IN TICINO: Abbonamenti, Ticino Turismo, alberghi 4 e 5 stelle, studi medici e dentistici, studi d’avvocatura, studi d’ingegneria e d’architettura, banche e fiduciarie, aziende AITI (Associazione Industrie Ticinesi), aziende Cc-Ti (Camera di commercio, dell’industria e dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino), Club Rotary Ticino, Club Lions Ticino, edicole del Ticino.
IN ITALIA: Nelle fiere turistiche, Aeroporto di Malpensa, Hotel ed esercizi pubbliciProvincia di Como e Lombardia.
Vivere nel PRESENTE
DI MARIO MANTEGAZZA
Negli ultimi mesi ho avuto la fortuna di vivere forti emozioni che mi sono state offerte dalla progettazione e poi dalla successiva realizzazione di diversi progetti collocati in contesti e settori molto diversi fra loro. Mentre scrivo queste righe, sto facendo le valige prima di recarmi in vacanza, un paio di settimane di meritato riposo e cambio di ritmo. La scorsa notte ho riflettuto a lungo sul momento che sto attraversando e penso di avere messo a fuoco il vero significato della parola “presente”. Il presente non è un termine per definire un tempo; è molto di più. Il presente si può considerare un regalo, quello che la vita ci offre nell’essere vivi adesso. Certo, il passato è fondamentale per costruire i binari che ci guidano lungo un percorso di vita, per poterci basare su principi e radici che ci assistano nell’essere persone degne. Ma il presente, questo meraviglioso dono, è l’ora, è l’adesso! È il regalo più importante che ci viene fatto, perché è adesso che siamo vivi e siamo noi stessi, in mezzo a questa meravigliosa realtà che è la vita.
Non ci è dato di sapere se ci saremo ancora dopo, per cui il nostro momento è ora, è adesso!
Non perdiamo tempo in inutili fronzoli, rapporti o attività che non ci permettano di sentirci vivi, perché non c’è niente di peggio che essere morti nel momento in cui ci è dato questo dono, cioè un presente in cui siamo vivi. Essendo noi creature in grado di proliferare, è evidente che ognuno di noi deve cercare di essere vivo nel presente soprattutto nel proprio contesto famigliare e se ognuno di noi, prima di preoccuparsi degli altri, si preoccupasse invece di questa urgenza, allora si che il mondo sarebbe migliore e in pace.
Mario Mantegazza
MASSIMO BONI
Passione visionaria
ALAN BERSET
Lo spirito di Locarno e la democrazia oggi
EDITORIALE
A TAVOLA CON… NUOVE APERTURE
GRANDANGOLO
TAVOLA ROTONDA
LADIES IN
MASONI
Il coraggio di scegliere i migliori
AMARANTE Creare ponti
Vivere il presente Di Mario Mantegazza
Massimo Boni: Passione visionaria Di Patrizia Pedevilla
Alan Berset: Lo spirito di Locarno e la democrazia oggi Di Rocco Bianchi
Clay Regazzoni: Il campione molto amato Di Eduardo Grottanelli De’ Santi
Marina Masoni: Il coraggio di scegliere i migliori Di Eduardo Grottanelli De’ Santi
Lorenzo Mammone: Il giornalismo d’inchiesta come baluardo contro le fake news
Daron Acemoglu: Disuguaglianza economica, istituzioni e tecnologia
Ann-Katrin Bauknecht: A journey of generosity and dedication Di Elisa Bortoluzzi Dubach
Stefano Colombo: Insieme alle imprese per l’innovazione
Pubblica Amministrazione: Lugano tra nuove sfide e strategie di sviluppo Di Andrea Grandi
Filippo Vanini: Un successo che viene da lontano
Yor Milano: Il nostro dialetto è sempre vivo
Marco D’Anna: L’importanza di essere curiosi
Federale 1855 e Ristorante META: Pronti per una nuova sfida Di Eduardo Grottanelli De’ Santi
Rugiano: Quando il bello incontra la funzionalità
Moreno Bernasconi: La pace attraverso la forza
Ticino e dazi: Prospettive nei rapporti con gli USA
Di Enrico Carpani
Andrea Amarante: Creare ponti Di Donatella Révay
Musica: Tra tradizione e innovazione
OSI: Una stagione musicale d’eccellenza
Elio Schenini: La mia passione per l’arte
Gian Enzo Sperone: La nuova geografia artistica in Engadina Di Cristina Zappa
FEDUL: Cinema come consapevolezza e cambiamento
Natale: Racconti per le feste
ABT: La sfida generazionale nel settore bancario
UBS: Un approccio alla consulenza specifico
Banca del Sempione: Dal Ticino a Zurigo
Banca Migros: Competenze diversificate al servizio del cliente
Credinvest Bank: Plasmare i prodotti strutturati per ogni esigenza
Ceresio Investors: Vino italiano, a che punto siamo?
BNP Paribas: Costruire per i prossimi 150 anni
Cornèr Banca: Gusto, passione e identità ticinese
Fidigit: Digitalizzazione, una scelta obbligata
Bitcoin Suisse: La Svizzera delle criptovalute
Lamborghini Revuelto: Alla guida di un meccanismo perfetto!
Kessel Group: Uno showroom dedicato al marchio Pagani
McLaren Artura: Tutta la potenza dell’ibrido
Ferrari Testarossa: Un mito che si rinnova
Mercedes GLC EQ Technology: La nuova GLC elettrica
futuro per Via Nassa?
Di Marta Lenzi
MARINA
ANDREA
BANCA DEL SEMPIONE
Dal Ticino a Zurigo
FOXTOWN FACTORY
STORE
Un successo lungo 30 anni
TICINOWINE
Vino, un regalo sempre gradito
Generosità e generatività
SPECIALE OROLOGI
LUSSO
EVENTI
AZIENDE
ARCHITETTURA
TURISMO
Novità orologi 2025
Omega: Orologi che guardano allo spazio
Air-Dynamic: Candle flight, cocktail party
Coges: La logistica economica che sfida il mercato
Grünenfelder: Giovani cuochi crescono
Gruppo Sicurezza: Un domani sostenibile
Callnet.ch: Connettere la comunità
Gruppo Pagani: Consulenza integrata a 360°
Ares Insurance Service: Il valore di un broker
The International School of Lugano: Be here, be unique belong
Fondazione Agire/Gota Energy: La benzina che non inquina
Foxtown Factory Store: Un successo lungo 30 anni
Dick & Figli: Mobili Vitra, icone di design
STRP: Un “navigatore” per la svolta delle PR Di Dimitri Loringett
Lions Club Monteceneri: Il nostro impegno di solidarietà
SIT Immobiliare: Massima efficienza, spese contenute
Ticino Turismo: Impegnati per un turismo vivo tutto l’anno
OTRMBC: Migliorare l’accoglienza attraveso la formazione
Werner Kropik: Elogio del viaggiare lentamente
Estonia: Tallin, Tartu e le regioni più autentiche Di Paola Chiericati
GASTRONOMIA
SPST: Il gusto dell’incontro
Ticino Gourmet: Le mille sfumature del panettone ticinese
Ristorante Hôtel de Ville a Crissier: Un tempio della gastronomia Di Giacomo Newlin
Ristorante Hôtel de Ville a Crissier: Le proposte de La Maison Crissier
HOTELLERIE
Grace La Margna St.Moritz: Vivere un’esperienza engadinese Di Paola Chiericati
Grace La Margna St.Moritz: Un’avventura culinaria globale Di Giacomo Newlin
Hôtel des Horlogers: Un hotel al serivizo delle case orologiere Di Paola Chiericati
Hôtel des Horlogers: Quando la natura sposa la buona tavola Di Giacomo Newlin
Golf & Country Club De Bonmont: Giocare tra le vette alpine Di Ariella Del Rocino
ENOLOGIA
DOSSIER FONDAZIONI
MEDICINA
BENESSERE
Ticinowine: Vino, un regalo sempre gradito
Ticinowine: Passione per la terra e per il vino
Elisa Bortoluzzi Dubach: Seminare la pace
Patrizia Cappelletti: Generosità e generatività
Alberto Gulli: Legare il sapere al senso
Hans Schöpflin: Building a vibrant democracy and a diverse society
Fondazione Academy HC Lugano: Amici sempre, una passione unica
Swiss Medical Network: Accolta, accudita, ascoltata
The Longevity Suite: Nuovi test diagnostici personalizzati
PATRIZIA CAPPELLETTI
PASSIONE VISIONARIA
Incontro il direttore dell’Ente Turistico del Luganese nel suo ufficio in via Magatti. Dalla finestra la pensilina dei bus, firmata Botta; chissà quando arriverà il tanto amato-contestato tram-treno. Cerco di immaginarmi la città del futuro, di come sarà tra dieci anni, ma la porta si apre. Sorridente e con un’energia percepibile arriva Massimo Boni. Iniziamo a chiacchierare, nello specifico sul nostro ultimo incontro, durante la presentazione di Ticino365, una strategia che vuole portare il Sud delle Alpi a essere un’attrazione tutto l’anno.
ATTUALE DIRETTORE DELL’ENTE TURISTICO DEL LUGANESE, MASSIMO BONI VANTA OLTRE VENT’ANNI
DI ESPERIENZA NEI SETTORI DEL TURISMO, DEL MARKETING E DELLA COMUNICAZIONE. LAUREATOSI
A LUGANO, HA RICOPERTO RUOLI DI RILIEVO IN AMBITO NAZIONALE E INTERNAZIONALE, PARTENDO DALLA GAVETTA: A MILANO, DARWIN AIRLINE E IN ENGADINA. DAL 2022 GUIDA LUGANO REGION CON UNA VISIONE INCENTRATA AL PRODOTTO, ALLA DIGITALIZZAZIONE E ALLA VALORIZZAZIONE DEL TERRITORIO, CONVINTO CHE MOLTO RESTI ANCORA DA FARE PER IL SUD DELLA SVIZZERA.
DI PATRIZIA PEDEVILLA
Cosa ne pensi? Il Luganese, in fondo, ha un grande potenziale per essere meta turistica 365 giorni all’anno… (Sorride e risponde senza esitazioni). «Il Luganese ha un grande potenziale e devo dire che stiamo già lavorando per portare il turismo durante tutto l’anno. Ci sono elementi che non sono legati al nostro operato, ma che evidentemente ci aiutano. Pensiamo al cambiamento climatico, agli autunni – come questo – sempre più piacevoli e alle primavere anticipate. Di conseguenza, non appena un turista al nord delle Alpi sbircia la meteo e vede queste temperature…arriva in Ticino. Devi calcolare che il 50% dei nostri turisti è confederato».
Mi stai dicendo che il miglior marketing per il Luganese è il sole? «Non solo (ride), ma non possiamo negare che ci aiuta molto e lo ha sempre fatto! In ogni caso non sono convinto che siano le grandi campagne pubblicitarie a portare turisti: il segreto del successo, secondo me,
sta nella qualità del turismo. Per questo è importante offrire emozioni, di diverso tipo, dalle gastronomiche a quelle culturali; poi sarà lo stesso turista a farci la migliore pubblicità con il passaparola. Nella mia visione il marketing del futuro è regalare un’esperienza unica, per esempio uno smartbox per un fine settimana sul Ceresio ai visitatori dei nostri Infopoint».
Anche perché, non possiamo nasconderlo, è una gara a chi posta la fotografia più bella, il piatto più sfizioso, l’albergo più originale… «I social media sono un passaparola e possono sicuramente invogliare i frequentatori a scegliere una località piuttosto che un’altra. Ma voglio tornare al pacchetto vacanza offerto: facendo un marketing attivo, regalando una notte nel Luganese, una cena, uno spettacolo al LAC oppure un concerto, riverso il mio investimento sull’intera Regione. Sì, per poter avere un Ticino pronto ad accogliere turisti tutti i giorni dell’anno, dobbiamo sforzarci assie -
me e aiutarci: penso ai ristoratori, agli alberghi, ma anche ai commercianti e a chi organizza eventi e congressi di rilevanza internazionale. Ci tengo comunque a sottolineare che promuovere un luogo non significa unicamente attrarre turisti, ma anche creare prodotti e – come detto – un indotto per il territorio. Il Luganese è un punto di incontro tra natura, cultura, enogastromia, innovazione e sport (entusiasta), questa sua complessità lo rende un luogo unico nel suo genere».
In ogni caso la meteo non basta per garantire l’arrivo di turisti durante tutto l’anno. Penso a novembre, gennaio, febbraio… «Naturalmente, per questo dobbiamo garantire eventi importanti, capaci di attirare turisti: enogastronomici, sportivi, culturali e non da ultimo aziendali. Non possiamo quindi essere “legati” unicamente alla
meteo. Come detto, la metà dei nostri turisti sono svizzeri, poi arrivano i tedeschi e gli italiani (20%), gli americani rappresentano il mercato internazionale più importante e notiamo anche un aumento dei turisti in arrivo dai Paesi del Golfo. Per questa ragione vogliamo puntare sul turismo d’oltreoceano. Stiamo investendo negli Stati Uniti, nei Paesi del Golfo Persico e in Brasile, i risultati sono positivi, non solo in termini di numeri di pernottamenti ma anche in termine di spesa pro capite. Bisogna comunque essere sempre consapevoli che i mercati esteri sono fluttuanti e noi abbiamo bisogno di sicurezze (per quanto possibile). Resto dell’opinione che dobbiamo puntare sulla qualità, oltre alla destagionalizzazione. Vogliamo attirare visitatori consapevoli, interessati a scoprire il nostro territorio in profondità. Si tratta di un turismo ben gestito, attento alla mano -
dopera e ai prodotti locali, capace di sostenere l’economia e migliorare i servizi anche per chi vive qui».
Quindi anche turismo congressuale, capace di portare migliaia di persone da tutto il mondo… «Certo, per questo avremmo bisogno di una struttura all’avanguardia per accogliere 1’400 persone. Non voglio entrare nelle scelte politiche, ma personalmente penso sia arrivato il momento di creare un polo congressuale per la nostra regione. Anche in questo segmento c’è un forte potenziale da sfruttare e anche qui andremmo a ripartire i benefici su tutto il tessuto economico! In molti si spostano con la famiglia, alloggiano in alberghi o appartamenti, vanno al ristorante, fanno acquisti e danno vita a una città che ha bisogno di nuova linfa – non dico un turismo a tutti i costi, ma di vita».
Quando parli si sente nella tua voce un grande entusiasmo, un’energia contagiosa, come se da sempre sapessi che il turismo era la tua strada… «Diciamo che è stato tutto un caso, o meglio, che dovevo scegliere questa strada (ride). Anche perché è successo tutto durante una domenica in Valle Maggia, dove ho incontrato una coppia italiana che aveva un’agenzia di comunicazione a Milano. Io ero appena rientrato da Los Angeles, avevo con due soci un’attività a Lugano in ambito sportivo-nutrizionale, ma qualcosa mi rendeva irrequieto e quando mi hanno offerto di andare a fare uno stage da loro mi sono detto: una nuova avventura, anche perché avevo studiato comunicazione e quindi era quello che volevo fare. Nello specifico, questa agenzia si occupa di promozione turistica e aveva la rappresentanza per l’Italia di importanti enti turistici, catene alberghiere e compagnie aeree».
“I social media sono un passaparola e possono sicuramente invogliare i frequentatori
a
scegliere una
località piuttosto che un’altra. Ma voglio tornare al pacchetto vacanza offerto: facendo un marketing attivo, regalando una notte nel Luganese, una cena, uno spettacolo al LAC oppure un concerto, riverso il mio investimento sull’intera Regione”.
Immagino che sia stata un’esperienza magnifica… «In un senso sì, nell’altro è stata dura. Venivo pagato da stagista (500 euro al mese) e lavoravo senza sosta, e in più parlo tedesco, francese, inglese… insomma, devo continuare?».
No, no, ho capito. Il vero affare lo avevano fatto loro… (Sorride). «Questa gavetta mi ha aiutato, in tutti i sensi. In fondo non ci vuole tanto a capirlo: con 500 eu -
ro non si vive; quindi ho dovuto trovarmi un lavoro da cameriere la sera. Mi spostavo con il rampichino (per usare un termine di allora), ma allo stesso tempo ho conosciuto molte persone che mi hanno aiutato ad arrivare fin qui. Insomma, una vera e propria scuola di vita».
E poi com’è andata a finire… «Niente, continuavo a chiedere aumenti; fino a un certo punto me li hanno dati, poi, al quarto anno, la direttrice mi disse che ero la persona che avevo chiesto più aumenti di tutti (forse non si ricordava la basa dalla quale partivo). A quel punto ho iniziato a lavorare per un centro media che vendeva spazi pubblicitari. Pensa che con la commissione di un grosso cliente mi sono comprato la mia prima
auto, una nuova Fiat 500: non puoi immaginare quanto fossi felice, soprattutto per non aver mai mollato. Poi un’altra casualità…».
Ancora?
«Sì, sì. Ero in vacanza da amici all’isola d’Elba e la mamma di uno di loro mi chiese di aiutarla a fare un biglietto del traghetto al computer. Glielo feci a patto di poter leggere la mia posta elettronica. La apro e nella newsletter carrer gate dell’USI, leggo che Darwin Airline a Lugano Airport stava cercando un manager tra i 30 e i 40 anni, con almeno dieci anni di esperienza nel turismo. Mi sono detto: devo farcela. Non puoi immaginare che tour de force: ho dovuto spedire subito il mio dossier e subito la risposta: “Venga fra 2 giorni, stiamo chiudendo le candidature.”
Peccato che ero a centinaia di chilometri, su un’isola e senza auto. La faccio breve: mi faccio prestare l’auto da un amico, vado al colloquio, rientro e… mi richiamano a un altro colloquio. A questo punto parto in treno perché oramai le vacanze erano terminate, faccio il secondo incontro e, come puoi immaginare, mi prendono».
A ottobre 2007 inizi la tua avventura a Darwin Airline: otto anni, non sempre facili… «Come in tutte le avventure… anche perché ci sono stati importanti cambiamenti. Penso che questa non sia la sede per ricordare tutto. Ma va detto che Darwin Airline mi ha lasciato degli spazi di “creatività commerciale” importanti: penso ai numerosi collegamenti che abbiamo creato, i charter estivi, la continuità territoriale dalla Sicilia su Lampedusa e Pantelleria, i sommelier e i charter sulle piste di St. Moritz».
Un viaggio che ti ha portato un lavoro (ridiamo)…
«Ma nulla era pianificato, te lo assicuro. Infatti, quando siamo atterrati a Samedan, i quadri dell’Ente del turismo engadinese ci aspettavano con un piccolo pensiero e, senza troppi preamboli, qualche mese dopo mi dissero che mi aspettavano nel loro ufficio. Naturalmente non potevo rifiutare e arrivato, la prima domanda – diretta – fu se ero interessato a lavorare per loro».
Ma tu avevi già pensato di lasciare Darwin Airline?
«Sì, pensavo di continuare nell’ambito della comunicazione istituzionale,
sempre a Lugano, ma quell’offerta… come facevo a rifiutarla? Promuovere una destinazione come St. Moritz nel mondo non capita tutti i giorni e quindi… ho accettato».
Parli come se fosse facile cambiare, uscire dalla propria comfort zone, eppure ogni cambiamento implica un rimettersi in gioco continuo…
«I cambiamenti non mi fanno paura e, a livello professionale, oggi più che mai, bisogna essere flessibili. Sentivo la necessità di dover ancora crescere, di arricchire il mio bagaglio. Ho iniziato così a lavorare come responsabile della vendita: avevo
un team di sei persone e dodici mercati di cui occuparmi. Non mi annoiavo (ironico). Sono stato in Cina, in India, in Giappone, nella Corea del Sud, nei Paesi del Golfo, negli Stati Uniti e in Brasile; ho fatto decine e decine di presentazioni e di progetti per promuovere nel segmento B2B l’Engadina».
Nel 2021 si apre il concorso pubblico per la posizione di direttore all’Ente Turistico del Luganese, un altro pezzo del puzzle che combacia perfettamente… «Non puoi immaginare quanto lo desiderassi, era un sogno: promuovere una regione che ho nel cuore, che è
casa mia, dove sono cresciuto. Un privilegio e al tempo stesso una grande responsabilità. Volevo non solo portare turismo, ma creare valore per tutto il tessuto turistico luganese, insomma ripagare il territorio al quale mi sento profondamente legato – e non è una frase di circostanza, ci tengo a sottolinearlo. Lugano, Città del mio cuore, citava un vecchio slogan, ed era un adesivo che applicammo anni fa sulla vecchia Alfa Romeo Giulietta di mia mamma».
Visto che parli di passato, ne approfitto per chiederti che tipo di bambino eri. Nonni immigranti dalle valli bergamasche nel dopo guerra, tu e i tuoi genitori nati sul lago di Zurigo e cresciuto nel Luganese. Ci puoi dire qualcosa di più? «Che amo il lago (sorride) e che ho scelto di viverci accanto perché non posso fare a meno dell’acqua, di nuotare anche fuori stagione. Io come bambino? Chiacchierone, immagino tu lo abbia capito, ma chiacchierone di quelli veri (divertito). Pensa che in prima elementare in classe era arrivata una ragazza dalla Polonia e la maestra la mise di banco accanto a me dicendomi: “Chiacchieri così tanto che imparerà subito l’italiano.” E così è stato: in pochi mesi lo parlava perfettamente».
Sposato, molto legato alla famiglia, suppongo non sia sempre stato facile mantenere i legami con tutti i tuoi viaggi, lavori e impegni… «Effettivamente non posso nasconderlo, non è sempre stato facile. Pensa che ho conosciuto mio marito a Lugano nel 2010 e praticamente non siamo mai riusciti a vivere sotto lo stesso tetto. Durante tutti questi anni ci siamo rincorsi con l’idea di
ritrovarci un giorno, ma poi è arrivato questo lavoro a Lugano e lui ha capito, ha capito che per me il lavoro è linfa, che ho bisogno di fare qualcosa in cui posso mettere tutto me stesso. Ho avuto la fortuna di trovare sempre posti di lavoro che ho capito a aprezzato dal primo all’ultimo giorno, devo anche dire che mi piace lavorare in team e che ho optato per una leadership improntata sul risultato, non sul controllo. Dobbiamo funzionare tutti insieme, come una squadra sportiva».
Calcio?
«Lascia perdere… ho due gambe sinistre. Però il calcio di riflesso e con grande piacere ha fatto parte della mia vita: con mio papà, aiuto allenatore e mio fratello, ala destra nel Lamone-Cadempino, abbiamo vinto la Coppa Ticino (anche se non ricordo di preciso l’anno). Comunque, scio, nuoto e mi piace la buona cucina, questi sono i miei sport preferiti. Non so cucinare, questo lo fa soprattutto mio marito nel fine settimana, ma sono un maniaco della pulizia, dell’ordine e del giardino».
Nei tuoi racconti ci sono molti amici, viaggi, mete nuove. Vivi Lugano come un turista nella sua stessa città?
«Ho sempre amato viaggiare e devo dirti che mi sento a casa in diversi luoghi del mondo: Lugano, ma anche Zurigo, La Punt e Pantelleria. Qui mi trovo bene a livello energetico, conosco la comunità e si vive molto bene dodici mesi l’anno. Amo la nostra casa a Gandria e mi emoziono ogni sera nel vedere da lì i tramonti dietro Lugano».
Emozionarsi. Torniamo all’inizio della nostra chiacchierata, queste emozioni capaci di muovere il mondo…
LO SPIRITO DI LOCARNO
E LA DEMOCRAZIA OGGI
LOCARNO HA OSPITATO LE CELEBRAZIONI DEL PATTO SIGLATO 100 ANNI FA SULLA RIVA DEL LAGO MAGGIORE, UN EVENTO CHE RIUNÌ PER LA PRIMA VOLTA DOPO LA PRIMA GUERRA MONDIALE I PROTAGONISTI DI QUELLA CARNEFICINA, VINCITORI E VINTI. OBIETTIVO, CREARE LE BASI PER EVITARE CHE LA STORIA SI RIPETESSE. OBIETTIVO FALLITO, COME SI SA; MA NON PER QUESTO IL PATTO DI LOCARNO
DOVE ESSERE SMINUITO; ANZI, VISTA L’ATTUALITÀ, IL SUO SPIRITO HA ASSUNTO UNA NUOVA RILEVANZA.
PRESENTI ALLE COMMEMORAZIONI DIVERSE PERSONALITÀ, TRA CUI IL SEGRETARIO GENERALE DEL CONSIGLIO D’EUROPA ALAIN BERSET, CON IL QUALE CCI SIAMO INTRATTENUTI.
DI ROCCO BIANCHI
Locarno ha rappresentato storicamente un momento chiave. Qual è la sua lezione? «La lezione di Locarno è la generosità e il coraggio. Il coraggio di sedersi al tavolo con i nemici di ieri, di riconoscerli come interlocutori e non più come avversari. Pensiamo alla Prima guerra mondiale: solo sette anni dopo quel disastro, gli stessi paesi si ritrovano per costruire un’idea europea. È un atto di grande coraggio e di grande generosità. Persone che si odiavano riescono a trovare empatia e a lavorare insieme per l’interesse comune del continente. Questo spirito innovativo e generoso fu forse troppo forte per i tempi, ma resta un modello. Anche se il contesto politico non ne ha garantito la durata, lo spirito di Locarno continua a essere un esempio. Locarno non è solo un capitolo della storia svizzera: è un esempio di creatività e di dialogo che ha influenzato tutto il continente. Anche nel campo delle arti e del pensiero, questa regione era allora tra le più vitali d’Europa. È un’eredità di cui possiamo essere orgogliosi».
Lei ha parlato molto di democrazia e delle pressioni che subisce in molti paesi. Questo riguarda anche la Svizzera, oppure il nostro paese ne è immune? «Riguarda tutti. È il consolidamento di opinioni che nascono da gruppi, da collettivi. Negli ultimi dieci anni abbiamo visto un ruolo enorme dei social network, della disinformazione, dei “bot” e dell’intelligenza artificiale che manipola tutto questo. Tutti i Paesi ne sono toccati, anche la Svizzera. Certo, grazie alla forte decentralizzazione e alla democrazia diretta siamo un po’ più immuni rispetto ad altri, ma il fenomeno esiste anche da noi. Viviamo una crisi della democrazia, dello Stato di diritto, una crisi che provoca danni ma apre anche possibilità di progresso».
Quindi la democrazia è in una fase difficile ma non senza speranza? «Esatto. È come nel calcio: ci sono momenti di attacco, in cui si avanza e si segna, e momenti di difesa, in cui bisogna resistere. La differenza è che nella società queste fasi non durano minuti ma decenni. Oggi
siamo forse in una fase difensiva, ma da qui possono nascere opportunità. L’attuale situazione, ad esempio, ha portato a una maggiore unità politica europea e a una maggiore consapevolezza della necessità di guardare a noi stessi come continente. Sono segnali positivi. Negativi invece sono il regresso dei diritti e i rischi per la democrazia. Se non agiamo, questa tendenza è pericolosa. Dobbiamo trasformarla in qualcosa di costruttivo».
Quali strumenti servono per difendere la democrazia?
«Dobbiamo metterci d’accordo su regole comuni per contrastare la disinformazione, proteggere il lavoro dei giornalisti e garantire la diversità dei media e delle opinioni. Senza pluralismo non c’è democrazia. Il Consiglio d’Europa può svolgere un ruolo concreto: stabilire regole condivise per la moderazione dei social
network, per ciò che è accettabile nel dibattito pubblico, per tutelare la qualità dell’informazione. Oggi, nei paesi come Moldavia, Romania o Polonia, ogni Stato affronta da solo ondate di interferenze durante le elezioni. Servono strumenti comuni. Al Consiglio d’Europa si discute di una convenzione che raccolga questi strumenti condivisi per proteggere la democrazia e lo Stato di diritto in tutta Europa».
La Svizzera ha un rapporto complesso con l’Europa, soprattutto con l’Unione Europea. La sua prospettiva è cambiata da quando è segretario generale del Consiglio d’Europa? «Direi che l’ha arricchita. Il ruolo della Svizzera in Europa è impressionante. Basti pensare al XX secolo: la conferenza di Locarno, la Società delle Nazioni a Ginevra, l’ONU a Ginevra, il discorso
di Churchill sul futuro dell’Europa pronunciato a Zurigo nel 1949. L’idea europea nasce anche in Svizzera, da Denis de Rougemont, da Jean Monnet, con archivi a Losanna. Siamo al cuore dell’Europa, anche se spesso lo dimentichiamo».
Molti confondono il Consiglio d’Europa con l’Unione Europea. Qual è la differenza? «È vero, c’è spesso confusione. Il Consiglio d’Europa è un’organizzazione più ampia, con 46 Paesi membri. È nata dallo spirito di Locarno e dalla volontà di riunire vincitori e vinti dopo la guerra, come partner di dialogo. Anche il simbolo dell’Europa – la bandiera blu con le stelle – è nato qui, e poi è stato adottato anche dall’Unione Europea».
Che rapporto ha la Svizzera con il Consiglio d’Europa?
Didascalia
«La Svizzera è membro del Consiglio d’Europa da più di 60 anni, pienamente impegnata nelle sue istituzioni. È un progetto basato su valori - democrazia, Stato di diritto, diritti umani - profondamente svizzeri. Non c’è nulla di più svizzero del Consiglio d’Europa».
E con l’Unione europea?
«L’Unione Europea è un progetto politico, ma anche quello è essenziale per la stabilità del continente. E se ci sono tensioni, è normale. L’importante è non essere ingenui: i nostri partner più affidabili sono quelli vicini. Lo dimostra anche la recente vicenda dei dazi con gli Stati Uniti. La geografia non cambia: la Svizzera è nel cuore dell’Europa e lo resterà».
Tra i problemi europei, non solo svizzeri, vi è quello della migrazione. Recentemente ci sono state critiche verso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Qual è la sua posizione?
«Nove paesi, tra cui Belgio, Italia e Danimarca, hanno chiesto di rivedere alcune decisioni della Corte. La mia prima reazione è stata di cautela: mettere sotto pressione o politicizzare un potere giudiziario non è una buona idea».
Ma è aperto a un dibattito?
«Assolutamente. La Corte non è caduta dal cielo: è stata creata dagli Stati membri, insieme al Consiglio d’Europa e alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo proprio per migliorare e convergere. Il mio ruolo è difendere la sua indipendenza e i processi politici. Se ci deve essere una discussione politica sulla migrazione, va fatta, ma in modo strutturato e rispettoso».
Quali difficoltà prevede?
«La complessità sta nel fatto che i casi di migrazione variano da paese a paese. Una discussione con la Danimarca non riguarda che in parte i casi italiani o olandesi. È facile partire parlando di migrazione e ritrovarsi a discutere di altro».
Come pensa di affrontare questa complessità?
«Ho proposto una discussione molto strutturata all’interno del Consiglio d’Europa. Belgio, Italia, Danimarca e gli altri 43 paesi membri devono sedersi insieme, definire cosa funziona e cosa va cambiato e avviare un dibattito produttivo. Io sarò solo un facilitatore, il servitore civile dei paesi membri.
Per concludere: lei è il primo svizzero a dirigere il Consiglio d’Europa. Cosa intende quando dice che “l’Europa avrebbe bisogno di un po’ più di svizzeri”? (Ride) «È un modo per dire che possiamo portare qualcosa di utile: il senso del dialogo, la moderazione, la capacità di costruire consenso anche tra opinioni diverse. In Svizzera ci sembra normale, ma altrove stupisce. E poi la democrazia diretta: quel continuo dialogo tra popolo e istituzioni che, pur con i suoi contrasti, crea fiducia e creatività politica. In fondo, è questo che serve oggi anche all’Europa».
“Dobbiamo metterci d’accordo su regole comuni per contrastare la disinformazione, proteggere il lavoro dei giornalisti e garantire la diversità dei media e delle opinioni. Senza pluralismo non c’è democrazia. Il Consiglio d’Europa può svolgere un ruolo concreto: stabilire regole condivise per la moderazione dei social network, per ciò che è accettabile nel dibattito pubblico, per tutelare la qualità dell’informazione”.
IL CAMPIONE MOLTO AMATO
BPS (SUISSE) HA DEDICATO L’INSERTO CULTURALE DELLA RELAZIONE
D’ESERCIZIO PER L’ANNO 2017, A CLAY REGAZZONI, GRANDE PILOTA
AUTOMOBILISTICO E PERSONA DALLE STRAORDINARIE DOTI UMANE.
LA MONOGRAFIA È STATA REALIZZATA A CURA DI ANDREA ROMANO,
DIRETTORE E RESPONSABILE MARKETING & RELAZIONI PUBBLICHE
BANCA POPOLARE DI SONDRIO (SUISSE).
DI EDUARDO GROTTANELLI DE’SANTI
Clay (Gian Claudio) Regazzoni era nato a Lugano il 5 settembre 1939 e fra le auto imparò a muoversi fin da bambino. Il padre Pio, era il sindaco del comune di Porza e titolare di un’avviata carrozzeria a Mendrisio dove Clay, dopo aver frequentato le scuole a Lugano, andò a lavorare. La sua carriera agonistica è stata degnamente celebrata nella storia dell’automobilismo mondiale. Basterà dunque qui ricordare che il suo esordio nel mondo delle corse risale al 1963 quando partecipò a diverse prove del campionato svizzero con una Austin Sprite. Nel 1965 acquista una De Tomaso di F3 che poco dopo sostituirà con una Brabham. Nel 1966 corre con la Brabham in Formula 3, dove due anni dopo ottiene la sua prima vittoria. Una data sicuramente importante è quella del 31 dicembre 1968 quando firma il suo primo contratto con la
Ferrari per le gare di F2. Bisognerà tuttavia attendere il 1970 per vederlo debuttare in F1 con la Ferrari, classificandosi al 4° posto. Alterna le gare di F2 con quelle di F1 dove, al suo quarto Gran Premio (quello d’Italia a Monza) ottiene la sua prima memorabile vittoria con la rossa vettura n. 4 di Maranello. Lo stesso anno partecipa alla 24 Ore di Le Mans con una Ferrari 512 S Sport Prototipo. Ormai Regazzoni è un protagonista
vittoria (il GP di Germania) ma tutta una serie di risultati positivi lo portano a lottare per il titolo. Nel 1975 Clay è ancora con la Ferrari ed ottiene nuovamente degli ottimi risultati (vince il GP d’Italia) e si classifica al quinto posto nel mondiale. Posizione che ripete anche l’anno successivo (1976) dove vince il GP degli USA. E qui si chiude definitivamente il capitolo Regazzoni-Ferrari. Negli anni successivi
assoluto delle gare automobilistiche e, a partire dal 1971, si dedicherà quasi esclusivamente alla F1, arrivando a sfiorare nel 1974, sempre con la Ferrari, il titolo mondiale. Una sola
A sinistra: L’espressivo ritratto di un giovane Clay.
Sopra:
La Ferrari 312 B2 di Regazzoni decolla al GP di Germania, Nürburgring, 1971.
corre per McLaren, Shadow, Williams con cui nel 1979 vince il GP d’Inghilterra. Complessivamente
Clay Ragazzoni vanta 132 partecipazioni al mondiale dove ha ottenuto cinque vittorie, 13 secondi posti, 10 terzi posti e tutta una serie di piazzamenti, e realizzato per ben 15 volte il giro più veloce in gara. Dunque un curriculum di tutto rispetto, tuttavia insufficiente a spiegare la popolarità e il grande affetto di cui ha sempre goduto, sia durante la sua carriera sportiva che soprattutto nel corso degli anni successivi. Il punto di svolta dettato dal destino risale al 30 marzo 1980, sul circuito di Long Beach negli Stati Uniti quando, mentre correva a 250 km/h, un improvviso guasto tecnico gli impedì di frenare nell’affrontare una curva andando ad impattare contro un muretto di cemento. Il pilota uscì miracolosamente vivo da quello scontro ma riportò lesioni alla spina
dorsale che lo resero paraplegico per il resto della sua vita. Un epilogo sportivo drammatico che avrebbe fermato anche il temperamento più forte ma che invece non impedì a Clay Regazzoni di rinascere e iniziare un nuovo ciclo della sua esistenza. Nel raccontare la successiva esperienza vissuta da Clay si rischia sempre di cadere nella retorica. Meglio allora affidarsi alla testimonianza - riportata nella monografia - di Luca Pancalli, ex atleta, Presidente del Comitato Italiano Paralimpico, divenuto disabile nel 1981 per una caduta da cavallo «Conobbi Clay, dopo il suo incidente. Insieme fondammo la Federazione Italiana Sportiva Automobilismo Patenti Speciali per offrire nuove op -
Clay Regazzoni raggiante sul podio al GP di Germania, Nürburgring, 1974.
portunità ai ragazzi disabili che volevano cimentarsi nella guida ad alto livello e Clay, come suo solito, si tuffò in quell’avventura con passione. Era una persona autentica, verace e, allo stesso tempo, un po’ a sorpresa per quanto mi avevano raccontato, pignola, professionale, con un modo di fare decisamente svizzero e meticoloso. Da lui ho imparato molto e sento di dovergli molto. Il fatto di potersi impegnare nella disabilità senza abbandonare il mondo dell’automobilismo, che gli apparteneva totalmente e verso il quale nutriva un amore profondo, alimentava in lui una passione straordinaria. Il suo merito più grande, a mio avviso, è stato proprio quello di essere riuscito nell’impresa di rendere accessibile, a una persona disabile, l’ambiente dei motori, due universi che sino a quel momento apparivano distanti. E poi, era un uomo allegro, mai triste, capace di affrontare i problemi come una sfida continua, ma in modo
Con Enzo Ferrari e Niki Lauda
sereno. In un certo senso posso affermare che Clay sia stato un pioniere, un uomo che ha spalancato porte che sembravano impossibili da aprire». Nessun ostacolo sembra fermare Clay e negli anni ’80 partecipa ad ogni genere di competizione automobilistica, con ogni mezzo purché dotato di quattro ruote e un motore, dai camion ai kart. Tra le numerose partecipazioni basterà citare la Parigi-Dakar, il rally più famoso al mondo, alla guida di un camion Iveco 110, oppure la Mille Miglia, seppur non nella versione originale ma nella rievocazione storica della mitica gara. In ogni caso, lungo i 1600 chilometri percorsi sulle strade di mezza Italia, la gente lo riconosceva, circondava la sua macchina e lo incoraggiava con autentico entusiasmo: una prova di affetto e solidarietà che cresceva ad ogni apparizione decretandone una popolarità senza confini. Tutte le persone che lo hanno conosciuto, compagni di squadra, avversari, direttori sportivi e costruttori, gli hanno ricono -
sciuto in pista coraggio, determinazione, e una assoluta volontà di non mollare mai. Nella vita, invece, un carattere aperto, generoso, dotato di buon senso dell’umorismo, ma quando si impegnava in qualsivoglia impresa diventava preciso e scrupoloso, come quando si trattava di mettere a punto il motore della sua vettura da corsa, dimostrando una grande capacità di trarre il meglio da ogni mezzo che si trovava a guidare. Un personaggio, certo, ma soprattutto una persona vera, genuina come racconta con gratitudine la figlia Alessia: «Papà non aveva mai voluto un manager, e si fidava ciecamente della mamma per amministrare i suoi
Clay con Silvio Moser a fianco dell’Austin Sprite modificata artigianalmente con la quale disputò la corsa in salita Freiburg - Schauinsland (Germania), 1963.
Clay percorre 15.000 km al volante di un grosso Iveco 110, Parigi-Dakar, 1986.
guadagni, ma anche per l’educazione dei figli e per il buon andamento della casa. Ci insegnava a non aver paura, perché diceva che la paura è fatta di niente. La parola «problema» per lui non esisteva: per lui i problemi erano solo piccoli ostacoli da risolvere». E quando i problemi potevano sembrare davvero troppo grossi, «ecco emergere l’uomo di fede plasmato dall’educazione severa dei suoi genitori…Il concetto di integrazione per lui era una priorità. Con la sua grinta, ha fatto capire a molte persone in sedia a rotelle che avrebbero potuto avere una seconda chance nella vita. Vedere un paraplegico che affronta corse proibitive come la Parigi-Dakar ti dà automaticamente un segnale di forza, ti fa venire voglia di lottare».
La Honor Room di Clay Regazzoni è la stanza dei ricordi dedicata al pilota ticinese che ha trovato una nuova collocazione all’interno della prestigiosa collezione di automobili “Autobau Erlebniswelt” a Romanshorn sul lago di Costanza. Il suo scopo è quello di continuare a far rivivere le gesta del pilota e raccogliere fondi destinati alla ricerca a favore della paraplegia, ultima “mission” del grande pilota automobilistico.
Inquadrate il codice QR per scoprire la versione completa dell’inserto culturale di BPS (SUISSE) dedicato a Clay Regazzoni.
AVVOCATO, NOTAIO, PROTAGONISTA DELLA POLITICA, PRIMA DONNA AD ENTRARE
NEL GOVERNO TICINESE NEL 1995, MARINA MASONI HA
ACCOMPAGNATO LE PRINCIPALI
FASI DELLA CRESCITA DI
LUGANO E DEL TICINO, CON UN OCCHIO PARTICOLARMENTE
ATTENTO AL BUON GOVERNO
DELL’ECONOMIA E ALLE
SUE PROSPETTIVE DI SVILUPPO.
E GUARDANDO AL FUTURO
AUSPICA CHE EMERGA PRESTO UNA RINNOVATA PROGETTUALITÀ PER CONTINUARE AD ASSICURARE LE CONDIZIONI DI BENESSERE RAGGIUNTE.
DI EDUARDO GROTTANELLI DE’SANTI
La sua rilevante esperienza politica l’ha portata ad attraversare fasi diverse della vita del Cantone. Quali sono stati i principali passaggi che a suo giudizio hanno segnato l’evoluzione del mondo politico ticinese?
«Non parlerei tanto di passaggi quanto di una costante trasformazione che riflette nella dimensione ticinese quanto di fatto è avvenuto anche a livello svizzero, e più in generale a scala globale. Agli esordi della mia attività era ancora sentita l’influenza lasciata nel modo di fare politica, e anche di comunicarla,
IL CORAGGIO DI SCEGLIERE I MIGLIORI
dall’insegnamento di grandi personaggi del passato che avevano lasciato profonde tracce nella legislazione, dando un impulso determinante alla modernizzazione del Paese soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta. Tra tutti ricorderò in particolare Brenno Galli. E ancora nelle generazioni successive, in prima fila negli anni Ottanta e Novanta, erano attivi politici di notevole formato (qui citerò specialmente Giuseppe Buffi) portatori, oltre che di una visione, di uno stile nei rapporti politici che non escludeva il confronto anche acceso, ma era poi capace di trovare una sintesi condivisa al fine dell’interesse generale».
Ha accennato anche ad un modo diverso di comunicare la politica. Che cosa significa?
«I tempi di formazione di un’opinione o di formulazione di una proposta erano senza dubbio più lenti, potevano essere più meditati. E anche gli spazi concessi dai media consentivano di argomentare in modo chiaro e articolato i contenuti di un’idea o di un progetto. Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito ad un’accelerazione poderosa di tutti i processi, fino ad arrivare all’esplosione dei social media, che hanno cambiato radicalmente il modo di fare e vivere la politica, introducendo una comunicazione più diretta, immediata, interattiva
e personalizzata. Hanno influenzato non solo il linguaggio, ma anche i contenuti della comunicazione politica, imponendo ritmi, limiti di spazio e di tempo che richiedono ai politici risposte lampo, brevi, di forte impatto. Per questo, si assiste a un uso frequente di toni aggressivi, slogan, emoticon e altro ancora, che servono a catturare l’attenzione, a provocare emozioni e a creare identificazione. Questo uso degli strumenti nuovi (che in sé hanno un grande potenziale anche positivo) non giova alla qualità della comunicazione politica, né alla trasparenza nei confronti dei cittadini, né alla creazione del consenso necessario alla nostra democrazia».
Nello specifico, quali sono a suo giudizio i principali mali che affliggono la politica ticinese? «Devo premettere che nel corso della mia attività politica ho avuto la fortuna di attraversare anche periodi in cui, quasi per una felice congiunzione astrale, mi sono trovata a confrontarmi con persone che, oltre ad una precisa visione dei progetti da intraprendere per il bene della città e del Cantone, avevano la volontà di costruire e realizzare in tempi ragionevoli le iniziative avviate. Ricordo per esempio Pietro Martinelli. Da qualche tempo invece mi sembra di intravedere una sorta di autoreferenzialità del dibattito politico e una accentuata tendenza ad anteporre agli interessi del Paese la preoccupazione di parlare più ai propri sostenitori ed elettori. Sempre più spesso vediamo politici preoccupati in primo luogo di assecondare il pubblico e creare le proprie tifoserie. Ma l’essere popolari e “accattivanti” non è affatto sinonimo di progettualità e competenza. E l’assecondare il pubblico non significa davvero capirne i problemi per cercare di risolverli,
anzi, spesso diventa un modo per scansare l’ostacolo. Scegliendo figure non adeguatamente assertive, propositive e di qualità, si perdono occasioni e si creano difficoltà anche rispetto al necessario bilanciamento tra i poteri.
Un altro aspetto che va sottolineato è il soverchiante peso ormai assunto dalla burocrazia che complica, rallenta e blocca ogni processo decisionale. Poniamoci ad esempio solo una domanda: quanto tempo, quanti ricorsi, quanti intralci ci sarebbero oggi di fronte alla realizzazione di un’opera grandiosa come fu all’epoca la costruzione di una rete per la canalizzazione e la depurazione delle acque conclusa nel volgere di pochi anni da Lugano e dall’ingegner Geo Mantegazza?».
Nel 2026 ricorreranno trent’anni da quando lei, allora Consigliera di Stato e direttrice del Dipartimento delle finanze e dell’economia (DFE) presentò il famoso progetto «Strategia e misure puntuali di sostegno al rilancio economico del Ticino». Qual è il suo giudizio su quella ormai “storica” stagione? «Il Ticino veniva da una profonda e lunga crisi economica, il PIL reale pro capite aveva perso quasi il 10%, si erano persi quasi 20.000 posti di lavoro e la disoccupazione era quadruplicata. In sintesi, eravamo di fronte ad una crisi strutturale con la globalizzazione che aveva investito tutto il territorio svizzero e l’aveva reso in breve tempo molto meno competitivo. Occorreva produrre ricchezza e adeguare rapidamente i nostri fattori di crescita e competitività per evitare l’alternativa di un declino controllato, un’opzione non praticabile. L’idea di fondo delle “101 misure” era proprio quella di accrescere la competitività economica per gene -
rare opportunità e lavoro a beneficio di tutti, mantenendo salda la coesione sociale. Misure che si inserivano nel quadro di un Cantone universitario e dell’alleanza tra sapere e produrre che stava allora nascendo. Questo ambizioso programma fu accolto con interesse e anche entusiasmo da parte di imprenditori, di molti cittadine e cittadini e di associazioni economiche. Più tiepidi si mostrarono alcuni mass-media, partiti e organizzazioni.
Negli anni successivi, 81 misure su 101 furono realizzate appieno: in Ticino. Nel 2006 eravamo già in grado di presentare un bilancio positivo: il PIL reale pro capite era tornato a crescere recuperando il crollo della prima metà degli anni Novanta; inoltre, riducendo il carico fiscale su imprese e privati, il gettito delle entrate non diminuì, anzi si incrementò e il nostro territorio salì ai primi posti nella statistica federale del carico fiscale dei cantoni che permette il confronto intercantonale dell’attrattività fiscale. Infine, elemento non ultimo, il Cantone non era più ripiegato su sé stesso, ma si presentava aperto, innovativo, coraggioso, inventivo».
In quell’epoca venne anche lanciato il progetto Copernico… «Copernico nacque nel 1997. Un programma che insieme con la legge sul rilancio dell’occupazione e a quella per l’innovazione economica, della quale divenne uno dei principali strumenti operativi, contribuì notevolmente al rilancio produttivo e competitivo, promuovendo qui e all’estero i vantaggi e gli incentivi per investire in Ticino. Grazie ai contributi per gli investimenti innovativi e alle aree industriali, agli incentivi fiscali e a quelli per l’assunzione, e supportati da rapidi servizi
“La moda è uno dei motori di crescita del Ticino e garantisce migliaia di posti di lavoro, se si considera l’intero settore (o, tecnicamente, meta-settore)”.
di consulenza necessari ad ogni imprenditore, il Cantone riuscì in pochi anni a far crescere aziende sul nostro territorio e ad attrarre imprese provenienti dall’estero che hanno creato sul nostro territorio centri di produzione, di ricerca e logistica. Oltre alle aziende ticinesi cresciute con questi stimoli, alcune si erano trasferite da altri Paesi: in generale si pensa all’Italia, ma in realtà piccole e grandi aziende sono arrivate qui da molti paesi d’Europa e anche da fuori. Nel tempo, purtroppo, questo programma è andato perdendo la sua forza propulsiva e non è stato adeguatamente aggiornato: oggi andrebbe completamente rivisto. E poi, da non trascurare il fatto che a livello locale sono gradualmente emerse perplessità, lentamente ma inesorabilmente si è diffuso un malessere (per esempio sull’aumento del traffico o sull’aumento della manodopera frontaliera) e un clima molto meno favorevole all’impresa».
Quali sono i problemi che oggi vorrebbe vedere affrontati con maggiore determinazione?
«Sono sempre stata una sostenitrice del buon governo finanziario: i conti in regola sono un indispensabile prerequisito per investire in progetti che possano favorire un ulteriore sviluppo. Penso che il declino di un territorio non sia in alcun modo un fatto inesorabile e che anche ogni piccola scelta possa essere un passo verso la crescita. Sarebbe dunque importante continuare a lavorare per migliorare la formazione, la fiscalità,
i collegamenti, la sicurezza e la certezza del diritto. Questo è un aspetto fondamentale per la Svizzera: se un’azienda viene da noi, sa quali sono le regole da rispettare e può presumere che rimarranno invariate anche per anni. Un fattore di peso – anche e soprattutto perché il mondo sta andando nella direzione opposta – che non possiamo indebolire. Analogo discorso vale per i trasporti, che devono essere bene organizzati, efficienti e affidabili; e naturalmente contano molto la sicurezza e la qualità di vita, che già oggi da noi risultano essere migliori rispetto a quelle offerte da molti altri Paesi. Siamo stati e siamo ancora un territorio che offre buone condizioni, e dobbiamo continuare a migliorarle per radicare maggiormente qui tante belle realtà aziendali, anche grazie a forza lavoro ben qualificata».
Lei è da anni presidente di Ticinomoda. Perché questo settore riveste una così grande importanza nell’economia ticinese?
«La moda è uno dei motori di crescita del Ticino e garantisce migliaia di posti di lavoro, se si considera l’intero settore (o, tecnicamente, meta-settore). L’abbigliamento ha una tradizione ultrasecolare in Ticino e ha sempre saputo adeguarsi, trasformarsi, ricrearsi. La crescita però è a macchia di leopardo: ci sono piccole e medie aziende che fanno più fatica, e grandi e piccoli marchi in crescita continua. Il settore in Ticino è molto diversificato, sia come dimensione delle aziende, sia come tipo di lavo -
ro: dalla produzione al design, dalla logistica alla gestione dei marchi. I grandi marchi della moda hanno scelto il Ticino certamente per motivi di logistica, qualità dei servizi, apertura del mercato del lavoro e ottimo accesso a capitale umano di grande qualità, che non è tutto radicato qui, ma stiamo cercando di formare e perfezionare. Fondamentale è stata la vicinanza con Milano, che è una capitale della moda, coniugata con il sistema svizzero, che garantisce sicurezza giuridica e buone condizioni quadro in generale. Non sempre tuttavia politici e amministratori ticinesi hanno adeguatamente sostenuto questo circolo virtuoso: più aziende di un settore si insediano e sono attive nella nostra regione, e più il nostro territorio diventa interessante per imprese e attività di quel settore. Purtroppo da qualche tempo il clima politico è meno favorevole alle aziende e nei confronti dell’attività economica affiorano sentimenti di diffidenza o addirittura negativi. Ma questo settore è potuto nascere e crescere in Ticino perché vi era la consapevolezza che le aziende portano benessere».
Eppure vi sono alcuni settori in cui il Ticino avrebbe molte opportunità da sfruttare… «Assolutamente sì. Ci sono vari progetti che sono stati avviati e che ora meritano di essere portati avanti con coraggio e determinazione. Basti pensare al ruolo che già oggi hanno le «scienze della vita» includendo i nostri centri di ricerca biomedica di prestigio internazionale, la Facoltà di Scienze biomediche dell’USI, e il settore farmaceutico con una rete di aziende ticinesi affermate e competitive.
Sempre nel campo della ricerca e dell’innovazione sta prendendo for -
IL MIO RICORDO DI GEO
«Nell’ambito della mia attività politica e nei ruoli istituzionali che ho ricoperto nel corso degli anni ho avuto diverse occasioni di incontrare Geo Mantegazza e devo dire che fin dalla prima volta si è stabilito tra noi un rapporto di grande affetto e simpatia. Ciò era probabilmente dovuto anche al fatto che ero figlia di un suo compagno di giochi e di infanzia (NdR: Franco Masoni, avvocato, poeta, già deputato al Gran Consiglio ticinese, al Consiglio Nazionale e al Consiglio degli Stati, che ha presieduto) e che Geo e mio papà tra loro erano rimasti legati da uno stretto rapporto di stima reciproca e amicizia. In una certa misura si può quasi dire che egli rivolgesse verso di me una sorta di senso di protezione, accentuato probabilmente da quel rispetto e quella forma di cortese gentilezza che esercitava sempre nei confronti delle donne. Un altro aspetto del suo carattere che mi ha sempre colpito, e che certamente favoriva tutti i suoi rapporti di lavoro e le relazioni sociali che intratteneva, riguarda la grande solarità e la disponibilità con cui dapprima accoglieva e poi ascoltava le ragioni dei suoi interlocutori. Il che non significa affatto che poi fosse arrendevole nel sostenere le sue argomentazioni, solo che le sue opinioni, sostenute da una solida preparazione riguardo alle materie sulle quali interveniva, erano
sempre presentate con un tono pacato e distaccato, distante per natura dalle polemiche inutili e pretestuose. Una conferma di questa serena determinazione mi viene anche dai ricordi di mio padre che ha avuto modo di lavorare direttamente con lui quando erano entrambi consiglieri comunali a Lugano per il Partito Liberale Radicale: Geo Mantegazza era una persona che durante tutto il suo mandato era sempre molto presente, studiava attentamente i dossier e i messaggi, dimostrando una grande capacità nel coniugare la propria attività professionale con una profonda considerazione dell’importanza e del valore etico dell’interesse del Paese, che tanto amava».
ma il progetto Swiss Innovation
Park Ticino, iniziativa federale sviluppata in Ticino dal Consiglio di Stato con le associazioni economiche, in collaborazione con USI, SUPSI e aziende del territorio.
L’obbiettivo è quello di creare una piattaforma per la collaborazione tra ricercatori, aziende high-tech e startup, al fine di stimolare attività creative, sviluppare e testare idee sostenibili e innovative e favorire il trasferimento della tecnologia e del sapere. mettendo al centro l’innovazione, l’imprenditorialità e la messa in rete delle competenze presenti sul territorio a livello accademico, economico e istituzionale.
È già stato costituito il primo centro di competenza dello Swiss Innovation Park Ticino, lo ‘Swiss Drone competence Center’ (Sdbc), localizzato presso l’aeroporto di Lodrino.
Con le industrie del settore e in stretta collaborazione con vari istituti accademici, intende diventare una piattaforma per lo sviluppo di concetti all’avanguardia e il supporto di progetti nel campo dei droni, ovvero nel potenziale innovativo ed economico di questa tecnologia. Parallelamente si sta lavorando a un centro di competenza sulle scienze della vita e ad uno sulla moda.
L’elenco delle iniziative potrebbe proseguire: il potenziale è notevole, pensiamo alle prospettive della logistica che oggi è un comparto dove la movimentazione delle merci passa attraverso l’adozione di soluzioni informatiche d’avanguardia. Oppure alla finanza, con il Ticino che aspira a diventare un polo di riferimento per la tecnologia Blockchain. E non dimentichiamo quanto sarebbe importante investire nel campo dell’istruzione, per mantenere una elevata qualità della formazione al passo con i tempi».
Con la realizzazione di AlpTransit si sono intensificate le riflessioni sul rafforzamento dell’asse Zurigo-Milano e sulle possibili ripercussioni riguardo al ruolo intermedio di Lugano. Qual è la sua opinione al riguardo?
«A dire il vero il dibattito sulle potenzialità di crescita del ruolo di ponte di Lugano e del Ticino nelle relazioni economiche e culturali tra Zurigo e Milano dura da almeno settant’anni. Spesso si è risolto in una pur lodevole dichiarazione di buone intenzioni che non di rado si sono scontrate con le difficoltà di stabilire un dialogo a livello istituzionale. Questo anche perché i diversi livelli istituzionali (nazionali, regionali, cantonali, comunali) dei due Paesi hanno competenze molto diverse e difficili da sintonizzare. E’ quindi fondamentale la buona volontà, l’impegno e il lavoro di associazioni culturali ed economiche e di singoli enti della società civile. A ciò si aggiunga il fatto che storicamente Zurigo guarda più a nord che a sud e il suo riferimento principale è rappresentato dalle regioni dellEuropa centrale.
Ciò premesso, la collaborazione fra realtà accademiche ed economiche avviene già oggi in molti campi e Lugano e il Ticino possono costituire una tappa intermedia e non soltanto un corridoio. Ma, lo ripeto, occorre premere ancor più l’acceleratore sulla cultura e verso l’innovazione intensificando la rete di collaborazioni di successo a tutti i livelli. In un mondo sempre più competitivo - che si appresta a riorganizzarsi in aree geopolitiche ben distinte - essere in rete rappresenta una condizione di partenza imprescindibile per sviluppare competenze ed economia. Deve crescere la consapevolezza che investire nella cultura e nell’innovazione è una scelta di crescita del paese oltre che redditizia. La centralità geografica del Ticino, e non da ultimo la sua qualità di vita, sono risorse importanti per creare posti di lavoro altamente qualificati e attirare investitori, dando vita ad un circolo virtuoso fondamente per mantenere le condizioni di benessere raggiunte dal nostro territorio».
Cosa fare quando il successo dell‘azienda apre opportunità di investimento privato?
Facilitare la costituzione di patrimoni aziendali e privati grazie a una consulenza individuale.
IL GIORNALISMO D’INCHIESTA COME BALUARDO CONTRO LE FAKE NEWS
Quali sono stati i principali passi nella sua formazione che l’hanno portata a intraprendere la carriera nel campo del giornalismo?
«Non si nasce giornalisti, o forse sì. Quel che è certo è che dopo le scuole medie ho iniziato a sognare di fare il giornalista, incantato dalla cronache delle firme famose di allora: Indro Montanelli, Enzo Biagi, Tiziano Terzani, Oriana Fallaci. Leggevo i loro articoli sui giornali che mio papà portava a casa, e sognavo. Volevo raccontare il mondo, lasciare un segno, vivere avventure. Tutto è nato così ed è stato consequenziale a questo sogno. Liceo, una Laurea in Lettere alla Statale di Milano, ma soprattutto tanti tentativi di collaborare con giornali, testate, radio. Ho iniziato dallo sport, scrivendo le cronache delle partite per la quadra di basket nella quale giocavo, sono passato alle collaborazioni saltuarie nei giornali locali, poi una parentesi radiofonica a radio 3i, fino all’assunzione al Giornale del Popolo. Una vera scuola di vita e professionale, prima di tentare un concorso all’allora TSI».
Come ha iniziato la sua esperienza presso la Radio Televisione Svizzera e quali sono state le sfide iniziali affrontate?
INTERVISTA CON LORENZO MAMMONI, GIORNALISTA, PROGRAMMATORE E CONDUTTORE TELEVISIVO, UNO DEI VOLTI PIÙ NOTI DELLA RSI
DOVE DA ANNI PROPONE UN GIORNALISMO D’INCHIESTA PORTANDO
ALLA LUCE FATTI E MISFATTI DELLA SOCIETÀ CONTEMPORANEA.
«Sono stato assunto nel 1989 dalla allora TSI a seguito di un concorso. A differenza di tanti giovani giornalisti che entravano in azienda non sono stato indirizzato verso il telegiornale o le cronache locali, bensì in un settore con una denominazione che mi riempiva di orgoglio: Dipartimento inchieste e rubriche giornalistiche. Lo guidava un giornalista si grande esperienza e competenza Willy Baggi, e tra i programmi di punta figurava il magazine Tesi Temi Testimonianze, diretto da un altro esponente di punta del giornalismo ticinese: Aldo Sofia. Era il sogno che si avverava. Fu un’esperienza totalizzante, coinvolgente: imparare il linguaggio televisivo, le tecniche comunicative di un nuovo media, affrontare temi locali e internazionali, realizzare documentari e inchieste, viaggiare nel mondo. Trattandosi di un magazine di informazione si spaziava da temi sociali, politici, economici, alla cronaca, un cambio di ritmo e di tematiche che imponeva rigore, studio, preparazione, capacità di adattamento. Sono stati gli anni che mi hanno forgiato e che hanno
maturato in me una concezione del giornalismo che ha segnato tutta la mia vita professionale».
In veste di programmatore e di conduttore quali sono le trasmissioni che ricorda con maggior piacere e che hanno segnato una tappa importante nella sua attività giornalistica? «Oltre a TTT, un altro momento importante è stata l’esperienza nel programma Falò, nato nel 2000 e del quale sono stato anche vice produttore e conduttore. Un programma di inchiesta che ancora oggi è tra i più apprezzati dal pubblico della RSI. È stato in particolare con Falò che ho sviluppato le competenze della conduzione, in un format che prevedeva il faccia a faccia con gli ospiti, un ruolo che conferiva una certa responsabilità al conduttore chiamato a sostenere e a difendere di fronte a chi veniva chiamato in causa, i contenuti delle inchieste realizzate dalla redazione».
Qual è, secondo lei, il valore del giornalismo di inchiesta nella società odierna?
«Viviamo in un paradosso, mai come oggi forse siamo stati invasi dall’informazione, in tutte le sue forme, in particolare quelle che derivano da internet: piattaforme web e social media. Spesso però questa modalità di fare circolare le informazioni sfugge al meccanismo di verifica e contestualizzazione che è tipico del giornalismo, in particolare di quello investigativo. Oggi nell’epoca delle fake news e delle sfide poste dalla disinformazione il giornalismo d’inchiesta sarebbe un baluardo su cui fare affidamento per orientarsi in una società sempre più complessa e piena di trappole, eppure mai come oggi le difficoltà finanziare, i tagli alle redazioni, la riduzione delle pubblicità mettono in difficoltà il giornalismo. Realizzare un’inchiesta costa tempo e denaro, significa dedicare settime nella ricerca delle prove, nella verifica delle fonti, significa avere i mezzi per contrastare denunce e richieste di risarcimenti, e sempre meno media possono permettersi quello che oggi viene considerato un privilegio. Eppure il giornalismo di inchiesta è una delle colonne su cui si basa la democrazia. Non andrebbe dimenticato. Mai!
In questo contesto il servizio pubblico, nel quale ho il privilegio di lavorare da 35 anni, offre ai suoi giornalisti e al suo pubblico tutte queste garanzie, anche se il tentativo di indebolirlo, riducendone le entrate, avrebbe proprio quelle conseguenze nefaste appena descritte».
In che modo la trasmissione Patti chiari ha influenzato il suo approccio professionale e quali temi ritiene siano stati fondamentali da trattare?
«Patti chiari è un programma che difende i diritti dei cittadini. E sono proprio i cittadini protagonisti, coi
loro problemi, al centro dei temi che trattiamo. Ci tengo a sottolineare il concetto di “cittadini”, un ruolo che tutti, di volta in volta, ricopriamo nella veste di consumatore, pensionato, paziente, imprenditore, contribuente, inquilino, proprietario o di chi si trova di fronte ai meccanismi distorti della burocrazia, delle grandi imprese o ancora di chi è senza scrupoli. Il ruolo del programma, applicando i principi della corretta inchiesta giornalistica, è quello di operare come un “quarto potere”, come controllore del sistema, un ruolo che ha caratterizzato la testata in questi anni e mi ha convinto ancora di più delle potenzialità del giornalismo di denunciare ma anche di mutare il corso degli eventi. Le inchieste in un ambito locale sono le più complesse, perché si opera in un contesto territoriale dove ci si conosce tutti, perché non mancano le pressioni, ma offrono una grande opportunità,
perché il lavoro giornalistico di denuncia porta spesso alla soluzione dei problemi. E questa per me è la più grande soddisfazione».
Come si è evoluto il panorama mediatico durante il suo lavoro presso la Radio Televisione Svizzera e quali cambiamenti ha notato nel modo in cui il pubblico consuma le notizie?
«Quando ho iniziato a lavorare alla RSI non era ancora iniziata l’era del digitale, non c’era internet, non c’erano i social. La concorrenza era solo quella televisiva e si declinava su un numero ancora limitato di canali. L’avvento della digitalizzazione ha posto una grande sfida alla RSI. La necessità di poter declinare i contenuti anche sull’ on line ha reso la comunicazione più essenziale, più diretta, di più facile consumo senza per questo togliere la complessità ai fatti che vengono descritti. Una sfida non faci-
le che per esempio Patti chiari ha saputo cogliere proponendo un format attraente, fruibile, con un linguaggio piano e formalmente vivace senza per questo venir meno al suo ruolo di testata di informazione, rigorosa e precisa. Oggi in uno scenario mediatico così fitto di offerte, vince chi sa farsi notare per originalità, ma anche chi sa offrire garanzie di rigore giornalistico, di affidabilità, di indipendenza».
Quale consiglio darebbe ai giovani aspiranti giornalisti che desiderano entrare nel mondo del giornalismo?
«Partirei da una frase di un famoso inviato del Corriere della Sera che recitava: “Il mestiere del giornalista è difficile, carico di responsabilità, con orari lunghi, anche notturni e festivi, ma è sempre meglio che lavorare». Una frase che racconta una
“Patti chiari è un programma che difende i diritti dei cittadini. E sono proprio i cittadini protagonisti, coi loro problemi, al centro dei temi che trattiamo”.
grande verità: il lavoro di giornalista, per chi ci crede davvero, è una missione, così entusiasmante che nello svolgerla ti sembra di fare l’unica cosa che vorresti fare, e quindi diventa come un hobby. Se hai questa passione, questo desiderio, se ti entusiasma davvero sei sulla strada giusta. Poi ci vuole cultura generale, studi, applicazione. Ma nulla è pesante se l’obiettivo è chiaro, se la voglia di riuscire ti spinge. Sogna in grande e impegnati nel piccolo, ogni giorno: leggi, scrivi, sii curioso, confrontati. Non ci sono scorciatoie e soprattutto non si finisce mai di imparare».
DISUGUAGLIANZA ECONOMICA, ISTITUZIONI E TECNOLOGIA
DARON ACEMOGLU È UN
ECONOMISTA TURCO-AMERICANO NOTO PER LE SUE INFLUENTI
RICERCHE SU ISTITUZIONI, ECONOMIA POLITICA E DISUGUAGLIANZA ECONOMICA. NATO A ISTANBUL NEL 1967, È ATTUALMENTE
PROFESSORE AL MASSACHUSETTS
INSTITUTE OF TECHNOLOGY (MIT)
ED È UNO DEGLI ECONOMISTI
PIÙ CITATI AL MONDO. NEL 2024
GLI È STATO CONFERITO IL PREMIO
SVERIGES RIKSBANK IN SCIENZE
ECONOMICHE IN MEMORIA DI ALFRED NOBEL PER IL SUO LAVORO
PIONIERISTICO SU COME ISTITUZIONI
INCLUSIVE ED ESTRATTIVE PLASMINO LA PROSPERITÀ
NAZIONALE. PER GENTILE
CONCESSIONE DI UBS NOBEL PERSPECTIVES (UBS.COM/NOBEL).
La ricerca di Acemoglu abbraccia temi come democrazia, potere, tecnologia e sviluppo, rendendolo una voce centrale nel pensiero economico moderno. Cresciuto a Istanbul all’ombra di un colpo di stato militare, Acemoglu sviluppò fin da piccolo un’ossessione per il concetto di potere, per chi lo detiene e per il suo impatto sulla prosperità complessiva di un Paese e del suo popolo. L’instabilità economica, politica e istituzionale della Turchia non era astratta. Modellava le scelte a disposizione delle famiglie, dei lavoratori, dei bambini. Da adolescente, cercò risposte nell’economia. Ciò che trovò invece fu una disciplina riluttante a parlare di democrazia, storia o potere. «Non sapevo che l’e -
conomia non si occupasse davvero di queste questioni», dice. Ma invece di abbandonarla, Acemoglu le ha rese centrali nel lavoro della sua vita.
Quali sono le cause del divario globale tra paesi ricchi e poveri? In un mondo globalizzato, come è possibile che ci sia un divario così ampio tra paesi ricchi e poveri? Per Acemoglu, questa è rimasta una delle domande più spinose, sia come economista che come essere umano. Le persone in tutto il mondo hanno accesso, in teoria, alla stessa tecnologia e allo stesso flusso di informazioni, eppure «i 10 paesi più ricchi hanno un reddito pro capite 60 volte superiore a quello dei paesi più poveri», afferma. «È un divario semplicemente sconcertante. Come dargli un senso, credo, è una delle domande più importanti delle scienze sociali, e ci aiuta anche a districarci tra importanti questioni istituzionali». Acemoglu, insieme ai suoi co-laureati e collaboratori di lunga data James Robinson e Simon Johnson, ha posto l’accento sull’analisi dell’inclusione o dell’estrazione delle istituzioni. La loro ricerca ha chiaramente dimostrato che le istituzioni inclusive, ovvero le regole che determinano chi ottiene cosa e a quali condizioni, sono al centro del motivo per cui alcuni paesi si arricchiscono mentre altri rimangono poveri. Le istituzioni inclusive offrono alle persone sia incentivi che opportunità. Favori-
scono un’ampia partecipazione, premiano l’innovazione e si adattano al cambiamento. Le istituzioni estrattive fanno l’opposto. Accumulano potere, reprimono l’iniziativa e bloccano il dissenso, anche a scapito diretto della prosperità.
Perché le élite potenti si oppongono al cambiamento economico e politico?
Una parte centrale di questa ricerca è stata anche l’individuazione delle resistenze, sia istituzionali che tecnologiche. Al centro della teoria di Acemoglu c’è una cruda verità: chi detiene il potere spesso si oppone al cambiamento, anche quando questo potrebbe arricchirlo. Questa resistenza, sia essa economica, politica o sociale, non è casuale. È sistemica. I monopolisti temono la concorrenza. I dittatori temono l’emancipazione. Una nuova tecnologia può promettere crescita, ma se minaccia di democratizzare l’informazione, modificare le dinamiche del lavoro o incoraggiare l’opposizione, diventa pericolosa per chi governa. Ciò che questa intuizione dimostra è che lo sviluppo non fallisce per mancanza di idee, strumenti o persino risorse. Fallisce quando le élite ritengono che la repressione sia più sicura delle riforme. Questa resistenza si manifesta in momenti di profonda trasformazione. Guerre, pestilenze, rivoluzioni e nuove tecnologie destabilizzano gli ordini consolidati. Acemoglu li chiama “snodi critici”, punti di svolta in cui i percorsi istituzionali divergono.
Quali sono i momenti critici e in che modo modificano il corso dello sviluppo?
«I momenti critici destabilizzano gli ordini esistenti e creano uno squilibrio tra le istituzioni esistenti e le
A COLPO D’OCCHIO
Nato: 1967, Istanbul, Turchia
Campo: Economia politica, storia economica
Assegnato: Premio Sveriges Riksbank per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel, 2024
Lavoro premiato: Per studi su come le istituzioni si formano e influenzano la prosperità
Il lusso più grande: Il tempo libero, di cui non ha molto
Professionalità: È uno degli economisti più citati
aspirazioni delle persone», afferma. «Quando ciò accade, si arriva a un bivio, per così dire. O si permette che alcuni di questi cambiamenti si verifichino o si deve intervenire con misure molto energiche per contrastarli. Quindi i momenti critici sono grandi amplificatori di disuguaglianza e sono le ancelle dei cambiamenti istituzionali». L’industrializzazione è stata una di queste fasi, così come il colonialismo, secondo Acemoglu. «Quando si resta indietro, diventa molto difficile costruire istituzioni migliori», afferma. I momenti critici amplificano notevolmente la disuguaglianza e sono le ancelle dei cambiamenti istituzionali. In cosa consiste la teoria del corridoio stretto della democrazia e del potere statale? Nel loro secondo libro, “The Narrow Corridor”, Acemoglu e Robinson hanno approfondito la loro ricerca sostenendo che la libertà non nasce dall’assenza di potere statale, ma dal suo equilibrio con una società dotata di potere. Troppo poco stato e regna il caos. Troppo, e la tirannia prende il sopravvento. Il concetto di “corri -
doio stretto” creato dalla coppia cerca di catturare questa tensione. «Democrazia e libertà sono compagne naturali, ma non sono la stessa cosa», afferma Acemoglu. «La democrazia è un concetto molto complesso. Da un lato, vogliamo che le persone siano libere dalle peggiori forme di coercizione e abuso. Ma dall’altro lato, la libertà ha anche un elemento abilitante». Questo elemento abilitante richiede istituzioni solide che forniscano servizi come istruzione, assistenza sanitaria, infrastrutture e protezione dalla violenza. Ma le istituzioni devono anche avere dei vincoli, altrimenti rischiano di diventare predatorie. «Si vuole che la capacità di qualsiasi istituzione, terza parte, élite o capo sia limitata», afferma. «Si vuole lo Stato, ma che sia fortemente vincolato, in modo che non possa fare ciò che gli Stati hanno fatto in tutta l’umanità». Mantenere questo equilibrio nello stretto corridoio richiede una costante ricalibrazione, soprattutto di fronte a crisi come il cambiamento climatico o l’autoritarismo digitale.
Democrazia e libertà vanno naturalmente d’accordo, ma non sono la stessa cosa.
Una volta delegato, il potere viene utilizzato per molti scopi, e anche la democrazia stessa può essere instabile. Acemoglu vede questo fenomeno in atto in molti luoghi del mondo in questo momento e ritiene che possa rappresentare il momento critico dei nostri tempi. «Sia la democrazia liberale che la libertà sono in pericolo a causa delle tensioni economiche e culturali», afferma, ma avverte che tre fattori specifici sono particolarmente pericolosi quando concentrati. «Uno è la ricchezza. L’altro è il potere. E il terzo è l’informazione. E in questo momento, stiamo concentrando sempre di più tutti e tre nelle mani di un piccolo gruppo di persone».
I rischi e i benefici della tecnologia
Dai tessitori britannici distrutti dalla meccanizzazione agli odierni lavoratori autonomi sostituiti dall’intelligenza artificiale, Acemoglu afferma che i benefici di qualsiasi nuova tecnologia dipendono dalla sua progettazione e dalle istituzioni che ne modellano l’utilizzo. Acemoglu e Johnson hanno messo in discussione l’assunto che il progresso tecnologico sia automaticamente positivo per tutti nel loro libro “Power and Progress” perché, storicamente, non lo è stato. Distinguono tra automazione, che spesso ri -
duce le opportunità, e creazione di compiti, che aumenta le capacità umane. La chiave, secondo Acemoglu, è scegliere tecnologie che diano potere ai lavoratori e non che si limitino a sostituirli.
Il ruolo delle istituzioni nella libertà Quali sono le preoccupazioni di Acemoglu riguardo all’intelligenza artificiale e al potere digitale? Oggi l’intelligenza artificiale è spesso considerata una tecnologia sacra e Acemoglu non è necessariamente in disaccordo, ma mette in guardia dal tecno-ottimismo. «Penso che tutte le tecnologie digitali, inclusa l’intelligenza artificiale, rappresentino due serie di minacce distinte», afferma Acemoglu. «Una è che, se creano disoccupazione e disuguaglianza, approfondiranno le tensioni sociali e renderanno la democrazia più difficile da attuare. In secondo luogo, si tratta di tecnologie dell’informazione, e chiunque controlli l’informazione controlla l’informazione». Secondo Acemoglu, reindirizzare il cambiamento tecnologico verso la creazione di nuovi compiti, anziché eliminare l’automazione, è un modo per garantire la creazione di sistemi che promuovano la prosperità condivisa. «L’intelligenza artificiale offre numerose possibilità per migliorare le competenze umane, potenziare le capacità umane, creare nuovi compiti e nuovi servizi per gli esseri umani», afferma.
Le istituzioni dovrebbero essere aggiornate con l’avanzare della tecnologia, ma lo stesso vale per le domande che ci poniamo sulla direzione della tecnologia e sul potere che le istituzioni hanno su chi la guida. «Gli elementi istituzionali e la direzione della tecnologia sono entrambi cruciali, ed è per questo che le nuove tecnologie richiedono nuovi dibattiti», afferma. «È un equilibrio molto difficile. E in caso di dubbio, credo che dobbiamo peccare di sfiducia lasciando che sia il mercato a fare il suo lavoro, perché abbiamo molti esempi di società storiche che hanno cercato di controllare la tecnologia e, di conseguenza, sono diventate barriere contro gli sviluppi tecnologici e hanno portato a un sottosviluppo su larga scala».
Chi controlla la tecnologia informatica controlla le informazioni
“Una volta delegato, il potere viene utilizzato per molti scopi, e anche la democrazia stessa può essere instabile. Acemoglu vede questo fenomeno in atto in molti luoghi del mondo in questo momento e ritiene che possa rappresentare il momento critico dei nostri tempi”.
Nonostante le sfide, Acemoglu non è particolarmente preoccupato. Trae speranza dalla storia, in particolare dalla capacità delle società di autocorreggersi. Dalla riforma della Gran Bretagna industriale. Dalle democrazie latinoamericane uscite dalla dittatura. Anche nel mezzo delle turbolenze odierne, intravede la possibilità di nuove idee, nuove istituzioni e nuove coalizioni. In che modo istruzione, partecipazione e nuove idee possono favorire un cambiamento positivo? «Una cittadinanza informata e attiva è più importante che mai», afferma. «I cittadini devono preoccuparsi della tecnologia, del potere, dell’informazione, del lavoro. Tutto questo richiede flessibilità. Dobbiamo essere adattabili come individui, come società». Per raggiungere questo obiettivo, l’istruzione è importante. La partecipazione è importante. Ma soprattut-
to, le idee sono importanti. Le nuove tecnologie richiedono nuove narrazioni, nuovi quadri di riferimento per pensare all’inclusione, alla produttività e al potere. «Abbiamo bisogno di nuove idee per sconfiggere le cattive idee», afferma. Il futuro, in altre parole, non è solo qualcosa da ereditare nella mente di Acemoglu, deve essere costruito e contestato. Non dovremmo mai perdere la speranza, soprattutto la speranza nella creatività, nell’adattabilità e nella versatilità degli esseri umani. Quando gli viene chiesto se è ottimista, Acemoglu fa una netta distinzione. «C’è una linea sottile tra ottimismo e speranza», dice. «L’ottimismo ci rende ciechi. Ma non dovremmo mai perdere la speranza, soprattutto la speranza nella creatività, nell’adattabilità e nella versatilità degli esseri umani».
Non è una speranza sentimentale, ma profondamente empirica. Evidenzia i traguardi raggiunti dall’umanità negli ultimi secoli. «Abbiamo costruito società composte da centinaia di milioni di persone che, per la maggior parte, hanno vissuto in pace e in modi che hanno creato nuove strade per realizzare i propri sogni e costruire vite prospere, sane, confortevoli e libere», afferma. «È semplicemente un traguardo straordinario». Qual è il messaggio di Daron Acemoglu alla prossima generazione di pensatori e leader? Acemoglu insegna ai suoi studenti, ai suoi figli e ai suoi coetanei tenendo a mente il peso della storia e l’urgenza del presente. Il suo consiglio alla prossima generazione è al tempo stesso semplice ed esigente: rimanere vigili, curiosi e coinvolti. Acemoglu stesso trova ispirazione in luoghi inaspet-
tati, come una frase di giornale, a volte in una canzone o in un film, o in un vecchio documento storico. «Stiamo vivendo tempi insoliti, quindi non esiste una tabella di marcia naturale», afferma. «Bisogna avere una mente aperta sia ai pericoli che alle opportunità». Questa apertura al dibattito, alle prove e alla trasformazione è forse il suo impegno più duraturo.
A JOURNEY OF GENEROSITY AND DEDICATION BETWEEN GERMANY AND NEPAL
BY ELISA BORTOLUZZI DUBACH
INTERVIEW WITH ANN-KATRIN BAUKNECHT, RECIPIENT OF GERMANY‘S HIGHEST HONOR FOR HER PHILANTHROPIC WORK.
Ms. Bauknecht, could you tell us a bit about your background and the experiences that shaped your values early in life?
«I grew up in eastern Westphalia on our family’s country estate, which has a very historic background dating back to the 13th century, as documented in the church books of the Bishopric of Herfordia (Herford/Westphalia), a very important center of the Catholic Church in the 12th, 13th, and 14th centuries.
From an early age, I was always very interested in the local history of independent East Westphalia (neither a kingdom nor a duchy) and that of my own family. I learned very early the values of sharing and caring for others, which was a strong tradition in my family, as we have always been involved in local history and the preservation of traditions.
Due to World War II, most of my mother’s relatives from eastern Germany fled to Westphalia and came to live with us. As a result, my two brothers and I grew up with twelve cousins and other relatives. We learned early how to share and gained a lot of knowledge about agriculture and animal husbandry. We had our own little piece of land
where we learned how to grow vegetables and harvest fruits like strawberries, cherries, apples, and more. My profound understanding of how to treat the soil properly to achieve optimal results in growing vegetables and herbs proved to be especially helpful later on-in connection with my Empowerment Project for Rural Women in the mountain areas of western Nepal».
How would you describe the role that generosity and compassion have played in your personal and professional journey?
«As already mentioned above, our early awareness of how to treat nature, and of the importance of agriculture and livestock, was deeply formative. Above all, having been taught the value of sharing and helping others less fortunate from a young age - which we experienced firsthand with our relatives from Eastern Germany, who had not been as fortunate as my brothers and Igreatly influenced our, and especially my, understanding of generosity and compassion from early childhood».
Was there a particular moment or encounter that deeply influenced your belief in the power of giving and helping others?
«Since my father had suffered severe injuries during the final months of the war (in Russia), he could no longer manage our farm estate personally and had to engage a caretaker/manager to supervise all farm activities. Meanwhile, he accepted a position with Daimler-Benz AG in Stuttgart, joining a team of five managers who were sent to the USA and Canada to establish new contacts and business activities in North America after the war.
In early 1953, Daimler AG agreed that some of the families of their managers could temporarily move to the USA or Canada. At the age of 12 and a half, I therefore left my high school studies at the Girls’ Lyceum in Herford, Westphalia, to join together with my mother, my father in Canada. My two brothers - due to their school commitments and their own wishes - remained at home with our relatives and only joined us in Canada later. Attending high school in Toronto without being able to speak a single proper sentence in English was an extremely difficult experience for me. I was considered “an immigrant child” and confronted with “Germany’s Nazi past,” of which I knew very little. In my high school, we had learned extensively about the Greeks and Romans, but nothing yet about World War II or Germany’s role in it. As a result, my classmates initially did not seek my presence or friendship. However, thanks to a fantastic teacher who noticed my struggles, I began to understand the situation. He helped me immensely and eventually enabled me to be accepted by my classmates. This was a lifelong lesson - one that taught me how to cope with adversity, and made me realize how important it is to have friends, to find understanding, and above all, to help others in times of need».
“As already mentioned above, our early awareness of how to treat nature, and of the importance of agriculture and livestock, was deeply formative”.
What initially inspired your strong commitment to supporting the people of Nepal, and how has that motivation evolved over the years?
«I met Dr. Toni Hagen, a Swiss development expert sent by DEZA to Nepal, whose work and connection with the King of Nepal inspired me deeply. After his retirement in Lenzerheide, I helped preserve his photo archive, much of which was donated to DEZA. I joined the board of the Dr. Toni Hagen Foundation, now led by his daughter Katrin, who organizes democracy workshops and health camps. In 1993, I became Honorary Consul of Nepal for Southwest Germany, and in 2000, Honorary Consul General in Stuttgart, promoting tourism and Nepalese exports across Germany, Austria, and Switzerland. To support development, I founded the NGO VEBW e.V. in 1996, launching the Rural Women Empowerment Project. My first visit to Nepal in the 1980s, with Dr. Gisela Bonn, led to an audience with King Birendra and later work in Bhujung Village, supported by the Royal King Mahendra Trust. With help from KMTNC, GTZ-Nepal, and the Ministry of Industry, VEBW e.V. expanded its work to build schools for children in rural areas. After the 2015 earthquakes, over 240 unaccompanied children were rescued; 76 remained unclaimed. VEBW e.V. funded care for 18 of them through the Earthquake Orphan Cooperation Project until 2021its first orphan-focused initiative».
What role does cultural understanding play in your philanthropic work, and how do you foster mutual respect between Germany and Nepal? «Nepalis are, by nature, very friendly people and immensely curious about anything new. Especially in remote rural areas, the villagers I met were extremely open, interested, and welcoming - even toward strangers. It is therefore important to meet them with friendly respect. As Honorary Consul General, one of my key responsibilities has always been to foster good relations between our two countries. I often sought to surprise my Nepali counterparts with thoughtful gestures I knew would be appreciated.
For example, when the renowned Stuttgart Chamber Orchestra toured India in 2010, I arranged for them to make a short stopover in Kathmandu. My Nepali friends were thrilled to host such a prestigious ensemble, and the concert was a great success. As a special gesture, the orchestra - equally excited to perform “at the Roof of the World” - prepared a surprise for the audience. After Nepal transitioned to a democratic republic, the government had adopted a new national anthem. Some orchestra members obtained the score and rearranged it for their ensemble. When the concert opened with Nepal’s new anthem, the audience was stunned and deeply moved. A long, enthusiastic applause followed, expressing heartfelt gratitude for an unforgettable evening.
In 2019, to mark the 60th anniversary of diplomatic relations between Nepal and Germany, the German government and embassy invited the Stuttgart Chamber Orchestra to return to Kathmandu for another memorable concert. Such cultural gestures not only foster mutual respect but also strengthen the ties between our nations».
Trough the VEBW Association, you have supported numerous initiatives. Which project are you most proud of, and why?
«Considering the various projects I have initiated over 25 years in Nepal, I still regard my Rural Women Empowerment Project as the most successful and personally meaningful. Since childhood, I have felt deeply connected to rural life and agricultural activities - often sitting in my favorite willow tree by the pond in the apple yard of our farm, dreaming of the “big wide world” my maternal grandfather used to tell me about. He had fled from Thuringia in Eastern Germany with the family after World War II, settling on our farm in Westphalia. I was always fascinated by his stories of working in faraway places like Singapore and Shanghai for a British trading company.
The Rural Women Empowerment Project continues today, now involving three generations of women who work increasingly independently. I plan to visit the project again in May/June 2026 to introduce new workshops focused on nature conservation and climate change. As climate change has begun to affect the Himalayan region, it is vital to prepare these communities for the consequences. The workshops will be led by climate experts, and I also intend to sup -
port the production of educational film material explaining the causes and impacts of these changes».
Receiving the Federal Cross of Merit is a significant honor - what does this recognition mean to you personally and professionally? «The Federal Cross of Merit - First Class, which I received in April 2021 from Germany’s President Dr. Frank-Walter Steinmeier, is the highest honor that can be bestowed upon civilians in Germany. However, this distinction can only be awarded to individuals who have previously received the Federal Cross of Merit, which I was honored with in 1999 by President Prof. Roman Herzog. That award coincided with my participation in the President’s first state visit to Nepal, following his official visit to China. The five-day visit to Nepal took place in beautiful weather, allowing the Nepalese people to fully engage in the event, lining the streets to welcome the German delegation. It was the first state visit by a German Federal President to Nepal and was considered a great honor by the King and the people of Nepal. I had the privilege of accompanying the President and his entourage during this visit in my role as Honorary Consul General of Nepal for Southwest Germany. This experience also opened new doors for me at Nepal’s Royal Court and within its government in Kathmandu».
Looking ahead, what are your hopes for the future of your philanthropic work and for the communities you support in Nepal?
«In recent years, Nepal has endured significant hardship. After the devastating 2015 earthquake, the country was hit hard by the COVID-19
pandemic. Due to its proximity to India and China, Nepal faced strict border closures imposed by the WHO, which lasted over two years. Citizens were instructed to work from home - a measure that proved ineffective, as most Nepalis lack internet access and private phone lines, especially in rural areas and among partners like MAITI-Nepal. Moreover, remote work came without financial compensation. The closure severely impacted Nepal’s tourism and industry, both of which were only beginning to recover from the earthquake. Rebuilding the economy will require time and continued support from international partners and NGOs such as VEBW e.V. However, global conflicts and humanitarian crises have made philanthropic work increasingly difficult, and funding has become scarce. Despite these challenges, VEBW e.V. remains committed to its Nepalese partners. In 2026, the organization plans to launch new workshops in Western Nepal focused on climate change and nature conservation, issues that now affect the Himalayan region. These workshops will use simple materials and illustrations to communicate key messages to rural women. A climate change film will also be produced and adapted as needed. These initiatives form the core of VEBW e.V.’s upcoming mission to Nepal in early summer 2026 - an effort to empower rural communities and raise awareness about the environmental challenges that lie ahead».
at www.pwc.ch/so-you-can
INSIEME ALLE IMPRESE PER L’INNOVAZIONE
IL NUOVO PRESIDENTE
DI FONDAZIONE AGIRE AFFRONTA VARI TEMI RIGUARDANTI
L’IMPRENDITORIA IN TICINO, IN PARTICOLARE QUELLA GIOVANILE, E INDICA IMPORTANTI SOLUZIONI DA ADOTTARE PER FAVORIRNE LA CRESCITA E LO SVILUPPO A LIVELLO INTERNAZIONALE.
Quali precedenti esperienze maturate nel suo percorso imprenditoriale potranno essere di utile supporto al nuovo ruolo di Presidente di Fondazione Agire? «Nel corso del mio percorso professionale ho avuto la grande fortuna di attraversare tutte le fasi della vita di un’azienda, sia da collaboratore sia da imprenditore, grazie anche a una solida formazione al Politecnico federale di Zurigo. Ho maturato
esperienze di successo nella conduzione di attività sia in Svizzera che all’estero, esperienze che mi hanno lasciato un forte imprinting imprenditoriale. Spesso questo percorso si è svolto in condizioni complesse e sfidanti, come ad esempio durante la mia esperienza negli Stati Uniti, dove ho ricoperto il ruolo di General Manager Nord America per una società svizzera, in un mercato dominato dagli incumbent, in un’altra lingua, con una cultura lavorativa diversa e in un contesto imprendito -
riale completamente nuovo. Come pure lo è stato il ruolo che per oltre undici anni mi ha visto responsabile per l’Italia di un gruppo energetico svizzero, che in quel periodo generava, appunto in Italia, ricavi superiori ai due miliardi di franchi.
Negli ultimi anni, invece, ho vissuto e vivo un percorso da imprenditore. Questo cammino mi ha permesso di costruire relazioni, acquisire competenze e affrontare sfide che mi hanno profondamente arricchito, sia dal punto di vista professionale che umano. Arriva però un momento, nella vita e nella carriera, in cui si sente il bisogno – e il dovere – di restituire almeno in parte ciò che si è ricevuto. Questo nuovo ruolo che ho accettato con grande senso di onore e responsabilità rappresenta per me proprio questo: un’opportunità concreta per mettere a disposizione del territorio, delle persone e delle imprese, l’esperienza maturata negli anni».
Qual è la specifica finalità di Fondazione Agire nella promozione delle attività imprenditoriali, e come intende sviluppare questa missione durante il suo mandato?
«La missione è molto chiara e definita. Mandato che si può riassumere con l’obiettivo di promuovere la capacità d’innovazione, e di conseguenza la competitività, delle piccole e medie imprese (PMI), comprese le startup. Il percorso per raggiungerla, tuttavia, richiede oggi un’attenta riflessione e una ristrutturazione, soprattutto alla luce dei profondi cambiamenti tecnologici e sociali che stiamo vivendo. Fondazione AGIRE non parte da zero, anzi, ha avuto in questi anni il merito rilevante ed indiscutibile di portare la cultura dell’innovazione in Ticino, promuovendone il mindset in
modo mirato e qualificato, sia collaborando con i centri di ricerca, sia avvicinandola alle imprese e al territorio. Iniziative come Boldbrain Startup Challenge, il Tecnopolo Ticino, l’Action Day e lo Switzerland Innovation Park Ticino ne sono testimonianza. L’ambizione per il futuro è quella di orientare queste attività verso obiettivi sempre più concreti, generando un ritorno tangibile in termini economici e industriali per il territorio. La ricetta per essere ancora più efficaci è semplice: lavorare con impegno, umiltà e spirito di servizio, stimolando la collaborazione tra tutti gli attori del territorio. Dobbiamo anche guardare oltre i confini locali, prendendo spunto da realtà come Zurigo, Milano o Monaco, che beneficiano di una maggiore massa critica e di risorse più ampie».
In che modo Fondazione Agire può supportare in modo concreto le startup in Ticino per garantire la loro sostenibilità e crescita? «Fondazione AGIRE attrae, stimola e sostiene le startup in Ticino attraverso una serie di attività di grande qualità. Tra queste, l’acceleratore Boldbrain Startup Challenge, attualmente in corso con le 20 migliori startup selezionate su oltre 140 candidature entrate, la messa a disposizione di spazi e servizi del Tecnopolo Ticino, l’organizzazione di incontri con investitori e un coaching mirato “La missione è molto chiara e definita. Mandato che si può riassumere con l’obiettivo di promuovere la capacità d’innovazione, e di conseguenza la competitività, delle piccole e medie imprese (PMI), comprese le startup”.
e puntuale. In questo ambito, AGIRE dovrà continuare ad analizzare in profondità i reali bisogni delle startup e, insieme agli altri attori del Sistema Regionale dell’Innovazione, contribuire a farle crescere lungo tutto il loro ciclo di vita – dal pre-seed all’early growth – affinché possano generare benefici concreti per il territorio: economici, imprenditoriali, reputazionali, sociali e ambientali».
Cosa ritiene sia necessario fare per favorire lo sviluppo dell’imprenditorialità giovanile in Ticino e quali iniziative specifiche intende implementare?
«I temi dell’imprenditorialità e dell’imprenditoria sono temi che mi stanno particolarmente a cuore. Quando, da diciottenni, si partiva per il Politecnico di Zurigo, l’idea era quella di lavorare per una corporate, un’istituzione o una PMI. Solo pochi, con un’impresa di famiglia alle spalle, pensavano di avviare qualcosa di proprio. All’epoca, termini come startup, open innovation, scale-up, venture building o venture capital erano praticamente sconosciuti. Si parlava al massimo di ricerca e invenzioni. L’imprenditoria giovanile era rarissima. Oggi è invece entusiasmante vedere l’energia, la passione e la visione con cui giovani studenti e ricercatori portano avanti progetti imprenditoriali. È compito di AGIRE formarli, accompagnarli, sostenerli, renderli consapevoli dei rischi e delle opportunità e indirizzarli affinché i loro sforzi si traducano in iniziative concrete e durature».
Qual è la sua visione dell’imprenditoria nel Ticino e quali sono, secondo lei, le principali sfide che gli imprenditori locali devono affrontare oggi?
«Nella mia conoscenza del territorio, vedo sicuramente un tessuto imprenditoriale pragmatico e tecnico, capace di qualità e specializzazione. Tuttavia, le sfide attuali sono complesse e i cambiamenti difficili da prevedere. Oltre all’instabilità politica internazionale e alla volatilità dei mercati, le sfide tecnologiche sono evidenti e avranno un impatto profondo sul modo di fare impresa. Lo viviamo ogni giorno, quasi senza accorgercene: chatbot, assistenti vocali come Siri, Alexa, Google Assistant, strumenti di scrittura e creatività assistita come Co-pilot o ChatGPT sono ormai utilizzati quotidianamente, sia da adolescenti sia da persone di ogni età. L’implementazione nei giusti tempi e modi delle nuove tecnologie nelle imprese rappresenterà la chiave di successo delle stesse».
Come vede il futuro del Ticino in termini di innovazione nei prossimi cinque o dieci anni e quali settori potrebbero emergere come protagonisti? «Fare previsioni è sempre rischioso. Un analista mi disse una volta che le previsioni servono per essere smentite. Detto ciò, è possibile individuare dei trend, e uno dei compiti di AGIRE è proprio quello di monitorarli attraverso il supporto di analisi strutturate e previsionali, per poter definire ed attuare le attività di sostegno e supporto più efficaci. Al momento, credo si possa tranquillamente affermare che con buona probabilità alcuni settori avranno un impatto significativo, in particolare: Life sciences e medtech/digital health; Artificial Intelligence e Computational Science; Automazione e robotica; Energia e tecnologie sostenibili».
Quali collaborazioni o sinergie pensa siano importanti tra Fondazione Agire e altre istituzioni, aziende o enti locali per promuovere un ecosistema imprenditoriale più forte?
«Last but not least, come si suole dire. La ringrazio per questa domanda che per me potrebbe essere la prima. Dobbiamo essere realistici: il Ticino conta circa 358.000 abitanti, la Lombardia 10 milioni, l’agglomerato di Zurigo 2. È una sfida impari sulla carta, ma proprio per questo dobbiamo giocare le nostre carte con intelligenza. Come Sistema Ticino, abbiamo l’opportunità di ritagliarci sempre di più una nicchia di qualità, riconosciuta e apprezzata. Per farlo, ogni attore – pubblico e privato – deve riconoscere con umiltà le proprie potenzialità e i propri limiti, agire con impegno, passione e professionalità, e soprattutto collaborare in modo efficiente ed efficace. Lo stimolo alla collaborazione e la costruzione di relazioni solide devono rappresentare il filo conduttore dell’azione di AGIRE, anche in virtù della sua natura istituzionale: la Fondazione riunisce infatti nel suo Consiglio rappresentanti di USI, SUPSI, AITI, CC-Ti, dei Comuni e delle istituzioni politiche, con il Cantone Ticino come promotore principale. Credo fortemente che la condivisione di obiettivi e attività sia la chiave per generare valore duraturo, e sarà al centro del mio impegno».
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LUGANO TRA NUOVE SFIDE E STRATEGIE DI SVILUPPO
CROCEVIA DELLE EVOLUZIONI CHE CONDIZIONANO LO SVILUPPO DEL NOSTRO CANTONE, I RESPONSABILI DELLA PUBBLICA
AMMINISTRAZIONE LUGANESE SI TROVANO A INTERPRETARE LE ISTANZE
SEMPRE PIÙ FRAMMENTATE DI UN RAPPORTO CON LA CITTADINANZA
E LE AMMINISTRAZIONI DI LIVELLO SUPERIORE CHE STANNO PERDENDO CONTINUITÀ CON IL PASSATO. ABBIAMO CHIESTO AL SINDACO
E AI RESPONSABILI DEI DICASTERI MUNICIPALI UN COMMENTO SU COME GESTISCONO QUESTA NUOVA REALTÀ.
DI ANDREA GRANDI
«Per costruire qualcosa di solido è indispensabile partire da fondamenta altrettanto solide», ricorda il Sindaco Michele Foletti. «In questo senso, desidero richiamare le Linee di sviluppo della Città, il documento che raccoglie i principi e gli obiettivi strategici per il
futuro di Lugano, con un orizzonte temporale che si estende fino al 2030. Nel 2018, per la prima volta, il Municipio ha definito in modo puntuale la sua visione e i suoi obiettivi sul medio e lungo termine, iniziando a perseguirli con metodo. Questo documento, aggiornato nel corso degli anni, ora costituisce uno strumento concreto per poter misurare e valutare il lavoro della città. Le Linee di sviluppo costituiscono inoltre la base da cui elaborare piani finanziari calibrati per risanare i conti pubblici, senza rinunciare a investimenti strategici per lo sviluppo economico e sociale del nostro territorio. Ma ogni strategia di sviluppo economico si basa su un impegno condiviso a tutti i livelli istituzionali. Ad esempio, la perequazione e la suddivisione degli oneri finanziari fra cantone e comuni sono scelte che possono dare slancio a un municipio oppure gravarne la progettualità con un peso significativo». «In ambito culturale, grazie alla sua favorevole posizione geografica, Lugano offre un variegato insieme di
riferimenti», commenta il Vice Sindaco Roberto Badaracco, responsabile del Dicastero cultura, sport ed eventi. «Questa è la premessa che orienta e stimola i responsabili dell’amministrazione cittadina a un impegno continuo per coordinare la molteplicità di obiettivi e proposte, e altresì stimolare lo sviluppo di relazioni costruttive, da un lato con le istituzioni, gli enti e gli interlocutori, anche privati, attivi nel perimetro metropolitano, e dall’altro con i referenti dei municipi di prossimità e degli uffici cantonali e federali. La finalità condivisa di questo dialogo è apportare valore aggiunto ad iniziative comuni. È dunque chiaro che collaborare su larga scala, anche in campo culturale, si conferma come un obiettivo concreto per progettare un futuro migliore per gli abitanti non solo del nostro territorio».
«La digitalizzazione, che è di competenza del mio ufficio» segnala Marco Chiesa, responsabile del Dicastero consulenza e gestione, «offre strumenti preziosi non solo per velocizzare la tempistica dei processi amministrativi e l’evasione delle pratiche, ma permette altresì di sviluppare con i cittadini un dialogo costante e condividere le loro aspettative. Quindi, obiettivo del Dicastero consulenza e gestione è confermare che le innovazioni tecnologiche restino al servizio delle relazioni tra le persone, per una Lugano accessibile a tutti».
«Il Dicastero immobili di Lugano si occupa della costruzione di immobili, della gestione e manutenzione di immobili e cimiteri, e della fornitura di materiale per eventi all’aperto: bancarelle, panchine, palchi», è la premessa del responsabile Raoul Ghisletta. «Le richieste di edificazione e manutenzione straordinaria di immobili necessitano di una pro -
cedura amministrativa e politica assai lunga e sono inserite nel piano degli investimenti e nel piano finanziario di Lugano. Le richieste legate all’uso delle sale, ai cimiteri e alla fornitura di materiale, invece, sottostanno a regolamenti e ordinanze municipali: in tal modo si cerca di dare seguito alle istanze avanzate dalle assemblee e commissioni di quartiere, così come dalle associazioni e dalla cittadinanza». «Dirigere il Dicastero Sviluppo Territoriale (DST), che comprende pianificazione, energia, ambiente, mobilità – dai percorsi pedonali all’aeroporto – nonché edilizia privata», sottolinea il responsabile Filippo Lombardi, «è talvolta un po’ frustrante, perché la pianificazione del territorio, oltre alla strategia energetica, si fa a lungo termine e i risultati si concretizzano magari dopo decenni. Dunque, c’è molto da negoziare con gli uffici cantonali e federali, e pochi nastri da tagliare! Per fortuna, fa eccezione la mobilità, perché alcuni risultati si vedono anche a breve. Parlo dei piani comunali dei percorsi pedonali e delle vie ciclabili (con le relative realizzazioni) e soprattutto della mobilità pubblica: il servizio Trasporti pubblici luganesi-TPL, la Ferrovia Lugano-Ponte Tresa-FLP e la Funicolare Cassarate Monte Brè-FMB, come pure lo sviluppo dell’aeroporto di Agno. Il DST ha inoltre avviato l’elettrificazione della Linea 5 dei bus TPL (una prima in Ticino, cui seguirà a breve la Linea 3), che ha ottenuto un ottimo riscontro dalla utenza». «Il pubblico apprezza anche la costante crescita dell’aeroporto di Lugano-Agno, stabilmente in attivo da quando la città ne ha ripreso la gestione operativa in vista di uno sviluppo futuro in partenariato pubblico-privato. In sintesi - conclude
Lombardi - la mobilità, in tutte le sue forme, è una risorsa fondamentale per una città moderna come Lugano per il suo agglomerato. È quindi inutile alimentare disparità tra gli utilizzi dei vari mezzi del trasporto pubblico, che invece devono essere considerati in modo integrato, per il bene del territorio, dei cittadini e dell’economia».
«La realtà cambia e, con essa, le necessità di dialogo» rileva Lorenzo Quadri, del Dicastero formazione, sostegno e socialità. «L’ente pubblico, a maggior ragione a livello comunale, non può esaudire qualsiasi richiesta né fornire tutte le risposte. Per mantenere un dialogo costruttivo è necessario che i ruoli siano chiari. Sempre più lo Stato dovrà concentrarsi sui propri compiti fondamentali e cooperare con gli attori privati del territorio. Anche le collaborazioni intercomunali guadagneranno di peso. In particolare, nel settore sociale è importante saper accogliere le richieste e fornire una consulenza in grado di indirizzare il cittadino verso il corretto interlocutore, in un sistema sempre più complesso». «Il Dicastero sicurezza e spazi urbani», osserva la responsabile Karin Valenzano Rossi, «ha il privilegio di comportare una relazione diretta con la cittadinanza: sicurezza, spazi urbani e servizi tecnici infatti toccano la vita di tutti i giorni. Per rispondere all’odierna frammentazione delle istanze sociali è necessaria una costante attenzione, tempi di risposta adeguati e un coordinamento istituzionale altrettanto solido. Cerchiamo così di rinsaldare un dialogo costruttivo con i cittadini e con tutti i livelli istituzionali, specie cantonali, con cui collaboriamo per garantire coerenza nelle decisioni, efficacia negli interventi e servizi all’altezza delle aspettative della cittadinanza».
FILIPPO VANINI, “MISTER” DELLA
SQUADRA DEL RAPID RACCONTA
IL SUO PERCORSO UMANO E SPORTIVO, FINO AL RAGGIUNGIMENTO DI UN SUCCESSO CHE
Come nasce la passione per il calcio e quali sono state le principali tappe della tua carriera sportiva?
«Provengo da una famiglia dove il calcio è sempre stato di casa. Mio nonno, Vittorio Vanini, è stato nel corso degli anni ’50 Presidente del Lugano, storica e gloriosa società calcistica tuttora militante nel principale campionato nazionale. La passione è passata poi attraverso mio padre che me l’ha trasmessa fin da piccolo, al punto che nel 1994, quando avevo solo 9 anni, ho cominciato a giocare nel Porza, per passare poi dopo quattro anni come allievo al Rapid Lugano che, mi piace ricordarlo, nel periodo del suo massimo splendore quando raggiunse la serie B, aveva avuto come cannoniere Geo Mantegazza che tutti
ricordano essere stato un ottimo giocatore. Al Rapid Lugano sono restato come giocatore per ben 22 anni e questo spiega il mio profondo attaccamento ai colori di quella maglia. In questo periodo, con la fascia di capitano dal 2008, abbiamo ottenuto tra l’altro due promozioni e vinto la Coppa Ticino».
Successivamente sei passato dal ruolo di giocatore a quello di allenatore…
«Infatti. Dopo il 2020, un po’ per ragioni anagrafiche, un po’ per accresciuti impegni professionali, complice poi anche la sospensione imposta dalla pandemia, ho interrotto la mia attività agonistica e iniziato ad allenare (nel frattempo avevo preso l’apposito patentino) nel Comano, dove sono rimasto fino al mese di giugno del 2024 quando del tutto inaspettata mi è arrivata la proposta del Presidente del Rapid Lugano che mi chiedeva se volessi prendere da subito in mano la squadra in veste di allenatore. E così è stato, dando inizio a questa nuova straordinaria avventura».
Ci racconti come hai vissuto l’ultima esaltante stagione e quali sono stati i tuoi meriti in veste di allenatore?
«Nessuno avrebbe scommesso che nel giro di pochi mesi, con una squadra del tutto rinnovata e da ricostruire, saremmo riusciti a vincere il Campionato di Terza Lega dopo un avvincente testa a testa con il Chiasso, grande favorito, che tuttavia, avendo vinto lo spareggio, sarà nostro avversario anche per quest’anno. E se è vero che dal valore degli avversari si misura la portata del nostro successo, devo dire che non ci hanno mai permesso di rilassarci, di staccare la spina e calare la tensione. Tutti pensavano che prima o poi mollassimo il colpo e invece, giornata dopo giornata, siamo restati in testa fino alla fine».
In che modo riesci a far convivere la sua passione per lo sport con l’attività in campo finanziario?
«Non è facile, ma credo che tutto dipenda dal fatto che per carattere sono portato ad essere estremamente metodico, programmando ogni giorno con rigore e precisione tutte le attività da compiere, tempi, luoghi e quant’altro risulta necessario fare sia in ambito sportivo che nel mio lavoro in campo finanziario. In ambedue le situazioni il mio ruolo è in un certo senso quello di essere un direttore d’orchestra che deve ascoltare le esigenze dei giocatori o dei clienti, trovare
il modo di soddisfarle e soprattutto armonizzarle in base ad un preciso piano strategico. Il mio approccio deve essere dunque al tempo stesso persuasivo e decisionale affinché il lavoro possa essere portato avanti in base all’organizzazione che ci siamo dati e agli obbiettivi condivisi che si intendono raggiungere».
Qual è stato il tuo percorso professionale prima di assumere un ruolo nel gruppo Crédit Agricole per Indosuez (Switzerland)?
«Dopo 15 anni di esperienza maturata presso il Credit Suisse ho avviato da pochi mesi un nuovo percorso presso il gruppo Crédit Agricole, con un ruolo di consulenza a clienti privati, società e aziende per tutte le problematiche inerenti al Wealth Management e non solo».
Dopo una vittoria prestigiosa c’è sempre la difficoltà di confermare i successi anche l’anno successivo. Che cosa ti senti di promettere per la prossima stagione?
«Sono pienamente consapevole delle difficoltà che ci attendono, ma non a caso abbiamo programmato la crescita della società e della squadra su più annualità e il primo obbiettivo che vogliamo raggiungere è il consolidamento della categoria per poi cercare, in un futuro assai prossimo, un ulteriore passaggio di categoria. In questo progetto siamo confortati dal supporto che il Rapid Lugano ha sempre avuto da parte dei suoi sostenitori, confermandosi squadra dalle radici autenticamente popolari, sempre nel cuore dei luganesi per la sua lunga e gloriosa storia, le sue tradizioni, la sua indomita voglia di vincere».
Negli studi di Paradiso (1968) Strano tipo di schiaccianoce
IL NOSTRO DIALETTO È SEMPRE VIVO!
Quale significato ha per lei l’uso del dialetto ticinese e come influisce sulla sua identità culturale? «Permettetemi prima una confessione: da ragazzo, io il dialetto non lo parlavo proprio, mio padre era originario della Bassa Parmense, la patria di Don Camillo, mia mamma milanese di nascita, ma in Svizzera fin da bambina. Appena nato ebbe l’idea geniale di parlarmi in francese così diventai subito bilingue. Poi al ginnasio e liceo di Lugano imparai il tedesco e l’inglese. Ero pronto per una tournée con un validissimo complesso svizzero che mi avrebbe portato in giro per l’Europa. Tornato a casa dopo quattro anni di vagabondaggio, il mio primo contatto col dialetto lo ebbi negli studi della TSI, allora in
Nello studio del gioco
“Superflip” (1991)
CONVERSAZIONE A RUOTA LIBERA CON YOR MILANO, ATTORE, CONDUTTORE TELEVISIVO E RADIOFONICO, DIRETTORE ARTISTICO SVIZZERO, NONCHÉ PROTAGONISTA DI COMMEDIE TEATRALI IN ITALIANO E IN TICINESE. E, SOPRATTUTTO, INFATICABILE SOSTENITORE E DIVULGATORE DELL’UTILIZZO DELLA LINGUA DEI TICINESI.
pieno sviluppo. E quando iniziai la mia carriera di attore il poeta Sergio Maspoli, allora responsabile dello spettacolo, mi fece imitare un personaggio che noi liceali prendevamo in giro per la sua parlata: ul Checa. Era il guardiano del Parco Ciani che parlava rigorosamente in dialetto luganese e che io imitavo alla perfezione. Maspoli lo battezzò ul Checa faceva e mi faceva fare interviste improbabili con i personaggi di spicco di allora. Poi iniziarono le commedie di e con la regia di Vittorio Barino, alla televisione, tradotte da Martha Fraccaroli che ogni tanto mi rimpro -
verava per l’accento italico dicendo: Ti ta sé mia bon a parlà dialett: davvero un bell’incoraggiamento!. Perciò, da parte mia, niente sentimentalismi, niente pensieri nostalgici nel voler proteggere il nostro vernacolo, l’ho imparato adagio adagio come dovessi andare in Olanda a imparare l’olandese, cosa che mi è veramente successa. A proposito, concedetemi questa parentesi, anzi, questa domanda: quando e come un dialetto può diventare una lingua? Pensateci un attimo e formulate qualche ipotesi, ve lo spiego io: un dialetto diventa una lingua quando
“La nostra storia è intrisa di espressioni dialettali, anzi sarebbe bello raccontarla agli allievi di oggi utilizzando il dialetto, ne guadagnerebbe enormemente, non sarebbe mai noiosa, direi a volte addirittura travolgente”.
chi lo parla ha un esercito. L’Olanda ne è il classico esempio, l’olandese è sotto tutti i punti di vista un dialetto germanico, il cosiddetto plattdeuch, ma siccome gli Olandesi hanno conquistato mezzo mondo, ecco che il dutch e diventato lingua!
Noi non abbiamo velleità espansionistiche e quindi il ticinese l’ho imparato un po’ per simpatia e poi, mano a mano, con entusiasmo. Certo, qui da noi il dialetto occupa ancora un posto importante, prova ne è un’istituzione di cui siamo fieri, il Centro di dialettologia e di etnografia di Bellinzona. Tornando alla domanda iniziale, col passare del tempo assimilai questa parlata e ora la adopero dove sento che sia gradita e devo dire che pochi sanno che l’ho imparata strada facendo. D’altra parte, dopo più di 150 commedie, la gente che incontro mi parla in dialetto in modo spontaneo. Oggi mi rendo conto dell’importanza di questa lingua non per semplice nostalgia, visto che non era nel mio DNA, ma perché, misteriosamente, ormai me la sento dentro e ho le stesse sensazioni di una nostra scrittrice e poetessa, Elena Ghielmini, che a questo proposito parla di radici sotterranee profonde che si incontrano con le radici di altre terre, diventando un linguaggio unico. Bellissimo! E allora mi viene spontaneo raccomandare a tutti coloro che lo parlano di non mollare mai, anzi, cercare se è possibile di fare nuovi adepti! Incontri mensili, forum ed altro. Accettiamo volentieri suggerimenti».
A suo giudizio, quanto il dialetto ticinese riflette e interpreta ancora oggi la storia e le tradizioni del Cantone?
«La nostra storia è intrisa di espressioni dialettali, anzi sarebbe bello raccontarla agli allievi di oggi utilizzando il dialetto, ne guadagnerebbe enormemente, non sarebbe mai noiosa, direi a volte addirittura travolgente. Non parliamo poi delle tradizioni che vanno a braccetto con il dialetto! Una cosa da fare, con la benedizione del Dipartimento della cultura del Cantone».
In che modo il suo lavoro di traduzione è stato influenzato dalla sua esperienza personale e dalla sua formazione artistica? «È chiaro che col passare del tempo impari tantissimo e queste esperienze ti fanno subito capire certe situazioni ed riesci a trasmetterle, a tradurle e interpretarle in modo corretto. Non metterei le mie esperienze e la mia carriera in relazione al dialetto, proprio perché è arrivato dopo. Però il doppiaggio di un film in dialetto è un’attività esaltante, devi trasmettere le emozioni del film in dialetto, con le espressioni appropriate, ed è questo che ti entusiasma; strada facendo poi risenti, correggi, arrivando all’apice lentamente e quando il lavoro è terminato, provi una sensazione irrepetibile».
Quali sono le difficoltà maggiori che si incontrano nel tradurre opere classiche o film in dialetto ticinese?
«Trovare le espressioni tipiche del dialetto che poi si adattino anche con il labiale del personaggio da doppiare. Devo dire che finora non ho mai avuto problemi, anzi, solo soddisfazioni. A proposito di quanto il dialetto sia appropriato alla battuta originale anche dal punto di vista del labiale, ricordo una battuta che, nel film di John Ford Sentieri Selvaggi, John Wayne doveva dire allo sceriffo: “smettila!”. Non ricordo cosa dicesse in inglese, ma in dialetto gli feci dire: Dagh’ an un tai!, e il labiale era perfetto. Non potete credere la gioia di vedere le labbra che sembrano proprio pronunciare la parola in dialett. Quando proiettiamo quel film racconto questo episodio durante la presentazione al pubblico, così quando arriva a quella scena ride di più!. Questa idea collettiva di doppiare i capolavori della cinematografia in lombardo-ticinese è risultata vincente ed era nata dalla decisione RSI di non produrre più commedie in dialetto. Sono 5 ora i film doppiati:
Da bambino: Gli inizi (1942)
Se ta cati ta copi (Sentieri selvaggi),
Düü testimoni scomodi (A qualcuno piace caldo), Scapa ti che scapi anca mi (Tre uomini in fuga), Spazzacamit (Die schwarzen Brüder), Ta ma piasat inscì (Pretty Woman)».
Quali sono le sue aspettative e le sue speranze riguardo al futuro del dialetto ticinese?
«Spero che il Club Nüm ga tegnum al dial@ faccia breccia nel cuore dei ticinesi e dei grigionesi, in modo che si possa già programmare l’anno prossimo una nuova comedia prodotta dal Teatro Popolare della Svizzera Italiana (TEPSI).
Ho escogitato un modo per invogliare la gente comune a diventare soci del Club chiedendo:
Ti ta ga tégnat al dialett?
Risposta: Si cert.
Ta pagaréssat 2 cafè al mees al dialett?
Risposta: Ma da sicür, anca 4.
Alora se ti ta ma pagat 2 caffè al mees al dialett (= 60 franchi all’anno ndr) mi ta invidi a vidé la prossima comédia che o podüü méett in pé grazie ai to düü caffè.
Questa formula piace molto, ma na-
turalmente è prevista anche un’offerta libera da parte dei soci sostenitori. In ogni caso, la più grossa scommessa sono soprattutto i ticinesi sparsi per il mondo (Argentina, Paraguay, Uruguay, Costa Rica, California), sembra che siano più di un milione!».
In che modo la scuola può educare i giovani a conoscere, utilizzare e apprezzare il dialetto ticinese? «Allestendo lavori teatrali in dialetto. Noi ci abbiamo provato, con la scuola media di Massagno una decina d’anni fa, con un successo incredibile. Basterebbe che il Dipartimento della cultura obbligasse la scuola ad allestire una commedia all’anno in tutto il Cantone, una specie di saggio. Ho tentato di proporre l’idea al DECS ma mi hanno risposto che i programmi sono già stracarichi per cui è un progetto irrealizzabile!».
In conclusione, quali iniziative andrebbero promosse, anche a livello politico e istituzionale, per proteggere questo straordinario patrimonio? «Prima di tutto, come ho già detto, il dialetto lo si dovrebbe insegnare a scuola, sotto forma di divertimento, così come l’ho im -
parato io. Ma a quanto pare, l’ambiente legato all’insegnamento non risponde né a livello politico che scolastico. Per dare una certa continuità alla nostra iniziativa, vorrei riuscire tramite le adesioni al nostro neonato Club Nüm ga tegnum al dial@ a ripristinare le commedie in dialetto che allestivamo per la televisione fino al 2015.
Abbiamo già una commedia pronta, il titolo è Ma lüü, al ga fa i corni ala mè dona?, un lavoro che promette risate a non finire. Inoltre, il prossimo film che vorremmo doppiare in dialetto è una commedia molto conosciuta, un classico del boulevard parigino: Le diner des cons che diventa Ul disnà di bamba.
L’unica cosa certa che mi consola è che grazie alla tecnologia oggi il nostro vernacolo è già immortale poiché dal nastro magnetico siamo passati al DVD, e ora c’è la chiavetta USB che può contenere addirittura diverse commedie. A questo punto tra 100, 1000 anni, perché no, si potranno rivedere le nostre commedie ed eventualmente, come è successo col latino, ricordare e capire la nostra lingua lombardo ticinese che l’Unesco ha dichiarato in pericolo di estinzione. Per terminare, vorrei sottolineare una chicca: dial@ si legge dial et! Per dimostrare quanto il vernacolo sia una lingua viva!».
Con il celebre Diogenino nel programma “Teledring” (1982)
Enrico Beruschi e Yor Milano
Table / Blanco _ Chairs / Camilla
L’IMPORTANZA DI ESSERE CURIOSI
MARCO D’ANNA, FOTOGRAFO
TRA I PIÙ APPREZZATI A LIVELLO
INTERNAZIONALE, SI RACCONTA
NEL CORSO DI UN INCONTRO
CON MARIO MANTEGAZZA, ILLUSTRANDO INTERESSANTI
ASPETTI DEL SUO LAVORO E PRESTIGIOSI PROGETTI IN CORSO.
Quando e come ha scoperto la sua passione per la fotografia e c’è un’esperienza specifica che l’ha spinto ad intraprendere questo percorso?
«Avevo sedici anni quando iniziai l’apprendistato al Giornale del Popolo di Lugano. Mi mandavano spesso a fotografare i gabbiani sul lungolago per imparare a mettere a fuoco i soggetti in movimento: non cera ancora l’autofocus. Quell’esperienza mi aprì gli occhi: quelle presenze leggere e fluttuanti mi fecero intuire che, grazie a quel lavoro, tutta la mia vita avrebbe potuto essere libera. Dopo la scuola aprii subito il mio primo atelier e da allora sono sempre stato indipendente e felice della mia scelta».
Quali sono stati i passaggi fondamentali della sua formazione nel campo della fotografia?
«Ho sempre cercato collaborazioni anche al di fuori del Ticino, inizialmente a Zurigo e Milano, e poi sempre più lontano. Volevo capire se il mio lavoro fosse valido, quelle piazze non concedono compromessi.
Da giovanissimo ho collaborato con i grandi editori d’arte Franco Maria Ricci, Umberto Allemandi, La fondazione San Paolo a Torino e molti altri. Poi per 14 anni ho viaggiato in giro per il mondo seguendo le tracce del personaggio creato da Hugo Pratt, Corto Maltese. È stata un’esperienza libera e molto formativa dal punto di vista fotografico e umano».
Come descriverebbe il suo stile fotografico e ci sono influenze particolari che hanno plasmato il suo approccio a questa forma d’arte?
«Sono innamorato della fotografia: ho una passione sfrenata, ci metto il cuore ed è per me una necessità interiore che continua a crescere nonostante il passare del tempo. Ho realizzato libri insieme a grandi fotografi, come René Burri, Gianni Berengo Gardin e Mario De Biasi. Questi incontri mi hanno profondamente influenzato. Lavoro molto su progetti personali di ricerca, che poi diventano mostre fotografiche, libri e talvolta finiscono per entrare a far parte delle collezioni di musei, fondazioni e collezionisti privati. Questa è una parte importante e fondamentale del mio lavoro dove posso sperimentare e realizzare tutto quello che per me è importante».
Qual è la sua visione sulla fotografia e in cosa ritiene che possa distinguersi rispetto ad altre forme artistiche? «Il mio lavoro e la mia esperienza sono al servizio degli altri, di chi desidera condividere con me un pezzettino di strada. Spesso mi chiedono di immaginare e proporre delle idee: ascolto le loro richieste e poi cerco di trovare ciò che piacerebbe anche a me realizzare. In questo modo, quando porto a termine un progetto, lo sento davvero mio. Questo approccio si è sempre rivelato vincente, perché ci metto tutto il tempo, l’impegno e l’amore necessari. I clienti lo percepiscono, e poi lo vedono concretamente nei risultati. Ho sempre avuto carta bianca».
Ci sono progetti o idee future che la entusiasmano particolarmente e quali temi o argomenti vorrebbe esplorare nelle sue prossime opere?
«In un mondo smaterializzato, dove tutto sembra uguale, cerco di restituire un’anima alle aziende che attraverso la fotografia, vogliono comunicare la propria identità: attraverso il lavoro dell’uomo ciò che producono e ciò che li distingue. Realizzo progetti per clienti istituzionali, industrie, banche, fondazioni e a volte anche per privati».
Quali sono alcune delle sue più importanti realizzazioni e c’è un progetto, una mostra o un’esposizione a cui si sente particolarmente legato?
«Ho fotografato per grandi aziende: dalla Fiat a Torino a uno dei maggiori produttori di tessili al mondo la Lantal Textile. Ho curato l’immagine ufficiale della Svizzera per L’Expo di Milano del 2015, realizzando un lavoro sulle principali aziende agroalimentari del nostro Paese. Ho inoltre documentato una delle più grandi acciaierie della Russia, le miniere di carbone in Siberia e molto altro ancora. Ho realizzato una settantina di esposizioni, quelle in Cina e a Parigi le ricordo come traguardi particolarmenti importanti per il mio percorso».
Come il Ticino ha influenzato il suo lavoro fotografico e ci sono aspetti del paesaggio o della cultura locale che l’hanno particolarmente ispirato?
«Il Ticino è il mio porto sicuro, il luogo a cui torno dopo i miei viaggi in giro per il mondo. Qui ci sono le mie radici, i miei affetti e il mio atelier. È una terra bellissima e raccolta, che però ti obbliga ad allargare lo sguardo sul mondo per trovare il tuo posto, così come hanno fatto, in passato, generazioni di persone e di artisti ticinesi».
Un suo recente impegno riguarda un progetto in collaborazione con Societé Generale. Di che cosa si tratta e quali sarà la sua futura evoluzione?
«Per i 160 anni dalla fondazione della banca, a Parigi mi è stato chiesto di immaginare un progetto fotografico. È stato il lavoro ufficiale per celebrare quell’anniversario. Ho proposto di ritrarre i loro clienti nel mondo: così è nato il progetto “Impossible Possible”. In sintesi, la banca rende possibile ciò che sembra impossibile, sostenendo e accompagnando gli imprenditori nella realizzazione dei loro sogni e dei loro progetti. Nel libro non compaiono soltanto grandi clienti come Blackstone a New York, il CEO di Hyundai in Corea o i grandi imprenditori in Cina, Africa ed Europa. Attraverso le fondazioni che sostiene, la banca permette anche a giovani svantaggiati di studiare, imparare la musica e costruire il proprio futuro. È stato un lavoro molto importante, che mi ha impegnato per diversi mesi in giro per il mondo».
Da ultimo, che consiglio darebbe ai giovani che desiderano intraprendere una carriera in ambito fotografico e quali ritiene siano le qualità e competenze indispensabili per avere successo in questo campo? «Essere curiosi è un segno di intelligenza. Metterci sempre il cuore e la passione, e non smettere mai di confrontarsi con il mondo al di là dei nostri confini».
PRONTI PER UNA NUOVA SFIDA
I DUE NUOVI RISTORANTI FEDERALE 1855 E META HANNO APERTO
IN PIAZZA DELLA RIFORMA, CON L’OBBIETTIVO DI ACCRESCERE L’ATTRATTIVITÀ DEL “SALOTTO DELLA CITTÀ” E DI IMPORRE UN CAMBIO
DI PASSO ALLA RISTORAZIONE LUGANESE.
DI EDUARDO GROTTANELLI DE’ SANTI
Nel centro di Lugano si respira un’aria nuova. Un edificio simbolo della città, inconfondibile immagine con le sue tre arcate aperte sui portici, le decorazioni e l’insegna che, ancora nella sua forma originaria, spicca in facciata, torna ad aprire i battenti dopo lunghi e impegnativi lavori di ristrutturazione. È lo storico Caffè Federale risalente probabilmente ai primi vent’anni dell’Ottocento, e comunque al più tardi verso il 1840. Di sicuro c’è una data accertata che lo porta ad essere la più antica e tradizionale insegna di caffetteria della piazza: 1855, come oggi viene orgogliosamente riportato nel logo del
nuovo ristorante Federale 1855. Nei suoi 130 anni di storia, compiuti proprio in occasione della sua riapertura, il locale ha conosciuto passaggi di proprietà, varie ristrutturazioni e cambi di gestione e di indirizzo della propria cucina, tuttavia conservando sempre la prerogativa e il vantaggio della sua straordinaria ubicazione, proprio nella piazza più centrale della città. Cuore per eccellenza della storia e della cultura luganese, luogo in cui simboli, tradizioni e abitudini convivono quotidianamente in forma armonica e dove scorre la vita collettiva, ci si incontra, ci si ritrova, si condividono convivialità e socialità.
L’attuale intervento di rifacimento e riqualificazione è stato compiuto nella convinzione che salvaguardare al meglio un edificio storico è importante, perché fa parte dell’incessante sviluppo che sin dalle origini va a formare la storia, costruita epoca dopo epoca su quella precedente, in un continuo processo evolutivo. «Il progetto - spiega l’architetto Stefano Tibiletti - è stato guidato dal desiderio di restituire nuova vita ad un luogo iconico di Lugano, mantenendone la memoria e, al contempo, introducendo funzioni contempora-
nee legate alla ristorazione. I criteri principali hanno puntato sull’equilibrio tra conservazione e trasformazione: da un lato il rispetto per le tracce del passato, dall’altro la necessità di aggiornare l’edificio a standard funzionali e tecnologici attuali. Ne è scaturito un intervento capace di esaltare la stratificazione storica del Caffè Federale, trasformandolo in un luogo nuovamente vitale e centrale per la città».
L’edificio ospita due ristoranti che, pur nella differenziazione degli ambienti, si impongono entrambi per stile e raffinatezza e per la presenza di arredi di alta gamma appositamente realizzati. Il Federale
1855, con tavoli all’esterno, al piano terra e al primo piano si ispira ad un design elegante ma al tempo stesso pratico e funzionale, in grado di interpretare le attese di una clientela diversificata e le esistenze di una cucina pratica e contemporanea. Le sale interne del META, al secondo piano, sono arredate in modo da creare un ambiente caldo e familiare che richiama alla memoria un tipico salotto luganese, generando una sensazione di accogliente benessere che invita ad una convivialità intima e riservata. Alla guida dell’intero progetto gastronomico relativo al Federale 1855 e al META c’è lo Chef Arturo Fra-
gnito, la cui cucina parte da una accettazione dei principi della cucina mediterranea, nel senso di un utilizzo esclusivo di prodotti freschi e genuini e di una grande semplicità delle cotture e delle preparazioni. Su questi presupposti si innestano poi influenze derivanti da soggiorni all’estero dove lo Chef ha avuto modo di approcciarsi al meglio nella gastronomia internazionale.
«Il Federale 1855 - ci dice Arturo Fragnito – ha una proposta semplice e genuina, pensata per essere accogliente e alla portata di tutti. Il menu è incentrato sulla tradizione mediterranea, con piatti che parlano di casa e di stagionalità, senza dimenticare
qualche proposta legata alla cucina locale. A completare l’offerta c’è poi la pizzeria, con impasti leggeri e ingredienti di qualità. Per quanto riguarda invece la nuova filosofia del META essa non è una rivoluzione ma una maturazione. Una visione condivisa, che ha messo radici e ora guarda lontano. Ho voluto costruire il Menu Degustazione attorno a due pilastri: il viaggio e le origini. Il viaggio racconta il mio percorso umano e professionale, i luoghi e le persone che mi hanno segnato. Le origini sono il nostro ancoraggio: il legame con la terra, con la tradizione, con ciò che ci ha formati. Il mio desiderio è che chi si siede a tavola possa sentire questo racconto e ritrovare, in ogni piatto, un frammento di strada e di memoria». A ideare, sostenere e dirigere questo articolato progetto di ristorazione c’è naturalmente Mario Mante -
gazza che corona in tal modo un percorso avviato nel 2009 quando iniziò a dedicarsi alla ristorazione in origine prevalentemente rivolta ai residenti del Palazzo Mantegazza e agli ospiti della hall commerciale. «In questi 16 anni - racconta Mario Mantegazza - abbiamo vissuto una bella avventura, nel corso della quale è stato progressivamente messo a fuoco il nostro progetto di ristorazione. Siamo riusciti a dare vita ad una cucina sana e genuina che interpreta le tendenze del gusto contemporaneo, aperta a suggestioni provenienti da esperienze culinarie internazionali. E questo sforzo è stato riconosciuto e premiato da importanti guide gastronomiche come Gault&Millau e 50
Top Italy, fino all’ottenimento della Stella Michelin che ha segnato il coronamento di un percorso di costante mi -
glioramento fortemente voluto e perseguito da tutto il team. Ora, i nuovi spazi del META, moderni, funzionali e perfettamente attrezzati, consentono di puntare a traguardi sempre più ambiziosi». Per gestire i nuovi ristoranti è stata costituita la società il gruppo MarMant che, sotto la “m” simbolo di tutte le attività nel settore della ristorazione, raccoglierà l’eredità del META e a cui faranno capo i diversi aspetti finanziari, gestionali e operativi legati al Bistrot di Palazzo Mante-
LA STELLA CONTINUA A BRILLARE
L’edizione 2025 della prestigiosa
Guida Michelin ha confermato al ristorante META la sua stella rafforzando il ruolo del Ticino nella mappa dell’alta cucina svizzera. Le trasformazioni intervenute nel corso dell’ultimo anno con il cambio di Chef e il trasferimento nel cuore di Piazza Riforma non hanno modificato la valutazione dei giudici gastronomici Michelin che hanno deciso di confermare l’ambito riconoscimento. La scelta è arrivata da Losanna, dove la Guida Michelin Svizzera 2025 è stata presentata all’EHL Hospitality Business School. Un evento che ha premiato la volontà del META di evolversi senza perdere la sua identità. La nuova squadra, con alla guida lo Chef Arturo Fragnito, ha saputo traghettare il progetto verso una nuova fase, conservando lo spirito di ricerca e i livelli di qualità raggiunti nel corso degli anni precedenti. In un Cantone che da anni si distingue per l’alta concentrazione di ristoranti stellati, è la conferma di una
visione. Un segnale che il territorio può crescere mantenendo la propria autenticità, con una cucina che sa dialogare con l’innovazione senza perdere il legame con le radici. «Abbiamo accolto questa notizia con grande soddisfazione – dichiara lo Chef Arturo Fragnito – con la consapevolezza che la strada imboccata, seppure ancora lunga e non priva di ostacoli, sia quella giusta. Nei mesi scorsi abbiamo lavorato molto per creare e amalgamare al meglio la nostra brigata di cucina e ciò che da subito ho chiesto a tutti i ragazzi è stato coraggio, semplicità e fiducia nelle proprie capacità, ma anche tanta voglia di aiutarsi e sostenersi l’un l’altro. Ora questo spirito di gruppo ha ricevuto un ulteriore importante incoraggiamento e, se possibile, siamo ancor più motivati a proseguire lungo il nostro percorso tra tradizione e sperimentazione, dove la passione per la cucina fonde quelle doti di creatività, misura e precisione che la Guida Michelin ha voluto riconoscerci».
Spaghetti, Sake e Caviale
ni e i nostri valori. L’obiettivo è che essa sia sempre più animata, vissuta dai luganesi e dagli ospiti provenienti da tutto il mondo, valorizzata e rispettata come merita per la sua lunga storia. In una Piazza della Riforma sempre più viva e accogliente vogliamo regalare ai nostri concittadini e ai turisti quel gusto per la bellezza delle cose piccole che in realtà conservano un grandissimo valore. Sono certo che i luganesi non faranno mancare il loro appoggio a chi, operando nel pubblico e nel privato, avrà il coraggio e la passione per realizzare questo grande sogno».
gazza, al Federale 1855 e al ristorante META di Piazza della Riforma. A guidare questa impresa saranno forze giovani e dinamiche: Evelyn Mantegazza ha il ruolo di gerente, a Chiara Mantegazza fanno capo tutte le attività di marketing e comunicazione, mentre Marco Rossi, è il direttore. Guardando al futuro e alle prospettive di crescita nell’ambito della ristorazione luganese, Mario Mantegazza non ha dubbi: «Con l’apertura del Federale 1855 e del ristorante META sono convinto di poter dare un
contributo alla crescita di nuova cultura dell’ospitalità, verso un modo più appagante di vivere gli spazi della città, guardando all’innovazione e al futuro, ma senza mai dimenticare le nostre tradizio -
QUANDO IL BELLO INCONTRA LA FUNZIONALITÀ
LA PROGETTAZIONE E LA REALIZZAZIONE DEGLI ARREDI DEL FEDERALE
1855 E DEL RISTORANTE META SONO STATE AFFIDATE A RUGIANO, AZIENDA
CHE DA SEMPRE SI DISTINGUE PER LO STILE E LA RAFFINATEZZA DI PRODOTTI
UNICI, DESTINATI A MANTENERE NEL TEMPO IL LORO VALORE E LA LORO IDENTITÀ, COME CI RACCONTA IN QUESTA INTERVISTA ALBERTO RUGIANO
Possiamo riassumere gli elementi fondamentali del concept che vi hanno guidato in questo progetto di interior design?
«Esiste un filo conduttore che unisce gli ambienti del Federale 1855 e del ristorante META: una continuità estetica e sensoriale che si esprime attraverso un uso sapiente e originale dei materiali più nobili - dai metalli ai legni, fino ai pellami -, una ricerca attenta della luce e la presenza di ar -
redi di alta gamma, progettati e realizzati appositamente da Rugiano. Ogni elemento nasce da un dialogo armonico tra creatività e maestria artigianale, per dare vita a prodotti senza tempo, interpreti di uno stile unico e personale. Nulla è lasciato al caso: la cura del dettaglio e l’attenzione al particolare si manifestano tanto nell’impiego di materiali innovativi quanto nella rilettura di quelli classici e preziosi, dando forma a un equilibrio di eleganza e autenticità».
Il FEDERALE 1855 incarna l’idea di una ristorazione contemporanea di qualità, capace di rispondere alle esigenze di residenti e turisti. In che modo questa visione si traduce nel progetto d’interni?
«Il Federale 1855, distribuito tra piano terra e primo piano, si ispira a un interior design elegante e ricercato, ma al tempo stesso funzionale e accogliente, capace di coniugare comfort e meraviglia. Fin dall’ingresso, l’ospite è accolto da un imponente bancone in noce canaletto cannettato, impreziosito da una base e da dettagli in metallo bronzato. Alle sue spalle, una scenografica bottigliera in bronzo, acciaio e legno - reinterpretazione contemporanea di un’iconica libreria Rugiano - cattura lo sguardo. La stessa sensibilità materica si ritrova nei tavolini con struttura centrale in ottone bronzato e piano in vetro fumé, e nelle poltroncine in tessuto, arricchite da raffinati inserimenti metallici. Anche gli spazi esterni riflettono la medesima attenzione progettuale, con soluzioni outdoor di altissimo livello».
Come siete riusciti a trasformare il ristorante gourmet in un ambiente capace di trasmettere accoglienza, eleganza e buon gusto ai massimi livelli? «Ogni dettaglio è stato pensato con estrema precisione. L’ingresso laterale indipendente si apre su una scenografica scalinata, impreziosita da un pavimento dorato e da installazioni
artistiche che accompagnano il percorso. Le sale interne evocano la calda intimità di un salotto luganese, grazie al pavimento in legno e alle pareti rivestite da una boiserie in noce canaletto, ravvivata da una delicata tonalità di verde tenue. Elementi distintivi sono il bancone del freddo, realizzato in cannettato laccato verde con top in marmo, e le bottigliere che ospitano una selezione di vini pregiati, ispirate ancora una volta alle librerie Rugiano. Particolarmente ingegnoso è il sistema dei tavoli in marmo, unibili e riconfigurabili grazie a un originale meccanismo di prolunghe e congiunzioni in legno. Nella saletta privata, destinata a momenti conviviali esclusivi, domina un tavolo dal design scultoreo e dalla forma inusuale. Le sedute, in pelle
anilina cachemire color verde desaturato, uniscono comfort ed eleganza. Tutto concorre a creare un’atmosfera di calma e raffinatezza, dove gusto e convivialità si fondono in un’esperienza sensoriale completa».
Anche il sistema di illuminazione riveste un ruolo centrale nel progetto… «L’illuminazione rappresenta da sempre una delle espressioni più raffinate della filosofia Rugiano, dove la luce diventa materia e racconto. Nel cuore di META spicca un’installazione luminosa di straordinario impatto visivo: oltre seicento elementi
in plexiglass di diversi colori, ciascuno lavorato e piegato a mano, con inserti in ottone, danno vita a una vera e propria scultura di luce riflessa. Un’opera dinamica e vibrante, frutto della collaborazione tra lo studio GA & Partners dell’Architetto Massimo Marzorati, che ne ha curato il progetto, e Rugiano, che ha seguito la realizzazione e la posa».
In che modo sintetizzerebbe questo lavoro e la sua filosofia progettuale?
«Rugiano è da tempo protagonista nel settore dell’hospitality, con importanti realizzazioni a Milano e St. Moritz. Ma con il Federale 1855 e il META abbiamo avuto l’opportunità di orchestrare in modo armonico tutti gli elementi che hanno reso celebre nel mondo la produzione d’arredo italiana. Questo progetto rappresenta la sintesi perfetta delle nostre competenze tecniche e artistiche: la capacità di vestire spazi straordinari con un’estetica equilibrata tra materia e forma, gusto e armonia, rendendo ogni ambiente unico, riconoscibile e profondamente evocativo».
LO SCONTRO DI CIVILTÀ IN CORSO HA ASSUNTO I TRATTI DI UNA ESCALATION VERSO GLI
ESTREMI CHE RICORDA PURTROPPO
LE FASI PIÙ PERICOLOSE DELLA GUERRA FREDDA.
DI MORENO BERNASCONI
LA PACE ATTRAVERSO LA FORZA
Fra le cause delle guerre e del terrorismo nonché del conflitto per l’egemonia mondiale fra Cina e Stati Uniti che caratterizzano questo primo quarto del secolo XXI, una viene evocata spesso: il risentimento e la volontà di rivalsa di Paesi del cosiddetto Sud globale contro il plurisecolare colonialismo e l’imperialismo dell’Occidente capitalista sul resto del mondo. In ambedue i conflitti in corso alle frontiere dell’Europa - il conflitto russo-ucraino e quello palestinesema anche nel conflitto commerciale e per l’egemonia economico-finanziaria, tecnologico e militare fra Cina e Stati Uniti, l’Occidente vien
messo sul banco degli accusati. L’esito della Guerra fredda, con la vittoria dell’Occidente (capeggiato dagli Stati Uniti) sull’Unione sovietica, è stata contraddistinto (così afferma Vladimir Putin) dall’umiliante volontà degli USA di confinare quello che per secoli furono l’impero russo e l’impero sovietico nel perimetro territoriale di una insignificante potenza regionale. La guerra di riconquista dell’Ucraina esprime la volontà della Russia di ritrovare lo statuto di grande potenza mondiale, statuto riconosciutole alla fine del secondo conflitto mondiale a Jalta, in Crimea, anche in forza del contribute determinante dell’Armata Rossa per la liberazione dell’Europa e
del mondo dal nazionalsocialismo. Quanto al conflitto palestinese, nella percezione della maggioranza dei popoli arabi - ex colonie e/o sotto protettorato delle potenze europee - il conflitto palestinese è l’onda lunga di una guerra di resistenza anticoloniale per l’indipendenza dopo la bruciante sconfitta dell’Impero ottomano alla fine della Prima guerra mondiale. Lo Stato di Israele venne subìto dai Palestinesi come un’imposizione della gran Bretagna e della Comunità internazionale e la spartizione della Palestina da parte dell’ONU nel 1947 non fu accettata dai Palestinesi poiché rivendicavano il diritto ad uno Stato nazionale come altri popoli sotto mandato britannico o francese in Libano, Siria o Iraq… La guerra in Palestina dura da allora e sta vivendo la terribile spirale di brutalità che conosciamo. Anche la Cina si dichiara vittima dell’Occidente, chiamata a riscattare le umiliazioni e lo sfruttamento subito e in grado ormai di vincere la contesa con gli Stati Uniti per l’egemonia globale. Il 2 luglio 2021, per il centenario del partito comunista cinese, Xi Jin Ping ha pronunciato un discorso emblematico di cui val la pena di citare alcuni brani: «Dopo la guerra dell’Oppio nel 1840 la Cina è caduta in uno stato di società semi-coloniale. La nostra patria è stata umiliata, il nostro popolo martirizzato e la nostra civiltà macchiata (…).
La Repubblica popolare di Cina ha messo fine alla società semicoloniale e al suo stato di disgregazione, ha abolito i trattati ingiusti imposti dalla potenze straniere e soppresso le prerogative dei paesi imperialisti. Il partito comunista cinese e il popolo cinese dichiarano solennemente al resto del mondo che il popolo cinese si è levato; è ormai finita per sempre l’epoca in cui la nazione cinese era alla mercé delle potenze straniere e subiva affronti e oltraggi». In quello stesso discorso Xi Jinping glorifica «l’aumento della potenza dell’esercito nella nuova era». «Dobbiamo mantenere il controllo assoluto del partito sull’esercito e rafforzarlo grazie alle scienze e alla tecnologia. Così esso potrà issarsi al primo posto su scala mondiale garantendo la sicurezza dello Stato e difendendo i nostri interessi in materia di sviluppo!». Questa narrativa che vede l’Occidente nel ruolo di oppressore contiene elementi storicamente fondati. Studi postcoloniali seri vanno oggi a correggere la retorica che in passato vantava acriticamente i meriti di un Occidente benefattore e fattore di sviluppo dei “Paesi sottosviluppati del Terzo mondo”. Laddove non sconfinano nell’ideologia e nello schieramento politico (come purtroppo sta accadendo in non pochi casi) questi studi sono utili anche perché possono permettere ponti di dialogo. Ma il risentimento del Sud globale dovuto al colonialismo e all’imperialismo occidentale offre una spiegazione esauriente dei conflitti attuali? Oppure annuncia l’avvenuto inizio di quello “Scontro di civiltà” (fra culture, religioni e collocazioni geopolitiche diverse) che Samuel P. Huntington affermava inevitabile dopo la fine della Guerra fredda? I segnali di uno scontro di civiltà in
corso sono evidenti e il vittimismo spesso è mero pretesto. Se così fosse, l’autolesionismo o addirittura l’”odio della propria civiltà” oggi assai diffusi, non ci vengono in aiuto per affrontare i conflitti cui devono far fronte le nostre vecchie democrazie. Esse sono claudicanti, è vero, ma sono democrazie e come tali vanno difese da chi le minaccia. La Russia, come diceva lo storico Juri Afanasiev, non ha mai conosciuto la democrazia. Non solo perché è passata direttamente dall’Impero degli Zar al totalitarismo comunista di Lenin e di Stalin, ma perché non conosce la nozione di società civile. Il pensiero politico e religioso-culturale di Vladimir Putin è quello dello zarismo e/o dello stalinismo e la Chiesa ortodossa cui storicamente fa riferimento il popolo russo non è antagonistica all’Imperatore ma dipendente dal potere politico. In Medioriente è in atto una lotta intestina al mondo islamico per l’egemonia di un nuovo incipiente Impero Ottomano (che ha mire espansionistiche), mentre il fondamentalismo islamico della jihad combatte l’Occidente, gli “infedeli” delle altre religioni e l’Islam moderato, imponendo l’applicazione rigida della legge religiosa nella vita sociale e politica (in Medioriente ma anche infiltrandosi nella diaspora islamica europea). Quanto incompatibile sia questo processo di involuzione dell’Islam in Medioriente (e in non poche comunità della diaspora islamica) con la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti umani e i diritti delle minoranze è evidente. L’Occidente viene sfidato sui fondamenti delle proprie realizzazioni, a cominciare dalla democrazia, lo Stato di diritto, i diritti di donne e uomini ma anche la possibilità di trovare una convivenza feconda fra fede re -
ligiosa e ragione che l’Islam sembra voler negare. Il riconoscimento della libertà religiosa come diritto inviolabile di ogni persona sancito dal Concilio Vaticano secondo ha aperto la strada ad un dialogo fecondo fra lo Stato laico e la comunità religiosa. E proprio sulla complementarità e il dialogo continuo fra fede e ragione, Papa Ratzinger ha invitato l’Islam a discutere. Anche nei confronti della Cina comunista, il conflitto in corso non è di ordine meramente commerciale. Si tratta di un vero scontro di civiltà.
Il più temibile forse per gli Stati Uniti e l’Occidente, vista la potenza tecnologica, economica e militare (anche di testate nucleari) che può mettere in campo.
Il potere politico assoluto di cui dispone il partito unico cinese e la politica di controllo capillare della popolazione e la repressione delle minoranze sono in aperto contrasto con il sistema democratico occidentale e i suoi valori fondanti. Mentre Xi Jinping accusa l’Occidente di aver ridotto l’Impero di mezzo in uno stato semi-coloniale, la Cina oggi controlla e gestisce un impero commerciale ed economico su scala globale senza precedenti. Malgrado i pericoli estremi che comporta, la “pace attraverso la forza” sembra essere purtroppo l’unica via percorribile
DIFFICOLTÀ E PROSPETTIVE NEI RAPPORTI CON GLI USA
QUAL È L’IMPATTO DELLE DECISIONI DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP
SULLE ATTIVITÀ PRODUTTIVE E QUINDI SULL’ECONOMIA DEL CANTONE?
COME SI CI STA ORGANIZZANDO PER AFFRONTARE LA DIFFICILE
SITUAZIONE VENUTASI A CREARE NEGLI ULTIMI MESI? L’ULTIMA TAVOLA
ROTONDA DELL’ANNO DI TICINO WELCOME HA AFFRONTATO IL TEMA.
Quando starete leggendo queste righe il quadro generale delle relazioni commerciali tra Svizzera e Stati Uniti non sarà forse più lo stesso. Se tra aprile e agosto i dazi doganali decisi e imposti unilateralmente dal governo
americano ai propri partner avevano già subito delle significative variazioni - nel caso del nostro Paese con un aumento di 8 punti percentuali - l’autunno aveva portato con sé una ventata di ottimismo, corroborando progressivamente la sensazione secondo cui la Confederazione potesse ambire a una riduzione del tasso del 39%. Chissà se questo sarà successo davvero, e se le dichiarazioni improntate all’apertura da parte dello stesso Trump in quei giorni non saranno rivelate nulla più che l’ennesimo capitolo di una narrazione senza fondamenta.
DI ENRICO CARPANI
Si tratta di ipotesi e supposizioni difficili da pesare sulla base dell’estrema, riconosciuta volubilità di un Presidente confrontato peraltro, più o meno nello stesso periodo, anche con l’attesa presa di posizione della Corte Suprema sulla legittimità di questi provvedimenti. Un problema in costante evoluzione, insomma, di cui non era data a sapere la soluzione definitiva ma che nel suo stadio intermedio di metà novembre aveva comunque stimolato una discussione molto interessante per le diverse angolature proposte dagli ospiti. L’intreccio tra la dimensione politica, quasi populista, del difensore degli interessi americani e quella tecnica, più strutturata, legata alla
dinamica e alle conseguenze dello squilibrio nel bilancio commerciale tra Stati Uniti e Svizzera - una sorta di rilettura della contrapposizione tra Davide e Golia - è emerso sin dai primi interventi. La Professoressa Elisa Volpi, docente di Scienze politiche presso la Franklin University di Lugano e profonda conoscitrice della realtà statunitense, ha subito evidenziato come la strategia messa in atto da Trump abbia in fondo mantenuto l’impegno da lui assunto durante la campagna elettorale di rilanciare l’economia di un Paese alle prese con un deficit importante e indebolito nella sua struttura industriale dalla delocalizzazione di molte atti -
vità in contesti più favorevoli. Un messaggio molto chiaro e prevedibile, indirizzato soprattutto alle classi che hanno maggiormente sofferto a causa di queste contrazioni sul piano interno, ma anche in profondo conflitto con gli ordinamenti internazionali che da decenni regolano le attività commerciali a livello mondiale, a cominciare da quelli dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Su questo e altri aspetti giuridici della situazione si è concentrato l’avvocato Ettore Sbandi di Deloitte, esperto in diritto doganale, da tempo impegnato nella consulenza alle numerosissime imprese che si sono ritrovate nella condizione di dover af-
Marco Oliver Tepoorten
Luca Albertoni
Piero Poli
Ettore Sbandi
Alfonso Tuor
Elisa Volpi
frontare tutte le problematiche legate al nuovo scenario definito dai dazi. Uno strumento, nella sua analisi, che appartiene da sempre al mondo degli scambi commerciali e che si deve perciò considerare certamente come un fattore di difficoltà supplementare il cui impatto può tuttavia essere mitigato dall’implementazione di adeguate contromisure. Intanto, però, ci si interroga sulla reale portata dei contraccolpi per le aziende ticinesi e sulla loro capacità di resilienza: per Luca Albertoni, Direttore della Camera di Commercio, la risposta è strettamente legata al tipo di attività e di prodotto oltre che alla dimensione e al posizionamento sul mercato delle diverse realtà. Nei primi mesi dopo l’introduzione dei dazi la reazione del tessuto economico cantonale è stata complessivamente piuttosto solida, ma senza cambiamenti significativi nell’imposizione la stabilità delle nostre imprese potrebbe essere messa a dura prova nel volgere di pochi mesi. Non sarebbe stato possibile non dedicare un’attenzione particolare al settore della farmaceutica: per i suoi volumi, certo, ma anche per l’anomalia nel trattamento riservato da Trump a quello che da più parti è sempre stato indicato come il principale…oggetto del desiderio degli USA. Piero Poli, CEO di Rivopharm e Presidente di Pharmaindustria Ticino, non ha nascosto le preoccupazioni per l’autentica spada di Damocle che pesa sul comparto - minaccia di un tasso del 100% per ora però congelato - ma ha lanciato nel contempo un forte appello all’ottimismo, ricordando le grandi difficoltà che le industrie hanno dovuto affrontare a scadenze regolari nel corso degli anni, da ultima la pandemia. Nei suoi interventi ha anche toccato i temi della forza attuale del
franco svizzero, che consente un parziale recupero nell’acquisto delle materie prime, e dell’eventuale trasferimento delle aziende su suolo americano: una possibilità che i maggiori attori del mercato hanno in parte già attuato da tempo ma che si rivelerebbe molto problematica per imprese di taglia più ridotta. Proprio su questo punto i relatori hanno condiviso le loro perplessità generali sull’effettiva fattibilità di questa opzione, alla luce degli ostacoli burocratici e delle difficoltà nel reperire mano d’opera qualificata nell’ottica di un completo spostamento negli USA o in altri Paesi: considerazioni da non sottovalutare, tra l’altro, anche soltanto per ristrutturazioni o cambiamenti parziali nella catena di produzione o nei flussi finanziari. Le regole del gioco, perlomeno quelle che tutti conoscono e rispettano, non sembrerebbero insomma cosi semplici da stravolgere! Meglio allora confidare nella politica e nella sua capacità di ristabilire migliori condizioni quadro per tutti? La politica, già… Sull’argomento non sono mancate le note critiche: da quelle di Alfonso Tuor, giornalista politico ed economico, attento osservatore dei mutamenti sullo scacchiere mondiale che ha proposto una lettura del problema nella macroprospettiva del rallentamento
economico europeo e della posizione della Cina, a quelle di Marco Olivier Tepoorten, titolare dell’operatore doganale e logistico Franzosini, che ha rilevato anche la contraddizione profonda tra la recente decisione della Confederazione di abolire i dazi su quasi tutte le merci e il muscoloso intervento dell’amministrazione statunitense. Pur se non senza qualche riserva sull’opportunità della ben nota missione di sei imprenditori privati che hanno incontrato Donald Trumpcogliendo in questa iniziativa una certa dichiarazione di sfiducia nei confronti dei canali istituzionali e il potenziale rischio di eccessive concessioni all’interlocutore - e non risparmiando neppure alcune salaci allusioni agli impacci del Consiglio Federale nei precedenti contatti con la Casa Bianca gli ospiti della tavola rotonda si sono ritrovati concordi su alcune conclusioni: il mercato globale impone approcci mirati con sempre maggior precisione e le relazioni future con gli Stati Uniti, indipendentemente da chi guiderà il Paese tra qualche anno, non potranno prescindere dalla consapevolezza che l’Asia avrà un ruolo sempre più centrale rispetto all’Europa. Con tutto ciò che ne conseguirà. Adesso ci interessa soprattutto, pero`, sapere come sarà andata a finire con i dazi…
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UN “CRESCENDO” DINAMICO
QUELLO DI ANDREA AMARANTE, IN TERMINI MUSICALI E COME
DI EVOLUZIONE PROFESSIONALE:
DAL TEATRO LIRICO SPERIMENTALE
DI SPOLETO, AL TEATRO ALLA
SCALA DI MILANO, AL KKL DI
LUCERNA E ORA AL LAC LUGANO
ARTE E CULTURA, DOVE OLTRE
ALLA DIREZIONE ARTISTICA
DEL SETTORE MUSICA, DAL PRIMO
SETTEMBRE È STATO NOMINATO
DIRETTORE GENERALE.
DI DONATELLA RÉVAY
VIVERE IL LAC PER CREARE PONTI
Nel giro di nemmeno due anni la sua vita professionale ha subito un’accelerazione entusiasmante. Se l’aspettava?
«Sinceramente no, non in modo così repentino. Nella mia carriera sono sempre stato soddisfatto del mio lavoro: sono nato come musicista, ho iniziato presto a lavorare dietro le quinte come manager d’orchestra, un ruolo posto al servizio della musica ma privo di visibilità. Con il tempo, il mio impegno si è spostato verso il management, inteso come servizio agli artisti: prima nell’opera lirica, poi nella gestione di cantanti e produzioni. È stata una crescita costante, di trasferimento in trasferimento, che mi ha permesso di acquisire competenze. Arrivare oggi alla direzione generale del LAC, con la possibilità di occuparmi di politica culturale, rappresenta per
me un’evoluzione bellissima, è motivo di grande orgoglio e, sinceramente, anche una grande fortuna. Un continuo divenire che mi permette di offrire un servizio alla comunità, e di farlo grazie alle competenze maturate nella musica e nelle arti performative. La nomina a Direttore generale è arrivata dopo un anno e mezzo a Lugano, a pochi mesi di distanza dalla presentazione della stagione musicale 2025/26. Ora il mio compito è dare forma non solo a una stagione di concerti, ma a un progetto culturale più ampio che abbraccia teatro, danza e performance».
Assumendo il nuovo ruolo, quali domande si è posto e quali obiettivi si prefissato?
«Mi sono chiesto soprattutto qual è la missione di un centro culturale. Quando si parla di cultura, oggi siamo sommersi da informazioni, immagini, suoni, anche a sproposito. Credo che il cuore di un centro culturale sia la sua capacità di attrarre le persone in occasioni diverse, essere un luogo di aggregazione, che deve dialogare con il territorio che lo ospita e aprirsi a numerose collaborazioni. Significa dire a Lugano, al Ticino e a chi visita la città che al LAC ci si ritrova per vivere insieme esperienze culturali: dai concerti in sala o sul palcoscenico con le arti performative, alle mostre del Museo d’arte della Svizzera italiana (MASI), fino alle iniziative diffuse nella città. Significa aprirsi al dialogo con
CHI È ANDREA AMARANTE?
Nato a Trieste nel 1974, dopo il diploma in pianoforte e studi di composizione e direzione d’orchestra si dedica alla pratica del repertorio operistico, svolgendo le attività di pianista preparatore per cantanti lirici e di Maestro del Coro presso il Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto. Su suggerimento dell’allora Direttore Generale Claudio Lepore, frequenta parallelamente uno dei primi master universitari avviati in Italia nell’ambito dell’Imprenditoria dello Spettacolo presso l’Università Alma Mater di Bologna. Al termine del percorso di studi orienta il proprio interesse prima nell’ambito dell’organizzazione dei corsi di formazione professionali per cantanti d’opera lirica, maestri collaboratori e professori d’orchestra, per poi rivestire ruoli di sempre maggiore responsabilità presso istituzioni orchestrali di rilievo in Italia e in Austria. Dopo un breve periodo trascorso in qualità di coordinatore della Direzione Artistica presso la Fondazione Teatro San Carlo di Napoli viene chiamato a svolgere il ruolo di responsabile dei
Servizi Musicali e della programmazione annuale presso la Fondazione Teatro alla Scala, dove coglie l’occasione per approfondire le proprie competenze in ambito manageriale sotto la guida dell’allora Direttore Generale Maria Di Freda. Le esaltanti esperienze della Stagione Verdi-Wagner e dell’Expo milanese lo spingono ad ampliare ancora l’ambito dei propri interessi, portandolo dalla gestione operativa delle masse artistiche alla realizzazione di progetti articolati di ampio respiro internazionale. Nel 2016 accetta l’invito di ricoprire il ruolo di coordinatore artistico e tour manager della Luzerner Sinfonieorchester, orchestra residente del KKL di Lucerna. In qualità di assistente del Sovrintendente dell’Orchestra Numa Bischof Ullmann gli vengono offerti gli stimoli ideali per accrescere ulteriormente la propria professionalità nell’ambito della programmazione musicale venendo a contatto con i più grandi artisti del panorama musicale internazionale.
tutte le istituzioni, con la scena indipendente presente a Lugano e sul territorio ticinese, e con gli artisti che hanno l’esigenza e il talento per poter essere sostenuti o ospitati dal LAC. In questo senso, la collaborazione con l’Orchestra della Svizzera italiana (OSI), nostra orchestra residente, rappresenta un modello virtuoso di dialogo tra eccellenza artistica e identità territoriale».
Come riesce a conciliare funzioni così importanti e così diverse?
«Le idee maturate come Direttore artistico della Musica ispirano anche il mio lavoro di Direttore generale. Assumendo la carica di Direttore artistico, mi ero domandato se la nostra offerta in tema musicale rispondesse ai bisogni del pubblico. Con l’unione delle diverse anime del LAC, a maggior ragione ci siamo in-
“Mi sono chiesto soprattutto qual è la missione di un centro culturale. Quando si parla di cultura, oggi siamo sommersi da informazioni, immagini, suoni, anche a sproposito. Credo che il cuore di un centro culturale sia la sua capacità di attrarre le persone in occasioni diverse, essere un luogo di aggregazione, che deve dialogare con il territorio che lo ospita e aprirsi a numerose collaborazioni”.
terrogati su come raggiungere nuovi pubblici, aprendoci ad un repertorio che potesse interessare un pubblico più giovane. Il mio compito è quindi di cercare di fare si che il LAC attragga una comunità più ampia, e di farlo anche grazie alla collaborazione con Carmelo Rifici, Direttore artistico delle Arti performative, il
MASI e le istituzioni cittadine e, ovviamente, grazie al fondamentale lavoro della mediazione culturale».
Ci sono iniziative a cui tiene particolarmente?
«In campo musicale ce ne sono tante, ma tra le prime c’è Musica nei Quartieri, nata per portare la musi -
ca fuori dalla sala e avvicinarla alle persone nei loro luoghi quotidiani. L’obiettivo è offrire momenti di socializzazione con la musica al centro: un modo per combattere la solitudine, che considero una delle piaghe della società contemporanea.
Siamo sommersi dalle connessioni digitali, e spesso non ci rendiamo veramente conto che di fronte al mondo siamo soli: la musica può creare relazioni autentiche».
Quali settori intende sviluppare il LAC in futuro?
«Il LAC non è solo una sala da concerto o un teatro, ma un centro culturale aperto al dialogo con gli artisti. In ambito teatrale, oltre a Finzi Pasca, compagnia residente, abbiamo avviato un ricco programma di residenze artistiche per gruppi indipendenti, tra cui desidero citare Trickster-p».
La danza avrà sempre un ruolo importante?
«Assolutamente sì. Stiamo creando un pubblico di danza contemporanea che proviene anche da altre regioni svizzere e dall’Italia, dove i grandi ensemble sono meno rappresentanti. La nostra ambizione è produrre e creare qualcosa di nuovo».
In tutti i campi?
«Sì, questa apertura riguarda ogni aspetto del LAC: dalle riletture dei classici curate da Rifici, all’ampliamento del repertorio musicale che oltre al classico oggi include jazz, world music, elettronica e musica sperimentale. C’è una vivace attività di hub culturale, una rete che collega il Conservatorio della Svizzera italiana, la Città della Musica, l’attività del MASI e il nostro centro culturale. Cerchiamo inoltre di creare sinergie con la Divisione Eventi e congressi della Città di Lugano, ad
esempio per la programmazione estiva. L’obiettivo è creare ponti e collaborazioni tra le diverse realtà della Città e del Cantone: dal Locarno Film Festival alle Settimane musicali di Ascona, senza trascurare le realtà locali. Il LAC, con la sua grande sala da concerto e il suo palcoscenico, ha nel proprio DNA la missione di coordinare e connettere, ponendosi come priorità l’evitare le sovrapposizioni di date e gli sprechi, ottimizzando le risorse al fine di dare vita ad una programmazione armonica. In un momento di risanamento economico, il LAC può trasformare la necessità in virtù: inventare forme nuove di collaborazione e diventare un unicum nel panorama culturale italofono, motivo di attenzione e punto di riferimento per tutta la Svizzera».
Vorrei concludere con una domanda. Cos’è è per lei la musica?
«Per me la musica è un grande mistero, perché in realtà non esiste come qualcosa di materiale: la musica è nella nostra mente. Nasce dentro di noi mentre l’ascoltiamo, grazie ai nostri ricordi e a tutto ciò che abbiamo sentito fin da quando eravamo nel grembo materno e poi nel corso della nostra vita. Ciò che capiamo di un brano musicale dipende da tutta la musica che abbiamo già ascoltato. Per questo, per comprenderla davvero, bisogna continuare ad ascoltarla, sempre di più. Il ruolo di chi ascolta è fondamentale: senza qualcuno che l’ascolti, la musica semplicemente non esiste».
19–21.12
Lo schiaccianoci
Mauro Bigonzetti
MM Contemporary Dance Company Orchestra della Svizzera italiana
Per la nuova produzione del LAC, Mauro Bigonzetti rilegge l’intramontabile fiaba de Lo schiaccianoci sulla celebre partitura di Čajkovskij, eseguita dall’Orchestra della Svizzera italiana diretta da Philippe Béran con il Coro Clairière. A dare corpo al racconto coreografico, la pluripremiata MM Contemporary Dance Company.
09–11.01
Titizé A Venetian Dream Compagnia Finzi Pasca
Dopo il successo della scorsa stagione, torna Titizé – A Venetian Dream della Compagnia Finzi Pasca, spettacolo che, fedele al linguaggio dei sogni, restituisce immagini evanescenti, allusioni e miraggi, conducendo il pubblico in un universo rarefatto e surreale.
17.01
Ledisi sings Nina Tributo a Nina Simone Metropole Orkest
Jules Buckley
Ledisi
Ledisi, la straordinaria voce di New Orleans, omaggia l’icona del jazz Nina Simone in un concerto che unisce la sua potenza vocale agli arrangiamenti sofisticati della Metropole Orkest, la più grande orchestra al mondo specializzata in musica jazz.
21–25.01
Slava’s Snowshow
Slava Polunin
A grande richiesta torna il poetico, universale e senza tempo Slava’s Snowshow, spettacolo che, tra il vento gelido delle steppe russe e magiche tempeste di neve, continua a incantare milioni di spettatori di ogni età e provenienza.
Per la prima volta la programmazione è interamente curata dal LAC, dopo l’integrazione delle attività di LuganoMusica nel nuovo settore Musica avvenuta a inizio stagione 2024/25, e ridefinisce il ruolo della musica all’interno di un centro culturale multidisciplinare, rafforzando il dialogo con l’Orchestra della Svizzera italiana (OSI), orchestra residente. Il LAC non è un semplice auditorium per concerti sinfonici: è un laboratorio culturale che mette in dialogo la musica con le arti sceniche, la danza, le arti visive per ampliare lo spettro della programmazione. La costruzione della nuova stagione sposa le visioni del centro culturale e il percorso che ha intrapreso da anni, volto a coinvolgere un pubblico sempre più ampio, a dialogare attivamente con il territorio, superando i canoni tradizionali e aprendosi a nuovi formati e contaminazioni.
appuntamenti da non perdere ci piace segnalare l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino diretta dal Maestro Zubin Mehta, per la prima volta a Lugano, sul podio a dirigere le celebri Sinfonie n. 39, 40 e 41 di Mozart (7 febbraio 2026) e quello di Philippe Herreweghe alla testa dell’Orchestre des Champs-Élysées e del Collegium Vocale Gent in un programma che accosta la monu-
Il ritmo come archetipo espressivo
Dopo un felice avvio di stagione che ha fatto registrare il tutto esaurito in più di una occasione, tra i numerosi
mentale Eroica di Beethoven al Requiem di Cherubini (19 marzo). La stagione ospita la Swiss Orchestra (7 maggio), orchestra residente della sala concerti di Andermatt, con Lena-Lisa Wüstendörfer alla direzione e la pianista Olga Scheps, in un programma che accosta Beethoven e Dupuy. Il concerto avviene nell’ambito di un progetto di scambio con l’OSI, che suonerà nella località urana con Antoine Tamestit alla viola e alla conduzione (6 febbraio). Il recital Balagan con
Liya Petrova al violino, Pablo Barragán al clarinetto e Amadeus Wiesensee al pianoforte (31 maggio) si configura come un viaggio attraverso la ricchezza eclettica della musica da camera del Novecento e contemporanea, un intreccio di influenze popolari, esplorazioni timbriche e raffinata scrittura strumentale. La pianista Nathalia Milstein (26 aprile) esegue musiche di Haydn, Beethoven, Liszt e Prokof’ev. Da non perdere il recital del giovane virtuoso del pianoforte Hayato Sumino “Cateen” (14 dicembre 2025), celebre per la sua capacità di fondere la tradizione pianistica classica con un linguaggio musicale moderno e coinvolgente. Star del web con milioni di visualizzazioni, Sumino è noto per le sue reinterpretazioni virtuosistiche di brani celebri e per la versatilità con cui spazia dal repertorio classico ad arrangiamenti innovativi, inclusa una spettacolare interpretazione del Boléro di Ravel. Antonio Ballista e Bruno Canino esplorano a quattro mani la musica di Ravel, Fauré, Satie e Stravinskij (11 gennaio). Kurtág 100 (19 febbraio), dedicato al compleanno di György Kurtág, concerto che presenta un affascinante programma con trascrizioni da Bach, brani di Bartók e composizioni dello stesso Kurtág eseguite da Dénes Várjon e
Izabella Simon al pianoforte.
In occasione del 30° anniversario de I Barocchisti e del 90° anniversario del Coro della RSI, i due ensemble diretti dal Maestro Diego Fasolis portano sul palco del LAC uno dei capolavori di Joseph Haydn: l’orato -
rio La creazione del mondo, nella versione italiana a cura di Giuseppe Carpani (21 febbraio). Prosegue la residenza di Superar Suisse (15 marzo), progetto dedicato alla formazione musicale inclusiva per i giovani; l’orchestra, diretta da Carlo Taffuri, offre un’esibizione speciale che celebra la forza della musica come strumento di crescita e comunità.
A Natale, ci si ritrova sotto l’albero della Hall per A Christmas Carol –
Concerto di Natale al LAC, ultimo appuntamento di una serie di venti concerti natalizi nelle chiese di Lugano realizzati in collaborazione con l’Associazione Bernardino Luini nell’ambito della programmazione LAC edu (20 dicembre 2025). In collaborazione con 900presente, il Conservatorio della Svizzera italiana e la RSI - Radiotelevisione svizzera presentano il progetto site-specific dal titolo La radio vuota – la memoria dei suoni , lavoro multimediale di Andrea Molino (15 maggio). La stagione ospita la Chineke! Orchestra, diretta da Joseph Young con Njioma Chinyere Grevious al violino, in un programma dedicato alla tradizione sinfonica afroamericana con brani di Carlos Simon, Florence B. Price e Samuel Coleridge-Taylor (15 giugno).
L’ibridazione dei linguaggi e le nuove frontiere musicali Se il superamento dei generi musicali tradizionali è uno dei fili condutto -
ri della stagione, la commistione tra mondi sonori differenti si esprime con la cantante Ledisi e la Metropole Orkest (17 gennaio) nell’omaggio a Nina Simone, le cui canzoni si rivestono di nuovi arrangiamenti orchestrali, e con il Manchester Collective (6 giugno), che mescola folk, jazz e musica contemporanea. Il jazz in questa stagione invade gli spazi della musica classica. Tra i numerosi appuntamenti, ricordiamo il Tord Gustavssen Trio (25 febbraio) e l’Éténèsh Wassié Trio (22 marzo). La voce umana, nella sua capacità espressiva senza tempo, è al centro di numerosi appuntamenti della stagione. Il concerto Di cosa vive l’uomo? con Costanza Alegiani e Peppe Servillo celebra la teatralità e l’ironia delle canzoni di Kurt Weill e Bertolt Brecht (1° aprile). La Camerata Bern, diretta da Maria Włoszczowska (29 aprile), con la sua esplorazione musicale tra Hildegard von Bingen e Benjamin Britten, crea un ponte sonoro tra il canto medievale e la modernità orchestrale. Ancora, una voce ci spinge a superare le frontiere ed è quella di Mariza (1° febbraio) celebre cantante che ha saputo dare nuova vita alla tradizione portoghese del fado portandolo alla ribalta internazionale.
Il concerto FS: in viaggio vede protagonisti Paolo Fresu e Giovanni Sollima (9 maggio), due artisti capaci di esplorare le potenzialità timbriche di tromba e violoncello, in un dialogo che attraversa secoli di musica e sperimentazione sonora.
La musica come racconto visivo Il progetto Rodari Connection (13 febbraio) – Valentina Fin voce, elettronica, sax e Effe Effe (Federica Furlani) viola, elettronica – coniuga narrazione e sperimentazione per una nuova esperienza sonora ispirata alle celebri Favole al telefono di Gianni Rodari, reinterpretate attraverso suoni e immagini digitali. Il progetto si inserisce nella rassegna Early Night Modern. La visione di Psycho (1960) di Alfred Hitchcock è accompagnata dalla musica dal vivo (10 e 11 dicembre): a far dialogare musica e cinema è l’OSI, diretta da Anthony Gabriele. Nella stessa settimana, il duo Gebrüder Teichmann (11 dicembre) fa da colonna sonora del film muto Sinfonia di una grande città (1927) con una performance elettronica dal vivo in collaborazione con Oggimusica nell’ambito di Early Night Modern. Il progetto Wanderer (20 e 21 maggio), in residenza artistica al LAC, supera i confini tra concerto, teatro e installazione visiva: un’esperienza immer -
siva che dissolve i limiti tra scena e platea e invita il pubblico ad essere parte attiva. Eravamo il suono (26 gennaio), ispirato al romanzo di Matteo Corradini con la direzione di Francesca
Perrotta e la regia di Valeria Fornoni, racconta attraverso la musica la storia dell’orchestra femminile di Auschwitz, in occasione della Giornata della Memoria.
Early Night Modern e EAR – Electro Acoustic Room
Un immancabile appuntamento rimane Early Night Modern: l’apprezzata rassegna, che mantiene la collaborazione con Oggimusica, compie dieci anni. Tra gli appuntamenti in calendario, fino ad aprile: Gebrüder Teichmann (11 dicembre), Enrico Francioni (23 gennaio), Valentina Fin e Effe Effe (13 febbraio), Interstices-2.0 e Volker Böhm (14 marzo), /nu/ thing, Maria Sappho e Colin Frank (15 marzo), Ensemble Mondrian (24 aprile).
Torna la rassegna EAR, progetto di Spazio21 del Conservatorio della Svizzera italiana in coproduzione con il LAC, che per il suo decimo anniversario introduce una “guida all’ascolto” ai sei concerti dedicati alla musica acusmatica, che si terranno in Teatrostudio tra gennaio e maggio. Durante questi incontri, i compositori e i performer riproporranno alcuni dei brani in programma, offrendo al pubblico una chiave di lettura per una fruizione più consapevole. www.laclugano.ch
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UNA STAGIONE MUSICALE D’ECCELLENZA
TRASCORSO L’ANNO DEL 90ESIMO, L’ORCHESTRA DELLA SVIZZERA
ITALIANA SI AVVIA NEL 2026 CON L’ATTESO CONCERTO DI SAN SILVESTRO E LA SECONDA PARTE DELLA STAGIONE, CON CELEBRI SOLISTI E DIRETTORI
OSPITI FRA CUI MARTHA ARGERICH E CHARLES DUTOIT, PROTAGONISTA DI UNA COLLABORAZIONE SPECIALE CON L’ORCHESTRA. TORNANO LE GRANDI TOURNÉE, TRA CUI MUSIKVEREIN A VIENNA E QUATTRO TAPPE IN SPAGNA NEL MARZO 2026, E SI RIPROPONE UN FITTO CALENDARIO DI CONCERTI STRAORDINARI, OLTRE ALLE TRE STAGIONI PRINCIPALI OSI AL LAC, OSI IN AUDITORIO E OSI A PENTECOSTE
Tra concerti in stagione, eventi speciali e importanti tournée all’estero, prosegue tra continui consensi di pubblico e critica il cammino dell’Orchestra della Svizzera italiana, sia nella regione in cui è nata, sia nel resto del mondo. Molti degli eventi speciali si concentrano a dicembre, per lo più legati alle feste: il 7 concerto natalizio al PalaCinema di Locarno, il 10-11 proiezione al LAC del film Psycho con
musiche dal vivo dell’OSI, il 19, 20 e 21 il balletto Lo schiaccianoci al LAC e infine il 31 l’attesissimo Concerto di San Silvestro sempre al LAC, con Robert Treviño e uno spumeggiante programma ispirato alla tradizione viennese.
A gennaio-febbraio riprende invece la stagione “OSI in Auditorio”, con quattro appuntamenti tutti i giovedì all’Auditorio Stelio Molo della RSI a Lugano-Besso: è l’ultima stagione organizzata in Auditorio per qualche anno, in quanto a febbraio entrerà nel vivo il grande cantiere della Città della Musica e i lavori terranno chiu-
so l’edificio per qualche tempo. Come tutta la stagione OSI iniziata a settembre e che prosegue ora nel 2026, intitolata “Con folclore”, anche la rassegna in Auditorio mette a tema le influenze della tradizione musicale popolare sui capolavori della musica classica: «Spesso – spiega il Direttore artistico OSI Barbara Widmer – l’intento dei compositori era quello di esprimere un’identità nazionale, oppure di arricchire il proprio linguaggio musicale con nuove sonorità». Ecco così protagonisti fino a inizio febbraio celebri solisti come Baiba Skride (violino) e Antoine Tamestit (viola), accanto a musicisti estrosi come il georgiano Giorgi Gigashvili, il russo-ungherese Sergey Malov o il direttore d’orchestra greco Constantinos Carydis, per escursioni anche nelle tradizioni musicali più insolite come quella greca o georgiana. Da metà febbraio riprenderà la stagione principale “OSI al LAC”, con sei serate di grande repertorio fino al 23 aprile, con i più conosciuti direttori e solisti della scena in -
ternazionale fra cui Martha Argerich, Charles Dutoit, Benjamin Grosvenor, Veronika Eberle e naturalmente il Direttore ospite principale Krzysztof Urbanski.
Ci sarà spazio anche per i musicisti dell’OSI: in particolare, il Konzertmeister Robert Kowalski si presenterà nel concerto OSI al LAC del 26 marzo (preceduto da un Lunch with OSI, il 25 marzo sempre al LAC) insieme al “suo” Karol Szymanowski Quartet. La terza stagione, OSI a Pentecoste (quest’anno 23-24 maggio), intende invece consolidare una serie di appuntamenti concertistici nel finesettimana di Pentecoste, sia per i residenti, sia per i turisti e il pubblico internazionale che in quel periodo affollano la Svizzera italiana. La seconda edizione di OSI a Pentecoste vedrà grande protagonista il direttore d’orchestra Charles Dutoit, che si muoverà tra brani celebri e amatissimi come Shéhérazade di Rimskij Korsakov o il Concerto per violino e orchestra di Jean Sibelius, con Frank Peter Zimmermann. Proprio la collaborazione più stretta con il grande direttore d’orchestra svizzero è una delle caratteristiche di questa stagione: Dutoit, già alla testa dell’OSI a settembre alle Settimane musicali di Ascona, è ora protagonista - oltre che di OSI a Pentecoste - di diversi appuntamenti per OSI al LAC , nonché di
un’importante tournée in Spagna a marzo con la leggendaria pianista
Martha Argerich: «Sarà un vero e proprio “viaggio con Dutoit” quello che vogliamo proporre al pubblico – spiega ancora Barbara Widmer - un progetto speciale, che valorizzi l’ottima intesa fra l’Orchestra della Svizzera italiana e il Maestro, all’insegna di una collaborazione sempre più stretta e continuativa». Dutoit guiderà l’OSI in Spagna dal 16 al 20 marzo, in un prestigioso giro di concerti con Martha Argerich fra Barcellona, Saragozza, Madrid e Alicante. Sempre a marzo, questa volta con il direttore e violinista Julian Rachlin, è previsto il grande ritorno dell’Orchestra sul celebre palcoscenico della Sala dorata del Musikverein di Vienna (2 marzo), seguito il giorno dopo da una tappa a Norimberga. In Svizzera, invece, il 6 febbraio l’OSI si esibirà per la prima volta nell’avveniristica Konzerthalle di Andermatt, con la viola solista di Tamestit.
LA MIA PASSIONE PER L’ARTE
Lei è stato di recente nominato Direttore della Pinacoteca cantonale Giovanni Züst. Che cosa rappresenta questa istituzione nel quadro del sistema museale ticinese? «Aperta nel 1967 per ospitare le opere che l’imprenditore Giovanni Züst aveva donato al Cantone, la Pinacoteca è l’istituto museale che si occupa di preservare e valorizzare l’identità storico-artistica ticinese così come si è venuta configurando nel corso del lungo arco di secoli che va dal Medioevo alla prima metà del Novecento. Un’identità che è caratterizzata durante tutto questo periodo dalla massiccia emigrazione delle maestranze artistiche ticinesi nei principali centri italiani ed europei e dagli strettissimi legami che i suoi esponenti intrattengono con la koinè artistica della vicina Penisola, in parti-
INTERVISTA CON ELIO SCHENINI, NATO A BELLINZONA NEL 1971, LAUREATO IN STORIA DELL’ARTE PRESSO L’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI
DI MILANO. HA SVOLTO LA FUNZIONE DI CURATORE-CONSERVATORE
PRESSO IMPORTANTI ISTITUZIONI CULTURALI TICINESI ED È ORA
IL DIRETTORE DELLA PINACOTECA ZÜST.
colare quella di area lombarda. Assieme al MASI, a cui sono stati affidati i compiti un tempo svolti dal Museo Cantonale d’Arte, la Pinacoteca Züst rappresenta oggi il principale strumento con il quale lo Stato mette in atto la propria politica museale volta alla conservazione, allo studio e alla divulgazione del nostro patrimonio artistico».
La Pinacoteca Züst sta attraversando da alcuni anni una fase di consolidamento e sviluppo. Con quali obiettivi si accinge ad assumere il nuovo incarico?
«Al centro di questa fase di sviluppo vi è, come noto, la trasforma -
zione e l’ampliamento dell’edificio che ospita la Pinacoteca. Un edificio la cui veste attuale si deve alla matita di una grande figura dell’architettura ticinese, Tita Carloni, il quale nel 1966 aveva ricevuto l’incarico di trasformare la vecchia casa parrocchiale di Rancate nel museo che tutti conosciamo. La ristrutturazione dello stabile, di cui si è cominciato a parlare molti anni fa, quando Carloni era ancora in vita, è ormai improcrastinabile per tutta una serie di motivi, tra i quali mi limito a ricordare l’indispensabile adeguamento della struttura alle norme sull’accessibilità. L’iter progettuale è stato avviato nel 2016 con un primo studio di fattibilità dell’architetto Jachen Könz e si è concluso lo scorso anno con la pubblicazione del concorso vinto dal gruppo interdisciplinare capitanato dallo studio Pessina Architetti di Zurigo.
Il desiderio sarebbe che i lavori potessero iniziare come previsto nel 2027. Uno dei miei impegni primari, nei prossimi anni sarà dunque quello di affiancare il gruppo dei progettisti e di collaborare con loro affinché la nuova Pinacoteca possa disporre di spazi adeguati, moderni e funzionali, dove poter continuare a indagare il nostro passato per cercare in questo modo di illuminare il nostro presente».
C’è un progetto che le sta particolarmente a cuore e che vorrebbe senz’altro realizzare nei prossimi mesi?
«I progetti, come sempre quando si inizia una nuova avventura, sono molti e si vorrebbe vederli tutti realizzati il prima possibile. Quello che in questo momento mi sta più a cuore è però un progetto a lungo termine, che richiede per la sua dimensione e importanza un complesso lavoro di preparazione e di studio e la creazione di una fitta rete di collaborazioni a cui ho già cominciato a dedicarmi. Nel 2030 ricorrerà infatti il quarto centenario dalla morte di Giovanni Serodine, che rimane a tutt’oggi il pittore più importante che il Ticino ha dato alla storia dell’arte europea e di cui la Pinacoteca conserva, tra gli altri, uno dei massimi capolavori: il San Pietro in carcere. Come è stato il caso per Borromini nel 1999 credo che questa celebrazione non sia solo un atto di omaggio nei confronti di un artista che lo storico Roberto Longhi ha definito uno dei maggiori del Seicento italiano, ma anche un’occasione per riflettere su un’identità culturale che in passato ha saputo definirsi attraverso un continuo scambio con ciò che stava al di là dei propri confini».
“Nella mia visione la Pinacoteca dovrebbe
operare sempre di più in una chiara e concordata logica di complementarietà con il MASI.
Questa complementarietà in qualche modo c’è sempre stata, anche ai tempi del Museo Cantonale, ma non è mai stata ben definita e articolata”.
Nello specifico, quali interventi intende promuovere nella prospettiva della definizione e dell’ampliamento del profilo scientifico delle collezioni della Pinacoteca Züst?
«Nella mia visione la Pinacoteca dovrebbe operare sempre di più in una chiara e concordata logica di complementarietà con il MASI. Una complementarietà che in qualche modo c’è sempre stata, anche ai tempi del Museo Cantonale, ma che oggi forse necessita di essere ridefinita. Questo permetterebbe non solo di evitare inutili ridondanze e sovrapposizioni ma anche un più oculato utilizzo delle risorse disponili e una più chiara comunicazione nei confronti del pubblico. A dieci anni di distanza dalla nascita del MASI è forse tempo di bilanci e analisi della realtà dei musei d’arte ticinesi, in questo quadro una diversa e più ra-
zionale distribuzione delle collezioni cantonali e dei rispettivi campi di attività tra i due istituti che, in un modo o nell’altro, fanno capo al Cantone potrebbe essere, secondo me, un’operazione di grande chiarezza e di grande valore strategico».
Lei è stato curatore-conservatore dapprima presso il Museo Cantonale d’Arte e successivamente presso il Museo d’arte della Svizzera italiana (MASI) a Lugano. Quali sono i principali aspetti che ricorda di quelle esperienze? «I lunghi anni che ho trascorso tra il Museo Cantonale d’Arte, dove sono arrivato nel 2002, e il MASI sono stati indubbiamente anni importanti per la mia crescita professionale e mi hanno permesso di fare esperienze decisive non solo sul piano curatoriale, ma anche nei diversi ambiti gestionali che stanno
alla base di un’istituzione museale. Uno dei vantaggi di operare in una struttura di medie dimensioni è anche quella di poter entrare in contatto e di doversi occupare di un po’ tutti i numerosi e variegati settori che compongono l’attività di un museo, diversamente da quanto avviene in realtà più ampie dove tutto è rigidamente compartimento e le funzioni chiaramente distinte. La costruzione del LAC e la nascita di un nuovo museo frutto dalla fusione di due entità precedenti sono state indubbiamente delle esperienze uniche alle quali ho avuto modo di partecipare e contribuire in prima persona. Per me è stata un’occasione straordinaria per verificare e approfondire direttamente sul campo, e non solo in ambito teorico, tematiche quali la governance delle istituzioni mu -
seali e il ruolo che quest’ultime sono chiamate a svolgere all’interno del contesto sociale».
Lei vanta una lunga carriera come storico dell’arte e curatore indipendente, realizzando decine di esposizioni in Svizzera e all’estero. Quali sono gli artisti e i movimenti nei confronti dei quali ha principalmente concentrato il suo interesse?
«Devo dire che sono sempre stato un convinto assertore della wölffliniana “storia dell’arte senza nomi”. Questo non significa ovviamente che le personalità artistiche non abbiano importanza nello studio della storia dell’arte. Si tratta però sempre di dare priorità alle opere e al contesto piuttosto che alla figura dell’autore. Le minuziose ricostruzioni genealogiche per
quanto fondamentali e indispensabili non riescono ad affascinarmi. Non voglio con questo eludere la sua domanda, ma più che citare i nomi e i movimenti che hanno attratto il mio interesse in questi anni, terrei a sottolineare che la mia passione per le questioni artistiche nasce dalla presa di coscienza che l’arte – nell’accezione più ampia, mi verrebbe da dire beuysiana, del termine, non considerando quindi unicamente le arti visive - è l’attività nella quale si realizza più pienamente l’essenza dell’essere umano, che è poi il linguaggio. Questa è, al fondo, la ragione dell’interesse che ho nutrito fin da giovane per l’esperienza artistica, perché è attraverso di essa che diamo nome al mondo, che lo “mettiamo al mondo” per citare il titolo di una famosa opera di Alighiero Boetti».
IL NATALE DA MANOR
MONTAGNE E CONTEMPORANEITÀ: LA NUOVA GEOGRAFIA
ARTISTICA IN ENGADINA
INTERVISTA A GIAN ENZO
SPERONE A SENT: LO SGUARDO DI UN GALLERISTA CORAGGIOSO E CONTRADDITTORIO, COLLEZIONISTA SENZA CONFINI.
DI CRISTINA ZAPPA
Sei partito dalla sabauda Torino dove apristi la tua prima galleria italiana. Era una provincia.
Dalla Pop Art Americana (1963) e sempre con un occhio al Concettualismo Americano hai sostenuto artisti provinciali che usavano materiali inusuali fino all’Arte Povera conclamata. Giocavi o sperimentavi?
«Alla fine del 1962 vennero a Torino Leo Castelli e Ileana Sonnabend per incontrare Michelangelo Pistoletto. In quell’occasione ho iniziato un rapporto con l’America e la Pop Art Americana, i cui artisti quali Lichtenstein, Warhol, Rosenquist, Oldenburg, Jim Dine e Rauschenberg avrei esposto dal 1963 al 1966. Era già in atto un cambiamento, che sfociò nel Minimalismo e nel Concettualismo, con artisti come Flavin, Morris, Kosuth, Judd, Carl André, con cui mi sono prontamente schierato per far conoscere il loro lavoro in Italia. Parlo di Italia più che di Torino perché è noto che quest’ultima era già in una posizione di avan-
guardia mantenuta per almeno 10 anni. Già a metà degli anni Sessanta facevano l’occhiolino gli artisti dell’Arte Povera (Pascali, Mondino, Gilardi, Anselmo, Zorio e Boetti) che introducevano una nuova idea dell’arte con ricerche e energie inedite, contenute nei materiali stessi, inaugurando una libertà linguistica per cui ogni opera implicava scarti sintattici».
Pino Pascali: la sua prima mostra Armi (1966), scartata da Plinio De Martis de La Tartaruga, fu da te accolta. Arrivò col suo camion con armi artefatte e la Polizia lo trattenne. Il tuo gesto curatoriale era una provocazione pubblicitaria o una critica della guerra fatta con un gesto artistico precursore di un’attualità geopolitica?
«Pascali rappresentava la punta di diamante della nuova Avanguardia Romana il cui gesto artistico, con l’uso provocatorio di armi artefatte come cannoni, missili e mitragliatrici eseguiti in camouflage per ingannare i visitatori della mostra, impreparati a distinguere il vero con l’artefatto, costituiva una sfida notevole verso la rottura dei canoni, specialmente della pittura astratta dominante. La mostra fu scartata dalle gallerie romane La Tartaruga e L’Attico per ragioni che mi sfuggono ancora oggi, il che la dice lunga sulla posizione apicale di Torino in quegli anni. Non ricordo l’episodio della Polizia che avrebbe trattenuto in Questura il camion; certo è che la mostra conteneva delle provocazioni linguistiche fuori dalla comprensione di tutti e, soprattutto, fuori dall’estetica della pittura».
Hai portato l’arte dove non c’era (contesti industriali e spazi alternativi). L’Engadina rientra in questa logica di decentramento strategico? Cosa ti ha spinto a trasferire la tua galleria in una valle alpina. Una scelta affettiva, strategica o estetica? «Nel 1967 ho trasferito l’idea della galleria-boutique in un grande ex-garage, decentrato strategicamente, dove gli artisti di volta in volta se lo gradivano potevano lavorare nella strut-
tura in presenza del pubblico, che avrebbe potuto partecipare all’atto creativo: questa avventura è durata poco (2 anni) prima che la furia della contestazione studentesca invadesse i luoghi dell’arte considerandoli desueti (sino al danneggiamento delle opere). Era l’epoca di Lotta Continua di Adriano Sofri. Si contestavano le gallerie e l’arte in generale. Io fui vittima di un’attività di grafitaggio sui muri esterni della mia galleria a Torino, contigua alla sede nazionale di Lotta Continua; già allora, ma specialmente oggi -con il senno di poi- ritenevo tali attacchi impari, puro sciacallaggio. La società estetica non è mai fuori dalla storia, con buona pace di quei Finti rivoluzionari».
Secondo te è stata una sfida o un’opportunità?
«Entrambe e nessuna delle due. La mia attuale esperienza fuori dalle città nella Bassa Engadina è stata una scelta affettiva e estetica e non una sfida».
Come si inserisce la tua galleria con artisti internazionali nel tessuto culturale di questo luogo ameno?
«Purtroppo in questo luogo, nonostante le numerose mostre con star internazionali dell’arte, non c’è stata un’adesione da parte di un pubblico proveniente dall’Alta Engadina, da Zurigo e nemmeno dall’Austria (i cui confini sono vicinissimi). Può darsi che questo dipenda da una mia resistenza all’uso dei social e al non voler bombardare il pubblico con una pubblicità invadente».
Pensi che il “lusso della lentezza” sia un vantaggio per il modo di vivere l’arte?
«Tutta la storia dell’arte è basata sulla contrapposizione tra lentezza e velocità, come dire che i tempi
della classicità contrastano con le strategie futuriste».
C’è dialogo con la comunità locale? «Nessun dialogo».
Qual è il tuo pubblico principale?
«I miei visitatori sono amici, collezionisti e mercanti milanesi, torinesi e romani».
Come reagisce il pubblico “non specialista” (turisti e passanti) alle tue proposte?
«Come già detto in precedenza, il pubblico che frequenta la mia galleria non è engadinese».
Mi racconti di una mostra per te simbolica che hai organizzato qui in Engadina?
«Vorrei ricordare una mostra di Bruce Nauman (circa una ventina di anni fa) che è stata la prima di una serie di personali con artisti originali e indipendenti dal punto di vista linguistico».
A distanza di anni quale è secondo te il ruolo dell’Engadina (non solo St. Moritz) nella geografia dell’arte contemporanea oggi? Sta diventando un polo culturale internazionale?
«Il ruolo dell’Engadina si può migliorare ma servirebbe una forte attività istituzionale piuttosto che le decine di cani sciolti che operano tra St. Moritz, Zuoz, Schanf e Sent».
Come vivi la stagionalità locale?
Segui il ritmo degli eventi turistici?
«Sono fuori ritmo dalla nascita e la stagionalità che seguo è solo la mia».
Lavori con artisti locali o continui a costruire le tue narrazioni seguendo il tuo spirito collezionistico personale e internazionale?
«Sono venuto in questa parte del mondo dopo aver conosciuto uno dei migliori artisti svizzeri, Not Vital, per seguire da vicino il suo percorso creativo. La mia attività da oltre quarant’anni è un ibrido tra collezionismo e attività di gallerista».
Qual è per te oggi l’artista che rappresenta meglio lo spirito del luogo o che porteresti qui e perché?
«L’artista che considero scultore e pittore straordinario e che conobbi personalmente nel 1961 è Alberto Giacometti, che però ahimè è morto a metà degli anni Sessanta. Nel paese in cui mi trovo a vivere oggi, ossia Sent, è ospitato un piccolo museo contenente le sue litografie, create lungo tutto l’arco della sua carriera. Consiglio un viaggio per visitarlo: Aldier Museum, il cui nome è un acronimo dei nomi Alberto e Diego, suo fratello. Essendo egli nato non molto lontano da qui, in Val Bregaglia, è la quinta essenza dello spirito del luogo».
Quali sono le difficoltà di avere una galleria qui in Engadina? Parlo di logistica, visibilità e burocrazia…
«Quando si vive e si opera in montagna tutto è più difficile e costoso, ma l’incanto del paesaggio compensa tutte queste problematiche».
Come immagini il futuro dell’arte in Engadina?
«Il futuro dell’arte in Engadina può crescere a condizione che il mercato
privato venga affiancato, come detto poc’anzi, da una forte attività istituzionale: per ciò intendo la presenza di curatori non legati ai clan delle gallerie».
Hai mai commissionato
progetti site-specific ispirati al paesaggio engadinese?
«Ho ospitato tre progetti: uno di Richard Long, l’altro di Wolfang Laib e il terzo di Not Vital che sono talmente site-specific da non poter essere trasferiti altrove (detto non senza uno spirito di orgoglio personale poiché questa esperienza torna indietro nei secoli, quando l’aristocrazia e il papato commissionavano chilometri di affreschi che hanno reso l’Italia un paese unico). Questi progetti sono ospitati nell’edificio dove oggi vivo e opero: una dimora costruita nel Seicento per volere del barone Stupan, allora governatore della Valtellina che appartenne ai Grigioni fino al 1796, quando Napoleone la associò alla nascente Repubblica Cisalpina».
La galleria ha mai collaborato con Associazioni culturali o Residenze artistiche della zona? «No».
L’Engadina può diventare una piattaforma per Residenze d’artista, in aggiunta a Festival come Nomad?
«Certamente. Ci vogliono però ulteriori investimenti. In passato ho partecipato a eventi come Nomad che, come dice la parola stessa, viaggia, però anche in altri paesi; ma non ho mai avuto la sensazione che potesse diventare un polo attrattivo per l’Engadina».
Se potessi definire l’Engadina in una sola parola o opera d’arte quale sceglieresti?
«Engadina=Bellezza e, al contrario di molte montagne e valli italiane, ha mantenuto un’architettura originale per cui vale la pena visitarla».
Julian Schnabel era un tuo artista di punta, ora Vito suo figlio ha aperto una galleria a St. Moritz. Questo ha cambiato qualcosa nei vostri rapporti?
«Niente affatto. Conosco Vito dalla nascita: è un giovane capace che ricorda l’espansività di suo padre Julian. I nostri rapporti sono scarsi ma cordialissimi».
Del Gian Enzo che comperava tutto di un artista “comperarne tanti perché uno solo ti ripaga” cosa rimane?
«Non è cambiato niente nel mondo dell’arte dal momento che l’arte è un bene dello spirito e non un bene rifugio; non è scandaloso specularci, ma l’arte richiede sincerità e, ovviamente, un’attività di ricerca continua. L’’entusiasmo delle nuove generazioni, con tutti i limiti che impone questa società dissociata e mercantilistica, è un fatto innegabile».
Il collezionismo può essere una forma di mecenatismo contemporaneo? Ti riconosci in questa idea?
«Il collezionismo è un miraggio personale che può ispirare, così come rovinare, la vita di una persona; se poi diventa una forma di mecenatismo attraverso donazioni istituzionali, rappresenta un salto di qualità. Mi auguro che le nuove generazioni non cadano nelle trappole costituite dal mostro del marketing».
«I miei soldi basteranno
anche
dopo la pensione?»
Potete parlarci di tutto. Anche del futuro. Qualunque siano le vostre domande sulla previdenza per la vecchiaia, discutiamone e troviamo insieme una soluzione – Mentor
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CINEMA COME CONSAPEVOLEZZA E CAMBIAMENTO
GRANDE SUCCESSO PER LA DODICESIMA EDIZIONE DEL FILM FESTIVAL DIRITTI UMANI DI LUGANO. IL BILANCIO DELLA
MANIFESTAZIONE NELLE PAROLE
DI MORENA FERRARI GAMBA, PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE
DIRITTI UMANI DI LUGANO, DI ROBERTO POMARI, PRESIDENTE
DI PRESIDENTE FILM FESTIVAL
DIRITTI UMANI LUGANO E DEI DUE CO-DIRETTORI ANTONIO PRATA E MARGHERITA CASCIO
Il format del Festival ha conosciuto quest’anno alcune novità…
ROBERTO POMARI:
«La dodicesima edizione del Film Festival Diritti Umani Lugano, che si è svolta dal 12 al 19 ottobre 2025, ha proposto una selezione di oltre 25 film, di cui 12 in anteprima svizzera e 8 in anteprima ticinese, provenienti da tutto il mondo. Pur articolandosi su una programmazione più concentrata, con tre giornate in meno rispetto all’edizione precedente, il Festival ha registrato un incremento di pubblico, segno di una partecipazione sempre più convinta e di un’attenzione crescente verso la sua proposta culturale. Ecco, quindi, che il
FFDUL si pone come un momento privilegiato d’incontro e di scambio, grazie anche alle varie attività collaterali che di anno in anno si completano. In particolare, va sottolineata la collaborazione con l’USI, con la Fondation Hirondelle e con l’Istituzione Svizzera per i Diritti Umani che hanno aperto delle prospettive di sviluppo del FFDUL quale piattaforma di dialogo sui Diritti Umani».
A questo proposito, straordinaria come sempre è stata la partecipazione del pubblico…
ANTONIO PRATA E MARGHERITA
CASCIO: Un pubblico numeroso e attento ha popolato le sale del Cinema Corso, del Cinema Iride e del Cinema LUX art house di Massagno, ma anche gli spazi dell’OltreFestival, che hanno accolto incontri, concerti, proiezioni e momenti di scambio. Una partecipazione complessiva di quasi 6000 spettatori, di cui oltre 3000 studentesse e studenti sono stati coinvolti durante le proiezioni in orario scolastico, a conferma del maggiore coinvolgimento delle nuove generazioni».
Possiamo in sintesi citare alcuni degli ospiti e degli appuntamenti più importanti?
ANTONIO PRATA E MARGHERITA
CASCIO: «Il festival si è aperto con il Concorso internazionale di lungometraggi. Grande affluenza per la
proiezione di Put your soul on your hand and walk seguito dall’incontro con Donatella Rovera, Alta consulente per le crisi Amnesty International, e per il documentario Trop Chaud. Anziane per il clima vs. la Svizzera, che ha visto la partecipazione di Norma Bargetzi-Horisberger e Bruna Molinari, due delle protagoniste del film, e del regista Benjamin Weiss. Toccante, inoltre, l’incontro dopo la proiezione del cortometraggio Mariem di Javier Corcuera, con la testimonianza di Mahyub Mohamed Abdalahe e Mumna Mohamed Salem Jatari insegnanti dell’unica scuola di cinema dei campi rifugiati saharawi. Tra gli ospiti ricordiamo la rilevante presenza dello storico e scrittore Alessandro Vanoli, che ha accompagnato il pubblico in un viaggio attraverso la storia del Mediterraneo.
Anche per questa terza edizione, il Concorso internazionale di lungometraggi ha proposto 8 film selezionati tra circa 300 titoli. Il Premio della Giuria è stato assegnato a Letters from Wolf Street di Arjun Talwar, ritirato dal produttore del film Gregor Streiber. La giuria ha deciso di assegnare, inoltre, una menzione speciale a My Dear Théo di Alisa Kovalenko mentre il Premio ONG assegnato quest’anno da Amnesty International Svizzera è stato vinto da How to build a library di Maia Lekowe Christopher King».
Quali sono stati gli elementi distintivi che più hanno caratterizzato gli otto giorni di proiezioni?
ANTONIO PRATA E MARGHERITA
CASCIO: «In questa edizione, le numerose testimonianze di registi, giornalisti, attivisti e ONG hanno animato il Festival, dando voce a temi di resistenza, giustizia
e memoria, rendendo questi otto giorni intensi e condivisi. Segnaliamo anche il grande successo per gli eventi dell’OltreFestival, che ci ha permesso di allargarci a vari spazi del contesto culturale luganese: dalla proiezione di alcuni cortometraggi selezionati da Nazra Palestine Short Film Festival al FuoriLuga, il film ritrovato e restaurato Donna: Women in Revolt presentato dalla regista Yvonne Scholten allo Spazio L’Ove alla presenza di moltissimi giovani, e il concerto della cantante italo palestine Tära, allo Studio Foce».
Anche questa edizione ha confermato l’importanza del cinema come strumento di impegno e riflessione sui diritti umani. Il successo riscosso costituisce un incoraggiamento per il futuro…
ANTONIO PRATA E MARGHERITA
CASCIO: «Il FFDUL, e soprattutto la vicinanza e lo scambio con il pubblico in questi giorni, ci hanno dimostrato ancora una volta che si può prendere posizione, che questo è un festival che si schiera dalla parte delle storie e delle vite che mostra attra-
verso il cinema. In un momento come questo continueremo a cercare di fare rete e comunità, attraverso i film, anche dopo l’edizione, convinti che le opere presentate al festival meritino di avere un percorso più ampio e diano forza alla riflessione e alla lotta per i diritti umani».
MORENA FERRARI GAMBA:
«FFDUL, di respiro internazionale, ha dimostrato ancora una volta la vitalità di un appuntamento ormai atteso riconosciuto a livello locale e nazionale. Come Fondazione abbiamo la responsabilità di garantire il pieno raggiungimento dell’obiettivo delle nostre attività e di questo evento, che è quello di diffondere e promuovere i diritti umani in tutte le loro declinazioni, sensibilizzando e coinvolgendo il pubblico, in particolar modo quello dei giovani. Non siamo soli e per questo ringraziamo tutti coloro che ci sostengono: le istituzioni pubbliche e private, così come i nostri sponsor e partner ma, soprattutto un grande grazie alla Direzione, allo staff e ai tanti volontari. Arrivederci alla prossima edizione che si svolgerà dal 11 al 18 ottobre 2026!».
DI MARTA LENZI
Il Natale è una delle festività più diffuse al mondo, osservata da credenti e non credenti, è un insieme di tradizioni sacre e laiche. Coincide con il solstizio d’inverno, periodo in cui si celebravano nell’antica Roma i Saturnali, durante i quali si festeggiava con conviti e banchetti l’abbondanza dei doni della terra. Erano riti di propiziazione, tesi a far sì che il sole dopo l’inverno rinascesse. Con le feste per il 25 dicembre si sono accumulate quindi usanze e tradizioni per oltre due millenni, dallo scambio di regali alla sontuosa tavola imbandita.
Il Natale ha sempre ispirato scrittori e poeti di ogni tempo. L’autore più conosciuto è Charles Dickens, che nel suo Canto di Natale ha fatto del 25 dicembre un giorno di redenzione. Il vecchio Scrooge, chiuso nel gelo della
RACCONTI PER LE FESTE
IL NATALE NEI RACCONTI E NEI ROMANZI. DA SECOLI, NEI LIBRI SI CELEBRA QUESTA FESTA NON SOLO COME UN MOMENTO DI GIOIA, MA COME UN TEMPO IN CUI IL CUORE UMANO SI RIVELA PIÙ CAPACE DI BONTÀ.
sua avarizia, incontra tre spiriti che gli mostrano la vita com’era, com’è e come sarà. È la notte più fredda dell’anno, ma anche quella in cui si accende la scintilla della speranza. Alla fine, l’uomo che non sapeva più sorridere scopre che la vera ricchezza non è l’oro, ma la gentilezza. In Dickens il Natale è luce contro le ombre dell’anima. Quando Charles Dickens il 19 dicembre del 1843 portò nelle librerie Il Canto di Natale probabilmente non immaginava di aver prodotto un’opera eterna. Il racconto, perfettamente figlio dell’epoca in cui è stato scritto, è ancora oggi attuale. Per questo motivo, continua ad essere uno dei libri più regalati a Natale. La storia del vecchio e avaro Ebenizer Scrooge che riscopre il significato della Festa per eccellenza, riesce ancora oggi a parlare con potenza, a dare calore. E pensare che in quel volumetto, realizzato in sole 6 settimane, Charles Dickens mise in gioco tutta la sua carriera. E pure la sua vita. Ed è proprio la tavola imbandita secondo la tradizione vittoriana che ci
suggerisce un grande classico della gastronomia anglosassone: l’oca ripiena. Forse meno nota rispetto alla ricetta del tacchino, a metà Ottocento per la classe operaia inglese questa variante era la protagonista indiscussa dei giorni di festa.
Sempre nel Regno Unito, già la scrittrice Jane Austen, di cui il 16 dicembre ricorrono i 250 anni dalla nascita, trattava il Natale, ma in modo differente. Celebre per romanzi come Orgoglio e pregiudizio e Ragione e sentimento, offre un ritratto della società inglese del XVIII secolo, con particolare attenzione alle dinamiche familiari e alle questioni di classe e genere. Il Natale in Jane Austen è un tema sottile, ma molto interessante: non è mai il centro della trama, come in Dickens, ma è spesso lo sfondo perfetto per rivelare emozioni, rapporti sociali e sentimenti. Nei romanzi di Jane Austen, il Natale non è tanto una festa religiosa, ma un momento di vita sociale e familiare.
Non troviamo alberi decorati o regali (che non erano ancora usanze diffuse in Inghilterra), ma cene, balli, visite, viaggi: tutte occasioni in cui i personaggi si incontrano, si osservano e, spesso, si innamorano. Nel periodo natalizio si svolge uno dei passaggi più significativi di Orgoglio e Pregiudizio: Elizabeth Bennet va a trovare la sua amica Charlotte, appena sposata con il signor
Collins, proprio dopo Natale. Durante quel periodo, incontra di nuovo Mr. Darcy, e i loro rapporti cominciano lentamente a cambiare. Il Natale, qui, è tempo di incontri e chiarimenti, in cui i personaggi si trovano a riflettere su sé stessi e sugli altri. Inoltre, la casa Bennet durante le festività è piena di ospiti, conversazioni, piccoli pettegolezzi e tensioni sociali: un perfetto esempio di come Austen usi il Natale per mostrare la società inglese del suo tempo, fatta di convenzioni, buone maniere e sentimenti nascosti sotto la superficie. Nel romanzo Emma, le festività natalizie sono ancora più presenti. Durante una cena di Natale nella casa dei Weston, il tempo freddo e la neve impediscono ai personaggi di rientrare subito, creando un clima di intimità e riflessione. È in questo periodo che Emma comincia a rendersi conto dei propri sentimenti e delle sue incomprensioni verso gli altri. Il Natale, qui, è un momento di passaggio interiore, in cui la protagonista inizia a maturare.
Anche in Sense and Sensibility, il Natale segna un punto importante: le sorelle Dashwood si trovano a Barton Cottage durante le feste, lontane dalla loro vecchia casa e da molte certezze. Il Natale mette in evidenza il contrasto tra ragione e sentimento,
tra la vita semplice e le aspettative sociali.
Non ci sono grandi celebrazioni, ma il clima di riflessione e le visite reciproche tipiche delle feste permettono all’autrice di mostrare i legami affettivi che nascono o si trasformano. Il
Natale non è mai spettacolare o decorativo, ma domestico e realistico. Diventa quindi un palcoscenico per la società inglese, dove l’amore, la gelosia e la convenzione si intrecciano sotto una luce più intima e sincera. Per Jane Austen, il Natale non è la festa dei miracoli, ma quella dei sentimenti umani quotidiani. Tra una cena, una conversazione e un ballo, i suoi personaggi scoprono qualcosa di sé e, forse senza accorgersene, vivono una piccola rinascita. Non c’è bisogno di spiriti o magie: basta una stanza calda, la neve fuori, e due persone che finalmente si capiscono. Austen non descrive la festa in sé, ma il piacere delle relazioni umane, delle conversazioni e dell’accoglienza reciproca. L’invito natalizio rappresenta la cortesia e la ritualità della vita inglese del tempo. Austen mostra come le feste siano momenti di contatto tra famiglie e classi sociali, ma anche occasioni in cui le emozioni vere - amore, delusione, speranzaemergono sotto la superficie delle buone maniere. Austen usa la cornice natalizia per illuminare i sentimenti: dietro la calma apparente della vita domestica, i suoi personaggi vivono emozioni, scoperte e malintesi. Il Natale diventa così un tempo di equilibrio e cambiamento. In Jane
Austen, il Natale non è mai un evento miracoloso o grandioso come nei racconti di Dickens: è un tempo di vita reale, dove i personaggi si incontrano, si osservano, cambiano. Le feste servono a rivelare i legami umani e le sfumature dei sentimenti, con quella grazia ironica che è la firma inconfondibile della scrittrice. Molti altri scrittori lo hanno raccontato in modo diverso. Truman Capote, nel suo Un ricordo di Natale, ci porta in un piccolo paese del Sud degli Stati Uniti, dove un bambino e la sua vecchia zia preparano dolci da regalare agli amici. È un racconto pieno di neve e malinconia, dove il Natale diventa il simbolo di un tempo perduto, dell’infanzia che svanisce come il profumo del pan di zenzero. Poi ci sono i Natali della famiglia e della solidarietà. In Piccole donne di Louisa May Alcott, le sorelle March, pur non avendo molto, rinunciano ai loro regali per aiutare chi sta peggio. È un Natale semplice, fatto di abbracci e sorrisi, dove il calore del cuore conta più del lusso. Nel mondo moderno, invece, il Natale entra anche nei romanzi fantastici. Nei libri di Harry Potter, ad esempio, Hogwarts si riempie di neve, di candele fluttuanti e di regali magici: un momento in cui, tra mille pericoli, gli amici possono sentirsi a casa. È la magia che torna a ricordarci che, anche quando tutto sembra perduto, c’è sempre un po’ di luce da qualche parte. Ogni scrittore ha visto nel Natale qualcosa di diverso: per qualcuno è il giorno del perdono, per altri è la memoria di ciò che non torna più, per altri ancora è un’occasione per riscoprire la bontà nascosta nel cuore dell’uomo. È una storia che si rinnova ogni anno, un piccolo miracolo che continua a ricordarci che, anche nelle notti più fredde, una luce può sempre accendersi da qualche parte dentro di noi.
LA SFIDA GENERAZIONALE DEL SETTORE BANCARIO
IL SETTORE BANCARIO TICINESE SI TROVA AD AFFRONTARE LA SIGNIFICATIVA SFIDA DEMOGRAFICA LEGATA AL RICAMBIO GENERAZIONALE. UN’INDAGINE DELL’ASSOCIAZIONE BANCARIA TICINESE (ABT) RIVELA
INFATTI CHE CIRCA IL 43% DEI COLLABORATORI BANCARI HA PIÙ DI 50 ANNI, CON LA GENERAZIONE DEL BABY BOOM CHE RAGGIUNGERÀ L’ETÀ PENSIONABILE NEI PROSSIMI 10-15 ANNI. A CIÒ SI AGGIUNGE UN CONTESTO CARATTERIZZATO DA RAPIDE TRASFORMAZIONI TECNOLOGICHE E SOCIALI, CHE RENDONO IL PASSAGGIO GENERAZIONALE ANCORA PIÙ COMPLESSO.
Progetto di studio
Per rispondere a questa sfida, l’ABT ha avviato un progetto volto ad analizzare l’attrattività del settore bancario ticinese quale datore di lavoro per le generazioni Z e Y. L’attenzione si focalizza in particolare sulle dinamiche legate al ricambio generazionale, esplorando strategie
efficaci per attrarre e fidelizzare i talenti. Lo studio, realizzato dal Centro Studi Villa Negroni, si è sviluppato in due fasi. La prima fase ha definito un quadro teorico sull’Employee Value Proposition (EVP), sulla percezione del settore e sulle dinamiche demografiche, formulando ipotesi sulle differenze generazionali nei driver motivazionali. La seconda fase ha verificato tali ipotesi tramite un questionario EVP validato, somministrato a 445 giovani residenti nel Cantone Ticino, arricchito da domande su percezione/ conoscenza del settore e desiderio di carriera.
Analisi dell’Employee Value Proposition (EVP) desiderata L’analisi ha evidenziato tre profili motivazionali trasversali alle generazioni:
- Ambiziosi Autonomi (orientati a carriera e retribuzione),
- Affiliativi (centralità del clima relazionale e della collaborazione),
- Idealisti Autonomi (orientamento a senso e impatto del proprio ruolo)
L’analisi dell’Employee Value Proposition (EVP) mostra che le nuove generazioni ricercano un equilibrio tra fattori estrinseci (retribuzione, benefits, prospettive di carriera) e fattori intrinseci (ambiente di lavoro, clima relazionale, purpose).
Il desiderio di intraprendere una carriera bancaria varia significativamente tra gruppi: la Gen Z mostra un atteggiamento più positivo e uniforme rispetto alla Gen Y, che invece risulta più polarizzata tra attrazione e disinteresse. Le donne risultano in media più interessate a una carriera bancaria rispetto agli uomini, così come chi possiede un titolo Bachelor/Master o una formazione economica. Dal punto di vista motivazionale: gli “Ambiziosi Autonomi” risultano i più attratti dal settore, seguiti dagli “Affiliativi”, mentre gli “Idealisti Autonomi” risultano i meno interessati. Il marketing bancario è oggi percepito principalmente come promozione di servizi finanziari e investimenti, e non come strumento di attrazione di talenti. Inoltre, le modalità di ricerca del lavoro risultano simili tra generazioni, con una preferenza diffusa per gli strumenti digitali.
Implicazioni strategiche per le banche
I risultati indicano che, sebbene il salario rimanga un fattore chiave, clima lavorativo e supporto rivestono un ruolo altrettanto cruciale, confermando la necessità di un’offerta bilanciata tra motivazioni estrinseche e intrinseche. Per attrarre e trattenere i giovani maggiormente interessati al settore (“Ambiziosi Autonomi” e “Affiliativi”), si rivelano efficaci percorsi rapidi di crescita, programmi di peer-learning e benefit sociali.
“L’interesse più elevato espresso dalle donne suggerisce l’importanza di politiche di Employer-Branding inclusive (presenza femminile nei ruoli di leadership e misure di conciliazione tra lavoro e famiglia).
Inoltre, il reclutamento dovrebbe sfruttare strumenti digitali come video-interviste e assessment gamificati”.
L’interesse più elevato espresso dalle donne suggerisce l’importanza di politiche di Employer-Branding inclusive (presenza femminile nei ruoli di leadership e misure di conciliazione tra lavoro e famiglia). Inoltre, il reclutamento dovrebbe sfruttare strumenti digitali come video-interviste e assessment gamificati. Infine, l’integrazione intergenerazionale può essere favorita attraverso programmi di reverse mentoring e attività co-creative tra generazioni. In sintesi, il settore bancario ticinese si trova in una fase cruciale di transizione generazionale che richiede misure e strategie di attrazione e fidelizzazione dei collaboratori. Le evidenze mostrano che non emergono differenze di valori significative tra Gen Z e Gen Y: la forza lavoro giovanile appare più omogenea di quanto narrato dagli stereotipi e orientata verso un equilibrio tra sicurezza, crescita professionale e qualità delle relazioni. Per rispondere a queste aspettative, le banche sono chiamate a rafforzare la propria Employee Value Proposition sviluppando strategie di branding credibili. Il documento evidenzia come attraverso una gestione strategica della transizione generazionale, il settore potrà mantenere la propria competitività e continuare a rappresentare un ambito professionale attrattivo.
ASSOCIAZIONE BANCARIA TICINESE
Villa Negroni
CH-6943 Vezia
T. +41 (0)91 966 21 09 www.abti.ch
UBS È L’UNICA BANCA CHE
OFFRE UNA CONSULENZA
SPECIFICA PER AVVOCATI, FIDUCIARI, NOTAI (AFN). COSA
HA PORTATO A PROPORRE
QUESTO SERVIZIO E QUAL È IL VALORE AGGIUNTO CHE CREA?
FACCIAMO IL PUNTO.
UN APPROCCIO ALLA CONSULENZA SPECIFICO PER ESIGENZE COMPLESSE
È“La pianificazione successoria è spesso legata a complesse questioni finanziarie”.
noto che gli avvocati siano spesso molto impegnati nella gestione delle esigenze dei loro clienti. Questo solitamente li porta ad avere poco tempo per affrontare in modo approfondito tematiche bancarie complesse che li concernono personalmente, ma anche che riguardano il loro studio e la loro clientela. Proprio per questi motivi, da oltre 25 anni UBS è al loro fianco con un servizio di consulenza a tutto tondo, che tratta tutti gli aspetti principali della loro attività:
dal supporto per una transazione escrow, al finanziamento dello studio fino alla pianificazione patrimoniale personale.
Un unico referente
L’approccio di consulenza olistico di UBS si basa su soluzioni che coprono tutte le esigenze della propria clientela: professionali e private. A questo scopo viene scelto un unico interlocutore di riferimento che coordina tutte le questioni. L’obiettivo è di creare una partnership stretta e collaborativa in cui UBS, mediante l’affiancamento di specialisti e un referente personale, possa offrire un supporto ottimale.
Ampio spettro di temi
UBS organizza anche eventi personalizzati per studi legali in cui vengono trattati problemi, sfide e interessi specifici. L’attenzione è rivolta a temi quali il trasferimento di domicilio della clientela privata estera, le soluzioni previdenziali per gli studi legali o gli aspetti bancari specifici da conoscere per i giovani avvocati. Quando un cliente trasferisce il proprio patrimonio in Svizzera, deve potersi avvalere di un esperto fiscale, ma anche di uno specialista in questioni bancarie. Grazie alla stretta collaborazione tra avvocati e UBS si crea una sinergia che offre alla clientela un valore aggiunto reale.
“Una consulenza a 360° garantisce di trattare tutti gli aspetti principali”.
Uno sguardo al futuro
Un altro buon esempio è la pianificazione successoria, spesso legata a complesse questioni finanziarie. Con l’approccio di consulenza “Wealth Way”, UBS fornisce alla clientela massima trasparenza e la supporta nella costituzione di un patrimonio strutturato a lungo termine. Questo approccio consente sia di tutelare i valori patrimoniali esistenti, sia di raggiungere gli obiettivi finanziari futuri.
Andrea Molo Responsabile del Desk Avvocati, Fiduciari e Notai
UBS SWITZERLAND AG Piazzetta della Posta CH-6900 Lugano
T. +41 91 801 96 54 andrea.molo@ubs.com
DAL TICINO A ZURIGO: BANCA DEL SEMPIONE PORTA LA SUA VISIONE
OLTRE IL GOTTARDO
CON L’APERTURA DEL NUOVO UFFICIO DI RAPPRESENTANZA IN BAHNHOFSTRASSE 65, BANCA DEL SEMPIONE CONSOLIDA LA PROPRIA PRESENZA IN SVIZZERA, RIAFFERMANDO LA SOLIDITÀ E LA CAPACITÀ DI EVOLVERE IN UN CONTESTO IN CONTINUO CAMBIAMENTO.
L’Michele Donelli
Vice Direttore Generale
e responsabile del Private Banking di Banca del Sempione
apertura di un Ufficio di Rappresentanza nella piazza finanziaria svizzera per eccellenza si inserisce nel percorso strategico di diversificazione e ampliamento della clientela avviato da Banca del Sempione. Un passo che non risponde solo a un’esigenza commerciale, ma a una visione più ampia: quella di comprendere da vicino le nuove dinamiche sociali e patrimoniali che caratterizzano la mobilità globale di persone e famiglie. Zurigo, oggi più che mai, rappresenta un punto di osservazione privilegiato di questi fenomeni. In un contesto in cui i flussi di persone e di capitale si ridefiniscono alla luce dei cambiamenti economici e geopolitici, la città rimane una delle destinazioni più attrattive al mondo come luogo di vita e di stabilità familiare.
Un progetto che nasce da una visione di lungo periodo Dopo l’espansione a Dubai, con la costituzione dell’affiliata Banca del Sempione (Middle East), la Banca prosegue nel suo percorso di crescita organica, scegliendo di investire nella Svizzera interna per consolidare la propria rete e rafforzare la vicinanza ai clienti e ai partner locali. La stessa Banca ci racconta che l’idea di rafforzare la propria presenza a Zurigo nasce anche dall’esperienza maturata nelle sedi ticinesi di Bellinzona e Locarno, dove negli ultimi anni è cresciuto il numero di clienti provenienti dalla Svizzera interna, in particolare svizzero-tedeschi. Molti di loro, trasferitisi o presenti per lunghi periodi in Ticino, hanno trovato in Banca del Sempione un interlocutore dinamico e trasparente, capace di coniugare servizi di prossimità con consulenze d’investimento personalizzate. Proprio questo modello di relazione, fondato su fiducia e attenzione individuale, è ciò che — secondo la Banca — potrebbe essere apprezzato anche a Zurigo, dove già esistono collaborazioni con family offices e gestori esterni destinate a consolidarsi e crescere ulteriormente. Inoltre, Zurigo viene vista come un hub strategico per promuovere e distribuire la pluripremiata SICAV della Banca, am-
pliando le opportunità di collaborazione con i professionisti dell’asset management presenti sulla piazza e rafforzando così il posizionamento dell’istituto a livello nazionale.
Un simbolo di fiducia
nel Ticino che cresce Questa espansione ha anche un forte valore simbolico. Perché troppo spesso si guarda al Ticino come a una periferia finanziaria, quando invece la sua vitalità imprenditoriale continua a produrre storie di crescita concreta. Banca del Sempione ne è un esempio: una Banca con radici profonde nella realtà ticinese, che oggi sceglie di rappresentarsi nel centro nevralgico del Paese con la stessa autenticità e lo stesso spirito di servizio che da decenni la contraddistinguono. «In un periodo in cui molti si chiedono se la piazza ticinese abbia ancora slancio, abbiamo voluto rispondere con i fatti: sì, il Ticino si muove. E lo fa portando la propria qualità e il proprio modo di fare banca dove la finanza svizzera è di casa», racconta l’Ing. Michele Donelli, Vice Direttore Generale e responsabile del Private Banking.
Tradizione, qualità e fiducia: tre pilastri centrali
Anche nel cuore di Zurigo, Banca del Sempione porta con sé la sua cifra distintiva: una gestione patrimoniale che privilegia il rapporto personale, un approccio prudente ma dinamico e una visione a lungo termine. Elementi che oggi, forse più che mai, fanno la differenza in un settore finanziario spesso dominato dalla standardizzazione e dalla tecnologia fine a sé stessa. «Crediamo che la relazione umana resti il vero vantaggio competitivo. La fiducia non si compra e non si
automatizza: si costruisce nel tempo, con ascolto, competenza e coerenza» sottolinea l’Ing. Donelli. La nuova presenza a Zurigo è quindi un’estensione naturale del modo di fare banca dell’istituto in questione: discreta, solida e orientata al servizio, ma con la capacità di adattarsi a un contesto in evoluzione.
Uno sguardo al futuro
Nel tempo delle app e dell’intelligenza artificiale, c’è chi sceglie di crescere anche, e soprattutto, con le persone. La traiettoria di Banca del Sempione dimostra che il modello della banca relazionale non è un’eredità del passato, ma una risposta concreta al futuro. Mentre i giganti digitali spingono sull’automazione, Banca del Sempione investe su fiducia, ascolto e presenza. Un modello antico solo in apparenza, che oggi torna a essere straordinariamente moderno e differenziante.
Ufficio di Rappresentanza di Banca del Sempione Zurigo, Via Bahnhofstrasse 65
COMPETENZE DIVERSIFICATE AL SERVIZIO DEI CLIENTI
MATTEO BONETTI, DIRETTORE
REGIONALE CLIENTI PRIVATI
TICINO DI BANCA MIGROS, SOTTOLINEA L’IMPEGNO DELLA
BANCA NEI CONFRONTI DELLA
CLIENTELA PRIVATA E SI SOFFERMA
SULL’IMPORTANZA DELLA
FORMAZIONE PER GARANTIRE
L’ATTIVITÀ DI CONSULENTI
PARTICOLARMENTE ATTENTI
E PREPARATI A SODDISFARE
LE ESIGENZE DEI CLIENTI.
In che modo la Banca Migros si adegua alle esigenze in evoluzione dei clienti privati nell’attuale contesto economico e finanziario?
«Il numero di operazioni bancarie effettuate online è in costante crescita. Per questo motivo, offriamo alla nostra clientela la libertà di scegliere il canale di contatto più adatto alle proprie esigenze: digitale o telefonico per le operazioni quotidiane più semplici, oppure in filiale per affrontare questioni finanziarie più complesse. Ci definiamo una banca universale ibrida, caratterizzata da un’ampia gamma di canali digitali e da una solida rete di filiali distribuite su tutto il territorio nazionale. Per integrare al meglio queste due modalità, stiamo introducendo un modello di assistenza innovativo e un nuovo concetto di filiale».
Quali servizi e prodotti offre la Banca Migros ai clienti privati? «In qualità di banca universale, la Banca Migros mette al centro della propria offerta una consulenza finanziaria completa e personalizzata. Questo approccio va oltre i tradizionali servizi di pagamento, risparmio, previdenza, pianificazione finanziaria, investimenti e finanziamenti. Include, ad esempio, anche aspetti come la gestione dei rischi per i proprietari di immobili, i progetti di risanamento energetico e una gamma di servizi dedicati al settore immobiliare».
Quali competenze ritiene essenziali per il personale che assiste i clienti privati?
«La Banca Migros attribuisce grande valore a una consulenza finanziaria completa, in grado di rispondere a tutte le esigenze della clientela. Per garantire questo approccio, i nostri consulenti devono possedere una combinazione di competenze fondamentali:
- Orientamento alla clientela: questa competenza si basa sulla capacità di comprendere a fondo le esigenze dei clienti e di collaborare con loro per individuare soluzioni personalizzate, perfettamente adeguate alla loro situazione specifica.
- Conoscenze specialistiche: è fondamentale possedere una solida padronanza delle soluzioni bancarie, che spaziano dai pagamenti, risparmio, previdenza e pianificazione finanziaria, agli investimenti e finanziamenti. Inoltre, è importante avere competenze su temi specifici come la gestione dei rischi per i proprietari di immobili e i progetti di risanamento energetico.
- Abilità comunicativa: i consulenti devono essere in grado di esprimersi in modo chiaro, semplice e comprensibile, così da rendere accessibili anche i temi finanziari più complessi alla clientela.
- Competenza tecnologica: i consulenti devono dimostrare un’elevata padronanza delle tecnologie digitali e saper utilizzare con sicurezza gli strumenti digitali per offrire un servizio moderno ed efficiente.
- Flessibilità e adattabilità: i consulenti devono essere capaci di rispondere e adattarsi alle esigenze in evoluzione della clientela e alle condizioni di mercato in continuo cambiamento. Questo permette loro di supportare i clienti nel prendere decisioni finanziarie più consapevoli e mirate».
Che genere di formazione offre la Banca Migros a chi esordisce nel settore dei clienti privati? «Al termine dell’apprendistato o del tirocinio, le persone in formazione hanno la possibilità di ottenere la certificazione V1 per consulenti alla clientela. Questa certificazione garantisce che abbiano acquisito solide conoscenze e competenze per assistere la clientela con professionalità. Successivamente, i neodiplomati possono accedere al programma interno YOUPA (Young Professional Program), progettato per prepararli al meglio ai loro futuri incarichi. Il pro -
gramma, della durata di 18-24 mesi, combina formazione pratica, supporto individuale e sviluppo mirato delle competenze, promuovendo sia la crescita professionale che personale. YOUPA non solo accompagna i partecipanti nella formazione come consulenti alla clientela, ma offre anche opportunità di specializzazione o di proseguimento degli studi. L’obiettivo è fornire ai giovani talenti una solida base per il loro futuro professionale e aiutarli a esprimere appieno il loro potenziale».
In che modo la Banca Migros sfrutta la digitalizzazione e le nuove tecnologie dell’informazione per migliorare l’esperienza dei clienti privati? «Nel 2025, la Banca Migros ha ottenuto per la terza volta consecutiva un posto sul podio nella classifica stilata dalla Scuola universitaria professionale di Lucerna, nella categoria delle banche retail svizzere più
digitali per le persone private. Un esempio concreto di questa digitalizzazione orientata alla clientela è l’innovativa video consulenza, che consente di fornire supporto chiaro e competente su temi complessi come ipoteche, previdenza o investimenti, direttamente a casa dei clienti, senza la necessità di recarsi in succursale. Questo servizio ha ottenuto regolarmente valutazioni positive per il grado di soddisfazione della clientela. Inoltre, secondo la Scuola universitaria professionale di Lucerna, la Banca Migros è tra i leader svizzeri nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale (IA). L’IA viene impiegata per rispondere alle richieste dei clienti 24 ore su 24 e per supportare i consulenti come sistema esperto. Nonostante questi progressi tecnologici, il fattore umano rimane centrale, soprattutto nella consulenza, poiché la fiducia e le relazioni personali continuano a essere elementi decisivi nell’attività bancaria».
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Il contesto: velocità, complessità e discernimento Viviamo in un’epoca caratterizzata da un flusso informativo continuo e
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Le banche devono rispondere a queste esigenze con soluzioni flessibili e personalizzate, evitando modelli standardizzati che non rispecchiano la realtà dei singoli investitori. In un mercato dominato dalla velocità, il vero valore risiede nella riflessione e nella competenza consolidata.
Innovazione e approccio su misura
In questo contesto, Credinvest Bank ha investito con fermezza nello sviluppo di prodotti strutturati, uno dei segmenti più tecnici e sofisticati della finanza moderna.
Un prodotto strutturato è una combinazione di strumenti finanziarigeneralmente obbligazioni e derivati - che consente di costruire soluzioni d’investimento su misura in base a obiettivi specifici di rendimento, protezione o diversificazione. Sono strumenti pensati per investitori che desiderano strategie con maggior precisione e controllo, in grado di adattarsi a differenti scenari di mercato, con un equilibrio misurato tra rischio e potenziale rendimento.
L’approccio della banca si fonda su un principio semplice ma solido: ogni cliente ha esigenze uniche e merita una soluzione costruita con la stessa cura con cui un sarto con-
feziona un abito su misura.
Un prodotto strutturato non è un fine, ma un mezzo per realizzare una strategia coerente con gli obiettivi dell’investitore. Tutto parte da una comprensione profonda delle necessità del cliente, prosegue con un’analisi rigorosa delle condizioni di mercato e si traduce in una proposta costruita con competenza, prudenza e precisione.
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Le sfide e il metodo
Credinvest Bank
In un mercato che richiede sempre maggiore flessibilità e capacità di adattamento, Credinvest Bank si distingue per un approccio orientato alla continuità e alla relazione nel tempo.
Le soluzioni preconfezionate lasciano spazio a un metodo costruito su tre principi fondamentali:
Capire - Ascoltare e comprendere a fondo le esigenze del cliente, coinvolgendo se necessario collaboratori interni o professionisti esterni.
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“Credinvest Bank segue questa filosofia, combinando innovazione e prudenza, visione e disciplina. Ogni investimento viene trattato come un progetto unico, costruito con equilibrio tra rendimento, rischio e comprensibilità”.
facciamo la differenza. La nostra vera forza si manifesta nel lungo termine: siamo sempre a disposizione per rispondere a dubbi, affrontare incertezze e rivedere insieme la strategia. Non siamo solo una banca che offre un prodotto, ma un partner che cresce e si evolve con il cliente.
Creare valore reale
Nel mondo finanziario odierno, spesso dominato dalla velocità e dall’apparenza, il vero valore si trova nella sostanza: nella capacità di costruire soluzioni che durino, che servano il cliente e che mantengano coerenza anche nei momenti di incertezza.
Credinvest Bank segue questa filosofia, combinando innovazione e prudenza, visione e disciplina. Ogni investimento viene trattato come un progetto unico, costruito con equilibrio tra rendimento, rischio e comprensibilità. L’obiettivo non è sorprendere, ma servire. Non inseguire le mode, ma creare risultati duraturi. È questo l’approccio che definisce il lavoro quotidiano della banca: misurato, concreto e orientato al lungo periodo.
Il tuo gioiello la nostra passione
Nel cuore del Ticino, Vanni Pesciallo, Orafo, Designer e Gemmologo GIA, vi guida nella scelta della gemma ideale e nel design su misura, curato nei dettagli per un risultato esclusivo e senza tempo
Nuova apertura a Locarno in piazza Filippo Franzoni 1
VINO ITALIANO: A CHE PUNTO SIAMO?
IL COMPARTO VITIVINICOLO
ITALIANO È STATO PROTAGONISTA
DELLA PRIMA EDIZIONE VERTICALE
DEL FOOD INDUSTRY MONITOR (FIM) - L’OSSERVATORIO SULLE
PERFORMANCE DELLE IMPRESE
ITALIANE DEL FOOD & BEVERAGE, REALIZZATO DA CERESIO
INVESTORS IN COLLABORAZIONE
CON L’UNIVERSITÀ DI SCIENZE
GASTRONOMICHE DI POLLENZO (UNISG) – NEL CONVEGNO
TENUTOSI PRESSO LA BIBLIOTECA
INTERNAZIONALE LA VIGNA
DI VICENZA CON IL PATROCINIO DI CONFINDUSTRIA VENETO.
Nel 2024, il valore del mercato globale del vino ha raggiunto 88,4 miliardi di euro.
L’Italia si conferma il maggior e produttore mondiale in termini di volumi e il secondo in valore (16 miliardi di euro) dopo la Francia (33 miliardi di euro) principali produttori mondiali con 16,1 milioni di et-
tolitri, dietro alla Francia (33,3 mln hl). Nello stesso anno, l’export del vino italiano si è attestato a 8,1 miliardi di euro, con una crescita media annua del 4,8% tra il 2019 e il 2024. Gli Stati Uniti rappresentano il principale mercato estero, con una quota del 28% sul totale esportato. Il prezzo medio per litro esportato per il vino italiano resta significativamente inferiore rispetto ai competitor francesi L’analisi di bilancio su 165 imprese vinicole italiane evidenzia una crescita dei ricavi del +2,5% nel 2024, con una redditività commerciale (ROS) del 5,9% e un ROIC medio del 5,3%. Il tasso di indebitamento si mantiene sotto controllo (1,04), segnalando una buona solidità finanziaria. L’analisi per cluster di aziende omogenee per tipo di business model adottato evidenzia che Il cluster dei trader emerge come il più redditizio, con un ROIC medio 2020–2024 del 8,96%, superando produttori integrati (le aziende vitivinicole) e cooperative. Questo dato suggerisce una trasformazione strutturale del settore, dove la capacità di presidiare i mercati e gestire la distribuzione diventa centrale rispetto al focus sulla produzione agricola. Come ha sottolineato Carmine Garzia, Professore di Management e
responsabile scientifico del FIM: «Il comparto vino italiano ha bisogno di un salto strategico: non basta più esportare bottiglie, serve esportare valore, cultura e modelli produttivi. La sfida è passare da una logica di volume a una logica di posizionamento». Una tavola rotonda moderata dal Prof. Michele Fino (UNISG), ha visto la partecipazione di Luca Giavi, Direttore Generale, Consorzio DOC Prosecco; Fabrizio Polegato, Vicepresidente, Unione Italiana Vini (UIV); Marzia Varvaglione, Presidente CEEV, Presidente AGIVI, Consiglio UIV, Varvaglione 1921; Alessandro Santini, Head of Corporate Advisory & Investment Banking, Ceresio Investors. Un confronto aperto sulle prospettive del vino italiano, tra internazionalizzazione, innovazione e sostenibilità. Il Food Industry Monitor analizza le performance di un campione di oltre 860 aziende, con un fatturato aggregato di circa 87 miliardi di Euro, attive in 15 comparti del settore food. L’osservatorio analizza le performance storiche delle aziende del food dal 2009 al 2024 focalizzandosi sulle seguenti dimensioni: crescita, export, redditività, produttività e struttura finanziaria. Per ogni comparto vengono elaborate previsioni biennali (2025-2026) sulla crescita del fatturato e dell’export e sull’andamento della redditività.
150 ANNI DI CRESCITA
PER I PROSSIMI 150 ANNI
CON UNA PRESENZA CONSOLIDATA IN SVIZZERA DAL 1872 E 1’200 COLLABORATORI SUL TERRITORIO, BNP PARIBAS È UNA DELLE PRINCIPALI BANCHE DEL PAESE E LA PIÙ ANTICA BANCA ESTERA, AL SERVIZIO DI CLIENTI CORPORATE, ISTITUZIONALI E PRIVATI, FOCALIZZATA SULL’ECONOMIA SVIZZERA. BNP PARIBAS GROUP, LA CAPOGRUPPO, È LEADER NELL’EUROZONA. NEL 2024 I RICAVI GENERATI CON LA CLIENTELA SVIZZERA HANNO CONTRIBUITO PER OLTRE 1 MILIARDO DI EURO AL GRUPPO E LA BANCA GUARDA AL FUTURO CON FORTI AMBIZIONI DI CRESCITA. ABBIAMO PARLATO CON ENNA PARISET, CEO E HEAD OF TERRITORY PER BNP PARIBAS GROUP IN SVIZZERA, DELLA STRATEGIA DELLA BANCA, DEGLI ULTIMI RISULTATI E DELLE PROSPETTIVE PER IL MERCATO SVIZZERO.
BNP Paribas è presente in Svizzera da oltre 150 anni. Come descriverebbe oggi l’importanza di questo mercato per il Gruppo?
«La Svizzera è sempre stata un mercato importante per BNP Paribas. La nostra presenza risale al 1872, quando abbiamo finanziato progetti infrastrutturali chiave come i tunnel COSTRUIRE SUI
del San Gottardo e del Sempione. Oggi la Svizzera è un’economia altamente competitiva, con imprese molto attive a livello internazionale, un forte centro finanziario e uno dei principali hub mondiali per la gestione patrimoniale. Per noi rappresenta un mercato strategico in cui possiamo esprimere al meglio i nostri punti di forza, combinando la competenza locale con l’esperienza globale del Gruppo. Come dico spesso, portiamo “BNP Paribas” in Svizzera attraverso i nostri team presenti in altri 63 Paesi, lavorando tutti insieme come un’unica entità.
In Svizzera contiamo su quattro solidi pilastri di business: Wealth Management, Corporate and Institutional Banking (CIB), Arval (soluzioni di leasing e mobilità) e Asset Management (con la recente acquisizione di AXA Investment Managers il 1° luglio 2025). Il nostro obiettivo è creare valore per i clienti attraverso relazioni a lungo termine e soluzioni su misura».
Il 2024 è stato un anno importante per BNP Paribas in Svizzera, con ricavi superiori al miliardo di Euro e un significativo aumento della quota di mercato. Quali sono stati i principali fattori di questo successo? «Il nostro successo è trainato dalla diversità e dalla solidità della nostra piattaforma svizzera. Permettetemi di citare alcuni esempi sul fronte CIB. Siamo una banca leader in Svizzera sia per emittenti svizzeri che stranieri (corporate, istituzioni finanziarie e sovrani) di obbligazioni in CHF. Quest’anno abbiamo già agito come sole o joint Bookrunner in quasi 70 operazioni e siamo costantemente posizionati tra le prime 3 banche per tutte le emissioni di obbligazioni in CHF negli ultimi 3 anni, secondo la classifica di Bloomberg. Due anni fa abbiamo istituito a Zurigo un team Equity Capital Markets (ECM) e oggi siamo al 4° posto nei Equity Capital Markets (ECM) Dealogic league tables (YTD 2025). Sono orgogliosa di sottolineare che abbiamo operato come Joint Bookrunner in diverse operazioni significative sul SIX Swiss Exchange, tra cui l’IPO da 1 miliardo di CHF di Swiss Marketplace Group (SMG) quest’anno e l’IPO da CHF 2 miliardi di Garderma lo scorso anno. Il nostro business di Securities Services rappresenta il 25 % di tutti i volumi sulla SIX Swiss Exchange ed è uno dei principali custodi per le istituzioni finanziarie svizzere. Il nostro business di Wealth Management è cresciuto fino a
Enna Pariset
CHF 25,3 miliardi di assets under management (AUM), parte degli EUR 462 miliardi di AUM del Gruppo alla fine del 2024, a testimonianza della forte fiducia dei clienti e del nostro maggior focus sul mercato domestico svizzero – cittadini e residenti. Euromoney ci ha premiati con il Best International Private Bank Switzerland per due anni consecutivi, nel 2024 e nel 2025. Arval, il nostro fornitore di leasing per veicoli e soluzioni di mobilità, è stato costantemente il numero 1 in Svizzera per i clienti corporate e ha raggiunto il traguardo delle 25’000 auto a settembre 2025».
BNP Paribas Group ha rafforzato la propria attività di Asset Management acquisendo AXA Investment Managers il 1° luglio 2025. Cosa significa questo per voi e per i vostri clienti in Svizzera?
«A livello di Gruppo, questa acquisizione ci ha portati tra i primi tre operatori europei, con circa EUR 1.600 miliardi di asset under management (AUM), e ci ha resi leader negli asset alternativi, con circa EUR 300 miliardi di AUM. Ora disponiamo di una realtà di Asset Management pienamente operativa in Svizzera, con CHF 54 miliardi di AUM, e potremo ampliare la nostra offerta a un numero maggiore di fondi pensione».
Il Ticino è sempre stato una regione importante per BNP Paribas. Come vede il suo ruolo nella strategia svizzera della banca?
«Siamo presenti a Lugano da oltre 50 anni e nell’agosto 2023 ci siamo trasferiti nei nostri nuovi uffici in Via Nassa, a testimonianza del nostro impegno a lungo termine. Il Ticino ospita imprenditori svizzeri, famiglie benestanti e clienti transfrontalieri pro-
“La Svizzera è il principale hub mondiale per la gestione patrimoniale – e per BNP Paribas rimarrà un importante contributo alla nostra crescita globale”.
venienti dall’Italia in cerca di diversificazione. I nostri team offrono consulenze su misura in più lingue e comprendono il contesto economico, normativo e culturale specifico. Il Ticino rappresenta sia un’opportunità di crescita all’interno della Svizzera sia un ponte verso i mercati transfrontalieri. In ambito transfrontaliero, possiamo completare la nostra presenza in Ticino con la BNL di BNPP, una delle più grandi banche d’Italia».
Al di là della sua importanza strategica, può raccontarci di più le iniziative e le partnership che testimoniano il vostro impegno verso la regione?
«BNP Paribas è impegnata a sostenere l’economia e la vita culturale del Ticino. Attraverso la Fondazione BNP Paribas Svizzera promuoviamo iniziative locali di carattere culturale, sociale e ambientale e incoraggia-
mo i talenti artistici emergenti. Quest’anno siamo stati lo sponsor principale dell’evento “Cena sotto le Stelle” a Lugano, che ha presentato Seline Burn, nostra Young Swiss Artist 2025. La sua opera è stata messa all’asta a scopo benefico ed è entrata anche nella nostra collezione d’arte di Lugano. Nello stesso spirito, BNP Paribas sostiene l’imprenditorialità e l’innovazione locale aiutando i clienti a sviluppare progetti sostenibili, a entrare in contatto con gli investitori ed a espandersi a livello internazionale, rinforzando così la posizione del Ticino come hub dinamico per il business e la creatività».
BNP PARIBAS, PARIS
ZURICH BRANCH, LUGANO AGENCY Via Nassa 11 CH-6900 Lugano
T. 058 212 41 11 www.bnpparibas.com
Da sinistra: Fabio Spinelli, Seline Burn, Enna Pariset, Yusuf Savmaz
GUSTO, PASSIONE E IDENTITÀ TICINESE
IN AUTUNNO, DA QUASI VENT’ANNI, IL TICINO SI TRASFORMA IN UN PALCOSCENICO DEDICATO AL BUON GUSTO. L’EDIZIONE 2025 DI S.PELLEGRINO SAPORI TICINO, SVOLTASI TRA IL 18 SETTEMBRE E IL 16 NOVEMBRE, HA CELEBRATO IL BRASILE, PORTANDO SOLE, MUSICA E GIOIA GASTRONOMICA NEL CUORE DELLA SVIZZERA MERIDIONALE.
Ciò che nacque come un’idea spontanea tra amici si è ormai consolidata in un’istituzione capace di attirare in Ticino buongustai, chef stellati e viaggiatori del gusto da tutto il mondo. Dopo circa 400 serate, più di 600 stelle Michelin e innumerevoli incontri memorabili, Sapori Ticino non è solo un festival culinario: è una vera e propria dichiarazione culturale.
Cornèr Banca e Diners Club: partner con il cuore per il Ticino Come partner di lunga data, Cornèr Banca SA, insieme a Diners Club International, accompagna il festival con orgoglio e convinzione. Per la banca ticinese con sede a Lugano, l’impegno va oltre la semplice sponsorizzazione: è un segno di vicinanza al territorio e di sostegno a progetti che rendono il Ticino pienamente fruibile in tutte le sue sfaccettature. «Sapori Ticino mostra ogni anno quanta creatività, qualità e passione risiedano nel Ticino. Proprio questi valori legano la nostra banca al territorio», sottolinea Alessandro
Seralvo, Executive Vice President di Cornèr Banca. «Diners Club sostiene da sempre la cultura dell’alta gastronomia e dell’eccellenza offrendo esperienze esclusive: Sapori Ticino dà vita a questo spirito con autentica identità ticinese».
La collaborazione evidenzia la dimensione internazionale del festival e al contempo le sue radici profonde nel Ticino: un legame che Cornèr Banca e Diners Club coltivano con cura, a livello globale ma con un approccio che resta saldamente ancorato al territorio.
Il Brasile in Ticino: un’esplosione sensoriale
L’edizione 2025 ha condotto il pubblico in un viaggio culinario che attraversa il Brasile. Sei chef di alto livello hanno preso parte all’evento, tra cui Rafa Costa e Silva e Ivan Ralston (entrambi con due stelle Michelin), Alberto Landgraf, l’esperto
dell’Amazzonia Felipe Schaedler e naturalmente la celebrata Manu Buffara di Curitiba, nominata nel 2022 «Best Female Chef» del Sud America. I loro menu colorati hanno portato atmosfere tropicali sulle tavole ticinesi: la feijoada ha incontrato il pesce persico, i profumi dell’Amazzonia si sono fusi con l’eleganza alpina e i ritmi della samba hanno accompagnato i sapori del Sud. Dany Stauffacher, fondatore del festival, ha espresso grande soddisfazione tracciando un bilancio positivo dopo sette settimane di piaceri gastronomici: «È stata un’esplosione di gioia di vivere e la prova che la cucina può costruire ponti tra culture, persone e regioni».
Un festival che mette il Ticino sulla mappa del mondo
Ogni anno, Sapori Ticino contribuisce a far conoscere il Ticino oltre i suoi confini, come terra di gusto,
qualità e ospitalità. Per Cornèr Banca, l’impegno rappresenta anche un contributo alla vitalità culturale ed economica della propria regione. «Vogliamo sostenere iniziative che mostrino il Ticino in tutte le sue sfaccettature: autentico, moderno e aperto al mondo», conclude la banca. Dopo l’edizione brasiliana, lo sguardo è già rivolto al 2026, con la certezza che la prossima edizione saprà nuovamente unire piacere, emozioni e un pezzo di identità ticinese.
Luiz Filipe Souza
Alberto Landgraf
Rafa Costa e Silva
Ivan Ralston
Felipe Schaedler
Manu Buffara
DIGITALIZZAZIONE, UNA SCELTA OBBLIGATA
MATTIA MINOTTI, DIRETTORE DI FIDIGIT E CIO DEL GRUPPO FIDINAM,
AFFRONTA IL TEMA DELLA DIGITALIZZAZIONE, DIVENTATA ORMAI
UN PASSAGGIO OBBLIGATORIO ANCHE PER LE PICCOLE E MEDIE IMPRESE
DEL TICINO CHIAMATE A CONFRONTARSI CON MERCATI SEMPRE
PIÙ RAPIDI, INTERCONNESSI E COMPETITIVI.
Qual è la sua valutazione riguardo allo stato attuale della digitalizzazione tra le piccole e medie imprese attive in Ticino?
«Il panorama è molto variegato. Quando parliamo di PMI ticinesi, spesso ci riferiamo ad aziende a conduzione familiare, strutture snelle, con ridotti livelli di management e una forte concentrazione delle decisioni in poche mani. Questo modello, ancora molto diffuso, rende la trasformazione digitale un
percorso complesso. La digitalizzazione richiede infatti risorse, tempo e competenze specifiche: non basta più l’informatico “tuttofare”. Servono esperti in diversi ambiti - gestione dei dati, sicurezza, infrastrutture, processi - e non tutte le imprese dispongono di queste figure. A ciò si aggiungono gli investimenti economici e organizzativi necessari. Di conseguenza, molte PMI affrontano il tema in modo frammentario, senza una visione d’insieme né una strategia a medio termine».
In che misura gli imprenditori sono consapevoli riguardo all’importanza di questo passaggio? «Direi che c’è un’attenzione crescente, ma non sempre accompagnata da una reale comprensione del percorso da compiere. Talvolta l’imprenditore associa la digitalizzazione al semplice uso del computer o all’acquisto di un software gestionale. In realtà, significa ripensare globalmente i processi aziendali, automatizzare, migliorare la comunicazione interna ed esterna. Molti credono che l’intelligenza artificiale o le nuove tecnologie possano risolvere automaticamente i problemi. Ma prima di tutto occorre partire da un’analisi dei bisogni reali dell’azienda. Digitalizzare oltre la propria capacità di gestione può diventare
un rischio: si finisce per essere schiavi della tecnologia, invece che beneficiarne».
Qual è il primo passo che consigliate a un imprenditore che si rivolge a voi?
«Il punto di partenza è sempre il dialogo. Dobbiamo capire esattamente qual è il business del cliente, quali sono le sue necessità e le priorità strategiche. Solo dopo possiamo proporre soluzioni realmente utili e sostenibili. In passato si tendeva a soluzioni personalizzate e sviluppate su misura per l’azienda, mentre oggi la differenza è fatta da soluzioni agili, in grado di accorciare i tempi di risposta ai clienti e di mantenere alta la qualità del servizio. Le soluzioni standard, con la giusta dose di configurazione, permettono maggiore flessibilità, costi più contenuti e la possibilità di beneficiare dell’esperienza di più utenti».
Quali principali elementi caratterizzano il vostro approccio di consulenza nei confronti delle aziende?
«L’approccio consulenziale è nel nostro DNA. La società Fidigit è il ramo specificatamente dedicato alla consulenza digitale del Gruppo Fidinam. Il progetto è nato alcuni anni fa da una decisione strategica per integrare le competenze fiscali, contabili ed aziendali già esistenti a quelle tecnologiche. In pochi anni siamo passati da tre, ad oltre sessanta collaboratori in Svizzera, con sedi a Lugano, Zurigo, Ginevra, Berna e Lucerna. Ci occu-
piamo sia di consulenza IT strategica e tecnica – architettura, infrastruttura, sicurezza, supporto ITsia di gestione dei sistemi ERP, che rappresentano il cuore della digitalizzazione aziendale. L’obiettivo è offrire soluzioni integrate, “chiavi in mano”, che uniscano la dimensione tecnologica a quella organizzativa».
Da dove si comincia, concretamente, quando un’impresa decide di digitalizzarsi?
«Il primo passo è una fotografia della situazione esistente: infrastruttura tecnologica, processi operativi, modalità di gestione. Spesso il vero ostacolo non è tecnico ma culturale. La digitalizzazione richiede infatti un cambiamento di mentalità. Non basta introdurre un software: bisogna ridefinire ruoli, responsabilità e flussi decisionali. In molte aziende di piccole dimensioni, dove l’imprenditore è al centro di molti processi, la tecnologia può aiutare a distribuire meglio il lavoro, a standardizzare procedure e a ridurre le dipendenze».
Quali sono i processi basilari della trasformazione digitale di una PMI?
«Oggi si punta molto sulla collaborazione interna, sulla gestione condivisa delle informazioni e sull’interazione digitale con il cliente. Per esempio, i portali documentali stanno sostituendo le consegne fisiche o via e-mail. L’accesso immediato ai dati permette maggiore trasparenza e velocità di risposta. Anche l’adozione di tecnologie di supporto o l’intelligenza artificiale applicata al servizio clienti, consente di ridurre tempi e costi di sviluppo. In generale, l’obiettivo è migliorare la flessibilità e la capacità di reazione delle imprese, fattori chiave in un mercato sempre più veloce».
Spesso la digitalizzazione si intreccia con il tema della successione generazionale. È così anche in Ticino?
«Assolutamente sì. Le nuove generazioni sono più abituate all’uso degli strumenti digitali e chiedono processi snelli e accessibili. L’imprenditore più anziano, invece, tende ad affidarsi ai metodi tradizionali. Nelle aziende familiari questo scontro di mentalità è frequente. Ma quando il passaggio generazionale è gestito bene, la tecnologia diventa un’occasione di crescita: permette di dare continuità all’impresa, renderla più attraente per i giovani collaboratori e favorire l’ingresso delle nuove generazioni di leaders».
Le aziende ticinesi possono contare su un ecosistema che le aiuti in questo percorso?
«Direi di sì, anche se con margini di miglioramento. La presenza di università e centri di ricerca sul territorio è un vantaggio competitivo importante, soprattutto per la formazione di nuove competenze. Tuttavia, le risorse più preparate tendono a orientarsi verso i grandi player o verso progetti più innovativi, mentre la digitalizzazione delle PMI non è sempre in cima alle loro ambizioni. Ci sono comunque associazioni di categoria e istituzioni che si stanno muovendo bene, proponendo esempi e modelli di riferimento. E devo dire che anche tra imprenditori si nota un atteggiamento collaborativo: le aziende, pur concorrenti, si confrontano e si scambiano esperienze, creando una sorta di rete locale che rafforza il territorio rispetto alla concorrenza nazionale e internazionale».
Guardando ai prossimi anni, quali scenari prevede per la digitalizzazione delle PMI?
«Nessuno potrà sottrarsi a questo cambiamento. Chi vorrà restare competitivo dovrà affrontare il tema, prima o poi. Prevedo una concentrazione naturale del mercato: molte aziende digitali nate negli anni del boom tecnologico scompariranno, mentre emergeranno pochi player solidi in grado di garantire continuità e sicurezza.
Ci saranno inoltre nuovi obblighi normativi – identità digitale, cartella elettronica del paziente, gestione dei dati – che imporranno alle imprese di dotarsi di strumenti conformi. Non da ultimo, l’intelligenza permeerà molti processi aziendali, addirittura gestendo in autonomia alcuni di questi. Queste necessità spingeranno anche le realtà più piccole a compiere il passo. Ma resta un punto fermo: la tecnologia non sostituirà il valore umano. La fiducia, la competenza e la relazione diretta con il cliente restano il cuore di ogni attività. Il vero equilibrio del futuro sarà proprio questo: unire innovazione e umanità, velocità e prossimità, efficienza e cultura aziendale».
LA SVIZZERA DELLE CRIPTOVALUTE. LUGANO, POLO NAZIONALE DELLA BLOCKCHAIN
PATRICK HEIMANN, HEAD INTERNATIONAL PROJECT MANAGEMENT
PRESSO BITCOIN SUISSE AG FAI IL PUNTO SULLO STATO E LE PROSPETTIVE
DELLE CRIPTOVALUTE IN SVIZZERA E NEL MONDO E SUL RUOLO DI BITCOIN SUISSE AG NELLO SVILUPPO DEGLI ASSET DIGITALI.
Prima di occuparsi di criptovalute, lei ha ricoperto importanti incarichi soprattutto in Oriente. Quali sono state le principali tappe della sua carriera professionale?
«Completati gli studi tra Zurigo e San Gallo (Bachelor in Finanza e Master in Business Innovation) ho iniziato la mia carriera a Shanghai, in Cina. Affascinato dal dinamismo asiatico in cui modernità, progresso e tradizione convivono in modo straordinario, ho deciso di spostarmi ad Hong Kong, dove ho lavorato per il Gruppo Fidinam dal 2016 al 2022. Da qui ho avuto l’opportunità di contribuire alla crescita delle attività del Gruppo in Asia, partecipando in prima persona all’apertura di un nuovo ufficio a Ho Chi Minh City, Vietnam. Parallelamente, ho ricoperto il ruolo di membro di Consiglio di amministrazione della Camera di Commercio Svizzera ad Hong Kong, collaborando all’organizzazione di eventi business, formativi e aziendali volti a rafforzare la rete professionale e lo spirito di coesione della comunità svizzera».
Quando è stata fondata Bitcoin Suisse AG? Che servizi offre e quale ruolo ricopre lei all’interno della società?
«Fondata nel 2013 a Zugo, nel cuore della Crypto Valley, la missione di Bitcoin Suisse AG è di rendere l’accesso ad asset digitali semplice e sicuro. Offriamo una piattaforma regolamentata per l’acquisto e la vendita di criptovalute, servizi di custodia, staking, prestiti garantiti da crypto e altri strumenti innovativi personalizzati per clienti istituzionali e privati. In azienda ricopro il ruolo di Head of International Project Management, sono pertanto responsabile dei progetti di espansione nazionale e internazionale. Collaboro a stretto contatto con il Top Management per rafforzare e sviluppare la presenza del Gruppo in nuove aree geografiche».
Che cos’è la “Crypto Valley” Svizzera e come sta cambiando l’ecosistema della Blockchain a livello nazionale?
«La Crypto Valley nasce a Zugo nel 2013, quando la città decide di affiancare al tradizionale polo del trading di materie prime un ecosi -
stema nuovo, dedicato all’innovazione della blockchain. In questo contesto, Bitcoin Suisse AG figura tra i pionieri che hanno contribuito in modo decisivo alla nascita e allo sviluppo di questo Hub. La vocazione innovativa della Crypto Valley si è nel tempo estesa verso sud, raggiungendo il Ticino. Grazie all’impegno lungimirante dell’amministrazione comunale, Lugano sta infatti emergendo come un ecosistema propizio all’adozione e alla sperimentazione di tecnologie decentralizzate. La conferenza annuale di settore “Plan B Forum” è un esempio virtuoso di come Lugano riesca ad attrarre migliaia di professionisti, investitori e innovatori da tutto il mondo».
Di recente Bitcoin Suisse AG ha aperto un ufficio a Lugano. Quali sono le prospettive e le ambizioni di questa sede ticinese?
«L’apertura di un ufficio di rappresentanza a Lugano costituisce un segnale chiaro e concreto della fiducia nel potenziale straordinario della regione Ticino. Bitcoin Suisse AG intende infatti rafforzare il proprio impegno nei confronti della crescente base clienti nel Cantone. Il nuovo ufficio, situato presso Dagorà Lifestyle Innovation Hub, fungerà da punto di riferimento per clienti privati, istituzionali e operatori cryptonative, permettendo al nostro team di mantenere un contatto diretto e continuo con players locali e sostenere attivamente la crescita dell’ecosistema».
Quali sono i principali progetti di Bitcoin Suisse AG per un’espansione internazionale del Gruppo? «L’espansione internazionale rappresenta uno dei pilastri della nostra strategia di crescita, che vede Europa e Medio Oriente come le princi-
pali aree di interesse strategico. A maggio 2025, BTCS (Middle East) Ltd ha ottenuto una In-Principle Approval da parte dei regolatori di Abu Dhabi, aprendo così la strada concreta verso l’ottenimento di una licenza per espandere la nostra gamma di servizi all’interno di uno dei più dinamici hub finanziari globali. In Europa intendiamo focalizzarci sui principali mercati strategici con forte domanda di servizi cripto regolamentati, facendo leva sulla nostra esperienza.
Il focus di Bitcoin Suisse AG rimane orientato verso l’ottenimento di licenze regolamentari, scalabilità dei processi, innovazione di prodotto e sviluppo di partnership strategiche, elementi essenziali per garantire una crescita sostenibile e responsabile in ogni giurisdizione».
Allargando lo sguardo, quali valutazioni si sente di avanzare circa le prospettive di sviluppo delle criptovalute nei prossimi anni? «Bitcoin e altri asset digitali continuano il loro processo di integrazio -
ne nel sistema bancario tradizionale, contribuendo alla legittimazione del settore e facilitandone l’investimento anche da patre di clienti retail. Mentre la Svizzera dispone oggi di uno dei quadri normativi più avanzati e chiari al mondo in materia di criptovalute, negli USA un’amministrazione favorevole ne sta accelerando l’adozione, promuovendo al contempo un quadro normativo più chiaro. In Europa, i regolatori puntano a creare un quadro normativo armonizzato attraverso il regolamento MiCAR – Markets in Crypto-Assets, volto a garantire trasparenza, tutela degli investitori e stabilità di mercato, favorendo al contempo una più rapida adozione della tecnologia blockchain».
ALLA GUIDA DI UN MECCANISMO PERFETTO
TICINO WELCOME, IN COLLABORAZIONE CON IL CONCESSIONARIO SPORT CARS SALES & SERVICE AG DI LUGANO-GRANCIA, RIVENDITORE UFFICIALE DI BENTLEY E LAMBORGHINI IN TICINO E SIMONETTA ROTA AGENCY, PROSEGUE I SUOI INCONTRI CON SIGNORE CHE HANNO IL PIACERE DI GUIDARE PRESTIGIOSE AUTO DI LUSSO E PROPONE QUESTA CONVERSAZIONE TRA ANTONIETTA CASTELNUOVO, DIRETTRICE DELLA BOUTIQUE TOURBILLON DI LUGANO E GIAMPAOLO TENCHINI, COLLAUDATORE E ISTRUTTORE DI GUIDA.
Scopri la nuova puntata di Ladies in Motion. Inquadra il QR code e vivi l’episodio completo.
ANTONIETTA
CASTELNUOVO:
«Posso dire che la mia passione per le auto abbia avuto origine sin dagli anni in cui ero ragazzina. La mia famiglia aveva un cantiere nautico in riva al lago e poi, soprattutto, avevo dei fratelli che, insieme ai loro amici, erano sempre interessati a tutto ciò che riguardava
motori, velocità e ogni possibile innovazione tecnica. In questo ambiente maschile, ho imparato ben presto a guidare go-kart, motociclette, e naturalmente auto, anche sportive».
GIAMPAOLO TENCHINI: «Si vede che sei abituata a guidare vetture dalle elevati prestazioni anche dalla sicurezza con cui hai afferrato il volante. Questa Lamborghini Revuelto è la prima supersportiva ibrida HPEV (High Performance Electrified Vehicle), nuovo punto di riferimento della Casa di Sant’Agata Bolognese in termini di prestazioni, tecnologia di bordo e divertimento alla guida. Il brivido estremo che si prova alla guida della Revuelto è dato dai 1015 CV totali del gruppo propulsore, che unisce la potenza di un nuovo motore a combustione interna da 12 cilindri, tre motori elet-
un meccanismo assolutamente perfetto, un pò come avviene quando si ha a che fare con uno di quelli orologi grandi complicazioni che costituiscono, oltre che l’oggetto del mio lavoro, un’altra mia grande passione. In un certo senso si possono stabilire molte analogie tra il mondo delle auto di lusso costruite ancora artigianalmente come le Lamborghini, e la tradizione manifatturiera delle più prestigiose case orologiere svizzere, entrambe fabbricano pezzi che sono davvero capolavori unici».
trici ad alta densità e un innovativo cambio elettrico trasversale a doppia frizione. Le prestazioni e le emozioni di guida raggiungono livelli mai visti prima, grazie alla potenza dell’ibridizzazione».
ANTONIETTA CASTELNUOVO:
«In effetti, la prima sensazione che provo è quella di avere sotto controllo
GIAMPAOLO TENCHINI:
«Questa tua osservazione mi spinge a segnalarti un elemento che conferma il livello di perfezione tecnologica raggiunto da questa vettura. La Revuelto mantiene tutte le caratteristiche di autentica supercar con prestazioni che la collocano al vertice del segmento: accelerazione da 0 a 100 km/h in appena 2,5 secondi e velocità massima superiore a 350 km/h. Ma al tempo stesso presenta doti di eccezionale dinamismo, grazie all’introduzione di ripartizione elettrica della coppia e trazione integrale, disponibile anche in moda-
lità di guida totalmente elettrica, garantendo a questa supersportiva la possibilità di esprimere a pieno le proprie qualità potenziate sia in pista che nella guida di tutti i giorni».
ANTONIETTA CASTELNUOVO:
«Sono davvero affascinata da come questa vettura reagisca ai comandi con estrema leggerezza, facendoti
sentire un tutt’uno con l’auto. Si avverte una totale alchimia tra tutti i diversi sistemi che rispondono con assoluta facilità ed immediatezza. Da un punto di vista squisitamente femminile posso dire che un’auto,
gli esterni. La silhouette della vettura ruota sempre attorno all’iconica linea centrale singola, tuttavia le linee scolpite decise e l’armonia dei raggi negativi creano una forma high-tech che rende senza dubbio la Revuelto la prima rappresentante della nuova generazione delle supersportive Lamborghini. Anche gli interni concorrono a determinare un ambiente futuristico creando una connessione perfetta tra conducente e vettura, ricordando modelli del passato ma mettendo in evidenza nuove eccezionali caratteristiche funzionali».
cosi come un orologio, riflette perfettamente la personalità di chi la guida o di chi lo indossa. E la mia preferenza in ambedue i casi va a quei marchi che, come Lamborghini, esprimono un’assoluta qualità e al tempo stesso un lusso non ostentato, dove il piacere di possedere qualcosa di unico è prima di tutto personale, direi addirittura intimo».
GIAMPAOLO TENCHINI: «È vero, questa vettura interpreta un’idea di bellezza che rende omaggio alla tradizione di Lamborghini e inaugura una nuova era anche per il design de -
SPORTS CARS
SALES & SERVICE AG
Via Cantonale 1 CH-6916 Grancia
T. +41 91 252 51 00 www.sportscars-lugano.ch
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UNO SHOWROOM ESCLUSIVO DEDICATO
AL MARCHIO PAGANI
RONNIE KESSEL PRESENTA IL PRIMO E UNICO SHOWROOM
UFFICIALE PAGANI IN SVIZZERA. L’APERTURA, OSPITATA NELLA SEDE
KESSEL DI GRANCIA, COSTITUISCE IL PUNTO D’ARRIVO
DI UNA COLLABORAZIONE DECENNALE TRA LA CASA AUTOMOBILISTICA
DI SAN CESARIO AL PANARO E IL GRUPPO TICINESE.
Come è nata questa collaborazione con Pagani e come è andata evolvendo nel tempo?
«Prima di parlare di collaborazione mi corre il dovere di ricordare la profonda amicizia e la stima reciproca che legava mio padre Loris con Horacio Pagani. Quando poi nel 2015 Pagani decise di avere un riferimento diretto in Svizzera fu quasi naturale rivolgersi a noi e io sono stato ben contento di mettere a disposizione le
nostre strutture per rappresentare il marchio di San Cesario sul Panaro. Nel corso di questo decennio, parallelamente alla crescita della casa automobilistica Pagani, si sono intensificate le nostre relazioni e ora l’apertura di questo spazio sancisce una opportunità in virtù della quale il Ticino diventa protagonista di un incontro tra eccellenza svizzera e creatività italiana. Un binomio che consente di attrarre appassionati e collezionisti da tutto il mondo, rafforzando la reputazione del Cantone come crocevia internazionale anche nel settore delle automobili di lusso».
Quali sono dunque i valori che i Gruppi Pagani e Kessel condividono?
«Vorrei sottolineare la filosofia che da sempre contraddistingue Kessel: It’s never just about cars. It’s about C.A.R.S. – Classic, Auto, Racing, Service. Per il nostro gruppo l’inaugurazione dello showroom Pagani of Lugano conferma una vocazione internazionale che parte dal motorsport. Un approccio che non si limita alla vendita, ma comprende manutenzione, assistenza personalizzata e supporto tecnico anche per le hypercar da pista. In questo senso è emblematico il programma Arte in Pista, promosso da Pagani e supportato da Kessel Racing».
Nello specifico, in che cosa consiste questo programma?
«Arte in Pista costituisce un’esperienza esclusiva riservata ai proprietari delle hypercar da pista Pagani, tipicamente modelli come la Huayra R, la Zonda R e la Zonda Revolución. Si tratta di eventi di pista non competitivi, tenuti su circuiti omologati FIA in varie località del mondo, pensati per consentire ai partecipanti di esplorare le massime prestazioni della propria vettura con supporto tecnico dedicato: ingegneri di pista, meccanici specializzati, coach professionisti che garantiscono un approccio che va ben oltre il semplice track day, consentendo un’esperienza premium di assoluto valore tecnico, sportivo e umano».
Chi sono gli appassionati di auto che acquistano un’auto costruita da Pagani?
«Siamo di fronte ad almeno due distinte tipologie di collezionisti. Da un lato c’è l’appassionato automotive che già possiede nella sua collezione varie auto d’epoca o iconiche e che vede giustamente in una creazione di Pagani il coronamento del suo percorso, in quanto questo marchio interpreta totalmente l’ideale della perfezione in fatto di performance, design e artigianalità. D’altro lato, guardano a
Pagani anche alcuni collezionisti che riconoscono in queste vetture veri e propri capolavori d’arte su quattro ruote. Ci sono casi, soprattutto negli Stati Uniti, di auto Pagani esposte in gallerie d’arte o addirittura nel salotto di casa, esattamente come una scultura o un quadro d’autore».
Come è organizzato questo punto vendita Pagani e quali sono i servizi che offre? «Lo spazio, volutamente riservato e non accessibile al grande pubblico, è stato concepito come luogo intimo e discreto, pensato per accogliere una clientela internazionale abituata a standard elevatissimi. Ogni dettaglio riflette l’estetica e la filosofia del marchio: dagli arredi realizzati da Pagani Arte, divisione dedicata al design di interni e complementi d’arredo, fino alla disposizione degli ambienti, studiata per restituire un’esperienza esclusiva. Il gruppo Kessel, attraverso le sue diverse articolazioni garantisce tutti i servizi necessari, dalla vendita all’assistenza, dalla manutenzione al restauro con un focus sulle vetture usate, che nel caso di un marchio come Pagani costituiscono una fascia importante del mercato».
Accedere al nuovo showroom è dunque anche una straordinaria occasione per un viaggio globale nel mondo Pagani… «Assolutamente sì. Pagani Arte è la divisione che esporta un approccio unico nel concepire e realizzare l’interior design. È una realtà che nasce dall’esigenza creativa di progettare oggetti caratterizzati da preziosa artigianalità, sofisticata tecnologia e straordinaria cura del dettaglio. L’area lounge è dunque arredata con una serie di pezzi raffinatissimi, personalizzati con finiture e rivestimenti esclusivi che testimoniano l’assoluta maestria artigiana di tutte le realizzazioni Pagani».
CON 700 CV E UN MOTORE
ELETTRICO AFFIANCATO AL NUOVO
3.0 V6 BITURBO LE ACCELERAZIONI
SONO MOZZAFIATO. LA MCLAREN ARTURA SPIDER È UN “MOSTRO” DI POTENZA, MA AFFASCINA
ANCHE PER L’AGILITÀ E LA PRECISIONE DEI SUOI COMANDI.
TUTTA LA POTENZA DELL’IBRIDO
MCLAREN LUGANO
Via Monte Ceneri 1
CH-6593 Cadenazzo T. +41 091 8519030
info@lugano.mclaren.com www.lugano.mclaren.com
Il suo nome deriva dalla combinazione delle parole “Art” e “Future”) e a tre anni dal lancio arriva anche in versione Spider con un tetto rigido che si ritrae in appena 11 secondi (anche in movimento, fino a 50 km/h).
La prima supercar ibrida di serie della McLaren (ha detto addio al V8 in favore di un V6 3.0 da 605 CV e 585 Nm di coppia, caratterizzato da un angolo tra le bancate molto ampio (120°) e da un architettura in gergo definita “Hot V” ovvero con le turbine posizionate al centro della “V” per accorciare al massimo i condotti di aspirazione e di scarico e di
conseguenza ridurre il turbo-lag. Tra il motore termico e il cambio (robotizzato doppia frizione a 8 marce) si trova un’unità elettrica da 95 CV e 225 Nm di coppia che entra in azione non appena si schiaccia il pedale del gas per una potenza combinata di 700 CV e 720 Nm di coppia. Sufficiente per far scattare la McLaren Artura Spider da 0 a 100 km/h in 3 secondi netti e - dato ancora più impressionante - farle toccare i 200 orari, sempre da fermi, in appena 8,4 secondi. La velocità massima - che precisano gli ingegneri della McLaren, è autolimitata - si attesta a 330 km/h. La McLaren Artura è una
ibrida plug-in, ma per non far scaricare la “pila” e avere sempre tutta la potenza a disposizione, non occorre ricorrere alla spina: ci pensa il V6 a benzina, specialmente quando si guida con brio - a mantenere carica la batteria.
Grazie a innumerevoli soluzioni tecniche e alla rigida monoscocca in carbonio, la McLaren è riuscita a contenere il peso della vettura (1.457 kg a secco) anche con questa variante Spider che mette sul piatto 62 kg in più per la capote e il suo meccanismo di apertura e chiusura, ma che proprio grazie alla sua “ossatura” in materiale composito non necessita di rinforzi al telaio per garantire gli stessi livelli di rigidità della coupé. A sorprendere tuttavia non sono tanto le prestazioni assolute ma come questo propulsore così complesso lavori in completa armonia facendo risaltare le altre qualità dinamiche della McLaren Artura Spider. Non ci sono tante inutili modalità di guida, ma due selettori ai lati del cruscotto dai quali si seleziona la taratura delle sospensioni e il comportamento dei motori su quattro livelli: EV, ovvero la marcia con la sola spinta elettrica, Comfort (motore termico ed elettrico lavorano insieme o si alternano per massimizzare l’efficienza), Sport e Race, ovvero le due modalità dedicate alla guida sportiva dove viene erogato il massimo delle prestazioni. Rapidissimi i passaggi di marcia e utilizzando le palette dietro al volante in
fibra di carbonio si sente un “click” molto appagante. I tecnici della McLaren hanno lavorato a fondo sul suono del motore, anch’esso migliorato rispetto alle prime McLaren Artura arrivate su strada, grazie a una completa revisione dei condotti di scarico che ne ha migliorato la sonorità, specialmente agli alti regimi. Impressionante l’agilità tra le curve, merito della rigida monoscocca in carbonio, ma anche di uno sterzo “chirurgico” e molto comunicativo. La McLaren è rimasta, infatti, uno dei pochissimi costruttori a rimanere fedele al servosterzo idraulico. Dal volante della Artura Spider, invece, si percepisce con accuratezza il livello di grip disponibile e ciò che succede sotto le ruote, pur non avendo a che fare con uno sterzo nervoso. Potente la frenata: i dischi carboceramici da 390 mm davanti (con pinze a 6 pistoncini) e 380 mm dietro (con pinze a 4 pompanti) fermano la McLaren Artura Spider da 100 km/h in soli 31 metri e da 200 km/h in appena 124 metri. Lunga 454 cm, larga 198 cm e alta appena 119 cm, la Artura Spider è una supercar relativamente compatta, ma offre una buona dose di praticità per un’auto così estrema; a
partire dal vano di carico anteriore (profondo) di 160 litri, sufficienti per ospitare un paio di trolley da cabina senza problemi. Dalle scenografiche portiere ad apertura a farfalla si accede a un abitacolo essenziale nel design ma ben rifinito con estesi rivestimenti in Alcantara e numerosi portaoggetti. Il volante non ha alcun pulsante sulle razze: tutto si controlla dai satelliti posti sul piantone e dal display centrale dell’infotainment. Quest’ultimo ha una diagonale di 8”, menù intuitivi, Apple CarPlay e Android Auto.
Il design della McLaren Artura Spider reinterpreta diversi elementi chiave delle supercar del costruttore inglese come il frontale, caratterizzato da un unico elemento stilistico che accoglie i fari e le prese d’aria, i terminali di scarico nella parte alta del posteriore e linee in generale sinuose dettate dall’efficienza aerodinamica. In questa variante Spider le forme cambiano poco rispetto alla coupé, ma vengono introdotti nuovi montanti con una superficie trasparente che migliora la visibilità di tre quarti. Il tetto rigido, poi, può essere in vetro ed elettrocromatico: basta premere un tasto per farlo scurire e filtrare fino al 96% dei raggi del sole.
UN MITO CHE SI RINNOVA
PRESENTATA LA 849 TESTAROSSA, NUOVA BERLINETTA FERRARI IBRIDA
PLUG-IN DA 1050 CV CON MOTORE V8 BITURBO CENTRALE-POSTERIORE
CHE ELEVA ULTERIORMENTE LE VETTE PRESTAZIONALI DELLA SF90
STRADALE. IL NOME DELLA VETTURA RIPRENDE LO STORICO LIGNAGGIO
SETTANTENNALE DI ALCUNE TRA LE FERRARI PIÙ ICONICHE DI SEMPRE.
La 849 Testarossa si colloca al vertice della gamma Ferrari grazie alle sue prestazioni, al coinvolgimento che sa donare al pilota senza mai compromettere comfort di marcia o raffinatezza degli interni, come pure al suo design avveniristico ma al contempo profondamente legato alla storia del marchio. La 849 Testarossa è dotata di un sistema ibrido plug-in (PHEV) composto da un motore V8 biturbo da 830 cv combinato a tre motori elettrici, a una batteria ad alto voltaggio e a un inverter che erogano una potenza complessiva di 220 cv. Tale sistema vede il totale della potenza del gruppo motopropulsore salire a 1050 cv, record assoluto per una Ferrari di gamma. L’articolata architettura del powertrain ibrido plug-in della 849 Testa-
rossa è stata progettata per garantire il massimo della performance, della dinamica veicolo e della fruibilità. Il motore termico della 849 Testarossa è la versione più recente del pluripremiato V8 biturbo Ferrari. Sviluppa 830 cv, pari a un incremento di 50 cv rispetto alla precedente iterazione, e una potenza specifica di 208 cv/l. Tale risultato è stato ottenuto mantenendo invariata la cilindrata e revisionando totalmente la componentistica, tra cui il turbocompressore totalmente nuovo, le teste cilindri, il basamento, i collettori, i polmoni di aspirazione, la viteria in titanio, il sistema di distribuzione e il rail carburante.
La 849 Testarossa adotta un’architettura PHEV derivata dalla SF90 Stradale, unendo al motore endotermico V8 tre motori elettrici per una poten-
za complessiva di 220 cv. Due di essi sono collocati sull’assale anteriore e costituiscono il sistema RAC-e (Regolatore Assetto Curva elettrico) che abilita il sistema 4WD e il torque vectoring per massimizzare trazione ed efficacia in uscita di curva. Il terzo
motore elettrico, posizionato sull’asse posteriore, è denominato
MGU-K (Motor Generator Unit, Kinetic) e deriva direttamente dall’esperienza della Scuderia Ferrari in Formula 1. La 849 Testarossa introduce una nuova dimensione sonora che riflette l’essenza della vettura, con un carattere potente e puro. La timbrica del nuovo V8 turbo è stata ottimizzata per garantire una firma acustica riconoscibile in tutte le condizioni
ALCUNI DATI TECNICI DELLA FERRARI 849 TESTAROSSA
Motore
Cilindrata totale
V8 biturbo – carter secco
3990 cm3
Potenza massima 830 cv a 7500 giri/min.
Lunghezza 4718 mm
Larghezza 2304 mm
Altezza 1225 mm
Passo 2650 mm Capacità serbatoio
68 l
baule 74 l
F1 a doppia frizione e 8 rapporti
massima >330 km/h
km/h <2,3 s
km/h 6,35 s
di guida, conservando le armoniche distintive del motore Ferrari. Il livello sonoro è stato incrementato a tutti i regimi, con particolare attenzione alla ricchezza e purezza del suono in quelli bassi e medi. L’obiettivo era esaltare i toni brillanti degli ordini nobili di combustione (multipli dell’ordine 2) in accelerazione. Salendo verso il limitatore posizionato a 8300 giri/min., la potenza del motopropulsore si manifesta in modo esplosivo, con un’esperienza immersiva che coinvolge suono, accelerazione e vibrazione, enfatizzata dall’albero motore ad angolo piatto. Anche dal punto di vista stilistico, la 849 Testarossa segna una rivoluzione del concetto di berlinetta Ferrari V8 a motore centrale/posteriore: l’ispirazione alle Sport Prototipo degli anni 70, assieme alle linee tese e cartesiane, danno vita a un design
unico e senza tempo. La sinergia tra forma e funzione ha permesso di raggiungere prestazioni aerodinamiche impressionanti: il carico totale di 415 kg a 250 km/h corrisponde a un incremento di 25 kg rispetto alla SF90 Stradale e si aggiunge all’aumento del 15% della potenza di raffreddamento di powertrain e freni. L’abitacolo è ancora più avvolgente ed ergonomico che in passato: la vela centrale con cancelletto integrato, di ispirazione F80, migliora la posizione dei componenti e li rende più facilmente raggiungibili. Il nuovo volante dotato di tasti meccanici (iconico pulsante di avviamento incluso) eleva l’esperienza di guida mantenendo intatta l’alta funzionalità dei volanti Ferrari di ultima generazione. Un nuovo sistema di HMI, infine, rende l’interazione con la vettura ancor più semplice e intuitiva.
Per esaltarne le doti dinamiche e migliorare il feeling del pilota nella guida al limite, la 849 Testarossa è dotata (oltre al sistema brake-by-wire di ultima generazione e all’innovativo sistema di stima FIVE) del controllore ABS Evo che migliora precisione e ripetibilità della frenata in tutte le condizioni, insieme anche al nuovo impianto frenante. La taratura di molle e ammortizzatori è stata completamente rivista, per un miglioramento del comportamento della vettura al limite di aderenza. L’estensivo lavoro di alleggerimento dei componenti ha permesso alla 849 Testarossa di vantare il miglior rapporto peso/potenza di sempre per un modello di gamma, in quanto l’enorme aumento prestazionale non ha comportato alcun aggravio aggiuntivo di peso rispetto alla SF90 Stradale. La 849 Testarossa, per la prima volta su una vettura di gamma del Cavallino Rampante, ha inoltre introdotto l’uso di leghe secondarie in alluminio riciclato per le fusioni del motore (testa cilindri, basamento e sottobasamento) riducendo di un massimo del 80% le emissioni di CO² per chilogrammo di alluminio utilizzato, il che equivale a una riduzione di fino a 0,4 tonnellate di CO² equivalente per vettura.
LA NUOVA GLC ELETTRICA SEGNA L’INIZIO
DI UNA RIVOLUZIONE
IL DESIGN SINUOSO INCORPORA LA TRADIZIONE PIÙ CLASSICA NEL NUOVO FRONTALE, MENTRE LA GESTIONE DI BORDO CON INTELLIGENZA ARTIFICIALE PORTA VERSO INEDITI LIVELLI COMFORT, DINAMISMO E AUTONOMIA ELETTRICA.
Approda a una nuova generazione, conservando del modello uscente unicamente la denominazione: GLC.
Il Suv interamente elettrico del rinnovato corso Mercedes-Benz introduce una vasta gamma di innovazioni. Colpisce in primo luogo lo stile affilato, che inaugura l’inedito “volto” del frontale: impronta che verrà progressivamente estesa ai futuri modelli del marchio, spiccando per la mascherina di nuova foggia - più compatta in larghezza, ma contraddistinta dall’ampio sviluppo verticale con grande cornice cromata - che è un autentico tributo alle radici stilistiche della Casa, rielabo -
rato in stile contemporaneo. La prima versione ad essere commercializzata, con l’inizio del nuovo anno, sarà la 400 EQ Technology a trazione integrale. Le dimensioni della GLC risultano considerevolmente ampliate, con lunghezza ora pari a 4,85 metri unita al passo maggiorato di 84 mm. Questo si traduce in una notevole crescita in termini di abitabilità interna, senza dimenticare qualità di carico altrettanto evolute con bagagliaio da 570 litri base cui si aggiungono 128 litri aggiuntivi del vano anteriore. Altrettanto significativo il sistema informatico MB.OS, che adotta il calcolo con intelligenza artificiale per estendere il proprio controllo a
molti più parametri e funzionalità di bordo: dall’infotainment alla guida attiva assistita, includendo tra gli altri il comfort di bordo e la programmazione della ricarica. Questo si traduce nell’interfaccia uomo-macchina affidata ad un unico schermo che occupa l’intera zona verticale della plancia: il suggestivo Mbux Hyperscreen raggiunge una diagonale di schermo di ben 99,3 cm (39,1 pollici), includendo sotto un’unica superficie in vetro tutte le informazioni di bordo inclusi strumentazione, navigazione e infotainment, controlli della climatizzazione e schermo dedicato al passeggero anteriore. L’accoglienza di livello superiore viene inoltre supportata dalla speci -
fica illuminazione ambientale attiva, che può restituire persino l’effetto di cielo stellato sull’intera superficie dell’innovativo tetto panoramico Sky Control (opzionale); quest’ultimo realizzato in cristallo laminato e isolato termicamente, completo di nove zone oscurabili elettronicamente in maniera indipendente. La sensazione di wellness è inoltre sempre più protagonista a bordo, attraverso nuove poltrone ergonomiche firmate AGR complete di nuovi programmi Energizing Comfort suggeriti dall’assistente di bordo. Tra le vaste possibilità di personalizzazione degli interni figura inoltre, per la prima volta, l’opzione Vegan Packa-
ge certificata da un ente esterno. La nuova GLC EQ adotta sospensioni pneumatiche adattive derivate dalla Classe S abbinate alle quattro ruote sterzanti, mentre i più avanzati sistemi di ausilio attivo alla guida possono contare su dieci telecamere esterne, cinque sensori radar e dodici sensori a ultrasuoni per interfacciarsi con il mondo esterno. Traducendo le informazioni nel sistema di navigazione Surround che offre un colpo d’occhio immediato al conducente sulle condizioni reali di traffico e ostacoli nelle vicinanze.
Più nello specifico, la 400 EQ, dotata di due motori a corrente con trasmissione a due rapporti, offre un’ar -
chitettura a 800V che riduce i tempi di ricarica dell’accumulatore da 94 kWh: anche grazie alla massima potenza di ricarica portata a 330 kW, sono sufficienti 22 minuti per la rigenerazione 10-80%, con incremento dell’autonomia fino a 303 km in soli 10 minuti. Il nuovo sistema di recupero dell’energia in rallentamento fino a 300 kW contribuisce poi attivamente ad estendere la percorrenza su singola carica tra 568 e 715 km secondo la normativa WLTP.
ALCUNI DATI TECNICI DELLA MERCEDES GLC 400 4MATIC EQ TECHNOLOGY
Motore Due unità elettriche sincrone
Carburante
Potenza max.
Coppia max.
Velocità max.
Energia elettrica
490 cv (360 kW)
800 Nm
210 km/h
Accelerazione 0-100 km/h
4,3 secondi
Capacità batteria 94 kW
Peso totale
2.535 kg
Trazione Integrale
QUALE FUTURO PER VIA NASSA?
LA VIA NASSA DI LUGANO SI CONFERMA UNO DEI LUOGHI PIÙ ICONICI E VITALI DELLA CITTÀ, RAPPRESENTANDO IL CUORE PULSANTE DELLO SHOPPING, MA DA SEMPRE È AL CENTRO DI UN SERRATO
DIBATTITO RIGUARDO AL SUE PROSPETTIVE, COME EMERGE DAI PARERI ESPRESSI DAI NOSTRI INTERVISTATI.
Questa strada attira residenti e turisti, offrendo una vetrina del lusso e della modernità, ma negli ultimi anni ha dovuto affrontare diverse sfide e opportunità, influenzate da fattori economici, sociali e culturali. Uno dei recenti temi di discussione è rappresentato dalle chiusure domenicali che limitano le opportunità di vendita, in particolare nei periodi di alta affluenza turistica. Tuttavia, ci sono anche voci che sostengono che un giorno di riposo possa favorire una maggiore qualità del servizio e un’esperienza di acquisto più rilassata. Parallelamente, la via Nassa ha visto l’arrivo di nuovi marchi, che hanno arricchito l’of-
ferta commerciale. L’apertura di negozi di moda e lifestyle di alto livello attira un pubblico diversificato, rivelatasi fondamentale per mantenerne alta l’attrattività. Inoltre, l’organizzazione di eventi e manifestazioni ha svolto un ruolo cruciale nel promuovere la via Nassa come polo di aggregazione. Eventi culturali, mercatini e manifestazioni varie attirano visitatori e accrescono la visibilità dei commerci locali. Queste iniziative non solo migliorano l’esperienza del cliente, ma contribuiscono anche a creare un senso di comunità e appartenenza. Per quanto riguarda i flussi turistici internazionali, Lugano ha visto un andamento discontinuo, dovuto a vari fattori, tra cui da un lato la
pandemia e dall’altro le attività di promozione della città come destinazione di affari e leisure. Tuttavia, è importante considerare come le fluttuazioni economiche globali e le tendenze di viaggio possano influenzare questi flussi. In sintesi, la via Nassa di Lugano rappresenta un microcosmo delle dinamiche commerciali e sociali contemporanee. Affrontando le sfide delle chiusure domenicali, accogliendo nuovi marchi e organizzando eventi, questa strada continua a evolversi e a rimanere al centro dell’attenzione sia per i locali che per i turisti. La sua capacità di adattarsi ai cambiamenti, pur mantenendo la sua identità, sarà determinante per il futuro.
Presidente Associazione Via Nassa
HANNO PARTECIPATO ALL’INCHIESTA:
Hotel International au Lac, Lugano
Titolare
Titolare
ELENA BERNASCONI (E.B.)
Bernasconi Gastronomia
ALBERTO PRANDONI (A.P.)
Boit D’Or
ROBERTO MAZZANTINI (R.M.)
ROBERTO SCHMID (R.S.)
Come valuta l’attuale situazione del commercio in via Nassa, tra chiusure di negozi, polemiche relative agli orari di apertura e chiusura, andamento dei flussi turistici interni e internazionali?
R.M.: «Via Nassa, come tutte le grandi Vie commerciali europee, vive una fase di trasformazione. In particolare a Lugano, la perdita del segreto bancario ha modificato in profondità i flussi di clientela tradizionale, imponendoci di guardare a nuovi target internazionali e di rafforzare la nostra attrattività anche verso un pubblico svizzero ed europeo di prossimità. Allo stesso tempo, osserviamo il cambiamento delle abitudini di consumo nelle generazioni più giovani, che non cercano soltanto il prodotto ma l’esperienza: il commercio deve quindi diventare sempre più integrato con cultura, intrattenimento e ospitalità. In questo scenario, Via Nassa mantiene una resilienza unica grazie al suo mix inimitabile di lusso, tradizione e servizi, che la rende un brand in sé: un nome che evoca
eleganza, esclusività e qualità. È significativo, inoltre, che i grandi Marchi della moda stiano progressivamente rivalutando il ruolo delle boutique nelle vie iconiche, ridimensionando outlet e shopping online. Questa tendenza ci conferma che la prossimità, il rapporto umano e l’esperienza diretta torneranno a essere centrali, e Via Nassa ha tutte le carte in regola per restare protagonista di questa nuova fase».
A.P.: «La via Nassa è sempre un centro commerciale naturale di altissimo profilo, in grado di attrarre una clientela internazionale di alto livello; di negozi chiusi al momento se ne vedono pochi in realtà e sugli orari di apertura incluse le domeniche è stato fatto un grande lavoro dall’ Associazione Via Nassa chiarendo modalità e possibilità di apertura».
E.B.: «Devo riconoscere di godere di una situazione un po’ particolare rispetto ad altri esercizi e negozi presenti in via Nassa, in quanto presenti in questa via
centrale per la vita luganese da ben quattro generazioni, dapprima come vendita generica di alimentari, poi sempre più specializzati in prodotti di nicchia (per esempio proponiamo caviale in esclusiva), da ultimo con una gastronomia che pur continuando a mantenere una selezione di prelibatezze alimentari, intercetta una clientela molto diversificata che frequenta i nostri locali a tutte le ore del giorno. Il servizio che noi offriamo è dunque meno soggetto alle questioni inerenti gli orari di apertura e le chiusure festive in quanto nel volgere di una giornata registriamo diversificati flussi di clienti che comprendono tanto gli abituali frequentatori e acquirenti, quanto gli impiegati degli uffici o i turisti in visita della città. In ogni caso, ci rendiamo conto delle difficoltà inerenti alle aperture domenicali e della necessità di una flessibilità negli orari di apertura che rispecchi la peculiarità dei prodotti o dei servizi proposti».
Quale modello di sviluppo andrebbe a suo modo di vedere adottato per favorire un duraturo rilancio delle attività commerciali nel centro di Lugano?
R.M.: «Il rilancio del centro di Lugano – e di Via Nassa in particolare – non può che passare da un modello di sviluppo basato sulla qualità dell’esperienza. Oggi non è più sufficiente aprire una boutique: bisogna trasformare la visita in un momento unico, capace di intrecciare lusso, cultura, ospitalità e scoperta del territorio. Ciò significa investire in un ecosistema coordinato: eventi diffusi che sappiano attrarre nuovi pubblici, aperture domenicali e festive che rendano la via più accessibile, una comunicazione integrata che unisca fisico e digitale, servizi di accoglienza pensati anche per chi viaggia con le nuove abitudini “short break” e per le famiglie. Al tempo stesso, occorre guardare alla sostenibilità e all’innovazione: il lusso contemporaneo non si misura solo nel prodotto, ma anche nella responsabilità sociale, nell’attenzione all’ambiente e nella capacità di proporre esperienze autentiche.
Infine, il modello vincente sarà quello della collaborazione: fra commercianti, con le istituzioni cittadine e turistiche, con le grandi maison internazionali e con le realtà locali. Solo con un progetto condiviso, Via Nassa potrà consolidare il suo ruolo di vetrina internazionale d’eccellenza».
A.P.: «Per garantire un modello di sviluppo efficiente a mio avviso, è necessario continuare ad investire in attività legate all’arte delle cose belle: una via con mostre diffuse di ampio respiro internazionale, viva e piena di luce ed eventi eleganti continuerà sempre ad attrare un pubblico di alto profilo ed insieme ad una rinnovata sicurezza si può ambire ad essere un grande centro di eccellenza. L’unione farebbe la forza…».
E.B.: «Non parlerei tanto di uno specifico modello di sviluppo per la Via Nassa quan -
to piuttosto di una modalità di approccio alla clientela che dovrebbe coinvolgere tutte le attività commerciali indipendentemente dalla loro tipologia, sia cioè che si tratti di un grande marchio del lusso che di un negozio più legato alla tradizione cittadina. Mi riferisco in altre parole alla qualità dell’accoglienza che siamo in grado di offrire e questa mia convinzione nasce dall’esperienza maturata in anni di rapporto con una clientela che, al di là di tutto, apprezza sempre un riconoscimento, un’attenzione o una disponibilità per un consiglio».
Come giudica la politica del Municipio e del Cantone in merito ai problemi del vostro settore e quali interventi ritiene che andrebbero maggiormente promossi?
R.M.: «Il Municipio e il Cantone hanno dimostrato sensibilità verso il tema del commercio, ma oggi serve una visione più ampia e strutturata. Non bastano misure puntuali: il centro Città va pensato come un ecosistema vivo, che deve saper conciliare mobilità, attrattività turistica, vivibilità per i residenti e competitività per gli operatori economici. Gli interventi che ritengo prioritari sono tre. Primo: una mobilità più fluida e sostenibile, che renda l’accesso a Lugano semplice e piacevole, soprattutto per chi arriva in auto. Secondo: una regia coordinata degli eventi cittadini, che oggi spesso si sovrappongono o si disperdono, mentre potrebbero rafforzarsi a vicenda. Terzo: politiche di sostegno all’innovazione e alla digitalizzazione del commercio, indispensabili per intercettare i nuovi stili di consumo.
Da parte nostra, come Associazione, siamo pronti a collaborare e a portare proposte concrete. Ma serve una cabina di regia politico-istituzionale che faccia sistema, trasformando Lugano in una città realmente competitiva nel panorama europeo».
A.P.: «Non ho sufficiente esperienza in tema politico per potermi esprimere a riguardo».
E. B.: «Credo che le azioni intraprese nel tempo sul fronte della sicurezza stiano dando i loro frutti, garantendo uno situazione complessiva certamente favorevole allo sviluppo delle attività commerciali. Passi avanti sono stati compiuti anche sul fronte della qualificazione delle iniziative che periodicamente si tengono lungo la via Nassa. Avvicinandosi in Natale mi corre
d’obbligo citare per esempio il caso delle casette del mercatino natalizio che, dopo qualche polemica, ha visto negli ultimi anni una più attenta selezione degli oggetti proposti, accrescendo l’attrattività complessiva della manifestazione».
Come Associazione Via Nassa quali iniziative o eventi avete messo in atto o avete in programma per rilanciare il commercio e attrarre più visitatori?
R.M.: «Negli ultimi anni l’Associazione Via Nassa ha investito molto nella creazione di momenti capaci di trasformare la via in un palcoscenico a cielo aperto. La Cena sotto le Stelle, giunta quest’anno alla sua terza edizione, è diventata un simbolo di eleganza e convivialità: un evento riservato alle boutique associate, che hanno l’oc -
casione di accogliere i propri clienti in un contesto esclusivo e raffinato, rafforzando così il legame personale e l’identità della nostra Via.
Un altro tema sul quale stiamo lavorando è quello delle aperture domenicali coordinate: nonostante i tentativi fatti in passato, non siamo ancora riusciti a concretizzarle. È però un obiettivo che continuiamo a perseguire con determinazione, in collaborazione con le Istituzioni e le Associazioni di categoria, perché riteniamo che rappresenti un passo fondamentale per rendere la città più vivace e attrattiva nei weekend. Infine, stiamo aprendo nuovamente la Via a iniziative culturali ed esperienziali: mostre diffuse, eventi legati all’arte e collaborazioni con istituzioni turistiche. L’obiettivo è rendere Via Nassa non solo un luogo di shopping, ma uno spazio di vita e di incontro, dove la bellezza e l’ospitalità si uniscono in un’esperienza unica».
A.P.: «Come Associazione stiamo pensando ad evento legati all’arte contemporanea di alto livello ma che siano anche “democraticamente” usufruibili dal grande pubblico che, in alcuni casi, può esserne il protagonista… Anche un nuovo Natale è in lavorazione perché le musiche e le giuste luminarie possono contribuire a creare quell’atmosfera di magia che poi noi tutti viviamo. Ovviamente poi continuare con la Cena sotto le Stelle: un’occasione per mostrare che l’eleganza e la bellezza possono abbellire anche la nostra bellissima Via Nassa».
E.B.: «Sono numerose e di vario genere le iniziative che, come Asociazione Via Nassa, promuoviamo durante tutto il corso dell’anno. Per restare ancora al prossimo Natale mi piace ricordare che nell’ambito del mercatino ci saranno delle casette gourmet nella piazzetta S. Carlo, con la speranza di riuscire a convogliare anche verso questo segmento della strada parte della folla che abitualmente si accalca in Piazza della Riforma. Sarebbe poi molto positivo che l’illuminazione e l’addobbo natalizio della via non fosse lasciato prevalentemente all’iniziativa delle singole vetrine, ma vedesse invece una più convinta partecipazione da parte dell’amministrazione comunale. La via Nassa è una grande risorsa non soltanto per le attività commerciali che vi si affacciano, ma per l’intera città di Lugano».
Quali sono le vostre previsioni per il futuro del commercio in via Nassa, considerando le attuali tendenze del mercato del lusso e del turismo?
R.M.: «Il futuro del commercio in Via Nassa sarà inevitabilmente influenzato dall’evoluzione del mercato del lusso e dai flussi turistici internazionali, che restano volatili. Tuttavia, guardiamo avanti con fiducia: i grandi Marchi stanno gradualmente ridimensionando outlet e canali online, riconoscendo il valore insostituibile delle boutique fisiche nelle vie iconiche. È una tendenza che ci favorisce e che rafforza la centralità di Via Nassa come destinazione privilegiata. Il turismo di qualità, sempre più attento all’esperienza e all’autenticità, troverà nella nostra Via un punto di riferimento. Al tempo stesso, vogliamo intercettare nuove generazioni di consumatori, che cercano non solo lusso ma anche sostenibilità, responsabilità e connessione con il territorio. Il nostro impegno sarà quello di mantenere viva Via Nassa come un brand internazionale, capace di evolvere insieme ai tempi senza perdere la propria identità: un luogo in cui tradizione ed esclusività si intrecciano con innovazione ed esperienza, continuando ad attrarre visitatori e clienti da tutto il mondo».
R. S.: «Constato con piacere che in via Nassa abbia recentemente aperto Montblanc e che Hermès stia ampliando il proprio negozio: due segnali importanti e molto positivi da parte di marchi di grande prestigio. Per quanto riguarda gli orari di apertura, mi sono sempre chiesto come fosse possibile che lo Stato stabilisse giorni e orari per attività commerciali private. Con la nuova legge e con il riconoscimento di Lugano quale città turistica, gli orari sono ora nelle mani dei com-
mercianti, che possono adattarli alle esigenze della propria clientela. Grazie alla costante presenza della Polizia, visibile e non, il nostro salotto cittadino è un luogo sicuro, qualità sempre più rara altrove. I recenti, e comunque rari, episodi spiacevoli si sono sempre conclusi con l’immediato arresto dei responsabili da parte delle forze dell’ordine, che così mandano un chiaro segnale a eventuali altri malintenzionati.
La “Lugano turistica” ha bisogno della sua Via Nassa: una via prestigiosa, dal forte valore d’immagine, che contribuisce a rendere unica una città tutto sommato di piccole dimensioni come Lugano.
A.P.: «In un mercato così globale nel quale le dinamiche internazionali cambiano gli umori da un giorno all’altro non è facile pianificare o prevedere. Difficile prevedere il mercato del lusso o del turismo visti gli scenari internazionali, più facile invece cercare di vivere nel qui è ora cercando di apprezzare ciò che già abbiamo nel tentativo, fondamentale, di valorizzarne i pregi e limitarne le mancanze. Sicuramente da creatore di mete, non si deve mai smettere di sognare, quindi chissà cosa ci può riservare il prossimo futuro».
NOVITÀ OROLOGI 2025
LE PIÙ PRESTIGIOSE MARCHE OROLOGIERE RINNOVANO LE LORO PIÙ ICONICHE COLLEZIONI, TRA TECNOLOGIE ALL’AVANGUARDIA E DESIGN SENZA TEMPO PER APPASSIONATI E COLLEZIONISTI.
Breguet
Type XX Cronografo 2075
Ispirato dal cielo, guidato dal tempo e dallo spirito d’avventura
In occasione del suo 250° anniversario, dopo Parigi con la Classic Edition 2025, dopo Shanghai con la Tradition Edition 7035, Breguet ha fatto scalo a New York. Ecco il cronografo Type XX referenza 2075 in due varianti, ispirato a un modello iconico del 1955.
Harry Winston
Collezione Ocean
L’anima audace della Maison
Designata come la collezione sportiva della Maison, la Collezione Ocean rappresenta l’incontro perfetto tra il savoir-faire dell’alta orologeria svizzera e l’arte raffinata dell’incastonatura della Maison newyorkese. Ogni creazione, pensata tanto per lui quanto per lei, racchiude un fascino unico, un’allure inconfondibile che trascende il tempo e si traduce in uno stile di vita: quello di chi osa, di chi vive ogni istante con intensità, di chi non teme di brillare.
Blancpain
Villeret “Golden Hour” Una collezione che non cessa di stupire
La collezione Villeret “Golden Hour”, si arricchisce di tre modelli emblematici reinterpretati in 16 nuove referenze, riaffermando la duplice eredità della linea: eccellenza meccanica e purezza del design. I tre modelli di punta sono un automatico a tre lancette da 40 mm con data, un calendario completo da 40 mm con fasi lunari e un calendario con fasi lunari da 33,20 mm. La collezione è proposta con casse in oro rosso 18 carati o in acciaio, con l’introduzione di nuove, splendide tonalità autunnali per i quadranti. I nuovi quadranti propongono una raffinata opalina a grana fine accanto a un soleil brunodorato.
Glashütte Original
Le prime ore del mattino PanoMatic Calendar
Blue of Dawn.
Glashütte Original ha appena presentato una versione limitata in platino del PanoMaticCalendar, chiamata “Blue of Dawn”. L’orologio abbina in particolare un calendario annuale a un quadrante blu ampiamente scheletrato che mette in mostra il suo splendido Calibro 92-11. Questo modello da 42 mm include una fase lunare a ore due e mette in risalto i mesi tramite un arco in vetro zaffiro blu colorato. Il tema “Blue of Dawn” collega il modello agli orologiai del marchio e alla loro sveglia mattutina.
Jaquet Droz
Charming Bird Titanium
L’uccello riprende il volo Il Charming Bird viene reinterpretato con una cassa in titanio grado 5. Si tratta del primo ed unico automa ad uccello canoro da polso al mondo, realizzato in un metallo tanto moderno quanto difficile da lavorare. L’orologio, rispetto alla versione in oro, è più leggero del 20%. L’uccello fischiante è più etereo che mai e ha un doppio vetro zaffiro lato quadrante per proteggere il movimento e, separatamente, a ore 6, l’uccello automa. C’è poi una sottile apertura laterale, tra le ore 8 e le 10, che permette all’aria - e quindi alla melodia - di circolare dall’interno della cassa verso l’esterno. Il tutto con una finitura satinata eseguita alla perfezione. Pezzo unico.
Omega
Seamaster Aqua Terra
Quattro declinazioni di un modello iconico
OMEGA presenta quattro magnifiche idee regalo selezionate dalla collezione Seamaster Aqua Terra. Ciascun orologio incarna lo spirito oceanico del marchio, offrendo un look di design unico e personale. La collezione Aqua Terra di OMEGA offre da sempre i modelli più versatili, espressione di un equilibrio perfetto tra design sportivo e sofisticato. Nel 2025, la gamma si è ulteriormente ampliata in termini di tipologie e dimensioni per offrire gli orologi più innovativi e ricercati del momento.
Swatch
Collezione Scubaqua
Un tuffo nelle profondità oceaniche
La nuova collezione Swatch SCUBAQUA, composta da cinque nuovi modelli, riprende l’eredità degli iconici modelli da immersione, gli Swatch SCUBA. Con un quadrante colorato e trasparente, una cassa da 44 mm e un cinturino in seta, i modelli sono disponibili nei colori nero, bianco, blu, rosso e giallo. Si ispirano ad alcune delle meduse più straordinarie del mondo, dalle quali prendono anche i loro nomi. I componenti trasparenti della cassa e della lunetta sono quelli realizzati con materiali di origine biologica, mentre i componenti opachi, sono quelli realizzati in bioceramica.
Apple Watch
Hermès Serie 11 e Ultra Eccellenza condivisa
Da dieci anni, Apple e Hermès condividono l’ambizione di combinare estetica e funzionalità nelle loro creazioni. Per questa stagione, Apple e Hermès hanno delineato i contorni di nuovi modelli, fondendo fantasia e precisione. Dal quadrante al cinturino, il design è ovunque, tracciando un look che il tempo non cancella. Sfuggiti all’omonima sciarpa di seta di Shinsuke Kawahara, cavalli, tucani, scimmie, pappagalli e bradipi sono ora raffigurati con motivi serigrafati sui cinturini Hermès per Apple Watch. In pelle e in una varietà di colori, lo stile bandana è ora indossato al polso.
F.P. Journe
Chronomètre Furtif
Un capolavoro creato con materiali esclusivi
La cassa (da 42 mm di diametro per 9,5 mm di spessore) e il bracciale, sono realizzati in carburo di tungsteno, alternato ad alcuni elementi in tantalio. La caratteristica principale di questo materiale è l’elevata durezza: ha una densità doppia rispetto all’acciaio, paragonabile a quella dell’oro, il che lo rende perfetto per applicazioni altamente tecniche. Oltre ad essere biocompatibile e chimicamente inerte, è estremamente resistente agli urti e praticamente inalterabile nel tempo.
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IN VIA NASSA 3 A LUGANO, PRESENTA SETTE NUOVI MODELLI
CON QUATTRO QUADRANTI
DISTINTIVI, OGNUNO ESPRESSIONE DI UNA TECNOLOGIA
AVANZATA NELLA LAVORAZIONE
DELLA CERAMICA E UNA
FINITURA DI PRECISIONE.
Nel 1968, l’Apollo 8 ha scritto la storia diventando la prima missione umana a orbitare intorno alla Luna. Il pilota del modulo di comando, Jim Lovell, pronunciava le sue ultime parole alla base di controllo - “we’ll see you on the other side” - prima di sparire oltre il contatto radio sul lato nascosto della Luna. Ogni astronauta a bordo indossava un OMEGA Speedmaster. Oggi OMEGA celebra questo straordinaria eredità con il nuovo capitolo della celebre collezione Speedmaster Dark e Grey Side of the Moon: sette nuovi modelli che elevano gli standard dell’orologeria in ceramica e del design ispirato allo spazio, incarnando lo spirito pionieristico che ha guidato
OROLOGI CHE GUARDANO ALLO SPAZIO
OMEGA sulla Luna e oltre. A dodici anni dal debutto che ha conquistato i collezionisti in tutto il mondo, l’evoluzione del 2025 rappresenta il più significativo progresso nella storia della collezione. Dopo la certificazione Master Chronometer del Dark Side of the Moon Apollo 8, la nuova collezione Dark Side conferma l’impegno di OMEGA per l’eccellenza tecnica. I modelli presentano un’architettura ridisegnata con profili più sottili, calibri Co-Axial avanzati e tecniche di lavorazione della ceramica affinate in quattro anni di sviluppo. Il cuore dell’evoluzione tecnica è la maestria di OMEGA nella lavorazione della ceramica. Il nuovo processo di ceramica lucida e smussata raggiunge una precisione straordinaria, creando superfici di grande profondità e brillantezza. Tutti i modelli vantano proporzioni migliorate con profili più sottili, mantenendo la
presenza audace di 44,25 mm che definisce l’estetica Dark Side. La tecnologia Liquidmetal™ migliorata è presente su lunette e corone, e assicura durabilità e resistenza ai graffi. L’innovativa costruzione a due strati del quadrante in ceramica offre una profondità senza precedenti, con finiture spazzolate al laser che catturano e trasformano la luce. Nuove espressioni distintive
La collezione presenta creazioni completamente nuove e rivisitazioni di classici, tutte caratterizzate da precisione migliorata, proporzioni raffinate e innovazioni avanzate in ceramica, con la possibilità di scegliere tra cinturini in caucciù o nylon. Una nuova versione manuale molto più sottile, con il calibro Co-Axial Master Chronometer Black Edition 9908, caratterizzata da una distintiva lancetta centrale cronografica rossa e quadrante completamente opaco con marcature grigie e rosse. Una versione rivisitata del Dark Side of the Moon originale, animata dal calibro Co-Axial Master Chronometer 9900, con scala tachimetrica Liquidmetal™ e quadrante in ceramica a due strati con finitura spazzolata al laser, il tutto in un profilo più sottile.
Un modello completamente nero con calibro Co-Axial Master Chronometer Black Edition 9900, componenti del movimento scuriti e scala tachimetrica smaltata. Il quadrante in ceramica presenta una sabbiatura laser, indici smussati lucidi a diamante riempiti di Super-LumiNova. Infine, un modello che rende omaggio all’equipaggio dell’Apollo 8, i primi a vedere il lato nascosto della Luna, celebrando l’osservazione storica di Jim Lovell “the Moon is essentially grey”. L’orologio mostra una superficie lunare incisa al laser visibile attraverso il movimento. Il lato visibile della Luna appare attraverso il quadrante scheletrato grigio, mentre il lato nascosto emerge dal fondello, creando un paesaggio lunare immersivo. L’orologio è animato dal calibro Co-Axial Master Chronometer 3869. A completamento dei progressi tecnici, OMEGA introduce nuove opzioni di cinturini. I cinturini in nylon sono ora dotati di rivestimento interno in caucciù per un maggiore comfort, mentre i nuovi cinturini in caucciù presentano
motivi ispirati alla superficie lunare sul lato interno, creando un legame tattile con l’eredità dell’esplorazione spaziale.
CANDLE FLIGHT COCKTAIL PARTY
L’AEROPORTO DI AGNO HA OSPITATO A SETTEMBRE IL DEBUTTO TICINESE DI CANDLELIGHT®, EVENTO ESCLUSIVO CHE HA CONFERMATO LA FORZA DI UN FORMAT INTERNAZIONALE E LA CAPACITÀ
ORGANIZZATIVA DI AIR-DYNAMIC E DI SIMONETTA ROTA AGENCY.
Air-Dynamic vanta 20 anni di esperienza e know-how grazie al successo del progetto imprenditoriale messo a punto dai due fondatori, Raffaella Meledandri, Direttrice vendite, e Nicholas Evstigneev, Direttore delle operazioni, con l’obiettivo di fornire servizi di trasferimento di persone e logistica di alta qualità, rispondendo alle esigenze di un mercato in continua evoluzione. La visione strategica ha guidato l’azienda attraverso le sfide iniziali, riuscendo a costruire un brand riconosciuto nel settore. Con
impegno e tenacia Air-Dynamic ha sviluppato una ben definita cultura aziendale orientata al cliente, dove l’attenzione al servizio e la qualità sono valori imprescindibili. L’azienda ha investito in tecnologie avanzate per ottimizzare le operazioni e migliorare l’efficienza. Grazie ad un’ampia scelta di soluzioni e servizi Air-Dynamic è oggi in grado di soddisfare tutte le esigenze di una clientela diversificata.
Lo spettro delle attività va dall’organizzazione voli charter ad hoc di elicotteri VIP e VIP Jet (la base principale è a Lugano, ma vengono
organizzati voli con jet privati in tutto il mondo) alla vendita, acquisto e gestione di aeromobili in ogni Paese, nonché noleggio di elicotteri off-shore su yacht privati. Negli anni, l’azienda ha ampliato la flotta a disposizione, includendo una varietà di aerei e elicotteri moderni e sicuri ma assicurandosi anche accordi importanti con operatori del settore a livello internazionale Candlelight®, il celebre format di Fever, ha debuttato per la prima volta in Ticino. Circondati da migliaia di candele, centinaia di invitati hanno assistito a un raXinato medley di
brani contemporanei, eseguiti al pianoforte con intensità ed eleganza in un’atmosfera intima e avvolgente. L’Aeroporto di Agno, cornice di eccellenza per Air-Dynamic, si è così trasformato per una sera in un palcoscenico inedito e suggestivo, confermando come la musica possa esaltare anche gli spazi più esclusivi. L’energia e l’entusiasmo del pubblico hanno testimoniato la forza del format, già protagonista di serate indimenticabili in luoghi iconici come la Torre EiXel e il Burj Al Arab. Un debutto che ha confermato come la musica possa trasformare
qualsiasi luogo in un palcoscenico universale, creando connessioni autentiche ed emozioni condivise. Il successo della serata rappresenta un traguardo importante per Simonetta Rota Agency e Air-Dynamic, che con questo progetto hanno saputo portare nel cuore del Canton Ticino un’iniziativa di respiro internazionale, capace di valorizzare il territorio e aprirlo a nuove prospettive culturali ed esperienziali.
LA LOGISTICA ECONOMICA CHE SFIDA IL MERCATO
OLIVER MARCO TEPOORTEN, PRESIDENTE DEL GRUPPO
TEPOORTEN, RACCONTA LA NASCITA DI UNA NUOVA SOCIETÀ
E LA FILOSOFIA CHE L’HA ISPIRATA: INNOVARE, SEMPLIFICARE
E RIDURRE I COSTI SENZA RINUNCIARE ALLA QUALITÀ.
In un momento storico in cui i costi del trasporto crescono costantemente, parlare di tariffe più basse sembra quasi una provocazione. Eppure, è proprio da questa sfida che nasce COGES SA, la nuova società del Tepoorten Group SA. Fondata nel 2016 a Novazzano e successivamente rilevata dal gruppo, COGES rappresenta un’evoluzione naturale della lunga esperienza logistica di Franzosini, ma con una missione chiara: offrire ai clienti una soluzione ECOnomica, nel doppio senso del termine, economica nel prezzo ed ecologica nell’efficienza. Un progetto imprenditoriale coraggioso, che
unisce il pragmatismo svizzero all’intelligenza operativa di un sistema logistico ottimizzato.
Come nasce l’idea di COGES SA? «COGES SA non è una realtà nata ieri. La società esiste dal 2016 e operava già nel settore dei trasporti, ma con un’impostazione tradizionale. Quando il Tepoorten Group SA l’ha rilevata, abbiamo visto in quella struttura il potenziale per sviluppare qualcosa di nuovo. Non volevamo semplicemente gestire un’altra azienda di trasporti, ma creare un servizio complementare a quello offerto da Franzosini, così che ogni cliente possa scegliere la soluzione più adatta alle proprie esigenze. Oggi un’unica azienda può affidarsi al gruppo per gestire le proprie spedizioni attraverso due realtà distinte: Franzosini, per i trasporti premium e personalizzati, e COGES SA, per quelli ottimizzati e a tariffe ECOnomiche.
In questo modo diamo libertà di scelta e trasparenza, mantenendo qualità, affidabilità e coerenza di gruppo. Negli ultimi anni i costi di trasporto sono inevitabilmente aumentati a causa di fattori esterni come l’energia, la manodopera e la complessità
di una pianificazione più intelligente. COGES non rinuncia alla qualità, ma ottimizza i flussi, consolida le spedizioni e riduce i viaggi parziali.Abbiamo imparato che la vera economia non sta nel tagliare il servizio, ma nel farlo funzionare meglio».
operativa. Noi non abbiamo negato questa realtà, ma abbiamo voluto studiare un sistema capace di contrastarla, progettando una logistica più intelligente e razionale. COGES SA nasce proprio da questa esigenza: offrire un’alternativa complementare, che permetta di contenere i costi senza sacrificare sicurezza, puntualità e affidabilità del servizio».
Qual è questo compromesso?
«Il compromesso è accettabile e razionale: tempi di consegna leggermente più lunghi in cambio di tariffe sensibilmente più basse. Non si tratta di un servizio di seconda categoria, ma
Non rischiate così di spostare la clientela storica su una soluzione più economica?
«Al contrario. Quello che stiamo facendo è esattamente ciò che nel commercio al dettaglio viene praticato da anni: offrire più marchi o linee di servizio per rispondere a bisogni diversi, pur restando all’interno della stessa filosofia aziendale. Ogni cliente deve poter scegliere dove “fare la spesa”, per usare un paragone semplice, e spesso non si rende conto che due marchi diversi appartengono alla stessa proprietà. Noi vogliamo semplicemente offrire un servizio complementare, non alternativo.
Ci sono aziende che hanno necessità di consegne rapide e personalizzate, e continueranno a rivolgersi a Franzosini. Altre, invece, gestiscono trasporti meno urgenti e possono beneficiare di un approccio più economico e razionale, affidandosi a COGES SA. Questa strategia, lungi dal creare sovrapposizioni, è vincente perché porterà nuova clientela a tutte le società del gruppo, offrendo un ventaglio di possibilità che risponde in modo più completo alle diverse esigenze del mercato. Il vero valore aggiunto è poter offrire più soluzioni sotto un’unica visione imprenditoriale, senza mai compromettere la qualità».
COGES si presenta come “ECOnomica” anche in senso ambientale?
«Assolutamente sì. Il risparmio economico nasce da una logistica più efficiente, e una logistica efficiente è inevitabilmente più ecologica. Riducendo i viaggi vuoti, consolidando le rotte e gestendo meglio i flussi, si abbassano le emissioni e si riduce l’impatto ambientale. Non abbiamo inventato la sostenibilità, ma l’abbiamo resa praticabile per le piccole e medie imprese, che spesso la considerano un lusso. COGES SA dimostra che si può essere sostenibili senza aumentare i costi, anzi, riducendoli».
Qual è il cliente ideale di COGES SA?
«Non necessariamente chi cerca il prezzo più basso, ma chi cerca un equilibrio intelligente tra costo e servizio. COGES si rivolge a chi ha spedizioni regolari, ma non urgenti, e vuole mantenere standard di affidabilità elevati. È pensata per aziende che comprendono il valore dell’organizzazione e della programmazione. Il nostro cliente non è quello che chiede il trasporto per “domani”, ma
quello che pianifica oggi la spedizione di “dopodomani”, e si aspetta puntualità e trasparenza».
Come si inserisce COGES SA nel contesto del Tepoorten Group? «Rappresenta la naturale estensione del nostro gruppo. SA Luciano Franzosini resta il marchio storico, sinonimo di precisione e servizio personalizzato. Franzosini Italia Srl, con sede legale a Cantù e filiali a Clivio e Lavena Ponte Tresa, assicura la copertura operativa in Italia e l’integrazione doganale. Franzosini Monaco Sarl presidia il Principato di Monaco e l’area mediterranea francese con servizi su misura per quella piazza. Franzosini & Butti Ltd, con base a Dover, garantisce il collegamento con il Regno Unito e il Nord Europa. EZdatacenter SA è la realtà tecnologica del gruppo, dedicata alla digitalizzazione e alla gestione documentale. COGES SA completa l’offerta con trasporti ottimizzati e tariffe ECOnomiche. Ogni società mantiene una propria identità e specializzazione, ma tutte condividono la stessa visione: mettere il cliente al centro e usare l’innovazione per migliorare costi, tempi e qualità».
Una scelta controcorrente in un periodo complesso: perché farlo proprio adesso? «Perché è nei momenti difficili che si misura il coraggio imprenditoriale. Quando i costi aumentano, la tentazione è scaricarli sul cliente. Noi abbiamo preferito fare l’opposto: capire come ridurli. COGES SA non è un esperimento, è una visione concreta: ottimizzare, digitalizzare e rendere la logistica più accessibile. Non è un miracolo, è solo buon senso applicato con metodo. E in un mercato logistico dove tutti rincorrono il rincaro, forse la vera innovazione è avere il coraggio di abbassare i prezzi».
Con la nascita di COGES SA, il Tepoorten Group SA compie un ulteriore passo nella propria evoluzione. Dalla solidità storica di Franzosini alla presenza internazionale delle sue società estere, fino alla nuova frontiera della logistica ECOnomica, il gruppo conferma la propria vocazione all’innovazione e alla concretezza. Non si tratta di cambiare solo un modello di trasporto, ma di ridefinire un modo di pensare: quello in cui l’efficienza, la tecnologia e il rispetto del cliente convivono nella stessa direzione, verso un futuro più sostenibile e accessibile per tutti.
COGES SA
Via Torraccia 17 CH-6883 Novazzano T. +41 91 210 57 21 info@coges.ch
LA HALL DI PALAZZO MANTEGAZZA
WELLNESS
Piscina Mantapool di Ivana Gabrilo
PRIME – Fitness Personal Training
Rehability Paradiso – Centro di Medicina
Riabilitativa
The Longevity Suite
RESTAURANTS
Bistrot Sala eventi
LIFESTYLE
Mistretta Coiffure
Ticino Welcome
BOUTIQUE
ASSOS Boutique Lugano
Atelier Jeliel
Roberto’s News and Cigars
Disponibilità di un ampio autosilo
DANI GRÜNENFELDER, DIRETTORE GENERALE DELL’OMONIMO
GRUPPO, ILLUSTRA LE INIZIATIVE PROMOSSE PER FAVORIRE
LA FORMAZIONE E LA CRESCITA
DI GIOVANI TALENTI E DELINEA
LA STRATEGIA DI UN’AZIENDA
LEADER NELLA DISTRIBUZIONE
DI PRODOTTI ALIMENTARI
E NON FOOD IN TICINO.
GIOVANI CUOCHI CRESCONO
Avete lanciato il Premio Grünenfelder. Di che cosa si tratta e come è organizzata questa iniziativa?
«Il Premio Grünenfelder nasce dal desiderio di sostenere e valorizzare i giovani cuochi e cuoche al termine del loro percorso di formazione. L’idea è nata lo scorso anno, dopo la nostra partecipazione al concorso Poivrier d’argent in Ticino: lì abbiamo respirato tanta passione, e ci siamo detti che volevamo dare un contributo concreto ai futuri professionisti del settore. Il premio viene assegnato ogni anno ai neodiplomati Cuochi e Cuoche AFC. In collaborazione con il CPT di Lugano-Trevano, sono previsti tre premi principali e un eventuale premio speciale al merito. Oltre a voucher formativi presso Cast Ali -
menti, una delle scuole di cucina più prestigiose d’Italia, i vincitori riceveranno anche un viaggio a sorpresa in Europa o nel Mediterraneo: un modo per unire formazione e un meritato momento di relax».
Il vostro progetto è nato in collaborazione con il Centro Professionale Tecnico (CPT) di Lugano-Trevano: che cosa significa l’obiettivo di valorizzare i giovani talenti della cucina?
«Per noi significa creare un ponte tra scuola e mondo del lavoro. Il CPT è l’organo ufficiale per la formazione: è la direzione stessa a individuare i vincitori, in base ai risultati ottenuti agli esami finali. Questo approccio ci permette di premiare il merito, ma anche di riconoscere la passione e l’impegno dei ragazzi e delle ragazze. Valorizzare i giovani talenti vuol dire accompagnarli in un percorso di crescita che non si ferma al diploma, ma continua con nuove opportunità di formazione, esperienze all’estero, incontri con professionisti. In fondo, crediamo che la cucina del futuro nascerà proprio dalle idee e dalla creatività delle nuove generazioni».
La vostra azienda ha legato il suo sviluppo anche alla presenza delle giovani risorse che vi lavorano. In che modo promuovete la ricerca e la formazione continua di giovani competenze da inserire nell’organizzazione?
«In Grünenfelder crediamo molto nelle persone: il nostro sviluppo non
è fatto solo di prodotti e processi, ma soprattutto di competenze e valori condivisi. Per questo puntiamo su formazione continua, coaching interno e sulla possibilità di far crescere i giovani in un contesto stimolante. Promuoviamo la ricerca e l’innovazione attraverso collaborazioni con partner di eccellenza, nazionali e internazionali, e investiamo costantemente in percorsi formativi. Questo approccio ci consente non solo di attrarre nuove risorse, ma anche di farle crescere con noi, creando un ciclo virtuoso: giovani che imparano, sperimentano, e a loro volta portano nuove idee e nuove energie all’interno dell’azienda».
Quali sono le principali novità e tendenze che si vanno affermando nella distribuzione di prodotti alimentari e non food in Ticino? «Attualmente si sta assistendo ad un momento di forte difficoltà del settore della ristorazione privata: il reddito disponibile per le attività ricreative, tra cui il pranzo o la cena al ristorante, sono sempre più erose dai crescenti costi fissi. Chi si permetteva di uscire in compagnia o in famiglia una o due volte a settimana, oggi lo può forse fare una o due volte al mese. La conseguenza è una maggior selettività del consumatore, che uscendo meno, ricerca una maggior qualità dei prodotti e dei servizi. Il mondo della ristorazione è dunque di fronte ad un challenge importante: a prescindere dalla tipologia del locale, si tratta di sapere offrire della qualità e soprattutto di saperla raccontare, offrendo alla propria clientela delle vere e proprie esperienze, esperienze che vengono poi immediatamente fotografate e messe in rete, decretando successo o insuccesso immediato. Tutto ciò vale in effetti per qualsiasi tipo e livello di cucina, sia essa locale, etnica, o internazionale, inclusa la “semplice” pizza. In questa situazione di eccesso di offerta, gli esercizi pubblici che vogliono avere delle prospettive di successo a lun -
go termine, dovranno quindi quanto prima far tesoro di questi principi ed avere ben chiaro il motivo per cui il cliente dovrà proprio decidersi per il loro locale e non quello della concorrenza».
Quale prevede che possa essere l’evoluzione della vostra azienda e quale è stato l’impatto delle nuove tecnologie informatiche e digitali?
«La nostra azienda ha puntato da tempo sulla digitalizzazione: oggi molti processi interni sono già supportati da strumenti informatici che ci permettono di lavorare in maniera più efficiente, precisa e veloce. Questo ci ha dato un grande vantaggio competitivo, liberando tempo ed energie da dedicare a ciò che conta di più: la qualità del prodotto e il rapporto con i clienti. In questo momento ci stiamo avvicinando con interesse al mondo dell’intelligenza artificiale, che riteniamo possa diventare un valido alleato per semplificare e velocizzare ulteriormente i processi interni. Lo vediamo meno nel contatto diretto con il cliente, dove crediamo che il valore umano e la relazione personale rimangano insostituibili. Per il futuro immaginiamo un’azienda sempre più innovativa, capace di integrare tecnologia e competenze umane in modo armonico: da un lato efficienza e rapidità, dall’altro passione e professionalità, che sono e resteranno il cuore del nostro lavoro».
UN’IMPRESA RESPONSABILE PER UN DOMANI SOSTENIBILE
Essere un punto di riferimento nel settore della sicurezza significa molto più che garantire protezione e affidabilità. Significa assumersi una responsabilità profonda verso le persone, il territorio e la comunità, mettendo competenze e attenzione al servizio del bene comune, con una visione lungimirante e concreta. Per Gruppo Sicurezza, questa visione è diventata un principio guida: la responsabilità sociale non è un’iniziativa accessoria, ma una cultura viva, parte integrante dell’identità aziendale. Nel 2023 è nato così Idee che Valgono, un progetto che a gennaio 2026 compirà tre anni e che oggi rappresenta un vero e proprio ecosistema di relazioni, esperienze e azioni, dove
GRUPPO SICUREZZA DIMOSTRA CHE LA RESPONSABILITÀ SOCIALE NON È UN DOVERE, MA UNA SCELTA STRATEGICA E IDENTITARIA, UN NUOVO MODO DI FARE IMPRESA CHE GUARDA AL FUTURO CON CONSAPEVOLEZZA, TRASPARENZA E PASSIONE, TRASFORMANDO SICUREZZA, PARTECIPAZIONE E BENESSERE IN UN IMPEGNO CONCRETO E DURATURO VERSO LA COMUNITÀ.
ogni individuo contribuisce, con il proprio impegno, alla costruzione di un valore condiviso. Non un semplice programma di CSR, ma una piattaforma peer to peer in cui collaboratori, partner e comunità si influenzano reciprocamente in un processo continuo di contaminazione positiva dei valori, che trasforma l’impresa in un agente di cambiamento sociale. L’obiettivo è semplice e ambizioso: rafforzare il legame tra impresa e società, dando sempre più voce al benessere e alla motivazione dei nostri collaboratori, mettendo il valore umano al centro di ogni scelta strategica e operativa.
L’impegno che si misura sul campo
In soli tre anni, le collaborazioni con associazioni e fondazioni del Ticino sono cresciute da 4 a 7, segno di una rete sempre più solida e di un dialogo costante con il territorio. Questo ampliamento testimonia non solo la volontà di essere presenti, ma anche la capacità di costruire relazioni di fiducia durature, fondate sulla condivisione di valori e obiettivi comuni. Allo stesso tempo, i collaboratori del Gruppo hanno dedicato oltre 650 ore di volontariato, confermando che l’impegno diretto è la forma più au-
tentica e tangibile di responsabilità sociale. Le attività sostenute spaziano dal volontariato operativo – supporto logistico per eventi nella sede di Bironico, raccolta di abiti e prodotti per l’igiene personale, servizio pasti e gestione della raccolta differenziata – fino alla partecipazione alla rassegna gARTen della Fondazione Lombardi, dove da tre anni i collaboratori garantiscono sicurezza e accoglienza con dedizione e professionalità. Tra le iniziative più significative spicca la collaborazione con la Fondazione OTAF, che nel 2023 ha portato al finanziamento della sala Snoezelen, uno spazio multisensoriale dedicato al benessere dei bambini, e nel 2025 all’acquisto di nuovi materiali ludici per la sala di psicomotricità. Questi gesti hanno un impatto profondo sulla qualità della vita di molte famiglie e testimoniano come l’impegno aziendale possa trasformarsi in un valore sociale reale, capace di lasciare un’impronta positiva duratura.
Persone al centro, dentro e fuori l’azienda
L’attenzione verso l’esterno trova pieno riscontro all’interno dell’organizzazione, dove cura, crescita e motivazione dei collaboratori rappresentano pilastri fondamentali della cultura aziendale.
Negli ultimi anni, Gruppo Sicurezza ha organizzato quattro Family Day, momenti di incontro e condivisione pensati per rafforzare il senso di appartenenza e la coesione dei team, coinvolgendo attivamente anche le famiglie dei collaboratori. Questi eventi hanno contribuito a creare un ambiente lavorativo più umano, dove il valore della relazione e della comunità si traduce in una migliore collaborazione e soddisfazione professionale. Grazie alla partecipazione attiva al Forum sulla gestione della salute aziendale, è stato possibile condurre tre sondaggi interni che hanno fornito indicazioni preziose per migliorare la qualità della vita lavorativa e valorizzare la motivazione individuale. Il Forum GSA ci ha inoltre permesso di sviluppare e adottare metodologie innovative di leadership, più consapevoli e partecipative, che promuovono un approccio peer to peer alla crescita delle persone, favorendo lo scambio orizzontale di competenze, esperienze e valori.
Nel 2026 il percorso proseguirà con due sondaggi annuali mirati a monitorare engagement e fidelizzazione dei collaboratori. In parallelo, nuove convenzioni, progetti formativi e iniziative di welfare arricchiranno ulteriormente la vita aziendale, consolidando un approccio che pone al centro equilibrio, motivazione e benessere complessivo, elementi essenziali per una strategia d’impresa sostenibile.
I talenti in azienda come portatori di valori In un contesto sociale segnato da un incremento demografico negativo e da un mercato del lavoro in evoluzione, Gruppo Sicurezza riconosce nei giovani talenti una risorsa strategica non solo per la crescita economica, ma anche per la rigenerazione valoriale del tessuto imprenditoriale e sociale. I nuovi ingressi in azienda non sono solo portatori di competenze, ma ambasciatori di nuovi valori, promotori di inclusione, sostenibilità e innovazione culturale. L’incontro tra generazioni diventa così una forma di contaminazione virtuosa: le esperienze dei più maturi si intrecciano con la visione e l’energia dei più giovani, generando una cultura aziendale dinamica, aperta e capace di evolvere insieme alla società.
Da progetto a struttura dedicata alla CSR aziendale Tutte queste azioni convergono verso un obiettivo ambizioso: trasformare Idee che Valgono in una struttura autonoma, stabile e permanen-
te all’interno dell’azienda, capace di coordinare in modo continuativo progetti di volontariato, collaborazioni e iniziative sociali, garantendo efficacia e continuità. È l’evoluzione naturale di un percorso che ha radici profonde, fondato su tempo, risorse dedicate e una governance strutturata, pensata per valorizzare e potenziare nel lungo periodo l’impegno sociale e umano dell’azienda.
Un modello ispiratore per un futuro condiviso In un contesto economico e sociale in cui le imprese sono sempre più chiamate a generare un impatto positivo e misurabile, Gruppo Sicurezza si distingue per un approccio integrato che coniuga competenza, etica e vicinanza al territorio. Essere parte del territorio significa non solo proteggere le persone, ma contribuire attivamente a costruire una comunità più coesa, consapevole e solidale, dove ogni gesto può produrre effetti tangibili e duraturi. La responsabilità sociale dell’azienda non è fatta di iniziative sporadiche, ma di una cultura condivisa, che cresce e si rafforza grazie all’impegno quotidiano delle persone che la vivono. Ogni azione diventa così un tassello di un mosaico comune, capace di ispirare fiducia, stimolare coesione sociale e generare valore collettivo.
CONNETTERE LA COMUNITÀ, CREARE NETWORK, POTENZIARE LE COMPETENZE
CON QUESTI OBIETTIVI È STATA
COSTITUITA CALLNET.CH, RETE
COLLABORATIVA E INCLUSIVA DI PROFESSIONISTI DEL SERVIZIO ALLA CLIENTELA, CHE NE VALORIZZA LE SPECIFICITÀ LINGUISTICHE
E CULTURALI. CE LA PRESENTANO
JONATHAN SALA, HEAD CSC
SVIZZERA ITALIANA RAIFFEISEN, MEMBRO CDA CALLNET.CH E HEAD
GRUPPO DI LAVORO SVIZZERA ITALIANA; GIOVANNI CAVUOTI, RESPONSABILE CONSULENZA
DIRECT BANKING BPS;
NICOLE VERGA FISCHLI, HEAD OF SERVICE & SUPPORT LUGANO CORNÈRCARD.
Partiamo da una necessaria premessa: cos’è Callnet.ch e come si è arrivati alla sua costituzione?
JONATHAN SALA: «Callnet.chSwiss Contact Center Association è stata creata nel 1997 con lo scopo di favorire uno scambio di tecnologie e metodi riguardanti tutto ciò che ruota intorno al mondo del Servizio alla Clientela. La nostra missione è quella di connettere le persone, creare opportunità di crescita e sviluppo professionale. Attraverso la connessione delle persone e la formazione mirata, puntiamo a potenziare le competenze dei nostri membri, elevando gli standard qualitativi e promuoven -
do l’eccellenza operativa ai diversi livelli. Mediante l’organizzazione di eventi, formazioni specializzate e iniziative collaborative, perseguiamo l’obiettivo di costruire una comunità attiva e solidale di professionisti favorendo la condivisione delle conoscenze, la protezione dei dati e dei consumatori, il miglioramento continuo e l’innovazione nel settore, promuovendo pratiche etiche e sostenibili che mettano al centro le persone, sia all’interno che all’esterno delle nostre organizzazioni».
Come è organizzata Callnet.ch a livello svizzero e quali aziende vi aderiscono?
JONATHAN SALA: «La nostra origine è nella Svizzera tedesca ed è infatti quella la regione dove si registra il maggior numero di adesioni. Callnet.ch ha sempre operato nelle regioni; i nuovi gruppi di lavoro, come quello della Svizzera Italiana, sono stati creati con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente la presenza sul territorio. Il nostro ruolo di connettori tra le esigenze da un lato delle società che ai vari livelli sono comunque impegnate nella gestione di una clientela e dall’altro di chi produce i tools necessari all’erogazione di tali servizi, determina il fatto che alla nostra associazione ade -
riscano praticamente tutti gli operatori professionali del settore e che vi sia rappresentato ogni comparto produttivo, commerciale, dei servizi e dell’amministrazione pubblica».
I servizi al cliente sono oggi chiamati a confrontarsi con una trasformazione tecnologica che accanto a indubbi vantaggi rischia anche di creare confusione e disorientamento…
JONATHAN SALA: «È questo senza dubbio un punto fondamentale. Il problema è proprio quello di riuscire ad offrire al cliente una gamma completa di servizi all’interno della quale sia possibile scegliere la modalità di contatto che meglio corrisponde alle sue aspettative, dall’utilizzo delle tecnologie più innovative al ricorso alle forme più tradizionali di rapporto interpersonale. Multicanalità, riduzione dei tempi d’attesa, personalizzazione delle risposte, orientamento ed interazione con l’azienda sono tutti valori dai quali non più possibile prescindere e da cui dipende, in ultima analisi, la qualità e il gradimento del contatto e del servizio al cliente».
In che modo l’AI può essere utilizzata per migliorare le prestazioni dei Contact Center?
NICOLE VERGA FISCHLI: «Attraverso chatbot e voicebot intelligenti, è possibile automatizzare le interazioni di primo livello, come lo screening delle chiamate e rispettivamente la categorizzazione e l’indirizzamento verso i consulenti corretti e specializzati questo riduce i tempi di attesa e alleggerisce il carico di lavoro dei consulenti. Questo consente di ottimizzare l’efficienza operativa, permettendo ai consulenti di concentrarsi su richieste più complesse e di maggior
valore potendo così dare una migliore consulenza ai clienti. Inoltre, l’AI supporta i consulenti in tempo reale, suggerendo risposte pertinenti e fornendo un accesso immediato alle informazioni necessarie, migliorando così sia la velocità che la precisione delle risposte. L’Intelligenza Artificiale contribuisce a migliorare l’efficienza dei processi, rendendo l’intero sistema più agile e aumentandone la qualità, sia per i clienti che per i consulenti.
In questo contesto, il Contact Center si trasforma da un semplice centro di costo a un canale strategico, il quale avendo la visione a 360° del cliente risulta fondamentale per costruire relazioni durature e di valore. Sebbene affidare compiti all’automazione possa sembrare una scelta delicata, le aziende che adottano rapidamente queste soluzioni registrano, con ogni probabilità, un miglioramento significativo della produttività e della soddisfazione della clientela. Da non dimenticare inoltre le potenzialità degli strumenti di AI per generare al termine della conversazione trascrizione delle chiamate e report di attività da svolgere nonché una statistica precisa sulle chiamate e sul tasso di soddisfazione della clientela. Non bisogna inoltre dimenticare che sistemi evoluti sono anche in grado di percepire il tono della voce del cliente e determinare il grado di soddisfazione in maniera del tutto autonoma. Possiamo inoltre pensare a sistemi di traduzione in tempo reale i quali possono migliorare la comunicazione con la clientela eliminando le barriere linguistiche».
L’AI può avere un forte impatto anche per quanto riguarda la formazione del personale?
NICOLE VERGA FISCHLI: «Assolutamente sì. Attraverso scenari e simulazioni virtuali, i responsabili possono sviluppare programmi di formazione più efficaci e coinvolgenti. Gli assistenti virtuali possono supportare inoltre i consulenti durante le interazioni con i clienti, fornendo in tempo reale informazioni utili e suggerimenti nel dare risposte più appropriate o per proporre anche nuovi prodotti. In questa maniera si può ridurre il tempo di formazione del team e aumentare le sue performance. L’AI può anche fungere da assistente alla conoscenza fornendo appunto risposte contestuali e aggiornate durante la chiamata con il duplice risultato di formare il consulente e di migliorare la qualità del servizio».
Quali altri vantaggi possono derivare ad un’azienda dalla propria adesione a Callanet.ch?
GIOVANNI CAVUOTI: «Vorrei sottolineare il fatto che per una regione di limitate dimensioni qual è il Ticino riveste una particolare importanza l’opportunità che Callnet.ch offre di condividere esperienze, creando le condizioni per costituire una vera e propria community al cui interno le attività di networking costituiscono un autentico valore aggiunto. In questa prospettiva, dopo l’evento tenutosi a Lugano nello scorso marzo, organizzeremo già nei prossimi mesi ulteriori occasioni di incontro incentrati su tematiche di grande interesse come la formazione e la customer experience».
IL MODELLO TICINESE DELLA CONSULENZA INTEGRATA A 360°
NEGLI ULTIMI ANNI IL GRUPPO
PAGANI HA RAFFORZATO
LA PROPRIA PRESENZA IN TICINO E OLTRE GOTTARDO.
Quali sono oggi le dimensioni e le aree chiave di attività?
STUDIO FIDUCIARIO
PAGANI SA
www.paganigroup.com
«Le origini del Gruppo risalgono agli anni Sessanta, quando Enrico Pagani avviò un’attività orientata a offrire un servizio completo ai propri clienti. I figli Matteo e Giovanni hanno raccolto quell’eredità, costruendo un Gruppo composto da otto società che operano in stretta sinergia per rispondere alle esigenze di una clientela diversificata, dai privati alle PMI, dagli enti pubblici alle multinazionali. Oggi il Gruppo Pagani conta sei soci attivi e oltre cinquanta collaboratori, con sedi operative a Lugano, Bellinzona, Zugo, Singapore e Taiwan. Una presenza che conferma la solidità di un modello fondato su una consulenza tailor made a
360°, unica nel panorama ticinese, capace di integrare in modo sinergico competenze aziendali, fiscali, contabili, finanziarie e immobiliari. L’obiettivo è offrire a imprese e famiglie un interlocutore unico, in grado di accompagnarle in ogni fase del percorso - dalla gestione quotidiana alle decisioni strategiche di crescita o riorganizzazione - con soluzioni personalizzate e orientate ai risultati».
Qual è il ruolo del Family Advisor nel vostro modello di consulenza?
«Il Family Advisor segna un passaggio importante nell’evoluzione del nostro modello integrato. Con l’arrivo di Alessandra Gianella, il Gruppo si è strutturato per offrire un servizio capace di mettere in sinergia le competenze finanziarie, immobiliari e aziendali sotto la guida di un unico referente di fiducia. Alla base vi è la convinzione che i valori personali e familiari rappresentino il punto di partenza per costruire strategie efficaci e sostenibili. Il nostro approccio si fonda su indipendenza, esperienza e multidisciplinarità, con l’obiettivo di sviluppare soluzioni centrate su ciò che per il cliente ha davvero valore.
Il Family Advisor non è un semplice consulente, ma un ponte tra le diverse competenze del Gruppo, capace di creare sinergie efficaci tra le aree patrimoniale, immobiliare e aziendale. Un modo per consolidare
Federica Crippa
Andrea Peduzzi
il rapporto con le famiglie imprenditoriali e accompagnare le imprese nella continuità generazionale, con un interlocutore unico di fiducia».
Che ruolo ha la nuova sede di Bellinzona nella strategia del Gruppo?
«L’apertura della sede di Bellinzona segna un passo naturale nell’espansione del Gruppo Pagani, che estende al Sopraceneri le competenze specialistiche sviluppate negli anni nella consulenza fiscale e aziendale. Guidata da Federica Crippa, la struttura offre un servizio completo in ambito contabile, fiscale e paghe, con un approccio multidisciplinare e personalizzato, basato su un unico referente di fiducia ma supportato dalla forza di un team di specialisti di comprovata esperienza. Un modello che garantisce servizi di quali-
tà a costi competitivi, proposti in formula forfettaria per assicurare massima trasparenza e nessuna sorpresa al cliente, adattandosi tanto alla ditta individuale quanto alla società più strutturata.
In sinergia con le sedi di Lugano e Zugo, il Gruppo rafforza così la propria presenza capillare sul territorio ticinese, ponendosi come partner strategico delle imprese dell’Alto Ticino e accompagnandole nei percorsi di crescita anche oltre Gottardo».
Come si è evoluta la sede di Zugo, crocevia strategico tra Ticino e Svizzera tedesca, e quale ruolo riveste oggi?
«In soli tre anni la sede di Zugo ha conosciuto una crescita costante sotto la guida del Partner Andrea Peduzzi, che ha ampliato il portafoglio clienti e rafforzato le relazio -
ni con imprese locali e internazionali. La presenza settimanale del Partner Nicola Franchini ha ulteriormente potenziato la struttura, favorendo una gestione sinergica dei dossier complessi e un supporto continuo alle realtà in fase di crescita o internazionalizzazione. Oggi Zugo è un polo strategico di consulenza aziendale e fiscale, punto di riferimento per le imprese ticinesi che guardano alla Svizzera tedesca e per le aziende estere che scelgono il mercato elvetico. La clientela spazia da PMI e gruppi familiari a investitori cross-border, attratti dal contesto competitivo e dal dinamismo economico del Cantone, una piattaforma ideale per sviluppare nuove opportunità di crescita».
OLTRE LA POLIZZA: IL VALORE DI UN BROKER CHE SA DOVE GUARDARE
ARES INSURANCE SERVICES
È ATTIVO NON SOLO SUL
MERCATO LOCALE, MA ANCHE
A LIVELLO INTERNAZIONALE, GRAZIE ALLA POSSIBILITÀ
DI LAVORARE CON I LLOYD’S DI LONDRA E CON COMPAGNIE ESTERE SPECIALIZZATE IN AMBITI DI NICCHIA.
Ares Pagnamenta, CEO & Founder
Quando serve davvero, l’esperienza fa la differenza.
E non si improvvisa.
ARES Insurance Services è da sempre un punto di riferimento per chi cerca soluzioni assicurative solide, su misura e adatte al contesto reale in cui vive o lavora. Ma oggi vogliamo andare oltre: vogliamo raccontare un aspetto meno visibile, eppure decisivo, del nostro lavoro.
Il ruolo del broker assicurativo non si esaurisce con la stipula di una polizza. Inizia ben prima, nella fase di analisi e valutazione dei rischi e continua nel tempo, soprattutto quando qualcosa non va come previsto e subentra la necessità di gestire e liquidare un sinistro.
In questi casi, la vera differenza non la fa il prodotto assicurativo, ma chi sta al tuo fianco per interpretarlo, difenderlo e farlo valere. È qui che entra in gioco un know-how raro, quello di professionisti che non si limitano a leggere un contratto, ma che conoscono il linguaggio delle compagnie, i margini di trattativa, le dinamiche interne e le clausole critiche. Oggi pochissimi broker in Svizzera possono contare su un team interno che unisce competenze tecniche in ambito di risk management e una solida esperienza nella gestione dei sinistri complessi. ARES Insurance Services è tra questi. Da oltre dieci anni, ci distinguiamo
per la capacità di coniugare una visione strategica a una conoscenza tecnica approfondita del mercato assicurativo svizzero e internazionale. Questo significa garantire ai clienti non solo la giusta copertura, ma anche la certezza di poter contare su un interlocutore che sa muoversi tra normative, culture assicurative e modalità operative diverse.
Non solo consulenza, ma strategia assicurativa
Quando si parla di “risk management”, molti pensano a qualcosa di astratto o solo per grandi multinazionali. In realtà, è proprio nei dettagli quotidiani come un ampliamento di attività, un cambio di destinazione d’uso, una nuova macchina operativa che si celano i rischi che, se mal valutati, possono compromettere la stabilità di un’azienda. Valutare i rischi significa leggere tra le righe del business e capire cosa cambia davvero tra una flotta logistica e una flotta commerciale, tra un deposito e un laboratorio, tra un collaboratore operativo e una figura dirigenziale. E significa, soprattutto, saper anticipare e non solo reagire a potenziali criticità.
Gestione sinistri: dove si misura il valore reale Un’assicurazione non si valuta solo al momento della sottoscrizione, ma quando serve davvero in
caso di sinistro. Ed è proprio lì che molte aziende si rendono conto di non essere davvero coperte… o di esserlo solo sulla carta. Gestire un sinistro richiede prontezza, precisione e autorevolezza. Serve sapere come comunicare con le compagnie, quali documenti produrre, come ricostruire la dinamica, quali spazi di manovra sono possibili per far valere i propri diritti. Serve, in sintesi, chi ha già affrontato casi complessi e ha costruito negli anni relazioni solide con i principali assicuratori, in Svizzera e all’estero.
Un supporto completo,
dalla A alla Z
Per i nostri clienti questo significa una sola cosa: avere un partner che non si limita a mediare tra cliente e compagnia, ma che entra in campo, analizza, propone, tratta, gestisce e che, quando le cose si complicano, ci mette la faccia. Per noi essere broker vuol dire esserci sempre. Nel nostro team ci so -
no figure che vantano una lunga esperienza nel mondo assicurativo, che hanno gestito sinistri per le compagnie e ora mettono questo know-how al servizio dei nostri assistiti. Un valore aggiunto che oggi più che mai fa la differenza, soprattutto in tempi in cui le polizze diventano sempre più complesse e i margini di errore si fanno stretti. Non si può purtroppo fare a meno di menzionare la crescente superficialità e la scarsa competenza di molti addetti ai lavori nella gestione e liquidazione dei sinistri.
Quando scegli un broker, scegli molto più di un prezzo
In un’epoca in cui si tende a ridurre tutto a una questione di costi, noi continuiamo a credere nel valore della competenza, perché un broker esperto che sa dove guardare e come intervenire, può far risparmiare tempo, denaro e preoccupazioni. Non basta avere una polizza, serve saperla usare e noi siamo qui per questo.
ARES INSURANCE SERVICES
T. +41 (0)91 930 99 90
info@aresinsurance.ch www.aresinsurance.ch
HA APERTO DA POCHI MESI
GIS THE INTERNATIONAL SCHOOL OF LUGANO, ANIMATA DA UN INNOVATIVO PROGETTO DIDATTICO E FORMATIVO.
CE LA PRESENTANO MARCO
CONSONNI FUNDING PARTNER
DEL GRUPPO GIS E LA DOTT.SSA
EMANUELA FERLONI
EDUCATIONAL DIRECTOR
DEL GRUPPO.
BE HERE, BE UNIQUE, BELONG
Da sinistra: Andrew Ackers, Preside del GIS Monza, Marco Consonni, Fondatore, Emanuela Ferloni, Direttrice educativa del gruppo GIS, Graeme Wallbank, Preside del nostro Campus di Lugano e Terry Haywood, nostro Consulente didattico.
Quali sono gli elementi più importanti che caratterizzano la visione di GIS – The International School of Lugano?
M.C.: «La visione di GIS The International School of Lugano nasce da lontano, dall’esperienza consolidata del GIS Group of International Schools, presente da oltre vent’anni nel panorama educativo internazionale. Una visione che unisce innovazione pedagogica e valori umani, con l’ambizione di creare un ambiente in cui ogni bambino possa scoprire il proprio potenziale, coltivare la propria identità e crescere come cittadino globale.
L’esperienza maturata nelle altre scuole internazionali fondate e gesti-
te in precedenza dallo stesso team direzionale di GIS, ci ha insegnato a dare valore alle istanze di numerose famiglie che scelgono un’educazione internazionale in lingua inglese per i propri figli, ma che al contempo vogliono mantenere un focus di qualità sulla lingua e sulla cultura italiana».
Come sono distribuite le vostre sedi nel mondo?
M.C.: «GIS- The International School of Lugano fa parte del GIS Group of International Schools, una rete educativa che si estende tra l’Italia, il Brasile e la Svizzera. Il gruppo comprende sedi consolidate come GIS Monza, GIS Sao Paulo, oltre a collaborazioni con altre realtà IB che condividono la nostra stessa visione educativa.
L’obiettivo è costruire un sistema coerente di scuole che parlano la stessa lingua educativa, pur rispettando le specificità di ogni territorio. Vogliamo che le nostre scuole non perdano la propria identità radicata nel contesto culturale di appartenenza, ma che la sviluppino come elemento di forza».
Possiamo brevemente riassumere i pilastri su cui si fonda il vostro approccio educativo?
E.F.: «Il nostro approccio educativo si fonda su cinque valori chiave che ispirano ogni aspetto della vita scolastica. Questi sono i valori di riferimento per i nostri studenti, grandi e piccoli, gli insegnanti e le famiglie. L’Eccellenza, come impegno costante a dare il meglio di sé e a valorizzare il talento di ciascuno; coltiviamo un mindset che miri all’eccellenza, non solo accademica ma ad esempio per alcuni anche nelle arti e nello sport. I Principi umani, perché crediamo che rispetto, empatia, collaborazione, lealtà e integrità personale siano il
cuore della crescita personale. Ora più che mai le qualità umane saranno quelle che faranno la differenza sia in campo professionale che personale. La Cittadinanza globale, che incoraggia apertura mentale, curiosità verso il mondo e responsabilità verso la comunità; i programmi IB instillano questa apertura mentale sin dai primi passi e offrono sempre prospettive ampie, educando alla flessibilità e al cambiamento. Il Multilinguismo, come strumento per connettersi con culture diverse e pensare in modo flessibile; oltre al bilinguismo Inglese e Italiano, lingue veicolari del curriculum, introduciamo la lingua tedesca sin dalla scuola dell’infanzia. Per i più grandicelli abbiamo corsi di mandarino, spagnolo e francese. Altro nostro pilastro è l’Apprendimento continuo, che accompagna studenti e insegnanti in un percorso di crescita permanente. È la chiave per vivere con successo in una società in continua evoluzione.
A Lugano questi principi prendono vita in un contesto ispirato ai programmi IB (International Baccalaureate) e ai valori pedagogici di Reggio Emilia, in cui il bambino è protagonista del proprio apprendimento».
Avete di recente inaugurato il nuovo campus di via Senago. Come è organizzata questa struttura e quali servizi offre?
E.F.: «Il nuovo campus di via Senago rappresenta bene la nostra idea di scuola: un luogo in cui lo spazio diventa parte integrante del processo educativo. Ogni ambiente è stato progettato per essere accogliente, luminoso e flessibile, favorendo il senso di appartenenza, la collaborazione e la creatività.
Accoglie attualmente le sezioni di Scuola dell’infanzia, della scuola Pri-
maria e Media, ma è stato concepito come un progetto in evoluzione, destinato a crescere insieme ai nostri studenti. Infatti già stiamo lavorando per aprire da Gennaio 2026 il secondo piano che sarà interamente dedicato alla scuola media e all’apertura del Liceo nel settembre 2026. Tutto il piano terra è dedicato agli spazi dei piccoli, aule connesse da atelier condivisi, la piazza reggiana che funge da fulcro di attività comuni, zone verdi per l’apprendimento outdoor. Gli spazi della scuola primaria e media sono organizzati per stimolare la curiosità e l’esplorazione: laboratori scientifici e artistici, biblioteca, e un’area dedicata allo sport e al benessere degli studenti. La scuola offre inoltre servizi di pre-e after-school care, attività extracurriculari di alta qualità e un servizio mensa che pone attenzione a una nutrizione sana e sostenibile».
Come si raggiunge il vostro dichiarato obbiettivo di coniugare radici locali e respiro internazionale?
E.F.: «Questo equilibrio è uno degli aspetti che più caratterizzano la nostra identità. Essere una scuola internazionale non significa perdere il legame con la cultura e le tradizioni locali, ma anzi farle dialogare con una visione globale. A Lugano abbiamo scelto un modello bilingue, in cui inglese e italiano convivono come lingue veicolari dell’apprendimento. A ciò si aggiunge l’insegnamento del tedesco, lingua del territorio elvetico, introdotta già dalla scuola dell’infanzia. Que -
sto approccio linguistico non è solo uno strumento di comunicazione, ma anche di identità: permette ai bambini di sentirsi parte del contesto locale, pur acquisendo competenze e apertura verso il mondo. Nei nostri programmi valorizziamo il patrimonio culturale, artistico e naturale del Ticino, che diventa terreno di esplorazione e conoscenza. Allo stesso tempo, i progetti internazionali e le connessioni con il network delle scuole IB offrono esperienze che aprono orizzonti e favoriscono una mentalità globale».
In che modo una scuola come la vostra può contribuire a formare giovani generazioni aperte ad una dimensione di cittadini del mondo?
M.C.: «Crediamo che formare cittadini del mondo significhi prima di tutto educare persone consapevoli, responsabili e capaci di pensiero critico. Attraverso i programmi IB, i bambini imparano fin da piccoli a porsi domande, a costruire significato, a cercare risposte condivise e ad agire con empatia e spirito di collaborazione. Il nostro scopo è che ogni studente esca da GIS con una forte consapevolezza di sé e del proprio ruolo nel mondo, pronto ad affrontare le sfide future con curiosità, coraggio e un autentico senso di responsabilità verso gli altri e verso il pianeta». www.gisschoollugano.ch
MAI COME NEGLI ULTIMI ANNI
SONO STATE RICERCATE SOLUZIONI PER UNA MOBILITÀ
SOSTENIBILE A ZERO EMISSIONI.
ORA QUESTO OBBIETTIVO
SEMBRA DAVVERO A PORTATA DI MANO, COME CI RACCONTA
ALESSIA CESARINI, CO-FOUNDER
CON ALI J. SAADUN DI GOTA
ENERGY, UNA STARTUP TICINESE
CHE HA SVILUPPATO UN PROCESSO CHIMICO INNOVATIVO
PER CONVERTIRE L’ALCOL
IN BENZINA ECOLOGICA IN GRADO DI RIDURRE LE EMISSIONI DI CO2
FINO AD OLTRE IL 90%, TENENDO AL TEMPO STESSO CONTO DELLA
REALTÀ DEL PARCO VEICOLI
ESISTENTE E DELL’ATTUALE SISTEMA
DISTRIBUTIVO DEL CARBURANTE.
Non passa giorno senza avere notizia di un qualche contributo al dibattito sulla lotta all’inquinamento atmosferico prodotto dal settore della mobilità, ma occorre prendere atto che l’abolizione dei motori a combustione sia una strada difficilmente percorribile, quantomeno sul breve periodo.
LA BENZINA CHE NON INQUINA
Il sogno di modalità di trasporto a zero emissioni si scontra con l’impossibilità di attendersi un’uscita di scena su scala globale dei tradizionali motori termici, ma nel contempo occorre riconoscere gli attuali limiti tecnologici, economici e politici della mobilità elettrica. Ricorrere a carburanti alternativi per alimentare i propulsori termici appare dunque una soluzione al momento particolarmente interessante e il percorso di adattamento tecnologico e sociale sembra essere decisamente più agevole, garantendo comunque un abbattimento significativo delle emissioni nocive.
«Il fulcro della nostra ricerca – spiega Alessia Cesarini – consiste nell’aver individuato e sviluppato un processo per trasformare l’alcol, generato at-
traverso fermentazione, in una miscela equivalente a quella derivante dal petrolio e quindi perfettamente compatibile con gli attuali motori, infrastrutture e stazioni di rifornimento. Vorrei sottolineare il fatto che un laboratorio esterno ha confermato l’equivalenza della benzina Gota con la normale Senza Piombo 95». Alla domanda di come siano arrivati a questo risultato, Alessia ride e racconta divertita: «Non parlerei di casualità ma certo si sono verificate alcune circostanze molto particolari. Nel 2021, nell’ambito del mio Dottorato in ingegneria chimica, svolto presso il Politecnico Federale di Zurigo e l’Empa (Swiss Federal Laboratories for Materials Science and Technology), ero impegnata da alcuni mesi in un progetto avente come scopo lo sviluppo di un processo
per la produzione di carburanti sostenibili partendo da materie prime ecologiche non derivanti dal petrolio, come appunto l’alcol. Un giorno, il mio collega Ali J. Saadun - poi diventato co-fondatore di Gota Energy - entra nel mio laboratorio e avverte forte un odore che gli rammenta quello caratteristico di una stazione di rifornimento. Decidiamo di andare subito presso il più vicino distributore di benzina dove acquistiamo alcuni litri di Senza Piombo 95. La analizziamo e la confrontiamo ai liquidi sintetici prodotti in laboratorio, scoprendo che la composizione era molto simile: dunque il nostro processo, grazie agli specifici materiali utilizzati come catalizzatori, era in grado di trasformare del semplice alcol in benzina. Più preci-
samente, il valore della nostra scoperta consiste nell’aver individuato, e brevettato, dei materiali che risultano essere i più idonei a trasformare l’alcol, che è una molecola singola, in quel mix di circa 250 molecole che compongono la benzina». I vantaggi offerti dal carburante prodotto da Gota Energy sono evidenti. In primo luogo il fatto che pur essendo totalmente sostitutivo nei suoi componenti rispetto alla benzina tradizionale, risulta essere del tutto compatibile con i motori termici attualmente utilizzati, senza necessità di operare sostituzioni o modifiche. Inoltre, questa benzina non implica per la sua fabbricazione processi ad alte temperature accrescendo in modo rilevante la sicurezza delle diverse fasi produttive. A ciò si aggiunga il fatto che le case automobilistiche, stante l’attuale crisi che attraversa tutto il settore dell’auto, cominciano a guardare con una disponibilità diversa alle possibili soluzioni inerenti i carburanti sintetici. «Negli ultimi mesi, oltre che approfondire tutte le tematiche relative alle normative in materia vigenti a livello svizzero ed europeo, abbiamo stabilito proficue relazioni con le autorità responsabili del settore e ci siamo confrontati con realtà innovative già presenti nel mondo, prima fra tutte quella brasiliana. Per quanto riguarda poi la strutturazione della nostra startup ci siamo rivolti a Fondazione Agire, ricevendone un
utile supporto per tutto ciò che attiene alla costruzione del nostro modello di business. Questo passaggio, che potremmo definire “di formazione”, si è poi concretizzato nella partecipazione a Boldbrain Startup Challenge 2024 e poi anche ad un altro acceleratore con sede a Losanna. Tutto questo ci ha consentito di individuare il nostro prossimo obiettivo, ovvero di avviare alcune collaborazioni con distributori locali di carburante, particolarmente interessati a sottrarsi in qualche misura all’egemonia delle grandi compagnie petrolifere, così da portare direttamente il nostro carburante alle stazioni di rifornimento. Nel contempo, con molta creatività e mezzi di fortuna siamo riusciti a costruire il nostro primo impianto in grado di produrre 10.000 litri di carburante all’anno e stimiamo che nei prossimi mesi la capacità possa arrivare a 1 milione di litri. Per il 2026 ci attende la sfida di approcciare il mercato dei Venture Capital per finanziare nel modo più opportuno il successivo sviluppo del nostro progetto». Con il prossimo trasferimento presso il Tecnopolo di Manno, Gota Energy inizierà dunque la sua avventura lasciando la dimensione di ricerca accademica e startup innovativa per confrontarsi con le aspettative di un mercato dalle dimensioni potenzialmente gigantesche. Un percorso che, tenendo conto delle vicende personali di Alessia Cesarini è anche una conferma del ruolo di una generazione di ticinesi che, dopo avere studiato e completato la propria formazione all’estero, decidono di tornare a casa per dare vita ad una concreta realtà imprenditoriale: senza fare della facile ironia si può ben dire che questo progetto non manchi certo di benzina per raggiungere i suoi obbiettivi.
Trent’anni fa, aprivano le porte del primo Factory Outlet Center del Sud Europa grazie all’intuizione del suo fondatore, Silvio Tarchini, che seppe interpretare e adattare al contesto locale il nuovo modello distributivo già affermato nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Dalla sua apertura il 4 novembre 1995, FoxTown ha compiuto un percorso di crescita che lo ha visto
UN SUCCESSO LUNGO 30 ANNI
PUNTO DI RIFERIMENTO INTERNAZIONALE DELLO SHOPPING DI QUALITÀ IN SVIZZERA, FOXTOWN FACTORY STORES FESTEGGIA IL SUO 30° ANNIVERSARIO CONFERMANDOSI COME REALTÀ SOLIDA E INNOVATIVA, CAPACE DI ATTRARRE OLTRE 63 MILIONI DI VISITATORI E DI VALORIZZARE IL TERRITORIO DEL MENDRISIOTTO.
passare dai 10 mila metri quadrati iniziali e 50 negozi ai quasi 37 mila metri quadrati odierni e 160 negozi, affrontando con determinazione sfide importanti come la graduale espansione, la crescente concorrenza - sia da parte di altri centri outlet sia del commercio online -, l’evoluzione delle abitudini di consumo, la crisi legata alla pandemia e gli effetti di un cambio valutario, soprattutto negli ultimi anni, sfavorevole. Grazie a una visione pionieristica e a una profonda conoscenza del mercato, il Centro si è affermato rapidamente, trasformandosi da semplice luogo di risparmio a destinazione d’eccellenza, capace di
attrarre visitatori dal Ticino, dalle regioni limitrofe e dall’estero, accogliendo nell’anno 2024, 156 nazionalità diverse. Oggi FoxTown rappresenta un punto d’incontro unico, dove le più grandi firme internazionali incontrano la convenienza di un outlet, rappresentando uno degli attrattori commerciali e turistici più visitati della Svizzera. In tre decenni di attività ha saputo crescere costantemente, diventando non solo una destinazione di shopping, ma anche un luogo di intrattenimento a 360 gradi, grazie ai suoi 9 bar e ristoranti, al Casinò Admiral, leader nel settore dei casinò terrestri in Svizzera, e a proposte culturali come The Sense Gallery, museo multisensoriale 3.0 unico nel suo genere. FoxTown è anche un importante datore di lavoro, da un ultimo censimento sono impiegate oltre 1.100 persone nella vendita, lavoro regolamentato da un contratto collettivo di lavoro, frutto di un’intesa padronale-sindacale che dura da 29 anni. Per il futuro il patron della Città della Volpe non si ferma al teleriscaldamento a cippato e al fotovoltaico, ma sta progettando un ulteriore passo verso la sostenibilità: sarà infatti il primo in Svizzera ad installare una grande batteria di accumulo BESS (Battery Energy Storage Sy-
stem). Il sistema BESS consente di immagazzinare l’energia prodotta nei momenti di surplus e di restituirla quando la domanda cresce, contribuendo così alla regolazione e al bilanciamento della rete. Questa tecnologia permette di ottimizzare l’utilizzo delle fonti rinnovabili, ridurre gli sprechi e garantire una fornitura energetica affidabile e flessibile.
«Con questo progetto investiamo nel futuro dell’energia, un futuro fatto di innovazione, responsabilità e rispetto per l’ambiente. Vogliamo dare un esempio tangibile di innovazione al servizio della sostenibilità, ma soprattutto, anche della collettività» afferma Silvio Tarchini. «Il 30° anniversario è per noi un traguardo importante che vogliamo condividere con clienti, dipendenti, partner e con tutto il territorio che ci ha accompagnato in questo percorso» dichiara ancora Silvio Tarchini. «Guardiamo al futuro con la stessa passione e la stessa visione che ci hanno guidato fino a qui: offrire esperienze uniche di shopping e intrattenimento, rafforzando il legame con la comunità locale e con i milioni di visitatori che scelgono FoxTown ogni anno».
Giorgia Tarchini Gygax, direttrice del Centro, dichiara: «Mio padre è stato, e continua a essere, una fonte di ispirazione costante. Con la sua
«Far parte di questa realtà significa assumere la responsabilità di una storia di grande valore e guardare al futuro con nuove idee. È un onore poter contribuire, come nuova generazione della famiglia,
visione e la sua determinazione ha costruito le fondamenta di FoxTown. Il mio impegno è quello di portare avanti con lo stesso entusiasmo e la stessa passione il percorso che lui ha iniziato, nella speranza di poter raggiungere gli stessi successi».
a sviluppare FoxTown in un contesto sempre più competitivo, restando fedeli allo spirito e ai valori che mi sono stati trasmessi» afferma Arianna Marra, nipote di Silvio Tarchini, attiva nel team marketing di FoxTown.
MOBILI VITRA, ICONE DEL DESIGN
LA TITOLARE CAROL WALKER RACCONTA LA STORIA E I PRODOTTI DELL’AZIENDA VITRA, DI CUI DICK & FIGLI È UNO DEI DISTRIBUTORI UFFICIALI IN TICINO. VITRA CONSTITUISCE UN PUNTO DI RIFERIMENTO ASSOLUTO PER IL DESIGN E L’ELEVATA QUALITÀ DEI SUOI ARREDI, TRA CUI VARIE SOLUZIONI PER UN UFFICIO PRESTIGIOSO E AL TEMPO STESSO FUNZIONALE.
Dick & Figli propone in Ticino gli arredamenti Vitra. che hanno alle spalle una lunga tradizione. Quali sono state le tappe fondamentali della storia di questa azienda?
«Nata come piccola azienda familiare svizzera, Vitra è oggi un gigante del design internazionale. Non si tratta soltanto di un marchio di arredamento, ma di un universo culturale fatto di oggetti iconici, architetture
firmate dai più grandi architetti del Novecento e contemporanei, un museo di livello mondiale e un campus che attira appassionati da ogni parte del globo. La sua storia è la dimostrazione di come il design possa cambiare il modo di vivere, lavorare e immaginare gli spazi abitativi».
Vitra costituisce un esempio importante della qualità del design svizzero…
«Infatti. Tutto iniziò nel 1950 a Birsfelden, in Svizzera, grazie all’intuizione di Willi Fehlbaum e della moglie Erika. Proprietario di un negozio di arredamento, Fehlbaum si accorse che il design poteva essere molto più di un semplice mestiere artigianale, diventando cultura, linguaggio, modo di vivere. La curiosità e la visione internazionale di Fehlbaum sono la scintilla che dà vita a un percorso destinato a trasformare radicalmente la percezione del design».
Come ebbe inizio l’importazione degli Usa degli Eames?
«Nel corso di un viaggio negli Stati Uniti Fehlbaum incontrò i mobili di Charles e Ray Eames e rimase affascinato dalla loro modernità e dalla loro capacità di trasformare oggetti di uso comune in esperienze estetiche, decidendo di stringere un accordo per produrre e distribuire queste sedute in Europa. Vitra ha custodito quell’eredità con attenzione filologica e ancora oggi le Eames Chairs rappresentano il cuore pulsante della collezione Vitra».
La collaborazione con designer di fama mondiale costituisce una costante di Vitra…
«Un altro grande protagonista della storia Vitra è stato George Nelson che ha firmato oggetti iconici come le sue celebri scrivanie. E poi Isamu Noguchi, con il suo famoso Noguchi Table dalle forme organiche, ampliando un catalogo che già negli anni ’60 e ’70 sembrava una piccola enciclopedia del design americano. E, ancora, Verner Panton, creatore della Panton Chair, portata in produzione in serie dal 1967 con Vitra, che è stata la prima sedia in plastica stampata in un unico pezzo».
Che cosa è il Vitra Campus di Weil am Rhein?
«Alla fine degli anni ’70 un incendio devasta la fabbrica di Weil am Rhein, in Germania, appena oltre il confine svizzero. La ricostruzione divenne l’occasione per chiamare alcuni dei più grandi architetti del mondo e creare il Vitra Campus dove ogni edificio non è solo un luogo produttivo, ma un parco di architettura contemporanea».
Da ultimo, il Design Museum e la Wooden Dolls Collection… «Nel 1989 è stato aperto il Vitra Design Museum, progettato da Frank Gehry, una delle prime architetture decostruttiviste d’Europa e oggi uno dei musei di design più importanti al mondo. Oggi Vitra è molto più di un’azienda di arredamento. È un laboratorio di ricerca sui materiali, un promotore culturale, un esempio di sostenibilità. L’attenzione all’impatto ambientale guida le nuove produzioni. In un mondo che cambia velocemente, Vitra dimostra che il design può essere al tempo stesso radicato e innovativo, locale e globale».
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Sede principale
Via G. Buffi 10, 6900 Lugano
Filiale sopraceneri Via Vallemaggia 55, 6600 Locarno
UN “ NAVIGATORE” PER LA SVOLTA DELLE PR
INTERVISTA A RICO LÖHRER, DIRETTORE GENERALE
DELL’ASSOCIAZIONE SVIZZERA DI RELAZIONI PUBBLICHE (PR SUISSE)
DALLO SCORSO LUGLIO.
IL 52.ENNE LUCERNESE, LAUREATO IN SERVICES MARKETING AND MANAGEMENT, HA ASSUNTO FUNZIONI DIRIGENZIALI NEL SETTORE MARKETING/COMUNICAZIONE PRESSO LA POSTA, UBS E ALCUNE BANCHE CANTONALI.
DI DIMITRI LORINGETT
Pr suisse ha deciso di professionalizzare la propria direzione associativa e ha affidato a lei la guida. Qual è stato il motivo di questa scelta?
«Come molti altri ordini professionali, anche pr suisse è sottoposta a una forte pressione dovuta all’evoluzione delle politiche educative, economiche e della digitalizzazione. È stata quindi rivista la strategia, riconoscendo che il rilancio dell’associazione non poteva più basarsi sul tradizionale sistema di milizia. Con un direttore operativo le decisioni possono essere attuate rapidamente e le diverse iniziative integrate in maniera coerente. Ho accettato questo incarico perché l’associazione può sicuramente trarre vantaggio da una gestione professionale per rafforzare il proprio impatto a livello nazionale».
Pr suisse ha deciso di non offrire più gli esami per l’ottenimento dell’attestato professionale federale di specialista in relazioni pubbliche. Cosa possono fare oggi i giovani che desiderano ottenere una certificazione equivalente? «La decisione è stata difficile ma inevitabile: i profili professionali e le esigenze del mercato sono cambiati, le iscrizioni erano in forte calo da diversi anni e i datori di lavoro tendono a valorizzare maggiormente altri titoli di studio. Continueremo però a organizzare, in collaborazione con KS/CS Comunicazione Svizzera, l’esame professionale per responsabile della comunicazione. Inoltre, attraverso collaborazioni con scuole universitarie professionali, università e partner privati, intendiamo riunire e rendere visibili le migliori offerte formative disponibi-
li. Il mio consiglio è di seguire un percorso combinato: ottenere la certificazione personale SAQ e integrarla con titoli CAS/DAS/MAS o altri percorsi mirati, ad esempio in Corporate Communications, Public Affairs, comunicazione di crisi e governance dell’intelligenza artificiale».
Come vede l’evoluzione del settore delle PR nei prossimi tre-cinque anni, anche alla luce dell’intelligenza artificiale?
«Le relazioni pubbliche diventeranno sempre più uno strumento simile a un “navigatore GPS” per le organizzazioni che devono trovare i percorsi più idonei per raggiungere i propri obiettivi. Più la tecnologia accelera, più cresce il bisogno di orientamento, di contesto e di costruzione di fiducia.
L’IA semplificherà molte attività di routine ma non potrà sostituire il giudizio, l’etica, la responsabilità e la capacità di gestire in modo costruttivo le tensioni tra opinione pubblica, politica, media e imprese. I comunicatori di successo saranno coloro che sanno leggere i dati, riconoscere i rischi in anticipo, parlare il linguaggio dei propri stakeholder e considerare l’etica non come un obbligo, ma come un vero vantaggio competitivo».
IL NOSTRO IMPEGNO TRA SOLIDARIETÀ E GENIO GIOVANILE
IL LIONS CLUB MONTECENERI CONFERMA LA PROPRIA VOCAZIONE AL SERVIZIO E ALLA SOLIDARIETÀ, TRASFORMANDO IDEE E INIZIATIVE IN PROGETTI CONCRETI CHE LASCIANO UN IMPATTO REALE SULLA COMUNITÀ. CE NE PARLA IL PRESIDENTE DEL CLUB, SIMONETTA ROTA
Tra le molte attività del Club, uno dei progetti nuovi è senza dubbio “Un Sorriso che Resta: Bambole per la Speranza”, un’iniziativa che unisce creatività, dedizione e beneficenza.
Le bambole, interamente realizzate a mano dagli studenti della SAMS –Scuola d’Arte e Mestieri della Sartoria di Lugano, non sono semplici giocattoli. Ognuna di esse è frutto di un lavoro accu-
rato e appassionato, pensato per portare conforto e gioia ai bambini affetti da gravi patologie oncologiche, il cui ricavato verrà devoluto a Cancro Infantile in Svizzera e Fondazione Ronald McDonald. Il progetto si inserisce perfettamente nella filosofia dei Lions: fare
19.12.2025 – Charity Night Cena degli Auguri – Spazio eventi META
del bene concreto, combinando valori di solidarietà, responsabilità e attenzione verso le persone più fragili. Queste bambole saranno protagoniste in diverse occasioni nel corso dell’anno lionistico 2025/2026. Tra gli eventi più importanti, spiccano la Charity Night del 19 dicembre, la tradizionale cena di auguri di Natale del Club aperta anche ai non Soci, presso il prestigioso spazio eventi META, e la serata con Paolo Ruffini del 28 gennaio, una speciale cena-spettacolo che vedrà protagonista il famoso attore nel suo spettacolo “Presente”. Il valore del progetto va oltre la semplice donazione: è un’occasione per coinvolgere la comunità, e sensibilizzare anche i giovani su temi di urgenza primaria, mostrando come il lavoro di squadra, la creatività e l’impegno dei giovani possano trasformarsi in un gesto concreto di speranza. Ogni bambola prodotta rappresenta un grande atto di generosità, capace
28.01.2026 – Conferenza Un sorriso che Resta: Bambole per la Speranza con Paolo Ruffini & SAMS
11.02.2026 – Conferenza Educare ai Sentimenti per un Futuro Senza Violenza Il lato emotivo della società tra neuroscienze, crimine, social network e relazioni umane” con Dott. Alberto Pellai, Dott.ssa Roberta Bruzzone, Michael Casanova e Prof.ssa Benecchi – Aula Magna USI
25.02.2026 – Conferenza L’intelligenza Artificiale: fattore umano da temere o da accogliere con Prof. Luca Gambardella, Alessandro Marrarosa – Aula Magna USI
LA GRATITUDINE SALVERÀ L’ECONOMIA?
Il Lions Club Monteceneri ha organizzato nello scorso mese di ottobre, presso l’Aula Magna USI, una tavola rotonda dal titolo “L’Amore ai tempi dello smartphone e l’Economia sferica”, con Oscar Di Montigny, Gabriele Balbi e Massimo Cerulo. Un’occasione per riflettere sul rapporto tra tecnologia, società e futuro dell’economia.
Oscar Di Montigny, esperto di Innovative Marketing, Comunicazione Relazionare e Corporate Education ha affrontato nel suo intervento il tema di come la gratitudine possa costituire una tecnologia sociale per un’economia rigenerativa. «Cʼè una parola che stiamo dimenticando, eppure potrebbe essere la chiave per affrontare le crisi del nostro tempo: gratitudine. Questo stato d’animo viene spesso confinato nella sfera del privato, dell’educazione infantile (“Cosa si dice? Grazie!”), dei rituali religiosi. Raramente viene presa sul serio come categoria economica, come fattore produttivo, come leva strategica per la trasformazione sociale. Eppure, la mia ricerca e la mia esperienza degli ultimi anni mi hanno convinto che la gratitudine non sia semplicemente un sentimento nobile, ma una vera e propria tecnologia sociale: uno strumento concreto, misurabile, replicabile, capace di generare valore economico, coesione comunitaria e benessere individuale. La gratitudine è consapevolezza dell’interconnessione. È il riconoscimento che nessuno si è fatto da solo, che siamo tutti radicalmente dipendenti gli uni dagli altri e dall’ecosistema che ci ospita. E questa consapevolezza, apparentemente semplice, ha conseguenze rivoluzionarie. La cultura economica dominante degli ultimi decenni si è
fondata su una narrazione individualista: il self-made man, l’imprenditore eroe che trionfa contro tutto e tutti, la competizione come unica legge del mercato. Questa narrazione ha generato enormi ricchezze per alcuni, ma anche disuguaglianze spaventose, solitudine di massa, esaurimento delle risorse naturali, frammentazione sociale. La gratitudine è l’antidoto a questa tossicità. Quando riconosco che dipendo dagli altri, smetto di vederli come concorrenti da eliminare e comincio a vederli come co-creatori di valore. La gratitudine trasforma la logica economica: dall’estrazione alla rigenerazione, dalla competizione alla collaborazione, dall’accumulazione individuale alla prosperità condivisa. Ma la gratitudine non è solo un bel principio etico: produce effetti concreti e misurabili sul benessere individuale, sulle relazioni, sulle organizzazioni, sulle comunità. Decine di studi scientifici hanno documentato che le persone che praticano regolarmente la gratitudine sono più felici, hanno relazioni più solide, soffrono meno di depressione, dormono meglio, hanno un sistema immunitario più forte, sono più resilienti e più generose. Ho posto la gratitudine al centro del modello di Economia Sferica® che sto sviluppando con la Grateful Foundation. L’Economia Sferica supera i paradigmi lineari (produzione-consumo-rifiuto) e circolari (chiusura dei cicli materiali), aggiungendo una terza dimensione fondamentale: quella della coscienza e della spiritualità. Un’economia sferica riconosce la centralità della persona nella sua integralità, integra la sostenibilità ambientale come orizzonte di senso, fa dell’innovazione uno strumento al servizio del bene comune, e si fonda su valori assoluti come la gratitudine, il rispetto, l’amore».
di strappare un sorriso e di ricordare che l’attenzione al prossimo è il cuore pulsante dell’azione lionistica. Strategiche sono anche le altre storiche nostre Activities, tra cui “Water is Life” che in collaborazione con acqua San Clemente porta l’acqua nei paesi che ne sono carenti; “Foto-WeServe”, il concorso fotografico riservato ai Soci Lions, alla sua quarta edizione, che ha l’obiettivo di finanziare progetti a sostegno delle cause umanitarie globali e “Il Cartamante”, il coinvolgente torneo di Burraco che
unisce principianti e appassionati in un divertente torneo volto a sostenere associazioni bisognose del territorio. Il Lions Club Monteceneri dimostra ancora una volta come il volontariato e il servizio possano coniugarsi con creatività, cultura e inclusione sociale, facendo sentire ogni socio protagonista di un cambiamento tangibile. I progetti a cui si dedica il Club non solo sostengono chi ne ha bisogno, ma rafforzano il legame tra Soci, giovani e comunità, tracciando un percorso di solidarietà importante.
UN MODO NUOVO PER CERCARE E ACQUISTARE CASA
Da sinistra: Pietro Balestra e Massimiliano Kapeen
Quali sono le valutazioni relative alle esigenze del mercato immobiliare che vi hanno indotto alla fondazione di Rentobuy ?
«Negli ultimi anni abbiamo osservato una crescente difficoltà, soprattutto per i giovani e le famiglie, nell’accedere al credito ipotecario. I criteri bancari sono diventati più rigidi, mentre i prezzi immobiliari non hanno subito la stessa flessione. In Ticino, dove il mercato è solido ma non altrettanto dinamico ciò crea una frattura tra chi può acquistare subito e chi resta ancorato all’affitto. Rentobuy nasce proprio con l’intento di colmare questa distanza: volevamo offrire un percorso intermedio, flessibile e trasparente, che permettesse di abitare subito una casa potenzialmente propria, accumulando nel frattempo la capacità finanziaria necessaria per completarne l’acquisto».
su misura per ogni proprietà, elaborata insieme al venditore, privato, promotore o agenzia, sulla base delle sue esigenze specifiche. Una volta definita la formula, agenzie e proprietari possono pubblicare l’immobile, mentre la piattaforma genera e traccia i lead qualificati, che vengono inviati direttamente ai referenti di vendita. L’utente può consultare gli immobili disponibili e simulare mese per mese, tramite un algoritmo, la suddivisione tra quota locativa, quota di accumulo e valore finale dell’opzione di acquisto. Il sistema tutela entrambe le parti grazie a modelli contrattuali standardizzati, concepiti come base solida e verificata, ma interamente personalizzabili in funzione delle richieste delle parti coinvolte. Questa flessibilità consente di costruire, caso per caso, una soluzione equilibrata e trasparente, creando una vera win-win situation per ogni transazione.
IL PORTALE IMMOBILIARE
RENTOBUY, SEMPLICE E INTUITIVO
NEL SUO FUNZIONAMENTO, SI PROPONE COME PIATTAFORMA
DOVE GLI UTENTI POSSONO SCOPRIRE PROPRIETÀ SELEZIONATE
E INTRAPRENDERE UN PROCESSO
CHE INIZIA CON CANONI LOCATIVI
OTTIMIZZATI E SI CONCLUDE
CON UN ATTO D’ACQUISTO.
CE NE PARLANO PIETRO
BALESTRA E MASSIMILIANO
KAPEEN, CO-FONDATORI
CTO E CEO.
Come funziona nella specifico questa piattaforma e a chi soprattutto è indirizzata? «Rentobuy va oltre la semplice pubblicazione: supporta agenzie, venditori e acquirenti nel definire e gestire in modo chiaro e sicuro le formule rent-to-buy. Un valore aggiunto per le agenzie, un’opportunità per i venditori e un aiuto concreto per chi vuole avvicinarsi all’acquisto senza rischi. Tutto parte dalla creazione di una formula
Ci rivolgiamo a un pubblico molto ampio: aspiranti acquirenti che vogliono costruire l’accesso alla proprietà nel tempo, e venditori privati o professionali che desiderano ampliare la domanda e ridurre i tempi di vendita mantenendo la sicurezza del processo».
In concreto, quali sono i vantaggi per l’affittuario-acquirente?
«Il vantaggio principale è la possibilità di costruire progressivamente le condizioni per acquistare la casa dei propri sogni, abitando sin da subito l’im-
mobile e trasformando una parte del canone in un capitale di accumulo destinato al futuro riscatto. Questo permette all’affittuario di bloccare il prezzo d’acquisto fin dall’inizio, proteggendosi da eventuali variazioni del mercato e, allo stesso tempo, di verificare nella vita quotidiana se l’abitazione risponde davvero alle proprie esigenze. A ciò si aggiunge la semplicità digitale: tutte le informazioni essenziali dalla struttura contrattuale alla composizione dettagliata della formula rent-to-buy, con l’indicazione delle quote di locazione, di accumulo e del prezzo di riscatto sono consultabili online in modo chiaro e immediato. Questo crea un percorso trasparente passo dopo passo, in cui l’utente può comprendere e monitorare l’intero processo senza incertezze o passaggi poco chiari.
E dal punto di vista del venditore, che interesse c’è nel rinviare la cessione definitiva dell’immobile? «Molti proprietari o promotori hanno oggi immobili che rimangono più a lungo sul mercato. Con Rentobuy possono ottenere un vantaggio immediato grazie ai canoni mensili, mantenendo allo stesso tempo la prospettiva di una vendita futura già regolata contrattualmente. Il prezzo di vendita viene fissato fin dall’inizio, senza margini di trattativa o svalutazioni nel tempo, e questo crea una forte stabilità per chi vende. Inoltre, il modello permette ai venditori di azzerare le spese durante il periodo contrattuale e, a seconda della formula concordata, può prevedere al momento della firma un anticipo del 5–10 %, che tutela il venditore e garantisce una soluzione equilibrata anche per le agenzie coinvolte. La riduzione della TUI derivante dalla vendita protratta nel tempo offre ai promotori una nuova
leva fiscale, oggi particolarmente rilevante dopo l’abolizione degli sgravi legati al valore locativo, e rende la soluzione ancora più competitiva. Dal punto di vista commerciale, la piattaforma riduce il rischio di sfitto e attrae acquirenti altamente motivati, che non vivono l’immobile come un semplice affitto temporaneo ma come la loro futura casa. Per gli investitori si traduce in un rendimento intermedio costante e nella certezza di una vendita a un prezzo già concordato, mentre per le agenzie significa posizionarsi come attori proattivi e orientati alle soluzioni, capaci di offrire ai clienti un’alternativa concreta ai modelli tradizionali di vendita».
Cosa succede se l’affittuario, per qualsiasi ragione, rinuncia all’acquisto?
«La formula è pensata per essere equa. Se l’affittuario decide di non procedere, mantiene i diritti e le tutele di un normale contratto di locazione fino alla scadenza prevista. La parte dei canoni destinata all’accumulo per il riscatto può essere interamente o in parte trattenuta come compensazione, oppure restituita, in base alle condizioni contrattuali concordate. Ogni situazione viene valutata nel dettaglio dalle parti coinvolte, con il supporto di consulenti legali ed eventualmente degli istituti bancari, così da modellare in modo preciso importi dovuti, notifiche e scadenze. L’obiettivo è garantire un processo trasparente e bilanciato. In sostanza, Rentobuy offre libertà senza penalizzazioni eccessive, evitando che il percorso verso la proprietà si trasformi in un rischio economico».
Infine, come è stato accolto il vostro progetto dal mercato immobiliare ticinese e quale sviluppo vi attendete per il futuro?
«Rentobuy si inserisce nel crescente movimento internazionale delle startup che stanno digitalizzando il settore immobiliare. Con la sua sede a Lugano e un modello ibrido tra tecnologia e servizi legali, la società punta a diventare un punto di riferimento nel mercato svizzero. La nostra piattaforma non si propone tuttavia soltanto come una vetrina di opportunità immobiliari ma punta a costituire una vera e propria comunità di persone in cerca di una nuova dimensione abitativa. Le proposte vengono raccontate con immagini emozionali, descrizioni autentiche, un design intuitivo e fruibile. In sintesi, vogliamo creare un ponte verso un modo diverso di abitare, ponendo sempre al centro le persone con i loro bisogni e i loro desideri».
RENTOBUY.CH SAGL
Riva Antonio Caccia 3 CH-6900 Lugano www.rentobuy.ch
PRESTIGIOSA PARTNERSHIP INTERNAZIONALE
GIOVANNI MASTRODDI, FONDATORE E CEO DI MG IMMOBILIARE – BARNES LUGANO, ILLUSTRA LE RAGIONI E I VANTAGGI DI UN RAPPORTO DI COLLABORAZIONE ESCLUSIVA STRETTO CON IL GRUPPO BARNES INTERNATIONAL, SINONIMO DI ECCELLENZA, CREDIBILITÀ E RETE MONDIALE: VALORI PERFETTAMENTE IN LINEA CON LA FILOSOFIA DI MG IMMOBILIARE.
Avete di recente stretto un accordo con il gruppo Barnes International. Quali sono le motivazioni che vi hanno portato a questa decisione? «Dopo oltre trent’anni di attività nel mercato immobiliare ticinese abbiamo scelto di affiliarci a Barnes International per rafforzare la nostra presenza su scala internazionale. La nostra decisione nasce dalla volontà di offrire ai clienti che intendono vendere un immobile una visibilità globale e, al tempo stesso, di attrarre acquirenti internazionali interessati alla qualità di vita e agli immobili di pregio che il Ticino sa offrire. Barnes International è un prestigioso gruppo specializzato nel mercato immobiliare di lusso, attivo a livello globale. Fondato nel 1994, ha sede a Pa-
Nello specifico, quali sono i principali termini di questa collaborazione?
«L’accordo con Barnes International e Barnes Suisse si fonda su una col-
rigi e si è rapidamente affermato come leader nel settore, offrendo un’ampia gamma di servizi, dalla vendita di proprietà esclusive all’intermediazione, fino alla consulenza patrimoniale e Family office, oltre alla vendita di immobili commerciali e yachting. Si distingue per la sua rete internazionale di professionisti altamente qualificati, che garantiscono un’assistenza personalizzata e un’analisi approfondita del mercato. Con una presenza in numerosi Paesi, il gruppo è in grado di soddisfare le esigenze di una clientela facoltosa e raffinata combinando competenza locale e visione globale».
laborazione esclusiva per il Canton Ticino, quindi la regione di Lugano e dintorni che ci consente di presentare i nostri immobili attraverso la piattaforma globale Barnes e la sua rete di oltre 145 uffici nel mondo. Al tempo stesso, MG Immobiliare rimane una realtà locale indipendente, con la sua identità e la sua struttura consolidata. La sinergia con Barnes ci permette di condividere strumenti di marketing, strategie digitali, even-
ti internazionali e relativi contatti, mantenendo al contempo il nostro radicamento sul territorio».
Quali sono i vantaggi che potranno derivare alla vostra clientela dal rapporto con un grande Gruppo internazionale?
«I nostri clienti beneficeranno di una visibilità senza precedenti sui principali mercati internazionali, con la possibilità di raggiungere acquirenti qualificati provenienti da tutta Europa e oltre. Grazie alla rete Barnes, possiamo offrire un servizio più completo anche a chi desidera investire o trasferirsi all’estero, mettendo in contatto i nostri clienti con professionisti di fiducia in altre destinazioni di prestigio. In sintesi: più opportunità, più visibilità e un servizio di livello globale, mantenendo la cura e la relazione personale che da sempre caratterizzano MG Immobiliare».
In che modo il mercato ticinese degli immobili di lusso fa ormai parte di un più vasto mercato di dimensioni internazionali?
«Il mercato ticinese degli immobili di lusso si inserisce oggi a pieno titolo in un contesto di portata internazionale. La crescente presenza di acquirenti e investitori provenienti da diversi Paesi riflette una domanda globale orientata verso destinazioni che uniscono qualità della vita, stabilità e valore patrimoniale. I nuovi progetti residenziali del Tici -
no rispondono a standard architettonici e di comfort di livello mondiale, mentre la visibilità del territorio all’interno delle principali reti immobiliari internazionali contribuisce a rafforzarne l’attrattiva. Per esempio la vicinanza ad aeroporti internazionali come Milano Malpensa e allo scalo privato di Lugano-Agno garantisce collegamenti eccellenti con le principali destinazioni europee e mondiali. Contemporaneamente, grazie all’elevato livello di sicurezza, all’eccellente qualità della vita, alla solidità del sistema svizzero, e alla fiscalità competitiva, il Ticino si conferma una meta di riferimento nel panorama globale dell’immobiliare di prestigio».
Quali oggetti immobiliari presenti nel vostro portfolio sono in grado di soddisfare le esigenze di questo particolare segmento di clientela? «Per quanto riguarda le tipologie di immobili, le ville panoramiche con vista sul Lago di Lugano sono tra le più richieste. Anche gli appartamenti di lusso in condomini esclusivi, dotati di servizi privati e privacy, come Spa e aree verdi private, attraggono investitori, in merito stiamo commercializzando la nuova Residenza Golden Hill a Collina d’Oro di soli 5 grandi appartamenti ideale per questa Clientela. Queste proprietà non solo offrono comfort e lusso, ma anche un’eccellente opportunità di investimento, comple -
tandosi con una confortevole qualità di vita. In portafoglio abbiamo anche promozioni esclusive ed off-market che richiamano tale clientela internazionale. Gli immobili di pregio non sono più valutati solo in chiave locale, ma come parte di un portafoglio internazionale di investimenti e di stili di vita. Per questo oggi è essenziale operare con una rete che sappia dialogare con il mondo: l’accordo con Barnes nasce proprio da questa visione». www.mgimmobiliare.ch
01
Lugano - Casa 214 m² con giardino e vista lago
Architettura distintiva con giardino pianeggiante e vista sul lago. Tre livelli, ampia zona giorno, camino, taverna e possibilità di ampliamento.
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Collina d’Oro - Appartamento 4.5 locali
A pochi minuti da Lugano e dal TASIS, spazi luminosi e ben distribuiti in elegante contesto verde con piscina condominiale.
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Lugano Figino - Villa 453 m² vista lago
Piscina interna, spazi eleganti e vista aperta sul lago. Privacy e comfort in posizione privilegiata, a pochi minuti dal centro di Lugano.
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Collina d’Oro - Residenza Golden Hill
Nuovi appartamenti da 4.5 a 5.5 locali con grandi terrazze o giardini privati, finiture d’eccellenza e totale privacy immersi nel verde, a pochi passi dal TASIS.
MASSIMA EFFICIENZA, SPESE CONTENUTE
SABINA GATTO, CEO DI SIT IMMOBILIARE FA IL PUNTO SULLE PRINCIPALI
DINAMICHE DEL MERCATO IMMOBILIARE TICINESE SOFFERMANDOSI
IN PARTICOLARE SULLE DINAMICHE RELATIVE AGLI IMMOBILI A REDDITO.
Quali sono oggi le principali caratteristiche architettoniche ed edilizie che determinano il valore economico delle nuove proposte immobiliari?
«Oggi gli interventi più ricercati ruotano attorno a modalità evolute di ristrutturazione, orientate alla riduzione dei costi di gestione. L’acquirente desidera soprattutto contenere le spese energetiche e condominiali, quindi si pone particolare attenzione ad un isolamento termico molto performante, spesso superiore ai minimi di legge, e alla dotazione di impianti moderni e altamente efficienti: pannelli fotovoltaici, sistemi per il recupero energetico, riscaldamento e raffreddamento tramite termopompe. L’estetica rimane importante, ma la priorità è la sostenibilità dei costi nel lungo periodo. Un esempio concreto è la recente ristrutturazione della Residenza Concordia: cappotto termico, serramenti e vetri, nuovi pannelli fotovoltaici e sostituzione integrale della centrale termica. Così un bilocale di 50–60 m² può mantenersi su costi condominiali annui di circa 2.000–3.000 franchi, contro gli attuali 4.000–5.000 di molti stabili meno efficienti».
Dunque la sostenibilità incide in modo rilevante nelle richieste dei vostri acquirenti?
«È diventata centrale. La sostenibilità è ormai una richiesta standard, non solo un plus. I clienti valutano materiali, isolamenti, tecnologie per il risparmio energetico e costi di manutenzione futuri. Anche i promotori immobiliari stanno adeguando i progetti, guidati da questa domanda: chi investe vuole che l’immobile sia competitivo non solo oggi, ma anche tra dieci anni».
Su quali aree urbane del Ticino vi state maggiormente concentrando?
«Le zone più richieste sono quelle a pochi minuti a piedi dal centro di Lugano: comodità, vicinanza ai servizi e riduzione dell’uso dell’auto. Paradiso e Massagno restano molto attrattivi, così come Cassarate, che offre vista lago, accesso al Lido, supermercati e servizi sotto casa. Le famiglie cercano spostamenti più sostenibili, spesso con biciclette elettriche, proprio per evitare parcheggi costosi e traffico urbano. C’è inoltre una maggiore attenzione alla qualità delle autorimesse: oggi i promotori evitano piani sotterranei troppo profondi, soprattutto in vicinanza al lago per evitare problemi di infiltrazioni e manutenzione onerose».
Quali sono le tendenze attuali nella domanda di edilizia residenziale in Ticino?
«Costi di gestione contenuti, qualità degli impianti, sostenibilità e comodità dei servizi. Anche il cliente benestante oggi evita condomini con spese molto elevate: piscine, spa,
parchi condominiali sono graditi, ma pochi sono disposti a pagarne la manutenzione annuale, che può arrivare anche a 2.000 franchi al mese».
Come vi rapportate con la crescente domanda della clientela internazionale?
«Il cliente internazionale ha esigenze diverse rispetto a quello locale. La prima discriminante è la scuola: molte famiglie straniere si orientano verso istituti internazionali e scelgono zone come Sorengo, Collina d’Oro, Castagnola o la collina di Lugano, dove è disponibile un’offerta residenziale ampia, verde e con immobili di grandi dimensioni (spesso 200–500 m²). La percezione delle distanze è diversa: per uno straniero 20–30 minuti in auto sono normali, mentre per il residente locale sono percepiti come troppi. Per attrarre questa clientela lavoriamo anche con figure specializzate nella relocation internazionale, come per esempio un professionista americano che opera con noi per seguire clienti statunitensi interessati a un trasferimento in Ticino».
Siete attivi anche con immobili all’estero?
«Sì, ma l’estero per noi è soprattutto la risposta a una domanda locale. Molti clienti ticinesi desiderano se -
conde case in Liguria, Toscana o Sardegna, e per questo motivo abbiamo attivato collaborazioni con costruttori svizzeri che investono in queste zone. Ci occupiamo della vendita da qui, garantendo che il prodotto e il promotore siano affidabili. Stiamo inoltre gestendo progetti importanti con sviluppatori affermati che costruiscono sia in Ticino sia fuori dal Cantone. Alcuni nuovi sviluppi usciranno prossimamente, con immobili di fascia alta fino a 11 milioni di franchi».
Qual è la sua valutazione sul complessivo stato di salute del mercato immobiliare ticinese? «Il mercato sta vivendo una fase di profonda trasformazione. Il parco immobiliare degli anni ’70 e ’80 necessita di interventi importanti: chi ha capacità finanziaria ristruttura e mantiene a reddito, chi non può preferisce vendere. La riqualificazione è essenziale, ma richiede visione: non basta rifare cappotto e tetto. Occorre ripensare gli spazi, come ascensori adeguati, impianti moderni e ammodernamenti strutturali che garantiscano un valore anche tra 15 anni. Purtroppo gli operatori spesso si orientano verso un “lifting” estetico, destinato però a diventare obsoleto in poco tempo».
In che modo affiancate concretamente gli investitori nello sviluppo di progetti immobiliari? «Invitiamo sempre i promotori a coinvolgerci prima del lancio commerciale. Analizziamo domanda reale, tagli più richiesti, preferenze (cucina separata o open space, numero di bagni, lavanderia interna, spazi esterni), e verifichiamo il valore di mercato effettivo, non quello stimato dai portali. Questo lavoro preliminare permette di definire prezzi corretti; realizzare progetti coerenti con le esigenze attuali; vendere già “su carta” prima della costruzione; evitare errori che rendono difficile la vendita futura. Il cliente di oggi è informato e riconosce subito materiali economici, impianti scadenti o dettagli non curati. Le speculazioni immobiliari che funzionavano quindici anni fa oggi non sono più sostenibili».
Ci sono sul mercato ticinese immobili a reddito disponibili?
«La richiesta è altissima, l’offerta molto scarsa. Molti proprietari hanno paura che, se mettono in vendita uno stabile con inquilini, la notizia si diffonda e gli affittuari lascino l’immobile, compromettendo il reddito necessario per sostenere il finanziamento. Per questo operiamo sempre in modo estremamente discreto: valutazioni senza pubblicità, visite limitate a investitori qualificati, processi rapidi e riservati. In diverse operazioni gli inquilini sono stati informati soltanto al momento del passaggio di proprietà, senza nessuna interruzione del loro contratto. Il problema non è dunque la domanda: è la carenza di palazzine a reddito, soprattutto in vendita nelle zone del luganese, dove molti stabili degli anni ’70 avrebbero bisogno di riqualificazioni importanti».
www.sitimmobiliare.ch
ANGELO TROTTA, DIRETTORE
DI TICINO TURISMO, SPIEGA LA STRATEGIA NATA
DAL TAVOLO SULLA
DESTAGIONALIZZAZIONE
PER RENDERE IL TICINO
UNA DESTINAZIONE ATTRATTIVA
365 GIORNI L’ANNO.
IMPEGNATI PER UN TURISMO VIVO TUTTO L’ANNO
In che modo può essere riassunto il problema della stagionalità per quanto attiene le attività turistiche in Ticino?
«Il Ticino figura da sempre tra le regioni svizzere con la stagionalità più marcata. Mesi di grande affluenza (con picchi elevati tra maggio e settembre) si alternano a periodi in cui molte strutture sono chiuse e l’offerta si riduce. Per il Ticino l’autunno e l’inverno rappresentano una grande opportunità: il clima è straordinario, spesso migliore rispetto al resto della Svizzera, e novembre in particolare offre un potenziale enorme. È importante sfruttarlo e animarlo: novembre appartiene al Ticino».
Quali sono i principali obiettivi che vi propone di raggiungere con la strategia Ticino 365?
«Seppur nell’ultimo ventennio la curva dei pernottamenti abbia già iniziato ad appiattirsi, con un aumento del flusso di turisti anche nei mesi di marzo, aprile e ottobre, Ticino365 intende rendere attrattivi anche i mesi considerati di off season, tra novembre e febbraio. La destagionalizzazione è essenziale per rendere il territorio attrattivo lungo tutto l’arco dell’anno, adottando un approccio corale per trasformare in realtà il progetto Ticino365. Quest’ultimo significa più stabilità e più reddito per gli operatori del settore turistico, ma anche più pernottamenti, un mercato del lavoro più solido e un indotto economico che porta benessere a tutto il territorio».
Quali sono gli strumenti e le iniziative già promossi dal Cantone?
«Vorrei ricordare innanzitutto la Legge sul turismo, grazie alla quale è possibile sostenere gli investimenti per rendere le strutture ricettive attrattive tutto l’anno, o il Ticino Convention Bureau, sostenuto dalla Divisione dell’economia attraverso la politica economica regionale, che rafforza il segmento MICE e contribuisce in modo mirato anche alla destagionalizzazione».
In che cosa consiste il Tavolo sulla destagionalizzazione?
«Creato nell’agosto 2024, il Tavolo sulla destagionalizzazione ha riunito istituzioni, associazioni di categoria, enti regionali e operatori privati. Il gruppo ha lavorato per un anno con incontri periodici, sondaggi condotti dagli studenti della Scuola specializzata superiore alberghiera e del turismo (SSSAT) e tre sottogruppi tematici dedicati a offerta, domanda e integrazione dei partner turistici. I lavori hanno portato all’elaborazione di 54 proposte suddivise in 8 cluster tematici – dall’offerta turistica alla promozione, dagli eventi alle politiche di sostegno – che saranno per la maggior parte implementate a partire dall’autunno 2026».
Avete anche elaborato un documento strategico. Di che cosa si tratta?
«Il documento strategico, accompagnato da un Manifesto destinato a hotel, operatori e partner locali, invita
Alcuni membri del Tavolo sulla destagionalizzazione durante la conferenza stampa
tutti gli attori del settore a sottoscrivere impegni concreti: dall’apertura in bassa stagione alla collaborazione fra operatori, dalla sensibilizzazione dei turisti al ritorno in inverno alla condivisione di dati e buone pratiche. Ticino365 non è responsabilità esclusiva di ATT ma un progetto collettivo che coinvolge istituzioni, OTR, associazioni di categoria e operatori privati. Solo con il contributo di tutti il Ticino potrà diventare una destinazione viva in ogni stagione. Il progetto mira a consolidare la collaborazione tra istituzioni e operatori: è anche prevista la creazione di una landing page B2B e di video con testimonianze di chi già promuove l’offerta fuori alta stagione. L’edizione 2025 del Ticino Partner Day è inoltre stata dedicata proprio a Ticino365, per sensibilizzare gli attori del settore e condividere buone pratiche».
Quali azioni concrete avete deciso di intraprendere «Abbiamo già identificato attività realizzabili a partire da questo inverno, si tratta dei primi passi di un processo che proseguirà nel medio e lungo termine e che necessita dell’impegno di tutti gli attori del
I MEMBRI DEL TAVOLO SULLA DESTAGIONALIZZAZIONE
Claudio Chiapparino (in rappresentanza delle Città e degli eventi)
Felice Dafond (in rappresentanza dei Comuni)
Michael Laemmler (in rappresentanza degli eventi privati)
Alex Malinverno, poi sostituito da Francesco Markesch e Sebastiano Lurati (in rappresentanza dell’Unione Trasporti Pubblici e Turistici Ticino)
Rupen Nacaroglu (in rappresentanza dei commercianti e delle OTR)
Simone Patelli (in rappresentanza di ATT e dell’Associazione Campeggi Ticino)
Max Perucchi (presidente del Tavolo; in rappresentanza di HotellerieSuisse Ticino)
Stefano Rizzi (in rappresentanza del DE/USE)
Jacopo Soldini (in rappresentanza della Scuola specializzata alberghiera e del turismo (SSSAT)
Massimo Suter (in rappresentanza di GastroTicino)
Angelo Trotta (coordinatore del Tavolo, in rappresentanza di ATT)
mondo turistico. Le azioni individuate si muovono su diversi fronti. Si punterà a dare maggiore visibilità a temi e attività che valorizzano l’off season, come l’offerta enogastronomica e le attività outdoor alternative ai classici sport invernali. Attraverso i vari canali, tra cui i social media, s’intendono mettere in evidenza gli attrattori aperti, ad esempio attraverso la web app my.ticino.ch. Ci si
concentrerà sulla promozione dell’autunno-inverno anche in occasione di viaggi stampa e durante eventi mediatici come la Winterlancierung di Svizzera Turismo prevista a ottobre a Monaco di Baviera. A livello digitale, l’attuale campagna marketing “Devi averlo vissuto” punterà su una bucket list di attività da fare in Ticino durante i mesi autunnali ed invernali, con presenze in Svizzera interna e in Romandia. Nel mese di novembre manifesti con possibilità di staccare idee su esperienze da vivere saranno affissi a Zurigo. Grazie alla collaborazione con Svizzera Turismo, parteciperemo alla loro campagna con focus sulle attività natalizie. Per quanto riguarda i pacchetti, a breve termine (autunno 2025) saranno prenotabili dei soggiorni in Ticino a prezzo fisso in collaborazione con Coop, mentre altre offerte sono in fase di definizione, in particolare è in corso una trattativa con Railtour per lanciare nuovi pacchetti a gennaio/febbraio».
MENDRISIOTTO E BASSO CERESIO, E LAURA BARONI, RESPONSABILE
DEI CONTENUTI WEB E SOCIAL MEDIA, ILLUSTRANO L’IMPORTANZA
DELLE FORMAZIONE PER GARANTIRE LA QUALITÀ
E L’AGGIORNAMENTO DELLE ATTIVITÀ DI PROMOZIONE
E INFORMAZIONE TURISTICA.
Quali competenze sono fondamentali per chi lavora nel settore dell’accoglienza e come può la formazione contribuire a svilupparle?
N.F.L: «Nel settore turistico le competenze utili vanno oltre le capacità tecniche: servono empatia, ascolto attivo, flessibilità e capacità di gestire la diversità culturale. È altrettanto importante la padronanza delle lingue, la conoscenza del territorio e la sensibilità verso la sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Ritengo quindi fondamentale affrontare il tema della formazione con il proprio personale e proporre dei corsi che li sostengano nel tempo. Le sfide, tecniche e valoriali sono numerose e quindi lo sviluppo di percorsi formativi mirati permette al datore di lavoro di mantenere alte le competenze e di conseguenza, proporre un’accoglienza capace di offrire esperienze significative ai visitatori».
In che modo la formazione può migliorare l’esperienza del cliente in hotel e ristoranti?
N.F.L: «Se il personale é formato trasmette professionalità, fiducia e calore umano: tre elementi che rendono memorabile l’esperienza di un soggiorno. La formazione migliora la capacità di anticipare i bisogni del cliente, di comunicare con efficacia e di gestire anche le situazioni complesse in modo proattivo. In hotel e ristoranti, investire nella crescita delle persone significa garantire qualità costante: dall’accoglienza al servizio, dal racconto del territorio alla cura dei dettagli. Una formazio -
ne continua e aggiornata diventa così un investimento che direttamente ambisce ad aumentare la soddisfazione dell’ospite
Qual è il ruolo della formazione nel garantire che il personale operante nelle aziende di promozione turistica sia costantemente aggiornato riguardo all’evoluzione del settore e alle trasformazione delle aspettative di chi vuole conoscere e vivere un’esperienza nel vostro territorio?
N.F.L: «Sono fortemente convinta che, nel contesto delle organizzazioni turistiche regionali, la formazione è la chiave per mantenere il personale allineato alle trasformazioni del settore. Le aspettative dei visitatori
cambiano rapidamente: oggi cercano autenticità, sostenibilità e relazioni umane vere. Attraverso la formazione continua, possiamo aggiornare competenze, approfondire nuove tendenze (come il turismo lento, l’enogastronomia locale o il turismo rigenerativo) e rafforzare la collaborazione tra enti pubblici e privati. La conoscenza condivisa diventa così una leva per creare valore e innovazione sul territorio».
Quanto possono le tecniche di comunicazione sui social media favorire lo sviluppo e il miglioramento delle attività nel settore turistico?
N.F.L: «Le tecniche di comunicazione sui social media rappresentano oggi una componente imprescindibile per la promozione turistica. Una strategia digitale efficace non si limita alla pubblicità: costruisce una narrazione autentica del territorio, valorizzando persone, luoghi ed esperienze reali. Attraverso i social, è possibile instaurare un dialogo diretto con i visitatori, ispirarli e coinvolgerli. La formazione nel digital marketing turistico aiuta le imprese e gli enti a comunicare in modo coerente, inclusivo e sostenibile, favorendo la crescita del settore e il rafforzamento dell’immagine complessiva della destinazione».
In che modo l’intelligenza artificiale può essere integrata nella formazione del personale per migliorare l’efficienza operativa e l’interazione con i clienti?
L.B.: «L’intelligenza artificiale può contribuire in modo significativo al miglioramento dell’efficienza operativa e della qualità dell’interazione con i clienti, in particolare attraverso l’utilizzo di chatbot e sistemi di automazione. Questi strumenti consentono
di gestire in modo rapido e accurato un elevato numero di richieste, offrendo risposte immediate e informazioni sempre aggiornate. Allo stesso tempo, rappresentano un valido supporto per il personale, che può concentrarsi su attività a maggior valore aggiunto, come la consulenza personalizzata e la cura dell’esperienza del visitatore. La formazione in questo ambito è fondamentale per permettere ai collaboratori di comprendere il funzionamento di tali strumenti, integrarli efficacemente nei processi quotidiani e sfruttarne appieno il potenziale, mantenendo comunque sempre centrale la componente umana dell’accoglienza».
Quali concrete iniziative avete già intrapreso al fine di implementare programmi di formazione per l’uso delle nuove tecnologie, come i social media e l’IA?
L.B.: «Abbiamo già avviato diverse iniziative di formazione e workshop, sia interni per il team sia rivolti ai nostri partner sul territorio, dedicate alla comprensione e all’integrazione dell’intelligenza artificiale generativa nei processi di lavoro, così come all’utilizzo professionale dei social media. L’obiettivo è fornire strumenti concreti per migliorare la propria presenza online, attivare la community digitale e aumentare visibilità e attrattività. Queste iniziative mirano a favorire un approccio consapevole e strategico all’adozione delle nuove tecnologie, valorizzandone il potenziale in termini di efficienza, comunicazione e innovazione. Inoltre, rappre -
sentano occasioni di confronto per condividere esperienze, stimolare la curiosità e promuovere una cultura digitale diffusa all’interno del settore turistico. Poiché si tratta di strumenti in rapida evoluzione, riteniamo fondamentale mantenere un aggiornamento costante per garantire competitività, qualità e capacità di adattamento nel tempo».
In che modo la formazione continua può aiutare i professionisti del settore turistico a rimanere competitivi in un mercato in rapida evoluzione?
L.B.: «La formazione continua rappresenta un elemento essenziale per rimanere competitivi in un settore in costante trasformazione come quello turistico. Consente ai professionisti di aggiornare le proprie competenze, adattarsi ai nuovi strumenti digitali e interpretare in modo proattivo le tendenze del mercato e le esigenze dei visitatori. In un contesto in cui innovazione e personalizzazione dell’esperienza diventano fattori chiave di successo, investire nello sviluppo del personale significa rafforzare la qualità dell’accoglienza e la capacità del territorio di distinguersi. Promuovere una cultura dell’apprendimento continuo contribuisce non solo a migliorare le performance individuali, ma anche a costruire un sistema turistico più resiliente, innovativo e orientato al futuro».
ELOGIO DEL VIAGGIARE LENTAMENTE
DA LUGANO A HONG KONG IN BICICLETTA, DALL’AUSTRIA ALL’INDIA CON LE TASCHE VUOTE: WERNER KROPIK È UN VIAGGIATORE APPASSIONATO E AVVENTUROSO. IN QUESTA INTERVISTA IL DOCUMENTARISTA RACCONTA LE SUE ESPLORAZIONI DEL MONDO, SEMPRE ALL’INSEGNA DELLA SOSTENIBILITÀ E DEL «VIAGGIO LENTO».
Ci vuole raccontare come è nata la sua passione per il viaggio e attraverso quali tappe personali è diventato un viaggiatore solitario?
«La mia voglia di viaggiare non è tanto una passione ma piuttosto una curiosità innata. Un modo di conoscere il mondo fuori della nostra “comfort zone”, che in certe situazioni ci fa toccare i nostri limiti, non solo quelli fisici. Viaggiare ci permette di conoscere noi stessi, non solo altri paesi e altre culture. C’entra anche quel desiderio d’indipendenza che ogni adolescente prova, infatti il mio primo viaggio in bici lo feci a 16 anni, da solo, senza chiedere il permesso ai miei genitori,
senza soldi e con poco cibo preso dalla dispensa di casa. Ammiro i viaggiatori solitari ma col tempo ho preferito vivere certe esperienze in compagnia di un amico o un’amica, anche se le emozioni vissute - sia quelle positive, sia quelle negative - perdono d’intensità. Dei ricordi che ho di alcuni viaggi in solitaria mi sono rimasti solo i momenti magici, rivelatesi preziosi soprattutto a distanza di anni, quando non si può tornare indietro e si capisce l’unicità di quanto si è fatto».
Qual è lo spirto con cui, nel frenetico mondo contemporaneo è possibile ritrovare una più autentica dimensione del viaggio?
«Nei viaggi ti capitano sempre momenti per cui ti chiedi “ma chi me lo fa fare?”. Per questo devi avere una buona ragione per affrontare disagi che alla fine rivelano sempre una visione del mondo altrimenti inafferrabile. La probabilità di trovarsi in situazioni non previste aumenta considerevolmente durante un viaggio non organizzato. Le agenzie viaggio pianificano ogni cosa: ti informano dove ti troverai in un giorno determinato, cosa vedrai, dove mangerai e quante stelle ha l’albergo dove passerei la notte. Durante i miei viaggi non sapevo mai dove sarei arrivato la sera, se avrei dovuto passare la notte in tenda nel deserto o in uno di quegli ostelli scomodi, da condividere magari con qualche pantegana. In bici dovevo spesso riparare la camera d’aria arrangiandomi con le spine delle acace e fare i conti con il vento
a favore o contrario, con il gelo o il caldo rovente. Mille situazioni che non si scelgono in anticipo ma per questo è un vero viaggio, che ti obbliga ad adattarti e ti regala mille emozioni, come la felicità quando un camionista impietosito ti offre un po’ della sua acqua dopo aver finito la tua già da ore».
Nel corso di un viaggio, quando uno di ritrova solo con sé stesso, quali sono i momenti più difficili da superare e per contro quelli di più intensa esaltazione?
«I momenti difficili, e persino rischiosi, sono stati tantissimi ma alla fine, una volta superati, li ricordo con tenerezza e vincono sempre quelli di gioia pura. Durante il viaggio Lugano-Hong Kong, nel 1994, mi ritrovai con la mia amica ospite in una piccola cascina di un contadino,
in Rajastan: fuori solo il silenzio della notte, le stelle e i cammelli dei nostri accompagnatori. All’improvviso, ci siamo accorti che era il 24 dicembre, era la notte di Natale! Non avevamo niente per festeggiare ma eravamo felici e sentivamo di avere tutto il necessario per gioire. Lo stesso successe per la fine dell’anno, niente spumante ma tanta felicità. Ecco, queste apparenti banalità hanno rappresentato per me vere e proprie esaltazioni. Così come camminare lungo la Via della Seta, ripercorrendo millenni di storia ancora palpabili, o ascoltare le musiche nei templi Sikh dove mi è capitato di entrare realmente in una sorta di trance spirituale che ancora a ripensarci mi dà i brividi. Io penso che basti aprirsi con la mente e i momenti magici arriveranno da soli, trasformando anche le difficoltà in opportunità».
Lei ha affidato ad un il libro dal titolo “Una vita in viaggio”, a cura di Paola Cerana, il racconto delle esperienze vissute. Come è nata l’idea di questa pubblicazione e quali sono le ragioni per cui ne consiglierebbe la lettura?
«Con una certa età - ho 83 annisi sente il bisogno di lasciare qualche traccia della propria esperienza e, nonostante i 300 documentari prodotti, ho sentito il bisogno di raccontare episodi vissuti attraverso le parole. Momenti, a volte anche imbarazzanti, che mettono a nudo la natura del genere umano e se un lettore del mio libro scoprirà sè stesso nei miei racconti, di sicuro si divertirà, anche senza mettersi personalmente in sella a una bici per raggiungere Hong Kong. Lo stesso editore, Fabio Casagrande, quando lesse la primissima stesura, disse di essersi divertito moltissimo e questo per me era già una
grande soddisfazione. Già anni fa avevo scritto le prime 40 pagine, ma fui prontamente scoraggiato da una mia amica, la quale ritenevanon senza ragione - che il mio italiano non fosse sufficiente, essendo di madrelingua tedesca. Caso vuole che, cinque anni fa, ho incontrato la giornalista Paola Cerana sulla vetta del Monte Boglia, e dopo altri incontri e lunghe chiacchierate mi propose di darmi una mano. E così è stato, ne è nata una bella amicizia coronata da questo libro. Oggi so, che senza quest’incontro
casuale - o forse predestinato - quelle prime 40 pagine sarebbero rimaste in un cassetto e non avrei mai provato la gioia che mi ha dato il lato creativo dello scrivere. In queste pagine ho rinunciato a luoghi
comuni e cose scontate. Del resto, non potrei mai raccontare una storia non vissuta personalmente. Oggi, sfogliandolo, penso che un libro sia come un figlio: una volta nato non appartiene più a chi lo ha creato ma al mondo. Perciò, spero che le storie raccontate in questo libro possano arricchire il lettore, e non solo divertire».
Dopo aver viaggiato in tutto il mondo a piedi, in bicicletta, su treni a vapore e in autostop: quale altro mezzo di locomozione lenta vorrebbe ancora provare?
«Dopo aver esperimentato tutti i vari modi di viaggiare, ognuno con le sue opportunità specifiche di conoscere il mondo, camminare resta il mio mezzo ideale. Ancora oggi raggiungo a piedi le rive di un fiumiciattolo di quella che chiamo la “mia valle segreta” - nel nostro bellissimo Ticino - e amo identificarmi con una foglia di una betulla trascinata dalla corrente a valle e vedere nella sua casuale meta anche la mia vita. Noi non siamo i registi della nostra vita, al massimo comparse. Le cose capitano. Se paragoniamo il modo di viaggiare di oggi - con in
mano il telefonino - rispetto a quando ho attraversato nel 1962 tutta l’Asia via terra, senza alcuna informazione né Gps, dubito che oggi la tecnologia possa dare le stesse emozioni della scoperta, della sorpresa, dell’imprevedibilità. La polvere delle strade sterrate, l’odore delle locomotive a vapore, i tempi d’attesa per prendere navi o treni. A Penang ho dovuto aspettare un mese per il traghetto che mi portasse in India, e a Zahedan ho dovuto aspettare una settimana intera per il treno per Quetta. Chi oggi sarebbe disposto a sacrificare settimane delle sue vacanze per aspettare un traghetto? Poi i contatti con i famigliari o gli amici raggiungibili allora solo con lettere e infinite attese. Oggi via WhatsApp si condivide tutto in tempo reale. Tutto ciò lo riteniamo un progresso ma se non sappiamo nemmeno dove vogliamo arrivare, a cosa ci serve progredire? Pochi si rendono conto che con tutto questo progresso tecnologico siamo diventati anche estremamente vulnerabili, come ha dimostrato l’ultimo black out nel Sud della Francia, in Spagna e Portogallo. Tutto si è fermato. In quel senso sono grato di aver visto il mondo senza ancora l’elettricità, le strade asfaltate, i cellulari … persino l’Afghanistan 60 anni fa senza Talebani!».
Una componente fondamentale del viaggio è determinata dal racconto del viaggio stesso.
A quali strumenti affida solitamente la testimonianza delle sue esperienze?
“Dopo aver esperimentato tutti i vari modi di viaggiare, ognuno con le sue opportunità specifiche di conoscere il mondo,
camminare
resta il mio mezzo ideale”.
«Mi sono reso conto che il nostro cervello ha una capacità limitata di immagazzinare tutto il vissuto e per questo sono grato di poter consultare i miei diari. Loro, insieme a un enorme archivio di fotografie e video, sono la mia memoria. Come un cuoco attingo a questi ingredienti per preparare i miei documentari, allo stesso modo mi sono serviti per raccogliere i racconti di “Una vita in viaggio”. Conservo ancora una pagina di diario con l’impronta della zampa di un cagnolino, tutta infangata, che mi aveva fatto visita nella tenda una notte di pioggia torrenziale. Ha cancellato quello che avevo scritto ma ha impresso nella mia memoria quella notte ormai lontana».
Infine, quale sarà la destinazione del suo prossimo viaggio e perché questa scelta?
«D’estate non sento il bisogno di mettermi in viaggio, preferisco restare a Lugano e giocare a tennis al Tennis Club Campo Marzio, che frequento ormai da oltre 60 anni. In Ticino abbiamo un paradiso dietro casa, una natura splendida. Passare qualche giorno in montagna, dormendo la notte in tenda sulle rive di un laghetto alpino, mi fa sentire parte della natura, che purtroppo in vaste regioni della Terra soffre la presenza dell’uomo. D’inverno visiterò probabilmente il Bangladesh un’altra volta. Un Paese che vive la sua povertà con una dignità incredibile. Chissà, forse lo racconterò nel prossimo libro».
TALLINN, TARTU E LE REGIONI PIÙ AUTENTICHE
DEL PAESE BALTICO
ALLA SCOPERTA DELL’ESTONIA, TRA NATURA INCONTAMINATA, CULTURE MINORITARIE E UNA SORPRENDENTE EFFERVESCENZA CREATIVA.
Dalla capitale baltica alle terre più remote del sud, l’Estonia si svela come un mosaico di storie, paesaggi e culture che convivono tra modernità nordica e radici ancestrali. Il viaggio verso Tallin, capitale dell’Estonia, si può svolgere partendo da Milano Malpensa con Finnair e scalo su Helsinki, che dista a mezz’ora dalla destinazione. Il nostro itinerario è stato studiato
per scoprire l’anima autentica di questa nazione dai tratti magici. La storia dell’Estonia è complessa e caratterizzata da numerose dominazioni straniere, tra cui Svezia, Germania e Russia, prima di ottenere l’indipendenza nel 1918. Dopo essere stata incorporata nell’Unione Sovietica nel 1940, l’Estonia ha ottenuto la piena indipendenza nel 1991. Da allora, il Paese ha intrapreso un percorso di integrazione
occidentale, entrando nell’Unione Europea e nella NATO nel 2004. Tallinn è definita una città sospesa tra passato e futuro. Passeggiare tra le vie acciottolate del centro medioevale, uno dei meglio conservati al mondo, dove le torri gotiche si alternano ai caffè dal design minimalista, è come attraversare un ponte che collega secoli di storia. Alloggiamo al Nordic Hotel Forum, un moderno business hotel a quattro stelle superior nel cuore di Tallinn, in una posizione centrale. La cena al ristorante Rataskaevu 16, luogo iconico per chi cerca sapori autentici in un’atmosfera intima, è un primo appuntamento tra i gusti e i sapori di questa terra. Il secondo giorno conduce verso nord-est, nel Parco Nazionale di Lahemaa, a solo un’ora da Tallin.
Qui la natura parla sottovoce: foreste di pini, torbiere sospese nel silenzio e cascate come quella di Jägala raccontano la forza primordiale del paesaggio estone. È stato il primo parco nazionale ad essere istituito, nel 1971, dall’ex Unione Sovietica ed è il più grande parco nazionale dell’Estonia oltre che uno dei maggiori di tutta Europa, volutamente mantenuto in uno stato naturale, quasi selvaggio, evitando qualsiasi tipo di manutenzione invasiva. Al suo interno vivono liberamente diverse specie di animali, alcune delle quali molto rare e protette, tra cui cicogne e altri uccelli migratori, alci, cervi, lupi, orsi e linci. Nei villaggi degli “Old Believers” (vecchi credenti), comunità di antica fede ortodossa, il tempo invece sembra essersi fermato. I colori dei foulard, le icone domestiche e l’ospitalità discreta svelano una spiritualità che resiste al passare dei secoli. Questi villaggi si trovano lungo la costa occidentale del lago Peipsi, su una strada solitaria nota come Onion Route (via delle cipolle). I vecchi credenti sono discendenti degli esuli religiosi che abbandonarono la Russia dopo aver affrontato la persecuzione nel 1600. Sebbene da allora il mondo sia cambiato molto,
queste comunità mantengono ancora usanze e tradizioni risalenti a centinaia di anni fa. Al Peipsimaa Muuseum abbiamo appreso l’importanza della cerimonia del tè Ivan Chai, un elemento importante della cultura russa, che prevede anche di sorseggiare il tè direttamente dal piattino. La terza tappa è Tartu, la più antica città baltica, sede della prima università del nord Europa e Capitale Europea della Cultura 2024. Qui l’atmosfera cambia: caffè letterari, murales e laboratori d’arte convivono con l’imponenza neoclassica dell’Università. Allogiamo al V Spa & Confrerence Hotel, a pochi passi dal centro. La visita al Museo Nazionale Estone implica un viaggio nella memoria collettiva, tra racconti di identità e resilienza. Inaugurato nel 2016, è stato progettato dallo studio DGT Architects, ed è stato concepito come una piattaforma che
rappresenta l’avvento di una nuova era per l’ex Paese dell’URSS. Questo museo incarna il cambiamento e l’evoluzione, offrendo una visione di speranza e progresso per il futuro. La sera, la cucina di Vilde ja Vine fonde arte e sapori locali, dimostrando come la cultura possa anche essere gustata; situato in un’antica tipografia in mattoni, il menu del ristorante offre un’ampia selezione di pietanze, che durante la stagione estiva vengono preparate sulla griglia della terrazza estiva. Non a caso nel prestigioso contesto della fiera internazionale TTG Travel Experience, il GIST - Gruppo Italiano Stampa Turistica - ha assegnato alla città estone di Tartu il Travel Food Award 2025 nella categoria “Migliore destinazione enogastronomica all’estero”, per l’intreccio delle tradizioni dell’Estonia meridionale con una cucina contemporanea che segue il ritmo della natura, supportata da una forte comunità e da una cultura alimentare sostenibile. Andando verso sud-est, quasi al confine con la Russia, Setomaa è una terra di canti e costumi antichi. Qui la cultura seto, riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio immateriale, vive ancora nelle voci delle donne che intonano i canti leelo, nei ricami tradizionali e nei piatti condivisi nelle fattorie. Oggi, la parte estone di Setomaa è un comune rurale nella contea di Võru, mentre l’antica capitale storica, Petseri,
fabbrica di ceramiche. Insomma ci si può fare un’idea di cosa significasse vivere in questo contesto. Presso la fattoria Toomemäe, Sirje Kruusamäe e la sua famiglia ci danno il benvenuto nel villaggio di Saabolda. Il loro ristorante Maagõkõnõ (papavero in estone) svela un mondo dove il tempo è scandito dal ritmo delle stagioni e della memoria ed è il risultato di un sogno di lunga data di Sirje. Quando la famiglia acquistò si trova in Russia. L’esperienza al Värska Farm Museum offre una panoramica completa della vita di una ricca fattoria fortificata di Seto negli anni ‘20. Qui si scoprono la cultura, l’architettura e le tradizioni di Seto. Il complesso edilizio è ampio e comprende una sauna a fumo, un edificio residenziale, un granaio, una sala da pranzo e un magazzino per l’abbigliamento, una stalla per gli animali, un fienile, un laboratorio maschile, un’aia, una fucina e una
la fattoria, un campo di papaveri la circondava, mentre ora, i papaveri decorano le pareti del locale. Il ristorante serve specialità locali gourmet e tra i piatti tipici ci sono le cotolette di luccio, la ricotta calda e il gelato artigianale, ma anche deliziose torte. L’Estonia è una terra di foreste e silenzi, di riti antichi e tecnologie all’avanguardia. Oltre il 50% del territorio è coperto da boschi; il resto è un alternarsi di laghi, torbiere
e coste frastagliate che si tingono di rosso, viola e oro al tramonto. Con appena 1,3 milioni di abitanti, il Paese è tra i più digitalizzati al mondo: un modello di innovazione che convive armoniosamente con la lentezza della vita rurale. Legno e vetro, folklore e design, spiritualità e cyberspazio: tutto si fonde in un equilibrio sottile e affascinante.
www.visitestonia.ch
Visita casinolugano.ch | Play responsibly 18+
RETROSPETTIVA DI UN FESTIVAL DAI MILLE COLORI: SI È CONCLUSA LA DICIANNOVESIMA EDIZIONE DI S.PELLEGRINO SAPORI TICINO 2025 DEDICATA AL BRASILE.
↓ Tutto è iniziato con il Dîner au château al Castello di Morcote con gli chef brasiliani Daniel Ortiz e Giovani Bortolozzo.
→ Alberto Landgraf, 1 stella Michelin, da Rio de Janeiro ospite all’Eden Roc di Ascona con Marco Campanella, 2 stelle Michelin.
IL GUSTO DELL’INCONTRO
Ripercorriamo insieme i momenti più significativi tra metà settembre e metà novembre.
→ Al Seven Lugano con Emanuele Bertelli, Manu Buffara da Curitiba.
← Alberto Landgraf, 1 stella Michelin, da Rio de Janeiro ospite al Ciani Lugano con Loris Meot.
← A Moncucchetto a Lugano con Andrea Muggiano, Felipe Schaedler da Manaus/ Amazzonia.
↑ Grand Opening con i Swiss Deluxe Hotels all’Hotel Splendide Royal, Lugano. Ospiti di Marco Veneruso, 1 stella Michelin, Mike Wehrle e Damian Carini del Bürgenstock Resort Lake Lucerne e Michele Fortunato, 1 stella Michelin, del Four Seasons Hotel des Bergues, Ginevra.
↑ Felipe Schaedler da Manaus/ Amazzonia al Swiss Diamond Hotel di Vico Morcote con Egidio Iadonisi.
↑ Al Seven Toc Toc di Ascona con Nicola Leanza, Felipe Schaedler da Manaus/Amazzonia.
→ Ivan Ralston, 2 stelle Michelin, da San Paolo al Meta di Lugano con Arturo Fragnito, 1 stella Michelin.
← All’Hotel Belvedere Locarno con Rosario Stipo, Luiz Filipe Souza, 2 stelle Michelin, da San Paolo.
→ Luiz Filipe Souza, 2 stelle Michelin, da San Paolo all’Hotel Splendide Royal di Lugano con Marco Veneruso, 1 stella Michelin.
← A La Baia a Locarno con Salvatore Sanfilippo, Ivan Ralston, 2 stelle Michelin, da San Paolo.
↑ Da Curitiba Manu Buffara a Lugano al Grand Hotel Villa Castagnola, Lugano con Alessandro Boleso.
↑ Al Bürgenstock Resort Lake Lucerne ospiti di Mike Wehrle, Alessandro Boleso del Grand Hotel Villa Castagnola - Lugano, Arturo Fragnito, 1 stella Michelin, del Ristorante Meta - Lugano, Egidio Iadonisi del Swiss Diamond Hotel – Vico Morcote, Cristian Moreschi di Villa Principe Leopoldo - Lugano e Jacopo Rovetini, 1 stella Michelin dell’Osteria dell’Enoteca di Losone.
↓ Rafa Costa e Silva, 2 stelle Michelin, da Rio de Janeiro a Villa Principe Leopoldo, Lugano con Cristian Moreschi.
↓ Lounge Night al Casinò di Lugano con Moreno Manzini ed Emanuele Bertelli del Seven.
← Salute con Sapore al Seven Lugano con gli chef dell’EOC ospiti di Emanuele Bertelli.
↑ All’EHL Lausanne, Hospitality Business School, Marco Badalucci del Ristorante Badalucci – Lugano, Loris Meot e Dario Ranza del ristorante Ciani - Lugano e Federico Palladino, 1 stella Michelin, dell’Osteria Enoteca Cuntitt di Castel San Pietro.
→ Final Party con le Grandes Tables Suisses al Swiss Diamond Boutique Hotel La Romantica, Melide: Egidio Iadonisi ha ospitato Marco Badalucci, Ristorante Badalucci, Lugano, Alessandro Boleso, Grand Hotel Villa Castagnola, Lugano, Arturo Fragnito, 1 stella Michelin, Ristorante Meta, Lugano e Marco Veneruso, 1 stella Michelin, Hotel Splendide Royal, Lugano.
della Svizzera.
LE MILLE SFUMATURE DEL PANETTONE TICINESE
IL PROFUMO DEL PANETTONE NEI RISTORANTI DI TICINO GOURMET, DOVE NON È SOLO UN GESTO NATALIZIO, MA UN SIMBOLO CHE UNISCE PASSATO E FUTURO, ARTIGIANATO E TERRITORIO.
Ogni panettone racconta una storia fatta di ingredienti scelti con cura e di tempi lenti. Se una volta erano le pasticcerie a custodirne il segreto, oggi anche molti ristoranti e chef di Ticino Gourmet si dedicano a questa arte. Fare un buon panettone richiede giorni, e nella frenesia delle cucine diventa un invito a rallentare. In tutto il Cantone, il panettone assume forme e sapori diversi, intrecciando tradizione e creatività. C’è chi resta fedele alla versione classica, profumata di burro, vaniglia e agrumi: l’Hotel Splendide Royal a Lugano produce un panettone classico milanese basso; lo chef Egidio
Iadonisi dello Swiss Diamond Hotel firma il suo panettone delle Feste; lo chef Salvatore Squillante dell’Osteria del Carlin di Claro realizza da quattro anni panettoni con lievito madre solido e liquido, custodendone la tradizione. Anche la Cantinetta Balmelli propone la versione classica di Pane Amico di Andrea Priori su ricetta di Massimo Turuani. Per Federico Palladino e la brigata dell’Osteria del Cuntitt, nel Mendrisiotto, il panettone classico è un segno distintivo di orgoglio locale, prodotto in piccole quantità e molto atteso dagli appassionati. Altri chef reinterpretano il dolce con ingredienti del territorio: miele delle valli, castagne, fichi, Merlot o
cioccolato svizzero. Le Boutiques
Al Porto di Locarno, Ascona e Bellinzona, insieme al Grand Café
Al Porto di Lugano, affiancano al tradizionale panettone soffice e profumato, anche tronchi e tronchetti festivi nelle versioni lamponi e more oppure cioccolato e pera. Pietro Leanza, de La Bottega del Gusto Gruppo Seven a Ronco sopra Ascona, propone oltre al classico anche le varianti al cioccolato, al pistacchio e il suo “Ronchino al Lampone”. Lo chef Guglielmo Curcio del ristorante Origini a Morbio Inferiore firma un panettone tradizionale in edizione limitata, naturale, con burro d’alpeggio affumicato al faggio, fieno macerato nel miele e albicocche estive: un dolce che profuma di fumo, erba e luce, racchiudendo l’idea stessa di calore. Non mancano interpretazioni sorprendenti, come quella del Flamel di Lugano, dove il panettone diventa esperienza liquida: il mixologist Nicolò crea infatti il Glühwein, un distillato di panettone ottenuto essiccandolo, macerandolo in alcol biologico svizzero e distillandolo. Le sue note di burro e limone evocano subito il Natale, perfette per un aperitivo o un brunch, espressione della filosofia creativa e sostenibile del locale. Tra lieviti, profumi e innovazione, il panettone in Ticino diventa così un racconto collettivo: quello di chi ama il territorio e sceglie di celebrarlo, con dolcezza, ogni Natale.
VISITA AD UN TEMPIO DELLA GASTRONOMIA
LA
LEGGENDA DEL RISTORANTE HÔTEL DE VILLE A CRISSIER:
L”ART DE VIVRE” SECONDO LO CHEF FRANCK GIOVANNINI
IDI GIACOMO NEWLIN
RESTAURANT HÔTEL DE VILLE
Rue d’Yverdon 1 CH-1023 Crissier
T. +41 (0) 21 634 05 05 www.restaurantcrissier.com
l ristorante dell’Hôtel de Ville a Crissier è per eccellenza definito tempio, poichè si può dire che da sessant’anni è dedicato al culto della gastronomia. La storia è lunga, inizia nel 1955 con Benjamin Girardet, cui dopo dieci anni nel 1965 subentra il figlio Frédy Girardet che porta il ristorante ai massimi livelli con le tre stelle Michelin ottenute nel 1993. Nel 1996 cede il testimone a Philippe Rochat al quale nel 2012 subentra Benoît Violier e nel 2016 l’attuale chef di origini ticinesi Franck Giovannini. Tutti grandi chef che hanno garantito, ormai da 32 anni, le tre stelle Michelin e 19 punti Gault & Millau, ognuno con la propria impronta e il proprio genio. Trovo sia interessante evidenziare
un fatto: la ristrutturazione della cucina, supervisionata da Philippe Rochat e Benoît Violier, definita unica al mondo in quanto progettata interamente dai cuochi del ristorante dove i “team” lavorano in una sintonia perfetta e in condizioni ottimali per ciò che riguarda le temperature, l’aspirazione, una circolazione intelligente e il recupero di energia. In questo contesto ideale lavora Franck Giovannini che crea una cucina gourmet eccezionale basata sulla centralità del prodotto, che deve essere ovviamente stagionale, freschissimo e possibilmente locale e sulla cura per mantenerne integre le peculiarità. Così nei piatti gli ingredienti mantengono la purezza dei sapori e vengono combinati nel rispetto dell’equilibrio delle consistenze.
Dato che l’occhio vuole la sua parte, specie in una cucina di questo livello, la presentazione è estremamente elegante, con composizioni pulite e sofisticate pari, si può dire, ad un’opera d’arte, in cui tuttavia la dimensione estetica converge sempre nella profondità gustativa. La cucina di Franck Giovannini, pur mantenendo un solido legame con la tradizione culinaria francese e svizzera, la si può definire una cucina d’autore e contemporanea, quindi con una base classica e una sensibilità moderna orientata in definitiva all’essenza dell’ingrediente, dove poi ogni piatto è sorretto da salse preparate con meticolosità che si caratterizzano da densità aromatiche uniche, così che alla fine, anche se ci si trova in un tempio della gastronomia, la tentazione di fare la cosiddetta scarpetta viene eccome! A questo punto è superfluo fare elogi sperticati, seppur meritati, per ogni piatto, quindi mi limito a citarne quattro - anche se tutti lo meriterebbero - che mi hanno semplicemente estasiato e che rimarranno ricordi indelebili del mio vissuto. Desidero citarli come vengono presentati sulla carta e cioè in francese, nella loro lin-
gua originale, che non è solo la lingua ufficiale della diplomazia, ma anche quella dell’alta gastronomia quindi: “Elégantes Moules des côtes bretonnes marinées au curry Balti haricots de Vinzel juste cuits et crème légère acidulée”; “Blanc de Cabillaud au naturel chou-fleur fondant au caviar et huile de persil”; “Morceau noble de Boeuf des bords du Léman au paprika fumé tartelette gourmande d’aubergines et poivrons doux”; “Soupe givrée de Pêches jaunes et pistaches émulsion rafraichie aux zestes d’agrumes”.
A questo punto un plauso lo rivolgo a Valentina Cavagliotti, la giovane chef patissière che firma le dolcezze
che escono da una delle cucine più prestigiose al mondo. La delicata impresa degli abbinamenti con i vini è stata magistralmente condotta dal sommelier Jacques Etievant su una scelta di ben 1500 referenze, mentre un servizio impeccabile, discreto e assolutamente non sussiegoso, anzi piacevolmente amichevole, coordinato dal direttore di sala Jérôme Belnard, ha coronato un’esperienza che, come ama spesso definirla Franck Giovannini, uno dei cuochi più bravi al mondo: “Art de vivre” ossia, Arte di vivere nel creare un’esperienza completa che unisca estetica, gusto, cultura e convivialità.
LE PROPOSTE DE LA MAISON CRISSIER
Oltre all’eccellenza gastronomica che l’ha reso celebre, l’Hôtel de Ville di Crissier offre un ventaglio di esperienze pensate per arricchire ogni visita. Gli ospiti possono scegliere tra diverse soluzioni: una sala privata per eventi riservati, una sala dedicata a chi desidera osservare da vicino il lavoro dei cuochi, e persino un museo interno che raccoglie cimeli, fotografie, ricette e oggetti storici legati alla storia della maison. Nel dicembre 2021 è stata inaugurata la Boulangerie de l’Hôtel de Ville, una naturale estensione del ristorante. Situata a pochi passi, propone raffinate creazioni di pasticceria realizzate con la maestria dello Chef Pasticcere, che ha collaborato per due anni con lo Chef Franck Giovannini. Oltre ai dolci, la boulangerie offre un’ampia selezione di pane fresco preparato quotidianamente dal team di fornai. Nel 2023, il ristorante ha arricchito la propria offerta con una nuova cantina, progettata per custodire circa 4.000 bottiglie di vini pregiati. L’ambiente, caratterizzato da pareti scure, scaffalature in legno chiaro e un’illuminazione d’atmosfera attentamente
studiata, riflette lo stile sobrio ed elegante della casa. Il sito web dell’Hôtel de Ville è moderno e dinamico: permette di acquistare buoni regalo, ricevibili comodamente a casa o via e-mail. Che si tratti di celebrare un evento in famiglia, vivere una serata romantica o condividere un’esperienza gourmet con gli amici, vengono proposti pacchetti personalizzati per soddisfare ogni desiderio. Un’altra iniziativa di rilievo è l’Accademia di Cucina, rivolta sia ai professionisti del settore sia agli appassionati. I corsi si tengono direttamente presso il ristorante, sotto la guida di Franck Giovannini e Stéphane Demarcq, e offrono un’immersione completa nel mondo dei
sapori e delle tecniche culinarie, sempre in armonia con le stagioni. Infine, non manca uno shop gourmet, dove è possibile acquistare eleganti confezioni contenenti prodotti freschi da ritirare in loco: dolci e dolcetti, cioccolato, marmellate, miele, vini, champagne, condimenti e altre delizie selezionate. www.restaurantcrissier.com
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VIVERE UN’AUTENTICA ESPERIENZA ENGADINESE
DI PAOLA CHIERICATI
SITUATO IN POSIZIONE CENTRALE,
LUNGO LA VIA CHE PORTA
DALLA STAZIONE FERROVIARIA
AL BADRUTT PALACE, IL GRACE
LA MARGNA ST. MORITZ È UN
BOUTIQUE HOTEL DI LUSSO 5
STELLE SUPERIOR, INAUGURATO
NELLA SUA NUOVA VESTE NEL 2023
DOPO UN RADICALE RESTAURO.
HOTEL GRACE LA MARGNA
Via Serlas 5
CH-7500 St. Moritz
T. +41 (0) 81 832 22 10 www.gracehotels.com
L’edificio originale, nominato “La Margna Wing”, risale all’inizio del XX secolo, è stato costruito in stile Art Nouveau engadinese dall’architetto Nicolaus Hartmann e conserva un fascino particolare. La nuova ala moderna, “Grace Wing”, con grandi finestre che vanno dal pavimento al soffitto valorizzando al massimo il panorama, è stata disegnata da Divercity Architects con l’intervento dell’interior designer Carole Topin. All’accoglienza, il banco della reception è costituito da un blocco di granito di Soglio (Val Bregaglia) di colore grigio chiaro a grana fine, a cui tiene molto il giovane ma con esperienza General Manager Davide Frei: «A mio avviso la reception rappresenta nel migliore di modi il Grace La Margna che va a soddisfare una fascia di pubblico particolarmente esigente con un’offerta che fino ad oggi mancava nel panorama alberghiero di St. Moritz. Non si tratta di un classico hotel di lusso, ma di un Luxury Lifestyle & Boutique Hotel. Il nostro servizio è attento e personale, in grado di fare sentire l’ospite a proprio agio, in un ambiente giovane e per alcuni versi meno formale. Il nostro desiderio è mostrare una prospettiva diversa nel settore alberghiero engadinese, siamo innovativi non soltato nell’ambito digitale e vogliamo trasmettere la semplicità per fare trascorre le vacanze in un ambiente rilassato. Inoltre abbiamo
tutte le infrastrutture adatte anche per le famiglie, con un grande club per bambini di tutte le età. I nostri clienti arrivano dalla Svizzera interna, dal sud della Germania ma an-
che dall’Italia e dai Paesi del Benelux, oltre che dalla Scandinavia». L’hotel dispone di 74 camere e suite: 27 nella nuova ala Grace, 47 nella ala storica La Margna, e di un attico (“Terrace Suite”) al quarto piano con un’ampia terrazza e una bella piscina idromassaggio, che offre viste particolarmente suggestive sulle montagne circostanti e sul lago. La zona Spa, di oltre 700 m², ha una piscina interna lunga 20 metri, varie saune, bagni di vapore, lounge dove rilassarsi, e prevede la possibilità di prenotare diversi trattamenti, una Spa Suite privata e cure estetiche con prodotti di alta quali -
tà. Oltre ad una palestra con attrezzature TechnoGym, il centro benessere offre inoltre l’applicazione di SONNENWIESE® che sti -
mola la formazione di collagene e quindi i naturali processi di rinnovamento della pelle. Il risultato è un delicato effetto abbronzante con una sensazione di prendere il sole come all’aria aperta.
L’offerta gastronomica è ampia e varia: il The View propone una cucina mediterranea, il Beefbar di ispirazione internazionale è per chi ama la carne, mentre il Stüvetta Moritz esalta i piatti svizzeri come la fondue. Gli spazi comuni sono particolarmente ampi e piacevoli, ben illuminati, il living room ha un
bellissimo camino, le aree lounge sono sempre abbellite con fiori freschi, mentre la terrazza panoramica è arredata con i mobili outdoor di Rugiano Design. Al Grace Wing non manca un tocco artistico alle pareti, abbellite dalle fotografie di Jürg Kaufmann, che raffigurano le cime innevate engadinesi.
Il Grace La Margna non è solo un albergo, ma un’esperienza che cerca di riflettere il meglio dell’Engadina, della sua storia, del paesaggio e del lifestyle alpino. Aperto tutto l’anno, contrariamente ad altrï hotel di lusso, è pensato sia per gli amanti della montagna e dello sport (sci, escursioni, etc.), sia per chi cerca relax, benessere, gastronomia e cultura.
UN’AVVENTURA CULINARIA GLOBALE
LA PRESTIGIOSA “CONDÉ NAST TRAVELER HOT LIST 2025”
HA RICONOSCIUTO QUESTO PICCOLO GIOIELLO
COME UNO DEI MIGLIORI NUOVI RISTORANTI AL MONDO
DI GIACOMO NEWLIN
Un’avventura culinaria iniziata nel 2023, quando dopo un’attenta ristrutturazione, in gran parte conservativa, ha riaperto
a St. Moritz l’Hotel Grace La Margna. Un albergo che nell’ala storica ha mantenuto il carattere Art Nouveau integrandolo in armonia con i più moderni comfort.
Così anche la cucina, pur fondendosi sulle solide basi della grande tradizione franco-italiana si è affinata in un concetto che tiene conto dell’evoluzione dei gusti e delle aspettative di una clientela moderna. Tutto ciò significa: maggior leggerezza nelle preparazioni; nuove tecniche di cottura; grande attenzione alla qualità delle materie prime, alla loro stagionalità e regionalità.
La responsabilità di tutto questo è stata affidata a due giovani di invidiabili esperienze e soprattutto passione: Andrea Bonini, executive chef e Gabriele Lovo sous-chef, che viziano gli ospiti con un concetto di cucina che volge lo sguardo verso una larga mediterraneità.
L’offerta gastronomica si concretizza nella sua pienezza al ristorante gourmet “The View”, in cui prende forma il concetto appena espresso e dove l’esperienza è risultata pienamente gratificante a cominciare da
alcuni invitanti amuse-bouche tra cui ricordo il vol-au-vent ai finferli e spuma di formaggio engadinese che ha dischiuso con raffinatezza l’appetito. A seguire il Risotto al pomodoro, un piatto semplice (si fa per dire) dal design colorato e divertente, dove però la forma è completata da un gusto deciso. È stata poi la volta di un piatto diventato un cosiddetto “signature” dello chef e giustamente decantato, ovvero il Polpo alla Gal-
lega, ovviamente rivisto nello stile rispetto all’originale galiziano, con mousse di patate e arricchito dalla nota erbacea, speziata e un po’ affumicata del peperone crusco. L’emblema della leggerezza delle preparazioni, che si è potuta evincere al momento della digestione, è stata attribuita con lode ad un’Ombrina all’acquapazza, ammannita con zucchine, pomodoro e cozze, nelle cui tenere carni si poteva quasi percepire una fresca brezza marina. Alla prossima occasione assaggeremo altri piatti iconici di questa cucina protesa in avanti verso il successo, come il tartare di carote o la cotoletta di vitello allo stile milanese e daremo anche ampio spazio ai dessert di cui abbiamo avuto un piccolo assaggio con un tiramisù da manuale preparato al momento, che
suggella la bravura di Ernst Gmür, chef patissier.
Per l’accostamento cibo-vino, il dinamico e preparatissimo sommelier Benjamin Zimmerling ha potuto estrarre da un grosso volume il meglio dell’enologia, nel nostro caso siamo rimasti tra Svizzera e Italia, con un risultato in cui sia le caratteristiche del cibo, sia le caratteristiche del vino si sono esaltate a vicenda.
Di un albergo, specie se è nuovo, si vuole scoprire un po’ tutto, nel nostro caso tutto ciò che ha a che fare con il piacere della tavola e allora, non ci si poteva esimere dal curiosare nella bella sala arredata con marmi, velluto e ottone, del Lounge Bar che porta il nome N/5 e da cui si può ammirare il sempre stupendo paesaggio engadinese, consumando piccole raffinatezze culinarie in stile aperitivo. In questo che è un po’ il cuore pulsante dell’Hotel Grace La Margna, svolgono con raffinata professionalità il ruolo di anfitrioni, Mirco Giumelli responsabile bar e Alberto Vailati bartender, mixologist, con i quali è molto facile approcciarsi e scoprire qual è il tuo cocktail del cuore, per di più in quel preciso momento del giorno. Altra chicca è il “Beefbar”, in cui si
servono i tagli di carne più pregiati provenienti da tutto il mondo proposti insieme ai classici creativi dello street food come tacos di Angus e kebab mediterraneo di Wagyu. Inoltre, per le serate conviviali l’ospite si può recare nella Stüvetta Moritz arredata nello stile di un elegante chalet, in cui gustare la “fondue” di formaggi, di carni con le relative salsine oppure, previa riservazione, la novità della “fondue” di pesce, anch’essa con una variazione di salse “homemade”, fondue naturalmente servite con diversi contorni. Ma alla Stüvetta Moritz non mancano altri piatti della tradizione svizzera come lo sminuzzato di vitello alla zurighese, i rösti alla Grace o il carpaccio di cervo ecc.
HOTEL GRACE LA MARGNA
Via Serlas 5
CH-7500 St. Moritz
T. +41 (0) 81 832 22 10
www.gracehotels.com
L’HÔTEL DES HORLOGERS, APERTO
NEL 2022 DOPO UN’IMPORTANTE RISTRUTTURAZIONE, È UN
BOUTIQUE HOTEL A 4 STELLE
SUPERIOR NELLA VALLÉE DE JOUX
NEL CANTON VAUD, NEL VILLAGGIO
DI LE BRASSUS, CHE SI DISTINGUE PER IL SUO DESIGN
ALL’AVANGUARDIA, SOSTENIBILE
E PERFETTAMENTE INTEGRATO
NEL PAESAGGIO.
DI PAOLA CHIERICATI
HÔTEL DES HORLOGERS
Route de France 8 1348 Vallée de Joux Suisse
T. +41 21 845 08 45 www.hoteldeshorlogers.com
UN HOTEL DI LUSSO AL SERVIZIO DELLE CASE OROLOGIERE
Realizzato come punto d’incontro per tutti gli appassionati di orologeria, l’Hôtel des Horlogers, sotto la direzione di André Cheminade, è particolare e accogliente e ha l’obiettivo di incoraggiare lo sviluppo del turismo nella Vallée de Joux, la culla degli orologi svizzeri, promuovendo il know-how e il patrimonio della regione. Noto come l’hotel di Audemars Piguet, l’Hôtel des Horlogers è stato progettato dallo studio danese BIG Bjarke Ingels Group e realizzato dallo studio di architettura svizzero CCHE, gli stessi due partner che hanno firmato anche il Musée Atelier Audemars Piguet situato a pochi passi di distanza.
La sua struttura si integra gradualmente con i prati circostanti e ha ottenuto la certificazione Minergie-ECO e implementato un approccio olistico sostenibile, dallo sviluppo dell’edificio fino al suo funzionamento quotidiano, al fine di ridurre l’impatto ambientale, utilizzando energia da fonti rinnovabili (come pannelli fotovoltaici e un teleriscaldamento alimentato da legna locale).
L’hotel riduce l’impatto ambientale anche con iniziative virtuose come l’imbottigliamento dell’acqua in loco e l’uso di materiali biodegradabili. Non a caso è stato premiato con il premio “Best Practices 2023” dalla European Hotel Managers Association (EHMA). Realizzato con materiali locali, tutte le 50 ca -
mere e suite offrono una vista aperta sui prati adiacenti e l’arredamento è accogliente e raffinato, con ampio utilizzo di abete locale e grandi finestre che danno un tono contemporaneo. Un passaggio interno segue l’atipica struttura a zig zag dell’hotel e collega le diverse aree. L’albergo comprende anche due ristoranti, La Table des Horlogers che propone una cucina ispirata alla natura della regione, con un’offerta che cambia stagionalmente, e la Brasserie Le Gogante, un’alternativa più informale per pranzi e cene, anch’essa con un menu che valorizza i prodotti della regione. Non manca poi un bar aperto a tutti. Il centro benessere Spa by Alpeor offre diversi trattamenti, massaggi, una sauna e un bagno turco e per chi vuole organizzare incontri di gruppo e
riunioni ci sono due sale attrezzate con le più avanzate tecnologie. Il soffitto della hall presenta imponenti tronchi di alberi bianchi che danno l’impressione che la foresta si rifletta sul Lac de Joux e la reception ricorda per la sua forma un fossile. L’Hôtel des Horlogers è stato ricostruito sullo stesso luogo in cui si ergeva l’Hôtel de France, che fu fondato a Le Brassus nel 1857 e accolse visitatori da tutto il mondo per oltre un secolo. L’albergo divenne un’importante fermata sullo Chemin des Horlogers, il percorso
dell’orologeria che collegava i laboratori orologieri della Vallée de Joux a Ginevra, dove i segnatempo venivano consegnati ai rivenditori. Fu ricostruito nel 1984 prima di accogliere numerosi visitatori fino alla sua chiusura nel 2000. Nel 2003, Audemars Piguet ha acquistato e ristrutturato questo storico luogo di riferimento locale, che ha aperto le sue porte ad una nuova generazione di visitatori nel 2005 con il nome attuale. In seguito, volendo impegnar -
si in un progetto più in linea con i valori del brand e le norme ecologiche in evoluzione, Audemars Piguet ha chiuso l’hotel nel 2016 per ripensare meglio la sua concezione. La prima pietra del nuovo progetto è stata posata il 4 giugno 2018 e pochi mesi dopo ha ricevuto il premio “Leisure Led Development Future Project Award” al World Architecture Festival. Dopo anni di lavoro, nel 2022 l’Hôtel des Horlogers ha riniziato ad accogliere i nuovi visitatori della Vallée de Joux. La sua posizione è ideale per attività come escursioni, ciclismo, sci di fondo e sci alpino, a seconda della stagione e si trova vicino all’Espace Horloger, che propone due mostre permanenti che permettono di approfondire la storia dell’orologeria e della regione e a diverse manifatture come Zenith, Tudor, Montblanc e UlysseNardin.
QUANDO LA NATURA SPOSA LA BUONA TAVOLA
ÈESPERIENZA UNICA E IMMERSIVA
NELLA SPETTACOLARE NATURA DELLA VALLÉE DE JOUX: LA RISTORAZIONE GOURMET ALL’H ÔTEL DEL HORLOGERS DOVE PER PRIMA COSA CONTA IL LUOGO.
HÔTEL DES HORLOGERS
Route de France 8
CH-1348 Le Brassus
T. +41 (0) 21 845 08 45 www.hoteldeshorlogers.com
stata una scoperta, una scoperta sorprendente! A un’ora di auto da Losanna, attraverso iconiche strade panoramiche si arriva a Le Brassus, frazione del comune di Le Chenit nel Canton Vaud. Siamo nella Vallée de Joux, una perla nascosta del Grand Tour della Svizzera, valle compresa nel massiccio del Giura vodese in cui si staglia quale emblema della regione la maestosa montagna Dent de Vaulion. La rinomanza di questa valle è dovuta soprattutto alla concentrazione di manifatture della più pregiata e tradizionale industria orologiera svizzera. In questo luogo è sorto un albergo, l’Hôtel des Horlogers, progettato con un design visionario d’avanguardia, utilizzando materiali locali che si fondono magnificamente con il paesaggio circostante. Dalle vetrate a tutta parete delle camere si gode infatti di un ampio panorama sulle praterie e soprattutto sull’affascinate e vasta foresta di Risoud, nota per il particolare legno di abete di risonanza, apprezzato per trasmettere e amplificare il suono, ciò che lo rende ideale per la costruzione di strumenti musicali a corda. In questo contesto idilliaco che effonde un’atmosfera di pace e armonia, nell’Hôtel des Horlogers non potevano mancare i momenti di relax gastronomico offerti da due “locations”: il ristorante gourmet La Table des Horlogers (17 punti Gault & Millau) e la Brasserie Le Gogant (dove Gogant nel dialetto locale è un
abete bianco isolato che con gli anni assume dimensioni che non hanno paragoni con gli altri alberi del bosco e danno rifugio a uomini e animali). L’impostazione della cucina è stata affidata al prestigioso chef Emmanuel Renaut, “Meilleur Ouvrier de France 2004”, che nel suo ristorante e Relais & Chateaux “Flocons de Sel” a Megève vanta tre stelle Michelin, mentre l’esecuzione in loco è dello chef residente Alessandro Cannata che con il gusto del dettaglio e l’eleganza del gesto compone una partitura precisa e profondamente sincera, in armonia con la ricchezza dei prodotti della Vallée de Joux. Quindi pesce proveniente dai pescatori locali, carni
DI GIACOMO NEWLIN
come pure frutta e verdura provenienti dalle fattorie circostanti. Così, se la Brasserie Le Gogant propone una cucina accessibile e veloce, la Table des Horlogers offre un’esperienza gastronomica ricercata e direi esclusiva, nel senso anche di immersione nella natura per gustare un menu unico. Lo chef Alessandro Cannata riesce ad interpretare in maniera esemplare la linea dello chef Renaut, con in più il suo personale accento derivante dalla sua italianità. Un connubio perfetto tra la tradizione della grande cucina, la mediterra-
neità ed i prodotti naturali e locali di una regione ricca di eccellenze. Per prima cosa la produzione del pane, anzi dei pani e della piccola “boulangerie” è fatta in casa, mentre i menu, oltre alla stagionalità possono cambiare in base alla reperibilità giornaliera della materia prima, penso in particolare al pescato dei laghi, alle erbe aromatiche ai funghi ecc. L’evoluzione quindi è attenta e costante e l’emozione della natura con le sue primizie si fa sentire in ogni piatto e si percepisce ogni volta che lo sguardo si sofferma sulla foresta di Risoud. Non si può descrivere puntualmente un’esperienza immersiva unica e totalizzante come quella di cenare a La Table des Horlogers, con quella particolare atmosfera ed un servizio personalizzato; posso quindi solo elencare alcune portate di un menu che alla fine lascia sbalordito anche lo stomaco che può solo ringraziare: Gnocchi di salsa al pomodoro, purè di pomodori canditi, basilico ed emulsione di gruyère; Trota del Giura in camicia, salsa al “beurre blanc”, uova di trota e cialda di achillea; Trilogia di manzo: in Tataki, nei ravioli e nel filetto con fagiolini, souflé di patate e riduzione di salsa al vino rosso e di carne; Mochi ghiacciato: pasta di riso, gelato di pera, vaniglia e gel di abete.
La carta dei vini merita una lettura, in quanto vi si trovano etichette della migliore produzione viticola svizzera, specie vodese e vallesana, senza tuttavia trascurare le zone maggiormente vocate della Svizzera tedesca e italiana. Non mancano altresì vini francesi e italiani. Termino con l’emozione provata all’inizio della cena, centellinando un calice sublime di Champagne, il Grand Siècle N. 26 della Laurent Perrier, una cuvée prestigiosa basata sull’assemblaggio e non sull’annata, che ha portato questo vino ai vertici per finezza e complessità.
ARIELLA DEL ROCINO PROSEGUE
IL SUO TOUR TRA I CAMPI DA GOLF PIÙ BELLI E PRESTIGIOSI
DELLA SVIZZERA E PRESENTA
IL GOLF & COUNTRY CLUB DE BONMONT, UN CAMPO SITUATO NEL CUORE DELLE ALPI VODESI.
GIOCARE TRA LE VETTE ALPINE
Le Brassus è un pittoresco villaggio situato nella Vallée de Joux, nel Canton Vaud, in Svizzera. È rinomato per la sua ricca storia nell’industria orologiera, essendo la sede centrale della prestigiosa manifattura orologiera Audemars Piguet. Nonostante le sue piccole dimensioni, Le Brassus svolge un ruolo significativo nel mercato mondiale degli orologi di lusso, attraendo visitatori e appassionati di orologi da tutto il mondo. Il villaggio è circondato da splendidi paesaggi naturali, tra cui foreste e laghi, che lo rendono una destinazione popolare per attività all’aria
aperta come l’escursionismo e lo sci e, naturalmente, per il golf, in considerazione dell’elevato numero di campi che si trovano concentrati nel Cantone Vaud, tutti molto impegnativi da un punto di vista agonistico e dotati di ottime attrezzature. Il Golf & Country Club de Bonmont si trova a circa 30 minuti d’auto da La Brusses, separati da un percorso caratterizzato da colline ondulate e panorami alpini, attraversando boschi di conifere e prati verdi. Inaugurato nel 1983, il Bonmont Club offre un campo da golf a 18 buche con vista sul Lago di Ginevra e sul Monte Bianco, in un parco di 62 ettari circondato da alberi secolari. Gli ospiti con un handicap massimo di 36.0 e soci di un altro golf club riconosciuto dalla Federazione sono benvenuti a giocare sul campo. Sono disponibili anche lezioni di golf con maestri professionisti.
L’architetto svizzero Don Harradine progettò il campo da golf nel
1980. Bonmont fu poi completamente ristrutturato all’inizio del XXI secolo. Peter Harradine riprogettò l’opera del padre, aggiungendo nuove caratteristiche allo splendido percorso. Ha un par 71 ed è lungo 6.080 metri. Il vantaggio di cui il campo gode è che il terreno su cui è stato costruito è molto permeabile, a causa di uno smottamento di ciottoli delle montagne del Giura che si è verificato in tempi molto antichi. L’acqua penetra molto bene nel terreno, che risulta dunque giocabile in tutte le stagioni.
Il Golf & Country Club de Bonmont offre ai golfisti una gamma completa di servizi, tra cui un campo pratica (Driving Range) che dispone sia di una zona coperta che di una non coperta per esercitarsi. Le aree di allenamento comprendono un Putting green, un Chipping green e un Training bunker. La tecnologia Trackman permette di analizzare i dati dei propri colpi e migliorare la tecnica. La Chef, Mégan Minjard, e il suo team sono alla guida del ristorante Le Cercle, la cui terrazza costitui -
ce, l’hotel Château de Bonmont offre 18 camere e suite arredate in stile classico e contemporaneo. Combinando comfort e serenità, garantiscono un soggiorno indimenticabile. Come ospiti, è possibile gustare una ricca colazione e accedere alle aree fitness e relax.
sce un autentico angolo di paradiso. Nelle giornate di sole, è consigliabile concedersi un pranzo su una delle terrazze più belle della Svizzera romanda, con una vista mozzafiato sul campo da golf. Situato in uno splendido maniero del XVIII secolo e nelle sue dependan-
VINO, UN REGALO SEMPRE GRADITO
In che modo e in che misura le sue pregresse esperienze nel settore vitivinicolo potranno essere di supporto al suo lavoro come direttore di Ticinowine?
«Grazie ai 15 anni nel settore agroalimentare, turistico e della ristorazione, ho vissuto e lavorato fianco a fianco con i produttori ticinesi, conoscendo da vicino le loro sfide, ma soprattutto le loro grandi qualità, le loro eccellenze e la loro passione. Oggi vedo in ogni bottiglia un’opportunità: valorizzare le storie uniche dei nostri vini, frutto della natura della nostra regione e del lavoro dei produttori ticinesi, emoziona -
LE RIFLESSIONI DI IVAN TREZZINI, DA POCHI MESI ALLA GUIDA DI TICINOWINE, SULLO STATO DELLA VITIVINICOLTURA TICINESE E SULLE AZIONI DA INTRAPRENDERE PER FAVORIRNE LA PROMOZIONE.
re i consumatori e sfruttare tanto l’esperienziale quanto il digitale per far arrivare la qualità e l’autenticità del Ticino ovunque».
Per quali motivi ritiene che il vino si presti a essere un regalo ideale durante le festività e quali caratteristiche e valori lo rendono così particolare? «Il nostro vino è un dono che racchiude convivialità, regionalità e cultura. Regalare una bottiglia significa offrire qualcosa di curato ed elegante, che trasmette valore, prestigio e racconta una storia unica. Porta con sé emozione e identità e si presta perfettamente a momenti di condivisione durante le feste. In particolare, il vino ticinese unisce qualità riconosciuta, forte legame con il territorio e un carattere distintivo, rendendolo un autentico, amato ambasciatore della nostra regione. Regalando uno dei nostri vini, si è certi di fare un figurone!».
Quali sono le iniziative promozionali specifiche che Ticinowine sta implementando per favorire la crescita e lo sviluppo del settore vitivinicolo ticinese?
«Ticinowine punta su tre pilastri strategici: la promozione verso i consumatori, con eventi e degustazioni in Ticino e Oltre Gottardo; il
rafforzamento della comunicazione digitale, per raccontare il vino ticinese in modo moderno e coinvolgente; e le sinergie con gli attori del territorio, attraverso collaborazioni con turismo, istituzioni e ristorazione, per contribuire nel far esprimere appieno il potenziale dell’enogastronomia ticinese, farne un ambasciatore e attrattore sempre più forte in Svizzera e nel mondo».
Più in generale, quali sono le sue aspettative per il futuro del settore vitivinicolo in Ticino e quali sfide dovranno affrontare le aziende nei prossimi anni? «Il futuro del settore vitivinicolo ticinese è promettente: la qualità dei nostri vini è una garanzia riconosciuta e molto amata, l’enoturismo apre nuove opportunità e una nuova generazione di produttori appassionati e innovativi porta energia e idee fresche, dando continuità al grande lavoro di chi li ha preceduti. Le sfide non mancano – cambiamento climatico, pressione sui costi e concorrenza crescente – ma credo che puntando su innovazione, sostenibilità e collaborazione, il Ticino potrà consolidarsi come punto di riferimento dell’enogastronomia di qualità, valorizzando al massimo le eccellenze del territorio e la passione che anima ogni bottiglia, sia in Svizzera sia all’estero».
LE PROPOSTE DI ALCUNI VITICULTORI
Jonas Huber hubervini SA
«Riguardo alla strategia di promozione natalizia, quest’anno proponiamo per la prima volta la possibilità unica, e per la prima volta, di acquistare l’opera che ha ispirato l’etichetta della Montagna Magica 2023. I nostri clienti possono trovare diversi abbinamenti tra il vino e le opere che fanno parte della collezione “Zoo” ideata da Loeb Sarli Architekten di Basilea e Monteggio (www.hubervini.ch)».
Eliana D’Amato-Marcionetti Settemaggio SA
«L’attività di promozione dei regali natalizi per la Cantina Settemaggio si sviluppa durante tutto l’arco dell’anno. Questo approccio ci consente di coltivare relazioni solide con aziende e partner, instaurando sinergie profonde e di valore. I nostri clienti sanno di poter contare su di noi non solo per la qualità dei nostri vini, ma anche per un servizio completo che include la preparazione delle confezioni regalo e la consegna. Un servizio particolarmente apprezzato perché permette ai clienti di affidarsi completamente a noi. Siamo un’azienda con una storia autentica da raccontare: chi condivide la nostra filosofia e la nostra passione per il territorio ci segue con costanza. Durante i mesi autunnali, partecipiamo a numerose fiere ed eventi su tutto il territorio svizzero, per promuovere ulteriormente l’interesse del pubblico verso i nostri vini. Prendiamo parte anche a serate enogastronomiche e mondane, dove presentiamo i nostri prodotti di punta per il periodo natalizio, tra cui la nostra rinomata bollicina “SettePuntoCinque”, un Metodo Classico interamente prodotto in Ticino. Manteniamo un contatto diretto e costante con la clientela, offrendo degustazioni in cantina e momenti di incontro che rafforzano il legame con il nostro marchio. Da diversi anni, la Cantina Settemaggio valorizza anche le eccellenze artigianali ticinesi attraverso progetti con partner locali. Quest’anno abbiamo avviato una collabora -
zione con il Caseificio del Gottardo, dando vita a confezioni regalo dedicate ai formaggi – Scatola Regalo Tremola e Scatola Regalo Grottino (www.settemaggio.ch/Box-regalo)».
Etienne Cristini
Cantina Cristini e Figli Sagl «Per le festività natalizie proporremo i nostri box regalo da 2 o da 3 vini e, per aziende che intendono spedire i regali, garantiamo un servizio impeccabile e di classe, potete consultare (www.cantinacristini.ch)».
TICINOWINE HA ASSEGNATO
IL PREMIO 2025 ALLA PERSONA O ENTE CHE NEL CORSO
DELL’ANNO PIÙ SI È DISTINTO
PER IL SOSTEGNO DELLA FILIERA
VITIVINICOLA CANTONALE
E IL PREMIO ALLA CARRIERA A
CHI HA DEDICATO TUTTA LA VITA ALL’ATTIVITÀ DI VITICOLTORE IN TICINO. ABBIAMO INCONTRATO I DUE VINCITORI, LA POPOLARE
GIORNALISTA RSI LARA
MONTAGNA E FELICIANO GIALDI, STORICO PRODUTTORE E ICONA DEL VINO TICINESE.
Come è andato sviluppando nel corso degli anni il vostro rapporto con la vite e il vino?
FELICIANO GIALDI: «La nostra famiglia è attiva nel settore dal 1953, quando mio padre Guglielmo fondò un’azienda per la commercializzazione di vini, di produzione soprattutto estera. Sessant’anni fa, nel maggio del 1965, sono entrato nell’impresa e nel 1984, in seguito all’acquisto di una azienda vinicola nelle Tre Valli ho iniziato a produrre Merlot. L’a-
zienda si è poi sviluppata ulteriormente e oggi le uve di ben 220 viticoltori vengono consegnate nelle cantine di Mendrisio e di Bodio. Dal 2001, grazie all’acquisizione della Brivio Vini e mantenendo i due marchi ben distinti, offriamo al consumatore vini che ben rappresentano il territorio, con vigneti a nord del Cantone ed i vigneti a sud nel Mendrisiotto. Con determinazione e senza mai abbandonare le storiche cantine 1880 di Mendrisio, e aggiornando l’azienda con moderne tecnologie, nel più assoluto rispetto per la territorialità, creiamo 30 vini, l’80% dei quali prodotti con uve Merlot, che rispettano l’origine del Ticino, per un volume complessivo di circa 1 milione di bottiglie annue».
LARA MONTAGNA: «Il mondo dell’enologia mi ha sempre affascinato. Ricordo il primo cofanetto degli aromi del vino acquistato a Zurigo: una piccola scatola capace di racchiudere profumi e memorie. Ma il vero salto, dalla dimensione sensoriale alla concretezza della vigna, è arrivato con la conduzione de L’Ora della Terra, lo storico programma di Rete Uno dedicato alla vita rurale. Nel 2015 ho raccolto l’eredità di Angelo Frigerio, il “Sciur Maestro”, che per oltre cinquant’anni ha portato in radio l’amore per la terra con competenza e umanità. Ho sentito da subito la responsabilità di proseguire quel dialogo sincero con il pubblico. Avvicinandomi all’alpicoltura e all’arte ca -
ALBO D’ORO PREMIO TICINOWINE
2010 Urs Mäder - Ascona (TI)
2011 François Murisier – Arbaz (VS)
2012 Elio Frappoli – Dietikon (ZH)
2013 Paolo Basso – Ligornetto (TI)
2014 Martin Kilchmann – Hergiswil (NW)
2015 Città di Mendrisio – Mendrisio (TI)
2016 Coop Società Cooperativa – Basilea
2017 Carla e Giò Rezzonico – Locarno (TI)
2018 Dany Stauffacher – Lugano (TI)
2019 Tarcisio Bullo – Claro (TI)
2020 Gustando – RSI Rete Uno (TI)
2021 Angelo Trotta – Ticino Turismo (TI)
2022 Aron Piezzi – Maggia (TI)
2023 Marco Romano – Mendrisio (TI)
2024 Associazione PerBacco – Bellinzona (TI)
2025 Lara Montagna – Lugano (TI)
ALBO D’ORO PREMIO TICINOWINE ALLA CARRIERA
2013 Cesare Valsangiacomo – Morbio Inferiore (TI)
2014 Ezio Crivelli – Mendrisio (TI)
2015 Famiglia Matasci – Tenero (TI)
2016 Giovanni De Giorgi – Biasca (TI)
2017 Adriano Petralli, postumo – Camorino (TI)
2018 Non assegnato
2019 Piero Tenca – Taverne (TI)
2020 Lino Gabbani – Lugano (TI)
2021 Associazione Marchio Viti (TI)
2022 Mauro Ortelli – Castel San Pietro (TI)
2023 Bruno Bergomi – Dino (TI)
2024 Thomas Vaterlaus – Intervinum, Zurigo (ZH)
2025 Feliciano Gialdi - Mendrisio (TI)
searia di montagna, è nata in modo naturale anche la passione per la viticoltura. Alpeggi e vigneti condividono la stessa anima: un legame profondo con il territorio, la stagionalità e la relazione autentica tra uomo e natura. Nei vigneti come sugli alpeggi, l’uomo parla ancora la lingua antica della terra, quella che cerco di raccontare ogni domenica a L’Ora della Terra».
Lavorare la terra per produrre vino, così come raccontare la storia e il mestiere di chi ha scelto di fare della terra la ragione della propria vita, significa anche compiere un importante opera di trasmissione della memoria a vantaggio delle nuove generazioni…
LARA MONTAGNA: «Ogni vigna e ogni alpe custodiscono un sapere antico, fatto di gesti che si ripetono
da secoli e che rischiano di perdersi se non vengono condivisi. Il servizio pubblico ha il compito di mantenere vivo questo legame, dando voce a chi lavora con passione su terreni difficili – dagli alpeggi ai vigneti eroici. I viticoltori, in particolare, raccontano le nostre radici ma sanno anche guardare avanti: uniscono tradizione e ricerca, accogliendo le innovazioni della scienza per affrontare nuove sfide climatiche e produttive. È in questo equilibrio tra memoria e futuro che si rinnova la forza del loro mestiere. Raccontare la viticoltura della Svizzera italiana ne L’Ora della Terra significa restituire valore a chi difende l’autenticità della nostra terra e, al tempo stesso, ne costruisce il domani».
FELICIANO GIALDI: «Questo riconoscimento lo voglio condividere con tutti i collaboratori che mi
hanno accompagnato in questa lunga avventura, l’enologo Alfred De Martin che da 25 anni “firma” i vini Brand Brivio e Gialdi. Ciò che ci ha sempre sostenuto è la tenacia nel continuare e rinnovarsi con nuovi progetti finalizzati alla creazione di vini di alta qualità che rappresentano enologicamente e idealmente il Canton Ticino. L’impegno del viticoltore in vigna è oneroso, solo uve di qualità danno un ottimo vino, il produttore con passione e professionalità deve dar seguito non vanificando ciò che la natura ci consegna. Sempre più giovani si approcciano alla professione del viticoltore, investono nelle loro capacità e risorse, con tanta voglia di innovare ma anche con rispetto a preservare quel patrimonio di tecniche e conoscenze che noi “vecchi” abbiamo saputo ereditare ed accumulare nel corso degli anni».
SEMINARE LA PACE
IL CONTRIBUTO DELLA
FILANTROPIA ALLA RINASCITA
DEI TERRITORI FERITI.
In che modo oggi la filantropia si può considerare strumento concreto per promuovere la pace?
in regioni devastate come Badakhshan e Bamiyan, offrendo dignità e futuro dopo decenni di guerra (https://akf.org/country/afghanistan/).
Dr. Dr. Elisa Bortoluzzi Dubach, consulente di Relazioni Pubbliche, Sponsorizzazioni e Fondazioni, è docente presso varie università e istituti superiori in Svizzera e Italia e co-autrice fra gli altri di La relazione generosa. Guida alla collaborazione con filantropi e mecenati (www.elisabortoluzzi.com).
«La filantropia costruisce ponti là dove la politica e la diplomazia non riescono ad arrivare. Agisce con discrezione e rapidità, superando ostacoli burocratici e intervenendo in territori fragili, spesso dimenticati. Il suo contributo è concreto: finanzia iniziative che favoriscono il dialogo, la riconciliazione e la ricostruzione sociale. Come la Berghof Foundation, nata nel 1971 per volontà del fisico e imprenditore Georg Zundel, che da allora lavora per risolvere pacificamente i conflitti. In Mali, dopo la crisi del 2012, il progetto Supporting Insider Mediation ha facilitato il dialogo tra gruppi armati e comunità locali per ridurre la violenza. Attraverso l’analisi del conflitto, la formazione alla mediazione e il rafforzamento delle capacità locali, ha contribuito a creare condizioni strutturali favorevoli alla convivenza (https://berghof-foundation.org/ library/insider-mediatorsexploring-their-key-role-ininformal-peace-processes).
Ma la pace non si costruisce solo con le parole: si costruisce anche con mattoni, con acqua, con istruzione. La Fondazione Aga Khan lo dimostra in Afghanistan, dove ha portato scuole, ospedali e sistemi idrici
E mentre nel mondo 128 milioni di bambini restano esclusi dall’istruzione a causa di conflitti e disastri, la Jacobs Foundation di Zurigo interviene con tempestività e flessibilità, collaborando con il Geneva Global Hub for Education in Emergencies per garantire accesso alla scuola anche ai più vulnerabili: rifugiati, sfollati, dimenticati (https://jacobsfoundation.org/ education-in-emergenciesand-conflict/)».
Qual è stato, secondo lei, un esempio chiaro in cui un’iniziativa filantropica abbia contribuito direttamente alla riduzione di un conflitto armato?
«Quello della Fundación para la Reconciliación, istituita da padre Leonel Narváez, protagonista riconosciuto nel campo della giustizia riparativa e della costruzione della pace, soprattutto in Colombia. Narvaez ha creato le cosiddette Espere (Escuelas de Perdón y Reconciliación), parte di un processo pedagogico e metodologico cui ha dato vita nel 2003 attraverso questa fondazione e che offrono strumenti per gestire le emozioni negative, superare il risentimento e la vendetta, e promuovere il perdono e la riconcilia-
zione, per sanare le ferite causate da offese e conflitti (https://fundacionparalareconciliacion.org/). La pace infatti non si firma soltanto: si costruisce, sanando le ferite profonde di un popolo».
Come vengono allocati i fondi filantropici in contesti post-bellici per favorire la riconciliazione tra comunità divise?
«Il cammino verso la pace può essere rafforzato dall’attività filantropica, che sa supportare diverse iniziative locali adeguate, come accade per esempio in Colombia. Qui la United Nations Peacebuilding Fund, in collaborazione con fondazioni erogative norvegesi e svedesi quali The Rafto Foundation for Human Rights e The Olof Palme International Center, ha istituito un fondo post-bellico per promuovere la pace attraverso programmi di educazione, sminamento e reintegrazione delle vittime del conflitto armato (https://www. un.org/peacebuilding/fund).
Fondazioni come la Rockefeller. Brothers Fund, poi, hanno sostenuto progetti di dialogo interreligioso e programmi educativi che promuovono una narrazione condivisa del conflitto, evitando revisionismi e favorendo il dialogo tra le generazioni. Programmi filantropici che permettano alle vittime dei conflitti di essere seguite da terapeuti formati, capaci di sostenerle nell’elaborazione di traumi e ricordi disturbanti, e progetti mirati per aiutare le comunità a non considerare le armi come parte della quotidianità rappresentano un passo fondamentale verso la ricostruzione di una cultura della riconciliazione. In questo modo si riduce il rischio di ricaduta nella violenza armata e si rafforzano le istituzioni civiche in contesti dove lo Stato è debole».
“La filantropia costruisce ponti là dove la politica e la diplomazia non riescono ad arrivare. Agisce con discrezione e rapidità, superando ostacoli burocratici e intervenendo in territori fragili, spesso dimenticati”.
Quale ruolo può avere l’arte nei processi di ricostruzione post conflitto?
«Consentire per esempio una forma di catarsi: il trauma viene reso visibile, ascoltato. La memoria può riemergere senza essere negata. Una croce costruita con il legno di scafi affondati, un’installazione realizzata con le macerie di un centro abitato distrutto, sono gesti che danno vita a un processo consapevole di riflessione interiore. Non risolvono il dolore, ma lo rendono affrontabile e aprono la strada a una trasformazione personale.
La Fondazione Calouste Gulbenkian, con sede in Portogallo, ha per esempio investito in progetti artistici e culturali che promuovono il rispetto delle diversità e la memoria condivisa (https://gulbenkian.pt/en/)».
Come si bilancia il sostegno filantropico tra interventi umanitari immediati e investimenti a lungo termine per la pace?
«Le fondazioni che mirano a essere più efficaci sono attive su due livelli: da un lato contrastano l’emergenza con aiuti rapidi per bisogni urgenti (come cibo, rifugio, assistenza medica), dall’altro selezionano progetti di lungo periodo che promuovono coesione sociale, educazione, governance inclusiva e sviluppo economico sostenibile».
Quali sono gli errori più comuni che le organizzazioni filantropiche commettono quando cercano di promuovere la pace?
«All’esplodere di un conflitto - o alla sua conclusione - si è facilmente tentati da un attivismo impulsivo. Ciò che invece davvero serve è un percorso riflessivo e progressivo. Le organizzazioni filantropiche, spesso animate da buone intenzioni, rischiano di fallire quando ignorano il contesto politico e culturale locale, affrontano problemi complessi con approcci semplificati e impongono visioni esterne di ciò che è giusto o sbagliato».
Esistono settori specifici (educazione, sanità, media) in cui la filantropia ha un impatto più diretto sulla prevenzione dei conflitti?
«Lo sviluppo di economie locali, l’educazione, la sanità e l’investimento nell’informazione indipendente incidono sulle cause profonde dell’instabilità. La creazione di microeconomie a livello locale contribuisce ad arginare l’influenza delle organizzazioni violente. L’educazione aiuta le persone a pensare in maniera autonoma, a rispettare culture e tradizioni religiose diverse e a partecipare alla vita della comunità. La Fondazione Ford ha sostenuto in in vari Paesi del mondo progetti educativi volti ad aiutare i giovani a vivere insieme in modo pacifico (https://www.fordfoundation.org/ our-work-around-the-world/).
La sanità, nel senso della prevenzione e dell’assistenza accessibile anche ai più poveri, è un pilastro della fiducia fra stato e cittadini. Fermo restando che la salute è un ambito di compe -
tenza degli Stati, le fondazioni filantropiche possono contribuire là dove i mezzi economici che i governi possono investire non sono sufficienti. Il sostegno al giornalismo e ai media indipendenti gioca un ruolo fondamentale nel contrastare la propaganda politica e la disinformazione, favorendo al tempo stesso maggiore trasparenza dell’informazione. Sempre più fondazioni internazionali, quali la Thomson Reuters Foundation, si impegnano per garantire l’accesso a contenuti affidabili, strumento fondamentale per opporsi a politiche di indottrinamento (https://www.trust.org/)».
Come si può capire se un progetto per la pace funzionerà anche dopo la fine dei finanziamenti, e quali strategie aiutano a chiudere il sostegno in modo efficace?
«Una progettualità efficace da parte delle fondazioni filantropiche prevede la permanenza in loco per cicli ben definiti e interventi strutturati, fatti in modo che ogni decisione sia frutto di una valutazione maturata con le realtà locali, ci siano processi di apprendimento sistematico dove è necessario, e che la fondazione erogativa lasci quando il progetto è consolidato. Un approccio del genere pianifica l’uscita fin dall’inizio, con il trasferimento graduale delle responsabilità ai partner locali e si assicura che ci siano tutte le condizioni quadro perché i progressi acquisiti possano essere mantenuti, con un monitoraggio attento per tutta la durata del progetto».
Oggi la filantropia globale può contribuire concretamente alla pace?
Impiantistica e gestione razionale dell’energia
«La pace nasce anche dalle narrazioni che ci circondano: se siamo immersi in modelli aggressivi, diventa difficile coltivare valori come dignità, giustizia e rispetto. Occorre raccontare il mondo in modo diverso e, da lì, stimolare una riflessione sulla mentalità collettiva e su ciò che serve per costruire una cultura della pace. In questo contesto, una filantropia che ponga al centro le persone e promuova la diffusione di un’etica della non violenza può svolgere un ruolo meraviglioso».
n Impianti di climatizzazione ventilazione, riscaldamento
n Installazioni idrosanitarie
n Impianti fotovoltaici e solari termici
n Centrali termiche a vapore e acqua surriscaldata
n Centrali di refrigerazione
n Reti per fluidi liquidi e gassosi
n Servizio riparazioni e manutenzione
n Ufficio tecnico
n Consulenza energetica
INTERVISTA A PATRIZIA CAPPELLETTI, RICERCATRICE SOCIALE PRESSO L’UNIVERSITÀ
CATTOLICA DEL SACRO CUORE DI MILANO.
Dietro il nome
“Patrizia Cappelletti” si cela un intreccio di esperienze, pensieri e passioni: da dove cominceremmo a raccontarlo, se volessimo restituirne l’anima?
«Sono una ricercatrice sociale con una profonda passione per le trasformazioni contemporanee che riguardano la vita delle persone e delle organizzazioni. Da anni mi occupo di generatività sociale, un approccio che racconta la capacità di individui, imprese e comunità di creare valore non solo per sé, ma anche per gli altri e per i loro contesti. L’opportunità di questa ricerca è arrivata in un momento della mia vita in cui, pensando ai miei figli e alle nuove generazioni, cercavo un modo concreto per mettere le mie competenze a servizio di un modello di sviluppo più sostenibile. Questo mi ha portata ad incontrare tante splendide organizzazioni che, con i fatti, mi hanno insegnato che è possibile coniugare sviluppo econo -
GENEROSITÀ E GENERATIVITÀ
mico, giustizia sociale e cura del pianeta, generando un impatto positivo e duraturo. Ho avuto l’opportunità di conoscere aziende che ridisegnano i processi produttivi puntando su qualità e salubrità e non sulla quantità di basso prezzo; cooperative che rigenerano territori e comunità locali; fondazioni che investono sul futuro, scommettendo sui giovani con progetti educativi. Io mi sono dedicata a studiare e far conoscere le loro storie. La scelta si è rivelata per me appassionante e motivante: queste organizzazioni ci ricordano che si può crescere solo insieme, senza lasciare indietro nessuno, e rigenerando le risorse del pianeta per chi verrà dopo di noi».
Quali percorsi personali e professionali l’hanno formata nel tempo? «Dopo la laurea in Sociologia a Urbino ho conseguito un PhD in Scienze sociali all’Università Cattolica di Milano, dove ho iniziato a collaborare con il Centro di Ricerca ARC. Qui ho contribuito alla nascita dell’Archivio della Generatività Sociale, un sito web che raccoglie oltre un centinaio di storie di impresa, e al Rapporto Italia Generativa, che ogni anno racconta il grado di vitalità sociale ed economica del Paese. Sono anche formatrice FSEA e da anni opero in Ticino. La mia cifra distintiva è una visione trasversale, capace di connettere ambiti e settori differenti».
Che legame c’è tra generosità e generatività?
«Generosità e generatività condividono la radice “gen” che rimanda a un
verbo greco che potremmo tradurre con “esistere, far esistere, far accadere”. Potremmo dire così: la generosità non si accontenta del pareggio. È un’azione che rilancia continuamente i giochi introducendo un “di più” – di risorse, intelligenze, progettualità –che fa succedere cose nuove e apre possibilità per altri. Essere generativi significa fare della generosità una logica d’azione permanente. Nel breve periodo questo investimento può sembrarci irrazionale, ma in realtà è l’unica scelta capace di generare futuro per sé e per altri. Un esempio è quello di Dallara, azienda leader dell’automotive che, a sostegno del settore, ha creato un vero e proprio ecosistema formativo: dalla Dallara Academy, ai laboratori didattici nelle scuole, fino all’Innovation Farm, un consorzio che coinvolge scuole, università, aziende e istituzioni e che si propone di far crescere nuove competenze al servizio non solo di Dallara, ma di tutto il territorio. In questo senso, l’azienda vive la generosità come un investimento condiviso, che apre, per le persone e le aziende del contesto in cui opera, nuove opportunità di futuro. La logica del “di più” non è un lusso, ma un fattore di sviluppo duraturo».
Parla spesso di “nuovo umanesimo”: cosa rappresenta oggi questo concetto, in un’epoca dominata dalla tecnologia e dalla complessità?
«Viviamo un’epoca di cambiamenti profondi che aprono scenari inediti. Pensiamo alla digitalizzazione. Se usate con responsabilità ed equità,
queste innovazioni possono aiutarci a risolvere molti problemi che ancora affliggono l’umanità. Allo stesso tempo, è evidente il rischio di effetti collaterali: dalla crescente omologazione – cioè perdita di diversità – alla creazione di nuove disuguaglianze. Per me “nuovo umanesimo” significa non opporsi all’innovazione, ma orientarla a servizio dell’umano: metterla al centro delle relazioni, della sostenibilità, della dignità del lavoro. Un esempio ci viene da Loccioni, azienda marchigiana che ha fatto della cura delle persone, in tutte le generazioni, il cuore del proprio modello. Con il progetto L’impresa per tutte le età®, Loccioni valorizza studenti, giovani lavoratori e senior in pensione in un dialogo continuo tra competenze, passioni ed esperienze. Dalla Bluezone, dedicata agli studenti, alla Silverzone, che coinvolge oltre 120 ex professionisti come maestri del lavoro, l’azienda dimostra che tecnologia e innovazione non possono esistere senza la ricchezza delle relazioni e il legame con il territorio. È un modo concreto di creare valore economico e tecnologico generando, allo stesso tempo, capitale umano e sociale».
In che modo raccontare il “bene possibile” può trasformare le organizzazioni e i contesti lavorativi?
«Da sempre, le storie hanno il potere di dare senso a ciò che accade. Raccontare il “bene possibile” può aiutare ad alzare lo sguardo, dai soli risultati economici, per riconoscersi parte di qualcosa di più grande e accendere il desiderio di contribuzione. Comunicare il bene possibile, allora, può generare fiducia e ispirare nuove iniziative. Un tempo le aziende facevano del bene, ma senza raccontarlo. Oggi la comunicazione di queste esperienze può diventare un’occasione per sensi-
bilizzare e motivare le persone dentro e fuori l’organizzazione. Un esempio significativo è quello di Fondazione Capellino di Genova, che finanzia i suoi progetti a tutela della biodiversità con il 100% dei ricavi – dedotti costi e tasse – maturati da Almo Nature, azienda di alimenti per cani e gatti, interamente di sua proprietà. La fondazione è molto attiva a livello comunicativo, ma qui il racconto delle iniziative non è uno strumento pubblicitario, bensì un modo per rendere i propri collaboratori consapevoli di contribuire a una missione grande e, all’esterno, per invitare altre imprese ad intraprendere la stessa strada».
Come definirebbe un’impresa generativa e quali visioni di futuro incarnano queste imprese e che ruolo giocano nella costruzione di un’economia più sostenibile e inclusiva?
«Un’impresa si muove in direzione generativa quando si impegna a conciliare la custodia del valore ricevuto con un’innovazione responsabile; che cerca la bellezza prendendosi cura di persone, prodotti e processi; che coniuga libertà d’impresa e sostenibilità di lungo periodo. Non si limita a ridurre l’impatto negativo, ma punta a ricreare continuamente le condizioni del proprio esistere, lasciando un segno positivo nel mondo. Brunello Cucinelli, con i suoi investimenti nella bellezza, nella cultura e nella cura del territorio umbro, interpreta l’impresa come spazio di responsabilità sociale ed estetica, capace di generare valore oltre il profitto. Edison ha sviluppato un progetto di company social housing per offrire soluzioni abitative accessibili e vicine alle sedi di lavoro ai suoi giovani collaboratori, mostrando come un’azienda possa contribuire a favorire l’autonomia delle nuove generazioni, mobilità sostenibilità e coesione sociale».
Di recente è nata Poetica Fondazione per la generatività sociale. Qual è la missione della Fondazione Poetica e quali valori ne ispirano l’azione? «Fondazione Poetica è nata per portare avanti il lavoro di questi anni diffondendo la cultura della generatività sociale attraverso la ricerca, la formazione e la sperimentazione. Ci muoviamo in tre direzioni: l’educazione dei giovani, l’accompagnamento alle organizzazioni ed in particolare al management, e lo sviluppo delle comunità. Oggi Poetica cerca nuovi compagni di viaggio che desiderano condividere le sfide di questo tempo (che sono però anche grandi opportunità di cambiamento). Costruire forme di intelligenza collettiva e alleanze durature attorno ad obiettivi comuni è il solo modo per affrontare la complessità crescente».
Nel suo percorso emerge spesso il tema della spiritualità come risorsa profonda per orientare le scelte personali e organizzative. In un tempo frammentato, quale ne è il valore e come può favorire senso, relazioni autentiche e trasformazione nei contesti professionali e sociali?
«La spiritualità è una risorsa profonda che ci aiuta a non ridurre la vita a pura efficienza. Oggi coltivare una dimensione spirituale significa allestire spazi di incontro, dialogo e ricerca attorno al senso più profondo di ciò che siamo e facciamo. Nelle organizzazioni questa apertura genera e fa circolare motivazione, legami, capacità di orientare l’azione verso scopi trasformativi significativi. È la sfida forse più grande che abbiamo davanti: impiegare la nostra libertà – personale e organizzativa – per immaginare insieme come far crescere la vita, senza distruggerla».
Alberto Gulli, potrebbe raccontare brevemente il suo percorso professionale e come si definirebbe oggi, sia dal punto di vista personale che lavorativo?
«Sono Socio fondatore e direttore operativo di Fondazione Fitzcarraldo ETS e responsabile didattico del MAS in Cultural Management del Conservatorio della Svizzera Italiana di Lugano. Mi sono sempre occupato di formazione manageriale in ambito culturale, a partire dal mio percorso formativo in quanto dopo la laurea in Scienze Politiche ho ottenuto un diploma di master in gestione di imprese culturali in Francia. All’inizio della mia carriera ho incontrato la Fondazione Fitzcarraldo di Torino, collaborando a sviluppare l’offerta formativa e creando uno dei primi percorsi formativi dedicati alla progettazione culturale in Italia, nel lontano 1996. Da allora ho continuato a formare una nuova
LEGARE IL SAPERE AL SENSO
INTERVISTA A ALBERTO GULLI, DIRETTORE OPERATIVO FONDAZIONE FITZCARRALDO.
generazione di manager culturali progettando percorsi formativi a livello nazionale e internazionale e nel 2010 ho contribuito a realizzare uno dei primi master in management culturale in Ticino, grazie alla collaborazione con il Conservatorio della Svizzera Italiana di Lugano».
Fondazione Fitzcarraldo è attiva dal 1999 per innovare politiche e pratiche culturali: come si traduce questa missione nella vita quotidiana della Fondazione?
«Siamo una fondazione di partecipazione indipendente, che dal 1999 opera nell’interesse generale per promuovere la sostenibilità e l’innovazione delle politiche, delle pratiche e dei processi culturali e creativi. Progettiamo e realizziamo a livello nazionale e internazionale attività di ricerca, consulenza, formazione e advocacy e ci impegniamo affinché cultura e creatività siano riconosciute e valorizzate come componenti essenziali per il benessere culturale, sociale ed economico delle persone, delle comunità e dei territori. L’ecosistema culturale e creativo interpreta e produce un insieme insostituibile di valori (simbolici, economici, sociali), che rappresentano il fondamento delle società umane. In questo ecosistema complesso Fitzcarraldo ha sin dai primi anni deciso di investire sulla ricerca
(per dare rappresentazione adeguata dei fenomeni e fornire strumenti di interpretazione ai policy maker), sulla formazione (per capacitare gli operatori), sull’advocacy (attraverso ArtLab), e sull’accompagnamento agli enti pubblici per la co-progettazione e l’implementazione di programmi di sviluppo a base culturale. Elemento distintivo del nostro posizionamento è mettere in connessione tutti gli elementi di questo ecosistema, riconoscendone le dinamiche e la complessa articolazione».
In quali ambiti siete attivi? «Cinque sono gli ambiti di impatto che orientano il nostro agire: l’innovazione delle politiche culturali affinché siano in grado di prefigurare e sostenere il cambiamento; l’innovazione dei settori culturali e creativi sostenendo la trasformazione dell’ecosistema nella sua ricchezza e diversità, verso modelli di creazione e produzione sostenibili; lo sviluppo territoriale a base culturale attraverso la gestione di processi complessi a partire dalle risorse culturali materiali e immateriali dei territori e dal coinvolgimento delle comunità che li abitano; la partecipazione culturale investigando e promuovendo nuove forme di coinvolgimento in quanto presupposto essenziale per una democrazia attiva e per una produzione culturale sostenibile; gli impatti della cultura attraverso l’a-
nalisi critica della diversità delle dimensioni di valore generato da cultura e creatività: economico, sociale e culturale».
Fitzcarraldo forma ogni anno centinaia di professionisti della cultura: come si progetta un percorso formativo che sia davvero trasformativo? «Un percorso formativo in ambito culturale davvero trasformativo non può limitarsi a trasmettere competenze tecniche: deve generare cambiamento personale, professionale e poi collettivo. È fondamentale legare il sapere al senso: non basta spiegare solo aspetti gestionali, tecnici ed organizzativi, ma anche perché questi sono importanti in un quadro sociale più ampio; allo stesso tempo è importante connettere il lavoro culturale a sfide reali e contemporanee: transizione ecologica, inclusione, innovazione digitale, impatto sociale solo per fare qualche esempio. Nel nostro approccio trovano spazio la dimensione dell’esperienza e della sperimentazione attraverso l’alternanza tra momenti teorici e laboratori pratici, casi di studio e simulazioni; l’apprendimento tra pari attraverso la circolazione delle competenze. Poniamo inoltre molta attenzione sia alle attività di mentorship e di networking anche perché la rete costruita durante la formazione spesso è la risorsa più preziosa per il futuro ed è importante sviluppare le soft skills».
Il programma MAScult, sviluppato in collaborazione con il Conservatorio della Svizzera italiana, porta la formazione culturale nel cuore del Ticino: cosa significa per Fitzcarraldo contribuire alla crescita professionale in un contesto così ricco di identità e visioni?
«Il MAScult è oggi riconosciuto come un’esperienza formativa che ha dato vita a una comunità di professionisti della cultura attivi in particolare in Ticino, ma non solo, in contesti molto diversi: teatri, musei, fondazioni, festival e istituzioni. Nel corso degli anni il programma ha saputo accompagnare sia figure già impegnate nella gestione di organizzazioni consolidate, sia giovani che hanno avviato progettualità nuove e sperimentali, senza dimenticare funzionari pubblici che si occupano di politiche culturali e imprenditori creativi. Il risultato più evidente è la rete di relazioni professionali e personali che continua a crescere attorno al master, dando forma a un vero e proprio ecosistema. Grazie alla collaborazione della Fitzcarraldo con il Conservatorio, il MAScult ha potuto radicarsi in un luogo che rappresenta al tempo stesso formazione musicale, ricerca e produzione culturale. Questo legame ha reso possibile connettere il percorso con il tessuto culturale di Lugano, in dialogo con realtà come il LAC, l’OSI, la RSI, il Locarno Film Festival, la nuova Città della Musica e molte altre istituzioni culturali non solo ticinesi, aprendo prospettive più ampie verso l’Italia e l’Europa. In questo intreccio di esperienze e di collaborazioni si misura il valore del MAScult, che ha saputo unire formazione specialistica, riflessione critica e capacità di generare impatto sul territorio». (www.conservatorio.ch/media/745105/ brochure-mas-cult-2025-27.pdf ).
La cultura può essere una forma di spiritualità? E se sì, come la Fondazione Fitzcarraldo la incarna nei suoi percorsi?
«Si se intesa come ricerca di senso, apertura, connessione con gli altri e con il mondo. È un modo per coltiva-
re profondità, immaginazione e consapevolezza collettiva. Fitzcarraldo incarna questa dimensione nei suoi percorsi di formazione, ricerca e accompagnamento, creando spazi in cui le persone possono crescere insieme e dare valore al proprio agire culturale. Nei progetti sui e con i territori, la cultura diventa occasione di rigenerazione e di incontro, capace di generare legami e visioni condivise».
Qual è la sfida più urgente che la Fondazione vuole affrontare nei prossimi anni, e come immagina il suo impatto sul territorio?
«Negli anni abbiamo compreso quanto sia cruciale affrontare la sfida della sostenibilità, intesa in senso ampio e multidimensionale, come sfida centrale dei prossimi anni. Non si tratta solo di sostenibilità ambientale o sociale, ma anche di sostenibilità economica, perché per chi opera nel settore culturale spesso le risorse sono limitate e trovare un equilibrio stabile diventa cruciale. La nostra attenzione è rivolta alla costruzione di modelli di intervento capaci di generare valore duraturo, misurabile e condiviso, sia per le comunità locali sia per gli operatori culturali e gli artisti. Ciò richiede investimenti in progettazione, monitoraggio e valutazione, così da garantire che ogni azione abbia un impatto concreto e verificabile. In questo contesto, il concetto di utilità diventa centrale: vogliamo che il nostro lavoro produca un cambiamento tangibile sui territori, contribuendo allo sviluppo di comunità più partecipi, organizzazioni più competenti e progetti culturali più solidi e inclusivi. Immaginiamo così un impatto che non sia episodico, ma duraturo, trasformando la cultura in un vero motore di crescita e coesione sociale».
BUILDING A VIBRANT DEMOCRACY AND A DIVERSE SOCIETY
INTERVIEW WITH HANS SCHÖPFLIN, CO-FOUNDER AND CHAIRMAN OF THE SCHÖPFLIN STIFTUNG BOARD.
BY ELISA BORTOLUZZI DUBACH
How would you describe yourself – as entrepreneur, founder – as human being?
«I see myself as a businessman and philanthropist, but above all as a person that has made many metamorphoses. I come from a business family, so I had the entrepreneur bug. I started out as an executive and then eventually became independent.
Then came a fork in the road of my life. Life of course has its ups and downs. It led me to ask myself: What is it to be successful? What is it to be financially successful? And that led me to consider how I could be part of a functioning civil society and especially the role philanthropy can play in this context. I ended up merging entrepreneurship and philanthropy, applying my business experience to the philanthropic context. In summary, I’m still a businessman, and I’m not just a philanthropist. I’m an activist philanthropist. I’m applying business principles in the realm of philanthropy. This means you take risks; you believe in dialogue, you believe in people».
What experiences or turning points in your life have shaped your current attitude toward social responsibility?
«Well, the fork in my road, so to speak, was when my son Axel tragically died at the age of 19 because of an heroin overdose. That was obviously life-changing. There were a lot of questions I asked myself and others, I was also confronted with questions within the family. This was a crucial awakening for me. I asked myself: What is the meaning of life? What is the meaning of success? How much is enough? Buddhism helped tremendously in my evolution as a human being in this context. Then I engaged in philanthropy by setting up my first foundation, Panta Rhea, in the late 1990s in the US. In 2001, I set up the next foundation in Germany together with my brother and sister, the Schöpflin Stiftung, and in 2023 a further foundation, Spore Initiative, opened its doors. Spore is not just another grant-giving foundation, but it was conceived as a space for dialogue and community-building, focusing especially on issues to do with ecosocial justice, culture, and education».
Were there any individuals who particularly inspired or influenced you in your development, either in your personal or professional life? «Yes, I can point very precisely to two individuals when I entered business. The first one was a German entrepreneur, that identified me and appointed me to become his
deputy for his expansion in the US. Then, in the US, I found my second mentor. We were all young executives and this individual was our elder. We learned tremendously from him as a human being. He was a brilliant businessman, but at the same time he was also a totally committed philanthropist. He demonstrated to us early: You always give back. Without these two experiences I could never have become the person that I am today».
What motivated you to establish the Schöpflin Stiftung, and what goals do you hope to achieve with this decision?
«The Schöpflin Stiftung was driven by the fact that my brother and my sister were very supportive during this very difficult time when our son died. We had a property where we all grew up, but which had fallen into disuse. It was an old villa in a wonderful park. So, I said, look, what can we do with this asset? Serendipitously, this property became an ideal home for our foundation focused on the issue of prevention. There are obviously various forms of addiction, alcohol, drugs – today we have expanded it to addiction in digital media. Anyhow, us three siblings all contributed the property, thereby co-founding the Schöpflin Stiftung. Considering prevention, we honed in on a real issue at that time: Alcopops. This was kind of epidemic in Germany in 2001 and 2002. Kids, boys and girls, at the age of 13, 14 ended up in the hospital because of alcohol poisoning, some of them died, some of them found their way back. With that issue, we found our cause. Without knowing what it all meant we set up the Center for Drug Prevention in 2002, the Villa Schöpflin. Since
then, we have been really sailing from one successful intervention to the other and are now active throughout Germany in various programs. The latest project is about preventing digital addiction and promoting the responsible use of digital media, including a recently developed app (www.freii.de)».
Which projects or topics are particularly close to your heart, and why?
«The first one is democracy, and the second one is young individuals, starting with children all the way up to young adults. These two are for me the two sides of the same coin. Our democracy can only stay alive if the younger generation has the consciousness about what it means to live embedded in democratic values, in the notion of the French Revolution: liberté, égalité, fraternité. That is the common denominator for what we’re doing».
What developments would you like to see for the foundation in the coming years—both in terms of content and structure?
«What makes us tick is that we are curious. We are always trying to look around the corner, what is next. We’ll voice the challenge and identify problems maybe before the mainstream discovers them. We are good at going out and finding partners: Individuals that have a conviction, curiosity and the backbone to go through difficult phases. Individuals who sometimes make mistakes but recognize them and get up again. We just celebrated the 10-year-anniversary of an NGO that has survived (Kiron), that is thriving and has reinvented itself more than once. That’s all part of this legacy that
comes from my business experience of venture capital where you learn how to deal with change, new facts and new situations».
What is your greatest wish for the future of the foundation and for society?
«The foundation is set up to be there forever. This was a very deliberate decision. I discussed it with my daughter, Lisl, who is now stepping up to the plate and who has challenged me in this regard. She said, there are such problems in our societies, shouldn’t we spend it down, is it now or never? But I think it’s our responsibility to also make sure that those that come after us have a basis to stand up and to fight. I believe in process, in growth and in evolution. That’s what we’re trying to live by. On the other hand, when it comes to society, I’m very much aware of the dangers associated with artificial intelligence. We see the beginning of a world with tech-dominated society, run by a few tech oligarchs. Will they grab power and have dominance because they have all the money in the world? I absolutely believe in diversity, but it is under enormous attack right now. Everything is being concentrated in a few hands by autocrats. My wish is that in the long run humanity will remember that diversity beats monoculture».
AMICI SEMPRE: UNA PASSIONE UNICA, DUE BUONE STRADE DIVERSE
Abbiamo chiesto all’Avv. Massimo Pedrazzini, Presidente della Fondazione HC Lugano Academy, come è nata l’idea di questa intervista.
«Abbiamo pensato di proporre questa doppia intervista per raccontare due storie parallele di ragazzi che sono cresciuti nel Settore Giovanile dell’Hockey Club Lugano e che hanno preso due strade diverse.
INTERVISTA CON ELVIS MERZĻIKINS, STORICO PORTIERE DELL’HOCKEY
CLUB LUGANO, ATTUALMENTE TESTIMONIAL E SOSTENITORE DELLA
FONDAZIONE HC LUGANO ACADEMY, GUIDATA DALL’AVV. MASSIMO
PEDRAZZINI, E JOËL VASSALLI, MEMBRO DEL SENIOR MANAGEMENT
DI UBS SWITZERLAND: CARRIERE DIVERSE ACCOMUNATE DAGLI ANNI
DI FORMAZIONE TRASCORSI INSIEME NELLE FILE DELLA SEZIONE
GIOVANILE DELL’HOCKEY CLUB LUGANO.
Volevamo sottolineare che l’attività sportiva giovanile non è fine a sé stessa, ma è un’importante tappa nel percorso di crescita di ogni essere umano indipendentemente dalle scelte professionali e personali che farà».
Quando è avvenuto il vostro primo incontro con il Settore Giovanile dell’Hockey Club Lugano?
ELVIS: «Dopo un primo periodo trascorso a Lugano da bambino e dopo essere rientrato in Lettonia con la mamma, a 15 anni sono stato richiamato dall’Hockey Club Lugano e sono entrato a far parte del settore giovanile».
JOËL: «Il primo incontro è avvenuto un po’ più tardi del consueto, avevo 13 anni quando molti miei compagni pattinavano già da moltissimo tempo, ma ho compensato il tempo perduto con la passione per il ghiaccio e una grande determinazione».
Come era all’epoca Elvis?
JOËL: «Era un ragazzo vivace, simpatico, con una storia diversa dalla nostra alle spalle e ha dovuto adattarsi ad
un contesto del tutto nuovo. Quando mia mamma Aurora ha deciso di ospitarlo a casa nostra per permettergli di proseguire con la pratica dell’hockey è stato un insegnamento per tutti. Nostra madre ci ha dimostrato fuori dal campo che generosità e apertura mentale possono portare a grandi cose».
Che cosa ricordi del ragazzo Joël?
ELVIS: «Joël e Jonas, il fratello minore di Joël, sono stati tutti e due i miei fratelli maggiori. Jonas era quello che mi sgridava e Joël era il fratellone maggiore che sempre mi difendeva. Siamo cresciuti insieme e a loro mi legano tanti ricordi che si riferiscono non solo al mondo dell’hockey ma anche alla mia gioventù».
Quanto vi ha aiutato a crescere la Sezione Giovanile dell’Hockey Club Lugano?
JOËL: «La pratica dell’hockey è stata profondamente trasformativa per me, sostanzialmente sono diventato un uomo giocandolo. Mi ha dotato di forza di volontà e di una buona dose di tenacia: abbassare la testa e guardare dritto all’obiettivo, insegnamen-
to seguito sia negli studi universitari che nell’attività professionale».
ELVIS: «Tutti sappiamo che da ragazzo ero molto indisciplinato, abbastanza insofferente a qualsiasi imposizione. Proprio per questo provo una grande gratitudine nei confronti della famiglia che mi ha accolto, dell’ambiente della Sezione Giovanile che mi ha accettato e di tutte le persone che hanno contribuito a forgiare il mio carattere in pista e nella vita».
Che cos’altro vi ha insegnato l’hockey?
ELVIS: «Sono grato all’Hockey Club Lugano per avermi permesso di ricevere un’istruzione a scuola, l’educazione anche in pista e tutti gli allenamenti che mi hanno dato l’opportunità per imparare, e mi hanno messo sulla strada giusta per la mia carriera professionistica».
JOËL: «Mi ha sicuramente insegnato la disciplina, la lealtà verso me stesso e gli altri e il lavoro di squadra. Ho anche imparato la resilienza, avendo subito degli infortuni piuttosto importanti; ma non mi sono lasciato abbattere e ho tratto forza da queste esperienze avverse».
Che cosa è rimasto dell’esperienza maturata negli anni della Sezione Giovanile?
JOËL: «L’hockey avrà sempre un posto nel mio cuore. Attualmente ne ha meno “nelle mie gambe” in quanto la vita professionale e quella famigliare sono la mia priorità. Svolgo però ancora attività sportiva con molti ex compagni ed è un’occasione per far rivivere lo spirito di gruppo che è rimasto dagli anni sul ghiaccio, sui torpedoni, negli spogliatoi. Lo sport mi ha regalato persone, esperienze e ricordi».
CHI È ELVIS MERZLIKINS
Nato a Riga 13 aprile 1994 è un hockeista lettone che ha giocato, dalla stagione 2012-2013 alla stagione 2018-2019, nella Lega Nazionale A con l’HC Lugano. Nel Draft 2014 della NHL è stato selezionato come 76ª scelta al draft dai Columbus Blue Jackets dove tutt’oggi milita. Ha fatto il suo esordio in NHL il 5 ottobre 2019.
CHI È JOËL VASSALLI
Nato a Lugano, classe 1984, ha militato in squadre tra la prima e terza Lega conquistando due volte la promozione di categoria. Attualmente è membro del Senior Management di UBS Switzerland AG in qualità di Direttore.
ELVIS: «Sto coronando il mio sogno di giocare nella NHL, il campionato più prestigioso del mondo. Senza tutte quelle stupende persone che ho trovato a Lugano non sarei mai arrivato dove sono adesso. Non mi hanno mai mollato, hanno sempre creduto in me e questo è semplicemente magnifico».
Quanto è importante il ruolo della Fondazione HC Lugano Academy per il futuro dell’hockey a Lugano e in Ticino?
JOËL: «Il sostegno delle fondazioni alle società sportive è cruciale in quanto fornisce risorse stabili per coprire i costi operativi e investire in progetti specifici. Personalmente, ritengo prioritari lo sviluppo di talenti e
il tentativo di garantire sul lungo termine una sostenibilità dell’attività sportiva, dilettantistica e non, grazie a una pianificazione adeguata. Favorire lo sviluppo dello sport, al di là del mero risultato sportivo, contribuisce al benessere sociale del nostro territorio».
ELVIS: «Quando mi hanno chiesto di fare il testimonial per la Fondazione HC Lugano Academy non ci ho pensato due volte. Se c’è un piccolo Elvis che io posso in qualche modo sostenere, cercherò di aiutarlo in tutti i modi. Questo conta molto per me perché vorrei vedere un altro giocatore dell’Hockey Club Lugano, cresciuto nella Sezione Giovanile, arrivare fino alla NHL riuscendo a divertirsi e ad amare questo splendido sport».
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Partiamo da una notizia di attualità. Avete di recente ricevuto un importante riconoscimento per la qualità della vostra attività. Di che cosa si tratta?
«Il Centro Seno Ticino ha ottenuto la prestigiosa certificazione della Deutsche Krebsgesellschaft (DKG), uno dei più alti riconoscimenti eu -
ropei in ambito oncologico. Un traguardo che conferma la qualità del percorso di cura offerto, fondato su un approccio integrato, personalizzato e multidisciplinare. Questo label DKG arriva dopo un attento lavoro di valutazione condotto da esperti esterni che hanno preso in considerazione, oltre che la qualità delle cure e dei trattamenti, vari altri elementi tra cui i livelli di organizzazione della struttura e l’interdipendenza tra i diversi servizi offerti, l’integrazione del pool di specialisti, nonché la conformità dell’intero processo alle linee guida oncologiche internazionali».
Quali sono i servizi che il vostro Centro mette a disposizione delle donne che manifestano qualche problema al seno?
«Il Centro Seno Ticino riunisce tutte le specialità mediche coinvolte nello screening, nella diagnosi, nel trattamento e nel follow-up. Questo approccio multidisciplinare consente una diagnosi accurata e il trattamento più adeguato. La nostra missione è dunque quella garantire alle donne un iter di salute completo, che vada dalla prevenzione alla diagnosi precoce, fino ai trattamenti più appropriati. Questo percorso è assicurato attraverso la costante presenza di un team multidisciplinare di specialisti, che include senologi, oncologi, chirurghi plastici, radiologi, genetisti psicologi e fisioterapisti per offrire un servizio integrato e personalizzato. Ogni pazien -
te è inserita in un percorso integrato, costruito sulle sue esigenze cliniche, personali ed emotive. Il nostro approccio unisce dunque tecnologia avanzata e relazione umana, garantendo trattamenti tempestivi, sicuri e personalizzati».
Che cosa significa nello specifico esse un Centro specializzato all’avanguardia nella cura dei tumori al seno?
«Disponiamo di tecnologie avanzate per la diagnosi precoce del tumore al seno, come mammografie digitali, risonanze magnetiche e biopsie assistite da imaging. La diagnosi precoce è fondamentale per aumentare le possibilità di successo nel trattamento. È poi determinante che il Centro offra tecniche chirurgiche moderne e interventi ricostruttivi immediati, per minimizzare i traumi fisici e psicologici. E, ancora, è indispensabile fornire accesso a diverse opzioni terapeutiche, giacché la possibilità di un approccio personalizzato, basato sulle caratteristiche genetiche e molecolari del tumore, è essenziale per ottimizzare i risultati. Infine, dopo il trattamento, molte donne possono affrontare problemi fisici legati alla chirurgia o alla terapia. Un programma di riabilitazione che include fisioterapia e terapia occupazionale è fondamentale per aiutare le pazienti a recuperare la funzionalità e la mobilità».
Il supporto psicologico è uno degli del aspetti più importanti del percorso di cura… «Assolutamente sì. Affrontare una diagnosi di cancro può portare a una serie di emozioni complesse, tra cui paura, ansia e depressione. È fondamentale che un centro offra supporto psicologico qualificato per accompagnare e aiutare le pazienti a
sviluppare strategie di coping efficaci, riducendo l’ansia e migliorando la loro capacità di affrontare la malattia. Le donne che ricevono un supporto emotivo sono più propense a seguire i protocolli di trattamento, poiché si sentono più motivate e supportate durante il loro percorso terapeutico. Condividere esperienze con altre donne che affrontano situazioni simili può fornire conforto e comprensione. Un buon supporto psicologico, in estrema sintesi, non solo migliora la salute delle pazienti, ma contribuisce anche a risultati clinici migliori, rendendo l’intero percorso più gestibile e meno traumatico, e risulta determinante per il recupero e la qualità della vita delle donne che affrontano questa sfida».
Con particolare efficacia avete sintetizzato il vostro approccio in quattro parole: Accolta, Ascoltata, Accudita, Accompagnata. Quale messaggio intendete trasmettere? «ll nostro obbiettivo è rendere consapevole una donna affetta dalla malattia e supportarla durante tutto
il percorso affinché possa tornare a vivere la sua vita, personale e professionale, con serenità dopo questa impegnativa prova. Per fare questo è opportuno non essere lasciati mai soli e affidarsi ad una équipe con cui stabilire un rapporto di assoluta e duratura fiducia».
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