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Il Tribuno - Numero 7

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Novembre 2010

il TRIBUNO

NUMERO 7

PREMIO LETTERARIO “FRANCESCO SERANTINI” 2009 ORGANO UFFICIALE DEL TRIBUNATO DI ROMAGNA

Cari amici, diamo inizio a questa tornata, una delle più care al nostro Tribunato di Romagna, perché dedicata alla premiazione del vincitore del Premio letterario “Francesco Serantini”, riservato ad un’opera di narrativa di “ispirazione romagnola”, edita negli anni 2007 e 2008. Il Premio, giunto alla XII edizione, vuole perpetuare, come dice il regolamento, il ricordo di Francesco Serantini, grande e indimenticabile scrittore romagnolo, che con i suoi romanzi e assidue collaborazioni alle maggiori testate nazionali-dal Corriere della Sera al Resto del Carlino in particolare-ha indicato quanto possa dare una sana ed alta cultura “provinciale” per far conoscere, amare, valorizzare i luoghi nativi, in questo caso la Romagna. Di Francesco Serantini e della sua originale opera, parlerà, poi, la professoressa Luisa Cellini Brandimarti, studiosa dell’opera serantiniana. Tuttavia il Primo Tribuno, non può non ricordare che Francesco Serantini, non è stato soltanto un grande umanista, letterato, storico, autentico narratore, brillante scrittore, ma anche un grande romagnolo, generoso rappresentante della tipica figura di galantuomo, massimo titolo d’onore per la gente di Romagna, di quella Romagna che è una grande terra perché madre di grandi figli come Francesco Serantini. Anche quest’anno, i Tribuni hanno voluto che la cerimonia della premiazione, si svolgesse in questo luogo, uno dei più prestigiosi nella storia della Romagna e così caro a tutti i romagnoli, credenti e non credenti, che hanno considerato, nei secoli, questa Abbazia del Monte di Cesena, uno dei simboli più nobili e significativi della cultura, oltre che della fede. Questo luogo, concorre certamente

a creare quella commossa atmosfera, fatta di amore e gratitudine che Francesco Serantini ben merita. A questo punto voglio anche ricordare che il Premio è stato ideato di intesa e col munifico contributo finanziario del dottor Marino Serantini, figlio dello scrittore, purtroppo scomparso, ma sempre presente nel nostro ricordo. Il Premio è continuato, anche dopo la morte di Marino, per volontà della vedova signora Dafne Neri Serantini e delle sue figlie che desidero salutare con particolare affetto e ringraziare per la generosa sponsorizzazione del Premio. Un doveroso sentito ringraziamento, per l’impegnativo lavoro svolto con spirito di servizio e amore per la nostra Romagna, rivolgo ai componenti della Giuria composta dal Presidente Piero Meldini, Dante Bolognesi, Paolo Morelli, Dafne Serantini, Veniero Casadio Strozzi. Voglio anche sottolineare che la Giuria ha concorso a conferire al Premio una immagine affidabile e prestigiosa, per l’assoluta trasparenza e la capacità professionale con cui ha svolto i suoi lavori. Un particolare ringraziamento va a Fabrizio Fornasari, Segretario della Giuria, instancabile, solerte ed appassionato coordinatore di tutte le fasi di svolgimento del Premio. Le più cordiali congratulazioni desidero fare a Cristiano Cavina, giovane scrittore romagnolo che ha vinto il Premio con il romanzo “ I frutti dimenticati”, segnalando che il libro è stato anche finalista del Premio Strega, vincitore del Premio Castiglioncello e del Premio Città di Vigevano. Concludo sottolineando che questa XII edizione del Premio Serantini ha confermato la sua validità, sia per il numero delle opere presentate, sia per la loro elevata qualità e spessore culturale. Questa circostanza impegna il

Tribunato non solo a continuare nella organizzazione del Premio, ma, anche, a studiare la possibilità di renderlo sempre più partecipato e aggiornato, coinvolgendo sempre maggiore numero di scrittori legati alle grandi tradizioni e ai grandi valori della gente romagnola. Sentiamo, infatti, sempre più forte l’esigenza di mantenere viva la Romagna che Francesco Serantini ha fatto amare nei suoi romanzi e nei suoi scritti, in pagine indimenticabili e di struggente bellezza, illustrandone i luoghi, i linguaggi, i valori, i sentimenti, gli uomini, che costituiscono un eccezionale patrimonio formatosi attraverso i secoli, in modo unico ed originale, che ha fatto della Romagna una terra ed una gente di grande civiltà ed umanità.

Lorenzo Cappelli Primo Tribuno

Il Tribuno - Periodico di storia e cultura Novembre 2010, numero 7 Fondato nel 2007 da Massimo Riva e Lorenzo Cappelli Autorizzazione del Tribunale di Forlì del 7/10-12-07 n. 35/07 Editore: Lorenzo Cappelli Direttore Responsabile: Lorenzo Cappelli Redazione: Massimo Riva Via Rossini, 120 - 47023 Cesena e-mail: rivamassimocesena@libero.it massimo.riva@pf.bancagenerali.it Stampa: Filograf - Forlì Hanno scritto: Lorenzo Cappelli, Cristiano Cavina, Luisa Cellini Brandimarte, Francesco Donati, Umberto Foschi, Mario Gramigna, Riccardo Gresta, Piero Meldini, Arturo Menghi Sartorio, Marcello Novaga. Poste Italiane s.p.a. - spedizione in abbonamento postale - 70% Commerciale Business Forlì n. 49/2008 Comitato di Redazione: Francesco Donati di Ravenna, Riccardo Gresta di Misano Adriatico, Wilma Malucelli di Forlì, Mauro Matassoni di Rimini, Nicola Milandri di Forlì, Marcello Novaga di Milano, Massimo Riva di Cesena, Giuseppe (Beppe) Sangiorgi di CasolaValsenio,AndreaTabanelli di Brisighella, Marco Tupponi di Forlì, Liliana Vivoli di Imola. Il nostro sito è: www.tribunatodiromagna.org


FRANCESCO SERANTINI: novellatore tutto realtà e concretezza filtrate da un cuore antico.

Illustrare l’opera di Serantini: non potrei dire nulla che non sia stato detto, e allora tenterò di illustrare lo spirito che sempre lo animò nel suo narrare, perché lì c’è l’uomo Serantini: del resto ogni scrittore racconta se stesso, interpreta la realtà filtrata dalla sua concezione della vita e del mondo. Ho citato il cuore antico, di Serantini; ma accanto ( spero non sembri un accostamento bizzarro, se non addirittura improponibile) metto un altro cuore, giovane di anni, ugualmente antico: quello di Cavina. Penso che la scelta dell’opera del giovane Cavina sarebbe stata approvata anche da Serantini. In entrambi infatti è vivissimo il senso della forza vitale che si trasmette da una generazione all’altra nello scorrere infinito e silente del tempo. E questo “sentire” si manifesta nel miracolo del nascere con caratteri simili. Il giovane scrittore ci dice che i Cavina “agganciati insieme formano una catena ininterrotta che lega………….., bisnonna, nonno, cugini ecc.- tutti con occhi da unno invasore e mignoli incurvati”- li avrà anche il piccolo che è nato?; “ un Kg e mezzo scarso, niente di grande” ma “ un tale portento….dava un senso al nostro essere vissuti”. I bambini non mancano mai neppure in Serantini. “Il fucile di papa della Genga”, termina con una falconetta che fa un malanno indiavolato nell’osteria della mora, l’ostessa presso la quale si era rifugiato Falcone; la casata dei Gobbi termina con la nascita di un maschietto che “ scalciava come un puledro con le gambette sode”. Bello questo paragone col puledro, sa di libertà, di energia, di gioia di vivere; rispecchia la concezione positiva della vita, propria di Serantini. Quel piccolo che sgambetta uscirà da una “casata” triste che sembra piegata sotto la maledizione dell’origine della ricchezza derivata, anche se indirettamente, da una scorribanda del Passatore.

Ma Serantini non crede a questa maledizione: crede invece nella dialettica sana, che il bene e il male si bilanciano sempre. E’ la forza dell’ordine universale che ha il sopravvento su tutti gli ingarbugli per continuare a dipanare il gomitolo della vita, dell’umanità, dell’universo. E questo vuol dire avere il senso dell’eternità e quindi della divinità; il libro della Genesi dice che Dio, il sesto giorno creò l’uomo, e Serantini che ha tanta fede nell’uomo non può darci ad intendere di non aver fede nella divinità. Cavina dice che suo figlio appena nato dava “senso al nostro essere vissuti” ma un senso al loro essere vissuti lo danno anche i loro libri. Daniel Pennac dice “l’uomo costruisce case perché è vivo, ma scrive romanzi perché si sa mortale”, cioè non si rassegna alla propria finitudine, tende all’immortalità. Anche Serantini è nella stessa posizione; in una intervista a Walter della Monica confessò di preferire d’essere ricordato più come scrittore che come avvocato. Altro punto che avvicina i due scrittori, pur tanto distanti nel tempo, è lo spirito sano, semplice, vogliamo dirlo?...romagnolo che li accomuna nel giudicare il loro tempo. Cavina a un intervistatore nel settembre scorso, disse: “viviamo in mezzo a un mucchio di cianfrusaglie. In Italia ci sono 2 telefonini pro capite; è una cosa imbarazzante”. Non è imbarazzante, è illogica se non vogliamo usare parole forti dicendo che è drammatica, perché risponde a un vuoto esistenziale che attanaglia molti, soprattutto i giovani che sembrano trovare il loro ubim consistam nel possesso degli oggetti. E così sono pieni del superfluo e privi dell’essenziale, cioè di ideali e di un progetto di vita. Anche Serantini a chi gli chiedeva :” come consideri tu il mondo, oggi dal punto di vista morale e sociale?” Rispondeva: “lo 2

considero una frase del principe Amleto: il mondo è fuori dai cardini, maledizione, devo nascerci io!”. Ecco perché ho detto antico, il cuore di Serantini, che non è un laudatur temporis acti, come un piagnisteo, ma come rimpianto delle buone cose, delle antiche, civili usanze. Cavina scrive perché vuole salvare Casola, Serantini esamina “l’uomo nel suo bene e nel suo male, nel suo agire continuo per dare valore alla vita e alla sua imprevedibile avventura. Questa imprevedibilità appare nella sorte di Falcone, protagonista de “Il fucile di papa della Genga”, il quale finirà condannato a morte senza colpa, ma solo perché il caso lo aveva fatto incontrare col Passatore. Gran parte dell’opera serantiniana ha come fulcro le scorribande del Passatore che sarà ucciso il 23 marzo 1851; ma le conseguenze delle sue azioni si prolungheranno nel tempo. Ecco la casata dei Gobbi; l’opera più completa che abbraccia mezzo secolo, dal 1851 alla fine dell’800. Gisto, gobbo davanti e didietro, verrà in possesso del tesoro di un seguace del Passatore e così potrà sposare la bella Giustina e avere figli e nipoti fino alla nascita del “maschietto” puledro, senza gobba. Francesco Foschini dice che Serantini è un laico “bonae voluntatis” possiamo aggiungere un laico “inconsapevole” di avere fede, pur avvertendo la presenza della divinità. A proposito del Convento alla fonte avellana dice: “C’è una solitudine beata, i bianchi frati sono fuori dal mondo, d’inverno quando la neve è alta, la trappa è inviolabile, la solitudine solenne, i monaci sono soli con Dio” e in un altro passo de “L’osteria del gatto parlante” ci dice che la notte lui stava a sentir cantare i rosignoli nel giardino incolto del suo poderetto, fumando una sigaretta. E’ l’uomo solo con se stesso, col suo mondo interiore, con tutto il peso del suo vissuto che vuole staccarsi dall’arida e monotona concretezza quotidiana; e tale è di


nuovo quando va a dare l’addio alla valle del mezzano e ricorda “albe delle vita color di rosa e malinconia di tramonti….. L’occhio sognante, ma vigile del cacciatore, la sua anima romantica ed implacabile”. Serrantini illustra l’uomo nei più vari momenti del suo vissuto. Certo non è estranea a così puntuale conoscenza dell’uomo. La sua professione di avvocato –

una volta chiamò “santissimi ladri” i fiocinini di Comacchio che la notte avevano rubato qualche anguilla per sfamare i figli: perché santissimi?, perché era pur vero che avevano rubato. Ma erano egualmente puri di cuore – Questo è il realismo proprio del romagnolo; e ancora è romagnolità non indugiare in sofisticate analisi psicologiche; Serantini sta al concreto, ai pochi pregi e

ai molti vizi degli uomini che però tratta con bonaria cordialità. L’aver cominciato tardi a dedicarsi all’attività letteraria l’ha salvato da possibili involuzioni; è un narratore elegante, dotato di uno stile asciutto, immediato ed efficacissimo. Insomma è un autore da leggere e rileggere perché ogni volta ci dirà qualcosa di nuovo. Luisa Cellini Brandimarte

Piero Meldini

dre ritrovato per essere presto perso e con il figlio che, nascendo, spezza la coppia dei genitori. In questo duplice rapporto, difficile e tormentato, si incarna la misteriosa dialettica fra nascita e morte. I frutti dimenticati, che acquistano in complessità senza nulla perdere in leggerezza, costituiscono nella carriera dello scrittore una sorta di esame di maturità superato a pieni voti.” Chiedo a Cavina: il titolo del libro – I frutti dimenticati – si direbbe un omaggio a Casola Valsenio. Qual è il suo vero significato?

quasi tutte dichiarazioni d’amore alla mia famiglia – perlopiù a mia nonna e a mia mamma – e a Casola in generale. Io sono cresciuto in questo paese dove almeno una volta all’anno, verso fine ottobre, si vendono sulle bancarelle dei frutti antichi, difficili da coltivare e ancor più difficili da commerciare, che per secoli hanno sfamato i nostri avi. Però, nonostante tutto, c’è chi a questi frutti ha voluto bene. Così come mia nonna ha voluto bene a mio nonno, un tipo simpaticissimo e dolcissimo, ma permaloso e a cui non andava mai bene niente: una specie di frutto selvatico, difficile da “coltivare” anche lui; ma lei se ne è presa cura per tutta la vita. Sono selvatico e spinoso anch’io, ma nonostante questo mia mamma ha continuato a volermi bene.

Intervista del Prof. Piero Meldini, scrittore, Tribuno, a Cavina Cristiano autore dell’opera “I frutti dimenticati” edito da Marco Y Marcos, vincitore della XII edizione

Credo che Cavina debba essere doppiamente contento per questo premio che gli è stato conferito: innanzi tutto perché lo ha vinto, e poi perché ha dovuto affrontare una concorrenza agguerrita. C’erano almeno altre cinque opere che avrebbero potuto aspirare degnamente alla vittoria. Le opere in concorso quest’anno erano ventuno, un buon numero. La prima selezione ha individuato sei libri: oltre a quello di Cavina, il romanzo corale L’estate di San Martino di Federico Bonavia, l’estroso Il bambino che fumava le prugne di Luca Ciarabelli, il piacevolissimo giallo Un paese tranquillo di Romagna di Claudio Flamigni, il romanzo storico Il ritorno di Verecondo l’orefice di Carlo Marchi e Terra e destino di Marco Marchi. Il secondo match è stato disputato da due soli libri: quello di Cavina e quello di Flamigni. Il premio è stato assegnato a Cavina all’unanimità con la seguente motivazione: “Lo scrittore, che con i tre libri precedenti aveva già dato prove brillanti di spirito di osservazione, senso dell’umorismo, vivacità narrativa e freschezza di scrittura, affronta in questa sua ultima opera temi impegnativi e fortemente coinvolgenti. Il romanzo, esplicitamente autobiografico, scava infatti in un doppio rapporto affettivo: con il pa-

Cristiano Cavina Più passa il tempo e più mi accorgo di scrivere o per celebrare qualcosa o per fare dichiarazioni d’amore a qualcuno. Sono

29 Novembre 2009, Sala delle Conferenze dell’Abbazia di S. Maria del Monte. Da sinistra: Piero Meldini, Luisa Cellini Brandimarte, Lorenzo Cappelli, Dafne Neri Serantini, Cristiano Cavina 3


Meldini Non solo I frutti dimenticati, ma anche gli altri libri tuoi partono dalla tua autobiografia. Posso chiederti le ragioni di questa scelta?

Cavina Io racconto quello che so, e quello che so l’ho imparato al bar di Casola dove lavoro come pizzaiolo. Il bar era di mio zio, e io, fin da piccolo, ho passato qui buona parte del mio tempo, tra signori molto più grandi di me che parlavano e parlavano. Parlare, raccontare storie è un po’ lo sport nazionale dei romagnoli. Casola ha otto bar; in quello dove vado io ci sono almeno tre, quattro persone che sono dei narratori formidabili. Mi viene in mente don Leo, che è un prete cacciatore senza un pollice perché se lo è portato via con una fucilata. Don Leo va a caccia con due fucili, uno a canna corta e uno a canna lunga, e ha un giubbettino mimetico col crocefisso cucito sopra. Lui dice che conosce un posto segreto per le beccacce, la preda più ambita dai cacciatori. Un suo amico, che veniva dalla bassa, lo pregava: “Don, prima di morire ci dica dov’è il posto delle beccacce”, e lui rispondeva: “No, io farò come la Madonna: quando morirò, vi apparirò e vi indicherò il posto”. I segreti di Fatima... Quelli come don Leo raccontano storie fantastiche ininterrottamente, ed è un vero peccato che non le scrivano. Io le ascolto e cerco di salvarle. A Casola quelli più grandi di me, gente di una certa età e di una certa cultura, non capiscono bene quello che faccio. Capiscono il giornalista, che racconta i fatti, e capiscono il poeta, che è un artista. La narrativa è una via di mezzo che non capiscono. Non è né arte pura né giornalismo, e infatti, a seconda di come mi giudicano, dicono quando mi vedono: “È arrivato il poeta”, oppure: “È arrivato il giornalista”. Meldini In una narrativa come la tua, che peso ha l’invenzione?

Cavina Non so se qualcuno di voi tiene un diario: uno pensa che il diario sia la scrittura più aderente ai fatti che esista. In realtà l’atto stesso di fare una sintesi giornaliera della propria vita trasforma la realtà in qualcos’altro. È impossibile catturare la vita con le parole, così come è impossibile riprenderla con una telecamera. La materia dei miei libri è la mia vita, ma dentro ci sono cose completamente inventate. È come quando sei ragazzino e ti regalano il primo scooter: ti danno un motore nuovo di zecca che fa i quaranta all’ora, e tu non lo senti tuo; poi lo porti con i tuoi amici in garage, gli cambi la marmitta, lo trucchi, smonti il carburatore, cambi un pistone da un lato e uno dall’altro, gli attacchi un adesivo, e solo a quel punto è tuo! È lo stesso motore di prima, però adesso lo senti tuo. Meldini Il tuo universo affettivo, a quanto tu stesso ci hai raccontato nei libri precedenti, era fondamentalmente femminile. Mi ha ricordato una situazione analoga: quella che Sartre ha descritto nel suo libro autobiografico Le parole. Qui, invece, irrompe l’universo maschile, rappresentato da un padre e da un figlio. A che cosa si deve questa evoluzione?

Cavina Dopo tre libri che avevano come protagonista invisibile un padre assente, mi sono inventato un padre in carne e ossa che in realtà, vi confesserò, non ho mai conosciuto. L’idea di diventare figlio quando si diventa padre mi sembrava bella. M’è venuta così, non so perché. Non ho molta consapevolezza mentre scrivo: non è che io decida prima cosa succederà. Inizi a scrivere, sapendo più o meno cosa vuoi dire, ed è come fare una passeggiata in un bosco. Mi incammino, prendendo il mio sentiero, e vado avanti. Meldini L’impressione che ho avuto leg4

gendo questo libro, ma anche quelli precedenti, è che lo scrittore Cavina abbia costruito il personaggio Cavina, e che le loro caratteristiche non coincidano del tutto. Cavina Io sono Gemelli con ascendente Gemelli: in me convivono sette, otto persone, una vera e propria brigata. Quando ero ragazzino, non ero il leader della mia compagnia; ero piuttosto il pagliaccio, quello che faceva ridere, che si inventava le cose. Poi, con l’età, ho cambiato carattere. Non sono cattivo, ma non so coltivare i rapporti personali. Sono, in questo, nipote di mio nonno. Per certe cose, però, sono molto deciso, so cosa voglio e non transigo. Questo fa parte del mio carattere, che è un po’ gradasso. Mi piace pensare che se il bambino che ero e che ho raccontato nei miei libri mi incontrasse, mi riconoscerebbe, e allora, forse, potrei dirgli con orgoglio che sono rimasto fedele ai sogni che avevo. Poi, sì, sono uno che racconta storie, e se racconti storie, sei inevitabilmente – ahimè – uno un po’ bugiardo, perché è questo il destino degli affabulatori. Ricordate la parabola evangelica dei talenti? Io ho avuto il dono di saper raccontare. Nei miei libri ho raccontato mia nonna; ho raccontato Casola, e adesso nessuno me le porterà più via, per i secoli dei secoli. Poi, d’accordo, racconto anche qualche balla: fa parte del mio carattere, e anche del mestiere. Meldini Ringrazio Cavina per le parole e i sentimenti che ci ha voluto regalare. Noi tutti ci auguriamo che quella voce che lui stesso fa circolare, e cioè che questo sarebbe il suo ultimo libro, sia presto smentita da una nuova opera.


BERTINORO TAVOLOZZA DI PITTORI Il milanese Angelo Testa 1978 al 2002 – sulla comunità di Bertinoro: La comunità agricola: Bertinoro ’80 (Walberti), Una comunità romagnola (Longo), I valori culturali in un’era di cambiamento (Il Ponte Vecchio). Mentre sono due le personali tenute a Bertinoro, con sole opere dedicate a questo Paese: la prima nel 1984 presso la Cà de Bè (tre mesi); la seconda nel 1996 presso la Sede Comunale (nel periodo della Festa dell’Ospitalità). Due omaggi dell’artista all’amata città di Bertinoro!

3. Egli “parte” da emozioni, da interiorizzazioni di messaggi esterni fatti propri, quali paesaggi, case, natura, chiese, persone, vita quotidiana. Queste tonalità emotive vengono trasmesse attraverso la sua creazione, la sua opera che diviene “veicolo di relazione con l’altro”, cioè la gente, che coinvolge in una interazione sociale ed esistenziale.

Via delle Mura

1. Scrisse di lui Giovanni Gatti su La Voce: “… capitato a Bertinoro durante una festa dell’Ospitalità, tirò un cartoncino appeso all’anello della Colonna, fu ospite, si innamorò di questo Paese, del mio Paese, del Paese di tutto il Mondo… ”. Fu così infatti ! Testa si innamorò di questo luogo che Aldo Spallicci aveva battezzato come “un grande altare in faccia alla Romagna”. Lo colpì, affascinandolo, il colle “alto e ridente”, la Rocca millenaria, la trecentesca Colonna delle anella; i Palazzi, gli Edifici, i Monumenti; le Case, le Strade, le Porte d’ingresso nella città; le Chiese e le antiche Ville sparse sul territorio; i “Pendii del vino”, i colori dei Campi e del Cielo; le “magiche” Atmosfere… Ritornò, soggiornò, dipinse. Questo per molti anni ed in momenti diversi per cogliere gli aspetti plurali di questo Paese, entrato nella storia nel lontano secolo V e diventato civitas nel 1361. Per tutti “il balcone” di Romagna. L’innamoramento per questa terra è testimoniato da oltre 50 opere tra disegni, acquerelli, olii, molte delle quali riportate nei miei tre volumi di ricerche di psicologia sociale – condotte dal

La via Consolare vista dalla Cà de Bè

Un’antica strada del Paese

2. Dedicatosi giovanissimo al disegno e alla conoscenza delle varie tecniche pittoriche, Angelo Testa inizia la sua attività poco dopo il 1960. Molti i riconoscimenti, gli attestati ed i premi conseguiti. E’ stato partecipe di circa 60 personali e oltre 100 rassegne di gruppo e concorsi in molte città.

Case del Vecchio Mercato 5

4. La vera creazione artistica infatti è diretta a suscitare nell’individuo sentimenti ed emozioni uguali o almeno analoghe a quelle dell’artista. Essa può essere colta solo nel momento in cui si sviluppano “le relazioni” tra l’artista da una parte ed il pubblico dall’altra, cioè nel momento in cui l’opera d’arte esercita il suo richiamo; richiamo che contribuisce non soltanto all’evoluzione della vita o alla creazione di nuovi valori, ma rende possibile un “legame” tra gli individui sul piano dell’esperienza artistica comune e partecipata. Questo, è il messaggio della pittura di Angelo Testa ! Marcello Novaga www.marcellonovaga.it


LA ROMAGNA DOPO L’UNITÀ ARTURO MENGHI SARTORIO TRIBUNO

Gli anni immediatamente successivi all’unificazione, erano trascorsi nella calma più assoluta, nell’attesa fiduciosa del realizzarsi di quell’era di pace e prosperità che la conquistata indipendenza aveva lasciato sperare. Poi le cose, man mano, cominciarono a peggiorare fino a rasentare l’ingovernabilità. Le strade erano infestate da bande di briganti e malfattori di ogni genere, cosi che era rischiosissimo coprire le brevi distanze che dividevano le città e i villaggi.

Nel tentativo di debellare queste associazioni di malfattori fu istituito un commissariato speciale con pieni poteri, che durerà fino al 1868 e indubbiamente, almeno nei riguardi dei briganti da strada, lo scopo fu conseguito. Sennonchè, subito dopo l’annessione al Piemonte, Saffi, tornato dall’esilio, iniziò la sua opera di apostolato, organizzando società fra operai ed artigiani; questo suo lavoro trovò immediatamente seguaci che si ispiravano, come lui al mazzinianesimo e soprattutto valse a raccogliere i reduci delle disciolte formazioni di volontari che si erano formate all’epoca della seconda guerra di indipendenza. Naturalmente queste associazioni, nate a scopo ricreativo o di mutua assistenza, rivelarono subito il loro risvolto politico, non certo filo-monarchico. Le autorità di polizia presero a guar-

darne gli aderenti con sospetto e ad approfittare di ogni minimo appiglio per intervenire contro di loro, generando un diffuso sentimento di malcontento e la sensazione di essere oggetto di una persecuzione, stati d’animo questi che produssero come loro logica conseguenza il desiderio di passare ad attivi gesti di vendetta contro coloro che erano stimati i principali artefici di questo stato di cose.

Aurelio Saffi

Il Governo controbattè inviando funzionari che si erano guadagnati la fama di duri e riempiendo la regione di truppe. I Romagnoli reagirono a questi provvedimenti, ma non nel modo sperato dal Governo, tanto che questa divenne la zona dove maggiore fu il numero dei funzionari regi caduti “nell’adempimento del dovere”. Intanto facevano la loro apparizione in Romagna gli internazionalisti che trovarono subito, data l’esplosi-

vità delle idee che propugnavano, un certo seguito. I repubblicani videro in loro pericolosi concorrenti e con ogni mezzo, vi si opposero. Ovunque fu un ribollire di scontri, verbali e non, di duelli avvenuti o solo minacciati, di coltellate che volavano nelle risse con conseguente alto numero di feriti. Qualche gregario ci rimise anche la pelle, fino a che la sera del 2 maggio 1872 a Lugo “ferri omicidi e cori bestiali e menti selvagge spensero la vita di Francesco Piccinini”, come recita la lapide dettata dal Carducci, apostata del mazzinianesimo ed uno dei capi del movimento internazionalista. Le interpellanze fioccavano alla Camera, e continueranno fino al primo decennio del 1900, accuse di ribalderia verranno lanciate dai moderati alle popolazioni di Romagna; i rappresentanti democratici romagnoli, a loro volta, accuseranno il governo di trattare la loro terra come zona di conquista e non partecipe da uguale del comune processo nazionale. Ambedue le parti avevano ragione.

Di fatto la vita dei funzionari regi non era delle più facili, lasciati com’erano nel più completo isolamento dalle popolazioni e fu per reazione a questo stato di cose che essi tenderanno ad usa-

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re la mano pesante nei loro interventi, a vedere in ogni insignificante manchevolezza un reato gravissimo da reprimere. I moderati, e di conseguenza il Governo, vedevano in questo fermento perennemente mantenuto e alimentato, nel rifiuto dell’autorità regia, la conseguenza del lavoro dei circoli repubblicani prima, repubblicani e socialisti poi, tutti tesi alla realizzazione delle loro mire “sovversive”. Ogni cosa facesse il Governo, era oggetto di critica; financo la presa di Roma, perché avvenuta da parte dell’esercito regio, provocò disordini in luogo del tripudio delle altre parti d’Italia. A Forlì una turba di repubblicani scalmanati invase i giardini pubblici dove la banda municipale stava suonando per celebrare l’avvenimento, ruppe i lampioni, malmenò i suonatori e li costrinse ad eseguire l’inno di Garibaldi mentre si levavano grida di: “viva Mazzini, viva Garibaldi, a morte il Re”.

A sera vennero prese a sassate le case che esponevano lumi in segno di festa; a Saffi si rimproverò di aver firmato in qualità di membro della Giunta Comunale, un manifesto che salutava l’avvenimento, manifesto del resto molto tiepido nel quale mai una volta erano nominati il Re e la monarchia. Si giunge così agli anni 18731874, anni in cui scoppiano ovunque i tumulti provocati dalla crisi del caroviveri e che assu-

meranno carattere di gravità estrema in tutta la Romagna. NeI 1874 il 2 giugno a Lugo, Imola, Faenza, si hanno dimostrazioni di donne con assalto di forni e banchi di pane che si ripetono anche il 5, mentre gli internazionalisti soffiano sul fuoco.

Eugenio Valzania

La Consociazione Repubblicana Romagnola pubblica un manifesto a firma di Saffi, Fortis, Valzania, Fratti, Venturini, Turchi, Rossi, nel quale si depreca il ricorso al moto di piazza e la sua inutilità per risolvere il problema del costo della vita e nel quale vengono diffusamente trat-

tate e indicate le vere cause, secondo i repubblicani, dello stato di cose che travagliava l’Italia; nella parte conclusiva dove si indicano i provvedimenti che si dovrebbero adottare per sanare la situazione esso diviene un vero manifesto programmatico del repubblicanesimo italiano. A Forlì, nella ricerca di farina, si arriva al sacchegio del magazzino comunale e di due privati, trovati questi quasi vuoti. Un sensale che era andato al mercato fu quasi linciato. Il Governo ritenuta troppo debole l’azione del prefetto, ne invia uno nuovo, Bartolomeo Amari Cusa, che prende possesso della carica l’8 luglio. Il nuovo prefetto emette una circolare indirizzata ai Sindaci della provincia, nella quale minaccia il pugno di ferro in caso di disordine e li invita ad informare di ciò le rispettive popolazioni; un proclama dello stesso tenore è diretto ai cittadini della provincia. Convoca poi i membri del Comitato e li informa di ritenerli responsabili degli eventuali disordini e proibisce a due di loro l’accesso al mercato. Su Forlì e sull’intera Provincia scende la calma, sulla quale sorvegliano nutriti reparti di truppa.

Il Tribunato è retto da un Praesidium, articolo 8 dello Statuto, ed è composto da: Sen. Prof. Lorenzo Cappelli Primo Tribuno Enologo Giordano Zinzani Tribuno Vicario Per. Agr. Franco Albertini Consigliere Dott. Nicola Milandri Consigliere Dott. Flavio Ricci Consigliere Prof. Silviero Sansavini Consigliere Ing. Massimo Riva Cancelliere

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IL POLLO ROMAGNOLO: BIODIVERSITÀ E TRADIZIONE (Francesco Donati, tribuno)

BIODIVERSITÀ IN AVICOLTURA In Italia l‘avicoltura come in altri paesi a zootecnia avanzata si basa su “ibridi commerciali” in grado di assicurare elevate prestazioni in brevi tempi: circa 50 giorni per ottenere un pollo di normale taglia. Per la produzione della carne, come per quella delle uova, le razze avicole autoctone rappresentano un importante serbatoio di variabilità genetica; la loro scomparsa determinerebbe la perdita di un indispensabile patrimonio che serve a: assicurare la capacità di adattamento dei soggetti ai diversi ambienti, consentire la diversificazione del prodotto, conservare animali resistenti ad agenti patogeni. Secondo un’indagine condotta sulle razze avicole nazionali si stima che il 61% di quelle storicamente conosciute sia ormai estinto, il 13% sia sotto minaccia di estinzione, il 17% abbia una scarsa diffusione e solo il 9% sia ancora discretamente presente. La riduzione della variabilità genetica delle razze avicole, se da un lato soddisfa le esigenze degli operatori della filiera in quanto concorre a determinare omogeneità di produzione e di trasformazione, preoccupa però seriamente gli esperti e gli amanti delle buone carni, poiché espone le produzioni ad un appiatti-

mento della qualità. Visto che le antiche razze avicole rappresentano un’esternalità positiva, si ritiene opportuno intervenire per la loro salvaguardia, anche se si tratta di attività che non possono essere considerate alternative economiche all’avicoltura industriale. Le razze legate al territorio, al di là del loro valore di esistenza, rappresentano inoltre un utile complemento per: - ottenere senza grandi problemi produzioni biologiche, - fornire carni legate alla qualità territoriale (pensiamo al pollo francese della Bresse o ad un futuro pollo romagnolo a DOP); - sostenere iniziative ispirate alla gastronomia tipica (restauro del gusto). IL POLLO ROMAGNOLO È una razza a lento accrescimento che fa pensare alle galline villereccie di cui parla Varrone. L’attività di selezione di questa razza è stata svolta, nel Novecento, dal Pollaio Provinciale di Ravenna, mentre il suo recente recupero è stato realizzato da studiosi dell’Università di Parma. Trevisani (1936) lo definì il “perfetto tipo di gallina per campi estesi”. Ha un comportamento di tipo selvatico che spinge gli animali, avendone la possibilità, a passare la notte sui rami degli alberi piuttosto che nel pollaio. La cresta è di grandezza media, di colore ros-

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so intenso e senza granulazioni. La pelle può essere gialla o bianca. Il mantello più comune è quello argento a fiocchi neri ma vi sono anche capi con mantello rosso dorato, bianco o perniciato. A maturità il gallo raggiunge un peso medio di 2,0-2,5 kg, la gallina invece va da 1,7 a 2,0 kg. e depone in media 150 uova all’anno. Essendo localizzato nelle zone di maggior diffusione dell’allevamento industriale, a partire dal dopoguerra, fu oggetto di numerosi incroci che determinarono la sua graduale sostituzione con razze più produttive. I motivi dell’abbandono di questa razza furono pertanto di ordine mercantile. Per raggiungere la taglia commerciale un pollo da carne impiega circa cinque mesi, il cappone ne richiede addirittura da otto a dieci. La maggior durata di allevamento, e di conseguenza il maggior costo, non consente a questa razza di competere con i prodotti degli allevamenti industriali. Per una sua valorizzazione si potrebbero sfruttare i mercati di nicchia, oppure ci si potrebbe indirizzare verso preparazioni gastronomiche in grado di esaltare la tradizione locale. L’attuale consistenza è pari a 1.000 riproduttori, distribuiti in piccoli allevamenti situati nelle province di Forlì-Cesena e di Ravenna. Sarà però difficile ren-


dere competitivi questi allevamenti poiché essi non hanno sufficiente ampiezza per ammortizzare gli elevati oneri imposti dalle normative di macellazione e di controllo. Le uova ricordano sapori che molti di noi hanno relegato nel cassetto della lontana memoria e potrebbero avere un mercato solo convincendo il consumatore a pagare di più per disporre di una migliore qualità. La tabella che segue illustra come il prezzo delle uova sia aumentato di 430 volte nell’intervallo 1937-2008, contro un incremento di 1720 volte dell’indice del costo della vita. Questo significa che l’impresa di

avicoltura ha potuto recuperare, in questo arco di tempo, solo il 25% dell’inflazione. Lo sviluppo dell’allevamento avicolo nel nostro paese va pertanto attribuito in parte alla ricerca, che ha permesso di migliorare i rendimenti tecnici, ma soprattutto alla migliore organizzazione delle imprese della filiera, che hanno saputo abbassare i costi unitari. Per una maggiore efficienza degli allevamenti di pollo di razza romagnola si potrebbe intervenire, sia sulle tecniche di allevamento sia con opportune forme organizzative, come nel caso del pollo della Bresse. Una curiosità, in passato l’avicoltura si ripartiva in quattro distinte branche: scientifica, rurale, industriale, sportiva o dilettevole. I polli delle razze con livrea più elegante erano allevati anche a fini amatoriali o dilettevoli. Negli USA ha avuto recentemente impulso l’allevamento di polli ornamentali all’interno di giardini e l’unico prodotto uti-

lizzato è l’uovo. Per conservare la biodiversità del pollo romagnolo si potrebbe seguire anche questa via! POLLO ROMAGNOLO E GASTRONOMIA TRADIZIONALE

Essendo animali a lento accrescimento e le loro carni si prestano per preparazioni di media-lunga cottura come gallina e cappone lessati e polli in umido, oppure mettendo al forno i pollastri giovani. Sino a qualche decennio fa i pollastri erano oggetto di regalie che si facevano in occasione delle feste di S. Pietro e di S. Giovanni; pesavano intorno a 4 libbre ravennati (una libbra è pari a 340 gr.), venivano preparati alla cacciatora e servivano a coronare la festa di fine raccolto. Con le loro rigaglie si otteneva un ottimo ragù da condire le tipiche tagliatelle. Nella pianura romagnola queste carni si accompagnavano preferibilmente a vini bianchi come l’antico Trebbiano della fiamma o ad altri storici vini bianchi 9

romagnoli in fase di recupero, quali il Lanzes, l’Albanella, il Famoso e la Bertinora. Attenzione, quando si parla di pollo romagnolo non ci si riferisce ad un semplice pollo allevato in Romagna, si tratta di una razza ben precisa che deve essere allevata in forma estensiva per ottenere carni con specifiche caratteristiche, facilmente riconoscibili da chi le gusta.


Francesco Balilla Pratella: cento anni del Manifesto dei musicisti futuristi

Particolare della carta da lettere personale di F. B. Pratella

Tra i tanti illustri personaggi figli della nostra bella Romagna, oggi è doveroso ricordare un artista nato nella tranquilla Lugo il primo giorno di febbraio del 1880: Francesco Balilla Pratella. Studiando dapprima a Lugo, ed in seguito a Bologna, Pesaro e Milano, egli ebbe l’occasione di venir in contatto con le idee più ferventi della sua epoca. Tra le varie personalità che poté frequentare va ricordato Pietro Mascagni, suo maestro negli studi pesaresi, ma soprattutto Filippo Tommaso Marinetti che, con le

sue idee rivoluzionarie, fu il carburante per la svolta futurista del musicista lughese. L’11 ottobre 1910 Pratella diede alle stampe quello che egli stesso titolò “Manifesto dei musicisti futuristi”. In esso, fa un’analisi di ciò che accade nel panorama musicale internazionale e spinge i musicisti italiani a considerare gli schemi che fino ad allora avevano regnato sulla scrittura musicale nient’altro che una piccola parte del tutto che la musica poteva comprendere. Espresse dure parole di critica verso gli ambienti commerciali ed accademici per i quali, a suo dire, i musicisti svendevano le proprie opere d’arte. Egli concepiva il fu-

Francesco Balilla Pratella

Frontespizio del “Manifesto dei Musicisti Futuristi”

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turismo “come uno spirito di rinnovamento […] dell’espressività intima, vera e propria risultante dall’adeguamento del mezzo espressivo tecnico al senso dello stato d’animo essenzialmente umano, lontano dall’astrazione inumana ed arbitraria”. Tra le opere principali non si possono dimenticare la raccolta di dodici pezzi per violino e pianoforte “Sogni”, il ciclo di pezzi sinfonici “Romagna”, i brani “Minuetto diabolico” e “Danze di guerra”, l’intermezzo musi-


cale “Giallo pallido”, e le opere “La Sina D’Var-goun”, in dialetto, e “L’aviatore Dro”, nella quale egli utilizza uno strumento musicale tipicamente futurista quale l’intonarumori. Il celebre direttore d’orchestra Arturo Toscanini, dopo aver preso visione di quest’ultima opera, rifiutò di proporla a “La Scala” temendo scandali a causa della sua arditezza, quindi l’opera ebbe la sua prima a Lugo il 4 settembre

Manifesto della prima rappresentazione dell’opera “L’Aviatore Dro”

1920 ed in seguito fu riallestita nello stesso teatro nel gennaio del 1996 sotto la direzione del M° Gianandrea Gavaz-zeni. Oltre ai già citati lavori, Pratella scrisse anche l’operetta-favola in musica “Ninna nanna della

bambola”, la cui morale è sintetizzabile nel motto tanto caro al compositore, ricchi in povertà, dove la ricchezza ch’egli intendeva era quella che deriva dall’amore disinteressato proprio degli uomini semplici, ma puri di cuore. Si può quindi affermare che il caposcuola del futurismo musicale italiano sia Pratella, il quale, oltre a gettare le basi per la musica del futuro, contemporaneamente si occupa di riscoprire la musica del passato; questa ricerca la si può dividere in due fasi: la prima, nella quale egli si occupa dello studio della storia della musica italiana (di cui si spende in trascrizioni) e la seconda, che, insieme al forlivese Cesare Martuzzi, da il via a studi sistematici sulla musica della sua terra e ciò lo pone a fianco di etnomusicologi europei di primo piano quali Bartok e Kodaly. Seguendo l’esempio di Martuzzi, Pratella fondò diversi cori, chiamati “Camerate di Canterini”, prima nella sua Lugo, poi a Massalombarda e Longiano. Per le sue Camerate, egli trascrisse ed armonizzò moltissime cante romagnole tra le quali la più famosa è sicuramente “Gli scariolanti”. Non si limitò, però, alla sola trascrizione e lasciò anche un cospicuo numero di cante proprie, tra le quali “I cavalér ‘d Frampul”, “Murosa d’una vòlta” e “La Piê”. Fedele alla sua indole di musicista-scrittore, oltre a dirigere insieme a Gabriele d’Annunzio, Gian Francesco

Modi di dire romagnoli

Filippo Tommaso Marinetti

Malipiero e Ildebrando Pizzetti la “Grande Biblioteca Musicale Nazionale Italiana”, nel 1920, insieme ad Aldo Spallicci e Antonio Beltramelli fonda la rivista culturale “La Piê”. Fu, infine, insigne didatta, scrisse un metodo di solfeggio tuttora in uso nella scuole della natia Lugo e di Ravenna, il cui Istituto Musicale lo vide ricoprire la carica di direttore dal 1927 al 1945, dopo essere stato insegnante e direttore anche negli istituti musicali di Cesena e Lugo. Concludendo, si può dire, quindi, che la sua vita fu il paradigma di ciò che aveva affermato l’11 ottobre 1910 “[l’] Arte è DISINTERESSE, EROISMO, DISPREZZO DEI FACILI SUCCESSI”. Mario Gramigna Tribuno

di Umberto Foschi

La betonica. L’è piò vecc dla betonica, o meglio, l’è piò cnussù dla betonica. E’ una frase che si sente dire tuttora. La betonica, cioè la Bettonica officinalis è una pianta aromatica dai fiori rossi assai comune, un tempo considerata un toccasana per molte malattie. Il popolino, che da tempo non usa più le erbe medicinali per curare i suoi malanni, ha finito per ignorarne i nomi e le proprietà terapeutiche e qualcuno, che usa ancora l’antico modo di dire, crede che la betonica sia stata una donna molto nota e facilmente accessibile. Chi sa perché si chiama volgarmente Betonica l’antico oratorio di San Sebastiano, posto nelle Aie della pineta di Classe? Blùcar. L’è un Blùcar si diceva di uno che aveva successo sia negli affari, sia colle donne. Certo il detto si riferisce al generale tedesco Blücher che sconfisse Napoleone a Lipsia, poi, con Wellington, a Waterloo. Corrisponde al modo di dire: l’è un ass, un asso dal gioco delle carte. 11


UN PROTAGONISTA DELLA XILOGRAFIA DEL ‘900: ANTONELLO MORONI.

L’ arte di Antonello Moroni (Savignano sul Rubicone, 1889 – Gatteo Mare, 1929) è legata a un preciso rinnovamento del gusto, che aveva visto alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento un rifiorire ovunque della xilografia, la quale nel clima di quegli anni trovava una vastissima area di impiego appropriandosi dei modelli desunti dal gusto Liberty. L’interesse per la tecnica xilografica aveva il suo polo di attrazione in gran parte dell’Europa: basti pensare alla ripresa che ebbe in Inghilterra qualche decennio prima, tra il 1857 e il 1870, in Francia con la rivista L’Image, e in Germania dove trovò nei primi anni del Novecento i suoi interpreti ideali nel gruppo Die Brucke.

se che fa di quest’arte, a differenza degli altri secoli, un uso divulgativo sufficientemente di massa, trovando il suo campo d’applicazione nell’affiche pubblicitario e nell’illustrazione del libro; ma assume anche un significato autonomo mediante il quale la xilografia non è più considerata un mezzo ma un’espressione d’arte completa, e come tale si affianca non secondariamente alle altre forme artistiche. Questa nuova concezione ha un forte apporto nell’opera di Adolfo De Carolis, che contribuì sia al rinnovamento di questa tecnica, sia alla diffusione popolare secondo la sua concezione dell’arte. Il Moroni dopo gli studi accademici compiuti a Firenze, se-

Le Messi xilografia, mm. 235x265 Forlì, Museo Civico 1920 - ʻ26 ca.

In Italia, non diversamente dalle altre nazioni, la rinascita della xilografia conosce agli inizi del secolo scorso un periodo di riscoperta e di rinnovato interes-

guiti da un lungo periodo di inattività per una grave malattia, esordì come pittore collaborando col De Carolis negli affreschi per l’aula Magna dell’Uni12

Perseo xilografia, mm. 170x110 Forlì, Museo Civico

versità di Pisa e quelli per il Palazzo del Podestà di Bologna.

Accanto alla figura del maestro egli maturò, dunque, il suo linguaggio pittorico, e dobbiamo ritenere che sotto la sua guida ricevesse una spinta che lo portava non lontano dalla prima formazione accademica. Il De Carolis, infatti, in quegli anni tentava un recupero, sia pure in una nuova equazione pittorica e con occhio da purista accademico, dei modelli michelangioleschi, svuotandoli della loro fisicità combattuta e sofferta. L’educazione del Moroni avviene in un clima che è al di fuori delle nuove e turbolente istanze formali ( si pensi alla furia iconoclasta del Futurismo nascente che avvampava proprio in questi anni), perché il terreno sul quale la sua arte germogliava è assai refrattario a tutti i dibattiti d’avanguardia , ma ha invece nella rilettura del passato, e quindi nel consolidamento di alcune forme di classicismo consacrato dalla tradizione, il punto centrale della sua ricerca.


D’altronde, scegliendo la xilografia, egli privilegia un mezzo d’espressione che è fedele ad un certo tipo d’immagine, ma che è assai lontano dal fare maestoso dell’affresco. Infatti egli, se ha appreso dal maestro la compostezza del segno classico,unitamente ad una forte impronta di correttezza formale e tecnica, non accoglie della ricerca decarolisiana il senso spesso turgido dell’eroico e del maestoso.

L’attività del Moroni si evidenzia con caratteri autonomi già dal 1912, quando con la xilografia a tre legni La nonna , iniziò la collaborazione all’Eroica. Con quest’opera per nulla decarolisiana, anzi nel solco della tradizione faentina del Baccarini, dimostra non solo una padronanza completa della tecnica, ma modula la superficie del legno senza forti contrasti chiaroscurali, per abbandonarsi a una immediatezza di visione quasi naturalistica, assai lontano da qualunque modello o tipologia corrente di tipo simbolista. Ancora giovanissimo iniziò la sua

Ex Libris xilografia, mm. 105x60 Forlì, Museo Civico

Leda xilografia, mm. 270x230 Forlì, Museo Civico 1920-ʼ29 ca.

attività di stretta collaborazione con la casa editrice Zanichelli di Bologna, per la quale non fece solo copertine di libri, fregi, calendari ( alcuni dei quali bellissimi), ma illustrò opere di poesia classica e moderna. Le illustrazioni più celebri e quelle nelle quali dà sfogo alla sua inesauribile vena narrativa, sono tutte un’adesione tematica al mondo classico, come nelle piccole xilografie dell’Iliade, dell’Odissea, dell’Eneide, dove il racconto è proiettato in un’aura fantasiosa d’incanto e di leggenda. Accanto a queste opere non vanno certamente dimenticate le pregevoli xilografie che illustrano i Racconti mitologici ai bambini di Paola Fumagalli, con le quali il Moroni ci dà in chiave semplicissima stupende figurazioni di miti greci (si ricordino tra i più belli almeno quelli di Eco e Narciso, Psiche, Perseo, Fetonte), nelle quali oltre a una perizia consumatissima, alle delicate armonie di colori, v’è anche una vena incantata di autentica poesia.

La Leda e i Canti di Mèlitta illustrati nel 1925, rimangono in tal senso due suoi capolavori: i tratti diventano nitidi, e il disegno, attraverso un delicato pittoricismo, tocca punti di intensa malinconia. Col passare degli anni, l’arte sua raggiunge non solo una consumata abilità tecnica, tanto da annoverarlo tra i migliori incisori dell’epoca, ma acquista semplicità e trasparenza quando illustra alcuni episodi della Vita di Santa Chiara, e quando nel 1926, in occasione del settimo centenario francescano, inter13

pretò alcuni temi dei Fioretti. Accanto al Moroni illustratore, non va dimenticato il Moroni disegnatore originalissimo di ex libris. Questa produzione xilografica non deve essere considerata secondaria o accessoria, ma è parte integrante della sua attività, perché egli ha saputo dare a questo tipo di espressione artistica un carattere compiuto e originalissimo, mediante il quale essa diventa impegnativa e innovatrice. Prediligendo una ri-

Illustrazioni per i Canti di Mèlitta xilografia policrome, ciascuna cm. 14x9 Forlì, Museo Civico

duzione minimale, il Moroni privilegia una sintesi, una concentrazione che vuol essere di grande efficacia sia formale che tecnica. Si osservi in queste figurazioni di piccolo formato come tutto diventa mestiere e virtuosismo, assorbito in compendio perfetto, dove vengono sfruttate le potenzialità del bianco e del nero, tanto che l’intenzione del committente, si confonde, nelle opere più belle, con quella dell’artista.

Riccardo Gresta Tribuno


Al nôvi caparëli de’: 25/05/2008

Per. Az. Loris Fantini di Rimini, giornalista

Dott. Dante Maioli di Ravenna, studioso di cultura romagnola

Per. Agr. Mario Turroni di Cesena, Vice Direttore Consorzio Agrario di Forlì Cesena e Rimini

Prof. Roberto Zironi di Bologna, docente Università degli Studi di Udine

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Bologna sera del 31 gennaio 1970. Il Tribunato dei vini di Romagna ospite della Famiglia romagnola di Bologna. Nella occasione fu incapparellato Tribuno il Dott. Comm. Carlo Pelloni - direttore generale amministrativo del “Resto del Carlino” - “Nazione di Firenze” - “Telegrafo” di Livorno e “Giornale d’Italia” di Roma. A sinistra Francesco Serantini, a destra il Dott. Pelloni.

Ci hanno lasciato

LUCIANO CASTRUCCI Si è spento il 10 Agosto, all’età di 86 anni, il dottor Luciano Castrucci, Tribuno di antica data, sempre attivo e presente alle nostre iniziative, animato da un grande amore per la Romagna. Nato in provincia di Roma, laureato in Giurisprudenza, fu assunto nel 1957 dalla Camera di Commercio di Forlì, dove, dopo una brillante carriera, ricoprì la carica di Segretario Generale fino al pensionamento avvenuto nel 1989. Luciano Castrucci, dotato di una vasta preparazione professionale unita ad una particolare capacità organizzativa, di solidi principi etici, di una esemplare volontà lavorativa, di una straordinaria passione per lo sviluppo della economia locale, di un forte carattere orientato alla ricerca del bene comune, ha segnato certamente un’epoca nella Camera di Commercio, difficilmente dimenticabile. Ha ricoperto anche la carica di Segretario della Fiera di Forlì e di Cesena, legando inoltre il suo nome alla organizzazione delle Mostre internazionali avicole e alla fondazione del Macfrut, le due piu’ importanti rassegne, in campo nazionale, del settore. Di Lui rimarrà vivissimo il ricordo di una straordinaria personalità che sempre si è distinta nei ruoli ricoperti, come uno dei più attivi promotori dello sviluppo dell’economia della Provincia di Forlì e Cesena, operando con grandissima dedizione al lavoro, con profondo senso del dovere e con una ammirevole passione per la Romagna..

SERGIO FOSCHI Il 6 ottobre è deceduto il Prof. Sergio Foschi, commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica, nostro attivissimo Tribuno dal 1972, appartenente alla Corte d’Onore. Nato nel 1923 a Borghi, si era laureato a Bologna in scienze agrarie e dopo aver vinto il concorso di “ruolo tecnico superiore” del Ministero dell’Agricoltura e Foreste era stato inviato a Bruxelles in qualità di esperto per le analisi e le soglie dei residui degli antiparassitari nei prodotti vegetali e alimentari. Ha ricoperto anche la carica di direttore del progetto nazionale “Fitofarmaci e fitoregolatori”. Ha insegnato per vari anni all’Università di Bologna presso l’Istituto di Patologia Vegetale. Sergio Foschi è stato Vice Presidente dell’Accademia dei Filopatridi di Savignano, per 12 anni, che gli ha conferito il premio “Lom d’or” assegnato ai romagnoli illustri. E’ stato anche Vice Presidente dell’Accademia Nazionale dell’Agricoltura di Bologna. Nel suo paese natale, nel dopoguerra, fu eletto consigliere comunale e dopo avere fondato la Pro Loco ne fu il Presidente. Appassionato studioso della storia locale diresse per alcuni anni il museo archeologico e la biblioteca di San Giovanni in Galilea. Lorenzo Cappelli

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Ristorante

Via Casale 213 47826 Villa Verucchio (RN) telefono 0541 678449


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Il Tribuno - Numero 7 by tribunatodiromagna - Issuu