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n° 31 - anno II - 15 settembre 2012

The world of

il Consulente

Faccia a faccia con Edmondo Duraccio Faccia a faccia con Gianluca Donati Le difficili vie dei nuovi licenziamenti Il condono TARSU del Comune di Lecce è illegittimo Reclamo e Mediazione Tributaria: prime applicazioni Le sedie: come e quando i Romani volevano capire se il Papa era maschio o femmina


n° 31 - anno II - 15 settembre 2012

The world of

il Consulente Cari lettori , colle ghi ed amici , i che ci sa ov nd ia nc nu an to os Ag ad to ta lu sa Vi abbiamo e novità. remmo rivisti a se ttembre con tant itoriale de lla ed te ves a ov nu la vi ar nt ese pr di Siamo lie ti apprezzare . nostra rivista, che avre te modo di o materiale re or op pr da i ol tic ar ti, en im er gg Se avete su all’ind irizrlo via in te tre po e on zi da re la al e da sotto porr cdlrm .it . zo e -mail theworldofilconsulente@ k pe r chi di oo ceb Fa za en ut a un to er ap sì tre Abbiamo al O ROMA, a CP a iam ch si che k or tw ne ial soc l su e Voi è present rivista de lla de e al on zi itu Ist na gi pa la ta cia questa è asso vi invitiamo e ch te” en ul ns Co Il Of ld or W he nominata “T e sarà lie ta ch e on zi da Re la n co ire ag ter in r a visitare pe e un Vs. “mi piace”. di re ce pire i vostri stimol i ed anch e Vi au gu le” ia oc “s na gi pa lla su si ro me nu o Vi as pe ttiam riamo una buona lettura . La Redazione

Faccia a faccia con Edmondo Duraccio Faccia a faccia con Gianluca Donati Le difficili vie dei nuovi licenziamenti Il condono TARSU del Comune di Lecce è illegittimo Reclamo e Mediazione Tributaria: prime applicazioni Le sedie: come e quando i Romani volevano capire se il Papa era maschio o femmina

N°31 - 15 settembre 2012 Periodico telematico - Reg.Tribunale di Roma n. 280 del 20 settembre 2011 House Organ del Consiglio provinciale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Roma - Pubblicazione quindicinale Direttore Responsabile Lorenzo Lelli Comitato Scientifico Gabriella Di Michele - Aldo Forte Giuseppe Sigillò Massara Pierluigi Matera - Antonio Napolitano Antonio Maria Rinaldi - Vincenzo Scotti Virginia Zambrano Redazione Eleonora Marzani Massimiliano Pastore Daniele Donati Giuseppe Marini Andrea Tommasini Aldo Persi Editore Ordine dei Consulenti del Lavoro Consiglio Provinciale di Roma IT 00145 Roma RM Via Cristoforo Colombo, 456 Tel. 06 89670177 r.a. - Fax 06 86763924 www.consulentidellavoro-roma.it Segreteria: segreteria@cdlrm.it Ente di Diritto Pubblico Legge 11-1-l979 N.12 Redazione: TheWorldOfIlConsulente@cdlrm.it Questo numero è stato chiuso in redazione il 14-09-2012


Prime riflessioni sulla riforma delle professioni

Editoriale di Adalberto Bertucci

Care colleghe e cari colleghi, non è passato inosservato lo scorso 7 agosto il DPR 137, che ha segnato una svolta importante nella regolamentazione degli Ordini Professionali, mirando a un’esponenziale apertura alla libera concorrenza, all’unitarietà nazionale e al perfezionamento dell’organizzazione delle libere professioni, ora “professioni regolamentate”. I professionisti, da molti ritenuti la “casta della nuova alta borghesia italiana”, con questa manovra hanno visto salve le proprie istituzioni: gli Ordini professionali. Infatti, mesi di trattative tra le vari categorie ordinistiche e il Ministero di Giustizia hanno portato all’approvazione, da parte del Consiglio dei Ministri, del nuovo regolamento degli Ordini professionali, annullando una norma dell’estate 2011 in base alla quale, in mancanza di una riforma entro 12 mesi, gli Ordini professionali sarebbero stati automaticamente cancellati. Per chi vive, opera e si muove nel mondo delle libere professioni è facilmente comprensibile l’importanza e la necessità del proprio Ordine di appartenenza, e una prima conquista è proprio quella di non vedere scomparire il punto di riferimento di diverse migliaia di professionisti iscritti. La riforma ha apportato notevoli vantaggi in termini di professionalità e competenza, sia con il rigore nell’ambito della formazione continua, tesa a elevare il livello di preparazione e competenza del professionista, sia con la pubblicità informativa, necessariamente veritiera e corretta, nonché con l’organizzazione di consigli di disciplina territoriali, composti da membri lontani dalle funzioni amministrative e con l’intento di limitare al minimo il rischio di corruzione. Anche l’obbligatorietà dell’assicurazione professionale è sicuramente un valore aggiunto per il cliente/consumatore e una maggior tutela per il giovane professionista, sempre che non si incappi in speculazione economica! Cambiamo scenario…. parlando di giovani: di tirocinio professionale, siamo sicuri che 18mesi siano un periodo sufficiente per colmare la formazione di giovani professionisti? La materia lavoristica, fiscale …, sono mondi immensi da esplorare, possibile che si stia penalizzando l’aspirante professionista? Si intravedono inoltre modificazioni circa la suddivisione delle responsabilità nella nuova organizzazione

istituzionale: che vuole concentrare poteri e competenze nei Consigli Nazionali degli Ordini, quali Albi unici nazionali dei professionisti iscritti. I consigli provinciali, vigili esperti a livello locale, sembrano essere stati svuotati delle proprie mansioni. La mia analisi verte su ragioni socialmente concrete e tangibili. La notevole varietà del nostro Paese, a livello socio-economico, tra “alta e bassa Italia”, è percepibile passando da città a città: la realtà professionale di Milano, Torino, Roma è estremamente diversificata da quella di Siracusa, Cagliari o Bari. Basti pensare a tutti quei professionisti e non che, in mancanza di reale mercato ed opportunità nelle terre d’origine, “migrano” verso province economicamente più attive. Questa diversità impone necessariamente l’esistenza di organi locali con poteri e responsabilità più ampie, che possano soddisfare le reali necessità del singolo iscritto nel contesto in cui si trova. L’assenza di tali istituzioni con ogni probabilità causerà oltre che carenza nell’attenzione peculiare al professionista iscritto, paradossalmente, un disgregamento nel cuore del C.P.O. Anche la stessa organizzazione di Consigli di disciplina territoriali da una parte dovrebbe migliorare il sistema anti-corruzioni, ma dall’altra è in agguato il rischio che si privi l’organo della sua reale territorialità e di decontestualizzare la disciplina. Staremo a vedere la reale distinzione tra Consigli di disciplina territoriale e Consigli dell’Ordine, sicuramente esplicitata dai regolamenti che a breve i Consigli Nazionali dovranno presentare e che di certo porteranno ad una revisione dei codici deontologici. Il sogno dell’Italia economicamente omogenea e compatta è il desiderio comune ed è la meta alla quale la nazione vuole e deve arrivare. Ma la realtà dei fatti è che oggi ogni regione e provincia ha peculiarità proprie ed esigenze tali da non poter essere soddisfatte da un’organizzazione nazionale unica. Sarebbero davvero tante ancora le considerazioni da fare e gli spunti su cui riflettere… Di certo questa regolamentazione è un buon punto di partenza sotto molti importanti aspetti. Tuttavia per alcuni versi sembra “mortificare” le ben avviate realtà locali, e svantaggiare le giovani leve di professionisti, che partiranno per il loro viaggio professionale con un ridotto bagaglio tecnico, e pochi soldi in tasca…

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Sommario In questo numero

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Le difficili vie dei nuovi licenziamenti Tra tecnica professionale e… occhi aperti di Mauro Parisi

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Il condono TARSU del Comune di Lecce è illegittimo Il punto di vista in materia di contenzioso di Maurizio Villani

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Faccia a faccia con Edmondo Duracccio

Il Presidente del CPO di Napoli e Coordinatore della Consulta dei Presidenti della Campania ci illustra il suo punto di vista sull’innalzamento della quota di spettanza del CNO di Lorenzo Lelli

16 I Misteri di Roma di Andrea Tommasini

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L’editoriale del Presidente di Adalberto Bertucci

Il Presidente dell’ Unione Nazionale Giovani Consulenti Del Lavoro, ci da il punto di vista dei giovani sulla nuova riforma delle professioni

Vicini e Lontani

Ciò che per i Romani era considerata storia e non leggenda

Prime riflessioni sulla riforma delle professioni

Faccia a faccia con Gianluca Donati

4 Cari Consigli

Le sedie: come e quando i Romani volevano capire se il Papa era maschio o femmina

il Consulente

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Rubriche

Reclamo e Mediazione Tributaria: prime applicazioni

È giunto il momento di verificare i nuovi Istituti del Reclamo e della Mediazione a circa cinque mesi dal loro ingresso nel panorama Tributario

di Giuseppe Marini

2 The world of il Consulente

di Giorgetto Marconi e Giulio Renato Fiorimanti


Ordine

• Tavola Rotonda martedì 18 settembre ore 14:45 - Sede Ordine La somministrazione di lavoro: Riflessioni sulle novità dopo il D.Lgs. 24/2012 (direttiva europea), la L.92/2012 (Legge Fornero) ed il Decreto Crescita. Relatore: Dott. Michele Regina – Consulente del Lavoro • Convegno lunedì 24 settembre ore 14:45 - Oly Hotel Come cambiano con la riforma Fornero le collaborazioni coordinate e continuative e le collaborazioni con partita iva Relatore: Avv. Stefano Canali De Rossi

Chi fosse interessato a partecipare potrà prenotarsi esclusivamente attraverso il ns. sito internet www.consulentidellavoro-roma.it – “Prossimi Eventi – dettaglio- partecipa” (inserendo nome utente e password). Ricordiamo inoltre ai prenotati, che in caso di sopravvenuta impossibilità a partecipare al suddetto evento formativo, va effettuata la relativa disdetta, per dar luogo alla prenotazione da parte di altri iscritti. (art. 9 del Regolamento FCO)


Rubrica Cari Consigli Vicini e Lontani

Faccia a faccia con Edmondo Duraccio Aumento della quota di spettanza del CNO? Non era il momento giusto

di Lorenzo Lelli Direttore Responsabile “The World Of Il Consulente”

Abbiamo rivolto alcune domande a Edmondo Duraccio, Presidente del CPO di Napoli e Coordinatore della Consulta dei Presidenti della Campania. L’argomento è di tutto rilievo costituendo il leit motiv delle discussioni in corso tra vari Consigli provinciali riguardando l’avviso di aumento di euro 30,00 comunicato dal CNO a ciascun Consiglio provinciale con una nota del 30 Luglio scorso per cui, con decorrenza 1/1/2013, l’importo a carico di ciascun iscritto, da rimettersi al CNO, è pari, complessivamente ad euro 190,00. La Consulta dei Presidenti della Campania(Avellino, Caserta, Napoli e Salerno) ha fatto pervenire al CNO un documento con il quale si chiede di non dare corso al preannunciato aumento. Presidente Duraccio, perché questo documento? Noi Presidenti provinciali abbiamo, in prima persona, il polso del disagio dei nostri iscritti nell’affrontare la quotidianità professionale. Clienti che cessano l’attività, altri che sono costretti a rivolgersi agli ammortizzatori sociali per evitare i licenziamenti o per riduzione di personale. Il tutto con l’aggravante di una generalizzata( o quanto meno parziale) mancata riscossione delle spettanze essendo note le difficoltà di liquidità dei nostri clienti in questo maledetto periodo di crisi che si trascina dal 2008 acuito da un sistema creditizio sempre più avaro di aperture e concessioni di affidamenti.

studi professionali con crollo dei volumi di affari anche del 30/40% pur a fronte di spese vive fisse(se non in aumento) quali il fitto dello studio, benzina, assicurazione professionale, stipendi del personale ecc.

Allora se tutto aumenta perche il Consiglio Nazionale non avrebbe potuto procedere ad un aumento ancorchè contenuto di 30 euro. Il problema non è nella legittimazione quanto nel metodo. Nel nostro documento abbiamo rimarcato proprio questo vale a dire: nessuna interferenza da parte nostra nei confronti dell’autonomia deliberativa ed economico- finanziaria del CNO che in tal senso, normativamente, non deve dar conto ai CPO, E dunque? Chiaramente questa situazione riconoscimento dell’operatività che, credo, sia eguale in tutta continua del CNO in favore delItalia, ha messo in crisi i nostri la Categoria, delle aumentate

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esigenze del CNO anche alla luce delle ultime conquiste della Categoria e della circostanza che da anni non viene aumentata la quota di pertinenza del CNO. Tuttavia resta l’interrogativo se fosse stato giustificato tale aumento in un periodo di crisi della Categoria e su questo credo che non ci siano dubbi anche se


qualcuno potrebbe osservare che 30 euro non condurranno i colleghi all’elemosina. La nostra doglianza ha, per di più, un significato “politico” e “sociale” se sol si pensa che oggi nella nostra Categoria c’è una miriade di giovani leve che, effettivamente, non ce la fanno a sostenere tutte le spese che la professione comporta ed a queste aggiungiamo anche la prossima assicurazione RCD. E, purtroppo, se tali difficoltà investono il versamento della quota al CPO, scatta dopo un anno la sospensione dall’esercizio della professione e, dal punto di vista contabile, l’aumento

del nostro credito.

lodi del versamento della quota a mezzo Modello F24, ci espose la situazione dei crediti ancora da riscuotere. Vado a memoria ma superavano di molto il milione. Concluse affermando che prima o poi il CNO, a fronte del mancato adempimento degli iscritti, si sarebbe trovato in difficoltà ed inevitabilmente la quota sarebbe stata aumentata. Anche nel nostro piccolo e mi riferisco al CPO di Napoli, avevamo dei consistenti residui che , poi, si sono trasformati in liquidità attraverso un’incessante azione dei legali e parlando a cuore aperto con i colleghi. Orbene con la realizzazione dei residui, abbiamo diminuito la quota di iscrizione al CPO di Napoli ad euro 50 per tre anni. Purtroppo, la giustizia civile ha i suoi tempi.

Aumento giusto ma periodo sbagliato? Secondo noi sì ma dovrà decidere il CNO cui abbiamo chiesto, sommessamente, di soprassedere a tale aumento fino a quando la crisi non sarà superata e di discuterne , magari, in una prossima Assemblea dei CPO. Tenga presente che , fino all’anno scorso, ancorchè non fosse un obbligo di legge, il CNO ha sottoposto alle riflessioni dell’Assemblea dei CPO i progetti di bilancio preventivo e consuntivo. Nell’ultima riunione, Maggio scorso ma forse perché non erano ancora pronti, non si è parlato di bilanci. Sarebbe stata l’occasione propizia per affrontare, eventualmente, il delicato tema dell’aumento ma anche di tanti altri temi In conclusione Lei cosa si come i residui attivi. aspetta? Non lo immagino nemmeno, posso solo sperare che, quanto Si spieghi meglio. I residui attivi sono delle poste meno se ne discuta tutti insieattive vale a dire crediti verso me così come abbiamo fatto nei terzi(CPO e per essi gli periodi “bui” della nostra Caiscritti morosi). In tegoria a partire dal varo delle una delle ulti- nostre leggi istitutive o di preme riunioni videnza, dalla riconquista del d e l l ’ A s - Contenzioso tributario per finis e m b l e a re alla magnifica unità che abdei CPO, il biamo dimostrato, non più tardi Tesorier e dell’anno scorso, quando le libePanzetta nel re professioni erano sul punto tessere le di essere liberalizzate e, quindi, di scomparire. Su questo CNO ho una grande fiducia per quello che ha fatto e sta facendo per tutti noi. Del pari so bene come alla Presidenza stia a cuore la problematica dei giovani, quanto e più di noi. Basterebbe tutti insieme trovare una soluzione. Ed è quello che spero e che con il “documento” della Consulta abbiamo voluto rappresentare al CNO nell’ambito di un dovere di cooperazione istituzionale.

Edmondo Duraccio, Presidente Consiglio Provinciale Ordine Consulenti del Lavoro di Napoli

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Giovani

Faccia a faccia con Gianluca Donati

Il Presidente dell’ Unione Nazionale Giovani Consulenti Del Lavoro, ci da il punto di vista dei giovani sulla nuova riforma delle professioni Abbiamo intervistato il Dott. Gianluca Donati, Presidente dell’Unione Nazionale Giovani Consulenti del Lavoro, per avere il punto di vista dei giovani sulla nuova riforma. Quello che emerge e che tutto l’entusiasmo con il quale le riforme sono sempre state accolte, non riesce ancora a soddisfare tutte le aspettative che erano state riposte. I giovani professionisti, alla luce dei testi, non vedono ancora decisioni risolutive delle problematiche giovanili che a tutt’oggi risultano rimanere insolute. Gianluca Donati, Presidente dell’Unione Nazionale Giovani Consulenti del Lavoro

Cosa vi aspettate da questo nuovo documento? Il D.P.R. di Riforma delle professioni ordinistiche è visto con parziale soddisfazione dai giovani Consulenti del Lavoro perché contiene una serie di affer mazione

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di principio che ritengo vadano nella giusta direzione. Mi riferisco principalmente alla definizione di “professione regolamentata” che fa chiarezza su chi debba intendersi per “libero professionista” cioè colui che dopo un regolare percorso universitario ed un successivo periodo di praticantato, supera l’esame di Stato e si iscriva all’Albo tenuto da un Ordine professionale, e ne rispetta le regole a tutela della fede pubblica. Stop quindi a chi riteneva che fosse possibile la scorciatoia della semplice iscrizione ad un’associazione o ad un elenco presso la Camera di Commercio. Accogliamo anche con soddisfazione i contenuti degli artt. 2 e 4 sul libero accesso alle professioni regolamentate ed alla possibilità di pubblicità informativa che è un veicolo utilissimo per il giovane professionista per farsi conoscere. Trovo anche corretto l’obbligo di stipulare una assicurazione di responsabilità civile a tutela del cliente per eventuali danni causati nell’esercizio dell’attività professionale; ma colgo qui l’occasione per un appello ai vertici di categoria per affronta-


re con decisione la possibilità di stipulare polizze collettive che possano abbattere i premi assicurativi. In questo momento di grande recessione, considerato le difficoltà di incassare i compensi da parte dei clienti, ogni costo in più che va a gravare sull’attività di un giovane professionista fa fatica ad essere ammortizzato. Quali sono le principali novità che introdurrà nel vostro settore? Ampio spazio la riforma la dedica ad un argomento a cui i giovani Consulenti del Lavoro sono molto sensibili (consideri che l’iscrizione all’U.N.G.C.D.L. è consentita anche ai praticanti): quello del tirocinio professionale. Premesso che tutto è perfettibile, ad esempio avrei preferito più coraggio da parte

del legislatore nel prevedere un giusto compenso (o rimborso spese) a favore del praticante legato a parametri oggettivi e non lasciato alla possibilità di concordarlo (?) dopo i primi sei mesi di tirocinio, accolgo con curiosità la possibilità di svolgerlo parzialmente all’estero o presso la pubblica amministrazione e principalmente in concomitanza con l’ultimo anno del corso di studi universitario. Un progetto dell’ U.N.G.C.D.L. presentato al ministero della Gioventù denominato “ I giovani per i giovani” prevedeva seminari di studio presso le Università, ma anche nell’ultimo anno di Scuola media Superiore in cui i giovani Consulenti del Lavoro illustravano ai giovani studenti che si affacciavano al mercato del lavoro le norme basilari del diritto giuslavoristico

di Giuseppe Marini Consulente del Lavoro

ed il significato ed i contenuti di quelle proposte che avrebbero ricevuto nei primi colloqui di lavoro (Stage, apprendistato, contratto di inserimento ed apprendistato, ecc.). Nulla di nuovo per noi Consulenti del Lavoro, (giovani e non) per quanto riguarda l’obbligo della formazione continua. Consideri che già ora abbiamo un obbligo di formazione di almeno di 50 crediti per biennio. Chi non li raggiunge è passibile di provvedimento disciplinare. Quali sono invece le problematiche da evidenziare? Riscontro una continua disattenzione nei confronti dei giovani professionisti . Ragiono a voce alta: Ma non sarebbe più giusto, eticamente corretto e comunque democratico prevedere un numero minimo di giovani professionisti all’interno delle liste come candidati ai vertici nazionale e provinciali di categoria? E ancora: se la sostenibilità del sistema previdenziale delle Casse professionali si basa sui lavoratori attivi, perché i vertici delle Casse sono tutti (o in gran parte…) persone pressoché vicine ai limiti pensionistici? Perché i giovani sono visti come formichine che lavorano a testa bassa e non possono prender parte alle decisioni che comunque li riguardano? Caro legislatore, se noi siamo il futuro perché non viene tutelato dalla Legge il nostro diritto a contribuire alla sua costruzione?

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Lavoro

Le difficili vie dei nuovi licenziamenti Tra tecnica professionale e… occhi aperti

S

ono tutt’altro che diritte e facilmente praticabili le nuove vie aperte dalla Riforma del lavoro in materia di procedure di licenziamento. E non solamente, sia chiaro, poiché la materia appare nuova e richiede (come tutte le novità) gli opportuni tempi di approfondimento e una meditata comprensione da parte di lavoratori, aziende e professionisti. Va piuttosto osservato che le innovazioni apportate dalla legge 92 del 2012, entrata in vigore il 18 luglio scorso, risultano di per se stesse, in gran parte, involute e al limite dell’“esoterismo” tecnico. Tuttavia, fare “ordine” e comprendere diventa, oggi, di assoluta e prioritaria importanza per coloro che operano quali professionisti nel mondo del lavoro: ogni errore di “percezione”, infatti, potrebbe divenire “fatale”. Prendiamo un caso. Una lavoratrice è stata impiegata per alcuni anni come dirigente da una grande agenzia che conta più di un centinaio di dipendenti sul territorio nazionale. Ad un certo punto - è il 28 dicembre 2011 -, per una qualche ragione, il datore di lavoro, ritenendo

di Mauro Parisi Avvocato

che il feeling con quella dipendente non sia consono alla mission dell’azienda e al rapporto fiduciario che deve correre tra impresa e prestatore di lavoro, decide di licenziarla in tronco. Intima così il licenziamento, senza però addurre motivazioni specifiche, ma solo esprimendo genericamente (siamo prima della Riforma: poi motivare puntualmente diverrà un onere fondamentale) che ricorrono ragioni di estrema e grave incompatibilità che impediscono la prosecuzione del rapporto di lavoro. Per cui, operandosi nell’alveo della libera recedibilità (la lavoratrice era, appunto, inquadrata quale dirigente), il licenziamento ad nutum ha comunque valido effetto dal momento in cui l’impresa lo ha meramente dichiarato. La lavoratrice, come è prevedibile, non è d’accordo, né quanto all’esito voluto dal datore di lavoro, né con riferimento (supposto: in effetti non è stata espressa compiutamente alcuna giustificazione precisa) al merito alla motivazione addotta. Ritiene, anzi, che sussista una sottostante condizione di discriminazione nei suoi confronti. Quindi, già negli ultimi giorni

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del 2011 (il 31 dicembre, per l’esattezza), quella lavoratrice fa pervenire la propria impugnazione stragiudiziale del licenziamento, con ampio rispetto dei termini di legge. L’azienda, tuttavia, non reagisce in alcun modo all’impugnazione. Alla ex-dipendente non rimane, perciò, che prepararsi all’impugnazione in via giudiziale. Trattandosi di libero recesso e di un (supposto) motivo discriminatorio, tutta la prova viene a pesare sulle spalle della lavoratrice rimossa. Passano così i mesi, nel corso dei quali vengono raccolti tutti gli utili elementi che possono sorreggere la tesi che il licenziamento è dipeso da ragioni diverse da quelle che sorgono dal rapporto di lavoro. La lavoratrice, per organizzare meglio e in modo utile la propria ricerca, si è rivolta a un consulente del lavoro. Questi l’ha seguita fino al “fatidico” passo: la presentazione del ricorso al Giudice del lavoro. Siamo, a questo punto, già a settembre 2012. Il consulente del lavoro si era nel frattempo sincerato che la disposizione della Riforma del lavoro che prevede che il termine per impugnare in


sede giudiziale il licenziamento di fronte al giudice sia di “centottanta” giorni, si applichi solo “ai licenziamenti intimati dopo la data di entrata in vigore della presente legge”. Non è il caso della lavoratrice, quindi, per cui trova spazio ancora il precedente termine di decorrenza di “duecentosettanta” giorni, a partire dall’impugnazione stragiudiziale. Con tutte le sue “carte” – e recando un’ottima memoria dei fatti occorsi – la lavoratrice si rivolge a un avvocato il quale, rapidamente, predispone il ricorso e lo deposita presso la cancelleria del giudice competente. É il 13 settembre. L’avvocato, serenamente, prestando grande fiducia nel ricorso per un licenziamento che è stato intimato prima della Riforma del lavoro e secondo le regole passate, invia proprio personale presso le cancellerie per il ritiro del decreto del giudice di fissazione dell’udienza. Per alcuni giorni non lo trova, e non se ne preoccupa (“i soliti tempi lunghi”, pensa). Poniamo, tuttavia, che dopo qualche giorni si insospettisca del fatto: dove è andato a finire il fascicolo del ricorso della lavoratrice? Poniamo anche che a questo punto, tra un ripensamento e l’altro, sia già arrivato il 12 ottobre. L’avvocato fa compiere attente (e, a questo punto, affannate) ricerche. Ha un dubbio, un rovello... Infine, mettiamo che i cancellieri gli dicano che il decreto, il Giudice designato, lo ha già emesso: l’udienza è fissata per il 15 ottobre. Trovano anche il fascicolo: era già presso l’ufficio del Giudice. Come mai tutto ciò? Come mai il Giudice ha precipitato gli “eventi” in questo modo? Uno zelo ec-

cessivo? No, il Giudice si è limitato ad applicare la legge: quella della Riforma. La quale, al comma 67, dell’articolo 1, legge 92/2012, dichiara che le regole relative alla nuova procedura del lavoro “si applicano alle controversie instaurate successivamente alla data di entrata in vigore della… legge”. In definitiva, il legislatore della Riforma del lavoro ha deciso che, benché si applichino i “vecchi” termini quanto al momento della valida impugnazione del licenziamento, tuttavia, per i giudizi instaurati successivamente al 18 luglio 2012, si applichi già il nuovo rito. La soluzione del caso proposto, pertanto, appare semplice ed, eventualmente, “tremenda”: l’avvocato dovrà, a questo punto, almeno riuscire a notificare al datore di lavoro il ricorso e il decreto entro l’udienza fissata. Se ci riuscirà, malgrado la nullità della notifica per mancato rispetto dei termini a difesa del convenuto datore di lavoro (25 giorni

prima dell’udienza), potrà richiedere al giudice di farsi rimettere in termini per una nuova notifica di modo da “sanare” le omissioni e fare ripartire il processo “breve” della Riforma. Se non ci riuscirà, il ricorso diverrà facile oggetto di eccezione, con particolare riferimento, addirittura, all’inesistenza della notifica, anche ove pervenisse tardivamente. In quest’ultima ipotesi, tuttavia, si creerebbe un effetto “tremendo” per la lavoratrice: data l’impossibilità di proporre un nuovo ricorso (essendo a questo punto già ampiamente scaduti i duecentosettanta giorni di legge), vedrà travolta la possibilità di vedersi reintegrata presso l’agenzia. Per l’ex-dirigente rimarrà chiaramente la possibilità di agire in via risarcitoria nei confronti dell’azienda, ove ve ne sia spazio. Ma, soprattutto, nei confronti dell’avvocato, per responsabilità professionale: ossia, per non avere “studiato” per bene la Riforma del lavoro.

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Tributario

Il condonoTARSU del Comune di Lecce è illegittimo Il punto di vista in materia di contenzioso di Maurizio Villani Avvocato

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l Consiglio Comunale di Lecce con la deliberazione n. 56 del 01 agosto 2012 ha approvato il regolamento per la definizione agevolata della TARSU riferita esclusivamente agli anni dal 2006 al 2011. Il suddetto regolamento è stato adottato in applicazione dell’art. 13 della Legge n. 289 del 27-122002 (condoni fiscali fino all’anno 2002). In sostanza, per la sanatoria della TARSU è prevista soltanto l’esclusione delle sanzioni determinate dalle vigenti norme in materia, per i casi di omessa, infedele o inesatta dichiarazione, e per i ricorsi avverso gli avvisi di accertamento notificati entro il 31-12-2011. Per le controversie tributarie pendenti alla data del 31-12-2011 per le quali non siano intervenute sentenze definitive, si possono pagare cifre ridotte nonché si può chiedere la sospensione dei giudizi oggetto dell’atto di definizione agevolata (art. 7 del regolamento citato). Le domande di condono, a pena di decadenza, devono essere presentate dallo 01-09-2012 ed entro e non oltre il 31-10-2012, ed in ogni caso la dichiarazione contenuta nell’istanza di condono equivale all’autodenuncia di cui all’art. 70 del D.Lgs. n. 507/93. A questo punto, occorre precisare che, prima della delibera del Consiglio Comunale del 01 agosto 2012, la Corte Suprema di Cassazione - Sezione Tributaria Civile - con l’importante sentenza n. 12679 del 30-05-2012, depositata in cancelleria il 20-07-2012, ha stabilito il principio che il potere dei Comuni di deliberare condoni sui tributi

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propri non è esercitabile senza ben precisi limiti temporali, cioè per obblighi tributari fino alla data del 31-12-2002 e non oltre. La Cassazione ha osservato che l’art. 13 della Legge 289/2002, con riferimento ai tributi propri dei Comuni, consente la definizione in via amministrativa alla concomitante presenza di due specifici presupposti legislativi: a) che si tratti di obblighi tributari precedenti l’entrata in vigore della Legge n. 289/2002 (cioè 31-12-2002); b) che, alla data di entrata in vigore della predetta legge, la procedura di accertamento o i procedimenti contenziosi in sede giurisdizionale fossero già stati instaurati. Infatti, secondo i giudici di legittimità, il potere dei Comuni di stabilire condoni non può essere esercitato sine die, ma il suddetto potere deve sempre essere esercitato nei limiti anche temporali imposti dalla norma primaria, cioè entro il 31-12-2002. Questo principio deve rispettarsi per esigenze di omogeneità di funzionamento dell’intero sistema tributario, evidenziate dagli articoli 3, 23 e 119, comma 2, della Costituzione, che comportano la necessità che il legislatore nazionale intervenga sempre a fissare le grandi linee di detto sistema, definendo gli spazi ed i limiti entro i quali possono essere esercitate le potestà attribuite, in materia fiscale, anche agli Enti locali territoriali (come più volte stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 37/2004). Ne discende che l’esercizio di un potere in materia tributaria, da parte dell’ente locale, una volta


che sia spirato il termine del 31-12-2002 previsto dalla legge statale autorizzativa,. entro il quale tale potestà poteva essere esercitata, comporta la carenza del potere medesimo e la conseguente disapplicazione da parte del giudice dell’atto assunto in violazione della norma attributiva della potestà esercitata, nonostante il decorso del termine suindicato (Cassazione Sez. Unite n. 2097/75). Di conseguenza, applicando i suddetti corretti principi, la Corte di Cassazione, ai sensi dell’art. 363 c.p.c. (principio di diritto nell’interesse della legge), ha determinato l’illegittimità per carenza di potere del regolamento del condono del Comune di Roma del 2009 e ha dato torto ad un contribuente che si era avvalso di quel condono riferito ad un tributo locale, perché il Comune di Roma non poteva dopo sette anni dal 2002 deliberare alcun condono. Nella stessa situazione si trova oggi il Comune di Lecce, che non solo prevede un condono a dieci anni di distanza dal 2002, peraltro riferito agli anni dal 2006 al 2011, ma approva un regolamento dopo la pubblicazione della succitata importante sentenza della Corte di Cassazione del 20 luglio 2012. Infine, faccio presente che il mio intervento, come esperto del settore, lungi da avere riflessi politici, è

Sentenza N° 12679 del 30/05/2012 Corte Suprema di Cassazione - Sezione Tributaria Civile

di natura esclusivamente informativa, in modo che gli organi competenti ne siano a conoscenza e si assumano le rispettive responsabilità, anche nei confronti della Corte dei Conti. La Cassazione è il massimo organo di legittimità nell’interpretazione della legge ed il Comune di Lecce ne deve necessariamente tenere conto, perché nell’emanare un regolamento si deve sempre rispettare scrupolosamente la legge ordinaria, senza chiedersi cui prodest. Oltretutto, anche i contribuenti devono sapere che in futuro i giudici, anche d’ufficio, possono disapplicare e ritenere illegittimo il condono (come ha fatto la Cassazione nel caso di specie) per cui la loro autodenuncia non comporterà alcun beneficio sanzionatorio.

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Contenzioso

Reclamo e Mediazione Tributaria: prime applicazioni Alla verifica i nuovi istituti del reclamo e della mediazione, a circa cinque mesi dal loro ingresso nel panorama tributario E’ giunto il momento di verificare i nuovi Istituti del Reclamo e della Mediazione a circa cinque mesi dal loro ingresso nel panorama Tributario. Chiaramente si tratta di un primo giudizio che tiene conto della encomiabile volontà dell’Agenzia dell’Entrate di deflazionare il Contenzioso in via preventiva, ma che necessariamente non puo’ sottacere di alcuni problematiche connesse alle modalità operative dei nuovi Istituti. Le prime perplessità sono già state espresse da molti commentatori in diversi contesti. In primo luogo va evidenziato il rischio che il Contribuente corre, laddove ometta di effettuare il Reclamo prima di attivare il contenzioso ossia il rischio di una pronuncia di inammissibilità del ricorso stesso con le nefaste conseguenze che possiamo immaginare. Nella sostanza però il Reclamo da cosa si differenzia dal Ricorso? In realtà in poco e niente. Infatti sappiamo che il reclamo deve contenere tutti gli elementi del ricorsoI e che nell’ipotesi in cui il reclamo non produca alcun effetto si trasforma in ricorso sen-

za possibilità di modificarne i contenuti. Il soggetto al quale presentare il Reclamo è la Direzione Provinciale o Regionale che ha emanato l’atto che si intende impugnare e comunque un organo dell’Amministrazione Finanziaria Nella sostanza l’Istanza di Reclamo decorsi inutilmente i 90 giorni dalla sua presentazione, si trasforma in Ricorso decorrendo da tale data il termine di 30 giorni (o dalla eventuale data di diniego) per il necessario deposito in Commissione. Se così è, il Reclamo si differenzia dal Ricorso per piccoli aspetti formali, ovvero per la semplice indicazione del Reclamo in sede di redazione dello stesso e per l’ulteriore onere di integrare il RICORSO/ RECLAMO con un apposita Istanza di reclamo, stando alle indicazioni della stessa AgenziaII che in alcun modo possono essere vincolanti per nessunoIII. C’è quindi da chiedersi se la mera mancanza di indicazione nell’atto introduttivo del ricorso del termine istanza di reclamo possa portare alle nefasta conseguenza che l’intero procedimento sia da considerarsi INAMMISSIBILE

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di Giulio Renato Fiorimanti Dottore Commercialista

in sede di successivo Ricorso. Nella sostanza il Reclamo non è atro che un nuovo Iter previsto in determinate situazioni, che può portare o meno all’instaurazione di un Contenzioso e che nella fase introduttiva non si differenzia affatto dal Ricorso stesso se non per meri aspetti formali. In buona sostanza si tratta di un riesame da parte degli Uffici che puo’ portare o meno ad una conclusione prima che l’Istanza trasformatasi in ricorso sia esaminata dalla Commissione Tributaria. A chi spetterà poi dichiarare l’inammissibilità del Ricorso privo dell’indicazione di Istanza di Reclamo? La risposta non puo’ che essere Univoca. E’ solo e soltanto l’organo giudicante e quindi la Commissione Tributaria che può dichiarare l’inammissibilità del ricorso e nessun potere in tale senso può essere dato agli Uffici della P.A. In realtà ci è stato segnalato da un Consulente del Lavoro che l’Agenzia dell’Entrate ha comunicato l’inammissibilità del Ricorso non preceduto dall’Istanza di reclamo al contribuente che aveva preparato ricorsoIV.


di Giorgetto Marconi Giudice Tributario

Tale indicazione, suffragata dalla copia della Comunicazione dell’Ufficio ci crea un forte sconcerto. Sarebbe come se in un processo civile per alcuni Convenuti vi sia il potere di dichiarare inammissibile la domanda della parte Attrice anziché la mera possibilità di sollevare l’eccezione di inammissibilità del procedimento giudiziario, con buona pace per l’intero dettame Costituzionale. L’Ufficio è parte del processo Tributario, ha il potere di sollevare le sue eccezioni cosi’ come lo stesso potere è attribuito al Contribuente, ma non può in alcun modo rivestire il duplice ruolo di Giudice e parte. Appare evidente che si tratta quanto meno di una svista del solerte funzionario che meriterebbe ampia censura da parte degli organi preposti. Peraltro alla luce di quanto abbiamo fin qui affermato, a nostro avviso il Ricorso notificato all’agenzia dell’Entrate deve considerarsi comunque Reclamo (in presenza dei presupposti oggettivi stabiliti dalla norma) e auspichiamo una presa di posizione in tal senso delle Commissioni Tributarie. E’ da ritenersi contrario allo spirito del giusto processo e del relativo dettame costituzionale, la possibilità di dichiarare inammissibile il Ricorso per semplice motivo che non sia stato dato il Nomen

Iuris di Istanza di reclamo del medesimo atto laddove siano presenti comunque tutti gli elementi necessari per l’istanza stessa. Nell’ipotesi in cui il Contribuente malauguratamente non chiami formalmente l’atto ISTANZA DI RECLAMO, a nostro avviso gli Uffici in presenza di tutti i requisiti necessari previsti dalla norma, dovrebbero comunque trattare l’atto come Istanza, comunicando al contribuente nei 90 giorni successivi alla recezione dello stesso un eventuale proposta di Mediazione previo invito al contraddittorio. A nulla puo’ valere peraltro il fatto che il Contribuente abbia inviato ad un Ufficio non competente l’Istanza in questione. Infatti anche qui la Giurisprudenza di legittimità non offre scampo all’amministrazione. Nel rispetto del Principio di Buon Andamento e Imparzialità del Pubblica Amministrazione la suprema Corte di CassazioneV ha piu’ volte ribadito che corollari a tale principio sono principi di cooperazione, collaborazione e buona fede della P.A che impongono che laddove un Istanza si indirizzata ad un Organo incompetente comporti “che l’Ufficio non competente che riceva un’istanza sia tenuto a ritrasmetterla all’Uf-

ficio competente”, in conformità delle regole di collaborazione tra organi della stessa amministrazione. Chiaramente invitiamo tutti i professionisti a prestare la massima attenzione verificando la necessità di individuare correttamente l’Ufficio competente e ad inserire l’apposita Istanza di reclamo nel contenzioso al fine di evitare tutte le problematiche suindicate. Va comunque rilevato che, al di là degli aspetti procedurali che abbiamo sopra indicato, nella breve esperienza di vita del Reclamo gli uffici sembrano essere sicuramente piu’ reattivi. Infatti se prendiamo quale termine di paragone la procedura di autotutela possiamo accorgerci che gli Uffici si sono attivati per rispondere al Contribuente o al suo Procuratore (generalmente tramite Pec) in tempi piuttosto brevi formulando quasi sempre una proposta di Mediazione, o nei casi di palese errore addirittura provvedendo allo sgravio. Pur se evidente l’esigenza di fare cassa da parte degli Uffici, riteniamo positiva questa ritrovata energia che però avrebbe potuto esprimersi anche in sede di Autotutela, ben prima dell’introduzione delle norme sul Reclamo.

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Contenzioso I art. 18 dl 546/92 1. Il processo è introdotto con ricorso alla commissione tributaria provinciale. 2. Il ricorso deve contenere l’indicazione: a) della commissione tributaria cui è diretto; b) del ricorrente e del suo legale rappresentante, della relativa residenza o sede legale o del domicilio eventualmente eletto nel territorio dello Stato, nonché del codice fiscale; c) dell’ufficio del Ministero delle finanze o dell’ente locale o del coce sionario del servizio di riscossione nei cui confronti il ricorso è proposto; d) dell’atto impugnato e dell’oggetto della domanda; e) dei motivi. 3. Il ricorso deve essere sottoscritto dal difensore del ricorrente e contenere l’indicazione dell’incarico a norma dell’art. 12, comma 3, salvo che il ricorso non sia sottoscritto personalmente, nel qual caso vale quanto disposto dall’art. 12, comma 5. La sottoscrizione del difensore o della parte deve essere apposta tanto nell’originale quanto nelle copie del ricorso destinate alle altre parti, fatto salvo quanto previsto dall’art. 14, comma 2. 4. Il ricorso è inammissibile se manca o è assolutamente incerta una delle indicazioni di cui al comma 2, ad eccezione di quella relativa al codice fiscale, o non è sottoscritta a norma del comma precedente II Vedi circolare 9/e del 19 marzo 2012 III Per tutte valga la recentissima sentenza della Corte di cassazione 25170 del 2012 In materia, stato chiarito che la circolare interpretativa è atto interno alla pubblica amministrazione che si risolve in un mero ausilio interpretativo e non esplica alcun «effetto vincolante non solo per il giudice penale, ma anche per gli stessi destinatari, poiché non può comunque porsi in contrasto con l’evidenza del dato normativo». Inoltre, ribadendo quanto in argomento già espresso dalle Sezioni Unite, la Corte ha aggiunto che una circolare emanata nella materia tributaria non vincola il contribuente, che resta pienamente libero di non adottare un comportamento a questa uniforme, in piena coerenza con la regola che in un sistema tributario basato essenzialmente sull’auto tassazione, la soluzione delle questioni interpretative è affidata (almeno in una prima fase, quella, appunto, della determinazione dell’imposta da corrispondere) direttamente al contribuente. Non solo, ma una circolare non vincola neanche gli uffici gerarchicamente sottordinati, ai quali non è vietato di disattenderla. La circolare non vincola addirittura la stessa autorità che l’ha emanata, che resta libera di modificare, correggere e anche completamente disattendere l’interpretazione adottata. Infine, la circolare non vincola il giudice tributario. IV si riporta scansione di estratto della comunicazione dell’Agenzia delle Entrate

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V … “Ritiene però il Collegio che simile drastica conclusione, che viene a penalizzare un errore meramente formale del contribuente, debba essere rivisitata alla luce dei principi di cooperazione, collaborazione e buona fede che, in base all’art. 10 della legge 27 luglio 2000, n. 212, devono improntare i rapporti tra amministrazione finanziaria e contribuente. Sulla scorta di simili principi questa sezione ha già riconosciuto, che l’istanza di rimborso presentata ad un ufficio dell’amministrazione finanziaria, ancorché incompetente funzionalmente o territorialmente a provvedere sulla medesima, è atto idoneo ad impedire la decadenza del contribuente dal diritto al rimborso prevista dall’art. 38 d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Cass. 6 maggio 2005, n. 9407; Cass. n. 14212 del 28 luglio 2004). Ha però soggiunto che tale istanza - rivolta ad organo incompetente - non sarebbe invece idonea a determinare la formazione di un provvedimento di diniego nella forma del silenzio-rifiuto, e renderebbe conseguentemente inammissibile il ricorso al giudice tributario; quindi il contribuente dovrebbe, entro il termine prescrizionale di cui all’art. 2967 c.c., rinnovare l’istanza rivolgendola all’Ufficio competente. Il Collegio ritiene che la coerenza del sistema imponga un ulteriore passo avanti e dunque di riconoscere che l’Ufficio non competente che riceva un’istanza di rimborso è tenuto a ritrasmetterla all’Ufficio competente, in conformità delle regole di collaborazione tra organi della stessa amministrazione (cfr. anche l’art. 5 1. 18 marzo 1968, n. 249), restando configurabile, in difetto, un silenzio-rifiuto del rimborso medesimo, impugnabile dinanzi alle Commissioni Tributarie (Cass. 8 agosto 1988, n. 4878), e ciò sia perché la domanda di rimborso non è rivolta ad un organo estraneo all’Amministrazione Finanziaria, sia perché, in tema di rimborso, l’ordinamento impone una dovuta costante collaborazione fra organi (arg. ex art. 38, comma 3, d.P.R. n. 602 cit.). La soluzione accolta appare, infine, conforme al principio affermato da questa Corte e secondo cui le leggi devono essere interpretate alla luce delle esigenze di celerità processuale e di sollecita definizione dei diritti delle parti di cui all’art.111 Cost. (cfr. le sentenze delle Sezioni Unite n. 24883 del 9 ottobre 2008 e n. 4109 del 22 febbraio 2007); appare infatti inutile imporre ad un contribuente, il cui diritto non è venuto meno, di presentare una seconda istanza ed instaurare un secondo giudizio, senza che ciò risponda ad alcuna esigenza sostanziale, dal momento che l’amministrazione ha, resistendo nel primo giudizio, manifestato la inequivocabile decisione di non procedere al rimborso.

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Rubrica I Misteri di Roma

Le sedie: come e quando i Romani volevano capire se il Papa era maschio o femmina Ciò che per i Romani era considerata storia e non leggenda

U

Sella stercoraria

na volta a Roma c’erano tre sedie molto particolari, una di colore bianco e due di colore rosso ed erano perforate: venivano adoperate dai Romani all’interno dei complessi termali e per questo motivo venivano definite “sellae balneares”. Quando cadde l’impero romano e con esso la cultura delle termae e gli altri straordinari edifici pagani, quelle sedie conobbero una nuova vita. Nessuno ricordava più il fasto che quelle sedie ad uso indifferente prosaico e profano avevano conosciuto, ma di esse veniva ammirata solo l’eleganza delle decorazioni e la ricchezza, al punto che furono fatte divenire sedie papali. Dal Medio Evo, sino ai primi del secolo decimosesto in cui vigeva il Pontificato di Leone X, le tre sedie avevano sempre il posto più importante all’interno della basilica lateranense, quan-

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di Andrea Tommasini Redazione Cultura

do venivano svolte le cerimonie per la presa di possesso dei nuovi Papi. In particolare, la sedia di marmo bianco assunse un nome assai particolare ed oltremodo equivocabile venendo definita “sella stercoraria”, forse poiché assomigliava alle “seggette” dell’epoca adibite alle necessità fisiologiche. I racconti dell’epoca ci tramandano varie ipotesi in ordine alla denominazione che gli fecero assumere. Molti sostenevano che quella definizione doveva servire al Pontefice, nel sedervi sopra, a tenere costantemente presente che anche il Papa era un uomo come tutti gli altri e dunque anch’esso soggetto a tutte le necessità umane, altri invece raccontavano che quando il Papa era ivi assiso, i cantori intonavano i versi del Salmo 113 “Suscitat de pulvere egenum, et de stercore erigit pauperum, ut sedeat cum disciplinibus,


Raffaello Sanzio, Leone X con i Cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi, 518 ca. Galleria degli Uffizi, Firenze

et solium gloria teneat” (trad. 7Solleva l’indigente dalla polvere, dall’immondizia (lo sterco) rialza il povero, per farlo sedere tra i principi, tra i principi del suo popolo). Le altre due sedie di un rosso assai vivace al punto che si pensasse fossero di porfido rosso, recavano un taglio a mezzaluna proprio sul frontale della seduta. Nella tradizione popolare romana siffatte sedie potevano solo servire ad accertare che il Papa fosse davvero un uomo, per evitare il ripetersi di tristi episodi della storia come quello della Papessa Giovanna che per il popolo romano è considerata un personaggio della storia e non della legenda. Questa credenza romana è suffragata anche dai versi del popolano saccente del Belli il quale raccontava riferendosi all’episodio della Papessa Giovanna: “Da allora st’antra sedia ce fu messa – pè tastà sotto er sito de le voje – si er Pontefice sii Papa o sii Papessa”. Anche Giovanni Rucellai in un suo

trattato del 1457 dal titolo “della bellezza ed anticaglia di Roma” affermava che “appresso al Sancta Santorum , in un certo andito, vi sono due sedie di porfido d’uno pezzo, nelle quali quando il Papa è creato di nuovo vi si pone a sedere e per una certa bucha, che è in sul sedere della sedia e cercho s’egli è maschio o femmina”. Anche le tradizioni rituali legate all’elezione di un nuovo Papa sembrano riferire all’esistenza di tutto questo. La sedia stercoraria si trovava nel portico di San Giovanni e le due sedie rosse nella Cappella di San Silvestro, al primo piano del Palazzo Pontificio del quale il Papa prendeva possesso dopo l’incoronazione. Veniva seduto sulla sedia di destra il papa riceveva la “ferula” (che nella tradizione della religione cattolica apostolica romana è il pastorale particolare del Papa, detto anche “croce piscatoria” che, anziché essere ricurvo, è dotato, all’estremità superiore, di una croce, alcune volte a tre braccia) e le chiavi della Chiesa e del Palazzo, che poi venivano

rese al Priore del Laterano nel lasciare la sedia. Lasciava dunque la sedia di destra per andare a sedersi sulla sedia di sinistra dove riceveva una fascia purpurea ed una borsa contenente una fiala di muschio e dodici sigilli incisi su pietre preziose. Il bastone era certamente il segno dell’autorità del Papa su tutti i dipendenti dei Palazzi Apostolici, il possesso dei quali era simboleggiato dalle chiavi che aveva ricevuto. La consegna della borsa stava invece ad indicare che il papa poteva disporre del tesoro pontificio.(Il muschio nella fiala probabilmente riferito alla mitica rosa di Gerico, prezioso muschio del deserto molto aromatico così prezioso e raro da essere solo per il Re dei Re. I dodici sigilli che possono essere ugualmente i dodici angeli più fedeli e preziosi delle schiere celesti, i dodici apostoli, i dodici giorni della luna dell’antico testamento). Sotto il 217° pontificato di Leone X nel 1550 , queste cerimonie furono fatte abolire e le sedie furono fatte trasferire nel Chiostro di San Giovanni dove rimasero sino al 1775 circa, quando con la copertura della Sede Vacante da parte del 250° Vescovo di Roma e Pontefice Pio VI dispose che fossero ripulite e collocate nei Musei Vaticani dove rimasero sino al 1797, anno in cui i francesi le asportarono. La sedia stercoraria di marmo bianco non fu mai più ritrovata e delle due sedie rosse, solo dopo la caduta di Napoleone, intorno al 1812, ne fu lasciata una al Louvre e l’altra fu riportata a Roma che fu fatta sistemare nel Gabinetto delle Maschere, al Museo Pio clementino a fianco della candida Venere di Cnido, dove tutt’oggi si può ammirare. Un lungo viaggio dunque ricco di tradizioni e curiosità che ancora riecheggiano nella cultura e nella tradizione della nostra Roma Capitale.

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