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Archeo n. 314, Aprile 2011

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speciale IL PROCESSO A GESÚ

C

hi ha voluto la morte di Gesú? È una domanda che viene periodicamente ripetuta da quasi duemila anni. La morte di Gesú, infatti, continua a essere un enigma. Non soltanto perché le nostre fonti, cioè essenzialmente i Vangeli Canonici di Marco, Luca, Matteo e Giovanni, non offrono una trattazione storica, ma teologica, della vicenda di Gesú, e quindi non si preoccupano affatto di spiegare le ragioni storiche che hanno portato alla sua condanna; ma anche perché gli studiosi troppo spesso trascurano, o interpretano in maniera non del tutto corretta, il contesto storico nel quale tale vicenda si svolge. Una conoscenza migliore di questo contesto può aiutare invece molto a comprendere le circostanze e le ragioni di quella condanna.

La Galilea, un caso a parte Le fonti tradizionali in nostro possesso (e cioè principalmente lo storico ebreo Flavio Giuseppe, ma anche gli stessi Vangeli Canonici) offrono un quadro abbastanza sicuro della situazione politica e sociale della Palestina. Al tempo di Gesú la Palestina era un Paese certamente ricco di tensioni ma, a differenza di quello che spesso si afferma troppo rapidamente, non particolarmente inquieto. «Sub Tiberio quies» scrive Tacito in proposito nelle sue Storie (5,9). E l’affermazione appare fondata.Tra il 14 e il 37, il periodo del governo di Tiberio e della vicenda di Gesú, non conosciamo in effetti rivolte giudaiche di particolare gravità. Alla morte di Erode il Grande, nel 4 a.C., in base al testamento del re, l’imperatore romano Augusto aveva diviso il territorio tra i suoi tre figli: la parte meridionale, comprendente la Giudea, la Samaria e l’Idumea, che era la parte principale del Paese, con la capitale Gerusalemme, era stata assegnata ad Archelao, con il titolo non piú di re, ma soltanto di etnarca (sovrano di una regione formalmente soggetta a una monarchia sovranazionale, n.d.r.); la parte 22 a r c h e o

settentrionale, e cioè la Galilea, con in piú il territorio della Perea al di là del Giordano, era stata assegnata ad Antipa, con il titolo ancora minore di tetrarca (re che esercita il dominio sulla quarta parte di un regno, n.d.r.) e le regioni del nordest, Batanea, Auranitide,Traconitide e Gaulanitide, a Filippo, anche lui col titolo di tetrarca. Nel 6 d.C., in seguito a una rivolta dei sudditi contro Archelao, il sovrano, però, era stato destituito dall’imperatore e la Giudea, la Samaria e l’Idumea erano state trasformate in provincia retta da un prefetto e sottoposte al pagamento di un tributo. Mentre la Galilea quindi aveva conservato un certo

grado di autonomia, restando sotto il governo di Antipa, e fino alla guerra contro il re dei Nabatei Areta del 36 aveva continuato a vivere una vita relativamente tranquilla, la Giudea e la Samaria si trovavano ormai sotto il governo diretto dei Romani. E cominciavano a essere teatro, in particolare proprio al tempo di Pilato, degli incidenti che portarono nel 66 alla guerra contro Roma. Sul piano sociale, la popolazione giudaica conosceva, al tempo di Gesú, le divisioni tipiche di tutto il mondo antico. Al vertice del Paese c’era un’aristocrazia, composta prevalentemente di grandi commercianti e proprietari terrieri, che perseguiva con


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