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antica cina archeologia sulla via del tao il mistero delle origini

antica cina archeologia sulla via del tao

Bimestrale - My Way Media Srl

I popoli e le dinastie La religiositĂ e i luoghi del potere Il Buddhismo Sulla via della Seta â‚Ź 6,90

N°3-2014

Gli itinerari


antica cina archeologia sulla via del tao di Marco Meccarelli

6. presentazione

Alla ricerca di un nome

18. civiltà della cina Tradizione e transizioni

56. via della seta

Verso il mondo globale

74. via del potere Antiche capitali

84. via del buddhismo La fede nella roccia

96. via del culto Devozione e armonia

106. via dell’aldilà Imperatori per sempre

120. via dei popoli

Le mille forme dell’abitare

132. via del tè Cha Ma Dao

140. via delle etnie L’arte rupestre


n Cina, l’ideogramma dao, piú comunemente trascritto come tao, esprime il concetto di «Via». Tao è la «Via» per eccellenza, la legge secondo la quale si attua l’universo; è il percorso, fisico, ma anche spirituale, funzionale al raggiungimento di una consapevolezza piú elevata del proprio essere, della vera conoscenza di sé. La «Via» è sinonimo di ordine naturale: un concetto, un’idea presenti in tutte le sfaccettature del pensiero cinese. Anche questa Monografia di «Archeo», dedicata alle civiltà dell’antica Cina, è suddivisa in otto «vie», partendo dalla via della Seta e proseguendo con le vie del Potere, del Buddhismo, del Culto, dell’Aldilà, dei Popoli, del Tè, per concludere con la via delle Etnie. Otto percorsi attraverso i quali è possibile conoscere il divenire storico e gli elementi fondanti di questo universo lontano e diverso. Itinerari archeologici che, inoltre, possono considerarsi vere e proprie guide da ripercorrere in un futuro viaggio nel grande Paese orientale.

Kazakistan Kucha Turtan Kashgar

Xinjiang

Khotan

Xizang ( Ti b e t )

Nepal

Bhutan Gange

India

Bangladesh

Via della seta Via del potere, antiche capitali

Gli ideogrammi riportati in questa pagina (in alto) equivalgono al termine Zhongguo, cioè «Cina» nel cinese scritto non semplificato. Il primo (zhong) significa «centro», il secondo (guo) «stato/i, regno, nazione», da cui derivano traduzioni come «Regno del Mezzo» o «Stato centrale».

Via del buddhismo, architetture rupestri Via regale dell’aldilà, sepolcri di principi, re e imperatori Via del culto, architettura religiosa


Russia

Heilongjiang

Jilin

Mongolia Mongolia interna

Liaoning Datong

Buijing

Yungang

Pechino

Fiume G F

iallo

Ti a n j i n

Y ng Xian Yin an

Dunhuang

Corea del Nord

Man Man Ma a ch che he h en ng n g Zhongshan

Corea del Sud

Hebei Pin Pin ngsh s an n

Shandong

Shanxi

Ningxia Qianling

Hou ou uma

Qinghai

Luoyang

Kaife Ka Kai ffen en g en Zhengzhou

Gansu

Shaanxi Fufeng Yan Ya Y angli an glli g lin ng g

Longmen

Erlitou

Jiangsu

Henan

Lin nton to tong ong

Na Nan N anchi a chino n no

Xi’an Shiyan Sh Shi hiya y yan

Hubei

Sichuan

Suz Su S uzho hou h ou o u

Le Lei eigud ei gud dun n

Ch Che he h en ngd g gdu Les eshan es han ha a

Oaz az a zu

Ha Han H an a ng gz gzh zzh hou ou Wu Wu Wuh uh han an

zi ng Ya

Maw aw wa an ang ng ngdu du dui

Mar Cinese Orientale

Zhejiang Qiandao

Ch Cha hangs ha ng gsh ha a

Shanghai

Sha Sh S h ngh hai a

Anhui

Pen Pe P en nllon on ngch chen ch eng e n

Sanxin S San xi gdu xi gd du d ui

Giappone

Mar Giallo

Qufu

Errrlliiga Erl E Erliga ig ga g ng

Banpo Majshan

Taishan

Anyang

Lia Liangz angz ng gzh gz hu u

Xin Xin n’ga g n ga

Jiangxi

Hunan

Fujian

Guizhou

Ta i w a n Yu n n a n

Guangxi

Guangdong

Hong Kong

Myanmar (Birmania) Laos

Vietnam Mar Cinese Meridionale

Filippine


alla ricerca di un nome

i narra che quando il consigliere statunitense Henry Kissinger (n.1923) definí la Cina «una terra misteriosa e affascinante», il premier cinese Zhou Enlai (1898-1976) abbia risposto: «Quando l’avrà compresa veramente, si accorgerà che in Cina non c’è proprio nulla di misterioso»! La lontananza, sia nello spazio che nel tempo, genera d’altronde miti e leggende intrisi di particolare fascinazione, ma anche di stereotipi e luoghi comuni, difficili da sfatare. Già col nome «Cina» nascono i primi enigmi: il termine, infatti, non è stato coniato dai Cinesi ed è solo l’ultimo di una serie di denominazioni succedutesi nel corso dei secoli.


Un tratto della Grande Muraglia. Nel III sec. a.C., il primo imperatore Qin Shi Huangdi provvide all’unificazione della grandiosa opera difensiva, nata allo scopo di contenere le incursioni dal del Nord e tracciare una linea di demarcazione tra i territori dell’impero, occupati da comunità stanziali, e le popolazioni nomadi. Recenti misurazioni stimano la lunghezza complessiva della struttura in 21 196,18 km.


Seres e Catai Nella cultura greca e latina, per esempio, veniva utilizzato il generico Seres per indicare i popoli produttori di seta (si in cinese), che si riteneva vivessero a Oriente della Persia. Nel Medioevo nacque una nuova denominazione: a partire dal XIII secolo, in seguito ai viaggi compiuti dai primi missionari europei e all’arrivo di Marco Polo, venne utilizzato il termine Catai, scritto in modi leggermente diversi (Cathai o Catay, ma successivamente anche Cataium) e derivato da Kitai, nome del popolo proto-mongolo che, dal 907 al 1125, aveva fondato il potente regno dei Liao, dominando soprattutto la Cina settentrionale. Impiegato in un primo momento per designare questa zona, fu usato in seguito dai nostri autori rinascimentali per indicare tutto l’impero cinese. Nell’età di Mezzo vennero utilizzate anche Tartaria e Mongolia, in riferimento all’insieme eterogeneo di tribú nomadi chiamate Tartari che smisero di combattersi fra loro e riuscirono a sottomettere la Cina, ampliando un impero dalle dimensioni impressionanti, che si estendeva fino ai confini europei.

Sinae Dal XVI secolo, con l’intensificarsi dei contatti con i Gesuiti, si iniziò a prediligere Sinae, un pluralia tantum coniato sia per segnalare l’effettiva vastità del territorio cinese e la sua divisione in province, sia per mantenere l’usanza latina del plurale per i nomi geografici (per esempio Indiae, con cui veniva definita di solito l’Asia in generale): sembra venisse usato, in epoca classica, per distinguere coloro che abitavano a sud dei Seres, nell’estremità orientale del mondo abitabile, e si suppone che derivi da Qin (pronuncia «cin»), con cui viene conosciuta la prima dinastia imperiale (221-207 a.C.);

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In basso miniatura del XV sec. tratta da un’edizione del Livre des mervelles du monde di Marco Polo (1254-1324) e Rustichello da Pisa (XIII sec.) che ritrae la pesca delle perle e l’estrazione dei turchesi nella valle di Yalong. Esistono ben 150 manoscritti delle molte versioni del Milione, dal francese, al latino, al franco-toscano.


da Sinae deriva il termine «sinologia», disciplina che si occupa dello studio, in genere, di tutti gli aspetti della cultura cinese.

China Sempre nel XVI secolo, con l’arrivo in Asia dei Portoghesi, spinti da interessi economici oltre che religiosi, venne ufficialmente diffuso il termine China, foneticamente simile a Qin. I Portoghesi, infatti, leggevano il ch piú o meno come in italiano si legge la c, cioè palatale, ma il nome «China» sopravvisse a lungo nella nostra lingua e in alcuni casi resiste indisturbato, quando si parla di «inchiostro di China», divenuto un nome tecnico, cosí come «nero di China». A essere precisi, nel momento in cui si raggiunse una piú profonda conoscenza del territorio cinese, vennero coniate tante altre parole latine e volgari per indicare località piú specifiche. Per esempio Marco Polo, per denominare il Meridione cinese, aveva usato Mangi, probabilmente da Manzi, epiteto con cui i Cinesi del Settentrione chiamavano con malcelato disprezzo i loro connazionali del Sud, designandoli come «barbari» e «selvaggi». Le denominazioni non stentano a diminuire nemmeno in tempi recenti: nel 2007, il papa emerito Benedetto XVI ha coniato Respublica popularis sinensis, ma in questo caso si tratta della latinizzazione del modo con cui i Cinesi identificano oggi la propria nazione, a livello internazionale.

Tracciato dei viaggi di Marco Polo attraverso i deserti d’Oriente, in una mappa del 1540, eseguita da Gian Battista Ramusio, poi rimaneggiata da Francesco Grisellini nel 1762, e conservata presso la Sala delle Mappe, meglio nota come Sala dello Scudo, del Palazzo Ducale a Venezia.

L’impero del drago Assieme ai tanti nomi non sono mancati anche appellativi di carattere popolare, spesso ancora in uso, come «impero del drago», con cui è stato caratterizzato, di volta in volta, l’immaginario collettivo di un impero distante, ignoto e, parafrasando Edward Said

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(1935-2003; scrittore e teorico, noto per la sua critica al concetto di orientalismo), ingabbiato in formule stereotipate e generalizzanti, quando non disumanizzanti, utili a etichettare l’identità «altra» come immagine capovolta di sé, proiezione dei propri desideri, ma anche delle proprie paure. Viaggiando nel tempo, infatti, si scopre che agli occhi degli Europei, la Cina è apparsa come un impero grandioso (nel XIV secolo), una terra di sconfinate ricchezze (XVII secolo), un modello d’impeccabile amministrazione, oppure crudelmente dispotico (XVIII secolo). Nel XIX secolo Napoleone l’avrebbe paragonata a un «drago dormiente», il cui imminente risveglio avrebbe sconvolto gli equilibri planetari, ma, nel contempo, diventa il territorio di conquista per l’Occidente e il cristianesimo, e cosí via, fino al giorno d’oggi, in cui la Cina appare come la locomotiva dell’economia mondiale, ma anche la fucina del denaro facile e, per molti, il simbolo di una colonizzazione imminente.

Il Zhongguo Di fronte a tante denominazioni, diventa naturale domandarsi in che modo i Cinesi abbiano definito se stessi nel corso della storia. Bisogna premettere che la scrittura cinese non dipende da un alfabeto (ovvero una lettera per ogni suono), ma adotta decine di migliaia di caratteri, detti convenzionalmente ideogrammi, che sono la

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Statue in terracotta policroma di cavalieri e fanti, rinvenute nel 1965 a Yangjiawan, nei pressi del mausoleo dell’imperatore Liu Bang. Dinastia degli Han Occidentali, 207 a.C.-9 d.C. Xianyang, Museo Municipale.


rappresentazione segnica di un’immagine ideata a partire da un concetto, da una cosa, da una parola o da una particella grammaticale. Ogni traduzione in un’altra lingua deve dunque fare i conti con la ricchezza semantica, le peculiari esigenze storiche, sociali e culturali, le circostanze e le mille implicazioni in cui l’ideogramma è stato applicato.

Regno di Mezzo Per esempio, la denominazione ufficiale di «Cina» è «Zhongguo», unione di zhong («centro», ma anche «punto di perfetto equilibrio») e guo («regno/i», «stato/i», ma anche «città» e in tempi moderni «nazione»): di conseguenza le varie traduzioni in «Regno di Mezzo», «Paese/Nazione/Regno centrale», «Regno del Centro», ma anche «Stati centrali», sembrano riflettere una visione fortemente sinocentrica, tanto quanto quella eurocentrica. Infatti l’area corrispondente alla media e bassa valle del Fiume Giallo e al fiume Wei (province di Henan, Shanxi, Shaanxi e Shandong), è stata considerata come il centro dell’universo, oltre il quale c’erano «gli altri», «i diversi», «i barbari». A rafforzare questa prospettiva, c’è anche il modo comune con cui i Cinesi si riferiscono alla propria civiltà, vale a dire «Huaxia»: hua ha significato di «illustre» e xia rievoca la prima delle tre dinastie ereditarie (Xia: 2070?-1600? secolo a.C.), che fiorí proprio lungo la valle del Fiume Giallo, ed è considerata come l’antenata dell’attuale gruppo etnico maggioritario, gli Han. Da parte dei Cinesi, quindi, c’è una chiara intenzionalità nel riconoscersi come quella società civilizzata che dall’antichità si è distinta in questi territori centrali, a scapito dei popoli limitrofi.

La visione sinocentrica Tale visione sinocentrica del mondo che, ieri come oggi, ha creato forse il luogo comune piú diffuso tra gli occidentali, ma anche tra gli stessi Cinesi, non è sbagliata, ma va contestualizzata. Il zhong, il «centro», di Zhongguo, infatti, non è considerato fisso, stabile e immutabile, come il punto che sta in posizione equidistante dal cerchio, ma mobile, flessibile, fluido: in altre parole il «punto di equilibrio» tra due opposti, e in senso lato è quel modello centralizzato di spazio politico aperto e dinamico, che ha caratterizzato l’impero cinese fino alle soglie dell’età contemporanea. Coniato in epoca Zhou (1045-221 a.C.), Zhongguo indicava i territori nei quali risiedeva il potere religioso, politico, economico e militare, controllato dall’omonima dinastia. Possiamo intuire, sulla base dei testi oracolari pervenutici, che lo spazio politico, ovvero lo Stato, già da allora comprendesse un’estensione i cui confini non erano fisici, ma culturali: il territorio, in pratica, era delimitato dallo spazio ideale sancito dall’officio dei riti ancestrali dell’élite dominante; in altre parole, la valenza culturale, intesa come patrimonio comune di valori condivisi, prevaleva sulla realtà politico-amministrativa. Zhongguo ha avuto innumerevoli implicazioni simboliche in ambito geografico, politico e culturale e stupisce, ma non troppo, che dopo cosí tanti secoli sia ancora oggi il nome ufficiale piú utilizzato di «Cina». Quando vogliono far prevalere, invece, l’aspetto culturale su quello territoriale, i Cinesi tendono a prediligere gli ideogrammi di «centro» e di «illustre», ovvero Zhonghua, come a dare rilevanza alla centralità culturale che nel corso della storia ha esercitato la Cina.

Il Tianxia È andato definendosi nel tempo, arricchendosi di significati diversi nel corso dei secoli, un nuovo concetto, Tianxia, ovvero tutte le terre situate «sotto il cielo», genericamente tradotto anche con «mondo civile» o «impero», perché, come

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giustamente evidenzia lo studioso Maurizio Scarpari, «questa è stata l’espressione impiegata per riferirsi all’impero cinese». Occorre precisare che l’unificazione di un territorio immenso che si trova, per la prima volta nel III secolo a.C., sotto il controllo di un unico monarca, non è stata intesa come un’annessione di domini stranieri, ma come la restaurazione di un’unità prefigurata dalla piú remota antichità. L’Augusto Imperatore si è elevato a esclusivo «centro» dell’intero «universo» civile, ed è stato investito, tra alterne vicende e per piú di ventidue secoli, di ogni potere e di ogni compito di mediazione tra il cielo, la terra e tutto ciò che è compreso nel mezzo. Ecco perché l’imperatore cinese, il «figlio del cielo» (tianzi), è stato considerato come il garante dell’ordine sociale, in conformità a un disegno celeste che, a seconda dei periodi e dei segnali della natura, gli conferiva o revocava il mandato di governare, il cosí detto «mandato celeste» (tianming), da cui deriva la famosa denominazione di «dinastia/impero celeste» (tianchao).

Lo Stato universale Tutti questi appellativi attribuiscono una valenza, per certi versi, «evanescente» o sfuggevole del significato di impero. In alcune accezioni, infatti, Tianxia sembra identificarsi e sovrapporsi a Zhongguo; in altri contesti, invece, rappresenta l’idea di un unico, grande Stato universale, con il nucleo situato al centro, fulcro dal quale si dirama l’irradiazione culturale e civile verso le popolazioni dei territori esterni. In epoca storica, si preferí quindi associare a questi appellativi le denominazione con cui, a livello ufficiale, venivano designate le varie dinastie: anziché parlare di impero si prediligeva, in pratica, l’uso di Qin, Han, Tang e cosí via, fino all’ultima dinastia. Tutto ciò attesta come l’idea di impero cinese acquisisca, sin dall’inizio, valenze ben diverse dall’originaria concezione di imperium romanum, termine che, in origine, designava il «potere militare» e che continuò a sottendere una valenza «coercitiva», con cui il potere centrale, seppur in gradi diversi e a seconda di esperienze storiche differenti, governava le periferie.

Le frontiere e i nomadi Non deve stupire che rispetto al concetto di limes romano, l’antico confine cinese non fosse fisso e stabile, ma avesse una valenza affine a quella di frontiera. La Cina ne conosceva due versioni: quella mobile e inclusiva, designata dal bacino del Fiume Giallo e dalle regioni meridionali; e quella rigida ed esclusiva, che creava una separazione netta nel Settentrione e nel Nord-Ovest, tra agricoltori stanziali della Cina e allevatori nomadi che si muovevano al di là della Grande Muraglia, eretta per arginarli. Nonostante gli sforzi, però, è capitato assai spesso che le popolazioni nomadi siano entrate in contatto diretto con l’impero, sia a livello economico, politico e militare, lasciando sempre la propria eredità culturale all’interno del sistema costituito. Dovendo dare un ordine a tutte queste denominazioni, possiamo sostenere che, oggi, se si intende «Cina» in quanto nazione, viene utilizzato «Zhongguo», mentre se si vuole evidenziare l’aspetto culturale o comunque la superiorità raggiunta dall’etnia maggioritaria, in altre parole segnalare la «civiltà cinese», si prediligono «Zhonghua» e talora «Huaxia», con tutte le implicazioni semantiche che tali denominazioni comportano.

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Nella pagina accanto, in alto macina e macinello in pietra per cereali, da Xinzheng. Cultura Peiligang, 7000-5000 a.C. circa. Zhengzhou, Museo provinciale di Henan. Nella pagina accanto, al centro statuette in terracotta con invetriatura verde, gialla e marrone, raffiguranti inservienti che suonano e offrono tributi. Epoca Ming, 1368-1644. Nella pagina accanto, in basso Luoyang (Henan), grotte di Longmen. Volto del colossale Buddha Vairocana, presso il Tempio Fengxian. 676 d.C. In questa pagina contenitore per cibi, fangding, vaso rettangolare a quattro piedi, con volti umani o maschere ritratte sulle pareti. Epoca Shang, 1600-1050 a.C. ). Si tratta di uno dei vasi rituali utilizzati durante il banchetto sacro presieduto dal re sciamano.


da impero a repubblica popolare divisioni e fornisce la base burocratica e centralizzata. Viene costruito il famoso mausoleo con l’esercito di terracotta.

8000 a.C., Neolitico Antico/ età della Pietra Le prime culture iniziano a levigare utensili in pietra, a produrre terracotta e a inglobare nella propria dieta piante coltivate e animali domestici. 5000 a.C., Neolitico Medio Grande sviluppo delle culture, divisione in un gruppo a nord, specializzato nella coltivazione del miglio; e un gruppo a sud del Fiume Azzurro nella coltivazione del riso. 3000 a.C., Neolitico Tardo Alto livello di specializzazione delle culture, coincidente con quella che diversi studiosi chiamano età della Giada. 2000 a.C., Età del Bronzo Coincide con la semi-mitica dinastia Xia. Erlitou prima città capitale. 1600 a.C. Dinastia degli Shang: grande unificazione politica e culturale, elevata tecnologia del bronzo, scrittura già pervenuta a uno stadio di piena maturità e apparato statale complesso. Anyang capitale sacra. 1050 a.C. Dinastia degli Zhou Occidentali, sviluppo della lavorazione del bronzo, accentramento del potere e consacrazione dei

riti del culto degli antenati, della divinazione e dei sacrifici. 770 a.C. prima fase di transizione, periodo delle Primavere e Autunni, nascita di numerosi regni in lotta tra loro, invasione di popolazioni straniere, affermazione del pensiero filosofico cinese da Confucio a Laozi.

206 a.C. Si afferma la dinastia Han che pone le basi ideologiche e istituzionali attraverso l’unificazione culturale: si intensifica il culto dell’aldilà. Divisione in Han Occidentali, fino al 9 d.C. e in Han Orientali, fino al 220

970 Si affermano i Song che si dividono in Settentrionali, fino al 1127, e in Meridionali, fino al 1279. Sviluppo del sistema burocratico e degli esami. Trionfa la pittura di paesaggio. 1279 I Mongoli conquistano la Cina e fondano la dinastia Yuan. Arrivo di Marco Polo. Nasce la porcellana bianca e blu.

453 a.C. periodo degli Stati Combattenti, numerosi Stati combattono per l’egemonia della Cina, grande contaminazione artistica e culturale, supremazia raggiunta dal regno dei Qin. 221 a.C. Qin Shi Huangdi unifica per primo l’impero cinese, fonda la dinastia Qin dopo un lungo periodo di

d.C. Il confucianesimo diventa ideologia ufficiale. 221 d.C. Frammentazione dell’impero cinese, diviso in numerosi regni a Nord e a Sud, in aspra lotta fra loro, affermazione delle popolazioni straniere e del buddhismo. Nasce la pagoda e vengono costruite le prime architetture rupestri. 581 Rinascita politica e istituzionale con la riunificazione della dinastia Sui (581-618) e con la gloriosa dinastia Tang (618907); età dell’oro della Cina. Fulcro è la capitale Chang’an. Affermazione di una cultura panasiatica.

1368 L’impero risplende con la dinastia cinese dei Ming. Arrivo di Matteo Ricci. La porcellana raggiunge i massimi livelli. Yongle diventa uno degli imperatori piú importanti della Cina. 1644 Ultima dinastia Qing. Il potere va ancora una volta in mano agli stranieri: i Mancesi. Giuseppe Castiglione diventa pittore della corte imperiale. Massima estensione dell’impero con Qianlong. 1911 Nasce la Repubblica cinese. 1949 Nasce la Repubblica Popolare Cinese.

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Le culture neolitiche Lo studio sul Neolitico è uno degli aspetti piú interessanti, ma anche controversi della civiltà cinese, perché ha a che fare con le sue origini e, allo stesso tempo, deve tener conto di continue scoperte archeologiche che mettono in crisi studiosi ed esperti, talora costretti a rivedere, se non rivoluzionare, le proprie teorie. Dovendo fornire una scansione temporale, possiamo dire che il Neolitico viene, dalla maggior parte degli studiosi, suddiviso in tre fasi: Antico (8000-5000 a.C.), Medio (5000-3000 a.C.) e Tardo (3000-2000 a.C.). Per convenzione si tende a suddividere il lungo periodo in due macro-gruppi di siti archeologici: uno a settentrione, specializzato nella

coltivazione del miglio, che si stanzia lungo la valle del Fiume Giallo; e uno a sud del Fiume Azzurro, specializzato nella coltivazione del riso. Non si deve dimenticare che, fino agli anni Ottanta del Novecento era accettata come inconfutabile la teoria dell’origine mononucleare della civiltà in Cina (nella valle del Fiume Giallo), ormai abbandonata in favore di un’ipotesi basata sulla confluenza di tradizioni culturali sviluppatesi secondo traiettorie comparabili, ma in condizioni ambientali, sociali ed economiche differenti. Per fornire un ordine all’impressionante quantità di dati e di culture neolitiche, è possibile suddividere il Neolitico in sei importanti tradizioni regionali. 1 Xinle

Xinglongwa Zhaobaogou

Majiayao 4 Qijia

Cishan

Laoguantai Yangshao

Anyang Peiligang

Dadiwan

Beixin Dawenkou

2

Baodun

3 Houli

Majiabang

Daxi Qujialing Pengtoushan

Liangzhu

6

Hemudu 5

Fuguodun

Baiyangeun

Dabenkeng Shixia

In alto cartina nella quale sono indicate le principali culture neolitiche cinesi citate nel testo. In arancione, le aree la cui sussistenza si basava sul miglio; in verde, invece, quelle in cui l’elemento base della dieta alimentare era il riso. La linea tratteggiata indica invece l’area in cui è attestata la diffusione della cultura Longshan (3000-2000 a.C. circa). A destra figurina in giada di tartaruga. Cultura Hongshan, 4700-2900 a.C. Taiwan, Museo Nazionale di Palazzo.

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Cina nord-orientale

Nella Cina nord-orientale (province di Liaoning, Mongolia Interna e Hebei), nell’ultima fase del Neolitico Antico e durante il Neolitico Medio, si sviluppa la cultura Hongshan, che, oltre a vasellame decorato e oggetti in terracotta, tra cui figure femminili, produce importanti manufatti in giada, i cui soggetti principali si riferiscono al mondo faunistico.


2

Pianura Centrale

Nella Pianura Centrale, lungo la media valle del Fiume Giallo, nell’ultima fase del Neolitico Antico, si insediano le culture Cishan (provincia dello Hebei) e Peiligang (Henan) che producono macine e falci di pietra, e vasellame di fattura semplice. Particolarmente interessante è il sito di Nanzhuangtou (lago Baiyangdian, Hebei), appartenente al Neolitico Antico e considerato da piú di un archeologo, il piú antico finora scoperto nella Cina settentrionale, dove oltre a macine e reperti, sono attestate la coltivazione di miglio e la produzione ceramica. Nel cuore della Pianura Centrale, molto dibattuto è il sito di Jiahu (Henan meridionale, 7000-5800 a.C.), che ha restituito vasellame in ceramica, flauti in osso di gru – forse utilizzati per rituali sciamanici –, tracce di saccarificazione dell’alcool dal riso, miele e biancospino, e, soprattutto, segni su ossa oracolari e gusci di tartaruga, risalenti al 66006200 a.C. Alcuni studiosi li considerano una forma di proto-scrittura affine alle tarde iscrizioni rinvenute nella capitale Shang, a Yinxu (XIII-XI secolo a.C.), sempre in Henan. Durante il Neolitico Medio fiorisce la cultura Yangshao (Henan, Shaanxi e Shanxi), la piú studiata in Cina, che si specializza nella produzione di un raffinato vasellame bianco, rosso, marrone e nero, dipinto con disegni geometrici o decorazioni di animali e figure antropomorfe. Dal III millennio a.C. in poi si afferma, invece, la cultura Longshan, che estende il proprio dominio, perlopiú culturale, nella Cina centro-orientale (soprattutto Shaanxi, Shanxi, Shandong), raccogliendo l’eredità delle culture precedenti e raggiungendo un elevato livello di raffinatezza per la produzione di vasellame, tipicamente nero e lucido, dalle pareti sottili, detto «a guscio d’uovo», rinvenuto in diverse zone. Molti archeologi cinesi riconoscono almeno sette varianti regionali (o tipi, leixing) di questa cultura.

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Brocchetta zoomorfa in terracotta. Fase tarda della Cultura Dawenkou, 2900-2300 a.C., Toronto, Royal Ontario Museum.

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Alto corso del Fiume Giallo

Nell’alto corso del Fiume Giallo (Gansu e Qinghai), si distingue, tra il Neolitico Medio e Tardo, la cultura Majiayao che produce vasi fittili dipinti, profondamente diversi dai coevi esemplari monocromi di altre regioni. Tra il Neolitico Tardo e l’Età del Bronzo sembra rilevante il ruolo della cultura Qijia (nello Shaanxi) per la presenza di piccoli manufatti di rame e bronzo, tra i piú antichi rinvenuti in Cina. 5

Media valle del Fiume Azzurro

In quest’area (Hunan, Hubei e Sichuan), nell’ultima fase del Neolitico Antico, si distingue la cultura Pengtoushan, a cui appartiene uno dei piú antichi villaggi scoperti in Cina (contea di Lixian, Hunan), che ha restituito vasellame a ceramica cordata e resti di chicchi di riso datati tra l’8200 e il 7800 a.C.

Bassa valle del Fiume Giallo

In particolare nella provincia dello Shandong, nel Neolitico Medio, fiorisce la Dawenkou, che si caratterizza per la manifattura di vasi di ceramica bianca, per la presenza di oggetti in giada e di caratteri pittografici incisi su diversi materiali. 6

Bassa valle del Fiume Azzurro

Nella bassa valle del Fiume Azzurro (nel Jiangsu e nel Zhejiang) si sviluppano numerosi e importanti sistemi culturali, nel Neolitico Medio e Tardo, soprattutto nelle subregioni del Lago Tai e della piana di Ningshao; in particolare, la Liangzhu, che presenta una chiara stratificazione sociale, con produzione di elaborati manufatti in giada, avorio, lacca, e iscrizioni. Nella pianura di Ningshao si distingue, durante il Neolitico Medio, la cultura Hemudu, che produce vasellame spesso e poroso, dal caratteristico colore nero, decorato con disegni geometrici, assieme a ceramica cordata, ornamenti in giada, avorio intarsiato e piccole figurine in terracotta.

Altre aree di fioritura culturale

Soprattutto nel Neolitico Medio, numerose altre culture si sono insediate, al di là dei due principali corsi del Fiume Giallo e del Fiume Azzurro: le Xinkailiu nello Heilongjiang, Xinle nel Liaoning, Lingjiatang sul fiume Huai, Shixia nel Guangdong, Dabenkeng a Taiwan e, nel tardo Neolitico, le culture Karuo e Qugong in Tibet.

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civiltà della cina

tradizione e transizioni

la millenaria parabola del grande paese asiatico è scandita dal succedersi delle sue élite di potere accomunate dal desiderio di conservare, pur innovando, gli elementi culturali ritenuti alla base dell’identità cinese


Carro in bronzo (2,25 m di lunghezza), detto «carro alto» (gaoche), scoperto nel 1980 nei pressi del mausoleo del Primo Imperatore cinese (III sec. a.C.), non lontano da Xi’an, Shaanxi. Aveva probabilmente la funzione di trasportare il sovrano nell’aldilà ed è trainato da quattro cavalli, dipinti di bianco e alti 72 cm.

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civiltà della cina

Il restauro di un ritratto (3290 a.C. circa), scoperto nel sito di Aohanqi (Mongolia Interna) che raffigura, forse, un sovrano della cultura neolitica di Hongshan, sviluppatasi nelle regioni nord-orientali della Cina, tra il 4700 e il 2900 a.C. Hongshan è una delle culture specializzatesi nella lavorazione della giada.

P

roviamo dunque a definire le caratteristiche della civiltà cinese. Occorre premettere che ci troviamo ai confini orientali del mondo e il percorso storico ha intrapreso strade sostanzialmente differenti da quelle occidentali. Non c’è stata, per esempio, l’ascesa di una classe borghese – con tutto ciò che ne è derivato –, e i valori che la nostra cultura ha conferito al concetto di nazione e quindi a quello di nazionalismo, hanno assunto valenze molto diverse. I primi tentativi di trasformare l’impero cinese in Stato-nazione, delimitato da confini riconosciuti da trattati internazionali (in primis il trattato di Nerchinsk del 1689), risalgono solamente all’epoca dell’ultima dinastia; e solo nel secolo scorso si è assistito alla crescita di un sentimento di orgoglio nazionale fortemente patriottico, in seno ai circoli degli intellettuali (in particolare storici, filologi, archeologi). Se spostiamo l’interesse, invece, sull’aspetto formativo della civiltà cinese, possiamo allora individuarne l’elemento distintivo nel mosaico di culture differenti che, nel corso dei millenni,

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hanno tracciato la propria storia attraverso un complesso universo culturale, irradiatosi poi a tutta l’Asia orientale (Corea e Giappone ma anche Sud-Est asiatico). Non si tratta solamente di un territorio confinato, né di una specifica razza o di una dinastia, ma di un complesso «mondo cinese» che ha condiviso e condivide tuttora un’identità culturale omogenea e allo stesso tempo diversificata.

Continuità, non immobilismo Ogni indagine deve dunque partire da un assunto da cui non si può prescindere: che l’antica Cina ha rappresentato un unicum dal punto di vista storico e culturale, basato su una tradizione plurimillenaria fondata sulla consapevolezza di una profonda continuità, che non va confusa, come spesso capita, con immobilismo. Pur alternando periodi di unità a fasi di divisione talora lunghe, è la deferenza verso i propri antenati e le proprie radici che ha alimentato la forza coesiva del continuum culturale. La simbiosi che si è instaurata, inoltre, tra la natura e l’uomo, è alla base della visione del mondo cinese: lo testimoniano l’arte, assieme ai suoi codici stilistici, e, soprattutto, l’ancestrale pensiero


filosofico (soprattutto il taoismo). L’uomo cinese si è dovuto relazionare sempre con un contesto ambientale dalla sorprendente conformazione morfologica: pianure fluviali imponenti, alti lembi di deposito argilloso (chiamato loess), ripidi declivi e grandi deserti; senza contare la grande varietà di micro-climi: dal sub-tropicale del Meridione al sub-artico del Settentrione. In Estremo Oriente la natura si manifesta variegata e fruttuosa ma, al contempo, anche insidiosa e ostile: il Fiume Giallo, per esempio, «cosí vasto che non c’è ponte per passarlo», come scriveva Marco Polo, è capace di trasportare straordinarie quantità di limo fertile, ma con il suo regime irregolare e le sue piene alluvionali, è sempre pronto a trasformare radicalmente la geografia del Paese e gli stanziamenti umani, lungo tutto il suo percorso, ieri come oggi. La Cina contemporanea è stata investita da un rapido progresso economico e sociale che ha coinciso anche con un’altrettanto rapida «riscoperta» della propria cultura, tale da generare un grande e, in alcuni casi, persino incontenibile, fermento, indirizzato a valorizzare le vestigia di un glorioso passato.

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«Misteri» e immagini culturali La valutazione e il recupero dei reperti archeologici hanno talora subito un approccio ideologizzato, con esiti non sempre mirati all’effettiva conservazione, ma hanno visto anche il contributo di ingenti fondi statali e privati per la ricerca e la salvaguardia dei siti, in un’ottica intesa a concepire il bene culturale anche come un’occasione di risorsa economica per la comunità. Anche questo fa parte dei tanti «misteri cinesi», sebbene i nomi e le «immagini culturali» (cosí come i luoghi comuni e le apparenti contraddizioni che, sin dall’antichità, hanno evocato infinite suggestioni), siano talmente numerosi da farci dubitare che sia davvero possibile cogliere fino in fondo l’insieme dei valori morali, dell’organizzazione politica, delle tradizioni, delle idee estetiche, del popolo cinese. Ciò non deve scoraggiare lo studioso, né il lettore, anzi deve trasformarsi in linfa vitale,

Foto satellitare della Cina orientale, culla di alcune delle principali culture della giada. È segnalato il sito di Jiahu (Henan meridionale, 7000-5800 a.C.), che ha restituito vasi in ceramica, flauti in ossa di gru, tracce di saccarificazione dell’alcool e segni su ossa oracolari e gusci di tartaruga, risalenti al 6600-6200 a.C.

con cui tentare di riconoscere le fondamenta di una cultura, le cui radici, sebbene ancora molto dibattute, risalgono alla preistoria. Trattare di Cina, infatti, costituisce una sfida entusiasmante, ma sempre carica di incognite per i numerosi dubbi scaturiti dall’emergere di nuovi dati e scoperte che, a ritmo incessante, gettano nuova luce sul nucleo formativo della sua civiltà e restituiscono lembi di un passato difficile da interpretare. Piú di una volta, infatti, gli studiosi sono stati costretti a modificare, se non rivoluzionare, le proprie conoscenze e metodologie di studio, considerate inconfutabili fino a poco tempo prima. La ricognizione archeologica in un territorio cosí esteso complica la periodizzazione

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civiltà della cina

Quando l’indagine archeologica ha iniziato a prendere in esame, in maniera sistematica, aree geografiche allora considerate «periferiche», ci si è resi conto della necessità di abbandonare l’ipotesi di una cultura centralizzata e monolitica, apparentemente omogenea, in favore di una teoria basata sulla confluenza di diverse tradizioni culturali, sviluppatesi secondo traiettorie comparabili, ma in condizioni ambientali, sociali ed economiche differenti. Si è giunti a considerare il nucleo formativo della Cina come uno sviluppo multiregionale indipendente o, comunque, come il risultato di massicce correnti di interazione, piú o meno geograficamente circoscritte, che hanno legato tra loro le diverse aree culturali, in una proficua rete di interscambi.

Le correnti di interazione

Asce (in alto e in basso) e dischi cerimoniali (al centro) in giada, chiamati bi. Età neolitica, IV-II mill. a.C. Toronto, Royal Ontario Museum. Le asce presentano spesso una diffusa alterazione o calcificazione della pietra, probabilmente dovuta all’esposizione al fuoco durante i riti.

comune delle varie fasi neolitiche, caratterizzate da differenti livelli di sviluppo tra culture che, nello stesso momento, mantengono stadi e caratteri fortemente distintivi. Per affrontare il complesso problema delle origini, sono state a lungo formulate – e talvolta riaffiorano ancora oggi –, teorie sulla «derivazione occidentale» della civiltà cinese, o sull’espansione di un modello culturale da un’unica «area nucleare». Quest’ultima ipotesi è valida, a partire dal IV millennio, per le antiche civiltà fluviali della Mesopotamia e dell’Egitto, e per certi versi anche dell’India, ed è stata considerata attendibile, almeno fino agli anni Ottanta del secolo scorso, anche per la cosiddetta «civiltà del Fiume Giallo», collocabile nella Pianura Centrale (Zhongyuan), che diede ulteriore conferma alla famosa visione sinocentrica.

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Sembrerebbe risiedere proprio qui la chiave interpretativa della coscienza culturale cinese, risultato di una comune «sfera di interazione», attestata, grosso modo, tra il 3500-3000 e il 2000-1700 a.C. I continui ritrovamenti archeologici hanno permesso di ridefinire il profilo delle culture del Neolitico (antica età della pietra 8000-2000 a.C.), in una visione molto piú allargata (vedi box alle pp. 14-15). Si è scoperto, per esempio, che, soprattutto nelle regioni estese dal Nord-Est fino alla fascia costiera e lungo il corso del Fiume Azzurro (Yangzi), numerose culture hanno condiviso un’avanzata e duratura industria della giada, tanto da indurre molti studiosi, soprattutto cinesi, a proporre l’adozione di una nuova categoria nella divisione in periodi della Cina antica, con cui classificare un fenomeno, se non esclusivo, comunque tipico di questa civiltà. Si tratta dell’«età della Giada», collocabile tra l’età della Pietra e l’età del Bronzo, in un arco temporale compreso tra il 3500 e il 2000 a.C.: può essere considerata la prima manifestazione, peraltro coincidente cronologicamente, delle correnti di interazione che hanno legato le differenti aree culturali della Cina delle origini. Infatti, l’uso della pietra, preziosa e difficile da lavorare, ha avuto una diffusione in un’area


Cina moderna, sin dalla Yangshao (5000-3000 a.C.), la prima a essere identificata e studiata, e di cui sono stati ritrovati oltre 1000 siti nel bacino del Fiume Giallo e nel Gansu. Nella Pianura Centrale è attestata anche la cultura tardo-neolitica di Longshan (3000-2000 a.C. circa), un fenomeno complesso, al quale sono state riferite numerose manifestazioni regionali, che ne attestano il dominio, prevalentemente di carattere culturale, su quest’ampia zona della Cina centro-orientale. Qui si è assistito all’intensificarsi dei processi di crescita della complessità sociale che hanno avuto, come esito finale, la formazione delle sandai, vale a dire le «Tre Dinastie» ereditarie (Xia, Shang e Zhou, 2100-221 a.C. circa), che hanno tenuto a battesimo le piú evidenti tra le antiche conquiste culturali della civiltà cinese: la prima e grande unificazione di terre e agglomerati umani e urbani, un’elevata tecnologia del bronzo, una scrittura già pervenuta a uno stadio di piena maturità e un apparato statale complesso.

vastissima che sembra effettivamente manifestarsi in un periodo cronologico ben preciso. Lo testimonia proprio la considerevole quantità di materiale rinvenuto negli scavi, che per numero, tipologie ed elaborate superfici decorate, ha rivelato aspetti eclatanti, fino ad allora considerati insospettabili (nella cultura di Liangzhu, 3200-2200 a.C. la giada arriva a costituire fino al 90% dei corredi funerari).

La giada, simbolo del potere A sua volta, la progressiva sedentarizzazione di queste culture provoca la graduale stratificazione sociale, testimoniata dalla qualità oltre che dalla quantità della produzione artistica, nella quale gli oggetti intagliati destinati all’élite riproducono motivi attinti dal ricco vocabolario figurativo dei culti ancestrali: i manufatti in giada vengono elevati a simboli dell’autorità religiosa e politica, che si legittima anche attraverso il loro possesso. È opportuno precisare che, l’abbandono della teoria sull’origine da un’unica «area nucleare» in favore di quella che potremmo definire «poli-nucleare», non ha messo in discussione il ruolo della Pianura Centrale, ma ne ha rivoluzionato la portata. L’ampia zona, infatti, non va considerata come il luogo in cui «ha origine» la civiltà cinese, ma dove si «è assemblata» la sua identità socioculturale. Per le sue caratteristiche morfologiche, la valle del Fiume Giallo si pone in pratica come centro di aggregazione (processo «implosivo»), piuttosto che, secondo quanto suggerisce la «teoria nucleare», come esclusivo centro propulsivo (processo «esplosivo»), per la formazione di una civiltà che ha incorporato e conservato nella propria identità realtà regionali diverse. Non vi è alcun dubbio, infatti, sull’elevato livello di sviluppo conseguito dalle culture di questa vasta zona centro-settentrionale della

Le Tre Dinastie ereditarie

Ancora un bi, disco cerimoniale in giada. Databile tra la fase tarda della cultura Longshan (3000-2000 a.C.) e l’età delle Primavere Autunni (770-454 a.C.). Sebbene siano solitamente considerati oggetti rituali, le funzioni e i significati di questi strumenti sono ancora sconosciuti.

Come segnale di continuità col passato, le ultime scoperte sembrano confermare il carattere multipolare delle Tre Dinastie: pur succedendosi, le loro relazioni a lungo termine non sono da intendersi tanto in senso verticale, lungo una linea ideale di alternanza dinastica, ma soprattutto in senso prevalentemente orizzontale, come rapporti tra entità diverse, in cui momenti di conflitto si sono alternati a fasi di supremazia. I Xia, gli Shang (1600-1050 a.C.) e i Zhou, cosí come le precedenti culture neolitiche e in una visione tutt’altro che statica e isolata, furono coinvolti, sin dalle origini, in un complesso processo di interazione tra culture e persino gruppi etnolinguistici diversi. A questo periodo va ascritta l’età del Bronzo (XXI-VI secolo a.C.), sebbene a tutt’oggi si

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civiltà della cina

▲ tripodi jue

Tre esempi di jue, vaso tripode in bronzo presente sin dalle origini della dinastia Shang (1600-1050 a.C.), con becco e due anse verticali. Era uno dei recipienti piú comuni per le bevande, durante i banchetti rituali, presieduti dal capo sciamano.

vaso guang

Sorta di salsiera in bronzo, provvista di divisione interna. Durante il banchetto il capo sciamano, in stato di trance, entrava in comunicazione con gli spiriti degli antenati, o dell’Antenato Supremo (Shangdi), successivamente identificato con il Cielo, perché fosse guidato nelle sue azioni terrene.

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ignori dove e quando sia effettivamente iniziata in Cina la produzione di manufatti ottenuti con il sofisticato processo di lavorazione della lega metallica. Sappiamo con certezza, però, che il bronzo accoglie tutta la regale eredità di cui era stata investita la giada nell’ultima fase del Neolitico. Con il bronzo vengono forgiati oggetti di varie dimensioni, arricchiti da decorazioni – e col tempo anche da iscrizioni –, che attingono al contesto mitologico.

Il banchetto rituale Gli utensili servono per la preparazione e per la conservazione del cibo e delle bevande per il banchetto rituale; tra di essi vi sono vasi a tre piedi o vasi rettangolari a quattro piedi (ding); vasi con o senza coperchio e con un piede

ding

Vaso tripode in bronzo decorato da un vistoso taotie, maschera zoomorfa priva di mandibola, dai grandi occhi, corna e fauci enormi su un corpo spiraliforme, presente sui manufatti Shang.

▲ fangding

Vaso rettangolare in bronzo a quattro piedi. Tutti i ding servivano per la preparazione e conservazione del cibo durante il banchetto rituale. La tecnica di fusione del bronzo si basa su matrici a sezioni (stampi composti), ottenute con argilla refrattaria.

circolare (gui); recipienti con un’ansa mobile (you); coppe tripodi con becco e due anse verticali (jue); e, ancora, calici (gu) e bacili per le abluzioni (pan). Gli scavi archeologici hanno restituito numerose tipologie di bronzi rituali Shang, utilizzati dal re sciamano che, durante il banchetto sacro, in stato di trance, entrava in comunicazione con gli spiriti degli antenati, o dell’Antenato Supremo (Shangdi), successivamente identificato con il Cielo, perché fosse guidato nelle sue azioni terrene: la funzione e lo sviluppo della produzione artistica nella Cina antica nascono in un contesto profondamente legato alle manifestazioni sacrali della vita sociale, laddove politica, religione e arte risultano

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civiltà della cina

indissolubilmente integrate. Grazie a questi rituali, inoltre, abbiamo le prime iscrizioni su ossa oracolari (scapulomanzia) e su gusci di tartaruga (plastromanzia), realizzate da appositi scribi e sacerdoti, incidendo l’osso o il guscio in punti precisi. Era poi compito dell’indovino dedurre il tenore della risposta, in base alla direzione delle screpolature formatesi con l’esposizione al fuoco. Le iscrizioni rinvenute in notevole quantità a Yinxu (XIII-XI secolo a.C.) sono al momento considerate le prime testimonianze scritte ufficialmente riconosciute in Cina. Ma l’età del Bronzo non riguardò solamente le dinastie ereditarie: nello stesso periodo, piú a sud, lungo il percorso occidentale del Fiume Azzurro, grandi maschere e teste in bronzo (alcune laminate d’oro) con occhi a mandorla fortemente accentuati venivano realizzate dalla cultura di Sangxindui (a Chengdu, Sichuan, 1500-1100 a.C. circa) che presenta una società complessa, dai forti caratteri regionali, ma esterna al dominio culturale e geografico del Fiume Giallo.

Nella pagina accanto, in alto osso oracolare iscritto di epoca Shang, da Luoyang, nella provincia di Henan.

Le Cento Scuole

Centralizzare il potere Attraverso il tenace accentramento del potere regale, sublimato dalla grandiosa arte del bronzo legata ai riti, viene riconosciuta l’unità sia sociale che sacrale dello Stato, segnalando nel tempo, in maniera sempre piú evidente, l’identità burocratica e centralizzata che si precisò poi con la fondazione dell’impero. L’unità consolidata nei secoli subisce un arresto con la rivoluzione politica e culturale che sconvolge la Cina nell’VIII secolo a.C. Il potere centrale della dinastia dei Zhou Occidentali (1045-771 a.C.), infatti, mostra segni evidenti di cedimento, e il sovrano, capo sacrale indiscusso, non riesce piú a controllare i numerosi principati periferici, che, sotto la spinta di incursioni nomadi, fondano regni indipendenti con forme autonome di organizzazione sociale, gestione militare, e diffusione di monete, pesi, misure e persino sistemi di scrittura locali.

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Queste «fasi storiche di transizione» sono tipiche della civiltà cinese, momenti in cui il sistema dinastico, prima e dopo la fondazione dell’impero, viene sconvolto dall’incursione di popolazioni straniere, definite «barbare» dagli storiografi ufficiali, e che coincidono sempre con un incredibile fermento culturale.

In alto guscio di tartaruga con iscrizioni, utilizzato a scopo divinatorio (plastromanzia), in epoca Shang, 1600-1050 a.C. Toronto, Royal Ontario Museum. Le iscrizioni contenevano solitamente una domanda riferita alla sfera politica, religiosa e culturale. In base alla direzione delle screpolature causate dall’esposizione al fuoco, l’indovino deduceva il tenore della risposta.

La prima fase di transizione nella storia cinese, definita delle Primavere e Autunni e degli Stati Combattenti (771-221 a.C.), vede emergere le contese tra le Cento Scuole di pensiero (Baijia zhengming), dove intellettuali itineranti peregrinavano tra le corti, animando il dibattito culturale e dando vita a una grande varietà di dottrine e teorie filosofiche, spesso indirizzate alla diffusione di nuovi modelli di governo o di organizzazione dello Stato. Per una società che vive una profonda confusione spirituale e ideologica, la definizione di un sistema di valori capace di costituire il fondamento del nuovo ordine, funzionale al controllo sociale e alla pratica di governo, diviene un’istanza primaria. Tra tutte le correnti di pensiero si distinguono, in particolare: il confucianesimo, che pone l’accento sulla relazione gerarchica dell’uomo con la comunità, emanando chiari codici di comportamento, attraverso un saldo sistema legato al rito e un’efficace dottrina morale, con cui fu legittimato in seguito lo statuto imperiale; il taoismo, che privilegia invece il rapporto spontaneo dell’individuo con il mondo fenomenico e mantiene un carattere piú sovversivo e popolare; il legismo, infine, che si basa sull’autorità e sul potere concentrati nella persona del sovrano, come garante del funzionamento dello Stato, partendo dal presupposto che l’unico modo di mantenere l’ordine sociale fosse l’imposizione di leggi dall’alto, applicate con severità. Queste sono principalmente le tre dottrine che hanno conferito la base ideologica su cui è stato fondato l’impero. La grande varietà dei reperti rinvenuti in questa fase di transizione attesta l’incontro, e lo


scontro, soprattutto nella Cina settentrionale, di due «mondi opposti»: da una parte, quello del pastore nomade, tra le steppe e i pascoli, dall’altra, quello dell’agricoltore sedentario, tra le terre del loess e delle colture. È un periodo che segnala un notevole sviluppo tecnologico di tutti i materiali: dal bronzo alla metallurgia, dalla giada alla lavorazione della pietra, senza contare la lacca e il filo di seta. I marcati caratteri regionali danno vita a una esuberante contaminazione fra culture, che determina la coesistenza di motivi e stili «ibridi», siano essi naturalistici, compositi, geometrici o puramente grafici, in un dinamismo di ritmi che deflagra nell’arditezza di figure dai tratti sorprendenti.

Il Primo Imperatore I venti di guerra tra gli Stati combattenti si placano quando gli ultimi regni rimasti ancora indipendenti vengono fagocitati, con «la voracità dei bachi da seta che divorano le foglie del gelso», per citare lo storico Sima Qian (II-I secolo a.C.), dallo Stato dei Qin: con l’abbattimento dell’antica aristocrazia, con la suddivisione del territorio in circoscrizioni amministrative e con le unificazioni di pesi,

misure, moneta e scrittura – ma anche delle leggi –, nasce il primo impero della storia cinese. La sua fondazione va fatta risalire all’anno 221 a.C., quando Ying Zheng, assunse il titolo onorifico di Primo Imperatore dei Qin, ovvero Qin Shi Huangdi. La scelta cadde su un epiteto solenne, che è di rottura da un lato, perché segnala la nascita della figura imperiale, ma di continuità dall’altro perché deriva dall’unione di diversi appellativi consacrati dalla storia: shi, «inizio», voleva essere un richiamo agli albori mitici della civiltà e venne preposto a Huangdi per segnalare l’esordio di una nuova era; huang si utilizzava per onorare i propri antenati o per le piú alte divinità (Huangdi compare sulle iscrizioni nei bronzi cerimoniali Zhou per esprimere il concetto del «divino»); mentre di designava la massima divinità Shang, venerata anche nelle epoche successive. Stupisce, ma non piú di tanto, che a

In basso bracciale in giada sul quale sono scolpite quattro teste zoomorfe, dalla provincia del Zhejiang. Cultura Liangzhu, 3200-2200 a.C. circa.

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civiltà della cina

Maschera di bronzo scoperta a Sanxingdui (Chengdu, Sichuan), nel 1986. Guanghan, Sanxingdui Museum Queste maschere presentano forti caratteri regionali (alcune sono laminate d’oro). È stato ipotizzato che possano riferirsi al primo re degli Shu, regno fiorito nella seconda metà del II mill. a.C., contemporaneo agli Shang (1600-1050 a.C.).

fondare l’impero cinese sia stata proprio una popolazione dalle probabili origini nomadi (forse proveniente dal Nord-Ovest) o comunque esterna alla piú antica tradizione culturale delle Tre Dinastie ereditarie. Il complesso processo di affermazione del potere del Primo Imperatore, in cui affiora anche la commistione di elementi culturali propri dei regni conquistati, è da intendersi ancora una volta come un costante e tutt’altro che statico amalgama di carattere culturale, prima ancora che politico, non scevro comunque da forza e ferocia militare, cosí come ci tramanda la tradizione.

Uniti e magnifici Grazie a una grandiosa opera di consolidamento e all’espansione politicomilitare, l’imperatore applicò alcuni sistemi di affermazione e conferma del potere, basati sull’uso simbolico dell’architettura e dell’urbanistica. Oltre all’imponente rete stradale (6800 km circa) e allo scavo del Canale Ling (per il commercio e l’irrigazione), ne sono testimonianza anche l’unificazione della Grande Muraglia – confine territoriale e culturale allo stesso tempo –, che traccia una netta linea di demarcazione tra i territori dell’impero e le popolazioni nomadi. Vi fu poi la fondazione della capitale Xianyang, che avrebbe incluso al suo interno la riproduzione (o persino lo spostamento) degli edifici legati al potere dei regni sconfitti, con cui viene superato ogni provincialismo, attraverso l’ambizioso intento di rispecchiare la completezza dell’universo, ma anche la potenza e lo splendore del sovrano. Ma, soprattutto, fu emblematica la costruzione del mausoleo, piú precisamente il Parco Funerario del monte del Cavallo Nero (Lishan Lingyuan), che contiene l’«ottava meraviglia del mondo», il famoso esercito di terracotta. Sintesi di una ritualità esasperata, che sfocia, come sostiene l’archeologo Roberto Ciarla, nella «rappresentazione iperbolica di una concezione centralizzata del potere», la tomba esprime, con tutta la sua imponenza, la (segue a p. 32)

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civiltĂ della cina

dinastie, regni e stati combattenti

1000

Dinastia Zhou Occidentali 1046-771 a.C. circa

Gruppo in bronzo ageminato raffigurante una tigre che attacca un cerbiatto, dal cimitero reale del regno di Zhongshan. IV sec. a.C. La scultura si rifà alla tradizione dell’arte animalistica delle culture nomadi del Settentrione che iniziarono a invadere la Cina.

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Choson 7

Xianyum 8

A destra cartina con l’indicazione degli Stati che si formarono nell’ultimo periodo chiamato delle Primavere e Autunni, 770-475 a.C. In basso cartina con l’indicazione degli ultimi regni rimasti a competere per l’egemonia del territorio, durante il periodo degli Stati Combattenti, 475-221 a.C.

800

700

Dinastia Zhou Orientali 771-256 a.C.

9

3 1 2

5 4

Baoji

11

10

Qiang

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Stati cinesi 1. Zhou 2. Zheng 3. Wei

600

4. Sing 5. Lu 6. Qi

500

7. Yan 8. Jin 9. Qin

Primavere e Autunni 770-475 a.C. circa

Viet

10. Chu 11.Wu

400

300

200

Stati combattenti 475 circa-221 a.C. Dinastia Qin 221-206 a.C.

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Dinastia Han Occidentali 206 a.C.-9 d.C.

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In basso dragone in bronzo con inserzioni d’oro, argento e pasta vitrea, in origine appartenente alla decorazione di un carro, da Jincun. Fine del periodo degli Stati Combattenti, 300-250 a.C. Washington, Smithsonian Institution.

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civiltà della cina

Liaoxi

Liaodong

Yunzhong Shanggu Yuyang Jiuyuan Yiubeiping Yanmen Dai Guangyang Hengshan

Jiaodong Linzi Langye Xue Beidi Hedong Henei Dang Donghai Longxi Sanchuan Sishui Xianyang Yingchuan Chen Nanyang Hanzhong Jiujiang Shang

Taiyuan

Julu Handan

Kuaiji Shu

Nan

Ba

Qianzhong

Hengshan

Changsha Minzhong

Nanhai Xiang

Grande muraglia Strade principali

In alto, a destra i territori del primo impero della Cina, durante la dinastia Qin (221-206 a.C.), caratterizzati dal colore piú scuro; in chiaro, i confini attuali della Cina. In alto, a sinistra ritratto di Confucio. Parigi. Bibliothèque nationale de France. A sinistra Ritratto del Primo Augusto Imperatore dei Qin. Artista coreano del XIX sec. Londra, British Library. Nella pagina accanto una delle statue dell’esercito di terracotta, schierato in difesa del mausoleo del Primo Imperatore. Xi’an, Shaanxi.

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rivoluzione attuata dal Primo Imperatore, che si riappropria del modello della regalità Zhou, creando però un unico spazio politico ritualizzato, al cui «centro» risiede un unico Figlio del Cielo. Eliminando ogni possibilità di rinascita delle casate feudali, Shi Huangdi, consegna alla storia, in pratica, il modello burocratico e centralizzato ma aperto, fluido e dinamico, che ha caratterizzato l’impero cinese fino alle soglie dell’età contemporanea. Il formidabile processo di unificazione imperiale fu talmente grandioso, secondo diversi studiosi, da indurre gli occidentali ad adottare il nome «Cina» proprio da «Qin».

L’unità sociale e culturale degli Han A fornire i fondamenti della prima grande unità culturale e sociale dai connotati imperiali non fu la prima dinastia, che ebbe vita breve, ma la successiva, gli Han (206 a.C.-221 d.C.). Se gli occidentali fanno derivare «Cina» da Qin, «Han» indica, per i Cinesi, il gruppo etnico maggioritario e, ancora oggi, designa il carattere fondativo della propria identità culturale («lingua cinese» si dice hanyu).


Qualcosa che potremmo definire «cinesità»: a significare che, se i Qin «hanno formato» la Cina, gli Han «hanno formato» i Cinesi. La considerevole varietà dei reperti della seconda dinastia imperiale svela lo straordinario vigore di un’arte che presenta un’ampiezza di temi – letterari e guerrieri, cortesi e popolari – autoctoni, ma anche di provenienza straniera. Con gli Han venne elaborato un sistema ideologico eclettico e durevole nel tempo, nato dal compromesso tra istituzioni legiste – già promulgate con il primo impero – e morale confuciana, su cui è stato forgiato il modello sociale cinese, senza dimenticare, però, le tradizioni taoiste e le speculazioni cosmologiche della religiosità popolare. Si è soliti distinguere il lungo periodo (quattro secoli circa), in Han Occidentali (o Anteriori, 207 a.C.-9 d.C.), e in Han Orientali (o Posteriori, 25-220 d.C.). La prima fase affonda le proprie origini nelle gesta eroiche di Liu Bang (al potere dal 206 al 195 a.C.), che spodestò la precedente dinastia imperiale e fu ricordato con il nome postumo di «sublime patriarca» (Gaozu). La sua ascesa sociale, dalle umili origini fino ai vertici del potere, fu irresistibile.

Le conquiste del patriarca Con Liu Bang s’inaugura uno dei capitoli piú avvincenti dell’archeologia cinese: i rapporti di interazione tra le culture appartenenti all’Estremo Oriente, manifestatisi già dalla media età neolitica, diventano prove evidenti. Le numerose missioni al di fuori dell’impero e la formazione di presidi stabili in aree sempre piú lontane, contribuirono a stipulare solidi legami politici, economici e culturali. Tra il II e il I secolo a.C., inoltre, grazie a guerre vittoriose e conquiste, si intensificarono, lungo le direttrici centro-asiatiche, i contatti commerciali di quella che, in tempi piú recenti, fu ribattezzata «via della seta», oggetto di studi e ricerche da oltre cento anni: un trait d’union ininterrotto, un importante collante culturale ed economico, che fece fiorire il commercio con la Persia, Palmira e la Siria, fino a raggiungere l’impero romano (vedi capitolo alle pp. 56-73). Con la loro politica espansionista, i due «piú

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Boshan lu (bruciaprofumi) in bronzo, oro e argento. 113 a.C. Scoperto presso la tomba di Liu Sheng. Mancheng, Hebei. Fori praticati tra i picchi montani popolati dagli immortali taoisti e dagli animali sacri consentivano il diffondersi dell’incenso.

formidabili, piú compiuti, piú sofisticati imperi che il mondo preindustriale abbia conosciuto» – come li ha definiti lo storico John H. Plumb – stavano unendo l’Oriente estremo alle coste del Mediterraneo. I Seres e i Da Qin, i «grandi Qin», come venivano definiti, nelle fonti storiche cinesi, i discendenti di Romolo, si sarebbero forse congiunti, se soprattutto i Parti, decisi a mantenere il proprio dominio commerciale di intermediari, non avessero ostacolato le relazioni dirette tra i due imperi. Wudi (140-87 a.C.) si distinse, tra tutti i regnanti Han, perché, governando per un lungo periodo, fu artefice di una decisa politica centralizzata e di conquista: soprannominato «l’imperatore guerriero», promosse l’unità, ma anche l’uniformità culturale dell’impero, favorendo un’ideologia ufficiale fondata su un confucianesimo sincretico e gettando le basi di una burocrazia al servizio dello Stato.

Invenzioni rivoluzionarie Le scoperte archeologiche continuano a documentare il fiorire e il perfezionarsi di importanti innovazioni tecnologiche, dalla fusione del ferro, della ghisa e dell’acciaio, alla lavorazione della lacca, dalla sericoltura fino alla proto-porcellana. Tali invenzioni hanno caratterizzato, da allora in poi, le culture e i commerci dell’intera Asia orientale. A questo periodo risale, per esempio, una delle «quattro grandi invenzioni dell’antica Cina»: la carta, che, assieme alle successive scoperte della stampa, della polvere da sparo e della bussola, ha rivoluzionato il mondo. E non solo: le scoperte archeologiche testimoniano i notevoli successi raggiunti nei campi dell’astronomia (Libro dei cinque astri, Wuxing shu), della matematica (i cosiddetti Dieci classici della matematica, Zhou bi suan jing), della medicina (Erbario di Shennong, Shennong Bencao jing), della

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letteratura (invenzione del fu, componimento celebrativo della vita di corte), della storia (Memorie di uno storico, Shiji) e della pittura. La considerevole ricchezza dei reperti archeologici di epoca Han, riferibili a un lungo periodo storico e dislocati in un territorio molto vasto, rende difficile ogni tentativo di sintesi al cui interno considerare sia l’evoluzione artistica, sia i radicali cambiamenti sociali e culturali. Durante la fase degli Han Occidentali, tuttavia, sembra prevalere la tendenza all’omogeneità del linguaggio artistico, dovuto alla presenza di un forte Stato centralizzato e all’ideale di armonia sociale e «cosmica», raggiungibile con l’ossequio ai rapporti gerarchici e l’esercizio delle virtú morali confuciane: come in un rito solenne, l’insieme delle norme cerimoniali regola i vincoli tra gli individui e permette di raggiungere l’armonia nel sistema sociale. Nonostante tutto, la nostra conoscenza dell’arte Han rimane spesso frammentaria: sappiamo che si intraprese la costruzione di grandi opere pubbliche sul modello di quanto aveva fatto il Primo Imperatore, come testimoniano l’ampliamento della rete viaria e il completamento, nel 129 a.C., di un canale, lungo piú di 100 km, che collegava il Fiume Wei col Fiume Giallo. Dell’architettura, però, rimangono solo descrizioni poco precise, limitate comunque alle capitali o ai palazzi, resti di fondazione e pavimenti, lacerti di pareti decorate, tegole, frammenti di canalizzazioni, modelli in scala di uso funerario, raffigurazioni sulle pareti delle tombe, ma nessuna costruzione vera e propria al di fuori dell’ambito sepolcrale. Gli edifici sono andati perduti soprattutto per la deperibilità dei materiali impiegati, primo fra tutti il legno. Fondamentali risultano quindi i dati sull’urbanistica e l’architettura acquisiti grazie agli scavi delle due capitali, Chang’an (200 a.C.) e Luoyang (25 d.C.; vedi capitolo alle pp. 74-83).

Il culto dell’oltretomba L’architettura Han diviene il simbolo piú significativo dell’autorità costituita, nel momento in cui il culto fondato sul Tempio Ancestrale (luogo sacro per eccellenza a partire dall’epoca Shang), che faceva uso dei bronzi


Lucerna in bronzo dorato sostenuta da una figura femminile inginocchiata, dalla tomba di Dou Wan, consorte del principe Liu Sheng, scoperta nel 1968 a Mancheng (Hebei), 173 a.C. Shijiazhuang, Museo provinciale di Hebei. Si tratta di un unicum per tematica e finezza dell’esecuzione.

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Ha

Sono misure adottate per evitare il processo di decomposizione (ne è un esempio particolarmente significativo lo Altopia o g la mummia sepolta oltre 2000 anni fa, n o no m nella tomba n. 3 a Mawangdui). La necessità di mantenere, nel obi el G d Turfan mondo sotterraneo, il rango e lo stile to er di vita avuti nell’esistenza terrena es Impero D Corea Dunhuang favorisce la costruzione di tombe solide, decorate con figure Impero Luoyang Giappone apotropaiche e pitture murali. Chang’an A l t o p i a n o d e l Ti b e t dei Kushana All’interno vengono deposte statuette destinate a proteggere il defunto Popolazioni nomadi dagli influssi nefasti, e, a partire dal I Confini dell’odierno Stato cinese secolo a.C., anche talismani simbolici, Guangzhou La Grande Muraglia in epoca Han come gli specchi, riccamente decorati India con allegorie cosmologiche. Possiamo suddividere le tombe Han in due modelli principali: alcune presentano rituali ed esaltava il lignaggio, «si trasforma» nel In alto cartina della Cina con una pianta centrale, con una fossa verticale e culto incentrato sull’oltretomba: la morte viene una camera funeraria per i sarcofagi lignei; però trasfigurata, perché il sepolcro diventa uno l’estensione dell’impero in altre sono invece impostate secondo una strumento celebrativo dell’individuo, attraverso epoca Han pianta assiale, con una fila di camere lungo il le immagini raffigurate sulle pareti dell’intera (206 a.C.-220 d.C.). percorso di accesso e vani laterali annessi. sepoltura o solo della camera per le offerte In basso, sulle due pagine veste (vedi capitolo alle pp. 106-119). funeraria in giada I complessi tombali ci forniscono, quindi, il La via sacra per contenere il repertorio artistico piú significativo, grazie alla L’introduzione dell’usanza di disporre statue corpo del defunto, notevole ricchezza dei corredi e all’aspetto imponenti lungo la strada che conduce al formata da piú di conferito alle strutture che riproducono dei veri sepolcro fino a formare la cosiddetta «via 2000 tessere cucite e propri palazzi sotterranei, su modello delle sacra» (shendao), va collocata, secondo tra di loro con fili d’oro, simbolo di prime proposte architettoniche già formulate nel l’archeologa Michèle Pirazzoli-t’Serstevens, tra regalità. Han periodo degli Stati Combattenti (regni di Chu la metà del II e l’inizio del III secolo d.C. Occidentali, 475-221 a.C. e di Qin 778-207 a.C.). Nelle regioni cinesi in cui si registra la grande 206 a.C.-9 d.C. fioritura delle tombe decorate con lastre incise (Henan, Shandog, Shaanxi e Sichuan), sono Le due anime dell’uomo stati scoperti anche sepolcri con i primi esempi Durante gli Han si affermano nuove credenze di questa scultura monumentale. Da questo nell’aldilà e nelle pratiche funerarie. Viene momento in poi fu una costante nelle tombe, distinta un’anima spirituale (hun), che sale in cielo dopo la morte, e una corporea (po), che invece torna sulla terra. Tale concezione si riflette nella proposta di distinzione tra un mondo celeste e uno sotterraneo, gestito da una burocrazia incaricata di accogliere e accudire l’anima corporea. La realizzazione di ricchi corredi funerari diventa un’esigenza primaria, assieme alla conservazione del corpo del defunto, ottenuta attraverso otturatori in giada, sudari e bare inserite l’una dentro l’altra e isolate da strati di carbone e argilla.

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fino all’ultima dinastia, perché col tempo il percorso venne sempre piú arricchito da sculture solenni di animali reali, mitici, chimere e felini alati. Questa «via» segnala la funzione di corteo funebre nel giorno del funerale, ma anche di rievocazione delle processioni regali e infine, come indica il nome, è il cammino del defunto, protetto dalle anime spirituali che lo accompagnano nell’ultimo viaggio verso l’oltretomba. I ricchi corredi funerari mutano ulteriormente e si arricchiscono: aii vasi rituali si affiancano gli oggetti di vita quotidiana e i mingqi (oggetti splendenti) – in luogo dei sacrifici umani –, che comprendono figurine antropomorfe e zoomorfe, modelli di strutture architettoniche e utensili in miniatura.

Ideologia del drago Lo splendore e il vigore dell’arte Han sono espressi da reperti caratterizzati da una raffinatezza ricercata, di impronta imperiale, che tuttavia non disdegna le varianti locali e regionali; anzi, il «regionalismo» è un motivo di ricchezza nell’epoca Han, accentuato dagli apporti esterni dovuti all’espansione senza precedenti dell’impero. Tra i motivi piú rappresentati in questo periodo, l’immagine del drago – l’animale composito presente sin dal Neolitico – acquisisce un’iconografia uniforme, proprio nel momento in cui vengono fornite le basi ideologiche dell’impero. La sua triplice natura (le zampe artigliate che rappresentano la terra, il corpo rettiliforme e squamato che rappresenta l’acqua e infine le ali, il cielo) si carica di un’ulteriore valenza sacra e ideologica, perché va a rappresentare i domini di pertinenza (terra, cielo e tutto ciò che è compreso nel mezzo) del garante supremo

dell’ordine cosmico, cioè l’imperatore. Grazie agli Han, il drago si eleva, di fatto, a simbolo incontrastato dell’impero cinese che da allora diventa, non a caso, l’«impero del drago».

Un «Medioevo cinese»? Spesso, sia in Occidente che in Oriente, si tende a far rientrare tutto ciò che presenta aspetti analoghi tra civiltà diverse all’interno di canoni prestabiliti, ricercando categorizzazioni storiche comuni, che non di rado scivolano nello stereotipo. Altrettanto accade quando si vuole classificare, entro schemi prefissati, tutto ciò che in altre civiltà appare come «diversoinconsueto-anomalo». È quanto accade, per esempio, per l’epoca che fa seguito al crollo della dinastia Han, da molti definita «Medioevo cinese». Tale fase, che corrisponde al periodo

In alto ritratto di Liu Bang, fondatore degli Han Occidentali, al potere dal 206 al 195 a.C. XIX sec. Londra, British Library. La sua ascesa sociale, dalle umili origini fino ai vertici del potere, fu irresistibile.

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Maijishan (Gansu). Il complesso rupestre comprendente 194 grotte, che, scavate a partire dall’epoca dei Qin Posteriori (384-417), sono state frequentate fino al XIX sec.

compreso tra il 220 e il 581 d.C., in effetti presenta non poche analogie con la situazione verificatasi in Occidente all’indomani della caduta dell’impero romano (476). Analogo, infatti, è il declino delle istituzioni centrali causato dalla frantumazione dell’unità politica, economica e culturale dell’impero, il cui ideale, tuttavia, permane e si perpetua presso le corti dei sovrani che si considerano legittimi eredi della tradizione. E simile è il diffondersi di culti stranieri – il cristianesimo in Occidente e il buddhismo in Cina – utili a colmare il vuoto determinato da una profonda crisi di valori; similmente, i cosiddetti «barbari» demoliscono il sistema imperiale, per poi rigenerarlo, senza riuscire, in fin dei conti, ad annientare in Cina e a Roma l’ideale di un impero unitario.

Come una fenice Se, tuttavia, l’operato di Giustiniano (482-565) e quello di Carlo Magno (741-814) sono stati indubbiamente gloriosi, seppur costretti a spostare il baricentro geopolitico piú a Oriente, senza raggiungere, però, l’estensione dei romani d’Occidente, l’impero cinese, soprattutto con la dinastia Tang (618- 907), risorse dalle sue ceneri come una fenice, riportando nella Cina centrale il fulcro del suo dominio, rinnovato e piú potente di prima. Piú d’un elemento, però, inficia le analogie tra le due, piú o meno coeve, epoche medievali: a differenza di quanto accadde in Occidente, per esempio, in Cina non si affermò, sulle spoglie dell’impero decaduto, un sistema istituzionale di tipo feudale; cosí come non venne trasmessa quell’eredità medievale che in Europa ha contribuito alla nascita delle lingue volgari, delle nazioni, della borghesia, o delle banche e dei Comuni; né, tantomeno, possiamo comparare il ruolo egemone e accentratore del cristianesimo in Europa, a quello del buddhismo in Cina, anche quando esso divenne culto imperiale. La definizione di «Medioevo cinese», quindi, risulta utile da un lato, per la condivisione di aspetti simili tra civiltà diverse e distanti, ma fuorviante dall’altro, perché rischia di scivolare nella omologazione e/o nella indifferenziazione culturale. È dunque opportuno proporre un

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approccio metodologico diverso, che abbandoni, o perlomeno limiti, l’esigenza di ricercare analogie tra periodi storici appartenenti a culture diverse. Analizzando la vicenda cinese in una visione allargata, è infatti possibile rintracciare un altro tipo di parallelismo, in cui sono coinvolte epoche che presentano requisiti comuni, ma all’interno della medesima civiltà: il «Medioevo cinese» può essere considerato come la «seconda fase di transizione», in cui il sistema dinastico viene nuovamente sconvolto dall’incursione di popolazioni straniere. A contendersi l’egemonia del territorio cinese è stato, ancora una volta, un vero e proprio «universo» di culture, prevalentemente


eterogenee, affermatesi mediante frequenti conflitti, diffondendo idee religiose di origine straniera e intensificando i contatti culturali e commerciali su lunga distanza, che hanno coinvolto non solo la Cina, ma l’intera Asia.

La «rivoluzione» buddhista L’interazione culturale sembra costituire la chiave di lettura del periodo di transizione, che va a definire la grande rivoluzione attuata dal buddhismo, destinata a perdurare nei secoli e ad avere ripercussioni insospettate ma profonde. Si tratta della prima forma di spiritualità universale di una cultura straniera accolta e assimilata nella civiltà cinese, già portatrice di una forte identità delineata nel

corso dei quattro secoli della dinastia Han. Tutto ciò è potuto accadere, probabilmente, grazie a tre secoli di divisione politica e alla capacità di questa corrente filosofica indiana di amalgamarsi con la malleabile tradizione autoctona taoista. Il buddhismo condivise con il taoismo quell’ansia metafisica di trascendere i limiti terreni e, con la sua propagazione in Cina, sviluppò alcune figure religiose (come per esempio i bodhisattva), che divennero protagoniste di numerosi racconti e leggende, ispirando rappresentazioni pittoriche e scultoree, secondo una consuetudine che perdura ancora oggi nell’arte popolare cinese. L’introduzione del culto indiano viene fatta

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Particolare della Ninfa del fiume Luo, dipinto su rotolo realizzato dal pittore Gu Kaizhi (344-406 circa), che si ispira a un celebre componimento poetico nel quale viene narrato l’amore infelice tra un uomo e una divinità fluviale. Copia del XII secolo. Washington. Freer Gallery of Art.

solitamente risalire agli Han Orientali, ma è molto probabile che le sue prime infiltrazioni, dovute a coloni stranieri trapiantati in Cina o a Cinesi che visitarono l’India e l’Asia Centrale, siano comunque antecedenti. In ogni caso, a seguito del crollo dell’impero, soprattutto le dinastie «barbare» del Settentrione poterono ricevere una legittimazione attraverso una dottrina anch’essa straniera, fino a farne un culto di Stato. Sotto il dominio degli Wei Settentrionali (336-584), popolazione di stirpe Tuoba (proto-turca), per esempio, le fondazioni buddhiste nel loro territorio raggiunsero il numero di 30 000. Circa l’iconografia, è opportuno precisare che, prima di giungere in Cina, l’immagine del Buddha era già sincretistica: vi si riconosce l’influenza di stili indiani (Mathura e Gandhara), sasanidi e partici, a cui sembrano aggiungersi i gesti plastici e la bellezza delle forme del dio Apollo, senza dimenticare i peculiari influssi locali dell’Asia Interna, che fungeva da crocevia. Gli studiosi tendono a suddividere il primo sviluppo di questa scultura cinese in diverse fasi, nel corso delle quali si registra l’abbandono progressivo del modello indiano, per dare spazio a scelte estetiche piú consone a una locale forma plastica: emerge la

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tendenza crescente ad adottare stili sempre piú regionali, assieme a un genere metropolitano dalle linee fluide e morbide. Oltre a stimolare il substrato culturale cinese e l’iconografia, la dottrina indiana agí come fonte creativa verso nuove soluzioni architettoniche di notevole interesse, che hanno riadattato, e in alcuni casi riformulato, tutte le principali tipologie provenienti dall’India: templi costruiti, templi rupestri, monasteri e stupa (vedi capitolo alle pp. 96-105).

La pagoda cinese Risale a questo periodo la prima effettiva diffusione della pagoda, funzionale struttura verticale a piú piani, nata dalla fusione tra lo stupa indiano (monumento religioso in forma di cupola solida, contenente un piccolo reliquiario, n.d.r.) – con tutto il suo bagaglio di significati simbolici e cosmologici – e la torre cinese di avvistamento o di guardia. La pagoda ha avuto un successo straordinario in tutta l’Asia e ha conservato al suo interno i reliquiari di figure illustri, testi o altri oggetti sacri riferiti al buddhismo. Pur perdendo la centralità di cui era stato investito lo stupa, la pagoda ha rappresentato l’unico elemento architettonico svettante in altezza dell’architettura tradizionale


cinese, trasformandosi in un punto di riferimento, visibile a distanza, all’interno del tempio: la sua planimetria doveva ormai contemplarne la presenza, isolata nel cortile, retrostante l’entrata principale a meridione. All’avvento del buddhismo si lega anche la realizzazione dei templi rupestri, come testimoniano gli estensivi scavi a Mogao (dal IV secolo, provincia del Gansu), a Maijishan (dal V secolo, Gansu), a Yungang (dal V secolo, Shanxi) e a Longmen (dalla fine del V secolo, Henan), solo per citare i piú rappresentativi. Questi templi, scavati a partire dal IV secolo, lungo i fianchi delle colline, spesso già scelti come rifugio da santi asceti, hanno conservato un patrimonio eccezionale di pitture murali e di sculture (vedi capitolo alle pp. 84-95).

Il fiorire dell’estetica Oltre al buddhismo, le innovazioni investirono anche le espressioni pittoriche e calligrafiche, coincidenti con la fioritura di una serie di teorie nel campo dell’estetica. Grazie al sostegno di mecenati, intenditori e critici, soprattutto nel Sud della Cina, la pittura figurativa e la poesia assunsero connotati di insolita raffinatezza; nel contempo, fiorirono tematiche relative alla natura, nate in contrapposizione alla funzione didattico-moraleggiante imposta dal modello confuciano. Lo testimoniano le opere di Gu Kaizhi (344 circa-406 circa), il primo pittore che uscí dall’anonimato e al quale si deve l’«invenzione» del supporto tipico della tradizione estremo-orientale: il rotolo dipinto. Livelli altissimi toccarono coloro che sono considerati i pilastri dell’arte calligrafica cinese: Wang Xizhi (303?-361 d.C.) e Wang Xianzhi (344-388). Essi rielaborarono, con vena creativa, gli stili precedenti, e fecero della loro arte calligrafica, assai cara alla tradizione cinese, il modello ritenuto a tutt’oggi inarrivabile. È attestata anche la produzione di vasi in

Vaso in grès con invetriatura verde cèladon. VI sec. Oxford. Ashmolean Museum. L’invetriatura verde è ottenuta a temperatura elevata, in un ambiente rilucente, e trae il proprio colore dalla presenza di piccole quantità di ferro.

grès con invetriatura céladon, un termine adottato per ogni tipo di invetriatura verde ottenuta a temperatura elevata, in un ambiente riducente, che trae il proprio colore dalla presenza di piccole quantità di ferro. Ma non mancano ceramiche con invetriatura a base di piombo, di colore marrone e verde, già presenti in epoca Han, e quelle di colore bianco. Gli scavi archeologici degli ultimi decenni hanno restituito anche recipienti in vetro e oggetti metallici di importazione, alcuni dei quali provano l’adattamento alle forme e ai motivi decorativi sasanidi. La ciclica crisi di disgregazione dell’unità statale e imperiale dei periodi di transizione ha coinciso, a livello culturale, anche con l’esigenza di recuperare la tradizione e le sue idee direttrici, attraverso trattati di pittura e di estetica che hanno offerto una nuova opportunità di «riformulare» il passato come premessa a una «rinascita» per le epoche successive. Alla base della visione artistica dei rotoli piú antichi, infatti – di cui non abbiamo a disposizione gli originali, ma copie in stile –, vi sono i fondamentali scritti di estetica, pubblicati dal IV e V secolo in poi, come per esempio l’Introduzione alla pittura di paesaggio (Hua Shanshui xu) di Zong Bing (375-443), o i «sei canoni» (liufa) di Xie He (V-VI secolo), che lo storico dell’arte orientale Werner Speiser ha giustamente definito «la Magna Charta della critica cinese e dell’estetica delle arti figurative».

L’età dell’oro dei Tang Con la successiva riunificazione imperiale attuata dalla breve ma fondamentale dinastia Sui (581-618), fu inaugurata l’«età dell’oro» della Cina: la dinastia Tang (618-907). Quello dell’età dell’oro è un mito che, da sempre, seduce la natura emotiva dell’uomo. Un’epoca armoniosa, in cui il mondo era cullato da un’eterna primavera, privo di leggi, libero da angosce e lontano da fatiche e miserie, nel quale l’uomo, immerso nel «tutto», «tutto» abbracciava. Nel linguaggio

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Buddha colossale in una delle grotte di Yungang, nei pressi di Datong (Shanxi), scavate principalmente tra il V e il VI sec. In tutto il complesso si contano 252 templi e piĂş di 51 000 statue buddhiste.

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comune, ogni civiltà ha «costruito» una o piú età dell’oro, intese come epoche felici, stagioni fortunate e irripetibili, un’utopia nostalgica e retrodatata, di origine letteraria e mitologica, legata al ricordo di un passato leggendario, ma anche dal valore fondante e fondativo per ogni civiltà, perché trasformatasi nello scenario in cui sono stati formulati i canoni di ciò che si considera tradizionalmente «classico». Tale denominazione è stata da tempo abbandonata dagli studiosi, a favore di un approccio metodologico piú consono a riconoscere e valorizzare gli elementi distintivi di ogni epoca storica, senza pregiudizi di sorta.

Ambizioni panasiatiche Al di là delle etichette, è comunque innegabile che nel periodo Tang si assiste a uno dei picchi massimi raggiunti dall’impero, il cui dominio si estese fino in Corea, Vietnam, e attraverso l’Asia centrale, persino in Siberia meridionale. La prima capitale, Chang’an (582), fondata dalla dinastia Sui (si chiamava Daxing) e nata dalle ceneri dell’antica città Han, non solo fu il piú grande centro politico ed economico dell’impero, ma anche il punto di snodo da cui si dipartivano le principali arterie che mettevano in comunicazione la Cina col resto del mondo. Il modello Tang divenne un vero e proprio punto di riferimento per tutte le culture d’Oriente, tanto che si è parlato dell’emergere di una «politica panasiatica», almeno sotto il regno di Taizong (762-779), durante il quale la grande tradizione cinese, ereditata e sviluppata dalla dinastia, assimilò elementi culturali di altri popoli, influenzando in maniera straordinaria lo sviluppo della storia mondiale. Le testimonianze che meglio attestano il carattere cosmopolita della dinastia cinese sono sicuramente le grandi invenzioni. La carta, come supporto per la scrittura già usata in Cina da parecchi secoli, si diffuse in Asia Centrale soprattutto dalla metà del VII alla metà dell’VIII secolo, prima che gli Arabi ne apprendessero la fabbricazione, e la trasmettessero in Europa verso il X secolo. E non solo. L’invenzione o, se preferiamo, la diffusione e il successo della stampa furono probabilmente dovuti all’apporto e al

contributo di diverse civiltà dell’Asia e a una pratica religiosa buddhista, indiana e centroasiatica, ma trapiantata nell’allora fertile terreno culturale cinese. Il primo testo completo a stampa, il Sutra del diamante, dell’868 (tradotto da Kumarajiva all’inizio del V secolo) anticipa la Bibbia di Gutenberg di ben 587 anni! Come se non bastasse, l’invenzione della polvere da sparo, risultato di una serie di ricerche sistematiche sulle proprietà delle diverse sostanze, condotte dagli alchimisti nella loro ansia di trovare l’elisir di lunga vita, va ascritta a un periodo compreso tra il VII e il IX secolo. Gli «inventori» Tang non potevano certo prevedere le ripercussioni, a dir poco sconvolgenti, che la loro scoperta avrebbe avuto sugli equilibri sociali nel mondo, soprattutto quando l’invenzione raggiunse l’Europa, dove fu utilizzata, sin dal XIII secolo, per scopi bellici. E, infine, si può sostenere con certezza che per almeno due volte, fra il 684 e il 694, venne costruita una torre astronomica a Luoyang (Henan), dotata di campane per le ore, tamburi per i quarti d’ora, e pare, nel secondo caso, anche di una ruota delle dodici ore: in concomitanza con altri dati, si ritiene che la torre astronomica fosse fornita del primo esempio di orologio meccanico.

Il prezzo dell’equilibrio Di fronte a queste «opere» monumentali, dal carattere imperiale, è facile scivolare nella mitizzazione e nel luogo comune che vede il periodo Tang come un ininterrotto modello di stabilità politica, anche perché la Cina di questo periodo era profondamente cosciente dell’importanza delle tecniche e delle scienze, come veicolo dell’alto livello di sviluppo sociale e culturale, nonché di magnificenza, raggiunto dall’impero. Tale interpretazione è contraddetta, però, dalle vicende realmente accadute, che rivelano come l’equilibrio raggiunto, di volta in volta, sia stato anche il risultato di profonde crisi ideologiche e di non poche guerre intestine. A livello artistico, la tessitura della seta continuò a costituire il settore principale della produzione artigianale, e non si fermò

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Denfeng (Henan). La pagoda Songyue: costruita nel 523, è una delle poche ancora intatte risalenti al VI sec. La pagoda è una delle strutture architettoniche piú caratteristiche di tutto l’Estremo Oriente.

nemmeno la notevole produzione di broccati, dai motivi decorativi tradizionali – come draghi e fenici in volo –, che si confondono tra i disegni di origine centro-asiatica, come uccelli, leoni, scene di caccia, ecc.

I tre colori della ceramica Significativi furono anche i progressi nella produzione della porcellana, una delle attività artigianali piú importanti, attraverso il perfezionamento costante di tutte le fasi di lavorazione: dalla selezione e preparazione

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dell’impasto all’applicazione dell’invetriatura, dal controllo della temperatura del forno alle tecniche di modellazione, fino al decoro. Un prodotto famoso dell’arte e dell’artigianato Tang è stata la terracotta a «tre colori» (sancai), alla cui invetriatura trasparente a piombo vennero aggiunte quantità di rame, ferro, cobalto, manganese e altri agenti coloranti, prima della cottura a 800 °C, con cui si ottenne una terracotta policroma con tonalità di verde scuro, verde chiaro, blu, giallo, crema, bianco, marrone, ecc. Grande fu il progresso nella


lavorazione di oggetti metallici, d’oro e d’argento, che proprio con i Tang raggiunsero una raffinatezza notevole, mediante i procedimenti di intaglio, placcatura o incisione. I dipinti nei sepolcri degli imperatori, ma soprattutto quelli dei membri della famiglia reale e di alti dignitari, rappresentano forse l’apice della pittura del primo periodo Tang, in cui le rappresentazioni di figure mitiche, scene di caccia e cortei, cortigiani e ambasciatori, funzionari e dame di corte si uniscono a raffigurazioni di torri di guardia, motivi astrologici e persino al gioco del polo.

I canoni della scultura... In epoca Tang gli scultori sembrano volgersi anche a materiali piú malleabili come il bronzo, l’argilla e il legno, con i quali fu sperimentata con successo, soprattutto nell’VIII secolo, la scultura a tutto tondo, che determinò una rottura con l’antica predilezione per uno stile essenzialmente lineare: le forme vengono accentuate, con un movimento incessante del panneggio, che andò a definire la complessità delle pieghe, mentre l’aspetto fisico divenne sempre piú corpulento. Lo sviluppo della scultura buddhista cinese giunse cosí a codificare, in maniera definitiva, il proprio canone: la combinazione di forme piene e potenti, le ricche e brillanti tonalità cromatiche e l’attenzione al gioco delle linee ornamentali diedero origine a una tendenza che divenne il fondamento di tutta la scultura religiosa cinese delle epoche successive. La scelta del luogo nel quale fondare la prima capitale Chang’an, nei pressi dell’attuale Xi’an (Shaanxi), non è casuale: non lontano dalla città, infatti, si trovano i resti di Banpo, villaggio risalente al Neolitico Medio (50003000 a.C.), a cui si sono aggiunte due capitali attigue degli Zhou Occidentali (Feng e Hao, XI secolo a.C); il Primo Imperatore fece quindi costruire la propria capitale (Xianyang), nelle cui vicinanze fu eretta la gloriosa capitale degli Han (Chang’an). D’altronde ci troviamo nel cuore della Pianura Centrale e trapela una valenza fortemente simbolica del luogo, laddove la memoria delle epoche precedenti

legittima quelle successive. Chang’an divenne il simbolo per eccellenza del cosmopolitismo cinese: una vera e propria metropoli, che copriva una superficie di 84 kmq, suddivisa in una rigida planimetria a scacchiera, contenente al suo interno piú di un milione di abitanti, tra cui numerose minoranze etniche delle regioni di frontiera. Le pagode raggiunsero alti livelli estetici (ne sono un esempio le due Pagode dell’Oca Selvatica, ovvero Dayanta, iniziata nel 652 – vedi foto alle pp. 48/49 –, e Xiaoyanta, iniziata nel 707, a Xi’an), ma persero col tempo la centralità della loro collocazione all’interno dei monasteri e, già dall’VIII secolo, non si trovarono piú sull’asse principale dell’area sacra.

...e dell’architettura L’architettura Tang formulò in maniera ufficiale, cosí come accade nella scultura, i canoni tipici della tradizione cinese: l’utilizzo del legno, resistente ed elastico, favorí lo sviluppo di un sistema modulare, definitivamente fissato da quattro colonne legate da travi. La moltiplicazione del modulo, l’intercolumnio, ha permesso quindi di realizzare strutture di grandezza differente, su alto basamento, col tetto a spioventi sostenuto da un sistema di mensole a incastro, che si sono potute moltiplicare in altezza e in larghezza (come nel caso del padiglione principale, sala del grande Buddha, del tempio Foguangsi, Shaanxi, eretto nell’850). La canonizzazione non riguarda soltanto la scultura e l’architettura, ma anche la pittura dell’epoca. Tra le personalità di spicco che si distinguono, Wang Wei (699- 759), poeta e calligrafo, nonché, secondo la tradizione, uomo di nobile carattere e di elevati sentimenti, fu considerato, dagli eruditi delle ultime dinastie cinesi, come il capostipite della tradizione dei letterati (wenren) e i suoi paesaggi in pittura come le espressioni delle piú alte virtú confuciane. Privilegiando i mezzi espressivi dell’inchiostro monocromo, il pittore rispettò la sua ispirazione con gli espedienti che la piú nobile delle arti, la calligrafia, gli mise a disposizione. Di tutt’altro genere furono Li Suxun (metà del VII secolo-715?) e Li Zhaodao

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Statuetta in ceramica «a tre colori» (sancai) raffigurante un giocatore di polo. Collezione privata. Introdotto in Cina dalla Persia, il gioco del polo godeva di grande popolarità presso l’aristocrazia Tang (618-907).

(VIII secolo), considerati invece i fondatori di uno stile pittorico estremamente particolareggiato nei dettagli (gongbi, «tratto meticoloso»), mediante l’utilizzo di colori vivaci, con predominanza di azzurro e verde, con cui sono state fissate le norme stilistiche, per dipingere secondo lo stile accademico. Un ennesimo e intenso, seppur breve, periodo di transizione (907-960) precede la riunificazione imperiale con la dinastia dei Song (960-1279),

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durante la quale si assiste a un grande fervore per la storia e la cultura del passato grazie a studiosi celebri e alla nascita di accademie volte a esaltare lo statuto imperiale.

Cultura e potere dei Song La dinastia viene divisa in due periodi: dal 960 al 1127 prende il nome di Song Settentrionali e controlla gran parte della Cina; in seguito alle invasioni dei Jurchen (fondatori della Dinastia Jin), fino al 1279, la dinastia prende il nome di Song Meridionali e perde parte del dominio territoriale. Con i Song viene esteso e codificato il famoso sistema degli esami, che divenne la piú efficace e prestigiosa via d’accesso alla funzione pubblica, perché imponeva un dispositivo ampiamente diffuso nella società civile già dall’epoca Tang: la valutazione, almeno nella teoria, delle proprie capacità e competenze meritocratiche, tra cui


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A destra l’estensione dell’impero cinese in epoca Tang. In basso pianta a volo d’uccello della città di Chang’an, capitale cinese sotto la dinastia Tang, fino alla metà dell’VIII sec. L’agglomerato urbano si articolava in due comprensori principali: la «città imperiale» e la «città esterna».

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Legenda Dinastia Tang Confini attuali Città capitale

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la profonda conoscenza dei classici confuciani, della storia, delle leggi e della capacità nel comporre e interpretare i testi. Venne ufficializzato e considerato alla base dell’ingranaggio del sistema burocratico e centralizzato dell’impero cinese, il legame tra cultura e potere: il binomio di «sapere e burocrazia», in pratica, viene ufficialmente riconosciuto come il collante ideologico e culturale dell’impero. Il sistema degli esami di Stato determinò un nuovo status sociale privilegiato: nasce la cosiddetta gentry (shenshi o xiangshen), con cui venivano indicati quegli individui abilitati a portare un determinato abbigliamento, dopo aver superato con successo almeno il primo livello degli esami. L’affermazione di questa nuova «classe sociale» è direttamente proporzionale all’ascesa di un’élite il cui status non era ereditario ma basato sul merito. Gli appartenenti alla gentry svolgevano le stesse funzioni dirigenziali (culturali, religiose, ideologiche ed economiche) della classe burocratica ma a livello locale. Di fatto essi incarnano il modello sociale, culturale ma anche morale da emulare, elevandosi a leader simbolici tra le corporazioni di contadini e tra la gente comune, e assurgendo anche a guida da

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Mare Cinese Orientale

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seguire perché modelli di benevolenza paternalistica, confucianamente intesa, e di armonia familiare. L’efficiente burocrazia permise un alto livello di centralizzazione e di controllo sociale, politico ed economico. Gli imperatori Song furono quasi tutti mecenati delle arti e molti di loro anche abili pittori (primo fra tutti Hui Zong

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La Grande Pagoda dell’Oca Selvatica (Dayanta) a Xi’an (Shaanxi). Fu eretta originariamente per ospitare i 1300 sutra, libri sacri, importati dal celebre monaco buddhista Xuan Zang (602-664), durante il suo viaggio in India. La pagoda aveva in origine cinque piani, portati a sette con i lavori eseguiti tra il 701 e il 705.

1082-1135), cosí come il collezionismo di antichità divenne la prova dell’interesse dell’élite al potere per il recupero dei valori della Cina delle origini. Ciò fu reso possibile anche dalla formidabile diffusione della stampa, che solo allora divenne il mezzo principale di scambio e di veicolazione delle idee, anche attraverso l’allargamento della scolarizzazione. Dalla fine del X secolo, alcuni grandi mercanti stamparono e utilizzarono a titolo privato la prima cartamoneta, invenzione di cui l’amministrazione si appropriò, facendo dell’impero Song il primo Stato dotato di banconote. Come era successo con i Tang, una nuova esplosione culturale raggiunge e permea aree lontane, come la Corea, il Giappone e perfino il Vietnam. In questo periodo, l’attenzione verso i reperti antichi, tale da fomentare persino un maniacale collezionismo, fa crescere anche un profondo «interesse» di tipo archeologico, sebbene non si possa certo ricollegarlo a una disciplina con intenti di carattere scientifico.

La scoperta dei sepolcri Soprattutto durante gli anni Novanta del secolo scorso sono stati effettuati numerosi scavi intensivi che hanno portato alla luce numerose sepolture dei Song e delle epoche successive, nelle quali sono stati rinvenuti manufatti di grande pregio tecnologico, artistico e storico, assieme a pitture e rilievi parietali (le tombe imperiali della dinastia Song Settentrionali, nel distretto di Gongxian, Henan). Le sepolture dell’aristocrazia e dei funzionari statali presentano spesso epitaffi e iscrizioni celebrative che hanno permesso di fissare con precisione le datazioni, fornendo cosí un prezioso contributo allo studio storico-artistico. Gli scavi hanno rivelato, per esempio, nuove risoluzioni architettoniche, come la camera funeraria che diventa doppia e a due piani (dopo l’epoca di Yingzong, che regna dal 1064 al 1067); oppure osservare come le sepolture delle imperatrici siano state poste nel recinto del mausoleo imperiale, davanti ad altre tombe secondarie che, a seconda delle dimensioni, hanno rispecchiato le distinzioni di rango tra concubine e funzionari di vario grado.

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Particolarmente interessante è la dislocazione dei sepolcri, che non sembra seguire le regole geomantiche del fengshui, l’antichissima disciplina che prescrive il rispetto degli equilibri sottili (energie della terra, telluriche, ed energie del cielo, cosmiche), per rendere favorevoli agli insediamenti umani le energie del luogo. In questo caso le sepolture sono state adattate secondo una tendenza che, in via eccezionale, rompe con gli schemi prefissati dalla tradizione, essendo situate in un terreno digradante verso nord, con le montagne a sud e un corso d’acqua a settentrione.

Come il colore della giada Assieme all’esplosione della grande pittura di paesaggio (per esempio Mi Fu, 1051-1107), a partire dal X secolo anche il numero dei generi ceramici e delle manifatture aumentò considerevolmente, e notevoli furono i progressi tecnologici dai quali, in parte, dipende la fama delle eleganti ceramiche dell’epoca Song, per la completa fusione tra corpo e invetriatura. Emersero molteplici centri di produzione ceramica, fra cui quello di Jingdezhen (Jiangxi), la cui attività pare abbia avuto inizio già in epoca Han per arrivare fin quasi ai nostri giorni, e quello di Longquan (Zhejiang) che, durante i Song Meridionali, produsse il celebre celadon cotto ad alta temperatura, con invetriatura verde oliva e verde azzurro, assai amata dai Cinesi perché evocativa del colore della giada. Nella Cina meridionale continua, inoltre, la produzione di porcellana bianca, qingbai,


leggermente bluastra, con motivi floreali e zoomorfi che sembra essere all’origine del «bianco-e-blu» della dinastia successiva. Tra le scoperte piú significative è da segnalare l’identificazione (1987) di fornaci con annesse officine (a Qingliangsi, Henan), per la produzione di vasellame di porcellana, in special modo utilizzato a corte, del tipo noto come ru, dalle spesse invetriature bluastre o verdastre, ricche di «crinature» (craquelure) artificiali a imitazione del ghiaccio, che conferiscono un sensazione di untuosità. Nello stesso periodo, oltre ai reperti della

dinastia dei Song, sono particolarmente interessanti, anche quelli riferibili ai regni delle etnie straniere, come i Liao di stirpe tungusa (rinvenuti nei siti individuati a Chifeng, Mongolia interna).

Dai regni stranieri Alcune testimonianze archeologiche sono state rinvenute anche in zone tradizionalmente abitate dall’etnia cinese Han: nelle necropoli di Xiabali del XII secolo, nello Hebei, sono state scoperte tombe ornate da notevoli dipinti murali e a Shuozhou, nello

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piú noti ma piuttosto lontani centri manifatturieri imperiali. I Xia Occidentali produssero spesso ceramiche architettoniche e di uso liturgico e votivo dedicate al buddhismo esoterico tibetano. Ricche di fascino sono le particolari tombe dei dieci sovrani rinvenute sui monti Helan, nella regione autonoma Ningxia Hui, che coprono una superficie di circa 50 kmq: la loro struttura imponente e la forma particolare gli hanno fatto guadagnare il titolo di «Piramidi dell’Oriente».

L’invasione mongola

Ritratto di Kublai Khan (1215-1294), l’imperatore mongolo, fondatore della dinastia Yuan (1279-1368). Marco Polo (1254-1324) visitò il suo regno, divenendo presto un suo favorito e servendo alla sua corte per oltre diciassette anni, secondo quanto racconta egli stesso nel Milione.

Shanxi, pitture analoghe rappresentano scene di vita quotidiana. All’incirca in queste stesse zone sono stati scoperti anche reperti riferibili ad altre popolazioni straniere, come quella dei Jin (1115-1234), detti anche Jurchen, antenati dei Mancesi. Molti sepolcri scoperti nei luoghi che tradizionalmente appartengono alla Cina degli Han (Shanxi, Shaanxi, Henan e Shandong), presentano pitture o bassorilievi scolpiti sul rivestimento a mattoni delle pareti, con temi ispirati alla vita quotidiana, tra danze, esercizi acrobatici ed esibizioni musicali e teatrali. Nel nord ovest della Cina, con i Xia Occidentali (Xi Xia, 1032-1227), di stirpe tanguta – che non hanno nulla a che vedere con i Xia della semimitica prima Dinastia ereditaria –, furono particolarmente attivi gli antichi centri di produzione della ceramica (Ciyaobao e Huiminxiang, nella regione autonoma di Ningxia Hui). La loro arte fu in costante contatto e spesso anche in concorrenza con i

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Purtroppo il regno, un tempo piuttosto florido, fu letteralmente annientato dalla forza devastatrice della dinastia mongola degli Yuan (1279-1368), con cui la storia compie una brusca inversione. Grazie alla figura carismatica di Gengis Khan (forse appellativo di «Imperatore universale», 1162-1227), per la prima volta l’impero si piega ufficialmente allo straniero: gli Wei Settentrionali, i Jin e i Liao, solo per citare i piú famosi, avevano già conquistato gran parte del territorio, formando alcuni regni, fruttuosi a livello culturale e sociale, ma «limitati» a livello politico, senza riuscire, in pratica, a estendere il proprio potere a tutto il territorio imperiale. Ci riuscirono i Mongoli, che diedero vita a un’epoca prospera. Affascinanti testimonianze del progresso raggiunto in questo periodo si ritrovano nelle pagine pregne di sincero stupore del Milione di Marco Polo, viaggiatore veneziano alla corte di Khublai Khan (1215-1294), discendente di Gengis. E se i Mongoli hanno conquistato politicamente la Cina, è stata la Cina a conquistare culturalmente i Mongoli, secondo il classico processo di sinizzazione. È la grande intuizione di Khublai: egli comprende che non si può trattare e governare la Cina alla stregua di un qualsiasi altro Paese di conquista, perché troppo forte è la sua istituzione imperiale, troppo antica la sua cultura e le sue tradizioni saldamente impiantate. Per essere gradito al popolo, Khublai deve accettare i valori sociali e culturali tramandati nei secoli. Fondando la dinastia Yuan, egli si riappropria dell’epiteto di


«imperatore universale» cinese in Cina e di Gran Khan dei Mongoli, al di fuori della Cina. Assicurando ai Cinesi la possibilità di governarsi piú o meno autonomamente, pur conferendo una posizione di privilegio al suo popolo e adottando una legislazione che prevedeva la coesistenza nell’impero di quattro diversi «popoli» principali, Khublai rese ufficiale ciò che ha poi fatto della Cina moderna uno Stato multietnico. Proclamò inoltre come capitale la futura Pechino, allora denominata Dadu, e promosse la crescita economica dell’impero con la ricostruzione del Grande Canale, il restauro degli edifici pubblici e l’ampliamento della rete viaria.

Le navi in fondo al mare Nonostante avesse raggiunto il piú vasto impero che il mondo abbia mai conosciuto, esteso dalla Corea all’Ungheria e, a sud, fino al Vietnam, azzardò per ben due volte (1274 e 1281) l’invasione del Giappone; ma entrambi i

Esercito mongolo e navi da guerra, particolare di un rotolo giapponese del periodo Edo (1603-1868) che rappresenta le gesta epiche del guerriero Yuriwaka, contro gli invasori mongoli.

tentativi fallirono miseramente, soprattutto grazie all’«intervento» di tifoni, localmente denominati «kamikaze» (vento divino). Recentemente, grazie al contributo della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana e di Sebastiano Tusa, e con il supporto del MAE, l’archeologo Daniele Petrella (presidente dell’International Research Institute for Archaeology and Ethnology, IRIAE), ha individuato nelle acque dell’isola giapponese di Takashima (Kyushu) i resti delle navi mongole, riferibili alla seconda invasione, assieme a mortai usati per la preparazione a bordo di cibi e medicamenti, e a ceramiche di fattura cinese. Le prime analisi suggeriscono che non si trattasse di vascelli da guerra, ma di vecchi bastimenti mercantili per il trasporto fluviale, sottratti alla precedente dinastia Song e restaurati. Già in precedenza erano state ritrovate ancore, anfore, armi, armature, elmi e persino le «teppo», bombe da lancio realizzate con polvere da sparo e schegge di ferro

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In basso placca in giada che ritrae un animale mitico con un unico corno e la sua prole. XIV- XV sec.

rinchiuse in un involucro di ceramica che si pensava fossero state inventate in Occidente intorno al XV secolo. Durante il periodo Yuan (1279-1368), grande importanza assunse la pittura di paesaggio, da cui emersero le qualità espressive intrinseche del pennello e dell’inchiostro, strumenti con cui gli artisti dipinsero, con creatività, le proprie idee ed emozioni, mantenendo una notevole semplicità stilistica, fino a raggiungere picchi di altissimo livello (per esempio Ni Zan, 1301-1374), con quella che fu poi definita la «pittura dei letterati» (wenren hua). Nei primi anni del XIV secolo ebbe inizio la grande produzione della porcellana traslucida bianca-e-blu, famosa in tutto il mondo perché prodotta prevalentemente per l’esportazione: è il risultato di una mirabile combinazione tra il commercio islamico e le tecniche cinesi, grazie all’esportazione di cobalto dall’Iran, unita alla qualità traslucida della porcellana.

Lo «splendore» dei Ming Nel 1368 il crescente malcontento popolare fece esplodere una rivolta guidata da un contadino, conosciuto poi come l’imperatore Hongwu, che riportò al potere la dinastia cinese dello «splendore»: i Ming (1368-1644). S’inaugura un periodo di rinascita culturale, che coincide con l’esplorazione dell’Oceano

Indiano da parte dei mercanti, che, con Zheng He (1371-1434), si spingono, forse, fino alle coste dell’Africa. Yongle, che regna dal 1402 al 1424, è in genere considerato il piú grande imperatore della dinastia e tra i piú importanti di tutta la storia cinese. Riportò la capitale a Pechino, facendone una metropoli, e vi ordinò la costruzione dei palazzi della Città Proibita (il gugong, «antico palazzo», costruito tra il 1406 e il 1420), sede imperiale delle ultime dinastie cinesi. Restaurò e riaprí l’arteria commerciale e comunicativa del Grande Canale, il fiume artificiale piú lungo del mondo (1794 km), e commissionò la colossale Enciclopedia Yongle, la piú voluminosa nel mondo (22 877 volumi organizzati in 11 095 libri): viene tuttora considerata una delle piú grandi conquiste raggiunte dall’uomo. Il rispetto di Yongle per la cultura cinese è una pietra miliare nella storia, e la Cina vive un glorioso periodo di stabilità proprio mentre l’Europa è coinvolta in travagliati conflitti interni. In questo periodo il maceratese Matteo Ricci (1552-1610) diede un forte impulso all’opera di evangelizzazione, adattando il cristianesimo ai valori cinesi. In pittura si assiste alla commistione tra la perfezione tecnica della tradizione Song e la libertà espressiva Yuan (scuole Zhe e Wu); nel mentre, la porcellana raggiunge traguardi straordinari, con la creazione del bianco-e-blu fino ai monocromi rosso rame, ma anche con il vasellame dai «colori contrastanti» (duocai), in cui i motivi decorativi presentano smalti policromi (rosso, verde, giallo e bruno porpora) e contorni di blu cobalto.

Draghi e fiori di loto Le forme vascolari si arricchiscono di contributi esterni, ispirandosi a quelle metalliche sia islamiche che tibetane (come il boccale a «cappuccio di monaco», sengmao hu), in concomitanza con l’«imitazione» degli antichi bronzi rituali. I motivi vanno dal drago, singolo o in coppia, che insegue la perla fiammeggiante, alla fenice, dai fiori di loto ai tralci di peonie, dalle onde alle nuvole, ecc.

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Espansione dell’impero Ming nel XV sec.

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Attacchi mongoli e giapponesi (XVI sec.) Scorrerie dei pirati giapponesi Primi attacchi mancesi (Manciú, 1626-42)

In alto cartina che indica l’espansione dell’impero Ming nel XV sec.

Qui sopra e a sinistra coppia di vasi in porcellana «bianca-e-blu» di epoca Ming. In uno dei manufatti compare il drago, simbolo dell’imperatore cinese.

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Nella pagina accanto il Museo di Shanghai (in alto) e il Museo Nazionale di Palazzo di Taipei. In basso Vaso in bronzo con motivi decorativi che ritraggono uccelli, draghi e maschere zoomorfe. Epoca Shang, 1600-1050 a.C. Taipei. Museo Nazionale di Palazzo.

Il grande fenomeno della porcellana da esportazione si lega all’arrivo dei Portoghesi che, giunti a Canton nel 1514, detennero il monopolio delle relazioni commerciali per tutto il XVI secolo. Cominciò allora la produzione di porcellana bianca (a Dehua, Fujian) conosciuta in Europa come Blanc de Chine e utilizzata soprattutto per statuine buddhiste e incensieri. Altre porcellane monocrome videro l’utilizzo di invetriature rosse, turchesi, verdi, gialle, blu. Famosa è la porcellana poi chiamata kraak, sottile, leggera, decorata con motivi floreali, uccelli, piante, animali e figure umane.

Qing, l’ultima dinastia Un ennesimo cambiamento si registra con l’ultima dinastia, quella dei Qing (1644-1911), quando torna al potere una popolazione straniera, non piú mongola, ma mancese, e discendente peraltro dai «barbari» Jin. Nel tempo, le rigide misure adottate vengono profondamente mitigate e anche l’aristocrazia mancese viene sinizzata. Con Qianlong (che regna ufficialmente dal 1735 al 1796), l’impero raggiunge il suo apogeo, mentre l’espansione militare e politica coincide con un imponente sviluppo demografico ed economico. L’imperatore fu anche un grande patrono delle arti e volle un catalogo di tutte le piú importanti opere della cultura cinese (il Siku Quanshu,

composto da 36 000 volumi e contenente circa 3450 opere complete, realizzate da quasi 15 000 copisti). Fece ampliare l’Antico Palazzo d’Estate (Yuan Ming Yuan) e nel decennio del 1750 incaricò il gesuita Giuseppe Castiglione di progettare opere idrauliche e fontane a tempo, complete di macchinari e tubazioni sotterranee. In questo periodo gran parte della Città Proibita fu ricostruita, mentre in pittura, accanto ad artisti che seguivano la tradizione classica, si affermarono personaggi piú eccentrici nello stile e nel contenuto. Nell’arte della porcellana si distinse quella nota in Occidente come «sangue di bue», per la tonalità di rosso ottenuta con l’uso di rame. Massiccia fu la richiesta dai mercati europei di porcellane che, già dal XVII secolo, iniziarono a distinguersi in Famiglia Verde, Famiglia Gialla, Famiglia Rosa, Famiglia Nera, in base ai colori predominanti nella decorazione. Esse invasero un’Europa pervasa dal gusto per le chinoiseries. La Famiglia Rosa è forse l’unico contributo dato dall’Occidente alla Cina in questo campo: utilizzato soprattutto per i servizi da tavola destinati alle casate regnanti europee e per i vasi per le mensole dei camini, è stato probabilmente introdotto in Cina intorno al 1720 proprio da Castiglione. Disordini interni, guerre alle frontiere, sollevazioni, repressioni, corruzione e abusi della corte offuscarono sempre di piú il quadro generale. Tutto ciò ha preceduto le umiliazioni inflitte nel XIX secolo dalle potenze occidentali, che piegarono definitivamente l’impero cinese. La dinastia mancese crollò nel 1911, quasi in silenzio, quando l’intero ingranaggio era ormai completamente logoro.

I pilastri di una civiltà Diversi fattori hanno contribuito a mantenere saldi nel tempo gli elementi fondanti la civiltà cinese. Primo fra tutti la scrittura che, probabilmente già dal IV millennio a.C. (c’è chi sostiene addirittura dal

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i musei: cifre da capogiro

Nel 2013 è stato fornito il censimento ufficiale dei musei presenti in Cina: sono in tutto 3589, di cui 3054 statali e 535 privati, contenenti complessivamente oltre 20 milioni di opere. I musei piú famosi sono: a Pechino, il Museo nazionale della Cina (Zhongguo guojia bowuguan) che copre la storia cinese dall’Uomo di Yuanmou di 1,7 milioni di anni fa alla fine della Dinastia Qing; il Museo di Palazzo, comunemente conosciuto come il Museo della Città Proibita, che, secondo un inventario condotto tra il 2004 e il 2010, detiene un totale di 1 807 558 manufatti, di cui 1 684 490 designati come protetti, a livello nazionale, perché «reliquie culturali di valore»; il Museo Nazionale di Palazzo a Taipei (Taiwan) che è il museo nazionale della Repubblica di Cina, con una collezione permanente di oltre 696 112 pezzi di antichi manufatti e opere d’arte cinese, di altissimo valore, che lo rende uno dei piú visitati al mondo; il Museo di Shanghai che contiene oltre 120 000 opere di alto valore, tra bronzi, sculture, calligrafie, dipinti, sigilli, giade, arredi Ming e Qing, ceramiche, porcellane, monete e opere di minoranze etniche.

VII millennio, per i segni scritti rinvenuti a Jiahu, Henan), ha conservato una continuità storica sorprendente fino all’età contemporanea, funzionando come un formidabile strumento di coesione sociale. Proprio come i nostri numeri arabi, che possono essere pronunciati in modo diverso pur conservando il proprio significato e lo stile grafico, cosí la scrittura cinese si è preservata indipendentemente dalle numerose diversità dialettali, nonché dalle distinzioni etniche. Anzi, ha contribuito a fornire le basi per un ampliamento culturale, coinvolgendo l’Asia orientale nel suo complesso (Corea, Giappone ma anche Vietnam). Un’altra costante è il prevalere dell’aspetto ideologico e culturale su quello sociale e religioso. Per esempio, nessun culto,

nemmeno quello buddhista, pur avendo ottenuto una grande potenza economica e politica, è riuscito in fin dei conti a imporsi sul «laicismo» del potere statale. La civiltà cinese ha sempre proteso a una visione al contempo immanente e panteistica, che si riflette in una cultura religiosa mirata al valore pratico e, allo stesso tempo, alla coesistenza di piú culti nello stesso momento. Ma fra tutti l’elemento che, sin dal Neolitico, caratterizza la civiltà cinese è quell’universo culturale che, al di là delle differenziazioni regionali ed etniche, e nonostante le intrinseche contraddizioni che ciclicamente riaffiorano, è ancora oggi visibile nel fortissimo senso comunitario: è questo, in fin dei conti, il centro di «perfetto equilibrio» del Zhongguo.

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verso il mondo globale

via della seta

Autore Autore


un percorso lunghissimo, ideale e materiale, esteso dall’oriente estremo fino alle sponde del mediterraneo, che non si sa bene dove inizi, né dove, realmente, finisca. è la via della seta, simbolo della «globalizzazione» del mondo antico

In alto i resti di Jiaohe, nei pressi dell’oasi di Turfan (Xinjiang). La città si sviluppò verosimilmente dal III sec. a.C. fino al XV sec., quando fu abbandonata. Qui accanto una carovana di cammelli in viaggio in una delle aree desertiche attraversate dalla via della seta.

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via della seta

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Sam am marc arc can and and nda

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Le «vie» della seta Percorso principale Itinerario descritto nel manuale per mercanti di Francesco Balducci Pegolotti (1330-1340)

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Percorsi alternativi

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Il canale imperiale in epoca Yuan (1279-1368) Rotte marittime

In alto cartina con l’itinerario della via della seta e delle sue varianti. Nella pagina accanto, in alto probabile seta cinese, dalla tomba a tumulo (kurgan) n.5 di Pazyryk (Altai). V-IV sec. a.C. San Pietroburgo, Hermitage Nella pagina accanto, in basso donne che tessono la seta in un dipinto attribuito a Hui Zong, imperatore della dinastia Song. XI-XII sec. Boston. Museum of Fine Arts.

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e sue origini si confondono nella notte dei tempi, non si sa bene dove cominci e, in fin dei conti, non sappiamo nemmeno dove finisca; la sola certezza è che questa via unisce nel tempo Cinesi, Persiani, Indiani, Tibetani, Turchi, Greci, Romani e popolazioni nomadi, assieme a oro, pietre preziose, spezie, deserti e mare: è quella che il geografo tedesco Ferdinand von Richthofen (1833-1905) chiamò nel 1877 Seidenstraße, «via della seta» (nei Tagebücher aus China, Diari dalla Cina). Lungo il suo percorso, mercanzie e idee hanno promosso floridi scambi commerciali e culturali tra l’estremo Oriente e il Mediterraneo. In effetti, da un lato, è una via che, lungo i tracciati della carovaniera intercontinentale (e marittima), ha segnato la storia di popoli diversi per usi, costumi, fedi e lingue; dall’altro lato, è la «via» che si propone come veicolo di idee, aspirazioni, intuizioni, talora filtrate, perché

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accolte nel repertorio iconografico di altri ambienti e aree geografiche. Il fulcro di queste «vie» è rappresentato dal caravanserraglio, che costituiva uno snodo centrale, un punto di stazione fondamentale, nel quale si potevano incontrare, in mezzo a uomini, donne e bambini del luogo, anche il mercante sogdiano, iranico o centro-asiatico, assieme al pellegrino cinese, al missionario o al diplomatico. Seta, gemme, pellicce, vetri, essenze aromatiche, spezie e altri merci diventavano veicoli di idee ma anche opportunità di sviluppo sociale.

Come la tela di un ragno Se l’impervia via della seta è divenuta nel tempo il simbolo, per eccellenza, della «globalizzazione» del mondo antico, il merito va a un’antica fibra che la tradizione considera sottile come i filamenti della tela del ragno,

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via della seta

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Tempio rupestre di Mogao, a Dunhuang (Gansu). Qui la via della seta si biforcava nel percorso meridionale e settentrionale. Realizzati tra il IV e il XIV sec., oltre 2000 statue e affreschi che coprono oggi una superficie di oltre 42 000 mq, sono conservati all’interno delle grotte.

colorata come i fiori selvatici e brillante come i raggi del sole: la seta, appunto. L’arte della sericoltura non era facilmente comunicabile; figlia di leggi suntuarie tramandate perlopiú oralmente, essa esigeva competenze, esperienze e attitudini specifiche, tanto da far credere, per lungo tempo, che i Cinesi fossero particolarmente restii a divulgarne il segreto. La coltura partiva dalla scelta adeguata del luogo e includeva anche la raccolta delle foglie di gelso con cui nutrire i bachi, i lepidotteri bombyx mori, addomesticati, prestando particolare attenzione al loro processo di metamorfosi: era infatti indispensabile uccidere la crisalide, appena prima della sua trasformazione in farfalla, onde evitare che, uscendo dal bozzolo, si rompesse definitivamente il continuo filamento che lo componeva. E, a tale scopo, si adottò un espediente crudele ma inevitabile: i bozzoli venivano esposti al calore di un braciere o immersi nell’acqua bollente!

Le prime testimonianze Le piú antiche attestazioni della sericoltura vanno fatte risalire con ogni probabilità al Neolitico Tardo (3200-2200 a.C.), ma risulta piú problematico stabilire, secondo studi piuttosto recenti, quali siano i piú antichi esemplari di seta cinese trovati al di fuori della Cina: i reperti riferibili alla tarda civiltà di Hallstatt (Europa centrale) del 500 a.C., sembrano smentirne la provenienza, mentre risultano piú attendibili, non senza contestazioni, i frammenti rivenuti nelle tombe a tumulo (kurgan) di Pazyryk (Altai) del 350-300 a.C. Si tratta, al di là di tutto, di casi isolati e precedenti alla fase in cui la seta comincia a uscire con regolarità dalla Cina, cioè alla fine del III secolo a.C., quando l’impero appena costituitosi fu costretto a fronteggiare le incursioni dei Xiongnu, una popolazione nomade che imperversava in Asia Centrale. Le continue irruzioni costrinsero Gaozu, imperatore della dinastia Han, a scendere a compromessi, stipulando un accordo che comprendeva una giovane donna della casa imperiale data in moglie al sovrano dei nomadi, e ogni anno, come troviamo scritto nelle fonti storiche (Shiji e Hanshu), «furono offerti ai

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Sutra del Diamante nella traduzione cinese, scoperto a Mogao da Aurel Stein nel 1907. Si tratta del testo a stampa piú antico del mondo (edito nell’868), e conservato presso la British Library. La copia xilografata, integra, presenta un frontespizio riccamente illustrato della scena in cui si svolge il dialogo riportato nel sutra.

Xiongnu filato di seta, tessuto di seta, bevande fermentate, granaglie e altri generi alimentari». La situazione prese una piega ben diversa quando l’imperatore Wudi degli Han Occidentali, anziché offrire seta, sfidò i Xiongnu con eserciti colossali, guidati da valenti generali. Ansioso di trovare alleati per battere gli acerrimi nemici, mediante la strategia politica del «sèrviti dei barbari per combattere i barbari», l’imperatore inviò a Occidente, nel II secolo a.C., Zhang Qian, un giovane funzionario che s’inoltrò dove nessun cinese era mai arrivato.

Un ambasciatore in Asia Centrale Zhang Qian attraversò l’attuale Uzbekistan e il Tagikistan e poi si diresse verso sud, nell’antica Battriana (Afghanistan settentrionale), dove scoprí con stupore il commercio di sete cinesi, originarie delle lontane province dello Yunnan e del Sichuan. I mercanti del luogo lo informarono dell’esistenza di un’altra via che collegava la Cina sud-occidentale, attraverso i monti della Birmania, fino all’India. Era un commercio spontaneo, cominciato chissà quando, tanto che gli stessi mercanti ignoravano la provenienza di tale merce e, probabilmente, anche la sua destinazione finale. Tornato in patria, Zhang Qian raccolse

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anche informazioni indirette su altri territori, come la Partia e la regione del Golfo Persico. Un dato era certo: il vasto territorio che partiva dalla valle del Ferghana (Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan) fino all’impero partico incluso (Iran, Iraq, Armenia e parte del Caucaso e dell’Asia Centrale), non disponeva di seta, né di alberi della lacca; un dato che costituiva per la Cina un’occasione da non perdere per l’apertura dei commerci con l’Occidente, questa volta regolati dall’impero. Cosí, tra il II e il I secolo a.C., per effetto di guerre vittoriose e di conquiste territoriali, i contatti commerciali lungo le direttrici centro-asiatiche s’intensificarono: la via della seta entra nei memoriali della storia. Occorre premettere che sarebbe piú opportuno parlare di «vie» della seta, se si considerano i numerosi tragitti e diramazioni, utili a sviluppare un commercio a livello capillare, dove è stata messa in relazione un’impressionante quantità di popolazioni e culture diverse, in aree geografiche immense: Asia Centrale, Medio Oriente, Asia Minore, Vicino Oriente ed Europa. Tentare di tracciare i vari percorsi è tutt’altro che facile. Né si deve dimenticare che nel divenire storico, si sono aggiunte ulteriori ramificazioni: per esempio, un vero e proprio revival della via della seta, in


tutto il continente asiatico, si registrò durante l’espansione mongola dal 1215 circa al 1360. I nuovi dominatori riportarono stabilità economica e ristabilirono l’importanza del percorso carovaniero come straordinario mezzo di scambio commerciale tra Oriente e Occidente: nel XIII secolo, come ci racconta Marco Polo nel Milione, fu la Venezia delle Repubbliche Marinare a prendere il posto occupato un tempo dalla Roma imperiale!

Tutte le ramificazioni della via Possiamo suddividere i numerosi tragitti in tre macro-percorsi: quello settentrionale, quello meridionale, e poi quello marittimo, il cui punto di partenza era sempre la capitale cinese. Quando arrivava nella provincia del Gansu, il percorso settentrionale si divideva in due rami principali, che attraversavano l’attuale provincia del Xinjiang: uno, a meridione, aggirava il deserto del Taklamakan (che si estende ai piedi del Tibet), uno, a settentrione, si diramava ai piedi dei monti Tianshan. I due rami si riunivano quindi a Kashgar. Un’altra ramificazione, si dirigeva verso l’odierno Kazakistan. Tutti questi percorsi si riunivano, di nuovo, a Samarcanda, grande centro mercantile e culturale dell’attuale Uzbekistan, per poi attraversare i territori del Tagikistan, Afghanistan, Turkmenistan e Iran, fino a Baghdad, capitale del mondo islamico e poi sede del califfato, e, sfruttando in buona parte l’Eufrate, si arrivava fino al Mediterraneo. Successivamente, un altro sotto-ramo, ancor piú settentrionale, seguiva un percorso fluviale, lungo il fiume Amu Darya, e passava tra il Mar Caspio e il lago d’Aral, fino alla penisola di Crimea. Attraversando il Mar Nero e il Mar di Marmara toccava Bisanzio-Costantinopoli e, navigando nell’Egeo settentrionale, nello Ionio e nell’Adriatico arrivava a Venezia. Il percorso meridionale, chiamato anche «via del Karakorum», comprendeva essenzialmente un grande tragitto che in Cina scendeva a meridione attraverso il Karakorum (nord-ovest dell’Himalaya), per raggiungere la provincia del Sichuan, e ancora il Pakistan fino all’Oceano Indiano. Da molti porti il percorso si diramava quindi verso Occidente (Mar Rosso attraverso

Aden e Golfo Persico attraverso lo Stretto di Hormuz). Le merci potevano infine passare per la Persia su varie direttrici, raggiungendo comunque Baghdad e cosí via. La via della seta marittima partiva dalla Cina settentrionale per raggiungere quella meridionale, ed estendersi poi agli odierni stati delle Filippine, di Brunei, Siam, Malacca, Ceylon, India, Iran, Iraq, Egitto, Giordania, Siria fino a raggiungere la penisola italica. Come se non bastasse, le diramazioni si estendevano persino a Oriente della Cina, raggiungendo la Corea e il Giappone (l’interno dello Shosoin, edificio adibito a magazzino del tempio del Todaiji, a Nara, conserva un’imponente collezione di reperti dell’VIII secolo, riferibili alla via della seta). Il tratto meglio definibile e che, soprattutto, è riuscito a mantenere nel tempo preziose

I mille Buddha, pittura del periodo Tang (618-907). Grotte di Mogao. Gansu. Oltre alle tematiche religiose, le pitture di questo periodo offrono anche rari scorci di vita, abitudini musicali, mode e tendenze architettoniche della raffinata corte Tang.

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testimonianze archeologiche, è la sezione orientale dell’antico percorso settentrionale, perché il clima secco e le impervie zone desertiche, prima fra tutti quella del Taklamakan, hanno impedito una presenza umana continua e hanno garantito la sopravvivenza di scheletri all’interno di strutture in legno, cosí come la conservazione di costruzioni antiche, ma anche di manufatti e manoscritti sepolti. Le scoperte sono iniziate oltre un secolo fa, ma il costante movimento delle sabbie del deserto favorisce il continuo rinvenimento di nuovi siti da esplorare.

Le grotte di Mogao Come già segnalato, il punto di partenza era la capitale, Chang’an (Shaanxi), in direzione nord ovest, fino a giungere nei pressi dell’oasi di Dunhuang (Gansu), dove si trovano le grotte di Mogao o «dei mille Buddha» (Qian Fo dong): 492 templi scavati nella roccia che conservano una collezione di arte buddhista cinese imponente, comprendente oltre 2000 statue. Alcuni studiosi tendono a collocare le prime grotte all’inizio del IV secolo, mentre altre fonti storiche fanno riferimento al 366 d.C., come testimonierebbe anche un’iscrizione sulla parete settentrionale della grotta 300. L’incertezza deriva dal fatto che, a causa di un cedimento del terreno di 30 m circa, le prime grotte non sono sopravvissute allo smottamento. Secondo la tradizione, il monaco Yue Zun, smarritosi nel deserto, ebbe di notte la visione dei «mille Buddha», sulla cima della «Montagna di sabbia», trovandovi rifugio: come atto di gratitudine, fece quindi scavare la prima grotta. Grazie alle decorazioni aggiunte tra il IV e il XIV secolo, la visione di Yue Zun divenne una realtà per i devoti che sostarono in queste zone per meditare. I monaci del posto raccolsero numerosi manoscritti, e molti pellegrini fecero realizzare numerosissime pitture, lasciando cospicue offerte e pregando per propiziarsi un viaggio tranquillo. All’inizio del XX secolo vi fu una scoperta sensazionale: in una stanza nascosta, si era conservata una straordinaria e inaspettata collezione di testi, dal IV fino all’XI secolo, che trattavano di storia, geografia, politica,

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etnie, affari militari, letteratura, arte, religione, medicina, scienza e tecnica della Cina, dell’Asia Centrale e meridionale e persino dell’Europa. Esploratori di varie nazionalità giunsero sul posto e, in meno di vent’anni, trafugarono 40 000 testi buddhisti e molti preziosi dipinti. Nel 1907 Sir Aurel Stein – archeologo inglese di origini ungheresi (1862-1943), le cui missioni rivoluzionarono il mondo dell’orientalismo e diedero significati nuovi alla nozione di «via della seta» – portò via circa 7000 testi, tra cui quello piú antico al mondo, il famoso Sutra del Diamante dell’868 (testi e dipinti sono oggi conservati al British Museum). Da Mogao la via carovaniera si biforcava principalmente in due percorsi, che attraversavano l’attuale provincia del Xinjiang, seguendo i limiti settentrionale e meridionale del bacino del Tarim e del deserto del Taklamakan, prima di ricongiungersi a Kashgar. Questa provincia è stata da sempre un’area d’interferenza, aperta a contatti appartenenti, piú che altro, alla sfera di influenza dell’Asia Centrale, contesa sin dall’antichità da popoli sedentari di alta civiltà e da nomadi. La provincia, oggi regione autonoma di etnia Uigur, divenne il fulcro di una produzione dalla natura eterogenea, dove l’apporto di varie correnti di pensiero ha tenuto fortemente conto del substrato filosofico-religioso del buddhismo indiano, elemento unificante dell’archeologia di tutto il bacino del Tarim, laddove poi popolazioni turche di fede islamica hanno imposto un’ulteriore e differente unità culturale. Non sono mancate anche le esperienze nestoriane e manichee, fonte di un’impronta riconoscibile nell’evoluzione artistica e sociale del territorio.

Un crogiolo di stili In questi territori sono stati accolti, in maniera ancor piú chiara, elementi ellenistico-romani (attraverso i regni greco-battriani), iranici (mediati o direttamente pervenuti sia dai Parti che dai Sasanidi), indiani (con la mediazione del Gandhara prima, Gupta e dei Kushana poi), e cinesi (dagli Han, agli Wei, ai Tang). Ogni città-stato rivela una fisionomia


religioni sulla via della seta Il buddhismo è una dottrina indiana che nasce dagli insegnamenti di Siddhartha Gautama, vissuto nel VI secolo a.C., basati sulle Quattro nobili verità: del dolore, dell’origine del dolore, della cessazione del dolore e della via che porta alla cessazione del dolore. Piú in generale, il termine buddhismo indica l’insieme di tradizioni, pratiche e tecniche spirituali, nate dalle differenti interpretazioni delle scuole di pensiero. Il buddhismo esoterico deriva soprattutto dal vajrayana, termine sanscrito traducibile in «veicolo adamantino» o «della folgore», generalmente usato come equivalente di buddhismo tantrico. Include pratiche ascetiche, come il digiuno, la meditazione, l’uso di mantra, le posizioni delle mani (mudra), i diagrammi, le articolazioni vocali in riti che comprendono l’uso di particolari strumenti liturgici. Lo zoroastrismo è un’antica religione dell’Iran fondata all’inizio del I millennio a.C. da Zoroastro o Zaratustra. Presenta diverse affinità con la religione vedica dell’India piú antica, ed è caratterizzato da un dualismo cosmologico ed etico tra coppie di principi o spiriti contrapposti (bene-male, verità-menzogna, ecc.), e dalla fede escatologica nella vittoria finale del bene.

In alto edificio religioso delle tombe Astana nell’oasi di Turfan, nella regione autonoma del Xinjiang. In basso testa di Buddha, nella grotta 194 del tempio rupestre di Mogao (provincia del Gansu). Periodo Tang, 618-907.

Il manicheismo è una religione fondata in Persia da Mani, un nobile mesopotamico, nel III secolo d.C.: rispettando un’esperienza etica vissuta come continua tensione tra bene e male, essa concepisce la realtà come una lotta perenne tra due principi opposti, il bene e il male, lo spirito e la materia, la luce e le tenebre, Dio e il suo antagonista. Il nestorianesimo è un movimento religioso cristiano creato nel V secolo a Costantinopoli da Nestorio. Nel 431 il Concilio di Efeso ne condannò le dottrine, poiché sostenevano l’esistenza, in Cristo, di due persone, oltre che di due nature (divina e umana). L’induismo comprende un insieme di dottrine, credenze, riti che hanno modellato una fase della vita religiosa dell’India, nella quale confluiscono elementi genuinamente ari (legati al filone ortodosso delle religioni vedica e brahmanica) e credenze popolari, arie e non arie, nonché dottrine estranee all’antica religione indigena. Oggetto del culto sono le tre divinità Brahma, Vishnu e Shiva. L’islamismo è la religione fondata in Arabia da Maometto (VII secolo), in cui confluiscono elementi tratti dal paganesimo arabo, dal cristianesimo e dal giudaismo, oltre che idee e norme promulgate da Maometto stesso: è basata sulla credenza nell’unità di Dio (Allah) e sulla qualità di profeta di Maometto, mentre il testo sacro è il Corano.

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particolare, frutto dei rapporti che la legano all’una piuttosto che all’altra civiltà asiatica. Una caratteristica esistente esclusivamente lungo il percorso settentrionale della via della seta è la presenza dell’architettura rupestre, dovuta alla particolare natura morfologica dell’ambiente. Lo testimoniano soprattutto i complessi buddhisti, come Bezeklik (oasi di Turfan) e Kizil (oasi di Kucha), che includono numerose unità di diversa destinazione (celle monastiche, ambienti di culto, biblioteche, ecc.), giustapposte nel tempo le une alle altre, senza una rigida logica funzionale.

I mille Buddha di Bezeklik Il complesso di Bezeklik, chiamato anche «dei mille Buddha di Bezeklik» (Bozikeli Qian Fo), include 77 grotte databili tra il V e il XIV secolo, e si caratterizzano per la presenza di portici o terrazze di accesso. L’oasi di cui il complesso

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rupestre fa parte risentí del continuo contatto con i popoli delle steppe settentrionali, e, dopo essere stata sotto il dominio cinese e tibetano, divenne sede del regno turco degli Uiguri. Nonostante la religione ufficiale fosse il manicheismo, l’ammirevole tolleranza dei sovrani permise anche al nestorianesimo e al buddhismo di prosperare: anzi, nel IX secolo proprio il buddhismo riprese il sopravvento. A Bezeklik, pitture murali e su stoffa presentano le effigi di principi e principesse, accanto a scene del repertorio buddhista, in prevalenza tantrico, ricco di immagini terrifiche. La resa del paesaggio, il contorno delle figure e la quasi assenza di modellato nelle pitture, derivano dalla tradizione cinese ma, nello stesso tempo, compaiono anche un senso accentuato del movimento e un gusto dell’eccesso che scivola addirittura nel grottesco. Di fondo c’è l’uso di una tavolozza

dai toni molto vivaci, dominata dal rosso vermiglio e dal verde acceso. Anche l’arte manichea ha lasciato testimonianza di sé quando affiorano temi e motivi che possono risalire all’arte sasanide, presentando gli electi manichei, pitture di gruppi che, nonostante il loro carattere orientale, possono rifarsi a schemi tardo-antichi.

Monaci nell’oasi di Kizil Kizil, comprendente 236 grotte, chiamate anch’esse «dei mille Buddha», è probabilmente il primo complesso di grotte buddhiste del Turkestan orientale, e copre un periodo che va dal III fino all’VIII secolo. D’altronde, già dal IV secolo, l’oasi di cui fa parte il complesso monastico, era considerata la piú importante a livello commerciale, con stanziamenti buddhisti già radicati. Infatti, la fine di Dura Europos e di Palmira, cosí come la vittoria dei

Nella pagina accanto Deva in preghiera, pittura murale da Bezeklik. VIII sec. Delhi, Museo Nazionale. In basso, sulle due pagine uno scorcio dell’oasi di Turfan (Xinjiang), nei pressi del tempio rupestre di Bezeklik.

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In alto il tempio rupestre di Kizil comprendente 236 grotte, realizzate dal III fino all’VIII sec. Probabilmente si tratta del primo complesso rupestre del Turkestan orientale. Nella pagina accanto, in alto un affresco all’interno delle grotte.

Sasanidi che conquistarono la Battriana, provocarono uno spostamento di monaci, artigiani e popolazioni verso le oasi dell’Asia Centrale, dove gruppi provenienti dall’Iran convivevano con commercianti sogdiani, nomadi, monaci indiani e pellegrini cinesi. Nonostante il sito sia stato danneggiato e saccheggiato nel tempo, la grande spoliazione, a seguito delle spedizioni nel 1907 di Albert Grünwedel (1856-1935) e Albert von Le Coq (1860-1930), ha permesso di salvaguardare un’ingente collezione di pitture, ora conservata a Berlino, presso il Museo d’Arte Asiatica.

Tutte le vite dell’Illuminato Nelle grotte ancora oggi rimangono comunque numerose pitture murali che ritraggono solitamente le vite precedenti del Buddha (jataka), e vengono distinte in tre stili diversi: il primo è detto indo-iranico; il secondo iranizzante e il terzo evidenzia piú marcatamente un influsso cinese.

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La cronologia di riferimento è ancora oggetto di dibattito tra gli studiosi, che, per esempio, fanno oscillare l’inizio del primo stile dal 310-317 al 500 e cosí via. L’invenzione pittorica per eccellenza del complesso buddhista è il cosiddetto «paesaggio montuoso», raffigurato nei soffitti a volta, sia della sala principale che nei corridoi di molte grotte: si tratta di una serie di losanghe, al cui interno sono raffigurate le scene buddhiste, organizzate su file-registri e distinte, l’una dall’altra, dall’impiego di colori differenti. L’effetto finale provoca un forte impatto ottico, dal carattere decorativo, quasi come una tappezzeria, che lascia poi spazio a un vero e proprio dizionario iconografico, nel quale ogni rombo è la «voce» con cui viene tramandata una storia del Buddha. Nel sito, inoltre, sono stati rinvenuti molti frammenti di testi in sanscrito e in tocarico (lingua indoeuropea parlata nel Turkestan cinese e nella Battriana, n.d.r.), di natura commerciale,


medica e religiosa, che testimoniano la forte influenza indiana del centro. Particolarmente interessante è la risoluzione architettonica, ottenuta scavando due corridoi a tunnel laterali, che formano lo «stupa-pilastro» centrale, attorno al quale i pellegrini facevano il rito della circumambulazione (pradaksinapatha). Questa proposta architettonica è presente, con modalità differenti, anche in altri complessi rupestri della Cina (Dunhuang e Yungang nel Shanxi).

Mattoni essiccati al sole Al di là delle architetture scavate nella roccia, nella regione del Turkestan orientale non mancano monasteri costruiti (Duldur Akur, Shorchuk, Sengim, Kocho, Yar) e non sorprende constatare in essi la presenza di tipologie architettoniche simili a quelle utilizzate nei santuari rupestri. Comune ai percorsi settentrionale e meridionale è l’impiego dell’argilla cruda, sotto

forma di terra pressata o di mattoni essiccati al sole. Il mattone crudo è ricoperto da un sottile strato d’intonaco ed era un elemento preponderante dal punto di vista costruttivo, tanto da ricorrere anche negli impianti urbani. A tal proposito, di grande impatto visivo sono le rovine delle città di Gaochang e di Jiaohe. La prima fu un importante centro commerciale

Qui sopra la sala circolare di lettura nel monastero buddhista di Gaochang (Xinjiang), città costruita dal I sec. a.C. e abbandonata nel XV sec.

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costruito a partire dal I secolo a.C. e abbandonato nel XV secolo. Presentava una planimetria rigida, simile a quella della capitale Tang, e si componeva di tre sezioni: quella esterna, quella interna e la zona palaziale. Nove porte erano collocate nei quattro punti cardinali: tre nel sud e due in ciascuna delle altre direzioni. La seconda città, Jaohe, si sviluppò verosimilmente a partire dal III secolo a.C. fino al XV e fu definita da Stein «un labirinto di abitazioni e templi in rovina, scavate per la maggior parte nel loess». Ancora oggi le sue rovine mantengono un fascino notevole. Fu costruita su un grande isolotto (1650 m di lunghezza e 300 di larghezza nel punto piú largo), nel bel mezzo di un fiume che ha formato difese naturali, con ripide scogliere alte piú di 30 m. In ragione della sua posizione isolata, sembra che la città fosse priva di mura

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difensive. La struttura presentava quartieri residenziali a Oriente e a Occidente, separati dal quartiere settentrionale, riservato ai templi buddhisti e stupa (monumenti funerari o cenotafi – sepolcri vuoti – che compaiono in India e si diffondono poi in Cina, dove assumono forme simili a quelle delle torri di avvistamento Han, che preludono alla creazione delle pagode, n.d.r.).

I tesori di Astana Non lontano dalla città si trovano le tombe di Astana (Asitana Gumu) databili tra il III e il X secolo. Grazie all’ambiente molto arido, molti reperti si sono conservati, e spesso persino i defunti mummificati naturalmente (305 corpi). Rispetto alle necropoli di siti identificati in altre località, in cui i defunti presentano perlopiú sembianze caucasoidi, gli individui sepolti ad


La via della giada Il termine «giada» indica due tipi di minerali: la nefrite (in cinese yu), silicato di calcio e magnesio, e la giadeite (feicui), silicato di sodio e alluminio. La prima fu importata soprattutto dal Turkestan Orientale (attuale Xinjiang), mentre la giadeite giunse dalla Birmania e solamente dalla seconda metà del XVIII secolo. Quando si parla di giada nell’antica Cina, si fa quindi riferimento alla nefrite, chiamata col termine onorifico di «vera giada» (zhenyu), per le sue spiccate virtú e la straordinaria compattezza che la rendeva una delle pietre piú difficili da lavorare: delicata e untuosa al tatto, ma dura quasi come il quarzo, è annoverata tra i simboli sacri della Cina antica. Le prime testimonianze di utilizzo della giada risalgono al 6000-5000 a.C., e, almeno dal Neolitico Tardo (3000-2000 a.C.), fu usata soprattutto come oggetto rituale ed emblema di regalità, tanto che si è parlato, non senza contestazioni, di una «età della Giada», collocabile tra il 3500 e il 2000 a.C. Col tempo si sarebbe definita anche una «via della giada», probabilmente molto piú antica e non meno importante di quella della seta. Il punto di partenza era la provincia del Xinjiang: da Khotan, un percorso si dirigeva a oriente, verso il lago Lop Nur, fino a giungere a Dunhuang nel Gansu; un altro

itinerario, invece, passava per Kashgar, Kucha e Turfan, fino a raggiungere il Gansu a Jiuquan, continuando poi verso est attraverso Lanzhou, Xi’an e Luoyang fino ad Anyang, antica capitale degli Shang (1600-1050 a.C.). Nel frattempo l’antica via attraversava in direzione ovest Kabul e Baghdad fino a raggiungere anche le coste del Mediterraneo. A Khotan, alle pendici dei monti Kunlun, i corsi del «Fiume della giada bianca» (Yorungqash) e del Karakash, per l’erosione dei depositi montani, portavano con sé una grandissima quantità di giada. Ne veniva estratta anche in alcune cave situate nei primi contrafforti dei Monti Kunlun, nel Meridione, ma questi giacimenti sembrano essere stati esauriti e abbandonati intorno all’anno Mille. Sin dalla remota antichità la giada di Khotan veniva considerata di grandissimo valore. La sua lavorazione raggiunse il secondo apice nei periodi degli Stati Combattenti e gli Han Occidentali. Il tema dell’immortalità, assai caro alla tradizione Han, è espresso in uno dei ritrovamenti piú spettacolari a oggi mai effettuati: quello di una veste di giada per contenere il corpo del defunto, formata da piú di 2000 tessere cucite tra di loro, con fili d’oro, simbolo di regalità.

Astana rivelano tratti tipici dell’Asia Orientale. Le strutture tombali sono di modeste dimensioni, e presentano una scala che conduce alla stanza sepolcrale. Qui sono stati rinvenuti anche tessuti in eccellente stato di conservazione, alcuni dei quali con motivi tipicamente persiani, documenti scritti in diverse lingue, sculture, manufatti di vario genere e monete. Realizzati con ogni tipo di tecnica e di tinta, i tessuti di seta non trovano eguali in questo periodo. Nei numerosi centri archeologici dell’oasi di Turfan, sembra prevalere l’influsso cinese, unito a una componente turca. Rilevabile è anche l’apporto iranico (legato alla penetrazione del manicheismo e del nestorianesimo), a cui si devono nuove soluzioni iconografiche, che si fondono con tecniche e modi cinesi, fino a creare un

In alto un abitante Uygur della provincia del Xinjiang, lungo il corso del «Fiume della giada bianca» impegnato appunto nella ricerca di pietre di giada. Nella pagina accanto il quadrante settentrionale dell’antica Jiaohe (Xinjiang), una delle zone piú interessanti della città, nella quale si concentrano 101 stupa.

incontro sino-iranico duraturo nel tempo. Sul percorso meridionale della via della seta, uno dei centri piú significativi fu Khotan, che manifesta, invece, una palese tendenza indiana, anche quando si afferma la corrente iranica, a sua volta filtrata dalla piú ampia affermazione dei modi sinizzanti.

Marco Polo a Khotan Khotan aveva una propria lingua e una cultura ben delineate, tanto che, all’epoca della dinastia Han, fu sede di un regno semindipendente, attraverso il quale venne introdotto il buddhismo (ma anche la giada) in Cina. Fu descritta da Marco Polo, e riscoperta, nel 1902 da Stein, che qui riportò alla luce un complesso buddhista databile tra il III e l’VIII secolo (pitture, sculture, ecc.), di impronta manichea, che presenta forti influenze

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A sinistra frammento di seta decorato con motivi di volatili, da una tomba Astana, nell’Oasi di Turfan. Xinjiang. VIII-IX sec. In basso figura femminile a cavallo, trovata in una tomba Astana. VII sec. Delhi, Museo Nazionale dell’India.

ellenistiche, indiane, cinesi e iraniche. I templi hanno di solito pianta quadrata, con un santuario che conserva la statua della divinità e con un corridoio circolare per il rituale. Alcune particolarità della composizione e gli oggetti rappresentati (vestiario, armi, finimenti, ecc.), collegano queste pitture con le tradizioni culturali e artistiche dell’Asia Centrale. I rilievi di terracotta su vasi, cosí come le piccole sculture, conservate nei musei, offrono una grande varietà di tipi etnici e ci permettono di farci un’idea degli abitanti di un tempo. S’incontrano spesso rappresentazioni di musicisti e di buffoni, in vesti ricoperte di campanelli, mentre suonano il liuto, il flauto o i tamburi. Non mancano le rappresentazioni di animali, che hanno avuto un ruolo determinante nella vita economica della popolazione, come i cavalli e i cammelli, ma ci sono anche quelli connessi con il contesto religioso: dalle scimmie, realizzate con particolare spirito di osservazione e realismo, ad animali mitici e mostri, che talora richiamano il gusto dei popoli dell’antico Altai e della Siberia. Il percorso settentrionale e meridionale si ricongiungeva nell’attuale Kashgar, ancora


«vedere» la via: i musei

A Xi’an (Shaanxi), il Museo di Storia custodisce oltre 370 000 reperti (affreschi, dipinti, ceramiche, monete, oggetti in bronzo, oro e argento); la struttura richiama lo stile architettonico dei Tang. Nella provincia del Gansu è possibile visitare, a Jiuquan, il Museo della Via della Seta, che conserva una collezione di oltre 35 000 reperti provenienti dalle antiche rotte commerciali della seta e della giada. Vi si trova inoltre un’imponente galleria d’arte sotterranea, che porta ad alcune tombe. Nella stessa provincia, il Museo di Dunhuang contiene numerosi reperti cinesi e tibetani, tra cui i manoscritti scoperti nella grotta 17 di Mogao. A Lanzhou, si trova il Museo Provinciale del Gansu, che ospita collezioni di varie ceramiche dipinte di epoca neolitica, reperti riferibili alle grotte buddhiste, assieme a sete e tessuti preziosi, e un considerevole numero di strisce di bambú, utilizzate per la scrittura, riferibili alla dinastia Han. Nella provincia del Xinjiang vi sono vari musei riferibili alla via della seta sono. Il Museo di Hotan (Hetian, Khotan) conserva frammenti di seta, utensili in legno e gioielli, assieme a mummie di una ragazza di 10 anni e di un uomo, con tratti eurasiatici, che si ritengono di oltre 1500 anni fa. Il Museo di Turfan include reperti della dinastia Tang, scavati nelle tombe di Astana che si trovano al di fuori della città, assieme a sete, vestiti e mummie. Il Museo Provinciale di Urumqi conserva oltre 50 000 reperti: oggetti d’interesse etnografico, strumenti, bronzi, sete, pitture, ceramiche, monete, testimonianze scritte in lingue diverse, nonché armi, mummie e un fossile di una testa umana che risale a 10 000 anni fa circa. Si tratta di uno dei tre principali musei storici di Urumqi, assieme a quello geologico e paleontologico. Il Museo della via della seta, sempre a Urumqi, pone particolare attenzione allo sviluppo della civiltà cinese lungo la via della seta, durante gli Han e i Tang, attraverso le culture etniche locali. Particolarmente interessante è il Museo Marittimo della Via della Seta a Yangjiang (provincia del Guangdong), aperto al pubblico nel 2009, e costruito per accogliere 300 000 manufatti, tra cui i resti della Nanhai 1, una nave in legno affondata, appena fuori l’isola Hailing, alla fine del X secolo. Da segnalare, infine, il Museum für Asiatische Kunst di Berlino, che conserva un’ingente collezione di reperti di varia grandezza riferibili soprattutto alle grotte rupestri, a seguito delle spedizioni, all’inizio del Novecento, di Albert Grünwedel e Albert von Le Coq a Turfan e Kucha.

oggi fiorente centro di bazar, per poi diramarsi verso Occidente, dove l’incontro con altre culture, ha provocato nel tempo, a livello artistico, ulteriori contaminazioni nello stile e nel contenuto.

Il fascino della multietnicità Il commercio è solo una parte della storia della via carovaniera, dal momento che essa coinvolse, in una vera e propria «arena», moltissime culture euro-afro-asiatiche. I contatti a lunga distanza da tempo instauratisi, lasciarono spazio, dal I secolo a.C., all’inizio di un vero e proprio commercio sistematico e sostenibile in tutta l’Asia Centrale, sia da est a ovest ma anche da nord a sud. Lungo questi percorsi, la trasmissione del

buddhismo – per terra e per mare – ha avuto importanti ripercussioni in tutta la Cina e nel resto dell’Asia orientale, prima che, nel VII secolo, fosse l’islamismo a «conquistare», ancora una volta per terra e per mare, questi territori, andando a stratificarsi su quella che oggi è considerata la Cina occidentale. Ma assieme ai culti religiosi, anche la trasmissione delle conoscenze tecnologiche e scientifiche hanno contribuito al progresso delle civiltà di tutto il mondo, non ultime l’invenzione e la diffusione della carta e della stampa, cosí come la diffusione delle conoscenze astronomiche. Tutto ciò è avvenuto grazie al multiculturalismo e alla multietnicità che, ancora oggi, conferisce un indiscusso fascino alla seta e, soprattutto, alla sua via.

Placca dorata in forma di leone, dalla tomba n. 30 ad Alagou Nanshan. Epoca dello Stato di Chu, 475-221 a.C. Urumqi (Xinjiang), Museo Provinciale.

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via del potere

antiche capitali Pechino, uno scorcio della Città Proibita. Costruita tra il 1406 e il 1420 nella zona centro-settentrionale della capitale, fu la sede dell’imperatore delle ultime dinastie cinesi.


Fin da tempi remoti, le città scelte come fulcro del potere si sono articolate secondo una planimetria a scacchiera quale riflesso di un ordine gerarchico. al centro del quale, seguendo un percorso simbolico estremo, viene collocata la sede del padrone del mondo: l’imperatore

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via del potere

G

li itinerari archeologici riferibili alle antiche capitali permettono di riconoscere i processi che hanno portato alla definizione dell’identità statale prima e imperiale poi della civiltà cinese. In quest’ottica la zona della Pianura Centrale, nella sua piú estesa accezione geografica (Henan, Hebei, Shanxi, Shandong, Shaanxi, in parte anche il Guanzhong, la parte nord-occidentale del Jiangsu e dell’Anhui), conserva le vestigia piú rappresentative. Nella Cina antica, almeno fino al X secolo, furono predilette in modo particolare due province: Henan e Shaanxi. In seguito la situazione muta, perché, salvo eccezioni, i centri politici imperiali si spostarono piú a nord-est (per esempio Pechino, «capitale settentrionale», dal XIII

case neolitiche

Il villaggio neolitico di Banpo (4700-3600 a.C.) a Xi’an (Shaanxi) era composto da abitazioni sostenute da pali di legno, con tetti aventi uno scheletro di legno, foderati con paglia e fango; al centro di ogni casa vi era un focolare. Gli scavi hanno inoltre restituito i resti di una struttura «comunitaria», piú grande delle altre abitazioni e qui ricostruita graficamente.

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prescindere dall’idea di integrità «materiale» delle origini. Ogni Paese asiatico, infatti, ha fornito varie proposte risolutive di «conservazione», partendo dall’impossibilità di salvaguardare un elemento organico deperibile quale è il legno: in Giappone, per esempio, l’attenzione è stata spostata sulla possibilità di «riprodurre» (e cosí perpetuare) il «fatto» artistico, facendo appello a équipe altamente specializzate, piuttosto che preservare il singolo manufatto; in Cina, invece, il «fatto» artistico è stato di solito subordinato alle peculiari esigenze storico/culturali, attraverso adattamenti e/o «rivisitazioni», piú o meno invasive, utili però ad aggiornarne il «linguaggio artistico», adattandolo di volta in volta alle nuove esigenze espressive, sociali e culturali. Quando un sito scampava alla distruzione, l’interesse per la sua salvaguardia non verteva sulla conservazione della sua integrità materiale delle origini né sulla riproduzione e perpetuazione del «fatto» artistico, bensí sulla conservazione del valore funzionale del bene culturale quale simbolo della civiltà cinese.

Il villaggio di Banpo secolo) o piú a sud-ovest (per esempio Nanchino «capitale meridionale» nel XIV secolo), trasferendo il baricentro geopolitico dalla valle del fiume Giallo, verso zone di «frontiera» o piú vicine alle coste, cosí da ottenere un maggior controllo.

Una diversa idea di conservazione È opportuno precisare che di queste antiche capitali non si è conservato alcun alzato, in quanto il materiale da costruzione impiegato era il legno, facilmente deperibile nel tempo e infiammabile dagli incendi che venivano provocati frequentemente, soprattutto quando andava al potere una nuova dinastia, come segnale esplicito di una nuova rinascita dalle macerie del passato. Va inoltre considerato che l’ideale della conservazione in Cina, come in tutto l’Estremo Oriente, ha acquisito nel tempo una valenza che tende a

In alto resti di un’abitazione quadrangolare semisotterranea di Banpo.

Già dal Neolitico, la provincia del Shaanxi, ha lasciato tracce inconfutabili di un elevato livello di civilizzazione. Il villaggio neolitico di Banpo (4700-3600 a.C.), è considerato uno dei siti preistorici meglio conservati dell’Estremo Oriente: almeno 40 abitazioni, a pianta circolare o quadrata, con l’entrata rivolta a meridione e provviste di un focolare centrale, presentano una certa regolarità nella distribuzione; la separazione esistente tra la zona adibita alla necropoli e all’area dei forni di cottura del vasellame è collocata al di là di un fossato, profondo 6 m circa, che circondava il villaggio, lungo il bordo nord-occidentale; e infine la presenza di una struttura centrale, a pianta rettangolare, di dimensioni maggiori (10,8 x 10,5 m), verso la quale si affacciavano le entrate delle varie abitazioni, fa ipotizzare fosse adibita a uso comunitario. Questi elementi indussero gli archeologi cinesi a considerare Banpo come l’esempio piú rappresentativo del raggiungimento di una società matriarcale, non

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via del potere

Disegno ricostruttivo del Palazzo I di Erlitou (fase III, 1700 a.C. circa), nella contea di Yanshi (Henan). L’imponente «zona palaziale» indicava la sede del potere statale.

gerarchizzata, ma basata sull’equa redistribuzione delle risorse. Le scoperte di altri villaggi neolitici coevi e antecedenti, sparsi in diverse zone della Cina, hanno ridimenzionato l’eccezionalità di Banpo, senza intaccare, però, il quadro dell’elevato livello sociale raggiunto nel Neolitico Medio.

La prima capitale Facendo un salto nel tempo e nello spazio, occorre attendere il II millennio a. C. e spostarsi in Henan, nel cuore della Pianura Centrale, per scoprire quella che verosimilmente è la prima capitale della Cina antica: entriamo in quella che gli studiosi occidentali chiamano «cultura di Erlitou», con cui si intende un insieme composto da un centinaio di siti, ubicati nell’attuale Cina centrosettentrionale (Henan, Shanxi, Shaanxi e Hubei), nei quali si è affermata una complessa forma di società urbana. Il nome deriva dal sito eponimo, Erlitou (contea di Yanshi), scoperto nel 1959 e localizzato tra l’antico corso dei fiumi Yi e Luo, che presenta fondazioni di strutture abitative e sacrali, tombe, forni, assieme a manufatti in bronzo, giada, pietra, osso e ceramiche con marchi incisi. Gli scavi evidenziano almeno quattro fasi distinte di vita del sito (dal 1900 al 1500 a.C. circa), durante le quali emerge la formazione di un sistema amministrativo internamente differenziato, perlomeno a partire dalla fase III (1700 a.C.). Al centro di un’estesa area abitativa, infatti, un’imponente «zona palaziale» indicava la sede del potere statale, con cui viene segnalata una «prima» forma di centralizzazione: un impianto urbanistico attestato anche nelle capitali successive. Gli studi effettuati provano inoltre l’esistenza di

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relazioni di tipo sociale, economico e politico, sia gerarchico che eterarchico, tra Erlitou e i centri periferici, perlomeno quelli localizzati nella regione dei fiumi Yi e Luo. La città capitale è stata oggetto di incessanti analisi e riletture da parte degli studiosi, perché secondo gli archeologi cinesi sarebbe un sito appartenente alla prima dinastia ereditaria, ovvero quella Xia (2070?-1600? a.C.), la cui effettiva attestazione storica rimane alquanto controversa. Nel 2000 sono stati pubblicati anche i primi risultati di un colossale «Progetto di periodizzazione storica dei Xia, degli Shang e dei Zhou» (Xia Shang Zhou duandai gongcheng), che ha riunito in Cina dal 1996 200 esperti in astronomia, archeologia, storia, paleografia e altre discipline. Il progetto nacque con lo scopo di eliminare ogni dubbio sulla storicità delle tre dinastie, dando conferma all’unicità della Cina e alla sua storia millenaria.

Alla ricerca dei Xia La pubblicazione fu accolta in patria da consensi unanimi, mentre a livello internazionale fu oggetto di aspre critiche, per l’approccio giudicato troppo ideologizzato, soprattutto in mancanza di fonti oggettivamente attendibili. Al momento, al di fuori della Cina, gli studiosi sono in linea di massima concordi nel conferire una valenza semi-mitica alla dinastia, ma le indagini e le analisi dei reperti continuano a ritmo serrato: nel 2011 gli archeologi cinesi, infatti, hanno scoperto i resti di un altro palazzo, datato al 1700 circa a.C., che presenta dimensioni definite «imperiali»; nello stesso anno l’Istituto di Ricerca di Zhengzhou ha comunicato il rinvenimento di due città adiacenti, nel sito della Torre di Wangjing (a Xincun, Henan), una


l’atlantide nel lago È stata di recente annunciata ufficialmente la scoperta dell’«Atlantide cinese»: resti di città, con abitazioni, templi e strade pavimentate, individuati sul fondo di un lago artificiale (Qiandao), nella provincia costiera del Zhejiang, nel Sud-Est della Cina. Ai piedi del monte Wu Shi, o Montagna dei Cinque Leoni, erano state edificate due floride città: Shi Cheng che prendeva il nome dalla montagna e chiamata, per l’appunto, la «Città dei Leoni», fu fondata nel VII secolo durante la dinastia Tang, e divenne un importante centro politico, economico e culturale dell’impero cinese. Nei pressi, sorgeva anche un’altra città ancora piú antica, ovvero He Cheng, la cui fondazione risalirebbe almeno agli inizi del III secolo, durante la dinastia degli Han Orientali, e costituí un florido porto lungo il fiume Xin’an. Le due città sono esistite per secoli fino a quando, nel settembre del 1959, il governo cinese decise di costruire una centrale idroelettrica: fu necessario creare un bacino, per fornire l’energia alla città di Hangzhou. La valle fu completamente sommersa per creare l’imponente lago artificiale, famoso per i numerosi isolotti e

per le sue acque cristalline, che per buona parte sono anche potabili. L’intero panorama è circondato perlopiú da lussureggianti foreste tropicali, e le isole stesse rappresentano un’attrazione esotica: oltre a Shi Cheng e He Cheng, sembra siano state sommerse altre 27 città, 1377 villaggi e oltre 20 000 ettari di terreni agricoli. Nel 2001 una spedizione di sommozzatori partí alla ricerca e fu ritrovata la cinta muraria. La scoperta venne comunicata alle autorità locali, che effettuarono ulteriori ricerche. Fu cosí che l’intero nucleo urbano delle due città apparve straordinariamente intatto, come «fossilizzato» nel tempo. Nel 2005 vennero scoperte altre tre città sommerse: la sensazionale scoperta ha però posto non pochi interrogativi sulla conservazione del sito, e il governo cinese è alla ricerca di una soluzione adeguata. Attualmente il governo del Zhejiang, ha deciso di rendere la zona un polo di attrazione turistica. Nel periodo di alta stagione, tra aprile e novembre, vengono organizzati tour subacquei, che consentono di ammirare le cinque porte d’ingresso alla città, con le loro torri e decorazioni.

Resti della città sommersa di Shi Cheng, fondata nel VII sec. e soprannominata l’«Atlantide cinese». Si trova nelle acque del lago artificiale Qiandao (Zhejiang), creato nel 1959 per fornire l’energia alla città di Hangzhou. Tra aprile e novembre vengono organizzati tour subacquei fino a 25 m di profondità, che permettono di ammirare le cinque porte d’ingresso alla città.

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via del potere

Ricostruzione della cinta muraria di Zhengzhou (Henan), capitale tra il 1500 e il 1300 a.C., con cui viene segnalata una netta separazione tra l’insediamento urbano e il cimitero, le botteghe artigiane e le abitazioni di contadini e gente del popolo.

delle quali sarebbe riferibile agli ultimi Xia (ultima fase di Erlitou 1565-1530 circa a.C.). Un dato rimane comunque certo: quella di Erlitou fu una cultura stratificata e complessa, con un artigianato e un’agricoltura avanzati, tanto da rendere l’insediamento urbano un fulcro basilare per la produzione di contenitori in bronzo per scopi rituali.

Zhengzhou, città «ordinata» Zhengzhou, situata anch’essa nella provincia di Henan, è stata considerata, perlomeno dagli archeologi cinesi, la prima capitale della dinastia Shang (mentre per gli studiosi occidentali apparterrebbe alla fase Erligang, 1500-1300 circa a.C.). La città, che si trova 81 km a est di Erlitou, è oggetto di scavi dal 1952. Il tracciato delle mura di cinta, approssimativamente rettangolare, separa l’insediamento urbano, in gran parte allineato secondo un asse nord-sud ed est-ovest, dal cimitero, botteghe artigiane e abitazioni di contadini e gente del popolo: importante modello di riferimento di città capitale, Zhengzhou segnala il raggiungimento di una stratificazione sociale evidente, e anticipa la disposizione degli isolati a scacchiera. Grazie al considerevole rinvenimento di evidenze scritte su ossa oracolari (scapulomanzia) e gusci di tartaruga (plastromanzia), Anyang, sulle rive del fiume Huan, ancora in Henan, è stata identificata in modo unanime come un’importante città

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Shang e sembra celare un glorioso passato di imponente centro religioso. Definito come il piú significativo comprensorio archeologico dell’Asia orientale, il sito è articolato in un centro principale e in centri minori a esso funzionalmente collegati. Scavata dal 1928 e nota già dal I secolo a.C. come «le rovine di Yin» (Yin Xu), la città è solitamente considerata l’ultima capitale degli Shang, non a caso ricordati anche come «dinastia Yin». La distribuzione dei nuclei urbani, l’assenza di mura, l’imponente presenza di templi e tombe, assieme alle iscrizioni, suggeriscono che Anyang fosse il principale centro cultuale della dinastia, con templi del lignaggio regale che conservavano i simboli e i vessilli del potere dinastico. Tale interpretazione, sorretta da prove archeologiche, toponomastiche, letterarie e storiche, evidenzia una concezione originale della capitale: non un nucleo urbano centralizzato, ma una rete di nuclei di dimensioni diverse, con differenti gradi di specializzazione, sempre gestiti gerarchicamente. Il cuore della città Shang è Xiaotun, forse la residenza del re e del suo clan, nucleo che va messo in relazione alla necropoli reale (Xibeigang), cosí come ai numerosi villaggi residenziali per l’aristocrazia e per gli artigiani, ma anche a quelli per la gente comune. Il centro ideale, politico, amministrativo e cerimoniale della capitale e cuore dell’intero


regno, è la residenza del sovrano, che, insieme all’aristocrazia, gestisce e controlla una serie di attività produttive, ma anche culturali: questa versione dilatata della città, poli-nucleare e non delimitata da un perimetro definito, ha trasformato la capitale in un centro sacrale. Con l’età del Bronzo (XXI-VI secolo a.C.) si delinea una costante dell’urbanistica cinese: la città diventa il centro cerimoniale/cultuale, perché sintesi del potere, politico e sacrale.

Verso un modello ideale Con gli Shang, inoltre, emerge un fattore basilare per l’edificazione della città cinese: la commistione di fattori naturali (orientamento sull’asse nord-sud o scelta del sito su terreni pianeggianti o in prossimità di corsi d’acqua), con fattori di tipo culturale (esposizione a sud delle strutture, per ordine ritualistico, ma anche di carattere pratico e pianta quadrangolare, nel quale si possono ravvisare riflessi di concezioni cosmologiche). Tale commistione fu la premessa alla canonizzazione del modello ideale della capitale politica cinese, cosí come viene descritto nei Riti dei Zhou (Zhouli, un testo redatto in epoca Han): la pianta dev’essere quadrata, cardinalmente orientata; tre devono essere gli ingressi monumentali; l’impianto viario deve presentare una struttura a griglia; il tempio ancestrale deve trovarsi a ovest e l’altare per offrire sacrifici agli dei del suolo e della pioggia, a est; i palazzi della corte a sud, mentre le attività commerciali a nord.

Con l’unificazione territoriale operata dal Primo Imperatore, nel III secolo a.C. venne anche edificata la prima capitale imperiale della Cina: Xianyang. Ci troviamo nuovamente nella provincia dello Shaanxi, non lontano dal sito neolitico di Banpo, a nord-ovest dell’attuale Xi’an. Secondo le fonti storiche, la città avrebbe compreso almeno 140 palazzi che riproducevano (o in alcuni casi vi erano stati perfino dislocati) quelli distrutti nei regni conquistati. Le fondamenta dei palazzi, primo fra tutti quello di Afang, testimoniano strutture estremamente efficienti e funzionali, sia nella dislocazione delle numerose stanze, sia per quanto concerne gli ingressi, la distribuzione della luce, i metodi di drenaggio dell’acqua, ecc. Tutti i palazzi recano tracce evidenti di incendio, come confermano anche le fonti storiche. Da questo momento in poi il palazzo imperiale si eleva a simbolo del potere imperiale: sarà prassi piuttosto comune quella di distruggerlo e/o di abbandonarlo quando veniva a costituirsi una nuova dinastia. Sintesi delle varie risoluzioni e valenze simboliche proposte dalle dinastie ereditarie, il palazzo costruito nel cuore della capitale diviene il centro per eccellenza in cui il

In alto un’area cimiteriale dell’antica capitale Anyang, conosciuta già dal I sec. a.C. come «le rovine di Yin» (Yin Xu).

Qui sopra Anyang. Una fossa contenente ossa oracolari e gusci di tartaruga, prediletti strumenti di divinazione nell’epoca Shang (1600-1050 a.C.).

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via del potere

La Città Proibita vista dall’alto.

potere religioso, quello politico e quello amministrativo si mescolarono, proprio come l’imperatore e gli appartenenti alla corte svolgono contestualmente incarichi di tipo politico e rituale.

Tre volte piú grande di Roma Esistono comunque «eccezioni» nella storia dell’architettura e dell’urbanistica cinese che rompono con i canoni ideali secondo i quali edificare la capitale, e si adattano a nuove esigenze storiche. Chang’an, per esempio, capitale Han, fu costruita nel II secolo a.C., sulla base dei modelli del passato, ma la sua imponente planimetria (sembra fosse tre volte piú grande di Roma) seguí un impianto urbano piuttosto irregolare: a meridione,

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i 2/3 dell’intera metropoli erano adibiti ai palazzi imperiali comunicanti per mezzo di gallerie sopraelevate che costituivano un’area unitaria, separata dal resto della città. Nel I secolo d.C., quando la capitale venne spostata nella provincia di Henan (Luoyang), i palazzi assunsero una maggiore importanza, sia per le tecniche di realizzazione, sia per le decorazioni che risultarono piú complesse ed elaborate: balaustre scolpite di marmo, terrazze a piú livelli, pilastri e colonne intarsiate e decorate, cosí come le cornici e i pavimenti. L’esempio piú rappresentativo della città capitale, invece, in cui vediamo concretizzato visivamente il modello ideale proposto nel Zhouli, l’abbiamo con la dinastia Sui, quando nel 582 venne fondata Daxing, che, con la


E poi venne Pechino... In epoca Tang si ebbe la grande e concreta canonizzazione dell’urbanistica. Non è un caso che Pechino, con la sua nuova pianificazione attuata nel XV secolo, sia stata composta rispettando proprio il modello Tang. Venne ripresa la forma quadrata e suddivisa da due città murate contigue: una a nord, era quella che fu poi chiamata la Città Tartara e che al suo interno comprendeva la Città Proibita, la Città Imperiale, numerosi templi, edifici pubblici e parchi; l’altra, a sud, era la Città Cinese, formata perlopiú da quartieri commerciali, con edifici pubblici e alcuni templi. Le caratteristiche della capitale cinese sono il risultato di un lungo percorso storico di indagine artistica e urbanistica, e presentano evidenti diversità rispetto al modello di città a cui siamo abituati. Il centro della Roma imperiale, per esempio, fulcro della vita politica, economica, amministrativa ma anche religiosa era il foro, che con Augusto, assunse

i musei: da xi’an a pechino

successiva dinastia, divenne la gloriosa Chang’an: riappropriandosi del nome dell’adiacente capitale Han, la città si elevò a simbolo per eccellenza del cosmopolitismo e dell’ideale politico-amministrativo dei Tang. Il palazzo imperiale, gli uffici amministrativi, gli edifici religiosi e residenziali furono disposti sfruttando le terrazzature esistenti, cosí da creare livelli diversi, che, oltre a rispettare una chiara gerarchia sociale, provocavano un interessante «effetto tridimensionale». L’impianto urbanistico fu suddiviso secondo un rigido sistema a scacchiera, dalla planimetria rettangolare, delimitata da una cinta muraria in terra battuta (8,6 × 9,7 km), comprendente tre porte, su ciascuno dei lati sud, est e ovest, e ben nove porte sul lato nord verso cui si aprivano le vie di collegamento con l’Ovest (via della seta) e con l’Est (Pianura Centrale). Tre complessi murati concentrici delimitavano la città palazzo (huang cheng), la città imperiale (gong cheng) e amministrativa, e infine la città esterna (guo cheng). Vi furono anche due mercati, orientale e occidentale, serviti da una rete di canali che facilitavano il trasporto delle merci e l’approvvigionamento idrico.

Nella provincia dello Shaanxi, nei pressi di Xi’an, il Museo di Banpo espone i reperti provenienti dall’omonimo villaggio neolitico. Materiali riferibili alle antiche capitali sono sparsi in quasi tutti i musei della Cina, ma consigliamo di visitare, a Xi’an, il Museo Provinciale e, non lontano, il Museo di Chang’an, che conserva oltre 6000 reperti databili dal Neolitico all’ultima dinastia, tra cui oreficerie, giade, bronzi, pitture, ceramiche e calligrafie. Il Museo Provinciale di Henan, a Zhengzhou (Henan), conserva oltre 130 000 reperti archeologici, nonché ossa di dinosauri e fossili. Nella stessa provincia, il Museo di Luoyang espone i materiali provenienti dagli scavi, riferibili a una zona in cui sono state costruite ben nove capitali, dal Neolitico fino al 937 d.C. È forse il museo piú significativo per avere un’idea del processo formativo della capitale cinese. A Pechino, oltre alla Città Proibita e al Museo Nazionale, da non perdere è il Museo della Capitale, che ospita una grande collezione di antiche porcellane, bronzi, calligrafie, pitture, giade, sculture e statue buddhiste, riferibili alla Cina imperiale e ad altre culture asiatiche.

le caratteristiche di una piazza monumentale. La capitale cinese, invece, formulò nel tempo un assetto urbanistico che prevedeva, al centro di una rigida planimetria a scacchiera, non la piazza, ma il complesso palaziale, nel quale l’imperatore risiedeva con la sua corte. La planimetria a scacchiera della capitale cinese, doveva riflettere il sistema gerarchico cinese, secondo un rocambolesco ed esasperato simbolismo, al cui fulcro era collocata la sede dell’ordinatore del Tianxia: l’imperatore (vedi alle pp. 11-12).

Coppa in terracotta con maschera dipinta, da Banpo.

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via del Buddhismo

la fede nella roccia


l’avvento del buddhismo nell’impero cinese favorisce la diffusione dell’architettura rupestre: le grotte e i templi suscitano ancora oggi stupore e ammirazione per la loro imponenza e solennità

I monumentali santuari rupestri della «Porta del drago» (Longmen), nella provincia di Henan, iniziati alla fine del V sec. Il complesso comprende 2345 grotte e nicchie, 2800 iscrizioni, 43 pagode e oltre 100 000 immagini buddhiste.

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via del buddhismo

T

In basso Lokapala o Re Celeste, statua in legno policromo di epoca Tang (618-907), proveniente dalle grotte di Mogao (Gansu).

ra le opere realizzate a seguito della penetrazione buddhista in Cina, i complessi rupestri costituiscono da sempre una sfida entusiasmante per ogni studioso, in considerazione del loro ricchissimo apparato iconografico – che si prolunga nel tempo – e sono tra le mete turistiche preferite, per il grande impatto visivo e per lo stupore che suscitano in ogni viaggiatore. Il modello di riferimento deriva dal mondo indiano (per esempio Ajanta, a partire dal II secolo a.C.) filtrato dal contesto culturale dell’Asia centrale (per esempio Bamiyan, Afghanistan, almeno dal II secolo d.C.). L’architettura rupestre nasce, prima di tutto, dalla necessità di «sfruttare» la particolare morfologia dell’ambiente montuoso, ed evita i classici problemi statici, relativi ai rapporti tra mura e coperture o gli espedienti tecnici, tipici delle strutture «edificate». Per i complessi nella roccia, infatti, si «costruisce»

per sottrazione di materiale, compiendo un’operazione piú affine alla «scultura» che non all’ingegneria edile. Con lo stesso sistema si creano o si scolpiscono le coperture, che possono essere piatte, voltate o cupoliformi, a imitazione degli edifici costruiti.

Come in un «utero» Lungo i fianchi delle colline, che erano stati già scelti come rifugio da santi asceti, l’architettura scavata nella roccia ha conservato un patrimonio eccezionale di pitture murali e di sculture, ed è stata letta anche come la


rievocazione di valori simbolici riferiti alla grotta, intesa come matrice e utero dell’universo, una visione conforme al pensiero cosmologico orientale, e soprattutto indiano. Va segnalato che la maggior parte dei templi grotta della Cina sono nati da popolazioni straniere, prima fra tutte quella degli Wei Settentrionali, che concepirono il culto straniero buddhista come uno strumento di legittimazione del proprio potere. L’eredità nomadica di queste popolazioni, con il relativo bagaglio figurativo della loro arte, fu accolta poi dalla grande tradizione cinese, dal momento che i Tang divennero tra i piú grandi mecenati di architetture rupestri.

Tra quelle rinvenute lungo la via della seta settentrionale, spicca la già citata Mogao, che, lo ricordiamo, attesta una continuità storica sorprendente: dal IV fino al XIV secolo. Essendo il tipo di roccia particolarmente friabile, Mogao si distingue soprattutto per le pitture murali che coprono una superficie di oltre 42 000 mq (vedi anche a p. 64).

Apsaras, le ninfe celesti delle acque, esperte delle arti, un motivo ricorrente tra le pitture murali di Mogao.

Influenze sasanidi In linea generale, si riscontra una tendenza iranizzante, che predomina nelle grotte di epoca piú antica, come la 257 (Wei Settentrionali, 386-534), al centro della quale viene eretto uno stupa-pilastro riproposto con modalità stilistiche differenti rispetto alle

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via del buddhismo

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Complesso rupestre di Yungang, a Datong (Shanxi). La colossale statua del Buddha Shakyamuni o Vairocana. V sec. Alta quasi 14 m. , con il viso arrotondato e le spalle larghe, è uno degli esempi piú tipici dell’arte scultorea di Yungang.

gallerie scavate a Kizil. Successivamente emerge uno stile pittorico dai caratteri piú marcatamente cinesi, toccati da una grazia diafana e ritmica, pur rivelando una certa influenza sasanide nei particolari (grotta 420 di epoca Sui). L’impiego del colore disteso su superfici piane, convive con il tracciato lineare di forme naturali stilizzate, combinate assieme ad «azzardati» ma vivaci accorgimenti prospettici, che, nell’insieme, scivolano, talora, nel bizzarro e nel naïve. Si segnala, inoltre, l’emergere della pittura di paesaggio, assieme a immagini dal soggetto profano, che si fondono mirabilmente con le tematiche religiose. A livello iconografico, oltre alle miriadi di Buddha rappresentati, di particolare interesse sono le apsaras, le ninfe celesti delle acque, esperte delle arti, che affastellano le grotte, raggiungendo esiti di un eccentrico polimorfismo pittorico, che talora sfociano quasi nell’astrattismo. Collocato in una zona che a lungo costituí l’estremo avamposto occidentale dell’impero antico (Gansu), il sito di Mogao si distingue rispetto agli altri complessi rupestri del Turkestan orientale per l’imponente impatto monumentale, che si riflette nelle dimensioni ciclopiche delle statue e delle grotte, e nello stile che tende verso il maestoso.

Nella montagna del grano Nella stessa provincia del Gansu, sempre lungo la via della seta, si trova anche il complesso della «Montagna in cui si accumula il grano» (Maijishan), comprendente 194 grotte scavate con oltre 7200 sculture buddhiste. Le piú antiche sembrano risalire al periodo compreso tra la fine del IV e la prima metà del V secolo (nn. 70, 74, 78, 165), e il loro isolamento su una parete di falesia inaccessibile, ha permesso il modellamento di immagini sia in argilla che in pietra. Nelle sculture, inoltre, gli artisti sono riusciti a conferire al drappeggio e ai volti un tocco di naturalismo particolarmente apprezzabile, di probabile emanazione locale e raro in altri contesti: una felice combinazione tra la predilezione indiana verso le forme

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corpulenti e sensuali e il genio cinese dei ritmi lineari ed espressivi. Molto piú influenzati da uno stile d’impronta centro-asiatica, le cui superfici ondeggianti e linee sinuose segnalano una plasticità sensuale – estranea all’antica tradizione scultorea cinese –, sono le statue dei templi-grotta della «Cresta di nuvola» (Yungang) a Datong (Shanxi) che, scavati principalmente fra il V e il VI secolo, comprendono 252 templi e oltre 51 000 sculture buddhiste. Il complesso fu realizzato prevalentemente dagli Wei Settentrionali, quando nelle vicinanze vi trasferirono la capitale, e presenta una superficie parietale scolpita con rappresentazioni di Buddha dalle varie dimensioni, secondo un preciso progetto iconografico, studiato fino a condurre alle cinque grotte centrali (16-20), nelle quali troneggia la colossale statua di Shakyamuni/ Vairocana, inteso come il principio cosmico dal quale emanerebbe la variegata molteplicità delle sue manifestazioni. Qui i modelli centro-asiatici e indiani, ma anche ellenistici, si arricchiscono e si confondono con un uno stile piú marcatamente cinese, forse derivato dall’arrivo della manodopera proveniente da Mogao.

Creature fantastiche Le statue, inoltre, si mescolano tra figure policefale dalle molte braccia, musici celesti e abbondanti fiori di loto stilizzati, divinità induiste, apsaras volanti e felini, assieme a scene scolpite di carattere narrativo, non cosí comuni al di fuori di Yungang. Come sostenne l’archeologo e sinologo francese Édouard Chavannes (1865-1918), che per primo fotografò il complesso nel 1907, «sebbene le sculture (…) siano i prototipi dell’arte buddhista cinese, esse non hanno, tuttavia, nulla di arcaico; svelte e armoniose, penetrate da un sentimento religioso intenso, sono allo stesso tempo un debutto e un apogeo». Nella maggior parte dei casi vi erano anche strutture lignee che completavano le cavità scavate nella pietra arenaria, al cui interno domina incontrastato lo stupa-pilastro che diventa oramai una pagoda-pilastro centrale,

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a piú piani, su chiara imitazione delle strutture lignee del periodo. Spostandoci nel cuore della Pianura Centrale, piú precisamente in Henan, è possibile scorgere i monumentali santuari rupestri della «Porta del drago» (Longmen), la cui costruzione ebbe inizio alla fine del V secolo. Il complesso è davvero colossale e comprende 2345 grotte e nicchie, 2800 iscrizioni, 43 pagode e oltre 100 000 immagini buddhiste. Nelle grotte piú antiche l’influenza occidentale, riscontrabile nell’uso di capitelli pseudo-ionici, nei motivi di acanto e negli archi divisi in tre pannelli trapezoidali sopra le nicchie, lascia progressivamente lo spazio a motivi architettonici che imitano i tetti delle case cinesi in legno: viene eliminato lo stupapilastro, le statue vengono spostate in fondo alla sala, e viene ampliato l’ingresso per sfruttare l’illuminazione esterna; i delicati volti delle sculture vengono combinati con l’allungamento e il trattamento astratto del corpo e delle vesti, dovuto all’aggiunta di elementi piú conformi ai gusti estetici cinesi della Pianura Centrale, ottenendo esiti di un grafismo puramente lineare. Imperatori e funzionari sono rappresentati in processione, durante i riti del cerimoniale buddhista, mentre una miriade di nicchie, dalle varie forme (quadrate, ad arco arrotondato o ad arco appuntito, con tetto), affastellano le pareti. Con la dinastia Tang si raggiunge l’apice in quanto a vigore, eleganza e realismo: ottengono particolare importanza le figure femminili assieme a stele con iscrizioni votive (commemorative) sulla nicchia (o sulla grotta); la statuaria si stacca dalla parete e diventa a «tutto tondo», tecnica che enfatizza l’importanza della chiarezza e dello stile terso, ancor piú complesso e dinamico.

La «Monna Lisa» della Cina La «progressione stilistica» delle grotte conduce, come in una sorta di cerimoniale, al fulcro del complesso rupestre, dove troneggia incontrastato, al centro, un colossale Buddha Vairocana (17,14 m), realizzato nel 676, etereo e animato da una tensione dinamica che traduce la sua sublime elevazione, assieme a


le prime immagini Gli studiosi suddividono il primo sviluppo della scultura buddhista cinese in tre fasi principali. Della prima sono giunte fino a noi alcune raffigurazioni in bronzo dorato e pietra, risalenti al IV-V secolo, che risentono fortemente dell’influenza indiana e dell’Asia Interna, sebbene già si intravedano scelte estetiche, oltre che stilistiche, appartenenti al repertorio artistico cinese. Il Buddha Shakyamuni dell’Asian Art Museum di San Francisco, databile al 338, è la piú antica scultura di un Buddha in Cina che presenti un’iscrizione e rievoca le rappresentazioni provenienti dalle regioni di Khotan (Xinjiang) e della valle dello Swat in Pakistan. Ogni accenno anatomico è stato volutamente soppresso. Col tempo emergono scelte stilistiche che tendono ad adottare linee sempre piú fluide e morbide, mentre i corpi allungati si assottigliano fin quasi a scomparire sotto i panneggi. Un esempio evidente di questa tendenza stilistica, giunta a piena maturazione nella prima metà del VI secolo, è rappresentato dal sacrario in bronzo

dorato di Prabhutaratna e Shakyamuni risalente al 518, coevo alle prime realizzazioni di Longmen, e conservato al Musée Guimet. La scultura nella Cina del Nord durante i Qin settentrionali, i Zhou settentrionali e infine i Sui, viene solitamente definita «scultura del periodo di transizione», e presenta uno stile a sé che si differenzia dall’arte delle epoche precedenti e successive. I contatti diretti e sempre piú frequenti con l’India e con i Paesi dell’Asia occidentale, contribuiscono allo sviluppo di una scultura che non è generata dallo stile geometrico, lineare, della prima metà del V secolo, bensí dalle rielaborazioni di modelli indiani dell’era Gupta (320-600 d.C.). Una forte attenzione al dominio e all’attenuazione del motivo ornamentale sul naturalismo, assieme al gusto nuovo per il volume e per i giochi di luci e ombre, determina la fisionomia dei caratteri tipicamente cinesi.

In basso, a sinistra statuetta cinese in bronzo dorato del Buddha Shakyamuni, datata da un’iscrizione al 338 d.C. San Francisco, Asian Art Museum. Qui sotto statue in bronzo dorato dei Buddha Prabhutaratna e Shakyamuni, dalla provincia di Hebei. Dinastia degli Wei Settentrionali, 518 d.C. Parigi, Musée national des Arts Asiatiques Guimet.

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Longmen (Henan). Il tempio-grotta Fengxian, commissionato dall’imperatore Gaozong e dall’imperatrice Wu, e completato nel 676. L’immagine centrale, alta 17,14 m, rappresenta il Buddha Vairocana, ai lati due discepoli, due bodhisattva e, all’estremità, il terrifico Re Celeste (Tianwang), il guardiano dei punti cardinali.

una salda robustezza, in un’atmosfera di dignità solenne e maestosa. La sua impassibilità contrasta mirabilmente con il senso del grottesco, energico, corpulento e volutamente terrifico, del ciclopico Re Celeste (Tianwang), il guardiano dei punti cardinali.

Un’armonia straordinaria Sembra che il colossale Buddha, definito anche la «Monna Lisa», la «Venere» o la «Madre della Cina», sia stato scolpito con fattezze tali da renderlo somigliante a Wu Zetian (624-705), la sola imperatrice cinese che abbia fondato la propria dinastia: fu una grande mecenate delle arti, ma è stata descritta dagli storici confuciani come una

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donna senza scrupoli e come un’avida arrampicatrice sociale. I due santuari rupestri situati nel distretto di Dazu (Sichuan), come il sito detto della «Sommità preziosa» (Baodingshan, IX-XIII secolo) e quello della «Montagna settentrionale» (Beishan, XII secolo), possono essere considerati come il simbolo per eccellenza dell’«unità»: nella compenetrazione tra la natura e l’arte religiosa; nella notevole qualità estetica del variegato utilizzo di piú materiali; nella commistione di tematiche e nella rocambolesca profusione di simboli laici e religiosi, popolari e aristocratici, esoterici ed essoterici e, infine, nell’eccezionale sintesi armoniosa che si instaura tra il culto buddhista, taoista e confuciano.


Il gigante di leshan Il Buddha gigante di Leshan (Leshan Dafo, nel Sichuan) è considerato la piú grande statua in pietra al mondo raffigurante un Buddha. Scolpita nella roccia nel punto di intersezione di tre fiumi (Minjiang, Dadu e Qingyi), la statua si trova di fronte ai Monti Emei, con i fiumi che scorrono ai suoi piedi. Alta 71 m, con le spalle che ne misurano 28, la colossale scultura rappresenta un Buddha Maitreya (Buddha del futuro), in posizione seduta, con le mani appoggiate sulle ginocchia. La costruzione dell’opera fu iniziata nel 713, su volere di un monaco cinese (Haitong), come atto di devozione per calmare le acque turbolente che affliggevano le navi mercantili, lungo il corso dei fiumi. Narra la leggenda che, in mancanza di fondi, il monaco si sia cavato gli occhi per provare la sua buona fede e sincerità. La statua venne completata dai suoi discepoli e si sostiene che l’enorme massa di roccia rimossa per la sua costruzione, depositata lungo i fiumi, ai piedi della statua, abbia effettivamente contribuito a rendere la navigazione piú sicura. Nel 1996 l’area dei Monti Emei è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Una tradizione locale recita che «la montagna è un Buddha e il Buddha è una montagna»: vista dal fiume, la catena montuosa sembra assumere le sembianze di un Buddha dormiente, al cui centro troneggia la colossale statua.

Il Buddha gigante di Leshan, considerato la piú grande statua in pietra al mondo del genere. È alta 71 m, rappresenta un Buddha del futuro (Maitreya) ed è stata scolpita nel punto di intersezione di tre fiumi, di fronte ai Monti Emei (nel Sichuan).

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i musei

Oltre ai siti di architetture rupestri, i reperti riferibili all’arte buddhista rinvenuti nelle grotte si trovano in molti musei della Cina. Da segnalare, oltre al Museo di Dunhuang, nella provincia del Gansu, al Museo Provinciale del Gansu a Lanzhou, al Museo Provinciale di Luoyang, anche il Museo delle Grotte di Yungang, a Datong (Shanxi), inaugurato nel 2011.

In alto figurine in bronzo di cavalieri e carri. Dinastia degli Han Orientali, 25-220 d.C. Lanzhou, Museo Provinciale del Gansu. A sinistra uno dei due santuari rupestri situati nel distretto di Dazu (Sichuan), detto della «Sommità preziosa» (Baodingshan) e realizzato tra il IX e il XIII sec., dove è evidente la compenetrazione artistica, culturale e religiosa tra buddhismo, confucianesimo e taoismo.

La «Guanyin dalle mille mani e dai mille occhi» che estende a tutta l’umanità la sua azione misericordiosa e la sua infinita chiaroveggenza, diventa l’emblema per eccellenza del culto buddhista. Le figure terrifiche e protettrici dei Re della Scienza, assieme al Buddha primordiale o cosmico (Vairocana), si confondono tra il naturalismo e l’umanità dei bassorilievi talora naïve, che ritraggono spiriti, demoni, immagini policefale, con occhi fuori dalle orbite, simboli tantrici e figure polimorfe. L’insieme offre un vivace spaccato culturale e cultuale della Cina del periodo, che denota la grande malleabilità del buddhismo, capace di inglobare, nel proprio culto, la radicata pietà filiale confuciana, assimilando, dal pensiero taoista, l’intimo connubio con la natura. Lo stile è bizzarro, ma dinamico e vivace, pregno di saggezza popolare, di compassione ed esortazione, e sfocia in una perfetta sintesi tra arte colta e popolare.

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devozione e armonia adattati all’ambiente naturale che li circonda, gli edifici religiosi furono, sin dall’antichità, progettati secondo uno stile in grado di esprimere l’ordine sociale

Nonostante le ristrutturazioni e i restauri, la Grande Pagoda dell’Oca Selvatica (Dayanta) dell’antica Chang’an (Xi’an, Shaanxi), costruita dalla metà del VII sec. in muratura, a piú piani decrescenti verso l’alto, rimane un nobile esempio di una delle piú importanti tipologie architettoniche cinesi legate al buddhismo.

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A destra Qufu (Shandong). L’edificio centrale del tempio di Confucio (Kong Miao), la sala Dacheng, che ha un’ altezza di 32 m, una larghezza di 34 e una lunghezza di 54. Fondato nel V sec. a.C., il complesso templare venne restaurato su vasta scala all’inizio del XVIII sec., portandolo alle attuali dimensioni (16 000 mq). Nella pagina accanto, in basso Luoyang (Henan). Uno dei due cavalli in pietra esposti all’ingresso del tempio del Cavallo Bianco (Baimasi), il primo tempio buddhista, fondato nel 67 d.C.

L’

architettura religiosa della Cina si fonda su di un principio basilare: il «dialogo», funzionale e dinamico ma profondamente simmetrico, tra spazio interno e spazio esterno. Già nell’architettura civile, il palazzo imperiale va inteso come un complesso architettonico che, delimitato da mura quadrangolari, include al suo interno un insieme di edifici, ciascuno dei quali si fa portatore di una propria funzione specifica. Sin dalle strutture di culto piú antiche, emerge l’esigenza costante di articolare organicamente lo spazio sacralizzato, quale si può osservare, per esempio, negli altari di terra battuta, a pianta quadrangolare, eretti in prossimità o sulla cima di tumuli sepolcrali, destinati alle sepolture dell’élite della cultura tardo-neolitica di Liangzhu (siti di Yaoshan, Zhejiang). I primi templi di cui si abbia testimonianza testuale sono, invece, quelli ancestrali, al cui interno, con ogni probabilità, trovavano posto i vasi rituali in bronzo per le offerte e le tavolette con i nomi degli avi: con l’età del Bronzo, al momento della fondazione di una città, i templi ancestrali erano i primi a essere progettati. Per quanto riguarda la struttura degli edifici di culto, rilevante è la scansione in orizzontale dello spazio, sul quale si dipana la via per giungere alla struttura principale: la lunghezza di tale percorso cerimoniale è solitamente proporzionale all’importanza del luogo.

Il tempio di Confucio Un caso esemplare, ancora oggi visibile, è il tempio di Confucio (Kong Miao) a Qufu (Shandong), che, secondo le fonti storiche, è passato da un semplice edificio con tre ambienti, nel 475 a.C., fino all’aspetto attuale di un complesso orientato sull’asse nord-sud, per una lunghezza di 1 km circa, scandito da cortili e padiglioni ai quali si accede al termine di una successione di ingressi monumentali. In seguito all’avvento del buddhismo, si può affermare che in Cina, nei primi secoli dell’era volgare, secondo quanto ci dicono gli scavi archeologici (Yongningsi, a Luoyang, del 516 d.C.) e le fonti scritte, tutti i templi costruiti riproducono, in linea di massima, l’impianto a cortile dell’architettura monumentale

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tradizionale: la sala del Buddha (Fo dian), l’edificio piú importante, assume l’analoga posizione del padiglione di ricevimento dell’architettura civile, collocato sulla parte centrale dell’asse nord-sud. Solo la pagoda (ta) si inserisce come elemento nuovo nel complesso: precede la sala del Buddha o si raddoppia (pagode gemelle) ai lati dell’asse, come una sorta di eco delle classiche torri laterali di epoca Han. Si narra che «il Buddha ripose stendendolo al suolo, piegato a quadrato, il proprio abito monastico, ricoprendolo con la ciotola delle elemosine capovolta ed erigendo infine sulla sommità il proprio bastone da mendicante: cosí venne formato il primo modello di stupa».


È quanto racconta, nel VII secolo, il pellegrino cinese Xuan Zang, fornendoci non soltanto l’origine del culto delle reliquie, ma anche la spiegazione della tipologia e degli elementi costitutivi dello stupa indiano: l’abito piegato a quadrato rappresenta il suo basamento, la ciotola capovolta richiama la cupola e il bastone l’asse che spicca dalla sommità.

Sepolcri vuoti Lo stupa può essere considerato come un monumento funerario, un reliquiario buddhista o un cenotafio (sepolcro vuoto), ma anche una rappresentazione architettonica del cosmo. In Cina, invece, assume la forma delle torri di avvistamento di epoca Han, trasformandosi in

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Il tempio buddhista Famen (Shaanxi), costruito nel 532. Nel 1987, durante i restauri della pagoda, costruita nel 1609 in mattoni, fu scoperta una preziosissima reliquia (sarira), che conserva alcune delle vere spoglie del Buddha storico, Gautama Shakyamuni, vissuto in India nel VI sec. a.C.

un edificio a piú piani decrescenti verso l’alto: nasce la pagoda. Le prime furono costruite in legno (II-III secolo), poi sostituito dai mattoni o da murature. Sembra che nel IV secolo fossero a tre piani e si crede che la forma tetragonale sia stata mantenuta fino all’epoca Tang, quando si diffuse il modello ottagonale o decagonale, con un numero variabile di piani.

Quell’oca caduta dal cielo... Nell’attuale Xi’an (Shaanxi), sono ancora visibili le due pagode dell’Oca Selvatica, che devono il proprio nome alla tradizione secondo la quale il Buddha, sotto forma di oca, precipitò esanime al suolo dallo stormo con cui stava volando, affinché un monaco affamato potesse trarne non già nutrimento, bensí insegnamento. La piú grande delle due pagode, la Dayanta, aveva in origine cinque piani, portati agli attuali sette con i lavori eseguiti tra il 701 e il 705. La seconda, la Xiaoyanta, costruita agli inizi dell’VIII secolo, è alta 38 m e si articola in 13 piani (15 in origine), sottolineati da altrettanti cornicioni aggettanti: è uno degli esempi piú interessanti di

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Fedeli che bruciano incensi presso il tempio taoista della Nuvola Bianca (Bai Yun Guan), originariamente costruito nell’VIII sec. Oggi mantiene in linea di massima lo stesso aspetto assunto dopo gli interventi di restauro del 1706.


pagoda Tang, il cui aspetto è caratterizzato dalla curva degli spigoli che convergono verso l’alto, grazie ai piani orizzontali rientranti.

Due monaci e un cavallo Secondo le fonti, il primo tempio buddhista – fondato a Luoyang (Henan) nel 67 d.C. – è quello del Cavallo Bianco (Baimasi), derivato da un complesso preesistente, ma con uno stupa in stile indiano. Nel 2010, accanto al santuario, è stata realizzata, una replica dello stupa di Sanchi (II-I secolo a.C.), progettata nel 2003, durante la visita dell’allora primo ministro indiano Vajpayee. Si narra che il nome cinese dell’edificio derivi dal cavallo bianco usato da due monaci per portare in Cina i sutra, testi sacri, dall’India: in ricordo dell’evento, sono stati posti accanto all’ingresso due cavalli in pietra. Non si deve peraltro dimenticare, a livello storico e mitologico, che i cavalli hanno avuto un ruolo fondamentale in Cina: quelli del Ferghana, che si tramanda corressero piú

veloci del vento e sudassero sangue, erano conosciuti nell’epoca Han e considerati animali celesti (tianma, cavallo celeste); famosi furono anche i rapidi cavalli mongoli che permisero la conquista dell’impero cinese nel XIII secolo; l’utilizzo della la via del tè portò all’acquisto di numerosi quadrupedi dal Tibet (vedi capitolo alle pp. 132-139); i cavalli sono stati spesso raffigurati nelle pitture e nelle terracotte; senza contare tutte le immagini mitologiche, dal cavallo alato al qilin – versione cinese dell’unicorno –, che accompagnano il defunto lungo la via sacra. Non ultimo, il cavallo è uno dei dodici animali dello zodiaco cinese. I principali edifici oggi visibili del tempio del Cavallo Bianco sono stati ricostruiti durante le dinastie Ming e Qing, e sono collocati tra cortili e giardini, coprendo un’area complessiva di 13 ettari. Le statue buddhiste si riferiscono principalmente a varie rappresentazioni di Buddha (da Shakyamuni a Maitreya) e a monaci, bodhisattva e figure di santi.

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Non solo architettura… le montagne sacre Il rapporto uomo-natura, cardine del pensiero cinese, è chiaramente visibile nel culto religioso delle montagne sacre: il Monte Tai (Tai Shan) si trova nella provincia dello Shandong (a sud di Jinan) e la vetta raggiunge i 1545 m. Dichiarato Patrimonio dell’Umanità nel 1987, viene venerato sin dall’antichità come attestano alcune iscrizioni riferibili al I secolo d.C. Dalle pendici alla cima della montagna sono stati edificati numerosi templi, soprattutto durante la dinastia Ming. La montagna è meta di pellegrinaggi, da parte di devoti e turisti, che si concludono con il raggiungimento della cima, dove i fedeli trascorrono la notte, in attesa di celebrare l’alba in uno scenario «paradisiaco», dalle sommità scoscese, puntellate ovunque da templi e santuari. Il Monte Hua (Hua shan) si trova nello Shaanxi (nei pressi di Huayin); da secoli è meta di pellegrinaggio, ricco di templi religiosi, sia taoisti che buddhisti. L’arrampicata è in molti punti estremamente pericolosa, con sentieri a strapiombo, talvolta senza corrimano, al punto da consentire il passaggio di una sola persona alla volta. Sulle pendici dei Monti Wudang (Wudang Shan), nella provincia di Hubei (nei pressi di Shiyan), sono stati eretti

Nella pagina accanto, in basso il tempio buddhista Nanshan presso il Wutai Shan (Shanxi), noto anche come Qingliang Shan. La montagna, uno dei quattro monti sacri del buddhismo cinese. ospita 53 monasteri, dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 2009.

Pilastri di roccia lavorata, lungo il percorso di ascesa alla montagna sacra taoista, Taishan (Shandong). Secondo iscrizioni del I sec. d.C., la venerazione del luogo ebbe inizio nell’antichità.

Nella provincia dello Shaanxi, si può visitare il monastero della «Porta della Legge» (Famensi, a Fufeng), costruito nel 532 e considerato uno dei quattro templi cinesi che avrebbero custodito le vere reliquie del Buddha storico, Gautama Shakyamuni, vissuto in India nel VI secolo a.C. Durante la dinastia Tang, sotto la pagoda lignea, fu costruita una struttura ipogea in pietra per le sacre reliquie, sostituita nel 1609, dopo il crollo, da una ottagonale in mattoni. Nel 1987, durante i restauri della pagoda, fu scoperta la cripta, al cui interno furono trovati doni della famiglia imperiale, tra cui una preziosissima reliquia (sarira): la falange di un dito di Shakyamuni. Fu rinvenuta nel piú piccolo degli otto reliquiari, a forma di pagoda, contenuti gli uni dentro gli altri e realizzati in oro e argento. In epoca Tang, il tempio godette di grande prosperità, in un periodo in cui vi si diffuse l’usanza di trasportare al palazzo imperiale le reliquie del Buddha, assieme a preziosi doni. Col tempo, il monastero, costantemente visitato da pellegrini e monaci, fu soggetto a ripetuti ampliamenti e ristrutturazioni. All’interno del tempio sono

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stati ritrovati 121 oggetti in oro e argento risalenti al IX secolo, di fattura raffinatissima, molti dei quali utilizzati per le liturgie. Non meno importanti sono gli utensili destinati alla preparazione e degustazione del tè.

Meditare in cima Secondo tradizione, i quattro monti sui quali meditarono quattro famosi bodhisattva (Wenshu, Puxian, Guanyin e Dizang), divennero sacri. Tra tutti, sul Monte Wutai (Shanxi), tra cime eternamente innevate, rocce dalla forma bizzarra, ruscelli e ampie distese di verde, si nascondono 42 antichi templi. Il monastero della «luce del Buddha» (Foguansi) venne fondato nel V secolo durante gli Wei Settentrionali. Nella Grande Sala una moltitudine di immagini in argilla dipinta di divinità e di benefattori laici sono state eseguite dal VII fino al XVII secolo. Sculture, pitture murali, edifici in pietra, lapidi della dinastia Tang rappresentano forse una delle piú elevate realizzazioni dell’arte buddhista del periodo. Alle spalle del tempio, si trova una preziosa pagoda del X secolo, ancora intatta.


A destra panorama dalla cima del sacro Taishan, meta di pellegrinaggi da parte di devoti e turisti.

monasteri taoisti, famosi come centri accademici di ricerca, insegnamento e pratica della meditazione, delle arti marziali, della medicina tradizionale e delle pratiche e arti connesse al taoismo. Nel 1994 anche questi templi sono stati dichiarati dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità. Fra gli edifici, costruiti e ampliati soprattutto durante la dinastia Ming, si trovano costruzioni risalenti al VII secolo. Il complesso templare ha una grande valenza artistica, in quanto esprime l’apogeo raggiunto dall’arte e dall’architettura cinese in un periodo di circa 1000 anni. Il Monte Song (Songshan), situato nella provincia di Henan, raggiunge i 1500 m d’altezza. Sul versante settentrionale, vi si trova il famoso Tempio di Shaolin che, in tempi piú recenti, si è accreditato come un importante punto di contatto tra la pratica meditativa buddhista e le arti marziali, per le quali i monaci sono divenuti molto famosi in tutta la Cina e nel resto del mondo. Anche il culto buddhista professa la venerazione delle montagne sacre, come è nel caso del Wutai (Wutai Shan), situato nella provincia cinese dello Shanxi. Qui si contano ben 53 monasteri, inclusi anch’essi dall’UNESCO nel Patrimonio dell’Umanità nel 2009.

titoletto dida box

In basso et utem net laut facient et quam fugiae officae ruptatemqui conseque vite es sae quis deris rehenis aspiciur sincte seque con nusam fugit et qui bernate laborest, ut ut aliquam rentus magnim ullorepra serro dolum quis et volenimenis dolorib ercillit fuga. Accationes reperiam res sa conemolorum nis aliaepu danditatur sequae volore.

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La spettacolare architettura del Tempio Sospeso, nello Shanxi. Perfettamente incastonato nella roccia, il tempio si trova nel mezzo di una parete a strapiombo, a circa 50 m dal suolo.

Se l’edificio ligneo piú antico in Cina, è un padiglione presente all’interno del Nanchansi risalente all’anno 782, la sala del Grande Buddha del Foguangsi, costruita nell’850, è l’esempio piú grande e significativo dell’architettura palaziale cinese d’epoca Tang. A Pechino è possibile visitare il tempio taoista della Nuvola Bianca (Baiyunguan), costruito originariamente nell’VIII secolo per conservare una statua in pietra del probabilmente mitico Laozi, vissuto, secondo la tradizione, nel VI secolo a.C., e considerato il fondatore del taoismo. Il tempio fu però distrutto e danneggiato piú volte nel XIII e nel XIV secolo

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e quindi ricostruito. Oggi mantiene in linea di massima lo stesso aspetto di come si presentava dopo i restauri del 1706. Come la maggior parte dei templi cinesi, anche questo della Nuvola Bianca è disposto su un asse nord-sud, sul quale si trovano le cinque sale principali, con l’ingresso sul lato meridionale.

Sospeso nel vuoto Nella provincia dello Shanxi, non lontano da Datong, si trova invece una delle attrazioni turistiche cinesi piú spettacolari: è il cosiddetto «Tempio Sospeso». Costruito a partire dal VI secolo ma continuamente ristrutturato fino


i musei

Tutti i musei cinesi espongono reperti riferibili ai culti religiosi. Possiamo comunque ricordare, nella montagna sacra Putuo (Putuo shan), accanto alla pagoda del Tempio Puji, il Museo del Buddhismo in stile Song, che espone, nelle sue sette sale, 1700 manufatti collegati al culto religioso. Durante la dinastia degli Han Orientali, il monte Qingcheng ospitò uno dei piú importanti monaci taoisti (Zhangling) e, secondo la tradizione, anche il mitico Imperatore Giallo: assieme alle altre montagne sacre, il Qingcheng viene considerato un museo vivente del taoismo, perché intriso di leggende, luoghi storici, templi e pratiche taoiste.

all’ultima dinastia, in origine era chiamato Xuankong, in cui xuan, «sospeso», ha la stessa pronuncia cinese di «oscuro», e sembrerebbe alludere al taoismo, mentre kong, vuoto, si legava a uno dei principi basilari della dottrina buddhista: infatti, pur essendo un centro buddhista, il tempio presenta al suo interno un culto sincretico che tiene conto sia del taoismo e delle relative divinità, sia del confucianesimo. Incastonato nella roccia, in uno scenario impressionante, solcato dal bacino di una profonda gola montana, con ai lati ripidi versanti verticali alti piú di 100 m, il tempio si staglia nel mezzo di una parete a strapiombo, a circa 50 m dal suolo. Da lontano, la sua struttura a piú piani dà l’impressione d’essere sorretta da decine di lunghi pali di legno, e la roccia sovrastante, inclinata sul davanti, sembra schiacciarla, provocando una sensazione mista tra lo stupore e la paura. Eppure la roccia sporgente ripara il tempio dagli acquazzoni, cosí come la sua notevole sospensione lo protegge dalle piene del fiume. Le imponenti cime circostanti, inoltre, lo riparano dal sole, tanto che in estate il tempio è illuminato per sole tre ore al giorno: e tutto ciò ha rallentato il processo di decomposizione del legno. Come detto, il monastero sembra poggiare sui pali di legno sottostanti, ma, in realtà, la struttura è sostenuta soprattutto da massicce travi orizzontali quadrate, ricavate dal particolare legno di abete locale e inserite in profondità nella solida roccia. Le travi, inoltre, sono verniciate di olio di paulonia, che le rende

piú resistenti alle termiti e alla putrefazione. I punti di contatto di ogni palo sono il risultato di uno studio sistematico a incastro: alcuni punti servono a mantenere in equilibrio la superficie piana del tempio, altri invece hanno la funzione di supporto. Il tempio si articola in una quarantina di piccoli padiglioni e terrazze, collegati tra loro da passerelle sospese nel vuoto: nonostante il cigolio del legno, e le anguste passerelle, che costringono i visitatori a fare attenzione su dove posare i piedi, il tempio è saldamente ancorato alla parete. L’ingegnosità dell’edificio è espressa anche dalla perfetta simbiosi instauratasi tra architettura e contesto ambientale: la Sala dei Tre Funzionari, uno dei maggiori edifici del complesso, presenta la parte anteriore costruita in legno, mentre quella posteriore è ricavata scavando nicchie nella parete rocciosa.

Per domare il drago... Le dimensioni dei padiglioni sono limitate ma la loro distribuzione è molto interessante: l’estrema simmetria delle strutture è adattata alla conformazione variabile della parete rocciosa, creando un effetto labirintico, per cui il visitatore può finire per «perdersi». Il tempio è sospeso per esigenze di sopravvivenza: collocato su una importante arteria di pellegrinaggio, esso fu elevato per difendersi dal frequente straripamento del fiume, cosí da favorire le visite dei fedeli. Secondo la tradizione popolare, un drago dorato imperversava nel fiume, e si decise perciò di costruire il monastero sul precipizio proprio per domarlo. Il Tempio Sospeso è un miracolo di ingegneria e carpenteria, e sembra rafforzare il rapporto dell’uomo con la natura, su cui si basa l’architettura tradizionale cinese: nel tempo, infatti, ogni struttura edificata si è dovuta adattare all’ambiente circostante, cosí come i differenti culti religiosi si sono dovuti amalgamare tra loro, gli spazi aperti sono stati «inglobati» nell’articolazione simmetrica delle forme, e infine i modelli strutturali civili, regali e religiosi hanno dovuto condividere uno stile comune, basato su un ordine sociale, gerarchico ma sempre profondamente sacro.

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imperatori per sempre

sin dall’antichità piú remota, la civiltà cinese ha attribuito un’importanza fondamentale ai luoghi di sepoltura. un tratto che trova la sua massima espressione nel celebre mausoleo del primo imperatore qin shi huangdi, ancora in gran parte da esplorare


Shendao, la «via sacra» della necropoli di Qianling, che conduce alle tombe dell’imperatore Gaozong (sepolto nel 684) e della sua consorte, l’imperatrice Wu (nel 706). È delimitata da statue di pietra raffiguranti animali di diverse specie posti a guardia della tomba, dignitari, funzionari di corte, la guardia privata dell’imperatore e due stele, di cui una recante un’iscrizione.

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L’interno della tomba di Fu Hao, regina condottiera di eserciti e moglie di Wu Ding (XIII-XII sec. a.C.), dal ricchissimo corredo funerario e identificata grazie alle numerose iscrizioni su ossa oracolari; risale al 1200 a.C. e si trova nel cuore della capitale Shang. Anyang (Henan). Museo Yin Xu.

«A

egregie cose il forte animo accendono l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella e santa fanno al peregrin la terra che le ricetta…» (Ugo Foscolo, I sepolcri, 1807, 151/152). Cosí scriveva Foscolo, che riconosceva nella tomba l’elemento di corrispondenza di «amorosi sensi»: permette al vivo e al morto di dialogare, di riflettere sulla morte, sul bene e sul male, sulla storia, l’arte, ma anche sulla gloria, sul tempo, sulla bellezza, sulla patria, su quelle che lui chiamava «illusioni», lasciando un segno indelebile per le generazioni future. Per il poeta le tombe dei grandi diventavano un esempio per i vivi, tale da spingerli a compiere gesta e opere grandiose. La riflessione foscoliana sul valore culturale, sociale e artistico dei luoghi di sepoltura combacia perfettamente con l’importanza che la civiltà

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cinese ha conferito, sin dalla remota antichità, ai sepolcri. Già con quella che viene considerata l’ultima capitale Shang, Anyang, centro religioso di grande prestigio, è possibile riconoscere un nucleo (a Xibeigang), nel quale sono state individuate grandi sepolture, probabilmente pertinenti alla necropoli reale di età dinastica, che hanno restituito preziosi oggetti di corredo, quali finimenti in bronzo per carro, armature in cuoio, armi rituali.

La regina degli specchi Nel cuore della città Shang, a Xiaotun, è stato scoperto il sepolcro, di modeste dimensioni (5,6 x 4 m e 6,2 m di profondità) ma completamente intatto, di Fu Hao, regina condottiera di eserciti, dal ricchissimo corredo funerario: individuato nel 1976, risale al 1200 a.C. ed è stato identificato grazie alle numerose iscrizioni su ossa oracolari.


Il sepolcro, che è stato musealizzato, presenta i resti di una camera funeraria di pianta cruciforme, scavata a gradinate. L’abbondante presenza di giade (750 manufatti), insieme a quella di oggetti in bronzo (460) in osso, pietra, avorio e ceramica, ha fatto supporre che la regina fosse una collezionista ante litteram della preziosa pietra. Tra i bronzi, oltre a utensili rituali di varie tipologie, sono da segnalare gli specchi che, a oggi, sono i piú antichi mai ritrovati in Cina, decorati con simboli solari, e i recipienti zoomorfi (gong) per offrire vino, di elevata fattura, solitamente a forma di tigri e uccelli. Il corredo funebre era composto da manufatti di rango regale e da molti altri oggetti appositamente realizzati per la regina, moglie di Wu Ding (XIII-XII secolo a.C.). Numerose sono anche le placche e figurine, sia umane che animali, minuziosamente lavorate, ed è stato rinvenuto un prezioso pendente a forma di fenice dalla lunga coda, che si ritrova proposto iconograficamente in altri bronzi; infine, un singolare boccale cilindrico in avorio, con manico zoomorfo, completamente decorato con un animale mitico ed elementi geometrici con intarsi in turchese.

Le rampe, una questione di status Nella Grande Pianura, le antiche tombe delle Tre Dinastie ereditarie presentano solitamente una struttura con una fossa tronco-piramidale (a gradini), alla cui base era posto il feretro, circondato da una larga piattaforma (ercengtai), per la deposizione del corredo funerario. In genere, i sepolcri reali erano dotati di lunghe e ripide rampe d’accesso, fino a quattro in base allo status del defunto: quelle piú importanti venivano disposte sull’asse nord-sud, le secondarie su quello est-ovest. Al centro della camera sepolcrale era collocata la bara di legno (guan) contenuta in un sarcofago piú grande, anch’esso in legno (guo), sotto il quale era scavata la fossa sacrificale (yaokeng). La sepoltura con fossa monumentale e rampe, assieme alla distribuzione dell’area funeraria, comprendente la tomba principale, le tombe di accompagnamento e le sepolture sacrificali,

furono prese a modello sia da alcune delle coeve aristocrazie regionali (tomba di Sufutun a Yidu, Shandong), sia da molti clan aristocratici delle epoche successive, fino alle soglie dell’era volgare. Spostandoci piú a meridione, nelle regioni della media valle del Fiume Azzurro, si trovano anche i reperti di quei regni che fecero prevalere i propri caratteri regionali, durante il primo periodo di transizione (770-221 a.C.).

Il sarcofago come una casa La prosperità dello Stato di Chu (475-221 a.C.), per esempio, si manifesta anche nella realizzazione di tombe dalle dimensioni variabili, con piú camere, mentre i defunti vengono seppelliti in sarcofagi di legno laccato, incastrati l’uno dentro l’altro, con ricchi corredi funebri. L’insieme è ricoperto da materiali diversi: stuoie di bambú, carbone di legna e strati di argilla. Nelle strutture piú complesse, ogni camera ha una funzione specifica, come a rievocare le stanze di un’abitazione nobiliare, costruita attorno alla sala delle cerimonie. L’esempio piú significativo proviene dall’eccellenza e dall’originalità del mobilio della tomba del marchese Yi di Zeng (a Leigudun, Hubei, V secolo a.C.). All’interno di una piccola collina, a 13 m di profondità, il sepolcro presenta una struttura articolata con un grande sarcofago esterno, suddiviso in quattro vani, che sembra richiamare a livello simbolico una struttura abitativa: al centro, l’area in cui è deposto il vasellame rituale simboleggia la sala da ricevimento; a oriente, la camera sepolcrale è un’eco dell’appartamento privato, cosí come a occidente la sala che ospita le sepolture delle ancelle rievoca gli interni dell’abitazione. Il ricco corredo funerario è stato appositamente distribuito tra i vari ambienti per segnalare le diverse zone della residenza del marchese in vita: il sepolcro è uno degli esempi piú antichi di un modello

Pendente in giada a forma di fenice dalla lunga coda, appartenente al ricco corredo funerario di Fu Hao (1200 a.C.). La considerevole presenza di giade (750 manufatti), oltre a oggetti in bronzo (460), in osso, pietra, avorio e ceramica, ha fatto supporre che la regina fosse una collezionista ante litteram della preziosa pietra.

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A sinistra modello in scala della tomba del marchese Yi di Zeng (V sec. a.C.) a Leigudun (Hubei). A destra alcune delle 64 campane in bronzo del corredo funebre del marchese. Wuhan. Museo Provinciale di Hubei.

funerario caratterizzato dalla volontà di ricreare in una tomba una struttura palaziale, anticipando le tipologie sviluppatesi all’epoca della dinastia Han. Salendo piú a nord, nella provincia dello Shaanxi, lo sguardo del turista può essere colpito dalla visione improvvisa di montagnole isolate, che si ergono tra le vaste pianure: si tratta di tumuli artificiali di imperatori, molti dei quali ancora da scavare. In queste zone i sepolcri del medio e tardo periodo degli Stati Combattenti presentano tombe a fossa (o a pozzo) tronco-piramidale, a pianta rettangolare, affiancate da sepolture destinate a personaggi d’alto rango, costituite da un’ampia camera funeraria, scavata su uno dei lati di un profondo pozzo d’accesso. Sulla struttura ipogea si innalza inoltre un grande tumulo in terra battuta (cimiteri dei re Qin a Lintong), secondo un modello dal quale si sviluppò poi l’architettura funeraria dall’epoca della dinastia Han.

Un mausoleo grandioso Il modello di necropoli rappresentato, per esempio, da uno dei cimiteri dei re Qin a Lintong, con tombe principali a pianta cruciforme fornite di rampe d’accesso, centinaia di sepolture di accompagnamento e piattaforme in terra battuta per gli edifici di culto, disposti lungo una strada pavimentata a ciottoli fluviali, culmina nel monumentale mausoleo (56 kmq circa) del primo imperatore

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della Cina, Qin Shi Huangdi, a est di Xianyang, le cui strutture, distribuite all’interno di un’area delimitata da una doppia cinta muraria, sono dislocate, sulla base di principi geomantici, tra il monte Li e il Fiume Wei. La collocazione strategica della sepoltura del Primo Imperatore è stata scelta in base ai principi formulati dalla disciplina del fengshui (vento e acqua). La tomba risulta protetta, in tutti e quattro i punti cardinali, dal monte del Cavallo Nero (Lishan), dal fiume Wei, dai monti Qinlinginning e dai passi che portano alla grande Pianura Centrale (Zhongyuan), fino ai regni conquistati verso cui «guarda», non a caso, il famoso esercito di terracotta. Sotto un tumulo alto in origine 150 m (oggi ridottisi a 50), in posizione leggermente eccentrica, nel piú interno dei recinti che racchiudevano anche i templi per i culti ancestrali, giace il fulcro del complesso, ovvero la camera sepolcrale, la cui mole è tale da avere indotto le autorità cinesi a procrastinarne gli scavi. Le indagini preliminari sembrano comunque attestare la presenza di manufatti in bronzo, ceramica e legno e di un complesso sistema di drenaggio, mentre i rilevamenti geologici confermano la presenza di un’alta concentrazione di mercurio. Nelle Memorie di uno storico di Sima Qian si allude a una tomba protetta da canali


In basso et utem net laut facient et quam fugiae officae ruptatemqui conseque vite es sae quis deris rehenis aspiciur sincte seque con nusam fugit et qui bernate laborest, ut ut aliquam rentus magnim ullorepra serro dolum quis et volenimenis dolorib ercillit fuga. Accationes reperiam res sa conemolorum.

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In basso chimera in bronzo con inserti in oro e argento, dalla tomba del re Cuo (Hebei). 320-308 a.C. Pechino. Museo di Storia della Città.

sotterranei, nei quali scorrono piombo o bronzo fuso, e nel suo soffitto, dipinto come il cielo, gemme incastonate brillerebbero come costellazioni alla luce di lampade eterne, mentre rigagnoli di mercurio simulano i fiumi e l’oceano, in un immenso modello dell´impero (vedi box a p. 114). Nelle Memorie, tuttavia, non si trova menzione delle innumerevoli fosse sacrificali e sepolture di accompagnamento che, per un raggio di 15 km, circondano il tumulo e definiscono, riproducendolo, il mondo terreno e l’aldilà del Primo Imperatore, con stalle, terreno di caccia, sepolture delle concubine e dei membri del clan reale. Scoperte in tempi piuttosto recenti, le fosse, molte delle quali sono ancora da esplorare, coniugano il sorprendente connubio tra grandiosità e segretezza, che pervade l’ideale mitico dell’intero complesso sepolcrale.

Il sacrificio degli operai La colossale costruzione avrebbe coinvolto oltre 700 000 operai, tra prigionieri e lavoratori coatti, in 38 anni di incessante attività (dal 246 al 208 a.C.): e si tramanda che gli operai siano stati sepolti al suo interno, portando con sé i segreti dell’opera. A tal proposito, nel maggio

La placca di Zhongshan Tra il 1974 e il 1978 è stato rinvenuto il cimitero reale del regno di Zhongshan (Hebei), stabilito nel IV secolo a.C. da una popolazione discendente da genti seminomadi, insediatasi nella Cina settentrionale tra l’VIII e il V secolo a.C. Secondo le fonti, il re Cuo (320-308 a.C. circa) pianificò per sé e le sue consorti un grandioso complesso funerario, mai completato. Ne rimane il progetto, documentato su una placca di bronzo rinvenuta nella tomba dello stesso re Cuo, considerato il piú antico progetto architettonico dell’Asia Orientale a oggi noto. La placca presenta la pianta delle tombe, le misure e commenti in agemina d’oro e d’argento, assieme ai ricchi elementi del corredo funerario. Sono evidenti i richiami a tradizioni differenti da quelle presenti lungo la media valle del Fiume Giallo. L’origine settentrionale di Zhongshan è evidente dai numerosi manufatti che richiamano il mondo nomadico. Particolarmente interessanti sono i cinque grandi tridenti e i numerosi vasi rituali di bronzo, che presentano lunghe iscrizioni

2014, gli archeologi dell’Istituto di Archeologia della Provincia dello Shaanxi hanno annunciato la scoperta di 45 tombe a circa 5 km dal mausoleo, nelle quali si troverebbero i resti di alcuni degli operai sepolti. Al momento, del mausoleo sono visibili le ormai famose tre strutture ipogee (nn. 1, 2, 3), situate 1,5 km a est del tumulo ancora inviolato, che presentano, con il loro esercito di terracotta, l’ordinamento glorioso di un’arte della morte nella quale l’intento politico, l’affermazione della potenza imperiale e le credenze religiose si confondono. A queste tre fosse se ne aggiunge una quarta, che risulta vuota. La maniacale aspirazione all’immortalità dell’imperatore sembra trovare conferma nella scelta di affidare la custodia del suo mausoleo a uno sterminato e spettacolare esercito di

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A sinistra placca in bronzo con la pianta della tomba del re Cuo. In basso sezione della tomba del re (a sinistra) e disegno ricostruttivo delle tombe reali di Zhongshan (a destra).

celebrative del sovrano. Non mancano i richiami all’arte animalistica, tra cui una coppia di mitici animali alati di bronzo ageminato in argento.

terracotta, invece che a guerrieri mortali. Nelle strutture ipogee vi sarebbero circa 8000 statue, di dimensione poco superiore a quella naturale, e centinaia di cavalli in terracotta, assieme ai resti di numerosi carri da guerra in legno e armi in bronzo. Le fosse 1 e 2 potrebbero rappresentare rispettivamente i fianchi destro e sinistro del nucleo centrale costituito dalla piú piccola tra tutte, la fossa n. 3, che potrebbe essere la riproduzione del quartier generale. Qui sono stati portati alla luce guerrieri, cavalli e un carro in legno, ossa di animali e corna di cervidi, da considerarsi probabilmente come resti di sacrifici propiziatori. La meticolosa precisione con cui gli artigiani modellarono le armature, le fibbie, le scarpe e altri dettagli testimonia inoltre l’abbondante manodopera, con funzioni specifiche e diversificate, necessaria per la

realizzazione delle statue. È stato osservato, inoltre, che i volti delle sculture differiscono l’uno dall’altro ed è perciò probabile che siano ritratti di soldati reali, provenienti dalle diverse province dell’impero.

Grandiosità e potenza Colpisce il senso di grandiosità e potenza militare dell’impero: l’insieme tende a esaltare non tanto l’individuo quanto la sua appartenenza a un gruppo gerarchizzato. Piú che ritratti dunque, i soldati di terracotta devono essere considerati come modelli imponenti di guerrieri vittoriosi, investiti del potere di rinnovare per sempre le loro imprese: la forza sta nel gruppo, nella sua misura e anche nella sua disposizione. Le statue rievocano inoltre quegli «oggetti splendenti» o «oggetti dello spirito» (mingqi) che, appartenenti al corredo funebre e

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In basso il «carro della Tranquillità» (anche), quadriga in bronzo scoperta nel 1980 nei pressi del mausoleo del primo imperatore (Shaanxi). Era stata progettata per i viaggi di piacere e la decorazione policroma presenta motivi floreali e geometrici in blu, verde, rosso e bianco.

ritrovati in gran numero in quasi tutte le sepolture, in particolare a partire dal periodo Han, sostituirono i sacrifici umani compiuti nelle epoche precedenti. In questo caso, però, si tratta, di «oggetti» di proporzioni e numero colossali! Nessuno dei corredi funerari finora scoperti in Cina può essere considerato il precursore delle statue del mausoleo di Qin Shi Huangdi, e si deve anche aggiungere che, dopo di lui, altri generali vennero sepolti assieme ai soldati di terracotta, ma nessun tumulo ha raggiunto finora l’effetto spettacolare e imponente per proporzioni, varietà e numero delle statue del primo imperatore.

Le novità dell’esercito «piccolo» Non molto distante dal sepolcro (a Yangling), sempre nella provincia dello Shaanxi, si trova anche il cosiddetto «piccolo esercito di terracotta», composto da statue esili, alte 60 cm circa, che presentano, come novità assoluta, i corpi nudi e privi di braccia. La tomba non è stata ancora scavata del tutto, ma si suppone possa contenere decine di migliaia di sculture, assieme a cavalli e carri. Si ipotizza che l’armata facesse da guardia al plesso funerario di Jingdi (156-141 a.C.), quinto imperatore della dinastia Han. Il fatto che le statuine siano nude e prive di braccia va imputato al loro deperimento.

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i fiumi e l’oceano...

«Dopo la creazione dell’impero [nel 221 a.C.] da ogni parte della Cina giunsero qui ben 700 000 persone per lavorare. Vennero scavati tre canali sotterranei per versare rame fuso all’esterno del sepolcro, mentre la camera mortuaria veniva riempita con modelli di palazzi, torri, edifici pubblici, nonché utensili pregiati, pietre preziose e oggetti rari. Gli artigiani fissarono all’esterno balestre automatiche capaci di uccidere sul colpo gli eventuali ladri di tombe. All’interno invece vennero fatti scorrere fiumi artificiali di mercurio a imitazione del Fiume Giallo, del Fiume Azzurro e persino dello stesso oceano. In alto venne dipinta la volta celeste con tutte le costellazioni, mentre in basso era raffigurata la terra (...). Il secondo imperatore [nel 210 a.C.] decretò che le concubine di suo padre che non avevano avuto figli lo seguissero nella tomba. Quando poi esse ebbero la dovuta sepoltura, un alto dignitario pensò che gli artigiani che avevano inventato tutti questi artifici meccanici conoscessero troppe cose riguardo al sepolcro e che non si potesse essere sicuri della loro discrezione e perciò, non appena il Primo Imperatore venne deposto nella camera mortuaria circondato dai suoi tesori, le porte interne e quelle esterne vennero sbarrate, imprigionando tutti coloro che vi avevano lavorato. Nessuno ne uscí. Piú tardi sul mausoleo vennero piantati alberi e venne coltivato un prato, affinché la località assumesse l’aspetto di una normale collina» (dalle Memorie di uno storico di Sima Qian).


A destra Xi’an. Shaanxi. La fossa n.1 del mausoleo del primo imperatore cinese (Qin Shi Huangdi). Al suo interno sono contenuti almeno 6000 guerrieri e resti di carri da battaglia.

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Qui sopra pianta del complesso funerario di Qin Shi Huangdi a Xi’an: 1. Fossa n. 1; 2. Fossa n. 2; 3. Fossa n. 3; 4. Fossa n. 4; 5. Grande tomba di accompagnamento; 6. Area delle fosse delle Stalle orientali; 7, 32. Tombe satellite (piú grandi) e fosse di accompagnamento; 8. Primo recinto; 9. Secondo recinto;

10. Tumulo; 11-18, 34. Fosse sacrificali; 19. Fossa dei carri di bronzo; 20, 36. Tombe satellite; 21. Sala del riposo; 22-26. Sepolture dei beni d’accompagnamento (o Fosse sacrificali); 27. Necropoli delle concubine; 28. Area della Sala laterale; 29-30. Residenze degli addetti al Giardino Funerario del Monte Li; 31. Sala dei Banchetti;

33. Fosse del Serraglio; 35. Fossa delle Stalle Occidentali; 36. Necropoli del Lishan; 37. Cimitero dei coscritti; 38, 39. Strutture di servizio alle porte monumentali; 40. Zona di lavorazione e cottura di tegole e mattoni del giardino funerario del Monte Li; 41. Zona degli atelier e di residenza delle maestranze.

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A sinistra alcune statue acefale dei 61 ambasciatori stranieri e comandanti delle minoranze etniche che si trovano a destra e a sinistra dell’ingresso al tumulo dell’imperatore Gaozong (sepolto nel 684) e della sua consorte, l’imperatrice Wu (nel 706).

L’esercito, infatti – e si tratta di una vera e propria novità per gli studiosi –, doveva essere verosimilmente il risultato dell’assemblaggio di materiali diversi, come il legno (per le braccia), la terracotta (per i corpi) e la seta (per gli abiti). Il viso dipinto con differenti gradazioni di colori, tra il giallo e il rosso, cosí come il resto del corpo, presenta capelli dalle variegate acconciature e sopracciglia e pupille dipinte di nero. Sebbene il corpo fosse ricoperto da abiti in seta, è interessante sottolineare il realismo degli attributi sessuali. Tra i reperti sono state rinvenute piccole armi, tra cui balestre, lance, spade e frecce a tre punte, accuratamente rifinite. Come nell’esercito del primo imperatore, anche in questo caso si osserva la pluralità dei tratti somatici, ma è interessante notare che, rispetto all’espressione cupa e severa che pervade i volti dell’esercito di Qin Shi Huangdi, queste statuine hanno un aspetto piú sorridente e rilassato: ciò potrebbe riferirsi alla natura benevola e mite dell’imperatore Han, seguace del taoismo. Risulta inoltre

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interessante la presenza di numerose figure femminili rappresentate, per la prima volta, armate, e disposte talora su cavalli. La tomba è stata musealizzata in maniera tale da offrire al visitatore la possibilità di camminare, attraverso passerelle di vetro, sopra e a lato dell’esercito: l’atmosfera ricreata, anche attraverso una soffusa illuminazione, rispetta il luogo di culto ed è di forte impatto visivo.

Mattoni al posto del legno L’affermarsi, nel periodo Han, della convinzione che la tomba fosse la dimora successiva del defunto, sta alla base dell’iconografia dell’arte funeraria: il mattone prende il posto del legno che veniva utilizzato nei sepolcri Shang, per la bara lignea e per il rivestimento della camera sepolcrale. La tomba inizia a svilupparsi in orizzontale, assumendo forme piú complesse, includendo anche camere laterali divise a seconda della loro funzione. Tutto ciò deriva dai cambiamenti dei rituali attinenti al culto ancestrale, dall’idea di immortalità e,


soprattutto, dall’istituzione di un mondo «sotterraneo», gerarchicamente burocratizzato. 85 km a nord-ovest di Xi’an, si trova il mausoleo Qianling, costruito tra il VII e l’VIII secolo, che include i resti di vari membri della famiglia imperiale Tang, e fu concepito come una vera e propria cittadella funeraria, con struttura analoga a quella della capitale: il complesso, infatti, era protetto da una doppia cinta muraria, provvista di una porta di accesso su ciascun lato, e da numerose strutture distribuite attorno al mausoleo e nel vasto recinto. Nel mausoleo furono inumati l’imperatore Gaozong (r. 649-83) e sua moglie, l’imperatrice Wu Zetian. Dell’immensa struttura è oggi visibile la «via sacra» (shendao), il lungo viale di accesso alla tomba, non ancora scavata, fiancheggiato da statue di pietra raffiguranti animali di diverse specie posti a guardia della tomba, dignitari, funzionari di corte, la guardia privata dell’imperatore e due stele, di cui una recante un’iscrizione. Gli animali raffigurati sono perlopiú felini alati o bixie, ovvero «colui che In alto decorazione con pitture a secco su intonaco della tomba della principessa Yongtai (684-701) appartenente al complesso Qianling (Shaanxi). A sinistra particolare del «piccolo esercito di terracotta» del II sec. a.C., a Yangling (Shaanxi), composto da statuine esili, alte 60 cm circa, che presentano, come novità assoluta, i corpi nudi e privi di braccia.

allontana gli influssi nefasti», assieme allo struzzo, animale esotico per i Cinesi, che serviva soprattutto per destare sorpresa e ammirazione ai visitatori e alludeva alle molte relazioni dell’impero cosmopolita con Paesi lontani e sconosciuti.

Ambasciatori senza testa Particolarmente interessanti sono le statue acefale di 61 ambasciatori stranieri e comandanti delle minoranze etniche che si trovano a destra e a sinistra dell’ingresso al tumulo: le sculture presentano uno stile massiccio e volutamente statico, senza quell’attenzione ai dettagli e al decorativismo che si riscontra nella coeva statuaria buddhista. Il panneggio simmetrico degli abiti, le braccia strette al corpo e l’espressione statica dei volti mantengono una forma assai vicina a quella del blocco di pietra con cui sono state abbozzate. Il loro stile è chiaramente monolitico, perché doveva esprimere il senso della maestosità e dell’imponenza del luogo di sepoltura imperiale.

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Nella pagina accanto sudario in giada appartenente alla tomba del re degli Yue Meridionali, II-I sec. a.C. Canton (Guangzhou). Museo e tomba del re degli Yue Meridionali. In basso Zhongxiang (Hubei). Mausoleo imperiale della dinastia Ming.

Al complesso Qianling appartengono anche le molte tombe-satellite, tra cui si distinguono, per la qualità eccezionale delle pitture murali in esse rinvenute, quelle dei membri della casa imperiale: i principi Yide (682-701), Zhanghuai (653-684) e la principessa Yongtai (684-701). Si ripete la tipologia delle tombe a tumulo, circondate da una cinta muraria di terra battuta: una ripida rampa conduce a un corridoio con ripostigli laterali, che, a seconda del tipo di corredo, rievoca parti dell’abitazione o del contesto sociale a cui apparteneva il defunto, prima di arrivare alla camera funeraria. Le pareti dei sepolcri sono decorate con pitture a secco su intonaco, e mostrano soggetti ispirati alla vita quotidiana della corte Tang. I defunti erano collocati all’interno di sarcofagi di pietra a forma di padiglione, decorati all’esterno a bassorilievo con soggetti affini a quelli delle pitture murali.

Tredici tombe per i Ming In Cina è possibile visitare un considerevole numero di tombe imperiali, basti pensare che sono ben 14 le sepolture risalenti alle dinastie Ming e Qing, inserite dall’UNESCO nella lista dei beni considerati Patrimonio dell’Umanità. Tra queste, i sepolcri della dinastia Ming (Ming chao shi san ling, ovvero «Tredici tombe della dinastia Ming») sono collocate in un sito

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archeologico situato a circa 50 km a nord di Pechino (contea di Changping). Le tombe si trovano sul pendio meridionale del monte Taishou (originariamente monte Huangtu), che sembra fosse la sede originaria dell’antica Pechino, come attesterebbe la presenza di numerosi monumenti. Questi complessi Ming si trovano in contesti topografici scelti con cura, secondo i principi del fengshui: l’area tombale, infatti, è protetta su tre lati da verdi montagne ed è attraversata da un fiume. Gli edifici rispettano la tradizione architettonica e lo stile decorativo cinese. Si ha accesso alle tombe attraverso la Via Sacra, con le sue 36 sculture in pietra, realizzate nel 1435, di cui ben 24 rappresentano animali, allineati simmetricamente a doppie coppie, due in piedi e due a riposo, e dodici invece sono figure umane di generali, funzionari e ministri. Le sculture rappresentano la suprema autorità e dignità degli imperatori e ne indicano anche il potere supremo che «vince» o si perpetua dopo la morte. Tutte queste sculture sono imponenti, alcune superano i 30 mc di volume. A seguito della costruzione della cosiddetta Città Proibita, nel XV secolo, l’imperatore Yongle scelse il sito per la sua sepoltura, disponendo la creazione di un apposito mausoleo. Da allora, tredici imperatori sono


i musei

Tra i musei cinesi dedicati ai sepolcri, particolarmente interessante è il Museo delle Antiche Tombe di Luoyang, conosciuto anche come il Museo di Arte Antica, (Luoyang Gumu Bowuguan), in Henan. Si compone di due sezioni: una superiore e una sotterranea. La prima comprende diverse sale e modelli tombali dall’età della Pietra alla dinastia Han. La sezione ipogea, a circa 7 m di profondità, è, in pratica, un sito di 22 tombe, di epoca Han, dei regni Wei e Jin, e infine dei Tang e Song. Da vedere è anche il Museo del Mausoleo del Re Nanyue durante gli Han Occidentali (XI Han Nanyue Wang Bowuguan) a Canton, nel Sud della Cina, noto

per la sua tomba ben conservata e per i numerosi reperti funerari, cosí come per l’architettura elegante e grandiosa del periodo. La tomba ha restituito piú di 1000 reperti funerari, vasi, oggetti in oro e argento, strumenti musicali e tracce di sacrifici umani. È anche una delle prime tombe del periodo Han ad avere pareti dipinte. Accanto a manufatti cinesi, sono stati rinvenuti reperti dei popoli delle steppe, ma anche iraniani ed ellenistici dell’Asia Centrale: un sudario di giada composto da 2291 pezzi collegati con fili di seta, lo rende l’unico del suo genere al mondo. Il proprietario della tomba è il secondo re di Nanyue, Zhao Mo (137 a.C. circa-122 a.C.).

stati sepolti nel sito, luogo inaccessibile al popolo durante i Ming. La Tomba della Longevità (Changling) è il mausoleo di Yongle ed è il piú grande di tutti: dopo aver superato un arco a tre aperture, si attraversano due cortili, in fondo ai quali si apre la Sala del Culto e della Grazia, che poggia su una piattaforma marmorea a tre piani, circondata da balaustre. Il duplice tetto di tegole gialle è sorretto da 32 colonne di legno. Al centro del padiglione vi è un altare in legno presso il quale si svolgevano cerimonie di commemorazione degli antenati.

Cina, «patria del rito» Uno dei tanti modi con cui il popolo cinese definisce la propria terra è «patria del rito» (liyizhibang), proprio a segnalarne l’importanza

come strumento con cui regolare i rapporti familiari, sociali e culturali. Con il culto confuciano il rito è poi divenuto anche «religioso», ovvero fornisce la base della cerimonia civile, di ciò che si potrebbe riconoscere come «cerimonioso» tra due individui che si parlano, perché ha anche a che fare con la cortesia, la buona educazione, la decenza. In senso etico, inoltre, i riti sono strettamente uniti alla morale, perché sono le osservanze, gli obblighi, i doveri, i divieti, i tabú. Il sepolcro diventa quindi la manifestazione piú concreta, conservatasi nel tempo e profondamente gerarchizzata, per mezzo della quale la Cina ha voluto tramandare il proprio concetto di rito: quando essa trasfigura la morte e apre la sfera del sacro.

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le mille forme dell’abitare


la cina è un paese multietnico per eccellenza. un dato che si riflette sulle notevoli diversità regionali, assai bene esemplificate dalla ricchezza e dalla varietà dell’architettura vernacolare

Una via caratteristica del centro antico Dayan, nella città di Lijiang (Yunnan), dove vive la popolazione Naxi, della famiglia tibeto-birmana.

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via dei popoli

L

a Repubblica Popolare Cinese si definisce a livello ufficiale uno Stato multietnico unitario e pertanto riconosce 56 gruppi etnici (minzu). Il gruppo principale è quello degli Han, che include piú del 92% della popolazione, mentre le altre 55 nazionalità vengono designate come minoranze (termine in teoria coniato secondo un fattore di densità di popolazione, senza un intento morale). Gli stessi Han, è opportuno precisarlo, derivano da una molteplicità di popoli, amministrati dal III secolo a.C. dall’omonima dinastia, che forní i fondamenti della prima grande unità culturale e sociale, dai connotati imperiali. Le cosiddette «minoranze» si distinguono per il valore etnico e culturale: se il Nord (dal Xinjiang alla Manciuria), per esempio, è occupato in prevalenza da gruppi di origine turca, tungusa, mongola e mancese, il blocco montuoso occidentale (Tibet e Qinghai), invece, è prevalentemente abitato dai Tibetani, mentre il Sud-Ovest (Yunnan e vallate dei grandi fiumi) è sede di una considerevole varietà di popoli tribali che parlano lingue appartenenti a ceppi differenti. Nella provincia dello Yunnan vivono ben 25 etnie, il che ne fa la provincia piú multietnica della Cina. Oltre alle 56 etnie riconosciute, esistono anche varie sub-culture, che si dichiarano appartenenti a gruppi non classificati o non riconosciuti a livello ufficiale.

Una civiltà multietnica Il carattere multietnico della civiltà cinese si riflette nelle notevoli diversità regionali, che compongono il variegato quadro naturale e umanistico del contesto geografico: l’architettura vernacolare permette di comprendere la multiforme fisionomia delle varie culture, derivante dagli apporti tecnici, assieme alle valenze etniche e sociali che nel tempo, hanno formato la complessità cinese. Le residenze tradizionali nelle aree abitate dall’etnia Han sono caratterizzate da una forma regolare: i cortili quadrati di Pechino, lungo un asse centrale che ne divide in due parti uguali la struttura, sono un esempio tipico dell’architettura residenziale. Durante il periodo dinastico, la pianificazione

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Heilongjiang 15

16

1

17

Jilin 14

Tarim

Xinjiang

Mongolia Interna

Taklimakan

12

11

Shanxi

5

7 Gansu 6 8 9 Ningxia 13 Qinghai

19

Shandong

10

Henan

Hubei

Sichuan

Zhejiang Hunan

20

21

Turchi

Tai

Mongoli

Tibeto-Birmani

Tungusi

Indoeuropei Tagiki

Austroasiatici

Miao-Yao

Coreani

24 Yunnan

Jiangxi 30

29 23

22

Mon-Khmer

Maleo-polinesiani

Guangxi 28 27

25 26

Ma r Ci nes e O ri enta le

Fujlan

Guinzhou Han

31 Jiangsu

Ma r Giallo

Anhui

Tibet

Altaici

Hebei

32 Shaanxi

Sino-tibetani

Liaoning

2

4

18

3

Guangdong 33

Ma r Ci nes e Meri di ona l e

Indonesiani

della capitale aveva previsto l’inserimento, nella zona centro settentrionale, della Città Proibita, sede dell’imperatore e circondata dalla Città Interna, a sua volta separata dalla Città Esterna. La distribuzione della popolazione dipendeva necessariamente da questa pianificazione: ai cittadini di piú alto ceto sociale era permesso vivere piú vicino al centro dei cerchi, in pratica, nei pressi della Città Proibita. Gli aristocratici, infatti, vivevano a est e a ovest del palazzo imperiale, in abitazioni eleganti e spaziose, chiamate siheyuan: attestate sin dal XII secolo, erano decorate e spesso circondate da cortili e giardini.

Architettura e rango sociale La planimetria e le decorazioni delle singole case dovevano rispettare una normativa precisa, che si basava sui dettagli architettonici attraverso i quali doveva essere segnalato il rango sociale del proprietario. La corte interna era il principale centro dell’attività domestica e l’unica sorgente di aria

In alto cartina della Cina con la distribuzione delle principali etnie, secondo i propri ceppi di provenienza. Nella pagina accanto anziano dell’etnia Naxi di Lijiang, nella provincia dello Yunnan, nella parte sud-occidentale della Cina.

e di luce. Ogni casa ospitava piú generazioni di una stessa famiglia, a capo della quale risiedevano i piú anziani, che abitavano nella parte della casa piú importante, esposta a meridione. L’unione di diverse case a corte formava i cosiddetti hutong (vicoli su maglia ortogonale), sui quali si affacciavano solo muri, senza finestre e di colore grigio (colore imposto per l’edilizia comune), dentellati in alto dai timpani dei tetti ricurvi. Le residenze della gente comune, di artigiani e mercanti, si trovavano piú lontane dalla Città Proibita, a nord e a sud, ed erano costituite da siheyuan modeste, spoglie e servite da hutong di ridotte dimensioni. Oggi quasi tutte queste abitazioni sono state demolite, per consentire la costruzione di avveniristici grattacieli, ma alcune di esse sono state vincolate e trasformate anche in ostelli e locali tipici. Nel Meridione della Cina, le abitazioni sono perlopiú a due o piú piani, e presentano al centro un piccolo cortile rettangolare. In una zona comprendente le attuali province

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del Fujian, del Guangdong e del Guangxi, vivono gli Hakka, un’etnia che si ritiene discenda da gruppi cinesi del Settentrione, spostatisi tra il V e il VII secolo nella Cina centrale, e poi giunti nel Meridione nel XII e XIII secolo. Alcuni studiosi sostengono, invece, che derivino in parte da gruppi già presenti nel territorio. Molto particolari sono le abitazioni tipiche chiamate «strutture di terra» (tu lou), nate come fortezze per difendersi dagli attacchi esterni, che sembrano grandi anelli conficcati nel terreno e creano uno scenario ambientale molto suggestivo. Talora presentano anche forme quadrate, prive di finestre al pianterreno, e solitamente sono di tre piani,

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con un’unica via d’accesso. Ogni livello è adibito a una funzione diversa: di solito i primi due servivano per il bestiame e la conservazione dei viveri, mentre all’ultimo si trovavano le aree abitative, ma vi erano anche zone per i templi ancestrali, armerie, ecc.

Come un castello Come in un castello, le abitazioni venivano chiuse, e, in caso di assedio, grazie all’approvvigionamento alimentare e a un sistema idrico autonomo, potevano resistere a lungo, in completa autonomia. Gli abitanti in queste case appartengono allo stesso o a piú clan familiari. Per la loro struttura, l’UNESCO le ha dichiarate, nel 2008, Patrimonio dell’Umanità.


In alto, a sinistra e a destra interni delle tu lou (strutture di terra), abitazioni tipiche dell’etnia Hakka, nel Fujian. Questi edifici sono nati come fortezze per difendersi dagli attacchi esterni. Solitamente sono a piú piani, anche di forma quadrangolare, con un’unica entrata.

Spostandosi lungo la costa, è possibile imbattersi nei Tanka, fino a pochi anni fa particolarmente numerosi anche a Hong Kong. Sebbene molti di loro vivano sulla terraferma, altri abitano ancora sulle loro strette giunche e si dedicano alla pesca o all’attività turistica, offrendo a mo’ di «gondolieri» in Cina, le escursioni in barca. I Tanka sono stati considerati storicamente come emarginati, conosciuti anche come «boat people», e vengono a volte indicati come gli «zingari del mare», sia dai Cinesi che dagli Inglesi. Di fatto le autorità del governo riescono con grande difficoltà a tenerli sotto controllo, in quanto vivono come nomadi del mare. La loro origine è ancora incerta: secondo un’ipotesi,

sarebbero discendenti delle minoranze etniche del Sud della Cina, che si sono gradualmente assimilate alla cultura Han.

Costruire con il bambú Nella fiorente provincia dello Yunnan, ricca di risorse naturali e conosciuta come il regno delle piante, degli animali, dei metalli (escluso il ferro) e delle erbe medicinali, convivono molti gruppi etnici della Cina. Tra questi, i Dai abitano nelle «case di bambú» (zhu lou), sebbene oggi, a eccezione del tetto, si preferisca il legno come materiale da costruzione. Il pianterreno di queste abitazioni è adibito a stalla per gli animali, il primo piano è suddiviso in sale, ognuna delle quali ha una

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la grande muraglia La Grande Muraglia (Changcheng) consiste in una lunghissima serie di mura difensive, unificate per la prima volta nel III secolo a.C. dal primo imperatore Qin Shi Huangdi: fu cosí creato l’unico confine fisso della Cina, con cui veniva distinto l’impero stanziale dalle orde di nomadi e popolazioni straniere che periodicamente minacciavano il territorio cinese. Ciononostante, gli invasori riuscirono frequentemente a superarla. Rimane comunque uno dei simboli piú rappresentativi della Cina e una delle sue piú famose attrazioni turistiche. La linea principale si estende da Shanhaiguan, a est, al lago Lop, a ovest, lungo un arco che delinea in linea di massima il confine meridionale della Mongolia Interna. Nel 2009, le misurazioni eseguite con strumentazioni quali i raggi infrarossi e il GPS hanno fissato in 8851,8 km la lunghezza della Grande Muraglia: di cui 6259 km di mura difensive, 359 km di trincee e 2232 km di barriere difensive naturali come colline e fiumi. Un’indagine ancor piú recente (2012) stima in 21 196,18 km la lunghezza totale. La Grande Muraglia è stata dichiarata dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità nel 1987 e inserita nel 2007 fra le sette meraviglie del mondo moderno. Va comunque smentito il luogo comune secondo il quale si tratterebbe dell’unica opera costruita dall’uomo visibile dalla luna: al di là della sua lunghezza, la Grande Muraglia è larga meno di 10 m; pertanto, già a un centinaio di chilometri di altezza, e a maggior ragione da migliaia o centinaia di migliaia di chilometri, essa sarebbe di gran lunga al di fuori del potere risolutivo dell’occhio umano.

funzione differente, e vi sono camere da letto sostenute da quattro pilastri in legno. La struttura risponde alle esigenze climatiche del luogo: il tetto è progettato per drenare la pioggia; il secondo livello abitabile nasce invece dall’esigenza di garantirsi una protezione dall’umidità.

Le palafitte dei Miao L’etnia Miao, presente in gran parte della Cina meridionale, è solita vivere lungo i fiumi, in palafitte (a Chadong e a Fenghuan situate ai confini dello Hunan), con il tetto solitamente coperto di tegole grigie. In primavera, le barche

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vengono ancorate sul fiume, creando uno scenario molto pittoresco. Alcune palafitte presentano forme e grandezze irregolari e mutevoli a seconda della configurazione del terreno, ma in perfetta simbiosi con l’ambiente circostante. Nel Nord-Ovest della Cina, e piú precisamente nella provincia del Xinjiang, nodo crociale della via della seta, vive l’etnia Uygur, di fede islamica, che fa uso di una lingua riconducibile al ceppo turco, corredata da un alfabeto basato sull’arabo. Solitamente le loro abitazioni si articolano in un piano e, se piú sviluppate, possono averne al massimo tre,


circondati da cortili, con tetti piani, e sono ben diverse dalla dimora tipica dell’etnia mongola: la cosiddetta yurta.

Legno e feltro di lana Sebbene dalla seconda metà del XX secolo la Mongolia si sia fortemente urbanizzata, gran parte della sua popolazione vive ancora oggi nelle abitazioni tradizionali. La yurta, tenda cilindro-conica in feltro, ha uno scheletro di legno e una copertura di tappeti di feltro di lana di pecora; può avere dimensioni e aspetto variabili, ed è smontabile. Il vantaggio di questo tipo di struttura è che può essere

spostata e assemblata in un tempo relativamente breve: è l’abitazione tipica del nomade. Al suo interno molti letti vengono usati come divani durante il giorno, e l’unica apertura è la porta d’entrata, rivolta a sud. Una copertura apribile in cima alla struttura permette di far uscire il fumo del braciere. Nella yurta mongola si trova spesso un otre in pelle che contiene latte di giumenta fermentato: se ne produce un formaggio, oppure lo si usa liquido (Aïrak). Queste case hanno acquisito un valore simbolico molto importante: essere ospitati al loro interno implica un rituale rigoroso, che

Una tratto della Grande Muraglia. Secondo recenti misurazioni, la lunghezza complessiva dell’opera oscillerebbe tra gli oltre 8000 e gli oltre 20 000 km.

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obbliga al rispetto e all’educazione. Dentro le yurte tutto è essenziale e funzionale ma, allo stesso tempo, conserva una forte valenza simbolica, ereditata dalla cultura sciamanica, dalla cultura buddhista e da quella appartenente alla tradizione cinese.

Nel segno dell’arancione I colori interni sono accesi, con una predominanza dell’arancione, simbolo di regalità e prosperità. L’abitazione è una sorta di rappresentazione del macrocosmo: la parte alta, composta solitamente da pali a raggiera, rappresenta il cielo, la calotta circolare alla sua sommità, il sole che illumina e nutre la vita. A livello popolare, si tramanda che nel cuore della yurta debbano essere sempre presenti i cinque elementi della tradizione cinese: il legno nella struttura portante, il fuoco tenuto sempre acceso nella stufa, il metallo nella pentola per il cibo, l’acqua nel suo interno e la terra su cui tutto si appoggia. Come già detto, la porta di ingresso deve trovarsi rigorosamente a sud, mentre al nord viene esposto un piccolo tempio familiare. Infine, le due colonne, che non sono portanti, alluderebbero alle modalità opposte ma complementari dello yin-yang. In considerazione del clima estremamente rigido delle grandi pianure del Settentrione, sfavorevolmente colpite dal vento, il telaio di queste case-tenda comprende cerchiature in tensione e centinature curve in compressione, per dare, assieme ai teli di copertura, una notevole saldezza strutturale. Lungo il corso medio-superiore del Fiume Giallo, dove i colori del suolo e dell’acqua si confondono, in cui domina la tinta ocra del loess, il deposito eolico sedimentato da millenni, la «buona terra» trasportata dai venti della Mongolia e sparsa dalle improvvise e devastanti piene del fiume, è possibile imbattersi nelle caratteristiche case-grotta (yao fang). Nell’altopiano del Loess (Shaanxi, Gansu, Henan e Shanxi), infatti, sono state scavate, nelle cavità naturali, le grotte su pareti di terra naturale, collegandole fra loro e rivestendole all’interno di mattoni. Fresche d’estate e in grado di rendere piú mite

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la temperatura del rigido clima invernale, le case sono ideali per proteggersi dalle piene del fiume e per conservare i raccolti, e sono piú protette dagli assedi. Negli anni Trenta del secolo scorso, in queste abitazioni, il fondatore della Repubblica Popolare Cinese, Mao Zedong, stabilí il quartier generale della guerra partigiana e della rivoluzione comunista.

Un esempio di «conservazione» Assieme a queste testimonianze di architettura civile, con funzione residenziale, che dà voce alle tante minoranze etniche della Cina, particolarmente interessanti sono anche le cittadine di Pingyao (Shanxi) e di Lijiang (Yunnan), inserite nel 1998 nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità. La prima mantiene in gran parte l’organizzazione ma


Le case a fungo e il ponte con i padiglioni Tra le molte etnie dello Yunnan, la Hani è famosa per le abitazioni a forma di fungo. Le pareti sono fatte di terra pressata, mentre il tetto è coperto di paglia. L’interno è di solito composto dalla sala principale, da una veranda anteriore e da una mansarda. Il progetto architettonico può comprendere anche due o tre piani: solitamente la veranda anteriore è collegata con la parete frontale della camera principale. Il livello piú basso viene utilizzato per il bestiame e per contenere gli attrezzi agricoli. Immerse tra le alte montagne e i vari terrazzamenti, le case-fungo suscitano nel visitatore una suggestione notevole.

Altrettanto suggestivo, ma di tutt’altro genere, è il ponte Chengyang, dell’etnia Dong, nella provincia del Guangxi. È una sorprendente combinazione tra un lungo corridoio, numerose verande e padiglioni cinesi. Ha due piattaforme (una a ogni estremità del ponte), 3 «moli», 3 campate , 5 padiglioni, 19 verande, e tre piani. I pilastri sono in pietra, le strutture superiori sono prevalentemente in legno e il tetto è coperto con tegole. Il ponte ha una lunghezza totale di 64,4 m, e il suo corridoio ha una larghezza di 3,4 m. L’altezza netta sopra il fiume è di circa 10 m. Costruito nel 1912, il ponte funge da collegamento tra due villaggi.

Il ponte Chengyang dell’etnia Dong (Guanxi). È una sorprendente combinazione tra un lungo corridoio, numerose verande e padiglioni.

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Nella pagina accanto, nel box manichino vestito con un abito tradizionale dell’etnia Miao. Nanning, Museo delle Nazionalità del Guanxi. In basso, sulle due pagine alcune yurte mongole. Abitazioni tipiche delle genti nomadi di quella regione, sono tende cilindro-coniche di feltro, che all’interno conservano una forte valenza simbolica, ereditata dalla cultura sciamanica, dalla cultura buddhista e da quella appartenente alla tradizione cinese.

anche l’aspetto di una città delle dinastie Ming e Qing. Centinaia di siti al suo interno e nelle immediate vicinanze rivestono interesse archeologico, con numerosi edifici risalenti alle ultime due dinastie. La cinta muraria, costruita nel 1370, ancora visibile, è munita di sei porte, disposte in maniera tale da far guadagnare al Pingyao il soprannome di «città tartaruga», poiché la loro struttura richiama l’animale (una testa, una coda e quattro zampe).

La città delle donne... Lijiang, invece, ha avuto una storia, un’architettura e una cultura sostanzialmente diverse, perché è stata abitata soprattutto dall’etnia Naxi, della famiglia tibeto-birmana, di cui è evidente l’impronta matriarcale della società, anche non sapendo che la nonna comanda in famiglia e che a ereditare è la figlia minore. Piú di 1000 anni fa i Naxi elaborarono una lingua scritta che si serví di un sistema di pittogrammi, unico idioma geroglifico conosciuto, in uso ancora oggi.

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D’altronde, in queste zone per secoli è esistita anche una vera e propria lingua cifrata (nushu) usata dalle donne per poter comunicare tra loro in tutta segretezza. I messaggi venivano trasmessi spesso ricamando i caratteri su pezzi di stoffa, data la mancanza di carta, e sfruttando la decorazione dei bordi: in linea di massima, i caratteri erano ispirati agli ideogrammi cinesi, ma piú stilizzati per permetterne il ricamo. Si scrivevano poesie, romanzi, racconti. È un esempio affascinante dell’inversione dei ruoli confuciani adottati dalla tradizione classica cinese.

...e quella dei ponti Lijiang è famosa per l’antico sistema di approvvigionamento idrico, dal meccanismo complesso e ingegnoso, tutt’oggi perfettamente funzionante, da cui deriva la costruzione dei caratteristici ponti, che hanno dato il nome alla città (Lijiang vuol dire infatti «città dei ponti»). Nella parte vecchia ve ne sono 354, di forme e stili diversi. Le abitazioni


presentano la struttura in legno e hanno lo stile originale Naxi. Sono generalmente costruite su due piani, con un caratteristico tetto in tegole e un porticato all’entrata. I legni del portale d’ingresso e delle finestre sono decorati con raffinati intagli. L’architettura delle case si armonizza con la pavimentazione stradale, realizzata con grandi lastre di pietra sedimentaria. Nel 1996 un fortissimo terremoto ha colpito la zona e molti edifici sono crollati. Il governo li ha sostituiti con case in stile tradizionale, ricostruendo, ristrutturando e restaurando alcuni vecchi ponti e acquedotti.

Tra i musei che presentano manufatti riferibili allo stile di vita delle numerose etnie, dall’antichità fino ai giorni nostri, possiamo segnalare il Museo delle Nazionalità dello Yunnan a Kunming, vasta raccolta etnologica, nella quale sono esposti 120 000 reperti riferibili alle usanze religiose, alla cultura, alle arti e alle reliquie dei 25 gruppi etnici dello Yunnan, attraverso gli abiti tradizionali, gli ornamenti, le tecniche, l’arte, ecc. Nel Museo delle Nazionalità del Guangxi, a Nanning, vi sono testimonianze riferibili alle 12 etnie indigene del Guangxi, tra cui: Zhuang, Yao, Miao e Dong. Al suo interno si conservano oltre 2000 tamburi in bronzo che coprono oltre due millenni di storia, 15 000 abbigliamenti etnici, 2500 oggetti in argento, 4500 strumenti di lavoro, 2200 opere ricamate e 2500 gruppi di articoli religiosi, tra cui: costumi rituali, maschere, dipinti, sculture, sutra e libri di magia. Il Museo delle Nazionalità di Urumqi custodisce un considerevole patrimonio riferibile alle etnie del Xinjiang.

Una ricostruzione filologica

i musei

Paradossalmente, dopo il terremoto, la zona è divenuta piú simile all’antica Lijiang di quanto non lo fosse prima. Le architetture sono ancora oggi degne di nota, per via della commistione di elementi di differenti culture che, nei secoli, si sono incontrate nella città dei ponti. L’architettura civile con funzione residenziale delle etnie cinesi permette di conoscere un

aspetto insolito della Cina di ieri e di oggi, anche perché è in controtendenza col luogo comune di immaginarla invasa dall’architettura imperiale o dai grattacieli: nonostante il tempo trascorso, e pur avendo subito un piú o meno invasivo progresso, l’architettura vernacolare continua a essere un elemento distintivo delle varie identità etniche e costituisce anche un’attrattiva turistica redditizia, che interessa sempre piú non solo i turisti occidentali, ma anche quelli cinesi, alla ricerca di un proprio passato e di una realtà multietnica da «riscoprire».

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via del tè

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cha ma dao

Meno famosa, ma non per questo meno importante di quella della seta, la via (dao) del tè (cha) e dei cavalli (ma) mette in comunicazione un’infinità di popoli ed etnie, attraversando montagne imponenti, fiumi impetuosi e vasti altipiani, prima di giungere in India, a sud dell’Himalaya

Pittura cinese della fine del Settecento che ritrae l’attività commerciale del tè. Salem. Massachussetts. Peabody Essex Museum.

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via del tè

A destra due uomini diretti in Tibet che trasportano tè pressato in forma di pani in una fotografia scattata nel 1908 da Edward A. Wilson. Londra, Royal Geographical Society. Quella che si vede nell’immagina era la varietà piú amara della bevanda, ottenuta dalle foglie piú grandi, dai rametti e dagli steli; dopo diversi cicli di cottura al vapore e di asciugatura, veniva mescolata all’acqua di riso viscosa, pressata negli stampi ed essiccata.

«L

e circostanze nelle quali si beve hanno motivi profondi! Per placare la sete si beve acqua, per dare conforto alla melanconia si beve vino, per scacciare il torpore e la sonnolenza si beve tè». (Lu Yu, Canone del tè, Chajing, cap. VI) Si narra che nell’anno 2737 a.C. Shennong, leggendario imperatore cinese, nonché padre della medicina e dell’agricoltura in Cina, durante uno dei suoi molti viaggi, decise di riposarsi sotto un albero, accese un fuoco e mise a scaldare dell’acqua. Il vento fece cadere alcune foglie nella pentola e l’acqua in breve tempo diventò giallo-oro, emanando un gradevole profumo. Shennong, incuriosito, bevve, e si sentí subito dissetato, corroborato e piú sveglio. Aveva scoperto il tè! Al dí là delle sue origini mitiche, quel che sappiamo con certezza sul tè è che il suo uso in Cina è estremamente antico, e che, inizialmente, le sue foglie venivano utilizzate come medicinali, almeno dall’epoca Zhou. Una foresta di bambú, nel cuore montuoso del Sichuan occidentale, cela un sentiero leggendario. Quando in Asia ci si muoveva perlopiú a piedi o a dorso d’animale, una importante rotta commerciale divenne la principale via di collegamento tra la Cina sud occidentale e il Tibet: è la cosiddetta «via del tè e dei cavalli» (cha ma dao), meno famosa, ma non per questo meno importante, dell’antica via della seta (vedi capitolo alle pp. 56-73).

Destrieri tibetani Il tragitto era altrettanto impervio, ma anziché partire dalla capitale, cominciava dalle attuali provincie del Sichuan e dello Yunnan, nella Cina sud-occidentale, lungo le pendici orientali della catena montuosa di Hengduan e, tra i profondi percorsi dei principali fiumi (Yalong e Jinsha del corso superiore del Fiume Azzurro, il Mekong e il Saluen), attraversava vasti altipiani (QinghaiTibet e Yunnan-Guizhou), prima di giungere in India, a sud dell’Himalaya. Il nome della via segnala l’importanza del commercio del tè e dei cavalli, ma comprendeva anche altri merci esportate come zucchero e sale (sempre dal Sichuan e

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Yunnan al Tibet) e merci importate in Cina, come tessuti colorati e lussuosi, e, soprattutto, i destrieri del Tibet. I Cinesi avevano bisogno dei quadrupedi non solo per la cavalleria, ma anche come animali da tiro per i carri dei rifornimenti dell’esercito, mentre i Tibetani richiedevano il tè cinese non soltanto come bevanda comune, ma anche come «supplemento cerimoniale» di tipo religioso. Nei secoli, infatti, i Cinesi importarono piú volte i cavalli dal Tibet e la via divenne anche un fondamentale veicolo per la migrazione di popoli e gruppi etnici che, cosí, crearono un ponte di scambio culturale ed economico tra la Cina e l’India. Sebbene la presenza della seta fosse relativa, non essendo il principale prodotto dei commerci, questo lungo tragitto viene spesso chiamato «la via meridionale della seta» La catena montuosa di Hengduan e gli altopiani del Qinghai-Tibet attraversati dalla via del tè, oltre alla complessa topografia, presentano un’incommensurabile biodiversità, che rende unico il paesaggio. Le condizioni


Cham Ch ham mdo o K ng Ka gd diing ng

Lh Lhas has sa Nyin Ny ingc in gchi hi

Bata Ba Bata t ng g

Lu udiin ng g Ya Y a’a an

De D egi gin

meteorologiche costituiscono una fonte di difficoltà: il clima in questa zona del mondo è estremamente mutevole e il viaggiatore di un tempo poteva essere colpito, lungo lo stesso tragitto, da forti nevicate e grandine, da sole accecante e da venti pungenti, con grandi escursioni termiche.

Verso il Tibet e l’India In genere la via seguiva due percorsi principali: il primo partiva in Cina dalla regione di produzione del rinomato tè pu’er (presso Xishuangbanna e Sima, prefetture della provincia dello Yunnan), spesso indicato come «tè scuro», e raggiungeva Lhasa, la capitale del Tibet, passando per le città di Dali, Lijiang, Zhongdian (contea di Shangrila), Deqin,

Lijjiia Li an ng

D lii Da

Te T eng gcch hong ong on

Pu P u’e er Xissh Xi hu ua an ng gba bann an nn na

Mangkang, Zuogong, Bangda, Changdu (provincia del Sichuan), Luolongzong e Gongbujiangda, in Tibet. Da Lhasa, scendeva infine verso sud, attraversando Pali e Yadong; passava in Nepal e arrivava in India. L’altro tragitto iniziava a Ya’an (un centro di

In alto cartina che indica le due rotte principali della via del tè. Il lungo percorso dalla provincia cinese del Sichuan a Lhasa (Tibet) era lungo circa 2350 km e comprendeva complessivamente cinquantasei tappe. A sinistra nei pressi del villaggio Wuli, a nord del fiume Bingzhongluo e vicino ai confini con il Tibet, gli scoscesi dirupi di pietra calcarea hanno obbligato i mulattieri a scavare il percorso direttamente nella roccia.

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via del tè

Un’antica via presso il villaggio Shangli a Ya’an (Sichuan), uno dei due principali centri da cui aveva origine la via del tè.

coltivazione nella regione del Sichuan, tristemente famoso per il terremoto che l’ha colpita nel 2013) per raggiungere il Nepal e l’India, dopo aver toccato Luding, Kangding, Batang, Changdu e Lhasa.

I volti del Sichuan Grande una volta e mezzo l’Italia, ma con 90 milioni di abitanti appartenenti a numerosissime etnie differenti, il Sichuan presenta due volti decisamente opposti: a est ci sono fertili colline terrazzate, irrigate e in grado di consentire due-tre raccolti l’anno, che detengono il primato di produzione agricola di riso, grano e soia; a ovest, c’è l’estremo contrafforte del massiccio himalayano e dell’altopiano tibetano, che offre foreste e brulle praterie a 3-4000 m, adatte alla pastorizia e alla raccolta di erbe medicinali, e abitate da pastori seminomadi tibetani. Il tè verde è originario di queste contrade dove fu usato fin da tempi assai lontani. In inverno, le colline si trasformano in montagne scoscese, ammantate di neve. La via dal Sichuan a Lhasa era lunga circa 2350 km, e comprendeva 56 tappe, ma l’arduo

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viaggio era scandito dall’attraversamento di insidiosi percorsi fluviali, ponti di corde, di ferro e, infine, dalla scalata di montagne alte oltre 3000 m. A essere precisi, come capita con la via della seta, anche questa del tè, al di là delle due rotte principali, comprendeva al suo interno una miriade di ramificazioni che mettevano in comunicazione costante, a livello economico, religioso e culturale, le numerose culture ed etnie che abitavano il Tibet, lo Yunnan e il Sichuan. Anticamente le foglie della pianta, erano raccolte e ridotte in poltiglia fino a formare degli impiastri da applicare sulle parti doloranti per alleviare i dolori reumatici. Sebbene le fonti sull’uso del tè in Cina come bevanda siano scarse, il primo trattato, Il canone del tè (Chajing) di Lu Yu (733-804), risalente all’epoca Tang (edito nel 758), fu il capostipite di un’importante tradizione di saggi dedicati all’infuso o ad aspetti specifici della sua preparazione. In epoca imperiale sono stati pubblicati oltre 100 trattati sul tè (chashu), e circa la metà ci sono pervenuti come testi interi o come frammenti di una certa lunghezza. La lavorazione del tè descritta nel primo canone prevedeva prima di tutto la raccolta e la vaporizzazione delle foglie, a cui seguiva la battitura, la posa negli stampi, l’essiccazione e l’affinamento. Il prodotto finito si presentava in forma di pani di tè pressato. Il sistema di preparazione prescritto dal canone era quello del tè bollito (zhucha o jiancha).

Il valore simbolico di una bevanda La bevanda si otteneva prendendo un pezzetto di tè pressato, che veniva poi abbrustolito, raffreddato e polverizzato, per poi essere versato in un calderone di acqua bollente, precedentemente salata. Il decotto veniva infine servito nelle tazze con un mestolo. Bevanda ancora molto usata in Cina, il tè ha avuto un ruolo fondamentale da un punto di vista storico, culturale e religioso, non solo in Cina, ma in tutta l’Asia, se si considera che in Giappone fu utilizzata per uno dei rituali piú rappresentativi del buddhismo zen: la cerimonia del tè (chanoyu o chado) che, ufficialmente codificata a partire dal XVI


titoletto dida box

In basso et utem net laut facient et quam fugiae officae ruptatemqui conseque vite es sae quis deris rehenis aspiciur sincte seque con nusam fugit et qui bernate laborest, ut ut aliquam rentus magnim ullorepra serro dolum quis et volenimenis dolorib ercillit fuga. Accationes reperiam res sa conemolorum nis aliaepu danditatur sequae volore.

il tè tra riti, regole e gesti propiziatori Per cultura cinese del tè ci si riferisce ai metodi di preparazione della bevanda, alla materia prima e alle occasioni in cui lo si consuma. Solitamente si utilizzano definizioni come «l’arte del tè» o «cerimonia del tè», ma «cultura del tè» comprende altri aspetti: oltre a essere una bevanda, il tè cinese è utilizzato nella medicina tradizionale e nell’arte culinaria. Il tè cinese viene preparato in varie circostanze: in segno di rispetto, tra persone di ranghi ed età diversi; per le riunioni di famiglia; come gesto di scuse; per ringraziare i genitori nel giorno del matrimonio; per riunire piú famiglie in occasione del matrimonio; inoltre, piegare il

tovagliolo durante la cerimonia del tè è un gesto propiziatorio. Il tè ha anche avuto una grande influenza sullo sviluppo della cultura cinese, spesso associato alla letteratura, alle arti e alla filosofia. La cerimonia del tè ha avuto un peso significativo all’interno del taoismo, del buddismo e del confucianesimo. Le case da tè sono diventate anche i luoghi prediletti nei quali i funzionari scambiavano le proprie idee, mentre gli utensili per la preparazione della bevanda si sono trasformati in vere e proprie opere d’arte. Ancora oggi offrire del tè è un gesto di accoglienza nei confronti dell’ospite.

secolo, si è elevata a sintesi degli aspetti fondamentali della cultura giapponese. Secondo le fonti, le origini della via del tè dovrebbero riferirsi alla dinastia Tang, quando la bevanda fu introdotta in Tibet. Si tramanda che nel 641 la principessa Wen Cheng sposò il re tibetano Songtsen Gampo. In queste zone, però, in modo particolare nel Sichuan occidentale, nello Yunnan occidentale e in Tibet, sono state rinvenute tombe a cista,

Incisione del 1843 di Alan Thomas (1804-1872) nella quale viene ritratta una scena di vita quotidiana in Cina, durante la preparazione del tè.

risalenti a oltre 3000 anni fa, che, nonostante diversità locali, mantengono elementi in comune, sia nella forma che nei corredi funerari, tanto da far supporre che siano tra loro correlate (Changdu e Linzhi): ciò testimonierebbe che i rapporti tra queste culture sono molto piú antichi. È pur vero che il popolo tibetano intensificò notevolmente i contatti con il Sud-Ovest della Cina a partire dal VII secolo, quando sottomise le tribú sparse

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via del tè

In basso il parco del laghetto del drago nero a Lijiang, la «città dei ponti» (Yunnan), famosa per l’antico sistema di approvvigionamento idrico, dal meccanismo complesso e ingegnoso, da cui deriva la costruzione dei caratteristici ponti, che hanno dato il nome alla città.

nelle attuali aree di Lijiang e Dali, e stabilí un presidio militare nel nord-ovest dello Yunnan: per raggiungere la Cina, l’esercito tibetano ripercorse i tragitti di quella che fu poi conosciuta come la via del tè. D’altronde, si trattava di una bevanda calda, particolarmente adatta a un Paese, come il Tibet, dal clima rigido; le alternative erano rappresentate soltanto dalla neve sciolta, il famoso latte di yak o di capra, il latte d’orzo o il chang (birra d’orzo). Una tazza di tè al burro di yak, dal sapore salato, leggermente oleoso e pungente, costituiva un modico ma prezioso pasto per i pastori che si riscaldavano davanti ai fuochi, alimentati dallo sterco di yak. Il tè si ottiene dalla Camellia sinensis, una pianta sempreverde delle zone subtropicali:

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mentre quello verde è ricavato da germogli e foglie non ossidate, quello pressato, destinato al Tibet, si ottiene ancora oggi dalle foglie piú grandi, dai rametti e dagli steli, ed è il piú amaro. Tuttavia, il tè che arrivava in Tibet non era raffinato, e, dopo diversi cicli di cottura al vapore e di asciugatura, veniva mescolato all’acqua di riso viscosa, pressato negli stampi ed essiccato.

Un cavallo per 60 kg di tè Lo sviluppo del commercio su larga scala va probabilmente attribuito alla dinastia Song, tra il X e l’XI secolo, quando vi fu un’impennata della richiesta di tè, divenuto una bevanda importante nella vita quotidiana dei Tibetani. Nel contempo, i Song importarono in Cina i


i musei

In alto un coltivatore di tè al lavoro in una piantagione nello Yunnan.

cavalli tibetani per difendersi dagli invasori nomadi del Settentrione. Nel 1074 fu stipulato un accordo: ogni anno la Cina avrebbe esportato enormi quantità di tè in cambio di cavalli da battaglia. Secondo la tariffa fissata dall’Agenzia del tè e dei cavalli del Sichuan, 60 kg di tè pressato dovevano equivalere a 1 cavallo. Trasportato a piedi fino a Kangding, a 2500 m di quota, il tè veniva stipato in sacche impermeabili di pelle di yak e caricato sulle carovane di muli e yak che raggiungevano Lhasa dopo un viaggio di tre mesi. Secondo uno studio effettuato nel 1993, tra il X e il XIII secolo, ogni anno, piú di 20 000 cavalli furono importati in Cina, e almeno la metà della produzione totale annua di tè del Sichuan, 15 000 000 di kg, fu venduta al Tibet. Con la dinastia Yuan la negoziazione continuò, tanto che fu creato un organo responsabile del commercio del tè (Xifanchatijusi). In un primo momento, il tè fu venduto sotto il controllo delle autorità di governo, ma poi, gradualmente, tale commercio venne gestito da privati, fino a raggiungere l’apice sotto la dinastia Ming. Secondo alcuni studiosi, mentre la dinastia cinese manteneva una politica

Il Museo Nazionale Cinese del Tè (Zhongguo Chaye Bowuguan ) si trova a Hangzhou (Zhejiang) e presenta varie produzioni e diversi tipi di tè. Famosi sono il Museo del Tè Tenfu a Zhangzhou (Fujian), inaugurato nel 2002, che presenta molte manifestazioni delle culture del tè e della sua lavorazione, e il Museo del Tè Pinglin (Pinglin Chaye Bowuguan ), a Taipei (Taiwan). La zona di Pinglin è rinomata per la produzione di tè Pouchong.

improntata al laissez-faire nei confronti del Tibet, i Tibetani, invece, cercavano di mantenere una relazione tributaria con i Ming, perché la protezione imperiale era garanzia di ricchezza e potere. Infatti, c’è chi ha sottolineato come i Tibetani abbiano cercato di ottenere sempre piú inviti a corte, poiché i doni che ricevevano erano sempre piú preziosi: secondo alcune stime, i Tibetani offrivano in questo periodo soprattutto buoi, cavalli, cammelli, pecore, prodotti in pelle, erbe medicinali, incensi, thangka (stendardo buddhista) e lavori artigianali; mentre i Ming donavano oro, argento, seta, broccati, stoffe, grani e, soprattutto, foglie di tè. Infatti, quando, nel XVIII secolo, le richieste di cavalli tibetani diminuirono, il tè cominciò a essere scambiato con altri prodotti, soprattutto con i rimedi tradizionali a base di piante medicinali che crescevano solo in Tibet.

Patrimonio dell’Umanità Oggi alcuni famosi villaggi che un tempo erano le principali stazioni e i luoghi dei mercati del tè e dei cavalli sono diventati centri di attrazione turistica. È il caso di Lijiang, dove prevale il popolo Naxi, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Nel 2002, alcuni villaggi (Sidengjie, Shaxi Township nello Yunnan) sono stati anche indicati come siti protetti perché appartenenti al «patrimonio architettonico mondiale» dalla World Architecture Foundation. Ancora oggi, inoltre, la via del tè e dei cavalli continua a essere considerata sacra perché contrassegnata da luoghi di pellegrinaggio ai quali si indirizzarono fedeli di piú dottrine: il buddismo tibetano; la religione Bon del Tibet; la religione Dongba del popolo Naxi; il buddhismo degli Han e il taoismo, cosí come il culto Hinayana del popolo Dai, e il Benzhu (divinità locali e la dea), il culto del popolo Bai. Lungo la strada carovaniera, infatti, si incontrano molte montagne sacre appartenenti ai diversi gruppi etnici. Ogni anno numerosi pellegrini provenienti dal Sichuan, dallo Yunnan, dal Tibet, dal Qinghai, ma anche dal Gansu attraversano questi luoghi e ripercorrono, ieri come oggi, la via del tè e dei cavalli.

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via delle etnie


l’arte rupestre semplici segni, motivi geometrici, animali, figure umane e creature fantastiche: un repertorio ricchissimo di incisioni e di pitture affidate alla pietra riflette la vivacità culturale delle genti che, fin dalla preistoria, popolarono il paese asiatico

Un’immagine della piú spettacolare concentrazione di pittura rupestre nella Cina meridionale: nella provincia del Guangxi, su una superficie di circa 210 m di lunghezza e 40 di altezza, sono state rinvenute piú di 1800 immagini. Il tema principale è la figura dell’«orante» (braccia alzate, gambe divaricate), interpretata come la rappresentazione di una danza rituale per il dio del tuono, dalla particolare postura «a rana», tipica dell’etnia Luo Yue.

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A destra incisioni rupestri antropomorfe a Heishan (Gansu). 3000-2000 anni fa. Solitamente istoriate su rocce di un nero luccicante, ritraggono soprattutto animali, attività differenziate (danze, caccia, ecc) e simboli religiosi. In basso donne Zhuang, etnia concentrata principalmente nella provincia autonoma del Guangxi. Gli Zhuang sono circa 18 milioni, parlano diversi idiomi e dialetti, professano religioni di tipo animista e osservano, in particolare, il culto degli antenati. Ci sono inoltre percentuali minori di buddhisti, taoisti, cristiani e musulmani.

«L’

arte rupestre è un codice pittografico e ideografico, condiviso in tutto il mondo: il suo immenso corpus è un esempio di “letteratura” che precede la scrittura formale». Cosí l’archeologo Emmanuel Anati, uno dei massimi esperti a livello mondiale di arte rupestre, descrive l’ingente patrimonio di segni incisi o dipinti sulla roccia. In Cina l’arte rupestre è attestata soprattutto tra le minoranze etniche, che hanno trasmesso la propria identità culturale, offrendo nuove e ampie prospettive di confronto con le realtà territoriali dall’epoca antica fino a quella moderna. Si tratta, in pratica, di una storia parallela a quella «ufficiale», scritta da numerosi popoli, il cui stile di vita e le cui credenze erano e sono intrinsecamente estranee alle usanze degli Han, il gruppo etnico maggioritario. Come l’arte rupestre è il «linguaggio» con cui le cosiddette minoranze etniche hanno tramesso la propria visione del mondo, cosí l’architettura rupestre, finalizzata al culto buddhista, nasce sulla spinta di popolazioni straniere, provenienti dall’Asia Centrale: da questo punto di vista, la diffusione e il successo di queste forme artistiche legate alla montagna sono dovuti all’apporto e al contributo di civiltà diverse, trapiantate nel substrato culturale cinese.

L’arte rupestre cinese viene generalmente suddivisa, per ragioni stilistiche, culturali, geografiche, ma anche convenzionali, in due gruppi principali, settentrionale e meridionale. Il primo è distribuito in territori montuosi o desertici, lungo le regioni di frontiera, soprattutto a nord (Liaoning, Mongolia Interna, Ningxia) e a ovest (Gansu, Qinghai e Xinjiang) dell’attuale Cina.

Un mondo di pastori e cacciatori I reperti riguardano in genere immagini scolpite o incise nella roccia (petroglifi), con cui vengono rappresentati la cultura e lo stile di vita dei nomadi o dei pastori asiatici di etnia prevalentemente turco-mongolica (come i Xiongnu o i Xianbei): l’«universo» mobile e privo di confini del cacciatore-agro-pastorale viene rappresentato attraverso animali selvatici e domestici (cervi, tigri, cavalli e capre), ma anche con strumenti del mestiere (carri, penne, archi e frecce) e peculiari


simboli rituali o religiosi (antenati ed esseri umani mascherati). Spostandoci nel Gansu, nei pressi di uno dei principali snodi di accesso lungo la via carovaniera della seta, è possibile trovare le incisioni di Heishan, solitamente istoriate sulla superficie piatta delle rocce di un nero luccicante, che ritraggono soprattutto animali, attività differenziate (danze, caccia, ecc) e simboli religiosi. In alcuni casi sono state rinvenute anche iscrizioni. Alcuni petroglifi, tra cui un grande gruppo di tigri, uccelli, serpenti e tori, alcuni dei quali ormai estinti nella zona, sono di epoca preistorica o protostorica, e potrebbero derivare dalle attività dei primi pastori turco-mongolici che hanno a lungo combattuto, per il controllo di questa zona, fino al momento di espansione dell’impero Han, nel I secolo a.C. Risultano comunque sporadiche le raffigurazioni di cammelli, frutto di probabili interventi successivi, forse da attribuire alle attività connesse con l’inaridimento della zona e con la conseguente sostituzione del cavallo con il cammello, per il lavoro e il trasporto. Anche perché le carovane

della via della seta, che permettevano i collegamenti tra le varie oasi, fulcro di contatti tra le grandi civiltà euro-asiatiche, predilessero sempre piú il cammello come mezzo di trasporto, per la sua resistenza e affidabilità. A Ningxia e in Mongolia Interna i numerosi siti di Helanshan e di Yinshan, ricchi di incisioni ben conservate, testimoniano una forma stilistica e culturale complessa e ben documentata. Le testimonianze della Mongolia Interna attestano perfino un’impressionante continuità storica, che abbraccia un orizzonte cronologico compreso tra il Neolitico piú antico (IX millennio a.C. circa) e l’ultima dinastia imperiale (XIX secolo). In questi siti viene ritratta una considerevole varietà di animali assieme a elaborate scene di caccia, di pastorizia, simboli astratti, impronte di mani e di animali e, talora, volti o maschere (Helankou a Helanshan e Molehetu Gou a Yinshan), solitamente riferite ai culti sciamanici o religiosi e a divinità o spiriti associati ai riti della natura, ma che, come sostiene la studiosa Paola Demattè, potrebbero avere a che fare con i riti ancestrali, laddove il viso sarebbe il ritratto dell’avo.

In basso Heishan. Particolare di una roccia incisa con raffigurazioni di animali, nei pressi di un antico insediamento militare cinese a Jiayuguan, fortificato all’estremità occidentale della Grande Muraglia, in uno dei principali snodi di accesso della via della seta.

La «scrittura» dei nomadi È interessante evidenziare il rapporto che si instaura tra incisioni e scrittura – diffusasi tra i nomadi –, dopo il VI-VII secolo: in un primo momento si assiste a una mescolanza e successivamente, al graduale prevalere delle iscrizioni, che iniziano a ricoprire le stesse superfici delle incisioni. È quindi possibile riconoscere anche la connessione, perlomeno in alcuni casi, tra singoli petroglifi e primi pittogrammi cinesi, in quanto condividono la stessa valenza figurativa. Il modo stilizzato e abbreviato dei primi segni scritti, infatti, è talora derivato da alcune convenzioni usate nell’arte rupestre: le figure di animali con le corna, per esempio, sia nei pittogrammi che nelle incisioni rupestri, presentano un corpo accennato, mentre le corna o criniere sono particolarmente dettagliate. In altri casi si ritrova anche la stessa struttura compositiva: come ha fatto

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Helanshan (Ningxia). Una roccia con incise le «maschere», forse rappresentazioni di sciamani mascherati o, piú probabilmente, legate al culto locale degli antenati.

notare ancora Paola Demattè, a Damaidi (Ningxia) le incisioni raffiguranti un carro trainato da due cavalli presentano i cavalli mostrati lateralmente, il carro visto dall’alto e le ruote ritratte frontalmente, proprio come i pittogrammi dell’antica scrittura cinese, rinvenuti sulle ossa oracolari Shang.

Per il possesso del territorio Le immagini incise nel paesaggio, quindi, lungi dall’essere solo una misteriosa attività religiosa, sembrano essere piuttosto un tentativo di legittimare e prendere possesso del territorio, con cui definire l’universo sociale di appartenenza delle popolazioni che dominarono queste zone. A differenza di quella settentrionale, l’arte rupestre nel Sud della Cina (Sichuan, Yunnan, Guizhou e Guangxi) è associata all’insediamento di popolazioni di tradizione agricola che avevano rapporti piú stabili e scambi meno conflittuali, con il mondo cinese. A differenza del Nord, queste immagini, perlopiú dipinte e non incise, raccontano storie di piccole comunità di villaggio. Nel Sichuan, le figure scoperte a Gongxian sono, in linea di massima, dipinte di rosso

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(cinabro) e decorano le pareti delle montagne, assieme a bare sospese agganciate a pali conficcati nella roccia, secondo la tradizione attribuita alla minoranza etnica dei Bo, oggi scomparsa. Secondo alcuni studiosi, le bare venivano fatte scendere con corde dalla sommità della montagna; altri sostengono invece che furono utilizzati pali conficcati nella roccia, oppure scale. Secondo la tradizione popolare, vennero posizionate cosí in alto per assicurarsi un buon auspicio: le piú alte avrebbero avuto un cammino piú propizio nel regno dei morti.

Un tesoro sul fiume La piú impressionante concentrazione di pittura rupestre nella Cina meridionale si trova nel Guangxi, lungo un affluente del fiume Zuo (vedi l’immagine in apertura del capitolo). Si tratta del sito di Huashan, conosciuto fin dal XV secolo per le sue pitture considerate dagli abitanti del luogo come raffigurazioni magiche, tanto da costruirci sopra numerose leggende e superstizioni. Su una superficie di circa 210 m di lunghezza e 40 di altezza, sono state localizzate oltre 1800 immagini: i dipinti piú antichi si trovano a un livello piú basso rispetto


ai piú recenti, e vanno dai 3 m ai 30 cm di altezza e sono tutti rossastri, ottenuti, secondo l’analisi spettrografica, attraverso l’uso di ematite: animali, uccelli, imbarcazioni, coltelli, spade, campanelli, rappresentati assieme a cerchi, alcuni con un motivo a forma di stella, che richiamano i tamburi bronzei, utilizzati nei culti religiosi dei popoli del Sud-Est della Cina (regno di Dian, Yunnan, III-II secolo a.C., o la cultura Dongson del Vietnam).

La figura «orante»

per saperne di piú

Il tema dominante è la cosiddetta «figura orante», con le braccia alzate e le gambe divaricate, che recentemente (2013) la studiosa Gao Qian ha definito come la rappresentazione di una danza rituale per il dio del tuono, dalla particolare postura «a rana», tipica dell’etnia Luo Yue, antenata dell’etnica locale Zhuang e ancora oggi praticata dai gruppi etnici del posto. Mentre la

Per approfondire i molti argomenti trattati in questa Monografia, riportiamo una bibliografia essenziale (come si può immaginare, la letteratura sull’antica Cina è eccezionalmente vasta), che segue la divisione in capitoli adottata nell’opera. Civiltà della Cina • Anne Cheng, Storia del pensiero cinese, 2 voll., Einaudi, Torino, Roma 2000 • Tiziana Lippiello, Maurizio Scarpari (a cura di), La Cina I**. Dall’età del Bronzo all’impero Han, Einaudi, Torino 2013. • Mario Sabattini, Maurizio Scarpari (a cura di), La Cina II. L’età imperiale dai Tre Regni ai Qing, Einaudi, Torino, 2010 •M  ario Sabattini, Paolo Santangelo, Storia della Cina, Laterza, RomaBari 2005 •M  aurizio Scarpari, Roberto Ciarla (a cura di), La Cina I. Preistoria e origini della civiltà cinese, Einaudi, Torino 2011

posa delle braccia alzate e gambe divaricate si ripete costantemente, alcune immagini si differenziano per le teste rotonde, gli ampi toraci e la vita sottile, altre ancora per la testa e il collo a rettangolo, e il busto a triangolo. L’arte rupestre cinese appartiene a un fenomeno che accomuna tutte le civiltà del mondo, nel quale i confini tra scultura, pittura, artigianato, scrittura, letteratura, mondo colto e popolare si stemperano, fino a scomparire. Con tutto il suo ricco vocabolario figurativo, questo tipo di arte presenta tematiche di carattere spirituale e apotropaico, ma anche culturale e sociale, filtrate da un anelito creativo che, con tutta la sua semplicità stilistica, ancora una volta tramanda la storia «scritta» dalle etnie: anche grazie a queste incisioni e pitture, i tanti popoli, in una vasta e «mobile» sfera geografica, segnalano sin dalla piú remota antichità il proprio universo sociale all’interno della complessa civiltà cinese.

via della seta • Maria Teresa Lucidi (a cura di), La Seta e la sua Via (catalogo della mostra), De Luca, Roma 1994 • Agnew Neville (a cura di), Conservation of ancient sites on the Silk Road, Getty Conservation Institute, Los Angeles 1997 via del potere • Enciclopedia archeologica, Istituto della Enciclopedia Italiana: Il mondo dell’archeologia, 2 voll., Roma 2002; Asia, Roma 2005 • Paul Wheatley, The Origins and Character of the Ancient Chinese City, N.J. Aldine Transaction, New Brunswick, 2008 via del buddhismo • Angela Howard, Hung Wu, Song Li, Hong Yang, Chinese Sculpture, Yale University Press, New Haven 2005 • Phuoc Le Huu, Buddhist architecture, [S.l.], Grafikol, 2010.

via del culto •P  atricia Eichenbaum Karetzky, Chinese Religious Art, Lexington Books, Lanham 2013 via dell’aldilà •R  oberto Ciarla, L’armata eterna. L’esercito di terracotta del primo imperatore cinese, White Star, Milano, 2011 • Hung Wu, Art of the Yellow Springs, Reaktion Books, London 2013 via del popolo • Deqi Shan, Chinese Vernacular Dwelling, China Intercontinental Press, Beijing 2003 via del tè • J eff Fuchs, The Ancient Tea Horse Road: Travels With the Last of the Himalayan Muleteers, Viking, New York 2008 via delle etnie • Z haofu Chen, Cina: l’arte rupestre preistorica, Jaca Book, Milano 1988

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Archeo Monografie n. 3 - 2014  
Archeo Monografie n. 3 - 2014