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FRAMMENTI DI DI STORIA STORIA FRAMMENTI DEI SANTI FAUSTINO E GIOVITA DEI SANTI FAUSTINO E GIOVITA PATRONI DELLA TERRA BRESCIANA

GRUPPO GRUPPOEDITORIALE EDITORIALEDELFO DELFO


PADRE NOSTRO che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontĂ  come in cielo cosĂŹ in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Amen


Frammenti di Storia

santi faustino e giovita Patroni della Terra BresciaNA a cura di

Francesco Chiolo

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Gruppo Editoriale Delfo


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Isti sunt Sancti Patres verique pastores populi brixiani (Questi sono i Santi Padri e i veri pastori del popolo bresciano) Incisione del 1647 con gli stemmi del Comune di Brescia e del vescovo Marco Morosini


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Le pagine che seguono sono uno “zibaldone” di testimonianze influenzato dalla gioia di ricordare il mio primo incontro con i “Santi Faustino e Giovita”e la visita guidata, con il Saveriano fratel Capra, alla bellissima chiesa a loro dedicata. Correvano i primi anni sessanta e un giorno di fine settembre accompagnai in città, non ricordo per quale ragione, don Carlo Pillon, curato della parrocchia del Santo Spirito, da me conosciuto qualche mese prima in occasione dei corsi estivi. Giunti davanti alla chiesa di San Faustino, don Carlo era atteso da due Missionari: i tre religiosi parlarono un attimo fra loro e poi uno dei due si congedò lasciandoci in compagnia di fratel Capra, un uomo capace, come pochi, di farti sentire immediatamente accolto. Il suo sorriso, gli occhi penetranti, la barba non potevano non destare la mia curiosità. Mi venne spontaneo chiedergli del suo ordine religioso. In tutta risposta propose di visitare con lui la chiesa, che ai miei occhi di adolescente parve subito enorme, illuminata dalla dorata luce del giorno. Dopo esserci soffermati davanti agli stupendi altari e aver ammirato i preziosi affreschi delle pareti, fratel Capra prese a parlare: “In questa chiesa si onorano Santi che hanno lasciato molte testimonianze … testimonianze di uomini che nella vita hanno imitato Cristo” . Iniziò ad elencarli tutti: dai Santi Patroni a San Girolamo, da San Benedetto fino a Sant’Onorio, vescovo di Brescia nel primo millennio, che ebbe tra i grandi meriti quello d’aver fondato il monastero dedicato ai Santi Cosma e Damiano, uniti nella vita e nel martirio. Fratel Capra parlava e davanti a lui prendeva corpo, si animava un’umanità varia e intensa, che aveva saputo guardare al mondo con occhi pieni d’amore per il prossimo: parlava di persone solide, di uomini che avevano saputo imprimere un preciso senso alla vita. “Seguendo le vicende di questi Santi si impara il Cristianesimo, si conosce Dio che è venuto tra noi e continua ad esserci vicino, che è sempre presente grazie a uomini veri e generosi. Il vostro parroco, ad esempio, don Giacomo Vender, non passa accanto a nessuno con volto indifferente. Spende la sua vita con la passione del darsi agli altri, del fare sempre tutto quello che può”. A quel punto don Carlo alzò la testa e gli venne spontaneo dire: “A volte fa cose che non stanno né in cielo né in terra! Scusami Capra, don Giacomo si assume enormi rischi, porta immensi pesi per certa gente …”. “Lo fa”, gli rispose fratel Capra, “lo fa per Cristo. Proprio come il fondatore dei Saveriani, mons. Guido Maria Conforti: pensate che, in calce ad ogni sua missiva, scriveva di suo pugno in ogni uomo c’è Cristo. Oltre ad avere perseguito sempre un sogno, quello di comunicare il Vangelo a tutti gli uomini del mondo, passò la vita a cercare di istruire uomini coraggiosi, generosi nel donare, indicando a loro come modello Cristo e la vita di San Francesco Saverio”. Mostrai subito di conoscerlo ed esclamai: “Questo Santo Gesuita è raffigurato in un quadro della chiesa di Urago Mella, la mia parrocchia…”. Fratel Capra mi sorrise: “Ecco l’importanza di questi segni, opere d’arte, altari, affreschi, sculture lignee…sono testimonianze della nostra identità, realizzate da uomini veramente capaci. Spesso sono la rappresentazione non solo del loro lavoro ma anche del fare come forma di preghiera”. Poi, senza fermarsi un attimo, riprese ad illustrarci il desiderio di bellezza e di armonia, l’amore con cui erano state create le varie opere d’arte, gli vidi brillare gli occhi davanti al lavoro degli ebanisti. “Ah, scusate, ma questo coro ligneo mi obbliga a dire subito una preghiera a San Giuseppe”. Il buon Capra continuò con il Gloria a Dio nell’alto dei Cieli e pace sulla terra a tutti gli uomini… Se avrete avuto la bontà e la pazienza di leggere queste righe di ricordi, avrete certo compreso quanto quell’incontro sia stato per me importante. Lo spirito di questa pubblicazione vuole essere la realizzazione di un frammento di quelle parole di fratel Capra pronunciate nella bellissima chiesa di San Faustino e intende onorare uomini generosi e pieni di amore per gli altri, che oggi come ieri, pur nella complessità del mondo, rendono vere e vive le parole di Gesù prima di salire in Cielo: ERITIS MIHI TESTES. Sarete miei testimoni.

Francesco Chiolo

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Il vescovo Sant’Onorio tra i Santi Faustino e Giovita Bassorilievo marmoreo del secolo XV proveniente dall’antica cripta della Basilica dei Santi Patroni Brescia, Santa Giulia-Museo della Città


La Festa dei Santi Patroni come segno dell’espressione religiosa popolare

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La religiosità ha manifestazioni estremamente diverse. La dedizione ai patroni, la venerazione per certe nobili figure, un altare, un’arca con i resti mortali di un santo, possono essere oggetto di attenzioni compassate e devote, ma anche di espressioni particolari, solo emotive. Per alcuni basta aver sotto gli occhi una realtà che tradizionalmente si ritiene sacra per esprimere atteggiamenti di entusiasmo, di pianto, di emozione. Altri invece abbisognano di sicurezza, di verifiche per dare alla fede non una patina, ma una patente di serietà. L’entusiasmo, se ha da esservi, dev’essere motivato. I segni che hanno accompagnato e accompagnano la venerazione per i Santi Faustino e Giovita esemplificano una storia che riflette anche tale esigenza. Possiamo rifarci al famoso motto di Sant’Anselmo d’Aosta: Intelligo ut credam (Voglio approfondire per credere). Questo solo per dire che il voler constatare attraverso segni esteriori non è debolezza, non è mancanza di fede, non è manifestazione di dubbio. Non è soprattutto contraddire Gesù Cristo quando dichiara: Beati quelli che pur non avendo visto crederanno. È invece voler dare anche ad altri una testimonianza, un supporto perché si creda liberamente, con una venatura d’orgoglio. È come dire: Ai nostri Patroni potete credere anche voi. O meglio ancora: Potete affidarvi tranquillamente a loro. Sono più per chi non crede, dunque, che per i fedeli i segni e le manifestazioni dedicate al culto dei Santi Faustino e Giovita. Sono una sorta d’appello, un’occasione per coinvolgere e per offrire un sostegno, un riferimento, una motivazione in più per superare le difficoltà della vita… perchè si è in compagnia di Qualcuno! Il nostro poeta Angelo Canossi lo diceva in dialetto: Pregà i Sancc come parencc e sintìsei le’ presencc. Le tradizionali Feste dei Santi Patroni cittadini, con il corollario di molteplici iniziative, hanno rappresentato anche tale istanza, un segno sempre prezioso e apprezzato dell’espressione religiosa della gente bresciana.

Armando Nolli Parrocchia dei Santi Faustino e Giovita


In nome dei Santi Patroni della Terra BresciaNA

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festa della città “ORA ET LABORA et lege et noli contristari ” (San Benedetto patrono d’Europa) è un grande appuntamento storico tra fede, tradizione popolare, cultura e occasioni di commercio vivo e partecipato, che ogni anno si rinnova


Torna a rivivere

L’ANTICA CONFRATERNITA DEI SANTI PATRONI Per il rilancio e una nuova immagine della chiesa di San Faustino e Giovita, da sempre cuore pulsante della vita, della cultura e delle tradizioni della Terra bresciana

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Alla presenza del notaio Franco Bossoni, nella chiesa di San Faustino è rinata l’antica cinquecentesca Confraternita dei Santi Faustino e Giovita, con tanto di statuto. A fare da testimone silenzioso e ideale collegamento tra l’antico e il nuovo, la mattina di sabato 18 dicembre 2010, stava li accanto il celebre stendardo che il Romanino dipinse cinque secoli fa proprio per la nascente Confraternita. “Oggi firmiamo l’atto di nascita dell’associazione, che ricorda l’omonima realtà operante nel passato nella nostra parrocchia con finalità spirituali e di promozione di culto, attiva fino al 1923, come documenta un volume dedicato”, ha detto don Armando Nolli, parroco di San Faustino. “La finalità che ci unisce è quella di promuovere le manifestazioni annuali per la festa dei Santi Patroni, favorendo il massimo coinvolgimento di città e provincia e arricchendo il calendario delle proposte oltre la tradizionale fiera, per offrire una programmazione pluriennale con eventi qualificati e di vasto richiamo”. In questa prospettiva la Confraternita rappresenta un punto di arrivo, frutto delle esperienze realizzate negli anni per

San Faustino con realtà pubbliche e private, associazioni culturali e di volontariato del territorio: un salto di qualità che permetterà di consolidare le collaborazioni avviate. “Si ricostituisce una tradizione fondamentale per Brescia”, ha sottolineato il sindaco Adriano Paroli, “e l’obiettivo è far sì che il festeggiamento dei Santi Patroni non rischi di venir coperto unicamente dalla fiera, ma sia offerta alla città l’occasione di riflettere su se stessa, creando iniziative condivise”. Erano presenti alla firma, oltre a don Nolli, al sindaco Paroli e al vicesindaco Rolfi, anche l’assessore Aristide Peli in rappresentanza della Provincia e il presidente della Camera di Commercio Francesco Bettoni, affiancati dai rappresentanti degli enti che entrano nella Confraternita come soci benemeriti, ovvero l’Università degli Studi di Brescia, l’Università Cattolica, l’Ateneo di Scienze Lettere ed Arti, le fondazioni Civiltà Bresciana, Brescia Musei, Asm e Banca San Paolo. L’auspicio è ora che la Confraternita sappia raccogliere l’adesione (come soci ordinari) di realtà della provincia accomunate dalla devozione ai San-

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ti Faustino e Giovita, a partire dalle parrocchie del territorio dedicate ai Patroni. Fra le finalità statutarie della Confraternita c’è la promozione di ricerche e studi, incontri religiosi, culturali, musicali, artistici e particolari eventi che contribuiscano ad alimentare nei bresciani il desiderio di partecipazione a una comunità solidale. La rinascita della Confraternita è il degno coronamento al delicato e complesso

X Confraternita dei Santi Faustino e Giovita Presidente don Armando Nolli

Parrocchia dei Santi Faustino e Giovita

Consiglieri dott. avv. dott. dott. prof. dott. prof. mons. dott. dott. dott.

Adriano Paroli Daniele Molgora Franco Bettoni Sergio Pecorelli Luigi Morgano Francesco Lechi Antonio Fappani Alberta Marniga Fausto Lechi Gino Trombi

Comune di Brescia Amministrazione Provinciale Camera di Commercio Università Degli Studi di Brescia Università Cattolica del Sacro Cuore Ateneo di Brescia Fondazione Civiltà Bresciana Fondazione ASM Fondazione Brescia Musei Fondazione Banca San Paolo

mons.

Giacomo Canobbio Rappresentante del Vescovo

Segretario prof. Angelo Baronio Tesoriere dott.

Arrigo Bandera

restauro eseguito sugli affreschi e sulle navate, mentre la Fondazione Asm, presieduta da Alberta Marniga, ha provveduto a dotare la chiesa di un moderno impianto di illuminazione. Don Nolli può ora ben essere contento degli obiettivi raggiunti. “Spero che la nuova luce che la Chiesa ha acquisito con i fari e le opere di restauro”, ha confidato, “sia un ulteriore invito per i bresciani a visitarle, ad amarla, a farla conoscere”.


La Basilica

DEI SANTI FAUSTINO E GIOVITA DI BRESCIA

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Il cuore della venerazione e del culto dei Nell’anno 841, per volontà del vescovo RamSanti Patroni è la maestosa chiesa secen- perto, a fianco della chiesa venne fondato un tesca che si erge all’inizio di via San Fau- nuovo monastero benedettino, che si avvalse stino, la grande arteria che conduce al centro delle reliquie per acquistare crescente prestistorico dalla parte settentrionale della città e gio. In breve estese la sua influenza su tutto che ogni anno, il 15 febbraio, ospita una co- il territorio bresciano e anche oltre, con nulorata e vivace fiera, merosi possedimenti sempre molto apfrutto di lasciti e doprezzata dai brescianazioni. La chiesa deni. Le vicende storidicata ai nostri Santi che degli edifici sacri venne nuovamente che si sono succeduti riedificata in forme in questo luogo nel romaniche agli inizi corso dei secoli sono del secolo XII per rimolto articolate e ogspondere alle esigenze getto di approfonditi dei Benedettini che studi archeologici, accoglievano sempre architettonici, artistipiù confratelli. Di ci e archivistici, che tale struttura non requi non possiamo sta che la parte infedettagliare ma semriore del campanile, Le statue dei Santi Patroni plicemente riassumecui in tempi moderni nelle nicchie sulla facciata della Basilica re in modo essenziale. venne rifatta la cella Sembra che la primitiva costruzione venne campanaria. A partire dal secolo XIV anche innalzata nel secolo VI per opera di sant’Ono- il monastero di San Faustino risentì della crisi rio, uno dei più illustri vescovi bresciani, che che investì tutti i grandi enti religiosi bresciani contribuì in modo decisivo al radicamento del e della concorrenza con gli ordini mendicanti Cristianesimo nel nostro territorio e in questa e gli Umiliati stanziatisi in città e infine venchiesa fu sepolto. Agli inizi del secolo IX un ne affidato in commenda. Il complesso moaltro illustre vescovo cittadino, Anfrido, la fece nastico di San Faustino Maggiore, dopo un ricostruire dopo un incendio per accogliere le progressivo desolante degrado, è oggi tornareliquie dei santi Faustino e Giovita, traslate to all’antico splendore grazie a un sapiente dalla cappella di San Faustino ad Sanguinem. lavoro di restauro e ospita la sede della Fa-

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La maestosa facciata marmorea della Basilica dei Santi Patroni di Brescia


coltà di Economia dell’Università degli Studi side rettangolare. Le superfici murarie sono di Brescia. La chiesa medievale fu più volte quasi del tutto affrescate con decorazioni di ristrutturata e modificata a seconda delle scuola bresciana del secondo Seicento. Neldifferenti esigenze d’uso. Alla fine del Cin- la volta a botte della navata centrale si può quecento si cominciò a prospettare un suo ammirare il prospettico medaglione dedicaradicale rifacimento. La sacra e storica archi- to alla Gloria dei Santi Faustino e Giovita, tettura venne quasi del tutto demolita per far ariosa realizzazione di Antonio e Bernardino posto a una nuova e più grande costruzione, Gandino. Gli affreschi settecenteschi delche venne ultila volta a cupola mata nel 1622. del presbiterio Verso la fine sono un capoladel secolo XVII voro di Giandol’architetto Stemenico Tiepolo, fano Carra ideò che intervenne e pose in opera mirabilmente la ricca facciata sui dipinti di marmorea con il Lattanzio Gambel bassorilievo bara, conservati del Martirio dei dalla precedente Santi Patroni e le chiesa e purtropdue grandi stapo distrutti da tue a figura inun incendio nel tera di Faustino e 1743. Al centro di Giovita, tutti troviamo la granIl fianco meridionale della Basilica dei Santi Patroni pregevoli lavori diosa e dinamica con la romanica torre campanaria in primo piano di Sante Calegarappresentazione ri. Lo spazioso e scenografico interno è di- della Apoteosi dei Santi Faustino, Giovita, viso in tre navate scandite da archi a tutto Benedetto e Scolastica ascesi al cielo tra le nusesto poggianti su eleganti colonne binate. vole, mentre in basso, ai lati, ci sono le sceNelle navate laterali si aprono cappelle non ne del Martirio dei Santi Patroni, a destra, e molto profonde, i cui altari saranno ogget- della miracolosa Apparizione sugli spalti del to di schede descrittive specifiche nelle pa- Roverotto, a sinistra. Nei diversi spazi della gine successive di questo libro. L’ampia na- sagrestia sono esposte altre belle opere pitvata centrale termina con un presbiterio di toriche di maestri quali Bernardino Gandiforma quadrata seguito da una grande ab- no, Grazio Cossali e Andrea Celesti.

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L’interno della Basilica dei Santi Patroni verso l’altar maggiore


Arca dei Santi Patroni Altare del Crocifisso

Battistero, già cappella di Sant’Onorio

Altare di San Benedetto

Altare della Natività

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Altare del Santissimo Sacramento

Altare della Santa Croce

Altare della Madonna

INGRESSO LATO SINISTRO

LATO DESTRO


l’arca dei Santi Patroni

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L’arca marmorea che contiene le reliquie dei Santi Faustino e Giovita è oggi collocata al centro della navata centrale, tra il presbiterio e il retrostante coro. Il maestoso monumento è opera dello scultore bresciano Giovanni Antonio Carra, che sceglie una soluzione estetica tardo-manieristica già orientata al barocco. L’elegante struttura viene terminata nel 1622 ed è realizzata con un sapiente connubio tra la pietra nera di Sarnico e il bianco marmo di Carrara, con tasselli policromi che la impreziosiscono ulteriormente. È di notevoli dimensioni per poter contenere l’antico sarcofago in marmo greco con tutte le ossa dei nostri Santi, tranne il braccio di Faustino portato dal monaco Petronace a Montecassino. Il coperchio dell’arca è ornato con due grandi sculture in marmo di Carrara, sempre opera del Carra e raffiguranti la Fortezza (allegoria di Brescia) e la Fede (allegoria di Venezia). Sulla sommità possiamo ammirare le statue in bronzo dei Santi Faustino e Giovita, anch’esse realizzate da Giovanni Antonio Carra. Al maestro scultore bresciano vanno attribuite infine le quattro statue marmoree ai fianchi dell’altare che rappresentano le figure allegoriche della Fede, della Speranza e, in duplice versione, della Vittoria.


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Altare della Madonna È il primo che si incontra sul fianco sinistro quando si entra nella Basilica. Nella chiesa cinquecentesca precedente all’attuale, la cappelletta era dedicata a Santa Maria in Silva. Di grande effetto coloristico, l’altare è realizzato in prevalenza con breccia rossa incorniciata con inserti di marmo bianco. Nella nicchia centrale, racchiusa da due eleganti colonnine tortili, possiamo ammirare la statua lignea policroma della Madonna con il Bambino in braccio e San Giovanni Battista fanciullo, bella opera scultorea secentesca di Paolo Amatore. L’apparato decorativo in marmo, risalente al 1720 circa e comprendente numerosi angioletti a figura intera e semplici testine, è attribuibile ad Antonio Calegari e bottega. Nel timpano c’è l’interessante dipinto di Antonio Cifrondi, anch’esso realizzato intorno al 1720, raffigurante il Padre eterno con il globo del mondo sorretto da angeli.

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Altare del Santissimo Sacramento L’attuale assetto della cappella, che si trova in una profonda rientranza della navata sinistra, già nella chiesa cinquecentesca conteneva pregevoli dipinti di Girolamo Romanino, tra cui lo stendardo processionale con Sant’Apollonio e i Santi Faustino e Giovita adoranti l’Eucaristia. L’altare con il tabernacolo e le statue dei Santi Patroni è opera di Giovanni e Carlo Carra e risale al 1639. L’alzato posteriore dalle maestose colonne, di pochi anni successivo, è realizzato da Francesco Della Torre su disegno dell’architetto Agostino Avanzi. Al centro campeggia la grande pala di Sante Cattaneo raffigurante la Deposizione di Gesù dalla croce, qui collocata intorno al 1810 in sostituzione di quella precedente del Romanino dedicata al Compianto sul Cristo morto.

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Altare di San Benedetto Si trova lungo la navata sinistra ed è il terzo altare, in corrispondenza con la terza campata. La dedicazione al Santo fondatore della comunità monastica benedettina e l’edificazione del sontuoso altare, concluso nel 1646, si deve all’abate Orazio Barbisoni con l’intento di collocarvi la reliquia del braccio di Benedetto portata a Brescia dal monaco Petronace in cambio di quello di Faustino. In realtà la preziosa reliquia, conservata nel deposito del Duomo di Brescia, non è mai giunta nella Basilica faustiniana. Nell’altare sono custodite così le reliquie di altri santi benedettini. L’altare, molto scenografico nelle sue forme eleganti e nell’alternanza dei marmi bianchi e neri, è opera dello scultore bresciano Giovanni Carra, figlio di Giovanni Antonio autore dell’arca. In particolare è degno di ammirazione il grande gruppo statuario in pietra nera e marmo di Carrara raffigurante San Benedetto in contemplazione, che campeggia al centro dell’impianto strutturale.

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Altare del Crocifisso

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Lo spazio che si apre simmetricamente al battistero sul lato sinistro del presbiterio ospita l’altare dedicato al Crocifisso. Sopra l’altare dal 1949, anno della ristrutturazione della cappella a lui titolata, è collocata la piccola urna con le ossa di Sant’Onorio. Il vescovo taumaturgo è uno dei protettori della Diocesi e da sempre viene invocato per la liberazione dai dolori di testa e per la preservazione della purezza dei pensieri. Al di sotto si trova la grande urna barocca con le reliquie di santi martiri anonimi. La struttura è sobria ed essenziale nella sua alternanza di marmi neri e bianchi, con pochi inserimenti decorativi. Al centro campeggia il grande Crocifisso ligneo di buona fattura, attribuibile a una bottega bresciana del secolo XVII. Il modello è ancora cinquecentesco, ben composto e corretto proporzionalmente anche se piuttosto “caricato” nell’espressività del volto. Nell’Ottocento ai lati del crocifisso sono state aggiunte le figure dei Santi Rocco e Antonio da Padova in uno scenario agreste.


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Battistero (già cappella di Sant’Onorio) Sul lato destro del presbiterio c’è una piccola rientranza che oggi ospita la vasca battesimale in marmo Botticino scolpita da Claudio Botta nel 1952. Questa cappella, trasformata in battistero nel 1949, era dedicata alla devozione di Sant’Onorio, l’illustre vescovo bresciano della seconda metà del sesto secolo. Qui, in epoca medievale, era collocato il prezioso polittico con Sant’Onorio tra i Santi Faustino e Giovita, attualmente ammirabile in Santa Giulia Museo della Città. Sul fondo oggi è appesa la grande pala di Bernardino Gandino dipinta dopo il 1646. Il tema raffigurato è Sant’Onorio vescovo e i membri della famiglia Calini. Il santo vescovo appare tra le nuvole sorretto da angeli nell’atto di benedire i membri della nobile famiglia bresciana, raccolti ai suoi piedi in un paesaggio tipicamente franciacortino.

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Altare della Natività Il secondo altare che troviamo lungo la navata destra, nella terza campata, è dedicato alla Natività di Gesù, a motivo della splendida pala dipinta da Lattanzio Gambara verso il 1565, che qui possiamo ammirare. L’altare è imponente e scenografico, con variegato utilizzo di marmi policromi e due gruppi di alte colonne in breccia dai capitelli corinzi. Ai piedi c’è un vano che racchiude l’urna marmorea di Sant’Antigio, un vescovo francese le cui reliquie furono portate nel monastero di San Faustino alla fine del secolo IX dall’abate Aimone. L’impianto strutturale va attribuito allo scultore bresciano Santo Calegari il Vecchio, con una datazione a cavallo tra la fine del Seicento e i primi anni del Settecento. Lo stile oscilla tra il classicheggiante e il barocco. Tra le pregevoli sculture del Calegari che ornano l’altare, vanno segnalati i due Putti reggimensa alla base e lo scudo con il simbolo dello Spirito Santo che sovrasta l’ancona.

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Altare della Santa Croce È il primo altare che si trova sulla navata destra quando entriamo nella Basilica. A partire dall’Ottocento viene dedicato alla venerazione della Croce, ma in origine si riferiva ai Santi Michele arcangelo e Antonio da Padova. La reliquia della Santissima Croce, proveniente dal monastero di Santa Giulia all’epoca della soppressione (1797), è collocata nel nuovo altare completato nel 1828 con il concorso del famoso architetto bresciano Rodolfo Vantini. L’altare sorge sopra un basamento di tre gradini in marmo giallo di Verona. La struttura, elegante e rigorosa, viene realizzata alternando marmo di Carrara e breccia rosa. Il centro è occupato da una nicchia incorniciata da due lesene che contiene la Santa Croce, protetta da una grata in bronzo dorato. Ai lati ci sono due gruppi di colonne binate in breccia rosa con capitelli ionici, che sostengono il triangolo del timpano. Sulla sommità svetta la statua marmorea del Cristo risorto contornata da due angeli genuflessi, opere scolpite dallo scultore ravennate Gaetano Matteo Monti.

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Il Coro

TORNA A RISPLENDERE DOPO UN TREMENDO INCENDIO La notte del 2 dicembre 1743 scoppia un terribile incendio nel coro della chiesa: il fuoco viene domato prima che possa portare al crollo dell’intera struttura, ma nel disastro vanno perduti il prezioso organo dell’Antegnati, tutte le tele seicentesche che ornavano le pareti, gli stalli lignei dell’antico coro benedettino e, soprattutto, il grande ciclo di affreschi di Lattanzio Gambara. Anche l’arca dei Santi Patroni subisce danni, il forte calore stacca gli intarsi. Tra le lacrime dei monaci e della popolazione, le murature vengono riassestate e la copertura, distrutta dalle fiamme, ricostruita. Giovanni Battista Carboni, abile incisore e scultore, progetta e scolpisce i nuovi stalli lignei del coro, l’ancona monumentale dell’organo, la balconata, i deliziosi angeli musicanti. Si pensa a sostituire il distrutto Antegnati, l’arca sepolcrale viene restaurata, la volta con le pareti è riaffrescata da Giandomenico Tiepolo, il coro da ridipingere è affidato a Girolamo Mingozzi, detto il Colonna. Un secolo più tardi, a metà Ottocento, verrà chiamato a restaurare, integrare, ridisegnare tutta la parte lignea del coro, del presbiterio e della sacrestia Giovanni Fasser: il maestro ebanista trasporterà tutta la sua prestigiosa bottega dalla Svizzera. E, stimato e apprezzato, sceglierà poi Brescia come sua nuova residenza.

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Madre Pierina Vezzoli il PICCOLO libro NELLE GRANDI MANI

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La sua ultima invocazione è stata per Gesù, nella febbre alta e nel delirio, tra le lacrime di quanti le volevano bene. Perchè madre Pierina Vezzoli, nella sua breve e intensa vita, ha saputo parlare, con delicata dolcezza, al cuore di centinaia e centinaia di ragazze. Le ha in pratica tolte dai pericoli, insegnando loro a cucire, a leggere, a far di conto. Le ha sfamate e a volte persino rivestite. Le ha aiutate tutte con amore, senza distinzione. Madre Pierina Vezzoli, originaria di Zocco di Erbusco dove era nata nel 1924, dava vita a questo suo “laboratorio aperto”a Provezze, nella grande casa delle suore Canossiane. Aveva un appassionato, amorevole e generoso modo di educare le giovani di Franciacorta, le apriva alla vita imparando a usare le mani, tra ago e filo, e leggendo loro le vite dei santi. Un libro prediligeva su tutti, era quello dedicato ai Santi Faustino e Giovita, i Santi Patroni di Brescia, scritto da una filantropa di Travagliato, Angela Maj. Non era a caso. Era, quella di madre Pierina, morta poco più che trentenne per una grave e malcurata forma di tubercolosi, una ricerca delle origini, della nostra tradizione religiosa. Madre Barbara Cherubini, la Superiora provinciale, ha parole tenere quando ricorda nel 1955 con quanta pazienza, trepidazione, voglia di insegnare il bene e diffondere le testimonianze della fede, madre Pierina accogliesse le giovani. “Finchè stanno qui sono al sicuro”, ripeteva.

I libri e l’aula erano “un dono generoso della nobile signora Gussalli” (in memoria, annota la Superiora, della sua Maria Teresa, già allieva della nostra scuola media di Brescia…), un’aula “ricca di luce e di aria, arredata con gusto”. Come la nobile Gussalli impegnata nelle opere di carità, Angela Maj si era accorta, alla fine dell’Ottocento, che la storia dei Santi Patroni della città non era per nulla conosciuta, che se ne citavano tutt’al più solo degli episodi. Perchè allora non scriverla? Perchè non salvarla, andando alle fonti iniziali? E così fece, dando vita a un testo che, per generazioni, è diventato un piccolo libro di valore. Lo si trovava non solo nei luoghi religiosi ma anche nelle famiglie colte della terra bresciana. Ora questa piccola pubblicazione si è tristemente coperta di polvere. All’Istituto Policleto la si è invece ritrovata e ripubblicata, nella convinzione che, come sempre, la ricerca del passato aiuta il presente e fa sperare nel futuro. Perchè non riproporre oggi la storia dei Santi Patroni scritta da Angela Maj? L’autrice, nelle pagine che seguono, rimette insieme, riordina una tradizione che nel tempo si è un po’ come sfilacciata, usa un linguaggio che certo oggi suona difficile (ma aiuta la concentrazione, fa procedere lentamente, come è giusto che sia…), si rivela una buona base di partenza e può essere una zattera, un salvagente in un mondo problematico e complesso come quello di oggi.


La festa dei Santi Faustino e Giovita con la colorata, immensa fiera di bancarelle e varia umanità, ha forse proprio bisogno di questo: di non perdere il suo antico valore, le sue origini e di essere ancora oggi una riunione di cuori bisognosi di spiritualità. Una grande

festa patronale deve saper crescere come certe piante, con le radici nell’acqua (il passato, la tradizione) e i rami che cercano il cielo (il futuro, la trasformazione), arricchendosi lentamente negli anni. Adeguandosi alla mutevole realtà del mondo circostante.

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Ss.mm. Faustinus et Jovita Brixiae cives et protectores (Santissimi Faustino e Giovita cittadini e protettori di Brescia) Incisione di Francesco Zucchi del 1750 circa su disegno di Antonio Paglia


Angela Maj

il libro DEDICATo AI SANTI faustino e giovita

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1923

Nelle pagine seguenti viene riproposta la versione integrale del libro di Angela Maj pubblicato per la prima volta nel 1885 e ristampato con qualche lieve modifica e con un’ampia prefazione di mons. Giacinto Gaggia nel 1923 a cura della Confraternita per il culto dei Santi Patroni Faustino e Giovita in Brescia. L’edizione ottocentesca originaria non riportava il nome proprio dell’autrice, ma l’indicazione generica “Una giovane bresciana”. L’autentica firma dell’opera apparve soltanto nella successiva ristampa, quando ormai la nobildonna era scomparsa a soli sessant’anni. Come si evince dall’Avvertenza, Angela Maj era nata a Travagliato il 17 dicembre 1854, aveva sposato alla già matura (per l’epoca) età di 33 anni il conte Francesco Secco d’Aragona di Erbusco, dove era vissuta da devota e virtuosa donna di casa il resto della sua vita fino alla morte avvenuta il 10 novembre 1914. Il libro dedicato ai Santi Faustino e Giovita è frutto di un’accurata e appassionata ricerca che ha occupato gli anni giovanili della Maj. Al di là del tono fortemente agiografico, schierato a strenua difesa delle posizioni più conservatrici della tradizione cattolica ottocentesca, l’opera ha rappresentato un contributo importante nella conoscenza storica del culto dei nostri Santi Patroni, compare in tutte le bibliografie e viene ampiamente citata nei lavori di approfondimento in sede storiografica. Da qui nasce la decisione di riproporla nella sua integralità ai lettori di oggi, che sapranno certamente apprezzarla anche come avvincente racconto popolare.


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I Santi Faustino e Giovita con i Santi Apollonio, Calocero e Afra (Andrea Manenti da Coccaglio - 1670)


Avvertenza

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Questo libretto usciva in Brescia l’anno 1885 e l’autrice celava il suo nome sotto il velo modesto di una giovane bresciana. Ristampandolo ora, ridotto e modificato, noi possiamo fare il nome di quella giovane: era Angelina Maj, figlia del Cav. Andrea Maj di Travagliato, ivi nata il 17 dicembre 1854, andata sposa il 1 febbraio 1887 al conte Francesco Secco d’Aragona di Erbusco, morta il 10 novembre 1914, donna di profondi sentimenti cristiani, modello di ogni virtù domestica. La Maj scrisse questa vita popolare dei nostri Santi Patroni per esortazione del P. Giuseppe Chiarini, ispirandosi al racconto della Leggenda Medioevale, che dà al popolo ricchezza suggestiva di particolari e drammatiche scene di eroismo. La presente ristampa conserva le linee fondamentali del libro popolare, ma, per capirne il valore di pia edificazione, porta come prefazione alcune autorevoli parole di S.E. Mons. Vescovo Giacinto Gaggia, pronunciate sulla tomba dei Martiri nella festa titolare del 15 febbraio 1921. I lettori comprenderanno facilmente quanta parte vi abbia la storia e quanto la leggenda nella narrazione della vita dei nostri Santi Patroni. D. P. G.


XXXVIII

Facciata della Basilica parrocchiale dei Santi Faustino e Giovita in Brescia

(secolo XVII)


Dall’Omelia di S.E. Mons. G. Gaggia

nella Basilica di San Faustino Maggiore 15 febbraio 1921

XXXIX

Come e quando venisse la prima volta annunciato fra noi il Cristianesimo è del tutto ignoto. I nostri antichi, intesi a fare del bene, non si curarono di tramandarci le loro gesta col loro nome, paghi dell’approvazione di Dio e dell’onore di Lui nella conversione delle genti, che è veramente la gloria più bella e più sicura nei secoli. Forse fu un Vescovo missionario o regionario, forse qualche nostro concittadino, che convertitosi all’udire di Cristo in un’altra città, volle far parte di sua ventura agli amici e conoscenti di qui, fors’anche un viaggiatore o mercante cristiano, che, passando da noi, vi gettò il primo seme. Lo zelo, che animava que’ primi discepoli, sebbene fin d’allora non mancassero scandali ed eresie, facea d’ognuno un missionario. Ad esempio, l’Albania nella Caucasia venera suo primo apostolo una povera schiava, di cui non ne fu tramandato il nome. Che se a testimonianza di Sant’Ireneo e di Tertulliano già prima del finire del II secolo era nota la parola del Vangelo ai Germani, ai Getuli, ai Sarmati, ai Mori, ai Daci e fino ai Britanni, là dove non avevano potuto penetrare i Romani “Brittannorum inacessa Romanis loca, Christo vero subdita”, se la Spagna aveva udito la parola di San Paolo, anzi se in tutta la terra, come scrive lo stesso Apostolo, aveva risonato la voce evangelica, come poter negare che tra noi, nella seconda metà del secondo secolo, anzi forse nella prima, il Cristianesimo abbia fatto sussultare il cuore di Brescia? Noi certo troviamo qui ben presto i nostri Santi Faustino e Giovita, quali invitti sostenitori e zelantissimi propagatori della religione cristiana, se pure non dobbiamo ancora riverirli i più antichi presidenti e reggitori della nascente Chiesa bresciana. Giova infatti sapere, o dilettissimi, che se


XL

la gerarchia divina d’allora era come di adesso, non però eranvi Diocesi e Parrocchie distinte con propri confini, ma solo comunità o gruppi di cristiani, cui si univano i fedeli sparsi all’intorno, come abbiamo da San Giustino nella sua prima Apologia, ed a ciascuna di queste era preposto un capo, all’ordinario un Vescovo, perchè sol questo possiede la pienezza della paternità spirituale, e con lui sempre un Ministro o Diacono che lo servisse all’altare nei sacri ministeri, ed amministrasse i beni della Chiesa per il culto e il sostenimento dei poveri. In taluna comunità tuttavia sia per mancanza di Vescovi, sia per altra cagione, troviamo a presiedere chi non è Vescovo; ad esempio, per accennarne uno, a Vienna di Francia nel tempo della persecuzione di Marco Aurelio abbiamo un semplice diacono a reggere quella Chiesa. Vescovi missionari o regionari si facevano di quando in quando a visitare quei cristiani; così vediamo più tardi Eusebio di Vercelli, unico Vescovo del Piemonte, e prima di lui Sant’Anatalone a Milano e Brescia, dove morì, ed è stato il primo Vescovo delle due città, e parimenti al quarto secolo troviamo San Filastro a Milano combattere generosamente per la Fede Nicena contro il Vescovo Aussenzio Ariano protetto dall’imperatrice; di dove venuto a Brescia vi fu eletto Vescovo, e fu nostro grande Vescovo. Ora al vedere San Faustino sacerdote col suo diacono San Giovita in Brescia, in un’epoca nella quale qui non vi erano Vescovi (venuti probabilmente almeno un secolo dopo de’ nostri Santi), mi è argomento ad affermare essere stato San Faustino prete e capo della nostra comunità cristiana. Il che si rende tanto più probabile dal vedere con lui San Giovita, quale suo diacono, tanto necessario per le funzioni liturgiche. Perché i capi di una comunità e i Vescovi regionari portavano con sè non un sacerdote od altro chierico, ma un diacono, come ne racconta il libro più antico della letteratura cristiana non ispirata, vo’ dire la Dottrina dei dodici Apostoli. Ed eccovi la ragione, che mi mosse a mettere al principio del mio dire l’esortazione di San Paolo: Mementote praepositorum vestrorum, qui vobis locuti sunt verbum Dei: ricordatevi dei vostri capi e rettori, che vi annunciarono la parola di Dio.


XLI

Né vo’ tacere che la parola usata da San Paolo è una di quelle onde nella Chiesa primitiva si chiamava il capo di una comunità cristiana, qualunque fosse il grado gerarchico cui appartenesse, ed è tuttavia in Oriente il nome onde si chiama il capo di un convento di religiosi. Se tutto questo ha fondamento di verità, come a me pare, voi vedete l’altissimo posto che tengono i nostri Santi nella storia della Chiesa bresciana. Non sono essi solamente martiri gloriosi, ma sì ancora i primi, certo i più antichi che noi conosciamo, scelti a governare la nostra Chiesa nascente, coloro che vigilarono fedeli alla culla di essa, affinchè crescesse, come fu, bella ed immacolata; coloro che in mezzo alla lotta onde pativa la religione, combattuta dalle passioni, dalla filosofia, dalla politica e dalla spada, la mantennero viva e gagliarda e l’affermarono col loro zelo e coraggio contro l’infuriare della persecuzione, prima di cementarla col loro sangue ed animarla a costante virtù coll’esempio sublime del loro trionfo e del loro martirio. Forse parrà a qualcuno questa breve disanima, se adatta in una scuola, fuor di luogo qui nella santa solennità dei Sacri Misteri. Io non mi oppongo: pure uniti come siamo ad onorare i nostri Santi, ad invocare il loro patrocinio, che provammo sì potente nel turbine della guerra, quando l’ira nemica minacciava distruzione e morte, giudicai conveniente il toccare di questo, che orna il loro capo di nuova gloria, ed alla palma del martirio, alla dignità dell’apostolato, aggiunge l’onore e il merito di avere con sapiente autorità governato quei nostri padri cristiani, dal loro zelo tratti a Gesù. † Giacinto Gaggia Vescovo 15 febbraio 1921


Rapido cenno di Storia Patria

XLII

Prima di dare principio alla vita de’ nostri Santi Patroni Faustino e Giovita, parmi conveniente dire brevemente, sulla scorta del Brunati e dell’Odorici, alcuna cosa intorno all’origine di Brescia, e ai tempi in cui vissero i Santi, al fine di dare maggior chiarezza alla narrazione, senza interromperne il filo con disgressioni importune. La qual cosa, penso, non sarà sgradita, trattandosi di avvenimenti, la cui ricordanza è tanto importante e cara ad ogni bresciano. Brescia è città antichissima; la sua fondazione, secondo gli scrittori di cose patrie più reputati, rimonta a ben 600 anni avanti Gesù Cristo. Fu già abitata dai Liguri, che, come suppone l’Odorici, prodi in guerra, innalzarono la rocca Cidnea sul colle, che da quella prende il nome. Poscia i Galli Cenomani, calati dalle Alpi, stabilirono a Brescia la loro capitale, circoscritta allora sul colle Cidneo e sulle vaghe colline circostanti. Popolo guerriero, indipendente, intrepido, unissi più volte ai Galli, sparsi nelle varie parti d’Italia, per combattere i Romani, riportandone gloriose vittorie. Quando Roma giunse al grado di potenza, che la rese tanto famosa, i Cenomani, fatti accorti che sarebbe stato vano imprender lotte contro sì formidabile nemica, deliberarono di stringere alleanza seco lei; combatterono al suo fianco alcune battaglie, e in tempo di guerra le apersero i propri granai. Brescia serbossi indipendente fino all’anno 200 avanti Gesù Cristo, nel quale da Cornelio Cetego fu annessa alla Repubblica come colonia romana; conservò tuttavia un municipio proprio, e continuò a governarsi colle sue leggi, godendo di una relativa libertà, finchè a poco a poco divenne, per forza degli avvenimenti, serva di Roma e ascritta alla tribù Fabia.


Cesare Augusto diede impulso ad abbellire la nostra città e v’impresse segni del romano splendore. A lui si deve l’acquedotto che dalla valle di Lumezzane veniva a rallegrare di vivide fontane la Colonia Augusta Civica di Brescia, come allora chiamavasi, del quale acquedotto rimangono ancora maestosi avanzi a Pregno e Costalunga; a lui l’allargamento della cerchia di Brescia, le cui mura fece correre da porta Bruciata in diretta via verso le rive del Garza e quivi, ripiegando verso l’attuale teatro, seguire la via delle Antiche Mura, che ancora sussiste, con prolungamento a levante nei pressi di Santa Maria di Pace (ora direbbesi in via Tosio), di Santo Spirito e di San Siro vicino a porta Venezia. Quattro erano le sue porte; la porta Milanese ora porta Bruciata, la porta Cremonese o Matolfa sul limitar della via che conduceva a Cremona, la porta Orientale, la quale aprivasi allo sbocco di quell’angusta via che ha nome dal Roverotto, e la porta Pagana, al volto ancora detto di Paganora. Tra gli edifici che adornavano Brescia ricordasi il Campidoglio, che sorgeva sulla vetta del colle Cidneo, sacro al Genio della colonia civica di Brescia; il Teatro, alle falde del medesimo colle, il quale svolgevasi a tal giro che il più lontano emiciclo rispondeva ad un raggio di quarantadue metri. Più vasto di quello d’Ercolano, agguagliava in ampiezza quello di Taormina. Pochi anni or sono additavansi ancora robusti ruderi dei vomitori, del proscenio, dei corridoi. Né vi mancavano un Anfiteatro, ove il popolo corrotto pascevasi di sanguinosi divertimenti; il Foro, ove raccoglievansi i tribuni ed i senatori a concionare la plebe, comprendeva tutta la piazzetta del Novarino e prolungavasi fin quasi alla piazzetta del Beveratore, nella quale vedonsi resti d’un edificio romano, riputato la Curia. Tra i templi innalzati alle pagane divinità merita il primo posto quello di Vespasiano, di cui ogni giorno vediamo gli splendidi avanzi sull’ingresso del Patrio Museo, e quello del Sole, eretto forse verso S. Giulia, alla chiesetta medioevale del Solario. L’Odorici ed il Brunati sono d’avviso, che l’ara, la quale ne sostiene le volte, portante impresse le parole: SOLI DEO RESPVBL. fosse un’ara dedicata al Sole, forse quella che i nostri Santi Martiri sdegnarono di riconoscere.


XLIV

Si può vedere quest’ara nello scurolo di Santa Mara in Solario presso il convento di Santa Giulia. Nel sito in cui vediamo il nostro Monte di Pietà, ammiravasi un tempio dedicato a Giulio Cesare, di cui restano alcuni marmi pregevoli per iscrizioni, collocati nelle pareti esterne di quell’edificio. Altri templi erano innalzati a Saturno, a Giove, a Giunone, a Marte, al dio Bergimo, a Mercurio, ad Ercole, e ad una caterva di altre divinità, che l’immaginazione pagana sapeva ingegnosamente trovare per coprire coll’esempio di esse tutte le folli passioni del cuore umano. Pare che nelle vie della nostra città sorgessero archi maestosi, uno ad Arco Vecchio, un altro fuori porta Venezia, un terzo al Rebuffone e un quarto che ancora ha nome di Arco del Vino. Vi erano inoltre bagni, terme, ninfei e quanti edifici potean far comodo e diletto, imperciocchè tutto allora spirava mollezza, amor del piacere, rilassamento, vizio, chissà a quale abbruttimento sarebbero giunti i popoli d’allora, se Dio, grande nelle sue misericordie, non avesse preparato un rimedio tanto più potente quanto più forte n’era il bisogno!


CAPO I Nascita e primi anni di Faustino e Giovita

XLV

Il primo secolo dell’era cristiana era vicino al suo termine e già la religione di Gesù Cristo, predicata da dodici rozzi pescatori, andava allargando le sue conquiste fin presso al trono dei Cesari. Dalla Giudea, ove nacque, era passata in Egitto, nella Grecia, nell’Italia, nelle Gallie ed ovunque si presentasse, traeva a sè le moltitudini, che si affollavano intorno ai suoi Ministri, chiedendo di essere istruite e battezzate. I Romani stessi, quantunque insofferenti di servitù, avidi di spoglie nemiche, immersi nei vizi più abominevoli, disertavano le are delle loro false divinità, turpi esempi di corruzione, attratti dall’eccellenza di una religione divina nella sua origine, semplice e sublime nella sua dottrina, ammirabile nella sua morale affatto nuova al mondo, che proponeva a modello dei suoi proseliti un Uomo-Dio vissuto in mezzo al popolo, di vita immacolata, di carità universale, amico dei poveri, ben diverso dai loro Dei tiranni, avari, superbi, vendicativi, impudichi. Uomini avvezzi alle armi e rotti ad ogni sorta di voluttà correvano ad arruolarsi sotto lo stendardo di una religione che esige umiltà, sommessione, dispregio delle ricchezze, castità, spirito di sacrificio, amor del prossimo, perdono dei nemici, virtù sconosciute in quei tempi di universale depravazione. Ma questa legge d’amore che tutti ci affratella allettava assai più del popolo innumerevole di schiavi, vittime di crudeli padroni, condannati alla gleba senza un sollievo, una parola di conforto, e trattati peggio degli animali da soma. Riusciva consolante a costoro l’udirsi parlare di un Dio, innanzi al quale sono eguali padroni e servi, ricchi e poveri, e che anzi predilige gli sventurati ed assegna un premio ad ogni dolore sofferto con rassegnazione.


XLVI

Brescia, alquanto dissimile da Roma rispetto ai costumi perchè, al dire di Plinio, i discendenti dei Galli Cenomani serbavano molto della verecondia e della semplicità antica, era tuttavia dedita al culto di quelle false deità, che proteggevano la licenza e ogni specie di vizio. Ma Dio l’aveva prescelta ad essere tra le prime città d’Italia in cui avesse a rifulgere il lume della fede cristiana. Verso l’anno 54 di Gesù Cristo, l’uomo di Dio S. Anatalone, o Anatolio, di nazione greca, che un’antica tradizione lombarda dice ordinato vescovo di Milano dall’apostolo S. Barnaba, venne fra noi a gettare i primi fondamenti anche della Chiesa bresciana, anteriore a quelle delle città circonvicine. Anatalone predicò qui ai nostri padri qual angelo di pace la santa Novella portata dal Verbo di Dio, e trovò in molti di quei cuori, rozzi bensì, ma avidi di dottrina, com’ebbe poi a dire S. Gaudenzio, un terreno ferace, anzi un giardino atto a riprodurre ogni fiore più eletto. Raccoglieva egli i suoi neofiti fuori dei pericoli, sui colli vicini e nel suburbio dove essi con preghiere e con sacrifici imploravano sulla cara loro patria il tesoro della fede. Il pensiero di quei primitivi cristiani che soli, nascosti, lungi dal rumore del mondo, aprono l’anima alle sublimi verità di nostra religione ed invocano il perdono sulle aberrazioni de’ loro concittadini, desta nell’anima una profonda commozione. Mentre gli idolatri più folleggiavano intorno ai muti simulacri dei loro Dei, da quel colle partivano i primi slanci del cuore bresciano verso Dio; su quel colle stringevansi i primi vincoli di comunicazione tra Brescia e il cielo, vincoli che più non doveano sciogliersi, ma rendersi vieppiù stretti e durevoli. S. Anatalone poi, a conforto e incoraggiamento di quell’eletta schiera di neofiti, v’innalzò forse il primo tempio cristiano, che prese più tardi il nome di S. Fiorano; una tradizione non priva di fondamento dice esser egli morto in Brescia e sepolto in quella chiesa. A lui successero S. Clateo, S. Viatore, S. Latino e S. Apollonio; la diocesi di Brescia è la prima staccatasi da quella di Milano. In questo periodo di tempo le vie di Brescia furono più volte bagnate da sangue cristiano e, se non primi, certo i più gloriosi tra i suoi martiri furono i nostri SS. Patroni Faustino e Giovita.


XLVII

Nacquero essi in Brescia, secondo il racconto di uno scrittore medioevale, da nobile e cospicua famiglia fra l’anno novantesimo e novantesimosesto di nostra salute. I loro progenitori, capi del senato bresciano, erano gentili ed immersi negli errori e mali costumi del paganesimo, v’informavano l’educazione de’ loro figli, nulla avendo più a cuore che di renderli illustri nelle lettere e nelle armi. Nulla sappiamo dei loro primi anni, ma è certo che appartennero all’ordine equestre e furono perfetti cavalieri e gentiluomini, come lo esigeva la nobiltà del loro lignaggio. Non è a dubitarsi che essi, scorti dalla legge naturale da Dio posta nell’anima nostra, siensi tenuti lontani dagli eccessi vergognosi, a cui abbandonavansi i loro concittadini, poichè adolescenti appena conobbero col lume della ragione essere follia l’adorare il sole, mentre doveva esistere un Dio creatore del sole e di tutte le cose che esistono. L’Apostolo delle genti avea detto: «L’uomo carnale non capisce le cose che sono dello spirito» e Gesù Cristo medesimo avea proclamato: «Beati i mondi di cuore, perchè vedranno Dio». Se dunque ne ebbero intuizione prima di averne contezza da altri, è evidente come essi avessero custodito puro e bello il loro cuore, disposto ad accogliere i raggi della verità che il Signore stava per inviar loro dal cielo. Perchè molti, anche ai dì nostri, sebbene allevati nella cattolica fede, ostentano incredulità e disprezzo delle credenze religiose? Il motivo principale è questo: non avendo coraggio di debellare le proprie passioni, rinnegano quella fede che le condanna, illudendosi di soffocare il verme roditore della propria coscienza, che non lascia loro godere tranquillamente la turpe soddisfazione dei piaceri vietati. Sono increduli per progetto, non per convinzione, e chiaro lo appalesa l’inquietudine dei loro cuori che fatti per Iddio, non trovano pace finchè in Lui non si riposino.


CAPO II Faustino e Giovita si convertono al cristianesimo

XLVIII

Più i nostri due giovani patrizi crescevano negli anni, più sentivano aborrimento per la religione pagana, giudicandola indegna di spiriti retti e onesti, e fra sè andavano pensando a qual fonte potessero attingere cognizione di quel Dio ignoto, ch’essi sentivano in fondo all’anima, ed al quale, a somiglianza degli Ateniesi, innalzavano sacrifici e preghiere. Tra questi pensieri ebbero vaghezza di conoscere quali misteri si nascondessero nella religione cristiana, che in Brescia diffondevasi sempre più, ed appena ne scopersero alcune vestigia rimasero rapiti di trovarvi nozioni così chiare e precise di quel Dio a cui sì fortemente anelavano. Le massime esposte loro da quei primitivi cristiani erano talmente conformi al loro retto sentire e così sante e sublimi, che risolvettero sull’istante di praticarle, rinunciando per sempre alle follie e falsità dell’idolatria. È bensi vero che scoprivano nella religione cristiana spirito di sacrificio, abbandono del lusso e dei divertimenti mondani, e che ricordavano i barbari editti degl’imperatori di Roma contro i seguaci del Nazzareno; ma che cosa non sacrifica un’anima bramosa della verità, allorchè questa le si presenta in tutta la sua vaghezza e splendore? Secondo gli atti del martirio de’ nostri Santi era allora assunto alla sede vescovile di Brescia Sant’Apollonio, uomo di molta dottrina e santità, che governava con amore di padre le pecorelle a lui affidate dal supremo Pastore. Illuminati da Dio che, sempre intento al nostro bene, accorre in aiuto di chi lo cerca con retto intendimento, i due egregi fratelli gli si presentarono dinanzi, e scoprendogli l’interno del cuore, i loro dubbi, le loro perplessità, lo pregarono a istruirli nella religione cristiana. Quel santo Vescovo, al comparire di sì eletto fiore di gentiluomini, tutto rallegrossi ed


XLIX

abbracciandoli teneramente fu loro prodigo di conforti, di ammaestramenti e di consigli. Più e più volte a lui ritornarono desiosi di sempre meglio istruirsi ed è impossibile esprimere il loro giubilo, man mano che il loro intelletto s’innalzava alla cognizione di Dio Creatore, di Gesù Salvatore del genere umano, dei suoi patimenti e della morte sofferta per riscattare dalla servitù del demonio l’Umanità. Udendo spiegarsi i dogmi dell’immortalità dell’anima, della risurrezione dei corpi, dei premi e castighi dell’altra vita secondo la diversità delle opere buone o cattive, sentivano sollevarsi il loro spirito fuor della cerchia delle cose transitorie e spaziar liberamente in un orizzonte vastissimo con indicibile contento delle loro anime. Laonde chiesero con vive istanze di essere ammessi al battesimo, protestando di rinunciare agli dei falsi e bugiardi e dichiarandosi pronti a soffrire persecuzioni e la morte stessa per amore di Gesù Cristo. Il santo Vescovo, al vederli così ben disposti, fu preso di santa gioia e ne rese grazie a Dio: né fu tardo ad acconsentire agli ardenti loro desideri, ma prontamente li rigenerò a Cristo, versando sul loro capo le acque battesimali della vera vita. Egli prevedeva forse di quanto lustro sarebbe stato alla causa cristiana la conversione di uomini, che già presso i concittadini erano in onore per la nobiltà dei natali, per la copia dell’ingegno, per la castigatezza dei costumi. Né qui ristette mentre, com’era usato nei primordi del Cristianesimo, li fece accostare al fuoco della divina carità, comunicandoli del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo e li agguerrì contro gli spirituali nemici col sacramento della Cresima. Così santificati i due illustri fratelli attesero a crocifiggere in se stessi il mondo e le sue concupiscenze ed a ricopiare le sublimi virtù di Cristo, di cui facevano studio indefesso. Dimentichi dell’alta loro nobiltà, compiacevansi di usare famigliarmente coi poveri e coi semplici, gustando quella pace e vera letizia, che solo è riposta nel reciproco amore e nelle gioie della fraternità cristiana. Benedicendo incessantemente a Cristo che, trattili dalla falsità, li avea sollevati sino a Lui, bramavano di mostrargli la loro gratitudine col condurre al suo seno i concittadini.


Né si creda però che Faustino e Giovita non dovessero vivamente lottare per rimaner saldi nei loro propositi; provavano essi pure il fomite delle passioni, che represse, non spente, più che mai sforzavansi di ribellarsi alla loro signoria: vedevano dileguarsi sul nuovo cammino il fascino della Gloria umana, nella quale erano cresciuti ed educati, e sentivano ribollire il sangue nelle vene ogni volta vedevansi scherniti dagli amici come seguaci di un Dio giustiziato. Dove attinsero la forza per riportare vittoria? Nella preghiera, conforto degli afflitti, scudo dei deboli, sostegno degli oppressi, vincolo di comunicazione tra Dio e l’uomo. Dopo una preghiera fervente sentivano rinascere l’energia e la fermezza di non gloriarsi che di Gesù Crocefisso, pronti a sfidare i tormenti per confessarlo anche innanzi ai tiranni.

L

Battesimo dei Santi Faustino e Giovita celebrato da Sant’Apollonio


CAPO III Predicano in Brescia la fede di Cristo

LI

L’amore di Gesù è generoso, dice l’Imitazione di Cristo, e fa intraprendere grandi cose... l’amore spesso non conosce limiti ma come l’acqua bollente si riversa da ogni lato. Nulla gli pesa, nulla gli costa, tenta l’impossibile; la difficoltà mai non gli serve di scusa, giudicando tutto permesso, tutto possibile. Perciò egli può tutto e compie molte cose che affaticano e prostrano invano colui che non ama. L’amore veglia sempre, anche nel sonno non dorme. Nessuna fatica l’opprime, nessun timore lo turba, ma al par di viva e penetrante fiamma si lancia verso il cielo, aprendosi un sicuro passaggio frammezzo ad ogni ostacolo. Divorati da questo fuoco divino, Faustino e Giovita non si tennero paghi di godere soli della grazia ricevuta, ma, animati da zelo per la gloria di Dio, risolvettero di fare ogni sforzo per accrescere il numero de’ suoi adoratori. Si misero dunque con tutto lo slancio di un cuore ardente di carità a predicare la fede di Cristo nella città di Brescia, eccitando i concittadini a rigettare il culto degli dei falsi e bugiardi, ad adorare il Dio uno e vero, creatore del cielo e della terra, giudice universale di tutti gli uomini. Dimostravano quale differenza passava tra l’empietà dei costumi pagani e la santità delle massime cristiane, come fosse più degno di essere servito ed amato un Dio sacrificatosi per amor degli uomini, tutto dolcezza e mansuetudine, tutto carità e misericordia, che non un Saturno divoratore de’ propri figli o le altre divinità impudiche, crudeli, disoneste. Avrebbero voluto trasfondere in ogni cuore il fervore da cui erano animati e perciò stimolavano anche altri cristiani meno ardenti ad aiutarli nel dilatare il regno di Cristo.


LII

L’esempio de’ grandi esercita un grande potere sul cuore degli uomini e i bresciani, che avevano in tanta stima Faustino e Giovita, accorrevano numerosi ad udirli, pendendo immoti dalle loro labbra che in modo così eloquente insegnavano le verità cristiane. Già anche per opera precipua dei nostri Santi il seme della fede di Cristo era già stato sparso e radicato nella città: sembra che spinti da sempre crescente zelo di diffondere il Cristianesimo abbiano percorso alcuni villaggi della provincia, apportandovi la buona novella. Gli umili lavoratori rozzi, miserabili, oppressi, meravigliavano al vedere i due apostoli accomunarsi con loro, non schivi de’ più bassi uffici, farsi conforto agli schiavi, soccorso agl’infermi, e, senza distinzione di nobili ed abbietti, tutti amare di uno stesso amore, mostrando riconoscere in ogni anima l’immagine di Dio. Prima loro cura fu quella di ravvivare nella fede i cristiani sparsi qua e là, già convertiti da S. Anatalone. Que’ tapini impauriti per gli editti di Roma se ne stavano timidamente nascosti, ma, animati dall’esempio e dalle esortazioni di sì valorosi campioni, ripigliavano fidanza, accorrevano giulivi ad udirli, ascoltavano docilmente le loro ammonizioni e da seguaci o pusillanimi o codardi, diventavano coraggiosi e fedeli, pronti ad ogni sacrificio. Sembra che questa feconda opera di apostolato cristiano rendesse degni i due Santi di ascendere agli ordini sacri della gerarchia ecclesiastica e che il Vescovo, per dare pubblica testimonianza della sua fiducia, abbia voluto insignire Faustino, come maggiore di età, dell’ordine del presbiterato, Giovita del diaconato. Quanto rimanessero meravigliati e riconoscenti a Dio per questa insigne prova si può argomentarlo dalla idea sublime che essi avevano dello stato sacerdotale. Perciocchè, istruiti profondamente nei misteri di nostra religione, riconoscevano nel sacerdozio una missione, un carattere, una grazia e facoltà soprannaturali: veneravano il sacerdote come intermediario fra Dio e l’uomo, quegli cui Gesù Cristo avea concessa la potestà di ritenere o rimettere i peccati, di trasmutare il pane nel suo santissimo Corpo, il vino nel suo preziosissimo Sangue, e sotto quelle specie distribuire ai fedeli lo stesso Corpo, lo stesso Sangue di Gesù Cristo. E siccome si teneano


LIII

immeritevoli di tanta dignità, che ogni altra sorpassa e vince, su questo fu necessario che il santo Vescovo li esortasse colla sua autorevole parola, alla quale riverenti, ma pur trepidanti, si sottomisero. Non è a dire come i due fratelli, per virtù del carattere di cui erano stati rivestiti, ripigliarono vigoria nell’apostolato e come predicassero la fede e istruissero i neofiti, confortassero e difendessero i deboli e i perseguitati per Gesù, visitassero e soccorressero i poveri e gl’infermi. Parevano più una coppia angelica che umana. La fama delle loro virtù e dell’eloquenza della loro parola si estese anche nelle provincie limitrofe: da Milano e da Bergamo accorrevano i fedeli ad udirli, rimanendo meravigliati della loro dottrina e dei miracoli che Dio operava per loro mezzo. Molti si convertivano e, ricevuto dalle mani del sacerdote Faustino il santo battesimo, se ne ritornavano alle loro città ripieni di ardore, lodando e benedicendo Iddio che per mezzo de’ due santi li aveva tolti dall’errore e condotti alla vera religione. E non potremo noi imitare i nostri santi Patroni nel loro apostolato? Tentiamolo e vi riusciremo se al par di loro saremo accesi di carità verso Dio e verso il prossimo. In questi tempi nei quali l’empietà e l’irreligione signoreggiano se fossero più numerose le anime intente a dilatare il regno di Dio nei cuori, a far rivivere nelle proprie famiglie lo spirito cristiano, la Chiesa non piangerebbe tanti figli perduti. Questa è la missione di tutti, ma della donna cattolica in modo speciale, perchè avendo essa ricevuto da Dio un dono singolare per insinuarsi nei cuori, se saprà valersene a prò delle anime, ne ricaverà frutti copiosi. Non conviene ch’ella si assuma il tono di predicatore, niente otterrebbe: il suo apostolato dev’essere tutto di preghiera e d’amore. Fate del bene a quelle anime, che volete condurre alla virtù, amatele, istruitele, e pregate per esse. Ciò che Faustino e Giovita incominciarono in Brescia, sia da voi continuato; essi suggellarono il loro apostolato col martirio, voi compitelo col sacrificio assoluto di tutte voi stesse, colle lagrime versate in seno a Dio, ed a loro somiglianza sarete consolate del sincero ravvedimento de’ vostri cari.


CAPO IV Le Persecuzioni - Prigionia dei Santi

LIV

Tante e sì belle conquiste fatte da Faustino e Giovita sul gentilesimo, non potevano non accendere contro di essi il fuoco della persecuzione. La persecuzione! Sperò distruggere il Cristianesimo fin dai primi anni della sua vita, ma la Chiesa di Cristo, quale opera di Dio, dalle persecuzioni sorgeva più grande e più bella; il sangue de’ suoi martiri era seme fecondo di novelli cristiani. La terza persecuzione, dopo quelle di Nerone e di Domiziano, fu suscitata da Traiano, il quale, sebbene lodato dagli storici come pio e clemente, contaminò il suo regno con editti ingiusti contro i cristiani. La sua corrispondenza epistolare con Plinio il giovane, prefetto di Bitinia, è un argomento perentorio per dimostrare quali illegalità si ponessero in opera per far sorgere pretesti a condannare i seguaci di Cristo, di null’altro colpevoli che di rifiutarsi al culto ufficiale degli dei. Il che fu stimolo ai reggitori di Brescia di congiurare alla proscrizione di Faustino e Giovita, sembrando loro sacrificio di propiziazione agli dei il disfarsene, poichè i templi erano deserti, le statue delle pagane divinità derise o ridotte in frantumi. Ma siccome non ardivano di agire pel proprio impulso, temendo popolare tumulto, fecero disegno d’indurre Italico, governatore della Rezia, la cui giurisdizione comprendeva i territori posti tra Verona e Como, a recarsi a Brescia con pretesto di rassettare la cosa pubblica, effettivamente per combattere la nuova religione, la quale prevedevano di subito estinta quando fossero tolti di mezzo i due principali propagatori. A Traiano era succeduto Adriano, principe che a molte buone qualità univa un’incostanza di propositi quasi puerile. Splendido e avaro, severo e frivolo, clemente e vendicativo senza tempo o misura, era una mostruosa mistione di vizi e di virtù.


LV

Egli volle visitare tutto il vasto suo impero, dicendo l’imperatore dover, come il sole, mirare ogni paese. Ed in questi suoi viaggi egli, a guisa di un ispettore, s’informava co’ suoi occhi delle cose. Se i magistrati mancavano alla giustizia spiegava attività e costanza meravigliosa, degradando o, in qualsivoglia modo, punendo i deliquenti. Animato sempre da questo suo genio pei viaggi, Adriano nell’anno 120, dopo aver corsa l’Italia, decise di andare nelle Gallie passando per Milano. Italico, che già si teneva pronto per trasferirsi a Brescia, ebbe a fortuna di poter informare l’imperatore intorno ai due bresciani, e prendere da lui consiglio di quanto fosse più utile a farsi; e n’ebbe facoltà di adoperare qualsiasi mezzo, purchè si riuscisse nell’intento. Null’altro bramava di meglio Italico, crudo nemico del nome cristiano; impaziente di eseguire l’ordine imperiale, mosse sollecitamente alla volta di Brescia con proposito di tosto incarcerare gl’insultatori delle romane divinità. Avvertendo però alla nobiltà ed alle aderenze loro, volle usare la deferenza di farli prima ammonire da un suo consigliere di stato di nome Tiberio, il quale notificò ai due Santi, che Italico suo signore, per comando di Adriano lo mandava ad avvisarli che, ove non volessero rinunciare alla religione cristiana e riabbracciare il culto degli dei, il loro rifiuto sarebbe stato scontato colla pena del capo. Non s’intimorirono a queste minacce i valorosi campioni, ma risposero unanimi a Tiberio: «Dite al vostro signore che disponga pure di noi secondo gli ordini imperiali; noi non saremo mai né fedifraghi, né spergiuri; abbiamo giurato la fede a Cristo, siamo cristiani, e morremo cristiani». Irritato da questa risposta, Italico se li fece condurre dinanzi e colle più fiere parole tentò intimorirli, sperando smuoverli dall’eroica loro risoluzione, ed indurli a sacrificare agli dei, ma invano: resi forti dalla lor fede, confessavano ad alta voce Gesù Cristo, dichiarandosi pronti a soffrire la morte per rimanergli fedeli. Italico allora, vedendo come nulla potesse far vacillare la loro fermezza, li fece porre in oscura prigione, ove giacquero fino all’arrivo dell’imperatore Adriano.


LVI

Il tempo della prigionia fu speso dai Santi nella meditazione dei patimenti di Gesù Cristo e de’ suoi apostoli e nella preghiera poichè, sebbene saldi nella fede, temevano di non aver coraggio bastevole ad affrontare i tormenti che poteansi loro infliggere e supplicavano colle più vive istanze lo Spirito Santo perchè donasse loro la fortezza sì necessaria in quelle gravi circostanze. Oh! come dobbiamo confonderci a quest’esempio! Noi sì freddi nell’amor di Dio, sì incostanti nel suo servizio, sì deboli nelle occasioni, presumiano tanto di noi stessi che quasi crediamo di non aver bisogno di Dio e tardi l’invochiamo. Per questa ragione le nostre cadute si moltiplicano, si raffredda la nostra fede. Quando capiremo che senza l’aiuto di Dio non siamo capaci di nulla? Faustino e Giovita derelitti dagli uomini, in odio delle civili autorità, comunicano solo a Dio i loro affanni e ne ritraggono tale soavità di conforti che li vedremo uscire dal carcere più giulivi che se avessero albergato in sontuosa villeggiatura. Nulla solleva l’anima come la preghiera: Dio che in certa maniera si abbassa fino all’anima, la fa dolcemente salire con lui nelle regioni della luce e dell’amore e, terminata la preghiera, l’anima ritorna al suo lavoro giornaliero con più pronta intelligenza e con più ardente volontà. Quanto ha veduto, sentito, respirato, la riempie di alcun che di divino ed essa ne spande la dolcezza sopra ognuno che l’avvicina... Oh! se noi sapessimo far bene, se amassimo la preghiera, come la nostra vita sarebbe buona, fruttuosa, meritoria!


CAPO V L’imperatore Adriano in Brescia

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Mentre i nostri Santi soffrivano nel carcere angusto e tenebroso, Adriano visitava le Gallie; sembra che nel ritorno egli sia passato anche a Brescia, ove intese dal governatore Italico la resistenza dei due campioni di Cristo ai suoi ordini. Adriano, sdegnato, come seppe che discendevano dal lignaggio fra i più cospicui della città e che al ceto decurionale appartenevano i loro parenti decise di vederli e procrastinare la sua partenza finchè non avesse espugnato l’animo dei due ribelli. Folli speranze! Appena li ebbe dinnanzi, disse loro: «Non sapete voi che il primo e massimo degli dei è il Sole, dai benefici raggi del quale tutta la terra s’illumina e feconda? Perchè non volete adorare questo gran nume, a cui piega la fronte tutto il mondo romano?». Ma Giovita francamente rispose: « Noi adoriamo Iddio Creatore del cielo, della terra, e del sole istesso, al quale egli diede la virtù di risplendere e di fecondare; non possiamo dunque venerare la creatura, quando regna e ci benefica il Creatore». E proseguiva nel suo ragionamento a confessare sè essere cristiano; quando Adriano per subita impazienza: «O sacrificate, disse loro, immediatamente al dio Sole invitto, o disponetevi a soffrire i più crudeli tormenti». Ed essi: «Siamo nelle tue mani, disponi pur di noi come meglio ti piace, ma le tue false divinità non avranno da noi né omaggi, né sacrifici giammai». L’eroico coraggio col quale questi due giovani fratelli si opponevano all’imperatore è veramente ammirabile. Faustino e Giovita, impavidi dinnanzi al tiranno, resistono a’ suoi ingiusti comandi, ne sprezzano le minacce quasi dimenticando di essere dinanzi ad un imperatore alla cui presenza chinavano tremanti la fronte i grandi dell’impero. O potenza della fede! Quale sublime coraggio sa essa infondere nei cuori! Abbiamo noi


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questa fede viva? Ahimè! Noi, non alle minacce, ma ad un solo sguardo, a un moto di scherno che altri ci volga, smarriamo, come ci prendesse vergogna d’essere riconosciuti seguaci di Gesù Cristo. Nei secoli passati la persecuzione mirava a far patire il corpo, ora raffinatezza di civiltà tende a tiranneggiare lo spirito, e usando lo scherno, coglie più numero di vittime che non il fuoco o il ferro dei primi tempi del Cristianesimo. Adriano, quasi per riscattarsi della costanza de’ nostri Martiri, da Pontefice Massimo qual era ordinò che si restaurassero in Brescia gli edifici sacri dell’idolatria, che minacciavano ruina. Ordinò un solennissimo sacrificio nel tempio dedicato al dio Sole ed i santi atleti vi furono condotti con apparato di forza. Ma il Signore, che mai non abbandona i suoi servi, volle con un miracolo ravvivar la loro confidenza e confondere i loro nemici. Non appena ebbero essi posto il piede nel recinto del tempio, i raggi che adornavano la statua del Sole, i quali erano di lucidissimo metallo, si oscurarono al par di spenti carboni: ed avendo tentato i sacerdoti di restituirli al primiero splendore, quei raggi caddero infranti al suolo. È inutile dire come Adriano a quel prodigio fremesse di rabbia e di dispetto e con lui i sacerdoti del Sole e, supponendolo effetto d’incanto o magia, condannò i due giovani fratelli alle fiere dell’anfiteatro, dove si davano al solito spettacoli di belve e di gladiatori. Stabilita la orribile festa pel domani, furono intanto nuovamente condotti in carcere, dove, rimasti soli, diedero sfogo alla piena degli affetti che lor traboccavano dal cuore. Dopo aver adorato Dio e ringraziatolo dei prodigi che per loro mezzo operava, si strinsero in nuovo patto di rimanere fedeli sino alla morte, ed abbracciandosi teneramente, avranno forse esclamato al pari del grande Ignazio: «Desideriamo essere stritolati sotto i denti delle fiere, come grano sotto la macina, onde divenire pane eletto di Gesù Cristo». Mi si permetta ora quest’osservazione: in tutta la narrazione delle gesta di questi beati fratelli mai si legge fossero disgiunti un istante, perocchè insieme studiarono la falsità della religione pagana, insieme


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risolvettero di abbracciare la legge di Cristo, insieme si presentarono a S. Apollonio, ricevettero il battesimo, predicarono la fede, soffersero interrogatori, tormenti, sempre insieme. Che bell’esempio di carità fraterna ci porgono essi mai! Se più numerosi fossero i loro imitatori, non si vedrebbero nelle case, che pur si dicono cristiane, tante discordie e dissensioni, ma l’amore e la buona armonia farebbero delle famiglie tanti centri di virtù e di felicità. Nel giorno della loro festa la Chiesa narra: «Gl’invitti Martiri Faustino e Giovita non solo erano fratelli di sangue, ma erano congiunti dalla virtù dello spirito; predicando concordemente la legge di Cristo, indussero innumerevoli uomini al culto della vera fede». Ed in altro luogo: «I beati martiri chiusi in carcere esultavano esclamando: Quanto è bello e giocondo pei fratelli l’abitare sotto un sol tetto! Ed apparsi gli angeli esultavano con loro». - Oh! gli angeli guardano con sorriso di compiacenza a quelle anime che sacrificano se stesse, le proprie inclinazioni, i gusti propri per accondiscendere ai desideri altrui. Esse rassomigliano a quegli angeli di cui parla il profeta, che levano le pietre dalle vie affinchè i piedi dei viaggiatori non ne risentano dolore.


CAPO VI Nell’Anfiteatro di Brescia - Sant’Afra

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Il mattino seguente le vie di Brescia rigurgitavano di curiosi che, per vedere i nostri santi misurarsi colle fiere dell’anfiteatro, s’affrettavano a stiparvisi sui gradini, tutti occupandone i posti. Appena vi giunsero Faustino e Giovita condotti dai gladiatori, un mormorio generale sollevossi tra il popolo, e chi li compiangeva e stava in penosa trepidazione sulla loro sorte chi invece, avido di pascere la curiosità, aspettava impaziente il momento della lotta, gridando a viva forza: I cristiani alle fiere! Inginocchiandosi in mezzo all’arena i due giovani, a fine d’implorare l’aiuto di Dio e poi, in santa letizia, aspettarono la morte, come l’annuncio di lieta novella. Aizzati da brutali domatori escono dalle caverne le fameliche belve che con ruggir cupo e digrignar contro i due forti atleti; ma ad un tratto, come percosse da un fulmine, s’arrestano, e, quasi dimenticando loro innata ferocia, si accovacciano a’ loro piedi dolcemente lambendoli. A questo spettacolo si scuote la moltitudine degli spettatori, si alzano grida tumultuose e molti esclamano: Il Dio di Faustino e Giovita è il solo vero Dio! Sorte ben diversa toccò al governatore Italico, al sacerdote Orfeto, nipote di Adriano, e ad altri sacerdoti, i quali, come narrano gli atti del martirio degli illustri fratelli, volendo pur chiudere ostinati gli occhi alla luce del sole, che loro sfolgorava dinanzi, presi da insana fidanza, discesero nell’arena recanti una statua di Saturno, volendo con ciò far credere che un tanto prodigio fosse opera di quella divinità. Ma non appena ebbero in quella posto il piede, le belve, ripresa la natia ferocia, loro si avventarono contro, li fecero a brani ed in un attimo li ebbero divorati. Sedato il tumulto eccitato dal nuovo prodigio, Faustino si rizzò e


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disse al popolo: «Osservate, cittadini, quante meraviglie opera il Signore per noi; non vogliate più credere all’iniquità, ma adorate il solo vero Dio, creatore del cielo e della terra, a cui tutte le creature sono soggette». Gli fecero eco le grida degli astanti, che proclamando essere Gesù Cristo il solo vero Dio, si dichiaravano cristiani. Fra questi merita speciale menzione una gentildonna di nome Afra, moglie d’Italico, la quale, nulla curando l’alta sua condizione sociale, né lo sdegno di Adriano, ad alta voce proclamossi cristiana, slanciatasi nell’agone, supplicò i Santi ad istruirla nella loro religione. Mentre i generosi atleti venivano ricondotti alla loro prigione, una folla immensa li seguiva e Afra, avendo potuto penetrare nel loro carcere, quivi genuflessa ai loro piedi, supplicavali colle più vive istanze ad istruirla, affinchè meritasse di appartenere ad una religione, madre di eroi e di santi. Gioirono gl’invitti confessori nell’acquisto di tanto illustre neofita, bramosa d’istruirsi nei divini misteri; e accoltala amorevolmente, si fecero ad instillarle le prime nozioni intorno alle verità rivelate, non mancando di preanunziarle quali martìri avrebbe dovuto soffrire, col dichiararsi cristiana; ma ella, senza sbigottirsi, e avida solo di luce, pendeva dalle loro labbra. Che bell’esempio di virtù e di virile fortezza ci dà quest’anima bella! La verità si è appena fatta intravedere agli occhi suoi, ed ella già l’accoglie, disposta a qualunque sacrificio per acquistarla. Né si perita di mostrarsi dinanzi alla folla, vince anzi ogni umano riguardo, e, sebbene più ragguardevole di tutte le donne bresciane, non disdegna di mostrarsi bisognosa di lumi e d’istruzione. Faustino e Giovita, dopo aver istruito Afra nelle verità più essenziali di nostra fede e confortata a rimaner salda ne’ santi propositi, la inviarono al vescovo Apollonio, il quale, dopo breve prova, l’accolse nel seno della Chiesa, amministrandole il battesimo e l’eucaristia, sacramenti, come dissi altrove, che i vescovi d’allora dispensavano congiuntamente. Afra, dopo la sua conversione, ebbe corta vita, bastevole però a edificare colle parole e coll’esempio le donne bresciane e condurne in buon numero al culto del vero Dio; Aureliano, ministro dell’Imperatore, dopo averla in Brescia straziata co’ più acerbi tormenti, la condannò a morte. Il suo corpo, con riverenza dai cristiani raccolto, si conserva ancora nel tempio che della santa Martire prese il nome.


CAPO VII Conversione di Calocero e de’ suoi soldati

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Assai male si era apposto Adriano condannando alle fiere i santi fratelli Faustino e Giovita; sperava egli d’incutere spavento nel popolo, e torgli dalla mente il pensiero di rendersi cristiano; ma Dio, che disperde i disegni degli empi, convertì in vittoria pel Cristianesimo gli sforzi stessi del tiranno per distruggerlo, e la sera di quel giorno, in cui egli sperava d’intuonar l’inno del trionfo, la Chiesa di Cristo annoverava tremila nuove pecorelle entro il suo ovile. Che non fanno anche oggigiorno i settari per svellere dal popolo ogn’idea di Dio? Poveri illusi! Essi più non saranno, ma Dio vivrà e regnerà a rovina loro, secondo il detto del salmo: «Perirà la memoria degli empi come il suono, ma Dio rimane in eterno». Né era soltanto gente volgare quella, che attratta dai prodigi operati da Dio in favore dei nostri Santi abbandonava l’idolatria; anche persone per dignità ragguardevoli abbracciavano il Cristianesimo, e fra queste, dopo Sant’Afra, è lodato negli atti del loro martirio il prode Calocero ministro palatino di Adriano e duce della corte Pretoria, per virtù dell’animo e del cuore, e per valor militare avuto in grande estimazione. La delicata sua posizione avrebbe potuto servirgli di scusa per tenere almeno occulto il suo pensiero, ma un’anima grande va incontro a mille persecuzioni piuttosto che infingersi. Appena infatti Calocero ebbe conosciuto il vero Dio, collo stesso lancio con cui offriva in guerra il suo petto ai dardi nemici, offrì la sua vita per amor cli Gesù Cristo e, non contento di fruir solo della grazia ricevuta, volle procurarla anche a’ suoi ufficiali che, infervorati dalle sue parole e dal suo esempio, risolvettero di volerlo ad ogni costo imitare nel professarsi cristiani. Venne a cognizione di questo il legato dell’imperatore, ed accorgendosi come Calocero scomparisse ogni volta si facevano sacrifici agli dei, fattolo


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chiamare, così lo interrogò: «Quale pazzia ti prese, o Calocero, che più vile di un gregario tenti fuggire a’ miei sguardi? Temo assai che tu abbia abbandonato i nostri dei; ebbene sappi che ti sovrasta la sentenza capitale». Gli rispose Calocero: «Non temo la morte di questo secolo poichè Dio, che regna ne’ cieli, è il mio aiuto: grande è invero il Dio dei cristiani». Il legato lo sgridò aspramente, ma per quel dì nol ritenne prigione, per lo che Calocero ritornò alla sua coorte pieno di gioia per aver confessato Gesù Cristo. È impossibile descrivere quanto ne fremesse Adriano e quale meraviglia destasse nell’animo dei bresciani la fama di sì inopinati avvenimenti. Il veder poi una compatta falange di eroi arruolarsi sotto lo stendardo del Cristianesimo e manifestare francamente le proprie credenze dinanzi ai supremi reggitori dell’esercito produsse tale stupore sugl’idolatri che strabiliati si chiedevano l’un l’altro: Ma chi è mai quel giustiziato di tanta potenza che trae a sè le moltitudini e infonde ne’ suoi fedeli forza inaudita di morire per lui? Questo spettacolo, che pur noi costringe ad ammirare, dovrebbe risolverci a farla finita con quella viltà, con voce troppo mite chiamata rispetto umano, cancrena del nostro secolo, che immiserisce l’animo dell’uomo. Ai prodi soldati di Calocero si fecero mille promesse di avanzamento, col fine di ricondurli al culto degl’idoli; minacciati di tormenti e di morte infame stettero saldi nella fede ed anzi, pieni di santo ardore, prevedendo prossimo il martirio, chiesero a Sant’Apollonio e ottennero di essere ammessi al santo lavacro. Adriano fattili venire dinanzi a sè nel circo e trovatili fermi ed invitti nella fede abbracciata, tutti li dannò alla testa, onde tratti fuori del circo subirono la capitale sentenza. Si crede che Sant’Apollonio ed altri fedeli a lui li abbiano seppelliti furtivamente nel pozzo dei martiri, tuttora esistente nella chiesa inferiore di Sant’Afra. Calocero non ottenne sì presto il guiderdone di sue virtù; Iddio lo riserbava ad altri combattimenti, a più splendidi trionfi, e quind’innanzi noi lo vedremo associato nella predicazione, nei patimenti e nei prodigi agl’illustri suoi duci Faustino e Giovita. Tanto è vero, che a nessuna classe di persone torna malagevole l’arrivare a’ più alti gradi di virtù e di perfezione!


CAPO VIII Nuovi supplizi per Faustino e Giovita

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L’imperatore Adriano stava per riprendere il suo viaggio, ma spiacendogli di confessarsi vinto, prima di partire da Brescia volle dare un nuovo assalto. Salito al Campidoglio bresciano, sul colle Cidneo, ordinò un sacrificio a Giove nel tempio suo e, fatti ivi condurre Faustino e Giovita, prima colle lusinghe poscia con le minacce, tentò indurli a sacrificare a quella gentilesca divinità. Ma essi fermi nella loro fede gli risposero: «Invano tenti di strapparci dal cuore il nostro più prezioso tesoro: Gesù Crocifisso è il solo vero Dio, a lui solo porgiamo il nostro culto. Adora tu pure il Dio vivo e vero che fece il cielo e la terra e pose al mare i confini che non potrà varcare giammai, alla cui presenza si scuotono le fondamenta delle montagne ed a cui il sole e la luna obbediscono dal principio dei secoli». A queste parole Adriano, cieco di rabbioso furore, comandò che fossero scorticati vivi. Chi non si sente rimescolare il sangue al pensiero di questo barbaro supplizio? Se ci muove a raccapriccio il solo vedere la statua di San Bartolomeo nel Duomo di Milano, a cui sul corpo scorticato si possono contare le ossa, le vene, i tendini, i muscoli, che cosa non avranno a quell’annunzio provato in lor cuore Faustino e Giovita, i quali aveano bensì debellata la carne assoggettandola allo spirito, ma non per questo erano insensibili ai dolori? Una fervorosa orazione ed un pensiero alla flagellazione di Gesù li rincorò e li rese pronti anche a questo tormento, vergognandosi quasi di lor titubanza. Iddio però, che voleva far risplendere ne’ suoi campioni i tesori della sua onnipotenza, gradì il loro sacrificio in odore di soavità, ma non permise che avessero a soggiacere a questo strazio.


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Adriano sperò di indurli con le lusinghe e le promesse, ma i nostri martiri sorrisero di compassione a queste offerte, pensando quale stoltezza sarebbe quella di mutare i premi eterni del cielo con effimeri onori e passeggere ricchezze, e dissero all’imperatore: «Non ci conviene di sacrificare un’eterna felicità per alcuni anni d’incerte delizie». E quegli: «Ma non sapete che sta in poter mio straziarvi con quanti tormenti può mente umana concepire e, come vindice degli dei, togliervi la vita?» - Risposero giubilando Faustino e Giovita: «Siamo preparati a morire per il nostro Signore Gesù Cristo, anzichè ubbidire al tuo precetto; non temiamo la morte di questo secolo, poichè Dio, che regna ne’ cieli, è il nostro aiuto; condannandoci alla morte ci affretterai la corona, a cui vivamente aneliamo». Il tiranno allora, vieppù inviperito, volendo ricorrere a nuovi supplizi ed essendo deciso di torli dalla faccia del mondo, pensò che se le creature animate resistevano ai suoi ordini le inanimate non si sarebbero opposte. Folle! Ignorava egli ogni cosa creata obbedire al suo Creatore, il quale avendo ad ognuna assegnato un ordine, può, quando il voglia, sospenderlo e mutarlo. In una vasta piazza stava apparecchiato un rogo: moltitudine d’uomini e di donne eravi accorsa avida di assistere al nuovo supplizio. Distesi e legati sulla catasta i due invincibili pazienti, vi si appicca il fuoco. Una caligine densa involse gli astanti; crepitavano le fiamme, e tortuose si distendevano dentro e fuori il rogo. Gli animi stavano sospesi, smarriti, mentre Adriano in cuor suo sospingeva l’elemento distruttore e pregustava la gioia di pascere la sua vista nei cadaveri abbrustoliti e consunti degl’insultatori degli dei. Ma le fiamme, quasi guidate da forza invisibile, non toccarono nemmeno il lembo della loro veste, ma si sparsero all’intorno e si spensero; prodigio che, ogni volta si tentasse riattizzare il fuoco, si rinnovava. Intanto i nostri martiri in mezzo alle fiamme godevano come se una dolce brezzolina loro alitasse dintorno ed a somiglianza dei tre fanciulli nella fornace di Babilonia, alzate le mani al cielo, esclamavano: «Sii


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benedetto Signore Iddio nostro Padre, ora ed in eterno, poichè ti degni conservarci in mezzo alle fiamme e non permetti ci venga tocco neppure un capello!». Tra il popolo allora si suscitò un fermento generale e le grida di quelli che si professavano cristiani si alzavano alle stelle, indispettirono sempre più l’imperatore Adriano che non volle rimanessero più oltre in Brescia, ove temeva sollevazione del popolo ripieno d’entusiasmo pei loro concittadini; decise di condurli seco a Milano sperando di far colà chinar loro la fronte dinnanzi agl’idoli. Intanto li fece riporre in oscura prigione. Una pia tradizione narra che ivi, nel cuor della notte, comparve loro un angelo fulgidissimo al par del sole, il quale fugò le tenebre e trasportò i Santi sul colle di San Fiorano, dove vegliava Sant’Apollonio evangelizzando i neofiti da essi convertiti, che a turbe gli si presentavano chiedendo il battesimo. Il santo Vescovo separato da essi per tanti giorni, tremebondo di loro sorte, sospirava ardentemente di rivederli e munirli del Viatico. Or qual gioia non fu la sua al vederseli comparire dinnanzi! Pensò che a questa scena solenne insieme e commovente assistessero per missione divina i Serafini, e infondessero nel cuor de’ martiri un desiderio ineffabile di patire sempre maggiormente e di morire per Cristo. È pur buono il Signore co’ santi suoi! Egli volle accordar loro questa grazia, affinchè ristorati del pane dei forti potessero virilmente sostenere le lotte che loro ancora preparava.


CAPO IX Faustino, Giovita e Calocero sono condotti a Milano

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Il dì seguente, mentre Brescia pagana era in festa per rendere gli ultimi omaggi all’imperatore, Brescia cristiana era in grande lutto per l’imminente partenza di coloro che le erano il più saldo appoggio, il più splendido ornamento. Faustino, Giovita e Calocero, il quale era pure stato pur fatto prigioniero, seguivano a piedi il carro imperiale, incatenati e ignominiosamente ravvolti nel saio degli schiavi. Cruda stretta al cuore dovettero provare i nostri invitti fratelli nell’abbandonare, forse per sempre, la loro città natale, mentre aveano ardentemente bramato di far ivi olocausto di loro vita per Gesù Cristo, affinchè al cielo ne salisse profumo come pegno di pace fra Dio e la cara loro Brescia. Oh come l’amavano la loro patria! Ma l’amavano di vero amore, di amore retto, puro, ardente, che aveano attinto alle frequenti comunicazioni con Dio. Frutto del loro amore era quello di procurarle i veri beni, cioè la fede, la virtù, la vita eterna, e perciò si affaticavano, sudavano, vegliavano le intere notti, pativano ignominie e supplizi. Questo è vero amor di patria, mentre quello che si ostenta talvolta è odio, è spirito di rapina, di distruzione e di tirannia. Benemerito della patria è chi la illustra con esempi di virtù e affatica pel suo miglioramento religioso e civile; ma colui che sotto la larva di patriottismo nasconde tirannia di propositi, combatte la religione, unico tesoro dell’umanità, e tenta strapparla dal cuore del popolo; colui ch’è contaminato dalla libidine di avarizia, di ambizione e di turpi passioni non è


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amico della patria, ma tiranno. Lo disse il grande patriota Silvio Pellico: «Se uno vilipende gli altari e calpesta la santità coniugale, ti si presenta dinanzi e grida patria, patria, non gli prestar fede: colui è un ipocrita del patriottismo». Oh quanti ipocriti troverebbe anche presentemente nella nostra Italia il pio Saluzzese! Ma passiamo oltre, e seguiamo i nostri Santi, che tenendo ognor fisso lo sguardo in Gesù appassionato condotto da tribunale in tribunale, giubilando alla speranza della vicina corona, arrivano a Milano. Stanchi, sfiniti, bisognosi di ristoro e di quiete, speravano che almeno un carcere fosse loro concesso, per riaversi alquanto; ma Adriano, che non conosceva né riposo né tregua, se li fece condurre dinanzi nelle terme d’Ercole, i cui splendidi avanzi sono ora convertiti nella chiesa di San Lorenzo. Quivi con lusinghe, con vessazioni e con minacce, ricominciò gl’insidiosi assalti, con cui aveali tentati in Brescia, nella fiducia che, lungi dal suolo natìo, senza appoggio di chicchessia e disgiunti dal venerando loro Vescovo, avrebbero più facilmente ceduto a’ suoi voleri. No, il mutar di luogo non muta la fede de’ cristiani; dappertutto essi trovano il loro Dio, pronto sempre a sorreggerli, a confortarli, a difenderli, secondo le parole dell’imitazione: «L’uomo divoto, ovunque ei sia, ha seco il suo consolatore Gesù». Dopo vani cimenti per indurli a sacrificare a Saturno, li fece condurre dinanzi al simulacro di Silvano e tante ragioni, promesse e minacce mise in campo, quanto la sua arte retorica sapea dettargli, conchiudendo col dire: «Sacrificate a Silvano e da quel dio voi avrete immensi favori». Risponde per tutti il fervente Calocero: «Come osi chiamar dio questo tuo Silvano, che i fanciulli costruiscono con legno verde e poi bruciano nel fuoco?» - Udendo queste parole i pagani che lo circondavano gridarono ad alta voce: «Togliete quei maghi, uccidete quei maghi!». Poichè né lusinghe né minacce valevano, Adriano li condannò all’eculeo, fermo in cuor suo che avvinti fra quelle ritorte avrebbero mutato pensiero. Consisteva quel congegno in un quadrangolo di legno posto su quattro gambe. II paziente vi era disteso dentro talvolta vestito talvolta


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nudo: alle estremità delle braccia e dei piedi si attaccavano funi le quali ravvolte in due cilindri, fissi nelle due pareti opposte e più lontane dal quadrangolo, per mezzo erano tirate così, che sollevandosi il corpo da terra pur sempre violentemente disteso, le ossa si slogavano e i nervi si allungavano in guisa da crescere talora di un palmo la statura naturale con inesprimibile dolore del tormentato. Mentre il misero paziente era in una posizione già per sè dolorosissima, spesso si aggiungevano nuovi tormenti, flagellandone le nude membra con verghe o sferze, applicandogli fiaccole accese alle ascelle o alle reni, e con tenaglie arroventate strappandogli le carni e versando olio bollente o piombo liquefatto nelle piaghe. Faustino e Giovita, già familiari alle fatiche ed ai patimenti, non mossero lamento neppure per questo nuovo martirio; ma Calocero, che solo da pochi dì avea lasciati gli agi consentiti in tempo di pace agli ufficiali addetti dell’imperatore, soffriva acerbamente e mandando gemiti profondi, pregava i suoi compagni a soccorrerlo colle loro preghiere. Non cedette però, ma confortato visibilmente dal cielo, resistette fino a che i carnefici, stanchi dal tormentare gl’invitti, li sciolsero e condussero nel carcere loro destinato, ove invisibilmente scesero gli Angeli a medicarne le ferite, a ricomporne le ossa e rincuorarli a nuove lotte. Grande conforto era per essi il vivere uniti, il ragionare insieme sulla passione del Redentore ed accendersi l’un l’altro a desiderio di ancor più soffrire per manifestargli il loro amore; ma venne il giorno della separazione e Calocero, levato dal carcere, fu consegnato a Saprizio, primicerio della scuola dei candidati e vice-preside delle Alpi Cozie. Da costui fu dapprima condotto a Tortona, ove confessò Gesù Cristo insieme al santo vescovo patrono di quella diocesi, Marziano, poscia in Asti posto in profonda ed oscura segreta della torre Rossa. Quanto soffersero i Santi per questo distacco è impossibile esprimere, ma più ne gemette Calocero, che, di fresco convertito, dalla conversazione dei due illustri fratelli ritraeva sempre nuovi ammaestramenti e consigli. Dio però, che sa ricavare il bene dal male, aveva così disposto, affinchè egli cooperasse alla conversione di un giovane neofita.


CAPO X Conversione di San Secondo d’Asti

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Ogni tentativo di Adriano per isvellere dal cuore dei giovani bresciani la fede di Cristo riusciva a novelle conquiste pel Cristianesimo, avverandosi alla lettera il detto del salmo, che Dio si ride dei disegni degli empi. I milanesi, bramosi di rivederli, appena spuntarono i primi albori, uscirono dalla città e si diedero a minute esplorazioni finchè, ritrovatili in una selva assorti nell’orazione, li circondarono pregandoli ad istruirli nella cristiana religione, al che essi acconsentirono con grande amorevolezza e, seduti in mezzo a loro, si posero ad iniziarli nelle vie della salute ed a battezzarli; sul far della sera ritornati insieme in città, i nostri Santi furono riconosciuti e di nuovo incarcerati. Mentre in Milano arricchivano il Cristianesimo di sì numerose conquiste, Calocero, racchiuso nel suo carcere in Asti, non se ne stava ozioso, ma, cercando ogni mezzo per guadagnar anime a Dio, seppe da alcuni cristiani che furtivamente lo visitavano essere in quella città un giovane d’illustre famiglia di nome Secondo, chiaro in lettere e in armi, il quale, sebbene zelante cultore degli idoli, avea sortito un’anima buona ed era sopra tutti i suoi coetanei stimato per rettitudine e probità. Calocero a cui sembrava un simil giovane fosse una bella preda da strappare agli artigli di Satana, trovò modo di mandarlo a pregare che si recasse da lui, e Secondo, quantunque meravigliato all’invito che pareagli strano, per cortesia annuì. Fra le anime belle, il vedersi, intendersi ed amarsi accade in un punto solo; e perciò fin dal primo abboccamento quelle due anime si strinsero in santa amicizia, mentre Calocero, cogliendo a volo il predominio acquistato sull’anima di lui, incominciò a parlargli della falsità dell’idolatria e della verità della religione cristiana. Secondo rimase rapito dalla bellezza della nuova religione


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e d’allora in poi ebbe a gran delizia il recarsi spesso a visitare Calocero, che, macero per patimenti e carico di catene, faceva bel contrasto col giovine soldato, coperto da ricca armatura, pendente dal suo labbro come un fanciullo dinanzi al padre. Un dì Secondo approfittando della fiducia, che in lui riponeva il vice-preside d’Asti, osò parlargli in questi termini: «Dimmi, o Saprizio, per qual delitto Calocero è rinchiuso nel fondo di quella torre?» E quegli: «Calocero distoglie uomini e donne dall’adoraziohe de’ nostri dei e predica la religione di un uomo crocefisso nella Giudea. Tu sai quali leggi si siano pubblicate contro i cristiani, io le farò eseguire; anzi sappi che mi fu detto essere stato imprigionato a Tortona un certo Marziano Vescovo: mi recherò colà per punirlo severamente». Questa rivelazione mise tosto in cuore a Secondo il desiderio di vedere Marziano e di ricevere da lui una più compiuta cognizione degli augusti misteri di nostra fede; per cui disse a Saprizio: «Alcuni affari importanti mi chiamano a Tortona, permetti ch’io ti sia compagno nel viaggio?» - «Sia pure come ti piace» quegli rispose e gli diede la posta pel domani. Secondo, colto il momento opportuno per non cadere in sospetto al tiranno, si recò alle carceri, ne fece aprire la porta e si presentò a Calocero dicendogli: «Amico, prega il tuo Dio che è nei cieli, perchè mi conceda di vedere un giorno la sua gloria». Indi gli manifestò il suo disegno. E il santo capitano con accento ispirato: «Va’ e Dio ti accompagni nel tuo viaggio! Tu riceverai il battesimo di Cristo, e quando farai ritorno alla tua città natale sarai ammesso a ricevere la corona del martirio». A queste parole si inginocchiò Secondo e con riverenza e tenerezza d’affetto: «In questo istante, disse, mi hai fatto degno di baciarti le mani, ma quando sarò di ritorno, meriterò di ricevere da te, come fratello, un abbraccio di pace». II mattino seguente Secondo e Saprizio si diressero alla volta di Tortona, ma ambedue, preoccupati da ben diversi pensieri, rado e poco parlavano. Saprizio credea d’aver per compagno un figlio di Giove o di Apollo e tratto tratto, pieno di una strana riverenza, si volgeva a rimirarlo;


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ma quando furono sulle rive della Bormida, una voce misteriosa chiese al neofita: «Credi in Dio, oppure dubiti ancora?» - «Credo, credo fermamente, che Gesù Cristo è morto per me», rispose Secondo con nobile entusiasmo e la visione sparì. Il Proconsole fra lo stupore e la curiosità dimandò che significasse l’oscuro parlare; e l’altro in tono solenne: «Tu odi la voce, ma non potrai vedere in eterno il volto di colui che parla». Giunti a Tortona, scorsero un vecchio di venerando aspetto venir loro incontro e far cenno colla mano si arrestassero: il vescovo era Marziano che Secondo, per divina rivelazione, tosto conobbe. Il vecchio divinamente ispirato gridò: « Entra, o fratello, nella via della verità, perchè tu possa conseguire la palma della fede. Soldato di Cesare, fa scrivere il tuo nome nel libro dei campioni di Dio e va a Milano. Ivi sono incatenati i santi e giovani confessori di Cristo Faustino e Giovita, i quali compiranno l’opera così felicemente incominciata da Calocero. Appena sarai battezzato, ritorna perchè il giorno che seguirà il tuo arrivo sarà il giorno della mia ultima battaglia. Le ore del tempo passano rapidamente. Iddio ti aspetta». Così detto si allontanò. Saprizio non lo conobbe e chiese: «Chi è costui che ci apparve simile ai fantasmi che vediamo dormendo? Con quale audacia osò tenere simili discorsi?» « A te sembra sognare, rispose Secondo, ma per me quest’apparizione è un avviso e un conforto». Entrati in città, Saprizio pensava ai mezzi per condannare e Secondo al modo di ubbidire agli ordini del cielo. Dopo qualche tempo, questi, presentatosi dinanzi all’amico, gli disse: «Ti sarebbe troppo grave il concedermi due cocchi pubblici? Ho vivo desiderio di recarmi a Milano, ove abita il nostro imperatore». Saprizio, sperando che l’amico avrebbe lodato il suo zelo dinanzi a Cesare, volle tosto accontentarlo dicendogli: «Va’ pure, o fratello, fa il piacer tuo, e ritorna amico di Adriano». II giovine ufficiale non pose tempo in mezzo, ma partì immediatamente per Milano, non volendo per sua colpa ritardare d’un istante il suo arruolamento sotto la bandiera di Cristo.


CAPO XI San Faustino battezza San Secondo

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Quando Secondo stava per entrare in Milano, fu assalito dal triste pensiero: come avrebbe potuto penetrare nel carcere ove gemevano Faustino e Giovita, mentre egli non conosceva in quella città nessun confratello nella fede, da cui prendere consiglio? In preda a profonda mestizia percorreva le vie di Milano, e guardandosi d’attorno perplesso e dubbioso, non sapea a qual partito appigliarsi. Ma il Signore suscitò i suoi servi prigionieri e li avviò incontro a Secondo. Questi appena li scorse, balzò dal cocchio, volò loro incontro e gettatosi ai loro piedi esclamò: «Strappate l’anima mia dalle mani dell’inferno, acciocchè io divenga libero figlio del Re dei cieli». Faustino, colla maggior tenerezza alzò le braccia e pregò: «O Signore, volgi benigno lo sguardo alla fede del tuo servo e compi i suoi desideri!». Fu pur grande la consolazione de’ nostri Santi in quell’abboccamento! Essi aveano tanto bramato di aver novelle di Calocero ed ora sapevano che il loro figlio in Gesù Cristo non solo perseverava nella fede, ma la propagava ad altri, contribuendo alla diffusione del regno di Dio, desiderio ardentissimo del loro cuore. Ringraziando la Provvidenza, che mesceva alcune gocce di gioia nel calice amaro dei loro patimenti, si misero a cercare una fonte per versare il sacro lavacro sul capo a Secondo. Dopo inutili tentativi, si rivolsero supplicanti al Signore, e tosto, come narra la leggenda matrice della vita de’ Santi Faustino e Giovita, una nube in forma di colonna apparve nell’azzurro del cielo e lasciò cadere una fitta pioggia, che, riempiendo di acqua tersissima alcuni canali scavati nel terreno, porse opportunità a Faustino di amministrare il santo battesimo del fervoroso catecumeno. In quel luogo sgorgò poscia, a testimonio del


fatto, un ruscello, che anche oggigiorno si visita presso l’antica basilica di San Vincenzo in Prato. Poi Faustino soggiunse: «Va’, sii forte, e cogli nella tua patria la palma della giustizia; fa che ci giungano buone nuove della costanza della tua fede. Porta il nostro saluto ai fratelli nostri Calocero e Marziano, e sappiano essi come fosti rinnovato nel santo battesimo». Calocero fu pochi giorni dopo decapitato in Albenga e Secondo venne fatto decollare dal suo amico stesso Saprizio in Asti sua patria, come gli aveano predetto Faustino e Marziano.

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CAPO XII Faustino e Giovita soffrono nuovi dolori

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Dovendo Adriano partire per la guerra già incominciata contro i Sarmati e i Rossolani*, affidò i due prigionieri bresciani alla custodia di un certo Antioco, suo ministro e preside delle milizie, con pieno potere di tormentarli, finchè non avessero piegato il capo dinanzi agl’idoli. Antioco, uomo fiero e inveterato nell’odio contro i cristiani, rinnovò contro di essi quanti supplizi avea sperimentato l’imperatore in Brescia e in Milano: ecco di nuovo il rogo, di nuovo il piombo liquefatto in bocca e gli stiramenti dell’eculeo, a cui egli aggiunse di suo lo strazio delle lamine roventi applicate sulle nude membra. Quelle lamine sollevano loro la pelle, la strappano, poi penetrano nelle carni, le straziano, le abbrustoliscono, ne fanno miserabile scempio. Già se ne vedono i brandelli ad esse attaccati, con quale spasimo dei Santi Martiri è impossibile immaginare. Pare incredibile che già indeboliti per le antecedenti perdite di sangue non vengano meno e non spirino l’anima fra i tormenti. Ma Dio li sostiene colla sua grazia ed essi non mandano un grido, non fanno atto d’impazienza e solo col contrarsi delle membra e con qualche gemito strappato dalla forza del dolore, manifestano il loro grande patire. Essi mirano a Gesù, che tanto sofferse per aprire ad essi le porte del cielo e, gloriandosi di rassomigliare a quel divino esemplare, perdonano e pregano. Gli spettatori attoniti, ammutoliti, non sanno capacitarsi, come uomini delicati e cresciuti negli agi valgano a sopportare senza strida siffatta carneficina ed esclamano: «Dev’essere divina una religione che trasforma gli uomini in eroi!». Le conversioni si succedono, le grida di coloro che si proclamano cristiani si moltiplicano ognor più, ed Antioco, umiliato e

* Sarmati e Rossolani: popolazioni dell’Asia Minore, dell’attuale Iran


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pieno di livore, fa di nuovo incarcerare i giovani fratelli, affinchè la vista della loro fortezza non converta al Cristianesimo tutta Milano. La folla che li segue è immensa, tutti vogliono compatire a’ loro dolori, ed essi, sebbene prostrati dai più acerbi spasimi, hanno per tutti un sorriso, una parola di conforto, d’avvertimento, di speranza. Rientrano nella prigione colle carni lacere, tutte una piaga, ma l’amor di Dio li sostiene; nulla curanti di se stessi, tosto si pongono in orazione ed assorti dimenticano ogni cosa per perdersi nella di lui immensità. Chi non ammira l’invitta costanza e l’inalterabile pazienza de’ nostri eroi? Quanti tormenti potè immaginare l’umana nequizia unita a ferina crudeltà, tutto essi provarono e sostennero senza che dalla loro bocca uscisse parola che non fosse improntata dalla carità, pazienza e mansuetudine cristiana. Facciamo così noi, pure quando il Signore ci visita con qualche croce o alcuno ci affligge? Dinanzi al loro esempio dobbiamo confonderci ed umiliarci, mentre non sappiamo sopportar nulla, ed una malattia, un dolore un po’ forte e prolungato, una disgrazia ci fanno dar nelle smanie. Eppure per giungere al cielo è necessario portare la croce, come l’ha portata Gesù modello dei predestinati, il quale ci lasciò detto: «Chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda dì per dì la sua croce e mi segua». Tutta la vita di Gesù non fu che un lungo e prolungato martirio e noi cercheremo il riposo e la gioia?


CAPITOLO XIII Faustino e Giovita sono condotti a Roma e dannati alle fiere

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Ritornato Adriano dalla guerra contro i Sarmati, chiese novelle ad Antioco dei due bresciani e, sentendo che ancora persistevano nella loro religione, decise di condurli a Roma aggiogati al suo carro, affinchè in tutta Italia, vedendo com’egli sapea punire gli sprezzatori degli dei, nessuno più s’invaghisse di rendersi cristiano. Al sentir pronunziare il nome di Roma, balzò in petto il cuore a’ nostri generosi confessori, lieti di penetrare nel centro della Chiesa di Cristo e, raggianti di speranza di poter in qualsiasi modo assistere ai divini misteri sulla tomba dei Santi Apostoli, di prostrarsi ai piedi del Vicario di Gesù Cristo ed ottenerne l’apostolica benedizione. Fino dal giorno in cui San Pietro vi stabilì la sede del Pontificato, Roma fu la meta a cui anelarono tutte le genti cristiane, Roma il faro a cui s’illuminarono i sapienti del secolo. Roma, stringendo col Pontificato nozze insolubili, divenne segno all’ira ed all’ammirazione dei popoli; ma chiunque tentò di soggiogarla ebbe a pagar cara la sua follia, perchè Roma fu sempre fatale a’ nemici suoi. Il contegno umile, calmo e dignitoso de’ nostri Santi che, incatenati dietro al carro imperiale, parevano indifferenti a quanto li circondava, eccitava l’ammirazione degl’italiani, più che lo sfarzo dei ministri e cortigiani di Adriano. Faustino e Giovita, se aveano prima predicato colla parola e coi patimenti, in quella circostanza evangelizzavano coll’esempio. Il buon esempio vale spesso più di una predica ed ora che gli scandali aumentano ogni giorno dovrebb’essere ufficio di ogni anima buona ripararvi collo spargere intorno a sè il profumo della virtù.


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Tra i cristiani di Roma era già precorsa la fama del prossimo arrivo dei due illustri bresciani, perciò uscivano tacitamente dalla città per incontrarli ed approffittando della confusione, che sempre regna nei solenni ricevimenti, ne baciavano le catene ed a vicenda ricambiavansi il bacio di pace informandosi del progresso delle chiese di Roma, di Brescia e di Milano. I cristiani ovunque si trovino sono fratelli e molto più si addimostravano tali in quei primi tempi del Cristianesimo, tempi di vera fede, eccitando l’ammirazione dei pagani stessi che, additandoli, dicevano: «Vedete come si amano!». Lasciati per alcuni momenti liberi, Faustino e Giovita si misero tosto, com’era loro costume, a predicar con grande frutto la fede ai gentili, ma benchè venissero poi di nuovo incarcerati, non ristettero dalla missione apostolica, ma presero a istruire e battezzare i custodi delle carceri e quanti, attratti dalla loro virtù e dai loro miracoli, vi poterono penetrare. Intanto Adriano sbrigava gli affari più urgenti accumulatisi durante la lunga sua assenza da Roma, ma il pensiero dei nobili bresciani, ribelli a’ suoi ordini, non gli lasciava pace, e quasi vergognandosi di non averli ancor potuti conquistare, volle ritentare con lusinghe e con minacce di debellare la loro fermezza. Perciò, fattili venire al suo cospetto, tutto mise in opera per riuscir nell’intento, ma inutilmente. Dovendo poi salire al Campidoglio per offrire un sacrificio di ringraziamento agli dei pel buon esito de’ suoi viaggi, vi fece condurre i due illustri fratelli e minacciandoli delle fiere, se non gettavano una manata d’incenso sull’ara sacra a Giove, sperò intimidirli. Bisogna proprio dire ch’egli avesse perduto il ben dell’intelletto, se tentava distogliere dalla religione di Cristo due prodi, non domi dalle precedenti torture, anzi rinvigoriti dai numerosi e splendidi miracoli che le avean seguite. La passione lo avea accecato e quando l’uomo si lascia dominare dalla passione, né vede, né sente fuorchè ciò che da essa dipende. Le minacce di Adriano non furono lettera morta; egli indisse per il giorno seguente uno spettacolo nell’anfiteatro, in cui Faustino e Giovita sarebbero stati e combattenti e vittime.


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Il concorso fu enorme; tutti, sapendo com’essi fossero scampati alle fiere in Brescia ed in Milano, smaniavano di vedere l’esito della nuova tenzone. Molti gentili, titubanti sul mutar religione, asseveravano che quando i Santi rimanessero illesi, si sarebbero proclamati cristiani; i pagani più zelanti del culto degl’idoli incitavano i gladiatori a fare scelta accurata delle belve più furiose ed affamate. Il fermento, la folla degli spettatori, la ressa, l’ansia si accrebbero quando apparvero i due atleti che, incatenati, ma calmi e sereni, erano i soli che di un simile spettacolo non facessero pensiero. Entrarono giulivi in quell’anfiteatro, meraviglia del mondo, che oggi ancora sotto il nome di Colosseo giganteggia nell’alma città, ricordando le migliaia di martiri che prima di essi vi aveano resa testimonianza della lor fede. Quivi si prostrarono a terra, baciarono quelle zolle ancora intrise di sangue cristiano, pregando il Signore li sostenesse colla sua forza, come avea fatto co’ loro predecessori. Alle fiere, i cristiani alle fiere! era il grido consueto del popolo avido di pascere gli sguardi della vista del sangue. Ma fu deluso in sua insana ferocia, perciocchè quel Dio che salvi avea i suoi martiri a Brescia ed a Milano, li volle salvi anche a Roma, talchè l’imperatore infuriato lasciò dispettosamente l’anfiteatro correndo a nascondere la rabbia e la vergogna nel palazzo imperiale.


CAPO XIV Gioie spirituali

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L’improvvisa scomparsa di Adriano, la confusione de’ suoi ministri, lo scompiglio suscitatosi fra il popolo, furono forse cagione, che i nostri santi rimanessero finalmente liberi in mezzo ai loro fratelli cristiani. Gli atti del loro martirio non lo affermavano, asseverano però che furono nelle catacombe a visitare il Pontefice, che chiamano Telesforo (alcuni storici invece credono fosse San Sisto). Se fossero stati continuamente in balìa de’ loro nemici questi non avrebbero certo loro accordato di soddisfare all’ardente desiderio di presentarsi dinanzi al Sommo Pontefice: se dunque n’ebbero agio, è chiaro che in Roma abbiano goduto di qualche libertà. Che cosa essi provassero appena furono ai piedi del Vicario di Gesù Cristo lo giudichino coloro che ebbero la fortuna di prostrarsi dinanzi al Papa. Il Papa è sempre quello, porti egli un nome od un altro, se ne stia ritirato nelle catacombe o salga il trono, cinga la tiara o sia fatto prigioniero, egli è sempre il rappresentante di Dio, la prima potenza del mondo che si impone non a pochi individui, o a qualche popolo, ma impera e deve imperare sopra milioni di uomini, sopra classi sociali per colte ed elevate che siano, sopra popoli distesi su tutta la faccia della terra. Tentano i suoi nemici di screditarne la potenza, dicono che il papato ha fatto il suo tempo, che è agonizzante, ma una parola di questo agonizzante si ripercuote dall’uno all’altro mare, è riverita, ascoltata, obbedita da tutti i credenti ed i suoi nemici istessi la temono più che una dichiarazione di guerra di formidabile potenza. Faustino e Giovita si prostrarono umilmente dinanzi a Colui che per essi era l’immagine del Dio vivente e, ripieni di ossequiosa riverenza, gli chiesero l’apostolica benedizione, lasciando a noi esempio del rispetto


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dovuto all’ecclesiastica autorità, purtroppo da molti sconosciuta, screditata, vilipesa. Né ebbero molto a faticare a trovar il campo de’ nuovi trionfi, mentre i romani testimoni de’ prodigi dell’anfiteatro a torme si presentavano, si convertivano, e supplicavanli del battesimo. Fra questi meritano di essere annoverati Felice, Donato e Bonifacio ministri di Adriano, che poi furono da quel monarca condannati alla decollazione. In questo breve intervallo di pace era loro delizia il poter intervenire ai divini misteri, e pascere le sante brame del cuore coll’accostarsi alla mensa degli angeli. In quel tempo di persecuzione, le funzioni religiose si celebravano nelle catacombe, ossia lunghi anditi scavati sotterra fuor delle mura, aventi nel mezzo alcune cripte, specie di sale, ove si radunavano i primitivi cristiani per sfuggire all’attenzione degl’idolatri. Ivi in giorni ed ore determinate si celebrava il santo sacrificio della Messa, si predicava la parola di Dio, si rimettevano i peccati e si dispensava l’adorabile Eucaristia. Il divin sacrificio era quasi sempre offerto sulla tomba di un martire, di fresco morto per la fede, ciò che infervorava i novelli cristiani a tutto sacrificare per rimaner fedeli a Gesù Cristo. Faustino e Giovita, che da tanto tempo più non aveano avuto la fortuna di entrare in un oratorio cristiano, in quel santuario di pace e di preghiera provavano tutte le delizie che Dio suol concedere alle anime sue dilette e, immersi nella contemplazione, pregustavano l’estasi beata del paradiso. Oh! quante volte compresi da ineffabili dolcezze avranno esclamato col salmista: «Quanto sono diletti i tuoi tabernacoli, o Dio delle virtù!... è meglio un’ora sola passata nella tua casa che mille sotto la tenda dei peccatori». E la loro Brescia l’avranno dimenticata in quegli intimi sfoghi dell’anima con Dio? Sarebbe un far torto all’amore che per essa nutrivano il solo dubitarne. Sotto quelle tetre e anguste volte rischiarate da pallido lume, in quegli antri, intorno a quelle pareti che accoglievano le spoglie e le ampolle del sangue di tanti martiri, con quanto cuore avranno implorato su Brescia il lume della fede, pei loro concittadini fratelli in religione, forza, fermezza, eroismo in qualunque cimento!


CAPITOLO XV I Santi Martiri sono condotti a Napoli e sottoposti a nuovi tormenti

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Adriano, che non avea terra ferma, ma sempre era dominato dal genio dei viaggi, volendo recarsi a Napoli per la via di mare, decise condur seco nella nave i due nobili bresciani, affinchè coi castighi che loro voleva infliggere s’intimorissero gli abitanti dell’Italia meridionale, ove già la religione cristiana metteva salde radici. Non istimando però cosa conveniente occuparsene egli stesso dopo le umiliazioni subite, diede pieni poteri sopra di essi ad un suo ministro di nome Aureliano, conte dell’una e dell’altra milizia, come dicono gli Atti, al quale per opera de’ suoi satelliti venne fatto scoprirli uscenti dalle catacombe e incatenarli. Non se ne adontarono i santi fratelli, non opposero la minima resistenza, ma adorando la divina volontà, sempre amabile nelle sue vie, offersero le mani a’ ceppi colla maggior tranquillità e si lasciarono condurre in carcere. Per essi tutto era caro, la libertà e la prigionia, il riposo e la fatica, la sanità e le sofferenze, la vita e la morte. Sapevano essi come la vita cristiana consista unicamente nel fare la volontà di Dio, il quale conosce meglio di noi quanto ci abbisogna. Assai si rattristarono i cristiani all’annuncio della cattura dei prodi figli di Brescia e lagrimando si misero a circuire il carcere nella speranza di penetrarvi; ma quando furono consapevoli dover essi partire per Napoli, smisuratamente si dolsero, presaghi di non vederli più. Per porgere loro un ultimo tributo d’affetto, li accompagnarono mestamente fino al Tevere, meravigliando come tanta dolcezza e pace spirasse dai loro volti. Una navicella, seguendo il corso del fiume, condusse i santi prigionieri fino ad Ostia, ove si fecero salire sulla nave imperiale, che già spiegava le vele per solcare il Tirreno.


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Tutto facea preannunciare un tragitto felice; il mare tranquillo, il vento propizio, il cielo sgombro di nubi; e già la nave avea con buona fortuna raggiunto metà del suo cammino, quando all’improvviso succede una calma profonda da dubitarne sinistro avvenimento. Il sole impallidisce, l’azzurra volta sembra scomporsi in fosca e torbida luce, lividi solchi si stendono sopra un mare immobile. Fa il pilota ammainare le vele, indarno i marinai danno dei remi in acqua, non si va innanzi un palmo e intanto le nubi si addensano sempre più fosche; lampi, tuoni, folgori annunziano la tempesta; si scatena la bufera, che minaccia schiantare gli alberi, capovolgere la nave: i flutti si accavallano con sordo muggito e flagellano la nave d’ogni lato. Cresce il pericolo; la nave serrata fra due onde che, mettendo dentro tant’acqua d’andarne sotto quasi tutto il corpo, ondeggia e trabocca d’ogni parte. I marinai allibiti, irti per lo spavento i capelli, abbandonano i loro posti e quante vi sono persone gettate sulle coperte aggrappansi ai ritegni, perchè col travolgersi della nave, non siano balzati in mare. Adriano smarrito fa supplicazioni agli dei e promette sacrifici a Nettuno, ma i suoi numi e il dio del mare sono sordi, chè la procella infuria e minaccia di far naufragare la nave. Soltanto i due santi fratelli, in mezzo a tanta turbazione della natura, conservano un sembiante piacevole e sereno e con modi amorosi e soavi infondono anche nei più trepidanti fiducia nella potenza della croce, cui riverenti obbediscono le tempeste ed ogni cosa creata. I pagani stessi, memori dei prodigi operati dal cielo in favor loro, li supplicano ad intercedere dal Dio che adorano di scamparli dall’imminente naufragio. Allora i Santi si prostrarono e, dopo breve preghiera, alzatosi Faustino, qual ministro del Signore, fece il segno della croce sulle onde. In un baleno ecco sedarsi la procella, il vento mutarsi in brezza leggera, ritirarsi i flutti, il cielo risplendere di luce serena e la nave da se medesima risorgere e rialzarsi. A sì evidente miracolo i naviganti scoppiarono in ringraziamenti verso i loro salvatori e con gara d’affetto si misero a baciarne i piedi; e siccome essi si sforzavano a persuaderli niente da se stessi valere senza la volontà di Dio, ch’è nei cieli, a grandi istanze domandarono di essere accolti fra il bel numero di coloro per cui quel Nume avea dimostrato


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tanta meraviglia di potenza: dal che gran numero di conversioni. Solo l’imperatore ed Aureliano non vollero riconoscere in quel prodigio la mano dell’Onnipotente e sordi alla voce di Lui che avea parlato per mezzo di Faustino e Giovita, si ostinarono nell’errore e nell’errore morirono. Guai a quell’anima che resiste all’invito di Dio mentre Egli chiama al ravvedimento! Se ne pentirà, ma troppo tardi! Una folla immensa aspetta nel porto di Napoli l’arrivo del vascello imperiale, spinta non tanto da vaghezza di ammirare il monarca e il suo corteo, quanto da desiderio di mirare in volto i due illustri bresciani, che la fama tanto avea resi celebri e di udirli a predicare e di veder nuovi miracoli. Appena la nave fu ancorata ed essi misero piede sul lido, vedendosi attorniati da tanta moltitudine, non posero tempo in mezzo a predicare ed istruire, battezzando poi coloro che vi erano già stati disposti durante il tragitto da Roma a Napoli. Le loro parole forti e persuasive scendevano come pioggia benefica nel cuore dei napoletani, commovendoli soavemente e le conversioni furono talmente numerose che si può con sicurezza affermare essersi il Signore servito della pervicacia di Adriano per dilatare la sua religione in Italia. Ogni strumento è ottimo nelle mani di Dio ed a quella maniera ch’egli si servì di dodici rozzi pescatori per fondare la sua Chiesa, adoperò i tiranni per estenderla nelle parti più remote del mondo. Non appena Aureliano s’accorse che i suoi prigionieri abusavano dello scompiglio suscitatosi allo sbarco della corte per predicare la loro religione si sdegnò altamente e li fece rinchiudere in profonda prigione, donde non li trasse che per tentarli nuovamente all’adorazione dei numi di Roma. Adriano in dignità di Pontefice Massimo entrando nella città costumava far subito offrire splendidi sacrifici agli dei; laonde parecchi ne indisse anche in Napoli, e al più solenne volle presenti Faustino e Giovita, sotto la minaccia o di adorare gl’idoli o soggiacere a nuovi tormenti. È inutile ripetere la loro risposta, essi non la mutavano mai, e l’imperatore avrebbe pur potuto convincersi che il tentarli era fatica sprecata. Per castigarli Aureliano mise in opera un nuovo supplizio degno del suo cuore ferino: li fece porre in mezzo a due ruote armate di punte le quali, girando le une contro le altre, ne lacerassero le carni, ne stritolassero le ossa. Non ebbe però il


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barbaro contento di vedere l’effetto della sua crudeltà, poichè tosto che i pazienti vi furono sovrapposti, le ruote si spezzarono, e il tentativo non ebbe altra riuscita all’infuori di aumentare il numero dei catecumeni per il battesimo. Non sazio Aureliano li condannò all’eculeo ed essi in mezzo allo spasimo di quella carneficina, lieti come se giacessero sopra un letto di rose, predicavano agli sgherri ed agli spettatori il regno di Dio: furono poste ai loro fianchi torce accese per vieppiù tormentarli, ma ne rimasero illesi, perciocchè un soffio invisibile ripetutamente le spegneva. Cieco di furore, più non sapendo a qual partito appigliarsi, il ministro di Cesare pensò di farli sommergere nel mare; sotto le onde, egli diceva, non potranno più fare altri proseliti che di pesci e tutto sarà finito. Scelse una barcaccia sdruscita tutta fessa e senza remi, fece collocarvi dentro i Santi Martiri legati mani e piedi, spingerla per quanto si potesse in mare e abbandonarla poi alla mercè dei flutti. Com’egli ingiunse fu fatto; ma quale non fu il suo stupore quando seppe che i due cristiani se ne stavano tranquillamente sul lido a battezzare i neofiti! La loro navicella in preda alle onde si era sommersa, ma l’angelo del Signore li avea salvati e, slegatili, deposti sulla spiaggia. Di questo portentoso avvenimento venne tosto informato l’imperatore, il quale vedendo come, malgrado i propri sforzi, gl’idolatri andassero man mano diradando le file, ordinò si riconducessero alla loro città natale e vi fossero decapitati. Costituì Aureliano prefetto della Venezia al posto d’Italico, ingiungendogli che non si desse per vinto fino a che non vedesse esanimi que’ dite felloni: lo facesse poi consapevole di quanto fosse per accadere. Appena seppero i nostri santi Patroni della nuova destinazione, giubilarono in cuore e ringraziarono il Signore che avesse esaudito il loro voto, ch’era quello di sacrificargli la vita sul suolo natio, in mezzo ai concittadini figliuoli in Gesù Cristo e confortati dalla presenza del santo vescovo Apollonio. Il loro viaggio di ritorno, se doloroso per le fatiche e i patimenti sofferti, fu pur fecondo di gioie purissime e sante, attesochè, ovunque passavano, moltitudini di uomini, di donne e di fanciulli traevano a vederli e supplicarli d’istruzione nella fede cristiana, di consigli, di conforti: ed essi ad ammaestrare, rinvigorire, avendo per ciascuno e per tutti parole di sapienza e di carità.


CAPO XVI Giunti in Brescia, i Santi Faustino e Giovita colgono la corona del martirio

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Eccoci ora giunti al giorno tanto desiderato dai nostri Santi concittadini, giorno che dovea coronare tutta una vita di fatiche, di stenti, di sofferenze, di virtù esimie, di meriti incalcolabili. La morte parea sfuggire alle loro brame, ma era per scoccar l’ora segnata nei supremi decreti dell’Onnipotente ed essi vi andavano incontro giubilanti e sorridenti, come ad una lieta festa, favellandone coi cristiani che si schieravano sui loro passi. Pare che condotti da Aureliano da Roma a Brescia i Santi Faustino e Giovita percorressero la via Flaminia, la quale attraversando l’Umbria metteva a Rimini. Da questa città si apriva poi la grande strada militare dell’Emilia conducente a Bologna, Modena, Reggio, Parma, Piacenza, Milano e fino nelle Gallie. Siccome però anche lungo la via Cassia, che da Roma spingevasi a Viterbo, Siena, Colle, Pisa, Lucca e la Liguria, si trovano memorie del loro culto, così è ragionevole il congetturare che quest’ultima via preferito avesse Adriano nel ritornare da Roma a Milano traendo seco i due Santi Martiri, piuttosto che rifare la prima, secondando il suo costume di visitare i diversi luoghi del suo impero, col dare una rapida visita alle città del littorale etrusco e della Liguria. È in vero consolante per ogni cuore bresciano il seguire colla carta d’Italia alla mano l’una e l’altra via, e dappertutto scorgere monumenti innalzati dalla fede degl’italiani a memoria delle fermate e dei patimenti sostenuti dai nostri Santi concittadini in quei penosi viaggi. Riservandomi di parlare più tardi dei santuari ad essi dedicati, ora dirò solamente che conservasi costante


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la tradizione del loro passaggio in Viterbo, in Colle di Val d’Elsa e sulla riviera di Genova lungo la via Cassia, e sulla via Emilia in Ravenna, in Bologna, in Modena, in Reggio, in Rubiera, in Piacenza, a Pavia. Ormai i nostri Santi erano vicini a Brescia e, ben sapendo come tosto vi avrebbero trovato la morte, raccolti in se stessi meditavano e pregavano, preparandosi a rendere l’anima in seno al Creatore. I loro ragionamenti si aggiravano tutti sulla passione di nostro Signore Gesù Cristo, sulla di lui morte penosissima e sulla beatitudine dei celesti comprensori. Arrivati al Mella, furono consolati dall’incontro inaspettato e caro del santo vescovo Apollonio e di moltissimi bresciani già loro discepoli nella fede, desiosi di dare ad essi il bacio di pace. Commossi fino alle lagrime inginocchiaronsi dinanzi al venerato pastore, che li benedisse con trasporto di affetto e li abbracciò teneramente. Era l’ultimo abbraccio che si davano su questa terra; e i nostri Santi ben lo sapevano, e penavano a staccarsi da lui, al quale, dopo Dio, erano debitori della loro conversione al Cristianesimo. Se in altre circostanze fossero rientrati in città, la vista dei cari poggi, ove erano nati, avrebbe suscitato in essi un’allegrezza simile a quella che prova un esule nel rivedere il suolo natio; ma essi troppo erano preoccupati dal pensiero del martirio per avvedersi di quanto li circondava. Le loro pupille si fermavano soltanto sui luoghi ove avean patito per Cristo, luoghi per essi di trionfi e di care rimembranze che benedicevano dall’intimo del cuore. Aureliano tutto mise in opera per indurli a sacrificare agli dei della loro patria; li assicurò di costituirsi mallevadore presso Cesare, affinchè perdonasse alla precedente fellonia, che lor avrebbe ottenuto piaceri, ricchezze, onori, dignità e quanto potessero bramare. Essi risposero francamente: «Ciò che noi più ardentemente bramiamo è di morire pel nostro Signore Gesù, solo Dio vivo e vero, che te altresì deve giudicare. Adempi pure al comando di Adriano siamo cristiani, morremo cristiani e gli dei non avranno mai da noi né incensi né vittime». Convinto Aureliano che non avrebbe mai smosso quei martiri invitti come uno scoglio, decise di obbedir tosto al decreto dell’imperatore, e


loro intimò la ferale sentenza. A quest’annunzio Faustino e Giovita innalzarono un cantico di grazie al Signore e s’incamminarono lieti e festevoli alla prigione, ove passarono la notte vegliando e pregando. Al mattino seguente fatti uscir di città per la porta Matolfa, furono condotti con altri cristiani, fra cui si crede fosse Sant’Afra, sulla via che conduceva a Cremona, luogo destinato al supplizio. Ivi inginocchiati colle mani innalzate al cielo, fecero oblazione di se stessi al Signore, pregandolo aggradisse il loro sacrificio come ostia di propiziazione, sì che la loro morte fosse feconda di vita spirituale alla cara loro Brescia. E simili a Colui che perdonando spirava, pregarono pei loro persecutori, raccomandarono agli astanti di sostenerli con fervide preghiere e, mentre la loro anima già assorta in Dio pregustava un saggio della celeste beatitudine, la spada del carnefice li decollò il 15 febbraio.

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Tosto, per esortazione del santo vescovo Apollonio, le loro sacre spoglie furono raccolte ed onorevolmente sepolte nel cimitero di S. Latino, accompagnate da lunga fila di cristiani, che, inconsolabili, piangevano tanta perdita. Sull’antica porta Matolfa, dalla quale usciva la via che anticamente metteva a Cremona, fu posta sulla fine del secolo XV, una grande lapide portante effigiati a bassorilievo i Santi Martiri Faustino e Giovita, in costume l’uno di sacerdote e l’altro di diacono, e dietro essi Sant’Afra, ed a lato due militi giustizieri e sottovi incisa quest’epigrafe: INTRA HVIVS VIAE BRIX. LOCUM VBI PORTA CREMONENSIS HABEBATVR GLORIOSI CHRISTI MARTYRES FAVSTINUS ET IOVITA MARTYRII PALMAM AD FURCAM CANIS OBTRVNCA TIONE CAPITIS SVMPSERVNT SVI CIVES TANTAE FIDEl TESTIMONIO POSVERE HAEC ANNO CXLVI SUB ADRIANO IMP. CELEBRATVR


[Lungo questa via, dove esisteva la porta Cremonese, i gloriosi martiri di Cristo Faustino e Giovita raccolsero la palma del martirio nella decapitazione compiuta alla Forca di Cane. I concittadini a testimonianza di tanta fede posero (questo ricordo). Questo avveniva l’anno 146 sotto l’imperatore Adriano]

Quest’iscrizione, levata dal luogo ove era collocata per lavori del Macello, fu posta più tardi nel Museo Cristiano a Santa Giulia. Al Forcello, dove si stacca dalla strada regale di Cremona quella di Folzano, poco al di là della linea ferroviaria, c’era fino a pochi anni fa una piccola santella che si credeva eretta sul luogo del martirio dei nostri Protettori.

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CAPO XVII Il Cimitero di San Latino

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Fino dai primi tempi i bresciani ebbero in venerazione di santi i due valorosi campioni della fede, dai quali colla fiducia che si ripone in conoscenti e concittadini, si prometteano ogni maniera di celesti favori; laonde in ogni loro bisogno ricorreano come ad amici potenti, pellegrinando al loro sepolcro, sul quale con istudio d’amore spargeano fiori, e gli ornamenti più splendidi che per loro si potessero. Tale culto non è scemato nei secoli, e mentre né Adriano, né Italico, né Aureliano potentissimi nessuno ricorda, le sante gesta di Faustino e Giovita, da coloro martoriati, corrono ancora fra il popolo e parlano al cuore di tutti i buoni bresciani, così che la loro vita è più di ogni altra familiare e, come ora suol dirsi, popolare. Non sarà perciò sgradito che qui si porga qualche cenno intorno al luogo ove le sante reliquie dei nostri Protettori ebbero il primo riposo e culto, alle traslazioni che ne seguirono e alla fiducia degli avi nostri nel loro valido patrocinio. Procurai di attingere notizie alle fonti più sicure; ma fin d’ora dichiaro di sottomettermi pienamente alle critiche dei cultori di storia patria, più profondi conoscitori dei segreti delle biblioteche e degli archivi, non ad altro io mirando che a mettere, se sia per mio mezzo possibile, in maggior venerazione que’ Santi, ai quali la nostra città deve immensi benefici nell’ordine sia dell’eterna che della materiale salvezza. Dissi che Sant’Apollonio diede onorevole sepoltura ai corpi dei generosi martiri di Gesù Cristo nel cimitero di San Latino; questo Vescovo, terzo della diocesi, come ricavasi dall’antico martirologio bresciano tramandatoci dal celebre vescovo Ramperto, nei tempi della persecuzione di Traiano fece costruire un cimitero o sepulchra martyrum fuori porta


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Matolfa, lungo la via che conduceva a Cremona (via sulla quale più tardi furono decollati i nostri Santi Patroni) e ciò per riporvi le spoglie dei cristiani. Alcuni critici parlano con diffidenza del luogo preciso ove fu eretto quel cimitero, ma quando si consideri che in quei tempi di proscrizione i cimiteri si aprivano presso le vie suburbane, perchè più rapido e meno avvertito fosse il trasporto degli estinti a que’ loro più nascondigli che cimiteri, appare evidente la comune tradizione che il cimitero di San Latino sorgesse dove ora si trova la chiesa sotterranea di Sant’Afra. E infatti ne discorrono con sicurezza i Bollandisti* nella storia del martirio dei Santi Faustino e Giovita ed in quella di San Calocero. Sant’Afra e gli altri martiri condannati sotto l’impero di Adriano furono ivi sepolti, ed anteriormente lo stesso San Latino, come ricavasi da una preziosa iscrizione ricordata dal Brunati e dall’Odorici, dalla quale si ha che una sua nipote di nome Paolina avea posta quella lapide in memoria di Flavio Latino, che fu vescovo per tre anni e mesi sette. Nel 1529 vi si scopersero alcune tombe, contenenti mortali spoglie, le quali con molta cura furono risposte in otto casse di cipresso sotto qualche altare. Quando poi nel 1580 vennero mosse alcune pietre, si trovò una fenestrella segnata da una croce di ferro, per la quale si guardava in un pozzo non dissomigliante da quelli che si venerano a Roma ed a Nola, sacro deposito di molti resti umani di creduti martiri, tuttora visitato con molta divozione dai bresciani. Si crede che più tardi, nel secolo VI, San Faustino successore di Sant’Ursicino e settimo tra i nostri vescovi, forse del medesimo casato de’ Santi Faustino e Giovita come suppone il Malvezzi, preso da viva brama di collocare più onorevolmente le preziose reliquie degli apostoli della fede, facesse costruire sopra il cimitero di San Latino una basilica e con una gran pompa e devozione vi collocasse i corpi dei due Santi fratelli, come si legge nel martirologio di Adone: Item Sancti Faustini Confessoris Brixiensis, qui corpora Sanctorum Faustini et Jovitae collegit. E perchè ne’ secoli venturi non se ne smarrisse la memoria, tanto

* Gruppo di Gesuiti che lavorò alla compilazione degli Acta Sanctorum, raccolta critica di documenti e dati dei Santi distribuiti secondo i giorni dell’anno.


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da nascere forse dubbio d’accertarne i corpi, credesi che introducesse nel sarcofago una tavoletta di piombo colla seguente epigrafe: Hoc in tumulo quiescunt corpora beatissimorum Martirum Faustini et Jovitae. Ex parte meridiana corpus Sancti Faustini, ex parte altera corpus Sancti Jovitae (In questa tomba riposano i Corpi dei beatissimi Martiri Faustino e Giovita. Dal lato a mezzogiorno il corpo di San Faustino, dall’altra parte il corpo di San Giovita). Di questa tavoletta è fatta menzione nei libri municipali delle Provvisioni. Quella chiesa fu chiamata prima di San Faustino Martire, poscia di San Faustino ad sanguinem, come risulta da una bolla di Urbano III, che governò la Chiesa dal 1185 al 1187, finalmente sul principiare del XVI, fu chiamata di Sant’Afra. Anche San Gregorio Magno, assunto alla sede pontificia nel 590, cita questa chiesa in un racconto de’ suoi Dialoghi. Narra egli d’essergli stato riferito da certo Giovanni, personaggio in gran riputazione e in dignità di Prefetto di Roma, che un vescovo di Brescia avea, previo compenso, concesso sepoltura nella chiesa di San Faustino Martire al corpo di un tal Valeriano, il quale come turpemente avea vissuto tale era morto: non poteasi perciò seppellire in luogo sacro. Aggiunge poi che nella medesima notte in che fu sepolto costui, il beato Martire Faustino apparve al custode della chiesa, e gli disse: «Va in mio nome, comanda al Vescovo che scacci le fetenti carni qui poste; altrimenti morrà sul trentesimo giorno». Il custode non osò comunicare al Vescovo questa visione e si ritrasse dal comando. Ora sul vespro del trentesimo dì il Vescovo, che sanissimo era, appena si ebbe coricato, fu colto da subita ed improvvisa morte. Terribile esempio del quanto si debbano osservare le discipline ecclesiastiche, purtroppo oggidì sconosciute e spesso disprezzate!


CAPO XVIII I corpi del Santi Faustino e Giovita sono trasportati a Santa Maria in Silva

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Le Reliquie dei nostri Santi Patroni furono venerate in San Faustino ad sanguinem fin verso l’anno 720 o 730, ma poi un vescovo bresciano, di cui non si conosce il nome, volle trasportarle in luogo più onorifico, nella chiesa di Santa Maria in Silva, edificata fuori della città verso occidente, la quale, dal sacro tesoro che accolse, prese poi il nome dei Santi Faustino e Giovita. Era annesso a quella chiesa un antichissimo monastero di benedettini, come appare da un documento pubblicato dal Mabillon, e forse quello zelante Vescovo trasportandovi i corpi dei Santi Martiri intese affidarli alla custodia di quei monaci, modello di regolare osservanza e di santità. La traslazione venne eseguita con solenne processione, che muovea per mezzo la città dalla Porta Cremonese verso la Milanese; tutta Brescia era accorsa a rendere solenne testimonianza di onore e di affetto a’ suoi santi concittadini. È pia tradizione che in quella solenne cerimonia le sacre spoglie de’ nostri Santi Patroni gemessero vivo sangue, presso Porta Milanese, ora Porta Bruciata. Ne renderebbe testimonianza e la terra rosseggiante di sangue, tuttora conservata nel feretro dei Santi, ed un pezzo di stoffa raggrumata di sangue, che venerasi nella chiesa di San Faustino in riposo insieme ad un osso dei medesimi, ivi trovati l’anno 1593. Il Malvezzi racconta due altri miracoli avvenuti in quella solenne traslazione, cioè della guarigione di uno storpio a Porta Milanese e di un patrizio bresciano che era in fin di vita.


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In tempi nei quali la fede regolava le azioni dei nostri rappresentanti, il Moretto e il Bagnadore ebbero successivamente l’ordine dal Municipio di Brescia di convalidare con affreschi quella pia tradizione, il che si deduce dai seguenti documenti: il primo è un manoscritto di Pandolfo Nassino esistente nella Queriniana, il quale a pag. 92 così riferisce: «Li 3 novembre 1526 in sabato fu compito da dipingere sotto la Porta Brusata in Bressa, cioè della traslazione dei Beati S. Faustino ed Jovita e fu M.r Alessandro de Moretti dipintore. Item dell’anno mille cinquecento trentatre se rompete parte de detta dipintura per farge soto una bottega». In secondo luogo, nel libro delle Provvisioni all’anno 1603 si legge l’ordine del Municipio di Brescia a Pietro Maria Bagnadore di rifare o ricopiare sulla tela quell’affresco. La Porta Milanese si chiamò anche dal nome dei Santi Faustino e Giovita e ne abbiamo documenti in proposito, uno del 761 citato dal Muratori, l’altro del 767 dal Margarino, che trascrive un atto col quale Desiderio re de’ longobardi dona due molini ad Anselperga sua figlia badessa nel monastero di San Salvatore, siti dinanzi alla Porta di San Faustino e Giovita. Assunse più tardi il nome di Porta Bruciata o per un incendio ivi succeduto o forse per la vicinanza delle case dei Brusati. Nel luogo ove si credeva che le sante ossa dei nostri Patroni avessero versato vivo sangue, fu poscia eretta una chiesa chiamata prima di San Faustino super portam, poscia di San Faustino in riposo, che tuttora sussiste a Porta Bruciata. Se crediamo alla cronaca di Rodolfo Notaio, quella chiesa deve essere stata incominciata da Raimone conte di Brescia, uomo prudente e virtuoso, che operò con grande zelo per estirpare alcuni riti pagani rimasti in Valle Camonica, ove ancora si tributavano sacrifici e preghiere agli alberi ed alle fonti. Racconta Rodolfo, che questo Raimone spinto dal desiderio di emulare la pietà di Marcoardo e di Frodoardo, il primo dei quali principiò il secondo aiutato dal Re Grimoaldo, compì una grande e celebre basilica, prese a edificarne una simigliante a Brescia nel luogo detto Paravert o posta dei cavalli. Ed è appunto in Paravert ove giace la chiesa di San Faustino in


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riposo, come si riconosce da un documento bresciano del 761. Il culto delle sante reliquie de’ nostri Patroni si diffuse nel 739 dalla nostra città fino a Montecassino per opera di un pio e dottissimo uomo. Nelle cronache infatti di questo insigne monastero, negli scritti del Gradenigo e di Leone Marsicano citati dal Brunati, leggesi come nel 739 Petronace bresciano trasportasse un braccio di San Faustino dalla chiesa de’ Santi Faustino e Giovita al suo convento di Monte Cassino. Era questi un decurione di Brescia, che, abborrendo le umane grandezze, bramava pellegrinare in terra santa e quivi finire i suoi giorni nel raccoglimento e nell’orazione. Ma San Gregorio II Papa lo animò a scegliere per sua dimora Montecassino, riedificare il monastero fabbricato da San Benedetto e demolito dai longobardi fino dal 580, restituendolo al primiero splendore. Petronace, riverente alle esortazioni del Santo Padre, si trasferì a Montecassino, ristaurò il monastero e vi fece rivivere le antiche regole monastiche del santo Fondatore. Eletto poscia Abate, rinnovò la chiesa di San Martino, adornolla di un altare dedicato a Maria Vergine ed a’ Santi Faustino e Giovita, riponendovi decorosamente il braccio del nostro San Faustino da Brescia portato seco. Questo braccio si conserva tuttora in un’antica teca d’argento colla seguente iscrizione: R. Patronacis Abb. Ope Casinum ex Brixia deveni S. Faustinus Martyr. In cambio di questa insigne reliquia Brescia ebbe un braccio di San Benedetto già venerato nella cattedrale di Santa Maria Rotonda ed ora restituito a Montecassino. In progresso di tempo, diminuito il numero dei monaci benedettini addetti alla chiesa de’ Santi Faustino e Giovita e rallentata la disciplina nei pochi rimasti, Ramperto vescovo di Brescia, volendo procurare alla sua città e diocesi esempi di maggior osservanza e a’ Santi Martiri splendidezza e assiduità di culto, edificò vicino all’antico un altro monastero più ampio ed una nuova chiesa, e l’una e l’altro dotò più riccamente. Indi vi chiamò buon numero di monaci, tra i quali due francesi, di nome l’uno Leutgario, l’altro Ildemaro, luminari per sapienza e regolare disciplina, elegendone Abate un monaco bergamasco chiamato Maginardo,


da quel vescovo Aganone concessogli in grazia. Tutto compiuto, a’ nove di maggio dell’843, fece solenne traslazione delle sacre reliquie dall’antica chiesa alla nuova, che fu chiamata San Faustino Maggiore. Di questa seconda traslazione, attestata dai documenti stessi del vescovo Ramperto, si fa menzione a’ nove di maggio anche in un antico martirologio o calendario de’ monaci di San Faustino, citato dal Caprioli, nel martitologio di Adone, e nella bolla di Urbano III, del 20 settembre 1187. E Pietro Cardinale di Santa Cecilia legato a latere di Celestino III ordinò nel 1189 di non trascurare di celebrar la memoria di tale traslazione: difatti la chiesa bresciana ogni anno la festeggia a’ nove di maggio che, secondo il latercolo* del secolo XII pubblicato dal Doneda, è la data della consacrazione della Basilica dei Santi Faustino e Giovita.

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Facciata della Chiesa dei Santi Faustino e Giovita 1750

* latercolo, piccolo mattone recante un’iscrizione


CAPO XIX Ultime traslazioni e ricognizioni delle Reliquie

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I secoli X-XIII furono assai infesti all’Italia e Brescia istessa dilaniata dai barbari e dalle fazioni dei Guelfi e Ghibellini, perseguitata da Federico Barbarossa, da Ezzelino da Romano e da Enrico VII imperator di Germania, vide succedersi orrendi fatti di sangue entro le sue mura. Non è dunque da meravigliarsi se in mezzo a tanti travolgimenti a poco a poco andasse smarrendo la memoria del luogo preciso ove giacevano le spoglie dei nostri Santi, benchè la divozione nel cuore dei bresciani non venisse meno, ma viva ancora e gagliarda si conservasse e specialmente al rincrudire delle calamità, che da sì lungo tempo gli affliggevano. Spesso però sorgevano controversie in proposito, soprattutto quando, rabbonacciata la procella, i nostri infelici padri ebbero tanto di requie da poter radunarsi a consiglio allo scopo di manifestare, anche con pompa esterna, quale a que’ tempi si conveniva, il loro affetto ai Santi Protettori della città. Infatti i parrocchiani di San Faustino ad sanguinem pretendevano di essere i possessori, sebbene i documenti del vescovo Ramperto testificassero il contrario; né si arresero neppure alle bolle di Urbano III e di Onorio III, che asserivano essere questi Santi stati trasportati da Ramperto nella nuova chiesa di San Faustino maggiore. Onorio III avea persino minacciato l’interdetto a chi venerasse come Patroni della città i supposti Santi omonimi trovati in Sant’Afra, ma pur quella minaccia non valse. Più di due secoli trascorsero in questi litigi; finchè, dopo la dedizione spontanea di Brescia a’ Veneziani e la pace che ne seguì,

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Iddio inspirò a Bernardo Marcello veneto, Abate di San Faustino Maggiore, di muovere dalla muraglia, a cui stava appoggiato, la quale gli comunicava grande umidità, l’altare della cripta posta sotto il coro della chiesa. Nel mese di novembre 1455 i muratori scopersero esser l’altare stesso formato da un’arca di marmo bianco, con coperchio suggellato a piombo, la cui parte superiore serviva da mensa. Levata questa, trovarono alcune cassette di piombo ed una dell’altre più vasta: meravigliati, si affrettarono a darne avviso all’Abate Marcello, il quale accorse tosto co’ suoi Monaci e con altre divote persone, nella ferma certezza che in quell’arca si trovasse il sospirato tesoro dei Corpi de’ Santi Faustino e Giovita. Non si pose tempo in mezzo ad informarne i magistrati, che sotto il nome di Rettori governavano la città in nome della serenissima Repubblica ed il vescovo di Dulcigno*, che era Vicario del Vescovo Pietro Monte, allora assente da Brescia in qualità di Nunzio apostolico. Il Vicario, per ottenere lume dal cielo in tanta impresa, ordinò alcuni giorni di preghiera e di digiuno, e, fatto certo del voler di Dio, si adoperò coll’aiuto del Podestà, del clero, e di illustri patrizi bresciani a disporre le cose in modo che l’apertura del sarcofago fosse eseguita solennemente. Ragion per cui il giorno 11 dicembre 1455 tutte le autorità ecclesiastiche e civili di Brescia si recavano in San Faustino Maggiore e ivi, al lume di molti doppieri, con universale trepidazione fu scoperchiata l’arca, nella quale furono ritrovati ben composti e l’uno dall’altro distinti due corpi spolpati, ma interi, con a lato la seguente iscrizione Hoc in tumulo quiescunt corpora beatissimorum Martirum Faustini et Jovitae. Ex parte meridiana corpus Sancti Faustini, ex parte altera corpus Sancti Jovitae. Dire il giubilo ed i trasporti d’allegrezza degli astanti a quella scoperta è cosa impossibile: in un baleno la fausta notizia percorse la città, tutte le campane squillarono a festa ed i bresciani si accalcarono in quella chiesa fortunata a prostrarsi innanzi alle spoglie de’ Santi Patroni, che da pochi lustri appena li aveano liberati da potente nemico.

* Dulcigno, località sulla costa del Montenegro


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Furono chiusi i negozi ed i pubblici uffici, interrotti i lavori come ne’ giorni festivi ed il Vicario vescovo di Dulcigno indisse un’indulgenza di 40 giorni da lucrarsi in perpetuo a chi visitasse nel giorno 11 dicembre la chiesa di San Faustino Maggiore. Il Municipio di Brescia volle concorrere a far più solenne la festa, ordinando che in rendimento di grazie a Dio per un favore così insigne, fosse levato il tesoro delle Santissime Croci, che si venerano in Duomo, e portato processionalmente coll’intervento del podestà, dei capitani e vicarii del distretto bresciano ed almeno di un rappresentante di ogni Comune della provincia. A spese della città fu tosto lavorato un sarcofago, ornato di fregi di marmo dorati, testimonianza della gioia di Brescia pel felice riconoscimento delle ossa di coloro che tanto contribuirono a trarla dall’errore. La cappella fu abbellita con pitture del Testorino e del Foppa; il feretro innalzato a guisa di trofeo sopra sei colonnette di bellissimo porfido con basi e capitelli di granito. Nei libri municipali delle Provvisioni si legge una diffusa memoria di questa traslazione, improntata a sì vivi sentimenti di religione e di fiducia ne’ Santi Martiri, che ben dimostra qual tesoro di religiose credenze arricchisse il cuore dei nostri padri. Ma, prima di rinchiudere l’arca, l’abate Marcello vi depose una nuova tavoletta di piombo, con questa iscrizione: MCCCCLV. XI. Decembris. Hic reperta et elevata fuerunt Corpora Sanctorum Martyrum Faustini, qui iacet a mane, et Jovitae a sero. Al rovescio di essa era poi spiegata la ragione del cambiamento di posto subìto dai santi Corpi. Circa un secolo dopo questo felice avvenimento, si suscitò nei monaci di San Faustino un ardente desiderio di rifabbricare la loro chiesa già vecchia e cadente, ma ne erano impediti da povertà. Quando, sul principiar del secolo decimosettimo, due monaci, cioè l’Abate della Gran Croce dell’ordine cassinense Faustino Gioia e il Padre Giovita [Nota: Nel monastero vi erano sempre due monaci che portavano il nome dei due santi, Faustino e Giovita, come pure un altro monaco doveva avere il nome di Ramperto] Pa-


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stori, nobile di Castiglione e Abate del convento, ricchi l’uno di censo, l’altro di sapienza e di zelo, ottennero dalla Santa Sede di accingersi all’opera. Affidarono così l’impresa alla perizia dei fratelli Comini, architetti bresciani valentissimi, col patto espresso che lasciassero intatto il coro, abbellito dalle pitture del celebre Lattanzio Gambara, le quali si conservarono difatti fino al 1743, ma sparvero poi in un incendio che tutto lo stesso coro distrusse. Mentre fervevano i lavori nella rifabbrica del tempio, la città per far rifulgere la sua divozione a’ Santi Protettori risolvette d’erigere in loro onore un mausoleo, nel quale la preziosità dei marmi e la vaghezza del disegno avessero a contendersi la palma, commettendo l’opera ad Antonio Carra, scultore bresciano di grandi meriti e celebre in Italia, il quale vi lavorò con sì fina perizia e con tale amore da superare la generale aspettazione. Compiuto il mausoleo, il dì 7 febbraio dell’anno 1623 alla presenza del Vescovo Marino Giorgi, dell’abate e dei monaci di San Faustino, del clero, dei due rappresentanti di Venezia, il Podestà Giovanni Nani ed il Capitano Pietro Contarini, di tutte le autorità civili e militari e delle persone più cospicue della città, premesse le preci di rito, fu eseguita l’apertura dell’arca, mentre il suono festoso delle campane e il cannone tuonante dal Castello annunziavano a cittadini e alla provincia la solenne cerimonia. Allorchè fu tolto il coperchio, tutti poterono ammirare e venerare quelle sacre reliquie, vero tesoro per la nostra città. Quei corpi, sebbene spolpati, si conservavano ancora interi, solo mancava un braccio a San Faustino, il quale braccio, come si disse, per opera di Petronace era stato trasferito a Montecassino. A meglio convalidare l’identità de’ corpi fu rinvenuta sotto i loro piedi e ai lati una certa quantità di terra intrisa di sangue, che si argomentò esser quella raccolta a Porta Bruciata, quando le ossa de’ Santi Martiri versarono vivo sangue. Vi si scoprirono eziandio alcune monete d’argento e di rame e due tavolette di piombo, riconosciute poi per quelle depostevi dall’abate Marcello nell’anno 1455. Dopo altre formalità l’arca si chiuse e, impressovi il suggello della città, fu innalzata sopra il nuovo mausoleo


eretto nel coro della chiesa, in mezzo al quale sopra uno scudo di marmo, si leggono a lettere d’oro queste parole: DIVORVM TVTELARIVM FAVSTINI ET IOVITAE SACRA OSSA CELESTE VRBIS THESAVRVM QVISQVIS ADES VENERARE [DEI DIVI TUTELARI FAUSTINO E GIOVITA LE SACRE OSSA, CELESTE TESORO DELLA CITTÀ CHIUNQUE TU SIA AD AVVICINARTI VENERA]

Nella parte posteriore presso il coro vi son quest’altre iscrizioni di sapore secentesco: CI

VTINAM VIRES MERITIS ADAEQVATAE AETERNAE MAVSOLEVM ADMIRATIONIS DIVIS SVIS QVOD DEFVIT RELIGIONE SVPPLET INCOMPARABILI DIIS TVTELARIBVS CONCIVIBVS FAUSTINO ET IOVITA ORDO VRBIS PATRITIVS PVB. DEC. TVMVLVM STATVIT ORNATIVS A. S. M.D.C.XXIII [VOLESSE IL CIELO CHE LE FORZE FOSSERO ADEGUATE AI MERITI IL MONUMENTO DI PERENNE AMMIRAZIONE PE’ SUOI SANTI CON DEVOZIONE INCOMPARABILE SUPPLISCE CIÒ CHE POTÈ MANCARE / AI DIVI CONCITTADINI TUTELARI FAUSTINO E GIOVITA L’ORDINE PATRIZIO DELLA CITTÀ CON PUBBLICO DECRETO ERESSE PIÙ ORNATO MONUMENTO L’ANNO 1623]


Sotto l’altare:

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IN TABVLA PLVMBEA RECLVSA IN ARCA EXTAT VT INFRA PVBLICO DECRETO ANNO DOM. M.DCXXIII SEPTIMO FEBRVARII SVMMA RELIGIONE RESERATA ARCA REVISA SVNT SACRA MORTALITATIS PIGNORA DIVORVM TVTELARIVM FAUSTINI ET IOVITAE ET RECOGNITA IVXTA PVBLICA DOCVMENTA ET TABELLAS PLVMBEAS IN EA REPERTAS QUOD BRIXIAE FOELIX FAVSTVMQ. SIT IN AEVVM ITA IN CALCE INST. REVISIONIS ROGATI A. D. D. BENETTINO CALINO ET HIERONYMO CHIZZOLA BRIX. CANC. DIE ET ANNO QUIBUS SVPRA [SULLA TAVOLETTA DI PIOMBO RINCHIUSA SULL’ARCA STA COSÌ SCRITTO CON PUBBLICO DECRETO NELL’ANNO DEL SIGNORE 1623 AL SETTE DI FEBBRAIO CON SOMMA DEVOZIONE APERTA L’ARCA FURONO OSSERVATI I SACRI RESTI MORTALI DEI SANTI TUTELARI FAUSTINO E GIOVITA E NE FU FATTA LA RICOGNIZIONE SECONDO I PUBBLICI DOCUMENTI E LE TAVOLETTE DI PIOMBO RITROVATE IN QUELLA CIÒ CHE A BRESCIA SIA NEI TEMPI FAUSTO E FELICE / COSÌ IN CALCE DELL’ISTROMENTO DI REVISIONE ROGATO DAI SIGNORI BENETTINO CALINO E GEROLAMO CHIZZOLA CANCELLIERI DI BRESCIA NEL GIORNO ED ANNO DI CUI SOPRA]


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E quel monumento sta tuttora, a perenne ricordanza di quale venerazione fossero compresi i nostri padri per le sacrosante reliquie dei protettori e difensori di Brescia ed a confusione di coloro che profondono l’oro nell’innalzare monumenti ai nemici della Chiesa e negano un secolare tributo d’affetto agli augusti patroni, a cui in ogni calamità tutti si rivolgono i cuori bresciani. Era presente a quest’ultima traslazione anche Mons. Aurelio Averoldi nobile bresciano, già vescovo di Castellaneta in provincia d’Otranto, ed allora rimpatriato per motivi di salute. Devotissimo dei Santi Protettori, volle che da quell’epoca in poi si festeggiasse in onore dei medesimi il primo martedì di ogni mese in commemorazione di quella solenne apertura, avvenuta appunto nel primo martedì di febbraio dell’anno 1623. Amantissimo com’era della musica sacra, la promosse nei patrizi suoi contemporanei e, per favorire questa nobil arte ed onorare i Santi Patroni, ordinò con suo testamento alla Congregazione dei Preti dell’Oratorio, comunemente detti Padri della Pace, da lui beneficati con pingue legato, che in quel giorno mandassero i loro musici alla chiesa di San Faustino Maggiore a cantare alcuni mottetti durante la messa conventuale. Sorte alcune difficoltà coi monaci benedettini addetti alla chiesa, secondo l’arbitrato del vescovo Vincenzo Giustiniani e dei signori Deputati della città, fu deciso che non tutti i mesi, ma nel solo febbraio si celebrasse il dì 7, spendendo in quel giorno in magnificenza di musica quanto da legato scaturiva, e di invitarvi i signori sopraintendenti dell’arca e rappresentanti governativi, ai quali i preti dell’Oratorio, per altro legato dello stesso Vescovo, mandavano, quale eccitamento cortese, un paio di guanti. Sulla fine del secolo XVIII, soppressi i monaci benedettini e la Congregazione dell’Oratorio nel 1798, incamerati tutti i loro beni, la pia festività andò in disuso. In seguito fu assunta dall’Ateneo di Brescia e poscia dagli alunni del collegio Peroni, ma ora da molti anni non si celebra più con l’antica pompa.


CAPO XX Culto e miracoli

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Del culto prestato ai nostri Santi Protettori fino da’ primi secoli già si disse: ora mi accingo a narrare qual posto essi ebbero nella liturgia della Chiesa e come la venerazione per la loro memoria andasse ognora aumentando col procedere de’ secoli. La Chiesa bresciana, fino da’ tempi remotissimi, usò nominare nel canone della messa i Santi Faustino e Giovita dopo i Santi Cosma e Damiano, come attestano, secondo lo Zaccaria, un messale del secolo XI che si conservava nell’archivio capitolare ed ora si trova a Bologna ed altri messali e libri di liturgia del secolo XII e seguenti, riposti nella Queriniana; in alcuno dei quali si leggono la messa e l’officio proprio pel giorno loro natalizio e le tre orazioni proprie per la messa. L’antico officio dei medesimi, per ciò che concerne i responsori e le antifone tessuti sui loro atti, si ha in un codice in pergamena con note musicali del secolo XIII tuttora conservato nell’archivio capitolare. In una pergamena poi del secolo seguente si legge l’ufficio ricordante le loro gesta, composto sull’esame dei loro atti più recenti, ma diverso tuttavia dall’odierno. Le numerose chiese edificate in loro onore provano splendidamente in qual venerazione i nostri antenati ebbero i Santi concittadini. Si è già tenuto parola delle chiese di San Faustino ad sanguinem, di San Faustino Maggiore, e di San Faustino super portam (San Faustino in riposo); a queste aggiungasi quella di San Faustino in Castro, così nominata, perchè si ergeva sul colle Cidneo, vicino al Castello, ora chiesa di Santa Maria delle Consolazioni e Santuario della Memoria. Né la diocesi bresciana rimase indifferente all’esempio della pietà cittadina, mentre si strinse in nobile gara ad innalzar templi e altari ai Santi, che pur riconobbe suoi Patroni, tanto che il Biemmi fin da’ suoi tempi


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annoverava nell’agro bresciano ben quattordici chiese ad essi dedicate, fra cui una in Puegnago (Valtenesi) esistente fino dal 1181. Anche al presente quindici parrocchiali bresciane si vantano di averli per titolari, cioè Bienno, Botticino Mattina, Caionvico, Chiari, Comezzano, Darfo, Fasano, Malonno, Memmo di Collio, Monte Maderno, Quinzano, Sarezzo, Siviano, Torbiato e Villa di Marmentino. Quella di Chiari, la più vasta e ricca della diocesi, già antica Collegiata e ora eretta da papa Pio XI alla dignità mitrata, va adorna di bellissimi affreschi rappresentanti i punti principali del loro martirio e di una magnifica tela del Podesti. La colonia bresciana di Roma volle ad onore dei due Santi tutelari erigere anche nella Città Eterna una chiesa (1598), ora distrutta. Ignorasi l’epoca precisa nella quale i Santi Faustino e Giovita incominciarono ad essere invocati col titolo di Patroni: il Gradenigo ed il Doneda indicano vari documenti dall’anno 1217 in poi, nei quali sono onorati col titolo espresso di Protettori speciali di Brescia; ma prima di quell’epoca, cioè nel 1189, in una bolla del Cardinale di Santa Cecilia legato di Celestino III, si leggeva …et eorum Patroni sunt… Le numerose chiese poi edificate in loro onore anteriori al decimo secolo e l’officiatura corale, ben dimostrano come questo titolo fosse loro tributato fino da’ secoli più remoti. Nel 1184 s’incominciò a coniar monete colla loro effigie; nel catalogo numismatico della zecca bresciana stampato ed illustrato dal Doneda e dallo Zanetti si trovano descritte monete coll’effigie de’ due Santi Martiri in abito sacro e intitolati Patroni di Brescia. Né il culto dei Santi Faustino e Giovita si arrestò in Brescia, anzi si estese in molte città d’Italia e fuori, specialmente dopo che il vescovo Ramperto colla solenne traslazione de’ loro corpi, contribuì a dilatarne e raffermarne la divozione. Il primo esempio mosse dai Benedettini; curarono spargerla nelle città ove avevano monasteri; anzi, oltre al culto tributato, come già vedemmo, a Montecassino, in un loro monastero si annoverava fra le più solenni feste del cenobio quella de’ Santi Faustino e Giovita: tale notizia si ha da un codice di Sant’Uldarico di Augusta scritto verso il secolo IX. Trovasi inoltre notata la festa de’ medesimi nel martirologio di Beda,


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stampato dallo Zaccaria, nel martirologio metrico di Wandelberto scritto verso l’anno 840, in quello di Fulda tratto da un codice del secolo IX, nei martirologi manoscritti di Colonia, di Treviri, di Utrecht, indicati dai Bollandisti, e nel calendario vaticano del sec. XII. Così s’incontrano i nomi dei nostri Santi anche nelle Litanie di varie chiese, inserite in codici dei secoli X, XI e XII, come in Bologna e nella vicina Bergamo. Le città nelle quali rimisero i prodigi e la santità de’ Santi Faustino e Giovita viaggianti da Brescia a Roma e viceversa vollero fino dai primi tempi consacrar chiese al loro nome. Né sarà superfluo enumerarne alcune a prova. Nel sobborgo di San Francesco di Modena fu intorno al 1200 eretta la parrocchiale, in cui conservasi anche la bellissima ancona coll’effigie de’ Santi, opera di Ercole dell’Abate; in Magreta, provincia modenese, intorno all’epoca medesima vedevasi un tempio, già rovinato da un incendio e poi ricostruito, ad essi intitolato; altro del secolo XI in Monfestino, luogo della montagna modenese. Ne sorgono in Reggio d’Emilia, in Roarolo dell’agro reggiano; altro anteriore al secolo X in Rubiera, celebre castello del reggiano, in Denavolo contado dei colli piacentini, sulla riviera di Genova e in Colle di Val d’Elsa, città vescovile nella provincia di Siena. E per dimostrare quanto in Colle si prestassero culto e amore ai Santi Faustino e Giovita, riferirò il sunto di una lettera scritta nel 1873 da un Canonico di quella Cattedrale al defunto Prevosto di Sant’Agata, Mons. Onofri. Quel Canonico scrive la memoria del passaggio de’ Santi Faustino e Giovita per colà esservi non solo tradizionale, ma anche convalidata da antichi documenti, citanti altri documenti anteriori, ora sgraziatamente perduti; e aggiunge che le antiche provvisioni o statuti di quel Comune prescrivevano feriato, che vuol dire festivo, il giorno della loro festa, 15 febbraio, alla quale i Priori in gran pompa assistevano. Che l’antichissima Collegiata avea per Contitolari i Santi medesimi e, quando ricostruita intorno al 1500 ebbe il titolo di Cattedrale, fu ad essi votata congiuntamente a San Marziale patrono della diocesi. Finalmente che nella Cattedrale di Colle fino da tempi remotissimi i Santi Martiri bresciani ebbero officiatura doppia di prima classe e l’ottavario romano e che ora, per ispeciale concessione della Santa Sede, sono adottati la messa e l’officio bresciani.


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Il Bussi nella Storia di Viterbo parla di un’antica parrocchiale e collegiata della sua città consacrata a’ Santi Faustino e Giovita, senza però dirci l’epoca della sua fondazione, né l’origine del culto ai medesimi. Si può congetturare però, secondo una tradizione dei Viterbesi, che il culto avesse origine dai patimenti sostenutivi nel loro passaggio per Roma. Nella stessa chiesa poi si venerano quali reliquie dei due Santi Martiri due pezzetti di costole, colla semplice iscrizione: Ex ossibus S. S. M. M. Faustini et Jovitae. Altre chiese sorgono in Verona, dove fino dall’anno 828 Andrea, Patriarca di Aquileja, arricchì la chiesa di San Giorgio, detta Sant’Elena, di qualche reliquia de’ Santi Faustino e Giovita, come appare da un’iscrizione postavi poco dopo, iscrizione tuttora esistente. Anche Prior, terra delle Giudicarie del Trentino, vanta una chiesa eretta in loro memoria; a Bruntino*, provincia di Bergamo, venne dedicata al loro culto la parrocchiale, e quei buoni terrazzani, uniti in società cattolica di mutuo soccorso, si schierarono sotto gli auspici dei nostri Martiri invitti, modello di tutte le virtù proprie dei cattolici de’ nostri giorni. Altre chiese e monasteri intitolati ai nostri martiri si fondarono a Como, Milano, Vicenza, Piacenza, Cremona e nelle rispettive diocesi. Un culto così diffuso e mai interrotto dopo 17 secoli forma già da sè una prova irrefregabile della loro santità senza ricorrere alla narrazione di miracoli, che Dio per loro intercessione operò; tuttavia, per soddisfare ad una pia curiosità e dar gloria a Santi, ne riferirò qui alcuni, seguendo gli storici di ciascun tempo. Racconta il Malvezzi che nella solenne traslazione delle loro reliquie da San Faustino ad sanguinem a Santa Maria in Silva, quando il corteo fu vicino alla porta milanese, un povero estenuato di forze, già dai medici giudicato inguaribile, alzando la voce quanto poteva, chiedeva di mirare nel feretro, per implorare più dappresso la grazia della sanità. Fu esaudito; ond’egli prostratosi a terra, con fiducia vivissima pregò i Santi che lo ridonassero a salute. Di subito, mirabile a dirsi! ecco con somma agilità rialzarsi e correre per le vie, manifestando a tutti l’avvenuto portento. Abbiamo dagli scritti del Rossi come durante la solenne apertura dell’arca, custodia dei preziosi avanzi dei Santi Patroni, nell’anno 1623, stava per

* Bruntino, frazione di Villa d’Almè


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rendere l’ultimo anelito il Padre Umile da Brescia, cappuccino. Già il festoso concento delle campane ed il tuonar fragoroso delle artiglierie annunciavano a Brescia il lieto avvenimento, quando i frati, che mestamente lo attorniavano, rivolgonsi al Padre moribondo e lo esortano a raccomandarsi di cuore alla protezione de’ Santi Faustino e Giovita. Accondiscende il padre Umile e col cuore più che colle labbra, quasi immobili, loro si rivolge fiduciosamente pregando. In un baleno si sente un nuovo vigore serpeggiargli per le vene, si alza, ed è perfettamente guarito. Lascio ora la parola al Rossi istesso: «Carlo uno de’ miei due figliuoli, nato nel 1612 nel mese di novembre, ritrovandosi nel mese di maggio del 1623 nell’orto della chiesa nostra parrocchiale di Santa Maria Calcaria con un cartoccio in mano di polvere d’archibugio datogli imprudentemente da un servitore, mentre giuoca con altri putti della sua età, uno di essi attacca il fuoco improvvisamente a quella polvere, che tutta infiammandosi offende sì fattamente la faccia e gli occhi di Carlo, che pare tutto abbruciato e ne perde la vista. Vien condotto a casa: non si sa come ricuperarlo; si ricorre alla intercessione di questi Santi, gli fa la croce sulla faccia e sugli occhi con del bambaggio raccolto nel riaprimento dell’arca e senza alcun intervallo si ricupera, così che non gli rimane pur un minimo segno di quella arsura». Di altre grazie insigni, ottenute dal patrocinio de’ Santi Faustino e Giovita, attestano i libri municipali delle Provvisioni, il Faino ed altri. Né si dica codesti miracoli ormai sono irranciditi; se ne potriano raccontare di recentissimi, con castighi inflitti a coloro che non rispettano l’interdetto nel giorno della loro festa. Si hanno casi di morte improvvisa in chi danzava nella notte precedente la festa stessa, quantunque ammonitone; ma lascio tutto questo per occuparmi distesamente del miracolo più strepitoso e più caro ai cuore dei bresciani, che sempre ricorderanno con amore e gratitudine, voglio dire la liberazione della città dall’assedio di Nicolò Piccinino detto Fortebraccio, nel dicembre dell’anno 1438. Generale del Duca di Firenze Filippo Maria Visconti, avea colui già portato lo sgomento ed il lutto in quasi tutta la nostra provincia. La Valsabbia, la riviera di Salò, Montichiari, Soncino, Palazzolo, Cazzago, Rovato,


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Gussago e poi Orzinuovi, Chiari, Travagliato, Roncadelle ed altri villaggi moltissimi erano già in balia del nemico, che, peste ed arse le biade non ancora mature, avea messo il resto a scompiglio ed a saccheggio. Per otto miglia all’intorno della città era una fuga, uno sgomento generale, che stringeva il cuore; pareva che tutto il contado non trovasse altro riparo, che nel rifugiarsi in città. «Era un grande stupore e grande strimizo - scrive il Soldo, testimonio oculare - a vedere tutta la strada di Pedemonte caricata a meraviglia dalla parte della Porta Pile fino a Gavardo, eziandio quella di Bagnolo, quella di Porta San Nazzaro, quella di San Giovanni, tutta la Franciacorta, ogni uomo fuggì per modo che in tre giorni, da circo a circo a Brescia a otto miglia non rimase pur un sol cane nelle terre». Era intendimento del Piccinino stringere Brescia d’assedio, sperando che più dell’armi avrebbero potuto la fame, la sete e la peste. Occupò così Mompiano, vi precluse la fonte, per cui ha Brescia copia di limpidissime acque, desolò le terre di Urago, di Collebeato, di Concesio e deviò il corso del Mella. Col nerbo delle sue truppe partitosi da Roncadelle il 3 ottobre 1438, si schierò sui colli di Mompiano, di San Fiorano, di Sant’Eufemia. È malagevole descrivere i prodigi di valore compiuti dai bresciani in questo memorabile assedio. Uomini e donne, tutti pronti a tutto sacrificare per la patria, si animavano a vicenda a irrompere fuor delle mura per sbaragliare i nemici. Ma la fame, la sete, la peste, più che la guerra, scemavano i valorosi difensori della città, la quale riducevasi agli estremi. Allora il Piccinino risoluto d’impadronirsene a qualunque costo, il giorno 30 novembre mosse all’assalto. E già le artiglierie aveano sfasciato le mura, già si aprivano le brecce al Roverotto e al Mombello e già il nemico in forze irrompeva a quella volta ed era per penetrare nella città, mentre i bresciani sgomentati mandano grida di spavento, ma non ritraggonsi dalla pugna e vi cadono trafitti. Scrive il Soldo: «Voi avreste veduto per l’aria arnesi, bracciali, spallacci, celate, elmetti volare con gambe, con piedi, con braccia, con teste, in tanto che ella (una bombarda) portò fino nel brolo del vescovo elmetti pieni di cervelle». In tanto pericolo, chi era inetto a combattere empiva di lamenti le chiese,


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si stringeva agli altari, e supplicava con sicura fiducia al Dio degli eserciti e ai Santi Protettori, che scampassero la loro cara città dall’estremo eccidio. E Dio, che ama essere glorificato nei Santi suoi, quando tutto parve perduto mandò i Santi Faustino e Giovita in aiuto de’ loro concittadini. E là ove più fervea la mischia ed era il pericolo imminente e mentre il Piccinino si tenea in pugno la Vittoria, il giorno 13 dicembre, festa di Santa Lucia, ecco apparire e calarsi due guerrieri luminosi in mezzo al nemico e respingerlo. A quel prodigio, il terrore e la confusione invasero l’esercito vincitore talmente che datosi a fuga precipitosa, abbandonò il campo e il suo capitano il quale fu costretto a levare vergognosamente l’assedio e ritirarsi nei quartieri d’inverno, convinto che invano si combatte contro il cielo. Non mi accingo a descrivere l’esultanza dei bresciani per sì grande prodigio e gl’inni di grazie da essi innalzati ai gloriosi Martiri Faustino e Giovita riconosciuti in quel celesti guerrieri: sarebbe cosa troppo ardua, impossibile. Dirò soltanto che, ristaurate le mura della città, posero presso il Roverotto a monumento di sì grande fatto e di loro gratitudine un bassorilievo rappresentante i gloriosi Difensori in guerriera divisa, coll’iscrizione seguente: HANC PENES ROVEROTI STATIONEM MARTYRES CHRISTI INCLYTI FAVSTINVS ET IOVITA VISI SVNT AB HOSTIBUS SVIS PRO CIVIBVS SVISQUE PRO MOENIBUS DECERTARE OMNES BRIXIAE TANTI PRODIGII PVBLICE QVE PIETATIS CAVSA FIERI IVSS. HOC ANNO MCCCCXXXVIII MENSE DECEM. APPARVIT [Presso questo luogo del Roverotto gli iLLUSTRI martiri di Cristo Faustino e Giovita furono visti dai nemici a combattere per i concittadini e per la patria. Tutti i cittadini di Brescia, a ricordo di tanto prodigio e per attestazione di pubblica pietà fecero fare questa lapide. Ciò apparve nel mese di dicembre l’anno 1438]


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Quest’iscrizione, fatta restaurare dall’illustre Maresciallo Luigi Mazzuchelli, esiste tuttavia sullo spalto del Roverotto. Non è molto che nei grandi bisogni i rettori di Brescia recavansi in divoto pellegrinaggio al miracoloso santuario delle Grazie ed alla chiesa de’ Santi Faustino e Giovita per intercedere la liberazione de’ flagelli che pendeano sulla città e sulla diocesi, e tanto erano mossi da fede che al ritorno si rallegravano come di una grazia già ottenuta, né mai la loro fiducia andava fallita. Ormai al pio pellegrinaggio sdegnano concorrere i sapienti magistrati moderni e si ridono del popolo devoto, come ignorante e superstizioso. Chinano poi l’orgogliosa fronte innanzi a simulacri, celebri soltanto per lo strazio fatto al cattolicismo e per le bestemmie vomitate contro Dio, contro i Santi e contro il Vicario di Gesù Cristo. Per antica consuetudine il Comune di Brescia al ricorrere della festa de’ Santi Patroni offriva annualmente L. 500, perchè fosse compiuta colla maggior solennità. Da molti anni, abiurando le pie consuetudini antiche e ai bresciani così care, rifiutasi quest’atto di devozione, mentre poi si sprecano migliaia di lire in dotare teatri, in erigere monumenti, in sussidiare congreghe e associazioni di ogni colore. Ma la pietà bresciana verso i Santi Patroni continua ad affermarsi come un sacro retaggio di riconoscenza e di pietà e si alimenta della viva riconoscenza di tutto un popolo verso quei Santi martiri, che furono sempre chiamati decoro e tutela di Brescia.

Monumento al Roverotto


CAPO XXI La recente ricognizione delle Reliquie

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In preparazione delle straordinarie solennità centenarie che si celebreranno in onore dei nostri Santi Patroni, si è proceduto il 1 febbraio 1923 al riconoscimento delle Reliquie dei due Santi riposte nel monumentale sarcofago che sovrasta l’altar maggiore della loro Basilica. Erano convenuti il Vescovo S.E. Mons. Giacinto Gaggia con il Secretario Don Luigi Serini, il Prevosto della Parrocchia prof. Don Luigi Gheda, alcuni membri del comitato, fra cui il Fabbricere e Ispettore dei Monumenti comm. Flaviano Capretti, il prof. cav. D. Paolo Guerrini Vicebibliotecario della Queriniana, le signore del comitato contessa Clotilde Pancera di Zoppola e nob. Fanny Nember ved. Pellegrini, il senatore comm. Angelo Passerini e l’assessore comunale avv. cav. Fausto Minelli, il cav. Giovanni Battista Salvi, il comm. Francesco Perlasca, il cav. nob. Giacinto Mazzola, alcuni Sacerdoti della parrocchia e altre poche persone. Costruito in precedenza un palco dietro l’altare per giungere alla portata del ricco sarcofago, tolta nel centro una lastra di marmo che riveste tutto intorno l’arca in grossa pietra dello spessore di 11 centimetri e sulla quale si erge il grande monumento, si praticò un foro rettangolare alto circa dieci centimetri. Era tra i presenti una certa ansietà: tre secoli sono trascorsi dall’ultima ricognizione fatta nel 1623, della quale rimane una cronaca particolareggiata, nelle memorie dello storico Ottavio Rossi. Non si poteva prevedere in quale stato si sarebbero rinvenuti i resti mortali dei due Santi Martiri.


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Aperto il foro, vi si introdusse una lampada elettrica e si scorse subito un drappo di seta giallognola, col quale erano ricoperti gli scheletri. S.E. Mons. Vescovo tolse delicatamente il drappo, che lasciò scoperti i due scheletri, uno di fianco all’altro e nella posizione press’a poco uguale a quella che è impressa in stampe antiche e che fu riprodotta in immagini. Soltanto gli scheletri sono un po’ smossi e ciò evidentemente per essere state asportate in altre epoche alcune Reliquie, di cui una è a Montecassino. All’infuori di questo, le ossa, e specialmente i due teschi, sono benissimo conservati. Il teschio di San Giovita presenta una foratura quasi triangolare sulla parte sinistra della fronte, vestigia di una ferita. Sparse per l’urna sono alcune monete, del quattrocento, delle quali vennero levate tre o quattro. La piastra in metallo, incisa a caratteri gotici e con due epigrafi latine da una parte e dall’altra, è pure stata rinvenuta, mentre un’altra piastra, forse più antica, non si è potuta smuovere essendo saldata alla parte superiore dell’arca. I presenti si succedono con reverenza nella visita dei resti dei gloriosi Santi bresciani e la constatazione della perfetta conservazione è accolta con molta soddisfazione, specialmente dai membri del comitato per le nuove onoranze che si stanno preparando. S.E. il Vescovo, sempre con le sue mani, ha poi levato dall’urna un femore e una costola di ciascun Santo: tali Reliquie presentano una solida resistenza e non si sfaldano a nessun contatto. Le Venerabili Reliquie, contraddistinte con sigilli furono avvolte separatamente in attesa di essere risposte in artistici reliquiari, che si stanno preparando a cura del comitato e coi quali verranno esposte alla venerazione del pubblico. Quando tutti ebbero compiuta la visita, fu dettata l’inscrizione latina registrante l’avvenuta ricognizione, inscrizione scritta sulla nuova pergamena da immettersi nell’urna.


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Alla pergamena hanno apposto la firma: S. Ecc. Mons. Giacinto Gaggia, Vescovo; Dott. D. Luigi Gheda Prevosto; comm. Flaviano Capretti, Fabbricere e R. Ispettore onorario dei monumenti; Sac. prof. cav. Paolo Guerrini; Don Luigi Serini Segretario Vescovile: cav. Giovanni Battista Salvi; cav. Giacinto Mazzola; comm. Francesco Perlasca; Serena Giuseppe, pubblicista; contessa Clotilde Pancera di Zoppola; nobile Fanny Nember ved. Pellegrini; signorina Melchiotti Luigia; signor Agostino Grisoni; signor Migliorati Lorenzo; Rev. Cobelli Don Domenico; Rev. Don Pietro Bianchi; Biondi Umberto, scultore. Racchiusa la pergamena in un tubo di vetro e immesso questo in un bozzolo di metallo, è stata posta nell’urna unitamente a monete italiane di vario tipo dell’epoca nostra. Il Vescovo ha poi coperto di un nuovo drappo di seta i resti dei due Santi Martiri e lo scultore Biondi ha proceduto alla chiusura dell’urna, che venne poi dallo stesso Vescovo sigillata coi suoi sigilli. La funzione, compiuta senza sfarzo di cerimoniale e senza solennità di pubblico, ha lasciato nei presenti una profonda impressione ed è stata come la cerimonia di apertura delle solenni feste centenarie che Brescia cattolica, in rinnovato slancio della sua fede, vuole consacrate ai Santi Patroni. FINE


L’Immagine dei Santi

FAUSTINO E GIOVITA nelle opere d’arte

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Vincenzo Foppa Girolamo Romanino Paolo da Cailina il Giovane Alessandro Bonvicino detto il Moretto Antonio e Bernardino Gandino Giandomenico Tiepolo


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I Santi Faustino e Giovita in Gloria per il vescovo di Brescia Gabrio Maria Nava Incisione di Faustino Anderloni del 1808 circa su disegno di Sante Cattaneo


Il Culto

DEI SANTI FAUSTINO E GIOVITA

L

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e prime tracce storiche che attestano la presenza dei santi Faustino e Giovita nella devozione della comunità bresciana risalgono al secolo VIII e riguardano le vicende legate alla traslazione delle reliquie. Ciò non deve stupire in quanto il culto dei santi in età antica è spesso intrecciato alla venerazione dei loro resti mortali e gli stessi luoghi sacri vengono edificati per contenere e conservare tali frammenti significativi intorno ai quali si riunisce il popolo dei fedeli in preghiera. Tra il 720 e il 730 avviene uno scambio di reliquie tra Apollinare, vescovo di Brescia, e Petronace, abate di Montecassino e bresciano d’origine. Dalla nostra città viene inviato al monastero benedettino un braccio di san Faustino e da lì giunge il corrispondente braccio di san Benedetto. Sappiamo dal Codice Tolonese Vaticano 540 del secolo XII che il vescovo Ramperto con una solenne cerimonia trasporta nell’anno 843 le reliquie dei santi Faustino e Giovita dalla chiesa decentrata di Santa Maria in Silva a quella del monastero di San Faustino Maggiore, inaugurata nell’occasione. L’arca marmorea con le ossa dei Santi viene ritrovata nel 1455 nella cripta dell’antica basilica. Una piccola tavola in piombo reca questa scritta in rilievo: Qui sono sepolti i corpi dei santi Faustino e Giovita. Nel lato meridionale il corpo di san Faustino, nell’altro lato il corpo di san Giovita. Nel 1623 lo scultore Giovanni Antonio Carra realizza l’imponente struttura marmorea e bronzea con l’arca, che viene collocata nel nuovo presbiterio della Basilica dei Santi Patroni. A partire dall’alto Medioevo cresce un florilegio di racconti agiografici che colora di tinte leggendarie i tratti di Faustino e Giovita. Anche di ciò non dobbiamo stupirci, perché la devozione popolare esprime il proprio anelito verso l’assoluto, attribuendo alle sante figure di modelli e intercessori le qualità migliori, i sentimenti più nobili e le azioni eccelse. Il testo agiografico fondamentale che narra le vicende e il martirio dei Santi Faustino e Giovita risale alla fine del secolo VIII, è scritto in latino e viene attribuito al presbitero milanese Giovanni. Nella Biblioteca Nazionale di Firenze è conservato un codice del secolo XIV, proveniente da un monastero camaldolese, che riporta il racconto leggendario. Faustino e Giovita sono due fratelli di una nobile famiglia patrizia discendente da Scipione l’Africano, nati a Brixia verso la fine del primo secolo. Faustus è un appellativo piuttosto diffuso tra i Romani, mentre Iovita, il cui etimo sembra derivare da Giove, non trova altri riscontri in quell’epoca ed è talvolta scambiato per un nome di donna. Avviati alla carriera militare, diventano eminenti cavalieri e primeggiano in prestigio tra le autorità locali. Disillusi dagli dei pagani, iniziano a ricercare una fede più profonda, che trovano nell’annuncio cristiano. Il vescovo Apollonio li guida e impartisce loro il sacramento del battesimo. Da quel momento dedicano l’esistenza all’apostolato e alla diffusione del messaggio evangelico in qualità di presbitero per Faustino e di diacono per Giovita. Per questo vengono


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Santi Faustino e Giovita bassorilievo del secolo XVI (Santa Giulia - Museo della CittĂ  di Brescia)


Il Culto

DEI SANTI FAUSTINO E GIOVITA arrestati per ordine dell’imperatore Adriano. Di fronte al rifiuto di abiurare la fede cristiana, malgrado i supplizi sempre più terribili, sono messi a morte. La tradizione vuole che il martirio di Faustino e Giovita sia avvenuto il giorno 15 febbraio 123 per decapitazione e i loro corpi siano stati tumulati nel cimitero di San Latino, luogo dove sorgerà la chiesa di San Faustino ad Sanguinem, divenuta Sant’Afra e oggi Sant’Angela Merici. Tra gli accadimenti miracolosi e taumaturgici loro attribuiti, va segnalato l’episodio avvenuto nel 1438 durante l’assedio a Brescia da parte dell’esercito milanese condotto da Nicolò Piccinino. Ne dà testimonianza una lettera del 1452 del Governatore Lodovico Foscarini al Patriarca di Venezia. Si legge: Furono visti dai nemici i Santi Patroni a proteggere la città, per cui il comandante Nicolò Piccinino perdette ogni speranza di impadronirsene e levò gli accampamenti. Al di là della veridicità dell’apparizione, va sottolineata la compenetrazione ormai del tutto consolidata tra i due Santi e l’identità della città. L’eroismo e la strenua lotta dei difensori contro l’invasore vengono come sublimati, diventano un simbolo dell’identità popolare e per renderli imperituri sono attribuiti direttamente ai Santi Patroni di Brescia. I racconti biografici e del martirio da un lato e quelli della miracolosa apparizione dall’altro offrono la base essenziale per la venerazione e il culto dei santi Faustino e Giovita, da cui trassero ispirazione i tanti artisti che hanno dato vita a un ricco e pregevole repertorio iconografico.

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Vincenzo Foppa Madonna con il Bambino tra i Santi Faustino e Giovita Fine secolo XV - Civica Pinacoteca Tosio-Martinengo a Brescia


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Girolamo Romanino Sant’Apollonio con i Santi Faustino e Giovita 1535 circa - Basilica dei santi Faustino e Giovita a Brescia


CXXII CXXII


CXXIII

Paolo da Cailina il Giovane Due frammenti di pala d’altare con i Santi Faustino e Giovita 1530 circa - Santuario di Sant’Angela Merici a Brescia


CXXIV


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Alessandro Bonvicino detto il Moretto Due ante d’organo con i Santi Faustino e Giovita a cavallo 1518 - Chiesa di Santa Maria in Valvendra a Lovere


CXXVI

Alessandro Bonvicino detto il Moretto Stendardo delle Sante Croci con i Santi Faustino e Giovita 1520 - Pinacoteca Tosio-Martinengo di Brescia


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Antonio e Bernardino Gandino Gloria dei Santi martiri Faustino e Giovita 1626 - Basilica dei santi Faustino e Giovita a Brescia


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Giandomenico Tiepolo I Santi Patroni intervengono in difesa di Brescia 1750 circa - Basilica dei Santi Faustino e Giovita a Brescia


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Giandomenico Tiepolo Il martirio dei Santi Faustino e Giovita 1750 circa - Basilica dei Santi Faustino e Giovita a Brescia


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Giandomenico Tiepolo Apoteosi dei Santi Faustino, Giovita, Benedetto e Scolastica 1754 circa - Basilica dei Santi Faustino e Giovita a Brescia


Le Chiese e le Cappelle

dedicate aI SANTI FAUSTINO E GIOVITA presenti nel territorio bresciano

CXXXI Registro della Disciplina dei Santi Faustino e Giovita,

1546-1615

La venerazione per i santi Faustino e Giovita si diffonde largamente a partire dall’alto Medioevo e riguarda non soltanto il territorio bresciano e lombardo, ma l’intero Occidente cristiano. In virtù dell’importanza del monastero di San Faustino Maggiore di Brescia ed essendo legato all’influente monastero di Montecassino, il culto dei martiri cittadini accompagna l’espansione dei Benedettini e raggiunge anche l’Italia centrale e meridionale, la Francia, la Svizzera e la Germania. Parallelamente alla diffusione del culto, vengono costruite innumerevoli chiese e cappelle dedicate ai Santi Patroni di Brescia Nelle pagine seguenti proponiamo le schede degli edifici sacri cittadini che ricordano i Santi Patroni di Brescia in aggiunta, naturalmente, alla Basilica di via San Faustino e una rassegna delle chiese parrocchiali titolate ai Santi Faustino e Giovita presenti in altre località della provincia bresciana, accompagnate da essenziali note didascaliche


Brescia Chiesa sussidiaria di San Faustino in Riposo La cappella, molto cara alla devozione dei bresciani, è anche detta di Santa Rita. L’ingresso si trova in via Musei, sotto il volto di Porta Bruciata. Eretta nel secolo XII su precedente edificio altomedievale e ristrutturata nel Quattrocento, deve il suo nome al miracoloso episodio del trasudamento del sangue dalle reliquie dei martiri durante una sosta nel corso della traslazione del secolo VIII con la conseguente conversione del duca Namo di Baviera.

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Brescia Chiesa sussidiaria di San Faustino in Castro Oggi chiamata Santa Maria delle Consolazioni, sorge a metà salita verso il Castello da piazza Tito Speri. Dell’antica cappella, ristrutturata con parti aggiunte nel Cinquecento, rimane il campanile del secolo XII. L’oratorio venne ceduto da Eugenio III alla giurisdizione del Capitolo del Duomo con altri edifici religiosi. Brescia Chiesa di San Faustino ad Sanguinem Di antica fondazione, deve il suo nome al fatto che sorgeva nel luogo del leggendario martirio dei Santi. La chiesa attuale, che si trova in via Crispi ed è la ricostruzione del tempio cinquecentesco del Bagnadore distrutto dalle bombe nel 1945, è il santuario dedicato a Sant’Angela Merici. Bienno La chiesa parrocchiale fu ricostruita su edificio precedente agli inizi del Seicento e venne successivamente consacrata nel 1646. Sulla facciata principale spicca il grande portale in arenaria ornato da colonne con capitelli corinzi ai cui lati si trovano le nicchie con le statue dei santi patroni bresciani Faustino e Giovita, attribuite al Simoni.


Bione L’originaria cappella monastica quattrocentesca dedicata ai Santi Patroni bresciani venne ampliata nei secoli successivi e trasformata in chiesa parrocchiale di questa frazione di Bione a partire dal 1926. Il profilo dello slanciato campanile svetta al centro del piccolo borgo di San Faustino. Botticino La parrocchiale della frazione Mattina venne edificata a partire dal 1742 su progetto di Giovan Battista Marchetti e fu completata dal figlio nel 1779. La torre campanaria è stata aggiunta a metà dell’Ottocento. Il maestoso interno contiene pregevoli tele e sculture settecentesche. In questo stesso comune si trova una cappella di fondazione romanica, collocata sul colle dominante il borgo e anch’essa dedicata ai Santi Patroni bresciani.

CXXXIII Caionvico L’antica chiesa parrocchiale di questa frazione di Brescia venne costruita alla fine del secolo XV con dedicazione ai santi Faustino e Giovita, probabilmente su precedenti edifici medievali. All’interno si ammirano la pala dell’altar maggiore con il martirio dei Santi Patroni e l’altare della Scuola del Santissimo Sacramento con ancona lignea e tela attribuita alla bottega di Pietro Marone. Chiari La chiesa parrocchiale, oggi Duomo dell’importante cittadina della pianura bresciana, venne costruita nel Cinquecento con significative modifiche aggiunte nel secolo XVIII. Presenta un solenne impianto basilicale che contiene tele importanti e alcune ancone marmoree di gusto barocco. Tra le opere scultoree si trovano pregevoli statue del Calegari.


Comezzano L’attuale chiesa parrocchiale sorge al centro del borgo e spicca per il colore caldo dei suoi mattoni a vista. L’edificio religioso è nato in sostituzione di un’antica cappella monastica appartenente ai possedimenti del monastero cluniacense di Rodengo, come attestato da numerosi documenti e atti a partire dal Duecento. Darfo La chiesa parrocchiale dedicata ai santi patroni Faustino e Giovita è di fondazione medievale e si trova nominata già in atti del secolo XIII. L’edificio originario è stato sottoposto a profonde modifiche nel corso del Cinquecento dopo il concilio di Trento. Notevole è lo slanciato campanile che si erge sul lato destro in fondo alla chiesa.

CXXXIV Fasano del Garda Originariamente era definita “chiesa di Fasano in ripa” per la sua vicinanza al lago. L’attuale edificio nasce dalla progressiva trasformazione dell’antica cappella monastica a partire dal Quattrocento, con modifiche soprattutto nella seconda metà del secolo XVI. La facciata odierna è frutto di un ulteriore intervento ottocentesco.

Malonno La chiesa sorge maestosa su uno sperone roccioso poco distante dal centro dell’abitato, in un sito già luogo di culto preistorico. L’originaria cappella fu fondata in epoca medievale per opera dei benedettini del monastero bresciano di San Faustino. Il complesso attuale, di stile ancora quattrocentesco, venne edificato tra la fine del secolo XV e la prima metà del successivo.


Marmentino La struttura architettonica della chiesa secentesca fu modificata nell’Ottocento per diventare l’attuale parrocchiale della frazione di Ville. Originariamente era un’antica cappella d’origine monastica che subì nei secoli radicali ristrutturazioni. All’interno possiamo ammirare un prezioso dipinto del Fiamminghino con i santi Faustino e Giovita. Quinzano d’Oglio La maestosa chiesa, posta in posizione scenografica al termine di una grande scalinata, era un’antica pieve medievale che subì svariati interventi nel corso dei secoli, tra cui un ampliamento strutturale nel secondo Quattrocento. Divenne parrocchia nel 1625. Agli inizi dell’Ottocento per opera dell’architetto Donegani l’edificio fu ulteriormente modificato e impreziosito con un nuovo elegante apparato decorativo. Sarezzo La bella chiesa parrocchiale venne ristrutturata nel corso del Seicento su progetto del Lantana. In facciata, dentro due nicchie ci sono le statue a corpo intero dei Santi Patroni. All’interno sono conservate pregevoli opere pittoriche. Notevoli sono l’ancona lignea dell’altar maggiore e la cantoria dell’organo. Siviano La chiesa parrocchiale del piccolo borgo di Montisola si staglia in felice posizione panoramica sul lago d’Iseo. L’edificio attuale, di forme già barocche, nacque dalla trasformazione di un’antica cappella monastica. L’interno, a navata unica, ospita una bella tela secentesca di Ottavio Amigoni con l’Ultima Cena.

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Torbiato Questa frazione del comune di Adro fu a lungo sotto la giurisdizione del monastero bresciano di san Faustino, che qui possedeva una grande cappella a tre navate. La nuova chiesa parrocchiale venne edificata nel primo Settecento. La notevole pala dell’altar centrale con i santi patroni Faustino e Giovita è attribuita alla cerchia di Pietro Marone. Sono presenti anche altre belle tele del Paglia.

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Toscolano Maderno L’edificio sacro della frazione di Monte Maderno, in splendida posizione con il profilo caratterizzato dallo slanciato campanile, fu costruito verso la fine del secolo XV con dedica ai nostri Santi Patroni. Divenne parrocchia nel 1629 con decreto del vescovo di Brescia Marino Giorgi per distaccamento dalla pieve di Maderno. Nella chiesa era presente la scuola del Santissimo Sacramento.

Incisione nel frontespizio dell’edizione del 1630 delle Storie Bresciane di Elia Capriolo


le Chiese dedicate ai Santi Faustino e Giovita fuori dal territorio bresciano

La venerazione verso i nostri Santi Patroni non si è limitata alla sola area bresciana, ma ha abbracciato l’intera penisola italiana, quanto meno fino alle regioni del centro. Tracce significative di tale presenza si ritrovano in numerosi documenti antichi e nelle dedicazioni di chiese e cappelle, alcune delle quali purtroppo sono scomparse perché distrutte o trasformate radicalmente. Per delineare una mappa abbastanza dettagliata riproponiamo di seguito un’ampia selezione tratta dalla voce “I Santi Faustino e Giovita” dell’approfondita e sempre utile Enciclopedia Bresciana di Mons. Antonio Fappani (volume IV, Voce del Popolo, Brescia 1981, pp. 52-55).

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razie al vescovo bresciano Onorio e al monaco Petronace, abate di Montecassino, e all’influsso dei monasteri, specie benedettini, il culto dei nostri Santi Patroni si diffuse nel secolo IX a Milano e a Como. Nella famosa Isola Comacina di fronte a Lenno, sul lago di Como, rimangono i ruderi di una basilica longobarda loro intitolata. Lo scambio di forme liturgiche e di devozioni fra diocesi vicine portarono tale culto nel Veronese e nel Trentino. A Cremona la chiesa dei Santi Faustino e Giovita fu eretta nel 1126 da Agostino da Bordolano con il consenso del vescovo Uberto. Era situata nell’antica Contrada dei Coltellai, e gli orefici cremonesi vi tenevano la loro Disciplina o Confraternita, sotto la protezione di sant’Eligio. Nell’agro pavese si ha memoria di una cappella intitolata ai martiri fin dal secolo XI, e precisamente in una carta del 1170 conservata nell’Archivio di Stato di Milano. Era situata fra Albairate e Cislano, e la località era chiamata con l’antico nome di Verdesiacum, oggi Verdezago. Nella diocesi di Parma prendeva il nome dai martiri l’antichissima pieve di Sorbolo, chiamata nei documenti del secolo XI, pieve di San Faustino. Un’alInterno della chiesa dei santi Faustino e Giovita edificata nel secolo XIII a Ragoli (Trento) tra importante pieve dedicata ai nostri

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Facciata della Pieve romanica dedicata ai Santi Faustino e Giovita fondata nel secolo IX a Rubiera (Reggio Emilia)


le Chiese dedicate ai Santi Faustino e Giovita fuori dal territorio bresciano

Santi è quella di Rubiera (Reggio Emilia). Anche nella città di Piacenza vi era un’antichissima parrocchia loro intitolata. La parrocchia fu soppressa nel 1818 e la chiesa venne poco dopo distrutta. Tra i luoghi emiliani dove il culto dei Santi fu vivo fin dal Medioevo vi è Modena, dove esiste una chiesa suburbana davanti alla quale era eretta una colonna con la croce di San Faustino. Un ulteriore edificio sacro loro dedicato esisteva nella canonica di Reggio Emilia fin dal secolo IX. Troviamo chiese intitolate ai santi Faustino e Giovita a Rieti, Viterbo, Roma (dove esisteva pure la Compagnia dei Bresciani), nel Veronese e nel Vicentino. I nostri Santi erano venerati assieme a san Marziale anche a Colle Val d’Elsa (Siena) dove una leggenda voleva fossero stati ospitati. Quella arcipretura di grande importanza era una diocesis nullius, indipendente perciò dall’episcopato di Volterra dalla quale avrebbe dovuto dipendere territorialmente e soggetta invece direttamente alla Santa Sede, rivestendo con ciò autorità e giurisdizione quasi episcopale. Vivo era il culto dei Santi Patroni bresciani anche nel Trentino. Tra le altre è loro dedicata una chiesa a Ragoli, dipinta da Cristoforo Baschenis. Il miracolo della difesa di Brescia da parte dei Santi Patroni appare in un grande affresco a Bondone di Trento.

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Chiesa deidicata ai Santi Faustino e Giovita del secolo XIII a Viterbo


Il concorso fotografico

dedicato alla festa dei santi faustino e giovita organizzato dal museo della fotografia fin dagli anni ‘70

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emilio boldrini 1999


Scrittura con la luce MUSEO NAZIONALE DELLA FOTOGRAFIA a cura di Luisa Bondoni

Il Cavaliere Alberto Sorlini

Il Museo Nazionale della Fotografia organizza annualmente il concorso fotografico dedicato alla festa dei Santi Patroni di Brescia Faustino e Giovita, che a ogni edizione riceve una grandissima adesione non soltanto dalla nostra città. Nel 2009 ha avuto luogo la trentaseiesima edizione del concorso. L’Associazione Fotografica Culturale Cinefotoclub di Brescia inizia ufficialmente la propria attività il 7 Maggio 1953, con sede nello studio di Alberto Sorlini in corso Zanardelli. Il primo Presidente è l’Ing. Annibale Lori che rimane in carica fino al 1955. Egli realizza fin da subito la sua idea di formare un Museo della Fotografia, acquistando e riempiendo il proprio studio in corso Zanardelli di materiale museale fotografico che viene esposto in vetrine, con ingresso gratuito fino al 1982. Nel 1983 il Museo viene ospitato presso il Palazzo Caprioli, in quattro grandi sale inaugurate con esposizione pubblica nel mese di settembre dall’allora Vice Sindaco On. Gianni Savoldi dal Comune di Brescia in via San Faustino, di fronte alla basilica dei Santi Patroni.

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Negli anni dal 1984 al 1989 è trasferito in una nuova sede affittata dal Comune di Brescia in via San Faustino, di fronte alla basilica dei Santi Patroni. Dal 1990 alla fine del 1994 la sede provvisoria del Museo è presso il Palazzo Calini di vicolo Borgondio, in attesa della ristrutturazione dei locali di corso Matteotti, inaugurati come nuova e definitiva sede il 15 Febbraio 1995, festa dei Santi Faustino e Giovita, alla presenza del PreL’onorevole Gianni Savoldi, sostenitore del Museo fetto di Brescia, del Sindaco e di prestigiosi Foto Eden esponenti nazionali del mondo fotografico e cinematografico.Qui rimane fino al 2006, quando il 27 maggio viene inaugurata la nuova e attuale sede nel quartiere del Carmine, in un grande spazio con quattordici stanze accanto alla chiesa della Madonna del Carmine. L’esordio internazionale dell’Associazione avviene nel 1953 all’Esposizione Fotografica Italiana tenutasi in Belgio. Il riscontro su giornali prestigiosi quali “L’informateur”, “Le Soir” e “La Libre Belgique” è notevole e non vengono lesinati gli elogi. L’attività prosegue nelle nazionali di fotografia artistica del 1954 e del 1957, dove compaiono per la prima volta autori come Mario De Biasi, Gianni Berengo Gardin, Mario Giacomelli e Fulvio Roiter. Nel 1959 con il Festival del colore italo-franco-austriaco, svolto in occasione del centenario della battaglia di San Martino e Solferino, con la presenza dei Capi di Stato Giovanni Gronchi per l’Italia e Charles De Gaulle per la Francia. Giungono quindi prestigiosi premi e trofei internazionali come l’Ancora d’Oro, il Gran Premio d’Italia (conquistato davanti al Chicago e New York Slide Club), nonchè i riconoscimenti al Salone Internazionale di Barcellona e a quello di Buenos Aires. Nel 1992 il Museo promuove e organizza il “Gran Prix Europe” per gli allora dodici Paesi CEE. Il Museo è l’unico del genere in Italia ed è segnalato sulle più importanti guide di antiquariato fotografico mondiale, in particolar modo dalla “Cameras” di Mc Keown degli Stati Uniti, e nei volumi sui Musei Lombardi editi dalla Regione Lombardia. Tutte le informazioni vengono tenute aggiornate dall’uscita bimestrale del “Notiziario del Museo”.


La pubblicazione si occupa di tutto ciò che si muove nel mondo della fotografia. Al “Notiziario” fa riscontro la ricchezza documentaria degli eleganti volumi progettati e realizzati sotto l’egida dell’Associazione, tra cui si ricordano “Brescia: antica città della Lombardia”, “I Bruzafer della Franciacorta”, “Cascine e baite nel bresciano”, “Immagine della città anni 90”. Attualmente nel Il giornalista Museo trovano esposizione oltre 10.000 Angelo Franceschetti, pezzi tra macchine fotografiche (compresa amico del Museo Foto Eden la prima macchina fotografica del mondo), cinematografiche e attrezzature per riprese foto-cinematografiche, attrezzature per camera oscura. La fototeca del Museo comprende circa 300.000 fotografie di autori da ogni parte del Mondo, realizzate in ogni formato e di tutte le epoche, a partire anche in questo caso dalla copia della prima del Mondo: anno 1826. La Biblioteca foto-cinematografica conta oltre 9.000 volumi interamente di fotografia e cinematografia. Il Museo organizza ogni anno tre concorsi fotografici, dedicati rispettivamente alla Corsa più bella del mondo, la Mille Miglia, al Premio Brescia di Fotografia Artistica e alla Festa dei Santi Patroni Faustino e Giovita. Quest’ultimo, nato inizialmente come concorso interno del Cinefotoclub, diventa pubblico e aperto a tutti i fotoamatori a partire dal 1973. Il concorso ammette e premia le migliori fotografie scattate tra le innumerevoli bancarelle della fiera patronale e durante le svariate manifestazioni collaterali. Al concorso ciascun partecipante può presentare al massimo quattro fotografie, in bianco e nero o a colori, riguardanti sia la parte commerciale sia quella religiosa. Attraverso questa iniziativa ogni anno vengono offerti spaccati di una città in fermento, momenti e situazioni nascoste, che i fotografi cercano di scoprire e mettere a nudo attraverso l’apparecchio fotografico. Sono tanti modi di vedere e di vivere un evento importante della tradizione bresciana. Nelle pagine seguenti c’è una selezione di alcune tra le più significative fotografie premiate al Concorso dei Santi Patroni di Brescia a partire dal 1966.

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Le immagini della festa santi faustino e giovita

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emilio boldrini 1999


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GIOVANNI ARICI 2003


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GIOVANNI ARICI 2005 / 2001 / 2005 / 2002


GIANBATTISTA PRUZZO 1984

MARIA MAESTRI 2000

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GIUSEPPE PELLEGRINI 1997


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FAUSTO SCHENA 1969


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FAUSTO SCHENA 1981


CARLO BECCHETTI 1977

GIUSEPPE PELLEGRINI 1966

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CARLO MARENZI 1966


GIACOMO ARCEBIS 1998

LILIANA PAVESI 1999

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UMBERTO ZILETTI 1978


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REMO ZIGLIA 2006


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GRAZIA ZILIANI 2006


ALESSANDRO GARZETTI 1997

VALENTINA GHIROLDI 1998

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VECCHI LUCIO 1982


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MARCO CAPPA 1997


Gli autori da ricordare DEL MUSEO DELLA FOTOGRAFIA

CLXI CARLO BECCHETTI

Fu uno dei più attivi Consiglieri del Museo, e fu un grande fotografo specializzato nel reportage.

SILVANO CINELLI

Fotografo professionista, fu uno specialista nel genere del reportage.

GIUSEPPE PELLEGRINI

Non fu soltanto un grandissimo fotografo, uno fra le più importanti personalità fotografiche bresciane della seconda metà del Novecento, ma fu anche un grandissimo e bravissimo stampatore. Stampava da solo le proprie fotografie in bianco e nero, secondo vecchia maniera, salvando le mezze tinte.

UMBERTO ZILETTI

Fu uno specialista della fotografie stereo. Spesso presso la sede del Cinefotoclub proiettava le proprie fotografie stereo del formato 6x6 e forniva gli spettatori di occhiali stereo per riuscire a visionare correttamente le immagini.

Al contrario di Cattaneo, fu un grandissimo fotografo di persone. Ha sempre dimostrato una grande umanità e sensibilità nel ritratto, non solo alla maniera classica, ma soprattutto nella figura ambientata. Nel panorama bresciano è stato uno dei più importanti fotografi di gente. Originario di Provaglio d’Iseo, fu uno dei più grandi paesaggisti del suo tempo. Fu un tecnico-funzionario degli Stabilimenti Sant’Eustacchio, e riuscì a trasmettere questa sua precisione anche nella tecnica fotografica; le sue immagini risultano sempre perfette da un punto di vista compositivo.


Invocazione ai Santi Faustino e Giovita Patroni della Terra di Brescia

Noi Ti rendiamo grazie, Dio di provvidenza infinita, per i grandi segni del Tuo amore profusi nel corso dei secoli sulle generazioni umane che hanno edificato questa nostra casa comune. Tu hai posto in Cristo, Tuo Figlio, la pietra angolare che unisce tutti gli uomini e la pietra fondamentale, da cui ogni struttura trae stabilità e consistenza.

Guarda benigno alla Terra di Brescia: a Te sono noti i suoi peccati e le sue virtù,le sue ricchezze e le sue miserie, i suoi gesti di bontà e le sue debolezze, ma la Tua provvidenza è più grande dei nostri stessi abbandoni. Non privarci del Tuo aiuto, o Padre: veglia sulle case e sulle famiglie, sui quartieri e sulle comunità, sui seggi e sulle cattedre, sulle scuole, sugli ospedali, sulle officine, sui cantieri e sulle molteplici espressioni dell’operosità quotidiana.

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ssisti i giovani, i poveri, gli emarginati che cercano uno spazio di vita e di speranza. Fa’ che non si estingua nelle nuove generazioni la fede trasmessa dai padri. Resti vivo e coerente il senso della lealtà e della generosità, la concordia operosa, l’attenzione ai piccoli, agli anziani e agli ammalati, la premurosa apertura verso l’umanitàche in ogni parte del mondo soffre, lotta e spera per un avvenire di giustizia e di pace.

Intercedano per noi la Vergine Madre, i Santi Patroni Faustino e Giovita e tutti i testimoni del Vangelo i cui nomi sono nel libro della vita. Risplenda su di noi il Tuo volto, o Padre, e la Tua benedizione ci accompagni nel cammino del tempo verso la patria futura. Per Cristo nostro avvocato e mediatore, asceso accanto a Te nella gloria e che vive e regna nei secoli dei secoli.

Amen


Santi Faustino e Giovita