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// L’Editoriale

L’Editoriale

di Maria Luisa Mastrogiovanni

mafia, politica, ambiente: un’impresa in attivo

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lsa Valeria Mignone, sostituto procuratore della Repubblica presso la DDA (dipartimento distrettuale antimafia) ci accoglie nel suo piccolo ufficio al secondo piano della Procura di Lecce, in fondo a sinistra sempre dritto, alla fine di un corridoio dove armadi e pavimenti traboccano di fascicoli. La stanza di cinque metri per cinque (a dir molto) è sgombra di mobilio, se non fosse per l’indispensabile: una scrivania, due sedie poste di fronte, due armadi, pc. Ma sono elementi di arredo che quasi non si notano, perché sommersi dai faldoni. Dietro i faldoni e dietro la scrivania, la sostituta procuratrice. Si alza e ci porge la mano, sorridente. Minuta, anzi, piccola piccola, dall’aspetto fragile e dal fisico scattante e nervoso, è disarmante nella trasparenza con cui dice quello che pensa. E’ il suo coraggio, che è disarmante. Tanto che spesso durante la registrazione, le ricorderemo: guardi che stiamo registrando, questo lo scriviamo. E lei, ferma: certo. Di tanto in tanto chiama la sua segretaria, una sorta di angelo custode silenzioso e quieto, dal passo leggero, con bellissimi capelli candidi trattenuti da un fermaglio nero. Rimarrà anche lei, insieme alla magistra-

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ta che rilascia un’intervista fiume per tutto il pomeriggio, fino alle 19.30, a disposizione, oltre ogni abnegazione ragionevole per un dipendente pubblico. Alle 19.30, quando andiamo via, la magistrata china di nuovo il capo sui faldoni: «Stasera niente palestra, domani ho udienza. Ora finisco di studiarmi il fascicolo e poi a casa, a ripetere stanotte diritto privato con mia figlia, ché fra poco ha l’esame». Problemi di conciliazione lavoro-famiglia anche per una delle più alte cariche della Procura leccese. Per 12 anni si è occupata di reati ambientali, pubblico ministero nei processi più importanti della Procura, in cui si è scontrata con l’inadeguatezza delle norme che in tema di ambiente prevedono un solo strumento, l’articolo 53 bis (traffico illecito di rifiuti) attraverso il quale incardinare il reato penale, altrimenti tutto si riduce ad un’ammenda pecuniaria. Quando non alla prescrizione. Inadeguatezza delle norme significa che chi sversa nell’ambiente fusti di pcb, sostanza altamente cancerogena, e li sversa perfino nelle discariche autorizzate, come è successo a Burgesi, nella maggior parte dei casi rimarrà impunito. Il responsabile della discarica Burgesi

sommario VEDIAMOCI CHIARO

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COPERTINA // INCHIESTA //FENOMENI IN CRESCITA. LA VIOLENZA, NEL SALENTO, È DI CASA di Laura Leuzzi

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INCHIESTA // DONNE OMICIDE di Barbara Melgiovanni

SUL COMODINO E NELLA BORSA DI... di Adriana Poli Bortone

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OROSCOPO a cura di Iuly Ferrari

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SAPERE, SENTIRE, VEDERE a cura di Flavia Serravezza

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CONTROCANTO ospita Francesco Ria: Ritorno al futuro. In rosa

(continua a pag. 2 dello speciale “Rifiuti S.p.A.”)

il mensile del salento Anno VI - n. 55 - Marzo 2009 Iscritta al numero 845 del Registro della Stampa del Tribunale di Lecce il 27 gennaio 2004

EDITORE: Nerò Comunicazione - Casarano - P.zza A. Diaz, 5 DIRETTORE RESPONSABILE: Maria Luisa Mastrogiovanni HANNO COLLABORATO: Mario Maffei, Laura Leuzzi, Francesco Ria, Flavia Serravezza, Barbara Melgiovanni, Ada Martella, Giancarlo Colella FOTO: Dove non segnalato archivio del Tacco d’Italia REDAZIONE: p.zza Diaz, 5 - 73042 Casarano - Tel./Fax: 0833 599238 E-mail: redazione@iltaccoditalia.info

IDEE DAL TACCO ALMANACCO SALENTINO, QUESTIONE DI LOOK

infatti, Grecolini, fu condannato a otto mesi di detenzione proprio a seguito del ritrovamento dei fusti di pcb all’interno della discarica autorizzata, ma dimostrare l’aggravante della condotta mafiosa è difficile, nonostante la ditta interessata al trasporto fosse proprio quella legata ai Rosafio di Taurisano, imparentati con esponenti della Scu. E’ tanto difficile dimostrare l’aggravante mafiosa che i Rosafio, ad oggi, non sono stati condannati per traffico illecito di rifiuti né è stata riconosciuta finora l’aggravante del comportamento mafioso, perché all’epoca del ritrovamento dei fusti del pcb nella discarica di Burgesi, non era ancora in vigore l’articolo 53 bis. Si potè condannarli per danneggiamenti e reati minori.

CULTURA&PERSONE

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REPORTAGE // BASTA POCO PER UN SORRISO REPORTAGE // DUE SETTIMANE, UNA VITA. IN CAMERUN

PUBBLICITÁ: marketing@iltaccoditalia.info - tel. 3939801141

Unione Stampa Periodica Italiana Tessera n° 14705 STAMPA: Stab. grafico della CARRA EDITRICE Z. I. - Casarano (Le) DISTRIBUZIONE: Italian Services Group - Lecce 0832.242214 - 348.0039271

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SOCIETÀ // SE FOSSI LEI di Laura Leuzzi

ABBONAMENTI: 15,00 Euro per 10 numeri c/c n. postale 54550132 - intestato a Nerò Comunicazione P.zza Diaz, 5 - 73042 Casarano - abbonamenti@iltaccoditalia.info

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LIBRI // BILANCIO: FEMMINILE SINGOLARE

IL PROSSIMO NUMERO IN EDICOLA IL 1º APRILE 2009


//Copertina //Fenomeni in crescita //Violenze sulle donne di LAURA LEUZZI l.leuzzi@iltaccoditalia.info

I CONTORNI DELLA VIOLENZA DI GENEREIN PUGLIA E NEL SALENTO. IN MANCANZA DI DATI CERTI, DI STRUTTURE DI ASSISTENZA ADEGUATE, DELLA GIUSTA CONSAPEVOLEZZA DA PARTE DELLE DONNE. TROPPO DA DIRE E TROPPO DA FARE. A COMINCIARE DA UN PASSO SEMPLICE EPPURE COMPLICATO: INDIVIDUARE GLI ABUSI

la violenza, nel salento, è di casa

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a percezione che abbiamo oggi della violenza sulle donne è di un fenomeno in preoccupante ascesa. Il clamore mediatico che si scatena ad ogni nuovo caso, accompagnato spesso da reazione xenofobe, contribuisce ad infondere negli animi femminili una sensazione di insicurezza ed una paura diffusa dell’altro. A differenza di ciò che avviene su scala nazionale, in particolari contesti metropolitani, nel Salento non ci sarebbe un fenomeno “violenza di genere”. I dati forniti dalla Questura e dall’unico centro antiviolenza, privato (di pubblici non ce ne sono), non hanno registrato negli ultimi tempi un incremento degli episodi. Ciò perché, nel Salento, la violenza è soprattutto di tipo domestico. Un “fatto privato” che si consuma tra le mura di casa.

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Quando si parla di violenza, infatti, non ci si riferisce necessariamente alla violenza sessuale o a quella fisica: barbare, evidenti, estreme. La violenza di genere – quella di un uomo verso una donna – ha più volti. Tra essi, ci sono quelli sottili della violenza psicologica ed economica. Forme di sopruso che si consumano quotidianamente; abusi che neppure vengono percepiti come tali, perché considerati “normali” del rapporto uomo-donna, in una condizione di tolleranza della prevaricazione spaventosa, perché diffusa in tutti gli strati della società. Perché difficile da estirpare. Eppure oggi le donne sarebbero più consapevoli e più portate a denunciare il torto subìto (da questo deriverebbe la percezione dell’incremento dei reati di genere). Alcune lo fanno. Ma sono troppo poche. il tacco d’Italia

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vittime del “malamore” “Le donne hanno più confidenza col dolore. Del corpo, dell’anima. E’ un compagno di vita. […] Ci si vive, è normale. Strillare disperde le energie, lamentarsi non serve. Trasformarlo, invece: ecco cosa serve. Trasformare il dolore in forza. Ignorarlo, domarlo, metterlo da qualche parte perché lasci fiorire qualcosa. E’ una lezione antica, una sapienza muta e segreta: ciascuna lo sa”. Così scrive nel libro “Malamore” Concita De Gregorio, giornalista, direttora de “L’Unità”, donna, mamma di quattro figli. Le donne sarebbero così abituate al dolore, da non farci caso. Sarebbero assuefatte alle prevaricazioni degli uomini da non riconoscerle più. Oppure da considerarle manifestazioni della debolezza maschile; le donne, in quel caso, si lascerebbero sopraffare in nome di una maggiore forza femminile. “Sarò capace di gestire la tua ira – penserebbe la donna secondo De Gregorio – perché ne conosco l’origine e ti so fragile”.


// NON SI DICE IL PECCATO NÉ IL PECCATORE Nel Salento e in Puglia non esiste un monitoraggio completo della violenza di genere, punto di partenza necessario per poter conoscere l’entità del fenomeno e dunque contrastarlo. I dati disponibili sono quelli raccolti, sul campo, dalla Questura e dal centro antiviolenza privato “Renata Fonte”, che però non possono fornire un quadro esaustivo. Inoltre gli enti coinvolti, come Questura, carabinieri, ospedali, consultori, Osservatori, istituzioni, non fanno rete e non comunicano tra loro. L’unica indagine ufficiale pertanto è quella, condotta su scala nazionale, dall’Istat nel 2006. La ricerca condotta su donne dai 16 ai 70 anni, fotografa una situazione allarmante: 7 milioni 134mila donne hanno subìto violenza psicologica; 2 milioni 77mila hanno fatto i conti con comportamenti persecutori (stalking); un milione 400mila sono state vittime di violenza sessuale prima dei 16 anni; 690mila l’hanno ricevuta dal proprio partner e, al momento dell’aggressione, avevano figli. Il Rapporto fornisce un ulteriore dato: nonostante sia aumentata la percentuale di donne che denunciano violenze o tentate violenze, il sommerso resta elevatissimo. Le donne che, dopo aver subito una violenza, preferiscono tacerla sono il 96%, nel caso di abusi compiuti da un non partner e il 93% nel caso di abusi compiuti dal partner. Praticamente tutte. In Puglia la situazione è pressappoco la stessa. Il 24,9% delle donne ha subìto violenza fisica e sessuale; il 5,3% di esse l’ha subita prima dei 16 anni. Solo il 10,8% ha denunciato l’abuso, se compiuto dal partner; appena il 5,4%, se compiuto da un non partner.

violenza salentina. troppi casi taciuti La violenza sulle donne non è facilmente catalogabile. Essa rientra nell’ambito dei reati alla persona che non vengono classificati in base al genere della vittima. Stando ai dati forniti dalla Questura di Lecce, nel 2008 nella provincia salentina si sono verificati due casi di violenza sessuale accertati: il primo nei confronti di una cittadina di nazionalità somala, da parte di un gruppo di giovani due dei quali minorenni; il secondo ai danni di una donna albanese e delle figlie ad opera del marito. Più alto è il numero di querele sporte da donne per violenza di altro tipo (principalmente fisica ed economica); in genere vengono denunciati ex compagni che non corri-

spondono gli assegni di mantenimento o non rispettano le condizioni sull’affidamento dei figli. Ne arrivano cinque o sei al mese ma spesso vengono ritirate. Il numero di violenze denunciate alle autorità non fornisce un’immagine esaustiva dei maltrattamenti nei confronti delle donne: essi sono molto più numerosi, totalmente trasversali per ambiente, strato sociale, età della vittima e dell’aggressore, e restano nella maggior parte dei casi taciuti. La denuncia penale della violenza scatta d’ufficio, a prescindere dalla volontà della donna, se la vittima riporta lesioni che determinano una prognosi superiore a 20 giorni.

NELLO SCORSO ANNO IN PROVINCIA DI LECCE SI SONO VERIFICATI DUE CASI DI VIOLENZA SESSUALE ACCERTATA. GLI EPISODI DI MALTRATTAMENTI DI ALTRO TIPO SONO PIÙ NUMEROSI: IN UN MESE PRESSO LA QUESTURA NE VENGONO SEGNALATI IN MEDIA CINQUE O SEI. ELLA MAGGIOR PARTE DEI CASI LE QUERELE VENGONO RITIRATE Antonino Cufalo questore di Lecce

l’unica strada è la collaborazione Dott. Cufalo, lei si è insediato da poche settimane presso la Questura leccese. Che situazione ha trovato circa l’attenzione del territorio al tema della violenza sulle donne? “Il tema è affrontato con molta sensibilità; lavorerò affinché non si abbassi mai la guardia verso questo tipo di reati. Dovunque io abbia lavorato, ho sempre riservato grande spazio al contrasto della violenza alle donne e ai minori”. In che modo crede di contrastarla? “Lavorando di concerto con il territorio in

// I VOLTI DELLA VIOLENZA La violenza sulle donne comporta un abuso di potere da parte dell’uomo ed assume forme differenti che non sempre è facile identificare; ciò in particolar modo quando il sopruso si consuma negli ambienti domestici (la maggior parte dei casi), per cui si fa passare la prevaricazione come “normale” del menage familiare. Esistono cinque tipi di violenza di genere. Per violenza fisica si intendono maltrattamenti fisici più o meno gravi (spintoni, percosse, mutilazioni di arti, ecc); la violenza sessuale è l’imposizione di pratiche sessuali indesiderate; quella psicologica consiste nello svalutare la donna, manipolarla, indurla ad una condizione di paura (in questa tipologia rientra lo stalking); la violenza economica viene eserci-

un’attività combinata tra enti ed istituzioni e riservando grande attenzione alla formazione. Ciò già avviene presso la Questura di Lecce: il personale della Squadra Mobile viene costantemente aggiornato e formato con corsi specifici organizzati a livello nazionale”. Crede che in Provincia di Lecce esista un fenomeno legato alla violenza di genere? “Non credo si possa parlare di fenomeno. Le violenze che vengono compiute nei confronti delle donne si consumano in buona parte tra le mura domestiche e non per strada. Ad ogni modo, lavoreremo per combattere anche quella piccola percentuale di abusi ad opera di sconosciuti. E’ importante assicurare alle donne protezione dentro e fuori casa”.

tata tramite la privazione economica da parte del partner; quella sui luoghi di lavoro si manifesta sotto forma di violenza sessuale o di mobbing (manipolazione psichica mirata a sminuire il ruolo professionale della donna).

// STALKING. C’È IL DECRETO Il termine inglese “stalking” indica tutti gli atteggiamenti persecutori nei confronti di una donna, che generino nella vittima o nei suoi congiunti stati di ansia e paura tali da cambiarne le abitudini di vita. Il decreto legge sulla violenza sessuale recentemente approvato (20 febbraio) definisce le pene per i responsabili di stalking: reclusione da sei mesi a quattro anni a seconda della gravità del reato.


che cosa fa la regione… PER CONTRASTARE LA VIOLENZA SULLE DONNE, LO SCORSO NOVEMBRE, LA REGIONE HA PRESENTATO UN PROGRAMMA TRIENNALE IN QUATTRO PUNTI: DAL MONITORAGGIO DELL’ESISTENTE, ALLA CREAZIONE DI RETE TRA SERVIZI AL REINSERIMENTO IN SOCIETÀ DELLE DONNE MALTRATTATE. A DISPOSIZIONE CI SONO 10 MILIONI DI EURO on la legge 17/2003 e le successive linee guida attuative contenute nella legge 19/2006, la Regione stabilisce la nascita di centri antiviolenza sul territorio pugliese, ma non li finanzia e rimanda alla programmazione finanziaria dei Piani di zona e, quindi, al capitolo Servizi sociali. Lo scorso 25 novembre, giornata contro la violenza di genere, l’assessorato regionale alle Pari Opportunità (assessora Elena Gentile) ha presentato il “Programma regionale triennale 2009-1011 per prevenire e contrastare il fenomeno della violenza contro le donne”. Il Piano mette a disposizione 10 milioni di euro per interventi di prevenzione, informazione e sensibilizzazione, incentivi alle assunzioni, realizzazione di strutture dedicate ed

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“La pubertà”. Edvard Munch, 1895

...e che cosa fa la provincia TRACCIARE UN QUADRO INDICATIVO DELLA VIOLENZA DI GENERE NELLA PROVINCIA DI LECCE NON È SEMPLICE: NEL TERRITORIO SALENTINO NON ESISTONO CENTRI DI ASCOLTO ANTIVIOLENZA NÉ CASE RIFUGIO, PREVISTE PER LEGGE. NON ESISTONO NEPPURE DATI SUL FENOMENO onostante siano previsti per legge fin dal 2003, in provincia di Lecce (così come in provincia di Foggia) non esistono centri antiviolenza. Ne abbiamo chiesto conto all’assessora provinciale al ramo, Loredana Capone, Servizi sociali e Pari opportunità, ma non ha saputo darci motivi plausibili del perché. La Capone rimanda tutta la responsabilità alla Regione, dicendo che la Provincia ha presentato alcuni progetti e che dalla Regione non ha avuto risposte. In realtà riguardo alle future iniziative l’assessora ha dimostrato di non

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DUE ANNI FA LA PROVINCIA PRESENTÒ IN REGIONE IL PROGETTO DI UN CENTRO RESIDENZIALE PER DONNE ABUSATE, MA NON EBBE ALCUNA RISPOSTA. AD OGGI ANCORA NON SE NE SA NULLA. LOREDANA CAPONE: “REALIZZEREMO DIECI CENTRI IN TUTTO IL SALENTO” il tacco d’Italia

avere nel cassetto una pianificazione chiara: non si sa come realizzare i centri antiviolenza, con quanti soldi e come gestirli. Immagina addirittura dieci centri antiviolenza, un numero che ci appare sovradimensionato rispetto alle reali esigenze del territorio, quando ne basterebbe uno, ma subito e ben funzionante. Serve maggiore informazione perché le stesse donne riconoscano la violenza quando la subiscono (quella domestica, quella psicologica, quella economica); serve assistenza psicologica alle donne e ai loro familiari, perché sappiano come aiutare chi nella loro famiglia subisce violenza e la spingano a trovare la forza a denunciare; serve un coordinamento tra le Istituzioni che si occupano di violenza, dalla Questura alle Asl, perché si abbia una mappatura del fenomeno, anche statistica, ad oggi inesistente. A chi ha subito violenza o ai familiari che vogliono aiutare chi la subisce e si aspettano un supporto dalla Istituzioni, che cosa risponde l’assessore Capone? M.L.M.

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alloggi per l’emergenza abitativa. In Puglia sono presenti infatti solo cinque case rifugio di carattere residenziale, undici centri di ascolto e 31 èquipe integrate per l’assistenza. Numeri colpevolmente bassi rispetto alla portata del fenomeno. La Provincia di Lecce, assieme a quella di Foggia, è addirittura sprovvista di case rifugio e centri antiviolenza che pure dovrebbero essere ubicati in ciascuna provincia, secondo quanto disposto dalle linee guida attuative della legge regionale 17/2003. Ciò significa: assoluta inadeguatezza a fornire un conforto alle donne in difficoltà. Di conseguenza, l’urgente esigenza di interventi concreti e di una rete capillare di servizi. Le linee di intervento previste dal piano regionale sono quattro: il monitoraggio dei servizi e delle strutture esistenti sul territorio regionale; l’elaborazione di accordi di programma tra amministrazioni; il potenziamento delle èquipe e della rete di assistenza; il reinserimento della donna nel mondo del lavoro.


DOPO IL SUCCESSO DELLA PASSATA EDIZIONE, LA CONSIGLIERA DI PARITÀ ORGANIZZERÀ ANCHE PER QUEST’ANNO CORSI DI AUTODIFESA RIVOLTI ALLE DONNE. SI TERRANNO A LECCE, NARDÒ E CASARANO E SARANNO GRATUITI. OBIETTIVO: RIDARE SICUREZZA ALLE DONNE In Provincia vi sono due strutture di assistenza pensate per la cittadine extracomunitarie. Il primo dei due, un centro residenziale nato nel 2000, fa capo al progetto Libera contro la tratta delle donne extracomunitarie ed ha seguìto, fino ad oggi, oltre 2mila casi di donne. Il secondo, nato da pochi mesi, ha sede presso l’Ipab (Istituto di pubblica assistenza e beneficenza) di Lecce ed è un centro italoalbanese, realizzato nell’ambito del programma Interreg Italia-Albania. Si occupa dell’assistenza e del rientro delle donne albanesi in patria. Benché si tratti di due iniziative lodevoli nei confronti delle cittadine extracomunitarie, persiste la carenza di strutture pubbliche per la protezione ed il soccorso di quelle donne che sono quotidianamente vittime di violenza. Abbiamo chiesto il perché di questa mancanza a Loredana Capone, assessora provinciale alle Pari Opportunità. Ecco che cosa ci ha risposto.

Loredana Capone assessora Pari Opportunità Provincia di Lecce

siamo in attesa Assessora, quali iniziative ha messo in atto la Provincia di Lecce a contrasto della violenza sulle donne? “Abbiamo svolto un’intensa attività di informazione. Con la Commissione provinciale per le Pari opportunità, la consigliera di Parità e la Fidapa (Federazione italiana donne, arti, professioni e affari) di Lecce abbiamo pubblicato un opuscolo contenente le misure da adottare in caso di violenza. Inoltre abbiamo attivato due centri contro la violenza e la tratta delle immigrate”. Qual è l’impegno economico per la gestione di tali strutture? “Il centro antiviolenza Italia-Albania, nato con finanziamenti Interreg, ha un costo di 100mila euro all’anno. A questi fondi vanno aggiunti 25mila euro destinati a promuovere attività di reinserimento delle donne in Albania. Per ‘Libera’, finalizzato al

contrasto della tratta, Palazzo dei Celestini ha stanziato 120mila euro nel co-finanziamento Provincia-Ministero”. Perché la Provincia di Lecce è sprovvista degli obbligatori centri antiviolenza? “Due anni fa abbiamo presentato alla Regione il progetto di un centro residenziale antiviolenza ma non abbiamo ottenuto risposta. Inoltre ho proposto di inserire nell’ambito del Piano strategico di Area Vasta la realizzazione di dieci centri di ascolto sparsi sul territorio provinciale”. In che cosa consistono questi progetti? “Per il centro residenziale, previsto a Lecce, abbiamo chiesto alla Regione un finanziamento di 500mila euro necessari per dotarsi di un’èquipe qualificata e gestire la residenzialità. Di centri dislocati sull’intero territorio provinciale ne abbiamo immaginati cinque di dimensioni maggiori e cinque minori; non conosciamo l’entità del finanziamento necessario, ma se la Regione dovesse dare l’ok, i Comuni potrebbero presentare i progetti esecutivi e poi siglare le convenzioni per la gestione”.

Serenella Molendini consigliera provinciale e regionale di Parità

fare rete per cambiare la mentalità Consigliera, che cosa ha fatto il suo Ufficio per combattere la violenza di genere? “Abbiamo cercato di contrastare l’idea radicata nella nostra cultura, secondo la quale la violenza sulle donne è normale. In occasione del 25 novembre abbiamo inviato a tutti i Comuni le richiesta di approvazione di un ordine del giorno per affermare l’azione di ‘non violenza’ sulle donne”. Come è stata recepita? “Diversi Comuni hanno programmato momenti di riflessione su questo tema. E’ stato un piccolo ma significativo passo; è necessario continuare a stimolare la riflessione all’interno dei consigli comunali e provinciali. Abbiamo partecipato alla pubblicazione di un libretto informativo sulla violenza di genere”. Quanto conta l’attività di sensibilizzazione? “Ci credo molto. Non è vero che la donna è naturalmente vocata alla sopportazione. Proprio per combattere questo preconcetto, l’anno scorso ho promosso dei corsi di autodifesa per le dipendenti della Provincia”. Quali risultati hanno ottenuto? “Le donne hanno vissuto con piacere la pos-

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sibilità di raccontarsi e di sentirsi più sicure. Abbiamo così deciso di riproporre l’esperienza in tre territori della Provincia: nella città di Lecce in collaborazione con l’istituto ‘De Pace’, a Nardò in collaborazione con la Commissione Pari Opportunità comunale; a Casarano in collaborazione con il Comune e con il Tacco d’Italia. Dobbiamo programmare un’azione a 360 grandi contro la violenza di genere e lavorare sull’immagine della donna in pubblicità”. In Provincia di Lecce non esiste un centro antiviolenza. C’è stata scarsa attenzione politica verso il tema degli abusi sulle donne? “La Provincia ha fatto ciò che ha potuto. Purtroppo negli ultimi anni gli enti locali hanno avuto scarsa disponibilità economica; il Programma triennale regionale ci permetterà di realizzare interventi necessari che fino ad oggi sono mancati. Le Province potranno fare la loro parte, anche per monitorare il fenomeno”. Perché ad oggi non esistono dati provinciali sul fenomeno della violenza di genere? “Purtroppo non esistono neppure dati regionali. Anche sotto questo punto di vista bisogna fare sistema: coordinare e mettere in relazione i dati raccolti da più enti, come la Questura, i carabinieri, tutti gli ospedali della Provincia di Lecce, i consultori. Bisogna monitorare per capire ed intervenire”.



insieme nel nome di renata fonte IL CENTRO ANTIVIOLENZA RENATA FONTE, GESTITO DALL’ASSOCIAZIONE DONNE INSIEME, È L’UNICA STRUTTURA DI ASCOLTO PER LE DONNE IN TERRITORIO SALENTINO. MA È PRIVATA. SERVE UN BACINO D’UTENZA CHE COINCIDE CON L’INTERA PROVINCIA ’unico centro antiviolenza presente sul territorio provinciale è un centro privato. Intitolato a Renata Fonte, è nato nel 1998 a Lecce per iniziativa dell’associazione femminile Donne Insieme; presidente, Maria Luisa Toto. Nel 2004 il centro ha potuto godere di una convenzione con il Comune di Lecce (sindaca Adriana Poli Bortone) che ha riconosciuto alla struttura un rimborso spese mensile pari a 700 euro. Allo scadere della convenzione, nel 2008, il Comune (sindaco Paolo Perrone) non l’ha rinnovata; da allora la struttura si mantiene con risorse proprie e continua a fornire servizi in forma volontaria e totalmente gratuita. Quante donne. In dieci anni di attività il centro Renata Fonte ha dato ascolto e conforto a circa mille donne. Solo nell’ultimo

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anno le chiamate sono state 500, la metà del totale; “ciò perché – spiega la presidente Toto – è cresciuta la consapevolezza delle donne, che oggi più di ieri si convincono a chiedere aiuto”. Delle 500 donne che nell’ultimo anno hanno segnalato al centro un abuso subìto, 300 hanno chiesto un colloquio presso la struttura; in 200 hanno poi intrapreso il percorso di assistenza legale e sostegno psicologico fino alla denuncia dell’aggressione alle forze dell’ordine. Quali violenze. Circa la metà dei casi segnalati al centro si riferiscono a stalking e violenza psicologica; il 30% a violenza fisica; il 20% a violenza sessuale. Nel 40% dei casi, l’abuso si accompagna ad episodi di violenza economica. L’80% delle violenze avviene in ambiente domestico.

IN DIECI ANNI DI ATTIVITÀ LA STRUTTURA PRESIEDUTA DA MARIA LUISA TOTO HA RICEVUTO MILLE SEGNALAZIONI DI VIOLENZA SULLE DONNE. 500 SOLO NELL’ULTIMO ANNO. L’80% DEGLI ABUSI AVVIENE IN FAMIGLIA, MA LE GIOVANI DONNE COMINCIANO A SENTIRSI INSICURE ANCHE IN ALCUNE ZONE DELLA CITTÀ DI LECCE. IL CENTRO RICEVEVA 700 EURO AL MESE DAL COMUNE DI LECCE (SINDACA POLI). PERRONE HA CHIUSO I RUBINETTI Maria Luisa Toto

presidente centro antiviolenza Renata Fonte

non è un percorso facile Presidente, nel Salento esiste un fenomeno di violenza sulla donne? “Non parlerei di ‘fenomeno’ di violenza, come può accadere in contesti metropolitani in altre zone d’Italia, dove la violenza viene perpetrata da sconosciuti. In Salento la violenza è principalmente di tipo domestico. Tuttavia cominciano ad arrivare segnalazioni di giovani donne che non si sentono sicure in alcune zone della città di Lecce: l’area alle spalle del cinema Massimo e le strade che da lì conducono al centro storico”. La violenza domestica è più difficile da denunciare? “Oggi si registra un leggero incremento delle denunce. Purtroppo i casi non segnalati sono ancora la maggioranza; le donne vivono una condizione di sottomissione; ciò che è più allarmante è che in molti casi esse tendano a tacere per proteggere i propri compagni”.

Che cosa spinge una donna a denunciare l’abuso? “Spesso è l’amore per i figli. Una donna tace finché la violenza sia compiuta solo nei suoi confronti; ma se essa si rivolge anche verso i figli, la donna trova la giusta forza per venire allo scoperto e chiedere aiuto”. Come procedete quando vi arriva una richiesta di aiuto? “Il primo contatto è quello telefonico. La donna telefona alla nostra struttura (800.098822; 0832.305767) o al numero verde nazionale 1522 e ci racconta la sua storia. Successivamente ha luogo il primo colloquio personale. La nostra èquipe è interamente composta da donne: avvocate, psicologhe, psicoterapeute, assistenti sociali, operatrici socio-assistenziali, educatrici, tutte volontarie. In molti casi,la donna ha bisogno di essere accompagnata in Pronto soccorso o presso le forze dell’ordine. Denunciare alle autorità un abuso non è semplice. Una volta sporta la denuncia, si dà il via all’iter legale; le nostre avvocate assistono gratuitamente le donne anche in tribunale”.

// IL “NO ALLA VIOLENZA” IN UN’ANFORA Udi Macare Salento è il gruppo salentino dell’Udi (Unione donne italiane). Si è costituito nell’aprile del 2006 su volontà di sette donne ed ora conta 52 iscritte. Responsabile è Enza Miceli. Negli anni Udi Macare ha portato avanti numerose battaglie in nome della parità di diritti tra uomo e donna e sempre con grande successo. Per questo ha voluto che una tappa della “Staffetta contro la violenza sulle donne” toccasse anche il Salento. La manifestazione ha coinvolto vari centri della Provincia e concluso il giro salentino nella città di Lecce. Simbolo della staffetta è un’anfora a due manici, che ricorda la forma del corpo di donna, strumento quotidiano del lavoro femminile. L’anfora accoglie di tappa in tappa i messaggi di carta che le donne le vogliono affidare. Partita da Niscemi, dov’è stata assassinata Lorena, la Staffetta si concluderà a Brescia, dov’è stata sgozzata Hiina, portando con sé iniziative pubbliche come dibattiti, mostre, seminari, proiezioni video.

Enza Miceli, responsabile Udi Macare Salento


//Inchiesta //La violenza è di casa //Donne dentro

donne omicide foto di Francesco Martino da www.flickr.com

di BARBARA MELGIOVANNI

STORIE DI DONNE CHE HANNO SBAGLIATO PER AMORE. PER PROTEGGERE I PROPRI COMPAGNI, PER RESTARE AL LORO FIANCO, PER INSEGUIRE UN ALTRO UOMO. QUANDO, NELLA LOTTA INTERIORE TRA LA PULSIONE AL PIACERE E LA PULSIONE ALLA DISTRUZIONE, È QUESTA AD AVERE LA MEGLIO econdo alcuni studi le donne che amano siano naturalmente più portate ad uccidere. Sarebbero quelle donne che non vedono altro se non il proprio sentimento e che sono spinte dal desiderio di viverlo fino in fondo. In maniera totale e spaventosa. E’ difficile immaginare una donna nei panni di un’assassina, ruolo opposto rispetto a quello tradizionalmente ritenuto femminile, perché crudele, violento, irrazionale. Eppure non è raro venire a cono-

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scenza di crimini passionali, spesso definiti di “ordinaria follia”, motivati da quella “insana passione” che sarebbe presente negli autori del gesto. E nelle autrici. I delitti passionali maturano all’interno di un disagio relazionale inespresso, ma crescente, che esplode. Spesso sono la conclusione di amori infelici o non corrisposti. Il motivo conduttore più vistoso dei delitti passionali è dunque l’amore. Per questo si dice che la donna concepisca il tacco d’Italia

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l’omicidio prima nel cuore e poi nella testa. Dal momento in cui lo sguardo si posa sulla vittima, fino all’uccisione, l’unico sentimento è l’amore. Un amore respinto, tradito, sciupato da litigi e incomprensioni, che si può controllare e conservare solo attraverso la morte. E’ il binomio Eros-Thanatos di cui parlavano i greci, quella strettissima relazione tra la pulsione al piacere e la pulsione alla distruzione. Una dura lotta interiore in cui a spuntarla è spesso l’istinto di uccidere.


// LA “MIA” LUCIA “L’infermiera killer”, l’hanno definita. Lucia Bartolomeo, 35enne di Taurisano, è ormai stata etichettata come l’adultera che ha ucciso il marito, Ettore Attanasio, anche lui di Taurisano, di qualche anno più grande. L’avrebbe fatto per liberarsi del coniuge e poter vivere la sua storia d’amore con un altro uomo. I fatti risalgono al 2006. Da allora le cronache locali hanno riempito pagine su pagine della sua storia. Lo scorso 12 febbraio la Corte d’Assise ha emesso il suo verdetto: ergastolo per il reato di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dai motivi futili ed abietti. Con l’aiuto di Rovena Bartolomeo, sorella maggiore di Lucia, abbiamo tentato di tracciare un ritratto della donna e degli ultimi mesi di vita accanto al marito, rendendoci conto che ciò che possiamo fornire è solo un ritratto “di parte”. Non vogliamo scagionarla; non è compito nostro. Ma presentare l’immagine che di lei hanno i suoi cari; un’immagine che spesso è sfuggita alle pagine e pagine di cronaca locale. “Siamo sorelle ma diverse per carattere e temperamento – dice Rovena -. Lei ha dimostrato sin dall’infanzia mitezza e pacatezza

LUCIA BARTOLOMEO È STATA CONDANNATA ALL’ERGASTOLO PER AVER UCCISO IL MARITO. LA SORELLA ROVENA LA DESCRIVE DIVERSAMENTE DA COME È STATO FATTO FINORA: “MITE E PACATA, DALL’ATTEGGIAMENTO SILENZIOSO E L’INDOLE ALTRUISTA” d’animo, un atteggiamento silenzioso ed un’indole molto altruista”. Dopo il diploma Lucia ha lavorato come commessa e, prima di diventare infermiera, ha prestato servizio di assistenza domiciliare a due anziani, essendo sempre molto amata dai pazienti che ha accudito. “Una donna di cuore – commenta la sorella - che lascia il segno negli animi di chi la incontra. Una donna a cui ci si affeziona subito, perché è dolce e si fa voler bene”. A 13 anni conobbe Ettore Attanasio, il suo primo e unico fidanzato, all’epoca già maggiorenne, e decise di crescere con lui. Il loro rapporto durerà 18 anni: dopo dieci anni di fidanzamento decideranno di sposarsi. Rovena lo descrive come una persona irruente, dominatrice della personalità, meno appariscente di Lucia e molto possessivo nei suoi confronti. “Negli ultimi tempi – riferisce Rovena – sia Ettore sia Lucia avevano scoperto degli interessi al di fuori del matrimonio. Lei aveva trovato chi la facesse sentire amata ed anche lui aveva intrapreso un’altra relazione”.

IN CARCERE È FATTO SU MISURA DEGLI UOMINI. LE DONNE, SE CI ENTRANO, DEVONO RINUNCIARE ALLA FEMMINILITÀ. SI VIVE ASPETTANDO: LA POSTA, LA VISITA, LA DOCCIA, L’ORA D’ARIA. POI CI SONO I PROGETTI, COME “MADE IN CARCERE”, CHE AIUTANO AD EVADERE. COL PENSIERO

// IL CARCERE NON È PER LE DONNE “Nella Casa di Borgo San Nicola. Con le donne, nel carcere” è un libro ed un documentario. Un’insieme di riflessioni, brani e pensieri in libertà, nato dall’idea di tre donne: Caterina Gerardi, fotografa e operatrice culturale; Sandra Del Bene, psicologa e psicoterapeuta, e Rosamaria Francavilla, operatrice culturale. E’ il risultato di un laboratorio di scrittura che Rosamaria Francavilla ha realizzato con le donne del carcere di Borgo San Nicola, a Lecce. Raccoglie interviste, colloqui, incontri con le detenute e con il personale che opera nella struttura. Il fine è far conoscere le problematiche che ogni giorno le donne in carcere devono affrontare e come, attraverso l’utilizzazione di azioni psicologicamente gratificanti e socialmente rilevanti, riescano ad inserirsi in una logica di rieducazione e di recupero.

Ma Lucia ha preferito non separarsi da Ettore perché, nel frattempo, lui si era ammalato. I suoi disturbi secondo le ricostruzioni di Rovena, cominciarono nell’ottobre 2005, sette mesi prima della morte. Fatica a respirare. Radiografie, poi nuovi accertamenti. I primi di maggio Ettore non riusciva nemmeno più a guidare; sdoppiamento della vista, allucinazioni e difficoltà respiratorie. “Si è spento pian piano - dice Rovena -. Lucia si è limitata a stargli accanto, somministrargli le flebo prescritte dal medico, combattendo anche contro di lui che non voleva curarsi”. Ciò che accadde poi è risaputo: la mattina del 30 maggio Ettore era morto. Rovena afferma che Lucia, svegliandosi, lo trovò senza vita accanto a lei. I giudici affermano che fu lei a determinarne il decesso. Dunque, l’ergastolo. Per omicidio volontario premeditato; ancora più grave perché causato da motivi futili: liberarsi del marito per poter vivere accanto ad un secondo uomo. L’amore, ancora una volta, sarebbe alla base del gesto insano.

Tutto ha inizio nella primavera del 2005. Le mani che scrivono sono quelle di Sandra; l’occhio che riprende è della videocamera di Caterina; la sensibilità estetica e la profonda umanità sono quelle di Rosamaria, che ha colto luci, angoli e figure capaci di esprimere emozioni. Le maggiori adesioni agli incontri si sono registrate tra le detenute dell’Alta Sicurezza. Mogli, sorelle, figlie di uomini già sottoposti a regime carcerario o che avevano problemi con la giustizia. In carcere per amore, quindi, per aver deciso di non tradire l’uomo che amano o hanno amato. Una complicità scandita dal ritmo lento di un cuore che tra il parlare ed il tacere, ha preferito tacere. Un cuore il tacco d’Italia

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che per la legge porta la macchia indelebile del favoreggiamento. Ma “il carcere non è per le donne” è la frase che una delle intervistate ripete continuamente; una frase nella quale si concentra tutto il dolore della situazione di detenute. Il carcere è un’istituzione maschile, pensata per gli uomini e regolata su di loro. E’ difficile per una donna, ancor più che per un uomo, dover fare i conti con una vita che, fuori, continua, con figli che vanno a scuola, maturano lontano, da soli. Esistenze sospese, ferme in uno spazio immobile, in un tempo che è quello infinito dell’attesa. A Borgo San Nicola si vive aspettando: la posta, il giorno del colloquio, il momento della doccia, l’ora d’aria, la data del processo, il giorno della telefonata. Che la vita prima o poi ricominci.



“made in carcere”. evadere restando dentro Le lunghe ore di attesa vanno occupate in qualche modo. Pensare fa male. Avere troppo tempo è una condanna più dura della detenzione in se stessa. “Made in carcere” è nato con lo scopo di alleviare, se si può, la permanenza delle donne nel carcere leccese di Borgo San Nicola. Un marchio di abbigliamento ed accessori che nasce in un laboratorio tutto al femminile, che ha luogo all’interno della casa circondariale. Qui, si pensano, si cercano, si trasformano e si producono prodotti eco-solidali, tramite materiale di scarto. Amministratrice unica di “Officina Creativa”, Luciana Delle Donne ha il merito di aver creato all’interno del carcere di Lecce il laboratorio dove si confezionano le borse. L’abbiamo incontrata e le abbiamo chiesto le motivazioni alla base di questa iniziativa ed i risultati riscontrati. Luciana Delle Donne

LUCIANA DELLE DONNE: “L’IMMOBILITÀ DEL CARCERE È UNA PALESTRA DI VITA PER CHI, ABITUATO A CORRERE E SOVRAPPORRE EMOZIONI ED AZIONI, ARRIVA LÌ E SE HA BISOGNO ANCHE SOLO DI UNA PENNA DEVE CHIAMARE: ‘AGENTEEE’ ED ASPETTARE”

amministratrice Officina Creativa, responsabile progetto “Made in carcere”

Perché nasce “Made in carcere”? “Il desiderio è diffondere un nuovo stile di vita ed una nuova filosofia: quella della seconda opportunità. Una doppia vita a tessuti ed oggetti ed un’altra chance alle detenute.” E’ stato difficile portare avanti un progetto così particolare? “Inizialmente è stato atroce, per via della burocrazia necessaria alla sicurezza del luogo ed anche per via dell’atteggiamento di chiusura delle detenute. Con le braccia conserte, dichiaravano tutte di non aver mai toccato ago e filo. Nemmeno mi guardavano negli occhi. Poi, la mia tenacia, ma anche la mia rigidità hanno fatto capire loro che non scherzavo, e che potevo dare loro una chance solo se collaboravano.”

Qual è la dimensione della criminalità al femminile oggi? “Il rapporto tra i detenuti uomini e donne è circa uno a dieci: 100 donne e 1000 uomini”. La filosofia della seconda opportunità, per cui nulla si getta, serve per sensibilizzare gli altri o le stesse detenute? “Entrambe le parti. Il riutilizzo del materiale è un messaggio molto più ampio che serve per promuovere un nuovo modello di comportamento dimostrando che la filosofia della ‘decrescita serena’ si può realizzare con successo attraverso l’utilizzo degli scarti. Infatti, oltre ad acquisire la capacità di riciclare ciò che gli altri buttano, si realizzano delle borse bellissime; le detenute rivivono una seconda vita di evasione”. Come può un’esistenza vissuta con dinamicità, in movimento, abituarsi alla vita immobile del carcere? “Made in carcere” ha aiutato le donne a sentirsi non prigioniere? “Tutti i manufatti ‘Made in carcere’

nascono dalla voglia di far evadere i pensieri con creatività, e comunicare all’esterno la voglia di riscatto. Le detenute sono consapevoli di aver compiuto un reato, ma sono desiderose di recuperare. L’immobilità del carcere è una palestra di vita per chi, abituato a correre e sovrapporre emozioni ed azioni arriva lì e se ha bisogno anche solo di una penna deve chiamare: ‘Agenteee’ ed aspettare. Attraverso quest’iniziativa loro stesse diventano responsabili dell’attività, delle consegne e non si sentono più soggetti passivi”. Quali sono gli obiettivi inseguiti da Officina Creativa? “La cooperativa si propone come un incubatore che permetta a giovani e persone disagiate di crescere e di individuare il loro potenziale di azione. Ciò attraverso diversi progetti che fino ad oggi si sono rivelati estremamente interessanti. Altri sono in cottura; ci auguriamo di realizzarli al più presto.”


//Reportage //Mutilazioni genitali //Missione in Africa

Tutti insieme sullo scuolabus. Conduce alla capitale da più villaggi Cucina del Cren, Centro nutrizione della missione a Sabou. Lì si fornisce un pasto al giorno a mamme e bambini, che percorrono anche 100 kilometri a piedi, per recarvisi dai propri villaggi

Ospedale Boussè, a 100 kilometri dalla capitale Ouagadougou. La cucina usata dalle mamme che accudiscono i figli ricoverati

Gioia nei volti dei più piccoli. La consegna del materiale scolastico

La festa del villaggio. E’ il ringraziamento della gente del posto per aver ricevuto il materiale scolastico

basta poco per un sorriso U

CASARANO-BURKINA FASO CON UNA MISSIONE PRECISA: DONARE ALLE DONNE DEL POSTO UN COLPOSCOPIO PER LA DIAGNOSI DELLE NEOPLASIE AL COLLO DELL’UTERO

na missione sanitaria non è solo un dovere. Un viaggio in Africa, nel Burkina Faso, uno degli Stati più poveri al mondo, arricchisce e cambia profondamente chi lo compie. Il fine è donare un po’ di se stessi, delle proprie competenze professionali, del proprio sapere ed anche delle proprie possibilità economiche ad una popolazione che si trova in condizioni elementari di sussistenza. Ma, al termine del viaggio, si torna più ricchi di quando si è partiti. Si torna con qualcosa in più: la consapevolezza che basta poco per far sorridere un bambino. Dei quaderni, delle penne e poco più. Che basta poco per far sorridere le donne e gli anziani: un po’ di tempo e la voglia concreta di rendersi utili. il tacco d’Italia

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Il dono e la riconoscenza. Come non accettare un regalo fatto col cuore?

REPORTAGE DI UN VIAGGIO, NEI LUOGHI E NEL TEMPO. UN’ESPERIENZA PROFESSIONALE ED UMANA La missione umanitaria “Medici in Burkina Faso”, condotta dal 10 al 26 novembre scorso in quella regione dell’Africa centrale da Leda Schrinzi e Roberto Lupo, medici e soci del Lions clus di Casarano, è stata questo. Principalmente una missione medica: è servita a portare un colposcopio, lo strumento per il rilevamento delle neoplasie femminili, in Burkina, dove il 40 per cento delle donne è infibulato; è servita ad insegnare le norme elementari dell’igiene personale; a donare materiale scolastico, indumenti e cibo. Ma è stata anche una esperienza umana indimenticabile, che ha insegnato l’essenzialità, l’accoglienza e la gratitudine. Basta poco per vedere sorridere chi non ha niente.


Tutti in attesa. La fila per la vaccinazione anti-polio ai bambini a Sabou (in piena savana)

La consegna del colposcopio all’ospedale Soukà a Ouagadougou, l’unico nell’intero Burkina Faso, che permette di verificare la presenza di patologie femminili. Il 40% delle donne è infibulato La mensa. Le mamme cucinano per i bambini; le ciotole colorate disposte per terra sono per loro

Eppur si muove. Le autoambulanze made in Burkina

// IL PROGETTO “I Lions italiani contro le malattie killer dei bambini” è un progetto nazionale cui aderiscono 356 club in tutto. Attualmente è una onlus, con proprio comitato operativo, di cui fa parte anche Leda Schrinzi, socia del Lions Club di Casarano. Il progetto nasce da un accordo di collaborazione sottoscritto con i 14 Lions Club del Distretto 403A, che comprende i Lions della fascia centrale dell’Africa. Ciò garantisce continuità e coinvolgimento in sede locale. Le attività umanitarie sono state concentrate in Burkina Faso, uno degli Stati più poveri del mondo, con un sistema istituzionale relativamente stabile ed affidabile che ha permesso di stipulare una convenzione con il Ministero della Sanità burkinabè; grazie al sostegno dei Lions club locali è stato possibile elaborare un protocollo d’intesa con la Fondazione Soukà, che gestisce un ospedale in Ouagadougou, la capitale. Il club di Casarano ha preso parte al progetto tramite la partecipazione dei soci medici Leda Schrinzi, specialista in Igiene, e Roberto Lupo, specialista in Ginecologia ed esperto in Colposcopia. In Burkina essi hanno svolto attività di promozione e verifica della campagna di vaccinazione atta a ridurre l’alto indice di mortalità infantile; diagnosi e

Il miglio fermentato. Le donne preparano la poltiglia benaugurale in occasione di particolari cerimonie; il rito vuole che tutti la bevano dalla stessa ciotola. Serve a rendere saldo il legame tra chi vi prende parte

cura presso il villaggio Saboù; collaborazione con la struttura sanitaria della fondazione Soukà; rifornimenti agli orfanotrofi di Ziniarè, Kisitò, Nanorò e al Centro di recupero educazionale e nutrizionale (Cren) di Saboù; promozione e verifica della realizzazione di pozzi per il rifornimento di acqua potabile di alcuni dei 52 villaggi adottati dal progetto; sviluppo del partenariato con i Lions burkinabè.

Uno dei pozzi donati dai Lions: ce ne sono 12 in tutto il Burkina

La donazione di un colposcopio, presidio sanitario per la diagnosi precoce delle neoplasie del collo dell’utero della sfera genitale femminile e la realizzazione di un corso di addestramento all’uso della metodica diagnostica attraverso conferenze e dimostrazioni pratiche (tenute da Roberto Lupo) sono stati due momenti di grande importanza.

LA NOSTRA MISSIONE È EDUCARE ALL’IGIENE

Leda Schirinzi, specialista in Igiene, socia del Lions Club di Casarano

“Il nostro compito non poteva essere completo senza considerare anche l’aspetto di educazione alla salute dell’infanzia, l’aspetto igienico-sanitario delle strutture in cui i bambini vengono ospitati (scuole ed orfanotrofi), l’aspetto legato alla nutrizione. L’aiuto alla gente del posto non è solo portare conoscenza o strumenti, ma attraverso l’educazione migliorare la qualità della vita e ridurre la mortalità infantile. In due occasioni abbiamo programmato quest’impegno: la visita nella scuola materna e primaria di Tampouy gestita dalle suore di Santa Maria Goretti, dove abbiamo collaborato ad insegnare ai bambini i primi rudimenti dell’igiene, come ad esempio l’abitudine a lavarsi le

il tacco d’Italia

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mani prima di mangiare. Inoltre abbiamo dispensato il cibo valutandone l’aspetto nutrizionale: un unico pasto composto da una polenta di miglio con fagioli, sali di potassio ed olio di palma. In un’altra occasione abbiamo visitato un orfanotrofio a Gorom Gorom, al confine con il Mali, gestito dalle suore e sotto la tutela di una Organizzazione benefica italiana. Benché la struttura si presentasse piuttosto confortevole, i bambini, tutti di età compresa tra pochi mesi e tre anni, non erano ben accuditi dal punto di vista igienico; erano insufficienti o addirittura assenti salviette o quant’altro fosse utile ad interrompere la catena di contagio delle malattie respiratorie”.



//Reportage //Barbara Toma //Arte in Africa

Colleghi danzatori

I bambini del villaggio

Una tipica cabina telefonica in Camerun: un ombrellone e sotto un uomo che fa usare il suo cellulare!

Un tipico negozio. C’è di tutto

due settimane, una vita. in camerun DIARIO FOTOGRAFICO DI UN VIAGGIO IN AFRICA E DENTRO DI SÉ ue settimane sembrano molto brevi nel quotidiano; in Camerun sono abbastanza per segnare a vita. Questo è il primo insegnamento che Barbara Toma, coreografa leccese di nascita e milanese di adozione, e Valentina Sordo, attrice di Lecce, hanno potuto fare grazie al bando “Movin’up” pubblicato in collaborazione da Gai (Associazione per il circuito dei giovani artisti italiani), Ministero per i Beni culturali e Parc (Direzione Generale per la qualità e la tutela del paesaggio, l’architettura e l’arte con-

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temporanee). Rivolto ai giovani creativi tra i 18 e i 35 anni, “Movin’up” ha premiato due progetti salentini, entrambi di donne: quello di teatro presentato da Emilia Taurisano; e quello di teatro e danza di Barbara e Valentina. Che hanno potuto realizzare lo spettacolo “Freedom” alla prima edizione del Fipa, il Festival internazionale organizzato dall’associazione culturale Mvet Oyeng. In Camerun. Il secondo insegnamento che hanno il tacco d’Italia

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tratto dalla loro permanenza sotto il sole africano è che il tempo è relativo. Il terzo, che i contatti umani sono importanti quanto il lavoro. Il soggiorno delle due salentine in Africa è durato dal 22 novembre al 4 dicembre: 15 giorni a contatto con la generosità ed il calore degli indigeni. Il festival è stato un successo; è già prevista una partecipazione delle due leccesi all’edizione 2010. Intanto l’Africa, con i suoi colori ed i suoi sapori, è entrata nella loro pelle.



HO CAPITO QUANTO SONO VIZIATA iamo atterrate a Yaundè. La “S capitale del Camerun ha un aeroporto piccolo; sembra quello di

Barbara Toma, coreografa e ballerina

Brindisi prima della ristrutturazione. Non si vede un solo bianco in giro (d’altronde non ne abbiamo visti molti in tutto il soggiorno). In alcuni villaggi eravamo le uniche; ci chiamavano ‘le blanche’. Faceva caldissimo. E sopratutto: non c’era nessuno ad aspettarci. La mia conoscenza dell’Africa è iniziata cosi: con l’attesa. Clementine, l’organizzatrice del Fipa, ci è venuta a prendere con tre ore e mezzo di ritardo. Il tempo in Camerun è dilatato; non abbiamo mai fatto nulla all’orario previsto. Tante le immagini indimenticabili. Le moto anni ‘80, i colori, le baracche per strada, la confusione. Tavoli e sedie di plastica, tovaglie di plastica, le stazioni di pullman che sembrano un mercato.Gente che urla, gente che ti insegue, gente che ti offre cibo. Si fa il biglietto e si aspetta che il pullman si riempia (concetto molto diverso dal nostro: non si fanno entrare

Kruda. Barbara Toma durante lo spettacolo

tante persone quanti sono i posti; si fanno entrare tante persone quante ne entrano!). Il rito della danza degli scimpanzé. La cena a casa del ministro. Tutte quelle facce nuove. I viaggi in mototaxi in due o tre con valigie appresso (dopo ho scoperto quanto fosse pericoloso: il Camerun è stato colonia sia inglese sia francese; il risultato è che guidano sia a destra sia a sinistra!). Gli enormi pesci arrosto contornati da aipim e banane; mangiare tutti insieme dai vassoi, con le mani; ho capito quanto sono viziata: in Camerun non conoscono lo spreco; tutto quello che si ordina si finisce e tutto ciò che viene offerto si deve accettare. Non esistono le piccole porzioni. Due settimane senza acqua: solo un secchio a testa al giorno, pieno di moscerini morti, per doccia, shampoo e lavaggio vestiti. Senza specchi. Senza elettricità. Senza wc. Senza poter scegliere che cosa mangiare. Difficile ma bellissimo. Lo rifarei subito”.

Donne viste così da vicino da mostrarsi nella loro parte interiore. Indagate, analizzate, sentite tanto a fondo da sembrare deformate dall’occhio della telecamera. Barbara Toma è al lavoro ad un progetto che la vedrà impegnata fino a maggio 2010. L’idea è quella di rappresentare la donna contemporanea in chiave documentaristica. Nella speranza di ottenere una fotografia della condizione femminile odierna, Barbara ha deciso di dedicare il suo lavoro all’incontro con tante donne diverse e creare per ognuna di loro un piccolo solo, un ritratto. Sarà la somma di tutti i ritratti nati da questi incontri la nuova produzione della compa-

//SONO KRUDA

gnia “robabramata”, che si avvarrà della collaborazione della regista-attrice Milena Costanzo. La stessa Costanzo ha definito il fine dell’operazione: “formare un gruppo enorme – ha detto una rete in comunicazione di voci. Voci che formano un coro. Un coro dal quale emerga la verità, così com’è, senza giudicare, senza elevare o abbassare, così come stanno le cose”. L’indagine guarda le donne da vicino; le avvicina al punto da sfuocare il corpo, da entrarci dentro e deformarlo. E’ a quel punto che il ritratto diventa un insieme di immagini surreali, di colori e suoni. Gli studi per ritratti hanno le coreografie di Barbara Toma; in scena Valentina Sordo; produzione “robabramata” con il sostegno di PiM spazio scenico Milano. il tacco d’Italia

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Una cantante

Le prove. Un allenamento arrangiato

Si fa quel che si può. Barbara si prepara per lo spettacolo nel “camerino”

Barbara Toma ha debuttato sulle scene italiane nel 2001 al Crt Teatro dell’arte di Milano con lo spettacolo “Kruda”, un assolo di denuncia della violenza sulle donne. Nel racconto, strettamente autobiografico, la voce di una donna si trasforma nella voce di tutte le donne. Lo spettacolo è accompagnato da stand informativi di organizzazioni che si battono per i diritti delle donne e che aiutano le vittime di violenze. Lo spettacolo è andato in scena in 13 città diverse e si è poi trasformato in una performance di 20 minuti che viene ancora proposta in giro per i teatri. Sempre con successo.

//DOCUMENTARIO DONNA

Locale tipico. A pranzo con i colleghi registi

“Affollati” viaggi in pullman

Mototaxi in due. Piuttosto rischioso

Affetto vero. Barbara e la big maman

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Valentina ed una sua giovane amica


Ph: Marco Maraca

Job meeting & Trovolavoro.it. Chi cerca e chi offre futuro incontro domanda-offerta di lavoro. reale e virtuale Ph: M. Maraca

Il 26 febbraio, Lecce ha ospitato per la prima volta una tappa del network Job Meeting & Trovolavoro.it, finalizzato all’incontro tra domanda e offerta di lavoro. La manifestazione si è svolta presso il PalaItalgest della Provincia di Lecce ed ha visto la partecipazione di un grande numero di aziende locali, nazionali e internazionali, Istituzioni e realtà dell’alta formazione. Risultato: circa 1.800 visitatori, laureati e laureandi di tutte le aree disciplinari, provenienti dall’intera Regione ed, in particolare, dalla penisola salentina. Numeri che vanno considerati secondo una doppia chiave di lettura: la soddisfazione per il successo della manifestazione; l’amarezza per l’enorme bisogno di occupazione.

Adriana Margiotta, dirigente Servizio Formazione Provincia di Lecce

Il job meeting ha registrato un afflusso di giovani superiore ad ogni più rosea aspettativa. Questo è certamente un successo per gli organizzatori. Ma non è anche un elemento di amarezza? “Bisogna analizzare il risultato in maniera critica. Se il job meeting fosse stato collocato in zone con un basso tasso di disoccupazione, avremmo detto che tutti gli intervenuti, vi hanno preso parte per conoscere gli imprenditori o per cambiare lavoro. Ma il grande afflusso che il job-meeting di Lecce ha riscontrato è un dato che mette in luce la grande disparità che persiste fra le offerte di

lavoro e chi invece il lavoro lo cerca. Non immaginavamo un tale successo, ma siamo contenti perché la provincia non è soltanto il soggetto che si occupa del matching dell’incontro domanda-offerta di lavoro ma di una più articolata azione di accoglienza ed orientamento al lavoro. E, in tal senso, un evento come questo è davvero utile”. Per ottenere questo risultato avete svolto anche un attività di contatto diretto con i giovani attraverso la loro iscrizione ai centri per l’impiego? “Abbiamo instaurato un contatto diretto tramite Puglia Impiego; da oltre un mese sul sito di Puglia Impiego si dava notizia del job meeting. Inoltre, l’azienda a cui ci siamo affidati per quest’iniziativa, la Cesop comunication, ha inviato delle brochure a laureati e laureandi”. Job-meeting & Trovolavoro.it è un tour che si svolge in tutta Italia. Lecce è stata la prima tappa. Come ha risposto?

“Lecce è stata la prima tappa di un tour che proseguirà in altre nove città d’Italia. Per noi è stato un importante momento di protagonismo, perché riteniamo che l’Ente Provincia con i servizi per l’impiego debba assolvere a questa funzione anche di animazione del territorio”. Pugliaimpiego.it registra un numero altissimo di contatti giornalieri. Il successo continua? “Sembra incredibile ma i numeri parlano chiaro: 400mila contatti giornalieri, con 9mila pagine scaricate. Pugliaimpiego è l’undicesimo centro per l’impiego e, forse, è quello che funziona meglio”. Oltre all’incontro fisico di domanda e offerta di lavoro presso il centro per l’impiego ce n’è anche uno virtuale. “E’ il nostro modo per portare i centri per l’impiego a casa delle persone. Anche se, come il job meeting ha dimostrato, il contatto interpersonale ha una grande importanza”.



L’Editoriale

// L’Editoriale

mafia, politica, ambiente: un’impresa in attivo I principali processi, l’analisi della connivenza tra Pubblica amministrazione e mafia, il traffico illecito di rifiuti, l’indifferenza dei Comuni che non si costituiscono parte civile nei processi, l’inesistenza dei controlli, l’inadeguatezza dell’ordinamento giuridico, la falsificazione delle analisi, il monopolio della gestione delle discariche e dei depuratori. Tanto rumore per nulla: si potrebbe riassumere così il lavoro della magistratura leccese in tema ambientale, così come emerge dai verbali della Commissione parlamentare d’inchiesta a cui nel febbraio del 2008 riferirono Cataldo Motta, ora procuratore capo e Elsa Valeria Mignone, sostituta procuratrice. Con profonda amarezza, ma senza smettere di indignarsi, Mignone spiega alla Commissione come per 12 anni abbia combattuto i reati ambientali in Salento e perché sia passata alla DDA (dipartimento distrettuale antimafia). «Ho chiesto il trasferimento per non finire in analisi», dichiarerà alla Commissione. «Perché dell’ambiente non importa a nessuno». Un quadro dipinto con l’accetta, quello che la sostituta procuratrice Elsa Valeria Mignone traccia nell’intervista che pubblicheremo nel prossimo numero. di MARIA LUISA MASTROGIOVANNI

lsa Valeria Mignone, sostituto procuratore della Repubblica presso la DDA (dipartimento distrettuale antimafia) ci accoglie nel suo piccolo ufficio al secondo piano della Procura di Lecce, in fondo a sinistra sempre dritto, alla fine di un corridoio dove armadi e pavimenti traboccano di fascicoli. La stanza di cinque metri per cinque (a dir molto) è sgombra di mobilio, se non fosse per l’indispensabile: una scrivania, due sedie poste di fronte, due armadi, pc. Ma sono elementi di arredo che quasi non si notano, perché sommersi dai faldoni. Dietro i faldoni e dietro la scrivania, la sostituta procuratrice. Si alza e ci porge la mano, sorridente. Minuta, anzi, piccola piccola, dall’aspetto fragile e dal fisico scattante e nervoso, è disarmante nella trasparenza con cui dice quello che pensa. E’ il suo coraggio, che è disarmante. Tanto che spesso durante la registrazione, le ricorderemo: guardi che stiamo registrando, questo lo scriviamo. E lei, ferma: certo. Di tanto in tanto chiama la sua segretaria, una sorta di angelo custode silenzioso e quieto, dal passo leggero, con bellissimi capelli candidi trattenuti da un fermaglio nero. Rimarrà anche lei, insieme alla magistrata che rilascia un’intervista fiume per tutto il pomeriggio, fino alle 19.30, a disposizione,

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L’INADEGUATEZZA DELLE NORME CHE IN TEMA DI AMBIENTE PREVEDONO UN SOLO STRUMENTO, L’ARTICOLO 53 BIS (TRAFFICO ILLECITO DI RIFIUTI) ATTRAVERSO IL QUALE INCARDINARE IL REATO PENALE, ALTRIMENTI TUTTO SI RIDUCE AD UN’AMMENDA PECUNIARIA. QUANDO NON ALLA PRESCRIZIONE oltre ogni abnegazione ragionevole per un dipendente pubblico. Alle 19.30, quando andiamo via, la magistrata china di nuovo il capo sui faldoni: «Stasera niente palestra, domani ho udienza. Ora finisco di studiarmi il fascicolo e poi a casa, a ripetere stanotte diritto privato con mia figlia, ché fra poco ha l’esame». Problemi di conciliazione lavoro-famiglia anche per una delle più alte cariche della Procura leccese. Per 12 anni si è occupata di reati ambientali, pubblico ministero nei processi più importanti della Procura, in cui si è scontrata con l’inadeguatezza delle norme che in tema di ambiente prevedono un solo strumento, il tacco d’Italia

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l’articolo 53 bis (traffico illecito di rifiuti) attraverso il quale incardinare il reato penale, altrimenti tutto si riduce ad un’ammenda pecuniaria. Quando non alla prescrizione. Inadeguatezza delle norme significa che chi sversa nell’ambiente fusti di pcb, sostanza altamente cancerogena, e li sversa perfino nelle discariche autorizzate, come è successo a Burgesi, nella maggior parte dei casi rimarrà impunito. Il responsabile della discarica Burgesi infatti, Grecolini, fu condannato a otto mesi di detenzione proprio a seguito del ritrovamento dei fusti di pcb all’interno della discarica autorizzata, ma dimostrare l’aggravante della condotta mafiosa è difficile, nonostante la ditta interessata al trasporto fosse proprio quella legata ai Rosafio di Taurisano, imparentati con esponenti della Scu. E’ tanto difficile dimostrare l’aggravante mafiosa che i Rosafio, ad oggi, non sono stati condannati per traffico illecito di rifiuti né è stata riconosciuta finora l’aggravante del comportamento mafioso, perché all’epoca del ritrovamento dei fusti del pcb nella discarica di Burgesi, non era ancora in vigore l’articolo 53 bis. Si potè condannarli per danneggiamenti e reati minori. Si è riusciti solo a sequestrare i camion mentre il Prefetto (si legga pag. 5), in attesa della conclusione del processo penale a loro carico (in cui è contestato il traffico illecito di rifiuti e il comportamento mafioso), ha negato – come


impone la legge - il certificato antimafia alla loro società, la Geotec (con le conseguenze di ricorsi e cavilli descritte a pag. 5 e con il risultato che, pagata dai Comuni, la Geotec trasporta ancora rifiuti). I processi per reati ambientali. I principali processi in atto in tema di reati ambientali sono quelli a carico della Ecolio e degli esponenti della famiglia dei Rosafio (si legga a pag. 4). Esemplari, gli altri due processi, relativi al depuratore di Casarano e a quello di Ugento al servizio delle marine, si sono recentemente conclusi con la sentenza di primo grado. Esemplari perché dimostrano come dopo anni di indagine e nonostante le responsabilità penali riconosciute, la magistratura non riesca ad incidere sul tessuto sociale: sentenze clamorose, nella sostanza, perché confermano la responsabilità penale degli imputati ma inoffensive, nei fatti, perché si tratta di condanne lievi che saranno sicuramente prescritte. Dimostrano, in ogni caso, come ai reati penali in tema di ambiente concorrano una serie di soggetti, tra i quali la Pubblica amministrazione è primus inter pares. E dimostrano come alla fine è difficile che qualcuno paghi. Per il depuratore di Casarano è stato condannato a sei mesi di reclusione Vito Fusillo, in qualità di amministratore unico e legale rappresentante della ditta cui l’Acquedotto pugliese aveva appaltato i lavori di manutenzione del depuratore che sversa nei terreni liquami provenienti dalla fognatura, dando origine ad un lago maleodorante (la famigerata “vora”); per il depuratore di Ugento a servizio delle marine è stato condannato al solo pagamento di un’ammenda di cinquemila euro il sindaco Eugenio Ozza, sebbene nella sentenza si riconosca la sua piena responsabilità penale (si legga a pag. 6). “La pubblica amministrazione è “permeabile” alla mafia”. La magistrata nella relazione alla Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti traccia un quadro a tinte fosche, un urlo muto alla Munch, eterno e senza speranza: in Provincia di Lecce, dice, esiste una forte permeabilità degli Enti pubblici alle pressioni mafiose, una connivenza che, anche se si riesce a dimostrare, non porta ad una pena certa, sia perché in tema di ambiente non è prevista la responsabilità penale dell’Ente, sia perché nella maggior parte dei casi i reati arrivano a prescrizione: «Quando sono passata alla DDA - riferisce la Mignone nel 2008 alla Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti - la domanda che mi ero posta nel corso di quegli anni era se vi fosse o meno una certa infiltrazione malavitosa nel ciclo dei rifiuti. (…) L’interesse

IN PROVINCIA DI LECCE ESISTE UNA FORTE PERMEABILITÀ DEGLI ENTI PUBBLICI ALLE PRESSIONI MAFIOSE, UNA CONNIVENZA CHE, ANCHE SE SI RIESCE A DIMOSTRARE, NON PORTA AD UNA PENA CERTA, SIA PERCHÉ IN TEMA DI AMBIENTE NON È PREVISTA LA RESPONSABILITÀ PENALE DELL’ENTE, SIA PERCHÉ NELLA MAGGIOR PARTE DEI CASI I REATI ARRIVANO A PRESCRIZIONE della criminalità non è arrivato a concepire una gestione diretta dei rifiuti, ma questi personaggi, quando hanno bisogno di finanziarsi, se sono a conoscenza delle imprese che devono smaltire rifiuti pericolosi, si dichiarano disponibili a sottrarre e smaltire il carico». In un solo caso la Procura ha contestato l’aggravante delle modalità mafiose associandolo al 53 bis, cioè il reato per traffico illecito di rifiuti: si tratta come detto del processo in atto in cui è imputato Gianluigi Rosafio, parente di un noto esponente della Sacra Corona unita e all’epoca dei fatti amministratore pro tempore della Geotec, l’azienda che ancora oggi si occupa del servizio di raccolta dei rifiuti urbani per alcuni Comuni della Provincia di Lecce, tra cui Casarano (si legga a pag. 5). Non solo permeabilità degli Enti pubblici alle pressioni mafiose, ma anche connivenza e diffusa illegalità, totale assenza di controllo da parte degli organismi che dovrebbero farlo – Comuni, Provincia, Asl, Arpa -, disinteresse dei cittadini che contribuiscono a creare discariche all’aperto. Dati inquietanti che emergono dai verbali della commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti in cui riferono nel 2008 la Mignone e Cataldo Motta, procuratore capo a Lecce. Altro dato inquietante, come fu definito dallo stesso presidente della Commissione,

LA PROVINCIA DI LECCE DETIENE IL POCO INVIDIABILE PRIMATO REGIONALE DELLA PRESENZA DI DISCARICHE ABUSIVE. SONO STATE RILEVATE 340 DISCARICHE, RISPETTO ALLE 179 DELLA PROVINCIA DI BARI, GRANDE IL DOPPIO RISPETTO A QUELLA DI LECCE. NON SI CONOSCE IL NUMERO DELLE CAVE DISMESSE, PERCHÉ A NESSUNO INTERESSA il tacco d’Italia

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Camillo Piazza (Verdi): «La provincia di Lecce detiene il poco invidiabile primato regionale della presenza di discariche abusive. Sono state rilevate 340 discariche, rispetto alle 179 della provincia di Bari, grande il doppio rispetto a quella di Lecce». I cittadini, con i loro comportamenti irresponsabili, sono elemento insostituibile dunque di un sistema oleato in cui a pagare sono tutti e a guadagnarci in pochi (l’abbiamo spiegato nello scorso numero. In questo numero del Tacco, altro caso esemplare preso in esame, la discarica di Cavallino). A pagare penalmente nessuno (proviamo a spiegarlo in questa seconda puntata). Nel settore dell’ambiente infatti non esiste la responsabilità penale a carico dell’Ente ed è difficile incardinare i reati. Una frustrazione, questa, della quale insieme a Cataldo Motta riferì alla Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti lo scorso anno, quando uno dei componenti della Commissione (senatore Piglionica, Ulivo) chiese se non provassero un certo “fastidio” nel lavorare «a processi che quasi certamente finiranno per non avere alcun seguito» e il procuratore capo rispose «fastidio è un eufemismo». La stessa Mignone ammise alla Commissione parlamentare di aver preferito il trasferimento alla DDA perché «non volevo finire in analisi, dopo aver attestato, in 12 anni di attività nel campo dei rifiuti, l’assoluta incapacità di incidere preventivamente sul territorio: ho accusato un assoluto fallimento in questo campo. Sia pure dal punto di vista «formale», con soddisfazione, i processi, risultavano tutti positivi per la pubblica accusa, avevano un’incidenza sul territorio praticamente pari allo zero». E’ da qui che parte l’intervista alla Mignone, da quattro anni alla DDA, dopo un passato professionale da don Chisciotte dell’ambiente. Intervista che leggerete nel prossimo numero. Perché, come abbiamo scritto nella prima parte di questo speciale “Rifiuti S.p.A.”, nell’interesse di tutti, continuiamo a scavare. E’ un’affermazione ma anche un appello.


//Rifiuti S.p.A. //Il lavoro della Procura //Ecolio e Rosafio

rifiuti pericolosi: i processi penali in corso Ph: Roberto Rocca

di MARIA LUISA MASTROGIOVANNI processi più importanti in atto per reati ambientali sono quelli a carico dei Rosafio e della Ecolio di Presicce e Melendugno, ditta che può smaltire il percolato, la sostanza putrida che producono i rifiuti lasciati a marcire.

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//I ROSAFIO Un grande processo in tema ambientale è quello in cui sono imputati i Rosafio di Taurisano, come detto, imparentati con esponenti di spicco della Scu. E’ contestato il reato di traffico illecito di rifiuti (ai sensi dell’articolo 53 bis) e l’aggravante delle modalità mafiose, perché secondo l’accusa prelevavano rifiuti speciali e pericolosi da alcune imprese e li smaltivano come reflui provenienti da civili abitazioni. Nel processo si parla di ecomafia perché – sostiene l’accusa – “con minacce riusciva ad imporre la sua gestione anche agli impianti di depurazione”. Rosafio – secondo l’accusa – smaltiva come reflui di insediamenti civili tutti i reflui di lavorazioni in alluminio, che sono rifiuti tossici e pericolosi, e li smaltiva in impianti autorizzati. Agli impianti di depurazione spetta il controllo sul tipo di rifiuto; ma la firma sul documento dell’entrata del rifiuto in discarica è, per la Procura, uno scarabocchio illeggibile; tuttavia nel momento in cui sono stati rinviati a giudizio i soggetti che erano preposti alla firma, in dibattimento non è stato concesso al pubblico ministero di chiedere agli ufficiali verbalizzanti di chi fosse quella firma, quindi la pubblica accusa non ha possibilità di accertare chi l’abbia apposta. L’accusa ha evidenziato, con l’intervento dei Carabinieri, che i Rosafio prendevano i rifiuti dalla marmeria e li smaltivano negli impianti di depurazione, con codici attribuibili solo a reflui di civili abitazioni. Per ora la Procura è riuscita a sequestrare 40 camion della Rosafio srl. Ciononostante l’attività imprenditoriale dei Rosafio continua.

Ugento, 11 febbraio 2009. Le ruspe in azione nella ex discarica Burgesi portano alla luce il telone di polietilene che potrebbe essere stato usato per impermeablizzare il terreno e sistemarvi sopra i fusti di pcb. Ciò confermerebbe quanto denunciato dall’imprenditore Colitti: il sito non venne bonificato e i rifiuti tossici, anziché essere smaltiti, vennero occultati nel terreno

Un altro processo penale a carico dei Rosafio riguarda lo smaltimento illecito di pcb, poli cloruro bifenile, una sostanza altamente tossica e cancerogena, talmente nociva che ancora ad oggi non si conosce quanto tempo impieghi per essere assorbita dal terreno e dall’uomo e quali conseguenze provochi. Dalle indagini sono emerse delle foto da cui si deduce che i camion di Rosafio alle sette di mattina entrano nella discarica di Burgesi (e non si sa perché) carichi, con le gomme basse, e ne escono scarichi. A quale fine entra in discarica un camion che ha reflui liquidi? La motivazione che adducono gli imputati è il prelievo di percolato, un rifiuto che viene prodotto nella discarica e deve essere smaltito in impianti appositi. In realtà le foto dei camion con le gomme basse in entrata e alte, scariche in uscita, dimostrerebbero il contrario. Per capire come mai i Rosafio e la Geotec, la ditta la cui proprietà è da far risalire ai Rosafio, continuino a lavorare nonostante tutto con le pubbliche amministrazioni, leggete a pag. 5. La prossima udienza a carico dei Rosafio si terrà il 27 marzo prossimo. il tacco d’Italia

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//LA ECOLIO Nell’impianto di Melendugno furono scoperti e poi sequestrati fusti pieni di caprolattame, rifiuto pericoloso della Enichem. Un rifiuto che è andato in giro per l’Italia per 20 anni, da quando è stata chiusa la Enichem, che nessuno ha voluto e che il Salento si è trovato a smaltire illegalmente. Tutto questo secondo l’accusa avviene con la complicità degli enti che autorizzano, anche se «non potrò mai dimostrarlo a livello giudiziario», ha dichiarato la Mignone nel 2005 a Paese Nuovo”. La Provincia aveva dato l’autorizzazione alla ditta di Melendugno a smaltire una serie di codici a-specifici (indicati nel catalogo europeo come una sorta di contenitore in bianco), in questi codici a-specifici loro hanno fatto rientrare il caprolattame. Ma dimostrare l’illegittimità di quella autorizzazione provinciale sarà battaglia difficile per la magistrata, anche se il codice a-specifico non si poteva estendere alla ricezione del caprolattame, andato in giro 20 anni per l’Italia proprio perché non si conosce il modo corretto per smaltirlo. La prossima udienza si terrà il 13 marzo prossimo.


//Giustizia amministrativa //Appalti e ricorsi //Monopoli LA GEOTEC STA CERCANDO DI DIMOSTRARE CHE I SUOI LEGAMI CON LA MAFIA SONO ORMAI SCIOLTI: HA SOSTITUITO GLI AMMINISTRATORI, CAMBIATO COMPAGINE SOCIALE E SEDE LEGALE. PER IL TAR NON BASTA. MA L’EPILOGO È PARADOSSALE: CONTINUA A LAVORARE PER I COMUNI l caso della Geotec è esemplare di un meccanismo che abbiamo ampiamente spiegato nello scorso numero del Tacco: attraverso un sistema di ricorsi e appelli i privati pongono le pubbliche amministrazioni in un vicolo cieco: è necessario che il servizio continui, perché siamo in emergenza-rifiuti e perché non si può interrompere un pubblico servizio come la raccolta e lo smaltimento degli stessi. E chi può garantire la prosecuzione del servizio? Guarda caso il privato che tra ricorsi, sospensive e appelli, continua a lavorare e a incassare il denaro pubblico. Questo però è un caso paradossale, perché la ditta in questione non ha il certificato antimafia, la persona che gestiva la società è imputato per traffico illecito di rifiuti con l’aggravante del comportamento mafioso ed è imparentato con Pippi Calamita, noto esponente della Sacra Corona, all’ergastolo. Nei suoi ricorsi e appelli al Tar e al consiglio di Stato, la Geotec sta cercando di dimostrare che i suoi legami con la mafia sono ormai sciolti: ha sostituito gli amministratori, cambiato compagine sociale e sede legale. Ma per il Tar non basta. I fatti: nel 2005 l’Ato Le3 pubblica un bando (presidente l’allora sindaco di Taviano Giuseppe Tanisi) per la raccolta dei rifiuti solidi urbani a Casarano, vinto dall’associazione temporanea d’impresa Geotec - ambiente e Universal service. La Geotec vince anche i bandi per la raccolta dei rifiuti a Ruffano, Taurisano e in una decina di paesi del basso Salento. Ma, poco tempo dopo, il Prefetto di Lecce comunica all’Ato Le3 che la Prefettura ha dato alla ditta “l’interdittiva”, cioè non le ha rilasciato la certificazione antimafia perché in alcuni processi penali, a Gianluigi Rosafio di Taurisano, a cui l’amministratore pro tempore della società aveva dato ampi poteri gestionali, viene contestata la contiguità con un noto esponente della Sacra Corona Unita, cosiddetto Pippi Calamita, suo suocero.

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Geotec e casarano: QuanDo lo stato è in una morsa Casarano. Un cassonetto per la raccolta dei rifiuti solidi urbani. Del servizio si occupa ancora la Geotec

Inoltre lo stesso Rosafio è rinviato a giudizio per reati ambientali (ai sensi del 53 bis) con l’aggravante di modalità mafiose. L’Ato revoca l’incarico e indice una nuova procedura negoziata d’urgenza per l’affidamento dei servizi, invitando altre ditte ed escludendo la Geotec e la Universal service. Geotec, difesa dal numero uno degli amministrativisti leccesi, l’avvocato Pietro Quinto, impugna la revoca dinanzi al Tar; impugna anche l’interdittiva del Prefetto (cioè, come detto, il documento attraverso il quale il Prefetto nega il certificato antimafia) e l’indizione della gara mediante procedura negoziata. Il Tar di Lecce dà la sospensiva accogliendo le ragioni della Geotec salvo poi respingerne il ricorso nel merito. In tale sentenza il tribunale amministrativo aveva dato ragione nel merito del ricorso, ad Ato e Prefettura, così confermando il rischio di infiltrazioni mafiose nella Geotec. Questo perché, dopo le verifiche effettuate e nonostante i cambi societari, i nuovi responsabili non risultavano il tacco d’Italia

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avere un patrimonio tale da poter sostenere l’investimento dell’acquisto delle nuove quote societarie (si veda a pag. 28 la pubblicazione della sentenza del Tar del 20/1/09). In sostanza: non si capiva da dove avessero preso i soldi per potersi mettere in affari con la Geotec. A quel punto la Geotec fa appello al Consiglio di Stato che il 20 febbraio scorso in via cautelare sospende l’efficacia della sentenza del Tar. Risultato del sistema di sospensive e ricorsi: ad oggi a Casarano i rifiuti vengono ancora raccolti dalla Geotec e il Comune deve pagare, tra raccolta e smaltimento, tre milioni e 100 mila euro l’anno, cifra nel bilancio comunale. L’epilogo: se nei processi penali a carico dei Rosafio, il pubblico ministero non riuscirà a mantenere l’aggravante della mafiosità e resterà solo il 53bis contro la Geotec, questa otterrà il certificato antimafia. E tutto continuerà come se nulla fosse accaduto. M.L.M.


//Casi esemplari //Sentenza di primo grado //Eugenio Ozza

Depuratore Di uGento: conDannato il sinDaco oZZa AUTORIZZÒ L’ATTIVAZIONE DEL DEPURATORE DI UGENTO AL SERVIZIO DELLE MARINE NONOSTANTE QUESTO MANCASSE DI 1.500 METRI DI TUBATURE E NON AVESSE L’AUTORIZZAZIONE DELLA PROVINCIA

Eugenio Ozza

l depuratore di Ugento al servizio delle marine non avrebbe dovuto funzionare quei tre mesi d’estate di cinque anni fa. Il motivo? Non aveva l’autorizzazione necessaria che avrebbe dovuto rilasciare la Provincia. E quell’autorizzazione la Provincia non poteva rilasciarla perché il depuratore era incompleto: mancavano un kilometro e mezzo di condutture, un collettore necessario per collegare il depuratore al canale di bonifica “Colatisi Risetani”. Nonostante questo il sindaco Eugenio Ozza con un’ordinanza contingibile e urgente per i tre mesi estivi affida la gestione del depuratore all’ufficio tecnico comunale,

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adducendo lo stato di emergenza ambientale creatasi nel Comune di Ugento durante il periodo estivo, a causa dell’accresciuta richiesta da parte dei villeggianti di smaltire i reflui dei pozzi neri. Così il Comune autorizza tre ditte che ne avevano fatto richiesta, a smaltire i liquami nel depuratore. Si tratta delle ditte Molle Giovanni di Ugento, Piccinni Rocco di Gemini e Rosafio Rocco di Taurisano (si legga a pag. 4 e 5 per capire chi sono i Rosafio), che da agosto a novembre del 2003 sversarono nel nuovo depuratore poco più di 15mila tonnellate di liquami. Tanto si evince sia dalle bolle di consegna delle ditte ai tecnici comunali sia dal sopralluogo ordinato dal pm, nel corso del quale furono fotografate le vasche ricolme di 15mila tonnellate di liquami. Il giudice Silvio Piccino nella sentenza di primo grado evidenzia la cronologia dei fatti: il 16/7/2003 la Provincia aveva risposto al Comune (che sollecitava l’attivazione del depuratore), che era necessario, prima, adempiere agli obblighi di legge. Tra questi obblighi, appunto, il completamento delle condutture mancanti. Nonostante questo il 22/7/2003 l’utilizzo del depuratore venne autorizzato mediante un’ordinanza contingibile e urgente del Sindaco, giustificata con l’emergenza relativa allo smaltimento dei liquami durante il periodo estivo. Appare dimostrato, si legge nella sentenza, come l’impianto non potendo essere utilizzato come depuratore, fungeva da impianto di smaltimento dei rifiuti. La vasca di ossidazione, progettata per la produzione di fanghi attivi necessari per il processo di depurazione, veniva utilizzata per lo stoccaggio e il deposito di liquami lì trasportati su ruota. Il giudice non riconosce il carattere di eccezionalità e urgenza dell’ordinanza perché è nota e costante negli anni, dice, l’attitudine del Comune di Ugento alla ricezione turistica, per cui il sindaco avrebbe potuto il tacco d’Italia

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pensarci per tempo. Il pm Guglielmo Cataldi aveva chiesto per Ozza tre mesi e 10 giorni di reclusione, oltre al pagamento di un’ammenda di 5.000 euro. Difeso da Friz Massa, Ozza è stato condannato a pagare l’ammenda pecuniaria, e gli è stata riconosciuta la piena responsabilità penale del reato ascrittogli.

TRE DITTE, AUTORIZZATE DAL COMUNE, SVERSARONO OLTRE 15.000 TONNELLATE DI LIQUAMI NEL DEPURATORE. ERANO LE DITTE: MOLLE GIOVANNI DI UGENTO, PICCINNI ROCCO DI GEMINI E ROSAFIO ROCCO DI TAURISANO //IL CAPO D’IMPUTAZIONE Imputato del reato di cui all’art. 51/1° comma in relazione agli articoli 27 e 28 del dlgs 22/97 perché nella qualità di sindaco del Comune di Ugento, adottando l’ordinanza contingibile e urgente n. 31 del 22/7/2003, recante oggetto “affidamento provvisorio gestione nuovo depuratore”, adducendo lo stato di emergenza ambientale creatasi nel Comune di Ugento nel periodo estivo, ordinava l’attivazione del nuovo depuratore di Ugento in via provvisoria fino al 30/9/2003, con affidamento della gestione diretta e personale dell’U.T.C. del Comune di Ugento, con ciò consentendo l’esercizio dell’impianto di depurazione a “servizio delle marine di Ugento” – da ritenersi impianto di smaltimento rifiuti – in assenza dell’autorizzazione prevista dagli articoli 27 e 28 del dlgs n. 22/97, poiché detto impianto riceveva e manteneva in stoccaggio rifiuti liquidi senza la prevista autorizzazione. M.L.M.


//Rifiuti S.p.A. //La discarica che nacque in “sanatoria” //Bomba ecologica

Ph: Roberto Rocca

Ugento, Burgesi. Una pala al lavoro nella discarica. Pubblica dal 2002

burGesi è pubblica e la bonifica si sta Già paGanDo: così lo stato paGa più volte di MARIA LUISA MASTROGIOVANNI ello scorso numero del Tacco abbiamo spiegato il meccanismo attraverso il quale la discarica privata Burgesi diventa pubblica e come la prima convenzione del 1992 venga rinnovata dieci anni dopo, nel 2002, aggiungendovi alcuni passaggi o modificandone altri, quindi facendola passare come una “estensione” di quella precedente, sebbene le integrazioni di fatto ne cambino sostanzialmente le condizioni di partenza e sarebbe stato logico indire un nuovo bando. In quel rinnovo, il Comune di Ugento “acquisisce” la titolarità pubblica del III lotto, quello in funzione e per il quale è stato sventato il rischio che venisse realizzato un “sopralzo”, cioè un aumento della capienza. Perché accade questo? Accade perché il Commissario delegato all’emergenza, all’epoca Raffaele Fitto, in una “nota” (n. 4287/CD del 21/7/2001) richia-

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PERCHÉ BURGESI È DIVENTATA PUBBLICA DAL 2002? CHI CI GUADAGNA ALLA FINE? L’ABBIAMO CHIESTO ALLA SOSTITUTA PROCURATRICE MIGNONE, CHE CI HA FORNITO LA SUA INTERPRETAZIONE CHE PERÒ PUBBLICHEREMO NEL PROSSIMO NUMERO. IL NOSTRO RISCONTRO NELLA CONVENZIONE: I CITTADINI STANNO GIÀ PAGANDO, OGGI, LA BONIFICA CHE VERRÀ ESEGUITA DALLA MONTECO FRA MOLTI ANNI ma all’obbligo di assicurare la titolarità pubblica della discarica, titolarità che si acquisisce a seguito di una delibera di Consiglio comunale (n.12 del 30/7/2001). Quali sono le conseguenze di questa “acquisizione”? Le conseguenze sono che poiché la discarica è pubblica, il Comune dovrà accollarsi il tacco d’Italia

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i costi di bonifica, dopo aver già pagato il prezzo più alto, in termini economici, di danni ambientali e alla salute. Tuttavia, nella convenzione, c’è scritto che i costi di bonifica saranno a carico della Monteco. Come è possibile questa contraddizione? E’ possibile perché in un passaggio enig-


Ph: Roberto Rocca

La “proteste di Capodanno”. I cittadini occupano la discarica per vedere con i propri occhi in quali condizioni si trovi

PROPRIO COME UN TERRENO, LA DISCARICA VA CURATA GIORNO DOPO GIORNO, TRAMITE OPERAZIONI SPECIFICHE: CAPTAZIONE DEL BIOGAS, RICOMPATTAZIONE DEI RIFIUTI, IMPERMEABILIZZAZIONE, ECCETERA. SE NON VIENE GESTITA IN MANIERA CORRETTA, NEPPURE LA BONIFICA POTRÀ ESSERE ESEGUITA COME RICHIEDEREBBE. IL RISULTATO? UN DANNO AMBIENTALE INEVITABILE ni sono di poco conto; ma il problema ambientale sarà successivo, perché se non viene gestita in maniera corretta non potrà essere bonificata come richiederebbe. Proprio come un terreno, la discarica va curata giorno dopo giorno. Ogni giorno bisogna eseguire determinate operazioni: captazione

Ph: Roberto Rocca

matico (art.2), è specificato che “in ordine alla chiusura e post-gestione (che dura 30 anni, è scritto nella convenzione, ndr) del III lotto della discarica il concessionario (cioè la Monteco) dovrà riscuotere e accantonare le relative aliquote tariffarie per utilizzarle all’occorrenza nella esecuzione delle attività richieste dalle fasi in parola”. Fuori dal burocratese, significa che nella tariffa è compresa anche l’aliquota relativa alla bonifica. Insomma: i cittadini dell’Ato Le3 stanno già pagando, oggi, la bonifica che in futuro, chissà quando, verrà eseguita dalla Monteco e sulla bontà della quale, come spiega la sostituta procuratrice Mignone, non ci sono controlli. Perché se il privato non “accantona” le somme che saranno destinate alla bonifica, come è scritto debba fare, perché, ad esempio, i costi negli anni saranno lievitati e avrà dovuto far fronte all’emergenza, chi pagherà? Probabilmente succederà che, come spesso accade, il pubblico pagherà lo stesso servizio più volte. (si legga a pag. 24 lo stralcio della convenzione relativa ai costi della bonifica). E chi pagherà se il privato non bonificherà correttamente la discarica, con i soldi dei cittadini già incassati negli anni? In realtà per una discarica che non viene gestita in maniera corretta, le contravvenzio-

del biogas, ricompattazione dei rifiuti, cospargimento, impermeabilizazione fatta come si deve, eccetera, altrimenti inneschi una bomba ecologica. Anche se è una discarica pubblica, nessuno andrà mai a verificare, tranne nel caso in cui ci sia un esposto dei cittadini che lamentano cattivi odori. Le bonifiche, dunque, se la discarica non è gestita correttamente, e Burgesi non lo è stata, dato che gli amministratori sono stati condannati a 8 mesi di reclusione proprio perché erano state riscontrate una serie di gravi effrazioni (si legga lo scorso numero del Tacco), sono di fatto impossibili. Un esempio lampante di questa situazione è la Saspi, dove un tempo confluivano i rifiuti di Lecce: una discarica non bonificata. Non si può bonificare una discarica che è stata mantenuta per una vita in piedi in maniera selvaggia. In conclusione: la cattiva manutenzione della discarica, che negli anni non è gestita “come un giardino”, fa si che sia impossibile la successiva bonifica, perché non si ha contezza di quanto accumulato. Così, le aliquote accantonate negli anni da parte del gestore che le riscuote sotto forma di tasse ai cittadini e che sono finalizzate alla bonifica, difficilmente verranno spese per quello scopo. Perché, se è vero che la bonifica è responsabilità del gestore è anche vero che, poiché la discarica è di “titolarità pubblica”, sarà il Comune a piangersi i costi reali e finali di una bonifica non fatta o fatta male. Magari attingendo ad ulteriori fondi per l’emergenza o chiedendo aiuto alla Unione europea.

Presenti anche di notte. Alcuni manifestanti fuori dal cancello della Monteco. Vogliono saperne di più e né il freddo né l’ora tarda li ferma il tacco d’Italia

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//Stoccaggio fantasma //Omicidio Basile //Esclusivo

Edificio pericolante. Il centro di stoccaggio chiuso dal Comune perché in stato di abbandono

IL CENTRO DI STOCCAGGIO DI UGENTO, MAI ATTIVATO, È NATO IN UNA ZONA SOTTOPOSTA AL PRIMO E PIÙ ANTICO DEI VINCOLI PAESAGGISTICI, QUELLO CHE TUTELA LE OPERE D’ARTE DELLA NATURA. OLTRE IL DANNO LA BEFFA: SEI MILIARDI DI SOLDI PUBBLICI PER REALIZZARE UN IMPIANTO CHE È SERVITO SOLO AD AUMENTARE LO SCEMPIO AMBIENTALE DI BURGESI

la cappa cHe soffoca il salento bbiamo continuato ad indagare per cercare di capire che cosa abbia comportato, per Ugento e per l’intero Salento, la non attivazione di un Centro di raccolta per lo stoccaggio di rifiuti provenienti da raccolta differenziata. La nostra indagine non è finita. Vi presentiamo intanto i primi risultati: i conteggi, carte alla mano, come sempre, di quanto il Comune avrebbe guadagnato grazie alla vendita di servizi ad altri Comuni e ai privati e grazie alla vendite delle materie prime raccolte: carta, plastica, metalli, vetro. I calcoli sono contenuti all’interno del progetto, redatto dai tecnici comunali. Per il progetto il Comune chiese una consulenza gratuita alla stessa Monteco, dirimpettaia del Centro di stoccaggio. I calcoli del piano economico sono prudenziali, perché all’epoca, era il 1998, si stimò una raccolta differenziata del 20% (a Ugento in realtà ancora oggi è del 10%). Diamo subito le cifre: il Comune avrebbe guadagnato mezzo miliardo di lire l’anno, quasi tre miliardi dal 2002 ad oggi. Come detto, i calcoli sono prudenziali. Si sarebbero potuti triplicare. Va da sé che la non attivazione del Centro di stoccaggio abbia comportato un aumento dei rifiuti conferiti nella discarica di Burgesi. Quindi, sicuramente ci ha guadagnato la Monteco: negli anni la discarica è aumentata in estensione e volumetria: ha raccolto il doppio dei rifiuti che era programmata ad accogliere. Lo stato di emergenza-rifiuti ha creato, come abbiamo spiegato, un corto circuito in base al quale gli unici a guadagnarci sono i gestori delle discariche e tutti i privati che vi ruotano attorno erogando servizi di vario tipo (dalla raccolta rifiuti urbani alla

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raccolta dei rifiuti gettati ai margini delle strade). L’unico a perderci è lo Stato che finanzia la sopraelevazione delle discariche per accogliere più rifiuti, che finanzia le bonifiche di discariche contaminate dai privati. Anche nel caso di Burgesi e di Ugento è così: non ci ha guadagnato il Comune, non ci hanno guadagnato i cittadini. Perché?

// BURGESI? MA QUALE DISCARICA, È UN “QUADRO NATURALE”. LO DICE LA LEGGE Studiando il progetto, poi, abbiamo scoperto che sia Burgesi, sia il Centro di stoccaggio, sono nati in una zona sottoposta a ben due vincoli: uno (minore) è un vincolo legato al “ripopolamento faunistico” (la legge regionale 10/84) per l’esercizio della caccia. L’altro è il vincolo paesaggistico ai sensi della legge 1497 del 1939. Non è una legge qualunque ma “la” legge, la prima e più importante in tema di vincoli ambientali, quella che tutela le “opere d’arte della natura”. Vale la pena riportare il primo articolo: Art. 1 legge 1497 del 1939 Sono soggette alla presente legge a causa del loro notevole interesse pubblico: 1) le cose immobili che hanno cospicui caratteri di bellezza naturale o di singolarità geologica; 2) le ville, i giardini e i parchi che, non contemplati dalle leggi per la tutela delle cose d’interesse artistico o storico, si distinguono per la loro non comune bellezza; 3) i complessi di cose immobili che compongono un caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale; 4) le bellezze panoramiche considerate

come quadri naturali e così pure quei punti di vista o di belvedere, accessibili al pubblico, dai quali si goda lo spettacolo di quelle bellezze. Leggere il testo di questa legge fa male al cuore. Si rimane attoniti. Sono sottoposti al vincolo di questa legge le bellezze naturali come Capri e la costiera amalfitana, per dirne una. Soprattutto rimane di sasso chi si è recato in quei luoghi e sa essere tra i più belli del Salento, con fenomeni di carsismo, di rocce affioranti, di declivi di serre, di varietà di flora, unici. Fenomeni di rara bellezza, “quadri naturali”, appunto, descritti anche nello studio di impatto ambientale allegato al progetto del Centro di stoccaggio. Come abbiamo scritto nello scorso numero, i terreni dove nacque Burgesi, l’unica discarica in Italia nata abusivamente e poi “sanata” previo pagamento di una tassa, furono acquisiti in blocco e proprio lì, guarda caso, la Regione trovò esservi il posto ideale per farvi nascere una discarica. Proprio lì, nel bel mezzo di un “quadro naturale”. Più scaviamo “nell’affare rifiuti” e più troviamo una fitta ragnatela che mette d’accordo interessi privati e mala gestione o scarso controllo pubblico. Più tracciamo il profilo di un “sistema”, di una cappa sotto la quale casualmente tutto va nel posto in cui è stabilito che vada (anche la discarica, che deve nascere nella zona sottoposta a vincolo paesaggistico, nasce). Di “sistema”, parlava Peppino. Che la notte prima di morire non potè fare a meno di fare un sopralluogo presso quel centro di stoccaggio mai nato. M.L.M.


//Stoccaggio fantasma //Omicidio Basile //Esclusivo

stoccaGGio fantasma: la storia, i mancati GuaDaGni COME BURGESI, È NATO IN UNA ZONA SOTTOPOSTA A VINCOLO PAESAGGISTICO. SECONDO IL PIANO ECONOMICO DI PROGETTO IL COMUNE AVREBBE POTUTO GUADAGNARE, ALL’INIZIO, MEZZO MILIARDO DI LIRE L’ANNO. I GUADAGNI SAREBBERO POI AUMENTATI. TUTTI I COMUNI DELL’ATO LE3 VI AVREBBERO CONFERITO I RIFIUTI PROVENIENTI DALLA RACCOLTA DIFFERENZIATA. CI AVREBBE GUADAGNATO IL COMUNE. MA È ANDATO TUTTO IN MALORA di GIANCARLO COLELLA er conoscere lo spessore della saggezza popolare salentina è sufficiente rovistare tra le numerose pubblicazioni esistenti sui proverbi dialettali locali. Sulle pagine di questi libri non c’è sfaccettatura dell’esistenza umana che non sia stata fotografata con la tipica ironia e sagacia dei salentini. Pregi e difetti dell’umanità vengono analizzati da diverse angolazioni finendo col fornire al lettore un filo conduttore che aiuta, sia pure da un particolare punto di vista, a capire la filosofia esistenziale del popolo salentino. Un popolo mite, generoso, passionale, buono, a volte anche troppo, quasi fatalista, ma sempre perspicace, sottile, in grado di vedere e capire anche quando sembra distratto e superficiale. Ma proprio distratto e superficiale sembra essere stato il popolo di Ugento e Gemini in questi ultimi anni del nuovo millennio in cui all’osservatore esterno non possono essere sfuggiti due elementi vistosi che hanno caratterizzato la vita di questo Comune: l’alto tasso di disoccupazione e, di conseguenza, di emigrazione che si registra in questo periodo e lo spreco di denaro nel settore delle opere pubbliche. Il primo dato è meno visibile, tranne che non si vada a spulciare il registro comunale dell’Aire (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) per apprendere che gli ugentini che risiedono lontano dalla loro terra per motivi di lavoro sono oltre 3.000, pari a più del 23 % della popolazione totale. Un dato che pone Ugento al primo posto tra i comuni leccesi per il rapporto tra cittadini emigrati e cittadini residenti. Un dato tanto più eclatante se si considera che Ugento, dopo Lecce e Nardò, è il Comune con il feudo più grande e probabilmente anche con il lito-

P

rale più esteso (circa 12 chilometri). L’altro aspetto che balza agli occhi dell’osservatore è la leggerezza con cui in questo Comune si spendono i soldi della collettività senza poi trarne alcun vantaggio. E qui non può mancare la citazione di un detto, che a dire il vero non è solo salentino, che spesso viene citato di fronte ai casi di spreco di denaro pubblico: “Tanto paga Pantalone!”, la maschera nella quale spesso il pubblico riconosce i suoi pregi e i suoi difetti. I casi di sperpero di denaro pubblico che ad Ugento richiamano questo detto non sono pochi, dai numerosi interventi sul porto di Torre San Giovanni, che pur ammontando globalmente a milioni di euro non hanno mai risolto il problema della sicurezza delle imbarcazioni, a quelli sul il tacco d’Italia

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palazzetto dello sport, fino alle spese legali che il Comune sopporta e che si aggirano intorno ai 300mila euro l’anno. “Tanto paga Pantalone!”. Ma l’elemento emblematico in questo senso risulta essere il “Centro di raccolta, prima lavorazione e stoccaggio per materiali provenienti dalla raccolta differenziata di rifiuti urbani”, una struttura costata a “Pantalone” (a noi tutti) quasi 6 miliardi di lire, mai messa in funzione e lasciata andare in malora. Una vicenda che ha dell’assurdo, per la quale ci sono stati anche risvolti giudiziari, della quale si stava interessando Peppino Basile prima di essere barbaramente trucidato la notte tra il 14 e 15 giugno 2008 e che merita di essere raccontata.


la storia Del centro Di stoccaGGio La storia ha inizio il 13 novembre 1997, quando il Commissario Delegato per l’emergenza rifiuti solidi urbani nella regione Puglia, dottor Salvatore Di Staso (all’epoca Presidente della Giunta Regionale Pugliese), invitava il comune di Ugento a predisporre un progetto per la costruzione di un “centro di raccolta, prima lavorazione e stoccaggio dei materiali provenienti dalla raccolta differenziata” operata nei 24 comuni del bacino di utenza LE/3. L’amministrazione comunale diede incarico al tecnico comunale che predispose il progetto per un impianto, che ancora oggi risulta essere all’avanguardia nel settore, che è stato completato nel 2002 e, stranamente, non è mai entrato in funzione. Nello scegliere la zona su cui realizzare l’impianto il Comune probabilmente effettuò una ricerca accurata. Alla fine si andò a scegliere una zona che, come si legge negli atti del progetto, “è sottoposta a vincolo paesaggistico ai sensi della legge n.1497 del 1939. Si tratta di una zona definita “oasi di protezione, zone di addestramento cani, zone umide, zone a gestione sociale”, con vincoli naturalistici archeologici ed architettonici. Una scelta incomprensibile, così come incomprensibile rimane il fatto che il terreno su cui è stato realizzato l’impianto, pur risultando terreno agricolo, sia stato pagato ai proprietari, di cui al momento non si conosce l’identità, 200 milioni per poco più di un ettaro di superficie utile che risulta così utilizzata: Area complessiva

mq

12.742

Area parcheggi, spazi di manovra e ricezione

mq

5.581

Aree a verde

mq

3.478

Aree di stoccaggio residui prodotti

mq

1.765

Servizi (riserva idrica, cabina elettrica, depuratore)

mq

117,4

Capannone lavorazione e uffici

mq

1.794,7

IL COMUNE AVREBBE GUADAGNATO MEZZO MILIARDO DI LIRE L’ANNO SOLO VENDENDO SERVIZI PER LA RACCOLTA DIFFERENZIATA E VENDENDO LE STESSE MATERIE PRIME: VETRO, CARTA PLASTICA METALLI. DAL 2002, ANNO IN CUI FU COLLAUDATO, AD OGGI, QUASI TRE MILIARDI DI MANCATO GUADAGNO regione Puglia”, dell’Ordinanza del Commissario Delegato recante “Disposizioni in materia di rifiuti urbani, di rifiuti speciali, rifiuti da imballaggio secondario e terziario”, oltre che di “raccolta differenziata delle frazioni di vetro e plastica, di carta e cartoni e alluminio contenuti nei rifiuti urbani”. In base al decreto legislativo n. 22/97 (decreto Ronchi) ai Comuni competeva la “gestione (raccolta, trasporto, recupero e smaltimento) dei rifiuti urbani e dei rifiuti assimilabili agli urbani, finalizzata alla riduzione dello smaltimento ed al recupero di materiale ed energia”. Appare chiaro sin da allora che la soluzione del problema dei rifiuti passa inevita-

Il progetto, comunque, venne sviluppato tenendo conto della normativa di settore ed in particolare del “Piano Regionale per lo smaltimento dei rifiuti”, delle “direttive CEE”, del “Programma per l’emergenza rifiuti nella il tacco d’Italia

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bilmente attraverso la raccolta differenziata. Lo stesso Decreto stabiliva gli obiettivi minimi di raccolta differenziata che entro il 15/02/1999 erano fissati al 15 % del totale dei rifiuti, per passare al 25 % entro il 15/02/2001, fino ad arrivare al 35 % a partire dal 15 /02/2003. Il Piano di adeguamento al decreto Ronchi per il bacino di utenza LE/3 prevedeva due interventi localizzati sul territorio di Ugento: a) un centro di raccolta, prima lavorazione e stoccaggio di materiali da raccolta differenziata, da 20 tonnellate al giorno, da realizzare a breve termine (entro il 31/12/1999. E’ il centro di cui stiamo parlando); b) impianti di selezione del rifiuto tal quale (residuale da raccolta differenziata) per la separazione del materiale combustibile e una linea di compostaggio da 50 tonnellate al giorno. Le ordinanze del Commissario delegato avevano chiarito che era fatto obbligo ai sindaci di attivare ed intensificare il servizio di raccolta differenziata, determinando anche il rapporto tra la carta, il vetro e i metalli, intimando il conferimento dei materiali presso l’impianto di Ugento. Il punto di partenza erano i dati relativi al 1996 che vedevano per il bacino di utenza LE/3, comprendente 24 comuni con una popolazione complessiva di 264.770 abitanti, una produzione complessiva annua di rifiuti pari a 7.470 tonnellate


circa. La composizione dei rifiuti veniva così catalogata: Frazione

tonnellate/anno

Vetro Plastiche Frazione organica Carte e cellulosici Metalli Sottovaglio o altro

5.976 7.470 37.350 14.940 3.735 5.229

8% 10 % 50 % 20 % 5% 7%

Su questi dati erano stati elaborati gli obiettivi della raccolta differenziata che puntavano al recupero ed al riciclo di consistenti quantità di elementi dalla cui vendita ne sarebbe derivato un concreto guadagno, sia in termini di risparmio del costo del servizio di raccolta dei rifiuti per i cittadini sia in termini di disponibilità finanziaria concreta per il comune di Ugento che ospitava l’impianto sul suo territorio. Questi erano gli obiettivi della raccolta differenziata a breve ed a medio termine, la prima a partire dal 31/12/1997 e la seconda a partire dal 31/12/1999. Frazione

ACQUA MINERALE BURGESI

Breve termine (31/12/97)

Medio termine (31/12/99)

Vetro Tonn. 143 2.4% 286 4.8% Plastica 187 2.5% 374 5.0% Carta 598 4.0% 1.196 8.0% Metalli 45 1.2% 90 2.4% Totale 973 10.1% 1.946 20.2% Le previsioni, dunque, attestavano i risultati della raccolta differenziata, considerato il sistema più economico e meno inquinante, al 10.10% del totale dei rifiuti entro il 31/12/1997 ed al 20.20% entro il 31/12/99. Oggi, a distanza di 10 anni, la raccolta differenziata nel comune di Ugento si attesta intorno al 10 %, per cui il 90 % dei rifiuti prodotti da questo comune continuano ad essere conferiti nella discarica Burgesi avendo come conseguenza un aumento del costo del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti per i cittadini di Ugento ed un aggravamento del livello di inquinamento, le cui conseguenze ancora non siamo in grado di quantificare, ed un aumento degli introiti della Monteco. La potenzialità dell’impianto in questione, comunque, si attestavano intorno alle 20 tonnellate al giorno di rifiuti da lavorare, con possibilità di raddoppio della quantità, ossia di arrivare a 40 tonnellate al giorno. Ciò significa che l’impianto avrebbe potuto accettare anche rifiuti provenienti da altri

Nel Basso Salento circolano bottiglie di acqua con una “misteriosa” etichetta: ambiti e lavorandoli avrebbe consentito un ulteriore guadagno al Comune di Ugento che rimane titolare dell’impianto stesso. Le cose purtroppo sono andate diversamente, l’impianto non è mai entrato in funzione, il Comune di Ugento non ha mai incassato un centesimo, i cittadini continuano a pagare di più mentre avrebbero potuto pagare di meno e continuiamo a chiederci: perché il comune di Ugento non ha mai attivato tale impianto? A chi è convenuto che quest’impianto andasse in malora? Ai cittadini no di certo dato ché, tra l’altro, non attivando la struttura si sono perduti quei posti di lavoro che erano stati previsti. All’ambiente no di certo. Ma quali erano i costi di esercizio annui e quali i rientri che avrebbe prodotto l’impianto? Questi i costi di esercizio: Personale Costi energetici Acquisto prodotti per il consumo Costi servizio per il consumo Costi manutenzione ordinaria Smaltimento residui Totale costi di esercizio

£. 375.000.000 £. 110.000.000 £.

9.000.000

£.

33.000.000

£. 34.000.000 £. 30.000.000 £. 591.000.000

Questi sono i rientri annui: Ricavi da tariffa Ricavi da vendita beni Ricavi da vendita servizi Totale rientri il tacco d’Italia

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£. 256.000.000 £. 204.950.000 £. 604.500.000 £. 1.065.450.000 Marzo 2009

“Acqua Burgesi”. Si tratta di una bella provocazione per chi vive attorno alla discarica Burgesi di Ugento, quella che, a detta del sindaco Eugenio Ozza, ha sempre smaltito correttamente i rifiuti di 26 comuni. Talmente bene che si può anche bere l’acqua della falda che passa proprio sotto la discarica. Le bottiglie sono state distribuite nei bar di Presicce, ma i Carabinieri si sono allarmati: cosa contengono le bottiglie? Che vorrà dire acqua Burgesi? E così, il 4 marzo scorso, dalla preoccupazione sono passati ai fatti. I Carabinieri hanno sequestrato una bottiglia: vorranno forse portarla alla magistrata Donatina Buffelli che sta indagando sulla discarica?

POCO PIÙ DI UN ETTARO DI TERRENO AGRICOLO FU PAGATO DAL COMUNE 200 MILIONI. UNA CIFRA FUORI MERCATO. PER FARVI NASCERE IL CENTRO DI STOCCAGGIO Insomma, dati alla mano, il Centro di raccolta, prima lavorazione e stoccaggio per materiali provenienti dalla raccolta differenziata di rifiuti urbani realizzato dal Comune di Ugento, mai attivato e lasciato andare alla malora, vittima di devastazioni vandaliche che lo hanno pressochè distrutto avrebbe fatto guadagnare alle casse del comune di Ugento la bellezza di 474.450.000 lire l’anno. Una somma considerevole che avrebbe consentito non solo di garantire ai cittadini di Ugento di non dover pagare la tassa sui rifiuti, ma avrebbe consentito all’amministrazione di incamerare somme di denaro utilizzabili per gli usi ritenuti più impellenti. Se avesse iniziato a lavorare alla fine del 2002, quando fu collaudato, ad oggi il Comune avrebbe guadagnato quasi tre miliardi di vecchie lire (2.846.700.000), considerando sempre una minima raccolta differenziata. Perché, se poi si fosse dato da fare, sensibilizzando i cittadini e facendo comprendere loro che tanto più riciclavano rifiuti tanto meno avrebbero sborsato di tassa sui rifiuti, i guadagni si sarebbero moltiplicati. Ma il comune di Ugento ha preferito rinunciare a queste entrate e far continuare a pagare ai cittadini. “Tanto paga Pantalone”.



//Rifiuti S.p.A. //Monopoli //Cavallino

IL “RE DELLA DISCARICA” STORIA DI UNA DISCARICA CHE POTEVA ESSERE PUBBLICA, REALIZZATA CON FONDI PUBBLICI, PER FAR GUADAGNARE AL MASSIMO LO STATO MA CHE È STATA FATTA DAI PRIVATI E CHE FA GUADAGNARE SOLO LORO di ADA MARTELLA Ph: Marco Maraca

l “re della discarica” è Gaetano Gorgoni, ex deputato, ex sottosegretario, ex sindaco per un decennio, attuale vice-sindaco di Cavallino, dove c’è una delle discariche più grandi e complesse del Salento. È qui a Cavallino, nel suo regno, che il business dei rifiuti arriva a cifre esorbitanti. La discarica serve il bacino più grande del Salento: 27 comuni, incluso il comune capoluogo, per un totale di 480mila abitanti. Ogni giorno arrivano in discarica, gestita da una triade di imprenditori capeggiata dai Montinaro, circa 500 tonnellate di rifiuti al giorno. In virtù della convenzione firmata tra i privati e il Comune, le entrate degli imprenditori sono quasi di 13 milioni di euro all’anno (69 euro a tonnellata). Il Comune, a sua volta, dovreb-

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be percepire come ristoro ambientale poco più di 1 milione di euro all’anno (circa 7 euro a tonnellata). Gaetano Gorgoni, da giovane milita nel Msi, poi uomo del partito Repubblicano, ora in quota Forza Italia, è stato e continua ad essere un politico della vecchia guardia ancora attore principale, della prima ed ora della seconda repubblica. È il “re” assoluto del paese di quasi quattordici mila anime alle porte di Lecce, l’unico vero avversario negl’anni di un’altra regnante della politica salentina, Adriana Poli Bortone imperatrice bizantina, sindaca e ora vicesindaca di Lecce. Entrambi conservano il posto di potere sotto le mentite spoglie della carica di vicesindaco e assessori alla Cultura. Ma i due veterani della politica non possono essere vice di nessuno. Gorgoni si può dire che sia stato un precursore, o forse l’unico amministratore salentino che nei quindici anni di emergenza rifiuti, ossia di anarchia nel gestire il sistema di trattamento e smaltimento della monnezza, ha lottato con le unghie e con i denti perché la situazione non gli scappasse di mano o, peggio, avvenisse senza la certezza di avere un ruolo di primo piano nella pianificazione a monte e nella gestione a venire del business dei rifiuti. Non è un caso, infatti, che il sistema di discarica a Cavallino è, tra tutti quelli presenti sul territorio, il più complesso ed anche l’unico ad avere completato la costruzione degl’impianti prima di tutte le altre Ato. Intervistare Gaetano Gorgoni è come chiedere udienza ad importante personalità. Nel moderno quanto anonimo palazzo comunale di Cavallino lui occupa ancora la poltrona (in senso letterale) del sindaco, con la segretaria personale, la sala d’attesa e la sua stanza che è la stessa da oltre dieci anni, allestita come quella di un prefetto borbonico: i broccati color oro e rosso cardinale per il tacco d’Italia

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LA DISCARICA SERVE IL BACINO PIÙ GRANDE DEL SALENTO: 27 COMUNI, INCLUSO IL COMUNE CAPOLUOGO, PER UN TOTALE DI 480MILA ABITANTI. ANDRÀ A REGIME IL 9 MARZO QUANDO LA TARIFFA RADDOPPIERA’: DA 69 A 111 EURO le tende e le rifiniture, le poltrone di pelle nera, i mobili in legno pregiato, i quadri con paesaggi salentini fin de siècle, i trofei e le sculture a testimonianza delle tante onorificenze ricevute negl’anni. Gorgoni è seduto dietro la pesante scrivania, alle sue spalle la foto incorniciata di uno stemma patrizio dove campeggia il nome della casata: Gorgoni, forse è lo stesso stemma che è inciso sull’anello d’oro di antica fattura che porta al dito. Il giorno dell’intervista la gentile segretaria personale si scusa più volte per l’attesa, ma “il sindaco e gli assessori sono in udienza dal vicesindaco”, ossia da Gorgoni stesso. È anche da questi particolari che s’intuisce chi comanda. Sembra un patrizio romano, di quelli che hanno guadagnato il titolo nobiliare in virtù delle campagne di conquista. Gorgoni ha conquistato le cave dismesse di Cavallino che ora sono le fosse della più grande discarica della Provincia di Lecce. Ha conquistato il parco commerciale della Carrefour et altri che assicura vantaggi fiscali ed economici al Comune (così come la discarica) oltre che migliaia di posti di lavoro. In paese, al tempo dell’apertura dei grandi supermercati, erano affissi manifesti dove l’allora sindaco Gorgoni avvisava che i moduli per le richieste di lavoro potevano essere ritirati negl’uffici del Comune. Come un gran-


Le colline di rifiuti. Sono anche ricoperte di verde

de padre ha sistemato buona parte delle famiglie del paese. “Quando io ho preso Cavallino nel 1992”, ricorda Gorgoni, “era un comune con il bilancio dissestato, con decine di miliardi di debiti ed erano in vendita tutti gli immobili”. L’ex onorevole è una delle memorie storiche del Salento, sin dai tempi della Cassa del Mezzogiorno a cui tutti i parlamentari locali, incluso lui, andavano a battere cassa, per arrivare ad oggi, lì dove i soldi a pioggia arrivano dalla Comunità Europea che li destina alle aree disagiate. È con lui che ricostruiamo la storia della discarica di Cavallino, una storia esemplare per capire che cosa ha significato e significa per il Salento il business dei rifiuti. È un ulteriore tassello, che si aggiunge alle vicende già note della discarica Burgesi di Ugento, grazie al quale diventa sempre più chiaro che “il sistema emergenza” in Salento ha implementato il Pil (prodotto interno lordo) della monnezza, equamente distribuito nelle varie parti in perfetta connivenza: privati (sempre gli stessi), amministrazioni e avvocati. Siamo negl’anni Novanta e mentre tutto il Salento annaspa e si arrangia nell’intricata questione dello smaltimento dei rifiuti, Gorgoni prende la situazione in mano e decide per sé di costruirne una tutta sua con un bando che ne prevede la costruzione a totale carico economico del privato che vince. Domando: “La discarica è pubblica?”, risponde: “No, non è pubblica, è di Cavallino”. Sembrerebbe quasi che volesse dire, per estensione di concetto, che la discarica è sua. Come è suo il Castello, in parte sua resi-

GAETANO GORGONI: “A CAVALLINO ERA PREVISTA UNA DISCARICA TAL QUALE DI VECCHIO TIPO. MI RIFIUTAI DI FARLA AL PUNTO DI PERDERE I FINANZIAMENTI, 7MILIARDI DI LIRE. ALCUNI ANNI DOPO IL COMMISSARIO STRAORDINARIO DISTASO STANZIÒ ALTRI 2MILIARDI PER IL PRIMO STRALCIO DELLA DISCARICA. LI RIFIUTAI NUOVAMENTE” denza privata, intorno al quale una viabilità un poco bizzarra costringe a circumnavigare la piazza impedendo che il traffico arrechi disturbo alle finestre di casa. Ma questa, come quella della grande distribuzione (leggasi Carrefour), è un’altra storia. La personale decisione di Gorgoni di fare una discarica tutta “sua” è frutto di una vera e propria disputa tra lui e la Regione. Nei primi anni Novanta la Regione aveva già individuato in Cavallino uno dei siti idonei ad ospitare la discarica a servizio dei comuni del nord Salento, in seguito alla disponibilità offerta dall’allora sindaco Corallo. Non è difficile immaginare la fibrillazione che viene a crearsi sia tra i privati sia tra gli amministratori che fanno a gara per ospitarne una, poiché discarica significa business sicuro. In virtù di questa pianificazione di massima, nel 1994 il prefetto Catenacci, il primo commissario straordinario per l’emergenza rifiuti, stanzia sette miliardi di lire e ordina che venga costruita la discarica. Ed è qui che entra in scena Gaetano Gorgoni sindaco dal 1992, il quale non obbedendo all’ordinanza del prefetto rifiuta anche i sette miliardi. Dice Gorgoni: “Era prevista una discarica tal quale il tacco d’Italia

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di vecchio tipo e io non ero assolutamente d’accordo. Mi rifiutai di farla al punto di perdere i finanziamenti e di essere accusato di omissioni di atti d’ufficio. Poi ancora nel 1996-97 furono stanziati altri 2 miliardi, dall’allora Presidente Distaso, commissario straordinario, perché facessi il primo stralcio per costruire la discarica e fosse possibile l’uso immediato delle cave già individuate. Ancora una volta preferii perdere il finanziamento e nuovamente fui accusato di omissione di atti d’ufficio, ma questa volta Distaso decise di nominare commissario ad acta il mio segretario comunale perché facesse il bando di gara”. Gaetano Gorgoni è politico d’altri tempi, un condottiero che non si lascia intimidire neppure dall’ordinanza di un emissario dello Stato, del Commissario straordinario delegato direttamente dal Consiglio dei Ministri per far fronte all’emergenza rifiuti. Lui si ribella perché non vuole a casa sua una discarica dove si butta il rifiuto “tal quale”, ne vuole una moderna. Ma la storia non gli darà ragione: anche la “sua” sarà una discarica “tal quale”, malgrado le intenzioni, malgrado l’insubordinazione.


//Rifiuti S.p.A. //Il sistema dell’emergenza //Monopoli privati Negli anni le balle non smaltite tornano ad essere mucchi informi di rifiuti che appestano l’ambiente

a storia della discarica di Cavallino è speculare rispetto a quella di Burgesi. Esemplari di un sistema perverso che, come abbiamo denunciato lo scorso numero, in Puglia, in Salento, come in Campania, giustifica con l’emergenza una gestione anarchica del ciclo dei rifiuti, in deroga a qualunque legge comunitaria, nazionale, ambientale. Ne è la prova, a Ugento, l’esistenza di una bomba ecologica come Burgesi, nata “in sanatoria” in una zona sottoposta a vincolo paesaggistico e definita dalla legge “quadro naturale” di rara bellezza. Ne sono la prova le sue varie sopraelevazioni nonostante fosse dichiarate più volte esaurita. Ne è la prova, a Cavallino, il rilascio di una valutazione di impatto ambientale da parte della Regione che tuttavia certificava la non corretta gestione della discarica. Due discariche che dovevano nascere e rimanere pubbliche, ma che nascono private e acquisiscono titolarità pubblica con tutto ciò che ne consegue. Ossia: i guadagni sono tutti dei privati, i costi di bonifica sono tutti del pubblico. Un sistema che lungi dal trovare una soluzione ambientale ed economica vantaggiosa per i cittadini, ad oggi non sta facendo altro che far passare un monopolio da un gruppo di imprenditori locali al gruppo Marcegaglia, che ha vinto tutti i bandi che trasformeranno le cave, almeno nelle intenzioni, da contenitori di monnezza a impianti all’avanguardia e la monnezza in oro. Oro che appesentirà le loro tasche quando dalla monnezza si otterrà energia. E ai cittadini, ancora una volta, toccherà contare i cocci. M.L.M.

L

el 1998 Mentre il Salento rimane fermo all’era primitiva del prendo il sacchetto e lo butto in una delle tante cave dismesse, Gorgoni, messo alle strette dalla Regione, emana il bando per la realizzazione di un sistema di smaltimento con prerogative moderne, che preveda la separazione del secco/umido e trattamento dell’umido. Ad aggiudicarsi il bando è la triade di imprenditori privati: Montinaro, Palumbo e Calò che creano la società “Monticava” che poi cambierà nome in “Ambiente e Sviluppo”.

N

CAVALLINO E LE S STORIA DELLA DISCARICA DAL 1998 AL 2009. SULLA CARTA VA TUTTO BENE E IL COMUNE “NON CACCIA UNA LIRA”. MA LE BALLE DI RIFIUTI SI ACCUMULANO E ATTORNO ALLA CITTÀ FORMANO COLLINETTE ALTE DIECI METRI. IL RACCONTO DI COME TRASFORMARE UN’IDEA VINCENTE IN UN VUOTO A PERDERE. COSI’ I CITTADINI PAGANO PER INTERO UN SERVIZIO CHE NON C’E’ E IL PRIVATO CI GUADAGNA. SEMPRE “Proposi alle imprese la realizzazione a loro spese della discarica, e il costo più il guadagno che lo ricavassero dalla gestione per una durata di dieci anni. Noi non abbiamo cacciato una lira per la discarica”, racconta il vicesindaco, “l’umido viene separato dal secco, che va imballato, avviato alla biostabilizzazione, da lì la produzione di balle di cdr. Anche se nel 1998 non si sapeva ancora cosa sarebbe successo, se avrebbero deciso per i termovalorizzatori o i termodistruttori o per la produzione di cdr”. E fin qui, almeno sulla carta, va tutto il tacco d’Italia

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bene: niente più discarica tal quale, in sincronia perfetta con il decreto Ronchi del 1997 ma anche in forte anticipo rispetto alle previsioni del Piano Regionale dei Rifiuti redatto nel 2001 come prima stesura da Raffaele Fitto, quale Commissario straordinario all’emergenza. La lungimiranza di Gorgoni a guardarla con il senno del poi sembra quasi magia: nel Piano di Fitto a Cavallino è prevista una discarica di soccorso, un impianto di biostabilizzazione e l’impianto di produzione di cdr, in una parola tutto ciò che era stato già deciso con piglio autoritario da Gorgoni a


NEL 2002 IL CONSIGLIERE ANTONIO CAPONE CHIEDE LA RESCISSIONE DEL CONTRATTO, PREVISTA DALLA CONVENZIONE. PERCHÉ ESISTONO GRAVI E COMPROVATI MOTIVI, CERTIFICATI DA PROVINCIA E REGIONE. MA TUTTO VA A VANTI

UE BALLE di ADA MARTELLA Ph: Marco Maraca

totale carico dei privati, in barba alle ordinanze e ai miliardi disposti dalla Regione perché ci si avviasse ad una gestione pubblica dello smaltimento dei rifiuti. È pur vero che la struttura commissariale per l’emergenza rifiuti aveva, nelle linee generali, previsto la produzione di cdr ma nel 1998 la programmazione e la localizzazione sul territorio degli impianti non esisteva. Già nel 1999 viene firmata la Convenzione (documento a pag. 27) tra il Comune di Cavallino e la società “Ambiente e Sviluppo”, guidata dai Montinaro. Gli aggiudicatari si impegnano a progettare, costruire e gestire una discarica controllata di prima categoria, un impianto di selezione del rifiuto tal quale e di un impianto pilota per il trattamento di igienizzazione della frazione organica. L’importo delle opere previsto è poco più di 16 miliardi di lire, a totale carico della società privata. Sempre secondo la Convenzione, la società “Ambiente e Sviluppo” deve percepire come tariffa 108.000 lire per tonnellata di rifiuto smaltito, oltre Iva e tassa ecologica (oggi sono 69 euro). Mentre i benefici economici, i cosiddetti ristori ambientali, che la società deve corrispondere al Comune sono: “lire 8 per kg di rifiuto conferito, di cui 2 quale costo socio ambientale e lire 6 per utilizzo infrastrutture, ed offerta di lire 6 per kg di rifiuto conferito quale vantaggio economico (royalty)”, che oggi equivalgono a 7 euro a tonnellata .

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Nel 2000 la discarica entra in funzione con l’accordo che la gestione dell’Ati “Ambiente e Sviluppo” debba cessare nel 2010, data entro la quale i tre imprenditori prevedono di ammortizzare le spese e di guadagnarci, in virtù della tariffa di 108mila lire a tonnellata di rifiuto smaltito, la quale cifra deve garantire i servizi sopracitati ossia separazione e igenizzazione. (Stante ai conti fatti in apertura, la società “Ambiente e Sviluppo” avrebbe ammortizzato il costo delle opere in poco meno di un anno). Ma la storia vera racconta ben altro, come sanno molto bene i cittadini di Cavallino, San Donato, Lizzanello e San Cesario (Comuni che distano neanche un chilometro dalla discarica). Molto presto la puzza insopportabile appesta tutto il circondario, così come aumentano in altezza le colline di rifiuti che arrivano fino a dieci metri di altezza fuori

DOVEVA ESSERE REALIZZATA DAL COMUNE CON SOLDI PUBBLICI MA LA DISCARICA VIENE COSTRUITA DA MONTINARO, CALÒ E PALUMBO CON 16 MILIARDI DI LIRE. AMMORTIZZATI IN UN ANNO. IL RESTO È TUTTO GUADAGNO


terra. La discarica predisposta da Gorgoni non riesce a garantire il servizio che fu stipulato per convenzione e che però viene pagato oltre centomila lire per tonnellata. Già nel 2002, ad appena due anni dall’entrata in funzione della discarica, il consigliere d’opposizione, Lorenzo Capone (An), in un Consiglio comunale apposito chiese la rescissione del contratto stipulato con i titolari della discarica. La rescissione del contratto è, ovviamente, prevista anche nella Convenzione tra il Comune e la società “Ambiente e Sviluppo”, nel paragrafo c) dell’articolo 4: “In caso di gravi e reiterate infrazioni alle norme di legge ed al presente contratto di concessione”. Per quel che riguarda la discarica di Cavallino, il consigliere aveva ragione: il caso sussiste, comprovato dalla Provincia di Lecce e dal dirigente regionale del settore ecologia, come vedremo più avanti. Sempre in quegl’anni nasce il comitato “Libero Movimento Spontaneo di cittadini”, guidato dal giovane ma combattivo Salvatore De Mitri, che ne chiede l’immediata chiusura, vengono raccolte quasi duemila firme di protesta. I cittadini non chiedono solo la chiusura della discarica ma anche il monitoraggio per valutare i casi di tumore che dal 2000 sembrano essere in aumento. Il pediatra di Cavallino, il dottor Casile, denuncia pubblicamente l’insorgenza di faringite cronica nei bambini da quando è in funzione la discarica. Cos’è che non ha funzionato? Non doveva trattarsi di una discarica moderna, con tanto di separazione e trattamento di biostabilizzazione che rende inerte il rifiuto? Perché la discarica che per contratto doveva esaurirsi nel 2010 è già stracolma dopo due anni? Perché aumentano le colline di rifiuti che hanno cambiato il panorama di Cavallino? Ecco cosa dice Gorgoni: “La discarica era

IL PEDIATRA DI CAVALLINO, IL DOTTOR CASILE, DENUNCIA PUBBLICAMENTE L’INSORGENZA DI FARINGITE CRONICA NEI BAMBINI DA QUANDO È IN FUNZIONE LA DISCARICA già esaurita perché mancava il secondo anello della filiera, ossia la biostabilizzazione e la produzione di cdr. I gestori della discarica hanno dovuto buttare le balle in discarica, invece che biostabilizzarle e poi trasformarle in cdr, per cui c’è stato un anticipato ricolmamento della discarica rispetto alle previsioni. Devo però dire che la previsione originale della discarica non copriva interamente i dieci anni, ma era previsto che all’esaurimento della prima ne venisse realizzata un’altra, che è poi quella di soccorso in fase di completamento e che sarà pronta tra qualche giorno. Quando abbiamo visto che la discarica stava per esaurirsi abbiamo chiesto alla Regione l’autorizzazione ad attrezzare delle piattaforme sulle quali depositare le balle, che sono le famose collinette alte sino a dieci metri fuori terra. Una parte di queste collinette sono state svuotate e trasferite nell’impianto di Massafra con il costo di due milioni di euro, da parte della Regione, ma solo un quarto dell’esistente, i tre quarti sono ancora lì e speriamo che posano

LA DISCARICA DOVEVA ESAURIRSI NEL 2010 MA DOPO DUE ANNI È GIÀ STRAPIENA. LA MOTIVAZIONE DI GORGONI: MANCA LA BIOSTABILIZZAZIONE E LA PRODUZIONE DI CDR il tacco d’Italia

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essere rimossi con l’entrata in funzione dell’impianto di produzione di cdr”. In verità nella convenzione firmata nel 1999 non si fa menzione di una seconda discarica, come afferma Gorgoni, che debba supportare la prima fino all’esaurimento previsto per il 2010. Mentre invece si parla di trattamento di igienizzazione della frazione organica, ossia la biostabilizzazione che in realtà non è mai avvenuta perché i tre biotunnel sperimentali non bastano a trattare la quantità di tonnellate che ogni giorno arrivano da tutti e 27 i comuni dell’Ato Le/1, il più importante per numero di abitanti: 480mila. Già nel dicembre del 2003, il Commissario straordinario all’emergenza rifiuti, Raffaele Fitto, è costretto a bloccare la separazione del secco dall’umido per via dello stoccaggio all’aria aperta di migliaia di balle formate dalla frazione secca compressa. Balle depositate lì per anni senza una destinazione certa e che “causano la grave situazione igienico-sanitaria” (Commissione Ambiente della Provincia di Lecce). Dunque la società “Ambiente e Sviluppo” non ha mai biostabilizzato e ha creato balle senza sapere che fine fargli fare: si può considerare questo un servizio di smaltimento completo per cui i cittadini pagano l’intera somma?. È in questo modo che la discarica di Gorgoni, nata per essere moderna, è a tutti gl’effetti una discarica tal quale, dove viene buttato il rifiuto senza essere trattato che è più nocivo ed occupa più volumetria. Malgrado l’ordinanza di Fitto, la società continua a separare il secco che causa lo stoccaggio delle balle in


LA REGIONE HA PAGATO DUE MILIONI DI EURO PER SPOSTARE PARTE DELLE COLLINE DI RIFIUTI DA CAVALLINO A MASSAFRA. LA MAGGIOR PARTE SONO ANCORA LÌ “stile Campania”: Gorgoni e il gestore della discarica chiedono in Regione l’approvazione ad ampliare la piattaforma per ospitarle. Ecco come si esaurisce anzitempo la discarica. Ecco come si instaura un sistema che ha poco di virtuoso: un sindaco autoritario (Gorgoni) non obbedisce agl’ordini della Regione, da cui rifiuta l’aiuto economico, 9 miliardi, per fare una discarica pubblica, ma fa un bando per farne una cosiddetta moderna che sia totalmente in mano ai privati (i Montinaro che hanno il monopolio sui rifiuti), ne accetta la tariffa che però non garantisce il servizio. Di tutto ciò incolpa la Regione per non aver predisposto la costruzione, questa sì con i soldi pubblici, del secondo anello della filiera che non era certo prevista nel 1998, anno del bando di Gorgoni, ma solo delineata nella prima stesura del Piano regionale dei Rifiuti di Fitto del 2001, definitivamente licenziato nel 2004. E ancora: il Comune di Cavallino nel 2004, tramite il progetto della “Sviluppo e Ambiente” chiede il V.I.A (valutazione d’impatto ambientale) alla Regione per la costruzione di una discarica di servizio soccorso, ossia quella di cui parla Gorgoni quando dice che era già prevista una seconda discarica. Mentre i cittadini continuano a pagare una tassa per un servizio che non c’è, la Regione predispone anche economica-

mente ciò che Gorgoni aveva deciso. Ma i passaggi formali per l’autorizzazione non sono cosa semplice. Nell’ottobre del 2004 i componenti della Commissione Ambiente ed Ecologia della Provincia di Lecce presieduta dal presidente Nicolino Sticchi, dietro pressione di tutte le lamentele, vanno in visita alla discarica accompagnati da Calò (uno dei tre gestori). Viene in seguito stilato un documento inquietante (per la lettura integrale si veda a pag. 25) in cui la Commissione accerta la cattiva gestione e il mancato servizio siglato dalla convenzione e per cui viene pagata la tariffa stabilita. Il presidente della Commissione, Nicolino Sticchi, certifica che la biostabilizzazione non è mai avvenuta e che “le modalità di gestione del ciclo di trattamento dei rifiuti non rispondono ai migliori sistemi previsti”. Basterebbero queste due sole note per ottenere la rescissione del contratto, come chiese il consigliere Capone già nel 2002 senza essere ascoltato. Inoltre, la certezza che la discarica non sia gestita correttamente è stata formalizzata anche dalla determinazione del dirigente regionale del settore ecologia del 22 settembre 2005. La Determinazione regionale è la risposta alla richiesta di Procedura di Valutazione di Impatto Ambientale per la dis-

carica di servizio-soccorso proposta da “Ambiente e Sviluppo” tramite il Comune di Cavallino. Limongelli, dirigente del settore ecologia, trae le stese conclusioni del collega Nicolino Sticchi della Provincia: nella discarica di Cavallino non è mai stata effettuato il processo di biostabilizzazione, necessario per ottenere il permesso di costruire una discarica di soccorso che può ricevere solo rifiuti biostabilizzati. Così come non si può fare una valutazione dell’impatto ambientale se non si conoscono i dati della biostabilizzazione. Questa è una testimonianza del paradosso amministrativo: sia la Provincia sia la Regione accertano la non correttezza della gestione, ma la Regione rilascia ugualmente il Via per la discarica di soccorso ben sapendo che si tratterà di una discarica tal quale. Non bisogna dimenticare che il Salento, come la Puglia, è in emergenza ambientale, ogni autorizzazione avviene sotto il ricatto di quest’ultima. A fronte di ciò, il vicesindaco Gorgoni parla di sopravvivenza e di miracoli: “Siamo riusciti a sopravvivere sino ad oggi andando in sopraelevata, poi abbiamo occupato lo spazio laterale alla discarica, se non avessimo fatto così l’Ato Lecce/1 sarebbe stata sommersa dai rifiuti come Napoli. E siamo riusciti a tenerci sino ad oggi facendo mira-

LA SOCIETÀ “AMBIENTE E SVILUPPO” NON HA MAI BIOSTABILIZZATO E HA CREATO BALLE SENZA SAPERE CHE FINE FARGLI FARE: SI PUÒ CONSIDERARE QUESTO UN SERVIZIO DI SMALTIMENTO COMPLETO PER CUI I CITTADINI PAGANO L’INTERA SOMMA?COSÌ LA DISCARICA DI GORGONI, NATA PER ESSERE MODERNA, È A TUTTI GLI EFFETTI UNA DISCARICA TAL QUALE

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SIA LA PROVINCIA SIA LA REGIONE ACCERTANO LA NON CORRETTEZZA DELLA GESTIONE, MA LA REGIONE RILASCIA UGUALMENTE IL VIA PER LA DISCARICA DI SOCCORSO BEN SAPENDO CHE SI TRATTERÀ DI UNA DISCARICA TAL QUALE coli. Nel frattempo la Regione ha dato il via alla realizzazione degli impianti. Adesso c’è il problema della rimozione di tutte quelle balle di secco che noi in tutti questi anni abbiamo dovuto accumulare intorno alla discarica e che rappresentano le colline che si vedono all’orizzonte. A me competeva solo la discarica, i successivi passaggi di trattamento, biostabilizzazione e produzione cdr, non competevano a noi, li doveva fare la Regione, che ha ritardato”. I miracoli, però, costano. La prima sopraelevazione della discarica di Cavallino costa circa 1 milione e duecentomila euro, a carico della Regione, mentre i cittadini dei 27 comuni continuano a pagare la stessa tariffa di sempre. Tornando alla storia, nel 2005 Gorgoni è talmente arrabbiato con la Regione, per via delle lentezze amministrative, che con nota datata 24 agosto trasmette una missiva finalizzata “... ad avvertire che il comune di Cavallino sta esaminando la possibilità di procedere, utilizzando ogni mezzo che la legge gli consente, alla chiusura dell’impianto in quanto la discarica non è più idonea a ricevere i rifiuti, meno che mai rifiuti “tal quale”, perché produttivi di emissioni nauseabonde che rendono inaccettabile la vivibilità dei paesi circostanti”. L’onorevole Gorgoni minaccia guerra: chiuderà la “sua” discarica che riceve i rifiuti di 27 Comuni, incluso il Comune capoluogo, se la Regione non pone subito rimedio, ammettendo di fatto che la “sua” discarica è mal gestita e provoca seri problemi. La Regione prontamente risponde e stanzia soldi pubblici per la discarica di soccorso, per l’impianto di biostabilizzazione (quella vera) e l’impianto di produzione di cdr, con un ritardo che Gorgoni ancora denuncia: “Le collinette che hanno cambiato il panorama di Cavallino sono il risultato dell’inefficienza regionale. A me il finanziamento per la discarica di servizio soccorso me lo ha fatto Vendola nel 2006 e che sarà pronta solo in questi giorni, il 9 marzo per l’esattezza”. In tutto questo scarica barile di colpe, chi ci guadagna? Certamente la società “Ambiente e Sviluppo” che si aggiudica, senza bando, la gestione della discarica di servizio soccorso, realizzata con fondi pubblici, che verrebbe in aiuto al suo sistema di smaltimento che non ha seguito modalità

corrette. Non ci guadagnano i cittadini che hanno pagato una tariffa che non ha mai garantito un corretto servizio, ma che ha prodotto danni ambientali accertati almeno per quel che riguarda la puzza che li ha appestati per anni. Non ci guadagna lo Stato che si trova a pagare due, tre volte per un servizio che non è stato mai garantito, e che perde un guadagno che è in mano all’oligopolio dei privati. È lo Stato, infatti, per voce della Protezione Civile, che nel 2005 si trova costretta a sborsare 2 milioni di euro per trasferire parte delle balle, solo un quarto, farle trattare e poi smaltire nel termovalorizzatore di Massafra del gruppo Marcegaglia, lo stesso che ha vinto la quasi totalità dei bandi per l’impiantistica regionale. Lo stesso che (in società con Palumbo e Albanese) gestirà l’impianto di produzione di cdr di Cavalino e che, per contratto, brucerà nel proprio termovalorizzatore di Massafra quelle balle di cdr, vendendo allo Stato l’energia prodotta ad un prezzo sei volte maggiorato perché trattasi di energia da fonti rinnovabili. E sarà ancora lo Stato che dovrà pagare per il trasporto, il trattamento e lo smaltimento degl’altri tre quarti di balle stoccate a Cavallino. Con un facile conto: se per un quarto di balle sono stati spesi 2 milioni di euro, per smaltire tre quarti ne occorrono sei di milioni, ma è un calcolo per difetto perche nel frattempo il numero delle balle è senza dubbio aumentato. Lo Stato che perde lì dove i privati, supportati dall’autorevolezza di Gorgoni, hanno guadagnato senza garantire servizi ma arrecando danni ambientali incalcolabili. Chi può, infatti, calcolare i danni se in tutti questi decenni i controlli sono stati pochissimi e mai resi pubblici? Chiedo dei controlli effettuati negl’anni nella discarica di Cavallino. “Non ci sono stati mai problemi”, dice Gorgoni, “solo denunce per mal’odori, solo piccole questioni marginalissime, nessun superamento di limiti previsti dalla legge. In alcuni periodi, e solo con un cero vento, che coincidevano con movimentazione di materiale. Se si fosse operato per tempo tutto questo non sarebbe successo”. Le analisi sono visionabili? “Le ha le Asl. A noi le hanno comunicato qualche volta ed erano tutte a posto”. Queste invece le parole del presidente il tacco d’Italia

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della Commissione Ambiente della Provincia di Lecce, Nicolino Sticchi (documento integrale a pag. 25): “i risultati delle ultime analisi datate 2004 e fornite dalla società “Ambiente e Sviluppo” lasciano alquanto perplessi!”. Allora, parliamo di benefici. Quanto ha guadagnato il Comune come ristoro ambientale in tutti questi anni? “Non sono cose che possono interessare, mi sembra 2 lire a chilo, attualmente non so. Lo deve chiedere al mio ragioniere”, risponde sbrigativamente il vicesindaco Gorgoni che sembra considerare di secondaria importanza il doveroso, per legge, ristoro alla comunità che subisce la vicinanza di una discarica, per di più mal funzionante. Ma è scritto nero su bianco, nella Sentenza del Tar numero 4467 del maggio 2008 (si veda finestra a pag. 21): “il Comune di Cavallino dichiara di percepire 900.000 euro l’anno come royalty finalizzata alla salvaguardia e valorizzazione del patrimonio artistico e ambientale del Comune”. (La cifra è inferiore a quella stimata dai nostri conteggi fatti in base alle tariffe scritte nella Convenzione, vedi finestra pag. 22). Gaetano Gorgoni durante l’intera intervista non ha mai messo in discussione la correttezza della gestione di “Ambiente e Sviluppo”, semmai parole di soddisfazione, minimizzando il problema della puzza, non citando la preoccupazioni di medici come il pediatra dottor Casile, il resoconto della commissione Ambiente della Provincia, la determinazione del dirigente regionale settore ecologia, dimenticando l’opposizione del consigliere Capone, sorvolando sulle proteste dei cittadini. Quasi come fosse cosa sua, una ditta comunale e non di pertinenza dei privati che la gestiscono dal 2000. Assomiglia molto alla triste storia della Copersalento, il famigerato sansificio che dal 2005 brucia Cdr (Combustibile da rifiuto) di cui non si conosce la provenienza e la qualità, malgrado le forti proteste dei cittadini, malgrado le denunce di medici, pediatri, farmacisti circa l’aumento di patologie tumorali. Anche in questo caso, il sindaco di Maglie Antonio Fitto, la città che ospita l’inceneritore sotto mentite spoglie, ha sempre difeso l’attività della ditta anche di fronte all’evidenza: l’Arpa (l’associazione regionale per l’ambiente), durante il primo vero controllo effettuato nel luglio del 2008, ha rilevato valori di diossina nell’aria 420 superiori al limite massimo consentito. Fitto ha preso le parti della Copersalento, come fosse cosa sua, come fosse una ditta comunale e non a gestione e profitto di privati. Ma questa è un’altra storia.


//Rifiuti S.p.A. //Cavallino e le sue balle //Giustizia amministrativa

ANCHE IL TAR DEL LAZIO Dà RAGIONE A GORGONI: LA DISCARICA è DI CAVALLINO L

a discarica è di Cavallino, incluso i benefici economici che ne derivano dalla gestione. Lo ha stabilito la sentenza del Tar del Lazio il 5 marzo 2008, accogliendo il ricorso 97/2007 presentato dal Comune di Cavallino contro: il Commissario delegato all’Emergenza Rifiuti, il Ministero dell’Interno, il Consiglio dei Ministri, la Regione Puglia, la Provincia di Lecce, l’Anci, e tutti e 27 i Comuni dell’Ato Le/1. La ragione del contenzioso è la proprietà degl’impianti e la titolarità delle concessioni, grazie alle quali il Comune incassa ogni anno 900.000 euro di royalty. Il caso di Cavallino è singolare perché come dice lo stesso ex sindaco: “La discarica non è pubblica. È di Cavallino”. Dunque neanche la creazione dell’Ato in forma giuridica, come consorzio dei 27 Comuni che pagano la tariffa che consente al Comune di riscattare la proprietà totale della discarica al termine dei 10 anni previsti in convenzione, è in grado di pretendere nulla. A rompere gli equilibri è stato il decreto 189/Cd/R del 2006 del Commissario delegato all’emergenza, Vendola, con il quale veniva

NEANCHE LA CREAZIONE DELL’ATO IN FORMA GIURIDICA, COME CONSORZIO DEI 27 COMUNI CHE PAGANO LA TARIFFA CHE CONSENTE AL COMUNE DI RISCATTARE LA PROPRIETÀ TOTALE DELLA DISCARICA AL TERMINE DEI 10 ANNI PREVISTI IN CONVENZIONE, È IN GRADO DI PRETENDERE NULLA

stabilito che la proprietà degl’impianti e la titolarità delle concessioni fossero trasferite nelle mani dell’Ato Le/1. Questo passaggio di consegne avrebbe comportato la perdita delle royalty annuali. Gorgoni subisce il decreto come un vero esproprio “delle utilità patrimoniali legittimamente acquisite dal Comune e destinate al benessere della collettività”, e così ingaggia la battaglia, con l’ausilio dell’avvocato il tacco d’Italia

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Sticchi Damiani. Battaglia che vince nell’arco di appena un anno e che lo conferma l’unico “re della discarica” di tutto il Salento. A. Mar.


//Rifiuti S.p.A. //Il volume d’affari //Conti in tasca

QUANTI SOLDI GIRANO TRA LE MANI DI MONTINARO, PALUMBO E CALò 102 MILIONI DI EURO. E’ IL RICAVO DEI GESTORI DELLA DISCARICA IN NOVE ANNI. 11 MILIONI IL “RIMBORSO” PER CAVALLINO. ALTRI OTTO MILIONI DI FONDI PUBBLICI PER SMALTIRE LE BALLE ACCUMULATE //I COSTI

//I BENEFICI

20 milioni di euro, questa la cifra per la piattaforma di trattamento e smaltimento di rifiuti solidi urbani di Cavallino. La prima ad aver completato gli impianti (discarica di servizio soccorso, biostabilizzazione, impianto di produzione di Cdr) e che entrerà a regime il 9 marzo di quest’anno. Venti milioni di soldi pubblici, come spiegano dall’ufficio tecnico della Regione, poiché in parte derivano dai fondi Por e in parte sono anticipati dai privati che si sono aggiudicati l’appalto ma che rientreranno della cifra con la nuova tassa a carico dei cittadini. 16 miliardi delle vecchie lire, è la cifra stanziata dalla società “Ambiente e Sviluppo” (Montinaro, Palumbo e Calò) per la costruzione della prima discarica avviata nel 2000. La copertura della cifra è garantita dalla tassa pagata dai cittadini. 1 milione e 300mila euro è il costo sostenuto dalla Regione per sopraelevare la discarica, esaurita ad appena due anni dall’entrata in funzione. 2 milioni di euro che la Protezione Civile ha speso per trasferire, trattare e bruciare le balle di rifiuti stoccati a Cavallino nel termovalorizzatore di Massafra. Solo un terzo delle balle. 6 milioni di euro è la cifra stimata per smaltire i tre quarti di balle che ancora giacciono a Cavallino, formando le collinette di rifiuti non trattati alte sino a 10 metri fuori terra. Anche in questo caso si tratterà di fondi pubblici.

A fronte di tutta la puzza sopportata dai cittadini sia di Cavallino sia dei paesi limitrofi la discarica, ci sono anche i benefici economici per Cavallino, quale Comune che la ospita. Secondo la Convenzione siglata nel 1999 la società “Ambiente e Sviluppo” deve versare al Comune di Cavallino circa 7 euro a tonnellata. Ogni anno vengono conferite in discarica 182.500 tonnellate. 1 milione e quasi 300mila euro all’anno di benefici per il Comune di Cavallino. Più di 11 milioni in nove anni. La prima discarica chiude l’8 marzo, ma la società continuerà a gestire quella di servizio soccorso. Possiamo però fare un conteggio di massima circa ricavi di questi 9 anni di gestione: la società “Ambiente e Sviluppo” riceve 69 euro a tonnellate dai 27 Comuni del bacino Le/1 (480.000 abitanti), come stipulato dalla Convenzione. Dato che sono circa 500 le tonnellate giornaliere che arrivano in discarica, il conto di massima è presto fatto.

NEL BUSINESS DEI RIFIUTI UN CAPITOLO IMPORTANTE È QUELLO DELLA LOBBY TOGATA, CHE HA TRATTO GIOVAMENTO DAL REGIME DI EMERGENZA, DURATO 15 ANNI, IN MATERIA DI SMALTIMENTO RIFIUTI il tacco d’Italia

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12 milioni e 600mila euro all’anno di introito per “Ambiente e Sviluppo” (con solo un anno di gestione, pari a circa 24 miliardi delle vecchie lire di entrate, la società “Ambiente e Sviluppo” dovrebbe aver ammortizzato la spesa molto prima dei 10 anni previsti per convenzione). 110 milioni di euro, la cifra stimata per i nove anni di gestione. Da questa cifra bisogna sottrarre, almeno sulla carta, il ristoro ambientale che la società avrebbe dovuto versare al Comune e cioè: poco più di 11 milioni di euro in nove anni. 101.835.000 euro, questa è la stima di quanto la società “Ambiente e Sviluppo” ha percepito in questi anni solo per la gestione del bacino Le/1. Non bisogna dimenticare che i Montinaro hanno gestito anche le discariche di Ugento e di Poggiardo. A onor del vero, agl’oltre cento milioni di euro percepiti dalla triade di imprenditori in un decennio solo per la gestione della discarica di Cavallino, bisogna sottrarre anche gli onorari degli avvocati. Gli avvocati che hanno difeso gli interessi di chi ha sempre detenuto il monopolio sui rifiuti contro il nuovo monopolio che porta il nome del gruppo Marcegaglia, che ha vinto i bandi della quasi totalità degl’impianti pugliesi e salentini. Nel business della monnezza un capitolo importante è quello della lobby togata: anch’essa ha tratto giovamento dal regime di emergenza, ossia dell’anarchia di questi ultimi quindici anni in materia di smaltimento dei rifiuti. A. Mar.



// COME SI PAGA LA BONIFICA DI BURGESI L’art.2 della nuova convenzione del 2002 tra Monteco e Comune di Ugento prevede che la Monteco accantoni le quote per la “postgestione” trentennale della discarica. Negli articoli successivi si dice esplicitamente che la bonifica è a suo carico ma in questo modo, con l’accantonamento delle quote, sono i cittadini a pagare la bonifica, già oggi e in anticipo.

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// LE PECCHE DELLA DISCARICA DI CAVALLINO Riportiamo integralmente il resoconto di Nicolino Sticchi, presidente della Commissione Ambiente della Provincia di Lecce, redatto all’indomani del sopralluogo effettuato dalla Commissione nella discarica di Cavallino il 6 ottobre 2004. Le osservazioni riportate da Sticchi denunciano la cattiva gestione della discarica, l’assenza di prove scientifiche che il trattamento di biostabilizzazione promesso sia mai avvenuto, la difficoltà di reperire risorse esterne per il trasferimento e trattamento delle balle di rifiuti. Infine, Sticchi, ironizza sulle analisi della qualità dell’aria prodotte dalla società “Ambiente e Sviluppo”: sono talmente perfette da dubitare che siano credibili, poiché non spiegano come mai l’aria intorno a Cavallino sia appestata dalla puzza.

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// LA CONVENZIONE DI CAVALLINO Riportiamo la prima pagina della Convenzione firmata nel 1999 tra il Comune di Cavallino e la società “Monticava” (in seguito prenderà il nome di “Ambiente e Sviluppo”), che si è aggiudicata il bando di gara per: la costruzione della discarica, un impianto di separazione seccoumido e un impianto pilota per la biostabilizzazione.

In questa pagina si parla di cifre. Compare la tariffa che i Comuni dell’Ato Lecce/1 devono versare alla società per ogni tonnellata di rifiuto smaltito (108.000lire/ton) e i benefici economici, come ristoro ambientale, che il Comune di Cavallino deve percepire dalla società (14lire/kg).

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// SENTENZA DEL TAR: “LA GEOTEC È ANCORA A RISCHIO INFILTRAZIONI MAFIOSE” Alcuni stralci della sentenza del 20/1/09 n.78/09 del Tar di Lecce, terza sezione. Con questa sentenza si rigetta nel merito il ricorso della Geotec spiegando ampiamente come la sostituzione degli amministratori e l’entrata in scena di nuovi soggetti nella compagine societaria non escluda il rischio di infiltrazioni mafiose, perché da verifiche svolte non si può risalire all’origine dei capitali cui hanno attinto per acquistare le quote societarie. Infatti tali soggetti risultano o disoccupati o ex dipendenti della Geotec. - avvalendosi della facoltà di cui all’art. 10, comma 8, del D.P.R. n. 252/1998, GEOTEC aveva chiesto alla Prefettura di rivedere l’informativa antimafia, adducendo di avere posto in essere una serie di misure tese a recidere i supposti legami con la malavita organizzata. In particolare, considerato che la sussistenza dei tentativi di infiltrazione mafiosa era stata desunta principalmente dalla presenza nell’organico aziendale di un soggetto (il sig. Rosafio Gianluigi, al quale l’amministratore pro tempore di GEOTEC aveva rilasciato una procura speciale, implicante un ampio potere gestionale) sospettato, sia per ragioni di parentela, sia perché rinviato a giudizio per reati ambientali (ma con l’aggravante di aver agito per agevolare l’organizzazione mafiosa) di essere contiguo ad un noto esponente della Sacra Corona Unita, la società aveva dapprima revocato la procura speciale e in seguito licenziato il dipendente, la di lui moglie e la di lui sorella (vietando loro l’ingresso nei locali aziendali, inibendo agli altri dipendenti di avere contatti con tali soggetti e comunicando la revoca della procura agli istituti di credito con cui la società intratteneva rapporti negoziali) e aveva altresì trasferito la sede in altro Comune. Poiché la Prefettura non aveva ritenuto sufficienti tali misure, confermando l’interdittiva, la società aveva adottato ulteriori e rilevanti modifiche all’assetto aziendale (era stata revocata la carica di amministratore al sig. Alessandro Strafino ed era stato nominato un nuovo amministratore unico; i soci, signori Strafino e Ponzetta, avevano ceduto il proprio pacchetto azionario, uscendo definitivamente dalla società). 4.4. Ora, nel caso di specie, si è verificato proprio un evento del genere. In effetti, il provvedimento impugnato è stato formato in un momento storico in cui la Prefettura di Lecce e le Forze di Polizia che hanno preso parte al procedimento erano a conoscenza dell’avvenuta trasformazione della compagine sociale di Geotec, tanto da avere avviato accertamenti patrimoniali a carico dei nuovi soci; gli esiti di tali accertamenti iniziali, cristallizzati negli atti di cui il Tribunale ha tenuto conto in sede cautelare (nonché, si deve presumere, in altri atti che non sono stati messi a disposizione dell’Avvocatura erariale in quanto coperti dal segreto istruttorio), sono stati ritenuti sufficienti dalla Prefettura a far presumere ancora sussistente il pericolo di infiltrazione mafiosa. Peraltro, come è logico che accada, gli accertamenti patrimoniali non sono stati mai interrotti e ciò proprio perché le indagini sulla criminalità organizzata sono in continua evoluzione, dovendo le Forze di Polizia scovare anche e soprattutto i “prestanome” dei soggetti che fanno parte dei sodalizi criminali (ossia coloro che consentono ai mafiosi di intestare i beni a persone incensurate, in modo da sottrarli ai sequestri e alle confische disposti dall’Autorità giudiziaria). Per cui, per un verso gli atti relativi a queste indagini patrimoniali sono continuamente aggiornati, per altro verso può accadere che i documenti rappresentativi di questi accertamenti vengano formati in un momento successivo a quello in cui il giudice amministrativo è chiamato a delibare in sede cautelare la legittimità di un’interdittiva antimafia. 4.5. Nel presente giudizio, è accaduto che alla camera di consiglio del 30 gennaio 2008 la Prefettura ha sostenuto che GEOTEC era ancora soggetta al tentativo di infiltrazione mafiosa, e ciò sul presupposto della fittizietà della cessione delle quote azionarie da parte dei signori Strafino e Ponzetta; la fittizietà è stata desunta da vari elementi riferiti a ciascuno dei nuovi soci, ma, in quel momento, non sono stati forniti sufficienti elementi probatori che confermassero le suddette asserzioni (sul punto vedasi la motivazione della citata ordinanza cautelare n. 72/2008). Successivamente, però, la difesa erariale ha depositato gli atti relativi agli accertamenti patrimoniali effettuati soprattutto sul conto del sig. Negro, i quali erano stati avviati sin dalla fine del 2007. I dati contenuti nella documentazione suppletiva si riferiscono tra l’altro ad anni ormai trascorsi ed essi riguardano il reddito complessivo dichiarato dai componenti il nucleo familiare del sig. Negro nel periodo in questione. Pertanto, quella che all’epoca della pronuncia cautelare era una mera illazione della Prefettura, si è successivamente rivelata un’affermazione del tutto verosimile, corredata di elementi fattuali indiscutibili (almeno ai fini del raggiungimento della soglia di rilevanza di cui all’art. 10 del D.P.R. n. 252/1998). In effetti, il reddito del sig. Negro e della di lui consorte (quale risulta dagli atti de quibus, ed in particolare dalle note della D.I.A. di Lecce prot. n. 125/LE/H44/ 1216 e della Questura di Lecce prot. n. Q2.2./08 del l’1.4.2008) è del tutto sproporzionato rispetto all’impegno che lo stesso sig. Negro aveva assunto in sede di acquisto delle quote societarie di GEOTEC. Ugualmente non adeguato alla situazione personale dell’interessato appare l’impegno economico sostenuto per l’acquisto delle quote di GEOTEC da parte del sig. De Filippis, il quale, dalla citata nota della D.I.A. di Lecce, risulta essere stato: - dipendente della società dal 1999 al 2001 e poi dall’1.6.2002 al 19.12.2003; - dipendente della società GEOTEC Costruzioni S.r.l. dal 4.1.2005 al 7.3.2005; - ufficialmente disoccupato nei restanti periodi presi in esame. Né gli altri componenti il nucleo familiare del citato sig. De Filippis appaiono in possesso di adeguata capacità finanziaria (i dati di cui alla nota della D.I.A. non sono stati contestati dalle ricorrenti, per cui di essi il Tribunale può tenere conto ai fini della decisione). 4.6. Pertanto, il Tribunale ritiene che la fittizietà della cessione delle quote societarie della ricorrente GEOTEC sia correttamente desumibile dalla situazione patrimoniale del sig. Negro e del sig. De Filippis, il che è di per sé sufficiente a sorreggere il provvedimento impugnato. il tacco d’Italia

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// MIGNONE: “IN PROVINCIA DI LECCE LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE È PERMEABILE ALLA MAFIA” Acuni stralci della relazione di Elsa Valeria Mignone, sostituto procuratore della Repubblica e di Cataldo Motta, procuratore capo, alla Commissione parlamentare d'inchiesta sui rifiuti, 1° febbraio 2008. Cataldo Motta e la Mignone evidenziano come il vero problema nel settore dello smaltimento illecito dei rifiuti non sia tanto da ascrivere al coinvolgimento della criminalità, quanto al "sistema" della pubblica amministrazione che rilascia autorizzazioni allo smaltimento dichiarando il falso.

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SOMMARIO

PARTE I 02

EDITORIALE // MAFIA, POLITICA, AMBIENTE: UN’IMPRESA IN ATTIVO di Maria Luisa Mastrogiovanni

04

RIFIUTI PERICOLOSI: I PROCESSI PENALI IN CORSO di Maria Luisa Mastrogiovanni

05

GEOTEC E CASARANO: QUANDO LO STATO È IN UNA MORSA di Maria Luisa Mastrogiovanni

06

DEPURATORE DI UGENTO: CONDANNATO IL SINDACO OZZA di Maria Luisa Mastrogiovanni

07

BURGESI È PUBBLICA E LA BONIFICA SI STA GIÀ PAGANDO: COSÌ LO STATO PAGA PIÙ VOLTE di Maria Luisa Mastrogiovanni

09

LA CAPPA CHE SOFFOCA IL SALENTO di Maria Luisa Mastrogiovanni

10

STOCCAGGIO FANTASMA: LA STORIA, I MANCATI GUADAGNI di Giancarlo Colella

14

IL “RE DELLA DISCARICA” di Ada Martella

16

CAVALLINO E LE SUE BALLE di Ada Martella

21

ANCHE ILTAR DEL LAZIO DÀ RAGIONE A GORGONI: LA DISCARICA È DI CAVALLINO di Ada Martella

22

QUANTI SOLDI GIRANO TRA LE MANI DI MONTINARO, PALUMBO E CALÒ di Ada Martella

PARTE II 23 DOSSIER // I DOCUMENTI ORIGINALI E INEDITI PIÙ SCOTTANTI


I pareri degli addetti ai lavori e dei giovani, in cerca di occupazione, presenti alla manifestazione e’ importante guardarsi in faccia

e’ necessario mettersi in gioco

Elisabetta Salvati, presidente Aforisma

Antonio Micozzi, responsabile selezione di Agente di attività finanziaria per il gruppo BPP

“Il job meeting ha rappresentato anche un momento di aggregazione e socializzazione. Un aspetto importante che prescinde dal dato occupazionale. Un numero perfettamente in linea con quello registrato in città come Verona. Al Nord Est, come al Sud i ragazzi hanno bisogno di un contatto diretto con le aziende, per poter guardare in faccia chi sono i responsabili delle risorse umane che cestinano i loro curricula. Il Job meeting compie quest’anno vent’anni; un traguardo importante che, però, gli organizzatori, per via di questo stato di crisi, hanno deciso di non festeggiare”.

“Sono colpito dal modo con cui i ragazzi hanno risposto, numerosi fin dalla prima ora del mattino. Nell’immaginario comune la Banca è sempre un punto d’arrivo. Stiamo promuovendo la figura dell’agente di attività finanziaria, un lavoratore autonomo dietro la guida di una banca, un modo per dare una speranza a coloro che vogliono concretizzare le proprie ambizioni. La prospettiva di un lavoro e di uno stipendio sicuri sono ancora dominanti rispetto alla volontà di mettersi in gioco”.

Circa 1.800 visitatori tra laureati e laureandi in diverse discipline. Aziende locali, nazionali ed internazionali. I numeri del Job meeting parlano chiaro: la Puglia ha bisogno di occupazione

Stefano Ingrosso, laureato in Scienze e Tecnologie per l’ambiente “Spero che il curriculum venga valutato da qualcuno, in modo tale che qualche contatto ci sia”.

Fiorella Ciliatti, laureata (laurea triennale) in Economia “Il job meeting mi dà la possibilità di fare pubblicità a me stessa.”

Assessore, c’è dell’amarezza nel constatare il grande successo di una manifestazione come il job meeting? “Purtroppo sì; il successo del job meeting è sintomo di un grande bisogno di lavoro. I ragazzi ci chiedono di non essere lasciati soli. Questa giornata seppur molto bella, non deve finire qui; dobbiamo analizzare i dati ad essa relativi, vedere quali competenze avevano i partecipanti, quale titolo di studio, che cosa hanno proposto loro le 15 imprese locali e le sette nazionali. Solo in tal modo sapremo, come ente locale, come sostenere chi cerca lavoro, come gestire i centri per l’impiego, i progetti formativi, i tirocini retribuiti. Naturalmente abbiamo l’esigen-

Ph: M. Maraca

Ph: M. Maraca Luigi Calò; dida: Luigi Calò, assessore provinciale Politiche del Lavoro

“Spero di trovare lavoro, ovviamente. Mi sembra tutto ben organizzato; sono tutti gentili e disponibili”.

Guido De Blasi, ragioniere perito commerciale, stuAntonella Fedele, dente presso la laurea in Scienze e Facoltà di Tecnologie per l’amEconomia di biente Lecce “Sono delusa, perché “Oltre che chiedemanca l’azienda a cui re un lavoro vero e proprio, bisogna avevo pensato di proporsi; dunque non solo chiedere lasciare il mio curri- un lavoro ma dire ciò che si sa fare”. culum: Italgest green”. Agnese Mancino, laureata in Maria Giovanna Scienze e De Leo, Tecnologie per laureata in biotecl’ambiente nologie industriali “Svolgo uno stage “A Lecce è il primo presso un’azienda, incontro tra laureama aspiro a trovare ti e mondo del lavoro. Sono contenta, ma anche scolavoro”. raggiata”.

il successo del job meeting: gioia e dolore za di essere supportati in questo dai fondi Por. I ragazzi sono la vera ricchezza del nostro territorio: 1500 laureati iscritti come disoccupati nei centri per l’impiego.” La risposta che i giovani hanno dato è che la loro generazione, fatta di precariato, non si arrende. Inoltre i laureati, solo se costretti, si piegano a lasciare il Salento per cercare lavoro altrove. “L’attaccamento dei ragazzi alla loro terra è molto forte. Nonostante la sofferenza della partenza, un’esperienza di lavoro fuori casa è positiva, perché porta a migliorare il profilo professionale. Ma è lo stesso territorio a non poter vivere senza giovani. La strategia va ricercata in una strategica programmazione economica. Stanno per partire i finanziamenti del 2013 che riservano grande spazio al sistema della formazione, all’implementazione dei servizi per l’impiego, alle politiche d’inclusione sociale. Speriamo di sfruttarli al meglio”.

Giuseppe De los Reyes

Gabriele Greco, laureato Scienze alimentari “Una sola azienda ha rispondenze con il mio titolo di studio”.


//Società //Il lato femminile degli uomini //8 marzo Meglio donna. Dustin Hoffman nel film “Tootsie”, 1982, di Sydney Pollack. Per sfondare in televisione il suo personaggio ricorse allo stratagemma di fingersi donna

se fossi

LEI

ECCO QUALI PANNI VESTIREBBERO, SE RINASCESSERO DONNE, ALCUNI VIP UOMINI DI CASA NOSTRA

di LAURA LEUZZI l.leuzzi@iltaccoditalia.info

“S

e rinascessi donna, chi ti piacerebbe essere?”. Lo abbiamo chiesto, “a brucia pelo”, ad alcuni volti noti salentini, rigorosamente di sesso maschile. Questi, vincendo un certo imbarazzo, e solo dopo aver confessato di trovare difficile pensare se stessi in sembianze femminili, ci hanno dato le loro risposte. Che non hanno mancato di sorprenderci. Se rinascessero donne, gli uomini salentini vorrebbero essere donne di potere, di scienza, di alto valore intellettuale. Bando alla cura delle apparenze e alla civetteria tradizionalmente attribuite (spesso proprio dagli uomini) al gentil sesso, dunque. I “nostri” vip hanno fatto nomi importanti. La più gettonata? Rita Levi Moltalcini. ortone Adriana Poli B Cento anni il mese prossimo, donna di cultura, Nobel per la medicina, senatrice a vita. Della serie: la vera bellezza è quella interiore. Ma saranno stati sinceri?

Angelo Minenna, segretario PdCi, Ugento Ho sempre apprezzato tre tipi di donne, una diversa dall’altra. La prima è Cornelia, la madre dei Gracchi, due tribuni della plebe romani che volevano distribuire la terra ai contadini ed ai veterani; l’ho ammirata per le sue virtù morali e per come, in mezzo a mille difficoltà, ha saputo mantenere salde moralità ed integrità crescendo bene i propri figli. La seconda donna è Mata Hari, famosa spia durante la prima guerra mondiale, donna estremamente bella, ricca di fascino, abile e con una vita movimentata e avventurosa. Se dovessi guardare al presente direi, senza dubbio, Adriana Poli Bortone: energica, determinata, ostinata, intelligente e, anche lei, molto affascinante... tanto da sembrare che per lei il tempo e gli anni non passino mai.

Cornelia

Mata Hari


Cosimo Lupo: “Se fossi nato donna

Sergio Blasi, sindaco di Melpignano

avrei voluto essere Nilde Iotti, la signora della Repubblica. Ha mantenuto sempre forte la fiducia nelle sue idee, ma non le ha mai usate per piegare la ragione degli altri”

Se rinascessi donna, vorrei essere Rita Levi Montalcini almeno per quattro ragioni. La prima è la sua longevità, che non è un elemento di poco conto. La seconda motivazione è che ha saputo conciliare la passione per la scienza con quella per la cultura e con la ricerca per il bene dell’umanità. La terza ragione è che nei campi in cui si è applicata ha saputo raggiungere livelli altissimi, come il premio Nobel. La quarta è che nell’ultima parte della sua vita si è dedicata ad un grosso impegno come quello della politica; componente secondo me di grande importanza perché nella politica fatta bene, per il bene comune ed il reale interesse per la collettività, si misura il valore di una persona. Se rinascessi donna sarei la Montalcini, per tutta questa serie di passioni elencate; praticarle è indiRita Levi Montalcini spensabile nel corso di una vita.

Giuseppe Miggiano, regista, compagnia Calandra, Tuglie Di donne eccezionali ce ne sono state tante, straordinarie in ogni campo, ma io, fin da piccolo, ho invidiato Brigitta. Sì, quella di Walt Disney, innamorata di Paperone. Una tipa così tenace da non scoraggiarsi mai davanti all’impossibile, così

sicura di raggiungere prima o poi la sua meta che nessun fallimento potrà intaccare il suo sogno. Persino Don Chisciotte alla fine si è arreso; Brigitta no. Comincerà in eterno le sue storie a fumetti con la convinzione di riuscire a conquistare il suo amore e niente e nessuno potrà fermarla.

Antonio Torretti, responsabile vendite e comunicazione, società cooperativa Agricola Nuova Generazione, Martano Rinascerei Mina, la cantante che ha reso unico il modo di comunicare con la musica, al di là dell’attuale mania di presenzialismo. E’ riuscita a far parlare di sé, continua a far parlare di sé, e continuerà sempre a farlo. L’essenza è ciò che conta: una grande voce, una grande personalità, anche non davanti agli schermi. L’arte del canto allo stato puro, le idee musicali innovative al passo con i tempi, il sistema di essere senza comparire. Donna, cantante e grande comunicatrice: Mina, nonostante l’addio alle scene nel 1978, è rimasta salda nella memoria del pubblico, attraverso il duplice appuntamento discografico annuale, i programmi radiofonici e le rubriche sulla stampa, ma soprattutto perché abita ancora tutti i palcoscenici mentali di chi apprezza la sua musica. Mina

Cosimo Lupo, editore, Copertino Se fossi nato donna avrei voluto essere Nilde Iotti, la signora della Repubblica. E’ stata una donna di parte, eppure tutti hanno riconosciuto la sua imparzialità. Non è una contraddizione: Nilde Iotti quando l’essere di parte significa schierarsi non per convenienze, ma per ideali, la dimensione del dialogo acquista un peso maggiore rispetto allo scontro ed è conseguentemente inevitabile che si cerchi la verità senza pretendere di imporla. La sua imparzialità non è mai stata neutralità. Ha mantenuto sempre forte la fiducia nelle sue idee, ma non le ha mai usate per piegare la ragione degli altri. Mi piace ricordare un suo intervento all’assemblea costituente: “Dal momento che alla donna è stata riconosciuta, in campo politico, piena eguaglianza, col diritto di voto attivo e passivo, ne consegue che la donna stessa dovrà essere emancipata dalle condizioni di arretratezza e di inferiorità in tutti i campi della vita sociale e restituita ad una posizione giuridica tale da non menomare la sua personalità e la sua dignità di cittadina.”

Fredy Franzutti, coreografo compagnia Balletto del Sud, Lecce Se rinascessi donna, vorrei rinascere donna di potere e non donna “bambolina” al fianco di un uomo. Mi piacerebbe essere Rita Levi Montalcini, vera incarnazione del principio secondo il quale il potere sta nella conoscenza. La sua grande forza sta nel risultare estremamente attraente utilizzando solo doti intellettuali. La Montalcini ha saputo mettere da parte il lato estetico, per valorizzare quello interiore, del pensiero e del sapere. La sua carriera è andata di pari passo con la ricerca e con lo studio. E’ questo il mio ideale di donna.



Vincenzo Barba, deputato PdL, Gallipoli Premesso che nascere donna sarebbe un'esperienza dello spirito assai complessa, dal momento che nessun essere sulla terra è complesso quanto le donne, devo anche aggiungere che mi risulta davvero difficile pensare alle fattezze che dovrei assumere se rinascessi sotto sembianze femminee. Ma poiché mi piace questo gioco propostomi da "Il Tacco d'Italia", dirò subito che se dovessi rinascere donna per interpretare un importantissimo ruolo sociale e politico, mi piacerebbe rinascere con la grande forza morale di Margaret Thatcher, una donna che ho ammirato molto per la sua grande competenza che l'ha portata a trasformare l'Inghilterra in un vero Stato liberale, eliminando con riforme di stampo liberista sacche di inefficienza e cumuli di privilegi che rallentavano e ingolfavano il Paese anglosassone. Ma giacché il vostro giornale mi dà la possibilità di giocare a questo gioco divertente dirò da subito che, senza ombra di dubbio, mi piacerebbe rinascere con il fascino e la grande capacità di coinvolgimento che aveva, ed ha tuttora una donna che avrei voluto tanto conoscere ed avere: Edwige Fenech. Una donna dallo sguardo magnetico che dava senso a tutte le cose sulle quali si posava. Quale uomo dotato di senno non avrebbe voluto intrattenersi con lei? Dico: povero colui che non ha mai pensato di fermarsi con lei a bere un buon caffè e a parlare di tutto, vedendo ciò che vedeva dinanzi a sé e sperando di cher vedere ciò che non si vedeva. Margaret That

Vincenzo Barba: “Mi piacerebbe rinascere

Pasquale Gaetani, consigliere provinciale An, presidente Fondazione Notte di San Rocco, Ruffano

con la grande forza morale di Margaret Thatcher. Ma, giacché mi date la possibilità di giocare, propongo anche un secondo nome: Edwige Fenech”

Hannah Arendt

Cosimo Scarcella, docente Storia e Filosofia, Melissano Nonostante mi sembri una domanda metafisica, quasi extravagante, provo a rispondere. Sarei felice di nascere Hannah Arendt, filosofa e storica tedesca, per la sua razionalità “femminile”: lucida e travagliata, vera anche se contraddittoria, soprattutto perché totalmente umana. Ha vissuto una vita completa, unificando in mirabile fusione la poliedricità delle esperienze umane. Tuttavia, non mi è facile pensarmi donna.

Francesco D’Agata, responsabile provinciale Italia dei valori, Lecce Sono tante le grandi donne del passato e del presente che mi vengono in mente, ma poiché viviamo in tempi in cui c’è bisogno di speranza per un futuro senz’altro migliore, mi balza alla mente Michelle LaVaughn Obama, moglie del neopresidente degli Usa, prima first lady afroamericana, e non perché è “bella, simpatica, abbronzata”, come “qualcuno” da Arcore, sarcasticamente ironizzava, riferendosi alle doti del marito. Nel nuovo ruolo da first lady, dovrà affiancare quotidianamente l’uomo più potente del mondo in scelte difficili ed affrontare, quasi in prima persona, le nuove sfide che riguarderanno il mondo intero, affinché possano essere mantenute le promesse di un cambiamento per una politica di pace, sviluppo ecosostenibile e libera dagli schemi precostituiti della storia recente.

Michelle LaVaughn Obama

Edwige Fenech

Ho appena finito di leggere la trilogia “Millennium” di Stieg Larsson e, senza ombra di dubbio, se nascessi donna mi piacerebbe rinascere con le fattezze di Liesbeth Salander, l’eroina di quei tre bellissimi gialli che affascinano e coinvolgono il lettore dalla prima all’ultima pagina. Coraggio, indipendenza, eccezionale spirito di osservazione della realtà, spiccatissimo senso della giustizia, vitalità, difesa dei più deboli e degli indifesi, una femminilità forte ma mai ostentata: sono queste le doti che mi hanno affascinato e conquistato al punto di scegliere Liesbeth come personaggio femminile che in una futura ipotetica esistenza potrei essere. La cosa strana è che trattandosi di un personaggio della letteratura e non della storia non esiste un’immagine fotografica o pittorica che lo possa identificare. Eppure, grazie al fascino che questo personaggio ha esercitato sulle mie letture e alla sapiente penna dello scrittore, sono riuscito a costruirmi un disegno tutto mio, un quadro, una fotografia che rende questa donna un’immagine in grado di saltare visivamente da una pagina all’altra. Anzi, vi dirò di più, su Facebook mi sono iscritto al gruppo “Fan di Liesbeth Salander”.

Dario Fai, dermatologo, Parabita Ho sempre sognato di avere la stessa cultura scientifica e sperimentale di Marie Curie, la madre della radioattività, che rivoluzionò le scoperte fisiche e scientifiche con i suoi lavori sul radio, che integrò con le scoperte del marito Pierre Curie sulla piezoelettricità per misurare la radiazione dell’uranio. Passare alla storia con la nomea di scienziata significherebbe eternarsi nei secoli sui libri di fisica, chimica e storia. Il suo merito fu riuscire a conciliare il suo impegno scientifico con il suo ruolo di madre: fece crescere due figlie una delle quali vinse anche il premio Nobel per la chimica.



//Libri //Quaderni di parità //Bilancio di genere

bilancio:

femminile singolare

LA PROVINCIA DI LECCE È L’UNICA IN PUGLIA AD AVER ELABORATO UN BILANCIO DI GENERE, OVVERO L’ANALISI DELLA SPESA PUBBLICA IN UN’OTTICA DI GENERE. ESSO COSTITUISCE IL TERZO VOLUME DELLA COLLANA “QUADERNI DI PARITÀ” A CURA DELL’UFFICIO DELLA CONSIGLIERA DI PARITÀ. ANCHE LA COLLANA È UN PRIMUM IN REGIONE i intitola “Bilancio di genere della Provincia di Lecce” il terzo volume della collana “Quaderni di Parità”, a cura dell’Ufficio della consigliera di Parità (editore Nerò Comunicazione - Il Tacco d’Italia). Dopo “Le dinamiche dell’occupazione femminile nel Salento” e “Universo Lavoro: prove tecniche di trasparenza”, incentrati principalmente sul rapporto donnalavoro, in cui vengono messe in evidenza rispettivamente le condizioni lavorative delle donne e le strategie per la loro emersione dall’irregolarità, l’ultimo volume tocca

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Serenella Molendini

PER STATUTO, LA PROVINCIA DI LECCE GARANTISCE IN GIUNTA UNA PRESENZA FEMMINILE PARI ALMENO AL 30%. QUANTO ALLE DIPENDENTI DELL’ENTE IL BILANCIO DI GENERA PARLA CHIARO: MOLTISSIME IMPIEGATE E POCHISSIME DIRIGENTI, CON TANTO DI DIFFERENZA RETRIBUTIVA TRA UOMO E DONNA

la tematica delle strategie di genere degli enti pubblici, ovvero tutte quelle misure in ambito occupazionale che tengano conto delle differenze tra uomo e donna. La Provincia di Lecce è la prima in Puglia ad aver elaborato e pubblicato uno studio di tal tipo. Partendo dalla definizione di “bilancio di genere” abbiamo chiesto a Serenella Molendini, consigliera di Parità della Provincia di Lecce, come è nata l’idea di realizzarlo e di illustrarcene il contenuto.

Consigliera, che cos’è un bilancio di genere? “E’ uno strumento di analisi che permette di esaminare l’attività di un’amministrazione pubblica in un’ottica di genere e, di conseguenza, di avere un quadro completo delle conseguenze che le scelte di governo degli enti possono produrre sulla popolazione maschile e femminile”. Significa che le scelte di un ente hanno impatto diverso su uomini e donne? “Certamente. Uomo e donna hanno ruoli diversi in ogni ambito. Pertanto le scelte politiche di un’amministrazione pubblica hanno un impatto diverso sulla popolazione maschile rispetto a quella femminile. Il bilancio di genere nasce per ottenere una lettura profonda del ruolo delle amministrazioni rispetto alle differenze di genere”. Come è nata l’idea di realizzarlo? “L’abbiamo fatta nostra nella rete nazionale di consigliere di Parità. Con il bilancio di genere si sono già cimentate altre consigliere provinciali; è addirittura nata una rete delle città e delle Province che lo hanno adottato; capofila è la Provincia di Genova. Crediamo molto in questo il tacco d’Italia

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strumento perché solo adottando un’ottica di genere nella rendicontazione della spesa pubblica, si può progettare l’innalzamento della qualità della vita in Puglia e nel Salento. Ad oggi, la Provincia di Lecce è l’unica in Puglia ad aver elaborato questo documento”. Perché avete definito il bilancio “numero zero”? “Perché è l’indicazione di una metodologia. Ciò che consegniamo è un’esatta fotografia del bilancio di genere nella Provincia di Lecce. Ci siamo serviti di un team di ricerca molto preparato: tre esperti ed otto stagisti laureati”. Quale metodo avete usato per realizzare l’analisi? “Abbiamo portato avanti indagini tramite focus ed interviste per capire ciò che le donne chiedono alla politica, alle istituzioni, alla sanità, e per far emergere la diversità di esigenze tra generi. Inoltre abbiamo approfondito tutte le azioni messe in atto dalla Provincia, dividendole in direttamente ed indirettamente inerenti il genere e neutre, cioè valide per uomini e donne. Un’indagine ha riguardato il ruolo di promozione delle politiche di genere da parte della


Provincia nei confronti degli enti locali e dei Comuni. Ci siamo resi conto di quanto sia bassa la rappresentanza di genere nelle amministrazioni comunali: ci sono solo due donne sindaco, Sandra Antonica a Galatina ed Ada Fiore a Corigliano d’Otranto, e poche donne assessore. La Provincia, in compenso, ha adottato uno Statuto estremamente innovativo per favorire la presenza delle donne”. In che cosa consiste? “Nel garantire all’interno della Giunta una rappresentanza di genere di almeno il 30%; infatti il presidente Pellegrino ha nominato un’assessora esterna per raggiungere la

percentuale stabilita. Altrettanto ha fatto Vendola a livello regionale. Dal libro emerge, però, un altro dato emblematico rispetto alle dipendenti della Provincia: a fronte di moltissime impiegate esistono pochissime dirigenti; persiste, inoltre, anche presso l’ente provinciale un gap retributivo tra uomo e donna”. A parità di competenze e di mansioni esercitate, le donne vengono retribuite meno degli uomini? “Le donne hanno meno possibilità degli uomini di usufruire di accessori come gli straordinari; non perché ciò venga loro

negato ma perché, una volta terminato l’orario di lavoro, hanno necessità di tornare a casa per dedicarsi alle mansioni di cura che ricadono necessariamente sulle loro spalle. Se si considerano questi aspetti, il nostro territorio ha molto da lavorare per colmare le differenze di genere”. Qual è, in sintesi, l’idea di base del volume? “E’ impensabile continuare a credere che la politica sia neutra. E’ necessario prendere atto delle differenze tra uomo e donna e programmare di conseguenza l’attività di ogni ente pubblico”.

il lavoro non è donna a collana “Quaderni di Parità” realizzata dall’Ufficio della consigliera di Parità della Provincia di Lecce è una assoluta novità in Puglia. La Provincia salentina è infatti la prima su scala regionale ad aver intrapreso un’attività di analisi della realtà occupazionale femminile e ad aver reso noti i risultati di tali studi. I volumi inquadrano la condizione della donna da un punto di vista scientifico, utilizzando come fonti dirette gli Uffici dell’Istat, i Centri per l’impiego, l’Ufficio Statistico della Provincia di Lecce, l’Osservatorio provinciale sull’occupazione femminile. Per via di tale scientificità dell’approccio e per il merito di aver intrapreso un’indagine finora mai realizzata, l’Università di Bari, nella persona del docente Federico Pirro, ha chiesto di utilizzare i “Quaderni di Parità” come libri di testo universitari. “Le dinamiche dell’occupazione femminile nel Salento” è il primo volume della collana. Contiene i dilemmi del binomio donnalavoro ma anche prospettive di sviluppo. Le donne della provincia di Lecce, si legge,

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sarebbero le pugliesi che meglio riescono a concretizzare i propri obiettivi professionali. Nonostante ciò esse sono costrette a fare i conti con le difficoltà di conciliazione dei tempi lavorativi e familiari, con la insufficienza di strutture pubbliche a supporto della famiglia, come asili nido, case di cura e di riposo (ciò spesso induce all’abbandono del lavoro). In ambito strettamente lavorativo, le donne devono combattere quotidianamente con la competizione maschile: anche a parità di titolo di studio e di competenza resta una sostanziale differenza tra le

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retribuzioni di uomo e donna; a questa inoltre risulta più difficile sfondare il cosiddetto “tetto di cristallo”, ovvero occupare le posizioni aziendali più alte. Il secondo volume, “Universo Lavoro: prove tecniche di trasparenza”, si concentra principalmente sul lavoro femminile irregolare. Il metodo scelto è quello biografico, basato sulle narrazioni dirette delle donne. Dai racconti riportati emerge il conflitto, tutto femminile, tra il desiderio di lavorare e il rispetto

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delle aspettative sociali relative alle attività di cura nei confronti di figli e, spesso, di genitori anziani. L’Osservatorio sull’occupazione femminile, presente in Provincia presso l’Ufficio della Consigliera di Parità – propone Molendini nella presentazione del volume - può essere il fulcro attraverso il quale far passare le politiche per l’emersione del lavoro femminile irregolare e la creazione di una rete di istituzioni che lavori concretamente all’elaborazione di misure a vantaggio delle lavoratrici.


Almanacco salentino INDOVINA CHI E’? Gallipoli. Una Caremma sul tetto (foto di maxroll42, tratta da www.flicr.com)

COME TRADIZIONE VUOLE

La soluzione a pag. 38

caremma sui tetti. santu lazzaru per strada Tutto ha inizio con la Caremma, il fantoccio dalle sembianze di donna anziana (e anche un po’ bruttina) che compare, a fine Carnevale, sui tetti delle città. A partire dal mercoledì delle Ceneri, giorno dopo il martedì grasso (ovvero l’api-

ce dei bagordi carnascialeschi), la vecchia sdentata e vestita a lutto puntella (a dire il vero, sempre meno) comignoli e camini, ricordando che la Quaresima (da cui Caremma) è tempo di astinenza e sofferenza.

Ma Quaresima è anche beneficienza. Un’altra tradizione tipicamente salentina legata a questo periodo è infatti “U Santu Lazzaru”, un corteo che prende il nome dal famoso canto ispirato alla passione di Cristo (“Santu Lazzaru”, appunto) che, per la verità, assume la forma della “cantilena” ripetitiva, o come si dice del “tira ‘ntrame” (talmente noiosa da divenire di difficile ascolto). Il corteo è composto da musicisti, devoti, e tutti coloro che vi vogliano prendere parte e si muove, ogni venerdì di Quaresima, in giro per masserie e borghi. Scopo della processione è raccogliere viveri (ma oggi anche offerte in denaro) da destinare ai bisognosi. Mentre passa per le strade, il corteo intona il canto tipico ed allieta gli “spettatori” che in cambio offrono da bere e da mangiare. Anche questo rito, in tal modo, si trasforma in occasione di festa.

// Questione di look La saggezza popolare insegna che di galli in un pollaio ce ne deve essere uno. Solo in tal modo le scelte possono essere condivise dalla maggioranza. Ma stavolta non si parla di galli. La candidatura di Loredana Capone allo scranno più alto di Palazzo dei Celestini, promossa dall’uscente Giovanni Pellegrino come “la più naturale”, non ha messo d’accordo subito tutte le anime del Pd. E se la deputata Teresa Bellanova non ha esitato a caldeggiare la “promozione” della vice, Gianna Capobianco, assessora alla Programmazione economica, ha frenato, suggerendo il ricorso alle Primarie. In pochi le hanno dato retta e la Capone è rimasta l’unica candidata del Pd. Insomma, niente di nuovo sul fronte provinciale. È giunta l’ora, ad ogni modo, di mettersi a lavorare seriamente sul programma elettorale e di finirla, prima possibile, con i batti-becchi.



Almanacco salentino ACCADDE UN ANNO FA

LA RICETTA DEL MESE

Futti mariti per le più Furbe

circuito settimana santa “Il Salento è una terra di forte spiritualità e gli eventi religiosi tramandati dalla tradizione sono una risorsa da valorizzare anche sotto l’aspetto della promozione del nostro territorio”. Con questa motivazione Maria Rosaria Manieri, assessora provinciale al Turismo e Marketing territoriale, motivò l’anno scorso l’adesione della Provincia di Lecce al progetto “La Settimana Santa in Puglia: i Luoghi della Passione”. Promosso dalla Regione, il progetto aveva lo scopo di promuovere i riti e gli eventi del periodo pasquale sull’intero territorio regionale. Il progetto di comunicazione e di promozione turistico-religiosa venne pubblicizzato in occasione della Bit di Milano 2008 presso gli stand espositivi della Regione, delle Province di Bari e di Lecce e del Touring Club Italiano. Il materiale informativo fu inoltre distribuito presso l’aeroporto di Bari palese nel periodo dal 20 febbraio al 25 marzo prossimo. Ne fu data notizia anche su testate giornalistiche quali i “Viaggi di Repubblica” e la rivista “Qui Touring” del Touring Club Italiano.

IL RIMEDIO DELLA NONNA

a cura di NINA RIZZELLO

Confidenze tra donne. La civetteria e la vanità non sono cose di oggi. Hanno sempre contraddistinto l’universo femminile. Anche un po’ di anni fa le donne erano alla ricerca del giusto sistema per avere una pelle liscia e luminosa. Il rimedio più conosciuto ed anche più utilizzato era elementare ma efficace. Consisteva nel cospargere, prima di andare a dormire, dell’olio d’oliva su guance, naso e su quella che oggi chiamiamo “zona T”, all’incrocio del

naso con la fronte. Forse il cuscino avrà avuto da lamentarsi, la pelle di certo no. Un metodo assai più “di nicchia”, che le donne rivelavano con più reticenza, prevedeva che la sostanza applicata su viso fosse l’albume d’uovo. Lo si sbatteva in una ciotolina tramite una forchetta, fino a renderlo una schiuma e successivamente si applicava sulla zona da trattare, dove formava una leggere patina bianca. Risultato: pelle liscia mai vista.

Preparazione Per poter preparare dei buoni “Futti mariti” bisogna partire da una premessa: erano un escamotage inventato dalle donne per due ragioni. La prima: comportavano una spesa irrisoria, dunque permettevano di intascare dal marito buona parte dei soldi destinati alla spesa. La seconda: si preparavano in pochi minuti, quindi la donna poteva trascorrere l’intera mattina sull’uscio di casa a chiacchierare con le vicine e dedicarsi alla cucina solo pochi istanti prima del rientro del compagno. La preparazione è semplicissima: basta mischiare tutti gli ingredienti tra loro; aumentare le dosi di mollica di pane e formaggio se si preferisce maggiore consistenza. Una volta che l’impasto è pronto, disporli a cucchiaiate in una padella con del sugo e cuocere per alcuni minuti. Sembreranno degli involtini dal sapore molto difficile da definire.

a proposito di donne

a cura di ROCCO PREITE

“La donna che nu bbitte mai lu mare, quannu lu vitte disse ca è piscina; quannu vitte le barche navigare, disse ca suntu ale de gaddhina”. La donna che non aveva mai visto il mare (perché era di costumi morigerati ed aveva trascorso tutta la vita in casa), quando lo vide per la prima volta pensò fosse una piscina. E quando vide la barhe che navigavano, le scambiò per ali, aperte, di galline. “Fiju meu ca te mmariti, quannu ‘a scegli, varda la razza, cu nnu cacci le corna comu la cozza”.

Consigli del padre al figlio: “Quando scegli la donna che sarà tua moglie, stai bene attento a conoscerne la famiglia di provenienza; perché, se non dovesse essere seria, potresti ritrovarti con le corna, come le lumache”. “Lu presciu te la donna è lu capellu, l’aria tu trainieri è lu cavallu”. La migliore qualità in una donna sono i bei capelli (che devono essere lunghi, perché segno di femminilità); ciò che dà aria (cioè sostentamento) al guidatore del traino (l’aratore) è il cavallo.

PILLOLE DI SAGGEZZA

seGreti Femminili per una pelle di pesca

Ingredienti mollica di pane Uovo formaggio grattugiato Prezzemolo sale sugo di pomodoro


In occasione di inchieste speciali (come l’edizione che avete tra le vostre mani), il Tacco aumenta il numero delle pagine ma anche il suo prezzo di copertina a 3,50 euro. Si tratta di un aumento giustificato dalla complessità del lavoro giornalistico svolto e dai maggiori costi di stampa. Ai nostri abbonati garantiamo comunque l’invio della rivista, indipendentemente dal prezzo di copertina. Per questo raccomandiamo ai nostri lettori di sottoscrivere subito l’abbonamento a 10 edizioni, alla vecchia tariffa di 15,00 Euro per 10 numeri del Tacco d’Italia.

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VISTI DA VICINO

// Sul comodino e nella borsa di... //Adriana Poli Bortone

manca il tempo. ma non le medicine per l’otite di ADRIANA POLI BORTONE Adriana Poli Bortone

re 1.00 circa. Finalmente approdo nella mia camera da letto. Accendo quasi contemporaneamente la vecchia abatjour e (l’altrettanto vecchia) televisione, per cercare di orientarmi nella camera - disseminata di pile di libri e carte - e per carpire qualche notizia utile, residuo della giornata appena passata, o anticipazione di quella futura. “Fratelli d’Italia”, di Ferruccio Pinotti, attende indisturbato sul comodino. Rimarrà indisturbato, almeno per stasera: “Storie interotte - Il SUD che ha fatto ‘Italia” (di Barca- D’Antone - Quaglia) ha priorità assoluta. Poche pagine, e la stanchezza ha la meglio: anche oggi, i miei buoni 400 km li ho percorsi, in lungo e largo per la Puglia. Un bicchiere d’acqua (usando il bellissimo bicchiere di carta che mia nipote Fanny ha decorato per me, con scritte e disegni di suo pugno), e le immancabili medicine per l’orecchio: compagne di una vita. Intanto di fronte a me scorrono le immagini di una tv “tradizionale”: niente satellite, niente digitale, niente dvd; solo la cara vecchia Rai (Tg1, Tg Parlamento, Fuori Orario), o Canale 5 (se non è infestato dal “Grande Fratello”), o qualche rete locale – anche se spesso si vedono male, e a volte sono mal viste. Volume al limite (e d’altronde, con l’ovatta nelle orecchie, non si sente un gran che), per la gioia della famiglia. Mi addormento così, esausta, tentando con le ultime forze di programmare la giornata che sta per cominciare. Sono le 2 passate. Il mio fisico chiede venia.

O

Ore 6.40. Suona la sveglia, una vecchia sveglietta di plastica rossa dal suono implacabile. Con addosso ancora il pigiama, “rinforzato” da una vecchia e calda giacca da camera, spengo la tv (rimasta inesorabilmente accesa e a tutto volume per le quattro ore del mio riposo), mi armo di carte e giornali del giorno prima, recuperate in giro per la stanza, e scendo al piano inferiore. Qui la temperatura è più confortante. Carico il tavolino di carte e mi metto subito al lavoro, tentando di recuperare le letture passate indenni dal giorno precedente. Il tempo per un caffè, adesso, non c’è. Ci pensiamo più tardi. Leggo, penso, scrivo. E il tempo passa in fretta. Alle 8 arriva il caffè, portato dalla buona Lyuba, il cui sguardo mi ricorda che è ora di prepararsi per uscire. Ritorno in camera, depositando nuovamente carte e cartelline. Uno sguardo fugace al comodino. Devo ricordarmi di cambiare le pile alla lampadina tascabile. Recupero le medicine per l’orecchio, che metto subito in borsa: senza, potrei impazzire. Nella borsa ho anche: telefonino e caricabatterie, varie agendine telefoniche, varie agende, una penna, l’ombrello, un mini porta-trucchi, il portafogli, una spilletta “Io amo Sud”, le medicine per l’otite e le pastiglie per la gola. Non ho invece le chiavi di casa, che preferisco tenere nel cappotto.

il comodino di adriana Poli Bortone. ordinato ed essenziale. sopra c’è: una vecchia abat jour, una pila di libri (in evidenza: “fratelli d’italia” e “Quanto conta la massoneria?”, di ferruccio Pinotti), una piccola collezione di libricini antichi, una sveglietta in plastica rossa, una lampadina tascabile, una bottiglia di acqua naturale, con annesso bicchiere di plastica (personalizzato dalla nipotina), un “manuale della felicità”, le medicine per l’orecchio.

la borsa (griffata fendi) di adriana Poli Bortone. Contiene: telefonino e caricabatterie, numerose agende e agendine telefoniche, portafogli e porta-trucchi, ombrello, una spilletta con su scritto “io amo sud”, due scatole di medicinali (quelli immancabili per l’otite e le pastiglie Benagol per la gola).



//Oroscopo //Il segno del mese //Ivan De Masi Pesci

Ivan De Masi, vicepresidente Italgest

(20 febbraio-20 marzo)

//meGlio lo sport

SOTTO IL CIELO DEL SALENTO

a cura di IULY FERRARI

// Ariete (21.3-20.4) Dimostrerete grinta in campo lavorativo ed intraprendenza in quello sentimentale. Marzo è il mese di grandi battaglie, che vincerete senza troppi problemi. Potrete decidere di convolare a nozze.

// Toro (21.4-20.5) Belle gratificazioni nella carriera e, dunque, belle soddisfazioni economiche. Fate attenzione ai colpi di vento. L’affettività sarà alle stelle.

// Gemelli (21.5-21.6) Sarà per voi un mese di grandi relazioni, nuovi incontri e nuove collaborazioni. Mercurio vi inciterà all’associazionismo e vi condurrà ad una decisione importante: una convivenza?

// Cancro (22.6-22.7)

on sarà un marzo facile. Il mese inizia, per te, con la Luna “traversa”. L’opposizione Urano- Saturno non ti agevolerà; anzi ti creerà non poche difficoltà. La tua energia psichica, caro Ivan, è molto provata. Il consiglio è: abbandona gli impegni, evadi, trova nuovi svaghi. Non è il caso di applicarti troppo in iniziative troppo ambiziose. Prenota un viaggio rassicurante, distensivo, emotivamente ricostituente e dimentica per un po’ gli impegni più grandi di te. Non cedere alle lusinghe di chi ti vuole sempre in prima linea e ritagliati del tempo che sia tutto tuo. Prova a vivere alla giornata, non fare progetti a lungo termine. Una volta tanto, prova a non sentire il peso di una figura più grande al tuo fianco; cerca di staccartene e di guardare a te. Ciò ti restituirà più consapevolezza e serenità. Scegli uno sport all’aria aperta:

N

pratica il calcio oppure il calcetto; anche la pallamano può fare al caso tuo. Distendi la mente ed il corpo in lunghe passeggiate. Esercitati nella pittura e nelle arti visive. Anche il ricamo può fare al caso tuo. Ti darà tempo per pensare e intanto per liberarti dai pensieri delle ultime settimane.

// Vergine (24.8-22.9)

// Sagittario (23.11-21.12)

Sarete poco comunicativi o fin troppo aggressivi. Prendetevi una vacanza per smaltire lo stress. Favorite gite di piacere, sport, attività all’aria aperta per far sbollire la vostra irruenza.

Avrete voglia di novità, ma avvertirete un po’ di stanchezza. Vivrete un’altalena di emozioni che si concluderà con l’appagamento emotivo. Quindi, resistete. La Luna e Venere vi premieranno.

Vivrete un mese di alti e bassi. La Luna “storta” inciderà su tensioni familiari e vi renderà più capricciosi del solito. Non vi arrabbiate troppo, come al solito; il vostro stomaco vi ringrazierà.

// Bilancia (23.9-22.10)

// Capricorno (22.12-20.1)

Sarà per voi un mese di conquiste in campo familiare e personale. Senso della famiglia e della tradizione, voglia di casa, di valori semplici. Buono l’aspetto patrimoniale.

Un’insolita voglia di trasgressione vi travolgerà senza lasciarvi scelta. Cederete alle pulsioni di tipo sessuale e vi sentirete pieni di vita. La sfera lavorativa resterà, comunque, il vostro interesse principale.

// Scorpione (23.10-22.11)

// Acquario (21.1-19.2)

// Leone (23.7-23.8)

Conquiste erotico-sessuali vi attendono; la vostra fama di “conquistatori” non si smentirà. Sarà la primavera, ma sarete naturalmente portati alla “caccia”. Attenzione ai tradimenti: potreste non riuscire a nasconderli.

Vi sentirete pieni di energie e carichi di voglia di fare. Ma,allo stesso tempo, potreste vivere dei momenti di “down” dai quali, ad ogni modo, vi riprenderete senza troppi traumi. Non vi arrendete e guardate avanti: avete ancora molti progetti da portare a compimento.

Questo mese vi metterà a dura prova ma riuscirete ad oltrepassare ostacoli di vario tipo con coraggio e lealtà. Potreste vivere una situazione emotiva conflittuale. Lavorate sodo per controllare i nervi.

il tacco d’Italia

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Sapere, sentire, vedere a cura di FLAVIA SERRAVEZZA

MUSICA MAESTRO MUSICA MAESTRO MUSICA MAESTRO MUSICA MAESTRO MUSICA MAESTRO

f.serravezza@iltaccoditalia.info

triace. sebben che siamo donne

Triace è il progetto musicale nato intorno alle voci salentine di Alessia Tondo, Emanuela Gabrieli e Carla Petrachi, note al grande pubblico della musica popolare per essere tra le protagoniste dell’annuale Concertone della Notte della Taranta. Filo conduttore del loro primo lavoro, dal titolo “Sebben che siamo donne” (Anima Mundi, 2008), è la condizione della donna lavoratrice, sia essa una mondina o una tabacchina del Salento. Partendo proprio da “Sebben che siamo donne”, la prima canzone di lotta

proletaria al femminile composta tra il 1900 e il 1914, i 12 brani tradizionali del disco tracciano un percorso in cui emergono i sentimenti affini tra le donne lavoratrici, vittime del lavoro nei campi, dei soprusi padronali e del dovere di essere mogli e madri. Le musiche, affidate a Giorgia Santoro (flauto), Adolfo La Volpe (chitarra) e Vito De Lorenzi (percussioni), mettono insieme tradizione e sperimentalismo (dalle incursioni jazz fino a toccare il dub), dando vita a un prodotto originale e di grande interesse.

tutti amici di alessandra Tra le voci più graffianti e interessanti dell’edizione 2008 del programma tv “Amici” c’è quella di Alessandra Moroso, 21 anni, di Galatina (www.alessandraamoroso.it). Tre brani inediti interpretati dalla giovane cantante salentina, “Find a way”, “Immobile” e “Stella incantevole”, fanno ora parte della compilation di Amici 8, intitolata “Scialla” (Sony Music). Il cd è doppio disco di platino con oltre 140mila copie vendute. il tacco d’Italia

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dani silk. ad un passo da sanremo Non ce l’ha fatta per una manciata di voti. La corsa della cantante salentina Dani Silk a Sanremofestival.59, il concorso on line dedicato ai giovani artisti voluto da Paolo Bonolis per la scorsa edizione del Festival (17-21 febbraio) si è fermata a un passo dal traguardo. Il suo inedito, dal titolo “Sentire”, dopo aver superato la fase semifinale delle selezioni, non è rientrato tra i dieci brani finalisti. Tuttavia Daniela Martines (in arte Dani Silk), classe 1981, originaria di Galatina, si è fatta apprezzare da un vasto pubblico di navigatori che hanno cliccato e votato il video della sua canzone, ancora disponibile sulla piattaforma www.sanremo.rai.it (oppure su Youtube). È sfumato così, almeno per quest’anno, il sogno di esibirsi sul palco dell’Ariston ma per la cantautrice che appartiene alla scuderia reggae di Treble (Lu Professore, storico fondatore

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e produttore dei Sud Sound System), la carriera è tutta in ascesa. Pur avendo iniziato da poco (circa due anni) a dedicarsi professionalmente al canto, Dani si sta già facendo notare per la pulitissima voce, cristallina, quasi di seta (“silk”, appunto) e per i suoi testi introspettivi. Si ispira alla musica pop italiana d’autore, al reggae giamaicano e alle melodie della musica tradizionale salentina. Ha esordito discograficamente nel 2007 incidendo per una nota etichetta reggae italiana, One Love, cantando in “Dimme Percene” (in dialetto salentino) insieme a Treble. Con lui ha prodotto una serie di singoli di successo come “Polvere e silenzio” che è entrato a far parte della colonna sonora del film “Fine Pena mai”. Dani ha partecipato anche ad importanti festival di musica etno e reggae e ora sta lavorando a un album di inediti.


Sapere, sentire, vedere

C’è anche una salentina fra i sei giovai pugliesi che, dopo aver superato le dure prove selettive, stanno frequentando il prestigioso master in “Gestione della produzione cinematografica e televisiva” alla Luiss Business School di Roma. Marianna D’Ambra, 25 anni, di Casarano, partecipa ai corsi con altri 21 studenti di tutta l’Italia. Il master le permetterà di entrare in contatto con alcuni dei gruppi più importanti del settore dell’audiovisivo (Albatross; Disney-ABC International Television; Editoriale DUESSE; Lux vide;

NBC Universal Global Networks Italia S.r.l.; RAI Corporation; Rizzoli Audiovisivi; Universal Pictures International Italy). Attrice e assistente di produzione, Marianna ha partecipato a numerosi laboratori teatrali e di training attoriale ed è stata protagonista di diversi spettacoli. Per il cinema, ha interpretato un piccolo ruolo nel film “Ovunque sei” di Michele Placido. Laureata col massimo dei voti presso l’Università La Sapienza di Roma in Saperi e tecniche dello spettacolo, si è specializzata nel settore della produzione cinematografica e dopo aver lavorato per alcune pubblicità è stata assistente di produzione sul set del nuovo film “Il grande sogno” di Michele Placido, in uscita prossimamente nelle sale cinematografiche.

voGlia di ciciri e tria

Il trio di comari salentine tutto casa e chiesa, le Ciciri e Tria, sarà presto sul grande schermo. Uscirà ad aprile in Germania e successivamente anche in Italia, infatti, il film “Maria, non gli piace”, una commedia della regista tedesca Neele Leana Volmar, con Lino Banfi che interpreta un oriundo pugliese emigrato in Germania e che in Italia organizza il matrimonio della figlia con un tedesco. Annarita Luceri, Francesca Sanna e Carla Calò interpretano, neanche a dirlo, il ruolo delle comari pugliesi e

bigotte che spettegolano durante la cerimonia. “Abbiamo girato alcune scene a Gravina di Puglia, nel mese di novembre – racconta Annarita – e ci siamo divertite da morire. Oltre a Lino Banfi, abbiamo avuto l’onore di conoscere un altro grande attore pugliese, Sergio Rubini, anche lui recita nel film ed è una persona squisita”. Ma le novità non finiscono qui. A ottobre riparte Zelig Off e potremo rivedere le Ciciri in una veste inedita, sempre con sketch legati a vizi e virtù della loro terra natìa.

CIAK, SI GIRA

SU E GIÙ DAL PALCO

cinema e teatro. una salentina in luiss

A REGOLA D’ARTE Francesca Carallo. Una scultura luminosa

Un anello disegnato da Wanda Romano

il desiGn è donna Torna anche quest’anno, a Lecce (castello Carlo V) la rassegna che sottolinea il contributo femminile nel campo della creatività artistica. Una storia ormai consolidata attraverso una serie di mostre che in questi ultimi nove anni è stata testimone e portavoce dell’inarrestabile successo per qualità e ampiezza della creatività femminile locale, nazionale e internazionale. Nelle passate edizioni, l’indagine nei territori

della pittura, scultura, installazione si è dilatata all’esperienza della video-arte, della fotografia, del cinema. In tutto, fino ad oggi, si sono alternate sul palcoscenico di Aw oltre un centinaio di artiste appartenenti a varie latitudini, generazioni, maturità, tendenze. A quest’ampia panoramica del mondo creativo delle donne si vuole aggiungere in occasione il tacco d’Italia

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del decimo compleanno di Aw, un’indagine nei territori del design, attraverso una campionatura di artiste nel confronto di territori, generazioni, linee di ricerca. E “Creatività nomade. Aspetti del design contemporaneo femminile” è il titolo della mostra di quest’anno, che vedrà alla ribalta una decina tra designer pugliesi e di area nazionale, negli spazi prestigiosi del castello cinquecentesco di Carlo V a Lecce. La mostra, promossa dall’Assessorato alla cultura della città di Lecce è a cura di Marina Pizzarelli, storica dell’arte e critica d’arte, e ospiterà nel corso della sua durata (dal 15 marzo al 15 aprile), diverse iniziative culturali come workshops, convegni, dibattiti sulle problematiche del design contemporaneo e dei suoi rapporti con la produzione industriale. X edizione di Art Woman 2009: Creatività nomade. Aspetti del design contemporaneo femminile Lecce, Castello Carlo V dal 15 marzo al 15 aprile


//Controcanto

di FRANCESCO RIA*

ritorno al Futuro. in rosa FRANCESCO RIA È UNO DEI TANTI “CERVELLI” CHE LA REGIONE PUGLIA HA FINANZIATO CON IL PROGETTO “RITORNO AL FUTURO” PER CONSEGUIRE UN MASTER AL NORD O ALL’ESTERO, A CONDIZIONE DI RITORNARE NELLA PROPRIA TERRA D’ORIGINE. FRANCESCO È UN FISICO, LAUREATO GIOVANISSIMO ALL’UNIVERSITÀ DI LECCE. ORA FREQUENTA UN MASTER SULLE APPLICAZIONI FARMACEUTICHE E SANITARIE DELLE SCIENZE PRESSO LA FONDAZIONE ISTUD. IL SUO STAGE È PRESSO LA SORIN BIOMEDICA CARDIO DI SALUGGIA (VERCELLI), LA PRIMA AZIENDA AL MONDO PER LA PRODUZIONE E VENDITA DI VALVOLE CARDIACHE. LÌ STA TOCCANDO CON MANO IL FUTURO, DAVVERO. ED È DONNA

F

ine pausa pranzo. Come al solito sono a mensa con le quattro donne del settore in cui lavoro. Squilla il telefono, rispondo e rientro in ufficio con qualche minuto di ritardo. Il mio capo mi richiama e cerco di giustificarmi: “Scusa Giuliana, era la Direttora del mensile per il quale collaboro”. “Ah! Ma allora sei circondato! Hai tutti superiori donne” – chiosa sorridendo “e com’è la tua Direttora?”. Rispondo: “Un po’ come te: mite in pace e dura in guerra”. Mi viene spontaneo parafrasare ciò che Primo Levi pensava dell’Armata Rossa che liberò il campo nel quale era prigioniero. Penso ad una battuta e niente più. Invece le donne al lavoro, e forse nella vita, sono proprio così. Credo. Lo sono sempre state. Non so se sia un fatto di “evoluzione” come dicono i biologi o un fatto di “adattamento sociale” per dirla con gli studiosi delle vicende umane. So che quando ognuno fa il proprio dovere un capo o una collega donna rappresentano l’immagine della serenità, ma come qualcuno sgarra iniziano i dolori. Poi penso al mio master: 33 partecipanti, oltre 20 donne. Poi penso al recente passato politico e a come si sia stati miti anche in guerra: a come non ci si sia indignati a sufficienza mentre si annullavano e si mortificavano le più elementari norme di correttezza, di onestà, di democrazia. E penso che, forse, qualche donna in più avrebbe reso meno agevole commettere tutto ciò. E poi penso che forse, d’ora in avanti, non ci sarà più spazio per le mezze misure. Che il mondo sarà conquistato da chi è in grado di decidere, di valutare, di prendere decisioni anche scomode. Da chi è sempre stato più disponibile al sacrificio. Dalle donne, insomma. Così disposte al sacrificio da non avere dubbi quando si tratta di scegliere tra un figlio e una promozione. E poi penso che ho affrontato gli studi e le loro difficoltà, spesso grazie al sogno di una

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buona posizione, di un lavoro gratificante una volta terminata l’università. E penso a quanto deve essere difficile abbandonare o trascurare questo sogno per chi decide di non trascurare la famiglia. A quanto sia difficile conciliare le due cose. A quanta naturalezza nel non far pesare a nessuno queste scelte. Anzi. Spesso chi le prende è di supporto a chi si trova a valutare opzioni meno decisive e drammatiche. E mi disturba sentire che servono più donne nei luoghi del potere con quel tono da Processo di Biscardi con il quale ormai si affrontano questi temi. Ma il commento delle mie colleghe all’ennesima fesseria fatta dal responsabile dell’altro settore mi richiama al mio computer e ad un interminabile documento. Per altri due minuti. Fino a quando l’altra collega non ci saluta: ha chiesto un permesso perché il marito è rimasto con l’auto in panne e deve andare a raccattarlo prima che la figlia esca da danza. La mia vicina di scrivania, però, mi regala un momento di orgoglio maschile. Ha le braccia a pezzi perché ha passato il fine settimana ad aiutare il compagno nel trasportare i mattoni che serviranno per pavimentare la loro nuova casa. Eh Eh! Almeno in questo noi uomini non abbiamo problemi. Ma dura solo un attimo perché capisco subito che ormai l’invasione di campo è totale. Ormai le donne fanno tutto ciò che facevano gli uomini. Chissà quando gli uomini riusciranno a fare tutto ciò che fa una donna. Forse è chiedere troppo. Forse, basterebbe fermarsi a riflettere su come diamo per scontate tante cose che in realtà non lo sono. Non credo sia una richiesta eccessiva se pensiamo che, in fondo, dopo aver lavorato, tirato avanti la famiglia, consolato i mariti, rimproverato i figli, le donne sono sempre pronte ad illuminare le nostre giornate con i loro sorrisi. *fisico, pubblicista

CHI HA FIRMATO CONTROCANTO Vincenzo Magistà direttore “TgNorba” Rosanna Metrangolo caporedattore “Nuovo Quotidiano di Puglia” Marco Renna “Studio 100 Lecce” Mimmo Pavone direttore responsabile “Il Paese nuovo” Vincenzo Maruccio giornalista “Nuovo Quotidiano di Puglia” Tonio Tondo inviato “La Gazzetta del Mezzogiorno” Roberto Guido direttore “quiSalento” Lino De Matteis caposervizio “Nuovo Quoti-diano di Puglia”, vicepresidente regionale Assostampa Renato Moro capocronista “Nuovo Quotidiano di Puglia” Gabriella Della Monaca coordinatore TG NORBA GRANDE SALENTO Luisa Ruggio redattrice Canale8, scrittrice Walter Baldacconi direttore responsabile Tg Studio 100 Paola Ancora addetta stampa Ministero delle Politiche agricole Michele Mauri direttore editoriale L’ATV Antonio Silvestri addetto stampa Inps Lecce Dionisio Ciccarese presidente homepage Group, società di consulenza di comunicazione strategica ed editrice di grandi giornali e siti internet Nunzio Pacella addetto stampa Apt di Lecce Loredana Di Cuonzo giornalista pubblicista dirigente scolastico Istituto d’arte “G. Toma” Galatina-Nardò Giancarlo Minicucci direttore Il Nuovo Quotidiano di Puglia Vaileth Sumuni Luigi Russo giornalista, presidente CSV Salento

indovina chi è

“bestiario pubblico. ovvero: come nascono nuovi improbabili personaggi sulla scena”

il tacco d’Italia

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