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Il giornalismo d’inchiesta per i beni comuni Il progetto Il giornalismo d’inchiesta per la tutela dei beni comuni intende sviluppare approfondimenti giornalistici specifici su 5 beni comuni: parchi, acqua, paesaggio, aria e terra. Con un filo conduttore: la tutela della salute. Ad ogni bene comune corrisponde un caso raccontato scelto insieme ai nostri sostenitori. Ci muoveremo in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna. La realizzazione delle inchieste avrà cadenza bimestrale. Le racconteremo su questo mensile e sul nostro sito con diversi strumenti, a seconda dell’argomento e della location: un reportage della lunghezza di 20 mila battute, una video-inchiesta di 5 minuti, la costruzione di un format audio su un totale di 3 minuti; un reportage fotografico; il racconto del backstage del reportage sui social network, l’organizzazione di una mostra fotografica permanente che metta in contrasto le immagini realizzate nel corso della costruzione dell’inchiesta con le bellezze del paesaggio fotografate. Le finalità del progetto richiamano i principi di rispetto e tutela dei beni comuni, che rappresentano valori universali e vitali del nostro quotidiano. Attraverso il racconto e le testimonianze degli intervistati sarà possibile avviare un percorso di educazione e sensibilizzazione ambientale, così come la creazione di una rete sensibile di cittadini, associazioni e comitati attivi nelle regioni italiane scelte come modello di approfondimento, che interagiscono su una piattaforma informativa comune. Al tempo stesso, fotografare - nelle varie situazioni - come i beni comuni parchi, acqua, paesaggio, aria e terra sono minacciati da attività non sostenibili, mettendoli in contrapposizione con le risorse pulite dello stesso territorio. Una contrapposizione fondamentale per far risaltare impatti e possibilità di altre economie.

Fai la tua donazione per sostenere il nostro progetto: http://buonacausa.org/cause/giornalismo-beni-comuni


l’editoriale

CARBONI ARDENTI DI PIETRO DOMMARCO Il settimo numero di Terre di frontiera può essere considerato una sorta di resoconto tematico delle inchieste e degli approfondimenti finora realizzati, ma anche canovaccio per i lavori futuri. Questo perché racchiude, lungo una sottile linea di collegamento tra sviluppo industriale e stato di salute delle comunità, quel paradosso - mai completamente risolto e delineato - fondato su produzione energetica di interesse nazionale ed emergenza sanitaria per la collettività. Dagli studi e dalle testimonianze raccolte sul campo - di chi quotidianamente si scontra con questo paradosso - ad emergere è soprattutto una responsabilità politica, orientata ad un continuo interloquire, troppo spesso sottobanco, con la lobby dell’energia. Anche a costo di cambiare la Costituzione. Al posto delle centrali a carbone potrebbero esserci - come purtroppo accade - le raffinerie, le acciaierie, i campi petroliferi,

le discariche, senza mutarne la genesi. Senza interrompere quel cortocircuito che ha definitivamente bloccato il rapporto tra istituzioni e cittadini. Con le istituzioni che dovrebbero fare gli interessi dei cittadini. Scontato. Invece, accade che le potenzialità del territorio come il turismo, le piccole aziende a conduzione familiare, la valorizzazione delle risorse del paesaggio, le aree protette, il mare e la pesca, l’agricoltura, le produzioni biologiche, la sostenibilità ambientale ed energetica lasciano il posto a progetti speculativi che danneggiano l’ambiente e minacciano la catena alimentare e la salute. È su queste basi, di aggressioni costruite spesso sul ricatto occupazionale, che nascono i conflitti e rendono ancor più rigidi i confini delle terre di frontiera. Tutti camminiamo sui carboni ardenti: cittadini ed istituzioni. Ma per ragioni opposte. Il Sud è stato catapultato in

una dimensione europea di profitto ed imprese energivore senza rendersene conto. Mai o troppo tardi. Una mutazione che, da una parte, minaccia l’identità poggiandosi ancora sull’eterna ricerca del riscatto e, dall’altra, cambia il linguaggio. Da ambientalizzazione a decarbonizzazione. Per lasciare tutto com’è, ovvero conservazione.


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RACCONTI FOSSILI

CARBONI ARDENTI

L’INTERVISTA DEL MESE

PARLA ASSOCARBONI A tu per tu con Andrea Clavarino, presidente di Assocarboni

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FOCUS

LAVORO, MATERNITÀ E FERTILITY DAY

VIAGGI DI FRONTIERA

LA FORESTA DI HAMBACH

ORIENTAMENTI

ENERGIA, LOBBIES E REFERENDUM TERRITORI

ILVA. A TARANTO LA POLITICA È DI SCENA RIFIUTI CONNECTION

LA VALLE DEL SACCHEGGIO

Terre di f Direttore responsabile Pietro Dommarco / twitter @pietrodommarco Caporedattrice Emma Barbaro

mensile indipendente

numero 7 anno 1 / ottobre 2016

Un progetto di Associazione Culturale Ossopensante Codice Fiscale 97870810583 Sede legale: Via Montello 30 - 00195 Roma www.ossopensante.org

Terre di frontiera Testata registrata il 23 dicembre 2015 al n.359 del registro della Stampa del Tribunale di Milano www.terredifrontiera.info

Hanno collaborato Antonio Bavusi Gianni Delle Gemme Alessio Di Florio / twitter @diflorioalessio Matteo Di Giovanni / twitter @FotoScerto Sergio Fedele Gianmario Pugliese / twitter @Tripolino00 Daniela Spera / twitter @Spera_Daniela Pellegrino Tarantino Franco Tassi Lara Tomasetta


in questo numero

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SULLE CENERI DI CERANO CENTRALI A CARBONE E SALUTE DELLA POPOLAZIONE SALUTE E INDUSTRIA. NE PARLIAMO CON L’ONCOLOGO LE CENTRALI A CARBONE E IL PERMESSO DI INQUINARE NUMERI E GRAFICI

VIAGGI DI FRONTIERA

SUL VAJONT

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RUBRICHE

FOTOINCHIESTA MERIDIANO

LIBRI

RUBRICHE

LA FOTO DEL MESE

frontiera Foto di copertina La centrale a carbone di Cerano Movimento No al Carbone Brindisi Impaginazione Ossopensante Lab

Per informazioni, richieste e collaborazioni redazione@terredifrontiera.info Per inviare articoli articoli@terredifrontiera.info Twitter @terre_frontiera Facebook /ossopensante


Il Mercatone. Foto di Pellegrino Tarantino

Era il 1988. Le immagini della devastazione del terremoto dell’Irpinia del 1980 scuotevano ancora l’anima degli abitanti di Avellino, e un enorme centro commerciale nel cuore della città aveva il gusto della rivalsa. Centinaia di posti di lavoro. Un’attrazione per tutta la provincia. Simboli di rinascita.


fotoinchiesta

Eventi, esposizioni, mostre. Questi i prodigi che nell’immaginario collettivo avrebbe portato il Mercatone, immenso gigante di cemento. Ecco, oggi, la sua eredità , in uno scatto di Pellegrino Tarantino, che di simbolico ha ben poco.


focus

LAVORO E MATE TROPPO CORTA D DI LARA TOMASETTA

<<Una cosa è parlarne tra noi, gente di mondo, e una cosa è parlarne con chi non può capire. Tanto più che lei potrebbe cambiare idea, no?>> Ha insistito parecchio su questa faccenda del cambiare idea. Almeno fino al terzo mese avevo tutto il tempo di ripensarci, diceva, e ripensarci avrebbe dimostrato saggezza: la mia carriera era così bene avviata, perché interromperla per un sentimentalismo? Ci pensassi bene, non si trattava neanche di interromperla per pochi mesi o un anno: si trattava di mutare l’intero corso della mia vita. Non avrei più potuto disporre di me stessa e non dimentichiamo che la ditta mi aveva lanciato puntando proprio sulla disponibilità che offrivo. Lui teneva in serbo tanti bei progetti per me. Davvero, se ci ripensavo, non avevo che da dirlo. E mi avrebbe aiutato. (Lettera a un bambino mai nato, Oriana Fallaci)

Ieri o nel 1975, le parole di Oriana Fallaci sembrano interrompere il corso del tempo in un’Italia che non cambia e che, semmai, peggiora. A seguito del caso mediatico alimentato dal Fertility Day voluto dal ministero della Salute, dalle campagne pubblicitarie fallimentari, dalle esortazioni - più o meno esplicite - a procreare, ci siamo chiesti quali siano - oggi e non le 1975 - le effettive condizioni per mettere al mondo un bambino ed essere in grado di mantenerlo. Lo abbiamo fatto con Antonio Vento, presidente dell’Osservatorio nazionale mobbing ed ex docente di psichiatria e criminologia presso l’Università La Sapienza di Roma. I dati che abbiamo raccolto delineano - dal punto di vista lavorativo per le madri e le donne che decidono di intraprendere una gravidanza - un quadro della situazione preoccupante . Quello che troppo spesso si dimentica è che - in Italia - il problema non è la volontà o meno delle donne di avere dei figli, quanto la reale possibilità di continuare una vita normale alle condizioni economiche e sociali conquistate. Il fenomeno del mobbing legato alla maternità delle donne in ambito lavorativo ha numeri sommersi, legati alla difficoltà di reperire i numeri soprattutto per il lavoro nero. Quello che possiamo commentare è solo


ERNITÀ. LA COPERTA DEL FERTILITY DAY la punta dell’iceberg di quanto realmente accade. <<Quando si parla di mobbing per maternità bisogna calcolare circa 500 mila casi l’anno. Per le donne con un età media compresa tra i 25 e i 35 anni, negli ultimi sei anni, il mobbing è aumentato del 30 percento. Negli ultimi due anni sono state costrette a dimettersi circa 800 mila donne, di cui 400 mila circa discriminate perché “in stato interessante” o per richieste attinenti alla necessità di armonizzare il lavoro con esigenze familiari. In particolare, 4 donne su 10 sono costrette a dare le dimissioni post parto>>. Il fenomeno in Italia <<Il fenomeno si manifesta di più nelle grandi città, Milano in testa, dove c’è una maggiore propensione a denunciare il reato, questo dipende anche dal livello culturale delle donne che però, in alcuni casi, decidono di ritirare le denunce. Negli ultimi tre anni il numero delle donne che si sono rivolte ai sindacati oscilla tra le 7 mila e le 8 mila, di cui 1800 alla sola Cgil>>. Ai 1800 casi di Milano si aggiungono i <<1600 di Roma; 1200 di Torino, 950 di Bologna , 600 di Cagliari, 450 di Palermo>>. Per Napoli non ci sono dati precisi. Lo sportello per le denunce è, infatti, commissariato. <<La gravidanza - spiega il pro-

fessor Vento - viene considerata dai datori di lavoro al pari di una malattia, dove a risentirne è il rendimento. Infatti, in una ipotetica valutazione in fase di colloqui, le donne con figli valgono circa 15 punti in meno rispetto a chi non ne ha>>. Sono alla pari, statisticamente, le libere professioniste e le lavoratrici dipendenti. Mobbing e titolo di studio Il dato interessante riguarda il titolo di studio delle donne che subiscono il mobbing: il 50 percento ha il diploma di maturità, il 42 percento il diploma di laurea, il 5 percento il diploma di scuola media e il 3 percento quello di scuola elementare. Suddividendo ulteriormente queste cifre per ambiti lavorativi, abbiamo un 30 percento nei servizi, 22 percento nel commercio, 17 percento nell’industria, 10 percento nella pubblica amministrazione, 5 percento rispettivamente su sanità e scuola, 4 percento ciascuno su sport e finanza, 3 percento agricoltura. Vertenze a metà La maggior parte delle lavoratrici non ha il coraggio di andare avanti in una vertenza. <<Non reagiscono alle strategie del datore di lavoro che agisce cercando di non lasciare tracce: le ricattano con minacce di trasferimento che rientra come

clausola nel contratto firmato, spesso non letto con attenzione in fase di accordo. Altre volte le donne in gravidanza tengono nascosto il loro stato fin quando possibile, proprio perché temono il licenziamento>>. In Italia abbiamo un costo del licenziamento che è il più basso di tutti i Paesi del mondo: tra Tfr (Trattamento di fine rapporto) e giorni di ferie. Abbiamo il costo più basso anche rispetto alla Cina: i nostri datori di lavoro spendono di meno di tutti gli altri Paesi. In quanto psichiatra e criminologo, Antonio Vento, ci ha raccontato che molto spesso le donne non vogliono lasciare il lavoro o prendersi un periodo di riposo perché spaventate dalla possibilità di perdere, al rientro, il proprio posto di lavoro. <<I datori di lavori che licenziano sono uomini, anche perché la maggior parte dei ruoli dirigenziali è ricoperto dagli uomini, ma esistono casi di donne mobbizzate da altre donne. Sulla qualità del comportamento non c’è nessuna differenza: tutti ormai hanno come modello di riferimento il potere>>. Il Sud e la Campania come modello in negativo Da questa breve analisi emerge che il fenomeno attraversa l’Italia in modo trasversale. Il Sud è molto colpito se teniamo conto della densità di popolazione

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rispetto al numero dei posti di lavoro. A Napoli, nel marzo del 2015, la Cgil ha aperto uno sportello interamente dedicato a queste tematiche. Lo sportello oggi è diretto da Luana di Tuoro. <<Abbiamo un ufficio legale gratuito, una psicologa a sostegno dei casi violenti, con operatrici compagne della Cgil appartenenti a diverse categorie>>. <<Lo sportello si occupa di offrire assistenza in diversi campi, compreso il mobbing sul luogo di lavoro: seguo molte vertenze di episodi con dimissioni in bianco: le donne assunte in età giovane che poi decidono di avere un bambino o di creare una famiglia vengono in qualche modo obbligate a lasciare il lavoro>>. Luana svela quella che potrebbe definirsi una vera e propria piaga sociale. <<Il 24 percento delle donne che hanno già avuto un bambino non riesce a tornare a lavoro a causa dell’impossibilità di conciliare i tempi professionali con quelli personali. Viviamo in una regione con pochissime strutture a sostegno delle mamme e dove il vero welfare sociale è ancora rappresentato dai nonni. Bisogna aggiungere che quando una donna rientra dalla maternità molto spesso non ha non ha più le stesse mansioni di prima, si deve reinserire come una neo-assunta>>. Come ci spiega Luana è difficile ottenere dei dati aggiornati e sulla casistica incide molto anche il lavoro nero per il quale non si hanno mai notizie certe e complete. Quel che è possibile trarre dalle storie che arrivano allo sportello è che molte donne che pianificano la loro vita sul lavoro, all’improvviso, vedono sparire tutto in concomitanza con la maternità. E la riforma Fornero ha facilitato questo meccanismo concedendo ai datori di lavoro lo strumento del calo di fatturato come “scusa” o giustificazione per licenziare.

IL FENOMENO DEL MOBBING IN ITALIA

18% NORD EST 20% NORD OVEST 21% SUD 41% PERIFERIE

CASI DI DENUNCE AI SINDACATI

450 PALERMO 600 CAGLIARI 950 BOLOGNA 1200 TORINO 1600 ROMA 1800 MILANO

MOBBING E TITOLO DI STUDIO

3% SCUOLA ELEMENTARE 5% SCUOLA MEDIA 42% LAUREA 50% MATURITÀ


<<Come sindacato siamo in un momento delicato: la difesa dei diritti è difficile e ci ritroviamo a presidiare i diritti conquistati tanto tempo fa invece di andare avanti. È una stagione sindacale difensiva, non stiamo portando diritti nuovi. La crisi economica ha toccato tutti i settori in modo trasversale, dalle operaie alle dirigenti. Qui arrivano le storie più problematiche, soprattutto quelle delle donne che non hanno altri mezzi per difendersi per ragioni economiche o sociali>>. I dati con i quali ci siamo confrontati mettono in evidenza un generale stato di abbandono in materia di diritti e lavoro. Non esistono controlli e norme che tutelino l’attività delle donne in ambito lavorativo, senza contare l’evidente divario esistente tra uomini e donne, a svantaggio di queste ultime, ancora in posizione di inferiorità economica e professionale. Affrontare una gravidanza oggi resta per la maggior parte dei casi un problema: economicamente e socialmente non esistono le condizioni minime per decidere di costruire una famiglia. Il pericolo di perdere il proprio posto di lavoro, faticosamente raggiunto, è reale. Così come mantenere la propria posizione all’interno dell’azienda, dell’ente o dell’ufficio.

orientamenti


LE MANI DELLA LOBBY D SUI REFERENDUM DI ANTONIO BAVUSI

Nel 2003, con il mancato raggiungimento del quorum al referendum sull’abrogazione delle cosiddette norme sulla “servitù coattiva di elettrodotto”, proposto dai Verdi, venne negato il diritto ai cittadini di poter dire la loro in materia di servitù energetiche. Solo il 25,6 percento degli italiani si presentò alle urne. Senza quorum, la stragrande maggioranza dei votanti (oltre 10 milioni e l’86,70 percento degli aventi diritto) si espresse per l’abrogazione di quelle norme. Un precedente che ci invita ad analizzare la situazione attuale in materia di autorizzazioni energetiche ed ambientali, alla luce con il referendum costituzionale del 4 dicembre. Cosa accadra?

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Dal 2003 è, dunque, in vigore l’articolo 119 del Testo unico delle disposizioni di legge sulle acque e impianti elettrici, approvate con regio decreto n.1775 dell’11 dicembre 1933, dando un colpo decisivo al diritto dei cittadini. Anzi al diritto di “proprietà privata” che, in Italia, è garantito solo ad alcuni e non sul suolo nazionale. I proprietari dei fondi agricoli e quelli dei suoli urbani sono <<tenuti a dare passaggio alle condutture elettriche aeree e sotterranee a chi ne abbia ottenuto permanentemente o temporaneamente l’autorizzazione dall’autorità competente>>. Resta, inoltre, in vigore l’articolo 1056 del Codice civile che prevede che il proprietario è <<tenuto a dare passaggio per i suoi fondi alle condutture elettriche, in conformità delle leggi in materia>>. Questo non è stato sufficiente ad evitare che il federalismo autorizzativo, vigente in capo alle potestà concorrenti Stato-Regioni, passasse nelle mani dello Stato e anche sulla testa dei cittadini. Così come sulle case, sugli edifici pubblici, nelle aree protette di interesse nazionale solo sulla carta. Scongiurando così che venissero posti veti “localistici”, oggi più qualunquisticamente chiamati “malaburocrazia”, termine utilizzato dalle lobbies dell’energia). Si è così abolito quel limite ambientale basato sul principio

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di precauzione che chiama in causa, in modo preventivo, la tutela della salute, dando via libera al passaggio di linee elettriche (a media ed alta tensione) e ad infrastrutture energetiche di interesse nazionale come campi petroliferi, oleodotti, elettrodotti e finanche opifici per i rifiuti. Il referendum costituzionale Con il referendum confermativo in materia costituzionale del prossimo 4 dicembre è intenzione dell’Esecutivo - sostenuto da una parte minoritaria di senatori, deputati e da una potente lobby energetica privata - di confermare con il Sì una legge già in vigore dal mese di aprile 2016 e pubblicata sulla Gazzetta ufficiale n.88 del 15 aprile 2016. Essa sposta la potestà - di cui l’articolo 31, comma V, su <<produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia>> (petrolio, elettrodotti e fonti eoliche, ndr) - in capo esclusivo allo Stato, ai sensi del nuovo articolo 117 della Costituzione. Un articolo finito in un “calderone” referendario che pur se incomprensibile a molti, gli italiani dovranno o meno confermare, assieme alla sequela di commi ed articoli che nel titolo del quesito referendario non vengono chiariti, compresi i referendum stessi con il numero di firme necessarie, che sembrerebbero divenuti anche essi, per


DELL’ENERGIA una parte del Parlamento, ostacolo burocratico allo sviluppo. E se qualche “dubbio” dovesse venire ai cittadini sulle vere intenzioni governative, giova leggere le motivazioni dell’impugnativa del Governo Renzi del 27 Settembre 2016 alla legge regionale della Basilicata - la n.18 del 5 agosto 2016 (Bollettino ufficiale regionale n.30 del 5 agosto 2016) recante <<Norme in materia di autorizzazione alla costruzione ed esercizio di linee ed impianti elettrici con tensione non superiore a 150.000 volt, non facenti parte della rete di trasmissione nazionale, e delle linee e degli impianti indispensabili per la connessione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili>>. Lo Statuto speciale Per il Governo, che ha ricorso contro la legge regionale della Basilicata - si tratta di capire se possa farlo anche nei confronti delle Regioni a Statuto speciale escluse dalla modifiche del Titolo V) - <<risulta eccedere dalle competenze regionali in materia di “produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia”, di cui all’art.117, comma 3, della Costituzione, per contrasto con la normativa statale interposta in materia di energia, dettata dal decreto legge 29 agosto 2003, n.239, recante “Disposizioni urgenti per la sicurezza e lo sviluppo

del sistema elettrico nazionale e per il recupero di potenza di energia elettrica, convertito in legge, con modificazioni, dall’art.1, legge 27 ottobre 2003, n. 290 e s.m.i>>. L’assetto delle competenze tra Stato e Regioni Secondo la linea del ricorso governativo, destinato a prevalere sulla Regione Basilicata, <<detta normativa statale, come meglio di seguito illustrato, ha infatti modificato il previgente assetto delle competenze tra lo Stato e le Regioni nella materia, che si fondava su criteri oggettivi, quali le soglie di tensione degli impianti elettrici, prevedendo, nel riparto di competenze, il criterio della appartenenza o meno alla Rete Nazionale di trasporto dell’energia>>. In una parola, per il Governo, la Basilicata ignora che non esistono distinzioni in base alle potenze di trasmissione, che sono tutte facenti parte della Rete elettrica nazionale. Per l’Esecutivo, inoltre, <<risultano censurabili le disposizioni contenute negli articoli 3, 7 comma 6 e 22, comma 1 della legge regionale in esame. In particolare l’articolo 3 reca le definizioni ai fini dell’applicazione delle norme della stessa legge regionale, non indicando quella di Altissima tensione fra quelle elencate ai fini della legge in questione, escludendo

orientamenti

così di fatto le linee al di sopra dei 150.000 volt dalla disciplina della legge medesima; il successivo articolo 7, rubricato “Domanda di autorizzazione”, al comma 6, ripropone tale identico limite di tensione che viene ancora richiamato nel comma 1 dell’articolo 22, rubricato “Disposizioni transitorie per gli elettrodotti>>. La sicurezza del sistema energetico L’articolo 1-sexies del decreto legge n.239/2003 dispone che, al fine di garantire la sicurezza del sistema energetico e di promuovere la concorrenza nei mercati dell’energia elettrica, la costruzione e l’esercizio degli elettrodotti facenti parte della rete nazionale di trasporto dell’energia elettrica <<sono attività di preminente interesse statale e sono soggetti ad una autorizzazione unica rilasciata dal Ministero dello Sviluppo Economico, di concerto con il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del territorio, previa intesa con la regione o le regioni interessate. L’autorizzazione unica riguarda la costruzione e l’esercizio di elettrodotti facenti parte della rete nazionale di trasporto, come definita dall’articolo 3, comma 7 del decreto legislativo 16 marzo 1999, n.79, ed è estesa a tutte le opere, gli impianti e i servizi accessori connessi o funzionali all’eserci-

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zio degli elettrodotti stessi>>. La suddetta legge ha modificato il previgente assetto della suddivisione delle competenze tra Stato e Regioni, fondato sui criteri oggettivi, introdotti dal decreto legislativo n.112/1998, della potenza degli impianti e della tensione delle reti di trasporto, sostituendolo con il criterio dell’appartenenza o meno degli impianti alla rete nazionale di trasporto dell’energia elettrica. <<La suddivisione delle competenze tra Stato e Regioni in base al criterio dell’appartenenza o meno degli impianti alla rete nazionale di trasporto dell’energia elettrica è ribadita nel Titolo III, Capo II, dal decreto del Presidente della Repubblica n.327/2001, integrato con decreto legislativo 330/2004, che disciplina i procedimenti di

espropriazione finalizzati alla realizzazione di infrastrutture lineari energetiche>>. Secondo il governo, infine, la legge della Regione Basilicata in materia di elettrodotti <<già nello stesso titolo limita l’oggetto della norma alle linee ed agli impianti elettrici con tensione non superiore a 150.000 volt, non facenti parte della rete di trasmissione nazionale, assume rilievo relativamente al contrasto con la normativa statale di settore. Inoltre tale limite viene implicitamente ribadito, come detto, dalle disposizioni contenute negli articoli 3, 7 comma 6 e 22, comma 1 della legge regionale>>. Pertanto, considerato che le disposizioni regionali disattendono l’assetto delle competenze definite dal legislatore

statale - creando di fatto un vuoto normativo per quanto riguarda la regolamentazione delle linee al di sopra dei 150 mila volt non facenti parte della rete di trasmissione nazionale - esse risultano eccedere dalle competenze regionali per violazione dell’articolo 117, comma 3 della Costituzione, che elenca fra le materie di legislazione concorrente quella relativa alla <<produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia”, in quanto contrastano con la normativa statale interposta sopra menzionata>>. Per tali ragioni, le citate norme regionali devono essere impugnate ai sensi dell’articolo 127 della Costituzione, ovvero contrasta con gli interessi nazionali o con quelli di altre Regioni.

REFERENDUM COSTITUZIONALE DEL 4 DICEMBRE 2016. IL QUESITO <<Approvate il testo della legge costituzionale concernente “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n.88 del 15 aprile 2016?>>

Sì 14

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No


territori


ILVA. A TARANTO LA POLITICA È DI SCENA DI DANIELA SPERA

Lo scorso 3 ottobre, a Bari, è stato presentato lo studio epidemiologico commissionato dalla Regione Puglia a un gruppo di ricerca guidato da Francesco Forastiere, in collaborazione con il Dipartimento di epidemiologia del servizio sanitario regionale del Lazio, delle Asl di Brindisi e Taranto, di Arpa Puglia, Ares. L’incarico era finalizzato alla realizzazione della perizia epidemiologica che è agli atti giudiziari come prova di supporto alla perizia chimico-ambientale. Elemento tra i più determinanti per provare le inadempienze degli ex dirigenti Ilva e degli ex proprietari del gruppo industriale, accusati principalmente di aver provocato il disastro ambientale i cui effetti si riverberano ancora oggi.

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I dati della ricerca sono stati già presentati in occasione del Congresso mondiale di epidemiologia svoltosi a Roma dall’1 al 4 settembre scorso. Francesco Forastiere, in particolare, è l’esperto epidemiologo che ha già collaborato come perito tecnico nel corso dell’incidente probatorio richiesto dal giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco. Il processo, ancora in corso, si è esteso ad alcuni dirigenti della pubblica amministrazione ed esponenti politici di rilievo. Tra questi spiccano i nomi dell’attuale sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno, e dell’ex governatore della Regione Puglia, Nichi Vendola. Risultanti agghiaccianti I risultati del nuovo studio sono a dir poco agghiaccianti, ma in sostanza non aggiungono nulla di nuovo a quanto era già noto da tempo. <<In sintesi l’indagine epidemiologica conferma i risultati degli studi precedenti rafforzandone le conclusioni, estende l’ambito di osservazione a diversi esiti sanitari e considera diversi aspetti metodologici. La lettura di questi risultati, anche alla luce della letteratura più recente sugli effetti nocivi dell’inquinamento ambientale di origine industriale, depone a favore dell’esistenza di una relazione di causa-effetto tra emissioni industriali e danno sanitario

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nell’area di Taranto>>. Ma c’è di più. Lo studio esamina anche l’andamento delle mortalità e delle nuove incidenze di patologie in relazione alla produzione dell’impianto di Taranto. <<La produttività dell’Ilva ha avuto delle variazioni nel periodo 2008-2014 con un declino a seguito della crisi economica (2009), un successivo aumento negli anni 2010-2012, e un declino nel 2013-2014. All’andamento produttivo, e quindi alle variazioni delle emissioni, ha corrisposto un effetto sui livelli di inquinamento in prossimità dell’impianto e nei quartieri limitrofi. L’andamento della mortalità ha seguito in modo speculare l’andamento della produttività e l’inquinamento nei quartieri Tamburi e Borgo. Si è assistito a variazioni positive nei tassi di mortalità fino al 2012, a seguito di incrementi del PM10 di origine industriale, per poi osservare una riduzione sia dell’inquinamento che della mortalità nel 2013-2014. I modelli statistici hanno stimato un incremento percentuale del rischio di mortalità per incremento di 1microgrammo/m3 della variazione del PM 10 di origine industriale pari a 1.86% per la mortalità naturale (al limite della significatività statistica) e dell’8.74% per la mortalità per malattie respiratorie (95%IC 1.50-16.51)>>.


territori

Il rischio mortalità in relazione alle polveri Forastiere valuta poi l’aumento del rischio di mortalità in relazione all’aumento delle polveri sottili (PM10). <<All’aumento di 10 microgrammi/m3 del PM10 di origine industriale, a parità di età, genere, condizione socioeconomica e occupazione, si è osservato un aumento del rischio di mortalità per cause naturali pari al 4%; mentre per l’SO2 l’incremento di rischio è del 9%. Per entrambi gli inquinanti si è osservata anche una associazione con la mortalità per cause tumorali e per le malattie dell’apparato cardiovascolare. Un aumento di rischio si è osservato anche per le malattie dell’apparato renale, statisticamente significativo per il PM10. Tra i residenti nell’area di Taranto si è osservata una associazione tra inquinanti e ricorso alle cure ospedaliere per molte delle patologie analizzate. In particolare, per effetto del PM10 e SO2 prodotti da Ilva - per incrementi di 10 microgrammi/m3 delle concentrazioni - sono stati osservati eccessi per malattie neurologiche, cardiache, infezioni respiratorie, malattie dell’apparato digerente e malattie renali. Le gravidanze con esito abortivo sono associate all’esposizione a SO2 delle donne residenti. Tra i bambini di età 0-14 si sono osservati eccessi importanti per

le patologie respiratorie>>. Alla luce di questi risultati ci si aspetterebbero azioni drastiche da parte di coloro che sono chiamati, a vario titolo, a tutelare la salute pubblica. La vertenza sul caso Ilva, del resto, si ripresenta con una certa costanza nelle cronache dei quotidiani locali e nazionali, spesso condita da dichiarazioni e atti di discutibile efficacia e credibilità. Sembra però sempre più spesso una gara finalizzata a conquistare qualche pagina in più di visibilità. Il sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno, ad esempio, scrive al ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, chiedendo di avviare un procedimento di validazione dei risultati, considerato quale passaggio necessario al fine di emanare un’ordinanza contingibile e urgente di chiusura dell’Ilva. Pura fantascienza. L’unica strada per chiudere l’Ilva è la revoca dell’Autorizzazione integrata ambientale, che può essere decisa dal ministero dell’Ambiente. Il Codice dell’ambiente (comma 9c dell’articolo 29decies) infatti recita che <<in caso di inosservanza delle prescrizioni autorizzatorie, o di esercizio in assenza di autorizzazione, l’autorità competente procede secondo la gravità delle infrazioni: c) alla revoca dell’autorizzazione integrata ambientale e alla chiusura dell’impianto, in

caso di mancato adeguamento alle prescrizioni imposte con la diffida e in caso di reiterate violazioni che determinino situazioni di pericolo e di danno per l’ambiente>>. Numerose inottemperanze Anche Ispra ha confermato le numerose inottemperanze reiterate dall’attuale gestione Ilva. Ma questo sembra non essere abbastanza indicativo per il ministro dell’Ambiente, Gianluca Galletti, che - in occasione di una recente iniziativa sul referendum costituzionale organizzata a Taranto - ha dichiarato che <<se ci fossero rischi per i cittadini di Taranto sarei il primo a chiudere l’Ilva. L’approfondimento sui dati epidemiologici è assolutamente giusto perché dobbiamo dare la massima garanzia e certezza a tutti>>. La certezza di ammalarsi e morire a causa dell’industria. Intanto l’attuale governatore pugliese, Michele Emiliano, partecipa e sostiene un convegno organizzato dall’Ordine degli ingegneri di Taranto, dal titolo “Ripensare l’industria siderurgica italiana. L’Ilva, attualità e prospettive”, con il quale si intende forse cancellare la parola “ambientalizzazione” dal vocabolario del suo partito. Al suo posto viene proposto il termine “decarbonizzazione”, che pare riscuotere maggiore successo. Una nuova trovata, che ricorda la stessa

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propaganda politica messa in campo dal suo predecessore Nichi Vendola: la legge anti-diossina e l’impianto all’urea. I cavalli di battaglia più noti. Il primo, rivelatosi un inganno. Il secondo, che avrebbe dovuto garantire l’abbattimento delle diossine in uscita dal camino E312, non è mai entrato in funzione. Ma intanto Nichi Vendola si era così assicurato il secondo mandato politico in Regione. Oggi, però, è uno degli imputati nel processo “Ambiente svenduto”. Decarbonizzazione. Cos’è? Secondo i dati forniti dalla Dott. ssa Barbara Valenzano - già custode giudiziario dell’Ilva, nominata da Emiliano direttore del Dipartimento mobilità, della qualità urbana, delle opere pubbliche e del paesaggio - con 5 milioni annui di produzione di acciaio si può <<pensare a una spesa di 1,2 miliardi di investimento per il rinnovo degli impianti con due linee produt-

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tive da 2,5 milioni di tonnellate annue. Servirebbero 2 miliardi per il completamento degli interventi Aia. I tempi di realizzazione sono stimati in circa 18 mesi>>. Secondo Inchiostro Verde <<l’area dell’impianto sarebbe un ottavo dell’esistente. Il pre-ridotto poi può essere usato per esportazione e sostituzione dell’acciaio di prima fusione in altre acciaierie. Con la capacità produttiva autorizzata per Ilva, ci sarebbe bisogno di 3 miliardi di mc di gas annui e di 38.000 GW ora/annui. Tap porterebbe in Puglia 10 miliardi di metri cubi in un primo momento, con il secondo step arriverebbe a 20 miliardi di mc. Spostando Tap a Brindisi sarebbe anche più facilmente alimentabile l’Ilva, invece di far solo passare il gas verso il nord Europa e pensare che all’attuale livello produttivo ne basterebbe solo 1,5 miliardi di metri cubi di gas. Con un terzo della produzione elettrica da fonti rinnovabili pugliesi poi si potrebbero alimentare i forni.

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Gli interventi palliativi previsti dall’Aia non sarebbero compatibili con i costi attuali che presentano una perdita di 50 milioni di euro al mese>>. In altre parole, il progetto punta a sostituire il carbone con il gas. Un semplice cambio di combustibile fossile. Fonte di approvvigionamento sarà il gas trasportato dal Tap (Trans-Adriatic Pipeline), il gasdotto che dalla frontiera greco-turca attraverserà Grecia e Albania per approdare in Italia, nella provincia di Lecce, permettendo l’afflusso di gas naturale proveniente dall’area del mar Caspio. Proprio su questo progetto il presidente della Regione, Emiliano, si era pubblicamente espresso, schierandosi al fianco dei comitati No Tap. Qualcosa, dunque, non torna. Ma tra una dichiarazione populistica e l’altra, si comprende che il suo vero obiettivo sembra sia quello di portare avanti una battaglia politica contro il premier Matteo Renzi all’interno della


segreteria nazionale del Partito democratico. Il presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri, Armando Zambrano, interrogato sul nuovo progetto, ha dichiarato: <<Siamo convinti che non esista una soluzione univoca in grado di mantenere gli impianti dell’Ilva così come sono, risolvendo nello stesso tempo i gravi problemi di ordine ambientale e di salute che si sono generati nei decenni. Se si intende fare fronte ad una grave crisi di tipo ambientale, occorre pensare a nuove soluzioni di tipo tecnologico che cambino, almeno in parte, il processo produttivo dell’Ilva. D’altra parte esistono ormai dei vincoli esterni che condizionano in modo inequivocabile non solo Taranto, ma l’intera industria siderurgica italiana. Vincoli dei quali non si può non tenere conto nell’elaborare una strategia per il futuro. Riorganizzare il complesso processo produttivo del polo siderurgico di Taranto è possibile, anche e

soprattutto in un’ottica di decarbonizzazione, sebbene per il momento, nell’attuale delicata fase di esame delle due offerte di Arcelor Mittal-Marcegaglia e di Acciaitalia, presumiamo che questo aspetto sia ancora secondario. Ma in un orizzonte di medio periodo la questione della decarbonizzazione sarà ineludibile, ed è bene che lo sia>>. Sulla proposta della Regione Puglia circa l’utilizzo del pre-ridotto, Zambrano ha poi spiegato che <<il Consiglio nazionale degli ingegneri non intende promuovere o sostenere nessuno specifico orientamento, idea o proposta legata al complesso caso dell’Ilva. Siamo coscienti, però, del fatto che il territorio, l’ambiente ed i lavoratori di quest’area importante del nostro Paese necessitano di un intervento sostanziale e che molte soluzioni passano per un dialogo sia di tipo politico che tecnico>>. Un dialogo in verità monco giacché è mancata, tra le altre,

la voce di chi reputa il progetto tecnicamente irrealizzabile. Dopo l’era dell’”ambientalizzazione”, si entra ora in quella della “decarbonizzazione”. Intanto l’emergenza sanitaria dilaga inesorabile e a pagarne le conseguenze sono soprattutto i bambini. La politica tergiversa, prende tempo, tiene dibattiti e convegni, veste maschere e gioca ruoli. E forse non è un caso che, come sede del convegno, sia stato scelto proprio un teatro. Allora, si apra il sipario.

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La centrale Enel di Cerano / Foto archivio Movimento No al Carbone Brindisi

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DI GIANNI DELLE GEMME La centrale termoelettrica a carbone Federico II, con una capacità totale di 2640 MW ed una estensione di circa 270 ettari, è una delle più grandi centrali a carbone d’Europa. Situata a sud di Brindisi - poco distante dal bosco di Cerano, una riserva naturale - è collegata al porto da un nastro trasportatore, unico caso al mondo, che attraversa le campagne per circa 12 chilometri. Secondo uno studio del Cnr - pubblicato nel 2015 dalla rivista “International journal of environmental research and public health” provocherebbe fino a 44 morti l’anno.


LA CENTRALE A CARBON STORIA, PROCESSI, IMPA Contrada Cerano, sul finire degli anni Settanta, e prima dell’arrivo di Enel, era una terra ricca e fertile, affacciata su un bellissimo mare. Nel 1981 il Parlamento approva il IV Piano energetico nazionale (Pen) prevedendo in Puglia la costruzione di due centrali, una nucleare e una carbone, allo scopo di ridurre il deficit energetico italiano e la dipendenza dai paesi arabi produttori di petrolio. La Regione Puglia approva la locazione dell’impianto a Brindisi. Decisione ratificata dal Consiglio comunale e dai maggiori partiti politici. Queste decisioni provocano un movimento di protesta, tanto che nel marzo del 1984 l’allora sindaco Bruno Carluccio (padre dell’attuale primo cittadino Angela Carluccio) fu costretto a firmare la prima Convenzione, di sera, nel cantiere di Cerano. Nel 1988, dopo anni di contestazioni, fu fissato un referendum. Vinse il No, con una percentuale dell’88 percento, ma con una affluenza che toccò appena il 41 percento. L’adesione da parte dei comuni della provincia di Brindisi fu limitata a soli 12 comuni su 20. Proprio a Brindisi il risultato più deludente: 38 percento di affluenza ed elevata percentuale di Sì. Nel dibattito politico conseguente si iniziò a parlare della presenza di un partito trasversale del carbone ramificato in tutti i partiti brindisini.

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Nel 1993 scoppia Tangentopoli e l’intero sistema affaristico dei partiti entra in crisi. Enel si ritrova nel mezzo di una tempesta giudiziaria a livello nazionale, che a Brindisi coinvolgeva i due ex direttori dei lavori di Cerano, mentre il presidente Franco Viezzoli veniva messo agli arresti domiciliari. Subito rimesso al suo posto dal governo di Azeglio Ciampi, Enel prosegue il suo cammino anche a Brindisi. La centrale accende i motori Nel 1997 la Centrale di Cerano entra pienamente in funzione con un accordo tra istituzioni ed Enel che prevedeva per Brindisi nord (all’epoca di proprietà Enel, poi Edipower e oggi A2A ) il passaggio dal carbone all’olio combustibile senza tenore di zolfo, al metano, e poi alla chiusura. In particolare, dal primo gennaio del 2000, per tutte le unità di Brindisi nord uso esclusivo del metano sino alla data di chiusura del 31 dicembre 2004. Per la “Federico II” il funzionamento di due gruppi a carbone ed uno a gas a partire dall’1 gennaio 2000. <<Il quantitativo di carbone utilizzato nelle centrali di Brindisi nord e Brindisi sud - si legge nella convenzione - sarà contenuto in 2,5 mln di ton/anno>>. Oltre a 1,2 miliardi di metri cubi di gas. Le emissioni complessive devono scendere progressivamente

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sino a 13 mila t/a di SO2, 10 mila t/a di NOx e 1.700 t/a di polveri entro il 2004. Enel si impegna a terminare il nastro trasportatore entro il 1997 e promette, nero su bianco, di pagare tutti i danni che ci sarebbero stati a colture e a cose. Promette, inoltre, di sostenere tutte le spese per le centraline di monitoraggio nei comuni sotto la supervisione della Provincia, di assumere - con bandi pubblici il 45 percento di manodopera da Brindisi e dalla frazione di Tuturano e il 15 percento dai comuni di Cellino San Marco e San Pietro Vernotico, di finanziare per 47 miliardi di vecchie lire opere compensative di utilità pubblica e per 500 milioni di euro attività universitarie a Brindisi. Contestualmente all’accordo venivano meno tutte le cause di tipo legale e i blocchi decretati dalle diverse amministrazioni in passato. Inutile dire che poco e niente di questi accordi fu rispettato. Nel 2002, nuove convenzioni ed emissioni La ratifica delle nuove convenzioni consente ad Enel Produzione spa il funzionamento di 4 gruppi a carbone senza limiti alla produzione, confermando per la sola “Federico II” i valori massici di emissione già previsti dalla convenzione del 1996 per l’intero polo energetico Enel brindisino. La convenzione del


NE DI BRINDISI: ATTI SULLA SALUTE 2003 con Edipower consente di aggiungere ai gruppi a carbone “3” e “4”, da ambientalizzare senza limiti alla produzione, un nuovo nucleo a ciclo combinato turbogas 500 MW. <<La marcia dell’impianto nel suo complesso sarà tale da rispettare comunque i seguenti valori massici massimi su base annua: SOx 6.100 t, NOx 4.700 t, polveri 500 t>>. Le convenzioni del 2002 e del 2003 rappresentano un pesantissimo aggravio delle emissioni nel territorio: il totale dei due impianti diventa fa registrare 19.100 t/a di SOx, 14.700 t/a di NOx e 2.200 t/a di polveri. I vincoli di tutela ambientale gravanti sul territorio di Brindisi Con la legge n.349/1986 - e successiva specifica dichiarazione emanata con decreto del presidente del Consiglio dei Ministri del 30 giugno 1990 - Brindisi e tutto il comprensorio dei comuni limitrofi diventano <<Area ad elevato rischio di crisi ambientale>>, caratterizzata da gravi alterazioni degli equilibri ambientali, nell’atmosfera, nel suolo, nei corpi idrici, che comportano rischio per l’ambiente e per la salute delle persone. Invece, con la legge n.426/1998 - e successiva perimetrazione sancita con decreto del ministero dell’Ambiente del 10 gennaio 2000 - l’area industriale di Brindisi, fino a Cerano, diventa <<Sito di interesse nazionale

per le bonifiche>> in quanto soggetta, per quantità e pericolosità degli inquinanti presenti, a rilevante impatto ambientale in termini di rischio sanitario ed ecologico, nonché a pregiudizio per i beni culturali ed ambientali. Nel 2001 e nel 2007 - rispettivamente con il decreto ministeriale n.293/2001 e il decreto legislativo n.203/2007 - tocca al porto industriale, sempre fino a Cerano, conquistare la caratterizzazione di <<Soggetti a rischio di incidente rilevante derivante dalle attività svolte nell’area portuale>> e <<Soggetti a rischio di incidente rilevante>> (Direttive europee Seveso I, II, III). Nel frattempo tutta la costa sud - con legge regionale n.28 del 23 dicembre 2002 - viene paradossalmente definita Sito di interesse comunitario (Sic) per le particolarità naturalistiche del territorio, come il Parco regionale saline di Punta Contessa. Le denunce e i processi Oggi l’impianto di Cerano ha un fatturato di circa 600 milioni di euro all’anno e brucia milioni di tonnellate di carbone stoccato, per anni, in un enorme carbonile scoperto. Per quanto riguarda le opere di ambientalizzazione i tempi sono stati molto lunghi. Ci sono voluti diciassette anni per i primi <<cannon fog>>, venti anni per il primo <<revamping>> del nastro trasportatore

e venticinque anni per avere un parco carbonile coperto. Durante il percorso di 12 chilometri, dal porto alla centrale, il carbone fuoriuscito dal nastro e dalle torri di smistamento ha causato la contaminazione dei terreni adiacenti e di conseguenza l’interdizione degli stessi alla coltivazione. Oltre 40 aziende agricole hanno interrotto le attività e centinaia di agricoltori hanno perso il posto di lavoro. Le poche aziende sopravvissute hanno enormi problemi di approvvigionamento idrico, causa la distruzione della falda durante le opere di costruzione del nastro. Ma ad essere privati dell’acqua sono anche i residenti di contrada Cerano costretti - muniti di taniche - a fare la spola dalla fontana pubblica del paese vicino per garantire il fabbisogno domestico. Lo smaltimento delle ceneri Nel 2009 la Guardia di finanza scoprì una cava in Calabria dove venivano stoccate le ceneri e i fanghi provenienti dalla centrale “Federico II”. Tra gli indagati per disastro ambientale ed associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti pericolosi finirono alcuni dirigenti dell’azienda. Dai documenti sequestrati emerse che dal 17 maggio 2000 al 20 settembre 2007 i conferimenti toccarono quota 4512, per un totale di oltre 134 mila tonnellate

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di rifiuti. Anche in provincia di Brindisi, nell’ottobre del 2012, i carabinieri del Nucleo operativo ambientale di Lecce e i militari della compagnia di Francavilla Fontana intercettarono un sistema di smaltimento illecito delle ceneri, provenienti anche della “Federico II”. Trecentomila tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi interrati nei terreni del brindisino. Il caso passò nelle competenze della Direzione distrettuale antimafia perché pare esserci stato un complesso sistema di malaffare nel trattamento di queste sostanze pericolose. La contaminazione dei terreni adiacenti al nastro trasportatore e al carbonile denunciate da alcuni contadini ha portato ad una nuova inchiesta e, nel dicembre del 2012, all’apertura di un processo per imbrattamento e gettito pericoloso di cose. Capo d’imputazione riformulato poi come reato ambientale. Dodici dirigenti Enel tra gli imputati. Il movimento No al carbone, Salute pubblica, Medicina democratica e altre associazioni e Comuni della provincia si sono costituiti parte civile. Gli studi sulla salute Oltre agli effetti negativi su territorio ed economie locali, tra le voci addebitabili alla centrale mancano i costi sanitari. Nel 2011 uno studio dell’Agenzia europea sull’ambiente ha posizionato l’impianto Enel al diciottesimo posto in Europa per costi esterni ambientali e sanitari prodotti dalle emissioni inquinanti, quantificandoli tra i 500 e i 700 milioni di euro all’anno. Non è da meno l’aggiornamento dello studio datato dicembre 2014. In un arco temporale compreso tra il 2008 e il 2012 - e rispetto a quello precedente relativo al 2009 - la “Federico II” conferma il primato assoluto

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tra i peggiori impianti italiani. Le emissioni inquinanti hanno comportato un costo in termini sanitari tra i 1356 e 2940 milioni di euro. Ovviamente a carico del sistema sanitario nazionale. Nel 2015 uno studio del Cnr pubblicato dalla rivista “International journal of environmental research and public health”, che prende in esame l’impatto del particolato emesso - evidenzia che la centrale provocherebbe fino a 44 morti l’anno. Inoltre, l’indagine condotta ha evidenziato che ignorare il ruolo del particolato seconda-

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Il carbonile di Cerano Foto archivio Movimento No al Carbone Brindisi


rio conduce ad una sottostima notevole dell’impatto che la centrale ha sulla salute delle popolazioni. Un altro recentissimo studio condotto dai ricercatori del Dipartimento di epidemiologia del Lazio (Dep), dell’Ares Puglia, dell’Arpa e della Asl di Brindisi - guidato per incarico del Centro salute e ambiente della Regione Puglia - ha dimostrato che, per alcune cause di morte, è associato un aumento significativo di rischio al crescere dell’esposizione a PM10. Nei soggetti della coorte più espo-

sti a neanche un microgrammo (precisamente 0.65) al metro cubo d’aria in più di altri, si riscontra una mortalità annua più elevata per tutti i tumori (+8 percento). Tra questi spiccano il cancro del pancreas (+ 11 percento), della vescica (+16 percento), per malattie respiratorie (+12 percento), per eventi coronarici acuti, cioè decessi per infarto cardiaco (+11 percento). Questo studio mette in luce l’inadeguatezza dei “limiti di legge” delle emissioni rispetto alle evidenze scientifiche sulla nocività del particolato.

Le emissioni di anidride solforosa Le mamme che dal 2001 al 2010 hanno partorito bambini con malformazioni congenite sono state esposte, nel periodo della loro gravidanza che va dalla terza alla ottava settimana, ad una concentrazione di anidride solforosa (SO2) più elevata delle mamme che hanno partorito negli stessi anni bambini in buona salute. È questa la conclusione dell’articolo pubblicato nel 2014 sulla rivista scientifica “Environmental research” da un gruppo di ricercatori com-

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formazioni e, in particolare, con le malformazioni congenite del cuore. Gli stessi autori un anno fa hanno pubblicato su un’altra rivista internazionale i dati sulle malformazioni congenite a Brindisi registrando, nello stesso arco temporale, un totale di 194 anomalie su 8.503 neonati e osservando una prevalenza di 228 casi su 10 mila nati vivi. Approssimativamente il 17 percento in più rispetto al dato riportato dal Registro europeo Eurocat. Circa 3 neonati con malformazioni in più ogni anno

rispetto alla media europea. L’eccesso osservato per le anomalie cardiovascolari è stato del 49 percento. Nella città di Brindisi per l’Arpa Puglia il 90 percento delle emissioni di SO2 provengono dalla produzione energetica. In realtà i ricercatori precisano che potrebbe non essere solo la SO2, in quanto tale, a provocare il maggior rischio di malformazioni, ma <<la SO2 può essere considerata un surrogato del complesso delle emissioni>> che investono la città.

Foto archivio Movimento No al Carbone Brindisi

posto da epidemiologi, fisici dell’atmosfera, biologi di alcuni istituti del Cnr di Pisa, Lecce e Bologna e neonatologi della Asl di Brindisi. (Congenital anomalies among live births in ahigh environmental risk area. A case-control study in Brindisi, Emilio Antonio Luca Gianicolo, Cristina Mangia, Marco Cervino, Antonella Bruni, Maria Grazia Andreassi, Giuseppe Latini). L’esposizione materna alle maggiori concentrazioni rilevate di SO2 sono significativamente correlate con tutti i tipi di mal-

CENTRALI A CARBONE E SALUTE DELLA POPOLAZIONE Secondary particulate matter originating from an industrial source and its impact on population health Impatto sulla salute della popolazione del particolato secondario originato da una sorgente industriale Il particolato. Il particolato è una complessa miscela di particelle solide e liquide che possono rimanere sospese in atmosfera anche per lunghi periodi. Il particolato origina da sorgenti naturali quali per esempio le eruzioni vulcaniche; dal traffico autoveicolare e dalla combustione di fossili come il carbone e i derivati del petrolio. Il particolato originato da una sorgente inquinante può essere di due tipi: il particolato primario, emesso direttamente dalla sorgente; e il particolato secondario, che si forma in atmosfera per effetto di reazioni chimiche fra ossidi di azoto e ossidi di zolfo emessi dalla sorgente stessa con altre sostanze presenti nell’atmosfera.


Cosa si sapeva già e cosa si aggiunge di nuovo. Numerosi studi hanno osservato un aumento del rischio per la salute umana associato a esposizioni a particolato atmosferico. Tuttavia, se da un lato è molto studiato il ruolo del particolato primario, dall’altro lato è ancora generalmente trascurato il ruolo del particolato secondario. Le centrali a carbone sono tra gli impianti industriali che più emettono ossidi di azoto e zolfo, sostanze che si trasformano in atmosfera in particolato secondario (solfati e nitrati). Questo particolato ha dimensione fine, cioè inferiore per diametro a 2,5 micrometri, ed è dannoso per la salute. Spesso si presume che il particolato secondario si formi in quantità trascurabili in area locale, interessando piuttosto zone a grande distanza. Lo studio appena pubblicato indaga questa ipotesi e stima su scala locale la concentrazione media annua del particolato secondario originato da una centrale a carbone. Come caso di studio è stata considerata la centrale di Cerano (Brindisi), caratterizzata da ingenti emissioni di gas e particolato e da un camino di 200 metri di altezza. Nello studio si stima, inoltre, il numero dei decessi attribuibili all’esposizione al particolato. Per questa stima si è fatto ricorso ai risultati di un importante studio epidemiologico condotto in Europa nell’ambito del progetto Escape, che ha interessato diversi Paesi tra cui l’Italia. Il risultato principale dello studio è che se viene considerato anche il particolato secondario, aumenta l’area geografica interessata dalle ricadute e dunque la popolazione esposta all’inquinamento originato dalla centrale termoelettrica. Aumenta, conseguentemente, il numero dei decessi attribuibile alla stessa centrale. Infine, la stima del numero dei decessi attribuibili presentata nell’articolo scientifico è soggetta a diverse cause di incertezza. Alcune sono legate al modello matematico (dati e formule) di formazione del particolato secondario; un ulteriore fattore di incertezza deriva dalla variabilità statistica del coefficiente di rischio utilizzato nel calcolo dei decessi attribuibili. Anche tenendo conto di queste incertezze, l’impatto del particolato secondario emerge come non trascurabile. La metodologia ambientale. Lo studio valuta l’impatto del particolato primario e secondario e tralascia l’impatto associato ad altri inquinanti e microinquinanti presenti in aria e ad eventuali contaminazioni di suolo, acqua ed alimenti. Allo scopo, si è fatto ricorso ad un modello di dispersione (Calpuff), già in uso dall’Agenzia americana di protezione dell’ambiente (EPA) ed utilizzato in precedenti lavori scientifici. Sono stati ipotizzati due differenti meccanismi di trasformazione chimica e diverse concentrazioni delle sostanze che, interagendo con i composti dell’azoto e dello zolfo, danno origine al particolato secondario. Infine, è stata analizzata la meteorologia dell’area in esame, analisi quest’ultima cruciale in studi di questo genere. I dati sugli inquinanti emessi sono quelli dichiarati dall’azienda. La valutazione sanitaria. La base di partenza sono stati gli studi condotti in tutti i continenti da cui si ricava che incrementi della concentrazione di particolato fine si associano a tumore al polmone, a malattie dell’apparato cardiovascolare e respiratorio ed alla mortalità per tutte le cause. Il passo successivo è stato quello di assumere che i coefficienti di rischio osservati per le popolazioni per le quali sono disponibili studi epidemiologici, siano validi anche per le popolazioni che risiedono nel cono di ricaduta del particolato fine che si origina dalla centrale di Cerano. Come esito sanitario è stato considerato solo il numero dei decessi, per tutte le cause, attribuibili a tale esposizione o, detto in altri termini, il numero dei decessi che si sarebbero evitati se questa esposizione non ci fosse stata. I dati sulla popolazione residente e sui decessi sono di fonte Istat. Il caso in studio. La sorgente presa in esame è la centrale termoelettrica situata a Cerano (Brindisi). La centrale ha una potenza elettrica di 2.640 MW ed è alimentata annualmente con circa 6 milioni di tonnellate di polvere di carbone. Questa potenza di produzione pone l’impianto in cima alle classifiche dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) per emissioni di sostanze inquinanti. La centrale è entrata in funzione nei primi anni 90. Come anno di studio è stato considerato il 2006, anno intermedio del periodo totale di funzionamento. L’area geografica di riferimento è rappresentata da 120 comuni delle province di Brindisi Lecce e Taranto. Un’area con una popolazione di circa 1 milione e 200 mila persone residenti. Le zone a sud-est della centrale sono, in media in un anno, quelle più esposte alle emissioni della centrale. I valori massimi di concentrazione sono inferiori a 0,5 mg/m3 sia per il PM2.5 primario sia per il PM2.5 secondario. L’area popolata interessata dalla persistenza di particolato secondario è molto più vasta di quella interessata dal particolato primario. È stato osservato, ad esempio, che il particolato primario ha il suo massimo di concentrazione ad una distanza di circa sei chilometri dalla centrale. Al contrario, a seconda delle scelte assunte nel calcolo, le diverse stime per il particolato secondario prevedono che il massimo di concentrazione giunga ad una distanza tra i dieci e i trenta chilometri dalla stessa centrale. Se si considera solo il particolato primario, sono 4 i decessi che si stima sarebbero stati evitati annualmente se non vi fosse stata esposizione. Questo numero varia da 1 a 7 se si tiene conto dell’incertezza statistica associata al coefficiente di rischio adottato. Quando si considera il particolato secondario, il numero stimato dei decessi attribuibili aumenta fino a 28. Tale numero varia da un minimo di 7 ad un massimo di 44 a seconda dei diversi meccanismi chimici ipotizzati, delle concentrazioni assunte per ozono e ammoniaca, e dell’intervallo di confidenza per il coefficiente di rischio adottato. Dallo studio emerge in modo inequivocabile come in presenza di emissioni provenienti da installazioni industriali che portano alla formazione di particolato secondario, questo debba essere considerato nelle valutazioni di impatto ambientale e sanitario. L’indagine condotta nel caso di studio specifico della centrale di Brindisi ha evidenziato, infatti, che ignorare il ruolo del particolato secondario conduce ad una sottostima notevole dell’impatto che la centrale ha sulla salute delle popolazioni.

Autori dello studio, affiliazioni. Cristina Mangia, fisica, ricercatrice dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Lecce (ISAC-CNR); Marco Cervino, fisico, ricercatore dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna; Emilio Gianicolo, statistico ed epidemiologo, ricercatore dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Lecce (IFC-CNR) e Istituto di biometria, epidemiologia e informatica della Johannes Gutenberg-Universität di Mainz, Germania.


LE CENTRALI A CARBONE CRITICITÀ E POTENZIALIT FACCIA A FACCIA CON AS

DI EMMA BARBARO

L’import massiccio di carbone dall’estero, i riflessi ambientali del suo sfruttamento, le centrali italiane tra criticità e potenzialità, il declino delle fonti fossili nel panorama della Cop21. Per fare chiarezza su queste e altre questioni abbiamo intervistato il presidente di Assocarboni, Andrea Clavarino.

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Presidente Clavarino, partiamo da uno screening delle centrali a carbone attive sul territorio nazionale. Tenendo conto che la potenza installata è pari a circa 121.762 MW, come contribuiscono a soddisfare la domanda energetica italiana? È vero che molte centrali funzionano a scartamento ridotto? Partiamo da un principio. In Italia tutte le centrali a carbone sono certificate EMAS, che è una certificazione ambientale di standard europeo più severa rispetto a quelle ISO 14001. I maggiori operatori del settore, inoltre, continuano a dimostrare una straordinaria capacità di innovazione. Rispetto alle più obsolete e meno efficienti tecnologie impiegate nel passato, i moderni impianti ad alta efficienza e a basse emissioni disponibili oggi in Italia per la produzione di energia elettrica, emettono tra il 25 e il 33 percento di CO2 in meno e vantano un rendimento medio del 40 percento, con un picco del 46 percento registrato nell’im-

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pianto di Torrevaldaliga Nord: livelli che nel mondo vengono raggiunti solo da un impianto in Giappone e da uno in Danimarca. L’unica risorsa carbonifera italiana nota è concentrata nel bacino di Sulcis Iglesiente, nella Sardegna sud-occidentale. Le attività estrattive di questo bacino sono state sospese nel 1972, ma dal 1997 il bacino del Sulcis è stato oggetto di nuove attenzioni da parte degli studiosi che valutano nuove soluzioni per l’utilizzo energetico ed eco-compatibile di questo carbone. In particolare dal 2005 la Regione Sardegna, in collaborazione con il Mise, ha rilanciato questa attività con la predisposizione del “Progetto Integrato Sulcis”. Il progetto prevede lo sviluppo di tecnologie innovative di combustione e l’integrazione di queste con le tecnologie CCS-ECBM - cattura e sequestro della CO2 - nelle vene inestraibili e declinanti sotto il mare, a una profondità di oltre 800-1000 metri, con il recupero del metano contenuto nelle micro-porosità del carbone.


l’intervista del mese

E IN ITALIA TRA TÀ. SSOCARBONI L’unico giacimento certificato è quello di Sulcis, in Sardegna. Infatti secondo le ultime stime l’Italia importa circa il 90 percento del proprio fabbisogno di carbone. Quali sono i Paesi da cui importiamo tale risorsa? Che tipologia di carbone viene utilizzato nelle nostre centrali? È vero, l’Italia importa via mare circa il 90 percento del proprio fabbisogno di carbone, su una flotta italiana di circa 60 imbarcazioni che garantiscono una capacità di carico complessiva di oltre 4,6 milioni di tonnellate. Le provenienze sono molto diversificate. I principale Paesi di importazione sono: gli Usa, il Sud Africa, l’Australia, l’Indonesia e la Colombia, ma anche il Canada, la Russia e il Venezuela. Per quanto riguarda le tipologie importante si parla principalmente di steam coal, coking coal + PCI e petcoke. Tuttavia il prezzo del carbone a livello internazionale viene inesorabilmente condizionato da quello di un’altra materia

prima, indispensabile per trasportarlo: il petrolio. Costi che in teoria proprio “l’oro nero” e il gas naturale ammortizzano grazie agli appositi oleodotti e metanodotti. Alla luce di questa considerazione, qual è il prezzo medio reale del carbone sul mercato? Cosa lo rende effettivamente competitivo rispetto alle altre fonti fossili? L’elevata competitività del carbone è data sia dalla più equilibrata distribuzione della risorsa nel mondo - rispetto alla concentrazione delle risorse petrolio e gas nell’area mediorientale e nelle ex Repubbliche sovietiche - sia dai minori costi di produzione. La convenienza è data anche dal fatto che i costi fissi di generazione da carbone sono molto bassi, circa il 22 percento. Poi facciamo una serie di considerazioni. Quasi il 20 percento della tariffa elettrica italiana è attribuito ai costi degli incentivi alle fonti rinnovabili. Tanto che, secondo l’Autorità per l’energia, se le centrali elettriche italiane usas-

sero carbone quanto il resto d’Europa, il costo dei combustibili sul valore complessivo del chilowattora scenderebbe del 10 percento. Se tutte le centrali italiane usassero il carbone, il chilowattora scenderebbe del 20 percento. L’accordo di Parigi sul clima ridimensiona pesantemente il ruolo delle fonti fossili nel prossimo futuro energetico. Come si può commentare, da questo punto di vista, la Cop21? Perché l’Italia dovrebbe scegliere di affidarsi ancora al carbone? Nel mondo il 40 percento dell’energia elettrica è prodotta dal carbone, mentre in Europa tale quota è pari al 28 percento seguita dal nucleare con un peso del 24 percento. Fatti questi distinguo, l’Italia è l’unico Paese in Europa che, pur non facendo ricorso al nucleare, ha una quota di utilizzo di carbone estremamente bassa, il 13 percento. La torta della produzione di energia elettrica italiana è unica in Europa e rispetto ai

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LE CENTRALI A CARBONE IN ITALIA

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numeri

FONTE: ASSOCARBONI

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Paesi del G8: se la media vede generalmente una quota pari al 60 percento circa generata da un mix variabile di carbone e nucleare, in Italia nel 2015 la produzione di energia elettrica proviene per il 38 percento dalle rinnovabili, per un ulteriore 38 percento dal gas naturale, per il 13 percento dal carbone, per il 2 percento da derivati del petrolio e per il 9 percento da altre fonti. Questa quota di mercato, se pur modesta quando comparata allo share della produzione elettrica di altri Paesi, ha un ruolo fondamentale nel garantire stabilità all’Italia, poiché il carbone è un combustibile caratterizzato da sicurezza dell’approvvigionamento, ampia disponibilità, competitività dei costi, sicurezza nella movimentazione, trasporto e uso, e infine compatibilità con l’ambiente grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie disponibili. Inoltre, uno dei centri di ricerca medico-scientifica indipendenti più autorevoli al mondo, iPRI-International Prevention Research Institute, ha dimostrato nello studio “The Environmental and Health Impacts of Coal Thermoelectric Plants” come la gran parte delle analisi mirate a cercare una correlazione tra emissioni delle centrali termoelettriche ed effetti sulla salute delle popolazioni abbiano portato in realtà a risultati inutilizzabili, in quanto carenti di un’appropriata metodologia. Secondo iPRI finora non c’è stata alcuna evidenza di aumento o diminuzione del rischio di mortalità né di altri effetti sulla salute delle persone che lavorano in centrali a carbone o dei residenti nelle vicinanze, associabili direttamente con le emissioni inquinanti degli impianti. In particolare nel periodo dal 2000 al 2010 le emissioni europee di polveri sottili PM2,5 sono diminuite

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complessivamente del 15 percento, mentre nel settore termoelettrico la riduzione è stata del 41,5 percento. Anche in Italia nel 2010 la sorgente maggiore di PM2,5 risulta essere in realtà l’uso domestico di energia - gli impianti di riscaldamento - le attività di commercio e servizi e Pubblica Amministrazione (50 percento), seguita dai trasporti (29 percento), dalle industrie e dalla gestione dei rifiuti (5 percento). Appena il 2,6 percento del totale deriva dalla produzione e distribuzione di energia. La produzione elettrica da carbone ha quindi un ruolo marginale in termini di contributo all’inquinamento atmosferico globale, anche in considerazione degli efficienti sistemi di abbattimento delle emissioni applicati con l’implementazione delle tecnologie sviluppate negli ultimi anni. La proposta di Assocarboni è mantenere stabile la quota di carbone - impiegato attraverso le migliori tecnologie di combustione, più rinnovabili - e invece meno gas, costoso e con significative implicazioni in termini di sicurezza degli approvvigionamenti. Sulla stessa scia di Paesi sviluppati e non come Corea del Sud, Germania, Giappone, Taiwan, Turchia, USA e Vietnam. Proprio sulle emissioni di CO2 Assocarboni ha commissionato uno studio alla Stazione sperimentale per i combustibili. Quali sono le risultanze scientifiche di tale studio? È possibile stimare in media quanto inquina ogni anno una centrale a carbone italiana? Sì, abbiamo commissionato alla Stazione sperimentale per i combustibili uno studio sulle emissioni di CO2 al fine di analizzare le effettive emissioni nel corso dell’intero ciclo di vita. Più in particolare, lo studio

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mette a confronto le emissioni di CO2 di carbone e gas non solo nel momento della combustione, ma anche nelle fasi pre-combustione. Il confronto sull’intero ciclo di vita riduce le distanze: le emissioni complessive di gas serra risulterebbero comprese tra i 510 e 670 grammi di CO2 equiv./kWh - 420 se il gas fosse prodotto in Italia - per il gas, tra i 780 e i 910 grammi di CO2 equiv./kWh per il carbone. I dati pre-combustione infatti evidenziano un livello di emissione di CO2 maggiore per il gas, con picchi di 288 gr. di CO2 -equiv./kWh nel caso del gas russo. Mentre, per quanto


riguarda il carbone, si registrano emissioni pari a 127 gr di CO2 equiv./kWh nel caso dell’estrazione da miniera sotterranea e appena 12 gr di CO2-equiv./kWh in caso di miniere di superficie. È corretto l’antico postulato secondo cui, tra le fossili, la risorsa meno sostenibile e più impattante da un punto di vista ambientale è proprio il carbone? No, non sono d’accordo. Presentare il gas come una soluzione alla lotta per il cambiamento climatico non sembra giustificato da vari studi scientifici di autorevoli centri di ricerca, che

La centrale di Cerano Foto archivio Movimento No al Carbone Brindisi

hanno dimostrato come considerando l’intero ciclo di vita dei combustibili fossili venga significativamente ridotta la distanza tra le emissioni di CO2 generate dal carbone e quelle generate dal gas. In particolare, è ormai ampiamente dimostrato che lo shale gas e le tecniche di fracking abbiano come conseguenza gravi problematiche ambientali: molti studi americani - Robert Howarth, Cornell University, Frank Clemente, Penn University - e inglesi l’ultimo in ordine temporale è stato presentato dal professor Nick Cowern in Gran Bretagna alla Commissione sul Cambia-

mento Climatico - invitano con forza a tenere in considerazione i danni prodotti agli ecosistemi dall’estrazione dello shale gas. Un esempio su tutti: il forte aumento delle emissioni inquinanti rilasciate in atmosfera nella regione africana del Sahel. Le conclusioni dei vari studi hanno sempre ribadito che lo shale gas presenta emissioni maggiori di CO2 rispetto al carbone, liberate soprattutto in fase di estrazione: tali risultati devono necessariamente essere introdotti nelle valutazioni di politica energetica di ogni Paese. Inoltre un recente studio della prestigiosa società di consulenza Pöyry Management Consulting ha comparato le emissioni inquinanti delle centrali termoelettriche alimentate a carbone rispetto a quelle di centrali a gas a ciclo combinato, quando esse operano non a pieno carico ma a carico ridotto o variabile. Dalla ricerca è emerso che quando le centrali operano a pieno carico, le emissioni inquinanti di carbone e gas risultano simili. Quando invece i rispettivi impianti operano a carico ridotto o variabile, e si considerano correttamente le emissioni indirette, le emissioni delle centrali a gas giungono ad essere del 76 percento più alte rispetto alle quelle delle centrali a carbone. Lo studio di Pöyry avvia un’ulteriore riflessione sulla modalità di utilizzo delle centrali termoelettriche: poiché le centrali alimentate da combustibili fossili sono sempre più spesso chiamate ad intervenire in maniera flessibile per compensare l’intermittenza delle fonti rinnovabili, diviene doveroso tenere in considerazione che a fronte di questo tipo utilizzo la compatibilità ambientale del carbone è maggiore rispetto al gas.

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SALUTE E INDUSTRIA. NE PARLIAMO CON L’ONC DI EMMA BARBARO

Nel Salento ci si ammala, nel Salento si muore. Secondo uno studio condotto dal Cnr sull’impatto del particolato primario e secondario sulla salute della popolazione salentina il numero di morti annui oscillerebbe tra i 7 e i 44. Proporzioni impressionanti su una popolazione di poco più di un milione di abitanti. Degli effetti correlati alle esposizioni agli agenti inquinanti di derivazione industriale sulla salute umana e di malformazioni neonatali abbiamo parlato con il dottor Maurizio Portaluri, oncologo e direttore responsabile dell’associazione Salute Pubblica.

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Dottor Portaluri, l’area salentina è caratterizzata da numerosi e molteplici impianti industriali: le due centrali a carbone di Brindisi, il petrolchimico e l’Ilva di Taranto costituiscono solo alcuni esempi illustri. Sulla base delle più recenti risultanze scientifiche in materia, sugli studi fatti e certificati, quali tipi di patologie si riscontrano con maggiore frequenza? A quale tipologia di inquinante sono correlate? Dal registro europeo delle emissioni sappiamo che la Puglia è una ragione in cui l’industria introduce nelle diverse matrici ambientali un quantitativo elevato di inquinanti che supera di gran lunga i parametri di legge previsti in Italia. Si tratta degli Idrocarburi policiclici aromatici (Ipa) e della diossina - quest’ultima soprattutto a Taranto -, ma anche di metalli pesanti, amianto e arsenico. Si consideri ad esempio l’area di Manfredonia. Ben oltre i singoli inquinanti vi sono situazioni in cui il particolato, che è un vettore di molteplici sostanze, è particolarmente elevato. Certo, non tutti questi inquinanti sono di derivazione industriale. Alcuni sono strettamente correlati alle attività umane. Se consideriamo generalmente il parametro della mortalità negli ultimi decenni, possiamo certo affermare che la situazione sia

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migliorata in virtù dei miglioramenti di condizioni di vita e reddito. Ma una ricerca in corso di pubblicazione su “Epidemiologia & Prevenzione” mostra chiaramente che nelle province salentine - Brindisi, Lecce e Taranto - la mortalità per malattie respiratorie, tumorali e non, è aumentata ed è più elevata della media nazionale a partire dagli anni Settanta. Quali categorie di popolazione risultano, nel complesso, maggiormente colpite? A Taranto sono stati condotti alcuni studi sui bambini dimostrando, sulla base dei ricoveri registrati, un eccesso di malattie respiratorie. Anche a Brindisi è stato studiato l’effetto dell’innalzamento del particolato sui ricoveri ospedalieri per malattie cardiorespiratorie - un fenomeno già rilevato in molte città in cui il tasso di inquinamento è più elevato - ed è stato confermato che a soffrire di più nelle giornate in cui il livello di inquinamento è maggiormente avvertito sono gli anziani, probabilmente cardiopatici e broncopatici. Ma nelle province di Brindisi e Taranto, al di là di patologie respiratorie, si parla con sempre maggiore frequenza anche di malformazioni neonatali. Quali studi sono stati condotti sulla materia?


COLOGO Alcuni studi hanno dimostrato un’incidenza maggiore di casi di malformazioni neonatali a Brindisi e a Manfredonia. A Brindisi, in particolare, è stata provata una correlazione tra i casi di malformazione e l’esposizione a SO2 - anidride solforosa - durante la gestazione. Questo non vuol dire che la SO2 ne sia la causa. Tuttavia è un tracciante industriale, spia di una esposizione a inquinanti industriali. A Taranto vi sono evidenze di danni alla salute riproduttiva con tassi più elevati di abortività. Concentriamoci ancora sulle malformazioni neonatali. La Puglia da questo punto di vista sembra vivere una situazione quasi emergenziale. Al punto che nel 2013 la Regione, con un protocollo controfirmato da Asl e Arpa, decide di stilare un registro delle malformazioni sulla base dell’ampia casistica regionale. Che fine ha fatto il registro in questione? La decisione di stilare un registro delle malformazioni è stata accolta in modo molto favorevole. Ricordo che il processo fu avviato dopo una raccolta firme scaturita proprio dagli studi e dagli articoli scientifici che ho precedentemente citato. Quel che posso dire è che al momento non è stato pubblicato alcun rapporto.

Questo è piuttosto indicativo. Specie se si considera che nel frattempo ci sono sempre più studi che tendono a dimostrare una correlazione tra gli inquinanti industriali e le conseguenze sulla salute delle popolazioni residenti. Recentemente è stato pubblicato uno studio condotto da tre esperti del Cnr relativo agli effetti del particolato primario e secondario nelle aree prossime alla centrale a carbone Enel di Cerano. Sulla base delle emissioni certificate, si sono delineati scenari che parlano di un numero di morti annui che va dai 7 ai 44 su una popolazione di poco più di un milione di abitanti. Province di Brindisi, Lecce e Taranto. Che tipi di provvedimenti, politici o giudiziari, sono stati presi considerati i rischi oggettivi per la salute certificati da tale studio? Ci sono state forse contestazioni sul metodo con cui è stato condotto? Non è stato preso alcun provvedimento. E stranamente lo studio è stato oggetto di un tiro al bersaglio che ha visto protagonista anche l’allora direttore generale dell’Arpa Puglia. La ricerca, per altro, non ha ricevuto alcuna contestazione sulla rigorosità del metodo. Si tratta di una valutazione di impatto che usa dei modelli e impiega dati reali, come le emissioni della centrale e i decessi regi-

strati. Quando non c’erano dati non si faceva nulla perché, così si diceva, mancavano le evidenze scientifiche di riferimento. Ora che le evidenze ci sono, si rinvia a validazioni ulteriori che si affidano impropriamente alle autorità politiche. Oppure, come è accaduto a Taranto, si sospende lo Stato di diritto sulla base dei decreti legge per continuare a tollerare l’inquinamento. Sulla base delle patologie riscontrate, comprendendo anche i casi di malformazioni neonatali, si può parlare di una multifattorialità di agenti inquinanti - e quindi di più soggetti potenzialmente responsabili giuridicamente - o piuttosto, in taluni casi, è possibile stabilire con certezza la fonte primaria di inquinamento e, dunque, circoscrivere l’unico responsabile? Insomma dottor Portaluri: è possibile dimostrare scientificamente il nesso causa-effetto? Nel recente studio commissionato dalla Regione Puglia su Taranto sono stati impiegati i dati relativi alle emissioni prodotte dall’acciaieria, dunque gli sforamenti riscontrati sono attribuibili a quelle emissioni. È vero che alcune malattie come i tumori sono multifattoriali. Ma attraverso lo studio della composizione chimica del particolato e la storia individuale dei soggetti esaminati ci si può

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spingere fino ad attribuire, se non con certezza almeno con elevata probabilità, la causa di alcune malattie. Basta una probabilità, per quanto elevata, per provare che esiste il nesso di causalità? Intanto c’è da dire che non sempre è possibile con un singolo lavoro scientifico dare una risposta ad una domanda così complessa. Negli ultimi anni le evidenze sui danni alla salute legati all’inquinamento industriale sono enormemente cresciute. È interessante notare che, per esempio, studi sulla cancerogenicità delle polveri sottili sono stati replicati in tutti i continenti con risultati confrontabili. Tanto è vero che dal 2013 la Iarc (Agenzia inter-

nazionale di ricerca sul cancro) annovera queste polveri nella lista dei cancerogeni certi. Ma questo non è bastato a produrre scelte di politica industriale coerenti con le conoscenze acquisite. I decisori politici chiedono conferme alla scienza. E tra gli scienziati c’è sempre chi, anche per interesse di bottega, alza l’asticella chiedendo verifiche successive. In una terra in cui l’industrializzazione è stata sostanzialmente realizzata in assenza di controlli tecnici e politici, cambiare paradigma non è semplice. L’industria si è sostituita al latifondo. I rapporti sociali e politici si sono riprodotti secondo il medesimo schema. Questa è probabilmente una delle ragioni per cui, nonostante l’industrializzazione, il Sud e la Puglia sono in questo

momento aree demograficamente ed economicamente in fase involutiva. Si può aggiungere che non tutta la popolazione è ugualmente esposta all’inquinamento industriale. Può dirsi esposta quella parte di popolazione che vive in prossimità delle aree industriali, e che non si colloca certo su una fascia sociale dal reddito medio-alto. Purtroppo piove sul bagnato. Un’economia e un’urbanistica che riducano le diseguaglianze potrebbero certamente essere foriere del miglioramento delle condizioni di salute. Infine, ci sono i lavoratori che hanno pagato e continuano a pagare il prezzo delle esposizioni nocive. Con l’aggravante che oggi le condizioni di sicurezza sul lavoro, anziché migliorare, vanno peggiorando.

LE CENTRALI A CARBONE E IL PERMESSO DI INQUINARE Eliminare il carbone salva la vita: una regolamentazione efficace ridurrebbe dell’85 percento le morti per esalazioni tossiche. L’allarme arriva dall’European environmental bureau (Eeb), dalla Health and environment alliance (Heal) dal Climate action network (Can), dal WWF e da Sandbag. Porre limiti efficaci alle emissioni potrebbe salvare migliaia di vite ogni anno, eppure oltre la metà delle centrali elettriche a carbone in Europa operano con un <<permesso di inquinare>> superiore ai limiti stabiliti dalle leggi europee. Questi sono i risultati del rapporto “Spazzare via la nuvola nera d’Europa: tagliare il carbone salva vite umane”. Lo studio dimostra che applicando i criteri di prestazione ambientale alle centrali elettriche a carbone europee si potrebbero salvare 20 mile vite ogni anno. Impostando e applicando limiti di inquinamento in linea con le migliori tecniche testate e riconosciute nel settore, il numero annuale di morti premature causate dalla combustione del carbone potrebbe essere ridotto dalle 22.900 attuali a 2.600. La legislazione Il rapporto rileva, inoltre, che la legislazione vigente non riesce a perseguire gli obiettivi fissati per la salute a causa della concessione di deroghe speciali che consentono emissioni oltre i livelli di sicurezza concordati. Al momento della pubblicazione, oltre la metà delle centrali elettriche a carbone in Europa hanno <<permessi a inquinare>> oltre i limiti stabiliti nella direttiva sulle emissioni industriali. Prima della fine dell’anno l’Unione europea e gli Stati membri avranno l’opportunità di adottare migliori standard di prestazione ambientale, descritti nel rivisitato Lcp Bref (Large combustion plan best available technique reference document). Accettando questi standard e applicando limiti effettivi in materia di inquinamento del carbone sarebbe possibile ottenere un reale progresso in termini di miglioramento della salute delle persone in tutta Europa. Il processo di revisione è già stato rinviato per più di due anni, con 5.600 morti che si sarebbero potute evitare e un costo sanitario totale di oltre 15,6 miliardi di euro. <<Le migliori tecniche disponibili richiamate nel rapporto sono tutte provate e testate, e la loro praticabilità tecnica ed economica era già stata dimostrata decenni fa. L’Unione europea si considera leader mondiale nelle questioni ambientali, ma quando si tratta di carbone, i decisori hanno la testa immersa in una nuvola nera>>, dice Christian Schaible, Policy manager sulla produzione industriale dello European environmental bureau (Eeb).

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viaggi di frontiera

L’inquinamento atmosferico uccide Il report ha ricevuto il sostegno di diversi medici. <<L’inquinamento atmosferico uccide>> dice il professor Bert Brunekreef della European respiratory society. <<Gli esperti di salute polmonare chiedono azioni correttive immediate. L’inazione non è giustificabile quando in gioco ci sono la vita e la salute umane>>. Poiché non esistono tecniche che permettono la completa rimozione delle emissioni derivanti dalla combustione del carbone, e visto che gli impianti a carbone sono responsabili del 18% di tutti i gas ad effetto serra in Europa, per liberarsi da questa nuvola nera occorre la completa eliminazione delle centrali a carbone a favore delle fonti di energia rinnovabile, nonché una riduzione dei consumi energetici.

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La miniera di Hambach / Foto di Francesco PaniĂŠ

DALLA MINIERA DI HAMBACH 38

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DI FRANCESCO PANIÉ <<È difficile coinvolgere le comunità locali in azioni di protesta, molte persone credono che la miniera sia fonte di benessere>>. Hazel è un’attivista che dal 2012 vive in quel che resta della foresta di Hambach. Lei e una ventina di amici, quattro anni fa, hanno occupato questo fazzoletto di selva millenaria, ridotta al lumicino negli ultimi trenta anni dall’avanzata delle ruspe di RWE, la seconda compagnia energetica tedesca.


LA STORIA DI UNA PIANURA BOSCOSA DIVENUTA LA MINIERA A CIELO APERTO PIÙ GRANDE D’EUROPA Dal 1978 la RWE ha trasformato 50 chilometri quadrati di pianura boscosa nella miniera a cielo aperto più grande d’Europa. Nel 2040, al termine delle operazioni, avrà coinvolto un’area di 85 chilometri quadrati. A vederla dal vivo manca il fiato: sembra di trovarsi ai margini della terra di Mordor, sull’orlo di una conca morta dalle dimensioni semplicemente assurde. È profonda quasi 500 metri, ma quel che interessa alla compagnia è uno strato di 60 metri di lignite, un carbon fossile molto umido e di bassa qualità. Da questa materia prima, tuttavia, la Germania produce il 20 percento della sua energia elettrica. Se si sommano le importazioni di antracite, un carbone più pregiato, si arriva al 40 percento. È questo il vero volto della grande Germania: sui media internazionali arrivano soltanto le imprese nel campo dell’eolico e gli ambiziosi target di taglio delle emissioni. Ma la realtà che il Nord Reno Vestfalia ti sbatte in faccia è quella di un Paese inchiodato all’energia fossile, tappezzato di miniere grandi come città e incurante delle esigenze di un popolo che, per contro, non muove un dito per far sentire la sua voce. Solo questo gruppo di attivisti anarchici che incontriamo nel cuore della foresta, dove hanno costruito case sugli alberi a 20 metri d’altezza, sta provando ad opporsi ai disegni di una compagnia che fattura 50 miliardi di

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dollari e accende la luce di 120 milioni di persone. Ogni anno, tra l’inizio di ottobre e la fine di febbraio, durante la “stagione del taglio”, RWE abbatte una striscia alberata lunga 5 chilometri e profonda fino a 400 metri. Sotto i colpi delle motoseghe cadono carpini e querce antichissime, tutelati dalle direttive europee soltanto sulla carta. Le 140 specie animali protette che abitano la foresta soffrono per la perdita del loro habitat. I ragazzi rispondono con la resistenza e il sabotaggio. Un tempo la foresta copriva 55 chilometri quadrati tra Jülich, nel distretto di Düren, ed Elsdorf, nel distretto di Rhine-Erft. Oggi ne restano appena 7. I tentativi di far rispettare la legge non sono mancati. Ma le vie legali, qui, non hanno mai avuto successo: le associazioni ambientaliste hanno perso su tutta la linea. Sulla miniera di Hambach, fino ad oggi, non è mai stata realizzata nemmeno una valutazione di impatto ambientale. L’equazione carbone-lavoro è ancora valida in una regione caratterizzata non soltanto da città come Colonia, Düsseldorf e Bonn, ma punteggiata di piccoli borghi identici uno all’altro, con le stesse strade asfaltate in maniera impeccabile, le stesse case basse con i tetti marroni e il prato tanto perfetto da sembrare finto, le stesse tendine merlettate alle finestre con gli stessi vasi di orchidee sul da-

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vanzale. In questi paesi fotocopiati vivono famiglie della classe media, che lavano belle auto la domenica e si scambiano saluti mentre portano a spasso il cane: non esattamente il tipo di umanità che vede di buon occhio le “stravaganze” degli ambientalisti. Non muovono un dito nemmeno quando i loro paesi vengono improvvisamente a trovarsi nell’area di ampliamento della miniera. In questi casi, migliaia di persone vengono trasferite qualche chilometro più in là, le case sfasciate e ricostruite, gli autobus cambiano percorso e la vita riprende. Dal dopoguerra ad oggi, le minie-


Bagger ad Hambach Foto Francesco Panié

re hanno provocato l’esodo di circa 35 mila persone nel Nord Reno Vestfalia. Sempre senza grandi proteste o scandali. Chi è uscito dall’omologazione, come i ragazzi che vivono da 4 anni nella foresta di Hambach, lo ha fatto in maniera radicale, sviluppando una critica a tutto tondo della società contemporanea, incatenata ad un modello estrattivo e di sviluppo che determina lo sconvolgimento dell’ambiente. Questa critica emerge chiaramente da quel che Hazel ci dice una mattina, mentre depone generosamente un trito d’aglio su una fetta di pane e olio:

<<Penso che lavorare sia una perdita di tempo. Restare qui e occupare la foresta è molto più importante. Quando sarò anziana forse avrò bisogno di guadagnare il necessario per pagarmi l’assicurazione sanitaria, ma adesso non mi sembra il caso>>.

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9 OTTOBRE 1963-2016: VA IL FARDELLO DEL RICORD DI EMMA BARBARO

<<Inizia l’ultimo giorno. Il 9 ottobre è una stupenda giornata di sole. Di questa stagione la montagna è splendida, rifulge di caldi colori autunnali. La gente di Casso va e viene ancora dal Toc, portando via dalle case e dagli stivoli più cose possibili. Ma altra gente non vuole abbandonare le case e i beni, malgrado l’avviso fatto affiggere dal Comune, pressato dalle richieste provenienti dal cantiere (Viene la sera) e la gente, adesso, è tutta nei bar a vedere la televisione. Sono ancora pochissimi i televisori privati e in Eurovisione c’è la partita di calcio Real Madrid-Rangers di Glasgow. Due squadre molto forti, una partita da non perdere. E infatti molta gente è scesa dalle frazioni a Longarone, e anche da altri paesi della valle, per godersi lo spettacolo nei bar. La gente si diverte, discute, scommette sulla squadra vincente. Sono le 22.39. Un lampo accecante, un pauroso boato. Il Toc frana nel lago sollevando una paurosa ondata d’acqua. Questa si alza terribile centinaia di

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metri sopra la diga, tracima, piomba di schianto sull’abitato di Longarone, spazzandolo via dalla faccia della terra. A monte della diga un’altra ondata impazzisce violenta da un lato all’altro della valle, risucchiando dentro il lago i villaggi di San Martino e Spesse. La storia del “grande Vajont”, durata vent’anni, si conclude in tre minuti di apocalisse, con l’olocausto di duemila vittime”.

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Queste parole, scritte dalla giornalista de l’Unità Tina Merlin, riecheggiano ancora nella valle del Vajont, tra i monti Salta e Toc. Accompagnate nel loro cammino dal rumore sordo dell’acqua che continua a scorrere e dal sibilo del vento tra le montagne. Sono trascorsi cinquantatre anni da quel 9 ottobre 1963. Troppi, per chi è venuto dopo. Troppo pochi, forse, per i pochi reduci della catastrofe impegnati a rinfocolare la memoria su una tragedia dimenticata. A che serve parlare oggi del Vajont? A chi giova ricordare la storia delle duemila vittime innocenti che pagarono con la vita il prezzo del progresso della Nazione? Del resto reduci lo siamo un po’ tutti. Ciascuno a proprio modo, secondo la propria storia. Questo Paese sembra interamente costruito sulle spalle dei “sopravvissuti”. La piana di Gela e quella di Rosarno, Taranto, Brindisi, Casale Monferrato, Borgo Ferrovia, Terra dei Fuochi, la Val d’Agri. Gli esempi potrebbero essere infiniti. Tutti hanno versato il proprio tributo sull’altare del progresso. E tutti hanno avuto come corrispettivo la pietà, poi il biasimo e infine l’indifferenza. Le storie appartengono a chi le ha vissute. Solo a costoro spetta il fardello del ricordo. Dunque, è molto meglio territorializzarle, marginalizzarle, chiuderle nel


AJONT, DO ristretto spazio della memoria locale. Perché in fondo le grandi “tragedie pulite” della storia italiana smettono di esistere se nessuno le racconta. Ma la diga del Vajont è rimasta. Testimone spettrale della vergogna, se ne sta lì a sbeffeggiare la vacuità di una memoria collettiva che esige di essere ricostruita. Come un gigantesco monito a non dimenticare. La storia Il progetto “grande Vajont” muove i suoi primi passi nel 1940. La Società Adriatica di Elettricità, holding creata dal conte Giuseppe Volpi di Misurata, presenta al Ministero del Lavori Pubblici un progetto che prevede la realizzazione di una diga alta 200 metri su un serbatoio artificiale della capienza di 50 milioni di metri cubi di acqua. L’approvazione della IV sezione del Consiglio Superiore dei lavori pubblici arriva straordinariamente nell’ottobre del 1943, con il voto di 13 componenti su 34. Quando cioè l’armistizio era già stato firmato e <<Re Vittorio Emanuele III fuggiva di nascosto, di notte, portandosi dietro il capo del governo Badoglio>>, come scrive giustamente la Merlin. Nel 1948, la Sade è pronta. Il comune di Erto Casso, due comunità abbarbicate sul monte Salta, pure. Tanto che nella fretta di iniziare a vendere alla Sade, cede pure

viaggi di frontiera

terreni non propri che oggi definiremmo di “uso civico”. I contadini, proprietari delle terre e delle case che dovranno essere sommerse per lasciar spazio al bacino artificiale, no. Comincia il braccio di ferro. Il monopolio privato da un lato, i montanari dall’altro. A condire il tutto, i concetti di “esproprio temporaneo” e “pubblica utilità”. Che servono sempre, se non altro per trovare una giustificazione. Nel 1956 le premesse ci sono già. Nasce persino un comitato, presieduto dal medico del paese e marito della sindachessa di Erto Casso. Ma dopo la contrattazione privata tra il sindaco di Erto e la società idroelettrica, la comunità si spacca in due. Divisa tra quanti vorrebbero fare come il sindaco e quelli che invece no, vogliono resistere. La Sade tuona. Chi non vende oggi, domani subirà l’esproprio forzoso e vedrà i suoi soldi depositati alla Cassa Depositi e Prestiti. Per riscattarli, dovrà poi dimostrare di avere le carte in regola col notaio. In tempi biblici in cui il passaggio di proprietà dal notaio costa più del valore effettivo del terreno, quella della Sade ha il sapore di una minaccia. A cui, prima o dopo, si piegano tutti. Specie se poi la società è così magnanima da impiegare nel costruendo cantiere gran parte della manovalanza locale, che si ritrova a fare il “salto” sociale

da contadino a operaio. Innalzare la diga Nel 1957 la Sade presenta l’ultima domanda di modifica del progetto iniziale. Si passa a un’altezza della diga di 266 metri, un innalzamento del livello del lago a 722,50 metri e un aumento della capacità del bacino fino a 150 milioni di metri cubi d’acqua. Sul Vajont vogliono realizzare la diga a doppio arco più grande del mondo, fiore all’occhiello dell’ingegneria italiana. Del resto il progettista, l’ingegner Carlo Semenza, è uno dei più esperti del settore e conosce il territorio a menadito. Suoi sono pure i progetti degli altri bacini artificiali siti nell’area. Ma non si può realizzare la diga più grande del mondo senza conoscere le caratteristiche geologiche del sito prescelto. Il geologo di riferimento è il “barone” universitario Giorgio Dal Piaz. Sui suoi libri si sono formate generazioni intere di geologi. Una coppia così, non può certo sbagliare. Anche se l’ultima perizia geologica sull’area risale al 1937, quando i progetti della Sade non si erano ancora spinti fino a immaginare di realizzare la Banca dell’acqua artificiale più imponente del creato. Il Ministero del Lavori Pubblici approva, ma chiede ulteriori indagini geologiche. Una formalità. Nel frattempo, come è ovvio, ad essere som-

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merse saranno tutte le restanti aree della valle del Vajont. Tutti i terreni fertili coltivati dai contadini di Erto Casso. Insieme alla rabbia cresce la paura. I contadini sanno che le loro comunità sono costruite su costoni di vecchie frane sedimentatisi centinaia di anni prima. Per altro Erto, sita a 776 metri sul livello del mare, verrebbe a trovarsi a meno di 54 metri sul livello del nuovo bacino artificiale. La gente cerca di avere una reazione. Vuol coinvolgere tutti i parlamentari della zona, farli passare dalla sua parte e avere qualche strumento per combattere i “padroni” della Sade. Tentativo vano. Da Roma, viene nominata la commissione di collaudo che dovrà verificare il corretto espletamento dei lavori sul Vajont. Dei quattro membri di cui è composta, due hanno già approvato il progetto generale della diga non corredato della prescritta perizia geologica. L’altro, Francesco Penta, ha invece già lavorato per la Sade per la realizzazione della diga di Pontesei. Il concetto di terzietà sembra ampiamente sopravvaluto. Nel 1959 a Forno Zoldo, località sita a pochissimi chilometri dal cantiere del Vajont, una frana si stacca e cade nel bacino artificiale di Pontesei di proprietà della Sade. Muore l’operaio Arcangelo Tiziani, addetto al servizio di sorveglianza. Una decina di anni prima, a Valsella di Cadore - poco distante da Erto Casso - veniva accertata la stretta correlazione tra il serbatoio di Pieve di Cadore, sempre della Sade, e i dissesti a 101 fabbricati siti nell’abitato. La società sa che qualcosa non va. Anche perché da quando hanno iniziato a costruire la strada di circonvallazione che dovrà collegare le aree ora separate artificialmente

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dal nuovo bacino, si iniziano a intravedere strane fessurazioni nel terreno. Viene convocato sul posto il geotecnico austriaco Leopold Muller. Il team guidato da Muller, composto dai geologi Franco Giudici ed Edoardo Semenza - figlio dell’ingegnere progettista del Vajont - arriva a una conclusione disastrosa: “esiste un’enorme massa in movimento, estensibile su circa due chilometri e mezzo, dalla quale si possono distaccare frane a ripetizione, soprattutto con gli invasi e gli svasi del lago”. Semenza padre dubita, tentenna. Chiede al figlio di

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rivedere le sue conclusioni, magari con l’ausilio del vecchio professor Dal Piaz. E nomina un nuovo esperto, Pietro Caloi, che per tutta risposta esprime un parere completamente opposto a quello di Muller. La Sade può procedere tranquilla. Agli ertani però nessuno spiega nulla. In fondo, perché dovrebbero. È la paura a mettere le ali ai piedi dei montanari. Centoventisei capi famiglia si riuniscono nella vecchia baracca del CRAL e si costituiscono, alla presenza del notaio, in Consorzio per la rinascita della valla ertana. L’unica giornali-


di circonvallazione, l’ingegner Desidera - capo del Genio Civile di Belluno - viene rimosso con una lettera urgentissima firmata il 23 luglio niente meno che dal ministro dei Lavori Pubblici Togni.

La diga del Vajont, 1963 Foto Wikipedia Commons

sta presente all’incontro, Tina Merlin, il 5 maggio pubblica su l’Unità l’articolo che le costerà una citazione in giudizio per “notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”. Ovviamente l’ordine turbato è quello imposto dalla Sade. Il titolo dell’articolo incriminato è: <<La Sade spadroneggia ma i montanari si difendono>>. Il Gazzettino di Venezia, passato dalla titolarità della Sade a quella della Dc, invece tace. Nel frattempo l’unico che si è opposto all’imperio del monopolio bloccando più volte il cantiere per la costruzione della strada

La Commissione di collaudo intanto va e viene dal Vajont Della diga a onor del vero ha visto poco. Durante le gite tra Cortina e Venezia, i tecnici del Ministero non hanno il tempo di formulare osservazioni all’impianto. Tanto che decidono di far propria la relazione che la Sade, prontamente, promette di inviargli. Il monopolio ha la necessità di andar veloce, di chiudere la partita sul Vajont prima che nel Paese si proceda alla nazionalizzazione dell’energia elettrica. L’imperativo è: collaudare l’impianto prima di perdere gli ultimi contributi governativi. Quindi si parte con le prove d’invaso. La terra inizia a tremare. Lungi dall’abbandonare l’opera, la Sade pensa bene di far emettere al comune di Erto un’ordinanza che vieti ai pescatori di accedere al bacino a causa del possibile “cedimento delle sponde”. Il 4 novembre del 1960 “una grande frana – scrive la Merlin – si stacca dai terreni del Toc, poco più su della diga, e piomba nel lago. E’ un intero appezzamento di bosco e prato, interessante un fronte di 300 metri”. La Sade lo sa già. Ha riunito i massimi esperti del Vajont, compreso Caloi, che ora non propende più per la sua tesi iniziale. Gli ingegneri Alberico Biadene - direttore del servizio costruzioni idrauliche della Sade - e Mario Pancini direttore dei lavori del cantiere - pensano a come far funzionare l’invaso con la possibile caduta della montagna. Ipotizzano di costruire una sorta di bypass di collegamento così che, se

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anche il Toc dovesse venir giù, la società potrà comunque sfruttare le acque del bacino a scopo elettrico. Il 30 novembre a Milano si svolge il processo alla “facinorosa” giornalista dell’Unità Tina Merlin. Gli ertani <<si appellano ai giudici con foga contadina>>. I magistrati, dopo una brevissima camera di Consiglio, assolvono con formula piena la Merlin. Il monopolio per la prima volta viene battuto sul suo stesso terreno. A proposito di terreno. Quello del Toc è in frana. È evidente La Sade vuol vederci chiaro. Fa ricorso all’Istituto di Idraulica dell’Università di Padova e al suo titolare Augusto Ghetti. Al centro di Nove di Vittorio Veneto, proprietà della Sade, sarà realizzato un modello per prevedere gli effetti della caduta del monte Toc nell’invaso artificiale del Vajont. Per il momento il tecnici del Ministero non devono saperlo. Infatti nel 1961 alla commissione di collaudo viene mostrato solo il bypass di collegamento. Insieme alle richieste per aumentare l’invaso del bacino, che come sempre arrivano. Nel 1962 le scosse registrate dai sismografi fatti installare dalla Sade sono numerose. Più l’acqua si alza, più il rumore sordo all’interno del Toc si fa acuto. Il Comune di Erto scrive al Genio Civile di Belluno, alla Prefettura, alla Sade. Nessuna risposta. A Roma nessuno sa che al Vajont la terra trema. Le rilevazioni dei sismografi vengono accuratamente epurate dalle relazioni che la Sade invia al Ministero. Se ne occupa l’ingegner Biadene in persona, che fa carriera. Anche perché nel frattempo Carlo Semenza è morto chiedendo scusa alle montagne. E Dal Piaz lo ha seguito pochi mesi più tardi. Nell’estate del ‘62 arriva la relazione di Ghetti.

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Pur partendo da un presupposto sbagliato - e cioè che la frana sarebbe crollata in due tempi il team di Padova dichiara che con <<l’invaso oltre i 700 metri la caduta di una frana di 200 milioni di metri cubi avrebbe potuto comportare conseguenze dannose anche per la zona a valle della diga>>. Longarone, dunque. Quella Longarone che fino a questo momento della storia non compare mai. Ghetti chiede alla Sade di fare ulteriori indagini per verificare l’effetto della frana proprio su Longarone. Ma il monopolio risponde picche. Per poter consegnare

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l’impianto collaudato alla nascente Enel deve portare l’invaso a 715 metri. Anche se la quota di sicurezza prescritta dallo studio di Ghetti è 700 metri, non di più. Ma lo Stato fa più in fretta, e nel dicembre dello stesso anno l’Enel è già nata. Nelle fase di transizione, quando Biadene passa agilmente da responsabile Sade a dirigente Enel, l’acqua sarà portata alla quota prescritta. Qualsiasi cosa accada. Le scosse aumentano d’intensità durante tutta la primavera del ’63. È come un lungo preludio alla catastrofe, che ormai si avverte già nell’aria.


La diga del Vajont, 1963 Foto Wikipedia Commons / Ispettorato Vigili del fuoco

Tutti sanno che la montagna verrà giù. Il Toc si muove, e con lui la strada di circonvallazione realizzata dalla Sade. Le scosse si sentono persino a Longarone. Ma l’Enel-Sade rassicura. Caloi, lo stesso che non aveva riconosciuto la frana sul Toc ai tempi delle prime indagini, dice che l’epicentro dei terremoti è in altre zone e che non c’è attinenza con la diga. L’impianto viene collaudato, ma il movimento della montagna ora è visibile quasi a occhio nudo. Il Toc è completamente fessurato, il comune di Erto chiede rassicurazioni. Biadene,

il 7 ottobre, intima al sindaco di Erto di far sgomberare la gente che vive sotto al Toc. Di Longarone, ancora una volta, non si parla. L’invaso è colmo fino a oltre il limite previsto da Ghetti. L’ultima mossa dell’Enel-Sade è quella di far venir giù l’acqua il più rapidamente possibile. Anche se così facendo viene giù rapidamente anche tutto il costone della montagna. Quel che è accade dopo è storia. A cui possiamo solo aggiungere l’umiliazione di un ingiusto processo e la diaspora dei sopravvissuti. Giovanni Leone da Presidente del Consiglio dei Ministri aveva giurato alla gente del Vajont che giustizia sarebbe stata fatta. Ma rivestiti i panni del “semplice” avvocato, solo qualche mese più tardi è membro del collegio difensivo che tutelerà l’Enel-Sade e i suoi dirigenti in giudizio. Nel febbraio del 1968, il giudice Mario Fabbri chiude l’istruttoria sul Vajont ritenendo responsabili 11 persone e rinviandone a giudizio 9 – nel frattempo sono deceduti Penta e Luigi Greco, presidente generale del Consiglio superiore dei Lavori Pubblici - . Il rinvio a giudizio è trasversale: colpisce i dirigenti Enel-Sade, i componenti della commissione di collaudo ministeriale, i membri del Consiglio Superiore dei lavori pubblici e il Genio Civile di Belluno. Sono tutti imputati, in concorso tra loro, di omicidio e lesioni aggravate plurime con l’aggravante della prevedibilità dell’evento. Per Biadene e Tonini - direttore dell’Ufficio Studi Sade - viene emesso mandato di cattura. Ma i due fuggono prima. L’ingegner Pancini, in attesa del giudizio, muore suicida. La Corte di Cassazione a maggio trasferisce l’intero procedimento a L’Aquila e revoca i mandati di cattura. La speranza di giustizia

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dei sopravvissuti si attenua. La prima sentenza arriva il 17 dicembre 1969: solo tre imputati - Biadene, Violin e Batini - vengono riconosciuti colpevoli e condannati a sei anni di reclusione, di cui tre condonati. Nella sentenza d’Appello del 3 ottobre del 1970 solo Biadene viene condannato. La Corte tuttavia riconosce la prevedibilità dell’evento e aumenta la pena detentiva a 10 anni e 6 mesi, di cui 6 anni condonati. La prevedibilità viene confermata anche in Cassazione con la sentenza del 23 marzo 1971. E Biadene, che in prigione resta poco più di un anno, tornato in libertà riacquista i suoi ruoli dirigenziali all’interno dell’Enel. Mentre ciò che resta degli ertocassani, in base a un referendum, si divide tra Maniago, Ponte delle Alpi e un nuovo paese di Erto, costruito in quota sicurezza solo dieci anni più tardi. Al posto dell’antica Longarone, invece, oggi c’è solo una spianata di fango e detriti.


rifiuti connection

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Dalla valle del Sacco / Foto di Matteo Di Giovanni

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DI ALESSIO DI FLORIO

La valle del Sacco, così chiamata dal nome del fiume che l’attraversa, abbraccia alcuni comuni della Provincia di Frosinone e, in minima parte, di Roma. Tra questi comuni c’è Colleferro, oggi ricompreso nella Città metropolitana della Capitale. Luoghi ricchissimi di storia e ricchezze culturali, architettoniche, naturali e devastazione. Tanto da essere inclusi, nel 2008, nell’elenco dei Siti d’interesse nazionale del ministero dell’Ambiente, per essere poi declassato. A Colleferro le mamme non possono allattare i figli. Ecco perché.

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Declassato da un decreto del governo Monti (ministro dell’Ambiente n.152 dell’11 gennaio 2013) - insieme ad altre diciotto aree - il “Bacino del fiume Sacco” è rientrato nell’elenco nazionale dei Siti d’interesse nazionale (Sin) per la gravissima situazione di inquinamento e degrado ambientale e a seguito di una sentenza del Tar del Lazio del 20 marzo 2014. Un provvedimento, in alcuni passaggi, a dir poco clamoroso. Infatti, i giudici amministrativi scrissero che <<il ragionamento del ministero, ad avviso di questo Collegio, è erroneo in radice>> e che <<la norma applicata sembra anzi ampliare (piuttosto che restringere) le fattispecie dei territori potenzialmente rientranti nell’ambito dei siti di interesse nazionale…>>. La sentenza riporta che i siti non più ricompresi tra i SIN, secondo il decreto, non avevano più i requisiti “di cui all’art. 252, comma 2, del D.Lgs. n. 152/2006, come modificato dal comma 1 dell’art. 36 bis della legge n. 134/2012”, il requisito su cui si è basata la declassificazione è stato “l’insistenza attualmente o in passato di attività di raffinerie, di impianti chimici integrati o di acciaierie. Il mancato riscontro di tale requisito, per un singolo sito (come appunto nella specie per il SIN di cui trattasi), è stato considerato circostanza da sola sufficiente per l’esclusione dal mantenimento della classificazione come SIN”. I giudici hanno considerato “erroneo in radice” il “ragionamento del Ministero” in quanto, oltre all’insistenza degli impianti, non è corretta “una lettura tale da indurre a considerare, per la qualificazione di SIN, la presenza di tutte le circostanze cui l’art. 252” del Testo Unico Ambientale (D.Lgs. 152/2006) – modificato dalla

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legge 134/2012 - fa riferimento. La sentenza sottolinea quindi che “i principi e i criteri direttivi enunciati all’art. 252, comma 2, del decreto legislativo n. 152 del 2006, concorrono alla individuazione dei SIN ma non vanno considerati quali requisiti che ogni sito deve possedere contemporaneamente. E questo in conformità sia allo spirito della normativa che alla concreta attuazione che negli anni ne è stata data”. Il processo per la gestione degli impianti di incenerimento Il 12 ottobre, contemporaneamente alla chiusura del nostro giornale, si è svolta a Roma la prima udienza del processo per la gestione degli impianti di incenerimento cittadini. Dopo che nel marzo dello scorso anno il Tribunale di Velletri si è dichiarato incompetente in materia, trasferendo tutti gli incartamenti nelle sedi romane. La Rete per la tutela della valle del Sacco (Retuvasa) e il Comitato “Residenti Colleferro”, ricostruendo l’intera vicenda, hanno riportato che <<nel 2009 diversi dirigenti e funzionari del gruppo Gaia spa furono rinviati a giudizio per aver permesso l’incenerimento di rifiuti di ogni tipo, dalle gomme di camion ai materassi; quando proveniva da determinate aziende, il Combustibile derivato da rifiuto (Cdr) non subiva i controlli dovuti e, per nascondere i problemi, si provvedeva a manomettere i sistemi di controllo informatici e ad alterare i dati sulle emissioni ai camini. A completare il quadro criminoso le intimidazione e le rappresaglie verso quei dipendenti che non si mostravano collaborativi con la dirigenza>>. La Direzione distrettuale antimafia contestò il comportamento di <<dirigenti

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e legali rappresentanti del 2008 delle due società di gestione degli inceneritori, Mobilservice ed EP Sistemi società dell’ex Consorzio Gaia>>, di <<legali rappresentanti di alcune società di certificazione analisi dei rifiuti, di controllo delle emissioni da remoto, di intermediazione>>, dell’allora <<procuratore di Ama>> e del <<responsabile della raccolta multimateriale presso l’impianto Ama di Rocca Cencia>>. Nonostante questo, l’incenerimento dei rifiuti e la presenza di mega impianti non sono stati ancora consegnati al triste passato della città. Il 9 aprile 2016 nel corso di una manifestazione pubblica i cittadini hanno contestato la nuova Autorizzazione integrata ambientale (Aia) per i due inceneritori presenti a Colleferro. L’accento è stato posto su 8 studi epidemiologici <<che imputano agli inceneritori l’aumento in numero dei ricoveri ospedalieri per malattie polmonari e bronco polmonari cronico ostruttive>> chiedendo <<una moratoria delle emissioni e la chiusura immediata di questi impianti antieconomici ed obsoleti>>. Tra questi studi c’è il Rapporto Eras (Epidemiologia, rifiuti, ambiente e salute) - commissionato dalla Regione Lazio e datato 2012 - che ha riscontrato il nesso tra la presenza di inceneritori e discariche e lo stato di salute dei cittadini: a meno di cinque chilometri dagli impianti soprattutto i bambini si ammalano con maggiore frequenza, <<31 percento di ospedalizzazioni per malattie dell’apparato respiratorio>> e <<79 percento per malattie polmonari cronico ostruttive>>, tra i bambini +78 percento di <<aumento di ricoveri per infezioni acute delle vie respiratorie>>. Sulla valle del Sacco, lo studio Sentieri del ministero


della Salute è stato praticamente lapidario, riportando testualmente <<eccesso di mortalità per tutte le cause>>, <<eccesso di mortalità per i tumori, per il tumore dello stomaco e le malattie dell’apparato digerente, e tra le donne per malattie dell’apparato circolatorio>>. A dicembre del 2015, i Comitati locali avevano messo nel mirino l’attuale gestione dei due inceneritori, accusata di non rispondere <<alle normative vigenti e alle Autorizzazioni integrate ambientali>> del 2009. Dopo alcune segnalazioni dell’Arpa Lazio del 2012 sulle prescrizioni dell’Aia è stato avviato un procedimento di riesame il 24 giugno 2012 che, alla data dell’accesso agli atti, risultava non essere <<mai stato conclu-

so>>. Sotto la lente d’ingrandimento soprattutto due punti: le sale di controllo delle linee di incenerimento e le stazioni di rilevamento degli inquinanti. <<Nelle autorizzazioni>>, sottolineano gli attivisti <<è previsto che in ognuna delle due linee di incenerimento sia presente una sala di controllo per monitorare tutto ciò che avviene all’interno degli impianti: ebbene le due sale di controllo sono state unificate e di tale modifica risulta il verbale, sia essa sostanziale o non sostanziale, né vi è ha traccia tra le autorizzazioni regionali. La sala di controllo è il cuore della sicurezza degli impianti e la sua modifica potrebbe rendere meno efficiente le prestazioni, aumentando i rischi ambientali e lavorativi in

caso di incidente. Ne dà conferma l’Arpa Lazio in risposta alla richiesta di chiarimenti di un dipendente, evidenziando che la Legge sugli impianti con generatori di vapore impone la presenza di un conduttore patentato per singolo impianto e per ogni turno di lavoro, libero di potersi muovere e non vincolato alla presenza fisica davanti alla postazione di controllo>>. Inoltre, <<sempre tra le prescrizioni inattuate si legge che il gestore degli impianti avrebbe dovuto installare a Colleferro delle stazioni di rilevamento degli inquinanti per consentire almeno l’analisi in continuo dei NOx e della frazione di polveri fini PM10 e delle polveri totali PTS per le quali l’Arpa Lazio sezione di Roma - avrebbe avu-

IL SITO D’INTERESSE NAZIONALE “BACINO DEL FIUME SACCO” Il Sito d’interesse nazionale “Bacino del fiume Sacco” è stato istituito dal ministero dell’Ambiente con decreto del 31 gennaio 2008 e comprende tutti i 1530 chilometri quadrati del bacino idrografico del fiume, ad eccezione dei comuni rientranti del Sin “Frosinone”, precedentemente istituito dal ministero dell’Ambiente con decreti del 2 dicembre 2002 e del 23 ottobre 2003. Il 19 maggio 2005, a seguito del rilevamento in un campione di latte di un’azienda di Gavignano di concentrazioni di betaesaclorocicloesano superiori ai limiti di legge, un decreto della presidenza del Consiglio dei ministri aveva già dichiarato lo <<stato di emergenza socio-economico-ambientale nella Valle del Sacco>>. L’area coinvolta dall’emergenza comprendeva i comuni di Colleferro, Segni, Gavignano, Paliano, Anagni, Ferentino, Sgurgola, Morolo e Supino. Il Sin è attualmente in fase di riperimetrazione. La perimetrazione ripartì con una Conferenza dei servizi dell’8 settembre 2014 nella quale si considerò <<procedere con urgenza>> alla <<riperimetrazione del Sin nel rispetto dei criteri oggettivi stabiliti dalla normativa vigente>>). Oggi, i comuni coinvolti sono diciannove: Anagni, Arce, Artena, Castro dei Volsci, Ceccano, Ceprano, Colleferro, Falvaterra, Ferentino, Frosinone, Gavignano, Morolo, Paliano, Patrica, Pofi, Segni, Sgurgola, Supino e San Giovanni Incarico. Secondo la Rete per la tutela della Valle del Sacco l’area definitiva dovrebbe estendersi tra i 6 mila e i 7 mila ettari. A seguito della Conferenza dei servizi sulla riperimetrazione del 19 gennaio 2015 - nella quale l’Arpa Lazio individuò i confini del Sin a nord con <<lo spartiacque del bacino idrografico del fiume Sacco che passa per le creste del Colle Cese, del Monte Castellone, di Colle Vignola e prosegue per il Comune di Bellegra>> e sul limite sud-orientale <<con la zona di confluenza del Fiume Sacco nel lago di San Giovanni Incarico>>, la stessa Rete per la tutela della Valle del Sacco criticò quelli che definì errori e confusioni del ministero e della Regione, denunciando una <<frettolosa operazione mirante ad allargare al massimo l’area di intervento, senza il fondamento di una analisi rigorosa dei processi di inquinamento>> con il ministero che <<perpetua l’errore>> di non valutare il Sin “Bacino del fiume Sacco” e l’ex Sin (oggi Sir, declassato dal decreto dell’11 gennaio 2013) “Frosinone” come un unico sito.

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to il compito di determinare sia le quantità giornaliere che le concentrazioni dei metalli: As, Cd, CO, Hg, Sb, Sn, Tl, V, Zn, Cr, Cu, Mn, Ni, Pb. Anche di queste stazioni di rilevamento, ad oggi, non si è vista traccia e si tratta di inquinanti liberi in atmosfera in quantità sui cui valori è indispensabile averne conoscenza per la salute dei cittadini>>. All’incenerimento, la Regione vorrebbe affiancare anche un impianto di trattamento mobile dei rifiuti (Tmb), contro la cui autorizzazione pende un ricorso al Tar di Retuvasa e “Residenti Colleferro”. Il latte inquinato e il beta-esaclorocicloesano Una delle radici dell’inquinamento della valle del Sacco viene fatto risalire alla produzione di DDT da parte della Caffaro: fusti contenenti i residui della lavorazione sono stati interrati fino agli anni Ottanta. Il beta-esaclorocicloesano (in sigla beta-HCH) ha così avvelenato la catena alimentare. Alla fine del 2004 fu accertata la contaminazione del latte prodotto. Sulla vendita di latte inquinato a caseifici, anche di Roma, è partito nel 2010 un processo che vede imputati ex dirigenti dello stabilimento Caffaro, della Centrale del Latte di Roma e del Consorzio che gestiva lo scarico delle acque della Zona industriale di Colleferro. Oggi, consultando molte fonti documentali, alla voce “beta-esaclorocicloesano” compare subito l’inquinamento della valle del Sacco. È questa una piccola dimostrazione delle dimensioni e della gravità di quanto è accaduto. L’esposizione al beta-esaclorocicloesano può coinvolgere, in un tempo relativamente breve, sangue, fegato e reni, provocando tumori. Test su animali indicano la possibili-

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tà che questa sostanza influisca sulla riproduzione o lo sviluppo umano. A Colleferro le mamme non possono allattare i figli. Nel 2011, la Rete per la tutela della valle del Sacco (Retuvasa) ha denunciato che <<un colleferrino di mezz’età preso a caso, non professionalmente esposto all’inquinante in questione, residente da sempre in città a 2 chilometri dal fiume, presenta una concentrazione di beta-HCH nel siero di 223 ng/g di grasso, e dunque ha nel proprio corpo una quantità del pesticida 12 volte superiore alla media nazionale ed europea

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considerata oggi più attendibile. Il dato isolato ovviamente non prova nulla, ma suggerisce l’opportunità di acquisirne altri omogenei. Per quanto riguarda il 55% dei contaminati residenti entro 1 chilometro dal fiume, in certi casi il valore riscontrato è anche 50 volte superiore alla media nazionale ed europea>>. Le vacche morte di Anagni Il 19 luglio 2005, ad Anagni, furono ritrovate 25 vacche morte dopo essersi abbeverate, con <<il ventre gonfio e la schiuma che gli usciva dal naso>>, come racconta la proprietaria


Dalla valle del Sacco Foto di Matteo Di Giovanni

del bestiame. È questo, forse, l’episodio emblematico che dimostra inequivocabilmente il livello di inquinamento della zona. Poco tempo prima, tracce di beta-HCH erano state rintracciate nel latte prodotto in una fattoria di Gavignano. Dopo la scoperta della morte degli animali Il Corpo forestale dello Stato risalì la corrente, verificando i livelli della contaminazione, arrivando fino a Fosso Cupo, un affluente del fiume Sacco, che scorre non lontano dall’ex Snia-Bdp-Caffaro. Incredibilmente, successive analisi accertarono che il veleno fatale

per gli animali non era il beta-HCH ma il cianuro. Colpevole, molto probabilmente, fu una delle aziende della zona che sversò residui di lavorazione nel Rio Mola Santa Maria, il ruscello al quale si abbeverarono le mucche. Dopo l’esplosione del caso mediatico - che portò a mobilitarsi anche istituzioni regionali e nazionali - lo sversamento probabilmente non fu più ripetuto. Infatti, successive analisi riscontrarono un ritorno al di sotto della soglia di legge del cianuro nel ruscello. Ma resta la gravità di un episodio che documenta, una volta di più, l’impropria gestione di molti rifiuti pericolosi industriali nell’Italia dei veleni. Nel 2001 in Provincia di Frosinone furono ben 122 le discariche dismesse individuate - a cui vanno aggiunte altre centinaia abusive - e che, almeno dal 1980, contaminano i terreni e le falde. Inoltrandosi nei campi può capitare di individuare pozzanghere di nauseabondo percolato di colore viola. Nel 1998 la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e delle attività illecite ad esso connesso scrisse espressamente di <<fenomeni di illecito sversamento>> in un <<modus operandi tipico delle organizzazioni criminali>>. Le discariche rilevate nei lavori della Commissione d’inchiesta <<Ad Isoletta d’Arce sono stati rinvenuti materiali stoccati in silos e cisterne che presentano già segni d’usura, suscitando quindi ulteriori preoccupazioni per quanto riguarda i danni ambientali; a Pontecorvo, i rifiuti tossico-nocivi (solventi), contenuti in fusti interrati in discarica, sono risultati provenire anche da un vicino stabilimento FIAT; a Castelliri, coinvolti nella

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ANAGNI, NUOVO SEQUESTRO PER TRAFFICO ILLECITO DI RIFIUTI In chiusura di numero è giunta la notizia di un nuovo sequestro ad Anagni, di una società farmaceutica, a seguito di indagini su <<un traffico illecito di rifiuti costituiti da fanghi>>. Questi alcuni passaggi di un comunicato stampa, datato 10 ottobre 2016, del Nucleo investigativo di Polizia ambientale e forestale del Comando provinciale di Frosinone. <<Il Nucleo investigativo di Polizia ambientale e forestale del Comando provinciale di Frosinone del Corpo forestale dello Stato ha eseguito un decreto di sequestro emesso dal gip del Tribunale di Roma - e richiesto dalla Dda della Procura di Roma - nei confronti di una società farmaceutica del frusinate. Le indagini […] hanno consentito di accertare l’esistenza di un traffico illecito di rifiuti costituiti da fanghi prodotti dalla società. In particolare gli investigatori hanno accertato come tali rifiuti non venivano smaltiti attraverso il conferimento a ditte terze a ciò deputate, ma venivano immessi come ammendanti nei terreni circostanti l’azienda, e di proprietà della stessa, sui quali poi sono state effettuate nel tempo delle colture agrarie. Ciò avveniva in virtù di un provvedimento autorizzativo emanato dagli enti competenti e solo formalmente regolare, in realtà affetto da vizi di illegittimità, quali, ad esempio, l’assenza della necessaria Via. In tal modo la società […] ha non solo smaltito illecitamente ingenti quantità di rifiuti ma ha altresì conseguito enormi guadagni derivanti proprio dal risparmio di spesa relativa allo smaltimento tramite ditte terze dei rifiuti costituiti dai fanghi. I terreni oggetto dello spandimento dei fanghi sono stati così sottoposti a sequestro, mentre i responsabili dell’azienda e i funzionari pubblici sono stati denunciati […]>>

vicenda giudiziaria sono taluni personaggi che sono risultati organizzati stabilmente in una serie di società dedite ad attività illecite nel ciclo dei rifiuti. Ancora: nelle campagne di Pontecorvo e nella zona di Cassino sono state scoperte ben otto tonnellate di scorie (ossido di zinco misto ad ammoniaca) provenienti da impianti produttivi del nord, secondo un sistema già riscontrato nella zona del casertano e per il quale si rimanda alla relazione che questa Commissione ha dedicato alla situazione campana. Ma l’episodio più grave è quello verificatosi nel territorio di Arpino, dove si ritiene assai probabile la presenza di rifiuti pericolosi interrati e ricoperti da una gettata di cemento, sulla quale è stato successivamente costruito un parcheggio: esiste il sospetto che sia stato così occultato l’interramento di un enorme quantitativo di rifiuti pericolosi, e le modalità

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d’occultamento rendono assai difficile il loro recupero e l’eventuale bonifica del sito>>. Nello stesso verbale leggiamo che <<la provincia di Frosinone sembra essere divenuta nel corso degli anni uno dei centri nodali degli smaltimenti illeciti di rifiuti>>. Il 28 ottobre 1997 una delegazione effettuò alcuni sopralluoghi anche in provincia di Roma. Il primo <<presso una cava dismessa di Piana Penna nel comune di Riano Flaminio sarebbero stati sepolti grandi quantitativi di fusti contenenti rifiuti tossici>>. Nel verbale viene sottolineato che <<l’indagine disposta in merito da questa Commissione ha portato al recupero di circa 150 fusti, nonché di altri rifiuti illecitamente smaltiti>> e, a conclusione della visita ispettiva, <<presso lo stabilimento della BPD Difesa e Spazio di Colleferro, per conoscere i progetti dell’azienda in merito alla messa in sicurez-

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za dei rifiuti da essa smaltiti irregolarmente all’interno del proprio perimetro>>. Dopo tale visita la Commissione evidenziò la presenza, all’interno del perimetro dello stabilimento, tra gli altri di una <<discarica di rifiuti speciali>> che <<provenivano essenzialmente dalla lavorazione di carri ferroviari e dalle lavorazioni chimiche e dei propellenti>> e, in due aree, di terreni con <<elevate concentrazioni di arsenico, al punto da farlo classificare come tossico e nocivo>>, <<eluati per il cadmio pari a dieci volte il limite>> previsto dalla legge o <<valori di eluato per il piombo superiori a dieci volte il limite>>. L’acqua di falda, invece, risultò contaminata <<da metalli e da prodotti organo clorurati>>. Secondo la Commissione <<da una visione complessiva del quadro analitico risultano concentrazioni anomale di pesticidi nelle acque e nei terreni sottostanti>> a due aree.


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Albert Londres

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Quest’ultima opera di Raul Zibechi ha un pregio particolare per il pubblico italiano: introdurre un concetto ampio di estrattivismo, proprio nella sua accezione originaria, che dall’America Latina si è allargata a tutto il sud globale. Ossia quel processo che coinvolge grandi interessi privati, nazionali ed esteri, lo Stato e la finanza nelle sue varie articolazioni, per accaparrare le risorse presenti sui territori contro gli interessi delle comunità locali e dell’ambiente da cui queste dipendono e trovano ancora in gran parte del pianeta il loro sostentamento e modalità di organizzazione della società. […] Con questa prospettiva latino americana possiamo allora rileggere anche ciò che avviene sui nostri territori in Italia, e definire pure la Tav in Val Susa, o le nuove ed inutili autostrade nel Nord e nel Nord-est quali esempi di estrattivismo che impoverisce la gran parte delle persone che vivono su quei territori, trasformandola e subordinandola alla logica dei mercati globali che premia ben pochi – ed i soliti noti. Investimenti su larga scala, sia quelli minerari, che petroliferi o

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dell’agro-business, che trasformano interamente i territori nella loro geografia, generando nuove forme di dominazione e nuova apartheid, come Raul Zibechi definisce la dicotomia tra zona dell’essere e quella del non-essere, “cioè di coloro a cui viene sostanzialmente negata la condizione umana”. L’originalità dell’analisi di Zibechi è proprio il mettere l’accento sul fenomeno sistemico della violenza dei conflitti che l’estrattivismo genera sui territori e la conseguente criminalizzazione del dissenso, la militarizzazione dei territori e la repressione spesso brutale delle voci contrarie quali elementi imprescindibili del modello estrattivista, e non solo eccessi sporadici o danni collaterali. Una repressione fondante della zona del non-essere, che però oggi colpisce anche molti attivisti che operano contro le grandi opere e che vivono nei paesi del Nord globale, quali l’Italia – in quella che è ancora zona dell’essere, per dirla alla Zibechi – i quali cominciano a viverla sulla propria pelle sempre più spesso.

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Antonia e Margherita, una coppia di donne maritate, è alle prese con la difficile conduzione del menage familiare, non riuscendo ad arrivare a fine mese. Una delle due, la maggiore di età, Antonia, si trova a partecipare alla protesta di molte altre donne nella sua stessa situazione, che al supermercato manifestano contro il rincaro incontrollato dei prezzi, e tutte insieme decidono per la spesa proletaria. Antonia se ne uscirà dal supermercato con molta merce di ogni genere e sarà aiutata a trasportarla dalla sua amica Margherita. Giunte a casa, non sapendo dove nascondere tutti quei pacchi e temendo le invettive del marito, legalitario convinto, Antonia opterà per una soluzione che darà il via a una serie di fraintendimenti e lazzi comici, propri della Commedia dell’Arte. La commedia originale, “Non si paga! Non si paga!”, è andata in scena, riscuotendo grande successo, nel 1974.


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L’umanità si trova ad affrontare contemporaneamente tre sfide cruciali per la sua sopravvivenza: 1) I cambiamenti climatici e la distruzione della Natura. 2) La crescita della popolazione oltre i limiti di sostenibilità della Terra. 3) La progressiva perdita dei terreni coltivati a causa della cementificazione e della perdita di fertilità. L’autore invita così la generazione dei ventenni e trentenni, di cui fa anche lui parte, a raccogliere queste sfide decisive e impegnarsi in primo piano per la loro soluzione. Per agire però serve innanzitutto un’idea chiara dei problemi e quindi nella prima parte del libro l’autore spiega con linguaggio semplice le cause di queste tre grandi sfide evidenziandone la stretta interrelazione e andando alla radice dei problemi.

Finire per strada è un inciampo, una fatalità. Brutta parola <<barbone>>. Ce ne sono di più corrette: clochard, elegante, senzacasa, senzadimora. Quando si è senza casa e, spesso, anche senza un lavoro, si diventa invisibili ed esprimersi è quasi impossibile. Ma la triste realtà è che di solito viene lesa o calpestata proprio la dignità di coloro che si trovano in situazioni sfavorevoli. QUARTA DI COPERTINA

GIANMARIO PUGLIESE

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DI GIANMARIO PUGLIESE

Terre di frontiera / Ottobre 2016 - Numero 7 Anno 1  

Periodico indipendente su Ambiente, Sud e Mediterraneo / www.terredifrontiera.info