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GIUSEPPE VERA - HOTEL PARADISO

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Hotel Paradiso

Studio Byblos

Proprieta!letteraria riservata © Vera Giuseppe

ISBN: 9791282018395

Febbraio 2026

Hotel Paradiso

Byblos

Studio

La dritta dell’autore

Questo non è un romanzo e non è neanche una relazione, ma un repertorio di sensazioni, immagini ed emozioni provate nel periodo più difficile della recente storia siciliana. Non mi frega se non lo porto a conclusione, c’è sempre qualche ricordo che mi lascio dietro.

È strana la memoria: a volte s’assopisce, in altre esplode.

Chi scrive vive di rapina, non s’inventa nulla, anzi si diverte a formulare congetture che poi finiscono tutte alla stessa maniera: zero assoluto.

In quest’isola ci sono capitato per caso e non mi son limitato al mare e al sole, certi rumori li ho sentiti, non li ho potuti ignorare: gli ammiccamenti, i silenzi, le mezze parole, gli sguardi spenti e le improvvise esplosioni di gioia. Mi è piaciuto animare i luoghi in cui sono stato, integrarmi nei vari contesti e capire. E qui sfioro l’ingratitudine, perché in certi posti mi sono trovato da dio, penso a Ribera e a Sciacca con i loro personaggi e i loro tesori.

Un riconoscimento speciale merita il Piccolo, dove si sono esibiti gli amici, che per mezz’ora almeno sono stati felici. Non mi sono fatto mancare niente, da Servillo a Germano, per aprire e chiudere un periodo dai contorni difficili.

Un mondo distratto dalle cento sfumature di grigio, manco si accorge che nel silenzio s’annida il potere, nelle pieghe della realtà scorre la storia. Hanno voglia i giudici ad avvalersi dei collaboratori di giustizia, a trent’anni dalle stragi si sono ricavate soltanto minuzie. Così nasce l’epica moderna: le responsabilità, gli intrighi, il paradiso diventa consapevolezza di una felicità effimera.

Ci sono voluti prudenza e coraggio per realizzare un lavoro coeso e meno male che mi è venuto in soccorso Mino, perché certe cose si possono dire soltanto in maniera cifrata e nelle forme giuste, supponendo sempre che chi legge disponga degli strumenti necessari a decrittare i segnali. A chi non li dovesse possiedere, auguro comunque una buona lettura, perché si divertirà a star dietro ai perso-

naggi, che presentano dei modi di fare e di pensare fuori dal comune.

-Ci hai messo troppo a svelar certe cose, ti ha fottuto la paura.

-Non è mica finita, chi fa la storia merita rispetto. Io parlo di chi soffre, si esalta o se ne frega. Occorrerebbe congelare la memoria per non generare mostri.

Un’isola è il luogo perfetto per godersi la vita, ma il desiderio a stelle e strisce, divenuto a tre colori, si è trasformato in conflitto. Sei milioni di persone hanno un peso nell’economia nazionale e la politica deve fare la sua parte se vuole rendere al cittadino un servizio proficuo. Invece, mentre qualcuno perde la vita, raccolgo gli umori della gente comune, gente per bene, con due soli imperativi nella testa: lavorare e tacere.

Il siciliano sa come affrontare le difficoltà della vita, perché porta con sé il gene dell’irriducibilità e della mutazione. Ma le esagerazioni e le stranezze sfiorano l’assurdo. Dov’è la verità? Nei dibattimenti o nelle procedure? Conosco una ragazza che seguiva con adrenalinica passione le inchieste sulla mafia in procura.

-Stai tranquilla, le dicevano, è tutto sotto controllo.

E saltò in aria l’autostrada.

-Dobbiamo fare presto, le disse Borsellino. E saltò in aria pure lui. Un’amara riflessione chiude queste pagine: Hotel Paradiso è la bellezza dove c’è l’intrigo.

Giuseppe Vera

GLI INVISIBILI

Nel 1989 Vaclàv Havel pubblicava Il potere dei senza potere. Una società che non concede spazio al segreto si regge sulla menzogna; chi ama la verità accetta il rischio di non controllare tutti.

Al meeting di Rimini dello stesso anno, Formigoni sosteneva che la democrazia è un paradosso, perché si regge su un potere coercitivo che mette la comunità al riparo da ogni pericolo.

Mi viene in mente Il Divo. Superba la scena del fischio nel cortile: un richiamo alla maniera rom. E il monologo sulle responsabilità:

“Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta e invece è la fine del mondo...”.

La Sicilia è una realtà che si muove diversamente dalle altre e chi ci passa, anche per una sola volta, può riferire soltanto emozioni su cui nessun tribunale sarebbe in grado di imbastire accuse. Non so quante volte ho raccontato queste storie ai miei studenti e agli amici, ma non ci hanno mai dato peso, nei talk show, invece, son diventate virali, con tanto di audience e promozioni commerciali.

Ero in Sicilia quando saltò in aria Borsellino. Nei giorni successivi giravano voci sui prossimi obiettivi della mafia, stavolta sul territorio nazionale. Era iniziato il regolamento dei conti tra cosa nostra, la politica, i servizi segreti e la magistratura. Ma io in Sicilia come c’ero capitato?

Nell’ottantatré conosco la mia destinazione: Ribera, in capo al mondo. Sono perplesso, non sono mai sceso oltre Napoli, devo decidere se partire oppur presentare un certificato medico.

Quando mi si placa il risentimento, prevalgono in me la curiosità e la voglia di viaggiare: novecento chilometri non li ho mai percorsi in un giorno solo, in compenso il mare e il sole sono assicurati.

Siamo in viaggio dalle quattro del mattino. Un’avventura la Salerno Reggio Calabria. Ci sono trappole ovunque: una frana a Lauria, la deviazione su un’unica corsia, gallerie buie, cantieri aperti, privi di segnaletica e senza operai. Che mondo è questo? È il primo assaggio dei rischi a cui sto andando incontro. Intanto mia moglie veglia sul bambino che dorme sul sedile posteriore.

Da Messina a Catania, fino al bivio per Caltanissetta l’autostrada è bella; viene dopo il peggio: una provinciale tutta in discesa, con rallentatori, deviazioni e buche.

Gli ultimi chilometri li percorro da automa, ma mi divorano l’ansia e la paura.

A Montallegro chiedo a un pompista se nei paraggi c’è un campeggio. Manco sa che cosa sia, mi indica, però, la pineta di Eraclea, dove potrei trovare un posto per montare la tenda.

“Devo chiedere il permesso a qualcuno?”.

Non mi risponde, un brutto inizio. Comunque ci vado, a questo punto ogni soluzione è buona. Mia moglie è perplessa e il bambino piange. Mi metto alla ricerca di una trattoria, ma è tardi, non credo di trovarne una ancora aperta. Invece siamo fortunati, ce n’è una in funzione. Il gestore ci consiglia un sauro alla brace. Saporito, non ho mai assaggiato un pesce azzurro così buono. Ed è proprio lo chef a darci un’indicazione importante:

“Proseguendo per Sciacca, troverete l’insegna di un campeggio inaugurato proprio ieri. Imboccate la strada a sinistra e lo troverete a due passi dal mare”.

All’ingresso mi ferma il guardiano:

“State cercando qualcuno o qualcosa?”mi chiede.

Non gli pare vero quando gli dico che vorrei montare una tenda. È felice, corre in direzione ad annunciare l’arrivo dei primi clienti. Finiamo di sistemarci che è quasi sera. Profuma tutto di nuovo: il mare, l’erba tagliata di fresco, la luna più grande rispetto a quella lasciata a casa.

Intanto mio figlio dorme e mia moglie tace, si ritiene fregata, una regina, oltre al regno, vuol sentirsi in testa la corona e io sono uno stronzo, avrebbe ragione a togliermi il sorriso e la parola. Alle otto del giorno dopo sono in macchina per recarmi

al Crispi. Davanti al cancello una marea di gente che m’impedisce l’accesso. Un bidello, come Mosè, fa un cenno con il dito e la folla si apre. Parcheggio, salgo al primo piano e il segretario mi indica l’aula assegnata alla mia commissione. Sono tutti presenti, mancavo solo io. Noto perplessità negli occhi dei colleghi: un ragazzino, calato per conto di chissà chi, dal continente nell’isola più importante del Mediterraneo. Stavano già compilando la richiesta per la mia sostituzione.

“Raccomando la puntualità” esordisce il presidente e ci consegna i documenti delle classi per attestare la loro regolarità e le eventuali integrazioni. Poi mi tira in disparte e sottovoce mi dice:

“Conosco il vostro modo di operare, sono stato due volte a fare gli esami a Roma, ma qui è diverso. Non siamo dei fuorilegge, abbiamo delle abitudini particolari. Ha notato la calca davanti al cancello? Sono i familiari dei candidati che cercano di leggere negli occhi dei commissari la loro disponibilità e le eventuali debolezze. Non si spaventi, sia leale e non avrà problemi. Ne approfitto per affidarle un compito speciale: che non si copi durante le prove scritte, in modo da togliere ai colleghi interni le responsabilità che non vogliono”.

Praticamente devo fare il cerbero, ma che mi costa? In un modo o in un altro la giornata deve passare.

Dopo due giorni la prova scritta di italiano. Il presidente apre il plico, detta le tracce e le commenta.

Silenzio assoluto, i ragazzi riflettono. Non si sente volare una mosca e noi commissari a girare tra i banchi con la gola secca e le madonne che ci girano per la testa, perché fa caldo e abbiamo sete. Alle undici la colazione. Il presidente precisa:

“Sia chiaro che il costo della colazione è a carico nostro. Oggi le brioche e i caffè li offro io”.

Verso l’una mi trovo con le spalle poggiate al muro accanto alla finestra, quando vedo un rotolino infilato alla punta di un ferro da carpentiere. Allungo la mano, l’afferro e l’asta scompare. Nessuno si è accorto di nulla. Lo mostro al presidente e gli chiedo:

“Che ci faccio?”.

“Lo distrugga, io non ho visto niente. Se verbalizziamo, rischiamo di ripetere la prova a settembre”.

C’è una signora in commissione che aiuta i ragazzi, ma non lascia tracce dei suoi interventi. Restio mi spiega:

“Suo marito ha regalato alla città questo istituto”.

I giorni della correzione sono i più duri, si fatica a trovare un’intesa sui criteri da seguire per le valutazioni. Restio legge un elaborato e ci chiede un parere, ma il commissario di italiano non segue, scarabocchia.

“Che gli prende? ” mi chiedo “ Il suo contributo sarebbe importante, è lui il titolare della materia”.

La discussione va per le lunghe, non si riesce a trovare un accordo sugli standard di giudizio, per cui il presidente sospende i lavori e io esco dall’aula. Il collega di italiano, pare che non aspettasse altro, mi raggiunge e dice:

“Sono stato esautorato, te ne sei accorto? Alla ripresa dei lavori tu blocchi le spalle al presidente e io gli torco per tre volte il collo. Ci stai?”.

“Certo” rispondo, mai contraddire un matto. Mando un pizzino a Restio e lui mi fa sapere di non farci caso e di continuare i lavori.

“Come” mi chiedo “a che gioco giochiamo?”.

Il collega ritrova il suo spazio: sale in cattedra, legge un elaborato e vorrebbe procedere alla stesura del giudizio, ma un bidello lo interrompe, per offrirgli un bicchiere di the da parte dalla scuola.

Pochi minuti e il valium fa effetto: il collega incrocia le braccia, le appoggia sulla cattedra e si addormenta.

Restio mi ringrazia e la diffidenza nei miei confronti sparisce. Va addirittura oltre la signora Romano, che mi invita a pranzo insieme alla mia famiglia, devo soltanto comunicarle il giorno disponibile.

Mentre torno al campeggio la testa mi ribolle. Ho lasciato appena la statale, quando un furgone mi supera, mi taglia la strada e mi costringe a frenare. Ci siamo, altro che chiacchiere!

”Sono il padre di Mantia” dice l’intruso “So che state correggendo gli elaborati di italiano; dia un’occhiata particolare a quello di mia figlia. Intanto le ho portato un primosale, una sera di queste andremo a cena” e scompare.

Resto interdetto, se queste sono le abitudini del luogo devo

trattenermi, sanno tutto di tutti e non vorrei trovarmi nei pasticci. Quando raggiungo il campeggio, trovo mia moglie che gioca con il bambino. Sono felice che non si sentano a disagio, ma sono soli, la noia a lungo andare uccide.

Manco l’avessi invocata la compagnia: a poca distanza, un giovane e tre ragazze non riescono a montare due canadesi.

Decido di dar loro una mano: striscio sott’al telo, mi faccio passare le aste di sostegno e la prima è in piedi. La seconda vogliono montarla loro, ma che risate!

Carmelo ci regala una bottiglia di vino e mia moglie ricambia con una fetta di primosale. Restiamo svegli fino a tardi e in qualche modo ci conosciamo. Strano, però, il loro modo di comportarsi: utilizzano il dialetto quando non vogliono farsi capire, poi si riaprono con l’italiano e appaiono gentili. Non è che ci pigghiano po culu?

Scendono da Bivona, un paese di montagna, dove la regione ha istituito una sezione di Scienze Forestali.

Carmelo è un guardaboschi; ha sposato una delle ragazze, però è come se le avesse sposate tutte, perché vanno d’accordo e stanno sempre insieme. Un giorno, di ritorno dagli esami, trovo mia moglie in disparte con il bambino.

“Che è successo?” le chiedo “avete litigato?”.

“Non è successo niente: hanno voluto appartarsi, perché hanno un problema serio”. E mi riferisce la loro discussione in siciliano.

“Fa bene to’ patri a diri che nun viri nenti. Si ni futtisse, chi gli ponnu fari? Avi il diabete a trecento”.

“Ma io mi scanto, da ch’è morta me matri s’è perso”.

“E iu nu cuntu nenti?”.

Vivono un dramma pazzesco: gli inquirenti trattengono il vecchio nel carcere di Sciacca, perché continua a negare di aver assistito a un omicidio durante il mercato settimanale del paese. Può comunque ricevere la visita di una figlia ogni mese. Domani è il turno della moglie di Carmelo. Ecco il riserbo dei nostri vicini e noi dobbiamo rispettarlo.

E, mentre si svolge il dramma dell’ostinazione, noi siamo ospiti dei Ciccarello. Ci accoglie la signora Romano, attorniata da cinque bambini, che a incontrar il nostro fanno salti

di gioia.

“Sono tutti figli miei” dice “due naturali, gli altri adottati. Venite in sala, che vi presento mio marito”.

Lo troviamo seduto su uno sgabello, mentre si diverte a guidare con il telecomando un trenino elettrico. Molla tutto quando ci vede e ci investe con le sue prime note:

“Tra i dolori e la gioia scorre la vita. Noi ci scantiamo quando le cose non prendono il verso giusto. La verità è che bisogna dar sempre una spinta per realizzare i sogni”.

E riavvia il trenino, un sincronismo perfetto. Sua moglie prova a giustificare quel modo di accoglierci:

“Pare una banalità, ma si è regolato sempre così nella vita: mi ha trascinata dentro alle sue scelte e siamo felici”.

Il pranzo è il festival delle aragoste, degli astici e del pesce spada. E i vini, rigorosamente scelti, dai passiti agli chardonnay, ai rosati .

“Mancano le spigole!” dice Ciccarello, che mi trascina a Porto Empedocle, mettendo, però, subito le cose in chiaro:

“Non siamo venuti a mangiare altro pesce, ma per incontrare un amico”.

Lo troviamo seduto davanti a un bicchiere di vino. L’avvocato lo scuote e lui si risente:

“Mi hai spezzato un sogno”.

“Ne avrai di cose da raccontare. Sei un artista, il tempo non ti appartiene”.

Si abbracciano e me lo presenta. Mi tremano le mani e qualche goccia d’emozione mi scorre lungo la schiena.

“Nessuno ha finora avuto il coraggio di dire che l’Italia è stata unita da un albanese” dice Camilleri, che fa lo spiritoso con il suo miglior amico. A quel punto libera il sogno interrotto poco prima:

“Non si sente un rumore di notte e mi spavento, perché immagino che la luna sparisca per sempre”.

“Scusami, quando scrivi?” gli chiede l’avvocato.

“Non lo so, non me ne accorgo”.

Tornati al campeggio, non vado a dormire, rimango a riflettere sui personaggi che ho appena conosciuto. Ci pensa Madir a scuotermi con le sue previsioni:

“Domani è bel tempo”.

“Dicono che qui non piova mai, non puoi sbagliare”.

“Ma quando c’è tempesta fa danni”.

Neanche i bivonesi dormono. Sono appesi all’ostracismo di un vecchio che segue imperterrito il codice d’onore. La moglie di Carmelo fa il resoconto della visita al padre:

“Ci siamo, verrà sottoposto a visita specialistica”.

“Allora possiamo stare tranquille, il diabete ce l’ha”.

“Invece sono preoccupata, potrebbe finire in una casa di cura”.

“E no, porca miseria, così lo ammazzano”.

“In un modo o nell’altro la strada è segnata” dice Carmelo “non sottovalutate l’arguzia di un vecchio che sa quello che vuole”.

Intanto ogni sera c’è un invito a cena e io mi vergogno, perché siamo ospiti di gente che fa sacrifici per tirare avanti.

“Vi piacerebbe restare fino alla fine del mese?” ci chiede il proprietario del campeggio.

“Magari!” esclama mia moglie.

“E quale è il problema?”.

“Non conosce i miei padroni”.

“Penserà a tutto il medico. Godetevi le ferie”.

Mia moglie fornisce i dati dell’azienda e io assisto incredulo alla trattativa.

“Quanto mi costa tutto questo?”.

“Niente, ha già dato”.

“Dato cosa?” roba da finire in galera.

“Se l’anno prossimo vi viene voglia di ritornare, sistematevi in albergo, i siciliani tengono ai titoli e alle forme”.

Madir non viene più a svegliarmi. la mattina. Quando esco dalla tenda, mi saluta con il suo dolce sorriso africano. Forse si aspetta da me un aiuto, perché vorrebbe tornare il prossimo anno, ma non sa a chi rivolgersi.

“Al tuo padrone” gli dico “ se hai lavorato bene, non vedo il motivo per cui non possa confermarti”.

“Pochi soldi e sta sempre arrabbiato”.

Certi dubbi segnano il suo umore, però è gentile e cortese, forse sono l’unico nel campeggio a dargli retta e a raccogliere i suoi sfoghi. Al mattino l’informativa arriva puntuale:

“La signora è sulla spiaggia con il bambino” dice.

Li raggiungo e mi accorgo che i clienti del campeggio

sono cresciuti. Quindici giorni di ferie me li voglio proprio godere, conoscendo altra gente e giocando con il bambino, perché quando si è liberi si torna ad essere creativi. Ed è proprio nel pieno del divertimento che Madir corre a dirmi:

“Professore, la macchina delira”.

“È una scatola di latta che corre su quattro ruote” dico, minimizzando l’accaduto. Invece la questione è seria. La Ritmo pare impazzita: il clacson e le frecce si sono scatenate in un sound eversivo. Stacco i cavi della batteria e per il momento risolvo il problema.

Per fortuna a Ribera c’è un’officina della Fiat e posso effettuare la manutenzione.

Trovo il titolare che controlla una montagna di fatture; appena mi vede, mi saluta e sorride, evidentemente i suoi affari vanno a gonfie vele. Qando gli elenco i problemi della Ritmo dice:

“Parcheggi all’ombra quando picchia il sole, sarebbe il caso di effettuare un controllo generale, la garanzia copre tutte le spese”.

“Sostituiamo tutto allora” un modo per ribadire d’aver fatto un acquisto sbagliato.

L’officina è stata puntuale, precisa, la riconsegna dell’auto avviene il giorno dopo, quando ho già i bagagli pronti per partire. Il pensiero di risalire lo stivale mi mette di cattivo umore, ogni tanto un rifornimento, un caffè, un panino e poi la sosta su una piazzola attrezzata nei pressi di Cosenza, tutt’e tre stesi sull’erba con i riflessi spenti e tanta voglia di dormire.

Mi sveglio che è quasi sera. Ci rimettiamo in macchina e infilo una cassetta di Battiato nell’autoradio per non appisolarmi di nuovo.

“Cuccuruccuccù Paloma …” cantava la signora che mi riforniva di cassette taroccate per il viaggio di ritorno. Me le faceva ascoltare e ballava, faceva di tutto per tirare avanti … quattro bambini da crescere, il latte, i pannolini, i vestiti e poi il pranzo che terminava sempre con il gelato all’amarena. Qualche volta si permetteva di farsi arrivare qualche pietanza dalla rosticceria, che si trova un paio di isolati più in basso, ma l’Althera doveva tenerla sempre a portata di mano, perché il più piccolo era in-

tollerante al latte materno e il SSN non lo passava neanche alle famiglie meno abbienti.

Una sera la bagascia, così la chiamavano, mi spiegò che non se ne sarebbe andata mai dal bugicattolo nel quale lavorava, perchè più in là c’era il mistero. Cosa volesse dire non l’ho mai capito, ma da una falsaria cos’avrei potuto aspettarmi?

E allora via dalla mia mente i pensieri astrusi e fuori anche la cassetta di Battiato dall’autoradio, devo smetterla con le mie manie.

“Fermiamoci, ti prego, sono stanca” la preghiera di mia moglie nei pressi di Campagna. M’infilo nell’area di servizio e tiriamo il fiato. Un caffè a testa, un ovetto per mio figlio e siamo di nuovo pronti a partire.

Le ultime ore di viaggio sono le più dure. Ho la radio accesa per le notizie sul traffico, quando una edizione straordinaria mi fa sobbalzare: c’è stato un attentato a Ribera, con due vittime eccellenti: il titolare della stazione di servizio della Fiat e suo nipote. Per me è una botta e meno male che mia moglie dorme con il bambino in braccio sul sedile posteriore.

È finita la seconda guerra di mafia, l’asse del potere si è spostato a Corleone.

IL VORTICE

L’ottantaquattro è l’anno dei tombini: un imprenditore bresciano si trasferisce a Siracusa e ripulisce i soldi del pizzo, degli appalti e della droga.

“Scappa, stanno venendo a prenderti” la soffiata.

Così Tonioli si consegna alla Del Ponte, in poche righe una storia. Il mistero attizza la fantasia, ne sa qualcosa Nestore, che insiste perché gli suggerisca le sedi più vicine a quelle che io indico nella domanda di partecipazione agli esami di Stato.

“Vuoi venire a rompermi le scatole?” gli dico, ma lui niente, è deciso, impertinente, segnato dalla potenza di un confinato, che si divertiva a organizzare cenette dopo il controllo dei carabinieri. E chi si scorda la domanda di un collega, aspirante sposo della figlia della locandiera:

“Quanti ne hai fatti fuori?”.

Lo sguardo del confinato lo colpì al cuore e non si presentò più ai convivi. Nestore, invece, con il boss ci scherzava, si permetteva addirittura di scambiare qualche battuta sulle donne e sulla polizia, così, per gioco, mai per carpirne i segreti. Sensazionali le corse notturne a Napoli per ritirare i pacchi provenienti da Palermo e dare gli ordini ai corrieri che dovevano imparare tutto a memoria, niente telefonate né pizzini. E poi più niente, sparito nel nulla, forse sciolto nell’acido o impastato nell’asfalto dell’autostrada.

“Dai, portami con te” mi supplica il collega.

“D’accordo, ma non crearmi problemi, ti conosco”.

Partiamo di mattina presto, io con la Ritmo, lui con la Panda. Novecento chilometri per affrontare gli stessi problemi dello scorso anno. Ancora mi chiedo perché c’è una curva all’ingresso di ogni galleria. E quel ponte, dopo Cosenza, alto chissà quanti metri, poggiato su dei pilastri sottili come i pali

della luce. Mi viene voglia di accelerare per sfuggire all’incubo di finire a valle, ma il mio collega rallenta, per rappresaglia o per partito preso.

“Chi ci corre dietro?” mi urla dal finestrino. Così prendiamo il ritmo della Cassa per il Mezzogiorno.

La sosta a Villa San Giovanni ci fa tirare il fiato, ma dura il tempo di una birra e un panino. All’altra parte dello stretto l’autostrada è bella, mi viene quasi voglia di salire a Taormina, ma Nestore chi lo ferma, tira avanti come un treno. Sulla tangenziale di Catania ci coglie un nubifragio, che sembra volerci riportare indietro. Questi bruschi cambiamenti climatici lasciano attoniti, sarà l’Etna che arroventa l’aria o Marte che disturba il sole.

Sotto Enna l’inferno: tanta gente a cercare ristoro in un’area di servizio, però l’acqua scarseggia e il prezzo del caffè è alle stelle. Nestore è stanco, avvilito, ma non crolla.

Il bivio per Caltanissetta segna il confine tra l’impero dei santapaola e quello dei corleonesi. Da qui è un continuo scendere verso il mare, che si staglia tranquillo contro le coste africane.

Sotto la Valle dei Templi mi accosto alla Panda e invito il mio amico a guardare in alto. Non so che gli prende: caccia dal finestrino un fazzoletto bianco e attacca a suonare fino a Porto Empedocle. Si ferma soltanto quando scopre l’insegna di una tabaccheria, ma non può entrare, c’è stata una sparatoria poco prima. La polizia ha creato un cordone di sicurezza per tenere a bada i curiosi. Nestore però se ne frega, lo supera e chiede:

“È successo qualcosa?”.

Qui finisce male, penso, e invece è bravo a non spostare i bossoli e i segni tracciati a terra dalla pula. Quando mi ripassa accanto gli dico:

“A cinquecento metri c’è la casa di Pirandello”.

È perplesso, non trova un nesso con quel che ci succede attorno. Dice soltanto:

“Io devo fumare”.

L’arrivo a Makauda segna la fine di un incubo. Una cascata di buganvillee e il sorriso del personale ci cambia l’umore.

Ne approfitto per chiedere alla ragazza della reception dove si trova Santo Stefano e lei, con un’ espressione ambigua:

“Da qui ci vuole un’ora per l’andata e un’altra per il ritorno. La strada è brutta, ma in montagna non si soffre il caldo”.

Sono stizzito. Perché non ho consultato le carte stradali prima di accettare l’incarico? Avrei potuto rinunciare, fingendomi malato, ma la frittata è ormai fatta, non serve recriminare.

M’avvio all’alba per evitare sorprese. Un’arrampicata pazzesca da affrontare in seconda e terza, con lo sguardo fisso alla temperatura dell’acqua, perché se resto in panne, non mi potrà aiutare nessuno. Eppure tra i tornanti, i burroni e i massi appesi ai costoni, scorgo un gregge guardato a vista da un pastore, e, più in là una donna che strappa babbaluci alle stoppie.

All’improvviso un lago artificiale, insospettabile, stupendo, che potrebbe dissetare la Sicilia intera. Il guardiano deve leggermi nel pensiero, perché mi dice:

“L’acqua pì casi la vendono i privati. Chista serve p’abbivirari li giardini”.

Riprendo il viaggio e dopo mezz’ora sono a Santo Stefano. Solito rituale la riunione preliminare. Il presidente viene da Agrigento, deve fare pure lui tanta strada per essere presente alle otto del mattino, ma non si lamenta, è paziente, un eccellente mediatore Non insegna, lavora in provveditorato e qual’è la cosa che gli preme? Trasmettermi i saluti di una sua collega:

“La ringrazia per l’attenzione mostrata l’anno scorso nei confronti del nipote”.

Sono disorientato, non credo di conoscerla, non siamo stati mai a cena insieme, però il cognome non mi è nuovo. Allora la prendo alla larga, faccio così quando devo carpire un’informazione:

“È in ferie oè impegnata in qualche commissione?”.

“No, lei preferisce evitare le tensioni. In provveditorato il mio ufficio è proprio accanto al suo: io mi occupo di graduatorie, lei di ricorsi”.

“Allora può risolvere il mio problema”.

“Cominciamo bene. Di che si tratta?”.

“Vorrei essere autorizzato a raggiungere Santo Stefano a piedi. Con le trentanovemila lire quotidiane non ci compro neanche la benzina”.

“Perché non si dimette allora?”.

“Dovrei presentare un certificato che attesti una malattia che non ho. Sono costretto, perciò, ad affidarmi alla sua amica”.

Il presidente ride e abbandona il lei nei miei confronti:

“Puoi prepararmi un esposto con le motivazioni della richiesta? Appena rientro glielo faccio recapitare”.

A Makauda Nestore mi chiede con un sorriso malizioso come ho trascorso la prima giornata in alta quota.

“Uno schifo” e non vado oltre. Lui è entusiasta della sua commissione, come se conoscesse da sempre i colleghi e io mi sento frustrato, perché in Sicilia ce l’ho portato io.

Secondo giorno a Santo Stefano. Solita salita, burroni da una parte e macigni all’altra, praticamente una trappola. A questo punto mi coglie l’ansia: se incrocio un’altra macchina a chi tocca la precedenza? A chi porta la cravatta al collo o a chi è potente?

Appena arrivo, il presidente mi dice:

“Ci sono novità importanti per te: la mia collega ha risolto il tuo problema”.

“Com’ ha fatto? È impossibile eludere il sistema”.

“Ha convinto una signora di Alessandria Della Rocca, commissaria per la tua stessa materia allo Scientifico di Sciacca, a dichiarare di aver dato lezioni private ad alcune ragazze da esaminare. Così domani per te sarà l’ultimo giorno a Santo Stefano e un po’ mi dispiace”.

“A me per niente” e scoppiamo a ridere.

“Me la voglio godere quest’ultimo pezzo di giornata”.

“Calma, intanto dobbiamo lavorare”.

Si aggregano due docenti per gli esami integrativi. Una la conosco, è la cognata di Carmelo.

“Che ci fai qui?” le chiedo.

“Hai dimenticato che sono di Bivona? Ne approfitto per invitarti a pranzo, così potrai salutare le mie sorelle”.

Le trovo come tre madonne sull’uscio di casa. Ci abbracciamo e pretendono che le segua al bar centrale per l’aperitivo. La voglia di farsi vedere con un forestiero è tipica dei paesi di montagna, dove si acquisisce rispetto con le amicizie velate dal mistero, il resto lo fa l’immaginazione: chi d’estate va in giro in giacca e cravatta o è matto oppure è potente.

“Dobbiamo aspettare che torni Carmelo dal lavoro, è inutile andar

a casa adesso per accendere i fornelli”.

“Beato lui, lo venerate come un patrono. E vostro padre?”.

“Sta bene, grazie. Non ha voluto partecipare al pranzo, perché si vergogna, non ti conosce. Per fortuna la visita specialistica gli ha dato ragione. La battaglia legale è stata lunga, ma alla fine lo hanno rimandato a casa. Adesso ha paura ad uscire, potrebbe passare per collaboratore di giustizia. Allora deve fare il cieco per davvero: noi lo accompagniamo per strada, ai giardini pubblici, in chiesa … si è guadagnato il rispetto sociale, qualcuno si toglie addirittura il cappello quando lo saluta, è diventato un modello da seguire”.

“E l’incriminato?”.

“Passa per obiettivo della mafia. I carabinieri lo scortano, ma sanno tutti che è stato lui a sparare”.

L’ultima giornata in alta quota ha un sapore strano: i burroni, i tornanti, i pastori e le donne che si essiccano al sole, diventeranno un ricordo.

A Makauda trovo Nestore attorniato dai ragazzi dell’animazione: gesticola, parla, esagera, è un mostro di bravura: declama Cielo d’Alcamo, si cimenta in un monologo shakespeariano e loro lo seguono, qualcuno prende appunti, ne hanno di serate da inventarsi fino a settembre. Pretendono addirittura che si segga in mezzo a loro per cenare.

“Impossibile, ho da fare. Peccato che siete impegnati con le prove, sareste potuti venire pure voi”.

“Dove?”.

“A divertirci”.

“Allora veniamo”.

Al bar di Seccagrande Nestore occupa la solita posizione: un alchimista prepara gli intrugli e lui li assaggia fino a decidere quale sia l’insuperabile, il migliore. Si scatena a quel punto la vendita e la distribuzione, ma Nestore è spacciato, non si regge in piedi. Il gestore è contento, sta facendo affari d’oro e se finiscono gli incredienti, l’appuntamento è rimandato.

Sono le quattro del mattino quando torniamo a Makauda. Il portiere punta l’indice verso il quadro delle chiavi e farfuglia:

“Tiè qua, tiè qua…”.

I ragazzi si preoccupano, è impazzito, dicono, non capiscono, non possono capire, c’è sempre una storia dietro a un delirio.

Incosciente sono stato io, che mi son lasciato coinvolgere in una bravata, perché domani devo cambiare sede.

Passo la notte a contare i tornanti che separano Calamonaci e Bivona … e poi le pecore, i pastori, i cani … chi li ha mai visti.

Mi sveglio, si fa per dire, che faccio schifo, mi duole la testa e non so dove sbatterla. Posso entrare in una nuova commissione in queste condizioni? Guardo l’orologio, sono ancora le sei. Impiego un attimo: scendo dal letto e mi tuffo in piscina. Intervengono in un attimo i sorveglianti:

“Fermati, è piena di cloro”.

Rimetto fuori la testa dopo aver attraversato l’intera vasca in apnea. L’odore della varechina mi investe i polmoni.

“Ho capito, ho capito, a che serve gridare?” e corro sotto la doccia a depurarmi e rientrare in salute. Adesso sì che sono pronto ad affrontare i colleghi.

Lo scientifico di Sciacca è ubicato nella kasbah, un labirinto di strade in cui è facile perdersi. L’atmosfera è serena, non avverto disagi, ma il segretario è astioso:

“Non capisco perché è stato creato questo casino. Invece di andare al mare, mi tocca modificare i tabulati delle commissioni” .

Quando i lavori finiscono, mi fermo a mangiare qualcosa nella rosticceria accanto al mercato della frutta. Mi diverte il chiacchiericcio dei clienti: un giorno parlano delle accuse di Melluso a Tortora, un altro del procuratore che non può andare in pensione, perché verrebbe messo sotto accusa dal suo sostituto, una mazzata per chi crede nella giustizia.

Oggi parlano dell’incendio scoppiato all’archivio comunale di Ribera, un segnale atteso da tempo per il superamento del vuoto di potere che si è creato dopo l’attentato a Colletti. Potrò saperne di più da Nestore, che sarà stato coinvolto nella manifestazione popolare. Lo trovo infatti che racconta a una ragazza la sua versione:

“Sto interrogando un candidato, che manifesta una impreparazione totale: a ogni domanda un sogghigno, un atteggiamento di sfida. E mentre va avanti il colloquio irrompono due tipi, che mi intimano di

sospendere i lavori. Mi alzo carico di bile e riverso addosso a loro la responsabilità di un’eventuale bocciatura. Sono andati via e si è presentato un giornalista a raccogliere le mie dichiarazioni”.

“E il presidente?” gli chiede l’interlocutrice.

“Lui è del posto, deve farsi i fatti suoi. Tu non sei siciliana”.

“Come l’hai capito?”.

“Qui non funziona la psicologia che si racconta nelle scuole, non ti dicono niente Pirandello, Camilleri e Sciascia?”.

La ragazza si ammutolisce e intervengo io:

“Lascialo perdere, a lui piace Rimanelli”.

“Chi siete? Volete farmi impazzire?”.

“Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo...” recita Nestore in maniera canzonatoria.

La ragazza si spaventa ed è pronta a fuggire.

“Tranquilla” le dico “scherza. Di notte, invece di andare a letto, ci mettiamo a cantare e nessuno protesta; qualcuno addirittura scende a farci compagnia; stiamo dando un’anima a Makauda ”.

È bella la ragazza. Nel pomeriggio cura il risveglio muscolare, ma, dopo averci conosciuti, vorrebbe evitarci:

“Vi prego, lasciatemi in pace”.

“A che ora c’è questa cosa?”.

Detta così è una tentazione, ma la ragazza è lì per lavorare.

“Non ve l’avessi mai detto, comincia tra poco. Se non avete da fare, recatevi al maneggio così Abib vi insegnerà a cavalcare”.

Invece ce ne andiamo dove manco il mare più incazzato ci spaventa.

Termina la sessione di esami e per quanto mi riguarda non finisce bene: il segretario manda tutti in conto resto. Dice che non ha ricevuto i fondi dal provveditorato; una balla, non li avrà mai richiesti, doveva andare al mare lui e noi come stakanovisti a lavorare. Avrei voluto regalare una bella vacanza alla mia famiglia e invece non ho una lira. Come faccio?

Lo trovo davanti a una gelateria che riceve i complimenti della gente. Ha i capelli crespi, la camicia a quadri e un paio di occhiali scuri. Appena raccoglie le mie preoccupazioni, decide di accompagnarmi a Makauda per trattare con il direttore il costo delle ferie. La resistenza del responsabile della struttura è decisa, oltre ogni imposizione:

“Non possiamo truccare le carte, rischiamo di finire in galera” e simula le sbarre della cella con le dita incrociate.

“E ti scanti? Una condanna è la legittimazione del potere di cui una comunità ha bisogno. Un uomo vero certi rischi li corre”.

“Ne parlerò con l’ingegnere, vedremo che cosa si può fare”.

Soltanto allora il boss molla la presa. Quando restiamo soli, il direttore mi dice:

“Sa quante volte capitano queste cose e sa pure di chi è la colpa. Paghi adesso i giorni delle ferie e a dicembre salderà il conto con i soldi della scuola”.

Nestore i soldi li ha ottenuti, ma anche la sua commissione ha avuto una coda.

“Che le è successo?” chiede al presidente, che da qualche giorno ha cambiato umore.

“Hanno sfregiato il giardino di mio fratello”.

Suona come una minaccia il preavviso a Nestore:

“I colleghi le stanno preparando un tranello: a parità di voti sarà lei a decidere chi promuovere e chi bocciare”.

“Allora tutti promossi, mio fratello ha famiglia”.

Il portiere dell’hotel continua ad aspettarci di notte per babbiari. Si diverte u picciriddu, ma evita ogni riferimento al lavoro che svolge e a come lo ha ottenuto.

“Travagghiu picchì mi tucca”.

“E in base a cosa?”.

“Chissi nu so’ cazzi vostri e andate a dormire”.

La prendiamo come una provocazione e allora, invece di salire al terzo piano, ci tuffiamo in piscina. Qualcuno protesta, ma ce ne freghiamo. Arrivano i vigilanti e il capo ci consiglia di sparire: “Questi menano, menano davvero”.

Eppure la notte scorsa ha assistito, ridendo, allo scambio dei teli lasciati sulle sdraio per tenere il posto occupato per il giorno dopo e a quello delle scarpe lungo i corridoi delle camere di ogni piano. Raggiungiamo il massimo quando distruggiamo una vasca d’acqua dolce con i pesciolini più ricercati dai collezionisti. Al mattino sono tutti con la pancia all’aria, stecchiti. Chi ci ferma? Stiamo dando un’anima a Makauda, altro che ventre al sole per l’abbronzatura e creme lenitive per le scottature, ciò che ci interessa è la vita notturna.

Ogni tanto qualcuno s’incazza ed è normale, ma non riusciamo proprio a stare fermi.

“Chi ha fregato le scarpe da tennis a mio figlio?”.

Sarebbe facile individuarlo, perché le tiene ai piedi, ma chi ha il coraggio di rivendicarle?

“Hanno per caso scritto sulla soletta il nome del proprietario?”

Qualcuno s’inventa un percorso alternativo per rientrare tardi. Con il festival del cinema si sfiorano le quattro del mattino, l’ora in cui Papin comincia ad allenarsi e Zeman prepara il corso degli allenatori.

Tutti gli artisti sono passati per Makauda, qualcuno lo vediamo ancora in televisione.

Quanto può durare tutto questo? Qualcuno prova a fare una stima: quanto un regime.

LA CALA DELLO ZINGARO

Non riesco a dormire. Non è che sono malato? Da un po’ di tempo faccio sogni strani, devo scuotermi, reagire. Momenti come questi li vivono tutti, ma io ho paura. Ricordo quando mi sono trovato per la prima volta di fronte a un ordine perentorio:

“Lasciare libero lo scarrozzo”.

Suonava strana quella scritta, due doppie e un “che cazzo dice” da parte mia, non sapevo interpretarla. Ora è sparita, cancellata, al suo posto c’è un imperativo:

“Si fa così e basta”.

E poi le cozze, adagiate su una foglia di lattuga, tavolata lunga su un terrazzo a fronte mare, dove una sopravvissuta alla prima guerra passa il tempo a domandarsi come abbiano potuto i corleonesi conquistare Palermo.

Ora viene fuori che giungono da Novara, gente tenace, abituata agli acquitrini. Federico li trascinò in Sicilia, parole di Barbero, per ripopolare le contrade svuotate dai saraceni. Una montatura, un trucco riuscito bene, come la nave che di notte si gira di fianco e si mette a dormire.

È ancora buio quando m’avvio per raggiungere lo Zingaro, cento gradini per trovarmi faccia a faccia con la luna. Più in là un vecchio, dall’aria castigata, elabora, forse, i miei stessi pensieri: è possibile affrontare il futuro senza dolori e senza dispiaceri?

Il tizio si tuffa e a lunghe bracciate raggiunge uno scoglio a pelo d’acqua, una minaccia per chi naviga e non lo vede. Ci si stende sopra e così resta, minuti lunghissimi passati a setacciare il cielo. Poi torna indietro, stavolta a rana, per non stancarsi e non disturbare nessuno. Ma chi vuol che ci sia a quest’ora? Si siede su una cima e si gode l’alba, misterioso, ras-

segnato, con la barba lunga e i capelli bianchi, si vede che è stranito, ha le rughe che gli increspano il viso e i pensieri pronti a partorire il vuoto. Giungono gli addetti alla manutenzione della spiaggia e lo salutano:

“Buongiorno reverendo” e lui risponde con un cenno della mano. Mi avvicino e gli chiedo:

“Possiamo scambiarci due parole?”.

“È un piacere, si limitano tutti ai saluti”.

Parlare, ma di che? Io resto muto e lui si mette a sproloquiare:

“Non lo fare, è figlia dell’assassino di tuo padre”.

Non ci capisco niente, ma credo che non sia matto, il rispetto dei dipendenti dell’albergo deve significar qualcosa. Continua, infatti, a blaterare, a minacciare, fino a dire:

“Il tritolo segnerà la caduta dell’impero”.

Pare un invasato, un posseduto, ero sceso per trovare un po’ di pace e mi ritrovo appeso alle parole di un prete. Quando si tranquillizza, dice:

“Il desiderio di ribaltare il mondo è legittimo, ma il paradiso è un’altra cosa” un’esternazione che rafforza il mistero.

Lo Zingaro si rivela come il luogo delle sorprese: mi tuffo, come il reverendo e mi inebrio di profumi e di colori. Intorno allo scoglio l’acqua cristallina fa trasparire un mondo tutto da scoprire. Rimango per molto tempo a contemplarlo, senza capire se provo più rispetto per il bello oppure ho paura. Sono a cento metri dal paradiso e mi accorgo che non mi sono mai commosso di fronte alla natura. Mi viene da piangere, non ho mai sospettato di avere un cuore tenero.

Ritorno al molo e m’avvio per le solite scalette, ma niente corsa stavolta né andatura veloce, non mi va di sudare.

Sui gradoni dell’anfiteatro una ragazza s’avvita e si ritrae. La riconosco, è quella del risveglio muscolare, che l’altro giorno ha avuto da ridire con Nestore. No, con lei non ci parlo, non mi va di ritornare sulle questioni attizzate dal mio amico. Sto per tirare dritto, ma lei mi fischia e sono costretto a darle retta.

”Che sta facendo?” le chiedo.

“Provo alcuni passi di danza. Per nove mesi all’anno batto i prosceni dei teatri nazionali, però d’estate, preferisco lavorare nei villaggi,

per tenermi in forma e divertirmi. Ieri sono stata scortese con il suo amico, ma per me è vitale concentrarmi e non lasciarmi distrarre dalle scemenze che propinate a tutti quelli che incontrate”.

È inutile negarlo, accuso il colpo e non replico, mi conviene voltare pagina, con un po’ di classe, senza esagerare.

“Non è sposata?” le chiedo.

“Come no! Una volta qua, un’altra là, non ho una vita normale e neanche una casa”.

“E suo marito?”.

“Anche lui sempre in giro, è questa la vita degli artisti. A me i professori facevano paura. Li detestavo quando mi dicevano che non avevo il fisico della ballerina: timida, macilenta, con gli occhi spauriti e le gambe sottili. Invece sono diventata quella che sono”.

“Bellissima”.

Mi guarda con un’aria strana, non me lo tolgo il vizio di fare apprezzamenti a chi manco conosco, qualche volta mi trovverò sotto una valanga di ingiurie. Stavolta mi è andata bene, ma se fosse stata permalosa … Invece sorride e mi chiede:

“Mi spiega la psicologia siciliana?” Nestore le aveva infilato nella testa certi dubbi che è meglio ripianare.

“Queste sono le quattro regole che ogni donna dovrebbe seguire:

-Tiri dritto e non abbia paura.

-Faccia passare dui jorna prima di denunciare la scomparsa di suo marito.

-Rimanga sul balcone ad aspettarlo s’è jutu a Palma, a Favara o a Ravanusa e se torna non gli ponga domande.

-Nun parli con i carabbineri”.

“Non ci capisco niente, me lo spieghi in italiano”.

“Non avrebbe senso, si affidi al cuore”.

“Ci rinuncio, le offro la colazione, mi sento ricca stamattina. Però dobbiamo sbrigarci, perchè alle dieci ho il risveglio muscolare. Si aggiunga agli altri, se le fa piacere”.

“Mi vergogno!”.

“Non ci credo, è un guardone”.

“In parte è vero” e scoppiamo a ridere.

“Metta da parte la timidezza e si goda la vita”.

Ci siamo, un quarto d’ora e s’aprono le danze, si fa per dire. Edvige inizia a muoversi e io seguo con la coda degli occhi

una donna, che traduce i movimenti del corpo in una sequenza convulsiva. Una bomba: si flette, si torce e getta lo sguardo dove nessuno può arrivare. Un’ora e il risveglio muscolare è finito. Edvige mi chiede un parere e io:

”Una delizia”.

“Non dica sciocchezze, l’ho vista interessata ad altro”.

Allora cerco di colpirla nell’intimo:

“Lei è una lisca. Non riesco a immaginare come si comporta a letto”. Mi lancia il telo inzuppato di sudore.

“Divento come il panno che le ho tirato addosso”.

“Stupendo”.

“Non ci provi, i miei occhi hanno visto altro. Gliela chiamo”.

S’avvicina la signora con il marito e io mi accartoccio, mi vergogno. E lui che manco sospetta della moglie, dice:

“La Sicilia è bella per chi ci viene per un mese, ma per chi ci vive tutto l’anno è tosta, non si muove foglia se non lo vuole il capo. I fatti di mafia si spengono d’estate e si riaccendono quando le ferie sono finite; ai turisti deve rimanere soltanto il bello nella memoria”.

Torniamo soli Edvige ed io, non sappiamo che fare. La invito nel salone della hall, sfilo lo sgabello da sotto al pianoforte, do un colpetto in prossimità della tastiera e lo strumento a corde s’apre.

Esito, chiudo gli occhi e intono la canzone più bella del momento. Io stesso m i sorprendo, non l’avrò mai più interpretata così bene:

“...che scioglie il sangue dint’ ‘e ‘vvene... dint’ ‘e vene”.

Rinvengo e Edvige mi chiede:

“La ripeta, per favore”.

“Impossibile, si vivono una sola volta certe emozioni”.

Edvige è felice, stasera arriva suo marito, una settimana di fuoco prima di riprendere il lavoro. Felice? Appagata, perché poi ognuno dovrà riprendere la propria strada.

Li scopro da lontano, sul lato opposto alla piscina: si baciano, si scambiano carezze, lasciando sospettare che da un momento all’altro facciano una fuga.

Ma che! Accendono gli strumenti e c’è casino. I due coniugi passano dalle carezze alle discussioni e per non litigare Edvige dice al marito:

“Andiamo al Casale”.

“Come vuoi”.

Qualcosa è cambiato, addio agli guardi insistiti che scatenano gli ormoni.

“Balliamo?” gli chiede lei. E mentre si abbracciano, spuntano tra i commensali le dita di una signora:

“È lui, è lui, è sicuro”.

“Vero!” ribadisce un’altra e un’altra ancora.

“Torniamo a casa” dice Edvige, infastidita da tanto clamore.

Per tutta risposta lui raggiunge il centro della sala e si concede:

“Troppo buone” dice.

“Andiamo via” ripete Edvige.

Ma lui insiste e addirittura invita le signore a un ballo di gruppo. A quel punto entro io e l’interesse si sposta verso la mia direzione. Il guitto si risente, ha la faccia scura, è arrabbiato, ce l’ha con me, ma, giuro, non ho fatto niente per offenderlo e provocarlo:

“Non l’ho creata io queta situazione, è stato un caso” gli dico.

Edvige ride e lui s’incazza al punto di darle una sberla. Allora mi arrabbio:

“Che ti ha fatto?”.

“Finiamola ch’è meglio” dice il guitto.

“Meglio un corno, ti sei montata la testa? Sparisci” gli risponde Edvige. Una dichiarazione avventata, dettata dalla rabbia, non doveva succedere.

Giro senza meta tra i viali illuminati e mi ritrovo sempre intorno alla piscina. A un certo punto mi sento trattenere:

“Dov’eri finito? È tutta la notte che ti cerco” mi dice Edvige.

“E tuo marito?”.

“Per me è una storia chiusa”.

L’accarezzo e lei si scioglie, è tanto fragile da doverla consolare. La convinco ad andare a letto, ma pretende che io resti con lei. Strano, una donna così decisa …

“Ho paura” dice.

“Di cosa?”.

“Se dovesse tornare?”.

Proviamo a dormire, ma lei resta sveglia e io guardo il soffitto. Manca un’ora all’alba e non ce la faccio più a tenere il

cerino acceso. La smuovo e niente, forse dorme davvero, si sarà acquietata, ma dura poco. Si siede sul letto e mi chiede:

“Se torna, mi difendi?”.

“E basta!” le dico in maniera cruda.

Edvige s’infila le mani tra i capelli e ricomincia a piangere. Ho capito, siamo punto e a capo.

“Vieni con me” le dico e stavolta non fa resistenza.

Mano nella mano scendiamo allo Zingaro, nel silenzio rotto appena dai cicalecci degli uccelli che annunciano il mattino.

Arriviamo al molo che è ancora buio, il momento magico sta per arrivare. Edvige mi chiede di abbracciarla, perché il freddo le rallenta il cuore, ha capito che qualcosa d’importante sta per accadere. Il reverendo giunge da San Giorgio a passo lento e l’anima appesa. Ci si vede appena, ma mi riconosce, mi saluta e va a sedersi sulla solita cima. Quando compare il primo raggio, si tuffa e raggiunge lo scoglio che manco si vede. Edvige è stregata da quell’uomo, gli attribuisce chissà quali poteri. Non ha più freddo, si tuffa e inizia a nuotare.

“Fermati” le dico “è pericoloso”.

Ma chi la tiene! Raggiunge lo scoglio, si sdraia accanto al reverendo ed entrano in simbiosi. La tirano per le lunghe, non capisco cos’hanno da dirsi, per cui mi corico su un’amaca e mi metto a dormire. Mi svegliano le gocce d’acqua che si staccano dai capelli di Edvige.

“E il reverendo?” le chiedo.

“È andato via”.

“Come un caprone, un po’ di educazione almeno”.

Ce l’ho con lui e ce l’ho pure con lei che si sarà esposta alle grinfie di un avvoltoio. Il suo sguardo infatti non mi piace, si spinge oltre l’orizzonte e medita chissà cosa.

“Domani vado in direzione e mi dimetto”.

“Andiamo a San Giorgio e mettiamo le cose in chiaro”.

In una notte Edvige ha perso il marito e sta rinunciando al lavoro. È perplessa, ma mi segue.

C’è poca gente in giro, abbiamo difficoltà a reperire informazioni. Entriamo in un bar e chiediamo al gestore:

“Cerchiamo una chiesa, ma non la troviamo, abbiamo chiesto in giro e si voltano tutti dall’altra parte”.

“È normale, qui non c’è un luogo di culto, chi vuole pregare lo fa per conto proprio”.

“Impossibile, noi conosciamo un reverendo”.

“Quello c’è, ma è uno stregone. Vengono da tutte le parti del mondo per farsi liberare dal male. Abita qua vicino, se volete vi ci accompagno”.

“No, grazie, non si disturbi, è tutto chiaro” dice Edvige.

“Stasera mi offri una cena al Casale” le dico.

Sono le due di notte e non ho sonno. Mi sposto verso l’area dell’albergo e trovo Franco che scarica un secchio di cloro nella piscina. Non ho ancora confidenza con lui, ma mi piacciono gli schizzi di follia che ogni tanto gli devastano il cervello.

“Senza mascherina le si bruciano i polmoni” gli dico.

“È un cerusico lei? Lo faccio tutte le notti e sono ancora vivo”.

Risposta netta, me la sono meritata, come quando gli ho espresso il mio parere sulle pale eoliche piantate lungo il tratto di autostrada che va da Alcamo a Castelvetrano:

“Una bruttura, un’offesa alla natura”.

E lui, con un’espressione austera:

“Servono a tirar fuori energia dal vento e noi ne abbiamo bisogno. Siamo stati i primi a deciderlo, progetto rapido e investimenti sicuri, chi se ne frega se qualcuno ci ha guadagnato, i benefici ricadono su tutto il paese”.

L’ha imparata bene la lezione: fiuto degli affari e interventi tempestivi, questa è la Sicilia. Il reverendo di San Giorgio, risolve i problemi della gente con una bacinella d’acqua e due gocce d’olio di Caltabellotta.

Dello stesso autore:

Lusinghe di luna piena – Tullio Pironti editore - Napoli

Una storia disonesta – Tullio Pironti editore - Napoli

Josè l’amour – con Paola Cimmino in versione inglese e italiana – Amazon.it

Come titoli di coda – Studio Byblos - Palermo

Hotel Paradiso – Studio Byblos - Palermo

ISBN: 9791282018395

Stampato a Palermo Febbraio 2026

Studio Byblos Editore

Torre Makauda, termine di chiara provenienza araba, sta a significare che qui l’acqua del mare non è mai calda, questione di correnti e di fisionomia territoriale. Non se ne parla da più di trent’anni, qualche volta un accenno, ma niente di che, una sorta di tributo per chi ha realizzato un sogno e l’ha perduto. Eppure c’è modo e modo per dire le cose, basta inserirle nel contesto giusto, assegnare un ritmo e scivolare piano piano nella metafora e nell’ironia.

In Sicilia nell’ottantatre ci sono capitato per caso e non mi sono limitato al sole e al mare, certi rumori li ho percepiti, non li ho potuti ignorare: gli ammiccamenti, i silenzi, le mezze parole, gli sguardi spenti e le improvvise esplosioni di gioia ... guardare e non vedere, sentire e fare in tempo a fermarsi prima del dirupo. È così che nasce l’epica moderna: gli eroi sono mostri che inseguono la ricchezza e il potere. Un riconoscimento speciale merita il Piccolo del Corvo, dove si esibiscono gli amici che per un’ora almeno sono felici. Una serie di storie tenute insieme da un filo che lega i personaggi al desiderio di esprimere la gioia di vivere.

Hotel Paradiso è la bellezza dove c’è l’intrigo.

EURO 20,00

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