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Anno XXI - Numero 4/5-2010 - Periodico bimestrale - luglio/ottobre 2010 - Euro 5,16 - Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 N° 46) art. 1, comma 1, CNS VE - Tassa Pagata/Taxe Perçue

Anno ventunesimo, numero quattro/cinque

Europe L’integrazione dei Rom nella Ue

Eurasia Il triangolo USA, Russia e Iran

Asia Il futuro della Corea del Nord Gli attori inter nazionali del conflitto afgano

America Latina Il Brasile del dopo Lula Le elezioni politiche venezuelane

Africa Verità e giustizia in Sierra Leone e Liberia

Interdipendenze La nuova guerra ora è nella rete

Italian/English Text Stephen Blank Francesca Bocchino Giorgio V. Brandolini Glyn Ford Stefano Gatto Michele Genovese Robert K. Knake Ferdinando Riccardi

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Il Brasile dopo Lula di Stefano Gatto * Il primo turno delle elezioni presidenziali brasiliane non ha ancor svelato il nome del vincitore finale, ma le probabilità che la candidata appoggiata da Lula, la sua ex-ministra Dilma Rousseff PT, (Partido dos Trabalhadores) s’imponga al secondo turno su José Serra, candidato dell’oppositore PSDB (Partido da Socialdemocracia Brasileira) sono notevoli. La ragione per cui Dilma, che ha ottenuto 47.651.434 voti (46.91%) al primo turno, praticamente gli stessi che aveva avuto Lula nel 2006, non è riuscita ad imporsi al primo turno come i sondaggi indicavano sino a poche settimane fa, è stata l’emergenza impetuosa della candidata ecologista Marina Silva, senatrice dello stato amazzonico di Acre ed ex-ministra dell’Ambiente di Lula dal 2003 al 2008. Marina, che ruppe, con Lula contestandone la poca attenzione ai temi dello sviluppo sostenibile, specie in Amazzonia, ha ottenuto 19.636.359 voti, corrispondenti ad un 19,33% ben superiore a quanto previsto dai sondaggi e del 6.5% ottenuto dalla candidatura di Heloisa Helena nel 2006, paragonabile alla sua (cioè alla sinistra di Lula). Marina è stata probabilmente avvantaggiata dai recenti scandali sorti nell’entourage immediato di Dilma e dall’appoggio delle chiese evangeliche, potentissime elettoralmente nel religioso Brasile (a Dilma hanno nuociuto le sue posizioni in favore della libera scelta in materia d’aborto). José Serra, l’ex-ministro della Sanità di F.H.Cardoso e candidato sconfitto da Lula al secondo turno nel 2002, ottiene 33.132.283 voti, pari al 32,61%. Sette punti in meno di Alckmin, candidato del PSDB nel 2006, e più o meno gli stessi voti che ottenne al secondo turno nel 2002 (ma allora votarono 25 milioni di persone in meno). Questo risultato non si traduce però nella temuta débâcle del partito tucano, che ottiene successi importanti nelle elezioni statali, imponendosi nei due stati – chiave di São Paulo e Minas Gerais, nei quali i candidati eletti superano nettamente i consensi ottenuti in loco da Serra. Due considerazioni elettorali: il Brasile ha dimostrato ancora una volta di disporre di una delle macchine elettorali più efficienti al mondo, capace di far votare elettronicamente 111 milioni di persone (la terza popolazione elettorale al mondo, dopo India e Stati Uniti e leggermente superiore ai 104 milioni di votanti dell’ultima elezione indonesiana) in maniera ordinata, senza contestazioni e con pubblicazione di risultati definitivi e non contestati nel giro di poche ore. Elezioni che tra l’altro non erano solo presidenziali, ma anche statali (governatori di 27 stati), parlamentari e comunali (i municipi in Brasile sono 5565). Ebbene, la macchina elettorale brasiliana ha funzionato ancora una volta benissi34

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mo, suscitando molte invidie anche in paesi del Nord del mondo. C’è solo da complimentarsi e studiare l’esperienza brasiliana in materia (pensiamo alla diffidenza con cui si guarda al voto elettronico in Europa). D‘altro canto, gli elettori brasiliani hanno confermato una partecipazione superiore all’80%, elevata in termini internazionali, che dimostra la loro fiducia nel sistema, a fronte di tassi di partecipazione quasi sempre calanti nelle democrazie cosiddette mature. In entrambi i casi, si tratta di buone notizie. La chiave del secondo turno saranno ovviamente i votanti di Marina Silva, che però dovrebbero propendere soprattutto verso Dilma Rousseff: sembra davvero difficile che Serra possa recuperare lo svantaggio accumulato, se teniamo conto anche del profilo ideologico dei candidati. Le prime dichiarazioni post-elettorali sembrano preannunciare una Dilma più centrata su messaggi propri, che la distinguano da Lula pur nella continuità delle sue politiche. Dilma, che nonostante il suo passato guerrigliero che l’ha anche portata in carcere durante la dittatura militare, non è in politica da molto, fu nominata da Lula come ministro “tecnico” all’Energia nel suo primo mandato, per poi passare all’assai più politica “Casa Civil“ (una specie di capo gabinetto, incaricato del coordinamento del governo). Da quel posto Dilma è stata catapultata con insistenza da Lula alla candidatura presidenziale per la coalizione che ha appoggiato il presidente uscente, composta da 11 partiti. Oltre al PT, l’altro partito chiave nella coalizione è il PMDB (Partido do Movimento Democrático Brasileiro), erede del partito che si impose con Tancredo Neves nelle prime elezioni post – dittatoriali e che, pur non presentando da molti anni un candidato proprio alle presidenziali continua ad essere il primo partito nazionale per numero di eletti. Il PMDB è stato rappresentato nel ticket presidenziale da Michel Temer, una vecchia volpe della vita parlamentare brasiliana (Dilma, 62enne, non aveva mai concorso ad alcuna elezione). La campagna elettorale di Dilma ha puntato sinora esclusivamente su un’identificazione totale con Lula, che si è impegnato al 100% al lato della sua prescelta (prendendosi anche cinque multe dalle autorità elettorali per partecipazione non imparziale nella campagna elettorale) ed è arrivato a dire che votare Dilma era come votare per lui, che non poteva ripresentarsi (ed avrebbe stravinto se lo avesse potuto fare...). Dilma ha probabilmente interesse a differenziarsi un poco dal presidente uscente in vista del secondo turno, pur confermando il messaggio di continuità con l’operato del presidente più popolare della storia del paese, che lascia la carica con indici d’approvazione dell’80%. Acque & Terre 4/5-2010

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Un indicatore significativo dello straordinario successo politico di Lula è il fatto che nessuno dei tre principali candidati, che hanno raccolto insieme il 99% dei voti, abbia osato criticare il presidente uscente: tutte e tre le candidature si presentano come di centro- sinistra, progressiste ma rispettose dei fondamenti del mercato: esattamente la ricetta che Lula ha saputo cucinare magistralmente nei suoi otto anni, divenendo un riferimento mondiale e regionale. Proprio la sintonia assoluta con Lula è stato il principale vettore della candidatura di Dilma, una manager più che una politica, fedelissima al suo mentore agli occhi degli elettori. E proprio la poca chiarezza di Serra nel differenziarsi dalla socialdemocrazia di Lula (non dimentichiamo che Serra è esponente autorevole proprio del partito socialdemocratico, che con F.H.Cardoso nel 1994 – 2002 avviò quelle riforme strutturali poi portate avanti da Lula nel suo periodo) lo ha penalizzato. Il poco magnetismo personale del pur competente Serra, che ebbe successo sia come ministro della Sanità con Cardoso che successivamente come Governatore dello Stato di San Paolo, (il più importante del Brasile, con un peso economico di molto superiore ad ogni altro paese d’America del Sud) ha poi contribuito a limitare il suo consenso elettorale, che come abbiamo visto non ha spiccato il volo rispetto a precedenti appuntamenti elettorali. Che Brasile si ritroverà a governare il successore di Lula? Su questa rivista abbiamo seguito con attenzione la politica brasiliana dal 1994. L’articolo che commentò l’elezione di Cardoso nel 1994 s’intitolò “Il Brasile di Cardoso tra speranze ed incertezze”. I successivi sempre allusero alle fragilità del sistema brasiliano, da sempre caratterizzato da un grande potenziale mai pienamente realizzato. Come si soleva dire scherzosamente in Brasile: il nostro è il paese del futuro, e… sempre lo rimarrà. Gli ultimi sedici anni sono stati caratterizzati da una chiarissima linea direttrice, che, poggiando sulle riforme economiche portate avanti da Cardoso, che permisero al paese di sconfiggere l’iper-inflazione degli anni ottanta e la cronica instabilità finanziaria,e poi a Lula di approfondire l’azione sociale senza volgere le spalle al rigore economico. Il Lula-spauracchio divenne col tempo un candidato accettabile da parte delle élites economiche e poi il migliore gestore possibile del paese emergente: attento non solo all’azione sociale, ma anche ai fondamentali necessari per la crescita economica, necessaria per promuovere quelle riforme sociali di cui un paese per secoli rimasto un campione assoluto di diseguaglianza aveva tremendamente bisogno. La sensazione degli anni di Cardoso fu che si fece molto per modernizzare l’economia e la gestione della cosa pubblica, ma non abbastanza per i due terzi meno abbienti del paese. Negli anni di Lula, il cocktail sapiente tra economia e sociale, tra nazionalismo economico e mercato, tra progressismo e rigore ha permesso al paese di approfittare a fondo delle ottime condizioni esistenti nell’economia mondiale prima della crisi: il Brasile, paese industriale competitivo ma anche importantissimo esportatore di prodotti agricoli e materie prime, ha alimentato una crescita economica impetuosa che anche nel 2010 si assesterà intorno all’8%. In questi anni, il Brasile ha poi anche avuto la fortuna di localizzare importantissime riserve di petrolio off-shore, gestite oculatamente dall’impresa statale Petrobras. I due fattori trainanti dell’economia brasiliana sono stati da un lato l’espan36

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sione del mercato interno, mediante oculate politiche di trasferimento di reddito che hanno permesso a ben venti milioni di persone d’abbandonare la povertà per entrare nella classe media: una delle migliori performance mondiali, comparabile solo a quanto ottenuto da Cina ed India, gli altri due BRIC cui il Brasile si può paragonare. Tali politiche sono state accompagnate da una pianificazione economica leggera, un grande sforzo infrastrutturale ed un miglior equilibrio nella gestione delle differenze tra i diversi stati che compomngono quest’immenso paese. Il secondo fattore-chiave, che può costituire anche il tallone d’Achille del Brasile se non valutato nella sua importanza, è il notevole peso che hanno avuto le esportazioni di prodotti primari ed energetici, specie verso i paesi emergenti. Il Brasile è molto lontano dall’essere dipendente dalle esportazioni di materie prime, come del resto anche la crescita nel 2010 dimostra, ma sarebbe pericoloso dimenticare quanto nella crescita economica brasiliana abbiano pesato gli elevati corsi delle materie prime prima della crisi del 2008 e l’insaziabile sete di risorse da parte dei paesi emergenti. Questo sì, il Brasile di Lula non è incorso nell’errore di tanti altri paesi dotati di risorse, che finiscono per diventare un ostacolo per la crescita economica, ma ha saputo usarle al meglio per modernizzare il paese. Negli anni di Lula si è definitivamente avverata quella che era da anni l’aspirazione del Brasile, quello di divenire una potenza con status mondiale: la stabilizzazione finanziaria (non dimentichiamo che Lula dovette firmare, prima d’essere eletto nel 2002, una dichiarazione d’intenti con l’FMI per assicurarne l’ortodossia economica: ebbene, durante il suo mandato non solo si sono estinti i debiti con il Fondo monetario, ma addirittura il Brasile ha partecipato al piano di salvataggio della Grecia, diventandone paese creditore, un qualcosa d‘impensabile sino a pochi anni fa), accompagnata da Acque & Terre 4/5-2010

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significativi tassi di crescita ha gettato le basi per fare del Brasile un paese di riferimento non tanto dell’America latina quanto del mondo emergente. Lula ha impostato la sua azione esterna, portata avanti dall’impeccabile Itamaraty, il ministero degli esteri brasiliano guidato da Celso Amorim, confermatosi in questi anni come una delle più prestigiose diplomazie mondiali, su due principi essenziali: l’emergenza del Brasile come potenza di prima grandezza e la diplomazia SudSud, in chiave culturale ed economica, specie con i paesi dell’Africa e di lingua portoghese. In chiave d’affermazione delDilma Rousseff l’importanza del Brasile come attore globale, ha avuto molta importanza il ruolo brasiliano nella missione ONU ad Haiti e nella successiva crisi legata al terremoto, nella quale il paese sudamericano ha avuto un ruolo importante al lato degli Usa (e dell’Ue, che pecca però sempre di sufficiente visibilità per la propria azione). Ancora più significativo il ruolo centrale assunto dal Brasile in tutti i grandi dibattiti internazionali: dal cambio climatico allo sviluppo delle energie alternative (il Brasile è leader in produzione d’alcool da biomassa), dal Doha round alle nuove architetture internazionali. Nessuno dubita che il Brasile otterrà un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza ONU quando avverrà una riforma, né che sia un membro fondamentale di quel G-20 che ha reso ridondante l’una volta importantissimo G7. Il recente ruolo del Brasile nell’accordo nucleare tra Iran e Turchia ha poi dimostrato il successo di Brasilia nel giocare un ruolo mondiale eterodosso alternativo agli schemi tradizionali del potere internazionale e in zone nelle quali il paese non aveva presenza sino a poco tempo fa. Il prestigio internazionale del Brasile negli anni di Lula è quindi aumentato moltissimo: quando io vissi in Brasile, dal 1998 al 2002, era ancora del tutto impensabile che una candidatura internazionale del Brasile potesse avere chances di successo: la doppietta 2014-2016 (mondiali di calcio – olimpiadi) è la dimostrazione di quanto le cose siano cambiate in poco tempo. È forse in America latina dove, paradossalmente, il Brasile ha avuto meno successo in questi anni. Se la socialdemocrazia alla Lula è divenuta il riferimento ideologico di moda di molti governi (prendendo il passo sulla boccheggiante socialdemocrazia europea), il Brasile non ha sempre usato al meglio le proprie armi nella sua regione. Il Mercosur, processo d’integrazione di gran successo negli anni 90, si è inceppato in questo decennio, a causa dei problemi argentini ma anche degli eterni dissidi tra Buenos Aires e Brasilia: il Brasile, che aveva usato il Mercosur come un fattore d’apertura e stimolo delle riforme economiche, 38

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ha dato l’impressione di non dare più particolare importanza all’integrazione con i suoi vicini nel momento in cui la domanda mondiale dopava la sua crescita. D’altro canto, i rapporti con un vicino come la Bolivia non sono stati gestiti al meglio, e questo ha penalizzato gli interessi d’entrambi i paesi. Il maggior peso brasiliano non si è automaticamente tradotto in una maggior leadership regionale, e l’integrazione latinoamericana non ha fatto sostanziali passi avanti in questo periodo, anche se la nascita d’UNASUR ha creato un nuovo foro politico d‘integrazione. La reazione brasiliana alla crisi Luiz Inácio Lula da Silva in Honduras, molto importante in America Latina anche se poco seguita in Europa, è stata forse un po’ troppo rigida, ed è curioso come ancora oggi Brasilia non abbia riconosciuto un governo d’unione nazionale formatosi dopo elezioni che è azzardato non riconoscere come legittime. L’equilibrismo nei rapporti con i paesi dell’ALBA, in particolare con il Venezuela di Chávez che ne è il leader, sono molto condizionati dai reciproci interessi economici e strategici, a volte a scapito d’una maggiore chiarezza. E l’atteggiamento di Lula nei confronti del regime cubano e della sua interpretazione restrittiva dei diritti umani ha causato molta sorpresa. Un’altra politica nella quale sussistono delle ombre è quella portata avanti dai governi di Lula in Amazzonia: il Brasile è sempre stato molto sensibile a evitare che facesse presa l’idea, cara ad alcuni ambienti, dell’internazionalizzazione dell’Amazzonia, considerato un anatema in Brasile. Al tempo stesso, è chiaro che la presenza della più grande foresta tropicale del mondo nel suo territorio condiziona molto le posizioni di Brasilia in materia di cambio climatico e ambiente. Se il primo governo Lula ebbe successo nel ridurre la deforestazione, questo trend si è rallentato negli ultimi anni (uscita di Marina Silva dal governo) e l’attuale revisione del codice forestale sembra impostata ad una maggiore attenzione nei confronti degli interessi economici degli allevatori, propensi a permettere quote maggiori di deforestazione, piuttosto che a quelli dei fautori dello sviluppo sostenibile, che di per sé fa parte dell’agenda del Brasile ma per cui non è sempre facile trovare soluzioni ottimali. I successi di Lula nel ridurre i livelli di povertà non devono però far dimenticare che le disuguaglianze sociali, l’accesso alle opportunità economiche (i cittadini brasiliani si confrontano ai più alti tassi d’interesse bancari al mondo), la criminalità e il miglioramento continuo degli standard educativi, sanitari e scientifico/tecnologici rimangono questioni aperte: i miglioramenti di questi anni devono essere seguiti da ulteriori rafforzamenti delle politiche in tutti questi ambiti, senza i quali il Brasile, che è paese potentemenAcque & Terre 4/5-2010

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te emergente ma non ancora sviluppato nel senso classico del termine potrebbe soffrire in futuro per mantenere le posizioni raggiunte. Importante quindi che al successo di questi anni non faccia seguito l’auto compiacimento, che fa parte del carattere brasiliano. Non c’è dubbio che anche una seria riforma dei partiti politici, che ovviasse alla sempiterna confusione della vita legislativa nazionale e statale, potrebbe beneficiare il paese (anche Lula ne soffrì, pur senza vedere intaccata la sua credibilità personale): se ne parla da anni, ma con scarsi risultati. Comunque, i risultati ottenuti da Lula l’hanno reso senza dubbio un personaggio-chiave nella storia del XXI secolo e, senza tema di smentite, pensiamo che, nonostante i rischi evidenziati in alcuni settori, il Brasile non tornerà indietro, essendo ormai evidenti a tutti i benefici di un modello equilibrato tra crescita economica e distribuzione. D’altronde, non è un caso che i dati dell’ultimo Latino-Barómetro 2009 evidenzino il Brasile come il paese nel quale la fiducia dei propri cittadini è maggiore: alla domanda “il paese va nella direzione giusta?” risponde positivamente il 75% dei brasiliani, a fronte di una media continentale del 45% ed del dato argentino, il peggiore, del 19%. Dopo molti tentennamenti, il Brasile ha finalmente imboccato una strada maestra che lo sta portando in alto, ed a livello internazionale non v’è un solo dibattito nel quale la posizione di Brasilia non conti. Il Brasile che lascia di Lula non è più quello delle eterne promesse, ma delle realtà concrete. * Stefano Gatto, diplomatico Ue attualmente in America Centrale, fu consigliere economico della Commissione Europea a Brasilia dal 1998 al 2002.

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Il Brasile dopo Lula