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C. S. I.
f PRESIDENZA NAZIONALE )
Stadüi ■ problemi *po°t
Il pugilato ha fatto un’altra vittima. Davey Moore è caduto sul ring di Los Angeles sotto i colpi di Sugar Ramos. Lascia la maglie e cinque bambini. Il Santo Padre Giovanni XXIII, parlan do ai fedeli del Lido di Ostia a Roma, ha fatto un chiaro riferimento al tragico in cidente pugilistico: «Gare che sono con trarie ai principi naturali, barbarie che il fratello usa contro il fratello ». E’ la prima volta che un Sommo Ponte fice si pronuncia apertamente sulla boxe professionistica, dettando parole di così pre ciso e grave ammonimento.
L’ ’’Osservatore Romano” ha fatto eco in termini altrettanto aperti e significativi. « Nessuna legge ancora si promuove per vie tare il delitto: nessun veto insorge e si im pone da parte della coscienza civile... ». « Come dosare e distinguere fra il pugno che abbatte e il pugno che uccide? Si par lerà ancora di sfortuna e fattori acciden tali, invece i fatti del genere sono da con siderarsi veri e propri omicidi ». Ora attendiamo i soliti difensori d'ufficio. Sono cose che succedono in America, di ranno, in Italia è diverso. Chi conosce bene il mondo del nostro pugilato sa bene che le cose non sono cosi limpide come si vor rebbe lasciar credere. Lo confermano gli stessi incidenti accaduti poche settimane fa al Palazzo dello sport di Milano e i retrosce na che hanno rivelato.
In Italia gli arbitri intervengono in tem po e non lasciano ammazzare i pugili, di cono altri. Dunque si ammette che la vita di un uomo è legata alla decisione arbitra le, di una persona cioè che per vari motivi non può essere sempre in grado di interve nire tempestivamente e che soprattutto non è in grado di giudicare con competenza spe cifica il verificarsi di traumi interni che sfuggirebbero anche all’esame di un esper to medico.
Ma in fondo in altri sport la casistica degli incidenti, mortali o meno, è molto più numerosa, si dice ancora. Se anche fosse, resta la differenza sostanziale che mentre negli altri sport si tratta di fattori esterni e accidentali come ce ne sono in tutte le attività dell'uomo, nel pugilato il colpo mor tale è inferto direttamente da un essere umano contro un suo simile. E se pure non v’è l’intenzione di uccidere ma solo di stor-
dire (e non è lecito) esiste tuttavia la di mostrata possibilità che la morte arriva ab bastanza frequentemente e che arriverà an cora finché impereranno un regolamento e una prassi che fanno coincidere la bravura con la quantità e la gravita delle offese arrecate. In realtà difendere il pugilato professio nistico quale è attualmente praticato è co me voler sostenere che nella scherma si po trebbe benissimo togliere il puntale con il pretesto che gli atleti, spadaccini allenati e abili come sono, diffìcilmente potrebbero ferirsi gravemente e comunque ci sarebbe sempre l’intervento tempestivo dell’arbitro per scongiurare gli incidenti mortali! (« cura di Duilio (Umetti)
V ARCHÌVIO STORICI) /
£- ANNO LVII - N. 5 - 31 MARZO 1963 - SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO □ POSTALE GRUPPO II - QUINDICINALE DEL CENTRO SPORTIVO ITALIANO
Parlare di impianti sportivi è fa cile e lo prova il fatto che tutti ormai in Italia ne parlano. Siamo persino riusciti a suscitare un’eco ai nostri problemi presso qualifi cati organi di stampa sportiva estera. E’ facile parlare di impianti per ché è facile fare della polemica, perché è facile protestare e pre tendere da altri il compimento di doveri che non investono la nostra diretta responsabilità. Il problema dello sport giovanile, però, non si esaurisce nella caren za (grave e drammatica) di attrez zature sportive. E se un giorno (sospirato giorno!) il nostro gover no si deciderà a considerare lo sport con la serietà che merita e provvederà finalmente l’Italia di adeguate attrezzature, il problema dello sport giovanile non sarebbe per questo risolto. Non basta più fare dello sport, occorre farlo bene. Soltanto dei dirigenti preparati, competenti e coscienziosi, possono garantire un’attività sportiva sana, utile, educativa. Ma quello dei dirigenti non è un compito da assegnare sbrigativa mente allo Stato come si fa per le attrezzature. La formazione dei dirigenti inte ressa un vasto settore di enti pub blici e privati insieme, interessa i sodalizi e le associazioni, interessa, in certo senso, ogni individuo co sciente delle sue responsabilità verso la società. Lo Stato, certamente, non potrà lavarsene le mani, perché se ad es so compete di assicurare alla gio ventù gli strumenti per. la sue educazione, tra questi i maestri occupano il primo posto. Ma oltre allo Stato, in questo settore, sono chiamati direttamente in causa anche il CONI, gli Enti di Propa ganda, i sodalizi sportivi. Non basta organizzare una qual siasi attività sportiva per assolvere ai propri doveri verso la gioventù o per pretendere il titolo di mece nati o benemeriti dello sport gio vanile. Se parimenti non si affron ta con cosciente impegno la prepa razione di un organico quadro di dirigenti organizzativi e tecnici sa rebbe preferibile, spesse volte, che di sport non ci si occupasse. Per la formazione dei dirigenti, dei ’’maestri” dello sport, tutti pos sono e debbono fare qualcosa, nes suno può tirarsi indietro addossan do ad altri un compito che invece è di tutti, come di tutti è il dovere di contribuire all’educazione dei giovani. Forse è proprio per questo mo tivo che molti evitano di parlarne.
le aule non bastano.., occorrono
Occorre ’’sentire” lo sport oer amare i giovani sportivi. Bisogna ’’conoscere” lo sport per capi re gli atleti / Il dirigente organizzativo che non possiede un minimo di cognizioni tecniche ri schia di pregiudicare la retta impostazione dei programmi, l’opportunità e la tempestività degli interventi, l’efficacia concreta e specifica della sua azione / Il dirigente tecnico che difetti di competenza perde presto l’ascendente sul giovane, compromette la sua attività agonistica e la efficacia educativa’ della stessa sul suo fisico e il suo carattere / Il dirigente deve vivere a con tatto dei suoi ragazzi, la loro vita di società perché questa è la vera scuola dove si impara ad amare e a sacrificarsi / Un allenatore che non abbia vissuto la vita di società, anche se dota to dì buona preparazione, è un tecnico freddo, che dello sport fa un mestiere / Non si può badare all’educazione del corpo trascurando lo spirito, si danneggerebbe irrimediabilmente l’u no e l’altro / Non si possono considerare i muscoli dell’atleta alla stregua di organi mecca nici: sono parti integranti di un essere vivo e intelligente e vanno educati rispettando l’armo nico sviluppo di tutto l’individuo / La tecnica non può pretendere di pianificare alle sue esi genze tutti gli individui, ma essa stessa deve piegarsi e adattarsi alle esigenze dei singoli / (segue a pag. 3)