ARCHEO MONOGRAFIE FENICI
MONOGRAFIE
Un’epopea mediterranea
FENICI
di Sandro Filippo Bondì
Timeline Publishing Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.
A R G
€ 7,90
IN EDICOLA IL 31 MARZO 2019
LA
N°30 Aprile/Maggio 2019 Rivista Bimestrale
RA I U CVVENT I NDE A E FN
FENICI
Un’epopea mediterranea di Sandro Filippo Bondí
6. Presentazione 8. Introduzione
88. L’urbanistica e l’architettura
Le città e i monumenti
Fenici e Cartaginesi: nuove prospettive e nuove conoscenze
92. La statuaria in pietra
32. L’ambiente geografico
98. Gli avori e i metalli
Echi d’Egitto
Tra il mare e le montagne
Tesori d’alto artigianato
36. La storia
108. Le terrecotte e la produzione minore
Nascita di una civiltà
46. L’attività commerciale Mercanti prestigiosi
56. La colonizzazione
Storie di un’onda lunga
82. Le istituzioni e la società
Degne di ammirazione
84. La vita religiosa
Astarte, Melqart e gli altri...
Quel ghigno dal sapore esotico...
114. La scrittura
La grande invenzione
118. L’eredità
Il popolo della stella
122. Il Museo Nazionale di Beirut I Fenici in vetrina di Mauro Pompili
L’IDENTITÀ FENICIA Sin dall’antichità i Fenici suscitarono ammirazione incondizionata o malcelato disprezzo. Un’immagine ambigua, quella che abbiamo ereditato dai classici, all’origine dello stereotipo del commerciante subdolo e senza scrupoli, al contempo navigatore cosmopolita e portatore – insieme a beni di lusso – di conoscenza e cultura. L’ambivalenza del fenomeno «Fenici» è ben presente già negli autori greci: durante le gare celebrate in occasione del funerale di Patroclo, è lo stesso Achille a esaltare la magnificenza di un premio molto speciale, «un cratere d’argento sbalzato, che sei misure teneva e per bellezza vinceva ogni altro su tutta la terra e
molto, perché l’avevano fatto con arte gli esperti Sidonii; genti fenicie l’avevan portato sul mare nebbioso» (Iliade XXIII 740); Sidones polydaidaloi – Sidoni dai molteplici talenti artistici – li chiama Omero. Fenici della città di Sidone, come lo era quella donna «grande e bella, esperta d’opere d’arte» che aveva rapito il piccolo Eumeo, il fido porcaio di Ulisse: «Un giorno Fenici vennero, navigatori famosi, furfanti, cianfrusaglie infinite sulla nave nera portando» (Odissea XV 415). Un’immagine «politicamente scorretta», che conferma il tenore di un precedente passo, in cui Ulisse racconta a Eumeo di quando era incappato in G A L L I A
San nta aO Ola l iia a
I T A L I A Mas ssal saliia sa a
S P A G N A
Py Py Pyr yrrg gii
C o r sic a
A l Ab Abu
Ro om o ma
Alalia lia S u Sag un nto
Sa San S ant’I an t’’Imbe mb beniia be
Ba le a r i
Hue Hu H u lva va a
Ibiza
Cad dic ice
Car C Ca a tag gena
Sex xi Malaga
Tangerii
Abd bd b dera a
Tha harrrros h Ant nttas as S a r d e g n a No orra Cag C agliari Sullcis ciiis c s
Ischia Isc h
M ar a r Tir reno
Li us Lix s IIco Ic c si siu ium
Cartina della regione mediterranea con le principali città fenicie: un’ampia rete di scali e di insediamenti venne creata in ondate successive, tra l’VIII e il VII sec. a.C.
Hip Hippo pp po p Reg R eg gius
U ca Uti Cartag Ca Car ta ine ta ne e
Mozzia a
Palermo
S i ci l i a Sir Si S iracu ir ra acu c sa a
Panttel telle leria
Goz o
Had Hadrem Ha ad dre rrem em e metu e m
A F R I C A
M
M al t a
a
r
N
Sabrat Sab rattha a
NE
NO
E
O
SE
SO
S
| FENICI | 6 |
Leptis Lep Le tis Ma M gna g gn
ha definito la questione fenicia «un problema ormai sufficientemente chiarito, tale da consentire una definizione e una caratterizzazione adeguata di quel popolo». In questa sede, Sandro Filippo Bondí, già professore ordinario di archeologia fenicio-punica e collaboratore di «Archeo» sin dai primi numeri, ci guida alla conoscenza di questo universo caleidoscopico, poliforme, di certo affascinante, che ha indotto taluni a chiedersi, addirittura, se sia mai esistita un «identità fenicia»; a questo radicale interrogativo contribuiranno a rispondere, in senso positivo, le pagine che seguono… Andreas M. Steiner
un «uomo fenicio, esperto d’inganni, un ladrone che molti mali aveva fatto tra gli uomini» e che, raggirandolo «con le sue astuzie», lo aveva condotto in Fenicia. Qualche secolo piú tardi, però, Erodoto descrive con toni ben diversi, le virtú dei Fenici, i quali «introdussero fra i Greci molti e svariati insegnamenti, e fra questi le lettere dell’alfabeto che, come mi sembra, non c’erano prima fra i Greci; (...) i quali, avendo imparato, grazie all’insegnamento dei Fenici, le lettere (...) se ne servivano e usandole le chiamarono (...) ”lettere fenicie”» (Storie, V, 58). Chi erano, allora, veramente i Fenici? Uno dei loro massimi studiosi contemporanei, Sabatino Moscati,
M a r
Ne ro
T R A C I A Mare Ma re A d r ia ticc o
Sibari
M A C E D O N I A
F R I G I A
L I C I A
G R E C I A
Efe E es so o
S I R I A
Attte Ate A ene
Ma r I o nio
Ta so Tarso Tar
C I L I C I A
M r Ma Eg E g eoo
Uga Ug g rit ri Rodi
Ara Ar A rad do o
C ip r o
Cr eta
M e d i t e r r a n e o
Bib bllo o Beirrut Sidon ne Tiiro
Cir iren ene Ger erusale emm me me Gaza Ga
L I B I A Are re e de d i File ilen ni
F E N I C I A I S R A E L E
G I U D E A
Aless Ale ssandrria a Na Nau aucra au cratis cra ts tis
E G I T T O
| FENICI | 7 |
L’AMBIENTE GEOGRAFICO
Tra il mare e le montagne CULLA DELLA CIVILTÀ FENICIA FU IL LEVANTE MEDITERRANEO COMPRESO NEI CONFINI DELL’ODIERNO LIBANO E DEL NORD DI ISRAELE. UNA REGIONE DAL VOLTO DUPLICE, IN CUI ALLA NATURALE PROPENSIONE MARINARA FAVORITA DALLA LUNGA FASCIA COSTIERA FACEVANO DA CONTRALTARE RILIEVI MAESTOSI, AMMANTATI DALLE FORESTE DI CEDRO
A
l centro della costa orientale del Mediterraneo, una stretta regione si estende per circa 250 km tra gli antichi centri di Tell Sukas a nord e di Acco a sud. La fascia litoranea è punteggiata di insediamenti urbani di notevole consistenza, come Arado, Tripoli, Beirut, Sidone e Tiro, nei quali la presenza dell’uomo è stata continua, dalla piú remota antichità ai nostri giorni. Alle spalle dell’area costiera cosí intensamente abitata, una specie di cordone naturale isola la regione dall’entroterra piú lontano. Sono le montagne del Libano e dell’Antilibano che, correndo quasi parallele al mare per varie decine di chilometri e talora avvicinandosi piú da presso alla costa, delimitano tra il Mediterraneo e le prime propaggini montuose una striscia di terra la cui ampiezza non supera i 50 km, ma che spesso è notevolmente piú ristretta. Il clima di questa regione è mite, gl’inverni piovosi compensano la relativa secchezza delle stagioni estive e numerosi corsi d’acqua che scendono dalle alture verso il mare rendono fertile la terra e fiorente l’agricoltura. La vegetazione, con il passare dei secoli, si è decisamente impoverita, soprattutto
| FENICI | 32 |
nelle zone collinari; l’azione dell’uomo ha fatto scomparire quasi del tutto le ampie foreste di cedri, che nell’antichità costituirono il vanto e la maggiore risorsa delle montagne del Libano, e anche la palma da dattero, un tempo assai diffusa, s’incontra oggi con una certa difficoltà. Rimangono, a testimonianza di quello che dovette essere il paesaggio antico, le colture piú tradizionali che oggi come ieri costituiscono le ricchezze naturali del Paese: cereali, ulivi, viti e alberi da frutta. Il cambiamento delle condizioni ambientali ha avuto conseguenze anche sulla fauna: degli animali selvatici che popolavano la collina boscosa (lupi, orsi, pantere, ecc.) non v’è oggi quasi piú traccia. Sulle alture ormai brulle si trovano quasi soltanto le capre, che con i buoi, le pecore e gli asini erano anche in passato le specie domestiche piú diffuse.
Il nome dai Greci Questa terra, che gli antichi abitanti chiamarono Canaan e che ai nostri giorni corrisponde piú o meno al territorio del Libano, fu dai Greci denominata Fenicia; e fenicio fu definito il popolo che qui ebbe la sua
L’area archeologica di Biblo (Libano), l’antico tell (collinetta artificiale) situato su un promontorio affacciato sul Mediterraneo, una trentina di chilometri a nord di Beirut. Sullo sfondo, i resti del colonnato di età romana.
| FENICI | 33 |
LA COLONIZZAZIONE
Documenti egiziani e biblici (il «racconto di Wenamun», il Libro dei Re e quello di Ezechiele) mostrano che agl’inizi della sua storia, a cavallo tra il II e il I millennio a.C. la società fenicia è sostanzialmente suddivisa tra un settore gravitante attorno al palazzo e un altro privo di collegamenti organici con l’ambiente palatino. Progressivamente, però, essa acquisisce nuove forme di stratificazione sociale, la cui ricostruzione è particolarmente importante per un’approfondita conoscenza del fenomeno coloniale.
La testimonianza di Omero Il racconto di Wenamun e la narrazione biblica dei rapporti tra Hiram di Tiro e Salomone dipingono una società economicamente dipendente dall’entourage palatino e strutturata attorno a esso, con messaggeri, funzionari, maestranze e «servi» a costituire una scala sociale assai differenziata, ma in fondo attardata in forme tipiche dell’età precedente. Qualche secolo piú tardi, invece, si rivela completamente diverso il quadro tratteggiato da Omero a proposito dei commercianti fenici attivi tra l’Egeo, Creta, il Vicino Oriente e l’Egitto. I Fenici di cui parla Omero in vari brani dell’Iliade e dell’Odissea (Il. XXIII, 741-745; Od. XIV, 287-300; XV, 415484) partecipano di una realtà sociale differente: il modo in cui operano, la lunga durata dei loro soggiorni all’estero, il loro rango – emergente dai rapporti con i «signori del mercato» locali – e l’esistenza di solide ricchezze possedute in patria mostrano una situazione assai evoluta: al tempo di Omero questi mercanti appaiono davvero la forza nuova e trainante della società fenicia. La classe mercantile non ha piú,
Il promontorio sul quale si conservano i resti dell’antica Biblo (Libano). Il piú antico nome del sito è Gbl (Gebal o Gubal), toponimo semitico riportato in testi sumerici ed egiziani del III mill. In età greca fu trasformato in Byblos, termine che presto designa una delle principali risorse locali, il papiro e, in seguito, i rotoli di papiro su cui si scriveva, i biblia (libri).
| FENICI | 62 |
IL COMMERCIO FENICIO HA PER DESTINATARI PARTNER DI RANGO ELEVATO IN SENO ALLE RISPETTIVE SOCIETÀ
evidentemente, il proprio punto di riferimento economico nel palazzo: i commercianti non operano come «agenti» dell’istituzione palatina, ma per conto proprio, eventualmente consociandosi tra loro, in modo non dissimile da quanto sappiamo, per quello stesso tempo, per i mercanti greci con cui non a caso essi in vari casi collaborano. Ma v’è un altro aspetto da considerare: il
Stele che celebra il ritorno di Asarhaddon dopo la vittoria sul faraone Taharqa nel Nord dell’Egitto, da Zincirli Höyük. 670 a.C. circa. Berlino, Pergamon Museum.
commercio internazionale fenicio è palesemente rivolto a partner di rango elevato all’interno delle rispettive società, legati in qualche modo da una sorta di vincolo di appartenenza allo stesso ceto. Cosí si spiega l’affermazione ad ampio raggio tra la Grecia, l’Etruria e la Spagna del vasellame metallico, degli avori e di oggetti connessi con l’ideologia del simposio o con l’esaltazione
Dai palazzi reali
I
l processo di progressiva erosione del potere monarchico è uno degli aspetti dell’evoluzione politico-sociale percepibile all’interno della società fenicia nei secoli iniziali del I millennio a.C. I sovrani di cui abbiamo cognizione attraverso documenti da loro stessi redatti – o che li riguardino direttamente – sono infatti figure abbastanza sfuggenti, alle quali è difficile attribuire autentici poteri di guida della politica e dell’economia cittadina. Biblo ci restituisce, tra il X e il IX secolo a.C., una serie di epigrafi tracciate dai sovrani della città: ebbene in queste iscrizioni essi sono ricordati come costruttori o restauratori di templi, come persone devote agli dèi cittadini, come re «giusti e retti». I sovrani, insomma, vogliono essere ricordati per la loro opera religiosa o per la loro probità, ma nessun cenno viene fatto all’effettivo potere politico esercitato all’interno del regno. È questo, forse, il primo segnale di una crisi dell’istituto monarchico che avrà il suo culmine circa due secoli piú tardi, quando la Fenicia sarà ridotta ormai a provincia assira. In un prezioso documento che ci è stato conservato per buona parte, il cosiddetto «trattato tra Asarhaddon e Baal» (rispettivamente un sovrano assiro e un re di Tiro nella prima metà del VII secolo a.C.) redatto in accadico (la lingua degli Assiri e dei Babilonesi), il primo si rivolge al secondo definendolo «servo». Tra le clausole del trattato due soprattutto indicano che le prerogative del re fenicio sono ormai poco piú che simboliche: da un lato viene imposto a Baal di non leggere la corrispondenza inviata dal sovrano assiro se non in presenza del governatore da questi designato e dall’altro si introducono limiti tassativi alla circolazione delle navi «di Baal e della gente del Paese di Tiro» (in altre parole di quelle possedute dal sovrano o delle imbarcazioni di altri proprietari).
| FENICI | 63 |
LA COLONIZZAZIONE
Tutti i luoghi di culto di una coppia divina
L
a nascita del tessuto coloniale fenicio porta con sé la creazione di un ampio numero di santuari, che sono essi stessi, in piú casi, il primo segno del radicamento territoriale dei naviganti venuti dall’Oriente. Tali santuari assumono spesso, in mancanza di una vera e propria partecipazione diretta degli ambienti politici il suggello della presenza istituzionale da parte delle città di origine Al di là del naturale ruolo religioso, i santuari sanciscono dunque ufficialmente la
presenza della comunità politica di origine, in genere quella di Tiro, la città che nel quadro dell’espansione risulta piú presente. Non è un caso che i grandi santuari fenici d’Occidente siano in massima parte dedicati, durante la fase coloniale, alle maggiori divinità cittadine di Tiro, cioè il dio Melqart (il cui nome significa «re della città») e la dea Astarte, la massima figura femminile del pantheon cittadino. Si ritiene che tali luoghi di culto segnassero in
politica e del commercio. Nata come frutto di un organismo sociale all’apice delle sue capacità espansive, la colonizzazione si conclude nel segno di una crescente difficoltà e di una perduta autonomia, che spinge molti Fenici a cercare condizioni di vita migliori nelle regioni d’Occidente in cui tanti connazionali si erano da tempo trasferiti, promuovendo al caso la fondazione di ulteriori città. La conclusione della lunga vicenda coloniale segna di fatto, e per molti decenni, anche un sostanziale arresto delle relazioni tra Oriente e Occidente fenicio. Solo con la fine dell’egemonia assira e poi
| FENICI | 76 |
babilonese, al tempo della dominazione persiana, le navi fenicie torneranno a solcare le rotte dell’Occidente aperte tanti secoli prima.
La funzione degli insediamenti La complessità delle motivazioni e degli obiettivi che sono alla base della colonizzazione fenicia fa sí che, nell’esaminare la natura degl’insediamenti fondati nel Mediterraneo centro-occidentale, ci si trovi di fronte a realtà assai diverse, dal punto di vista non solo geomorfologico – come abbiamo visto – ma anche funzionale. A seconda delle finalità che si prefiggevano, della situazione
In alto, a sinistra le lamine in oro che riportano – in lingua etrusca e fenicia – una dedica alla dea fenicia Astarte, dal tempio B di Pyrgi (Santa Severa). Fine del VI sec. a.C. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. In alto, a destra statua in calcare
qualche modo due diversi aspetti della presenza tiria: piú «ufficiale» nel caso dei templi di Melqart, che individuano nella nuova colonia quasi un prolungamento del territorio di Tiro; piuttosto votati a facilitare le relazioni con le genti indigene delle regioni d’arrivo i santuari di Astarte, nei quali la tipica pratica della prostituzione sacra esercitata dalle adepte della dea poteva certo facilitare questo specifico aspetto. Rispondono a queste prerogative, per ciò che riguarda Melqart, i templi che, secondo le testimonianze dell’archeologia e la tradizione letteraria, gli furono dedicati a Malta, a Canopo sul delta del Nilo, a Lixus e a Cadice; e non mancano indizi di luoghi di culto consimili a Cartagine e a Tharros. Quanto ad Astarte, alla grande dea di Tiro erano consacrati luoghi di culto ancora piú numerosi e spesso dotati di una fama che andava ben oltre la dimensione fenicia. Cipro ospitò, nella colonia tiria di Kition e a Paphos, due grandi santuari a lei dedicati; e altri ne sorsero in
di Eracle/Melqart, da Idalion (Cipro). Metà del V sec. a.C. Parigi, Museo del Louvre. In alto placca in avorio con la dea Astarte come «donna alla finestra», da Arslan Tash (Siria). VIII sec. a.C. Parigi, Museo del Louvre.
Egitto (Erodoto parla del culto di una «Afrodite straniera» nel cosiddetto «Campo tirio» a Menfi), a Malta, nella località siciliana di Erice. Notevole è poi il culto tributato ad Astarte a Pyrgi (odierna Santa Severa, nel Lazio),
territoriale, delle relazioni con le genti indigene e con il territorio, le singole fondazioni presentano infatti caratteri differenti, che la ricerca storica e archeologica ha definito con chiarezza. Anzitutto la dimensione commerciale della colonizzazione fenicia ne è risultata meglio precisata: il legame tra la Fenicia e le regioni mediterranee ricche di quelle materie prime metalliche che costituiscono il vero e proprio filo rosso della colonizzazione ne risulta confermato; ma insieme emerge il carattere articolato del fenomeno coloniale, in cui convivono forme diverse di approccio al
che fu uno dei porti dell’etrusca Cerveteri: tale culto, per il V secolo a.C., è attestato dalle celebri lamine auree in lingua etrusca e in lingua fenicia ritrovate negli anni Sessanta nell’area sacra della città.
territorio, modi pure differenti di affrontare il problema delle relazioni con le fasce etniche locali, interessi piú o meno accentuati verso lo sfruttamento delle distinte risorse locali. In questo quadro, un primo aspetto evidente è costituito dalla differente frequenza delle colonie: vi sono regioni, come la Sicilia o il Nord Africa, in cui agl’inizi dell’età coloniale risultano presenti solo poche fondazioni, in genere abbastanza discoste l’una dall’altra, su tratti di costa anche molto lunghi. Simili situazioni suggeriscono che la funzione preminente dei centri coloniali sia quella di un controllo delle rotte marittime, con scarso
| FENICI | 77 |
LA STATUARIA IN PIETRA
A
C
D
B
| FENICI | 96 |
Il sarcofago di Ahiram
Il grande sarcofago del re Ahiram venne rinvenuto nel febbraio del 1922 nella tomba V di Biblo ed è oggi esposto nel Museo Nazionale di Beirut. Su un lato, Ahiram siede in trono, con un fiore di loto nella mano sinistra, tra sfingi alate e donne disperate dal dolore. Sul lato opposto, sfila un corteo sacrificale. Sul coperchio si legge: «La bara che Ittobaal, figlio di Ahiram, re di Biblo, fece per suo padre come sede eterna. E se qualunque re, o governatore, o comandante attaccherà Biblo e aprirà questa bara, che si infranga il suo scettro del giudizio, che si rovesci il suo trono reale, e che la pace abbandoni per sempre Biblo; e quanto a lui, che venga cancellata la sua iscrizione!». A. Il lato del sarcofago con il re Ahiram in trono. B. Figure di uomini e leoni decorano il coperchio. C. Un lato breve, con quattro donne piangenti. D-E. L’iscrizione, nella quale si legge «Ahiram, re di Biblo».
E
provenienza, fino a farne una delle sue produzioni maggiormente caratteristiche. Il piú antico della serie è il sarcofago del re di Biblo Ahiram, che risale al XIII-XII secolo a.C. È un’opera di altissimo livello, che illumina al meglio la varietà di suggestioni che convergono nell’arte fenicia fin dalle sue piú precoci espressioni. Il sarcofago è a forma di cassa rettangolare ed è sostenuto da leoni accovacciati. Lungo i lati maggiori si svolge una scena di offerta: al re, seduto in trono, una serie di figure presenta i propri doni. Quattro donne piangenti appaiono su ciascuno dei lati minori della cassa, sulla parte superiore della quale corre un fregio continuo di boccioli e fiori di loto. Sul coperchio sono rappresentati due personaggi che recano uno stelo di loto e, sulla parte mediana di esso, i dorsi di due leoni.
Influenze hittite Si sommano in quest’opera motivi di tradizione siriana, di origine hittita e d’ispirazione egittizzante. Se la scena della processione di offerenti è già nota da avori siriani del XV secolo a.C., rimandano all’arte hittita i leoni presenti sulla base e sul coperchio del sarcofago, mentre sono da ascrivere al repertorio egiziano l’iconografia del personaggio in trono e il fregio floreale. Con il VI secolo a.C. compaiono in Fenicia nuovi sarcofagi, di tipo antropoide, che sono importati dall’Egitto per essere posti nelle tombe dei sovrani. Due di questi esemplari, in basalto nero e di aspetto mummiforme, sono impiegati per le sepolture di Tabnit ed Eshmunazar, sovrani di Sidone. Proprio questa città si specializza successivamente nella produzione di sarcofagi antropoidi in cui all’inizio predomina la componente egiziana, ma in seguito si afferma l’influenza greca, evidente soprattutto nella fisionomia dei personaggi rappresentati sui coperchi e che caratterizza visibilmente anche la nutrita produzione dell’Occidente fenicio. Sarcofagi antropoidi sono stati infatti rinvenuti anche a Cartagine, in Sicilia, a Malta e nella Penisola iberica.
| FENICI | 97 |
L’EREDITÀ
Bronzetto raffigurante un suonatore di lira, da Monte Sirai. VI sec. a.C. Cagliari, Museo Archeologico Nazionale.
| FENICI | 118 |
Il popolo della stella I DEBITI NEI CONFRONTI DELLA CIVILTÀ FENICIA SPAZIANO IN MOLTEPLICI CAMPI DEL SAPERE. A CONFERMA DI UN DINAMISMO INTELLETTUALE DA CUI SCATURIRONO SCOPERTE E INVENZIONI DI RILIEVO ECCEZIONALE
U
na civiltà come quella fenicia, sviluppatasi in larga misura fuori della sua sede originaria e tesa per necessità e per scelta al rapporto con altre genti, ha assorbito dagli ambienti con cui è venuta a contatto suggestioni, idee, costumanze religiose che sono divenute poco a poco parte integrante della propria cultura. Abbiamo posto l’accento, di volta in volta, sugli apporti che alla civiltà fenicia sono giunti dalla valle del Nilo, dal mondo mesopotamico e da quello greco. Questi apporti ne fanno, soprattutto nel campo artistico, ma non soltanto, un singolare crogiuolo in cui si fondono e si rielaborano esperienze molteplici, mai passivamente accolte come patrimonio immutabile, ma al contrario sempre rivissute in modo autonomo e adattate alle diverse esigenze di cui i Fenici, in patria e altrove, sono portatori e interpreti. Per questo, negli studi sul mondo fenicio,
Cartagine. I resti delle terme di Antonino, costruite fra il 145 e il 162 d.C.
si pone costantemente in rilievo la funzione che, rispetto a questa civiltà, ebbero i «sostrati» e gli «astrati», cioè rispettivamente le culture già insediate nelle aree in cui i Fenici vissero o si trasferirono e quelle che li affiancarono sia in patria, sia nella diaspora in Occidente. V’è però un altro, non meno importante aspetto da sottolineare, ed è quello costituito dai durevoli contributi che i Fenici, nel loro prodigioso processo di espansione, fornirono alle genti con cui vennero a contatto e all’intera cultura mediterranea. In genere s’individua nella trasmissione dell’alfabeto al mondo greco il dato in questo senso piú rilevante; talora vi si aggiunge l’apporto di un’avanzata tecnologia per ciò che concerne la navigazione. Già nell’antichità, infatti, si attribuiva ai Fenici l’invenzione della trireme e si apprezzava la loro capacità di navigare orientandosi con le stelle. Non a caso la stella polare era chiamata dai Greci «fenicia». A questi elementi è ora possibile aggiungerne altri, la cui affermazione in
| FENICI | 119 |