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Un circuito di mostre collettive, quello che si delinea con “Percorsi attraverso l’Immaginario”, che partendo da alcuni tra i più suggestivi luoghi della cultura museale piemontese, passa attraverso Paratissima, per approdare allo spazio espositivo di Math12. Una mostra corale a più voci, un retablo di chiavi interpretative in cui, per l’appunto, “l’immaginazione correveloce e delinea insolite prospettive”. Un percorso in cui il viandante, per soddisfare la curiosità, potrà scegliere di percorrerne le tappe ed andare oltre i muri dello spazio che lo ospita. Un viaggio introspettivo che si avvale di modi di espressione tra i più diversi e di collaborazioni che “abbattono i muri”. La mostra racconta di come l’immaginario umano abbia da sempre esplorato territori fantastici e grotteschi, a cominciare dalla tradizione medioevale, per liberare un universo a cui non si può dare confine. Ciascuno degli artisti presenti, ha dato maggiore rilievo all’uno o all’altro dei temi proposti, in accordo con la propria sensibilità, scegliendo le tematiche che più gli appartengono. Mostre a cura di Elisa Larese Laura Lussiana Evento promosso e realizzato da: Math12_ spaziotrasversale e TablinCultural Management Ringraziamenti Bianca Lando per la concessione dell’opera del Maestro Lorenzo Alessandri Federica Valenti


PERCORSI ATTRAVERSO L’IMMAGINARIO: l’ immaginazione corre veloce e delinea insolite prospettive Il percorso espositivo da noi ideato si prefigura come uno spazio metanarrativo in cui delineare le diverse suggestioni degli artisti presenti e la loro personale ricerca nel mondo dell’immaginario. Il risultato è una mostra corale a più voci, un retablo di chiavi interpretative ed emotive della realtà dove l’immaginazione corre veloce e delinea insolite prospettive. Con gli artisti internazionali proposti da Tablinum, l’arte diventa l’elemento principe per innescare quella fondamentale alchimia fra spettatore e artista, fra chiave interpretativa e realtà nuda e cruda ma ancora di più l’arte con il suo bagaglio di suggestioni e simboli stimola l’immaginario e sancisce una verità assoluta: alla base di tutta l’ ;arte che si definisce tale vi è sempre una trasformazione. Un percorso complesso e intricato, in cui a muovere la ricerca sono il fascino e il mistero della scoperta nei confronti di un reale che non è mai uguale a se stesso. Jean Paul Lagarrigue con la sua gargouille e le sculture di ispirazione medievale, ci accompagnerà in un medioevo immaginario denso di suggestioni. Fra l’allegorico e il grottesco le sculture di Mieke Van den Hoogen richiamano tutte le suggestioni di un immaginario al femminile. Cecilia Martin Birsa sa tradurre ciò che la forma intrappolata nella pietra grezza gli sussurra in sculture dalla straorinaria sensibilità. Anne Delaby, ci offre un simbolismo potente ed evocativo in cui luce e colore sono pura energia che si trasmette allo spettatore. Il colorismo simbolico di Dominque Joyeux regala allo spettatore suggestioni che dall’occhio rapiscono verso mondi immaginari.


CECILIA MARTIN BIRSA


La verve scultorea di Cecilia Martin Birsa si incarna, in occasione dell’appuntamento con una Paratissma 13, in bilico fra simbolico e immaginario grazie al tema “Superstition”, nello spirito di due animali da sempre presenti nell’immaginario di favole e leggende: una gatta nera e un corvo. Due sculture provenineti dal Filone Figurativo dell’artista che subito affascinano. La “lotta scultorea” di Cecilia ha liberato dalla pietra la tenera figura di una gattina nera, dalla schiena arcuata, intenta a stiracchiarsi e ad abbandonarsi in un pigro sbadiglio. Ce la immaginiamo, questa gattina, crogiolarsi al sole in equilibrio sul tetto di selce dell’atelier dell’artista, oppure in una sera d’inverno di fronte al tepore del suo caminetto scoppiettante. Il profilo felino dai muscoli guizzanti, la schiena arcuata si mostrano con grande naturalezza a noi che, emozionati e ammaliati, siamo tentati di allungare la mano ad accarezzare il manto in Nero Assoluto dello Zimbawe... ed ecco che, ancora una volta, dal blocco di pietra la perizia della scultrice ha liberato un personaggio vivo di emozioni che ci lascia sospesi, in contemplazione della Bellezza e spazza via qualsiasi pretesa di superstizione. Un corvo, animale anch’esso che porta su di sè un fardello di simboli e superstizioni: se dovessimo individuare un animale che rappresentasse a pieno le sovrastrutture antropologiche del nostro immaginario collettivo sarebbe senz’altro lui. Cecilia ha però delineato le forme di questo corvo, sbozzandolo dalla pietra di Nero d’Africa per restituirci non un animale affrancato da tutti i tipi di superstizioni, dalle valenze positive o negative che le differenti civiltà hanno nel crso dei secoli associato a questo animale, bensì una creatura dal fiero portamento e dal piumaggio folto, appena mosso dal vento, che ci osserva dalla pietra su cui si è appena appolaiato. Lo possiamo ammirare in tutta la bellezza e la perfezione che la natura gli ha donato e imparare così ad abbandonare filtri e preconcetti ed imparare ad amare e considerare la realtà per quella che è: scoprirermo in questo modo un dono inaspettato! Elisa Larese, Tablinum Cultural Management Testo scritto per le sculture di Cecilia Martin Birsa “Gatto nero nero” e “ Il Corvo” in occasione di Patassima XIII, Torino 1-5 Novembre 2017


CECILIA MARTIN BIRSA

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CECILIA MARTIN BIRSA

Cecilia Martin Birsa, in questa tappa della rassegna “Percorsi attraverso l’Immaginario “ ospitata presso lo spazio trasversale Math12, vuole stimolare l’immaginario legato all’universo femminile e sovvertirlo. Ecco che si appresta a scardinare la nostra forma mentis attraverso tre sculture che già dal titolo lanciano una sfida al visitatore: “Donna che arranca”, “Donna allo specchio” e “Autoritratto”. Le pietre utilizzate (serpentino, migmatite e diorite) sono state tutte ricercate, trovate e lavorate (perchè sì, per una scultrice le pietre non sono tutte uguali!) nella Valle dell’Elvo, dove Cecilia vive e lavora da sempre. Tutte le tre sculture sono caratterizzate da una dimensione ridotta. Un formato caro a questa scultrice, che non ha paura di cimentarsi con la difficoltà che implica una lavorazione in piccola scala, e che sembra dire allo spettatore: “Se vuoi comprendere il mio messaggio devi avvicinarti, analizzare la mia opera, riflettere su quello che ti vorrei comunicare. l’arte è un continuo esercizio di introspezione, altrimenti non è arte!” “Donna allo specchio” è una scultura dal prezioso valore simbolico: l’anima femminile, anima d’artista, si specchia e scorge in sè una forza che tende al contempo a respingersi e ad armonizzare la propria interiorità più profonda; una scultura molto sentita dall’artista e molto amata: lo intuiamo dalla cura estrema con cui è stata realizzata. “Donna che arranca” con la sua diorite grigio scuro, ci comunica un sentimento di tenacia, una forza interiore estrema che spinge questa figura, seppur arrancando, a non arrestarsi dinnanzi alle difficoltà della vita. E, infine abbiamo un autoritratto intensamente bello ed essenziale: possiamo individuare i lineamenti di Cecilia, accenati con ferma delicatezza tra le striature grigio scuro della migmatite che si scontrano con quelle grigio chiaro di base in un gioco coloristico di grande suggestione...pensieri ed emozioni dell’artista sembrano affiorare a “fior di pietra” e bisbigliarci i suoi segreti. Da queste pietre geologicamente antichissime sgorgano forme nuove in cui l’emozione prevale sino a delineare un nuovo concetto di femminilità, finalmente spogliata da inutili orpelli e convenzioni, finalmente libera di esprimere se stessa grazie alla tenacia di questa scultrice. Elisa Larese, Tablinum Cultural Management

Testo scritto in occasioone della partecipaione dell’artista alla rassegna “Percorsi attraverso l’ Immaginario”, Spazio MAth12, Via Silvio Pellico 12, Torino, ITALIA

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CECILIA MARTIN BIRSA

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CECILIA MARTIN BIRSA

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CECILIA MARTIN BIRSA

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DOMINIQUE JOYEUX


DOMINIQUE JOYEUX

Dominique Joyeux continua a travolgerci in un turbinio di emozioni con il suo colorismo vibrante. Con “Ciel d’enface” ritroviamo tutta la spontaneità e la spensieratezza dei nostri giorni d’infanzia quando, sdraiati a pancia in su, ammiravamo le nuvole danzare nel cielo incastonate in tante mirabolanti forme. Si sa, la fantasia dei bambini corre veloce e il mondo viene guardato attraverso il filtro della fantasia e della creatività galoppante. Ora possiamo sederci di fronte a questa tela e, tornando di nuovo un po’ bambini, ritrovare quella spontaneità da tempo dimenticata lasciando che la nostra fantasia trovi nuovi stimoli ammirando i giochi di colore sulla tela. Una medicina per l’anima che ci viene in soccorso con i suoi colori vivaci e ci lascia sospesi in una nuvola di spensieratezza e allegria. Dominique Joyeux dà vita a un’arte positiva che possiede l’innegabile dono di riuscire a sollevarsi dalle preoccupazioni e dalle difficolta’ quotidiane esaltando e facendo brillare il prezioso che é in noi. In “Esperanto”abbiamo la dimostrazione del grande potere dell’arte che riesce ad arrivare anche laddove le parole e i gesti del quotidiano hanno fallito. L’esperanto era la lingua parlata nei porti del Mediterraneo, una lingua “meticcia” originata da un mix di linguaggi e che consentiva a persone provenienti da luoghi lontani a comunicare fra di loro. Allo stesso modo, e forse, con ancor maggiore efficacia, quest’opera d’arte, creata dall’incastonarsi di forme e colori ci rivela il grande potere dell’arte che non fa differenza di popolo ed linguaggio nel veicolare emozioni. Elisa Larese, Tablinum Cultural Management Testo scritto per le opere di Dominque Joyeux “Ciel d’enface” ed “Esperanto” in occasione di Patassima XIII, Torino 1-5 Novembre 2017

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DOMINIQUE JOYEUX

L'immaginazione corre davvero veloce ammirando le opere di Dominique Joyeux che ci parlano di sentimenti senza tempo, universali. Iniziamo con due opere dove l'ispirazione alla mitologia antica si coniuga con l'attualita del messaggio che ci viene donato dall'artista. “Pour Icare”, opera dedicata al giovane Icaro che volle volare troppo vicino al sole e pagò con la vita la propria temerarieta. Qui l’artista ha voluto dare una seconda possibilità a tutti noi che, un po' come Icaro, ci spingiamo in imprese inconcludenti smarrendoci: c'e' un modo per uscire dal labirinto di noi stessi e trovare la luce...e l'artista potrebbe aver visto lontano racchiudendo nella tela un segreto importantissimo. “La seconde epreuve” e' un'opera di grandi dimensioni dal colorismo coinvolgente, ad ispirare l'artista è il mito di Eracle e delle sue fatiche. Nella sua seconda fatica l’eroe greco Eracle si trova a fronteggiare il terribile mostro dalle molte teste; l’Idra di Lernia. L’impresa vede l’eroe recidere più volte le teste della creatura che continuamente vengono sostiuite, finchè la perseveranza e l’astuzia dell’eroe e del compagno Iolao hanno finalmente la meglio ed il mostro è sconfitto. Ma qui, il messaggio si fa universale: dall'antichità ai nostri giorni continua l'avventura dell'uomo costretto a lottare fra bene e male, sospeso fra la felicità è il dolore, ma che mai si arrende. Il colore rosso dello sfondo ci ricorda la violenza di questa lotta sempiterna, che è lotta a salvaguardia della nostra felicità interiore. Bene e male sono rappresentati da due gruppi decustruttivamente scomposti in linee di forza e tensione che tendono a respingersi e slanciarsi verso il cuore della tela, in una lotta perenne. In “La Confiance” infine si sublima tutta la bellezza del rapporto umano e l'artista ci dona un messaggio ottimistico : siamo spinti naturalmente a protenderci verso il mondo è lo facciamo con il nostro bagaglio di emozioni e aspettative. E' per noi un passo importante, ci mettiamo in gioco ma in compenso riceviamo davvero molto in cambio e possiamo arricchire il nostro animo. Linee dinamiche, voluttuse, sui toni del rosso e dell’oro a simboleggiare questo tentativo, emotivamente molto coinvolgente, in cui ciasucno di noi è pronto ad abbracciare l’altro e a donare una parte di sé ricevendo altrettanto in cambio: si realizza una connessione positiva, fra gli individui che sperimentano il valore della Confiance, della fiducia, dell’abbandono al prossimo. Tale rapporto è simbolicamente rappresentato da un filo d’oro che lega indissolubilmente i nostri mondi interiori e impreziosisce la nostra vita. Elisa Larese, Tablinum Cultural Management

Testo scritto in occasioone della partecipaione dell’artista alla rassegna “Percorsi attraverso l’ Immaginario”, Spazio MAth12, Via Silvio Pellico 12, Torino, ITALIA

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ANNE DELABY


ANNE DELABY

Anne Delaby ci offre un percorso immaginifico che trae ispirazioni da uno dei compositori romantici per eccellenza: Richard Wagner. In “Lohengrin” si respira tutta l’emozione di questo dramma storico dal sapore di fiaba dal finale tragico. Il colorismo di Anne Delaby si fa qui corale e la scena, quella del’addio di Lohengrin, filgio di Parsifal, re del Graal, sulla stessa barca sulla quale ha fatto la sua comparsa nel primo atto. Elsa, la donna che ama ma che non ha saputo mantenere il tacito vincolo di fiducia, assiste affranta al suo allontarsi: aver voluto costringere l’amato a pronunciare le parole proibite rivelando la propria identità, le costerà la solitudine eterna. Le sponde del lago, avvolte nei calmi toni del blu e del verde sono investite da una luce sovrannaturale mentre il pennello dell’artista delinea con un’ estrema delicatezza, che tradisce un grande trasporto emotivo, delinea la figura affranta di Elsa costretta, nell’ombra, ad fissare impotente la luce abbacinante dove la barca dell’amato si allontana per sempre. Qui ammiriamo il grande lavoro virtuosistico di Anne Delaby che riesce ad illuminare di colore e luce le sue opere in modo straordinario. Lo studio di ogni sfumatura di colore, dai toni quasi accecanti del giallo sino al digradare nei toni aranciati e poi rosa, laddove le porte dell’empireo si dischiudono per accogliere il ritorno dell’eroe e gli spiriti lo accolgono tra i giusti; sino ai colori plumbei e freddi, nei toni del verde e del blu che ci comunicano lo sconforto di chi resta e la disperazione di Elsa per non aver saputo far trascendere il proprio amore terreno in qualcosa di più grande. Dell’opera Le Walkirie conosciamo tutti il celebre preludio all’atto III: la cavalcata. Qui invcece, Anne Delaby rappresenta un momento di immobilità e di riflessione dove i personaggi del dramma non compaiono e lo scenario è dominato da una natura selvaggia, fatta di dirupi scoscesi e montagne dalle cime appuntite. Quasi sospeso sull’orlo del precipizio un cavallo compare sulla scena. Il mondo è ormai eroso dalla corruzione avviata dal Reihngold e l’amore, insieme a tutti i sentimenti positivi sembra prosciugato. Il pennello di Anne Delaby delinea sfumature cupe, sui toni del blu che digradano nel nero e nel grigio. La natura tutta è paralizzata in attesa che la tempesta scateni tutta la sua forza distruttrice...sospesi in un croviglio di emozioni contrastanti, fissiamo il meraviglioso profilo guizzante di quel cavallo che a stento trattiene la propria carica. Che in un mondo irreparabilmente corrotto, gli dei abbiano deciso di calcare la stessa terra degli uomini? Esiste ancora redenzione? Torna, in queste tele di Anne Delaby, a presentarsi con prepotenza ai nostri sensi il sentimento del sublime. “Sub-limine” significa sperimentare un sentimento di straniamento positivo, di essere sub-limine : pronti a varcare un limite emotivo ed esistenziale, elevarsi. Dopo aver contemplato queste due tele ed aver accettato di accogliere in sè l’emozione che sanno trasmettere, sarà come risvegliarsi da un sogno meraviglioso dove l’influsso benefico della nostra visione ha lasciato una traccia indelebile nella nostra anima. Elisa Larese, Tablinum Cultural Management Testo scritto per le opere di Anne Delaby “Lohengrin” ed “La Walkirie” in occasione di Patassima XIII, Torino 1-5 Novembre 2017

www.annedelaby.com


ANNE DELABY

Simbolismo e femminilità un connubio veramente accattivante quello che Anne Delaby propone in queste tele. Il pennello si fa temometro di emozioni e stati d’animo e la fantasia dell’artista delinea meravigliose, spesso insapettate, simbologie: quante sfumature possiede l’animo di una donna, è possibile catturarne l’immaginario sulla tela? Il percorso espositivo realzzato a Math12 per l’artista Anne Delaby ci porta a scoprire lati nascosti di una femminilità sensualmente giocosa, mai volgare. Anne Delaby ci dona una nuova luce sulla femminilità. Il pennello scivola sinuoso delineando il corpo di quattro donne, sulla tela e realizza sfumature delicate e digradanti. Les ombres ci rivela un nudo di donna che gioca con la propria ombra quasi volesse scorgerne le sfumature interiori, carpirne i segreti. Receuillement con le sue sfumature di verde, tendente al blu richiama una dimensione fortemente meditativa. Intense è un nudo dalla grande intensità: dla punto di visa del tratto, Delaby ci restituisce un meraviglioso corpo di donna, dalle forme sensuali e ralistiche, Alle splendide fattezze di queste donne si coniugano una sapiente modulazione del colore che sembra trasmetterci in pineo il loro stato interiore. Il percorso che qui vediamo svolgersi sulle tele di Anne Delaby non è prettamente un percorso figurativo ma molto di più: queste quattro donne si fanno espressione della Femminilità, dell’aura che racchiude attorno a sela donna e dell’immaginario figurativo ed emozionale che essa evoca. Ammirando queste tele impariamo qualcosa di più sull’essere donna, ne indoviniamo i risvolti più interiori e segreti e ci sentiamo spettatori privilegiati al cospetto di tanta bellezza pittorica unità alla straordinaria carica coloristica del soggetto che qui esprime la sfaccettata interiorità della donna, riflessiva, giocosa, seducente, sempre imprevedibile e affascinante. Anne Delaby ci ha fatto un dono imvomparabile illuminando il mondo interiore femminile attraverso queste splendide protagoniste. Elisa Larese, Tablinum Cultural Management

Testo scritto in occasioone della partecipaione dell’artista alla rassegna “Percorsi attraverso l’ Immaginario”, Spazio MAth12, Via Silvio Pellico 12, Torino, ITALIA

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JEAN PAUL LAGGARIGUE


JEAN PAUL LAGGARIGUE

Il percorso tra simbolico e immaginario di Jean Paul Lagarrigue attinge a un passato in cui immaginario e simbolico s'intrecciavano dando vita a meravigliosi racconti: il Medioevo. La sua tecnica, con taglio di pietra al vivo, proprio come quella di un grande magister dell’intaglio medievale, riesce a conferire un colorismo scultoreo di grande valore in cui l'emozione segue l’incisione della pietra e risveglia immagini arcane. Attraverso “Gargouille”, si innesca subito in noi il ricordo di quelle strane creature dalle fattezze animali, degne di un Bestiario, che animavano le facciate e, soprattuto, i tetti delle chiese gotiche medievali. Qui il simbolo impèra e incarna tutte le cose nostre paure e le nostre incertezze trasformandole in. himere che non fanno più paura e che si sgretoleranno di fronte allo sguardo di pietra della Gargouille, guardiana di un immaginario sospeso fra mistica e mistero. In “Compostelle 3, L’adandone” ritroviamo un frammento di un ciclo scultoreo molto intenso e suggestivo, dedicato al pellegrinaggio verso uno dei santuri più importanti della cristianità medievale: Santiago de Compostela. Le tre sculture di viandante, con il mutamento della rappresentazione del pellegrino, incarnano quello che è un percorso soprattutto interiore alla ricerca di risposte importanti ed essenziali. L'abandone, la fine del pellegrinaggio diventa espressione della fine di un viaggio fisico e interiore in cui il pellegrino ha potuto confrontarsi con i suoi demoni ed uscirne, finalmente, vincitore. Un mondo quello delle opere di questo Magister d’altri tempi che è Lagarrigue, che affonda nel passato e attraverso di esso, ci aiuta a rileggere noi stessi e il nostro presente.

Elisa Larese, Tablinum Cultural Management

Testo scritto per le opere di Jean Paul Lagarrigue “Compostelle 3, l’abandon” ed “Gargouille” in occasione di Patassima XIII, Torino 1-5 Novembre 2017

www.jeanpaullagarrigue-sculpture.com


JEAN PAUL LAGGARIGUE

L'immaginario femminile raccontato con tale delicatezza da uno scultore di sesso maschile può dare vita a suggestivi impianti scultorei in cui si rivela lo sguardo ammaliato dell'uomo che contempla l bellezza femminile e ne libera dalla pietra forme di assoluta grazie e delicatezza. Ed è proprio del contrasto fra una grazia tutta femminile e la gravità del mondo che si destreggia la meravigliosa ballerina di “Grace et pesanteur “: dal perfetto candore del marmo questa figura affusolata si libra a passo di danza, con la delicatezza di un cigno che scivola a bordo dell'acqua per poi librarsi in volo. Allo stesso modo questa fanciulla di sogno si libera dai legami che la tengono ancorata al mondo. “Parthenea”, scolpita in una pietra dalle striature rosate, sembra racchiudere in sè tutto il potere della seduzione terrena e dell'esaltazione amorosa dei sensi che può schiudere le porte dell'Empireo. Una bellezza e un fascino dal sapore arcano, antico come la terra stessa, che potrebbe essere quello di una divinità greca, scesa dall'olimpo per ammaliare i mortali. In “L’Attente” l'amore si fa attesa che annichilisce: senza la nostra anima gemella ci sentiamo vuoti, privi di iniziativa e il tempo sembra cristallizarsi nell'attesa di vivere un amore totalizzante. Ecco che l'immagine dell'amore atteso, e più volte idealizzato, si materializza in questa scultura di donna assorta che emerge meravigliosa da un immaginario onirico per non lasciare più solo il suo amato. E infine sogno dei sogni, bellezza delle bellezze, ecco “Coloratura”. Il titolo di questa scultura e' molto importante e ci riporta a quell'immaginario medievale che tanta ispirazione ha da sempre arrecato all'artista: si chiama infatti, Coloratura il passo virtuosistico di una melodia vocale, quello che, secondo gli stilemi del Bel Canto, conferiva intensità drammatica a una composizione. Qui, la perizia di questo maestro della Scultura traduce la Coloratura melodica in Coloratura scultorea liberando dalla.materia la figura incantevole di una bellezza senza tempo, personificazione dell'amore e della passione che brucia e purifica al contempo con la sua fiamma inestinguibile. Elisa Larese, Tablinum Cultural Management

Testo scritto in occasioone della partecipaione dell’artista alla rassegna “Percorsi attraverso l’ Immaginario”, Spazio MAth12, Via Silvio Pellico 12, Torino, ITALIA

www.jeanpaullagarrigue-sculpture.com


MIEKE VAN DEN HOOGEN

Mieke Van den Hoogen ci suggerisce un percorso letteralmente sospeso fra simbolico e immaginario in cui la forza creativa dell’artista di manifesta nella sua capacità di plasmare la creta e realizzare forme in cui la femminilità dei soggetta si racconta con straordinaria spontaneità al visitatore. I colori sono elaborati sul tono del rosso, colore che è simbolo di tutto ciò che è vita vissuta con intensità e passione. A Paratissima Mieke ci presenta due opere: un vaso realizzato seguendo le antiche tecniche di cottura e lavorazione a mano mutuate dal mondo indiano, emblema di una lavorazione che, sin dalla notte dei tempi , è stata affidata alle donne e annoverata fra le mansioni domestiche e che qui viene rivestita di tutta la sua alture artistica. Il vaso non è più oggetto d'uso quotidiano ma diviene a tutti gli effetti, oggetto d'arte, connessione fra quotidianità e elevazione estetica, ricerca del bello che si racchiude nelle piccole cose. Accanto a questo vaso si trova “Red Body”, un busto femminile che per grazia e fattezze ricorda la splendida torsione di una scultura classica. Una bellezza che esce dalla compostezza e dal candore di classicista memoria per rivestirsi di colore emozione e sensibilità tutte al femminile. Ammirandolo meglio possiamo scorgere alcuni dettagli e spaccature sulla superficie di questo body che, come una seconda pelle, cela sotto di sè uno strato meno eroso dal lavorio dell’artista e privo di colore. Una femminilità intensa e al contempo fragile si svela in questa opera e con lei restiamo sospesi in bilico a emozioni contrastanti, che ci rendono diversi agli occhi del mondo e in confronto delle quali, a volte, vorremmo davvero “cambiare pelle” e rinascere! Elisa Larese, Tablinum Cultural Management

Testo scritto per le opere di Mieke Van den Hoogen “Red Vase” e”Red Body” in occasione di Patassima XIII, Torino 1-5 Novembre 2017

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MIEKE VAN DEN HOOGEN

Al centro dell’immaginario artistico di Mieke Van den Hoogen c’è sempre lei: la donna. Di lei, della sua capacità creativa, del suo dono di dare forma alla materia, di plasmarla a suo piacimento, una forza generatrice di vita e ispirazione che le è connaturata. Ne è un meraviglioso esempio il “Golden Vase” qui in mostra. Una tecnica preziosa che, fedele alla poetica di quest’artista, valorizza al massimo un oggetto nato per essere parte della nostra quotidianità come ul vaso. La forma, completamente dissociata da qualsiasi possibilità di utilizzo pratico, ne fa un oggetto che possiede un’esistenza estetica fine a se stessa. La doratura ne esalta ancora più il valore di opera d’arte e amplifica quelli che per noi sono spunti di riflessione e immagini che, spontaneamente sorgono alla mente: immaginiamo una donna intenta a plasmare, emozioni e argilla, riflessioni e colore. Una donna che utilizza antiche tecniche di lavorazione della terracotta ma non crea oggetti che andranno a inserirsi nella quotidianità; non utilizzerà mai questo vaso per riporvi dell’acqua o qualche altro genere di sostentamento. Questa donna si è liberata dalle convenzioni, la sua creatvità possiede la purezza dell’atto artistico ed creando infrange molti antichi tabù, trasformandoli in scomodi orpelli: la scultura, diventa un atto dolce, la possibilità di palsmare la materia e dare valore in sè alla propria creazione, non si tratta più di un utensile qualunque. Plasmando nuove forme per la sola esigenza artistica Mieke Van den Hoogen affranca da ruolo di angelo del focolare la donna e la mette al pari con i suoi omologhi scultori di sesso maschile. Rimane però, in lei, la gentilezza dell’atto e l’estrema sensibilità delle tematiche. Lo possiamo ammirare nei due volti esposti in quest’occassione: genericamente chiamati “Faces”. volti di donna, realizzati in ceramica e ancorati al plexiglass da una corda rossa, che trattiene, sul filo rosso della passione, due volti: uno chiaro sovrapposto che simboleggia la nostra parte solare e che, a mo’ di maschera, un altro volto, nero di melancolia. E infine una seconda “Face” ci presenta un volto drammaticamente frammentato sospeso a fatica da corde nere a rappresentare la tristezza che puo’ albergare l’animo umano e la forza con cui, nonostante tutto resistiamo a dei sentimenti autodistruttivi. Elisa Larese, Tablinum Cultural Management

Testo scritto in occasioone della partecipaione dell’artista alla rassegna “Percorsi attraverso l’ Immaginario”, Spazio MAth12, Via Silvio Pellico 12, Torino, ITALIA

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Percorsi attraverso l'immaginario  

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