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IL CONSULENTE THE WORLD OF

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IL CONSULENTE

Foto di Tony de Misfit by Flickr

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ADALBERTO BERTUCCI

Perchè votare per la Lista "Autonomia e Previdenza" LORENZIS Dove eravamo rimasti? Previdenza"

per

la

solidarietà

ROBERTO DE

MARCO BERTUCCI "Autonomia e

generazionale

Apprendistato: il perchè di una riforma

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Pubblicazione Quindicinale Ufficiale del Consiglio provinciale dell'Ordine dei Consulenti del Lavoro di Roma


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Pubblicazione Ufficiale del Consiglio provinciale dell'Ordine dei Consulenti del Lavoro di Roma

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Adalberto Bertucci Perchè votare la lista "Autonomia e Previdenza"

Roberto De Lorenzis Dove eravamo rimasti?

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House Organ del Consiglio provinciale dell'Ordine dei Consulenti del Lavoro di Roma Pubblicazione quindicinale.

Direttore responsabile Antonio Carlo Scacco

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Daria Bottaro

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Marco Bertucci

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In copertina: The Causes of The Great Depression / FDR Memorial Site

Elezioni ENPACL: non ci sarà una terza lista ANCL

"Autonomia e Previdenza" per la solidarietà generazionale

Vittorio Vianello Alle polemiche rispondiamo con i fatti

Comitato scientifico Gabriella Di Michele - Aldo Forte - Giuseppe Sigillò Massara - Pierluigi Matera Antonio Napolitano - Mauro Parisi - Vincenzo Scotti Virginia Zambrano

Progetto grafico e digitalizzazione Antonio Carlo Scacco

Redazione

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Eufranio Massi

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Lorenzo Lelli

Daniele Donati

Evasori o contribuenti? La scelta tra i banchi di scuola

Giuseppe Marini

Apprendistato: il perchè di un cambiamento

Rubriche

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Voci dal Territorio

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Vita nell'Ordine... Ordine nella Vita

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Pasquinate

La Consulta I - La fontana di Trevi vista dalla parte dell'acqua vergine

Pluralismo e rispetto

Eleonora Marzani Massimiliano Pastore

Andrea Tommasini Aldo Persi

Editore Ordine dei Consulenti del Lavoro Consiglio Provinciale di Roma 00145 Roma - via Cristoforo Colombo, 456 Tel. 06/89670177 r.a. - Fax 06/86763924 Segreteria: segreteria@cdlrm.it Ente di Diritto Pubblico - Legge 11-11979 N.12

Per contributi e suggerimenti TheWorldOfIlConsulente@cdlrm.it

Questo numero è stato chiuso in redazione il 14 maggio 2011

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PERCHE' VOTARE LA LISTA "AUTONOMIA E PREVIDENZA"

Care amiche, cari amici a ridosso di una importante scadenza politica ( le elezioni Enpacl del prossimo 19 maggio), immaginiamo i lettori delegati avranno ricevuto, e riceveranno, numerosissime sollecitazioni ed inviti, taluni cortesi altri assai meno, provenienti dalle parti più disparate. Bene, noi non faremo inviti o pressioni di alcun tipo. Enumereremo soltanto, in modo estremamente sintetico e pacato, alcune delle motivazioni che, a nostro giudizio, dovrebbero indirizzare il voto sulla Lista “AUTONOMIA E PREVIDENZA”: 1) i candidati delle altre liste mancano totalmente di esperienza, a cominciare dal candidato alla presidenza (che tutti ben conosciamo ormai da alcuni mesi): non si può fare il presidente dell'ENPACL senza aver fatto neppure un mandato da consigliere e fare il relatore ai convegni (stranamente tutti concentrati in questi ultimi tempi) non prepara minimamente al complesso governo dell'ENPACL, che non è solo teoria della previdenza ma richiede la soluzione di tutta una serie di problemi concreti; 2) i loro programmi (anzi il loro unico programma per due liste !), in parte “ispirati” da contesti ed ambiti che nulla hanno a che fare con la nostra previdenza, ripetono uno stanco e incomprensibile (proprio come un disco rotto) richiamo ad una oscura “riforma strutturale”, i cui confini sono tuttora, a noi tutti, ignoti; 3) la vicenda della presentazione delle liste, accompagnate ed eterodirette da un immanente “Osservatore Romano” che dava e dà, periodicamente, le direttive del caso, si commenta da sola. Altre motivazioni, assai meglio argomentate rispetto al breve spazio che il presente editoriale consente, i

E ED D II TT O OR R II A A LL E E

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lettori potranno trovarle nelle pagine che seguono. Qui ci preme rispondere ad alcune delle intemperanze del nostro onnipresente Osservatore. In primo luogo dobbiamo contestare la sua affermazione secondo cui Roma avverserebbe "pesantemente l’Ancl”: errore. Noi vogliamo una gran bene all’Ancl al punto da voler ripristinare al suo interno un autentico e genuino spirito pluralista e democratico. In un prossimo futuro Roma ne sarà parte a pieno titolo, e con i tantissimi suoi amici anclisti concorrerà ad avviarne una vera “riforma strutturale”, all'insegna del pieno rispetto delle minoranze. Un evento ineluttabile che in taluni sta provocando un atavico terrore: al punto da volerlo evitare in tutti i modi, anche ricorrendo irresponsabilmente al puro e semplice rifiuto, senza alcuna motivazione, delle domande di iscrizione dei colleghi romani. Ed allora: chi avversa chi? In secondo luogo riscontriamo la affermazione del nostro Osservatore, condivisa peraltro – infelicemente dal Presidente dell’Ancl, il quale si augura tra le righe la prematura dipartita di questa Rivista (per tornare a “leggere cose serie”, dice lui: sic!). Davvero un luminoso esempio di pluralismo e democrazia l'ennesimo - quello di augurarsi la soppressione di una testata di stampa ! vedremo cumuli di “The World Of Il Consulente” bruciare idealmente nelle pubbliche piazze alle fiamme redentrici dell’Unico Pensiero? Non lo sappiamo. Da parte nostra continueremo ad operare nel pieno e assoluto rispetto delle altrui opinioni: crediamo che i nostri lettori, sempre più numerosi,ce ne renderanno pieno merito.

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Roberto De Lorenzis Dopo quasi 4 anni di silenzio, motivato dal rispetto del ruolo istituzionale ricoperto, ho scritto tre articoli: uno, pubblicato su Protagonisti, nel quale, in estrema sintesi, ho cercato di illustrare l’operato del Consiglio di Amministrazione Enpacl di cui ho fatto parte, ho parlato di fatti concreti ed ho chiesto di formulare eventuali obiezioni sui fatti; altri due articoli, pubblicati sulla rivista dell’Ordine di Roma, nei quali ho espresso il mio punto di vista sull’operato della dirigenza ANCL in occasione della formazione delle liste per le prossime elezioni del CdA Enpacl. Credo che la presidenza dell’ANCL avrebbe dovuto e potuto gestire una sintesi fra le diverse istanze che si sono palesate in occasione delle elezioni Enpacl: una parte dell’ANCL non è rimasta soddisfatta del metodo seguito per la composizione delle liste ed avrebbe voluto utilizzare la possibilità offerta dall’articolo 53 dello Statuto: le è stato impedito. C’era tutto il tempo di convocare nuovamente il Consiglio Nazionale ANCL prima della presentazione delle liste, come abbiamo fatto

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Pubblicazione Ufficiale del Consiglio provinciale dell'Ordine dei Consulenti del Lavoro di Roma

DOVE ERAVAMO RIMASTI ?

tante volte in passato, o anche successivamente, per verificare ed eventualmente prendere atto dell’esistenza di una terza lista. Nessuno spiega perché non si può fare, nessuno spiega dove sta scritto che non si possono inserire in lista colleghi non iscritti ANCL, nessuno ci dice come si possa equiparare l’approvazione di una delega alla firma di una lista (anzi due). Il Consiglio Nazionale ANCL ha approvato all’unanimità unicamente di delegare la Presidenza e formare le due liste espressione dei regionali, peraltro secondo rigidi criteri che non sono stati neppure rispettati. Chi ha deciso, senza dirlo prima, che quella era l’ultima occasione per presentare una lista diversa? Perché è stata chiusa ogni porta diffidando i Consiglieri Nazionali dal firmare altre liste? Come mai la stessa rigida ortodossia non è stata applicata, per esempio, in occasione delle ultime elezioni del Consiglio dell’Ordine?

Non mi pare che allora i regionali ANCL abbiano goduto di uguale voce in capitolo. Non hanno ritenuto di dare risposta né il Presidente ANCL, né un componente della Gen, né uno dei candidati delle liste 2 e 3, in compenso, sulla rivista ufficiale ANCL, mi risponde un anonimo collega che si firma “L’Osservatore Romano” (niente meno).

Il “ nome de plume” prescelto già denota un ego incontenibile: egli, in più, risponde (si fa per dire) a nome dell’ANCL; si fa interprete dei sentimenti di tutta la categoria; da e toglie le patenti da “bravo sindacalista” ed offre l’interpretazione autentica del pensiero del Presidente nazionale

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ANCL, immaginandosi artefice della splendida gestione blindata delle liste ad opera dell’ANCL. Il fatto che “L’Osservatore Romano” non apprezzi il mio operato è per me un complimento, sarei infatti preoccupato del contrario, e non intendo entrare in sterili polemiche, solo esprimere alcune considerazioni. Potevo affidare i miei scritti alla 1081, è vero, ma negli ultimi anni non l’ho mai ricevuta: le mie richieste di registrazione venivano respinte in quanto risultavo già registrato mentre le password in mio possesso non consentivano l’accesso. Ho segnalato più volte l’inconveniente nel corso degli anni senza che fosse mai risolto e confesso che mi risultava piuttosto difficile pensare di scrivere su una rivista che non avrei potuto leggere. Solo 15 giorni fa, forse in occasione della nuova impostazione, ho ricevuto username e password finalmente funzionanti ed ho potuto così godermi la lettura della 1081.

Non credo che la rivista del Consiglio di Roma sia nata per soli fini elettorali, comunque lo vedremo; ricordo, invece, un’altra rivista,

che ti vedeva artefice nascosto (un’abitudine), nata con grandi ambizioni e proclami di libertà, miseramente sparita una volta vinte le elezioni, nel silenzio e nella più totale indifferenza degli stessi colleghi che su di essa scrivevano. La rivista dell’ANCL di Milano e quella del Consiglio di Roma, in ogni caso, hanno il grande pregio di non volersi uniformare al pensiero unico, promuovendo il dibattito, la critica ed il confronto di opinioni sui fatti che riguardano la categoria. Negli ultimi anni non sono affatto stato assente, ho solo ricoperto un ruolo diverso, da amministratore, che ho ritenuto incompatibile ed inconciliabile con la partecipazione al dibattito politico; oggi, terminato il mandato mi sento libero di esprimere le mie opinioni, senza alcuna avversione nei confronti del sindacato ANCL, nel quale milito da quando sono Consulente del Lavoro e che ho guidato per oltre 10 anni. Quanto ai colleghi di Roma non mi pare manifestino avversione nei confronti dell’ANCL: hanno chiesto l’unificazione, pubblicamente promessa dal presidente Longobardi in quel di Salerno e mai presa in considerazione. Sciolto il sindacato i colleghi hanno chiesto di iscriversi all’ANCL singolarmente, rinunciando così alle procedure agevolate previste in caso di unificazione, vedendosi respingere senza motivo le domande di iscrizione. Ci sarebbe da chiedersi, semmai, se l’ avversione non sia da parte dell’ANCL nei confronti dei colleghi romani. Nei miei scritti, pubblicati sempre e comunque su riviste della categoria, esprimo opinioni, anche criti-

che, e sollevo questioni, senza esprimere mai giudizi sulle persone, senza dichiarare inimicizia nei confronti di qualcuno, senza offendere. Posso avere opinioni divergenti o avversari politici, mai nemici. Vedi, “L’ Osservatore Romano”, se tu esprimessi opinioni politiche potrebbe tranquillamente accadere che l’alleato di ieri si trasformi nell’avversario di oggi, ma se attacchi i colleghi sul piano personale risulta difficile comprendere come mai il fraterno amico possa di colpo diventare spregevole nemico. Se poi, come dici, nessuno rimpiange il mio operato e si fa più infinocchiare dal mio “forbito ma vacuo eloquio” perché ti affanni tanto a rispondermi? Con tutti gli impegni che hai perché perdi tempo con me? Citi l’espulsione di 70 colleghi (ancora ti brucia?) dimenticando che allora c’era un altro statuto che non consentiva di presentare altra lista ANCL oltre a quella proposta dal Nazionale. Perché dimentichi che quella decisione fu di tutto il Consiglio Nazionale e della GEN e cioè di molti dei colleghi che oggi dirigono l’ANCL: sono io che confondo le acque? Vedi, “L’Osservatore Romano”, il fatto di nascondersi sempre, dietro uno pseudonimo dietro altri colleghi (il coraggio uno mica se lo può dare); il tuo modo villano di attaccare chiunque osi frapporsi ai tuoi progetti accompagnato dall’assoluta mancanza di argomenti ti identificano con precisione assoluta! Ciao caro, sono tornato!

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ELEZIONI ENPACL: NON CI SARA' UNA TERZA LISTA ANCL Daria Bottaro Il presente articolo è stato pubblicato sul numero di aprile 2011 de "I Protagonisti", Organo ufficiale dell'Unione provinciale ANCL di Milano E’ ormai certo e assodato: non ci sarà una terza lista ANCL, oltre alle due liste “ufficiali”, in lizza nelle prossime elezioni per il rinnovo del Consiglio di Amministrazione dell’ENPACL. L’opportunità di sostenere una terza lista non si è verificata. Puntualmente, invece, si è verificato il “fuori tutti tranne uno”. Come questo giornale ha scritto nei numeri scorsi - se avesse rispettato tutte le condizioni previste dall’articolo 53 del nuovo Statuto dell’ANCL (lista richiesta da almeno 15 consiglieri nazionali, candidati tutti iscritti all’ANCL) la “terza lista” poteva costituire un bell’esperimento N U M E RO 5 15 MAGGIO 2 0 1 1

per dare attuazione pratica a quanto sancito al recente Congresso di Montesilvano. Queste condizioni statutarie non si sono concretizzate, dunque l’UP di Milano, come anticipato, non appoggerà nessun’altra lista che non sia una lista ANCL. Ribadiamo questo concetto dopo aver letto il comunicato (che pubblichiamo nelle pagine interne) con il quale il Presidente dell’ANCL Francesco Longobardi parla improvvidamente di “mezze verità lette di recente, anche sulla rivista dell’Up di Milano”, e insiste temerariamente “a formulare alcune precisazioni statutarie stravolte in detti scritti”. Segue un pistolotto in cui il nostro Presidente spiega (a suo modo) l’ortodossia della tutela delle minoranze sancita dall’articolo 53 dello Statuto ANCL, spingendosi a enfatizzare in modo che pare improprio il

ruolo del Consiglio Nazionale a proposito del diritto/dovere di recepire un’eventuale altra lista elettorale. Lo rassicuriamo subito: Protagonisti non è uso a dire mezze verità, sono altri invece “usi a obbedir tacendo” e che quando parlano non esitano a ricorrere a bugie pur di tenere in equilibrio un sistema di potere e di poltrone. Perché tra le motivazioni che ci avevano spinto a considerare interessante la cosiddetta “terza lista”, c’era anche quella di sostenere una proposta che non fosse appiattita, come le altre, sulle posizioni dell’establishment della nostra categoria, quello che si fonda sul predominio dell’Ordine sul Sindacato. La dimostrazione più evidente di questa supremazia

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sta nel fatto che è proprio l’attuale Vice Presidente del CNO, il collega Visparelli – un ottimo professionista, peraltro – che, col placet del Presidente ANCL, è stato designato come successore di Miceli alla Presidenza dell’ENPACL, prima ancora e in barba alla consultazione della base. Quanto a noi, la nostra posizione è stata di una trasparenza assoluta. Ci siamo mossi chiedendo l’approvazione del Consiglio Regionale richiedendo che venisse messa ai voti la nostra proposta di adesione a un’eventuale terza lista e così, democraticamente è

avvenuto. Infine, quando è stato chiaro che la terza lista non avrebbe avuto tutti i crismi previsti dallo Statuto e pretesi dall’UP di Milano, coerentemente non l’abbiamo riconosciuta. Con la stessa coerenza e correttezza, il collega Bruno Di Franco, che è stato artefice ed è candidato di questa lista, ha presentato le proprie dimissioni all’Up di Milano il giorno prima della presentazione della stessa. Dimissioni che saranno portate, per essere discusse, al prossimo Consiglio dell’UP di Milano programmato per fine maggio. Nella sua accorata lettera, Di Franco spiega esaurientemente che la sua scelta di costituire un’altra lista è la risposta all’ostracismo attuato dall’ANCL nei confronti di determinati colleghi, tra cui egli stesso, e alla constatazione che i giochi erano già stati fatti prima ancora di cominciare a discutere nelle Assemblee e nei Consigli Regionali. Siamo tutti grandi e vaccinati per riconoscere che ciò che afferma Di Franco non è affatto campato in aria ed è perfettamente inutile lanciare accuse a vanvera contro presunti responsabili di voler far “rientrare dalla finestra coloro che nelle libere scelte provinciali e regionali non sono riusciti ad entrare dalla porta, o non si sono visti confermati per un ulteriore mandato, neanche dal proprio territorio”. Non ci dobbiamo prendere in giro, le libere elezioni nelle regioni sono libere fino a un certo punto: è da un anno che viene fatta una sotterranea “moral suasion”, che vengono esercitate pressioni, che vengono spinti certi nomi calati dall’alto, mentre su altri è stato fatto ostruzionismo. Noi siamo li-

beri e possiamo permetterci di dire ciò che pensiamo: siccome le poltrone non ci interessano, competiamo senza scendere a patti o firmare cambiali con nessuno. Abbiamo lavorato per costruire un sindacato unitario, c’è qualcuno invece che ora siede ai vertici della categoria che non lavora a favore dell’unità dell’ANCL. L’UP di Milano che, lo ripetiamo, non ha promosso ma ha dichiarato il proprio interesse alla cosiddetta terza lista nella misura in cui rispettasse lo Statuto ANCL e fosse approvata dal Consiglio Regionale della Lombardia, ora, con coerenza, non riconosce la lista presentata e non l’appoggia e non approva neanche la scelta fatta dal collega Bruno Di Franco, il quale tuttavia, va sottolineato, ha presentato le dimissioni dall’ANCL, a differenza di altri colleghi che in passato sono andati contro le regole del nostro sindacato. Vogliamo dirla, a questo punto, un’altra “mezza verità” per parlare come Longobardi? Ebbene: da ciò che ci risulta, all’interno dell’ANCL c’è malcontento per la gestione del sindacato e della categoria, una gestione apparentemente democratica (si chiamano a raccolta i Presidenti Regionali e Provinciali dell’Ordine e dell’ANCL) perchè alla fine si decide ciò che era già stato deciso tra pochi. Questa democrazia di facciata, tutta immagine, tutta chiacchiere e distintivo, non giova alla dialettica interna tra le varie posizioni e opinioni e non fa crescere il nostro sindacato. Per fare solo un esempio: perché non si vogliono considerare realtà importanti come quelle di Roma e di Venezia, N U M E RO 5

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non accettando l’iscrizione di alcuni colleghi? Non vorremmo mai che la motivazione risiedesse nel timore di vedere ribaltati equilibri di potere! Ostacolare l’ingresso di quasi settecento colleghi romani, respingendone l’iscrizione a causa di fantomatiche incompatibilità, ottiene il risultato di impoverire il dibattito interno oltre che le casse del sindacato. Vogliamo ricordare che c’è un articolo dello Statuto dell’ANCL nel quale viene affermato che il nostro sindacato deve promuovere l’unità della categoria e fare proselitismo?. Invece: eravamo seimila e siamo ancora seimila. Siamo fermi al palo delle iscrizioni e non si capisce perché nuovi ingressi non vengano consentiti. Non bisogna avere paura dei numeri, bisogna accogliere nuovi colleghi perché porteranno nuove idee e nuovi stimoli. L’ANCL non è un fortino da difendere ma deve essere la casa di tutti i Consulenti del Lavoro. L’articolo 39 della Costituzione impone che “gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica”: le nostre norme statutarie sono state scritte per dare le più ampie garanzie in proposito ma spesso, ahimè, la loro interpretazione è puramente formale e non viene resa efficace al cento per cento in fase di attuazione. Così come è avvenuto per l’inserimento nelle liste Ancl di un collega non presentato dalla propria Regione, ma solo da alcune province. C’è stato riferito che pochi giorni prima della presentazione delle liste la candidatura è stata regolarizzata. Ma come, non era il Consiglio Nazionale del 1° aprile l’ultimo appuntamento posN U M E RO 5 15 MAGGIO 2 0 1 1

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sibile per formalizzare le candidature? E come ha fatto il Consiglio Regionale a convocare l’Assemblea Regionale per deliberale la candidatura se ci vogliono almeno 20 giorni e le liste si sono presentate il 21 aprile? Va detto qualcosa anche sul recentissimo scontento che sembra contrassegnare le ultime dichiarazioni dei nostri vertici sindacali contro quelli del nostro ente di previdenza. In un documento presentato alla riunione dei Presidenti regionali ANCL (quello del programma dei cento giorni: in realtà uno slogan suggestivo quanto impraticabile) si definiscono come “caratterizzate da una inadeguata informazione e da una scarsa trasparenza” le iniziative del CdA ENPACL; si evoca una “situazione di squilibrio del nostro sistema previdenziale”; si citano i resoconti delle “stentate audizioni tenute presso la Commissione bicamerale di controllo in occasione dell’indagine sui patrimoni delle Casse, durante le quali i nostri amministratori non hanno saputo indicare entità, modi e tempi del coinvolgimento dell’Enpacl nel crack della banca Lehman”; si denuncia come la redditività effettiva del patrimonio investito dall’Ente “sia ampiamente al di sotto di quella stabilita per le proiezioni del bilancio tecnico”; si lancia l’allarme per“i costi della gestione, sempre in crescendo durante il mandato in corso”. Come mai, chiediamo sommessamente, se il CdA si è dimostrato così incapace di operare, così poco trasparente nelle sue azioni, così inattendibile nel contenuto dei propri bilanci, come mai tutto ciò non è mai stato denunciato

prima dai vertici dell’ANCL a cominciare da Longobardi? Prima, cioè, che tra Miceli, CNO e ANCL i rapporti si deteriorassero anche a livello personale? La verità (non una mezza verità) è che, in questa tornata elettorale, coloro che oggi stanno combattendo e lanciando anatemi e improperi contro il CdA ENPACL uscente, sono gli stessi che questo CdA hanno voluto. Sono gli stessi che hanno dato indicazioni ai Delegati Enpacl di votare a favore (o di astenersi) dei bilanci presentati. Probabilmente lo si voleva (il CDA) al servizio di certe idee e posizioni. Per tutto un periodo le cose hanno evidentemente funzionato così e si è andati d’amore e d’accordo, poi qualcosa s’è rotto. A rigor di logica, chi ha fatto questa scelta sbagliata dovrebbe pagare il fio del suo errore. Invece pontifica, chiamandosi fuori... Una cosa l’UP di Milano si sente di dire con la massima tranquillità: attraverso le nostre prese di posizione e i nostri delegati all’assemblea dell’ente di previdenza abbiamo sempre contestato e criticato con la massima franchezza programmi e decisioni dell’ENPACL che non ci convincevano o piacevano. Ma non abbiamo mai avuto il piacere di trovarci in compagnia di coloro che adesso si indignano e gridano allo scandalo con tanta veemenza. Non solo, la dirigenza ANCL non ha mai fatto nulla per sostenere i colleghi che la rappresentavano all’interno dell’ente; i “suoi” tre consiglieri e cioè Di Franco, Mastrototaro e De Lorenzis non sono mai stati chiamati per concertare un’azione comune:

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lo vogliamo ricordare? Oggi l’ANCL si presenta con un programma (lo stesso per due liste diverse, ma così funziona la democrazia da noi, serve a occupare spazi!), che in gran parte riprende posizioni e proposte che l’UP di Milano sosteneva quattro anni fa. Meglio tardi che mai: ci fa piacere leggere un programma che conosciamo bene, così pieno dei punti che noi abbiamo sempre sostenuto nelle assemblee dell’ENPACL. E questo lo leggiamo in tutti i programmi, compreso quello della cd “terza lista”. Una cosa è certa, Milano e la Lombardia, con la loro testardaggine, in questi anni sono riusciti a ottenere qualcosa di ciò che proponevano: per esempio la modularità contributiva da cui discende una personalizzazione del trattamento pensionistico. Oggi, la nostra pensione non ha bisogno di grandi stravolgimenti. Come è a tutti noto, il nostro sistema pensionistico si basa su tre pilastri: prestazione definita, prestazione derivante dalla contribuzione soggettiva (2%) e modularità contributiva, interamente deducibile fiscalmente e che assicura risparmi fino al 46 per cento dimostrandosi un ottimo investimento. E questo grazie a chi ha proposto e reso

possibile questo sistema. Ma va detto con altrettanta franchezza e onestà che il sistema di contribuzione a fasce non può funzionare e non è neppure equo. Bisogna dire che è tempo di passare dal sistema a prestazione definita alla contribuzione definita perché ce lo impone la sostenibilità dei conti a lungo termine della nostra previdenza. Questo vuol dire, tutti lo sappiamo, che alla fine si dovrà pagare di più per avere ciò che si ha oggi ma se non lo facciamo il rischio è che anche quel poco che abbiamo ora non lo avremo più. Queste cose le sa bene Ornella Bonadeo, candidata dell’ANCL Lombardia in una delle liste elettorali e sostenuta principalmente dalle UP di Varese e di Milano. Noi che la conosciamo bene e abbiamo lavorato con lei, garantiamo che la collega è preparata, equilibrata ed ha sempre avuto come obiettivo l’interesse dei Consulenti del Lavoro. Siamo altrettanto convinti che non sarà facile farle cambiare idea sugli investimenti, sul risparmio dei costi, sulla profittabilità degli immobili e sulla modifica strutturale del nostro sistema a prestazione definita. La sua tenacia la conosciamo bene e siamo sicuri

che, se eletta, svolgerà bene il suo mandato. Però vogliamo spendere qualche parola anche sulla lista “non ANCL”: è vero che non è una lista del nostro sindacato ma non lo è anche perché certi nomi l’ANCL li ha respinti come non graditi fin dall’inizio. Su questo bisogna riflettere. Dopo le elezioni qualcuno ci dovrà dire perché non si è voluto fare entrare nella nostra associazione tanti colleghi. E vogliamo anche ricordare che all’interno di questa lista ci sono tre consiglieri Di Franco, Gobat e Vianello che hanno fatto parte del CdA uscente lavorando bene e con buoni risultati, per esempio nella lotta per recuperare i contributi evasi e per migliorare l’efficienza sia degli investimenti che della gestione del nostro ente di previdenza. Quale che sarà l’esito di queste elezioni, una cosa è certa, l’UP di Milano sarà sempre in prima linea, con i fatti e non solo con le parole, nello spirito di trasparenza e collaborazione stabilito dalle regole statutarie, affinché il futuro della categoria e dei colleghi sia sereno e sicuro dal punto di vista previdenziale e pensionistico. L’unica cosa che conta è questa.

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Marco Bertucci

Al di là delle sterili polemiche cui abbiamo assistito nei giorni scorsi, provocate – crediamo – da un eccesso di timore suscitato dalla presentazione di liste che si ponevano al di fuori di una certa logica spartitoria pianificata già da tempo (per le novità, come noto, il mediocre nutre sempre un certo timore), vorremmo occuparci in questo breve articolo di commentare alcune iniziative, espressamente enunciate nel programma della lista “AUTONOMIA E PREVIDENZA”, il cui scopo è quello di dare impulso ad un concetto innovativo della previdenza: ci riferimano, in particolare, alla cd. “solidarietà generazionale”. La riforma del ’95, nell’introdurre il sistema previdenziale contributivo ai nati dopo gli anni ’60, comporterà un calcolo pensionistico assai inferioN U M E RO 5 15 MAGGIO 2 0 1 1

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"AUTONOMIA E PREVIDENZA" PER LA SOLIDARIETA' GENERAZIONALE re a quello garantito dal sistema retributivo, unitamente all’incremento delle aspettative di vita che, certamente, non farà che determinare ulteriori squilibri. Tutto questo ha provocato una soluzione di continuità, se non una cesura, tra i “giovani” e gli “anziani” a tutto sfavore dei primi: ne segue che risulta fortemente auspicabile la individuazione di strumenti e mezzi in grado di garantire, se non una piena “equità generazionale” almeno una “solidarietà” tra generazioni, in un generale contesto di rispetto dei vincoli e dei limiti imposti da un sistema economico e finanziario sempre più globalizzato. L’auspicio, valido per il sistema previdenziale nel suo complesso, non poteva lasciare insensibili anche coloro che si propongono come futuri gestori della nostra previ-

Un programma concreto, fatto di misure innovative, a favore della solidarietà tra generazioni

denza di categoria negli anni a venire. Il programma della lista “AUTONOMIA E PREVIDENZA” si caratterizza, per taluni aspetti indubbiamente avanzati ed innovativi, per essere fortemente incentrato sulla nozione di “solidarietà generazionale”. La premessa d’obbligo che ha guidato gli estensori nella redazione di questi specifici punti del programma, è stata la massima attenzione alla preservazione dell’equilibrio economico-gestionale del sistema nel complesso: non è un caso, infatti, che quasi tutte le misure proposte non richiedono oneri aggiuntivi


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alla spesa previdenziale dell’Enpacl, o comunque possono richiederli in misura estremamente contenuta e, in ogni caso, pienamente sostenibile. Uno dei punti del programma concerne la possibilità di iscrivere nell’Ente di previdenza i giovani praticanti (che a volte, come tutti sanno, possono non essere propriamente dei giovani), ai soli fini del godimento di una forma base di assistenza sanitaria. Si è discusso della possibilità di iscrivere i praticanti all’Ente anche ai fini del godimento di una futura pensione, previo pagamento dei relativi contributi: a tale soluzione è stato però opposta sia la (presumibile) scarsa disponibilità reddituale del praticante, sia il fatto che , in ogni caso, alla fine del praticantato non vi è la matematica certezza dell’iscrizione nell’Ordine e, in tal caso, non risultava chiara la sorte dei contributi versati. Nulla osta, tuttavia, che possa essere studiata una soluzione basata sulla assoluta volontarietà del versamento ai fini previdenziali da parte del praticante con la possibilità, in caso di mancata iscrizione all’Ordine, di vedersi restituiti i contributi già versati integrati con gli interessi legali maturati. Un’altra misura proposta, assolutamente innovativa, concerne la possibilità che l’Ente si faccia

promotore, assieme ad altri organi apicali della Categoria, di una vera e propria Università degli studi giuslavoristici telematica in grado di rilasciare titoli di studio universitari (di primo e secondo livello), con preferenza per gli iscritti all’Ordine ed ai loro familiari. Si noti che una tale iniziativa, che potrebbe trovare adeguata localizzazione negli ampi spazi disponibili nella grande sede in via del Caravaggio a Roma, non costerà assolutamente nulla alle casse dell’Ente essendo interamente finanziata sia dalle quote di iscrizione e frequenza, sia da contributi statali o provenienti da terzi ( contributi europei, donazioni ec.). Alcuni hanno avanzato delle obiezioni a tale iniziativa, motivate dal fatto che non avrebbe una diretta attinenza con la previdenza categoriale. Ma ove si pensi allo straordinario ritorno di immagine che interesserà l’intera categoria, che si tradurrà in termini di maggiori iscritti, di competenze sempre nuove e qualificate ec., si converrà che tali obiezioni perdono gran parte del loro fondamento. Lo sviluppo della nostra previdenza non può prescindere dallo sviluppo della intera categoria ( e qui potrebbero farsi lunghe digressioni sulla necessità della riforma della legge ordinamentale dei consulenti, la legge 12 del 1979).

l’assistenza dei bambini delle giovani professioniste che, impegnate nel loro lavoro professionale ed ancora alle prese con una presumibile situazione reddituale non del tutto soddisfacente, difficilmente possono conciliare il tempo da dedicare ai loro bimbi con il tempo da dedicare al lavoro, né possono permettersi costose baby-sitter o strutture di assistenza private. Anche la misura di assistenza prevista a favore di consulenti non autosufficienti promuove, a ben vedere, una solidarietà intergenerazionale ( magari dal consulente in piena attività al consulente meno fortunato, generalmente anziano). In conclusione un complesso di misure, talune estremamente innovative, che dimostrano l’attenzione, sul piano dei contenuti e sul piano della sensibilità sociale, che la lista “AUTONOMIA E PREVIDENZA” riserva alle tematiche della solidarietà generazionale. I lettori, in piena coscienza, crediamo sapranno apprezzarne i contenuti.

Un’altra misura concerne la possibilità di istituire asili nido per

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Vittorio Vianello

No ad uno sterile confronto polemico: la nostra Previdenza ha bisogno di esperienza e concretezza

L’approssimarsi dell’appuntamento elettorale contribuisce più del solito ad accrescere la fantasia dei candidati nella stesura di programmi e impegni, spesso difficilmente attuabili, che tendono prevalentemente ad impressionare gli elettori e che spesso vengono disattesi nel corso del mandato. L’assunto vale per qualsiasi momento elettorale ma, nel caso del nostro Ente di previdenza, realtà complessa per struttura, materie e finalità proprie, credo che la valutazione del programma proposto vada analizzata criticamente soprattutto in relazione a quanto si è fino ad ora realizzato. Non proseguire un percorso avviato da anni significa ritornare indietro, perdere i risultati del N U M E RO 5 15 MAGGIO 2 0 1 1

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ALLE POLEMICHE RISPONDIAMO CON I FATTI lavoro portato a termine ed ammettendo che chi subentra nella gestione abbia le idee chiare, cosa difficilmente immaginabile se non ha precedenti esperienze dirette, ripartire daccapo rinunciando, di fronte alla struttura, a quella credibilità faticosamente guadagnata in questi anni, indispensabile per condurre in porto i progetti in fase di attuazione. Ecco il motivo per il quale alcuni di noi, consiglieri uscenti, hanno deciso di riproporsi. Nonostante le spesso pretestuose polemiche, le insinuazioni, gli sforzi per screditare i risultati del nostro lavoro, spinti fino al più recente tentativo di far “saltare” il bilancio tecnico (fatto che avrebbe evidentemente procurato un grave danno di immagine e di sostanza a tutta la categoria), questa consigliatura ha ottenuto diversi risultati e molti altri, che richiedono evidentemente più lunghi tempi di attuazione, sono in fase di avviata realizzazione. Il recupero dei crediti contributivi ha comportato la riesumazione delle vecchie cause, un nuovo coordinamento tra struttura e legali per avviare nuove pro-

cedure di recupero della contribuzione soggettiva (7.437 ricorsi per decreto ingiuntivo di cui 1.690 negli ultimi 2 anni, per recupero contribuzione 1997/2008 per € 32.583.370,00), e dal 2010 è stata avviata la fase accertativa del contributo integrativo ( a fronte del raffronto con i dati agenzia entrate) per le annualità 2005-2008 e di conseguenza, nei primi mesi di quest’anno, sono stati affidati i dati e i documenti ai legali dell’Ente che stanno provvedendo alla fascicolazione di 1.479 ricorsi che presto verranno depositati in Tribunale (totale richiesto € 8.810.106,00). La definizione della domanda di rateazione dei contributi dovuti, che in questi giorni è resa applicativa attraverso i canali telematici presenti sul sito dell’Ente, costituisce un altro importante passo per far rientrare molti dei colleghi morosi riducendo il vergognoso importo di crediti da incassare accumulato nel corso di tanti anni. Sul fronte dell’efficienza interna è stato avviato un nuovo schema organizzativo che oggi si confronta con le difficoltà co-


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stituite da una mentalità legata a vecchi schemi di derivazione pubblica. Uno sforzo compiuto che, nell’eventualità di un totalmente rinnovato consiglio di amministrazione, sarebbe sicuramente vanificato. Sulla comunicazione, intesa come mezzo di divulgazione di notizie e informazioni agli iscritti, non c’e bisogno di commenti, basta accedere al sito dell’Ente per verificare e valutare il lavoro svolto solo attraverso l’impegno del personale interno ed inoltre, per la prima volta l’Ente si è dotato di un processo di analisi della customer satisfaction. Per entrare poi nel merito della vera “mission” dell’ENPACL, tutti parlano di riforma nelle più diverse accezioni ma, a parte alcune pur interessanti ed elaborate proposte presentate da singoli delegati, nessuno sa delineare nel dettaglio gli interventi che intende proporre. Si eccede in termini come “strutturale”, “equa” ; “flessibile” .. etc. ma in realtà si idealizza un sistema che promette di più pagando di meno, prendendo magari ad esempio altre casse che si alimentano con sistemi di contribuzione ben più onerosi, a volte richiamati come panacea e che, guarda caso, recentemente hanno dichiarato una grave crisi di sostenibilità e sono costrette ad interventi immediati. Ciò che più intimorisce è il termine “riforma strutturale”, che riporta alla mente di coloro i quali hanno qualche capello bianco agli anni in cui, molto più giovani, si proponeva la “riforma della legge 12”….. eh già, dimenticavo…, ancora oggi la stiamo cercando ma, come un miraggio, ogni volta che sembra

a portata di mano, per qualche motivo, una sentenza ci rispedisce indietro di qualche decennio (purtroppo solo professionalmente). Con gli interventi già realizzati oggi i nostri Colleghi possono decidere di versare un contributo integrativo a loro discrezione, interamente deducibile; i nostri giovani sono quelli, tra le professioni economiche, che intraprendono l’attività con i minori oneri previdenziali; con la riforma approvata è iniziato un percorso virtuoso che, pur attraverso successivi interventi, condurrà in futuro ad una previdenza adeguata e sostenuta da un prelievo contributivo compatibile con i redditi prodotti dai nostri studi. Pur nella convinzione che si debba muovere verso una previdenza obbligatoria che offra maggior tranquillità economica a fronte del miglioramento delle aspettative di vita. e sia sostenibile, chi si è occupato seriamente di questo problema sa che non si possono realizzare i sogni, che ogni modifica della contribuzione ha riflessi pesanti su un’infinità di fattori, che bisogna confrontarsi con la burocrazia dei ministeri vigilanti, che infine, per quanto un intervento possa essere apprezzabile, è un’utopia pensare che venga condiviso da tutti. Ecco il motivo per procedere con cautela, portando avanti le soluzioni migliori senza sterzate brusche, prescindendo dai falsi miti e cercando invece di intervenire via via nel tempo con soluzioni che vadano nella giusta direzione senza creare turbative che producano effetti devastanti.. Ecco perché, a fronte del lavoro

svolto e dell’esperienza acquisita, siamo convinti di fare un buon servizio alla categoria non scendendo ad uno sterile confronto polemico con altri colleghi che, seppur in buona fede, sono convinti di saper far di più e meglio. L’esperienza di far parte del C.d.A. dell’ENPACL per noi ha costituito anche un bagno di umiltà che oggi ci consente di vedere con maggior chiarezza quello di cui l’Ente ha bisogno e quindi di presentarci senza impegni fantasiosi, solo con la convinzione di lavorare su programmi attuabili con maggior consapevolezza e determinazione, nella speranza che la maggior parte dei Colleghi Delegati, come è avvenuto nel corso della legislatura, condivida e sostenga questo nostro impegno.

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APPRENDISTATO: IL PERCHE' DI UN CAMBIAMENTO Eufranio Massi

Da molti anni il Legislatore nazionale, il Governo, le Regioni e le parti sociali cercano di trovare la c.d. “quadratura” relativa alla ipotizzazione di un contratto a contenuto veramente formativo, problema aggravatosi dopo la decisione della Corte Europea di Giustizia che, all’inizio del decennio passato, cancellò i contratti di formazione e lavoro. Il nuovo apprendistato non è decollato nel nostro Paese (pur se si sono registrati, nell’ultimo periodo, alcune significative eccezioni per quello “professionalizzante”) per una serie di motivi, non ultimo quello che ci differenzia da altri paesi comunitari: il contratto di apprendistato riguarda lavoratori di un’età decisamente superiore rispetto a quella europea, la formazione ha vissuto (e vive) un rapporto estremamente “distorto” più legato al rispetto della forma che della sostanza N U M E RO 5 15 MAGGIO 2 0 1 1

con Regioni che, puntando sull’art. 117 della Costituzione che assegna loro la competenza primaria in materia di formazione professionale e su un paio di sentenze della Consulta, hanno elaborato, nei loro territori, leggi regionali, talora “disarticolate” dallo stesso impianto normativo scaturente dalla contrattazione collettiva, con procedure formative certificate da più soggetti, cosa che ben conoscono tutti gli addetti ai lavori. L’apprendistato non ha funzionato, oltre che per le gli inestricabili grovigli normativi anche per la scarsità delle risorse pubbliche destinate alla formazione “esterna”. In questi anni gli interventi “manutentivi”, successivi alla legge n. 196/1997, sono stati parecchi (basti pensare a ciò che è avvenuto con il D.L.vo n. 276/2003, ma anche con altri provvedimenti successivi), ma tutto è stato inutile a fronte di normati-

Il 5 maggio scorso è stato presentato uno schema di decreto legislativo che riforma l'apprendistato ve regionali lacunose (che in Calabria ed in Sicilia neanche ci sono) e ad una frammentazione tra i due livelli nazionale e regionale che hanno creato soltanto problemi di interpretazione (affrontati anche con più circolari amministrative) ed hanno svolto una funzione di deterrenza nei confronti di chi intendeva assumere attraverso l’apprendistato professionalizzante, anche per godere (è questo un elemento “cardine”) i corposi incentivi di natura contributiva ed economica. Ora, tralasciando qualunque considerazione sull’attuale quadro normativo e, avendo presente che per effetto dell’art. 46 della legge n. 183/2010 l’Esecutivo è delegato ad emanare, nel

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rispetto di alcuni principi prefissati, una sorta di Testo Unico sull’apprendistato, si ritiene opportuno soffermarsi sul provvedimento, approvato in prima lettura dal Consiglio dei Ministri nella seduta del 5 maggio 2011: esso si può considerare “aperto”, nel senso che sia le Regioni, che le parti sociali che, ovviamente, il Parlamento nel passaggio obbligato nelle commissioni, potranno dire la loro. L’articolato che ha il pregio (art. 7, comma 6) di abrogare tutte le disposizioni in materia di apprendistato precedenti, nonché quelle altre, nazionali e regionali, incompatibili con il nuovo quadro normativo, afferma nel primo articolo una cosa già conosciuta ai lavori ma che è bene sia chiaramente esplicitata: il contratto di apprendistato è a tempo indeterminato, a prescindere dalla tipologia (per l’ottenimento della qualifica professionale, professionalizzante o contratto di mestiere, di alta formazione e ricerca). Da tale asserzione discendono due conseguenze. La prima è che il rapporto può essere sciolto al termine della fase formativa, mediante periodo di preavviso intimato ex art. 2118 c.c., in difetto del quale il rapporto continua senza soluzione di continuità. L’inserimento in azienda è, indubbiamente agevolato dagli sgravi contributivi (la contribuzione è del 10%, ma nelle micro imprese fino a nove dipendenti, nel primo biennio è, rispettivamente, dell’1,5 e del 3%) ed economici (la retribuzione può essere fino a due livelli in meno rispetto a quello finale o, in percentuale correlata all’anzianità), ma in una logica di scambio, si chiedono formazio-

ne e competenze acquisite durante il percorso e spendibili sia all’interno dell’azienda che come patrimonio professionale. La formazione va intesa come investimento per l’azienda anche in una logica di turn-over” generazionale. La seconda concerne un’eventuale provvedimento di licenziamento dell’apprendista durante il periodo di formazione: essendo un contratto a tempo indeterminato l’eventuale risoluzione del rapporto per giusta causa o giustificato motivo (art. 2, lettera h) segue, in caso di giudizio, la strada della tutela “reale” o della tutela “obbligatoria”, a seconda dei limiti dimensionali dell’impresa. Ma quale è la strada elaborata dal legislatore delegato (almeno a come traspare dalla prima lettura uscita dal Consiglio dei Ministri)? Sono le parti sociali che attraverso gli accordi interconfederali o la contrattazione collettiva a livello nazionale, territoriale o aziendale dalle associazioni datoriali e dei lavoratori comparativamente più rappresentative, disciplinato la materia sulla base di alcuni principi (già presenti, in gran parte, nel D.L.vo n. 276/2003) che possono così sintetizzarsi: a) forma scritta del contratto e del piano formativo individuale; b) divieto del cottimo; c) possibilità di inquadrare il lavoratore in due livelli retributivi inferiori a quello finale o con una paga in percentuale rispetto al qualificato, correlata all’anzianità; d) presenza di un “tutor” o di un referente aziendale; e) possibilità, anche con il

concorso delle regioni, di finanziare i percorsi formativi aziendali attraverso i fondi paritetici interprofessionali; f) registrazione dei risultati formativi sul libretto formativo del cittadino; g) possibilità del riconoscimento, sulla base dei risultati conseguiti all’interno del percorso di formazione, della qualifica professionale ai fini contrattuali e delle competenze professionali acquisite ai fini del proseguimento negli studi e nei percorsi di istruzione degli adulti; h) divieto di recesso durante il periodo di formazione se non per giusta causa o per giustificato motivo; i) possibilità di recedere dal contratto di apprendistato al termine del periodo di formazione esercitando la previsione contenuta nell’art. 2118 c.c. . Con il nuovo ordinamento, si cerca di superare anche la vecchia distinzione tra formazione interna ed esterna che tanti equivoci ha prodotto, causando continue “diatribe” tra Stato centrale, Autonomie Locali e parti sociali, affidando alle regioni un nuovo compito di controllo della effettività dei percorsi aziendali e di progettazione, almeno per quel che concerne l’apprendistato professionalizzante, delle competenze di base e trasversali da fornire per il primo anno ed il secondo anno con un monte ore che sarà, rispettivamente, di quaranta e venti.. Il disegno perseguito da chi ha scritto la prima stesura del Testo Unico (che conferma i precedenti limiti massimi numerici previsti dal D.L.vo n. 276/2003) è quello di pensare un contratto N U M E RO 5

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ove il connubio tra sistema formativo e mercato del lavoro si realizzi in maniera efficace e le prime risposte delle parti sociali autorizzano ad un cauto ottimismo. Ma detto questo, reputo necessario soffermarmi su alcuni aspetti della nuova disciplina iniziando dall’apprendistato per qualifica professionale (art. 3) praticabile in tutti i settori di attività, anche per l’assolvimento dell’obbligo scolastico, di durata non superiore a tre anni, con soggetti che abbiano compiuto i quindici anni. La regolamentazione dei profili formativi è rimessa alle Regioni ed alle Province Autonome, al termine di un iter procedimentale che vede coinvolti, con diversa intensità, il Ministero del Lavoro, quello dell’Istruzione e le parti sociali, nel rispetto di alcuni principi che faranno riferimento sia alla definizione della qualifica professionale, che alla previsione di un monte ore di formazione, esterna od interna all’azienda, che al rinvio alla contrattazione collettiva anche all’interno degli Enti bilaterali, riferita alle modalità di erogazione. Per l’apprendistato professionalizzante (o contratto di mestiere) attivabile in tutti i settori con i giovani di età compresa tra i diciotto ed i ventinove anni (chi è in possesso della qualifica professionale ex D.L.vo n. 226/2006 può essere assunto anche un anno prima) la strada maestra sarà rappresentata dalle determinazioni della contrattazione collettiva sia per quel che riguarda i contenuti formativi relativi alla qualificazione professionale da conseguire, che per la durata che non potrà supeN U M E RO 5 15 MAGGIO 2 0 1 1

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rare i sei anni. La formazione sarà svolta sotto la responsabilità dell’azienda e, come si diceva prima, l’offerta formativa pubblica da parte delle Regioni, sarà obbligatoria e finalizzata, secondo il monte ore sopra riportato, alle conoscenze di base e trasversali. Con l’art. 5 si cerca di rilanciare anche l’apprendistato di alta formazione e ricerca, possibile in tutti i settori pubblici e privati, finalizzato al conseguimento di un titolo di studio di livello secondario superiore, di ti-

Previsto il rilancio dell'apprendistato per alta formazione e ricerca

toli universitari e di alta formazione, di dottorati di ricerca, di specializzazione tecnica superiore, di praticantato per l’accesso alle professioni ordinistiche (ad esempio, consulenti del lavoro): tutto questo per i giovani di età compresa tra i diciotto ed i ventinove anni. La regolamentazione e la durata saranno rimesse alle Regioni per i profili che riguardano la formazione in accordo con le parti sociali ed una serie di altri organi istituzionali tra cui le Università: mancando tale regolamentazione le Università e le altre istituzioni scolastiche potranno attivare apposite convenzioni con le associazioni datoriali. Un discorso a parte va fatto per

l’art. 7 che contiene le c.d. “disposizioni finali” le quali si soffermano, innanzitutto, sull’apparato sanzionatorio. Riecheggiando quanto già previsto dall’art 53 del D.L.vo n. 276/2003, il Legislatore delegato afferma che in caso di inadempimento nella erogazione della formazione ascrivibile esclusivamente alla responsabilità del datore di lavoro, scatterà una sanzione amministrativa che, peraltro, ne assorbirà ogni altra a titolo di omessa contribuzione, pari alla differenza tra la contribuzione versata e quella dovuta al livello di inquadramento superiore, maggiorata del 100%. Ma cosa succederà se nel corso di un accertamento, in presenza di un contratto di apprendistato in corso, l’ispettore dovesse verificare un inadempimento nella erogazione della formazione prevista nel piano formativo individuale? Egli sarà tenuto ad emettere un provvedimento dispositivo assegnando al datore di lavoro un termine per adempiere che potrà essere più o meno congruo in relazione alla carenza formativa accertata. Altre sanzioni di natura pecuniaria saranno previste nel caso in cui il datore di lavoro non dovesse stipulare, in forma scritta, il contratto di apprendistato, o dovesse retribuire il prestatore “a cottimo”, o al di sotto dei limiti di livello o di percentuale “minimi” fissati dalla contrattazione collettiva, o non dovesse affiancare il giovane ad un “tutor” o ad un referente aziendale: esse, contestabili da tutti gli organi che effettuano accertamenti in materia di lavoro, saranno comprese tra 100 e 600

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euro che, in caso di recidiva, possono giungere ad un “range” che va da 300 a 1.500 euro Il contratto di apprendistato continuerà ad essere escluso, salvo specifiche indicazioni legislative o della contrattazione collettiva, dal computo dei limiti numerici previsti per l’applicazione di particolari normative ed istituti, come, ad esempio, la base di calcolo per l’applicazione della normativa sui disabili “ex lege” n. 68/1999. Infine, una novità di particolare significato è quella che riguarderà i lavoratori iscritti nelle liste di mobilità: se la loro assunzione a tempo indeterminato sarà finalizzata ad una qualificazione o riqualificazione professionale, potranno essere assunti con contratto di apprendistato, fermo restando che il datore di lavoro usufruirà delle specifiche agevolazioni previste sia dall’art. 8, comma 4 che dall’art. 25, comma 9, della legge n. 223/1991, le quali consistono nella contribuzione del 10% .per la quota a carico del datore di lavoro per diciotto mesi, oltre al 50% dell’indennità di mobilità, per dodici mesi, se ancora goduta. Indubbiamente, se la norma sarà confermata al termine dell’iter procedimentale appena iniziato, si potrà affermare che per tali soggetti non c’è il limite dei ventinove anni e che, il lavoratore potrà essere retribuito secondo le regole in uso per l’apprendistato. L’esame, necessariamente bre-

ve, della prima bozza del nuovo apprendistato consente di esprimere alcuni giudizi che possono così sintetizzarsi: a) la riforma dell’apprendistato per la qualifica professionale (art. 3) anticipata ai quindici anni di età a completamento dell’obbligo scolastico, se pienamente attuata e, soprattutto, se attuata in maniera coerente con gli obiettivi formativi, potrebbe consentire un avvicinamento effettivo dei minori al mondo del lavoro: non sarà, indubbiamente, il “sistema duale” tede-

Una riforma che potrebbe consentire un effettivo avvicinamento dei giovani al mercato del lavoro sco (che poggia su altre basi il cui esame mi porterebbe lontano dal tracciato di questa breve riflessione), ma sarà un qualcosa di più rispetto al nulla attuale; b) l’apprendistato professionalizzante (detto anche contratto di mestiere) si presenterà in una veste del tutto nuova: non soltanto come strumento gradito dal datore di lavoro per i minori oneri contributivi e per un salario più basso, ma strumento destinato a favorire l’occupabilità dei giovani, in termine di acquisizio-

ne “vera” delle competenze, secondo una strada che in paesi vicini al nostro, come la Germania o la Francia, vede alte percentuali di giovani con rapporto di apprendistato, sin dal compimento della maggiore età (in Italia, oggi, l’età degli apprendisti è di gran lunga superiore); c) l’apprendistato di alta formazione e ricerca verrà riempito di contenuti ed appare fortemente densa di contenuti la previsione sia dell’aggancio ai dottorati di ricerca che al praticantato delle professioni ordinistiche; d) l’apertura del contratto anche ai lavoratori in mobilità ricollocati a tempo indeterminato rappresenta un uso intelligente dell’istituto, soprattutto se si crederà fino in fondo (e le premesse sembrano esserci) alla formazione “vera” all’interno delle mura aziendali; e) il nuovo ruolo delle Regioni: esso non sarà più legato alla sola ideazione di profili formativi espressi sia dalle aziende che dagli istituti e dalle scuole professionali abilitate, ma ad un controllo effettivo circa gli adempimenti relativi alla formazione, oltre che alla erogazione di competenze di base trasversali nell’apprendistato professionalizzante. Il nuovo ruolo potrà essere effettivamente stimolante e degno di un nuovo protagonismo.

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EVASORI O CONTRIBUENTI? LA SCELTA TRA I BANCHI DI SCUOLA Lorenzo Lelli Se un adolescente di oggi ha le idee poco chiare su tasse e imposte, che contribuente sarà domani? Un’indagine condotta nelle scuole rivela dati sconfortanti sulla pesante mancanza di informazione che i ragazzi italiani palesano nei confronti del dovere dei cittadini di pagare le tasse. E, di conseguenza, sui diritti che ne derivano. Proponendo a un campione di ragazzini tra i 13 e i 16 anni una riflessione su quale sia il reato peggiore tra il furto e l’evasione fiscale, più della metà afferma che sia ammissibile non pagare le tasse (56,5%), mentre il furto è giustificato (e solo in parte) esclusivamente in casi di estrema necessità (6,1%). Il punto è che pensando al furto la tangibilità del reato risulta evidente, mentre con l’evaN U M E RO 5 15 MAGGIO 2 0 1 1

sione è difficile cogliere altrettanto tempestivamente il danno arrecato e soprattutto è difficile capire a chi tale danno si arreca. Alla domanda: – Perché è ammissibile non pagare le tasse? – Molti dei ragazzi rispondono: - Perché siamo co-

stretti a pagare per quei servizi pessimi che lo Stato ci offre?A una tale ribattuta pungente e spesso legittima dei giovani bisognerebbe proporre un punto di vista alternativo, spiegando loro che spesso i servizi pubblici sono scadenti proprio perché

molti non proprio onesti cittadini decidono di non contribuire alla salute del proprio Stato, rendendo inefficienti quei servizi di cui usufruiscono loro stessi e le loro famiglie. Assai incisivo è risultato, all’interno dell’indagine, il titolo di studio dei genitori dei ragazzi intervistati: è emerso che solo il 39% dei figli di genitori con un basso livello d’istruzione (terza media) considera reato l’evasione fiscale, contro il 70% dei figli dei laureati. Risulta chiara, dunque, l’importanza del livello culturale delle famiglie, che senz’altro influisce sul senso civico dei ragazzi proprio nel momento in cui la loro coscienza di cittadini si forma e si rafforza. Se nes-

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suno spiega ai giovani l’importanza degli adempimenti fiscali, il peso delle sanzioni, il danno ingente allo Stato e alla comunità, e, perché no, il valore di essere cittadini onesti a cui siano riconosciuti diritti proporzionati ai propri oneri, l’Italia non cederà mai il triste primato di Paese europeo con il più alto tasso di evasione fiscale (in media 38%, con picchi fino al 66% al sud). Educare i giovani in questo senso, significa investire sul futuro del Paese. Ciò non significa impartire a ragazzi tredicenni lezioni di economia o istituire materie finanziare nelle scuole medie, ma semplicemente foca-

lizzare la loro attenzione sui gesti quotidiani, da cui il buon senso civico ha origine. E allora ogni genitore o insegnante dovrebbe prendersi l’incarico e la responsabilità di spiegare ai giovani l’importanza di esigere lo scontrino da un negoziante del quartiere, di pagare il biglietto sui mezzi pubblici, di richiedere la fattura al proprio dentista. Occorre insinuare nelle coscienze dei cittadini, ragazzi e adulti che siano, l’idea che l’evasione fiscale non è meno grave del furto, non è legittima in nessun caso, non è opinabile né soggettiva. È un reato a tutti gli effetti, è un furto allo Stato e ai

suoi cittadini. Bisogna sensibilizzare i ragazzi a tal punto che tutte le volte che il medico o l’avvocato proporrà loro l’alternativa di un prezzo scontato, ma senza fattura, avranno la prontezza e la convinzione di rispondere che preferiscono rinunciare allo sconto piuttosto che contribuire al reato di un professionista disonesto. In conclusione bisognerebbe proporre ai giovani cittadini un’ultima domanda: “Sottrarre risorse a se stessi e al proprio futuro non è forse più grave ancora che rubare agli altri?”

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La Fontana di Trevi vista dalla parte dell’acqua vergine Molti di noi sono abituati a vivere la nostra città e le sue eterne meraviglie, senza saper trovare sempre l’occasione di collegare tutti quei piccoli e grandi pezzi di storia che nel divenire della vita, si leggono sui libri, o ci vengono raccontati e si strutturano, anche sul piano sensoriale, sensazioni e ricordi. Passando vicino a straordinarie ricchezze d’arte e di storia che la nostra città eterna ci offre, siamo permeati e continuamente stimolati dal “profumo della storia” e dalla vibrazione dell’Arte. Mons. Pietro Amato – direttore del Museo Storico Vaticano ed illustre LA COMPOSIZIONE pr ofessore DELLA CONSULTA I d’ic onograPresidente fia e d’iconologia, nella NARDINOCCHI UMBERTO presentazione della MoAltri componenti stra Romana dedicata a “Sa PANICALI MASSIMILIANO n SebaCARLEVALE CARLO stia n” che lo COSTANTINI PATRIZIA scor so anno MARCHETTI FEDERICO avuto luoha GRAZIANI GIOVANNA go in Sala QUARTARARO LUCILLA ta Rita e San che ha visto il grande on di clicca per andare al Forum delle ore una straordiConsulte naria clicca per vedere la brochure informativa prefazione a cura dell’Illustre Professor Antonio Paolucci – Direttore dei Musei Vaticani dello Stato Città del Vaticano, ha definito l’Arte come “Essenza di Luce che fa risplendere la materia”. Orbene, ogni giorno, siamo circondati nella nostra Roma Capitale da secoli di storia sui quali, a volte, forse non ci soffermiamo abbastanza a contemplare la N U M E RO 5 15 MAGGIO 2 0 1 1

bellezza che in ogni angolo ci circonda. Nella grandezza dell’Impero Romano già si trovavano i prodromi della sensibilità ecologica e dell’attenzione alle risorse naturali del nostro pianeta. Pensate solo che l’acqua che veniva immessa negli acquedotti, in molti casi era perfettamente razionata a monte della sua stessa immissione, al fine di garantire che tutto e tutti potessero essere serviti, senza che si commettessero sprechi. Utilizzo il verbo “commettere” perché in moltissime culture, ancora oggi, lo spreco dell’acqua veniva considerato alla stregua di molti altri reati. A partire dalla fondazione di Roma e per i suoi 441 anni seguenti, ci informa Frontino, nel suo De aquis urbis Romae, i Romani utilizzavano le acque tratte dal Tevere, dai pozzi e dalle sorgenti”. Tutto questo sino al 312 a.C., anno in cui si rilevo’ che le risorse disponibili non erano più sufficienti a coprire il maggior fabbisogno, determinato dallo sviluppo urbanistico ed all’incremento demografico di Roma e della sua popolazione. Dionigi di Alicarnasso ci segnalava a tal proposito che: "Mi sembra che la grandezza dell'impero romano si riveli mirabilmente in tre cose, gli acquedotti, le strade, le fognature". Successivamente Plinio il Vecchio poneva l’accento sul fatto che: "Chi vorrà considerare con attenzione … la distanza da cui l’acqua viene, i condotti che sono stati costruiti, i monti che sono stati perforati, le valli che sono state superate, dovrà riconoscere che nulla in tutto il mondo è mai esistito di più meraviglioso". Si pensi solo che dal 312 a.C., ben 11 acquedotti furono commissionati e costruiti, tali da garantire alla Capitale, una disponibilità di risorse idriche, pari a circa il doppio di quella attuale. La stessa era stata contingentata e serviva le case private (solo di pochi eletti ed importanti personaggi della vita sociale del tempo), le numerosissime fontane pubbliche (circa 1.300), le fontane

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monumentali (15), le piscine (circa 900) e le terme pubbliche (11). Vi erano inoltre i bacini utilizzati per gli spettacoli come le naumachie (2) ed i laghi artificiali (3). Solo intorno al 30 a.C., con Menemio Agrippa, fu creato un servizio pubblico, successivamente strutturato e consolidato da Augusto, che si occupava dell’approvvigionamento idrico cittadino e di tutte le funzioni collaterali di manutenzione ed erogazione. Sono nell’assedio del 537 da parte degli Ostrogoti, fu decretata la fine della storia degli acquedotti antichi che furono “interrotti” per impedire l’approvvigionamento idrico della città e molte altre volte ancora, nella storia di Roma, furono ridotte le risorse idriche fino al IX secolo, che vide il crollo demografico e la decadenza delle risorse tecniche ed economiche necessarie, per effetto della quale, i romani dovettero tornare ad attingere l’acqua dal fiume, dai pozzi e dalle sorgenti. Orbene, la storia della fontana di Trevi, raccontata a partire dall’acqua che la alimenta, si lega in questo quadro di opere urbanistiche e monumentali al sesto degli acquedotti che venne commissionato da Agrippa (già tre volte console e all’epoca senza più nessuna magistratura) che lo inaugurò il 9 giugno del 19 a.C., a servizio dell’impianto termale del Campo Marzio. Le sorgenti che lo alimentavano si trovavano erano all’VIII miglio della via Collatina nell’Agro Lucullano, a poca distanza dal corso dell’Aniene. Il nome di “acqua vergine” sembra derivi, secondo una leggenda, dalla fanciulla che avrebbe indicato ai soldati il luogo dove l’acqua sorgeva, volendo forse anche dare rilievo alla qualità di purezza dell’acqua che da li’ sgorgava. Il percorso dell’acquedotto era di 20 km, quasi tutto sotterraneo di cui 2 soli km giungevano in superficie. La portata giornaliera era di 2.504 quinarie (pari a 103.916 m3 e 1.202 litri al secondo). Il percorso seguiva la via Collatina, in parte su arcate, e raggiungeva la città alle pendici del Pincio. In successiva epoca, l’Imperatore Claudio fece realizzare successive arcate di epoca claudiana (in parte conservate in via del Nazareno) attra-

VOCI DAL TERRITORIO

LA CONSULTA I

versavano il Campo Marzio- In buona sostanza , scavalcando l’attuale via del Corso (la via Lata) sull’"arco di Claudio", un’arcata dell’acquedotto monumentalizzata per celebrare la conquista della Britannia ad opera di questo imperatore. Con il taglio degli acquedotti, la decadenza medioevale della città e l'addensamento della scarsa popolazione in Campo Marzio, a Trastevere e in Borgo, l'approvvigionamento d'acqua di gran parte della città riprese a dipendere quasi completamente dal Tevere. Fino al XVI secolo l'unico acquedotto antico che ancora continuava a dare acqua era quello dell'Acqua Vergine, che alimentava la fontana di Trevi. Il ripristino dell'acquedotto Vergine, che era stato avviato già da Niccolò V e proseguito da Pio IV, concluso nel 1570 ad opera di Pio V, fu l'inizio di un radicale mutamento della situazione. La Fontana di Trevi è il punto terminale dell'antico acquedotto dell'Acqua Vergine (Aqua Virgo) fatto costruire da Agrippa. L'aspetto odierno è dovuto a Nicola Salvi tra il 1732 e il 1751, forse su progetti del Bernini. Nell’immaginario di tutti noi a questa meravigliosa e straordinaria fontana monumentale alla cui storia si legano tanti miti e leggende della Roma Antica e non solo, cui tanti turisti voltano le spalle per gettare la monetina con il loro desiderio di ritornare a Roma e che ha visto importanti attori ed attrici nei fotogrammi della storia del cinema immergersi finanche dentro, costituisce anche, a mio modesto avviso, un prezioso esempio, non solo dell’arte, ma anche dell’attenzione alle preziose risorse del pianeta, come terminale di un sistema complesso di acque che nei secoli hanno difeso il loro valore ed esaltato la bellezza della nostra straordinaria città. di Andrea Tommasini

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Fontana di Trevi by night di KostasKon

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VITA NELL'ORDINE ...

CONVEGNI - TAVOLE ROTONDE - INCONTRI Convegno - Martedì 17 maggio 2011 ore 09,30 - Oly Hotel – Via Santuario Regina degli Apostoli 36 Il regime dei minimi: analisi di convenienza, adozione, controlli di fine anno, perdita del regime, verifiche fiscali alle porte Dott. Massimiliano Bellini – Dott. Commercialista e Revisore Contabile

Convegno - Mercoledì 18 maggio 2011 ore 14,45 – Oly Hotel – Via Santuario Regina degli Apostoli 36 Nuova modalità di invio C.I.G. ed esposizione su UNIEMENS Aldo Tomaino – Funzionario INPS Convegno - Martedì 24 maggio 2011 ore 9,30 – Oly Hotel – Via Santuario Regina degli Apostoli 36 L’accesso al lavoro degli extracomunitari con particolare riguardo al rapporto di lavoro domestico Avv. Claudia Cermelli

Tavola rotonda Il Consiglio Provinciale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Roma, in collaborazione con l’Unione Giovani Consulenti del Lavoro di Roma ha programmato per giovedì 26 maggio p.v., dalle ore 14.30 alle ore 18.30 circa, presso la sede dell’Ordine in Via C. Colombo 456, un incontro gratuito (con un numero di posti limitati) valido ai fini della Formazione Continua Obbligatoria dal tema: La gestione del personale: Tecniche di negoziazione Dott.ssa Luisa Macciocca Tavola Rotonda - Martedì 31 maggio 2011 ore 9,30 - Sede Ordine – Via C. Colombo 456 La Mediazione dopo il D.lgs. 28/2010: Aspetti pratici e simulazione di un caso pratico Dott. Giulio Renato Fiorimanti – Dott. Commercialista, Revisore dei Conti e Dottore in Giurisprudenza

CONVENZIONE CON LA EFI - ADR

Il Consiglio provinciale dell'Odine dei Consulenti del lavoro di Roma, al fine di agevolare i propri iscritti, ha sottoscritto un'integrazione alla convenzione con la EFI ADR - Camera Nazionale di Conciliazione. In virtù di tale convenzione la EFI applicherà, ai ns. iscritti e clienti dei ns. iscritti, per le Conciliazioni instaurate presso l' organismo, una riduzione del 25% sulle tariffe delle spese di procedura della Conciliazione, così come dettagliate nella tabella allegata alla presente. La EFI inoltre, favorirà in via preferenziale per la nomina a Conciliatore gli iscritti dell’Ordine che siano stati formati da EFI Spa – Ente di Formazione accreditato, nelle materie di loro specifica competenza. Inoltre a far data dal 16 maggio p.v. sarà operativo l'Organismo di Conciliazione, per i consulenti del lavoro, presso la sede dell'Ordine.

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PLURALISMO E RISPETTO Mala tempora currunt ... un'espressione latina adattissima ai tempi in cui scriviamo queste poche righe. Due luminosi esempi per tutti: 1) sulla Rivista ufficiale dell'Ancl (noi non useremo il termine spregiativo "giornalino" con cui ci hanno definito perchè, differentemente da loro, rispettiamo gli altri) , l'"Osservatore Romano" ( e il Presidente dell'ANCL Longobardi) ci hanno definito un prodotto elettorale, che "probabilmente" cesserà le pubblicazioni dopo le elezioni in modo che i colleghi potranno tornare a leggere, finalmente, "cose serie". Potremmo citare altre Riviste, Sindacati o Siti Web nati per scopi elettorali ( Rinascimento ? Rinverdimento? Rinnovamento? non ricordiamo bene...) ma evitiamo di farlo. Non ci sembra però un bell'esercizio di democrazia e pluralismo augurarsi la dipartita di una testata di stampa solo perchè non se ne condividono i contenuti; 2) l'Unione provinciale romana continua a rifiutare o a ritardare la iscrizione di molti colleghi romani con motivazioni poco comprensibili. E' un esercizio di democrazia e pluralismo impedire ai colleghi di far sentire la loro voce quando, invece, ne hanno tutto il sacrosanto diritto ? cosa aspettano i vertici nazionali Ancl ad intervenire su comportamenti che non fanno altro che danneggiare, in ultima analisi, l'immagine stessa e la credibilità del Sindacato nazionale (che, inoltre, si autodefinisice "unitario") ? permettere certi comportamenti non equivale a rendersene corresponsabili?

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'A risposta elegante

“Sor Lello mio, quanto sèmo ‘n pena ! dicheno che sète provvisori de vita corta, che durate appena er tempo de cantà dù Pater Glori !

PASQUINATE

A tutti noi dispiacerebbe assai: omai s’era diffuso tra la ggente dovesse da sparì .. nun fosse mai! ‘stò Monno bello der vostro Consulente !” “Ai democratici de 'stà Fratellanza noantri nun je dimo e nun je famo” rispose Lello “innanzi l’aroganza ce famo ‘na risata e se grattàmo. È ‘nà regola de la democrazzia: se l’uva la Vorpe nun po’ piàlla o dice ch’è ‘na granne fetenzìa oppuramente cerca d’acciaccalla. Nun te fà venì li mar de panza: se ce augureno de finì tra i trapassati noi risponnemo sempre cò eleganza augurandoje de finì ‘mmorammazzati !”

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