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Collana di “Etruscologia” 4

A mia moglie per le nostre Nozze d’Oro

Il dio Apollo , dopo la distruzione di Troia, dice ai Troiani: Troiani induriti, la stessa terra che vi generò per prima dalla stirpe dei padri vi accoglierà reduci nel suo fertile grembo. Ricercate l’antica madre (Virgilo, Eneide, III, 93-96). Gli dèi Penati di Troia vanno in sogno ad Enea e gli dicono: C’è un luogo che i Greci chiamano Esperia, terra antica e potente in armi e fertilità; ci vissero uomini Enotri. Ora è fama che gli uomini abbiano chiamato Italia quel popolo dal nome di un loro capo. Sono quelle le sedi che vi si addicono. Da lì è nato Dardano ed il padre Iasio. La nostra stirpe deriva da quel principe. Suvvia, alzati, e lieto riporta queste parole di certezza al vecchio genitore: che egli cerchi Còrito (Tarquinia) e le terre d’Ausonia (Virgilio, Eneide, III, 170 ss.). In talia, i Troiani dicono al re Latino: Dardano, nato in queste regioni, giunse fin dentro le Idee città della Frigia ... Da qui, partito dalla sede Tirrena di Còrito (Tarquinia) ora lo accoglie sul trono l’aurea reggia del cielo stellato e fa accrescere con altari il numero degli dèi (Virgilio, Eneide, VII, 206- 211). Qui Dardano nacque, qui fa ritorno (Virgilio, Eneide, VII, 240-241). Il ritorno di Enea a Còrito (oggi Corneto Tarquinia) in Etruria: Enea è giunto fino alla lontana città di Còrito ed arma la schiera degli Etruschi agresti riuniti (Virgilio, Eneide, IX, 10-11).


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Alberto Palmucci

LE ORIGINI DEGLI ETRUSCHI Da Occidente ad Oriente e da Oriente ad Occidente (Corito Tarquinia) DNA

MITO

ARCHEOLOGIA

L'autore durante la sua relazione su "LA FIGURA DI TARCONTE, UN PONTE MITOSTORICO FRA TARQUINIA E TROIA" tenuta al Colloquio Internazionale della Indogermanische Gesellschaft (Anatolico ed Indoeuropeo) presso il <<Dipartimento Scienze dell'Antichità dell'Università di Pavia>>. ***

ROMA 2013

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GIUDIZI Robert Beekes, professore all’Università di Leiden (Olanda), scrive: “A. Palmucci sostiene che ci sono prove che la storia di Enea in Italia fu preceduta da una versione dove il viaggio da Troia ebbe per meta l’Etruria. Se ciò è vero, è di grande importanza: quando i Romani dicevano di venire da Troia, quella storia non sarebbe stata romana, bensì etrusca”. *** Christopher Wilhelm, professore alla Mayfield Senior School della California (U.S.A), ricorda che gli studi sul DNA mitocondriale “mostrano genetiche affinità fra i Toscani e le popolazioni dell’Anatolia”, e conclude che “queste prove sostanziano in larga misura la vertiginosa varietà, tra gli Etruschi, delle leggendarie tradizioni elencate da Palmucci (2001) ... , che pongono l’origine degli Etruschi in Asia Minore e specificatamente a Troia, e risalenti ad Enea o, secondo altri, a Paride”. *** Valeria Forte, docente all’Università di Dallas (Texas, U.S.A.), in una sua dissertazione, riferisce di includere “le opinioni degli etruscologi più rinomati del nostro tempo, come Pallottino, Palmucci, Munzi ed altri”. In una occasione, scrive: “Alberto Palmucci, un eminente Etruscologo che vive in Italia” ha aperto oggi “un dialogo con studiosi europei ed americani sia in lavori accademici che in blog elettronici … In sostanza, Palmucci introduce un elemento molto avvincente nel dibattito sulle origini Etrusche quando sostiene che noi non dovremmo presumere che un DNA genetico, comune tra Etruschi e popolazioni del Vicino Oriente, provi che l’origine degli Etruschi sia in Asia Minore. Palmucci specifica che gli Etruschi si son potuti muovere dall’Italia verso le terre orientali, e questa migrazione ha potuto prendere la forma di un modello circolare di partenza da e ritorno alle coste italiane. Per convalidare questa ipotesi Palmucci fornisce toponimi, analisi linguistiche, e dati archeologici”. Dopo aver ricordato che Palmucci si rifà a “Virgilio, per cui gli Etruschi partirono da Còrito, più tardi chiamata Tarquinia, emigrarono ad Est e poi tornarono sulle spiagge etrusche”, la Forte conclude “Palmucci è uno dei più attivi classicisti … ed uno che a molti livelli partecipa al dibattito sugli Etruschi. I suoi commenti ed opinioni sono supportati dalla sua impressionante conoscenza della civiltà etrusca: egli li esprime nel blog di Internet dove dibatte con gli esperti di tutto il mondo”. Testi in lingua inglese R.S.P. Beekes, professore emerito di linguistica indeuropea comparata presso l’Università di Leiden, scrive: ”A. Palmucci (in Anatolisch und Indogermanisch, edd. Carruba - Meid, 2001, 311 - 353, esp. 353) argues that there is evidence that the story of Aeneas in Italy was preceded by a version where the journey from Troy went to Etruria. If this is correct, it is of great importance: the Romans will not have made such a story, so it will be an Etruscan story, telling that they came from Troy...”1. *** Christopher Wilhelm (Mayfield Senior School of California, U.S.A) ricorda che gli studi sul DNAmt “point to a genetic affinity between populations in Tuscany and Anatolia”, e conclude che “such evidence substantiates in large measure the dizzying variety of legendary traditions among the Etruscans listed by Palmucci (2001), unearthed by archaeology or recorded by Classical commentators and documented from as early as the sixth century BCE, asserting origins in Asia Minor and specifically in Troy, traced back to Aeneas or to Paris among others”2. *** Valeria Forte, docente all’Università di Dallas (Texas, U.S.A.), in un suo studio3, dice di includere “the opinion of today’s renowned contemporary etruscologists such as Pallottino, Palmucci, 1

R. S. P. Beekes, The Origin of the Etrurians, Koninklijke Nederlands Akademia van Wetenschappen, Amsterdam, 2003, p. 56. 2 C. Wihlelm, The Aeneid and Italian Prehistory, pp- 1-2. 3 V. Forte, Archaeology and Nationalism: the Troian Legend in Etruria, The Univerity of Texas at Arlington, dicembre 2008. dspace.uta.edu/bitstream/handle/10106/.../Forte_uta_2502M-10074.pdf?...1

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Munzi and others” (p. 4). Fra le altre cose, spiega: “Alberto Palmucci, a prominent Etruscologist living in Italy,” ha aperto “ a dialogue with European and American scholars in both academic papers and electronic blogs (p.42). In essence, Palmucci argues that although genetic testing on both humans and bovines has revealed similarities between ancient Etruscan DNA and the DNA of people and cattle found today in eastern regions, this study does not conclusively determine Etruscan origins. Palmucci introduces a very intriguing element to the debate of Etruscan origins when he argues that we should not assume that a common genetic DNA between Etruscans and Near Eastern populations proves the origin of the Etruscans in Asia Minor. Palmucci states that Etruscans may have moved from the Italian peninsula toward the eastern lands, and this migration may have taken the form of a circular pattern of departing from and returning to the Italian coasts. To validate this hypothesis Palmucci provides topo- nymical data, linguistic analysis, and references to the most spectacular archaeological artifacts left by the Etruscans (p. 43). Dopo aver ricordato “the writing of Virgil, according to whom the Etruscans departed from Còrito (later called Tarquinia) sailing east and then returning to etruscan shores” (p. 49), la Forte conclude infine che “Palmucci is one of the most active classicists ... and one who engages in the Etruscan debate at many levels: his comments and opinios are supported by his impressive knowledge of the Etruscan civilization and he expresses them in the form internet blogs in which he debates experts from around the world” (p. 50).

Alberto Palmucci NOTIZIE

BIOGRAFICHE

Alberto Palmucci, nato nel 1933, si è laureato all’Università di Roma. Ha insegnato a Civitavecchia dove ha trascorso la sua giovinezza. E’ stato direttore didattico a Rimini e a Genova. Per lunghi anni è stato docente presso l’Istituto Regionale di Ricerca, Sperimentazione e Aggiornamento Educativi (I.R.R.S.A.E.) della Liguria, dove ha pure svolto attività di ricerca filologica su Virgilio e Còrito (Tarquinia). Attualmente vive a Genova. E’ autore di numerosi saggi pubblicati con l’Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova, l’Università di Genova, l’Università di Bari e di Roma Tre, l’Università di Innsbruck, il Messaggero Italiano di Manchester (Inghilterra), i Gruppi Archeologici d’Italia, la S.T.A.S. di Tarquinia, e la Società Storica di Civitavecchia. Nel 1998, La S.T.A.S., con il contributo della Regione Lazio, ha pubblicato per lui il volume Virgilio e Còrito-Tarquinia: La leggenda troiana in Etruria. Nel 2005, l’Assessorato alla Cultura della provincia di Viterbo ha sovvenzionato un secondo volume dal titolo Gli Etruschi di Corneto (oggi Tarquinia) fra Mito e Archeologia. A Roma, nel 2010, sono usciti i due libri Aruspicina Etrusca ed Orientale a Confronto ed Odisseo e gli Etruschi; nel 2011 è uscito il libro Il Fanum Voltumnae era a Tarquinia centro della Federazione Etrusca. E’ anche autore di opere letterarie. Si è classificato al primo posto nel Premio di Poesia “Janua 1997”. Da anni i suoi lavori sono primi classificati in Internet (Google, Yahoo, ecc.). Vedi, per esempio, la voce Etruschi DNA.

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OPERE DI ALBERTO PALMUCCI STUDI VIRGILIANI E DI ETRUSCOLOGIA 1- Tarquinia e la virgiliana città di Còrito, Silver Press, Genova, 1987; 2- La virgiliana città di Còrito, “Atti e Memorie della Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova”, 56, 1988; 3- Il ruolo della città di Còrito-Tarquinia nell'Eneide, “Atti e Memorie della Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova”, 58, 1990; 4- Analisi della mitologia propedeutica alla figura di Dardano e alla città di CòritoTarquinia nell'Eneide, “Atti e Memorie della Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova “, 59, 1991; 5- Ancora sugli antecedenti mitologici della figura di Dardano e della città di CòritoTarquinia nell'Eneide, “Atti e Memorie della Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova”, 60, 1992; 6- La figura di Dardano e la città di Còrito-Tarquinia nell'Eneide, in Latina Didaxis. Atti del congresso, Bogliasco, 28-29 Marzo 1992, Università degli Studi di Genova (Compagnia dei Librai), Genova, 1992; 7- Còrito-Tarquinia e il porto dei "Ceretani", “Atti e Memorie della Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova”, 61, 1993; 8- Gli Etruschi e Còrito-Tarquinia nell'Eneide (Risvolti scolastici), “Bollettino Informazioni I.R.R.S.A.E. Liguria”, 26, 1994; 9- Virgilio e gli Etruschi, “Aufidus” (Università di Bari), 24, 1994; 10- Tarconte e Mantova, Virgilio e Còrito-Tarquinia, “Atti e Memorie della Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova.”, 62, 1994; 11- Mantova, Còrito-Tarquinia e Roma (Mantua, Còrito-Tarquinia and Rome), in Il Messaggero Italiano, 4, 25, Manchester, Gennaio, 1997; 12- Còrito-Tarquinia, “Archeologia”, 5, 1997; 13- I Troiani a Còrito-Tarquinia (13 Agosto), “Bollettino della Società Tarquiniense d’Arte e Storia (d’ora in poi BollSTAS)”, 25, 1996; 14- Cori(n)to-Tarquinia e la Leggenda di Dardano, “Aufidus”, 31, 1997; 15- Ulisse in Etruria, “BollSTAS”, 26, 1997; 16- Virgilio e Cori(n)to-Tarquinia. La leggenda Troiana in Etruria, Tarquinia, S.T.A.S – Regione Lazio, 1988; 17- Enea, Tarquinia e Roma, “Archeologia”, 7/8/9, 1998; 18- I re Tarquiniesi: Demarato Corinto e suo figlio Lucumone, “BollSTAS”, 1999; 19- Gli Elogi degli Spurinna, “Archeologia”, 11/12, 2000; 20- Odisseo in Etruria, “Aufidus” (Università di Bari), 42, 2000; 21- Corneto (oggi Tarquinia) Etrusca?, “BollSTAS”, 29, 2000; 22- Corneto Etrusca?, “Archeologia”, 1/2, 2001; 23- Odisseo e gli Etruschi. Fonti letterarie e documenti archeologici, “Archeologia”, 10/11, 2001; 24- La figura di Tarconte: un ponte mitostorico fra Tarquinia e Troia, in Anatolisch und Indogermanisch (Anatolico ed indoeuropeo), Acten des Kolloquiums der Indogermanischen Gesellschaft, Pavia, 22-25 Settembre 1998 (Università degli Studi di Pavia, Dipartimento di Scienze dell’Antichità), Innsbruck, 2001, pp. 341-353; 25- Tarquinia e i Tirreni del mar Egeo, “BollSTAS”, 30, 2001; 26- Gli Etruschi, Tarquinia e il vino, “Archeologia”, 8/9, 2002. 27- L’elogio di Tarconte, “Archeologia”, 12, 2002; 28- Le origini degli Etruschi nelle fonti etrusche, “BollSTAS”, 31, 2002; 29- La Corsica e Corneto, “Archeologia”, 2003, 1. 30- Corneto (Tarquinia) città etrusca davanti alla Corsica, “BollSTAS”, 2003. 7


31- Gli Etruschi di Corneto, Tarquinia, 2005. 32- Il cielo di Tarquinia visto da Tagete, “Archeologia e Beni Culturali”, 2005. 33- I libri Tagetici. il Calendario Brontoscopico, “BollStas”, 2005. 34- I Secoli Etruschi, “BollSocStorCiv”, 2005. 35- I Numerali Etruschi, “BollSocStorCiv”, 2006. 36- Tarquinia e i Libri Tagetici, “Nuova Archeologia”, 2006. 37- La leggenda di Odisseo in Etruria, “BollSocStorCiv”, 2006. 38- Còrito-Tarquinia, DNA e origine degli Etruschi, “Nuova Archeologia”, 2006. 39- I libri Tagetici. La partizione del cielo e del fegato, “BollStas”, 2006. 40- Le mura premedioevali di Corneto (Tarquinia), “Nuova Archeologia”, (Luglio-Agosto), 2008. 41- Virgilio, Erodoto, il DNA e l’origine degli Etruschi (Còrito-Tarquinia), “Aufidus” (CNR, Università di Bari e di Roma Tre), 66-67 (2007). 42- Aruspicina Etrusca ed Orientale a Confronto (Tarquinia. I “Libri Tagetici” e traduzioni), Roma, 2010. 43- Il Fanum Voltumnae era a Tarquinia, Nuova Archeologia”, 1/2, 2010. 44- Il Fanum Voltumnae era a Tarquinia centro della Federazione Etrusca, Roma, 2011. STUDI MEDIOEVALI * Il “Trattato di pace fra Cornetani e Genovesi”, “BollSTAS”, 23, 1994. * I rapporti di Genova e della Liguria con Corneto e l’odierno alto Lazio nei notai liguri tra 1186 e il 1284, “BollSTAS”, 24, 1995. * Anno 1385: il Papa cede Corneto in pegno ai Genovesi, “BollSTAS”, 1996. * I rapporti fra Corneto e Genova nei secoli XII e XIII, in Atti del Convegno di Studi “I pellegrini della Tuscia medioevale: vie, luoghi e merci”, Tarquinia 4-5/10/1997, (STAS, 1999). OPERE FILOSOFICHE La filosofia e la Pedagogia di John Dewey, Roma, 2010. OPERE LETTERARIE - Poesie varie, in Poeti e Novellieri 1995, Genova, 1995. - Poesie varie, in Fior da fiore, Genova, 1996. - L’ultrima Muraglia (poesie e racconti), Genova, 1997 (poesia prima classificata nel Premio “Janua 1997”). - Poesie varie pubblicate nel Calendario dei Poeti, Genova, 1997. - Alla mia terra, in Voci del 2000, Genova, Golden Press, 2000. - Stelle e zanzare, in Voci del 2000 (ed. 2001), Genova, 2001. - Bambino triste, in Voci del 2000 (ed. 2002), Genova, 2002.

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Alberto Palmucci

PARTE PRIMA

DA OCCIDENTE A ORIENTE

Capitolo Primo IL DNA DEGLI ETRUSCHI Ripreso e aggiornato dal numero 62/63 di “Aufidus” Dipartimento di Scienze dell’Antichità Universita di Bari; Dipartimento di Studi del Mondo Antico Università di Roma Tre

1). ANALISI ANTROPOLOGICA. Da un’analisi antropologica condotta su scheletri antichi, il Messeri, nel 1953, ricavava che gli Etruschi “sono autoctoni dell’Italia centrale”4. Nel 1957, poi, il Capperi, in uno studio sui principali caratteri morfologici di vari gruppi del Mediterraneo e del vicino e medio Oriente, denunciava invece un’affinità pronunciata fra gli Etruschi e le popolazioni sumeriche del IV e II millennio a. C. Al congresso di Londra del 1959, Hugh Hencken affermava che “Gli Etruschi erano tipici delle genti del Bronzo del Mediterraneo orientale”5; e lo Smith, in quella stessa occasione, rilevava che l’alta frequenza del gruppo sanguigno di tipo B fra gli Etruschi faceva ipotizzare una loro origine orientale. Negli esami antropologici i crani vengono suddivisi in vari caratteri. Presentiamo i primi tre. 1. Gli ovoidi mesocefali con un indice cefalico che va da una misura minima di cm. 74/76 ad una massima di 84. Essi sono ritenuti caratteristici della razza mediterranea ovvero euroafricana. 2. I pentagonoidi (appena mesocefali) con un indice cefalico medio di cm. 76. 3. Gli ellissoidi dolicocefali con indice cefalico che varia da un minima di cm. 70 ad un massimo di 74/76. Dall’esame dei crani etruschi risulta quanto segue. • •

I crani dell’Etruria settentrionale sono mesocefali con indice cefalico di 77,6. Essi avrebbero dunque la caratteristica della razza mediterranea ovvero euroafricana. I crani dell’Etruria interna sono appena mesocefali con indice cefalico di 76,9. Questi crani rispetto a quelli del nord avrebbero caratteristiche euroafricane molto

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P. Messeri, La posizione degli Etruschi, “Archivio per l’Antropologia e l’Etnologia” 1959, p. 16 ss. H Hencken, Archeological Evidence for the Origins of the Etrruscans, in Atti della Ciba Foundation, London, 1959.

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sfumate. Dall’esame sia dei comuni crani etruschi dell’Etruria meridionale marittima (particolarmente numerosi quelli di Tarquinia), sia di quelli delle tombe principesche della stessa Tarquinia è risultato che questi crani sono dolicocefali con un indice cefalico medio è di 74,9. Secondo Pardini e Bassi, le misure craniche di questi Etruschi si avvicinerebbero a quelle delle popolazioni parimente dolicocefale della Troade (72, 9), dell’Anatolia occidentale (71,1), della Siria e della Palestina (72, 8)6. Ciò, come vedremo nel prossimo paragrafo, avrebbe il suo corrispettivo nelle indagini genetiche. Queste riscontrano una certa connessione fra il DNAmt degli Etruschi, quello dei attuali Toscani, quello degli attuali abitanti del vicino Oriente (Turchia, Giordania e Siria), quello delle coste dell’Africa del nord e quello delle isole di Rodi e di Lemno. Quest’ultima è dinanzi a Troia.

Misure craniologiche ed indagini genetiche conforterebbero quindi quel che Virgilio ed altri autori antichi ci hanno tramandato sulle leggendarie migrazioni dall’Etruria verso oriente, e dall’oriente verso l’Etruria. Virgilio in particolare sosteneva una mitica ascendenza degli Etruschi di Còrito (oggi Tarquinia) sui Troiani, ed un ritorno in Italia degli stessi Troiani. Si diceva pure che Tarconte, figlio del re della Misia e di una sorella del re di Troia, avesse dato il nome a Tarquinia e fondato tutte le città dell’Etruria. 2). IL DNA DEGLI ETRUSCHI E DEI POPOLI ORIENTALI. A cominciare dal 1987 ad oggi sono stati via via pubblicati i risultati di un prolungato studio che noi abbiamo condotto sull’Eneide di Virgilio, i suoi antecedenti mitostorici, ed i suoi commentatori d’epoca romana. In modo particolare, abbiamo esaminato la tradizione della consanguineità degli Etruschi di Còrito, cioè di Corneto (Tarquinia), con i Troiani7. Nel 1994, i genetisti Luigi Cavalli Sforza (della Stanford University della California) ed Alberto Piazza (dell’Università di Torino), assieme all’ecologista Paolo Menozzi (dell’Università di Parma), hanno pubblicato un loro lavoro. Nella parte che tratta del DNA del popolo italiano, essi hanno reso noto che le caratteristiche genetiche di coloro che oggi, in Italia, vivono nella regione dell’antica Etruria sono notevolmente diverse da quelle degli altri Italiani8. Con ciò, essi ritenevano possibile che gli Etruschi fossero un popolo immigrato come proposto, ad esempio, secondo le loro stesse parole, dalla tradizione della parentela con i Troiani9; e concludevano che dati più attendibili potevano venire dall’esame genetico degli abitanti delle presunte regioni d’origine10. Al Congresso Internazionale Anatolisch und Indogermanisch (Anatolico ed indoeuropeo), tenutosi presso l’Università di Pavia nel 1998, noi abbiamo portato un contributo dal titolo Tarconte, un Ponte Mitostorico fra Tarquinia e Troia, dove presentavamo una lunga serie di documenti testimonianti che gli Etruschi, a torto o a ragione, ma forse a ragione, ritenevano d’essere imparentati con i Troiani. In quella stessa occasione facevamo rilevare che il nome di Tarconte, fondatore eponimo di Tarquinia (etr. “Tarchuna”), venuto dall’Anatolia,

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E. Pardini e P. Bassi, Gli Etruschi: studio craniologico, “Atti della Società Toscana di Scienze Naturali”, 81, serie B, 1974. C. De Palma (La Tirrenia Antica, Firenze, 1984, I, pp. 64-66) ha osservato che questi studi sono condotti su campioni non omogeni: il gruppi Anatoli e della Troade vanno dal IV millennio al 1300 a.C., mentre i gruppi etruschi sono più recenti. I risultati dovrebbero quindi fornirci solo un’indicazione di carattere generale. L’obiezione di De Palma ha tuttavia meno valore se assumiamo che l’emigrazione da Troia e comunque dall’Anatolia avvenne alla fine del II millennio a.C. 7 Vedi elenco alle pagine 8 e 9 di questo volume. 8 L. Cavalli Sforza, P. Menozzi, A. Piazza, The History and Geography of Human Genes, Princeton (USA), 1994; ed. it. : Storia e geografia dei geni umani, Milano, 1997, pp. 523-525; 705. 9 L. Cavalli Sforza, P. Menozzi, A. Piazza, op. cit. , p. 524. 10 L. Cavalli Sforza, P. Menozzi, A. Piazza, op. cit. , p. 705.

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trova riscontro in quello del dio anatolico Tarui o Tarhui o Tarhun o Tarhunt. Gli Atti del congresso sono stati pubblicati dall’Università di Innsbruck nel 200111. Dai testi ittiti risulta pure che quel dio era il protettore di Wilusa Taruisa / *Tarhuisa (Ilio Troia). I nomi di Troia, Tarconte e Tarquinia deriverebbero dunque da quello d’una stessa divinità (vd. p. 96). In un susseguente lavoro su L’origine degli Etruschi nelle Fonti Etrusche12 noi abbiamo anche auspicato che prima o poi i genetisti dessero una conferma significativa. E i genetisti l’hanno poi data, sì che in America, Christopher Wilhelm, professore alla Mayfield Senior School della California (U.S.A), ha potuto far presente che il lavoro dei genetisti ha sostanziato la documentazione archeologica e letteraria che noi stessi avevamo presentato13. *** Nel 2004, una prestigiosa rivista americana di genetica, seguita nel 2006 da un’altrettanto autorevole rivista inglese, ha pubblicato i dati ottenuti dal genetista Guido Barbujani (dell’Università di Ferrara) e dalla sua equipe durante un’indagine condotta sul confronto tra il DNA mitocondriale degli antichi Etruschi e quello di coloro che oggi abitano in Italia, in Europa, nel Nord Africa e nel vicino Oriente. Debbo ringraziare Barbujani per avermi fornito i testi inglesi originali delle pubblicazioni, ed avermi così liberato dalle pubblicistiche informazioni che avevo ricevuto dai media. Al termine dell’indagine, l’equipe di Barbujani ha riscontrato che il DNA mitocondriale degli antichi Etruschi ha qualche somiglianza con quello degli attuali abitanti di quelle parti d’Italia che corrispondono alla vecchia Etruria. Entrambi i DNA, poi, l’antico e il moderno, non presentano somiglianze con quello delle altre regioni italiane (Sardegna compresa) ed europee. Somigliano però da un lato a quello di alcune attuali popolazioni della Germania e della Cornovaglia, e dall’altro a quello delle attuali popolazioni delle coste meridionali del Mediterraneo e del vicino Oriente. Il DNA mitocondriale viene trasmesso solo per via materna; quindi garantisce una minore degradazione dei geni, dovuta a migrazioni e conquiste. Gli scheletri etruschi indagati sono stati prelevati a Tarquinia, Magliano, Castelfranco, Castelluccio, Volterra, Capua ed Adria, per un totale di ventotto. Essi provengono da differenti località, ma non mostrano fra loro significative diversità genetiche. Da questa omogeneità l’equipe ha dedotto che i vari popoli che componevano la Federazione Etrusca, costituivano una nazione etnicamente omogenea. Il fatto poi che le loro caratteristiche genetiche non abbiano una grande corrispondenza con quelle degli attuali “Etruschi” ha fatto pensare che il DNA degli antichi scheletri indagati sia appartenuto esclusivamente al ceto dominante derivato da un popolo invasore. Questo ceto avrebbe introdotto anche la lingua; e, dopo la conquista romana, esso sarebbe scomparso assieme ad essa. C’è infatti chi sostiene che gli Etruschi del popolo avessero parlato una lingua italica simile all’Umbro ed al Latino. Tuttavia, se la somiglianza del DNA degli Etruschi con quello di alcuni odierni popoli germanici ed orientali potrebbe esser dovuta a immigrazioni di gruppi venuti dall’Europa centro-settentrionale e dall’Oriente, essa potrebbe anche esser dovuta ad una originaria unità di stirpe con l’una o l’altra gente o con entrambe distintamente. Infine, unità di stirpe e migrazioni potrebbero essere anche concomitanti. Nell’aprile 2007, un’equipe guidata dal prof. Antonio Torroni dell’Università di Pavia, e composta, fra gli altri, da Alberto Piazza e Luca Cavalli Sforza della Stanford University, 11

A. Palmucci, La figura di Tarconte: un ponte mitostorico fra Tarquinia e Troia, in Anatolisch und Indogermanisch (Anatolico ed Indoeuropeo), in Acten des Kolloquiums der Indogermanischen Gesellschaft, Pavia 22-25 Settembre 1998 (Università degli Studi di Pavia, dipartimento Scienze dell’Antichità), Innsbruck, 2001, pp. 341-353. 12 In “Bollettino della Società Tarquiniense d’Arte e Stroia”, Tarquinia, 2002. 13 C. Wilhelm, The Aeneid and Italian Prehistory.

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ha pubblicato nella sopra citata rivista americana i risultati d’una nuova ricerca14. Fig. 1- Stele di Kaminia

Fig. 1. Stele funeraria da Kaminia nell’isola di Lemno (VII sec. a.C.) scritta in lingua e in alfabeto etruscoidi. Si notino la punteggiatura ed il Sigma (S) a quattro tratti, tipico delle scritture dell’Etruria Meridionale e di Cere in particolare.

L’equipe ha studiato il DNA mitocondriale di trecentoventidue persone toscane abitanti da almeno tre generazioni a Murlo, Volterra e Valle del Casentino, e non imparentate fra di loro. Lo ha poi confrontato con quello di altri quindicimila soggetti di cinquantacinque popolazioni dell’Italia, dell’Europa, dell’Africa settentrionale e del vicino Oriente. Ringrazio Torroni per avermi inviato il testo inglese della pubblicazione. La sua equipe ha riscontrato una connessione fino al 17,5% fra il DNA degli attuali Toscani e quello degli attuali abitanti del vicino Oriente (Turchia, Giordania e Siria), delle coste dell’Africa del nord e delle isole Egee (Lemno e Rodi). L’arco delle somiglianze genetiche con il bacino del Mediterraneo orientale e meridionale è così vasto da permetterci di contemplare la possibilità di un’originaria unità di stirpe. Ma poiché gli storici antichi raccontano di varie reciproche migrazioni avvenute fra l’Etruria, le isole Egee e le regioni dell’Anatolia (oggi Turchia) quali la Troade, la Misia e la Lidia, possiamo anche considerare la possibilità che all’interno di quella unità si siano verificati vari e reciproci spostamenti di gente. Bisognerà quindi confrontare le scoperte dei genetisti con le antiche fonti storiche e i documenti linguistici ed archeologici. 14

A. Achilli e altri, Mitochondrial DNA Variation of Modern Tuscans Supports the Near Estern Origin of Etruscans, “American Journal of Human Genetics”, 8 aprile, 2007, pp.759-768.

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Il caso dell’isola di Lemno è particolare. L’equipe di Torroni rileva che la popolazione di Lemno è un’eccezione nel panorama genetico con le particolari caratteristiche che la distinguono sia dalle moderne popolazioni europee che da quelle del Vicino Oriente. Le caratteristiche genetiche dell’isola di Lemno dunque si distinguono sia da quelle dell’Europa sia da quelle del vicino Oriente, ma somigliano selettivamente a quelle dell’odierna Etruria. Nell’isola inoltre sono state trovate due epigrafi con iscrizione redatte in una lingua e in una alfabeto simili a quelli Etruschi (ff. 1 e 2). Fig. 2 – Iscrizione di Efestia

Fig. 2. Iscrizione con alfabeto di tipo etrusco su base di statua. Da Efestia nell’isola di Lemno (VII sec. a.C.). Si noti il Sigma (S) a quattro tratti tipico di Cere e dell’Etruria Meridionale. Si noti pure la punteggiatura tipica dell’alfabeto ceretano.

Ora, Lemno è un’isola troppo piccola perché un’eventuale migrazione in Italia possa aver determinato le caratteristiche genetiche degli Etruschi. Le somiglianze genetiche rendono invece possibile una unità di stirpe senza escludere la possibilità di reciproche migrazioni fra l’Italia, Lemno, le altre isole Egee e le coste dell’Anatolia.. Ciò porta a prendere in considerazione quel che affermarono certi poeti e storici antichi. Secondo costoro, i Tirreni (Etruschi), detti anche Pelargi o Pelasgi o Pelasti, colonizzarono Lemno, Imbro, Samotracia, Lesbo ed altre isole Egee. Da qui poi questi Tirreni si portarono sulle coste nord occidentali dell’Anatolia a colonizzare Placia, Scilace, Cizico e tutta quella parte del Chersoneso che si trova oltre lo stretto dei Dardanelli. Per Virgilio, in particolare, gli Etruschi erano addirittura imparentati in linea ascendente con i Troiani. Per Licofrone, lo erano in linea discendente. In parallelo con l’indagine sul genoma umano, l’equipe del professor Paolo AjmoneMarsan dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, insieme al gruppo del professor Torroni ed al prof. Luigi Cavalli Sforza, ha studiato i caratteri genetici del Bos taurus toscano di razza Chianina e Maremmana. L’equipe ha riscontrato che anche i nostri bovini sono in parte geneticamente simili a quelli del Vicino Oriente: Turchia, Siria e Giordania. I risultati sono stati pubblicati nel 2007 dalla rivista britannica Proceedings of 13


the Royal Society: Biological Science. Fig. 3 - Tarquinia. Tomba dei Tori

A Tarquinia, nel porto di Gravisca, è stata ritrovata una buona quantità di resti di Bos taurus di VI sec. a.C.15. Nella necropoli della città, poi, gli affreschi della tomba dei Tori (VI sec. a.C.) presentano scene di ambiente troiano e, più volte, figure di buoi del tipo maremmano con le corna lunghe (f. 3). Uno dei tori, poi, ha un volto umano (f. 4). Ciò ricorda l’aspetto dell’anatolico Dio della Tempesta raffigurato spesso come un toro (f. 5), e variamente detto Tarui, Tarhui, Tarhun e Tarhunt. Egli era il dio protettore di Ilio Troia (vd. pp- 103-104); e dal suo nome derivano sia il nome di Troia (itt. Taruisa/*Tarhuisa) sia i nomi di Tarconte (etr. Tarchun-) e di Tarquinia (etr. Tarhuna; lat. Tarquinia)*. *Virgilio, nell’Eneide, sosteneva l’esistenza d’una mitica ascendenza degli etruschi di Corito (altro nome di Tarquinia) su Troia. Servio (vd. p. 121, ss.) riferiva pure l’esistenza d’una tradizione secondo cui il troiano Corito, figlio di Paride, dopo la fine di Troia, sarebbe venuto in Etruria dove avrebbe rifondato la città di Corito (altro nome di Tarquinia). E’ solo un’ipotesi, ma il nome di Tarquinia potrebbe essere stato vissuto come quello della nuova Troia fondata in Etruria dagli esuli Troiani.

Paolo Ajmone-Marsan ritiene che la somiglianza genetica del Bos taurus etrusco con quello orientale implichi che un popolo sia venuto in massa dall’Oriente in Italia via mare o via terra trasferendo anche i bovini. Però è anche possibile, e forse più verosimile, che gruppi di emigranti siano venuti via mare o via terra senza bovini, e che in un secondo momento ne abbiano importato alcuni esemplari da riproduzione per opportunità commerciale o mossi da qualche morìa di animali. Peraltro, così come la vastità geografica delle somiglianze genetiche con i popoli del bacino sud-orientale del mediterraneo può far supporre un’originaria unità di stirpe, altrettanto può esser per i bovini. 15

F. Colivicchi, Gravisca. I material iminori, con contributo di C. Sorrentino, I reperti osteologici, Bari, 2004, p. 174, ss.

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Non è poi pacifico che ci sia stata un’unica migrazione in un unico tempo. La migrazione potrebbe essere stata scaglionata in vari periodi, o potrebbe essere avvenuta a gruppi di persone come per quelle avvenute dall’Europa all’America; non solo, ma ognuna potrebbe aver avuto code. E come le migrazioni per l’America partirono dai diversi Stati dell’Europa occidentale, così potrebbe essere accaduto per quelle venute in Etruria dal vicino Oriente. Ciò anche perché le tradizioni parlano di Troiani, Misi, Lidi, Lemni e Pelasgi venuti da oriente in Etruria. Costoro erano genti diverse fra loro, ma affini per stirpe e lingua. Questa affinità potrebbe giustificare la omogeneità genetica che Barbujani ha riscontrato nei vari scheletri prelevati anche da località etrusche diverse e distanti. Fig. 4 - Tarquinia. Tomba dei Tori: Il dio “Tarchun-“ nell’aspetto di toro

Fig. 4 – Tarquinia. Tomba dei Tori (VI sec. a.C.). La figura ricorda l’aspetto dell’anatolico Dio della Tempesta raffigurato spesso come un toro, e variamente detto Tarui, Tarhui, Tarhun e Tarhunt. Egli era il dio protettore della città di Ilio Troia; e dal suo nome derivano sia il nome di Troia (itt. Taruisa/*Tarhuisa) sia i nomi di Tarconte (etr. Tarchun-) e di Tarquinia (etr. Tarhuna; lat. Tarquinia).

Come già abbiamo riferito, il DNA degli attuali “Etruschi” somiglia anche a quello dei Siriani, dei Giordani e, in genere, a quello delle popolazioni che abitano lungo le coste orientali e meridionali del Mediterraneo. L’ampiezza è tale che allarga di molto l’orizzonte della ricerca. L’odierna Turchia poi rientra in parte nei territori dell’antico impero Ittita, ed assieme a Siria e Giordania rientra parzialmente pure nell’antica Mesopotamia, culla della civiltà sumerica, assira e babilonese. Ora, la Mesopotamia fu madre dell’aruspicina. Questo ci riporta anche al problema dell’origine dell’aruspicina etrusca16. Proprio nel Nord della Babilonia è stata rinvenuta una spada di tipo Italico, o comunque europeo, risalente al XIII secolo a.C. (vd. p. 75). Più circoscritta rimane invece la somiglianza dei caratteri genetici dei Toscani con quella degli abitanti delle isole Egee di Lemno e Rodi perché, come afferma l’equipe di Torroni, la popolazione di Lemno è “un’eccezione nel panorama genetico con le particolari

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Vd. A. Palmucci, Aruspicina Etrusca ed Orientale a Confronto, Gruppo Edit. L’Espresso, Roma, 2010.

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caratteristiche che la distinguono sia dalle moderne popolazioni europee che da quelle del Vicino Oriente”. Fig. 5 - Il Dio della Tempesta venerato come toro

Fig. 5. Bassorilievo ittita (1500-1200 a.C.). L’anatolico Dio della Tempesta era raffigurato spesso come un toro, e variamente detto Tarui, Tarhui, Tarhun e Tarhunt. Egli era il dio protettore di Ilio-Troia; e dal suo nome derivano sia il nome di Troia (itt. Taruisa/*Tarhuisa) sia i nomi di Tarconte (etr. Tarchun-) e di Tarquinia (etr. Tarhuna; lat. Tarquinia).

Come si vede, le attuali scoperte genetiche non hanno risolto il problema delle origini etrusche, come alcuni fanno credere, ma lo hanno allargato. Certo, quelle scoperte ci danno un punto fermo: il DNA degli Etruschi ha qualche somiglianza con quello dei Germani, dei popoli del vicino Oriente, e degli abitanti delle isole Egee. Per render produttiva in campo storico questa certezza bisognerà inserirla nello studio degli odierni reperti archeologici, delle caratteristiche della lingua etrusca, e delle antiche fonti storiche e letterarie che rapportavano fra loro Etruschi ed altri popoli. E sarà pure importante indagare cosa mai gli Etruschi ritenessero sulle proprie origini. Nella prima parte del nostro libro noi presenteremo il quadro delle fonti che parlano della diaspora etrusca verso la Grecia, le isole Egee e l’Anatolia; e presenteremo pure i documenti archeologici che possono confortare quelle fonti. Nella seconda parte, faremo seguire il panorama delle fonti che narrano della venuta o del ritorno in Etruria di genti orientali: Troiani, Misi, Lidi e Pelasgi; e cercheremo ogni volta di trarre le nostre conclusioni confortate da documenti archeologici, DNA e considerazioni linguistiche. *** In data 06/02/2013 la rivista Plos (Università di Wisconsin, USA) ha pubblicato su Internet il saggio compilato in lingua inglese da un’equipe di genetisti coordinata da Guido Barbujani e da David Caramelli. Gli autori sostengono che negli ultimi secoli del se16


condo millennio avanti Cristo non ci può essere stata nessuna migrazione di genti che dall’Anatolia siano venute nell’Italia centrale tirrenica. Però dalla lettura dei risultati scientifici che loro stessi hanno pubblicato non si ricava affatto quel che essi vorrebbero. Anzi sene potrebbe ricavare il contrario.Consideriamo dunque da vicino cosa i genetisti dicono nella loro relazione. Essi hanno raccolto 30 esemplari di ossa appartenenti ognuno a differenti individui proveneinti soprattutto dal’Etruria centro settentrionale, e ne hanno esaminato il DNAmt. Hanno poi esaminato quello di 370 moderni toscani (da Casentino, Volterra, Murlo e Firenze), ed hanno trovato che l’antico DNA etrusco ha somiglianze con quello degli attuali abitanti di Casentino e Volterra, ma non con quello di Murlo e Firenze. Hanno così concluso che in genere il resto della odierna popolazione toscana non ha più attinenza con l’antIco DNA etrusco. A noi sembra che per sostenere questa tesi l’equipe non avrebbe dovuto limitarsi ad esaminare il DNA dei soli odierni abitanti di Casentino, Volterra, Murlo e Firenze, ma avrebbe dovuto estenderlo almeno a quelli di Tarquinia, di Vulci e di Cerveteri. E qui entriamo nel cuore della questione perché proprio Tarquinia, Vulci e Cere, sono i più grandi ed importanti centri dell’Etruria antica. E’ dalle loro regioni che le tradizioni greche e romane facevano partire le mitiche migrazioni verso oriente (soprattutto Virgilio e Strabone); ed è nelle loro regioni che le stesse tradizioni facevano pervenire le altrettanto mitiche migrazioni dall’oriente verso l’Etruria (soprattutto Licofrone, Varrone e Virgilio). E’ Tarquinia (Corneto-Còrito) peraltro l’epicentro della mitica diaspora italica verso le isole Egee (Samotracia) e la Troade (Virgilio, Eneide, passim), ed il centro del mitico ritorno degli esuli Troiani in Italia (Licofrone, Alessandra 1240 ss.; Virgilio, Eneide, passim). Noi abbiamo già visto che, in passato, sia lo stesso Barbujani che Torroni avevano notato una certa somiglianza fra il DNA degli attuali Turchi e quello degli attuali Toscani, e con ciò avevano ipotizzato che alle origini della nazione etrusca vi fosse stata una migrazione dall’oriente in Italia. Noi, in quella occasione, sul citato n. 62-63 di “Aufidus” (Università di Bari e di Roma Tre) facemmo presente, soprattutto a Barbujiani, che la somiglianza del DNA degli odierni Etruschi con quello degli odierni popoli orientali poteva anche esser dovuta ad unità di stirpe, e che unità di stirpe e migrazioni potevano essere anche compatibili l’una con l’altra. Non so se Barbujabi abbia letto il mio articolo. Oggi, comunque, egli è fra gli autori della relazione pubblicata su PLOS in data 06/02/2013. A pag. 5, di “An Etruscan Origin in Anatolia?”, i relatori scrivono testualmente: Going back to the issue of the Etruscans’ origin , if the genetic resemblance between Turks and Tuscans reflects a common origin just before the onset of the Etruscan culture, as hypothesized by Herodotus and as considered in some recent studies, we would expect that the two populations separated about 3,000 years ago. To discriminate between the potentially similar effect of remote common origin and recent gene flow, we ran four independent analyses based on the IM method. In the model we tested, the two populations originate from a common ancestor, and may or not may exchange migrants after the split. Assuming an average generation time of 25 years and no migration after the split from common ancestor, the most likely separation time between Tuscany and Western Anatolia falls around 7,600 years ago, with a 95% credible interval between 5,000 and 10,000.

Più avanti, a pag. 6, poi, si dice: The likely separation of the Tuscan and Anatolian gene pools must be placed long before the onset of the Etruscan culture, at least in Neolitic times.

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Ancora più avanti, a pag. 7, si ripete: Contacts between people from the Eastern Mediterranean shores and Central Italy date back to a remote stage of prehistory, possibly to the spread of farmers from the Near East during the Neolitic period ... At any rate, these contacts occurred much earlier than, and hence appear unrelated with, the onset of the Etruscan culture.

Riportato in più sicure parole italiane, il loro discorso dice che se la somiglianza genetica fra Turchi e Toscani riflettesse un'origine comune risalente a qualche tempo prima dell'inizio della civiltà Etrusca, noi ci dovremmo aspettare che le due popolazioni si separassero circa 3.000 anni fa. Invece, essi sostengono che dai campioni di DNA esaminati, “le due popolazioni originano sì da un comune antenato, e possono o non possono essersi scambiati emigranti dopo la divisione”; ma, presumendo che nessuna migrazione sia avvenuta dopo la divisione dai comuni antenati, e che il tempo medio di una generazione è di 25 anni, l’epoca più probabile di separazione tra Toscana e Anatolia occidentale risale a 7.600 anni fa circa, con un 95% di intervallo credibile tra 5.000 e 10000. Ciò sarebbe accaduto durante il Neolitico, forse al tempo in cui alcuni studiosi presumono che siano accaduti contatti fra il Mediterraneo orientale e l’Italia centrale. Ed in ogni caso questi contatti avvennero prima del nascere della civiltà etrusca. Niente da obiettare che odierni Turchi ed odierni Toscani possano risalire ad un comune antichissimo antenato di 7.600 anni fa. Scientificamente però questo non implica che dopo quella data non siano avvenute ulteriori spostamenti di gente dall’una e dall’altra parte. Anzi proprio l’antica parentela può averli favoriti. Se infine può esser vero che in epoca neolitica avvenne una migrazione dalle coste orientali del Mediterraneo in Europa e in Italia, ciò dovrebbe implicare che oggi in buona parte d’Europa si dovrebbe riscontrare un valore di somiglianza genetica coi Turchi più o meno pari a quello che oggi si riscontra fra Toscani e Turchi. Ma così non è: il valore del DN dei Toscani è nettamente superiore a quello degli altri europei. Dunque, senza negare l’originaria migrazione dall’Anatolia all’Europa ai tempi del Neolitico, bisognerebbe però anche ammettere che la maggiore somiglianza che il DNA toscano ha oggi con quello dei Turchi dovrebbe esser dovuta ad una o a più immigrazioni successive, proprio come lasciano ipotizzare le antiche tradizioni greche e latine. E’ ovvio che questi contatti fra genti del Mediterraneo orientale e la popolazione di civiltà Appenninica che a quel tempo abitava le sulle coste tirreniche dell’Italia centrale dovettero avvenire prima del nascere della nazione etrusca come tale. Infatti, il territorio che poi in epoca storica apparterrà alla lucumonia di Tarquinia presenta contatti col mondo miceneo ed in genere col Mediterraneo orientale che risalgono anche al XIV secolo a.C. A questo proposito sarebbe molto interessante analizzare il DNA sia di coloro che vivevano nell’Italia centrale tirrenica durante gli ultimi secoli del secondo millennio a. C. sia quello di coloro che vi abitarono nei primi secoli del primo millennio a. C. Questo DNA dovrebbe poi esser comparato con quello delle popolazioni che a quel tempo vivevano in Anatolia (Troade, Misia, Arzawa, ecc.) e nelle isole Egee (Lemno, Imbro, Samotracia, Lesbo, ecc.). Tuttavia, Barbujani e i membri dell’equipe da lui coordinata sostengono che As for the Etruscans’ origins, ancient DNA is of little use, because pre-Etruscan dwellers of Central Italy, of the Villanovian culture, cremated their dead,and hence their genetic features are unknown (Per quel che riguarda le origini degli Etruschi, il DNA antico è di piccolo uso, perché gli abitanti pre-Etruschi dell'Italia Centrale, di cultura di Villanoviana, cremavano il loro morto, e per ciò le loro caratteristiche genetiche sono ignote).

Però non tutti gli Etruschi dell’Italia centrale (di cultura impropriamente detta Villanoviana) cremavano i loro morti. Nelle loro necropoli la maggior parte delle sepolture è a cremazione, ma ce ne sono anche ad inumazione. E poiché, almeno in antico, esser cre18


mato o inumato non era un’opzione qualsiasi, ma implicava una diversa concezione religiosa del mondo e dell’al di là, la diversità compresente nelle sepolture dell’epoca potrebbe essere indicativa della diversità di due culture che si incontravano. Fig. 6 - Tarquinia. Tomba dei Cabiri (Cicogne e Pigmei)

Fig. 7. TARQUNIA. Tomba dei Cabiri (metà IV sec. a.C.), conosciuta come “tomba dei Pigmei”. Particolare della pittura parietale in cui le cicogne assalgono i pigmei. Si tratta dei due aspetti degli dèi Cabiri. I nani (aspetto terreno e maschile) debbono essere sconfitti dalle cicogne (aspetto celeste e femminile) perché essi possano elevarsi ad una sfera più alta di esistenza. Una delle cicogne attacca direttamente gli organi genitali di un pigmeo. In queste pitture così come in natura, le cicogne hanno le zampe ed il collo molto lunghi. Hanno inoltre il becco rosso.

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Fig. 7. Tebe. Pitture vascolari del Cabirion

Fig. 7- TEBE. Pitture vascolari del Cabirion (tempio dei Cabiri a Tebe).

Nelle prime tre figure le Cicogne assalgono i Pigmei. In basso: gli dèi Cabiri

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Alberto Palmucci PARTE PRIMA

DA OCCIDENTE A ORIENTE Capitolo Secondo LA LEGGENDARIA MIGRAZIONE DEI TIRRENI - PELASGI DALL’ETRURIA VERSO ORIENTE Ripreso, aggiornato e ristrutturato da Atti e Memorie della Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova (nn. 59 e 60); Bollettino della Società Tarquiniense d’Arte e Storia (n. 30);

Archeologia (nn. 8/9 2002) 1). DAI RINALDONIANI AGLI APPENNINICI. Ad iniziare dalla metà del terzo millennio prima di Cristo, tra i fiumi Tevere ed Arno, nel territorio che in epoca storica si chiamerà Etruria, si sviluppò una civiltà che gli archeologi hanno chiamato Rinaldoniana. Questa fu così chiamata perché i primi ritrovamenti avvennero a Rinaldone, presso Montefiascone, sul lago di Bolsena. I Rinaldoniani ebbero i loro maggiori stanziamenti e la loro maggiore concentrazione nella valle del fiume Fiora ed in quella del Marta emissario del lago di Bolsena. Un centro importante fu però Luni sul Mignone (oggi nel comune di Blera), su un’altura che fiancheggia la riva destra del fiume Mignone. Vari reperti sono stati trovati anche a Tarquinia e sul mare di Civitavecchia (f. 8). Fig. 8 - I Rinaldoniani

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I Rinaldoniani erano guerrieri e coltivatori. Seppellivano i morti rannicchiati in tombe a grotticella o a fossa. Dai reperti dei loro scheletri ricaviamo che erano alti, slanciati, con gambe e braccia lunghe, ed erano prevalentemente dolicocefali. Fra il XVIII e il XVII sec. a.C. scomparvero in modo repentino e totale. A partire da questo momento, sul territorio già da loro occupato, fra Arno e Tevere, compare una nuova popolazione di statura più bassa e con cranio brachicefalo. Cessa del tutto l’utilizzazione delle necropoli di tombe a grotticella ed a fossa, e subentrano le sepolture collettive. Queste erano per lo più scavate in cavità naturali, e sempre dislocate in località alquanto distanti dai vecchi sepolcreti del Rinaldone. Quanto alle numerose forme metalliche ed ai tipi ceramici che ora si diffondono è impressionante l’assenza di ogni rapporto, anche lontano, con le vecchie fogge17. Tutto questo dovrebbe voler dire che i Rinaldoniani o morirono tutti per una pandemia o furono sterminati dalla popolazione subentrante oppure furono scacciati o comunque emigrarono. Sul piano mitostorico, a questo spopolamento del territorio potrebbe corrispondere l’emigrazione concomitante dei Siculi e degli Elimi. In data anteriore alla guerra di Troia costoro avrebbero lasciato l’Italia tirrenica per stabilirsi in Sicilia18. Gli Elimi poi si sarebbero imparentati con i Troiani sia in linea ascendente19 che discendente20. La facies culturale di Montemerano Scoglietto Palidoro è quella che appare concomitante all’avvento della nuova popolazione sul territorio dei Rinaldoniani. Essa è eterogenea e, nel suo insieme, ha scarsa originalità. Scomparve attorno al XV-XIV secolo per l’avvento di una seconda nuova cultura, quella che noi oggi chiamiamo Appenninica perché si sviluppò su entrambi i versanti di tutta la lunghezza dei monti Appennini. 2). I MICENEI NELLA VALLE DEL FIUME MIGNONE CRONOLOGIA ASSOLUTA DELLA CIVILTA’ MICENEA (MIC. = MICENEO; TE = TARDO ELLADICO) CRONOLOGIA RELATIVA

Mic. I IA

= TE

MIC. IIA = TE IB MIC. IIB = TE2 MIC. IIIA1 = TE IIIA1 MIC. IIIA2 = TE IIIA2 MIC. IIIB = TE IIIB MIC. IIIC = TE IIIC SUBMICENEO

FURUMARK 1944

WARREN-HAMKEY 1994

1580 - 1500

1660 - 1510

1500 - 1450 1450 - 1425 1425 - 1300 --------------1300 - 1230 1230 - 1075 1075 - ?

1510 - 1440 1440 - 1390 1390 - 1370 1370 - 1340 1340 - 1185 1185 - 1065 1065 - 1015

Già dal XIV sec. a.C., fra gli Appenninici che abitavano lungo il bacino idromontano del fiume Mignone, nella regione che poi apparterrà alla lucumonia di Tarquinia-Corito, giunsero dalla Grecia i mercanti Achei, cosiddetti Micenei. Approdavano alla foce del Mignone, dove è stata trovata un’àncora di tipo egeo, e risalivano il fiume forse a cercare l’allume che abbondava sulle colline di Allumiere. In una delle tavolette micenee di Pylos è 17

R. Peroni, L’età del Bronzo nella Penosola Italiana, I, Firenze, 1971, pp. 273 ss. Vd. Ellanico di Lesbo, in Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, I, 22. 19 Servio, All’Eneide, I, 550; V, 30. 20 Tucidide, La guerra del Peloponneso, VI, 2. 18

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scritto KUPIRIJO TURUPTERIJA ONO21. L’unico vocabolo greco che corrisponde con esattezza a TURUPTERIJA è Strypterìa che vuol dire “allume”. In altre tavolette poi si nomina CURITU (Còrito in Italia?) fra i luoghi dove ci si recava a commerciare22. E forse, come qualcuno ha ipotizzato, i micenei, con l’occasione dello sfruttamento delle miniere di Allumiere, reclutavano anche mercenari per le loro flotte23. Gli indigeni italici potrebbero comunque aver appreso a percorrere in senso inverso la rotta già aperta dai Micenei, e così a portarsi a loro volta nel Mediterraneo orientale. Strabone parlerà d’una migrazione partita da Regisvilla (a nord di Gravisca, il porto di Tarquinia) verso Atene; e Virgilio tratterà d’una migrazione da Corythus (oggi Tarquinia) verso le isole Egee e la Troade. Gli Achei o Micenei sono la prima popolazione conosciuta di stirpe e lingua greca, la cui civiltà fiorì soprattutto nella Grecia continentale, specialmente a Micene. Si distinguono tre periodi della loro storia: la formazione (ca. 1580-1500 a.C.), la massima fioritura (ca. 1500-1230 a.C.) e la decadenza (ca. 1230-1050 a.C.). Fig. 9 – Carta delle presenze micenee in Italia

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J.Chadwick, Pylos Tablet, 1964, p. 23; A. Marpurgo, Mycenaenae Graecitatis Lexicon, 1953, p. 343; F. Pugliese-Carratelli, Achei nell’Etruria e nel Lazio, “La Parola del Passato”, 17, 1962, p. 5 ss.; C. E. Ostemberg, Luni sul Mignone e problemi della preistoria d’Italia, 1967, p.252. 22 Il toponimo non è riferibile alla città greca di Corinthos (lat. Corinthus e Coritus), bensì a un luogo non ancora identificato (J, Chadwich, Lineare B, Torino, 1959, p. 147 e 208; A. Morpurgo, Mycenaeae Graecitatis Lexicon, Roma, 1963, p. 138; El. Bennet Jr. EJ. P. Olivier, The Pylos Tablettes Transcribed, Roma, 1976, II, p. 97). 23 C. E. Ostemberg, op. cit., p. 251.

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Nel periodo della massima fioritura, i Micenei stabilirono numerosi contatti con le coste dell’Italia meridionale e delle sue isole: le Eolie, la Sicilia e soprattutto la Sardegna. In quest’ultima le influenze non si limitarono alle ceramiche, ma si estesero ai prodotti metallici. Lungo le coste dell’Adriatico si spinsero fino a risalire il corso finale del fiume Po. Nell’Italia centrale interna, risalirono forse il Tevere, e giunsero sull’Appennino, a Contigliano presso Rieti, ed a Piediluco presso Terni. In queste due località sono stati trovati frammenti bronzei di tipo egeo risalenti al XII-XI secolo, depositati però in ripostigli di X o IX secolo24. Lungo le coste meridionali dell’Italia tirrenica, i Micenei si spinsero fino a Vivara ed Ischia presso Napoli. Nell’Italia centrale tirrenica abbiamo prove di isolati contatti presso Latina e presso Ladispoli. Ne abbiamo però plurime subito dopo Civitavecchia, nei bacini idromontani del Mignone e del Marta, in quella parte d’Etruria che poi apparterrà in modo specifico alla lucumonia di Tarquinia. Frammenti di ceramica micenea di XIII secolo sono stati rinvenuti pure alle origini della valle del Fiora. Qui terminano le prove archeologiche finora trovate della salita dei Micenei lungo le coste tirreniche d’Italia (f. 9). Fig. 10 - Presenze micenee a Tarquinia e nelle zone limitrofe

I reperti ceramici rinvenuti nel bacino idromontano del Fiora, del Marta e soprattutto in quello del Mignone (alla cui foce è stata pure trovata un’àncora di tipo egeo) testimonia24

L. Vagnetti, Appunti sui Bronzi Egei e Ciprioti del Ripostiglio di Contigliano (Rieti), “MEFRA”, 86-2, 1974, pp. 657-671.

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no che a partire dal XIV sec. a.C. i Micenei vennero a sbarcare sulle spiagge delle future lucumonie di Tarquinia e di Vulci (f. 10) e risalirono la valli dei loro fiumi o comunque commerciarono con gli abitanti delle zone interne. Lungo il Fiora si spinsero fino a Scarceta presso Manciano (GR) dove sono stati trovati frammenti di ceramica egea di XIII sec. a.C. Nel bacino idromontano del Marta si spinsero fino a Norchia (Vetralla) dove è stato ritrovato un frammento di ceramica micenea. Lungo il bacino del Mignone giunsero almeno fino a Monte Rovello (Allumiere), a Luni sul Mignone e a S. Giovenale (entrambe nel comune di Blera)25. I reperti di Luni risalgono anche al XIV sec.a.C. In una tomba poi di sec. X a.C. della stessa Tarquinia è stato pure rinvenuto uno specchio miceneo di XIII-XI sec. a.C. (f. 11 H)26. Il nome di Corito (oggi Tarquinia) peraltro è presente nei testi delle cosiddette Tavolette micenee (vd. p. 23) fra quello dei luoghi con i quali essi avevano contatti. In altre Tavolette, poi, si parla dell’acquisto di allume (vd. pp. 22-23). Essi venivano forse a procurarselo sui colli di Allumiere. •

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Recentemente, Lucio Perego ha reso noto che, a Roma, fra i documenti di Villa Giulia, risulta che in data 04/05/1982, è stata consegnata un’àncora micenea trovata da Benvenuto Frau alla foce del fiume Mignone. Nell’entroterra, sulla sponda destra del fiume, a Luni sul Mignone (Blera) sono stati trovati cinque frammenti di vasi micenei di cui due (XIV sec. A.C.) si sicura fabbricazione egea. Gli altri scendono fino all’XI sec. a.C. A S. Giovenale (Blera) è stato pure trovato un frammento (XII sec. a.C.) di sicura produzione egea27. A Scarceta, presso Manciano (GR), all’interno di una grande capanna sono stati rinvenuti frammenti micenei di XIII sec. a.C.28 A Monte Rovello (Allumiere), Odoardo Toti ha rinvenuto un frammento (fine sec. XII) di ceramica micenea di produzione egea oppure locale (f. 11 g)29. A Norchia (Vetralla) è stato trovato un frammento (non pubblicato)30. A Vaccina (Ladispoli) sono stati trovati vari frammenti italo-micenei31. A Coste del Marano (Tolfa) sono stati rinvenuti manufatti bronzei di XI secolo, alcuni dei quali richiamano analoghi tipi dell’Europa centrale, altri del Mediterraneo orientale32. Lo stesso Odoardo Toti ha trovato all’Elceto di Allumiere anche un rozzo frammento protoetrusco (ca.1050-1000 a.C.) grossolanamente dipinto, che può rappresentare l’ultimo l’anello di collegamento fra la più antica ceramica micenea di Luni (importata dall’Egeo) e quella protoetrusca (f. 11 I) (in “Boll. Società Storica Civitavecchiese”, 2011) . A Tarquinia, in una tomba degli inizi del primo Ferro (ca. 1020 a.C.) è stato rinvenuto

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B. Biancofiore, O. Toti, Monte Rovello, testimonianze dei Micenei nel Lazio, Roma, 1973; Emilio Peruzzi, Mycenaeans in Early Latium, Roma, 1980. 26 Lo specchio, di importazione micenea, passò di mano in mano per più generazioni finché fu deposto nella tomba 77 di Poggio Selciatello a Tarquinia durante l’IX sec. a. C. (F. Delpino, Rapporti e scambi nell’Etruria meridionale villanoviana con particolare riferimento al Mezzogiorno, in Archeologia della Tuscia, II, C.N.R., 1986, II, pp. 167-168). 27 Per Luni e S. Giovenale vd. Ostemberg, Luni sul Mignone e problemi della preistoria d’Italia, 1967, p.p. 128-150; 245-254; M. Battelli e altri, in Studi di Protostoria in Onore di Renato Peroni, 2006, p. 399. 28 R. Poggiani Keller, Scarceta di Manciano (GR), un centro abitativo e artigianale delle età del Bronzo, sulle rive del Fiora, Pitigliano (GR), 1999; R. Grifoni Cremonesi, Il Neolitico e l’età dei Metalli in Toscana, Dipartimento Scienze Archeologiche, Università di Pisa. 2006, p. 207. 29 B. Biancofiore, O. Toti, Monte Rovello, testimonianze dei Micenei nel Lazio, Roma, 1973; Emilio Peruzzi, Mycenaeans in Early Latium, Roma, 1980. 30 Comunicazione personale di Alessandro Mandolesi. 31 F. Trucco e altri, Il complesso archeologico del Bromzo Recente sulle sponde del Vaccina e le nuove testimonianze italo-micenee, in Preistoria e Prostoria in Etruria, X incontro di studi, Valentano 10 sett. 2010, Pitigliano 11-12 sett. 2010. 32 O. Toti.ed altri, La “Civiltà Protovillanoviana” dei Monti della Tolfa, Allumiere, 1986, passim.

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uno specchio miceneo di XIII-XI sec. a.C.33 Questo specchio è formato da due pezzi ricomposti: il manico ed il disco. Il manico ha le caratteristiche di quelli egei, mentre il disco potrebbe essere di origine anatolica. I due pezzi furono uniti durante la seconda metà dell’XI sec., e deposti, a Tarquinia, dentro una tomba dei primi anni dell’età del primo Ferro (f. 11 H). I frammenti trovati dal Toti sulle alture di Alllumiere, e lo specchio rinvenuto nella tomba di Tarquinia potrebbero essere indicativi di una certa continuità fra la cultura orientale e quella dei protoetruschi che abitavano nel bacino idromontano del Mignone. Come abbiamo già detto, il nome di Curitu (Còrito di Tarquinia?) si trova peraltro scritto nei testi delle cosiddette Tavolette micenee (vd. p. 23) fra quello dei luoghi con i quali i Micenei avevano contatti. In alcune Tavolette si parla, poi, dell’acquisto di allume (vd. pp.22-23). Essi venivano forse a procurarselo sui colli di Allumiere dov’esso abbondava. Fig. 11 - Reperti Micenei nella valle del Mignone

F. 11- Reperti micenei dalla valle del Mignone A – E: reperti micenei da Luni sul Mignone (XIV –XI sec. a.C.); F: reperto miceneo da S. Giovenale; G: reperto miceneo da Monte Rovello (1150-1100 a.C.); H: specchio miceneo da Tarquinia (XIII-XI sec. a.C.); I: fittile protoetrusco con linee dipinte, di influenza micenea, da Monte Elceto.

Dal canto loro, Micene ed altre città della Grecia e delle isole Egee presentano reperti archeologici che testimoniano la presenza di maestranze venute dall'occidente34. Renato Peroni ha ritenuto possibile che alcuni micenei, ai loro ritorni dall’Italia in patria, abbiano indotto una parte di indigeni a seguirli sulla rotta verso oriente: col tempo questo movimento potrebbe aver assunto le dimensioni d’una migrazione35. Peroni ha sostenuto che non si trattava di semplici individui o di piccoli gruppi, ma di gruppi più ampi trasferitisi dall’Occidente all’E33

Vedi n.10. th th A. M. Mietti Sestieri, The Metal Industry of Contineltal Italy (13 to 11 Century b.C.) and its Connections with the Aegean, “Proceedings of the Prehistoric Society”, 39, 1973, p. 383, ss. 35 R. Peroni, Presenze micenee e forme socioeconomiche nell’Italia protostorica, in Magna Grecia e mondo miceneo (Atti del XXII convegno di studi sulla Magna Grecia), Taranto 1982, Napoli 1983, p. 212 sg. 34

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geo e colà integratisi, che le fonti archeologiche sembrano attestarci, in singolare consonanza con le fonti scritte orientali sui “Popoli del Mare”. Egli ha pure ritenuto che, in Italia, qualche navigatore miceneo sia riuscito ad inserirsi nel sistema dei rapporti sociali legando a sé gente del posto, forse interi gruppi parentali, con vincoli di dipendenza per via di matrimonio o altro, e inducendoli a seguirlo per stabilirsi nel suo paese d’origine o ad accompagnarlo altrove in nuove imprese. A sua volta Gilda Bartoloni presuppone che fra Appenninici e Micenei ci siano stati rapporti piuttosto pacifici. Ella dice: In nessuno dei siti interessati da contatti con genti del Mediterraneo orientale è stato trovato una strato miceneo contrapposto a strati indigeni e neppure un’unità abitativa micenea distinta dalle altre per caratteri architettonici e contenuto36. Nel XIII e nel XII secolo, nota ancora la Bartoloni, a uno stesso tipo di spade, pugnali, spilloni ed altro, che si ritrova dagli estremi della Scandinavia, nel mare del Nord, fino alla coste della penisola italiana, in Sicilia e nel Mediterraneo orientale, fa riscontro a Micene, in Grecia, una forma di fusione di un’ascia ad alette, di tipo estraneo all’area egea, che sembra indicare una produzione legata alla presenza di artigiani giunti dall’occidente. Avremmo dunque la documentazione archeologica di uno spostamento di persone dall’Italia nella Grecia micenea. La notizia, infine, conclude la Bartoloni, riportata dai documenti egizi dei secc. XIII e XII, dove si parla della presenza di Turuscia (E-truschi?), Pelescet (Pelasgi?), Shekelesh (Siculi?) e Sherden (Sardi?) fra i Popoli del Mare invasori dell’Impero Ittita ed aggressori dell’Egitto, potrebbe porci di fronte alla documentazione scritta della presenza nel Mediterraneo orientale di gente arrivata dall’Italia (E-truschi e Pelasgi, Siculi e Sardi). L’ipotesi “buonista” dell’emigrazione presupposta dal Peroni e dalla Bartoloni può valere per i primi spostamenti di gente dall’Italia verso l’Egeo. Tuttavia, come vedremo (vd. pp. 51-65), le fonti scritte orientali sui “Popoli del Mare”, invocate dallo stesso Peroni e dalla stessa Bartoloni, parlano di questi “Popoli del Mare” come di invasori veri e propri che armati ed aggressivi devastano l’Anatolia e tentano d’invadere l’Egitto. Noi riteniamo probabile che, già dal XV-XIV secolo, la venuta dei Micenei in Italia centrale abbia permesso agli indigeni di conoscere quale fosse la rotta da seguire per recarsi nell’Italia meridionale e nel Mediterraneo orientale dove si poteva godere di un maggiore benessere. Oggi, allo stesso modo i coloni europei che si son portati in Africa ed in Asia hanno permesso alle popolazioni di quelle terre di conoscere quale sia la via da seguire per venire in Europa a conseguire una vita che essi ritengono migliore. Come oggi migliaia di persone dall’Africa attraversano il mare e vengono in Italia per recarsi in Europa, così nel II millennio prima di Cristo migliaia di persone dall’Europa centro settentrionale, dai Balcani e dall’Italia si portarono nel Mediterraneo orientale dove scossero dalle fondamenta la stessa civiltà micenea, determinarono il crollo dell’Impero Ittita, distrussero Troia, e tentarono d’invadere l’Egitto. I punti privilegiati di partenza delle prime migrazioni di chi scendeva dall’Europa e dall’Italia del nord dovettero essere proprio quelle regioni delle coste adriatiche e tirreniche dove oggi sono stati trovati i reperti dei più settentrionali contatti micenei col mondo italico. Sul mar Adriatico, la regione più settentrionale è quella del tratto finale del corso del fiume Po. Una tradizione raccolta da Strabone ricordava, infatti, una partenza di Pelasgi

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G. Bartoloni, La cultura villanoviana, Roma, 1989, p. 63 ss.

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da Ravenna verso la Tessaglia37. A sua volta, la regione più settentrionale raggiunta dai Micenei nell’Italia tirrenica durante il XIV ed il XIII secolo a.C. è quella attorno a Tarquinia (Luni sul Mignone: secc. XIV e XIII) e Vulci (Scarceta: sec. XIII). Il geografo greco Strabone ricordava infatti una tradizione secondo cui il re Maleoto e la sua gente emigrarono da questa zona ad Atene. Costoro, diceva Strabone, partirono da Regisvilla che era un luogo a nord di Gravisca (il porto di Tarquinia) (vd. pp. 31-33). Da altre fonti apprendiamo che Maleoto costruì l’antemurale del porto di Creta, pirateggiò nelle isole Egee, e giunse fino a Colofone nella Lidia, per poi tornare dalla Lidia in Etruria (vd. p. 42). Virgilio, a sua volta, nell’Eneide, raccolse una tradizione secondo cui i Tirreni di Còrito (oggi Tarquinia) si recarono in Anatolia dove fondarono (o rifondarono) Troia. Dopo la rovina della città costoro sarebbero poi tornati in Italia fino alla città di Còrito Tarquinia perché questa era la “antica madre” della loro stirpe.

Le migrazioni potrebbero esser però iniziate già da quando i cosiddetti Rinaldoniani avevano abbandonato per non sappiamo quale meta la regione da loro abitata fra il Tevere e l’Arno. C’è chi ha notato che già nella metà del II millennio a.C. alcune sepolture delle isole Egee somigliavano a quelle rinaldoniane. Come già abbiamo detto, a questo spopolamento del territorio potrebbe corrispondere, sul piano mitostorico, la migrazione dei Siculi e degli Elimi che in data anteriore alla guerra di Troia avrebbero lasciato l’Italia tirrenica per andarsi a stanziare in Sicilia (vd. p. 22). Gli Elimi si sarebbero poi apparentati coi Troiani sia in linea ascendente che discendente. Secondo un mito, il troiano Enea ed Elimo sarebbero stati entrambi figli del troiano Anchise. Questi avrebbe avuto il primo dalla dea Venere, ed il secondo dalla “sicula” Egesta38. Sulla scia di questa tradizione si mosse Virgilio quando nell’Eneide spedì Enea a seppellire il padre Anchise a Drepanto, in Sicilia, presso gli Elimi. Dallo stesso ciclo di tradizioni dev’esser nata la notizia che Elimo, re dei Tirreni, e suo figlio Aiane avrebbero rispettivamente fondato la città di Elimia e quella di Aiane in Macedonia (vd. p. 35).

3). LA DIASPORA ETRUSCA. L’ipotesi d’una migrazione dall’Italia verso oriente trova conforto, come vedremo subito, non solo nell’Eneide di Virgilio e nella Geografia di Strabone, ma pure nei racconti di alcuni storici greci. Nel quarto capitolo di questa parte del libro tratteremo pure delle possibili prove archeologiche della migrazione. Mirsilo di Lesbo (III sec. a.C.), raccontava che, molto tempo prima della guerra di Troia, I Tirreni d’Italia furono fatti segno di certe collere divine: alcuni furono rovinati da sventure inviate direttamente dagli dèi, altri furono distrutti dai barbari confinanti, i più si dispersero in terra greca e barbara, ed alcuni rimasero in Italia. “La prima manifestazione della calamità, - spiegava Mirsilo -, sembrò alle città consistere nella siccità che aveva colpito la terra, a causa della quale i frutti non duravano sugli alberi fino al periodo della maturazione, ma cadevano anzitempo, e nemmeno i semi che davano germogli si sviluppavano nel tempo indispensabile perché le spighe giungessero al massimo rigoglio; l'erba dei maggesi non era sufficiente per il bestiame, l'acqua delle sorgenti non era più bastevole per abbeve37 38

Strabone, op. cit., V, 1. Servio Danielino, Ad Verg. Aen. , I, 550; V,30.

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rarsi; alcune riducevano la portata per le calure estive, altre si prosciugavano totalmente. Sorte corrispondente colpiva la riproduzione del bestiame e i parti delle donne: numerosi casi di aborto, di decessi postnatali e prenatali che risultavano fatali alla madre stessa. Quanti sfuggivano ai pericoli del parto risultavano poi deformi o affetti da qualunque altra malformazione che ne rendeva inutile l'allevamento. La parte restante della popolazione in età adulta era soggetta ad una quantità di malattie e decessi decisamente sopra il normale. Consultarono allora l'oracolo per sapere a quale divinità o spirito avessero recato affronto, e quale rimedio si prospettasse loro per sperare di vedere la fine dei mali. Il responso sortito dall'oracolo fu che quanto stava accadendo era colpa loro perché non avevano mantenuto quel che avevano promesso nelle preghiere, ed erano ancora debitori di gran parte dei beni”. Infatti, i Tirreni (Etruschi), siccome si era verificata una precedente casuale scarsità agricola complessiva, “avevano promesso a Zeus, ad Apollo e ai Cabiri di offrire la decima parte della produzione futura. Quando la loro preghiera era stata esaudita, essi avevano preso la decima parte dei frutti e del bestiame e l'avevano offerta agli Dei, come se il loro voto avesse riguardato solo queste cose [...]. Quando dunque vennero a conoscenza del responso dell'oracolo, essi non furono capaci di afferrarne il senso. Ma uno dei più anziani ne colse il significato e, mentre tutti si dibattevano in quella perplessità, disse loro che erano completamente in errore se pensavano che gli dèi li rimproverassero ingiustamente. Dei beni, infatti, essi davano agli dèi tutte le primizie nella misura dovuta e come era giusto, ma quanto alla procreazione degli uomini, il bene più prezioso di tutti per gli dèi, erano ancora debitori della porzione dovuta. Solo se gli dèi avessero ricevuto anche la giusta parte delle nascite si sarebbe adempiuto quanto l'autentico significato dell'oracolo comportava. Ad alcuni parve che egli avesse detto tutto ciò a ragione, ad altri invece che la proposta poggiasse sull'inganno. Qualcuno avanzò allora la proposta di interrogare nuovamente la divinità per sapere se veramente desiderasse ricevere anche decime umane. Inviarono all'oracolo nuovamente gli incaricati della consultazione, ed esso confermò che lo dovevano fare. In seguito a ciò nacque fra la gente grande discordia sul modo di attuare la decimazione; la qual cosa coinvolse dapprima l'uno contro l'altro i magistrati delle città. Poi il resto della popolazione prese a sospettare i magistrati. Si verificarono delle emigrazioni senza alcun piano preordinato, ma come se la gente fosse incalzata dal pungolo del dio e dal suo sacro furore. Molte famiglie scomparvero completamente in seguito alla partenza di una parte dei loro membri. Infatti, non sembrava giusto ai congiunti dei fuoriusciti di essere abbandonati dalle persone più care e di rimanere in mezzo ai peggiori nemici. Costoro dunque furono i primi ad emigrare dall'Italia e ad andare in Grecia e in molte regioni dei barbari. Dopo di loro la stessa sorte toccò ad altri; e così si verificava ogni anno. I reggitori delle città non tralasciavano di scegliere le primizie della gioventù giunta all'età adulta, ritenendo di servire giustamente gli dèi e temendo ribellioni da parte di chi era sfuggito a tale sorte. Molti di essi venivano espulsi dagli avversari per inimicizia e con pretesti formali”. Così dunque si verificarono numerose migrazioni, e la stirpe dei Tirreni si disperse in più regioni. Mirsilo afferma che costoro, “lasciata la loro patria, assunsero nel corso dei loro spostamenti senza meta fissa il nome di Pelargi a somiglianza degli uccelli chiamati Pelargi (cicogne) perché come questi migrano a stormo per la Grecia e le regioni dei barbari. Essi innalzarono pure il muro di cinta che circonda l'acropoli di Atene, il cosiddetto muro Pelargico”39.

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Mirsilo di Lesbo, in Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 23-24; 28.

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Già Omero nei suoi poemi aveva parlato della presenza dei Pelasgi in Epiro, ad Argo della Tessaglia, nella Troade ed a Creta40. Sofocle (497- 406 a.C.), poi, identificò i Pelasgi dell’Argolide con i Tirreni; e Tucidide (460-396) specificò che i Pelasgi della Calidica erano quei Tirreni che un tempo avevano abitato ad Atene e nelle isole di Lemno ed Imbro. Aristofane (450-385 a.C.), infine, accostò esplicitamente il nome dei Pelasgi o Pelargi a quello delle cicogne (pelargoi)41. La tradizione, comunque, alla quale Mirsilo di Lesbo (III sec. a.C.) si rifaceva è significativa e doveva essere antica. Mirsilo, peraltro, era nato a Metimna nell’isola di Lesbo, città che il suo conterraneo Ellanico (V sec. a.C.) aveva già detto essere stata fondata da un tirreno di nome Meta. Gli abitanti della stessa isola poi sostenevano di discendere da Pyleo, figlio di Teutamide, il condottiero che, secondo Omero, aveva portato un esercito di Pelasgi da Larissa in soccorso di Troia assediata dai Greci.

Secondo altre fonti, l'appellativo di Pelargi sarebbe stato dato ai Tirreni costruttori del muro perché vestivano in bianco e nero come le ali delle cicogne42. Altre fonti infine sostengono che l’originario nome dei Tirreni o Pelargi che avevano costruito il muro di Atene era Pelasti (Scòli a Omero, XVI, 233). Ciò è estremamente importante perché Pelescet o Pelascet (Pelasti-Pelargi?) era il nome di uno dei popoli del Mare che tentarono d’invadere l’Egitto assieme ai Turuscia (E-truschi?). Archeologicamente, l’esistenza del cosiddetto Muro Pelastico o Pelargico o Pelasgico di Atene risale alla seconda metà del tredicesimo sec. a.C. Oggi, dall'esame di un rilievo trovato sul luogo, è stato scoperto che sull'Asklepion fiancheggiante il Muro, era raffigurata una cicogna43. Ancor oggi in autunno, le cicogne dalle regioni dell'Europa centrale e dall'Italia emigrano in Africa attraverso la Grecia e l’Asia Minore. Quanto a quegli dèi Cabiri che avrebbero provocato la migrazione dall’Etruria ad Atene e nel bacino orientale del Mediterraneo c’è da tener presente che, secondo Erodoto, proprio i Pelasgi immigrati ad Atene avrebbero introdotto nella città la religione misterica dei Cabiri fra cui il culto e la statua di Mercurio Itifallico. Da Atene, poi, quegli stessi Pelasgi avrebbero introdotto questa religione nell’isola di Samotracia (Erodoto, Storie, I, 57). Ora, è interessante che Tucidide ed altri, come già abbiamo visto e come vedremo meglio nel proseguo del nostro lavoro, specificarono che i Pelasgi di Atene erano Tirreni44, e che di origine tirrena era pure il culto di Mercurio Itifallico a Samotracia45. E’ poi di estremo interesse che, secondo la tradizione virgiliana, i fratelli tirreni Dardano e Iasio avrebbero condotto dalla etrusca città di Corito (ggi Tarquinia) una colonia a Samotracia; da qui poi Dardano si sarebbe portato in Anatolia dove i sui nipoti avrebbero fondato Troia. E’ infine sorprendente che, secondo una tradizione, Dardano e Iasio erano gli stessi dèi Cabiri46: Proprio quegli stessi dèi Cabiri, quindi, che, come diceva Mirsilo, avevano indotto i Tirreni ad emigrare come “cicogne” (gr. pelargoi > pelasgi) dall’Italia ad Atene e nel bacino orientale del Mediterraneo.

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Omero, Iliade, Dodona, XVI, 233; ’Argolide II, 681; Larissa II, 840; X, 429; XVII, 287- 303. Omero, Iliade, XVI, 233-234; II, 681; II, 840; X, 429; XVII, 287- 303; Odissea, XIX, 172-177; Sofocle, Inaco, in Dionigi di Alicarnasso, op. cit. I, 25; Tucidide, La guerra del Peloponneso, I, 97,2; Aristofane, Gli uccelli, 832. 42 Fozio, Biblioteca; Etymologicum magnum, s.v. Pelargicon. 43 L. Beschi citato da M. Grass in op. u. cit.. 44 Tucidide, La Guerra del Peloponneso, 45 Callimaco, Diegesis, col. VIII, 333 ss.; vd. Callimacus Fragmentes (Loeb Classical Library), London, 1989, p. 186-7 (Iambus IX); K. Kerényi, Miti e Misteri, Torino, 1950, pp. 117; 161. 46 Atenacone, FgrHist, 546, F,1. 41

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Si diceva pure che la moglie di Dardano si chiamasse Myrina, avesse fondato Myrina capitale dell’isola di Lemno (davanti a Troia)47, e che fosse stata sepolta in una collina sua omonima ch’era davanti alle mura di Troia48. Murina è anche un gentilizio etrusco presente a Tarquinia e a Chiusi49.

Sappiamo infine da Pausania che l’oracolo di Dodona sentenziò ai Tebani della Beozia di innalzare fra gli dèi una sacerdotessa chiamata Pelarge (= cicogna) perché questa aveva instaurato o restaurato a Tebe stessa il culto dei Cabiri50. Qui, a Tebe, la fondatrice o restauratrice del culto dei Cabiri si chiamava dunque Pelarge (= cicogna), ed era vista come una migrante dea cicogna51. Su alcuni vasi dipinti del tempio dei Cabiri, peraltro, queste divinità sono raffigurate come cicogne o gru che perseguitano dei Pigmei forniti di grandi organi genitali (f. 7 a p. 20). Anche in Etruria si hanno rappresentazioni di cicogne che si accaniscono contro i Pigmei. La più antica è del IV sec. a.C., e si trova a Tarquinia nella Tomba dei Pigmei (f. 6 a p. 19). Come si vede, i luoghi del culto dei Cabiri coincidono con quelli delle tappe della migrazione di quei Tirreni che andavano a fermarsi qua e là errando come cicogne (CoritoTarquinia > Tebe > Samotracia > Troia), tanto che a Dodona e a Tebe la stessa Grande Madre dei Cabiri fu chiamata Pelarge (= cicogna), e i Cabiri stessi furono rappresentati come Cicogne. Kàroly Kerényi ha acutamente osservato che è peculiare dei culti segreti primitivi l’identificazione di tutti i singoli membri d’una tribù con determinati animali del loro ambiente; nel caso dei Pelasti o Pelasgi o Pelargi (= Cicogne), questi sarebbero stati iniziati ad una dea cicogna ed identificati con lei fino a conservarne il nome in quello del proprio popolo52. 4). MALEOTO-MALEO-MELEO CONDUTTORE DELLA DIASPORA. Come già Mirsilo di Lesbo, anche il geografo greco Strabone (I sec. d.C.) scrisse che i Pelargi (Cicogne) furono così chiamati dagli abitanti di Atene perché erano nomadi e, come gli uccelli, andavano nei luoghi dove loro capitava53. Ma da quale regione d’Italia era partita la mitica migrazione? Strabone stesso, in quella parte della sua Geografia dove in maniera confusa e spesso anche errata tratta dell’Etruria meridionale costiera, scrisse: Lungo la costa, da Cosa ad Ostia ci sono piccole città (polichnià) quali Gravisca, Pirgi, Alsio e Fregene. La distanza da Cosa a Gravisca è di 300 stadi. Nell’intervallo (en de to metaxy) vi è una località (topos ) denominata Regisvilla. Si racconta che qui una volta si trovava la reggia (basileion) di Maleoto il Pelasgio, del quale ancora oggi si dice che, dopo aver regnato in quei luoghi, andò ad installarsi ad Atene coi coabitanti Pelasgi54. 47

Vedi G. L. Messina, Dizionario di Mitologia Clasica, Roma, 1959. Omero, Iliade, II, 813. 49 M. Morandi Tarabella, Prosopographia Etrusca, I, 2004, pp. 318 ss. 50 Vedi Kàrol Kerényi, Miti e Misteri, Torino, 1979, pp. 118-122; 152-176. 51 Ibidem. 52 Ibiem. 53 Strabone, Geografia, V, 2,4. 54 Strabone, op. cit., V, 2,8. Alla notizia di Strabone andrà collegata quella di un responso dato dall’Oracolo ad un errante pelasgio di nome Meleos (Dionisio di Calcide e Mnasea di Patara “III sec.a.C.” citati da Zenobio “III sec. a.C.” e da Libanio “IV sec.”; vd. D. Briquel, op. cit. , Roma, 1986, p. 268). 48

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Strabone, come si vede, è vago. Regisvilla è la traslitterazione greca di un nome latino che letteralmente significa “villa, casa di campagna, fattoria, fondo, tenuta del re”, e non è di certo il nome d’una città. Strabone stesso non indica Regisvilla come città, e nemmeno la include nell’elenco di quelle “piccole città (polichnià)” ch’egli pone sulla costa. Il vocabolo Regisvilla sembra essere piuttosto un eufemismo usato popolarmente per indicare una sito all’interno del quale, come si diceva, era esistita la sede d’un antico re. Anche oggi a Tarquinia il maggiore tempio etrusco della città è chiamato “Ara della “Regina”, e due grandi tumuli sepolcrali della necropoli sono detti “Tumulo del Re” e “Tumulo della Regina”. Sarebbe stato davvero conveniente che Strabone avesse indicato con più precisione dove fosse questa località denominata Regisvilla, e quale fosse il suo vero nome. A proposito d’un luogo così importante è troppo vago dire che si trova nell’intervallo fra Cosa e Gravisca. Ora, Gravisca era il principale porto di Tarquinia, e fra lei e Cosa, nell’interno, si trovava pure Vulci. Ma Strabone non menziona né l’una né l’altra città, e nemmeno le menziona nell’elenco delle città etrusche. Sembra che egli non sappia o non voglia dire quale fosse il vero nome della località donde sarebbe partita la mitica migrazione verso oriente. Subito dopo questa notizia, egli ne fornisce altre facendo grossolani errori. Per esempio, distingue erroneamente Pirgi (il porto di Cere) da un altro luogo vicinissimo a Gravisca, ch’egli chiama “porto dei Ceretani”55. Subito dopo, poi, parla dei laghi d‘Etruria e di quello di Bolsena, e dice che i fiumi che vi escono vanno tutti a confluire nel Tevere (V, 2, 9). Invece dal Lago di Bolsena esce il fiume Marta (<*Malta?) che, dopo esser passato sotto Tarquinia, va a sfociare nel mar Tirreno proprio a nord di Gravisca. Sulla destra della foce di questo fiume, cinque miglia a nord di Gravisca, c’era il porto di Malta o Maltano56. Questo era probabilmente il luogo donde Maleoto sarebbe partito (egli fu chiamato anche Malteo e Maleo). Malta peraltro doveva esser pure la forma originaria del nome dell’odierno fiume Marta presso la cui foce era il porto di Malta. Comunque, Regivilla (residenza del re) potrebbe essere una denominazione eufemistica dello stesso luogo che la tradizione virgiliana chiamava Còrito. Questo sito era presso Tarquinia; e, secondo Virgilio, era il luogo donde era partita la mitica migrazione etrusca verso l’Asia Minore. Còrito era anche il luogo, dove, sempre per Virgilio, si eleggeva il re supremo della Nazione (En., X, 200, ss.). Si consideri che gli Etruschi, con evidente riferimento al luogo (Còrito) dove si eleggeva il re di tutta la nazione, denominavano Tarquinia come Città Regina (vd. A. Palmucci, Aruspicina Etrusca, Gruppo Editoriale L’Espresso, Roma, 2010, pp. 154; 169-70). Questa eufemistica denominazione etrusca (che noi conosciamo nella traslitterazione greca Basilis Polis) ci riporta facilmente a quella parimenti eufemistica denominazione latina Residenza del Re (Regisvilla). Probabilente, la denominazione greca (Basilis Polis = Città Regina) e quella latina (Regisvilla = Città del Re) erano le rispettive traduzioni del binomio etrusco Mech- Rasna (Mech/Methlum = città capitale; Rasna = re. Cfr. scr. raja “re” e rajni “regina”; lat. rex “re” e regina “regina”) presente nelle epigrafi sepolcrali degli zilath (capi) sepolti a Tarquinia. E’ comunque paradossale che Strabone, nell’elenco delle città etrusche, escluda sia Tarquinia che Vulci. Egli si rifaceva a fonti che lo inducevano in errore, oppure, come suppone la Sordi57, si conformava ad una damnatio memoriae (condanna al silenzio) imposta dai Romani.

Nelle altre fonti che incontreremo, Maleoto sarà definito pelasgio solo poche volte58; nella maggioranza dei casi sarà chiamato tirreno. 55

Strabone, loc. u. cit. Poco a nord di Gravisca, si trovavano due scali marittimi che nell’antico Itinerario Marittimo furono nominati rispettivamente Malta o Maltano e Regas. Nonostante la assonanza, il nome di Regas (che significa “scoglio”) non è sinonimo di Regisvilla (che vuol dire “Città del Re”). Invece, il nome di Malta o Maltano richiama quello di Maleoto o Maleto o Malteo o Maleo o Meleo come il nostro re è pure chiamato in altre fonti. 57 M. Sordi, Tarquinia e Roma, in Tarquinia, ricerche, scavi e prospettive, Atti del Congresso Internazionale di Studi “La Lombardia per gli Etrushi”, a cura di M. Bonghi Jovino e C. Chiaramonte Trerè, Milano, 1986, p. 160. 58 Dionisio di Calcide e Mnasea di Patara (III sec. a.C.) raccontarono di un responso dato dall’Oracolo ad un errante pelasgio di nome Meleos; la notizia è riferita da Zenobio (III sec. ) e ripetuta da Libanio nel IV sec. (in Dominique Briquel, Les Pelasges en Italie, Roma, 1986, p. 268). 56

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La figura di questo Maleoto, che dall’Etruria emigra ad Atene, trova riscontro proprio in una tradizione ateniese: la cosiddetta Festa dell’Altalena istituita in onore di Alete (= errante) figlia di Maleo o Maleoto, il Tirreno59. Ritroveremo poi la figura del nostro re a vagare per il Mediterraneo orientale fino a Colofone, in Lidia (vd. p. 42); e non è senza importanza il fatto che secondo la tradizione parallela, riferita da Virgilio, nell’Eneide, una colonia di Tirreni, sarebbe partita da Corito Tarquinia e si sarebbe recata in Anatolia dove avrebbe fondato (o rifondato) Troia. 5). I TIRRENI, TARQUINIA E IL VINO. Nell'inno omerico A Dioniso, composto fra il VII e il VI sec. a.C., si narrava che i marinai tirreni, navigando “sul mare color del vino”, rapirono Dioniso, dio del vino, per andarlo a vendere “in Egitto o a Cipro o fra gli Iperborei o più lontano”. Dioniso, allora, assunse l'aspetto di leone, inondò di vino la nave che lo portava, avviluppò le vele con piante di vite, e mutò in delfini i pirati tirreni che atterriti si buttavano in mare60. Il dio salvò solo il nocchiero perché era stato l'unico ad opporsi al suo rapimento. Più tardi, si volle specificare che quei pirati tirreni venivano dall’Etruria ed andavano a Nasso. Si disse pure che il nocchiero si chiamava Melas o Melanto61. Questi nomi sono forse forme varianti di quelle del mitico re Maleo o Maleoto o Meleo che dall’Etruria andò in Grecia, nelle isole Egee e fino alla Lidia sulle coste dell’Anatolia (vd. p. 42). Evidentemente, a quel tempo, i mercanti greci, commerciavano il vino nel bacino orientale del Mediterraneo, e i "pirati" tirreni glielo rapinavano dalle navi per andarlo a vendere fino alle più lontane regioni del nord dove si diceva cha abitassero gli Iperborei62. Ciò indica pure che i Greci ritenevano che in epoca mitica la zona d’azione di questi “pirati” Tirtirreni fosse andata dai mari del nord fino alle isole Egee ed all’Egitto. Come vedremo 59

Esichio, Lexicon, s.v. Aiora; Etymologicum magnum, s.v. Aiora. E’ arduo capire le articolazioni interne di questa leggenda. Le fonti classiche raccontano che, ad Atene, un certo Icario apprese da Dioniso, amante della figlia, l'arte di produrre il vino. Costui ne fece poi bere un otre ai pastori suoi vicini. Ubriacatisi, questi crederono d'essere stati avvelenati, così uccisero Icario e lo lasciarono sotto un albero ai piedi del monte Imetto presso Atene (l’uccisione del personaggio e l'abbandono della salma ai piedi dell’Imetto potrebbero aver qualche connessione con la cacciata da Atene dei Pelasgi o Tirreni che tradizionalmente abitavano su quel monte). Quando la figlia Alete e la cagnetta Maira lo trovarono, la figlia s'impiccò all'albero, e la cagnolina si lasciò morire vicino al padrone. Dioniso, allora, li vendicò provocando nelle figlie degli Ateniesi una forma di pazzia tale che le costringeva ad impiccarsi. La vendetta terminò solo quando gli Ateniesi punirono i colpevoli, ed istituirono in memoria di Alete le feste dell'Altalena durante le quali bambole impiccate agli alberi oscillavano al vento come altalene. Zeus, intanto, mutò Alete nella costellazione della Vergine, e Dioniso mutò la cagnetta in quella del Cane Minore. E’ ipotizzabile che Dioniso, in una variante del mito di Icario, abbia trasmesso l’arte del vino al tirreno Maleo. Nell'inno omerico a Dioniso, infatti, si narrava di marinai tirreni che avevano rapito il dio “per andarlo a vendere in Egitto o nelle terre degli Iperborei”. Dioniso, allora, prese l'aspetto di un leone, inondò di vino la nave dei Tirreni, avviluppò le vele con piante di vite, e mutò in delfini i pirati che atterriti si buttavano in mare. Dioniso salvò solo il nocchiero perché era stato l'unico ad opporsi al suo rapimento. C’è da ipotizzare che in una variante filoetrusca del mito, il nocchiero risparmiato da Dioniso sia stato identificato con l’errante Maleo emigrato dall’Etruria ad Atene. Costui potrebbe aver insegnato agli Ateniesi l'arte di fare il vino. Forse non a caso nella variante latina di Igino, uno dei pirati etruschi si chiamava Melas, e nella versione di Ovidio si chiamava Melanto (Igino, Leggende, 104; Ovidio, Metamorfosi, III, 617). 60 La metamorfosi in delfini dei rapitori sembra ripetere gli effetti che aveva il vino su chi lo usava senza controllo. 61 Igino, Leggende, 104; Ovidio, Metamorfosi, III, 617. 62 Il mito dei marinai Tirreni metamorfizzati da Dioniso ebbe vari sviluppi, e fu riportano nelle pitture vascolari greche a partire dalla seconda metà del VI sec. a.C. Una delle più antiche testimonianze greche (540 a.C.) è stato trovata proprio a Vulci, in Etruria. Pare che gli stessi Etruschi conoscessero il mito, come si può evincere dalla presenza di un delfino dionisiaco dipinto nella Tomba dell' Orco (IV sec.a.C.) a Tarquinia, e da un piattello (fine IV sec.a.C.) trovato a Roma, nel quale si vede raffigurata, sotto tralci di pampini ed edera, la prora di una nave con cinque figure, la più alta delle quali è forse Dioniso, e un delfino che salta in mare dalla nave (Per il delfino di Tarquinia vd. A. L. Philippe, Un delfino dionisiaco nella tomba dell'Orco? , in Atti del 23° conv. di Studi Etr., 1/6-10-2001, in corso di stampa; per il piattello vd. M. Cristofani, Gli Etruschi del mare, Milano, 1983, pp. 58; 60; 108; fg. 68).

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(cap. III) si tratta della stessa zona d’azione (dal nord-ovest a sud-est) dei cosiddetti Popoli del Mare, fra cui i Turuscia (E-truschi) e i Pelescet (Pelasti, Pelargi, Pelasgi) che sciamarono nelle isole Egee, invasero l’Anatolia e tentarono di penetrare in Egitto. Analisi effettuate su coppe da vino, e su falcetti atti a lavorare la vigna, hanno fatto supporre che la cultura della vite sia stata praticata a Tarquinia prima che nella restante Etruria63. Recentemente, poi, in uno dei pozzetti votivi di Pian di Civita, a Tarquinia, sono stati trovati i resti di un vinacciolo coltivato databile agli inizi del decimo sec. a.C. La scoperta dà adito, come dice Maria Bonghi Jovino, “a supporre che la coltivazione della vite sia stata praticata a Tarquinia prima che altrove in area etrusca e che gli Etruschi abbiano avuto un ruolo importante nell'introduzione della viticoltura in occidente64. Il traffico marittimo del vino a Tarquinia è archeologicamente testimoniato dal vocabolo etrusco vinum (= vino) che si legge sulla spalla di un grande dolio di V sec. a.C. rinvenuto a Gravisca ch'era il porto della città. Nei secoli futuri la produzione dell'uva e l'esportazione del vino continuarono. Nelle strutture portuali di Malta o Maltano, altro scalo di Tarquinia, è stata individuata una fornace del II-I sec. a.C., specializzata nella fabbricazione di anfore vinarie65; e, ancora in epoca imperiale, l'enciclopedista Plinio (I sec. d.C.) affermava che “nessuna terra più dell'Etruria gode della vite”, e citava esplicitamente la produzione di Gravisca, Statonia e Luni66.

6). GLI ELIMI. Né Mirsilo di Lesbo né Strabone dice quale percorso compirono quegli emigranti che dalla Tirrenia si recarono ad Atene. Da altre fonti possiamo ricavare che si fermarono presso gli Elimi della Sicilia e che poi andarono a sbarcare in Acarnania (regione della Grecia)67. Li ritroviamo comunque in Epiro presso l’oracolo di Dodona del quale conosciamo uno “Zeus Dodoneo pelasgico” invocato da Achille nell’Iliade di Omero68. Platone poi ricordava che riti e sacrifici furono importati dall’Etruria a Dodona69. Sappiamo infine da Pausania che l’oracolo di Dodona sentenziò ai Tebani della Beozia di innalzare fra gli dèi una sacerdotessa chiamata Pelarge (= cicogna) perché questa aveva instaurato o restaurato a Tebe stessa il culto dei Cabiri70. I nostri emigranti dovettero poi fermarsi in Macedonia. Stefano di Bisanzio raccontava che “ELIMIA, CITTÀ DELLA MACEDONIA, FU FONDATA DALL’EROE ELYMO O DA ELENO O DA 63

F. Delpino, L'ellenizzazione dell'Etruria villanoviana: sui rapporti tra Gecia e Etruria fra il IX e VIII sec. a. C. , in Atti del 2° Conv. Inter. Etr., Firenze, 1985.; G. Bartoloni, op. cit., p.51. 64 M. Bonghi Jovino, Tarquinia, i luoghi della città etrusca, Tarquinia, 2001, p.30. 65 A. Mandolesi, La “Prima Tarquinia”, Firenze, 1999, p. 164. 66 Plinio, Storia naturale, 14, 8. 67 Pausania, La Grecia, 28, 3. Pausania aveva raccolto nella stessa Atene una tradizione secondo cui i Pelasgi costruttori del muro di Atene erano Siculi emigrati in Acarnania. Secondo quanto raccontava Filisto di Siracusa (in Dionigi di Alicarnasso, I, 22), i Siculi erano un popolo di stirpe ligure, autoctono delle coste dell’Italia centrale, emigrato poi anche in Sicilia. Le città etrusche ritenute di origine sicula, espressamente menzionate da Dionigi Alic. (op. cit., I, 20-21) sono tutte nell'Etruria costiera ed in quella meridionale: Fescennio, Faleri, Cere, Alsio, Saturnia e Pisa. I Siuculi furono spesso assimilati con gli Etruschi e con i Sicani tanto che Giovanni Lido (V sec.d.C.) sostenne che gli Etruschi erano un popolo di Sicani colonizzati dai Lidi di Tirreno (Giovanni Lido, De magistratibus populi romani “prefazione”). Sia che si voglia ritenere che i Siculi dell'Acarnania provenissero direttamente dalla costa tirrena dell'Italia centrale, della quale erano originari, sia che si voglia intendere che la migrazione avesse avuto la Sicilia (gli Elimi?) come sede intermedia, la loro origine italica non è discutibile. Giustamente, Jean Bérard ha messo in relazione i Siculi di Pausania con gli Etruschi di Mirsilo di Lesbo, e con quei "Pelasgi" che erano partiti da Regisvilla, sotto il comando del re Maleoto per andare a stanziarsi in Atene (J. Bèrard, La Magna Grecia, Torino, 1965, p. 450). 68 Omero, Iliade, XVI, 233-234. 69 Platone, Le Leggi, 130 C. 70 Vedi C. Kerényi, Miti e Misteri, Torino, 1950, pp. 118-122; 152-176.

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ELIMA RE DEI TIRRENI”. AGGIUNGEVA, INOLTRE, CHE “AIANE, CITTÀ DELLA MACEDONIA, 71 FU FONDATA DA AIANO, FIGLIO DI ELYMO, RE DEI TIRRENI EMIGRATO IN MACEDONIA . Eleno era figlio di Priamo re di Troia. Elymo, poi, era l’eponimo degli Elimi di Sicilia; e, a volte, era considerato fratello di Enea. L’altro Elymo o Elima (omonimo di Elymo, fratello di Enea) e suo figlio Aiane erano sovrani tirreni emigrati in Macedonia. Il tutto sembra essere una composizione di dati e nomi desunti da due tradizioni. Una che contemplava una migrazione di Tirreni ed Elimi (Siculi) dall’Italia e dalla Sicilia verso oriente attraverso i Balcani (Macedonia); un’altra che contemplava un ritorno di Troiani - Tirreni, attraverso i Balcani verso la Sicilia e l’Italia72.

Dalla Macedonia, ritroviamo ancora i Pelasgi a Tebe in Beozia73. Euripide attribuiva ai Tebani l’uso della tromba tirrena. A Tebe, poi, si celebravano i Misteri e il culto di quegli stessi Cabiri che Mirsilio di Lesbo sosteneva fossero le divinità che avevano indotto i Tirreni ad emigrare dall’Italia. Qui, a Tebe, la fondatrice o restauratrice del culto dei Cabiri si chiamava Pelarge (= cicogna), ed era vista come una migrante dea cicogna. Su alcuni vasi dipinti del tempio dei Cabiri a Tebe, peraltro, queste divinità sono raffigurate come cicogne o gru che perseguitano dei Pigmei forniti di grandi organi genitali (f. 7 a p. 20). Anche in Etruria si hanno rappresentazioni di cicogne che si accaniscono contro i Pigmei. La più antica è del IV sec. a.C., e si trova a Tarquinia nella Tomba dei Pigmei (f. 6 a p.19). Le immagini di grandi uccelli e Pigmei erano già presenti in Omero quand’egli nell’Iliade dice che i Troiani gridavano come fanno le gru che emigrano correndo verso l’oceano per uccidere i pigmei74.

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Stefano di Bisanzio, De urbibus, s.v. Elimia; Aiane. Chi era Eleno? Egli era figlio di Priamo re di Troia. Elymo, poi, era l’eponimo degli Elimi di Sicilia: a volte era considerato fratello di Enea, ed altre fratello del re sicano Erice. L’altro Elymo o Elima (omonimo di Elymo, fratello di Enea) e suo figlio Aiane non sono altrove documentati; ma, a quanto dice Stefano, erano sovrani tirreni emigrati in Macedonia. È significativo che il fondatore di Elimia in Macedonia sia il troiano Eleno o, in alternativa il troiano Elymo o, ancora, un omonimo re tirreno. Elima era anche il nome di una città degli Elimi in Sicilia, ritenuta fondata variamente sia da Enea proveniente dalla Macedonia (Dionigi di Alicarnasso, op. cit. I, 53), sia da Elimo (Silio Italico, Puniche, XIV, 46, ss.). Elimia era anche il nome di una città arcade, posta fra Orcomeno e Mantinea (Senofonte, Hell., VI, 5, 13). Pausania, poi, stabiliva un legame anche fra gli Elimi e la città arcade di Psofide. Egli raccontava, infatti, che la città doveva il suo nome ad una figlia del re sicano Erice, la quale, resa incinta da Ercole fu da questi affidata a Licorta che viveva a Fegea nell’Arcadia. Qui, ella diede alla luce due figli, Echefrone e Promaco, i quali fondarono la città che, in onore della loro madre, chiamarono Psofide. A sostegno di questa versione, Pausania osserva che a Psofide esisteva il culto di Afrodite Ericina (Pausania, La Grecia, VIII, 24, 2, 6 e 7; Stefano di Bisanzio, s.v. Fegeia e Psofis). Si tenga presente che Enea, nel mito greco, sarebbe venuto in Italia proprio attraverso e la Macedonia. Nonno di Panapoli, poi, narrando la spedizione del dio Dioniso in India, ricorda i Colliri della Sicilia, gli Elimi, definiti troiani, Fauno figlio di Circe, e li pone tutti agli ordini di un certo Acate qualificato una volta come siculo e un’altra come tirreno (Nonno di Panapoli, Dionisiache, XIII, 309-311; 328; XXXVII, 350). Le varie associazioni di nomi e di fatti potrebbero essere significative delle connessioni esistenti fra i Tirreni, gli Elimi e i Troiani. Gli Elimi, infatti, erano ritenuti alternativamente troiani e sicani o siculi di stirpe ligure venuti dall’Italia centrale dove avevano coabitato con gli Etruschi. Questi ultimi, secondo Giovanni Lido, erano un popolo sicano colonizzato dai Lidi di Tirreno. Il tutto potrebbe non essere estraneo alla tradizione secondo cui i Pelasgi di Atene erano siculi emigrati in Acarnania. Contatti fra gli Etruschi e gli Elimi non dovettero mancare. Nel museo di Trapani esiste una piccola statua di bronzo del VII sec. a.C., trovata ad Erice, raffigurante un guerriero etrusco (G. Kart Galinsky, Aeneas, Sicily and Rome, Princeton, 1969, p. 114-115 e f. 88). Tutto il quadro, comunque, sembra essere una composizione di dati e nomi desunti da due tradizioni. Una che contemplava una migrazione di Tirreni ed Elimi (Siculi) dall’Italia e dalla Sicilia verso oriente attraverso i Balcani (Macedonia); un’altra che contemplava un ritorno di Tirreni, forse congiunti ai Troiani, attraverso i Balcani verso la Sicilia e l’Italia. Elimo, infatti, è un re tirreno che ha il nome di un celebre troiano fratello di Enea, e fonda una città la cui costruzione è attribuita pure ad Elimo fratello di Enea, e a Eleno figlio di Priamo re di Troia. 73 Eforo (sec. III a.C), in Strabone, op. cit., 9, 2,2. 74 Omero, Iliade, III, 6. 72

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Da Tebe, poi, disse Eforo, i Pelasgi furono scacciati ad opera dei Mini e degli Orcomeni che li sospinsero verso Atene75 dove pure, a detta di Erodoto, introdussero il culto dei Cabiri e la religione dei Misteri. Qui, sull’acropoli della città, costruirono il famoso Muro Pelargico o Pelasgico o Pelastico. Essi però, come vedremo, furono scacciati anche da Atene, ed andarono a sciamare nelle isole Egee (Samotracia, Imbro, Lemno, ecc.) e sulle coste dell’Asia Minore portando seco il culto dei Cabiri. Secondo la tradizione virgiliana, colui che introdusse a Samotracia e nella futura Troade il culto dei Cabiri fu Dardano originario della etrusca città di Corito (oggi Tarquinia)76. Il progressivo allargarsi del culto cabirico da Tebe fino in Asia Minore trova corrispondenza nelle testimonianze archeologiche. Il tempio dei Cabiri (Cabirion) di Tebe è più antico di quelli delle isole Egee, e sullo stesso luogo del tempio sono stati trovati resti di un culto che risale all’età del Ferro. Come si vede, i luoghi del culto dei Cabiri coincidono con quelli delle tappe della migrazione di quei Tirreni che andavano a fermarsi qua e là errando come cicogne (pelargi), tanto che a Dodona e a Tebe la stessa Grande Madre dei Cabiri fu chiamata Pelarge (= cicogna), e i Cabiri stessi furono rappresentati come Cicogne. 7). L’ESPULSIONE DA ATENE. Abbiamo già anticipato che il personaggio di Maleoto, emigrato dal sito di Regisvilla (presso Tarquinia: vd. p. 53) ad Atene trova riscontro proprio ad Atene in una cosiddetta Festa dell’Altalena istituita in onore di Alete (= errante) figlia di Maleo o Maleoto, il Tirreno77. Costei si sarebbe impiccata per il dolore dovuto al linciaggio del padre da parte degli Ateniesi. Ritroveremo però il nostro re a vagare nel Mediterraneo orientale fino a Colofone, in Lidia (vd. p. 42). Il suo linciaggio, evidentemente, e il suo futuro vagare verso oriente erano connessi con la cacciata da Atene di quei Tirreni o Pelargi (cicogne) o Pelasgi o Pelasti che vi avevano emigrato (vd. p. 30). A questo proposito, Ecateo di Mileto (560-490 a.C.) disse che gli Ateniesi, invidiosi della capacità che i Pelasgi avevano dimostrato nella costruzione del muro della città ed in altri settori, li cacciarono via. Secondo la tradizione ateniese, invece, i Pelasgi furono espulsi perché importunavano le donne della città. 75

Eforo (sec. III a.C), in Strabone, loc. cit. Servio, Ad Verg. Aen. III, 15; 95; 104; 108; 167; Mit. Vaticani, I, n. 135; II, 192; Isidoro, Etimologie, IX, 2,7. 77 Esichio, Lexicon, s.v. Aiora; Etymologicum magnum, s.v. Aiora. E’ arduo capire le articolazioni interne di questa leggenda. Le fonti classiche raccontano che, ad Atene, un certo Icario apprese da Dioniso, amante della figlia, l'arte di produrre il vino. Costui ne fece poi bere un otre ai pastori suoi vicini. Ubriacatisi, questi crederono d'essere stati avvelenati, così uccisero Icario e lo lasciarono sotto un albero ai piedi del monte Imetto presso Atene (l’uccisione del personaggio e l'abbandono della salma ai piedi dell’Imetto potrebbero aver qualche connessione con la cacciata da Atene dei Pelasgi o Tirreni che tradizionalmente abitavano su quel monte). Quando la figlia Alete e la cagnetta Maira lo trovarono, la figlia s'impiccò all'albero, e la cagnolina si lasciò morire vicino al padrone. Dioniso, allora, li vendicò provocando nelle figlie degli Ateniesi una forma di pazzia tale che le costringeva ad impiccarsi. La vendetta terminò solo quando gli Ateniesi punirono i colpevoli, ed istituirono in memoria di Alete le feste dell'Altalena durante le quali bambole impiccate agli alberi oscillavano al vento come altalene. Zeus, intanto, mutò Alete nella costellazione della Vergine, e Dioniso mutò la cagnetta in quella del Cane Minore. E’ ipotizzabile che Dioniso, in una variante del mito di Icario, abbia trasmesso l’arte del vino al tirreno Maleo. Nell'inno omerico a Dioniso, infatti, si narrava di marinai tirreni che avevano rapito il dio “per andarlo a vendere in Egitto o nelle terre degli Iperborei”. Dioniso, allora, prese l'aspetto di un leone, inondò di vino la nave dei Tirreni, avviluppò le vele con piante di vite, e mutò in delfini i pirati che atterriti si buttavano in mare. Dioniso salvò solo il nocchiero perché era stato l'unico ad opporsi al suo rapimento. C’è da ipotizzare che in una variante filoetrusca del mito, il nocchiero risparmiato da Dioniso sia stato identificato con l’errante Maleo emigrato dall’Etruria ad Atene. Costui potrebbe aver insegnato agli Ateniesi l'arte di fare il vino. Forse non a caso nella variante latina di Igino, uno dei pirati etruschi si chiamava Melas, e nella versione di Ovidio si chiamava Melanto (Igino, Leggende, 104; Ovidio, Metamorfosi, III, 617). 76

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Erodoto (484-425 a.C.), che riferiva le due versioni, sostenne addirittura che gli stessi Ateniesi erano un popolo di stirpe pelasgica, “lentamente e faticosamente ellenizzatosi”. Quando, poi, essi, egli aggiunge, “si erano già ellenizzati, altri Pelasgi vennero a convivere con loro, nel paese” ed andarono a stanziarsi sotto il monte Imetto78. Egli precisava che gli Ateniesi, furono i primi fra i Greci ad aver appreso da questi ultimi Pelasgi non solo i nomi delle divinità della Religione Misterica o Cabirica, ma pure la rappresentazione del dio Ermes con il membro virile eretto79. Erodoto non specifica se Ecateo e la tradizione ateniese considerassero di origine tirrena quei Pelasgi ch’erano venuti a convivere con loro80. Già Sofocle (497-406 a.C.) però, che aveva tredici anni più di Erodoto (484-425 a.C.), sapeva che i Pelasgi dell’Argolide erano d’origine tirrena. Egli, a detta di Dionigi di Alicarnasso, li chiamava Tirreni proprio in rapporto alla loro provenienza dall’Italia81. Tucidide (460-396 a.C.), infine, precisò che anche i Pelasgi che avevano convissuto con gli Ateniesi erano di origine tirrena82. I Pelasgi poi, racconta Erodoto, furono espulsi da Atene, ed andarono ad occupare altre terre fra cui •

le isole di Lemno e di Imbro,

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Erodoto, op. cit., I,56; II, 51; VI, 137. Stranamente, Erodoto non dice donde fossero venuti questi nuovi Pelasgi trasmigrati ad Atene. Noi sappiamo però che Sofocle, ch'era più vecchio di lui, aveva detto che i Pelasgi erano Tirreni (vd. sopra). 79 Erodoto, op. cit., II, 51. Diversamente da noi, alcuni traducono questo passo nel senso che i Pelasgi prima abitarono nell'isola di Samotracia, e poi andarono ad Atene. In questo caso Erodoto non avrebbe taciuto la provenienza dei Pelasgi. Per l’interpretazione del testo, noi ci siamo rifatti alla analisi di J. Bérard (La Magna Grecia, Torino, 1955, pp.237-44) ed a quella di D. Briquell (Les Pelasges en Italie, Roma, 1984, p. 289). Abbiamo seguito la loro linea perché tutti gli autori antichi che vedremo considereranno Atene il punto di partenza delle ulteriori migrazioni pelasgiche nelle isole Egee; ma, ai nostri fini, non è determinante che i Pelasgi abbiano stanziato prima ad Atene o prima a Samotracia . 80 Pelasti o Pelargi (cicogne) era l’appellativo con il quale gli Attidografi caratterizzavano coloro che dall’Etruria erano emigrati ad Atene. Possiamo allora ipotizzare che ogni altro autore che utilizzò quella denominazione lo fece in riferimento alla significazione attribuitale dagli Attidografi. Il primo caso, a noi noto, è proprio un passo delle Storie dove Erodoto (484-425 a.C.) racconta che, durante la tirannia dei Pisistratidi ad Atene, gli Spartani e quegli Ateniesi che volevano riacquistare la libertà “cinsero d’assedio i tiranni che s’erano rinchiusi dentro la cinta del Pelargicon” (Erodoto, Le storie, V, 64. Pelasgicon, secondo la maggioranza dei codici ). Tucidide (460-396 a.C.), poi, confermava l’esistenza del muro chiamato Pelargicon. Che tale sia stato il nome effettivo della muraglia al tempo di Tucidide è documentato da un’epigrafe del 422 a.C. che riportava un pubblico decreto il quale provvedeva a delimitare la zona con cippi di confine e a proibire che vi fossero eretti altari senza autorizzazione, e che si asportassero le pietre della muraglia. Secondo quanto riferiva lo stesso Tucidide, il luogo era colpito da una maledizione, ribadita dall’oracolo di Delfo, che proibiva di abitarvi. La credenza ebbe fine quando, durante la guerra del Peloponneso, molti cittadini dovettero andare ad abitare entro il recinto senza che succedesse niente di male, anzi traendone beneficio (Tucidide, op. cit., II, 17). Aristofane (450-485 a.C.) nomina il muro Pelargicon, con palese riferimento alle cicogne, al verso 832 della commedia Gli uccelli, presentata ai concittadini Ateniesi nel 414 a.C. (vedi cap. XIII, 4). In un frammento dell’attidografo Clidemo (IV sec. a.C.) si legge: “[?] e livellarono l’Acropoli e circondarono il Pelargicon con un muro a nove porte”. Nei documenti posteriori, il nome di “Pelargi” verrà usato come l’appellativo acquisito da quei Tirreni che erano giunti ad Atene erranti come cicogne; e l’aggettivo “Pelargico” o “Pelastico” apparirà come il nome del muro da loro costituito. Quali sinonimi di “Pelargi” e di “Pelargico” o “Pelastico” saranno usati rispettivamente “Pelasgi” e “Pelasgico”; mentre le popolazioni preelleniche della Grecia verranno chiamate solo “Pelasgi”.Dunque, le forme Pelargoi e Pelargon vennero usate solo per indicare rispettivamente i Tirreni (Etruschi) di Atene ed il muro da loro costruito nella città. E, poiché la forma Pelargico appare per la prima volta proprio in alcuni codici di Erodoto, si dovrebbe, a rigore, supporre, anche se Erodoto non lo dice, che la tradizione Ateniese, alla quale egli attingeva, intendeva che i Pelasgi di Atene provenivano dall’Etruria. 81 Sofocle, Inaco: “Fluttuante Inaco, figlio del padre delle fonti dell’Oceano, grandemente signoreggi sulle terre di Argo, sui colli di Hera e sui Tirreni Pelasgi” (in Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 25). 82 Tucidide, La Guerra del Peloponneso, I, 97, 2. Nella sua opera, egli usa il termine Tirreni sempre con riferimento agli Etruschi; e non a torto Dionigi di Alicarnasso (Antichità Romane, I, …) sosteneva che Tucidide faceva un esplicito riferimento alla provenienza italica dei Tirreni di Atene, di Lemno e della Tracia.

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l'isola di Samotracia dove introdussero la religione dei Misteri e il culto dei Grandi Dei o Cabiri,

le città di Placia e Scillace oltre lo Stretto dei Dardanelli83.

Coloro che avevano emigrato a Lemno, dice lo storico, rapirono poi per vendetta molte donne ateniesi durante la festa di Artemide, e le portarono con loro nell’isola trattenendole come concubine84. Filocoro ( IV-III sec. a.C.) aggiunse: Molti Tirreni che avevano abitato per breve tempo ad Atene furono uccisi dagli Ateniesi. Altri fuggirono ed andarono ad abitare a Lemno e ad Imbro. Dopo qualche tempo, essi, che per questa ragione si sentivano disposti ostilmente verso gli Ateniesi, partirono dalle loro isole con le navi e, giunti a Braurone, nell'Attica, rapirono le fanciulle ateniesi che celebravano la festa dell'Orso in onore di Artemide, e con queste si accoppiarono85. Si disse pure che una volta i Tirreni, dopo aver riunito grande bande di pirati, vinsero gli Ateniesi, li presero prigionieri e ne saccheggiarono la città (vd. p. 53)86. 8). LA DIASPORA DA ATENE. Scacciati, dunque, da Atene, i Tirreni o Pelasti o Pelasgi o Pelargi (cicogne) sciamarono nelle isole del mar Egeo e sulle coste dell’Asia Minore. Erodoto ci ha indicato le isole egee di Lemno, Imbro e Samotracia, ed anche le città di Placia e Scilace in Asia al di là dello stretto del Dardanelli. Ma abbiamo un’infinità di altre fonti. Quanto a Lemno, in particolare, abbiamo un frammento di Ellanico di Lesbo, dove si dice che i Tirreni dall’isola di Tenedo si portarono verso il golfo di Melas per poi colonizzare l’isola di Lemno dove lasciarono cinque navi87. Ora, Tenedo è la famosa isoletta la cui distanza dalla spiaggia di Troia è di circa sei chilometri, e di qualcuno in più da quella dell’isola di Lesbo dov’era nato Ellanico. Così noi siamo portati ad ipotizzare che il più vasto testo di Ellanico, donde fu tratto il frammento, si fosse rifatto ad una tradizione locale dove si narrava che i Tirreni colonizzatori di Tenedo e Lemno provenissero da Lesbo e/o dalle regioni limitrofe. La traversata da Tenedo a Lemno, poi, è diretta, e non dovrebbe comportare di girare verso il golfo di Melas. Sulla rotta per Melas si trovano però le isole di Imbro e di Samotracia, anch’esse tradizionalmente legate alla colonizzazione tirrenica. Così il “lapsus” del frammento di Ellanico potrebbe esser indicativo dell’esistenza di tradizioni legate ad una più ampia colonizzazione tirrena che dalle coste della Troade, o comunque dell’Anatolia, si estese alle vicine isole di Tenedo, Lemno, Imbro e Samotracia. Del resto, la presenza di Tirreni o di Pelasgi ad Imbro e Samotracia è tradizionalmente nota; e ad una colonizzazione tirrena di Samotracia, avvenuta dopo l’arrivo dei Tirreni nella Troade, fa cenno Virgilio quando dice che Dardano penetrò nelle Idee città della Frigia e nella Tracia Samo, che ora si chiama Samotracia88. 83

Erodoto, op. cit. , a) I, 57; b) II,51; c) IV,145. Erodoto, op. cit. , VI, 137. 85 Schol. Lucan. Catapl., 1 86 Scolio a Dionisio, v. 592; Eustazio, Commento, 591. 87 Ellanico di Lesbo, FGrH, 4, 71; C. De Simone, I Tirreni a Lemno, Firenze, 1996, p. 73. 88 Virgilio, Eneide, VII, 207-208. 84

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A Lemno, Imbro e Samotracia ritroviamo la religione dei Misteri ovvero dei Cabiri. Samotracia poi, secondo la tradizione virgiliana, è l’isola dove Dardano, venuto da Còrito (Tarquinia) avrebbe istituito il culto dei Cabiri (vd. n. 63). Si raccontava pure che i Tirreni dall’Etruria, attraverso Atene e Lemno, si portarono nell’isola di Milo89 donde passarono in Asia, e che, oltrepassato lo stretto dei Dardanelli, occuparono la città di Cizico e tutto il Chersoneso90. Già Omero nell’Iliade conosceva uno Zeus Pelasgico di Dodona (in Epiro), invocato da Achille, ed una Argo Pelasgica nella Tessaglia di Achille. Il poeta elencava pure i Pelasgi di Larissa (nella Troade) fra coloro che erano accorsi in aiuto dei Troiani contro i Greci che ne assediavano la città91. Egli disse: Ippòtoo guidava le tribù dei Pelasgi che hanno lance robuste ed abitavano nella feconda terra di Larissa; ne erano capi Ippòtoo stesso e Pyleo, rampollo d’Ares, due figli di Leto Teutamide Pelasgo. ARGO. Esisteva una città ed una regione della Grecia chiamata Argo; e Sofocle (V sec. a.C.) specificò che Argo era abitata dai “Tirreni Pelasgi”92. I Pelasgi (Tirreni) poi, da Argo, secondo altre fonti, si sarebbero spostati in quella regione della Tessaglia93 che Omero, nell’Iliade, chiamò Argo Pelasgica. Da qui poi, secondo una tradizione recepita da Plutarco, i Tirreni (Pelasgi) avrebbero emigrato nella Lidia, e dalla Lidia infine sarebbero venuti in Italia94. LARISSA. La cittadella di Argo si chiamava Larissa. Esistevano poi varie città con questo nome. Una era in Tessaglia, una nella Troade a duecento stadi (ca. Km.36) da Troia95, una presso Cuma eolica (Misia), ed un’altra nella Meonia (Lidia). Un’ultima Larissa esisteva pure in Italia96. Si diceva infatti che i Pelasgi da Argo s’erano spostati nella Tessaglia, da qui poi s’erano portati in Asia Minore dove avevano fondato varie città di nome Larissa sia nella Troade che nella Meonia (Lidia), e che da qui fossero poi venuti o tornati in Italia. TEUTAMIDE. Strabone riferiva che gli abitanti dell’isola di Lesbo, vicinissima alla Troade, sostenevano che quel duce pelasgio chiamato Pyleo (figlio di Teutamide) di cui aveva parlato Omero, aveva poi colonizzato la loro isola ed aveva dato il nome all’omonimo monte Pyleo97. Strabone stesso poi riferiva che in antico il nome dell’isola era stato Pelasgia98. Diodoro Siculo, infine sosteneva quanto segue: I Pelasgi furono Il primo popolo che s’impossessò dell’isola di Lesbo quando essa era ancora priva di abitanti. Essi lo fecero nel modo seguente. Xanto, figlio di Triopa, e re dei Pelasgi di Argo, conquistò una parte della Licia, ne fece la sua residenza, e divenne re dei Pelasgi che lo avevano seguito. Più tardi, però, egli passò a Lesbo, che era disabitata, e divise la terra fra coloro che la abitarono. Quest’isola era stata chiamata Issa, ma egli volle darle il nome dei suoi abitanti, e la chiamò Pelasgia. Sette generazioni più tardi, dopo che avvenne il diluvio di Deucalione e la conseguente morte della maggior parte dell’umanità, l’isola diven89

Plutarco, De mulierum virtute, VIII. Conone, Narrazioni, 61. 91 Omero, Iliade, per Dodona, XVI, 233; per Argolide II, 681; per Larissa II, 840; X, 429; XVII, 287- 303. 92 Sofocle, Inaco, in Dionigi di Alicarnasso, op. cit. , I, 25, 4. 93 Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, I, 17,2 94 Plutarco, Vita di Romolo, I. 95 Strabone, Geografia, XIII, 3. 96 Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, I, 21, 3. 97 Strabone, Geografia, XIII, 3. 98 Strabone , op. cit. V, 2,4. 90

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ne deserta99. Quanto ai Pelasgi di Argo, ricordiamo che Sofocle (V sec. a.C.) sosteneva che costoro erano Tirreni (vd. p. 37). In parallelo, possediamo un frammento dove Ellanico (V sec. a.C.) dice che Metaon, sua città natale nell’isola di Lesbo, fu fondata da un tirreno di nome Meta100. Si noti l’intercambiabilità di funzione fra Pelasgi e Tirreni nei riguardi della colonizzazione di Lesbo, tanto più che Ellanico, come vedremo, identificava i Pelasgi con i Tirreni. Omero, poi, nell’Odissea, parla ancora dei Pelasgi, e li pone nell’isola di Creta fra i popoli immigrati. Egli fa dire ad Odisseo: In mezzo al livido mare c‘è l’isola di Creta; è bella, ricca e cinta dalle onde. Là ci sono uomini innumerevoli, senza fine, e novanta città. Le lingue sono miste. Ci sono gli Achei, gli Eteocretesi magnamini, i Cidoni, i Dori divisi in tre stirpi, e i gloriosi Pelasgi101. I fatti dell’Odissea sono il racconto delle peripezie che il greco Odisseo visse per tornare nella sua terra natale dopo ch’egli ebbe procurato la caduta di Troia. Nelle sue parole egli distingue gli autoctoni Eteocretesi, dagli immigrati Cidoni, Dori e Pelasgi102. *** Gli storici greci sostenevano che i Pelasgi o Tirreni avessero abitato in gran parte della Grecia continentale103, soprattutto nell’Epiro, nella Beozia (Tebe), nell’Attica, nell’Arcadia, nell’Argolide e nella Tessaglia; e si raccontava pure che non solo Atene era stato il centro di partenza dei Tirreni o Pelasgi verso le coste e le isole dell’Asia Minore. Strabone riferiva che quasi tutti sono d’accordo nel sostenere che i Pelasgi fossero un’antica tribù che si diffuse su tutta la Grecia e soprattutto presso gli Eoli della Tessaglia104. Gli Eoli della Tessaglia dei tempi storici erano dunque considerati, almeno in parte, Pelasgi ellenizzati. Il nostro storico riferiva pure tradizioni secondo le quali prima e dopo, ma soprattutto al tempo della guerra di Troia, si verificarono varie invasioni e migrazioni in Asia Minore specialmente ad opera di vari popoli fra cui i Pelasgi: gente, come notava lo stesso storico, che “Omero considerò alleati dei Troiani senza dire che provenivano dalla costa opposta”105. Si raccontava che tutta la costa dell’Asia Minore dal mar Nero fino a Micale (Chersoneso, Troade, Misia e Lidia) e tutte le isole prospicienti (Chio, Lesbo, Samo, Samontracia, Lemno, Imbro, Antandro, Tenedo, ecc.) furono una volta abitate dai Pelasgi106. Per Lesbo, in particolare, come abbiamo visto, si diceva che era stata popolata proprio 99

Diodoro siculo, Storia Universale, V, 81. Stefano Bizantino, De urbibus, s.v. Metaon. 101 Omero, Odissea, XIX, 172 – 177. 102 Stefano di Bisanzio, De Urbibus, s.v. Dòron. A questo proposito, è interessante che un frammento di Androne di Alicarnasso (IV sec. a.C.) citi una tradizione secondo la quale “quei Pelasgi che dalla Tessaglia non erano partiti per l’Etruria colonizzeranno l’isola di Creta assieme ai Dori e agli Achei”. 103 Erodoto, op. cit., II, 56; Tucidide, La guerra del Peloponneso, I, 3. 104 Strabone, Geografia, V, 2,4. 105 Strabone, Geografia, XII, 8,3-4. 106 Strabone, XIII, 3. 100

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dai Pelasgi di quel Pileo, figlio di Teutamide, che aveva portato soccorso a Troia. Pelasgi, secondo Erodoto, sarebbero stati anche gli abitanti dell'isola di Antandro, davanti alla Troade107; e Pelasgi, secondo Omero, come già abbiamo detto, anche quelli della città di Larissa nella stessa Troade108. Essi, dice ancora Strabone, erano una nazione di gente vagante ed incline alle sedizioni. Costoro si diffusero grandemente, ma poi soggiacquero ad una rapida decadenza soprattutto dopo che gli Eoli della Tessaglia e gli Ioni della Beozia si trasferirono sulle coste (Troade, Misia e Lidia) e sulle isole (Lemno, Imbro, Samotracia, Lesbo, ecc. ...) dell’Asia Minore109. Se ricordiamo che i Pelasgi erano discesi dalla Beozia sul continente greco (vd. pp. 3536), e che Strabone stesso ha riferito che i Pelasgi si diffusero dapprima fra gli Eoli della Tessaglia (vd. p. 40), questa migrazione di Ioni ed Eoli (di ascendenze pelasgiche) dalla Beozia e dalla Tessaglia ha il sapore d’una sovrapposizione di Pelasgi ellenizzati sui vecchi Pelasgi delle isole e delle coste dell’Anatolia. Omero (VIII sec. a.C.), Arctino di Mileto (VIII sec. a.C.) e Lesche di Lesbo (VIII-VII sec. a.C.), che cantarono le leggende che correvano attorno alle imprese del tempo della guerra di Troia, appartennero proprio a quegli stessi Ioni ed Eoli che coabitarono cogli ultimi Pelasgi delle coste della Troade, della Misia (detta Eolia), e della Lidia, nonché con quelli delle isole ch’erano davanti alla costa. Ciò ha la sua importanza, perché pare che Arctino (vd. p. 123, ss.) e Lesche (vd. p. 134, ss.) siano le prime fonti della tradizione della venuta dei Troiani in Etruria. Soprattutto la convivenza di Lesche di Lesbo con gli Eoli e coi Pelasgi (Tirreni) di Lesbo, della Misia e della Troade rende grandemente significative le affermazioni che a Lesche furono attribuite. A Lesche, in particolare, dovrebbe addirittura risalire la tradizione cui attinsero sia Licofrone che Virgilio (vd. pp. 147-150). *** Noi abbiamo già visto (p. 33) come ad Atene si celebrasse la Festa dell’Altalena in onore di Alete (l’errante ) figlia di Maleo o Maleoto il tiranno tirreno emigrato da Regisvilla. Costei s’era impiccata per il dolore dovuto al linciaggio del padre in occasione della cacciata dei Tirreni da Atene. Questo Maleo si ritrova però poi nell’isola di Creta, dove costruisce un antemurale all’entrata del porto di Festo per proteggerlo dalle mareggiate, e lo consacra a Poseidone dio del mare110; e pare che già Omero nell’Odissea avesse parlato di una “pietra di Maleo” posta davanti al porto di Festo nell’isola di Creta111. Una città di Malea si trovava pure nella Troade (dinanzi all’isola di Tenedo); un’altra ancora nell’isola di Lesbo, dinanzi alle coste della Misia ai confini con la Troade. Un nome simile a quello del nostro eroe si ritrova anche nel personale Mareu e nel suo genitivo Marewo delle iscrizioni micenee112. In lingua luvia il suo nome poi era Mala113. Da un breve frammento dello Pseudo Aristotele apprendiamo che anche a Colofone, sul107

Erodoto, Storie, VII, 42; Conone (I sec.a.C - I sec.d.C.), Narrazioni, 61. Si diceva che gli abitanti di Larissa avessero combattuto contro i Greci in difesa di Troia (Strabone, V, 2, 4; XIII, 3). Una omonima città pelasgica di Larissa esisteva in Grecia. Secondo Dionigi di Alicarnasso (op. cit. I, 27) ne esisteva una terza anche in Italia: i Pelasgi della Tessaglia l’avrebbero fondata presso Formum Popilii, in territorio aurunco-campano. 109 Strabone, Geografia. XIII, 3. 110 Suida, s.v. Maleos; Eustazio, in D. Briquel, op. cit. , Roma, 1986, p. 266. 111 C’è discordanza fra i codici di Omero in nostro possesso e il testo riferito da Zenotodo nel IV-III sec. (Scolio ad Omero, Odissea, III, 296). Tuttavia non c'è motivo di dubitare che Zenodoto abbia letto un testo di Omero dove si nominava la Pietra di Maleo. 112 Anna Morpurgo, Mycenaeae Graecitatis Lexicon, Roma, 1963, s.v. Mareu e Marewo. 113 Lo si ricava da Mala-zitis (vd. E. Laroche, Les noms des Hittites, Paris, 1996, s.v. Mala). 108

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le coste della Lidia, si celebrava la Festa dell’Altalena e si cantava un lamento in onore dell’errante Alete114. La figura di Alete porta con sé quella di suo padre Maleo il Tirreno per la morte del quale lei si era uccisa. Il frammento di Aristotele doveva dunque far parte d’una tradizione antica secondo la quale Maleoto o Maleo o Meleo e i suoi Tirreni erano giunti fin nella Lidia. Fatto sta che nacque poi la figura d’un tirreno della Lidia, di nome Melas, figlio di Ercole e di Onfale, che, a capo d’una colonia di Tirreni emigra dalla Lidia (vd. pp. 174-175) in Grecia, fra gli Argivi, dove introduce l’uso della tromba che la dea Atena aveva inventata per i Tirreni115. Un futuro re della Lidia, poi, si chiamò Meles. Lidi e Misi, in Asia minore, dovettero esser stati ritenuti in parte di origine tirrena. Si diceva infatti che sia Ati, re della Lidia, sia Telefo, re della Misia, avessero avuto un figlio di nome Tirreno116. La Bibbia degli Ebrei ricorda poi un popolo chiamato Tirs (Tirseni?) fra le genti di razza bianca che abitavano le isole Egee117. La presenza di Tirreni in Asia nella regione dell'Ascania è attestata anche da documenti epigrafici del II sec. d.C.118 9). LA LINGUA DI LEMNO (SIMILE ALL’ETRUSCO) Diodoro Siculo testimoniava che gli originari abitanti di Samotracia parlavano un’antica lingua a loro peculiare, di cui molti vocaboli sono ancor’oggi conservati nel rituale dei loro sacrifici. Tra le forme del culto, diceva Erodoto, c’era quella di Mercurio Itifallico, raffigurato nella sua statua di Cabiro con il grande fallo eretto. In una poesia di Callimaco, la statua di questo dio, interrogata sulla ragione del suo fallo eretto, “risponde d’essere di discendenza tirrena, e che la ragione del proprio essere itifallico si trova in un racconto misterico”119. E' significativo che l'alfabeto e la lingua della vicina isola di Lemno, altro luogo di culto dei Cabiri, erano molto simili a quelli degli Etruschi, come hanno rivelato le iscrizioni di VII / VI sec. a.C. trovate nell'isola, a Kaminia ed a Efestia120 (vd. ff. 1 e 2 a p. 14 e 15 ); ed è pure interessante che i Greci mantenevano il ricordo di un alfabeto definito “pelasgico”121. Oggi, peraltro, s’é trovato che il DNA degli Etruschi somiglia a quello degli odierni abitanti dell’isola di Lemno e di quella di Rodi. L'iscrizione di Lemno è di quindici parole, e si trova sviluppata attorno alla testa del profilo di un uomo armato di lancia e scudo. Il profilo è inciso su una lastra funeraria in pietra. Il testo è perfettamente leggibile perché redatto in un alfabeto simile a quello etrusco, con un sistema di scrittura delle sibilanti identico a quello dell'Etruria meridionale donde la tradizione faceva venire gli abitanti di Lemno. E’ stato ipotizzato che, negli ultimi decenni dell’ VIII sec. a.C., alcuni etruschi che da poco avevano acquisito la scrittura dai Greci, si spinsero a navigare fino a Lemno e vi introdussero l’alfabeto122. In Etruria, peraltro, l’alfabeto 114

Aristotele, in Ateneo, XIV 618 E. Scolio T al verso 219 del XVIII libro dell’Iliade di Omero. 116 Erodoto, Storie, I, 94; Licofrone, Alessandra, 840 ss. ; Dionigi di Al. , Antichità Romane, I, 28,1. 117 Genesi X, (vd. G. Quispel, Gli Etruschi nel Vecchio Testamento, “StEtr”, 14, 1940. pp. 409-425. 118 E. Sittig, Atti, 252, in G. Quispel, Gli Etruschi nel Vecchio Testamento, “StEtr”, 14, 1940, p. 411; A. Palmucci, Virgilio e Cori(n)to Tarquinia, Tarquinia, STAS-Regione Lazio, 1998, p. 178. 119 Callimaco, Diegesis, VIII, 34-40. 120 J. Heurgon, A propos de l'inscription tyrrhenienne de Lemnos, “La parola del passato”, 1982, p.189 ; D. Mustilli, La necropoli tirrenia di Efestia, “ASAA”, 1932-1933; “BPI”, 43,1933, pp. 1329; L'occupazione ateniese di Lemno e gli scavi di Hephaistia, in Studi E. Ciacieri, 1940, p. 149; EAA, s.v. Efestia; K. Kilian, Zum italischen und griechischen Fibelhandwerk des 8 und 7 Jahrhunderts, in Hamburger Beitrage zur Archaologie, 3, 1, 1973, p. 29; M. Gras, Melanges offerts a J. Heurgon, Roma, 1976, p. 341 sgg.; Traffics tyrrheniens archaiques, Roma, 1985, pp. 615-651. 121 Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, III, 67. 122 M. Gras, op. u. cit., pp. 630-631. 115

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fu conosciuto per la prima volta a Tarquinia nella seconda metà dell’VIII sec. a.C.123 Per quanto riguarda l’alfabeto l’ipotesi è ragionevole, anche se è possibile l’ipotesi inversa, tanto più se pensiamo che i Greci addirittura mantenevano il ricordo di un alfabeto più antico del loro e definito “pelasgico”. Quanto alla lingua che si legge sulla Stele di Lemno, essa sembra più arcaica di quella che si parlava a quel tempo in Etruria. Così la presenza dei Tirreni d'Italia nel Mediterraneo orientale e l’uso d’una lingua simile alla loro dovrebbero risalire ai tempi indicati dalle varie tradizioni di alternanti migrazioni dall'Etruria verso oriente, e da oriente verso l'Etruria (Tirreni, Troiani, Misi, Lidi e Pelasgi). Il Lemnio, ovvero la lingua tirreno-pelasgica che si parlava a quel tempo nel bacino del Mediterraneo orientale, potrebbe discendere dalle più antiche lingue che i mitici TirreniPelasgi (composti di gente che da nord era discesa fin nell’Italia centrale tirrenica ed aveva attraversato i Balcani e la Grecia: vedi capp. III e IV) dovrebbero aver portato seco nel Mediterraneo orientale dove avrebbero pure assimilato numerosi elementi delle lingue egee ed anatoliche. La loro lingua (o le loro lingue) si sarebbe così frantumata in tante singole ma somiglianti parlate locali. Al tempo delle mitiche migrazioni dall’oriente, quei linguaggi dovrebbero esser giunti in Italia dove si sarebbero riplasmati nella vecchia lingua (seppure parzialmente mutata col tempo) degli abitanti del luogo, Così potrebbe aver avuto origine l’Etrusco dei tempi storici. Ciò spiegherebbe perché l’Etrusco ha una struttura sintattica indoeuropea, ma un fondo di vocabolario spesso privo di apparenti riscontri (vd. p. 200 ss). E, poiché le lingue indoeuropee dell’Anatolia subivano l’influsso delle lingue non indoeuropee del Medio Oriente, alcuni rari elementi non indoeuropei possono trovarsi nella lingua etrusca. L'identicità del nome Tirreni data dai Greci agli Etruschi d’Italia e ad alcune popolazioni del Mediterraneo orientale, dovrebbe comunque essere indicativa dell’unità linguistica e fors’anche di stirpe di entrambe le popolazioni. E’ verosimile che i Greci, già dai loro primi contatti con gli Etruschi d’Italia abbiano notato la somiglianza della lingua e di alcune divinità e costumi etruschi con quelli dei popoli preellenici dell'Egeo, ed abbiano ritenuto, a torto o a ragione, ma probabilmente a ragione, che gli uni e gli altri appartenessero ad un'unica stirpe e fossero stati protagonisti di scambievoli migrazioni. Del resto, oggi si è riscontrato che il DNA degli Etruschi somiglia a quello dei popoli del bacino orientale del Mediterraneo, e in forma separata a quello degli abitanti degli odierni “Tirreni” delle isole Egee di Lemno e di Rodi. 10). LA LINGUA DEI PELASGI (SIMILE ALL’ETRUSCO). Noi abbiamo già visto che Erodoto (484-425 a.C.) sostenne che gli Ateniesi erano un popolo di stirpe pelasgica, “lentamente e faticosamente ellenizzatosi”. Quando, poi, essi, egli aggiunge, “si erano già ellenizzati, altri Pelasgi vennero a vivere con loro, nel paese”124. Erodoto non specificò, o non volle specificare, quale fosse la regione d’origine di quegli “altri Pelasgi” ch’erano andati a convivere con gli Ateniesi; ma già Sofocle (497-406 a.C.) aveva considerato tirreni i Pelasgi dell’Argolide. Tucidide (460-396 a.C.), poi, precisò che i Pelasgi che avevano convissuto con gli Ateniesi erano Tirreni125. Egli scrisse: Le città della penisola Calcidica sono abitate da vari popoli barbari bilingui e da una piccola minoranza calcidese, ma la maggioranza della popolazione è com123

M. Pandolfini, in Dizionario Illustrato della Civiltà Etrusca, a cura di M. Cristofani, s.v. Scrittura, p. 264. Erodoto, op. cit., I,56; II, 51; VI, 137. 125 Tucidide, La Guerra del Peloponneso, I, 97, 2. Nella sua opera, egli usa il termine Tirreni sempre con riferimento agli Etruschi; e non a torto Dionigi di Alicarnasso (Antichità Romane, I, 25,4) sosteneva che sia Sofocle che Tucidide facevano un esplicito riferimento alla provenienza italica dei Pelasgi di Argo, d’Atene e dell’isola di Lemno. 124

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posta di Pelasgi discendenti da quei Tirreni che abitarono Lemno ed Atene. Vi sono inoltre Bisalti, Crestonesi ed Edoni sparpagliati in piccole cittadine. Erodoto, per quel che riguarda la lingua parlata dai Pelasgi, disse: Non potrei dire con esattezza quale lingua parlassero i Pelasgi, ma se consideriamo sia il linguaggio di coloro che ancora rimangono di quei Pelasgi che, sopra i Tirreni, abitano nella città di Crestona (ed un tempo abitavano nel paese che ora è chiamato Tessagliotide, e che sta accanto agli attuali Dori), sia il linguaggio di quei Pelasgi che, dopo aver abitato con gli Ateniesi, andarono a colonizzare le città di Placia e Scilace sull'Ellesponto, sia il linguaggio di tutte quelle altre città che furono pelasgiche e che poi cambiarono nome, dobbiamo dedurre che i Pelasgi parlavano una lingua barbara. Infatti, gli abitanti di Crestona parlano come quelli di Placia, ma entrambi parlano una lingua diversa da quella dei loro circonvicini. In tal modo essi dimostrano di mantenere gelosamente il particolare linguaggio che portarono seco quando trasmigrarono nelle loro attuali sedi126. Dobbiamo rendere omaggio ad Erodoto per aver saputo cogliere l'unicità della lingua parlata da tutti i Pelasgi del Mediterraneo orientale, particolarmente da quelli che avevano abitato ad Atene. Oggi, dopo il ritrovamento delle iscrizioni di Lemno, noi sappiamo che quella lingua era simile all'Etrusco. Non solo, ma dopo le recenti scoperte dei genetisti, sappiamo pure che il DNA degli odierni abitanti dell’isola somiglia a quello degli attuali “Etruschi” d’Italia. Svariati storici greci, quali Mirsilo (vd. p. 28) e Strabone (vd. p. 31), del resto, dicevano che i Pelasgi o Tirreni di Atene e delle isole Egee e di parte dell’Asia Minore erano venuti dall'Italia. Evidentemente, i Greci fin dai loro primi contatti con le coste dell’Italia centrale tirrenica notarono la somiglianza di linguaggio e di certi costumi e culti religiosi degli “Etruschi” di quel tempo, con i “Tyrsanoi o Tyrsenoi o Tyrrhanoi o Tyrrhenoi” delle isole Egee e delle coste nord-occidentali dell’Anatolia, e ritennero a torto o a ragione, ma probabilmente a ragione, che gli uni e gli altri appartenessero ad un'unica stirpe e fossero stati protagonisti di scambievoli migrazioni fin dai tempi della preistoria127. Forse per questo estesero il nome di Tyrshanoi e sue varianti anche agli “Etru126

Erodoto, op. cit., I, 57. Storicamente, i Pelasgi o Tirreni di Lemno furono cacciati dalla propria isola alla fine del VI sec. a.C., come ci informa lo stesso Erodoto (op. cit., VI, 140; Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, IX, 19,6). A quel tempo essi parlavano ancora la lingua “pelasgica”, o forse erano bilingui. Si trasferirono nella penisola Calcidica, come afferma Tucidide; e, al tempo in cui Erodoto e Tucidide scrivevano, erano diventati ormai bilingui, e parlavano sia il loro antico linguaggio che il Greco. Che in Grecia esistesse una città chiamata Crestona lo avevano detto già Ecateo ed Erodoto, e dopo Tucidide lo dissero, Pindaro, Licofrone, Riano, Stefano di Bisanzio (, op. cit., s.v. Creston) e Tzetze (Ad Lyc,, Alex., 499; 937). 127 Alla fine del I sec. a. C., quando in Etruria si parlava ancora Etrusco, ma nel mondo greco non c'era ormai più chi parlasse la lingua pelasgica testimoniata da Erodoto quattro secoli prima, ci fu Dionigi di Alicarnasso che paradossalmente invocò proprio Erodoto per pretendere che il linguaggio dei Pelasgi dell'Egeo fosse stato del tutto diverso da quella parlato dagli Etruschi. Egli fece questo discorso:”Sbagliano, tutti coloro che sono convinti che fra Tirreni e Pelasgi ci sia coincidenza ed unità di stirpe. Io penso che la stirpe non fosse la stessa per molti fattori, ma, soprattutto per la diversità delle loro lingue nelle quali non trovo alcuna persistenza di una base comune. D'altra parte, come scrive Erodoto, né i Crotoniati (!) né i Placiani, che pure parlano la stessa lingua, hanno comunanza di linguaggio con i rispettivi popoli circonvicini. E' chiaro che essi conservano i caratteri della lingua che parlavano quando si trasferirono in queste regioni. E' certo che qualcuno potrebbe meravigliarsi che mentre i Crotoniati (!) parlavano come i Placiani, che abitano vicino all'Ellesponto, perché erano entrambi di origine pelasgica, non parlino invece come i vicini Tirreni (Etruschi)”(I, 30). Dionigi, come si vede, sostenne che Erodoto si fosse accorto che la lingua etrusca fosse differente da quella pelasgica. A noi però risulta che proprio a Lemno, isola sulla quale, come si diceva, aveva vissuto a lungo un popolo pelasgico, si parlava una lingua simile a quella etrusca. Faremmo dunque torto ad Erodoto se pensassimo che egli avesse detto quel che Dionigi gli faceva dire. Come si può riscontrare nel testi sopra riportati, Erodoto non pone infatti nessuna presunta Crotone umbro-pelasgica a nord dell’Etruria.

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schi” d’Italia. Secondo poi il noto glottologo Vladimir Georgiev, il nome dei Tyrshanoi o Tyrshenoi deriva dal nome neoittita *T(a)ruysan > *Trusyan (cfr. itt. Taruisa = Troia) che nelle isole Egee e sulle coste dell’Anatolia, i discendenti troiani davano ancora a se stessi128. 11). I TIRRENI E I GRANDI DEI. Tutte insieme le divinità della Religione Misterica che i Tirreni o Pelasti o Pelasgi o Pelargi (= cicogne) avrebbero introdotto ad Atene e nelle isole Egee erano chiamate Cabiri o Grandi Dei, e furono spesso assimilate ai Cureti e ai Coribanti. Quelle divinità, nei dipinti dei vasi del Cabirion di Tebe, sono raffigurate come gru o cicogne (cfr. il nome dei Pelargi = cicogne). Qui, a Tebe, infatti, l’istitutrice o restauratrice dei Misteri Cabirici era chiamata Pelarge (= cicogna), e fu divinizzata perché vista come una grande dea Cicogna. Il simbolo della cicogna (= pelarge) connotava dunque non solo quei Tirreni che dall’Italia avevano emigrato ad Atene erranti come cicogne (= Pelargi), ma i loro stessi dèi che li avevano spinti ad emigrare. Kàroly Kerényi ha acutamente osservato che è peculiare dei culti segreti primitivi l’identificazione di tutti i singoli membri d’una tribù con determinati animali del loro ambiente; nel caso dei Pelasgi o Pelargi (= Cicogne), questi sarebbero stati iniziati ad una dea cicogna ed identificati con essa fino a conservare il nome in quello del proprio popolo129. Ciò può giustificare, come vedremo in seguito, la presenza di una protome di uccello con collo e becco lunghi (cicogna?) a poppa ed a prua delle navi dei Pelescet o Pelascet (= Pelasti o Pelargi o Pelasgi) raffigurate nei rilievi egiziani del tempio di Ramses III. Le stesse cicogne, come pure vedremo meglio in seguito, si ritrovano a poppa e a prua dei modellini di nave in Romania, in Argolide (a Tirinto) e in Etruria (a Tarquinia), nonché sui tetti dei modellini di case protoetrusche di Tarquinia (vd. f. 74 a p. 193), e in genere su vari oggetti d’uso comune. Un uccello si trova pure a prua delle navi troiane guidate da Enea in una scena ovviamente derivata dall’Eneide di Virgilio (f. 75 a p. 195). Sempre, poi, nei rilievi dipinti egiziani dei Popoli del Mare del tempio di Ramses III, i Pelescet (Pelasti Pelargi Pelasgi) portano un elmo fittamente piumato forse con penne di cicogna . I nomi dei singoli Cabiri rimasero per lo più ignoti ai Greci. Sappiamo però che essi, a Samotracia, erano invocati come Axieros, Axiokersa, Axiokersos e Cadmilos130. Il nome di Axieros (la Grande Madre) richiama quello della dea etrusca Acaviser131. Quello di Cadmilos, poi, nella sua forma etrusca Catmite si ritrova per ora solo a Tarquinia132. Si trattava del nome di un ragazzo che aveva la funzione di servitore dei Grandi Dei, ma Egli nomina bensì la città di Crestona situata a nord di una gente tirrena del mondo greco; e Tucidide specifica che i Crestonesi abitavano accanto ai Tirreni della Penisola Calcidica. Dionigi non solo ha mutato il nome di Crestona in Crotone, ma ha pure giocato sul fatto che i Greci chiamavano Tirreni sia le popolazioni barbare o pelasgiche del bacino orientale del Mediterraneo sia gli Etruschi. Si può tuttavia presumere che Dionigi abbia effettivamente letto un codice di Erodoto dove il nome di della città pelasgica di Crestona in Grecia sia stato confuso con quello di una presunta città pelasgica di Crotone in Italia. L’equivoco poteva esser dovuto al fatto che alcuni Greci dovevano aver certamente notato l’effettiva somiglianza della lingua di tutti i Pelasgi (cioè Tirreni) del mondo Greco con quella dei Pelasgi (cioè Tirreni) d’Italia. 128 V. Georgiev, La lingua degli Etruschi, Roma, 1079, pp. 91-93. 129 Kàrol Kerényi, Miti e Misteri, Torino, 1979, p. 172. 130 Scolio ad Apollonio Rodio, Argonautiche, I, 917; F.H.I, III, p.154, 27. 131 E. Benviste, Nom et origine de la déesse etrusque Acaviser, “StEtr”, III, 1929, p. 249. 132 In uno specchio etrusco di questa città il troiano Ganimede, la cui funzione di coppiere divino è analoga a quella del greco-etrusco Cadmilos, è chiamato Catmite, nome che, come ha già notato la Secci, richiama quello dello stesso Cadmilos (E. Secci, Tradizioni culturali tirreniche e pelasgiche nei frammenti di Callimaco, “Studi e materiali di storia delle religioni”, XXX, 1, 1959, p. 94). Un’altro specchio etrusco, trovato a Tarquinia, reca pure il nome di Catmite (M. Cataldi, Tarquinia. La tomba 6326 con specchio iscritto, in Archeologia in Etruria meridionale, a cura di M. Pandolfini, Roma, 2006).

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che era il più importante perché era figlio e amante della Grande Madre (Axieros). Gli stessi Greci gli riconoscevano caratteristiche etrusche133. Il nome e l'esistenza in Etruria del culto di Cadmilos sono testimoniati anche da Varrone134 e da Dionigi di Alicarnasso135. Nella lingua etrusca il nome dei Cabiri o Grandi Dei è presente forse in quello del mese di Aprile, che noi conosciamo nella traslitterazione greca, come Cabreas (etr. *Capireas?). Lo stesso nome latino Aprilis (italiano Aprile) dovrebbe derivare da quello etrusco; e, poiché in Etrusco, il suffisso “le” ha la funzione di diminutivo, il significato etimologico di Aprilis (Aprile) dovrebbe essere quello di “giovane Cabiro”: giovane perché primo mese dell’anno solare. I Greci identificarono poi i Cabiri o Grandi Dei con Demetra (Axieros), Persefone (Axiokersa), Ade (Axiokersos) ed Ermes (Cadmilos). Ad Andania, nella Messenia, i Misteri136 venivano celebrati in un bosco di cipressi detto Karnasios alsos (che però vuol dire bosco di cornioli) perché sacro ad Apollo Karneios (Apollo Corniolo)137. E' probabile che in origine il luogo dove si celebravano i Misteri fosse stato un bosco di cornioli, e che il nome fosse rimasto ad indicare ogni luogo dove si compiva il rito. Per i Romani, i Grandi dèi erano Giunone, Minerva, Giove e Mercurio. Questi sarebbero stati gli stessi dèi Penati che Enea da Troia aveva portato in Italia138. Tarquinio Prisco, poi, esperto nella religione dei Misteri, ne avrebbe riunito il culto in un solo tempio139. Secondo la vulgata romana, i nomi dei Penati etruschi sarebbero stati invece Fortuna, Cerere, Genio ovvero Genio Gioviale, e Pale servo di Giove140. Fra questi dèi, Genio o Genio Gioviale era il padre di Tagete, il divino fanciullo inventore dell'aruspicina, emerso dalle zolle della terra mentre Tarconte arava i campi di Tarquinia141. *** 133

Callimaco, Diegesis, VIII, 33-40. Il nome del dio greco Ermes potrebbe essere in rapporto: a) con quello del dio Hermu menzionato sul rotolo del sarcofago di Lar Pulena a Tarquinia; b) con il nome Hermius dato dagli Etruschi al mese di Agosto; c) con le forme etrusche Herme, Hermenas, Hermenei e i gentilizi ceretani Hermunia ed Herminia; d) con il gentilizio etrusco-latino portato da Titus Herminius che fu console a Roma nel 506 a.C., e da Lar Herminius Coritinesanus (!), personaggi di origine etrusca, la cui famiglia era emigrata a Roma probabilmente al tempo della monarchia dei Tarquini. 134 Varrone, De lingua latina, VII, 34; Servio Danielino, op. cit., XI, 543: “Statius Tullianus de vocabulis rerum libro primo ait dixisse Callimachum apud Tuscos Camillum appellari Mercurium, quo vocabulo significant deorum praeministrum, unde Vergilius bene ait Metabum Camillam appellasse filiam, scilicet Dianae ministram: nam et Pacuvius in Medea loqueretur "caelitum camilla exspectata advenis, salve hospita". Romani quoque pueros et puellas nobiles et investes camillos et camillas appellabant, flaminicarum et flaminum praeministros ”; Macrobio, Saturnali, III, 8, 6. 135 Dionigi di Alicarnasso, op, cit. , I, 22. 136 I Misteri di Andania erano molto simili a quelli di Eleusi, Tebe, Lemno, Samotracia e, comunque con tutti quelli nei quali si veneravano i Cabri e le Grandi Dee. Le divinità erano Demetra, Core (Hagna), i Cabri o Grandi Dei, ed Apollo Corniolo. 137 Si favoleggiava che i Greci, per costruire il cavallo di Troia, avessero utilizzato il legno di un bosco del monte Ida, fatto di cornioli sacri ad Apollo Corniolo (Pausania, La Grecia, 13, 4). 138 Dionigi di Alicarnasso diceva che “gli oggetti sacri portati in Italia da Enea erano i simulacri dei Grandi Dei che tra i Greci erano particolarmente venerati dai Samotraci”. Inoltre riferiva che presso i Romani erano chiamati Camilli quei ragazzi che aiutavano i sacerdoti in certi riti istituiti da Romolo, e che “parimenti erano chiamati Cadmiloi quelli che presso gli Etruschi, e prima presso i Pelasgi celebravano i Misteri in onore dei Cureti e dei Grandi Dei”. Egli riferiva pure un passo di Mirsilo di Lesbo dove si diceva che gli Etruschi praticavano il culto dei Cabri (Dionigi di Alicarnasso, op. cit., I, 23; 69; II, 22). 139 Servio Danielino, op. cit., II, 296: “Eos autem esse Iovem, aetherem medium, Iunionem imum aerea cum terra, summum aetheris cacumen, Minervam, quos Tarquinius, Demarati Corinthii filius, Samothraciis mysticae imbutus, uno templo et sub eodem tecto coniunxit, et addidit Mercurium”. Macrobio ripeteva la notizia ignorando Mercurio (Saturnali, III, 4). 140 Arnobio, Adversus nationes, III, 40; 43. Come si vede, gli Etruschi affidavano a Pale la stessa funzione di servitore o di ministro che, nella Religione dei Misteri, i Greci e gli stessi Etruschi assegnavano a Cadmilos-Ermes, e che i Romani davano a Mercurio. 141 Festo, De significazione verborum, s.v. Tages.

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Si diceva che coloro che introdussero a Samotracia la religione dei Misteri fossero stati due fratelli: Dardano e Iasio142. Secondo la tradizione virgiliana, essi venivano dalla etrusca città di Còrito (oggi Tarquinia). Costoro erano figli di Giove, o di Còrito, e di Elettra figlia di Atlante. Da Còrito (oggi Tarquinia) emigrarono nell’isola di Samotracia. Da qui poi Dardano si portò in Asia Minore dove i suoi discendi fonderanno Troia 143. Iasio, invece, durante il soggiorno a Samotracia, nelle isole Egee, avrebbe avuto rapporti sessuali con Cibele, la dea madre di tutti gli dèi144; e dalla loro unione sarebbero nati i Coribanti. Nel 1831 Carlo Avvolta riferiva di aver visto dipinta sulla parete di una tomba etrusca di Tarquinia la dea Cibele, madre di tutti gli dèi, con corona turrita e scettro reale su un carro a due ruote trainato da quattro leoni e preceduto da una processione di dodici Coribanti (quanti i popoli etruschi) che suonavano flauti e tamburelli. In un’altra tomba, poi, egli diceva, si vedeva la stessa Cibele che concedeva la mano destra a un personaggio maschile145: forse lo stesso Iasio (figlio del re di Còrito Tarquinia) col quale la dea aveva avuto rapporti sessuali. Dalla loro unione era nato Coribante capostipite dei Coribanti. I dipinti di queste tombe sono purtroppo perduti. Secondo altre versioni, era stata la dea Demetra ad innamorarsi di Iasio. Per questo motivo gli aveva donato il chicco del grano; e dalla loro unione consumata su un campo di grano, era nato Pluto, il cui nome significava ricchezza146. A Tarquinia, nel porto di Gravisca, si veneravano Demetra, Core e Apollo. In alcune statuette, Demetra è seduta assieme a Iasio e al figlio Pluto147. A Lemno, dove prima dell’arrivo dei Tirreni Pelasgi esisteva una popolazione d’origine Tracia che venerava Efesto, dio del fuoco, le divinità cabiriche si mutarono nei tre fratelli nati dall’unione di Demetra con Efesto.

12). PITAGORA E OMERO. Si narrava che il filofoso greco Pitagora (571-497 a.C.) fosse un tirreno discendente da coloro che avevano colonizzato Lemno148; e c’era perfino chi sosteneva che Omero fos142

Secondo Mnasea di Patera (III sec.a.C.), Dardano proveniva da un luogo che Mnasea, stando al frammento che ci rimane, non precisa (Stefano Bizantino, De urbibus, s.v. Dardania). Secondo alcuni, veniva da Feneo, città dell’Arcadia (Varrone, in Servio Dan., All’Eneide, III,167; Dionigi Alic., Antichità Romane, I, 61; 68). Secondo Diodoro Siculo ( Biblioteca Storica, V, 47-49), era nativo di Samotracia. 143 Virgilio, Eneide, III, 170 ss. ; VII,205-211; 240-242. 144 Hermippo di Smirne (III sec. a.C.), in Igino, Astronomia, 7: “Hermippus qui de sideribus scripsit ait Cererem cum Iasione Coriti filio concupisse”. 145 C. Avvolta, “Boll. Ist.”, 1831; G. Dennis, Viaggio in Etruria, 1850, I, 384, n. 7; M. Pallottino, Tarquinia, 1939, col. 383, n.11; 412, n.21; Catalogo ragionato della Pittua Etrusca, 1985, pp,. 77 e 341. 146 Diodoro Siculo, Storia Universale, V, 46. 147 Vedi F. Colivicchi, I Materiali Minori (Gravisca), Bari, 2004, passim. 148 Neante di Cizico (III sec.a. C.) riferiva: “C'è chi dimostra che suo padre Mnesarco fu un tirreno di quelli che colonizzarono Lemno. Da lì venuto a Samo per affari, vi rimase e vi divenne cittadino. Quando poi Mnesarco navigò per l'Italia, il giovane Pitagora lo accompagnò in quella terra che era molto fortunata, e poi di nuovo navigò in essa”. Neante elencava infine i due fratelli maggiori: Eunosto e Tirreno (in Porfirio, Vita di Pitagora, 2). Pitagora, secondo Aristosseno, Aristarco e Teopompo, era tirreno (Clemente Aless., Strom., I, 62). Lo stesso Aristarco specificava che “proveniva da una di quelle isole (cioè Lemno ed Imbro) che erano state occupate dagli Ateniesi quando avevano cacciato via i Tirreni” (in Diogene Laerzio, VIII,1). E' interessante rilevare che sia l'isola di Lemno, nell'Egeo, sia l'isola d'Elba, in Etruria, furono chiamate anche Etalia, e che i Pitagorici ritenevano che nel loro maestro si fosse reincarnata l'anima di Etalide. Questi, secondo Apollonio Rodio, era figlio di Ermes, ed era stato un argonauta di quelli che erano andati ad abitare a Lemno prima che vi giungessero i Tirreni scacciati da Atene (Argonautiche, I, 640, ss. ; III, 1175). Etalide o Etalio, era anche il nome di uno dei marinai etruschi che avevano rapito il dio Dioniso, e che questi aveva trasformato in delfini (Ovidio, Metamorfosi, III, 647; Igino, Leggende, 134). Pitagora, per Tito Livio (I, 18,2), era un contemporaneo di Servio Tullio; e secondo quanto specificano Cicerone (Tusc.,

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se etrusco. In un frammento di Eraclide Pontico (III sec. a.C.) si legge: Omero dalla Tirrenia si recò a Cefallonia ed Itaca dove ammalatosi perse la vista149. Itaca era una delle città dove si diceva che fosse nato Omero. Ciò consente di sostenere che, nella parte perduta del frammento, Eraclide abbia detto che Omero era nato in Etruria. 13). LE TAPPE E L’EPOCA DELLA

MIGRAZIONE.

A grandi linee, le tappe della mitica migrazione tirreno-pelasgica dall’Italia verso oriente, attraverso i Balcani meridionali (f. 12), possono essere così ricostruite: Regisvilla / Maltano, Gravisca (Corito - Tarquinia) > Sicilia (Elimi) > Acarnania > Epiro (Dodona) > Macedonia (Aiane, Elimia) > Beozia (Tebe) > Attica (Atene) / Argolide e Tessaglia > Isole Egee (Lemno, Imbro, Samotracia, Lesbo, Creta, Milo, Antandro, Tenedo, ecc.) > Asia minore (Troade, Misia, Lidia, Cizico, Chersoneso, Ascania, ecc.). Secondo Dionigi d’Alicarnasso, le migrazioni dei Tirreni dall’Italia verso il bacino orientale del Mediterraneo iniziarono due generazioni prima della guerra di Troia e si protrassero anche dopo di essa150. Parallelamente, Strabone sosteneva che le migrazioni pelasgiche in Anatolia era avvenute prima, durante e subito dopo la guerra di Troia151. Qualunque sia la vera data di quella guerra, gli storici greci la posero variamente in un arco di tempo che andava dal 1334 (Duride di Samo) al 1250 (Erodoto), al 1184 (Eratostene) e al 1135 a.C. (Eforo di Cuma in Elide). Gli antichi potevano quindi variamente intendere che la leggendaria migrazione dei Pelasgi o Tirreni dall’Italia verso oriente fosse avvenuta in un momento del tempo che intercorre tra la fine del XV e quella del XII sec. a.C. Ciò potrebbe confortare la proposta che ipotizza una migrazione dall’Italia verso oriente sulle rotte già aperte dai Micenei che erano venuti in Italia: migrazione che sarebbe culminata poi nello sciamare dei cosiddetti Popoli del Mare (Tirreni, Pelasgi, Sicuili, Sardi) fra le isole del mar Egeo e sulle coste dell’Africa e dell’Anatolia. Ma le migrazioni potrebbero essere già cominciate, come abbiamo già detto (vd. p. 21), ai tempi in cui i Rinaldoniani (secc. XVII-XVI) e i popoli che li seguirono (secc. XV-XIV) dovettero abbandonare le loro sedi italiche poste fra il Tevere e l’Arno.

I,38) ed Aulo Gellio (XVII, 21,6), egli venne in Italia durante il regno di Tarquinio il Superbo. Giamblico sosteneva che egli ebbe molti etruschi fra i suoi primi discepoli. Con evidente anacronismo, si credé pure che Numa Pompilio, re di Roma, avesse frequentato la scuola di Pitagora a Crotone in Calabria (Gianblico, Vita di Pitagora, 142; Dionigi Alic. op. cit., II, 59; Tito Livio, op. cit., I, 18, 2-4). Plutarco riferiva che un etrusco di nome Lucio, discepolo di Moderato Pitagoreo (I sec.d.C.), sosteneva che “Pitagora fu un tirreno; non per parte di padre, come taluni intendono, ma per essere egli nato, cresciuto ed educato nella Tirrenia” (Questioni conviviali, VIII, 727 B). Aristotele e Giamblico riferivano un fatto che sarebbe avvenuto durante il soggiorno di Pitagora in Etruria: il filosofo, con un morso, avrebbe ucciso un serpente velenoso (Aristotele, frag. 19, Rose). 149 FGH, II, p. 232. 150 Dionigi di Alicarnasso, op. cit. , I, 23; 28. 151 Strabone, Geografia, XII, 8,4.

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Fig. 12 - Le principali tappe della migrazione

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Alberto Palmucci

PARTE

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PRIMA


DA

OCCIDENTE

A

ORIENTE

Capitolo Terzo

I POPOLI DEL MARE

1). CRONOLOGIA DEL TARDO ELLADICO (TE) periodo

data approssimativa

Tardo Elladico I Tardo Elladico IIA Tardo Elladico IIB Tardo Elladico IIIA1 Tardo Elladico IIIA2 Tardo Elladico IIIB1 Tardo Elladico IIIB2 Tardo Elladico IIIC (antico) Tardo Elladico IIIC (medio) Tardo Elladico IIIC (ultimo) Post-miceneo Protogeometrico

1550-1500 a.C. 1500-1450 a.C. 1450-1400 a.C. 1400-1350 a.C. 1350-1300 a.C. 1300-1230 a.C. 1230-1190 a.C. 1190-1130 a.C. 1130- 1090 a.C. 1090-1060 a.C. 1060-1000 a.C. 1000 a.C.

1). IL CROLLO DELLA CIVILTÀ MICENEA: INIZIO DEL TE IIIB E CORSO DEL TE IIIB1 (ca. 1300-1230 a. C.) Nelle prime fasi del periodo TE IIIB (ca. 1300) sia il cosiddetto “Palazzo Nuovo” di Tebe sia il Palazzo e la cittadella di Gla furono distrutti. Nel periodo TE IIIB1 (ca. 1300-1230 a.C) avvenne la distruzione del grande edificio di Zyugouris e delle cosiddette “Case fuori le Mura” di Micene (Casa del Mercante dell’Olio, Casa degli Scudi, Casa delle Sfingi, Casa Occidentale). I luoghi colpiti non furono più ricostruiti. Ma, nell’Argolide, gli abitanti di Tirinto e quelli di Micene consolidarono le opere di difesa. Intanto, sull’istmo di Corinto per arginare le forze terrestri che scendevano da nord ovest, venne costruita una possente muraglia. In una fase avanzata del periodo TE IIIB (ca. 1230-1190 a.C.) anche Atene fortificò per la prima volta la sua acropoli con la costruzione di un grande muro circondario. Questa progressione da Tebe ad Atene richiama le notizie di quegli storici greci secondo i quali i Tirreni-Pelasgi si mossero dall’Italia, e dapprima si stabilirono a Tebe, poi furono scacciati dai Mini e dagli Orcomeni che li sospinsero verso Atene (vd. p. 36). Qui, i Tirreni-Pelasgi avrebbero costruito il famoso Muro che dal loro nome fu variamente detto Pelargico, Pelastico e Pelasgico (vd. p. 30).

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Costoro, diceva Mirsilo di Lesbo, erano partiti dall’Italia ed erano giunti in varie terre fra cui Atene dove furono denominati Pelargi (gr. Pelargoi = Cicogne) perché essi, come le cicogne in autunno, emigravano da occidente a oriente passando per la Grecia. Oggi, s’è trovato che su un rilievo dell’Asklepion fiancheggiante il muro dell’acropoli di Atene è raffigurata una cicogna (vd. p. 30). Quanto alla presenza dei Tirreni-Pelasgi in Argolide si ricordi che già Omero, nell’Iliade, parlò di Pelasgi a Dodona (in Epiro), nell’Argolide, in Tessaglia e pure in Anatolia (quali alleati dei Troiani). Con ciò Omero testimonia una antichissima tradizione che ricordava la presenza di gente pelasgica in Grecia ed in Oriente prima della guerra di Troia. Sofocle (V sec. a.C.), poi, definiva “Tirreni Pelasgi” (cioè Pelasgi di origine Tirrena) gli abitanti dell’Argolide (vd. p. 37). Si ricordi pure la figura leggendaria di Maleo o Maleoto o Malteo che conduce una migrazione da Regisvilla (a nord di Gravisca, il principale porto di Tarquinia), ad Atene e da qui a Creta ed in Lidia (vd. p. 42).

3). ULTIMO TE IIIB ED INIZIO DEL TE IIIC (ca. 1230 – 1190 a. C.) In Laconia, il sito di Agios Stefanos fu abbandonato durante il primo periodo TE IIIC (ca. 1190). Le prove di uno spopolamento di massa durante il periodo TE IIIC sono più evidenti in Messenia che nelle altre parti della Grecia meridionale. E proprio mentre in Laconia, Messenia ed Argolide noi registriamo oggi una diminuzione di antiche sepolture, in Achaia ne registriamo un aumento: indice questo d’una crescita di popolazione dovuta all’arrivo di profughi che venivano dalle precedenti regioni. Ciò avviene nelle Isole Ionie, specialmente a Cefallenia. Nell’isola di Cipro (ad Enkomi, Kiton, Maa Paleokastro e Sinda) un primo afflusso di gente avvenne ai primi del TE IIIC (ca. 1230), ed un secondo avvenne un paio di generazioni più tardi, durante la fase avanzata del TE IIIC (ca. 1130-1090). Jeremy Rutter152, dal quale abbiamo preso i dati che stiamo riferendo, osserva acutamente che le zone le quali presentano i segni della distruzione violenta durante l’ultimo TE IIIB, col conseguente massiccio spopolamento nel successivo TE IIIC, si trovano lungo una linea che scende dal nord ovest (Beozia, Argolide, Corinzia, Attica occidentale, Messenia, Laconia) per poi diramarsi sia a Ovest (Acaia, Isole Ionie), sia a Sud (Creta), sia ad est (Attica orientale, isola di Cipro). Atene presenta un caso particolare. L’affollamento dei cimiteri in Attica orientale suggerisce che la regione addirittura aumentò la popolazione. Il caso di Atene non fa meraviglia. Sappiamo che gli Ateniesi convissero pacificamente coi Tirreni Pelasgi tanto che furono questi ultimi ad erigere il cosiddetto Muro Pelasgico a difesa dell’acropoli della città (vd. p. 30). I Tirreni Pelasgi dovettero aver protetto Atene dagli assalti di altre genti (come i Sardi e i Siculi dei Popoli del Mare) perché essi dovettero usare la stessa Atene come propria base di partenza per pirateggiare nel Mediterraneo orientale.

Più tardi però, durante una sottofase del periodo TE IIIC, tra il 1190 ed il 1150, Atene subì la distruzione violenta della cittadella (in contemporanea con la distruzione di Iria in Argolide). Nemmeno questo evento deve meravigliare. Gli storici greci narrano che gli Ateniesi infine scacciarono i Tirreni-Pelasgi perché questi importunavano le donne del luogo. Questi andarono a 152

J. Rutter, Ceramic Evidence of Notthern Intruders in Southern Greece at the Beginningof the Late Helladic IIIC Period, “AJA”, 79, 1975, pp. 17-23; Some Comments on Interpreting the Dark-surface Handmade Burnished Pottery of the 13th and 12th Century B.C. Aegean, “JMA”, 3, 1990, pp. 29-49.

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sciamare nelle Isole Egee (soprattutto a Samotracia, Lesbo, Imbro, Lemno, ecc.) e sulle coste dell’Anatolia (Placia, Scillace, Cizico, ecc.). E si diceva pure che poi i Tirreni-Pelasgi si vendicarono. Erodoto raccontava che coloro che avevano emigrato nell’isola di Lemno tornarono nell’Attica, rapirono molte donne Ateniesi, e le portarono oltre il mare come concubine. La notizia che più ci illumina sulla distruzione della cittadella di Atene è però quella che ci ha fornito Eustazio: “Una volta i Tirreni, dopo aver riunito grande bande di pirati, vinsero gli Ateniesi, li presero prigionieri e ne saccheggiarono la città” (vd.p. 38).

4). DOPO IL CROLLO DEI PALAZZI: TE IIIC (XII sec. a.C.) Dopo le distruzioni avvenute alla fine del TE IIIB, le città argoliche di Micene e Tirinto non rimasero completamente deserte. I loro Palazzi furono ricostruiti, e le loro fortificazioni continuarono a funzionare. Però esse saranno nuovamente distrutte tra il 1150 e il 1125 a.C. Più o meno nello stesso periodo furono distrutte anche Iria nella stessa Argolide e la cittadella di Atene nell’Attica. Siamo al tempo in cui i Popoli del Mare (fra cui i Turuscia ed i Pelescet), dopo le sconfitte subite ad opera degli Egizi per aver tentato di invadere la valle del Nilo, tornano a sciamare fra le isole e le coste del mediterraneo orientale (vd. p. 64).

Durante il XII secolo nell’isola di Creta (a Karphi, Kavousi-Kastro, Chalasmeno, Katalimata, Erganos, Kastros Kepahala e Kastri) sono avvenuti flussi di emigranti dal continente. Alla fine del XII secolo ed all’inizio dell’XI, si hanno sepolture dentro la cittadella di Micene e dentro l’acropoli di Atene. Durante la seconda metà del TE IIIC, nell’Attica (ad Atene e a Perati) e nell’isola di Rodi, fa la sua prima comparsa la cremazione con sepolture in singole ciste. Queste incinerazioni sono state variamente considerate come provenienti dall’Anatolia occidentale oppure dall’Epiro ai margini della Grecia micenea. *** Si ritiene che coloro che determinarono il crollo della civiltà achea (oggi chiamata micenea), siano stati i cosiddetti Popoli del Mare. Per la loro identificazione vedi più avanti. In chiave mitica, si narrava peraltro che Agamennone (re di Micene) inviò Eolo in Italia, presso lo stretto di Messina per cercare di fermare i Tirreni che si preparavano a devastare la Grecia153.

L’avanzata dei Popoli del Mare turbò l’equilibrio dei regni micenei e del vicino oriente fino a sconvolgere il gioco delle alleanze e dei rapporti fra gli Stati. All’interno degli stessi paesi ci fu naturalmente chi si oppose agli invasori, ma ci fu pure chi patteggiò con essi o addirittura si unì a loro. Uno dei casi dovette essere stato quello di Atene, e più tardi quello di Ugarit in Siria. Come dice Louis Godard, sembra che i Palazzi micenei siano stati distrutti dai Popoli del Mare, ma sembra pure che altri micenei si siano alleati coi Popoli del Mare154. E’ facile supporre che quanti erano insoddisfatti del regime palaziale 153

Servio Danielino. Ad Verg Aen. , I, 52: “Aeolus, Hippotoe sive Iovis filius qui cum bellum quo Tyrrenus, Lipari frater, Peloponnesum vastare proposuisset, missus ab Agamennone ut freta tueretur, pervenit ad Liparum qui supra dictas insulas regebat imperio, factaque amicizia Cyanam filiam eius in matrimonium sumpsit et Strongulam insulam in qua maneret accepit”. 154 Louis Godard, L’invenzione della scrittura, Torino, 2001, p. 260.

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si siano lasciati coinvolgere nelle avventure dei vincitori. I testi egizi infatti includono gli stessi Eqwesh (Achei), insieme ai Turuscia (cfr. um. Turski e lat. Tu[r]sci > E.-trusci > it. Etruschi) e ai Libici, fra i Popoli del Mare che tentarono di penetrare nel delta del Nilo. 5). LA CARESTIA IN ANATOLIA. In un frammento della lettera inviata da uno degli ultimi imperatori ittiti al suo vassallo re dell’isola di Cipro (Alashiwya) si legge: Figlio mio, quel che hai scritto riguardo al caso delle navi, cento di esse si trovano a [.?.]. Non sai, figlio mio, che c’è la carestia nel mio paese? Bene, spediscimi la nave, e che venga scaricata ad Ura oppure a Lashti155. Un altro testo, in lingua ugarita, dice: Lettera di [.?.] della corte ittita a [.?.], sovrano di Ugarit: “Il Grande re si attende che il Re di Ugarit partecipi agli aiuti da inviare al paese di Ura (nella Cilicia occidentale?) che è attanagliato dalla carestia [.?.]. Quelli che vivono ad Ura mancano di ogni cosa, ed hanno chiesto soccorsi al Sole (cioè a me). Il Sole (cioè io) ha assegnato loro duemila misure di grano provenienti da Mukish (nella Siria settentrionale). Tu, da parte tua, invia loro almeno una grande nave equipaggiata, affinché costoro ricevano grano [.?.]. Ne va di vite umane. Sbrigati [.?.], è cosa di vita o di morte”156. In una delle iscrizioni del tempio di Karnak si legge che più tardi, nel 1235 a.C., il faraone egizio Merneptath, durante il suo secondo anno di regno, inviò all’ultimo imperatore ittita, Arnuwandas, una intera flotta di navi cariche di grano, attraverso Mukish ed Ura, per aiutare la popolazione di P.d.s (verosilmente la omerica città di Pedaso nella Troade meridionale)157, vassalla dell’impero colpito da una grave carestia. 6). I POPOLI DEL MARE E LA PRIMA AGGRESSIONE ALL’EGITTO. Nei geroglifici dello stesso tempio di Karnac, in Egitto, poi, si legge che il medesimo faraone Merneptah, durante il quinto anno (1232) del suo regno, sconfisse una coalizione di Libici e Popoli del Mare. Questi ultimi erano così chiamati nelle fonti egizie. Questi Popoli erano composti da Shekelesh (Siculi?), Sherden (Sardi?), Eqwesh (Achei?), Luka (Lici?) e Turuscia o Turiscia o Turscia o Truscia (Etruschi? cfr. etr. Turs-iki-na, VII sec. a.C.; um. Tursce e Tuskum e Tuscom, III - I sec. a. C; lat. Tuscum ed E-truscum > it. Etrusco)^. ^ M. Pallottino, Etruscologia, Milano, 1957, p. 70: “Il nome nelle iscrizioni geroglifiche è scritto letteralmente Twrwš’.w (varianti Twrjš’.w, Twjrš’.w) con una grafia sillabica adottata per i nomi 155

BO 2810. Testo 33 R.S. , 20.122. 157 Le iscrizioni geroglifiche egizie adottavano per i nomi stranieri una grafia sillabica priva di vocali, e questo ci rende opinabile la vocalizzazione del nome di Pds. I testi ittiti menzionano una città di Pitassa; Omero, sua volta, nell’Iliade (VI, 35; XX, 92; XXI, 87) nomina spesso una città di Pedaso sul fiume Satnioeis della Troade, e Strabone (VIII, 584; 605) spiegava che Pedasos era una città dei Lelegi di fronte all’isola di Lesbo, vale a dire fra la Troade e la Misia dei suoi tempi. I Lelegi poi erano fra coloro che secondo Omero, nell’Iliade, avevano portato soccorso a Troia (itt. Taruisa) assediata dagli Achei. 156

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stranieri e nella quale le semivocali w, j, ’ rappresentano forse suoni vocalici, cosicché la pronuncia sarebbe Turuscia, Turiscia o Turscia”. Noi adottiamo costantemente queste trascrizioni.

I testi egizi specificavano che tutti erano venuti, via mare, ed avevano tentato di invadere l'Egitto dai confini occidentali. Alcuni studiosi hanno identificato i Luka con i Lici dell’Anatolia (a quel tempo vassalli dell’impero ittita), gli Eqwesh con gli Achei della Grecia e delle isole Egee, gli Sherden con i Sardi dell’isola della Sardegna (Italia), gli Shekelesh con i Siculi dell’isola della Sicilia (Italia). Varia è stata l’identificazione dei Turuscia o Turiscia o Turscia o Truscia. Molti studiosi li hanno identificati con quegli abitanti dell’Italia centrale tirrenica che gli Umbri chiameranno Turski e Tusci, i Latini Tusci ed E-trusci (Etruschi), ed i Greci Tyrsa-noi, Tyrsenoi o Tyrrhe-noi (Tirreni). Altri li hanno identificati coi Tyrsa-noi, Tyrse-noi o Tyrrhenoi (Tirreni) delle isole Egee, altri ancora coi Tyrsenoi o Tyrrhenoi della Lidia, altri infine con gli abitanti della città o regione che gli Ittiti chiamarono Taruisa o Truisia (Troia). C’è poi chi ha visto in questi Turu(i)scia o Turscia o Truscia che avrebbero abitato a Taruisa o Truisa (Troia) gli antenati dei Tursci o Tusci o E-trusci (Etruschi). Sul piano mitostorico, queste proposte trovano riscontro sia nelle leggendarie migrazioni dei Tirreni o Pelasgi d’Italia verso il bacino orientale del Mediterraneo, sia nelle altrettanto leggendarie migrazioni di Troiani, Tirreni e Pelasgi dal bacino orientale del Mediterraneo in Italia. Tutte insieme, poi, le proposte trovano un denominatore comune in Virgilio e in altri autori antichi i quali sostenevano che i Tirreni della città di Corito (Tarquinia) in Etruria fossero imparentati coi Troiani sia in linea ascendente che discendente158.

Le fonti principali della guerra combattuta nel 1232 dal faraone Merneptah contro i Libici e i Popoli del Mare sono costituite da tre principali documenti: 1. una lunga iscrizione ritrovata dentro il tempio di Karnac159, 2. una stele proveniente da Athribis160, 3. e la cosiddetta Stele di Israele161. L’iscrizione di Carnak ricorda che Maraye, re dei Libi, si mise a capo di una coalizione di Libi, ed insieme alle mogli e ai figli tentò d’invadere l’Egitto dalla parte occidentale del delta del Nilo. Egli era affiancato da una confederazione di genti del mare (Popoli del Mare) provenienti da “tutti i paesi settentrionali”: Eqwesh (Achei), Turuscia (E-truschi), Luka (Lici), Sherden (Sardi) e Shekelesh (Siculi). Per gli Eqwesh (Achei) si specifica che venivano “dalle regioni montane del mare”. Nella ventesima linea dell’iscrizione, il faraone spiega che tutti costoro passavano il tempo a percorrere la regione combattendo per riempire giornalmente la pancia, e venivano nel paese d’Egitto per cercare quel che necessitava alle loro bocche (linea 20). Dopo una lacuna, nella ventiquattresima linea dell’iscrizione, il faraone rammenta di aver precedentemente inviato navi cariche di grano nel “paese di Khetti”: questo era il nome egizio delle terre dell’impero ittita del quale Troia era vassalla (vd. p. 107). Accen158

Vd. A. Palmucci, Analisi della Mitologia Propedeutica alla Figura di Dardano e alla Città di Còrito Tarquinia nell’Eneide, “Atti e Memorie della Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova” , 59, 1992. 159 W. M. Muller, Egyptological Reasearches, vol. I, Washinton, 1906. 160 G. Maspero, Notes sur quelques points de grmmaire et d’histoire, «ZAS», XXI, 1883, p. 65 ss. 161 W. Spiegelberg, Der Soegesbymmus des Merneptah auf Flinders-Etrie Stela, „ZAS“, 24, 1986, p. 1 ss.

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nando all’invio di quei carichi di grano inviati nelle terre dell’impero ittita il faraone alludeva certamente al grano da lui in precedenza spedito a P.d.s. (Pedaso?) per sfamare gli abitanti afflitti da una grave carestia. Pedaso, come già abbiamo visto era una città della Troade meridionale confinante con la Misia (vd. p. 54 e n. 6). A sua volta, la Misia era la terra che, come si diceva, i Tirreni di Tarconte e Tirreno avevano abbandonato per poi venire a vivere in Etruria assieme ad Enea (vd. p. 147, ss.). Dunque, fra i Popoli del Mare che cercavano d’invadere l’Egitto ce ne era uno che veniva dalla Troade e fors’anche dalla vicina Misia. Si tratta forse degli Eqwesh? No, se questi sono gli Achei. Si tratta degli Sherden? No, se questi sono i Sardi o i loro antenati. Si tratta degli Shekelesh? Neppure, se questi sono i Siculi o i loro antenati. Potrebbero essere i Luka (Lici), ch’erano vassalli degli Ittiti; però nella Licia non c’erano città che si chiamassero Pedaso. E’ dunque possibile che gli ingrati abitanti della Troade precedentemente sfamati dal faraone, e che ora tentano di penetrare in Egitto, siano i Turuscia (E-truschi) che, in preda alla carestia, hanno abbandonato la Misia e la Troade ed ora pirateggiano affamati nel Mediterraneo orientale tentando pure di entrare nelle fertili terre del Nilo. E a conforto dell’ipotesi che i Turuscia (E-truschi) fossero venuti dalla Troade, ch’era vassalla dell’Impero Ittita, sta pure il fatto che il faraone, dopo aver sconfitto i Libici ed i loro alleati, fra cui i Lici e i Turuscia, dirà che “i prìncipi prostrati gridano pietà”, e che ora anche “la Terra degli Ittiti è in pace” (vd. p. 57). Questi Turuscia (E-truschi), che i Greci chiamavano Tirreni e a volte consideravano Pelasgi, erano quegli stessi Pelasgi che, secondo Omero, abitavano nella stessa Troade, ed avevano combattuto a fianco dei Troiani contro gli invasori Achei? O addirittura, come voleva Virgilio, gli Etruschi (cfr. Turuscia/Truscia) erano gli stessi Troiani? Secondo lui i fondatori di Troia erano stati gli Etruschi di Còrito (oggi Tarquinia). Ora, si tratta di una invenzione di Virgilio; oppure il poeta attingeva a fonti etrusche? E, comunque, si trattava d’una favola oppure la cosa è ipotizzabile sul piano storico? Ne tratteremo nei prossimi capitoli del nostro lavoro.

Il faraone fermò l’invasione degli stranieri. Dopo che gli arcieri egizi ebbero fatto una carneficina di sei ore, i Libi e i loro alleati Popoli del Mare dovettero ritirarsi. I re Maraye si diede alla fuga. Dei suoi combattenti una parte morì sul campo, e un’altra fu fatta prigioniera. L’iscrizione di Karnac parla di 6.101 Libi e di 2.362 stranieri uccisi fra cui 742 Turuscia (E-truschi) e 222 Shekelesh (Siculi)162. La stele di Atribis, peraltro, conta addirittura 2.200 Turuscia (E-truschi)163. Evidentemente, fra i Popoli del Mare, i Turuscia (E-truschi) costituivano l’elemento più numeroso ed il nucleo più forte degli attaccanti. N. B. E’ verosimile che le spade di tipo italico, o comunque europeo, oggi trovate nel delta del Nilo (vd. pp. 70-77 e ff. 20-24), fossero state quelle degli invasori Popoli del Mare. E, poiché è altrettanto verosimile che fra coloro che gli Egizi fecero prigionieri, vi fossero artigiani forgiatori di spade da combattimento, anche le due spade, sempre di tipo europeo ed italico, che recano il cartiglio dei faraoni Merneptah e Seti (vd. p. 70-77 e f. 20-24), dovrebbero esser state fabbricate in loco dai prigionieri italici passati al servizio del faraone.

Sulla grande stele di granito che Merneptah fece erigere in proprio onore presso Tebe leggiamo poi, fra le altre cose, che ora i prìncipi prostrati gridano pietà, ... una grande gioia regna in tutto l’Egitto, ... e la terra degli Ittiti è in pace. 162 163

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G. Farina, I Popoli del Mare, “Aegyptus”, 1920, pp. 15-16. Storia del mondo antico, II, a cura di I. E. Edwars e altri, Garzanti, 1988, p. 907.


L’impero ittita però al suo interno non era affatto sereno. Guerre intestine ed una grande carestia lo affliggevano; e già il suo imperatore, come abbiamo visto, aveva dovuto chiedere vettovaglie persino al faraone. 7). IL CROLLO DELL’IMPERO ITTITA Respinti dagli Egiziani, i Libi si ritrassero nella loro Libia confinante con l’Egitto. Ma i vaganti Popoli del Mare, soprattutto i Turusha (E-truschi) e gli Eqwesh (Achei)164, dovettero tornare a sciamare lungo le coste dell’Anatolia e nelle isole Egee. Alcune di queste isole erano abitate da altri Achei (gli Akkijawa nominati nei testi ittiti); altre, fra cui Lemno, Imbro, Lesbo e Samotracia, secondo le fonti antiche (vd. pp. 36-45) erano state già occupate da coloro che i Greci chiamavano Tirreni (gli stessi Turuscia?) e Pelargi venuti dall’Italia attraverso Atene. Dalle isole Egee i Popoli del Mare invasero l’Anatolia e fecero crollare l’impero ittita coi suoi regni vassalli. Il regno di Arzawa (la futura Lidia) fu invaso e devastato attorno al 1200 a.C. Ed è in questo stesso periodo che gli Achei, secondo Omero, distrussero Troia. Ma gli Achei che distrussero Troia erano forse gli stessi imbarbariti Achei (gli Eqwesh) dei PopolI del Mare? 8). LA SECONDA AGGRESSIONE ALL’EGITTO Il faraone Ramses III, nel quinto anno del suo regno (ca. 1194 a.C.), dovette fronteggiare una nuovo tentativo di invasione. Nel resoconto che egli fece scrivere nel secondo cortile del tempio di Medinet-Habu si legge: Le regioni settentrionali tremarono nelle loro membra a causa dei Pelescet (cfr. i Pelasti o Pelargi o Pelasgi) e dei Tjekker (Teucri: altro nome dei Troiani) ... Essi erano guerrieri T.H.R. di terra... Quelli che giunsero per mare.... entrarono nelle bocche del fiume e furono come uccelli caduti nella rete165. Rispetto a quei popoli che già nel 1232 avevano attaccato l’Egitto, i Pelescet (Pelasti / Pelargi / Pelasgi?) e i Tjekker (Teucri) sono nuovi. Essi cercavano una nuova sede nella fertile valle del Nilo, e verosimilmente avevano abbandonato la Troade oppressa dalla carestia e forse già invasa dagli Achei (gli Eqwesh dei PopolI del Mare?). Respinti da Ramses III, i Pelescet (Pelasgi) ed i Tjekker (Teucri) si riorganizzarono e, pochi anni dopo, tentarono un’invasione per la terza volta.

9). LA TERZA AGGRESSIONE ALL’EGITTO

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C’è chi ha avanzato l’ipotesi che la fine dell’impero miceneo sia dovuta a un brusco cambiamento climatico, a siccità, a carestia, terremoti e altro. Ma questi fatti non sono documentati, e quand’anche fossero accaduti, sarebbero stati eventi concomitanti. L’esistenza degli Akkiiawa, invece, fra i popoli del Mare, è un fatto certo; e la loro identificazione con gli Achei non solo è linguisticamente corretta, ma è verosimile sul piano degli eventi storici. 165 J. H. Breasted, Ancient Records of Egipt, Chicago, 1906, par. 36 ss.

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Dopo aver invaso l’impero ittita, alcuni dei vecchi Popoli del Mare ed altri nuovi, durante l’ottavo anno (ca. 1190 a.C.) di regno (ca. 1197 e il 1165 a.C.) del faraone Ramses III, scesero via terra e via mare dall’Anatolia, e tentarono ancora una volta d’invadere l’Egitto. Evidentemente, la grande carestia e la generale crisi che affliggeva l’Anatolia non aveva offerto buone risorse ai nuovi arrivati. I documenti egizi ritraggono i Pelescet (Pelasti Pelargi Pelasgi) che avanzavano verso l’Egitto portando con loro mogli e figli su carri trainati da buoi gibbosi (f. 14). La caduta dell’impero ittita ed il successivo tentativo d’invadere l’Egitto sono riferiti da vari documenti. Fig. 13 - Il terzo attacco dei Popoli del Mare all’Egitto

Fig. 13. La terza aggressione all’Egitto da parte dei Popoli del Mare avviene via terra e via mare. I Pelescet (Pelasgi) che scendevano dall’Anatolia, soprattutto dalla Troade e dalla Misia (Tebe) riusciranno a stanziarsi nella terra che da loro prenderà il nome di Palestina. Fig. 14 - La battaglia terrestre degli Egizi contro i Pelescet (particolare)

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Fig. 14. TEMPIO DI MEDINET HABU. Gli Egizi assalgono i Pelescet (Pelasgi) che dall’Anatolia scendono in Egitto con carri, mogli e figli. Ciò vuol dire che questi particolari Pelasgi non venivano dalle isole, ma abitavano in Anatolia da qualche tempo.

Dentro il secondo cortile del tempio di Medinet Habu, in una lunga iscrizione dell’ottavo anno (ca. 1190) di regno di Ramses III, il faraone rammenta che prima di lui la rovina affliggeva gli Ittiti e gli altri popoli anatolici vicini all’Egitto. Egli spiega: Le terre dei popoli della nona curva furono bruciati dal calore; le loro foreste e i loro campi erano come disseccati ... . E’ allora che il bisogno delle bocche si fece sentire e che una grande miseria e disperazione assalì gli spiriti. Era già passato del tempo da quando gli ultimi imperatori ittiti avevano chiesto aiuto ai loro vassalli ed al faraone per sfamare se stessi ed i loro vassalli; ed erano passati certamente più di trent’anni da quando il faraone Merneptath aveva inviato grano a Pedaso nella Troade. Ora, la situazione continua, anzi si aggrava. Lo stesso Ramses racconta: I paesi stranieri ordirono un complotto nelle loro isole. La guerra si diffuse contemporaneamente in tutti i paesi e li sconvolse. Nessuno poté resistere alle loro armi, a cominciare da Attusa, Kode, Karkamis, Arzawa ed Alasiya ... Costoro posero un campo presso Amur, e devastarono e spopolarono il paese attorno come se mai fosse esistito. Essi avanzarono portando fiamme dinanzi a loro. La loro confederazione era composta di Pelescet (Pelasgi), Tjekker (Teucri), Sheklesh (Siculi?), Danu (Danai?) e Weshesh (?). Nel papiro Harris I, conservato al British Museum di Londra, al posto degli Sheklesh (Siculi?) sono elencati gli Sherdan (Sardi?). Un’iscrizione di Deir el Medineh, e un’altra del tempio di Medinet-Habu include pure i Turuscia (E-truschi), e li elenca insieme ai Pelescet (Pelasgi). Quella di Deir el Medineh dice:

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I Pelescet (Pelasgi?) e i Turusha (E-truschi) venivano dal mezzo del mare166. Fig. 15 - Il Twjrsh

Fig. 15. MEDINET-HABU. Nel tempio, si vede una fila di edicole contenenti ognuna una figura dei comandanti prigionieri. Il sesto prigioniero è barbuto e porta un elmo a forma di berretto. L’iscrizione spiega:” Twjrsh (E-trusco) dal mare”. Accanto a questa edicola ce n’è una settima. Questa è mutila della figura del prigioniero e del suo nome, però mantiene alcuni resti di una scrittura che riproduceva il nome dei Pelescet (Pelasgi).

Nel tempio di Medinet-Habu, poi, si vede una fila di edicole contenenti ognuna una figura dei comandanti prigionieri. Il sesto prigioniero (f. 15) è barbuto e porta un elmo a forma di berretto. L’iscrizione spiega: Twjrsh (E-trusco) dal mare. Accanto alla edicola di Twjrsh (E-trusco) ce ne è una settima. Questa è mutila della fi166

Il testo, nella traduzione inglese, è riportato da N. K. Sandars, The Sea Peoples, London, 1978, p. 158: “(Ramesses III) has trampled down the foreign countries, the isles who sailed over [or ‘against’] his [boundaries?] … [gap] the Pelasht and Tursha [coming?] from the midst of the sea”; vd. Pure G. Farina, I popoli del mare, “Aegyptus”, I, 1920, p. 18.

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gura del prigioniero e del suo nome, però mantiene alcuni resti d’una scrittura che riproduceva i geroglifici del nome dei Pelescet (Pelasgi). Verosimilmente, attorno al 1190 a.C., Troiani e Pelasgi stavano abbandonando la Troade devastata dagli Achei (gli Eqwesh dei PopolI del Mare?) e cercavano nuove terre.

Da questi documenti si ricava che i Popoli del Mare che abitavano nelle isole Egee e sulle coste dell’Anatolia si unirono, invasero la stessa Anatolia, si spinsero nell’interno fino ad Attusa, nel cuore dell’impero ittita, e occuparono Kode, Karkamis, Arzawa (futura Lidia), Alasiya (Cipro) ed Amur. Dall’Anatolia scesero poi a tentare d’invadere l’Egitto. I Pelescet (Pelasgi) e gli Weshesh (?) giunsero per mare e per terra; gli Shardana (Sardi?), i Turusha (E-truschi), i Shakalasha (Siculi?), e i Danauna (Dauni?) invece vennero dal mare. Il faraone, nella sopra riferita iscrizione di Medinet-Habu, continua così: I Popoli del Mare, tutti insieme, s’impossessarono d’ogni regione dell’orbita terreste, col cuore risoluto e pieno di fiducia come se essi dicessero: il nostro progetto s’è compiuto. Ma il cuore del nostro dio, il signore degli dèi, s’era preparato ed era pronto a catturarli come uccelli nelle reti... Io fissai il mio fronte nel Djali (Siria e Palestina), preparai ad affrontarli i prìncipi locali, i comandanti delle guarnigioni e i Maryannu. Preparai le foci del fiume come un vallo fortificato usando navi da guerra, galere e navigli leggeri, tutti completamente equipaggiati da prua a poppa con milizie coraggiose fornite del loro armamentario. Aggiunsi i migliori fanti egizi, che sono come leoni che ruggiscono sui monti, i guerrieri esperti che montano sui cocchi, e tutti i forti ufficiali dalle mani ben addestrate. Tutte le membra dei loro cavalli fremevano pronti com’erano a pestare le terre straniere sotto i loro zoccoli... Il seme di coloro (Pelasgi) che hanno raggiunto il mio confine non esiste più. Il loro cuore e la loro anima sono scomparsi per sempre. Quelli (Pelasgi e Sardi), poi, che avevano avanzato uniti sul mare, trovarono che una barriera di fiamme ed una cortina di lance li circondava sulla riva ... Era stata preparata una rete per prenderli; e quelli che entrarono nelle foci del fiume (Pelasgi e Sardi) vi rimasero intrappolati e vi caddero dentro, infilzati sul posto, massacrati e coi cadaveri a pezzi. I rilievi che si trovano nello stesso tempio descrivono la battaglia ancor più efficacemente e con qualche particolare in più (f. 16). Le navi egizie sono quattro, quelle dei Popoli del Mare cinque e presentano protomi di uccello (cicogne?) a prua e a poppa. Di queste ultime navi, almeno tre sono occupate dai Pelescet (Pelasti / Pelasgi / Pelargi = cicogne) e due dagli Shardana (Sardi?). Alan Gardiner esplicita la scena così: L’artista è riuscito a rappresentare in una composizione unitaria le varie fasi del combattimento. Per prima cosa si vedono i soldati egizi che attaccano impavidi dal ponte le navi; di fronte a loro, sopra un vascello nemico, immobilizzato con rampini, regna la più tremenda confusione: due guerrieri stanno cadendo in acqua mentre un terzo guarda verso la riva quasi sperando nella pietà del faraone. Ma un altro vascello è colpito da una pioggia di dardi lanciati dalla sponda. Ora la flotta egizia è sulla via del ritorno, recando a bordo numerosi prigionieri legati e impotenti: uno di loro, che tenta la fuga, è afferrato da un soldato egizio sulla riva. Risalendo il fiume la flotta incontra un vascello capovolto, con l’intero equipaggio caduto in acqua. La disfatta dell’invasore è completa. Sono bastate nove navi a rappresentare l’avvenimento, e non resta che narrare la presentazione dei prigionieri ad Amen-Rec e gli altri particolari del trionfo. 61


Fig. 16 - La battaglia navale alla foce del Nilo

Fig. 16. MEDINET HABU. La battaglia fra gli Egizi di Ramses III e i Popoli del Mare alla foce del Nilo.

I Pelescet (Pelasgi) sono rappresentati pure in scene dove via terra scendono con donne e bambini verso l’Egitto su carri trainati da buoi (f. 14). Stavolta non si tratta di Pelescet di sesso maschile che tentano di entrare nel delta del Nilo, bensì di intere famiglie che, provenienti dalle regioni anatoliche già da essi colonizzate, si dirigono ora in Egitto. Gli Egizi uccidono non solo gli uomini, ma anche le loro famiglie, compresi i bambini. Il luogo dell’assalto dovrebbe essere il Djali (Siria e Palestina) dove il faraone, come abbiamo visto, diceva di aver fissato il suo fronte terrestre (vd. supra). E’ evidente che i Pelescet (Pelasgi) a quel tempo vivevano non solo in Grecia e nelle isole Egee, ma pure in Anatolia. Ciò collima con le tradizioni letterarie greche. Già Omero aveva posto i Pelasgi nella Troade (vd. p. 39); e Strabone riferiva che la razza pelasgica, sempre pronta ad emigrare e vagare senza meta, crebbe grandemente e poi rapidamente scomparve, ma che prima, durante e dopo la guerra di Troia tutta la costa ionica dell’Asia Minore era stata abitata dai Pelasgi, e che pelasgiche erano state pure tutte le vicine isole (vd. p. 41). Strabone, peraltro, ricordava pure come si dicesse che la migrazione pelasgica era partita da Regisvilla, un sito a nord di Gravisca, il porto di Tarquinia (vd. p. 31, ss).

Dopo aver respinto l’assalto dei Popoli del Mare, Ramses III, nell’undicesimo anno del suo regno, dovette respingere un nuovo attacco dei Libici. Nel dodicesimo, poi, condusse azioni di guerra entro le stesse sedi dei Popoli del Mare. Sulle pareti del tempio di Medinet Habu si legge:

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Anno 12 del regno di Horus......Io ho sconfitto le pianure e le regioni collinose che violarono la mia frontiera, da quando fui istaurato come re sul trono di Atum. A nessuna terra fu dato risollevarsi in concorrenza con la mia presenza, mentre io sono stabilito come un toro davanti a loro, aguzzo di corna. Io feci tornare indietro gli Asiatici che stavano calpestando l’Egitto ... , sfiniti dal terrore per la mia persona. Essi ricordano che il mio nome causa terrore nelle loro regioni; tremando ... al mio grido di battaglia, perché io sono un forte muro ... Io abbattei i Thiek(er) (Teucri-Troiani), il paese dei Pele(scet) (Pelasgi), i Denyen, i (W)eshesh ed i Shekelesh; io distrussi il respiro dei Mesh(wesh) ... devastai nella loro stessa terra ... Io sollevai il volto dell’Egitto che era stato abbassato ...167 In un passo del Papiro Harris 1, poi, il figlio di Ramses III riassume schematicamente e un po’ confusamente così le azioni del padre: Io estesi tutte le frontiere dell’Egitto; io schiacciai nelle loro terre coloro che le avevano attaccate. Io uccisi i Denyen nelle loro isole. I Tjeker (Teucri-Troiani) e i Pelescet (Pelasgi) furono fatti cenere. Gli Sherden e Weshesh del Mare furono ridotti come quelli che non esistono. Li presi prigionieri in una volta e li portai in Egitto come le sabbie della spiaggia. Io li sistemai in fortilizi, legati al mio nome. Numerose quante centinaia di migliaia furono le loro classi. Io le rifornii tutte in vestiari e frumento dai magazzini e dai granai ogni anno168. A Medinet Habu si vedono pure scene in cui Ramses invade Amurru, la Siria e l’Anatolia (la terra dei popoli Ittiti). Fra le altre cose è rappresentata la conquista di Thebes e di Arzawa169, due capitali delle regioni anatoliche donde evidentemente era provenuta gran parte dei Popoli del Mare che avevano aggredito l’Egitto, e dove gran parte di loro era tornata dopo esser stata respinta. Thebes era una delle capitali della futura Misia, posta sui confini con la Troade. Nel mito omerico, Euripilo, figlio di Telefo (re della Misia) e di Astioche (sorella del re di Troia) aveva condotto un esercito di Cetei (Ittiti) in soccorso di Troia assediata dagli Achei170. Nella tradizione mitostorica greca, poi, Tarconte e Tirreno, figli di Telefo, condurranno, dopo la rovina di Troia, una migrazione dalla Misia nell’Italia centrale Tirrenica. Tarconte vi fonderà una città che dal suo nome chiamerà Tarquinia, e Tirreno darà il proprio nome alla regione (vd. p. 147, ss). Arzawa, a sua volta, era la capitale della futura Lidia, la terra donde, secondo Erodoto, a seguito di una prolungata carestia, partì per l’Italia centrale la migrazione di Tirreno.

La campagna militare condotta da Ramses III nelle isole Egee e in Anatolia, con la definitiva conquista di Thebes (futura Misia) e di Arzawa (futura Lidia) diede dunque il colpo finale ai disastrati Tjekker (Teucri-Troiani), Pelescet (Pelasgi)) e Turuscia (E-truschi) che vi abitavano ancora o che vi erano tornati dopo aver tentato invano d’invadere l’Egitto. Queste genti, già afflitte dalla carestia, e sconfitti prima in Egitto e poi nelle loro stese terre, furono indotti, se non altro dalla fame, a cercare ancora nuove terre da abitare, così si spinsero verso occidente fino a venire o tornare in Italia. Queste genti sono quelle che, dopo il buio del medioevo ellenico, rivivranno opacamente nella memoria degli scrittori classici, e saranno chiamati Teucri, Troiani, Pelasgi, Misi, Tirreni e Lidi. 167

W. F. Edgerton and J. A. Wilson, Historical Records of Ramesses III, Chicago, 1936, Plate 107, p. 130

ss. 168

J. Breasted, Ancient Records of Egypt, Chicago, 1906, IV, p. 403 W. F. Edgerton e J. A. Wilson, Hisorical Records of Ramses III (The Texts in Medinet Habu), I e II, p. 94 ss. 170 Omero, Odissea, XI, 520. 169

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Oggi, sia l’esame del DNA degli antichi Etruschi, sia quello degli attuali Etruschi (Toscani) segnala una parentela genetica con gli attuali abitanti delle isole Egee (Lemno, Rodi) e con quelli dell’Anatolia. Lo schema delle tradizionali migrazioni è il seguente:

Secondo Erodoto, a seguito di una prolungata carestia, in epoca mitica imprecisata, avvenne una migrazione dalla Lidia (l’antica Arzawa) in Italia centrale guidata da Tirreno (vd. p. 171, ss).

Secondo Pausania ed altre fonti, un personaggio di nome Meles portò fuori i Tirreni dalla Lidia (vd. p. 174 ss.).

Secondo Licofrone, subito dopo la guerra di Troia, il troiano Enea condusse in Etruria i profughi Troiani (vd. p. 147, ss).

Secondo lo stesso Licofrone, anche Odisseo arriverà ramingo in Etruria. Qui chiederà perdono ad Enea, e riceverà da lui “un po’ di mare e un po’ di terra” su cui stabilirsi (vd. p. 147, ss).

Sempre secondo Licofrone, una migrazione guidata dai fratelli Tarconte e Tirreno partirà dalla Misia e verrà in Etruria dove si unirà ai Troiani di Enea (vd. p. 147, ss).

Secondo Anticlide, agli emigranti lidi guidati da Tirreno si aggiunsero i Pelasgi dell’isola di Lemno (vd. p. 189, ss).

Secondo Virgilio, i Troiani (originari dalla etrusca città di Corito-Tarquinia), tornarono in Italia dopo la caduta di Troia.

Il nome di questi emigranti Troiani e Tirreni che dall’Anatolia vengono in Etruria sembra coincidere con quello dei Turuscia (E-truschi) appartenenti a quei Popoli del Mare che in precedenza avevano provocato il crollo della civiltà micenea e dell’impero ittita. Osserviamo innanzi tutto la concomitanza della carestia sia negli eventi storici narrati dagli Egiziani sia in quelli mitostorici narrati dagli antichi scrittori greci. E’ possibile accostare i Turuscia (E-trushi) dei Popoli del Mare ai Tirreni della Misia e della Lidia. E’ possibile infine ipotizzare che i Troiani e i Tirreni-Pelasgi, dopo la rovina di Troia, abbiano sciamato dalla Troade e dalla Misia in cerca di nuove terre sulla costa anatolica fino a tutta la regione di Arzawa (la futura Lidia) e nelle isole Egee. La loro aggressione all’Egitto, assieme agli altri Popoli del Mare, rientrerebbe in questo quadro. A loro volta, le azioni punitive da parte del faraone Ramses III nelle isole Egee contro Pelescet (Pelasgi) e Tjeker (Teucri-Troiani), e l’invasione dell’Anatolia con la conquista di Thebes (nella futura Misia) e di Arzawa (nella futura Lidia) è ancora una volta indicativa sia della compresenza di Pelasgi e Troiani nella regione, sia della loro identificazione con quei Tirreni e Pelasgi che, a detta di alcuni storici greci, saranno costretti dalla fame ad emigrare dalla Misia (antica Thebes) e dalla Lidia (antica Arzawa) in Etruria.

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Parte dei Pelescet (Pelasti, Pelasgi, Pelasgi) ed alcuni Tjeker (Teucri-Troiani) riusciranno comunque ad insediarsi in quella regione che dal loro nome si chiamerà Palestina. Gli Ebrei li chiameranno Filistei (Cfr. Pelasti e Pelescet). I loro elmi erano piumati al modo di quelli dei Pelescet. Pare che, conforme alla loro origine, parlassero una lingua indoeuropea, diversa dall’Ebraico ch’era una lingua semitica. L’Ebraico biblico ci ha conservato due vocaboli filistei: koba per l’elmetto di Golia (che a quanto sembra deriva dall’anatolico kupahhi “elmetto”), e seren per il comandante (relazionato con tyrannos “signore” e tyrrenos “tirreno”). Nella Bibbia, poi, uno dei loro re, porta il nome di Akish (1 Sam. 21: 10-15; 27: 1-12). Nella versione greca dei LXX però il suo nome è Anchise come quello del padre del troiano Enea. Ciò dovrebbe confermare l’identificazione dei Tjeker con i Teucri-Troiani Ciò potrebbe significare che i Pelasgi (Filistei) della Palestina ritenevano di avere un antenato in comune con i Troiani. Il fatto potrebbe essere significativo della parentela fra Pelasgi, Tirreni e Troiani?

N. B. Ai nostri giorni, a Lemno sono state trovate due iscrizioni di VII-VI sec. a.C. redatte in un alfabeto simile a quello etrusco, ed in una lingua somigliante all’Etrusco, ma più arcaica dell’Etrusco di VII-VI sec. a.C. Da Erodoto (V sec. a.C.) poi sappiamo che ai suoi tempi, nel Mediterraneo orientale e sulle coste dell’Anatolia, i Pelasgi parlavano ancora una incomprensibile lingua diversa dal Greco. Oggi, sappiamo pure che il DNA degli odierni abitanti di Lemno somiglia a quello degli attuali “Etruschi” d’Italia. Tutto ciò conforta quel che le antiche fonti greche ci hanno tramandato, cioè che un tempo l’isola di Lemno fu abitata dai Tirreni-Pelasgi di Atene; questi a loro volta provenivano dall’Etruria: in particolare da Regisvilla (a nord di Gravisca, il porto di Tarquinia). Verosimilmente, i Greci, fin dai loro primi contatti con le coste dell’Italia centrale tirrenica, notarono la somiglianza di linguaggio e di certi costumi e culti religiosi degli “Etruschi” con i “Tyrsanoi o Tyrsenoi o Tyrrhanoi o Tyrrhenoi” delle isole Egee e delle coste nord-occidentali dell’Anatolia, e così ricordarono o ritennero a torto o a ragione, ma probabilmente a ragione, che gli uni e gli altri appartenessero ad un'unica stirpe e fossero stati protagonisti di scambievoli migrazioni fin dai tempi della preistoria. Dovette esser per questo motivo ch’essi estesero il nome di Tyrshanoi e sue varianti anche agli “Etruschi” d’Italia. Secondo poi il noto glottologo Vladimir Georgiev, il nome dei Tyrshanoi o Tyrshenoi deriva dal nome neoittita *T(a)ruysan > *Trusyan (cfr. itt. Taruisa = Troia) che nelle isole Egee e sulle coste dell’Anatolia, i discendenti troiani davano ancora a se stessi171.

Alberto Palmucci 171

V. Georgiev, La lingua degli Etruschi, Roma, 1079, pp. 91-93.

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PARTE DA

PRIMA

OCCIDENTE

A

ORIENTE

Capitolo Quarto

D O C U M E N T I AR C H E O LO G I C I 1). ULU BURUN La presenza lungo le coste dell’Anatolia di guerrieri provenienti dal Mediterraneo centrale è confermata dal rinvenimento d’una spada e di dieci cuspidi di lancia nel relitto d’una nave che negli ultimi decenni del XIV sec. a.C. (TE IIIA tardo) fu assalita e affondata o naufragò a Km. 8,5 dalla costa di Ulu Burun nella odierna Turchia172. Sia le cuspidi che la spada sono di rame cipriota, ma la fattura è quella delle spade italiane del tipo Thapsos e o Pertosa (f. 17). Questo tipo è caratteristico dell’Italia Meridionale e della Sicilia173. Quindi, o le spade furono fabbricate in Italia con rame cipriota, oppure furono fabbricate nel Mediterraneo orientale da artigiani venuti dall’Italia. In ambedue i casi, i loro proprietari potevano essere d’origine italica. Secondo Jung, queste spade somigliano pure a quelle degli Sciardana rappresentati nelle figurazioni egizie dei mercenari della battaglia di Cadesh174. Fig. 17 - Spada dalla necropoli di Plemmirio (Siracusa) e spada dal relitto di Ulu Burun (Turchia centro-meridionale)

Fig. 17. Nr. 1 da R. Leighton, From Chiefdom to Tribe? Social Organisation and Change in Later Prehistory, in Early Societies in Sicily, London, 1996, p. 104, f. 2b. Nr. 2 da C. Pulak, The Bronze Age Shipwereck at Ulu Burun, Turchey: 1985 Campaign, “AJA”, 1988, p. 21, f. 22.

Del relitto, fra le altre cose, furono recuperati: • 172

Un sigillo in oro di Nefertiti, regina d’Egitto;

R. Jung, I “bronzi internazonali” ed il loro contesto sociale fra Adriatico, Penisola Balcanica e coste levantine, in Dall’Egeo all’Adriatico: organizzazioni sociali, modi di scambio e interazione in età postpalaziale (XII-XI sec.a.C.), 2009 (Atti del Seminario Internazionale; Udine, 1-2 dicembre 2006), a cura di Elisabetta Borgna e Paola Càssola Guida, pp. 129-136. 173 L. Vagnetti, in L. Vagnetti, F. Lo Schiavo, Late Bronze Age Long Distance Trade in the Mediterranean: the Role of the Cypriots, in Early Society in Cyprus, Edimburgh, 1989, pp. 222-224 e f. 28.2. 174 R. Jung, I “bronzi internazioali ...”, cit., pp. 133-134.

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• • • • • • • • • • • • • •

Centocinquanta lingotti di vetro antico; 1 tonnellata di resina di pistacchio, usata per gli incensieri; Un libro in ebano portato dall’Africa tropicale; Zanne di elefante e denti di ippopotamo; Numerose statuine votive del dio egizio Bes; Numerose spade, lance, pugnali, archi e frecce; Un’ascia di tipo balcanico; Trombette in avorio, cimbali in bronzo, liuti fatti con gusci di tartaruga; Ancore litiche; Ceramiche di tipo miceneo; Uova di Struzzo; Sigilli siriani, assiri, cassiti e sumeri; Una tonnellata di stagno puro; Dieci tonnellate di lingotti di rame del tipo a pelle di bue;

I lingotti di rame a pelle di bue si ritrovano in Sicilia, nelle isole Lipari ed in Sardegna175. La presenza di oggetti egizi esclude che la nave fosse diretta in Egitto. Anzi, è probabile ch’essa vi provenisse o che comunque vi si fosse fermata proprio perché nel suo relitto è stato trovato un sigillo d’oro della regina egizia Nefertiti, alcune uova di struzzo ed altre cose egizie. Il materiale asiatico poteva esser stato caricato poi sulle coste della Siria. Poiché la spada e le cuspidi di lancia ivi trovate sono tipiche dell’Italia meridionale e della Sicilia, si può immaginare che gli uomini (guerrieri o mercenari, pirati o mercanti) che le utilizzavano appartenessero ai primi Siculi dei Popoli del Mare che già da quel tempo frequentavano il Mediterraneo orientale. Ciò senza voler necessariamente affermare che la nave provenisse dall’Italia meridionale o dalla Sicilia. Al momento del suo affondamento, essa percorreva comunque il mare da sud a nord lungo le coste dell’Anatolia e poteva esser diretta in uno degli Stati (future Lidia, Misia e Troade) che, secondo le fonti antiche, ebbero contatti con gente venuta dall’Italia (Siculi, Pelasgi, Tirreni). Fig. 18 - Il frammento di Beirut

Fig. 18. BEIRUT. Frammento. Ridisegnato da f. 3 de I Bronzi internazionali ..., cit., di R. Jung.

Reinhard Jung, poi, ritiene possibile che a quel tempo (TE IIIA tardo), sulle coste del Mediterraneo orientale, si usassero anche ceramiche di tipologia italica. Ciò perché a Beirut, insieme a ceramiche cipriote e micenee, è stato trovato un frammento di vaso del tipo Thapsos/Milazzo (f.18). Egli conclude: 175

R. Jung, I “bronzi internazioali ...”, cit., p. 132 con bibliografia.

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Se tale identificazione tipologia è giusta, questo reperto fornirebbe una nuova indicazione a favore di contatti levantini con le regioni della Sicilia orientale e dell’Italia sud occidentale, contatti inquadrabili cronologicamente insieme alla spada tipo Thapsos/Pertosa del relitto di Uluburun176. Fig. 19 - Distribuzione dei pugnali di tipo Pertosa

Fig. 19. Mappa della distribuzione dei pugnali di tipo Pertosa. Da R. Jung, I Bronzi internazionali ... , cit. fig. 4.

2). I PUGNALI DI TIPO PERTOSA Nei successivi periodi del TE IIIB medio (cioè grossomodo dal 1250 a.C.) le testimonianze di armi di tipo europeo si infittiscono. Ma stavolta gli apporti provengono soprattutto dall’Italia del nord. Si tratta dei pugnali del tipo Pertosa. Questi appartengono alla più vasta famiglia dei pugnali a lingua da presa di Peschiera. Il loro centro iniziale di produzione fu l’Italia settentrionale transappenninica (Peschiera, nr. 28, ecc. della fig. 19). Si diffusero in Austria, ed a nord, fino in Scandinavia. Li ritroviamo pure nell’Italia centrale fino ad Assisi (Capitan Loreto, nr. 6 della fig. 19), in alcuni siti dell’Italia meridionale (Per176

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R. Jung, I “bronzi internazionali ...”, cit., pp. 134-135.


tosa, nr. 27; 39; 43 della fig. 19), della Sicilia (Monte Dessueri, nr. 21 della fig. 19), della Grecia occidentale (Dhodhomi, nr. 12 della fig. 19) e meridionale (Teichos Dymaion, nr. 42, Nemés, nr. 25, Micene, nr. 20 della fig. 19), delle isole di Creta e di Cipro, fino ad Ugarit sulle coste della Siria (nrr 33, 34, 13 e 44 della f. 19 )177. I pugnali trovati nell’Italia settentrionale non hanno manici fatti con materiale pregiato. Invece, sia i pugnali trovati in Grecia (a Nemés, nr. 25 della f. 19) sia quelli trovati in Sicilia (a Monte Dessueri, nr. 21 della f. 19) e presso Salerno (Pertosa, nr. 27 della f.19) hanno il manico d’avorio. Anche una spada Naue II di tipo italico, rinvenuta nell’acropoli di Micene, ha il manico d’avorio178. L’avorio veniva in Italia meridionale da oriente attraverso la Grecia micenea. E’ dunque verosimile che la diffusione dei pugnali senza manico d’avorio passò in Grecia e nel vicino oriente direttamente dall’Italia settentrionale o da quella centrale attraverso il mar Adriatico o il mar Tirreno, e che in un secondo momento l’uso dei pugnali rifluì dalla Grecia nell’Italia meridionale con l’aggiunta dei manici d’avorio. Allo stesso periodo appartiene uno stampo per la fusione di asce, trovato a Micene, ma proveniente dall’Italia centrale179. 3). COLTELLI Anche i coltelli a lingua da presa dell’ultimo periodo del Tardo Elladico, in particolare uno trovato a Lefkandi ed un altro a Cnosso, hanno riscontri nei coltelli italiani di tipo Matrei. Fig. 20 - Spada a codolo di tipo Terontola

4). SPADE A CODOLO Le spade a codolo si suddividono nei tipi Pénpiville, Arco, Terontola e Monza. Appartengono ad una famiglia che è molto diffusa nell’Europa centrale e soprattutto in Italia, ma che è rarissima nel bacino orientale del Mediterraneo180.

177

R. Jung, I “bronzi internazioali ...”, cit., p. 136. R. Jug, I ”bromzi internazionali ...”, cit., p. 138. 179 A. M. Bietti Sestieri, The metal industry of continental Italy, 13th-12th Century B. C. and its Aegean connections, “Proceding of the Prehistoric Society”, 1973, fig. 15.2; L’italia nell’età del Bromzo e del Ferro, Roma, 2010, p. 165-166. 180 V. Bianco Peroni, Prahist. Bronz., IV, 1, Munchen, 1970, p. 34 ss; M. Bettelli, op. cit., p. 134. Contra: R. Jung, op. u.cit., p. 139-143. 178

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Fig. 21 - Mappa dei ritrovamenti delle spade a codolo

Tuttavia, una spada del tipo Terontola (con cartiglio del faraone Merenptah), è stata rinvenuta in Siria, fra le rovine di Ugarit (f. 20)181. Un’altra, del dipo Pénpiville, è stata trovata in Egitto ad El Qantara, presso l’antica Sile, nel delta del Nilo durante i lavori di costruzione del Canale di Suez (f. 21)182. A) La spada di Al Qantara è la testimonianza della presenza nel delta del Nilo di guerrieri provenienti dall’Italia peninsulare. Essa dovrebbe esser appartenuta ad uno di quei Turuscia o di quei Pelescet dei Popoli del Mare che, nel tentativo di penetrare nel delta del Nilo, furono sconfitti una prima volta (nel ca. 1232 a.C.) dal faraone Merenptah, ed una seconda volta (attorno al 1190 a.C.) dal faraone Ramses III.

C. F. A. Schaeffer, A Bronze Sword from Ugarit with Cartouche of Menptah (Ras Shamra, Siria), “Antiquity”, 29, 1955, p. 226 ss. 182 N. K. Sandars, The Sea people, London, 1978, p. 159, f. 110; M. Cupito, Materiali pre-protostorici in bronzo e in ferro del deposito del Museo Civico Archeologico di Padova, in G. Zampieri, B. Lavarone (a cura di), Bronzi Antichi, Roma, 2000, p. 87 ss. 181

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Ogni parte della spada di Al Qantara corrisponde perfettamente a quelle della famiglia Pénpiville. La mappa di distribuzione dei vari tipi delle spade a codolo (Pénpiville, Arco, Terontola, Monza e Briandronno) indica che la loro diffusione inizia dalle regioni della Svizzera, ignora le Alpi italiane, si ritrova fittamente nella Pianura Padana, ignora l’Appennino Tosco Emiliano, e finisce in Toscana e nell’alto Lazio. Ad oggi, l’ultimo ritrovamento si ha sul lago di Mezzano, in provincia di Viterbo, con una spada della variante Arco. Nessuna spada a codolo è stata trovata in Italia meridionale, in Sicilia, in Grecia e nelle isole Egee. Dopo un balzo lunghissimo, queste spade si ritrovano invece solo in Egitto, nel delta del Nilo, ed in Siria ad Ugarit. Ad oggi, dunque, Il lago di Mezzano è il sito italico più meridionale dove s’è rinvenuta una spada a codolo. Esso corrisponde all’antico Lacus Statoniensis (Lago di Statonia). Questo lago, secondo la testimonianza di Plinio il Vecchio183, apparteneva alla regione di Tarquinia. Si tratta di un piccolo specchio d’acqua che sta accanto all’odierno lago di Bolsena. Quest’ultimo, in antico, secondo la testimonianza dello stesso Plinio il Vecchio184, si chiamava Lacus Tarquiniensis (Lago Tarquiniese). Dal lago di Mezzano esce il torrente Olpeta che dopo un brevissimo corso va ad immettersi nel fiume Fiora. Quest’ultimo attraversa tutto il territorio dell’antica Vulci e va a sfociare nel mar Tirreno davanti all’odierna Montalto di Castro. Così, dopo un viaggio di trenta chilometri, le acque del Lago di Mezzano raggiungono il mar Tirreno. Dal lago di Bolsena esce a sua volta il fiume Marta. Questo attraversa l’antico territorio di Tarquinia e va a sfociare anch’esso nel mar Tirreno a nord di Gravisca (porto di Tarquinia). A nord di Gravisca c’era pure il sito di Regisvilla donde, come riferiva Strabone, sarebbe partita la migrazione verso Atene guidata dal re Maleoto; Strabone defisce pelasgio questo re, ma altri fonti lo considerano tirreno (vd. p. 33 e 174, ss). Altre fonti ancora ci dicono che questo Maleoto andò errando per tutto il Mediterraneo orientale fino alla Lidia (vd. p. 42). La tradizione virgiliana poi sosteneva che da Corito Tarquinia fosse partita la migrazione dei Tirreni verso la Troade. Nelle fonti egizie, infine, proprio i Peleshet (Pelasgi) e i Turuscia (E-truschi) sono fra i nomi dei componenti di quei Popoli del Mare che per varie volte tentarono di penetrare in Egitto, attraverso il delta del Nilo. Qui, ad al-Qantara, nel delta del Nilo, è stata trovata la spada a codolo di cui abbiamo trattato. Ad oggi, Il lago di Mezzano è il luogo più meridionale dove s’è rinvenuta una spada a codolo. A ca. 30 chilometri dal lago, alle origini del bacino idromontano del Fiora, si trova il sito di Scarceta (Manciano) dove sono stati rinvenuti frammenti di ceramica micenea di XIII sec. a.C.185 Qui terminano ad oggi le prove archeologiche della salita dei Micenei lungo le coste tirreniche d’Italia. Dunque, dove ad oggi terminano le prove della discesa dei portatori delle spade a codolo, parimenti terminano ad oggi le prove della salita dei Micenei sul versante tirrenico delle coste italiane. E’ probabile che questi micenei abbiano risalito i fiumi Marta e Fiora, ed abbiano così aperto ai portatori delle spade a codolo la via per l’oriente. La partenza, come voleva Strabone, potrebbe essere avvenuta dalla spiaggia del sito di Regisvilla (ch’era a nord di Gravisca, il principale porto di Tarquinia). (Lat. Regisvilla = “Città del re”; cfr. gr. Basilis Polis = “Città Regina“ per Tarquinia, vd. pp. 32; 230; 233. Cfr. pure Tyrrheni litora regis = “spiagge del re etrusco”, riferito al territorio di Còrito Tarquinia dove Tarconte riuniva i capi della Lega Etrusca “Virgilio, En., VIII, 555)”.

B) Dalle rovine di Ugarit, in Siria, provengo due spade di tipo italico, una delle quali sembra appartenere al tipo Terontola delle spade a codolo, e reca impresso il cartiglio 183

Plinio, Storia Naturale, II, 209; XIV, 67; xxxvi, 168. Plinio, Storia Naturale, III, 5. 185 R. Poggiani Keller, Scarceta di Manciano (GR), un centro abitativo e artigianale delle età del Bronzo, sulle rive del Fiora, Pitigliano (GR), 1999; R. Grifoni Cremonesi, Il Neolitico e l’età dei Metalli in Toscana, Dipartimento Scienze Archeologiche, Università di Pisa. 2006, p. 207. 184

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del faraone Merenptah186. La presenza del cartiglio del faraone Merenptah dimostra che questo tipo di spade era stato fabbricato in Egitto da artigiani che erano venuti dall’Italia o comunque dall’Europa al tempo in cui (ca. 1232 a.C.), durante il regno dello stesso faraone, una coalizione dei Popoli del Mare, fra cui i Turuscia (E-truschi), aggredì militarmente per la prima volta l’Egitto tentando di penetrare nel delta del Nilo. Dalle fonti Egizie risulta che furono presi molti prigionieri fra cui 732 / 2.200 Turuscia (vd. p. 56). Fig. 22 - Carta dei ritrovamenti delle spade a lingua da presa (Naue II)

Fig. 22. Rielaborazione ed aggiornamento da Kristin Romey, The Vogelbarke of Medinet Habu, fig. 23, a sua volta da J. Bouzek, The Aegean, Anatolia and Europe, 1985, fig. 57.

5). SPADE A LINGUA DA PRESA (TIPO NAUE II) Durante il Bronzo recente e finale, in Europa e particolarmente nell’Italia settentrionale, si usavano “spade a lingua da presa” sia da punta e fendente che da fendente. Esse sono comunemente conosciute come spade Naue II. In un momento più tardo, le spade italiane della famiglia Naue II di tipo Cetona e Allerona si ritroveranno nella varietà A e C di quelle del Mediterraneo orientale. Fino a quel momento, in quest’ultima area si erano usate solo spade a punta. Nel Mediterraneo centro orientale le spade da fendente compariranno quasi improvvisamente tra la fine del Tardo Elladico IIIB ed il Tardo Elladico IIIC (seconda metà del XIII sec. a.C.)187. Siamo al tempo del declino della civiltà Micenea e della presenza dei Popoli del Mare in tutto il Mediterraneo orientale. 186 187

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C. F. A. Schaeffer, loc. u.cit. M. Bettelli, Italia Meridionla e Mondo Miceneo, Firenze, 2002, p. 134.


Si sono trovati circa trenta esemplari di spade da fendente europee ed italiane nell’area che va dalla Grecia alle sue isole, a Cipro, all’ Egitto ed al Vicino Oriente188. Fig. 23 - Esemplari di spada Naue II dell’Italia e del Mediterraneo orientale

Fig. 23. Nr. 1: spada Naue II di tipo Cetona, proveniente da Olmo di Nogara (da L Salzani, La necropoli dell’età del Bronzo all’Olmo di Nogara, in Memorie del Museo Civico di Storia Naturale di Verona, 2 serie, sez. Scienze dell’Uomo, 8, Verona, 2005, fig. 6:4. Nr. 2: spada Naue II proveniente dal quartiere Nord Ovest della cittadella di Micene (da Th. G. Spyropoulos, Biblioteca archeologica di Atene, Atene, 2005, fig. 6:41. Nrr. 3 e 4: spade Naue II provenienti da Enkomi “isola di Creta” (da J. Lagarce, La cachette de fondeur aux épées, - Enkomi 1967 – et l’atelier voisin, in C. F. A. Schaeffer, Alasia I, Paris, 1971, figg. 18: 1,4. Nr. 5: spada Naue II proveniente da Ugarit (da R. Jung e M. Mehofer, A Sword of Naue II Type from Ugarit and the Historical Significance of Italian-type Weaponry in the Eastern Mediterranean, in Aegean Archaelogy, volume 8, 2005 – 2006, p. 112, fig.1).

Ancora nel delta del Nilo, a Bubastis è stata trovata una spada del tipo ReutliglerCetona che appartiene alle armi di tipologia europea ed italiana189. Le spade a lingua da presa del tipo cosiddetto Naue II appartengono alla categoria delle nuove armi che furono in uso nel Mediterraneo orientale prima, durante e dopo la distruzione dei Palazzi micenei, cioè a cominciare dalla metà del XIII sec. a.C. Se ne son trovate in Grecia, nell’isola di Cipro, in Palestina, in Siria e perfino a Mergama, nel nord

188

H. W. Catling, Bronze Cut and Thrust Swords in the East Mediterranean, “PPS”, 22, 1956, p. 102 ss. M. Cupito, Materiali pre- protostorici in bronzo e in ferro del deposito del Museo Civico Archeologico di Padova, in G. Zampieri, B. Lavarone (a cura di), Bronzi Antichi, Roma, 2000, p. 87 ss. 189

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del regno di Babilonia190. Senza voler affermare che nel XIII-XII sec. a.C. gente venuta dall’Italia, o comunque dall’Europa centrale, giunse assieme alle proprie spade fino al regno di Babilonia, noi possiamo rilevare che ci troviamo di fronte alla prima prova archeologica del più antico contatto fra la cultura Babilonese e quella italica, o comunque europea. Ciò rimanda al fatto che l’aruspicina Babilonese e quella etrusca risultano essere così vicine fra loro da farci sostenere che quella etrusca deriva in gran parte da quella babilonese. Ne abbiamo trattato nel nostro lavoro Aruspicina Etrusca ed Orientale a Confronto, Gruppo Editoriale L’Espresso, Roma, 2010 al quale rimandiamo.

Reinhard Jung e Mathias Mehofer fanno osservare che, a partire dal Tardo Elladico IIIB Medio in avanti, nella parte orientale del Mediterraneo, appaiono queste prime spade da taglio e spinta. Le prime sono quelle di Micene: una trovata nel Centro di Culto, ed un’altra nel quartiere di nord ovest dell’Acropoli. Allo tesso periodo sembra appartenere una delle altre e quattro spade del medesimo tipo trovate ad Enkomi nell’isola di Cipro. Queste, assieme a due trovate a Tirinto e ad un’altra trovata a Langada nell’isola di Kos, possono esser approssimativamente datate al Tardo Elladico IIIIC iniziale. Esse appartengo tutte al tipo A/Cetona delle spade Naue II191. Le spade Naue II furono create in Europa centrale e sviluppate in Italia. La prima prodotta in Italia è del Bronzo Recente iniziale (contemporaneo in Grecia al Tardo Elladico IIIB finale – Tardo Elladico IIIC iniziale), e proviene dalla necropoli di Olmo di Nogara (f. 5:6 di Jung e Mehofer). Essa è dunque contemporanea o un po’ più antica delle due più vecchie spade greche ritrovate a Micene e nel Mediterraneo orientale. Perciò sembra giustificata l’ipotesi che queste spade abbiano seguito il percorso dei loro portatori: forse i guerrieri Turuscia (E-truschi) e Pelescet (Pelasgi) che durante il XIII ed il XII sec.a.C. sciamarono nel Mediterraneo orientale fra il continente greco, le isole Egee, le coste dell’Egitto e quelle della Siria e dell’Anatolia. Nello stesso delta del Nilo, in Egitto, s’è trovata a Tell Fara (f. 22) una spada a fendente (tipo Naue II) con cartiglio del faraone Seti II (ca. 1210 - 1198)192. Anche questa spada è simile a quelle delle coeve produzioni europee e particolarmente italiche. Ciò dimostra una continuità di utilizzo in Egitto di fabbri venuti dall’Italia o comunque dall’Europa. Evidentemente, qualcuno dei prigionieri fatti dagli Egiziani nel delta del Nilo conosceva bene l’arte di fabbricare quelle spade, e fu perciò utilizzato per riprodurle ad uso degli stessi Egiziani. Da una tomba di Kallithea, vicino Patrasso, proviene una spada a lingua da presa di tipo italiano193. In Siria, ad Ugarit (oltre alla spada a codolo col cartiglio di Merenptah) s’è trovata una spada a fendente del tipo Cetona, cioè del tipo A delle cosiddette Naue II ( f. 23 ). Questa spada è simile a quelle rinvenute in Argolide (Tirinto, Micene), e nelle isole Egee. La mappa dei rinvenimenti di queste spade (vd. f. 22 ) va dall’Europa centro settentrionale ai Balcani, all’Italia centrale, alla Grecia, a Creta, a Cipro, all’Egitto (Tell Fara), alla Siria ed al regno di Babilonia. Però gli esemplari italiani sono maggiormente simili a quelli greci ed orientali: ciò permette di sostenere che la diffusione verso oriente di questo tipo di spade avvenne dall’Italia. E’ poi significativo che in Siria, a Tell Kazen, nella sua regione, nella pianura di Akkar e nella stessa Ugarit si siano trovate ceramiche che ricordano quelle di origine italiana tro190

R. Jung ed M. Mehofer, A Sword of Naue II Type from Ugarit and the Historical Significance of taliantype Weaponry in the Eastern Mediterranean, “Aegean Archaeology” VIII, 2005, p. 114 con bibliografia. 191 Idem, pp. 123-124. 192 W. Wolf, Die Bewaffnung des altagypttischen Heeres, Leipzig, 1926, p. 103. 193 M. Bettelli, Italia Meridionla e Mondo Miceneo, Firenze, 2002, p. 133.

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vate nella Grecia micenea194. La mappa di diffusione di questa ceramica va dall’Italia centrale, soprattutto dalla regione di Tarquinia, all’Italia meridionale, a Lipari, alla Sicilia, alla Grecia ed alla Siria (vd. ff. 34 e 35). Nelle sue linee generali, essa sembra ripetere il proseguo verso oriente del percorso compiuto dai portatori di spade che scendevano dall’Europa centrale e dall’Italia del nord. Questo proseguo da occidente a oriente richiama pure le tradizioni greche e latine a proposito della mitica migrazione dei Tirreni Pelasgi dall’Italia centrale verso il Mediterraneo orientale e le coste del Vicino Oriente. Fig. 24 - Mappa dei ritrovamenti di spade orientali a codolo o a lingua da presa

Fig. 24. Nr. 1 Egitto; nr.2 Attusa (Capitale dell’Impero Ittita); nr. 3 Ugarit (Siria); nr. 4 Tell Alalach; nr. 5 Emar; nr. 6 Tell Kazell; nr. 7 Tell es-Sa’idiyeh; nr.8 Samo; nr. 9 Mileto; nr.10 Sarkoy.

6). LE SPADE DELLA CASA DEL GRAN SACERDOTE AD UGARIT Ad Ugarit (Siria), nel ripostiglio votivo della Casa del Gran Sacerdote sono state trovate quattro spade risalenti ai primi decenni del XII sec. a.C.195 Due di queste possono essere classificate come spade da punta, e due possono esser assegnate ad un tipo misto fra la spada da punta e la spada da fendente. La loro costruzione è incompleta, e le loro lame

194 195

R. Jung, I Bronzi internazionali, cit., p. 145. R. Jung, I Bronzi internazionali , cit., p. 143.

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non sono affilate. Dall’esame delle impugnature, Bianco Peroni ed Harding hanno dedotto che si tratti di spade a lingua da presa196. Jung le relaziona invece ad un tipo di spade a codolo trovate in Egitto, nel Levante ed in Asia Minore (f. 24)197. Ma, nell’uno e nell’altro caso, tutte queste spade dovrebbero rappresentare una variante orientale delle spade di derivazione europea e particolarmente italiana. La mappa dei ritrovamenti di queste armi mostra infatti che la loro diffusione in Egitto, in Siria, in Tracia e nell’impero Ittita (Attusa, Arzawa), durante gli inizi del XII sec.a.C., corrisponde alle regioni che a quel tempo furono invase dai Popoli del Mare, soprattutto da quei Pelescet (Pelasgi) che la tradizione mitostorica faceva partire proprio dall’Italia. Quanto ad Attusa (khatti), la città è espressamente nominata dal faraone Ramses III fra quelle conquistate dai Popoli del Mare (vd. p. 59). 7). CERAMICA D’IMPASTO E CERAMICA PSEUDOMINIA Alla seconda metà del XIII sec. a.C. risalgono alcuni frammenti ceramici trovati a komnòs (nell’isola di Creta), di provenienza, sembra, sicula ed enotria. Frammenti subappenninici sono stati pure trovati nella costa occidentale della stessa isola. Potrebbe trattarsi di depositi lasciati da gente che dalla Sicilia e dall’Italia cercava di stabilirsi nel Mar Egeo e sulle coste del Mediterraneo orientale. *** Noi abbiamo già visto che sia nella Grecia continentale che nell’isola di Creta sono state individuate ceramiche che non rientrano nella produzione micenea del tempo della distruzione dei Palazzi da parte di una popolazione invaditrice. Esse si dividono in due classi. 1) La Barbarian Ware, così denominata per le sue forme barbare, cioè diverse da quelle micenee, e simili alle balcaniche e soprattutto alle italiche. 2) La Ceramica Grigia o Pseudominia, per le sue caratteristiche tecniche simili a quelle di certa ceramica italiana e di quella troiana. 8). LA BARBARIAN WARE La ceramica micenea era in argilla depurata, fatta al tornio e cotta in forni ad alta temperatura. Però, assieme alla ceramica micenea e soprattutto nei siti che subirono distruzioni, è stato trovato in Grecia un tipo di ceramica d’impasto non tornita e con ciò diversa da quella micenea. Questo tipo di ceramica fa la sua precoce comparsa nel TEIIIB a Tirinto e Micene (in Argolide) dove avvennero le prime distruzioni. La ritroviamo poi a Chanià e a Komnòs (nell’isola di Creta), ma è nell’ultimo IIIB e nel IIIC ch’essa raggiunge il suo massimo sviluppo. A Chania, per esempio, se ne trova in una abitazione distrutta all’inizio del IIIB, per poi continuare nel IIIB tardo e nel IIIC iniziale. Complessivamente, sarà presente a Tirinto, Micene, Aigeria, Sparta-Menelaion, Lekfandi, Karakou (presso Corinto) e nell’isola di Creta. C’è chi vede nella presenza di questa Barbarian Ware in Grecia e nelle isole il segno della presenza di gruppi di popolazioni straniere. Jeremy Rutter ed altri hanno notato che questa ceramica fatta a mano ha i suoi più vicini paralleli con le ceramiche che si ritrovano a Troia dopo la sua distruzione (Troia VIIb1). A loro avviso li avrebbe pure con 196

V. Bianco Peroni, Die Schwerter in Italien / Le spade nell’Italia continentale “PBF”, IV, 1, Munchen, 1970, p. 74, tav. 24, 172; A. F. Harding, The Mycenaeans and Europe, London, 1984, p. 183, n. 44. 197 R. Jung, I Bronzi internazionali , cit., pp. 140-143.

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quelli del sud-est della Romania e dell’Italia. Il Rutter suggerì, peraltro, che potrebbe esserci stato un nesso tra i produttori di questa ceramica non micenea e i distruttori delle città greche e di Troia VIIa. FIG. 25 – Distibuzione delle ceramiche fatte a mano nel Mediterraneo orientale durante il tardo Elladico

Fig. 25. Da J. Bouzek, The Aegean, Anatolia and Europe, “Studies in Mediterranean Archaeology XXIX”, fig. 92.

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Fig. 26 - Tazze (BR1) dell’Italia centrale tirrenica e tazze di tipo italico da Tirinto (TE CIII) in Argolide (Grecia)

Fig. 26. Le analogie fra le tazze sono state rilevate da I. Damiani, L’Età del Bronzo Recente nell’Italia Centro Meridionale. Le immagini da noi assemblate dall’1 al 13 sono state riprese dall’opera della Damiani: rispettivamente nr. 1 da tav. 32:9; nr. 2 da tav. 32:10; nr. 3 da tav. 32:11; nr. 4 da f. 41:10; nr. 5 da tav. 32:12; nr. 6 da f. 41:11; nr. 7 da f. 27:2; nr. 8 da tav. 32:14; nr.9 da tav. 32:15; nr. 10 da tav. 32:17; nr. 11 da f. 26:8; nr. 12 da tav. 32:13; nr. 13 da tav. 32:16. L’immagine nr. 14 è da Belardelli, Produzioni Artigianali Tardoelladiche: la Ceramica pseudominia di Tirinto, “Epì ton Ponton”, f. 4.

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Fig. 27 - Tazze italiche (BM; BR1 e 2) e tazza di tipo italico da Tirinto (TE IIIC iniziale)

Fig. 27. La fig.1 è rielaborazione della fig. 93:2 di M. A. Fugazzola Delpino, Testimonianze di Cultura Appenninica nel Lazio, Firenze, 1976; la fig. 2 è da fig. 26:3, op. u.cit. Le analogie fra le tazze 3-10 sono state rilevate da I. Damiani, op. cit.. Le immagini da noi assemblate dalla 3 alla 9 sono state riprese dall’opera della Damiani: rispettivamente nr. 3 da fig. 41:14; nr. 4-7 da tav. 76: 5-8; figg. 8 e 9 da tav. 65: 4 e 5. La fig. 10 è da K. Kilian, fig. 309, op. cit.

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Fig. 28 - Tazze dell’Italia centrale tirrenica (BR1 con rimandi al BM3) e tazze di identico tipo da Tirinto (TEIIIC iniziale) in Argolide (Grecia) con più recenti riscontri in Italia meridionale

Fig. 28. Le analogie fra le tazze sono state rilevate da I. Damiani, op. cit. Le immagini da noi assemblate 1-5 e 7-9 sono riprese dall’opera della Damiani. Nr. 1 da tav. 32:8; nr. 2 da f. 40:23; nr.3 da f. 40:24; nr. 4 da tav. 23:10; nr. 5 da tav. 23:9; nr. 7 da tav. 26:1; nr. 8 da tav. 26:2; nr. 9 da tav. 26:3. Il nr. 6 è da K. Kilian, op. cit., f. 310.

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Fig. 29 - Frammenti di anse a bastoncello dallâ&#x20AC;&#x2122;Italia centrale tirrenica (BR1 e BR2) e frammento di ansa a sezione sagomata (TE IIIC) da Tirinto in Argolide (Grecia)

Fig. 29. Le analogie fra le anse 1 e 5 sono state rilevate da I. Damiani, op. cit. Le immagini da noi assemblate sono riprese dallâ&#x20AC;&#x2122;opera della Damiani. Nr. 1 da f. 46: 23-30; nr. 2 e 3 da f. 22: 9 e 10; nr. 4 da f. 26: 7. La nr. 5 è da K. Kilian, op. cit., f. 311 alfa.

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Fig. 30 - Italia e Argolide (Grecia)

Fig. 30. Nr. 1 da I. Damiani, op. cit., tav. 75:12; nrr. 2-3 da R. Jung, Chronologia, cit., tav. 8:9-10; nr. 4 da I. Damiani, op. cit., tav. 73:5.

Fig. 31 - Coppe carenate di ascendenza italica in Macedonia (da R. Jung, On the origin of the whell-made Grey Ware found in central Macedonia, ff. 4; 8; 6; 7).

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Fig. 32 - Tazze carenate della penisola italica e tazze di simile tipo prodotte in Tessaglia (Grecia)

Fig. 32. Nr. 1 da M. Pennacchioni â&#x20AC;&#x201C; C. Persiani, Lâ&#x20AC;&#x2122;insediamento preistorico della Montarana (Tarquinia), in IV Convegno di Gruppi Archeologici del Lazio (Rieti 8-9 dic. 1979), Roma, 1982, tav. 1:12; Nr. 2 da I. Damiani, op. cit., tav. 25:14; nr. 3 da I. Damiani, op. cit., tav. 67:14; nr. 4 da I. Damiani, op. cit., tav. 45:5; nr. 5 da M. A. Fugazzola Delpino, Testimonianze di cultura appenninica nel Lazio, Firenze, 1976, tav. 38:4; nrr. 6-9 da R. Jung, Chronologia comparata, cit., tav. 17:1-4; nrr. 10-12 da I. Damiani, op. cit.,tav. 54:1-3.

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Fig. 33 - Italia centro settentrionale ed isola di Creta

Fig. 33. I nrr. Da 1 a 13 sono da I. Damiani, op. cit. : nr 1-2 da tav. 55:B8-9, nrr. 3-4 da tav. 71:B3-4, nrr. 5-9 da tav. 72:1-5, nrr. 10-11 da tav. 39:4-5, nr. 12 da tav. 39:7, nr. 13 da tav. 75:12. I nrr 14-15 sono R. Jung, Chronologia Comparata, cit., tav. 16:9-10.

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Fig. 34 - Mappa della diffusione dei vasi con cordone plastico liscio (Cfr. fig. 25 di Chronologia Comparata di R. Jung).

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Fig. 35 - Vasi con cordoni plastici lisci da Allumiere fino a Tell Kazell (in Siria)

Fig. 35. Nr.1 da A. Maffei, Allumiere – Saggio in località Codata delle Macine, in La Preistoria e la Protostoria nel Territorio di Civitavecchia, Associazione Archeologica “Centumcellae”, Civitavecchia, 1981, p. 66 - 67. f. 3; nr. 2 da M. A. Fugazzola Delpino, Testimonianze di cultura appenninica nel Lazio, Firenze, 1976, p. 47 e f. 13:2; nrr. 3 - 5 da I. Damiani, op. cit., fig. 47:14,11,16; nrr. 6 -10 da R. Jung, I bronzi internazionali ..., cit. , figg. 10: 3, 1, 6, 5, 7.

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Fig. 36 - Sopraelevazioni ad ascia presenti in Italia (Romagna e Marche) e sopraelevazione ad ascia presente a Tirinto (Argolide in Grecia)

Fig. 36. Le analogie fra le due sopraelevazioni ad ascia sono state rilevate da I. Damiani, op. cit. L’immagine 1 è ripresa dall’opera della Damiani, f. 65:1A. La nr. 2 è da K. Kilian, op. cit., f. 311.

Fig. 37 - Vasi decorati con cordoni plastici lisci

Fig. 37. Particolare della f. 25 da Chronologia Comparata di R. Jung.

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9). CORITO-TARQUINIA E TROIA Tuttavia la ceramica della Romania somiglia, ma non è uguale a quella di Troia. Lo tesso Rutter si rese conto che la ceramica di Troia aveva stretti collegamenti pure con quella italiana. In ogni caso, Deger e Jalkotzy198 hanno osservato che tutti i portatori di quella ceramica dovrebbero aver costituito il nucleo originario di quei cosiddetti Popoli del Mare (Achei, Turuscia, ecc.) che fra gli ultimi decenni del XIII sec.a.C. e i primi decenni del XII determinarono la caduta dell’Impero Ittita, forse distrussero Troia, e tentarono d’invadere l’Egitto. K. Kilian199, sulla base di scavi fatti a Tirinto, ha sostenuto che la ceramica del TEIIIC1 ivi trovata proviene dall’Epiro, e fa parte d’un fenomeno culturale che comprende la Serbia meridionale, la Bosnia e l’Italia meridionale subappenninica, ben documentata in Basilicata. Mervyn Pophan200 e Sigrid Jalkotzy201 hanno invece rilevato che la ceramica di Lefkandi e di Aigeria ha una specifica attinenza con le coevi produzioni italiane. Marco Bettelli202 ha poi visto rapporti diretti fra la ceramica trovata in Grecia e a Troia, o parte di essa, con quella prodotta nell’Italia meridionale ed in minor misura, anche in Sar-degna e nelle Marche. K. Kilian, nel 2006, in un lavoro pubblicato dopo la sua morte, è tornato sui suoi passi ed ha rivendicato ad importazioni italiane tutta la Koiné culturale sopra indicata. Nel 2006, anche Reihnard Jung203 è giunto ad escludere che i modelli balcanici abbiano potuto influire sul tipo di ceramica d’impasto che si trova in Grecia nei contesti del TE IIIB evoluto e del IIIC iniziale, ed ha riportato il tutto sotto l’influenza di dirette importazioni dall’Italia. Egli divide la ceramica d’impasto greca in tre categorie: 1) quella che imita le forme canoniche micenee; 2) quella che si rifà ad antiche tradizioni locali (per es. i materiali delle isole Ionie, a Kalapodi, a Delfo ed a Egira); 3) quella che dipende da modelli italiani (es. i materiali di Chanià, Knosso, Teichos Dymaion, Melanion, Tirinto, Korakou (presso Corinto) e Dimini (in Tessaglia). La terza classe di ceramica greca, di tipo italico, non si incontra nei Balcani meridionali come Tracia, Macedonia e Serbia, nonostante la loro diretta confinanza con la Grecia. Tali ceramiche non si riscontrano nemmeno in Romania, Moldavia ed Ucraina. Jung individua poi un rapporto fra i cosiddetti “fornelli” rinvenuti in Tessaglia ed alcuni materiali trovati nell’Italia settentrionale come quelli di Frattesima nel Polesine. In un recente commento a Jung, pubblicato in Internet, Elisabetta Borgna osserva che 198

Deger-Jalkotzy, The Women of PY An607, “Minos”, 13, 1972, pp. 137-160. K. Kilian, Nordwestgriechische Keramic aus der Argolis und ihre Entsprechungen in der Subappeninfacies, “Atti della XX Riunione Scientifica dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria in Basilicata”, 1976, pp. 311-330; K. Kilian, C. Pdzuweit, & H. J. Weisshaar, Ausgrabungen in Tyrins, 19781979, “AA”, 1981, pp. 149-256. 200 M. R. Popham, L. H. Sacket, Exavattion at Lefkabdi, Eubea 1964-65: a Preliminary Report, London, 1968, p. 18; E. Milburn, M. R. Popham, The Late Helladic IIIC Pottery of Xeropolis (Lefkandi), a Summary, “BSA”, 66, 1971, p. 338. 201 S.Deger-Jalkotzy, Fremde Zwanderer im spatmykenischen Griechen. Zu einer Gruppe handgemachterm Keramik aus den Mykenischen IIIC Siedlungschichten von Aigira, Wien: Osterreische Akademie der Wissenschaften, 1977. 202 M. Bettelli, Italia Meridionale e Mondo Niceneo, Fienze, 2002, pp. 117- 137. 203 R. Jung, Chronologia Comparata. Verglei Cronologie vo Sudgriechenland und Suditalien von 1700/1600 bis 1000 v. u. Z., Wien, 2006. 199

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a rendere concretamente percepibili i rapporti diretti fra la ceramica d’impasto italiana del Bronzo recente e finale e quella egea sono soprattutto le anse configurate ad ascia, a corna di lumaca e a protome d’uccello, in particolare se associate a ciotole carenate. Fig. 38 - Tazze carenate dell’Italia entrale tirrenica e tazze di Troia VIIa

Fig. 38 - Nn. 1-2 da tav. 33:1 e 2 (fam. 20, nr. 45, tipo I) di I. Damiani, op. cit.. N. 3 da f. 24:3 (fam. 20, nr. 45, tipo I) da I. Damiani, op. cit. N. 4 da C. W. Blegen e altri, Troy, volume IV, parte 2 Plates, f. 253:7. Però né Jung né Borgna si accorgono che la forma di queste ciotole carenate e di queste anse cornute italiane fatte in ceramica d’impasto giunge fino a Troia. La ritroviamo infatti nelle ciotole carenate e nella anse cornute fatte a Troia in ceramica locale pseudominia. Questo ci permette di formulare un’ipotesi sulla regione di provenienza di coloro che durante il XIII ed il XII sec. a.C. introdussero nella città il modello di quella forma ceramica.

Le ciotole e le anse italiane sono in ceramica d’impasto non tornita, e si rinvengono in gran parte dei siti italiani peninsulari della cosiddetta Civiltà Appenninica. Ma poiché Virgilio, nell’Eneide, sostenne che una colonia etrusca d’Italia partì da Còrito (oggi Tarquinia) per recarsi nella Troade, e poiché proprio nella regione di Tarquinia si hanno testimonianze archeologiche di contatti con il mondo miceneo, noi vaglieremo in che misura quel tipo di ceramica è presente nella regione di Tarquinia, segnatamente nel bacino idromontano del fiume Mignone, cioè a Luni sul Mignone, a San Giovenale, a 89


Monte Rovello, e nella stessa Tarquinia (Montarana e Ferleta). Sono gli stessi siti dove sono state trovate le ceramiche micenee che vanno dal XV al XII sec.a.C. In una tomba di Tarquinia è stato trovato anche uno specchio miceneo/anatolico di XIII-XI sec. a.C., ed alla foce del Mignone, un’àncora litica di tipo egeo (vd. pp 25-26 e f. 11). Fig. 39 - Troia VIIa (XIII sec. a.C.) Sopraelevazioni di anse cilindro-rette e di anse cornute in ceramica pseudominia di imitazione italica (Da ff. 253 e 257 di K. W. Blegen, Troy, IV, 2,)

Fig. 40 - Isola di Lesbo (Misia) Sopraelevazione di ansa cornuta di tipo italico in ceramica micenea (sec. XIII- XII a.C.) (Da W. Lamb, Antissa, “The Annual of the British School of Athens”, 31, p. 170. f. 2)

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CRONOLOGIA ASSOLUTA DELLA CIVILTA’ MICENEA

CRONOLOGIA RELATIVA Mic. I = TE IA Mic. IIA = TE IB Mic. IIB = TE2 Mic. IIIA1 = TE IIIA1 Mic. IIIA2 = TE IIIA2 MIC. IIIB = TE IIIB MIC. IIIC = TE IIIC SUBMICENEO

Furumark 1944

Warren-Hamkey1994

1580 - 1500 1500 - 1450 1450 - 1425 1425 - 1300

1660 - 1510 1510 - 1440 1440 - 1390 1390 - 1370 1370 - 1340 1340 - 1185 1185 - 1065 1065 - 1015

1300 - 1230 1230 - 1075 1O75 - ?

Fig. 41 - Troia VIIb Sopraelevazioni di anse cilindro-rette e di anse cornute

Fig. 41. Da K. Blegen, Troy IV, 2, f. 271.

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Fig. 42 - Anse cilindro rette del territorio di Tarquinia

Fig. 42 - Nn. 1-2-3 da K. Ostemberg, op. cit., ff. 29:11; 25:35 e 36. Nr. 4 da I. Damiani, cit., f. 39:2. Nn. 5-6 da M. Fugazzola, cit. f. 45:4; 37:4. Nr. 7 da I. Damiani, cit., f. 31:2. Nn. 8-9-10 da A. Maffei, La Preistoria e la Protostoria nel Territorio di Civitavecchia, f, 5:21; 22;23. Nn. 11-12 da M. Fugazzola, cit. ff. 35:1 e 69:5. Nr. 13 da M. Pennaccioni e C. Persicini, in Preistoria Miscellanea, G.A.R. 1982, f. 7. Nr. 14-15 da I. Damiani, cit. f. 23: 10; 11.

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Le anse cilindro rette e le anse cornute a Luni sul Mignone ed a Troia •

A Luni sul Mignone, già nel Luni Appenninico I (= Mic. IIIA2 “1375-1300”), assieme alla ceramica micenea, appare la prima ansa cilindro retta: si tratta di un cilindro basso e massiccio che nei periodi successivi del Luni Appenninico II e III acquisterà una forma più slanciata204. Queste anse sono state prodotte in ceramica d’impasto non tornita, e sembrano trovare riscontro in quelle che, in ceramica minia, si ritrovano nelle ultime fasi di Troia VI ed in tutte quelle di Troia VIIa e VIIb1 (ff. 39-43).

Nel Luni Appenninico II (= Mic. IIIB “1300-1230”), la presenza di anse cilindrorette diventa consistente, ed appaiono le prime anse cornute e zoomorfe prodote in ceramica d’impasto non tornita. Durante il XIII sec. a.C. (tra il Mic. IIIB ed il IIIC), le anse cornute di tipologia italica fanno la loro apparizione in ceramica minia anche a Troia VIIa. Il fatto si verifica dopo la distruzione di Troia VIh ad opera del terremoto del 1300 e delle aggressioni di Pijiamaradu (1300 – 1280), e durante la ricostruzione della città. Queste anse cornute, estranee alla vecchia cultura locale troiana, si ritrovano in uso fino ai primi decenni della seconda metà del XII sec.a.C.

Nel Luni Appenninico III (= Mic. IIIC “1230-1175”), si hanno abbondanti anse cilindro rette, zoomorfe e cornute in diverse varianti. Verso la fine del Luni Appenninico III (= Mic. IIIC “1200-1150”) le anse cornute continuano ad apparire anche a Troia VIIb1. Il fatto si verifica subito dopo la distruzione di Troia VIIa avvenuta tra il 1190 e il 1180 a.C. Nella città, dopo questo periodo, apparirà una nuova ceramica a gobbe portata da nuovi emigranti che forse venivano dai Balcani.

A Troia, il modello italiano delle anse cornute copre dunque l’arco di tempo che abbraccia la vita della città dalla sua prima ricostruzione avvenuta dopo il terremoto del 1300 a.C. fino alla seconda ricostruzione avvenuta dopo la distruzione del 1185 a.C.

Significativo è poi il fatto che le anse cornute in ceramica pseudominia si ritrovino pure sull’isola di Lesbo (f. 40). Quest’isola era molto vicina alla Troade, ma apparteneva alla Misia, che pure confinava con la Troade. Ora, gli antichi storici greci attribuivano una volta ai Tirreni ed un’altra ai Pelasgi la colonizzazione dell’isola. Ellanico, che riferiva certo una tradizione presente nella sua terra, diceva che Metimna di Lesbo, città dov’egli era nato, era stata fondata da un eponimo tirreno di nome Meta205. A loro volta Strabone ed altri riferivano una tradizione secondo cui l’isola era stata colonizzata da quegli stessi Pelasgi di Larissa che, secondo Omero, avevano difeso Troia contro gli Achei: per questo il nome originario dell’isola sarebbe stato Pelasgia206. Larissa era una città pelasgica della stessa Troade, poco lontana da Troia. E’ poi interessante che Mirsilo, altro storico greco nato a Lesbo, raccontava che i Tirreni emigrarono verso oriente dall’Italia centrale tirrenica, e che passando per Atene furono denominati Pelasgi o Pelargi (che in Greco vuol dire Cicogne) perché, come questi uccelli, essi migravano da occidente ad oriente. Non è poi da escludere che in questo filone di leggende si ritenesse pure che quegli omerici Pelasgi della Troade, che avevano difeso Troia contro gli Achei, fossero stati Tirreni nella loro origine. Quel che, sia pure in senso inverso, intreccia intensamente fra loro Tarquinia (etr. Tarchuna), Troia (itt. Taruisa) e Lesbo di Misia è che si diceva pure che Tarquinia fosse stata

204

Ostemberg, Luni sul Mignone e problemi della preistoria d’Italia, 1967, p. 117 e fig. 29:11. Ellanico di Lesbo, in Stefano Bizanzino, De Urbibus, s.v. Metaon. 206 Vedi pp. 39-40. 205

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fondata ed avesse preso il nome da Tarconte (Tarhunta nella lingua ittita), venuto dalla Misia, e figlio di Telefo, re della Misia, e di Astioche sorella di Priamo re di Troia (vd. p. 110). Fig. 43 - Anse cornute: Italia > Creta > Misia > Troia

Fig. 43. N. 1 da M. Fugazzola, cit., f. 37:11. Nn. 2-4 da K. Ostemberg, cit., f. 26: 41 e 42. N. 5 da A. Maffei, cit. , f. 5: 17. Nn. 6-10 da A. Bietti Sestieri, cit., f.19b. N. 11 da A, Conti, La Valle del Fiume Marta nell’Età del Bronzo, f. 2 in “Boll. Soc. Tarquiniense Arte e Storia”, 1986. N. 12 da I. Damiani, cit. f.25:15. Nn. 13-14 da M. Fugazzola, cit., f. 29: 8 e 9. N. 15 da O. Toti, L’Abitato Protovillanviano di Monte Rovello “Notiziario Museo Allumiere” 1976, tav. 4:3. Nn. 16-17 da M.Bettelli, cit., f. 57:7 e 6. N. 18 da K. Jung, Chronologia., taf. 16:1. Nn 19-23 da M. Bettelli, cit., f. 57: 5; 1; 2-4.

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Nelle tavolette ittite di Attusa, è infine archeologicamente documentato che il Dio della Tempesta era il protettore di Ilio-Troia (itt. Wilusa e Taruisa, *Tarhuisa). Questo dio ittita fu variamente chiamato Tarhunta (cfr. Tarconte), Tarhun, Tarhui e Tarui, donde il nome della città di Troia (Taruisa / *Tarhuisa da Tarui /Tarhui) e della città di Tarquinia (etr. Tarchu-na da Tarhu; lat. Tarqui-nia da Tarhui). Se volessimo cercare un riscontro letterario che dall’Italia conduca nel Mediterraneo orientale fino a Troia, esso dovrebbe partire dall’Italia centrale tirrenica, particolarmente dalla regione di Tarquinia (Còrito) donde Strabone faceva partire la mitica migrazione verso il Mediterraneo orientale (vd. p. 31, ss), e donde Virgilio faceva partire la altrettanto mitica migrazione dei costruttori (o ricostruttori ) di Troia, e dove li faceva tornare dopo la rovina della città. Fig. 44 - Distribuzione geografica delle fibule ad arco di violino

Fig. 44. Adattamento da M. Bettelli, Italia Meridionale e Mondo Miceneo, fig. 58:3.

8). LA CERAMICA PSEUDOMINIA Nella maggioranza dei casi in cui nei vari centri micenei della Grecia sono stati trovati vasi d’impasto (Barbarian Ware), e negli stessi livelli TEIIIB e TEIIIC, sono stati trovati anche frammenti ceramici aventi le caratteristiche tecnologiche e stilistiche della cosiddetta Ceramica Pseudominia. Questa ceramica ha rapporti sia con quella micenea sia con quella Barbarian, sia con le analoghe forme che compaiono in Italia. 95


Specialmente la ceramica pseudominia di Tirinto presenta notevoli affinitĂ con quella italica. Da Antissa, poi, sullâ&#x20AC;&#x2122;isola di Lesbo, e da Troia VII, come abbiamo visto (ff. 3943), provengono alcune anse cornute affini ad analoghi materiali trovati in Italia.

Fig. 45 - Vasi cordonati a quattro manici: Italia centrale tirrenica e Troia

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11). I BRONZI Alla diffusione in Egeo di materiale ceramico di tipo europeo e particolarmente italiano fa riscontro la diffusione di manufatti metallici di chiara attinenza italiana. Ciò si verifica soprattutto a Creta (pugnali, coltelli, fibule), a Cnosso (pugnali, coltelli), a Tylisso (rasoi), a Teicos Dynaion (pugnali), Lefkandi (coltelli), Perati (coltelli, brochette), Tirinto (pugnali, coltelli, spilloni, fibule ad arco di violino)207. Sembra che sia le fibule semplici, che quelle ad arco di violino, e soprattutto quelle ad arco di violino con doppia coppia di noduli, si siano diffuse dall’Italia sia nei Balcani che nell’Egeo208. Ma è anche possibile che dall’Italia siano passate all’Egeo sia direttamente che attraverso i Balcani. Particolare è il caso di Micene che oltre a pugnali, pendagli e fibule ad arco di violino presenta una forma di fusione di tipo Pertosa che ha permesso alla Bietti Sestieri di supporre la presenza di artigiani venuti dall’Italia centrale209. Fig. 46 - Mappa dei ritrovamenti da Roma a Troia dei vasi cordonati a 4 manici (da H. Encken, Tarquinia II, f. 268)

10). DA OCCIDENE AD ORIENTE Da quanto abbiamo esposto emerge un quadro in cui una parte delle ceramiche d’impasto (Barbarian Ware) e pseudominie trovate in Grecia e nelle isole del Mediterraneo orientale presenta strette connessioni con le italiche. Le analisi chimiche fatte sulla Barbarian Ware dimostrano che le argille utilizzate erano locali, ma è verosimile che gli artigiani venissero dall’Italia. 207

M. Bettelli, Italia Meridionla e Mondo Miceneo, Firenze, 2002, p. 132 A. M. Biietti Sestieri, The metal industry of continental Italy, cit., p. 407. 209 A. M. Biietti Sestieri, L’Italia nell’età del Bronzo e nell’età del Ferro, cit. p. 165. 208

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A questo proposito, è particolarmente rilevante il caso che si riscontra a Tirinto in una casa ritenuta abitata da gente venuta dall’Italia. Qui, insieme alla ceramica d’impasto ed a quella peudominia sono state trovate anche ciotole e tazze di tipologia italica subappenninica, ma realizzate con ceramica micenea210. Secondo alcuni gli autori degli oggetti sarebbero persone insediatesi a Tirinto pacificamente, e pacificamente integrate ad un livello sociale più basso. Altri, come abbiamo visto, hanno pensato ad invasori provenienti dalle aree danubiane dei Balcani, ma soprattutto dall’Italia. Rifacciamoci un momento agli ultimi tempi all’Impero Romano d’Occidente. E’ ovvio e risaputo che i primi barbari che vi emigrarono lo fecero in modo pacifico, e che alcuni di loro si integrarono e raggiunsero pure qualche alto livello sociale. Tutti però sappiamo che poi quei barbari si organizzarono ed invasero l’Impero con le armi fino a mettersene addirittura al potere. Una situazione piuttosto simile dovette verificarsi nelle regioni che si affacciavano sul Mediterraneo orientale a partire dal sec. XIV prima di Cristo. 11).TROIA VIIa Sulla base dei frammenti micenei dell’inizio del TE IIIC trovati fra le sue rovine, l’insediamento di Troia VIIa dovrebbe esser durato da ca. il 1280 a ca. il 1190 a.C. Le fortificazioni della precedente Troia VIh erano crollate attorno al 1300 forse a causa di un terremoto e comunque in concomitanza dell’occupazione della città da parte di Pijamaradu che ne detronizzò il re e ne prese momentaneamente il posto. Questa occupazione è documentata dagli annali redatti dai cronisti degli imperatori ittiti (vd. p. 106, ss). La città che fu riedificata è quella che conosciamo come Troia VIIa. Le mura e le case furono ricostruite con i blocchi caduti durante la distruzione. Non fu programmata nessuna nuova fortificazione. Però nei pavimenti delle case furono scavati pozzi per collocarvi anfore con derrate. E’ quindi possibile che gli abitanti di Troia abbiano accumulato provviste perché temevano una nuova invasione da parte di Pijamaradu o di chiunque altro. E’ stato anche pensato che queste anfore siano “un segno di occupanti provvisori durante la ricostruzione della città”211. A Troia, si importa ora una minore quantità di ceramica micenea (solo il 2% del totale usato). In quel periodo, peraltro, il mondo miceneo stava entrando in un una profonda crisi.

Nella città si continua a fabbricare ceramica simile a quella della precedente Troia VIh, ma appaiono nuove forme. Queste includono la presenza di Dark Slipped Tan Ware. E’ questa una nuova forma di vasi in Minyan e Wares Tan. Fra le nuove forme si riscontrano alcuni esemplari di sorprendente origine italica come vasi cordonati, tazze carenate, anse cornute o a sopraelevazione cilindro retta. Segno questo di contatti avuti con l’Italia o addirittura di immigrazione di gente venuta dall’Italia centrale tirrenica (Còrito Tarquinia) come cantava Virgilio nella sua Eneide. La presenza di genti italiche in oriente potrebbe anche essere testimoniata dai geroglifici egizi dove si parla di Turuscia o Turscia o Truscia (cfr, um. Turski, lat. Tu(r)sci > Etrusci > it. Etruschi) che dopo aver dilagato nel Mediterraneo orientale e in Anatolia avevano tentato d’invadere l’Egitto dapprima assieme agli Achei, e poi uniti ai Teucri (Troiani) e ai Pelasgi. Fra il 1190 ed il 1180 a.C. Troia subisce una nuova disastrosa distruzione. Questa, secondo la tradizione greca, fu opera di una lega di città achee, comandata da Agamennone re di Micene. Però, in questo periodo, le maggiori città micenee, e soprattutto Micene, avevano già subito i disastri di cui abbiamo parlato in questo lavoro, s’erano spopolate ed erano cadute in una profonda crisi. E’ quindi poco probabile che siano stati 210 211

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M. Bettelli, Italia Meridionale e Mondo Miceneo, Firenze, 2002, p. 135. Vedi p. 105 con n. 13.


questi Achei a distruggere Troia. Fig. 47 - Vasi con cordone da Tarquinia

Fig. 47. Nrr. 1; 2; 7; 8 da A. Mandolesi, La Prima Tarquinia, f. 48:1, 2, 4; f. 46:5; nrr. 3; 5; 6 da A. M. Conti, La Valle del Fiume Marta nell’età del Bronzo, “BollStas”, 1986, p. 103: 10, 11, 13.

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Fig. 48 - Troia VIIb1 (circa prima metĂ del XII sec. a.C.) Vasi in coarse ware con cordone plastico lavorato

Fig. 48 - Da K. W. Blegen, Troy, IV, 2, fig. 284.

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14). TROIA VIIb1 Nella città che si sta ricostruendo subito dopo la distruzione continua la presenza di forme ceramiche di tipo italico come le anse cornute, e fa la sua prima comparsa un tipo di ceramica grossolana (coarse ware) fatta a mano. Questa è simile a quella che appare nei più o meno contemporanei contesti non solo delle città aggredite e distrutte del continente greco, ma anche dell’isola di Cipro, della Sicilia e della penisola italiana. Tipici sono i cosiddetti vasi cordonati che sembrano avere il loro centro di espansione proprio dalla regione di Tarquinia (ff. 47 e 48). Altri reperti trovati a Troia VIIb1 includono una fibula ad arco di violino di tipo europeo e particolarmente italiano. In nessuno dei territori compresi fra l’Italia e Troia si hanno antecedenti di ceramica barbarica. Così la progressione geografica dei siti con la presenza di questa ceramica potrebbe indicare donde venivano e quale percorso fecero i distruttori di Troia o comunque i suoi ricostruttori. I ritrovamenti di questi materiali vanno dall’Italia centrale e meridionale alla Sicilia, alla Grecia continentale, alle isole del Mediterraneo orientale ed alla Troade. Questi ritrovamenti sembrano seguire, in Grecia e nelle sue isole, la linea delle distruzioni delle città micenee. I portatori di quella ceramica furono dunque i distruttori di Troia VIIa ed i ricostruttori di Troia VIIb1? Però, la tradizione greca voleva che fossero stati gli Achei, cioè i Micenei, a distruggere Troia. E’ possibile conciliare le due versioni? I distruttori potrebbero essere stati gli Eqwesh (cioè gli Achei ovvero Micenei) dei Popoli del Mare che a quel tempo pirateggiavano nel Mediterraneo orientale. I Turuscia invece potrebbero aver partecipato alla ricostruzione della città: i reperti archeologici sembrano dimostrare che i contatti fra Troia e l’Italia centrale tirrenica si siano protratti fino a questo periodo. Ma sembra pure, come vedremo, che da questo periodo inizi un progressivo ritorno in Italia unito ad una generica migrazione di indigeni anatolici. Ciò sarebbe in armonia con la tradizione virgiliana secondo cui gli Etruschi di Corito Tarquinia avrebbero fondato (o rifondato) Troia, e poi, dopo la sua rovina finale, sarebbero tornati in Italia .

Fra il materiale di Troia VIIb1 è stato trovato un sigillo di bronzo che in scrittura geroglifica luvio-ittita reca da un lato il nome maschile di uno scriba, e dall’altro quello di una donna, forse sua moglie. Questa città non durerà molto. Finirà misteriosamente attorno al 1100. a. C., forse per un incendio, ma senza alcun cenno di distruzione generale.

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Alberto Palmucci PARTE PRIMA DA

OCCIDENTE A ORIENTE Capitolo Quinto I TIRRENI E TROIA 1). I TURUSCIA E TROIA

Abbiamo già visto che, dopo i colpi portati alla potenza dei Micenei (Achei), i Popoli del Mare, fra cui Turuscia (E-trusci), Shekelesh (Siculi), Sherden (Sardi), Luka (Lici) e quegli Eqwesh (Achei) che erano passati dalla loro parte, s’unirono ai Libici, e con essi tentarono invano di penetrare nel delta del Nilo. Abbiamo anche visto che subito dopo, i Popoli del Mare dovettero tornare nelle “loro isole” del mar Egeo e in Anatolia dove daranno il colpo finale al declinante impero ittita. Gli Ittiti erano un popolo indoeuropeo. La loro capitale era Attusa. Però, a partire dal 1290 a. C., la capitale fu spesso spostata a Tarhunt-assa (la città del dio Tarhunt)212. Questa ebbe vari sovrani che si chiamavano Tarhunta e Kurunta. L’impero ebbe vari regni vassalli. Fra questi ricordiamo Arzawua (futura Lidia), il regno di Shea Masha (futura Misia), di Wilusa (la Ilio omerica) e di Taruisa (Troia)213. Il nome di Wilusa (Ilio) è menzionato varie volte nei testi ittiti. Quello di Taruisa (Troia) lo è una sola volta (accanto a quello di Wilusa = Ilio), negli Annali dell’imperatore Tudhalija III (1240-1215)214. Ora, è verosimile che Wilusa (Ilio) e Taruisa (Troia) siano state due nomi d’una stessa città: la omerica Ilio Troia. L’imperatore ittita potrebbe averli menzionati distinti perché essi erano pertinenti a due diverse etnie dello stesso luogo. Nell’Iliade, Omero chiama la città centosei volte Ilio (Ilion) e cinquanta volte Troia (Troie). Nell’Odissea la chiama venticinque volte Troia e diciannove volte Ilio. In epoca postomerica, i Greci la chiamarono costantemente Ilion, gli Etruschi Truia, e i Latini preferibilmente Troia. Dal trattato del 1280 a.C. fra Alaksandu, re di Wilusa (Ilio) e l’imperatore ittita Muwatali II si apprende che Wilusa (Ilio) era sotto la particolare protezione del Dio della Tempesta215. Questi era variamente chiamato Taru o Tarhui o Tarhun o Tarhunt o Tarhunta. Dal nome di questo dio derivava peraltro quello della stessa Tarui-sa o *Tarhui-sa (Troia) e pure quello della etrusca Tarquinia (etr. Tarchu-na; lat. Tarqui-nii) e del suo mitico fondatore orientale Tarconte (etr. Tarchunus, gr. Tarcho, lat. Tarcho e Tarchon). Con Wilusa Taruisa (Ilio Troia) confinava il regno di Shea Masha (Misia). Fra i re di 212

J. Mellaart, Dove nacque la civiltà, Roma, 1981. Accanto a Wilusa (Ilio), oltre agli abitanti di Taruisa (i Twrwsch-Tirreni-Troiani?), dovevano trovarsi i Drd (Dardani) e i M’sh (Misi) nominati insieme fra gli alleati degli Ittiti nella battaglia combattuta nel 1280, a Cadesh, contro gli Egizi. 214 L’annalistica ittita, a cura di G. F. del Monte, Brescia, 1993, p. 144; F. H. Stubbings, Il declino della civiltà micenea, in Storia del mondo antico, Milano, 1976, II, p. 882. Secondo altri, si tratta degli Annali di Tudhalija I (1420-1400): M. Wood, Alla ricerca della guerra di Troia, Milano, 1988, p. 213; O. R. Gurney, L’Anatolia dal 1600 al 1380 a.C. circa, in Storia del mondo antico, Milano, 1976, II, p. 619 ss.; S. De Martino, Gli Ittiti, Roma, 2003, p. 43. 215 G. Beckman, Hittite Diplomatic Texts ( Treaty Between Muwatalli II of Hatti and Alaksandu of Wilusa), Scholar Press, Atlanta, 1966, p. 92; H. Craig Melchert (a cura di), The Luwians, “Handbuch der Orientalistik”, vol. 68, Brill, Leiden, 2003, p. 221; Barry Strauss, La Guerra di Troia, Laterza, Bari, 2007, p. 62; 69. 213

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Shea Masha ricordiamo Manapa Tarhunta. Questi in un’occasione difese Alaksandu (Alessandro), re di Wilusa (Ilio Troia), dall’aggressione di Pijamaradu. Nelle regioni dell’Anatolia, come abbiamo detto, la suprema divinità maschile era il “Dio della Tempesta”. Esso era rappresentato come un toro (ff. 4 e 5 a pp. 17e 18). Abbiamo pure già visto che si chiamava Taru, Tarhu, Tarhui, Tarhun, Tarhunt, Tarhunta216 e che molti personaggi, re e città ne portarono il nome: Taruisa / *Tarhuisa (Ilio Troia), Tarhunta-ssa (una capitale dell’Impero) e l’etrusca Tarchu-na (Tarquinia). Figlio del “dio della tempesta” era Telepino. Molti re ne portarono il nome. C’era anche il dio Kurunta, raffigurato spesso come un cervo. Il nome di Taruisa è stato spesso identificato con quello di Troia217, e pure con quello dei Turuscia o Turscia o Truscia dei Popoli del Mare. A loro volta questi Turuscia o Turscia o Truscia sono stati spesso identificati con gli Etruschi (cfr. etr. Turs-iki-na, VII sec. a.C.; um. Turskum e Tuscom “nom.”, Turscer “gen.” e Tursce “dat.”, II sec. a.C ; lat. Tuscus ed E-truscus > it. Etrusco). Pure la forma greca Tyrsanoi (Tirreni) potrebbe derivare dalla radice etrusca Turs-. Con qualche ragione, il noto linguista Vladimir Georgiev ha però anche sostenuto che il nome dei Troiani equivalga sia a quello di coloro che gli Egizi chiamarono Turuscia o Turscia o Truscia sia a quello di coloro che i Greci chiamarono Tyrsanoi. Dalla originaria forma ittita Taruisa (Troia), leggibile pure come Trusya, deriverebbe *Trusyan (Troiani), e da questo, per metatesi, *Tursyan. In lingua greca, *Tursyan sarebbe diventato Tyrsanoi, Tyrsenoi, Tyrrhanoi e Tyrrhenoi; e sarebbe stato utilizzato per indicare alcune genti non elleniche delle coste dell’Anatolia e delle isole prospicienti218. Anche la Bibbia parla dell’esistenza di genti Anatoliche chiamate Tirsis (cfr. Turjsha, Tujrsha)219. Noi possiamo rilevare che, mentre i Greci chiamarono Troes gli abitanti di Troia, in Italia invece i Latini si rifecero alla originaria forma *Trusyan (proposta dal Georgiev), e li chiamarono Troiani con normale mutamento di “U” in “O” e normale caduta della “S” intervocalica. Al nome di Troia (itt. Taruisa / *Tarhuisa) invece, come più volte abbiamo evidenziato, dovrebbe far riscontro quello di Tarquinia (etr. Tarchuna; lat. Tarquinia). Tarhuntassa era anche il nome d’una oggi introvabile città dove attorno al 1280 a.C. fu trasferita la capitale dell’Impero Ittita. I suoi re si erano variamente chiamati Tarhunta e Kurunta. Riteniamo poi verosimile che i Greci abbiano esteso agli Etruschi d’Italia il nome di Tyrsanoi e sue varianti perché essi avevano notato la somiglianza di lingua, di culti e di costumi fra i Tyrsanoi (Tirreni ) del Mediterraneo orientale e gli Etruschi d’Italia. Tutto quel che abbiamo detto trova un parallelo nella leggendaria parentela, sia in linea ascendente che discendente, degli abitanti della città di Corito (oggi Tarquinia) coi Troiani, cantata da Virgilio nell’Eneide. E se volessimo concedere una possibilità di credito a questa tradizione, dovremmo ipotizzare che durante il XIV-XIII sec. a.C., genti emigrate dall’Italia centrale fossero entrate a far parte degli abitanti di Wilusa (Ilio Troia). I documenti archeologici esaminati nel precedente capitolo potrebbero darcene qualche riscontro. 2). VIRGILIO E LA FONDAZIONE DI TROIA Omero credeva che Troia fosse stata fondata cinque generazioni prima della sua distruzione ad opera egli Achei di Agamennne. Nell’Iliade, Enea dice ad Achille:

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Taru è la più antica forma in lingua hattica, le altre sono in Luvio ed Ittito. La forma in lingua Hurrita è Teshub. 217 Rhys Carpenter, Folk Tale, Fiction and Saga in the Homeric Epics, Berkeley, Los Angeles, 1946, p. 63. 218 Vladimir I. Georgiev, La lingua e l’origine degli Etruschi, Roma, 1979, pp. 87-93. 219 E. Sittig, Atti, 252, in G. Quispel, Gli Etruschi nel Vecchio Testamento, “StEtr”, 14, 1940, p. 411; A. Palmucci, Virgilio e Cori(n)to Tarquinia, Tarquinia, STAS-Regione Lazio, 1998, p. 178.

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Io mi vanto d’esser figlio del magnanimo Anchise, e mia madre è Afrodite [...]. Se però vuoi conoscer bene tutta la mia stirpe, molti la sanno fra gli uomini. Dardano primo fu generato da Zeus adunatore di nembi (cfr. Tarhunta, il “Dio della Tempesta” protettore di Ilio Troia), e fondò Dardania, perché la sacra Ilio, città di uomini, non si ergeva ancora sulla pianura, ma si abitava alle falde dell’Ida ricco d’acque. E Dardano generò un figlio, il re Erittonio che fu il più ricco degli uomini mortali [...]. Erittonio generò Troos re dei Troiani. Ed a Troos nacquero tre figli senza macchia, Ilo, Assàraco e Ganimede (cfr. etr. Catmite) simile agli dèi, che fu il più bello degli uomini mortali [...]. Ilo poi generò un figlio perfetto, Laomèdonte. E Laomèdonte generò Priamo [...]. Assàraco generò Capi, e questi Anchise. Anchise poi generò me, e Priamo il glorioso Ettore. Del sangue di questa stirpe io mi vanto220. Fra Dardano e Priamo vi sono sei generazioni. Dardano non è il fondatore di Troia, ma il primo della stirpe di Enea. Il fondatore di Troia sembra essere suo nipote Troos, che è re dei Troiani. Fra Troos e Priamo vi sono quattro generazioni, giusto il tempo che intercorre fra la ricostruzione di Troia, posteriore alla distruzione del 1300 a.C., e la sua nuova distruzione, avvenuta attorno al 1185 a.C., ad opera degli Achei omerici.

Omero non dice se Dardano fosse originario del luogo o fosse un emigrante. Ciò dide agio allo sviluppo di varie tradizioni. Così ci fu chi fece venire Dardano dalla vicina isola di Samotracia221, e chi dall’Arcadia222. A sua volta, la tradizione raccolta da Virgilio sosteneva che Dardano era emigrato dall’Italia centrale tirrenica, precisamente dalla etrusca città di Corito (oggi Tarquinia). Né i Greci né Virgilio sapevano però che le origini di Troia erano ampiamente più antiche di quanto essi pensassero perché risalivano a circa il 3000 a.C. Tuttavia, gli scavi archeologici hanno oggi inequivocabilmente dimostrato che Ilio Troia fu più volte distrutta e ricostruita. Una volta attorno al 1300 a causa di un terremoto o ad opera degli Achei, un’altra attorno al 1185, e ancora un’altra attorno al 1100. Ora, nel precedente capitolo noi abbiamo visto che, proprio a partire dal XIII sec. a.C., in Grecia, nelle isole Egee, sulle coste asiatiche del Mediterraneo orientale ed a Troia appaiono alcune forme di ciotole e tazze con anse cornute e cilindro rette che richiamano quelle più antiche, e comunque coeve, della penisola italiana. Inoltre, grandi anfore di derrate sono state oggi trovate interrate sotto il pavimento delle case degli inizi di Troia VIIa. A. Mountjoi ha ipotizzato che esse siano depositi allestiti da gente che, dopo la distruzione del 1300, partecipava alla ricostruzione della città223. Se quindi volessimo concedere una possibilità di credito alla tradizione virgiliana, dovremmo ipotizzare che, dopo la distruzione del 1300 a.C., alcuni emigranti venuti dall’Italia come i Turuscia e i Dardani venuti abbiano in qualche modo partecipato alla costruzione della nuova città. Analizziamo dunque la situazione di Troia quale era negli anni finali del XIV sec.a.C. e nei primi decenni del XIII. 3). PIJAMARADU Troia si trovava in Anatolia sulla sponda asiatica dello Stretto dei Dardanelli. Naturalmente, essa imponeva dazi ai mercanti achei che dalla Grecia e dalle isole Egee dovevano percorrere lo Stretto per recarsi nel mar Nero. A volte dovette anche rapinarli. Da sempre, quindi, ci dovette essere chi tentò di prendere il controllo della città. E qualcuno 220

Omero, Iliade, XX, 208-241. Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, V, 47-49; Stefano Bizantino, De Urbibus, s.v. Dardania. 222 Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, I, 61; 68. 223 Vd A. Mountjoi, Troy VII Reconsidered, “Studia Troica”, IX, 1999, pp. 296-297; B. Strauss, La Guerra di Troia, 2007, p. 231, n. 16. 221

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ci riuscì, come raccontano gli annali degli imperatori ittiti. Ai tempi dell’imperatore Suppiluliuma I, il re di Wilusa (Ilio) si chiamava Kukunni. Sul trono lo seguì Alaksandu (Alessandro) Questo nome non è anatolico, ma greco. Ciò potrebbe voler dire che nella città s’era insediato un monarca straniero. Il nuovo re dovette aver guai a corte o nel popolo. Un frammento di testo ittita dice: “...perché la gente è facinorosa ...”. Comunque, attorno al 1280 un certo Pijama-radu (Pijama = dono), proveniente dalle isole achee dell’Anatolia e con l’aiuto di gente Achea, occupò Wilusa (Ilio-Troia) e spodestò Alaksandu 224. E’ archeologicamente documentato che attorno a questa data la città subì una distruzione. Fu opera di un terremoto come vorrebbe Blegen, o fu Pijamaradu che la distrusse, o comunque Pijamaradu poté occuparla proprio perché il terremoto aveva aperto delle brecce nelle mura della città? La tradizione greca dirà che gli Achei riuscirono ad occupare Troia perché i suoi stessi abitanti erano stati indotti con un inganno ad abbattere parte delle mura per far entrare in città un gigantesco cavallo di legno dove erano nascosti molti soldati achei. Manapa Tarhunta (cfr. Tarconte), re del regno limitrofo di Shea Masha (futura Misia), portò aiuto ad Alaksandu. Ma Pijama-radu aggredì anche l’isola di Lazba (Lesbo) ch’era parte del regno di Shea Masha (futura Misia). Tarhunta, per difendere le sue terre, tornò in patria e chiese aiuto all’imperatore ittita Muwatali. Questi inviò Kubanta Kurunta, re della vicina Mira, perché si unisse a Tarhunta e marciasse con lui verso Wilusa (Ilio Troia). Ma Tarhunta si ammalò. “Io mi ammalai”, dice il testo ittita, “sono molto malato, la malattia mi ha abbattuto del tutto”. L’imperatore sostituì Tarhunta con il figlio Masturi al quale diede in sposa la propria unica sorella Massanazi. Intanto Kurunta liberò Wilusa (Ilio Troia) e rimise sul trono Alaksandu che dovette però diventar vassallo dell’impero A questo punto Troia fu ricostruita. Ma è possibile che sia Masturi, il figlio di Tarhunta, sia Kurunta, abbiano mantenuto su Wilusa (Ilio-Troia) qualche prestigio; e proprio in quanto conquistatori ed alleati costoro potrebbero aver inviato maestranze per la ricostruzione della città. E’ questa più o meno l’epoca alla quale appartiene il vasellame di tipo italico rinvenuto negli scavi archeologici della città. Questa è anche più o meno l’epoca durante la quale sia la tradizione greca che quella virgiliana facevano arrivare Dardano nella Troade. In particolare, la tradizione virgiliana voleva che Dardano fosse stato un etrusco (vd. eg. Turuscia) di Còrito (Tarquinia), figlio del re Còrito eponimo della città. Ma senza volerne trarne certezze, analizziamo questo aspetto più da vicino. 4). TELEFO A seguito del crollo dell’impero ittita (avvenuto fra gli ultimi decenni del XIII ed i primi del XII sec. a.C.) le tavolette iscritte con gli annali degli Imperatori sono rimaste sepolte per tre millenni, e solo con le scoperte archeologiche dei nostri tempi siamo venuti a conoIl nome di Pijama-radu, momentaneo sovrano di Wilusa (Ilio), è rimasto forse in quello di Priamo che sarà l’omerico re di Troia. In lingua ittita, Pijama significava “dono”; ed anche il nome greco di Priamo, secondo un tradizione, significava “colui che è stato donato”. A sua volta il nome di Alaksandu rimarrà in quello di Alessandro (altro nome di Paride) figlio di Priamo. La detronizzazio-ne di Alaksandu da parte di Pijama-radu si tradurrà nel ripudio da parte di Priamo del figlio Alessandro. Il ritorno al trono di Alaksandu diventerà poi il ritorno di Alessandro preso il padre alla corte di Troia. 224

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scere che esistette l’Impero Ittita. Gli avvenimenti di quel tempo furono dimenticati; e, dopo il buio del cosiddetto medioevo ellenico, solo alcuni eventi rimasero nella memoria dei futuri Greci in forma allusiva e confusa. Però, nelle confuse tradizioni e leggende elaborate dai Greci, noi possiamo tentare di rintracciare alcune allusioni (dirette e indirette) agli eventi che oggi noi (grazie ai rinvenimenti degli annali degli imperatori ittiti) sappiamo essere appartenuti agli eventi storici del tempo in cui Wilusa (IlioTroia) fu distrutta dal terremoto e aggredita da Pijama-radu, per poi esser salvata dagli interventi di Manapa Tarhunta e di Kurunta. *** Gia Omero, nell’Iliade, raccontò che Achille, durante l’assedio di Troia saccheggiò un gran numero di città della Misia. La Misia omerica corrisponde all’antico regno di SheaMasha sul quale aveva regnato Tarhunta proprio nel tempo in cui storicamente Pijiamaradu aggredì Troia e l’isola di Lesbo appartenente alla Misia. Nella tradizione greca, però, il re della Misia non si chiamò Tarhunta (cfr. Tarconte) bensì Telefo (cfr. Telepino). Tuttavia, si diceva che Telefo avesse avuto tre figli, uno dei quali si chiamava Tarconte (cfr. Tarhunta). E c’è pure una variante dove Tarconte è padre di Telefo225. Comunque, noi sappiamo che, presso gli Ittiti, il figlio del dio Tarhunta (cfr. Tarconte) si chiamava Telepino (cfr. Telefo). E’ evidente la confusione dei nomi che si operò nella tradizione greca. Un’altro figlio di Telefo si chiamava Tirreno (cfr. Turuscia), ed il suo nome è significativo dell’elemento Tirreno nel seno del popolo della Misia. Un altro ancora si chiamava Euripilio, e portò un esercito di Cetei (Ittiti) in soccorso di Troia: la sua azione ricorda quelle di Tarhunta e di suo figlio Masturi. Nella tradizione greca, Telefo fu anche fatto nascere a Corito o Corinto, in Arcadia, e fu fatto diventare figlio adottivo dell’omonimo re Corito o Corinto. Qui è evidente il parallelo con la tradizione filoetrusca secondo cui Dardano, capostipite dei Troiani, era nato a Corito o Corinto, in Etruria, ed era figlio adottivo dell’omonimo re Corito o Corinto; e forse non a caso la stessa tradizione greca attribuì a Telefo un figlio di nome Tirreno (che darà il nome alla Tirrenia), ed uno di nome Tarconte (Cfr. Tarhunta) che nella Tirrenia fonderà Tarquinia e le darà il proprio nome. Ma pare che nella leggenda greca delle vicende di Telefo siano presenti anche elementi che richiamino gli eventi del tempo in cui il avo Tarhunta ebbe molto a che vedere con Troia. Ma vediamo la figura di Telefo più da vicino. 5). TELEFO FIGLIO DI CÒRITO. Nella tradizione greca, Auge, la madre di Telefo, era figlia del re di Tegea (in Arcadia). Quand’ella nacque, un oracolo profetizzò che un figlio nato da lei avrebbe un giorno ucciso i fratelli della nonna. Così il padre, per farla restar vergine, la fece diventare sacerdotessa di Atena. Ma Eracle la violentò e la mise incinta. Il padre allora la consegnò a un certo Nauplio perché la affogasse. Nauplio ed Auge partirono verso il mare; ma, mentre attraversavano le terre del re Corito (detto anche Corinto), la ragazza s’appartò in un bosco, partorì e abbandonò il figlio. Nauplio poi non affogò Auge, ma la cedette ad alcuni mercanti che la andarono a vendere sulle coste della Misia al re Teutrante che la prese con sé come figlia. Il bambino che Auge aveva partorito e lasciato nella terra di Corito (detta anche Corin-to), fu allattato da una cerva. Il fatto è raffigurato sulle monete di Capua, su anelli etruschi e su uno specchio etrusco (f. 50 e p. 116) rivenuto a Tuscania (presso Tarquinia). Il bimbo fu poi trovato dai pastori del re Corito (detto anche Corinto) che lo adottò226. Raggiunta la maggiore età, Telefo 225 226

Stefano di Bisanzio, De Urbibus, s.v. Tarchonion. Secondo una diversa versione, Telefo fu trovato da Eracle stesso (Igino, Leggende, 99).

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chiese all’oracolo di Apollo Delfo chi fosse sua madre; e il dio lo consigliò d’andarla a cercare in Misia. Arrivato In Misia, Telefo aiutò validamente il re Teutrante in azioni di guerra; e questi gli diede in moglie una propria figlia di nome Argiope. Quando poi Teutrante morì, Telefo gli successe al trono. Secondo altre leggende, Telefo prese in moglie Astioche figlia di Laomedonte re di Troia, oppure Laodice figlia di Priamo anche lui re di Troia. Pare che avesse avuto in moglie anche un’altra donna di nome Iera (la santa). Questa morì combattendo contro i Greci che avevano invaso la Misia perché scambiata con la vicina Troade. In quella occasione, Achille ferì Telefo con un colpo di lancia. Passava il tempo, e la ferita non guariva. Così Telefo consultò l’oracolo di Apollo; e il dio gli disse che la ferita poteva guarire solo se fosse stata curata con la ruggine della stessa lancia che l’aveva procurata. Telefo, quindi, chiese ad Achille di guarirlo, ma dovette promettergli di guidare la flotta greca fin sulla spiaggia di Troia. Risanato, egli dovette mantenere la parola, così condusse le navi greche fin davanti a Troia. A questo punto Telefo scompare dalla scena delle leggende greche, ma entra in gioco . suo figlio Euripilo che gli succede al trono e conduce un esercito di Ittiti (gr. Cetei) in soccorso di Troia (Omero, Odissea, 649 ss.). Con un evidente scambio fra il nome di Euripilo e quello di suo fratello Tarconte (cfr. Tarhunta), questa tradizione richiama il fatto storico dell’aiuto portato a Troia dagli Ittiti guidati da Tarhunta (re della Misia) contro gli Achei di Pijamaradu. La malattia e la scomparsa di Telefo richiamano peraltro la malattia e la destituzione di Tarhunta. Euripilo, sotto le mura di Troia, fu ucciso da Neottolemo, figlio di Achille227. Grino, poi, figlio di Euripilo, dopo la fine di Troia, rifonderà una città che chiamerà Pergamo come la rocca della città di Troia. Telefo aveva tre figli: Euripilo che gli successe al trono, Tirreno (eponimo della Tirrenia) e Tarconte (cfr. Tarhunta), il fondatore di Tarquinia. Egli li aveva avuti tutti e tre da Iera o da Astioche sorella di Priamo re di Troia (vd. p. 110). Telefo tornerà poi sulla scena nelle leggende ambientate in Italia. Egli riappare in Etruria come padre di Tirreno e di Tarconte fondatore di Tarquinia; anzi, secondo una notizia, sarebbe stato proprio lui a fondare la città228. Avrebbe avuto anche una figlia di nome Roma che sposò Enea e diede il nome alla città di Roma229. In Campania, poi, avrebbe fondato l’etrusca Capua, come si evince dalle monete della città in cui si vede la cerva che lo allatta. La medesima rappresentazione si vede pure in certe produzioni della stessa Etruria230. Fonti bizantine presentano, poi, Telefo nel Lazio a capo di una colonia di Ittiti (gr. Cetei. Cfr. eg. Ketti = Ittiti) che egli, dal proprio soprannome, chiama Latini (vedi nota)231. Egli ebbe pure 227

Omero, Odissea, XI, 516-21; Piccola Iliade, in Proclus, p. 52, 14-15 Davies; frr. 4 e 7, Davies = Arg. I, 12-13 e II, 10, Bernabé; fr. 30, Bernabé. 228 Stefano Bizantino, De Urbibus, s.v. Tarchonion e Tarchynia. 229 Plutarco, op. cit., I. Telefo aveva pure un figlio di nome Ciparisso che, secondo i Greci, viveva nell'isola di Ceo o in quella di Creta, ed era stato amato dal dio Apollo che l'aveva tramutato in cipresso. Questo mito, attratto dalla figura di Telefo, fu riambientato in Italia dove Ciparisso fu amato dal dio etrusco-italico Silvano (Servio. Ad Verg. Aen. III, 160). Virgilio ci descrive il dio che trascina un giovane cipresso sradicato (Virg., Georg. I, 20). 230 D. Briquell, L'origine lydienne des étrusques, Roma, 1991, pp. 200-204. 231 Suida, s.v. Latinion. Secondo Trogo Tompeo, Latino, padre di Lavinia (nome la tradizione romana dava alla moglie di Enea) era nato da un figlia di Fauno violentata da Ercole (come Telefo); e Dionigi di Alicarnasso sostenne che Latino, padre di Lavinia non era figlio di Fauno, come dicevano i Romani, bensì di Ercole (come Telefo) Si diceva anche che Latino e Salio erano figli di Cateto e di Salia figlia del re etrusco Annio, eponimo del fiume Aniene (Dionigi di Alic., op. cit., I , 52; Ps. Plutarco, Parall., 40). Già nel IV secolo, Callia di Siracusa raccontava che fra la schiera dei Troiani sbarcati in Italia, c’era un tale di nome Latino

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un figlio di nome Latino che ne ereditò il trono232, ed una figlia di nome Alba che sposò Enea e diede il nome alla città di Alba233. Lo schema di queste vicende dovette in origine essere stato ambientato in Etruria, e poi trasferito nel Lazio assieme alla leggenda di Enea. E’ infatti significativo che fra i re di Alba discendenti di Telefo e di Enea troveremo un Silvio Tarquinio234; e fra i re di Alba, ci sarà pure un crudele Tarchethius (=Tarquinio), in casa del quale nasceranno i gemelli fondatori di Roma (vd. p. 156). 6). TARCONTE FIGLIO DI TELEFO E DI ASTIOCHE SORELLA DEL RE DI TROIA Tarconte, come sappiamo, era figlio di Telefo re della Misia. Telefo, come pure sappiamo, ebbe varie mogli, od una sola alla quale la leggenda attribuì vari nomi: • • • •

Argiope, figlia di Teutrante, già re della Misia; Hiera che morì combattendo contro i Greci che avevano invaso la Misia scambiata per la vicina Traode235; Astioche figlia di Laomedonte re di Troia; Laodice figlia di Priamo re di Troia, figlio di Laomedonte.

Telefo ebbe pure tre figli: Tarconte, Tirreno ed Euripilo. Racconta Omero che quest’ultimo portò un esercito di Ittiti (gr. Cetei. Cfr. eg. Ketti = Ittiti) in soccorso di Troia assediata dai Greci. Telefo, secondo le tarde notizie del bizantino Tzetze (XIII sec. d.C.), aveva avuti tutti e tre i figli da Iera236. Però un più antico scolio all’Odissea di Omero presenta Euripilo come figlio di Astioche. Dagli scoli poi all’Eneide di Virgilio si può dedurre che Telefo aveva avuto tutti e tre i figli da Astioche, sorella di Priamo re di Troia (vedi nota)237. 7). TARCONTE FIGLIO DI ALESSANDRO-PARIDE? In uno specchio etrusco di IV sec. a.C. (f. 49 a p. 115) si vedono alcuni personaggi al di sopra dei quali è scritto in etrusco il loro nome. A destra si vedono Priamo, re di Troia, e suo figlio Alessandro. Sopra il primo è scritto Priumne (Priamo); sopra il secondo Helasntre (Alessandro). Sul lato sinistro dello specchio, la dea Minerva guarda un giovane con la bulla al collo. Questi, a sua volta, le si rivolge con un braccio alzato. Sullo sfondo della scena, il tempio della dea. Sopra la testa di Minerva è scritto il nome etrusco Menerva. Sopra quella del giovane, fra le ossidazioni dello specchio, stando alla lettura del Nicholls, è scritto Tarch […]238 che è la radice della forma etrusca del nome di Tarconte (cfr. itt. Tarhunta). La presenza di Tarconte (che qui è un ragazzo con la bulla al collo) che aveva la moglie di nome Roma. Egli divenne re degli Aborigeni, e fondò Roma (in Festo, op. cit., s.v. Roma); oppure, furono i suoi figli Romo e Remolo a fondare la città Callia (in Dionigi di Alic., op. cit., I, 72). 232 Malelas, Chronicon, VI, 162. 233 Excerpta Latina Barbari. 234 Vedi la tavola sinottica dei re di Alba in C. Trieber, Zur Kritik des Eusebios - Die Konigstafel von Alba Longa, “Hermes”, 29, 1894, pp. 124-125. 235 Tzetze, Antehomerica, 275; Chil.,XII,949. 236 Per Tarconte e Tirreno vd. Tzetze, Ad Lyc. Alex., 1248; per Euripilo, vd. Tzetze, Posthom. 558. 237 Scolio Ad Hom. Od. XI, 520; Euripilo, per Elio Donato, è figlio di Telefo e di Astioche figlia di Laomedonte: “Eurypylus filius Telephi, Herculis et Auges filii, ex Astioche Laomedontis filia (Servio Dan. , Ad Verg. Buc. 6, 72) “. Lo stesso autore, in altra occasione presenta Tirreno come figlio di Telefo (Servio Dan. ,Ad Verg. Aen. 8, 558: “Tyrrheno Telephi filio”), e Tarconte come fratello di Tirreno (Servio Dan. ,Ad Verg. Aen. 10, 198: “Tarchone Tyrrheni fratre”). 238 R. V. Nicholls, Corpus Etruscorum Speculorum, Great Britain, Cambridge, 1993, II, 17. Contra: M. Martelli, Sul nome etrusco di Alessandro, “StEtr”, LX (1994), pp. 166-168.

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nella famiglia del re di Troia dovrebbe confermare che almeno gli Etruschi ritenessero ch’egli fosse figlio di Astioche sorella del re. Ma nello specchio, egli sta conversando con la dea Minerva, ed è dinanzi al suo tempio. Ciò potrebbe conferirgli una funzione che ci è finora sconosciuta. Sappiamo che Corito figlio di Alessandro fondò in Etruria la città di Corito (Tarquinia). Sappiamo pure che Tarconte, “nipote” di un Corito, fondò in Etruria la città di Tarquinia (Corito). Cautamente, possiamo, ipotizzare che l’autore dello specchio si sia inserito in una tradizione etrusca filogreca in cui la venuta in Etruria di Tarconte, fondatore di Tarquinia (Corito), fosse stata in qualche modo assimilata a quella dei Troiani guidati da Enea o da Corito, fondatore di Corito (Tarquinia). Si potrebbe anche pensare con molta cautela ad una fusione della figura di Tarconte con quella di Corito figlio di Paride. 8). I DARDANI E I CÒRITI Pochi anni dopo l’atto di vassallaggio stipulato dopo circa il 1290 dai Troiani di Alaksandu con l’Impero Ittita, i testi geroglifici egizi menzionarono un contingente di D.R.D.NY (Dardani) seguito da uno di M.S (Misi) e da un terzo di P.D.S (abitanti di Pedaso) fra coloro che coadiuvarono gli Ittiti nella battaglia combattuta, nel 1274 a.C., a Kadesh contro gli stessi Egizi. I geroglifici egizi omettevano la scrittura delle vocali, sicché oggi a buona ragione si ritiene che questi M.S siano i Misi. Questi Misi dovevano essere i sudditi di Masturi figlio di Tarhunta il soccorritore di Troia. Con altrettanta buona ragione, si ritiene pure che i D.R.D.NY, elencati accanto ai Misi, siano gli abitanti della città di Dardano nella Troade. Peraltro, la Misia e la Troade erano strettamente confinanti. La tradizione voleva che la città fosse stata la prima fondata da Dardano quando emigrò nella Troade. E Virgilio voleva pure che Dardano fosse venuto da Còrito (oggi Tarquinia), una città sulla costa dell’Italia centrale tirrenica. Oggi, del resto, abbiamo trovato iscrizioni che testimoniano che gli Etruschi denominavano se stessi anche come Dardani (vedi p. 159). *** Le fonti storiche localizzano i Dardani europei in due regioni confinanti, ma separate dal mar Adriatico. 1) La prima è l’Italia. Plinio il Vecchio (III, 104) ricorda il popolo dei Dardi, in Apulia239. Guido (66 fine) poi denominò l’Apulia, ovvero la Daunia, come Provincia Dardensis. Nel IV-III sec. a.C., il tragediografo greco Licofrone fece dire alla profetessa troiana Cassandra: I principi italici (cod. E2mg: della Daunia) costruiranno per me un tempio sulle alture di Salpe, e gli abitanti della città di Dardano, vicini alle acque del lago240. Questo passo fu inserito in margine alla pagina nel codice E della Alessandra solo nel XIV sec. della nostra epoca. Tutti i precedenti codici conosciuti non lo riportano. Lo riporta tuttavia una antica riduzione greca in prosa della Alexandra; e nel farlo non menziona i “principi dei Dauni” bensì “i prìncipi italici”, e precisa che le alture di Salpe sono quelle di un lago d’Italia, e che pure la città di Dardano è in Italia e confina con la zona del lago. Nemmeno gli Antichi Scoli alla Alessandra menzionano i Dauni. Essi confermano solo che “Salpe è un lago d’Italia” e che “Dardano è una città d’Italia”. Questo 239 240

Plinio il Vecchio, Storia Naturale, III, 104. Licofrone, Alessandra, v. 1361.

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riferimento all’esistenza in Italia d’una città di Dardano richiamava di certo l’etrusca città di Còrito patria di Dardano capostipite dei Troiani. Ma l’origine italica dei Troiani non piaceva né agli antichi Greci e Romani, né ai Bizantini del Medioevo; così il passo fu espunto dal testo, e ne rimase fuori per molti secoli. Esistevano però la riduzione in prosa del parafraste e le attestazioni degli scoliasti; così, per stornare definitivamente dall’Etruria la città di Dardano, il bizantino Giovanni Tzetze (sec. XII) scisse il lago di Salpe dalla etrusca città di Dardano, e sostenne che il lago si trovasse nella Daunia (Apulia), e che la città di Dardano si trovasse lontano dal lago fra i Dardani dell’Illiria o della Macedonia. Seguendo le suggestioni di Tzetze si poté così rendere accettabile la terzina di Licofrone, preferire “i principi della Daunia” a “i principi d’Italia”, e reinserirla timidamente nel margine d’una pagina del codice E241. Quanto alle “alture di Salpe”, lo stesso Licofrone, in un diverso passo della sua opera, scrisse che i coloni venuti dalla Lidia in Etruria conquistarono tutto il territorio che va dall’Umbria alle alte cime dei Salpi242. Questi Salpi dovrebbero corrisponde ai Salpinati o Sappinati menzionati da Tito Livio fra gli alleati dei Volsinesi in una delle guerre combattute fra gli Etruschi e Roma243. Ora, se l’antica Volsini, come oggi si vuole, corrisponde alla odierna Orvieto (Vulsini Veteres), i Salpinati di Tito Livio dovrebbero corrispondere a quelli della odierna Bolsena (Vulsinii Novi)244 che si trova accanto al lago che oggi porta il suo nome, ma che in antico si chiamava lago Tarquiniese245. Ora, la città di Dardano non doveva esser considerata troppo lontana al lago Tarquiniese. Ciò anche perché nella tradizione virgiliana la città dove era nato Dardano, capostipite dei Dardani Troiani, era Còrito (oggi Tarquinia). 2) L’altra regione europea abitata dai Dardani è l’Illiria. Solino (II, 51) vi poneva un popolo di Dardani ritenuti d’origine troiana. L’Illiria era ubicata nei territori che oggi fanno parte della ex Iugoslavia e dell’Albania. A nord confinava coi Veneti, e a sud arrivava a comprendere la Macedonia e l’Epiro. Conosciamo ben poco della lingua illirica. Abbiamo due sole iscrizioni, una delle quali travata in Bosnia. I dati archeologici la pongono fra il VI e il V sec. a.C.. Secondo le letture che vengono proposte, essa avrebbe uno sconcertante contenuto perché alcune sue parole sembrano aver qualche rapporto con la lingua etrusca246. D’altra parte, l’Epiro e la Macedonia fecero parte delle regioni dove avrebbero sostato i mitici emigranti che dall’Italia centrale Tirrenica si portarono ad Atene, alle isole Egee e in Anatolia. Ricordiamo l’oracolo pelasgico di Dodona in Epiro, e la fondazione in Macedonia delle città di Elimia e di Aiane da parte dei sovrani tirreni Elimia ed Aiane figlio di Elimo: nomi etruschi a loro volta stranamente somiglianti a quelli che alcune tradizioni attribuivano a personaggi siculi e troiani quali Elimo fratello di Enea. Molti oggi ritengono che questi Dardani avrebbero emigrato in Anatolia, e sarebbero gli stessi abitanti della città di Dardano nella Troade, quegli stessi D.R.D.NY (Dardani) che i testi geroglifici egizi menzionano fra le genti che coadiuvarono gli Ittiti nella battaglia combattuta a Kadesh nel 1274 a.C. 241

Per il testo greco del parafraste di Licofrone vedi Lycophroinis Alexandra, ed. L. Mascialino, Lipsia, 1964, p. 95; per il testo greco di Tzetze vedi Lycophronis Alexandra, II (Scholia Continens) di E. Scheer, 1958, p. 333. 242 Licofrone, Alessandra, v. 1361. 243 Tito Livio, Storia di Roma, V, 31. 244 C. Moreschini, note a Tito Livio, Storia di Roma dalla sua Fondazione, V-VII, Milano, 1987, p. 380. 245 Oggi, tuttavia, viste le connessioni fra l’Apulia, la Daunia e i Dardi, molti ritengono che Licofrone intendesse riferirsi a Salapia, una città che Strabone poneva in Apulia presso una laguna (Strabone, Geografia, VI, 284), e si congettura che la città di Dardano fosse da quelle parti. 246 F. Villar, Gli indoeuropei e l’origine dell’Europa, trad. it. , Bologna, 1997, pp. 367-368.

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Dieter Hertel sostiene che una popolazione di ceppo illirico-trace s’era stanziata nella Troade in età preomerica. Nell’Iliade, per esempio, dice Hertel si trovano toponimi dì origine illirico-trace come quello di Pergamo ch’era la rocca di Troia, o quello delle porte Scee della città, o quello della collina di Bateia davanti alla stessa città, o dei fiumi Arisbo e Reso247. Si tenga però presente che la tradizione virgiliana voleva che Dardano avesse emigrato in Asia proveniente da Còrito (oggi Tarquinia). E possibile, comunque, che a nuclei di genti, Coriti o Dardani che siano, partiti dall’Italia centrale, si siano uniti i Dardani dell’Apulia e, al di là del mare, i Dardani dell’Epiro e della Macedonia, e che insieme siano giunti fin nella Troade. Qui, alcuni di loro potrebbero essersi concentrati in un luogo che prese poi il nome di Dardania. Ciò potrebbe essere avvenuto durante le turbinose vicende che sconvolsero la Troade di AleKsandu e la misia di Tarhunta. Secondo una leggenda, Tantalo era un re della Frigia che avrebbe regnato anche su Troia. Ora, Servio, in una nota all’Eneide, riferisce una tradizione secondo cui Tantalo regnò sui Còriti o Corinti. Il Boccaccio riferisce poi una leggenda che doveva derivare dalla stessa tradizione alla quale aveva attinto Servio. Secondo questa leggenda, quando Dardano si recò da Còrito-Corneto (oggi Tarquinia) in Frigia trovò che vi regnava Tantalo. Da queste notizie si può intuire una sommersa antica equivalenza di Còriti e Troiani.

Sul versante archeologico, noi abbiamo già visto come nel XIII sec. a.C. appaia a Troia una ceramica che riproduce forme comuni all’Italia centrale e meridionale. Comunque, tutto quel che abbiamo detto e conseguito in questi ultimi paragrafi (4-8) ha valore indagativo, e le ipotesi ne derivano sono per noi ragionevoli, ma hanno valore di caute ipotesi. 9 ) TROIA OMERICA Una delle distruzioni di Troia sarebbe avvenuta ad opera d’una coalizione di città greche guidata da Agamennone re di Micene: è la guerra cantata da Omero nell’Iliade e ricordata nell’Odissea. Secondo la tradizione greca, Alessandro Paride, figlio di Priamo re di Troia, si recò in Grecia, a Sparta, come ambasciatore. Qui sedusse Elena, la bella moglie del re Menelao, e la portò con sé a Troia. Menelao chiese aiuto a suo fratello Agamennone, re di Micene, che coalizzò tutte le città achee della Grecia e mosse contro Troia per esigere la restituzione di Elena. I Troiani rifiutarono. Per nove anni i Greci combatterono e soffrirono sotto la città assediata, finché al decimo la distrussero. Nell’Iliade, però, Omero non raccontò tutte queste cose, bensì solo cinquantuno giorni del nono anno di guerra. Egli operò attorno al 750 a.C.; ed evidentemente condensò varie tradizioni e le rielaborò in un unico racconto. Ciò non era rigorosa opera di storico o di cronista, bensì di poeta. Quando compose l’Iliade, Omero era l’ultimo di una lunga serie di cantori che avevano intrattenuto il pubblico raccontando le grandi imprese del passato eroico. Quei racconti erano stati strasmessi senza l’aiuto della scrittura, e quindi rielaborati di volta in volta da cantore a cantore, di generazione in generazione, per molti secoli, fino a giungere a Omero. La stessa composizione omerica dovette subire variazioni perché essa fu fissata definitivamente e riscritta ad Atene solo attorno al 550 a.C. Il poema inizia con Agamennone che toglie al suo combelligerante Achille la bella schiava Briseide. Achille si infuria e per ritorsione si astiene dalla guerra. Nei giorni che seguono, i Troiani, condotti da Ettore, figlio di Priamo re di Troia, riescono quasi a respingere i Greci nel mare ed a incendiarne la navi. All’ultimo momento però Achille permette al suo amico Patroclo di intervenire nella battaglia. Ettore lo uccide. Achille per vendi247

D.Hertel, Troia, trad it. , Bologna, 2003, p. 69.

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carne la morte ritorna a guerreggiare, uccide Ettore e fa scempio del cadavere. Priamo, infine, padre di Ettore, riesce a farsi restituire il corpo. Il poema termina con “gli estremi onori resi ad Ettore domatore di cavalli”. Omero dunque cantò solo poche settimane di guerra estratte da una più lunga serie di battaglie che, si diceva, erano durate nove lunghi anni e s’erano protratte ancora per un anno fino alla distruzione della città. Egli, tuttavia, non era un cronista di guerra, ma un poeta. Egli, come abbiamo già detto, raccoglieva e a sua volta rielaborava il canto di bardi che già da secoli avevano elaborato e rielaborato fatti avvenuti tanto tempo prima a cominciare da quello della città di Troia storicamente assalita ed occupata nel 1280 a.C. da Pijama-radu con l’appoggio di gente achea (vd. p. 106). Già prima di Omero, i fatti di Troia erano diventati leggenda, e non vanno presi alla lettera. Con ogni probabilità il mito contrasse un lungo ripetersi di guerre in una sola guerra di lunghi nove anni fino a un decimo anno in cui la città sarebbe stata distrutta. Di questi mitici dieci anni, poi, Omero non cantò la distruzione di Troia, ma solo cinquantuno giorni di un nono anno. A rigore, l’Iliade contiene solo qualche allusione alla distruzione della città, cosa che potrebbe esser anche dovuta ad aggiunte posteriori. Omero dunque non cantò la caduta di Troia. Una seconda opera, l’Odissea, che gli fu attribuita, ma che fu comunque composta qualche decennio più tardi, narra le vicende che il greco Odisseo visse per tornare in patria dopo ch’egli stesso aveva contribuito in modo determinante alla presa della città. Però l’Odissea, rispetto alle notizie già fornite dall’Iliade aggiunge solo qualche dettaglio. In una serie di flashback, Odisseo ricorda che riuscì a far entrare i Greci dentro Troia escogitando l’inganno del cavallo. I particolari della vicenda, comunque, non vengono riportati, e non viene descritto l’ultimo anno di guerra né la presa e la distruzione della città. Il fatto però che nell’Odissea ci siano flash sulla presa di Troia e sul famoso Cavallo, indica che la versione leggendaria della fine di Troia era già stata elaborata. Fra i riferimenti religiosi contenuti nelle iscrizioni cuneiformi delle tavolette ittite ce n’è uno che riguarda la santa città luvia di Istanuwa. Là, si cantava un inno del quale ci resta purtroppo solo la prima riga: Quando vennero dal mare, da Wilusa (Troia) ......

248

Non conosciamo tutto il testo. Noi possiamo però supporre che l’ode in lingua luvia che si cantava ad Istanuwa contenesse qualche elemento delle storie che si cantavano in Anatolia già molto prima di Omero, ed in una lingua diversa da quella del poeta. Omero nacque verosimilmente in Eolia. A quel tempo, la regione comprendeva la Misia e la Troade ed era ancora abitata dai discendenti Troiani e dai Pelasgi (che 249 parlavano una lingua barbara simile all’Etrusco ) unitamente ai nuovi arrivati Eoli che parlavano greco e 250 venivano dalla Tessaglia . Omero compose l’Iliade guardando i fatti di Troia con la mente degli Eoli. Il canto di Istanuwa era invece stato composto dagli vecchi abitanti dell’Anatolia, i quali non avevano certamente cantato la gloria degli invasori Achei, ma il dramma dei vinti. Noi non sappiamo se Omero conoscesse la lingua in cui fu composto l’inno di Istanuwa, né sappiamo se conoscesse il contenuto dell’inno. Però Omero, per cantare, dovette frequentare le corti dei discendenti Troiani e Pelasgi che ai suoi tempi 251 regnavano ancora in Eolia assieme agli Eoli . In quelle corti e nelle strade si cantavano ancora gli inni composti pei vinti Troiani. E se dopo Omero, molti dei futuri poeti recepiranno dall’Iliade più la pietà per Ettore che muore per la patria che l’ammirazione per Achille che vive per la gloria, è perché Omero, fra le righe dei suoi versi, seppe anche recepire dai vecchi canti il dramma dei vinti Troiani .

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B.Brandau e H. Schickert, Gli Ittiti, Roma, 2003, p. 237. Vd. pp. 42-44. 250 Strabone, Geografia, XIII, 1,1. 251 Strabone, Geografia, XIII, passjm. 249

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Qualche decennio dopo la composizione dell’Iliade e forse prima di quella dell’Odissea, le leggende che circolavano attorno alla fine di Troia (che noi non conosciamo nella loro formulazione originaria) furono accolte nella Iliuperside di Arctino di Mileto, e nella cosiddetta Piccola Iliade di Lesche di Lesbo. A queste opere attinsero i tragediografi greci del V sec. a.C. E, solo molto più tardi, Virgilio, nell’Eneide, raccontò i particolari dell’inganno di Odisseo e la distruzione della città. Può darsi però che fra il tempo nel quale Omero ambientò la guerra e il tempo in cui la città venne realmente distrutta ci sia una sfasatura cronologica. Nella tradizione greca, Duride di Samo pose la distruzione di Troia nel 1334 a.C., Erodoto nel 1250 a.C., Eratostene nel 1184 a.C., ed Eforo nel 1135 a.C.. Gli scavi archeologici oggi suggeriscono che nell’arco di tempo che va dal 1334 al 1135 la città subì varie distruzioni. Una attorno al 1300 a causa d’un terremoto (o ad opera degli Achei), una seconda attorno al 1190, e una terza attorno al 1100. Ora, secondo Omero e la stessa tradizione greca, la distruzione avvenne ad opera di una coalizione di città achee, guidata da Agamennone re di Micene. Però, noi abbiamo già visto che a cominciare dal 1250 a.C. la stessa Micene ed altre importanti città achee erano entrate un una crisi rovinosa (vd. p. 51, ss). Non è quindi verosimile che gli Achei omerici abbiano attaccato e distrutto Troia nel 1190 e tanto meno nel 1134. E’ pur vero che i dati archeologici confermano che attorno a queste due date la città fu distrutta per due volte, però la guerra raccontata da Omero e dalle posteriori tradizioni condensava certamente queste distruzioni con quella accaduta molto tempo prima, attorno al 1300 a.C., quando la civiltà micenea era ancora fiorente. Omero, infatti, non canta la distruzione della città. Allora, chi furono i distruttori di Troia? Consideriamo i reperti archeologici. Dagli scavi risulta che la città, dopo la distruzione del 1184, fu subito ricostruita. Però a farlo non furono i presunti Micenei conquistatori. Fra i reperti archeologici della risorta città sono state trovate scarsissime ceramiche di tipo miceneo. Permangono invece sia le vecchie forme ceramiche tipicamente troiane sia quelle di ispirazione italica. Le forme di questa ceramica di tipo italico erano già entrate nell’isola di Lesbo ed a Troia prima della distruzione del 1190, ed alcune di esse, come le anse cilindro-rette, risalivano addirittura al XIV sec. a.C. Ma chi furono i distruttori della città? Nei decenni finali del XIII sec. a.C. e nei primi del XII i Popoli del Mare, dopo aver distrutte le principali città micenee, invasero l’Anatolia e provocarono la fine dell’Impero Ittita. Troia era in Anatolia, ed era vassalla di quell’Impero. Ora, i Popoli del Mare erano composti da varie genti fra cui gli Eqwesh (Achei). Questi non erano altri che più recenti bande imbarbarite della stirpe di quegli stessi Achei che, secondo Omero, avevano un tempo attaccato Troia, e che ora pirateggiavano nel mar Egeo e sulle coste dell’Anatolia. E’ verosimile che furono questi gli Achei che da soli o insieme o in concorrenza con altri popoli del Mare occuparono e distrussero Troia. Essi erano della stessa stirpe degli Achei omerici, ma agivano in epoca posteriore. La guerra narrata nell’Iliade va riferita alla prima metà del sec. XIII quando la civiltà achea era nella sua pienezza. Siamo verosimilmente al tempo in cui Pijama-radu coi suoi Achei occupò la città distrutta da un terremoto. La città fu poi nuovamente distrutta dagli Achei dei Popoli del Mare attorno al 1190 a.C. come voleva Eratostene, e come gli scavi archeologici confermano. Omero e la tradizione greca raccolsero una tradizione che aveva condensato i due avvenimenti in un’unica guerra. Si raccontava infine che, dopo la distruzione della città, gli Achei non restarono sul luogo conquistato, ma tornarono nelle loro terre. Come abbiamo già evidenziato, la cosa è confermata dalla scarsissima quantità di materiale miceneo rinvenuto negli scavi relativi alla città ricostruita. Evidentemente, gli Achei dei Popoli del Mare non erano in grado di mantenere la conquista, e tornarono disastrosamente nelle loro terre. 113


Quanto ai Troiani, molti emigrarono in cerca di zone più sicure, ed in questa ricerca scesero dalla Troade e dalla Misia lungo le coste dell’Anatolia, sciamarono nelle isole Egee assieme agli altri Popoli del Mare, e tentarono pure di stabilirsi nel ricco Egitto. Negli ultimi tentativi di invasione dell’Egitto mancano infatti gli Achei, ma ci sono ancora i Turuscia (Tirreni) e per la prima volta i Teucri (cioè i Troiani) e i Pelasgi. Alcuni Troiani però rimasero in patria e ricostruirono la città. Nell’Iliade se ne trova un’anticipazione: il dio Poeseidone predice che, dopo la guerra, la forza di Enea regnerà sui Troiani e sui figli dei figli e su quelli che verranno dopo di loro252. Da questa predizione nacquero tre tradizioni: 1. una secondo cui Enea, nipote di Priamo re di Troia, ricostruisce la città; 2. un’altra secondo cui egli regnò sui profughi Troiani da lui condotti in Italia; 3. una terza, riferita da Dionigi di Alicarnasso, secondo cui “Enea, figlio di Afrodite, una volta stabilita in Italia la sua gente, se ne sia ritornato in patria e abbia regnato in Troia, trasmettendo alla fine il regno al figlio Ascanio i cui discendenti tennero il potere per moltissimo tempo” 253. Distinte nel tempo, Troia avrebbe dunque avuto due mitiche fondazioni partite dall’Italia. Una delle quali da parte di emigranti venuti da Corito-Tarquinia (come voleva Virgilio), e un’altra da parte di Enea ritornato dall’Italia (come pretendeva Dionigi). Tutto questo, oggi trova qualche conforto •

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nella scoperta che il DNA dei Toscani è in parte simile a quello delle popolazioni dell’Anatolia e selettivamente a quello degli abitanti dell’isola di Lemno (questa si trova a 32 chilometri di mare davanti a Troia); nelle iscrizioni rinvenute nell’isola di Lemno” (VII-VI sec. a.C.) redatte in una lingua e con un alfabeto simili a quelli etruschi; in una certa somiglianza dell’etrusco con le lingue antiche del vicino oriente. Nei reperti archeologici per cui ciotole, anse cornute e vasi cordonati trovati a Troia sono simili nella forma a quelli trovati in Italia, compreso il territorio di Tarquinia.

*** La nuova Troia durò un paio di generazioni, finche attorno al 1100 a.C fu nuovamente distrutta non sappiamo da chi: forse dai Frigi. Questi erano venuti dalla Macedonia254, e dovevano essersi stanziati in varie regioni dell’Anatolia nord occidentale già prima della canonica guerra di Troia255. Omero, nella sua Iliade, li pone infatti fra gli Alleati dei Troiani256. Strabone, però raccontava pure come si dicesse che i Frigi, dopo aver attraversato il mare della Tracia, avrebbero ucciso il re di Troia e 252

Omero, Iliade, XX, 306. Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, I, 53: “Alcuni scrittori negano del tutto che Enea sia venuto in Italia insieme coi Troiani; altri affermano che si tratta di un altro Enea, non del figlio di Afrodite e di Anchise; altri che capo della spedizione fu Ascanio, figlio di Enea; altri ancora fanno nomi diversi. Alcuni poi sostengono che Enea, figlio di Afrodite, una volta stabilita in Italia la sua gente, se ne sia ritornato in patria e abbia regnato in Troia, trasmettendo alla fine il regno al figlio Ascanio, e che i discendenti di questo abbiano tenuto il potere per moltissimo tempo”. 254 Erodoto, Storie, VII, 73. 255 Strabone, Geografia, XII, 8.4 256 Omero, Iliade, II, 862. 253

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della terra vicina, ed avrebbero abitato in questi luoghi257. Il fatto è possibile perché nelle fonti antiche post omeriche i Troiani sono spesso considerati Frigi. Lo stesso Virgilio utilizzò a volte il nome di Frigia per indicare la Troade. A seguito della distruzione del 1100 (a chiunque essa sia dovuta) quasi tutti gli abitanti abbandonarono la città. Nel giro di due secoli, Troia fu dunque distrutta tre volte. La prima attorno al 1300, la seconda attorno al 1190, la terza attorno al 1100. Questa terza distruzione, peraltro, è vicina alla data del 1130 proposta da Eforo. Che ne fu degli abitanti? L’archeologia mostra che dopo la distruzione del 1100 la città non fu ricostruita. Essa però non rimase del tutto deserta. Infatti, quando dopo quattrocento anni gli Eoli di Lesbo vi impianteranno una colonia, la scarsa popolazione del luogo utilizzava ancora una ceramica simile a quella dell’antica Troia. Della sorte dei Troiani scampati all’ultima distruzione, la tradizione non parla. Ciò verosimilmente perché nella “memoria” mitostorica le tre distruzioni furono condensate in una. A partire dalla Troia del tempo della prima distruzione, quando la civiltà micenea era fiorente, fino a quello della seconda e della terza distruzione, il mito dovette aver agito come del resto può fare un narratore che prende vari avvenimenti della propria vita, li condensa e li fa confluire in un unico racconto. Fig. 49- Tarconte fra i Troiani

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Fig. 50- Telefo allattato dalla cerva

Strabone, Geografia, XII, 8,3.

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Alberto Palmucci

PARTE SECONDA DA ORIENTE A OCCIDE NTE Capitolo Primo IL RITORNO DEI TIRRENI Abbiamo già visto che gli storici antichi parlavano di migrazioni di genti tirrene dall’Italia in varie isole Egee fra cui Lemno e Samotracia. Abbiamo anche già detto che la tradizione virgiliana sosteneva che i Tirreni della etrusca città di Corito Tarquinia emigrarono a Samotracia, e da qui in Anatolia dove i suoi nipoti fondarono Troia. Se questa città è quella che nei testi ittiti è chiamata Taruisa, e se questo nome deriva da quello del dio Taru o Tarhui o Tarhunt, essa è omonima di Tarquinia. Virgilio sostenne pure che Enea, dopo la fine di Troia, raccolse molti superstiti, li ricondusse in Italia, e che Enea stesso giunse fino a Corito Tarquinia, antica madre della stirpe. Ora, quel che rende produttivo l’accostamento dei Turuscia (E-truschi) dei popoli del Mare a quei *Trusyan (Troiani e Tyrsanoi) che dall’Anatolia (Troia, Misia, Lidia) vennero in Italia a seguito della rovina di Troia è il fatto che, dopo i tempi oscuri che seguirono la fine dell’impero ittita, sulle coste occidentali dell’Anatolia (già occupata dai Popoli del Mare, Turuscia compresi) nacquero i regni della Misia e della Lidia, che nella famiglia dei loro primi re vantavano personaggi che avevano il nome di Tirreno (gr. Tyrsenos o Tyrrhenos). *** A ottanta miglia marine da Lemno, sul luogo dell’antico regno anatolico di Seha, troveremo la Misia governata da Telefo. Si diceva che egli fosse nato nella terra del re Còrito, in Arcadia, e ne fosse figlio adottivo. Era poi emigrato nella Misia. Si diceva pure che aveva sposato una donna della casa reale di Troia, alla quale vennero dati più nomi: Iera, Astioche e Laodice. Queste due ultime erano specificamente indicate l’una come sorella, e l’altra come figlia di Priamo re di Troia. Telefo ebbe tre figli: • •

Euripilo, che durante l’assedio dei Greci a Troia, condusse un esercito di Cetei (Ittiti) in soccorso della città258 (cfr. Tarhunta che soccorse Wilusa-Troia). Tarconte (cfr. Tarhunta) e Tirseno (cfr. Turuscia), che dopo la guerra di Troia, vennero in Etruria, dove si unirono ai profughi troiani portati da Enea (vd. p. 147, ss.). Tarconte fondò o rifondò Tarquinia (la nuova città del dio Tarhui), e Tirreno fondò Cere. Nei graffiti di una specchio etrusco di III sec. a. C. si vede Tarconte a colloquio con Priamo re di Troia (f. 49 a p. 115).

Secondo una variante, Telefo stesso portò i Cetei (Ittiti) in Italia dove fondò Tarquinia259 258 259

Omero, Odissea, XI, 519. Excerpta Latina Barbari; Stefano Bizantino, Tarchonion.

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e Capua260. Secondo una più tarda variante, Telefo assunse in Italia il nome di Latino, si stanziò nel Lazio, ed accolse Enea venuto da Troia. Verosimilmente, Tarconte (cfr. Tarhunta) rappresenta l’elemento anatolico della Misia, mentre Telefo (cfr. Telepino) e Tirreno rappresentano quello immigrato dall’occidente e nuovamante emigrato verso occidente. *** Come sul luogo dell’antico regno anatolico di Seha abbiamo trovato la Misia governata da Telefo figlio di Corito, e padre di Tarconte e Tirreno, così sul luogo di Arzawa troveremo la Lidia con la città di Tyrsa (cfr. Turuscia). Erodoto poi disse che Ati, re della Lidia, in seguito a una carestia, divise il popolo fra sé e suo figlio Tirreno (cfr. Turuscia), e lo fece emigrare. Costui, giunto in Italia, chiamò Tirreno il suo popolo. Evidentemente, Ati e Lido rappresentano l’elemento anatolico della nazione, e Tirreno l’elemento tirreno indotto ad emigrare261. Il motivo della carestia, menzionato da Erodoto, ricorda peraltro la grande carestia che, secondo i testi ittiti ed egizi, si abbatté sull’Anatolia proprio al tempo in cui i Popoli del Mare infestarono il mar Egeo ed occuparono le coste asiatiche. *** Secondo Strabone, il lidio Tirreno non era figlio di Ati, ma di Ercole e di Onfale. Ciò ricorda la figura di Maleoto o Malteo o Maleo o Meleo che da una parte è un re etruscopelasgio che conduce il suo popolo dall’Italia nel bacino orientale del Mediterraneo fino a Colofone in Lidia (vd. p. 42), e dall’altra è un tirreno della Lidia, figlio di Ercole e di Onfale (proprio come Tirreno!), che dalla Lidia emigra prima fra i Dori della Grecia dove introduce l’uso della tromba tirrena, poi viene in Italia e diviene re degli Etruschi (vd. pp. 174-175). Uno dei porti di Tarquinia si chiamava Malta o Maltano. Residue popolazioni tirreniche vivevano in Anatolia ancora nel II sec. d.C. come dimostrano le epigrafi trovate presso il lago di Ascanio262. Anche la Bibbia parla dell’esistenza di genti chiamate Tirsis (cfr. Twrjsh.w, Twjrshh.w.)263. *** Nei primi capitoli di questo lavoro abbiamo presentato il panorama delle fonti che parlano della diaspora etrusca verso la Grecia, le isole Egee e l’Anatolia. Nei prossimi capitoli presenteremo il panorama delle fonti che narrano della venuta o del ritorno in Etruria di genti orientali: panorama diviso in “Leggenda Troiana”, “Leggenda Lidia” e “Leggenda Pelasgica”. Evidenzieremo, peraltro, ciò che gli Etruschi stessi ritenevano sulle loro origini. Cercheremo infine di trarre qualche ipotesi conclusiva. *** Sembra comunque che le mitiche migrazioni dall’Anatolia in Italia si configurino come ritorni alla “antica madre” italica, proprio come quello dei Troiani cantato da Virgilio nell’Eneide. Oggi, infine, dopo la scoperta che il DNA degli attuali “Tirreni” d’Italia somiglia a quello degli odierni abitanti dell’Anatolia, e, separatamente, a quello degli attuali “Tirreni” delle isole Egee di Lemno e Rodi, si dovrebbe cominciare a considerare la possibilità che la narrazione di Virgilio si fondi su qualche verità storica.

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La fondazione di Capua si evince dalla monete della città. Vi si vede la cerva che allatta il piccolo Telefo. Xanto Lidio, in Dionigi Alicarn. cit., I, 28; Erodoto, cit. , I, 94. 262 E. Sitting, in G. Quispel, Gli Etruschi nel Vecchio Testamento, “StEtr”, XIV, 1940, p. 411. 263 E. Sittig, Atti, 252, in G. Quispel, Gli Etruschi nel Vecchio Testamento, “StEtr”, 14, 1940, p. 411; A. Palmucci, Virgilio e Cori(n)to Tarquinia, Tarquinia, STAS-Regione Lazio, 1998, p. 178. 261

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Alberto Palmucci

PARTE SECONDA D A O R I E N T E A D O C C I D E N TE

Capitolo Secondo IL RITORNO DEI TROIANI (L A L E G G E N D A T R O I A N A I N E T R U R I A) Ripreso e aggiornato dal n. 60 di Atti e Memorie dell’Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova; dai nn. 24 e 31 di Aufidus (Università di Bari); da Anatolico ed Indogermanico (Università di Innsbruck, 2001)

1). TARCONTE IL VECCHIO E LO SPECCHIO DI BOLSENA. Il riferimento mitostorico al più antico contatto fra la Troade e l'Etruria si ha in una tradizione che ci è giunta frammentata e corrotta. In un frammento di Gneo Gellio (II sec. a.C.) si dice che Il re Marsia inviò Caco ed il frigio Megales come ambasciatori al tirreno Tarconte che li imprigionò. Caco fuggì, tornò in patria, poi rivenne in Italia con truppe più forti, ed andò ad occupare il regno intorno a Volturno (nome etrusco della città di Capua) ed alla Campania; ma, avendo osato attaccare gli Arcadi (che abitavano sul colle Palatino, vicino al Tevere), fu ucciso da Ercole. Megales, invece, trovò rifugio presso i Sabini ai quali insegnò l'arte degli àuguri264. Elio Donato ci fornisce un altro frammento: Bisogna sapere, come affermano antichi autori, che sia Enea che moltissimi troiani furono espertissimi nell'arte degli àuguri. Alcuni, poi, dicono che, al tempo del regno di Fauno, il re Marsia li inviò dalla Frigia, ed essi insegnarono agli Itali la disciplina degli àuguri265. Si diceva dunque che Caco e Megales erano troiani. Del resto, Kukunna fu il nome di colui che regnò a Troia prima di Alaksandu (vd. p. 106). In Italia, il nucleo originario della leggenda veniva dall’Etruria, dove era molto diffuso e variato. Sui graffiti di uno specchio proveniente da Bolsena (f. 51), si vede un bosco dove Caco è sorvegliato dai fratelli Aulo e Celio Vibenna. Egli è ispirato da un dio (Silvano? 266 - Vertumnus?), e profetizza suonando la lira. Seduto accanto a lui, un personaggio di nome Artile (= piccolo Arunte) ha sulle ginocchia due tavolette iscritte. La medesima scena, con qualche variante, si vede su cinque urne funerarie di Chiusi, Sarteana 264

In Solino, Miscellanea di cose memorabili, 1, 18-19. Servio Danielino, Ad Verg. Aen., 3, 359. 266 L. Luschi, Cacu, Fauno e i venti, "StEtr", 57, 1991, p. 105, ss. 265

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e Città della Pieve, dove però i personaggi sono senza nome267. In questa leggenda, non si tratta di quel Tarconte che, dopo la caduta di Troia, viene in Etruria e si affianca ad Enea (vd. p. 147, ss). Costui era figlio di Telefo, a sua volta figlio di Ercole. Noi siamo, invece, dinanzi a un Tarconte più antico, la cui esistenza risale ad un paio di generazioni prima ed è contemporanea a quella di Fauno e di Ercole. La figura di questo Tarconte richiama, piuttosto, quella di "Tarconte il Vecchio", che Giovanni Lido differenziava da quella di "Tarconte il Giovane" (vd. p. 178). Il Vecchio, secondo i Libri Tagetici, che si dicevano scritti dallo stesso Tarconte, sarebbe stato colui al quale il lidio Tirreno insegnò i “Misteri” dei Lidi268. Questo stesso Tarconte, poi, mentre arava i campi di Tarquinia, vide emergere da una zolla di terra ch’egli aveva smosso più in profondità il divino Tagete. Questi, poi, gli insegnò l’arte dell’aruspicina269. Si noti come la scienza della divinazione venga comunque a Tarconte una volta da Tagete nella stessa Tarquinia, un’altra da Caco venuto dalla Troade, ed un’altra da Tirreno venuto dalla Lidia. Sembra dunque che Tarquinia sia il centro in cui sul nucleo etrusco originario convergano gente e culture venute da Troia, dalla Misia e dalla Lidia. Fig. 51 – Specchio etrusco: Caco profetizza nel luco del dio Silvano

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LIMC, s.v. Cacu. Evidentemente, i fratelli Vibenna custodivano Caco perché insegnasse la divinazione agli Etruschi. Per quel che sappiamo, gli Etruschi inquadravano le figure mitostoriche di Aulo e Celio Vi-benna al tempo dei Tarquini di Roma. I reperti archeologicigi della leggenda, trovati a Bolsena e nell’area di Chiusi, fanno dunque riferimento ad un’epoca più recente di quella di Fauno, Ercole e Tarconte; e noi dovremmo trovarci dinanzi a una variante settentrionale, forse recente, della tradizione tarquiniese e ro-mana secondo cui Tarconte aveva fatto imprigionare il troiano Caco per costringerlo ad insegnargli l'arte degli auguri. La variante dovette nascere quando, dopo la sottomissione di Tarquinia a Roma, si dovette spostare il centro federale etrusco da Tarquinia a Vulsunii. 268 Vedi p. 178, ss. 269 Idem.

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2). INCENDI DI NAVI GRECHE E DI NAVI TROIANE Si raccontava che, dopo la fine di Troia, i venti spinsero fino in Italia vari gruppi di navi recanti reduci greci e prigioniere troiane. Una flottiglia prese terra in Calabria, a capo Latinio270, presso la futura Crotone. Si narrava che fra le troiane vi fosse Astioche271, sorella del re di Troia, e moglie di Telefo. Costei, onde evitare che i Greci, una volta tornati in patria, consegnassero le prigioniere come schiave alle loro mogli, istigò le compagne a incendiare le navi. Un'altra flotta, che recava reduci greci e prigioniere troiane, giunse in Etruria272. Era accaduto che molte donne troiane erano state date in sorte come bottino di guerra ad Epeo il costruttore materiale del cavallo di Troia. Egli le mise sulle navi per condurle nella sua terra. Però le burrasche sospinsero le navi sulle spiagge etrusche. Allora, le prigioniere diedero fuoco alle navi, così Epeo dovette rimanere sul luogo e costruirvi una città che, in ricordo della sua patria, chiamò Pisa273. Un’altra flottiglia arrivò sulle coste tirreniche della terra degli Opici274. Altre navi greche, che fra le prigioniere troiane portavano una fanciulla chiamata Roma, furono sballottate qua e là in Italia fino alla foce del Tevere; e, dopo aver risalito il fiume, costruirono una città che dal nome della ragazza chiamarono Roma275. Altri parlavano di navi recanti i Troiani sfuggiti al massacro. Si narrava che una piccola flotta di navi troiane, portata dai venti fino in Etruria, andò poi a fermarsi alla foce del Tevere. Qui, una fanciulla chiamata Roma, per non più peregrinare, diede fuoco alle navi; così i Troiani si videro costretti a fermarsi e a fondare una città che chiamarono Roma come la fanciulla276. Queste leggende sono riferite da scrittori greci e latini dei primi tempi della nostra era, ma rimontavano a fonti più antiche perché attribuivano ancora direttamente ai Troiani la fondazione di Roma. 3). I TROIANI FONDANO CÒRITO IN ETRURIA. Elio Donato, in sede di commento all’Eneide, ci ha tramandato tre versioni dell’origine della città di Còrito (oggi Tarquinia)277. Egli scrisse: 1. Dardano, costretto in ritirata dagli Aborigeni durante una battaglia equestre, perse l'elmo. Per recuperarlo, resistette e rianimò i suoi fino alla vittoria. Così, in memoria dei fatti risoltisi favorevolmente, fondò una città sullo stesso luogo dove aveva 270

Latinio (Scolii a Teocrito, IV, 33) o Lacinio (Strabone, Geografia, VI,1). Il promontorio aveva preso il nome dal re Latino (Latinio: Conone, Narrazioni, 3; o Lacinio: Diodoro Siculo, Storia universale, IV, 24) che aveva una figlia chiamata Laurina. 271 Tzetze, Alla Alessandra, v. 921. 272 Servio Danielino, op. cit., X, 179. 273 Verosimilmente le leggende di arrivi di navi greche con donne troiane sulla spiaggia di Latinio, in territorio opico, ed alla foce del Tevere, in territorio latino, nacquero dalla confusione tra la nomenclatura d'ambiente calabro (Lacinio, Latinio, Latino e Laurina) e quella di ambiente laziale (Latino, Laurento, Lavinio e Lavinia) ed etrusco (Astioche moglie di Telefo). 274 Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 72. 275 Eraclide di Lembo, in Festo, De significatione verborum, s.v. Roma; Servio Danielino, op.cit. , I, 273; Solino, op. cit ., I, 2-3. 276 Plutarco, op. cit. , I; Questioni morali, VI, 265 b-c. 277 Servio Danielino, op. cit., III, 170: “Quidam autem de Corito hanc fabulam tradunt. Dardanus, cum equestri proelio ab Aboriginibus pulsus galeam perdidisse, propter quam resistens et in audaciam suos reducens, victoriam adeptus est, tum ob rem feliciter gestam oppidum ubi galeam amiserat, condidit, cui Corytho nomen indidit eo quod Graece ‘korys’ galea dicitur. Vel Corythum montem in quo Corithus sepultus est. Alli Corythum a Corytho Paridis et Oenones filio, conditam ferunt”.

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perduto l'elmo278, e la chiamò Còrito anche perché, in Greco, elmo si dice koris279. 2. Oppure Còrito è il nome del monte sul quale fu sepolto Còrito padre di Dardano280. 3. Altri tramandano che Còrito fu fondata da Còrito figlio di Paride e di Enone. La terza tradizione, secondo la quale il troiano Còrito era venuto in Etruria dove aveva fondato Còrito non era certamente quella seguita da Virgilio. Per il poeta, erano stati i discendenti degli Etruschi di Còrito Tarquinia a fondare Troia, e non i Troiani a fondare Còrito Tarquinia in Etruria. Enea, poi, e non Còrito, secondo Virgilio, aveva ricondotto in Italia i profughi troiani. Ma proprio la forte discrepanza con l’Eneide fa pensare che si tratti di una tradizione antica e comunque anteriore a Virgilio. Dionigi di Alicarnasso sapeva, infatti, che c’erano stati autori che a capo della migrazione troiana in Italia ponevano figure diverse da quella di Enea e di suo figlio Ascanio281. Ma vediamo la leggenda più da vicino. Paride, detto anche Alessandro, era figlio di Priamo re di Troia. Alla sua nascita, fu predetto che il bambino avrebbe causato la rovina della città; così fu abbandonato sul monte Ida. Sopravvisse però perché fu allattato da un'orsa e raccolto da pastori. Il ragazzo crebbe guardando le mandrie, ed amò la ninfa Enone, figlia del fiume Cebreno, dalla quale ebbe un figlio di nome Còrito o Corinto. Dopo varie vicende, Priamo riconobbe Paride, lo reintegrò a corte e lo inviò come ambasciatore a Sparta. Qui, Paride sedusse Elena, moglie del re Menelao, la rapì e la condusse con sé a Troia. Menelao, per vendicare l’oltraggio, chiese aiuto agli altri re della Grecia. Questi, tutti insieme, allestirono una flotta, e si diressero contro Troia; ma, poiché la spiaggia della città non era facilmente riconoscibile, commisero molti errori di sbarco. Allora, Enone, volendosi vendicare di Alessandro che l’aveva abbandonata per Elena, inviò presso i Greci il figlio Còrito o Corinto perché ne guidasse la flotta fino alla spiaggia di Troia282. Quando poi Troia cadde, i Greci consentirono al troiano Antenore, che li aveva favoriti nella presa della città, di portar via i profughi. Egli li condusse nel Veneto, in Italia. La 278

Dionigi di Alicarnasso sosteneva che dalla Grecia i Pelasgi sbarcarono alla foce del Po; e, varcati gli Appennini, giunsero nel lazio, a Cotila, dove strinsero amicizia con gli Aborigeni del luogo. Da qui, risalirono la penisola, e occuparono Crotone, città umbra. Poi, “aiutarono gli Aborigeni nella guerra che conducevano contro i Siculi, finché riuscirono a cacciarli dalla loro patria. Insieme Pelasgi ed Aborigeni presero molte città abitate dai Siculi, fra cui la città di Cere, Pisa, Saturnia, Alsio e qualche altra che sarà tolta ai Siculi dai Tirreni nel corso dei tempi”(Dionigi Al. op. cit., I, 20). Non sappiamo di altre presunte invasioni di Aborigeni in questi territori. perciò la leggenda secondo cui Dardano fondò, in Etruria, la città di Còrito dopo una vittoria sugli Aborigeni, dovrebbe rientrare nel quadro della guerra che Aborigeni e Pelasgi condussero contro i Siculi dell'Etruria costiera. I Siculi, poi, secondo Filisto di Siracusa, erano un popolo indigeno dell'Italia centrale (Dionigi di Alicarnasso, op. cit., I, 9; 22). Essi vennero spesso assimilati ai Sicani (anche questi spesso ritenuti autoctoni); e questi, a loro volta identificati con gli Etruschi, tanto che Giovanni Lido sosteneva che gli Etruschi erano un popolo di Sicani colonizzati dai Lidi di Tirreno. 279 Che Donato dicesse che il nome della città avesse la radice greca di coris-corithos (= elmo) non compor-ta che, in questa leggenda, Dardano sia un immigrato greco che lotta contro gli Aborigeni del luogo. Per esempio, anche una diversa leggenda narrava di un personaggio iberico di nome Còrito che, con etimologia greca impropria per il nome di un iberico, aveva dato il proprio nome all’elmo (Ptol. Heph.II, in Photii Biblioteca). 280 E' la tradizione più vicina a quella di Virgilio. Il re Latino, nell’Eneide, rammenta ai Troiani che “Dardano nacque nella etrusca sede di Corito” (VII, 209); ed Elio Donato specifica che “Còrito è il nome della città e del monte cosiddetti da Còrito, come alcuni ritengono, lì sepolto” (Servio Dan., op. cit., VII, 209). Poi, mentre Enea si trova nel Campo che Tarconte aveva posto vicino al fiume Mignone, il poeta dice che l’eroe “è penetrato fino alla lontana città di Còrito”(IX, 10); e Donato spiega che “DI CORITO vuol dir del monte della Tuscia, il quale, come abbiamo detto (III, 170, VII, 209), prese il nome dal re Còrito” (Servio Dan., op. cit., IX, 10). 281 Dionigi di Alicarnasso, op. cit., I, 53,3. 282 Licofrone lo definisce “traditore della patria” (Alessandra, 67); Tzetze, Alla Alessandra, 67. Secondo un'altra versione, Enone inviò il figlio a Troia, presso Paride e Elena perché, essendo più bello del padre, insidiasse Elena. Alessandro lo uccise (Conone, op. cit., 23).

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stessa concessione i Greci fecero ad Enea perché si diceva che anch'egli avesse favorito la presa della città. Egli andò a stabilirsi in Etruria dove accolse pure Odisseo e i fratelli Tarconte e Tirreno (vd. p. 147, ss). Lo stesso favore i Greci potrebbero aver concesso a Còrito o Corinto in cambio del fatto che, in precedenza, egli aveva guidato la loro flotta fino alla spiaggia di Troia. Secondo altre fonti, però, il giovane Còrito o Corinto si chiamava anche Dardano283, ed era figlio di Paride e di Elena284. Ed è piuttosto a costui che, proprio perché figlio di Elena, i Greci dovrebbero aver permesso di portar via i profughi troiani; e proprio perché si chiamava anche Dardano potrebbe esser quello stesso Dardano che in Etruria, secondo la tradizione riportata da Elio Donato (vd. sopra), fondò o rifondò Còrito o Corinto (oggi Tarquinia). E forse proprio il valore equivalente dei due nomi, Còrito e Dardano, portati dal fondatore della etrusca città di Còrito (oggi Tarquinia), dovette consentire a Virgilio di sostenere che il capostipite etrusco dei Troiani fosse Dardano figlio di Còrito (vd. pp. 159-160). *** Secondo un’altra leggenda, fu Telefo a guidare la flotta greca fino alla spiaggia di Troia (vd. p. 108). Egli era il re della Misia, ma era nato in una regione greca chiamata Còrito o Corinto, ed era stato figlio adottivo del re Còrito o Corinto,. Si diceva che anche lui, dopo la guerra di Troia, avesse condotto una colonia in Italia. Si diceva pure che lui stesso, o suo figlio Tarconte, avesse fondato Tarquinia Cori(n)to285. Egli avrebbe pure avuto una figlia chiamata Roma che avrebbe sposato Enea, e dato il nome alla città di Roma286. Si noti il parallelismo fra il nome di Còrito o Corinto (figlio di Paride e di Enone o di Elena), conduttore della flotta greca e fondatore della città etrusca di Còrito o Corinto (oggi Tarquinia), e il nome del re Còrito o Corinto, padre di Telefo conduttore della flotta greca e fondatore di Tarquinia (Còrito o Corinto). Si ricordi, infine che Corinto, detta anche Còrito287, era il nome della città greca donde Demarato, soprannominato il Corinto, venne fra i Tarquiniesi, e, secondo Strabone, vi divenne re288. Il gioco delle omonimie deve aver avuto un peso notevole nella struttura delle varie leggende riguardanti Cori(n)toTarquinia. 4). Arctino e gli Etruschi Omero, nell’Iliade, canta che mentre Enea è in duello con Achille il dio Poseidone dice agli altri dèi: Suvvia, noi stessi allontaniamo la morte da Enea ... Il suo destino è di salvarsi affinché la stirpe di Dardano non finisca isterilita e cancellata ... Già il Cronide (Zeus) ha preso ad odiare la stirpe di Priamo, ma ora la forza di Enea regnerà sui Troiani e sui figli dei figli che nasceranno dopo di lui289. Sugli sviluppi di questa profezia, nacquero due interpretazioni. Una che credeva che Enea ed i suoi discendenti avessero a lungo regnato su Troia ricostruita dopo la sua distruzione, ed un’altra che vedeva Enea regnare in una nuova terra sui profughi Troiani. Ambedue erano “storicamente“ 283

Dionisio Scitabrachione, Scolio ad Omero, III, 40; Eustazio, op. cit. , pag. 380. Nicandro, in Partenio, loc. u.cit. ; Eustazio, Omero, p. 1479; Tzetze, Omerica, vv.440-442. La doppia n n tradizione secondo cui l'etrusca città di Cori to risulta fondata una volta da Cori to figlio di Paride troiano, e n n un'altra da Dardano figlio di Cori to etrusco dimostra l'intercambiabilità del nome di Cori to (figlio di Paride n e di Enone) con quello di Cori to-Dardano (figlio di Paride e di Elena). 285 Stefano Bizantino, op. cit., s.v. Tarchonion e Tarchynia. 286 Plutarco, Vita di Romolo, I. 287 Ditti Cretese, Diario della Guerra di Troia, 155. 288 Strabone, Geogravia, V, 2; VIII, 5. 289 Omero, Iliade, XX, 30 ss. 284

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legittime. La prima perché Troia fu veramente ricostruita e rimase abitata dagli stessi Troiani; la seconda perché molti troiani certamente emigrarono in cerca di migliore fortuna.

Fig. 52 - Tabula Iliaca (fine I sec. a.C.). Particolari

Fig. 52. In basso alla nostra sinistra: un personaggio consegna ad Enea il cesto degli dèi Penati di Troia. Al centro: Enea esce da Troia condotto per mano dal dio Ermes. Egli ha per mano il proprio figlio, e porta sulla spalla sinistra il proprio padre Anchise. Questi ha nelle mani il cesto dei Penati. Dietro Enea una donna: evidentemente la moglie dell’eroe.

Nell’Iliade, Omero non racconta la distruzione di Troia. Qualche decennio dopo di lui ne parlò invece Arctino di Mileto. Secondo la tradizione antica egli operò nella prima parte centrale dell’VIII sec.a.C.290, fu discepolo di Omero, e lo batté in una gara poetica. Secondo Eusebio, egli fu attivo al tempo della Olimpiade V 1 (760/759 a.C.) o della Olimpiade IX 1 (744/743); Ellanico invece lo collocò nella XXVI Olimpiade (676/3 a.C.). Oggi, si tende a porlo nella prima metà del VII sec.a.C. Della sua Iliuperside noi possediamo solo un brevissimo estratto fatto da un certo Proclo, e pochi frammenti riportati in qualche scolio di varie opere antiche. Da Proclo apprendiamo che quando, in occasione della fine di Troia, apparvero due dragoni che divorarono Laocoonte ed un suo figlio, “Enea e i suoi compagni, atterriti dalla mostruosa apparizione, si ritirarono sul monte Ida”291. Da una citazione fatta da Dionigi di Alicarnasso poi apprendiamo che Arctino ed altri dopo di lui dissero che Enea portò da Troia “in Italia (εις Ιταλίαν)” il Palladio di Minerva e le effigi degli dèi Troiani292. Arctino sarebbe dunque colui che per primo, secondo Dionigi, avrebbe fatto venire Enea ”in Italia”. Però, al tempo di Arctino, l’Italia” non era chiamata Italia, e solo più tardi la parola Italia designò l’estrema punta sud-occidentale di tutta quella penisola (Tirrenia e Lazio compresi) che solo nel futuro avrà davvero il nome di Italia. Arctino utilizzò certamente un altro nome. Esiodo, che gli fu contemporaneo o visse poco dopo, chiamò Tir290

L’Iliuperside di Arctino, o comunque le fonti a cui attingeva, potrebbero essere anteriori all’Odissea di Omero (vd. pp. 111-112). 291 Proclo, Crestomanzia, 2, 3. 292 Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, I, 68.

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renia la regione centrale del versante occidentale della penisola, e vi fece giungere Odisseo293. E’ dunque molto probabile che Arctino abbia detto “Tirrenia” (vd. maggiori dettagli a p. 128). Il fatto è che Dionigi fu un greco che scrisse in chiave dichiaratamene antietrusca. Egli espressamente disse: “Attraverso questa mia opera io intendo dimostrare che i Romani erano greci e, per di più, provenivano da stirpi greche che non erano tra le più infime e trascurabili”294. Con questo intento egli tacque ogni connessione dei Tirreni (barbari Etruschi) con le origini di Roma; sostenne che i Romani fossero Troiani immigrati, e che questi ultimi a loro volta fossero greci nella loro origine. Con ciò egli intendeva opporsi sia a Virgilio che sosteneva che gli Etruschi avevano fondato o rifondato Troia, sia a quanti sostenevano pure che i Troiani, dopo la rovina della loro patria, erano venuti in Etruria. Fig. 53 - Tabula Iliaca (fine I sec. a.C.). Enea salpa da Troia verso l’Esperia (Italia)

Fig. 53. Dalla nostra sinistra: Il trombettiere Miseno porta con sé la tromba e s’avvia a salpare da Troia verso l’Esperia (Italia) assieme ad Enea ed alla sua famiglia (padre e figlio). Il padre ha nelle mani il cesto degli dèi Penati di Troia.

Anche i bassorilievi della cosiddetta Tavola Iliaca Capitolina citano espressamente Arctino ed altri autori (Omero, Stesicoro e Lesche) nel presentare alcune scene della guerra e della caduta di Troia. Fra le scene della caduta ce ne sono tre che riguardano Enea. 1. Nella prima (f. 52), un personaggio in ginocchio consegna ad Enea il contenitore delle statuette degli dèi Penati di Troia. 2. Nella seconda (f. 52), il dio Ermes conduce Enea fuori della città. A sua volta l’eroe con la mano destra conduce un figlioletto, e sulla spalla sinistra porta il padre Anchise. Quest’ultimo ha con sé il contenitore degli dèi Penati di Troia. Dietro di loro, si vede una donna: verosimilmente la moglie di Enea.. 293

Esiodo, Scolio alle Agonautiche di Apollonio Rodio, 713, 309; 37, 350 ss. = Hesiodus, fr. 390 (Merkelbach/West). Esiodo, Teogonia, 1011. Strabone, Geografia, I, 2, 14. 294 Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, I, 5.

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3. Nella terza (f. 53), Enea, il figlio e il padre salgono s’una nave dove il padre depone il contenitore dei Penati. Accanto a loro, sulla banchina, anche Miseno s’avvia a salire. Egli ha una tromba nella mano sinistra, e con la destra si tiene la fronte per sorreggere il capo reclinato in avanti. Evidentemente è angosciato perché presagisce che, nel viaggio, sarà destinato a morire affogato per aver osato sfidare gli dèi nel suono della tromba. Al di sopra della scena si legge la scritta “Enea coi suoi compagni mentre salpa verso l’Esperia (ΕΙΣ ΤΗΝ ΕΣΠΕΡΙΑΝ)”. In epoca ellenistica, Esperia era un modo raffinato di intendere l’occidente ed in particolare l’Italia. A fianco della scena (vd. f. 59) è scritto: “Iliade da Omero, Etiope da Arctino di Mileto, Iliade la Piccola letta da Lesche di Pirra (ΙΛΙΑΣ ΚΑΤΑ ΟΜΗΡΟΝ ΑΙΘΙΟΠΙΣ ΚΑΤΑ ΑΡΚΤΙΝΟΝ ΤΟΝ ΜΙΛΗΣΙΟΝ - ΙΛΙΑΣ Η ΜΙΚΡΑ ΛΕΓΟΜΕΝΗ ΚΑΤΑ ΛΕΣΚΗΝ ΠΥΡΡΟΝ). Bisogna ora tener presente che, dopo la rovina di Troia e dell’Impero Ittita, a cominciare dall’XI sec. a.C., le coste occidentali dell’Anatolia e le prospicienti isole, compresa Mileto, furono colonizzate sia dagli Eoli della Tessaglia e della Beozia sia dagli Ioni. Da questo periodo, Eoli e Ioni convissero con le popolazioni locali ovvero con quella parte di Troiani, Misi, Meoni (poi Lidi) e Pelasgi che erano rimasti sul luogo anche dopo le invasioni dei Popoli del Mare. Certamente quelle popolazioni conservavano qualche leggendario ricordo delle aggressioni subite e delle conseguenti migrazioni. I Meoni, per esempio, diranno che una parte del loro popolo, spinta dalla fame, aveva emigrato in Etruria. Altri eventi, come i fatti di Troia, saranno mitizzati e cantati dagli aèdi. Abbiamo già visto che esiste una tavoletta ittita dove è conservata la prima riga di un inno che si cantava in onore di Troia (vd. p. 112). Così nacque anche l’Iliade di Omero. Nell'antichità numerose città si vantavano d’aver dato i natali al poeta: prime fra tutte Cuma, Smirne, Chio e Colofone. Queste si trovano sulle coste dell’Anatolia, e vi si parlava il dialetto ionico. Infatti, la lingua base dell'Iliade è lo Ionico con molti elementi eolici. Ciò vuol dire che l'epica cantata da Omero non si formò nella Grecia vera e propria, ma nelle città e nelle isole della costa anatolica dove i coloni ionici ed eolici convivevano con gli indigeni della Troade, della Misia e della Meonia, nonché coi Pelasgi che a quel tempo abitavano ancora tutta la costa e le isole dal mar Nero fino a Michale295 (avanti l’isola di Samo), e parlavano una lingua barbara simile all’Etrusco (vd. p. 42-44). Fig. 54 - Tabula Iliaca (fine I sec. a.C.). I Troiani portano il Cavallo dentro la città. Cassandra predice sventura

Omero, come sappiamo, non cantò tutta la guerra di Troia né tanto meno la sua fine. Le leggende sui fatti anteriori e posteriori a quelli narrati da Omero furono recepite e rielabo295

Menecrate, in Strabone, Geografia, XIII, 3.

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rate da altri poeti: dapprima Arctino e poi Lesche. N. B. Per la possibile influenza dei Tirreni d’oriente e d’Italia sulle loro opere dei due autori. Vedi pp. 134 ss. Fig. 55 - Tabula Iliaca (fine I sec. a.C.). Gli Achei escono dal Cavallo

Arctino nacque ed operò nell’isola di Mileto durante l’VIII / VII sec. a.C. L’isola era davanti alla costa anatolica, ed era abitata dai coloni ionici a partire già dall’XI / X sec. a.C. Durante la seconda metà VIII sec. a.C. Ioni ed Eoli stabilirono colonie anche in Italia, specialmente a Cuma e nell’isola di Pitecusa dove introdussero il loro alfabeto greco di tipo euboico calcidese che da poco tempo avevano acquisito dai Fenici. Peraltro, proprio da Pitecusa proviene la famosa coppa di Nestore. Essa contiene una delle più antiche iscrizioni greche in alfabeto euboico. L‘iscrizione è disposta su tre righe che rispettano la suddivisione in versi; e, per forma e contenuto, dimostra di conoscere i temi cari alla poesia dell’VIII sec. a.C. Il testo tradotto in Italiano da M. Guarducci è il seguente: La coppa di Nestore (era) piacevole a bersi: ma colui che beve da questa coppa, lui subito prenderà desiderio di Afrodite dalla bella corona”296. Queste colonie ioniche ed eoliche della Campania ebbero stretti rapporti con varie città etrusche. Molti oggetti tipicamente etruschi si trovano nelle tombe di Pitecusa, e, viceversa numerose ceramiche pitacusane e cumane si ritrovano a Vulci, a Cere e soprattutto a Tarquinia. Quest’ultima recepì da Cuma e Pitecusa perfino l’alfabeto euboico297, lo adattò ai suoni della propria lingua e lo restituì loro come alfabeto etrusco. Fu proprio tra la fine dell’VIII sec. a.C. e gli inizi del VII che il cantore ionico Arctino di Mileto compose il poema sulla “Fine di Troria (Ilioupersis)”. Come già abbiamo detto, ne possediamo solo un risicatissimo estratto fatto da un certo Proclo, ed alcuni frammenti fra cui una citazione dove Dionigi di Alicarnasso gli attribuisce d’essere stato il primo a dire che “Enea venne in Italia”. La notizia è contenuta pure nella Tabula Iliaca dove Arctino è citato nella scena in cui si vede Enea che si mette in viaggio verso l’Esperia (Italia). Alcuni dubitano dell’affidabilità della citazione di Dionigi, e delle notizie raffigurate nella Tabula, però quel che rende credibile che sia Arctino che la fonte della Tabula abbiano fatto venire Enea in Italia, anzi in Etruria, sono le figure di un vaso protocorinzio di VII sec. a.C. dove un pittore etrusco ha dipinto la scena più antica che si conosca della fine di Troia e della fuga di Enea dalla città (f. 56). Per quel che sappiamo, nel VII sec. a.C., il cantore ionico Arctino era l’unica fonte dalla quale in Grecia e in Etruria si pote296 297

F.Cordano, L’alfabeto greco, in Alfabeti, a cura di M. Negri, Colognola ai Colli (VR), 2000, p. 132. M. Cristofani, Introduzione allo Studio dell’Etrusco, Firenze, 1983, p. 7.

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va recepire la leggenda della fuga di Enea da Troia. E, per converso, in quale parte d’Italia poteva Arctino far andare Enea se non nella Tirrenia? Abbiamo già detto che al suo tempo la parola Italia non esisteva. Tra la fine dell’VIII secolo e gli inizi del VII, Esiodo indicava nella Tirrenia la casa di Circe, vi faceva giungere Odisseo, e faceva regnare i suoi figli “su tutti gli illustri Tirreni”. Come già rilevato all’inizio del nostro discorso, Dionigi di Alicarnasso (nel I sec. a.C.) quando riferì che Arctino aveva fatto venire Enea “in Italia” non ne riportò il testo originale, ma semplicemente citò Arctino assieme ad altri autori posteriori; e nel far questo, Dionigi utilizzò capziosamente la parola Italia (che al tempo di Dionigi comprendeva tutta la penisola) perché egli, per sua stessa ammissione, mirava a dimostrare che Troiani e Romani erano Greci, mentre i Tirreni non avevano alcuna componente orientale (né tanto meno Lidia o Troiana), ma erano barbari autoctoni.

Evidentemente gli Ioni di Cuma e di Pitecusa recepirono dall’opera dello ionico Arctino la leggenda della venuta di Enea in Italia e la trasmisero agli Etruschi che a loro volta la adattarono al ricordo ch’essi stessi serbavano di immigrazioni di gente venuta dalla Troade. Del resto il nome di Tarquinia (etr. Tarchuna) ripeteva in qualche modo quello di Troia (itt. Taruisa / *Tarhuisa) se non altro per la comune derivazione dal nome dell’anatolico “Dio della Tempesta” (variamente chiamato Taru, Tarhu, Tarhui, Tarhun e Tarhunta) protettore di entrambe le città. Così gli Etruschi poterono rielaborare in chiave di mitologia greca la loro consapevolezza d’essere imparentati con i Troiani. Nel vaso etrusco in questione, partendo dalla nostra sinistra, si vedono le seguenti scene.

• • • •

• •

Il celebre cavallo di Troia da cui esce un primo gruppo di tre guerrieri (Ulisse, Tessandro e Steleno?)298. Un combattimento fra due greci e due troiani. Un troiano che guida una biga. Le mura merlate e policrome della rocca di Troia (l’idea della policromia delle mura troiane trova un parallelo a Tarquinia nella policromia della fontana troiana dipinta nella Tomba dei Tori ed in quella del muro di sotruzione del tempio dell’Ara della Regina). Dai merli delle mura, tre volti di donna sono rivolti alla loro destra, ed osservano le scene della battaglia. A sinistra delle mura della rocca, un uomo con bastone da viaggiatore, una donna e due bambini si allontanano in direzione opposta alle scene di guerra. Per gli Etruschi il lato sinistro era quello favorevole. Il bastone da viaggiatore, poi, fa intendere che il cammino sarà lungo. Il personaggio dovrebbe essere Enea con la moglie e i figli, o un altro personaggio, come Corito (figlio di Paride), del quale pure si diceva che fosse venuto in Etruria a fondare, o rifondare, la città di Corito (oggi Tarquinia).

Tradizioni e leggende, per loro natura, si mescolano e si confondono l’una nell’altra, e non è facile ritrovare le originarie componenti. Certo è però che, nella prima metà del VI sec. a.C., anche Stesicoro, che per esser un greco di Sicilia si trovava a far da ponte fra il mondo italico e la cultura greca, scriverà un’opera dove dirà che Enea da Troia era venuto in “Esperia (Italia)” portando con sé la famiglia e il cesto contenente le statuette degli dèi Penati di Troia (vd. pp. 125;136-137 e f. 59).

298

Secondo Virgilio e Servio, uscirono dal cavallo nove guerrieri a gruppi di tre: il primo gruppo era formato da Tessandro, Steleno e Ulisse (Virg. Aen., II, 261; Servio, ad loc.)

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Fig. 56 - Vaso etrusco (VII sec. a.C.) con la più antica rappresentazione della fuga di Enea da Troia

5). IL CINGHIALE SUGLI SCUDI TROIANI IN ETRURIA, SUGLI SCUDI E SULLE MONETE DI TARQUINIA. In quello stesso settimo secolo, in Etruria, si produsse un vaso (ca. 650 a.C.) con figure di guerrieri troiani sui cui scudi è raffigurata una protome di cinghiale. La stessa protome verrà figurata sugli scudi e sulle monete di Tarquinia (vd. f. 57).

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Fig. 57 - Il vaso etrusco (ca. 640 a.C.) con il Ludus Troiae (Gioco di Troia)

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Virgilio, nel quinto libro dell’Eneide, narra che Enea parte da Cartagine e si reca presso gli Elimi, in Sicilia, dove in precedenza era stata sepolta la salma di suo padre Anchise. Qui, vengono svolte molte gare atletiche in onore del morto. Ed alla fine, Enea ordina che i fanciulli troiani eseguano un loro tipico spettacolo. Secondo l’usanza (in morem), - dice Virgilio -, a tutti loro una rasa ghirlanda preme la chioma; e portano due giavellotti di corniolo con la punta di ferro; alcuni hanno leggere faretre sulla spalla, e sulla sommità del petto gira attorno al loro collo un flessibile cerchio d’oro ritorto. Tre squadre di cavalieri e tre capitani fanno evoluzioni: a dodici alla volta i giovani li seguono, ed ognuno di loro rifulge nella schiera che è divisa ed ha i maestri a fianco ... Da lontano, Eupitide con un grido diede il segnale a loro che aspettavano, e fece schioccare la frusta. Quelli corrono allineati e sciolgono le squadre di tre in tre, separate le schiere; e di nuovo, richiamati, invertono il corso e portano armi avversarie. Poi intraprendono nuove avanzate e nuovi ritorni, opposti nello spazio, e con giri intrecciano alterni giri, e danno l’apparenza d’una battaglia; ora con la fuga scoprono le spalle, ora rivolgono minacciosi le aste, ora pacificati avanzano affiancati. Come un tempo nell’alta Creta il Labirinto (Labyrinthus) ebbe una strada intrecciata con cieche pareti ed un inganno insidioso di mille strade per dove uno sbaglio inavvertibile ed irrimediabile confondeva le tracce del proseguire, così con simili volteggi i figli dei Teucri mescolano le tracce con la corsa, e per gioco intessono fughe e battaglie, simili ai delfini che nuotando per gli umidi mari solcano il Carpazio ed il Libico, e giocano fra le onde. Ascanio per primo riprese ed insegnò ai Latini come celebrare questo tipo di corsa e queste gare nel modo di quand’era fanciullo e della gioventù troiana quand’egli cinse di mura la città di Albalonga. Gli Albani li insegnarono ai loro discendenti, di qui poi li ricevette la somma Roma e li conservò come patrio onore. E Troia si dice ora, e i fanciulli schiera Troiana (Trioaque nunc pueri Troianum dicitur agmen)” (vv. 556-603). Questo gioco dunque si chiamava Troia, e le tracce lasciate sul terreno dagli spostamenti dei cavalli simulavano gli intrecci del famoso Labirinto di Creta. Virgilio dice che Ascanio, figlio di Enea, trasmetterà il gioco agli Albani, e che da questi passerà ai Romani che si faranno l’onore di mantenerlo. Noi abbiamo menzione di questi giochi per il tempo di Silla, di Augusto ed anche attorno all’anno 12 della nostra era. Svetonio ci informa che era composto di due schiere, la turma maiorum e la turma minorum299. Però i giochi non erano stati trasmessi ai Romani dagli Albani, come voleva Virgilio. Noi abbiamo oggi la testimonianza archeologica che questi giochi erano conosciuti nell’Etruria meridionale almeno dal VII sec. a.C., cioè almeno seicento anni prima che Virgilio ne desse la propria versione in chiave romana. Si tratta della scena dipinta sulla celebre oinochoe (vaso per vino) di Tragliatella (TLE 74) nella metà del VII sec. a.C. Vi si vede una donna (di nome Thesathei?) che offre un oggetto tondeggiante (un uovo?) a un personaggio chiamato Mamarce. Questi ha per mano una bambina chiamata Velelia (la piccola Velia?). Quest’ultima, a sua volta, offre alla donna un piccolo oggetto tondeggiante (un piccolo uovo?). Dietro l’uomo si vede una fila di cavalieri seguita da un’altra di fanti che escono da un labirinto chiamato Truia (Troia)300. Dovrebbe trattarsi del labirinto dello spettacolo troiano di cui parla Virgilio; ma non è escluso che qui il labirinto, con la parola etrusca Truia (Troia) scritta nel suo interno, simboleggi la stessa città di Troia. I doni che i tre personaggi si scambiano potrebbero esser quelli che i rappresentanti delle due squadre etrusche si scambiano in segno di amicizia alla fine della gara. 299 300

Svetonio, Augusto, 44. Vedi da ultimo L. Polverini, in Enciclopedia Virgiliana, s.v. Troia, pp. 287-288.

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Sullo scudo poi di ogni cavaliere si vede una protome d’uccello acquatico (forse una cicogna rozzamente raffiguata), e su quello di ogni fante una protome di cinghiale (f. 57). Una protome di cinghiale si vede pure sugli scudi dipinti sulle pareti della tomba Giglioli a Tarquinia, (f. 57) e nelle monete di Tarquinia (f. 57). E’ pensabile che la protome di cinghiale fosse per gli Etruschi lo stemma dei Troiani e dei loro discendenti. Fig. 58 - Le strade etruso-romane della Tabula Peutingeriana

Le scene erotiche che vi si vedono sopra e sotto l’impalcatura della tribuna di coloro che assistono ai giochi anticipano quelle parimenti erotiche raffigurate a Tarquinia sotto l’impalcatura della tribuna dello stadio dipinto nella tomba delle Bighe. In particolare, poi, l’impalcatura rudimentale dello stadio dei ludi Troiani dipinti sul vaso di Tragliatella anticipa sul piano concettuale il fatto che, a Roma, proprio il re Tarquinio Prisco (che era tarquiniese e veniva da Tarquinia) fece costruire il Circo Massimo e le sue relative strutture lignee. L’uso del circo chiuso entro strutture lignee era dunque entrato a Roma dall’Etruria.

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Il vaso di cui abbiamo parlato fu trovato in una delle 26 tombe scoperte fra il 1887 ed il 1888 nella tenuta di Tragliatella, in comune di Bracciano. Non sappiamo come si chiamasse in antico l’abitato al quale apparteneva la necropoli. Il luogo è comunque a pochi chilometri dall’antica Careias (oggi Galeria) (f. 58). Per il suo isolamento stilistico e per l’estemporaneità delle scene il vaso di Tragliatella è rimasto finora privo di un sicuro luogo di produzione. J. G. Szilàgyi e Giovanna Bagnasco Gianni hanno pensato a Cere, Vulci e Tarquinia pur ritenendo erroneamente che le iscrizioni del vaso siano comunque redatte in alfabeto ceretano301. A nostro avviso, l’alfabeto delle iscrizioni è invece di tipo tarquiniese (f. 57). Le scritture del vaso non contengono nessuna delle lettere proprie dell’alfabeto ceretano, mentre contengono indistintamente tutte quelle proprie dell’alfabeto tarquiniese di VII sec. a.C. Presentiamo un solo caso esemplificativo: a Cere, specie nella seconda metà del secolo, si usava il sigma a quattro tratti mentre l’autore della scrittura del vaso di Tragliatella ha utilizzato il sigma a tre tratti (Ζ), tipico dell’alfabeto tarquiniese fin dalla sua origine.

Secondo Strabone, il greco Demarato avrebbe emigrato da Corinto a Tarquinia dove sarebbe diventato re, e da una donna del luogo avrebbe avuto un figlio di nome Lucumone che sarebbe diventato re anche di Roma col nome di Lucio Tarquinio Prisco302. Secondo Plinio, Demarato avrebbe introdotto in Etruria la pittura e la coronoplastica303; e secondo Tacito avrebbe portato anche l’alfabeto304. La più antica iscrizione etrusca è stata infatti trovata a Tarquinia ed è perfino più antica del tempo di Demarato (CIE 10159). Essa risale alla seconda metà dell’VIII sec. a.C. Dalle parole contenute nella iscrizione suddetta si ricavano 16 lettere di un primissimo alfabeto etrusco al quale si aggiungono altre e due lettere di altre scritture di poco posteriori fino a giungere ad un alfabeto di venti lettere appartenenti alla prima metà del VII sec. a.C. (f. 57). In quest’ultimo secolo le altre città etrusche presero l’alfabeto tarquiniese, in parte così com’era, ed in parte adattandolo alle esigenze fonetiche della propria regione. Anche Cere lo adottò, e vi aggiunse altri caratteri fino a un totale di ventitre. E’ovvio che noi dobbiamo in linea di principio considerare redatte in alfabeto tarquiniese quelle scritture che presentato le lettere dell’alfabeto tarquiniese, mentre possiamo considerare redatte in alfabeto ceretano quelle che presentano le lettere tipiche di quello ceretano. Oggi, però è invalso l’uso di chiamare tutto col nome di alfabeto ceretano. Ciò ha creato un’infinita di equivoci per cui si danno molti casi nel quali un’iscrizione redatta in alfabeto tarquiniese viene erroneamente considerata redatta in alfabeto ceretano.

6. LESCHE E GLI ETRUSCHI Dopo Arctino, chi parlò della venuta di Enea in Etruria fu Lesche di Lesbo. Questi era nato a Pirra o a Mitilene, due città dell’isola di Lesbo. Egli, diversamente da Arctino e dal pittore etrusco, non disse che Enea abbandonò Troia di sua volontà, ma che Neottolemo (il figlio di Achille) lo ebbe come bottino di guerra e lo portò con sé a Farsalo. Vediamo. Omero, nell’Iliade (II 844), aveva detto che i Traci erano stati fra gli alleati che difesero Troia assediata dagli Achei. Omero (XI 221 ss.) disse pure che Cissete, re della Tracia, aveva cresciuto dentro la propria casa il giovane Ifidamante, figlio del troiano Antenore, 301

J. G. Szilàgyi, Ceramica etrusco-corinzia figurata (630-580 a. C.), 1992, pp. 64-65; 82, n.3; 86-87; 89; 92; G. Bagnasco Gianni, Oggetti iscritti di epoca orientalizzante in Etruria, Firenze, 1996, p. 92. 302 Strabone, Geografia, VIII, 6,20. 303 Plinio, Storia Naturale, XXXV, 16; 152. 304 Tacito, Annali, XI, 14.

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e che poi gli aveva dato in sposa la propria figlia Teano. Subito dopo le nozze, Ifidamante partì con dodici navi in soccorso di Troia assediata dagli Achei. Omero, dunque, aveva parlato di rapporti di amicizia e di parentela fra Traci e Troiani. Dopo di

lui, Lesche (prima metà del VII sec. a.C.), nella Piccola Iliade, raccontò

che Enea, dopo la cauta di Troia, fu tenuto prigioniero da Neottolemo, figlio di Achille;

che poi fu liberato per la morte di Neottolemo;

che andò dapprima ad abitare nelle città di Almonia e di Recelo (ch’erano nella Tracia, poi inclusa nella Macedonia);

che quest’ultima città dal suo nome fu chiamata Eno (Eneia);

e che egli poi andò in Italia (vd. testo greco a p. 148)305.

L’epoca in cui Lesche visse è variamente intesa. Secondo una tradizione antica, egli vinse una gara poetica contro Arctino. Quest’ulimo è dell’VIII-VII sec. a.C. Ambedue sarebbero dunque di poco posteriori ad Omero. Oggi, i più pongono Lesche nel VII sec. a.C. Che Lesche nacque e fu attivo nell’isola di Lesbo ha la sua importanza. Dalle coste di Lesbo si vede la Troade. All’epoca della guerra di Troia, poi, Lesbo faceva parte della Misia donde, come si diceva, Tarconte e Tirreno, figli di Telefo e d’una troiana, erano venuti in Etruria subito dopo la guerra. Qui Tarconte aveva fondato Tarquinia. Al tempo in cui visse Lesche, inoltre, gli Eoli emigrarono dalla Tessaglia e dalla Beozia e vennero nella Misia, nell’isola di Lesbo e nella stessa Troade. Qui convissero coi vecchi abitanti. Infatti, negli scavi della Troia d’VIII sec. a.C., assieme a materiale ellenico, s’è trovato vasellame che ripete i più antichi tipi troiani. Misi, Lesbi e Troiani potevano quindi ben serbare il ricordo leggendario degli antichi eventi; e, se Omero poté recepire quelle saghe ch’egli era disposto a recepire, altri cantori, come lo ionico Arctino e l’eolico Lesche, poterono ben recepire e rielaborare altre saghe circolanti in quelle regioni. Ma c’è di più. Erodoto riferì che l’isola di Lemno (dinanzi a Troia, e vicina a Lesbo) fu abitata dai Pelasgi (Tirreni) fino alla fine del VI sec. a.C. Egli riferì pure che, ancora ai suoi tempi (V sec. a.C.), quel che rimaneva degli altri Pelasgi (Tirreni) di Crestona (in Tracia) e di Placia e Scillace (sulle coste asiatiche vicine alla Troade) parlavano ancora un’incomprensibile lingua barbara (vd. p. 42-44). Oggi, noi sappiamo che quella lingua parlata dai Pelasgi era simile all’Etrusco: ciò perché nella pelasgica isola di Lemno si sono trovate iscrizioni di VI sec. a.C. composte in lingua ed alfabeto simili a quelli etruschi (vd. pp. 42-45). Il DNA, infine, degli attuali abitanti di Lemno e di altre isole Egee ha somiglianze con quello degli attuali “Etruschi” della Toscana. Nel VII sec. a.C. dovettero avvenire significativi contatti fra l’Etruria ed il Mediterraneo orientale al punto che almeno a Lemno fu introdotto l’alfabeto etrusco (vd. p. 42). E’ dunque verosimile che Arctino e Lesche di Lesbo abbiano recepito tradizioni che circolavano fra i Tirreni o Pelasgi di Lesbo, Lemno, Placia, Scillace e delle vicine isole e regioni come la Troade. Ma è anche possibile che quelle tradizioni circolanti fra i Tirreni d’oriente avessero il loro corrispettivo fra i Tirreni d’Italia. Ed è infine pensabile che siano stati proprio gli stessi Tirreni d’Italia a risvegliare fra i Tirreni d’oriente il ricordo leggendario della loro venuta o ritorno in Italia. 305

In Giovanni Tzetze, Alla Alessandra di Licrofrone, 1232.

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Fig. 59 - Tabula Iliaca Capitolina (fine I sec. a.C.). Particolare: la presa di Troia e la partenza di Enea per l’Esperia (Italia)

Bisogna tener presente che al tempo dell’impero ittita, l’isola di Lesbo (itt. Lazba) era appartenuta al regno di Manapa Tarhunta. Questo regno sarà poi chiamato Misia, e dopo la distruzione di Troia, governerà sulla Troade. Qualche generazione più tardi arriveranno gli Eoli, e divideranno la Misia in tante colonie fra le quali appunto Lesbo. E verosimilmente proprio al poeta Lesche, che era nato a Lesbo, isola già del re Tarhunta, attingerà, come vedremo, il tragediografo Licofrone quando dirà che Tarconte (Cfr. Tarhunta) e Tirreno, figli di Telefo, re della Misia, verranno in Etruria dove si uniranno ad Enea arrivato prima di loro (vd. p. 147, ss.). Gli abitanti dell’Etruria meridionale costiera, a loro volta, dovevano aver serbato un proprio ricordo della venuta dei profughi Troiani. Vedi il Ludus Troianus quale è dipinto sul vaso di Tragliatella durante il VII sec. a.C., (f. 57 a p. 130); e vedi pure Odisseo, il cavallo di legno, la presa di Troia e la fuga di Enea, tutti raffigurati nella Iliuperside dipinta sull’altro vaso etrusco della medesima epoca 134


(f. 56 a p. 129). Nella seconda metà del V sec. a.C., poi, Ellanico, storico greco che, come Lesche, era nato a Lesbo, dirà che Enea si recò nella penisola Calcidica, in Tracia, dove fondò la città di Eneia; l’eroe poi sarebbe venuto in Italia (vd. p. 147)306. All’uno e all’altro attinse comunque Licofrone (IV- III sec. a.C.) nella tragedia Alessandra (vd. p. 147, ss). 7). STESICORO E LA TABULA ILIACA CAPITOLINA . Alla tradizione euboica recepita da Arctino dovette riallacciarsi il poeta greco Stesicoro di Sicilia (630-555 a.C.). Egli scrisse un’opera sulla fine di Troia e sulla partenza di Enea dalla città. L’opera è perduta, però abbiamo una piccola tavola marmorea (la cosiddetta Tabula Iliaca Capitolina) trovata a Boville, vicino Roma, i cui bassorilievi presentano scene della guerra di Troia, della sua fine, e della partenza di Enea (vd. f. 59). La Tabula fu composta nel 15 a.C., da un certo Teodoro forse ad uso scolastico. Sotto la rappresentazione di Troia invasa dagli Achei, e di Enea che esce dalla città è scritto “distruzione di Troia secondo Stesicoro (ΙΛΙΟΥΠΕΡΣΙΣ ΚΑΤΑ ΣΤΕΣΙΚΟΡΟΝ)”. In un riquadro più in basso, accanto alla scena di Enea che salpa dalla spiaggia di Troia è scritto: • • •

“Iliade da Omero” (VIII sec. a.C.); “Etiopide secondo Arctino di Mileto” (2a metà VIII sec.a.C.); “Piccola Iliade secondo Lesche di Pirra” (1a metà del VII sec.a.C.)” (vd. testo greco a p. 126).

Evidentemente, Teodoro aveva ripreso da Stesicoro gli episodi raffigurati dentro le mura di Troia, nonché l’episodio di Enea che lascia la città. Egli aveva invece ripreso da Omero, Arctino e Lesche gli altri episodi. Per esempio, le scena che riguarda lo strazio della salma di Ettore è ascrivibile ad Omero, mentre la scena di Enea che salpa verso l’Esperia è ascrivibile ad Arctino (vd. p. 123, ss). Enea appare in tre episodi . 1. Un troiano gli consegna le statuette degli dèi Penati (f. 52 a p. 124). 2. L’eroe esce dalla porta della città, e reca su una spalla il padre Anchise; questi ha con sé il cesto contenente i Penati; sono con lui una donna, il figlio ed il dio Ermes che lo guida (f. 52 a p. 124). “N. B. Il particolare del cesto nelle mani di Anchise discendeva dagli Etruschi i quali già dal V sec. a.C., proprio per significare il trapianto dei Troiani in Etruria, avevano raffigurato Anchise che trasferiva in Etruria il cesto contenente le statuette degli dèi Penati di Troia (vd. pp. 141-144 e f. 62)”. 3. Enea parte per l’Esperia (Italia) assieme a Miseno, al figlio ed al padre Anchise col cesto dei Penati (f. 53 a p. 125). Miseno ha una tromba nella mano sinistra, e con la destra si tiene la fronte per sorreggere il capo reclinato in avanti. Evidentemente, egli è angosciato perché presagisce che, nel viaggio, dovrà morire affogato. Virgilio (I sec a.C.), nell’Eneide (VI, 163-166), disse di lui: Miseno, figlio del dio Eolo, del quale nessun altro fu più bravo nell’incitare con la tromba i guerrieri a battaglia. Era stato compagno del grande Ettore, ed insieme ad Ettore affrontava le battaglie, famoso nel suonare il lituo e nel combattere. 306

In Dionigi di Alicarnasso, Antihità Romane, I, 47; 49; 72.

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Egli, continua Virgilio, dopo la morte di Ettore e la rovina di Troia, accompagnò Enea nel viaggio verso l’Italia; però, durante il viaggio, il dio Tritone, geloso di come Miseno suonava la tromba, lo fece morire affogato (VI, 167–174). Infine, Enea, dice ancora Virgilio, lo farà seppellire e poserà la tromba sopra il tumulo della sua tomba307. Virgilio, come si vede, dice che Miseno, suonando il lituo, coadiuvava Ettore nelle battaglie. “Lituo” era il nome della tromba usata dagli Etruschi. Si diceva che lo avessero inventato i Tirreni del Mediterraneo orientale, e per questo era anche chiamato “tromba tirrena” (vd. p. 174, ss.). Già nel V sec. a.C., Euripide, nella tragedia Reso, diceva che Ettore aveva avuto un araldo che chiamava a raccolta gli alleati con la “tromba tirrena”(vd. p. 176). E’ solo un’ipotesi, però Miseno, con la sua tromba e con la sua partenza verso l’Esperia (Italia) assieme ad Enea, potrebbe essere rappresentativo della presenza di Tirreni in seno ai Troiani. D’altronde Virgilio sosteneva che i Troiani emigranti in Italia non erano altri che gli stessi Etruschi che tornavano nella loro “antica madre”. Virgilio, però, per non provocare troppo la suscettibilità dei Romani, non fece sbarcare i Troani in Etruria, ma nel Lazio. Per lui, solo Enea ed alcuni di loro rientreranno fino a Còrito (oggi Tarquinia) in Etruria. Dopo Virgilio, nel 17 a.C., con più coerenza, Orazio, nel Carme Secolare, dirà esplicitamente che gli dèi avevano imposto ai Troiani di recarsi in Etruria (vd. p. 158). Negli stessi anni, Dionigi di Alicarnasso disse invece che Troiani e Romani erano greci nella loro origine. E’ in questa congerie culturale che Teodoro compose la sua Tabula Iliaca; e non è facile dire quali fossero le sue intenzioni. Nei fatti, comunque egli raccolse e sintetizzò in un’unica tavola le più antiche fonti greche che avevano narrato la guerra di Troia, la sua fine e la partenza di Enea per l’Italia. Egli sembra voler indicare che le fonti di coloro, Virgilio compreso, che avevano fatto venire Enea in Italia erano Arctino ( 2a metà VIII sec. a.C.), Lesche (1a metà VII sec. a. C) e Stesicoro (1a metà VI sec. a.C.). Gli autori più recenti, come Sofocle e Licofrone, non vengono presi in considerazione evidentemente perché non avevano detto niente di sostanzialmente nuovo rispetto al Arctino, Lesche e Stesicoro. Ora, se Teodoro è stato fedele alle fonti da lui indicate, o comunque rielaborate, la Tabula da lui composta si presenta come l’unico documento che abbiamo per valutare l’attendibilità di Virgilio, Orazio e Dionigi. Per quanto riguarda la migrazione troiana, Teodoro conferma la posizione di tutti e tre: Enea parte da Troia per l’Esperia (Italia). Tuttavia, “Esperia” è una parola che poteva indicare genericamente l’Italia, ma non specificamente il Lazio antico dove Enea, secondo Virgilio e Dionigi, avrebbe sbarcato. Quindi Teodoro non compose la sua Tabula in funzione di Virgilio, come alcuni vorrebbero; anzi sembra che abbia voluto contraddirlo. S’egli avesse voluto intendere che Enea fosse sbarcato nel Lazio non avrebbe avuto alcuna ragione di scrivere Esperia invece di Lazio. Il fatto è che al tempo in cui vissero gli autori che Teodoro citava (Omero, Arctino, Lesche e Stesicoro) la parola Esperia non era ancora usata per indicare l’occidente ed in particolare l’Italia. Essa appare solo in epoca ellenistica. Arctino, Lesche e Stesicoro non poterono usare altra parola che Tirrenia. Tra la fine dell’VIII ed i primi decenni dell’VII sec. a.C., anche Esiodo parlò dei viaggi di Odisseo nella Tirrenia, e favoleggio che i sui figli avessero regnato su “tutti gli illustri Tirreni”. Teodoro commentò la sua Tabula in lingua greca per uso di quei colti Romani che conoscevano il Greco e quindi possibilmente anche le opere dei greci Arctino e Lesche. Così egli, nel rifarsi a questi autori, non poteva onestamente dire ai Romani che Enea fosse sbarcato nel Lazio; anzi, egli raffigurò Anchise che portava il cesto degli dèi Penati di Troia, e con ciò si rifece alla tradizione della venuta dei Troiani in Etruria (vd. p. 141307

Virgilio, Eneide, VI, 234.

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144 e f. 62) come voleva Orazio (vd. p. 158). Egli poteva però diplomaticamente scrivere “Esperia” (Italia) invece di Tirrenia 308. Fig. 60 - Documento greco da Tarquinia

Fig. 60. TARQUINIA. Museo Nazionale Etrusco Tarquiniese. Vaso greco (520 a.C.). Enea porta sulle spalle il padre Anchise. Riproduzione in disegno di Lucio Lamberti.

8). LA FUGA DI ENEA DA TROIA NELLE RAFFIGURAZIONI GRECHE TROVATE IN ETRURIA Abbiamo già visto che la più antica raffigurazione che conosciamo della fuga di Enea da Troia fu dipinta in Etruria su un vaso della metà del VII sec. a.C. (f. 56 a p. 129). Dall’esame del L.I.M.C. s.v. Aineia, si ricava che molto più tardi, la scena di Enea che lascia Troia fu rappresentata •

sui tetradrammi argentei (fine sec. VI - 480 a.C.) coniati in Tracia, ad Eneia, nella

308

Ha torto Horsfall quando, rilevando che Dionigi di Alicarnasso non menziona Stesicoro nella sua rassegna “minuta” delle svariate tradizioni sulla venuta di Enea in Italia, deduce che la Tabula non abbia valore proba-torio (N. Horsfall, in Enciclopedia Virgiliana, s.v. Enea, p. 223). Noi, invece, notiamo che la rassegna di Dio-nigi non è “minuta” come vorrebbe Horsfall. E’ vero che Dionigi dichiara “di non limitarsi a una rapida scorsa, ma di passare in rassegna le versioni greche e romane più attendibili a proposito della venuta di Enea in Ita-lia” (I, 45,4), però di fatto evita non solo di menzionare Stesicoro, ma anche Lesche, Alcimo, Timeo, Licofrone, Virgilio e ogni altro autore che aveva parlato di Enea in chiave etrusca. Viene allora da pensare che Dionigi escluse Stesicoro proprio perché il suo racconto conteneva elementi filoetruschi. Dionigi, infatti, negava esplicitamente ogni rapporto fra l’Asia e gli Etruschi perché voleva dimostrare che questi erano barbari autoctoni, mentre i Romani sarebbero stati di origine troiana e, addirittura, greca.

137


• •

penisola Calcidica309; su un rilievo in pietra di Atene (447-438 a.C.); sulle figure di trentacinque vasi attici databili fra il 525 ed il 470 a.C.

Di questi trentacinque vasi, • • • • •

uno soltanto (500 a.C.) è stato trovato in Grecia; dodici sono stati rinvenuti in Etruria; sei nell'Italia Meridionale; quattro in Sicilia; quattordici sono di provenienza incerta, di cui tre conservati nei musei della Campania (probabile provenienza campana), ed uno nella Città del Vaticano (probabile provenienza etrusca). Gli altri e dieci giacciono in musei stranieri, ma per analogia con i dati precedenti, la quasi totalità dovrebbe provenire dall'Italia e, soprattutto, dall'Etruria.

I vasi trovati sicuramente in Etruria sono i seguenti. • • • • •

6 a Vulci. Il più antico è del 520 a.C.310. 1 a Tarquinia (520 a.C. “f. 60”) 311. 3 a Cere (dal 510 al 490 a.C.)312. 1 in luogo incerto (510 a.C.)313. 1 a Spina (450 a.C)314.

Le prime importazioni avvennero a Vulci e a Tarquinia (dall’anno 520). Quelle di Cere ebbero inizio una decina d’anni più tardi (dal 510). Gli oggetti erano stati fabbricati in Grecia appositamente per esser venduti a quegli stessi etruschi di Vulci, Tarquinia e Cere che già dal VII secolo avevano creato o comunque conoscevano la leggenda della venuta di Enea nella loro terra.

9). ENEA FONDA ENEIA La scena tipica dipinta sui vasi greci è quella di Enea che accompagna il padre Anchise o che lo porta sulla schiena (f. 60)315. Ma nella moneta della città di Eneia (ca. 500 a.C.), l’eroe porta il padre Anchise sulla propria spalla sinistra (f. 61). Eneia era nella penisola Calcidica in Tracia dove, secondo una tradizione, Iaso, fratello di Dardano, dalla etrusca città di Corito Tarquinia avrebbe emigrato portando con sé il culto dei Penati316. Si diceva pure che Enea, dopo la fine di Troia, avesse attraversato l’Elle309

Di queste monete si conoscono tre esemplari: uno al museo di New York, uno a quello di Berlino, ed un terzo nel Tesoro di Asyut in Turchia. B. V. Head (Historia Numorum, Oxford, 1911, p. 214) pone la moneta alla fine del VI sec. a.C. ; H. Gabler (Die Antiken Munzen, Berlin, 1935 pp. 20-21) la pone fra il 500 ed il 480 a.C. ; W. Fuchs (Die Bildgeschichte der Flucht des Aeneas, “ANRW” 1, 4, 1973, pp. 617-618) la pone attorno al 500 a.C. ; M. Price e N. Waggoner (The Asyut Hoard, London, 1975, pp. 43-44) la pongono fra il 490 ed il 480 a.C.; 310 L.I.M.C. , I, 1, s.v. Aineias, nn. 60; 61; 63; 66; 67; 69. 311 L.I.M.C. , I, 1, s.v. Aineias, n.70. 312 L.I.M.C. , I, 1, s.v. Aineias, nn. 65; 83; 88. 313 L.I.M.C. , I, s.v. Aineias, n. 64. 314 L.I.M.C. , I, s.v. Aineias, n. 91. 315 Solo nell'Idria del Vaticano (510 a.C.), verosimilmente trovata in Etruria, o di produzione etrusca, l’eroe porta il padre su una sola spalla. 316 Virgilio, Eneide, III, 15-18; In nota all’Eneide (Servio Dan. III, 15-18), Elio Donato scrisse che Virgilio poteva sostenere che i Penati di Troia erano gli stessi di quelli della Tracia perché quando i fratelli Darda-

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sponto, si fosse recato nella vicina Calcidica, in Tracia, e vi avesse fondato la città di Eneia. Fig. 61 - La moneta di Eneia

Fig. 61. Uno dei tetradrammi d’argento coniati nella città di Eneia nella penisola Calcidica. Vi si vede Enea che porta sulla propria spalla sinistra il padre Anchise. Lo precede sua moglie che parimenti porta un figlio od una figlia sulla spalla sinistra.

Questa tradizione, come abbiamo già visto, risale addirittura a Lesche di Lesbo (1a metà VII sec. a.C.), autore della Piccola Iliade317. Attraverso Ellanico di Lesbo (2a metà V sec. a.C.)318 e Licofrone (IV sec. a.C.)319 giunge fino a Virgilio (1a metà I sec.a.C.)320, Conono e Iasio divisero l'eredità, spartirono anche i Penati; e il primo di portò in Frigia, e l'altro in Tracia. Vd. pure Lattanzio Placido, Mit. Vat., II, 192. 317 In Tzetze, Alla Alessandra, 1232; 1236; 1268. 318 Ellanico di Lesbo, in Dionigi di Alic., op. cit. , I, 49. Virg. En., III, 15-18.

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ne (I sec. a.C. – I d.C.)321 e Dionigi di Alicarnasso ((I sec. a.C. – I d.C.)322. Si raccontava poi che in Tracia abitava un popolo non ellenico imparentato coi Troiani. Si chiamava Cruseo, ed era stato il più animoso fra tutti i popoli che erano intervenuti in favore dei Troiani durante la guerra323. Certo è che ancora nel V secolo la penisola Calcidica era abitata anche da popolazioni pelasgiche d’origine tirrena che parlavano una lingua simile all’etrusco (vd. pp. 43 e 44). E’ singolare, infine, che Enea, secondo Licofrone, dalla regione di Eneia verrà poi direttamente in Etruria (vd. p. 147). Peraltro, Stefano di Bisanzio scrisse che pure in Etruria esisteva una città di nome Eneia (De Urbibus, s.v. Aineia). E pare che, nel Liber Linteus di Zagabria, il centro federale degli Etruschi (ovvero Còrito Tarquinia) possa esser individuato sotto la denominazione di “Città di Enea (Metlum Enas)”. In proposito, vedi il mio libro Il Fanum Voltumnae era a Tarquinia, Gruppo Editoriale L’Espresso, Roma, 2011, p. 197-202. 10). L’ARRIVO DI ENEA IN ETRURIA NEI DOCUMENTI ICONOGRAFICI Abbiamo detto che mentre le pitture dei vasi greci presentano Enea che porta il padre Anchise sulle spalle (f. 60)324, le figurazioni etrusche richiamano quelle delle monete di Eneia (f. 61) nelle quali l'eroe fondatore regge il padre s’una sola spalla. Ma, rispetto alla scena della moneta di Eneia, abbiamo un castone d’anello etrusco che presenta una aggiunta molto significativa: Anchise porta con sé il cesto contenente le statuette dei Penati di Troia (f. 62 A). Non si conosce il luogo del ritrovamento dell’anello, ma fu costruito fra il 500 e il 475325 forse a Tarquinia (vd. p. 144). Diversamente, dunque, dalle raffigurazioni greche, in cui Enea porta il padre sulla schiena, in quelle etrusche Anchise gli è seduto su una sola spalla. La variazione permetteva all’ingegnoso autore dell'anello di presentare Anchise che con la mano sciolta dal collo d’Enea, poteva tener sollevato il cesto contenente gli oggetti sacri . Già Alfoëldi rilevò che stavolta la scena non rappresenta la fuga da Troia, ma l’arrivo in Etruria326. Enea non sta allontanandosi da qualche luogo, ma è in ginocchio come a compiere un gesto di ossequio verso la nuova terra. E’ nudo. Ha lancia e scudo, ma non sta difendendosi, anzi ha le braccia spalancate in atteggiamento di apertura, e presenta lo scudo dal lato interno. Anchise, a sua volta, non sta proteggendo il sacro cesto, come egli farebbe se stesse fuggendo, ma l'esibisce in bilico sul palmo d’una sola mano alzata nell’atto di chi presenta un oggetto sacro. Questi particolari mancano non solo nei vasi di fabbricazione greca, ma anche nelle monete di Eneia che pur si riteneva fondata da Enea. Solo nella scena dell’anello etrusco l’azione di Enea sembra inclusa in un progetto che indirizza al trapianto definitivo della stirpe e delle istituzioni religiose in una nuova terra. Gli Etruschi, con l'aggiunta del sacro cesto, avevano adattato la particolare immagine delle monete di Eneia alla loro leggenda di Enea. Di questa leggenda abbiamo cognizione già 319

Licofrone, Alessandra, 1240 ss. Virgilio, Eneide, III, 15-18. 321 Conone, Narrazioni, 40. 322 Dionigi di Alicarnaso, op. cit. I, 47-49. 323 Dionigi di Alicarnasso., op. cit. , I, 47-48. 324 Enea porta il padre su una sola spalla soltanto nell'idria greca del Vaticano. 325 P. Zazov, Etruskische Skarabaen, 1968, p. 41, nr. 44 e tav. XIV, 44; L.I.M.C. , s.v. Aineias, n. 95. L’anello appartiene alla collezione del duca di Luni. 326 A. Alfoëldi, Early Rome and the Latins, The University of Michingan Press, 1963, p. 286. 320

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dal vaso etrusco del VII secolo (vd. p. 56 e f. 129), sì che la tradizione d’un apporto di gente venuta dall’oriente potrebbe risalire al tempo della formazione della nazione etrusca.

Fig. 62 - Documenti etruschi A

B

Fig. 62. Coppia di anelli etruschi (500 – 475 a.C.) prodotti da un unico artefice. A) Enea porta il padre Anchise su una sola spalla come nelle monete di Eneia. Però stavolta Anchise esibisce in bilico su una sola mano il cesto dei Penati di Troia. Alla fine del I sec.a.C. questo particolare verrà ripreso da Teodoro nella Tabula Iliaca e dai Romani. B) Enea porta la madre Turan (Venere) su una sola spalla. La dea esibisce qualcosa che le pende da una mano. La sua testa è compresa fra la scrittura etrusca Turan.

La raffigurazione di Enea che sostiene Anchise su una spalla si vede anche su un vaso vulcente del 470 a.C. Ma stavolta è la moglie di Enea, che reca in mano un fagotto; e non siamo sicuri che questo assolva alla funzione di contenitore delle divinità troiane (f. 63). Nella città di Veio sono state, infine, rinvenute quattro statuette di Enea che regge Anchise sulla spalla sinistra (f. 64)327. Qui, tuttavia, il padre non ha con sé il contenitore dei Penati. Gli dèi Troiani sono raffigurati anche sul retro di uno specchio etrusco del III sec. a.C.328

327

A. Alfoeldi, op. cit. ; G. Karl Galinski, Aeneas, Sicily and Rome, Princeton, University Press, 1969; Marta Sordi, Il mito troiano e l'eredità etrusca di Roma, Milano, Jaca Book, 1989. 328 M. Lejeune, Inscriptions étrusques de la colletion Froehner, “StEtr”,22, 1962-3, pp.132, f.2.

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Fig. 63. Documento etrusco da Vulci

Fig. 63 â&#x20AC;&#x201C; Vaso etrusco da Vulci (470 a.C.). Enea porta il padre su una sola spalla mentre sua moglie porta un fagotto e tiene per mano un bambino.

Fig. 64. Documento etrusco da Veio

Fig. 64 â&#x20AC;&#x201C; Terracotta etrusca da Veio (ca. 450 a.C.). Enea porta il padre Anchise su una sola spalla. Anchise non ha il cesto dei Penati.

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11) I romani riprendono il modello etrusco delle figure di Enea Molto più tardi, a partire dalla fine del I secolo a.C., pure Teodoro (nella Tabula Iliaca Capitolina) e gli stessi Romani, per significare il trasferimento in Italia degli esuli Troiani, raffigureranno Enea ed Anchise che abbandonano Troia (ff. 65 A, 65 B, 65 C). Ma Teodoro ed i Romani non imiteranno il modello greco o quello delle monete di Eneia, bensì l’etrusco; e non quello che era dipinto sul vaso di Vulci o scolpito nelle statuette di Veio, ma quello che era raffigurato sull'anello d’origine ignota (Tarquinia?) nel quale Anchise era seduto su una spalla di Enea, e recava in mano il cesto dei Penati di Troia (f. 62 A). E' ovvio che sia Teodoro che i Romani avevano recepito scena e significato dall’archetipo che noi sappiamo presente nell’anello etrusco. Fig. 65 - Documenti romani (A: Tabula Iliaca Capitolina, fine I sec. a.C. ; B e C: documenti romani di III sec. d.C. “L.I.M.C., Aineias 115 e 117)

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12). EFFIGI GRECHE ED ETRUSCHE: VENERE SALVA ENEA I Greci presentarono anche immagini con altri eventi della vita di Enea329. Abbiamo nove manufatti greci, di cui uno rinvenuto a Vulci (490-480 a.C.)330. Fig. 66 - Specchio etrusco da Tarquinia (Venere salva Enea)

Fig. 66. Tarquinia. Specchio etrusco (III sec. a.C.). Venere salva dalla morte il figlio Enea che sta per soccombere nel duello con Diomede.

Ma pure stavolta l'Etruria ebbe una produzione autonoma331. Particolare significato ha la scena di un episodio della guerra di Troia, dove Venere salva Enea che sta per essere 329

Si tratta di una quarantina di documenti (LIMC, I, 1, s.v. Aineias), di cui 10 sono di provenienza ignota, 15 provengono dalla Grecia, 4 dall'Italia meridionale, e 9 dall'Etruria. 330 L.I.M.C. , cit., n. 38 331 Si tratta di otto manufatti. Molto pi첫 tarde (II sec.a.C.) sono le quattro urne di Volterra dove si vede Enea che accompagna Paride a Sparta.

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ucciso in duello da Diomede. Fra i documenti etruschi abbiamo • • •

un vaso di Vulci (470-460 a.C)332, una trozella di provenienza ignota (ca. 460 a.C.)333, uno specchio etrusco (f. 66) di Tarquinia (350- 300 a.C.)334.

Su questi tre reperti è raffigurato un episodio dell’Iliade di Omero nel quale Venere salva il figlio che sta per essere ucciso in duello da Diomede. Per rendersi conto del significato che ha oggi per noi questa scena dobbiamo porla in relazione con quanto Virgilio dice nell'Eneide. Il poeta canta che due volte Giove concesse a Venere di salvare Enea dalla morte, ma che lo fece solo perché Enea avrebbe poi dovuto riportare a Corito (oggi Tarquinia) in Italia gli esuli troiani335. Si capisce allora il significato che hanno per noi gli episodi omerici raffigurati dagli Etruschi di Vulci e di Tarquinia molti secoli prima che Virgilio li riprendesse nell’Eneide. Il poeta, verosimilmente, rielaborò in chiave romana una tradizione etrusca dove l’Etruria era stata la nuova patria degli esuli Troiani.

13). ENEA PORTA SU UNA SPALLA LA MADRE VENERE DA TROIA IN ETRURIA. Lo stesso autore dell’anello sul cui castone si vede Enea che porta s’una spalla il padre Anchise col cesto dei Penati (f. 62 A), ne fabbricò un altro dove stavolta sulla spalla di Enea non c’è il padre, ma la madre Venere: sopra la testa della dea è chiaramente scritto Turan ch’è il suo nome etrusco (f. 62 B)336. Evidentemente, l’autore dell’anello si rifaceva a un tradizione secondo la quale il culto della maggiore dea etrusca Turan era stato portato in Etruria dai profughi Troiani. Vari secoli dopo, i Romani cercheranno di appropriarsi di questa leggenda (vd. p. 155).

14). LA FORMA ETRUSCA DEL NOME DI ENEA Sopra le figure graffite s’uno specchio bronzeo da Chiusi, oggi scomparso, si leggevano i nomi di Eina (Enea), Menerva (Minerva), Clutmsta (Clitennestra) ed Elcste (Alessandro)337. Conosciamo due nomi etruschi di famiglia, uno è Eina di Chiusi, l'altro è Einana di Tarquinia338. Il primo è identico al nome etrusco di Eina (Enea), il secondo è formato da Eina (Enea) più il suffisso na dei gentilizi etruschi. Si diceva pure, come già abbiamo visto (p. 141), che esistesse, in Etruria, una città di nome Eneia (gr. Aineia, etr. *Eina > Ena)339, e sembra che questa città possa essere la stessa che nel Liber Linteus è denominata “Ena” (< Eina “nome etrusco di Enea”)340. 332

L.I.M.C. , cit., n. 41 L.I.M.C. , cit., n. 42 334 L.I.M.C. , cit., n.43 335 Virgilio, op. cit. , IV, 227-231. 336 P. Zazov, Etruskische Skarabaen, 1968, p. 43, nr. 45 e tav. XIV, 45. 337 W. Helbig, Bull. dell'Inst. 1882; Gerard, Etr. Sp., V, 103, tav. 85 a; L.I.M.C., I, 1, s.v. Aineias, n. 206. 338 Per entrambi i gentilizi, vedi Th.L.E. , pag. 124. 339 Stefano Bizantino, op. cit. , s.v. Aineia. 333

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Si può ipotizzare che si dicesse che la città etrusca di Eneia portasse il nome di Enea, e che gli Eina di Chiusi e gli Eina-na di Tarquinia discendessero dall’eroe.

15) LICOFRONE. Negli ultimi decenni del VI sec. a.C., anche Ecateo farà venire i Troiani in Italia perché dirà che costoro fondarono Capua341. Secondo una diversa versione, tuttavia, il fondatore della città era stato Telefo, il re della Misia, padre di Tarconte e Tirreno. Ciò si ricava dalle monete di Capua dove si vede Telefo allattato dalla cerva. Nella seconda metà del V sec. a.C., poi, Ellanico, storico greco che, come Lesche, era nato a Lesbo, dirà che Enea si recò nella penisola Calcidica, in Tracia, dove fondò la città di Eneia; l’eroe poi sarebbe venuto in Italia342. Oggi si ritiene possibile che la fonte di Ellanico di Lesbo sia stata Lesche di Lesbo. All’uno e all’altro attinse comunque Licofrone (IV- III sec. a.C.) nella tragedia Alessandra. In un lungo passo dell’opera, la profetessa Alessandra (chiamata pure Cassandra), figlia del re di Troia, si esibisce prevedendo quel che accadrà dopo la rovina della sua patria343. Per comodità di esposizione, dividiamo la profezia in tre parti. -AAlessandra, dopo aver predetto la rovina di Troia, continua così: Ma tempo verrà in cui i miei nipoti faranno ancor più grande la gloria del mio casato perché conseguiranno la gloria della vittoria nelle armi ed otterranno il dominio e la signoria della terra e del mare. Né, o patria infelice, la tua gloria che sta svanendo finirà per esser coperta dalle tenebre perché quel mio parente (Enea) figlio della dea Venere, uomo egregio per il senno e valente nelle armi, lascerà il seme di due gemelli (Romolo e Remo) simili a lioncelli, progenie insigne per gagliardia. Dapprima (πρϖτα) egli andrà ad abitare a Recelo (città della Tracia), presso le vette del Cisso (a nord della penisola Calcidica), dove le donne, in onore del dio Dioniso, si adornano di corna. Poi (δε’), dopo esser partito dall’Almopia (regione della Tracia), errabondo lo accoglierà il paese dei Tirreni, là dove il Linceo (il fiume Mignone presso Tarquinia)344 spinge la corrente delle acque calde, e Pisa e i campi di Agilla ricchi di ovini. Ed uno che gli era stato nemico unirà amichevolmente il proprio esercito al suo. Costui è un nano ( gr. Nanos = nano, errante: nomignolo etrusco di Odisseo) che con il suo vagare aveva esplorato ogni angolo della terra. E gli si uniranno anche i due fratelli Tarconte (Cfr. itt. Tarhunta) e Tirreno (cfr eg. Turuscia), figli del re (Telefo) della Misia [...], discendenti dal sangue di Ercole, i quali nella lotta son fieri come lupi345. Giovanni Tzetze, nel commento alla Alessandra scrisse che Lesche di Lesbo (VIII-VII 340

A. Palmucci, Aruspicina Etrusca ed Orientale a Confronto, Gruppo Editoriale l’Espresso, Roma, 2011, p. 217-223. Il libro è ordinabile presso il sito www.ilmiolibro.it. 341 Stefano di Bisanzio, De Urbibus, s.v. Capua. 342 Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, I, 47; 49; 72. 343 Licofrone, Alessandra, vv. 1225-1282. 344 Vd. ultra (alla fine di questo apitolo). 345 Licofrone, op.cit. , vv. 1225-1249.

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sec.a.C.), nella Piccola Iliade aveva detto che, dopo la caduta di Troia, Enea fu tenuto prigioniero da Neottolemo figlio di Achille, poi si liberò perché Neottolemeo fu ucciso da Oreste figlio di Agamennone. Enea allora, avrebbe detto Lesche, Dapprima (πρϖτον) andò ad abitare le città macedoni presso Recelo ed Almonia che si trovavano presso il monte Cisso; Recelo da lui fu chiamata Eneia (cod. Ainos). Egli poi (δε’) dalla Macedonia andò in Italia ...346

Al tempo in cui visse Licofrone (IV – III sec. a.C.), e tanto più in quello in cui visse Lesche (VIII – VII sec. a.C.) la regione della Tirrenia (Etruria) non era ancora considerata Italia. Licofrone, infatti non dice che Enea venne in Italia, bensì che venne “nel paese dei Tirreni (Etruschi)”. Tzetze, seguendo il testo di Licofrone, ch’egli commentava, avrebbe coerentemente dovuto scrivere che Enea venne nella Tirrenia, e non che venne in Italia. Ma egli poteva tranquillamente scrivere “Italia” perché ai suoi tempi il temine “Italia” era ormai comprensivo della “Tirrenia”. Purché Tzetze non abbia contaminato il discorso di Lesche, noi dobbiamo pensare che Licofrone recepì una tradizione molto antica che risaliva all’Iiuperside ed alla Piccola Iliade. La relazione grammaticale fra “dapprima (πρϖτα / πρϖτον)” e “poi (δε’)”, comune al testo di Licofrone ed al testo col quale Tzetze parafrasa il racconto di Lesche, potrebbe addirittura indicare che sia Licofrone che Tzetze avevano letto la Piccola Iliale (o qualche scolio che citava questo passo) e ne seguivano il testo al punto di ricalcarne alcuni usi grammaticali. Già pure Ellanico di Lesbo (seconda meta del V sec. a.C.) aveva fatto andare Enea nella penisola Calidica (in Tracia)347, qui fondare la città di Eneia348, e da qui poi venire in Italia349. Tucidide, poi, ch’era contemporaneo di Ellanico, aveva scritto che ai suoi tempi la penisola Calcidica era ancora abitata da gente pelasgica d’origine tirrena; ed Erodoto aveva già detto che i Pelasgi di questa regione parlavano una incomprensibile lingua barbara (vd. p. 44). Noi oggi sappiamo che il loro linguaggio somigliava all’Etrusco (vd. p. 44). La città di Eneia (detta anche Ena) aveva dunque tradizioni tali che, alla fine del VI secolo, poteva ben coniare monete con la figura di Enea, suo mitico fondatore. Sulle monete si vede Enea che sostiene s’una sola spalla il padre Anchise (vd. f. 61 a p. 140). I rapporti fra questa città e L’Etruria dovevano esser ben vivi; e gli abitanti delle due regioni dove346

Giovanni Tzetze, Alla Alessandra, 1232. Vd. pure 1236 e 1268. La penisola Calcidica, dov’erano Almonia e Recelo (Eneia), apparteneva alla Tracia poi passata alla Macedonia. 348 In Dionigi di Alicarnasso , op. cit. I, 47; 48. 349 In Dionigi di Alicarnasso , op. cit. I, 72. 347

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vano anche ritenere, forse a ragione, d’avere rapporti di parentela fra di loro e con quelli della Troade. Infatti, in quegli stessi anni gli Etruschi copiarono la scena di Enea raffigurata sulle monete di Eneia, e la riprodussero sui castoni dei loro anelli (vd. p. 162 e f. 62A). E’ infine sorprendente che Stefano di Bisanzio diceva che anche in Etruria esisteva una città che si chiamava Eneia350; e pare che questa città possa essere la stessa che nel Liber Linteus è chiamata “Ena” (< Eina “nome etrusco di Enea)351. Torniamo a Lesche ed Ellanico. Ambedue erano di Lesbo (isola della Misia) dalle cui coste si vede la Troade. Gli stessi Eoli di Lesbo, dopo la rovina di Troia, avevano dominato la regione; e, nell’VIII-VII sec.a.C. ricostruirono la nuova Troia ellenica. Siamo al tempo in cui Omero, recependo miti e leggende nati dalla convivenza di Eoli e Ioni con gli indigeni (Troiani, Misi, Pelasgi e Meoni) che ancora vivevano sulle coste dell’Anatolia occidentale e delle prospicienti isole (Lesbo, ecc.), compose l’Iliade. Dunque, soprattutto Lesche, che nacque a Lesbo tra la fine dell’VIII e gli inizi del VII sec. a.C., poteva ben essere a conoscenza di storie e leggende non recepite da Omero, ma ancora vive fra gli abitanti della Troade e delle regioni circonvicine. Egli poteva addirittura essere un indigeno eolicizzato. Da lui, che era di Lesbo (isola della Misia già appartenuta al re Tarhunta), peraltro, Licofrone dovrebbe aver recepito la notizia che Tarconte (cfr. itt. Tarhunta) e Tirreno, figli di Telefo (cfr. itt. Telepino) re della Misia, vennero dalla Misia in Etruria dove entreranno a far parte della coalizione di Enea ed Odisseo. Questi erano arrivati poco prima di loro. Consideriamo ora gli altri personaggi che Alessandra, nell’opera di Licofrone, menziona durante la prima parte della sua profezia. Essi sono: Nano, Telefo, Tarconte e Tirreno. Dell’opera di Licofrone esiste una antichissima riduzione in prosa greca dove si spiega che Nanos (= Errante) era il soprannome etrusco di Odisseo, e che quando l’eroe, con i suoi compagni, arrivò in Etruria, pregò Enea di concedere loro un po' di mare ed un pezzo di Terra [...]; ed anche Tarconte e Tirreno, figli di Telefo, abitarono in Etruria insieme ad Enea352. Giovanni Tzetze, nel commento alla Alessandra, ripeté che Tarconte, il fondatore di Tarquinia, e Tirreno abitarono in Etruria insieme ad Enea353. Il nome etrusco di Tarconte era Tarchun (cfr. itt. Tarhun), e quello di Tarquinia era Tarchuna (cfr. itt. Tarhuntassa e Taruisa / *Tarhuisa = Troia). La più antica tradizione della venuta di Enea in Italia vedeva, dunque, l’eroe trapiantato nell’Etruria marittima, insieme a Tarconte e Tirreno, tanto stabilmente da poter concedere al sopravvenuto Odisseo parte del proprio territorio sulla marina. Come già abbiamo detto, la fonte di queste notizie dovrebbe essere stata Ellanico di Lesbo, e risalire fino a Lesche di Lesbo ed Arctino. Secondo Plutarco, poi, Enea sposò una figlia di Telefo (perciò sorella di Tarconte e Tirreno), di nome Roma, che diede il nome alla città di Roma354. Secondo Alcimo Siculo (IV-III sec. a. C.), la moglie etrusca di Enea si chiamava Tirrenia: da lei nacque Romolo, e, da Romolo nacque Alba, e da Alba nacque Romo che fondò Roma355. Secondo Promatione (V sec. a.C.), i gemelli fondatori di Roma nacquero in casa di un crudele tiranno di nome Tarchezio, cioè di un Tarquinio d’origine troiana, tiranno della cit350

Stefano Bizantino, op. cit. , s.v. Aineia. A. Palmucci, Il Fanum voltumnae era a Tarquinia, Gruppo Editoriale l’Espresso, Roma, 2010, p. 199-201. 352 Il testo della parafrasi greca è in E. Scheer, Lycophronis Alexandra, I, 1958, v.1242, p.102. Traduzione italiana in G. Buonamici, Fonti di Storia Etrusca, Firenze, 1939, p.106. 353 Tzetze, Alla Alessandra, vv. 1240 sgg. 354 Plutarco, op. cit. , I. 355 In Festo, op. cit. , s.v. Roma. 351

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tà di Alba (vd. p. 155). Anche gli Excerpta latina barbari includeranno un crudele Silvio Tarquinio, figlio di Proca, e padre di Cedeno (il Ceteo = ittita) nella lista dei Silvi, re di Alba, discendenti di Enea356. Enea, secondo Licofrone che verosimilmente attingeva da Arctino e da Lesche, trasmigra da Troia nella Tirrenia. Qui egli si pone a capo d’una fusione di forze con Tarconte e Tirreno. E’ lui, infatti, e non Tarconte o Tirreno, a concedere al sopraggiunto Odisseo “una striscia di mare e di terra”. Tutto questo sembra appartenere allo stesso filone di tradizioni (etrusche o greche che siano state) al quale attinse Virgilio quando raccontò che Tarconte cedette ad Enea il comando della Federazione Etrusca (vd. p. 255). Pare, peraltro, che la figura di Enea capo della stessa Federazione possa esser ritrovata sul testo etrusco contenuto nelle bende della Mummia di Zagabria (vd. A. Palmucci, Il Fanum Voltumnae era a Tarquinia, cit., passim).

-BAlessandra dice poi che “lì (ένθα)”, in Etruria, Enea troverà una mensa piena di vivande, che verrà mangiata dai suoi compagni, per cui egli si ricorderà dell'antico oracolo357. Un oracolo, infatti, aveva precedentemente detto all’eroe che la nuova terra era quella dove i suoi compagni, spinti dalla fame, avrebbero divorato anche le mense358. Ora, ci si aspetterebbe che Enea fondasse una città in Etruria. Si diceva d’altronde che qui esistesse una città di nome Eneia (vd. p. 149); e sappiamo che potrebbe esser quella stessa città che nel Liber Linteus è menzionata nella forma contratta Ena. Sappiamo pure che gli scoliasti di Licofrone conoscevano una tradizione che vedeva Enea tanto stabilmente impiantato nell’Etruria costiera da poter cedere al sopravvenuto Odisseo una parte del proprio territorio sulla marina. -CMa Enea dall’Etruria, prosegue Cassandra, andrà a colonizzare il paese nelle terre dei Boreigoni, poste al di là delle città di Larino e Daunio, dove costruirà trenta castelli pari al numero dei figli di quella nera scrofa che egli aveva portato con sé dalle cime dell'Ida (nella Troade) e dalla terra di Dardano (Còrito-Tarquinia? Vd. p. 110-111), e che, nel momento del par356

Vedi la tavola sinottica dei re di Alba in C. Trieber, Zur Kritik des Eusebios - Die Konigstafel von Alba Longa, “Hermes”, XXIX, 1894, pagg. 124-125. 357 Licofrone, op. cit. , vv.1250-1252. 358 Licofrone non specifica cosa avesse detto l'oracolo, né chi lo avesse pronunciato. Servio ci informa che Varrone sosteneva che Enea aveva avuto questa profezia dall'oracolo di Giove a Dodona in Epiro (Servio Dan., op. cit., III, 256). Secondo Dionigi di Alicarnasso, i Troiani a Dodona “avevano ricevuto l’ordine di navigare nella direzione ove tramonta il sole finché non fossero giunti ad un luogo dove avrebbero mangiato le mense”(Dionigi Al., op. cit., I, 55). L'anonimo autore dell'Origine del popolo romano (XI, 1), sosteneva che sarebbe stato Anchise, padre di Enea, a ricordarsi che, “una volta, Venere gli aveva predetto che quando essi, sul litorale di un paese straniero, spinti dalla fame, avessero divorato perfino le mense consacrate, proprio in quel luogo, per volere del fato, avrebbero dovuto fondare una nuova sede”. Virgilio pose la profezia sulle labbra dell'arpia Celeno che sosteneva di averla ricevuta da Apollo, e che questi a sua volta la ave-va saputa da Giove. Celeno dice ai Troiani che, dopo esser giunti in Italia, potranno costruire una nuova città solo dopo che una terribile fame li avrà costretti a mangiare anche le mense (Virglio, op. cit., III, 245-47).

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to, diverrà nutrice di trenta porcellini359; della scrofa, poi, e dei figli lattanti egli conserverà l’effigie di bronzo in una di quelle città (Lavinio)360; e, dopo aver innalzato un tempio a Minerva Minda, vi deporrà i sacri Penati. Infatti, quando i guerrieri Greci vincitori, voraci come cani nell'ingoiare a sorte tutti i beni della mia patria, a lui solo daranno la scelta di prendere e portar via dalla sua casa, come premio, ciò che voglia, egli, trascurando la moglie, i figli, e ogni oggetto prezioso, terrà in maggior conto le statue dei Penati ed il vecchio padre avvolto nei propri panni. E così, stimato piissimo anche dai suoi nemici, egli getterà le basi di una nuova patria che, per opera dei suoi nipoti, diventerà ricca e famosa nelle armi361. Notiamo che Enea, nel racconto di Licofrone, viene fatto sbarcare in Etruria, ma che le leggende di fondazione vengono ambientate nel Lazio vetus. Sembra che su una originaria tradizione etrusca o filoetrusca sia stata innestata una più tarda versione romana o filoromana. Quella di Licofrone è infatti una narrazione composita, tanto è vero che molti commentatori antichi e moderni hanno ritenuto che, in quest’opera, tutti gli accenni alla futura grandezza di Roma siano stati interpolati. Non solo, ma potrebbero anche essere state spostate alcune coordinate geografiche362. *** Licofrone dice che sia Odisseo che Tarconte e Tirreno avevano unito i loro eserciti a quello di Enea. Sembra dunque ovvio che quando, nel proseguo del racconto, Licofrone dirà che Enea scese poi “a colonizzare il paese delle terre dei Borigoni” nel Lazio vetus, egli intenda che l’esercito colonizzatore era composto sia dagli uomini di Enea che da quelli di Odisseo e di Tarconte e Tirreno. In proposito, vedi più avanti (p. 152) la versione secondo cui Enea fonderà Roma insieme ad Odisseo. Infatti, quando Virgilio, qualche secolo dopo, si riallaccerà alla stessa tradizione conosciuta da Licofrone, narrerà che Tarconte, nella etrusca città di Corito (oggi Tarquinia), centro federale della nazione, cederà spontaneamente ad Enea il comando della Lega 359

Licofrone, op. cit., vv. 1253-1258. L’anonimo autore dell'Origine del popolo romano, rammenta l’episodio delle mense divorate; poi aggiunge che “una scrofa gravida, portata a terra dalla nave per essere immolata, sfuggì dalle mani dei sacrificanti; allora Enea si rammentò che una volta gli era stato predetto che un animale a quattro zampe lo avrebbe guidato sul luogo dove fondare la nuova città. Perciò si mise a seguirla, portando con sé le immagini dei Penati, e nel luogo dov'essa stramazzò e partorì trenta porcellini, prese gli auspici, immolò la scrofa e costruì una città che chiamò Lavinio, come attestano Cesare nel primo libro, e Lutezio nel secondo” (Or. Pop. Rom. XI, 2,3; vd. pure Dionigi Al., op. cit., I, 55). Queste tarde versioni romane ambientavano nel Lazio antico tutta la vicenda di Enea. Ma la tradizione di Licofrone è la più antica, e testimonia che, nel IV-III sec. a.C., permaneva l’originaria leggenda del trapianto in Etruria degli esuli troiani, anche se gli episodi di fondazione erano già state trasferite nel Lazio. Molto significativa è una leggenda riferita da Servio, per la quale la scrofa sfuggì ai Troiani sbarcati in Campania, e andò a partorire a centinaia di chilometri di distanza nel Lazio presso la città di Laurento dove Enea la immolò a Giunone (Servio, op.cit., III, 390; VIII, 43). I Troiani avevano molte connessioni con la Campania. Si diceva che avessero fondato Gaeta (Servio, op. cit., VII, 1), e che Enea, o suo figlio Romo, o il troiano Capi avesse fondato Capua (Dionigi Al., op. cit., I, 49; 72). Si riteneva pure che Capi fosse figlio di Telefo o che Telefo stesso o gli Etruschi avessero fondato la città, e che etrusco ne fosse il nome. La leggenda, quindi, della scrofa fuggita ai Troiani approdati in Campania, e riacchiappata nel Lazio sul luogo dove Enea fonderà Lavinioappare come un compromesso fra la tradizionale presenza troiana nella Campania etrusca e l'arrivo di Enea sulla spiaggia latina; ma si presenta pure come una versione speculare della tradizionale discesa di Enea dall'Etruria a Lavinio, nata quando i Romani non ammetteranno più l’apporto positivo degli Etruschi nella formazione di Roma. 360 Gli abitanti di Lavinio eressero davvero statue bronzee della scrofa di Enea. Varrone (I sec. a.C.) testimoniava di averle viste. Egli scrisse:” A tutt’oggi, a Lavino si vedono le vestigia della scrofa di Enea e dei suoi figli: ci sono ancora statue di bronzo pubblicamente esposte; i sacerdoti, invece, esibiscono il corpo della madre messo in salamoia”(De re rustica, II, 4). 361 Licofrone, op. cit. , vv.1259-1282. 362 Vedi discussione in E. Ciaceri, La Alessandra di Licofrone, Napoli, 1982, p. 30, ss.

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Etrusca, e lo porrà a capo d’un esercito federale composto da Etruschi e Troiani. Enea, poi, alla testa di questo esercito, scenderà da Còrito-Tarquinia (Cfr. pure Licofrone: “dalla terra di Dardano”) via mare alla foce del Tevere (con Tarconte postosi in posizione subordinata) dove insieme conquisteranno le terre latine363. *** Virgilio, nell’Eneide narra che Enea informa il padre Anchise che gli dèi Penati di Troia gli hanno ingiunto di ricondurre i Troiani In Italia a Corito (Tarquinia) perché questa era la antica patria della stirpe. Il padre risponde: La sola Cassandra mi prevedeva tali casi. Ora la ricordo annunziare che queste cose spettavano alla nostra stirpe, e spesso nominava l'Esperia, spesso i regni italici. Ma chi avrebbe creduto che i Troiani sarebbero giunti ai lidi dell'Esperia?364. Virgilio, nell’Eneide, sfrondò la tradizione di Licofrone dagli elementi greci, la rimpastò con elementi italici, e narrò che Enea dapprima arrivò alla foce del Tevere, ma che poi si recò via terra a incontrare Tarconte in Etruria, a Corito (Tarquinia), presso la foce del Mignone (vd. p. 257 ss.). In questa foce il poeta riconosceva evidentemente quella del leggendario fiume Linceo, menzionata da Licofrone. Da qui Enea, narra Virgilio, dopo esser stato nominato capo della Federazione Etrusca, torna via mare, assieme a Tarconte, alla foce del Tevere (Virgilio, Eneide, X, passim). Nella versione di Virgilio, manca la figura di Odisseo. Ma un riprova che questa fosse presente nelle varie tradizioni che precedettero la composizione dell’Eneide si ha nel VI libro del poema. Siamo in Sicilia, ed Enea coi suoi Troiani incontrano un compagno di Odisseo. Costui era stato lasciato sull’isola da Odisseo mentre la abbandonava per sfuggire alla vendetta di Polifemo. L’infelice chiede perdono e pietà ad Enea che lo accoglie fra i suoi uomini e lo porta con sé in Italia in cerca d’una nuova patria. Insomma, Virgilio ripropone, fra Enea ed il compagno di Odisseo, lo stesso rapporto che Licofrone aveva prodotto fra Enea ed Odisseo. Ed è proprio la figura di Odisseo, direttamente presente in Licofrone, ed indirettamente in Virgilio, a rimandarci ad una notizia più antica, e forse alla fonte di ambedue gli autori. Vediamo. E' della seconda metà del V sec. a.C. quella che comunemente si ritiene sia la più antica menzione di Enea come fondatore di Roma. Si tratta di un passo di Ellanico di Lesbo (seconda metà V sec. a.C), che noi conosciamo nella soggettiva parafrasi fattane da Dionigi di Alicarnasso alla fine del I sec. a.C. Dionigi scrisse che Ellanico riferisce che Enea venuto in Italia (Hitalìan) dalla terra dei Molossi fu il fondatore di Roma insieme ad Odisseo, e che la avrebbe così chiamata dal nome di una delle donne Troiane. Egli aggiunge che costei aveva appiccato il fuoco alle navi assieme alle altre donne che lei stessa aveva istigato perché era stanca delle peregrinazioni. Anche Damaste di Sigeo ed altri concordano con lui. Questa citazione di Dionigi necessita di alcune precisazioni critiche. Nella seconda metà del V sec.a.C., Roma era già una città importante, e non pare strano che Ellanico ne abbia attribuito la fondazione ad Enea venuto insieme ad Odisseo. Il connubio fra Enea ed Odisseo poteva peraltro risalire alla Piccola Iliade di Lesche, e si ritroverà in Licofrone. Quest’ultimo, come sappiamo, dirà addirittura che Enea formò una lega di forze con 363 364

Virgilio, Eneide, X, XI, XII. Virgilio, op. cit., III, 182-187.

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Odisseo, Tarconte e Tirreno (vd. p. 149). Quel che tuttavia pare strano è che Dionigi non fa dire ad Ellanico che Enea ed Odisseo vennero nella Tirrenia, come ci si aspetterebbe, ma genericamente in “Italia”. Possiamo allora ritenere che Dionigi, durante il lavoro di parafrasi e riassunto del testo di Ellanico abbia usato la generica voce “Italia” in luogo di “Tirrenia” per adattare il racconto di Ellanico alle motivazioni della propria opera che, in posizione antietrusca ed antivirgiliana, mirava a dimostrare che Roma era una città greca, e con ciò a disconoscere l'apporto degli Etruschi alla formazione dell'ethnos primitivo della città. Quanto all’incendio delle navi troiane ed alla donna troiana di nome Roma, eponima della città365, c’è una versione parallela che Plutarco diceva di aver preso da Aristotele. Secondo questa versione, i profughi troiani prima furono sbattuti dai vènti sulle coste dell'Etruria, poi si recarono alla foce del Tevere. Qui, una donna di nome Roma, stanca di peregrinare, incendiò le navi dei compagni costringendoli così a restare sul luogo dove edificheranno una città che, dal nome della donna incendiaria, chiameranno Roma (vd. p. 121). Roma si chiamava anche la figlia di Telefo (perciò sorella di Tarconte) sposa di Enea, che diede il nome alla città; a sua volta questa Roma, sorella di Tarconte, e sposa di Enea, rimanda ad una donna di nome Tirrenia (= Etruria) che, secondo la tradizione riferita da Verrio Flacco, fu la moglie di Enea e gli diede un figlio di nome Romolo (vd. p. 149).

16). LA TRADIZIONE ETRUSCA DELLA LEGGENDA DI ENEA A LAVINIO (FONTI LETTERARIE) E’ probabile che Licofrone sapesse dallo storico siciliano Timeo di Taormina (IV-III sec. a.C.) della reale esistenza a Lavinio d’una statua bronzea raffigurante la scrofa di Enea. Timeo, infatti, s’era recato di persona a Lavinio dove aveva raccolto la tradizione troiana366; e in una delle sue opere parlò dell'arrivo di Enea nel Lazio367.

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Forse queste notizie erano per lo più aggiunte nei testi di “Damaste di Sigeo e di altri”. Si ritiene che Licofrone abbia tenute presenti le opere degli storici Lico di Reggio (fine IV - inizio III sec. a.C.) e Timeo di Tauromenio (356 e il 260 a. C.). Egli era figlio adottivo di Lico di Reggio, e ne aveva sicuramente letto gli scritti. Però non ci sono indizi probanti che Lico avesse parlato della vicenda di Enea in Italia. Diverso è il caso di Timeo. Già il Klausen, il Gunter, il Geffcken ed il Ciaceri sostennero che egli sia stata una delle principali fonti di Licofrone (Ciacieri, op. cit. pp. 2; 19). Timeo nacque in Sicilia, a Taormina; e abitò prima ad Agrigento, e poi ad Atene. Da vecchio, ritornò in patria. In Italia si recò di certo a Lavinio e Roma; e, verosimilmente, anche in Etruria. Dei suoi lavori, rimangono solo alcuni frammenti. 367 Ne possediamo due frammenti. Uno in cui egli porta come prova della venuta di Enea il fatto che i Romani sacrificavano annualmente un cavallo in memoria di quello di Troia (Polibio, Storie. , XII, 4, 6). Dionigi di Alicarnasso (I sec. a.C.) ce ne fornisce un altro. Egli dice: “Lo storico Timeo, a proposito della figura dei Penati di Troia, riferisce che gli oggetti sacri contenuti nel santuario di Lavinio erano caducei di ferro e di rame, e vasellame troiano; aggiunge che queste notizie le ha avute dagli abitanti del luogo. Ma io ritengo che non si debbano ascoltare i discorsi di chi ha veduto cose che non è lecito a tutti contemplare e nemmeno riportarli nella narrazione. Anzi, sono indignato contro quanti vogliono indagare o conoscere più di quanto sia permesso dalla legge (Dionigi di Alicarnasso, op. cit. , I, 67, 4). Dionigi, come si vede, è indignato verso i Lavinati perché avevano indagato e riferito a Timeo la natura segreta dei Penati di Troia introdotti da Enea. E' anche risentito verso Timeo per aver trascritto le confidenze dei Lavinati. Con ciò, egli si esime dal presentarci il contesto della leggenda di Enea a Lavinio come raccontata dagli stessi Lavinati del IV-III sec. a.C. Peccato, perché poco prima che il siculo Timeo riportasse la tradizione lavinate, il suo conterraneo Alcimo aveva fatto sposare ad Enea una donna etrusca; e Licofrone, poco dopo, presenterà Enea che dall’Etruria scende a colonizzare la regione dove fonderà Lavinio. Ma Dionigi ci toglie ogni occasione di confronto perché non solo egli si esime dal raccontare la versione dei Lavinati raccolta da Timeo, ma omette anche quelle di Alcimo e di Licofrone. Il fatto è che Dionigi biasimava i Lavinati e Timeo, ed escludeva sistematicamente dalla sua trattazione ogni autore filoetrusco perché, per sua esplicita ammissione, voleva “proclamare con sicurezza che Roma era una città originariamente greca”, e che solo più tardi, avvennero le mescolanze con i barbari della penisola, fra cui gli Etruschi (Dionigi Alic. , op. cit., I, 89). 366

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17). LA TRADIZIONE ETRUSCA DELLA LEGGENDA DI ENEA A LAVINIO (DOCUMENTI ARCHEOLOGICI). L'heroon di Enea a Lavinio. Nella tomba, che è al di sotto del cosiddetto heroon di Enea a Lavinio, sono emerse forme vascolari di tipo veiente-ceretano e cumano-tarquiniese368. Il cippo di Tortignosa. A Tortignosa, presso Lavinio, si è ritrovato un cippo del III secolo con dedica a Lar Enea369. In Etruria, Lar era nome di persona ed anche appellativo con il quale ci si riferiva a sovrani e divinità. Potrebbe, dunque, trattarsi della denominazione etrusca con la quale Enea era entrato nella leggenda dei Lavinati370. Giunone Calendaria a Tarquinia e a Lavinio. Da una delle aree sacre della Civita di Tarquinia sono emersi vari frammenti di ceramica (iniz. VII sec. a.C) con dedica a Uni Kalan (Giunone Calendaria) venerata poi anche a Lavinio e a Roma371. Si tratta della divinità che dava il nome al mese di Giugno col quale per gli Etruschi iniziava l’anno solare, secondo il Calendario Brontoscopico dettato da Tagete a Tarconte372. Giunone Calendaria era anche la dea delle nascite e della fecondità femminile, alla quale si immolavano scrofe373. Enea, secondo la leggenda, scese dall’Etruria nel Lazio; e, sullo stesso luogo dove sacrificò una scrofa a Giunone fondò Lavinio. Il culto di Giunone Calendaria potrebbe esser dunque passato da Tarquinia a Lavinio assieme alla leggenda di Enea. Lavinio fu particolarmente legata ai Tarquini. Vi si ritirò a finire i suoi giorni Tarquinio Collatino quando fu esiliato da Roma. *** Dopo quel che abbiamo presentato non è assurdo pensare che quando gli Etruschi di Tarquinia, scesero nel Lazio vetus ed assunsero al trono di Roma portarono seco il ricordo della loro leggendaria parentela con i Troiani. Nelle pitture della tomba François di Vulci, Gneo Tarquinio Romano e i suoi confederati di Blera, Saturnia e Volsini (uccisi nel sonno dai cospiratori durante il tempo di un concilio federale tenutosi a Roma o a Tarquinia) sono assimilati ai prigionieri troiani immolati dai Greci (vd. p. 229 e f. 94). Man mano, poi, che i Tarquini di Roma s’emanciparono dalla madre patria, la tradizione sarà andata romanizzandosi fino a considerare il trasferimento dei Troiani in Etruria come finalizzato alla loro discesa nel Lazio ed alla fondazione di Roma. A questo periodo dovrebbe risalire la prima formulazione sia della tradizione di Enea che sposa Roma figlia di Telefo (perciò sorella di Tarconte), che dà il nome alla città di Roma, sia quella dell’eroe che sposa Tirrenia (sorella di Tarconte?) madre di Romolo (vd. p. 149).

E', dunque, verosimile che almeno una delle fonti di Licofrone sia stata la leggenda di Enea nella versione lavinate riferita da Timeo. 368 Aa. Vv. , Civiltà del Lazio primitivo, Roma, 1976, p. 306, sgg.; C. Chiaramonti Trerè, in Gli Etruschi di Tarquinia, Modena, p. 185. 369 C’è chi ritiene che l'iscrizione si riferisca ad Enea inteso come Lare, cioè come divinità tutelare. 370 J. Heurgon, Il Mediterraneo occidentale dalla preistoria a Roma arcaica, Bari, 1972, p. 201. 371 C. Chiaramonti Trerè, in Gli Etruschi di Tarquinia, cit. , p. 185 372 A. Palmucci, Aruspicina Etrusca ed Orientale a Confronto, Gruppo Editoriale l’Espresso, Roma, 2010, pp. 152-172. 373 Macrobio, Saturnali, I, 15, 19.

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Invece, la favola dei gemelli nati nella reggia del “crudele” re di Alba di nome Tarchetius (=Tarquinio), i quali scacciano il tiranno e fondano Roma, dovette nascere dopo che i “crudeli” Tarquini furono espulsi da Roma (vd. pp. 155 e 156). Molto più tardi, quando gli storici capirono che i fatti di Troia erano accaduti più di 400 anni prima della fondazione di Roma, vennero inserite molte generazioni di re albani fra Enea e la creazione della città. Il personaggio di Tarchezio si trasformò allora in quello di Tarquinio Silvio, re di Alba, discendente di Enea, come è presentato in una pur tarda testimonianza (vd. pp. 155 e 156). 18). CATONE Possediamo un frammento dello storico romano Catone (234-149 a.C.), dove si dice che Enea arrivò nel Lazio via mare, ma non si specifica donde egli venisse. Il frammento parla pure di una guerra che Enea avrebbe sostenuto contro le genti locali quali i Latini, i Rutuli e gli Etruschi di Cere. L’eroe poi, dopo aver terminato vittoriosamente la guerra, avrebbe sposato Lavinia, figlia di Latino, re dei Latini374. La tradizionale opposizione di Cere verso i Troiani che volevano fissarsi nel Lazio, era nata verosimilmente dalla effettiva ostilità dei Ceretani verso i Tarquiniesi che per scendere nel Lazio vetus dovevano attraversare, via mare o via terra, lo Stato di Cere375. 19). CASSIO EMINA (II sec. a.C.) Solino scrisse: Non possiamo tacere che Enea, durante la seconda estate dopo la presa di Troia, fu sbattuto sulle coste italiche, come racconta Emina, con non più di seicento compagni, e pose l'accampamento nel territorio di Laurento. Mentre egli stava dedicando a sua madre Venere, che è detta Frutis, la statua che aveva condotto con sé dalla Sicilia, ricevette il Palladio da Diomede376. Secondo questo racconto, Enea introdusse nel Lazio dalla Sicilia il culto di sua madre Venere Frutis377. Però, in Sicilia, la dea madre di Enea non era conosciuta con l'appellativo di Frutis, bensì di Ericina. Ciò ha indotto molti studiosi a ritenere che Frutis sia stata una forma etrusca del nome greco di Afrodite (= Venere)378. E, poiché Italia è parola che può comprendere ogni regione della penisola, l'originario racconto di Cassio Emi374

In Origine del popolo romano, XIII, 1. Dionigi di Alicarnasso ci ha tramandato tradizioni di diverse guerre che Tarquinio, sia pure quand’era già re di Roma, dovette sostenere contro varie coalizioni di città etrusche e latine, particolarmente contro i Ceretani che sconfisse dentro il loro stesso territorio. Da una lapide travata a Tarquinia, sappiamo che, in epoca non precisata, il condottiero tarquiniese Aulo Spurinna espulse Orgolnio, re di Cere, ed occupò ai Latini nove città (A. Palmucci, I re di Tarquinia, “BollSTAS”, 1999, pp. 18-20). Nell’anno 397, i Ceretani concessero all’esercito romano di passar sulle loro terre per tagliare la strada ai Tarquiniesi che, dopo aver devastato la campagna romana, tornavano con il bottino (Livio, Storia di Roma, Vi, 4). Nel 388, i Romani, attraversarono il territorio di Cere; e, giunti in quello tarquiniese, distrussero le città di Cortuosa e Contenebra. Nel 358, i Tarquiniesi, alla testa della Lega Etrusca, passarono attraverso le terre dei Ceretani, vi raccolsero gruppi di volontari, assalirono i Romani, li sconfissero, ed arrivarono fino alla saline della foce 375 del Tevere . Anche nell’Eneide, Tarconte, capo della Lega, riunisce a Tarquinia l'esercito federale in cui accoglie qualche elemento ceretano, poi, insieme ad Enea, aggira dal mare le terre di Cere, e approda alla foce del Tevere dove sconfigge Ceretani e Latini. 376 Solino, op. cit. ,II, 14. 377 Anche Festo parla di un tempio di Venere Fruti, chiamato Frutinal (Frutinal templum Veneris Fruti). 378 G. K. Galynsky, op. cit., pp.115-118. 375

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na (II sec. a.C.) o, comunque, la tradizione alla quale si rifaceva, dovrebbe aver compreso l'Etruria fra le “coste italiche” toccate da Enea; anzi, se pensiamo che esiste un più antico anello etrusco degli inizi del V sec. a.C. sul cui castone è raffigurato Enea che porta in spalla da Troia in Etruria la madre Turan (nome etrusco di Venere), l’ipotesi dovrebbe diventare certezza (vd. p. 146 e f. 62B a p. 142). 20). I TARQUINI DISCENDENTI DI ENEA Enea, secondo Plutarco, ebbe in moglie una donna di nome Roma che diede il nome alla città omonima. Costei era figlia di Telefo379, e quindi sorella di Tarconte e Tirreno. Per Alcimo Siculo (IV-III sec. a. C.), il nome della sposa di Enea era Tirrenia (altro nome della figura della sorella di Tarconte e Tirreno?). Costei generò Romolo, e Romolo generò Alba, ed Alba generò Romo che fondò Roma380. Nessuna meraviglia, quindi, se nell’elenco dei Silvi, re di Alba, discendenti di Enea e di Roma, sorella di Tarconte (un Tarquinio), troveremo un Silvio Tarquinio figlio di Proca e padre di Cideno (= Ittita)381. Si narrava anche che i gemelli fondatori di Roma erano nati nella reggia di Tarchezio, cioè di un Tarquinio, re di Alba. Sul focolare della casa di Tarchezio, si era stanziata l’immagine di un membro virile. Il sovrano chiese spiegazione all’oracolo della dea Teti, in Etruria; e gli fu risposto che se una vergine si fosse unita con quel membro ne sarebbe nato un figlio molto forte, valoroso e famoso. Perciò il re ingiunse alla figlia di aver rapporti con quel fallo. Lei, però, al suo posto mandò una serva che in seguito partorì due gemelli. Tarchezio, allora, consegnò i neonati a Taruzio, cioè a un altro Tarquinio, perché li lasciasse lungo il letto del Tevere. I bambini furono dapprima nutriti dagli uccelli e da una lupa, e poi raccolti da un pastore. Una volta cresciuti forti e sani, i due gemelli detronizzarono Tarchezio, e fondarono una città che chiamarono Roma382. La versione romana assegnerà la funzione di Tarchezio e quella di sua figlia ad Amulio e ad Anto; ed affiderà il ruolo della serva ad una ragazza variamente chiamata Ilia, Rea e Silvia, figlia del buon Numitore fratello del cattivo Amulio. Nella versione romana, rimane però un frammento della tradizione etrusca. La figlia di Amulio è chiamata Anto383. Si tratta di un nome etrusco (Antho) d’epoca arcaica, documentato a Tarquinia. La leggenda dei gemelli fondatori di Roma nati in casa di Tarchezio è pressoché identica a quella di Servio Tullio nato nella reggia di Tarquinio Prisco. Si narrava che Tanaquilla, moglie del re avesse ordinato ad una schiava o prigioniera chiamata Ocresia di accoppiarsi col fallo del focolare perché ne sarebbe nato un figlio grande e famoso. Nacque così un bambino che per esser stato partorito da una serva fu chiamato Servio384. Secondo Cicerone, che presentava una variante più antica, il bambino era figlio di una serva tarquiniese e di un cliente del re Tarquinio385. Chiaramente, il mito dei natali di Servio Tullio è simile a quello dei natali dei due gemelli che scacciarono Tarchezio e fondarono Roma; ed è verosimile che la cacciata di Tarchezio, o di Amulio, rifletta quella dei Tarquini scacciati da Roma. Ma è anche verosimile che il tutto risalga ad una più antica tradizione dove il fondatore di Roma veniva presentato come figlio di un Tarquinio discendente di Enea. 379

Plutarco, op. cit. , I. In Festo, op. cit., s.v. Roma. 381 Excerpta Latina Barbari. Il nome Cidenus deriva da quello dei Cittei nominati nella medesima fonte. Si tratta dei Cetei, la gente che Euripilo, figlio di Telefo e Astioche, aveva condotto contro i Greci in aiuto di Troia, e che Telefo poi condurrà in Italia. 382 Promatione (V sec.), in Plutarco, op. cit., I. 383 Plutarco, op. cit. , III, 4. 384 Dionigi di Alicarnasso, op. cit. , IV, 2. 385 Cicerone, Repubblica, II, 21: “ex serva tarquiniensi natum”. 380

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21). GLI ETRUSCHI E GIULIO CESARE Roma, dopo la conquista dell’Etruria, tenne a sé legati i vari popoli etruschi attraverso un regime federale che consentiva ad ogni singola città stato di mantenere il proprio regime di governo. Ma, nel 90 a.C., i Romani estesero la cittadinanza a tutti i popoli che abitavano in Italia, togliendo così agli Etruschi ogni residua indipendenza. Si dice che in quell’anno si udì muggire nel cielo uno squillo di tromba etrusca: portento che annunciava la fine di un’epoca storica. In seguito, però, quando Giulio Cesare assunse al trono di Roma, gli Etruschi si sentirono in qualche modo compensati perché si diceva che Cesare fosse l’ultimo discendente etrusco-troiano di Enea. Nel 44 a.C., poi, Cesare fu ucciso in una congiura; e durante i suoi funerali, in pieno giorno, a Roma, apparve una cometa. L’evento fu vissuto come se la dea Venere, madre di Enea, fosse venuta, sotto forma di stella, ad onorare i funerali del suo discendente. In quella medesima evenienza, l'aruspice etrusco Vulcanio, nel corso dell’orazione funebre ch’egli stesso stava tenendo sopra la salma di Cesare, annunziò che la cometa era venuta ad annunciare l’entrata del popolo etrusco nell'ultimo secolo della sua storia. Aggiunse di aver rivelato ciò contro la volontà divina, e di dover morire per questo motivo. Egli morì, infatti, subito dopo finito il discorso. Si tratta di un fatto di cronaca, ricordato dall’imperatore Augusto nelle memorie della sua vita386. Agli Etruschi che, per loro stessa ammissione, entravano nella fase terminale della loro storia, non rimaneva che ricordare al mondo d’esser loro i veri Troiani. Vulcanio accettava di morire pur di ricordare ai Romani che Enea e Cesare erano di stirpe etrusca. L'Etruria moriva con Cesare, e riviveva in Roma: i morenti Etruschi erano loro i veri Romani. Dieci anni dopo, il tema verrà cantato da Virgilio nell’Eneide. Dardano, il capostipite dei Troiani, è un etrusco figlio di Corito re della omonima città etrusca (Corito Tarquinia), emigrato in Asia. Gli dèi, dopo la rovina di Troia, imporranno ad Enea di ricondurre a Corito Tarquinia i superstiti Troiani. Enea sbarca alla foce del Tevere; e poiché è attaccato dagli indigeni Latini, si reca in Etruria, a Corito Tarquinia, per chiedere aiuto a Tarconte. Questi, che era anche il re di tutti gli Etruschi, aveva lì riunito i capi di ogni città federata con i loro eserciti e le loro flotte. Tarconte cede ad Enea il comando della Federazione, e da Corito Tarquinia discende via mare con lui alla conquista della terre latine. Alla fine del poema, Giove profetizza ai Troiani, e con ciò agli Etruschi, che dovranno un giorno finire per integrarsi compiutamente nei loro discendenti romani387. Intanto, l'imperatore Augusto ricostituiva il municipio nella etrusca città di Veio, e lasciava che il senato della città si riunisse nel tempio di Venere progenitrice di Enea388. 22). VIRGILIO E TITO LIVIO Le prime esplicite menzioni di un diretto sbarco di Enea sulla spiaggia latina appaiono soltanto negli ultimi decenni del I sec. a.C. con Virgilio, Tito Livio e Dionigi di Alicarnasso. Virgilo compose la sua Eneide più o meno negli stessi anni in cui Tito Livio scrisse la sua Storia di Roma. Ora non è facile stabilire chi dei due sia stato il primo a far sbarcare Enea direttamente sulle spiagge latine. Tito Livio, comunque, scrisse che Enea “dalla Sicilia sbarcò con la flotta nel territorio di Laurento”389. Egli, tuttavia, non citò la fonte di una notizia così innovativa. Virgilio, a sua volta, dapprima disse che Enea doveva ricondurre i Troiani a CòritoTarquinia, in Etruria, come voleva la tradizione etrusca, ma poi spostò l'approdo di Enea 386

Augusto, in Servio Danielino, Alle Bucoliche, IX, 46. M. Sordi, op. cit. , pag. 27 388 M. Sordi, op. cit. , pag. 20; 27. 389 Tito Livio, op. cit. , I, 1: “ab Sicilia classe ad Laurentem agrum tenuisse”. 387

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dalla foce del fiume etrusco Linceo (il Mignone presso Tarquinia) alla sponda sinistra della foce del Tevere giocando sul fatto che anche questo fiume nasceva in Etruria390. Si tratta di un espediente utilizzato per piegare una tradizione etrusca alla gloria di Roma. Che il ritorno di Enea sia raffazzonato lo dimostra il fatto che Virgilio mette subito in atto un evento riparatore. Siccome le popolazioni locali vorrebbero scacciare i Troiani, il poeta spedisce Enea in Etruria, a Còrito (Tarquinia), per chiedere aiuti a Tarconte. Quest’ultimo si trova accampato con l'esercito fra Còrito-Tarquinia e la foce del fiume Mignone, nella quale il poeta riconosceva evidentemente quella del mitico fiume Linceo dove, secondo la leggenda etrusca (già riferita da Licofrone), Enea era approdato al suo arrivo in Etruria (vd. p. 257 e f. 106). 23). DIONIGI DI ALICARNASSO Dopo la morte di Virgilio, il retore greco Dionigi di Alicarnasso scrive le Antichità romane nelle quali nega ogni apporto etrusco alle origini di Roma, e narra che i Troiani sbarcarono sulla spiaggia di Laurento dopo aver toccato l'isola di Procida ed il promontorio di Gaeta391. Egli tuttavia, che, quando può, cita sempre di volta in volta una fonte autorevole a sostegno delle sue tesi, stavolta, come d'altronde Tito Livio, non presenta alcuna fonte392. La stessa cosa avviene nei commentatori di Virgilio, quali Elio Donato, Servio, Tiberio Donato, e l'ignoto autore degli Scholia Veronensia. Lo pseudo Aurelio Vittore, nell'Origine del popolo Romano, cita i vari autori da lui di vol390

Virgilio, op. cit. , VII, 122. Lo stesso Tiberino, dio fluviale del luogo, dice ad Enea: “Oh stirpe di dèi, che riconduci a noi dai nemici la città troiana... Oh atteso dal suolo laurente e dai campi latini, qui è una sicura dimora per te, e sicuri Penati...Io sono il ceruleo Tevere...Qui la mia grande dimora, il capo esce tra eccelse città”(VIII, 36-65). Poiché il Tevere nasceva in Etruria, Virgilio aveva a volte definito il fiume come etrusco, ma in questa occasione non lo fa. Anzi, Tiberino non si presenta ad Enea come un dio etrusco, bensì latino. Dio fluviale del luogo, lo definisce il poeta (VIII, 31: deus ipse loci fluvio Tiberino amoeno). A sua volta, Tiberino dichiara ad Enea: “Qui è la mia grande sede, il capo esce da eccelse città (VIII, 65: Hic mihi magna domus celsis caput urbibus exit)”. L'espressione è stata interpretata in vari modi. Alcuni intendono che Tiberino alluda alla futura Roma, divenuta capitale di illustri città. Altri intendono che il dio voglia sostenere che la sua sede sia Roma o, comunque, il Lazio vetus, ma che il suo cammino iniziava fra le eccelse città dell'Etruria. C'è poi chi aggiunge che con ciò il poeta volesse ritenere che l'ordine dato ad Enea dagli dèi di ritornare a Corito, terra natale di Dardano capostipite dei Troiani, potesse cosiderarsi soddisfatto con l'approdo alla foce del Tevere. In ogni caso, la sponda latina della foce del fiume assume la funzione che, stando alla prima parte dell'Eneide, avrebbe dovuto assumere la etrusca città di Corito. 391 Dionigi di Alicarnasso, op. cit. , I, 53; 63. 392 Analizziamo ora quella che si ritiene sia la più antica testimonianza della fondazione di Roma da parte di Enea. Dionigi di Alicarnasso (fine I sec.a.C.) sosteneva che Ellanico di Lesbo (seconda metà V sec.a.C.) aveva detto che “Enea, arrivato dalla terra dei Molossi in Italia insieme ad Ulisse, fu il fondatore della città, e che la avrebbe chiamata Roma dal nome di una delle donne troiane. Questa aveva istigato le altre donne, ed assieme a loro aveva appiccato fuoco alle navi, perché era stanca delle peregrinazioni” (Dionigi Alic., op. cit. , I, 72). Innanzitutto, osserviamo che non è possibile che Ellanico, nel quinto secolo avanti Cristo, avesse usato la parola Italia per indicare il luogo dello sbarco di Enea, sia che lo avesse voluto ambientare in Etruria che nel Lazio vetus. Al tempo di Ellanico, la parola Italia designava solo la punta estrema della penisola. Invece, al tempo in cui Dionigi parafrasava e riassumeva il testo originale di Ellanico, l'Italia andava dalle Alpi al Mare Ionio, e comprendeva sia il Lazio vetus che l'Etruria. Ora, secondo la versione parallela che Plutarco diceva di aver preso da Aristotele, i profughi troiani dapprima furono sbattuti dai venti sulle coste dell'Etruria, poi si recarono alla foce del Tevere. Qui, una donna di nome Roma, stanca di peregrinare, incendiò le navi dei compagni costringendoli in tal modo a restare sul luogo dove edificheranno una città che, dal nome della donna incendiaria, chiameranno Roma. Roma si chiamava anche la figlia di Telefo, sposa di Enea, che diede il nome alla città. A sua volta questa sposa di Enea figlia di Telefo, e perciò sorella di Tarconte e Tirreno, rimanda ad una donna di nome Tirrenia (= Etruria) che, secondo la tradizione riferita da Verrio Flacco, fu la moglie di Enea e gli diede un figlio di nome Romolo. Per quanto riguarda, poi, l'incontro di Enea con Ulisse, la versione parallela di Licofrone lo faceva avvenire in Etruria. Possiamo allora ritenere che “Italia” sia stata una voce generica usata da Dionigi, in luogo di Tirrenia, durante il lavoro di parafrasi e riassunto, per adattare il racconto di Ellanico alle motivazioni della propria opera che, in posizione antivirgiliana, mirava a dimostrare che Roma era una città greca, e con ciò a disconoscere l'apporto degli Etruschi alla formazione dell'ethnos primitivo della città.

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ta in volta utilizzati per narrare le avventure di Enea, ma quando giunge a dire che l'eroe, dopo aver toccato Capo Miseno e Gaeta “arrivò nella regione d'Italia dove regnava Latino”393, nemmeno lui cita la fonte. 24). ORAZIO E L’AUTENTICA TRADIZIONE ETRUSCO-ROMANA Nonostante Tito Livio, Dionigi di Alicarnasso e lo stesso Virgilio, l’originaria tradizione etrusco romana della venuta dei Troiani in Etruria e della loro discesa nel Lazio era ancora presente nella stessa Roma alla fine del primo secolo a.C. Il poeta latino Orazio, nel Carme Secolare, da lui composto su commissione di Augusto per esser cantato durante le cerimonie dei Ludi Secolari, poté sostenere che Roma era sorta proprio perché il volere degli dèi aveva spinto i Troiani ad emigrare in Etruria. Orazio canta rivolto agli dèi: Roma si vestrus est opus, Iliaeque litus etruscum tenuere turmae iussa pars mutare Lares et urbem, sospite cursu [...]394. La leggenda, quindi, etrusco-romana della discesa di Enea dall’Etruria alle terre latine era ancora viva, a Roma, alla fine del primo secolo a.C.; anzi era condivisa dall'imperatore, ed era ufficialmente ricordata durante le pubbliche feste. Orazio la ripropone nella sua originaria essenzialità, depurata perfino dai compromessi operati da Virgilio. 27). I "CIPPI DELLA TUNISIA" (vedi nota)395. Nel primo sec. a.C., alcuni Etruschi, emigrati nelle vicinanze di Cartagine, dove pare che fosse già esistita una colonia tarquiniese396, scrissero il proprio nome “Dardani” sui cippi di confine del nuovo insediamento. Ciò al fine di rivendicare, dinanzi al mondo greco romano, d’esser loro i veri Troiani. La dedica era scritta in una grafia contenente il sigma (S) a quattro tratti (Σ)397 in uso nell’Etruria meridionale donde è verosimile che gli emigranti fossero partiti398. L’alfabeto etrusco, tuttavia, non conteneva il suono della dentale sonora (D). Così questi Etruschi, in sostituzione della “D”, avrebbero dovuto usare il loro “TH” o la loro “T”, e scrivere Tharthani oppure Tartani. Invece vollero mantenere il suono della “D” di Dardani, e per farlo scrissero il suono “D” di quel nome utilizzando una “T” con un semicerchio sopra. In altre parole, inventarono un nuovo segno alfabetico. Ciò dovrebbe implicare che, presso gli Etruschi, il nome “Dardano” non esisteva399, e che la determinazione di essere imparentati con i Troiani doveva rifarsi ad un diverso nome di capostipite. Ora, nella Tradizione virgiliana, Dardano, il capostipite dei Troiani, era figlio dell’etrusco Còrito, ed aveva fondato in Etruria la omonima città di Còrito. Però esisteva pure una 393

Origine del popolo Romano, X, 1: “Inde ad eam Italiae oram [...] Latino regnante pervectum”. Orazio, Carme Secolare, vv. 37-40. 395 Da A. Palmucci, La figura di Tarconte: un ponte mitostorico fra Tarquinia e Troia, in Anatolisch und Indogermanisch (Anatolico ed indoeuropeo), Acten des Kolloquiums der Indogermanischen Gesellschaft, Pavia 22-25 Settembre 1998 (Università degli studi di Pavia, dipartimento Scienze dell’Antichità), Innsbruck, 2001, pp. 341-353. 396 A. Colozier, Les Etrusques et Carthage,“Melanges d'arch. et d'hist.” , 65, 1953, pp.63-98. 397 M.Cristofani, Rivista di Epigrafia Etrusca, “StEtr”, 38, 1970 p. 332. 398 O.Carruba, Nuova lettura dei cippi della Tunisia, “Athenaeum”, 54, 1976. Contra, Heurgon (vd.n. 121). 399 J.Heurgon, Les Dardanies en Afrique, “Revue des études latines”, 1969, pp. 284-295; Inscriptiones étrusque de Tunisie, “CRAI”, 1969, pp. 526-551. 394

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inversa tradizione secondo cui il fondatore della etrusca città di Còrito (oggi Tarquinia) era stato il troiano Còrito o Corinto (cfr. itt. Kurunta), figlio di Paride Alessandro (cfr. itt. Alaksandu) (vd. p. 122)400. E’ però sorprendente che, nella tradizione greca, Còrito era anche il nome di un altro figlio che lo stesso Paride aveva avuto da Elena; e questo Còrito si chiamava pure Dardano401. In questo ciclo di leggende, come si vede, i nomi di Còrito e di Dardano avevano una funzione intercambiabile. Dunque, nella tradizione etrusca, il nome del capostipite dei Troiani potrebbe essere stato Còrito, mentre in una versione greco-latina filoetrusca il nome poteva essere stato Dardano. Quando nel 90 a.C. gli Etruschi persero l'ultima residua indipendenza ad opera dei Romani discendenti presunti dei Troiani, essi vollero rivendicare d’esser loro i veri Troiani; e, nel far questo, gli Etruschi della Tunisia vollero anche utilizzare lo stesso nome “Dardano” che Virgilio aveva conferito al capostipite etrusco dei Romani. Come abbiamo sostenuto nel congresso internazionale Anatolico ed Indogermanico, i cippi della Tunisia dovrebbero esser posteriori alle prime letture che Virgilio fece del poema che andava componendo. 26). IL CENOTAFIO DEL CAPOSTIPITE Fra i Greci, si diceva pure che il capostipite dei Troiani non fosse stato Dardano, bensì Teucro venuto dall’isola di Creta. Gli Ateniesi, però, sostenevano che Teucro non era emigrato da Creta, bensì dal demo attico di Troes402. Dall’Attica egli sarebbe andato a sbarcare ad Amaxitos nella Troade403. Strabone riferiva che alcuni scrittori, a sostegno dell’origine attica di Teucro, argomentavano che il nome di Erictonio figurava fra quello degli originari fondatori sia della dinastia ateniese che di quella troiana404. Infatti, il tragediografo Eschilo (VI-V sec. a.C.) aveva sostenuto che Erictonio (e non Dardano) era il figlio di Giove e di Elettra. Da lui sarebbero discesi Troo, Assaraco, Capi, Anchise ed Enea405. Elio Donato e Servio, poi, nel commento all’Eneide di Virgilio, riferivano, a loro volta, che i Troiani, oltre che da Dardano e Teucro, traevano la loro origine dagli Ateniesi406. 400

Questa versione trova un parallelo nella fondazione di Tarquinia (Corito) da parte di Tarconte figlio di Telefo a sua volta figlio adottivo del re arcade Corito. In proposito, è opportuno rilevare che Tarconte, nelle versioni in cui figura figlio di Telefo, è connesso alla fondazione della sola Tarquinia (vedi par. 25; vedi pure cap. 17, 3 e n. 85). 401 Ditti Cretese, Diario della guerra di Troia,IV, 7. 402 Strabone, Geografia, XIII, 1,78. Diversamente, Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, I, 61, chiama il demo attico col nome di Xipete. 403 Callino ed Eraclide Pontico, in Strabone, Geografia, XIII, 1, 47-48. 404 Strabone, op. cit., XIII, 1, 48 405 Probo, Alle Georgiche, III, 36: «Assaraci autem vult accipi Caesarem, qui deducat progeniem ab Anea, qui ex Anchise pater est. Capys Assaraci, flius, Assaracus autem Trois, Tros ipse Erichtonii filius, Erichtonius ex Electra et love nascitur, ut Aeschylos, tragicus scriptor, sentit» III, 113: «Erychtonius Elecatrae et Iovis flius fuit». 406 Servio Danielino, op. cit., III, 281: «”Patrias palestras”. Palestrae usus primum apud Athenienses repertus est. Troiani autem praeter Dardanum et Teucrum etiam ab Atheniensibus originem ducunt : unde et Minervam colunt. Hinc est in secundo (II, 188) « neu populum antiqua sub religione tueri ». «Antiqua », scilicet ab Atheniensus tradita. «Iliacis » ergo Atheniensibus, unde Ilienses didicerunt». Servio Danielino, op. cit., II, 188: «”Neu populum antiqua sub religione tueri”, id est loco Palladi secundum antiquam religionem

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I due esegeti virgiliani non vedevano contrasti fra questa origine ateniese dei Troiani e l’origine etrusca di Dardano cantata da Virgilio, tanto è vero che attribuivano allo stesso Virgilio l’intenzione di alludere, in due passi del poema, all’origine ateniese dei Troiani407. Il nome del demo attico di Troes e la tradizione legata ad esso potrebbero infatti esser connessi con la presenza ad Atene di quegli “Etruschi” dell’Italia centrale che i Greci chiamarono Tirreni e Pelargi 408. Questi sarebbero poi ripartiti verso le isole Egee (Lemno, Imbro, Lesbo, Samotracia, Tenedo) e le coste occidentali dell’Anatolia. Secondo la tradizione virgiliana, poi, gli Etruschi da Samotracia si portarono in Anatolia dove fondarono Troia. In lingua etrusca, peraltro, come abbiamo visto, non esisteva il nome di Dardano. Esisteva tuttavia quello di Teucro (etr. Tevcrun). Esso è documentato su uno specchio di Preneste del IV-III sec. a.C. Quel che abbiamo detto ha la sua importanza nella interpretazione d’una epigrafe rinvenuta a Tarquinia. Qui, in cima alla gradinata del tempio dell’Ara della Regina, esiste ancora un altare di VI sec. a.C., sopravvissuto alle posteriori ristrutturazioni dell’edificio. Ai piedi dell’altare è stato trovato un sepolcro vuoto o comunque un cenotafio risalente allo stesso VI secolo. Accanto ad esso è stata pure rinvenuta un’epigrafe mutila che forse voleva ricordare il titolare del sepolcro409. …CHO… …TRURIA… …ARQUINI… …O HAM… … V C I ... La prima riga contiene i resti del nome latino di [Tar]cho[n] (Tarconte) oppure di Cho[rithon] (Còrito). La seconda, la terza e la quarta contengono rispettivamente i resti dei nomi [E]truri[a], [T]arquini[a] ed Ham[axitos]410. Hamaxitos era il nome della città dove si diceva che avesse approdato Teucro quando dall’Attica arrivò sulle coste della Troade. I Greci poi e particolarmente gli Ateniesi, come già abbiamo visto, sostenevano che Teucro era stato il capostite dei Troiani, in alternativa a Dardano411. Il frammento contenuto nella prima riga è stato comunemente ricostruito come Tarchon (Tarconte), il leggendario fondatore di Tarquinia, venuto dalla Misia. Io stesso l’ho ipotizzato in precedenti lavori, ed ho cercato di connettere la figura di Tarconte con la troiana città di Hamaxitos. Ma a quel tempo non mi ero accorto che il frammento della prima riga può essere ricostruito anche come Chorithon (Còrito). Questo è un nome troiano e come tale è più connettibile con quello della troiana città di Hamaxitos. Chorithon, nel Diario della guerra di Troia (IV, 7) di Ditti Cretese, è la forma grafica latina del nome di Còrito, uno dei figli di Priamo re di Troia. Ma, Còrito, secondo Servio, era anche il nome d’un figlio di Paride e di Enone, e sarebbe stato lui, e non Enea, a condurre i profughi Troiani in Etruria dove avrebbe fondato, o rifondato, la città di Còrito (oggi Tarquinia) (vd. pure pp. 121-123). Servio riporta anche un’altra versione, secondo cui Dardano, figlio di Còrito, aveva fondato in Etruria la città di Còrito (oggi Tarquinia)412. Ma è sorprendente che, secondo altutelam colendi populo praestare, constat enim apud Troianos principe loco Minervam cultam» ; III, 281: «Nam et Vestam ideo Troiani colunt, quia eadem terra est, terrigenos autem Athenienses nemo dubidat». 407 Virgilio, op. cit., II 188: «Neu populum antiqua sub religione tueri» ; III, 281 : «Patrias palestras». 408 Strabone, Geografia, V, 2,7; Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, I, 22. 409 M. Bonghi Jovino, in L’Ara della Regina di Tarquinia, Università degli Studi di Milano, p. 21. 410 Pochissimi vocaboli latini iniziano per Ham ... . Si può pensare al luco di Hamae in Campania, o meglio ad Hamaxitos nella Troade (vd. A. Palmucci, “Archelogia”, 12, 2002; Gli Etruschi di Corneto, Tarquinia, 2005, p. 110. 411 Callino ed Eraclide Pontico, in Strabone, Geografia, XIII, 1, 47-48. 412 Servio, ad Verg. Aen, III, 170.

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tri, Còrito era figlio di Paride e di Elena413, e si chiamava pure Dardano414. Sembrano giochi di parole, ma verosimilmente siamo dinanzi ai frammenti scomposti della ragnatela mitica che gli antichi intesserono attorno alla parentela degli Etruschi di Còrito (oggi Tarquinia) con i Troiani. Abbiamo già visto come si dicesse che ad Hamaxitos, nella Troade, avesse approdato Teucro, ritenuto capostipite dei Troiani, in alternativa a Dardano. Il nome di Hamaxitos, per i suoi agganci con le origini di Troia, poteva dunque suggerire agli Etruschi di Tarquinia varie connessioni mitostoriche che, al momento, noi possiamo solo congetturare. A titolo di ipotesi, si può immaginare che il testo, nel suo complesso, potesse ricordare sia/o lo sbarco ad Hamaxitos, nella Troade, della mitica migrazione degli Etruschi di Còrito (oggi Tarquinia), sia/o il loro ritorno da Hamaxitos a Còrito (oggi Tarquinia) condotti da Còrito figlio di Paride o da Tarconte o dallo stesso Enea. Il residuo “...VCIT...” che rimane dell’ultima riga della lapide potrebbe essere restituito in DVCIT o CONDUCIT (conduce). Il nome di Tarquinia (etr. Tarchu-na), peraltro, ripete quello di Troia (itt. Tarui-sa / *Tarhui-sa) se non altro per la comune derivazione da quello del “Dio della Tempesta” anatolico, variamene chiamato Taru, Tarui, Tarhui, Tarhu-n e Tarhu-nta, e protettore sia di Troia415 che di Tarquinia416. Se poi il testo del Liber Linteus di Zagabria, come noi riteniamo, è un calendario liturgico dettato dal divino Tagete (etr. Tarchies) a Tarconte (etr. Tarchunus), il sepolcro o il cenotafio di Enea (cerethi Enas) ivi menzionato potrebbe riferirsi a quello dell’Ara della Regina che, peraltro, è il tempio più grande d’Etruria417. Il sepolcro o il cenotafio (con l’epigrafe rinvenuta ai suoi piedi) che è in cima alla scalinata del tempio dell’Ara della Regina, potrebbe esser dunque quello di uno dei mitici fondatori venuti dall’oriente: Tarconte, ma anche Còrito.figlio di Paride, o addirittura Enea.

27). SCHEMA DELL’ORIGINE DEGLI ETRUSCHI NELLE FONTI ETRUSCHE Di quanto fin qui abbiamo riferito riassumiamo ora in un uno schema i documenti prodotti dagli stessi Etruschi.

Le scene raffigurate nel vaso di Vulci e nello specchio di Tarquinia (vd. p. 145 e f. 66) dove si vede Venere che salva Enea perché possa condurre in Etruria i profughi Troiani;

IL Ludus Troiae sul vaso di Tragliatella (vd. p. 129 e f. 57);

La più antica raffigurazione di una famiglia che emigra da Troia mentre i Greci occupano la città (vd. p. 128 e f. 56);

la presenza di Tarconte fra i Troiani nella scena incisa in uno specchio etrusco di quarto secolo a.C. (vd. p. 110 e f. 49);

413

Nicandro, in Partenio, Narrazioni Erotiche, IV, 34; Eustazio, Omero, p. 1479; Tzetze, Omerica, vv. 440-442. Dionisio Scitabrachione, Ad Omero, 3, 40; Eustazio, Omero, p. 380. 415 Nel trattato di vassallaggio che Alaksandu, re di Wilusa-Taruisa (Troia), fece con l’imperatore ittica, è scritto che la città era sotto la protezione del “dio della Tempesta”. 416 Vedi il nome del mitico fondatore della città, Tarchon, venuto dalla Misia in Etruria insieme ad Enea. 417 A. Palmucci, Il Fanum Voltumnae Era a Tarquinia, cit. p. 210. 414

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le figure degli dèi Penati di Troia, graffite su un altro specchio (vd. p. 142);

l'immagine di Enea che fugge da Troia, raffigurata nel vaso di Vulci (vd. p. 141 e f. 63).

Le statuette di Veio con la rappresentazione di Enea che emigra da Troia portando il padre Anchise sulla spalla sinistra (vd. p. 141 e f. 64);

la scena, riprodotta su un anello, in cui Enea porta in Etruria il cesto contenente le statuette dei Penati di Troia (vd. p. 141 e f. 62A);

la scena, riprodotta su un secondo anello dello stesso autore del precedente, nella quale Enea porta sulla sua spalla in Etruria la propria madre Turan (Venere) o la sua effige (vd. p. 141 e f. 62B);

il nome dei Dardani, inciso sui cippi di confine di una colonia condotta dagli Etruschi in Tunisia (vd. p. 159);

forse anche il cosiddetto “Cenotafio di Tarconte” o “di Còrito” o “di Enea” esistente in cima alla scalinata del tempio dell’Ara della Regina a Tarquinia (vd. p. 160).

28). GRAVISCA Virgilio, nel decimo libro dell’Eneide, presenta la rassegna delle città che avevano inviato uomini a far parte dell’esercito federale etrusco che al comando di Enea e di Tarconte scendeva via mare da Còrito (oggi Tarquinia) per andare a sbarcare alla foce del Tevere dove poi avrebbe sconfitto i Latini. Fra gli altri luoghi egli elenca Gravisca (uno dei porti della stessa Tarquinia). Ora, in un frammento degli Scholia Bernensia (X, 184) al passo in questione si trova un riferimento a Graviscae (Gravisca) qualificata “inclitae (famosa)”; poi, dopo una breve lacuna si nomina una “regio Asiae (regione dell’Asia) opipara quae ab hominibus (lussuosa che dagli uomini)”418. Verosimilmente, questa nota all’Eneide intendeva dire che il porto di Gravisca era famoso per aver ricevuto un apporto di gente venuto da una ricca regione dell’Asia (il cui nome purtroppo è perduto) dalla quale gli uomini che da essa erano venuti avevano importato oggetti lussuosi. Per il contesto dell’Eneide in cui Gravisca è nominata, lo scolio voleva forse indicare la spiaggia dove si diceva che avesse approdato Tarconte o il troiano Enea o il lidio Tirreno, tutti venuti dall’Asia. D’altronde, durante il VI sec., il porto di Tarquinia fu meta quasi esclusiva in Etruria di un grandissimo numero di mercanti provenienti dalle coste Anatoliche e dalle prospicienti isole Ioniche. In quel periodo fu forse importato dall’Asia il toro maremmano, i cui resti ossei sono attestati a Gravisca419.

418

Appendix Serviana, Scolia Bernensia (Hermannus Hagen), Hilesheim, 1961, p. 444. In calce al verso di Eneide 10, 184 Virgilio dice “et Pyrgi veteres intempestaeque Graviscae”; e lo scoliaste commenta “ .... Inclytae me... regio Asiae opipara (quae) ab hominibus ...”. 419 F. Colivicchi, Gravisca. I materiali minori, con contributo di C. Sorrentino, I reperti osteologici, Bari, 2004, p. 174.

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Nella necropoli di Tarquinia, poi, gli affreschi della tomba dei Tori (VI sec. a.C.), presentano la fontana di Troia con l’agguato di Achille a Troilo. Gli affreschi della stessa tomba presentano più volte anche figurazioni del toro di tipo maremmano con le corna lunghe. Uno dei tori ha un barbuto volto umano e si scaglia contro una coppia omosessuale (Troilo ed Achille?). Il suo aspetto ricorda quello dell’anatolico Dio della Tempesta (Taru, Tarhui, Tarhunt), raffigurato spesso con aspetto di toro (ff. 3; 4; 5). Il dio era anche il protettore di Ilio Troia; e dal suo nome derivano quelli di Taruisa / *Tarhuisa (Troia), Tarconte e Tarquinia. Particolare interesse riveste un frammento di vaso trovato negli scavi del tempio di Turun (Venere) a Gravisca. Esso reca in Etrusco la dedica a alla dea Turun (Venere) e la firma in greco del dedicante Deliakos. E’ un raro caso, se non l’unico che conosciamo, in cui un greco venera una divinità barbara. Si tenga però presene che Turun (Venere) era il nome etrusco della madre di Enea, e che il dedicante poteva essere un Tirreno o Pelasgio parzialmente ellenizzato delle coste dell’Anatolia o delle isole prospicienti. Costui, venuto a Tarquinia, poteva far doni alla dea etrusca Turun (Venere) perché la riconosceva come una divinità comune a Tarquinia ed alla propria terra. Peraltro, la forma Turun del nome etrusco della dea Venere è presente più volte e solo a Gravisca (il porto di Tarquinia) mentre nel resto d’Etruria (Tarquinia compresa) la forma era Turan. E’ dunque probabile che Turun sia stata la forma originaria del nome di Venere fra i Pelasgi o Tirreni che a quel tempo vivevano ancora nel Mediterraneo orientale e sulle coste dell’Anatolia. Quei Pelasgi o Tirreni, come riferiva Erodoto, parlavano una incomprensibile lingua barbara; e noi oggi sappiamo che quella lingua era simile all’Etrusco. E’ anche possibile che il culto di Turun / Turan sia sta introdotto in Etruria proprio dal Vicino Oriente come 163


sembrerebbe da una raffigurazione etrusca dove si vede il troiano Enea che trasporta sulla propria spalla l’effige di sua madre Turan (vd, f. 62B a p. 142). 29). DOCUMENTI ARCHEOLOGICI E CONSIDERAZIONI STORICHE Già il Bosch Gimpera nel lontano 1929, notò che nelle necropoli protoetrusche di Tarquinia e dei vicini monti di Allumiere e Tolfa, assieme agli elementi egeo-balcanici, si erano trovati elementi anatolici e particolarmente troiani (ff. 68 e 69) che rimandavano alla mitica parentela fra Etruschi e Troiani cantata da Virgilio nell’Eneide420. Vediamo. In epoca post micenea in Sardegna si vengono improvvisamente a trovare Schanabelkannen ed altri vasi piriformi a decorazione incisa che richiamano per un verso la vecchia ceramica della Troade e dell’Asia Minore occidentale e dall’altro quella delle necropoli protoetrusche delle coste occidentali dell’Italia centrale. E’ certo che l’influsso che portò in Sardegna questi elementi di civiltà non partì dal mondo miceneo dove la ceramica troiana non era più in uso. Anche in Sicilia, nel periodo post miceneo, si trovano vasi che si possono ravvicinare alla vecchie forme troiane. Ciò induce a pensare che la Sardegna e la Sicilia abbiano avuto relazioni con popoli che nella loro ceramica potevano aver conservato le caratteristiche arcaicizzanti d’una cultura simile a quella dell’antica Troia e dell’Asia minore occidentale421. Oggi, si tende a riconoscere l’esistenza di modelli ceramici comuni a Troia ed all’Italia; e si contempla la possibilità di scambi fra le due aree.

Felice Gino Lo Porto, a proposito dei reperti della Puglia, rilevò che è oltremodo significativo il fatto che ... gli apporti più concreti vengano da Troia VIIb, cioè dalla città che gli scavi americani hanno dimostrato sovrapporsi a quella omerica, identificata con Troia VIIa, distrutta, secondo la tradizione, negli anni intorno al 1200 a.C. In questa chiara coincidenza del responso archeologico con il racconto delle fonti trovano impressionante conferma storica i mitici nóstoi e la colonizzazione leggendaria dell’Italia da parte degli eroi omerici, reduci dalla guerra di Troia422. Marco Bettelli oggi scrive: E’ difficile non riscontrare delle affinità tra alcune anse cornute da Troia VII e dal sito di Antissa, sull’isola di Mitilene (Lesbo), ed analoghi materiali dall’Italia, dove la foggia è assai comune e diffusa, sia in impasto che in ceramica grigia. Del resto la trasmissione dei modelli fra le due aree è attestata in questo periodo dalla presenza in Italia di forme troiane sia in versione pseudominia che d’impasto423. Non solo in Sardegna, in Sicilia ed in Puglia, ma pure nelle necropoli protoetrusche dell’Italia centrale tirrenica, si trovano ceramiche di tipo pseudotroiano. Il Bosch Gimpera ne rilevava la presenza a Vetulonia, Vulci, Visenzio, Cere e nell’Agro Falisco, e soprattutto a Tarquinia (Poggio Selciatello, Poggio dell’Impiccato, Poggio Gallinaro) e nel suo territorio (Allumiere, Vetralla). Via via che si sale verso l’Etruria interna e settentrionale i reperti diventano invece sempre più scarsi. Si tratta di vasi rossicci o grigi lavorati a mano: 420

P. Bosch Gimpera, Le relazioni mediterranee postmicenee ed il problema etrusco, “StEtr”, 3, 1929, p. 9 ss. Vd. pure C. De Palma, Le origini degli Etruschi, 2004, pp. 63-65. 421 P. Bosch Gimpera, loc. u. cit. 422 F. G. Lo Porto, Rapporti culturali fra la Puglia e il mondo egeo in età protostorica. 423 M.Betelli, Italia meridionale e mondo miceneo, Firenze, 2002, p. 130 e n. 67.

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Schanabelkannen, askoi e vasi a forma di animale. Vi si trovano incisi circoletti concentrici, triangoli od altri ornamenti molto semplici. La presenza di Schanabelkannen e di altre forme d’aspetto egeo-troiano molto arcaicizzante si ritrova anche nelle necropoli protoetrusche più tarde e nelle etrusche più antiche. Questo ci permette di ritenere che si tratti di un tipo di forma che s’era ormai profondamente radicato in Etruria. Ciò si osserva particolarmente a Tarquinia nel cui museo si trovano Schanabelkannen, askoi, ed anche un vaso sferoidale con coperchio inciso con decorazioni a spirale, che ricorda gli antichi vasi antropomorfici di Troia II424. Fig. 68 – Vasi di Troia e vasi di Alluniere e di Furbara

In Italia non esistono precedenti che possano spiegare la presenza di questo materiale come un’evoluzione indigena. E, poiché questo materiale si trova soprattutto lungo la costa, c’è da pensare che l’influenza sia giunta via mare da una civiltà dove le forme anatoliche e troiane erano rimaste a lungo anche dopo la fine dell’omerica città di Troia. Il centro di tale influenza, comunque, non era l’Egeo perché a quel tempo nell’Egeo questo tipo di forme troiane era scomparso da tempo e sostituito con tarde forme micenee. Solo in Asia Minore, e soprattutto nella Misia, si possono trovare forme simili a quelle della vecchia civiltà troiana. Del resto è là che sono veramente indigene425. A Cuma eolica (nella Misia ), nei reperti archeologici di VIII-VII sec. a.C è stato trovata sia ceramica ellenica che ceramica i cui tipi risalgono a quelli della antica Troia (vd. p. 114). Tutto questo potrebbe spiegare perché a Tarquinia la cultura protoetrusca presenti caratteristiche che sembrano nate dalla fusione di elementi balcanici con altri egeoorientali, anatolici e, particolarmente, troiani. 424

P. Bosch Gimpera, op. cit., p. 23.

425

P. Bosch Gimpera, op. cit., p. 24.

165


Fig. 69

L’arrivo in Etruria, e soprattutto nella regione di Tarquinia (Monte Rovello) ed a Tarquinia stessa, di questo materiale di tipo troiano potrebbe anche esser dovuto ad un effetto di reflusso dovuto al ritorno alla “Antica Madre”, come la chiamava Virgilio, di quegli emigranti che precedentemente avevano lasciato la regione di Còrito Tarquinia per recarsi nel Mediterraneo orientale e nella Troade. Del resto, per coloro che dalla Troade e comunque dalle coste e dalle prospicienti isole dell’Anatolia occidentale venivano in Italia, la rotta era già stata segnata sia dalla precedente venuta di naviganti micenei, sia dalle migrazioni di coloro che, ripercorrendo in senso inverso quella rotta, avevano abbandonato le coste tirreniche dell’Italia centrale per recarsi verso oriente. Peraltro, un contatto fra la Troade e l’Italia poteva essere avvenuto già dal XIV secolo a.C. come potrebbe testimoniare la contemporanea presenza a Troia e nel territorio di Tarquinia 166


stimoniare la contemporanea presenza a Troia e nel territorio di Tarquinia (Luni sul Mignone) di anse cilindro rette (vd. p. 94 e ff. 41 e 42). Certamente non è un caso che nei luoghi dove in Etruria, come a Tarquinia e nelle regioni limitrofe, si trovano reperti micenei ed orientali, là si trovano pure i reperti troiani o pseudotroiani. Fig. 70. Tarquinia > Monte Rovello

Possiamo ipotizzare che tra la fine del XII e la metà dell’ XI sec. a.C., dal nord e dal sud, genti diverse portatrici di varie culture arrivarono nel territorio della futura lucumonia tarquiniese. Come già abbiamo visto, per coloro che venivano dal Mediterraneo orientale, la rotta per la regione di Tarquinia era stata già aperta sia dagli stessi Micenei che fin dal XIV secolo avevano approdato alla foce del Mignone, attratti dall’allume dei monti di Allumiere, sia da coloro che dalla mitica Còrito (Tarquinia) avevano emigrato a Troia ripercorrendo a ritroso la rotta già indicata dai Micenei. Significativa è l’àncora litica di tipo orientale rinvenuta nelle acque della foce del Mignone (vd. p. 25). La valle del fiume Mignone divide Tarquinia dai suoi vicini monti. Su questi, a Monte Rovello (Allumiere), in una capanna rettangolare tardo appenninica di XI secolo, Odoardo Toti ha trovato un frammento di ceramica tardo micenea databile fra il 1120 e il 1050 a.C. All’interno di questa capanna ne ha trovata una più piccola, pure rettangolare tardo 167


appenninica. Essa conteneva sia materiale tardo appenninico che protoetrusco della seconda metà del secolo XI (vd. p. 25). Un’antica strada etrusco-romana, ancora riconoscibile e percorribile, portava da Monte Rovello fino a Tarquinia (f. 70) dove, nella necropoli di Poggio Selciatello, in una tomba di XI - X sec., è stato pure trovato uno specchio miceneo di XIV-XI secolo. Altro materiale miceneo di XII ed XI secolo a. C. è stato trovato a Luni sul Mignone, a S. Giovenale, a Contigliano, a Piediluco e a Vaccina. I più antichi materiali micenei (XIV sec. a.C.) di Luni sul Mignone sono anteriori alla guerra di Troia, ma questi secondi (XIIXI sec. a.C.) ne sono posteriori. Essi possono così testimoniare l’arrivo in Italia di gente proveniente da oriente a seguito della rovina delle città Achee, di Troia e dell’impero Ittita. Ciò in sorprendente conformità con le antiche tradizioni della venuta sulle coste tirreniche dell’Italia centrale di mitici personaggi come il miceneo Ulisse, il troiano Enea, il misio Tarconte ed il lidio Tirreno. Oltre al sopramenzionato frammento di XII-XI secolo, Odoardo Toti ha trovato all’Elceto di Allumiere un rozzo frammento protoerusco (ca. 1050-1000 a.C.) che, per essere grossolanamente dipinto, costituisce l’anello di collegamento fra la ceramica micenea importata sui colli di Allumiere, e la ceramica protoetrusca (vd. p. 25). I documenti che abbiamo presentato fanno pensare che i primi immigrati che giunsero a Monte Rovello e a Tarquinia seguirono la rotta dei Micenei, se non furono addirittura accompagnati o guidati da alcuni degli ultimi micenei del Mediterraneo orientale. Fig. 71 – Le coste occidentali dell’Anatolia e le loro isole prospicienti da Scilace fino a Micale, oltre che da Troiani, Misi e Lidi, erano abitatate da Pelasgi, Eoli e Ioni.

30). ODISSEO426. Emblematiche degli ultimi micenei che vennero in Italia, e particolarmente in Etruria, da soli o assieme ai Troiani, sono le leggende di fondazioni di città sulle coste tirreniche da parte di reduci Achei uniti a profughi troiani. Ne abbiamo trattato all’inizio di questo capitolo.

426

Vedi A. Palmucci, Odisseo in Etruria, “Aufudus” (Università degli Studi di Bari), 42, 2000.

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ESTRATTO DA A. PALMUCCI, ODISSEO IN ETRURIA, “AUFIDUS”, 42, 2000 (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI BARI) Il miceneo Odisseo, durante il viaggio di ritorno ad Itaca, sua patria, fu portato dalle tempeste nell'isola tirrena di Eea abitata dalla maga Circe427. Questa si era trasferita nella Tirrenia dal lontano Oriente428. L'eroe soggiornò a lungo presso di lei, e dai loro connubi nacquero Agrio, Latino e Telegono “che in mezzo ad isole sacre regnarono su tutti gli illustri Tirreni”429. Durante il soggiorno presso la maga, Odisseo si recò una volta a visitare l'Oltretomba dove incontrò l'anima dell'indovino Tiresia. Questa gli assicurò che sarebbe tornato ad Itaca, ma gli predisse pure che poi sarebbe ripartito verso nuove terre, e che un giorno “la morte gli sarebbe venuta dal mare a coglierlo vinto da una serena vecchiezza”430. Odisseo tornò in patria. A questo punto le leggende si diversificano. Secondo alcuni egli trovò che sua moglie Penelope lo aveva largamente tradito con tutti coloro che, nell'assenza del marito, l'avevano pretesa, e che da costoro aveva avuto un mostruoso figlio di nome Pan, che in greco significa "nato da tutti"431. Inorridito, Odisseo fuggì in Etruria ed andò a sbarcare alla foce del Linceo (il Mignone presso Tarquinia). Qui incontrò Enea, gli chiese perdono per l'inganno del cavallo, ed ottenne da lui di potersi stanziare su una striscia di terra sulla marina. A lui ed a Enea si uniranno pure Tarconte (fondatore di Tarquinia) e Tirreno432. Secondo una diversa versione, egli rimase in patria. Ma accadde che Telegono, il figlio che la maga Circe aveva avuto da lui, andò ad Itaca per conoscerlo, e che involontariamente lo uccise. Allora Telegono, insieme a Penelope e a Telemaco (figlio di Odisseo e Penelope), portò il cadavere del padre in Etruria presso la madre Circe. Questa, con l'aiuto della magia, fece risuscitare Odisseo, e sposò Telemaco. A sua volta Penelope sposò Telegono433. Ma tutti costoro, per incomprensioni famigliari si uccisero l'un l'altro, sì che Odisseo morì di dolore a Gortina (nel territorio di Tarquinia) e fu sepolto a Perge (Pirgo?)434. Una terza versione, narra, invece, che in Etruria c'era un luogo chiamato Alo Pirgo (che in greco vuol dire Torre di Mare) perché abitato da una maga di nome Alo (cioè Mare). Costei, in precedenza era stata un'ancella di Circe. Odisseo andò a farle visita, ma Alo (Mare) lo trasformò in cavallo e lo trattenne con sé fino alla morte. Si sarebbe così avverata la profezia di Tiresia, secondo cui ad Odisseo la morte sarebbe venuta dal Mare435. Alo Pirgo (= Torre di Mare) è da identificarsi forse con Aque Pirgo ( = Acque della Torre), detta anche Aquae Tauri, che era una località tarquiniese (oggi presso Civitavecchia)436. Alla morte dell'eroe, comunque fosse avvenuta, gli Etruschi avrebbero scritto sulla sua tomba le seguenti parole: “Questa tomba copre l'uomo assennato, morto in questa terra, il più celebre dei mortali”. Secondo un'altra versione, avrebbero invece scritto: “Questa è la tomba di quell'Odisseo a causa del quale i Greci ebbero molta fortuna nella guerra di Troia”437. E' singolare che secondo uno storico greco del terzo secolo prima di Cristo, Omero, autore del maggior poema che fu scritto su Odisseo, sarebbe nato o, comunque sarebbe vissuto in Etruria prima di recarsi ad Itaca dove, ammalatosi, avrebbe perso la vista438. Si noti come in Etruria la leggenda del miceneo Odisseo sia presente in quei territori compresi fra Tarquinia e Civitavecchia dove sono stati trovati reperti micenei (Tarquinia, Foce del Mignone, Luni sul Mignone e S. Giovenale “comune di Blera”, Norchia “comune si Vetralla”, Monte Rovello “comune di Allumiere”).

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Omero, Odissea, X. Esiodo, Frammento 390, Merchekback/West 429 Esiodo, Teogonia, v. 1011. 430 Omero, Odissea, XI, 134 431 Duride di Samo in Tzetze, Ad Lyc. Alex., v. 772; Servio Dan., Ad Verg. Aen., II, 44. 432 Lyc., Alex., 1240 ss., con scolii e paragrafi greca. Testo italiano in G. Bonamici, Fonti di storia etrusca. 433 Eugammone, in Proclo, Crestomanzia, a cura di D. Ferrante, 1957, p. 163. 434 Lyc., Alex. 805 ss. 435 Tolomeo Efesto, Novae Historiae, VII, in Photius, Bibliotheca, C 190. Vedi testo greco e traduzione francese in R. Enry, Photius Bibliotheca, Parigi, 1962, p. 62. 436 Alberto Palmucci, Odisseo in Etruria, mito e archeologia, “Aufidus”, 42, 2000. 437 Aristotele, Peplos, in Poetae Lyrici Graeci, Betgk, pp. 366-367. 438 Eraclide di Lembo, F. H. G. , p. 228. 428

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Alberto Palmucci

PARTE SECONDA D A O R I E N T E A D O C C I D E N TE

Capitolo Terzo IL RITORNO DEI MISI E DEI LIDI

1). LA TRADIZIONE LIDIA. Nel quinto secolo a.C. Erodoto riferì una leggenda lidia secondo cui al tempo in cui regnava Ati, figlio di Mane, vi fu in tutta la Lidia una grande carestia [...], per cui il re divise tutti i Lidi in due parti, e fece estrarre quella che doveva restare e quella che doveva andarsene dal paese. A capo di quelli che dovevano restare lasciò se stesso, e a capo di quelli che dovevano emigrare pose suo figlio che si chiamava Tirreno. Gli emigranti, dunque, scesero a Smirne, costruirono navi, e partirono, finché, oltrepassati molti popoli, giunsero nel paese un tempo abitato dagli Umbri. Lì si fermarono, e dal nome di Tirreno si chiamarono Tirreni439. C’è chi sostiene che la leggenda sia stata elaborata dai mercanti focesi che nel VI sec. a. C. frequentavano i mari occidentali. Ora, in Etruria, i Focesi e i Lidi frequentarono quasi esclusivamente Gravisca, che era il porto di Tarquinia. Vedremo in seguito quali elementi mitici i mercanti focesi potrebbero aver portato in patria da Gravisca. Anticlide (fine IV sec. a.C.) alla notizia di Erodoto aggiunse che una parte di quei Pelasgi che per primi colonizzarono Lemno ed Imbro presero parte alla spedizione in Italia, a fianco di Tirreno figlio di Ati440. Licofrone (IV - III sec. a.C.), a sua volta scrisse: I falchi (i Lidi), intanto, abbandonarono il Tmolo, il Cimpso, le auree correnti del Pattolo e le acque della palude presso cui negli orridi recessi d’una caverna dorme la moglie di Tifone; e in Ausonia, venendo a lottare con le armi, sui campi di battaglia, contro i Ligustini e contro quelli che discendono dalla stirpe dei giganti Sitoni, invasero i campi di Agilla. Occuparono Pisa, e con le armi sottomisero tutto il territorio che arriva vicino agli Umbri ed alle alte vette di Salpi (Salpìon. Oggi Bolsena “vd. pp. 110-111)441. Queste sono le più antiche formulazioni della tradizione erodotea. Pare però che la tradizione dell’origine troiana degli Etruschi sia molto più antica di quella erodotea, e risalga all’VIII-VII sec. a.C. quando Arctino (nella sua Iliuperside) e Lesche (nella sua Piccola Iliade) avrebbero fatto venire Enea in Etruria. Noi sappiamo poi con certezza che in parallelo gli Etruschi, già nel VII sec. a.C., dipinsero le più antiche scene che possediamo del Ludus Troiae (vd. pp. 129-131 e f. 57) e della fine di Troia (Iliuperside) con relativa fuga 439

Erodoto, op. cit. , 1, 94. Anticlide, in Strabone, Geografia, V, 2,4. 441 Licofrone, op. cit. , 1351, sg. Salpi dovrebbe corrispondere all’odierna Bolsena. 440

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di Enea dalla città (vd. p. 128 e f. 56). Sappiamo pure che nel VI-V sec. a.C. gli Etruschi produssero anche vasi ed anelli sia con la scena di Enea che porta via da Troia gli dèi Penati della città sia con la scena di Enea che trasferire in Etruria il culto di sua madre Turan (Venere) (vd. p. 141, ss. e f. 62A e B). Sappiamo infine che in uno specchio etrusco di IV sec. a.C. è graffita una scena dove Tarconte si trova insieme ad Alessandro ed a Priamo re di Troia (vd. p. 110 e f. 49). Sappiamo infine che a Tarquinia c’è un epigrafe marmorea che con buona probabilità ricorda la venuta di Tarconte (o di Còrito o di Enea) dalla troiana città di Hamaxiton a Tarquinia (vd. p. 160). Lo stesso Licofrone, infatti, pur ricordando la tradizione erodotea, ne presentò un’altra che la conciliava con quella etrusca. Egli, come abbiamo già visto (vd. p. 147), antepone a Tirreno il fratello maggiore Tarconte (cfr. luv. Tarhunta, Tarhun, Tarhui o Taru). Secondo Licofrone, essi erano entrambi figli di Telefo re della Misia. Da altre fonti poi si ricava che la loro madre era Iera oppure Astioche sorella del re di Troia (vd. p. 110). Essi, comunque, secondo Licofrone, portarono una colonia in Etruria. Qui era già arrivato Enea coi sui esuli Troiani; e vi si era fissato tanto stabilmente che aveva già potuto concedere pietosamente “un poco di mare e di terra” al sopraggiunto Odisseo che gli aveva chiesto perdono. Anche Tarconte e Tirreno dice Licofrone, si uniranno ad Enea. E tutti insieme, Tarconte e Tirreno, Enea ed Odisseo, abiteranno in Etruria. Noi abbiamo già considerato la notevole possibilità che questa tradizione della venuta di Enea dalla Troade in Etruria, e di Tarconte e Tirreno dalla Misia in Etruria risalga ad Ellanico (2a metà V sec. a.C.) ed a Lesche (1a metà VII sec. a.C.): ambedue erano di Lesbo, isola della Misia. Secondo Tzetze, poi, almeno per quanto riguarda Enea, la fonte di Licofrone era stata proprio Lesche (vd. p. 147). Da altri autori sappiamo che Enea sposerà una sorella di Tarconte chiamata Roma o Tirrenia (vd. p. 149). Tirreno, figlio di Telefo, fondò Agilla442; Tarconte (cfr. luv. Tarhu / Tarhunta) invece fondò Tarquinia443 (etr. Tarchu-na; lat. Tarqui-nia), la nuova città del dio Tarhui (cfr. luv. Taruisa / *Tarhui-sa “Troia” e Tarhuntassa). Questo dio era stato pure il patrono di Troia (vd. pp. 103-104). Secondo un’altra versione erano stati i Troiani, portati in Etruria da Còrito, figlio di Paride, a fondare o rifondare la città di Còrito (oggi Tarquinia) (vd. p. 121). Il nome di Tarconte (luv. Tarhunta, Tarhun, Tarhui o Taru), è anatolico, e nella migrazione dalla Misia in Etruria rappresenta l’elemento anatolico. Tirreno (eg. Turuscia o Turscia), invece, rappresenta l’elemento italico emigrato in Anatolia (Troia, Misia, Lidia) e tornato in Italia. La Misia è oggi una parte della Turchia. A nord confinava con la Troade e ne incorporava la parte compresa tra le foci del Caico e dell’Ermo; a sud confinava con la Lidia, e col tempo vi fu compresa. Più tardi nacque una commistione fra la tradizione misio-troiana e quella erodotea, così Dionigi di Alicarnasso poté scrivere che Alcuni hanno sostenuto che Tirreno era figlio di Ercole (come Telefo) e di Onfale Lidia (come il tirreno Meleo)444. Anche Strabone si mosse su questa linea quando scrisse: Ati, uno dei discendenti di Ercole e di Onfale, in seguito ad una carestia, avendo due figli, estrasse a sorte Lido e lo trattenne con sé; invece fece emigrare Tirreno con la maggior parte del popolo. Giunto in questi luoghi, Tirreno, dal suo nome, chiamò Tirrenia la regione e fondò dodici città assegnando loro come ecista Tar442

Servio, op. cit. , 8, 480. Tzetze, op. cit. , 1245. 444 Dionigi di Alicarnasso, op. cit. , I, 28,1. 443

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conte, dal quale prende il nome la città di Tarquinia, e che per la sua perspicacia, come si dice, nacque con i capelli bianchi445. Come si vede, sia Dionigi che Strabone seguivano una versione nella quale i nomi di Ercole e di Tarconte erano stati estrapolati dalla originaria tradizione misio-troiana ed inseriti in quella Erodotea446. Acutamente, Emanuele Ciacieri ipotizzò che Ati, nelle fonti di Strabone, proprio perché discendente di Ercole, fosse considerato figlio di Telefo re della Misia e padre di Tarconte e Tirreno447. In ogni caso, la Lidia, al tempo in cui Erodoto, Licofrone e Strabone si riferivano, non si chiamava ancora Lidia. Al suo posto, grossomodo, c’era stato il regno di Arzawa. C’è chi ritiene che questo regno comprendesse a sua volta quelli di Wilusa-Taruisa (Ilio-Troia) e quello di Shea-Masha (futura Misia). Comunque, quando poi dalle rovine del regno di Arzawa nascerà la Lidia, questa comprenderà certamente la Misia e la Troade. Già prima di Erodoto, i Misi erano considerati una sola gente coi Lidi tanto che Erodoto stesso riferì una tradizione asiatica secondo cui Lido, capostipite dei Lidi, era fratello di Miso capostipite dei Misi448.

Anche nella versione di Strabone, comunque, Tarconte (luv. Tarhunta) dovrebbe rappresentare l’elemento anatolico, e Tirreno (eg. Turuscia/Turscia) quello della gente italica già emigrata in Anatolia. Secondo un’altra versione, Tirreno morì in mare durante la navigazione, conferendo così il proprio nome al mar Tirreno; suo figlio Tusco (cfr. eg. Turuscia) assunse il comando del popolo e lo condusse in quella parte d’Italia che dal suo nome si chiamerà Tuscia449. Ai nomi Tusco e Tuscia si riconduce il nome della città di Tuscania nell’entroterra di Tarquinia, nonché il nome della odierna regione della Toscana. Secondo poi una tradizione riferita da Verrio Flacco, scrittore di cose etrusche, Tusco stesso era il figlio di Ercole, ed il conduttore della colonia450. Vale infine la pena di ricordare che il greco Plutarco scrisse che i Tirreni dalla Tessaglia si spostarono nella Lidia, e dalla Lidia vennero in Italia451. Questa notizia sembra il rapido compendio di tradizioni più antiche e dettagliate. Per la presenza dei Tirreni nel mondo greco, ad Atene e nella Tessaglia, ricordiamo che i Tessali veneravano la cicogna (Pelargos) ch’era l’uccello totem di quei Tirreni Pelargi o Pelasgi che dall’Italia erano emigrati nelle regioni orientali del Mediterraneo. Per la presenza dei Tirreni nella Lidia ricordiamo, sul piano mitostorico, il tirrenopelasgio Maleo o Maleoto o Malteo. Egli dal sito di Regisvilla, a nord di Gravisca (il porto di Tarquinia), emigra ad Atene, in Grecia, e nelle isole Egee fino a Colofone sulla coste della Lidia. Ricordiamo pure i Tirreni di Virgilio che da Corito-Tarquinia si recano a Somotracia, nelle isole Egee, ed in Anatolia dove fondano Troia (Taruisa). Teniamo infine presente che al tempo dell’impero ittita i regni di Taruisa (Troia), di Masa (Misia) e di Arzawa erano vassalli dell’Impero, e che tutti e tre i loro territori rientreranno poi in quello 445

Strabone, op. cit. , V, 2,2. Della commistione fra mito erodoteo e misio troiano si rese conto Eustazio (G.G.M , II, p. 277, v. 42). Egli disse che questo Tarconte, di cui parla Strabone, era quello stesso (fratello di Tirreno, e figlio di Telefo, a sua volta figlio di Ercole) di cui aveva parlato Licofrone. 447 E. Ciaceri, Alessandra, Napoli, 1982, p. 336. 448 Erodoto, op. cit., 1, 171; 7, 74. 449 Servio Danielino, All’Eneide, I, 67. 450 In Festo, De verborum significatione, s.v. Tuscos: “I Tusci (Etruschi) presero il nome dal re Tusco figlio di Ercole (Tuscos quidam dictos aiunt a Tusco rege Herculis filio)”. 451 Plutarco, Vita di Romolo, II, 1. 446

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della futura Lidia. Sul piano storico ricordiamo che i documenti egizi parlano dei Popoli del Mare, fra cui i Turuscia, che invadono e distruggono il regno di Arzawa (la futura Lidia). Per la venuta o ritorno dei Tirreni in Italia ricordiamo ancora la persona del tirreno Maleo. Egli dall’Etruria era arrivato fin nella Lidia. Poi la sua figura mitica si trasforma in quella di un tirreno della Lidia, chiamato Melas, figlio di Ercole e di Onfale Lidia, che conduce l’uscita dei Tirreni dalla Lidia (vd. ultra). Ricordiamo infine il tradizionale ritorno dei Tirreni da Troia in Etruria cantato da Virgilio. Quanto alla venuta (o ritorno) dei Tessali in Italia, ne parlavano molte tradizioni delle quali tratteremo in seguito (vd. cap. IV). In particolare, Trogo Pompeo diceva che i Tessali fossero venuti a fondare Tarquinia in Etruria, e Spina in Umbria (vd. p. 186). 2). LA TROMBA TIRRENA Una tradizione voleva che Tirreno, in occasione della partenza dalla Lidia, avesse inventato la tromba. Il mitografo latino Igino raccontava: Tirreno, figlio di Ercole, per primo inventò la tromba per la seguente ragione. I suoi compagni si nutrivano di carne umana. Per questa crudeltà gli abitanti della regione fuggirono nell’interno. Allora egli [ ... ] suonò la tromba traforata e chiamò all’adunata il paese. Fu giurato di seppellire i morti e di non mangiarli; e la tromba si chiamò il canto tirreno452. I figli di Tirreno, poi ne avrebbero introdotto l’uso nell’Argolide al tempo del ritorno degli Eraclidi nel Peloponneso. In particolare, si diceva che quando Ercole morì, i suoi figli e nipoti dovettero restar fuori dalla Grecia perché perseguitati da Euristeo, re di Micene; dopo vari tentativi, essi riuscirono a tornare nel Peloponneso guidati da Temeno, Aristodemo e Cresfonte. Dopo la vittoria, essi si spartirono il territorio; e a Temeno toccò l’Argolide. Gli storici greci assimilarono questi eventi leggendari alla calata dei Dori avvenuta quattro generazioni dopo la guerra di Troia. Oggi, la calata dei Dori dai Balcani è calcolata attorno al 1100 avanti Cristo. Ora, secondo una tradizione, a queste vicende avrebbe partecipato anche Egeleo figlio di Tirreno. Pausania Scrisse: Tirreno, figlio di Ercole e della donna di Lidia (Onfale), fu il primo a inventare la tromba. Suo figlio Egeleo poi ne insegnò l’uso ai Dori di Temeno, eresse il tempio ad Atena e la chiamò Tromba453. Da uno scolio all’Iliade (XVIII, 219) conosciamo, poi, un personaggio di nome Melas che, similmente a Tirreno, fu ritenuto figlio di Ercole e di Onfale (vd. p. 172). Non solo, ma anche lui, come Egeleo figlio di Tirreno, introdusse, durante la spedizione degli Eraclidi nel Peloponneso, l’uso della tromba tirrena da guerra: Melas, figlio di Ercole e di Onfale, durante il ritorno degli Eraclidi suonando la tromba spaventò i nemici [...]. La inventò Atena fra i Tirreni, e per ciò dagli Argivi è venerata con l’epiteto di Trombettiera454.

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Igino, Leggende, 274, 20. Trad. di G. Buonamici, Fonti di storia etrusca, Firenze-Roma, 1926. p. 15. Pausania, La Grecia, II, 21. 454 La forma Melas del nome di Maleo è attestato solo dallo scolio T al verso 219 del XVIII libro dell’Iliade; e può esser considerata o un errore del copista, come nel caso di Maleus/Meleus presente nei codici di Lattanzio, oppure una incertezza fonetica del timbro della prima sillaba del nome del leggendario navigato453

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Isidoro di Siviglia, nelle sue Etimologie, ricorda che Maleo divenne re degli Argivi e diede il proprio nome al capo Maleo455. Lattanzio, poi, una volta lo ricorda come un “re della Grecia” che dà il nome al capo Maleo456, un’altra volta come un “imperatore dei Tirreni” che inventa la tromba457, ed un’altra ancora come un “re degli Etruschi” che pure inventa la tromba, dà il nome al capo Maleo e ad Apollo Maleotico458. Nel nome di Maleo o Maleoto convergono dunque due tradizioni. •

Secondo la prima, come già sappiamo (vd. pp. 31-33), si diceva che un certo re Maleo o Maleoto dal sito etrusco di Regisvilla, a nord di Gravisca (il porto di Tarquinia) emigrò ad Atene. Qui, gli Ateniesi, in onore di sua figlia Alete (= errante) avrebbero istituito la Festa dell’Altalena. Egli poi avrebbe costruito l’antemurale (la cosiddetta “pietra di Maleo”) del porto di Festo nell’isola di Creta. Melita sarebbe stato anche il nome dell’isola di Samotracia quando fu occupata dai Tirreni Pelasgi459. Un capo Maleo ed un’omonima città di Malea esistevano pure nell’isola di Lesbo dinanzi alla Misia (l’antico regno di Shea, vassallo dell’impero ittita). Una Festa dell’Altalena in cui si cantava il lamento di Alete si teneva anche a Colofone nella Lidia, l’antico regno di Arzawa vassallo dell’impero ittita. Questa tradizione rientra nel quadro mitico delle migrazioni etruscopelasgiche verso il Mediterraneo orientale, e sembra parallela a quella di Dardano che da Corito (oggi Tarquinia) si porta nella terra della futura Troia.

La seconda tradizione diceva che un tirreno della Lidia di nome Melas, figlio di Ercole e di Onfale, portò dalla Lidia in Argolide i suoi Tirreni e vi introdusse l’uso della tromba che la dea Minerva aveva inventato per i Tirreni. Costui poi viene evidentemente in Italia dove lo ritroviamo come Maleo re degli Etruschi. Questa tradizione rientra nel quadro delle migrazioni dall’Asia Minore in Italia, e sembra parallela a quella di Tirreno, parimenti figlio di Ercole e di Onfale, che parimenti inventa la tromba e parimenti conduce i Tirreni dalla Lidia fino in Etruria. Il tutto si configura come un ritorno dei Tirreni in Italia; e sembra proprio che il tema dell’andata dei Tirreni da Corito-Tarquinia a Troia, e del loro ritorno da Troia fino a Corito-Tarquinia, cantato da Virgilio nell’Eneide, espliciti il comune denominatore di tutte le tradizioni.

Varie fonti greche ricordano pure un certo Archondas che, durante il ritorno degli Eraclidi, introdusse l’uso della tromba tirrena460. In lingua greca non esistono altri personaggi che portino questo nome. Dovrebbe trattarsi d’una confusione col nome di Tarconte (luv. Tarhunda e Tarhunta), il figlio di Telefo, re della Misia. A volte, anche in lingua latina, la forma Archon fu usata in luogo di Tarchon secondo una alternanza comune pure alle re, come nel caso della variante Melos nel testo di Zenobio. Vedi D. Briquel, Les Pelasges en Italie, Roma, 1986, pp. 267-268. 455 Isidoro di Siviglia, Etimologie, s.v. Maleo. 456 Lattanzio Placido, Scolii alla Tebaide di Stazio, VII, 16: “Questo promontorio prese il nome da Maleus re della Grecia (Hoc autem promontorium a Maleo, Graeciae, rege, nomen accepit)”. 457 Lattanzio Placido, op. cit., VI, 382: “Maleo/Meleo/Malteo, imperatore dei Tirreni, per primo inventò la tromba (Maleus/Meleus/Malteus Tyrsenorum imperator primum invenit tubam)” 458 Lattanzio Placido, op. cit., IV, 224: “Maleus/Maletus, re degli Etruschi, che per primo inventò la tromba; egli, mentre esercitava la pirateria, e il mare era infestato dalle tempeste, si insediò sul monte che dal proprio nome chiamò Maleo, e diede ad Apollo l’appellativo di Maleotico (Maleus/Maletus tuscorum rex qui tubam primis invenit; is cum piraticam exerceret et mare tempestatibus esset infestum, hunc montem insedit, qui et Apollinem Maleoticum de suo vocabolo et montem ipsum Maleum vocavit)”. 459 Strabone, X, 3, 19-20. 460 Scolio a Sofocle, Aiace, 17; Scolio a Euripide, Fenicie, 1377; Suida, s.v. Codon.

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forme Tarcontius ed Arcontius, Tarquinius ed Arquinius461. *** L’invenzione della tromba fu attribuita anche a Piseo, figlio di Tirreno462. Le fonti non danno altri particolari. Noi, però, possiamo supporre che la sua figura rientri nella saga di quei figli di Ercole o di Tirreno, che dalla Lidia (Melas, Egeleo) o dalla Misia (ArchondasTarconte) vanno a introdurre l’uso della tromba fra gli Argivi della Grecia. Il nome di Piseo, poi, ha il suo corrispettivo in quello della città di Pisa, in Etruria, per cui possiamo pensare di trovarci dinanzi al frammento d’una tradizione secondo la quale il nostro eroe, dopo aver introdotto in Argolide l’uso della tromba, viene in Italia e fonda la città di Pisa. *** Altre fonti ambientavano in epoca più antica l’invenzione della Tromba e la attribuivano alla dea Atena o agli stessi Tirreni. Sofocle conferiva alla dea un timbro di voce che risuonava nel cuore di Odisseo “come una tromba tirrena dall’orifizio di bronzo”463. Euripide attribuiva ai Tebani464 e ai Troiani l’uso della tromba tirrena. Nella tragedia Reso egli fa dire ad Ettore: Muovete dunque, ed impartite l'ordine agli alleati che in gran fretta s'armino, e il giogo al collo dei corsieri adattino, e, con le faci in pugno, il suono attendano della tromba tirrena. Oltre l'esercito ed oltre il muro degli Argivi irrompere confido oggi, e le navi ardere e struggere. Sarà foriero il sol che i raggi approssima del dí che Troia dai nemici liberi. 3). TARCONTE , TAGETE ED IL FANUM VOLTUMNAE Si diceva che “Tarconte il Vecchio”465 (altri lo chiamavano Tarquinio)466, mentre arava la terra attorno a Tarquinia467, vide emergere improvvisamente un bambino. Questi era figlio del Genio di Giove468, uno degli dèi Penati etruschi469, e della madre terra. Gli Etruschi lo chiamarono Tarchies; i Greci e i Romani lo chiamarono Tagete (Tages) perché a loro avviso il nome significava "voce emessa dalla terra (apò te ges)"470. Questa divinità si presentava sotto l'aspetto di un bimbo, ma aveva la saggezza d’un vecchio. 461

Vedi Archon in luogo di Tarchon negli Scholia Veronensia ad Verg. Aen. X, 198. Per la alternanza delle forme vedi L. Pareti, Le origini etrusche, Firenze, 1926, p. 15. 462 Plinio il Vecchio, Storia Naturale, VII, 56: “Dicono che la tromba di bronzo fu inventata da Piseo figlio di Tirreno (Invenisse dicunt ... aeneam tubam Pisaeum Tyrrheni)”. I manoscritti hanno Tyrreni (E, Parisinus Latinus 6795, sec. IX; O, Vaticanus Latinus, fine sec. IX; F, Leidensis Lipsii , fine sec. IX ; d, Parisinus Latinus 6787, sec. XIII), Tirreni (e, Parisinus Latinus 6796, sec. XIII), Tirine, corretto in Tirreni (R, Florentinus Riccardianus 488, sec. X/XI). Vd. D. Briquel, L’origine Lydienne des Etrusques, Parigi, p. 355. 463 Sofocle, Aiace, 17: “ODISSEO: O voce di Athena, fra le divinità a me carissima, come ben riconoscibile, sebbene tu sia fuori dal mio sguardo, odo la tua parola, e l'afferro nel mio cuore, come di tromba tirrena dall'orifizio di bronzo”. 464 Euripide, Fenicie, 1377. 465 Giovanni Lido, De Ostentis, 2-3. 466 Commento Bernese a Lucano, I, 636. 467 Cicerone, Divinazione, II, 50. 468 Festo, Il significato delle parole, s.v. Tages. 469 Anobio, Adversus nationes, 3, 40; 43. 470 Commento Bernense a Lucano, 1, 636.

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Abbiamo già visto che Strabone diceva che anche Tarconte era così saggio da esser nato coi capelli bianchi. Nei graffiti del famoso specchio di Tuscania, infatti, Tarchunus (Tarconte), è un uomo barbuto ed è indicato col prenome Avl che in Etrusco vuol dire “annoso, vecchio, canuto” (vd. f. 72 A). Poiché Tarconte, rimasto stupito da quella apparizione, mandò alte grida di meraviglia, ci fu un accorrere di gente in massa; e, in breve tempo, tutti e dodici i lucumoni delle altre città etrusche convennero sul luogo. Tagete, allora, dettò le norme dei riti religiosi, della divinazione e del diritto, e Tarconte le trascrisse in un’opera che noi oggi chiamiamo Libri Tagetici. Quella etrusca era dunque una religione rivelata. Ma c'è da considerare che il fanciullo rivelatore non veniva dal cielo come un angelo, né dal mare come un navigatore missionario, né era stato trovato in un cesto portato da un fiume come Mosé. Il bambino era nato dalle viscere della propria madre terra, cioè era autoctono. Però, colui che lo estrae dalla terra è Tarconte, la cui figura è connessa con Troiani, Misi e Lidi. Il mito del connubio fra Tagete e Tarconte sembra essere dunque significativo del potere di sviluppo che a Tarquinia la cultura orientale (Tarconte) ebbe su quella locale (Tagete). Un mito non è mai una bugia; anzi, nasce sempre da un profonda esperienza vissuta dal popolo che l'ha prodotto, ed è il simbolo della sua spiritualità. Nel caso specifico, notiamo due cose. a) Solo un popolo che, a torto o a ragione, riteneva d’aver vissuto sul proprio suolo da tempo immemorabile poteva produrre il mito del bimbo che nasce dalla propria terra e rivela le norme della religione. “Voce emessa dalla terra” dicevano gli antichi che significasse il nome di Tagete. Questo mitico bambino era nato dalle zolle di terra di Tarquinia; e c'è da supporre che qui e nella regione circostante avesse risieduto il nucleo originario del popolo etrusco, costituito dagli inumatori dell’età del bronzo. Su questo nucleo primitivo dovettero inserirsi varie genti venute da nord, ma soprattutto dalle isole egee e dall'Asia Minore come i Troiani di Virgilio, i Lemni di Anticlide (vd. p. 189), i Misi di Licofrone e i Lidi di Erodoto. Più tardi vennero i Greci, specialmente da Corinto. E non è senza importanza il fatto che il cosiddetto villaggio del Calvario, ch’è il più vasto insediamento umano etrusco che risalga all’età del Bronzo e del Ferro, si trovi sul colle di Cornetum di Tarquinia471. b) Il mito di Tagete è ambientato esplicitamente a Tarquinia; e le grida emesse da Tarconte al verificarsi della nascita miracolosa di Tagete sono così potenti che provocano un accorrere in massa di gente, tale che in breve tutta l'Etruria è sul luogo. Ciò ripete, in chiave simbolica, l'autorità di Tarconte e di Tarquinia sull'intera nazione, mentre il concorso dei prìncipi di tutte le altre città sul luogo donde era partito il richiamo riflette la capacità aggregante che Tarconte e Tarquinia avevano nei riguardi dei popoli che componevano la Lega Etrusca. Infatti, nella scena graffita nel sopra menzionato specchio (f. 96 a p. 233), dove Tagete insegna a Tarconte l’aruspicina, è presente Veltun (lat. Voltumna e Vertumnus), il dio delle riunioni federali che si svolgevano al Fanum Voltumnae472. Il nome di Veltun, nella forma più antica Vertun, è presente a Tarquinia anche su una dedica al dio, incisa su un vasetto votivo di fine VIII sec. a.C. (vd. f. 95 a p. 231). Pure la tradizione virgiliana presenta Còrito (Tarquinia) come il Centro Federale dove Tarconte raduna i capi delle singole città etrusche, ed invia sul Palatino di Roma le insegne del potere federale 473. Peraltro, anche Strabone disse che le insegne del potere federale furono trasportate da Tarquinia a Roma (vd. p. 226-230)474.

471

F. Delpino, Alle origini di Tarquinia, “Studi Etruschi”, 46, 1978, pp. 17-18. Tito Livio, op. cit. , 4, 23; 25; 61; 5, 17. Livio non dice dove fosse il Fanum. 473 Virgilio, op. cit. , VIII, 478-507; 585-608; IX, 10; X, 148-156. 474 Strabone, op. cit. , 5, 2, 3. 472

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Sul luogo della rivelazione di Tagete sorse una scuola di aruspicina che poi i Romani istituzionalizzeranno nel collegio dei Sessanta Aruspici475. Nel testo etrusco inciso sul famoso rotolo di Laris Pulena (fine IV sec. a.C.) si parla di una scuola (alumnath), di un insieme di giovani (huzrnatre) e di un collegio di alunni (alumnatura)476 (vd. pp. 245-249). C’è comunque da pensare che gli Etruschi, o almeno gli Etruschi di Tarquinia, sapessero di aver ricevuto un notevole apporto di gente venuta da oriente. Ci sono varie fonti etrusche dove si dice che gli Etruschi dovevano qualcosa ai Lidi. La prima sono gli stessi Libri Tagetici, la seconda è l’Eneide di Virgilio, la terza è un Decreto d’Etruria. 4. I LIDI NEI LIBRI TAGETICI Proprio nei Libri Tagetici, dettati a Tarconte dall’autoctono Tagete, troviamo cenni alla venuta in Etruria d’una colonia di Lidi. Vediamo. Nella prefazione al De magistratibus populi romani, l'erudito bizantino Giovanni Lido (VI sec. d.C.) scrisse: Tirreno, trasferitosi dalla Lidia in occidente, insegnò i Misteri dei Lidi a quelli che allora si chiamavano Etruschi ed erano un popolo di Sicani477. Giovanni Lido sosteneva d’aver letto un'edizione bilingue de I Libri Tagetici, contenente il testo etrusco e la versione latina. Egli, nel De Ostentis, ne riassunse in Greco alcune parti, e ne tradusse altre dalla vulgata latina. Noi le abbiamo recentemente “riportate” per la prima volta in Italiano478. Nella prefazione al De Ostentis, Giovanni Lido presenta Tarconte in questo modo: Tarconte, così chiamato di nome, era un aruspice, come dice egli stesso nel libro (cioè nei Libri Tagetici), uno di quelli istruiti dal lidio Tirreno [...]. Ciò è manifesto dalla scrittura dei Tuschi [...]. Tarconte, dunque, il più vecchio (o presbiteros), poiché vi fu anche il più giovane (o neoteros), quello che guerreggiò ai tempi di Enea, sollevato il bambino e postolo nei luoghi sacri, pensò d’imparare da lui qualcosa sulle cose segrete. Ottenuto poi ciò che aveva chiesto, compose un libro delle cose trattate, nel quale Tarconte interroga nella lingua comune degli Itali, e Tagete risponde attenendosi alle lettere antiche e poco comprensibili a noi479. Dunque, secondo Giovanni Lido, nei Libri Tagetici era scritto che Tirreno, proveniente dalla Lidia aveva insegnato l’aruspicina a Tarconte il Vecchio. Questo Tarconte il Vecchio, che Giovanni Lido distingue dal giovane, richiama il nome di quell’Avl (= annoso, vecchio, canuto) Tarchunus (Tarconte) che, nei graffiti dello specchio etrusco di Tuscania, riceve da Tarchies (Tagete) l’insegnamento dell’aruspicina; e ri475

Cicerone, Divinazione, 1, 92; Leggi, 2, 91; Tacito, Annali, 11, 15; Valerio Massimo, Fatti Mmemorabili, 1, 1,1; Heurgon, Tarquitius Priscus et l’Organisation de l’Ordre des Haruspices sous l’Empereur Claude, “Latomus”, 12 , 4, 1953. 476 A. Palmuci, Il Fanum Voltumnae era a Tarquina, Gruppo Editoriale l’Espresso, Roma, 2011, p. 158. 477 I Sicani erano un popolo iberico, ma furono spesso assimilati e confusi con i Siculi (Giovanni Lido, De Ostentis, Proemio, Lypsiae, 1897), ch’erano gente che abitava l’Italia centro-settentrionale. Dionigi di Alicarnasso (op. cit., 1, 20; 21) menzionava espressamente Faleri, Fescennino, Cere, Alsio, Saturnia e Pisa fra le città etrusche di origine sicula. Anche Pausania qualificava Siculi i Pelasgi (cioè i Tirreni) emigrati ad Atene. 478 A. Palmucci, I Libri Tagetici: Il Calendario Brontoscopico, “Bollettino Società Tarquiniense d’Arte e Storia (BollSTAS)”, 2005; Il Poema sui Terremoti “BollSTAS”, 2006 ; Aruspicina Etrusca ed Orientale a Confronto, Gruppo Editoriale l’Espresso, Roma, 2010, pp. 151-199. 479 Giovanni Lido, De Ostentis, II, 6B.

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chiama anche la figura di quel vecchio Tarconte che secondo un’altra tradizione etrusca, ricevette gli insegnamenti dal troiano Caco (vd. p. 117, ss e f. 51). Nelle leggende, dunque, Troiani, Lidi e divinità indigene si alternavano ad insegnar qualcosa a Tarconte. Nei Libri Tagetici, si trovano altri riferimenti all’oriente. I responsi del Calendario Brontoscopico (che Nigidio Figulo trasse dai Libri Tagetici e che Lido tradusse in Greco) si occupano, fra l’altro, del re dell’Oriente e di guerre orientali, nonché di paragoni fra situazioni economiche orientali ed occidentali. Questi sono i testi: • • • •

14 maggio: Se tuona annuncia guerre orientali (anatolicòs pòlemos) e molte rovine. 20 maggio: Se tuona, abbondanza nell’Oriente (perì tèn anatolèn), non così in Occidente (epì dysin). 16 luglio: Se tuona, il re dell’Oriente (o anatoles basileùs) subirà la guerra e la malattia a seguito del calore secco. 9 gennaio: Se tuona, il re dell’Oriente (o anatoles basileùs) affronterà un pericolo.

Nel re dell’Oriente si può intuire la figura di Tarconte o di Tirreno o di Enea o di Còrito figlio di Paride. Infine, nella traduzione greca del Poema sui Terremoti (che Giovanni Lido fece dalla traduzione latina che a sua volta Vicellio aveva fatta dal testo etrusco di Tagete )480 è scritto: Il romano Vicellio dice questo con le stesse parole dei versi di Tagete, intorno a cui anche Apuleio più tardi riferì nel discorso in libera prosa .... SOLE NEI PESCI. Se il sole è entrato nei Pesci, e la terra trema, la nostra Lidia dell’Asia Minore, la Cilicia e la Panfilia, e le regioni della Libia saranno rovinate da nemici esterni ed interni. Le città ed il porto del Ponto saranno vessate da arrivi di pirati; e molte delle regioni che abbiamo nominate s’agiteranno fra loro senza motivo. Tutti questi particolari di Giovanni Lido riguardo alla colonizzazione dei Lidi sugli Etruschi-Sicani, ed alla relativa introduzione dell’aruspicina sono però sospette. Giovanni era un lidio, ed era naturalmente propenso ad accogliere notizie e glosse introdotte eventualmente dai Romani nella vulgata latina dei Libri Tagetici. I Romani a loro volta avevano avuto da sempre tutto l’interesse ad ignorare le connessioni degli Etruschi con Troia in favore di quelle con la Lidia.

5. VIRGILIO E I LIDI Publio Virgilio Marone si sentiva etrusco (Marone peraltro è nome etrusco). Egli sostenne che gli Etruschi erano un popolo così antico, e verosimilmente autoctono, da esser stato all’origine dei Troiani, però definì “manipolo di Lidi” gli Etruschi riuniti a Corito (Tarquinia) da Tarconte481; ed in altra occasione disse pure che fondata su antica roccia, si trova la sede della città di Agilla (oggi Cerveteri) dove un tempo la gente lidia, gloriosa in guerra, si insediò sui colli etruschi482.

480

Giovanni Lido, op. cit. , traduzione di A. Palmucci, Aruspicina Etrusca ed Orientale a Confronto, Gruppo Editoriale L’Espresso, Roma, 2010,pp. 151-199. 481 Virgilio, op. cit. , 9, 11. 482 Virgilio, op. cit. , 8, 478.

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La posizione di Virgilio anticipa quella di Giovanni Lido, secondo cui "Tirreno, trasferitosi dalla Lidia in occidente, insegnò i Misteri dei Lidi a quelli che allora si chiamavano Etruschi". 6). IL "DECRETUM ETRURIAE" Nell’anno 26 d.C., i cittadini di Sardi, capitale della Lidia, inviarono una delegazione a Roma per ottenere l’onore di erigere un tempio all’imperatore Tiberio. Essi, scrive Tacito, per dimostrare di essere consanguinei, recitarono un Decreto dell’Etruria (Decretum Etruriae). Infatti, Tirreno e Lido, figli del re Ati, divisero una moltitudine di gente. Lido rimase nella terra paterna, a Tirreno invece fu dato di andare a fondare nuove sedi; e dai nomi dei duci furono tratte le denominazioni di quelli che rimasero in Asia, e di questi che sono in Italia483. Tacito, tuttavia, non ci fornisce il testo della versione etrusca della leggenda contenuta nel decreto; ma, attraverso un “infatti”, sintetizza quella lidia. 7). Documenti archeologici e considerazioni A cominciare dalla fine del VII sec. a.C. sia i Focesi sia gli altri che abitavano le coste della Lidia (Colofone, ecc.) e le isole prospicenti (f. 71 a p. 170) ebbero stretti e quasi esclusivi contatti in Etruria con il porto tarquiniese di Gravisca. Oggi, fra gli scavi, è stata rinvenuta una coppa di VI secolo appartenente a un lidio chiamato Pactyes. Si tratta dell’unico documento archeologico, finora trovato, della presenza dei Lidi in Etruria, e potrebbe non essere un caso che sia stato rinvenuto proprio a Tarquinia. Pactyes era il nome del ricco tesoriere di Creso re della Lidia, del quale parla Erodoto (I, 153). C’è poi chi, come Michel Grass, sostiene addirittura ch’egli sarebbe venuto in esilio a Gravisca, e che qui avrebbe finito i suoi giorni. Chiunque sia stato costui, la sua presenza a Gravisca dovrebbe essere significativa di un più ampio e antico scambio di relazioni fra Tarquinia e la Lidia. Durante il loro soggiorno a Gravisca, i Lidi potrebbero aver appreso dai Tarquiniesi la leggenda che il re Maleoto (detto anche Malteo, Maleo e Meleo) dal sito di Regisvilla, a nord di Gravisca (il porto di Tarquinia), emigrò ad Atene, costruì l’antemurale del porto di Creta, giunse a Colofone, nella Lidia, da qui portò i Tirreni in Argolide dove introdusse l’uso della tromba tirrena, ed infine tornò in Italia. Uno dei porti di Tarquinia si chiamava Malta o Maltano. Questa tradizione è documentata a partire dal I sec. a.C., ma se potessimo supporre che i sui elementi risalgano ad epoca più antica, noi potremmo pensare che i mercanti lidi che frequentavano il porto di Tarquinia l’abbiano conosciuta e recepita in proprio favore o comunque confrontata con una propria secondo la quale un certo Tirreno era emigrato dalla Lidia in Italia con una parte del popolo. Forse è così che il tirreno-pelasgio Maleo poté diventare un lidio tirreno di nome Meles, che compie azioni simili a quelle del lidio Tirreno. Un po’ più tardi, Erodoto (V sec. a.C.), che era un lidio di Alicarnasso, recepì nelle sue Storie la leggenda di Tirreno che dalla Lidia emigra in Italia. Ma la storia riferita da Erodoto doveva essere stata elaborata piuttosto di recente. Infatti, Dionigi di Alicarnasso, che la contestava, riferiva che lo storico lidio Xanto, che era contemporaneo di Erodoto e che scrisse una Storia dei Lidi, non conosceva nessuna migrazione di Tirreno dalla Lidia in Italia. Dice Dionigi: 483

Tacito, Annali, IV, 5.

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Xanto di Lidia, che più d’ogni altro era esperto di storia antica, e che riguardo alle storie della sua terra, è considerato come uno storico molto attendibile e a nessuno inferiore, in alcun passo della sua opera parla di Tirreno come d’un principe lidio, e non conosce nessuna migrazione di Lidi che avrebbero occupato l’Italia; e pur avendo egli annotato molti altri dati di minor importanza, non fa nemmeno un accenno alla Tirrenia come colonia dei Lidi. Egli dice che Ati ebbe due figli, Lido e Torebo, e che divise il proprio regno tra di loro. Tutti e due rimasero in Asia, ed i popoli che essi governarono ne assunsero il nome. Queste sono le sue parole testuali: “Da Lido derivano i Lidi, e da Torebo derivano i Torebi”. I due popoli presentano scarsissime differenze di linguaggio, ed ognuno di loro schernisce molte parole proprie dell’altro484. L’epoca comunque alla quale Xanto, Erodoto, Dionigi e quanti altri, come Licofrone e Strabone, riferiscono la leggenda dei due fratelli lidi, è quella stessa in cui i Popoli del Mare, fra cui i Turuscia (E-truschi) avevano invaso Arzawa (l’antica Lidia). Ed è possibile che nella storia riferita da Xanto i nomi dei due fratelli (Lido e Torebo) riflettano quelli di due diverse etnie viventi nella stessa regione (i Lidi autoctoni, e i Torebi allogeni). E forse è proprio Torebo il nome che i Lidi trasformarono in Tirreno. A quel tempo la Lidia comprendeva anche la Misia e la Troade, e tutte e tre parlavano lingue simili fra loro485. Forse per questo, dopo Erodoto, Tirreno fu fatto diventare anche fratello di Tarconte figlio di Telefo re della Misia486. E, poiché Telefo era figlio di Ercole, anche il lidio Tirreno fu fatto diventare figlio di Ercole e di una donna lidia chiamata Onfale487. A questo Tirreno fu anche attribuita l’invenzione della tromba tirrena. E qui si evidenzia il connubio delle due figure di Tirreno e di Maleo, perché anche Maleo divenne figlio di Ercole e di Onfale, inventò la tromba tirrena, emigrò dalla Lidia, si recò in Argolide dove introdusse l’uso di quella tromba, ed infine addirittura tornò in Etruria (vd. p. 175). *** Per le relazioni della Lidia con l'Etruria potrebbe aver qualche significato anche la presenza in alcune epigrafi lidie di una lettera a forma di 8 con suono di F, che trova corrispondenza nell'alfabeto etrusco a partire dal VI sec. prima a Tarquinia ed a Cere. Pare inoltre che all'evoluzione grafica di quel segno in Lidia corrisponda la stessa evoluzione in Etruria: indizio possibile questo d’una continuità di contatti.

484

Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, I, 28, 2. Xanto di Lidia (fine VI sec. a.C.), Menecrate di Elea (fine IV sec. a.C.) e Strabone , in Strabone, op. cit., 12, 8, 1-4. 486 Licofrone, Alessandra, 1245-1249: Dionigi, op. cit. I, 28, 1. 487 Strabone, op. cit., V, 2, 2. 485

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Fig. 72 Tarquinia. Palazzo Comunale. Affresco seicentesco: Dardano

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Alberto Palmucci PARTE SECONDA D A O R I E N T E A D O C C I D E N TE

Capitolo Quarto IL RITORNO IN ITALIA DEI PELASGI 1). LA DIASPORA DA ATENE. Scacciati da Atene, i Tirreni o Pelasgi sciamarono nelle isole del mar Egeo e sulle coste dell’Asia Minore. Erodoto racconta che costoro si recarono nelle isole di Lemno, Imbro e Samotracia, ed anche nelle città di Placia e Scilace in Asia Minore al di là dello stretto dei Dardanelli (vd. p. 32, ss). Tucidide, poi, specifica che costoro erano Tirreni (vd. pp. 43-44). Ma abbiamo un’infinità di altre fonti. Si raccontava che i Tirreni dall’Etruria attraverso Atene e Lemno si portarono nell’isola di Milo488 donde passarono in Asia, e che, oltrepassato lo stretto dei Dardanelli, occuparono la città di Cizico e tutto il Chersoneso489. Già Omero nell’Iliade conosceva un dio Zeus Pelasgico di Dodona (in Epiro) e una città di Argo Pelasgica (in Tessaglia), ed elencava i Pelasgi della città di Larissa fra coloro che erano accorsi in aiuto di Troia490. Egli disse: Ippòtoo guidava le tribù dei Pelasgi che hanno lance robuste ed abitavano nella feconda terra di Larissa; ne erano capi Ippòtoo stesso e Pyleo, rampollo d’Ares, due figli di Leto Tautamide Pelasgo. LARISSA. Esistevano varie città con questo nome. Una era in Tessaglia, una nella Meonia (Lidia), un’altra in Eolia (presso Cuma eolica), e un’altra ancora nella Troade stessa a duecento stadi (ca. Km.36) da Troia491. E’ pensabile che si ritenesse che dalla Tessaglia, i Pelasgi di Larissa si fossero spostati in Asia Minore dove avrebbero fondato varie città sia nella Meonia (futura Lidia) sia nella Eolia (futura Misia) sia nella Troade. Un’ultima città di Larissa, fondata dai Pelasgi, esisteva pure in Italia, nella Campania, presso Forum Popilii492. TEUTAMIDE. Strabone riferiva che gli abitanti dell’isola di Lesbo, vicinissima alla Troade, sostenevano che quel Pyleo figlio di Teutamide che da Larissa aveva portato soccorso a Troia avesse colonizzato la loro isola e dato il nome all’omonimo monte Pileo493. In proposito, possediamo pure un frammento di Ellanico di Lesbo (V sec. a.C.) dove egli dice che Metaon, città della sua natale isola di Lesbo, fu fondata da un tirreno di nome Meta494. L’isola risulta dunque alternativamente colonizzata dai Tirreni e dai Pelasgi. Ellanico stesso poi nella Foronide dirà che i Pelasgi, sotto il regno di Nanas, figlio di Teutamide, “furono scacciati dal loro paese dai Greci”, e così vennero in Italia (vd. p. 185). E’ dunque pensabile che Ellanico intendesse che il paese dal quale i Pelasgi furono scacciati fosse stata l’isola di Lesbo e Larissa della Troade. Nanas del resto è nome anatolico.

488

Plutarco, De mulierum virtute, VIII. Conone, Narrazioni, 61. 490 Omero, Iliade, Dodona, XVI, 233; ’Argolide II, 681; Larissa II, 840; X, 429; XVII, 287- 303. 491 Strabone, Geografia, XIII, 3. 492 Dionigi di Alicarnasso, op. cit., I, 21, 3-4. 493 Strabone, Geografia, XIII, 3. 494 Stefano Bizantino, De urbibus, s.v. Metaon. 489

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Omero, poi, dopo che nell’Iliade ebbe parlato dei Pelasgi, ne parlò ancora nell’Odissea, ma stavolta li elencò fra i popoli immigrati nell’isola di Creta. Egli fece dire a Odisseo: In mezzo al livido mare c‘è l’isola di Creta; è bella, ricca e cinta dalle onde. Là ci sono uomini innumerevoli, senza fine, e novanta città. Le lingue sono miste. Ci sono gli Achei, gli Eteocretesi magnamini, i Cidoni, i Dori divisi in tre stirpi, e i gloriosi Pelasgi495. I fatti dell’Odissea sono il racconto delle peripezie in cui incorse il greco Odisseo, dopo la caduta di Troia, per tornare nella sua terra natale. Nelle sue parole egli distingue gli autoctoni Eteocretesi, dagli immigrati Cidoni, Achei, Dori e Pelasgi. Evidentemente, al tempo in cui fu composta l’Iliade, si sapeva o si riteneva che quando gli Achei attaccarono e distrussero Troia (XIII-XII sec. a.C.), c’erano state alcune genti pelasgiche che dalla Tessaglia s’erano spostate in Anatolia, e che avevano portato soccorso alla città aggredita. Però, alcuni decenni dopo, quando fu composta l’Odissea, si doveva anche ritenere che quando Odisseo tornava nella sua patria, cioè subito dopo la caduta di Troia, alcuni Pelasgi avevano già emigrato anche a Creta e vi avevano abitato assieme ad altri popoli. Sulla scia di queste tradizione, Androne di Alicarnasso (IV sec. a.C.) raccontò che Quei Pelasgi che dalla Tessaglia non erano partiti per la Tirrenia colonizzarono l’isola di Creta assieme ai Dori e agli Achei496. Come si vede, si doveva anche pensare che, subito dopo la caduta di Troia, alcuni Pelasgi fossero partiti dalla Tessaglia alla volta dell’’Etruria, mentre altri avrebbero colonizzato l’isola di Creta. Molto probabilmente questi Pelasgi, ch’erano detti anche Pelargi (cioè cicogne) e Pelasti, sono quegli stessi P.l.s’.t (pronuncia: Pelescet) dei Popoli del Mare che, al tempo della rovina di Troia tentarono di entrare in Egitto dapprima (ca. 1194) assieme ai Tjecker (Teucri di Troia), poi (ca. 1190) assieme a Tjecker e Turuscia (Teucri ed E-truschi). Sconfitti dal faraone Ramses III, in parte riuscirono ad insediarsi comunque nella futura Palestina, in parte tornano a sciamare fra le isole del Mediterraneo orientale (Lesbo, Tenedo, Lemno, Imbro, ecc.) e sulle coste della Grecia (Tessaglia, ecc.), e in parte tornano in Anatolia, particolarmente nella Troade, nella Misia ed in Arzawa (futura Lidia). Il Faraone infatti condurrà poi un campagna contro i Pelescet dell’Anatolia ed assedierà Arzawa (capitale di Arzawa) e Tebe (città della Misia ai confini con la Troade) (vd. p. 63 ). Alcuni degli sconfitti Pelescet (Pelasti o Pelargi o Pelasgi) e Tjecker (Teucri-Troiani) riuscirono a stabilirsi in quella terra che gli Ebrei, dal nome stesso degli immigrati, chiamarono Pelescet (Palestina). Essi sono i Filistei del Vecchio Testamento. Della loro lingua conosciamo pochissimo. Alcuni studiosi hanno cercato di associare il termine che essi usavano per dire “re” (seranim) con il greco tyrannos (tiranno) e tyrrhenos (tirreno). Uno di loro re si chiamò Akis o Anchise come il padre di Enea. Interessanti, per la loro somiglianza con le cicogne (Pelargoi o Pelasgi o Pelasti), sono gli uccelli dipinti sui loro vasi (vd. f. 77 a p. 197), le piume (di cicogna?) dei loro elmi nonché la protome d’uccello (cicogna?) con la quale finisce la punta di una nave dipinta su un frammento di vaso (vd. f. 75:4). Altri rimasero in Anatolia (Troade, Misia, Lidia, ecc. ) e nelle isole davanti alla costa (Lemno, Imbro, ecc.). Nell’VIII sec.a.C., al tempo della colonizzazione degli Eoli e degli Ioni, essi abita495 496

Omero, Odissea, XIX, 172 – 177. Stefano di Bisanzio, De Urbibus, s.v. Dòron.

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vano ancora in quei luoghi, e convivevano con i nuovi arrivati497. Nel V sec. a.C. esistevano ancora e parlavano la loro lingua diversa dal Greco e simile all’Etrusco (vd. pp. 42-44). Altri poi dovettero ritirarsi nella Tessaglia; ma, scacciati dai Greci, iniziarono una nuova migrazione sia verso l’Africa e l’Anatolia sia verso le regioni del Mediterraneo occidentale. Dagli antichi scrittori greci le mitiche migrazioni verso l’Italia furono variamente raccontate. 2). ELLANICO DI LESBO (V SEC. A.C.). Da un frammento sappiamo che Ellanico disse che la città di Metaon, a Lesbo (sua isola natale) era stata fondata da un tirreno di nome Meta498. Da un secondo frammento sappiamo pure che egli parlò di una migrazione di Tirreni dall’isola di Tenedo (dinanzi a Troia), all’isola di Lemno (vd. pp. 38 e 39)499. Da un terzo frammento apprendiamo ch’egli trattò della venuta di Enea, assieme ad Odisseo, in Italia dove avrebbe fondato Roma (vd. p. 152). Da un quarto frammento riferito con qualche libertà da Dionigi di Alicarnasso (fine I sec. a.C.) sappiamo infine che egli avrebbe scritto: Frastore fu figlio di Pelasgo, loro re, e di Menippe, figlia di Peneo; Amintore fu figlio di Frastore, Teutamide lo fu di Amintore, e Nanas di Teutamide; durante il regno di Nanas i Pelasgi furono cacciati dal loro paese dai Greci; così lasciate le navi presso il fiume Spina (oggi il Po), nel golfo Ionico (Mare Adriatico), presero Croton, città che era al centro del territorio (gr. mesogenia), e, partiti di lì occuparono quella che noi ora chiamiamo Tirrenia500. Notiamo subito che il conduttore della migrazione in Italia, è Nanas figlio di Teutamide. Quest’ultimo dovrebbe essere quello stesso i cui figli Pyleo ed Ippòtoo avevano portato soccorso da Larissa a Troia assediata dagli Achei. Pyleo poi era colui che secondo gli abitanti di Lesbo aveva colonizzato la loro isola. I fatti narrati da Ellanico dovrebbero esser dunque ambientati al tempo che seguì la rovina di Troia, e dovrebbero rientrare nelle mitiche migrazioni troiane, pelasgiche e tirreniche avvenute a seguito di quella rovina. E’ pensabile che si dicesse che la terra dalla quale i Pelasgi furono scacciati fosse stata quella stessa Larissa (in Tessaglia o nella Troade) donde Omero aveva fatto venire in soccorso di Troia i Pelasgi di Pyleo figlio di Teutamide. Nei frammenti di Ellanico possiamo comunque ritrovare l’eco di varie tradizioni. •

Una migrazione di Tirreni dall’Italia verso le isole e le coste dell’Anatolia. In particolare, i Tirreni avrebbero colonizzato l’isola di Lesbo (fondando Metaon), quella di Tenedo e quella di Lemno.

Una venuta (o ritorno) in Italia di profughi troiani guidati da Enea.

Una contemporanea venuta in Italia di micenei reduci da Troia guidati da Odisseo.

497

Strabone, Geografia, XIII, passim. Stefano di Bisanzio, De urbibus, s.v. Metaon. 499 Ellanico di Lesbo, FGrH, 4, 7; C. De Simone, I Tirreni a Lemno, Firenze, 1996, p. 73. 500 Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 28. Dionigi si basa su questa citazione per pretendere che Ellanico avesse detto che “I Tirreni prima si chiamavano Pelasgi, e che presero il loro attuale nome dopo che si stabilirono in Italia”. 498

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Una contemporanea venuta (o ritorno) in Italia di quei Pelasgi figli di Teutamide che avevano portato soccorso a Troia assediata dai Greci.

Quanto al nome di Teutamide, troveremo in Etruria una gente con un nome somigliante (Teutoni) fra gli abitanti di Pisa (Teuta) sul mar Tirreno501. Ritroviamo forse invece il nome di Pyleo a Tarquinia in quello della famiglia dei Pulena. Questi si vantavano di avere un antenato greco che si chiamava Pule (traslitterazione etrusca di Pyleo). Quanto a Croton, secondo Ellanico, era questo il nome della città situata al centro del territorio (gr. mesogenia) etrusco dal quale partirà la colonizzazione interna della regione. Spina, poi, secondo Dionigi di Alicarnasso, che cita Ellanico, era la città della Padania, alla foce dell’omonimo fiume Spina (il Po), che i Pelasgi avrebbero fondato in territorio umbro prima che penetrassero sino a Croton donde iniziarono la conquista del territorio. Esisteva però un’altra versione della quale possediamo purtroppo un solo frammento riassuntivo502. In questo frammento, Pompeo Trogo produceva un elenco di città italiche di origine pelasgica dove l’unica città umbra menzionata è Spina, e l’unica etrusca è Tarquinia: Tarquinia in Etruria e Spina in Umbria furono fondate dai Tessali (Pelasgi)503. Tarquinia (Corythus/Chorithon > Crothon) è la città dalla quale le antiche tradizioni e le odierne considerazioni archeologiche fanno arrivare le migrazioni dall’oriente e fanno partire la colonizzazione interna al territorio. Aulo Cecina, scrittore etrusco, diceva infatti che Tarconte, varcato l’Appennino andò a fondare dodici città nella pianura Padana (Schol. Ver. ad Verg. Aen. 200) Nell’originale testo di Ellanico, Il nome di Crothon dovrebbe esser dunque una forma greca di Chòrithon. E’ questa una variante latina di Corythus504, che poi è anche il nome col quale Virgilio si riferì al centro federale che si trovava presso Tarquinia. 3). VARRONE E I PELASGI. Da un frammento sappiamo che i Pelasgi, per Varrone, erano gli stessi Tirreni (Servio Danielino, ad Verg. Aen. VIII, 603). Da un altro suo frammento, poi, apprendiamo che I Pelasgi, scacciati dalle loro sedi, cercarono altre terre. I più si riunirono a Dodona; e poiché erano incerti sul luogo dove fissare la dimora, ricevettero dall’oracolo questo responso: “Nella terra saturnia dei Siculi e degli Aborigeni, cercate Cotila, dove galleggia un’isola. Quando sarete giunti, offrite la decima a Febo, e sacrificate teste ad Ade, ed un uomo a suo padre”. Avuto questo responso e, dopo molte peregrinazioni, sbarcati nel Lazio (cum Latium post errores plurimos appulisset), scoprirono un’isola nata nel lago di Cutilia. Si trattava di una vastissima zolla fatta di fango rappreso o di terreno paludoso prosciugato. Era fitta di boscaglia e di alberi cresciuti disordinatamente, e si spostava continuamente spinta dai flutti […]. Visto, dunque, questo prodigio, compre-

501

Servio Dan. Ad Verg. Aen. , X, 179; Plinio, Storia Naturale, III, 50. Esso è contenuto nella Epitome che Giustino fece alle Storie Filippiche che Trogo Pompeo pubblicò nel 9 d.C. cioè negli anni stessi in cui Dionigi di Alicarnasso produceva la sua parafrasi delle parole di Ellanico. 503 Giustino, Epitome di Trogo Pompeo, XX, 1, 11: “A Tessalis in Tuscis Tarquinia et Spina in Umbris”. Anche Plinio faceva di Tarquinia una città di origine greca (Plinio, Storia Naturale, XXX, 1, 4). 504 Ditti Cretese, Diario della guerra di Troia, IV, 7. 502

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sero che quella era la sede predetta; e, scacciati i Siculi che la abitavano, occuparono la regione505. 505

Macrobio, Saturnalia, I, 7, 219. Noi abbiamo già visto come Dionigi di Alicarnasso avesse volutamente o meno equivocato il testo di Erodoto per cui scambiò gli Umbri d’una città italica ch’egli chiama Crotone con i Pelasgi della città greca di Crestona, che Erodoto diceva venuti dalla Tessaglia (vd. n. 81 a p. 44). Ma una volta scambiati i suoi presunti umbri di Crotone, in Italia, con i Pelasgi d’origine tessala della città greca di Crestona, Dionigi volle considerare d’origine tessala anche gli abitanti della sua inesistente città umbra di Crotone che egli poi chiamerà pure Cortona (come una omonima città etrusca). Così egli fuse e rimpastò vecchie leggende narrate da Ellenico e da Varrone; e, senza citare le fonti, scrisse un racconto secondo cui i Pelasgi dalla Tessaglia si spostarono a Dodona, in Epiro, dove un oracolo ingiunse loro: ”Affettatevi a raggiungere la saturnia terra dei Siculi, città degli Aborigeni, là dove ondeggia un’isola; fondetevi con quei popoli, ed inviate a Febo la decima e le teste al Cronide, ed al padre inviate un uomo” (cfr. Varrone). I Pelasgi, dunque, s’imbarcarono per l’Italia ed andarono ad approdare sull’Adriatico in una delle bocche del fiume Po, chiamata Spina (cfr. Ellanico) Qui fondarono la città di Spina, poi si diressero verso l'interno e, superati gli Appennini, vennero a trovarsi sul versante tirrenico della penisola italica nella regione dove, secondo Dionigi, a quel tempo abitavano gli Umbri. Da qui, egli continua, si spinsero fino a Cotila, nel Lazio, dove trovarono la promessa isola che galleggia (cfr. Varrone). Fatta amicizia con gli Aborigeni del luogo, li coadiuvarono nella guerra contro gli Umbri ai quali “con un attacco improvviso, presero Crotone, grande e prospera città umbra”. Dionigi continua poi narrando che i Pelasgi decaddero, e che per questo motivo lasciarono l’Etruria per tornare verso oriente (I, 17, 24). Egli aggiunge: “Il tempo in cui i Pelasgi incominciarono a decadere fu intorno alla seconda generazione prima della guerra di Troia e si protrasse oltre finché questo popolo si ridusse al minimo, ed eccetto Crotone, l'importante città degli Umbri, e qualche altro centro fondato nella terra degli Aborigeni, le altre città pelasgiche perirono. Crotone conservò tuttavia l'antica struttura fin quando, or non è molto, ha mutato nome e abitanti, è diventata colonia romana e si chiama Cortona”( Dionigi di Alic., op. cit., I, 17, 24. Egli narra la storia del ritorno dei Pelasgi dall'Etruria verso oriente, attribuendo loro, per esplicita ammissione, le stesse vicende che Mirsilo, nella sua Storia di Lesbo, aveva raccontato parlando dell'emigrazione degli Etruschi dalla loro terra ad Atene e nel bacino orientale del Mediterraneo (vd. pp. 28-30). Evidentemente, Dionigi non disponeva di fonti che avvalorassero la sua posizione, e si vedeva costretto ad ammettere di aver attribuito ai suoi antietruschi Pelasgi gli stessi eventi che Mirsilo, tre secoli prima, aveva attribuito agli Etruschi. Come si può constatare, Dionigi manipola varie volte il testo di Erodono. Prima scambia i Tirreni ellenizzati della penisola Calcidica per i Tirreni d’Italia, poi scambia i Pelasgi della la città greca di Crestona, che Erodoto diceva venuti dalla Tessaglia, per gli abitanti dell’umbra Crotone, infine elabora un racconto dove la notizia di Erodono di una migrazione pelasgica dalla Tessaglia a Crestona nella Calcidica diventa una migrazione di Pelasgi dalla Tessaglia in Italia nella città umbra di Crotone scambiata poi per Cortona. Non sappiamo davvero quale fiducia dare a questo racconto, tanto più che esso risulta essere una commistione di racconti già prodotti da Ellanico di Lesbo e da Varrone, visti attraverso l’errata lettura del testo di Erodoto. E’ poi importante che nel V sec. a.C., quando Erodoto, secondo Dionigi, avrebbe menzionato Cortona, questa era appena assunta a città, come lo indica la mancanza di una necropoli unitaria fino al V secolo. E sarebbe strano che Erodoto ed Ellanico avessero attribuito ad una città in formazione, o appena formata, eventi che si dicevano accaduti molte generazioni prima della guerra di Troia. Per identificare quale fosse la vera città etrusca di Crotone della quale aveva parlato Ellanico è opportuno considerare quel che scrisse Stefano Bizantino. Egli, alla voce Kyrtonios del suo dizionario di nomi di città, scrisse: “Kyrtonios (Cortona) città d'Italia, da Polibio libro III”. In effetti, lo storico greco Polibio (205120 a.C.), nel III libro de Le Storie, in occasione della vittoria di Annibale sui Romani al Lago Trasimeno, aveva indicato, fra questo lago ed Arezzo, una città chiamata Kyrtonios, che è l’esatta traslitterazione greca di Curtun, nome etrusco di Cortona. Stefano, poi, alla voce Kroton del suo stesso dizionario, elenca tre città.” Una è Croton in Calabria”, egli dice, “l'altra è la metropoli dell'Etruria, ed una terza è pure in Italia”. Delle tre città, una è in Calabria, e questa non crea problemi. C’è poi un’altra Croton che Stefano pone genericamente “in Italia”, il cui nome richiama quello della città di Crotone, la stessa che Dionigi di Alicarnasso aveva posto in Umbria ed identificata con Cortona. Questa è pure la stessa che Stefano, altrove, ha parimenti definito “città d’Italia”, ed ha chiamato Kyrtonion (ch’era l’altra forma del nome greco di Cortona da lui trovata ne Le storie di Polibio). C’è infine un’altra Croton. E’ quella che Stefano chiama “Metropoli dell’Etruria”, che vuol dire “città madre” oppure “capitale dell’Etruria”. Noi non crediamo che anche stavolta Stefano possa riferirsi alla Crotone o Cortona di Dionigi. Infatti, secondo Dionigi, Crotone o Cortona era umbra e tale rimase fin dopo la conquista romana. Secondo Stefano, invece, questa Crotone è in Etruria, non solo, ma ne è la capitale. Evidentemente, per Stefano, una Croton è genericamente in Italia, e si tratta dell’umbra città di Crotone-Cortona di cui aveva parlato Dionigi; l’altra è in Etruria, e si tratta di quella di cui aveva parlato Ellanico. Ricordiamo che nel V sec. a.C., quando Ellanico scriveva, Cortona era appena diventata città. Teniamo poi presente che Trogo Pompeo rispetto a Cortona privilegiava Tarquinii, forse in riferimento a Cori(n)to-Corneto. Si può allora ipotizzare che la vera Crotone di cui parlava Ellanico corrispondesse alla stessa città che Virgilio chiamava Corythus (Corneto). D'altra parte, la posizione

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Il lago di Cutilia, dove per Varrone, giunsero i Pelasgi, si trova in provincia di Rieti. In questa provincia (a Contigliano) ed in quella contigua di Terni (a Pediluco), entrambe sull’Appennino, sono stati trovati alcuni bronzi di tipo egeo di XII o XI sec. a.C. (vd. p. 24).

Negli Scholia Veronensia, fra le righe del verso dell’Eneide dove Virgilio menziona “quelli che abitano a Cere, nei campi del Mignone” 506, è riferito: Varrone ritiene che la città etrusca di Cere [fu fondata] dai Pelasgi quando, soffrendo la sete, salutarono Chaire (= salve) il fiume proximum [.?.], e per questa ragione la città fu chiamata con quel vocabolo […]507. Dai frammenti esaminati, si vede come Varrone si ponga sulla scia della tradizione di Ellanico, secondo la quale i Pelasgi dalla Grecia erano venuti in Italia. Ma, diversamente da quanto, secondo Dionigi di Alicarnasso, avrebbe detto Ellanico (che faceva sbarcare i Pelasgi a Spina, sulla costa adriatica), Varrone li faceva sbarcare nel Lazio vetus donde avrebbero scacciato i Siculi; poi egli li faceva passare in Etruria dove avrebbero fondato Cere. Nella stessa posizione di Varrone si trova Virgilio quando nomina il luco federale del dio Silvano, presso Còrito Tarquinia, e lo dice “fondato da quegli stessi Pelasgi che abitarono un giorno le terre latine” (Virgilio, Eneide, VIII, 599, ss). 4). GLI ARCADI-PELASGI NELL’ETRURIA MERIDIONALE Secondo una divisione cara a certi geografi antichi, i Pelasgi venivano localizzati nell’Etruria meridionale dove sarebbero sbarcati provenienti dall’Arcadia. La più antica testimonianza è quella di Dionisio Periegete (II sec. a.C.) dove si dice: Intorno all’Appennino ci sono molte genti che ti elencherò tutte a cominciare dalla parte nord occidentale. Per primi ci sono i Tirreni, e dopo di loro la gente dei Pelasgi che un tempo da Cillene (in Arcadia) raggiunsero il mare occidentale, e lì si insediarono insieme ai Tirreni. Dopo di loro c’è il duro popolo dei superbi Latini508. La tradizione si ritrova anche in Rufo Festo Avieno (IV sec. d.C.) che era un etrusco di Vulsinii nell’Etruria meridionale dove lo stesso Festo localizza i Pelasgi. Egli, nel componimento poetico su Le coste marittime, elencando da nord a sud, dice: Prima v’è la gente degli antichi Tirreni, poi la schiera pelasgia occupa i campi itali; essa una volta dal paese di Cilene si recò agli stretti del gorgo Esperio509. La stessa versione si ritrova in Prisciano (V sec. d.C.)510 e nei commenti di Niceforo e di Eustazio a Dionisio Periegete511. storicamente assunta da Corneto e da Tarquinii alle origini del popolo etrusco ben si addice al ruolo che Ellanico affidava alla città da lui posta al centro del territorio dal quale si era irradiata la civiltà etrusca. 506 Virgilio, op. cit., X, 183. 507 Scholia Veronensia, All’Eneide, X, 184. 508 Dionisio Periegete, in G.G.M., II, p. 124. 509 Rufo Festo Alieno, Or. mar., v. 490-494 : “prima vetustarum gens est tibi Tyrrhenorum; / inde pelasga manus, Cyllenae finibus olim / quae petit Hesperii freta gurgitis, arva retenta / Itala”. 510 Prisciano, v. 334-336: “Tyrrheni primum fortes, iuxtaque Pelasgi / Cyllens quondam propria qui sede relicta / Tyrrhenis socios petierunt navibus arces”. 511 Niceforo, A Dionisio Periegete, 347; Eustazio, A Dionisio Periegete, 341 = G.G.M., II, p. 277.

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5). TEGEA-CORITO E L’ETRURIA MERIDIONALE Nel commento di Probo alle Georgiche di Virgilio si dice che Tegea è una città dell’Arcadia, ma “esiste nella Tuscia una città omonima fondata dagli esuli Arcadi” 512. Evidentemente, in Etruria, c’era, oppure si credeva che ci fosse o che ci fosse stata, una città alla quale veniva attribuito quel nome. Se teniamo presente che la tradizione, sostenuta anche dall’etrusco Avieno, diceva che i Pelasgi dall’Arcadia erano andati a stanziarsi nell’Etruria meridionale, possiamo ipotizzare che qui fosse, o si immaginasse che fosse, la città di Tegea. Noi sappiamo, infine, che si diceva che Tarconte, il fondatore di Tarquinia, fosse figlio di Telefo, e che Telefo a sua volta fosse figlio di Còrito o Corinto re di Còrito o Corinto di Tegea. Ora, Tarquinia si trova in quella stessa Etruria meridionale dove si diceva che fossero venuti i Pelasgi dell'Arcadia, e vi avessero fondato Tegea. Noi possiamo dunque pensare che il nome di questa sconosciuta etrusca città di Tegea sia stata una variante erudita con la quale alcuni potevano riferirsi a quella stessa città che Virgilio chiamò Còrito o Corinto, e che la tradizione identificò con Corneto (oggi Tarquinia). Emilio Peruzzi sostiene, infatti (non so però con quanta ragione), che il nome di Tagete, col quale i Greci chiamarono il divino Tarchies, nato nell’agro tarquiniese, derivi da “Tegeate” 513 che in questo caso verrebbe a significare “colui che è nato a Tegea Còrito”. 6). LA MIGRAZIONE DA LEMNO ED IMBRO Riassumiamo ora schematicamente le principali antiche tradizioni in merito ai rapporti fra i Tirreni Pelasgi e le isole di Lemno ed Imbro. • • • •

Mirsilo di Lesbo: I Tirreni migrano dall’Italia ad Atene dove vien dato loro il nome di Pelargi (= cicogne) o Pelasgi. Ecateo ed Erodoto: I Pelasgi migrano ad Atene; ma, scacciati vanno ad abitare le isole di Lemno ed Imbro. Tucidide: I Pelasgi di Atene, Lemno ed Imbro sono Tirreni. Filocoro, Conone, Plutarco: I Pelasgi di Atene, Lemno ed Imbro sono Tirreni.

Anticlide (III sec. a.C.) poi disse: Alcuni di quei Pelasgi che per primi colonizzarono Lemno, vennero in Etruria assieme ai Lidi di Tirreno (in Strabone, Geografia, V, 2,4). Ora, poiché esistevano tradizioni più antiche (V sec. a.C.) del tempo di Anticlide (III sec. a.C.), secondo le quali i Pelasgi di Lemno erano Tirreni nella loro origine, noi possiamo configurare la loro venuta in Italia come un ritorno alle origini. In questo caso, poi, la venuta (o ritorno) in Italia dei Tirreni Pelasgi di Lemno assieme ai Lidi di Tirreno ci richiama l’altra tradizione secondo cui i Tirreni dalla Tessaglia (che era terra di Pelasgi) si spostarono nella Lidia e dalla Lidia vennero in Italia (vd. p. 173). 512

Probo, Alle Georgiche, I, 16: «Tegea eiusdem oppidum cuius nomine est in Tuscia ad exulibus Arcadiae urbs condida». 513 E. Peruzzi, Mycenaeans in Early Latium, Roma, 1980.

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Il collegamento, poi, fra l’Etruria e l’isola di Lemno, sia nel senso dell’andata che della venuta, o ritorno, si ritrova nell’appellativo Aitalia (cioè nera per il fumo) che i Greci diedero sia all’isola di Lemno nel mar Egeo, sia all’isola d’Elba in Etruria. A Tarquinia e nel Tarquiniese troviamo l’onomastico etrusco Lemni514. Nella forma latina, Lemnius, lo si ritrova poi a Pisa. Ancora a Tarquinia e a Chiusi troviamo il gentilizio Murina che è simile al nome della capitale di Lemno e a quello della moglie lemnia di Dardano capostipite dei Troiani. Sempre a Tarquinia, sul sarcofago di Laris Pulena è scritto che il defunto si vanta di discendere da un antenato greco chiamato Pule515. Questo nome è la traslitterazione etrusca di Pyleo oppure di Polis. Pyleo, figlio di Teutamide, è colui che da Larissa portò i Pelasgi in soccorso di Troia (vd. pp. 39-40 e 183). Polis poi è il nome portato da un mitico personaggio che un tempo avrebbe condotto una migrazione a Creta dei Tirreni di Lemno516. Ci sono poi le due famose iscrizioni di VII sec. a.C. trovate nell’isola. Esse son redatte in una lingua simile all’Etrusco, ed in un alfabeto parimenti simile. Questo alfabeto, tra l’altro, presenta il sigma a quattro tratti usato nell’Etruria meridionale costiera donde la tradizione aveva fatto partire per Atene e poi vagare per le isole e le coste del Mediterraneo orientale il mitico re Maleoto, variamente menzionato dalle fonti sia come pelasgio che come tirreno. Ci sono infine le recenti scoperte dei genetisti per cui il DNA mitocondriale degli odierni abitanti di Lemno è in parte, ma significativamente, simile a quello degli odierni “Etruschi” d’Italia. 7). DOCUMENTI ARCHEOLOGICI E CONSIDERAZIONI STORICHE URNFIELD E PELASGI. Le necropoli protoetrusche dell’Italia centrale e di Tarquinia in particolare presentano materiali somiglianti sia ad esemplari dei “campi d’urne” (Hurnfields) dei Balcani centrali, sia ad esemplari orientali. In proposito, Hencken ha avanzato l’ipotesi che soprattutto le necropoli protoetrusche di Tarquinia siano state composte da sepolture di indigeni fusi con genti che dai Balcani erano scese nel Mediterraneo orientale, e da qui erano venute a Tarquinia donde si sarebbero poi diffuse nella regione. I dati archeologici suggeriscono infatti che la civiltà etrusca si mosse dal sud al nord, e particolarmente da Tarquinia. Anche le tradizioni indicano questa città come meta principale di emigranti, fra cui i Pelasgi, venuti dall’oriente; 514

CIE 5447; 5643; 5692. Nell'albero genealogico che Laris Pulenas (III sec. a.C.), lucumone a Tarquinia, srotola fra le mani della statua del proprio sarcofago, è scritto: Laris Pulenas Larces clan Larthal papacs Velthurus nefts prumts Pules Larisal Creices (CIE 5430: Laris Pulena, figlio di Larce, nipote di Larth, nipote di Velthur, pronipote di Laris figlio di Pule, detto Il Greco). Il testo continua raccontando che Laris, nello Stato di Tarquinia (Tarchnalthi) rivestì due cariche: in città (spureni) fu lucumone, e nel centro federale (Methulmt) rivestì la carica di Capo supremo della Federazione etrusca (Zilath). 516 Si diceva che in epoca antica fosse esistito un indovino greco di nome Polles, detto anche Polletes; durante il tardo Impero ci sarebbe poi stato un altro Polles che scrisse un Trattato di mantica etrusca (R.E. 21,2, col. 1411). Ora, Heurgon, e Facchetti che lo ha seguito, hanno voluto attribuire al primo il Trattato scritto dal secondo; e ne hanno voluto inferire che i Pulena di Tarquinia avessero ritenuto di esser discendenti del primo, e di averne ereditato l’arte (J. Heurgon, Vita quotidiana degli Etruschi, Milano, 1992, pp. 318-321; G: M. Facchetti, IL Mistero Svelato della Lingua Etrusca, Roma, 2000, p. 64). Per costoro, il nome di Pule, avo di Laris Pulenas, sarebbe stato la traslitterazione etrusca di quello di Polle. Si tratta di un arbitrio: quel Polles al quale le fonti antiche attribuiscono il Trattato di mantica etrusca visse nel tardo Impero, e non poteva essere l’avo di Laris Pulenas che visse tanto prima di lui, nel IV sec. a.C. Noi sappiamo invece che Polis o Pollis era il nome greco del duce che guidò la migrazione dei Tirreni di Lemno in cerca d’una nuova terra. Sappiamo pure che Anticlide parlò d’una migrazione in Etruria degli abitanti di Lemno. Potremmo, dunque, a maggior ragione di Heurgon e di Facchetti, ipotizzare che i Pulena di Tarquinia ritenessero che il mitico Polis fosse stato un loro antenato. In alternativa pensiamo a quel Pyleo che da Larissa (Troade) portò i Pelasgi in aiuto di Troia (vd. pp. 39-40 e 183). 515

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ed Hencken suppone che dietro queste migrazioni si possa celare la venuta dei portatori della cultura dei “campi d’urne”. Secondo Hencken, i portatori dei “campi d’urne”, partiti dall’Europa centrale, sarebbero scesi nel Mediterraneo orientale al tempo in cui i Popoli del Mare provocarono il crollo della civiltà micenea e dell’impero ittita. Nella tradizione greca ciò accadde prima, durante e dopo la guerra di Troia cantata da Omero; i documenti egizi sui popoli del Mare appartengono allo stesso periodo. Fig. 73 - Modellini di barche, amuleti e spilli con protomi di uccello

Fig. 74

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Al tempo in cui avvennero questi fatti, dice Hencken, appaiono in Grecia oggetti d’uso comune ed armi non riconducibili ai tipi micenei. Gli oggetti d’uso hanno paralleli nei Balcani, mentre le armi, e soprattutto le spade, hanno le caratteristiche di quelle dei “campi d’urne” dell’Europa centrale, e richiamano un modo di combattere che non è più quello miceneo. Hencken, tuttavia, non considera che sia gli oggetti d’uso che le armi di cui egli parla hanno maggiore somiglianza con quelle italiche (vd. parte I, cap. IV). E nemmeno egli considera che queste somiglianze sono in linea con le antiche tradizioni greche che facevano partire proprio dall’Italia le migrazioni pelasgiche verso oriente (vd. parte I, cap. II). Con qualche ragione, Hencken suppone anche che alcuni dei primi portatori dei “campid’urne” possano esser scesi in Etruria dal Nord attraverso le Alpi o dal mare Adriatico.

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Fig. 75 - La “barca-cicogna”.

Costoro, dunque, potrebbero esser scesi repentinamente, senza tracce apparenti, fino a Tarquinia (Corito), attratti dai metalli dei monti di Allumiere e Tolfa, e dalla possibilità di incontri non solo coi loro parenti sbarcati a Tarquinia, ma pure coi profughi Troiani e coi mercanti micenei che da secoli frequentavano la valle del Mignone. Da qui poi la cultura dei “campi d’urne”, arricchita d’elementi greci e troiani, si sarebbe diffusa in tutta la regione, compresa la settentrionale che loro stessi avevano velocemente attraversato. Sul piano mitostorico esistono, infatti, due tradizioni. Una dice che i “Tessali (Pelasgi) fonda192


rono Tarquinia in Etruria, e Spina in Umbria”, raffigurando così una penetrazione (sudovest > nord-est) da Tarquinia (sul mar Tirreno dell’Etruria meridionale costiera) fino a Spina (posta all’estremità della valle padana, alla foce del Po nel mar Adriatico): ciò in parallelo con la tradizione etrusca che vedeva Tarconte fondare Tarquinia e tutte le altre città della dodecapoli etrusca, e poi varcare gli Appennini per andare a fondare una nuova dodecapoli nella valle Padana. Una diversa tradizione diceva invece che un popolo pelasgico sarebbe sbarcato sul mar Adriatico, a Spina, nella foce del Po, e sarebbe poi sceso ad occupare Croton (Corito-Tarquinia), e da qui avrebbe conquistato la regione517. Come si vede, tradizioni mitostoriche e considerazioni archeologiche potrebbero avere un punto d’incontro. Sulle orme di Hencken si muove oggi Mario Alinei, professore di linguistica all’Università di Budapest. Egli ritiene che un’ondata di metallurgici del Bacino Carpatico “si espanse verso la Grecia e sull’Egeo per partecipare alle battaglie dei Popoli del Mare”. Questa ondata, dunque, “dal Bacino Carpatico, attraverso i Balcani, sarebbe scesa direttamente nel Mediterraneo orientale. E di lì, probabilmente dopo aver fondato una o più colonie come quella di Lemno, avrebbe raggiunto via mare le sponde dell’Adriatico e del Tirreno riunendosi con quella dell’entroterra e dando inizio alla fondazione delle città etrusche del centro, come aveva ipotizzato, in maniera diversa, Hencken”518.

Le barche uccello dei Pelasgi e dei Tarquiniesi

Dalla scena che nei bassorilievi del tempio di Medinet Abu in Egitto riproduce la battaglia navale vinta dal faraone Ramses III contro i popoli del Mare bisogna ritagliare alcuni interessanti particolari (f. 16 a p. 62). Le navi egizie sono quattro, quelle dei Popoli del Mare cinque. Di queste ultime, almeno tre sono occupate dai Pelescet (Pelasgi) e due dagli Sciardana (Sardi?). L’estremità della poppa e della prua di queste cinque navi è conformata a testa d’uccello con occhio e becco lungo come quello delle cicogne. Questi uccelli in Greco erano chiamati pelargoi donde il nome di Pelargi o Pelasgi o Pelasti (cfr. egizio. Pelescet) dato dai Greci a quei Tirreni che come cicogne dall’Italia avevano emigrato ad Atene, nelle isole Egee e sulle coste dell’Anatolia portando seco il culto dei Cabiri rappresentati come cicogne (Pelargi o Pelasti). Evidentemente i Pelargi portavano lo stesso nome dei loro dei, e li raffiguravano sulla prua e sulla poppa delle loro navi. Essi stessi, come si diceva, avrebbero costruito il cosiddetto muro Pelargico o Pelasgico o Pelastico attorno all’acropoli di Atene. E lungo questo muro proprio ai nostri giorni s’è trovata scolpita l’immagine d’una cicogna. 517

Dionigi di Alicarnasso (fine I sec. a.C.) riferiva che Ellanico di Lesbo (V sec. a.C.) disse che “i Pelasgi, durante il regno di Nanas, figlio di Teutanide, furono scacciati dal loro paese dai Greci; e, lasciate le navi presso il fiume Spines (il Po) nel golfo Ionico (mar Adriatico), presero Croton (Corito-Tarquinia), una città posta al centro del territorio (gr. mesogenia); e, partiti di lì, occuparono quella che oggi chiamiamo Tirrenia” (Antichità Romane, I, 22). Dionigi credette di poter identificare Croton con Cortona; ma Croton va letto evidentemente *Coriton (gr. Corythos; lat. Corythus) ed identificato con la virgiliana città di Corito-Tarquinia. Trogo Pompeo, infatti, per quel poco che di lui ci rimane nel riassunto che Giustino fece della sua opera, disse : “Tarquinia fu fondata dai Tessali (Pelasgi) e dagli Umbri di Spina”(Giustino, Epitome, XX, 1,11). 518 M. Alinei, Addenda Etrusco-Turco-Ugrici, “Quaderni di Semantica”, 51, 2 (2005).

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Fig. 76 - A: Lullingstone “nave troiana”; B: Tarquinia “barchette”

Certo, con le vele spiegate, le navi dei Pelescet sulle quali navigavano i Popoli del Mare, dovevano sembrare uccelli erranti sulle acque. Se non il nome, almeno la figura delle navi dei Pelescet, terminanti con poppa e prua a forma d’uccello, dovrebbe avere ispirato al faraone le immagini suggestive con le quali egli si esprime quando dice che il dio degli Egizi era pronto a catturare gli invasori “come uccelli nelle reti”, e che “per prenderli fu preparata una rete; e quelli che entrarono nelle foci del fiume vi rimasero intrappolati e vi caddero dentro”. Anche le navi troiane raffigurate in un mosaico britannico d’epoca imperiale presentano a prua una protome d’uccello (f. 76). Il che farebbe pensare che agli antichi romani della Bretagna potesse esser in qualche modo pervenuta una tradizione che attribuiva ai Troiani l’uso dello stesso tipo di nave che noi sappiamo essere stato quello dei Popoli del Mare. Tuttavia, il tipo di nave raffigurato nel mosaico britannico presenta la protome solo a prua mentre gli originali modelli delle navi dei Popoli del Mare presentano la protome sia a prua che a poppa. Hugh Hencken ha notato che la doppia protome d’uccello avrebbe il suo archetipo in un oggettino, trovato nella Tomba I di Grunwald presso Monaco. Esso ha la forma di una lunula terminante a protome d’uccello nelle due estremità (f. 72:5); appartiene al periodo chiamato Hallstatt A1 (XII sec. a.C.) cioè alla stessa epoca in cui le barche dei Pelescet tentarono di penetrare nel delta del Nilo. Nota poi lo Hencken che quel tipo di imbarcazione si ritrova pure in un modellino proveniente da Somes River a San Mare in Romania settentrionale (f. 73:2). Egli però non considera che la sagoma di quel tipo di imbarcazione con protome d’uccello a poppa ed a prua si ritrova pure graffita nelle più antiche figurazioni litiche dell’Europa settentrionale ed in alcuni oggetti di bronzo e d’osso dell’Italia settentrionale (ff. 73; 74). E, nuovamente a noi, come nel caso delle armi, viene alla mente il fatto che le tradizioni greche facevano partire proprio dall’Italia le migrazioni pelasgiche verso oriente.

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Le stesse protomi d’uccello saranno poi presenti sia nei più tardi fregi stilizzati (le cosiddette “barche ucello”) dell’arte dei campi d’urne balcanici e protoetruschi (f. 75 a p. 193)519, sia sulla sommità dei tetti dei modellini di case protoetrusche di Tarquinia (f. 75 a p. 193). Ed è quest’ultima constatazione che ci permette di realizzare che quelle protomi d’uccello erano protomi di cicogna. Ancora oggi le travi delle grondaie e quelle dei campanili si chiamano cicogne. In antico, poi, si favoriva, ed a tutt’oggi si favorisce, la nidificazione delle cicogne sui tetti delle abitazioni perché questi uccelli uccidono i serpenti (f. 78 a p. 202). Si riteneva pure e si ritiene ancora che favoriscano la venuta al mondo dei bambini. Hencken ha infine osservato che sia il modello di nave con protome d’uccello solo a prua sia quello con protome a prua e a poppa è simile ai modelli di nave protoetruschi trovati a Tarquinia (ff. 74 e 75)520. Aggiungiamo che un modellino di nave, recentemente trovato pure a Tarquinia presenta entrambe le caratteristiche: ha la protome di cicogna solo a prua, però nella chiglia porta disegnate quattro barche uccello con protomi a prua e a poppa. Hugh Hencken si è domandato quale relazione possa correre fra il tipo di barca trovata in Romania, quello dei Popoli del Mare, quello delle “barche uccello” balcaniche e protoetrusche, e quello della barca protoetrusca di Tarquinia, tutte con protome d’ uccello a prua e a poppa521. Sia il tipo di nave con protome di cicogna a poppa e a prua, sia quello con protome solo a prua è presente, almeno per ora, solo a Tarquinia. Ricordiamo che la fondazione di Tarquinia viene attribuita una volta ai Troiani, un’altra ai Misi, un’altra ai Lidi ed un’altra ai Pelasgi, e che proprio Tarquinia e la regione vicina presentano reperti micenei. Lo stesso Hencken ha ipotizzato che dietro le mitiche migrazioni dei Pelasgi in Italia, e particolarmente a Tarquinia, si celi la reale venuta di quei “popoli dei campi d’urne (urnfields)” che dall’Europa orientale scesero a suo avviso nel Mediterraneo orientale al tempo della rovina del mondo miceneo, e sciamarono fra le isole Egee insieme a quei Popoli del Mare che tentarono d’invadere l’Egitto. Vari studiosi hanno già identificato i Pelescet dei testi egizi con i Pelasti o Pelasgi o Pelargi dei testi greci; ma noi ci domandiamo pure se questi Pelescet storici che tentarono d’invadere l’Egitto siano anche quegli stessi mitici Pelasgi che, secondo gli autori greci erano d’origine italica. Respinti dagli Egiziani, essi tornarono a sciamare nelle isole Egee e sulle coste dell’Anatolia, ma poi, incalzati e sconfitti pure nelle loro sedi dal faraone Ramses III, cercarono nuove terre. Alcuni riuscirono a stanziarsi in Palestina. Altri però vennero in Italia come vorrebbero le tradizioni? Sia il tipo di “barca uccello” dei Pelescet (Pelasgi) dei Popoli del Mare, sia Il tipo di barca protoetrusca di Tarquinia, potrebbero dunque testimoniare un uso di navigli che si protraeva da tempi più antichi. Forse i Pelescet (Pelasgi) dei Popoli del Mare venivano dai Balcani, e dai Balcani portarono seco il tipo di barca con protome d’uccello a prua e a poppa quale si vede nei rilievi egiziani? In alternativa e meglio, i Pelescet (Pelasgi) erano quegli stessi Italici che, secondo gli storici greci, partirono dall’Italia e, attraverso l’Epiro, la Macedonia e la Beozia, giunsero ad Atene (dove assunsero il nome di Pelasti/Pelasgi/Pelargi = Cicogne), e da Atene passarono nel Mediterraneo orientale? In fin dei conti, questi italici potevano avere il nome di Pelasti o Pelargi (Cicogne) anche perché la Cicogna doveva essere la loro divinità totemica legata al culto dei Cabiri (vd. p. 45).

519

H. Hencken, Tarquinia, Villanovians end Early Etruscan, Cambridge, 1968, II, pp. 568-570 e f. 491. Ringrazio l’amico Umberto Magrini, del museo di Tarquinia, per la fattiva e continua opera di consulta. Per es. : quanto gli ho fatto presente che Hencken credeva che la barchetta con doppia protome di uccello era andata perduta, egli me la ha invece immediatamente indicata nella vetrina. 521 Hugh Hencken, loc. cit. : ”Thus the boat with a bird’s head on the prow and stern occurs both in the eastern urnfields and in the eastern Mediterranean. But where did the idea originate and what, if any, connection exists between them and with the example from Tarquinia?”. 520

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Fig. 77 - Rappresentazioni di uccelli in Europa, Italia e Palestina su vasi filistei

E’ pensabile che a questi Pelasti, nella loro migrazione dall’Italia attraverso l’Epiro, la Macedonia e la Beozia, si siano affiancate genti del luogo o che scendevano dai Balcani settentrionali, come i portatori dei Campi d’Urne dei quali parlano Hencken, Alinei ed al-

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tri522. Del resto, a Tirinto e a Pilo si son trovati oggetti di XII-XI sec. a.C. con figure della barca solare dei Campi d’Urne (f. 75: 2 e 3 a p. 193). E’ pure pensabile che, respinti dagli Egiziani, i Teucri, i Tirreni e i Pelasgi dei Popoli del Mare abbiano continuato a sciamare nelle isole e nelle coste del Mediterraneo orientale, e che alcuni di loro siano poi tornati o comunque venuti in Etruria così come, secondo le tradizioni antiche (Licofrone, Virgilio, Orazio, Servio), fecero i Troiani, i Pelasgi di Lemno (Anticlide, Strabone)523 e quei “Tirreni che dalla Tessaglia si portarono nella Lidia, e dalla Lidia vennero in Italia”524? Il modello di barca con teste d’uccello del tipo cicogna a poppa e a prua, simile a quello dei Peleshet (Pelasgi) dei Popoli del Mare, trovato a Tarquinia può essere una testimonianza del loro ritorno, o comunque della loro venuta, sulle coste italiane?

522

Wolfgang Kimmig, Seevölkerbewegung und Urnenfelderkultur, Ein Archäologisch-Historischer Versuch, In Studien aus Alteuropa I (= Festschrift K. Tackenberg), 1964, pp. 220-283; Hugh Hencken, Tarquinia, Villanovans and Early Etruscans, II, Cambridge, Massachusetts: The Peabody Museum, 1968; Jan de Boer, A Double Figure-Headed Boat-Type in the Eastern Mediterranean and Central Europe during the Late Bronze Ages, in Actes de Symposium Thracia Pontica IV, Sozopol, October 6-12, 1988. pp. 43-50. Sofia 1991; Shelley Wachsmann, Seagoing Ships & Seamanship in the Bronze Age Levant. College Station: Texas A & M University Press, 1998; To the Sea of the Philistines, In: The Sea Peoples and Their World: A Reassessment, ed. Eliezer D. Oren. pp. 103-143, Philadelphia: The University Museum, 2000; Popham, Mervyn, 2001, The Collapse of Aegean Civilization at the End of the Late Bronze Age, in: The Oxford Illustrated History of Prehistoric Europe, ed. Barry Cunliffe. Pp. 277- 303. Oxford: Oxford University Press (reissued paperback edition of 1997); Mario Alinei, Addenda Etrusco – Turco – Ugrici, “Quaderni di Semantica”, 51, 2 (2005). 523 Anticlide, in Strabone, Geografia, V, 2. 524 Plutarco, Vita di Romolo I.

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Alberto Palmucci

PARTE SECONDA D A O R I E N T E A D O C C I D E N TE

Capitolo Quinto CONSIDERAZIONI

1). CONSIDERAZIONI Se ci furono migrazioni dall’Oriente, la loro più importante meta dovette esser Tarquinia. Una ragione in più sta nel fatto che è da questa città che poi iniziò la conquista della regione e la diffusione dell’aruspicina. Sul piano mitostorico, Tarconte, venuto dall’Oriente, stabilisce le norme dell’aruspicina, fonda Tarquinia e, in subordine, tutte le altre città dell’Etruria e della valle Padana. Sul piano archeologico, il primato del territorio della futura lucumonia di Tarquinia si era già maturato dai contatti che esso ebbe fin dal XIV secolo col mondo miceneo. Questi contatti sono documentati dalla ceramica di Luni sul Mignone, San Giovenale, Monte Rovello, Norchia, e da uno specchio rinvenuto in una tomba della stessa Tarquinia. Un’ancora di tipo egeo è stata trovata alla foce del fiume Mignone. Per l’età compresa fra Bronzo finale e primo Ferro, l’insediamento del Calvario, sul colle di Corneto (oggi Tarquinia), è il più vasto che si conosca, e pare possa aver ospitato qualche migliaio di abitanti. Il materiale protoetrusco, poi, ritrovato sui monti di Allumiere e Tolfa e nelle necropoli dei poggi di Tarquinia, ma soprattutto quello delle necropoli di Corneto (Arcatelle, Le Rose, Villa Falgari) sembra essere più antico di quello dell’Etruria settentrionale e della valle Padana. Dovrebbe non essere un caso che Tarconte, fondatore di Tarquinia e, in subordine, delle altre città etrusche e padane, è presente sia nella tradizione erodotea, sia in quella misia, sia in quella troiana. Potrebbe anche esser indicativo il fatto che nell’Eneide, Tarconte riceve il troiano Enea proprio a Corito (oggi Tarquinia) meta del ritorno dei Troiani nel seno della ”antica madre”. In alcune fonti etrusche, poi, Tarconte è istruito nella divinazione una volta dal tarquiniese Tagete, un’altra dal troiano Caco, e un’altra ancora dal lidio Tirreno. Pare, dunque, che per gli Etruschi la figura di Tarconte fosse il ponte mitostorico che univa tutte le tradizioni, e che Tarquinia sia stata il principale centro delle immigrazioni. Dal centro delle immigrazioni inizia, poi, ovviamente la conquista della regione. Dice infatti Strabone che Tarconte fondò Tarquinia e in subordine ogni altra città d’Etruria. E sono addirittura le fonti etrusche a narrare che egli fondò pure tutte quelle della Padania. Lo scrittore etrusco Aulo Cecina disse: Tarconte, dopo aver varcato l’Appennino con l’esercito, dapprima fondò la città che allora chiamò Mantova dal nome che il padre Dite ha nella lingua etrusca [...]. Lì ordinò il calendario, e parimenti consacrò il luogo dove fondare dodici città525. 525

Scholia Veronensia all’Eneide, X, 200.

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Verrio Flacco, autore d’una Storia Etrusca, ripeté: Tarconte, varcato l’Appennino, fondò Mantova526. Tarconte, poi, da Corito (oggi Tarquinia) sarebbe anche sceso, via mare, assieme ad Enea alla conquista del Lazio527. E’ chiaro che, in questo caso, le azioni di Tarconte ripetono in chiave mitica quelle compiute dai Tarquini al tempo in cui Roma fu governata da una monarchia etrusca. I dati archeologici confermano la tradizione. I documenti trovati nell’area tarquiniese, appartenenti all’età del Bronzo finale protoetrusca ed alla prima età del Ferro, sono più antichi di quelli trovati nella rimante Etruria e nella Padania. Anche l’alfabeto entra dapprima dalla Grecia a Tarquinia nella seconda metà dell’VIII sec. a.C., poi si diffonde nella rimanente Etruria528. L’importanza e lo spessore storico di questi documenti s’incarna, come dice Torelli, nella figura di Tarconte, fratello di Tirreno, capo indiscusso della nazione, ecista di Tarquinia, dell’Etruria propria e di quella Padana529. Se ci furono apporti di genti (lemnie, lidie, misie e troiane) dall’Oriente in Etruria, i punti di approdo saranno stati molteplici (Cere, Pisa, ecc.), ma Tarquinia (Corito) dovette essere stata una delle mete principali. Il suo territorio, d’altronde, era gia stato la principale meta in Etruria delle infiltrazioni micenee (vd. pp. 22-28). 2). IPOTESI SULLA FORMAZIONE DELLA LINGUA Nella lingua etrusca coesiste una struttura grammaticale affine all’indoeuropea con qualche elemento agglutinante ed un fondo di vocabolario in molti casi privo di apparenti riscontri. Con parziale ragione, Wladimir Georgiev ha sostenuto che la lingua etrusca derivi da un dialetto ittita parlato a Troia. Da parte nostra, noi abbiamo più volte rilevato come il nome di Troia (itt. Tarui-sa / *Tarhui-sa) e i nomi di Tarconte e Tarquinia discendevano infatti da quello della suprema divinità anatolica variamente chiamata Taru, Tarhu, Tarhui, Tarhun, Tarhunta530. Il Georgiev ha poi ipotizzato che, dopo la rovina di Troia, gran parte degli abitanti emigrarono in più luoghi, sì che lo stato troiano si ridusse ad un piccolo territorio costituito dalla Troade meridionale, dalla Misia occidentale, dalla Lidia settentrionale e dalle vicine isole di Lemno ed Imbro. Il ricordo della migrazione fu così conservato come una leggenda lidia nel racconto di Erodoto. Al tempo di questo storico (V sec. a.C.), peraltro, la Lidia comprendeva la Troade e la Misia; e tutte e tre parlavano lingue simili fra loro. La colonizzazione dell'Etruria, dice il Georgiev, non riguardò tutto il popolo troiano. Una parte di esso andò a stabilirsi presso gli Elimi della Sicilia, e solo più tardi emigrò in più tempi e a gruppi isolati "in alcune zone delle coste dell'Etruria a Tarquinia, Cere, ecc.". A poco a poco i Troiani si integrarono nella popolazione locale influenzandola e restandone influenzati531.

526

Ibidem. Virgilio, Eneide, X, passim. 528 M. Pandolfini, Dizionario della Civiltà Etrusca, a cura di, Firenze, 1999, s.v. Scrittura. 529 M.Torelli, Storia degli Etuschi, 1981, p. 43. 530 V. Georgiev, La lingua e l'origine degli Etruschi, Roma, 1979; A. Palmucci, La figura di Tarconte: un ponte mitostorico fra Tarquinia e Troia, in Anatolisch und Indogermanisch (Anatolico ed indoeuropeo), Acten des Kolloquiums der Indogermanischen Gesellschaft, Pavia 22-25 Settembre 1998 (Università Studi Pavia, dipartimento Scienze Antichità), Innsbruck, 2001, pp. 341-353. 531 V. Georgiev, op. cit., Roma, 1979. 527

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Dopo il Georgiev, altri studiosi, come Francisco Adrados532 e Onofrio Carruba533, hanno riscontrato nell’Etrusco notevoli componenti delle lingue indoeuropee dell’Anatolia, quali l’Ittito, il Frigio, il Licio ed in minor misura il Lidio. Ma la lingua etrusca, pur risentendo della lingua luvia e dei dialetti ittiti parlati in Anatolia e particolarmente a Troia, in Misia, in Lidia e nelle isole prospicienti, dovette avere una formazione più complessa. Vediamo. Nel secondo capitolo di questo libro, noi abbiamo visto che esistono tradizioni di antichissime migrazioni (Mirsilo, Virgilio, Strabone) che dall’Italia centrale tirrenica, attraverso l’Epiro e la Macedonia sarebbero scese in Grecia (Tebe > Atene, Argo, Tessaglia), per poi sciamare nelle isole Egee (Lemno, Imbro, Samotracia, Lesbo, Tenedo, ecc.) e stanziarsi sia nelle isole stesse che sulle coste del Mediterraneo orientale e del mar di Marmara. Pare che queste tradizioni possano essere confortate dalle somiglianze genetiche e dalle recenti rivalutazioni archeologiche. In tutto il Mediterraneo orientale i documenti archeologici dimostrano la presenza di ceramiche, bronzi e spade degli stessi tipi di quelli che si riscontrano soprattutto in Italia, ma anche nei Balcani e nell’Europa centrale e settentrionale fino alla Scandinavia. E’ dunque possibile o comunque ipotizzabile che fra il XIII ed il XII sec. a. C. varie genti si siano mosse da nord fin nell’Italia centrale tirrenica (valli del Fiora, del Marta e del Mignone), da dove poterono prendere le rotte marine già aperte dai Micenei, e si siano così spinte verso le ricche ed attraenti terre delle civiltà del Mediterraneo orientale: Grecia, isole Egee, impero Ittita ed Egitto. Allo stesso modo, oggi, una quantità di persone sale da vari luoghi dell’Africa e si spinge fino in Libia da dove può raggiungere le coste Europee. La formazione della lingua etrusca potrebbe aver seguito il percorso delle migrazioni. Su un’originaria struttura indoeuropea di un linguaggio italico potrebbero essersi condensate parole e frasi apportate sia da popolazioni scese da nord sia dalla varie popolazioni, indoeuropee o meno, che gli emigranti attraversarono o presso cui sostarono, come gli Dardani dell’Italia meridionale e dell’Illiria, i Siculi della Sicilia, i Macedoni e i Traci. Oggi, peraltro, alcuni rivendicano a torto o a ragione, che la lingua illirica abbia qualche somiglianza con quella etrusca; e Mario Alinei, poi, sostiene addirittura che l’etrusco discenda dall’Ungherese. Alcuni gruppi di quegli stessi popoli attraversati potrebbero comunque essere entrati a far parte della migrazione. E addirittura alcune genti, come i Portatori dei Campi d’Urne, che scendevano proprio dall’Ungheria, potrebbero essersi incontrati e fusi o mischiati con gli altri emigranti. Tutti insieme costoro, o a gruppi ed a più riprese, dovrebbero essere scesi dai Balcani in Grecia e nel Mediterraeno orientale, ed aver confluito nei Popoli del Mare. I Greci a volte considerarono questi invasori come un popolo unico. Alcune volte li ricordavano come Tirreni, altre come Pelasgi; altre volte ancora reputarono i Pelasgi come una parte dei Tirreni di Atene e delle isole Egee. Questi Tirreni e Pelasgi dovrebbero essere rispettivamente i Turuscia (cfr. um.Tursci e Tusci, lat Tusci ed E-trusci > it. Etruschi) e i Pelescet (Pelasti-Pelargi-Pelasgi) che conosciamo dai testi egizi. Secondo la tradizione, i Tirreni o Pelasgi si fermarono in Grecia (Atene, Argo, Tessaglia, ecc.) per poi recarsi nelle isole egee (dove abitavano genti d’origine Tracia), ed infine si portarono sulle coste dell’Anatolia dove abitavano Troiani, Misi, Lidi, ecc. Questi parlavano lingue indoeuropee. A queste lingue, soprattutto al Luvio parlato a Troia, dovrebbe imputarsi l’apporto più consistente alla futura lingua degli Etruschi dei tempi storici. E’ poiché le lingue indoeuropee dell’Anatolia avevano un sostrato non indoeuropeo e comunque subivano l’influsso delle lingue del Medio Oriente come l’Hattico ed il Sumeri532

F. Adrados, Etruscan as an IE Anatolian language, “JIES”, 107, 1994, p. 363 sg. ; More on Etruscan as an IE-Anatolian Language, “KZ”, 107, 1994, p. 54 ss. 533 O. Carruba, Nuova Lettura dei Cippi della Tunisia, “Athenaeum”, LIV, 1976.

200


co, alcuni di quegli elementi possono ritrovarsi nella lingua etrusca. Tutto ciò potrebbe giustificare, nella lingua etrusca, sia la struttura grammaticale indoeuropea di tipo arcaico, sia la presenza di vocaboli privi di apparente riscontro. Nella pratica degli studi linguistici comparativi è stato ed è opportuno il raffronto tra quel che conosciamo della lingua etrusca e quel che conosciamo delle lingue anatoliche. Ciò è stato fatto da molti studiosi fra i quali il Georgiev, il Carruba e l’Adrados. Si consideri, poi, che a Lemno, abitata dai Tirreni-Pelasgi, sono state rinvenute due epigrafi e varie iscrizioni su frammenti di ceramiche. Sono tutte di VII secolo a.C., sono redatti in una lingua simile all’Etrusco e con un alfabeto contenete elementi dell’Etruria meridionale. Si consideri pure che i genetisti hanno oggi scoperto che il DNA degli attuali “Etruschi” ha alcune caratteristiche comuni a quelle degli attuali abitanti dell’Anatolia, e selettivamente a quelle degli abitanti delle isole di Lemno e di Rodi nel mar Egeo. Si ricordi infine che le fonti antiche, come per esempio Strabone, riferivano che prima durante e dopo la guerra di Troia tutta la costa dell’Anatolia e le prospicienti isole Eolie e Ionie erano state abitate dai Pelasgi534. A sua volta, Erodoto testimoniava che tutti i Pelasgi del suo tempo (V sec. a.C.) parlavano ancora una incomprensibile lingua diversa dal Greco535. Tutto questo ci consente di supporre che quella incomprensibile lingua diversa dal Greco, parlata dai Pelasgi, era simile all’Etrusco, ed era diffusa, e comunque conosciuta, in varie parti della Grecia, delle isole del mar Egeo e sulle coste dell’Anatolia, compresa la Troade. Quella lingua pelasgica era simile all’Etrusco, ma doveva essere più antica perché verosimilmente era la lingua formatasi durante il viaggio di coloro che dall’Europa settentrionale e centrale erano scesi fin nell’Italia centrale tirrenica e da qui erano ripartiti verso i Balcani meridionali dove avevano accolto altri migranti scesi dal nord del paese; da qui erano scesi in Grecia, e particolarmente ad Atene da dove andarono a sciamare nelle isole Egee e sulle coste dell’Anatolia. Qui le loro lingue s’erano dovute frantumare in tante singole ma somiglianti parlate locali. Essi sono coloro che i Greci chiamarono Tirreni (Turuscia?) e Pelasgi (Peleset?). Quando poi costoro tornarono, o comunque vennero, nell’Italia centrale tirrenica riportarono o comunque portarono le loro parlate che si fusero con la vecchia degli abitanti del luogo. Così nacque la lingua che noi chiamiamo etrusca? Come abbiamo già detto, tutto ciò potrebbe giustificare la apparente contraddizione della lingua etrusca fra la sua struttura grammaticale indoeuropea di tipo arcaico, e la presenza di vocaboli a volte privi di apparenti riscontri. Fig. 78 - Cicogne sui tetti

534 535

Strabone, Geografia, X, passim. Erodoto, Storie, I, 57.

201


A Allbbeerrttoo P Paallm muuccccii PARTE TERZA

TARQUINIA Capitolo Primo C Ò R I T O - C O R N E T O (oggi T A R Q U I N I A) Per una più esauriente trattazione di questo argomento vedi A. Palmucci, Gli Etruschi di Corneto (oggi Tarquinia) fra mito e Archeologia, Tarquinia, 2005.

1. GLI ETRUSCHI DI CÒRITO CORNETO. La città che oggi si chiama Tarquinia si trova sopra un colle che domina il mare e le foci dei fiumi Marta e Mignone. Essa ha assunto il nome attuale nel 1928; in passato si chiamava Cometo (gr. Kyrniéta; etr. *Curniet-; lat. Cornietum > Cornetum. Vd. nota 1). Il nome Tarquinia (lat. Tarquinii) era invece quello dei resti etruschi di un altro centro che si trova a qualche chilometro su un colle interno e parallelo. I due colli furono abitati almeno dall’età del Bronzo finale (f. 79). Fig. 79

Fig. 79 – Area di Cornetum ed area di Tarquinii nella fase finale del Bronzo recente (XI sec. a.C.). 1. Castello di Corneto; 2. Villaggio del Calvario (il più grande d’Etruria, con qualche migliaio di abitanti (R. Peroni); 3. Pisciarello; 4. Montarana; 5. Fontalile delle Serpi; 6. Villaggi del colle di Tarquinii.

Nell’età del primo Ferro, su quello di Tarquinii c’era una rete di villaggi ai quali risponde202


vano le necropoli dei Poggi circostanti. Sul colle di Cometum esisteva invece il villaggio del Calvario. Questo aveva qualche migliaio di abitanti (R. Peroni), ed era il più grande finora trovato in Etruria. Ad esso verosimilmente corrispondeva la necropoli delle Arcatelle, anch’essa la più grande finora trovata in Etruria. Attorno al Calvario si decentrava una serie di abitati minori con relative necropoli (ff. 79 e 80). I sepolcreti del colle di Cornetum, rispetto a quelli dei Poggi di Tarquinii, sono più vasti ed hanno restituito materiali più ricchi, vari ed evoluti. Tali elementi e la vicinanza al mare fanno supporre che il grande villaggio del Calvario di Cornetum abbia avuto su tutti un ruolo preminente.

Fig. 80

Fig. 80 – Area di Cornetum ed area di Tarquinii nella prima età del Ferro (da ca. 1020 a. C.). 1. Villaggio del Calvario (il più vasto d’Etruria, con qualche migliaio di abitanti); 2. Castello di Cornetum; 3. Infernaccio; 4. Acquetta; 5. Villaggi di Tarquinii; 6. Necropoli delle Arcatelle (la più grande d’Etruria). 7. Grande necropoli de “Le Rose”. 8. Grande necropoli di “Villa Bruschi Falgari”. 9. Villaggio della Doganaccia.

A quel tempo i morti si incineravano. A cominciare dalla prima metà del sec. VIII ebbe inizio la colonizzazione greca delle coste italiche con il conseguente nascere delle prime città. Intanto, nelle necropoli etrusche dei centri vicini al mare, si assiste al passaggio dal rito funerario ad incinerazione a quello ad inumazione. Solo le necropoli dei Poggi di Tarquiniì si attardano nel rito incineratorio. Sul colle di Cornetum, invece, la necropoli delle Arcatelle quadruplica la sua estensione, accoglie il nuovo rito inumatorio, continua a presentare materiale più ricco, vario ed evoluto rispetto a quello dei poggi di Tarquinìi, ed offre i primi esempi di scrittura etrusca appresa dal mon203


do Greco. Evidentemente, coloro che venivano seppelliti alle Arcatelle di Cornetum costituivano una comunità separata dagli abitanti della collina di Tarquinii (f. 81). Fig. 81

Fig. 81 – Il colle di Cornetum e quello di Tarquinii durante la fase recente della prima età del Ferro (VIII sec. a.C.). I quadratini indicano le singole piccole e medie necropoli di Tarquinii (la quasi totalità si attardava nel vecchio rito funebre dell’incinerazione). L’area tratteggiata indica la grande ed unica necropoli del colle di Cornetum (1/3 delle sepolture seguiva il nuovo rito dell’inumazione). Il CUNICOLO di Cornetum è un acquedotto sotterraneo di tipologia etrusca con otto pozzi. DOGANACCIA: Alessandro Mandolesi, nei recenti lavori eseguiti nei cosiddetti tumulo del Re e tumulo della Regina, ha rinvenuto sul luogo numerosi frammenti ceramici del primo ferro e del primo ferro recente. Dopo che gli abitanti del colle dei Monterozzi ebbero abbandonato i loro villaggi per concentrarsi all’estremità nord-occidentale del colle stesso (sul luogo dove ritroveremo la città di Cornietum: la Corythus vrgiliana), essi hanno lasciato sussistere questo villaggio perche esso era posto lungo un naturale percorso che da Tarquinii attraverso i Monterozzi giungeva fino al mare (f. 79). Gli abitanti di Cornetum potevano così controllarne, proibirne o permetterne il traffico.

Gli abitanti del colle di Cornetum, intanto, abbandonano quasi tutti i lori villaggi e vanno a concentrarsi verosimilmente nella parte occidentale dell’altura attorno a uno dei villaggi che già esistevano nell’area della futura città. Da questo luogo, nel momento in cui i centri interni della regione avrebbero potuto beneficiare del commercio coi Greci che approdavano sulla marina, i “Cornetani” potevano non solo controllare il mare e le foci del Marta e del Mignone, ma acquisire il dominio assoluto delle vie di transito della valle del Marta. Sul luogo di questo agglomerato nascerà la città che i Greci chiamarono Kyrniéta (etr. *Curniet- > lat. Cornieta > Cornetum. Vedi nota)536. A Corneto, si trovano peraltro alcuni 536

I Greci chiamarono Kyrnìata e Kyrniéta la città etrusca di Corneto. L’isola della Corsica, poi, era così chiamata dai Romani, ma i Greci la chiamarono Korsis e Kyrnos. Kyrnos era anche il nome d’una città che gli Etruschi possedevano nell’isola (Diodoro Siculo, V, 13). Pierre Chantraine ha messo in relazione il toponimo Kyrnos con il sostantivo kranìa che significa “corniolo” (P. Chantraine, Dict. Etym. de la Langue Greque, II, Paris, Klinckneich, 1979, p. 602 : kyrnoi... On ne peut voir que des homonymes dans kyrna = krania «Esichio » et dans le toponyme Kyrnos). Nella prima metà del V sec., infatti, il lessicografo greco Esichio scrisse che in lingua greca kyrna vuol dire kranìa (cioè corniolo); poi aggiunse: “Kyrnìata = Quel-

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documenti archeologici di notevole interesse storico come un tempietto extraurbano537, resti di mura urbane, un grande acquedotto sotterraneo di tipologia etrusca e numerose fosse granarie artificiali. Fuori le mura, e tutto intorno alla città, si trovava poi una serie di case ipogee538 e di necropoli etrusche539. Col tempo, sarà Tarquinii ad estendersi. Ma a Cometum rimarrà il primato morale. Silio Italico la definì ”sede del superbo Tarconte”540. Nella tradizione Virgiliana, poi, fu chiamata Corythus o Corìnthus, e sarebbe stata questa la patria di Dardano capostipite dei Troiani. Nell’Eneide, essa appare come il centro federale (Fanum Voltumnae) dove Tarconte riunisce i vari capi delle città per conferire ad Enea, ritornato da Troia a Corythus, il comando della Lega Etrusca (vd. parte III, cap III del nostro lavoro). A questa funzione fa riscontro il fatto che il sistema stradale etrusco-romano, tuttora esistente, era centrato sul colle dì Cornetum e non su quello di Tarquinii (f. 92). 2). LE MURA ETRUSCHE DI CORNETO541. Soprattutto i resti delle mura etrusche, l’esistenza dell’acquedotto etrusco nel sottosuolo della città, nonché il fatto che l’antica viabilità era la che i Tirreni abitavano dinanzi a Kyrnos”. Verosimilmente, Esichio vedeva, una relazione etimologica fra il corniolo, il nome di una città etrusca che i Greci chiamavano Kyrnìata e quello dell’isola che gli sessi Greci chiamavano Kyrnos. Kyrnìata era la forma del dialetto dorico; quella ionico-attica era *Kyrnièta (come dorico Kaiàta e ionico-attico Kaièta “it. Gaeta”). Ora, in Etruria, non esiste nessun luogo che abbia quel nome, eccetto la città di Cornietum o Cornetum o Corneta (oggi Tarquinia), posta peraltro esattamente dinanzi alla città di Aleria (l’antica Alalia), ch’è al centro dell’isola di Kyrnos, sulla sponda opposta del Mar Tirreno. (La y di Kyrnìata / Kyrnièta traslitterava in Greco la u etrusca di *Curniethe, proprio come nel caso di Kyrtonion ch’era la forma greca del nome della città etrusca di Curtun, oggi Cortona. Kyrnìata / Kyrnièta, in greco, è un neutro plurale, forma nella quale venivano formati numerosi nomi di città). Diodoro Siculo (loc. cit.) raccontava che un tempo, nell’isola di Kyrnos, gli Etruschi, dominarono la città di Kyrnos (forse la stessa Alalia), dalla quale ricevettero tributi di resina, cera e miele. Il possesso della città di Kyrnos, o comunque di Aleria, è confermato da una lapide etrusca, scritta in latino e trovata nel foro di Tarquinia, dove è scritto che Veltur Spurinna, supremo magistrato della città, fu a capo di una guarnigione militare piazzata in Corsica ad Aleria. Dall’odierna Tarquinia, se il tramonto è limpido, si vedono a volte le cime sassose dei monti di Aleria. Forse gli stessi Etruschi che avevano dato il nome alla città di Kyrniéta (Corneto) conquistarono e denominarono poi l’isola di Kyrnos (Corsica). Kyrnìèta/Kyrnos e Corsica/Corythus sono comunque in rapporto etimologico. 537 A nord-est della città, in località Ortaccio, sotto le mura, lungo la scarpata che corre ai pedi della ripa, esistono i resti di un tempio di IV-III sec. a.C. (A. Pasqui, “ NotScavi “, 1902, p. 293; M. Pallottino, op.cit., p. 46; E. Massi, Tarquinia - Area sacra in località Ortaccio, “BollSTAS”, 1997, p. 239). 538 A. Pasqui, op, cit., pp. 521-522. 539 NECROPOLI. Le città etrusche avevano in genere una grande necropoli a cui s’accompagnavano vari nuclei minori sparsi attorno alla città. Oltre alle necropoli dell’età del ferro (vd. f. 81), si hanno notizie ufficiali di vecchi ritrovamenti, oggi non più reperibili, effettuati lungo tutto il declivio che gira sotto tutto il percorso delle mura della città. Località Cartiera: Tombe di varie epoche furono scoperte sotto la chiesa di S. Maria in Castello in località Cartiera (Fossati, “Annali dell’Instituto”, 1829, p. 25; Pasqui, op. cit., p. 516; Pallottino, op. cit., p. 46; Romanelli, “NotScavi”, 1943, p.254). Rione Porta a Mare: A. Pasqui, op. cit., p. 516; Pallottino, op. cit. p. 47. Sud della città: A. Pasqui, op. cit., p. 515; M. Pallottino, op. cit., p. 47. Le Croci: M. Pallottino, op. cit. , 49. Ortaccio: Pallottino (op. cit., p. 46-47. Villa Falgari: L. Magrini, “BollSTAS”, 22, 1993, pp.75-172). Tomba Tartaglia: M. Pallottino, op. cit. p. 48. 540 Silio Italico, Le Puniche, VIII, 472-473: “Inviarono scelti uomini Cere, scelti Corneta (cod. Corona), sede del Superbo Tarconte, e l’antica Gravisca; nonché Alsio cara all’argolico Aleso, e Fregene cinta di squallidi campi (Lectos Caere viros, lectos Corneta (cod. Corona) superbi /Tarconis domus et veteres misere Graviscae;/ necnon argolico dilectum litus Halaeso / Alsium et obsessae campo squalente Fregane)”. Rileviamo che il passo di Silio presenta lo stesso contesto geografico dal quale già Virgilio aveva fatto venire un contingente di guerrieri che, al comando di Tarconte, erano andati in soccorso di Enea contro i Latini. Costoro provenivano da Caerete, da Pirgi, dai campi del Mignone e da Gravisca (il porto di Corneto e Tarquinia). Il parallelo è stato rilevato prima di noi da J. Volpilhac, da B. Rhem e da P. Venini (J. Volpilhac, in Silio Italico, La guerre punique, II, Parigi, 1981, p.178; B. Rhem, Das geographische Bild des alten Italien in Vergils Aeneis, “Philol.”, suppl. 24, 2, 932, p. 13, n. 26; P. Venini, La visione dell'Italia nel catalogo di Silio Italico, “MIL”, 1977-78, p. 163). 541 Ripreso e ristrutturato da A. Palmucci, “Bollettino STAS”, 2003; Gli Etruschi di Corneto (oggi Tarquinia), Tarquinia, 2005.

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centrata sul colle di Cornetum (vd. f. 92 a p. 224), portarono il Pasqui ed altri studiosi a ritenere che questa fosse la sede più antica di Tarquinii542. La tesi fu demolita dagli argomenti del Cultrera e del Pallottino, ma fu lo stesso Pallottino a ipotizzare che sul luogo fosse tuttavia esistito un centro etrusco diverso da Tarquinii; anzi, nel 1978, egli ha poi rivalutato gli studi del Pasqui, ed ha auspicato “una verifica da rigorose ricerche attuali, se ancora possibili”543. Fig. 82

Fig. 82 – Area di Cornetum ed area di Tarquinii durante il periodo Orientalizzante. NECROPOLI: 1. Grande necropoli dei Monterozzi (sviluppatasi da quella delle Arcatelle); 2. Ortaccio; 3. Porta Nuova; 4. Cartiera; 5. Le Rose; 6. Infernaccio; 7. Villa bruschi Falgari; 8. Madonna del Pianto; 9. Doganaccia; 10. Pisciarello; 11. Fontanile delle Serpi; 12. Saline; 13. Gravisca; 14. S. Nicola; 15. Grottelle; 16. Balza sud del Piano della Civita; 17. S. Savino; 18. Poggio Quarto degli archi II; 19. Poggio dell’Impiccato; 20. Poggio della Sorgente; 21. Macchia della Turchina; 22. Fontanile del Nasso; 23. Poggio del Forno; 24. Poggio Cretoncini; 25. Poggio Gallinaro; 26. Poggio dell’Ovo. 542

A.Pasqui, Nota del predetto Sig. A. Pasqui intorno agli studi fatti da lui e dal conte A. Cozza sopra l’ubicazione dell’antica Tarquinia, “NS”, 1885, pp. 513-524 e t. XV; G. Cultrera, Questione relativa all’ubicazione dell’antica Tarquinia, “NS”, 1920, pp.266-276; M. Pallottino, Tarquinia, “Monum. Ant. Acc. Naz. Lincei”, 1937; R. E. Linington, F. Delpino, M.Pallottino, Alle origini di Tarquinia, scoperta di un abitato villanoviano sui Monterozzi, “StEtr”, 46, 1978, pp.3-23). 543 Per queste ricerche, vedi A. Palmucci, Corneto (oggi Tarquinia) etrusca, “BollSTAS”, 39, 2000, pp. 9 42; Corneto (Tarquinia), città etrusca davanti alla Corsica, “BollSTAS”, 32, 2003, pp. 37 - 54; Gli Etruschi di Corneto, Ass. Cult. prov. Viterbo, 2005.

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Nel caso di Corneto però l'analisi della più antica cinta muraria non può prescindere da quella delle tappe dello sviluppo dell’abitato che circondarono, né da quella delle denominazioni che questo andò di volta in volta acquisendo. In un documento dell’805, si trova un cenno a una “valle che è detta in Cornietu”544. In una lettera, poi dell’853, nella quale il papa Leone IV comunica a Virobono, vescovo di Tuscania, i territori compresi nella sua diocesi, si trova ancora un accenno a una “valle de Cornieto”, e si menziona pure un “territorio corgnetanensi”545. Ora, l'esistenza di un territorio corgnetanensi dovrebbe presupporre un distretto fiscale o comunque un'unità amministrativa che avesse o avesse avuto sede in Corneto, come poteva essere quella di un'antica Civitas o di una dismessa diocesi. Il documento, però, elenca dettagliatamente vari fondi e chiese del territorio corgnetanensi, ma paradossalmente non menziona nessuna chiesa posta nella presunta Corneto, né menziona la stessa Corneto. Menziona invece Tarquinii. In quello stesso anno 853, l’imperatore Ludovico II conferma all’abate Adalberto tutti i beni di S. Salvatore; e, fra questi, elenca la cella di S. Stefano in Tarquinii546, ma non nomina Corneto. D’altra parte, il primo documento ci è noto solo da una copia fatta a Corneto nel XII secolo; e c’è chi, come Del Lungo, sospetta che in quella data possa essere stato creato ad arte547. In ogni caso, si può supporre che, nel primo documento, la mancanza del nome e della chiesa di Corneto, sia indicativa del fatto che al tempo a cui esso si riferisce, il territorio in questione veniva chiamato corgnetanensi solo perché aveva conservato nel tempo il nome derivato da quello del territorio di una antica civitas che, almeno come tale, non esisteva più. Forse, già dal tardo Impero, questa Civitas aveva subito un progressivo spopolamento culminato nel sec. IX quando la regione fu sottoposta alle incursioni saracene venute dal mare. Pare, peraltro, che nell’882, i Saraceni abbiano devastato il monastero di S. Maria del Mignone, tanto che la struttura sia rimasta inutilizzata per 42 anni sino al 924548. La prima sicura attestazione dell’esistenza di un centro medioevale chiamato “Torre di Corgnito” è del 939549. Evidentemente, in quella data, sul luogo dell’antica Civitas, era stata eretta una Torre con funzioni di vedetta e controllo della via Aurelia e della marina; e a questa torre si trovavano addossate alcune case occupate da qualcuno ch’era venuto ad abitarle. Abitatores, cioè residenti (ma non originari con certezza), vengono definiti nei documenti dell’epoca gli abitanti del luogo550. Passarono poi quarant’anni durante i quali questa Torre non venne più nominata; e solo a partire dal 976 riapparve come “Torre e Castello di Corgnetu”, ovvero come una torre attorno alla quale era stata organizzata una cinta di mura, strutturata sui resti, come vedremo, di una cerchia etrusca. Abitatores, cioè residenti (ma non originari con certezza), 544

F. Brunetti, Codice Diplomatico Toscano, II, 1, pp. 343-344, nr. 64: “valle qui dicitur in Cornieto”. Migne, Patr. Lat. , CCXV: “In finibus vero Maritimae, terrirorio corgnetanensi, fundum qui vocatur Poppe Lupuli inde, cum terris cultis et incultis, qui est secum fluvium Martam, et cum omnibus eius pertinetiis. Item et fundum qui vocatur Poppe Sanctae Mariae, cum terris cultis et incultis, plagiis quoque et appendiciis suis, vel cum omnibus eius pertinentiis atque Poppe iuxta Waldimandiam, et terras Sacti Stephani, cum omni eorum convenientia, findum qui vocatur Tureranzula cum integritate sua. Plebem Sanctae Mariae quae posita est in Terquinio, cum vineis terris, pratis et cum omnibus suis pertinentiis, in Ancarana fundos quatuor, vidilicet montem vulpium, Buttem et Saccali, cum puppis eprum ex utraque parte fluvii Mariae, et cum omnibus eorum convenientis, fundum qui vocatur Fultona inde inde, cum suis omnibus pertinentiis”. 546 Codice Diplomatico Amiatino, I, pp. 279-281, nr. 123. 547 S. Del Lungo, “BollSTAS”, 1999, p. 43, n. 98. 548 Reg. Farf. , III, p. 152, nr. 439; Cronicon Farfense di Gregorio di Catino, II, pp. 10-16; C. Calisse, Storia di Civitavecchia, Firenze, 1936, p. 78 e n. 1; P. Fedele, Carte del monastero dei SS cosma e Damiano in Mica Aurea, “ASRSP”, 21, 1898, p. 477; Silvestrelli, Citta, Castelli, ecc. , I, p. 13. 549 Reg. Farf., III, p. 54, nr. 352 (anno 939): “ habitatores in turre de Corngnito [...]. Actu in turrim de Corgnito” . 550 Reg. Farf., III, p. 54, nr. 352 anno 939: “habitatores in turre de Corngnito [...]. Actu in turrim de Corgnito”. 545

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vengono di nuovo definiti nei documenti dell’epoca gli abitanti del luogo551; e solo in un testo del 1014 avremo la prima esplicita menzione di persone sicuramente originarie552. Il luogo non era di certo un grande centro, bensì un nucleo di abitazioni poste prima accanto a una torre, e poi a una torre con Castello. Il sito è identificabile con quello che a tutt'oggi si chiama Castello di Corneto, ed ha ancora un’autonoma cinta muraria. Non è quindi pensabile, come alcuni vorrebbero, che i Cornetani del X secolo avessero già eretto la vasta cinta muraria che caratterizzerà invece il centro urbano del XIII secolo. Come vedremo, esistevano però i resti della vecchie mura etrusco-romane, che cingevano la deserta o semideserta antica Civitas. I pretesi trattati di navigazione e commercio che Corneto avrebbe stipulato nel 916 con Pisa, Ragusa, Genova e Venezia discendono da un errore di A. Guglielmotti che attribuì la notizia nientedimeno che al grande storico Antonio Muratori. Ma in quella data la Corneto medioevale non esisteva ancora o era solo una “Torre di Corgnito”, così non poteva aver stipulato simili trattati. Infatti, nessuna fonte li menziona e tanto meno il Muratori che, nel luogo citato da Guglielmotti, parla invece del trattato stipulato da Corneto con Pisa nel 1173 quando Corneto sarà una vera importante città553. Agli inizi del ‘900, l’errore di Guglielmotti è stato recepito da L. Dasti. Purtroppo, ai nostri giorni è ancora recepito da T. Tiziani, da G. C. Traversi e particolarmente da R. Chiovelli che ancora nella sua ultima opera, pubblicata con L’Erma di Bretschneider, sostiene che Corneto nel decimo secolo abbia non solo avuto rapporti con Roma e l’interno della Tuscia, ma abbia pure stipulato trattati di commercio con Pisa, Ragusa, Genova e Venezia. Anche I. Serchi, pur evitando l’errore di Gugliemotti, ha seguito alcune delle principali deduzioni di Chiovelli554. Ma, partendo dalla errata credenza che già prima del mille Corneto sia stata una notevole città, l’esistenza dei grandi conci di tipo etrusco alla base delle sue mura non può esser correttamente valutata.

Nel 1004 troviamo ancora: “Castello o Torre di Corgetu”555. Accanto al Castello c’era il vicus, secondo la formazione tipica dei centri medioevali. Infatti, nel 1005/6, troviamo “Vico del Castello e Torre di Corgetu”556. La forma particolare Corgetus e Corgitus del nuovo nome dato al vico, castello e torre apparirà, nei Documenti Amiatini, per nove volte fra gli anni 1004 e 1018557. Nel 1224 troveremo la variante *Crugentus558. Queste particolari forme ricordano, nella scrittura, in nome di Corythus o Corynthus, che nella tradizione virgiliana era quello dell'antica città etrusca patria di Dardano, capostipite dei Troiani559. 551

P. Egidi, Un documento cornetano del X decimo, “Boll. Dell’Ist. Storico Italiano”, 34. 1914, pp. 4-6: “abitator in castello ...turre de Corgnetu...Actum in castello de Cornetu”, 552 I Placiti del “Regnum Italiae”, II, 2, Roma, 1955, p. 538, nr. 284: “isti de Cognito”. 553 A. Muratori, Antiquitates Italicae Mediae Aevi, vol IV, col. 401. 554 A. Guglielmotti, Storia della marina pontificia, p. 103; L. Dasti, Notizie storiche ed archeologiche di Tarquinia e Corneto, Tarquinia, 1910, p. 289; G. Tiziani, Le fortificazioni di Tarquinia medioevale (Corneto) “Quaderni della Biblioteca dell’Arch. com. di Tarquinia” 3, 1985; G. C. Traversi, Tarquinia, Relazione per una storia urbana, Tarquinia, 1985, p. 59; R. Chiovelli, Preliminari ad uno studio cronologico delle mura di Corneto, “BollSTAS”, 25,1996, p. 24; Tecniche costruttivemurarie medievali, Roma, L’Erma di Bretschneider, 2007, p. 182; I. Serchi, Analisi delle mura medievali di Corneto (Tarquinia), dai nuovi dati degli scavi archeologici, “BollStas”, 2007, p. 361, ss. 555 C. Calisse, Documentidel Monastero di S. Salvatore sul Monte Amiata riguardanti il Territorio Romano “secc. VIII-XII”., “ASRSP” 16, 1893, pp.335-336, nr.44 (Genn. 1004): “in Castello aut turre de Corgetu”. 556 C. Calisse, op. cit. , 16, 1893, pp.337-338, nr. 65 ( Apr. 1005/6): “in Vico de Castellu et turre de Corgetu [....]. In Vico et Castellu et Tturre de Corgeto”. 557 Vd. C. Calisse, op. cit. , 16, 1893, pp. 335-336, nr. 44 (Genn. 1004), quattro volte; pp. 337-338, nr.65 (Apr. 1005/1006), tre volte; 17, 1894, pp. 112-114, nr.58 (Maggio 1018), due volte. Un omonimo fundum Corgitellum, posto fra Montalto e il territorio di Corneto, era stato menzionato anche nella sopra citata Bolla emessa da Leone IV nell’850. 558 Si deduce da Crugentanus (Theiner, Cod. Dipl. Temp. , S. S. 1, 134). 559 Si può pensare che la “y” di Corythus e Corynthus sia stata trattata come un suono consonantico. Devo al compianto amico Francesco Della corte, titolare della Cattedra di Latino all’Università di Genova, il suggerimento della possibile trasformazione grafica di Corythus in Corjitus > Corigitus > Corgitus. Si noti

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In proposito, è indispensabile sapere che, nel Medioevo, solo alle sedi vescovili o agli avanzi di città ritenute ex sedi vescovili o di fondazione etrusca e romana veniva data la denominazione di Civitas. Per esempio, Tuscania era detta civitas Tuscana, perché etrusca e sede di diocesi; ed anche la piccola Orcla era chiamata civitas, però lo era per la sola presenza di ruderi antichi. Il centro, infatti, era privo d’importanza territoriale ed amministrativa560. Da svariati documenti dell’XI secolo, apprendiamo che pure il Castello e la Torre di Corneto o Corgitus (Corythus?) erano chiamati Civitas. Ciò evidentemente perché, come nella piccola Orcla, esistevano sul luogo resti etrusco-romani, e non perché la torre e il castello fossero grandi come una città561. La prima attestazione è del 1011. La dicitura che maggiormente ricorre nei Documenti Amiatini e nel Registro Farfense è “Castello torre di Corneto che è chiamato Civita”562. Si realizzi, peraltro, che nel nostro caso, non si trattava di una civitas che si chiamasse Corneto, bensì di un castello che veniva denominato anche Civitas come secondo nome (Castellum Turris de Corgnito qui Civitas vocatur). Ciò perché il Castello e la Torre di Corneto erano sorti su un luogo che, per la presenza di ruderi etrusco-romani, era stato ed era ancora comunemente denominato semplicemente Civitas. Allo stesso modo oggi è chiamato semplicemente “Civita” il luogo dove si trovano i ruderi etrusco-romani di Tarquinii. Via via, poi, che il Castello di Corneto si amplierà sui ruderi della vecchia Civitas, questi si ridurranno fino a scomparire per far luogo alle nuove costruzioni, e così scomparirà pure l’appellativo di Civitas. Sin dagli ultimi decenni de sec. XI la già saltuaria denominazione di Civitas diventerà rara fino a scomparire nel corso del sec. XII. Rimarranno però (e si vedono ancora) qua e là vari avanzi delle basi delle antiche mura etrusche; e su queste verrà ricostruita la prima cinta di mura medievali. In realtà, Corneto non aveva mai assunto la qualifica di Civitas. Il centro sarà veramente eretto a Civitas solo nel 1435 quando diverrà sede vescovile. In quella occasione, il papa Eugenio IV, nella stessa bolla con cui lo erigerà a diocesi, gli conferirà esplicitamente la relativa qualifica di Civitas563. l’analogia fra le alternanze Corythus, Corgitus e *Crugentus con quelle del nome personale latino Coriton, Corvinton e Corinton (Martyl. Hieron., 8 Ag.), nonché con quelle del nome personale greco Corython (Ditti Cretese, IV, 7) e Corgynthon ( Apollodoro, Bibl. St., III, 12,5). 560 S. Del Lungo, La toponomastica archeologica della provincia di Viterbo, Tarquinia, 1999, p. 153. 561 A. Palmucci, opp. citt. ; S. Del Lungo, loc. cit. 562 C. Calisse, op. cit. , 16, 1893, pp.343-345, nr. 48 ( Apr. 1011): “in ipsu castellu turre de Corgnitu qui Civitas vocatur”; 17, 1894, p. 103, nr. 53, (Marzo 1014/1015) : “in ipsu castellu turre de Corgnitus, qui Civitas vocatur”; p. 105, nr. 104 (Marzo 1014/1015) : “in ipsu castellu turre de Corgnitus, qui Civitas vocatur”; p. 107, nr. 55 (3 Apr. 1015): “intus civitate de Corgnieto). R.F. , IV, p. 2, nr. 603 ( anno 1009/1012): “in castello et civitate Corgnito”; R:F. , III, p. 216, nr. 505 (anno 1017): “in loco et castello qui civitas vocatur Corgnitum”; R.F. , V, p.221, nr. 1235 (anno 1045/46): “uno petio terrae cum casa posita intro ipsum castellum turris de Corgnito qui civitas vocatur”; R. F. , IV, pp. 225-226, nr. 824 (anno 1051): “infra Civitatem de Corgnito [...] In platea quae est iuxta aecclesiam quae vocatur Sancti Martini [...]. Infra suprasriptam Civitatem quae vocatur Corgnitum”; R.F., V, p. 49, nr. 1049 (anno 1080): “in palatio intus Castellum quod nominatur Civitas de Corgnito [...]. Aecclesia Sancti Petri sita iuxta castellum de Corgnito”; R.F., V, pp. 95-96, nr. 1099 (anno 1084): “Aecclesiam Sancti Petri extra muros Civitatis Chronetanae, et quicquid infra ipsam Civitatem vel foris habere videtur. Aecclesiam Sancti Peregrini et aecclesiam Sancti Angeli sub ripa, in integra proprietate sua”. 563 Vedi il testo della bolla papale in M. Polidori, Croniche di Corneto, Tarquinia, 1978, pp.144-148: “Eugenius Episcopus, Servus Servorum Dei [...]. Terram ipsam [...] in Civitatem erigimus, Civitatisque titulo et insignijs decoramus, ipsamque Terram ex nunc Civitatem Cornetanam volumus perpetuis futuris temporibus nuncupari [...]. Margheritae ecclesiam predictam in Cathedralem Ecclesiam erigimus eamque Dignitatis Episcopalis titulo insignimus”.

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E’ pensabile che tra la fine del X e l'inizio dell'XI secolo, l'abitato che si chiamava Torre di Corneto si sia ampliato fino a comprendere tutta la zona che ancor oggi conserva il nome di Castello di Corneto, e che per la presenza di resti etrusco-romani era denominata Civitas. Durante l’XI sec. la competenza di questa Civitas divenne certamente più ampia di quella del Castello, ma la zona cinta di mura dovette essere ancora solo quella del vecchio Castello. Non esistono, infatti, in tutta Corneto, avanzi di mura urbane di sec. XI. Abbiamo solo memorie e resti di rari e sparsi edifici. Dentro il Castello abbiamo la Torre, la cella di S. Maria alla Ripa e il Palazzo della contessa Matilde di Canossa; fuori il Castello, solo la chiesa di S. Martino564. La prima menzione di questa chiesa è del 1045, quando un “abitante nel Castello di Corneto” cede all’Abbazia di Farfa, con atto notarile stipulato “in Corneto”, la propria parte di possesso della chiesa di S. Martino posta “nel luogo che è detto presso Castello Vecchio”; l’anno seguente, nel 1046, altri “abitanti nel Castello di Corneto” vendono all’Abbazia, con atto stipulato “in Corneto” le restanti parti di proprietà della stessa chiesa posta “nel luogo che è detto presso Castello Vecchio”. Qualche anno dopo, un documento del 1051 localizza la chiesa nella “Civitas di Corneto”565. La chiesa esiste ancora, e si trova lontano dalle mura del vecchio castello; anzi, è più vicina a quelle del futuro centro urbano. Evidentemente, nel 1046, la Civitas di Corneto si estendeva ampiamente a macchia di leopardo oltre le mura del castello vecchio, però gli edifici decentrati, come la chiesa di S. Martino, venivano ancora individuati solo in rapporto al castello566. Dunque, la cinta muraria medievale della più ampia Civitas non esisteva ancora; e, d’altra parte, come già abbiamo detto, non esiste a Corneto alcun resto di mura urbane di sec. XI. Nel 1082, poi, La contessa Matilde di Canossa emise un decreto “nel palazzo che è dentro il Castello chiamato Civitas di Corneto”567. Verosimilmente, in quella data, il centro politico ed amministrativo del Castello chiamato Civitas era ancora dentro il Castello stesso. Corneto esploderà tra la seconda metà dell’XI secolo ed il XII quando diverrà il primo libero comune d’Italia in ordine di tempo e stipulerà trattati commerciali con Pisa e con Genova568. Al XII secolo risalgono, infatti, importanti monumenti; e proprio ancora all’interno del Castello verrà iniziata nel 1121 la costruzione della grande chiesa di Santa Maria. D’ora in poi, di norma, il luogo non sarà più chiamato Castello di Corneto, ma solo

564

Tiziani (op. cit., p. 9 e n. 13) data all’XI/iniz. XII sec. alcuni conci rintracciabili sulle fiancate di S. Maria di Castello (cm. 22 x39; 23 x 39; 24 x 41; 23 x 41) ed altri rinvenuti nell’area della chiesa di S. Nicola (cm. 19, 5 x 63 x 22) ch’era sotto la ripa del Castello; alcuni conci analoghi si troverebbero poi riutilizzati nel Palazzo dei Priori, nella chiesa del Salvatore e in quella di S. Martino. Nessun concio dunque appartiene a mura urbane, se non forse indirettamente quelli trovati nell’area della chiesa di S. Nicola e sul fianco di S. Maria di Castello. Si potrebbe anche supporre che nell’XI sec. le mura del Castello di Corneto fossero sostanzialmente ancora quelle di epoca etrusca-romana. 565 R. F. , V, doc. 1237 (anno 1045): “Habitator castelli turris de Corgnito […] omnem meam portionem de ecclesia Sancti Martini in loco qui dicitur prope Castellum vecclum […]. Actum in Corgnito.”; V, doc. 1236 (anno 1046): “Habitatores castelli turris de Corgnito […] omnem portionem nostram de ecclesia Sancti Martini, in loco qui dicitur prope castellum vecclum […]. Actum in Cognito”, C. F., c. 133 A: “ecclesia Sancti Martini in loco qui dicitur prope Castellum Vecclum”; R. F. ,IV, doc. 824 (anno 1051): “ infra Civitatem de Corgnito [...] In platea quae est iuxta aecclesiam quae vocatur Sancti Martini [...]. Infra suprasriptam Civitatem quae vocatur Corgnitum”. 566 E’ anche possibile che, viceversa, la zona della chiesa di S. Martino fosse stata detta “Presso Castello Vecchio” per esser prossima agli avanzi delle vecchie mura etrusco-romane che ancora circondavano l’antica civitas. 567 R . F. , V, p. 49, nr. 1049. 568 Vedi A, Palmucci, Il trattato di pace fra i Cornetani e i Genovesi, “BollSTAS”, 23, 1994; I rapporti di Genova e della Liguria con Corneto e l’odierno alto Lazio nei notai liguri dal 1186 al 1284, “BollSTAS”, 24, 1995; Anno 1385: Il papa cede Corneto in pegno ai Genovesi, “BollSTAS”, 25, 1996; I rapporti fra Corneto e Genova nei secoli XII e XIII e gli atti dei notati liguri dal 1186 al 1264, in Atti del Convegno di Studi “I Pellegrini nella Tuscia Medievale: vie, luoghi e merci”, Tarquinia, Palazzo dei Priori, 4-5 Ottobre, 1997, Tarquinia, 1999, pp. 211-267.

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Corneto; nei documenti farfensi esso è chiamato Castello per l’ultima volta nel 1112569. Fra il XII e il XIII secolo, l'estensione di Corneto raggiungerà circa 20.000 metri quadrati compresi entro una cinta muraria di circa due chilometri e mezzo570, costruita sui resti delle precedenti mura etrusco-romane. Il suo tracciato comprendeva quella parte del centro storico dell’attuale Tarquinia che da Porta Castello va alla Barriera S. Giusto, e da qui piega ad angolo retto lungo piazza Cavour, corso Vittorio Emanuele, piazza Matteotti, piazza Trento e Trieste, e via Dante Alighieri fino a Porta Nuova. Nel 1300, la cinta aveva ancora questa estensione. Il suo diametro andava da porta Castello a porta S. Pancrazio. Quest’ultima aveva preso il nome dalla chiesa di S. Pancrazio (sec. XII), e si trovava evidentemente presso di essa nel tratto di cinta compreso tra la fine di corso Vittorio Emanuele e piazza Matteotti. La porta fu verosimilmente costruita, o ricostruita, insieme alla cinta, ed è documentata più volte nella Margarita Cornetana degli anni 1299 e 1300571. La cinta muraria medioevale, edificata sui resti di quella etrusco-romana, fu più volte rifatta in vari punti durante il corso degli anni fino ai nostri giorni; ma la parte che andava dall’attuale Barriera S. Giusto fino a Porta Nuova è rimasta ferma a quel tempo. Non fu più ricostruita perché la città fu allargata verso sud-est, e circondata da una nuova muraglia che lasciò la vecchia nel suo interno. Lungo la zona interna della vecchia, già dal 1262, fu costruita la parte posteriore dell’edificio che poi diverrà sede del Comune572. A tutt’oggi rimangono vari spezzoni sia di quelli della cinta costruita sui grandi conci dei resti etruschi (Barriera, Museo, torre del Comune, viale Dante Alighieri, ecc.), sia di quelli in cui la cinta sembra essere stata esclusivamente costruita con i piccoli conci di tipo medioevale. Questi piccoli conci si vedono in piazza Soderini all’interno della locanda Ocresia e dell’abitazione dell’amico Bruno Blasi. Il muro è largo cm. 108; e i conci, esaminati misurano variamente cm. 32 x 20; 35 x 30; 37 x 25; 36 x 31; 34 x 29; 34 x 27; 31 x 27; 29 x 28. A monte, in via Giordano Bruno, si vede il proseguimento dello stesso muro, largo ancora cm. 108. Queste mura sono sicuramente posteriori al sec. XI. In vari punti del perimetro che cinge tutta la città di XII-XIII secolo sono ancora rintracciabili i resti delle precedenti mura etrusche. a) Nel 1887, il Pasqui scriveva: “Tuttora si vedono messe in opera in un arco che fiancheggia il muro a manca di chi entra da Porta Castello, alcune bozze lavorate a gradina, tre delle quali spezzate e con avanzi di un M grande e profondamente inciso, il quale doveva rappresentare una cifra della cava. Blocchi consimili, ma intatti e con uguale marca, si trovano su vari punti delle mura in prossimità di questa porta, verso il pubblico lavatoio e lungo il muro, che fiancheggia l’ingresso della piazzetta di Castello”573. Oggi, sulla destra della parte esterna di porta Castello sono ancora visibili quattro file di grandi conci che poggiano al suolo (f. 84). Le loro dimensioni variano da cm. 48 x 63; 40 x 83; 40 x 58574.

569

R. F. , V, doc. 1216 (anno 1111/1112): “in castello Corgneto”. Ringrazio il compianto amico ing. Pietro Scarpari per la calorosa partecipazione alla ricerca relativa a questo capitolo, e per l’aiuto risolutivo fornitomi controllando al computer i dati sulla mappa di Tarquinia. 571 P. Supino, La “Margarita Cornetana”(regesto dei documenti), Roma, 1969, docc. 291; 316; 324; 326; 328; 329. 572 La parte interna alla vecchie mura fu terminata nel 1262, secondo quanto diceva una lapide del 1451 trovata sulla loggia del palazzo, ed ora nei magazzini del museo di Tarquinia. 573 A. Pasqui, op. cit. pp. 513-524 574 G. Tiziani, Le Fortificazioni di Tarquinia Medioevale (Corneto), “QuadACT”, 3, 1985, p. 13. 570

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Grandi conci si trovano pure sotto le fondamenta del lato nord est della chiesa di S. Maria, costruite sopra il muro castellano (f. 91 a p. 221). Tutta la base della chiesa poggia poi su precedenti grandi blocchi che in parte ripetono le fondamenta della precedente cella di S. Maria alla Ripa, e in parte dovrebbero risalire ad epoca etrusca o romana.

Fig. 83 – Pianta di Corneto etrusca

Fig. 83. Pianta di Corneto con indicazione dell’originaria cinta muraria etrusca e dell’ampliamento avvenuto nel XIV sec. I cerchietti neri rilevano la posizione del cunicolo etrusco. Inizialmente l’abitato etrusco si estendeva forse per tutta l’area servita dai pozzi del cunicolo.

Altri grossi conci rimangono qua e là inseriti nelle mura comprese fra la porta di Castello e la chiesa di S. Maria in Valverde. Alla base dei rifacimenti di poggio Ranocchio si vedono alcuni grandi conci molto corrosi (f. 85). Questi misurano cm. 75 x 47; 72 x 37; 70

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x 45; 50 x 40575. b) Passato il Castello, altri grossi conci appaiono qua e là alla base della porzione di mura che va da poggio Ranocchio alla Barriera S. Giusto. Sul fianco sinistro poi del bastione della Barriera S. Giusto dove la primitiva cinta piega ad angolo retto verso nord est è presente un consistente tratto di mura premedievali. E' alto metri 5,40, e lungo 4, 90576. La sistemazione attuale della piazza divide questa porzione delle mura in una parte superiore ed in una inferiore. Quella superiore (f. 86) è visibile e controllabile anche se i conci sono stati riempiti di calce negli interstizi. Essi misurano variamente cm. 85 x 55; 85 x 52; 85 x 45; ecc.. Della parte inferiore una porzione (con gli interstizi dei conci anch’essi riempiti di calce), è rintracciabile a sinistra del lato esterno della Barriera. L’altra è nascosta nel buio dei locali interni dell'Ufficio dell'Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo, ed è stata ricoperta da una mano di calce. Queste mura furono ritenute prova di un insediamento etrusco già dal Moretti577. Fig. 84 – Filari di conci etruschi alla base delle mura fuori porta Castello

Fig. 84. Quattro file di grandi conci (cm. 83 x 40; 63 x 48 e 58 x 40) fuori porta Castello.

N. B. I conci di queste mura hanno le misure di quelli etruschi tipici del territorio, e provengono dalla cave di macco che si trovano nelle contrade della Porcareccia e del Monnezzaro, ambedue sul collina stessa dei Monterozzi di Corneto. Sulle pareti delle cave si vede ancora lo spazio vuoto lasciato da ogni concio estratto. La corrispondenza delle misure è controllabile.

c) Sulla stessa linea della precedente porzione, sotto il piano dei locali delle caldaie di 575 576

577

G. Tiziani, op. cit., p. 18. G. Tiziani, op, cit., p. 23 e nn. 89-90.

M. Moretti, La necropoli villanoviana “Alle Rose”, “NotScavi” 1959, p. 113. 213


riscaldamento del Museo Nazionale, situati in piazza Soderini n. 3, si trova un muro medioevale che corre parallelo agli avanzi di uno piĂš antico (f. 87). Con il consenso della direttrice del museo dott.ssa Maria Cataldi che ringrazio, e con il fattivo aiuto dellâ&#x20AC;&#x2122;amico Umberto Magrini che pure ringrazio, sono entrato sotto le caldaie, ed ho misurato tre blocchi: cm 90 x 53 x 53; 80 x 45 x 45; 75 x 51 x 35.

Fig. 85 Conci etrusco â&#x20AC;&#x201C; romani Alla base delle mura di Poggio Ranocchio

Fig. 85. Quattro grandi conci di tipo etrusco sotto il rifacimento settecentesco delle mura medievali di Poggio Ranocchio. (conci: 75 x 47; 72 x 37; 70 x 45; 50 x 40).

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Fig. 86 Mura etrusco – romane Presso la Barriera San Giusto

Fig. 86. Parte superiore del tratto di mura etrusche presso la Barriera S. Giusto. La parte inferiore è nascosta all’interno dei locali dell’Ufficio dell’Azienda Autonoma di Soggiorno dove sono stati calcinati. I conci visibili nella foto misurano 85 x 55; 72 x 37; 85 x 52; 85 x 45; ecc.

d) Sulla stessa linea degli avanzi precedenti, all'interno del palazzo sede del Comune, alcuni anni or sono è stata scoperta l’esistenza di una torre a pianta quadrangolare, di muratura simile all’opera quadrata d’epoca etrusco-romana (f. 88)578. e) Molti grandi conci si trovano alla base, o inseriti in quelli più piccoli e recenti, delle mura che sulla linea della torre del Comune proseguono lungo il viale Dante Alighieri, e giungono fino al belvedere della rupe di Porta Nuova (f. 89). f) Grandi conci appartenenti a un muro di sotruzione si trovano pure nella ripa della parte nord occidentale della città (f. 91 ).

578

G. Tiziani, op. cit., p. 25.

215


Fig. 87

Fig. 87. Tre file di conci etruschi in piazza Soderini 3, nei locali sotterranei delle caldaie del Museo Nazionale (Conci: cm. 90 x 53 x 53; 80 x 45 x 45; 75 x 51 x 35; ecc....). Da Bruno Blasi, “Boll. S.T.A.S.”, 1979.

C’è chi variamente ritiene che i resti di mura di cui abbiamo parlato siano appartenuti ad una cinta muraria l’VIII e l’XI sec.579 Ma, come ha osservato Andrews580, i grandi blocchi etruschi e romani possono a volte esser scambiati per altomedioevali. Nel nostro caso, infatti, non è pensabile che quando Corneto era solo una Torre (sec. X), e poi una Torre con Castello (secc. X-XI), esistesse un cinta muraria che, in aggiunta a quella del Castello, si estendesse per altri e due chilometri. Evidentemente, i resti attuali delle mura in questione appartengono alla più ampia e antica cinta della Civitas etrusco-romana581. Dentro di questa, durante l'alto medioevo, poterono però sussistere piccoli nuclei di case costruite accanto o sui resti degli antichi edifici, e dislocate soprattutto lungo la linea del grande acquedotto sotterraneo etrusco i cui pozzi attraversavano l’antica città. 579

L Dasti, op. cit. , p. 88 ; G. Tiziani, op. cit., p. 9 e ff. 5; 12; R. Chiovelli, op. cit. , p. 24 . D. Andrews, L’evoluzione della tecnica muraria nell’alto medioevo, inserto n. 6 in Biblioteca e Società, n. 1-2, giugno 1982, p. 5 nota 2; G. Tiziani, op. cit. , p. 9 e n. 11. 581 A rigore, alcuni dei grandi conci che si vedono nelle mura di Castello potrebbero appartenere a resti altomedioevali. Tiziani (op.cit. fgg. 5 e 12), ritiene che quelli fuori porta Castello siano di sec. VIII-IX; è però verosimile che a quel tempo il Castello di Corneto non esistesse ancora. 580

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Fig. 88 – Torre etrusco-romana

Fig. 88. I grandi conci etruschi alla base della torre quadrangolare attualmente all’interno del palazzo del Comune (via S. Pancrazio). Da A. Palmucci, “Boll. S.T.A.S.”, 2003.

*** Come abbiamo già visto, nel 1300 la cinta muraria della città aveva un diametro che andava da porta Castello a porta S. Pancrazio. Dai primi decenni del XIV secolo essa però cominciò ad allargarsi fino a comprendere il Castum Novum dove si diceva che i Cornetani avessero deportato gli abitanti della città di Tarquinii da loro stessi distrutta nel 1307. Nella parte sud-orientale di quest’ultima cinta non c’erano ripe considerevoli, così fu costruito un doppio muro che fu ammirato dal Petrarca, e da lui così descritto in un componimento pubblicato nell’anno 1358: Corneto, castro turrito ed eminente, cinto da doppio muro582. 582

F. Petrarca, Itinerario in Terra Santa, a cura di F. Lo Monaco: “Cornetum turritum et spectabile oppidum, gemino cinctum muro”. Ringrazio Bruno Blasi che mi ha indicato l’opera.

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Nel luogo indicato, la doppia cinta è ancora visibile. Fig. 89 – Alberata Dante Alighieri: conci sporadici

Fig. 89. Sporadici grandi conci alla base delle mura che corrono lungo Alberata Dante Alighieri.

3). IL CUNICOLO E FONTANA NUOVA. Il sottosuolo della città è attraversato da due acquedotti di tipologia etrusca. L’uno va da sud-est a nord-ovest; l’altro, giusta la descrizione del Polidori, “risponde in questo e tira verso la chiesa del Salvatore”583. A grandi linee, essi potrebbero indicare rispettivamente il decumano ed uno dei cardi dell’antica città (f. 91). L’uno e l’altro sono simili nella struttura ad altri trovati a Tarquinii. Vi si poteva attingere acqua da vari pozzi che oggi però sono chiusi e dimenticati. Dalle descrizione del Pasqui sappiamo che, lungo il cunicolo-decumano, il primo pozzo “si trovava a 200 metri al di qua delle mura di Porta Romana nel mezzo dell’orto delle passioniste, il secondo nel cortile dell’ex ergastolo, il terzo sotto il fabbricato n. 32 appartenente al conte Falzacappa, il quarto presso la fabbrica n. 4 del signor P. Benedetti in via del Forno, il quinto nella piazza Sacchetti, l’ultimo presso la Ripa e dentro l’orto detto di Franzilla”584. 583 584

M. Polidori, Croniche di Corneto, Tarquinia, 1977, p. 80. A. Pasqui, op. cit., p. 515

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Fra la Ripa e l’orto dei Franzilla, nel 1965, Ludovico Magrini trovò un altro pozzo. Un ottavo pozzo franato è stato pure rinvenuto dal Magrini sulla diramazione del cunicolo-cardo che andava verso la chiesa del Salvatore585. L’acqua del cunicolo andava a sfociare ai piedi della ripa ovest, circa 35 metri sotto il livello delle mura della città, in una cosiddetta Fontana Nuova costruita, si diceva, al tempo dell’imperatore Onorio (393-423 d. C.). La fontana presenta oggi una struttura architettonica che appartiene a un tipo di arte gotica Fig. 90

databile attorno al 1250586, epoca in cui dovrebbe essere stata ricostruita. L’acqua uscita da ”Fontana Nuova” è menzionata nello Statuto degli Ortolani dell’anno 1379 perché serviva per irrigare i campi della “Valle di Fontana Nuova”. La denominazione “Nuova” farebbe pensare che la fontana fosse stata effettivamente molto più antica, e che nel XIII secolo fosse stata ricostruita. Negli scavi presso di essa sono state trovate monete del tempo dell’imperatore F. Gulio Costante587. Singolare è l’ubicazione dei primi tre pozzi perché questi si trovano all’esterno della prima cinta medioevale. E poiché questa fu costruita sui resti delle più antiche mura etrusco-romane, siamo portati cautamente a supporre che i pozzi siano stati scavati in epoca 585

L. Magrini, La fontana antica di Tarquinia, Tarquinia, 1965. Non sappiamo dove andasse a sfociare l’acqua di questa diramazione del cunicolo. Oggi, lo sbocco è sicuramente asciutto perché il percorso dell’acqua è impedito dalla frana del pozzo trovato dal Magrini. 586 B. Francalacci, Fontana Nuova, “BollSTAS”, 26, 1997, p. 211. 587 A Finetti, Le Monete, in F. Catalli, Materiali del Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia, X, Roma, 1987, pp. 83-85.

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anteriore a quella in cui fu innalzata la stessa cinta etrusco-romana, sì che la lunghezza del cunicolo potrebbe corrispondere a quella occupata da precedenti strutture etrusche di epoca più antica, come già aveva supposto il Pasqui alla fine del 1800. 9). IL TEMPIO DI S. PANCRAZIO. Chiesa di stile gotico, costruita alla fine del sec. XII. Presenta tuttavia qualche reminiscenza romanica. Secondo la tradizione, l’edificio sarebbe stato in origine un tempio pagano posto dinanzi alla sede del Praetor Etruriae d’epoca romana, e sarebbe poi stato trasformato in chiesa cristiana. A riprova, se ne adduceva il ritrovamento di materiale etrusco-romano dentro il palazzo antistante, l’insolita forma pressoché quadrata del tempio, l’esistenza di un’ara di marmo per sacrifici (poi demolita), nonché la presenza, fino al 1612, di un battistero per immersione588. Sotto il piano del pavimento, è stata poi trovata una fila di quattro basi di colonne, estranee alla struttura portante dell’edificio fin dalla sua costruzione. La forma ottagonale potrebbe richiamare lo stesso stile gotico proprio della chiesa. Essi, però, pur essendo rimasti interrati per secoli, sono molto corrosi. Ciò fa supporre che abbiano avuto una lunghissima esposizione precedente alla costruzione della chiesa. Cautamente, possiamo pensare ad una tradizione di forme poligonali che potrebbe risalire ai pilastri delle tombe rupestri, come quelle di Canino, Veio, Cerveteri e della stessa Tarquinia: vedi i pilastri esagonali della tomba del Guerriero Giacente589. 5). CÒRITO CORNETO NELLA TRADIZIONE. Nell’anno 853, la Bolla del Papa Leone IV a Virobono vescovo di Tuscania menziona un fundum Corgitellu accanto ad un territorio Corgnetanensi. In alcuni atti notarili del 1004, del 1005 e del 1018, per nove volte troviamo scritto Corgitus e Corgetu invece di Cornietum590. Nell’anno 1224, abbiamo poi la variante *Crugentus591. La cosa si riscontra per un totale di undici volte in vari atti anche assai distanziati fra loro nel tempo; ed è ipotizzabile che Corgitus e Crugentus siano varianti grafiche di Corythus e Corynthus592. La “Y” sarebbe stata trattata come suono consonantico. Nella vita di S. Gugliemo d’Aquitania (? - 1157), composta dal discepolo Alberto (? – 1187), si dice che il santo per recarsi all’eremo agostiniano di Centumcellae passò per Corneto, un tempo detta Còrito dove Dardano è nato (Cornietum olim Corythum unde Dardanus ortus). Paolo Perugino (1280? - 1348) scrisse le Collectiones, un’opera mitografica presto perdutasi. Per fortuna, Giovanni Boccaccio (1313-1375) ne riportò alcune notizie nel proprio libro di mitologia. Egli disse: Secondo quanto afferma Paolo Perugino, risulta che Dardano fu figlio del re Còrito, al quale era simile anche nel carattere, e della moglie Elettra, ma che per nobilitarne la posterità fu attribuito a Giove. Infatti, fu uomo religioso e mite, come diceva lo stesso Paolo. Ebbe per fratello Iasio, anche se ci sono quelli che vi aggiungono Italo, Sicano e la sorella Candavia. Al re Còrito apparteneva la sola città di Còrito, così chiamata dal suo nome, ed era quella che oggi, secondo il parere di 588

L. D’Asti, Notizie Storiche ed Aecheologiche su Tarquinia e Corneto, p. 190: M. Corteselli e A. Pardi, Corneto com’era, Tarquinia, 1983, p. 123. 589 Vedi A. Palmucci, Gli Etruschi di Corneto (oggi Tarquinia), Tarquinia, 2005, p. 60 e f, 22. 590

Vedi C. Calisse, Documenti del monastero di San Salvatore sul monte Amiata riguardanti il territorio romano "sec. VIII-XII", “ASRSP”, XVI, 1983, pp. 298-345; XVII, 1984, pp. 95-129. 591 Si ricava da Crugentanus (Theiner, Cod. diplom. temp. S.S.,I, CXXXIV). 592 Si noti l’analogia delle alternanze Corythus/Corgitus/Crugentus con quelle del nome latino Còri-ton/Corinton/Corvinton (Còritone), e con quella del greco Corython/Gorgynthon (vd. n. 1).

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Paolo, è chiamata volgarmente Corneto (oggi Tarquinia) per l'aggiunta di alcune lettere. Per questo motivo, alla sua morte, i fratelli più grandi d'età, cioè Dardano e Iasio, si contesero la successione, per cui, spinto dall'ira, Dardano che era di minore età, uccise Iasio. Vedendo che i cittadini erano turbati da questo fatto, Dardano con una parte del popolo salì su una nave e, dopo aver compiuto un lungo viaggio, approdò a Samotracia [...]. La cosa, secondo Eusebio, avvenne circa nel trecentocinquantesimo anno di Mosè, durante il regno di Steleno in Argo, nell'anno 3737 dalla creazione del mondo593. Il Boccaccio stesso, poi, nelle Esposizioni sopra la Comedia di Dante, confermò e precisò più volte l’identificazione di Còrito con Corneto: Elettra, questa della quale qui si dee credere che l'autore (Dante, Inferno, IV, 121) intenda [...], maritata fu in Còrito (oggi Tarquinia), città, o vero castello, non guari lontano a Roma [...]. E fu costei moglie di Còrito, re della sopradetta città di Còrito, la quale estimo da lui dinominata fosse. E sono di quegli che vogliono questo Còrito essere quella terra la quale noi oggi chiamiamo Corneto; e a questa intenzione forse agevolmente s'adatterebbe il nome, per ciò che, aggiunta una "n" al nome di Còrito, farà Cornito: e queste addizioni, diminuzioni e permutazioni di lettere essere ne' nomi antichi fatte sovente si truovano. Essendo dunque Elettra, come detto è, "moglie" di Còrito re, gli partorì tre figlioli, Dardano e Iasio e Italo, né altro di lei mi ricordo aver letto giammai che memorabile sia [...]. E il credere che Dardano fosse stato figliuol di Giove nacque da questo: che, essendo morto Còrito, e, per la successione del regno nata quistione tra Dardano e Iasio, avvenne che Dardano uccise Iasio; di che vedendo egli i sudditi turbati, prese le navi e parte del popolo suo, e, da Còrito, partitosi, dopo alcune altre stanzie, pervenne in Frigia, provincia della minore Asia, dove un re chiamato Tantalo regnava; dal quale in parte del reggimento ricevuto, fece una città la quale nominò Dardania e a' suoi cittadini diede ottime e laudevoli leggi: ed essendo umano e benigno uomo e giustissimo, estimarono quegli cotali lui non essere stato figliuolo d'uomo, ma di Giove [...]. E regnò questo Dardano, secondo che scrive Eusebio in Libro Temporum, a' tempi di Moisè, regnando in Argo Steleno; e in Frigia pervenne l'anno del mondo 3737. Corneto (oggi Tarquinia), poi, nell’Inferno, è menzionata due volte (XII,137; XIII,7). Nella seconda volta, il Boccaccio commenta: Corneto, il quale è un castello alla marina, non molte miglia lontano a Viterbo, il quale alcuni credono che già fosse chiamato Còrito e fosse la città patria di Dardano, re di Troia. Nel Medioevo e fino a tutto il ‘600, molti autori hanno riaffermato l’identificazione tradizionale594; e, nel secolo scorso, altri studiosi l’hanno ripresa595. 593

Giovanni Boccaccio, Genelaogie deorum gentilium, VI, 51. Filippo da Bergamo, Lorenzo Vitelli, Francesco Berlinghieri, Calepino, Leandro Alberti, Filippo Veruti, Luca Olstenio, Muzio Polidori, Valesio, Vincenzo Annovazzi, e da una svariata documentazione fra cui un breviario agostiniano del 1454. Annio da Viterbo ( Annio da Viterbo, documenti e ricerche, a cura di G. Bonucci Caporali, Roma, 1981), verso la fine del ‘500 ha ripreso l'identificazione utilizzando i medesimi dati del Boccaccio; ma, poiché era anche un geniale falsario, egli ha dato appiglio a chi oggi vuole screditare la tradizione filocornetana. 595 A. Donati, Terre e castelli del Viterbese, Roma, 1933, p. 8; C. Hardie, B. Nardi: Mantuanitas Vergiliana, “J.R.S.”, 14, 1964, p. 250; A. G. Mac Kay, Vergil's Italy, Greenwich Conn., 1970, p. 81; N. Horsfall, Cor594

ythus: the Return of Aeneas in Vergil and his Sources, “J.R.S.”, 63, 1973; Mr. Arrison and Cor-

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E’ stato per vagliare la consistenza di questa identificazione che noi abbiamo riletto l’Eneide ed i suoi antichi commenti d'epoca romana. Abbiamo pure ricercato gli eventuali antecedenti mitologici delle figure di Còrito e di Dardano. Infine abbiamo confrontato miti, leggende, antichi commenti e la stessa Eneide con i moderni documenti archeologici. Ne abbiamo trattato in questo libro ed i in altri lavori. Fig. 91. Corneto. Pianta con indicazione delle mura etrusche e del cunicolo

Fig. 91 1. File di conci alla base delle mura fuori porta Castello (vd. f. 84); 2. Conci sporadici (vd. f. 85); 3. Tratto di mura alla Barriera S. Giusto (vd. f. 86); 4. Tre conci in piazza Soderini (vd. f. 87 ); 5. Torre dentro il palazzo sede del Comune (vd. f. 88 ); 6. Vari conci sconnessi lungo Alberata Dante Alighieri (vd. f. 89 ); 7. Grandi conci di un muro di sotruzione.

ythus: a Replay, “The Classical Quaterly”, 26, 1976; B. Blasi, Il castello di Corneto e il suo maggiore monumento, “BollSTAS”, 1979, p. 10.

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Fig. 92. Il sistema stradale etrusco-romano centrato su Corneto

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Alberto Palmucci

PARTE

TERZA

TARQUINIA

Capitolo Secondo

IL FANUM VOLTUMNAE ERA A TARQUINIA

Il Fanum Voltumnae era a Tarquinia per le ragioni che andremo esponendo. 1). LE MITICHE ORIGINI DI TARQUINIA. I fratelli Tarconte e Tirreno, secondo una antica tradizione, riferita dal tragediografo greco Licofrone (IV-III sec. a.C.) ed integrata dai suoi scoliasti, erano figli di Telefo, re della Misia (confinante con la Troade), e di Iera (o di Astioche sorella di Priamo re di Troia596). Costoro, dopo la fine di Troia, vennero in Etruria dove si unirono ad Enea già arrivato dalla Troade alla guida degli scampati alla rovina della città597. I Troiani s’erano già tanto stabilmente fissati in Etruria, che Enea aveva già potuto concedere “un po’ di mare e un po’ di terra” all’errante Odisseo che gli aveva chiesto perdono598. Tarconte fondò Tarquinia, mentre Tirreno diede il nome di Tirrenia alla regione colonizzata599. Enea avrebbe poi sposato una sorella di Tarconte, di nome Roma, che diede il nome alla città di Roma600. Secondo altri la moglie di Enea si chiamava Tirrenia: da lei nacque Romolo, e, da Romolo nacque Alba, e da Alba nacque Romo che fondò Roma601. Secondo la tradizione virgiliana, questa migrazione da Troia in Etruria era stata un ritor596

Scolio Ad Hom. Od. XI, 520; Euripilo, per Elio Donato, è figlio di Telefo e di Astioche figlia di Laomedonte: “Eurypylus filius Telephi, Herculis et Auges filii, ex Astioche Laomedontis filia (Servio Dan., Ad Verg. Buc. 6, 72) “. Lo stesso autore, in altra occasione presenta Tirreno come figlio di Telefo (Servio Dan., Ad Verg. Aen. 8, 558: “Tyrrheno Telephi filio”), e Tarconte come fratello di Tirreno (Servio Dan. ,Ad Verg. Aen. 10, 198: “Tarchone Tyrrheni fratre”). 597 Licofrone, Alessandra, 1240, ss. 598 Parafrasi greca alla Alessandra di Licofrone. Il testo greco della Parafrasi è in Eduardus Scheer, Lycofronis Alexandra, vol. I, 1958, p. 102, vv. 1243-1247; trad. italiana in G. Buonamici, Fonti di Stoira Etrusca, Firenze, 1939, p. 106. Vedi Alberto Palmucci,Virgilio, Erodoto e il Dna degli Etruschi: Corito Tarquinia, “Aufidus” (Dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università di Bari; Dipartimento di Studi del Mondo Antico dell’Università di Roma Tre), 62, 2007. 599 Scholia Vetera ad Lyc. Alex., 1240 ss. ; Giovanni Tzetze, ad Lyc. Alex. 1240 ss. 600 Plutarco, Romolo, I, 2. 601 Alcimo Siculo (IV-III sec. a. C.), in Festo , De Signicatione Verborum., s.v. Roma.

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no alla “antica madre”. Virgilio sosteneva che un etrusco di nome Dardano era emigrato da Còrito (Tarquinia)602 fin sulle coste dell’Anatolia, dove i suoi nipoti avrebbero fondato o rifondato Troia. E sarebbe stato questo il motivo per cui, dopo la rovina della città, gli dèi avrebbero ingiunto ad Enea di riportare a Còrito (Tarquinia) i profughi Troiani603. Pare, peraltro, che la leggenda della venuta di Enea in Etruria risalga ad Arctino di Mileto (VIII-VII sec. a.C.)604 ed a Lesche di Lesbo (VII sec. a.C.)605. In Etruria, essa trova comunque il suo corrispettivo nei reperti iconografi risalenti fino al VII secolo a.C. (vd. parte II, cap. 2 di questo libro). Più tardi però Erodoto (V sec. a.C.) disse che il Lidi raccontavano che la migrazione verso l’Etruria s’era mossa dalla Lidia. Seguendo questa versione, Strabone (I sec. a.C. – I d.C.) scrisse: Ati, uno dei discendenti di Ercole e di Onfale, in seguito ad una carestia, avendo due figli, estrasse a sorte Lido e lo tenne con sé; invece fece emigrare Tirreno con la maggior parte del popolo. Giunto in questi luoghi, Tirreno, dal suo nome, chiamò Tirrenia la regione e fondò dodici città assegnando loro come ecista Tarconte, dal quale prende il nome la città di Tarquinia, e che per la sua perspicacia, come si dice, nacque con i capelli bianchi [...]. A quel tempo, dunque, gli Etruschi, governati dal un sol capo, furono molto potenti (V, 2,2). Aulo Cecina (I sec. a.C.), poi, storico etrusco di Volterra, raccontò che Tarconte, passato l’Appenninio con l’esercito, fondò la città che egli chiamò Mantova [ … ]. Lì ordinò il calendario, e parimenti consacrò il luogo dove fondare dodici città606. L’area di Tarquinia sembra dunque essere stata non solo il centro delle mitiche migrazioni verso oriente e dall’oriente, ma pure l’epicentro dell’espansione sia verso l’Etruria propria che verso l’Etruria Padana. Del resto, è ovvio: dal principale luogo d’arrivo della migrazione parte poi la conquista del territorio da colonizzare. Come dice Torelli, le vicende di questa fase formativa della nazione sono personificate nella figura di Tarconte che viene dall’Oriente, fonda Tarquinia ed in subordine tutte le altre città dell’Etruria propria e della Padana. Per l’età del Bronzo finale e del primo Ferro, Tarquinia e il suo territorio (monti di Tolfa) hanno infatti restituito importanti testimonianze archeologiche. 2). TARQUINIA CENTRO DELLA FEDERAZIONE ETRUSCA. Strabone aggiunse: Dopo la fondazione di Roma, venne Demarato portando popolo da Corinto. I Tarquiniesi lo accolsero amichevolmente, e da una donna del paese gli nacque Lucumone. Questi [...] cambiò il suo nome in quello di Lucio Tarquinio Prisco (V, 2, 2) […]. Demarato aveva portato con sé dalla sua patria una ricchezza tanto grande in Etruria, che egli stesso non solo regnò sulla città che lo aveva accolto (Tarquinia), ma il suo figlio fu fatto re anche dei Romani (VIII, 6,20) […]. Da Tarquinio, e prima dal padre, fu molto abbellita l'Etruria. Il padre, grazie alla quantità di artisti che lo avevano seguito da Corinto; il figlio con le risorse di Roma. Si dice pure che da Tarquinia furono trasportati a Roma gli ornamenti dei trionfi, dei consoli e, in generale, di tutte le magistrature, così pure i fasci, le 602

Nel prossimo capitolo tratteremo particolarmente dell’identificazione di Còrito con Tarquinia. Virgilio, Eneide, III, 170 ss. 604 Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, I, 68. 605 Tzetze, ad Lyc. Alex. 1232.. 606 Scholia Veronensia, ad Verg. Aen. 200. 603

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scuri, le trombe, i sacrifici, la divinazione e la musica di cui fanno uso pubblico i Romani (V, 2,2)”. I particolari del trasporto dall’Etruria a Roma delle insegne federali del potere furono raccontati da Dionigi di Alicarnasso. Egli scrisse che i capi delle singole città etrusche, dopo una guerra perduta contro Tarquinio Prisco re di Roma, si riunirono più volte in concilio, e lo riconobbero capo della loro Federazione. Essi poi inviarono ambasciatori che trasferirono in Roma, e consegnarono a Tarquinio le insegne della supremazia, con le quali essi adornano i propri re: una corona d'oro, un trono d'avorio, uno scettro con l'aquila alla sommità, una tunica di porpora con fregi in oro, e un mantello di porpora ricamato, proprio come lo indossavano i re della Lidia e della Persia [...]. Gli recarono anche, come dicono, dodici scuri, portandone una da ogni città. Era, infatti, usanza degli Etruschi che il re d’ogni città camminasse preceduto da un littore recante un fascio di verghe e una scure. Quando poi si effettuava una spedizione comune delle dodici città, le dodici scuri venivano consegnate a colui che in quel momento aveva il potere supremo [...]. Per tutto il tempo della sua esistenza, Tarquinio portò dunque una corona d'oro, indossò una veste di porpora ricamata, tenne uno scettro d’avorio, sedé su un trono eburneo; e dodici littori, recanti le scuri con le verghe, gli stavano intorno se amministrava la giustizia” (III, 73). Dopo Strabone e Dionigi, le vicende del trasporto delle insegne del potere dall’Etruria a Roma furono riprese da vari autori. Floro (I - II sec.) ripeté:

Tarquinio sottomise con frequenti combattimenti i dodici popoli della Tuscia, onde furono presi i fasci, le trabee, le sedie curuli, gli anelli, le falere, i paludamenti, le toghe dipinte e le tuniche palmate, tutti, insomma gli ornamenti e le insegne con le quali si distingue la dignità del comando607. Cassio Dione (II-III sec.) scrisse: Tarquinio mutò il suo abbigliamento e le insegne in una più magnifica foggia. Questi consistevano di toga e tunica rosso porpora in ogni parte, e variegata d’oro, di una corona di pietre preziose incastonate nell’oro, di uno scettro e di un trono d’avorio. Più tardi, essi furono usati non solo dai suoi successori, ma anche da quelli che tennero il potere come imperatori. Egli, anche in occasione di un trionfo, sfilò su un carro trainato da quattro cavalli, e si circondò di dodici littori per tutta la vita […]. Egli combatté contro i Latini che si erano rivoltati, e più tardi contro i Sabini che, aiutati dagli Etruschi come alleati, avevano invaso il territorio romano, e li sconfisse tutti608. Paolo Orosio disse: Tarquinio Prisco abbatté con innumerevoli lotte tutti i confinanti e a quel tempo potenti popoli della Tuscia609. Zonara (VIII, 8A) racconta che Tarquinio 607

Floro, Epitome, I, 1, 4. Cassio Dione, nella Epitome di Zonara, VII, 8. 609 Paolo Orosio, Hist. Adv. , II, 4, 12. 608

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combatté contro tutti i Latini che si erano ribellati, poi anche contro i Sabini che avevano invaso il territorio romano, alleati con gli Etruschi, e li sopraffece tutti. Sul piano storico, non è verosimile che, in epoca arcaica, un re di Roma, come tale, abbia sottomesso la Federazione Etrusca, ed abbia così rivestito in contemporanea la carica di re di Roma e quella di re della Federazione Etrusca. Gli storici romani hanno certamente rovesciato in loro favore l’antica subordinazione di Roma ai Tarquini venuti da Tarquinia. E’ Infatti piuttosto probabile che Lucumone (che in Etrusco significa “re”) di Tarquinia sia stato a capo della Federazione Etrusca, ed abbia esteso su Roma il proprio potere. Al riguardo, abbiamo già visto che Strabone conosceva una tradizione dove Lucumone (che significa re), figlio di Demarato, divenne lucumone (cioè re) sia di Tarquinia che di Roma, e che, divenuto anche re di Roma, trattò questa da città vassalla: egli da un lato portò con sé da Tarquinia le insegne del potere e le costumanze regali tarquiniesi, e dall’altra tributò alla terra d’origine “i proventi che gli venivano dai Romani”. Probabilmente, nella tradizione romana, il racconto delle guerre sostenute da Tarquinio contro i Latini e gli Etruschi ripeteva e mascherava, in chiave antietrusca, la difesa che i Tarquiniesi di Tarquinia e di Roma dovettero sostenere insieme contro varie coalizioni etrusco latine che tentavano di soppiantarli nel controllo di Roma e del Lazio. Parallelamente, la figura di Tarquinio re di Roma, che nella tradizione romana, diventa pure capo della Federazione Etrusca, potrebbe aver ripetuto in veste romana gli eventi di un momento storico in cui i Tarquiniesi erano riusciti a mantenere sia il controllo di Roma che quello della Lega. Il nome personale Lucumone (re), attribuito a Tarquinio Prisco, sembra allora riflettere la funzione sovrana svolta da un etrusco di Tarquinia sia in patria che a Roma; ed è verosimile che Strabone e Dionigi abbiano attinto ad una tradizione, etrusca o romana o greca che fosse, che ripeteva il ricordo che i Tarquiniesi serbavano dei loro rapporti con la Roma dei tempi arcaici.

A Tarquinia (donde Tarquinio avrebbe trasferito a Roma le insegne del potere), littori con fasci ed altre insegne si vedono su fregi di sarcofagi e di pitture parietali di tombe (f. 93). Fig. 93 – Tarquinia. Tomba del Convegno (III sec. a.C.)

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Sulle due pareti di sinistra e destra della tomba del Convegno si snoda un corteo regale. A cominciare dalla parete di sinistra si vedono tre littori con fasci, un personaggio coronato, altri e tre littori con fasci, un altro personaggio coronato. Dopo quest'ultimo, proseguendo sulla parete di centro, c'è lo spazio per almeno altre e sei figure purtroppo perdute; seguono quattro littori di cui due con fasci, e due con doppie scuri e lance, simboli del potere supremo. Chiude il corteo un mesto personaggio seguito da un servo che, munito di sacco da viaggio, lo accompagna verso gli Inferi. In alto, sopra il mesto personaggio, è scritto che si tratta di Larth figlio Arnth (il gentilizio è perduto) e che fu Zilch Cechaneri: Secondo A. Maggiani ("StEtr", 62, p. 108) dovrebbe trattarsi della carica di capo supremo della Federazione Etrusca.

In una fossa votiva degli inizi del VII sec. a.C., poi, sono state trovate le insegne etrusche del potere: una tromba-lituo, uno scudo ed una scure ripiegati insieme. 3). TARQUINIO NELLA TOMBA FRANÇOIS DI VULCI. La tradizione romana che un Tarquinio fosse stato insieme capo della Federazione Etrusca e re di Roma trova riscontro in Etruria nelle pitture della tomba François di Vulci (f. 94). Qui si vedono alcuni congiurati che sorprendono nel sonno e uccidono i capi disarmati d’una coalizione di città etrusche: le vittime sono nell'ordine un anonimo soanese, un anonimo blerano, un anonimo volsiniano e uno Gneo Tarquinio romano (Tarchunie rumach). In linea con la tradizione sopra esposta, dobbiamo considerare “Tarquinio romano” il capo di una coalizione di città subordinate fra cui Volsini personificata dall’anonimo volsiniano. Il fatto che le vittime vengano sorprese nel sonno in un’unica località fa pensare che l’eccidio sia avvenuto durante un concilio federale tenutosi a Roma a o Tarquinia. Forse vi partecipavano gli stessi congiurati. Fig. 94

4). ENEA E IL CAMPO FEDERALE DI TARCONTE A TARQUINIA. Tarquinio, come abbiamo visto nelle tradizioni sopra riferite, è un re di Tarquinia che diviene anche re di Roma, e come tale utilizza le risorse di Roma per abbellire l’Etruria; e mentre è re di Roma diventa pure capo della Federazione Etrusca: questa investitura gli viene proprio da Tarquinia. Il tutto trova un perfetto parallelo nell’Eneide. Virgilio vi narra che, in epoca mitica, Tarconte, re della Federazione Etrusca, da Còrito (Corneto Tarquinia), inviò ad Evandro, re del Palatino di Roma, le insegne del potere per cedergli spontaneamente la “corona del regno etrusco” (VIII, 505). Il troiano Enea, poi, delegato da Evandro, si recherà a Còrito-Tarquinia (IX, 1), presso il lucus del dio Silvano (uno degli aspetti di Vertumnus610, dio della Federazione Etrusca) e la foce del Mignone, nel giorno stesso 610

Fauno o Silvano era uno degli aspetti che sapeva assumere il dio federale Vertumnus (Properzio, Elegie, IV, 2, 33-34: “sed harundine sumpta Fauno plumoso sum deus aucupio”.

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della festa del dio (vd. p. 257 ss.), ed entrerà nel “Campo” federale di Tarconte (VIII, 597). Qui assumerà il comando della Federazione Etrusca. Nella cronologia degli eventi dell’Eneide, questo fatto avviene il 13 agosto (vd. pp. 255 e 257 ss. )611. Proprio in quello stesso giorno, a Roma, sull’Aventino, si celebrava ogni anno la festa dello stesso Vertumnus612. I commentatori d’epoca romana all’Eneide, poi, riferirono che, per tradizione orale e scritta, il “Campo” federale di Tarconte era posto su un colle pianeggiante lungo il fiume Mignone, ed affermavano d’averlo pure visitato (quod hodieque videmus et legimus).613 Spiegavano infine che il Mignone era il fiume che si trovava a nord di Centumcellae (cioè fra la odierna Civitavecchia e Tarquinia) dove in effetti il fiume sfocia614. Lì, a Còrito (oggi Tarquinia), Tarconte cederà ad Enea il comando supremo della Federazione Etrusca615. Nel terzo capitolo di questa terza parte di libro noi svilupperemo ed approfondiremo i particolari delle notizie portate in questo paragrafo. Pare poi che nel testo etrusco scritto sul famoso Liber Linteus si possa leggere che il 13 agosto di ogni anno gli Etruschi, sul luogo del centro federale, celebrassero “la festa di Enea (ISVITN ENAS)” (LL, VIII, 2), e che presso lo stesso centro esistesse il monumento o la tomba o il cenotafio di Enea (CERETHI ENAS) (LL, VII, 23)616. 5). IL CULTO DI VERTUMNUS (etr. VERTUN) A TARQUINIA E A ROMA. Abbiamo già detto che, a Roma, la festa di Vertumnus o Voltumna (etr. Vertun e Veltun), dio della Federazione Etrusca, si celebrava il 13 Agosto di ogni anno. Varrone dice che il culto di Vertumnus era stato introdotto a Roma ad opera degli Etruschi di Celio Vibenna venuti in aiuto di Romolo contro Tito Tazio. Lo stesso Tito, poi, divenuto regnante assieme a Romolo, avrebbe eretto al dio un‘ara sull’Aventino617. Nel Vicus Tuscus, infatti, esisteva una statua di Vertumnus, la cui base è stata oggi ritrovata618. Il poeta latino Properzio619 infine fece dire al dio d’aver assistito all’arrivo a Roma di un certo Lucumone (Tarquinio?) in aiuto di Romolo contro Tito Tazio. Nei dipinti della tomba François di Vulci, però, e nelle fonti letterarie più vicine agli Etruschi (come Verrio Flacco, Claudio e Tacito) la figura di Celio Vibenna non era connessa a Romolo, bensì a quel Lucumone di Tarquinia, che divenne re di Roma col nome di Tarquinio Prisco. E’ allora possibile che l’introduzione a Roma del culto di Vertumnus sia avvenuta, insieme alle insegne del potere federale, durante il regno di Lucumone Tarquinio Prisco. D’altra parte nel museo di Tarquinia esiste un vasetto votivo degli ultimi decenni dell’VIII sec. a.C. sul quale si può leggere la dedica al dio Vertun scritta nell’alfabeto etrusco che Tarquinia aveva da poco mutuato da quello Greco (f. 95). La forma etrusca più antica del nome del dio era Vertun (donde il latino Vertumnus). La più recente era Veltun (donde il latino Voltumna) quale si legge nel famoso specchio di Tagete (f. 96).

611

A. Palmucci, “Bollettino Società Tarquiniense d’Arte e Storia (S.T.A.S.)”, 1996, p. 44. La data si evince dal fatto che Enea il giorno precedente era sul colle Palatino ad assistere alla festa che Evandro aveva istituita in onore di Ercole. Questa festa, a Roma, fu poi ripetuta il 12 agosto di ogni anno. 612 Vd. G. Vaccai, Le feste di Roma antica, Roma, 1986, pp 162-163; F. Della Corte, L’antico calendario dei Romani, Genova, 1969, pp. 195-196. 613 Virgilio, Eneide VIII, 597 ss.: apud Caeritis amnis ; Servio, Commento all’Eneide, VIII, 597 ss. :Amnis autem Minio dicit; VIII, 603: “intellegamus quod hodieque videmus et legimus, hanc collium fuisse naturam, ut planities esset in summo, in qua inierat castra Tarchonis”. 614 Servio, Commento all’Eneide X, 183: MINIONIS, fluvius est Minio Tusciae ultra Centumcellas. 615 Virgilio, Eneide, X, 147. 616 Vedi la traduzione italiana del Liber Linteus in A. Palmucci, Il Fanum Voltumnae era a Tarquinia, Roma, 2011, p. 210. 617 Varrone, De Lingua Latina, V, 46; 74. 618 C.I.L. , VI, 804. 619 Properzio, IV, 2.

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Fig. 95

6). TAGETE E TARCONTE. Si diceva che mentre Tarconte620, secondo altri Tarquinio621, arava la terra attorno a Tarquinia, da un solco tracciato in maggiore profondità emerse un bambino che aveva la sapienza d’un vecchio. Il bimbo fu chiamato Tagete perché na620 621

Giovanni Lido, De ostentis, 2-3. Commento Bernese a Lucano, 1, 636.

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to dalla terra622; ed era il figlio del Genio di Giove623. Tarconte o Tarquinio allora, ch’era il sacerdote di Giove, lo raccolse e lo “portò nei luoghi sacri”624, evidentemente a Giove, per farsi rivelare i segreti della divinazione. “Poiché l'aratore”, raccontava Cicerone, “stupito da questa apparizione, mandò alte grida di meraviglia, ci fu un accorrere di gente in massa; e, in breve tempo, tutta l'Etruria convenne sul luogo”625. Tagete, allora, prendendo Tarquinia come centro, divise il cielo in sedici parti, assegnò ad ognuna di esse una divinità, e dettò a Tarconte (o a Tarquinio) e agli altri lucumoni delle città etrusche lì convenuti l’arte di interpretare i fulmini a seconda della parte di cielo dalla quale questi fossero venuti. Prese poi un fegato di pecora, e, come aveva fatto con il cielo, stabilì il centro, divise il bordo in sedici parti, e dettò le norme per leggervi il volere degli dèi. Tarconte, infine, ne compose un poema in forma di dialogo poetico in lingua etrusca. N. B. In un frammento della prima colonna del Liber Linteus di Zagabria è scritto: “zichri (devi scrivere) cn (questo) thunt (nell’unico/comune) [ .?.].” . La parola che è andata perduta è forse “libro”. Si tratta verosimilmente dell’inizio del mitico poema che Tarconte compose sotto dettatura di Tagete. Come ha evidenziato recentemente Maggiani, il Liber Linteus fu scritto nell’alfabeto in uso a Tarquinia nel IV-III sec. a.C.626 Nel linguaggio mitico, il raggio d'azione del grido dell'aratore (Tarquinio o Tarconte) che da Tarquinia si stende per tutta l'Etruria, esprime il prestigio che la città aveva sulla nazione. Il concorso, poi, di tutti gli Etruschi sul luogo donde era partito il richiamo esprime l'autorità e la capacità aggregante che Tarquinia aveva sulla Confederazione. L’essere infine il luogo della rivelazione di Tagete, e del dettato di norme religiose a tutti i capi degli Stati Etruschi lì convenuti, nonché il trovarsi al centro dell’universo celeste, fanno di Tarquinia il centro religioso e politico della nazione. Nella città, si formerà una scuola di aruspicina che poi i Romani istituzionalizzeranno nel Collegio dei Sessanta Aruspici al quale ognuna delle dodici città federate doveva inviare cinque allievi627 (vd. p. 245 ss.). 7). TAGETE E IL DIO VELTUN A TARQUINIA. Sui graffiti di uno specchio etrusco, trovato a Tuscania, presso Tarquinia, si vede Tagete che insegna a Tarconte e agli altri le norme dell’aruspicina (f. 96). Alla scena assiste un dio, al di sopra del quale è scritto Veltune. Ora, la desinenza “e” di Veltune potrebbe essere sia quella di una rara forma di caso nominativo di teonimo, sia quella di un comune caso locativo. In quest’ultima possibilità indicherebbe il luogo dove a Tarquinia il dio era venerato. Allo stesso modo, sul lato destro della scena la parola etrusca Rathlth è una forma di locativo che sta ad indicare il luogo dove il dio Rath era venerato. Ora, poiché noi conosciamo la più antica forma Vertun (fine VIII sec. a.C.) del nome del dio (vd. pp. 230-231 e f. 95), possiamo dire con quasi certezza che Veltun (metà IV sec. a.C.) sia la forma più recente, e che Veltune sia un locativo indicante il luogo dove a Tarquinia il dio era venerato, cioè il Fanum Voltumnae. In ogni caso, ci troviamo dinanzi ad una forma etrusca del nome latino di Voltumna ovvero Vertumnus. Finora non sono state trovate altre immagini di questo dio. Come già abbiamo visto, c’è solo un’altra iscrizione col suo nome (Vertun); e certamente non è un caso che tutti e due i documenti appartengono a Tarquinia ed al suo territorio. 622

Commento Bernense, cit. Festo, De significatione verborum, s.v. Tages. 624 Giovanni Lido, op. cit. Proemio. 625 Cicerone, Divinatione, II, 5. 626 A. Maggiani, Dove e quando fu scritto il Liber Linteus Zagabriensis? In “Studi in Ricordo di Fulviomario Broilo”, Atti del Convegno, Venezia, 14-15 ottobre 2005, pp. 403-426. 627 Cicerone, Divinazione, I, 90. 623

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Presso il tempio del dio avveniva il congresso dei capi dei vari Stati628, si formavano gli eserciti federali e si eleggeva il re della Federazione629, proprio come secondo Virgilio era avvenuto quando Tarconte, a Corito (Tarquinia), aveva riunito presso il “Campo” federale i vari capi delle città etrusche, ed aveva loro proposto di eleggere Enea a capo della Federazione. E’ evidente che il dio Vertun / Veltun, o Veltune che sia, aveva pertinenza col luogo della rivelazione di Tagete. Questo luogo, e con ciò Tarquinia, dovrebbe esser quello del centro della Federazione e della sede del Fanum Voltumnae. Fig. 96 - Lo specchio di Tagete

8). IL DIO VELTUN (lat. VERTUMNUS, VOLTUMNA). Si ritiene che il nome etrusco del dio che i Romani chiamavano Vertumnus e Voltumna,) sia stato un particolare appellativo del sommo dio etrusco Tinia630. Ora, i Romani attribuirono le caratteristiche del dio etrusco Ti628

Livio, IV, 23; 25; 61; V, 17. Livio, VI, 2. 630 Vd. per tutti, M. Cristofani, Dizionario della Civiltà Etrusca, s.v. Tinia. 629

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nia/Veltune al loro Giove. Infatti, nella vulgata romana e greca, Tagete è il figlio del Genio di Giove, e Tarconte è il “sacerdote di Giove”631. Secondo la vulgata latina e greca, Tarconte solleva Tagete dal solco e lo va a deporre nei luoghi sacri (evidentemente a Giove) perché qui il bambino gli riveli i segreti della divinazione632. Nell’originaria tradizione etrusca, però, quale è rappresentata sullo specchio di Tuscania, era stato Veltun (e non Giove o il Genio di Giove) il dio che aveva avuto la paterna funzione di assistere Tagete durante i suoi insegnamenti a Tarconte. Fig. 97

Al dio Veltun/Tinia, dunque, della tradizione etrusca, dovrebbe corrispondere il dio Giove della tradizione romana. Ciò può esser carico di conseguenze come vedremo subito. Infatti, in epoca romana, la famosa Ara della Regina, che è il più grande tempio d’Etruria, era dedicata proprio alla diade Giove e Giunone. Ciò dovrebbe voler dire che in epoca etrusca il tempio era dedicato a Tinia, e verosimilmente a Tinia-Vertun/Veltun.

631 632

Commento Bernense a Lucano, I, 636, H. Usener, p. 41. Giovanni Lido, Proemio al De Ostentis.

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9). IL TEMPIO DI TARQUINIA DEDICATO A GIOVE (TINIA) E GIUNONE. Il tempio etrusco che a Tarquinia è detto significativamente Ara della Regina è il più grande d’Etruria (f. 97). Ora, è stato recentemente trovato un cippo, proveniente dall’interno dell’edificio, dal quale si apprende che, in epoca romana, il tempio era dedicato a Giove (etr. Tinia) e Giunone633. Peraltro, le più antiche iscrizioni votive a Tinia, provengono da Tarquinia634; e da Tarquinia proviene pure l’iscrizione su vaso votivo con dedica a Vertun (f. 95). Sulla destra, poi, della fronte del tempio di Giove/Tinia, c’è una sontuosa vasca marmorea d’epoca augustea sulla quale è scritto che era utilizzata per i Ludi (pro ludis); e, come Torelli ha evidenziato, era il contenitore dell’olio usato nei ludi atletici e religiosi che in epoca romana si svolgevano nella vasta area antistante il tempio (f. 98)635. Fig. 98

Fig. 98. La sontuosa vasca marmorea di epoca augustea sulla quale è esplicitamente inciso che colui che la aveva donata lo aveva fatto perché essa venisse utilizzata “per i giuochi (pro ludis)”.

Per il periodo etrusco, varie gare atletiche sono più volte documentate nelle pitture tombali di Tarquinia. Ricordiamo quelle delle Olimpiadi e delle Bighe. In quest’ultima sono addirittura raffigurate anche le strutture lignee dello “stadio” che racchiudeva i giochi, il pubblico che v’assisteva, e il dio guerriero (Vertun / Veltun?) che li presiedeva (f. 99). 633

M. Torelli, Tarquitius Priscus Haruspex di Tiberio, in Archeologia in Etruria Meridionale, a cura di M. Pandolfini, p. 249 ss. 634 I. Krauskopf, in M. Cristofani, Dizionario Civiltà Etrusca, s.v. Tinia. 635 M. Torelli, op. cit. p. 260; Elogia Tarquiniensia, p. 164.

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Fig. 99

Fig. 99. TARQUINIA. Tomba delle Bighe (ca. 500 a.C.). Le strutture lignee dello stadio che racchiudeva i Ludi, il pubblico che vi assisteva vivacemente, l’ara del Templum e la statua del dio guerriero (Vertun / Veltun?) che li proteggeva.

In cima alla gradinata del tempio esiste ancora un altare di VI sec. a.C., mantenuto dai Tarquiniesi così come costruito nonostante le future ristrutturazioni da loro operate nell’edificio. Ai piedi dell’altare è stato oggi trovato un sepolcro vuoto, dello stesso VI secolo. Accanto ad esso è stata rinvenuta un’epigrafe mutila che voleva evidentemente ricordare il titolare del cenotafio. La prima riga contiene i resti del nome di (TAR)CHO(NTE) oppure di CHO(RITON), la seconda di (ET)RURI(A), la terza di (T)ARQU(INIA), e la quarta di HAM(AXITOS). Tarconte era il fondatre di Tarquinia, e Chòriton era il figlio di Paride, ed il fondatore di Còrito (oggi Tarquinia) (vd. p. 122 ss.). Amaxitos è il nome d’una città costiera della Troade, sulla strada che da Troia portava alla città tirreno pelasgica di Laris-

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sa636, al confine con la Misia637 di cui Telefo, padre di Tarconte, era re. Si diceva peraltro che ad Amaxitos avesse un tempo approdato Teucro, ritenuto capostipite dei Troiani, in alternativa a Dardano. Il nome di questa città poteva dunque suggerire agli Etruschi di Tarquinia varie connessioni mitostoriche che, al momento, noi possiamo solo congetturare. A titolo di pura ipotesi, si può immaginare che il testo, nel suo complesso, potesse ricordare lo sbarco nella Troade della mitica migrazione degli Etruschi di Còrito (Tarquinia), oppure il loro ritorno a Tarquinia condotto da Tarconte o da Còrito (figlio di Paride), o da Enea. Ai piedi della scalinata del tempio s’è trovato anche un cippo di marmo (II-III sec. d.C.) che in origine recava una scritta già scalpellata in epoca antica. Nel basso, però, si legge ancora: “Tarquinienses Foeder[ati]”638. E’ possibile che in origine il testo integrale contenesse un riferimento all’antica Federazione Etrusca, e che poi quel testo sia stato scalpellato per damnatio memoriae. Il tempio dinanzi al quale era il cippo dovrebbe esser comunque quello della Federazione Etrusca in epoca romana639. A Tarquinia, peraltro, si trova la quasi totalità delle attestazioni epigrafiche delle sepolture del capo della Lega: lo Zilath mechl Rasnal o lo Zilch Cechaneri640. E’ poi dal frontone di questo tempio che proviene la coppia dei famosi scalpitanti Cavalli Alati (vd. f. 102 a p. 245). Questi erano attaccati ad un cocchio del quale purtroppo rimangono solo il timone e i finimenti. Ma poiché da fonti romane noi sappiamo che il dio Vertumnus sapeva e poteva assumere sia l’aspetto dell’acrobata che volteggia da un cavallo all’altro sia l’aspetto dell’auriga641, noi possiamo immaginare che il personaggio che, nell’originale composizione del frontone, guidava i cavalli fosse stato il dio Vertumnus. 10). TITO LIVIO ED IL FANUM VOLTUMNAE. Tito Livio spiegò che le riunioni dove gli Etruschi, durante la prima metà del IV secolo, eleggevano il capo supremo avvenivano al Fanum Voltumnae, cioè nel tempio di Voltumna. Egli però non disse presso quale città si trovasse il tempio; pose comunque Tarquinia a capo di un esercito federale condotto contro Roma alla metà del secolo. In ogni caso, è da escludere ch’egli intendesse che il Fanum fosse a Volsini, come alcuni vorrebbero credere. Egli, infatti, in altra occasione, parlerà di Volsini, Perugia e Arezzo, e le presenterà tutte insieme come tre distinte “capitali d’Etruria”, ognuna del proprio singolo Stato: “Tres validissimae urbes, Etruriae capita, Volsinii, Perusia, Arretium”642. Lo specchio etrusco sopramenzionato, dove si vede il dio federale Veltun presente a Tarquinia, è proprio del IV secolo. Nello stesso secolo, nelle tomba François, come abbiamo visto, è ricordato un Tarquinio Romano e non un Volsiniese quale capo della coalizione di città etrusche alla quale la stessa Volsini apparteneva (vd. p. 229 e f. 94). 636

Tucidide, La Guerra del Peloponneso, VIII, 101, 3; Strabone, Geografia, IX, 5, 19; XIII, 2. Plinio, Storia Naturale, V, 124. 638 M. Torelli, Elogia Tarquiniensia, p. 16. 639 In quella etrusca il Fanum era verosimilmente sul colle della vicina Corneto (Corito), nel luogo della Corneto medioevale o presso il Mignone dove doveva trovarsi il luco di Silvano (cfr. Virgilio, Eneide, VIII, 597 ss.). Quella del dio Silvano/Fauno era una delle forme che Vertumnus sapeva assumere (Properzio, IV, 2). Silvano, similmente a Giove/Tinia e a Vertumnus era anche la divinità che proteggeva i confini e sanciva i patti e i giuramenti. Non è da escludere peraltro che in epoca etrusca il tempio dell’Ara della Regina fosse dedicato a Veltun Tinia/Silvano. In merito a questo argomento vd. A. Palmucci, Aruspicina Etrusca ed orientale a confronto, Roma, 2010, p. 81, n. 7. 640 Per lo Zilath: CIE Tarquinia 5360 (TLE 87); 5472 (TLE 137); 5811 (TLE 174); ThLE, s.v. Zilath. Per lo Zilch: CIE, Tarquinia, 5385 (TLE 90); 5423 (TLE 126). Vd. A. Maggiani, Appunti sulle magistrature etrusche, “StEtr” 62, 1996, p. 107. 641 Properzio, Elegie, IV, 11, 3-36: “Est etiam aurigae species Vertumnus et eius tracit alterno qui leve pondus equo (Vertumno inoltre ha l’aspetto di auriga e di colui che sposta il suo lieve peso da un cavallo all’altro)”. 642 Livio, op. cit., X,37; lo stesso significato ha dunque pur Caput Etruriae habebatur di Valerio Massimo “IX,1”. 637

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Fig. 100 - Cerveteri. Il trono di Claudio

Fig. 100. Nei rilievi del cosiddetto Trono di Claudio, eretto dagli Etruschi di Cere, erano rappresentati i dodici popoli della Federazione Etrusca. Tarquinia, personificata da Tarconte (o da Tagete) occupa ancora il primo posto della rassegna

11). TARQUINIA E VOLSINI. Quando Roma sottomise Tarquinia, il ruolo di centro, limitato all’Etruria settentrionale ancora indipendente, dovette essere svolto da Volsini. E quando, nel 264 a.C., il console M. Fulvio Flacco sottomise anche questa città, egli stesso trasportò a Roma la statua di Vertumnus643. Il culto del dio però preesisteva sul colle Aventino già dal tempo di Romolo o di Tarquinio (vd. p. 230). Dopo che i Romani ebbero sottomesso anche Volsini, altre città, come Chiusi, Arezzo e Volterra poterono via via assumere al momento il ruolo di centro federale per l’Etruria settentrionale; ma, completatasi l’occupazione romana, Tarquinia dovette nuovamente estendere il suo primato sull’intera nazione. E’ qui infatti che ancora ritroviamo le sepolture di personaggi che in vita hanno rivestito la carica di presidente della Federazione; ed è qui che i Romani istituzionalizzeranno l’antica scuola di aruspicina nel Collegio Federale dei Sessanta Aruspici dove ognuno dei principi delle dodici città federate doveva inviare i propri figli a studiare644 (vd. p. 245 ss.). Nei rilievi del cosiddetto Trono di Claudio, eretto dagli Etruschi di Cere, sono rappresentati i dodici popoli della Federazione Etrusca; e Tarquinia, personificata da Tarconte (o da Tagete) occupa ancora il primo posto della rassegna (f. 100). La Tabula Peutingeriana (IV sec. d.C.) è una carta geografica romana d’epoca imperiale. Essa pose Tarquinia al centro delle grandi vie di comunicazione (f. 101); inoltre, mentre ogni altra città, Volsini compresa, vi fu raffigurata con due torrette, solo Milano 643 644

Festo, s.v. Picta; Properzio, IV, 2. Cicerone; Le leggi, VI, 9, 21; La divinazione, I, 92; Tacito, Annali, XI, 15; Valerio Massimo, I, 1.

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(capitale dell’Impero Romano d’Occidente) e Tarquinia stessa (capitale d’Etruria) lo sono da due torrette poste su un piedistallo. Fig. 101- Tabula Peutingeriana

In piena epoca imperiale, troviamo ancora a Tarqiuinia la sepoltura del praetor Etruriae P. Tullio Varrone645. Più tardi, peraltro, la città fu la sede del Consularis Tusciae. Dagli Acta Santorum (9 agosto), sappiamo che, attorno al 250 d.C., un cristiano chiamato Secondiano fu inviato da Roma a Centumcellae (oggi Civitavecchia) ed a Colonia (Gravisca), il porto di Tarquinia, dove fu processato e martirizzato da Marco Promoto, consularis Tusciae646. La residenza di questo Consularis Tusciae era evidentemente Tarquinia. Il martire fu sepolto in Colonia (Gravisca). A Corneto (oggi Tarquinia) dove il santo divenne patrono se ne conservava un braccio. Un governatore della Tuscia e dell’Umbria, poi, sotto Diocleziano, si chiamava Tarquinius, nome che potrebbe essere significativo della città dov’egli svolgeva la sua funzione647. 12). Tarquinia “Città Regina” Da A. Palmucci, “Nuova ARCHEOLOGIA “, sett.-ott., 2007. Abbiamo pubblicato la traduzione dal Greco in Italiano di tutti i Libri Tagetici che Giovanni Lido aveva tradotto dal Latino in Greco, nel nostro lavoro “Aruspina Etrusca ed Orientale a Confronto”, Gruppo Editoriale l’Espresso, Roma, 2010.

Il bizantino Giovanni Lido (VI sec.d.C.), nel Proemio al De Magistratibus Populi Romani, 645

CIL, 3364. Acta Santorum, 8 Agosto. 647 L. Cantarelli, La diocesi italiciana, 1964, p. 116. 646

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scrisse: Tirreno, trasferitosi dalla Lidia in occidente, insegnò i Misteri dei Lidi a quelli che allora si chiamavano Etruschi ed erano un popolo di Sicani. Nell’opera, poi, su I Prodigi, Lido sostenne di aver letto sia in Etrusco che in Latino quei Libri Tagetigi che si dicevano scritti in forma poetica da Tarconte o da Tagete stesso. Egli narra: Tarconte era un aruspice, com’ egli stesso dice nel libro, uno di quelli istruiti dal lidio Tirreno […]. Costui dice che un tempo, mentre lavorava la terra [...], da un solco uscì fuori un bambino [...]. Questo bambino era Tagete [...]. Tarconte dunque, sollevatolo e postolo nei luoghi sacri, pensò di imparare da lui qualcosa sulle cose segrete. Ottenuto poi ciò che aveva chiesto, compose un libro delle cose trattate, nel quale egli interroga nella lingua comune degli Itali, e Tagete risponde attenendosi alle lettere antiche e poco comprensibili a noi. Nondimeno cercherò, per quanto possibile di riferirvi quelle cose facendo uso da un lato delle informazioni (cioè di quel ch’era contenuto nel testo etrusco) e dall’altra di coloro che le tradussero in Latino, cioè di Capitone, di Fonteio, di Vicellio, di Labeone, di Figulo e del naturalista Plinio. Per eseguire questo proposito, Lido, nel proseguo della sua opera, tradusse in greco alcune delle traduzioni latine fatte dagli autori sopra citati. Fra queste opere egli portò in Greco il Calendario Brontoscopico che Publio Nigidio Figulo (I sec.a.C.) aveva a sua volta tradotto dall’Etrusco in Latino. Sia i testi etruschi che quelli latini non esistono più, ma le traduzioni greche di Giovanni Lido esistono ancora. Noi le abbiamo riportate in italiano. Il testo dei giorni per noi più significativi del Calendario è il seguente. Traduzione letterale del Calendario Brontoscopico locale, basato sul corso della Luna, secondo il romano Figulo, tratto dai Libri Tagetici. Se è vero che gli antichi in ogni scienza augurale han preso a guida la Luna poiché è da lei che dipendono i segni tratti dai tuoni e dai fulmini, a ragione dovremo parimenti regolarci sulla posizione della Luna. Perciò partendo dal Cancro e dal novilunio, secondo i mesi lunari, noi formuliamo l’esame giornaliero dei temporali. E’ a seguito di un simile esame che i Tusci hanno tramandato le osservazioni locali riguardanti le regioni colpite dal fulmine.

GIUGNO 5 Se tuonerà sarà segno infausto per la campagna. Coloro che governano i borghi e le città minori (polichne) avranno turbamenti. 13 S.t., è minaccia di rovina per un uomo molto potente. 27 S.t., ci sarà un pericolo militare per chi ha il potere supremo. 29 S.t., le cose della Città Regina (tes basilìdos poleos) miglioreranno. LUGLIO 5 S.t., si avrà un raccolto abbondante, e la caduta del potere d’un arconte eccellente (archontos agatou).

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8 S.t., vuol dire pace per le Comunità (tois coinois), ma la malattia e la tosse secca prenderanno le greggi. 14 S.t., vuol dire che il potere di tutti (panton dynamis) toccherà ad un sol uomo molto iniquo per gli affari dello Stato. 16 S.t., il re dell’Oriente (o anatoles basileùs) subirà la guerra e la malattia a seguito del calore secco. 17 S.t., annuncia la successione di un grande arconte (megàlou archontos). 19 S.t., annuncia guerra e strage d’uomini potenti (dynaton); si avranno molti frutti secchi. AGOSTO 3 S.t., annuncia al popolo processi e assemblee. 4 S.t., la fame vesserà uomini ed animali. 5 S.t., annuncia che le donne saranno più assennate. 14 S.t., presagisce guerra per le Comunità (tois coinois), e abbondanza per le messi. 18 S.t., minaccia guerra interna (polemon emfylion). 19 S.t., donne e schiavi oseranno stragi. 20 S.t., minaccia morte per i buoi, le greggi e gli affari pubblici (tais pràgmasin). 24 S.t., minaccia morte per giovani nobili. 30 S.t., minaccia malattie per la città (te polei) su cui erompe il tuono. SETTEMBRE 6 S.t., le donne avranno un potere più grande di quel che loro conviene. 7 S.t., minaccia malattia e anche strage di schiavi. 8 S.t., rivela che nello Stato i più potenti meditano cose subdole, ma che non entreranno nella futura gestione delle cose pubbliche. 10 S.t., tra le regioni sulle quali il tuono eromperà, e pure su altre, accadranno motivati dissidi. 11 S.t., i clienti dei nobili tenteranno di fare qualcosa di nuovo nelle Comunità (en tois coinois). 19 S.t., gli alberi produrranno frutti, ma ci saranno malattie e sedizioni popolari. 25 S.t., a seguito dei disordini dello Stato, un tiranno salirà al potere. Egli perirà, ma i potenti subiranno mali intollerabili. 26 S.t., il cattivo principe (dynastes = dominatore, signore, principe) perirà per volontà di Dio. 27 S.t., quelli che hanno il potere (dynatoi) si divideranno fra loro e si distruggeranno vicendevolmente. 30 S.t., le Comunità (ta coinà) passeranno da una situazione meno buona ad una migliore. OTTOBRE 1 S.t., minaccia che un tetro tiranno avrà il comando dello Stato. 3 S.t., annuncia tempeste e turbini che distruggeranno gli alberi; e ciò sarà indizio di grandi tempeste per le Comunità (tois coinois). 4 S.t., gli inferiori prenderanno il posto dei superiori, e la temperatura dell’aria sarà più salubre. 8 S.t., c’è d’aspettarsi terremoti con muggiti. 13 S.t., si avranno commerci vantaggiosi e soprattutto abbondanza; il dominatore importuno della repubblica non durerà a lungo. 19 S.t., presagisce la caduta (ptosis) d’un principe (dynastes = dominatore, principe) o l’espulsione d’un re (basileùs); e così discordie, ma pure abbondanza per il popolo. 240


24 S.t., per la dissensione dei principi il popolo diverrà superiore. NOVEMBRE 1 S.t., annucia discordie per la città (te polei). 3 S.t., accadranno avvenimenti per i quali gli inferiori supereranno i superiori. 7 S.t., minaccia malattie per uomini e animali che sono in occidente. 9 S.t., alcuni plebei subiranno il supplizio del palo. Si avrà un raccolto abbondante. 10 S.t., le inopportune dispute tra i prìncipi (tois cratousin). avranno fine. 16 S.t., pericolo per il re (to basilei). 18 S.t., annuncia guerra e affanno per gli abitanti delle città. 19 S.t., è prosperità per le donne. 24 S.t., un castello utile allo Stato cadrà in potere dei nemici. 26 S.t., annuncia guerra interna (pòlemon emfylion) e molti morti. 28 S.t., molti dell’Assemblea (tes syncléton) se ne andranno per scoraggiamento. DICEMBRE 14 S.t., annuncia insieme guerra civile ed abbondanza. 24 S.t., presagisce guerra civile. 27 S.t., il re (o baliseùs) sarà utile a molte cose. 30 S.t., predice ribellione contro il Regno (catà tes basileìas), e appunto guerra. GENNAIO 7 S.t., annuncia guerra servile (doulamachìa) e numerose malattie. 8 S.t., il dominatore (signore, principe) della Stato (o dynastes tes politeias) correrà pericolo da parte del popolo. 9 S.t., il re dell’Oriente (o anatoles basileùs) affronterà un pericolo. 15 S.t., rivolta di schiavi e loro punizione. 16 S.t., il popolo sarà vessato dal re (ypò tou basiléos). 19 S.t., il re (o baliseùs) vincerà, e lo stesso popolo otterrà una posizione più elevata. 21 S.t., il re (o basileùs), tese molte insidie, diverrà egli stesso oggetto di complotti. 23 S.t., significa buon ordine per la città (te polei). 25 S.t., ci sarà una guerra servile (doulomachya). 26 S.t., molti saranno trucidati da colui che ha il potere (pros tou cratountos), ma poi sarà il suo turno. FEBBRAIO 3 S.t., avverrà un dissidio interno (stasis emfilios). 8 S.t., avverrà un grande avvenimento per lo Stato (te politeia). 13 S.t., ci sarà abbondanza, si avrà tuttavia un dissidio politico (stasis politiké). 16 S.t., cose fauste per il popolo, infauste per i potenti (dynatois) a causa di dissensi. 27 S.t., al popolo annuncia dissidi. 30 S.t., significa insieme cose buone e lunghi dissensi per il popolo. MARZO 7 S.t. , il principe della città (o craton) farà cambiamenti. 12 S.t., un principe dello Stato (dynatos tou politemaia), o un capo d’esercito (strategos), correrà un pericolo; in proposito, avverranno combattimenti. 241


23 S.t. annuncia dissensi. 26 S.t., annuncia acquisizione di schiavi importati. 29 S.t., le donne conseguiranno maggior gloria. 30 S.t., un possente (dynatos) sarà signore del Regno (encratès basileìas): la cosa procurerà gioia. APRILE 1 S.t., minaccia dissidio interno, e rovina di fortune. 6 S.t., nasceranno guerre interne (polemoi emfylioi). 9 S.t., annuncia vittoria (niken) per il Regno (te basileìa), e gioia per i potenti (tois dynatois). 19 S.t., un uomo potente nella città rovinerà insieme la sua fortuna e la sua autorità. 24 S.t., ci saranno dissensioni dei potenti (dichònoia ton dynaton), ma i loro progetti saranno scoperti. MAGGIO 14 S.t., annucia guerre orientali (anatolicòs pòlemos) e molte rovine. 19 S.t., qualcuno, col favore del popolo, arriverà al colmo della fortuna. 20 S.t., ci sarà abbondanza nell’Oriente (perì tèn anatolèn), ma non così in Occidente (epì dysin). 24 S.t., grandi mali, così i sudditi (toùs ypecoòus) verranno meno (leipothymesai) per lo scoraggiamento. 27 S.t., avverranno prodigi, e appariranno comete. 29 S.t., significa guerra settentrionale (pòlemon arktòon), ma senza pericolo per la vita pubblica. Giovanni Lido, in fondo al testo di Nigidio, pose una propria nota dove informava che l’autore del Calendario “giudicava che questo Diario Brontoscopico non ha valore generale, ma solo per Roma”. La notizia contrasta con almeno due punti dell’opera (vd. 30 agosto; 10 settembre): potrebbe trattarsi di un autoschediasma o della nota di un copista. Il Calendario, comunque, anche se certamente adattato ai bisogni dei Romani, proviene dai Libri Tagetici, e come tale mantiene sia la struttura di un primissimo anno etrusco basato sui cicli lunari, sia la nomenclatura delle istituzioni statali del tempo delle sue prime stesure. Siamo dinanzi a un calendario lunare che inizia alla metà dell’anno solare con il novilunio del solstizio estivo. Allo stesso modo per gli Etruschi ogni nuova giornata partiva da mezzogiorno. Questo modo di scandire gli anni e i giorni era usato anche dagli Ateniesi. Per entrambi, era forse il residuo di una antichissima pratica. Da questo calendario si può ricostruire il quadro politico ed amministrativo dell’Etruria. C’è innanzi tutto una Città Regina (29 giugno). Questa, nelle intenzioni di Tarconte e Tagete, autori dei cosiddetti Libri Tagetici, o di chi altro li abbia compilati con il loro nome, sarà stata la loro Tarquinia. Il nome di questa città, etimologicamente, avrebbe proprio il significato di Città Regina o Sovrana o Dominatrice. Si diceva, comunque, che Tarconte ne fosse stato l’eponimo re fondatore, e che Tagete vi fosse nato. Cicerone narrava che in occasione di quella nascita tutta l’Etruria convenne a Tarquinia. Altri precisavano che vi convennero i dodici lucumoni o prìncipi delle altre città. Nella città regina risiedeva evidentemente il re. Costui è nominato spesso (19 ottobre; 16 novembre; 27 dicembre; 19 e 21 gennaio; 30 marzo). Egli governa il Regno (30 mar.; 9 apr.): verosimilmente la Federazione. Anche Virgilio, chiama “Regno” la Federazione 242


Etrusca (VIII, 499). L’appellativo “Città Regina” (cfr. etr. Zilath Mechl Rasnas) col quale Tagete e Tarconte verosimilmente si riferiscono alla loro Tarquinia, richiama quello di “Città del Re” (lat. Regisvilla) col quale Strabone definisce un sito a nord di Gravisca (il porto di Tarquinia). Da qui sarebbe partita la leggendaria migrazione dei Tirreni o Pelasgi verso Atene, le isole Egee e le coste dell’Anatolia (vd. p. 32). Il Calendario menziona poi gli Stati, cioè le Città Stato, comandate da un capo variamente denominato dynastes (26 settembre; 19 ottobre), dynatòs (12 marzo; 19 luglio; 27settembre; 16 febbraio), archon (5 e 17 luglio) e kraton (7 marzo; ecc.), il cui significato generale è “principe” o “colui che ha il potere”. Si tratta verosimilmente di quelle stesse figure che le fonti latine chiamano principi delle città. A volte questi governanti sono buoni, altre volte sono cattivi (16 gennaio) e vengono abbattuti (19 settembre; 8, 21 e 26 gennaio). Avviene che anche i re, ovvero i capi della Federazione, a volte vengono espulsi (19 settembre). Se il re del Regno ottiene una vittoria egli può elevarsi (19 gennaio) Quando vince, i capi delle città esultano (9 aprile); ciò perché evidentemente fanno parte della Federazione che ha vinto la guerra. A volte questi capi si dividono e si distruggono a vicenda (27 settembre; 10 novembre); altre volte alle fine si pacificano (10 novembre). Ci sono pure guerre servili (7 e 25 gennaio; 6 aprile), e schiavi che si rivoltano e vengono puniti (15 gennaio). Abbiamo poi le città minori, dette polichne, i castelli e i borghi, ognuno con il suo governante (5 giugno). Il calendario menziona poi una volta dei sudditi che defezionano per scoramento (24 maggio). Molto spesso si nomina il popolo, qualche volta gli schiavi, e una volta i plebei. A quest’ultimi capita di subire il supplizio del palo (9 novembre). All’interno della Federazione e delle città i rapporti non sono sempre felici né tanto meno pacifici: vi sono sedizioni, dissensi (24 aprile) e cattivi potenti che prendono il potere (14 luglio). Le donne a volte prosperano (19 novembre), ed hanno un ruolo importante nella vita sociale; ma capita che commettano crimini insieme agli schiavi (19 agosto). Spesso gli uomini sono contrariati dal loro comportamento (6 settembre; 5 agosto). Si abbia presente il caso di Volsini dove gli schiavi si ribellarono, presero il potere e sposarono le consenzienti donne dei loro padroni. I responsi del calendario si preoccupano anche del re dell’Oriente (16 lugl.; 9 genn.), di guerre orientali (14 maggio) e settentrionali (24 maggio), nonché di paragoni fra situazioni economiche orientali ed occidentali (20 maggio). Ciò forse per il ricordo di antichi apporti di gente dall’Oriente (Troiani, Misi, Lidi e Pelasgi) come vorrebbero le tradizioni. Nel re dell’Oriente potrebbero adombrarsi vari personaggi mitici.

Tirreno e Tarconte, figli di Ati, re della Lidia. Giovanni Lido ricorda che Tirreno avrebbe condotto presso i Sicani d’Etruria una colonia di Lidi. Giovanni nella sua versione dei Libri Tagetici scritti da Tarconte, sostiene pure che lo stesso Tarconte in quei Libri avrebbe affermato che Tirreno lo avrebbe istruito nei Misteri dei Lidi. Tarconte e Tirreno, figli di Telefo re della Misia, e di Iera o di Astioche sorella del re di Troia. Egli avrebbe fondato tutte le città della Federazione Etrusca, ed avrebbe dato il proprio nome a Tarquinia. Enea, il troiano che, secondo Virgilio ricondusse a Corito (Tarquinia) i profughi troiani e divenne capo della Federazione Etrusca. In epoca posteriore alla distruzione di Troia, sia la Misia che la Troade fecero parte della Lidia. Còrito, figlio di Paride, fondatore di Còrito (Tarquinia).

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Fig. 102 – Tarquinia. I Cavalli (di Vertumnus?) nel frontone del tempio dell’Ara della Regina

13). LARIS PULENA ED IL COLLEGIO FEDERALE DELL’ORDINE

DEI 60 ARUSPICI.

Sul luogo della rivelazione di Tagete sorse una scuola di aruspicina istituzionalizzata poi dai Romani nel Collegio Federale dei Sessanta Aruspici. Numerose epigrafi contenenti nomi di aruspici appartenenti al Collegio sono state rinvenute a Roma, ad Ostia e soprattutto a Tarquina dove il Collegio aveva sede (f. 103). Nessuna epigrafe è stata trovata in altre città etrusche. Fig. 103

Fig. 103 – Tarquinia. Lapide elogiativa di un membro del Collegio Federale dei Sessanta Aruspici. Ricostruzione di M. Torrelli (Elogia Tarquiniensia).

A Tarquinia, la statua che è sul coperchio del sarcofago che raffigura Laris Pulena che apre fra le mani un libro d’aruspicina, contiene notizie sulle sua vita (f. 104). Fra le altre cose, si nomina una scuola (alumna), coi suoi giovani alunni (huzrnatre) ed una collegialità (alumnathura), della quale Laris fu decano (parnich). Presentiamo qui un’ipotesi di traduzione dell’intero testo etrusco riservandoci di ritornarci un una prossima specifica trattazione. Per il significato del vocabolo METHLUM (= città capitale, centro federale) 244


vedi il mio libro Il Fanum Voltumnae era a Tarquinia, Gruppo Editoriale l’Espresso, Roma, 2011 p. 180. LRIS - PULENAS - LARCES - CLAN - LARTHAL - PAPACS / Laris Pulena di Larce figlio, di Larth nipote VELTHURUS - NEFTS-PRUMS – PULES – LARISAL – CREICES / di Veltur nipote, pronipote di Laris figlio di Pule il Greco. AN - CN - ZICH - NETHSRAC - ACASCE - CREALS Egli questo libro aruspicino compose come sacerdote di Cere. TARCHNALTH A Tarquinia, ● SPU / RENI - LUCAIRCE - IPA - RUTHCVA - CATHAS - HERMERI – SLICACHE / PER LA CITTÀ fu lucumone. Durante la carica i <giri> del Sole <nel mese di Agosto> fissò M / APRINTHVALE – LUTHCVA – CATHAS - PACHANAC ed i sacri ludi del Sole e i Baccanali. ALUMNATHE - HERMU / MELE - CRAPISCES L’Erma nella scuola , <il tempio> di Gravisco, PUTS - CHIM - CULSL - LEPRNAL - PSL - VARCHTI - CERINE ed ogni pozzo <del tempio> di Culsu <Infera> presso la palude fece. PUL / ALUMNATH – PUL - HERMU - HUZRNATRE-PSL <e pure> la Scuola, <e pure> l’Erma nel Collegio della Gioventù del Tempio. ● TENIN[E] [- - - - -] – METHLUMT- PUL - / HERMU - THUTUITHI NEL CENTRO FEDERALE tenne la carica di <Zilath?>, e l’Erma (pose) nel Conciliabolo. MLUSNA - RANVIS – MLAMNA - [- - - - - - - - - - - ] Addetto all’Altare, soprintendente all’offerta ............. ALUMNATHURAS - PAR / NICH - AMCE – fu patrono del Collegio degli Alunni. LESE - HERMERIER. Fondò <l'ordine dei fedeli di Ermes>

Fig. 104

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*** Tacito raccontò che, nell’anno 47 a.C., l’imperatore Claudio, riferì in Senato attorno al Collegio degli Aruspici, affinché quell'antichissima disciplina d'Italia non venisse in disuso per pigrizia. Spesso nei momenti difficili per la repubblica gli aruspici erano stati chiamati, per ammonimento dei quali le cerimonie furono dapprima rinnovate, e poi compiute in maniera più rituale. I priores degli Etruschi, di loro iniziativa o sospinti dal senato romano, avevano custodito quell'arte e l'avevano propagata di famiglia in famiglia. Questo ora avviene con minor diligenza per colpa della comune trascuratezza verso le buone arti, e perché prevalgono superstizioni straniere. E sebbene per ora tutto vada bene, bisogna pur render grazia alla benignità degli dèi, affinché la posterità non dimentichi i riti delle cerimonie tra le incertezze del culto. Allora il Senato decretò che i pontefici esaminassero quelle cose dell'aruspicina che si dovevano conservare e consolidare648. I “priores dell'Etruria” che, nel discorso di Claudio, avevano “di loro iniziativa” custodito l'arte dell'aruspicina, e “l'avevano propagata di famiglia in famiglia”, ci richiamano alla mente quella mitica folla (Cicerone), o quei lucumoni (Censorino), o quei dodici figli dei principes etruschi (Scoliasta di Lucano), che erano convenuti a Tarquinia per ricevere gli insegnamenti di Tagete. I priores dell'Etruria, dice Claudio, lo avevano fatto di loro iniziativa, oppure per impulso (impulsu) dei senatori romani. Noi possiamo cercare di ricostruire la delibera del Senato Romano. C'è un passo de Le leggi, dove Cicerone dice: Se tale è l'ordine del Senato, i prodigi e i portenti siano annunciati agli aruspici etruschi; e l'Etruria insegni la disciplina ai prìncipi649. Ne La Divinazione, poi, Cicerone specifica: A quel tempo, presso i nostri padri, quando lo Stato fioriva, il Senato giustamente decretò che, tra i figli dei prìncipi, sessanta (cod. sex) presi dai singoli popoli dell'Etruria fossero istruiti nella Disciplina, affinché un'arte così importante, a causa della povertà di chi la praticava, non scadesse ridotta al livello del pagamento e del guadagno650. La notizia è ripetuta con qualche variante da Valerio Massimo (I sec. a.C. – I d.C.): A quel tempo, poiché lo Stato era fiorente e ricchissimo, dodici (cod. decem) figli dei prìncipi, con decreto del Senato, furono presi fra i singoli popoli dell'Etruria per

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Tacito, Annali, XI, 15. Cicerone, Le leggi, II, 9, 21: “Prodigia, portenta ad Etruscos haruspices, si senatus iussit deferunto Etruriaque principes disciplinam doceto”. Che non si tratti di principes romani, ma etruschi, si evince dal confronto con il discorso di Claudio, dove si parla di “priores dell'Etruria”, e con il mito di Tagete, dove si parla di dodici figli di principes etruschi. Inoltre, dall'elenco fatto da Thulin, e integrato da M. Torelli, comprendente tutti gli aruspici attestati nelle fonti letterarie ed epigrafiche, figura che il luogo di origine dei personaggi è soltanto l'Etruria, almeno fino a tutto il primo secolo dopo Cristo. 650 Cicerone, De Divinazione, I, 92: ”Bene apud maiores nostros senatus tum, cum florebat imperium, decrevit ut de principum filiis sexaginta (cod. sex) [ex] singulis Etruriae populis in disciplinam traderetur, ne ars tanta propter tenuitatem hominum a religionis auctoritate abduceretur, ad mercedem atque quaestum”. Per analogia con il numero dei membri del Collegio dei Sessanta Aruspici, archeologicamente documentato a Tarquinia, “sex” va corretto in “sexaginta ex”. 649

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imparare la disciplina delle cose sacre651. Si tenga presente la tradizione, seguita anche dallo scoliaste di Lucano, secondo cui Tagete “dettò la scienza dell'aruspicina ai dodici figli dei prìncipi” (Commento. Bernense a Lucano, 1, 636). Dodici era il numero dei singoli popoli dell'Etruria. Il luogo del Collegio dei Sessanta Aruspici era a Tarquinia, come indica il mito, e come i ritrovamenti archeologici hanno confermato. Nella città sono stati ritrovati numerosi frammenti dei fasti del Collegio fino ad almeno due aruspici di nome Tarquizio Prisco652.

14). IL RESCRITTO DI SPELLO È FALSO Durante l’impero di Diocleziano (284-305 d.C.) l’Umbria fu unita amministrativamente all’’Etruria. Ora, nel 1733 fu trovata a Spello, in Umbria, presso l’anfiteatro, la copia marmorea di un presunto rescritto emanato dall’imperatore Costantino (274-337 d.C.). In questa copia si legge che gli Umbri della città di Spello avrebbero chiesto all’imperatore sia l’esonero di recarsi in Etruria, a Volsini (dice il presunto rescritto), per celebrare annualmente i giochi scenici e gladiatori, sia il consenso di poterli separatamente celebrare nella loro città. L’imperatore avrebbe accettato, fatto salvo che a Volsini gli Etruschi avessero ancora potuto celebrare i loro ludi scenici e gladiatori. In cambio della concessione, Costantino avrebbe acconsentito e ordinato che il tempio pagano presso cui gli abitanti di Spello avrebbero poi dovuto celebrare i loro giochi scenici e gladiatori fosse stato dedicato alla gente Flavia cui egli stesso apparteneva653. Sebbene il presunto rescritto non contenga allusioni al Fanum Voltumnae né a divinità federali come Voltumna o Vertumnus, si è pensato che ci fossero buone ragioni per ritenere che presso Volsini fosse comunque esistito il famoso Fanum, centro federale degli Etruschi, del quale Tito Livio aveva più volte parlato senza tuttavia precisare dove si trovasse. Però la cosa, come sostenne il Muratori, non è affatto pacifica perché il rescritto è un falso654. Egli osservò innanzitutto che l’indizione del presunto rescritto non è conforme ai canoni con cui tali atti venivano redatti. Analizziamo il testo. Esso inizia così.

COPIA DI SACRO RESCRITTO L'IMPERATORE CESARE FLAVIO COSTANTINO, MASSIMO, GERMANICO, SARMATICO, GOTICO, VINCITORE, TRIONFATORE, AUGUSTO E (I FIGLI) FLAVIO COSTANTINO, FLAVIO GIULIO COSTANZO, FLAVIO COSTANTE:

Per cominciare, manca il datum (cioè il luogo e la data di emissione). Poiché lo stesso imperatore in precedenza (26 luglio del 322 d.C.) aveva emanato una disposi-

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Valerio Massimo, I, 1: “Ut florentissima tum et opulentissima civitate duodecim (cod. decem) principum filii senatus consulto singulis Etruriae populis percipiendae sacrorum disciplinae gratia traderentur”. 652 M. Torelli, Tarquitius Priscus aruspex di Tiberio, in Archeologia in Etruria Meridionale, a cura di M. Pandolfini, Roma, 2006, p. 249, ss. 653 In cuius gremio aedem quoque Flaviae hoc est nostre gentis ut desideratis magnifico opere perfici volumus. 654 L. A. Muratori, Novus Thesaurus, pp. 1791-95.

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zione secondo cui gli atti legislativi non erano validi se mancavano di quel particolare655, potrebbe bastare questo solo difetto per sostenere la falsità del “rescritto”656.

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Manca il nome del destinatario del presunto rescritto657.

Costantino, nei decreti imperiali del suo tempo, ha la qualifica di Augusto; i suoi figli (Costantino Juniore, Costanzo, Costante) ed il suo nipote Dalmazio hanno quella di Cesare con l’aggiunta frequente di nobilissimo. Costante fu eletto nel 333, e Dalmazio nel 335; e poiché il “rescritto” contiene i nomi dei primi tre, ma non quello di Dalmazio, ne consegue che l’atto dovrebbe essere stato emanato dopo che Costate fu eletto Cesare, e prima che lo fosse Dalmazio, cioè fra il 333 ed il 335. Nel nostro rescritto comunque manca ai figli di Costantino sia il titolo di Cesare che la qualifica di nobilissimo. E’ questo un ulteriore indizio della falsità del documento658.

Cod. Theod., I, 1,1: Si qua posthae edicta sine constitutiones sine die et consule fuerint deprehensae, auctoritate careant. 656 In risposta, il Mommsen (Berichte der sachs. Gesellsch. d. Wiss., 1850) ha congetturato che il datum potesse essere stato inciso in alto o a lato del tempio che l’imperatore avrebbe ordinato di costruire. 657 J. Gascou pensa ad una omissione del lapicida (J. Gascou, Le Rescrit d’Hispellum, “Mélanges d’Archeologie et d’Histoire”, 79, 1967, n° 2, p. 623). 658 Il Dessau pensa che l’omissione sia accidentale e dovuta alla negligenza del lapicida. Sarebbe però strano che un superficiale lapicida abbia potuto copiare su un marmo da esporre alla cittadinanza un atto così importante senza la accorta assistenza delle autorità cittadine. Mommsen (op. cit) ha voluto azzardare che il “rescritto” sia stato emanato prima che Costante fosse nominato Cesare, ma che il suo nome fosse stato ugualmente incluso; ora, per non umiliare Costante che non poteva esser definito Cesare non lo si sarebbe fatto nemmeno per gli altri. Giustamente, Andreotti obietta che la teoria del Mommmsen “è insostenibile nella sua stessa motivazione: un atto governativo doveva essere emanato con tutti i requisiti esteriori per la sua validità e, d’altra parte, senza l’aggiunta della menzione di persone non ancora partecipi del potere sovrano” ( R. Andreotti, Contributo alla Ddiscussione del Rescritto costantiniano di Hispellum, in Problemi di Storia e Archelogia dell’Umbria, “Atti del Convegno di Studi Umbri (Gubbio, 26-31 Maggio 1963)”. Andreotti però, in sostituzione di quella del Mommsen, costruisce una propria teoria secondo cui il “rescritto” si data nel breve lasso di tempo che va dalla morte di Costantino (22-05-337) alla proclamazione di Costantino Iuniore, Costanzo e Costante a nuovi Augusti. Sarebbe accaduto che, dopo la morte di Costantino, i suoi parenti da parte della matrigna Teodora, compreso Dalmazio, furono trucidati. Andreotti suppone che durante l’interregno gli atti di governo siano stati ancora emanati col nome di Costantino: ciò però poneva il problema se negli atti emanati i tre figli del defunto imperatore dovessero esser chiamati Cesari oppure già Augusti. “Ciò spiegherebbe”, dice Andreotti, “la mancanza di qualsiasi data “ nel rescritto. Tuttavia, come ammette lo stesso Andreotti, l’iscrizione di Spello rimane incompleta perché priva di ogni qualifica data ai figli di Costantino. Ciò sarebbe imputabile alle turbinose vicende che seguirono alla morte di Costantino. “La copia del rescritto”, conclude Andreotti, “dopo la fretta del primo entusiasmo, fu sostituita da un’altra o, più probabilmente, dimenticata. Il provvedimento concedeva una celebrazione della Gens Flavia, ben presto inattuale per i tragici colpi inferti dal destino”. In sé, però, il testo del “rescritto” non consente di spostarne la data di emissione; e comunque Andreotti non spiega alla fine come o perché nell’iscrizione di Spello i figli dell’imperatore siano privi della qualifica di Cesare che loro competeva. Gascou (op. cit., p. 621) gli ha replicato che non c’è alcuna ragione di pensare che la cancelleria abbia sostituito la copia del “rescritto”, né che le autorità di Spello abbiano preso l’iniziativa di modificare la formula di un messaggio imperiale. Egli propone questa nuova ipotesi: “il rescritto deve essere stato redatto sia negli ultimi mesi di vita di Costantino sia nel periodo dell’interregno; ma esso non sarà stato inciso che dopo il 9 settembre 337: in quel momento il figli di Costantino erano stati dichiarati Augusti, ma l’esemplare pervenuto avanti quella data alle autorità di Spello portavano il titolo di Cesare per i figli di Costantino. Non era possibile, senza assurdità, dare il titolo di Augusto sia a Costantino che ai suoi figli. Per contro, dare ai figli il titolo di Cesare sarebbe stato anacronistico: le autorità di Spello, davanti a questa difficoltà, si sono risolute di non dare loro alcun titolo”. Anche a lui però si può obiettare che in sé il testo del rescritto non consente di spostarne la data di emissione; né è possibile sostenere che le autorità di Spello avevano il potere di modificare la formula di un “rescritto” imperiale; né c’era alcuna necessità di farlo.

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C’è poi da considerare quanto segue. Nel 325 d.C., l’imperatore Costantino, dopo aver composto nel Concilio di Nicea (a circa Km. 130 da Costantinopoli) le controversie delle sette cristiane che travagliavano l’intero impero, emise da Berito (in Fenicia), sede di una scuola di giurisprudenza, un decreto in cui proibì per tutto l’impero i ludi dei gladiatori perché turbavano la sensibilità dei cittadini659. Eusebio di Cesarea, che conosceva personalmente Costantino, e ne scrisse la vita in lingua greca, confermò che l’imperatore “proibì a tutti (diataxeti tois pasi) ... di non contaminare le città con i cruenti spettacoli dei gladiatori”660. Pare che i giochi tuttavia non si estinsero completamente perché solo con una legge emessa da Onorio nel 402 si riuscì a ottenere la loro definitiva chiusura661. Costantino comunque non li ripristinò mai; e non si capisce come egli, nel presunto rescritto (333335 d.C.), avrebbe potuto preoccuparsi non solo che in Etruria i giochi gladiatori fossero mantenuti, ma che nell’Umbria, a Spello, ne fossero addirittura istituiti dei nuovi. Aggiungiamo che l’unità amministrativa di Etruria ed Umbria non fu mai revocata né da Costantino né dai suoi successori; così di nuovo non si capisce come mai egli, che nel presunto rescritto si sarebbe preoccupato di precisare che i nuovi ludi gladiatori da istituire in Umbria non abolivano quelli già esistenti in Etruria, non si sia contemporaneamente preoccupato di precisare che la separazione dei ludi dell’Umbria da quelli d’Etruria non aboliva comunque l’unità amministrativa delle due regioni: ciò anche per non dare appiglio a cattive interpretazioni che avrebbero potuto creare future complicazioni sul piano amministrativo. Il Muratori ha poi osservato che Costantino, favorevole com’era verso il Cristianesimo non avrebbe mai ordinato agli abitanti di Spello di costruire un grande tempio pagano dedicato alla gente Flavia alla quale egli stesso apparteneva. Si pensi che Costantino, nella religione cristiana Ortodossa, è stato portato agli onori della santità. Egli, per dirla con le parole del Muratori, non era “ethnichus et Cristianus (Cristiano e Pagano)”. Questa sua espressione ha porto il fianco a una obiezione apparentemente fondamentale. Gli è stato obiettato che Costantino in effetti era proprio “pagano e cristiano” perché non aveva mai rinunciato alla carica di Pontefice Massimo, e che alcune volte non si era rifiutato di assecondare alcune usanze pagane; inoltre aveva preso il battesimo cristiano solo negli ultimi giorni della sua vita. Tutto ciò è vero, però a quel tempo non esisteva ancora il sacramento della confessione, e molti attendevano gli ultimi giorni della loro vita per farsi battezzare: ciò perché questo sacramento cancellava tutti i peccati. E comunque non si capisce come mai Costantino che, negli ultimi anni della sua vita, “fece costruire il sepolcro suo presso il magnifico Tempio de gli Apostoli, eretto e dedicato da lui in Costantinopoli” (L. Muratori, Annali, III, anno 335), in quegli stessi ultimi tempi della sua vita, abbia permesso e ordinato agli abitanti di Spello di erigere un grande tempio pagano dedicato alla gente Flavia alla quale lui stesso apparteneva. Se poi, come recen659

L. I, De Gladiator., Cod. Theod.: “Cruenta spectacula in otio civili, domestica quiete non placent. Quapropter qui omnino Gladiatores esse proibemus eos, qui forte delictorum causa hanc conditionem adque sententiam mereri consueverant, metallo magis facies insrvire ecc.” 660 Eusebio di Cesarea, Vitae Costantini, 4, 25. Vedi il testo greco e latino in L. A. Muratori, op. cit. p. 1794. Gascou ritiene tuttavia che Costantino non abolì mai i giochi gladiatori, ma che si limitò a commutare la pena di morte di coloro che per delitti che venivano assegnati ai ludi gladiatori in quella dei lavori in miniera. Ma quali erano le vere intenzioni di Costantino si ritrovano pure nella sopra citata vita di Costantino, scritta da Eusebio di Cesarea, dove si dice che l’imperatore “proibì a tutti ... di non contaminare la città con i cruenti spettacoli dei gladiatori”. Come si vede, la legge valeva per tutti i giochi gladiatori, e non era limitata a nessun territorio né a nessuna categoria di persone. 661 Il Muratori opportunamente scrisse: “ Pretese il Gothofredo (1587- 1652 d.C.) che quella legge fosse solamente locale né si estendesse per tutti il romano imperio; e non per altro, se non perché sotto i successori di Costantino s’incontrano né più né meno gli spettacoli de’ gladiatori. Credo io d’avere abbastanza dimostrato, massimamente con l’autorità di Eusebio, che veramente fu universale quel divieto di Costantino, ancorché i suoi figliuoli non sapessero poi sostenerlo: tanto erano impazziti i pagani dietro que’ barbarici e sanguinosi giuochi” (Annali, III, p. 367).

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temente e stato sostenuto, il rescritto fosse stato emesso negli ultimi giorni della vita dell’imperatoe, e pubblicato addirittura dopo la sua morte, allora ci sarebbe da chiedersi come mai Costantino, che prossimo alla morte si fece battezzare cristiano, avrebbe mantenuto il proponimento di far costruire un tempio pagano a se stesso a costo della salvezza della sua anima. C'è infine da osservare che l'antica capitale, o centro religioso, degli Umbri non era Spello bensì Gubbio. Si evince dalle famose Tavole Iuguvine del secondo sec. a.C. Spello manca anche nella Tabula Peutingeriana, mentre Gubbio vi è menzionata. E’ tuttavia possibile che Volsini abbia mantenuto qualcosa del ruolo centrale che, dopo la caduta di Tarquinia, doveva aver assunto verso le ancor libere città della media valle del Tevere. L’estensione all’Umbria era dovuta alla riforma di Augusto che unì questa regione all’Etruria.

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Alberto Palmucci PARTE

TERZA

Capitolo Terzo LA VIRGILIANA CITTA’ DI CÒRITO TARQUINIA

Ripreso e aggiornato dai nn. 56; 58; 59 e 60 di “Atti e Memorie” (Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova); da Latina Didaxis, 1992 (Università di Genova); dai nn. 24; 26 e 31 di “Aufidus” (Università di Bari); da Virgilio e Cori(n)to Tarquinia, Tarquinia, S.T.A.S., 1998; da Anatolisch und Indogermanisch, 2001 (Università di Innsbruck)

NOTA PRELIMINARE. L’etrusca città di Còrito e gli omonimi personaggi legati ad essa furono spesso chiamati anche Corinto (vd. nota)662. E’ questo il motivo per cui noi, a volte, adotteremo la grafia Cori(n)to oppure Corinto. 662

CORI(N)TO NELLA LINGUA GRECA. Alcune glosse ad Eschilo presentano korinthos e korintheys in luogo di korythos e Korytheys. Parimenti, l'epiteto di Apollo a Corone è conosciuto nella forma Korinthos (Pausania, La Grecia, IV, 34,7). Da questi casi, Pierre Chantraine (Dictionaire Etym. de la langue Greque, II, Paris, 1979, p. 575) ha ipotizzato un rapporto etimologico fra korys-korithos (elmo) e il nome della città greca di Korinthos. In merito, noi abbiamo trovato molti casi sia in Greco che in Latino. In Grecia, il demo attico di Tri-korythos (TriCòrito) era chiamato anche Tri-korynthos (vd. G. Radke, in Real-Emcyclopadie der Classischen Altertumswisseuschaft, 1939, s.v. Trikory(n)thos ). Stefano di Bisanzio (De urbibus, s.v. Tricorynthon ) ci documenta la alternanza anche in un unico testo quando chiama Trikorynthon la città, e Trikorysioi gli abitanti Anche il nome dell'eroe eponimo del luogo era Trikorythos e Trikorynthos (vd. G. Radke, loc. cit.; K. Preisendanz, in Lexicon Griechischen Romischen Mythologie, 1916, s.v. Trykorythos). Korythos era il nome di uno dei figli che Paride ebbe da Elena di Troia; ma sia Eustazio che Tzetze lo chiamano Korinthos (Eustazio, Ad Om., p. 1479; Tzetze, All’Aless., 851). Secondo una leggenda (Servio Dan. Ad Verg. Aen.. III, 170), un altro Corythus, figlio di Paride e della ninfa Enone aveva fondato, in Etruria, la città di Corythus (Tarquinia). Ma, in Tzetze, il nome di questo personaggio, è Korythos, Korinthos (cod. Kointon), e addirittura Couron (Tzetze, Ad Lyc. Alex., 61). Telefo, poi, padre di Tarconte, fondatore di Tarquinii, era figlio adottivo del re arcade korinthos, secondo Apollodoro (II sec.a.C.). Invece, per Diodoro Siculo (I sec.a.C.), lo stesso personaggio si chiamava korythos (Apollodoro. Bibl., III, 9,1; Diodoro Sic., Storia Universale, IV, 33,11). n Còrito- Corisijo era poi la forma in cui era scritto il nome di Cori to nelle Tavolette micenee (J. Chadwick, Lineare B, Torino, 1959, p. 147; 208; E. L. Bennet jr. e J. P. Oliver, The Pylos Tablettes Translated, Roma, 1976, II, p. 97). CORI(N)TO NELLA LINGUA LATINA. Virgilio, nell'Eneide (III, 170; VII, 209; IX, 10; X, 719), nomina quattro volte Corythus, delle quali una volta il codice “n” presenta la variante Corinthus (IX, 10: Extremas Corinthi penetravit ad Urbes). I commenti all'Eneide di Servio e di Elio Donato alternano Corythus e Corinthus (Servio Dan., op. cit., III, 207; 209). Altrettanto avviene ne Le istituzioni divine (I, 23) di Lattanzio. In una glossa latina si legge Corinthus Etruriae (= Corinto d'Etruria), evidentemente per distinguere la città etrusca dalla omonima città Greca (C.G.L., IV, p. 436). Servio (All’En., VI, 603) conosce un mito secondo cui Tantalo regnava sui Corithii o Corinthii. Nei Mitografi Vaticani (I e II), il nome della città patria di Dardano è esclusivamente Corinthus, così come Corinthii sono i sudditi di Tantalo (Si riteneva che Tantalo avesse governato anche su Troia; i suoi sudditi Corithii o Corinthii potrebbero esser dunque in relazione con la migrazione di Dardano da Còrito nella Troade: il Boccaccio conosceva, infatti, una tradizione secondo cui Dardano, quando proveniente dalla etrusca Còrito approdò nella Frigia, fu accolto da Tantalo dal quale ebbe una parte del regno). Troviamo, poi, che Corinium, città illirica della Dalmazia sulla spiaggia Adriatica, veniva chiamata anche Còriton e Corinton (Anonimo Ravennate, Itin., IV, 22, p. 223).

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1) DARDANO CAPOSTIPITE DEI TROIANI. Omero, nell'Iliade, canta che Dardano, capostipite dei Troiani, era figlio di Giove, ed era nato in Frigia alle pendici del monte Ida. Più tardi si disse, invece, che fosse nato a Samotracia o in Arcadia da Giove e dalla ninfa Elettra. Virgilio, infine, nell'Eneide, recepì una tradizione secondo cui Dardano era nato in una città etrusca chiamata Còrito o Corinto. Da qui Dardano avrebbe emigrato nell'isola di Samotracia ed in Asia minore dove i suoi nipoti avrebbero fondato Troia. In seguito, dopo che i Greci ebbero distrutto la città, Apollo e gli Dei Penati ordineranno ad Enea, che era un discendente di Dardano, di ricondurre i superstiti troiani in Italia, a Còrito, perché questa era “l'antica madre (antiqua mater)” della stirpe. In Italia, poi, secondo Virgilio, i discendenti di Enea fonderanno Roma663. Al tempo del poeta, sotto l'impero di Augusto (fine I sec. a.C.), Roma era all'apice della sua potenza, perciò gli storici greci tendevano a sostenere che i Troiani, dai quali i Romani pretendevano di discendere, fossero di origine greca. In opposizione a questa tendenza, Virgilio volle rivendicare l'originaria italicità del popolo romano; e, con ciò, fece sua la tradizione che Dardano, capostipite di Troiani e Romani, era nato a Còrito (oggi Tarquinia). In epoca molto antica, la parola Italia significava solo la punta estrema della penisola, poi comprese l'intera regione meridionale, e via via quella centrale e settentrionale, finché l'imperatore Augusto la estese ad indicare tutta la penisola fino alle Alpi. Il poema che il mantovano Virgilio scrisse sul ritorno di Enea alla “Antica madre” italica dei Troiani si configura, pertanto, come la più antica espressione del sentimento di unità nazionale, e la città di Còrito (Corneto Tarquinia) ne assume il ruolo di matrice in quanto progenitrice di Roma e del suo Impero. Alcuni hanno pensato che il poeta abbia inventato che Dardano fosse nato a Còrito (oggi Tarquinia) in Etruria, e lo abbia fatto per spirito nazionalistico nei riguardi dei Greci. Costoro, conseguentemente, svalutano la funzione che Virgilio, nelle vicende dell'Eneide, assegnava agli Etruschi ed alla città che egli chiamava Còrito (oggi Tarquinia). La cosa, invece, è di primaria importanza perché riguarda non solo la attendibilità di Virgilio, ma, come vedremo, sarà la chiave di comprensione di molti passi oscuri del poema. Il problema preliminare sarà, pertanto, quello di individuare quale fosse stata, nelle intenzioni del poeta, questa città. Secondo una antica tradizione, questa città, come abbiamo già visto (vd. p. 221 ss.), era Corneto (oggi Tarquinia). 2) LE INSEGNE DEL POTERE FEDERALE. Nella struttura dell'Eneide c'è una contraddizione. Da un lato Virgilio dice che gli dèi impongono ai Troiani di tornare alla “antica madre”, cioè a Còrito (oggi Tarquinia) in Etruria, dall'altro egli però farà poi approdare Enea nel Lazio vetus alla foce del Tevere. Egli poteva, tuttavia, definire “etrusco” questo fiume Nel Martyrologium Hieronymianum, alla data dell'otto Agosto, il nome di un santo è variamente attestato come Corithonis, Corinthonis, Corinthionis e Corvintonis. In un cippo funerario di età imperiale, il nome Corinthus è scritto Coritus (C.I.L., VI, 10013). Un figlio di Priamo, nel Diario della guerra di Troia di Ditti Cretese (IV, 7), è chiamato sia Chorithon che Corinton. Nella Biblioteca di Apollodoro (III, 12,5), egli ha il nome greco di Gorgythion. Anche la città greca di Corinto, nelle due menzioni fatte nel succitato Diario della guerra di Troia (VI, 2), è chiamata Choritus come la omonima città etrusca. Il fatto assume particolare significato se confrontato con quanto disse Isidoro di Siviglia (560-636 d.C.). Questi, in una occasione, sostenne che i fratelli Dardano e Iasio venivano dalla Grecia, in un'altra precisò che Dardano veniva da Corinto (Isidoro, Etimologie, IX, 2,7; XIV, 3,41). Isidoro, dunque, o la sua fonte, confondeva la etrusca città di Corythus/Corinthus con la greca Corinthos/Choritus al punto da ritenere che Dardano fosse partito da quest'ultima. Questi casi chiariscono l'intercambiabilità delle forme Còrito e Corinto. Analoghe oscillazioni si trovano nella lingua etrusca, per es. nelle varie forme del nome di persona Arath, Aranth, Arnth, Ar(n)thna e *Arnath (lat. Arruns = Arunte). *Arnath si ricava da Arnath-alisa (C.I.E., 1219). 663 Verg., Aen., III, 94-98; 154-171; VII, 195-242.

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perché esso nasceva in Etruria e ne segnava il confine con il Lazio antico. A quel tempo la regione era limitata alla valle della sponda sinistra del Tevere. Il poeta narra che Enea, nel cuore dell'estate del settino anno dopo la rovina di Troia664, approda sulla riva sinistra della foce del fiume, e pone il campo. Gli abitanti della regione, però, come i Latini, i Rutuli e gli Etruschi di Agilla-Cere (oggi Cerveteri), vorrebbero ricacciarlo in mare. Per questo motivo, l'eroe va a domandare soccorso al re Evandro che regnava su alcuni Arcadi che dalla Grecia erano andati a fissarsi sul Palatino. E’ su questo colle che poi verrà fondata Roma. Quando Enea arriva sul Palatino (futura Roma) per chiedere aiuto, Evandro è intento nei festeggiamenti che lui stesso aveva istituito in onore di Ercole. Nella futura Roma, la festa verrà poi ripetuta ogni 12 Agosto. Il re, il giorno dopo (13 Agosto), fa presente ad Enea che il proprio esercito non è adeguato ad aiutarlo; dice però di avere comunque il modo per ottenere un fortissimo aiuto. Il crudele Mezenzio, spiega Evandro, re della città etrusca di Agilla-Cere, è stato espulso dai suoi sudditi; ma Turno, re dei Rutili di Ardea, nel Lazio, lo sta ospitando. Per questo motivo, Tarconte, re della Federazione Etrusca, ha riunito i capi e gli eserciti di ogni città etrusca, e minaccia di guerra i Rutuli se non gli consegnano Mezenzio. Un responso di aruspicina, tuttavia, dice Evandro, ha sentenziato a Tarconte che gli dèi gli ingiungono di passare il comando ad un duce straniero. Per ciò, continua il re, Tarconte stesso mi ha inviato gli ambasciatori con la corona del regno e lo scettro, ed ora mi affida le insegne perché mi rechi nel suo accampamento ad assumere il comando degli Etruschi (VIII, 506-507). Evandro fa poi presente ad Enea d’esser vecchio e di non potersi assumere un peso così grave. Tu però, egli dice, puoi farlo. Così lo incita ad andare in Etruria, da Tarconte, per ricevere l’investitura di capo della Lega Etrusca. Già in epoca romana si notò che le insegne del potere consegnate dagli ambasciatori di Tarconte ad Evandro, re del Palatino di Roma, rimandavano alla tradizione secondo cui un tempo i fasci furono davvero trasportati dagli Etruschi a Roma665. Si raccontava, infatti, che da Tarquinii, gli ambasciatori avevano trasportato a Roma, e consegnato al re Tarquinio la corona d’oro, i fasci e le altre insegne del potere per riconoscerlo capo della loro Federazione666. Ne abbiamo ampiamente trattato in precedenza (vd. p. 226 ss.). Nel capitolo su Il Ritorno dei Troiani noi abbiamo pure rilevato come sia il trasferimento delle insegne del potere federale da Tarquinia a Roma sia il fatto che Tarconte ceda ad Enea il comando della Lega Etrusca si ritrovino già in embrione nella tragedia Alessandra di Licofrone (vv. 1240 ss.), dove Tarconte, venuto dalla Misia unisce le sue forze a quelle di Enea venuto da Troia. Noi abbiamo pure rilevato come la fonte primigenia della tradizione possa risalire ad Ellanico di Lesbo (V sec. a.C.) ed addirittura a Lesche di Lesbo (VIII-VII sec. a.C.) (vd. p.150). 3) TAGETE. Si narrava che Tarconte avesse la sede a Corneto (vd. p. 206). Egli sarebbe stato tanto saggio da esser nato con i capelli bianchi; ed avrebbe fondato dodici città fra cui Tarquinii che prese il suo nome667. Egli stesso avrebbe scritto che, mentre arava la terra, da un solco più profondo emerse un divino fanciullo di nome Tagete (etr. Tarchies) che gli rivelò gli aspetti segreti dell’Aruspicina668.

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Secondo la cronologia del greco Eratostene (275-194 a. C.), Troia era caduta nel 1184 a.C. Servio Danielino, Ad Verg. Aen. VIII, 506: “qui ad Romanos a Tuscis translati sunt”. 666 Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, III, 59-62; Strabone, Geografia, V, 2,2. 667 Strabone, Geografia, V, 2, 2; Eustazio, Greografi greci minori, II, p. 277, v.42. 668 Giovanni Lido, De ostentis. 665

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In alcune fonti Tarconte è chiamato Tarquinio669; in altre si specifica che la nascita di Tagete avvenne nel territorio di Tarquinii, e che, in quella occasione tutti i lucumoni delle altre città convennero sul posto, e lì appresero da Tagete l’arte dell’aruspicina670. Il luogo era forse identificato con Corneto. Secondo Silio, infatti, fu questa la “sede di Tarconte” (vd. p. 206); e, secondo Virgilio, fu questo il luogo dove l’eroe riunì i capi delle città etrusche. Tarconte e Tarquinii (o Corneto che sia) venivano, comunque, posti all'origine della nazione etrusca. Massimo Pallottino osservò: Se le notizie relative alla supremazia di uno degli antichi sovrani delle città etrusche non sono del tutto prive di fondamento, si può pensare ad una qualche forma particolare di stretti rapporti fra i centri dell' Etruria meridionale in età arcaica, sotto l'egemonia di una o dell'altra città. La grande preminenza che ha Tarquinii nelle leggende primitive dell'Etruria può far pensare ad un periodo di egemonia tarquiniese. Più tardi questa antica unità potrebbe aver assunto il carattere di confederazione religiosa”671. Se confrontiamo i dati della tradizione letteraria con la documentazione archeologica, troviamo corrispondenze di notevole significato. Il pianoro di Cornetum e quello di Tarquinii presentano una ricchissima documentazione risalente all'età del bronzo finale e a quella del primo ferro. L'importanza di questo periodo storico s’incarna nella figura di Tarconte. Egli ha la sua sede a Cornetum, ma fonda Tarquinii ed ogni altra città dell’Etruria e della Padania. Il mito di Tagete rispecchia significativamente la posizione di preminenza che Tarconte e Tarquinii, o Corneto che sia, ebbero sull'Etruria. Si narrava, come abbiamo visto (vd. p. 177), che quando Tarconte trasse dalla terra il divino fanciullo, mandò grida di stupore tali che furono udite in tutta l’Etruria, e tutti i lucumoni convennero sul luogo ed appresero l’arte dell’Aruspicina. Questi eventi sono dichiaratamente collocati nel territorio di Tarquinii, forse a Cornetum, ch’era considerata “sede di Tarconte”, e riflettono non solo il primato religioso e culturale della città, ma anche la forza coesiva ch’essa esercitava sui popoli etruschi. Se a questo aggiungiamo che si diceva che Tarconte fondò tutte e dodici le città dell’Etruria, e che, conquistata militarmente la Padania, vi fondò altre e dodici città, allora dobbiamo dire che quel primato era anche militare e politico. Virgilio, nell'Eneide, presenta Tarconte come re della Federazione. Se nel poema dovesse quindi apparire che Còrito (Cornetum di Tarquinii) sia il luogo dov’egli riunisce capi, esercito e flotta di tutte le città, ciò sarebbe consono ai suoi rapporti con Cornetum, Tarquinii, la Lega e il ruolo conferitogli da Virgilio. Pure il Pallottino, nella Enciclopedia Virgiliana, riconosceva che presso il campo di Tarconte […] dovrebbe immaginarsi Tarquinia672. 4) IL FIUME MIGNONE E IL CAMPO FEDERALE DI TARCONTE (13 AGOSTO, FESTA DI VERTUMNUS “SILVANO?”). Siamo al 13 Agosto. In questo stesso giorno, a Roma, ricorrerà ogni anno la festa di Vertumnus (etr. Vertun e Veltun), dio della federazione etrusca (vd. p. 230); e pare che in quello stesso giorno, in Etruria, da sempre, era ricorsa la stessa festa673. Era 669

Commento Bernese a Lucano, I, 636. Cicerone, La divinazione, II, 70; Commento Bernese a Lucano, I, 636. 671 M. Pallottino, Etruscologia, Milano, 1957, p. 174. 672 M. Pallottino, Enciclopedia Virgiliana, Treccani, Roma, 1989, II, s. v. Etruschi. 673 W. Eisenhut, in Real.Enciclopedie, s.v. Vertumnus, col. 1679. 670

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quella durante la quale i vari capi delle città etrusche, riunite in concilio, sceglievano il capo della Federazione. Su questa data, Virgilio fa cadere una coincidenza implicita, ma molto chiara per i contemporanei che conoscevano bene lo stato dei fatti e delle date. Vediamo. Sollecitato da Evandro, Enea a cavallo va in Etruria e si ferma presso il fiume Mignone. Non lontano da qui, sulla sommità pianeggiante d’un colle, c’era il campo dove Tarconte aveva radunato i vari capi etruschi coi loro contingenti. Narra Virgilio: Nei pressi del fresco fiume Caeritis (il Mignone: vd. oltre) si stende un grande luco (lucus) largamente sacro per il culto che i padri vi praticavano. Intorno, le colline formano una concava valle, e rinchiudono il bosco (nemus) cingendolo con scuri abeti. E' fama che quegli stessi Pelasgi, che un giorno occuparono per primi le terre Latine, consacrarono a Silvano, dio dei campi e del bestiame, il luco e il giorno della festa (lucumque diemque). Non lontano da qui, Tarconte e gli Etruschi tenevano gli accampamenti, sicuri per la natura dei luoghi; e dall'alto colle tutto l’esercito già poteva comparire, ed era attendato in vasti campi (celsoque omnis de colle videri iam poterat legio et latis tendebat in arvis). Qui il padre Enea e la gioventù guerriera giungono e, stanchi, si curano dei cavalli e del proprio corpo (VIII, 597- 608). Elio Donato (IV sec.) e Servio (V sec.), i quali compendiavano la precedente (per noi perduta) esegetica virgiliana d’epoca romana, riferivano che esistevano fonti letterarie le quali confermavano che i vasti campi dov’era accampato l’esercito di Tarconte, si trovavano sulla sommità pianeggiante di un’altura. La cosa, essi dicevano, poteva anche esser verificata visitando il luogo dove la tradizione poneva il colle (quod hodieque videmus et legimus)674. Per quel che riguarda il luco di Silvano, Servio dice che Virgilio lo definisce “largamente sacro” perché “lo era non solo agli abitanti del luogo, ma anche ai confinanti”. Servio poi spiega che Silvano, oltre ad essere il dio dei campi e del bestiame, era anche simile al dio Pan al quale si attribuiva l’origine di tutte le cose675. Pan, ovvero Fauno, era una delle forme che poteva assumere Vertumnus, detto anche Veltumna (etr. Vertun e Veltun), dio della Federazione Etrusca676. Silvano poi era anche il dio protettore dei confini; e nel suo nome venivano stipulati patti e fatti giuramenti677. Se, come sembra ovvio, il giorno in cui Enea giunge presso il luco del dio, è quello stesso in cui se ne celebrava la festa, questo è il 13 Agosto. Siamo nello stesso giorno in cui si celebrava la festa di Vertumnus dio della Federazione Etrusca. E’ durante questa festa che gli Etruschi nominavano il capo della loro Federazione. Ed è proprio per assumere la carica di capo della Federazione Etrusca che Enea si è recato presso il luco di Silvano (Vertumnus/Voltumna?). Noi possiamo dunque realizzare che a livello mitico, nell’Eneide, Silvano assume lo stresso ruolo che storicamente gli Etruschi affidavano a Vertumnus. Sappiamo, del resto, che Silvano (Pan, Fauno) era uno degli aspetti che Vertumnus sapeva assumere. 674

Servio, op. cit., VIII, 603: «TARCHO ET TYRRHENI TUTA TENEBAT CASTRA LOCIS, hoc est et industria et natura munitissima. Sed novimus castra per naturam munita esse non posse nisi in collibus fuerint: quod si in montibus sunt quomodo procedit "latis tendebat in arvis"? Ne sit ergo contrarium, intellegamus quod hodieque videmus et legimus, hanc collium fuisse naturam, ut planities esset in summo, in qua inierat castra Tarchonis. Quamquam multi velint "celsoque ommis de colle videri iam poterat legio" ad Aeneam referre, ut intellegamus venientes in collibus fuisse Troianos, castra vero Etrusca in campis. Quod si velimus accipere, quemadmodum procedit "tuta tenebat castra locis"? Id est per naturam locorum”. 675 Servio, Op. cit., VIII, 598; 601. 676 Properzio, Elegie, IV, 2, v. 34. 677 I. Krauskoff, in Dizionario della civiltà etrusca, Firenze, 1985, s.v. Selvans.

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Fig. 105 - Strade etrusco-romane che da Roma portavano a Còrito-Corneto (oggi Tarquinia)

Quanto al fiume Caeritis, presso il quale erano il luco del dio e il colle pianeggiante dove la tradizione scritta e orale poneva il campo di Tarconte, sia Elio Donato che Servio sostenevano che il poeta intendeva riferirsi al Mignone (Caeritis amnis autem Minio dicit). Donato specificava, poi, che il fiume si trovava a nord di Centumcellae (oggi Civitavecchia)678, cioè sulla spiaggia fra Civitavecchia, Tarquinii e Corneto, dove esso appunto entra nel mare. Esisteva, dunque, una tradizione secondo cui il luco federale del dio Silvano, e la sommità pianeggiante della collina dove Tarconte aveva riunito i capi delle varie città federate, si trovavano lungo il fiume Mignone, fra Corneto, Tarquinii e Civitavecchia. In questo medesimo luogo, ad Enea sarebbe stata affidata la guida della Federazione Etrusca. Come abbiamo già rilevato, i commenti d’epoca romana all’Eneide, riferivano che si trattava d’una tradizione scritta e controllabile sui luoghi menzionati (quod hodieque videmus et legimus). Evidentemente si sapevano due cose: •

nella regione attorno alla foce del Mignone c’era il luco di Silvano, presso il quale si tenevano adunanze religiose, e si eleggeva il re della Federazione Etrusca;

678

Servio (Op. cit.,VIII,597), dice che il vero nome del Caeritis amnis virgiliano è Mignone (Minio dicit), e ricorda che altrove Virgilio dice che “coloro che abitano a Caerete sono nei campi del Mignone (Amnis autem Minio dicit, ut "qui Caerete (cod. F: Certe) domo qui sunt Minionis in arvis")”. Elio Donato precisa poi che “il Mignone è il fiume della Tuscia che si trova a nord di Centocelle (Fluvius est Minio Tusciae ultra Centucellas)” (Servio Dan., Ad Verg. Aen., VIII, 597; X, 183) cioè tra Civitavecchia (Centumcellae) e Tarquinia, dove in effetti sfocia.

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la sommità pianeggiante dei colli vicini era il luogo dove un tempo i contingenti dell’esercito federale etrusco usavano accamparsi.

Siamo al Centro della Federazione Etrusca. D’altra parte, si diceva che la sede di Tarconte, capo della Federazione, fosse proprio Corneto. Il nome di Silvano è rimasto nel toponimo longobardo altomedioevale “Valdimandia (= Territorio di Silvano. Vd. ted. Waldmann = satiro, fauno, silvano)” col quale si designava la bassa valle del Mignone presso Corneto (oggi Tarquinia)679. *** Il Mignone è un piccolo fiume, però fu il più rinomato d’Etruria680, ed il solo corso d’acqua etrusco menzionato da Virgilio. Già dal XIV sec. a.C i mercanti micenei ne avevano risalito il corso: ciò giustifica le connessioni con le figure di Tarconte, Enea ed Ulisse. In epoca storica, poi il fiume venne a trovarsi vicino a Tarquinii e a Cornetum. Virgilio, infine, gli pose accanto il luco federale del dio Silvano, il “campo” federale di Tarconte e la mitica città di Còrito patria di Dardano capostipite dei Troiani. Il fiume origina dal Poggio di Coccia (612 m.s.m.), che sta accanto ai Monti Sabatini e al lago di Bracciano. Andando verso il Tirreno, scorre ad una ventina di chilometri da Cerveteri (l’antica Cere), poi volge a nord, aggira i Monti di Tolfa, piega ad ovest, e, scorrendo infine fra quei monti e i colli di Tarquinia, sfocia sulla spiaggia fra Tarquinia e Civitavecchia (Centumcellae) (f. 105). In epoca etrusca, il corso mediano e finale del fiume apparteneva al territorio tarquiniese, ma l’alto corso segnava il confine fra lo Stato di Cere e quello di Tarquinia: forse per questo Virgilio lo chiamò “fiume di Cere”. Nelle carte del XVI secolo, esso aveva ancora la doppia denominazione di Mignone e di Cerito. Leandro Alberti (1479-1543) nella Descrittione di tutta Italia, a proposito di Corneto, scrisse: Dicono che traesse questo nome di Corneto da Còrito padre di Dardano [...]. Seguitando il lito sulla marina incontrasi poi il fiume Mignone da Vergilio nominato Minio [...]. Fu talmente nominato da Glauco, per memoria di Minosse suo padre [...]. Esce de i vicini monti, e dirittamente scendendo quivi mette capo alla marina; anche si nomina Cerito per uscire de i monti vicini a i Ceriti; di poi vedesi Città Vecchia [...]. Seguitando poi il lito, vedesi il fiume Eri entrare nel mare, che penso sia quel fiume da Plinio nominato Caeretanus [...]. Passato il detto fiume sopra il lito appare il monasterio di S. Severa681. Virgilio, dunque, poté chiamare “fiume Caeritis” il Mignone perché tale era l'effettivo altro nome del fiume, oppure perché questo nasceva in territorio cerita, ed il suo alto corso ne segnava il confine con quello di Tarquinii. Parimenti, anche se il Tevere passava sot-

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Bolla di Leone IV a Virobono (a. 853). Contra: S. del Lungo, Toponom. prov. Viterbo, 1999, p. 187. Dopo Virgilio, nel 44 d.C., Pomponio Mela, nella Geografia, scrisse: “Dall'altra parte del Tevere, ci sono Pirgi, Mignone, Castrum Novum, Gravisca, Cosa, Cecina e Pisa, località e nomi etruschi”. L'Itinerario Antonino non nomina il Mignone; ricorda, però, il porto di Rapinium (Rasinium ?) alla sua foce. Rutilio Namaziano (De reditu suo, 239) lo chiamò Munione (Munio) donde la variante italiana Mugnone (da non confondere con il Mugnone che passa accanto a Fiesole e Firenze). Il Mignone fu l'unico fiume dell'Etruria meridionale incluso negli Itinerari dell'Anonimo Ravennate e di Guido. Nelle copie medievali della romana Tabula Peutingeriana il suo tracciato non fu riprodotto; ma vi si legge “fiume Mignone” accanto a una vignetta che, nella Tabula, caratterizza i bagni termali. Vibio Sequestre (IV sec.), attingendo a Virgilio, Silio Italico e Lucano, compilò per le scuole un duzionario con i nomi dei fiumi più noti. Fra tutti i corsi d'acqua dell’ Etruria, egli nominò solo il Mignone, significando che questo era l'unico fiume che esauriva non solo le reminiscenze virgiliane, ma anche il quadro mitico che si poteva offrire agli studenti in fatto di fiumi etruschi. Egli specificò pure che il fiume desumeva il nome da una località chiamata Mignone. 681 L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, pp. 36-37. 680

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to i colli di Roma, Virgilio lo chiamò “fiume Etrusco” perché nasceva in Etruria e ne segnava il confine con Roma. Fig. 106 – L’approdo di Enea secondo Licofrone e secondo Virgilio Licofrone

Virgilio

D’altra parte, poiché si diceva che da Tarquinii fossero state inviate a Roma le insegne del potere, non deve destar meraviglia se anche per Virgilio il luogo donde Tarconte invia sul Palatino di Roma le insegne del potere fu Tarquinii e, in particolare, Corithus, come egli chiama Cornetum ch’era la residenza ufficiale di Tarconte. Per quanto riguarda il dio Silvano, il suo culto è archeologicamente documentato a Tarquinii da vari reperti. a) Cippo di nenfro con dedica in Etrusco a Selvans e Suri vicino ad una delle porte della città682. b) Statuetta bronzea votiva con dedica in etrusco a Selvans Canzate (III sec.a.C.)683. c) Statuetta votiva di bambino con volto di Tagete dedicata a Suri Silvano684. Come già abbiamo detto, il nome di Silvano è rimasto nel toponimo longobardo altomedioevale “Valdimandia ( = Territorio di Silvano. Vd ted. Waldmann = “satiro, fauno, silvano”)” col quale si designava la valle del Mignone presso Corneto. Se guardiamo a Cere, non abbiamo ad oggi alcuna testimonianza della presenza del culto del dio etrusco Silvano (etr. Selvans). Solo una tarda dedica in lingua latina fa riferimento a un Silvano assimilato a Marte (Silvanus Mars)685. In questa iscrizione, addirittura, Silvano potrebbe esser solo un epiteto di quella particolare figura di Marte venerata a Roma come divinità della vegetazione.

682

M. Rendelli, Selvans Tularia, “StEtr”, 59, 1993, p.164. Ibidem. Il Rix la attribuisce a Tarquinii per ragioni epigrafiche. 684 C.I.E., 5549. 685 CIL, XI, 7602. 683

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5) ENEA NELLA CITTÀ DI MONTE CÒRITO (13 AGOSTO). Virgilio prosegue narrando che, mentre Enea si trovava presso Tarconte, la dea Giunone incaricò Iride, la sua messaggera, di recarsi ad Ardea, da Turno, capo dell’esercito avverso ai Troiani, per informarlo che Enea dapprima s’era recato sul colle Palatino per ottenere l’aiuto di Evandro, e poi era anche andato in Etruria fino alla città di Còrito per accordarsi pure con Tarconte1; pertanto, Iride incita Turno ad assalire subito il grosso dei Troiani rimasti soli e senza duce alla foce del Tevere. Il poeta dice testualmente: Mentre in una regione profondamente diversa (diversa penitus) avvenivano queste cose, la saturnia Giunone mandò dal cielo Iride all’audace Turno [...], la quale con la rosea bocca così parlò: “O Turno, il corso del tempo ti ha spontaneamente portato ciò che speravi e che nessun dio avrebbe osato prometterti. Enea, lasciato l’accampamento, i compagni e la flotta, si è recato alla reggia di Evandro sul Palatino; né basta, è penetrato fino alla lontana città di Còrito (extremas Corythi penetravit ad urbes) ed arma la schiera degli Etruschi, agresti riuniti. Perché indugi? Questo è il momento di preparare cavalli e cocchi. Rompi ogni indugio, ed assali l’insicuro accampamento”686. E’ ovvio che la città di Còrito sia nello stesso contesto geografico del campo di Tarconte dove gli “agresti”687 etruschi si sono riuniti, e presso il quale Enea si è recato. Anche Elio Donato e Servio, quegli stessi autori che in epoca romana, avevano testimoniato l’esistenza, presso il Mignone, della collina pianeggiante dove una tradizione scritta e orale poneva il campo di Tarconte, affermano che in quel contesto c’erano il monte e la città di Còrito 688. In particolare, dicono che “città di Còrito”, vuol dire “città di monte Còrito”; 1

Virgilio, Eneide, IX, 1-10. Virgilio, op. cit., IX, 8-11.

686

687

“Agresti”, in particolare, qualifica gli Etruschi come fedeli di Silvano, “dio dei campi e dei boschi”, presso il cui luco s’erano riuniti. 688 Riportiamo il testo di Elio Donato e Servio (Donato è sottolineato): “”E MENTRE IN UNA REGIONE PENETRALMENTE (penitus) DIVERSA AVVENIVANO QUESTE COSE”, cioè mentre si offrivano le armi, mentre si davano gli aiuti … “PENETRALMENTE (penitus) DIVERSA”, molto diversa, cioè molto lontana, sia presso il Palatino che in Etruria. Per cui, poco dopo, Virgilio dice: Né basta, Enea è penetrato fino alla lontana città di Còrito ed arma una banda di Etruschi. “DI CÒRITO E’ PENETRATO”, affinché sembrasse che Enea avesse percorso tutta l’Etruria. “DI CÒRITO (Corythi)”, poi, vuol dire del monte della Tuscia, il quale, come abbiamo detto, prese il nome dal re Còrito con la cui moglie Giove concubì per cui nacque Dardano.“E’ PENETRATO” e’ poi ben detto poiché prima (IX 1) Virgilio aveva detto che Enea stava agendo in un luogo penetralmente lontano (Servio Danielino, ad Verg. Aen., IX, 1: “ATQUE EA DIVERSA PENITUS DUM PARTE GERUNTUR, scilicet dum offeruntur arma, dum dantur auxilia) [...]. DIVERSA PENITUS, valde diversa, id est longius remota, vel apud Pallanteum vel in Etruria , unde paulo post dicit: nec satis extremas Corythi penetravit ad Urbes Lydorumque manus”; IX, 11: “CORYTHI PENETRAVIT, ut totam Etruriam peregrasse videatur. CORYTHI”, autem montis Tusciae qui, ut supra diximus (IX,1), nomen accepit a Corytho rege cum cuius uxore concubit Iuppiter unde natus est Dardanus. PENETRAVIT, bene quia supra dixerat penitus (cod . T : Bene dicit penetravit quia supra dixerat penitus diversa parte)”. Come si vede, Donato e Servio pongono Enea nella regione fra il Palatino e il campo di Tarconte, cioè fra Roma e la foce del fiume che essi stessi hanno chiamato Mignone. Qui finisce il viaggio di Enea in Etruria. Secondo i due esegeti, poi, il fatto che Virgilio dica che il luogo dove si trovava Enea era “profondamente” diverso e lontano da Ardea 260


la città, infatti, spiegano, è posta sul monte così chiamato dal nome del re Còrito (vd. n. 27). Anche un’anonima nota d’epoca romana apposta all’Eneide afferma: “Còrito è il monte (Corythus mons est)” (vd. nota)689. I commentatori di epoca romana volevano spiegare che urbes Corythi non significava “le città di Còrito”, bensì “la città di (monte) Còrito”. In Latino, il plurale urbes in luogo del singolare urbs era molto frequente. Questo significa pure che l’analisi dell’espressione virgiliana Corythi urbes era determinata dalla certezza che la città di Còrito era nel luogo indicato.

Con l’arrivo a Còrito, finisce il viaggio di Enea in Etruria, e si compie il ritorno all’antica madre etrusca dei Troiani, ordinato all’eroe dagli dèi. Eppure, nel 1554, per stornare da Tarquinia le connessioni con la Còrito virgiliana, Annibal Caro, nella versione italiana dell’Eneide, ne cambiò il testo, ed arbitrariamente tradusse: “Enea è giunto fine alla estreme città d’Etruria”, vanificando in tal modo la localizzazione di Còrito. La sua versione è rimasta canonica; così egli ha trasmesso l’arbitrio a una miriade di pedissequi traduttori e commentatori vecchi e nuovi, anche “importanti”, e ha dato appiglio a ritenere che la virgiliana città di Còrito fosse altrove. Esempio: nelle varie edizioni di Arnoldo Mondadori, il “consideratissimo” testo dell’Eneide, tradotto da L. Canali e commentato da E. Paratore, traduce “Non basta, si è spinto fino alle estreme città dell’Etruria”.

Riassumiamo. Virgilio diceva che il campo di Tarconte era vicino al mare690 e presso un fiume. Gli esegeti virgiliani d’epoca romana sostenevano che il “campo” di Tarconte si trovava sulla cima pianeggiante dei colli, e riferivano che la notizia non solo era contenuta in tradizioni scritte, ma poteva anche esser controllata sul posto. Questo luogo era vicino al fiume Mignone; e il fiume si trovava oltre il porto di Centumcellae (oggi Civitavecchia). In effetti, il Mignone sfocia fra Civitavecchia e Tarquinia. Evidentemente, a quel tempo non solo si poteva andare di persona nella regione attorno alla foce del Mignone a visitare la sommità pianeggiante della collina dove le fonti scritte ponevano il campo federale di Tarconte e il luco di Silvano, ma si sapeva pure che lì c’era, o che una volta ci fosse stata, la mitica città di Còrito. Giustamente, nella Vita di S. Gugliemo, il discepolo Alberto ( ? - 1187) scrisse: Corneto, un tempo detta Còrito, dove Dardano è nato (Cornetum olim Corythum unde Dardanus ortus). Paolo Perugino e Boccaccio, poi, ci tramandarono che “Còrito [...] era quella città che oggi [...] si chiama volgarmente Corneto” (vd. pp. 221- 222). D’altronde, gli dèi avevano ingiunto ai Troiani di tornare a Còrito, perché questa era la loro “antica madre”. Così l’arrivo di Enea nella città risolve la contraddizione imputata a Virgilio. E’ vero che il poeta aveva presentato l’arrivo dei Troiani alla foce del “Tevere epreparava l’espressione che il poeta stesso userà subito dopo quando dirà: “Enea è penetrato fino alla lontana città di Còrito”. Elio Donato, infine, chiude il discorso sostenendo che Virgilio, nel dire che Enea era entrato nella città di Còrito, aveva fatto buon uso del verbo penetrare, perché in precedenza il poeta stesso aveva definito il Palatino e Còrito come una regione profondamente lontana da Ardea. Con quest’ultima considerazione, Donato piazza inequivocabilmente il monte e la città di Còrito nel contesto geografico compreso fra la zona del Palatino di Roma e quella della foce del Mignone presso Tarquinii. Il verbo latino penetrare è composto da penitus (= profondamente) più intrare (= entrare), e significa “entrare profondamente”.

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C.G.L., VI, p. 277, s.v. Coritus. I commentatori di epoca romana volevano spiegare che urbes Corythi non significava “le città di Còrito”, bensì “la città di (monte) Còrito”. In Latino, il plurale urbes in luogo del singolare urbs era molto frequente. Questo significa pure che l’analisi dell’espressione virgiliana Corythi urbes era determinata dalla certezza che la città di Còrito era nel luogo indicato. 690 VIII, 555: “Tyrrheni ad litora regis”.

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trusco” come se qui si fosse compiuto il ritorno all’antica madre. Egli però fece subito un atto riparatorio. Riallacciandosi alla vecchia tradizione di Licofrone, spedì Enea in Etruria, a Còrito, per chiedere aiuto a Tarconte contro i Latini che volevano respingerlo. Qui finisce il viaggio di Enea in Etruria, e si compie, sia pure in modo obliquo, il ritorno a Còrito. Enea, peraltro, s’incontra con Tarconte vicino alla foce del Mignone: verosimilmente, Virgilio vi riconosceva la leggendaria foce del Linceo dove Enea, secondo la tradizione filoetrusca di Licofrone, era sbarcato al suo arrivo in Etruria (vd. p. 147 ). Prima di entrare nel mare il Mignone riceve il fosso Cranchese (oggi Ranchese), che scende dal colle di Corneto. Non so se possa avere significato il fatto che in Etrusco krankru significa gatto, gattopardo, lince.

Riconoscendo che Còrito è Corneto (oggi Tarquinia) realizziamo che la concentrazione, nell’Etruria meridionale, di fonti e reperti del mito troiano è indicativa dei rapporti che gli Etruschi di questa zona ritenevano di aver avuto con Troia. Possiamo supporre, credo ragionevolmente, che Virgilio abbia recepito e piegato in favore di Roma una tradizione nata in questa regione. 6) IL TRIONFO DI AUGUSTO. Dobbiamo ora tornare al momento in cui Enea, il 13 Agosto, si trova sul colle Palatino (Roma) in casa del re Evandro. Il re spiega ad Enea che Tarconte ha riunito esercito e flotta, e sta per portare la guerra proprio contro quegli stessi popoli che vorrebbero respingere i Troiani. Tuttavia, continua Evandro, gli dèi hanno ordinato a Tarconte di cedere il comando ad un condottiero straniero. Tarconte, allora, l’ha offerto a lui, Evandro. Ma egli è troppo vecchio per assumere un impegno così gravoso. Tuttavia, egli dice ad Enea, “io porrò te a capo di quell'esercito”, e lo spinge a recarsi da Tarconte, in Etruia, per assumere il comando della Lega Etrusca. Intanto, mentre Enea è intento ad ascoltare, Virgilio dice che un fulmine, lanciato a cielo sereno vibrò con fragore, e ad un tratto sembrò che tutto crollasse, e che nel cielo muggisse uno squillo di tromba etrusca (VIII 624, ss.). Enea ed Evandro sollevano gli occhi, e vedono che nel cielo risplendono e risuonano le armi che Venere aveva promesso al figlio in caso di guerra. Un fulmine a cielo sereno era, per gli Etruschi, un segno positivo; e uno squillo venuto dal cielo annunciava l'inizio di un’epoca storica. Virgilio, dunque, presenta l'imminente ritorno di Enea a Còrito (13 agosto), e l'imminente passaggio del comando della Lega Etrusca da Tarconte ad Enea, come un evento così importante per gli Etruschi da determinare l'inizio di un'epoca storica, se non addirittura della loro storia stessa. Ma è significativo che il prodigio annunciatore avvenga nel cielo della futura Roma, come se i ruoli di Roma e di Còrito fossero intercambiabili. Ed è pure significativo che è sul luogo della futura Roma che Venere mostra ad Enea le armi divine, però giele consegnerà solo quando il figlio sarà rientrato nel seno dell’”antica madre”, cioè a Còrito (Corneto di Tarquinia). Il poeta canta che, una volta giunto Enea presso Tarconte, la madre Venere, bianca fra eteree nubi, scese portando i doni; e, appena vide il figlio che, allontanatosi dal tiepido fiume (Mignone), si era appartato nella valle remota, gli si presentò improvvisa e disse queste parole: “Ecco i doni fabbricati dall'arte del mio sposo (Vulcano), che ti avevo promesso. Ora, non esitare, o figlio, a sfidare in battaglia i superbi Laurenti o il fiero Turno”. Questo disse Venere, cer262


cò l'abbraccio del figlio, e depose le armi splendenti sotto la quercia che stava di fronte (VIII, 608-616). Allora, Enea ammira l'elmo e si sofferma a contemplare lo scudo sul quale il dio Vulcano aveva inciso la prefigurazione degli avvenimenti futuri della storia romana fino alla rappresentazione del trionfo che l'imperatore Augusto, discendente di Enea, celebrerà in Roma dal 13 al 15 Agosto del 29 a.C. Sta qui peraltro l’origine del nostro Ferragosto. Su questa data, Virgilio fa cadere dunque, oltre alla festa di Vertumnus, una seconda coincidenza implicita. Egli immagina non solo che Enea, nel giorno della festa del dio, sia tornato a Còrito (oggi Tarquinia) ed ivi incoronato capo degli Etruschi, ma che in quella stessa occasione, e proprio a Còrito (oggi Tarquinia), dove aveva avuto inizio la stirpe di Augusto, l’eroe avesse contemplato, incisa sul proprio scudo, la scena del trionfo che il suo discendente celebrerà il 13 Agosto di undici secoli dopo. Lo stesso imperatore, di certo, non aveva scelto a caso il giorno del proprio trionfo. Enea è stupito. Non comprende il senso delle scene che ammira; ma quando poi, dice il poeta, l'eroe imbraccia lo scudo e se lo impone sulle spalle, egli assume su di sé, consapevole o meno, la gloria e il destino dei suoi discendenti romani691. Còrito-Corneto (oggi Tarquinia) assume qui il ruolo di matrice etrusco-troiana dell'impero di Roma; e si comprende come il ritorno di Enea nel seno di questa “antica madre” possa essere stato segnato, proprio nel cielo del Palatino di Roma, dai prodigi annunciatori di una nuova epoca storica. 7) VENERE GUIDA ENEA. Varrone (116-27 a.C.), che scrisse prima di Virgilio (70-19 a.C.), narrò che la dea Venere, sotto forma di stella aveva di volta in volta guidato il cammino di Enea da Troia fino a Lavinio, nel Lazio, dove poi era sparita per far capire al figlio che lì doveva stabilirsi692. Dal canto suo, Virgilio narra che, durante la distruzione di Troia, Venere, nell’aspetto di madre, si presentò ad Enea per invitarlo a raccogliere i Troiani superstiti e guidarli alla volta d’una nuova patria, poi assunse l'aspetto di stella. In seguito, durante le vicende dell'Eneide, Venere non si mostrerà più al figlio nel suo aspetto di madre. Enea potrà rivederla come tale ed abbracciarla solo dopo esser rientrato in seno alla ”antica madre” etrusca della stirpe, vale a dire a Còrito (oggi Tarquinia); e sarà per l’ultima volta. Evidentemente, Virgilio recepì una tradizione più antica di quella di Varrone, dove Venere aveva guidato i Troiani fino a Còrito (oggi Tarquinia). In proposito, ha qualche significato uno specchio etrusco del III sec. a. C. trovato a Tarquinia (f. 66 a p. 145)693. Dietro lo specchio è graffita la scena dell'Iliade nella quale Venere salva Enea che sta per morire in un duello con Diomede694. Nell'Eneide, Virgilio fa dire a Giove che, in quella circostanza, egli aveva permesso che Venere salvasse Enea solo perché destinato a guidare i Troiani verso l’Italia695. E’ dunque verosimile che gli Etruschi conoscessero questa tradizione prima di Virgilio. M. J. Gagé si chiedeva perplesso perché mai il poeta avesse preferito un luogo qualsiasi dell'Etruria per consegnare ad Enea le armi fatali. Sarebbero stati più idonei alla gloria di Roma, dice Gagé, il colle Palatino o la spiaggia di Laurento696. Il fatto è che Gagé, ingannato dalla falsa traduzione di Annibal Caro (vd. p. 242), ritenne che Enea non fosse mai arrivato a Còrito. Ma se si rimane fedeli al testo latino e si 691

Virgilio, op. cit., VIII, 731. Servio Danielino, Ad Verg. Aen., I, 382. 693 Lexicon Iconographicum Mitologiae Classicae, s.v. Aineias, nr. 43. 694 La stessa scena è raffigurata pure su un vaso vulcente del V sec.a.C. 695 Verg. , op. cit., IV, 227-234. 696 M.J.Gagé, Enea, Faunus et le culte de Silvan "pelasge" à propos de quelques traditions de l'Etrurie Méridionale, in Mélanges d'Archéologie et d'Histoire, Parigi, 1961, pp. 80-81. 692

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realizza che Enea ritorna fino a Còrito-Tarquinia (sede del Concilium Etruriae ed antiqua mater di Troiani e Romani), allora diviene chiaro che Venere, per Virgilio, non aveva altro posto migliore di Còrito-Tarquinia, per consegnare al figlio lo scudo istoriato con le scene del destino di Roma. Destino glorioso che l'eroe, come dice il poeta, insieme allo scudo, “assume per sé sulle spalle”. Còrito-Tarquinia diviene “madre” dell’impero romano. 8) TARQUINIO NATO A CORINTO. Valerio Massimo (I sec.a.C.-I sec.d.C) scrisse: Fu la fortuna che spinse Tarquinio ad impadronirsi del potere in Roma: straniero in quanto [exactu?], più straniero in quanto nato a Corinto, da rifiutare con disprezzo in quanto nato da un mercante, da doversene vergognare in quanto era anche nato dall'esule padre Demarato. Ciononostante [ ... ], con le sue preclare virtù fece in modo che Roma non si pentisse di aver scelto il suo re tra i popoli confinanti piuttosto che fra i suoi cittadini697. Tarquinio, secondo Valerio, nacque a Corinto. Però, secondo la versione più diffusa, egli nacque a Tarquinii dal corinzio Demarato sposato con una nobile della città. Valerio, poi, puntualizza che Tarquinio nacque quando Demarato era esule; ma Demarato non era esule quand’era a Corinto, in Grecia, bensì quando si stabilì a Tarquinii. Ora, una glossa virgiliana dice apertamente “Corinto d'Etruria (Corinthus Etruriae)” per distinguere la città etrusca di Corinto (coè la Còrito virgiliana) dalla omonima greca (vd. n. 1 a p. 253). Valerio specifica pure che i Romani scelsero il loro re fra i popoli vicini. Ciò dovrebbe implicare che per lui Corinto era una città etrusca? Esisteva forse una tradizione secondo cui Tarquinio era nato nella etrusca città di Corinto (presso Tarquinii), e Valerio giocava sull’omonimia di questa città con quella greca, per stornare il lettore dal fatto che Tarquinio potesse esser nato a Corinto d’Etruria (oggi Tarquinia)? 9. PROSPETTO DEL NOME DI CORI(N)TO. • • • • • • •

697

Corythus, chiamato anche Dardano, figlio di Paride e di Elena. Cory(n)thos, troiano, figlio di Enone e Paride, fondatore di Corythus in Etruria. Cory(n)thus, re di Cory(n)tus, padre di Dardano capostipite dei Troiani. Dardano, figlio di Cori(n)thus fondatore di Cory(n)thus in Etruria . Tarconte risiede a Corneto-Cory(n)thus e fonda Tarquinii; egli è figlio di Telefo, re della Misia, a sua volta figlio adottivo del re arcade Cory(n)thos. Demarato Corinthius, re di Tarquinii, capostipite della dinastia dei Tarquini . Demarato provieniente dalla città greca di Corinthos detta anche Choritus.

Valerio Massimo, Epitome, III, 4,2.

264


Fig. 107 – Il viaggio di Enea da Troia a Còrito-Tarquinia

265


INDICE

DELLE

FIGURE

1) Stele di Kaminia. ... p. 14. 2) Iscrizione di Efestia. ... p. 15. 3) Tarquinia. Tomba dei Tori. ... p. 16. 4) Tarquinia. Tomba dei Tori: il dio toro *Tarchun. ... p. 17. 5) Il “Dio della Tempesta” venerato come toro. ... p. 18. 6) Tarquinia. Tomba dei Cabiri: cicogne e pigmei. ... p. 19. 7) Tebe. Pitture vascolari del Cabirion. ... p. 20. 8) I Rinaldoniani. ... p. 21. 9) Carta delle presenze micenee in Italia. ... p. 23. 10) Presenze micenee a Tarquinia e nelle zone limitrofe. ... p. 24. 11) Reperti micenei nella valle del Mignone. ... p. 26. 12) Le tappe della migrazione. ... p. 48. 13) Il terzo attacco dei Popoli del Mare all’Egitto. ... p. 58. 14) La battaglia terrestre degli Egizi contro i Pelescet. ... p. 59. 15) Il Turuscia (Twjrsh). ... p. 60. 16) La battaglia navale alla foce del Nilo. ... p. 62. 17) Spada della necropoli di Plemnerio (Siracusa) e spada del relitto di Ulu Burun (Turchia centro meridionale). ... p. 67. 18) Il frammento di Beirut. ... p. 68. 19) Distribuzione dei pugnali di tipo Pertosa. ... p. 69. 20) Spada a codolo di tipo Terentola. ... p. 70. 21) Mappa dei ritrovamenti delle spade a codolo. ... p. 71. 22) Carta dei ritrovamenti delle spade a lingua da presa (Naue II). ... p. 73. 23) Esemplari di spada Naue II dell’Italia e del Mediterraneo orientale. ... p. 74. 24) Mappa dei ritrovamenti di spade orientali a codolo o a lingua da presa. ... p. 76. 25) Distribuzione delle ceramiche fatte a mano nel Mediterraneo orientale durante il tardo Elladico. ... p. 78. 26) Tazze (BR1) dell’Italia centrale tirrenica e tazze di tipo italico da Tirinto (TE CIII) in Argolide. ... p. 79. 27) Tazze italiche (BM – BR1 e 2) e tazza di tipo italico da Tirinto (TE IIIC iniz.). ... p. 80. 28) Tazze dell’Italia centrale tirrenica (BR1 con rimandi al BM3) e tazze di identico tipo da Tirinto (TE IIIC iniz.) in Argolide (Grecia) con recenti riscontri in Italia meridionale. ... p. 81. 29) Frammenti di anse a bastoncello dell’Italia centrale tirrenica (BR1 e BR2) e frammento di ansa a sezione sagomata (TE IIIC) da Tirinto in Argolide (Grecia). ... p. 82. 30) Italia e Argolide. ... p. 83. 31) Coppe carenate di ascendenza italica in Macedonia. ... p. 83. 32) Tazze carenate della penisola italica e tazze di simile tipo prodotte in Tessaglia (Grecia). ... p. 84. 33) Italia centro settentrionale ed isola di Creta. ... p. 85. 34) Mappa della diffusione dei vasi con cordone plastico liscio. ... p. 86. 35) Vasi con cordoni plastici lisci da Allumiere fino a Tell Kazell (Siria). ... p. 87. 36) Sopraelevazioni di ascia presenti in Italia (Romagna e Marche) e sopraelevazione ad ascia presente a Tirinto (Argolide in Grecia). ... p. 88. 37) Vasi decorati con cordoni plastici lisci. ... p. 88. 38) Tazze carenate dell’Italia centrale tirrenica e tazze di Troia VIIa. ... p. 90. 39) Troia VIIa (XIII sec. a.C.). sopraelevazioni di anse cilindro rette e di anse cornute in ceramica pseudominia di imitazione italica. ... p. 91. 40) Isola di Lesbo (Misia). Sopraelevazione di ansa cornuta di tipo italico in ceramica micenea (sec. XIII – XII a.C.). ... p. 91. 41) Troia VIIb. Sopraelevazioni di anse cilindro rette e di anse cornute. ... p. 92. 42) Anse cilindro rette del territorio di Tarquinia. ... p. 93. 43) Anse cornute: Italia > Creta > Misia > Troia. ... p. 95. 44) Distribuzione geografica delle fibule ad arco di violino. ... p. 96. 45) Vasi cordonati a quattro manici: Italia centrale tirrenica e Troia. ... p. 97.

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46) Mappa dei ritrovamenti da Roma a Troia dei vasi cordonati a quattro manici. ... p. 98. 47) Vasi con cordone da Tarquinia. ... p. 100. 48) Troia VIIb1 (prima metà XII sec. a.C.). Vasi in coarse ware con cordone plastico. ... p. 101. 49) Specchio etrusco: Tarconte, Priamo , Alessandro e Minerva. ... p. 115. 50) Specchio etrusco di Tuscania. Telefo allattato dalla cerva. ... p. 116. 51) Specchio etrusco: Tarconte e Caco. ... p. 120. 52) Tabula Iliaca Capitolina. Particolare. ... p. 124. 53) Tabula Iliaca Capitolina. Enea salpa da Troia verso l’Esperia (Italia). ... p. 125. 54) Tabula Iliaca Capitolina. I Troiani portano il cavallo dentro la città. ... p. 126. 55) Tabula iliaca Capitolina. Gli Achei escono dal cavallo. ... p. 127. 56) Vaso etrusco con la più antica rappresentazione della fuga da Troia. ... p. 129. 57) Il vaso etrusco con il Ludus Troiae (gioco di Troia). ... p. 130. 58) Le strade etrusco romane della Tabula Peutingeriana. ... p. 132. 59) Tabula Iliaca Capitolina (I sec. a.C.). La presa di Troia e la partenza di Enea. ... p. 135. 60) Documento greco da Tarquinia. ... p. 138. 61) La moneta di Eneia. ... p. 140. 62) Documenti etruschi. ... p. 142. 63) Documento etrusco da Vulci. p. 143. 64) Documento etrusco da Veio. ... p. 143. 65) Documenti romani. ... p. 144. 66) Specchio etrusco da Tarquinia: Venere salva Enea. ... p. 145. 67) A. Area dei gruppi etnici presenti a Gravisca; B Gravisca: fondo di vaso greco con firma di un greco Deliacos alla dea etrusca Turun ... p. 164. 68) Vasi di Troia e vasi di Allumiere e di Furbara. ... p. 166. 69) Vasi troiani e vasi protoetruschi di Tarquinia. ... p. 167. 70) Tarquinia > monte Rovello. ... p. 168. 71) Le coste dell’Anatolia occidentale e le loro isole prospicienti. ... p. 170. 72) Dardano. ... p. 182. 73) Modellini di barche, amuleti e spilli con protomi di uccello. ... p. 191. 74) Italia. Anse in ceramica d’impasto e spilli d’osso con forma di “barca-ucello”. ... p. 192. 75) La “barca-cicogna”. ... p. 193. 76) A: Lullingstone (nave troiana); B: Tarquinia (barchette). ... p. 195. 77) Rappresentazioni di uccelli in Europa, in Italia e sui vasi dei Filistei. ... p. 197. 78) Cicogne sui tetti delle case. ... p. 202. 79) Area di Cornetum ed area di Tarquinii nella fase finale del Bronzo Recente. ...p. 203. 80) Area di Cornetum ed area di Tarquinii nella prima età del Ferro. ... p. 204. 81) Il colle di Cornetum e quello di Tarqunii nella fase recente del primo Ferro. ... p. 205. 82) Area di Cornetum ed area di Tarquinii nel periodo Orientalizzante. ... p. 207. 83) Pianta di Corneto etrusca. ... p. 213. 84) Resti di filari di conci etruschi fuori porta Castello. ... p. 214. 85) Conci etruschi alla base della mura di Poggio Ranocchio. ... p. 215. 86) Mura etrusche alla Barriera S. Giusto. ... p. 216. 87) Resto di mura etrusche in piazza Soderini n. 3. ... p. 217. 88) Torre etrusco-romana dentro il palazzo sede del Comune. ... p. 218. 89) Conci etruschi sporadici alla base delle mura della Alberata Dante Alighieri. ... p. 219. 90) Ara etrusco-romana. ... p. 220. 91) Pianta di Corneto etrusca con indicazione delle mura e del cunicolo. ... p. 221. 92) Il sistema stradale etrusco-romano centrato su Corneto. ... p. 224. 93) Tarquinia. Tomba del Convegno. ... p. 228. 94) Vulci. Tomba François. ... p. 229. 95) Tarquinia. Vaso etrusco con dedica a Vertun. ... p. 231. 96) Lo specchio di Tagete. ... p. 233. 97) Tarquinia. Ara della Regina. ... p. 234. 98) Tarquinia. Ara della Regina: vasca dell’olio per gli atleti. ... p. 235. 99) Tarquinia. Tomba delle Bighe. ... p. 236. 100) Il cosiddetto Trono di Claudio. ... p. 238. 101) Tabula Peutingeriana (particolari). ... p. 239. 102) Tarquinia. Cavalli alati. ... p. 245.

267


103) 104) 105) 106) 107)

Tarquinia. Lapide elogiativa di un membro del Collegio dei 60 Aruspici. ... p. 246. Tarquinia. Sarcofago di Laris Pulena. ... p. 248. Strade etrusco-romane da Roma a Tarquinia. ... p. 258. L’approdo di Enea secondo Licofrone e secondo Virgilio. ... p. 260. Il viaggio di Enea da Troia a Còrito-Tarquinia. ... p. 266.

INDICE GENERALE

PARTE PRIMA “D A O C C I D E N T E A O R I E N T E” Capitolo Primo: “Il DNA degli Etruschi” 1)- Analisi antropologia. ... p. 11; 2)- Il DNA degli Etruschi e delle popolazioni orientali. ... p. 12. Capitolo Secondo: “La leggendaria migrazione etrusca verso oriente” 1)- Dai Rinaldoniani agli Appenninici. ... p. 21; 2)- I Micenei nella valle del fiume Mignone. ... p. 22; 3)- La diaspora etrusca. ... p. 28: 4)- Maleoto – Maleo – Meleo conduttore della diaspora . ... p. 31; 5)- I Tirreni, Tarquinia e il vino. ... p. 33; 6)- Gli Elimi. ... p. 34; 7)- L’espulsione da Atene. ... p. 36; 8)- La diaspora da Atene. ... p. 38; 9)- La lingua di Lemno (simile all’Etrusco). ... p. 42; 10)La lingua dei Pelasgi (simile all’Etrusco). ... p. 43; 11)- I Tirreni e i Grandi Dèi. ... p. 45; 12)- Pitagora ed Omero. ... p. 47; 13)- Le tappe e l’epoca della migrazione. ... p. 48. Capitolo Terzo: “I Popoli del Mare” 1)- Cronologia del Tardo Elladico (TE). ... p. 51; 2)- Il crollo della civiltà micenea: inizio del TE IIIB e corso del TE IIIB1 (ca. 1300- 1230 a.C.). ... p. 51; 3)- Ultimo TE IIIB ed inizio del TE IIIC (ca. 1230- 1190 a.C.). ... p. 52; 4)- Dopo il crollo dei Palazzi: TE IIIC (XII sec. a.C.). ... p. 53; 5)- La carestia in Anatolia. ... p. 54; 6)- I Popoli del Mare e la prima aggressione all’Egitto. ... p. 54; 7)- Il crollo dell’Impero Ittita. ... p. 57; 8)- La seconda aggressione all’Egitto. ... p. 57; 9)- La terza aggressione all’Egitto. ... p. 57. Capitolo Quarto: “Documenti archeologici” 1)- Ulu-Burun. ... p. 67 ; 2)- Pugnali di tipo Pertosa. ... p. 69; 3)- Coltelli. ... p. 70; 4)- Spade a codolo. ... p. 70; 5)- Spade a lingua da presa (tipo Naue II). ... p. 73; 6)- Spade della Casa del Gran Sacerdote ad Ugarit. ... p. 76; 7)- Ceramica d’impasto e ceramica pseudominia. ... p. 77; 8)- La barbarian ware. ... p. 77; 9)- Còrito - Tarquinia e Troia. ... p. 89; 10)- La ceramica pseudominia. ... p. 94; 11)- I Bronzi. ... p. 98; 12)- Da Occidente a Oriente. ... p. 98; 13)- Troia VIIa. ... p. 99; 14)Troia VIIb1. ... p. 102.

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Capitolo Quinto: “I Tirreni e Troia” 1)- I Turuscia e Troia. ... p. 103; 2)- Virgilio e la fondazione di Troia. ... p. 104; 3)- Pijamaradu. ... p. 105; 4)- Telefo. ... p. 107; 5)- Telefo figlio di Còrito. ... p. 107; 6)- Tarconte figlio di Telefo e di Asyioche. ... p. 109; 7)- Tarconte figlio di Alessandro-Paride. ... p. 110; 8)-.I Dardani e i Còriti.... p. 110; 9)- Troia omerica. ... p. 112.

PARTE SECONDA

“D A O R I E N T E A D O C C I D E N T E”

Capitolo Primo: “Il ritorno dei Tirreni”. ... p. 117. Capitolo Secondo: “Il ritorno dei Troiani” 1)- Tarconte il Vecchio e lo specchio di Bolsena. ... p. 119; 2)- Incendi di navi greche e di navi troiane. ... p. 121; 3)- I Troani fondano Còrito in Etruria. ... p. 121; 4)- Arctino e gli Etruschi. ... p. 123; 5)- Il cinghiale sugli scudi troiani in Etruria, sugli scudi e sulle monete di Tarquinia. ... p. 129; 6)- Lesche e gli Etruschi. ... p. 134; 7)- Stesicoro e la Tabula Iliaca Capitolina. ... p. 136, 8)- La fuga di Enea da Troia nelle rappresentazioni greche trovate in Etruria. ... p. 138; 9)- Enea fonda Eneia. ... p. 139; 10)- L’arrivo di Enea in Etruria. ... p. 141; 11)- I Romani riprendono il modello etrusco delle figure di Enea. ... p. 143; 12)- Effigi greche ed etrusche: Venere salva Enea. ... p.145; 13)- Enea porta su una sola spalla la madre Venere da Troia in Etruria. ... p. 146; 14)- La forma etrusca del nome di Enea. ... p. 146; 15)- Licofrone. ... p. 147; 16)- La tradizione etrusca della leggenda di Enea a Lavinio (fonti letterarie). ... p. 153; 17)- la tradizione etrusca della leggenda di Enea a Lavinio (documenti archeologici). ... p. 153; 18)- Catone. ... p. 154; 19)- Cassio Emina (II sec. a.C.). ... p. 155; 20)- I Tarquini discendenti di Enea. ... p. 155; 21)- Gli Etruschi e Giulio Cesare. ... p. 156; 22)- Virgilio e Tito Livio. ... p. 157; 23)- Dionigi di Alicarnasso. ... p. 158; 24)- Orazio e la autentica tradizione filoetrusca. ... p. 158; 25)- I cippi della Tunisia. ... p. 159; 26)Il cenotafio del capostipite. ... p. 159; 27)- Schema dell’origine degli Etruschi nelle fonti etrusche. ... p. 162; 28)- Gravisca. ... p. 161; 29)- Documenti archeologici e considerazioni storiche. ... p. 164; 30)- Odisseo. ... p. 206. Capitolo Terzo: “Il ritorno dei Misi e dei Lidi” 1)- La tradizione lidia. ... p. 171; 2)- La tromba tirrena. ... p. 173; 3)- Tarconte, Tagete e il “Fanum Voltumnae”. ... p. 176; 4)- I Lidi nei “Libri Tagetici”. ... p. 178; 5)- Virgilio e i Lidi. ... p. 179; 6)- Il “Decretum Etruriae”. ... p. 179; 7)- Documenti archeologici e considerazioni storiche. ... p. 180. Capitolo Quarto: “Il ritorno dei Pelagi” 1)- La diaspora da Atene. ... p. 183; 2)- Ellanico di Lesbo. ... p. 185; 3)- Varrone e i Pelasgi. ... p. 186; 4)- Gli Arcadi - Pelasgi nell’ Etruria Meridionale. ... p. 188; 5)- Tegea – Còrito e l’Etruria Meridionale. ... p. 189; 6)- La migrazione da Lemno e da Imbro. ... p. 189; 7)- Documenti archeologici e considerazioni storiche. ... p. 192.

Capitolo Quinto: “Considerazioni “ 269


1)- Considerazioni. ... p. 199; 2)- Ipotesi sulla formazione della lingua. ... p. 200.

PARTE TERZA TARQUINIA Capitolo Primo: Corito Corneto (oggi Tarquinia) 1)- Gli etruschi di Còrito Corneto. ... p. 203; 2)- Le mura etrusche di Corneto. ...p. 207; 3)- Il Cunicolo e Fontana Nuova. ... p. 219; 4)- Il tempio di S. Pancrazio. ... p. 220; 5)- Còrito Corneto nella tradizione. ... p. 222. Capitolo Secondo: Il Fanum Voltumnae era a Tarquinia 1)- Le mitiche origini di Tarquinia. ... p. 225; 2)- Tarquinia centro della Federazione Etrusca. ... p. 226; 3)- Tarquinio nella tomba François di Vulci. ... p. 229; 4)- Enea ed il Campo Federale di Tarconte a Tarquinia. ... p. 229; 5)- Il culto di Vertumnus (etr, Vertun) a Tarquinia ed a Roma. ... p. 230; 6)- Tagete e Tarconte. ... p. 132; 7)- Tagete ed il dio Vertun a Tarquinia. ... p. 232; 8)- Il dio Veltun (lat. Vertumnus, Voltumna). p. ... p. 234; 9)- Il tempio di Tarquinia dedicato a Giove/Tinia e Giunone. ... p. 235; 10)- Tito Livio ed il Fanum Voltumnae. ... p. 237; 11)- Tarquinia e Volsini. ... p. 238; 12)- Tarquinia “Città Regina”. ... p. 240; 13)- Laris Pulena ed il Collegio Federale dell’Ordine dei Sessanta Aruspici... p. 245; 14)- Il Rescritto di Spello è falso. ... p. 248. Capitolo Terzo: La Virgiliana città di Còrito-Tarquinia 1)- Dardano capostipite dei Troiani. ... p. 254; 2)- Le insegne del potere federale. ... p. 255; 3)Tagete. ... p. 256; 4)- Il fiume Mignone ed il Campo Federale di Tarconte “13 Agosto, festa di Vertumnus/Silvano?). ... p. 257; 5)- Enea nella città di monte Còrito “13 Agosto”. ... p. 261; 6)- Il triofo di Augusto. ... p. 263; 7)- Venere guida Enea. ... p. 264; 8)- Tarquinio nato a Corinto. ... p. 265; 9)- Prospetto dei nomi di Cori(n)to. ... p. 265. Indice delle figure. ... p. ... 267 Indice generale. ... p. ... 269

Frequency of Haplogroup

Fonte: Achilli et al. “The American Journal of Human Genetics”, April, 2007. 270

Dna etruschi e troia di alberto palmucci  
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