Timothée de Fombelle VANGO
IN FUGA NEL VENTO
di
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di
Parigi, aprile 1934
Quaranta uomini vestiti di bianco erano sdraiati sul pavé.
Sembrava di vedere un campo coperto di neve. Le rondini garrivano, sfiorando i corpi. C’erano migliaia di persone, a guardare quello spettacolo. Notre-Dame de Paris stendeva la sua ombra sulla folla.
All’improvviso la città, tutt’intorno, parve raccogliersi.
Vango aveva la fronte contro la pietra. Ascoltava il proprio respiro. Pensava alla vita che l’aveva condotto fin lì. Una volta tanto non aveva paura.
Pensava al mare, al vento salmastro, alle voci, ai visi, alle lacrime calde della donna che l’aveva cresciuto.
La pioggia aveva iniziato a cadere sul sagrato, ma Vango non se n’era accorto. Steso per terra in mezzo ai compagni, non vedeva il fiorire degli ombrelli, che si aprivano uno dopo l’altro.
Vango non vedeva la folla dei parigini riuniti, le famiglie con i vestiti della festa, la devozione delle vecchie signore, i bambini che si infilavano fra le gambe dei grandi, i piccioni indolenti, la danza delle rondini, i curiosi in piedi sulle carrozze, e non vedeva neppure quegli occhi verdi, là, di lato, che non guardavano che lui.
Due occhi verdi orlati di lacrime, celati dietro una veletta.
Vango, lui, teneva gli occhi chiusi. Non aveva neppure vent’anni. E quello era il giorno più importante della sua vita. Una felicità solenne gli risaliva dalla pancia.
Di lì a un attimo sarebbe diventato prete.
“Dolce follia!”
Il campanaro di Notre-Dame, lassù in alto, pronunciò quelle parole tra i denti, dando un’occhiata verso il basso, alla piazza. Aspettava. Aveva invitato la piccola Clara a mangiare un uovo à la coque in cima alla sua torre.
Sapeva che lei non ci sarebbe andata, come tutte le altre.
E mentre sotto l’enorme campana l’acqua nella pentola fremeva già, il campanaro guardava i ragazzi che stavano per essere ordinati preti. Sarebbero rimasti stesi a terra ancora per qualche minuto prima di impegnarsi per sempre.
In quell’istante, da lassù, cinquanta metri sopra la folla, non era il vuoto a dare le vertigini a Simon il campanaro, bensì quelle vite stese a terra, o!erte, che stavano per fare un salto nel vuoto, nell’ignoto.
“Follia”, ripeté. “Follia.”
Si fece un segno di croce, perché non si sa mai, e tornò alle sue uova.
Gli occhi verdi non si erano staccati un attimo da Vango.
Erano gli occhi di una ragazza di sedici o diciassette anni, con un cappotto di velluto color cenere. Si infilò una mano in tasca e la ritirò senza il fazzoletto che stava cercando. Il dorso di quella mano bianca si arrischiò allora sotto la veletta e asciugò le lacrime dalle guance. La pioggia cominciava a inzupparle il cappotto.
La ragazza rabbrividì e fece correre lo sguardo dalla parte opposta del sagrato.
Un uomo girò di scatto la testa. La stava osservando. Ne era certa. Era la seconda volta che lo notava, quel mattino, ma sapeva, come in un lontanissimo ricordo, di averlo già visto da qualche parte. Volto di cera, capelli bianchi, baffi sottili e occhialetti cerchiati di filo metallico. Ma dove l’aveva incrociato?
Il suono tonante dell’organo la riportò a Vango.
Era giunta l’ora solenne. Il vecchio cardinale si alzò e scese verso gli uomini vestiti di bianco. Aveva scostato l’ombrello che gli era stato o!erto perché si riparasse, come respingeva tutte le mani che volevano aiutarlo a scendere i gradini.
“Lasciatemi.”
Stringeva con forza la pesante croce arcivescovile, e ogni passo sembrava un piccolo prodigio.
Il cardinale era vecchio e malato. La mattina stessa, Esquirol, il suo medico, gli aveva proibito di celebrare quella messa. Il cardinale aveva riso, poi aveva allontanato tutti dalla camera e si era alzato dal letto per vestirsi. Quando era solo si concedeva un gemito a ogni movimento. Ma in pubblico era una roccia.
E ora scendeva i gradini sotto la pioggia.
Due ore prima, vedendo i nuvoloni sempre più scuri che si ammassavano in cielo, i suoi l’avevano supplicato di trasferire la cerimonia all’interno della cattedrale. Anche in quel caso il cardinale aveva respinto la richiesta. Voleva che tutto accadesse all’aperto, davanti al mondo dal quale quei giovani sarebbero stati circondati per tutta la vita.
“Se hanno paura di prendersi un ra! reddore, che scelgano un lavoro diverso. Dovranno a! rontare ben altre tempeste…”
All’ultimo gradino, il cardinale si fermò.
Fu il primo ad accorgersi di una certa agitazione nella piazza.
In alto, Simon il campanaro non intuì niente. Tu!ò le uova nell’acqua e cominciò a contare.
Chi poteva dire cosa sarebbe successo nel tempo esatto di cottura di un uovo à la coque?
Tre minuti per ribaltare il destino.
Mentre l’acqua riprendeva il bollore, lo stesso fremito percorse la folla, partendo dalle ultime file. La ragazza trasalì di nuovo. Sul sagrato stava succedendo qualcosa. Il cardinale alzò la testa.
Una ventina di individui si stava facendo largo fra la gente. Il rumore aumentava. Si sentivano delle grida.
“Fate passare!”
I quaranta seminaristi, loro, non si mossero. Soltanto Vango voltò la testa di lato, posando la guancia e l’orecchio contro il selciato, come un Apache. Vide alcune ombre in movimento alle spalle della prima fila di persone.
Le voci andavano facendosi più chiare.
“Che cosa succede?”
“Spostatevi!”
La gente era diffidente. Due mesi prima, per una sommossa in place de la Concorde, c’erano stati morti e centinaia di feriti.
“È la polizia!” esclamò una donna, per rassicurare la folla. Stavano cercando qualcuno. Alcuni fedeli tentarono di so!ocare il brusio.
“Sssh! Fate silenzio!”
Cinquantanove secondi.
Sotto la campana, il campanaro continuava a contare. Pensava alla piccola Clara, che gli aveva promesso di andare da lui. Guardava la tavola apparecchiata per due su una cassa di legno. Sentiva il tegame fremere sul fornello.
Un chierico con la veste bianca si avvicinò al cardinale e gli disse qualcosa all’orecchio. Proprio alle loro spalle, un ometto robusto teneva il cappello in mano. Era il commissario Boulard. Lo si riconosceva dalle palpebre cascanti, genere cane vecchio, dal naso e dalle guance arrossati, ma, soprattutto, dalle pupille che brillavano di vivacità. Auguste Boulard, imperturbabile, sotto l’acquazzone d’aprile, spiava ogni minimo movimento fra i giovani stesi a terra.
Un minuto e venti secondi.
In quel momento uno di loro si alzò. Non era molto alto. L’abito che indossava era pesante di pioggia. Il viso grondava acqua. Fece un giro su se stesso in mezzo a quei corpi che non si erano mossi di un millimetro. Da ogni parte, tra la gente, spuntarono poliziotti in borghese che fecero un passo verso di lui. Il giovane giunse le mani, poi le lasciò ricadere. Nel suo sguardo passarono tutte le nubi del cielo.
Il commissario gridò: “Vango Romano?”.
Il ragazzo piegò la testa.
Da qualche parte, in mezzo alla folla, due occhi verdi si agitavano in tutte le direzioni, come farfalle impigliate in una rete. Che cosa volevano da Vango?
Quest’ultimo si mise in movimento. Scavalcò i compagni e andò verso il commissario. I poliziotti, intanto, continuavano ad avvicinarsi lentamente.
Camminando, Vango si sfilò la veste bianca e rimase in abiti neri. Si fermò davanti al cardinale e si inginocchiò.
“Mi perdoni, padre.”
“Che cos’hai fatto, Vango?”
“Non lo so, monsignore, la supplico di credermi. Non lo so.”
Un minuto e cinquanta.
Il vecchio cardinale aveva le mani aggrappate alla croce.
Vi si appoggiava con tutto il suo peso, le braccia e le spalle attorcigliate intorno al legno dorato come edera al tronco di un albero. Si guardò intorno, triste. Conosceva per nome ognuno di quei quaranta ragazzi.
“Ti credo, giovanotto, ma temo di essere l’unico, qui.”
“È già molto, se almeno lei mi crede sul serio.”
“Purtroppo non basta”, mormorò il cardinale.
Aveva ragione. Boulard e i suoi compari ormai erano a pochi passi.
“Mi perdoni”, supplicò di nuovo Vango.
“Cosa vuoi che perdoni, se non hai fatto niente?”
Nel momento in cui il commissario Boulard, giunto proprio dietro di lui, gli metteva una mano sulla spalla, Vango rispose al cardinale: “Voglio che mi perdoni questo…”.
E con mano ferma a!errò quella del commissario, si alzò in piedi e gli torse il braccio dietro la schiena, poi lo sbatté contro uno dei suoi uomini.
Con pochi balzi, Vango sfuggì alle mani di due agenti che si erano precipitati su di lui. Un terzo impugnò la sua arma.
“Non sparate!” gridò Boulard, ancora a terra.
Si sollevò un grande clamore, ma il cardinale, con un semplice gesto della mano, zittì tutti.
Vango salì i pochi gradini del palco. Un gruppo di bambini del coro si sparpagliò al suo passaggio, fra grandi strilli. I poliziotti avevano la sensazione di attraversare il cortile di una scuola. A ogni passo inciampavano in un bambino o ricevevano una testa bionda nello stomaco. Boulard gridò al cardinale: “Dia ordine di scansarsi! A chi obbediscono?”.
Il cardinale indicò il cielo, rapito.
“Soltanto a Dio, signor commissario.”
Due minuti e trenta secondi.
Vango arrivò davanti al grande portale centrale della cattedrale. Vide una donna bassa e un po’ rotondetta, pallidissima, che scomparve dietro il battente e se lo richiuse alle spalle. Il ragazzo si gettò contro il legno del portone.
Dalla parte opposta, il chiavistello era già stato tirato.
“Apra!” esclamò Vango. “Mi apra!”
Gli rispose una voce tremula: “Io lo sapevo che non era giusto. Mi dispiace tanto. Non volevo fare nulla di male. È il campanaro che mi ha dato l’appuntamento”.
Dietro la porta, la donna piangeva.
“Apra”, ripeté Vango, “non so nemmeno di cosa stia parlando. Le chiedo soltanto di aprire”.
“Aveva un’aria così gentile… La prego. Mi chiamo Clara. Non sono una ragazza cattiva.”
Vango sentiva le voci dei poliziotti dietro di sé. E si sentiva le gambe molli.
“Signorina, io non le rimprovero niente. Non ce l’ho con lei. Ho bisogno del suo aiuto. Mi apra la porta.”
“Non… non posso… Ho paura.”
Vango si voltò.
C’erano dieci uomini, disposti ad arco, intorno alla soglia del portale scolpito.
“Non muoverti”, disse uno.
Vango premette la schiena contro il portone rivestito in cuoio e mormorò: “Ormai, signorina, è troppo tardi. Mi raccomando, non apra. Non apra per nessuna ragione. Io prenderò un’altra via”.
Fece un passo verso gli uomini, poi si girò e alzò gli occhi al cielo. Quello era il Portale del Giudizio. Lo conosceva a memoria. Un pizzo in pietra scolpito tutt’intorno al portone.
A destra si vedevano i dannati dell’inferno. A sinistra il paradiso e i suoi angeli.
Vango preferì la via degli angeli.
Il commissario Boulard arrivò in quell’attimo. E per un pelo non svenne, scoprendo ciò che stava succedendo.
In meno di un secondo, Vango Romano aveva scalato le prime file di statue. Era già a cinque metri da terra.
Tre minuti.
Simon, il campanaro, che non aveva visto niente, prese le uova dall’acqua bollente con una schiumarola.
Non sembrava nemmeno che Vango si arrampicasse, sembrava scivolare lentamente su quella facciata. Le sue dita riuscivano ad aggrapparsi alla minima sporgenza. Le braccia e le gambe si spostavano senza sforzo. A guardarlo, si sarebbe potuto credere che nuotasse in verticale.
La folla lo fissava a bocca aperta. Una signora svenne e scivolò dalla sedia come uno straccio vecchio.
Ai piedi del muro, i poliziotti si agitavano in tutte le direzioni. Il commissario, invece, era impietrito.
Risuonò un primo colpo d’arma da fuoco. Boulard riuscì a raccogliere abbastanza fiato per gridare un ordine: “Fermi! Ho detto di non sparare!”.
Ma nessuno dei poliziotti aveva tirato fuori la pistola. Uno di loro faceva inutilmente la scaletta al collega. I due poveri diavoli erano a ben ottanta centimetri dal pavé. Gli altri stavano cercando di aprire il portone da due tonnellate con le unghie.
Una nuova detonazione.
“Chi ha sparato?” gridò Boulard, prendendo uno dei suoi uomini per il collo. “Trovatemi chi sta sparando, invece di accanirvi contro quella porta. Si può sapere perché volete entrare? Per accendere una candela?”
“Pensavamo di beccarlo fra le torri, commissario.”
“C’è una scala sul lato nord”, si spazientì Boulard, indicando alla propria sinistra. “Rémi e Avignon, con me. Voglio sapere chi sta sparando sulla mia preda.”
Vango era già arrivato alla Galleria dei Re. Si issò e andò a nascondersi dietro una colonna. La respirazione era calma. Aveva un’espressione determinata e altrettanto disperata. Guardò il sagrato. Migliaia di occhi spalancati lo fissavano. Una pallottola fece esplodere una corona di pietra accanto al suo orecchio soffiandogli schegge di polvere bianca sulla guancia. Più in basso, proprio sotto di lui, vedeva il commissario girare su se stesso come un pazzo.
“Chi è stato?” urlava Boulard.
Non era la polizia che gli sparava addosso. Vango lo capì molto presto.
Aveva altri nemici in quella piazza.
Riprese a salire, e con pochi movimenti arrivò alla base del rosone.
Da lì si mise a scalare la più bella vetrata del mondo, come un ragno sulla sua tela.
In basso, la folla taceva. Erano tutti ammutoliti, a!ascinati dalla vista di quel ragazzo aggrappato alla vetrata occidentale di Notre-Dame.
Le rondini gli volavano intorno, in formazione serrata, vicinissime, come per proteggerlo con i loro piccoli corpi piumati.
Con gli occhi pieni di lacrime, Simon, sotto la sua campana, tolse la calotta al primo uovo usando la punta del coltello. Lei non sarebbe arrivata nemmeno stavolta.
“Il mondo è triste”, disse il campanaro, con un filo di voce.
Quando sentì scricchiolare la scala di legno che portava in cima al campanile, si fermò e farfugliò: “Signorina?”.
Guardò il secondo uovo. Turbato, per un attimo pensò che la felicità fosse giunta alla sua porta.
“Clara? È lei?”
“L’aspetta giù.”
Era Vango. Un’altra pallottola gli aveva sfiorato il fianco mentre rimetteva piede sulla Galleria delle Chimere.
“Ha bisogno di lei”, disse al campanaro.
Simon sentì un fremito di gioia nel petto. Nessuno aveva mai avuto bisogno di lui.
“E tu? Chi sei tu? Che cosa ci fai lì?”
“Non lo so”, rispose Vango. “Non ne ho la più pallida idea. Anch’io ho bisogno di lei.”
In piazza, intanto, l’altra ragazza, quella che aveva gli occhi verdi e il cappotto color cenere, si dibatteva tra la folla.
Nel momento in cui Vango si era dato alla fuga, lei aveva sorpreso l’uomo con la faccia di cera che estraeva un’arma dal cappotto. Aveva subito cercato di raggiungerlo, ma i continui movimenti dei presenti le impedivano di avanzare. Quando arrivò dall’altra parte della piazza, l’uomo non c’era più.
La ragazza non aveva più nulla della malinconia da gatta bagnata che si sarebbe potuta notare in lei poco prima. Era come un leone in fuga che travolgeva tutto sul proprio cammino.
In quel momento sentì il primo sparo. Stranamente, capì subito che chi sparava mirava a Vango. Al secondo colpo i suoi occhi si girarono verso l’ospedale Hôtel-Dieu, che limitava il lato nord della piazza. E lì vide l’uomo. Era appostato al primo piano. La pistola spuntava da un vetro rotto e
nell’ombra si intravedeva il riflesso gelido del viso dell’assassino. Era lui.
La ragazza lanciò uno sguardo verso l’alto. Vango si manteneva in equilibrio. Il cielo l’aveva strappato al suo destino all’ultimo momento. Per lei, al contrario, tutto ridiventava possibile. A condizione che lui vivesse.
La ragazza dagli occhi verdi si precipitò verso l’ospedale.
All’improvviso, nel cielo sopra Notre-Dame apparve un mostro smisurato che fece quasi dimenticare alla folla tutto ciò che stava accadendo a terra. Lungo e maestoso come la cattedrale, lucido di pioggia, apparve lo zeppelin.
Riempiva il cielo.
Nella cabina a vetri, Hugo Eckener, il vecchio comandante del Graf Zeppelin, cercava con il cannocchiale la sagoma dell’amico sul sagrato. Di ritorno dal Brasile, mentre era in rotta per il lago di Costanza, aveva deviato verso Parigi la traiettoria del pallone, perché l’ombra dello zeppelin potesse carezzare quel gran momento della vita di Vango.
Al terzo sparo, capì che qualcosa non andava.
“Bisogna andare, comandante”, disse Lehmann, il suo ufficiale pilota.
C’era il rischio che una pallottola vagante forasse l’involucro del pallone che trasportava nel proprio corpo scintillante sessanta persone tra passeggeri e membri dell’equipaggio.
A terra risuonò un’altra deflagrazione.
Eckener abbassò il binocolo e ordinò tristemente: “D’accordo, andiamo”.
A terra, una rondine morta cadde ai piedi di Boulard. E le campane di Notre-Dame si misero a suonare.