Page 1

STUDIAVO TEDESCO,

MA SOGNAVO L’AMORE 



Zocchi Gianni - Classe Prima C Collegio Arcivescovile di Trento Quaderno di Tedesco - Bella Copia

PREFAZIONE Non conosco Gianni, di lui possiedo solo il suo quaderno di tedesco, perlomeno così recita la copertina. Un vecchio quaderno di metà anni ’50, a occhio e croce. Ma umlaut e scharfes S sono state sapientemente strappate nel tempo, lasciando il posto alla fantasia amorosa e logorroica di un Gianni ormai maturo di inizio anni ’80. La prima pagina del racconto è infatti datata 10 gennaio 1983. Frutto forse di un buon proposito per l’anno nuovo, con una grafia e un lessico d’altri tempi, prendono vita svariati personaggi qualunquisti, intrisi di retorica e abbondanti di descrizioni. Ma pagina dopo pagina, aggettivo dopo aggettivo, mi sono affezionata a questo mondo affettato e


stucchevole, alle sue derive inconsapevolmente ironiche. Mi sono affezionata a Gianni, alla sua evidente passione per la scrittura, che è anche la mia. E da questo senso di affinità è nata la malsana idea di trascrivere il suo manoscritto, di dargli nuova vita. È

una memoria che non voglio perdere e per

questo la condivido. Queste poche righe di prefazione le sto scrivendo a lavoro quasi ultimato. È

tutto definito, mancano solo una manciata di

pagine da trascrivere. Le ho lasciate alla fine, perché non so se questa storia avrà davvero una fine o se si rivelerà un’opera incompiuta e preferisco non saperlo, non fino all’ultimo punto. Poi tutto questo avrà un senso. È

quello che mi

auguro. Liu’






CAPITOLO 1

FRIENDZONALA, CESARE!


Non che gli dispiacesse la compagnia degli amici e delle giovani e tantomeno quella di Lena, figlia unica dei signori Salvi, abitanti in un paese vicino a Villanova, facoltosi commercianti di legnami, i maggiori fornitori di materia prima all’industria mobiliera e cantieristica di molta provincia, i quali potevano permettersi il lusso di sfoggiare, tra la stupefatta ammirazione dei contadini, automobili ultimo modello, abiti ultimo grido e di abitare una villa residenziale famosa per il costo di costruzione e di arredamento. La ragazza, cresciuta nella bambagia, non era cattiva, ma capricciosa e il rinomato collegio delle “Dame inglesi”, a cui venivano affidate le figlie delle famiglie per bene di allora, le aveva dato un’infarinatura di cultura generale e istruita sui suoi diritti, che erano prerogativa delle classi che detenevano il potere economico e politico, così che essa si sentiva superiore alla massa e diversa da questa, godendo del privilegio di non dover lavorare e limitando le sue occupazioni al cambio del trucco e del vestito sincronizzato con le ore del giorno e della notte. Si credeva, nella sua infatuazione di donna di classe, ammirata da tutti e contesa dai giovani della sua cerchia, ma questi in realtà erano calamitati più dalla sua ricchezza e dalla sua truccata bellezza e più dalla futura eredità che dalle sue scarne forme. La gente di paese, che si porta nel sangue il gusto di lanciare lazzi e facezie al prossimo, per il suo esile corpo e per il suo vistoso abbigliamento, la ribattezzò con il soprannome di “la signorina da guardare e non toccare”. Cesare si trovava spesso con Lena, perché le loro famiglie si frequentavano regolarmente, ma ad un certo punto si rese conto che i reciproci inviti diventavano sempre più frequenti, che i rispettivi genitori, nei loro discorsi, finivano quasi sempre di sottolineare che i loro due figli avrebbero potuto formare una coppia veramente fortunata e felice, che il moltiplicarsi delle occasioni in cui era lasciato solo con lei non era casuale e che questa si sentiva già autorizzata di farsi accompagnare in pubblico, dovunque andasse. Non ci voleva poi tanto acume a indovinare che qualcosa sotto si stava tramando, ma ciò che fece spostare l’ago della bilancia dal sospetto all’evidenza, furono l’insistenza con cui lo invitata a casa, la familiarità con cui lo trattava, l’uso di un linguaggio troppo intimo, come se già fossero fidanzati, certe


proposte di fermarsi da lei qualche notte, tanto i loro cari sarebbero stati contenti. Dopodiché Cesare, resosi conto della brutta piega che stava prendendo una semplice relazione di amicizia e della spregiudicata audacia di quella che doveva essere un’inesperta collegiale, guidato dal senso del dovere chiarì il malinteso e cercando di non umiliarla le disse: «Lena, ti voglio bene, ma non quello che pensi tu, dell’equivoco sono colpevoli solo i nostri genitori, rimaniamo come prima buoni amici». Punta sul suo orgoglio di donna ferita nel suo amor proprio per non essere irresistibile come credeva, seccata più che addolorata perché l’uomo di cui era invaghita non l’aveva voluta, Lena senza scomporsi fece buon viso a cattiva sorte, anche se l’intensificarsi di un diafano pallore della sua carnagione, in contrasto con la forte colorazione dei cosmetici, tradiva la sua apparente impassibilità, e così replicò: «Altri avranno l’onore di avermi, non capisco proprio il tuo rifiuto, continuiamo pure ad essere amici come vuoi tu perché non voglio che nessuno, nemmeno i miei famigliari, per il momento sappiano che sono stata un’illusa, ti devo dare atto della tua correttezza, ma fra me e te ci deve essere un’altra donna». Egli tentò debolmente di negare la fondatezza di quella affermazione e le chiese scusa se fu causa involontaria dello spiacevole incidente, ma lei tagliò corto e lo congedò con un freddo arrivederci e con un ironico “salutami i tuoi”. Cesare, amareggiato dalla singolare esperienza, si fece più guardingo nel dare confidenza al sesso femminile e si allontanò piano piano da Lena, palesando l’accaduto a Rossella, che colse il profondo significato di quella rinuncia, eloquente prova di fedeltà.






CAPITOLO 2

NETTARE PER API VOGLIOSE


Rossella si prodigò pertanto a preparargli cibi che potessero stuzzicare la sua ghiottoneria, trascorse molte ore accanto a lui, ascoltando e acquietando il suo sfogo e, sfruttando abilmente l’affezione di Cesare per lei, per cui niente le negava, lo integrò nel sociale, facendosi accompagnare quando dovevano andare in paese, ogniqualvolta si recava a qualche ritrovo e usciva con le compagne e i compagni. Fu questa la fase più intrinseca e più nobile di fraterno gemellaggio in cui l’uno si si rattristava o si rallegrava per l’altro. Rossella intanto cresceva come un fiore di campo che d’improvviso s’erge sopra le messi per offrire le tinte corallo alle ronzanti api vogliose di nettare. La sua splendente bellezza pungeva l’invidia delle coetanee, provocava la segreta bramosia degli uomini e accendeva d’ardore i giovani. Questi facevano la ronda per vederla, per parlarle, per starle vicino, costantemente preoccupati di creare e di sfruttare tutte le occasioni e le situazioni d’incontro. Infatti, conoscendo le consuetudini di Rossella, gli orari fissi di Villanova scanditi dalle campane, il calendario lavorativo stagionale, le date delle feste patronali locali e valligiane, poteva sembrare un puro caso incontrarsi sulla stessa strada all’ora del vespro o delle funzioni serali, o una semplice combinazione ritrovarsi nell’identico giorno a lavorare nei poderi confinanti, o una circostanza fortuita rivedersi ai bordi del campo sportivo, sulle panche del piccolo teatro, agli allegri festini famigliari o ai veglioni delle sagre in cui i cavalieri facevano a gara per ballare con lei. Sempre e dovunque attesa e corteggiata, lasciava al suo passaggio una serie di sguardi e di desideri, accendendo su di lei i pensieri e i commenti dei presenti, non soltanto per il suo corpo flessuoso come giovane giunco, per il velluto della pelle, per il fascino degli occhi, per il sorriso della bocca, per le fluenti e morbide trecce oscillanti su un seno di latte (reso più prorompente da uno stretto corpetto ricamato), ma anche per la plasticità del suo muoversi, la semplicità del vestire, la comunicativa della parola e soprattutto per l’assonanza di una civetteria calcolata e per l’ammirazione di un’arcana verginità, arma potente contro ogni malsana voglia


maschile e polo calamitante di ogni naturale aspirazione dell’uomo verso l’ideale di donna. Circondata da pretendenti, Rossella non aveva che l’imbarazzo della scelta, ma il suo cuore, prigioniero di un meraviglioso, impossibile sogno, già bruciava d’amore con quello di Cesare, dal primo giorno che si videro e si parlarono. Questi, studente universitario, chiamato in paese già il “dottor Cesare”, apparteneva ad una classe sociale diversa dalla sua, in quanto i De Franceschi discendevano da una schiatta di nobili proprietari terrieri e di conseguenza, com’era d’uso, la dama che doveva diventare la nuova signora De Franceschi doveva appartenere al loro rango ed essere il prodotto, quasi esclusivo, degli interessi delle famiglie. I due conoscevano questa situazione di fatto, ma sapevano anche che l’uno era fatto per l’altra e nel disperato tentativo di mutare il loro infausto destino, vivevano in segreto il dramma che consumava, come in un olocausto, parte di loro stessi. Cesare, l’ideale di uomo per Rossella, prestante ma non appariscente, colto ma non saccente, elegante ma non sofisticato, ricco ma non esibizionista, religioso ma non formalista, cercava di farsi con la gente, ma questa, pur stimandolo e ammirandolo, non familiarizzava con lui, sia per la sua appartenenza a un altro ceppo, sia perché gli uomini titolati di allora incutevano una certa reverenziale distanza e sia anche per la sua prolungata assenza, per ragioni di studio, dalla vita comunitaria. L’indole, buona e democratica per auto-formazione, soffriva di queste discriminazioni emarginanti e solo con lei si sentiva uno della sua terra e del suo popolo. L’amava sopra ogni altra cosa, avvertendo nel profondo del suo io, che solo nella sua ricca personalità si sarebbe realizzato come uomo e come cittadino.






CAPITOLO 3

RAID ANTI-SFIORAMENTO


I due spasimanti si vedevano a intervalli piuttosto lunghi, ma appena lui tornava dall’università, con il pensiero fisso a lei, si affannava a ricercarla dovendosi affidare alla fortuna, perché non poteva andare in casa come facevano gli altri giovani, in quanto in paese la gente faceva presto a parlare o a sparlare. Le lunghe e snervanti attese venivano ripagate quando la buona sorte li faceva incontrare in chiesa, dove i loro occhi si cercavano, s’illuminavano di in invisibile pianto, s’immergevano nella loro stessa luce e la prece diventava statica contemplazione dell’amato, come o quando la trovava per strada e la poteva accompagnare fino sotto casa, camminando lungo i margini erbosi delle stradine poderali ombreggiate dalle siepi, con la mano nella mano, mentre il discorso si animava su cose e fatti successi dopo l’ultima volta che si erano salutati, fino al momento in cui riaffiorava la triste ombra della prossima lontananza; allora le parole si spegnevano e i loro cuori entravano nel gran silenzio in cui più intenso e più puro l’amore si accompagna al dolore, o quando la poteva portare alla partita o alla commedia, Cesare era felice di sederle accanto, di ascoltare la sua voce, sfiorandola con qualche furtiva carezza nei momenti più esaltanti dei colpi di scena o di segnature di goal, o infine quando si trovavano ai balli, allacciati nel languido tango o stretti nel vorticoso valzer, la magia della musica li trasportava in quel mondo di oblio e felicità da cui non avrebbero mai voluto fare ritorno. Ma era una pura follia di innamorati il credere di poter mantenere a lungo il segreto del loro amore, tanto da illudersi che passassero inosservati i loro sguardi e comportamenti, perché ben poco conoscevano della morbosa voglia della mente umana, che volge la sua indagine quasi sempre verso la vita privata per formulare giudizi intenzionali su tutto e su tutti e perché mancava loro l’esperienza dell’animo umano, incline a portare alla superficie con faciloneria, intenzioni e sentimenti dell’individuo, per metterli a nudo e per darli poi distorti in pasto alla pubblica opinione. Infatti, a poco a poco, le prime frammentarie dicerie pronunciate a mezza voce, i primi ammiccamenti furbeschi, uscirono dalla penombra della clandestinità e la fuga di notizie percorse le strade e le case dell’abitato, finché le informazioni riprese e trasmesse


divennero certezza, che rimbalzando di bocca in bocca si moltiplicarono e si amplificarono fino a raggiungere e a penetrare, come punta di frecce avvelenate, le pareti domestiche dei due ignari giovani. Violato il velo della segretezza del loro volersi bene, rotto l’incanto della loro intimità, spinto a galla l’amore dalle bocche sbavate e maligne della gente, s’inquinò, prese forma di un frutto proibito e la corposità di un’intrallazzante colpevolezza. Lo scandalo stordì e lasciò attoniti i due protagonisti, folgorò le loro famiglie, fece scattare il sistema d’allarme che scatenò i provvedimenti d’emergenza. Fu convocato d’urgenza nel grande salotto della villa, baroccamente stuccato e pesantemente ammobiliato, il consiglio di famiglia con tutti i membri di diritto: genitori, fratelli, nonna Lucia, zia Pasquina e esteso per la gravità del momento al parroco don Casimiro, per un esame risolutore dell’incomoda situazione in cui era venuta a trovarsi tutta la famiglia. Entrò subito nel merito della questione, con enfasi tribunizia, il padre, noto nella zona per le sue tenute, per i suoi lucrosi affari non sempre puliti, per la sua professione di podestà a vita, la cui tronfia divisa di generale fascista e le pose ducesche incutevano al popolo paura e surrealismo, sgranando una serie di considerazioni moralistiche e di costume atte ad evidenziare l’irresponsabile comportamento del figlio che, incurante del prestigio del casato, dimentico degli obblighi che avevano assunto verso quella che doveva essere la sua destinata degna sposa, trascurati il suo grado sociale e il suo livello culturale, si metteva a flirtare pubblicamente con una ragazza di umili origini, né nobile, né ricca, diventando così lo zimbello del paese e gettando tutto il parentado nel ridicolo della piazza. Incalzarono più debolmente la mamma e più acidamente la zia zitella, elencando tutti i mali e le perniciose conseguenze che derivano a coloro che calpestano le regole della convivenza, basata sulla differenza di classe, sancita da antica consuetudine sociale e religiosa. Si oppose a tali grette e riduttive concezioni della vita, vista solo come conservazione di caste chiuse, nonna Lucia che, preso sotto


braccio il suo adorato nipote, che tanta parte di lei aveva ereditato, dolcemente gli disse: «Cesare, un grande amore ostacolato porta con sé gioie inconsuete, ma anche grandi dolori. Saresti pronto ad affrontare le incognite dell’avvenire? Pensaci bene prima e poi decidi secondo i dettami della coscienza». A questo punto si sentirono in dovere di intervenire i fratelli Alda e Gionata che, pur non avendo raggiunto la maggiore età di ventuno anni, erano già navigati nei piaceri mondani, imbevuti come spugne di alterigia e di sussiego, sfaticati e ottusi di mente, pronti sempre a sputare sentenze a buon mercato, impegolati in tresche amorose e per fugare le preoccupazioni sorte, sdrammatizzarono le conseguenze di un fatto in se stesso irrilevante, consentito dalla prassi normale, che permetteva ai maschi e tanto più al primogenito di casa De Franceschi, di scapricciarsi come meglio credeva, anche se sarebbe stato opportuno che la scappatella non fosse stata consumata così ingenuamente alla luce del sole.



CAPITOLO 4




ECCOTI LA GIUBBA DI VELLUTO SE LA VUOI


Le squallide e provocatorie prese di posizione dei due bacati giovani sconcertarono tutti, lasciando inebetite mamma e zia, scandalizzando don Casimiro, che poco prima aveva chiuso gli interventi degli anziani affermando ancora una volta che lui approvava e raccomandava matrimoni tra persone di pari rango, facendo cadere in lacrime nonna Lucia, scuotendo le vene e le mani di Cesare che stava per avventarsi contro i due fratelli, ma la stentorea e tonante voce del padre lo trattene: «Fermo tu», gridò, «e zitti voi due scavezzacollo, buoni a nulla.» Poi accecato dall’ira per le colpe dei figli li apostrofò con parolacce e rivolto a Cesare aggiunse: «Non lascerò la mia roba e taglio i rifornimenti a chi non obbedisce ai miei ordini, a chi non sta alle norme della nostra società, a chi si perde con una donnina del popolo come quella corteggiata da tutti in paese, fraschette del genere», concluse, «ne potrai trovare in città quante ne vorrai senza dare nell’occhio.» Le basse insinuazioni innescarono la spirale di reazioni: il cuore pulsò forte, l’ondata di rabbia e di sdegno annebbiò la vista, d’improvviso una nuova, sinistra realtà sconvolse i suoi sentimenti e i suoi comportamenti, di colpo si frantumarono i suoi giovanili sogni e aspirazioni, di forza venne proiettato in avanti nel tempo, entrando bruscamente nelle ombre e nelle luci del mondo degli adulti. «No!» urlò Cesare. «Rossella è pura e sana e le vostre volgarità non la possono toccare, tenetevi i vostri maledetti soldi e le vostre false convinzioni, me ne vado di casa in cerca di libertà e di una nuova vita». Per la sorpresa di trovarsi di fronte a un Cesare inedito, non più allegro e remissivo, ma a un uomo pensoso e risoluto, nessuno dei famigliari ebbe il tempo di intervenire, anche perché egli se ne andò quasi subito, chiudendo forte dietro di sé la porta. Salì in fretta in soffitta, prese il suo vecchio valigione di cuoio, scese in camera, aperse armadi e cassettoni, lo riempì di biancheria, vestiti e libri, lo chiuse e lo portò al bar-stazione, da dove tra due ore la corriera ripartiva per la lontana città. Senza un attimo di indecisione si diresse di corsa verso una casa, nella quale


non era mai entrato, anche se lo aveva sempre desiderato ardentemente. Non gli importava più di nulla di quello che avrebbero pensato e detto i suoi e gli altri, trovò Rossella in cucina, si fermò ansante e sbiancato, la guardò, l’ammirò come fosse un’apparizione, pronunciò il suo nome con la voce velata dal pianto, si confusero in un bacio e in un ardente abbraccio. Dall’amoroso amplesso si staccò per prima Rossella che, intuendo che qualcosa di grave era successo per causa sua, pregò Cesare di raccontarle tutto. Fatta una sommaria ma realistica descrizione di come erano andate le cose egli, stringendosela forte le disse: «Sai quanto ti amo, sento che non sarò mai felice senza di te. Tu incarni il vero amore. Se vuoi e se puoi aspettami, io ti sposerò. Devi sapere però che la strada che voglio e devo percorrere è lunga e difficile, specie quando non puoi contare sull’aiuto di nessuno, ma se il tuo cuore mi accompagnerà. non mi sentirò mai solo». «L’amore», rispose Rossella, «non conosce i limiti di spazio e di tempo e qualunque cosa succeda mi troverai qui ad attenderti. Nessuna forza umana potrà staccarci e fin da questo momento lego la mia vita alla tua. » Si presero per le mani, si guardarono a lungo trepidanti negli occhi, finché lei si chiuse nelle sue braccia in un sussultante singhiozzo, mentre lui, tenendola stretta al petto, la coprì di lacrime e di baci. Poi un ultimo spasmodico allacciarsi, un angosciato, disperato “ti amo”, uno strappo di anime e di corpi e l’uno vacillante si mosse verso l’ignoto e l’altra come pietra rimase ad aspettare.



CAPITOLO 5

IMPULSO GENETICO VS SPINTE AFFETTIVE


Per molto tempo, in casa De Franceschi non si diede peso all’accaduto, si era anzi giunti a considerare senza più parlarne, che l’inaspettata decisione fosse stata provvidenziale per chiudere definitivamente il caso e che tutto sarebbe tornato come prima, quando il “figliol prodigo” avrebbe bussato alla porta. Infatti il padre, incapace di uscire dal suo gretto materialismo e di conoscere il cuore umano, deduceva da un sillogismo popolare: “Chi non ha soldi non mangia e chi non mangia non lavora o studia e Cesare non ne ha, pertanto dovrà piegarsi alla mia volontà”. Questa pacchiana convinzione lo rese più dispotico in famiglia, più arrogante con i subalterni, più ridicolmente marziale nel passo e nella gesticolazione per imporre agli altri il suo autoritarismo di pallone gonfiato. Immaginava già nella sua megalomane presunzione di vedersi davanti, questione di giorni o al più di mesi, il figlio umiliato e pentito e nello stesso tempo di fare sfoggio della sua magnanimità di capofamiglia perdonandolo e inserendolo nel godimento dei beni, sempre però con l’assicurazione sotto giuramento, che non avrebbe più disonorato il cognome che portava. Che strana creatura è l’uomo, sempre disponibile a giustificare le proprie debolezze, ma sempre intransigente nel condannare quelle degli altri; altruista e predicatore del bene e del giusto a parole, ma egoista e spesso agente di mali di fatto. Infatti, da quale pulpito veniva la predica e in quali mani era chiuso l’onore della schiatta dei De Franceschi, se le vedove del Comune, per ottenere un sussidio, dovevano essere compiacenti con il primo cittadino o almeno entrare nelle sue grazie, se i censiti dovevano dimostrargli, per avere un posto di lavoro o per dare corso a certe pratiche, la loro fede politica e la loro riconoscenza generosa a base di doni, e se le giovani e ingenue cameriere, fatte venire dal contado e scelte secondo ben precisi dati anatomici, volevano durare nel servizio non era lecito ribellarsi alle brame del padrone di casa. E la cosa non deve stupire se la mentalità di allora e purtroppo non solo di quel tempo, decretava l’accettazione dell’antico detto latino: “Ciò che è lecito a Giove, non è lecito al bove”. Anche la mamma e la zia, carenti di personalità e giudizio autonomo, non si scostarono dal pensare e dal credere che l’assenza temporanea di Cesare sarebbe servita a spegnere


l’incendio che avrebbe bruciato lui e scottato tutti i componenti la famiglia, condividendo in pieno la giustezza di un vecchio proverbio che diceva: “ In fin dei conti tutto il male non viene per nuocere”. Solamente la vecchia nonna Lucia sentì lo strappo, perché comprese che il nipote tanto amato non l’avrebbe più riabbracciato. Questa spina che le si era conficcata nel cuore le tolse le sue ultime forze e la volontà di vivere: quasi ammutolì, impigrì, s’incurvò, rimpicciolì, si spense con il rosario tra le mani e una piccola fotografia del suo Cesare rinchiusa in un ciondolo che pendeva da una catenina sul petto. Seguirono solenni funerali a cui parteciparono autorità politiche, civili, religiose e una gran folla di gente commossa, corsa a dare l’ultimo saluto a colei ch’era stata il simbolo della bontà, della disponibilità verso coloro che ne avevano più bisogno. Mancava il suo pupillo, nel quale aveva riposto tutta la sua speranza, per il quale aveva tanto pregato Dio che lo proteggesse e lo illuminasse nella scalata della campagna della vita e per la felicità del quale aveva offerto le sue ultime pene. Cesare venne a conoscenza della scomparsa della sua cara nonna dopo la sepoltura e la notizia ebbe l’effetto dirompente di uno scoppio ritardato. Seguì al primo momento di una sbalordita incredulità, il secondo di uno sconsolato dolore e infine un terzo di conturbato smarrimento. Infatti la sorte gli aveva inferto troppi fendenti in un ristretto arco di tempo: la lontananza dalla donna amata, l’improvvisa morte della nonna, la rottura dei ponti con i famigliari, gli ostacoli sempre più duri e sempre più imprevedibili che ogni giorno doveva superare per vivere. E come se non fosse bastato tutto questo, si mise pure di mezzo una pungente nostalgia e un sottile e continuo rimorso di quanto era accaduto. Lo sventurato si dibatteva in preda a un terribile dilemma: o dichiarasi un vinto, fare ritorno al casolare, ingoiare le dicerie e i pettegolezzi di tutti, sottostare alle idee politiche e sociali dei suoi cari, ridurre il bene a un semplicistico utilitarismo, anteporre l’interesse particolare al diritto universale, essere spettatore di continui soprusi e violazioni del più forte contro il più debole, consumati dal padre e dai fratelli in onore a una morale di comodo che divideva gli esseri umani nelle due categorie di coloro a cui era dato un soverchio e di coloro a cui era dovere una supina obbedienza, o resistere alla tentazioni di


una vita agiata senza preoccupazioni, fare scudo contro gli stimoli affettivi e nostalgici, continuare a lottare e a soffrire per rimanere fedele ai suoi ideali etici e sociali, per opporsi al corso originario e primitivo degli impulsi genetici che, nel filtro del tempo, si mutano in spinte affettive generanti a loro volta, l’umiltà di due cuori. Cesare scelse quest’ultima ipotesi; una vita di scogli e di angustie. Lo fece per due ordini di ragioni: tenere fede al suo credo di uomo-cittadino ed essere l’artefice del suo domani, anche se gli ritornarono a mente i saggi avvertimenti della nonna: “Un grande amore ostacolato porta con sé inconsuete gioie, ma anche grandi dolori e sacrifici”. Il solo cordone ombelicale che lo teneva ancora vincolato alle vicende del paese, era la corrispondenza epistolare con Rossella, dalla quale aveva saputo anche se in ritardo, della morte della nonna. Tutti i loro scritti, anche se giungevano a destinazione con una certa lentezza per la scarsità dei mezzi di comunicazione, erano lo specchio delle loro anime, erano palpiti e fremiti che il tempo e la lontananza non solo non avevano affievolito, ma rinvigorito e ingigantito, fino a sublimarli nell’amoroso dolore.






CAPITOLO 6

IL RIVERBERO DEL RAMO RIBELLE


Cesare viveva all’ultimo piano di un grande, antico palazzo, in una garçonniere composta da un monolocale adibito a cucinino, studio, stanza da letto, arredato con francescana semplicità: erano sistemati un modesto tavolino, due sedie a paglia, una cassapanca tarlata, un duro canapè, un letto di ferro battuto in cui la ruggine in più parti mostrava l’usura del tempo e sopra il quale erano infisse due assi parallele su cui deporre i libri, al centro un rustico fornello a carbone da cui partivano lunghi e neri tubi che serpeggiando scaricavano i fumi da un foro della vetrata dell’abbaino da cui filtrava un’aura luce, al soffitto una pensile, complicata lumiera che si muoveva in su e in giù manovrando un ingegnoso e cigolante sali scendi di fili e carrucole, mentre in un angolo erano nascosti da un séparé, un piccolo mobile a gas, uno stretto lavabo, dalla cui spina perdente si sentiva un monotono ‘tic-tac’ dell’incessante goccia, uno scrostato armadio ripostiglio e una scricchiolante credenza contente scompagnati piatti, sbeccate scodelle, padelle bugnate dall’uso o delle cadute, poche consunte posate. Il tutto posato su un pavimento di rossi mattoni cotti, in più punti ondulato o sollevato. Fu veramente un salto nel vuoto, un tonfo in un mare guai, il passaggio da una comoda, signorile villa di campagna a una squallida topaia di città, da un goliardico tenore di vita a un’economia fino all’osso, da un ben fornito portafoglio alla misera conta del centesimo, da una spensierata esistenza a un’allarmante sopravvivenza. Sarebbe sicuramente bastato molto meno per sgomentare un uomo comune, per raggelargli il sangue, per stroncargli la volontà mettendolo definitivamente in ginocchio, ma Cesare era dotato di spiccate capacità intellettuali, fornito di impensabili risorse psicofisiche, maturato, attraverso una sofferta esperienza, dalla ricerca e dalla scoperta del primo grande amore. Cesare prese le misure di sicurezza affinché nessuno potesse scovare il suo rifugio, un po’ per essere lasciato in pace, un po’ per evitare le critiche che avrebbe potuto sollevare la sua nuova sistemazione se qualcuno l’avesse veduta. Depositò presso la segreteria dell’università il recapito di un suo grande amico, che avrebbe risposto a chi avesse chiesto di lui che


Cesare aveva lasciato l’appartamento e che non conosceva il nuovo indirizzo. Inutili comunque furono dette precauzioni per i suoi stretti congiunti, perché il padre aveva categoricamente proibito, tra il disappunto generale, di interessarsi e di avere contatti con chi aveva lesionato l’albero genealogico, fino al giorno in cui il ramo si sarebbe riattaccato al tronco. I De Franceschi, schiavi della pseudo-cultura e dei pregiudizi del loro tempo, malgrado i loro eccessi, le colpe, la superficialità, si volevano bene, a modo loro e ciascuno si sentiva una parte dell’altro. Ma sopra gli affetti famigliari dominavano sovrane l’infatuazione e le manie di prestigio e di potere, una gretta ed edonistica concezione della vita, così che della contestazione e della ribellione proprio del maggiorasco, non arrivarono a comprenderne la portata e né a prevederne le conseguenze. Ma generalmente gli errori e i trascorsi presto o tardi si pagano, con un interesse più o meno elevato e da questa ferrea logica non poté sfuggire certamente la famiglia De Franceschi. Infatti, anche se fu relativamente facile sulle prime, coprire la prolungata assenza da casa di Cesare, imputandola a ragioni di studio, vennero poi al pettine situazioni di disagio che disturbarono i sonni tranquilli dei signori De Franceschi, mettendo in forse e incrinando la loro unione famigliare come: l’assenza del nipote al funerale della nonna che non passò inosservata dai presenti, l’incapacità di trovare nuove scusanti che giustificassero il perché Cesare non tornasse al passe neppure durante il periodo delle vacanze scolastiche o delle feste più importanti, l’impossibilità di mettere a tacere le sempre crescenti insinuazioni e commenti di strada e di osteria che davano il dott. Cesare scappato da casa per Rossella, alla quale giungevano regolarmente lettere dalla città in cui l’interessato studiava, coincidenza desunta dal timbro postale che non poteva sfuggire al vecchio portalettere, fatto questo molto significante per gli abitanti del paese, un indeterminato presentimento di un male incombente che produsse in famiglia una nevrosi collettiva, deteriorando i già precari rapporti tra padre e figli rimasti e accentuando la tensione tra marito e moglie. 



CAPITOLO 7

MISSIVE DALLA VIA DEL CALVARIO


Cesare, anche se intuì che la sua presa di posizione avrebbe sconquassato il tessuto connettivo della famiglia, ferendola nell’orgoglio e dandola in pasto all’opinione pubblica, non poté ritornare sulla decisione presa, ma fece di tutto per attenuare gli effetti dello stacco, scrivendo quasi regolarmente delle missive in cui informava di stare bene, di potersela cavare in quanto aveva trovato un lavoro, di proseguire regolarmente negli studi, di non portare rancore a nessuno, di tornare un giorno, di salutare e ricordare con tanto affetto tutti, senza accennare minimamente dove e come si mosse. Inutile a dirsi, non ne seguì mai nessuna risposta, come da ordine impartito a suo tempo da chi comandava in casa. Aveva scelto la via del calvario: ora la doveva percorrere anche se lungo l’aspra salita si sentì più volte vacillare e cadere, sia perché i prolungati sforzi e privazioni gli toglievano la forza per andare avanti, sia perché il ricordo e il rimpianto di persone e luoghi particolarmente cari lo lasciavano in uno stato di permanente commozione che lo prostrava e sia perché la duplice, soverchiante massa dello studio-lavoro sembrava volerlo schiacciare. I duri e spietati colpi della sfortuna non lo annientarono solo perché l’invisibile ma infrangibile filo d’amore, sprigiona le potenzialità dell’uomo e le relative sollecitazioni in misura del superamento degli impedimenti che il raggiungimento del fine richiede. I primi due mesi furono i più gravidi di pensieri, di sofferenze, di problemi, di soluzioni, basti pensare che Cesare all’inizio non aveva per vivere che una modesta somma del suo libretto di risparmio. Ma era solo il principio della serie di quesiti a cui dare ancora una soluzione: trovare un’occupazione, pagare l’affitto, il vitto e le salate tasse universitarie, comprare i testi e le dispense e fare fronte alle piccole spese di tutti i giorni. Dopo un continuo ed estenuante salire e scendere di scale e dopo un disgustoso e umiliante aprirsi e chiudersi di porte, dacché allora la crisi occupazionale era arrivata a livelli allarmanti, finalmente poté trovare un impiego parziale come correttore di bozze presso un quotidiano provinciale.


Praticamente tutti i pomeriggi e le sere erano dedicati a questo lavoro e alle lezioni private di latino e greco impartite ad alcuni allievi ginnasiali, le mattine venivano assorbite dagli impegni universitari che prevedevano lezioni teorico-pratiche, ricerche di laboratorio, consultazione di testi in biblioteca, mentre le notti erano accorciate da un prolungato e stressante studio. Non voleva concedersi distrazioni anche se la città offriva copiosità e varietà di divertimenti, non solo perché i mezzi di sua sussistenza e il tempo liberto erano ridotti al minimo, ma soprattutto perché l’alta meta prefissata lo esigeva. Tutti gli esigui ritagli di spazio libero che gli rimanevano venivano sfruttati per mettersi in relazione con la sua amata, riversando nei suoi scritti la traboccante amarezza della lontananza, i segreti affanni, il fuoco dell’innamorato, le speranze e i progetti del loro avvenire, chiedendo informazioni dello stato di salute dei suoi cari e di quanto accadeva in paese, ragguagliandola delle ristrettezze in cui si dibatteva, del suo intenso orario lavorativo, dal suo voluto isolamento dai piaceri e dai passatempi mondani, ma anche dei suoi successi scolastici e delle soddisfazioni che gli dava il lavoro, cose tutte quante che lo conducevano a sentirsi sempre più uomo.



CAPITOLO 8

IL NECESSARIO DUALISMO DI CONDOTTA


Se per molti lati il vivere di Cesare era segnato da tetri colori con qualche sprazzo di luce, pure il permanere di Rossella era offuscato da fumose nubi, che raramente diradavano il nero per lasciare trasparire un raggio di sole, infatti se era duro lottare per mantenersi, era altrettanto penoso e difficile continuare a operare in un ambiente diventato in buona parte ostile e cattivo e nascondere, allo stesso tempo, con studiate parole e con artefatti comportamenti, il grande segreto. L’incalzare degli avvenimenti e il concatenarsi di sempre nuovi problemi, la costrinsero a uscire dalla sua lineare semplicità di ragazza, per assumere esteriormente un dualismo di condotta che ripugnava alla sua coscienza, in quanto la induceva a reprimere i moti del cuore, forzare la volontà, ridere quando piangeva il cuore, fare l’indifferente quando i famigliari di Cesare le tolsero il saluto, mescolarsi alla rumorosa e petulante gente quando sentiva il bisogno di solitudine, sembrare allegra quando dentro c’era tanta tristezza, partecipare con ostentata gioia agli svaghi locali, quando il suo amato aveva rinunciato a ogni passatempo allettante, ascoltare i complimenti e le proposte dei giovani, quando non potevano essere prese in considerazione, dato che lei aveva fatto la sua scelta, rispondere con noncuranza o con una certa sorpresa quando le compagne confidenzialmente le bisbigliavano che in paese si chiacchierava di lei. Neppure ai suoi cari in principio Rossella confidò l’accaduto, sia per un innato pudore, sia perché la cosa le sembrava troppo bella per essere vera, tanto che alla prima discreta domanda dei famigliari su quello che si diceva di lei e Cesare, rispose con improvvisi rossori e con spiegazioni disarticolate ed evasive, spostando il binario del discorso verso altre direzioni, così che la gelosa custodia del segreto divenne tormento e la sua presenza in pubblico travaglio. Solo nel chiuso della sua amica stanza poteva dare libero sfogo ai suoi stati d’animo e sentirsi liberata dagli sguardi indagatori e dalla curiosità morbosa delle gente e solo nel suo confidente lettino si concedeva al sogno d’amore: soffriva, gioiva, pregava Dio che l’aiutasse, implorava la mamma che la guidasse, prendendola ancora una volta per mano.


Come sembravano lunghi gli intervalli tra una lettera e l’altra, con quale intensità partecipativa s’immedesimava nelle vicissitudini contro cui doveva misurarsi per lei il suo Cesare, quanto era insidioso l’alternarsi di brevi momenti felici che la estasiavano, seguiti da altri più lunghi che la deprimevano. Riacquistava equilibrio e padronanza di sé solo quando si estraniava da quello che la circondava, dimentica di tutto e di tutti, e si sedeva a tavolino dove poteva trovare, nella potenza espressiva della parola scritta, la fusione dei pensieri con i sentimenti e del presente con il futuro, protesa tutta a fare suoi i dolori, le gioie e le aspettative di colui per il quale ormai viveva, galvanizzata dalla pura sorgente dell’amore dalla quale scaturivano i palpiti del cuore, le struggenti emozioni del volersi bene, risoluta a difendere il suo patto d’amore contro gli uomini e contro il tempo. Apparentemente, Rossella non era cambiata, in casa continuava a essere attenta e pronta ad accontentare le necessità dei suoi cari e lavorava più di prima, ma spesso sentiva il bisogno di appartarsi in un angolo della sua camera. Fuori, anche contro voglia, parlava e scherzava con chi incontrava, ma cercava di ridurre le occasioni degli incontri e di abbreviare i tempi della conversazione, nei ritrovi pubblici si sforzava di mostrarsi briosa ed esuberante come al solito, ma voleva che il fratello l’accompagnasse, escogitando sempre nuovi pretesti per lasciare a una certa ora la compagnia e rientrare presto. L’incessante dominio di un fluido susseguirsi di fatti, il persistente sussulto del carosello di immagini riflesse della persona bramata, l’assillante intermittenza di entusiasmi e di scoramenti, le avevano frenato il primitivo fermento di fantasticherie giovanili, sedimentato l’euforica credenza di un creato tinto solo di rosa, proposto un nuovo modello di concepire la vita, modificato gli organi sensoriali e i meccanismi psichici, sottratto un qualche cosa alla acerba freschezza dei lineamenti del volto e del corpo, ma elargito un vario repertorio di significanti esperienze, una più piena, armonica avvenenza di forme, il prodigio della incarnazione in donna, come le bufere che strappano qualche


petalo all’albero in fiore, ma rinvigoriscono la pianta e ne selezionano i frutti che le stagioni poi porteranno a maturazione. Non poteva una ragazza trascinare all’infinito, giorno dopo giorno e da sola, un carico di problemi che a lungo andare avrebbero logorato e consumato la carica energetica di qualsiasi essere umano e non doveva tenere tutto per sé il segreto della sua fase eludendo il diritto di conoscerlo da parte di coloro che tanto amore e fiducia continuavano a darle, sentiva perciò che era impossibile e non leale contenere ulteriormente l’impeto istintivo di confidarsi con quelle persone di cui poteva fidarsi ciecamente e dalle quali sarebbe stata certamente compresa.



CAPITOLO 9

IL PROSCIOGLIMENTO DELL’INIBIZIONE


L’occasione si presentò per caso non molto tempo dopo, quando i suoi, ritornati a sera tarda dai campi, la trovarono in cucina, raggomitolata sulla panca del focolare, quasi spezzata in due parti, con i piedi puntati contro l’orlo, le affusolate gambe piegate sulla coscia, il flessibile tronco protratto fino alle tonde ginocchia, sulle quali si appoggiavano le braccia per sostenere la testa stretta tra le palme delle mani, lasciando liberi i lunghi e folti capelli che si arricciavano sul davanti fino a toccare terra, quasi volesse celare il cadere delle lacrime, attutire la voce dei singhiozzi, isolarla da sguardi indiscreti. Sommersa com’era dall’emozione dei ricordi, non si accorse che qualcuno era entrato e quando giunsero i primi richiami del babbo e del fratello, si scosse, alzò il capo, si aggiustò la scompigliata chioma, guardò imbambolata attraverso il velo del pianto, si rese poi conto che era stata trovata in una inconsueta posizione, si distese, si alzò, si precipitò tra le sue braccia gridando: « Babbo, babbo!» Il fratello dolcemente la staccò, stringendola al suo fianco. «Ora calmati, stai tranquilla, siamo qui noi, poi ci dirai…» L’accompagnò poi alla tavola, a cui tutti e tre si sedettero. Rossella, ancora esitante ad aprirsi perché turbata dalla novità e dalla delicatezza della cosa di cui doveva parlare, incominciò a raccontare la sequenza dei fatti in modo alquanto generico e sconnesso, fino al punto che l’atto liberatorio della confessione la prosciolse dall’inibizione del suo segreto, dopodiché si diffuse nei particolari del suo primo vedersi con Cesare, del fortuito incontrarsi, dell’affannoso cercarsi, dello spontaneo innamorarsi e del giuramento di vivere l’uno per l’altra. E perché non ci fossero dubbi sulla serietà delle loro intenzioni, colse dal colmo del petto una lettera di Cesare appena arrivata, cagione del suo stato di smarrimento in cui era stata sorpresa, lesse con il batticuore quella parte in cui egli le annunciava con vibrante soddisfazione la conquista della sua prima meta: “Lavorando e risparmiando senza tregua sono riuscito a mettere da parte la somma per comprare al mio tesoro l’anello di fidanzamento, la prima catena che sigilla la nostra promessa d’amore e, allo stesso tempo, sto pensando a come e quando si potrà celebrare privatamente la cerimonia. Intanto ti prego, stella


mia, di informare i tuoi famigliari, ai quali ho sempre voluto bene e ai quali mi sento ora anche vincolato da legami di parentela, della mia decisione e di portare al babbo la richiesta ufficiale in cui chiedo la mano di sua figlia e l’approvazione della nostra forzata relazione segreta�.


CAPITOLO 10

LO SMARRIMENTO DEI SEGUGI SENSO-PERCETTIVI


Non che il padre e il fratello non avessero intuito che qualcosa stava cambiando in quel raro esemplare di figlia e di sorella. Essa era il punto di riferimento dei loro affetti e della loro attenzione e per questo non potevano sfuggire alla loro assidua osservazione alcuni segni premonitori, che si manifestarono inspiegabilmente nei suo rapporti comportamentali e nell’evoluzione del suo processo senso-percettivo. Infatti diedero forma ai loro primi, vaghi presentimenti, un marcato pallore che portava via colore e luce al suo bel visino, un accendersi e spegnersi improvviso di occhi che turbavano lo sguardo prima limpido e festante, due labbra semichiuse e smorte che negavano, da un bel po’ di tempo, di schiudersi al raggiante sorriso, uno strano timbro di voce dimessa, in contrasto con quello argentino e suadente di una volta, un trasognante assenteismo che la faceva muovere più per automatismo che per convinzione. Presero corpo in seguito più fondati indizi, quando si avvidero che si palesavano e progressivamente accentuavano in lei, loquace, estroversa, amante di rapporti umani e sociali per natura, simbolo della gioia di vivere, la spinta di isolazionismo, di indifferentismo e di individualismo che la ripiegava su sé stessa, togliendo interesse e slancio alle sue relazioni con l’esterno, mettendola a disagio fuori di casa e estraniandola dalla vita paesana. Ma non avrebbero mai potuto spingere tanto la fantasia a immaginare che la situazione fosse giunta a un punto d’arrivo senza ritorno e che un così ristretto arco di tempo, avesse avuto l’arcano potere di modificare e di pilotare i ritmi esistenziali e i percorsi sentimentali della loro prediletta ponendoli, anche se ancora increduli, di fronte ad una fatalità: Rossella non era più la stessa, il suo cuore era volato lontano, non sarebbe più stata tutta per loro. Infatti la rapida e sbalorditiva meccanica degli eventi, l’imprevista carica esplosiva dell’età evolutiva, lasciarono di ghiaccio i due uomini, sempre pronti e forti nel dominare la fisicità della materia, ma deboli e impreparati ad attutire e ad assorbire il colpo nel momento dell’impatto con la dinamica e complessa problematica della psiche. Per questo, sbigottiti e disorientati,


sembrava loro di essere avviluppati da un’invisibile ragnatela in cui, tra tanti fili, non trovavano quello giusto per uscirne. Li trasse per fortuna, da questo buio labirinto in cui annaspavano e dall’inerzia delle facoltà decisionali in cui erano caduti, il connaturale richiamo del sangue che annoda i padri ai figli e viceversa e la congenita coesione affettiva che li accomuna nella difesa del loro essere e del loro divenire, ancorandoli a una mutua dedizione.


CAPITOLO 11 AFFIDATI BOCCIOLO ALLA PROVVIDENZA


Superati questi attimi di smarrimento, i due si mossero contemporaneamente verso Rossella che, ancora conturbata e sconvolta, li guardava con due occhioni umidi e imploranti; l’uno la prese per mano, l’altro le passò il braccio dietro la schiena, l’accompagnarono alla panca del focolare, le si sedettero a fianco e con carezze ed espressioni affettuose l’acquietarono. Enrico trovò subito le parole atte a giungere al cuore della sempre per lui sorellina, uscito com’era da poco dalle prime esperienze d’amore, non aveva scordato come questa avesse dato a piene mani il meglio di sé per lenire le ferite che gli erano state inferte dalla prima passione amorosa per l’instabile e calcolatrice Maria e dal sincero ma impossibile amore per la semplice Francesca, portava ancora impresso il ricordo di quanto gli era stata vicina e di come aveva vissuto i tristi momenti del suo dramma. Fu soprattutto lei a confortarlo, a ridargli fiducia, a fargli piacere di nuovo la vita. «Rossella,» incominciò a dire, «sei sempre stata la mia buona fata, ora lascia che ricambi almeno in parte, il bene che mi vuoi e che mi hai fatto, condivido le tue angustie, i tuoi timori, la tua decisione, ti sarò sempre al fianco per difendere da qualunque insidia il tuo amore e per aiutarti a vincere i perigli che incontrerai lungo il cammino. Sono felice che il merito e la sorte ti abbiano fatto scegliere il migliore dei giovani che conosco e informa Cesare che non solo gli sono sempre amico, ma anche che sarò orgoglioso se diventerò suo cognato e aggiungi, ma questo ti prego di non scriverglielo, che non poteva scegliere dal giardino della natura un bocciolo più bello e più profumato.» Tanta incondizionata anche se sperata comprensione, tanto fervore di proponimenti da parte del fratello, fugarono l’alone di apprensione e di tristezza che segnava il suo aspetto, colmandola di giubilo, mentre l’ultima battuta di questi, venuta da una sottile e delicata ironia, la fece tornare alla consolante, fresca risata e la sospinse a gettargli le braccia al collo, baciandolo più volte. Il babbo, scosso da questa commovente scena figliale, incurvato dal peso dell’arduo compito di giudicare e di consigliare la figlia, invecchiato dall’incombente responsabilità di intervenire a difesa e a sostegno della felicità di lei, così disse e così pregò: «È sempre


pesante per un genitore rendersi conto che i figli, a una certa età, hanno il diritto e sentono l’esigenza di cercare una loro peculiare collocazione nella vita, ma è ancora più gravoso sapere che uno di questi sta per avviarsi verso un dubbioso avvenire. Non ho incertezza sulla bontà e sui buoni propositi di Cesare, a cui va tutta la mia stima, ma temo le complicazioni che tale rapporto, non voluto dai suoi famigliari, comporta sia per te che indirettamente per noi, per loro sarai sempre un’intrusa, per la gente un’abile adescatrice, ma io conosco a fondo la nobiltà del tuo animo e nulla devi rimproverare al tuo onesto comportamento, solo ti prego di non precipitare le cose e di lasciare che la provvidenza ci indichi la strada da seguire, sappi, infine, che io sono e sarò sempre con te, anche se mi costa immensamente tenere nascosto il tuo patto d’amore con l’uomo che ami, ma Dio sa il perché. Invoco la tua cara mamma, di cui tu sei la più trasparente immagine, di benedirti e di aiutarci.» Fu Rossella, ancora una volta, a correre dal babbo per stringersi a lui, accarezzandogli i capelli e assicurandolo con questi detti: «Tu sei l’uomo più buono e più saggio del mondo, sei il migliore dei padri, con la mamma mi hai creato, con lei mi hai insegnato a vivere, mi specchio continuamente nel vostro esempio, il cuore della vostra Rossella batterà sempre d’amore e di riconoscimento per voi.» Dove uno pensa, lavora, gioisce e soffre per l’altro, là c’è la vera famiglia, la vera società, dove i figli si chinano a riflettere sulle ceneri dei padri e parlano con esse, là il presente si radica veramente nel passato e preordina il futuro, là l’individuo diventa veramente anello di congiunzione tra ciò che è stato e ciò che sarà. Fu proprio questa catena di trasmissione di valori e di affetti che mosse la famiglia a sentirsi totalmente disponibile nel coinvolgere unitariamente le singole energie, che la rese più compatta nell’affrontare e superare questo e altri frangenti, a galvanizzare i propri sforzi per conseguire in una sincronia d’intendimenti il bene comune. La vita in casa riprese con un problema in più, ma anche con un rinnovato spirito di solidarietà. Infatti il lavoro non riassorbì


completamente padre e fratello, anzi più forte di questo fu il dovere di vigilare su Rossella per salvaguardarla da chi avesse voluto farle del male e per tutelarla dalle insinuazioni che avessero potuto ledere il suo onore, come l’aquila che roteando per l’alto cielo non perde mai di vista i suoi piccoli fino al giorno in cui sono in grado di badare a loro stessi e di spiccare dal nido il grande volo. Così essa, non sentendosi più sola nella lotta e vistasi circondata e difesa dal possente baluardo famigliare, non solo tornò sollevata e distesa alle normali occupazioni casalinghe, ma ridimensionò anche la portata dell’angosciante timore di una possibile scoperta della sua relazione amorosa con Cesare e affrontò senza più patemi d’animo l’atmosfera di disagio ambientale in cui si era trovata involta, mostrandosi in pubblico più disinvolta e più sicura di sé.


SPOILER Prima di continuare sento la necessità di uno spoiler/chiarimento. La vicenda di Rossella e Cesare finisce qui. Di Cesare non sentiremo più parlare, Rossella tornerà più avanti, ma avrà un ruolo marginale. Per i due innamorati siamo liberi di immaginare il futuro che più ci piace, Gianni ci lascia questa possibilità. Nuovi saranno ora i protagonisti guidati da amore o da passione. Agape ed Eros a confronto. Buon proseguimento.





CAPITOLO 12

CAPPUCCETTO ROSALBA


Enrico trasse profitto molto opportunamente da questa mutata condizione psicosomatica della sorella per riportarla nel giro delle vecchie e di nuove compagnie e nell’ambito della vita ricreativa del luogo, sentendosi più gelosamente congiunto a lei, perché ora sapeva che in un giorno più o meno prossimo l’avrebbe in qualche modo perduta. Nel frattempo, come chiodo scaccia chiodo, così spesso il tempo cancella i ricordi, il secondo amore sottentra al primo, il terzo al precedente e via di seguito nell’altalena delle irruenti passioni umane, Enrico si lasciò trascinare dalla ruota di nuovi allettamenti. Infatti, come la punta embrionale del seme rompe, fra la notte e il giorno e non si sa come, l’umido grembo della terra, così emerse quasi all’improvviso, la nuova incarnazione di Rosalba. Abitava questa in un povero casolare, sorella maggiore di cinque fratelli, i cui genitori vivevano di stenti e di fatiche, in quanto la poca e arida terra che coltivavano, non riusciva a sfamare tante fameliche bocche. Ancora bambina, all’eta di sei, sette anni, conobbe la dura legge del lavoro che la obbligava nella stagione bella a uscire con le due ossute vaccherelle al pascolo nell’erbatico comunale e nelle brutte giornate a trasformasi in una piccola domestica tuttofare. La si poteva incontrare raramente in giro per il paese, sempre scalza e un po’ sbrindellata, ma la domenica alla Messa indossava un abitino rosso che tirava da tutte le parti, calzava un paio di zoccoletti neri che davano un ritmato scalpiccio ai suoi passi e la copriva il capo un cappuccetto di lana tanto stretto che evidenziava incorniciandola la rotondità del suo grazioso musetto e dal retro del quale uscivano due rigide e curiose treccine. Passava sempre di corsa perché non aveva tempo di fermarsi a parlare, scherzare o a giocare con le amichette e solo nelle grandi feste la potevi vedere incantata a guardare all’insù le giostra a catena con i seggiolini e le compagne volanti o immobile ad ammirare il gelataio, bianco come il suo triciclo, che faceva sparire l’esile cono che teneva bene in vista, riempiendolo con abili e sicuri colpi del grande cucchiaio fino a straboccare di fumante,


coloratissima crema di panna ghiacciata, che poi allungava alle tese mani dei ragazzi che lo circondavano. Non aveva grandi amicizie, anche perché non poteva coltivarle, ma era benvoluta e amata da tutti, sia perché conoscevano le sue precarie condizioni economiche, sia per il suo cordiale modo di salutare, per il suo accentuato dialetto e per i suoi tratti un po’ paesani ma pieni di spontaneità e di calore. Era sempre allegra, pronta al sorriso e allo scherzo, tanto che la gente non si rendeva conto del perché si potesse essere contenti anche nella miseria, ma la ragione profonda di tale apparente contrasto non era altro che l’esteriorizzazione della felicità che sentiva dentro di lei. Infatti, anche se non aveva mai conosciuto l’abbondanza, il frugale cibo le andava tutto in sangue, il caldo contatto dei fratelli nel duro e largo pagliericcio le dava un placido sonno ristoratore, ancor più che il nero pane la nutrivano le parole buone di mamma e papà, l’alta considerazione in cui era tenuta in casa e l’unanime concordia che regnava in famiglia, più che i vestiti la riscaldava la fiamma dell’amore che mai si spegneva in quel focolare domestico, più che la scuola, che non poteva frequentare con regolarità, era il grande e sempre aperto libro della natura che le insegnava le regole del vivere umano e più che le misure di prevenzione e le cure mediche si incaricava la vita spartana a donarle una sana e invidiabile costituzione fisica. La bambina Rosalba, come ninfa di montagna, si sviluppò con la rapidità di un fungo di bosco che spunta come si dice, dalla sera alla mattina, bruciò quasi completamente la fase della fanciullezza, sfiorò quella dell’adolescenza e si trovò in piena pubertà. Il brusco salto di qualità e di quantità fu dovuto a due ordini di cause: per prima cosa il tipo di mansioni che svolgeva fin dai suoi primi anni, facendola sentire più mammina che ragazzina, per seconda la migliorata situazione finanziaria dovuta alla misera ma preziosa paga che il babbo portava a casa a fine quindicina, come capo vaccaro di un’azienda agricola privata del luogo. Questo zampillante sbocciare di giovinezza che la portò a un anticipato manifestarsi donna e le mutate condizioni famigliari che le permisero di abbigliarsi con un pizzico di eleganza


contadinesca, le conferirono quell’aria di minorenne sbarazzina che la resero ancora più simpatica e allettante al sesso maschile e sospetta a quello femminile. Infatti la “mascotte”, come la chiamavano in paese, accese la rivalità delle giovani e non più giovani, allarmate dalla straordinaria avvenenza dei suoi soli quattordici anni che attrasse i bramosi sguardi degli uomini, ammaliati dal richiamo tentatore del frutto proibito. Non sfuggì al fascino della giovanissima neppure Enrico, che più degli altri rimase turbato da tale prodigiosa modificazione, perché non gli sembrava possibile che quella cara monella di Rosalba, che aveva visto crescere sotto i suoi occhi, che aveva aiutato nei suoi momenti di bisogno, che l’aveva sempre considerata una di casa in quanto le loro famiglie avevano instaurato stretti rapporti di sincera amicizia, di reciproco aiuto e di buon vicinato, fosse diventata tanto incantevolmente formosa e così promettente. Gli sembrava ieri, eppure come era ormai lontano il tempo in cui lui la trastullava sulle ginocchia raccontandole le fole, la faceva gridare di gioia e di paura quando se la portava in groppa al cavallo, l’acchiappava tutta arrossita dopo una frenetica corsa per i prati e per i boschi quando giocavano al cane che caccia la lepre, era lontano il tempo in cui lei lo chiamava e lo cercava perché aveva bisogno della sua compagnia. Ora la situazione si stava inesorabilmente capovolgendo, vedeva Rosalba come attraverso una lente biconvessa, che da vicino la ingrandiva smisuratamente e altrettanto la rimpiccioliva da lontano, così che il nuovo ritratto che ne usciva offuscava il precedente ed era proprio lui adesso che correva dietro a questo ingrandimento, che sentiva la mancanza di lei quando non la vedeva, che inventava pretesti e non perdeva occasione per esserle vicino fuori e in casa, che era roso dalla gelosia quando gli uomini la complimentavano scrutandola. Anche Rosalba avvertì nel subconscio che il suo corpo da un po’ di tempo emanava una strana forza di attrazione del sesso maschile, in seguito ebbe più chiara la percezione del potere della sua incipiente femminilità, quando si accorse che gli uomini, in apparenza forti e autoritari, ma in pratica sessualmente deboli e


vulnerabili, incontrandola biascicavano a mezza voce e goffamente frasi comuni d’amore per lusingarla e la guardavano con certi occhi sdolcinati e servili in cui si poteva leggere distintamente che la cotta aveva prodotto i suoi effetti, infine prese consapevolezza dell’accrescimento del suo potenziale psicofisico che la liberò dal fardello del passato fatto di rinuncia e di soggezione, per porla su un piano di euforica superiorità, perché ora non era più lei a chiedere qualcosa, ma gli altri: i giovani la sua presenza per starle ognuno a turno vicino e per la sensazione, anche se fugace, di averla tutta per sé e le coetanee la sua compagnia per sentirsi più cresciute e più importanti. Enrico non poté sottrarsi all’occulto giogo femmineo e si mise a corteggiarla, riservandole tutto il suo tempo libero e mille gentilezze, come un settecentesco cavalier servente. Lei crogiolò tutta al calore di queste prima sconosciute attenzioni, provò un’esultante compiacenza di non essere più trattata come una sorellina adottiva in cerca di appoggio e di difesa o come un giocattolo con cui baloccarsi quando si ha voglia, assaporò il vanitoso orgoglio di piacere a colui che gli era sempre sembrato superiore agli altri per vigore, bontà, laboriosità, a cui era legata da tanta ammirazione, da affettuosa riconoscenza e per cui ora si faceva strada un altro diverso sentimento che, sfocando e sovrastando quelli provati in precedenza, condizionava il suo pensare e il suo volere. E come il fiore si apre all’alba rugiadosa e alla dorata aurora, così Rosalba si schiuse al suo primo amore, a Enrico che divenne il principe dei suoi sogni.






CAPITOLO 13

GLI INSEPARABILI


Potevano essere chiamati gli inseparabili, perché dove c’era Rosalba non mancava Enrico e la casa dell’uno era quella dell’altra e viceversa, dove essa sempre trovava tanta ospitalità e affetto, specie da parte di Rossella, che desiderava la sua compagnia e con la quale ora usciva frequentemente e dove lui era accolto con tanta affabilità e gratitudine. Il loro amore non era cominciato con le parole e non era fatto di dichiarazioni, ma si manifestava attraverso riti primordiali di iniziazione: in casa guardandosi di sfuggita si parlavano con gli occhi, in strada, camminando vicini, si toccavano a tratti le mani e le anche, nel vecchio capanno abbandonato che il nonno di Enrico, appassionato di caccia, aveva costruito in mezzo ad un boschetto vicino all’abitazione, cercandovi rifugio appena potevano, provavano l’occulta magia di trovarsi, di incrociare liberamente i loro sguardi e i loro sorrisi, di sfiorarsi il corpo con le dita e con i baci, abbracciandosi poi una all’altro, come fa l’edera con il tronco. E come la notturna farfalla s’immerge nella trasparente luminosità sotto il vecchio lampione e sempre più assetata di luce, folleggia nel circolo della morte, incapace di allontanarsene, finché cade a terra bruciata dalla stessa sorgente che la inebriava, così l’inesperta giovinetta, libratasi sull’ali dell’amore per lo sconfinato cielo della felicità, non avrebbe durato a lungo alla prova del fuoco, anelante com’era di sempre nuove sensazioni e stimolata da sempre più eccitanti amplessi. Anche Enrico, sempre più avvinto dagli occhi e dal cuore del suo idolo, estasiato dal candore del suo animo e dalla sua germogliante formosità, si cullava nell’ipnosi amorosa e si beava della fremente verginità di Rosalba. In balia l’uno dell’altra vissero per alcuni mesi il loro sogno d’amore e non avrebbero resistito ancora a lungo senza consumarlo se Enrico, più maturo e più consapevole della sua ignara amica, non avesse rotto l’incantesimo, spaventato dalle conseguenze. Sapeva che anche la tormentosa rinuncia avrebbe lasciato le sue tracce, ma non poteva e non doveva permettere che la piena della tentazione travalicasse il livello di guardia per aspirare nel gorgo voluttuoso un’innocente. E come il metallo ferroso fortemente riscaldato e poi immerso in un bagno freddo


si trasforma in duro acciaio, così il rovente istinto del piacere, filtrato dall’impulso altruistico del cuore e raffreddato poi dal susseguente momento riflessivo della ragione, rafforza il senso del dovere e tempra l’atto del volere fino a spingere l’uomo a sacrificare il proprio io per l’altro. Infatti, per l’immenso bene che voleva a Rosalba, per il grande rispetto che le portava e per i suoi principi morali che sempre si erano calati in costume di vita, giurò a sé stesso che non avrebbe abusato delle favorevoli circostanze per possederla, ma che sarebbe stata tutta sua solamente il giorno in cui l’avesse portata all’altare e per mantenere tale proponimento si rese conto che non c’era altro che un solo ripiego: ritornare a vivere quasi come fratello e sorella. E per questa aspra strada Enrico s’incamminò volontariamente mentre Rosalba, incapace ancora di misurare la portata della risoluzione, accettò di percorrerla più passivamente che coscientemente. Un grande amore non necessita solo di sensi, ma si purifica attraverso la continenza e si ingrandisce durante l’attesa, anche se la temporanea astinenza, può provocare sulle prime, uno stato di esasperazione fisica e un trauma della sfera affettiva ed è quanto accadde ai due innamorati. Alienante fu infatti il non ridestare più la segreta effusione d’affetti nei luoghi appartati, il non assaporare più l’ebrezza dei baci, il non sentirsi più l’uno dell’altra nella stretta degli abbracci e di accontentarsi si furtive occhiate, carezze e sospiri, ma l’esercizio mortificante della carne liberò dall’involucro lo spirito, che esaltò una loro più completa felicità nell’aspettativa del domani. Strano a dirsi, la gente del piccolo borgo, che avvertì quasi subito che qualcosa di tenero c’era tra i due, in quanto la troppa vicinanza delle loro case, l’intreccio di continui rapporti di lavoro e di amicizia tra le due famiglie e il vederli sempre assieme, non avrebbe potuto partorire solo una fratellanza siamese, non ricamò per l’usato linguaggio di sospetti o maldicenze, ma guardò con meravigliata curiosità, anzi con simpatia, a questo loro assiduo tubare, chiamandoli con il nomignolo di “piccioncini”, perché arrivavano in paese e tornavano al maso quasi sempre in coppia.


Naturalmente neppure per i famigliari, che la favorirono sul nascere, era un mistero la relazione sorta tra i loro due figli e quando questi espressero l’intenzione di sposarsi appena Rosalba avesse compiuto il sedicesimo anno, chiedendo il consenso ai rispettivi genitori, la richiesta da tempo aspettata, venne accolta con gioiosa partecipazione, quasi fosse una benedizione del cielo, perché le due famiglie sapevano che con quel matrimonio non avrebbero perduto ma trovato un nuovo figlio. Sembrava proprio che in quelle case ogni famigliare trovasse la sua vera felicità, perché regnavano l’amore che accompagnava i cuori nelle gioie e nei dolori, la forza dell’unione che favorisce la prosperità economica e vince le avversità, lo spirito d’abnegazione che fa contento più chi dà che chi riceve. Intanto i due innamorati aspettavano con impazienza il grande momento in cui anche i loro corpi, dacché le loro anime lo erano già, sarebbero diventati una cosa sola e la loro martoriante ansia, precorrendo i tempi, elargiva copiose sembianze di dolcezza futura e faceva pregustare fantasticanti primizie da terra promessa. E in questa proiezione progettuale di un raggiante avvenire esultavano pure i loro congiunti, mentre fervevano i lavori per la dote alla sposina e l’appartamento allo sposo.



CAPITOLO 14

COME AVVOLTOIO SULLA PREDA


Ma quando la meritata meta stava per essere raggiunta e il miraggio toccato, la mala sorte, come avvoltoio calante sull’inconsapevole preda, piombò improvvisa in mezzo alle due famiglie, gettandole nel lutto e nella disperazione. Il tutto iniziò con un apparente male influenzale di stagione, che contagiò Rosalba. La febbriciattola e la persistente tosse, vennero diagnosticate frettolosamente dal medico curante, come sintomi normali del decorso della malattia. Ancora il giorno dopo però la poverina, malgrado la somministrazione dei medicinali che le era stata prescritta, gemeva alternando stati febbricitanti, in cui in preda al delirio invocava i suoi cari e gesticolando allungava la mano per incontrare quella di Enrico che mai l’abbandonava, a momenti di incerto assopimento, in cui gli occhi si spegnevano, il rosso bruciato del viso si sbiancava in un pallore trasparente e il corpo agitato s’acquietava in un bagno di freddo sudore. Il terzo giorno venne richiamato il dottore che, resosi conto della gravità del caso, ordinò l’immediato ricovero in ospedale, asserendo a titolo di giustificazione, che erano sorte delle nuove complicazioni per cui era necessario sottoporre la paziente a esami specialistici. I famigliari incominciarono a impensierirsi, anche se continuavano a sperare che la figlia sarebbe guarita in poco tempo e solo quando nel tardo pomeriggio dello stesso giorno, il primario del reparto in cui era stata portata, visibilmente turbato comunicò loro che si trattava di una acuta forma di doppia polmonite, che non poteva prevedere come avrebbe reagito alle cure intensive a cui avevano già iniziato a sottoporla e che esisteva il pericolo, in mancanza di una risposta positiva all’azione dei farmaci, di un ulteriore peggioramento delle condizioni generali della degente, subentrarono alla paura generica, lo spavento di quello che poteva accadere e lo strazio angustiante che li teneva sospesi tra un tenue filo di speranza, tanto ingiustificato razionalmente, quanto radicato psichicamente e i comunicati dei sanitari, sempre più rari e approssimativi. Lottò tutta la notte, tra convulsioni spasmodiche e stati deliranti, tanto che mamma e Enrico, quasi sempre presenti, chiesero a Dio, piangendo e pregando, la grazia di non farla soffrire a quel modo. Sul far del mattino, distrutta dai patimenti, si calmò, aperse


gli occhi, riprese conoscenza, vide accanto a sé i due suoi amati, abbozzò un debole sorriso, poi si accorse di trovarsi in un ospedale e raccolte le sue forze gridò, in un momento di lucidità: «Portatemi via di qui. Non voglio morire, non ho niente, sto bene.» Ma quando il fenomeno faceva pensare al miracolo e quando i suoi cari l’assicuravano che l’avrebbero presto portata a casa e i medici accorrevano per verificare gli effetti dell’improvviso cambiamento, Rosalba fissò lo sguardo verso l’alto, reclinò il capo sui sciolti capelli, abbandonò l’inerme mano in quella di Enrico, il respiro si fece sempre più rauco e difficoltoso, entrò in coma e, rantolando sempre più fiocamente, si spense sul calar della sera. Gli infermieri dovettero poi subito intervenire per allontanare a forza i due genitori e il giovane che, disfatti dal dolore e accecati dallo sconforto, chiamavano e richiamavano il loro tesoro, implorando disperatamente l’aiuto del Signore, la scuotevano piano piano per svegliarla, le parlavano come se stesse a sentire, le si protesero sopra baciandola e ribaciandola, le si serrarono addosso stringendola tra le braccia e bagnandola di pianto. 



CAPITOLO 15

LUGUBRI RINTOCCHI


Intanto, il grosso campanone rintronò per la vallata e ai suoi lugubri rintocchi consegnò l’annunzio mortale. In un baleno la ferale notizia rimbalzò di casa in casa, colse di sorpresa la gente del paese, smarrì le menti e si conficcò nei cuori ancora increduli. Infatti sembrava impossibile, quasi innaturale che un fiore appena sbocciato venisse così brutalmente falciato, che il male superasse la potenza creativa della natura distruggendone l’opera ancora incompiuta, che la morte potesse annientare sul nascere il possente slancio della prima gioventù e che la terra si nutrisse di una sua creatura che si apriva alla vita per dare e avere felicità. E a dimostrazione della enorme impressione che aveva suscitato in tutti tale agghiacciante evento e della plebiscitaria partecipazione al lutto, ogni rappresentante delle famiglie della comunità si recò in mesto pellegrinaggio, ai piedi del funebre letto per esprimere non solo le condoglianze ai famigliari, ma anche per recitare una prece e per benedire il bel viso ormai bianco come un giglio. Una moltitudine di persone poi, nel giorno delle esequie, accompagnò raccolta e commossa il ghirlandato feltro all’ultima dimora e scesero nella stessa tomba, a perenne ricordo di Rosalba, il dolore e l’amore di quanti le volevano bene. Una canuta vecchierella, gettando sopra la bara il simbolico pugno di terra, disse nella semplicistica originalità della sua fede: «Anche il cielo per non invecchiare ha bisogno di freschi fiori che emanino il profumo della giovinezza e il più raro di questi sei tu Rosalba, fanciulla cara. Fa entrare un giorno anche me in questo tuo giardino.»



CAPITOLO 16

L’ESTINTA IDEALITÀ DELL’AMORE


Nessuno seppe mai consolarlo, nemmeno coloro che gli erano sempre più vicino e nessuno poté mai capire che con Rosalba moriva la parte migliore di Enrico. Stroncato dal crepacuore e dalla lunga veglia, sentendosi venir meno, subito dopo il funerale corse a casa senza salutare amici e conoscenti, si buttò sul letto gridando: «Dio, Dio, che cosa mi hai fatto? Perché non mantieni ciò che prometti? A che serve vivere, se senza lei si è estinta l’idealità dell’amore e vano e infelice sarà il domani?» Enrico, con i nervi a fior di pelle e una crisi di fede vacillante, pur brancolando nel buio della disperazione, seppe internamente comprimere il rigurgito di ogni manifestazione esteriore di pena e il suo supplizio così che, apparentemente padrone di se stesso tornò, pure se in tono minore e svogliatamente, alle normali occupazioni quotidiane. Anche in famiglia Enrico non era più Enrico, continuava è vero a essere rispettoso verso il padre e compiacente con la sorella, ma non avvertiva più quel trasporto affettivo e non dimostrava più quella maniera premurosa di una volta per l’uno o per l’altra, si era un po’ allontanata la forza coesiva dello stesso sangue e affievolita la propulsione dell’amore filiale e fraterno, come pure non provava più lo stesso attaccamento nei riguardi dei famigliari di Rosalba, in quanto non si sentiva più uno di loro e gli sembrava di essere divenuto un intruso. Un’identica mutazione di sentimenti e di rapporti si ripeté, in forma diversa ma altrettanto negativa, con la gente e con l’ambiente. Frequentava la solita compagnia, ma gli spazi del tempo libero venivano occupati sempre più dalla solitudine, si vedeva ancora con gli amici negli abituali luoghi di ritrovo e di gioco, ma la sua presenza non diventava mai partecipativa e tanto meno comunicativa, non era cioè più il soggetto attivo delle feste e dei divertimenti, ma un oggetto passivo che subiva la iniziativa di altri e la cui parvenza di allegria serviva a mascherare uno stato d’apatia per tutto quello che lo circondava. Vennero meno in lui anche la voglia e il trasporto per il lavoro, che aveva sempre considerato il mezzo più efficace per realizzare il completamento della sua personalità e per conseguire in prospettiva lo scopo che si era prefisso.


Il procedere del tempo non lenì le lacerazioni dell’anima, non stese il velo dell’oblio sull’accaduto, anzi inaridì più che confortare il cuore. Questa, tra le infinite forme di reazione che scaturiscono irripetibili dall’interno, è la più rovinosa e dirompente, anche se non lascia all’esterno segni visibili. Infatti che cosa c’è di più pernicioso per l’essere umano che sentire seccare dentro la fonte di ogni desiderio, che l’accorgersi di essere solo tra la gente, che tenere gelosamente chiuso nello scrigno dei segreti il giuramento di non sposare nessuna altra donna, che nascondere a tutti il grigiore e il vuoto della sua esistenza, sospinta in avanti da una cristallizzante forza di inerzia e che camminare senza una meta nel deserto della vita? Sei proprio una sciagurata, una ruota della fortuna che nel tuo perpetuo giro di rotazione rialzi a tuo piacimento, prima fino al colmo e poi abbassi fino al punto di terra aneliti, interessi e progetti dell’uomo, finché spesso li schiacci a uno a uno, portando malefici a catena. Così impietrì Enrico, che non solo l’avvenire s’abbuiò, ma anche il passato si cancellò nella nebbia dei ricordi e il suo presente divenne il nulla; svanirono dal suo cuore i cari amici, le liete serate, gli entusiasmi giovanili, la tensione verso il bello e il buono, come si dissolsero nella sua memoria i prati, il verde del fieno, l’eco dei monti, l’effluvio dei fiori, il gusto delle messi, le fatiche e i doni della sua ferace terra. A Enrico, atterrato nel morale, aggiogato dallo scetticismo, disancorato dagli uomini, allontanatosi da Dio, ridotto a vegetare per vivere, era praticamente preclusa ogni possibilità di risalire dal fondo del burrone in cui erano precipitati tutti i suoi ideali e di scrollarsi di dosso l’esiziale indifferenza che tarpava le ali a tutte le sue speranze. E come spesso accade all’uomo disperato, di affondare le violacee labbra nel vino generoso e di passare da un bicchiere all’altro per affogare nell’ebrezza il continuo affiorare di risorgenti pene, così a Enrico non rimase altro per dimenticare che bere nella coppa del piacere; dopo un anno di estenuante misantropia e di ascetica dedizione a colei che aveva incarnato l’essenza dell’amore.


Non fu certo per libera scelta, ma per complesso di fortuite combinazioni, per l’insistente pressione diretta a fin di bene dei suoi cari e soprattutto per la vulnerabilità del suo spirito troppo debole e provato, che l’incauto giovane fu sospinto su questa strada, facile da percorrere ma difficile da lasciare. E come il tessadro ordisce i fili per tessere la tele, così la fatalità tramò occulti maneggi per irretire il malcapitato. Infatti, per un banale incidente successo a Gilda, questi cadde nel risucchio di un’imprevista quanto pericolosa avventura passionale.


CAPITOLO 17

GILDA (SERVE DIRE ALTRO?)


Questa ragazza era la figlia del signor segretario comunale, uomo di una certa autorità e prestigio, non solo nell’espletamento delle sue mansioni d’ufficio, ma anche nel fare giustizia di questioni e liti sorte per ragioni di possesso, di confine, di atavici odi e nell’accordare gli aventi diritto o i contendenti nella spartizione dell’eredità. Tanto la carica ufficiale di giudice conciliatore, quanto quella non legale, ma consolidata dalla tradizione popolare, di notaro del paese, arrotondavano abbondantemente lo stipendio base, con donazioni da parte dei beneficiati di generi in natura, a titolo di compenso. La madre di Gilda, donna Genoveffa, inorgoglita dalla carica di burocrate occupata dal marito, gonfiata dal sapersi moglie di un uomo dei maggiorenti del Comune, ossessionata costantemente dalle sue origini rurali, tentava disperatamente di nasconderle coprendosi di sgargianti abiti di dubbio buongusto, rimpiazzando le vecchie conoscenze e amicizie con le nuove, ripudiando l’usuale dialetto per uno stentato e sgrammaticato italiano e riversando tutta la sua mania di distinzione dal volgo sulla figlia, la quale avrebbe dovuto avere quello che era mancato a lei, divenire cioè una vera e riverita signora. Gilda, facendo leva sulle debolezze della madre e sulla predilezione del padre per lei nei confronti di Gigino, il fratellino minore, sempre impacciato e già in difficoltà nella scuola elementare, riusciva immancabilmente a farsi perdonare i suoi trascorsi e a ottenere tutto quello che desiderava. Brillante e padrona di se stessa, raffinata nell’abbigliamento e signorile nei tratti, fredda calcolatrice e sprezzante delle convenienze: erano queste le prerogative che la collocavano su un piedistallo davanti agli occhi estatici dei genitori, i quali vedevano in lei accentrate, quasi fossero state infuse, le loro insoddisfazioni e speranze, anche se non portò a termine gli studi superiori, non certo per mancanza di intelligenza, ma perché le era più congeniale seguire le sollecitazioni del suo incessante mulinare di congetture e di progettazioni che la rendevano, appena raggiunta una meta, bramosa di un’altra e perché le piaceva montare la cresta della volubile onda della vita, per afferrare al volo l’occasione favorevole che le desse subito e tutto ciò che voleva.


Dalla gente del comune e dintorni era guardata con un’aria di malcelato rispetto, tra la curiosità e la diffidenza e salutata per strada da un simulato ossequio, dovuto al fatto di essere “la segretaria” (la figlia del segretario) o “la dottoressa” (la fidanzata del medico condotto), come la chiamavano in molti, anche se non erano pochi quelli che le affibbiarono il mordace nomignolo di “la randagia”, per sottintendere “cagna”, infatti la sua ultima preda era il dottore, appena giunto dal meridione, brutto, piccolo, grande imbonitore di parole gesticolate, ma pur sempre un buon partito per lei e per una sicura sistemazione, in quanto la grande casa dei futuri suoceri sarebbe potuta diventare sua, almeno in parte. Gilda, che conosceva bene le arti del mestiere, batté il ferro intanto che era caldo, interruppe le lezioni scolastiche per avere più tempo di stare con lui, riuscendo a portare il caldo sangue del nuovo venuto fino al punto di ebollizione, ma non di travaso, per tenerlo al guinzaglio. Sicura ma non paga della sua conquista, quando il geloso fidanzato, a cui non si era concessa per ovvie ragioni utilitaristiche e non certo morali o religiose, in quanto aveva sperimentato più di una volta che un fiore una volta strappato, poteva perdere presto nella mano del raccoglitore profumo, colore e forma, venne chiamato a prestare servizio militare di leva nel corso allievi ufficiali medici, rimpiangendo il movimentato ambiente studentesco e gli allettamenti della città, fu ripresa dalla febbre di possedere e di essere posseduta. Intraprendente e decisa a tutto pur di arrivare al suo scopo, in mancanza di meglio, non disdegnò di flirtare con i compaesani e non c’era luogo di festa o di incontro in cui lei non tenesse banco, con la sua loquela così carezzevole, con i suoi ammiccamenti così ingenuamente civettuoli, con i suoi movimenti così naturalmente seducenti, che avrebbe tratto in inganno anche l’uomo più esperto, perché a ognuno sembrava di essere divenuto il soggetto e l’oggetto delle sue attenzioni e preferenze. Dava un po’ di se stessa a tutti e lunga era la fila dei pretendenti, anche se solo quei pochi che lei selezionava per i suoi fini edonistici potevano arrivare, a grado a grado, al tutto.


CAPITOLO 18

IN UN NUGOLO DI GALLINE RUSPANTI E COSCE TENTATRICI


Sempre mobile nel pensiero, ma ferma nell’azione, per variare l’informe grigiore delle lunghe ore del giorno in cui tutti lavoravano, inforcava la sua lucente bicicletta, privilegio allora di pochi, incuneandosi con energiche pedalate per le strette strade di campagna. E fu proprio in una di queste scorribande che piombò in curva su una fila di galline ruspanti, risucchiandone, spiumandone e attorcigliandone due al mozzo della ruota anteriore che si bloccò strisciando, proiettando poi la spericolata, a salto di pesce, sul duro terreno, in un nugolo di piume svolazzanti e di polvere turbinante. Il frastornante e indistinto chiocciare, starnazzare e gridare, richiamò l’attenzione di Enrico, che lavorava nelle vicinanze, il quale corse in fretta verso il luogo da cui provenivano le invocazioni di aiuto e la trovò prona, affagottata, singhiozzante e implorante, con i vestiti scomposti e a brandelli, con il viso escoriato e le mani e gambe spellate da cui usciva abbondante il sangue. La riconobbe, la chiamò per nome, la rianimò e passandole le forti braccia sotto la nuca e le ginocchia, la sollevò e la portò a casa sua, che distava pochi metri, adagiandola su una larga ottomana appoggiata alla parete di fondo dell’atrio. Dovette sbrigare tutto da solo, perché in casa non c’era nessuno: farle trangugiare, tra mille smorfie, un forte liquore di erbe amare, cercare nel cassettone garze e asciugamani, cotone e disinfettante nell’armadietto, riempire di acqua una bacinella, improvvisarsi infermiere. Lavò le abrasioni, tamponò il sangue, versò l’alcol iodato sulle rosse lacerazioni che la fecero gridare dal dolore e la indussero ad aggrapparsi a Enrico. In seguito però, le operazioni di pronto soccorso diventarono più imbarazzanti e conturbanti, quando la giovane con tutta disinvoltura si tirò su le già strappate e piuttosto cortine vesti, fino all’altezza delle appena visibili e trasparenti mutandine, allungando ora una, ora l’altra, delle nervose gambe per la disinfezione, accompagnando il bruciore con dei movimenti sussultori del ventre e cingendogli il fianco durante la fasciatura ora con l'una, ora con l’altra delle cosce tentatrici. Man mano che il male delle contusioni e l’effetto delle medicazioni si attenuavano, Gilda si ricaricava di nuovi ardori e


delle vecchie tensioni: si accorgeva solo ora, quasi uscisse da un evanescente sogno mattutino, anche se si conoscevano da tempo, della maschia bellezza, dell’aitante prestanza, della squisita semplicità di modi di Enrico, che evidenziavano il contrasto con l’insignificante figura, con l’effeminatezza e affettazione del suo “terrone”, come era uso chiamare dalla gente del nord quella del sud. E se prima i suoi atteggiamenti verso Enrico potevano essere determinati in gran parte da riflessi condizionati per le aperte ferite, in seguito nel meccanismo del suo cervello, tutto divenne studiato, meditato, finalizzato. Infatti, ancora una volta, seppe cogliere al volo la palla della fortuna che la caduta le aveva rimandato e sfruttare la posizione in cui la casualità l’aveva posta per concepire e attuare, seguendo il suo sottile intuito femminile e il suo sagace fiuto di abile adescatrice, il suo piano di attacco, predisponendo attentamente sullo scacchiere delle operazioni quelle mosse che avrebbero finito per dare scacco matto al re. Con la voce un po’ velata, con il corpo mollemente rilassato, con due occhi sornioni e fusa di gatto chiese, prendendo nella sua delicata mano quella pesante di lui, di aiutarla a sedere per riprendere forza e per meglio manifestargli il calore delle sue espressioni di gratitudine, per complimentarlo della bravura e della solerzia dimostrate nel curarla e per dirgli che non avrebbe dimenticato quello che aveva fatto per lei. Quando poi si fu rimessa quasi completamente dal rovinoso colpo, la sua versatilità non ebbe più argini, dilagando fluida e sicura da un discorso all’altro: partì dalla cronaca completa della dinamica dell’infortunio, nel quale vedeva accanto al sinistro disegno della sorte anche un segno sicuro dello zodiaco che aveva decretato tempo, luogo e modo in cui sarebbero dovute incrociarsi le loro vie e arrivò alla richiesta, apparentemente bonaria, ma di fatto indagatrice, sui rapporti di Enrico con i famigliari, sulle sue occupazioni e previsioni future e per rendere più confidenziale il colloquio e per favorirne la risposta, a ogni domanda o si legava al suo braccio o gli si abbandonava contro il fianco o appoggiava la testa nel suo largo torace, come cercasse


un sostegno, ma in realtà per fare sentire il profumo dei suoi capelli apritisi a ventaglio. Il tutto accadeva con tale istantaneità ed estemporaneità che il povero Enrico non riusciva a seguire il concatenarsi dei fatti, a vagliare lo scavalcarsi delle situazioni, a interrompere la corrente di eccitazione che Gilda gli aveva messo in corpo, con esibizioni di pose così sconcertanti e con attestazioni di riconoscimento tanto affettuosamente intime che il sangue gli martellava le tempie e i polsi. All’astuta femmina non passò inosservato lo stato di alterazione psico-fisica in cui si dibatteva l’inesperta sua vittima, così come non sfuggì che quella era la congiuntura più favorevole, dopo la marcia di avvicinamento, per lanciare e stringere il laccio della cattura: si chiuse in un eloquente silenzio, si discostò da lui lentamente con una lunga carezza, si lasciò andare in posizione supina, lo fissò insistentemente con due occhi dilatati, come fa la biscia, che con l’immobilità del suo penetrante sguardo ipnotizza, attira, ingolla l’ignaro uccellino che saltella sempre più piano. E Enrico si trovò in un groviglio di braccia, di gambe, di baci da cui ne uscì integro per pura combinazione: il rumore dei passi sui gradini della scala d’entrata che si avvicinava sempre più distinto li fece sobbalzare, disgiungere, riassettare alla meglio.






CAPITOLO 19

DUE FRATELLI SUPEREROI


Entrò, vide, si fermò, stupì, perse la parola Rossella, a vedere in casa Gilda, che conosceva più per aver sentito dire che per relazioni dirette o indirette, con il viso arrossato e gli abiti discinti e solo quando il fratello, tutto s’affrettò a raccontarle l’accaduto, si rasserenò, si pentì di aver pensato male dei due, giustificando i loro strani segni esteriori con lo spavento provato, corse a salutarla e a offrirle, con la solita generosità, i suoi servigi per alleviarle il male. L’accorta infortunata non ci pensò due volte ad approfittare di questa schietta ospitalità, insistendo ad arte, quasi per farsi compiangere dello scampato pericolo, sulle complicazioni e le conseguenze che sarebbero derivate dal pauroso capitombolo, se non fosse stata subito soccorsa e toccando, con abili passaggi di una convincente dialettica, la tastiera delle corde sentimentali, con elogi a Enrico, con complimenti alla fresca bellezza della cortese sorella, con ringraziamenti per la gentilezza ricevuta, con dichiarazioni d’ammirazione per una famiglia tanto unita, disponibile e accogliente, con il rimpianto di avere conosciuto bene solo ora tali cari persone, con il manifestare il desiderio e il bisogno di avere la loro amicizia e di godere della loro compagnia. Rossella rimase favorevolmente impressionata, quasi commossa da queste affermazioni gratificanti che avevano tutta la parvenza di essere sgorgate di getto dal cuore e assicurò l’ospite che anche per loro due sarebbe stato un piacere diventare suoi amici, mente Enrico, ancora più sbalordito della presenza d’animo e dell’audacia con cui Gilda sapeva affrontare, indirizzare e piegare ogni evento, chiese permesso di andare a recuperare la bicicletta. Tornato, trovò le due immerse, come vecchie conoscenti, a conversare così animatamente che dovette chiamare più volte Gilda per mostrarle i danni che aveva subito il mezzo. Questa si voltò, guardò, si precipitò a toccare la sua “cara bici” tutta contorta, scoppiò in pianto gridando: «Come lo dirò ai miei?» La calmò Rossella e Enrico le assicurò che le rotture e le storture non erano irreparabili come a prima vista sembravano e che lui stesso sarebbe stato in grado di aggiustarla in pochi giorni, nel suo piccolo scantinato adibito a officina, la cui attrezzatura, anche se rudimentale, gli costò tempo e denaro.


A tale proposta, l’infortunata ragazza si consolò, sorrise e non seppe escogitare modo migliore di ringraziarli che quello di abbracciarli e baciarli forte, chiamandoli suoi salvatori. I due, schermandosi risposero che ogni uomo aiuta l’altro nei momenti di bisogno e che non era proprio il caso di fare complimenti tra amici, dopodiché l’accompagnarono col barroccino fin sotto casa, salutandola con un premuroso arrivederci a presto.



CAPITOLO 20

LA CHIUSURA DEL CERCHIO, TONDO COME RUOTA DI BICICLETTA


E lei non si fece attendere, perché all’indomani, ancora ammaccata e incerottata, ma in perfetta forma di istinti, si recò al maso con la scusa di rinnovare un grazie ai suoi benefattori e di osservare meglio il suo malconcio velocipede, ma in realtà per vedere colui su cui aveva messo gli occhi addosso. Trovò la famiglia al completo e ci furono regali per tutti: una cravatta a Enrico, un profumo a Rossella, un pacco di buon tabacco da pipa a papà Pietro, che conosceva appena di vista, per entrare nelle sue simpatie. Così il cerchio, che aveva tracciato con ingegnosa tattica, si chiudeva e lei poteva muoversi liberamente al suo interno come fosse diventata parte integrante del corso di relazioni di casa Liverani, i cui membri ormai sollecitavano la sua presenza e gradivano la sua compagnia. Dopo un breve scambio di battute sul suo stato di salute e un lungo giro d’orizzonte su persone e fatti di comune interesse, Gilda spostò intenzionalmente la conversazione, chiedendo a Enrico se per caso avesse iniziato i lavori di riparazione al suo mezzo, di cui sentiva la mancanza. Alla risposta affermativa, espresse il desiderio di vedere le bici e lui l’accontentò scendendo con lei nel locale-laboratorio. Non voleva credere ai suoi occhi quando le apparve sospesa, quasi nel vuoto, pendente dai ganci di due esili corde infisse nel grezzo soffitto, distesa, lucida e bella come prima, la sua amica bicicletta, anche se necessitavano ancora alcune ore di lavoro per la definitiva messa a punto della trasmissione e della bilanciatura delle ruote. La toccò, la lisciò e presa da un impeto euforico di gioia, intrecciò con le sue dita quelle di lui, lo tirò a sé, gli gettò le braccia al collo, lo avvinghiò con le gambe, le labbra si dischiusero e si congiunsero, i due corpi si prepararono e si distesero a terra, dimentichi dei pericoli che correvano di essere scoperti, lentamente lei si tolse alcuni indumenti intimi, si offrì e nel gorgo della frenesia lo chiamava: «Sei la mia gioia, il mio grande amore». All’effimero visibilio del primo godimento, seguirono la caduta nel torpore fisico e volitivo e poi il risveglio in Enrico delle sembianze di Rosalba, il cui ricordo evocava il rimorso dell’infedeltà, mentre in Gilda, come mai appagata e gongolante


per i lusinghieri risultati ottenuti, non si notarono modificazioni nell’aspetto esteriore e tantomeno segni interiori, cosicché come se nulla fosse accaduto, ritornò al piano superiore e salutò con spigliatezza e disinvoltura papà Pietro e Rossella, che invitò con il fratello la sera seguente a casa sua, per una festa in famiglia.



CAPITOLO 21

ORA SO PERCHÈ HO COMPRATO UN GIRADISCHI


Accettato di buon grado l’invito, la serata trascorse allegra nella sala da pranzo, tra dolci e bevande e ognuno faceva a gara per renderla più piacevole, soprattutto Gilda, che per mettere tutti a loro agio, imbarcò i due padri nel gioco delle carte e le due donne nello sfoglio di riviste di moda, pezzo forte dell’enfasi di sua madre, che in detta materia la sapeva lunga e che in questo campo presumeva di non avere rivali, riservando così a loro un sufficiente spazio di manovra per appartarsi nello studio, con il pretesto di sentire qualche buon disco di musica leggera. Ma il passo tra questo e la sua camera era talmente corto che bastò aprire una porta per trovarsi avventatamente sul letto per fare l’amore, inconsulto per tempo e temerario per luogo. Anche se fu ancora lei, insuperata regista, a dare corso agli approcci sensuali durante il simposio, sedendosi di fianco a lui e strofinandogli i polpacci con il piede, toccandolo di sfuggita con la mano ogni volta che usava il tovagliolo disteso sulle ginocchia, sormontandogli una gamba con la sua, fu lui questa volta, portato al limite di rottura, a chiedere l’atto conclusivo. Enrico non era più Enrico, era solamente un vinto, un prigioniero di Gilda, una donna non tanto bella, ma così istintivamente possessiva, tanto persuasiva nei suoi modi di fare e di dire, quanto pericolosamente e maledettamente stimolante per il suo corpo sempre in calore. E come i giocatori d’azzardo, schiavi della passione del gioco, ed esaltati dalle fortunose vincite, puntano la posta sempre più in alto, così i due amanti, invischiati nelle maglie della lussuria ed elettrizzati dalla corrente della bramosia, resero abitudinari i lori incontri sessuali, alimentandoli con una sempre più forte dose di stimolazioni. L’incidente e il debito di riconoscenza che sancirono il patto di amicizia e il buon accordo tra le famiglie, servirono ai due da cortina fumogena per occultare il vero scopo del loro incontrarsi, vedersi e frequentarsi, anche perché i loro intimi rapporti avvenivano in tutta segretezza, in quanto lei poteva disporre liberamente di casa Liverani, mentre quando si trovavano in pubblico, sapevano mantenere un contegno controllato, che non desse adito a sospetti.






CAPITOLO 22

IN TUTTI I LUOGHI, IN TUTTI I LAGHI


La fattoria Liverani, non molto estesa ma isolata dal paese, offriva tanti angoli nascosti alla vista dei rari passanti, in cui si poteva amoreggiare senza essere disturbati o sorpresi ed era proprio lei, quasi fosse dotata dell’infallibile fiuto del bracco, a cercare, scovare, scegliere i luoghi più sicuri in cui potersi appartare, trasformati per l’occasione in morbidi e caldi nidi dal suo vestiario e dalla sua biancheria o in avvolgenti e ombrose alcove dai frondosi e bassi rami degli alberi o dagli alti steli dell’erba. Così, nel gran silenzio dei soffici muschi dei boschi o nel bel mezzo della fiorita frescura dei prati o dentro il frusciante ondeggiare delle odorose messi dei campi o sotto le basse e larghe foglie delle intricate siepi delle carreggiabili o più raramente, nella brutta stagione, sui molleggiati mucchi del crepitante fieno dell’aia o nell’oscurità compiacente dei ‘vòlti’ di casa, consumavano di volta in volta i loro non legittimi riti, ma mai, neppure dietro le richieste, le insistenze, le impennate di Gilda, il vecchio capanno fu aperto alle sue voglie, perché nessuno doveva violare il rifugio di un mondo perduto ma sempre vivo, santuario dei ricordi e cenacolo di sensazioni oniriche di Rosalba. In contrasto con la trasparenza dell’acqua lacustre che chiarisce le intenzioni di connubio dei gesti, l’opacità di una ben studiata simulazione, mascherò per lungo tempo le forvianti intese tra i due spasimanti e solo dopo mesi s’insinuò nella mente e vagò nel cuore della gente il dubbio che, dietro il paravento di una loro troppa accentuata dimestichezza familiare, si nascondesse l’equivocità delle loro intenzioni e il sospetto, anche se suffragato più da logiche supposizioni che da concrete giustificazioni, che a breve o a lungo termine, la marcia dei sensi, generata da un’eccessiva presenza di Gilda in casa Liverani, avrebbe finito per sommergere il sentimento, a più bassa tensione, dell’amicizia. Comunque, malgrado l’incalzare delle deduzioni, non si colsero in flagranza di colpa, perché non si ebbe mai nelle mani la corporeità del reato, in quanto la verità non venne mai a galla dai bassi fondi. Solamente la volubilità di carattere, la sete di piaceri divenuta bisogno, la rapacità di Gilda di scapricciarsi con altri uomini, tesero, incrinarono e spezzarono i rapporti con Enrico.


Infatti, la loro irruente calata passionale, entrò prima in fase di raffreddamento, quando essa diradò le sue visite e rese sempre più saltuarie e meno partecipate le sue unioni carnali, poi in quella di stanca, quando giustificò i mancati appuntamenti con sospetta copertura di mancanza di tempo o di impegni sorti all’ultimo minuto, mentre lui invece veniva a sapere da “radio osteria” che quella se la intendeva con il sostituto del suo fidanzato. E anche questa volta, per una fortuna sfacciata, l’intrigo amoroso rimase nel riserbo, perché confinato entro le mura di casa di Gilda, in quanto il primo piano della stessa ero stato affittato di recente al Comune e da questo adibito a nuovo ambulatorio, a cui essa poteva accedere ogni qualvolta lo desiderasse, senza essere vista da nessuno e nel quale inspiegabilmente il medico si fermava spesso oltre l’orario di servizio o vi ritornava frequentemente nelle ore notturne, non certo per eccesso di zelo o per dedizione alla sua professione ma, come lasciava intendere l’insinuazione popolare, per visitare, curare e guarire un strana ammalata scoppiante di salute alla quale, guarda caso piaceva ora più stare a casa che uscire. E quando Enrico, seccato e geloso, chiese spiegazioni a Gilda sulla veridicità delle dicerie che circolavano in paese sul suo conto e sull’allontanamento dei loro rapporti, essa seppe così bene simulare la parte della vittima, che riuscì a convincerlo che erano tutte calunnie le prime e che i suoi sentimenti per lui erano immutati. A formalizzare la credibilità di tali menzognere affermazioni, intervenne pure il fatto che di lì a poco, il giovane medico supplente in questione, venne trasferito per ordine di graduatoria, in una condotta più vicina alla città, ma lontana da Villanova, così che alla ninfomane non rimase altro che ritornare con regolarità da Enrico. Ma buon sangue non mente e come l’ape, per sua natura, non può fare a meno di impollinarsi passando di fiore in fiore, così Gilda, per inclinazione, non resistette al richiamo di sollazzarsi, civettando con gli ufficiali del primo gruppo d’artiglieria pesante appena giunti in paese per il campo estivo.



CAPITOLO 23

UN ESERCITO AI SUOI PIEDI



Come fidanzata di un ufficiale medico, anche se di complemento, si sentiva quasi imparentata con l’esercito e come figlia del segretario, procuratore degli alloggi per la truppa, si riteneva quasi in dovere di dare anche lei le sue prestazioni, per rendere meno pesante e noiosa la vita militare, così che trovò del tutto naturale e legittimo frequentare e animare il circolo ufficiali, situato in una villa distante dall’accampamento, mangiare spesso alla loro mensa, ispezionare le loro tende da campo con la scusa di conoscere dove e come dormivano, accompagnarsi ora all’uno ora all’altro degli ufficiali liberi dal servizio, per una passeggiata in campagna o nei boschi. Era allettante guardare ed essere guardata, coprire il ruolo di prima donna del reggimento, sapersi desiderata e voluta, fomentare rivalità di possesso e cullarsi nella concupiscenza della scelta. E se molti erano gli aspiranti, come accade in casi del genere, pochi furono gli eletti, come un bel capitano, più fortunato in campagne di sottane che in quelle di guerra e un azzimato e attillato sottotenentino, poco militare ma molto manichino, che non poterono sfuggire al suo volere. Enrico, fattosi scettico e diffidente, spiò gli spostamenti e le manovre di copertura della “Randagia”, riuscendo con perseveranti appostamenti a scoprire la tresca. Infatti Gilda era solita, dopo le serate passate al circolo, farsi accompagnare a casa dal capitano, ma arrivata a un bivio, spesso invertiva direzione, immettendosi in una strada secondaria, che seguendo il limitare del bosco s’inerpicava poi verso un aperto pianoro, su cui si stendeva l’accampamento e continuava fino alla tenda del suo accompagnatore, che essendo il comandante la compagnia, aveva il privilegio di averne una in dotazione tutta per lui, per di più spaziosa e confortevole, perfettamente mimetizzata, posta più in alto delle altre tende, da dove si potevano dominare la china e il piano. Ma Enrico vigilava nell’ombra dell’abetaia e più di una volta la vide scivolare corpo a corpo con il capitano nella tenda e altrettante uscirne da un pertugio del telo appena rialzato, girare intorno guardinga lo sguardo, aggiustarsi gli abiti e i capelli,


rifare veloce il percorso, rientrando a notte fonda con le strade deserte. Anche di giorno la maglie della sorveglianza si strinsero, pedinando le uscite di Gilda con il suo damerino, che la portavano con troppa sospetta ripetitività verso solitari anfratti del monte, a cui si poteva accedere attraverso sentieri da capre e in cui si sentiva sicura coma la volpe nel suo covo. Fu proprio in un passaggio obbligato che Enrico, nascosto dietro ai massi, l’aspettò al varco e la colse mentre allestiva il letto con i suoi indumenti, procedimento che lui conosceva bene, abbandonandosi poi all’impaziente tenentino, secondo prescelto di turno.



CAPITOLO 24

LA ROTTURA DEL PRISMA



Gli uomini, presi dal sentimento e dalla passione per una donna o intimidiscono o si inorgogliscono pavoneggiandosi, ma sempre vedono questa attraverso un prisma deformante, che da vicino ammanta il campo visivo della piacevolezza delle sue forme, della mitezza del suo temperamento, della quantità e qualità dei suoi pregi e che da lontano restringe l’angolatura dei suoi difetti fisici, delle sue spinte caratteriali o acquisite, della cognizione della volubilità della sua natura. Il fenomeno che spesso s’incontra tra i due sessi, favorisce l’accoppiamento, ma è anche causa disgregante della stessa coppia, quando nell’uno o nell’altra si rompe il diaframma dell’illusione ottica e riemerge la crudezza della realtà dei fatti. Naturalmente questo succede generalmente quando l’amore è un mero rapporto di sensualità e non anello di congiunzione tra bene e male, tra piacere e travaglio. Nasce e muore così buona parte dell’intimo corso della storia dei due amanti, che lascerà una traccia che il tempo non potrà mai completamente cancellare dai loro cuori. Infatti Gilda, finite le esercitazioni militari, ebbe sentore di avere sottovalutato la reazione di Enrico per averlo trascurato e di avere incrinato le loro vicende amorose, ma nonostante ciò, spavalda ricorse al trucco di sempre, facendo leva sul bisogno che ha l’uomo della donna: si precipitò da lui, lo assicurò con menzogne che nessuno poteva prendere il suo posto, prodigandosi in lusinghe e allettamenti. Ma le scene di tradimento a cui Enrico aveva assistito non visto, erano così vive negli occhi di lui che l’iniziale gelosia si convertì in disgusto e nausea e si insinuò nel suo animo un senso di repulsione verso tutto il genere femminile. Come in un baleno gli si disvelò l’entità della sostanziale difformità tra Rosalba e Gilda, della spregiudicata mutabilità, della faciloneria e allo stesso tempo, mai rimembranza di donna salì tanto in altro da diventare faro di salvezza al naufrago e stella polare d’orientamento allo sperduto. Enrico non uscì in escandescenze, tanto meno la coprì di rimproveri e di insulti, solo si limitò a dire:


«Gilda, tu non sei fatta per me, non mi accontento di una frazione del tuo amore, non voglio un fiore che dia il suo profumo a più d’uno, lasciamoci e rimaniamo solo amici». Ella protestò, pianse, mercanteggiò ma poi, visti vani tutti i suoi tentativi, ritornò quella che era, assunse un aria di sdegno, un contegno d’alterigia, un atteggiamento di sfida, lo umiliò, rinfacciandogli: «Ma chi ti credi di essere? Sei solo un contadino! Mi rimpiangerai!» Per riflesso, subitaneo proruppe il rimpianto più intenso e più lacerante che mai, quello per la sua ineffabile Rosalba. Egli non rispose alle provocazioni. Il suo sguardo triste s’incontrò con quello sprezzante di lei e il loro voltarsi in opposte direzioni fu l’ultimo addio.



SENZA UN EPILOGO Il racconto finisce qui. Non so dire se fosse nelle intenzioni di Gianni proseguire. Nel quaderno ci sono ancora molte pagine, ma sono tutte rimaste bianche. Io credo che, a modo suo, la parola “fine” sia stata scritta. In fondo, quale miglior modo di terminare, se non con un addio.

E vissero tutti felici e contenti.



STUDIAVO TEDESCO, MA SOGNAVO L'AMORE  

Trovato su un vecchio quaderno di scuola........ * a cura di Liana Formaini per il Museo Scuola Rango

STUDIAVO TEDESCO, MA SOGNAVO L'AMORE  

Trovato su un vecchio quaderno di scuola........ * a cura di Liana Formaini per il Museo Scuola Rango

Advertisement