• Esame gustativo: vellutato, ampio e cremoso, al gusto ricorda un lontano sentore di uva passa.

• Modalità di servizio: ideale come aperitivo, ma anche a fine pasto in particolare con dolci secchi. Temperatura di servizio: 6-8 ° C.

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58 TuttoFood Gli altri Valdobbiadene D.O.C.G Extra Dry – Prosecco Superiore –derivano sempre dai ripidi vigneti di Combai da cui prendono i nomi: Tréser è il Valdobbiadene D.O.C.G. Brut Lovré è il Valdobbiadene D.O.C.G. Extra Dry Colsentà è il Valdobbiadene D.O.C.G. Dry (più dolce)

La forza di una Famiglia

La storia di “Serre” è una delle tante belle avventure nate durante la ricostruzione dell’Italia nel primo dopoguerra. Una storia di emigranti, costretti a lasciare a malincuore i luoghi natii, che appena raccolte le risorse necessarie, tornano al paese natale e acquistano la “terra”. E così fecero le famiglie di Camillo Pederiva e Rosa Mattiola, titolari oggi di “Serre” che nel 1956 acquistarono ciascuna diversi appezzamenti dai conti Brandolini d’Adda, allora proprietari del territorio intorno a Combai.

La realtà agronomica dei terreni era in situazione di abbandono. Fu necessario un intenso lavoro di reimpianto e di accorpamento dei vigneti, possibile da quando le due famiglie si unirono con il matrimonio di Camillo e Rosa. Dedicarono alle tre colline (le tre “serre” in dialetto locale) che si stagliano dietro Combai, il nome “Serre” e il logo che le rappresenta. Un’azienda familiare, alla cui evoluzione e miglioramento ha giovato l’entrata in azienda dei figli Luca e Marco, rispettivamente Viticoltore ed Enologo.

Vigneti

Dove il bosco lascia spazio alla vite, in un territorio incontaminato, si arrampicano su ripide colline i vigneti di Serre, che godono di una zona climatica favorevole alla viticoltura, ad un’altitudine media tra i 300 e i 500 s.l.m. L’ambiente è rimasto quello di un tempo, per via della ripidezza dei terreni e l’alternarsi dei boschi. Il viticoltore convive nei propri vigneti incontaminati con animali di tutti i generi: tassi che scavano la terra alla ricerca di insetti o vecchie castagne, cervi e caprioli.

Sostenibilità ambientale ed energetica

La nuova sede dell’azienda vitivinicola Serre SRL è situata nella frazione Col San Martino del Comune di Farra di Soligo. Il fabbricato scelto nella piccola zona industriale di Col San Martino, è stato riqualificato dall’azienda ed efficientato dal punto di vista energetico. L’impianto fotovoltaico sul tetto dello stabilimento

produce oltre 117.000 Kwh all’anno. L’energia elettrica è necessaria al fabbisogno quotidiano della produzione, con i processi energivori di sterilizzazione delle bottiglie, l’imbottigliamento, la spumantizzazione, l’illuminazione e il riscaldamento/ raffreddamento degli ambienti.

Dal punto di vista della sostenibilità ambientale, la riqualificazione energetica dell’edificio ha prodotto una riduzione delle emissioni di CO2 pari a 64 tonnellate annue, che corrisponde alla piantumazione di oltre 11 mila alberi (che potrebbero assorbire la stessa quantità annua di Co2). “Abbiamo deciso di aprire questo nuovo stabilimento – dichiara Luca Pederiva, titolare dell’azienda SERRE SRL – perché dal punto di vista logistico siamo avvantaggiati in questa posizione.

La nuova sede, infatti, è ben collegata e abbiamo aumentato gli spazi per l’immagazzinamento delle bottiglie. Con il piano di efficientamento riusciremo ad essere più competitivi, rispettando allo stesso tempo l’ambiente”.

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Distribuito da Rinaldi 1957

La tecnologia più ecologica e più e cace al mondo contro il

TCA per i tappi in sughero naturale.

Ispirato dallo straordinario lavoro che la Natura ha fatto con il sughero, abbiamo creato Naturity®, un processo interamente naturale che rimuove il TCA e altri composti di deviazioni sensoriali dai nostri tappi in sughero naturale. Sviluppato dall’Università NOVA di Lisbona e da Amorim Cork, Naturity® è una tecnologia rivoluzionaria progettata per massimizzare la performance dei nostri tappi senza comprometterne la natura. Grazie ad un processo avanzato che combina tempi, pressione, temperatura e acqua purificata, siamo ora in grado di separare le molecole del TCA e altre molecole volatili dalla struttura cellulare dei tappi in sughero naturale, attraverso un metodo non invasivo che mantiene intatte le caratteristiche cruciali di questo materiale unico.

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Prosecco Doc e i capolavori senza tempo del design

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Prosecco Doc e i capolavori senza tempo del design

Struttura, equilibrio, armonia ed eleganza. Qualità intrinseche del valore estetico di un oggetto che delineano l’innovativa e sofisticata campagna pubblicitaria del Consorzio del Prosecco Doc.

A cura di Redazione Centrale TdG

Un’unione tra la Denominazione più famosa al mondo e tre icone del design italiano.

Il Consorzio ha lanciato la campagna “Soggetto Design”, in collaborazione con ADI Design Museum, scegliendo oggetti simbolo dell’arredo italiano per narrare una storia di artigianalità e bellezza: radio Cubo di Brionvega, la lampada Atollo di Oluce e la poltrona Fjord firmata Moroso.

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Una trama di simboli estetici che esprimono la magnifica molteplicità di discipline e tecniche dell’arte di vivere italiano che sorprende per la sua semplice essenza del bello ricreando soluzioni concrete per diffondere questa filosofia. Da qui nasce il payoff della campagna: “The Italian sparkling art of living” ovvero “L’arte di vivere italiano è rigorosamente DOC”.

Questo concetto è definito graficamente nella campagna “Soggetto Design” giocata sul concept ‘magazine cover’ che richiama idealmente la copertina di un magazine, nel quale i tre iconici pezzi di design campeggiano da co-protagonisti insieme al Prosecco DOC. L’immagine visiva ripercorre il dialogo che si concretizza tra le architetture storiche dei complessi museali e le forme moderne e i materiali innovativi delle tre opere di design immerse in uno spazio senza tempo, sospese tra passato e presente.

Stefano Zanette, presidente del Consorzio di tutela della Doc Prosecco, riporta che “a differenza delle precedenti campagne dove abbiamo voluto concentrare l’attenzione sul territorio, come nel progetto ‘Dreamland’, o sul prodotto, come nella campagna di lancio ‘Osa il Rosa’, questa volta l’obiettivo principale consiste nell’incrementare il percepito della denominazione nell’immaginario del consumatore. Per questa ragione abbiamo posto al centro della comunicazione la genialità italiana che, nel caso di specie, viene testimoniata dai soggetti selezionati come dimostrazione e ‘supporting evidence’ della potenza creativa Made in Italy”.

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Un tempo che definisce la storia, il talento e lo stile tipicamente italiano dell’Italian Genio, massima espressione della continua ricerca estetica e qualitativa che il Consorzio Prosecco DOC attua quotidianamente per raccontare l’unicità di questo prodotto e del suo meraviglioso territorio distribuito tra il Veneto e il Friuli Venezia Giulia.

Il binomio vino e arte in Italia si esprime sempre di più in maniera interessante, con tanti linguaggi che il Consorzio è riuscito a carpire e fare suoi, dando profondità e unendo l’arte di fare il vino all’arte in senso stretto rendendolo un tutt’uno per raccontare il vivere all’italiana come stile di vita, fonte di ispirazione in tutto il mondo. Semplicità e bellezza, come paradigmi di un nuovo modo di concepire il lusso dell’italian lifestyle, senza artifici, ma facendosi portavoci di un modello ormai consolidato e ammirato.

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TuttoTravel 70 Penisola salentina, un luogo perfetto per una vacanza 78 Tokyo, una città che non dorme mai! 86 Un itinerario nell’Umbria del vino # #

Penisola salentina, un luogo perfetto per una vacanza

Il successo della penisola salentina si riconferma come luogo perfetto per una vacanza, grazie alla varietà dell’offerta, capace di catturare le esigenze di diversi segmenti della popolazione e di valorizzare i tesori del territorio assicurando a tutti una vacanza rilassante, emozionante e appassionante al tempo stesso, in tutte le stagioni.

Infatti, dopo un 2022 da record, il  Salento si ritrova ancora nelle posizioni più alte delle classifiche delle mete più gettonate e le prenotazioni sia dall’Italia che dall’estero già per il periodo di Pasqua e delle prossime vacanze estive, è una splendida conferma, ma di certo non si tratta di una novità: già l’anno scorso la penisola salentina aveva registrato una presenza di turisti addirittura superiore al periodo pre-pandemia. D’altronde parliamo di una zona in grado di offrire tutto quello che si può desiderare per vivere una vacanza da sogno. I motivi di questo successo sono tanti: al primo posto, ovviamente, figurano le spiagge ed il loro mare, sempre pulito e sempre cristallino.

Non a caso il Salento è stato eletto anche quest’anno la meta preferita dagli italiani, mentre arrivano sempre più stranieri per scoprire le sue meravigliose spiagge e le città d’arte: francesi, tedeschi, olandesi, belgi e inglesi, attratti dalla bellezza del mare, delle campagne, dal clima e dalla buona tavola. A favorire questi nuovi arrivi sono stati anche i voli low cost grazie alla politica lungimirante di Regione Puglia e Aeroporti di Puglia. Tra le mete risulta in modo particolare la scoperta dell’interno è spesso sinonimo anche di immersione in atmosfere singolari, come quelle che avvolgono ancora oggi le masserie.

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Non a caso il Salento è stato eletto anche quest’anno la meta preferita dagli italiani
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Nate come fortificazioni tipiche dei territori meridionali, le masserie erano spesso di proprietà di famiglie facoltose, includendo all’interno anche alloggi dedicati ai contadini che si occupavano della manutenzione della struttura e delle coltivazioni, così come di stalle, depositi e raccolti. Nonostante molte di queste antiche costruzioni siano oggi in disuso e dismesse, grazie a un turismo sempre più prospero si è posta un’attenzione diversa al recupero di una grande fetta di edifici che sono stati ristrutturati e trasformati in eccellenti strutture ricettive. Morbide e bianche spiagge caratterizzano le Marine di Melendugno.

Il primo colpo d’occhio sono i Faraglioni di Sant’Andrea: Lu Pepe, un grande scoglio con un arco naturale dove vengono spesso ambientati spot pubblicitari e set cinematografici. I colori del mare sfumano dall’azzurro smeraldo al blu intenso. Ci si può tuffare grazie a comode scale ricavate tra gli scogli. E per chi cerca la sabbia a pochi passi c’è la spiaggetta di Sant’Andrea nel borgo dei pescatori, dove si erge il faraglione a forma di sfinge. Affascinante e morbida la baia di Torre dell’Orso poco più a nord, si distende tra le due alte falesie, mentre una pineta cresciuta sulle dune le fa da chioma.

Due chilometri dopo eccoci arrivati a Roca Vecchia dove i giornalisti e i lettori del National Geographic hanno inserito la Grotta della Poesia, nella Top Ten delle piscine naturali più belle al mondo! Un tuffo a Roca è per intenditori. Sembra di immergersi nella storia perché sulla scogliera si affacciano le rovine del castello medioevale e del sito archeologico, un villaggio abitato dall’Età del Bronzo fino all’alto Medioevo. A San Foca da non perdere il porto turistico e le spiagge bianche che si susseguono una dopo l’altra, la più famosa delle quali è Le Fontanelle, lambita dal lungomare.

Ma guai a lasciare il Salento senza fare tappa a quelle che ormai sono state ribattezzate le Maldive d’Europa da vedere almeno una volta nella vita. Si tratta delle Marine di Salve da Torre Pali a Posto Vecchio, passando per la più famosa Pescoluse. Qui il mare dalle mille sfumature di blu bagna una sabbia dai colori del deserto veramente

unici. Tra le scoperte più significative di questo lembo di terra della Puglia che si potranno scoprire sono: l’alba sull’Adriatico, il tramonto sullo Jonio. Il Salento, nel Sud della Puglia, non smette mai di sorprendere.

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TOKYO, UNA CITTÀ CHE NON DORME MAI!

Perché visitare almeno una volta nella vita Tokyo? Una destinazione bella da vivere in tutte le stagioni, che può essere considerata un continente in miniatura vista la molteplicità di scenari diversi e maestosi.

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A cura di Jimmy Pessina

La città giapponese è il luogo in cui l’antico e le tecnologie all’ultimo grido convivono in un’atmosfera magica. Il fascino di entrare in contatto con una cultura molto lontana e completamente diversa dalla nostra è una delle ragioni principali, per cui vale la pena visitare questa metropoli. Non è facile spiegare ad un occidentale perché deve farsi almeno 12 ore d’aereo per andare in una grande metropoli che nell’immaginario europeo evocano anche cliché negativi; “non è esotica, la lingua e la cultura sono così lontane dalle nostre che il povero turista non ci capisce niente”.

Ci sono Paesi nei quali l’economia e le condizioni sociali comportano usanze, culture completamente diversi dai nostri, nei quali il viaggiatore subisce il fascino di immagini, modi di vita, paesaggi anche, residui di mondi irrimediabilmente perduti. L’effetto di assoluto fascino ma estraneamente; paradisi per turisti che ritornano alle loro case con immagini da sogno ma molto lontane dalla realtà.

L’ordine la pulizia, l’efficienza dei servizi, la volontà di costante miglioramento dell’assetto urbano e dell’organizzazione in una città di oltre 13 milioni di abitanti, la tenace conservazione delle tradizioni culturali e religiose, così come la ricerca continua del bello e dell’eleganza, che fa del Giappone, oltre che essere uno dei Paesi più avanzati e industrializzati si vede la minore differenza tra ricchi e poveri. Tuffarsi a capofitto in un mondo dominato da una tecnologia strabiliante, in cui all’improvviso emergono miraggi romantici di un’epoca antica, è un’esperienza unica al mondo.

È una destinazione visitabile tutto l’anno, ma di certo da il meglio in primavera, per la fioritura dei ciliegi. In primavera, Tokyo viene avvolta nelle sfumature del rosa a causa dell’arrivo di breve durata dei Sakura, o fiori di ciliegio. La finestra fugace di quando sbocciano suscita un passatempo speciale, l’hanami o l’osservazione dei fiori.

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Passeggiare sotto i baldacchini di fiori al Chidori-gafuchi Moat, fare un picnic al Shinjuku Gyoen National Garden o unirsi a feste chiassose nei parchi Yoyogi e Inokashira per celebrare i sakura e la loro effimera. I fiori di ciliegio del Giappone possono essere al centro dell’attenzione, ma non meno meravigliosi sono gli altri fiori che seguono la loro scia. Dal ricco arazzo di azalee del Santuario Nezu-jinja ad aprile, al fresco rossore del glicine al Santuario Kameido Tenjin a maggio, alla graziosa eleganza degli iris dei giardini Koishikawa Korakuen e delle ortensie del Parco Sumida a maggio, in primavera Tokyo è una delizia floreale. Tokyo è una delle più grandi metropoli al mondo, sempre al passo con i tempi, caotica, ma perfettamente organizzata.

Tutto sembra essere progettato nei minimi particolari (d’altronde siamo in Giappone!), dai quartieri gremiti di grattacieli, agli angoli più tranquilli, dove regna un silenzio inaspettato. Tokyo è una città che non dorme mai, dove i colori sgargianti delle insegne al neon si mescolano ai simboli della tradizione giapponese, come i templi, i ryokan – alberghi tipici con pavimenti in tatami e futon – e gli Onsen, i tipici bagni in cui potersi rilassare nelle acque termali.

Scopriamo le mete imperdibili di questa affascinante metropoli. Templi, quartieri dello shopping, sushi, musei e Palazzi imperiali: ecco le mete da non perdere. Tokyo è una delle più grandi metropoli al mondo, sempre al passo con i tempi, caotica, ma perfettamente organizzata. Il quartiere di Shinjuku, il più rappresentativo di Tokyo che non dorme mai, dove costantemente si viene storditi e abbagliati da musica e luci al neon, e dove si trova qualunque cosa. È anche il quartiere migliore dove

cercare alloggio, sia perché è ben collegato a tutte le altre zone della città, sia perché la sera non c’è pericolo di annoiarsi!

La zona di Shinjuku dove si concentrano vita notturna e divertimento è Kabuki-cho. Un’insegna rossa ne identifica l’ingresso. Qui trovate qualsiasi tipo di locale, anche se vi è una elevata concentrazione di sale da gioco: Pachinko. È una zona caratterizzata da vicoletti con circa 200 bar minuscoli in grado di ospitare pochissime persone: da 5 a massimo 10 clienti ciascuno. Per non rischiare di perdervi, specie di sera, meglio per la prima volta optare per un tour guidato serale di Shinjuku.

Immergersi per una piacevole e rilassante passeggiata nel parco, del santuario Meiji è un gioiello della religione shintoista che offre ai visitatori un’oasi di pace e tranquillità, a pochi passi dalla trafficata stazione di Harajuku. Si tratta di uno dei luoghi sacri più simbolici di Tokyo e più amati dai giapponesi poiché venera le figure dell’Imperatore Meiji e della sua consorte l’Imperatrice Shoken.

Non è raro assistere alla celebrazione di matrimoni shintoisti. Il quartiere di Harajuku, racchiuso tra Shinjuku e Shibuya, è il cuore della cultura giovanile e delle nuove tendenze. Il centro nevralgico del quartiere si sviluppa attorno a Takeshita Dori, c’è l’elegante e ampio viale alberato Omotesando, soprannominato gli “Champs-Elysées di Tokyo“, dove si alternano boutique di firme famose, ristoranti e caffetterie eleganti. Il Palazzo Imperiale, si tratta della residenza ufficiale principale dell’Imperatore giapponese.

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Il palazzo è inserito all’interno di un piccolo parco ed è localizzato vicino alla stazione della città. I bellissimi giardini che sono visitabili solo tramite prenotazione on-line, i giardini circostanti, sono invece sempre aperti al pubblico.

Ginza è il quartiere “di classe” di Tokyo, dove si trovano principalmente negozi di alta moda con architetture futuristiche, ottimi e costosi ristoranti, negozi di tutte le più grandi case di moda del mondo, come Chanel, Dior, Hermes, Gucci e il luogo dove dedicarsi allo shopping di lusso. Per scoprire Ginza con gli occhi di un abitante locale, consigliamo di optare per un tour guidato del quartiere.

Utilizzata per le telecomunicazioni, e dal design che ricorda la famosa Tour Eiffel parigina, questa torre è il simbolo di Tokyo. Dalla terrazza in cima alla torre a 250 metri si gode di una straordinaria vista panoramica a 360° sulla città. Particolarmente consigliata la visita serale, soprattutto verso il tramonto.

Tappa irrinunciabile di ogni viaggio in Giappone è senza dubbio il Monte Fuji simbolo più famoso del paese. E con grande gioia dei turisti, oggi il vulcano è anche molto più semplice da raggiungere e da scalare rispetto al passato. Partendo da Tokyo si ha disposizione diverse alternative per raggiungere il Monte Fuji, sia che desideriate viaggiare in autobus sia che preferiate invece il treno, che possono risultare più o meno convenienti a seconda della stagione in cui viaggiate e delle attività che avete intenzione di svolgere nell’area del Monte Fuji: ad esempio scalare la vetta, visitare la regione dei Cinque Laghi che lo circonda, rilassarvi in una località termale.

Per maggiori informazioni:

TOKYO TOURISM REPRESENTATIVE, Italy Office - www.gotokyo.org/it – tokyotokyo.jp – www.ixisrl.com

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UN ITINERARIO NELL’UMBRIA DEL VINO Alla scoperta di località ricche di storia, con ottime aziende agricole e vitivinicole A cura di Franca Dell’Arciprete Scotti

Che l’Umbria sia una regione ricchissima di arte, storia e cultura, è cosa ben nota. Cuore verde d’Italia, patria di santi, è una delle mete del turismo italiano e internazionale. Turismo che a maggior ragione apprezzerà un suggestivo itinerario tra bellezze naturali e artistiche, arricchite da ottime degustazioni enogastronomiche.

Perchè l’Umbria è una regione che vanta originali vitigni, ottime cantine e un forte Movimento del Turismo del Vino, una delle derivazioni regionali dell’associazione no profit che racchiude oltre 1.000 delle migliori aziende vitivinicole e distillerie italiane e promuove la cultura del vino e le visite nei luoghi di produzione per far conoscere le aziende ed i territori.

Comiciamo da Amelia, in provincia di Terni, vicino al confine con il Lazio, città di storia antichissima, secondo la mitologia fondata dal re Ameroe. Tra le numerose testimonianze del suo passato la cinta muraria, con quattro delle sei porte originarie ancora utilizzate, la monumentale cisterna romana, del I secolo a.C., costituita da dieci vani, testimonianza dell’ingegneria idraulica romana.

Famosa la statua bronzea di Germanico Giulio Cesare, noto condottiero romano, una delle poche rimaste al mondo ed unica nel suo genere. L’agricoltura costituisce da sempre l’attività principale del territorio amerino, citato già dagli autori latini Varrone e Columella per la particolare disciplina e cura delle coltivazioni. Virgilio, nel primo libro delle Georgiche, ricorda la pazienza con la quale i vignaioli del tempo si dedicavano, in questi luoghi ameni, all’arte della coltivazione della vite. E oggi, dunque, ecco le eccellenze presenti.

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Azienda Agricola Zanchi

L’Azienda Agricola Zanchi si trova sul percorso della Strada dei vini Etrusco Romana, in una suggestiva zona collinare, dominata dall’antica casa padronale e dal complesso delle cantine, in cui da cinquant’anni la famiglia Zanchi produce vini esclusivi e dalla spiccata identità territoriale.

Pioniera della vinificazione sulle colline di Amelia, l’azienda Agricola Zanchi, nata nel 1970, è oggi in mano alla famiglia, giunta alla terza generazione, che ha creato negli anni le etichette più rappresentative di questo territorio, esaltando le caratteristiche di diversi vitigni: il Ciliegiolo vinificato in purezza, il Grechetto, l’Aleatico, la Malvasia, il Trebbiano e il Sangiovese traducendoli in vini (6 bianchi, 4, rossi, 1 rosato ed 1 vino dolce aleatico), dalle caratteristiche uniche risultato della continua ricerca in vigna ed in cantina (www.cantinezanchi.it).

Procediamo su Narni, la cittadina caratterizzata da forti connotati medioevali e originalissima nella parte sotterranea, un insieme di ipogei scoperti negli ultimi anni. La visita guidata di un’ora inizia dal complesso conventuale di S. Domenico con l’ingresso in una chiesa del XII secolo, scoperta solo nel 1979 da sei giovani speleologi, che conserva affreschi tra i più antichi della città.

Attraverso un varco nella muratura si passa in un locale con una cisterna romana, probabilmente resto di una domus. In questa sala, grazie a degli effetti speciali, si potrà entrare in maniera virtuale nei cunicoli dell’acquedotto Romano della Formina. Subito dopo, percorrendo un lungo corridoio, si giunge in una grande sala, dove avevano luogo gli interrogatori del Tribunale dell’Inquisizione.

Quest’ambiente è chiamato Stanza dei Tormenti nei documenti ritrovati negli Archivi Vaticani e al Trinity College di Dublino. I graffiti della piccola cella adiacente documentano le sofferenze patite dagli inquisiti, uno

dei quali ha voluto lasciare un messaggio attraverso un codice grafico, con simboli alchemico massonici. Nei pressi di Narni a Ficulle consigliamo di visitare Castel Noha delle Aziende Agricole dell’enologo Valentino Cirulli e la tenuta Vitalonga.

Le Cantine Castel Noha, caratterizzate da un alto valore tecnologico ed innovativo nel pieno rispetto dell’ambiente hanno una lunga storia, fatta di passione e dedizione per il vino. Una storia e una filosofia che si rinnova di giorno in giorno grazie ad un progetto enologico con una visione moderna ed altamente innovativa del lavoro in cantina.

L’azienda impianta vitigni internazionali in un territorio diverso da quello di appartenenza, rispondendo all’idea di un’interpretazione differente e nuova dei vigneti classici (www.castelnoha.com).

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Tenuta Vitalonga

Sempre a Ficulle, su un versante benedetto per la produzione di grandi vini della colline dell’Alto Orvietano, al confine ovest dell’Umbria con la Toscana, c’è la Tenuta Vitalonga, di proprietà della famiglia Maravalle, immersa in un contesto naturale di straordinaria bellezza e certificata biologica dal 2018, che coltiva varietà come Sangiovese e Montepulciano, Merlot e Cabernet. La Tenuta Vitalonga, oltre alla cantina visitabile, ha anche un ristorante in cui sono utilizzate le materie prime coltivate negli orti della tenuta (www.vitalonga.it).

Sagrivit

A Magione, comune della provincia di Perugia, situato su una collina della sponda orientale del lago Trasimeno, non si può perdere la visita del Castello dei Cavalieri di Malta e la sua cantina, un complesso fortificato utilizzato dai viandanti che, lungo la Via Romeo Germanica, desideravano raggiungere Roma o Gerusalemme. I documenti più antichi che menzionano la struttura ospedaliera gestita dai cavalieri gerosolimitani risalgono al novembre 1171.

Il Castello è al centro di una vasta tenuta agricola e vitivinicola la cui attività è gestita dalla Società Agricola e Vitivinicola Italiana, Sagrivit (www.sagrivit.it).

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E arriviamo così alla splendida tappa di Orvieto, che sorge nel sud dell’Umbria su una rupe di tufo, a dominare la valle del fiume Paglia. Anche questa una città nobile e antichissima, come testimonia il suo stemma, suddiviso in quattro simboli sormontati da una corona. Imperdibile il Duomo, capolavoro dell’architettura gotica dell’Italia Centrale.

La facciata, particolarmente armoniosa ed equilibrata, presenta quattro contrafforti verticali a fasci, terminanti ciascuno con una guglia: i tre triangoli delle ghimberghe sono ripetuti dai 3 triangoli delle cuspidi, tutti e sei i motivi a delimitare la doppia cornice quadrata che racchiude il rosone. Le strombature dei portali, i bassorilievi ai loro fianchi, la loggia, il rosone, le edicole, le statue, i fasci dei pilastri, e infine le guglie creano motivi a rilievo che ben contrastano con la superficie piana e rilucente dei mosaici.

Eccezionale il rosone, opera di Andrea di Cione detto l’Orcagna. In zona meritano una visita da buongustai Le Cantine Neri, a Bardano, a pochi passi da Orvieto, in un luogo da sempre vocato alla viticoltura (www.cantineneri.it/).

Per un enoturista può essere sicuramente interessante visitare il Museo del Vetro nel comune di Piegaro. Il museo, allestito nella vecchia vetreria, testimonia l’importanza di questa attività fin dal Medioevo. Una risorsa ancora fondamentale per questo borgo: fuori del paese, infatti, esiste una cooperative vetraria (www.museodelvetropiegaro.it/).

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Ed ecco l’ultima tappa del nostro itinerario umbro. É il bellissimo Castiglione del Lago, collocato su un promontorio della riva occidentale del lago Trasimeno. Che ci offre un panorama spettacolare dal camminamento che unisce il mastio della Rocca del Leone, fatta costruire da Federico II di Svevia alle sale di palazzo Corgna.

É questo il palazzo più importante di Castiglione, abitato dalla potente famiglia dei Corgna, imparentati con uomini d’arme e cardinali. E’ forse l’unica piccola “reggia” esistente in Umbria, con bellissime sale affrescate dal Pomarancio con soggetti mitologici. Uno dei momenti perfetti per la visita sarà il tramonto, quando il sole scende dietro i merli e la superficie dell’acqua diventa rosa e viola, confondendosi con le striature del cielo. Anche qui un’eccellenza vinicola.

Nell’azienda Madrevite di Cimbano, frazione di Castiglione del Lago, composta da circa 60 ettari, di cui 11 vitati, che si estendono su tre diverse colline del Trasimeno, Nicola ha reimpiantato parte dei vecchi vigneti del nonno Zino, risalenti al 1978. Ricordiamo che la Madrevite è un antico arnese usato in cantina dai vignaioli umbri di un tempo per fissare l’usciolo alle botti colme di vino.

Simboleggia il legame tra il passato e le tradizioni che, unite alle moderne pratiche agronomiche e di cantina, costituisce la vera essenza della produzione vinicola umbra. I protagonisti dell’avventura di Nicola sono il Gamay del Trasimeno, il Trebbiano Spoletino, il Grechetto e il Sangiovese, veri interpreti di un inestimabile patrimonio fortemente identitario (https://madrevite.com/).

Dove dormire:

Locanda Palazzone, già ostello per pellegrini, oggi, è un wine boutique hotel, gestito da Giovanni Dubini, con la moglie ed il nipote Pietro. La bellezza del palazzo medievale, il fascino del luogo e vini d’eccellenza accolgono in un’esperienza unica tutta da vivere (www.locandapalazzone.it).

Info: - www.umbriatourism.it – www.movimentoturismovino.it/it/umbria

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