Maggio 2009
il TRIBUNO
NUMERO 4
ORGANO UFFICIALE DEL TRIBUNATO DI ROMAGNA
PREMIO LETTERARIO “FRANCESCO SERANTINI”
11 Novembre 2007. Sala delle conferenze dell’Abbazia di S. Maria del Monte di Cesena: Signora Dafne Neri Serantini, scrittrice Silvia Di Natale, Sen. Lorenzo Cappelli, Dott. Antonio Castronuovo, Prof. Piero Meldini.
Il Premio Letterario “Francesco Serantini”, giunto, l’11 Novembre 2007 alla XI Edizione è certamente una delle iniziative più importanti del Tribunato, per riaffermare la conoscenza delle tradizioni, della cultura e dei valori della Romagna. E’ riservato ad un’opera di narrativa “di ispirazione romagnola”. Il Tribunato l’ha ideato, e d’intesa e col munifico contributo del nostro Tribuno Dott. Marino Serantini, recentemente scomparso, figlio dello scrittore, ne ha, nel tempo, curato, con passione, l’organizzazione. Il Tribunato è convinto che onorando il grande umanista, letterato e storico Francesco Serantini, autentico narratore e brillante scrittore, collaboratore, fra i più prestigiosi, delle pagine letterarie del “Corriere della Sera” e del “Resto del Carlino”, si renda onore non solo al grande romagnolo, ma anche alla Romagna, che egli ha saputo, come pochi altri, far conoscere, amare e valorizzare, da vero cantore della nostra terra. Francesco Serantini, ha saputo, infatti, raccontare con una scrittura elegante, inimitabile, originale im-
pasto di lingua e dialetto, avvincenti fatti e storie della società romagnola fra l’ 800 e il ‘900, nonché i luoghi, i valori e gli uomini della Romagna. Autentico romagnolo, genuino rappresentante di quelle figure di galantuomini che hanno onorato nei secoli la Romagna, nato a Castelbolognese nel 1889, è morto nel 1978 a Faenza dove ha sempre vissuto esercitandovi la professione di avvocato. Voglio anche ricordare che è stato uno dei fondatori del nostro Tribunato. Il suo straordinario successo letterario che costituì un evento eccezionale e che gli giunse, inaspettatamente, a quasi sessanta anni di età, fu dovuto al romanzo “Il Fucile di Papa della Genga” del 1948 (tratto da un precedente studio sulle vicende del Passatore, pubblicato a Faenza nel 1929) che fu accolto con calorosi consensi critici e che l’anno dopo vinse il prestigioso “Premio Bagutta” (opera prima). Uguale successo si rinnovo’ con il romanzo “L’Osteria del gatto parlante” al quale fu attribuito nel 1952 ancora una volta, il “Premio Bagutta”
(opera principale). I più autorevoli critici del tempo, Pietro Pancrazi, Emilio Cecchi, Carlo Bo, Giuseppe De Robertis espressero giudizi altamente positivi, anche su questa nuova opera. In particolare, Pietro Pancrazi, per sottolineare l’originalità dello stile di Serantini, lo definì sul “Corriere della Sera” uno scrittore che “sa scrivere”. Altri romanzi seguirono ed ebbero grande successo: nel 1955 “I Bastardi”, nel 1957 “Le nozze dei diavoli”, nel 1958 “La casata dei Gobbi”, nel 1970 “Racconti”, ed infine la raccolta di racconti postuma “Addio alle valli” a cura di Walter della Monica, conte-
Lorenzo Cappelli (segue a pag. 2) Il Tribuno - Periodico di storia e cultura Maggio 2009, numero 4 Fondato nel 2007 da Massimo Riva e Lorenzo Cappelli Autorizzazione del Tribunale di Forlì del 7/10-12-07 n. 35/07 Editore: Lorenzo Cappelli Direttore Responsabile: Lorenzo Cappelli Redazione: Massimo Riva Via Rossini, 120 - 47023 Cesena e-mail: rivamassimocesena@libero.it massimo.riva@pf.bancagenerali.it Stampa: Filograf - Forlì Hanno scritto: Lorenzo Cappelli, Antonio Castronuovo, Silvia Di Natale, Matteo Flamigni, Silvio Lombardi, Leo Longanesi, Piero Meldini, Arturo Menghi Sartorio, Alessandro Savelli. Poste Italiane s.p.a. - spedizione in abbonamento postale - 70% Commerciale Business Forlì n. 49/2008 Comitato di Redazione: Francesco Donati di Ravenna, Riccardo Gresta di Misano Adriatico, Wilma Malucelli di Forlì, Mauro Matassoni di Rimini, Nicola Milandri di Forlì, Marcello Novaga di Milano, Massimo Riva di Cesena, Giuseppe (Beppe) Sangiorgi di Casola Valsenio, Andrea Tabanelli di Brisighella, Marco Tupponi di Forlì, Liliana Vivoli di Imola. Il nostro sito è: www.tribunatodiromagna.org
PREMIO LETTERARIO “FRANCESCO SERANTINI” nente scritti pubblicati sul “Corriere” e sul “Carlino”. Quest’ultimo libro, partendo da un tema di fondo legato alla caccia, in realtà parla di luoghi e di tradizioni della Romagna, con divagazioni profonde e poetiche, in grado di suscitare, ancora oggi, un forte impatto emotivo, pensando ad una straordinaria Romagna del passato. L’anno prossimo ricorre il 30° anniversario della morte di Francesco Serantini. Penso che il Tribunato, a nome di tutta la Romagna, debba, per l’occasione, organizzare una tornata non solo di doveroso e grato ricordo, ma anche di studio che raccolga letterati e critici, per rilanciare la sua figura di scrittore, come uno dei narratori classici della Romagna e dell’Italia, facendolo soprattutto conoscere alle giovani generazioni. E mentre ringrazio vivamente, per l’impegnativo lavoro svolto e per la passione profusa, la giuria del Premio composta dal Presidente Piero Meldini, e dai componenti Dante Bolognesi, Veniero Casadio Strozzi, Paolo Morelli, Dafne Serantini, e dal segretario Fabrizio Fornasari, affido soprattutto a loro, fin da questo momento, l’onere della organizzazione della tornata tribunizia, con l’aiuto ed il sostegno di tutti i Tribuni. Sono convinto che la tornata dedicata a Francesco Serantini, sarà una tornata che farà onore a tutta la Romagna. Vorrei concludere, leggendo alcune parti di una intervista fatta da Walter Della Monica a Francesco Serantini, registrata alcune settimane prima
della sua morte: D. Tu oggi rappresenti più di tutti la Romagna letteraria con una reputazione nazionale. Sei perfino nelle enciclopedie. Quanto ti è costato crearti questa reputazione? R. La cosa è molto semplice, quando mi hanno richiamato sotto le armi nel ’39 mi hanno mandato a Caprera a comandare una batteria di marina, mentre io ero ufficiale anziano di artiglieria. Quindi a Caprera non sapevo cosa fare, il nemico non compariva mai e allora io mi misi a scrivere “Il fucile di Papa della Genga”. D. Come base prendesti i “Fatti memorabili”. R. Si, come base erano quelli. Li romanzai mettendovi dei personaggi immaginari. D. Per rimanere sempre in campo letterario, sapresti dirmi il momento di maggior soddisfazione che ti ha procurato la tua attività di scrittore? R. La più grande impressione, una delle maggiori impressioni della mia vita, fu quando ricevetti la prima busta intestata “Corriere della Sera”, che io tenni in tasca quattro, cinque giorni perché mi pareva che venisse da un altro mondo. Mi si chiamava formalmente a collaborararvi. D. Fu un’emozione maggiore dei due Bagutta? R. Eh, si, ero lettore del “Corriere della Sera” e lo leggevo da molti anni. Sai scrivere per il “Corriere” non era uno scherzo a quei tempi. D. Don Fuschini sostiene che tu hai nobilitato il nostro volgare, il dialetto romagnolo, inserendolo nella lingua italiana. L’ hai fatta volutamente questa operazione?
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R. Si, l’ho voluta fare. Ho scelto delle parole che venivano dal dialetto e la costruzione della frase dialettale. Quello che si chiama stile. E’ stata un’operazione che veniva anche dai classici. Tu sai che li conosco abbastanza bene. D. Una cosa mi sono sempre chiesto: tu in fondo per tutta la tua vita hai fatto l’avvocato, poi ad un certo punto, un po’ avanti per la verità, ti sei messo a fare lo scrittore. Come ti è venuta questa, diciamo, vocazione? R. Un’occasione, direi. E’ stata un’occasione più che una vocazione. D. Ma che si poteva esaurire nel “Fucile”, invece sei andato avanti. R. Si, mi sono meravigliato io stesso. Dopo il secondo Bagutta mi dicevo: allora è proprio vero che sono uno scrittore. Me lo dicevo facendomi la barba. D. Come ti piacerebbe essere ricordato di più, come avvocato o scrittore? R. Come scrittore certamente: Il “Premio Francesco Serantini” è assegnato, quest’anno alla scrittrice Silvia di Natale per il romanzo “L’ombra del Cerro” edito da Feltrinelli. La scrittrice, di origine genovese, vive e lavora in Germania dal 1975, ed ha pubblicato altri due romanzi che hanno riscosso un notevole successo. “L’ombra del Cerro” è ambientato sull’Appennino tosco – romagnolo, nei giorni drammatici che seguono l’8 Settembre 1943, e rappresenta un’originale impasto di realtà storica ed invenzione molto avvincente. Lorenzo Cappelli
PREMIO LETTERARIO “FRANCESCO SERANTINI” La motivazione: E’ stato assegnato il premio Francesco Serantini, 11° edizione, a “L’ombra del cerro”, il romanzo di Silvia Di Natale, edito da Feltrinelli, per aver collocato in un tempo e in luoghi puntualmente descritti e perfettamente identificabili, cioè i giorni che seguono l’8 settembre del ’43 nell’appennino Tosco Romagnolo, vicende e personaggi in parte reali e in parte d’invenzione, e per aver costruito con questi materiali una vasta e avvincente narrazione corale che intreccia romanzo storico e romanzo d’avventura, epopea e favola, riprendendo ed aggiornando i modi e le credenze del racconto popolare. La signora Dafne Serantini, Tribuno di Romagna, premia la scrittrice.
Intervista del Prof. Piero Meldini, scrittore, Tribuno, alla scrittrice Silvia Di Natale Meldini: Due parole su Silvia Di Natale, genovese, vive e lavora in Germania dal 1975, nel 2000 ha pubblicato il suo primo fortunato romanzo “Kuraj” che è stato tradotto nelle principali lingue europee; nel 2004 è seguito “Il giardino del luppolo” e “L’ombra del cerro” che ha vinto altri premi importanti tra cui il premio Grinzane Cavour, molto prestigioso. Lei è nata a Genova, vive in Germania e ha scritto un romanzo di ambientazione romagnola, si svolge nell’appennino ToscoRomagnolo, proprio descritto puntualissimamente in tutte le sue località, come sulla carta geografica, in tutte le sue località maggiori e minori e quindi in un arco di tempo che è quello di un anno che va dall’autunno del ’43 all’autunno del ’44. Come mai ha scelto questa ambientazione? Silvia Di Natale: Prima ancora di rispondere alle Sue domande permetta a me di ringraziare la giuria ed il Tribunato di Romagna perché mi avete fatto una bellissima sorpresa. Non avevo considerato l’aspetto vitivinicolo della letteratura, ed invece sono stati da una parte
gli impianti a valutare la mia opera dal punto di vista anche vinicolo, e poi anche giustamente la Romagna, la liquidità, direi, che fa parte di questa tradizione vinicola. E adesso rispondo alla sua domanda: Come mai questa opera romagnola per una persona nata casualmente a Genova, vissuta in molte parti d’Italia e attualmente residente in Germania? La domanda è legittima e riguarda la mia casa di Sestino. Sestino è un paese lontano da tutto, all’incrocio di tutti i sentieri, di tutti i confini provinciali e regionali, è in Toscana, però è in realtà più nelle Marche e anche emiliano. Da questa casa ho una visione dell’Italia appenninica, dell’Italia che non si conosce, del retroterra riminese, queste zone bellissime delle valli del Marecchia, del Savio, del Tevere, naturalmente. Da qui la mia passione per la natura , per la conoscenza e anche per la storia locale che intreccia la storia naturale. Poi io sono un’amante delle cartine e dei paesaggi e delle gite, dei viaggi. Per cui c’è anche una cartina che mi sembra-
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va giusto dover dipingere per mostrare queste valli, questi incroci. Mi piaceva immaginare una storia che andasse tra una valle e l’altra. In realtà è una zona ristretta dell’Italia che diventa un mondo di valli e mondo di avventure. C’è il fascino della storia, proprio. Meldini: Ecco, non solo c’è la cartina, che non è una cartina dell’Istituto Geografico o del Touring. Ci sono anche addirittura i titoli di coda, siccome si tratta di un romanzo con tanti personaggi, a quale area appartengono, chi sono, in modo sempre da tenere sotto controllo la lettura. Cosa utile ma tutto sommato non strettamente necessaria perchè poi il lettore si immerge in questa lettura e va avanti, proprio per forza di scrittura da una parte e dall’altra per questo intreccio continuo di ricerche. Leggendo il suo romanzo “L’ombra del cerro” si ha come l’impressione di ascoltare storie raccontate dalla viva voce dei protagonisti di quel tempo, di quelle vicende. Quanto hanno contato, se ci sono state evi(segue a pag. 4)
PREMIO LETTERARIO “FRANCESCO SERANTINI” dentemente fonti orali, nella costruzione del suo romanzo? Di Natale: In effetti, anche questo romanzo come quelli precedenti, si basa su queste testimonianze reali. E per costruirlo mi sono basata su una serie di interviste che ho fatto, anche in compagnia con un altro sestinese, Marco Renzi. Siamo stati in queste zone romagnole e toscane, alle Balze, soprattutto, nella zona del Fumaiolo, ed abbiamo fatto una serie di interviste ad ex partigiani e alle persone che hanno vissuto gli anni della questione ’43, ’44, ’45 e quindi sono veramente delle esperienze vere. Sono voci vere: c’è la protagonista, una delle protagoniste, che è la mia ragazza della copertina. E’ una signora di Santa Sofia, che è morta l’anno scorso. Lei è la mia Ortensia , quindi anche lei mi ha regalato la sua storia. Anzi la sua storia per volontà della protagonista è identica alla storia che mi ha raccontato. Mentre nelle altre storie mi sono permessa di mettere, di mescolare un po’ la realtà con la fantasia, di mescolare una storia con l’altra, senza che per questo le storie siano meno reali, perché la realtà letteraria è diversa dalla realtà storica. E quindi posso
permettermi di aggiungere e di mettere insieme le due storie e la realtà non è cambiata, nella letteratura. Meldini: A proposito di personaggi, questo è il mio personale parere: quelli femminili sono certamente non dico i più riusciti, ma sono certamente quelli che si fanno amare di più, soprattutto, per quanto mi riguarda, Solidea. I personaggi che hanno, fra l’altro, in parte avuto quei nomi bizzarri quali Solidea, Zoraide, Esperia. Solidea è fra l’altro un nome collegato alla tradizione anarchica: il nome che sottintendeva era anarchia – solidea, la sola idea era l’anarchia. Per cui o nascevano due figlie, come ricorda Tino Della Valle, ed alla prima si dava il nome di Anarchia, mentre alla seconda quello di Solidea; oppure con una figlia soltanto e mascherando un po’ le proprie idee, si dava il nome Solidea, ma era sottointeso che era l’anarchia la sola idea. Questa ragazza forse non lo sapeva ma era veramente anarchica, in qualche modo. Se dovessi trovare una collocazione politica di Solidea, sarebbe la collocazione anarchica. Si sa che chiunque scriva mette se stesso nei personaggi, non necessariamente del proprio sesso, parla di se stesso in tutti
Sulle reti: VIDEOREGIONE, CANALE 11 ogni Sabato alle ore 20,45: Tribunato di Romagna in TV
personaggi: tra le figure del suo libro c’è una in cui lei si riconosce maggiormente? Di Natale: Forse mi sono anch’io un po’ frazionata nel personaggio che cerca, nel personaggio che fa domande, che si domanda che cosa possono essersi domandati gli altri. Forse quello di Zoraide, che è la ragazza intellettuale. Le tre ragazze, le protagoniste: Solidea, bella e angelica, dalla quale vanno tutti i cavalieri che in questo caso sono i partigiani, ma anche i non partigiani. Poi c’è la più semplice, Ortensia, che si da per amore al suo partigiano. E Zoraide, che non è una romagnola, viene dal nord, dal Friuli, lei è un personaggio reale, fra l’altro. E’ la donna del capo partigiano al quale ho dato il nome di Passatore, che mi sembrava rappresentasse quella atmosfera di ribellismo che c’era all’inizio, più o meno chiaramente politico. E questo Libero, ha fatto poi una brutta fine ed è sepolto da qualche parte in Romagna. La ragazza di Libero, del capo partigiano, si chiamava Zoraide nella mia storia. Tutti nomi che non ho cercato sui libri, ma sulle pietre tombali, li ho cercati sui documenti dell’epoca. Di Solidea avevo un’intervista, una nonna Solidea di un paesino piccolissimo. Sono tutti i nomi che ancora esistono in una generazione, ovviamente ormai molto anziana. Zoraide, mi piaceva immaginarla come l’unica ragazza politicizzata, una delle poche ragazze di questo gruppo e mi piaceva poter capire le difficoltà che sicuramente aveva, una ragazza in questo modo, che pensava così libera, così anarchica in una società molto tradizionale e a quel tempo anche molto cattolica. A quel tempo era una zona dove ogni paesino aveva il suo parroco e la sua chiesa. Una zona molto più popolata di quello che conosciamo adesso. Meldini: tutti e tre i suoi romanzi si svolgono o durante l’ultima guerra mondiale (primo e terzo), o ne(segue a pag. 5)
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PREMIO LETTERARIO “FRANCESCO SERANTINI” gli anni che la precedono (il secondo. Da che cosa nasce il suo interesse per quei tempi, in particolare? Di Natale: A parte l’interesse di per sé che hanno questi periodi, mi piaceva vedere questo aspetto molto poco conosciuto. Nel “Kuraj” c’è l’aspetto della seconda guerra mondiale in Asia. Un aspetto che io conoscevo molto poco, mentre invece conoscevo per via dei viaggi le zone stesse dell’Asia, dell’ Afghanistan, le zone dove sono stata ormai molti decenni fa. E mi piaceva fare vedere e scoprire la storia di questi luoghi. Ma tutti e tre i libri nascono anche per coincidenza, come avvengono i libri. “Kuraj” perché conobbi la persona protagonista, il secondo libro perchè per caso ho trovato i documenti che testimoniavano la vita del mio personaggio principale che è ne “Il giardino del Luppolo”: è un professore tedesco che si oppone al nazismo, e fa la sua resistenza privata e che si svolge in Baviera. E nel terzo libro, l’incontro con questa storia di Solidea, questa ragazza che sta un po’ da tutte le parti, senza volerlo, questo anarchismo nel non prendere posizioni, oppure essere costretta a non prenderle. E mi piaceva in questo libro poter rinnovare la tradizione del romanzo resistenziale, vedendola 60 anni dopo e quindi in un’ottica diversa, più libera in molti sensi da quelli che erano i pregiudizi e le ideologie del tempo immediatamente seguente la guerra, al di là dei giudizi. I giudizi li lascio a chi legge. Meldini: Va detto, come pare che abbia rilevato anche un critico, che questo non è un romanzo resisten-
ziale. Il romanzo che si svolge nel periodo della resistenza, ha come protagonisti partigiani e partigiane ecc, però è scritto al di fuori non solo cronologicamente, ma anche per tutta l’acqua che è passata sotto i ponti, con un atteggiamento anche d’affetto nei confronti di tutta una serie di personaggi, con il distacco ormai da quel tempo. Proprio a questo proposito, vorrei chiederle, se non ha temuto che queste siano anche peraltro amnesie di revisione, se non ha temuto che un romanzo sulla resistenza suonasse anacronistico. Di Natale: No, non l’ho temuto perché non si trattava di rifare il romanzo, ma si trattava di scriverlo con uno sguardo al presente. Meldini: l’ultima domanda che le vorrei fare: il suo esordio è stato, se mi posso permettere, un esordio tardivo nella narrativa. Come è arrivata e perché è arrivata non proprio precocemente? Di Natale: Ci sono persone che sanno subito quello che sono o che sanno di poter diventare. Ce ne sono altre un po’ più timide, più indecise sulla propria vocazione. Io sicuramente appartengo a questo secondo gruppo. Il mio primo libro in real-
tà è del 1992 ed è stato pubblicato l’anno scorso: è rimasto per quindici anni nel cassetto. Ho fatto altre cose senza mai decidermi se era il caso di provare a vedere se valeva quello che facevo. Poi nel caso del libro “Kuraj”, sono stata invece incoraggiata, ho lavorato due anni negli archivi, sono andata sui luoghi del racconto e mi sono decisa a mandarlo. Però e stata, appunto, una decisione tardiva. Meldini: Lei ha scelto la forma del romanzo e non quella del saggio. Di Natale: Perché la forma del saggio è la forma del libro accademico, era quella che già facevo, che ho fatto poi scrivendo diverse cose per l’università. Ma anche in questo tipo di saggio, di racconto, di studio, mi sentivo un po’ tarpate le ali, era come se fossi costretta in un certo tipo di racconto, che è diverso da quello che avrei fatto. Un racconto per l’università, un racconto accademico, non è un racconto, scusate, è un saggio: non permette mai la libertà infinita che invece uno scrittore ha di prendere la realtà e sconvolgerla come vuole. Questa libertà mi sono presa ad una certa età. Alla fine dell’intervista il I Tribuno ringrazia e si complimenta con la scrittrice e vincitrice del Premio “Francesco Serantini”.
Il Tribunato è retto da un Praesidium, articolo 8 dello Statuto, ed è composto da: Sen. Prof. Lorenzo Cappelli Primo Tribuno Enologo Giordano Zinzani Tribuno Vicario On. Dott. Stefano Servadei Consigliere Per. Agr. Franco Albertini Consigliere Dott. Flavio Ricci Consigliere Prof. Daniele Franchini Consigliere Ing. Massimo Riva Cancelliere
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L’editoria e la Romagna Discorso pronunciato da Antonio Castronuovo, direttore de: “La Piê”, all’Abbazia del Monte di Cesena domenica 11 novembre 2007, in occasione della consegna del “Premio Serantini” a Silvia Di Natale Nella definizione di editoria confluiscono questi elementi: produzione del libro in regime d’impresa, diffusione del libro, promozione pubblicitaria, vendita del prodotto e godimento del profitto. L’editoria è dunque un atto di impresa privata: l’editore è un tale che arguisce il valore di un’opera dell’ingegno, ne acquista dall’autore il diritto, ne attua la stampa, la diffonde sul mercato, ne promuove l’acquisto mediante mezzi pubblicitari e ne trae il guadagno finale. Sulla base di questa articolata quanto semplice definizione possiamo chiederci se esiste un’editoria romagnola. Ne conosciamo le pecche: la facilità con cui sottovaluta il diritto d’autore, l’uso radicato di produrre un libro solo se finanziato all’origine (dal privato autore, da istituzioni, da aziende), la scarsità della promozione, la grave carenza di distribuzione. Saremmo allora tentati di rispondere che non esiste un’editoria romagnola, ma saremmo in errore. L’iniziativa editoriale infatti esiste, solo che rappresenta uno spicchio, più o meno ampio, dell’attività di ogni singola casa editrice. Essa pratica una piccola parte di editoria vera, cioè di autonoma scelta e produzione di un libro, che viene distribuito almeno in un circolo di librerie “amiche”. Ma il grosso dell’attività degli editori romagnoli è costituito dall’editoria finanziata e dal supporto grafico alla tipografia (creazione a video di prodotto tipografici: pieghevoli, brochure, locandine ecc.). Esiste dunque vera editoria in Romagna, ma essa va intesa come uno spicchio dell’esercizio complessivo di ogni casa editrice. E di ciò non possiamo certo assegnare colpe eccessive all’editore, per la semplice ragione che egli sa bene come molti dei libri che si stampano non giungono a produrre alcun profitto: il solo modo per poterli pubblicare è dunque mediante la cosiddetta “editoria di vanità”, cioè quella autofinanziata dall’autore. Dobbiamo anche prendere in considerazione la tarda nascita dell’editoria regionale, che come tale esiste solo da qualche decennio.
Un buon sensore è il famoso e ironico Dizionarietto rompitascabile degli editori italiani pubblicato da Angelo Fortunato Formiggini nel 1928: relativamente al territorio di Romagna l’operetta indica solo il nome dell’imolese Galeati, il che testimonia che almeno fino a quell’anno l’editoria romagnola era ancora molto poco rappresentata. Tutto ciò spiega la ragione per cui molti autori romagnoli contemporanei tentano di pubblicare oltre i confini della Romagna (autori notissimi come Carlo Lucarelli, Cristiano Cavina, Eraldo Baldini pubblicano le loro opere presso editori non romagnoli; cosa che succede anche per autori meno giovani, oggi già scomparsi, come Raffaello Baldini o Francesco Fuschini). L’assenza di editori in Romagna nella prima metà del Novecento spiega anche perché gli autori romagnoli “storici” abbiano pubblicato oltre confine. Renato Serra esce nel 1914 con Le lettere da Bontempelli e Invernizzi di Roma; Antonio Beltramelli e Alfredo Panzini pubblicano da Treves, Le Monnier e Mondadori; Francesco Serantini esce con la fortunata serie di romanzi da Il fucile di papa della Genga del 1948 a La casata dei Gobbi del 1958 presso Garzanti. Possiamo consolarci col fatto che questi grandi autori, prima di sbarcare presso editori nazionali, hanno pubblicato in Romagna: Serantini era uscito con i Fatti memorabili della banda del Passatore nel 1929 dalla storica tipografia editrice dei Fratelli Lega di Faenza; Fuschini iniziò la sua avventura con la casa editrice ravennate Il Girasole; lo stesso celeberrimo Lucarelli ha pubblicato uno dei suoi primi libri a Faenza da Moby Dick. Ciò non significa che in Romagna mancano storiche iniziative editoriali, anzi. A partire dall’Unità d’Italia la Romagna è terra di grande vitalità politica e sociale, e ciò implica fecondità tipografica. Per far circolare le idee ci vogliono giornali, proclami, manifesti, volantini, e ciò spiega il grande numero di tipografi in Romagna a cavallo tra Otto e Novecento. È dalla costola tipografica che sorge il “tentativo editoriale”, quando intraprendenti tipografi 6
decidono di stampare libri, e lo fanno con diligente cura grafica. La storia dei tipografi Ferretti di Lugo è un ottimo esempio: la tipografia decide, attorno agli anni Venti-Trenta del Novecento, di produrre libri di qualità, edizioni diventate oggi rare e molto ricercate (come Romagna intima di Francesco Balilla Pratella, del 1933). L’inclinazione editoriale è anche sbocciata al di fuori del mondo tipografico, come nel caso di Aldo Spallicci che, nel momento in cui fonda le riviste “Il Plaustro” (19111914) e “La Piê” (1920-in corso), realizza anche etichette editoriali a loro collegate. Così, nel 1918 e 1919 le sue raccolte poetiche La zarladòra e La biojga escono come “Edizione del Plaustro”, e nel 1920 i Canti romagnoli delle stagioni sono contrassegnati come “Biblioteca de La Piê”. Questa collana ha una storia interessante: tra 1920 e 1922 Spallicci vi pubblica Poesie, narrazioni e tradizioni popolari in Romagna di Pratella, La poesia popolare romagnola di Maria Martinez, Paga-nesimo ed umanesimo nella letteratura popolare romagnola di Nino Massaroli. In altre parole Spallicci sceglie gli autori nella cerchia di amici e parenti (la Martinez era sua moglie), produce titoli di soggetto folclorico (quello che più interessava ai lettori delle sue riviste), li pubblicizza mediante le riviste stesse e fa confluire il profitto delle vendite nella contabilità delle testate. Insomma: un tentativo editoriale vero, attuato da un intellettuale di fervida iniziativa. Oggi l’editoria romagnola è molto ben rappresentata, con decine di aziende sparse sull’intero territorio regionale, dotate di vocazioni differenziate (saggistica storica, narrativa, poesia italiana e dialettale, critica, cultura materiale e popolare ecc.) e alcune di esse anche con una fama consolidata. Nel complesso un quadro positivo, che con un balzo di coraggio potrebbe anche partorire un’etichetta editoriale di prestigio: sarebbe sufficiente che l’editoria romagnola sposasse un po’ di più – grazie anche ad un aiuto più solido da parte degli intellettuali locali – lo spirito di impresa.
E’ canton d’Silvio dla Maria d’Mìglio E’ marafon Marafon è un gioco di carte esclusivo della Romagna, e non di tutta. Non si sa quando, come e da chi sia stato introdotto, né perché abbia questo nome, oltre a quello di Becacino a Ravenna e in alcune zone a nord del fiume Lamone, Faenza compresa. Il Dizionario Romagnolo di Quondamatteo (anno 1983), alla voce marafón riporta: “Gioco di carte. È il beccaccino dei ravennati e lo sfurzadéin dei riccionesi: briscola e tressette messi insieme”. Esso si gioca con un mazzo di 40 carte dette “romagnole”, alle quali è assegnato lo stesso ordine gerarchico e lo stesso valore di punteggio che hanno nel tressette, dal quale il marafôn differisce solo per il fatto che chi è di mano deve stabilire quale seme sia da considerarsi briscola. In sostanza, come asserisce Quondamatteo, si tratta di un tressette con le briscole. Per quanto è dato sapere, il marafon ha visto la luce in Romagna nel corso del XIX secolo, venendo ad affiancare, prima, e a soppiantare, poi, appunto il largamente diffuso gioco del tressette. Né il Dizionario Romagnolo-Italiano del faentino Morri (1840), né quello dell’imolese Mattioli (1879) riportano il termine marafôn (ovvero becacino o bicazén). Vediamo allora di gettare uno sguardo sui giochi di carte, sulle vicende storiche e sui vocabolari romagnoli di quei tempi al fine di vedere se è possibile trovare elementi di una qualche plausibilità, che ci possano indirizzare verso la sua origine e verso le ragioni ed il significato del suo nome. Secondo Cantarella, autore del trattato “Mediatore e Tressette”, dell’anno 1750, il tressette sarebbe stato introdotto dalla Spagna a Napoli, Vicereame degli Aragonesi, nel sec. XVII. Da qui, si sarebbe poi diffuso in tutta Italia. Nel Dizionario Ferrarese-Italiano di Carlo Azzi, del 1857, troviamo “trisètt: zogh d’ cart, tressette”. Naturalmente anche il Morri, nel suo Dizionario Romagnolo-Italiano, riporta il termine: “Trisett, tresette. Gioco di carte notissimo, che si fa per lo più in quattro”. Lo stesso dicasi del dizionario di Antonio Mattioli. Verso la fine del regno di Luigi XV (1710-1774), arrivò in Francia dall’Inghilterra, dove era stato ideato, il gioco di carte del Whist, incontrando un vivo successo. Era, questo, un gioco che esigeva concentrazione da parte dei giocatori, e quindi neccessità di silenzio: la parola inglese whist significa infatti “silenzioso, quieto, reticente”. Il suo successo in Francia fu tale che si trasformò in una vera e propria “febbre”, tanto che, giunti al tempo di Napoleone I, questi volle proibirlo ai francesi, ma senza successo. La proibizione ebbe successo solo a Corte. Nel libro del Gerver, fra i precetti del gioco dettati dal generale Perettì a proposito del Whist, si legge: “Sottomettersi al silenzio è una regola del gioco, osservatela sempre, benchè la si osservi poco. Mostrate al compagno in cosa siete forte, e maneggiate il vostro gioco di comune accordo…”. Nello stesso libro si legge ancora: “Il silenzio più completo è richiesto non soltanto dai giocatori ma anche dai rientranti o dagli eventuali spettatori…”. Quanto alle regole del gioco, vi troviamo: “Ogni giocatore deve fornire il seme richiesto senza tuttavia essere obbligato a montare, surmontare, o a tagliare. Quando non può fornire il seme o tagliare, può sbarazzarsi e rinunciare. Tuttavia gli è proibito di rinunciare se possiede il seme richiesto…”. Sembrano le regole del nostro marafôn o becacino che dir si voglia. Possiamo aggiungere, per inciso, che da questo Whist, per tappe intermedie, si è giunti poi al moderno gioco del Bridge. A questo punto si può fare l’ipotesi, non tanto peregrina, che i soldati di Napoleone siano giunti dalle nostre parti con le carte per il Whist nello zaino e che i nostri trisavoli romagnoli, molti dei quali arruolati nell’esercito dell’Imperatore, abbiano applicato al tressette già in voga alcune regole del Whist, in particolare vi abbiano introdotto le atouts, cioè le briscole, e che questo innesto abbia comportato una tale vivificazione rispetto al vecchio gioco napoletano da portare gradatamente al suo abbandono, tanto che oggi, in Romagna, il Tressette è ritenuto un gioco di scarsa personalità rispetto al sanguigno marafôn, nel quale ben maggiori sono l’aleatorietà e la “suspence”, non essendovi in assoluto la certezza di carte franche, tranne il solo tre di briscola. Resta da spiegare perché il nuovo arrivato sia stato chiamato marafôn. Scrive Alteo Dolcini, nel suo “Il Principe di Romagna”: “Libero Ercolani, il cui dizionario romagnolo è del 1971, alla voce marafôn riporta: sm. stampo da caccia per appostamento in valle costruito con erba palustre. Zimbello di paglia. Beccaccino. Gioco che si fa con le carte romagnole, da cui marafôna; cricca (asse, due, tre del seme dichiarato vincente”. Dunque, marafôn, in dialetto, ha sempre significato da quando si andava a caccia in valle ancora con i fucili ad avancarica, e significa ancora oggi, anche zimbello di paglia a foggia di anatra. Orbene, questi zimbelli, per chi non lo sapesse, erano quasi sempre confezionati privi di testa e, naturalmente, non in grado di emettere il benchè minimo verso di richiamo: erano muti, silenziosi, come i soldati francesi che giocavano a Whist sotto lo sguardo dei nostri trisavoli. Fare una partita al nuovo gioco, che doveva avere anche mutuato le regole comportamentali del generale Perettì, costringeva i romagnoli a comportarsi come gli zimbelli da loro utilizzati per cacciare in valle, i quali facevano silenzio: richiedeva loro di fê’ e marafôn, di stare zitti.. Col tempo questo fê’ e marafôn è venuto assumendo il significato di “fare una partita”. Infine, marafôn è divenuto il nome del gioco stesso, con la spicciatività propria dei parlanti, tanto che ai giorni nostri si fa un marafôn. Quanto a Becacino, o Bicazén che dir si voglia, troviamo che Pietro Zangheri (“Avifauna romagnola”), fra i nomi vernacoli attribuiti al Frullino (che è il Beccaccino sordo, o minore) riporta: “Cavartèn, Cavritèn, Pzacarèn, Pizzacrèn, imol. anche Mutèn …”. Il faentino Morri registra: “Muten, s.m. Uccello palustre. V. Pzacaren”. E l’imolese Mattioli riporta Mutën come sinonimo di Pizacarën che indica come “Beccaccino minore o sordo”. Dunque, il gioco di Becacino, o Bicazén che dir si voglia, rimanda anche lui ad un uccello di valle, a torto o a ragione ritenuto muto. Il cerchio sembra chiudersi.
Silvio Lombardi
Gli aforismi di Leo Longanesi É meglio assumere un sottosegretario che una responsabilità. Cercava l’ispirazione nelle fatture, cercando di non pagarle. Quando potremo dire tutta la verità, non la ricorderemo più. Io mi faccio molte illusioni, tanto non costano nulla.
La libertà tende all’obesità. Mi accontento di quel poco che non mi basta. Sono talmente solo che lo specchio non mi riflette più. La noia segue l’ordine e precede le bufere. 7
GIUSEPPE GARIBALDI: DALLA ROMAGNA A ROMA Arturo Menghi Sartorio
Tutti conoscono le vicende di Garibaldi in Italia a partire dalla difesa della Repubblica Romana, soprattutto dal suo epilogo e la seguente lunga marcia fino a Cesenatico e le vicende della trafila. Pochi invece sono al corrente di quanto capitò al Nizzardo, non ancora eroe dei due mondi, dal suo arrivo in Italia nel ’48 e le vicissitudini legate alla prima guerra d’indipendenza. Sono necessarie alcune parole per inquadrare il particolare momento storico nel quale iniziò la vicenda risorgimentale garibaldina. L’elevazione al soglio pontificio di Pio IX nel giugno del 1846, le sue caute aperture alle istanze dei tempi che si avvicinavano, l’amnistia per i reati politici generarono grande euforia nello Stato e
principalmente nelle Legazioni, come erano chiamate la province di Romagna, euforia che raggiunse il diapason quando il Pontefice chiamò alla Segreteria di Stato il Cardinale Gizzi, Vescovo di Forlì, che era in odore di liberalismo. Il Papa preoccupato da tanta popolarità, temendo che le richieste di nuove aperture si succedessero alle richieste, fece emanare dalla Segreteria di Stato una notificazione che invitava alla modera- zione. Non ci fu nulla da fare, ormai l’equivoco fra Pio IX e i patrioti era nato. Come il Papa temeva, le istanze in senso liberale non si fermarono e quando nel luglio 1847, anniversario dell’amnistia, si scoprì “la grande congiura”, tentativo vero o supposto di colpo di stato perpetrato da elementi nostalgici dell’assolutismo, Roma divenne preda della piazza. Lo Stato Pontificio non era il solo ad essere percorso da fremiti di rivolta. Un po’ tutta la penisola era in fibrillazione. Nel gennaio ’48 Palermo insorse e il 2 febbraio venne costituito un Governo provvisorio siciliano. Per non essere da meno nei giorni successivi Napoli si sollevò ed ottenne la costituzione, seguita da Firenze, Torino, Roma. Ma più che aperture al liberalismo le costituzioni concesse erano un tentativo dei sovrani italiani di fermare il movimento liberale. Poi la crisi europea fece precipitare le cose. Parigi, Vienna, Budapest, Berlino insorsero contro i governi assolutisti e sul finire di marzo Venezia
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e Milano si sollevarono seguite da Parma e Modena. Carlo Alberto, Re di Sardegna, si mise alla testa del movimento indipendentista italiano. Si era arrivati alla prima guerra d’indipendenza. Durante lo svolgimento di questi avvenimenti Garibaldi era in Sud America impegnato nelle lunghe guerre di assetto degli stati nati dalla disgregazione dell’impero spagnolo, la cui soluzione era complicata dalle mene di Francia e Inghilterra lanciate nell’estensione del loro impero coloniale. I lunghi anni di guerra cominciavano a pesare sulle popolazioni Sud Americane che iniziavano a mal sopportare le organizzazioni militari – Legione Italiana, Legione Basca, Legione Francese – spesso in dissidio sanguinoso fra loro che più che aiutarle nella loro lotta d’indipendenza pesavano su di loro. Sentendo che l’aria cominciava a divenire pesante, Garibaldi spedì Anita con i figli a Nizza, e lui, acquistata una nave (il Bifronte ribattezzato Speranza) s’imbarcò per l’Italia con una sessantina di uomini. Il motivo di questo ritorno alla chetichella è da ricercarsi nella condanna a morte per diser-zione che pendeva sul Nizzardo, il quale non si fidava della conversione al liberalismo del Re. In poche parole temeva di essere arrestato e fucilato. Giunto a Nizza Garibaldi dovette affrontare un problema di tipo domestico. Anita con i figli era alloggiata in casa della madre di (segue a pag. 9)
Garibaldi che, donna molto religiosa e dalla ferrea moralità ottocentesca, aveva creduto di capire, da quanto la nuora le raccontava, che i due non fossero sposati, e pressava perché la coppia celebrasse un matrimonio in chiesa. A nulla valsero le assicurazioni di Anita di essere regolarmente sposata e pur di risolvere la questione Garibaldi affittò una casa alla periferia della città e vi si trasferì con tutta la famiglia. La questione del matrimonio di Giuseppe e Anita angustiò anche le generazioni successive e solo in quest’ultimo dopoguerra ci si risolse di chiedere il certificato di matrimonio alla chiesa di Montevideo dove i due asserivano di essersi sposati. Il certificato oggi fa bella mostra di sé alle Mandriole di Ravenna. Dopo un breve riposo e rimessosi da un accesso febbrile Garibaldi accettò di recarsi in Sicilia a capo di settantadue uomini in aiuto degli isolani ribellatisi al Borbone. La nave che li conduceva, il Pharamond battente bandiera francese, fece sosta a Livorno dove Garibaldi fu accolto come un eroe e convinto a marciare contro i Napoletani passando dallo Stato Pontificio. Ma il governo toscano tergiversava e non solo non concesse il passo alla piccola schiera, ma non la rifornì neppure dei cappotti che aveva promesso. Persa la pazienza Garibaldi spedì un telegramma a Firenze, lapidario come suo solito: “Domando se prende Garibaldi al Comando delle forze toscane e opera contro il Borbone: si o no. Garibaldi”. I toscani finsero di non capire e non risposero, almeno non direttamente. Allora Garibaldi si recò a Firenze dove costituì il Battaglione Italiano della Morte di 350 uomi-
ni con il proposito di raggiungere Ravenna e da lì imbarcarsi per Venezia. Il Governo Pontificio preoccupato per il probabile ingresso di armati nello Stato, temendo una minaccia per l’ordine pubblico che questi potevano rappresentare, inviò nelle Legazioni, cioè nelle province romagnole, il Ministro della Guerra generale Zucchi. Lo Zucchi venne e il 7 novembre inviò al Presidente del Consiglio Cardinale Giovanni Soglia Ceroni, un rapporto dove, oltre ai timori fondati di peggioramento dell’ordine pubblico, paventava anche che “Garibaldi voglia entrare nello Stato Pontificio… col pretesto di volersi portare a Venezia ma da quel che sembrava voler piuttosto andare contro gli Austriaci” e mettere in crisi l’armistizio da poco firmato. Suggeriva di inviare una nota al Governo Toscano perché tentasse d’impedire la partenza del Battaglione della Morte. Il Governo Toscano, probabilmente non vedendo l’ora di liberarsi di così scomodi ospiti, non mosse un dito e Garibaldi si avviò alla volta di Bologna. Al confine, coperto dalla neve di un precoce inverno, si trovò il passo sbarrato da 400 soldati svizzeri spediti dallo Zucchi. I garibaldini, disabituati da quindici anni di clima Sudamericano ai rigidi inverni europei, soffrirono molto per quella sosta. A turno mangiavano e si scaldavano nell’osteria sul confine grazie alla generosità dell’oste. Gli ufficiali pagavano di tasca propria il vitto. Poi il 9 novembre fu consentito al solo Garibaldi di recarsi a Bologna per conferire con le autorità locali e lo Zucchi, il quale acconsentì che le schiere in sosta al confine potessero entrare
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nello Stato e a marcia forzata condursi a Ravenna da dove, dopo essere state raggiunte da un gruppetto di volontari provenienti da Mantova, si sarebbero dovute imbarcare alla volta di Venezia. Ma i mantovani non arrivavano e la presenza di uomini armati in città cominciava a preoccupare le autorità ravennati che avevano la popolazione sull’orlo della rivolta. Decisero allora di sconfessare l’accordo Garibaldi – Zucchi ed incaricarono il generale Latour, comandante degli Svizzeri, d’invitare il Nizzardo ed i suoi ad andarsene. Garibaldi rifiutò e Latour lo minacciò se necessario di usare la forza. Garibaldi rispose che avrebbe resistito e messosi in contatto con i liberali, mobilitò la Guardia Nazionale e distribuì le armi. Il 15 novembre a Roma fu assassinato Pellegrino Rossi, primo ministro, e l’euforia dell’elemento liberale raggiunse il diapason. Poiché era da immaginare che le cose sarebbero evolute in senso favorevole ai liberali, Garibaldi mutò d’opinione e decise di attendere gli eventi in Romagna. Infatti il 24 novembre Pio IX abbandonò Roma e il governo dello Stato fu assunto dai rivoluzionari. Garibaldi prevedendo che gli stati europei si sarebbero rivolti in armi contro il nuovo governo per reinsediare il Papa sul suo trono partì da Ravenna alla volta della capitale e raggiunta Cesena vi fece sosta.. Qui il 29 novembre scrisse al Legato perché prelevasse dai depositi militari degli indumenti invernali per i suoi uomini che non avevano panni pesanti. (segue a pag. 10)
Intanto lo stesso Legato il 25 aveva girati al comune 500 scudi per il mantenimento degli armati di passaggio, lo stesso dovettero fare Rimini e Forlì. Il Comune di Rimini non avendo denaro sufficiente in cassa anticipò forzatamente la rata delle imposte ai più abbienti, con la promessa di abbonare l’ultimo versamento. Promessa che non mantenne. Il 30 novembre Garibaldi indirizzò un ulteriore missiva al Legato per informarlo che i tre giorni che di norma si assegnavano alle truppe di passaggio non sarebbero bastati e di avvertire le Magistrature che i suoi uomini sarebbero rimasti in Romagna fino a che il governo non avesse deciso altrimenti, poi partì tutto solo per Roma. La lunga permanenza di tanti armati, molti dei quali non erano certo di specchiata onestà, creò nelle province romagnole qualche dissidio fra questi e le popolazioni. L’inattività acuì inoltre i dissapori e le rivalità fra gli stessi appartenenti alla schiera garibaldina e in Cesena si arrivò addirittura ad un duello fra due ufficiali, Risso e Ramorino, veterani del Sud America con la morte di Risso. Tornato da Roma Garibaldi pensò bene di allontanarsi dalle province romagnole e passò dicembre e una parte di gennaio marciando in quelle marchigiane. Il 23 gennaio Garibaldi lasciava le Marche per Roma facendo tappa a Rieti dove abbandonò i suoi per assistere all’apertura dei lavori della Costituente. Qui il Generale, disgustato dalle lungaggini procedurali, dai cavilli sollevati dagli uomini di legge presenti in aula, intervenne ripetutamente affinché si procla-
masse la repubblica anche se tutta l’assemblea non era d’accordo. Finalmente il 9 febbraio fu emanato il decreto fondamentale che dichiarava la decadenza del potere temporale del Papa e proclamava la repubblica. A Roma nacque un dissidio con Pisacane e il Napoletano accusò il Generale di volersi proclamare dittatore di un nuovo stato che doveva sorgere dalle ceneri di quello pontificio. Garibaldi, secondo Pisacane, sarebbe stato dissuaso dall’effettuare il suo disegno da liberali influenti e di buon senso. Non si sa su cosa Pisacane basasse questa sua affermazione che probabilmente era dettata solo dal malanimo nei confronti di colui che sentiva gli avrebbe insidiato la condotta delle operazioni militari come poi avvenne. C’è inoltre da aggiungere che nell’ottocento il termine dittatore non aveva la connotazione spregiativa assunta nel novecento, ma indicava solo una persona che assumeva su di se temporaneamente tutti i poteri civili e militari per cause contingenti, come nell’antica Roma. Il 21 aprile i Francesi sbarcarono a Civitavecchia per riportare a Roma il Papa. Essi erano convinti di dover fare una passeggiata militare. Infatti il parlamento e lo stesso triumvirato erano indecisi sul dafarsi. Molti propendevano per un simulacro di resistenza tanto per salvare la faccia, e poi arrendersi. Sul piano militare poi si confrontarono due opinioni: quella di Pisacane che voleva contrastare il nemico ovunque si presentasse sul territorio nazionale, e un’altra che voleva concentrare le forze disponibili in Roma e Ancona. Prevalse quest’ultima tesi
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anche se era una dichiarazione di resa procrastinata in quanto ogni difesa prima o poi viene sopraffatta in mancanza di un aiuto esterno che in questo caso non era da aspettare. A Pisacane venne assegnata la presidenza del comitato di difesa, e il generale Avezzana fu nominato comandante in capo delle armate. Costui chiamò a Roma tutte le truppe disponibili compresi i garibaldini lasciati fino ad allora a vegetare nella Sabina. Garibaldi entrò in Roma il 27 aprile da Porta Maggiore acclamato dalla popolazione, e con le sue truppe acquartierato nel convento di San Silvestro dal quale erano stati allontanati i frati. Cominciava l’epopea garibaldina e nello stesso tempo della Repubblica Romana. Per tutto il mese di giugno la Repubblica resse l’urto dei francesi, stupendo il mondo che ancora credeva nel vecchio luogo comune secondo il quale “gli italiani non si battono”. Garibaldi divenne l’anima della difesa di Roma anche se condotta contro i suoi principi. Egli infatti, ben conscio dell’impossibilità di difendere a lungo con successo la città con i pochi uomini a sua disposizione, voleva abbandonare l’Urbe e darsi alla guerriglia, magari invadendo il Regno di Napoli, osso meno duro dei francesi. Ma la mentalità di allora non era ancora pronta per quel tipo di guerra e Mazzini si oppose, nonostante anni prima fosse stato un sostenitore di Carlo Bianco teorizzatore della guerra partigiana. Il 2 luglio la Repubblica Romana cadde. Alle 19 di quel giorno Garibaldi ed i suoi lasciarono Roma iniziando la lunga marcia verso l’Adriatico, dando nel contempo inizio ad un’altra epopea.
L'armonia di proporzioni delle cesenati ha un che di rinascimentale. Lo stereotipo della donna romagnola decantata dal più grande dei nostri poeti Aldo Spallicci che vuole la donna fresca, campagnola e con gli occhi e i capelli neri come il carbone, non mi trova completamente d'accordo soprattutto se si pensa ai tempi in cui "A gramadora" fu scritta. Lo Spallicci si riferisce ad una contadinella che poteva anche avere i requisiti da lui decantati, anche se nelle nostre campagne, secondo me, vuoi per l'alimentazione, vuoi per il duro lavoro, era piuttosto difficile trovare una donna veramente bella e diventava ancor più difficile trovare una "bela burdela" man mano che ci si allontanava dal mare e si saliva sulle nostre montagne, escludendo naturalmente le solite eccezioni. La mia "contestazione" deriva dal fatto che la poesia suggerisce un'immagine di donna bella a tutti gli effetti mentre, a quei tempi, le campagnole erano completamente prive di una dote che rende affascinante anche colei che la natura non ha gratificato con un bel viso o con un bel corpo, e cioè la femminilità. In quegli anni questa qualità, che ritengo sia la più importante per una donna, era prerogativa delle signore benestanti o di quelle acculturate. Solo dopo la guerra le donne sono riuscite a conquistare questa dote che le rende particolarmente seducenti e che purtroppo con l'avvento del femminismo, e di alcuni suoi aspetti, in gran parte hanno perso. Questo è il mio parere e non vado oltre perché la mia vuole essere solo una disamina sulla donna romagnola in generale. Continuando le mie riflessioni, ben diversa era anche la sensualità che veniva manifestata. La "bela burdela" non esitava a palesarla con un vanto istintivo e con una specie di rito primitivo insito atavicamente in lei e la ostentava come un privilegio riservato a poche, anche se spesso non si preocupava neanche di nascondere la terra che aveva sotto le unghie, mentre nelle donne di una classe sociale più elevata assumeva una caratteristica quasi asettica. Questa infatti era improntata ad una raffinatezza, si potrebbe dire quasi ad una castità, che ammiccava maliziosa con la delicatezza di colei che si abbandonava ai sogni d'amore. Grazie a questa parvenza di timidezza e ritrosia, che veniva dosata ad arte e appositamente mal celata, si stuzzicava e si rendeva ancora più desiderato quel contatto fisico tanto sospirato dagli uomini. Prerogativa della "campagnola", meglio sarebbe dire della azdora, era invece il concetto delle " scarpe
grosse e cervello fino" come sottolineo nel capitolo dedicato alle donne nel mio libro: "Siamo tutti italiani, ma solo noi Romagnoli". Dal punto di vista fisico c'è da dire che nella donna romagnola non trovavano conferma le fatidiche misure 90 60 - 90, infatti, per conformazione, ha sempre avuto dei fianchi molto pronunciati, oserei dire da fattrice, difficilmente riscontrabili in altre regioni. Mi permetto di sostenere questa tesi perché sono un architetto e uno scultore per cui sono sempre stato molto attento alle proporzioni. Difficilmente mi lascio attrarre da un particolare e basta: un seno abbondante, un bel didietro o due gambe molto lunghe. Una donna la guardo e l'apprezzo nel suo complesso, nell'armonia totale. Prima di esporre le mie deduzioni, che scandalizzeranno parecchie persone e che potrebbero essere tacciate di campanilismo, voglio far presente che sono nato a Cervia dove ho vissuto finché non mi sono sposato. Spesso ero a Ravenna dai miei nonni e parenti, poi, siccome sono un giramondo innamorato della mia terra, ho voluto conoscerla a menadito finendo col conoscere bene anche le romagnole e devo dire, che non ho alcun dubbio nell'affermare che la donna cesenate è la più bella. Non mi meraviglierei nell'apprendere che colui che battezzò con il nome "la bella di Cesena", una delle pesche più buone, oggi quasi introvabili, avesse pen-sato alle abitanti di questa città. Comunque, in linea generale, ho notato che la cesenate rispetta le giuste proporzioni e, in più, ha lineamenti molto delicati. Direi che la cesenate è una bellezza quasi rinascimentale, come se fosse stata disegnata da un maniaco delle proporzioni come Piero della Francesca e in quanto a femminilità ce l'ha scritta in faccia. Un'altra qualità di queste donne e quella che non "se la tirano" nemmeno tanto il che non guasta, anzi. Questo naturalmente non vuol dire che siano di facili costumi, ma che sono donne più semplici, più cordiali delle ravennati o delle forlivesi. Al 11
giorno d'oggi la "globalizzazione", intesa in senso lato, ha investito anche la bellezza femminile per cui si trovano donne molto belle dappertutto, in modo particolare lungo la costa. Questo probabilmente è frutto di incroci di molte razze in considerazione del fatto che la Romagna è stata terra di conquista per tanti dai tempi più antichi fino all'ultima guerra e tutti gli eserciti hanno lasciato la loro impronta. Durante l'ultimo conflitto il fronte si è fermato parecchio qui in Romagna e questo ha fatto sì che ancora una volta vi siano state diverse contaminazioni che hanno apportato più varietà e anche più bellezza. Credo sia sufficiente pensare a quanti figli di polacchi e a quante donne, non solo more, ma anche rosse e bionde vi siano sulla nostra riviera. Invece, man mano che si sale sui nostri monti, si trovano quasi tutte donne more e di carnagione molto più chiara rispetto a quelle che vivono sui mare. La mancanza di incroci con altre razze ha fatto sì, fino a pochi decenni fa, che nei nostri monti vi fossero donne un po' meno belle caratteristica comune anche agli uomini, fatte salve le solite eccezzioni. A tal proposito credo sia sufficiente citare quella "canappa" di naso che si ritrovava quel “montanaro” del Duca Federico da Montefeltro che lo rendeva veramente brutto. Alessandro Savelli
Acquisizione Dati e Analisi nell’ambito di competizioni motociclistiche Modigliana, 3 dicembre 2006, Ing. Matteo Flamigni, Telemetrista di Valentino Rossi dal 2006
Prima di cominciare ,vorrei ringraziare il Tribunato per avermi invitato a questa tornata dedicata ai “Motori in Romagna”, ad esporre quelle che sono le tematiche relative alla mia professione di RESPONSABILE ACQUISIZIONE DATI per il Team Yamaha nella categoria Motogp. E a maggior ragione lo ringrazio per avermi dato la possibilita’ di farlo in questa sede, proprio qui a Modigliana, paese in cui risiedo e nel quale e’ nata e cresciuta tutta la mia famiglia. Per quanto riguarda il mio lavoro, la citta’ di Modigliana rappresenta un luogo molto speciale poiche’ e’ proprio qui che nel novembre 1994 e’ iniziato un “cammino” che mi ha portato a lavorare insieme a quel grandissimo campione che e’ Valentino Rossi , ed in particolare , mi ha portato ad occuparmi di tutte le problematiche elettriche ed elettroniche della sua Yamaha MotoGP. Il percorso e’ stato lungo e prima di Valentino Rossi , ho avuto il piacere e l’onore di lavorare con molti piloti , da P.F.Chili a Luca Cadalora, a Alex Barros, a Max Biaggi; ma ne voglio ricordare tre in particolare, nati e cresciuti qui in Romagna, quindi romagnoli DOC: G.Maria Liverani modiglianese, Marco Melandri di Ravenna e Loris Capirossi di Borgo Rivola. Ed e’ proprio grazie a G.M.Liverani e a suo zio Giorgio Tedioli, entrambi modiglianesi come me e animati da una passione per i motori che raramente ho ritrovato, che ho intrapreso questa carriera.
Voglio ricordare che Giorgio Tedioli e’ stato campione italiano nel trofeo Honda 500 nel 1986 e G.Maria Liverani e’ stato per 3 anni consecutivi campione italiano della classe 600 Super Sport , nonche’ pilota, per 2 anni , nel Mondiale SuperBike, prima con Honda e poi con Ducati. Questi due modiglianesi, grazie ad una sponsorizzazione, comprarono alla fine del 1994 un sistema di acquisizione dati e sapendo che mi stavo laureando in ingegneria elettronica, mi chiesero di entrare a far parte della loro squadra e di aiutarli nella gestione di questo nuovissimo strumento. Parlare di acquisizione dati 13 anni fa era vera fantascienza , nel senso che anche le squadre piu’ blasonate erano un po’ titubanti sull’utilizzo di questa nuova risorsa ,che invece si sarebbe rivelata importantissima e di grande utilita’ . Pensate che lungimiranza: come team privato, dotato di poche risorse economiche , acquistarono un sistema di acquisizione nel 1994 ,quando ricordo che la squadra YAMAHA ufficiale si doto’ di un sistema di acquisizione dati soltanto l’anno dopo . Ho cominciato cosi’ ,qui a Modigliana e grazie a dei modiglianesi, ad occuparmi di uno dei primi sistemi di acquisizione dati presenti sulla scena delle competizioni motociclistiche Ma cosa e’ e come funziona un sistema di acquisizione dati? Senza entrare troppo nei dettagli tecnici , diremo che sulla moto e’ presente una centralina (detta in gergo DATA LOGGER) che ha il compito di memoriz12
zare tutte le informazioni provenienti dai numerosi sensori posizionati sulla moto ( ce ne sono circa una sessantina). Nel caso specifico di una motocicletta, siamo in presenza di sensori che monitorizzano parametri relativi al motore, cioe’ che inviano alla centralina informazioni provenienti dal motore: ne ricordiamo solo alcuni , tra cui sonde lambda, pressioni olio e benzina, temperature olio e benzina, giri del motore, apertura della farfalla, posizione del cambio,etc…. e sensori relativi alla dinamica del motoveicolo , cioe’ che inviano alla centralina informazioni su cio’ che la moto sta facendo mentre gira in pista: quindi avremo sensori di velocita’,potenziometri lineari che misurano l’escursione delle sospensioni anteriori e posteriori, giroscopi che misurano il rollio,il beccheggio e l’imbardata della moto, etc…. Penso che tutti abbiano sentito parlare della famosa SCATOLA NERA presente sugli aerei di linea , che viene analizzata in seguito ad incidenti o problemi di varia natura…..il principio e’ esattamente lo stesso. Il mio background scolastico e’ stato utilissimo nel risolvere molte problematiche che si presentano avendo a che fare con un generico sistema di acquisizione dati: una delle caratteristiche principali della specializzazione da me scelta all’universita’, che e’ stata Ingegneria BIOMEDICA, era legata al monitoraggio dei parametri vitali di una persona : pensiamo ad un paziente ricoverato in terapia intensiva e quindi alla necessita’ di monitorarne il battito cardiaco,la pressione arteriosa,la temperatura corporea, etc…. Se mi consentite la traslazione da un paziente a una motocicletta , vi accorgerete che i due campi presentano molte attitudini. In entrambe le situazioni abbiamo dei segnali provenienti da una o piu’ sorgenti , che vanno trattati , a volte amplificati, e visualizzati su uno schermo ed anche memorizzati su un adeguato supporto. Un sistema di acquisizione dati ha come duplice scopo quello di verificare che la parte monitorata funzioni correttamente ( ad esempio, la pressione dell’olio motore non deve mai scendere sotto un certo valore di
pressione) e di migliorare la prestazione della motocicletta tramite l’analisi dei dati memorizzati Nel nostro caso,quando il pilota rientra al box dopo aver percorso qualche giro durante un turno di prove, mi collego con un cavo ethernet alla centralina che ha memorizzato tutte le informazioni provenienti da tutti i sensori e ,in gergo, eseguo il “download” dei dati. Quanto appena detto, mi permette di correggere un errore molto comune , che anche io commetto e che molti giornalisti o appassionati di motori fanno abitualmente: nell’ambiente motociclistico vengono usati spessissimo i termini telemetria e telemetrista per indicare la figura professionale legata alla gestione e alla analisi dei dati del sistema. Diciamo che il termine telemetria viene usato in maniera impropria poiche’ i dati memorizzati nella centralina ,nel nostro caso, non vengono trasmessi via radio dalla centralina fino al computer , ma vengono trasmessi via cavo, collegando un cavo ethernet, (100mbit/sec) tra centralina e computer. La vera telemetria,quella cioe’ in cui i dati raccolti vengono trasferiti via radio, e’ vietata dal regolamento che governa la MotoGP, mentre invece si tratta di vera telemetria se parliamo di Formula1. A questo punto i dati memorizzati vengono trasferiti nel computer e con un apposito software , vengono visualizzati in forma grafica pronti per essere analizzati e controllati con il duplice scopo di individuare eventuali malfunzionamenti e di migliorare , dove possibile , il rendimento della motocicletta. Pensate alla mole di dati che si ha: ogni centimetro di pista viene memorizzato; in un weekend di gara abbiamo 3 ore di prove libere piu’ 1 ora di prove ufficiali e 20 minuti di warm up la domenica mattina per un totale di circa 1 Gigabyte di informazioni memorizzate (ovviamente la memoria utilizzata dipende dal numero di sensori acquisiti e dalla frequenza di campionamento). I dati maggiormente analizzati sono quelli relativi a particolari curve ,o tratti della pista, in cui il pilota evidenzia delle difficolta’ che possono essere, ad esempio, una instabilita’ troppo marcata in una determinata frenata , oppure la tendenza della motocicletta ad allargare la curva , quindi ad essere tendenzialmente sottosterzante.
Questa parte di analisi e’ la piu’ interessante perche’ mi consente di avere un dialogo molto profondo con il pilota, e mi permette di capire e conoscerne lo stile di guida. Con l’affiatamento che si crea col pilota, gara dopo gara , ho la possibilita’ di prevenirne le richieste e le esigenze, per quel che riguarda il comportamento dinamico della moto; cioe’ siamo in grado di sapere quali sono le sue preferenze a livello di bilanciamento della moto nelle tre fasi di ingresso curva, centro curva e di uscita. Quindi possiamo dire che Colin Edwards preferisce avere piu’ peso sul posteriore, poiche’ carica molto l’avantreno con il corpo, mentre Valentino Rossi, all’opposto, preferisce avere piu’ peso sull’anteriore e gestire la minor trazione del posteriore spostandosi maggiormente con il corpo. Max Biaggi prediligeva una moto molto stabile in ingresso curva, per esaltare le sue doti di elevata velocita’ nella percorrenza della curva, mentre all’opposto, Alexander Barros, prediligeva una moto molto stabile in frenata per esaltare le sue innate doti di “staccatore” . Terminata la fase di analisi, viene fatta una riunione tecnica in cui vengono vagliate ed analizzate tutte le considerazioni scaturite dall’analisi dei dati raccolti. E’ durante questa riunione che vengono quindi prese tutte quelle decisioni che riguardano le modifiche da apportare alla moto ( sia di motore che di sospensioni e geometria) per il turno di prove successivo. In questa fase ci avvalliamo anche dell’ausilio di specifici software di si13
mulazione che simulano il comportamento della moto in seguito alle modifiche apportate, soprattutto per quanto riguarda le strategie di controllo Freno Motore, Traction Control, Anti Wheeling e altre che per ovvi motivi non posso menzionare. Non nascondo che la variabile rappresentata dal peso del pilota, influisce molto in questi calcoli , poiche’ rappresenta circa il 35% della massa totale che si sposta lateralmente a destra e sinistra, e avanti e indietro (la motocicletta pesa circa 150 kg e il pilota circa 70kg, per un totale di circa 220kg). Ricordo che nei primi anni del suo utilizzo, l’ acquisizione dati veniva considerata dai piloti come uno strumento che controllava il loro operato in pista e quindi non era vista di buon grado dalla maggioranza, ma col passare del tempo, questo dispositivo si e’ rivelato importantissimo per la messa a punto del mezzo, tanto che oggi, nessuna squadra che si rispetti puo’ piu’ farne a meno; tantomeno i piloti stessi, che da un anno all’altro, sono molto curiosi di sapere dove hanno migliorato o peggiorato la loro prestazione in pista. Concludo ringraziando ancora il Tribunato, il quale ha deciso di tenere questa Tornata dedicata ai “motori in Romagna” proprio qui a Modigliana, citta’ che si e’ sempre distinta per la sua operosita’ nel settore delle competizioni motociclistiche e si e’ dimostrata, piu’ di una volta,“culla” di quella passione per il “motore” che qui da noi, in Romagna, raggiunge il suo apice. Grazie a tutti
Al nôvi caparëli de’: 24/6/2007
Ing. Franco Sami di Forlì, dirigente del gruppo Hera Prof. Marcello Novaga, docente Università di Padova
Avv. Bianca Barbieri di Novafeltria, libero professionista
Avv. Marco Tupponi di Forlì, libero professionista
Dott. Vittorio Vicini di Ravenna, già Procuratore della Repubblica di Ravenna
Arch. Massimo Bilancioni di Rimini, libero professionista Ing. Ulderico Vicini di Rimini, libero professionista
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Il “Premio Francesco Serantini” per un’opera letteraria (romanzo) di ambiente e sentire romagnoli è un’iniziativa del Tribunato, che ha così accolto la proposta di Marino Serantini, Tribuno, che dotando il premio intende onorare la memoria del grande Padre. Numerose le opere presentate nelle diverse edizioni e molte quelle stampate, arricchendo così il patrimonio letterario della nostra Terra. É stato dato avvio, altresì, sempre d’intesa con Marino, ad un’iniziativa per stimolare la traduzione delle opere di Serantini nelle maggiori lingue.
Una delle più significative tornate, la VIII a Milano, la prima fuori Romagna. Circolo della Stampa, 8 febbraio 1969. A sinistra in primo piano, Giovanni Spadolini.
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Ristorante
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