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STORIA DELLA

VILLA CATTANI A TREBBIANTICO DI PESARO E DELLE NOBILI FAMIGLIE CHE L’HANNO ABITATA

Silvio Picozzi



STORIA DELLA

VILLA CATTANI A TREBBIANTICO DI PESARO E DELLE NOBILI FAMIGLIE CHE L’HANNO ABITATA

Silvio Picozzi


Ringraziamenti dell’autore

Un dovuto ringraziamento a tutti coloro che hanno collaborato alla realizzazione di questa mia ricerca fornendo preziose informazioni, notizie storiche o documenti e per averne autorizzata la pubblicazione:

Pieralda Albonico Luigi Battistini Antonino Emma Marco Delbianco Gabriele Falciasecca Rodolfo Giungi Federico Sora Gabriele Stroppa Nobili Renzo Tomassini Riccardo Paolo Uguccioni


- PREMESSA – Questa ricerca è nata dal desiderio di ricomporre i tasselli del grande mosaico che descrive la storia della bella Villa Cattani di Trebbiantico di Pesaro e di riunire in un solo insieme tutte le notizie e le informazioni riguardanti la vita di uomini e donne che, in uno spazio di tempo di circa quattro secoli, l’hanno posseduta e abitata. Incontreremo infatti, nelle pagine seguenti, una moltitudine di personaggi che, epoca dopo epoca, hanno vissuto o goduto dell’ospitalità delle vaste sale di questo importante complesso architettonico e ci faremo condurre da loro, quasi come fossero degli attori sul palco di un teatro, alla ricerca e alla scoperta degli episodi più significativi della loro vita. Attraverso i racconti degli episodi che li hanno visti protagonisti, con tutti i loro pregi o i loro difetti, ci faranno rivivere le atmosfere dei loro mondi così lontani nel tempo, ma a volte sorprendentemente così vicini per usi e costumi ai giorni nostri.

Villa Cattani immersa nel verde della collina di Trebbiantico. Fotografia di Luigi Battistini


La Villa è uno dei vanti delle nostre belle colline pesaresi e pertanto riteniamo giusto iniziare questo racconto riservando a lei l’onore della prima immagine oltre a quella della copertina. Inoltre come segno di rispetto per la sua vetustà, per la storia che la riguarda e per l’importanza che ha avuto nell’arco di quasi quattro secoli nella vita della città di Pesaro, la citeremo, nelle pagine che seguiranno, sempre con la prima lettera maiuscola. Sarà lei, la Villa, il nostro filo conduttore che collegherà in un lungo percorso tutti gli avvenimenti e le innumerevoli storie che siamo riusciti a ricostruire e nelle quali sono coinvolte le numerose illustri famiglie che nelle varie epoche l’hanno eletta loro dimora. Nelle pagine successive saranno riportati documenti, testimonianze e ricordi come sono stati trovati grazie a pazienti ricerche d’archivio che hanno richiesto tempi più lunghi del previsto per la complessità degli argomenti trattati, per le difficoltà della lettura degli antichi documenti e, anche, per un’innata pigrizia dell’autore. Questo bagaglio d’informazioni e notizie ha permesso di ricostruire, a volte in modo dettagliato altre meno, gli avvenimenti che hanno segnato il percorso dei nostri personaggi, uomini e donne, tutti partecipi dei loro tempi

e

quindi

testimoni

di

tante

vicende

che

caratterizzano

un’alternanza di momenti felici per il raggiungimento di notevoli fortune o tristi a causa di rapidi declini o per le avversità che spesso costellano la vita degli uomini. Le diverse famiglie che hanno posseduto la Villa, hanno certamente lasciato dei segni del loro passaggio e l’imponente struttura denuncia una certa “stratificazione” dovuta a un insieme di elementi creati con i contributi, in termini materiali e culturali, da chi ha avuto, nelle diverse epoche, il piacere di vivere fra le sue mura. Il compito di chi scrive queste note è consistito, inizialmente, nell’opera di ricerca delle tracce lasciate negli archivi dai diversi proprietari e in seguito nel lungo e attento studio per ricavarne notizie, informazioni e lampi di vita passata, sino a una sistematica raccolta e alla stesura definitiva. Le lunghe frequentazioni degli archivi storici sono state fondamentali per la scoperta della maggior parte delle notizie risultate utili per una precisa


ricostruzione della storia e in alcuni casi il loro ritrovamento è stato favorito, a onor del vero, da qualche fortunato ritrovamento. Da non dimenticare i contributi che mi sono giunti grazie alla generosa collaborazione di preziosi amici ricercatori e studiosi e a tutti loro vanno i miei più sentiti ringraziamenti per aver favorito la conoscenza di una serie di elementi risultati utili per la ricostruzione di molti degli avvenimenti raccontati nelle pagine a seguire. Da rilevare che ancora oggi, Villa Cattani, con caratteristiche quasi immutate rispetto alle sue origini, domina dall’alto della collina di Trebbiantico la vallata del rio Fossosejore, una valle che ha ricoperto, per la sua posizione geografica, l’importante ruolo di confine fra popoli e civiltà ed ha visto nascere, quasi tremila anni fa, i primi insediamenti locali, come confermano e testimoniano recenti ricerche storiche. Possiamo quindi affermare che la Villa, dal momento della sua nascita fino ai giorni nostri, ha in molte occasioni rappresentato momenti di storia locale e ha lasciato segni, anche profondi, nel lungo percorso dello sviluppo del nostro territorio e della cultura locale.


- LA VILLA – Quando s’inizia uno studio riguardante un edificio, le prime domande a cui si deve dare una risposta sono quelle rivolte a stabilire con certezza a quale periodo risale la sua costruzione, il nome del personaggio che ne ha voluto la realizzazione e le motivazioni che hanno portato a questa decisione. Prima della presente ricerca, tutte queste domande non avevano una risposta e non si conosceva neppure l’origine della famiglia che ha dato il nome alla nostra Villa. Ora, come sarà precisato nelle successive pagine, abbiamo una ricca documentazione che ci permette di ritenere che questo interessante edificio e i suoi fantastici giardini siano stati progettati e realizzati in un periodo che va dal 1630 al 1640.

Villa Cattani - giardino inferiore


Questo ”casino di campagna”, per usare un termine dell’epoca fu sicuramente completato da Carlo Giuseppe Cattani, con caratteristiche analoghe a quelle che ancora oggi possiamo ammirare, portando a termine il progetto voluto da suo padre Giacomo e iniziato da suo zio Giuliano. Carlo, Giacomo e Giuliano sono tre rappresentanti della famiglia Cattani che avremo logicamente modo di conoscere in seguito. In questo gravoso impegno Carlo Giuseppe, data la sua giovane età, fu aiutato dal nonno materno Geronimo Gavardini. A partire dal periodo sopra citato, su tutte le mappe e su tutti i documenti, la proprietà fu poi per secoli individuata con il nome “Cattani” e comprendeva oltre alla Villa anche una vasta ”possione”, come si diceva fino a pochi anni fa a Pesaro, costituita da fertili terreni della dolce collina di Trebbiantico. La nostra Villa, come molte altre abitazioni di campagna costruite in quel periodo, sarà edificata immersa nel verde della collina e in posizione ”panoramica” per godere delle bellezze del paesaggio. Non possiamo non ricordare che molto spesso questi edifici erano realizzati in posizione elevata non tanto per avere un attraente “palcoscenico” quale luogo di svago e di una piacevole vita a contatto con la natura ma anche con una precisa funzione “agricola” cioè quella di permettere ai proprietari di esercitare un controllo visivo dei vicini poderi e soprattutto dei coloni intenti ai lavori. Nella seconda metà del ‘600 gli architetti impegnati nella progettazione di queste ville di campagna applicarono concetti nuovi rispetto a quelli del secolo precedente e su richiesta della committenza non realizzarono le abituali abitazioni semplici e rustiche ma progettarono edifici con locali destinati ai proprietari che offrivano comodità di vita analoghe a quelle dei palazzi cittadini. Nel periodo in questione i locali delle ville, destinati all’abitazione del padrone e della sua famiglia, furono curati in modo particolare, e solitamente erano realizzati al primo piano che si indicava spesso con il termine: “piano nobile”. Fra le stesse mura delle ville o in costruzioni rurali annesse, vennero però sempre progettate le strutture adatte per permettere ai coloni, cui era


affidata la cura dei poderi, di abitare e di operare come una vera e propria azienda agricola. In questo modo si giunse ad avere in campagna una presenza più frequente del “padrone”quale garanzia, secondo la proprietà, di lavori più accurati nei campi e di ripartizioni più corrette dei prodotti raccolti e quindi un più attento controllo dell’operato e dell’osservanza del patto colonico a suo tempo stipulato. I terreni di pertinenza della Villa Cattani, quelli a stretto contatto della Villa, hanno sempre avuto una superficie di circa dieci ettari coltivabili ma nel corso dei secoli alcuni proprietari della Villa pensarono bene di aumentarne

la

potenzialità

produttiva

ampliando

l’azienda

con

l’acquisizione di altri possedimenti quasi sempre scelti nella zona di Trebbiantico per sfruttare anche i vantaggi di una comoda vicinanza. Nella mappa qui sotto riprodotta, che è stata tratta dal Catasto del 1855 conservato presso l’Archivio di Stato di Pesaro, sono state aggiunte delle lettere di riferimento e precisamente: “B” per indicare la Villa e “C” per la casa colonica annessa alla proprietà. Con la lettera “A” è invece indicata la chiesa di San Giuliano Martire. Importante anche notare come l’orientamento scelto dal costruttore è tale che la Villa ha il fronte rivolto a sud e questo logicamente assicura un irraggiamento ottimo specialmente nelle stagioni intermedie e rende gli


ambienti sempre estremamente luminosi e piacevoli. Per tutte queste ragioni è giusto sottolineare che le “fondamenta” della Villa Cattani furono ben piantate in questa terra cosi dura da lavorare ma generosa nel trasformare le enormi fatiche dei coloni in una ricca produzione di grano, uva e olive. Seguendo le tendenze già indicate nelle righe precedenti chi decise la sua costruzione riservò, nell’ambito del progetto, ampi spazi per gestire una vera azienda agraria e in un’area contigua alla Villa furono realizzati anche delle strutture con tutte le opere necessarie per le diverse attività produttive che avevano come riferimento la casa colonica, abitata per secoli da famiglie di contadini, con stalle per l’allevamento del bestiame, cantine per la produzione del vino, locali per la bachicoltura e una “colombara”. In alcuni locali a piano terra della Villa, sul retro della stessa, fu persino installato un frantoio e ricavati locali dedicati alla lavorazione dalle olive che venivano raccolte dai vicini vasti uliveti con la garanzia di una ricca e proficua produzione di olio. Ma i Cattani vollero sopratutto che questa nuova Villa fosse un segno tangibile dell’importanza raggiunta in pochi anni dalla famiglia e commissionarono, agli architetti, ricchi arredi e decori che dovevano essere in sintonia con i dettami dell’epoca. Al termine dei lavori la nuova elegante residenza dimostrò di avere effettivamente tutte le comodità volute e richieste dalle famiglie agiate di quell’epoca e di godere di accoglienti giardini, ricchi di piante, fiori e fontane, studiati per trascorrervi delle piacevoli ore di vacanza in compagnia di parenti e amici. Nelle limpide giornate di primavera o nelle serate calde dell’estate i proprietari della villa amavano, infatti, invitare amici e personaggi importanti della vita cittadina e trascorrere con loro momenti piacevoli godendo le bellezze del paesaggio e sfruttando l’ombra delle piante che arricchivano i giardini. Non mancavano certamente anche le occasioni per radunarsi attorno a tavole imbandite di cibi genuini. Da notare che questi momenti conviviali offrivano sovente l’occasione per partecipare a dotte conversazioni sui nuovi canoni dell’arte, su concetti


filosofici, sulle opere dei poeti più in voga e anche sugli aspetti più semplici degli svaghi allora di moda. La pace e la tranquillità, che l’ambiente ispirava, non doveva essere motivo per giustificare una vita monotona e senza interessi e quindi si organizzavano spettacoli, danze, letture e recite1 che dovevano rendere più allegri, o culturalmente più elevati, i soggiorni dei proprietari e dei loro amici. Non mancavano le passeggiate a piedi, a cavallo o in carrozza, che permettevano di raggiungere vicini punti panoramici e contemplare le bellezze della natura circostante o per far visita agli amici proprietari di ville vicine. Per gli uomini uno dei più importanti impegni era quello della caccia che oltre a fornire un ottimo cibo permetteva di dare sfogo alla violenza che, in modo particolare nel XVII secolo, era palese in diversi atteggiamenti e modi di vita come quello di camminare per le vie della città sempre armati, scortati da dei “bravi” e di fare, spesso per futili motivi, un uso improprio del proprio arsenale. Nelle campagne la selvaggina non mancava, e pertanto ogni villa aveva nei suoi giardini dei roccoli o postazioni per la caccia cui fu data, dai proprietari, sempre molta importanza tanto che a quell’epoca, come nei secoli successivi, furono persino incaricati in alcuni casi architetti o scenografi per la loro realizzazione.2 Un’osservazione importante, che nasce anche da un semplice esame visivo della struttura della Villa Cattani, come di altre ville delle colline pesaresi, è che la sua realizzazione seguì i principi voluti dai progettisti che seguivano regole ben precise per far si che l’edificio e i suoi giardini risultassero sorprendentemente coordinati e in perfetta sintonia con il paesaggio circostante. Infatti anche i giardini, che s’ispirano ai canoni dei “giardini all’italiana”, sono espressioni d’arte e testimoniano il pensiero, la storia e la civiltà di 1

Epistularum Libri Decem – Liber Ix - 36 scritti di Gaio Plinio Cecilio Secondo, detto Plinio il Giovane, che narrando nei minimi particolari la bellezza della sua villa e dei suoi giardini sottolinea il piacere delle riunioni con gli amici e cita: interveniunt amici ex proximis oppidis , dimostrano come questa filosofia di vita sociale abbia profonde radici nei tempi e si sia tramandata dai romani fino al XVII secolo. Ma ampie tracce le ritroviamo anche ai giorni nostri. 2 Esistono infatti dei bozzetti acquerellati, realizzati in tempi più vicini ai nostri, a complemento di studi fatti da due famosi scenografi come i fratelli Liverani a metà del XIX secolo per un’altra villa di Trebbiantico.


un popolo. Il giardino “all’italiana” nasce seguendo degli schemi geometrici che richiamano quelli dei chiostri, e i muri che spesso lo delimitano, oltre che fornire un esempio perfetto di unione fra architettura e natura, riportano alla mente la serenità dell’hortus conclusus dei monasteri dove, nei tempi più bui della storia, venne mantenuta viva anche l’arte del “coltivare” come amore per la natura e per l’ordine. I giardini della nostra Villa sono opere non di grandi dimensioni ma che si sviluppano sul fronte e sui lati dell’area abitativa. Sono stati realizzati su diversi piani che, sfruttando i livelli del terreno, degradano aprendo visuali su un paesaggio bellissimo, caratteristico delle nostre campagne, con la presenza del vicino mare. Tra il settecento e l’ottocento anche i giardini seguono le variazioni dei gusti e dei tempi e sono arricchiti non solo da belle fontane e da numerose statue, che richiamano le dee della natura, ma anche da grotte o finti ruderi che vogliono riprodurre ambienti dove si ricercava una serena

meditazione.3 Queste peculiarità erano evidentemente parte della cultura dell’epoca che ancora portava un sentito rispetto per la natura avendo compreso, e fatta propria, l’importanza dell’armonia in essa contenuta. Ancora oggi nelle nostre campagne le poche case coloniche rimaste tali, testimoniano che vi era un modo di concepire la costruzione di un edificio abitativo perfettamente allineato con la natura e con il paesaggio.

L’architetto Franco Panzini, nel suo bellissimo libro “Giardini delle Marche” edito nel 1998, descrive i giardini delle ville marchigiane con le seguenti parole: “L’organizzazione di questi giardini offre una rappresentazione idealizzata e controllata della natura circostante: la sequenza digradante delle terrazze e dei corredi botanici raffigura il movimento delle colline e della vegetazione che li ricopre; il ricorrere delle fontane che scendono lungo l’asse centrale sono i fossi che rigano i pendii collinari; le grotte e i ninfei evocano le vallette più nascoste e i boschetti oscuri che punteggiano la campagna coltivata. Quella dei giardini è un’arte profondamente legata alla natura, e i giardini marchigiani offrono un’immagine idealizzata dell’ambiente che li accoglie, riflessa nello specchio della cultura. I giardini sono il teatro della campagna, spesso coinvolta nella composizione stessa attraverso l’orientamento dei vari terrazzi, volti a enfatizzare le vedute panoramiche esistenti.” 3


Paolo Volponi, scrittore e poeta, così descrive queste terre: “ …..la perfetta intesa tra l’esistenza del paese con le sue forme e mura e le linee continue dei campi nella discesa terrena verso l’azzurro della marina, della evidente risonante congiuntura e compenetrazione tra paese e uomini composta nelle colture meticolose dei campi, nella luminosità dei davanzali …..” Vi era un rispetto per le dimensioni, per i materiali usati e soprattutto l’armonia con i profili delle nostre colline tenendo logicamente conto che i mezzi a disposizione dei coloni erano certamente limitati in confronto a quelli impegnati per la nostra Villa. Ai giorni nostri tutto questo è invece affrontato in termini ben diversi a causa dell’attuale modo di concepire i ritmi della vita e i suoi valori che portano a operare continue violenze sul sistema natura. Riportiamo un esempio di villa del sei – settecento che fu da sempre considerata fra le più belle della zona. Si tratta della villa della famiglia Mamiani, una struttura perfettamente inserita nel verde del Colle San Bartolo, che è giunta fino a noi con il nome di Villa Vittoria, dopo aver


subito nel corso del tempo notevoli modifiche volute dalle differenti proprietà.

L’autore di questa tempera è un noto pittore paesaggista pesarese, Francesco Mingucci, che ha realizzato nel 1626 una serie di interessanti vedute delle nostre terre, riunite in un importante Codice detto “Codice Barberiniano 4434” custodito presso la Biblioteca Apostolica Vaticana dal titolo “Stati, domini, città, terre e castella dei Serenissimi Duchi e Prencipi della Rovere tratti al naturale”.

Abbiamo voluto segnalarlo perché tutte le sue opere sono preziosi documenti che mettono in risalto, nei minimi particolari, la vita agreste delle nostre colline e in molti casi, come in questo, a fermare quasi un istante di vita quotidiana dei personaggi che evidentemente animavano e si muovevano attorno a queste importanti strutture. Da notare anche in questo specifico caso l’armonioso inserimento nel parco-giardino che ha come sfondo una verde campagna. Interessante quindi pensare in generale alla villa di quell’epoca, e in modo particolare alla nostra Villa, come un luogo ricco di una sua cultura, architettonica in primo luogo, ma anche figurativa e letteraria ed estremamente interessante per gli studiosi con le sue implicazioni economiche, sociali e ideologiche.


- LE RADICI Le motivazioni che hanno determinato le prime ricerche negli archivi pesaresi sono state quelle di acquisire informazioni sulle origini della famiglia Cattani, che risultava praticamente sconosciuta, e di giungere possibilmente a reperire documenti che fornissero notizie in merito alla costruzione a Trebbiantico di un “casino di campagna” e che giustificassero la realizzazione di una struttura tanto importante. La ricerca non è stata facile anche perché inizialmente un elemento fuorviante è stato il cognome Cattani che risulta, ancora oggi, abbastanza diffuso soprattutto nella vicina Romagna. Le prime ricerche s’indirizzarono sullo studio di alcuni manoscritti contenenti notizie sulle antiche famiglie importanti pesaresi, documenti conservati presso la Biblioteca Oliveriana4 di Pesaro e l’impresa, nei primi tempi, parve non dare alcun risultato. Ma proprio quando sembrava che i Cattani non avessero lasciato alcun segno negli annali delle famiglie celebri, si verificò un caso, davvero fortunoso. L’esame di un antico manoscritto 5 di Domenico Bonamini (Pesaro 17371804), letterato e storico pesarese, dove erano riportati appunti, senza alcun ordine, relativi a notizie sulle antiche famiglie pesaresi, si rivelò estremamente importante. In una pagina di questo librone, pieno di date e nomi, l’attenzione fu attratta da una nota di sole due righe:

“ 1619 - Gio. Giacomo e Giuliano – Fratelli Cattani da Stazona. Mercanti”

4

La Biblioteca Oliveriana , ( di seguito indicata con la sigla B.O.P.) voluta dal nobile pesarese Annibale degli Abbati Olivieri (1708 – 1789 studioso settecentesco, è la più antica istituzione culturale di Pesaro e raccoglie documenti antichi di inestimabile valore. Altre istituzioni di grande importanza culturale esistenti a Pesaro, e di grande supporto per gli studiosi nelle loro ricerche, sono l’Archivio di Stato ( di seguito indicata con la sigla A.S.P.) e l’Archivio Diocesano ( di seguito indicata con la sigla A.D.P.) 5 Ms. 2054 – conservato presso la B.O.P. Appunti dello storico Bonamini sulle origini delle famiglie importanti di Pesaro


Aver trovato questo semplice appunto riportato dal Bonamini fu veramente come aver recuperato il famoso ago nel pagliaio e le informazioni contenute si rivelarono di estrema importanza perché permisero di avere una base di partenza per le successive ricerche. Con due sole parole “ Stazzona, Mercanti” il Bonamini ha fornito due indizi che hanno permesso di fare luce sulla provenienza e sull’attività dei due fratelli Giovan Giacomo e Giuliano Cattani. L’indicazione, quale luogo di origine dei mercanti, del paese di Stazzona, in realtà a molti sconosciuto, ha suscitato interesse e curiosità. Con l’aiuto di una veloce ricerca su internet, che ha ormai sostituito l’atlante geografico di altri tempi, si scopre che Stazzona6 è un piccolo centro abitato posto sulle pendici dei monti alle spalle di Dongo, sulle rive della parte “alta” del lago di Como. La conferma definitiva della correttezza di questa prima “conquista”, è giunta molti mesi dopo e grazie alla dotta collaborazione di uno studioso7, che ha segnalato un’annotazione riportata su una pagina del “Catasto di San Terenzio” che dice:

6

Nei documenti cinquecenteschi il paese si connotava come Commune Stazonae montis dongi lacus et episcopatus Comi (1536) oppure Commune Stationae montis super dongum (1549). Si tratta di uno dei tanti paesi sulle pendici dei monti dove una natura poco benigna ha creato per secoli sacche di miseria. Un’espressione dialettale tipica di Stazzona, tra noc e sass riassume e descrive sufficientemente la storia di questa comunità: fra solchi scavati dalle valli e sassi che affiorano sulla superficie. Dal libro di Rita Pellegrini “Tra noc e sass – Storia della comunità di Stazzona” edito dal comune di Stazona. 7 Il Dott: Marco Delbianco di Novilara.


“Magnifico Gio.Giacomo Cattanio mercante in Pesaro e magnifico Giuliano, suo fratello, di nuovo posti in questo per la grazia ottenuta da Sua Altezza Serenissima adi 27 novembre 1619 e restituita al detto messer Gio.Giacomo et perché promise di pagare le colte (imposte) et altri pesi tanto imposti quanto da imporsi per il quale…8

Si tratta evidentemente della prima registrazione dei Cattani a Pesaro, forse quella che anche il Bonamini deve aver letto e riportato, riassumendola con poche parole, nel suo manoscritto. Sappiamo però che esisteva a Pesaro una legge che prescriveva la residenza dei forestieri per almeno quattordici anni prima di avere il diritto alla registrazione e a eventuali acquisizioni di proprietà nel territorio. Forse per i Cattani deve essere stata concessa una deroga perché far risalire all’anno 1605 circa il loro arrivo a Pesaro sarebbe in contrasto con altri documenti, come vedremo in seguito. Resta comunque, come dato certo, la loro presenza attiva a Pesaro fin dal 1619. Come abbiamo appreso il loro luogo di origine era quindi il paese di Stazzona e a quei tempi era uno dei tanti nuclei formati da poche e povere case disseminate sulle pendici dei monti del nord d’Italia dove una natura poco benigna ha creato per secoli sacche di miseria e una conseguente emigrazione degli abitanti verso terre più accoglienti. Un’espressione dialettale tipica di Stazzona, “tra noc e sass”, cioè tra solchi e sassi, riassume e descrive sufficientemente la storia di questa comunità che ha cercato di svilupparsi lavorando e seminando nei solchi scavati fra i sassi più che nella terra fertile. 8

Dal 1° volume del Catasto del Quartiere di SanTerenzio (1560). Il manoscritto è conservato presso la B.O.P. ed ha come numeri di riferimento XII e 5. La nota è a pag. 263 ed è stata trovata dallo studioso e amico, Dott. Marco Delbianco.


Stazzona all’inizio

del

XVI sec. da un affresco coevo 9

Si può quindi immaginare quali possono essere state le motivazioni che hanno spinto i due fratelli Cattani a cercare miglior fortuna trasferendosi da Stazzona a Pesaro. In tutta la zona del lago di Como, come in altre limitrofe, fin da quei tempi, era molto sviluppata la produzione, la lavorazione e il commercio di tessuti e in modo particolare della seta e nel proseguimento della ricerca ci si è basati su quest’osservazione assumendo come prima ipotesi, che anche i Cattani, definiti “mercanti”, operassero in quel particolare settore. Molto tempo dopo, nel corso delle ricerche, a seguito dell’esame di una vasta e difficile serie di atti notarili dell’epoca, si è rintracciato presso l’Archivio di Stato di Pesaro un importante documento che ha confermato quanto era stato inizialmente solo supposto. Si tratta di un atto notarile dell’anno 1642, redatto dal notaio Janni di Pesaro che, dopo essere stato convocato nella bottega dei due fratelli Cattani, alla precisa richiesta di stilare un verbale sulle condizioni di 9

Affresco situato nella Sala delle Battaglie, Castello Mediceo di Melegnano. © Foto di Adriano Carafòli – Per gentile concessione del Comune di Melegnano (MI).


alcune balle di tessuto compila un dettagliato documento con una stima dei danni subiti. Evidentemente durante il trasporto da Chioggia a Pesaro, sull’imbarcazione di “paron” Domenico Doria, i preziosi tessuti si erano bagnati, a causa del mare molto agitato, ed erano quindi arrivati a destinazione molto rovinati. 10 Dopo aver accertato che i due fratelli Cattani operavano come mercanti di tessuti, possiamo pensare che furono spinti a lasciare l’Alto Lario e a trasferirsi nelle terre del Ducato di Urbino o a causa dell’ennesima carestia che affamava le loro terre o per sfuggire ai ristretti limiti del paese natio. Una decisione sicuramente molto importante presa, come vedremo, dopo molti “sondaggi” del nuovo mondo rappresentato da Pesaro, una decisione certamente non facile oggi e ancora più difficile per quell’epoca quando le informazioni o le conoscenze su terre tanto lontane dovevano essere scarse e imprecise. Si può ritenere che su i due fratelli abbiano anche influito i racconti di chi già aveva affrontato le difficoltà di esperienze analoghe e aveva avuto la fortuna di fare buoni affari, cioè mercanti o artigiani lombardi che avevano prestato i loro servizi nel Ducato di Urbino. Nell’intento di meglio comprendere le difficoltà, che sicuramente i due Cattani avranno dovuto affrontare nell’inserirsi in una realtà per loro completamente diversa sia per usi sia per i costumi, cerchiamo di descrivere, molto brevemente, la struttura della città di Pesaro e la situazione politica ed economica, nei primi anni del XVII secolo.

La città di allora è raffigurata in un’acquaforte di Jodocus Hondius Jr. di Amsterdam datata 1626, quindi proprio nel tempo in cui arrivarono in

10 Il notaio descrive in italiano, “vulgari sermone”, le balle di preziose pezze di stoffe racchiuse in teli o in canovacci sigillati con un marchio di fabbrica, rappresentato da un bollo di piombo o stampato sul telo, e avvolte in carte bianche e turchine e per la maggior parte rovinate dall’acqua: “saiette” di color “zaldo” , “incarnate”, “tané”, “morelle”; e saglie “drapate” e “appanate” di color “giallo in oro”, rosse, “pavonazze”, che hanno subito guasti durante il trasporto da Chioggia a Pesaro sull’imbarcazione di “paron” Domenico Doria.Vengono anche convocati due “estimatores” per valutare i danni patiti dalla merce. L’atto è rogato a Pesaro nella bottega di Giuliano Cattani sita nella contrada dei Fondachi, quartiere di S. Nicolò (oggi Corso XI settembre).


città i nostri mercanti, ed è una veduta dal colle

San

Bartolo

mentre sullo sfondo si può

vedere

chiaramente

il

colle

Ardizio. Un’altra

immagine

famosa della città è la mirabile

acquaforte

eseguita

del

grafico

olandese Johan Jansonius Blaeu, e pubblicata nell’anno 1663, che rappresenta tutta Pesaro con una “veduta a volo d’uccello”. Un’opera particolarmente dettagliata che, ogni volta che la si osserva, sorprende per la fedeltà della rappresentazione, che permette di scoprire ancora oggi gli edifici e i monumenti sopravvissuti. Dalla comparazione delle due “viste” si può notare come, in pochi decenni la città risulta essersi “allargata” e le sue case hanno occupato quasi

tutto

lo

spazio

delimitato dalla possente cerchia pentagonale delle mura roveresche costruite tra il 1529 e il 1547. Per quanto riguarda gli abitanti

di

Pesaro

quegli

anni,

in

possiamo

riportare i dati che ci sono pervenuti

relativi

al

censimento dell’anno 1628 e affermare con certezza (salvo i probabili errori allora

commessi

dai

rilevatori!) che il numero totale dei pesaresi era di soli 7.859 abitanti così suddivisi:


52 Chierici, 77 Preti, 140 Frati, 219 Suore, 25 Terziarie, 12 Marchesi e Conti, 55 Dottori e Capitani, 1736 Uomini, 2768 Donne, 1108 Putti, 1007 Putte, 50 Meretrici, e 610 Ebrei. Interessante notare, fra le altre cose, che le donne erano circa il 38% in più degli uomini e che gli ebrei erano indicati all’ultima voce dopo … le meretrici. Nell’anno dell’arrivo dei fratelli Cattani la città di Pesaro,con tutto il suo contado, era ancora, anche se per pochi anni, un feudo dell’importante famiglia dei Della Rovere. Più di un secolo prima, Francesco Maria I Della Rovere, aveva infatti ricevuto in feudo queste terre da suo zio il Papa Giulio II, il “personaggio” più conosciuto della famiglia dei Della Rovere. I Della Rovere governarono il Ducato sempre in modo alquanto saggio,

almeno secondo gli storici del tempo forse sempre generosi nel lodare i potenti. Ma anche gli studi storici attuali confermano che in quegli anni, furono promosse e favorite delle politiche per la nascita e lo sviluppo

di

attività

quell’epoca,

che,

si

per

rivelarono

apportatrici di migliori condizioni di vita non solo per le classi agiate ma anche per una vasta fascia di cittadini.

La

città

di

Pesaro

divenne, nell’ambito del Ducato, sempre

più

importante

politicamente ed economicamente tanto che i duchi, che avevano sede

inizialmente

a

Urbino,

decisero di trasferire tutta la loro corte nel Palazzo Ducale di Pesaro11.

11

Per dettagliate e approfondite informazioni sul periodo storico della città di Pesaro all’epoca dei Della Rovere, consultare i due volumi editi dalla Cassa di Risparmio di


Nel 1619 il signore della città era Francesco Maria II Della Rovere e i Cattani

trovarono

una

città

con

una

florida

economia

basata

essenzialmente sui profitti di un’agricoltura, gestita da un ristretto numero di ricchi proprietari terrieri, e da una vasta rete di ottimi artigiani capaci di produrre vere opere d’arte nelle loro specialità. La città soffriva invece per un mancato sviluppo d’importanti attività manifatturiere e questo era il motivo per cui si era dovuto sempre importare molti dei prodotti necessari alle esigenze della corte del Duca e alla vita dei cittadini, soprattutto quelli più abbienti e più esigenti. Questa situazione lasciava ampi spazi di lavoro per abili mercanti capaci di importare e quindi fornire il mercato cittadino con le merci richieste. I clienti più ricercati dai mercanti erano logicamente i nobili e in massima parte i ricchi proprietari terrieri che dai loro vasti possedimenti potevano trarre importanti rendite. Ricordiamoci, infatti, che fino a pochi anni fa, il ricavato dal lavoro dei campi ha rappresentato per la città l’unica fonte di sostentamento e ricchezza. Una produzione tipica di Pesaro, che però creò più “immagine” che benessere, fu la produzione della ceramica decorata da artigiani locali le cui capacità artistiche furono ben presto conosciute in tutti i ricchi palazzi degli stati confinanti e in molti paesi d’Europa. Bisogna ricordare che anche in questo settore, nel XVIII secolo in uno dei tanti momenti di crisi si cercò di dare nuovo impulso alla produzione “importando” da Lodi due abili artigiani, Casali e Callegari, che regalarono alla città un “decoro” divenuto famoso in tutto il mondo: la rosa di Pesaro. La città offriva quindi sufficiente “lavoro” a bravi artigiani locali ma non fu mai in grado, nonostante il desiderio, più volte dichiarato dai Della Rovere, di trovare forme valide per finanziare e incoraggiare la nascita di attività manifatturiere che riuscissero a svilupparsi e a coinvolgere un buon numero di addetti determinando un positivo ritorno economico. Vi furono tentativi, alla luce di successi ottenuti in altre città, nei settori della produzione e lavorazione delle pelli, della lana o della seta ma con scarsi risultati perché l’ostacolo principale fu sempre costituito da una

Pesaro e dal Comune di Pesaro dal titolo “Pesaro,nell’età dei Della Rovere” Marsilio editori 1998 - 2001


forte opposizione, a nuove iniziative, sostenuta dai Consigli Comunali, composti sempre da ricchi possidenti terrieri. Questi non avevano alcun vantaggio a finanziare con denaro pubblico attività che avrebbero creato posti di lavoro in città, ben remunerati e che avrebbero rappresentato una turbativa per il settore agricolo dove si voleva continuare a impiegare manodopera a basso costo. Le nuove fabbriche avrebbero richiamato dai campi buona parte dei lavoratori con una sostanziale modifica degli equilibri salariali che non sarebbero più stati così favorevoli ai proprietari dei fertili terreni delle campagne pesaresi. Anche la categoria dei mercanti si opponeva, logicamente, ad una produzione locale che avrebbe ridotto considerevolmente il loro giro d’affari basato essenzialmente sull’importazione e rivendita di merci prodotte in altre aree. Inoltre i commercianti, che investivano i loro utili, come unica scelta, in vasti possedimenti, diventavano in breve tempo proprietari terrieri e necessitavano di mano d’opera a bassi salari.

Bottega della seta, da “ tacuinum sanitatis casanatensis” (XIV secolo)

Dai documenti dell’epoca si può però rilevare che proprio nel periodo dal 1610 al 1630, gli anni in cui arrivarono i Cattani, la produzione della seta e la sua lavorazione videro un tentativo, grazie a due “imprenditori”, il genovese Morelli e il milanese Francesco Crivelli, che proposero nel 1610 al consiglio comunale l’apertura di due distinte fabbriche per la lavorazione della seta chiedendo un finanziamento iniziale. I progetti non


ebbero lunga durata ma riuscirono a creare un vasto e qualificato indotto di bravi artigiani che continueranno a lavorare negli anni successivi.

Abbigliamento in lana, tacuinum sanitatis casanatensis (XIV secolo)

Nell’anno 1621 in occasione delle nozze di Federco Ubaldo12 con Claudia de Medici, lo sfarzo di corte fornisce importanti e consistenti ordinativi e quest’avvenimento, da solo, crea un momento favorevole e forse proprio questa positiva congiuntura richiamò su Pesaro l’interesse dei nostri due mercanti. La presenza dei Cattani nella nostra città può essere inoltre inserita in un più vasto fenomeno che ha caratterizzato la vita economica e sociale della città nel XVI e XVII secolo, quello di una “immigrazione qualificata” che ha suscitato l’interesse di alcuni studiosi ma che, come già detto, dovrebbe essere argomento di più approfondite ricerche. 13 I documenti testimoniano infatti che, nei due secoli sopra detti, si stabilirono a Pesaro numerosi artigiani e commercianti provenienti da diverse regioni italiane, quali la Toscana, la Liguria e soprattutto la Lombardia, con l’intento di produrre o commercializzare manufatti14. I fratelli Cattani trovarono quindi al loro arrivo una ricca “colonia” di famiglie lombarde che li avevano preceduti e dopo aver ottenuto successo 12

Federico Ubaldo fu l’unico e tanto atteso figlio di Francesco Maria II .Purtroppo Federico morirà improvvisamente nel 1623 a soli 18 anni. 13 Interessante lo studio di Girolamo Allegretti “Aspetti di vita economica e sociale “ in “Pesaro nell’età dei Della Rovere” 1898 - Vol. III-1. pag.174 14 Un ambasciatore veneto scrisse di Pesaro: “Attento maxime quod ista civitas est civitas passus, ubi confluunt mercatores et alii forenses”


negli affari ed essersi innamorati di Pesaro avevano deciso di stabilirsi definitivamente in questa nuova patria. Un breve e sintetico elenco esplicativo del “fenomeno Pesaro” inizia con la famiglia Ardizi originaria di Milano, a cui deve il nome il Colle Ardizio, per proseguire con le famiglie Bonamini, Mosca, Passeri e Petrucci, tutte provenivano dall’area bergamasca, mentre la famiglia Mazzolari aveva le sue radici a Cremona e la famiglia Gavardini era originaria di Limone di Gavardo sul lago di Garda in provincia di Brescia. Sicuramente Giacomo e Giuliano Cattani avranno avuto, al loro arrivo, una calda accoglienza frequentando questa comunità di “immigrati”, che parlava con lo stesso loro accento, se non lo stesso dialetto, e ricevuto un valido aiuto, o semplici suggerimenti e informazioni, per iniziare una nuova attività visto che molti di loro si erano in tempi brevi saputi inseriti nel tessuto economico cittadino conseguendo notevoli risultati.


- I CATTANI Le ricerche sulla famiglia Cattani, sono iniziate e proseguite, sulla base delle prime informazioni reperite, con lo studio dei tanti documenti storici rintracciati negli archivi pesaresi, in modo particolare gli atti notarili custoditi dall’Archivio di Stato, che hanno fornito molte e interessanti notizie sulla vita dei due fratelli Giovan Giacomo e Giuliano Cattani. Abbiamo già detto dell’arrivo “ufficiale” dei due fratelli in città nell’anno 1619, con il trasferimento delle loro attività quali mercanti di stoffe, e nelle prossime pagine scopriremo i rapidi successi economici e i conseguenti numerosi e proficui investimenti in case e terreni. L’importante cambiamento di vita, con il trasferimento da Stazzona a Pesaro, non fu certamente frutto, come già detto, di una decisione repentina ma fu preceduto, probabilmente a partire dal 1605, da quello che oggi chiameremmo studio di mercato. Sappiamo infatti che i Cattani iniziarono a stabilire contatti commerciali con il mercato pesarese partendo più volte da Stazzona per lunghi periodi come richiedevano i tempi di viaggio e di permanenza per concludere le trattative . Le loro radici e il forte legame con il loro paese di origine furono comunque sempre presenti nelle loro decisioni nell’arco della vita di due generazioni. Ne abbiamo la conferma dallo studio di diversi documenti ma in modo particolare da uno, importante anche per il seguito della nostra ricerca, che ci conferma che nell’anno 1627 Giovan Giacomo è tornato a Stazzona dove la moglie Domenica Bianchi lo renderà padre di un figlio maschio, l’erede tanto atteso che sarà battezzato nella chiesa di San Giuliano, parrocchia del paese, con il nome di Pietro. Questo legame con il paese natio si conferma anche nel forte senso di unità familiare che traspare dai documenti e vedrà sempre i due fratelli Cattani operare a stretto contatto e mantenere un buon accordo anche nella loro attività. Tutti i documenti o gli atti notarili sono sempre redatti con i loro due nomi e sottoscritti con le due firme e la loro bottega era annessa alle due abitazioni.


La maggiore sorpresa, dall’esame dei documenti, si rileva dalla constatazione dello sviluppo in breve tempo dell’attività intrapresa e gli ottimi risultati conseguiti. I profitti venivano subito investiti e se ne può avere conferma leggendo i numerosi atti notarili di acquisto, soprattutto dall’anno 1632, anno in cui le transazioni sono così numerose da rimanerne veramente colpiti. Tra tutta questa mole di documenti l’attenzione si è concentrata sulla lettura di alcuni atti notarili redatti negli anni 1633 e 1634 con i quali i due fratelli diventano i proprietari di alcune case e di terreni a Trebbiantico15 che possiamo, con certezza, considerare come il primo nucleo delle vaste proprietà che costituiranno i poderi della futura Villa Cattani16. Nell’atto del notaio Francesco Ricci, conservato nell’Archivio di Stato di Pesaro leggiamo che ….all’epoca di Papa Urbano VIII, il 19/12/1633, i due fratelli Gio.Giacomo e Giuliano Cattani, mercanti a Pesaro, acquistano da Lucia vedova di Domenico di Matteo di Taddeo di Trebbiantico “unam domum solariatam cuppis cohopertam” con tutte le sue pertinenze, usi e servitù. Da notare che la casa così descritta era evidentemente una costruzione composta non solo da dei locali al piano terra, com’erano quasi tutte le case coloniche dell’epoca, ma aveva anche locali al primo piano, e questo lo si deduce dal termine “solariatam”, ed era inoltre dotata di un solido tetto coperto con i coppi una caratteristica costruttiva riservata alle sole abitazioni di pregio.

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a) - …..compra fatta sotto rogito di messer Francesco Ricci sotto dicembre 1633 et per la licenza di cassar l’estimo come in filo. Ha nella corte di Pesaro, fondo di Trebio Antico overo della Valle appresso la via publica, i beni di messer Iacomo bergamasco, Michele di Silvestro suo nipote, Antonio alias Ferro, Gio.Marco del Ferro et messer Aluigi delli Angioli, donna Maddalena di Vincenzo alias il brussato, pertiche 135 di terra, pertiche 41 ½ di vigna con la casa estim. Lire II – V – 0 (nota: 1 pertica = 27,27 mq.) b) -…. per vigore d’istrumento rogato da ser Francesco Ricci di febbraio 1634 con la supplica della grazia di cassar l’estimo della suddetta. Nella corte di Pesaro, fondo di Trebio Antico overo della Valle appresso la via publica, Iacomo del Rosso bergamasco, Michele di Silvestro, Antonio alias il Ferro, Gio.Marco del Ferro, messer Aluigi delli Angeli, donna Maddalena di Vincenzo alias il brusciato, pertiche 7 ½ di vigna, pertiche 2 di orto con la casa a tereno piano posta in tre partite estim. Lire 0 - VII – 0 16

La conferma di queste operazioni la possiamo avere consultando il bellissimo “Catasto di San Terenzio” conservato presso la Biblioteca Oliveriana dove sono elencate tutte le proprietà registrate a nome dei fratelli Cattani.


…..Questa casa è registrata nel territorio di Pesaro, nella Corte “Villa Trebbiantico”, nel luogo chiamato Rialto, accanto al Vico Bastoni. Il terreno annesso è coltivato a vigna e ad alberi e la sua superficie e misurata in 200 canne.

Purtroppo negli ultimi mesi dell’anno 1643 si rompe la stretta collaborazione fra i due fratelli per l’improvvisa morte di Giovan Giacomo. Questo fatto è stato dedotto dalla lettura degli atti del notaio di fiducia, che in quel periodo era il notaio pesarese Janni17, in quanto nei documenti successivi al 1643 Giovan Giacomo non è più citato. Dei due fratelli Giovan Giacomo era il primogenito, fatto che allora aveva una notevole importanza, ma era anche un uomo dotato di un carattere forte, rappresentava il “capofamiglia e dagli scritti risulta che aveva un maggior peso specifico nell’attività commerciale. Inoltre era felicemente sposato e padre di due figli maschi mentre il fratello Giuliano era un uomo molto buono, dal carattere mite e profondamente religioso tanto da aver fatto voto di celibato. Alla morte di Giovan Giacomo tutto il peso della complessa attività commerciale ricade improvvisamente sulle spalle del buon Giuliano che deve necessariamente proseguire da solo nella gestione di un commercio che era diventato una notevole fonte di benessere economico ma che logicamente richiedeva anche un grande impegno. Inoltre Pietro, il primogenito di Giovan Giacomo, alla morte del padre era ancora un giovane di solo sedici anni e aveva sicuramente bisogno della guida esperta dello zio che, come vedremo nelle pagine successive, adempirà fino in fondo e con totale dedizione al compito di non far sentire a Pietro, e al fratello più piccolo Giovanni, il peso della scomparsa del padre. A riprova di questo basta esaminare gli atti notarili di quegli anni per constatare che il nome di Giuliano risulta sempre unito a quello dei due nipoti in tutte le transazioni. Negli anni 1643 e 1644 non s’interrompe l’acquisizione di nuovi terreni alcuni dei quali a Trebbiantico come ulteriore incremento dei già vasti

17

Sigillo di Pier Maria Janni apostolica auctoritate notarius.


possedimenti di terreni coltivabili che circondano la nostra Villa che si configura sempre più come una vera e propria azienda agricola. Il giovane Giovanni, da qualche tempo cagionevole di salute, nel mese di agosto dell’anno 1649, evidentemente consapevole della gravità della malattia, fa testamento nominando erede universale il fratello Pietro e dopo pochi giorni muore. Negli anni successivi lo zio Giuliano e il nipote Pietro proseguono con successo l’attività di mercanti e s’inseriscono sempre più stabilmente nella vita economica della città consolidando il già elevato livello economico. Giuliano, nell’anno 165218 ci informa anche di aver “dedicato la sua anima alla chiesa e di aver preso la tonsura diventando un canonico” e, anche per tale ragione, decide di cedere al nipote Pietro la proprietà, o delle quote di proprietà, di tutti i suoi numerosi beni consistenti in terreni, case, negozi in Via dei Fondachi, e tutti i crediti che a quell’epoca rappresentavano una notevole fonte di guadagno per gli alti interessi che si riusciva a percepire sulle somme prestate. I beni son talmente tanti da riempire pagine e pagine dei documenti. Pietro cede invece allo zio, acconsentendo a una sua richiesta forse dovuta alla speranza di poter godere in futuro la tranquillità della campagna, la parte che fino ad allora risultava di sua pertinenza della proprietà di Trebbiantico consistente in “possessionem arativam, vineatam et arboratam cum vitis at aliis arboribus fructiferis et infructiferis et cum domibus ac molendino ab oleo in ea existente posito in Villa Trivii Antiqui curtis civitatis Pisauri”. Una nota veramente interessante perchè risulta così una nuova conferma dell’esitenza, nella Corte di Pesaro, detta Villa di Trebbiantico, di una proprietà con un vasto terreno arativo, coltivato a vigna e alberato, con viti, alberi fruttiferi e infruttiferi ed una casa nella quale esiste un mulino per l’olio. 18

Atto Divisione Cattani del notaio Guido Floridi (ASP, busta 2841 c. 46) in data 23/02/1652


Quest’ultima caratteristica individua chiaramente la nostra Villa sia perchè in zona non risulta essevi altra costruzione con un mulino per l’olio sia perchè, per secoli e in tanti documenti, la nostra Villa sarà sempre citata per questa sua prerogativa. Ancora oggi una macina di pietra la si può vedere appoggiata al muro che delimita il giardino della Villa.

Purtroppo lo zio Giuliano, uomo buono, generoso e in pace con la sua anima, non riesce a godere a lungo la tranquilla atmosfera dei suoi poderi in campagna perché due anni dopo, e precisamente nell’aprile dell’anno 1654, muore tragicamente assassinato a seguito di un agguato. Non conosciamo le ragioni che hanno originato un simile misfatto ma molto probabilmente queste vanno ricercate nelle mille regole di comportamento che erano codificate dalla difficile mentalità di quell’epoca. Un errore o uno sgarbo, in una trattativa o persino in un incontro casuale, può essere stato sufficiente a scatenare odio e desiderio di vendetta. Dobbiamo eliminare quello che in molti casi è un motivo di disaccordo, cioè una donna contesa, conoscendo il carattere di Giuliano che qualche anno prima aveva, come già detto, preso i voti.19 Lodovico Montani (1622-1696), questo è il nome del giovin signore, un rampollo dell’importante e nobile famiglia pesarese dei Montani, tanto influente nella vita della città di quei tempi, che avendo ritenuto di aver subito un torto, da lui considerato tanto grave, decise di doverlo cancellare solo con il sangue. Fu lui quindi a prendere la decisione di assoldare due loschi sicari che tesero un’imboscata a Giuliano e lo ferirono a morte.20

19

Chierica, dal latino ecclesiastico clerica (tonsio), (tonsura) dei chierici, cioè dei membri del clero, era la rasatura tonda sulla sommità del capo di chi veniva iniziato al sacerdozio, e in genere degli ecclesiastici. La tonsura era la cerimonia del taglio dei capelli che segnava il passaggio dallo stato laicale a quello clericale come espressione simbolica di rinuncia al mondo. 20 La notizia è stata reperita dalla Prof.ssa Pieralda Albonico.


Studiando gli “Acta Criminalia” dell’Archivio Diocesano21 è stato ritrovato questo tragico documento che trascriviamo cercando di mantenere lo stile dell’autore e il suo forte realismo. Sono state aggiunte solo alcune note per chiarire e semplificare il testo:

“Corpo di delitto” sopra l’archibugiata contro Don Giuliano Catanio Il documento inizia con una perizia medica: -

Adì 18 aprile 1654. a dieci ore incirca - Io Angelo Gratioli ho medicato il signor don Giuliano Catanio di una archibugiata sotto le rene in mezzo il spinello midollo e in pericolo della vita ferito d’una sol ferita et in fede qui mi sottoscrivo come cerusico

-

domenica 19 aprile 1654 Ludovico Lisi, notaio e cancelliere apostolico visita il ferito che iacens in lecto domus suae habitationis con delle fasce insanguinate e dopo averlo fatto giurare sulle sacre scritture inizia l’interrogatorio. La prima domanda sembra quasi scontata ma fa parte della tipica mentalità: perché giace in letto con le fasce alle reni. Giuliano risponde a fatica ma ancora lucido:

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“Io mi trovo così in lecto perché hieri sera dopo l’essere stato sotto la loggia della Corte a vedere l’arrivo del Duca di Modena nel tornare poi alla mia casa doppo l’entrata di detta Serenissima in corte et nel fare apprire l’uscio della mia casa da Gio:Antonio mio parente mi sentii sparare di dietro un’archibugiata, caddi subito dicendo “Giesù misericordia” et in terra mi sentii suonare un’altra archibugiata ma non fui ferito e poi dico son ferito ai piedi e schiena come V.E. potrebbe vedere se non havessi i medicamenti.” Prosegue l’interrogatorio e gli viene domandato prima se ha riconosciuto la persona che gli ha sparato:

-

“Benchè fosse di notte e scuro vidi che era una persona piccola ma non conobbi chi fosse perché non parlò nemeno” E poi chi poteva avere dei motivi per ferirlo?:

21

Questo documento, trovato dopo lunghe ricerche presso l’Archivio Storico Diocesano, è stato “tradotto” grazie alla valida collaborazione del Dott. Marco Delbianco


-

“Io signore non posso dare altro inditio di questo avicinando alla corte se non che essendo hieri sera escito di casa per andare a vedere dett’arrivo del Duca di Modena al primo spacio viddi il signor Capitano Lodovico Montani su la bottega del Barnizzi che lo conobbi benissimo. E perché fra detta famiglia Montani e me sono seguite in offendere per disgusti gravi che passavano fra il signor Capitano Terenzo e me che occorsero sin tre anni sono di farsi amazare io mi fermai che esso, Ludovico Montani, venne giù per la via dei Fondaci e stette poco che tornò in su e in occasione poi del confusione e degli spari per detta occasione di festa, tengo che esso desse ordine che si facesse questo tradimento. ……. onde tengo assolutamente che detto signor Capitano Ludovico commandasse e qualcheduno sicario che si mettesse alla porta verso la mia casa e che nel tornare mi amazzasse supponendosi che in occasione di tanti forastieri soldati e rummore di sparamenti di artigliare, mortaletti e moschetti non si fosse mai per giustificare questo delitto. Il notaio insiste nell’interrogatorio e vuole sapere altre notizie in merito all’inimicizia con Ludovico Montani:

-

“La causa dell’inimicitia fra casa Montani e me sono ben provate in Cancellaria Criminale già tre anni sono a quelle mi riferisco, non potendo per l’acerrimo dolore di questa ferita dire di più …. e però, di gratia, signor cancelliere lasci venire la mia servitù… che mi sento crepare22 di spasimo: essendo anche stato questa notte visitato dal signor Podestà e che di ordine dell’eminentissimo legato ha voluto esso mirarmi benchè gli habbi detto d’essere chierico e gli ho detto per verità quanto ho deposto di sopra

-

mercoledì 29 aprile 1654 Dieci giorni dopo il notaio, ligio ai suoi doveri, ritorna per constatare la morte di Giuliano ma soprattutto per ……accertarsi della ferita che non aveva visto a causa delle fasce e trascrivo il testo latino che però risulta comprensibile nel su crudo realismo: 22

Con questo termine tanto crudo (crepare = morire) riaffiorano le origini lombarde di Giuliano in quanto lo si trova spesso usato nel senso sopradetto nei dialetti del nord Italia.


“Visum et respectum fuit per me notarium Lisium cancellarium episcopalem dicti reverendi domini Juliani Catanei nudatum in lecto soliti cubicoli domus sue habitationis iuxta sua notissima latera, vulneratum unico vulnere intra pila plumbea iaculata ex archibugiata displosa sub renibus in medio spinelli medolli et in relatione domini chirurghi facta sub die 18 cadentis; quod vulnus vidi et hic pro veritate adnotavi ad omnem bonum finem et futurum….. Et ego Lisius notarius cancellarius apostolicus Pisauri rogatus”

Un archibugio dell’epoca

Le scarne parole dei protagonisti riportate in questo documento ne fanno una testimonianza estremamente vera di un momento tanto tragico e lasciano il lettore colpito ma anche partecipe di tanto dolore. Questa terribile scena va inoltre ambientata nei locali di una casa-bottega del XVII secolo, solitamente semplice, quasi disadorna e con piccole finestre dalle quali filtra una flebile luce. Ma prima di morire il nostro Giuliano ci sorprende ancora perchè riesce a dettare un testamento23 al notaio Bartolomeo Giunta, sul letto di morte, e trascritto in data 20 aprile 1654, testamento che siamo riusciti a trovare e che è riassunto qui di seguito:

-

dopo le solite dichiarazioni di rito il notaio riporta che il testatore “….reverendus dominus Julianus Cattaneus clericus pisaurensis sanus dei gratia mente, sensu, visu, auditu et intellectu licet corpore languens et iacens in lecto….” e che non ha più beni da lasciare perché ha già

23

Testamento di Don Giuliano Cattani 20/04/1654 – (ASP, notaio Bartolomeo Giunta, busta 2673 c. 212)


donato tutto al suo diletto nipote ma fornisce solo istruzioni per la gestione di un credito che gli è rimasto. Il documento termina con una sorprendente, specialmente per quei tempi, ultima volontà: -

Item lasciò et ordinò al signor Pietro Cattani suo nepote et herede infrascritto per il maggiore e più gran servitio che mai gl’habbi potuto fare in vita et che gli possi fare dopo morte che trovandosi mai per tempo alcuno chi habbi ferrito o fatto ferrire detto signor testatore debba subito ad ogni minima richiesta perdonare e far la pace che così è intentione di detto signor testatore e perciò ne prega detto signor suo herede di farlo.

Vedremo presto che il nipote Pietro non sarà così forte e clemente da venir meno alle “leggi” di allora e non rispetterà le ultime volontà dello zio. Ma dedichiamo qualche riga anche all’esame della figura del personaggio che risulta essere l’ispiratore di questo tragico episodio, il nobile Ludovico Montani. Un manoscritto24 redatto quasi un secolo dopo da un suo discendente, lo studioso pesarese Carlo Emanuele Montani (1747-1818) ci riporta interessanti notizie di cui trascriviamo logicamente solo quelle che sono di nostro interesse:

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il 18 aprile 1654, dal Podestà di Pesaro, Ludovico Montani, venne condannato a pena capitale e confisca di beni per l’omicidio commesso di suo ordine da Giulio Sempronio e Francesco Graziani Regnicolo detto “il guercio”, banditi anch’essi capitali, in persona di Giuliano Cattani dello Stato di Milano abitante in Pesaro. La di lui casa situata al Corso è quella che passò nei Balducci, poi nei Semprini.

-

Sortì ordine del Card. Vidman,Legato25, il 13 giugno, al Podestà di procedere alla confisca dei beni del Capitano Lodovico e il 5 luglio essendo dovuto partire detto Podestà venne rimessa la causa dallo stesso Legato al

24 25

C. E. Montani, Memorie della famiglia, ms. 2036 Tomo II, c. 23 r-v presso B.O.P Cristoforo Vidman – Legato dal 3 luglio 1651 al giugno 1654


Luogotenente di Pesaro. Il 21 agosto venuto il nuovo Legato Card. Pio26 diede ordine al Giudice, che si stimassero i beni di Casa Montani per detrarne la parte di Lodovico, ma comparsi avanti di lui N° 31 creditori dovette emanar sentenza il 17 ottobre dello stesso anno: nihil extare pro fisco -

Nota a margine = il 30 dicembre anno suddetto ottenne grazia dal Bando Capitale. Come si può capire dalla descrizione sopra riportata, le indagini e il conseguente processo per questo crimine si svolsero in tempi brevi, sicuramente assai ridotti rispetto ai nostri giorni, e il 18 aprile dell’anno 1654, Lodovico Montani riconosciuto come mandante dell’omicidio, è condannato per direttissima alla pena capitale e alla confisca di tutti i suoi beni. Inizialmente la giustizia sembra quindi procedere con rapidità, determinazione ed estrema severità ma dopo pochi mesi le cose cominciano a cambiare. La confisca dei beni viene infatti subito annullata in quanto al processo si presentarono ben 31 creditori che fanno valere il loro diritto di prelazione e impediscono quindi l’esecuzione della disposizione dei giudici. Da quanto abbiamo appreso, da altre ricerche eseguite, sembra in effetti che Lodovico fosse spesso in lotta con i creditori, anche perché, come capita a chi è preso nella loro morsa, nel tentativo di estinguere un debito ne generava altri richiedendo nuovi prestiti. Probabilmente di quei trentuno sopra citati creditori alcuni saranno stati veri ma sicuramente molti saranno stati falsi e chiamati dallo stesso Ludovico per cercare di salvare in questo modo qualche suo bene dalle richieste del fisco. In questa storia la sorpresa maggiore arriva però nel mese di dicembre dello stesso anno, quando il riconosciuto colpevole Montani viene graziato e quindi la condanna alla pena capitale viene cancellata. Sarebbe interessante riuscire a rintracciare la documentazione per conoscere con quali giustificazioni i giudici riuscirono a capovolgere la decisione presa ma i numerosi membri della potente famiglia Montani

26

Carlo Pio di Savoja Jr. Legato dal 22 giugno 1654 al 14 agosto 1655


avranno operato in modo tale da far valere tutto il loro peso nella società di allora nell’intento di proteggere il “buon nome” e togliere Ludovico, figlio di Francesco, da una davvero spiacevole situazione. Ma ritorniamo al testamento dettato in punto di morte da Giuliano e la sua ultima richiesta al nipote, quella cioè di saper perdonare il mandante e gli esecutori dell’agguato subito. E’ stato rintracciato anche un ulteriore documento, anche questo molto interessante, che possiamo considerare “il seguito”della storia, documento che ci fornisce, proprio nelle sue ultime righe la prova evidente che in questo caso la mentalità dei tempi ha avuto il sopravvento sull’amore per il prossimo di Giuliano. Il documento ha come titolo: “Fatto di sangue ai danni dei signori Montani avvenuto a Pesaro il 17 ottobre 1655 “ . Da segnalare che l’originale è custodito dall’Archivio Stroppa Nobili che ne ha autorizzata la diffusione mentre il suo studio e la bella “traduzione” è opera del dott. Marco Delbianco. Il contenuto è quindi il seguente: “” In seguito ad un fatto di sangue avvenuto in Pesaro nel 1655 di cui venne incriminato Giovanni Montani, nobile di Pesaro, cancelliere del Santo Uffizio nel castello di Ginestreto, vengono presentate le prove miranti a dimostrare la non punibilità dell’imputato in quanto agì per legittima difesa. Si premette che tra i signori Giovanni Montani e i suoi fratelli e i conti Annibale e fratelli Tieni vi era “inimicizia antica e tra di loro non si conversavano né parlavano né salutavano insieme quando si incontravano o in strada o in altri luoghi” e anche tra i Montani e il conte Alfonso Santinelli “passava e passa poca corrispondenza per molte cause…e particolarmente perché essendo stata tirata di notte una archibugiata contro detto signore conte Alfonso questo ebbe suspetto che questo fosse stato fatto da signori Montani”. Sulla scena del crimine sono presenti due personaggi “di professione Bravi” che con questo titolo servivano i signori conti Tieni. Il primo è il capitano Francesco Tioli da Spilimberto di Modena “persona di cattiva conditione fama facinoroso…solito a commettere de delicti et assassinamenti come fece nel veronese dove ammazzò Luca Contarini veneziano”; e il secondo è Don Giovanni Battista Babbio figlio di mastro Marco fabbro e oste di Cattolica detto anche il


Prete della Cattolica “persona di cattiva e pessima conditione e fama solito a commettere de delicti et omicidi con bocche di fuoco, et in particolare havendo ucciso con due archibugiate d’aprile del 1636…un tale Alessandro fiorentino”. La sera del 17 ottobre 1655, tra le 22 e le 23, i signori Giovanni e il canonico Nicolò Carlo Montani in compagnia di Giovanni Chiaromanni, don Girolamo Marzi, Piermatteo Contarini, Giuseppe Nardi e Francesco Maria servitore del Montani si avviarono dalla Piazza di Pesaro verso la strada dei Calzolari (attuale via Branca) per tornare a casa quando all’incrocio con la strada dei gioco della Pallacorda (attuale via Zongo) erano ad attenderli il conte Alfonso Santinelli con il capitano Francesco Tioli e il Prete della Cattolica. Il Tioli estrasse “un pistone” (antenato della pistola) e “senza dire alcuna parola sparò alla vita” del canonico Montani ferendolo a morte; nello stesso tempo ”il Prete della Cattolica” “sparò un’altra archibugiata con un altro pistone” al signor Giovanni Montani alla schiena ma lo mancò. Il signor Giovanni allora “pose mano ad un suo terzaruolo” (specie di fucile a canna corta) per sparare al Tioli ma questo s’inceppò costringendolo ad estrarre la spada. Il Tioli iniziò a gridare contro il signor Giovanni: “Ti voglio morto becco futtuto, sei morto per il cospetto, ti ammazzo per Dio…” e il Giovanni replicava: “Barone porco…” A questo punto entrò in gioco un terzo aggressore, tal Carlo Mondinelli, bravo di Pietro Cattani, mercante di Pesaro che stando dalla parte della chiesa di S. Domenico, sparò alle spalle di Giovanni con una carabina, anche in questo caso mancandolo. Il combattimento finì con l’uccisione a fil di spada del Tioli e la fuga dei complici. Dalla testimonianza di un tal Giulio Pozzolo si appurò che i conti Tieni e i Santinelli avevano “offerto cento doble” per l’omicidio, mirando particolarmente a eliminare Ludovico, fratello di Giovanni. Inoltre la carabina di Carlo Mondinelli era tenuta in casa di Pietro Cattani e questo fa nascere un forte sospetto che un altro mandante fosse proprio il Cattani, desideroso di vendicare la morte dello zio Don Giuliano avvenuta un anno prima per opera dei sicari dei Montani. “”

Questi incredibili episodi che hanno come protagonisti dei signorotti locali e dei sicari, ci riportano ai più famosi personaggi descritti dal


Manzoni nel romanzo “I promessi sposi”, il potente “Don Rodrigo” e i suoi “Bravi” figure conosciute da tutti e ambientate in una diversa zona dell’Italia ma comunque “contemporanei” alle persone vissute a Pesaro e di cui abbiamo raccontato brani della loro vita nelle precedenti pagine. In questo caso quei tempi sono così lontani, dal nostro modo di pensare, che ne rimaniamo inizialmente sorpresi ma le prove dimostrano che anche nella nostra città esistevano dei “signori”, si fa per dire, che realmente si avvalevano dei servizi di veri e propri disperati per “risolvere” le loro losche faccende e il metodo migliore per imporre le proprie ragioni era quello della soppressione fisica dell’avversario.

Da i “Promessi Sposi” edizione del 1840 - stampa a pag. 72

La reminiscenza manzoniana ci aiuta anche a ricordare che in quegli anni il terribile flagello della peste si abbatté sui territori da cui provenivano i Cattani decimando la popolazione e rendendo ancora più difficile la vita con ulteriore impoverimento delle campagne e con gravi danni alle già scarse attività artigianali. Se ritorniamo brevemente al manoscritto che racconta le gesta di Ludovico Montani, vorremmo soffermarci su due particolari. Il primo è che Giuliano Cattani è definito “ dello Stato di Milano abitante a Pesaro” come se non fosse ancora considerato un cittadino di Pesaro dopo aver vissuto e operato per più di trenta anni in città. Il secondo è che “la di lui casa è situata al Corso ed è quella che passò (di proprietà) nei Balducci e poi nei Semprini”.


Il Corso, l’attuale Corso XI Settembre, era anche detto “via dei Fondachi” proprio perché molti mercanti erano proprietari di edifici dove al primo piano avevano l’abitazione ed al piano strada avevano la loro bottega detta “fondaco”. Riproponiamo un particolare dell’acquaforte di J. J. Blaeu del 1663 che riproduce in modo perfetto la via dei Fondachi dell’epoca. Abbiamo segnato con una stella rossa l’area che riteniamo fosse occupata dai due edifici di proprietà dei Cattani, i luoghi di tutte le loro attività, e posti sul lato destro del Corso dopo la chiesa di Sant’Agostino e quasi di fronte alla chiesa di San Cassiano. Via dei Fondachi era considerata il cuore della città, dove avevano sede la maggior parte delle attività commerciali e artigianali. Il suo lato destro era un confine del Quart. Sti. Nicolai” cioè il Quartiere di San Nicolò che rappresentava quel “quarto” di città compreso, con buona approssimazione, fra le attuali vie Rossini, il Corso e la Statale Adriatica. Esiste anche una cartolina27 che riporta un disegno di come doveva essere via dei Fondachi all’epoca e quindi come l’avranno vista e frequentata i Cattani. La chiesa di Sant’Agostino è in primo piano mentre la chiesa, che si vede sempre sul lato sinistro ma verso la piazza, era la chiesa di Sant’Andrea

che

venne

successivamente

demolita. Questa chiesa aveva sul timpano una statua di Sant’Andrea, proprio quella che oggi è posta davanti alla Chiesa del Porto.

27

La cartolina è conservata dall’Archivio Stroppa Nobili che ne ha concesso la riproduzione.


- PIETRO CATTANI Di Pietro Cattani, figlio di Giovan Giacomo, molto abbiamo già scritto. Abbiamo raccontato la sua nascita nel paese di origine della famiglia nel 1627, l’improvvisa e prematura morte del padre quando aveva sedici anni, il suo rapido ingresso nel mondo del lavoro sotto la protezione affettuosa dello zio Giuliano e l’attività da mercante che tante soddisfazioni gli regala e che gli permette di incrementare il già lungo elenco di proprietà ereditate dal padre. Raggiunta l’età di venticinque anni, cioè nel 1652, decide di coronare anche un suo sogno d’amore e si unisce in matrimonio con Laura Gavardini 28. Questo momento è importante nella vita del giovane Pietro perché quest’unione significa anche stabilire un solido legame fra due importanti famiglie, Cattani e Gavardini,

Gli stemmi delle due famiglie, i Cattani e i Gavardini, sono tratti da un prezioso manoscritto conservato presso la Biblioteca Oliveriana di Pesaro29

28

A.S.P. Notaio Serrandrea Giuliano- carte 3 anno 1663 - Laura Gavardini viene citata come moglie di Pietro Cattani 29 B.O.P. Ms. 1184 del 1732. Il nobile Hondedei raccolse, in questo manoscritto, numerosi stemmi gentilizi di famiglie che avevano contribuito, con la loro storia, allo sviluppo ed alla fortuna della città di Pesaro.


Due famiglie dalle caratteristiche molto simili perché non solo hanno in comune la provenienza da paesi collocati sulle rive dei laghi del nord dell’Italia ma anche ma anche quella di essere cresciuti d’importanza nella vita cittadina e di aver conseguito un consistente successo economico svolgendo un’attività di lavoro nel settore del commercio in tempi relativamente brevi dal loro arrivo nella nuova patria. Non è da escludere che fra le diverse motivazioni che ispirarono il matrimonio di Pietro e Laura ve ne fu una piuttosto prosaica legata agli interessi economici, ma nello specifico caso possiamo affermare che almeno inizialmente vi fu una forte componete di passione giovanile e successivamente quindi un consolidato amore. Tutto questo lo si deduce, e trova la conferma, se si prende in considerazione il fatto che dalla loro unione nacquero, in pochi anni,

ben sette femmine (Isabella,

Francesca, Anna Margherita, Giovanna, Domenica, Maria Maddalena e Caterina) e alla fine i tanto attesi due figli maschi, oltre a molte altre gravidanze interrotte. Vogliamo

sottolineare

come

questo

matrimonio sia una testimonianza di quanto

la

“cresciuta”

famiglia in

Cattani

fosse

anni

nella

pochi

considerazione delle famiglie importanti di Pesaro. A quei tempi una nuova unione doveva prima essere “accettata” dalle

rispettive

avveniva

solo

famiglie se

le

e

questo

due

parti,

indipendentemente dalla simpatia nata fra i giovani, riscontrassero delle valide motivazioni di convenienza economica o di prestigio. E’ indubbio che la ricca e importante famiglia Gavardini, prima di acconsentire all’unione di Laura con Pietro, abbia ben soppesato le effettive condizioni economiche della famiglia Cattani.


Se queste sono risultate tali da concedere la giovane Laura in sposa, con relativa ricca dote, vuol dire che il mercante Giovan Giacomo Cattani, venuto da Stazzona quasi come un emigrante, era riuscito in circa trenta anni a costruirsi una solida e consistente fortuna tanto da rendere il figlio Pietro un valido pretendente alla mano di una ragazza appartenente a una casata non solo ricca ma anche considerata fra le più importanti di Pesaro. Se il giudizio fosse stato negativo, per mancanza dei dovuti requisiti della famiglia Cattani, e in assenza di altri pretendenti, la famiglia Gavardini sarebbe riuscita con estrema facilità a far aprire le porte di qualche convento dove Laura, pronunciando i voti, avrebbe trascorso la sua vita. Una simile decisione, molto frequente fra le famiglie benestanti, avrebbe anche contribuito a far crescere la considerazione di tutta la famiglia agli occhi della chiesa locale. Ricordiamo che la famiglia Gavardini era giunta a Pesaro alcuni decenni prima dei Cattani partendo da Gavardo, un paese sul lago di Garda, e anche loro come mercanti avevano raggiunto in breve tempo un livello economico molto elevato. Un breve riassunto della loro storia è riportato nelle ultime pagine del libro nell’Allegato N° I. I componenti della famiglia Gavardini, come quelli della famiglia Cattani, devono aver certamente sofferto di nostalgia per la loro terra di origine, un sentimento comune a chi deve abbandonare la propria casa per “fare fortuna”o comunque per ragioni di lavoro. Questo sentimento porta il nuovo arrivato a ricercare la frequentazione di persone che abbiano avuto esperienze simili, che parlino lo stesso “lingua” e a entrare a far parte di società di mutua collaborazione che spesso nascevano con lo scopo di offrire un valido aiuto per superare le comprensibili difficoltà. E Pietro Cattani, o perché malato di nostalgia o, come più probabile, per meglio gestire i beni di famiglia rimasti a Stazzona o fare investimenti “diversificati”, ritorna con una certa frequenza al paesello, come risulta da alcuni documenti.


Parte più volte da Pesaro per raggiungere la casa di famiglia a Stazzona, precisamente nella frazione di Morbio, affrontando un lungo e faticoso viaggio come del resto avevano fatto anche suo padre e suo zio.

Anche se ci sforzassimo di immedesimarci nei nostri protagonisti e nel loro mondo di allora, credo che non riusciremmo mai ad avere una corretta rappresentazione di tutte le problematiche che dovevano affrontare ogni volta che prendevano la decisione di intraprendere dei viaggi così lunghi e impegnativi. Sicuramente il viaggio doveva rappresentare una vera e propria impresa piena d’imprevisti, di rischi e di fatiche fisiche non indifferenti. Evidentemente i protagonisti dovevano essere in buono stato di salute perché erano richieste tante energie oltre che un grande coraggio. Si partiva sapendo di dover percorrere una distanza di più di cinquecento chilometri trovando strade dissestate, con salite a volte tanto ripide da obbligare il passeggero a scendere dal carro per ridurre la fatica degli animali.

Bisognava

evitare

gli

attacchi

dei

malintenzionati

che

aspettavano i viaggiatori per depredarli o premunirsi avendo a disposizione mezzi sufficienti per dissuaderli. Molto spesso in assenza di ponti agibili, i fiumi e i torrenti dovevano essere superati con l’impiego di zattere o andando alla ricerca di punti adatti per il guado. Tutte queste difficoltà si aggravavano per le improvvise avversità del tempo, quali piogge o addirittura forti nevicate e poi occorreva spesso intervenire per rotture ed effettuare le conseguenti riparazioni dei mezzi di trasporto.


In quegli anni i trasferimenti che comportavano la percorrenza di lunghe distanze, come nel nostro caso, richiedevano una certa organizzazione come la formazione prima della partenza di gruppi di viaggiatori che potessero, con la presenza di più persone, dissuadere i malintenzionati a tentare azioni di brigantaggio. Per affrontare simili viaggi i soli mezzi che allora avevano a disposizione erano, oltre a buone scarpe, un buon cavallo, o a volte di un somaro, e nel migliore dei casi un carro che, normalmente era adibito al trasporto di merci ma che diventava indispensabile per tutte quelle persone che non erano in grado di cavalcare. Nella seconda metà del XVII secolo, venivano infatti impiegati grossi e scomodi carri per i trasferimenti di cose e persone. Solo a fine secolo s’iniziarono a costruire le prime berline - il nome deriva dal fatto che furono inizialmente prodotte a Berlino, su disegno di un ingegnere italiano - molto più comode e più facili da manovrare. Inizialmente furono di esclusivo appannaggio dell'alta nobiltà di corte, e nelle versioni più ricche, delle famiglie reali. Più tardi, con strutture più semplici e sobrie furono usate dal ceto benestante, ma per i trasferimenti in città o “fuori le mura”e non certo per lunghi percorsi. Ma ritornando al tragitto Pesaro-Stazzona quasi sicuramente i Cattani lo avranno affrontato con una buona programmazione prevedendo delle soste, al termine delle faticose giornate di viaggio, e l’utilizzo della rete di locande, o punti di cambio dei cavalli, già esistenti e utilizzati da chi viaggiava per lavoro o per il servizio ordinario delle poste o quello dei corrieri. Una grossolana stima dei tempi ci porta a credere che i Cattani impiegassero, per il solo viaggio di andata, o quello di ritorno, un tempo variabile dagli otto ai dieci giorni, salvo tutti gli imprevisti che durante il percorso potevano capitare con sensibilmente allungamento dei tempi. Non erano quindi viaggi facili da farsi, perché faticosissimi, rischiosi e sicuramente anche costosi e pertanto dovevano essere motivati da valide ragioni anche economiche e non solo di nostalgia per le proprie radici.


Una nota doverosa: “”Nelle ricerche storiche, come in molte situazioni della vita, per raggiungere gli scopi prefissati occorre avere anche una certa dose di fortuna. In questo caso specifico la situazione favorevole si è concretizzata in un incontro con una ricercatrice, la Prof.ssa Pieralda Albonico Comalini che vive a Gravedona (non lontana da Stazzona). La grande passione per la storia della sua terra l’ha portata a studiare, per lunghi periodi, molti documenti degli archivi della zona dell’Alto Lario. Interessanti ritrovamenti l’hanno quindi portata ad approfondire anche le ricerche sulle origini di una famiglia di Stazzona, i Cattani. Partendo da questo cognome è stato per lei facile risalire alla nostra città e stabilire una connessione con le nostre ricerche. La Prof.ssa Albonico30 ha quindi accondisceso a integrare le notizie ricavate dagli archivi “dell’Alto Lario” con quelli “pesaresi” e le prossime righe riportano il contenuto dei suoi studi che, volutamente, abbiamo inserito utilizzando un differente carattere tipografico. Un sincero ringraziamento alla sua squisita disponibilità perché i dati che ci ha fornito si sono rivelati di estremo interesse sia per allargare le nostre conoscenze su i Cattani sia soprattutto per meglio comprendere l’importanza economica raggiunta dalla loro attività a Pesaro”

Quando il nostro Pietro arrivava finalmente a Stazzona si trovava circondato

da

una

naturale

attenzione

dei

compaesani

perché

rappresentava quello che “aveva fatto fortuna”. La Prof.ssa Albonico ha saputo trovare negli archivi della zona, preziosi documenti che forniscono interessanti notizie che riportiamo qui di seguito ricopiando integralmente gli appunti che ci ha fornito: “”Sicuramente, quando Pietro si trovava a Morbio di Stazzona, faceva la normale vita del paesano, partecipando con gli altri alle cerimonie religiose, agli incontri, alle feste, ed era coinvolto negli accadimenti piccoli o grandi che fossero, come rivela un documento datato primo maggio 1667. Egli, appena uscito dopo la messa sul sagrato della chiesa di S. Giuliano, “nel quale sagrato la gente si suole trattenere per li affari del publico, come d’altri

30

Pieralda Albonico Comalini ha pubblicato numerosi lavori, frutto delle sue ricerche storiche, come “Il santuario della Beata Vergine di Livo” e “Gravedona Paese d’Arte” ed è cofondatrice della Società Storica Altolariana.


privati”, sentì con altri compaesani la sibillina ma evidente minaccia alla volta del “servo di Dio”, pronunciata da un tal Giovanni Morandi del fu Domenico della frazione di Vanzonico: “ Al servo di Dio in questo comune al ghe gente che covatan e descovatan, a mi non me la perdonan, ma al servo di Dio al ghe vorìa un pistoies mal morato”.31 E Pietro, da solerte cittadino, riferì il fatto davanti al notaio, sottoscrivendo anche per chi non sapeva scrivere. Il 3 ottobre dello stesso anno nella chiesa battesimale della vicina Gravedona fece da padrino, con donna Ippolita della famiglia Cazzola con cui aveva rapporti di affari, alla piccola Claudia Margherita dell’antica stirpe dei Parravicini.”” Il benessere economico raggiunto permetteva a Pietro Cattani di aiutare i suoi vecchi “paesani” come emerge da numerosi altri documenti d’archivio rintracciati dalla Prof.ssa Albonico: “”Interessante un rogito del 22 agosto 1658 in cui si ha la conferma dei fitti rapporti di affari e mutuo soccorso tra conterranei altolariani dimoranti lontano dai paesi d’origine. Da un’attestazione allegata e sottoscritta da Giovan Battista Curti di Gravedona, giureconsulto in Roma e figlio di Bernardo si rileva che, trovandosi in serie difficoltà, era passato da Pesaro, dove sembra abbia dimorato per qualche tempo, poi si era diretto a Roma, dove cercava una protezione d’alto rango….Poiché il pericolo del “mal contagioso” lo aveva bloccato, senza soldi, lontano da casa e senza la speranza di potere ricevere aiuti direttamente dalla patria lontana, il giovane confessava con sincerità e grande riconoscenza che dal mercante gravedonese Giovan Battista Cossoni era stata spesa la somma di scudi settantacinque “oltre altri scudi cinquanta per la medema causa di vitto e vestito rimessimi in Roma per via del signor Cattanij”. Il documento è importante, perché ci fa intravedere il vasto raggio degli affari del mercante Pietro Cattani. “” E i documenti successivi sono risultati molto interessanti per le nostre ricerche. Il primo atto, il testamento di Pietro:

31

Una frase la cui traduzione ha rappresentato qualche difficoltà: “in questo comune vi sono persone che coprono e scoprono mentre a me non perdonano nulla. Al servo di Dio (il parroco) ci vorrebbe un coltello male affilato” infatti il termine pistoiese: coltello da caccia con lama corta e larga; prende il nome da Pistoia da dove ebbe origine nel XV secolo.


“”……., rogato il 29 luglio 1669, di lunedì, nella dimora avita di Morbio. Esso ci permette di conoscere, oltre alle ultime volontà, la famiglia del testatore. Il Cattani è a letto ammalato ma capace di intendere e di volere. Ha convocato per far redigere l’atto delle sue ultime volontà il notaio Nicola Cossoni, che si è affrettato a salire da Dongo. Dopo le consuete formule di rito, il testatore obbliga l’erede universale a fare celebrare nel termine di tre mesi 1000 messe in suffragio della sua anima, in qualsivoglia chiesa e da qualsivoglia sacerdote. Alla figlia reverenda Maria Laura, al secolo Isabella, monaca nel monastero di S. Maria Maddalena di Pesaro, lascia la dote usuale per le suore del monastero e un livello di 20 scudi, moneta di Urbino, vita natural durante - la dote si trova depositata presso il suocero Geronimo Gavardini nella stessa città di Pesaro -, purché non pretenda altro sull’eredità. Alle

figlie Francesca, Margherita,

Giovanna Maria, Domenica, Maddalena e Caterina lascia 2000 scudi “ut vulgo dicitur di moneta de paoli da dieci per scudo” per ciascuna, da consegnare al tempo del loro matrimonio; se qualcuna di loro volesse farsi monaca riceverà dall’erede solo il livello e la “scirpa”, secondo la consuetudine del monastero scelto per la vita monastica; ma, se qualcuna morisse prima del matrimonio temporale o spirituale, il lascito dovrà passare allo stesso erede. Esse dovranno essere mantenute nella casa paterna fino al matrimonio, ma poi dovranno fare “fine” né pretendere altro sull’eredità.


Pietro lascia la dilettissima moglie Laura Gavardini usufruttuaria di tutti i suoi beni insieme con l’erede universale, nominato nella persona del figlio “pupillo” Carlo Giuseppe. Un codicillo rogato il primo agosto documenta che a quella data Pietro è ancora in vita: egli lega 150 scudi “moneta de paoli” a Carlo Mondinalli; sono presenti anche il parroco di Stazzona don Giovanni Gobbi, e il signor Carlo Masi del fu Roberto di Colbordolo, che quasi certamente il Cattani si era portato da Pesaro per curare i suoi affari.”” Il secondo documento è l’inventario dei beni lasciati da Pietro e da Laura alla loro morte a Stazzona : “”Il 9 agosto 1669 viene redatto l’inventario “di tutti li beni mobili, immobili, ragioni e crediti” posseduti dal defunto nello Stato di Milano: si occupano della redazione Bartolomeo de Giorgi e Martino Berci “come li più prossimi parenti delli figli di detto quondam signor Cattaneo pupilli e minori” - dei quali i due hanno la tutela - alla presenza del notaio e del signor Carlo “Masio”. L’inventario ci rende edotti su alcuni aspetti della vita quotidiana del nostro emigrante nel suo paese d’origine e ne svela in particolare la conseguita floridezza economica e l’innalzamento sociale. L’abitazione nella frazione di Morbio non è grande, ma decorosa e arredata con gusto, ben lontana dalla tipologia dei rustici ambienti del piccolo nucleo, abitato da contadini necessitati per la maggior parte, data la scarsezza dei prodotti di una terra povera e montuosa, a emigrare altrove, spesso senza fortuna o con guadagni appena bastanti per sopravvivere. Pietro, nelle parentesi, brevi o lunghe che fossero, vissute sui suoi monti con la moglie Laura, mostrò senza dubbio ai compaesani ammirati non poco del lusso e dello sfarzo cui si era abituato in Pesaro. Nel paese avrà sicuramente suscitato l’ammirazione di tutti; e qualcuno, vedendolo passare, avrà mormorato: “El Catani sé che l’ha faa Pesaro!”. 32

32

In Alto Lario una fortunata emigrazione a Palermo per l’impiego nelle più varie attività e anche nella lavorazione di importanti gioielli aveva creato dei “benestanti” che venivano chiamati dai residenti quelli “che l’ha faa Palermo”. Come fino a pochi anni fa per individuare gli emigranti in Usa che rientravano con il gruzzolo dei loro risparmi si usava spesso il detto “han trovato l’America”


Ma sono i ricchi “preziosi” racchiusi nella cassetta di noce di proprietà della Gavardini che danno conto, oltre che delle “facoltà”, anche delle abitudini salottiere della dama pesarese e del marito Pietro. Sono di una magnificenza e varietà inconsuete anche nei numerosi inventari di gioielli appartenenti alle nobildonne dell’Alto Lario: “parures”, monili e altri oggetti d’oro, d’argento, di cristallo, d’avorio, di corallo... con diamanti, perle, rubini, granati, ambre gialle e nere, smalti, “brilli di Venezia”... Il tutto descritto nell’inventario con grande accuratezza, insieme ad alcuni accessori in seta o di pizzo, a un reliquiario di seta ricamato e a un libricino di devozione con copertina di tartaruga. Nella “sala”, oltre al gran tavolo di noce per la numerosa famiglia, sono presenti una “credenza grande di noce con peltrera”, “sei scagni” e undici sedie “armate” e, sul piano del focolare, grandi alari con pomi di ottone e un completo da fuoco pure con pomi dello stesso lucido materiale. Né manca il tavolino di noce con tappeto di Fiandra adatto alla stesura di lettere, contratti, ordinazioni. Se i mobili sono di pregio ma, comunque, essenziali, le pareti abbondano di quadri, di cui l’elenco inventariale ci fornisce i soggetti: questi non si discostano dai gusti dell’epoca, la cui predilezione andava, oltre alle note figure della classicità e a raffigurazioni allegoriche, ai personaggi della fede cattolica, dal Redentore ai santi taumaturghi e protettori. I ben 19 dipinti di un genere molto apprezzato, quello dei “paesi”, è indizio forse del gran viaggiare di Pietro. Quasi certamente egli era un estimatore e un collezionista, sull’esempio dei Gavardini e di altre importanti famiglie pesaresi. Una spia di questa passione di Pietro Cattani, o desiderio di distinguersi o anche di investimento sicuro di parte dei proventi dell’attività mercantile, potrebbe essere l’inventario della ricca collezione, certamente completata dai successori, della casa “de’ nobili signori Cattani di Pesaro”, trascritto in Appendice: qui il “lodabile o degnissimo o eccellente” Simone Cantarini è presente con sei dipinti, di cui uno rappresenta “una donna d’anni 20, tutta vestita di bianco, tenendo graziosamente colla mano diritta una rosa e colla sinistra un fazzoletto, che colla diversità delle tinte bianche l’autore mirabilmente si distingue”. Potrebbe essere benissimo un ritratto di donna Laura.

L’inventario della casa di Stazzona prosegue con

l’annotazione diligente dell’arredo di un’altra non ben specificata camera dove incuriosisce la presenza di varie armi e, soprattutto, di una tracolla di camoscio


e “fornimenti” d’argento con lo stemma del Cattani, segno di una perseguita patente di nobiltà. L’elenco dei crediti consistenti vantati contro le locali comunità di Garzeno, Germasino, Consiglio Rumo, Stazzona e contro privati confermano una volta di più la “fortuna” lasciata da Pietro Cattani al figlio ed erede universale Carlo Giuseppe.””

L’inventario dettagliato è stato riportato nell’Allegato N° II e a un'attenta lettura riesce sorprendente constatare la quantità e la ricchezza degli oggetti elencati, soprattutto se si pensa all’estrema povertà a quei tempi della stragrande maggioranza degli abitanti sia di Stazzona che di Pesaro. Per avere un’idea di come potevano essere vestiti i nostri Cattani, non per lavoro ma in occasione di una cerimonia, abbiamo rintracciato una tela dipinta da Filippo Abbiate che raffigura un negoziante di preziosi dell’epoca con la tipica tenuta “di rappresentanza” composta da un giubbetto dal grande collare bianco, pantaloni a sbuffo, mantello e cappello a larga tesa. Non mancavano mai i capelli lunghi, i baffi e il pizzetto. I due documenti citati nelle precedenti pagine avevano inizialmente fatto nascere un dubbio in merito a Laura che è nominata dal marito quale erede nel giorno del 29 luglio mentre nel successivo inventario del 9 agosto viene indicata come “quondam” ossia defunta. Le ricerche della Prof.ssa Albonico, presso l’Archivio parrocchiale di Stazzona, hanno chiarito anche quest’aspetto e purtroppo hanno riportato alla luce una tremenda tragedia che si abbatté sulla felice famiglia di Pietro Cattani: “”Il 17 dicembre 1668, morì di “morte repentina” nella casa di don Pietro a Stazzona anche Geronimo, pesarese, suo “famulo”, di anni 30 circa….


….il 4 giugno 1669, spirò nella casa di Morbio il figlioletto Giovan Giacomo33, di un anno e mezzo circa…. …. il 31 luglio lo seguì la madre, donna Laura Gavardini, di anni 37 circa, morta il giorno precedente…. ….il 2 agosto si ebbe il decesso dello stesso don Pietro, di anni 42 circa, confessato il 27 luglio, comunicato il 28, unto con l’olio santo il I agosto. ….La mala sorte toccò anche la più piccola delle figlie, Caterina, che spirò il 6 aprile 1670, all’età di un anno circa…. Nei documenti rinvenuti non sono indicate le gravi cause di tutti questi decessi, improvvisi e ravvicinati, ma la tragica scena che siamo portati a immaginare ci ricorda molto quelle descritte dal Manzoni in occasione di una delle tante epidemie di peste34 che hanno flagellato le terre del nord dell’Italia. Un’altra possibile causa potrebbe essere ipotizzata in una micidiale intossicazione, come molto spesso avveniva a quei tempi, soprattutto a causa della facile contaminazione delle falde che alimentavano i pozzi da cui la popolazione attingeva l’acqua o per la difficoltà di conservare in modo adatto i cibi che specialmente nei periodi cadi dell’anno si deterioravano facilmente. Tutti furono sepolti nella chiesa di San Giuliano a Stazzona dove abbiamo accertato che la famiglia Cattani, la sola a Stazzona, aveva uno spazio riservato presso l’altare del Crocefisso e questo era un segno d’importanza considerevole nella vita sociale del paese. Nella stessa chiesa infatti già in passato erano stati inumati: …. il 21 dicembre 1632, Maria Cattaneo, “inupta”, di Morbio di anni 78…. ….il 23 dicembre 1664 la madre di Pietro, Domenica Bianchi di Brenzio, di anni 73 circa…. 33

Un figlio con lo stesso nome, di soli 15 giorni, era mancato a Pesaro il primo dicembre 1655 ed era stato sepolto nella chiesa della Purificazione, come attesta il Registro dei defunti dell’Archivio Diocesano della città. 34 La peste è una malattia infettiva di origine batterica tuttora diffusa in molte parti del mondo, anche in alcune regioni dei paesi industrializzati. E’ causata dal batterio Yersinia pestis, che normalmente ha come ospite le pulci parassite dei roditori. La peste più famosa fu del 1630 ma gravissima fu anche quella del 1656 e altre che si ripetevano quasi ciclicamente e sempre dopo lunghi periodi di carestia e la conseguente malnutrizione rendeva le persone meno resistenti alle forti febbri.


Ancora nell’anno 1731, quindi un secolo dopo i fatti sopra descritti, dai documenti riguardanti una visita pastorale, risulta che gli “eredi di Pietro Cattaneo” non avevano ancora ottemperato all’ordine di “ chiudere la cappella con cancelli… almeno di legno”

35

e questa nota denuncia che si è

verificato un distacco tra il paese degli avi e i successori pesaresi. Un’osservazione: conoscendo la forte influenza della chiesa nella vita quotidiana e la grande fede radicata nell’animo degli uomini di quei tempi possiamo immaginare che anche i Cattani non siano rimasti insensibili al richiamo della loro chiesa di Stazzona dedicata a San Giuliano Martire. Il nome Giuliano in famiglia deve provenire dal patrono del paese, e forse, ma è una nostra supposizione, la decisone di costruire una villa a Trebbiantico potrebbe essere stata influenzata anche dal fatto che la chiesa del borgo era, ed è, dedicata a San Giuliano Martire.

La chiesa di Stazzona ai giorni nostri. Foto di Vincenzo Martegani

35

Notizie tratte dal libro di Rita Pellegrini “Tra noc e sass”.


- CARLO GIUSEPPE CATTANI Carlo Giuseppe Cattani, come già detto, nasce nel 1663 e rimane purtroppo orfano a soli sei anni. Il giovanetto Carlo avrà sicuramente sofferto per la mancanza dei genitori ma in compenso non gli sarà mancato l’affetto delle numerose sorelle che si saranno attivate per consentire, al solo maschio in famiglia, ed erede di una consistente fortuna economica, di trascorrere una serena fanciullezza. Anche l’ala protettiva del nonno materno, Geronimo Gavardini, uomo di notevole peso nella vita sociale pesarese di allora, si posò sulle spalle del piccolo Carlo36 e questo fatto lo si ricava dalla lettura di alcuni documenti. Ma ritorniamo a parlare della Villa, che da questo momento in poi s’intreccia con la vita dei Cattani, e che risulta già abitata negli anni 16771680. Questa importante notizia la si deduce leggendo che proprio in quel periodo fu assegnato a un grande pittore, Nicolò Berrettoni, l’incarico di affrescare i soffitti a volta di alcuni locali del piano nobile della Villa stessa. Difficilmente una scelta e una decisione simile poteva essere presa dall’allora quattordicenne Carlo e quindi, quasi sicuramente fu il nonno Gavardini a voler abbellire e impreziosire la Villa. Quest’ultimo era anche un grande amico di un’altra importante famiglia dell’epoca, i Muccioli, e avrà sicuramente ricevuto da loro pareri favorevoli relativamente alle capacità artistiche di Nicolò Berrettoni37.

36

A.S.S. - Atto del notaio Cesare Sperandio del 1677, Geronimo Gavardini viene citato come “Pro tempore Curator” del nipote Carlo Giuseppe.

37

Nato a Macerata Feltria il 14 Dicembre del 1637, morì a Roma nel Febbraio del 1682. Ebbe una prima educazione a Pesaro, presso la bottega di Simone Cantarini. Verso il 1670 si trasferì a Roma, entrando nello studio di Carlo Maratta di cui fu uno dei più dotati e originali allievi. Nel 1675 entrò nell'accademia di San Luca, dove ottenne importanti commissioni. In questa data affrescò con storie mitologiche la Sala Rossa in palazzo Altieri e, dal 1679 al 1682, decorò la cappella di Sant'Anna nella chiesa di Santa Maria in Montesano. Sono a lui attribuiti anche gli affreschi nella villa Falconieri a Frascati. Tra le altre sue opere a Roma ricordiamo lo "Sposalizio di Maria", nella chiesa di San Lorenzo in piscibus. Tra i suoi lavori sono da menzionare: "La Madonna col Bambino" e "San Giovanni" nella Pinacoteca Comunale di Ascoli Piceno. Alla galleria di Dresda ci restano una sua "Adorazione dei Pastori" e un "Battesimo di Cristo.


Nicolò fu infatti “adottato” dai Muccioli fin da quando era un giovane aiutante di bottega nel loro importante negozio di spezie che avevano nella Piazza Grande di Pesaro. Ci si potrebbe spingere anche a pensare che, nonostante la giovanissima età di Carlo, il nonno con i suoi amici avessero già programmato il suo futuro prendendo in seria considerazione l’ipotesi di un matrimonio con una bella ragazza della famiglia Muccioli. Ma tornando alla Villa è facilmente comprensibile che le decorazioni dei soffitti delle sale potevano essere realizzate solo quando i lavori di costruzioni erano già stati ultimati e quindi possiamo considerare terminata la realizzazione della nostra Villa, come la si può vedere ai giorni nostri, sicuramente nell’anno 1680. Ritornando a Carlo Cattani, anche se molto precoce, come solitamente avveniva per i giovani nati nei secoli scorsi, non poteva certamente essere lui l’ideatore e il committente non solo dei decori finali della Villa ma soprattutto della progettazione e realizzazione di un simile edificio. Queste decisioni furono evidentemente prese da suo padre Pietro il solo che fosse in grado di assumersi la responsabilità di un’iniziativa così importante e impegnativa per l’economia della famiglia. Questo concetto, che era già stato espresso nelle precedenti pagine, l’abbiamo volutamente ripetuto per “leggere” correttamente quanto inciso su una targa, posta sulla porta d’ingresso della villa, nell’anno 1726 .

Di questa targa ne riparleremo nelle prossime pagine perché riporta altre interessanti notizie mentre l’immagine, che pubblichiamo, riproduce solo le prime righe la cui traduzione è la seguente: “questa modesta villa, da Carlo Cattani per se costruita …” Siamo certi che il concetto di “costruzione”espresso dall’autore della dicitura deve essere accomunato con quello di possesso o di proprietà


abitativa, forse per una logica semplificazione trattandosi di una scritta posta su una lapide che deve essere necessariamente breve e sintetica. La nostra interpretazione è quella che definisce Carlo Cattani primo “signore” della Villa e colui che l’ha saputa arricchire e portare a prestigiosi livelli, come vedremo nelle prossime pagine.

Iniziamo a conoscere la struttura della

Villa e per prima cosa ammiriamo il bellissimo e ”nobile” portale che segna l’ingresso alla proprietà sicuramente voluto con linee eleganti e imponenti per dare un segnale dell’importanza della famiglia Cattani agli ospiti in arrivo. Un portale che per secoli ha sicuramente inculcato rispetto anche ai viaggiatori che transitavano sulla via principale del borgo e che rappresenta una struttura dal piacevole disegno realizzata in mattoni dell’epoca e di produzione locale. Il contiguo muro di cinta, che segna il confine della proprietà rispetto alla strada principale, è invece costruito utilizzando dei mattoni, delle pietre ma anche materiale “di recupero” di grande interesse storico ancora oggi visibile all’occhio dell’esperto. Ci riferiamo ad alcuni basoli di trachite38 usati dai romani per lastricare la strada principale del borgo di Trebbiantico, una via che per secoli ha

38

Il basolo è una lastra di roccia di origine vulcanica o calcarea, o altra pietra tenace, di notevole peso e dimensioni (spesso 50x50 cm o 60x60 cm), impiegata per le pavimentazioni stradali. Il termine "basolato" indica invece un tipo di pavimentazione stradale utilizzato inizialmente dagli antichi Romani (primi nella storia a far uso, appunto, di basoli) tanto per le vie urbane quanto per le vie di collegamento fra Roma e le varie regioni dell'Impero, onde permettere una maggiore fluidità nei trasporti.


rappresentato uno dei più antichi tracciati di collegamento fra il nord e il sud dell’Italia lungo la costa adriatica. Nei tempi il suo percorso fu più volte modificato sia per l’evolversi delle esigenze sia per le frequenti variazioni

morfologiche

intervenute

sul

territorio. In epoca romana prese il nome di via Flaminia39 dal nome del console che la “ridisegnò”,

rendendola

più

facile

da

percorrere per le sue truppe e lastricandola, in molti punti con grosse pietre, i famosi basoli, che oggi ritroviamo o facenti parte “dell’arredo” del giardino della Villa o, come già detto, inseriti nel muro di cinta. Analizzando invece la struttura costruttiva della Villa possiamo dire che la stessa si distingue dalle costruzioni dell’epoca, che normalmente consistevano in palazzotti squadrati a pianta rettangolare, rivelando nel suo

insieme

una

ricercata

eleganza

e

armonia

con

soluzioni

architettoniche, evidentemente richieste dai committenti, che la rendono piacevole ad un visitatore attento. Gli interni, quelli del primo piano, il piano “nobile”, furono progettati per suggerire l’impressione di signorilità e benessere all’ospite che, giungendo dal giardino e dopo aver salito i gradini della bella scalinata, rimaneva sicuramente sorpreso alla vista degli ampi locali con pareti ricche di quadri preziosi, con alti soffitti e con belle porte decorate. Come molte altre nobili famiglie pesaresi del tempo anche i Cattani, analogamente alla famiglia Gavardini, amavano circondarsi di artisti e di uomini di cultura e quindi le abitazioni dovevano essere abbellite con opere d’arte per divenire degne di accogliere sempre più importanti frequentatori. La trachite (dal greco τραχύς "dalla superficie scabra, ruvida") è una roccia magmatica effusiva con medio tenore di silice e di alcali. 39

L. De Sanctis “Le strade nelle Marche. Il problema del tempo” in Atti e memorie – Deputazione di storia patria per le Marche – 1987 F. V. Lombardi “ La viabilità antica fra Pesaro e Fano in rapporto ai cicli climatici” in Pesaro città e contà – 1993 Due studi di estremo interesse per conoscere le problematiche dei collegamenti stradali fra Pesaro e Fano.


Per meglio comprendere le caratteristiche interne della Villa e per facilitare l’individuazione dei locali affrescati, abbiamo ritenuto utile riportare un disegno che rappresenta la disposizione dei locali del piano nobile.

Segnaliamo che alcune fotografie degli affreschi sono state da noi ritoccate, non per modificare la realtà ma per permettere una migliore “lettura” delle opere che risentono dei danni subiti nel corso degli anni. Per una più facile interpretazione delle opere, conoscendo i nostri limiti, ci siamo avvalsi delle capacità di un’esperta e quindi abbiamo ritenuto corretto riportare integralmente la dotta descrizione di queste opere realizzate dal Berrettoni, descrizione che abbiamo ricavato dall’opera “Gli affreschi di villa Cattani e palazzo Muccioli a Pesaro”.


L’autrice, Anna Melorio, è un’esperta conoscitrice dell’arte del Berrettoni e riesce a “raccontare” in modo interessante e piacevole le suggestive bellezze degli affreschi della Villa e quindi lasciamo a lei la parola: “” … la grandiosità del salone rende

d’ingresso in

maniera

convincente

quanto

dovesse

essere

impegnativo

ma

di

sicuro effetto l’apparato decorativo

dell’intero

piano nobile, …… Il maestoso affresco ovale, arricchito cornice

da

una

dipinta

a

motivi imitanti stucchi in rilievo, si spalanca su un cielo luminoso e leggero,

animato

da

alcuni dei dell’Olimpo, seduti

su

nuvole

chiarissime drappeggiati in lievi panni lucenti come seta e lumeggianti d’oro, degni di ammirazione per l’arditezza dello scorcio prospettico con i quali il Berrettoni li rappresentò. La definizione iconografica dei personaggi è chiaramente espressa attraverso simboli e attributi: così si presentano a noi Giove, Ercole e Onfale, Bacco e Arianna, Marte, i satiri e le ninfe, tutti coinvolti nella gioiosa celebrazione di un rito pagano. Essi tributano il loro omaggio al personaggio principale, Amore, rappresentato da una tenera figura infantile, che si agita sotto il blu intenso di un telo sostenuto da tre puttini


L‘accuratezza del disegno, la finezza e l’equilibrio dell’impianto sono evidenti segni di una forte personalità artistica, ormai del tutto compiuta, quella che il pittore espresse nelle opere romane a partire dal 1675, tanto da poter tentare una datazione al 1679-80, anni della decorazione romana della cappella Vivaldi, ma qui, ancora più che altrove, la libertà del suo estro si espresse in modi che preconizzano il ‘700, sia nella trasparenza cromatica sia nella luminosità felice, che contraddistingue quanto dell’originaria decorazione sopravvive nella Villa. Infatti le medesime caratteristiche appaiono nella leggiadra figura vestita di bianco coronata di fiori e circondata da puttini, che illumina con la sua grazia la volta a botte ribassata del corridoio e fa pensare ad un’allegoria della primavera;

“La Primavera” (foto ritoccata)

……..altrettanto esuberante e allegra appare la decorazione del soffitto ben conservato di una sala, affrescato con strumenti guerra e panoplie e arricchito con cornici in stucco di forte aggetto e conchiglioni angolari.


Il tema amoros o ricorre in

un

piccolo ambien te

di

raccord o su cui si affaccia la cappellina, dove cinque ovali in monocromo (di cui tre purtroppo completamente illeggibili) dovevano illustrare dei e dee sentimentalmente legati tra loro, poichĂŠ i due ovali meglio conservati raffigurano Giove e Giunone.

I Medaglioni – Foto di Luigi Battistini (ritoccata)


………..Ma quanto di più elegante, incredibilmente libero e originale nell’invenzione iconografica il Berrettoni abbia dipinto, lo si ritrova nello specchio centrale del soffitto della sala prospiciente il magnifico giardino. In un cielo tenuemente illuminato dalla prima luce del mattino che sorge a destra, l’Aurora biancovestita, coronata di rose e con le ali aperte, si libra in volo portando una fiaccola accesa nella mano e con lei si alzano in volo due rondini; in basso, la bella immagine della Notte apre le sue ali, brune come la veste che indossa, e nel suo volo porta via con sé due piccoli pipistrelli e il sipario delle tenebre, blu e stellato. La ricchezza della cornice affrescata, ulteriormente arricchita dai quattro ovali con la raffigurazione delle Parche e del Tempo, conclude sia pittoricamente che simbolicamente la scena principale.


L’Aurora – Foto di Luigi Battistini (ritoccata)

Quanto di ammirevole Berrettoni ci ha lasciato a Pesaro è sicuramente degno di un maestro e non di un semplice allievo: qui il nostro si dimostra grande artista, tanto grande da aver appreso dal Maratta, suo maestro romano, il meglio della sua arte ma capace, col proprio personale talento e la sua precedente cultura nutrita dall’arte dei grandi emiliani, di utilizzare genialmente gli strumenti per emularne freschezza e originalità.”””

Questi affreschi furono per tanti anni, e lo sono ancora oggi, il vanto della Villa Cattani.

E’ gia stato citato “il corridoio”, un locale di dimensioni ridotte ma ricco di arte e suggestiva bellezza. Oltre all’affresco della “Primavera” l’attenzione del visitatore è attratta anche dal pavimento in cotto che presenta un curioso decoro posto al centro, esattamente all’intersezione di due diagonali, raffigurante una riproduzione stilizzata della sagoma di una tartaruga, realizzata utilizzando piastrelle nere e bianche. La tartaruga, simbolo di stabilità e di longevità, è un animale che, in passato, era collegato a significati esoterici.40 e queste teorie furono studiate e divulgate nei secoli XVII e XVIII suscitando molto interesse soprattutto e forse anche gli abitanti della nostra Villa dimostrarono una certa curiosità per queste idee. La tartaruga è un animale che con le sue particolari caratteristiche, con il carapace convesso in superficie e piatto sul ventre, può essere accostato all’essere vivente, 40

A titolo informativo, ricordiamo che la Rocca di Sassocorvaro, costruita intorno al 1475 su progetto di Francesco di Giorgio Martini architetto ed ingegnere militare del duca Federico da Montefeltro, ha stranamente la pianta a forma di tartaruga.


l’uomo, racchiuso fra il cielo (la parte superiore convessa ) e la terra (la parte inferiore piatta). Questa osservazione porta la tartaruga ad essere un simbolo analogo a quello della triade che si trova anche nella raffigurazione leonardesca dell’uomo vitruviano racchiuso fra il cerchio (il cielo) e il quadrato (la terra) o la stella a cinque punte oppure il compasso (il cielo) e la squadra (la terra) del pensiero massonico.

Ritornando alla storia della famiglia Cattani possiamo affermare, dalla documentazione esaminata, che Carlo Giuseppe, forse grazie anche agli importanti aiuti e ai saggi consigli del nonno Geronimo Gavardini, crescerà in fretta e dimostrerà nel corso della sua vita capacità analoghe, se non superiori, a quelle del padre e del nonno sia nell’attività di mercante che nell’abilità di ottenere consistenti profitti dai numerosi beni della famiglia. Carlo, al raggiungimento della maggiore età, eredita una vera fortuna e infatti i documenti catastali dimostrano che appena ventenne, risulta essere l’intestatario di un numero impressionante di abitazioni e di poderi con terreni coltivabili. Inoltre la fiorente bottega aperta dai nonni e gestita dal padre nella “platea magna”, cioè nella piazza principale di Pesaro, era un’inesauribile fonte di guadagni grazie anche alla posizione commercialmente invidiabile. La nostra maggiore attenzione è rivolta però, per ovvie ragioni, alle proprietà nell’area di Trebbiantico e per questo ci viene in aiuto un’interessante documento, redatto tra il 1683 e il 1684, da un solerte e sconosciuto perito agrario, incaricato dal comune di Pesaro di riportare le mappe di tutte le proprietà della zona di Trebbiantico.Si tratta di un manoscritto, detto “quadernetto di Trebbiantico”41 miracolosamente giunto fino a noi, che graficamente riporta la disposizione dei terreni, delle costruzioni (case coloniche, colombaie, ville e chiese), e inoltre contiene note relative alle tipologie delle coltivazioni di tutta la zona di

41

B.O.P. Manoscritto N° 86


Trebbiantico42. Nel foglio n°62 descrive graficamente, con una buona approssimazione, la proprietà “dell’Illustrissimo” Carlo Cattani. La “possione” dei Cattani ha un’estensione di circa dieci ettari e i suoi confini sono rappresentati, riferendoci alle attuali strade: Via Trebbiantico (in alto nel disegno), la strada accanto alla chiesa che conduce a Roncosambaccio (a sinistra nel disegno), la Via Ghetto di Lame (a destra) e anche dal rio Fosso Sejore (notare il ponte nell’angolo in basso a sinistra). Interessante

anche

l’annotazione che si legge in cima alla pagina qui riprodotta: “L’illssimo Sig Carlo Cattani possiede

una

Possione

Arativa, Piantata, Vigneto, Olivata con olivi circa 200 e Cannata nel Fondo detto Villa di

e

Trebbiantico”

nell’angolo più in alto a destra del foglio si legge “con

Casino,

Casa

e

Colombaia”. Questi dati li ritroveremo riportati,

con

i

relativi

valori di tassazione, nel catasto di cui parliamo nella prossima pagina, ma quello che è importante per il momento rilevare è che questo

è

il

primo

documento “ufficiale” che conferma l’esistenza, nel 1683, della Villa.

42

Per maggiori informazioni, leggere lo studio di G. Allegretti, E. Gamba - “Il quaderno di appasso di Trebbiantico (1683)” - in “Pesaro,città e contà” N° 9 – 1998


Inoltre dalle pagine del catasto del 169043 abbiamo un’ulteriore conferma della notevole consistenza delle proprietà del giovane Carlo Cattani. La situazione ivi descritta è quella di almeno sette anni prima (questo perché i tempi di compilazione del catasto erano lunghi e ancora più lunghe erano le discussioni per giungere a definire gli importi che dovevano essere imposti con la conseguente nuova tassazione). L’elenco delle proprietà intestate a Carlo riempie ben sei pagine di un grosso, pesante e polveroso, volume custodito dalla Biblioteca Oliveriana. Le sei pagine sono riprodotte nell’Allegato VI. Carlo risulta logicamente proprietario della Villa “con mulino per l’olio” a Trebbiantico mentre la sua residenza è a Pesaro nelle case situate lungo la via dei Fondachi, nel quartiere di San Nicolò. Possiede anche, sempre a Trebbiantico, nel fondo “Lanfattore” una casa colonica con palombara e nel fondo “Inferno” un’altra casa colonica sempre con palombara. Tra le proprietà immobiliari notiamo anche quattro case in città e tre botteghe. I soli terreni, nel comune di Pesaro e in altri comuni limitrofi, che sono intestati a Carlo hanno una superficie totale che ammonta a 32.750 canne (o pertiche) equivalenti a circa 90 ettari coltivabili.

Interessante

sottolineare che dai dati rilevati da questo catasto, detto Innocenziano, Carlo Cattani, il nonno Gavardini e il futuro suocero Muccioli, volendo stilare una “classifica”, sono fra i primi trenta maggiori proprietari terrieri di Pesaro. Proseguendo nell’esame cronologico dei momenti importanti della sua vita, rileviamo che nell’anno 1685 una seconda sorella di Carlo, Maria Maddalena, con atto del notaio Mingucci Agostino44 “rinuncia” a tutti i suoi beni a favore del fratello e si fa suora nel convento di S. Maria Maddalena a Pesaro delle Monache Benedettine.

43

Bibl. Oliv. : fondo “Archivio Comunale di Pesaro” Catasto di S. Nicolò – XII d 3 – foglio 73 - 1690 44 Atto del notaio Mingucci Agostino del 1685 foglio 226. “Rinuncia “ di Maria Magdalena filia di Petri Cattani, sorella di Carlo Giuseppe Cattani di tutti i suoi beni a favore del fratello germano.


Ma l’anno più importante della sua vita è il 1690 quando all’età di 27 anni si unisce in matrimonio con Marta Muccioli. Anche in questo caso, come già avvenuto per il matrimonio di suo padre, i due giovani sposi rappresentano due famiglie che fanno parte dello stesso ceto sociale, quello dei ricchi mercanti ed è molto probabile che anche quest’unione sia stata favorita da un progetto preparato fin dalla loro tenera età. Marta è figlia di Bernardino Muccioli che è riuscito a far crescere a Pesaro una fiorente attività commerciale, ereditata dal padre, attività che si svolgeva in due grandi “drogherie”, una situata nella piazza principale di Pesaro e una lungo il Corso. Documenti segnalano già dal 1603 il nonno di Marta, Antonio Muccioli come “ speziale di droghe”e a lui resterà per sempre intestata la drogheria, “sub nomine domini Antonii Muccioli”

45

gestita in prima persona dai figli

Gian Ludovico e Bernardino. Il terzo figlio, Giacomo, che cura “i conti” dell’attività, è sacerdote e soprattutto nutre un grande interesse per l’arte ed è lui che scopre le qualità del giovane Nicolò Berrettoni trasformandolo da aiutante di bottega ad allievo del grande pittore Maratta che i quegli anni era considerato uno dei pittori più richiesti, e quindi più famosi, di Roma.

ANTONIO MUCCIOLI

BERNARDINO

Canon. ADRIANO

GIAN LUDOVICO

ANTONIO

+ 1732

GIUSEPPE + 1735 Roma

GIACOMO Sacerdote e mecenate di Nicolò Berrettoni

MARTA Sposa Carlo Giuseppe Cattani

Albero genealogico della Famigli Muccioli

45

A. M. Ambrosini Massari – “ Nicolò Berrettoni e alcuni aspetti del collezionismo”

LAURA Sposa G. B. Carbone

MARIA


La ricchezza accumulata dai Muccioli fu senza dubbio di straordinarie proporzioni e lo si può affermare esaminando gli innumerevoli atti notarili che testimoniano un’incessante attività negli acquisti di proprietà, per lasciti ed eredità. Il palazzo in città della famiglia Muccioli, un bellissimo palazzo ancora oggi esistente e fino a pochi anni fa conosciuto come sede dell’Istituto Leonardo da Vinci, fu costruito nella piazza San Giuseppe proprio di fronte al palazzo Lazzarini, oggi sede del Conservatorio Rossini. Il palazzo doveva essere l’orgoglio della famiglia a fu abbellito con i soffitti delle sale affrescati da Nicolò Berrettoni e le pareti ricoperte da una ricchissima collezione di quadri di grandi artisti.

Tempera di Romolo Liverani – A sinistra viene riprodotta la

facciata

del Palazzo Muccioli.

Ai giorni nostri il palazzo ha un nuovo portone e sui due blocchi di cemento che hanno sostituito le due pietre di appoggio dell’arco sono state riportate, forse per un desiderio di tramandare ai posteri quello che il tempo se non gli uomini avevano deteriorato, due parole “ANTONIUS MUCCIOLUS”colui che aveva voluto e fatto costruire questo imponente edificio non lontano dalle sue botteghe. Marta Muccioli risulterà, in anni successivi l’erede di gran parte della fortuna accumulata dai Muccioli, e fra le tante ricchezze eredita anche questo palazzo

lasciatole

dal

fratello

Adriano. Logicamente Marta ha già avuto la sua dote, al momento del


matrimonio con Carlo, dote che è di una ricchezza incredibile, adeguata all’alto livello di benessere economico raggiunto della famiglia Muccioli A questo proposito è molto interessante leggere gli accordi prematrimoniali stipulati di fronte al notaio Giuliano Tedeschi e riportati nel contratto di nozze, redatto in data 13 settembre 1690. Nell’Appendice V sono riprodotti i fogli dell’allegato all’atto di nozze, che elenca i gioielli e i vari oggetti preziosi che costituivano questa specie di tesoretto, e la trascrizione di alcuni dei pezzi più significativi. Alla morte di Bernardino Muccioli nell’anno 1693

46

i beni della famiglia

sono divisi tra il fratello Giacomo e i tre figli, il canonico Adriano, Antonio e Giuseppe Maria. Cinque anni più tardi, alla morte di Giacomo, i tre fratelli ereditano anche la sua parte. L’inventario dell’eredità di Bernardino e Giacomo è veramente notevole ed è descritta negli atti del notaio pesarese Giuliano Serandrea nel 1701 ma è anche elencata, voce per voce, alla pag. 141 del volume “Nicolò Berrettoni” di L. Barroero e V. Casale. Diamo, solo a titolo informativo, un breve riassunto dei beni e delle ricchezze dei Muccioli, che comprendevano i locali della drogheria di famiglia e svariati altri immobili unitamente a ben 11 tenute agricole, per quasi 150 ettari di terreni coltivabili, e 32 crediti da riscuotere di vari importi, 165 pezzi in argento, oro e vari gioielli, 9 tessuti in seta e damasco, una quadreria composta da circa 230 opere di autori vari quali Simone Cantarini, Claudio Maratta e logicamente di Nicolò Berrettoni. Dopo questa dissertazione sulla famiglia Muccioli riprendiamo a raccontare la storia della famiglia Cattani e ci affidiamo ancora una volta ai risultati delle ricerche della Prof.ssa Albonico che hanno permesso il recupero di notizie relative a Carlo Giuseppe e si riferiscono ad una sua visita a Stazzona nell’anno 1693 motivata probabilmente dal desiderio di recuperare vecchi crediti del padre, e chiudere definitivamente dei conti rimasti in sospeso: 46

A.V.P. – fondo Acta Civilia et Criminalia – atto 14 maggio 1695 Cancelliere Nicolò Jacobelli “ Stima e Divisione de beni stabili posseduti dalli Signori Giacomo Muccioli di Pesaro e Signori Canonico Adriano, Antonio e Giuseppe Maria fratello e figli del quondam Bernardino Muccioli”


Carlo Giuseppe sembra, contrariamente a suo padre, ormai estraneo al paese d’origine, anche se risulta essere presente almeno una volta, in Alto Lario, probabilmente per provvedere alla cessione dei suoi beni nel Comasco e alla riscossione dei crediti vantati presso privati e varie comunità altolariane, che si erano rivolte al padre e al nonno per fare fronte alle tasse esose degli spagnoli signori dello Stato di Milano. Questi, più di vent’anni dopo la morte del padre, e precisamente il 7 gennaio 1693, scrive da Gravedona al notaio Nicola Cossoni una lettera per richiedere “nota distinta delle sue pretese, acciò possi poi corrispondere adeguatamente” ma dichiara la sua meraviglia “che V. S. sia stato in tanto tempo in farsi sentire di queste sue pretese fatiche, per il qual corso di tempo s’intenderebbero prescritte”. Dalla risposta piccata del notaio, vergata lo stesso giorno sul foglio della missiva di Carlo Giuseppe, comprendiamo che l’erede di Pietro non aveva ancora corrisposto a quella data la doverosa ricompensa al notaio per gli atti rogati vent’anni prima per Pietro e i suoi legali rappresentanti. Forse la considerazione del proprio stato sociale o la giovane età o anche i consigli di qualcuno che voleva ingraziarselo in quel di Gravedona, dove si trovava ospite, aveva suggerito a Carlo Giuseppe un tono e un contenuto a dir poco offensivi, che il Cossoni ebbe buon gioco a riprendere con sapida ironia. “ Illustrissimo signore e padrone singolarissimo Per la dote del testamento, mercede del codicillo et inventario, con viagio e giornate in fare detto inventario e codicillo V. S. può bene per resto tralasciare ogni meraviglia che vi sia prescrittione, mentre non è anco principiata, havendomi V. S. ricercato il suo tenore se non pochi giorni fa, et io ho corrisposto con ogni amorevolezza. Per altre mie fatiche47, che sono molte, se si è taciuto, con la convenienza che devo a ogni persona, e massime a pari di V. S. d’ogni discretione, non però sono sodisfatte né prescritte; ben che puoi io per queste né mi arichirei né anderò cercando, perdendole: e tropo rigore sarebbe se si perdessero li crediti de

47

Nel 1670, il 12 agosto, il Cossoni aveva redatto un’assegnazione di Carlo Masi del fu Roberto di Colbordolo di Pesaro, ma abitante a Consiglio Rumo (vicinissimo a Stazzona). Questi, come procuratore di Geronimo Gavardini destinava alla reverenda Domenica Cattaneo, monaca nel monastero di S. Abbondio di Como, lire 75 annue vita natural durante.


instromenti, in tal caso, né meno li crediti privati, perché V.S. sarebbe nel caso di perdere migliaia di scudi, che non glie lo posso augurare. Io penso di non dare altra lista, perché chi può

havere dato consiglio di rispondermi con la

prescrittione darebbe altra simile; e più volentieri mi accontenterò, senza disturbo, del niente, che far fare altri giuditii sopra le mie fatiche; non restando però sempre di continuarmi, di V. S. illustrissima devotissimo servitore Nicolò Cossonio “ Abbiamo

visto

che

Carlo,

in

quest’occasione, non si comporta in termini molto diplomatici con il notaio di Dongo ma in compenso dobbiamo affermare che quando opera a Pesaro è sicuramente molto bravo negli affari e nell’intrattenere fortunati

rapporti

con le altre

famiglie

importanti

di

Continua

infatti

negli

Pesaro. anni

successivi ad accumulare ingenti fortune ma soprattutto aumenta sempre più nelle considerazioni dei rappresentanti

delle

blasonate

famiglie pesaresi e dalle autorità che governano la vita cittadina.

Quadro che ha sempre fatto parte dell’arredamento della Villa e che la tradizione considera come ritratto di Carlo Cattani

Ma gli anni scorrono veloci e gli avvenimenti della vita possono influire in modo considerevole sulla vita anche degli uomini ricchi e potenti. Nell’anno 1718 troviamo infatti un documento che ci prospetta una realtà totalmente diversa da quella degli anni precedenti e che inizia con queste sorprendenti parole “...avendo stabilito il signor Carlo Cattani da Pesaro per sua quiete d’animo et anco per altre giuste cause e moventi di privarsi e lasciare ogn’amministrazione...alla signora Marta Muccioli, sua moglie.. e di comune


accordo si stabilisce che ogni bene e ogni entrata vadano a Marta e che Carlo

non

solo

“...non

possa

debba

in

avvenire

ingerirsi

nell’amministrazione” ma che addirittura “possa assistere nel molino dall’oglio solo col consenso e volontà di detta signora Marta ”e “...non possa pretendere nè addimandare la revisione dei conti d’entrata ed uscita a detta signora Marta o ad altro da destinarsi...” Inoltre la moglie, anche se sono sposati da ventotto anni, fa scrivere dal notaio che “non vuole in alcun modo pregiudicarsi le sue ragioni dotali”. Questo documento serve evidentemente a esautorare Carlo che probabilmente ha dei grossi problemi di salute che influiscono sulle sue capacità intellettive e non gli permettono di essere in grado di amministrare i suoi beni. Una seconda spiegazione la si potrebbe ricercare, nelle spese eccessive dovute ad una mania di grandezza forse subentrata alle frequentazioni e all’ospitalità concessa, come vedremo, a personaggi importanti e persino al Legato Pontificio. Al termine del documento Marta dichiara però di cedere tutti i diritti di amministrazione al figlio Pietro canonico, forse l’unico in quel momento capace di tenere il timone economico della famiglia. E tutto questo sempre con il beneplacito di Carlo come viene ripetuto più volte. La parabola della brillante vita condotta da Carlo subisce quindi una brusca discesa e da questo momento non ritroviamo più alcun riferimento a sue iniziative. Si può quindi ritenere che la sua morte sia avvenuta in un anno del decennio dal 1720 al 1730. Questo non vuol essere un epitaffio ma possiamo affermare che Carlo lascia la famiglia Cattani in un momento di grande notorietà, circondata da una grande stima e da un’eccellente reputazione. Queste qualità devono aver avuto un peso considerevole nella decisione presa dal Legato Pontificio, il Cardinale Alamanno Salviati (1669 – 1733) di elevare la Villa di Trebbiantico quale sua sede estiva, dall’anno 1717 all’anno 1726, portandola al rango di palazzo del Governo di tutta la Legazione di Pesaro e Urbino e come vedremo anche al centro di un fitto intreccio di relazioni internazionali.


IL LEGATO PONTIFICIO CARDINALE ALAMANNO SALVIATI

I “Legati”, nella struttura dello Stato Pontificio, ricoprivano un ruolo di estrema importanza perché erano incaricati con piena potestà, di amministrare i territori a loro assegnati. Logicamente anche le popolazioni che vivevano nelle città e nei territori di Pesaro e Urbino riconoscevano nel Legato Pontificio colui che doveva essere il rappresentante del governo di Roma (carica paragonabile all’attuale Prefetto), il loro amministratore (il nostro attuale Sindaco) il loro giudice (l’attuale Magistrato) e il più alto rappresentante della Chiesa (il nostro Arcivescovo). Tutti gli aspetti della vita della comunità dipendevano quindi dalle sue capacità e dalle sue decisioni che erano comunicate alla cittadinanza tramite bandi e editti.


Il cardinale Alamanno Salviati fu nominato, il 31 giugno dell’anno 1717, Presidente di Pesaro e Urbino e Prefetto della Segnatura di Giustizia. La sua nomina fu voluta dall’allora Papa Clemente XI, un Papa “locale” perché era della famiglia Albani di Urbino.

Dopo breve tempo fu

nominato Legato Pontificio e nei dieci anni che governò la città ottenne positivi risultati e riconoscimenti. per le sue brillanti capacità. In quel periodo, la permanenza del cardinale Salviati nella bella Villa Cattani contribuisce significativamente a elevare questa struttura ad un livello di grande importanza e la pone al centro della vita amministrativa, religiosa e culturale della provincia. Questa “investitura” della Villa meritava un ricordo e il canonico Pietro 48Cattani sulla lapide, di cui abbiamo già accennato e posta sopra lo stipite del portale dell’ingresso principale della villa, fece incidere delle frasi in latino di cui riportiamo la traduzione QUESTA MODESTA VILLA / DA CARLO CATTANEO PER SE COSTRUITA

/ FU ABITATA DA ALAMANNO

SALVIATI /

SOLERTISSIMO LEGATO DI URBINO / PER CIRCA DIECI ANNI / NEL PERIODO PRIMAVERILE E AUTUNNALE. Questa lapide la studieremo con più attenzione nelle pagine successive perché è importante in quanto il testo inciso riassume diversi e significativi momenti della vita della Villa. La frequentazione per ben dieci anni di questa massima autorità religiosa e amministrativa della provincia rese la nostra Villa un’importante, forse la più importante, residenza quale sede d’incontri e di riunioni. Un mondo vario composto da tutti coloro che collaboravano con il Cardinale e da chi gravitava attorno a lui nell’intento di ottenere favori e aiuti si concentrava nelle sale e nei giardini di Villa Cattani che diventava per molti mesi dell’anno una sede staccata del palazzo del governo.

48

Pietro, canonico, già ricordato come figlio di Carlo e Marta.


Possiamo quindi facilmente immaginare il gran movimento di carrozze, che giungevano da Pesaro o da Urbino o dai vicini castelli delle colline, e che

trasportavano

canonici

o

cavalieri,

mercanti

o

finanzieri.

Immaginiamo queste carrozze bianche per la polvere, che si solleva al loro passaggio sulle strade sterrate di allora, e trainate dai cavalli sudati per la fatica richiesta per superare le salite. Una volta giunte finalmente di fronte al cancello principale della Villa, superavano il gran portale e percorrevano il viale, all’ombra degli alti lecci che lo costeggiavano, per arrestarsi di fronte alla scalinata che conduceva all’ingresso della residenza del Legato Pontificio. Sicuramente l’ospitalità offerta dal cardinale sarà stata all’altezza della sua dignità e della sua elevata cultura e le giornate saranno trascorse tra colloqui di lavoro e momenti di riposo in un ambiente che suggeriva, allora come oggi, serenità e momenti di tranquilla riflessione. Nelle serate estive i giardini, illuminati da fiaccole e bracieri, avranno accolto chi, fuggito dal caldo della città, cercava un po’ di frescura tra gli alberi, i viali fioriti e le fontane e auguriamoci che questo piccolo paradiso abbia

influito

positivamente sulle importanti decisioni

che

dovevano essere prese

dal

cardinale e dai suoi consiglieri. Nella

Villa

è

ancora presente


una cappella, prevista dai Cattani al momento della costruzione, dove l’importante ospite si recava quotidianamente per celebrare la messa o raccogliersi in preghiera. Il Salviati visitava spesso, per i suoi momenti di preghiera, anche la vicina chiesa di San Giuliano Martire tanto che si racconta che per lui fosse stato scavato un tunnel sotterraneo per collegarla alla Villa, e quindi potervi arrivare senza suscitare curiosità o senza esporsi alle intemperie. Si racconta anche che fosse stato costruito, in alternativa, un ponte di legno che attraversava la stretta strada proveniente da Roncosambaccio, che ancora oggi separa la Villa dalla chiesa, per giungervi più facilmente a piedi o in portantina. La chiesa di Trebbiantico in quegli anni era una piccola chiesa di campagna segnata dal tempo e dalla mancanza di mezzi per il suo mantenimento e le sue origini erano documentate fin dal XIII secolo. Il Cardinale Salviati, vista l’impossibilità di far eseguire delle riparazioni, per le precarie condizioni della vecchia struttura, prese l’importante decisione di abbatterla e di costruire sulle poche rovine rimaste una chiesa tutta nuova e di più grandi dimensioni. Grazie al suo appassionato interessamento nell’anno 1730 la costruzione fu portata a termine e nella “Memoria” scritta pochi anni dopo, e precisamente nel 1753, dal parroco di Trebbiantico, Don Andreoli, si legge che il Cardinale contribuì “non solamente con le parole”, utili per convincere ed incitare i burocrati di allora alla realizzazione dell’opera in tempi brevi, ma soprattutto con tangibili e consistenti aiuti per far fronte ai notevoli costi. Sembra infatti che nella sua veste di “Prefetto della Segnatura di Giustizia”, faceva in modo che coloro che erano riconosciuti colpevoli potessero sfuggire ai giorni tristissimi delle prigioni di quei tempi, o persino alle torture, con la semplice accettazione del pagamento d’importi cospicui ed estinguere le colpe con il pagamento di “ multe ….nella remissione delli delitti ai delinquenti”. E con questi metodi riuscì, in parte, a finanziare la costruzione dell’attuale chiesa di Trebbiantico.


Alamanno Salviati, nato a Firenze il 21 marzo 1669 da una ricca e nobile famiglia fiorentina con il titolo di Marchesi di Montieri, dimostrò fin da giovane interesse e passione per gli studi. Conseguì il titolo di Dottore in Legge all’Università di Pisa e successivamente iniziò una brillante carriera in ambito ecclesiastico. Nell’anno 1711 era ad Avignone, con l’incarico di vice legato pontificio quando conobbe Giacomo III Stuart, che aveva stabilito la sua corte in esilio in quella città. Giacomo III fu uno dei protagonisti del suo secolo in quanto figlio di Giacomo II, il re d’Inghilterra cattolico cacciato da Guglielmo d’Orange protestante, e riparato in esilio in Francia. Naturalmente anche Giacomo III, avendo seguito il padre, visse per molti anni in Francia, per la precisione dal 1689 al 1716, con la speranza che gli stati europei legati al pontefice riuscissero a rimetterlo sul trono d’Inghilterra quale paladino del cattolicesimo.

Ritratto di Giacomo III Stuart con la fascia blu dell’ordine della Giarrettiera

Una vita spesa nella continua ricerca di aiuti per la sua causa, con al seguito una corte composta da suoi numerosi fedeli sostenitori che richiedeva ingenti finanziamenti.


Nel gennaio 1717 dovette lasciare la Francia e trovare rifugio e aiuti in Italia dove giunse, dopo un viaggio che durò sei settimane. Il re parlava bene l’italiano perché figlio di Maria Beatrice d’Este, figlia di Alfonso IV duca di Modena, che aveva portato alla corte d’Inghilterra molti italiani con i quali lui era cresciuto. Il 20 marzo 1717 Giacomo III Stuart arriva, una prima volta, a Pesaro49 accolto dal nobile Carlo Albani, nipote di Giovanni Francesco Albani allora Papa Clemente XI. In previsione del suo soggiorno a Pesaro furono eseguiti importanti lavori al Palazzo Ducale ripulendo i locali, arricchendoli di nuovi arredi e ricavando gli spazi adatti per tutto la corte che era al suo seguito e che era composta da quasi ottanta persone. Nel frattempo per ordine del Papa l’allora Legato Pontificio Giannantonio Davia, che occupava i locali di palazzo Ducale, fu invitato a trasferirsi in fretta e furia a Rimini e il suo incarico fu successivamente assegnato al Cardinale Alamanno Salviati che vantava legami di amicizia con il re. La permanenza a Pesaro della corte durò pochi mesi e il 22 marzo il re decise di partire per Roma per incontrare il Papa e chiedergli il permesso di trasferirsi nel Palazzo Ducale di Urbino ma sopratutto per ringraziarlo dell’appannaggio concessogli di ben 2.500 scudi all’anno. Un ricco contributo che gli garantiva di poter far fronte a tutti i costi della sua pretenziosa corte. Quando l’11 luglio 1717, Giacomo III arrivò a Urbino, reduce da Roma, fu proprio Alamanno Salviati che lo ricevette ed era stato lui che aveva fatto eseguire tutti i lavori necessari per offrire la giusta ospitalità a una personalità che stava tanto a cuore al Papa. Giacomo III e la sua corte ripartirono da Urbino il 6 ottobre 1718 per raggiungere Ferrara dove incontrerà la principessa Clementina Sobieski, nipote di re di Polonia Giovanni III Sobieski, e sua prossima sposa per poi trasferire tutta la sua corte a Roma dove si stabilirà definitivamente. Ma il 13 ottobre del 1722, durante un altro dei suoi numerosi viaggi, lo ritroviamo a Pesaro per una breve visita ospitato dal Cardinale Salviati ancora negli appartamenti del Palazzo Ducale. 49

“I soggiorni pesaresi di Giacomo III d’Inghilterra” di Gianluca Montanaro in “Pesaro, città e contà” N° 11 - 2000


Quattro anni dopo, e precisamente il 6 ottobre 1726 Giacomo III giunse nuovamente a Pesaro, e questa fu l’occasione in cui il Cardinale preferì ospitarlo nella Villa Cattani50, da lui adottata come abituale residenza. Quest’avvenimento è ricordato anche dallo storico Domenico Bonamini nel suo manoscritto “Cronaca della Città di Pesaro” Ms 966 Bibl. Oliv. c. 126”: “”...... venne incognitamente Sua Maestà Giacomo III, Re fuggito d’Inghilterra, nella città nostra essendo incontrato dal Signor Don Carlo Albani Nepote Illustrissimo, e da Monsignor Vice-Legato Lodovico Anguisciola....si fermò nella Villa Cattani di Trebbiantico...”” e poi:

Una pagina del manoscritto di Domenico Bonamini

“”..... 6 ottobre del 1726. Il Re Giacomo d’Inghilterra (Giacomo III Stuart o Cavaliere di San Giorgio) va alla villa Cattani di Trebbiantico. Venne da Roma per andare in Bologna il Re Giacomo e passando per Pesaro alloggiò dall’Antico suo ospite Monsignor Alamanno Salviati. Era solito questo Monsignore in primavera e in estate villeggiare alla Villa Cattani a Trebbiantico, onde il Re d’Inghilterra ivi si portò e il canonico Pietro Cattani poi pose questa lapide:

50

In merito alle visite a Pesaro di Giacomo III d’Inghilterra consultare lo studio di Gianluca Montinaro N° 11 di “Città e contà” 2000 a pag. 121. Giacomo III era già stato in una sua prima visita a Pesaro nel maggio del 1717 ospite della nobildonna Giulia Albani, zia del Pontefice urbinate Clemente XI, e anche in questa occasione la sua visita venne ricordata con una lapide che è ora sulla parete dello scalone del palazzo Americi sede della Biblioteca Oliveriana. Vedi A. Brancati “La biblioteca e i musei Oliveriani di Pesaro” 1976 pag.68 e in “Studia Oliveriana” terza serie Vol. III-IV, pag.230


JACOBUS III ANGLIAE REX ROMA BONONIAM PERRECTURUS QUO DIE PISAURI STETIT VISERE MAJOREMQ(ue) INDE REDDERE NON EST DEDIGNATUS

Il testo riportato è quello che si riferisce alla visita di Giacomo III e la sua traduzione è la seguente: GIACOMO III RE D’INGHILTERRA TRASFERENDOSI DA Roma a bologna Sosto’ a pesaro E Non dispiacque Di fare visita a questa casa e conferirle maggior prestigio Nel manoscritto del Bonamini è riportato anche un interessante elenco dei doni che il Vice Legato, Monsignor Lodovico Anguisciola, aveva preparato per Giacomo III, in occasione di uno dei suoi arrivi a Pesaro. Leggendo la lista dei doni si rimane sorpresi dalla raffinatezza dei prodotti offerti e dalla loro provenienza, dal gusto della ricerca del prodotto, o dell’oggetto, di alta qualità. Un esempio veramente interessante che permette di conoscere l’elevato livello di vita di una classe sociale, molto limitata numericamente e molto lontana dal resto della popolazione : ”” ….2 Stangate di Vino rosso e bianco 1 Stangata Capponi/Piccioni/Tortore/Quaglie(dentro gabbie dorate) Bacili con Tondini di cera, zucchero, tartufi, Cioccolata, Pistacchi, Confetture, Dolci di Sicilia 2 forme di Parmeggiano e 1Di formaggi tondi 1 Stangata di Presciutti di Montagna, 1 Di Mostacioli di Napoli, 1 di Di Pasta di Genova e 1 Di Cacciagione Un Vitello vivo - Una Cassetta di Biancheria finissima, e superbissima e molti Lenzuoli anche per la Persona. 1 Stangata di Piccioni neri Turchi, 1 di Marmellata di Palermo, 1 di Distacchiate e 1 di Pinocchiate, etc. “” Sembra di ammirare le vetrine del miglior negozio di gastronomia e di pasticceria di una grande città europea, Roma o Londra o Parigi.


Si può immaginare l’imbarazzo della scelta fra vassoi pieni di pistacchi o dolci di Sicilia (forse quelli di marzapane) o i mostaccioli di Napoli o la marmellata di Palermo! Una testimonianza dei gusti elevati e raffinati che i signori di Pesaro del settecento potevano permettersi. Un’altra considerazione che nasce dalla lettura dell’elenco dei doni è quella che, nonostante le scarse e difficili vie di comunicazione, i signori pesaresi intrattenevano scambi commerciali molto attivi e riuscivano a far arrivare sulle loro tavole prodotti provenienti da città o zone che ancora oggi, a volte, siamo portati a considerare lontane. L’importanza del soggiorno nella Villa di un ospite tanto famoso allora in Europa, può far nascere l’interesse per meglio conoscere la figura di Giacomo III Stuart e la complessa vicenda legata alla storia del regno d’Inghilterra, come descritte nelle pagine dell’Allegato VII. Una dettagliatissima ricostruzione della permanenza di Giacomo III e della sua numerosissima corte a Pesaro e a Urbino la si può leggere anche nel libro recentemente pubblicato dal titolo “I Giacobiti a Urbino 17171718” dove traspare la difficoltà di un esilio durato decenni.

La Villa illuminata dal sole primaverile di una limpida mattina. Foto di Luigi Battistini


- I FIGLI DI CARLO Dopo questa lunga parentesi, necessaria per descrivere le amicizie e le frequentazioni di personaggi di così elevata importanza, ritorniamo a occuparci dei componenti della famiglia Cattani. Abbiamo scritto di Carlo e di sua moglie, la ricca ed energica Marta, per il periodo che va dalla data del matrimonio, 1690, fino alla morte di Carlo. Esaminiamo ora le notizie, che abbiamo rintracciato, relative ai loro numerosi figli: -

il primo figlio è un maschio e, seguendo una comune consuetudine dell'epoca, fu chiamato Pietro in ricordo del nonno e sappiamo che prese l’abito talare e riuscì a raggiungere la ”carica”, sicuramente importante, di Canonico Provicario del Capitolo51 del Duomo di Pesaro.

Lo abbiamo già ricordato nelle pagine precedenti perché fu lui ha volere quella targa, collocata sulla porta d’ingresso principale della Villa, così importante per la storia della famiglia e fu inoltre nominato, da sua madre, quale amministratore di tutti i beni della famiglia. Vedremo poi che nell’anno 1737 sceglie quale erede di quasi tutti i suoi beni il fratello minore Alessio, in quanto per la veste che portava non poteva logicamente avere figli. Abbiamo detto che Pietro raggiunge un’importante posizione nella gerarchia ecclesiastica pesarese ma sembra che la sua vita abbia avuto alcune “ombre” e lo deduciamo dall’esame di alcune notizie che abbiamo rilevato dai documenti esaminati. In molti atti notarili sono riportate complicatissime cessioni di crediti evidentemente necessarie a coprire numerosi

e

considerevoli

debiti

mentre

in

altri

scritti

sono

dettagliatamente riferiti due episodi della sua vita, che ora raccontiamo, e che non sono proprio edificanti.

51

Il Capitolo, o collegio dei Canonici del Duomo è un gruppo di presbiteri incaricato di assicurare la celebrazione del culto con continuità e solennità. Il capitolo è il "senato del Vescovo", e vi fanno parte sacerdoti, in genere parroci, che si sono distinti per particolari meriti nel loro ministero


Il primo, sicuramente per la sua gravità anche se non in ordine di tempo, vede coinvolto il canonico in una situazione decisamente difficile per la sua posizione nel clero locale, nella società di allora e per il nome che portava. Ma veniamo al fatto avvenuto nell’anno 1751 quando il Vescovo di Pesaro, Monsignor Umberto Luigi Radicati52, sulla base di prove accertate prende una decisione molto grave sospendendo momentaneamente il canonico Cattani e muovendo pesanti denuncie che determinano l’apertura di un processo presso il tribunale ecclesiastico di Roma. Questa notizia non rimane segreta e la sua diffusione crea logicamente molto scalpore in città data l’importanza del nome dell’accusato, il ruolo che ricopre nell’ambito della gerarchia della chiesa pesarese e per le motivazioni dell’accusa. Tutte le notizie le abbiamo ricavate dai documenti, custoditi presso gli archivi diocesani, sia dell’accusa che della difesa per l’esposizione delle loro tesi durante le fasi del processo che durò fino al 1752. Il Vescovo era venuto infatti a conoscenza che senza una delibera approvata dalla totalità del Capitolo, ma soprattutto senza un suo preventivo

accordo,

il

Canonico

Pietro

Cattani, con il compiacente assenso di altri due canonici, aveva preso la decisione di fare fondere tre antiche e preziose lampade votive del

Duomo

ricavandone

delle

barre

d’argento. A sua difesa il Canonico aveva spiegato che le lampade

erano

molto

vecchie

e

quasi

inservibili e che le barre d’argento erano state,

Umberto Luigi Radicati fu Vescovo di Pesaro dal 1739 fino al 1773 anno della sua morte. 52


in occasione dell’Anno Santo del 1750, da lui portate a Roma dove esistevano dei validi fonditori per ricavarne ben quattro nuove lampade che avrebbe riportato in Duomo. Le motivazioni invece dell’accusa facevano notare che la decisione di alienare le tre lampade era stata presa senza il consenso del Capitolo, che molto tempo era trascorso dalla fusione delle lampade, che le barre d’argento erano forse a Roma ma non dai fonditori e che nulla si era mosso fino a quando non era stato sollevato il problema. Infine che le nuove quattro lampade consegnate dopo tanto tempo dal Cattani erano fuse con un argento di scarsa qualità e quindi di minor valore rispetto a quello delle vecchie lampade. Il Vescovo, nella sua accusa, scrisse tutto questo ma ci aggiunse anche delle parole molto dure nei confronti del Cattani definendo il suo comportamento come “obbrobrioso per un Ecclesiastico” e precisando che la vera motivazione per quello che era successo andava ricercata nel fatto che il canonico fosse “con certezza aggravato di debiti che superano di molte migliaia il suo capitale”. Ma, a sorpresa, il processo termina con l’assoluzione di Pietro e il Vescovo di Pesaro, in uno scritto del 6 luglio 1752, prende atto di questa decisione dichiara di aver logicamente e immediatamente rispettato la decisione reintegrando il Cattani e gli altri due canonici. Prosegue facendo osservare che il danno economico alla chiesa non è stato totalmente recuperato, che rimane il danno d’immagine arrecato, e che, a fronte di tutto questo, “le supreme determinazioni alle quali ho dovuto ciecamente ubbidire “ saranno da lui rispettate! La seconda “storia” in cui è coinvolto Pietro, anche in questo caso non edificante sempre tenendo conto della veste che indossava, è quella che lo vede opporsi a un’eredità di famiglia. Questo fatto ci offre l’occasione di fare la conoscenza di un’altra rappresentante della famiglia Cattani, sua sorella Margherita. -

Margherita, la secondogenita di Carlo, viene coinvolta dal fratello Pietro in un episodio che è descritto molto bene in una ricerca


pubblicata dalla studiosa Elena Dai Prà53

e vogliamo riproporlo

utilizzando le sue stesse parole riportandone alcuni brani: “…Margherita, la nipote prediletta (si riferisce ad Adriano Muccioli fratello di Marta che abbiamo già conosciuta come moglie di Carlo e quindi madre di Margherita) promessa sposa ad un giovane rampollo di ottimi ascendenti, il conte Filippo Giannini di Pergola, il cui casato possedeva nel 1759 un capitale tale che “la famiglia ha potuto agevolmente contrarre matrimoni colle famiglie più ragguardevoli di quella provincia ed altre del nostro stato”. Alla stipulazione di nuptiaria (promessa e contratto matrimoniale) tra i due giovani nel 1726, partecipa anche il canonico Adriano Muccioli elargendo personalmente ai futuri sposi un assegno dotale di 1.500 scudi ducali…. Ma la predilezione del canonico verso la diletta nipote si spinge ben oltre. Escludendo clamorosamente da ogni diritto di successione ereditaria sia i suoi due fratelli sia il nipote canonico Pietro, che in quanto prelato non avrebbe avuto discendenza, nel testamento (1728) Adriano nomina erede universale54 il figlio maschio della nipote Margherita. La decisione presa dal canonico, al di la delle ragioni affettive, mirava sostanzialmente al mantenimento dell’unità patrimoniale ispirandosi all’istituto del maggiorascato agnatizio55 che solo i coniugi Giannini avrebbero potuto onorare in quanto unici tra gli eredi a garantire una discendenza e quindi il proseguimento della linea ereditaria. Ma le disposizioni testamentarie vengono subito impugnate da Pietro, zio dell’erede beneficiato (il giovanissimo conte Antonio Francesco Giannini) il quale apre con la famiglia Giannini un contenzioso rivendicando a se il diritto di successione in qualità di parente maschio più prossimo ….. Si trattava sicuramente di una ricca eredità perché comprendeva non solo terreni ma anche la bellissima Villa Almerici, quella che oggi viene individuata come Villa Berloni a Candelara. Le rivendicazioni di Pietro si concretizzano in un’azione di contrasto che si rivelerà cieca e totalmente

53

Elena Dai Prà “ Villa Almerici tra società ed economia rurale” dall’Estratto 1993 – Studi Urbinati - Università degli studi di Urbino 54 A.S.P. – Notaio Guidubaldo Achilli atto 13 ottobre 1732 - c.246 55 Al principio del maggiorascato (ossia alla trasmissione del patrimonio familiare e dei titoli nobiliari) si richiama esplicitamente Adriano Muccioli nel suo testamento: <<In tutti poi li suddetti miei beni, e mia universa eredità, erede proprietario e usufruttuario faccio, istituisco e nomino, voglio che sia et esser debba il Figlio maschio della signora Margherita e del signor Filippo Giannini della Pergola….>>


negativa perché quando, dopo molti anni di contrasti legali, con relativi elevati costi, si giungerà finalmente a una transazione e si sarà raggiunto un accordo, la situazione economica sarà nel frattempo precipitata e la Villa risulterà già da tempo messa all’asta e acquisita dal cardinale Fabio degli Abbati Olivieri. Proprio ciò che il saggio canonico Adriano Muccioli non si augurava come chiaramente espresso nel suo testamento.

-

Teresa è un’altra figlia di Carlo e sposerà il marchese Girolamo Mazza confermando come i Cattani fossero “inseriti” nella cerchia delle famiglie importanti pesaresi.

-

Giuliano, altro figlio, di lui abbiamo solo notizia in un atto del 1741 e l’assenza di successivi documenti fa presupporre una sua scomparsa in età giovanile.

-

Alessio, è il terzo figlio maschio di Carlo e di Marta e sarà lui a portare avanti il nome della famiglia e ad ereditare tutti i beni dei Cattani e quindi a diventare proprietario della nostra Villa.

Sappiamo che Alessio si unirà in matrimonio con Margherita Piccini, giovane di una nobile famiglia romana, e dalla loro unione nasceranno Carlo e Marianna. Di Alessio non abbiamo molte notizie e possiamo ricavare solo delle tracce della sua vita leggendo con attenzione “l’ultimo documento” da lui redatto in data 7 aprile 1747 cioè il suo testamento56. Il testamento inizia con una frase di rito: “Considerando io sottoscritto non essere in questo mondo cosa più certa della morte…” e prosegue, con uguale stile raccomandando “la sua anima al Redentore, alla Vergine, al suo Angelo Custode, a San Francesco di Paola e a tutta la Corte Celeste del Paradiso”, fino a chiedere che il suo corpo sia sepolto nella chiesa dedicata a San Francesco di Paola.

56

A.S.P. Atto redatto dal notaio Gili Pietro – 1747 foglio 132


La firma di Alessio Cattani

Ma successivamente Alessio Cattani dichiara di lasciare alla sua consorte “Margarita Geltruda i suoi panni e la sua biancheria, tutta la mobilia, una scatola d’argento, l’orologio d’argento, due paia di fibie d’argento e poi tutto il vino e le botti che sono nella Palazzina di Trebbio Antico, un paio di manzi e il cavallo con tutti i suoi finimenti. Evidentemente la “Palazzina di Trebbio Antico” era nel suo cuore e anche tutto ciò che aveva attinenza con la Villa era per lui importante compresi i manzi, il cavallo e i relativi finimenti. Riserva inoltre al figlio maschio, colui che secondo le sue speranze avrebbe dovuto portare avanti il nome dei Cattani, gli oggetti che evidentemente a quell’epoca erano segno di forza e potere: Lascio a Carlo ,mio e di detta Margherita figlio, la mia spada con guardia d’argento, i miei tre schioppi e le quattro mie pistole. Di tutti gli altri beni, case, terreni e crediti, nomina quali eredi “in egual misura” i due figli con l’usufrutto per la moglie Margherita se fa vita “vedovile”. Se invece si fosse risposata allora l’usufrutto sarebbe stato annullato! I figli, al momento del testamento, sono ancora in età “pupilare” e quindi Margherita si farà carico della gestione di tutta l’eredità. Il testamento è scritto dal notaio ma a calce del documento abbiamo trovato quella che possiamo considerare la sua firma. Alessio Cattani muore nell’anno 1767. Anche Margherita, appena rimasta vedova di Alessio, deposita a sua volta da un notaio un testamento dove dichiara suo erede universale la figlia Marianna perché purtroppo nel frattempo il giovanissimo figlio Carlo è morto, come spesso capitava allora, per un’improvvisa malattia, interrompendo così la discendenza in linea maschile dei Cattani.


Il testamento risulta lungo e complesso anche perché Margherita è proprietaria di notevoli beni, terreni e case coloniche, e d’ingenti valori in denaro e gioielli provenienti dalla sua famiglia. Una curiosità del suo testamento è quella sua notazione in merito al notevole impegno finanziario che ha dovuto sostenere per la dote in occasione del matrimonio della “sua dilettissima figlia” impegno che ha ridotto notevolmente la sua liquidità ma che, anche dopo questo salasso, le è “avanzata una porzione” consistente in tremila scudi57 Preoccupata per la sua anima, si dilunga nel descrivere con grande precisione l’organizzazione dei suoi funerali, dando disposizioni per la sua vestizione, indicando persino le dimensioni delle candele sugli altari, richiedendo ben duecento messe che dovranno essere celebrate in tre diverse chiese e la sua sepoltura dovrà avvenire nella chiesa di San Giovanni. Lascia inoltre, per venire incontro alle sofferenze dei poveri e dei malati della sua parrocchia, San Giacomo, una sua proprietà al Trebbio delle Sconfitta di Candelara e lascia numerosi preziosi reliquari a diverse congregazioni religiose. Alla “dilettissima cognata Teresa Cattani Mazza” lascia “un Bambino fatto da mano celebre....che sta nel credenzone posto in sala” e poi non dimentica nessuno, dai medici che l’hanno in cura, ai servitori fedeli, al fattore e ai coloni distribuendo monete o oggetti. Tutte le sue attente istruzioni saranno eseguite però molti anni dopo perché vivrà a lungo e morirà nel 1784 quasi venti anni dopo aver redatto il documento di cui abbiamo riferito. La proprietà della Villa, che come abbiamo detto è stata lasciata in eredità da Alessio Cattani alla moglie Margherita, è descritta e certificata nel voluminoso manoscritto, sia per il numero di fogli sia per le 57

Lo scudo è stata la valuta dello Stato pontificio fino al 1866. Era suddiviso in 100 baiocchi, ognuno di 5 quattrini. Altre monete, che mantenevano i nomi tradizionali, comprendevano il grosso di 5 baiocchi, il carlino da 7½ baiocchi, il giulio ed il paolo entrambi da 10 baiocchi, il testone da 30 baiocchi e la doppia da 3 scudi. Esaminando dei dati del costo della vita di quel tempo, apprendiamo che il prezzo del pane (a libbra) era di circa 2 baiocchi, mentre quello della carne di manzo era ½ grosso, venti carciofi costavano 1 giulio (paolo), mentre all'osteria il vino veniva 2 quattrini a foglietta (mezzo litro circa). Si può stimare, con molta approssimazione che i tremila scudi di allora rappresentassero un valore analogo a un milione e cinquecentomila € odierni !!


dimensioni dei fogli stessi, del catasto di Pesaro del 1778 conservato presso la Biblioteca Oliveriana. Nella sezione di Trebbiantico, Margherita è descritta come proprietaria “in fondo Trebbiantico” di “un terreno in collina, con casa rurale, casino e molino a olio”58 Vi sono molto spesso delle differenze con le date perché la composizione di un nuovo catasto è sempre stata motivo di grandi contestazioni e ricorsi e i tempi estremamente lunghi che richiedeva la sua gestazione facevano si che i dati non erano quasi mai aggiornati ma superati dalle modifiche che le vicissitudini della vita apportavano nel frattempo. Il mulino dell’olio è sempre citato nei documenti come elemento significativo con la precisazione che è stato ricavato nei locali di servizio della Villa. Come già detto, ancora oggi, nel giardino, esiste una macina in pietra d’Istria, ultimo ricordo del mulino che dava alla famiglia Cattani la possibilità di lavorare per proprio consumo e forse anche per la vendita, la produzione dei vasti uliveti dei poderi di famiglia59

58

Bibl. Oliv. : fondo “Archivio Comunale di Pesaro” Catasto XIV-C-7, 1778 sezione di Trebbiantico 59 P.Persi- E. Dai Prà: “Ville e villeggiature sui colli pesaresi a sud del Foglia” 1994


_

MARIANNA CATTANI –

Marianna Cattani, figlia di Alessio e Margherita Cattani, nasce nel 1743, e, ancora molto giovane, si unisce in matrimonio con il Marchese Giovanni Paolucci acquisendone il titolo nobiliare. La dote portata da Marianna deve essere stata particolarmente “ricca” ed anche il matrimonio deve essere stato molto importante, tanto che i costi dell’avvenimento sono ricordati ancora dopo molti anni nel testamento di sua madre. Nel 1784, alla morte della madre, Marianna diventa, all’età di cinquantuno anni, unica proprietaria della Villa come confermato dal catasto qui riprodotto e conservato presso la Biblioteca Oliveriana di Pesaro.

Questo

documento ci segnala anche che Marianna risulta

essere

già

per

la

vedova

prematura morte del Marchese Paolucci. Ma soffermiamoci un istante

per

sottolineare

che

Marianna

risulta

essere quindi l’ultima discendente in linea diretta della famiglia Cattani e che della sua presenza in Villa ci rimangono alcune tracce. La più significativa è la lapide che lei fece aggiungere a quella voluta da suo zio sulla porta principale della Villa. Questa è quindi l’occasione per “leggere” tutta la lapide, finalmente “completa”, dopo che ne abbiamo parlato nelle pagine precedenti riportando solo quelle parti che riguardavano gli argomenti che stavamo trattando.


Indicativa è l’ultima parte fatta aggiungere da Marianna che purtroppo ci è pervenuta estremamente rovinata. Evidentemente la composizione della pietra usata per questa nuova lapide non aveva le caratteristiche per resistere all’azione del tempo e le lettere si sono in gran parte cancellate per cui ben poco si riesce a leggere: anno. Su binde. Mccmx marianna. Catanio. Proneptis am. Adostrin prospectu/ …..are …….truxit atus. Cellis. Pro.....s. incinxit viretum. Vasis. Fonte. Statuis ditavit. Auxit. Ornavit Risulta quasi difficile ricavare un testo totalmente comprensibile e riportiamo solo la traduzione di quelle poche parole che risultano ancora decifrabili:


Nell’anno 1810 Marianna cattani pronipote ……. Circondo’ il prato verdeggiante Lo arricchi’, amplio’ e abbelli’ Con vasi, statue e una fontana.

Anche da queste poche parole si percepisce l’amore che, anche l’ultima dei Cattani, aveva per la Villa e per i suoi giardini. E ancora una volta,con lei e con la sua unione con il marchese Giovanni Paolucci, tutta la Villa riprende nuova vita e viene ristrutturata e abbellita con nuovi arredi interni come vengono ridisegnati e curati i giardini che la circondano. Una testimonianza di queste modifiche è stata recentemente riportata alla luce a seguito di un attento restauro di alcune porte

del

salone

dell’ingresso

principale. Quest’operazione

ha

riservato

una

piacevole sorpresa e nel rimuovere i diversi strati di vernici, che negli anni erano stati impiegati per nascondere i segni

del

tempo,

sono

apparsi

importanti decori originali di squisita fattura stemma

con

la

della

riproduzione famiglia

dello Cattani

sormontato dalla corona marchesale.


Interessante riportare anche un documento di quegli anni, e precisamente un manoscritto di C.E. Montani60 databile intorno al 1788 che così descrive la Villa Cattani: “la fabbrica è estesa, ben intesa e ornata di pitture. La rendono anche più ampia le annesse comodità per la macinazione delle olive di cui abbondano qui e contorni. Le alee61 e i giardini decorati con molte piante di aranci rendono anche più delizioso quel luogo. L’acqua occorrente per il mantenimento di dette piante si raccoglie e conserva in varie ben intese e grandiose vasche, giacchè come in quasi tutto il territorio nei siti alquanto elevati mancano le vene.”

60

Dall’archivio Stroppa-Nobili Con “Alee”, termine desueto nella lingua italiana (mentre viene ancora oggi usato in alcune lingue europee) si intendono i viali di un parco. 61


- FAMIGLIA PAOLUCCI La famiglia Paolucci risulta iscritta nell’elenco delle “famiglie nobili ed importanti pesaresi” e per almeno tre generazioni i primogeniti ricoprirono la carica di “Castellano della Fortezza” che a quell’epoca non era solo onorifica ma rappresentava un considerevole segno di potere. Proprio a seguito di questo incarico, ereditato dal padre Pietro, il marchese Giovanni Paolucci, marito di Marianna Cattani, lascia diversi scritti, trattati e relazioni tecniche conservate presso l’archivio della Biblioteca Oliveriana, in merito a modifiche e a nuove soluzioni per migliorare l’organizzazione di Rocca Costanza. Ma di lui fece molto scalpore, anzi suscitò un vero e proprio scandalo una forte e dura relazione, letta nel 1757 in occasione di un’assemblea per la nomina di pubblici amministratori, relazione con la quale apertamente denunciava un malcostume imperante tra i componenti del consiglio cittadino. Come si sa, a quei tempi, il potere era gestito da una ristretta minoranza di facoltosi cittadini che agivano solo ed esclusivamente per ottenere favori e vantaggi personali a totale discapito della maggioranza dei comuni cittadini. Domenico Bonamini (1737-1804) in un suo manoscritto riporta questo episodio e descrive il marchese Paolucci con i suoi soliti coloriti commenti come “bel dicitore, e uomo fornito di perspicaci e metafisiche cognizioni” e dice che pronunciò la sua arringa “ con foco militare e somma franchezza”. Ma le onde che quest’accusa stava sollevando nello stagno dell’amministrazione papalina pesarese furono subito smorzate (si disse che vi fu persino un intervento diretto del Papa) perché anche se comprendevano le ragioni che le avevano generate, non volevano che nascessero motivi di turbamento in un territorio dove la maggior parte degli abitanti viveva in condizioni a dir poco disagiate


Ceramica decorata conservata al Museo di Pesaro. Frammento di piatto della Famiglia Paolucci con stemma.

. Interessante leggere a questo proposito una ricerca pubblicata sulla rivista “Studia Oliveriana” del 1959 dal prof. Salvatore Caponetto sulla situazione economica di “Pesaro e la Legazione di Urbino nella seconda metà del secolo XVIII”

62

periodo in cui si erano acuite delle situazioni che per

secoli avevano segnato negativamente “il buon governo” della legazione come quella relativa all’altissima percentuale delle proprietà terriere in mano ad enti religiosi o a pochi e ricchi possidenti rispetto a quelle di proprietà del ceto medio. Con la devoluzione questo fenomeno si era ingigantito unitamente ad un malcostume che vedeva la maggior parte dei facoltosi cittadini richiedere incarichi in congregazioni religiose per avere di conseguenza l’esenzione al pagamento dei tributi. Nel 1731 nei 14 Castelli di Pesaro quasi un terzo dei terreni arativi o coltivati a vigneto o uliveto erano di proprietà ecclesiastica che era totalmente dispensata dal pagamento dei tributi alle comunità o alla legazione. Evidentemente questa situazione creava grossi malumori in chi doveva invece pagare elevate tasse ma soprattutto per chi non riceveva alcun sussidio dall’amministrazione locale che aveva sempre disponibilità insufficienti ad aiutare chi ne aveva bisogno. Per completare questo excursus delle problematiche di quegli anni basti riflettere su due numeri che si ricavano dai documenti dell’epoca: Pesaro nel 1770 aveva 8.948 abitanti di cui ben 5.387 erano in condizioni di totale povertà, dai 62

Questi studi sono stati successivamente ripresi da R. Paci con uno scritto pubblicato da “Studia Oliveriana” nel 1998: “L’Olivieri e la nobiltà pesarese in occasione della catastazione piana”


mendicanti a quelli senza lavoro o a quelli che lavoravano per paghe che permettevano a loro e alla loro famiglia solo la sopravvivenza. Una cifra davvero impressionante. Vi furono dei tentativi per rimediare a questa situazione e si puntò su una riforma del catasto che risultava incompleto e disordinato. Una riorganizzazione e una miglior trasparenza avrebbero portato un maggior afflusso di denaro alle casse della legazione. Anni prima anche il Cardinale Salviati, il Legato di cui abbiamo scritto nelle precedenti pagine, prese a cuore questo problema e nel 1730, nell’intento di trovare una soluzione, emanò un suo editto “Metodo e regole da osservarsi nella formazione de’ Catasti del Ducato e Legazione d’Urbino. Pubblicati per ordine dell’Em. Sig. card. Salviati Presidente d’Urbino” Ma ulteriori notizie sul marchese Giovanni Paolucci, e sul suo focoso carattere, le troviamo in un altro manoscritto63 del Bonamini dove lo stesso è più volte citato perché coinvolto in una pagina della storia, o meglio una pagina della cronaca e di una cronaca non molto esaltante, della città di Pesaro. Tutto ha inizio nell’anno 1753 quando l’Abate Luigi Ronconi di Roma fu eletto Capitano del Porto a Pesaro, carica voluta dall’allora pontefice Benedetto XIV. Questo fatto sollevò grossi malumori in quei cittadini che avrebbero voluto concorrere a ricoprire questa posizione che non era solo di prestigio. Il Bonamini ci racconta infatti che questa nomina “… frutta circa 400 scudi annui con bellissima giurisdizione, con tribunale civile e criminale, e che sempre va aumentandosi perché ogni giorno cresce la popolazione di questo porto, ed insieme le fabbriche, il commercio e la ricchezza.” Un anno dopo aver ottenuto l’incarico il Ronconi si sposa a Roma e quando giunge con la moglie a Pesaro l’accoglienza non è delle migliori. Molti nobili ostacolano in ogni modo l’inserimento della “Signora” Ronconi nei loro salotti o nelle manifestazioni riservate, in quanto non la ritengono di nobili origini. Incredibilmente si creano in città due fazioni e per anni commenti e discussioni creano fra gli schieramenti opposti profonde fratture tanto che nel 1759 il nostro Giovanni Paolucci per 63

Domenico Bonamini, “Cronaca della città di Pesaro” ms. n° 1070 B.O.P.


difendere i diritti della Ronconi arriva perfino a sfidare ad un duello alla spada il grande Annibale Olivieri. Fortunatamente lo scontro fu evitato ma le discussioni e le prese di posizione continuarono con momenti di calma e momenti di violenti alterchi. Il Bonamini nell’anno 1761 descrive un altro episodio legato a questa incredibile situazione che vede come protagonista ancora il nostro irruento Giovanni Paolucci: “ L’ordine dato da Monsignor Presidente Branciforti, che la contessa Ronconi (era stata creata contessa Ronconi dal Pozzo su privilegio del Vescovo di Sarsina - n.d.a.) potesse intervenire nel pubblico Palazzo fece si che, in occasione di una partita forastiera di pallone essa vi si portasse in compagnia della Contessa Marianna Malaspina moglie del Cavalier Giuseppe Mamiani Conte di Sant’Angelo, e non avendo a lei ceduto il luogo sulla fenestra il Signor Girolamo Arcangeli uno degli attuali Priori di quella Mgistratura, e nell’istesso tempo essendo stata chiusa l’ultima camera che il Gonfaloniere Angeli volle riserbarsi per se e suoi compagni, il Paolucci Castellano e il Conte Almerici con somma arditezza procurarono di forzarla e cole spade sguainate ……” cercarono di imporre le regole, almeno quelle della buona creanza. I coniugi Ronconi, nell’anno 1767, decisero di lasciare Pesaro e di rientrare a Roma forse anche stressati per tutte queste polemiche che li hanno visti per tanti anni coinvolti in una triste vicenda.

Nell’anno 1770 è pubblicata un’opera di Carlo Mosca Barzi che ha come titolo “Lettera scritta al Signor Marchese Giovanni Paolucci”. L’autore, conosciuto perché fu il nonno di Giacomo Leopardi, si rivolge infatti all’amico, con lo stile di una semplice lettera, e a lui confida i suoi “pensieri filosofici” durante un suo soggiorno a Villa Caprile godendo “dell’ozio e della quiete della campagna”. Ozio non nel termine negativo che oggi questa parola ha acquisito, cioè del dolce far niente, ma inteso nel senso originario come attività dedita al piacere della ricerca intellettuale e artistica; quello che noi semplicemente oggi definiamo “tempo libero”.


Quest’ulteriore

documento

comprova l’alta considerazione che gli

intellettuali

avevano

per

del

suo

Giovanni

tempo Paolucci

uomo evidentemente molto colto, e di carattere aperto e franco anche se a volte, come abbiamo visto, molto, anzi forse un po’ troppo, impulsivo.

Alla morte del marchese Giovanni Paolucci il figlio Francesco eredita il titolo di marchese e l’incarico di Castellano della Fortezza. Siamo riusciti a rintracciare anche per Francesco molti documenti che comprovano un’attività e una “vivacità” intellettuale non indifferente perché, anche lui come il padre, è considerato un esperto nell’attività conseguente al suo incarico pubblico tanto che uno studioso di scienze militari, il conte Algarotti, gli dedica un capitolo in una sua opera pubblicata a Venezia nel 1791. In un altro manoscritto, del già più volte citato Bonamini

64,

sono attentamente descritti i giorni

difficili dell’anno 1799 che vivono i cittadini di Pesaro

presi

dal

terrore

per

un

previsto

imminente attacco delle truppe Francesi con il probabile saccheggio della città. È quindi considerato quasi un miracolo l’arrivo, nella mattina del 16 giugno, al largo del porto di Pesaro, di due navi il cui compito avrebbe dovuto essere quello di difendere la città. Dopo l’attracco delle due navi, i pesaresi vedranno sbarcare dalla prima soldati Russi e

64

Ms. 966 vol. IV pag. 327 “Cronaca della città di Pesaro” del Bonamini – pressoB.O.P.


dall’altra dei soldati Turchi e “quanto pulito era l’aspetto dei Russi aventi in tesa un leggiadro elmo d’ottone, tanto spaventosa e ributtante era la vista dei Turchi… L’ammiraglio turco Scutarino sbarcò, fatti prima come ostaggi …Franco Bonamini, il Marchese Francesco Paolucci, il Capitano Baldelli e il Capitano Giovanni Fazj …. E ciò fece per sua sicurezza sotto apparenza di far loro onore…… Passò l’Ammiraglio la sera in casa Paolucci dove gli fecero sentire un Academia di suono molto da lui gradita.” Evidentemente il nostro Marchese Paolucci era, in quel momento, il massimo rappresentante della città che coraggiosamente si offriva in ostaggio ma che poi riusciva anche a offrire la migliore ospitalità a chi avrebbe potuto salvare la città da un sicuro saccheggio delle truppe Francesi e dalle conseguenti stragi di civili. Una recente pubblicazione dal titolo “Illuminismo e protestantesimo”65 raccoglie diverse ricerche e fra queste vogliamo ricordarne una firmata da Stefano Ferrari dedicata a “La conversione filosofica di Fortunato Bartolomeo De Felice” dove troviamo con un ruolo importante anche il nostro marchese Francesco Paolucci. Il De Felice fu un frate che decise di convertirsi al protestantesimo e che per questa ragione cercò di raggiungere la Svizzera per sfuggire alle prigioni dello Stato Pontificio. Nel suo lungo e travagliato viaggio trovò rifugio, accoglienza e protezione per alcuni giorni proprio a Pesaro e presso il nostro marchese. Evidentemente il desiderio di discutere liberamente e francamente con il frate e di allargare così le sue nozioni e il suo sapere fu tanto forte da non prendere in seria considerazione le eventuali conseguenze negative in cui sarebbe incorso se le autorità della Pesaro di quei tempi ne fossero venute a conoscenza. Francesco Paolucci è anche ricordato in un diario tenuto da un famoso medico anatomico, Domenico Cotugno (1736-1822), a cui è ancora oggi dedicato l’ospedale di Napoli, che ebbe occasione di conoscere Francesco

65

“Illuminismo e Protestantesimo” a cura di G. Cantarutti e S. Ferrari – 2010 – Franco Angeli srl Milano


come risulta da questi appunti66: “mi misi in viaggio per Bologna e mi fermai a Pesaro. Qui mi incontrai col marchese Paolucci, comandante della guarnigione, uomo politico molto versato nell’arte militare e abilissimo nelle controversie metafisiche. Visitando la sua biblioteca, osservai molti bellissimi libri. Mi fece vedere un libretto intitolato “De’ delitti e delle pene” edito a Monaco, spiegandomi però che era stato pubblicato la prima volta a Pavia dove dimorava il suo autore. Aggiunge che la dottrina ivi sostenuta era fondata su validissime ragioni e, avendomene letto un capitolo, riconobbi la difficoltà di valutare la gravità dei delitti. Mi disse anche che a Roma il libello era stato bruciato per mano del carnefice, mentre in Francia era stato tradotto. Il libro contesta quasi ai prìncipi la potestà di punire”. Dalle precedenti informazioni possiamo dedurre quindi che Francesco fosse un amante delle letture impegnate e un attento studioso. Era sicuramente fiero della sua ricca e trasgressiva, per quei tempi, biblioteca che conservava gelosamente nella Villa di Trebbiantico. Interessante sottolineare che dopo pochi giorni dalla sua morte, e precisamente, il 25 ottobre 1826, dagli scaffali della sua biblioteca vennero però rimossi molti volumi ritenuti pericolosi perché compresi negli elenchi dei libri messi all’indice. Dai documenti ci risulta infatti che furono “momentaneamente” sequestrate

diverse

opere

“in

forza

d’ordine di Sua Eccellenza Monsignor Felice Bezzi, Vescovo di questa città di Pesaro” con la precisazione che il marchese Paolucci le aveva potute conservare in virtù di un permesso che gli aveva consentito di 66

Il testo originale è scritto in latino e ci siamo avvalsi della traduzione pubblicata da Luciano Baffioni nel suo libro “Cento strade per cento pesaresi” vol. II, in corso di stampa, ed. Metauro, Pesaro


“ritenere e leggere” questi libri perché “munito di facoltà ottenuta dalla Sacra Congregazione dell’Indice”. Lo stesso documento67 ci fa sapere che si è quindi provveduto con estrema sollecitudine al sequestro dei volumi pericolosi nel timore che dette opere potessero

cadere

nelle

mani

di

“persone

innocenti”

o

non

sufficientemente preparate.

Il nostro marchese Francesco Paolucci fu anche l’autore di un curioso libretto, davvero quello

interessante, che

lui

dove

chiamava

descrisse “romitorio

all’inglese”, e che oggi definiremmo un “buen retiro”, ricavato in una serie di locali di un solaio di un suo palazzo. I locali non erano di vaste dimensioni ma furono da lui “dedicati” ai suoi diversi momenti di vita quotidiana con un attento, e quasi attuale, arredamento. Poche pagine compongono il volumetto, pubblicato dalla stamperia Gavelli di Pesaro,

ma

informazioni

in

esse di

sono una

contenute modernità

impressionante come il letto a parete che grazie ad un meccanismo si ribalta ed è già pronto per l’uso, o le “cabine armadio” con gli abiti per le varie occasioni. Un uomo certamente “speciale” che sicuramente dedicò anche molto tempo e passione al buon mantenimento della Villa di Trebbiantico, apportando migliorie suggerite dal suo amore per la cultura e l’eleganza.

Sappiamo anche che nell’anno 1825, al marchese Francesco, viene richiesto dall’allora vescovo di Pesaro, Mons. Felice Bezzi, di ospitare nella cappella della Villa l’immagine sacra della Madonna della 67 IL documento riporta la data del 15 settembre 1826 come data della morte del marchese Francesco Paolucci


Misericordia venerata nella vicina chiesa di San Giuliano Martire a Trebbiantico. Nell’Archivio Diocesano di Pesaro è conservata una lettera del vescovo datata 19 febbraio 1825 che riferisce di un episodio particolare che vide coinvolto un frate eremita di nome Domenico Giuntini, che aveva ceduto a privati, con un vero e proprio atto di vendita, un quadro venerato in quella chiesa. Il quadro, raffigurante la Madonna, era a quell’epoca ritenuto miracoloso ed era oggetto di molte offerte in monete e oggetti preziosi. Il frate “mosso da semplice e pura ignoranza” se ne era attribuita la proprietà

ma

appena il

vescovo ne venne a

conoscenza, dichiarò “la nullità di detti atti e … per prevenire ogni occasione di lite … dichiara che detta immagine …. è di sola e pure spettanza della chiesa” e dispose affinché fosse subito trasferita nella cappella della Villa. Il quadro vi rimarrà per due anni custodito dalla famiglia Paolucci e, come si legge in un documento scritto dal rettore Domenico Gambini, il giorno 18 aprile dell’anno 1827 la marchesa Olimpia, “vedova” da

circa

un

anno,

lo

riconsegna

alla

chiesa

parrocchiale di Trebbiantico restituendolo così alla venerazione dei fedeli.

Ma facciamo un passo indietro nel tempo, un lungo passo di almeno 26-27 anni, e ritorniamo all’anno 1799 cioè al momento felice quando Francesco si sposa con Olimpia Mazza figlia di Giovanni Mazza e Marianna Montani e quindi, nel rispetto delle regole, un matrimonio con una giovane cresciuta nell’ambiente di due delle famiglie più importanti di Pesaro. Sappiamo poi che nell’anno 1800 nasce Isabella, prima figlia di Francesco, che erediterà la Villa della nonna Cattani. Pochi anni dopo nascerà Luigia, seconda figlia di Francesco e Olimpia, che sposerà il conte Tommaso


Mamiani della Rovere, feudatario di Sant’Angelo in Lizzola. Questo feudo fu concesso nell’anno 1584 da Francesco Maria II, Duca di Urbino, a questa nobile famiglia.

Nell’anno 1827, secondo il catasto, Isabella Paolucci Cattani risulta proprietaria della Villa mentre rimane di proprietà di sua madre, Olimpia, un’altra casa colonica a Trebbiantico.68 Nel 1830 Isabella si unisce in nozze con Cipriano Giezzi, un ricco possidente di Treja di Macerata, che però muore dopo solo tre anni. Il parroco di Trebbiantico, Don Gambini, registra nei suoi documenti che nel 1832, Isabella è residente a Trebbiantico e notiamo che è la prima proprietaria che lascia i palazzi della città e viene a vivere stabilmente nella Villa eleggendola come sua residenza. Isabella infatti non usa solo la proprietà come luogo di villeggiatura o per brevi periodi, come hanno fatto tutti gli altri precedenti proprietari, ma abita “ nel casino di campagna”69 di Trebbiantico con il figliastro Filippo e con la cameriera Felicia. L’anno successivo, siamo nel 1833, la marchesa Isabella Paolucci Cattani, che evidentemente non ha perso molto tempo e si è subito consolata dopo la scomparsa del primo marito, si unisce in matrimonio con il conte Francesco Bolis.

68 69

Vedi lo “stato delle anime” di Trebbiantico del 1827 Vedi lo “stato delle anime” di Trebbiantico del 1832


-

DUE CURIOSITA’

-

Una prima curiosità: per

molti

anni,

anzi

decenni,

una

numerosa famiglia di coloni dal cognome “Paolucci” ha lavorato le terre dei “marchesi Paolucci” e abitato le case coloniche, anche quella vicina alla Villa. Quest’omonimia ci ha sorpreso durante le

prime

consultazione

di

certi

documenti come lo” stato delle anime”. Pubblichiamo una pagina dello stato delle anime dell’anno 1797, che riporta come tre proprietà Cattani, allora di Marianna

Cattani,

siano

gestite,

in

quell’anno, da tre famiglie Una delle tre famiglie è quella di un certo Matteo … Paolucci

Una seconda curiosità: nel 1830 un prelato, Domenico Cattani, fu nominato delegato apostolico per Pesaro e Urbino. Ma questo importante prelato non ha alcun legame di parentela con i nostri Cattani e infatti la sua famiglia è originaria di Brisighella. Domenico Cattani ricoprì dal febbraio 1830 al giugno 1831 l’incarico di legato pontificio quindi per un brevissimo tempo e lasciando pochi segni del suo passaggio, prima travolto dalla rivolta del febbraio-marzo, poi formalmente di nuovo insediato e quindi, dopo pochi mesi, sostituito dal card. Giuseppe Albani.


Ma un interessante il quadro datato 1830 e di proprietà di un collezionista privato pesarese, ha attirato l’attenzione per la particolare dicitura che reca nel cartiglio inferiore e precisamente “Palazzo dei Principi Cattani”. L’autore del quadro, molto bravo anche nel riprodurre personaggi tipici della vita della città di quegli anni, non doveva essere però un artista locale e deve aver realizzato la sua opera basandosi su informazioni o dei semplici bozzetti. E’ infatti incorso in qualche imprecisione, come quella di attribuire a “dei principi Cattani” lo storico “Palazzo Ducale” e quella di aver riprodotto la facciata del palazzo con due balconcini ad angolo e infine di aver dipinto, molto arretrato rispetto al Palazzo stesso, l’edificio sulla sinistra (l’ex sede degli Uffici Finanziari), creando un’apertura dei portici sullo stesso lato, apertura che non vi è mai stata nella lunga vita del nostro Palazzo Ducale.


-

FAMIGLIA BOLIS -

Dall’anno 1833, con il matrimonio della marchesa Isabella Paolucci Cattani con il conte Francesco Bolis, la nostra Villa si arricchisce di un nuovo blasone, quello della nobile famiglia dei conti Bolis di Lugo di Romagna, che raffigura un toro sormontato da tre gigli di Firenze in campo azzurro. Le antiche origini della famiglia Bolis vanno ricercate nell’area bergamasca, dove ancora oggi questo cognome è assai diffuso. Nel XV secolo un Bolis, mercadante, si trasferisce per ragioni di lavoro da Bergamo a Lugo e nei secoli che seguirono la famiglia acquisisce importanza e censo fino ad essere insignita del titolo nobiliare e a ricoprire incarichi importanti nella vita cittadina. Da ricerche effettuate sui documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Ravenna sono stati ricavati dati certi relativi alla storia della famiglia Bolis a partire dalla seconda metà del XVIII secolo. Il primo rappresentante della famiglia è il conte Lorenzo Bolis che sposa Felicita Pola e dalla loro unione nasce, nell’anno 1761, Giovanni Antonio Bolis. La documentazione conservata testimonia che in quegli anni, grazie alle capacità di Giovanni Antonio, le già vaste proprietà della famiglia si arricchiscono di un numero consistente di beni rustici e urbani. Sempre in quel periodo inizia la costruzione della bellissima villa Bolis di Barbiano di Lugo70 e viene acquisita la cappella gentilizia nella Chiesa della Croce Coperta a Lugo71 dove per uno speciale privilegio

Il 5 luglio 1796, presso il Casino Bolis ebbe luogo un famoso e cruento episodio della sommossa e sacco di Lugo: l'uccisione di tre militari francesi, le cui teste furono portate come macabri trofei dagli insorti sul balcone di Palazzo Trisi a Lugo. Oggi la Villa Bolis è diventata un bellissimo circolo sportivo e culturale. 71 L’attuale costruzione, in stile neogotico, risale al 1890 e sorge su una precedente, antichissima chiesa dedicata all’Annunziata, della quale restano riconoscibili tracce e notevoli ornamenti. Fu della Comunità, poi dei Carmelitani, dei Cappuccini, indi cappella gentilizia dei Conti Bolis. E’ un oratorio ad unica 70


di papa Pio VII, Giovanni Antonio, aveva fatto costruire la tomba gentilizia della

famiglia

Bolis.72

Giovanni

Antonio avrà due figli maschi, Lorenzo e Francesco.

Villa Bolis

I documenti ricordano che Francesco, il giorno 20 giugno 1825 fu tradotto in carcere a Ferrara reo di aver attivamente partecipato ai moti carbonari romagnoli del 1821.

Passano otto anni e Francesco, in visita a Pesaro, ha modo di conoscere Isabella e dopo pochi annisi celebra il loro matrimonio. L’Archivio Diocesano di Pesaro conserva questi interessanti documenti:

navata, che custodisce preziosi affreschi, recentemente restaurati, di scuola ferrarese del Quattrocento 72 Notizia ricavata dagli atti del notaio Luigi Manzieri di Lugo, in “Archivio notarile mandamentale di Lugo, Originali”, vol. 1595, testamento di Giovanni Antonio Bolis scritto il 2 luglio 1840.


I primi anni della loro vita coniugale, Francesco e Isabella, li trascorrono in parte a Lugo e in parte a Pesaro mentre risiedono nella Villa di Trebbiantico solo nei periodi estivi. Il 30 ottobre 1837 nasce il loro unico figlio e che sarà battezzato con il nome del nonno paterno: Giovanni Antonio. Francesco rimarrà logicamente sempre in contatto con la sua famiglia a Lugo ma nel 1846 avrà la sorpresa, forse già preannunciata, di essere stato escluso, insieme al fratello Lorenzo, dall’eredità dei beni di famiglia. Infatti suo padre, già in passato, aveva espresso chiaramente dei giudizi negativi sui suoi due figli non ritenendoli degni di alcuna fiducia. Più volte li aveva definiti come degli scialacquatori sempre impegnati a chiedergli aiuti economici per cercare d’arginare le richieste provenienti dai numerosi creditori. Gli eredi della consistente fortuna familiare, esclusi i figli, saranno quindi i nipoti, anche se ancora minorenni, e precisamente metà dei beni andranno ai figli di Lorenzo, Giulio73 e Giovanni Battista, e l’altra metà al solo figlio di Francesco, Giovanni Antonio. Proseguendo documenti, parrocchia

l’esame custoditi di

dei nella

Trebbiantico,

risulta che nell’anno 1840 “la Marchesa Isabella 41 anni e il Conte Francesco Bolis 45 anni, abitano in villa con tre “servi”. Nello “stato delle anime”non si fa cenno del figlio che doveva avere a quel tempo circa tredici anni ma che forse non risiede più a Trebbiantico dato che molto spesso i figli maschi primogeniti venivano mandati a studiare in qualificati collegi.

Pochi anni dopo, il 16 febbraio 1854 muore Francesco, e nel suo testamento in egual data, rogato dal notaio pesarese Francesco Ronconi, 73

Giulio muore da eroe a Mentana


lascia erede il figlio Giovanni Antonio ed usufruttuaria la moglie, marchesa Isabella Paolucci. Isabella, rimasta sola con il giovane figlio, decide di trasferirsi nella Villa e nel 1858, con l’avvenuta divisione del patrimonio Bolis, Giovanni Antonio, ormai ventunenne, eredita il cinquanta per cento della consistente ricchezza del nonno paterno senza contare tutti i beni dei Cattani-Paolucci che erano e saranno sempre gestiti dalla madre. Anche all’epoca dei conti Bolis la Villa offre, come in passato, il suo fascino e richiama l’interesse di quei pesaresi che allora, in numero assai limitato rispetto alla totalità della popolazione, erano i rappresentanti delle famiglie benestanti. Gli invitati nella Villa erano quindi i nobili, i militari di carriera, i proprietari terrieri e i mercanti di successo che animavano i ricevimenti riccamente organizzati e ambientati nelle sale della Villa o nei giardini nei periodi estivi. Queste riunioni erano logicamente delle occasioni ricercate per chi era interessato a dotte discussioni culturali o a intraprendere nuovi rapporti d’affari e rappresentavano situazioni favorevoli per quelle famiglie che volevano “combinare” futuri matrimoni fra i loro giovani rampolli. Non si sa se fu un matrimonio combinato, come lo erano la maggior parte a quei tempi, quello che unì Pietro Guerrini, proprietario della vicina villa Guerrini, ad Elisabetta Rimatori ma si sa con certezza che fu galeotto un ricevimento a Villa Cattani dove i due giovani ebbero l’occasione di conoscersi e di iniziare a pensare alla loro vita futura. Nell’anno 1876, come risulta dal catasto dei fabbricati del Comune di Pesaro, Registro delle partite, partita n° 900, la Villa viene intestata al figlio Conte Giovanni Antonio Bolis e è così descritta: “Casa di villeggiatura a Trebbiantico con Mulino ad Olio ad una macina ed un torchio da olio..” e viene indicata la proprietà di ” Paolucci Isabella fu Francesco, vedova Bolis, usufruttuaria e il conte Bolis Giovanni Antonio fu Francesco … ” Giovanni Antonio nato e cresciuto a Pesaro, non ha, come abbiamo visto, problemi economici e deve solo limitarsi a gestire al meglio tutti i suoi beni e quindi, avendo molto tempo a disposizione, decide di dedicarsi allo studio della politica. Sono questi gli anni in cui, molto lentamente, si


diffonde il desiderio di applicare anche alla pigra Pesaro le moderne idee del nuovo stato italiano e Giovanni Antonio nel 1879 diventa

ufficialmente

editore-

giornalista e pubblica il primo numero di un suo periodico, “L’Adriatico”, che uscirà regolarmente per più di trenta anni fornendo

con

le

idee

diffuse dalle sue pagine un consistente contributo alla crescita della vita civile della nostra città.

Allegato, al primo numero, un fogli, qui a lato riprodotto, in cui

sono

riassunte

le

motivazioni che hanno indotto il nostro Bolis ha prendere questa decisone.

Il grande studioso della storia pesarese, Antonio Brancati, nel suo libro, “Società e informazione a Pesaro tra il 1860 e il 1922” cita più volte il periodico “L’Adriatico” e così scrive: “Pur avendo proclamato fin dal primo articolo la propria indipendenza da tutti i partiti politici ……. venne progressivamente e in modo sempre più scoperto qualificandosi in senso liberale e monarchico …... sulla base di un accentuato


conservatorismo dissoltosi però in seguito in un atteggiamento rigido con conseguente spostamento verso posizioni moderate e progressiste …. Un giornale di provincia che rappresentò una vera e propria eccezione per la continuità della sua presenza protrattasi per circa un trentennio....”

Bolis, dalle pagine dell’Adriatico, informava i suoi lettori degli avvenimenti più importanti della provincia di Pesaro ma non trascurava di riferire anche notizie riguardanti problematiche a carattere nazionale e internazionale e si può, senza ombra di dubbio, affermare che il suo periodico riuscì nell’intento di fare “opinione”. Ma la sua attività di giornalista, vissuta evidentemente in modo molto intenso, lo portò ad incappare in una spiacevole avventura causata dalla pubblicazione di un articolo dove criticava l’operato di un certo Attilio Amati Bolaffi. Quest’ultimo, utilizzando i fogli di un altro giornale “L’Eco della Città e Campagnia”, gli rispose con un articolo dai termini decisamente forti e che terminava definendolo: “un vile”. Non vi era dubbio che per lavare una

simile

quell’epoca, Bolis

onta, il

a

conte doveva

necessariamente sfidare l’Amati a duello. E così avvenne.

La Tribuna illustrata riproduce in copertina un duello dell’epoca (1902) che fece molto scalpore per i contendenti: un ministro, Prinetti, e un onorevole, Franchetti.


Nel faldone degli “Atti Penali del Tribunale di Pesaro” dell’anno 1883, è stato rintracciato un fascicolo in cui viene dettagliatamente descritto, con termini che a noi oggi sembrano curiosi, il duello avvenuto fra i due contendenti. Furono prima presi accordi fra i “padrini” per definire il giorno del duello, il 25 giugno, e le modalità dell’arresto dello scontro che il giudice doveva sospendere subito dopo il “primo assalto alla sciabola …. con sangue”. Il duello, con tutte le formalità richieste allora, si svolse “nella località detta della Tombaccia fuori di Porta Rimini a metà strada di Santa Maria delle Fabrecce sulla sponda sinistra del Foglia”. Fu proprio il Bolis che, dopo pochi colpi, ferì con la sua sciabola il contendente alla fronte74 causandogli un taglio e per regolamento lo scontro fu immediatamente interrotto. Il medico subito intervenuto prestò le prime cure all’Amati e giudicò la ferita poco profonda e guaribile in ….. soli 5 giorni. Anche se il danno procurato fu, in tribunale nella causa che ne seguì, giudicato minimo, il Bolis subì un processo per aver infranto la legge del nuovo stato italiano che vietava la pratica del duello. A quell’epoca i tempi impiegati dai giudici erano brevissimi e dopo alcuni giorni il processo si concluse con la condanna del solo Bolis al pagamento immediato di una multa, per coprire le spese processuali, e alla pena da scontare con il confino di …..10 giorni nel ……Comune di Fano! Forse il giudice non sapeva che la Villa, in cui abitava il condannato, confinava con il comune di Fano. O forse lo sapeva!

74

il duello poteva essere: • al primo sangue, interrotto non appena uno dei duellanti fosse ferito dall'altro, anche in modo lieve; • tale da proseguire finché uno dei duellanti non fosse stanco o ferito in modo tale da essere fisicamente incapace di continuare; • all'ultimo sangue, sino alla morte di uno dei contendenti


Estratto foglio 5 Catasto Pontificio 1874 da cui risulta che il nome di “Villa Cattani” rimane nei documenti ufficiali anche dopo diversi passaggi di proprietà.

Il 4 marzo 1886, all’età di 86 anni, muore la madre Isabella come ci documenta, nel “libro dei

morti”

l’allora

rettore della chiesa di Trebbiantico.

Anche per il Conte Giovanni

Antonio

Bolis passano gli anni e, forse preoccupato per il futuro della moglie, decise nello stesso anno, il 1886, di depositare presso lo studio del notaio Venanzio Zaccarelli di Pesaro un testamento in cui dichiara, non avendo avuto figli, “..erede proprietaria e usufruttuaria di tutta la mia sostanza la mia dilettissima moglie Giuseppina Bolis, nata Consonni,


di tutti i miei effetti e di quanto oltre possa rinvenirsi di mia proprietà o che a me potesse venirmi da eredità qualsiasi …” Il Conte Giovanni Antonio vivrà altri venti anni e con la sua morte, il 14 febbraio 1906, si estingue a Pesaro la famiglia Bolis. Dobbiamo anche ricordare che per circa trecento anni la Villa è stata una proprietà della famiglia Cattani o dei loro discendenti diretti o indiretti e con l’ultimo dei Bolis termina questo lungo percorso.

I Bolis hanno vissuto per molti anni nella Villa ma non ci sono pervenute purtroppo notizie o documentazioni per informarci di lavori eseguiti per migliorie o modifiche strutturali dell’edificio o dei giardini che sicuramente nel tempo si saranno rese necessarie. Il solo segno della loro presenza è una piccola e povera lapide con la scritta “DEPOSITO DELLA NOBILE FAMIGLIA PAULUCCI _ BOLIS”. Fino a pochi anni fa esisteva, in quel punto, una piccola recinzione in ferro battuto che limitava uno spazio di terra consacrata e la lapide era affissa al muro. Oggi l’inferriata non c’è più e la lapide è semplicemente appoggiata sul terreno del cimitero di Trebbiantico in un angolo dimenticato del muro di cinta alla destra del vecchio cancello. Non ci rimane che ricordare quanto sia vera la frase latina “Sic transit gloria mundi”.


ALBERO GENEALOGICO DEI CATTANI E DEI LORO DISCENDENTI PIETRO CATTANI

GIULIANO CATTANI 1619 arriva a Pesaro 1654 muore assassinato

GIOVAN GIACOMO CATTANI 1619 arriva a Pesaro + 1643

PIETRO CATTANI 1627 - 1669 Sposa Laura Gavardini

DOMENICA CATTANI monaca convento S. Abbondio di Como

GIOVANNI CATTANI

CARLO GIUSEPPE CATTANI nato nel 1663 sposa MARTA Muccioli nel 1690

ISABELLA CATTANI Suor Maria Laura - Convento S. Maria Maddalena a Pesaro

ALESSIO CATTANI Sposa Margherita Piccini – nel 1735 entra nel Consiglio di Pesaro . la famiglia Cattani entra a far parte delle famiglie nobili

Canonico

PIETRO

Maddalena Cattani Sposata Bartolomeo de Giorgi a Mandello

Francesca,Margherita,Giovanna, Domenica, Maria Maddalena e Caterina.

MARGHERITA Sposa conte Filippo Giannini di Pergola

Giovan Giacomo 1668 - 1669

TERESA sposa MAZZA 1741

GIULIANO

MARIANNA CATTANI sposa il Marchese Giovanni Paolucci e assume il titolo di Marchesa e muore nel 1802

FRANCESCO CATTANI PAOLUCCI Sposa Olimpia e muore nel 1827

ISABELLA CATTANI PAOLUCCI Sposa Giezzi . rimasta vedova si risposa con il

Conte Francesco Bolis 1800 - 1886

GIOVANNI ANTONIO BOLIS Sposa Giuseppina Consonni 1837 - 1906

CARLO CATTANI morì giovane nel 1766


-

I COLONI Dopo tutte le belle parole che abbiamo speso per gli uomini importanti, quali Conti, Marchesi, Cardinali o Re, che hanno vissuto nella nostra Villa, è doveroso anche dedicare qualche riga a tutte quelle famiglie di coloni che hanno, per secoli, coltivato i terreni di pertinenza della Villa.

Lo facciamo riproducendo e commentando un dipinto, oggi conservato proprio nei locali della cucina dell’antica magione, realizzato da un pittore sicuramente semplice che possiamo giudicare naif ma che ha saputo, con questo dipinto, rendere l’atmosfera delle nostre campagne della prima metà del secolo scorso. Sullo sfondo del quadro troviamo rappresentata la casa colonica con accanto i “pagliai” del fieno, un carro da lavoro con la barra alzata, due cipressi e due “cerque”. In primo piano è raffigurato un carro tutto dipinto a colori vivaci con le fiancate decorate con scene campestri. Sicuramente un carro “importante” che veniva tirato fuori, da sotto il porticato, solo in occasione delle feste per il santo patrono o per il ringraziamento dopo un raccolto abbondante e che partecipava alla sfilata, con altri carri venuti dalle varie case coloniche, percorrendo le strade del vicino paese fino ad arrivare alla piazza e fermarsi sul sagrato della chiesa.


Al carro sono stati aggiogati una coppia di bianchi buoi, addobbati con fiocchi e nappe rosse, guidati grazie ad un anello infilato nel naso, dal giovane colono vestito con cappello, gilet, pantaloni di fustagno e … scarpe, proprio come richiedeva la giornata di grande festa. Di spalle è rappresentata una figura di uomo anziano, probabilmente il vecchio padre, che controlla la scena e si accerta che tutto sia a posto prima della partenza perché lui sa che sarà questo carro a rappresentare la sua famiglia alla festa del paese. Sul lato destro troviamo il figlio piccolo e la moglie con l’ultima nata in braccio che guardano con interesse e ammirazione la preparazione per la partenza. Nessuno vuole perdere questo momento tanto importante, un rito, una tradizione tanto cara a chi vive lavorando i campi. Assistono e partecipano alla piacevole scena anche il fedele cane, presente in tutte le case coloniche, due oche e il gallo con le sue galline. Queste ultime forse sono le uniche a preoccuparsi per l’atmosfera di festa perché sanno che questo potrebbe essere, per loro, un giorno estremamente pericoloso.


FAMIGLIA GIUNGI La contessa Giuseppina Bolis Consonni alla morte del marito rimase unica proprietaria della Villa75. Possiamo immaginare il suo stato, trovandosi improvvisamente sola, senza parenti, e non più giovane dato che aveva già compiuto sessantasette

anni

che

per

l’epoca

era

considerata un’età avanzata. Sicuramente provata per la scomparsa del marito, o sentendosi stanca per problemi di salute, decise in breve tempo di vendere tutte le sue proprietà con lo scopo di garantirsi una rendita sicura per trascorrere una tranquilla vecchiaia. Dopo pochi mesi iniziò a vendere una modesta proprietà, consistente in un terreno agricolo e una casa colonica, situata nella zona di Trebbiantico e poi altre fino alla cessione della Villa sottoscrivendo un atto di vendita che includeva nella forma di pagamento la clausola di un vitalizio. Evidentemente la Consonni considerò questa la miglior soluzione per non avere preoccupazioni per il suo futuro in quanto un vitalizio rappresentava per lei una sicurezza che le permetteva di avere a sua disposizione periodicamente gli importi garantiti come pattuiti con l’acquirente. Presso l’Archivio di Stato di Pesaro è conservato il “Contratto di Vitalizio” stipulato giovedì 21 febbraio 1907 dal notaio Venanzio Zaccarelli per la cessione della Villa da parte della contessa Bolis al commendator Roberto Giungi e a suo figlio il capitano Pietro Giungi. La contessa Bolis s’impegna a cedere la proprietà, così sommariamente descritta: “”fondo rustico con casa colonica, casino di villeggiatura, 75

A.S.P. :fondo “C.C.F. di Pesaro” Registro delle partite urbane – partita n. 2609 del 1906


molino da olio, agrumaie e altri accessori””, a fronte di un pagamento, il giorno stesso alla firma dell’atto, di un acconto di 6.000 lire in contanti e di un importo annuo garantito di 1.800 lire per i primi quattro anni e di 1.400 lire per tutti i successivi rimanenti anni della sua vita. Per vincere la nostra curiosità in merito all’effettivo valore di questi importi, e date le difficoltà di riportare le suddette cifre a quelle equivalenti dei giorni nostri, abbiamo cercato di stabilire dei confronti con altri valori dell’epoca. Abbiamo rintracciato un atto notarile, sempre stipulato dopo pochi giorni dai nostri due compratori presso lo stesso notaio, atto in cui si dichiara che il capitano Pietro Giungi poteva contare su uno stipendio annuo di 4.000 lire, che gli era riconosciuto dal regio esercito. Questa notizia ci permette di costatare che gli importi annuali del vitalizio, accettato dalla vedova Bolis, sono inferiori “alla metà della paga” del capitano e quindi, fatti i debiti raffronti, l’acquisto per i Giungi sembra essere stato molto vantaggioso. Inoltre, sempre nello stesso documento, alla richiesta di una garanzia per la definizione di un’operazione finanziaria, viene proposta dai Giungi la proprietà della Villa appena acquistata. La stima di detta proprietà è eseguita da un tecnico, indicato dal notaio, che al termine del suo lavoro dichiara e certifica che la Villa, ha un valore di ben 70.000 lire. La lettura del “contratto di vitalizio” offre anche un aspetto interessante perché mette in rilievo come certi beni materiali possano essere diversamente valutati, per l’importanza e la loro consistenza, secondo l’epoca in cui si vive. Oggi, in un contratto di vendita, troviamo descritte dettagliatamente tutte le caratteristiche dell’immobile, oggetto della transazione, mentre nell’atto a cui ci riferiamo, sono dedicate alla Villa solo due righe di testo. Si ha quindi l’impressione che la preoccupazione per quei tempi fosse concentrata su quelli che oggi per noi sarebbero dei dettagli o dei particolari di scarso interesse e infatti la Bolis vuole che il notaio precisi che il terreno e le case sono ceduti con …. il mulino dell’olio con tutte le sue attrezzature, con le piante tutte dei limoni e degli aranci coi relativi vasi, ma escluso il bestiame e tutti i mobili della casa, eccezion fatta di


quelli che si trovano nella camera d’entrata del casino stesso cioè due cassapanche, un armadio, un tavolo grande con tappeto, tende e torciere. Inoltre si preoccupa di richiedere, a spese degli acquirenti, …. un funerale di prima classe qualora venisse a mancare nei primi quattro anni dalla data del contratto!

La

Villa,

dall’anno 1907,

ha quindi

due nuovi

proprietari, il

Commendatore Roberto Giungi e suo figlio il Capitano Pietro che, evidentemente desiderosi di prenderne possesso, decidono in breve tempo di trasferirvisi e nel mese di aprile dello stesso anno sono già presenti a Trebbiantico. Infatti dai documenti, veniamo a sapere che hanno già modificato la loro residenza che fino a quel momento risultava essere nel comune di Roma. L’acquisto è, come abbiamo visto, estremamente vantaggioso e la Villa doveva essere in buono stato per garantire una giusta accoglienza e ospitalità, in tempi così stretti, a tutta la famiglia Giungi. Nell’archivio della chiesa di Trebbiantico si può consultare lo “stato delle anime” dell’anno 1907 redatto con grande precisione dall’allora parroco Don Giacomo Giomini e nelle prime righe troviamo indicati i nomi dei componenti della famiglia che abitava la casa colonica annessa alla Villa e che si occupava della conduzione dei dieci ettari di terra annessi alla proprietà.

Al

centro

della pagina del documento, riportato in fotografia, Don Giacomo fornisce

i

dati che ci interessano


maggiormente e che fanno riferimento ai numerosi componenti della famiglia Giungi. La persona più anziana della famiglia è Roberto Giungi, di 67 anni, proprietario della Villa con il figlio Pietro di 41 anni, capitano del 48° Reggimento di fanteria del Regio Esercito. Pietro, rimasto vedovo con due figli, Robertino e Rosinella, si è risposato con Antonietta Zanotti e da quest’unione è nato, quando ancora abitavano a Roma, un terzo figlio battezzato con il nome di Renato. Dopo il trasferimento a Trebbiantico la famiglia si arricchisce di altri due figli, Rodolfo e Rolanda, quest’ultima nata nel 1910. Ma quali sono le origini della famiglia Giungi? A questo punto ci vengono in aiuto le ricerce di archivio, effettuate nel tempo, da uno degli ultimi discendenti degli abitanti della Villa, l’Avv. Rodolfo Giungi,76 ricerche che ci permettono di risalire ad un antico casato del Montefeltro già residente nel XIV secolo. Alcuni discendenti si trasferiscono, in tempi successivi, verso aree che hanno acquisito maggiore importanza economica come le terre di Romagna. Proseguendo lo studio dei documenti che si riferiscono a epoche più recenti, sono state infatti recuperate informazioni sempre più dettagliate che ci permettono di affermare che la famiglia Giungi nel XVII secolo aveva acquisito grande fama e importanza avendo esteso i suoi interessi su vaste proprietà costituite essenzialmente da terreni coltivabili nell’entroterra riminese e precisamente nei territori dei comuni di Montescudo, Coriano e Verucchio. Possedere terreni fertili, a quei tempi, come del resto fino agli anni del primo sviluppo industriale, era sinonimo di ricchezza e d’importanza nella società. Dobbiamo sempre ricordare che non esistevano altre attività

76

L’Avv. Rodolfo Giungi vive a Pescara e ci ha gentilmente permesso di

consultare i risultati delle sue ricerche ed i suoi appunti legati ai ricordi dei racconti tramandati in famiglia. Da lui abbiamo anche avuto le immagini che pubblichiamo. Tutte cose preziose ed interessanti per ricostruire la storia della famiglia Giungi a Trebbiantico. Noi abbiamo solo cercato di interpretare, speriamo in modo corretto, lo spirito di quegli anni.


produttive che potessero garantire degli utili da lavoro e quindi tutto l’interesse

dei

ricchi

era

rivolto

essenzialmente

ad

investire

nell’agricoltura che permetteva di incrementare, o almeno di mantenere, i propri capitali. “Palazzo Giungi”, il bell’edificio che ancora oggi è così chiamato, lo si può ammirare nella piazza principale di Verucchio e rappresenta il grado di benessere economico conseguito da questa famiglia. Una comoda e ricca residenza per tutta la famiglia ma sicuramente anche una costruzione voluta come tangibile testimonianza per il consistente potere economico e il prestigio sociale raggiunto. Nel 1840 nasce Roberto Giungi, il primo membro della famiglia da noi già ricordato, che dopo aver aderito da giovane all'ideologia mazziniana, partecipa alle vicende militari romane del 1866-67. A ricordo di questo suo coraggioso impegno e dei positivi risultati raggiunti il Comune di Morciano di Romagna gli ha dedicato una lapide affissa sulle mura cittadine. Negli anni successivi, per le sue qualità e per i meriti conseguiti, è nominato Prefetto di Ascoli Piceno e poi Questore di Roma. Arrivato all’età della pensione Roberto Giungi, decide di cercare una nuova residenza in Romagna, o nelle vicine Marche, per soddisfare il suo desiderio di ritornare a vivere vicino alle terre d’origine. Non si lascia quindi sfuggire la conveniente e interessante occasione di acquisto di una bella villa sulle colline pesaresi. Nel mese di novembre dell’anno 1908, lo stesso Pietro, trovandosi evidentemente in un momento di favorevoli condizioni economiche, decide di cogliere un’altra buona occasione d’investimento e definisce l’acquisto77 di un intero palazzo in Via Bovio, allora al numero civico 3.

77

A.S.P. atto notaio Zaccarelli Venanzio 1908


Pochi

anni

prima

questo

edificio

era

stato ceduto, per la precisione nel 1894, dalla

famiglia

Monaldi

a

una

congregazione

di

suore svizzere dette “di

Santa

Croce o

Teodesiane

di

Menzinghen”78. In una foto scattata nel 1915 nei giardini della

Villa

di

Trebbiantico è ritratto il capitano Pietro con la sua famiglia.

Da sinistra Renato, Maria Antonietta Zanotti, seduta a terra Rolanda, Angelina Orta di Tor d'Uzzone madre della Zanotti, Rosinella, Rodolfo e il capitano Pietro Giungi.

Le suore lo adibirono subito a scuola privata dove s’impegnarono a insegnare alle giovani pesaresi, oltre all’italiano, anche il francese e il tedesco. Nel 1903 decidono però, per loro motivi, di abbandonare il progetto e di ritornare in Svizzera, pur rimanendo proprietarie del palazzo.

78

La congregazione delle Insegnanti della Santa Croce venne fondata il 16 ottobre 1844 ad Altorf, in Alsazia, dal sacerdote cappuccino Teodosio Florentini. Il 17 ottobre del 1844 la prima comunità si stabilì a Menzingen (Zug).


Alcune famiglie facoltose della città, unitamente al priore parroco di San Cassiano, don Achille Carletti, si rivolgono allora alle Ancelle del Sacro Cuore di Bologna, dette anche Giuseppine, che accettano l’invito di trasferirsi a Pesaro e di continuare a operare per l’educazione spirituale delle giovani e per l’insegnamento alla lettura, alla scrittura, al ricamo e al cucito. Nel 1905 decidono di acquistare definitivamente lo stabile dalle suore svizzere e il palazzo di Via Bovio diventa la “Casa Istituto Femminile San Giuseppe”. Dopo soli tre anni le suore Guseppine desistono però da questa impresa e l’immobile è messo in vendita. Pietro Giungi si propone per l’acquisto e in tempi brevi si perviene a un accordo. Nell’atto di vendita, sempre dal notaio

Venanzio

Zaccarelli,

l’edificio è descritto in modo molto semplice e con pochissime parole: casa, con orto e scoperto, di piani 3 e vani 34 ma poche righe dopo viene

giustamente

citato

come

“palazzo di civile abitazione”. L’importo

complessivo

viene

concordato in 15.000 lire un valore molto basso se confrontato con la Villa e giustificabile solo con lo stato di conservazione. Si

tratta

comunque

di

un

consistente e imponente edificio che troviamo anche citato in una pubblicazione79 di qualche anno fa: “In Via Giovanni Bovio si noti, in particolare, la seicentesca Casa Giungi col solenne portale dagli stipiti in forma di semicolonna ad anelli di pietra sovrapposti, fiancheggiato da due coppie di finestre centinate con piedritti ed arco bugnati, mentre il cortile presenta agili e snelli archi su pilastri.” 79 Da un articolo apparso sulla rivista “Italia Nostra” n° 64 – maggio giugno 1969 dal titolo: “Considerazioni sul Centro Storico di Pesaro.


Una recente ristrutturazione80 ha recuperato la completa agibilità dell’immobile e messo in risalto il suo indubbio valore architettonico come si può vedere dalla fotografia. Anche nell’atto notarile sopradetto vi sono delle annotazioni che ai nostri occhi appaiono oggi delle vere curiosità. Viene infatti sottolineato che non fanno parte della vendita “gli oggetti mobili, nonché di un paravento in ferro e cristalli, della pompa a piano terra per attingere acqua e dei lumi pel gas esistenti nei locali venduti”. Ma torniamo alla famiglia Giungi e ai suoi numerosi componenti che nel frattempo trascorrono giorni sereni nella Villa che sarà da loro abitata per uno spazio di tempo di circa venti anni. Logicamente saranno i cinque figli e in modo particolare i più giovani, proprio quelli nati a Trebbiantico, Rodolfo e Rolanda, che maggiormente godranno delle bellezze di questa costruzione e dei suoi giardini. Ma cinque giovani fratelli, in contatto con i loro coetanei pesaresi per ragioni di studio, per amicizia o “simpatie giovanili”, riescono a stabilire una fitta rete di rapporti con tutta una generazione di ragazzi che colgono ogni buon motivo per riunirsi e frequentarsi nell’accogliente villa, immersa nel verde della collina e con un meraviglioso giardino.

80

Consultare il volume: “Palazzo Almerici-Prosperi. Un recupero architettonico” a cura di Thomas Flenghi -1999


La maggior parte di questi giovani amici dei Giungi sono compagni di scuola che vengono da Pesaro, ma vi sono anche quelli che vivono nelle vicine ville come i Benoffi e gli Zuccoli di villa Guerrini o i Servici e i Tartufari di villa Servici, che per la breve distanza che separa le loro abitazioni, diventano assidui frequentatori dei pomeriggi di giochi o delle feste organizzate. E questi incontri, come sempre capita nella vita, fanno nascere grandi amicizie e anche qualche matrimonio come nel caso di Bianca Morbidi, una compagna di scuola di Rolanda, che diventa la moglie di Rodolfo. Nella vita non vi sono solo giorni felici e nel 1914, il 6 di agosto, muore Roberto Giungi, colui che ha rappresentato e guidato con i suoi consigli la famiglia, un vero punto di riferimento per tutti i componenti. Di quegli anni diventano importanti i ricordi e i racconti che descrivono una fanciullezza e adolescenza segnate da straordinari giochi nell’assoluta libertà dei campi sottostanti la Villa. Si narra che il colonnello Pietro, ligio alla disciplina, per richiamare i figli a pranzo faceva suonare la campana e chi non era puntuale rischiava anche qualche punizione. Non mancano anche avvenimenti che hanno lasciato delle tracce o dei ricordi di gioventù, che raccontati nelle chiare serate estive in giardino, o attorno al fuoco del camino in inverno, si sono col tempo arricchiti di curiose fantasie. Un episodio in particolare rimase famoso in famiglia ed era quello che spesso veniva ricordato da Rodolfo. Raccontava che un giorno, partecipando a una battuta di caccia nelle campagne circostanti con gli amici, si era fermato per riposare un attimo sull'aia di una villa della zona di Trebbiantico. Forse influenzato dal fatto di aver in passato ascoltato qualche diceria in merito a quell’abitazione, assicurava di aver visto dei panni che stesi su di un filare, erano finiti uno dopo l’altro in un vicino pozzo senza che vi fosse alcuna persona nei paraggi e chiamava a testimoniare la presenza dei fantasmi anche gli amici che erano con lui.


1922 - Nel giardino della Villa è stato allestito un gazebo sovrastato dal tricolore come da tradizione famigliare per la festa del 29 Giugno di S.Pietro. Pietro Giungi è all’estrema sinistra con in testa la paglietta; al centro della foto, seduta, la moglie Maria Antonietta Zanotti; sulle altalene i tre figli (Renato, il maggiore, è quello un pò sfocato sull'altalena di destra; Rodolfo sull'altalena di centro e al suo fianco Rolanda (con il fiocco). La bambina, in prima fila, vestita di bianco con il fiocco è Bianca Morbidi che poi diventerà la moglie di Rodolfo. Noi oggi sorridiamo per questi ricordi che ci sembrano semplici e quasi ingenui, ma sicuramente rappresentano un indice di una vita serena e sono tipici di un’epoca e di un mondo ormai troppo lontano da quello attuale. Allora l’ambiente in cui si viveva era veramente limitato in termini di distanze e di possibilità di conoscenze e di scambi d’informazioni se si pensa alle condizioni delle strade, quasi tutte con il fondo in terra battuta, e gli scarsissimi mezzi di comunicazione che rendevano lento e difficile qualsiasi scambio di notizie. Noi oggi siamo “collegati” in tempo reale con


quanto accade in tutto il mondo mentre allora le poche informazioni che giungevano erano quasi sempre trasmesse verbalmente e, sopratutto per chi viveva in campagna, le occasioni per venirne a conoscenza in tempi brevi erano pressoché nulle.

La Villa ai giorni nostri. Sotto la collina di Trebbiantico si adagia la moderna Pesaro e sullo sfondo il superbo colle di San Bartolo. Foto di Luigi Battistini

Era una vita sicuramente più semplice e al riparo dagli stress di oggi e anche la grande tragedia della prima guerra mondiale, che in quegli anni arrecò distruzione e morte a tutta la nostra nazione, probabilmente fu vissuta dalla famiglia Giungi in termini molto attenuati per le ragioni sopradette. Le poche notizie che pervenivano erano tra l’altro filtrate da Pietro che, quale ufficiale dell’esercito, era invece ben informato in merito a quei tragici avvenimenti. Pesaro, come molte altre città del centro e sud d’Italia, non fu direttamente coinvolta dalle distruzioni della guerra e visse un solo


giorno di guerra, e precisamente l’8 giugno del 1915, quando il suo porto subì un bombardamento navale. La città diede comunque il suo contributo alla difesa dei confini della nazione perché molti furono i pesaresi partiti per il fronte e non più tornati. Negli anni successivi due date tristi segnano la vita della famiglia nella Villa di Trebbiantico. Nel 1919 muore di febbre spagnola Robertino e dopo cinque anni, il 19 settembre 1924 muore prematuramente lo stesso Pietro Giungi che nel frattempo aveva ottenuto nell’esercito il grado di colonnello. Pietro lascia tutti i suoi averi ai figli (Rosinella, Renato, Rodolfo, e Rolanda) mentre alla moglie, Maria Antonietta Zanotti va l’usufrutto. La Zanotti è una donna molto determinata e con un carattere forte e con un grande senso pratico. Si era formata in gioventù a contatto della realtà culturale piemontese ed era figlia di un militare (eroe della battaglia di Vinzaglio81 nella seconda guerra di Indipendenza) che ha scalato tutta la gerarchia sino a divenire generale di corpo d'armata, e di una nobildonna, Angelina Orta di Tor d'Uzzone, di Dogliani in provincia di Cuneo. La Zanotti si rende subito conto che la Villa di Trebbiantico rappresenta per lei e per i suoi figli un onere troppo gravoso a causa dei costi di manutenzione che si vanno inoltre ad aggiungere alle tasse sulla villa, considerata come bene di lusso, e che in quegli anni erano aumentate in modo considerevole. Sentendo improvvisamente tutto il peso della famiglia sulle sue spalle decide di vendere la Villa di Trebbiantico che pur essendo bella e confortevole, non garantisce però alcuna rendita ma richiede invece continui investimenti per le ragioni sopradette. La Zanotti deve inoltre far fronte alle spese per gli studi dei quattro figli, agli interessi bancari per operazioni lasciate in sospeso dal marito e le notevoli spese per la ristrutturazione della casa di Via Bovio dove, una volta ceduta la villa, vuole trasferirsi con tutta la famiglia. 81

Nel 1859 vi si svolse una battaglia della seconda guerra di indipendenza in cui le truppe dell'esercito franco-piemontese si confrontarono con quelle dell'Impero austriaco, nelle stesse circostanze che portarono ai quasi contemporanei scontri avvenuti nei territori dei limitrofi comuni di Confienza e Palestro.


I momenti non sono favorevoli per questo tipo di operazioni e la vedova Giungi deve aspettare tre anni per trovare un valido acquirente e, dopo aver ridotto la sua richiesta a 255.000 Lire, finalmente riesce a definire l’atto di vendita. Sottoscrive infatti l’atto n° 824 presso lo studio del notaio Tito Livio Zaccarelli il giorno 8 gennaio 1927 e con tale documento cede la proprietà della villa al conte Marco Marconi. 82 Nell’atto si cita il fondo rustico di circa 10 ettari, una casa colonica e la villa “di tre piani e 12 vani” con dei locali dove è installato un mulino dell’olio ”ma i medesimi non sono più adibiti per l’industria della macinazione delle olive”. Nell’atto è inoltre citato il Sg. Marzocchi Elio di Pesaro che acquista per Lire 18.000 un considerevole numero di quadri e di mobili che per curiosità elenchiamo nella nota

83.

Sorprendente notare che allegato

all’atto vi è un prospetto di spese varie e l’importo previsto per il trasporto dei mobili e dei quadri rimanenti da Trebbiantico fino a Pesaro in Via Bovio è di Lire 2.000. Se si raffronta questo importo con quello versato dal sig. Marzocchi si deve pensare o che costi dei traslochi all’epoca erano elevati oppure che l’acquisto di mobili e quadri è avvenuto per valori molto bassi. La Zanotti, una volta incassato l’importo pattuito per la vendita della Villa, lo impiega subito sia per far fronte alle spese sopra dette sia per l’acquisto di un villino a Pesaro nella zona mare, che intesta alla figliastra Rosinella come da accordi in precedenza stabiliti. Inoltre riesce ad acquistare un albergo nella piazza principale di Cattolica, l’Albergo Roma, dimostrando un’abilità sorprendente per quell’epoca nella gestione dei suoi beni. I Giungi abiteranno una parte del palazzo di Via Bovio fino al 1940 quando, all’inizio della seconda guerra mondiale per timore dei 82 43

atto n° 824 registrato il 19.01.1927 - vedi anche partita catastale 10781

Elenco mobili venduti: -1 biliardo con accessori – 2 gruppi di armi antiche – 1 tavola da pranzo in noce – 2 cristalliere – 2 alzate - 1 alzata con specchio antico – 6 seggiole antiche in pelle con monogrammi – 1 orologio a pendolo – 1 letto stile impero – 2 comodini -2 cassettoni con alzate – 1 divano antico – 3 seggiole antiche – 1 divano e 6 poltroncine in legno dorato – 2 consolle con specchio – e ben 22 quadri raffiguranti prelati, santi, cavalieri, dame, paesaggi, marine ecc.


bombardamenti, decidono di trasferirsi in veneto. I locali sono affittati alla Federazione Provinciale del Fascio che li occupa dal 1940 al 1943 e vi crea una sede del gruppo rionale per istruire e preparare i giovani fascisti in quei difficili momenti. Al termine della guerra i Giungi non rientrano a Pesaro perché nuovi interessi di lavoro li portano a spostare subito la loro residenza a Pescara. I numerosi locali del palazzo di Via Bovio verranno in gran parte affittati e alla fine del 1945 li troviamo occupati, quelli a piano terra, dal Circolo dei Marinai come ritrovo e sala da ballo, mentre al primo piano, il piano nobile, vi s’insedia il Gruppo Giovanile Comunista. Altri locali sono poi affittati a privati. Solo la figlia Rosinella ritornerà in Via Bovio e abiterà alcuni locali dove vivrà fino alla sua morte avvenuta nel 1974. Nel 1990 la famiglia Giungi, non avendo più alcun interesse a Pesaro, decide la vendita del palazzo.

Nella

Villa

di

Trebbiantico non si

riescono

a

individuare molti “segni” materiali del

passaggio

della Giungi

famiglia che

sicuramente avrà eseguito

delle

modifiche e delle migliorie per adattare l’edificio alle loro esigenze. Abbiamo rintracciato solamente un’interessante mappa catastale, datata 1911, che riporta la dicitura “Villa Giungi” dopo che per tanti anni era sempre stata indicata come “Villa Cattani”.


La villa “Giungi” per le sue caratteristiche e per la bellezza dei suoi giardini, richiama l’attenzione di visitatori e di artisti e viene citata persino in un romanzo. Infatti la scrittrice pesarese, Clarice Tartufari, che tanto successo ebbe nei primi anni del novecento, ha ambientato il suo romanzo “ Eterne leggi” a Trebbiantico e così descrive, nel 1911, la Villa Cattani-Giungi. “....a sinistra per l’intera lunghezza del borgo, una villa sontuosa sfoggiava la ornamentazione del suo muro di cinta e la maestosità dei suoi cancelli, di dove il giardino s’intravedeva variopinto di aiuole e lieto di zampilli”. La Tartufari nacque a Roma nel 1868 da Giulio Gouzy e Maria Luisa Servici ma rimase orfana ancora bambina. Trascorse allora gli anni della sua infanzia a Pesaro presso il nonno e gli zii materni, i conti Servici. Nei mesi estivi, come usava a quei tempi, i conti Servici lasciavano la città e si trasferivano nella villa di famiglia costruita ai piedi della collina di Novilara. I terreni della villa divennero famosi negli anni 1892-93 perché vi furono eseguiti degli scavi archeologici che rivelarono l’esistenza di una necropoli dei Piceni risalente al IX-VI sec. a.C. La Tartufari ha vissuto quindi momenti della sua giovinezza in questa villa, che è situata a poca distanza dalla Villa Guerrini e dalla Villa Cattani, ed era quindi per lei facile raggiungerle con una breve passeggiata e incontrare suoi coetanei e unirsi ai loro giochi e intrattenimenti. Passano gli anni e dopo il matrimonio Clarice si trasferisce a Roma e inizia a collaborare con le riviste letterarie più importanti di allora. Le sue prime opere sono delle raccolte di poesie che ottengono lusinghiere critiche. Si dedica quindi assiduamente al teatro, scrivendo, per circa quindici anni, commedie e drammi di qualche pregio ma di alterno successo. Di ben altro rilievo è la sua produzione narrativa, dove la Tartufari riesce indubbiamente a fornire miglior prova di sé, tanto che Benedetto Croce non esita ad anteporla a Grazia Deledda, giudicandola dotata di «temperamento assai più robusto, sguardo più ampio e un senso più vigoroso e compatto».


La Tartufari è stata anche un'elegante dicitrice; intensa infatti anche la sua attività di conferenziera. Interessante notare che nei suoi romanzi affiorano spesso i ricordi dei suoi primi ani di gioventù vissuti nella villa Servici e inoltre ama le rapide descrizioni dei momenti di vita trascorsi a contatto della campagna. Ricorda e descrive l’atmosfera dei falò fantastici che ardevano nella notte di San Giovanni o dei balli dei contadini sulle aie delle case coloniche nelle calde sere d’estate e descrive le case di Trebbiantico. Riportiamo qui di seguito un suo brano: “” Il borgo di Trebbiantico appariva più addormentato del solito nell’apatia del pomeriggio fumavano

domenicale. silenziosi

Gli

uomini

addossati

alle

casupole tetre; le donnette sedute in crocchio nel mezzo della via, lasciavano cadere parole rade flemmatici

richiami

e rivolgevano ai

ragazzi

che

giocavano con noccioli di pesche a castelletto sullo spiazzo della rustica chiesa. “” Risulta subito evidente, anche da una così breve lettura che i tempi in cui è vissuta la Tartufari sono molto più lontani di quanto non sembri e che il suo stile è molto diverso dai gusti attuali. Dalle sue parole si nota non solo la forte differenza sociale, differenza che allora era effettivamente molto accentuata, ma quasi un distacco, dalla semplice vita di un borgo di campagna, di questa donna cresciuta nella villa dei conti e che, una volta trasferita a Roma, aveva aperto i salotti della sua casa in Viale Regina Margherita ai nomi più importanti della cultura dell’epoca. Ma forse tutto questo era anche in parte voluto per dare ai suoi racconti un tocco di “neorealismo” ante litteram.


La lettura dei suoi romanzi oggi non è facile perché, come già detto, è molto lontana dal nostro modo di pensare ma ai suoi tempi le sue opere vennero anche tradotte in tedesco e francese e fra i suoi innumerevoli ammiratori vi furono anche molti importanti uomini di cultura.

Pesaro ha voluto ricordarla con una lapide affissa sulla facciata della casa che fu dei conti Servici, lungo il Corso, che riporta la seguente scritta, oggi sbiadita e di difficile lettura:

IN QUESTA CASA ABITO’ / CLARICE TARTUFARI / INSIGNE ESEMPIO DI VIRTU’ DIVERSE / CONGIUNTE IN UNA COMPIUTA ARMONIA / EBBE TRE AMORI LA PATRIA L’ARTE LA FAMIGLIA / LASCIO’ / CON OLTRE TRENTA VOLUMI / UN SOLCO INCANCELLABILE NELLE LETTERE ITALIANE / PESARO / NELLA CUI LUCE SPIRITUALE / IL GAGLIARDO INGEGNO DELLA FECONDA SCRITTRICE / SI EDUCO’ ALL’ALTO VOLO / QUESTA LAPIDE / A PERPETUA MEMORIA / POSE / AUSPICE LA DANTE ALIGHIERI / 8 GIUGNO 1935


-FAMIGLIA MARCONIMARCONIDal mese di gennaio 1927 la Villa accoglie il nuovo proprietario, il conte Marco Marconi, nato e vissuto a Roma con residenza in Via San Pantaleo 3 e sposato con Ida Pacetti. Dalla loro unione è nata una sola figlia di nome Rita.

Lo stemma della Famiglia Marconi riprodotto sul fronte di un’antica cassapanca conservata nell’ingresso principale della Villa.

Il Conte trascorre molti mesi dell’anno a Roma, dove svolge le sue attività, sopratutto dedicate all’amministrazione dei suoi beni, e per il resto dell’anno ama risiedere nella bella Villa di Trebbiantico che considera un piacevole luogo di vacanza, di riposo e di graditi incontri con gli amici. Carattere gioviale, riesce a stabilire cordiali rapporti di amicizia con i proprietari delle vicine ville, grazie anche alle doti di affabilità della moglie e della figlia Rita.

Immagine della scalinata d’ingresso alla Villa di quegli anni.


Non si conoscono le vere ragioni che hanno motivato la decisione, da parte della famiglia Marconi, di acquistare la villa e di trasferirsi a Pesaro. Si possono fare solo delle ipotesi, che si basano però su dati di fatto, per giustificare una scelta che ha comportato un cambiamento importante nella

loro

vita.

contessa

La

Marconi

nutriva una fortissima passione per il bel canto e la musica lirica. La riconosciuta degli

capacità

insegnanti

del

Conservatorio di Pesaro e

l’importanza

degli

artisti che vivevano in quel aver

contesto

devono

contribuito

ad

attirare l’interesse della contessa

Marconi

per

Pesaro e a convincerla a eleggere come

questa sua

città nuova

residenza. Nella Villa esiste ancora una

grande

e

bella

immagine della Contessa realizzata da un noto fotografo titolare di uno studio84 di Firenze negli anni1910-1914, che la ritrae in tutto il suo fascino.

84

Foto di Renato Alvino famoso fotografo di Firenze con studio in Via Nazionale, operò dal 1897 al 1915. Aveva ereditato lo studio fotografico, e la fama, da suo padre, Giuseppe Alvino.


Ida Pacetti ha quindi voluto vivere e respirare l’atmosfera di un mondo musicale che l’ha sicuramente aiutata a raggiungere alti livelli artistici. Per molti anni ha affrontato e sostenuto lunghi studi ed è riuscita a realizzare il sogno di esibirsi quale interprete d’importanti opere liriche nei teatri di grandi città.

Come si può rilevare dalla riproduzione di un foglio del contratto

firmato

con

un’agenzia teatrale, usando il suo nome d’arte di Ida Abry, accettò di partecipare a delle rappresentazioni

al

Teatro

Carlo Felice di Genova nel febbraio

1916

come

“I°

soprano assoluto” nelle opere “Manon” di Puccini e “Lorely” di Catalani.

Questa qualifica di soprano "assoluto" (ovvero in grado di cantare l'intero repertorio) è un indice della sua preparazione e delle sue possibilità canore di buona artista lirica. Il documento conferma anche un forte carattere che non temeva le sfide di palcoscenici così esigenti. Altri documenti che comprovono le notevoli esperienze artistiche della Marconi, precedenti al suo arrivo a Pesaro, sono riprodotti nell’Allegato VIII. Dopo l’anno 1927 manca la documentazione dell’attività lirica di Ida “Abry” Marconi ma possiamo affermare con certezza che la contessa deve essere stata sicuramente interprete di opere rappresentate in importanti teatri dove erano anche richiesti eleganti e ricchi costumi da indossare sulla scena. Per questa ragione sappiamo che ha ospitato, periodicamente in Villa, una sarta che lavorava nella sartoria della Scala di Milano. Furono così realizzati bellissimi e ricchi costumi che le permettevano di essere, anche per questa ragione, ammirata come protagonista delle eroine delle opere.


Una nota dell’autore Questo

bellissimo

costume,

qui

riprodotto, fu indossato dalla contessa Marconi,

in

arte

Ida

Abry,

per

interpretare la Carmen sui palchi d’importanti teatri. La preziosità dei decori dell’abito è una conferma e una testimonianza del grande amore e della grande passione per il bel canto che ha animato gran parte della vita di questa artista. Sappiamo che questa pregevole opera, di alto artigianato, fu realizzata negli anni ’20 dello scorso secolo, da una sarta che lavorava per la confezione di costumi per il Teatro alla Scala di Milano indossati dai più importanti artisti che si esibivano a quell’epoca nel tempio milanese dell’opera. La fama delle sue capacità era evidentemente giunta fino a Trebbiantico e la contessa Marconi aveva fatto in modo di invitarla e ospitarla nella villa per ottenere da lei la realizzazione dei costumi per le opere che avrebbe interpretato. La sarta per alcuni anni trascorse così i mesi estivi sempre accompagnata dal giovane figlio, che voleva avere accanto a lei in questi soggiorni di lavoro-vacanza. Il ragazzino milanese, di nome Emilio, divenne il compagno di giochi preferito di un altro giovane che in quegli anni abitava, come abbiamo visto nelle precedenti pagine, nella vicina villa Guerrini e che si chiamava Renato Benoffi Guerrini. La vita poi trasformò il figlio della sarta milanese, in un ricco imprenditore edile e realizzatore di molti complessi abitativi della grande periferia di Milano degli anni 1950-1960. Ma le ore


spensierate trascorse nei giardini delle due belle Ville Guerrini e Cattani rimasero, con il passare degli anni, nella mente di Emilio come un dolce ricordo dei primi anni di gioventù. Dopo tanto lavoro e affanno, rimasto vedovo, un giorno nell’autunno del 1966 decise di concedersi finalmente una pausa di tranquillità e di quiete. Spinto dal desiderio di rivedere la Villa Cattani, i giardini dove aveva giocato e per incontrare il suo amico d’infanzia giunse a Trebbiantico accompagnato dal figlio Giuseppe. Commosso per l’ospitalità ricevuta, decise di ricambiarla invitando l’amico ritrovato, con tutta la famiglia, a trascorrere le festività di Natale nella sua bellissima villa sul lungomare di Sanremo. Renato Benoffi accettò e con la moglie Eva Boscia, la figlia Laura e il figlio Alessandro partì da Pesaro diretto a Sanremo. Non era abitudine in quegli anni fare tanti viaggi come si fanno oggi e poi la famiglia Benoffi era rimasta ancora legata alle abitudini di un tempo e considerava viaggi anche i “trasferimenti” di tutta la famiglia con partenza da Pesaro per andare a trascorrere le vacanze del periodo estivo a … Trebbiantico. Arrivati molto emozionati ed entusiasti a Sanremo furono subito coinvolti nell’atmosfera di festa per la vigilia di Natale e, pochi giorni dopo, per l’organizzazione di un elegante ricevimento per la serata dell’ultimo dell’anno. Laura, già conosciuta per le sue capacità artistiche, fu incaricata di collaborare per l’organizzazione degli addobbi e per la scelta dei regali per gli ospiti mentre il giovane figlio del padrone di casa, preoccupato per un’anomala maggioranza di ragazze fra gli invitati, si attivò per far giungere da Milano alcuni suoi amici. Fra questi amici meneghini c’era anche l’autore di queste note. Fu proprio durante questa festa di fine d’anno che conobbe Laura e, dopo meno di un anno Don Fernando Boria, parroco di Trebbiantico, li univa in matrimonio. Se non ci fosse stato il desiderio della contessa Ida Pacetti Marconi di possedere un ricco costume per la rappresentazione importante, la sarta non sarebbe venuta a Trebbiantico, il figlio della sarta, dopo quaranta anni, non avrebbe invitato i Benoffi a Sanremo ed io non avrei conosciuto Laura. La contessa Rita Marconi, molto generosamente, dopo alcuni anni regalò a mia moglie questo bellissimo abito.


La vita dei Marconi “in villa” segue i ritmi e le regole che abbiamo già conosciuto con i precedenti proprietari, con alcune varianti dovute solo all’evoluzione dei tempi. Infatti il conte Marconi dedica un’attenzione meno assidua agli aspetti di una corretta gestione delle colture dei terreni ma non tralascia la cura dei rapporti sociali che si sviluppano nell’assidua frequentazione di amicizie importanti. In modo particolare vengono stretti forti legami di amicizia con le famiglie proprietarie delle vicine ville come i Benoffi e i Guerrini, proprietari di Villa Guerrini. Alcune immagini, che siamo riusciti a reperire grazie alla forte passione per la fotografia di Renato Benoffi e all’amore con cui le ha conservate il figlio Alessandro, ci mostrano momenti della vita “in villa” di quei tempi.

Un’immagine datata 1927 ritrae il conte, in una posa non molto disinvolta, seduto sulla balaustra settecentesca della villa Guerrini


Un’altra bella immagine del 1930 lo ritrae

(da

notare

la

sua

tenuta

“informale” estiva) in compagnia della

moglie,

gradino

della

seduta

sul

primo

scalinata

posta

all’ingresso secondario della Villa, con la figlia Rita con le amiche Cesarina Benoffi Zuccoli e la bella Rosetta Braggio Guerrini.

Da un documento datato 23 luglio 1931 apprendiamo che il conte Marconi vende una sua auto al prezzo di 4.300 lire ad Alessandro Benoffi che la vuol regalare a suo figlio Renato. L’auto è una bella “Citroen Cabriolet targata 1644 TR” che vediamo, qui a lato, posteggiata nel viale di cipressi, all’ingresso della villa Guerrini, con il suo giovane, ed elegante, nuovo proprietario.


In questa immagine, dell’anno 1935, sono ritratti tutti i componenti della famiglia Marconi riuniti in occasione di una delle tante “visite”, degli amici della Villa Guerrini.

Nella foto di gruppo a partire da sinistra: Renato Benoffi Guerrini, Regina Scala, Maria Giovanna Zuccoli, Cesarina Benoffi Guerrini in Zuccoli, Rita Marconi con alle spalle la madre Ida Pacetti, Domenico (Mimmo) Scala, marito di Rita, ed il Conte Marco Marconi.

Ancora una volta ci sorprende la “tenuta” del conte che per ricevere gli ospiti indossa un pigiama rigato forse per una moda dell’epoca o forse per il desiderio di apparire un signore di campagna a “riposo”. Ma nell’anno successivo, e precisamente nei primi mesi del 1936, il conte Marconi, forse malato o forse pressato da problemi economici, decide improvvisamente di vendere alla famiglia Calcatelli la casa colonica e tutto il terreno agricolo di pertinenza della Villa.


Gli rimane quindi la sola proprietà della Villa con il relativo parco come segnato sulla mappa qui a lato. L’accesso alla Villa è limitato al solo cancello inserito nel portale seicentesco che si rivelerà, in seguito, non facilmente utilizzabile per il transito dei nuovi mezzi di trasporto. Pochi mesi dopo, e precisamente il 12 luglio, il conte muore lasciando sola erede delle sue proprietà la figlia Rita Marconi riservando l’usufrutto di un terzo alla moglie Ida.85

Seguono quindi gli anni bui della guerra e tutto il mondo è sconvolto, soprattutto il mondo degli abitanti di queste Ville. Interessanti le poche righe scritte nell’anno 1944 dal parroco di allora “ In seguito

all’obbligo

di

sfollamento dalla città, durante il

mese

di

giugno,

una

cinquantina di famiglie vennero in questa frazione prendendo alloggio nelle case e nelle stalle. In casa del parroco si è potuto costituire un comitato segreto per venire incontro ai bisogni di tante povere famiglie nonostante che in detta casa avessero preso alloggio un ufficiale tedesco e due sergenti. “

85

Archivio Notarile Pesaro. Vedi testamento olografo 5.10.36 n° 221 vol.112


Ricorda poi l’arrivo a Trebbiantico della sacra immagine della Madonna delle Grazie e la teca con le spoglie del Santo protettore di Pesaro, per proteggerle contro i danni di un probabile bombardamento e, per una identica ragione, il trasferimento durante il mese di aprile di alcuni reparti dell’Ospedale San Salvatore nell’edificio di Villa Guerrini. Curioso notare che nell’edificio della parrocchia convivevano, oltre al parroco e ai suoi parenti, anche un ufficiale e due sergenti tedeschi, che costituivano il Comando tedesco a Trebbiantico, e un “comitato segreto” per aiutare le famiglie più povere e qualche sfollato. In quegli anni alla secolare fame delle nostre campagne si aggiunsero anche le distruzioni e le ruberie della guerra. Trascriviamo anche un altro significativo documento, rintracciato negli archivi, che dimostra la tragedia di quei giorni e come in Italia nei momenti di difficoltà si è portati sempre a chiedere sacrifici ai più deboli. Si tratta di una lettera di un piccolo proprietario terriero confinante con Villa Cattani che il 12 ottobre 1945, a guerra terminata, così scriveva all’ispettorato agrario dopo aver ricevuto l’ordine dalla Forestale di consegnare 20 quintali di legna: “il podere è già stato fortemente depauperato dei soprassuoli arborei prima dalle frequenti requisizioni di legna da parte della Milizia Forestale quindi dalle truppe germaniche, che inoltre per sistemare un pezzo di artiglieria hanno segato alla base venti piante da frutto. In seguito i carri armati alleati attraversando il podere stesso hanno abbattuto tre grossi ulivi. Una grossa quercia è stata infine schiantata da una granata …”


Villa Cattani con i suoi giardini nell’anno 1951. Da notare che in quegli anni le colline circostanti erano quasi prive di vegetazione.

La contessa Marconi con la figlia Rita, quei difficili momenti di guerra decisero viverli in provincia di Roma e la Villa, rimasta incustodita, fu occupata dalle famiglie di sfollati che avevano perso tutto con la guerra e mancavano del minimo indispensabile per sopravvivere. Ci fu chi ebbe rispetto di quell’antica dimora ma vi furono anche altri che la saccheggiarono. Non si vuole certo giustificare questi ultimi ma bisogna ricordare che i tempi erano tali che tutto diventava lecito pur di sopravvivere e per questi motivi la Villa subì gravi danni perché furono inizialmente asportate tutte quelle suppellettili che potevano esser vendute o barattate con del cibo poi, all’arrivo dell’inverno, furono distrutti, per farne legna da ardere, gran parte dei mobili. Anche infissi e pavimenti in legno finirono nel fuoco. Chi aveva occupato la Villa cercava in questo (barbaro) modo di difendersi dalle temperature estremamente rigide di quegli anni di guerra che furono caratterizzati da mesi invernali con temperature molto basse e copiose nevicate. Terminato il conflitto, Ida e Rita Marconi con il marito, Domenico Scala detto Mimì, ritornarono a Pesaro e s’impegnarono per “riaprire “ la Villa durante i loro soggiorni, che coincidevano, quasi sempre con i mesi estivi, e furono eseguiti i lavori indispensabili per riparare i danni e rendere così abitabili le stanze padronali.


Anche in questi anni la Villa riuscì a trasmettere ai suoi abitanti momenti di serenità offrendo quelle dolci atmosfere caratteristiche dei suoi giardini e delle verdi colline circostanti.

1960 - Rita Marconi e il marito Mimì, con parenti e amici in visita alla Villa.

Alla morte di Ida, nel 1957, la figlia rimane la sola proprietaria della Villa e, dopo diversi anni nel 1972 decide, per motivi personali, di cedere la proprietà con un contratto però che prevedeva per lei un diritto vitalizio per usufruire di una parte della villa. Un’ulteriore dimostrazione di un forte legame con le mura della casa e con l’ambiente, che si concretizza in un sentimento comune a tutti gli abitanti della Villa come abbiamo riscontrato e documentato nel corso della nostra ricerca.


FAMIGLIA TOMASSINITOMASSINI-GUIDI

Renzo Tomassini, noto assicuratore di Pesaro, amante e rispettoso delle cose belle, si innamora a prima vista della Villa e inizia, nel 1968, la trattativa per l’acquisto con la contessa Rita Marconi Scala. Nell’anno 1971 ne diventa il nuovo proprietario e, con il valido aiuto della moglie Maria Teresa Guidi, si dedica con grande passione nell’arduo compito di una consistente ristrutturazione e di un completo restauro. Il primo impegno di Renzo, in ordine di tempo, fu quello della “ricomposizione” dell’antica proprietà in termini “catastali” acquistando dalla famiglia Calcatelli i terreni e la casa colonica che, come abbiamo visto, erano stati anni prima ceduti dal Conte Marconi. Renzo e Maria Teresa si dedicano quindi, con tutte le loro energie, a far si che la


Villa e i suoi giardini ritornino nelle migliori condizioni ed insieme “vivono” giorno per giorno i necessari interventi. Si tratta di una impresa difficile e faticosa ma con grande volontà, i due nuovi signori della Villa,

riescono

superare

a i

numerosi ostacoli. L’impegno richiede

tempi

lunghi e una serie di

difficoltà

da

superare ma alla fine i risultati sono tanto positivi da garantire

il

piacevole godimento di rivivere le bellezze dell’antico fabbricato. Ogni particolare architettonico della Villa viene in effetti restaurato e recuperato rispettando la storia e la vita degli antichi muri, dei fregi o delle statue. Non vi è intervento in questi ultimi anni che non abbia visto la famiglia Tomassini curare personalmente i lavori con la massima attenzione affinché tutto fosse realizzato come dovuto e nel massimo rispetto, utilizzando materiali uguali o similari, e seguendo le stesse linee del passato. Anche il più piccolo dettaglio curato

è

stato

con

tanta

passione e i risultati sono oggi visibili e ne

testimoniano

l’impegno e la forte volontà

di

mantenere in vita questo edificio.

storico


Tutto questo è stato possibile anche grazie al vasto bagaglio culturale della famiglia Tomassini che ha una particolare passione per la letteratura, la storia, la musica e l’arte in generale. Queste doti hanno contribuito a far si che la notevole opera di recupero abbia potuto raggiungere

importanti risultati come possiamo ammirare nelle

fotografie di queste pagine. L’atmosfera che si vive in questi ambienti è molto forte e

viene

anche

subito

percepita

dal

semplice

visitatore. Tutti i locali della Villa sono ritornati a vivere e sono accoglienti, ricchi di oggetti preziosi e trasmettono un senso di grande armonia e di piacevole conforto. Con Renzo e Maria Teresa collaborano ormai da tanti anni anche i tre figli, Cristina, Federico e Alessandro, che con passione hanno messo in gioco le loro energie per contribuire ad un corretto mantenimento di tutto il complesso di Villa Cattani. Questi bellissimi ambienti, unitamente al fascino suggestivo del giardino all’italiana, sono ritornati nelle condizioni di poter offrire rivivere

il

piacere

di

indimenticabili

momenti

e

quella

“atmosfera”

che,

come

abbiamo potuto leggere nelle pagine precedenti, era

ricercata

tempi lontani.

anche

in


Da alcuni anni la famiglia Tomassini ha inoltre realizzato un’elegante

struttura alberghiera, collocata a poca distanza dalla Villa, riproponendo in veste moderna quella signorile ospitalità tanto cara a tutti i componenti delle nobili famiglie che nei secoli scorsi hanno abitato questi locali, a partire dai Cattani fino ai giorni nostri. Proprio in ricordo dell’ospitalità offerta, in modo particolare, nell’anno 1726 da un Cattani al Re d’Inghilterra, Giacomo III Stuart, il nuovo albergo è stato chiamato “Villa Cattani – Stuart”.


- Allegati – ALLEGATO N° I - I GAVARDINI – I Gavardini erano giunti a Pesaro come mercanti specializzati nel commercio di "fettuccia e refe". Oggi sono termini andati in disuso ma per secoli tutti i manoscritti e i libri erano rilegati unendo i vari fascicoli con del refe (filo molto robusto, ottenuto dall'intreccio di più capi) e delle fettucce poste trasversalmente alla costa del libro ed evidentemente la richiesta del mercato era tale da giustificare un’attività. La famiglia Gavardini evidentemente non si limitò al solo commercio di “fettuccia e refe” ma estese i suoi interessi anche ad altri settori del mercato

locale

riuscendo

a

conseguire, in pochi anni, un grande successo economico che li portò ad essere una delle più facoltose famiglie pesaresi. Questo

benessere

economico

durò anche nel tempo perché in tempi successivi ottennero la significativa nomina a Cassieri della

Serenissima

Casa

De’

Medici nello stato d’Urbino. Grazie alle loro disponibilità finanziarie riuscirono anche a soddisfare

i

loro

interessi

culturali

giungendo

ad

acquistare opere dei pittori più famosi dell’epoca e costituirono un primo nucleo di una ricca e preziosa collezione.


La collezione dei Gavardini di opere d’arte rappresentò, per quasi due secoli, un riferimento per molti studiosi dell’arte anche perché comprendeva quadri di pittori locali come il Cantarini ma anche opere del Tiziano e del Veronese. Già nel 1635 Benedetto e Gerolamo Gavardini commissionano al Cantarini, una stupenda pala d’altare per donarla alla chiesa di Limone di Gavardo, il loro paese di origine, a cui erano evidentemente rimasti molto legati e dove volevano inviare un segno concreto del raggiunto benessere. La bellissima e suggestiva opera del Cantarini è oggi custodita presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna e raffigura “l’Immacolata concezione e i santi Giovanni Evangelista, Nicola da Tolentino e Eufemia”. Interessante l’iconografia della pala che riporta precisi “collegamenti” tra Pesaro e Gavardo: infatti nella tela sono rappresentati San Giovanni (per ricordare la chiesa di San Giovanni in Pesaro cara alla famiglia Gavardini che vi possedeva anche il diritto di sepoltura), San Nicola da Tolentino (in secondo piano tutto intento alla lettura dei testi sacri e come secondo attestato di affetto per Pesaro che ha sempre venerato questo santo) e infine Sant’Eufemia, posta in primo piano, a ricordo del culto molto diffuso nel bresciano per questa santa ma anche un omaggio all’importante monastero di Sant’Eufemia alla Fonte tra Brescia e Gavardo e quindi simbolo dell’originaria devozione della famiglia e delle sue origini. La tela fu portata a Gavardo verso il 1645 ma fu successivamente, nell’anno 1680, trasferita a Bologna. Anche negli anni successivi al matrimonio di Laura e Pietro, i Gavardini continuano nella loro ascesa e sappiamo che nel 1698 acquistano dalla nobile famiglia Mamiani il palazzo nel centro della città, l’attuale Palazzo Gradari sede degli uffici comunali, e lo restaurano trasformandolo in una splendida dimora. Le notevoli disponibilità economiche, e la conseguente notorietà nell’ambito della vita cittadina, furono motivo per dei riconoscimenti pubblici e nel 1708, Giovanni Maria Gavardini, fu ascritto alla nobiltà pesarese. La famiglia Gavardini si estingue a metà del XIX secolo.


ALLEGATO N° II -INVENTARIO SUBITO DOPO LA MORTE PIETRO CATTANI– CATTANI– STAZZONA, 9 AGOSTO 1669 Gli appunti che seguono sono tratti dalle note della Prof.ssa Albonico e sono riportati con un diverso carattere tipografico: Nel “camerone di sopra” si trova un mobilio ordinario e tipico delle case delle persone benestanti dell’epoca - anche i 4 “pezzi di quadri” sono “ordinari” -, ma un’interessante sorpresa la riserva una cassa di noce che contiene vesti preziose e alla moda della signora Laura, abiti importanti, cittadini: (l’elenco qui sotto riportato è tratto dall’atto notarile nella sua stesura originale con termini e descrizioni che risentono in molti casi di una forte dipendenza da forme dialettali dell’alto Lario) Una marsina di veluto nero con bottoni d’oro et pizzo d’oro fodrata di sendale colore fiordipersico Un vestito fatto alla francesa, cioè busto et pedagno di restajno colore verde fatto a fiore Un casachino o gippone di broccato colore incarnadino Un vestito intero alla francesa di seta mischiata nera e bianca guarnito d’argento, con sette opere avanti al pedagno et un’in fondo Un vestito intiero alla francesa di panno alla facione d’Olanda colore di tabacco, guarnito d’argento et oro, con sei trine marsina in velluto di seta davanti et una al piede Un guantino da donna con sei code Un pedagno di saglia di salone colore berrettino con guarnitione d’oro et argento, con sei trine davanti et una al piede Un pedagno di roverso di Fiorenza di due peli, guarnito di pizzi alti d’oro et d’argento, cioè sei davanti et uno al piede Una marsina di camelotto rigata nera e bianca con suoi bendelli Altra marsina colore di musco con bindelli, et un pizzo alle maniche d’oro et argento Due camisole di bombace


Un altro pedagno di seta colore di canna, guarnito d’oro et argento seta nera et suoi bindelli davanti, con due opere avanti, et altre due al piede

E poi pezze di stoffe preziose e biancheria raffinata per bimbi: di seta, di damasco, con ricami in oro e argento, con pizzi e trine. Due panni da cunna cremesi, uno d’ormesino ricamato d’oro, argento et seta con li pizzi a torno tutto d’oro al piè de pizzi grandi et dall’altre parti piccoli, fodrato di cendale cremesi et orlato d’un galone d’oro Un panno di cendale cremesi per cuna, con un pizzo grande al piede, et più a dentro con un’opera o trina d’oro, et a torno altro pizetto d’oro Un altro pezzo di damasco cremesi fodrato di cendale celeste, con trina et pizzo da due parti d’oro Una fascia stretta cremesina ricamata d’oro et seta con un pizzetto telo di velluto di seta a torno Un panno da cunna di tela batizzo con pizzo grande nelle teste et trine, et a torno con altro pizzo più piccolo Un patello di tela sottile ricamato da una parte d’oro et seta fatto di pizzo Una fodretta ricamata dell’istesso ricamo del sodetto patelo Due schuffini crespi di tela

Stralciamo dall’inventario “cinque paia di scarpe da donna nuove e un paio di pantofole bianche”, e un prezioso “scossale” di velo con ricamo d’oro, arricchito intorno da un pizzetto sempre d’oro, e una berretta di velluto nero con penne. La dama pesarese, come tutte le spose, ricche e meno ricche, nella sua rumorosa abitazione non tralasciava certo il ricamo se, tra le sue cose, si trovano anche un “ballino di seta di lirette 4 e ½” da lavoro e un altro di “libbre tre”. I vestiti del marito Pietro, rigorosamente separati e riposti in una cassa di materiale più povero, l’abete, sono tipici del ricco mercante, che ha bisogno di un abbigliamento decoroso, se non lussuoso, per spostarsi, incontrare clienti, fare vita sociale, e che se lo può permettere. Si offrono alla vista degli esecutori testamentari e del notaio, ben ripiegati nella cassa d’abete:


un vestito di panno d’Olanda fornito d’argento, con sei opere per parte, et bindelli et un’opera in fondo a torno; cioè busto e calzoni altro vestito di camelotto, cioè calzoni et marsina color di tabacco, con suoi bindelli altro vestito di stametta d’Inghilterra a rigadone colore miscio, cioè marsina e calzoni un gippone di camelotto trinato d’oro et argento altro gippone di camelotto senz’opera, ambedue barettini chiari una marsina di veluto nero fodrata d’ormesino celeste con bottoni di seta un para di calzoni di morlacco con la finta di saglia bianca et fornimenti neri un coletto di dante un paro di calcetto di seta celeste e nere un altro para di seta versicolore di fuoco altro para di seta gialda nera, con finta cremesina un feraiolo di baracano con le mostre di saglia beretino con un’opera davanti d’oro et argento Ma torniamo all’inventario che ci rivela che, quando Pietro e consorte si recavano a Morbio, dormivano nella “camera verso il lago presso il portico”, da cui lo sguardo poteva spaziare liberamente da Colico a Bellagio, soffermandosi a piacere sull’una e sull’altra sponda disseminata di piccoli borghi. La preziosa “lettéra (lettiera o letto matrimoniale) di noce con le colonette alte con sua trabacca, tornaletto fatta a opera di filo turchino e giallo con franzetta”, è tipica delle case dei notabili della zona, non certo, però, delle altre case di Morbio. Le pareti sono ornate di due grandi quadri e un tondo, ed è presente anche un quadretto con sopra uno specchio. Gli abiti contenuti nel capace baule sono quasi tutti della signora Laura: dieci camise della signora Laura un para di calzette colore cremesi di firisello nove da donna un guantino da donna di raso nero riccamato d’argento scosali numero quatordeci di tela sottile con tre rete in mezzo et franza a torno camise nove da huomo numero dodici tre panni da testa con franza et operino n. 27 fazoletti tutti novi un para de guanti di seta colore verdoni con due pizzi d’oro et argento


altre tre camise da donna due fazoletti da spalla o siano colari da donna alla francese un fazzoletto di cendale colore di fuoco con un pizzo d’oro attorno due colari del quondam signor Pietro et una colarina, tutti tre con pizzi alti un colaro da donna con pizzo recamato di seta nera et argento tre colari da donna con pizzi alti un colaro di vello stampato velli tre da testa solii et uno con pizzi tre veli alla veneziana solii Tutta merce fina.

Queste immagini, come le successive, raffigurano gioielli dell’epoca e sono dei particolari tratti da opere del pittore Sebastiano Ceccarini (Fano 1703- 1783), famoso artista ed attento osservatore. Le sue gentildonne, cioè i soggetti dei numerosi ritratti femminili, sono sempre rappresentate con ricchi abiti e preziosi gioielli esibiti come segno del livello sociale raggiunto e ricordano quelli elencati, con molta precisione, in questo documento. Ma ecco l’elenco dei ricchi “preziosi” racchiusi nella cassetta di noce di proprietà di Laura Cattani: manigli due d’oro, smaltati, con diamanti numero sei per ciascuna maniglia una gargantiglia d’oro con diamanti numero undeci più grossi di quelli delli manigli alla livrea de detti manigli due pendenti d’oro con diamanti numero sette per chiascuno più piccioli delli altri sodetti alla livrea de detti manigli et gargantiglia,


una colanna di perle grosse intrecciate con piccolline, quali perle grosse sono numero cento ottanta otto, senza le piccole una gargantiglia di perle piccoline in fili numero sei un colanetta d’oro con una medaglia d’oro con l’impronto da una parte di S. Stefano lapidato da due, et dall’altra con l’impronto della Madona, S. Pietro e S.to Antonio di Padova, qual era del quondam signor Pietro numero tre anelli d’oro con pedre turchine un anello d’oro, cioè una rosa de diamanti numero sette, cioè uno di mezzo grosso et sei atorno più piccoli un anello d’oro con diamante grosso altro anello con brillo di Venetia grande altro di rosa de granate numero novembre altro anello grande d’oro con una rosa di perle numero sette due maninfede d’oro, cioè una lavorata et altra solia una croce quadra d’oro due orecchini d’oro alla genovese due bottoni d’oro per camisce una colanina d’oro numero sei bottoni d’oro un anello piccolo con rubino una croce d’oro con una perla al piede, lavorata di tondo una crocetta d’oro, cioè un’aquila in forma di croce con una rosetta pur d’oro smaltato, con cinque cristalli et altro cristallo nella detta rosetta una corona di coralli grossi con fiocco nel fine, con bottoni d’oro grossi et piccoli, quali coralli sono n. 63, li bottoni d’oro piccoli sono n. 70 et li grossi n. 8 altra corona de coralli grossi senza bottoni d’oro con fiocco, quali coralli sono numero centocinquantatré più piccoli et li più grossi sono n. 17, e più altra testina da morte de medemi coralli nel fine di detta corona


altro rosario de coralli più piccoli n. 171 in tutto altro filo de coralli simili n. 195 altro filo de coralli più piccoli n. 290 e più altri coralli e coraletti sfilati e più due tetaroli di corallo per li figli ligati in argento e più una tabaccherina de coralli ligata in argento una corona d’ambra gialda da sei decine con medaglia parimente d’ambra in cui vi è dentro un Ecce Homo di rilevo un collo d’ambra nera tonda con bottoni d’oro et due rosette d’oro per ciascuno bottone, quali bottoni d’ambra sono n. 11 et li bottoni d’oro n. 9 altro collo di granate grosse con bottoni d’oro, quali granate sono n. 26 et bottoni d’oro sono n. 25 altro collo de granate più piccole con bottoni d’oro in due fili, quali granate sono n. 47 et bottoni d’oro n. 77 e più un collo d’altre granate più piccole in fili tre una corona di raso ricamata d’oro, con fiocco, di decene n. sei altra corona d’ossi in foglii legera, colore di granato con fiocco tre veli alla veneziana inargentati una pezza d’opera o guarnitione d’oro con bottoni d’argento et cordoned’oro et argento una crocetta di cristallo celeste un gugiarolo d’avorio grande un coltello con il manico d’avorio una tabacchera di castagna d’India legata in argento una borsa d’ormesino incarnato ricamata d’argento due pizzi novi per colari alti, uno con il fiore d’un’aquila con due teste altre pezze n. dodeci più piccoli di diverse sorti altro pizzo di seta nera pezzi n. 16 bindelli d’oro et argento di diverse sorti un reliquiario d’ormesino incarnato o cremesi ricamato una guadina di sagri con potale e vera d’argento con forcina d’argento et un coltello con li manici di cristallo un officiolo di tartaruga


Ecco l’elenco inventariale della sala”, quadri : n. quattro quadri, cioè Le quattro stagioni dell’anno altro quadro con un Salvatore altri sei quadri, cioè sei Sibille altri diecinove quadri di diversi paesi un tavolone grande di noce altri sette quadri de diverse figure altro quadro di S. Lucia

Arredo di un’altra non ben specificata camera: Una lettéra di noce con colonette Un quadretto con un vaso per l’acqua santa inargentato n. cinque archibugi, due da rota et tre d’azzalino due chiopette d’azzalino da mezza cassa una casalina et cintura con fornimenti d’argento due para terzette due para fondi una chiave d’archibugio una spada con suo pendone ricamato di seta et sua franza di seta nera atorno una tracolla di dante con fornimenti d’argento dove vi è impresso l’arma di detto quondam signor Cattaneo


ALLEGATO N° III - NICOLO’ BERRETTONI – Nicolò Berrettoni nacque a Macerata Feltria nel 1637 e la sua prima giovinezza coincise con uno dei tanti periodi di crisi economica della zona, momenti tanto difficili da spingere gran parte della popolazione a cercare lavoro nelle vicine città. Anche Nicolò, a soli 12 anni, arrivò a Pesaro in cerca di lavoro e venne assunto come garzone presso la bottega di Bernardino Muccioli, una drogheria situata nella piazza principale di Pesaro, l’attuale Piazza del Popolo, al piano terra dell’edificio del Palazzo Comunale. La famiglia Muccioli era un’importante famiglia che aveva raggiunto un elevato livello economico grazie ad una fiorente attività commerciale e Bernardino alla sua morte, nell’anno 1690, lascia ai suoi tre figli un ingente patrimonio. Uno dei tre fratelli, il sacerdote Giacomo Muccioli, comprende le capacità artistiche del giovane Nicolò e decide di mandarlo a Roma, a sue spese, presso lo studio di un pittore già affermato come Carlo Maratta (o Maratti). Domenico Bonamini nel suo “Abecedarioi degli architetti e pittori pesaresi”86 così scrive di Nicolò:

….Quantunque costui sia nato a Macerata di

Montefeltro, può tuttavia e deve contarsi tra i pesaresi, essendo stato nella città nostra non solo allevato, ma messo all’arte ed a sue spese mantenuto dal molto reverendo sacerdote don Giacomo Muccioli, che fu al nostro pittore sempre non solo insigne mecenate, ma vero e cordiale amico ancora. Esistono nella casa Muccioli, (il palazzo a Pesaro posto di fronte all’attuale Conservatorio),…… insigni monumenti di questo, trovandosi ivi varie e varie camere e soffitti de’ mezzanini dipinti dal celebre pennello di questo autore, oltre un grande e magnifico quadro incominciato, ma non del tutto ridotto a perfezione, ch’è quello posto sopra il camino della camera grande di conversazione. … Morì’ un tanto egregio pittore assai giovane ed essendo stato

86

B.O.P. - Ms. 1009 Domenico Bonamini 1787 “Abecedarioi degli architetti e pittori pesaresi”


degno scolaro del famoso Carlo Maratta, a giudizio degli intendenti vogliono che sorpassasse un tanto maestro.” ma non cita gli affreschi di Villa Cattani a Trebbiantico. Antaldo Antaldi invece nella sua opera “Notizie di alcuni architetti, pittori, scultori di Urbino e de’ luoghi circonvicini” 87 dopo aver riportato le stesse notizie anagrafiche, cita gli affreschi sia di Pesaro che di Trebbiantico ed inoltre aggiunge che “sono in Pesaro diversi suoi quadri, poiché ogni anno ne donava uno al suo mecenate” Giacomo Muccioli riuscì in breve tempo a creare una delle più ricche collezioni di quadri della città famosa per la qualità e la quantità delle opere raccolte. Tutti questi quadri, negli anni successivi, confluirono nel patrimonio della famiglia Cattani come quota dell’eredità “Muccioli”. Anche il palazzo Muccioli giungerà in eredità ai Cattani, e nei secoli successivi molti degli affreschi del Berrettoni che decoravano le sale del palazzo furono cancellati mentre i pochi rimasti sono stati solo recentemente restaurati. Il nucleo degli affreschi più importanti di Nicolò Berrettoni a Pesaro, e pervenuti fino a noi in buone condizioni sono quelli eseguiti nell’anno 1675 per render sontuosi i soffitti delle sale della Villa a Trebbiantico. Gli atti di un convegno tenutosi a Macerata Feltria il 23-24 maggio 1998 per lo studio della vita e delle opere di Nicolò Berrettoni sono raccolti in una pubblicazione dal titolo “Niccolò Berrettoni” a cura di L. Barroero e V. Casale.

87

B.O.P. - Ms. 936 Antaldo Antaldi 1805 “Notizie di alcuni architetti, pittori, scultori di Urbino e de’ luoghi circonvicini”


ALLEGATO N° IV CATASTO 1690 Tutte le proprietà di Carlo Cattani a Pesaro







ALLEGATO N° V ATTO NOTAIRLE88

con elenco dei gioielli portati in

dote da Marta Muccioli per le nozze con Carlo Cattani. nel 1690.

88

Archivio Notarile di Pesaro, Notaio Giuliano Tedeschi, anno 1690, carte 569 e 570

R/V. Su concessione del Ministero dei Beni e delle AttivitĂ culturali, Archivio di Stato di Pesaro Autorizzazione rep. N. 1/2015





ALLEGATO N° VI SCHEDA FAMIGLIA SALVIATI

Per meglio comprendere quanto sia stato importante questo incontro tra il Legato Pontificio e la famiglia Cattani, occorre ricordare anche le origini della famiglia Salviati, gli incarichi e l’importanza raggiunta nell’ambito della vita fiorentina. La storia della famiglia, qui sotto riportata, e i numerosi incarichi ricoperti dai suoi avi devono aver sicuramente determinato una “atmosfera” davvero particolare, atmosfera in cui è cresciuto e si è formato il Cardinale Alamanno Salviati. Nel corso degli anni la famiglia Salviati aveva infatti ricoperto nella Repubblica fiorentina cariche pubbliche, con ben 63 priori, 21 gonfalonieri di giustizia e 6 alti prelati. La ricchezza familiare era data, come la grande parte dei maggiorenti fiorentini di quell’epoca, dall'attività bancaria e dal commercio delle lane. I Salviati furono per lungo tempo esponenti quindi di primo piano nel patriziato fiorentino, e sebbene invischiati nella congiura dei Pazzi con Francesco Salviati arcivescovo di Pisa, dall'inizio del XVI secolo avviarono una graduale trasformazione che li portò ad essere una delle tante casate gravitanti intorno alla corte medicea. Questa operazione fu favorita sicuramente dal matrimonio di Jacopo Salviati con Lucrezia de' Medici, figlia di Lorenzo il Magnifico e sorella di papa Leone X. Riteniamo importante elencare in ordine cronologico le figure più significative di alcuni componenti nell’albero genealogico che hanno preceduto il nostro cardinale:

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Iacopo Salviati fu capitano; scrisse anche una Cronica detta anche Memorie dall'anno 1398 al 1411.

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Alamanno Salviati, figlio di Iacopo, fu un banchiere di successo che aprì le filiali del banco di famiglia a Bruges e a Londra, andando così ad aggiungersi a quelle di Firenze e Pisa.


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Francesco Salviati, nipote di Iacopo, fu arcivescovo di Pisa e partecipò alla Congiura dei Pazzi e per il fallimento della medesima fu impiccato a una finestra di Palazzo Vecchio

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Jacopo Salviati (1461 - 1533), sposò Lucrezia de' Medici, figlia di Lorenzo il Magnifico; da essi nacquero quattro figli:

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Maria Salviati, moglie di Giovanni delle Bande Nere e madre del primo Granduca di Toscana Cosimo I;

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Francesca Salviati, moglie di Ottaviano de' Medici e madre di Papa Leone XI.

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Il Cardinale Giovanni Salviati (Firenze 1490 - Ravenna 1553) fu nominato tale dallo zio Leone X nel 1517 e Vescovo di Ferrara nel 1510; fece numerose ambascerie anche per il cugino papa Clemente VII.

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Il Cardinale Bernardo Salviati (Firenze 1492 - Roma 1568), fratello di Giovanni, inizialmente si dedicò alla carriera militare, prendendo parte a numerose spedizioni contro i Turchi, e grazie al suo valore arrivando al grado di generale delle galee dell'Ordine dei Cavalieri di Malta; stabilitosi in Francia vestì l'abito ecclesiastico e fu nominato Cardinale da Pio IV.

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Leonardo Salviati (Firenze 1540 - 1589) fu un umanista e filosofo.

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Il Cardinale Anton Maria Salviati (Firenze 1537 - Roma 1602) nunzio in Francia, fu nominato Cardinale nel 1583.

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Il Cardinale Gregorio Anton Maria Salviati (Roma 1722 - 1794), nominato tale nel 1777, ultimo erede maschio, lasciò il nome e i titoli dei Salviati a al Principe Marcantonio IV Borghese, marito di sua nipote Anna Maria Salviati. A Firenze Palazzo Salviati si trova in Via del Corso ma il principale palazzo familiare era l'attuale Palazzo Borghese in via Ghibellina, strada che rappresentava da sempre il quartier generale dei Salviati. Con l'estinzione della casata tutte le proprietà passarono ai Borghese.


ALLEGATO N° VII GLI STUART

Gli Stuart, nobile famiglia scozzese, probabilmente di origine normanna Si crede che il nome di stuart derivi dalla carica ereditaria di “maggiordomo” (steward) del re. Saliti al trono di Scozia nel 1371 con Roberto II, fondatore della dinastia, ottennero anche la corona d’Inghilterra nel 1603 con Giacomo I. Ma nel 1688 Giacomo II, re d’Inghilterra e di Scozia, venne cacciato dall’Inghilterra per motivi essenzialmente legati alle rivalità religiose sorte fra gli anglicani, formati dalla gran parte dei nobili della corte e i cattolici rappresentati essenzialmente da un gruppo di religiosi cattolici venuti in Inghilterra al seguito della seconda moglie del re, Maria Beatrice Eleonora d’Este principessa di Modena sposata nel 1673.

Giacomo II Stuart

Proprio la nascita del nostro Giacomo III, che non venne accettato dal parlamento come erede, fu occasione per la cacciata di Giacomo II . Venne quindi chiamato sul trono d’Inghilterra Guglielmo D’Orange, genero del re e di sicura fede protestante. Tutta la famiglia Stuart dovette fuggire, per salvarsi, e si rifugiò in Francia sotto la protezione di re Luigi XIV. Morto Giacomo II nel 1701, tutta l’attenzione dei cattolici, per un’eventuale riconquista del trono d’Inghilterra, si concentrò su Giacomo III che nel 1715 organizzò una ribellione di suoi partigiani in Scozia contro le truppe protestanti ma subì una dura sconfitta.


Ritratto di Maria Beatrice d’Este, figlia di Alfonso IV duca di Modena, eseguito da Godfrey Kneller

Giacomo III Stuart, detto anche “il Vecchio Pretendente”, che solo per volere dal Papa era

stato

riconosciuto

come

unico

re

d’Inghilterra, nel 1719 si sposa con Maria Clementina Sobieska il cui nonno, il re Giovanni III Sobieski aveva cacciato i Turchi ormai giunti alle porte di Vienna. Giacomo III passerà il resto della sua vita, grazie all’appoggio di Roma, viaggiando per l’Europa da una nazione all’altra, sempre alla ricerca di aiuti e collaborazione nella speranza e nell’attesa che maturassero situazioni favorevoli per la riconquista del trono cosa che non avvenne. Suo figlio, Carlo Edoardo, detto anche “il Giovane Pretendente”, o “Conte d’Alby”, riuscì nel 1745 a sbarcare in Scozia e a fare acclamare suo padre come re. Marciò fino ad Edinburgo scortato da circa duemila montanari che il giovane principe era riuscito a convincere per l’ardua impresa. Si spinse poi con i suoi fino a Derby, a poche ore di marcia da Londra ma, venuta meno la collaborazione di truppe ritenute fedeli, dovette ritirarsi e successivamente subire la definitiva sconfitta. Un secondo figlio di Giacomo III fu Cardinale con il titolo di Duca di York. A Roma nella Basilica Vaticana sono sepolti gli ultimi Stuart ed il luogo è indicato da un monumento di Antonio Canova. Una nota curiosa: si racconta che Giacomo III a Roma, sui prati di Villa Borghese, nel 1766 si esibì, per la prima volta in Italia, nel gioco del golf. Pochi anni prima, nel 1754 in Scozia erano state infatti omologate le prime regola di questo sport presso il “Royal and Ancient Golf Club di St. Andrews”.


ALLEGATO N° VIII IDA PACETTI MARCONI ( IN ARTE IDA ABRY ) Abbiamo trovato delle recensioni dell’epoca molto lusinghiere sulle capacità canore della contessa Ida Pacetti Marconi. Una

di

queste

recensioni

fu

pubblicata dall’ “Avvenire delle Puglie”

dopo

una

rappresentazione nella parte della Tosca a Bari al teatro Piccinni.

Una seconda recensione che abbiamo rintracciato si riferisce ad una sua esibizione

nella

parte

di

Adriana

Lécouvreur in un teatro del Cairo! Il cronista della “The Egyptian Gazette” ci

fornisce

anche

una

simpatica

descrizione degli usi e costumi del pubblico locale.


Al teatro Carcano di Milano, allora uno dei più importanti teatri di Milano secondo solo alla Scala, la rappresentazione dell’”Andrea Chenier” di Umberto Giordano pur riscuotendo un discreto successo lascia un poco perplesso il critico che così commenta l’interpretazione dell’Ida Abry: “ …ha una voce fresca, ma l’esecuzione ancora timida, ciò che porta a disuguaglianze che nuociono alla linea del canto, per di più ieri sera evidentemente indisposta, per modo che non è ora possibile un giudizio sicuro.” Non conosciamo l’anno di questa sua interpretazione e le critiche possono essere giustificate in quanto la cantante doveva essere molto giovane e forse ad uno dei suoi primi impegni. Ancora oggi vi sono dei siti internet che citano la nostra contessa Marconi. Uno di questi riporta una recensione di una serie di rappresentazioni tenute dal 14 al 22 ottobre 1911dalla “Compagnia Operettistica Cooperativa n. 1 (sotto gli auspici della Lega fra gli artisti d'operetta)” di cui la Ida Abry faceva parte: ”Un pubblico enorme, che "pigiava i muri quasi volesse allargarli", salutò con un successo calorosissimo questo Conte di Lussenburgo, appartenente a quel genere comico-sentimentale che, partito da Vienna era dilagato per il mondo: si trattava anche questa volta di una musica graziosa ed elegante, non soverchiamente originale, con innegabili reminiscenze della sorella maggiore vedova. Spiccarono la giovane stella Ida Abry, artista deliziosa e coscienziosa proveniente dalla lirica, che dette un saggio di recitazione spigliata, di ballo elegante e di canto espressivo, con sfoggio di voce morbida, argentina. squillante, e Gino Vannutelli, un Renato conte di Lussenburgo, elegante, corretto, efficace nella recitazione, distinto e intonato nel canto. L'insieme della compagnia era poi ben fuso, il lusso e il buon gusto della messa in scena, tutto portò applausi a tutti, direttore d'orchestra compreso. Anche gli altri spettacoli furono premiati da folto pubblico e da applausi. La vedova allegra continuava ad attirare la folla: l'esecuzione fu perfetta, e per Vannutelli si trattò della 575a volta che indossava le vesti del conte Danilo. Fu l'operetta scelta per la serata d'addio del 22, in onore della Abry: e fu subito ancora un tutto esaurito.”


Sempre da internet rileviamo che nel 1925 si era esibita in Egitto e precisamente nella città di Alessandria al Teatro Alhambra ed al Cairo al Teatro Kedivhiale. Internet ci propone anche un’interessante curiosità, un disco in vinile, per gli amatori al costo di 15 $, che riporta l’incisione di due duetti, uno per lato, tratti da due opere di Puccini, “Bimba dagli occhi pieni di malia” dalla Madama Butterfly e Qual occhio al mondo dalla Tosca. Oltre alla nostra Ida Abry, soprano, cantano due tenori Pedro Tabanelli e Giuseppe Krismer.



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AA.VV. – “Palazzo Gradari, già Palazzo Mamiani Della Rovere”. – Comune di Pesaro 2004

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N. Cecini - “La bella veduta. Immagini nei secoli di Pesaro, Urbino e Provincia” Silvana Editoriale 1987

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G. Mangani – “La collezione cartografica”- Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro – 2008

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R. Martufi – “Diletto e meraviglia. Le ville del colle San Bartolo di Pesaro” Nobili Editori.

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F. Panzini - “Giardini delle Marche” - Banca delle Marche - 1998

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P. Persi e E. Dai Prà - “Ville e villeggiature sui colli Pesaresi a sud del Foglia.”

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D. Trebbi - ” Pesaro, storia dei sobborghi e dei castelli” vol. I, Pesaro 1988

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T. Flenghi – “ Palazzo Almerici Prosperi. Un recupero architettonico” 1999

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E. Corp - I giacobiti a Urbino 1717-1718 - a cura di Tommaso Carpegna Falconieri 2013



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