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Stadium n. 5/1963

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C. S. I.

f PRESIDENZA NAZIONALE )

Stadüi ■ problemi *po°t

Il pugilato ha fatto un’altra vittima. Davey Moore è caduto sul ring di Los Angeles sotto i colpi di Sugar Ramos. Lascia la maglie e cinque bambini. Il Santo Padre Giovanni XXIII, parlan­ do ai fedeli del Lido di Ostia a Roma, ha fatto un chiaro riferimento al tragico in­ cidente pugilistico: «Gare che sono con­ trarie ai principi naturali, barbarie che il fratello usa contro il fratello ». E’ la prima volta che un Sommo Ponte­ fice si pronuncia apertamente sulla boxe professionistica, dettando parole di così pre­ ciso e grave ammonimento.

L’ ’’Osservatore Romano” ha fatto eco in termini altrettanto aperti e significativi. « Nessuna legge ancora si promuove per vie­ tare il delitto: nessun veto insorge e si im­ pone da parte della coscienza civile... ». « Come dosare e distinguere fra il pugno che abbatte e il pugno che uccide? Si par­ lerà ancora di sfortuna e fattori acciden­ tali, invece i fatti del genere sono da con­ siderarsi veri e propri omicidi ». Ora attendiamo i soliti difensori d'ufficio. Sono cose che succedono in America, di­ ranno, in Italia è diverso. Chi conosce bene il mondo del nostro pugilato sa bene che le cose non sono cosi limpide come si vor­ rebbe lasciar credere. Lo confermano gli stessi incidenti accaduti poche settimane fa al Palazzo dello sport di Milano e i retrosce­ na che hanno rivelato.

In Italia gli arbitri intervengono in tem­ po e non lasciano ammazzare i pugili, di­ cono altri. Dunque si ammette che la vita di un uomo è legata alla decisione arbitra­ le, di una persona cioè che per vari motivi non può essere sempre in grado di interve­ nire tempestivamente e che soprattutto non è in grado di giudicare con competenza spe­ cifica il verificarsi di traumi interni che sfuggirebbero anche all’esame di un esper­ to medico.

Ma in fondo in altri sport la casistica degli incidenti, mortali o meno, è molto più numerosa, si dice ancora. Se anche fosse, resta la differenza sostanziale che mentre negli altri sport si tratta di fattori esterni e accidentali come ce ne sono in tutte le attività dell'uomo, nel pugilato il colpo mor­ tale è inferto direttamente da un essere umano contro un suo simile. E se pure non v’è l’intenzione di uccidere ma solo di stor-

dire (e non è lecito) esiste tuttavia la di­ mostrata possibilità che la morte arriva ab­ bastanza frequentemente e che arriverà an­ cora finché impereranno un regolamento e una prassi che fanno coincidere la bravura con la quantità e la gravita delle offese arrecate. In realtà difendere il pugilato professio­ nistico quale è attualmente praticato è co­ me voler sostenere che nella scherma si po­ trebbe benissimo togliere il puntale con il pretesto che gli atleti, spadaccini allenati e abili come sono, diffìcilmente potrebbero ferirsi gravemente e comunque ci sarebbe sempre l’intervento tempestivo dell’arbitro per scongiurare gli incidenti mortali! (« cura di Duilio (Umetti)

V ARCHÌVIO STORICI) /

£- ANNO LVII - N. 5 - 31 MARZO 1963 - SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO □ POSTALE GRUPPO II - QUINDICINALE DEL CENTRO SPORTIVO ITALIANO

Parlare di impianti sportivi è fa­ cile e lo prova il fatto che tutti ormai in Italia ne parlano. Siamo persino riusciti a suscitare un’eco ai nostri problemi presso qualifi­ cati organi di stampa sportiva estera. E’ facile parlare di impianti per­ ché è facile fare della polemica, perché è facile protestare e pre­ tendere da altri il compimento di doveri che non investono la nostra diretta responsabilità. Il problema dello sport giovanile, però, non si esaurisce nella caren­ za (grave e drammatica) di attrez­ zature sportive. E se un giorno (sospirato giorno!) il nostro gover­ no si deciderà a considerare lo sport con la serietà che merita e provvederà finalmente l’Italia di adeguate attrezzature, il problema dello sport giovanile non sarebbe per questo risolto. Non basta più fare dello sport, occorre farlo bene. Soltanto dei dirigenti preparati, competenti e coscienziosi, possono garantire un’attività sportiva sana, utile, educativa. Ma quello dei dirigenti non è un compito da assegnare sbrigativa­ mente allo Stato come si fa per le attrezzature. La formazione dei dirigenti inte­ ressa un vasto settore di enti pub­ blici e privati insieme, interessa i sodalizi e le associazioni, interessa, in certo senso, ogni individuo co­ sciente delle sue responsabilità verso la società. Lo Stato, certamente, non potrà lavarsene le mani, perché se ad es­ so compete di assicurare alla gio­ ventù gli strumenti per. la sue educazione, tra questi i maestri occupano il primo posto. Ma oltre allo Stato, in questo settore, sono chiamati direttamente in causa anche il CONI, gli Enti di Propa­ ganda, i sodalizi sportivi. Non basta organizzare una qual­ siasi attività sportiva per assolvere ai propri doveri verso la gioventù o per pretendere il titolo di mece­ nati o benemeriti dello sport gio­ vanile. Se parimenti non si affron­ ta con cosciente impegno la prepa­ razione di un organico quadro di dirigenti organizzativi e tecnici sa­ rebbe preferibile, spesse volte, che di sport non ci si occupasse. Per la formazione dei dirigenti, dei ’’maestri” dello sport, tutti pos­ sono e debbono fare qualcosa, nes­ suno può tirarsi indietro addossan­ do ad altri un compito che invece è di tutti, come di tutti è il dovere di contribuire all’educazione dei giovani. Forse è proprio per questo mo­ tivo che molti evitano di parlarne.

le aule non bastano.., occorrono

Occorre ’’sentire” lo sport oer amare i giovani sportivi. Bisogna ’’conoscere” lo sport per capi­ re gli atleti / Il dirigente organizzativo che non possiede un minimo di cognizioni tecniche ri­ schia di pregiudicare la retta impostazione dei programmi, l’opportunità e la tempestività degli interventi, l’efficacia concreta e specifica della sua azione / Il dirigente tecnico che difetti di competenza perde presto l’ascendente sul giovane, compromette la sua attività agonistica e la efficacia educativa’ della stessa sul suo fisico e il suo carattere / Il dirigente deve vivere a con­ tatto dei suoi ragazzi, la loro vita di società perché questa è la vera scuola dove si impara ad amare e a sacrificarsi / Un allenatore che non abbia vissuto la vita di società, anche se dota­ to dì buona preparazione, è un tecnico freddo, che dello sport fa un mestiere / Non si può badare all’educazione del corpo trascurando lo spirito, si danneggerebbe irrimediabilmente l’u­ no e l’altro / Non si possono considerare i muscoli dell’atleta alla stregua di organi mecca­ nici: sono parti integranti di un essere vivo e intelligente e vanno educati rispettando l’armo­ nico sviluppo di tutto l’individuo / La tecnica non può pretendere di pianificare alle sue esi­ genze tutti gli individui, ma essa stessa deve piegarsi e adattarsi alle esigenze dei singoli / (segue a pag. 3)


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