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Federico Klausner direttore responsabile Federica Giuliani direttore editoriale Devis Bellucci redattore Silvana Benedetti redattore Maddalena De Bernardi redattore Francesca Spanò redattore Paolo Renato Sacchi photo editor Isabella Conticello grafica Willy Nicolazzo grafico Paola Congia fotografa Antonio e Giuliana Corradetti fotografi Vittorio Giannella fotografo Fabiola Giuliani fotografa Monica Mietitore fotografa Graziano Perotti fotografo Emanuela Ricci fotografa Giovanni Tagini fotografo Bruno Zanzottera fotografo Progetto grafico Emanuela Ricci e Daniela Rosato Indirizzo: redazione@travelglobe.it Foto di copertina: Bruno Zanzottera | TOSCANA - Castelnuovo dei Sabbioni Tutti i testi e foto di questa pubblicazione sono di proprietà di TravelGlobe.it® Riproduzione riservata TravelGlobe è una testata giornalistica Reg. Trib. Milano 284 del 9/9/2014 2


EDITORIALE

Referendum: trivelle sì trivelle no

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TRAVELGLOBE

complessiva italiana di gas e di petrolio copre, rispettivamente, l’11,8% e il 10,3% del nostro fabbisogno, includendo tutti i tipi di estrazione. Delle 66 concessioni attive solo 21 sono entro le 12 miglia, ma non ci sono dati riferiti alla loro produzione. Chi vuole l’abrogazione teme la possibilità di incidenti che, in mari chiusi come quelli italiani e in generale il Mediterraneo, possano alterare l’ambiente anche profondamente con gravi ripercussioni sul turismo. Le modeste quantità estratte non valgono il rischio. Chi non la vuole viceversa fa pesare i costi per le maggiori importazioni di combustibile, la perdita dei posti di lavoro e il rischio di maggiore inquinamento causato dal più frequente transito di petroliere. Se SÌ, se NO Se passerà il SÌ, le concessioni non potranno essere rinnovate alla scadenza, anche se il giacimento non fosse esaurito, ma si potrà continuare le estrazioni su terraferma, oppure oltre le 12 miglia. Se invece il referendum non raggiunge il quorum, oppure passa il NO, le richieste di rinnovo delle concessioni saranno valutate ed eventualmente prorogate. Noi di TravelGlobe Vogliamo fare un discorso più ampio, a prescindere da polemiche partitiche o economiche, e parlare di Politica. Di politiche energetiche, che dovrebbero puntare sulle fonti di energia rinnovabile, anziché sullo sfruttamento di quelle fossili. Di politiche ambientali sottoscritte recentemente alla conferenza sul clima di Parigi da 195 Paesi, che si sono impegnati a limitare il riscaldamento globale in 1,5 °C entro il 2020, varando contemporaneamente un piano di aiuti da 100 mld all’anno in favore dei Paesi in via di sviluppo. Di politiche turistiche che l’Italia dovrebbe adottare, investendo in questo campo, dove abbiamo la fortuna di una stagionalità annuale, di coste e montagne stupende, di città d’Arte, che il mondo ci invidia, anziché rischiare di rovinarle irrimediabilmente. Per questo motivo ci schieriamo per il SÌ al referendum insieme a Legambiente senza se e senza ma, contro tutta la disinformazione e i giochetti messi in campo per evitare di raggiungere il fatidico quorum e invitiamo i nostri lettori a fare altrettanto.

Il 17 aprile si terrà referendum del per impedire il rinnovo delle concessioni petrolifere. Essendo un fatto che riguarda l’ambiente e noi tutti, TravelGlobe vuole fare un po’ di chiarezza a prescindere dalle polemiche partitiche, di cui non si interessa. Il quesito Al di là delle questioni tecniche – è il primo referendum chiesto non dai cittadini, ma da alcune regioni e associazioni ambientaliste - e della solita cervellotica esposizione del quesito, per cui al referendum abrogativo si deve rispondere SÌ se si intende NO (cioè si è contrari) e viceversa, la domanda è sostanzialmente la seguente: volete che quando scadranno le concessioni per l’estrazione di idrocarburi nelle acque italiane entro le 12 miglia dalla costa, l’estrazione venga fermata anche se nei giacimenti ci sono ancora idrocarburi? È in gioco solo il loro eventuale rinnovo, in quanto il comma 17 del D.L. 152 impedisce nuove attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi, di qualunque genere, entro le 12 miglia, mentre quelle oltre o sulla terraferma non sono oggetto del referendum. Un po’ di numeri Le stime della quantità di petrolio nel sottosuolo italiano a fine 2012 sono di 82,1 milioni di tonnellate di riserve certe (599 milioni di barili), 100,8 di riserve probabili e 55.3 di riserve possibili, che ci collocano al 4°posto in Europa dopo Norvegia (5366 milioni di barili), Regno Unito (3122) e Danimarca (805). Oltre a 59.4 miliardi di m3 di riserve certe; 63.4 miliardi di riserve probabili e 21.7 miliardi di riserve possibili di gas naturale. Nel 2012 l’Italia ha avuto una produzione giornaliera media di petrolio di 105.000 barili al giorno, collocandosi ancora al quarto posto in Europa, dietro Norvegia (1.913.000 barili/g), Regno Unito (950.000), Danimarca (201.000). Attualmente il costo al barile è pari a 41 US$. Chi dice sì, chi dice no Secondo i calcoli di Legambiente, le piattaforme soggette a referendum coprono meno dell’1% del fabbisogno nazionale di petrolio e il 3% di quello di gas. Se le riserve marine di petrolio venissero usate per coprire l’intero fabbisogno nazionale, durerebbero meno di due mesi. Secondo i calcoli del Comitato Ottimisti e razionali, invece, la produzione


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S O M M A R I O

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EDITORIALE di Federico Klausner ITALIA

Natura morta

Foto e testi di Bruno Zanzottera polonia

Effervescente Varsavia

Foto e testi di Vittorio Giannella Egitto

I funamboli

Foto di Emanuela Ricci Testi di Florisa Sciannamea

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NEWS portogallo

Un tram chiamato desiderio

Foto e testi di Bruno Zanzottera Italia

I trabucchi, trappole d’autore

Foto e testi di Vittorio Giannella Direttore del mese Federica Giuliani e Federico Klausner LEGENDA

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| Natura morta

Un viaggio attraverso le tracce lasciate dall’uomo nei borghi dimenticati, sparsi nella nostra penisola. Per scoprire la poesia della memoria, che si esprime attraverso casuali readymade duchampiani.

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Borghi disabitati, villaggi fantasma, rioni crollati. Piccoli insediamenti abitativi risalenti a varie epoche, dal medioevo in poi, hanno costituito la struttura portante della distribuzione demografica di molte zone d’Italia. Questo fino agli anni immediatamente successivi alla II Guerra Mondiale, quando iniziò, per vari motivi, il progressivo svuotamento di molti piccoli paesi. Ci si può meravigliare di trovare un paese o un villaggio fantasma, ma in realtà dati recenti parlano di 5838 paesi abbandonati, una cifra impressionante che la dice lunga sull’abbandono del territorio rurale e la successiva concentrazione nelle aree urbane di buona parte della popolazione italiana.

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Esemplare il caso di Craco, in provincia di Matera: un paesino medievale posto a 391 metri d’altitudine. Nel 1963 una frana ne distrusse la parte sottostante, dando inizio al lento abbandono dei quasi duemila abitanti. Qualcuno ci abitava ancora nel 1978, quando il regista Francesco Rosi vi arrivò per girare ‘Cristo si è fermato a Eboli’. Il terremoto del 1981 gli diede il colpo di grazia e anche gli ultimi abitanti fecero le valige, tra loro Antonio Duca con la moglie, i tre figli e le 400 capre. La sua posizione spettacolare, abbarbicata su uno sperone roccioso in mezzo all’erosione dei calanchi, ha fatto di Craco un set cinematografico ideale. Dopo Rosi molti altri hanno utilizzato il borgo come scenografia per i propri film.

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Doppia pag. precedente. Il borgo di Roghudi sull’Aspromonte, abbandonato nel 1973 dopo 2 disastrose alluvioni. L’idea di questo reportage mi è venuta dopo aver visto “Il vento fa il suo giro”, il film di Giorgio Diritti, che ha come protagonista un borgo alpino in via di spopolamento, abitato ormai unicamente da anziani. Il titolo del film è la traduzione di un proverbio occitano il cui significato è “tutto ritorna”. Con il giornalista Claudio Agostoni ho cercato la veridicità di quel proverbio. Quella dello spopolamento è una realtà diffusa a macchia di leopardo in tutta Italia, il preambolo di un processo, che inesorabilmente porta all’abbandono.

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L’operazione “case fantasma”, conclusasi recentemente dopo sette anni di lavoro dell’Agenzia delle Entrate, ci ha restituito una immagine attendibile della geografia dell’abbandono in Italia. Sono stati censiti 1,26 milioni di unità immobiliari da accatastare, per il 34,4% abitazioni. Non solo case fantasma, ma interi borghi perduti feriti da terremoti e alluvioni, svuotati dall’emigrazione, sommersi dai laghi artificiali delle dighe: sono le bandiere di un’Italia remota, che c’era e non c’è più. L’uomo ha fatto la storia del territorio colonizzandolo. Ma questo collegamento tra paesaggio, uomo e natura, ha anche permesso al territorio, quando l’uomo se ne è andato, di prendersi una rivincita.

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È la convivenza di due categorie del romantico: cultura e natura. Le storie che hanno portato alla nascita di queste ghost town sono molteplici, ma la responsabilità è quasi sempre umana, anche quando i motivi sono apparentemente naturali. Frane e alluvioni sono spesso ascrivibili a una cattiva gestione del territorio da parte dell’uomo. Illuminante il caso di Roscigno Vecchia. È un borgo nel cuore degli Alburni, nel Cilento, che fu sgomberato agli inizi del ‘900 per via di un’ordinanza del Genio Civile, per la minaccia di una frana che si credeva potesse radere al suolo l’intera cittadina.

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Da anni l’unico abitante è Giuseppe Spagnulo, un arzillo vecchietto che vive circondato da una comunità di gatti. È il sindaco virtuale di questa Pompei moderna e gestisce un piccolo museo dedicato alla civiltà contadina. Per ogni visitatore ha un aneddoto da raccontare e una fede politica da ostentare: sono passati più di 150 dall’Unità d’Italia, ma lui continua ostinatamente a dichiararsi filo borbonico. “Dal Regno delle Due Sicilie” ripete con il suo vistoso accento “siamo passati non all’Unità d’Italia, ma ad assurd’Italia”. Difficile dargli torto vedendo come si lascia morire un gioiello come Roscigno Vecchia.

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Doppia pag. precedente. San Paolo in Alpe venne abbandonato assieme ad altre frazioni del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi negli anni ‘60 quando la gente si trasferì nelle città andando a lavorare in fabbrica. Sopra: Il 13 aprile 1944 venivano massacrati Galimberti Gina di anni 26 e i teneri figli Rodolfo e Piero. Così recita l’epitaffio su una delle molte tombe del cimitero di Vallucciole, un borgo dell’Appennino aretino bruciato per rappresaglia da SS e repubblichini nella II Guerra Mondiale. Vallucciole può considerarsi un museo della follia umana. Vi morirono 108 tra donne, bambini e anziani. Uno dei tanti casi in cui le “ghost towns” diventano “die towns”. Drammatica traccia di un’Italia remota, che non vuole dimenticare il sacrificio di molte persone innocenti, vittime del nazifascismo.

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Il tabernacolo della piccola chiesa di Casanova dell’Alpe nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna. La croce di stoffa ricamata testimonia la devozione delle popolazioni di questi territori montuosi, dove gli abitanti vivevano di allevamento e agricoltura. Nel Parco diversi borghi vennero completamente abbandonati tra il 1960 e 1970, quando il richiamo delle fabbriche e delle grandi fattorie della pianura, che promettevano una vita meno dura, si fecero irresistibili per i pochi abitanti, che ancora si ostinavano ad abitare la montagna.

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Qui sotto i resti della chiesa di Toiano, con le pareti di un intenso turchese, ricordano il tragico mistero che avvolge la storia di questo piccolo borgo medievale, abbandonato nel cuore della Toscana. La morte di Elvira, una ragazza che il 5 giugno 1947, giorno del Corpus Domini, venne brutalmente assassinata in un bosco adiacente al borgo. Del delitto fu incolpato ingiustamente il fidanzato, che venne rilasciato dopo 24 mesi di detenzione, ma il vero colpevole non fu mai trovato. Il volto sorridente della bella contadina oggi è visibile sul ceppo di marmo che la ricorda, lungo la strada tra Palaia e Toiano.

A fianco: nelle Alpi Apuane, molte cave di marmo si trovano in uno stato di totale abbandono. Con loro sono morti anche i villaggi abitati da cavatori e scalpellini o come Col di Favilla, i cui abitanti si dedicavano anche all’estrazione del tannino dal castagno, per l’industria delle concerie del pisano. Negli anni ‘60, la costruzione di una strada alternativa, lasciò il borgo completamente isolato da qualunque tipo di traffico commerciale, decretandone la sua morte. Doppia pag. seguente. La chiesa di Monterano nel Lazio. Il borgo venne abbandonato nel 1799 dopo un saccheggio da parte delle truppe francesi.


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Doppia pag. precedente. Lo scheletro in cemento armato del minareto di quella che fu la ‘Città dei Balocchi’ di Consonno. Qui sopra: Consonno sorse probabilmente nel Medioevo e rimase un piccolo borgo agricolo di 200-300 abitanti fino agli anni ‘40. Dal dopoguerra in poi cominciò a spopolarsi, arrivando a contare non più di 60 abitanti verso la fine degli anni ‘50. Nel 1962 l’industriale Mario Bagno comprò l’Immobiliare Consonno Brianza, che possedeva tutte le abitazioni del borgo. Il paesino venne completamente demolito, eccetto la chiesa, una casa adiacente e il piccolissimo cimitero, e gli abitanti rimasti furono costretti ad andarsene.

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Al posto dell’antica Consonno, nel delirio del nuovo proprietario, sorse una sorta di piccola Las Vegas della Brianza. Furono costruiti edifici dalle più svariate forme architettoniche: una galleria commerciale arabeggiante, una pagoda cinese, un castello medievale, e un ristorante a forma di fortino con camerieri in livrea da cow boys. Dopo la curiosità iniziale, la nuova Consonno cadde nell’oblio e nell’abbandono ancor prima di essere completata. Oggi è diventata il paradiso di graffitari ed organizzatori di rave party. Le sue bizzarre architetture semi sommerse dalla vegetazione, la rendono una scenografia ideale per film apocalittici ambientati in un futuro abbandonato dalla civiltà.

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Come a Roscigno Vecchia, anche il piccolo borgo occitano di Balbencia vanta la presenza di un unico abitante. Si chiama Franco Ribet e ha 75 anni. Ha lavorato in miniera come molti degli abitanti passati (un centinaio nel suo massimo), poi si è trasferito a Torino per lavorare alla Fiat e successivamente in Svizzera. Ma dal 1975 è tornato qui, vivendo in prima persona lo spopolamento del suo villaggio. Non si è mai sposato e preferisce stare solo, in compagnia del suo cane e di un capriolo che in inverno viene sempre davanti a casa sua in cerca di cibo.

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Se la casa di Franco Ribet è l’unica ancora abitata di Balbencia. Le altre racchiudono ricordi di vite passate. Una sedia, una cesta per la legna, una bombola del gas in penombra, sono preziose informazioni su chi, in questi luoghi, ha passato la propria vita e forse un giorno ha lasciato ammaliato dalla città. Pagine successive: in una casa di Brondino, mi accoglie una tavola imbandita con tovaglia e stoviglie, come se gli antichi abitanti fossero fuggiti all’improvviso, oppure una mano invisibile avesse apparecchiato in attesa del loro ritorno. Un letto in ferro battuto, le panche della piccola chiesa del borgo, sono solo alcune delle centinaia di testimonianze della vita di un tempo. Anche vecchi giornali e una bottiglia di vermouth sono preziosi testimoni degli ultimi periodi di vita di un borgo. Marchi scomparsi con gli abitanti, di cui si è perso il ricordo.

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Doppia pag. precedente. Il borgo di Monteruga nel Salento. Costruito durante il ventennio fascista venne definitivamente abbandonato negli anni ‘80. Qui sopra: il nome di Gairo sembra derivi dalle parole greche “ga” e “roa”, ovvero “terra che scorre”. La sua storia tormentata inizia a fine ‘800, quando una serie di violenti nubifragi, che culminarono con la terribile alluvione del 1951, provocarono frane e smottamenti. Il paese non era più sicuro, e si decise di abbandonarlo per ricostruirlo altrove. Oggi tutto è rimasto come il giorno dopo l’abbandono, con le mura interne delle case colorate di rosa per le cucine e d’azzurro per le camere, come testimonia la signora Deida, nata in questo borgo e oggi trasferita nella nuova Gairo, sorta nella parte più alta della montagna.

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I vecchi abitanti di Gairo sono rimasti affezionati all’antico nucleo e, nelle parti esterne alle abitazioni in rovina, in molti hanno ricavato degli orti. In questo modo possono tornare quasi quotidianamente al loro vecchio borgo per alimentare i ricordi della loro vita precedente.

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Verso la metà dell’800 la miniera di Monte Narba divenne uno dei principali giacimenti di piombo e argento d’Italia. Il villaggio fu costruito nel 1864, quando nella miniera vi lavoravano circa 900 operai. Era una vera e propria cittadina con il telefono, l’energia elettrica, le case per gli impiegati e i dirigenti, un ospedale, la falegnameria e l’officina meccanica. Nel 1935 venne revocata la concessione decretando anche l’abbandono del villaggio. Oggi nell’ufficio amministrativo è ancora possibile ammirare le pareti e i soffitti affrescati. Questi risalgono al 1916 quando, durante la prima guerra mondiale, vi venne ospitato un contingente di prigionieri austriaci. Un giorno per vincere la noia, un maggiore diede libero sfogo alla sua creatività, decorando questi palazzi.

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14 gennaio 1968, ore 13.28: è la prima scossa di un violento terremoto che si abbatte sulla valle del Belice tra Agrigento, Trapani e Palermo, distruggendo innumerevoli paesi. Poggioreale fu uno dei centri maggiormente colpiti e venne completamente abbandonato, i suoi abitanti vissero in baracche con tetti di eternit per decenni, prima della costruzione del nuovo borgo a una decina di chilometri di distanza. Ma nel vecchio paese tutto si è fermato all’ora del sisma.

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Villaggio Asproni era il nucleo abitativo della miniera di Seddas Moddizis. Il suo nome era quello del fondatore, l’ing. Giorgio Asproni, che aveva acquisito la miniera a fine ‘800. Fondato nel periodo d’oro della miniera, il villaggio era abitato dalla famiglia Asproni e dai dipendenti. Era costituito da alcune case, uno spaccio, la chiesa, gli uffici della direzione, la villa dell’ingegnere, la scuola e altri piccoli edifici. Venne abbandonato quando la miniera entrò in crisi nella seconda metà del ‘900.

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Nel corso degli anni le case del villaggio sono state utilizzate come ricovero per gli animali e durante la mia visita, una pecora solitaria spuntò dall’interno di uno dei pochi camini lasciati intatti dai vandali. I pavimenti di quella che un tempo era la lussuosa villa dell’ingegnere sono oggi ricoperti da escrementi ovini. In quanto borgo fantasma, il Villaggio Asproni ha anche un vero e proprio fantasma. Secondo la tradizione popolare, di notte vi appare lo spettro del Cavalier Toro, un importante personaggio di Gonnesa dei primi del ‘900. Io ci sono andato in una notte di luna piena, sotto un cielo ricoperto da miliardi di stelle, ma il cavaliere non si è mostrato. Doppia pag. successiva. Il borgo di Poggioreale colpito dal terremoto del 1968 nella Valle del Belice.

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Scurati è un piccolo borgo nel comune di Custonaci in provincia di Trapani, che venne costruito in una grotta. È uno spettacolo unico nel suo genere: case, cappella, stalle e attività commerciali primarie sono tutte concentrate in questa cavità naturale. Lo spopolamento avvenne intorno agli anni ’50, causato dall’emigrazione in cerca di fortuna. Scurati ritrova però il suo alito vitale durante il periodo natalizio. La sua posizione del tutto particolare, ne ha fatto la scenografia ideale per la realizzazione di un presepe vivente. Così per alcuni giorni all’anno le pietre del borgo tornano a animarsi delle attività e delle voci dei pronipoti di chi versò il proprio sudore all’interno di queste abitazioni semi-trogloditiche.

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INFO UTILI Foto di Bruno Zanzottera testi di Bruno Zanzottera e Claudio Agostoni Negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale è cominciato il sistematico abbandono del territorio italiano. La necessità di trovare lavoro altrove, infrastrutture che privilegiavano sempre più le città, oltre a cause naturali, hanno portato allo svuotamento di molti borghi. Con l’abbandono del territorio da parte degli uomini, la natura si è riappropriata degli spazi sottrattegli. Gli alberi, per esempio, non essendo più tagliati dall’uomo hanno aumentato le loro dimensioni e le foreste son potute diventare più vecchie. I cinghiali sono aumentati sino a diventare, secondo gli ‘indigeni’, un problema. In crescita anche ungulati come caprioli, daini e cervi. Ornitologi attivi sugli Appennini hanno rilevato l’aumento della fauna tipica delle foreste, rilevando ricolonizzazioni di uccelli tipica-

mente alpini, come il picchio nero a spese di tutti quelli legati ai sistemi agricoli, fringillidi come il culbianco e il codirossone, oggi scomparsi. Scampoli di torri campanarie offrono invitanti spazi per costruire nidi, strade urbane ricoperte da folti manti erbosi diventano nuovi terreni di pascolo, abitazioni diroccate con gli intonaci ancora tinteggiati si offrono come tana per branchi di cani randagi o stormi di pipistrelli. Il nostro viaggio ha attraversato tutta la penisola, dalle Alpi alla Sicilia, e ha portato alla luce le storie di questa geografia dell’abbandono, che investe l’intero territorio nazionale. Borghi abbandonati che oggi cercano di rivivere grazie all’impegno di nuovi abitanti oppure di qualche caparbio residente, che non ha mai accettato di abbandonare il suo villaggio natale.

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| Un tram chiamato desiderio

Si chiamano 28 e 12 i vecchi, celebri tram di Lisbona che si arrampicano sferragliando in vicoli dove passano a fatica. Carichi di turisti, attraversano una cittĂ viva e decadente, accompagnati dalle note del fado.

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Apertura: il celebre tram 28 si arrampica sferragliando negli stretti vicoli di Lisbona. Doppia pagina precedente: panoramica sul popolare quartiere dell’Alfama con la chiesa di Santo Estevão, dal Miradouro de Santa Luzia. Gli elètricos e le funicolari sono uno dei tratti caratteristici di Lisbona. Impossibile immaginare la città senza i vecchi tram che l’attraversano da una parte all’altra, lungo le stradine che dal popolare quartiere dell’Alfama conducono verso il Bairro Alto. Stradine tanto strette da lasciare pochi centimetri tra i mezzi e le abitazioni. Gli elètricos sono anche il mezzo preferito dai ragazzi di Lisbona che si aggrappano all’esterno, per farsi trasportare gratuitamente da veri ‘portoghesi’.

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Un musicista di strada al Miradouro de Santa Luzia nel popolare quartiere dell’Alfama. Donna Lisbona è una nobile decaduta, dalla pelle rugosa e dorata dal sole. La sua bellezza è così drammatica che su di lei non si può fare dell’ironia. E il quartiere di Lisbona su cui ancor meno si può fare ironia è l’Alfama, un quartiere

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che assomiglia alla lingua portoghese. Una lingua le cui parole, non di rado, arrivano da lontano. Come l’alface (lattuga), che deriva dall’arabo alhasa, utilizzata per coniare l’espressione alfacinha, il soprannome con cui sono stati battezzati gli abitanti di Lisbona.

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Una signora della Mouraria, posa a fianco del ritratto che le ha scattato la fotografa Camilla Watson nel suo progetto ‘A Tribute’, dedicato agli abitanti dello storico quartiere, dove vennero confinati i musulmani dopo la ‘Reconquista’. La fotografa inglese ha aperto il suo studio proprio nel centro del quartiere e ha deciso di fotografarne gli abitanti, appendendone le fotografie per le strade a fianco delle loro abitazioni. ‘Questa zona popolare nel centro di Lisbona è densamente abitata da persone anziane. Quando mi trasferii qui, tutti gli edifici e le stradine del quartiere erano vecchi di centinaia di anni. Vidi immediatamente il legame tra gli anziani e le abitazioni. Sentivo che il loro spirito stava nelle pareti.’

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‘Decisi così di fotografarli ed esporli proprio sulle mura delle loro stesse abitazioni. Esistono barriere tra le gallerie d’arte e le persone ritratte, nessuna di loro si recherebbe in questi spazi, mentre ognuno si sente orgoglioso di essere esposto proprio sulla strada del suo quartiere. Anche i turisti apprezzano molto questa esposizione fotografica per strada. Probabilmente osservare gli abitanti ritratti da me ed esposti sulle pareti delle case li avvicina maggiormente alla comunità’.

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Cova da Moura è una vera e proprie enclave afro nella periferia lisboeta, a pochi chilometri da Benfica, il quartiere reso famoso dallo stadio dell’omonima squadra di calcio. Con il treno ci si arriva in dieci minuti, partendo dalla stazione del Rossio (si scende a Santa Cruz - Damaia). Negli anni ’70 era un barrio senza acqua ed energia elettrica, arrivate solo nel 1990. Oggi ci vivono circa 8000 persone: più del 60 % sono capoverdiani, gli altri portoghesi o di altre ex colonie africane. La metà degli abitanti di questo quartiere ha meno di 20 anni e i loro idoli sono Bob Marley e Tupac Shakur, i cui ritratti campeggiano in enormi murales piazzati agli ingressi del quartiere.

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Come in Africa, visto che è un lavoro semplice (in pratica bastano solo un paio di forbici), a Cova de Moura ci sono 31 parrucchieri, con clienti che arrivano da tutta Lisbona per i prezzi estremamente convenienti. Ma ci sono anche 27 ristoranti rigidamente afro (doppia pag. precedente) e molti bar. Sulla parete di quello dell’associazione culturale Moinho da Juventude campeggia un grande ritratto di Nelson Mandela con una sua frase: ‘L’educazione è l’arma più potente con cui poter cambiare il mondo’.

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Lisbona si sta affermando come una delle metropoli piĂš ricercate da parte dei giovani artisti dei graffiti. La municipalitĂ ha dedicato loro grandi spazi per esprimere la propria arte. I turisti e i cittadini di Lisbona che salgono lungo la funicolare da Gloria, che collega la cittĂ  bassa con il Bairro Alto, si trovano di fronte alla Galeria de Arte Urbana, dove grandi pannelli vengono periodicamente rinnovati dagli artisti della bomboletta spray come fossero scenografie teatrali. Il progetto Crono ha commissionato a vari artisti la copertura di intere facciate di palazzi in stato di abbandono con giganteschi graffiti. 65


L’ elètrico numero 28 è il tram di Lisbona dal percorso più spettacolare. Il suo è il tragitto più lungo della capitale. Parte da Praca Martim Moniz, prosegue attraverso Graça e il quartiere storico di Alfama. Il tram poi scende oltre la cattedrale Se, la chiesa di S. Antonio ed entra nel lato meridionale di Baixa. Da qui risale verso il quartiere dei teatri di Chiado, Bairro Alto e termina alla Basilica di Estrela. La sezione orientale è la meta preferita dai turisti, poiché il tram passa attraverso Alfama, il quartiere più antico della città e si ferma vicino a molte delle principali attrazioni turistiche di Lisbona. A destra. Il proprietario di Os Amigos da Severa una tasca storica di fado nel quartiere della Mouraria.

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Sempre dall’altra sponda del Mediterraneo è stata importata anche la parola Mouraria. Arriva da mouro, moro. E come la lingua portoghese, è un universo meticcio, dove piccole strade acciottolate sfociano in vicoli ciechi, e palazzi esteriormente in rovina ospitano pareti di azulejos senza tempo. I suoi vicoli, a differenza di quelli


dell’Alfama, non sono battuti dagli elètricos, i caratteristici tram vintage di Lisbona. Su questi irti vicoli ci si inerpica a piedi, proprio come facevano i mori che avevano ottenuto in concessione il quartiere dopo che, nel 1147, Don Alfonso Henriques aveva riconquistato la città agli arabi.


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Nel XIX secolo la Mouraria era conosciuta per le sue prostitute, le squallide tascas e i locali di fado. Non è un caso che proprio alla Mouraria nacque Maria Severa Onofriana, colei che viene identificata come la prima fadista. Una targa su un palazzo in Largo Severa, ricorda la sua figura ai passanti. E quasi tutte le sere in una piccola tasquinhas, che non casualmente si chiama Os Amigos da Severa, giovani fadisti come Fernandez Ruca (ritratto sulla porta del locale) fanno rivivere le sue canzoni, mentre il pubblico degusta bicchierini di ginginha, il classico liquore portoghese da bere tutto d’un fiato, con o senza ginjia, la ciliegia.

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Doppia pagina precedente. Il locale Verde Preto nel quartiere della Mouraria. A sinistra: un calzolaio della Mouraria espone alle pareti le foto e i suoi disegni dedicati al fado e alla storia del Portogallo. A destra, l’Elevador de Santa Justa. Fu costruito all’inizio del XX secolo dall’ingegnere Raoul Mesnier du Ponsard che utilizzò alcune delle tecniche usate in Francia per la costruzione della Tour Eiffel. Realizzato per mettere in comunicazione la Baixa con il Bairro Alto, l’ascensore superava un dislivello di 30 m e per l’epoca fu considerata un’opera avveniristica. La sua struttura in ferro e l’architettura neogotica ne hanno fatto una delle attrazioni turistiche di Lisbona.

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Gli elètricos sono un’altra delle attrazioni turistiche di Lisbona. I primi due modelli con accumulatori vennero testati nel 1887, ma la vera e propria inaugurazione della trazione elettrica, che sostituì le carrozze trainate da cavalli, risale al 1901. Oggi sono 5 le linee in funzione con i vecchi tram che, oltre ad essere un richiamo per i turisti, svolgono ancora un servizio importante per gli abitanti di Lisbona, essendo molte stradine dei quartieri dell’Alfama o del Bairro Alto intransitabili per le moderne vetture più ingombranti.

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Scendendo una scalinata dai muri ‘affrescati’ per omaggiare il fado, si arriva a quello che era l’antico Mercado Chão, e che oggi è un parcheggio molto particolare. Per dipingere le pareti del garage la municipalità ha chiamato 5 artisti di strada che hanno dato libero sfogo alla propria creatività. C’è chi ha raccontato i mille volti della città, chi si è richiamato ad una sorta di scrittura primitiva ispirata alle divinità della terra o chi ha mischiato personaggi dell’immaginario popolare con eroi della mitologia greca. Ma insieme hanno dato anima ad uno spazio anonimo dove parcheggiare la propria auto. All’ultimo piano vi è un’immensa terrazza che regala una splendida vista sulla Baixa lisboeta e sul Tejo. Doppia pagina seguente. P.za Dom Pedro IV con il Teatro Nazionale Dona Maria II.

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Se andate di sabato sera a Cova da Moura troverete strade piene di bracieri su cui si grigliano spiedini di pollo e frattaglie di maiale. La sensazione di trovarsi tra Angola e Guinea Bissau è fortissima. Nei bar improvvisate orchestrine mischiano vecchie coladere importate da Capo Verde


con del funky senza tempo. Tirare l’alba, tra un piatto di cachupa (fagioli, miglio e piccoli pezzetti di pesce o di carne) e un bicchiere di succo di tamarindo, cullati da una morna o da un rap creolo, equivale ad avere la conferma definitiva che la Lisbona odierna non è solo fado e baccalà .


Più turistico della Mouraria, il Bairro Alto è l’altro polo d’attrazione per gli amanti del Fado. Secondo un vecchio detto il fado è una ferita che canta. Per saperlo interpretare non bisogna quindi essere dei professionisti, basta avere sull’anima le cicatrici che la vita dispensa con generosità. Ogni sera alle 19 in un teatro del quartiere va in scena lo spettacolo ‘Fado in Chiado’. Se però volete qualcosa di più autentico, restando al Barrio Alto, potete cercare di entrare alla Tasca do Chico. Qui, quasi tutte le sere, a partire dalle 21 e sino a notte fonda, i migliori interpreti del fado vadio si esibiscono in mini concerti. Per un aperitivo imperdibile è il famoso caffé A Brasileira (in basso a destra) frequentato da Fernando Pessoa, la cui statua in bronzo è seduta ad un tavolo esterno.

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Lo Chapitò è un progetto socio-culturale che si auto-definisce “uma retaguarda cultural e uma vanguarda humanista”. Ideato da Teresa Ricou, un’artista nota con il nome del personaggio che ha creato, il pagliaccio Tetè, lo Chapitò ha sede in un palazzo dell’800, che in passato ha ospitato il carcere minorile di Lisbona. L’idea iniziale di Teresa era quella di recuperare i bambini dalla strada e portarli in un posto dove ci fosse cultura e istruzione, anche sotto forma di gioco. Oggi, per il suo essere molte cose, è un posto difficile da definire: centro di formazione, scuola di circo, biblioteca, bar, un grande ristorante con due terrazze esterne e uno spazio interno, dove si può cenare a lume di candela.


INFO UTILI Foto e testi di Bruno Zanzottera Centro Comercial da Mouraria. Rua Senhora Saúde, sull’estremità orientale di piazza Martim Moniz. Metrò Martim Moniz. Os Amigos da Severa. Rua do Capelão, 32. Mouraria. Tel. +351 939 322477. Aperta dalle 6 di mattina alle 2 di notte. Cantinho do Aziz. Rua de Sao Lourenco, 5. Mouraria. Tel. +351 218 876472. Aperta dalle 10 alle 24. A Cartuxinha. Rua das Farinhas, 7. Tel. +351 964 972956. Aperto dalle 12 alle 2 di notte. 05.- São Cristovão. Rua de São Cristovão, 28-30. Mouraria. Tel. +351 914 752102. Aperto dalle 11 alle 24. Cantina Baldracca. Rua das Farinhas, 1. Mouraria. Tel. +351 918 751784. Aperta dalle 12 alle 15 e dalle 19 alle 24.

Bar Restaurant Das Imagens. Calçada Marquês de Tancos, 1. Castelo. Tel. Tel: +351 218 884 636. Bar Restaurant Verde Preto. Rua Costa do Castelo 2626a, Castelo. Tel. + 351 218 870488 Chapitò. Costa do Castelo 7. Tel. +351 218 875 077 Casa Museu Amália Rodrigues. Rua São Bento, 193. Tel. +351 213 971 896. Aperto da martedì a domenica dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 18. Ingresso 5 Euro. Fado in Chiado c/o Cine Theatre Gymnasie. Rua da Misericòrdia, 14 (2° piano). Tel. +351 961 717778 O Faia. Rua da Barroco, 56. Bairro Alto. Tel. +351 213 426742. Tasca do Chico. Rua do Diário de Notícias, 39. Bairro Alto. Tel. +351 213 431040.


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| Effervescente Varsavia

Lontana l’era comunista, la capitale della Polonia è ora una città vibrante e colta. Nuovi edifici di archistar, conservatori e splendidi musei, accanto a storici palazzi, ne caratterizzano il panorama. E la sera rock!

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In apertura: una piccola Trabant vintage parcheggiata in una piazza di Varsavia. Doppia pagina precedente: Plac Zamkowy e il castello, ex sede dei re e delle autorità della repubblica polacca (dal sec. XVI). L’immensa struttura fu distrutta durante la II Guerra Mondiale e ricostruita in seguito con la quasi totalità dei frammenti rimasti. Oggi è un museo che ospita importanti opere d’arte. Varsavia da qualche anno è una capitale estremamente dinamica, effervescente, tra le più trendy d’Europa e la Polonia è il paese su cui l’Europa punta di più:74 miliardi di euro stanziati per il periodo 2014-2020, la fetta più grande di fondi comunitari.

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Il governo stanzia risorse importanti per la riconversione di ex edifici industriali e in politiche per i giovani under 35, progettando luoghi di aggregazione, sperimentazione e iniziative culturali. Ex fabbriche un tempo diroccate da qualche anno sono state ristrutturate per convertirle in fucine di idee e progetti per giovani intraprendenti. Una giovane violinista di strada suona davanti al museo dedicato a Fryderyk Chopin, l’abitante più famoso di Varsavia. Un museo moderno, multimediale, interattivo e con oggetti legati al grande compositore, come l’ultimo pianoforte. Per gli appassionati è possibile assistere a concerti nel verde parco Lazienki da metà maggio a fine settembre.

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Doppia pagina precedente: la città vecchia di Varsavia (risale al XIII sec) è il luogo dove gli abitanti si danno appuntamento. E ’sito UNESCO dal 1980. Qui sopra: muri rimanenti del ghetto in via Sienna Slota. Prima della guerra gli ebrei costituivano il 30% degli abitanti di Varsavia. Era il secondo nucleo in Europa e il quarto al mondo, dopo New York, Mosca e Chicago, di popolazione ebrea. Tra questi muri e in queste vie sovraffollate hanno abitato Izaac Bashevis Singer, scrittore vincitore del premio Nobel per la Letteratura nel 1978, Ida Kamunska, famosa attrice e Wladyslaw Szpillman pianista e compositore. A destra: murales nazionalisti nel quartiere Praga-Fabrika.

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Doppia pagina precedente: la splendida vista dal 30° piano del palazzo della Cultura, e a sinistra il grattacielo Zlota44 da poco inaugurato, che spezza l’orizzonte piatto, opera dell’architetto polacco Daniel Libeskind, lo stesso che ha ricostruito gli spazi dell’ex World Trade Center di New York dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. La struttura avveniristica a forma di vela, alta 192 metri, è visibile da ogni angolo di Varsavia. Qui sopra: un muro in bronzo abbellisce l’esterno della biblioteca dell’Università di Varsavia. Con grande uso di vetro e finestroni l’interno della struttura si affaccia sul ponte in acciaio Switokrzyski, che in modo elegante attraversa il fiume Vistola.

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Un angolo della bellissima struttura che ospita dall’aprile 2013 il Museo della Storia Ebraica polacca. Un moderno edificio in vetro progettato da un team di architetti finlandesi, in un luogo che si trovava al centro del quartiere ebraico di Varsavia. Ogni singolo pannello di vetro porta incise lettere ebraiche e la grande entrata all’edificio evoca il biblico passaggio del mar Rosso con Mosè.

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Le decine di saloni del castello di Ujzdowski, immerso in un parco di alberi secolari, da anni ospitano il Centro di arte contemporanea di Varsavia, che la direzione del professor Fabio Cavallucci, ha contribuito a rilanciare dopo anni in sofferenza. Spazi dedicati alle arti visive di diversi generi con numerose mostre, eventi che toccano svariati ambiti culturali polacchi e stranieri di artisti celebri o poco conosciuti.

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La Polonia è la nazione europea che sta investendo maggiormente nel sistema di musei, spazi off, gallerie. Varsavia oggi è un enorme cantiere in movimento in cui si respira un’atmosfera effervescente. Una città vivace dove gli artisti trovano molti spazi a disposizione per proporre le loro performance ai tanti giovani che li seguono. Nella foto una sala affollata del MoMA, il museo di Arte Moderna, all’ombra degli svettanti grattacieli del centro direzionale, luogo simbolo della città moderna, della Polonia del terzo millennio.

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Il Varsavia Centrum attorniato da scintillanti grattacieli di vetro e acciaio e architetture futuristiche. Sottoterra labirinti di negozi, ristoranti per tutte le tasche, gallerie e la stazione ferroviaria. Qui si avverte la Varsavia estremamente dinamica, con costruzioni moderne progettate da famosi architetti polacchi e stranieri, che prendono forma in pochi mesi. La cittĂ ha voltato pagina: ha lasciato definitivamente il passato burrascoso per diventare una cittĂ  proiettata al futuro.

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Secondo molti il colore che descrive meglio Varsavia è il verde, cosa eccezionale tra le caotiche capitali europee. Infatti un quarto del territorio cittadino è occupato da parchi, giardini e viali alberati. I laghetti sparsi nell’esteso parco di Brodno, arricchito da splendide sculture artistiche, fontane e getti d’acqua, ne fanno un luogo attraente per gli abitanti di Varsavia, dove centinaia di specie di alberi, cespugli e roseti saturano l’aria cittadina con il loro profumo. A destra la fontana del putto nella centralissima piazza Dabrowskiego a due passi dall’ambasciata italiana a Varsavia.

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Le case nel nucleo storico di Varsavia si affacciano su piazze ampie, veri e propri salotti, che furono rasi al suolo durante la seconda guerra mondiale e perfettamente ricostruiti fino agli anni ottanta. Nella foto la piazza del Mercato abbellita dalla scultura della Sirena, simbolo della città , che secondo la leggenda qui approdò, proveniente dal mare del nord, attratta dalla sua bellezza.

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Nella parte oltre le vecchie mura la Varsavia moderna con le piĂš avveniristiche architetture.

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Il punto artificiale più elevato della piatta Polonia? Non c’è dubbio: il Palazzo della Cultura e della Scienza, che con i suoi 237 metri svetta nel cuore vitale della capitale. Dono di Stalin, al suo interno ha 3000 vani, 4 teatri, un cinema multisala, due biblioteche pubbliche e due musei, e, cosa di non poco conto, da qualche anno al 45° piano ha il loro nido una coppia di falchi pellegrini. Nell’enorme sala congressi si sono esibiti i Rolling Stones, Woody Allen nelle vesti di jazzista col suo gruppo, Eric Clapton e molti altri. Con un ascensore, pagando un biglietto d’entrata, si può arrivare al 30° piano dove la vista sulla città è incomparabile.

Il 16 novembre 1940 il Ghetto di Varsavia fu circondato da un muro alto 3,5 m che abbracciava un’area di 307 ettari, imprigionando di fatto 360 mila ebrei. I confini di quel muro sono ricordati da un nastro in ghisa murato nel marciapiede.

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Doppia pagina precedente: una tappa obbligata per gli appassionati di vintage è al Neon Muzeum, nel quartiere Praga, il più antico di Varsavia, bagnato dalla Vistola che qui scorre larga e placida. Il museo raccoglie pezzi meravigliosi forgiati da artisti e designers degli anni ‘60-’70, insegne luminose pubblicitarie, d’arredamento e per locali notturni. Aperto nel 2005 nella vasta zona ex industriale di Soho Factory è l’esempio concreto della voglia di ricostruire sulle macerie di quartieri un tempo malfamati e oggi calamita per cervelli creativi. In questa pagina: per ristorare le forze dopo le lunghe escursioni in città non è difficile trovare ottimi ristoranti, come il Bellini, (nella foto) dove si servono piatti del territorio, o fusion. Da non perdere i primi tipici della cucina polacca come i bigos, i pierogi, sorta di ravioloni ripieni con diversi ingredienti, zuppa rossa di barbabietola e i pyzy, palline di patate con carne e funghi.

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Un gruppo di attori dilettanti si esibisce in una commedia in costume sul palco del noto Bar Studio, al primo piano del Palazzo della Cultura, frequentato da giovani studenti universitari.

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Foto pagina precedente; L’enorme centro congressi dove si tengono concerti di artisti provenienti da tutto il mondo. Qui sotto: L’Hard Rock cafè con l’enorme insegna a forma di chitarra al neon in Zlote Tarasy.

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INFO UTILI Foto e testi di Vittorio Giannella

Come arrivare Con la compagnia aerea polacca Lot. Voli low cost on Ryanair da molte città italiane. Dove dormire Hotel Castleinn, Nel cuore del centro storico di Varsavia. Hotel H15, In splendida posizione. Ostelli e case per la gioventù che permettono soggiorni a prezzi decisamente interessanti. Dove Mangiare Per assaporare i pierogi ripieni mitico il Zapiecek, Al. Jerozolimskie 28 t. +48 228267484 Per un pranzo veloce e leggero restando nel cuore della città vecchia Ristorante Bellini t. +48 228310202 Tipica cucina polacca da Dom Polski, Ul.Francuska,11, t. +48 226162432 Moneta Zloty polacco; 1 euro = 4,3375 zloty Ufficio turismo Polacco a Roma t.06 4827060 Ambascita d’Italia a Varsavia per urgenze Pl. Dabrowskiego, 6 t. +48 228263471

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| I trabucchi, trappole d’autore

Aggrappate con le loro lunghe gambe sottili alle rocce della costa pugliese, le antenne rivolte al mare, queste antiche, geniali macchine da pesca hanno resistito a ogni tempesta.

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Apertura: l’elegante trabucco Molinella visibile lungo la litoranea che da Vieste porta a Peschici, da secoli sfida le tempeste. Posto su un piccolo promontorio che in primavera si ricopre di gigli bianchi, orchidee selvatiche, è tra i meglio conservati. Il Gargano per i tanti che lo hanno visitato, rappresenta lo “sperone delle meraviglie”, il promontorio che si spinge nell’Adriatico per oltre settanta chilometri, che regala panorami mozzafiato, memorie antiche e mediterranee delizie. Lo decorano incalcolabili chilometri di muretti a secco, villaggi medievali pregni di storie e leggende e la costa con un mare che s’insinua tra calette segrete e scogliere a strapiombo. Tra Vieste e Peschici è punteggiata dai trabucchi, trappole d’autore come il trabucco Molinella, diventati monumenti da salvaguardare, che provano a ripetere quello che hanno fatto per due secoli. E cioè fornire il cibo a intere generazioni di uomini e di donne, che vivevano del mare in una terra aspra e non facile da coltivare. 120


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Doppia pagina precedente: lo slanciato e monumentale trabucco Usmai, ancora funzionante, ancorato alla dura roccia calcarea. La primavera porta spesso mareggiate ma anche una luce più suggestiva per ammirare, tra le onde, la strana forma dei trabucchi del Gargano.

Come il trabucco Molinella nel momento più emozionante della pesca, quando l’enorme rete viene issata e mostra il suo prezioso contenuto. Ciccillo, anziano pescatore con la faccia segnata dal sole e salsedine, intento a riparare la rete nel casotto, racconta che a suo nonno e ai vecchi pescatori, cent’anni fa, bastava calare il congegno nel periodo giusto per issarlo colmo di un gran numero di cefali e mormore. “Oggi il trabucco - dice Ciccillo - se va bene può tirar fuori qualche chilo di cefali e paranze.

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Nel cuore del borgo vecchio di Vieste il ristorante storico “Teresina� accoglie i clienti con tavolate di pesce fresco che ogni mattina i pescatori portano a Nicola, il titolare, rendendo difficile la scelta: al forno, o alla griglia, rosolato in un saporito

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sugo all’acquapazza (pomodorini, cipolle e origano) o fritto ? Nicola e sua moglie sono molto gentili e vi guideranno alla scelta giusta.

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La giornata volge al termine su uno dei trabucchi che da qualche anno serve il pescato e il pesce viene direttamente cucinato alla griglia. Per chi siede a picco sul mare, tra le travi argentee tenute insieme da fil di ferro, con la brezza di terra che porta con sÊ il profumo resinoso dei pini e il rumore incessante delle onde, questo luogo è magico.

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Prima di calare la rete del trabucco si mette al centro un pesce finto di legno fatto a mano; serve per attirare l’attenzione dei pesci che si trovino a passare li nei paraggi. Serve anche come punto di riferimento all’avvistatore che, in equilibrio sull’antenna, vale a dire il braccio principale più proteso, appena scorge un branco di pesci attorno al falsotto deve gridare viree viree, ossia “gira gira” l’argano. Più veloce è la risalita della rete più pesci restano impigliati.

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Un piatto della tradizione costiera è il ciambott realizzato utilizzando varie specie di pesci, cefali, mormore, scorfani e occhiate. Il brodo di cottura con i pezzi grossolani di pesce viene versato in un grosso piatto concavo abbinato al pane garganico indurito da giorni, oppure utilizzato per condire la pasta.

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Un piatto di acciughe crude macerate in succo di limone. Vengono servite con arance tipiche del Gargano: durette e melangolo. Doppia pagina successiva: scende la notte sul trabucco di punta San Francesco a Vieste. Il promontorio roccioso che si protende in mare, difeso anticamente dalle scorribande dei Saraceni ha mura alte e spesse. In cima sorge la chiesetta di San Francesco.

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La gastronomia pugliese è tra le piÚ varie e ricche della penisola. Nasce dalla tradizione di raccogliere erbe selvatiche e prodotti della terra. Il Gargano poi, avendo un terreno superficiale aspro e poco coltivabile regala, a chi sa riconoscerle, cicorielle selvatiche, asparagi, rucola, bietoline e tante altre verdure. Per arricchire il piatto si mescolano con le strascinate fatte a mano.

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Il borgo medievale di Vico del Gargano tra ginestre in fiore, con le case in pietra addossate l’una all’altra. Merita una visita accurata per le numerose botteghe artigiane dislocate nel dedalo di viuzze e per visitarne i monumenti. Doppia pagina successiva: la spettacolare falesia calcarea e selce di monte Barone, una riserva naturale che protegge il fitto bosco di pini d’Aleppo abbarbicati a picco sul mare cristallino, scampati agli incendi estivi che caratterizzano ogni estate il promontorio.

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La primavera arriva presto sugli assolati pendii del Gargano. Estesi tappeti di calendule fioriscono con gli ormai rari mandorli. I vari appezzamenti sono divisi da muretti a secco, ottimo rifugio per vari animali campestri; lucertole muraiole, biacchi melanici, mustelidi.

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Nel paniere dei sapori garganici non manca la cucina di terra con le numerose varietĂ di legumi; fagioli, fave, piselli e ceci che si accompagnano a infinite paste della tradizione fatte a mano: strascinate, orecchiette, trocchioli.

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Gli agrumeti dei territori di Rodi Garganico, Ischitella e Vico del Gargano che per anni hanno rappresentato un’importante fonte di guadagno per queste comunità, esportando i frutti in tutto il mondo sono ormai ridotti a pochi ettari. Le durette del Gargano, le bionde, il melangolo amaro e il femminiello garganico nel 2001 hanno ottenuto il marchio IGP importante attestato di qualità e unicità. Slow Food ha inserito gli agrumi garganici nei 100 presidi dei prodotti particolari e rari.

Il simbolo di Vieste è Pizzomunno, il faraglione calcareo alto 25 metri posto all’inizio della spiaggia detta di Castello, lunga centinaia di metri. Una delle leggende racconta che Pizzomunno, un pescatore di Vieste fosse innamorato di Cristalda, ragazza di una bellezza più unica che rara. Corteggiato da varie sirene Pizzomunno non dava cenni di cedimento; amava perdutamente la sua Cristalda. Un giorno le sirene gelose, trascinarono Cristalda in fondo al mare e lui, Pizzomunno, dal dolore restò pietrificato.


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Doppia pagina precedente: quando arriva la sera sul trabucco Molinella, si rientra con qualche chilo di cefali e mormore, raramente con una spigola. Ma come affermano i volontari “Dobbiamo fare di tutto perché queste opere dell’ingegno non si distruggano col tempo, per il loro valore storico culturale oltre che per il fatto di essere un bell’esempio di architettura spontanea nata da una necessità”. Qui sopra: un piatto povero tipico delle campagne pugliesi; la martinas, purea di fave condita con olio extravergine di oliva, accompagnata da pane raffermo e profumata con rosmarino. Spesso si accompagna con le cicorielle selvatiche, quando il periodo lo consente. A Monte S. Angelo si può gustarla nell’ottimo ristorante Li Jalantuumene (i galantuomini), posto nel centro storico di fronte a una chiesa antichissima.

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A partire dal 1700 gli agrumi del Gargano hanno un loro protettore, che viene festeggiato ogni febbraio a Vico del Gargano: San Valentino, protagonista di una sentita e partecipata processione, che si snoda tra le vie del borgo medievale. Alla fine della festa la statua del santo viene letteralmente coperta da arance e limoni affinchĂŠ protegga le coltivazioni da calamitĂ e malattie.

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il tramonto sulle acque placide del lago di Varano. Da qui in primavera i cefali e altri pesci si riversano in mare aperto per raggiungere i luoghi dell’accoppiamento e della deposizione delle uova, molti anni fa in milioni di esemplari, ora in misura minore. Ed era questo il momento di maggior lavoro per i “trabucchisti� che tiravano su quintali di pesci consentendo una vita meno grama a tante famiglie.

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INFO UTILI Foto e testi di Vittorio Giannella

Come arrivare In aereo gli aeroporti piÚ vicini sono quelli di Pescara, a nord e Bari a sud. Voli low cost con Ryanair. In auto provenendo da nord prendere l’autostrada A14 Adriatica (Bologna-Taranto) e uscire a Poggio Imperiale, imboccare la superstrada garganica seguendo indicazioni per Rodi Garganico, Peschici e Vieste. Da sud sempre la A14 uscire a Foggia e imboccare la superstrada per Manfredonia e Vieste. Dove dormire Hotel I Melograni a Vieste, Lungomare Europa, t 0884 705064, Le antiche porte a Peschici, t.348 9346481 Dove mangiare La Teresina a Vieste, Via Battisti 55, t.0884 701773 Li Jalantuumene trattoria a Monte S.Angelo, Piazza De Galganis 5, t.0884 565484 Info: APT Vieste Piazza Kennedy t.0884 708806

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| I Funamboli

Un mare cristallino, due boe, una cima. Senza peso, tutti si sentono acrobati. O forse note di una nuova händeliana “Musica sull’acqua” che la nostra fotografa ha ascoltato per noi.

EGITTO

“Durante la Creazione era sfuggita una grande goccia d’acqua e Lui, il Grande Mago, l’aveva trasformata in un altro piccolo pianeta: Acefanolis“.


Ad Acefalonis si viveva in uno stato continuo di galleggiamento onirico e questo succedeva a causa di una situazione di fatto. Gli abitanti del pianeta, i Funamboli, erano acefali e quindi muti, sordi e ciechi, ma avevano un grande cuore e tanta grazia nei movimenti. Queste due caratteristiche li rendevano felici e speciali. Il cuore li aiutava a esprimere emozioni e la grazia era il linguaggio con cui comunicare i sentimenti attraverso il corpo.

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Per spostarsi da un luogo all’altro si servivano della Corda Misteriosa, la loro strada maestra chiamata anche “Via Del Filo Di Arianna”. il destino già segnato: un percorso emozionale, silenzioso e tranquillo, dove non avrebbero incontrato il mostruoso e sanguinario Minotauro sotto forma di Guerra, Odio, Rivalità, al contrario di coloro forniti di testa che abitavano la Terra. Lungo la Corda del Mistero intercettavano altri funamboli che si dondolavano gioiosamente da soli.

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O gruppi di amici che giocavano a stare in equilibrio sul filo accompagnati dalla voce silenziosa del Mare. 153


Grandi Madri Conchiglie vestite di muschio e alghe accompagnavano le loro piccole Perle a scuola dalla opalescente Maestra Signora Medusa, seguite da azzurri pensieri di faccende da sbrigare,

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mentre giovani funambole acefale si tenevano in equilibrio di amori tenuti sulla Corda del Mistero.

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A volte ai Funamboli non bastava esprimersi con il corpo e si servivano di Pesci Comunicatori che, accarezzando con leggeri colpetti di pinna i loro piedi, trasmettevano vibrazioni, messaggi

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e favole come quella di Unam la Funambola Maratoneta.

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La favola era nata quando i Pesci Comunicatori si erano riuniti per un pigiama party. Avendo ingoiato troppe bollicine di ossigeno, si erano un po’ lasciati andare a mute chiacchiere squamate e avevano raccontato di una Funambola con la passione dello sport. Lei aveva cominciato con il gioco della palla e il mare le cantava piano una vecchia filastrocca dimenticata sulla riva da una piccola terrestre. �Palla pallina, dove sei stata? Cosa hai bevuto? Acqua salata...�.

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Ma la Funambola Acefala ben presto smise di giocare con la palla, che tendeva sempre a salire in superficie. Unam incontrò un giorno una Dea che un tempo era stata Sirena e che ora, avendo messo ali squamate ai piedi, camminava danzando lieve sulla Corda del Mistero.

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Unam si innamorò immediatamente dell’idea di correre in equilibrio sul suo destino. Calzò meravigliose scarpette da running e cominciò felice a camminare sempre più velocemente sulla Corda

mentre la Sirena con ali di luce prendeva il tempo.

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Due vecchi e saggi Pesci Comunicatori videro tutto questo e decisero di raccontare agli abitanti di Acefalonis la nuova vita di Unam, la sua felicità e soprattutto come l’avesse raggiunta. Si diffuse immediatamente attraverso silenziose vibrazioni la storia di Unam e allora alcuni Funamboli calzarono scarpette da running, altri si misero a giocare a palla.

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I giovani padri cominciarono ad insegnare ai loro figli come stare in equilibrio sulla Corda del Mistero.

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Da allora molte cose sono cambiate ad Acefalonis. I Funamboli sono in giro per tutti i mari del loro bellissimo pianeta per mostrare ad altri acefali l’importanza della libertĂ di scegliere come vivere, non dimenticando mai di lasciare la Corda, la loro “Via Del Filo di Ariannaâ€?. Ma ora sanno che, pur essendo guidata la vita dalla Corda, loro sono in grado, attraverso le loro passioni, di poter vivere i propri desideri. Foto di Emanuela Ricci Testi di Florisa Sciannamea

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Florisa Sciannamea nata nel profondissimo Sud, si definisce “capovolta” perchè ha imparato a vedere ciò che la circonda da prospettive inusuali e poco utilizzate dagli altri. È una creativa a tutto tondo: scrittrice di libri e racconti, illustratrice, fashion designer, docente di Storia del Costume e Storia dell’Arte e anche appassionata “voce narrante” delle oniriche e poetiche immagini di un’altra “capovolta”: Emanuela Ricci. Un sodalizio meraviglioso di anime simili che sanno vedere ciò che spesso è invisibile agli altri.

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UN DIRETTORE AL MESE

In questo numero vi presentiamo i direttori di TravelGlobe: Federica Giuliani e Federico Klausner, gli indissolubili Fede

Qual è, in breve, il percorso che vi ha portato a creare Travelglobe. FK. In breve la storia di una vita? Va bene: da ingegnere chimico in carriera di una multinazionale ho capito che più che progettare mi piaceva viaggiare. Ho acquistato un campeggio a Paestum per lavorare d’estate e viaggiare

per 6 mesi di inverno. Ho iniziato a girare il mondo stando via dall’Italia per lungo tempo e iniziando le prime collaborazioni con Tuttoturismo e poi con gli altri grandi cartacei (Alisei, Gente Viaggi, Panorama Travel, Qui Touring) ora estinti. Per trovare sbocchi ho fondato con altri 2 soci Latitudeslife, un sogno infranto ma una fortuna, perché ho incon-

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trato Fede che ho scelto come caporedattore e cui in seguito ho chiesto di partecipare a questo grande progetto che è TravelGlobe, nel quale ho riversato le mie esperienze di viaggiatore e fotografo, la mia curiosità e l’amore per il Bello. FG. Abbiamo lavorato insieme per qualche anno a un progetto editoriale – Federico


: e & Fedi

Che probabilità ci sono che TravelGlobe diventi una rivista cartacea “coi fiocchi”? FK. Nessuna, purtroppo. È il mio sogno ma i costi di stampa e distribuzione sono proibitivi. Occorrerebbe trovare un partner con un buon portafoglio pubblicitario, che se li accollasse lasciandoci la parte redazionale, in cambio di una ripartizione equa dei proventi pubblicitari. Il principe Azzurro insomma, che sono in tanti a cercare. FG. Pochissime, purtroppo. I costi di stampa e distribuzione sono difficilmente sostenibili, ma mai dire mai. Federico cosa non deve mancare nelle tue fotografie e come racconti il mondo contemporaneo nei tuoi scatti? Non deve mai mancare la partecipazione e la empatia. Quando fotografo entro in uno stato di grazia e amore per il soggetto della ripresa. E la curiosità e la vicinanza aprono ogni porta.

Federica perché viaggi spes- giore di case. Credo, infatti, so in Turchia, cosa ci trovi, fo- che la bellezza possa davvero tograficamente parlando, di salvare il mondo. tanto interessante? La prima volta che avete penNon sono una fotografa, ma sato alla nuova rivista e come un’appassionata. La Turchia avete scelto la linea editoriaè un Paese che conosco pro- le. La rivista oltre a trattare fondamente di cui mi colpi- viaggi, cultura e benessere, sce il cuore delle persone. non dimentica ogni tanto Lo stesso cuore che si riflette temi sociali. Non pensate che nei loro occhi e gesti. Ed è possa dar fastidio a certi setquesto che credo sia bello tori con cui dialogate? da immortalare: l’anima gentile del popolo. FK. Paradossalmente non è stata la linea editoriale la L’originalità e lo stile partico- prima cosa che ho scelto. A lare di TravelGlobe ne fanno monte sono venute l’etica una rivista esclusiva, pensate e la filosofia di una utopia che questo possa relegarlo a che vorrei vedere realizzaun prodotto di nicchia, o è la ta, come sta avvenendo: un chiave del suo successo? gruppo coeso di amici, persone intelligenti e sensiFK. Le due cose non sono in bili, bravi professionisti contraddizione. Occorre sod- con una organizzazione disfare la propria nicchia nu- egalitaria, che impedimerosa o esigua che sia. Noi sca la nascita di invidie ci rivolgiamo a un pubblico e favorisca lo spirito di colto (non in senso nozionisti- appartenenza. Poi ho co), curioso, sensibile in grado pensato a che cosa avrei di apprezzare i nostri racconti voluto trovarci: la gioia e le nostre immagini. Anche del viaggio - una eduquando non hanno a che fare cazione permanente - e con i viaggi, ma solo con la il piacere della Bellezza, Bellezza. senza dimenticare chi non se li può permetteFG. Il nostro obiettivo è quello re, ma ha lo stesso molti di diffondere cultura e bellez- argomenti per farci riza. Vorremmo che entrassero flettere. Immessi gli inin un numero sempre mag- gredienti nello shaker

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era il mio direttore – e, terminata l’esperienza per entrambi, abbiamo deciso di creare qualcosa che si distinguesse nel web per qualità e bellezza.


ho servito il cocktail alchemico di TravelGlobe. Può darsi che, nonostante la misura che crediamo di avere, possa dare fastidio a qualcuno: diciamo che non è la nostra principale preoccupazione. FG. Abbiamo semplicemente seguito le nostre inclinazioni e pensato a cosa sarebbe piaciuto vedere a noi: notizie curiose, approfondimenti, niente di banale o generalista. TravelGlobe è una rivista indipendente, formata da persone che hanno dei valori profondi che non possono ignorare. Se capita che qualcuno si infastidisca, spieghiamo le nostre ragioni e, fino a ora, non abbiamo avuto problemi. Se Federico e Federica fossero la reincarnazione di due grandi viaggiatori del passato, quali sarebbero? FK. Abū ‘Abd Allāh Muḥammad Ibn ‘Abd Allāh al-Lawātī al-Tanjī Ibn Baṭṭūṭa, per gli amici Ibn Baṭṭūṭa: mi affascinano i suoi tempi, i suoi mezzi di trasporto e le stesse aree di interesse. FG. Io sarei stata un uomo: Ibn Battuta. Un grande esploratore di origini marocchine, che ha viaggiato soprattutto in India e sud est asiatico.

Colpisce molto la sinergia personale tra Federico e Federica, che si traduce in una forza lavorativa coesa e positiva come poche. Vorrei quindi conoscere a ritroso la “storia” delle menti di TravelGlobe: perché, come e quando da amici e colleghi si diventa un team vincente. FK. Ho conosciuto Fede perché me la sono scelta: una delle scelte più felici della mia vita. Ho apprezzato molto la sua capacità lavorativa e di sintesi, la sua determinazione, la sua profonda sensibilità, nascosta, a volte, sotto una apparente durezza. Io credo di essere l’opposto, ma ci completiamo a vicenda e ci accettiamo così. Col tempo ci siamo fusi in un Fede&Fedi, in cui, per magia, uno dice quello che l’altro pensa, anche senza sentirsi. Tra noi c’è una fiducia assoluta. Il legame che ci unisce è ora fortissimo, oltre l’amicizia. Battibecchiamo, come Sandra e Raimondo della fortunata serie, ma come loro ci vogliamo molto bene e, rispetto a TravelGlobe, condividiamo lo stesso progetto. FG. Negli anni di lavoro insieme abbiamo imparato a conoscerci profondamente, scoprendoci simili per tante cose,

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diversi per altre ma comunque complementari. Nonostante i miei timori iniziali nel formare una società (a causa di esperienze negative passate) sono convinta di aver fatto la scelta giusta con Federico. Ci fidiamo l’uno dell’altra e la pensiamo allo stesso modo sugli aspetti fondamentali; quando capita una discussione è solo un’occasione per confrontarci. Da questa grande sintonia, poi, è nata una redazione altrettanto coesa. NOTA BIOGRAFICA Federica Giuliani, giornalista e autrice, oltre a dirigere TravelGlobe collabora con altre testate giornalistiche. Ha scritto due libri, su India e Turchia, ed è appassionata di cibi dal mondo. Quando le chiedono a quale piatto assomiglia risponde il couscous, pietra miliare della cultura mediterranea. Non guizza come gli spaghetti, non scivola come i maccheroni ma ha una presa rassicurante, conscio del ruolo di aggregazione che gli compete.


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CONCORSO FOTOGRAFICO LA TERRA: UN TESORO DA CUSTODIRE

INVIA LA TUA FOTO ENTRO IL 15 APRILE 2016 IN PALIO UN PREMIO IN DENARO DI € 5.000 LA FOTO VINCITRICE SARÀ ESPOSTA SU MAXI-AFFISSIONI A ROMA E MILANO

INFO E REGOLAMENTO:

WWW.FOTOGRAFALATERRA.COM

Per celebrare la Giornata Mondiale della Terra, Urban Vision lancia un concorso fotografico allo scopo di sensibilizzare il pubblico sulle tematiche legate al rispetto per la natura, alla tutela ambientale e, più in generale, all’amore per il Pianeta e per il territorio. Un tesoro da custodire può essere un panorama suggestivo, un paesaggio cittadino o un ambiente naturale, senza dimenticare i tesori culturali e artistici del Paese: un monumento o opera d’arte, un piccolo borgo abbandonato o un edificio storico. Qual è il tuo tesoro da custodire? Raccontalo con una immagine partecipando al contest. La tua foto potrebbe essere la protagonista delle maxi-affissioni offerte da Urban Vision ed esposte nel centro di Roma e Milano il 22 aprile, giorno in cui si festeggia l’Earth Day.

urbanvision.it


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