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SSLMIT 3.0 Esercizi di scrittura AA.VV.


La Scuola per interpreti dell'Università di Trieste non è una facoltà universitaria, è una caserma. Non forma interpreti, ma marine. Quell'anno fummo in ventitré a superare l'esame di ammissione per la lingua fondamentale francese. Quattro anni dopo eravamo rimasti in tre. Il primo giorno di lezione, il marziale triumvirato che rappresentava le tre sezioni linguistiche di inglese, francese e tedesco ci diede un ruvido benvenuto avvertendoci che se ci eravamo iscritti per imparare le lingue, quello era il posto sbagliato. "Chi entra alla Scuola per interpreti di Trieste, le lingue deve già saperle. Qui è la tecnica dell'interpretazione che si insegna. La sfida elettrica della simultanea, la lotta all'arma bianca della consecutiva, il corpo a corpo dello chuchotage!". Diego Marani, Come ho imparato le lingue, Bompiani, 2005

Ai nostri genitori l.d.-s.b. A Noemi e Tomaso Tomba, perché molto hanno fatto per me s.b. Note legali La presente pubblicazione è stata redatta in regime di contributo volontario e gratuito e non ha pertanto alcuno scopo di lucro. Dal momento che ha carattere sperimentale e data la sua precipua natura, questo progetto non può essere considerato un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 2001. Gli autori sono responsabili dei contenuti dei loro articoli. Fermi restando i diritti protetti da copyright, come specificato in dettaglio nell'elenco dei crediti fotografici e negli specifici crediti editoriali riportati, la presente opera online, nonché i singoli contributi sono protetti mediante licenza CC di tipo Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0), salvo diversamente indicato nel testo. I detentori dei suddetti diritti sono i rispettivi autori e non i curatori del progetto. I curatori del progetto e gli autori dei contributi non sono in alcun modo responsabili dei siti collegati tramite link né del loro contenuto. Contestualmente all'invio dei testi, gli autori hanno autorizzato la pubblicazione del proprio nome, salvo diversamente richiesto.

A Gloria Spessotto, perché "once a teacher, always a teacher" l.d.


L

a voce "Istruzione" del mio curriculum vitae riporta: "Laurea in Traduzione conseguita presso la SSLMIT di Trieste". Questa frase, quando (se) viene letta dai responsabili delle risorse umane, capi del personale, semplici addetti al front desk delle agenzie interinali o titolari di agenzie di traduzione, provoca in genere due tipi di reazione. La prima e la più frequente, diciamo il 95%, è una sovrana indifferenza o beata ignoranza. I più scarsi sono gli addetti delle agenzie di lavoro temporaneo, i quali, come assecondando un destino ineluttabile, indagano: "Ma è una laurea in lingue?". Spesso capita anche che mi venga chiesto se la SSLMIT sia un istituto privato o se la laurea sia "valida" (per fare cosa, non si sa. Certo è che, con tutti i finti dentisti che esercitano impunemente, una domanda del genere fa come minimo girare gli attributi). E quindi metà del mio colloquio di lavoro si basa sulla dettagliata spiegazione di cosa sia la SSLMIT, in che cosa consista il lavoro del traduttore e dell'interprete, per poi sentirmi chiedere – giuro, mi è capitato una sola volta, ma è successo davvero – "Scusi, ma Lei parla tutte le lingue del mondo?" La seconda, appannaggio di un esiguo 5%, è del tutto diversa. L'esaminatore di turno mi osserva con occhi ammirati e con una certa curiosità, mi scruta per vedere se dai tratti somatici riesce a captare qualche segno di (sana) follia e spesso inizia a chiedere una raffica di dettagli che spaziano dall'eccezione che conferma la regola tale, alla pronuncia di parole proibite agli italofoni e altre amenità. Le storie che abbiamo raccolto dalla voce dei nostri colleghi potrebbero essere dirette a quel 95% che ci confonde con i laureati in lingue, a quelli che pensano che per tradurre un testo sia sufficiente un vocabolario, a quelli che immaginano che l'Università sia una passeggiata di salute. Se leggeranno queste pagine, si renderanno conto di come siamo arrivati ad essere professionisti seri e preparati. Spero che questa antologia incuriosisca anche chi non ne è stato protagonista diretto, ma che ha vissuto il periodo universitario "di sponda", in qualità di familiari, amici del cuore, partner. Al di là dell'episodio in sé, tutte le storie hanno un messaggio da comunicare e una cifra stilistica che va al di là della semplice aneddotica. Il mio auspicio è che si possano leggere e gustare anche svincolate dal contesto specifico. Ma sono convinta che queste storie siano per noi un modo per ritrovarci, in rete, dopo anni e dopo tanti cambiamenti e per condividere, con un sorriso e con (parecchia) autoironia, un tratto del cammino che abbiamo fatto insieme. Potremo soffermarci su persone, fatti e avvenimenti da diversi punti di vista e magari accorgerci di dettagli che allora non avevamo considerato. Nel bene e nel male, la SSLMIT ci ha formato e se siamo diventati quello che siamo, lo dobbiamo, prima di tutto a noi stessi, ma molto anche a lei. Se (e sottolineo se) ne siamo usciti indenni, in seguito gran parte delle difficoltà lavorative ci è sembrata e ci sembra alla nostra portata, non ci facciamo scoraggiare da niente e da nessuno. Mi piace pensare a queste storie come a delle metaforiche "pacche sulle spalle" per dirci: bravi, ce l'abbiamo fatta. Buona lettura. Lorenza Destro


S

ono figlio del baby-boom, anche se preferisco pensare di essere figlio dell'amore. Quello con la A maiuscola. Tuttavia, un accidente storico mi ha fatto nascere negli anni Sessanta, proprio all'inizio. Tutto questo preambolo per dire che pure io ho un pesante e polveroso album fotografico di immagini prima in bianco e nero poi a colori, quelli un po' strani degli anni Settanta e via via fino ad arrivare a oggi, all'inconsistente e democratico digitale. I conti sono presto fatti. Ho già festeggiato il mio primo mezzo secolo, e con abbondanza. E tra le tante cose che in questo lasso di tempo, peraltro lungo e trascorso a velocità supersonica, si sono accumulate, oltre ai ricordi, ci sono tante carabattole con vari livelli di importanza. Ed essendo il mio segno zodiacale propenso all'attaccamento alle cose del passato, temo e tremo all'idea di dover organizzare un giorno il trasloco delle mie povere ma preziose cose. Nel mio album fotografico ho l'immancabile serie di foto della prima Comunione, la tunica bianca, la scriminatura perfetta, con genitori e parenti tutt'intorno. Di quel giorno non ricordo proprio nulla. Nemmeno la cerimonia. L'unica cosa che ancora conservo, in bella vista nella mia rigogliosa libreria, è il libriccino candido che per l'occasione veniva regalato ai "comunicandi". Per la Cresima sarebbe stata una penna d'oro, che da qualche parte devo avere ancora. Ma quell'oggetto ogni tanto lo prendo ancora in mano, ne accarezzo la copertina di raso e lo sfoglio. Era abitudine passarlo agli amici più cari, ai parenti più stretti, alla maestra o al maestro, affinché vi depositassero una dedica, un ricordo, un disegno. Non ne ho molte di dediche, ma quelle pagine nascondono i miei ricordi più cari, le mie prime relazioni esclusive. Ora, mi piace pensare che questo scritto, questa sorta di antologia, sia molto simile a quell'oggetto che ancora custodisco con cura e profondo affetto. Gli anni sono trascorsi, la vita ha fatto girare la sua ruota, molto sono cambiato io e molto sono cambiate le cose che mi circondano. Le abitudini, le persone. Si sono sostituiti i mezzi, ma l'idea ha corso su vie invisibili, per la rete, fino a tornare a me. Ricordi di altri, con cui ho vissuto e patito, riso e scherzato. Nelle parole di altri ho riletto me stesso. È bello ricordare. È altrettanto bello condividere i propri ricordi. È bello sorprendersi a dire: "Ma è vero! Me lo ricordo anch'io!" E riscoprire qualcosa che si riteneva perduto, forse per sempre. Una parte di noi che riaffiora e ci fa sorridere, o fremere o indignare. I ricordi non sono tutti uguali. Siamo noi che facciamo la differenza. Interagiamo con persone, cose, situazioni, mondi e storie con la forza e la foga che ci vengono da dentro. Per questo nulla di quanto è scritto qui dentro è paragonabile ad altri scritti. Per questo posso dire che i miei ricordi universitari sono diversi dagli altri, pur avendo lo stesso oggetto. Ho, abbiamo curato con pazienza questo progetto. Perché a parità di esperienza, ero curioso di vedere come altri occhi, altre mani avrebbero riscritto o interpretato il ricordo. Siamo noi, cambiati. Qualche ruga in più, qualche capello in meno. Ma l'anima è sempre la nostra. Fresca. Con la stessa voglia di ridere. O di incazzarci. Con la stessa voglia di condividere. Goliardicamente. Buona lettura. Saulo Bianco


Thanksgiving Prima di iniziare è doveroso dedicare un istante ai ringraziamenti. E sono tanti. Nostra intenzione è non scordare nessuno. Un profondo e sentito ringraziamento ad Adria Tissoni, grazie al cui archivio siamo riusciti a recuperare preziosissimi materiali, e ad Andrea Annaratone, nostro agente all'Avana, il quale ha supportato ricerche e inseguimenti, oltre ad aver fornito l'idea della copertina e significativi consigli fotografici. Un grazie di cuore a Eleonora Baron, per le consulenze "etnolinguistiche". Per l'arredo di questo nostro salottino ci è molto mancato il suo "armadio magico". Un vivo ringraziamento alla Cosmo Iannone Editore (http://www.cosmoiannone.it/), nella persona della signora Rosanna Carnevale, per l'autorizzazione all'utilizzo dei testi di Laila Wadia, e a Laila Wadia, per la sua disponibilità. Saremo eterni debitori nei confronti di Diego Marani, per le strisce di Bobo Merenda e Marcello Pennarello che a suo tempo ci hanno molto divertito e che ora sono raccolte qui. Grazie anche per averci concesso di usare testi e immagini. Grazie a Cristiana Puleo (cpuleo@libero.it) per l'impegno profuso nell'elaborazione del progetto grafico, del layout e dell'impaginazione. Last but not least, desideriamo ringraziare vivamente tutti i fotografi che con tanta generosità hanno reso disponibili le immagini a corredo dei nostri umili testi. A loro, di seguito verrà dedicata una sezione specifica. Senza di Voi, nulla di tutto questo sarebbe mai stato possibile. antologia.si@gmail.com


SSLMIT 3.0 - Esercizi di scrittura


N

oi, che nel 1981 siamo entrati in sovrannumero – sfiorando il mitico tetto dei 100 candidati ammessi - per costringere l'Università a trasferirci dalle "ridenti" sedi di via d'Alviano e via Caprin al mitico Hotel Regina: mai sliding doors furono più crudeli. Noi, che non sapevamo di essere Giovani Marmotte sulle quali al primo appello sarebbe caduta la mannaia, come ci ricordava ogni lunedì mattina per più di un quarto d'ora il grande vendicatore occhialuto del "cambiamento semantico", nelle sue impossibili lezioni di linguistica. Noi, che per la tesina di linguistica abbiamo dovuto tradurre in italiano un dizionario swahiliinglese. Noi, costretti a imparare 275 proverbi olandesi passando per il triestino… Perché, voi italiani non dite Scòva nòva scòva ben…? Noi, sempre noi, nederlandisti, unici presenti in aula dopo la nevicata dell'85… Perché finché la neve non arriva all'inguine si va a lezione. Noi, che venivamo dall'Italia e quando ghiacciava non avevamo i iazzini in borsa. Noi, tra i pochi lettori del Mio ultimo quarto dell'indimenticabile professore di letteratura italiana, uno dei pochi a essere andato in pensione nella beata convinzione che Leopardi avesse scritto Il passero solitario perché era gobbo e cieco. Noi, unici studenti di lingue al mondo a conoscere l'espressione abaft the beam, e ancora in attesa di poter usare "a poppavia del traverso" in una traduzione dall'inglese in italiano. Noi, che cercavamo maestri, e quando rivolgevamo ansiosi le nostre domande al professore di letteratura anglo-americana ci sentivamo rispondere "That's a good question!" Noi, che sappiamo tutto, ma proprio tutto del manierismo nella letteratura italiana (e pochi corsi furono più interessanti di quello). Noi, che per fare la spesa nei negozi triestini abbiamo dovuto riscoprire i decagrammi. Noi, che – era l'85? – ci siamo presi un colpo leggendo a caratteri cubitali sul Piccolo "Scoppia l'atomica in via Rossetti", per poi scoprire con sollievo che si trattava di un'innocua pentola a pressione. Noi, che sempre sul Piccolo abbiamo riso fino alle lacrime alla notizia "Grado: tromba marina per un quarto d'ora". Noi, che passeggiavamo lungo il viale XX Settembre con la paura di incrociare qualche matto. Noi, che andavamo per osmizze a settembre e a Barcola a prendere il sole in riva alla strada, ai Topolini, con "la 6". Noi, che a Trieste abbiamo visto infrangersi i primi sogni, ma che ci siamo fatti amici per la vita. Ebbene anche noi della classe 1981 siamo sopravvissuti alla SSLMIT di Trieste e quando ci capita di incontrare qualche vecchio compagno, conosciuto anche solo di vista, ci abbracciamo e ci rallegriamo, tutti, ma proprio tutti, con la commozione dei reduci di una battaglia cruenta e dagli esiti rimasti a lungo incerti. Reduci con più di una cicatrice, ma oggi, per fortuna, un po' più felici.

Reduci classe 1981 – Anonimo triestino

http://youtu.be/p6pGYbkEB_U

Al sole (Bivio Miramare) © Antonio Marano


S

tanotte ho fatto uno strano sogno. Ero in una bellissima e austera città, dove uno strano dialetto veniva parlato ovunque. Una città in cui i commessi dei negozi dicevano "Volentieri" a chi era in attesa di essere servito, mentre invece significava "Glielo darei volentieri ma non ce l'abbiamo", oppure interrogavano il cliente con un "Chi non ricevi"? per dire "Chi deve essere servito". Negozi sulla cui vetrina si leggeva "Se porta la spesa a casa", messaggio indirizzato a quegli anziani che abitavano in vecchi palazzi senza ascensore e le cui gambe tremule non riuscivano a risalire tutte quelle scale con le 'sporte', negozi dove alla cassa si vedeva un simpatico quanto eccentrico cartello 'promemoria': "Signora, la gha' ciolto tuto?". Nella città che stanotte ho sognato gli autobus urbani si chiamavano "filovia" e da qui l'abitudine di dire "la" 29, "la" 36, l'abbonamento si chiamava la "Rete" e a bordo la frase più sentita era "Non la me sburti" ossia "Non mi spinga". Una città in cui la gente diceva "Come xe' con ti?" e se uno non capiva, con asciutta gentilezza la domanda veniva tradotta con "Come è con te"?", dove le trattorie e i ristoranti erano ancora alla buona, i proprietari erano donne giunoniche e prorompenti che sapevano il menu a memoria e accoglievano i clienti con frasi del tipo "Cosa ve porto mie rondini (o miei fiori)". In quella città c'era pure una facoltà universitaria, unica nel suo genere. Nel sogno ne frequentavo le varie sedi, sparse per tutta la città: via d'Alviano, via dei Giardini e via Filzi, l'ex Hotel Regina. In via D'Alviano sentivo le esercitazioni dei pompieri, in via dei Giardini avevo come l'impressione di essere tornata tra i banchi delle mie elementari. In quella facoltà c'erano professori che promettevano 'lacrime e sangue', più o meno a ragione, e ogni promessa era un debito. Per qualcuno non valevi niente, era meglio cambiar strada. Agli esami o a quelle prove - anche a sorpresa! - eseguite durante l'anno si veniva bocciati con puntualità svizzera oppure si passava per il rotto della cuffia. C'erano professori che, afflitti da una precoce demenza senile, ricordavano solo una manciata di nomi in classe e quando esaurivano il fondo della memoria si buttavano sui nomi italiani più comuni; altri invece amavano il rigore e la puntualità tanto che i ritardatari venivano accolti con frasi in formato staffilata del tipo "Lessons are not supermarkets, where you can pop in and out any time you want". C'erano bidelli assai 'coccoli' e bidelli scorbutici e disinvolti, che commentavano qualsiasi cosa con "Tette e cul, la dote del Friul". C'erano compagni e compagne di studio, ragazze acqua e sapone che a volte sembravano cadere dalle nuvole, mentre ce n'erano altre che già al primo anno si aggiravano in stilosi tailleur e ingioiellate di tutto punto. Alcune erano così determinate e sicure di sé che si meravigliavano che volessi continuare a studiare e mi chiedevano, con il sorriso sulle labbra e un leggero tono di superiorità: "No, scusa, perché tu sei convinta di continuare a frequentare la scuola?" La fase REM si stempera all'improvviso e la realtà scoppia come una bolla di sapone. Mi sveglio di soprassalto, con un'insopportabile arsura in gola. Mi alzo e lungo il corridoio osservo un diploma appeso alla parete. Ne leggo qualche parola con assonnata distrazione mentre vado in cucina a prendere un bicchiere d'acqua.

Traumnovelle (Doppio sogno) – Anonimo triestino

Trieste - Piazza Unità © Max Jurcev

"Repubblica Italiana - In nome della legge, bla bla bla, le conferiamo la laurea per TRADUTTORE presso la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori di Trieste". A volte i sogni sono così verosimili che ho come l'impressione di averli realmente vissuti. ¿La vida es sueño?


I

l mio ricordo della Scuola Interpreti è indissolubilmente legato a un episodio.

ANTEFATTO Sin dalla più tenera età ho trascorso gran parte delle vacanze estive partecipando a quelle famigerate iniziative definite "vacanze studio". Il termine stava a indicare - almeno per me - un periodo di tempo durante il quale, soppiantando in toto la canonica vacanza al mare, dovevo in teoria studiare, mentre invece gozzovigliavo in Germania per migliorare il livello di conoscenza germanofona a contatto con la popolazione indigena. In queste occasioni ebbi quindi modo di vivere in famiglie tedesche allargate a volte anche ad altri studenti stranieri, sguazzando in un melting pot di origini, abitudini, usi, costumi e linguaggi diversi più o meno coloriti e ricchi di espressioni, alcune delle quali rimaste impresse in modo indelebile nella mia memoria di studentessa curiosa e attenta ad acquisire nuove e interessanti conoscenze nelle loro più svariate molteplicità. FATTO Scena del crimine: aula D della storica sede SSLMIT di via d'Alviano. Capo d'imputazione: traduzione II italiano-spagnolo. Testimoni oculari: titolare della cattedra e lettrice di spagnolo. Corpo del reato: brano tratto dal "Metello" di Vasco Pratolini. La scena mi vede mentre cerco alla bell'e meglio per portare a casa un misero risultato, quando mi imbatto in una frase contenente un termine a me allora ancora ignoto: "… godevo del silenzio...". È il verbo a crearmi disorientamento, ma mentre vago col pensiero nel buio più totale, la soluzione mi esce come per magia da sotto il tradizionale cappello di Archimede Pitagorico: rovistando in uno dei cassettini della memoria, mi ricordo di un modo di dire che alcuni ragazzi spagnoli erano soliti ripetere quando frequentavamo i famigerati corsi di lingua in Germania: "¡Joder no joderemos, pero joder qué gana tenemos!". Soddisfatta dell'illuminazione coniugo, completo, rileggo e consegno. Sto per uscire tutta soddisfatta dall'aula ancora gremita quando alle mie spalle sento il ridacchiare soffocato delle due prof. Quasi all'unisono mi richiamano alla cattedra. Ammiccando in modo malizioso la professoressa titolare del corso mi chiede con una vocina candida: "Disculpe… ma dove ha imparato il verbo "joder"?". Ed io, invece di sdrammatizzare, di glissare, di addurre una qualsivoglia giustificazione plausibile (magari raccontando anche solo l'antefatto) rispondo con fare sornione, forse passando a mia insaputa per una donna navigata quale invece non ero: " Eh… sa com'è…". Lei mi saluta tagliando corto con un semplice "Ah!". Si dice che fare i misteriosi paga, ma a volte esplicitare un pensiero evita figure patetiche. Come questa.

Tutti i salmi finiscono in gloria – Anonima triestina

Tommaseo – Particolare © Marina Raccar

EFFETTO Dopo quell'episodio ebbi come l'impressione di essere osservata con occhi "diversi", soprattutto dai pochi maschi eterosessuali frequentanti i miei stessi corsi. Fatto sta che di lì a poco venne organizzata una di quelle goliardiche feste universitarie a cui sono soliti partecipare tutti gli studenti, e uno in particolare era ai miei occhi bello come un attore d'altri tempi. In quell'occasione il baldo giovane, anziché andare a caccia di donzelle più equipaggiate della sottoscritta, mi dedicò tutta la sua maschia attenzione. Come i ricordi più romantici legati alla pre-durante-post-adolescenza, anche quella sera venne riposta con cura nel cassettino dei ricordi legati in modo inscindibile a ciò che accadde al di fuori della Scuola Interpreti: strizzata fra le sue braccia ballai uno struggente lento sulle note di uno di quei brani di MPPS (Musica Per Pomiciare Spinto) cui seguì, ça va sans dire, un bacio a tutta lingua. E nulla più. Solo in seguito venni a sapere che anche lui era andato a migliorare la lingua… E dove se non in Spagna! E la perfezionò molto bene, a quanto ho saputo. Quel modo di dire che avevo imparato tanti anni prima in Germania aveva trovato una conferma diretta in terra ispanica e nel tempo ebbi modo di approfondirlo ulteriormente, imparando dalla saggezza popolare che il metodo più classico di apprendimento delle lingue straniere è "Los idiomas se aprenden en la cuna o en la cama, y a la cuna ya no llegamos".


U

na mano lava l'altra e tutt'e due lavano il viso. Devo ringraziare alcune persone che in quel periodo mi aiutarono molto: la prima mi inviò un telegramma per dirmi che ero stata ammessa, il secondo era il ragazzo di Fabienne, che andò in questura il giorno dell'esame di ammissione per farmi avere il permesso di soggiorno. Se leggono, loro sanno chi sono. Quando andai a iscrivermi, davanti alle segreterie trovai il banchetto dei ciellini, pieno di libri in vendita. Qualcuno si avvicinò per chiedermi se volevo comprarne un po'. Io ero ancora una persona abbastanza educata, guardai i titoli ma mi accorsi che il contenuto non mi interessava. Dopo aver ringraziato me ne andai. L'edificio di via d'Alviano prima era uno jutificio e successivamente una casermetta dei pompieri. I primi anni quando andavamo nelle osterie o nei bar che c'erano lì intorno vedevo molte donne di una certa età sedute a bere o a mangiare qualcosa. Mi impressionò molto il fatto che le donne triestine di quella generazione fossero così emancipate. Una volta, quando avevo finito di frequentare i corsi, andai a vedere il programma delle sessioni per decidere quando sostenere un esame. Era sabato e c'erano pochissime persone in giro. Uscendo trovai il portone chiuso. Renato, il bidello, se n'era già andato e mi aveva chiusa dentro. Fortunatamente trovai aperta la porta di un'aula, quella accanto alla stanza dei bidelli e che si affacciava sulla strada. Guardai dalla finestra e fuori vidi che c'era Ubaldo con la sua famiglia. Aveva appena sostenuto l'esame della tesi. Fu lui ad aiutarmi a saltare dalla finestra. Trovai il mio primo alloggio in viale XX Settembre. Ricordo che mi aveva aiutato una ragazza appartenente a una famiglia slovena, il cui padre militava nel PCI. Era un alloggio provvisorio. Sotto il mio appartamento c'era la sede del MSI. "Mi dispiace averti messo proprio sopra un covo di fascisti" si scusò lei. Dopo andai ad abitare in via Tasso con altre ragazze della Scuola. C'era una bella atmosfera e organizzavamo parecchie cenette. Alla fine compilammo anche un ricettario con una ventina di succulenti pietanze. Vicino a noi abitavano altre ragazze della Scuola che di sera venivano a farci visita. Si univano a loro pure Corrado e Fabio, anche loro studenti della Scuola. I primi anni furono molto divertenti perché erano gli anni dell'innocenza. Silvana, anche lei del corso di francese, raccontava di un ragazzo della Costa d'Avorio che studiava alla facoltà di scienze politiche e che la chiamava ogni fine settimana quando la sua fidanzata non c'era. Ci divertivamo così. C'erano corsi indigesti, uno tra tutti "Geografia politica". Quando sostenni l'esame, Battisti mi chiese di parlare di una regione. Sapevo che si trattava di una zona a ridosso delle Montagne Rocciose o qualcosa del genere, ma ero paralizzata e mi limitai a dire a mezza voce: "Le Montagne Rocciose". Dopo lui fu molto gentile e mi aiutò. All'esame c'era anche la Rosini, quella delle scarpe. Lo racconto perché pur avendo studiato tanto, alla prima sessione non osai presentarmi, anche se vedevo altri che avevano studiato molto meno ma che uscivano con buoni voti.

Caro Diario – Maria Alexaki

Due tazze di tè © Paolo Longo

Le ragazze di via Tasso mi avevano detto che l'esame di linguistica si poteva sostenere anche in francese. Io che studiavo da mesi quell'esame, quando finalmente decisi di farlo era il febbraio dell'84: chiesi di parlare francese perché avevo studiato il libro di André Martinet. Superai infatti l'esame con un voto buono. Per me fu una piccola vittoria. Parlammo anche di Creta e alla fine dell'esame il professore mi suggerì di fare uno studio sulle parole straniere nel dialetto cretese, ad esempio sulle parole veneziane. Ogni tanto mi torna la voglia di realizzarlo, quello studio. Francesco Alessio era un ragazzo alto, fine nei modi e di madre francese. Aveva un umorismo particolare. Condivideva un appartamento con un ragazzo friulano e la fidanzata egiziana di quest'ultimo. Quando gli chiesi come si sentiva, com'era l'atmosfera nell'appartamento la sua risposta fu lapidaria: "Una roba soporiferocrepuscolare". Con lui e la Giauni si scherzava molto sui professori di francese. Era bravissimo a imitare il modo con cui la De Pace incrociava le gambe.


Duccio mi aveva aiutato a rilegare la tesina e aveva ultimato la stesura dell'ultimo capitolo perché ero tornata in Grecia per un esame. Aveva scritto qualcosa che io neanche capivo. La professoressa mi chiese spiegazioni durante la discussione e dovetti inventarmi qualcosa sul momento. Quando era in corso la guerra alle Malvinas (Falkland) una ragazza brasiliana di nome Arianna chiese al professore di spagnolo, un argentino: "Che opinione hai a proposito della guerra?" "No tengo opinión ninguna" fu l'asciutta risposta. Dovevo sostenere l'esame di lingua, civiltà e istituzioni spagnole il cui corso era tenuto da una professoressa della facoltà di Udine. Io però avevo seguito le lezioni di Octavio Prenz. Avevo chiesto a Lorenza di dirmi com'era la professoressa e lei mi aveva spaventato non poco dicendomi che era un'arpia. Preparai l'esame per un po' ma alla fine non me la sentii e lasciai perdere. Sostenni l'esame la sessione successiva. C'erano lei e Prenz. Mi chiesero di parlare del teatro spagnolo del '700. "Ha gli stessi valori del teatro greco antico" risposi paralizzata dalla sorpresa di ritrovarmi davanti l'arpia. "Quali?" mi rimbeccarono. Ero talmente in preda al panico da non riuscire a farmi venire in mente "unità di azione, di tempo e di luogo". Dopo due giorni consecutivi di esami sul tema del doppio e sul manierismo, Marinucci disse: "Adesso mi vedo doppio!" A proposito dei computer di via d'Alviano, ricordo solo un gran disastro! Avevo portato un dischetto, al tempo c'erano solo dischi floppy, contenente i file della mia tesi. Il computer pensò bene di cancellare tutto. Il mio computer si trovava in Lussemburgo. Chiesi a un amico di andare a casa mia, copiare i file e spedirmi di nuovo il dischetto. Quanto tempo prezioso ho perso prima della consegna della tesi! Una volta era in corso un'occupazione della Scuola. Alla porta c'era Costantino che filtrava gli ingressi. In autobus avevo incontrato Elisa che doveva assolutamente andare in segreteria per consegnare una copia della tesi. Costantino fece un po' di storie ma alla fine ci lasciò entrare. "Ma chi è 'sto Ubaldo?" chiese il bidello mentre gli passavamo davanti, indicando il gruppetto della delegazione. Sorrisi. Capii subito che si riferiva al delegato. Anni prima, infatti, era stato proprio Ubaldo a capeggiare la delegazione degli studenti. Al bar della Casa dello Studente gli iraniani prendevano in giro i ragazzi arabi perché non riuscivano a pronunciare la "p". Raccontavano di un ragazzo arabo che ogni mattina ordinava "un caffè e basta" volendo invece significare un caffè e una pastina. Conoscevo un iraniano, tale Mohsen, che stava imparando l'italiano. Un giorno, mentre eravamo sedute in mensa ci chiese: "Come fa il passato prossimo di occhieggiare?" E noi: "Ho chiav…". Lo incontrai di nuovo dopo molto tempo. Aveva imparato bene l'italiano e mi disse che aveva capito finalmente lo scherzo e perché quel giorno noi ridevamo tanto. Sulla 29 spesso c'erano vari pazzi o vecchietti che salivano. Ricordo una signora che era solita dire: "La me lassi sentar che go el piede sgionfo". Una volta incontrai la Fiorentino (letteratura spagnola) all'ufficio postale. Mi disse che aveva organizzato un corso di interpretazione della durata di alcuni mesi a Barcellona per gli studenti della facoltà di economia e commercio. Io ribattei che c'era favoritismo da parte sua nei confronti di quegli studenti. Lo dissi senza pensarci troppo perché ero sempre nervosa quando la incontravo. Lei mi fulminò con una sola frase: "Sono stati i greci a inventare il nepotismo".

Dopo 44 esami più una tesi, un giorno mi ritrovai a sostenere un test per un'istituzione europea. Accanto a me c'era una persona che non aveva studiato alla Scuola, ma sosteneva di sapere benissimo l'inglese e il francese. Quando il sorvegliante uscì un attimo, lei si voltò verso di me e mi chiese: "Cosa significa billion?" Rimasi di ghiaccio. Devo ammettere che ancora oggi sogno alcuni professori e di notte ho gli incubi degli esami.


A

Vendetta, dolce vendetta – Annamaria Anselmi

Muggia 2006 © Sara Bianco

l terzo piano del civico ventisette di via della Madonnina, in una vecchia casa, in un vecchio palazzo di un vecchio quartiere in quel di Trieste, non così lontano da San Giusto e Piazza Goldoni, dimorava l'allegra famigliola Topolini. Il piccolo nucleo formato da mamma, papà, nonna e pargolo occupava abusivamente l'interno di un altrettanto vecchio pianoforte scordato, in una minuscola stanza adiacente alla cucina. Dopo l'inenarrabile avventura che li aveva condotti a destinazione (terzo piano senza ascensore), gli insospettabili inquilini condussero, in principio, una vita agiata e per certi versi tranquilla. Camilla, la giovane gatta siamese, annusando l'aria, si aggirava nervosamente nell'ambiente, in una spola senza fine tra cucina e pianoforte, alla costante ricerca di qualcosa. Di notte, il silenzio avvolgente della casa veniva disturbato dalle inquietanti note stonate esalate dal decrepito pianoforte; atmosfere inquiete, strane immagini si delineavano in quell'oscurità non più silente e muta. Venne però il giorno in cui l'accordatore esperto svelò l'arcano. Introdusse le diligenti mani e il sapiente sguardo all'interno dello strumento in disuso e nella sorpresa generale scovò i clandestini. Il Comitato si riunì e il verdetto fu tempestivamente emesso: deportazione! Tra il disappunto di chi aveva promesso di prendersene amorevolmente cura tra le quattro mura della propria stanza, il sollievo di chi ne aveva inconsapevolmente condiviso lo spazio e il sonno, e l'ansia da ricompensa della spia felina, la fu allegra famigliola Topolini lasciò l'abitazione per un'ignota destinazione. In quegli stessi giorni il Comitato optò per interessare l'Ufficio Disinfestazione del Comune. In fervente attesa di un intrepido "MouseBuster", alte tecnologie e potenti mezzi di distruzione di massa, il suddetto Comitato rimase in un certo qual modo basito alla vista di una specie non identificata di alieno il quale, dopo aver accuratamente tappezzato l'appartamento di Topofix spalmato su fogli di giornale e di un potentissimo e inebriante gorgonzola, invitò il Comitato a non trascurare il benché minimo odore di carogna. (Odore chiaramente ben noto ormai a tutti!). Di fronte alla ferrea intenzione di affiggere su porta e portone la gigantografia di un teschio che minacciava "Zona derattizzata – Pericolo di morte" i membri del Comitato intesero ricorrere a ogni potente mezzo di corruzione di massa a disposizione, alias caciocavallo e soppressata, pur di salvaguardare la propria reputazione di ineccepibili studentesse fuorisede (per di più terrone) e di risparmiarsi pertanto l'infamia della quarantena. Dopo alcuni giorni di trepidante e vana attesa, furono rimossi trappole, Topofix e l'oramai narcotizzante gorgonzola. Nell'euforia generale fu tralasciato un unico foglio di giornale, nascosto in uno dei luoghi più remoti della cucina: dietro al frigidaire! Fatale si rivelò quell'ultima insospettabile trappola per la giovane e agguerritissima Camilla. In quattro e quattr'otto, il foglio si avviluppò intorno alla zampa felina a mo' di stivaletto. La gatta impazzita iniziò a dimenarsi nella stanza. Il Comitato decise di affrontare la situazione di petto, senza esitazione alcuna. La gatta venne prontamente sottoposta a ceretta, operazione che consentì alla vittima di liberarsi del foglio di giornale ma non del Topofix e del gorgonzola. In una fase successiva, al fine di facilitare la deambulazione del felino, che restava incollato ovunque attirando a sé brecciolina, lettiera e quant'altro, il Comitato decise di irrorare abbondantemente la zampa offesa con dell'ottimo olio extravergine d'oliva. Presa coscienza dell'inutilità della procedura, lo stesso optò per un radicale intervento veterinario con anestesia totale e spartana rasatura. Da quel giorno la vita del felino non fu più la stessa… Talvolta mi capita di pensare a questa strana storia come alla divertita vendetta dell'allegra famigliola Topolini… E me li immagino tutti su una soffice nuvola, intorno a un tavolo, mentre beffardi invocano arcaici riti voodoo e infilzano minacciosi spilloni in una vecchia foto ingiallita della fu baldanzosa Camilla, scovata chissà dove, in qualche recondito angolo di una casa dimenticata dove qualcuno, forse, suona ancora un pianoforte antico!


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Bonnie & Clyde – Daniela Ascoli

Treasures in Trieste 2 – Trattoria ex Pavan © Alessandro Cian

li anni triestini: il periodo più divertente e terrificante della mia gioventù. Come dimenticare i pranzi ai quali ci invitava Clyde Snelling, da Bagutta. Se ci penso, mi viene ancora l'acquolina in bocca. E come scordarsi le bestialità che uscivano dalle cabine. Avevamo anche compilato un'antologia delle frasi più divertenti e ambigue, ma non trovo più la mia copia. Deve essere andata persa fra un trasloco e l'altro. Peccato, avrei potuto riempire pagine e pagine. La memoria purtroppo gioca brutti scherzi: i ricordi ormai cominciano ad affievolirsi, ma mi restituiscono ancora le frasi famose e indelebili di Clyde Snelling. Accadeva di incontrarlo la mattina lungo i grigi corridoi della scuola. Al saluto "Good morning!", se era di cattivo umore lui ribatteva asciutto "Is it?". Quando invece c'erano gli esami di interpretazione (un'esperienza terrificante, paragonabile ai peggiori anni di piombo!) la prima cosa che chiedeva al suo arrivo era la "list of casualties", per significare l'elenco degli iscritti all'appello. Le sue lezioni non iniziavano alle 9, come tutte le altre, bensì alle 8, e se avevi la sfortuna di arrivare alle 8 e un secondo, Clyde gelava il malcapitato che apriva la porta piano piano e osava tentare di entrare con un secco "OUT!". Ma non c'era solo "lui". La divertentissima Vesta Boschian, che insegnava simultanea, il primo giorno dell'anno accademico portava la macchina fotografica e scattava una foto della classe, per ricordare meglio volti e nomi. Le cuffie le chiamava "gli orecchianti". C'era pure la "mamma": Laura Gran. Con i suoi bellissimi occhi blu e quel sorriso che ti facevano sempre sentire a tuo agio. La sua frase standard era "Ma va bene!" anche se non avevi superato un esame e avevi fatto schifo. Ricordo anche Crevatin, il professore di linguistica, con il suo amore-ossessione per l'Africa. Di linguistica non avevo capito granché, ma riuscii comunque a prendere 30 e lode. Un giorno, durante una lezione, il prof iniziò a raccontarci di un suo amico che sosteneva che il portoghese era una lingua facile: per farsi capire era infatti sufficiente terminare tutte le parole italiane con "ao". Rise da solo per una buona decina di minuti di fronte a una classe ammutolita e allibita, che versava lacrime e sangue giorno dopo giorno su grammatiche, dizionari e regole di ogni tipo. La temutissima Madame Politi (anzi, Politì), che vestiva sempre "alla francese", un giorno arrivò con un paio di collants a scacchi. Pensai subito che Coco Chanel sicuramente si stava rivoltando nella tomba. Nel periodo degli esami, era solita uscire dalla porta per chiamare il candidato di turno e, con un'espressione che sembrava voler dire "Tanto non passi", proferiva "La prochaine!". John Dodds, con la sua barba da boscaiolo, esasperato dalla nostra ignoranza dell'inglese di tutti i giorni, arrivò a dire che eravamo, sì, in grado di tradurre un trattato di astronomia, ma se fossimo andati in Gran Bretagna saremmo sicuramente morti di fame, perché non conoscevamo i nomi della frutta e verdura più comuni. E non aveva tutti i torti! Come scordare Patricia Coles? Un'adorabile vecchietta, minuscola, che, da perfetta inglese, viveva con i suoi innumerevoli gatti, avvolta da un alone di mistero. A volte mi chiedo se tornerei indietro, ma la risposta è sempre, inequivocabilmente, la stessa: noooo! Ma la SSLMIT me la ricorderò sempre come il luogo in cui ho trascorso gli anni più intensi della mia vita: gioie, delusioni (accademiche e amorose), risate, pianti (gli esami finali, che incubo!), crauti e luganighe, Renzo Arbore e Quelli della Notte, Barcola. La mia attuale vita di madre, moglie e lavoratrice in confronto? Una passeggiata!


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Un capo in B – Lesly M. Baroni

Outside a bar window in Trieste © Enrico Donelli

rent'anni fa misi piede per la prima volta nella famosa Scuola per Interpreti in via d'Alviano. Eravamo in tanti quell'anno e ci accomunava uno strano senso di orgoglio nell'aver superato l'esame previsto dal numero chiuso. L'infrastruttura, ex sede di uno jutificio, era grigia e squallida e durante i periodi di esame il secondo piano si trasformava in una vera e propria camera a gas per il numero di persone che, angosciate e nervose come la sottoscritta, accendevano una sigaretta dopo l'altra. Il 99 percento di noi veniva da fuori, il che significava trovare appartamenti e persone con cui convivere quelle stanze ma, soprattutto, impadronirsi di una città nuova. Ricordo il sottile piacere di camminare per strade dai nomi esotici, entrare al Cremcaffè di Piazza Goldoni, ordinare "un nero" solo perché ci aggiungevano la panna montata e imparare una nuova unità di misura dal fruttivendolo quando chiedevo tre deca di mataviz. Adoro Trieste. È una città a misura d'uomo e fu una vera perdita per me quando la lasciai. Eravamo a scuola tutti i giorni della settimana, talvolta per quasi 10 ore di seguito. Riandando col pensiero indietro nel tempo provo ancora un profondo senso di tristezza e desolazione quando in inverno avevamo lezione dalle 17.30 alle 19.30 e io, guardando fuori dalla finestra il buio pesto e ascoltando la bora che sibilava, pensavo ai due autobus con cui sarei tornata a casa e alla lunga attesa sotto la pensilina per via dell'ora tarda. Anziché il classico pietoso velo, sul corpo insegnanti stenderò una pesante e calda coperta. Con qualche rara e notevole eccezione, sembrava che il criterio adottato come qualifica per la docenza universitaria fosse quello di essere una casalinga madrelingua trasferitasi a Trieste al seguito di un marito. I docenti di interpretariato supplivano con boria e vanagloria la loro quasi totale mancanza di capacità e umanità. Quanti compagni ho visto piangere (me inclusa) lacrime di rabbia, frustrazione e disperazione all'ennesimo esame fallito senza un minimo di feedback sui possibili motivi. A quante compagne sono state sgretolate l'autostima e la dignità di persona per quattro parole umilianti sibilate frettolosamente in corridoio da una caricatura caracollante. Ma tant'è, siamo sopravvissuti. Grazie al cielo, c'erano i compagni, gente tosta, interessante, competitiva, intelligente, cosmopolita. Molti avevano trascorso un bel po' di tempo all'estero, temprati da ore e ore come lavapiatti in pizzerie londinesi per pagarsi l'affitto e il Proficiency oppure segnati da anni come au pair in abbienti famiglie inglesi e francesi. Io, diciottenne che non aveva mai lasciato casa, ascoltavo affascinata le gesta eroiche di persone tanto più grandi e mature di me. Sarò sempre riconoscente alla Scuola poiché mi diede l'opportunità di incontrare la mia più cara amica; a distanza di tre decenni la considero tutt'oggi la sorella che non ho mai avuto. Veniamo da mondi completamente diversi e non ci saremmo mai potute incontrare se non fosse stato per via d'Alviano. Nel corso degli anni venne poi a formarsi un piccolo gruppo di amici accomunato da affetto sincero: in quei duri anni Ottanta fungevamo da reciproca ancora di salvataggio, fisicamente e psicologicamente. Una cara amica mi viziava portandomi deliziosi strudel di ciliegia; un'altra mi pagava generosamente il caffè ogni giovedì mattina prima di correre, in ritardo, a lezione di russo nella decadente succursale di via Caprin. Storie d'amore iniziate, vissute e finite, padri spirati, bambini nati, i primi lavori, i primi guadagni, sogni di gloria, un po' di baldoria. Mio padre, come tutti quelli della sua generazione (è del '36) che conosco, mi confessa che ancora oggi ha gli incubi sull'esame di maturità. Io invece, alla veneranda età di 46 anni, sposata con due figli e una carriera mancata alle spalle, devo confessare che ho ancora gli incubi riguardanti la laurea: ho portato tutte le carte in segreteria? È ancora valido l'esame da fuoricorsista? Il mio inconscio onirico è pervaso da un continuo e strisciante senso di inadeguatezza e impreparazione. Forse questa insicurezza sarebbe insorta qualsiasi altra facoltà universitaria avessi scelto, ma dubito. Talvolta, per aver "fatto" la Scuola Interpreti, mi sento marchiata a fuoco stile bestiame lasciato a pascolo nel Far West. In realtà è solo una cicatrice sul cuoio capelluto, anche se, per alcuni, viene considerato un marchio di qualità; per altri, può diventare un segno di appartenenza; per me, è stato un necessario graffio del destino.


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a sezione di "francese fondamentale", ossia francese come prima lingua, era dominata da insegnanti con una particolare puzza sotto il naso. Non ne ho mai capita la ragione, visto che si trattava soltanto di semplici madrelingua che vivevano a Trieste e non certo di particolari luminari della scienza dell'interpretazione o della traduzione. In ogni caso, nel corpo docente c'era una gentile Madame che veniva bonariamente chiamata "Fanfan la Terreur". Io sono sempre stata minuscola di corporatura, piccola e magra. Cosa di poco conto, qualcuno dirà, ma essenziale per questa storia. Un giorno, distribuendo le traduzioni fatte a casa, Madame Fanfan la Terreur, senza nemmeno alzare gli occhi (e quasi certamente senza avere alcuna associazione fra nome e volto degli allievi) si rivolse a me dicendo: "Mademoiselle, ma che orrore questa traduzione! Lei fa degli errori grandi come lei!" Inevitabilmente ci fu un certo mormorio in aula, ma non riesco a ricordare se mi limitai a pensare oppure osai effettivamente dire tra i denti: "Beh, non sono poi così grandi se sono come me". Ricordo bene, però, che Fanfan la Terreur arrossì un po' quando finalmente posò lo sguardo su di me.

Grandi errori – Daniela Berti

Once upon a time there were some soap bubbles (Savon e bora) – © Alessandro Cian


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Angels – Saulo Bianco

Luceombra © Paolo Longo

opo averlo tanto desiderato e sognato, pianificato e inseguito, arrivò anche per me il fatidico giorno dell'esame di ammissione. Ricordo a stento i particolari di quella interminabile giornata – tale oblio è di certo dovuto a una sorta di rimozione freudiana. Le uniche immagini che serbo sono il colore uggioso del cielo e il cortile sul retro delle segreterie universitarie, a ridosso della facoltà di economia e commercio, gremito di una marea di multilingui anime in pena. Ma prima di arrivare a quel momento, prima di assaporare un cremoso tiramisù, occorre sempre riandare allo sbattimento del mascarpone con zucchero e tuorli, al prequel, alle fasi precedenti che hanno determinato il risultato, alla serie di rocambolesche avventure che mi portarono in mezzo a quel nevrotico gregge babelico. Dopo aver espletato tutte le procedure burocratiche che mi avrebbero dato accesso al diritto di smerigliarmi gli attributi e l'anima per una quantità imprecisata di anni, al mio rientro dal soggiorno estivo presso la Perfida Albione per puro caso scoprii che erano stati organizzati degli incontri preparatori in facoltà. Con i bollettini dei versamenti postali stampigliati in tasca, su due piedi decisi di tornare a Trieste per un periodo sufficiente prima dell'esame per prepararmi in modo consono al grande evento. Avevo però un problema. In quella città non avevo amici, non conoscevo nessuno e poiché disponevo di scarse risorse e dovevo arrangiarmi, ero costretto a escludere anche alberghi e pensioni di infimo ordine. Indossai pertanto il cappello di Archimede Pitagorico e attesi che la lampadina si accendesse. L'idea arrivò come un fulmine. Mentre con "la" 17 scendevo a rotta di collo lungo il tortuoso budello di via Fabio Severo, direzione stazione, ricordai che la zia di un mio amico d'infanzia era badessa in città. In stazione mi armai di coraggio e faccia tosta, presi "la" 24 e salii a San Giusto. Bussai al portone. Chiesi udienza. Feci un'ottima impressione, perché dopo una lunga chiacchierata si spalancò una fuga di porte e pertugi che mi dette accesso alla foresteria. Venni tuttavia avvertito della possibile presenza di altri ospiti e pertanto mi venne chiesto di usare la massima discrezione in ogni eventualità mi si presentasse e, soprattutto, di non fare troppe domande. Mi sembrò un compromesso accettabile. Non obiettai nulla, nonostante la mia patologica curiosità. Una quindicina di giorni prima del D-Day bussai di nuovo allo stesso portone. Venni salutato dalla monaca addetta all'accoglienza, mia conterranea, mi venne concessa una stanzetta e infine fui presentato ai pochi ospiti. Da quel momento in poi venni fagocitato dall'incredibile bailamme di ritmi, nevrosi e ansie pre-esame. Ebbi poco tempo per interagire con le persone e le realtà che mi stavano intorno: il mio naso era costantemente sepolto in voluminosi dizionari e la mia mano scribacchiava instancabile traduzioni sempre più insicure. L'unico momento di tregua e requie era la cena. In un'atmosfera ovattata cenavo assieme agli altri ospiti, ritirati in quell'oasi di pace e santità, almeno presumevo, per motivi spirituali. A me la situazione calzava a pennello perché avevo tutta la tranquillità necessaria per studiare fino allo sfinimento. Durante la prima cena consumata tra quelle pie mura mi accorsi a malapena di una donna seduta davanti a me, voce flebile e testa avvolta in un bombato foulard dalla tinta anonima, sotto il quale si potevano intuire batuffoli di cotone e medicazioni. L'aspetto dimesso, il parlare fioco, lo sguardo a volte perso scatenarono in me una ridda di supposizioni. La cena proseguì tra chiacchiere anarchiche, ma poiché ero il più giovane e il nuovo arrivato, fui oggetto della curiosità generale e tutti si interessarono al motivo per il quale il vento mi aveva sospinto tra quelle mura. Rosso in viso raccontai che ero lì per preparare l'esame di ammissione alla Scuola. Avevo appena finito di parlare che la donna col foulard in testa, fino a quel momento muta, ebbe quasi un sussulto, rizzò la schiena e mi guardò negli occhi. "Quale lingua studi?" chiese appoggiando le posate sul bordo del piatto. "Inglese" ribattei io. Come le macchinette a gettoni nelle chiese monumentali, dove con il semplice spostamento di una manopola la descrizione cambia lingua, la donna cominciò a parlarmi in inglese. Stupito, le risposi. Ci scambiammo qualche battuta per alcuni minuti, poi la conversazione tornò all'italiano per non escludere gli altri commensali.


Al termine della cena, la donna mi si avvicinò e si offrì di aiutarmi, se mai ne avessi avuto bisogno e voglia, per correggere qualche traduzione, a tempo perso. Non mi sembrava vero! Accettai di buon cuore. I giorni scorrevano cadenzati come i grani di un rosario: io continuavo a piroettare nel vorticoso e coreografico balletto preparatorio, novello Nureyev ignaro del destino che avrei dovuto in seguito affrontare, mentre la misteriosa signora cambiava ogni giorno il suo foulard in base a un arcobaleno di colori alquanto mesti. Cominciarono le lezioni private. Ci fu destinato un salottino, minuscolo, con una finestra che dava su Piazza Unità e il mare. Ogni volta che mi concedevo una pausa per distogliere lo sguardo da fogli e dizionari potevo bearmi puntando lo sguardo su una cartolina dai colori e atmosfere settembrini. Le ore trascorse con quella signora furono per me di enorme aiuto, ma la curiosità mi spingeva a sfruttare ogni possibile opportunità per carpire informazioni, con garbo e discrezione. L'unica cosa che fortuitamente tracimò da quelle pallide e sottili labbra fu che era vissuta in Australia e da lì se n'era andata, in malo modo. La immaginai triestina o profuga istriana, spinta dall'amore o dalle tragedie della Storia a fuggire agli antipodi, mi raffigurai la traversata in nave, le delusioni e le difficoltà, il ritorno, la malattia. Il mio non fu altro che un film interiore, mentale; la signora non si lasciò mai sfuggire smentite o conferme, né una parola di troppo. La mia immaginazione ebbe così il più ampio spazio di manovra e fece tutto da sola, in totale autonomia. Il suo inglese era impeccabile, chirurgico, perfetto. Solo quando parlava italiano le vocali tradivano un impalpabile accento triestino. Consapevole di non potermi spingere oltre, ascoltavo le sue parole e i suoi scarni racconti cercando di leggere tra le righe. Si tradì solo una volta, parlando di un figlio. Ma da quelle parole dedussi purtroppo ben poco. Osservavo le sue movenze lente, precise. Notavo il quotidiano e metodico cambio di foulard. Attendevo che si riavesse dai momenti in cui sembrava assentarsi dalla realtà per tornare in un mondo tutto suo, forse per fuggire e poi ritrovarsi. Mentre lei era altrove, io me ne stavo lì fingendo di correggere o sottolineare una frase. Più io ero agitato, più lei sembrava ritrarsi dalla realtà. Venne la sera prima dell'esame. Feci l'ultima lezione. Una traduzione lunghissima, estenuante, verso l'inglese. Lei intervenne pochissimo, corresse ancor meno. Se prima parlava poco, quella sera le parole sembravano aver sciamato via dalla sua bocca. Quando anche l'ultima frase venne cesellata a dovere, mentre chiudevo il quaderno la ringraziai per quanto aveva fatto e per tutto il tempo che mi aveva dedicato con tanta generosità. Lei sorrise rivolgendomi il solito sguardo penetrante che ormai avevo imparato a sostenere. Allungò un braccio per accarezzarmi una mano. "Saulo," disse con un filo di voce. "Yesterday an angel told me that you will win." Quella sera mandai giù un paio di pillole di valeriana con un sorso d'acqua del rubinetto e mi ritirai per la notte. L'indomani sostenni l'esame, un mese più tardi uscirono i risultati. L'avevo superato. Ero stato ammesso. Tornai a Trieste per l'inizio delle lezioni, mi aggirai per la foresteria come un'anima in pena alla ricerca della signora silenziosa e misteriosa per ringraziarla. Purtroppo ogni tentativo fu vano. Non la rividi più, nemmeno in giro per gli angusti vicoli di Città Vecchia.


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Arrivano i nostri! – Saulo Bianco

Passeggiata al tramonto © Antonio Marano

rieste, goliardicamente parlando, è o almeno era una città sonnacchiosa. Se anche fosse stata più vivace, noi della Scuola di certo non avevamo molto tempo da perdere per correre dietro a certe cose. Abituati a tour de force sfiancanti, estenuanti maratone di esami, interminabili prove di fondo per raggiungere senza ritardi vergognosi una delle due sedi, gare di resistenza con anche 10 ore di lezioni al giorno, arrivavamo alla sessione d'esami tesi come corde di violino. Terminata la gragnuola di prove, scritte e orali, ci si rilassava con uscite e cene tra amici; per chi stava alla Casa dello Studente, con pellegrinaggi di stanza in stanza, dove ci si profondeva in fiumi di chiacchiere, si mettevano in infusione ettolitri di bevande eccitanti e tisane serali a base di liquirizia e menta, tanto in voga allora, si organizzavano stravaganti feste ai piani, si consumavano gozzoviglie e baccanali e ci si perdeva in indimenticabili e dimenticate chiacchiere sui massimi sistemi accompagnati da catene di Sant'Antonio di sigarette pepate. Il trantran quotidiano era bene o male sempre lo stesso, reso più o meno difficoltoso da folate di bora chiara, bora scura e bora ghiacciata, quest'ultima accompagnata da accessi di sinusite, a causa dei quali una volta arrivai di corsa al pronto soccorso dove mi ritrovai in sala d'attesa unico a non avere nulla di fratturato per qualche scivolata inopportuna o qualche portone sbattuto sul naso da una raffica particolarmente dispettosa, nonostante qualche giorno prima avessi percorso sulle natiche buona parte di via San Francesco a causa di un lastrone di ghiaccio. Questa apatica sindrome da mucca da batteria regolarmente subiva un repentino scossone grazie a una notizia che almeno una volta all'anno serpeggiava tra i muri dell'ex jutificio. Le voci cominciavano a girare, in sordina. L'aria si faceva improvvisamente elettrica. Si iniziavano a sentire timidi Ma l'hai sentito anche tu?, intramezzati da qualche La tipa mi ha detto di averlo letto sul giornale, il tutto condito da un intrecciarsi di Ma allora arrivano? Ma quando arrivano? Alla fine la notizia era certa: sarebbero arrivati. E allora l'intera Scuola, o gran parte di essa, si metteva in gran spolvero. Quella era un'occasione unica per marinai desiderosi di serenità e divertimento e per noi ore e ore di conversazione gratuita con la variante d'oltreoceano dell'idioma del Bardo. Dopo aver controllato le notizie grazie a una fitta rete di informatori e averle verificate con interrogatori incrociati, si attendeva il giorno in cui a Trieste sarebbero approdate le navi della VI Flotta della Marina degli Stati Uniti. Anche la città cambiava. Abitavo nella parte alta di Città Vecchia, non lontano da Cavana. In quel periodo attraversare Cavana a notte fonda era uno spettacolo. Più volte ho sostato in bar fumosi ed equivoci. Impresse nella memoria ho immagini che hanno i contorni indistinti di un vecchio film in bianco e nero. Se la memoria non mi inganna, l'arrivo delle navi coincideva con la fine della sessione straordinaria degli esami e il periodo del festival cinematografico dell'Alpe Adria. Ci concedevamo quindi pomeriggi interi di svacco totale. Film e americani a go go. Si bighellonava davanti alla stazione marittima, dove si mandava avanti l'amica più esuberante e sfacciata per lanciare il primo gancio. Dopo di che il gioco era fatto. Si scorrazzava, un po' stile Paisà, al fianco di marinai stressati dalle missioni più impensabili in giro per il mondo. Ricordo con precisione la volta in cui arrivarono le navi di rientro da una missione in Libano e quelle provenienti da Grenada. Correva l'anno 1983. Con un elaborato e intenso lavoro di relazioni internazionali e accordi diplomatici, dopo aver conosciuto un italoamericano di terza generazione che si sforzava di parlare un italiano improbabile e quanto meno inesistente, riuscii a salire sulla portaerei Saratoga, mi addentrai nei meandri delle officine e visitai il parco elicotteri. Fu una giornata indimenticabile. Vidi calderoni pieni di M&M's e Smarties, ascoltai confidenze di marinai stressati, soldati che mostravano le foto di famigliari o foto-tessera che ritraevano se stessi prima di partire: belli, magri, rilassati, con fidanzate e madri sorridenti, padri orgogliosi, cani mansueti. Seduto a un bancone nelle cucine nascoste nel ventre rumoroso di quella nave, avevo di fronte a me volti gonfi di tensione, corpi che nella fame nervosa e nel sovrappeso avevano cercato di proteggere una giovinezza che molto probabilmente aveva già vissuto terrori e paure che non riusciva o poteva raccontare. Si chiacchierava tanto, con i marinai della VI Flotta. Si usciva a bere, si vagava per città, si cercava di vivere con loro un barlume di normalità dopo tanta tensione.


A una cert'ora, al termine della libera uscita, li si lasciava andare. Si organizzava per il giorno dopo oppure per un frettoloso saluto prima della partenza. Giungeva infine il giorno in cui le navi salpavano di nuovo. Gli argani issavano a bordo, con assordante stridore, mastodontiche catene alla cui estremità penzolavano ancore grondanti acqua salmastra e alghe e noi si rimaneva a osservare sul molo quei goffi pachidermi acquatici scomparire all'orizzonte. Silenzioso e con passo meditabondo risalivo via Donota verso San Giusto, le mani affondate nelle tasche. Trieste si assopiva di nuovo. Tornata silenziosa, la vecchia signora si rincantucciava in salotto, dove tra trine e merletti riprendeva a sorseggiare profumati tè orientali in tazze di trasparente porcellana, fumando svogliatamente tabacchi pregiati con lo sguardo fisso all'orizzonte lontano, in attesa dell'arrivo di altre navi, altre novità, altri mondi.


«Aspetta, tra poco vedrai i tetti delle case di Botazzo. Laggiù, dall'altra parte della valle, un tempo c'era una piccola ferrovia che collegava le zone isolate alla città». (...) «Che case sono quelle là?» chiese Laurenti a un agente in uniforme. «Botazzo, o Botač in sloveno. Dietro passa il confine. Una trattoria, due famiglie, una delle quali è in vacanza da una settimana. Nient'altro.» Veit Heinichen, Le lunghe ombre della morte, Edizioni e/o, novembre 2009 (traduzione: Valentina Tortelli)

Confini (sulla linea Trieste-Erpelle) – Saulo Bianco

Val Rosandra (Trieste) – Panorama – GLINŠČICI – Razglad (collezione privata) 27.8.1966 La, purtroppo, smantellata ferrovia per Pola; sullo sfondo Trieste

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on ne ho fatte molte, di gite in Carso ai tempi dell'università. Troppo da fare! Per me la Val Rosandra è stata una scoperta tardiva, ma i suoi ricordi mi si sono pigramente accoccolati nella mente, come un sonnacchioso gatto su un soffice cuscino nell'angolo più caldo della casa. La polvere dell'oblio si è accumulata in tutti questi anni. La prima escursione avvenne, come in genere succede, di domenica. Per mia fortuna non c'era molta gente, vuoi per l'orario vuoi perché era già periodo di bagni al mare. Sarebbe inutile descrivere l'intera passeggiata, soprattutto per chi legge e non ci è mai stato. Descrizioni interminabili di paesaggi, bianche rocce carsiche, allievi scalatori che solleticano i fianchi dei pendii, aggrappandosi e muovendosi come ragni, i più imbranati a penzoloni e dondolanti su colorate corde appese a chiodi, lo scroscio del fiume e delle cascatelle in lontananza. Se mi dilungassi verrei a noia. E tra l'altro non ne sarei capace più di tanto. Ogni volta che ripenso a quella scampagnata mi torna alla mente l'aria calda e fragrante, il lento avanzare, le chiacchiere sommesse, la sensazione di addentrarmi in un modo quasi surreale. Alla mia destra, su una sommità che intravedevo appena, scorsi la Chiesa di Santa Maria. Anni più tardi avrei accompagnato mio fratello, appassionato di montagna, al cippo Comici: una sorta di pellegrinaggio emotivo. Dopo un tempo che non ricordo il sentiero si interruppe a ridosso del piccolo abitato di Botazzo. La valle terminava lì. Sotto la rigogliosa pergola della trattoria sedemmo a lungo, a rifocillarci. Bevemmo e mangiammo con abbondanza e allegria; la tranquilla spensieratezza ci colava addosso dal verde circostante e sovrastante. Dopo l'ennesimo brindisi mi alzai a fare quattro passi, per schiarirmi un po' le idee. Non lontano intravidi un ponticello e mentre mi avvicinavo accesi una sigaretta. Ne avevo proprio bisogno dopo un pranzo di quel calibro. Soffiavo con indolenza il fumo guardandomi in giro quando all'improvviso mi fermò una stanga, una rete e gomitoli e gomitoli di filo spinato che demarcavano una linea immaginaria. Al di là di quel groviglio vidi un militare, fucile imbracciato di traverso sul petto, gambe divaricate. Immobile come una statua. Lo fissai a lungo. Lui non si mosse, né fece un cenno, come se fossi trasparente. Mi trovavo a pochi centimetri dal confine. Correvano allora i primi anni post Tito, il muro di Berlino avrebbe dovuto attendere ancora qualche anno prima di sbriciolarsi sotto i venti della Storia. La mia storia con la "s" minuscola mi aveva portato lì, mezzo ubriaco, a osservare un confine e il suo guardiano. Stavo da una parte, ma il mio sguardo poteva in tutta tranquillità andare all'estero senza dover esibire la prepusnica, il lasciapassare. In quel periodo non avevo molte disponibilità e pertanto non possedevo una macchina fotografica: provo ancora oggi dispiacere per non aver potuto fotografare quel soldato che avrà avuto sì e no la mia età. Continuai a guardarlo a lungo ripensando alle storie che mi erano state raccontate di sconfinamenti illegali, di contrabbandi, di notti trascorse in guardina a Capodistria per accertamenti... Mi voltai salutando quel ragazzo in divisa con un sorriso e me ne tornai dagli amici. Era periodo di festeggiamenti, si trovava sempre un'occasione o un motivo per far baldoria. Dopo caffè e innumerevoli ammazzacaffè, alla fine venne il momento di tornare. Alcuni decisero di ripercorrere lo stesso sentiero dell'andata, io invece seguii un'amica che mi fece risalire un ripido sentiero sul versante opposto della valle. Il pomeriggio era ormai inoltrato e la mia mente un po' offuscata dai fumi dell'alcol era molto propensa alle suggestioni. Ben presto mi ritrovai sulla massicciata che un tempo aveva ospitato una linea ferroviaria. La Trieste-Erpelle, il trenino per Pola! Ero fermo tra due gallerie. Quella alla mia sinistra, direzione Trieste, lasciava intravedere il sentiero che mi avrebbe riportato a casa; quella alla mia destra era invece murata. Rimasi lì, a guardare, un po' a sinistra e un po' a destra. La mia amica assecondava silenziosa i miei muti pensieri. Credo di essere rimasto a lungo a guardare quella linea interrotta lungo la quale avevano viaggiato commerci, vite, amori, storie, affetti. Tornai indietro con aria meditabonda. Ora mi hanno raccontato che quella linea ferroviaria è diventata una ciclovia, senza alcun muro a ostacolare l'avanzare dei viandanti. Ma ricordo di avere percorso la galleria verso Trieste consapevole del buio e del muro che avevo alle spalle. Anni più tardi, guardando l'episodio del tunnel del film "Sogni" di Kurosawa, riprovai gli stessi brividi, le stesse sensazioni che ebbi allora.


Il reciproco amore fra chi apprende e chi insegna è il primo e più importante gradino verso la conoscenza Erasmo da Rotterdam

Immaginazione, un tributo – Saulo Bianco

Red boat © Arnab Chatterjee (Kolkata, India)

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el mio lungo e sofferto iter presso la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori o, per par condicio, per Traduttori e Interpreti, a seconda della prospettiva, ho dovuto imparare volente o nolente a scendere a compromessi con le figure di merda. Ma anche con il potere dell'immaginazione. Cominciai a studiare spagnolo dal nulla. Non ricordo nemmeno perché. Avevo frequentato i corsi di spagnolo all'università di lingue a Padova ed ero andato a qualche ora di lettorato. La frase "Me duele la garganta" che intercettai durante una delle prime lezioni da subito mi si impresse a fuoco nella memoria. Non so perché. Forse avevo deciso di studiarlo per sfida, nel tentativo di non mettermi a ridere quando balbettavo in una lingua che sembrava fare il verso al mio grossolano dialetto. Durante l'anno trascorso all'ateneo patavino mi ero divertito parecchio, ma dentro di me non era ancora scoccata la scintilla. Una volta ammesso nel ring di Trieste, iniziai con progetti altisonanti, a dir poco vanagloriosi: inglese come prima, spagnolo come seconda e tedesco come terza lingua. Per i non addetti ai lavori, dovevo "tirare su dal nulla" due lingue. Per l'economia del racconto tralascerò il tedesco e mi concentrerò solo sullo spagnolo, lingua sorella dell'italiano. Le vicissitudini furono molte. Ma ebbi una sostanziale, enorme fortuna. Una coppia di professori. Li adorai-odiai tutt'e due, indiscriminatamente e visceralmente, con la forza che solo uno studente può avere. Perché la relazione studente-professore in ultima analisi è molto simile a quella tra genitori e figli nel burrascoso periodo adolescenziale. Il mio spagnolo ha cinque ricordi-cardine spalmati su quattro anni. Una sorta di escalation grazie alla quale ogni volta che sento o parlo questa lingua provo un rimescolio intimo, come se la cosa mi appartenesse nel più profondo. Il tutto iniziò in un'ampia sala della sede di via Caprin. Il corso del primo anno era molto affollato. Molti avevano già studiato spagnolo, erano bravissimi e in quanto tali non si lasciavano sfuggire occasione per sfoggiare le loro conoscenze. Io invece tendevo a fungere da carta da parati. E infatti, timido di natura e carattere, mi ingegnavo anch'io, ma in terza fila. Il prof in questione aveva uno sguardo che ora definirei "lungo" e per evitarlo, soprattutto durante i primi anni, non occupavo mai i posti in vista. Occupavo sempre una sedia nelle retrovie, ancor meglio se ai lati. La cosiddetta posizione defilata. Per "essere all'altezza della situazione", in una libreria non lontano da dove avevo trovato il mio primo alloggio avevo acquistato una serie di libri in spagnolo, tra cui Los asesinos di Elias Kazan. Avevo letto i libri, fatto certosine ed esaustive ricerche terminologiche ed elaborato riassunti, che avevo ripetuto a voce alta davanti allo specchio per controllare l'eloquio, facendomi prendere per matto da chiunque mi passasse accanto. Nonostante la posizione strategica, in classe non potei sfuggire per molto all'attenzione del prof. Un giorno, io seduto in decima fila, lato porta d'uscita, l'intera classe si ritrovò invischiata in una discussione libera fatta nascere e alimentata ad arte dal nostro estroso professore. La genialità della lezione si basava su un'idea alquanto semplice. Ci trovavamo in un palazzo molto vecchio e occupavamo un'aula bislunga, la sala più grande dell'edificio. Noi eravamo disposti in file perpendicolari al lato lungo della stanza, quindi alla nostra destra disponevamo di una ampia e alta parete intonacata. A un certo punto il prof propose di immaginare, e raccontare in spagnolo, le cose fantastiche che ognuno di noi vedeva su quella parete vuota. Io guardai la parete, sbigottito. Non avevo nemmeno cominciato a formulare un pensiero logico quando il primo_della_classe_di_turno suggerì la solita, banale, scontata "isola deserta con palma". Inspirai, espirai. Cercai di lasciarmi andare, col mio poco e scarno spagnolo, al tristo convoglio di pensieri che questo primo anello di associazioni poteva darmi. Dentro la mia testa sentivo solo il rimbombo di ferraglia arrugginita delle mie soluzioni, uno scontato sciabordio di onde, una risacca lontana, l'asfittico stormire di quella striminzita e solitaria palma. Ascoltai con puntigliosa attenzione gli interventi e i contributi dei compagni, tutti frutto di una fantasia sfrenata ma poco logica. Da parte dei più impegnati ci furono pure interventi che cercarono di collegare la pura irrealtà alla politica, ma le connessioni risultavano alquanto difficili da creare, sostenere e sviluppare. Quando alla fine il quadretto conteneva spiaggia, palme, barchette, omarini e ricordo pure un porcello, ci fu una battuta di arresto nella conversazione. Un vuoto nell'aria. Il silenzio assoluto. La


voce del prof squarciò il silenzio che regnava in quella tranquilla isola deserta e sulle nostre teste, e sentii chiamare il mio nome. "Venga, Saulo, ¿tu qué ves?" Dire che mi sentii implodere come un buco nero sulla scomoda sedia di legno è dir poco. Mi schiarii la voce, forte delle mie performance davanti allo specchio rabberciato della foresteria di un monastero di clausura e cominciai a parlare, a canovaccio. A canovaccio, per me in quel periodo, significava "a vanvera". Non sapevo quel che dicevo. La situazione era così paradossale che non riuscivo a porvi alcun tipo di limite e freno. Qualunque cosa dicessi o pensassi, era come decidere di buttarsi nel precipizio più scosceso a disposizione. Non so quanto andai avanti a blaterare idiozie, di certo non meno idiote di quelle che erano state dette finora. Il prof continuava ad ascoltarmi con molta attenzione. Io cominciai a non trovare più le parole. Chiunque abbia detto che conoscenza è potere, è vero. Io alla fine terminai le parole, impotente. Mi ero infognato in una discussione politica di qualche tipo, giusto per complicarmi un po' la vita e non essere da meno degli altri. Mi girai stremato verso chi mi stava accanto e sussurrai: "Insomma, come cazzo si dice in spagnolo "è un gran casino"?" "¿Qué has dicho?" La voce del prof staffilò il silenzio che era calato di nuovo su tutti noi. Io non osavo aprire bocca. Non sapevo più cosa dire. Il prof si avvicinò e insistette chinandosi verso di me. "Saulo, ¿qué has preguntado? ¿Qué quieres decir?" Con un filo di voce riuscii a dire: "Ho detto che arrivati a questo punto è un gran casino e non so dirlo in spagnolo", farfugliai. "Un despelote" urlò il prof drizzandosi sulla schiena e allargando le braccia. "Es un gran despelote" ripeté soddisfatto per sottolineare il concetto guardandomi dritto negli occhi quasi a chiedermi di ripetere. "Sí", dissi io. "¡Es un gran despelote!". Nel momento in cui lo dissi, intercettai il suo sorriso e capii qualcosa. Quello fu per me l'inizio della grande avventura dello spagnolo. L'anno successivo dovetti sputare sangue su saggi di Ortega y Gasset e su un romanzo cileno che all'esame commentai con molto trasporto, concentrandomi su tre intere pagine che si articolavano tutte sull'allitterazione della lettera A, richiamando la versione foneticamente più "aperta" dell'Urlo di Munch. Mi emoziona ancora oggi pensare a quel romanzo e a quelle pagine, ne parlai con due cileni, vecchi librai esuli, a Milano poco tempo fa. Ci fu un silenzio molto intenso nella nostra conversazione dopo che ebbi ricordato quel titolo. Il mio viaggio nel mondo della lingua spagnola da allora non si fermò più. I registi furono sempre loro due. Marito e moglie. Con una lettrice mitica come ciliegina sulla torta. Il terzo anno fu la volta delle figure retoriche nei romanzi di Jorge Luis Borges, per non dimenticare l'esame sulla traduzione endolinguistica di un testo che parlava della conquista del Messico. Il prof, sempre lui, per far capire il mondo di Borges e che cosa significassero i termini "milonga" e "chaleco", un giorno si presentò in classe con un bellissimo "chaleco" e ci cantò una milonga. Dalle parti in cui sono nato si dice che tutti i salmi sono soliti finire in gloria. Il mio iter spagnolo si concluse davvero in gloria. Su qualche scaffale della mia libreria conservo ancora gli appunti di quell'esame. Fu l'ultimo, in assoluto. E da allora, se capito a Granada provo strani brividi. Della prima volta che la visitai serbo ancora l'immagine di un gitano seduto sulla soglia di una casa in un torrido pomeriggio di agosto. L'ultima volta, invece, ho vissuto in una casa scavata nella roccia, poco sopra l'Albaicín, dove una volta vivevano relegati gli ebrei. Per la mia ultima prova orale dovetti parlare delle metafore nella poesia e nel teatro di Garcia Lorca. Fu l'esame dove presi il voto più alto. Con mia enorme soddisfazione. E, alla fine, con i complimenti di marito e moglie. Verde que te quiero verde. Verde viento. Verdes ramas. El barco sobre la mar y el caballo en la montaña. Con la sombra en la cintura ella sueña en su baranda, verde carne, pelo verde, con ojos de fría plata. Verde que te quiero verde. Bajo la luna gitana, las cosas la están mirando y ella no puede mirarlas. F. G. Lorca - Romance Sonámbulo


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Investimenti emotivi – Saulo Bianco

o amato l'inglese da sempre. Fin da piccolo, la mia educazione sentimentale iniziò ascoltando dapprima i Beatles alla radio, poi i Pink Floyd suonati da mio fratello maggiore col mangianastri che al solo ricordarlo mi viene da ridere pensando all'ipod di oggi, e infine la voce del biondo e americanissimo Jesus Christ, cognome Superstar. Con l'età presi anche a innamorarmi delle professoresse d'inglese. Non ci potevo fare proprio nulla. Non c'era verso. Prima della prof delle medie, sostituita durante gli ultimi mesi precedenti l'esame di terza media per l'imminente maternità da una biondissima e ricercatissima ragazza, fresca di laurea, dall'altisonante cognome identico a quello di una delle migliori pasticcerie di Padova. Mi invaghii anche della prof del liceo, ereditata da mio fratello più grande, brutta come la fame. Ma pure lei aveva un'allure incredibile. L'ombretto azzurro intenso tatuato sull'arcata sopracciliare, la pelliccia in equilibrio precario sulle spalle, la grammatica con frasi chilometriche e articolatissime da tradurre sempre sotto braccio. È stata lei che durante le ore trascorse nel laboratorio linguistico pomeridiano si intrometteva in cuffia e con pazienza costruiva la pronuncia che ora ho. Devo molto a lei e alle sue acide bacchettate da zitella. In definitiva l'inglese è sempre stata una materia che mi riusciva alla grande, studiavo poco con risultati eccellenti. Era l'unica, purtroppo. L'autostima nei confronti del mio inglese cominciò tuttavia la sua precipitosa discesa a chilometro lanciato nel momento in cui per la prima volta posai piede sullo scalino più basso della Scuola di via d'Alviano. Non ci furono soggiorni studio, corsi, letture che mi facessero entrare nella fascia alta dei voti. Di certo davanti a me avrò avuto gente più studiata, più sicura, più preparata. La cosa però mi stupiva molto. Non mi capacitavo: indipendentemente dagli sforzi che facevo per "non suonare italiano", il livello di apprezzamento o gradimento del corpo docenti era pari a zero. A volte tale valore ingranava la retromarcia, raspando sugli ingranaggi... Pure in sede di laurea, l'emozione per essere costretto a rispondere a una domanda imprevista, mi fece scivolare sul dittongo "eu" di "eucalyptus". La mia tesi verteva sull'Australia e sui problemi traduttivi annessi e connessi. Era logico che dovessi discettare di eucalipti e canguri. Come potevo sbagliare la pronuncia di un termine così essenziale? Fu un errore catalogato come imperdonabile. La tronfia Commissione aveva intenzione di punire il misfatto negandomi i 3 punti necessari per arrivare alla cifra tonda, venni a scoprire più tardi. Ricerca di riconoscimento, direbbe uno psicologo adesso. Non so, non mi interessa. Sta di fatto che ebbi modo di ottenere la mia rivincita, purtroppo non attestata né documentata in nessun libretto universitario. Stavo andando a sciacquare i panni in Tamigi, come quasi ogni estate. Incombeva su di me una serie di esami scritti a settembre, a cui si dovevano aggiungere gli esami finali che mi avrebbero, bontà dei docenti, dato accesso ad altri due anni di patimenti. Avevo preso il treno, con un biglietto BIGE Transalpino in tasca. Venezia-Parigi-Londra. Allora, ma anche ora, faceva molto Orient Express. Poco dopo Verona, mentre camminavo fumando su e giù per il corridoio, vidi una ragazza in difficoltà, bloccata sul predellino con una valigia pesantissima. L'aiutai. Iniziammo a chiacchierare. Era inglese. Anche lei andava a Parigi. Era simpaticissima, oltre che molto bella. Ho un debole per capelli rossi e occhi verdi. Madre Natura le aveva donato entrambe le cose. Studiava letteratura all'università. Avevamo trovato l'uno nell'altra un compagno di viaggio. Le ore scorrevano tranquille. Quello fu un viaggio che non mi accorsi nemmeno di fare. Scendemmo a Gare du Nord, io per la coincidenza lei perché giunta a destinazione, e insieme decidemmo di andare a fare colazione con un pain au chocolat e un caffè. Il cielo di Parigi invitava a fermarsi, ma io dovevo proseguire. A un tratto, tra un boccone e un sorso, lei chiese: "I was wondering where the hell you are from". Rimasi con la tazzina di caffè a mezz'aria. Stupito le dissi che ero italiano. Lei si complimentò con me. Per l'intera la durata del viaggio non era riuscita a capire la mia provenienza, spiegò, né aveva notato alcun accento. Fu in assoluto il più bel complimento che ricevetti in tutta la mia carriera universitaria e professionale. Lo serbo ancora, gelosamente.

http://youtu.be/5RB5ua0vKCM

Trieste is essentially sad © Andrea Matteini


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o visto poche persone affrontare gli esami con animo tranquillo. Chi più chi meno, un normale studente cade preda di vari livelli e stadi di terror panico. La paura è uno stato d'animo comune a chiunque debba sostenere un esame, un vero "accidente" che assilla qualsiasi universitario. Ma alla Scuola era peggio. La tensione saliva a livelli tali che l'aria si poteva tagliare col coltello. Ho ancora in mente, ben vive, immagini di ragazze che collassavano tra le braccia del primo che capitava all'uscita dall'aula, il petto squassato da singhiozzi convulsi a causa di un esame fallito. Di porte che si aprivano con rumore di cannonata, con conseguente espulsione veloce del bocciato di turno e blocco pinzato che volava incontrollato per il lungo corridoio in uno sfarfallio di fogli. Rare furono le persone che affrontarono questo panico con classe. ** fu una di quelle. Il bello dei corsi era la trasversalità delle amicizie: ci si mescolava tra corsi di lingua e a volte tra anni accademici. Avevo amiche sia nel corso di tedesco che in quello di francese. Personalmente non conosco il francese, ma apprezzo molto la musicalità sofisticata con cui ogni parola si ammanta se proferita in questa lingua. Condividevo gli insegnamenti della seconda lingua, spagnolo, con un'amica del corso di francese. Una ragazza bionda, occhi azzurrissimi, alta. Essenziale nei modi, come la terra da cui proveniva. Il padre, il corpo nodoso e forte come il tronco di una vite, era emigrato in Francia a cercare fortuna e lei per quella casualità del destino era nata in una zona meravigliosa, scenario prestigioso e naturale della Nouvelle Vague e compagnia bella. Mi divertiva un sacco quel suo modo di fare brusco, quasi a scatti, che si contrapponeva a un'erre moscia incantevole e avvolgente. Quello che io trovavo affascinante, ovvero l'accento, fu per lei una croce che dovette portare per l'intera durata della sua vita universitaria. Pur essendo bilingue, il marchio indelebile di nativa del sud della Francia indispettiva non poco il sofisticato udito dell'intero corpo docente francese, che sembrava aver avuto i natali all'ombra della Tour Eiffel e pertanto essere allergico a qualsiasi altra inflessione. ** studiava con un accanimento bestiale, nervosa com'era. La sua moka era sempre in funzione, beveva il caffè ancora incandescente, appena versato nella tazzina. Il tempo che l'altra amica del corso di tedesco e io sorseggiavamo una delle tante dosi di caffeina quotidiane tra mille chiacchiere, lei stava già lavando, asciugando e riponendo la tazza. Ma sto divagando. Ci ritrovammo a sostenere non so quale esame di spagnolo insieme. Di sicuro uno dei primi. Nello stretto corridoio davanti alla portineria stazionavano capannelli di anime in pena, che sfogliavano gli appunti, si interrogavano a vicenda, ripassavano mentalmente. Altri si agitavano nel serraglio delimitato dalla tromba delle scale che portavano alla biblioteca, ammassati, agitati, angosciati. A un tratto **, compagna di sventura, mi si parò davanti scuotendo la testa, pallida come il classico cencio lavato. La invitai a sedersi su un gradino della scala non lontana: temevo uno svenimento, un calo di pressione. Fu in quel preciso istante che venne coniata una frase che accompagnò tutta la cornucopia di esami degli anni successivi. Una frase che diluiva il nostro terrore con una musicalità di gran classe. «Saulo», mi bisbigliò all'orecchio, sorridendo. «J'ai la caguette.»

La classe non è acqua – Saulo Bianco

Do you want some coffee? Hausbrandt, Trieste 1892 © Angela Massagni


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ei è stata la mia relatrice ufficiale. La prestanome. Se ne risentì non poco quando se ne accorse e per questo me la fece pagare. Di lei ho sempre pensato che fosse una donna molto bella. La grazia altezzosa e austera si specchiava nel doppio filo di perle che era solita indossare su impeccabili twin set. Forse, nel profondo del cuore, l'amavo. Di sicuro fu lei la causa della peggiore figura di merda del mio intero curriculum universitario. Delle quattro domande concordate per la discussione di laurea, genitori e famiglia al seguito – pur sapendo che le mie favorite erano le prime due - lei scelse senza avvertire la quarta. Quanto interessa ora però è il lascito del suo pedante, noioso insegnare. Ricordo l'esame del secondo anno, dove si pretendeva l'impossibile. Della miriade di stati che compone il variegato cosmo degli Stati Uniti, bisognava conoscere l'esatta corrispondenza tra stato e città capitale. Sforzo mnemonico non da poco. Un esame di anatomia non medica, ma geografica. La presi come sfida. Per il contenuto nozionistico dell'esame si arrivò a una nevrosi collettiva tale che con i compagni e le compagne di corso non ci si salutava più quando ci si incontrava per i grigi corridoi dell'ex jutificio. La cantilena era: "South Dakota", risposta: "Pierre". Alabama, Montgomery. New Jersey, Trenton. Illinois, Springfield. New York, Albany. Washington, Olympia. Iowa, Des Moines.... Des Moines. Nel rosario-raffica di stati-città capitali, Des Moines aveva un che di suggestivo e strano alle mie orecchie. A ben guardare lo stato dell'Iowa sulla cartina degli Stati Uniti verrebbe da chiedersi che dannazione ci facesse uno sparuto gruppo di monaci francesi così lontani dalla Francia, in quello sperduto angolo del globo terracqueo. Ho già scritto altrove che i nomi hanno un forte fascino su di me. Per la storia che si trascinano appresso. Ma nello specifico, per la preparazione di questo esame, ogni volta che la mia lingua inciampava su Des Moines, un pensiero mi riaffiorava nella mente. Un dubbio, un quesito. Era un pensiero semplice, forse banale: ma a chi diamine interessa sapere che la città capitale dell'Iowa è Des Moines? Ma quando mai ci sarei andato a finire, a Des Moines? Alla fine superai l'esame, con un misero "dicianove". La solitaria "n", orfana, scritta da una sicura e pallida mano inglese fu una rivincita gloriosa per il sottoscritto, veneto di nascita e in perenne conflitto con le doppie. Spergiurai e denunciai la perdita del libretto universitario pur di conservare la prova scritta che se tanto si pretendeva da me, nulla avevo avuto in cambio. Da allora Des Moines rimase in un angolo recondito della memoria. Delle mie conoscenze. Del mio passato e vissuto. Restò lì a poltrire. Per anni, ad aspettare. Mi ritrovai molti lustri dopo in viaggio verso Des Moines, Iowa, tappa forzata prima di Council Bluffs e Kansas City, in una vacanza on the road. Quando scesi dall'auto, stralunato e con le membra intorpidite dalle molte ore di immobilità, scattai una foto per immortalare il momento. Dopo quattro manciate di anni ero giunto a Des Moines, io che per quel dannato esame avevo imprecato con tutta la creativa animosità di studente. A Des Moines, ricordi e rancori si addolcirono sul bordo di svariati boccali di birra consumati nel pub-birrificio locale, dove al banco venni servito da un nativo. Dal mio veloce soggiorno nella città capitale dell'Iowa, con il libro di Bill Bryson al seguito, non passò molto che una sera, intrasentii i dialoghi di un film. Stavo preparando un boccone per cena. Avrei dovuto guardare il film con maggiore attenzione dato che era la versione cinematografica di un fumetto che amo molto, disegnato da un autore che adoro. V for Vendetta. Stavo tagliuzzando verdure, soffriggendo intingoli, quando il mio cervello intercettò una frase. Questa:

La demolizione del vecchio Bailey – Saulo Bianco

"Ieri sera ho distrutto il vecchio Bailey" http://youtu.be/5uEtrTM5Mk4 (2' 44") Distrattamente, mentre sprimacciavo pezzetti di carota sedano scalogno sull'odoroso tagliere di legno associai la battuta del film all'immagine di un vecchiardo tracagnotto, dal naso rubizzo per il troppo alcol. Sobbalzai, mi feci sfuggire il coltello di mano. Qualche pezzetto di verdura cadde per terra.

Bora scura © Alice Sossi


La rabbia che provai all'udire quella castroneria, che a me avrebbe fatto guadagnare la gogna e la fucilazione sul muro bianco di calce della commissione d'esame, si mitigò sfrigolando con l'impeto del soffritto sul fuoco. Cani e porci traducono, mi dissi rimestando con furia. Ecco qual è il problema. Il "vecchio Bailey" non è né uomo né liquorosa bevanda da signora né avvinazzato cirrotico. Il doppio filo di perle della prof plurimamma ricominciò a ondeggiare davanti ai ricordi. Con la forza di frusta punitrice. Quasi volesse dire che non è da tutti tradurre. Tanto meno saper tradurre in modo appropriato. E mi tornò in mente l'esame di LinguaCulturaCiviltàInglese del primo anno: la giaculatoria a memoria e le litanie collegate. Le Inns of Court: Gray's Inn, Lincoln's Inn, Inner Temple, Middle Temple con la SalveOhRegina dell'Old Bailey a cappella. A imperitura memoria che non tutto il male viene per nuocere.


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La sindrome – Saulo Bianco

Il resto... mancia (Caffè degli Specchi) © Livio Verh

l cielo delle città di mare è gioco forza solcato da gabbiani, volatili dall'aspetto gagliardo, che spesso accompagnano i traghetti affollati di turisti nella speranza che qualche passeggero sazio lanci un tozzo di pane. Le città d'arte in genere ospitano un'altra specie di volatile, più petulante e indisponente. Il piccione. Venezia docet. E Trieste è sia città di mare che città d'arte. Mi sono riconciliato con questi ultimi durante un viaggio in Turchia, dove scoprii che nei cortili antistanti le moschee un tempo i bambini erano soliti vendere per qualche moneta dei piccioni che poi l'acquirente liberava. Un'elemosina per il bambino, che dopo essersi divertito come cacciatore, ne ricavava un soldo; un'opera pia per il benefattore, che con tale azione dimostrava il calibro del suo cuore; una liberazione per il povero pennuto. In definitiva, una sorta di preghiera con le ali, il trait d'union tra terra e cielo, tra uomo e Dio. Ciò nonostante il mio rapporto con i pennuti triestini è sempre stato conflittuale e burrascoso. Annovero infatti una serie infinita di capi di abbigliamento rovinati dalle loro aeree e liquide firme. Quando traslocai alla Casa dello Studente, la mia cameretta era dotata di una finestra Was ist das (leggasi, vasistas - al tempo studiavo tedesco e adoravo storpiare le parole) la cui parte più esterna copriva lo stendino con il bucato. Eventuali problemi sul vetro-protettore venivano poi risolti dalla paziente donna delle pulizie. Fin qui nulla di strano: loro abitavano i piani alti, io stavo a bazilar sulla terra. Ma per andare al succo della questione, ovvero alla nascita della sindrome, di cui soffro ancora oggi in situazioni analoghe (ad esempio quando indosso un vestito nuovo a qualche cerimonia o acquisto qualcosa di voluminoso e prezioso che devo trasportare a casa) bisogna tornare alle fasi finali della mia vita universitaria. Tra mille peripezie e rinvii per scongiurare la chiamata alle armi, riuscii a farmi assegnare uno straccio di titolo di tesi, ci lavorai con tenacia e accanimento per mesi, leggendo tonnellate di carta, compilando centinaia di schede, lavorando con una professoressa che poi si scoprì non poter fare la relatrice, perché sprovvista di incarico e contratto quando ormai la tesi era pronta al 99,99% (la frazione mancante era la battitura, che avrei portato a termine in prima persona coadiuvato da una carissima amica, che al tempo prestò pazienza, tempo, nervi e quant'altro alle mie paranoie ambulanti). Da quel momento iniziò un carosello diplomatico che mi traghettò perigliosamente verso la definizione ultima del titolo, la battitura, la registrazione del titolo in segreteria, le mille riletture, le aggiunte dell'ultimo momento, l'errata corrige che ogni giorno cambiava. Nel frattempo dimagrivo. Con un colpo di coda e un altro di reni, un bel giorno alle 5 di mattina, dopo innumerevoli notti insonni alla fine mi addormentai sulla barra spaziatrice della Olivetti elettronica per essere svegliato di soprassalto al frastuono della raffica delle ultime 60 battute memorizzate, e dopo aver ribattutto di sana pianta l'ultima pagina di bibliografia secondo gli avanguardistici dettami imposti dall'allora in voga Umberto Eco, infilai l'originale in una busta di plastica, risalii via dell'Università e mi diressi verso la copisteria. Avvisai con fiato strozzato che avevo una fretta pazzesca, che dovevo consegnare le copie in legatoria il prima possibile. Mi offrii volontario per dare una mano. Contribuii alla partenogenesi della mia prima e unica opera. Suddivisi le copie con cartoncini, presi una scatola abbandonata in un angolo, infilai il malloppo, lo copersi con un giornale, pagai, uscii come una folata di vento e giù di corsa verso la legatoria. Credo di avere schiavizzato un bel po' di persone in quel periodo: quel vecchio bonario e sua moglie mi dissero di ripassare a ritirare i volumi il pomeriggio dopo. Non ricordo cosa successe nel frattempo, se dormii, se andai a Barcola a prendere un po' di sole oppure se mi dedicai al pub crawling per allentare la tensione. Sta di fatto che il pomeriggio successivo arrivai in legatoria puntuale come un orologio svizzero. Il proprietario mi mostrò il lavoro. "La colla è ancora umida, fa' attenzione" si premurò di dirmi. Guardai quelle copie con ammirazione. Mi piaceva tutto. Il colore della copertina, lo stratagemma dei colori diversi per le ultime sezioni, la dedica. Le guardavo con occhi lucidi come un padre in sala parto davanti ai gemelli appena nati. L'uomo ripose le copie dentro una scatola un po' più grande. Pagai e uscii.


Non ricordo in che zona mi trovassi. Forse vicino a una piazza di mercato, in prossimità di Ponterosso o il Canale. Non so. Ma appena fui in strada, ebbi una strana sensazione. Nitida era però la percezione di un frullio nervoso d'ali nell'aria. Come nel film "Gli uccelli" di Hitchcock. Mi allontanai dal cornicione del palazzo. Alzai lo sguardo, mi guardai in giro. Dappertutto piccioni che svolazzavano o poltrivano sui fili della luce o su qualsiasi altro oggetto sporgente. Guardi in basso: nella scatola le sette copie della tesi, la copertina grigio-perla, con il taglio delle pagine che sembrava la sezione di un cremino multicolore. Mi allontanai in fretta e furia, stile gimkana, ma a ogni angolo incombeva la Minaccia. Fu allora che andai a cozzare dritto dritto contro la dura realtà. Uscendo quasi di corsa da un vicolo mi imbattei nella correlatrice, relatrice di fatto ma passata in seconda per questioni burocratiche. Fu molto contenta di vedermi. «Cosa xé sta roba?» chiese indicando con un cenno del mento la scatola che stringevo al petto e proteggevo incurvando le spalle più che potevo, stile Gobbo di Notre Dame. «La tesi, sto andando a depositarla in segreteria» balbettai stupito della domanda. «Ma Saulo, non abbiamo mica finito» tagliò corto lei. «Ah, no?» Avevo la gola secca e la lingua raspava come carta vetrata. «Ma mi aveva dato l'ok per la stampa!» «Ah, sì? Beh, ci sarebbero tante altre cose da aggiungere, ma vedremo in sede di discussione!» concluse salutandomi con uno svolazzo svogliato della mano. Rimasi inchiodato sul posto come il putto della fontana di Ponterosso. Mi scrollai di dosso la strana sensazione che provavo e mi allontanai per andare a prendere "la" 17 e raggiungere la segreteria prima che chiudesse, prima che possibili bombe aeree mandassero in fumo il lavoro di mesi e prima che altri incontri minacciassero di cambiare il corso della mia vita. Da allora soffro della sindrome della cacca di piccione. Ho provato mille modi per guarirne, ma loro, i piccioni, hanno sempre la meglio. Hanno un vantaggio. Abitano ai piani alti. Prova ne è un viaggio a Lisbona, altra splendida città sull'acqua. Dove un altro piccione, o forse era un gabbiano, da un incantevole cornicione Liberty, mi omaggiò. Con generosità. Come se piovesse.

http://youtu.be/vATtwGZQO2o


C

La sottile linea rossa – Saulo Bianco

Quino, Tutta Mafalda - Dalla prima all'ultima striscia, Bompiani, Milano, 1985 (pag. 285-286)

on il senno di poi, la notte prima degli esami sembra concentrare in sé quello che poi sarà. Oppure non è altro che un semplice scherzo della memoria.

Sono stato ammesso alla Scuola per interpreti e traduttori, nonostante tutti i pronostici di chi aveva frequentato il blasonato liceo linguistico patavino. Ne ero orgogliosissimo. Con gli occhi di allora, mi sembrava di entrare nel Gotha delle lingue. Ma ben presto dovetti ricredermi a fronte di una percezione interna ben diversa. Nonostante la dicitura ufficiale (Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori), era evidente che a seconda della tendenza e, più avanti durante il mio periodo triestino, a seconda del corso di laurea, il nome della facoltà veniva adattato in base all'indirizzo preso. Gli interpreti o futuri tali affermavano di frequentare la Scuola per Interpreti e Traduttori, mentre i traduttori o aspiranti tali pontificavano ed erroneamente ribadivano che invece loro studiavano presso la Scuola per Traduttori e Interpreti. Credo tutto ciò fosse soprattutto dovuto a uno spiccio desiderio di brevità e malcelato protagonismo. Tempo fa una mia amica, sul suo profilo Facebook inserì una battuta che trovai in linea di massima carina, anche solo per solidarietà professionale, non saprei. "Translators are sexy" diceva. A onore del vero e per par condicio ho conosciuto anche interpreti sexy, quindi... Ma nella suddetta occasione quella frase generò un thread di battute, di certo bonarie, da parte dell'altra categoria, del tipo: "Perché noi interpreti no?" Ora come allora sembra quasi che ancora un po' di ruggine ci sia. Dire che non correva buon sangue tra le due categorie forse è esagerare. I briosi interpreti erano soliti guardare con sufficienza gli sfigatelli dei traduttori che si aggiravano dimessi per i corridoi, i traduttori invece si addestravano a lanciare sguardi in tralice agli interpreti i quali nei tempi morti, in attesa degli incarichi, erano e sono soliti tappare i buchi di inattività con le traduzioni. Ma chi sono quelli lì, come osano?, era il sottotitolo dei loro sguardi. Il coro di voci sdegnate dei traduttori si levava alta al cielo. È vero, i traduttori non saprebbero fare viceversa. Ma entrambi abbiamo "sofferto" non poco per arrivare dove ciascuno di noi è arrivato. Altrettanto vero è che si tratta di ambiti non sovrapponibili. Alla Scuola lo scenario tipico in periodo di esami di interpretazione prevedeva porte che si aprivano con l'impeto del fuorilegge che entrava in un (nel nostro caso usciva da un) saloon, ante che compivano un arco di 180° andando a sbattere con violenza contro il muro tanto da far rimbombare i corridoi stretti, un furioso svolìo di pagine cariche di scarabocchi, fasci di fogli pinzati, arruffati, che scivolavano lungo i corridoi come piatti stone da curling, scaraventati lontano da un braccio diventato estensione di rabbia e impotenza. Corpi svuotati dalla tensione, macchinette a molla con la carica ormai esausta, marosi che si infrangono sfiatando la forza a pochi passi dalla porta. I pianti, i singhiozzi. Per i traduttori era diverso. Tutto era meno plateale. Quasi un film muto in un cinema d'essai. L'agonia non durava quella ventina di minuti di adrenalina pura, quell'attesa davanti a un implacabile plotone d'esecuzione. I traduttori no. Per loro il supplizio veniva servito lento. Tre-quattro ore. In una carriera di vent'anni ormai non mi è mai accaduto di dover tradurre senza dizionari, vocabolari, compendi di sinonimi e contrari, consultazioni in rete e all'occorrenza in biblioteche. Nemmeno agli esami per blasonati concorsi, dove era concesso ficcanasare e saccheggiare le pagine dei dizionari monolingue. Per quattro lunghi anni alla Scuola io, futuro traduttore, ho affrontato gli esami di traduzione da e verso la lingua con lo stesso abbigliamento con cui Marilyn Monroe si coricava. Nudo (ovvero sprovvisto di dizionari) e con la mia mitica penna scaramantica. Date le premesse, questo fu l'humus in cui crebbe quella che credo fosse una leggenda metropolitana. Leggenda peraltro molto suggestiva, secondo la quale la ars arrangiandi di uno studente (indifferente il genere) alle prese con la traduzione del termine "colapasta" in inglese, in preda alla creatività più sfrenata riuscì a coniare un ilare "water-goes-spaghetti-stop". I traduttori sono come un baccalà alla vicentina, un tenero spezzatino o un gulasch cotto a fuoco lento per ore e ore. Come un vasetto di more sotto zucchero lasciate sciroppare per giorni al sole. Si usciva da quelle grigie aule provati nel più profondo. Lo sguardo vacuo. La bocca asciutta. Storditi. Silenziosi. Poi c'era l'attesa. La correzione. La pubblicazione dei voti. Il processo era più lungo.


Induceva alla piÚ solitaria meditazione. Destini e ruoli dei traduttori sono infatti meno appariscenti. Se l'interprete può evocare un po' la figura di Eleonora Duse, il traduttore rimanda invece a un Leopardi seduto a meditare sull'ermo colle. Entrambi però siamo emanazioni della stessa matrice. Se non proprio gemelli omozigoti, siamo di certo eterozigoti. In fin dei conti, siamo figli della stessa madre.

http://youtu.be/sHpZ8BhbQfo


S

e analizzo un po' le cose, mi accorgo che molto di quanto è successo in quegli anni mi è accaduto nelle vicinanze di una tazzina di caffè o in prossimità del barattolo che ne conteneva la polvere. Oppure davanti alle macchinette del caffè o delle bevande in generale.

Muy buenas tardes – Saulo Bianco

Trieste 08 © Uberto Andreatta

La sede di via d'Alviano era davvero essenziale, quasi minimal. Oltre alla biblioteca, alla bacheca, alla segreteria e al bugigattolo dei bidelli e ai due bagni, uno al pianterreno e uno al primo piano, non c'era altro. Polvere di sicuro. Ma davanti alla bidelleria si stagliavano orgogliose due macchinette, una erogava uno schifosissimo caffè e tutte le sue varianti e un'altra distribuiva bibite varie. Tutto questo perché il primo bar a portata di mano era la Caffetteria della PAM a due fermate di autobus di distanza oppure il Bar Ponziana, sede di tanti conciliaboli a un buon quarto d'ora a passo sostenuto in dolce salita che diventava infernale con la bora contro. Davanti a quelle macchinette si consumò una delle mie peggiori figuracce dell'intera carriera. Ero reduce da un'estate di fuoco di studio e lavoro, preceduta e seguita da una carica di esami degna di un reggimento di cavalleggeri. Alcuni andati bene, altri così così, tutti comunque necessari per accedere al tornello degli esami di diploma, un'altra manciata di prove da sostenere prima di accedere al secondo biennio. Era perciò determinante conoscere l'esito degli esami per sapere se potevo iniziare con animo più o meno leggero il secondo biennio. La segreteria nicchiava senza tante spiegazioni, l'attesa si era fatta insopportabile. Dopo un giro di telefonate venni a sapere che un determinato giorno i tanto agognati risultati sarebbero stati affissi alla bacheca della portineria. Partii come sempre di buon'ora. Avevo un'agenda molto fitta quel giorno: giro di segreterie per l'iscrizione, posta centrale per i vari versamenti, altre commissioni e poi giù di corsa in via d'Alviano per il fatidico controllo. Non ricordo l'ordine con cui feci tutto questo, ma so che fu una giornata concitata, soprattutto per la tensione sotterranea che covavo all'idea di trovarmi di fronte alla famigerata lista. Premetto che ho una memoria davvero scarsa e non sono fisionomista. Se sono riuscito a imparare vocabolari interi di termini, per contrappasso faccio fatica a ricordare un nome o un viso. Cerco sempre, ancora oggi, di tenermi sul vago per non fare brutta figura o evitare di storpiare i nomi. Detto questo, quel giorno salii di gran carriera gli scalini e mi fiondai subito in bidelleria, ma rimasi di sale. La parete era vuota. I risultati non c'erano. Sentii la pressione salire. Arrivavo da fuori provincia, avevo preso il treno a ore antelucane e soprattutto non avevo soldi da sprecare per altre telefonate e altri viaggi. Il bidello non c'era. Mi girai di scatto e vidi una donna di spalle, bassa, che armeggiava con le monete rinchiuse in un borsellino stretto tra le mani, proprio davanti alla macchinetta delle bibite. «Ma insomma!» sbottai raggiungendola con passo deciso. «Mi scusi, signora, ma sa mica perché non sono usciti i risultati?» «No,» rispose la donna continuando imperturbabile a rovistare nel borsellino. «Ma si rende conto?» incalzai. «Avevo telefonato e mi avevano garantito che oggi uscivano. Vengo da fuori, io!» «Mi dispiace,» aggiunse lei concedendomi uno sguardo solidale. «Ma sì, ecco...» balbettai io cercando di escogitare un modo per ottenere le tanto sospirate informazioni. «Non è che lei può andare su in segreteria e vedere se li stanno compilando ora o cosa... Sa, io avrei un treno...» E continuai con un rosario di lacrimevoli scuse volte a impietosire il buon cuore di quella donna. In genere, mi dicevo, i bidelli appartengono alla categoria dei buoni sammaritani, vediamo se riesco a spuntarla. La donna infilò l'ultima monetina nella fessura, lesse con attenzione le opzioni disponibili e premette un tasto con una calma olimpica. «Certo,» disse infine mentre la macchinetta sferragliava, sputava, gorgogliava. «Però deve attendere un momento. Prima devo soddisfare la mia sete.» Qui ho un blackout. Non ricordo come andò a finire quel giorno, se riuscii a passare o meno. So solo che quell'ultima frase avrebbe dovuto insospettirmi e invece si tramutò in una sorta di patentino che mi dette accesso alla categoria degli ingenui.


Qualche tempo dopo cominciarono le lezioni. Fu così che mi ritrovai seduto in una delle aule più grigie e piccole di via d'Alviano in attesa della prima lezione di letteratura spagnola. Un insegnamento durante il quale io avrei appreso tutto, e dico tutto, su un poeta romantico spagnolo: quanto aveva speso la madre per acquistare la casa in cui viveva, in che via e piano si trovava, con quali proporzioni lui era solito diluire l'acquavite con acqua per mantenere costante il tasso alcolemico nel sangue, come viaggiò per raggiungere la Germania, le tappe e le trattorie dove si fermò a rifocillarsi, il tutto inframezzato da uno studio approfondito del Cid Campeador, lascito del defunto marito. Un corso durante il quale dovetti imparare a memoria il lungo elenco dei re al servizio dei quali i principali storiografi del Siglo de Oro avevano lavorato. Non fosse stato per la lettrice che in sede di esame appoggiandosi allo schienale della sedia giocò a morra con fare carbonaro, io con ogni probabilità quell'esame non lo avrei mai superato. Ero seduto assieme agli altri e sfogliavo con aria distratta il nuovo libro di letteratura. Il brusio si zittì all'improvviso e alle mie spalle sentii un paio di tacchi avvicinarsi. Mi girai per salutare, ma la mandibola mi rimase basculante. Avevo davanti a me la stessa donna che avevo "assalito" poche settimane prima alle macchinette. «Muy buenas tardes» mi salutò sorridendo e guardandomi dritto in viso. In quella frazione di secondo ebbi come l'impressione che avesse strizzato un po' gli occhi, riconoscendomi, quasi desiderasse memorizzare bene i lineamenti, come se volesse dire che prima o poi le sarei capitato sotto le sgrinfie.


D

al dizionario etimologico si apprende quanto segue: Soprannumeràrio = Che nel NÙMERO è posto al di SÒPRA – più. Che è numerato di sopra-più. Voce dell'uso comune, invece della quale alcuni men bene dicono Soprannùmero.

La mattina del 15 aprile 1509, poche ore dopo la dichiarazione di guerra, i primi fanti francesi varcavano i confini dello stato della Repubblica. Questa volta i mercenari veneziani, che comprendevano alcuni plotoni di "stradioti", i selvaggi ma coraggiosi guerriglieri albanesi, erano comandati da una coppia di singolari cugini, Nicolò Orsini, conte di Pitigliano, e Bartolomeo d'Alviano. Questi "condottieri" erano stimabili per un verso, in quanto avevano risposto con dignitosa fermezza alle invettive del papa che li voleva scomunicare in quanto «servitori della Serenissima»; dall'altro lato lasciavano a desiderare per una certa inaffidabilità professionale. Era Alviano, in particolare, che indulgeva alle improvvisazioni strategiche, dovute ai suoi sbalzi d'umore; senza contare la sua rivalità nei confronti del cugino, che poteva avere delle conseguenze fatali. Come difatti si sarebbe visto tra poco. (...) Com'era previsto, l'esercito francese attraversa le Alpi, guidato dal veterano di molte battaglie, Gian Giacomo Trivulzio. È accolto con festosa simpatia dai lombardi, e in modo particolare dai milanesi, che ne hanno abbastanza della dura, insolente condotta di Massimiliano Sforza. Quasi alla medesima ora, giungono alle porte di Milano i soldati di Venezia, comandati da Bartolomeo d'Alviano. I milanesi invadono le strade per salutare i nuovi conquistatori. Ma intanto Sforza si è messo in salvo, e protetto da alcuni reggimenti di soldati svizzeri, si trincera nella roccaforte di Novara. Nantas Salvalaggio, Signora dell'acqua - Splendori e infamie della Repubblica di Venezia, Ed. Piemme, 1997

Ode a una sede mai vista – Saulo Bianco

Puzza di Opus Dei, questo termine, ma non c'entra proprio un bel nulla! In quel lontano anno, assieme a tanti altri entrai in soprannumero. Vale a dire che fummo ammessi in tanti, troppi. Ero pertanto un "soprannumerario". Forse fu una mossa strategica per rendere l'allora sede presso l'ex jutificio insufficiente e insalubre e costringere le alte sfere al trasferimento alla sede già assegnata, il mitico e da noi tanto desiderato Hotel Regina. L'ho sempre visto da fuori, l'Hotel Regina. Per quella sede mai utilizzata, ho salito le imponenti scale dell'Università centrale per arrivare al Rettorato e dimostrare assieme ad altri studenti riuniti in comitato davanti a personalità e ministri in visita. Con il marchio di soprannumerari stampato in fronte, vivemmo (chi più chi meno) nell'incubo di essere degli usurpatori. Chi era entrato per diritto, chi per il buon cuore della Commissione, chi per fortuna e chi per influenti amicizie. Correva voce che i non aventi diritto fossero identificati da un puntino accanto al nome sui registri. Parecchi diventarono strabici a forza di allungare il collo per vedere chi appartenesse davvero alla famigerata casta di paria. Il dubbio persistette per qualche anno, finché dopo aver superato ben 20 esami in 2 anni più un esame di diploma che annoverava un'altra bella manciata di prove, ci mettemmo il cuore in pace e continuammo a salire gli squallidi scalini e a bazzicare le polverose aule di via d'Alviano sperando di oltrepassare un giorno la porta dell'Hotel Regina. Non ci fu mai dato tale onore. Non ci entrarono mai, quelli del mio anno. Ogni volta che mi precipitavo verso la stazione per prendere un treno al volo oppure quando al ritorno camminavo lento verso Città Vecchia ci passavo davanti e ammiravo la sua facciata. La mia curiosità ebbe soddisfazione solo nei libri. Appresi che era stato progettato da Max Fabiani, fu sede dell'Hotel Balkan, poi della Narodni Dom e poi... I nomi sono scrigni dentro ai quali si cela una lunga storia. E la storia non è mai semplice. Nemmeno quella personale. Figurarsi quella con la S maiuscola. Forse è stato proprio a Trieste che ho imparato a sfogliare le città, i paesi che visitavo, come se fossero libri. Non solo una città con edifici di grande prestigio. Ma storie, tante storie. Molto probabilmente è stato questo il motivo per cui ho imparato ad apprezzare la fotografia. Perché ogni scatto racchiude in sé un racconto, muto, che può essere letto solo da chi si sofferma un po' più a lungo. Drammatico e tragico oppure bello, felice, leggero, divertente, variegato, arioso. L'immagine sta lì, a raccontare in silenzio. Quasi come uno specchio. Per chi non ha mai varcato la soglia dell'Hotel Regina, un regalo. Un scorcio di storia. Un brano di letteratura. Un dono che uno che ha studiato lingue e culture non può non apprezzare.


Ma quella volta la sera non veniva e pareva che non vi sarebbe stata nemmeno la notte, dato che sopra le case il cielo era rosso come se fosse intriso di sangue. Nell'aria c'era odore di fumo. S'era forse incendiato un vaporetto nel porto? Avevano preso fuoco i capannoni? Ardevano i vagoni con il legname? Brucerà tutta Trieste? Branko teneva Evka per mano e assieme corsero a casa, giù per la ripida discesa, su per la scala a pian terreno, giù per la scala nel sottoterra dalla mamma che era sola. La lampada a petrolio ardeva sul tavolo, ma le due finestre lucevano di un rosso scarlatto come se il sole al tramonto fosse caduto nel cortile. Ora ardeva nella cassa di cemento ed il muro davanti alle finestre era pieno di fiamme che lambivano i vetri. "Mamma", disse Branko stringendosi a lei. "Mamma", pianse Evka aggrappandosi alla sua gonna. Ma la mamma era strana. (...) "L'hanno cosparsa di benzina, signora." "Mamma!" gridò Branko. "Hanno inchiodato le porte, cosicché la gente non può uscire." "Mammaaa", chiamò piangendo Evka. "E la gente salta dalle finestre, signora." (...) E sulla via Commerciale non c'era la sera, l'incendio sopra i tetti sembrava provenire dal sole che si stava liquefacendo e sanguinava all'imbrunire. La trenovia per Opčine s'era fermata e gli alberi nel giardino dei Ralli stavano immobili nell'atmosfera rossa. Loro due correvano tenendosi per mano e nell'aria sopra le loro teste volavano le scintille che salivano da piazza Oberdan. (...) Piazza Oberdan era piena di gente che gridava nella luce rossa. Attorno alla grande casa invece c'erano degli uomini in camicia nera che ballavano gridando: "Viva! Viva!". Correvano di qua e di là assentendo con la testa ed esclamando: "Eia, eia, eia!". E gli altri allora gridavano: "Alalà!". Boris Pahor, Il rogo nel porto, Zandonai, 2008 (traduzione: M.Urdih Merkù, D. F. Bajc, M. Debeljuh)

Narodni dom, 13 luglio 1920 - Mario Toresella (collezione privata)


M

Registri linguistici – Saulo Bianco

Trieste 15 © Uberto Andreatta

i sono imbattuto abbastanza presto in una buca tanto profonda quanto insidiosa che prende il nome di "registro linguistico", l'infido tranello. Involontariamente, di certo per scarsa conoscenza e, con il senno di poi, perché un mondo linguistico ha interferito con un altro, ben diverso. Chi bene inizia è a metà dell'opera, sostiene la saggezza popolare. Il primo sfondone risale al primo esame orale di inglese, sotto la cui dicitura rientrava tutto lo scibile del mondo anglofono e anglosassone, colonie comprese. Un'impresa titanica, suddivisa in comode rate. In sede di esame oltre che articolare approfondite conoscenze bisognava saper abbinare perfetto accento, dizione inappuntabile e impeccabile proprietà di linguaggio. Avvenne che nella miriade di esami annuali dovetti affrontare pure questo. Ricordo con precisione l'aula in cui ebbe luogo la prima carneficina (appena entrati, uno stanzino sotto il vano delle scale). Era tardo pomeriggio. Ero sfinito dalle tante ore di attesa. Avevo letto e riletto gli appunti non so quante volte, snocciolando a bassa voce a mo' di litanie quanto sapevo. Quando venne il mio turno, con l'animo pesante della vittima sacrificale entrai in aula e mi avvicinai alla prima sedia di legno libera. L'esame, come molti orali, avveniva in tre fasi. Ogni passaggio corrispondeva a una sedia e a una variegata combinazione di professori. Si entrava in 3, ci si sedeva sulla prima sedia a tiro, e allo scoccare dei 10 minuti, un quarto d'ora al massimo, avveniva il rondò del cambio sedia e cambio esaminatori. Proprio come accade in un locale da speed-date. Le prove sulle prime due sedie procedettero senza tanti intoppi. Oserei dire senza infamia e senza lode. La prof di inglese commerciale fu la seconda: molto materna e amorevole, aveva percepito il panico che mi attanagliava la gola e cercava di mettermi a mio agio. Fu il terzo passaggio, la sedia a ridosso della cattedra, che fu l'altare dove si immolò una già provata autostima. La mia. Ebbi infatti l'onore di essere interrogato da uno dei fondatori della Scuola. Nel suo perfetto inglese senza sbavature, di Cambridge come ebbe a precisare con stizzita puntigliosità più volte in pubblico, mi chiese una raffica di cose. Inspirai e cominciai a parlare. Sentivo delle sbavature tracimare dalle labbra. Il mio sistema di correzione automatica degli errori era ancora da affinare, ma continuai imperterrito pur sentendo a volte la terra cedere sotto i piedi. Iniziai a balbettare, cominciai ad aggrapparmi agli specchi. Iniziarono a mancarmi le parole. "Words don't come easy" era una canzoncina tanto in voga in quel periodo, ripresa dalle mitiche strisce di Bobo Merenda appese alla bacheca della sezione Inglese al primo piano. All'improvviso ebbi l'impressione di avere terminato le cartucce. Su di me calò il silenzio. La professoressa mi trapanò con uno sguardo accondiscendente. Il lettore, un vero dandy, si sistemò il foulard di seta al collo e si guardò compiaciuto le unghie laccate. Avrei voluto morire. In cuor mio speravo di venire buttato fuori. Invece no. Fu a quel punto che lo sguardo dell'addetta all'interrogatorio si illuminò, quasi le fosse venuto in mente un modo brillante per rivalutare il mio sciatto esame. "Sòolio (questo era il mio nome nella variante anglosassone), tell me something about transhumance". Il poco sangue che avevo in circolo evaporò. Avevo già parlato di industria casearia, cheddar, mele e non so di quali altri argomenti strampalati. Non avevo più la forza di mettermi a discettare di capre, pecore, pastori e dei loro cani. Pensai: "Cristo, mi mancava solo la transumanza." Fu a quel punto che le dighe linguistiche si polverizzarono. Un'ondata di disperazione mi si riversò in gola, salì come se il lavandino del mio stomaco fosse otturato da un grumo di cotone e dalla bocca mi uscì un "Oh, my God" sussurrato, sulla scia dei miei pensieri. Non l'avessi mai detto. Ho un fermo immagine sull'aula e sulla mia postazione. Avrei potuto lasciarmi sfuggire una miriade di altre esclamazioni. Un asettico "oh my dear" o "dear me", uno strategico "let me see" oppure un "good grief". No, avevo appena nominato l'innominabile. Solo quando la voce mi morì sulla "d" di God, capii l'entità della frittata. Mi sentii investire da una folata di vento gelido. Con poche, asciutte parole la professoressa precisò che una simile esclamazione era del tutto fuori luogo. Chiesi scusa, ma sapevo in cuor mio che la situazione era irreparabile. Uscii da quell'aula con uno striminzito 19 e la coda fra le gambe. Quel voto fu un marchio d'infamia sul mio libretto. Mai più sarei riuscito a oltrepassare la "stima linguistica" del


corpo docente inglese. Nemmeno in occasione dell'ultimo esame orale, dove misi in difficoltà il titolare del corso discettando, in un impeccabile inglese, di economia mondiale, storia e letteratura beccandolo più volte in castagna, anche forte delle due ore al Bar Ponziana trascorse io a bere caffè e a ripetere la materia fino allo sfinimento, lui a tracannare pinte su pinte con il resto della colonia inglese come fosse seduto sotto la veranda di un country club indiano, boccali che alla fine gli avevano obnubilato non poco la presenza di spirito. Al termine dell'esame, per darsi un tono, il prof sfogliò meditabondo il libretto a ritroso. Mugugnò qualcosa dopo essersi fermato alla prima pagina. Decise. Mi propose un insulso 26. Accettai, mi mancava meno di una manciata di esami alla fine e mentalmente feci il segno degli arcieri della regina e sciorinai una litania di epiteti, ma mi guardai bene dal dar voce ai miei pensieri, molto italiani e così poco British.

http://youtu.be/U9l0xHd9Osc


È facile scrivere i propri ricordi quando si ha una cattiva memoria. Arthur Schnitzler

Ritratti e schegge – Saulo Bianco

Trieste © Angela Massagni


A

vevi un nome che odorava di maggio. Occhi dello stesso colore del mare gonfio di bora chiara. Capelli d'oro. Ti conobbi una sera al tramonto, seduto su uno scalino del porticciolo al Castello di Miramare, tu devastato da droghe da cui tentavi di fuggire. Ti avevano fatto bere. E parlavi parlavi, raccontavi del paese da dove con un foglio di via te n'eri andato per salvarti. Ripetevi rivolto al mare una leggenda che narrava di una principessa triste. Trascorsi una notte intera a parlare, tu in preda a un acido che non dava tregua. Mi raccontasti una vita da muratore, il volo dall'impalcatura, il gesso che paralizzava un corpo irrequieto, l'orrore e la paura, l'astinenza, l'amore confuso di una ragazza che veniva a "farti" due volte al giorno, pizzicando le vene delle caviglie. L'unica zona scoperta del corpo, oltre al viso. Ti ho lasciato sfogare, una notte intera, nella speranza di capire se cercavi l'amore o l'eroina. Non lo saprò mai. Ricordo però i tuoi occhi, azzurri, profondi, malinconici. Il tuo nome che profumava di maggio. Mariano.

Dal castello di Miramare Š Antonella


S

civolavi lungo Capo di Piazza come un'etoile pochi istanti prima di impossessarsi di palcoscenici e applausi. Sfilavi davanti al Caffè degli Specchi, attraversavi la piazza con passo sicuro e incedere regale. Ogni volta che ne avevo occasione mi fermavo a guardarti, da lontano. Ammiravo l'abbigliamento ricercato, retrò, il trucco pesante. Nello svolazzo della gonna lunga, agitata da cosce tornite e dispettosi refoli di vento, rimanevo incantato dal cinturino della scarpa che si aggrappava alla caviglia. Il tacco cadenzava e faceva ondeggiare il vaporoso boa appoggiato con noncuranza su spalle altere. Seppi che ti chiamavano La Contessa. Ti attribuivano amori importanti, armatori, politici, uomini ricchi. A me non interessava. Aspettavo il tuo arrivo. Tu passavi. Sola, sembravi la musa di un quadro di József Rippl-Rónai. Nessuno osava avvicinarsi. Non parlavi con nessuno, ma tutti osservavano. Io pure. E mentre guardavo mi raccontavo una storia. Mi chiedevo che viaggi avessi mai fatto, in che palazzi avessi mai vissuto, quali persone avessi mai intrattenuto. Ai miei occhi assomigliavi un po' alla contessa Lucrezia Sanziani del film di Vincent Minelli. Anche tu, nobile decaduta, ma con la dignità intatta come il diamante che portavi al dito. Da te ho preso l'abitudine di attraversare le piazze in diagonale. L'unico modo di salutare una città e renderle onore.

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Conversazioni © Marina Raccar


L'

età avanza. I ricordi sbiadiscono. Non sono più tanto sicuro, ma credo di ricordare bene. Arrivavi due volte all'anno, piccola antica donna. All'epoca delle violette, vestita di viola. Nel mese della fioritura del gelsomino, tutta agghindata di bianco. Eri piccola, vecchissima, rinsecchita. Ogni ruga, simile a un anello del tronco di una forte quercia, una storia. Sfuggita dalle pagine di un libro di fiabe, una fata che offriva fiori odorosi. Ma non giurerei di averti vista a Trieste o nella città in cui ora mi trovo, dove la piazza principale viene con affetto chiamata Piazza Grande, come un tempo ci si riferiva a Piazza Unità. Quindi non so se ti ho vista lì, a Trieste. Non ne sono più tanto sicuro. Se mai ti ho vista nella mia nuova città, di certo non appena ho scorto il tuo viso, gli abiti che intuivo profumare di lavanda e antichi cassetti, avrò pensato che saresti stata un personaggio che ben si sarebbe ambientato nell'altra piazza, affacciata sul mare. Ogni volta che odoro una viola o un mughetto, penso a te, donna dei fiori che offrivi fragranti mazzetti con un sorriso dolce come il rosolio.

Già Piazza Grande © Marina Raccar


U

Trappola per topi – Saulo Bianco

Cantiere Trieste (01) © Uberto Andreatta

n sabato sera a Milano, penso gongolando all'idea mentre infilo scarpe e giubbotto prima di uscire. Prima però un aperitivo, comme il faut nella migliore tradizione meneghina. Pregusto l'evento mentre aspetto l'ascensore sbirciando giù dal ballatoio di una casa di ringhiera che ormai mi è familiare. In un quartiere ex-malavitoso, mi si racconta, ma ora un po' alla moda. La cosa mi piace, attizza le mie fantasie. L'euforia è tanta, perché la ciliegina della serata è il biglietto per uno spettacolo teatrale che nascondo in tasca. Si va a vedere "Trappola per topi". Il teatro è piccolo, accogliente, "off-Lanza Brera-Piccolo Teatro", mi si consenta il calco. Adoro sostenere questo tipo di iniziative, no, scusate, il biglietto mi è stato regalato, rettifico, pazienza, beh, comunque... Mi accoccolo sulla poltroncina, una leggera ebbrezza mi ovatta la testa. L'aperitivo era strategicamente alcolico. Mi guardo in giro, con espressione un po' ebete ed estasiata. Rigiro tra le mani il pieghevole afferrato di corsa all'entrata. Un'immagine in bianco e nero sul frontespizio, caratteri essenziali, quasi scarni, nessun ghirigoro. Lo apro e mi sento risucchiato in un buco nero, come Mary Poppins all'interno dei disegni a gessetto sul marciapiede a ridosso del parco. Ma non c'è nessuno spazzacamino, accanto a me. Il mio disegno è privo di colori. Mi ritrovo in un'aula piccola, soffocante, grigia. Il cuore a 1000. Ho da poco scoperto di non aver superato l'esame di traduzione verso l'inglese del secondo anno, uno dei tanti scogli verso il diploma del biennio. Ho davanti un essere minuscolo, una zazzera canuta, una dizione impeccabile, un foglio con qualche sparuto scarabocchio rosso. Chiedo spiegazioni, ma non vengono date. C'erano delle imprecisioni, neanche tante, mi viene detto. Nulla di sconvolgente. Il consiglio: "You can improve on this. Go to England for a while and read some books by Agatha Christie, next time I'm sure you will pass the exam!" E io ci andai, verso ovest. Obbediente soldatino. In una babele di lingue e dialetti, tra nuvole di vapore acqueo e sciacquature di piatti con lavastoviglie industriali, lavaggio di intere cassette di fragole e insalata, preparazione di chili di "prawn cocktail" di cui venni a scoprire essere ghiotti gli inglesi come gli italiani lo sono della pastasciutta, tentativi di rimontaggio di barattoli di maionese sbiadita grazie ad acqua calda, frustino e olio di gomito (purtroppo l'intruglio non tornava mai allo spumeggiante stato originario a causa del caldo bestiale e da allora al ristorante non prendo più nulla che contenga maionese, uomo avvisato mezzo salvato!) e jogging mattutino tra Holland Park e il Royal Albert Memorial, dove con molta irriverenza assieme a D. imitavo Rocky su e giù per gli scalini, lessi tutta Agatha Christie, "Dieci piccoli indiani" compreso, in onore della statura della prof che mi suggerì una simile cura linguistica. Mi sorprendo all'improvviso a pensare che ora Paperinika, ahimè, si trova a "sburtar radicio", e non posso fare altro che meditare sulla variante inglese push up daisies, corrispondenza su cui ebbe modo di disquisire con tanta burbanza un altro saccente che, con buona pace dei più incalliti linguisti, osò tacciare come falsa ed errata la citazione del Bardo sul mio papiro, citazione tratta da un'edizione ufficiale e approvata della Oxford University Press... Ma allora ero già laureato e qualsiasi cosa uscisse da quella bocca non aveva più alcun potere su di me. L'ingombrante "treno" dei miei pensieri si fa a un tratto sferragliante, assordante. L'elegante tintinnio del campanello di scena mi riporta alla realtà. Le luci a poco a poco si spengono. L'applauso del pubblico accompagna il fruscio dei drappi del sipario. Mi riprendo da quell'incubo e per l'intero spettacolo sfoglio nei ricordi l'edizione economica di The Mousetrap acquistata da Foyles durante una pausa di lavoro, in una torrida Londra inizi anni '80, un libro che poi avevo letto d'un fiato sotto qualche albero a St. James's Park, non lontano dall'orchestrina.


O

Via Hermet – Saulo Bianco

Il gatto al guinzaglio © Marina Raccar

ggi è una giornata grigia e uggiosa come il giorno in cui mi trasferii in via Hermet. Ora come allora provo la stessa stanchezza e gravità di pensieri. Il peso delle cose che si accumulano, la mente da liberare. A quel tempo avevo finito il primo biennio, mi mancavano pochissimi esami per considerarlo cosa fatta, ma dovevo ancora affrontare lo scoglio degli esami di diploma. In quel periodo me n'ero andato dall'alloggio a San Giusto e in attesa che l'Opera Universitaria accettasse la mia domanda alla Casa dello Studente, avevo rotto le palle a destra e a manca chiedendo di verificare le delibere degli anni precedenti per capire il motivo della mancata assegnazione di una stanza per due anni di fila. Dovetti attendere solo pochi mesi per scoprire di avere vinto un'ammissione alle graduatorie, grazie anche a una generosa dose di personale insistenza e perseveranza. Nel frattempo mi trovavo nella terra di nessuno. Non sapevo dove andare. Tra l'altro soffrivo da bestia per un amore che secondo i più triti canoni romantici era finito male. Segno zodiacale e sfiga mi rendevano oltremodo incline all'autocommiserazione. I corridoi della Scuola furono complici di mille confidenze e in quei budelli sfogai le mie vicissitudini con una compagna di corso, dal cognome pazzerello. Mi faceva ridere, lei. Ricordo solo che ebbe la faccia tosta di presentarsi a un esame non sapendo un'emerita cippa e dopo aver snocciolato un rosario di frasi fatte in lingua ben sapendo che la commissione non la stava nemmeno ad ascoltare se ne uscì con un voto alto. Così almeno raccontò. Sganasciavamo parecchio, lei e io, tra una sigaretta e l'altra. E ci confidavamo senza lesinare sul tempo impiegato per farlo. In quel periodo io soffrivo per i suddetti motivi, e non da ultimo per le trentamila lire spese alla Sip di via della Cassa di Risparmio in un'unica telefonata oltremanica, vale a dire gran parte del budget mensile assegnatomi dai genitori per la sopravvivenza fuori sede. Da qui nacque la mia propensione all'arte di arrangiarmi. Ci accomunava una disperazione sentimentale che ci rendeva affini. Io non saprei dire se le nostre confidenze fossero esclusive. In quel momento le ritenevo tali. A parte ciò, nel momento in cui non seppi più dove andare a sbattere la testa per trovare un alloggio, fu lei a togliermi le castagne dal fuoco. Allora non esisteva ancora l'Erasmus, ma accadeva che alcuni di noi svernassero per un paio di trimestri in qualche università straniera. In via Hermet non ricordo più chi, ma qualcuno se n'era andato per 3 mesi, affitto tutto pagato spese escluse, lasciando libera una stanza. La mia amica, dopo un conciliabolo con le altre inquiline, mi offrì il posto. Io, consumato e affranto nel mio mal d'amore ed esistenzialismo esasperato, accettai di buon grado. Fu così che dalle solitudini monastiche approdai anch'io nell'arioso, magnifico, bellissimo appartamento consolare di via Hermet, così simile a tanti altri appartamenti triestini, dai soffitti alti, con il parquet lucidissimo che scricchiolava a ogni passo. Infiniti corridoi che si aprivano su una fuga di porte, teorie di finestre, rampe di scale a sezione ellittica con ringhiere Liberty. All'inizio occupai una stanza singola, dove studiai con accanimento e con altrettanta precisione sfogai tutte le mie amarezze di innamorato non corrisposto. Ci fu poi un rimescolamento di inquilini e da lì passai a occupare un letto posizionato nel salotto, separato mediante un divisorio in stile cinese da un salottino che ospitava un'altra stanza. Eravamo quattro in tutto: una genovese, una vicentina, una maceratese, io padovano. E un gatto. Ho un bellissimo ricordo di quella casa. Ampia, scricchiolante, comoda e accogliente. Si trovava alla fine di una strada in discesa, al termine della quale con una curva secca si arrivava dritti dritti alla stazione di Campo Marzio. Mi sono sempre immaginato di scenderla in pattini, a tutta velocità. La genovese bohémienne che s-cenerava la sigaretta per terra mentre chiacchierava per conto suo, la vicentina che anelava un fidanzato che non arrivava mai, la maceratese che si consumava in amori impossibili, io il solito sfigato che non capiva cosa gli stesse succedendo intorno. Più tardi si aggiunse anche una bolognese squinternata che contribuì non poco alla propensione al divertimento dell'intero appartamento. E l'onnipresente gatto rompiballe. Eh, sì, qui mi inimicherò tutti gli amanti di gatti e animali domestici in generale. Con gli umani ho sempre avuto convivenze più o meno tranquille, ma la convivenza con quel gatto fu più che mai difficoltosa.


GG, l'avevo soprannominato. Il Gatto Gay. L'appartamento era molto spazioso. La stanza che più mi piaceva era la cucina. Vuoi perché era il luogo dove tutti gli inquilini si risvegliavano a poco a poco sorseggiando un caffè e chiacchierando sottovoce, sigaretta in mano, vuoi perché dava su un ampio terrazzo, condiviso con gli altri appartamenti allo stesso piano. Un terrazzo interno, come spesso capita nei palazzoni di Trieste, che tanto mi ricordano le pagine di Pino Roveredo. Stendevamo i panni, in quel terrazzo. Ogni tanto si usciva a fumare una sigaretta. A volte si sbirciava il quadrilatero azzurro del cielo per capire come vestirsi. Quando tirava bora forte, fungeva da cassa armonica per i più cupi pensieri. Quel terrazzo però era anche meta di stormi di piccioni, altro genere di animali che causò la rovina di non pochi capi di abbigliamento stesi ad asciugare. GG era un animale dispettoso, poco educato. E anche molto codardo. Tra me e lui non correva buon sangue. Dei quattro letti tiepidi di sonno, l'unico su cui andava a parcheggiare le pelose chiappe era il mio. Non ne capivo il motivo. Fu lui che infilò la sua pelosissima coda nel vaso contenente un chilo di miele di montagna che avevo ricevuto in regalo dai miei per la colazione, per farmi risparmiare. Odiai quell'animale indisponente e irrispettoso con tutte le mie forze. Buttai via il miele giurando di vendicarmi. Qui taccio le modalità con cui si estrinsecò la vendetta. Ma ci fu e da quel momento il gatto si tenne alla larga. GG, il Gatto Gay, comunque pagò per il suo karma. Pur considerandosi un gatto da caccia in pectore, non riuscì mai a dimostrare le sue vere o presunte doti. Anzi. Nelle giornate più temperate la porta della cucina veniva quasi sempre lasciata aperta. GG attendeva in agguato in un angolo. Aspettava che il terrazzo si affollasse dei piccioni attirati dalle briciole delle tovaglie di tutto il caseggiato, poi gonfiandosi e soffiando si lanciava all'attacco. Non faceva che pochi passi. Il frullio di ali, il pesticcio di zampe e il gran frastuono di stridii e pigolii lo gelavano sul posto. GG si bloccava, si ritraeva intimidito al cospetto di tanti becchi minacciosi. Avrebbe potuto in tutta tranquillità ammazzarne un paio, di piccioni. Ne aveva la stazza e la forza, ma non il coraggio. Se ne tornava mogio mogio, con la coda tra le gambe in cucina, sul grembo della sua padrona, che chiacchierando e s-cenerando la sigaretta che teneva sempre in mano parlava di non so che cosa, giustificandolo sempre, viziandolo sempre. La lasciavo dire. Mi divertiva sentirla parlare con quella erre moscia vagamente blasonata. Aspettavo che tornasse a casa la mia amica, sperando che non avesse commesso qualche danno nel frattempo, non avesse fatto qualche telefonata pericolosa, per stappare insieme una bottiglia con cui accompagnare le ultime chiacchiere della giornata.


Lezione di interpretazione simultanea inglese-italiano II Mi trovo in cabina (o, per dirla à la façon della docente del corso, in gabina, con orecchianti alle orecchie). Per mia somma sfiga quel giorno la prof (triestina patocca) non solo decide di leggere personalmente il testo in inglese, ma anche, mentre legge, di ascoltare chi è in cabina. Io mi trovo in cabina 2 (Aula A, quella in fondo con i sedili basculanti di legno, di cui solo 4 funzionanti in prima fila). La lettura risulta incomprensibile (chi ha conosciuto codesta docente sa di che parlo), un po' di termini mi sono ignoti e quindi, a un certo punto, in diretta in cuffia si sente in perfetto triestino: "Gabina 2: non la capissi niente…" Lezione di interpretazione consecutiva inglese-italiano I Docente, camuffando a stento un po' di imbarazzo: "Ecco ecco, qui si parla di sperma di balena (sperm whale1 …)." No comment. Esame di interpretazione consecutiva italiano-inglese II Alla fine dell'esame la professoressa esce e commenta la prova con ciascuno di noi. A me dice (nello sbigottimento generale perché non avevo omesso una virgola): "Well… I don't know… Well… It just… just… didn't sound English."

Mémoires 1989-1990 – Lorenza Brazzoduro

Tramonto a Trieste © Patrizio Pacitti

1Capodoglio s.m. * (Zool) sperm whale (http://dizionari.corriere.it/dizionario_inglese/Italiano/C/capodoglio.shtml)


'R

accolta di passi dei migliori autori di una letteratura o di un periodo, o scelta di pagine dall'opera di un solo scrittore, condotta secondo criteri storico-critici o per usi didattici'. È quel che dice il mio dizionario di italiano alla voce "Antologia". Ah ecco, adesso è chiaro perché mi è stato proposto di contribuire a quella sulla Scuola Interpreti: sono da annoverare tra i migliori autori del periodo da me trascorso a Trieste (o "Triste", come la chiamava un vecchio compagno di scuola nelle sue lettere), per la verità un periodo appena un po' più lungo del previsto… O forse i miei ricordi potrebbero rivelarsi utili a fini didattici: potrebbero avere un valore esemplificativo e contribuire a far capire che cosa significhi vivere una simile esperienza universitaria. D'altronde, mi è già successo: prima ancora di laurearmi, ricevetti un giorno una telefonata da una studentessa della mia insegnante di francese del liceo che, sapendo che ero iscritta all'allora unica facoltà di interpretazione in Italia, le aveva consigliato di chiedermi alcune informazioni supplementari (all'epoca, si faceva ancora così, non c'era mica internet…). Provai un immediato senso di affinità con quella ragazza che non intendeva accontentarsi di andare all'università di Torino solo perché era la più vicina e preferiva allontanarsi dagli ambienti ristretti e dalle solite facce cui era abituata per aprirsi al mondo e a nuove esperienze come avevo fatto io. E così mi lanciai in una descrizione appassionata di come fosse stimolante stare a 600 chilometri e minimo 9 ore e 3 cambi di treno da casa; di quanto fosse arricchente, dal punto di vista umano, frequentare tante persone di culture e lingue sconosciute (compreso il triestino), che fosse a lezione oppure sugli autobus sovraffollati indispensabili per raggiungere le sedi dei corsi, via d'Alviano e via Caprin, ognuna con il suo fascino un po' rétro, le aule così intime, le finestre che lasciavano filtrare il mondo di fuori; di come fosse intrigante Trieste con il suo clima così tipico, le sue spiagge di cemento a Barcola, i suoi caffè animati, le sue storiche vie intrise di poesia decadente; di quante cose interessanti si potessero imparare in tutte quelle ore di lezione di lingua, lettorato, laboratorio e materie complementari (senza contare le serate e i finesettimana trascorsi a studiare per la trentina di esami previsti); di come fosse importante essere formati da insegnanti molto preparati, con personalità spiccate che mettevano alla prova non solo la tua competenza nelle materie studiate ma anche la tua forza di volontà e le tue doti di resistenza psicologica, e che esigevano da te sempre il massimo per allenarti ad affrontare le difficoltà della vita professionale. Quando interruppi la mia esposizione ricca di particolari per riprendere fiato, ci fu un fugace momento di silenziosa riflessione, dopo il quale la sentii che mi diceva: "Sì, insomma… tu me la sconsigli." Oddio! Che cosa avrebbe pensato se le avessi parlato anche della Casa della Fanciulla?

Questione di interpretazione – Sonia Chabod

Caffè Tommaseo © Paolo Longo


T

utto iniziò in un luglio che si perde nella notte dei tempi. Una settimana prima dell'orale della maturità il mio ragazzo mi comunicò di aver appena ricevuto la "cartolina" per il corso ufficiali a Maddaloni. La decisione fu fulminea: andai a provare l'esame di ammissione a Trieste. Avevo trascorso l'ultimo anno del liceo linguistico a vagliare con febbrile ossessione le varie opportunità disponibili e la Scuola Interpreti di Trieste era una delle tre rimaste in lizza. Da inguaribile romantica, quale ero e sono, forse avrei fatto fatica a lasciare alle spalle i miei affetti, ma ora che si trasferivano a Maddaloni, chilometro più chilometro meno, tanto valeva! Ero già stata in Germania e in Inghilterra, da sola, durante il liceo, ero dunque già avvezza a misurarmi con i concetti di "nuovo" e "lontano", ma non dimenticherò mai il senso di "viaggio nell'ignoto" che mi assalì non appena mi trovai su quel treno nel cuore della notte per poter arrivare in orario di apertura della segreteria per l'iscrizione al mitico esame di ammissione. Certo allora non c'erano le iscrizioni online, né le ultrasoniche frecce ferroviarie. Dunque partenza alle 3 di notte su un treno pieno di esotici personaggi dall'est europeo. Ho due video rappresentativi del mio mentale album fotografico di quel viaggio. Video n. 1: un montenegrino con camicia a fiori, gilet e baffo nero a manubrio, che consuma uno spuntino notturno a base di cipolla cruda, divorata a morsi come se fosse una mela, accompagnata da una fetta, o meglio un trancio, di una sorta di salame rosa dalla cotica nera, che regge in una grossa mano inanellata. Video n. 2: in arrivo alla stazione di Trieste, il treno in fase di frenata, l'assalto alla diligenza: gente che si riversa negli scompartimenti dai finestrini o apre le porte per salire con il treno ancora in corsa, occupa un posto per poi farsi passare immense e pesantissime valige. La metallica voce computerizzata "Si prega di non oltrepassare la linea gialla" è solo l'embrione di un futuro interstellare. Viaggiavo assieme al mio compagno di banco del liceo, un gioviale ragazzone bolognese abile a raccontare barzellette e fare imitazioni, che sarebbe diventato dapprima una stella del firmamento interpretariale e in seguito un importante personaggio della scena politica italiana. Sul cocuzzolo di una montagna "la macchina da scrivere" ci attendeva minacciosa e incombente. Mentre salivamo gli scalini dell'imponente edificio in stile razionalista dell'Università ci sentivamo come formichine che si preparavano a trasportare nella tana un'intera fetta di pane pugliese. Non sapevamo che le prove che ci attendevano sarebbero state in realtà più draconiane. E non parlo certo delle prove di ammissione!

It's a Long Way to Tipperary – Chiara Cocchi

Black and White © Antonio Marano

Cambio di scena: ho superato l'esame! Sono ammessa! Apprendo la notizia con incredulità. Ora il gioco si fa duro! Inizia l'epopea della ricerca di una sistemazione. Dopo aver visionato una serie di costosi tuguri, come naufraghi disperati ognuno approda dove può e dove il destino lo conduce. A me toccò la casa per anziani gestita dalla parrocchia di San Giovanni. In quel posto surreale trovai una serie di compagne di sventura, alcune delle quali poi divennero amiche con la A maiuscola, con le quali condivisi anni di studio e di vita successiva. Dopo qualche tempo mi assegnarono una stanza alla Casa dello Studente, la Nuova. Per quel posto avrei un'intera serie di videoclip con colonna sonora e olfattiva inclusa. Ne seleziono alcuni appartenenti a due fasi ben distinte della mia vita nella città giuliana: prima, in qualità di fidanzata in carica e dopo, come ex dell'Ufficiale tornato da Maddaloni. Già, perché finché c'era lui ogni fine settimana tornavo a casa: partenza al venerdì o al sabato mattina, 6 ore di treno, casa, treno per andare da lui, treno per tornare a casa mia, 6 ore di treno la domenica pomeriggio per tornare a Trieste… Cosa non si fa per amore! Ma tutto ciò non bastò e per gelosia, per paura che lo lasciassi per un altro (io che, fedelissima, avevo rifiutato diversi pretendenti) mi lasciò lui! Poco importa che poi si sia pentito, il mondo a 20 anni è bianco o nero, non ha tonalità di grigio, e non volli più saperne! La mia vita sociale a Trieste ne beneficiò. Di seguito la sequenza di videoclip, a beneficio degli spettatori.


Scena 1: odore di cipolla soffritta che finiva nel sugo di pomodoro di Chiotto e Chiotta (nomignolo autoattribuito della coppia di "orsacchiotti" che viveva accanto alla mia stanza). Questo "profumo" mi accoglieva ogni sera dopo 12 ore consecutive di lezioni ed esercitazioni a scuola. E quando dico ogni sera, era ogni sera: non una sola volta un sugo alle melanzane, alle vongole, al pesto o, che ne so, al tonno! Scena 2: dopo la tanto agognata laurea dei due orsacchiotti, i vicini di stanza iraniani, una sola titolare e almeno tre o quattro abusivi che si alternavano. Persone dolcissime, che pur essendo miei coetanei avevano già vissuto esperienze che io nemmeno lontanamente potevo immaginare: carcere, fughe dal paese, composizione di romanzi e poesie in cui traspariva la malinconia per una terra lontana dove la maggior parte di loro sapeva di non poter più ritornare. Scena 3: cene con numeri incredibili di persone a base di pietanze alquanto elaborate per gli strumenti a disposizione, ovvero dei semplici fornellini da campo: carne al curry con riso, pollo al limone, knödel… Ancora oggi mi chiedo come facevamo! Scena 4: lezioni di rock'n'roll, corsi di danze popolari, feste irlandesi con gighe e quadriglie, un corso di fotografia… Non avevo tempo per fare nulla oltre lo studio, nemmeno al mare andavamo, ma quelle lezioni serali di ballo erano i semi di una mia grande passione che sarebbe fiorita tanti anni dopo! Scena 5: sguardo sornione del portiere, che seguiva "il mio lato B" dall'entrata all'ascensore e ritorno. Seppi più tardi che compilava una graduatoria dove mi classificavo piuttosto bene, beh modestia a parte, al primo posto! Che soddisfazioni, davvero! Ma mi arrabbiai moltissimo quando lo scoprii, anche se ora ci riderei sopra! La scena di questo lungo film a episodi riprende in via d'Alviano: interno scuola, aula Magna. Un piccolo coala, di nome e di fatto, seduta sulla cattedra, gambe a penzoloni alle cui estremità sfoggiava praticissimi stivalini imbottiti antipioggia, annuncia che, ignominia e scandalo, quell'anno alla Scuola era stato imposto di aumentare il numero degli ammessi. Con calcolata perfidia semina il panico e il sospetto: tra noi qualcuno non dovrebbe trovarsi lì. Ognuno si chiede: Sarò io l'intruso? Sarò degno di questo banco? L'enigma si scioglie al primo esame, andato bene, quando una frase sibillina mi fa capire, non senza fugare le ultime incertezze, di essere tra gli eletti, ma subito dopo viene aggiunto, "Ora non devi dormire sugli allori!". Si susseguono ricordi confusi di insegnanti improbabili, traduzioni dal tedesco al triestino, tanto studio. Un esame di diploma e di nuovo tanto studio, anni di non vita, in cui vivevamo la splendida Trieste come una città dormitorio, in cui una passeggiata sulle rive una volta alla settimana era un lusso. Non spenderò una sola parola sugli insegnanti, molti dei quali non meritano nemmeno un commento. I risultati conseguiti dopo la scuola e l'eccellenza erano solo il frutto di un duro lavoro da parte di noi studenti che si aggiungeva a qualità personali spesso notevoli. Un materiale umano di prim'ordine era infatti costituito dai compagni di studio, persone brillanti, ora sparse ai quattro angoli del globo, spesso in posizioni di rilievo, chi seguendo una strada chi un'altra. Ecco forse il dono più grande che mi ha fatto questa scuola, e prego il lettore di non vedere in questo commento un'affermazione di presunzione e superbia: è la sensazione di far parte di una elite, di un gruppo di persone eccezionali, nel senso vero di "fuori della norma", con i quali, anche dopo anni di silenzio, in un istante si riallacciano rapporti di stima e amicizia.


Nei giorni scorsi la mia biblioteca è stata consultata da una signorina di Graz in via di diplomarsi alla scuola per interpreti dell'Ateneo triestino. Affermava di sentirsi a casa nella città giuliana, per la sua particolare atmosfera, il paesaggio, l'assetto urbano, la cucina e infine anche per la sua gente. "La trova ospitale?" azzardai. Eluse simpaticamente la domanda per stabilire: "Si sente che ci si può fidare." Fulvio Tomizza, Anche le regioni si cercano, in Alle spalle di Trieste, Bompiani, Milano, agosto 2009

Appartamento in via dell'Istria affittasi – Alberta Crescenzi

Trieste, port sunset © Enrico Donelli

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l luogo di riunione ormai consolidato da tempo era via dell'Istria, più precisamente l'appartamento dove vivevano Claudia, Paola e Roberta. In realtà per quell'appartamento con il corridoio costellato di mattonelle verdi sconnesse e insidiose - dove era solito stazionare uno stendipanni carico di biancheria - transitava un numero più consistente di studenti della Scuola. Qualche nome? I primi che mi balzano alla memoria sono Daniele e Paolo, inquilini di un appartamento sito in via Bazzoni, altro indirizzo storico del nostro periodo SSLMIT-triestino, Giovanni, per non parlare di Andrea (complice anche una liaison con Claudia), la sottoscritta e Stefania. Nel tempo tutti noi avemmo modo di saggiare l'abilità culinaria di Claudia: lei si dilettava a cucinare e noi ci offrivamo volentieri come assaggiatori delle sue pietanze. I nostri conciliaboli a base di ottima cucina, battute impietose su studenti e professori e sonore risate suscitarono ben presto la reazione stizzita dell'inquilina del piano di sopra che a colpi di scopa sul suo pavimento e quindi sulle nostre teste esprimeva il più profondo disappunto per la caciara. Tuttavia, quel bastone di scopa fu uno strumento ben misero per zittire noi, una masnada di scatenati e affiatatissimi studenti fuori sede. Correva l'anno 1988, per l'esattezza era una serata di ottobre quella in cui venimmo allietati da una raffica di colpi di scopa sulle nostre teste. Quella sera concludemmo in bellezza. Liberammo il tavolo da quel poco che restava della lauta cena e proseguimmo l'agape con una agguerritissima partita di Monopoli. L'atmosfera e la compagnia erano perfette: io, Paola, Claudia, Stefania, Eugenio (futuro marito di Roberta, unico non appartenente alla Scuola) eravamo disposti attorno al tavolo, con il lampadario abbassato in modo che il fascio di luce fosse puntato dritto sul tabellone del Monopoli al centro. Eugenio, Stefania e io continuavamo a fumare, tenendo la sigaretta fra le labbra mentre lanciavamo i dadi con la tipica espressione del giocatore incallito e concentrato, tutti determinati a non perdere: testa reclinata e occhio socchiuso per scansare il fumo. Il gioco durò a lungo. Le volute di fumo denso delle sigarette non smettevano di risalire i fasci di luce della lampada, al punto che esclamai: "Qui sembra una vera e propria bisca!". Eugenio rimaneva appoggiato allo schienale della sedia, gomito sul tavolo, sigaretta fra le dita, silenzioso, mentre aspettava che io, con la sigaretta penzolante a un angolo della bocca, tirassi i dadi con un'espressione in viso come se volessi dire "ora vi faccio vedere io: tiro 'sti dadi e compro tutte le case!" Non ho mai amato i giochi di società e non giocavo da anni, ma quella sera feci una graditissima eccezione, che è rimasta fra i miei ricordi universitari più cari. In realtà molti di essi hanno come "location" quell'appartamento di via dell'Istria perché tante furono le cene ammannite e gustate, tanti i compleanni festeggiati e i film guardati in allegra compagnia (Capitan Fotai! sulla scia de "Il ritorno dello Jed(a)i") e altrettanto numerosi furono gli scontri verbali con l'inquilina del piano di sopra. Per quest'ultima, ricordo quando una sera suonò con stizza il campanello di casa. Fui io stessa ad aprire e mi trovai davanti una donna dall'espressione niente affatto amichevole che mi sventolava sotto il naso la carta di un chewing-gum. Non mi diede neanche il tempo di salutarla che con voce spigolosa ci accusò di essere state noi a gettare quella cartaccia per terra, che così, lì a Trieste, non si faceva. Inutile dire che la mia replica fu abbastanza a brutto muso: "Non credo proprio, mia cara signora, vada ad accusare qualcun altro. Magari provi a chiedere a uno dei suoi figli!" Un'altra sera, invece, ci omaggiò con una gragnuola di colpi alla porta gridando: "Tornatevene a casa vostra al sud, voi e i vostri puttanieri!" I quali, in quel preciso momento, da bravi e coraggiosi cavalieri erano Paolo (rinchiuso in bagno per ogni evenienza) e Giovanni (rifugiato in camera di Roberta). Da notare che le inquiline di quell'appartamento non erano affatto "sudiche": Roberta è alto atesina, Paola piemontese e Claudia romana (lei sì terrona agli occhi dell'inquilina del piano di sopra). Insomma, Via dell'Istria: cibo, "gioco d'azzardo", scontri culturali, feste, film e un'amicizia infinita.


F

in da ragazzina hai sempre avuto quest'idea di fondo Imparare le lingue e girare il mondo Un'idea da molti giudicata un po' strampalata Ma tu sempre per quella ti sei impegnata. Ecco che allora finita la maturità Pensi che potresti anche cambiare città. Dopo aver superato con successo Il famigerato test di ingresso Via Filzi 14: ancora ignara sul momento Varchi la soglia del palazzo del centro Senza accorgerti di quelle lettere non stampate "Lasciate ogni speranza, o voi che entrate!" Eh già! Perché alla SSLMIT è come essere alle superiori Compiti a casa, verifiche in classe, e se sei in ritardo ti sbatton fuori! E tuttavia ci sono alcune grandi differenze: niente più matematica, geometria o scienze! Solo (o quasi) lingue e civiltà E come te la pensano anche gli altri che sono là! Ci sono molte persone con bellissime storie Nate in un posto e cresciute altrove Oppure bilingui, per motivi vari Ma che bello, che fortunati cari! E inoltre ti accorgi che Trieste è città famosa Per i suoi (molti) culi in posa. Eh già, perché dei pochi ragazzi che ci sono Buona parte preferisce scegliersi tra loro. Uff che peccato… Nessun pensiero ardito Stare qui non ti aiuterà certo a trovar marito! Però ceste1 ... che importanza ha? Si nasconde altrove la felicità! All'università la vita di appartamento Può essere un incubo o un grande portento E se hai problemi con la compagna di stanza Col nuovo anno, ricomincia la danza! Cambi casa, hai una stanza da sola, molto bene, ora sì che si ragiona! Turni per le pulizie, cassa comune, spesa settimanale E che belle sono le cene comunitarie! E i giorni d'inverno, dopo 8 ore di lezione È bello tornare a casa e non avere il magone Ti sdrai sul letto e fuori ascolti la bora E d'improvviso i cattivi pensieri se ne vanno tutti in malora. Quella è casa tua, non l'avresti mai detto Eppure senti che è un posto che non ti sta stretto. Certo in facoltà la vita è dura Alcuni prof fanno davvero paura! "Dimenticate la vostra vita sociale, ragazzi e tutto il resto, Voi siete qui per migliorare il tedesco!" Questa è proprio impazzita Pensi davvero basita Ma ha forse ragione in qualche maniera

Una storia come tante – Maddalena Dal Porto

Salita al castello © Paolo Longo

http://vec.wikipedia.org/wiki/Ceste

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E per 6 mesi ti sbatti in terra straniera. Esperienza entusiasmante, sperimenti la libertà Di essere davvero lontana da mamma e papà. Ambiente internazionale, tu insieme a molte altre persone Davvero lì ci hai lasciato il cuore! E una volta tornata sopporti in modo migliore Il fatto di passare in facoltà tutte quelle ore. Traduzioni, interpretazione di trattativa Tutto per tenere la lingua viva. Ma non solo, ci sono anche diritto ed economia Che spesso e volentieri salti via! Arriva infine la laurea triennale, Ma dopo 10 giorni sei di nuovo sotto esame Test di ingresso per la laurea magistrale. E così inizia una nuova avventura Questa volta in cabina... Una vera paura! Mai nessun volontario, tutti sguardi bassi. Infine la prof chiama e si è costretti ad alzarsi! E dopo una giornata con 6 ore di interpretazione Non riesci più ad ascoltare neanche la televisione Molto molto difficile, non puoi sentire niente Vorresti solo silenzio nella tua mente. Eppure quelli sono gli anni più belli In casa Ghega, i coinquilini come fratelli Uscite insieme, serate in compagnia Davvero non vorresti più andare via! Nel frattempo sei stata in un'altra fredda terra straniera Da dove sei tornata ancor più fedele alla tua bandiera! E quando ti accorgi che il tempo sta per scadere Ti rendi conto di tutte le cose che vorresti ancora vedere Di ciò che non hai fatto, o lasciato a metà Se solo avessi ancora tempo in questa città! Serate al molo Audace, passeggiate in piazza Unità, La sera al cinema in Viale e d'estate a Barcola..che amenità! Il triestino poi ti è sempre sembrato Un dialetto alquanto sgangherato. Una delle cose più divertenti Era il confronto con persone provenienti Da tutta Italia, con il loro dialetto: Quanti modi per dire lo stesso concetto! E di questo sarai sempre orgogliosa: Tu non hai studiato lingue e letteratura! Hanno poco da vantarsi, i cari letterati: Sanno molte cose, sì, ma di tradurre non sono capaci! Chissà che si riesca un giorno a sfatare il mito Per cui per tradurre basta sapere una lingua a menadito. Non è la stessa cosa, ripeti con fare incessante Sottolineando che non sei un vocabolario ambulante. Ed infine lasci l'appartamento E torni a casa per scrivere la tesi... Che avvilimento! Sai che molti avvenimenti e molte cose Sono stampate a caratteri indelebili nel tuo cuore Primi tra tutti i volti di quelle persone

Con cui hai condiviso la tua grande passione. Innanzitutto Eli, la prima amica incontrata Che nei corridoi dopo la prima lezione ti ha abbracciata E la tua famiglia Ghega naturalmente Composta da Nat, Tammy e Puffy semplicemente. Il signor Brigassi poi non va dimenticato Un coinquilino a pieno titolo è quasi diventato. E poi tutta l'allegra compagnia Con cui hai passato anni di (non pura) follia Sì, perché la SSLMIT è una gabbia di matti Da cui si esce senz'altro cambiati. E senza di loro certo sarebbe stata cosa impensata Sopravvivere a lezioni con gente un po' svitata Che fosse Rocky, il Baffo, il Pony o la pedina La lezione non era sempre così carina. Ultima fatica, prima della tesi agognata Gli esami finali, e non è certo una passeggiata. La prima volta non ti è neppure andata bene Davvero ti hanno fatto patire le pene! E adesso che tutto questo se n'è andato via Ti guardi indietro con una punta di nostalgia. Speri di trovare lavoro con le traduzioni Anche se molti compagni di corso hanno altre occupazioni. L'importante per te è curare le lingue, restare attiva Avere molti interessi e rimanere persona viva E possibilmente viaggiare, andare lontano. Non vuoi piantare in un solo posto il tuo deretano! E allora... Che il vento soffi forte sulle tue spalle, Forza cara, mostraci le palle!!!


"NOW, what I want is, Facts. Teach these boys and girls nothing but Facts. Facts alone are wanted in life. Plant nothing else, and root out everything else. You can only form the minds of reasoning animals upon Facts: nothing else will ever be of any service to them. This is the principle on which I bring up my own children, and this is the principle on which I bring up these children. Stick to Facts, sir!" Hard Times, Charles Dickens

P

roprio mentre era in cantiere l'antologia, mia figlia si apprestava a partire per l'università in una città lontana dove non conosceva nessuno, affrontando un duro esame di ammissione, la tensione, l'ignoto, l'incertezza, la solitudine. E io tornavo con la mente ai tempi in cui avevo la sua età e seguivo un cammino simile. È stato inevitabile, in quest'estate di preparazione, raccontarle le mie sensazioni di quei tempi, le esperienze positive e negative, trarre le somme di un periodo così duro, così formativo. Aneddoti ed episodi si mescolano ad altri ricordi di pezzi della vita successiva, momenti forse più significativi, ma lo stato d'animo di quegli anni è ancora vivido. Ricordo molti professori duri, altri arroganti, tutti esigenti, pochi simpatici, e lo stesso vale per i compagni di corso. Troppo spesso mi sono sentita inadeguata, giudicata, soppesata e trovata carente, come Sissy Jupe circondata da troppi Bitzer e priva degli stimoli negli ambiti che amo – l'arte, la letteratura, la sensibilità – in una scuola di "facts" dove ero approdata perché mi piaceva esplorare le lingue, il mondo, la parola. Ma il bilancio non è negativo, perché è una scuola che mi ha dato tanto. La capacità di essere pronta a tutto, di lavorare sotto pressione, per esempio, in mezzo ai rumori, alle sollecitazioni, ai pensieri, alla fretta, dando comunque il meglio, e con soddisfazione. Mi sono aperta al mondo, in un'epoca in cui il mondo per i ventenni di provincia era ancora piccolo. Ma soprattutto ho nutrito l'animo di affetti sinceri, ho stretto legami di amicizia e solidarietà su quella zattera esposta alla bora. Sono amicizie forgiate nel ferro, che resistono con grande confidenza e attaccamento ancora oggi. È il dono più grande dei miei anni a Trieste, e non è poco. Queste sono solo poche righe scarne, ma degli anni di università non ho voglia di ricordare l'alcol, il freddo, il professore matto, la sessualmente promiscua, l'astuta e l'ambiziosa, la prima della classe, la rompiscatole, la sciatica delle lunghe ore in treno, la frustrazione, il caffè delle tre di notte, i disegnini sui libri, gli orsacchiotti portafortuna, gli esperimenti culinari, le lenzuola lavate nella vasca da bagno… Perché quelle sono esperienze di vita universitaria comuni a chiunque, in ogni facoltà e in ogni città. Il mio ricordo è quello dei miei migliori amici, e l'ho scritto con il cuore. Girl number twenty

Hard Times – Alessandra De Angelis

Trieste – Catena marina © Massimo Sangermano


H

Con il fiatone – Lorenza Destro

Gulls & Wind © Osvaldo Pieroni

o percorso il mio cursus studiorum superiore con il fiatone, cinque anni di liceo e quattro di università a rincorrere, a inseguire, a cercare di stare al passo con gli altri. Dalla dimensione intima e protetta delle scuole medie fui catapultata, per puro caso, al patavino Liceo Scientifico Statale "E. Fermi", definito ufficiosamente e un po' pomposamente "il college di Padova", forse per contrastare il potere e lo status del blasonatissimo "Tito Livio". Va da sé che il "college" era frequentato dalla buona borghesia della città, da figli di rinomati professionisti, industriali, professori e funzionari statali di alto livello. Tutti o quasi abitavano a ridosso di Prato della Valle e nei dintorni, così che arrivavano in classe all'ultimo secondo, con lo sbaffo del dentifricio sulle labbra e la faccia piena di sonno, mentre io e gli altri due unici paria provenienti da fuori le mura, con l'autobus arrivavamo venti minuti prima della campanella, un'eternità rubata al sonno e sacrificata sull'altare della puntualità. Il fiatone ce l'avevo per arrivare in tempo alla fermata dell'autobus, ma quello era fiato corto dovuto alla corsa. Molti dei miei compagni di liceo si conoscevano già, vuoi perché avevano frequentato le medie assieme, vuoi perché le rispettive famiglie si conoscevano, vuoi perché erano rampolli di famiglie di industriali ben in vista in città. Costituivano già di per sé un piccolo circolo e l'ammissione al club era subordinata all'approvazione dei soci. Che alcuni di loro non mi lesinarono, per mio (scarso) merito e per loro (grande) noncuranza. Dico tutto questo perché, quando i cinque anni di liceo finirono, tirai un profondo e liberatorio sospiro di sollievo, senza sapere che il fiatone me lo sarei portato dietro anche all'Università. Della Scuola non sapevo una beata ceppa fino alla maturità. Le idee sul prosieguo degli studi erano poche e ben confuse: una mattina mi svegliavo che volevo diventare archeologa, il giorno dopo mi impallinavo per la musica, ma essendo priva di qualsiasi estro artistico, l'idea morì sul nascere. La passione per lo sport mi spingeva verso l'ISEF, cosa che mi intrigava parecchio, se non altro per avere la possibilità di frequentare l'ambiente sportivo che trovavo in linea con le passioni che nutrivo. Le lingue mi erano sempre piaciute, adoravo l'inglese e il modo in cui mi era stato insegnato, ma non volevo prendere Lingue a Padova, non ricordo per quale oscuro motivo. Come spesso accade, il suggerimento era a portata di mano, sotto i miei occhi e non me ne ero accorta. Un amico d'infanzia, ex vicino di casa, più grande di me di quattro anni, si era iscritto alla (per me) semisconosciuta "Scuola Interpreti di Trieste" e si trovava a buon punto con gli studi. Non ci vedevamo da tempo, lui era "grande", frequentava altri giri, ma l'amicizia di fondo, come un sottile fil rouge che non si spezza mai, era rimasta. Fu S. a farmi entrare in quel mondo che allora sembrava lontano più di Alpha Centauri. Fu lui a dirmi che c'era l'esame d'ammissione e che, comunque, il difficile non era entrare, a Trieste, ma uscirne, senza troppi danni dal punto di vista psicologico e anche fisico. Parole vere, che non presi molto sul serio perché mi sembravano un tantino esagerate. Conseguii la maturità col fiatone perché la mia classe era composta in prevalenza da geni (gli unici tre sessanta sessantesimi di tutta la scuola erano nella mia sezione) e quindi anche una come me, che andava bene, ma non era una secchia, non riusciva a brillare nel modo giusto. I miei compagni erano oro zecchino, splendevano con facilità e senza sforzo, almeno apparente, mentre io ero peltro, cupo e piombigno oppure, se proprio mi andava bene, ero silver plate, luccicante sì, ma solo se ci davi dentro con olio di gomito. E quindi col fiatone recuperavo il gap che mi separava da loro, gente che a diciassette anni aveva girato già tutta l'Europa, gente che andava in vacanza tre mesi per città d'arte e musei, gente che aveva la casa a Cortina per la settimana bianca e ad Albarella per le ferie estive. Gente che era esposta a una miriade di stimoli e che giocoforza era più scafata di me. Con questo non voglio sminuire la mia estrazione sociale, anzi. Non passa giorno della mia vita senza che io non rivolga un pensiero di gratitudine alla mia famiglia che mi ha permesso di studiare (non solo, ma di studiare quello che volevo io) e comunque, se i compagni di liceo conoscevano Parigi come la Guizza, io potevo vantare conoscenze meno cosmopolite ma altrettanto vendibili, come riconoscere un Parmigiano Reggiano stagionato 36 mesi da un volgare Grana Padano ancora umido, sgamare un vino allungato con l'acqua del pozzo spacciato per vino di qualità, saper riparare una gomma di bicicletta in emergenza, tirare la sfoglia al mattarello. Il segreto sta tutto nel saper snocciolare il proprio bagaglio culturale nei modi adeguati e nei tempi giusti. Nel dubbio, basso profilo, orecchie ben aperte e bocca chiusa. Meglio stare zitti e dare l'impressione di essere stupidi


che aprire la bocca e fugare ogni dubbio. Ma questo l'avrei capito più tardi e quando mi apprestavo ad andare a Trieste, a questi trucchi e astuzie non ero ancora arrivata. Ne ero lontana anni luce. L'estate dopo la maturità trascorse in una spensieratezza pressoché totale. Il vaffanculo indirizzato con la forza della mente ad alcuni compagni di liceo ebbe un effetto liberatorio e alla fine mi sentii leggera come un piumino di pioppo. Mai più il fiatone a rincorrere la figlia della professoressa tale, il figlio del professor talaltro. Mai più senso di inadeguatezza, mai più rincorse in salita per arrivare dove gli altri arrivavano come se stessero pedalando in discesa. Ormai ero uscita da quella prigione mentale e il mondo non mi conosceva, ero una in mezzo a tanti. Avevo deciso di provare l'esame di Trieste, ma a parte i testi che il prode S. mi aveva procurato (e che mi avevano gettato nello sconforto più totale, tanto erano difficili), la mia preparazione per l'esame consisteva in lunghe sgambate in bicicletta su e giù per i Colli Euganei, in one-day trip a Sottomarina da cui tornavo color rosso gambero, in visite alle mostre a Venezia, in chiacchierate oceaniche con gli amici: in buona sostanza, in un puro e cristallino cazzeggio. Ero tranquilla perché, in caso (molto probabile) di bocciatura, c'era l'opzione alternativa, cioè l'esame di idoneità all'ISEF che avrebbe avuto luogo a ottobre inoltrato, quando i risultati di Trieste sarebbero già stati pubblicati. Quindi coi tempi c'eravamo. Con la preparazione pure: potevo, in una sola estate, acquisire la sensibilità linguistica di una madrelingua? Ovvio che no e quindi optai per lo stile "lasciamo fare al destino". All'inizio di settembre il mio "uomo all'Avana" telefonò per comunicarmi la data dell'esame. Un po' di pippaculo mi venne, a essere sinceri, ma passò nel giro di due o tre ore. Il giorno prima della data fatidica partii, concentrata ma non tesa. Certo, ci tenevo molto, ma analizzando con obiettività la situazione, le chances di successo erano risicate. La sera prima dell'esame fui ospite, con ruolo di "abusiva", alla Casa dello Studente (la "Nuova" in gergo studentesco), in una stanza che l'ottimo S. aveva trovato, approfittando dell'assenza della legittima occupante. Di chi fosse la stanza non è rilevante: la cosa importante che ancora oggi mi commuove è che in quell'occasione molte persone mi hanno accolto a braccia aperte, io sconosciuta aspirante matricola e all'oscuro di tutto, dell'Università, della Scuola, della città. In "Tutto su mia madre", meravigliosa pellicola, la protagonista spesso afferma di "credere sempre nella bontà degli sconosciuti". Vero, verissimo, ogni volta che rivedo il film penso ai miei fantastici tutor del periodo dell'esame d'ammissione. Con alcuni di loro mi sento ancora con regolarità: per me hanno rappresentato un sicuro approdo in un mare sconosciuto e mai mi hanno fatto mancare il loro supporto. Sono stati una famiglia acquisita che comunicava fiducia, coraggio, energia. Con questi presupposti, pensai, questa Facoltà non può essere poi così tanto male. Mai feci errore di valutazione più madornale! Il giorno dell'esame di ammissione per la lingua inglese, una tersa mattina di settembre spazzata da una leggera bora "ciara", la baraonda davanti all'aula di Economia e Commercio era tanta e l'atmosfera densa come uno yogurt greco. Non ricordo nessuno dei candidati in particolare, quelli che poi sarebbero diventati i miei compagni di corso e (s)ventura. Li visualizzo nella mia mente per macro-aree: c'erano i sicuri di sé, che ostentavano noncuranza e quasi noia; gli schizzati, dallo sguardo atterrito e sempre con le fotocopie in mano fino a pochi istanti prima di entrare; i sottomessi, che già dallo sguardo timoroso di agnello-alle-porte-del-mattatoio si vedeva che non credevano in quello che facevano; i fatalisti, quelli venuti a "provare l'esame", con una discreta dose di faccia di bronzo e una preparazione linguistica a macchia di leopardo. E poi la categoria "Lorenza", ultima per serietà e prima in cazzeggio. La prima fregatura arrivò subito, ma pochi di noi lo sapevano: l'esame si sosteneva presso il corpo centrale dell'Università, in quel complesso architettonico razionalista che incuteva un certo timore, in cima a via Fabio Severo (che vista mozzafiato, da lassù!), mentre la sede della Scuola era relegata in via Bartolomeo d'Alviano, in un edificio grigio e privo di ogni attrattiva che in passato aveva ospitato uno jutificio (che vista di cacca, da laggiù!). Una volta arrivati, ci fecero transumare in un'aula piuttosto ampia nella quale si aggiravano già alcune figure. Quelle sì, che me le ricordo. Caspita, se me le ricordo! I professori officianti me li sarei ritrovati davanti per i seguenti quattro anni, almeno, e comunque quelle facce mi sarebbero rimaste impresse nella memoria omnia saecula saeculorum, a prescindere dall'esito dell'esame.

Prima prova: dettato. Lo lesse un giovanotto secco e baffuto, ginger haired e dalla faccia impestata di efelidi. Che mi tornarono subito simpaticissime perché quando il tizio iniziò a parlare, capivo quasi tutto. Il dettato andò bene, almeno quella fu la mia percezione, e ciò mi dette una sferzata di adrenalina e ottimismo. Carica come una molla, mi risistemai con maggiore sicurezza sullo scomodo seggiolino. Seconda prova: traduzione italiano-inglese. Una virgola di donna, alta quasi quanto la cattedra, si aggirava con un "sorriso da caimano" (mi si perdoni la citazione, ma è solo così che la si può definire) tra i banchi. Sembrava la versione zippata e invecchiata della romantica donna inglese di Montesano, con i dentoni sporgenti, gli occhiali con la montatura di celluloide nera che andava di moda ai tempi di Churchill e i capelli sale e pepe (già allora più il primo che il secondo). Con una vocina appena udibile e un accento posh quanto basta, ci dava le indicazioni per l'esame (in realtà solo informazioni di servizio, tipo il tempo a disposizione, ora di consegna e dettagli del tutto accessori). Le frasi da tradurre erano impegnative, per una ex-liceale, però mi concentrai e a parte qualche roncio orrendo di cui ancora conservo memoria, ero abbastanza contenta del lavoro fatto. Incredibile. Ero soddisfatta di me. Terza prova: officiava, in questo caso, una versione nostrana di Morticia, una segaligna alta e spigolosa, con i capelli neri come pece e lisci come seta. L'unica differenza sostanziale stava nell'incarnato, ben più mediterraneo e sano di quello della signora Addams. Mi ispirava sentimenti contrastanti: l'insieme, pur essendo lugubre anzichenò, veniva stemperato dall'assurda e inequivocabile cadenza triestina, conferendo a tutto il personaggio una simpatia incongrua. Le frasi da rendere in italiano, svincolate dal contesto, erano piuttosto infide, ma riuscii a imbastire traduzioni (credo) passabili. Il brano di Vidiadhar Surajprasad Naipaul era davvero tosto, sempre per gli standard di una ex-liceale. I termini, il ritmo della prosa, la resa italiana, tutto era brutalmente demanding per la preparazione di allora. Anche qui, inanellai (almeno) un paio di cazzate davvero feroci: tuttora mi chiedo come Morticia me le abbia fatte passare, considerando che poi, a lezione, non faceva sconti di alcun genere a nessuno, nemmeno a Dante Alighieri in persona, se solo si fosse azzardato a varcare la soglia di via d'Alviano. Alla fine delle prove mi fiondai subito in stazione per prendere il primo treno per Grado, dove una banda di amici smandrappati mi aspettava per fare baldoria. Ormai il dado era tratto e l'attenzione si era già spostata verso un altro fulcro di interesse, il cazzeggio, futile quanto volete, ma perfetto per distrarre la mente dall'ordalia divina. Se il periodo estivo era stato rilassato, il mese che trascorse dall'esame all'uscita dei risultati, fu di svacco e sbando totali. Non facevo niente di niente, leggevo montagne di libri, giravo in bicicletta per la campagna, mangiavo "a mandibola battente" e attendevo serena e ignara il mio destino: Scuola Interpreti o ISEF? S. telefonò verso mezzogiorno di una giornata di ottobre dalla luce dorata e dall'aria tiepida. La notizia c'era e allora mi parve bella, bellissima, stupenda, meravigliosa. Di lì a un mese, avrei ripreso a combattere con il fiatone. Fiatone che mi sarei tenuto almeno per un altro paio d'anni.


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Divagazioni internazionali – Lorenza Destro

Pinkish Trieste © Dita Anggraeni

l suo soprannome ufficiale era "dottor Divago". Non perché assomigliasse al fascinoso Omar Sharif nei panni del medico poeta, per quanto anche lui fosse dotato di una certa classe, ma perché durante le sue lezioni amava deviare dall'argomento principale e approfondire aspetti reconditi di questioni del tutto anodine. Io lo avevo ribattezzato "Sior Lustrissimo" per via di quel completo blu, di buon taglio sartoriale, che però era piuttosto liso e "lustro", tanto che sui baveri della giacca ci si poteva specchiare. Secondo me, portava quell'abito solo per venire in via d'Alviano, poiché un posto così sporco, degradato e desolante forse non meritava di essere visitato con addosso un vestito più nuovo. Non credo nemmeno si trattasse di scarsa disponibilità finanziaria, poiché l'avvocato raggiungeva la facoltà in taxi, per noi studenti l'equivalente di una follia monetaria inconcepibile, dato che gli autobus a Trieste erano efficienti, puntuali e frequenti, una manna per le nostre finanze sempre piuttosto scarse mentre il taxi era una cosa esotica, quasi da film poliziesco. Ai miei tempi, l'avvocato era titolare del corso di "Organizzazioni internazionali". Teneva le sue lezioni davanti a una torma di studenti, in prevalenza femmine, una falange di furie in sindrome da pre-ciclo, ciclo, postciclo, biciclo, triciclo oppure depresse per essere state lasciate dal ragazzo, o demotivate per un esame andato male, o irritabili per un'unghia incarnita, e si potrebbe andare avanti all'infinito. Un nugolo di api incazzate, col pungiglione sempre pronto a colpire. I pochi maschi erano, per fortuna dell'avvocato, abbastanza defilati, fuchi in un alveare, e la loro presenza era un sollievo minimo rispetto all'improba fatica di tenere a bada un esercito di piccole minerve in esubero ormonale. Nel bel mezzo della lezione, all'avvocato capitò di assistere a battibecchi miserabili tra giovani studentesse, senza che il povero insegnante si azzardasse a mettere bocca. Come si può mettere a tacere una erinni altoatesina che inveisce, in piena lezione, contro una vegetariana integralista talebana, la quale incita gli astanti a raccogliere fondi per regalare un "corso di buone maniere" alla studentessa sudtirolese? All'avvocato toccava questo e per fortuna anche altro, di molto più ameno, come individuare una spallina orfana in mezzo all'aula. Negli anni '80 le spalline erano imprigionate sotto gli elastici del reggiseno. Andava tutto bene se non ti muovevi troppo, ma se poco poco ti scomponevi, addio impalcatura. E le ovatte te le ritrovavi dappertutto, anche dietro la schiena oppure solitarie davanti alla cattedra. A noi della Scuola non sarebbero servite, le spalline, anzi le spallone: le spalle venivano tornite a furia di randellate psicologiche e batoste morali, ma la moda era quella e non ci si poteva esimere. Se siamo sopravvissute alle spalline, alla Scuola e a Madame Politi - in questo preciso ordine - allora proprio delle schiappe non siamo. Durante una lezione alquanto soporifera, io e la Ghiga, come quasi tutti i presenti, prendevamo appunti con la solita diligenza. «… poiché l'Italia, con l'invasione dell'Etiopia, aveva violato l'articolo XVI dello statuto della Società delle Nazioni, fu da questa penalizzata con sanzioni economiche, le famose ….» Il professore continuava a pontificare con la sua erre tremolante. La faccenda delle "inique sanzioni" di mussoliniana memoria è cosa cognita per chi ha anche solo un'infarinatura di storia e pertanto il livello di attenzione mio e di Ghiga era minimo. Con metà cervello in folle, avevamo agio di osservare l'endroit umano attorno a noi. All'occhio attento e spietato della modenese non sfuggì la mise di una compagna, inviluppata in un vestitino very cheap di maglina, di quella che fa i pelucchi e i pallini sotto alle ascelle, di una qualità così scadente che nemmeno ai mercati di Calcutta si trova più. «Lorenza, hai visto il colore del vestito della **?» bisbigliò a un certo punto Ghiga, svegliandomi dal torpore indotto dalla melliflua voce di Divago. «Sì, allora?» replicai sottovoce, perché non riuscivo a capire dove volesse andare a parare la mia amica. «È lo stesso colore della RASPACULO» puntualizzò perfida, pregustando la mia prevedibile reazione alla frase. Già di per sé il termine "raspaculo" è abbastanza self-explanatory e ameno, ma se accompagnato da una doviziosa e puntuale spiegazione - dicesi "raspaculo" un tipo di carta igienica di color rosa pallido polveroso, di bassa qualità, dalla superficie rugosa e irregolare - diventa un'immagine devastante che nell'immediato mi provocò un'ondata irrefrenabile di ilarità. Ilarità che doveva


essere fermata, per rispetto al professore che si stava crogiolando con metodica puntigliosità sulle nefaste ripercussioni autarchiche delle famose sanzioni di cui sopra. Nonostante gli immani sforzi per dissimulare la sghignazzata, il meglio che riuscii a fare fu soffocare una sonora risata in una specie di roboante grugnito suino, che rimbombò con fragore nell'aula. Credo di essere diventata, in viso, di tutte le sfumature del rosso, dal rosa confetto al rosso magenta (passando per la nuance rosa raspaculo) più per il gran ridere che per la sonora esternazione, mentre l'avvocato, da vero gentleman, senza alterare il tono di voce commentò con un laconico: «Caspita, questa doveva essere proprio buona» e riprese imperterrito la lezione. Gli appunti di quella lezione rimasero incompleti, in quanto le conseguenze della sapida battuta si fecero sentire per i seguenti dieci minuti, durante i quali mi si seccò la punta del Tratto Pen e la Ghiga se la rideva di gusto sotto la sua folta e ricciolutissima capigliatura. Dopo la fine degli studi, mi è capitato a volte di insegnare e mi sono resa conto di quanto possa essere irritante avere un uditorio distratto e chiacchierone. Per questo motivo in seguito ho apprezzato la nonchalance del professore durante l'episodio suino e gli porgo scuse tardive per la mancanza di rispetto nei confronti suoi e della sua materia. Ho anche un altro motivo per apprezzarlo. Le sue, erano lezioni "cuscinetto". Lezioni in cui si poteva tirare il fiato, rilassare i nervi e la mente, lasciarsi trasportare dal flusso della sua arte retorica. In giornate di 6-8 ore di lezione, durante le quali umiliazioni gratuite e tensione nervosa erano la norma, seguire "Organizzazioni internazionali" era come staccare la spina e tornare a ritmi più rilassati e umani. In quelle due ore mi sentivo esonerata dalla competizione coi "maledetti bilingui", dalla fatica di inseguire i secchioni, dallo sforzo di cogliere tutto l'oro colato che usciva dalla bocca dei professori. Durante quelle ore di lezione sembrava quasi di essere in una facoltà normale... Quasi.


I

l 24 luglio 1908 il maratoneta carpigiano Dorando Pietri tagliò per primo il filo di lana alla maratona delle Olimpiadi di Londra. Poiché negli ultimi metri fu sorretto dai giudici, in quanto stremato dalla fatica e dal caldo insolito per quelle latitudini, fu squalificato e perse la medaglia d'oro. Tuttavia, la sua impresa fece ben presto il giro del mondo e sir Arthur Conan Doyle, allora inviato del Daily Mail, si fece promotore di una sottoscrizione per compensare Pietri della perdita della medaglia. La regina Alexandra, consorte di Edoardo VII, lo premiò con una coppa dorata e il compositore Irving Berlin gli dedicò una canzone. Incredibile a dirsi, ma Dorando Pietri divenne famoso per non aver vinto. Il pomeriggio del 24 luglio 1986, mi sentivo come Dorando Pietri. Ma solo un po'. A Trieste faceva un caldo africano e nei corridoi sporchi, squallidi e desolanti della Scuola non c'era quasi nessuno. Dopo una maratona di esami infinita, con risultati alterni, facevo parte di una manciata di studenti sudaticci e fibrillanti, in attesa di sostenere l'esame di Linguistica Generale e Applicata, con il "Terribile", a quei tempi anche Preside di Facoltà. Nel piano di studi ufficiale il corso aveva quel nome articolato e serioso; nel mio cursus studiorum personale lo avevo trasformato in "Tontologia e Scienze Confuse" tanto erano incomprensibili e avulse da ogni contesto le lezioni del suddetto professore. Lezioni che, in realtà, non ho mai frequentato, su precisa indicazione dei miei fantastici tutor personali del primo biennio, che mi consigliarono di conservare le energie per altri corsi, argomentando il consiglio con le seguenti motivazioni: a) le lezioni di linguistica si svolgevano il lunedì mattina dalle 8.30 alle 10.30 (traduzione: per seguirle, dovevo rientrare a Trieste la domenica sera anziché il lunedì mattina); b) più spesso che no il docente si presentava alle 10.10, faceva scoreggiare il cervello in banda larga e tanti saluti (sottotitolo: se voglio perdere tempo, conviene andare per osmize che mi diverto di più); c) l'esame verteva su argomenti del tutto diversi dai temi trattati in classe (domanda: perché tutto ciò? risposta: siamo nati per soffrire, una delle frasi favorite del Terribile).

Dorando Pietri e la linguistica applicata – Lorenza Destro

Running Uphill/Downhill © Paolo Zardi

Adesso, a ripensarci su, un po' mi dispiace di aver perso le lezioni del Terribile, di cui mi raggiungeva l'eco tramite i compagni di corso che invece frequentavano più o meno assiduamente. Erano lezioni in cui il Terribile (stra)parlava di cose assurde, che però preparavano a interminabili e infuocate partite di Trivial Pursuit, gioco di società allora molto in voga, in tempi in cui internet era fantascienza, la tv satellitare roba da Star Trek e la Wii se la potevano permettere solo i futuri astronauti. Venni così a sapere, relata refero, che il professore era un assiduo frequentatore della Costa D'Avorio e nello specifico della tribù dei bawlè. A questo proposito, mi corre l'obbligo di citare la vignetta di Marcello Pennarello in cui si vede un indigeno con osso al naso e gonnellino di paglia che informa una sparuta scolaresca di una improbabile "sguola ber inderbredi" di Ouagadougou sulla conferenza che andrà a tenere: Fora i ‘striani de Servola! Molto poco politically correct ma molto esilarante. Sempre dai racconti dei miei colleghi seppi che i bawlè chiamano i figli col nome della settimana e pertanto il Terribile, in loro onore, fece lo stesso con una figlia. Mi auguro che almeno le abbia dato il nome nella lingua bawlè, altrimenti se vi capitasse mai di leggere sul giornale di una Giovedì o una Lunedì C* che ha commesso patricidio, non saltate subito alle conclusioni che la gioventù è allo sbando, corrotta e plagiata dai videogames ma siate indulgenti e comprensivi. Senza tema di smentita, credo che il professore in questione detenga, ex aequo con la versione inglese di Polentina di collodiana memoria, la palma di recordman sia come produttore assoluto di aneddoti che come oggetto degli stessi. Dall'ormai leggendario colloquio con una esaminanda: Terribile: Signorina, quando ha fatto l'amore per l'ultima volta? Studentessa: Ieri sera, professore. Terribile: Bene, 30 e lode e può andare!


Cosa di cui sospetto la matrice di leggenda metropolitana, al campanaccio da mucca frisona con cui era solito chiamare le esaminande al grido di "venite, belle muccarelle", dalle incoraggianti e calorose parole di benvenuto il primo giorno di lezione: "Siete tanti e vi spiaccicherete come mosche sul vetro" alle sue divagazioni sulla trasposizione in musica del Circolo Pickwick da parte di Claude Debussy, tutto contribuiva a renderlo un personaggio sui generis. Durante il mio primo anno di frequenza ci fu un'ondata di freddo siberiano e il Terribile si presentava a lezione con i rampini agganciati sotto alle scarpe, strumenti che gli permettevano di non spaccarsi l'osso del collo lungo le salite gelate della città e che lo facevano sembrare, nell'atrio liscio e piastrellato della scuola, un goffo tiptapeur, a metà tra Fred Astaire e Kobe Bryant. Con questo e moltissimo altro, il Terribile aveva creato attorno a sé un alone di mito folle che ha terrorizzato generazioni di studenti. Per una congiunzione astrale oltremodo favorevole, grazie alla Luna nella settima casa e Giove allineato con Marte, o forse, più prosaicamente, perché non era riuscito a prenotare le ferie per tempo, il Terribile quell'anno decise di concedere, bontà sua, un post-appello alla fine di luglio. Con la fregola che avevamo tutti di finire gli esami per tempo per sostenere gli esami di diploma e continuare a massacrarci gli zebedei nel fantasmagorico secondo biennio, non ci pareva vero di avere un'occasione in più per tentare l'esame. Tentare è il verbo più giusto, perché sostenere l'esame con il Terribile era l'equivalente della roulette russa. Potevi sapere il Lyons a memoria, essere diventata parente di Canepari a furia di ripetere i fonemi della lingua piccarda arcaica, ma se LUI ti chiedeva il sistema vocalico del bambarà (che non esiste in nessuna dispensa), potevi alzarti e andare a Barcola a prendere il sole. Anche la sottoscritta, nonostante una maratona di esami sfiancante, decise di dare l'esame, terrorizzata come tutti, di non riuscire a finire gli esami in tempo e di perdere l'anno. Cosa che, peraltro, si verificò con precisione chirurgica, ma per altri motivi. Quel 24 luglio ero ancora ignara del mio destino: ero un fascio di nervi sudati e pensavo solo a superare l'esame. Eravamo una quindicina scarsa e io ero l'ultima. Prima di me, c'era stata la solita e prevedibile strage degli innocenti: tutti bocciati, tranne l'imperturbabile e flemmatico Mauro Bubnic, che prese nientemeno che trenta. Quando uscì dalla stanzetta, lo guardammo come se fosse stato una visione paradisiaca, anticipato da un coro di cherubini, pioggia di petali di rose e profumo di violetta. Chi lo voleva toccare, chi gli voleva strappare un pezzo della maglietta come reliquia, insomma scene di delirio mistico-studentesco. Mauro, con la sua aria sorniona e il suo meraviglioso senso dell'understatement, da vero gentleman qual è, glissò con eleganza sul risultato e se ne andò sollevato e felice a casa. Venuto il mio turno, il Terribile mi guardò e chiese la mia provenienza. "Questa la so!" pensai tutta soddisfatta e risposi a tono. Dedussi che il mio caso non costituiva nulla di esotico per gli interessi fonetici del Terribile, perché subito dopo lasciò seccato la stanzetta senza salutare. Dopo una giornata di tensione nervosa alle stelle, di ansia e di condizionamenti psicologici negativi, feci un esame schifoso ma l'assistente del Terribile, con due laghi di sudore sotto le ascelle e con gli occhi a palla, mi chiese se accettavo un diciotto. Senza pensarci due volte, dissi di sì. Diciotto equivale a dire "togliti dai piedi prima che ci ripensi e ti bocci" ma considerate le circostanze, il mio diciotto mi sembrava bello come un trenta. All'uscita dell'auletta, non c'era nessuno. La mia gloria, al contrario di quella di Dorando Pietri, durò l'espace d'un matin (o per l'esattezza, d'un aprés midi) ma come l'atleta carpigiano ero arrivata sfiancata, disorientata e in bambola dopo decine di esami, settimane di preparazione, ore di traduzioni, chilate di esercizi sul Thomson and Martinet (che vorrei tanto vedere in faccia, così, giusto esprimere loro il mio odio), prove di vocalizzazione sul quadrilatero fonetico e stronzate etnolinguistiche in ordine sparso. Infatti, il giorno dopo già non c'era traccia del post-appello, se non sul libretto universitario. Per un attimo fui famosa (assieme a Mauro) per aver superato l'esame, seppure per un pelo. Un diciotto non si può certo definire un risultato brillante, una vittoria di cui andare orgogliosi, ma in una giornata nera come quella, in terra caecorum, monoculus rex. Fino a non molto tempo fa, il 24 luglio era una giornata in cui mi concedevo un piccolo lusso. Un aperitivo con gli amici, una pizza, un'intera giornata al mare, un po' di shopping fatuo: una qualche minuscola gratificazione per festeggiare una evento così fondante come non aver più a che fare, almeno in persona, con LUI. Se il Terribile sospettasse quali danni psicologici ha generato in legioni

di studenti, beh… a parte che sono certa che lo sappia molto bene, credo non gliene fregherebbe più di tanto, impegnato come immagino sia nella contemplazione del suo ombelico etnolinguistico. Qualche tempo dopo l'esame, sfogliando a caso il Devoto-Oli, inciampai nel lemma "cazzo". Il dizionario è democratico, elenca con asettico rigore tutti i termini che i parlanti usano e quindi siamo noi utilizzatori che conferiamo dignità o meno alle parole, non il compilatore. La nota etimologica è a nome del Terribile. Da quando l'ho scoperto, se mi capita di pensare a lui (eventualità remotissima, visto che la linguistica generale e anche applicata non ha molto utilizzo in azienda), la mente non va al bawlè o al sistema intervocalico dello swahili, ma al professore del:

Queste sì, che sono soddisfazioni. A prescindere dalla linguistica, sia generale che applicata (a cosa, poi?) uno dei miei sogni nel cassetto è correre una maratona. E onorare la memoria di Dorando Pietri.


D

urante il periodo della Scuola, i "bilingui" mi stavano sulle scatole. E non poco, anzi, parecchio. Quasi tutti provenienti da famiglie più che agiate, figli di diplomatici, professionisti affermati, giornalisti di grido, addirittura rampolli di nobile lignaggio; nessun figlio di lavandaie o elettrauto, nessun blasonato discendente di casate di metalmeccanici o minatori, neppure alla lontana. Li potevi riconoscere alla prima occhiata, nel mare magnum delle matricole: aria superiore, sguardo glaciale, pelle diafana e incarnato spettrale per gli anglo-italiani; espressione dura, occhi cerulei e mascella tagliata con l'accetta per gli italo-tedeschi; nasetto all'insù ed espressione schifata da Re Sole-sfrattato-da-Versailles-e-costretto-a-vivere-in-una-topaia per gli italo-francesi. Denominatore comune per tutti: far sentire delle fantozziane merdacce il resto degli studenti italofoni. E per i primi tempi, con me ci erano anche riusciti, questi privilegiati, a farmi sentire una nullità, ma solo perché io glielo avevo permesso. Purtroppo però questa cosa l'ho capito dopo, molto dopo. Ma fa niente, sono sopravvissuta. Se essere l'incrocio, più o meno voluto, di cromosomi poliglotti erranti sul globo terracqueo non è una colpa, perché il destino cinico e baro dispensa i suoi doni "a pene di segugio", non per questo, tu, o madrelingua baciato dalla sorte, che parli, per default, almeno tre lingue e che hai vissuto in mezza Europa, devi far pesare lo status di privilegiato ai compagni di corso meno fortunati. Ma si sa, a vent'anni, in un ambiente oltremodo competitivo come il nostro, ogni arma è lecita pur di ingraziarsi il corpo docente e riuscire a emergere dalla massa. Quale massa, poi: al confronto con le altre facoltà universitarie, noi eravamo quattro gatti già da subito, dal primo anno, prima che la mannaia della selezione naturale procedesse a un'inarrestabile decimazione. Le lezioni di Esercitazioni Pratiche di Lingua Inglese erano quelle che trovavo più utili, ma anche quelle che mi gettavano nel panico più totale. A quei tempi, il mio bagaglio linguistico era costituito dallo studio dell'inglese al liceo, peraltro di livello egregio, coadiuvato dalla conoscenza approfondita di tutto il corpus delle canzoni dei Beatles, da letture in lingua di argomenti molto variegati, da conversazioni estorte a turisti e vicini di casa e poco altro. Per la pronuncia, poi, ero alla deriva completa, in balìa dei cantanti pop: non avevo uno standard di riferimento e avevo un forte accento veneto anche nel dire un semplice "yes". Fino ad allora, per me, abituata ai fonemi grezzi e aspri del dialetto padovano, il massimo dell'esotismo fonetico era la "erre" arrotata degli abitanti di Mestre ("ghe sbiro mì"). Figuriamoci cosa ne sapevo dell'accento popolare Brixton, di quello posh di Mayfair, delle varianti fonetiche e dei segreti della Received Pronounciation. Ben poca cosa, quindi, al confronto dei bilingui, che, emuli del professor Higgins, conoscevano a menadito le inflessioni dei quartieri di Londra, avevano una conoscenza anglo-enciclopedica quasi totale e sapevano pronunciare, alla velocità della luce, infidi e micidiali scioglilingua. Durante una delle primissime lezioni di lingua, non ricordo come, uscì l'argomento delle counting rhymes, le filastrocche per fare la conta quando, da bambini, bisogna decidere "a chi tocca". Noi italofoni esibimmo uno sguardo interrogativo (primo sottotitolo: perché devo sapere una cosa così idiota e poi, secondo sottotitolo: a che caspita mi serve sapere il corrispettivo inglese di "ambarabà ciccì coccò" per tradurre i manuali di elettronica?) quando, nel silenzio siderale dell'aula, partì una vocina, sottile ma determinata, che cominciò a declamare: Eeny, meeny, miny, moe Catch a baby by the toe If it squeals let it go, Eeny, meeny, miny, moe.

Eeny, meeny, miny MO – Lorenza Destro

Carnival © Francesca Agovino

Ci mancò solo che la proprietaria della vocina salisse in piedi sulla sedia per ricevere l'applauso, come quando a Natale i bimbi recitano la poesiola. Lo sguardo compiaciuto del docente motivò ancor di più la diafana studentessa, che, ormai senza alcuna remora, rincarò la dose con: Humpty Dumpty sat on a wall. Humpty Dumpty had a great fall. All the king's horses and all the king's men Couldn't put Humpty together again.


Dopo questa secondo sfoggio di sapere anglico, il silenzio diventò imbarazzato e nervoso. A toglierci dall'impasse - si fa per dire - ci pensò il docente, il quale, con molto poca signorilità e ancor meno senso dell'understatement, riversò verso tutti gli studenti - meno una - uno sguardo di disprezzo e di commiserazione, come a dire, "visto che roba, eh, ignoranti?" Noi italofoni ci guardammo negli occhi e pensammo tutte la stessa cosa: ma chi ce lo ha fatto fare a venire fin qua a farci prendere a pesci in faccia! Ma per fortuna, una giustizia linguistica c'era. E la personificazione di questa giustizia portava il nome di Rosanna Rosini, che, con sarcasmo truce ma a modo suo divertente, randellava, in perfetto dialetto triestino, noi aspiranti traduttori: monolingui, bilingui, trilingui, sloveni, eritrei, indiani, persiani, maschi, femmine, transgender (oh yes, non ci siamo fatti mancare nulla, in quegli anni): tutti accomunati dalla stessa sorte, essere oggetto di critiche linguistiche feroci sul nostro italiano, a giudizio della docente triestinofona, insicuro e zoppicante. I suoi bersagli preferiti erano, guarda caso, i bilingui, cosa che mi riempiva di una malcelata soddisfazione, soprattutto quando, all'uscita dei risultati degli esami di traduzione inglese-italiano, i loro cognomi intarsiati da esotici trattini erano assenti dalla lista affissa in bacheca.


Prima

Q

L'Uomo dal fiore in bocca – Lorenza Destro

Globe in Trieste by night © Daniele Ceccato

uando lo studente della Scuola arriva a sostenere l'esame di traduzione ita-ing II con elementi di traduzione specializzata, intravede una flebile luce in fondo al tunnel di quattro anni di corso. Di strada ce n'è ancora molta da fare, se va bene restano solo - si fa per dire - gli altri esami del quarto anno (se va male, anche qualcuno del terzo), poi tesina, finali e tesi di laurea. Ma in ogni caso, arrivare al secondo esame del biennio di specializzazione era una piccola conquista, un traguardo volante, che, se superato, chiamava a raccolta le residue risorse fisiche e psicologiche per cercare di arrivare a fine tappa con maggior grinta e determinazione. L'esame si articolava in una prima parte, consistente nella traduzione di un testo svolto in classe durante l'anno accademico, una sorta di "sgambata" cerebrale per sciogliere le sinapsi e arrivare con la materia grigia allenata e reattiva per la seconda parte, che era invece un testo nuovo. Per gli standard della Facoltà, in cui lo sport preferito del corpo docente era (ed è, a quanto mi dicono) mettere quanti più bastoni possibili tra le ruote agli studenti, sapere di poter affrontare una parte di esame con relativa tranquillità era un regalo inaspettato che tutti accettavamo di buon grado, alcuni con una certa dose di incredulità e sospetto - timeo Danaos et dona ferentes - in questo caso, però, infondati. Era sufficiente, pertanto, seguire le lezioni di traduzione o, per i più scaltri, farsi dare gli appunti da chi le lezioni le seguiva con particolare diligenza, e con un po' di esercizio il gioco era fatto. L'esame, almeno per il cinquanta per cento, poteva dirsi superato, con un discreto margine di successo. Io rientravo nel primo gruppo, ero una di quelle che le lezioni le frequentava sempre, perché mi piacevano, innanzitutto, e perché non ci sono appunti al mondo che restituiscano la bellezza di una lezione "live" e la sensazione di appartenenza a un gruppo di sopravvissuti ad anni di angherie psicologiche da parte di studenti e docenti in egual misura. Eravamo abbastanza uniti, noi aspiranti traduttori, avevamo un discreto spirito di squadra e andare a lezione non mi pesava affatto. Anzi, ogni lezione mi sembrava una riunione di un piccolo circolo esclusivo e quasi carbonaro. A giugno di quell'anno, nonostante la stanchezza accumulata in nove mesi di frequenze, nonostante una interminabile serie di cavoli indegni di menzione, volevo sostenere l'esame a tutti i costi, ma soprattutto volevo superarlo, magari in modo brillante. In quel periodo studiavo spesso con una biondina di La Spezia, B.V., una di quelle classiche persone che, quando le conosci, ti viene da chiederti se "ci è o ci fa". Svagata e sconclusionata, affrontava ogni aspetto della vita, universitaria e non, con grande disinvoltura, leggerezza e allegria, al contrario della sottoscritta che invece prendeva sul serio qualsiasi cosa, anche la stronzata più insignificante. Io in lei trovavo un antidoto alla mia rigidità mentale; lei in me, non so bene cosa. Ma sta di fatto che studiavamo spesso insieme e ci trovavamo anche molto bene, tra di noi; spesso andavo a casa sua, che condivideva con altre tre studentesse. Una di queste era fidanzata, a quei tempi, con uno dei lettori di inglese, cosicché avevamo l'inedita opportunità, di quando in quando, di "godere" della vista del docente che, con occhi cisposi e capelli dritti in testa, girava assonnato per casa in mutande grattandosi il pacco ed esponendo le sue gambette secche e ricoperte di efelidi. Un'immagine devastante. Durante i giorni antecedenti la data fissata per l'appello, io e B.V. ci dedicammo con zelo certosino a controllare e a rivedere tutte le traduzioni affrontate durante l'anno. Calendario alla mano, spuntavamo le giornate di lezione e ci abbinavamo i testi tradotti, che poi studiavamo e approfondivamo con piacere e sincera passione. Pensavamo di aver fatto un buon lavoro, di esserci applicate con impegno e attenzione, finché, solo il giorno prima della data fatidica, ci accorgemmo all'improvviso che all'elenco dei testi svolti mancava una traduzione, una sola. Un brano tratto dall'atto unico di Pirandello, L'Uomo dal fiore in bocca. Com'è, come non è, ma la traduzione latitava. Controlla e ricontrolla, la traduzione non c'era. Tornata furiosa di telefonate ai compagni di corso per averne la conferma, che purtroppo arrivò, puntuale e dolorosa come una grossa cambiale in scadenza.


Che fare? Ormai era pomeriggio inoltrato e in tempi in cui computer, internet, scanner e compagnia cantando non rientravano nemmeno nelle fantasie più sfrenate, sarebbe stato difficile e macchinoso recuperare il testo e poi, non ci sarebbe stato il tempo minimo per studiarlo ed assimilarlo in modo decente. Di comune accordo, decidemmo di correre il rischio. Tra tanti testi svolti, proprio quello ci doveva capitare? Ci salutammo e ci demmo appuntamento per il giorno dopo. Tornata a casa, non riuscivo a capire perché mi mancasse quel testo, in fondo avevo frequentato il corso, ero stata costante nelle frequenze. Nell'almanaccare tutte le possibili eventualità, finì che mi addormentai come una pera col calendario in mano e dormii un sonno agitato e intermittente.

Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori Esame di Traduzione ITA-ING con el. di trad. spec. II A.A. 1988-1989 I appello

Durante

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I

l giorno dell'esame, una splendida mattina di inizio giugno che invogliava a fare qualsiasi cosa - potendo scegliere, avrei preferito fare jogging a Barcola in canottiera e pantaloncini - tranne che chiudersi in una stanza sporca e odorante di umanità, la sparuta armata Brancaleone degli iscritti all'esame di trad. ita-ing ecc. ecc. si era posizionata in aula D già dalle otto e mezzo. Separati con millimetrica precisione gli uni dagli altri da almeno quattro posti, sembravamo ancora di meno rispetto al numero effettivo, dispersi ai quattro punti cardinali. La mia amica arrivò serena e riposata, appena qualche minuto prima dell'inizio della prova, con il viso spiegazzato di sonno, segno evidente che la spiacevole scoperta del giorno prima non aveva lasciato su di lei alcun strascico emotivo. Io invece mi sentivo come se fossi stata travolta da un camion - per giunta carico - della spazzatura, anzi della scovaza, come la chiamano a Trieste. Accusavo tutta la tensione della circostanza, pensavo alla mia famiglia e ai sacrifici che sostenevano per farmi studiare fuori sede, agli esami ancora da affrontare e a quell'unico stramaledetto testo mancante. Alle nove meno dieci entrò il docente che, dopo aver aspettato che ci sistemassimo tutti, con il suo incedere trascinato, passò tra i banchi e distribuì la fotocopia del testo "conosciuto", con la parte stampata rivolta verso il banco. A un suo cenno, avremmo girato il foglio e iniziato l'esame tutti nello stesso istante, in base ai consolidati canoni anglosassoni di democrazia e imparzialità. Questo gesto di correttezza e attenzione nei confronti di noi studenti non finiva mai di sorprendermi e quasi di intenerirmi. Trovavo questa delicatezza nei nostri riguardi un segno di umanità, in stridente contrasto con l'etica didattica (o per meglio dire, l'assenza di questa) adottata nella Facoltà, in cui l'esito di un esame dipendeva solo in parte dalle tue conoscenze e capacità, per tutto il resto ci si affidava agli improvvisi furori uterini oppure ai postumi della sbronza della sera prima o alla recrudescenza della podagra su alcuni insegnanti. O ancora, se riuscivi a schivare tutte queste circostanze imponderabili, da un nozionismo spinto all'eccesso fino a diventare ridicolo: al corso di francese, so di qualcuno che dopo quarantacinque minuti di risposte puntuali ed esaurienti, era stato invitato a ripresentarsi alla sessione successiva in quanto colpevole di una lacuna imperdonabile: non sapere il nome dell'omino ciccioso e bianchiccio della Michelin. Queste sono le cose che un futuro interprete/traduttore DEVE per forza sapere. Mentre il professore finiva la distribuzione, fissavo ipnotizzata il foglio e cercavo, con impercettibili ondeggiamenti sulla sedia, di variare l'incidenza della luce sulla superficie bianca per intuire quale fosse il testo scelto dal docente. Purtroppo, però, non ci riuscii, la grammatura della carta era tale che forse solo la vista di Superman l'avrebbe attraversata. Qualcuno ha detto che la fortuna è cieca e la sfiga ci vede benissimo. Potrei aggiungere che quest'ultima entità, la sfiga, per l'appunto, è dotata, oltre che di dodici decimi, anche di un orologio di precisione e un senso dell'umorismo tutto suo, perché quando, alle nove in punto, il docente dette il permesso di voltare il foglio e iniziare a tradurre, i miei occhi, nello stesso preciso istante di quelli di un'altra ventina scarsa di persone, si posarono su queste righe.

L'Uomo dal fiore in bocca Al levarsi della tela, l'Uomo dal fiore in bocca, seduto a uno dei tavolini, osserverà a lungo in silenzio l'Avventore pacifico che, al tavolino accanto, succhierà con un cannuccio di paglia uno sciroppo di menta. L'uomo dal fiore. Ah, lo volevo dire! Lei dunque un uomo pacifico è... Ha perduto il treno? L'avventore. Per un minuto, sa? Arrivo alla stazione, e me lo vedo scappare davanti. […] C-A-Z-Z-O!!! In un batter di ciglia vidi vanificati tutti gli sforzi profusi in mesi di lezione, mi sentii come un naufrago che, dopo aver scorto in lontananza la spiaggia, viene respinto in mare aperto da un'onda tanto capricciosa quanto improvvisa e violenta. Mentre dentro di me montava una rabbia impotente, alzai lo sguardo per incrociare, con un perfetto tempismo, quello vuoto di B.V. Le conseguenze della mia ira le scontò una bellissima e nuovissima matita, ricoperta di carta marmorizzata, regalo prezioso della mia omonima amica di Firenze: il piccolo schianto delle fibre del legno che si spezzava tra le mani disturbò, per pochi secondi, la concentrazione degli altri esaminandi, che poi ripresero subito imperterriti il loro lavoro. Io e la spezzina, raccolte in fretta e furia le nostre cose, uscimmo di corsa dall'aula D e in un attimo ci trovammo nell'atrio squallido della scuola, reso ancora più derelitto dal fatto che era deserto.

Dopo

A

ppena chiusa la porta dell'aula, non ce la feci più a trattenermi (a peggiorare le cose, avevo finito anche le matite da schiantare) e scoppiai in un pianto liberatorio e rabbioso, doppiamente rabbioso perché la mia amica, invece, fedele al suo stile leggero e disinvolto, se la rideva di gusto. Una risata, liberatoria anche per lei, piena, sonora e spontanea che rimbombava nell'atrio vuoto. Dapprima la sua reazione mi urtò, e anche parecchio, ma poco dopo, razionalizzando, pensai che aveva ragione lei. In fondo, era solo un appello saltato a causa della nostra negligenza ed eccessiva fiducia nel destino, che, cinico e baro come nel più trito e prevedibile dei copioni, si era divertito a farci questo piccolo sgambetto. Altre occasioni ci sarebbero state, anche in quella sessione d'esami, per porre rimedio alla nostra leggerezza e al nostro pressappochismo.


Ma intanto, dovevo incassare la battuta d'arresto e farmi passare l'incazzatura. Placata la prima ondata di emozioni, e avendo, a quel punto, un'intera – e meteorologicamente parlando, gloriosa – mattinata a disposizione, prendemmo "la" 29, direzione piazza Goldoni e ci consolammo con la più sontuosa, calorica, libidinosa, pannosa e barocca delle coppe gelato. A distanza di anni, conservo ancora sulle labbra il ricordo delle creme di Zampolli e non del dispiacere di aver saltato un esame. Miracoli del gelato!

Molto, molto dopo, cioè adesso

A

desso, quando ripenso a questo episodio, mi viene da sorridere. Della mia eccessiva serietà, della mia reazione esagerata, della mia scarsa flessibilità mentale. Del fatto che allora, per me come per i miei colleghi, la difficoltà più ardua consisteva nel superare l'esame del monocolo F.C., o la simultanea dall'italiano all'inglese o, nel caso specifico, la traduzione specialistica di inglese. Ci avrebbe pensato la vita, quella fuori dall'ex jutificio ombelico del nostro mondo, a dettare le vere priorità, giuste o sbagliate che fossero, nel bene e – soprattutto – nel male. Quell'esame non dato è stata una lezione importante. Da quella volta, ho imparato che i dettagli sono fondamentali, perché è la loro somma che fa l'insieme, la loro cura fa la differenza tra un lavoro buono e uno ineccepibile, rende una semplice cena tra amici una serata indimenticabile, divide un oggetto utile da uno indispensabile. Da quell'episodio remoto ho imparato ad avere un atteggiamento proattivo - orrido calco dall'inglese che in ambito aziendale invece è amatissimo - in tutte le circostanze della vita. Sono così "proattiva" ora che spesso mi faccio tante di quelle pippe mentali che la maggior parte della gente nemmeno ci arriva, magari si scoccia per la mia pedante insistenza, ma poi mi ringrazia perché "a quella cosa, sai, non avevo pensato". E meno male! E ringrazio B.V., di cui ho perso le tracce, che queste cose me le ha fatte capire perché lei, le aveva intuite molto prima di me, in quell'atrio desolato e desolante, in una calda mattinata di giugno di oltre vent'anni fa. Ah, dimenticavo una cosa molto importante: qualora non lo sapeste, l'omino della Michelin si chiama Bibendum. Se giocate a Trivial, con questa informazione fondamentale in vostro possesso, farete furore. A Trivial, e non solo.


L'

impatto iniziale fu quello con il laboratorio linguistico, e fu, a ripensarci oggi, un impatto pieno di significato. Era l'estate del 1983 quando misi piede per la prima volta nel bugigattolo dalle sedie scrostate con i separé di compensato e i nastri giganteschi che il tecnico pignolo ti affidava malvolentieri, come fossero figli suoi – al primo piano del grigio, squallido edificio che era stato un tempo una fabbrica di sacchi di juta – fra il traffico da periferia di via d'Alviano e le gru immobili dei già declinanti cantieri navali di Trieste. Ero andato a iscrivermi all'esame di ammissione, e a ritirare in segreteria il poco materiale disponibile per prepararmi – allora non c'erano iscrizioni online, non c'era niente online, dovevi presentarti di persona, tutto viaggiava sul passaparola e sul ciclostile e sulle FFSS – e ne avevo approfittato per esercitarmi un po' in laboratorio. Sognavo di entrare in quella che allora garantiva, e forse ancora garantisce, la miglior formazione linguistica dell'intero sistema universitario italiano – la leggendaria (per noi «linguomani») Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori, unico trampolino ufficiale verso le cabine di simultanea di quel Parlamento Europeo che sembrava ancora tanto mitico e nobile – e scoprivo con sorpresa che non era molto più attrezzata (e ancora meno attraente) del liceo dove il prof. Sisti ci faceva ripetere al giradischi le nasali francesi, «Le vent était violent», mentre oltre i vetri stuccati col pongo la neve copriva il rosso dei tetti di Urbino. Fu la prima di tante volte in cui constatai che davvero l'abito non fa il monaco, e che non conta quante lavagne elettroniche hai o quanti soldi hai o quanti bei vestiti hai: contano la voglia e il lavoro e la «fame». **

Come NON sono diventato interprete – Luca Dini

Ferrovia: giochi di linee/Railway: the play of lines © Alessandro Cian

La fame era scattata, più o meno, dieci anni prima. Quando passavo i pomeriggi d'estate nella casa delle vacanze dell'architetto romano, e i suoi figli avevano la ragazza alla pari – Sally, irlandese – e io li invidiavo da morire non perché avevano tre case, non perché a pranzo apparecchiavano con il vasetto della senape che a casa mia era ancora proibita, ma perché capivano quando per chiamarli a fare merenda gridava dalla finestra «camuasciaràn». Quel richiamo lo portavo così impresso che, quando alle medie iniziai a studiare inglese, non ci misi molto a decifrarlo: «Come wash your hands». Chi ama le lingue come le ho amate e le amo io può capire. È la notte insonne prima del primo viaggio all'estero da bambino (Yugoslavia, Grotte di Postumia); è il «commantappeltì» scritto a matita su un foglietto, sotto dettatura della mamma, per chiedere «come ti chiami» alla parente francese dei vicini; è la gioia di trovare il bilinguismo sperimentale in prima media; è la naturale scelta del Liceo Linguistico (statale e sperimentale anche quello); è l'adorazione del dizionario; è l'entusiasmo delle prime esperienze da studente in scambio, benché non tutte felicissime – 14 anni: a casa di Pierre, stronzetto della Savoia francese che spegneva la Tv quando l'Italia vinceva Giochi senza frontiere; 15 anni: a casa di Andreas, barbuto bucolico della Saarland tedesca che me la menava tanto sui «crudeli italiani» che durante la guerra mangiavano gli uccellini, ma faceva lo sguardo vitreo quando esasperato rispondevo «Campi di sterminio, ti dice niente?» (perché noi linguomani siamo xenofili ma anche patrioti); 16 anni: a casa di Andrew, nelle campagne inglesi dello Hampshire, e la scoperta di una famiglia straordinaria che è diventata e sarà sempre per me un po' una seconda casa; è la felicità assoluta della prima conversazione spigliata in una lingua che non è la tua; è scoprire e iniziare a usare espressioni come «vachement» e «bloody»; sono le traduzioni dei vocaboli scritte a matita tra una riga e l'altra dei libri di Agatha Christie in edizione originale; è il mazzo più viaggio a Bologna e pernottamento in pensione infima (peggio di quella della visita militare a Forlì) per passare il Cambridge First Certificate; è la delusione di non essere riuscito a fare il quarto anno in America. E poi senti parlare, dalla figlia della prof di inglese dell'altra sezione, della mitica Scuola, e ti dicono che entrare è impossibile, che l'esame di ammissione è micidiale, ma – un po' perché la fame ti consuma e sai che non potrai mai essere felice se non studiando le lingue, un po' perché sei in quella età dove dei mestieri vedi solo il lato glamour, e quindi fare la hostess vuol dire viaggiare


e fare l'interprete vuol dire mettersi le cuffie e aiutare quei signori a portare la pace nel mondo – decidi che devi provarci. E così, dopo la maturità, vai in pellegrinaggio a Trieste per iscriverti, metti piede in quel laboratorio linguistico, fai la prima conoscenza – Luciano, che diventerà ed è tuttora uno dei miei 5 migliori amici al mondo -, torni a casa, dedichi un paio d'ore al giorno alle finezze del francese (che conoscevo meglio e dove pensavo di avere più possibilità) e dell'inglese (che preferivo), a settembre torni a Trieste per l'esame, sospiri di sollievo quando riconosci le espressioni-trabocchetto nel vetusto testo della traduzione dal francese – «tiré à quatre épingles», cioè «tutto agghindato», ma c'è chi tradusse «trainato da quattro cinghiali», e «gare au cocher qui ose», cioè «guai al cocchiere che osa» e via dicendo, ma il solito audace optò per «stazione al maiale» -, ti chiedi chi diamine sia «la vecchia procaccia» nel passo di Ignazio Silone da tradurre dall'italiano all'inglese, dal contesto capisci che può essere il postino, ma ti lasci ingannare dal femminile e traduci «the old postwoman»; però dev'essere un errore da poco perché un paio di settimane più tardi telefoni a Trieste per sapere come è andata e scopri che anche in Italia esistono processi di selezione rigorosi e puliti, perché quei due-tre sfigati che ti avevano detto «sono raccomandato da un politico, rinuncia che è meglio, qui si entra solo con le spinte» non li vedrai mai più, e quando dalla segreteria ti dicono che hai superato l'esame in entrambe le lingue ecco, quello è un momento indimenticabile di pura gioia, di un futuro luminoso che ti si spalanca davanti. ** L'esperienza triestina – a parte un'iniziale incomprensione verso quella che sarebbe diventata la città più amata, e un incidente di percorso con una padrona di casa severissima e un po' matta che faceva entrare i colombi in cucina come San Francesco ma guai se provavo a far varcare la porta di casa a un amico (poi scoprii perché: era la storica prostituta di quartiere e non voleva chiacchiere) – fu subito splendida. Un po' come avere una malattia e scoprire un giorno che non sei il solo ad averla. Trovarsi improvvisamente in mezzo a un gruppo di persone che fa a gara a chi ce l'ha più grosso, il dizionario, e godono a disquisire di phrasal verbs. Trovarsi a 18 anni lontano da casa, in mezzo a tanti altri giovani (stranieri compresi) altrettanto lontani da casa, e capire che le domeniche senza le lasagne della mamma sono tristi, e le due settimane che mancano al ritorno non passano più quando hai finito i soldi, ma che gli amici rimasti – quelli che tornano ogni giorno a pranzo in famiglia, e dormono ogni sera in lenzuola pulite – si perdono molto più di quello che ti perdi tu. Ma questo lo sa chiunque abbia studiato fuori sede. Oltre ad amici stupendi, notti passate a studiare e notti passate a parlare, e l'incontro con la donna della mia vita, che cosa mi ha dato Trieste? Trieste mi ha dato, dopo quattro anni parecchio stressanti (frequenza obbligatoria, una cinquantina di esami più quello del diploma più quello finale di abilitazione più ovviamente la discussione della tesi, e quando dico stressanti fidatevi che lo erano, non è bello all'esame di simultanea giocarsi un anno in 5 minuti perché le quote latte le mastichi ma non riconosci l'inglese per «caglio»), quello che mi aveva promesso: un diploma da traduttore, una laurea da interprete. La traduzione l'ho praticata, l'ho amata, l'amerei ancora. L'interpretazione l'ho fatta, mi ci sono laureato, avevo accumulato per la consecutiva – quella che si usa nelle trattative, negli incontri bilaterali, nelle piccole delegazioni, e consiste nell'ascoltare un pezzo di discorso prendendo appunti, e poi di tradurre a braccio l'intero blocco – un pazzesco mio sistema personale di simboli (ne uso ancora alcuni) che puoi leggere in qualsiasi lingua perché esprimono significati, non vocaboli; l'ho anche fatta qualche volta per lavoro, mi piaceva tantissimo – aneddoto fantozziano: la volta che alla fine di un incontro in Regione Friuli con una delegazione di medici spagnoli andai in bagno un minuto e, all'uscita, mi trovai chiuso dentro, imboccai l'uscita di emergenza (di quelle che ti si chiudono dietro e non la puoi riaprire) e mi ritrovai in un cantiere, tra cani randagi, finché dietro le barre di un'inferriata, con la mia ventiquattr'ore e la giacchetta sintetica da primo lavoro, dovetti urlare per attirare l'attenzione di un vigile che mi fece liberare. Ma la consecutiva era troppo poco richiesta. Tutti volevano – e vogliono, immagino – l'interpretazione

simultanea con le cuffie, che mi piaceva parecchio di meno perché io sono un perfezionista e per tradurre in italiano decente lasciavo un décalage (lo sfasamento temporale tra l'originale e la traduzione) esagerato, e questo mi costringeva a rincorse estenuanti, finché alla fine ho deciso che non faceva per me. Laura Gran, la mia prof super-zen, mi diceva: ci farai l'abitudine, diventerà una seconda natura, a Strasburgo traduciamo lavorando ai ferri – sarà che non so lavorare ai ferri, ma io a quella seconda natura non ci sono mai arrivato. Più ancora che le competenze professionali, Trieste mi ha dato un ambiente dove magari i professori incompetenti erano più di quelli competenti, ma dove la motivazione – la fame di cui parlavo – era così forte che anche dalle lezioni più insulse si portava a casa qualcosa di buono. Mi ha dato le indimenticabili lezioni di inglese del terribile Snelling, imparare che una parola in meno è meglio che una parola in più. Mi ha dato il piacere di scegliere le parole, di giocare con la loro musica e le loro sfumature. Mi ha dato l'abitudine a comunicare come seconda natura. Mi ha dato la capacità di accostarmi a campi diversi del sapere, certo senza poter approfondire, ma senza trovarsi quasi mai all'oscuro di tutto. Insomma, mi ha spianato – a mia insaputa – la strada verso quella che sarebbe stata la mia vera vocazione e non me ne rendevo conto: il giornalismo. So che la stessa cosa è successa ad altri, per altre professioni. E quindi, con l'unica eccezione di una faticosa e inutile tesi-glossario inglese-italiano sui ponti in cemento armato precompresso, che mi è costata un anno di lavoro e giace inutilizzata nella biblioteca della nuova bellissima sede della SSLMIT, se tornassi indietro rifarei tutto uguale.

Apparso sul sito di Vanity Fair: http://carodirettore.vanityfair.it/2011/10/04/perche-non-sono-diventato-interprete-un-post-lungo-ma-lungo/ (4 ottobre 2011)


R

accontare dei miei anni a Trieste è come il CAR, come il militare, come l'asilo dalle suore quelle cattive. Una di quelle esperienze agrodolci che ti segnano, e che non sai spazzare via.

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«Sei tramortito, ti svegli, non ricordi nulla. Sei a bordo di una barca, in un mare freddo e mosso. Approdi su una riva coperta dalla nebbia, al crepuscolo. Sulla spiaggia incontri marinai che parlano inglese. Nell'aria c'è odore di fumo. Che giorno è?». Giuro che questa fu la domanda che Jane Kellett, all'epoca insegnante di Lingua e Civiltà Inglese, mi fece all'esame del secondo anno. Per un colpo di fortuna che neppure io so spiegare, intuii la risposta. 5 novembre, Guy Fawkes Day, dal nome del ribelle cattolico che nel 1605 cercò di attentare alla vita di Re Giacomo I facendo esplodere un deposito di polvere da sparo sotto Westminster, e la cui effigie viene da allora bruciata su un falò ogni sera del 5 novembre. ** «Qwèsti ragàzi mi fàno impazìre. Lòro inglèse è terìbile». Miss Coales, vetusta insegnante di traduzione dall'italiano all'inglese, all'anziano bidello della scuola. «Cossa la rompe i cojòni, che la sta in Italia de quaranta ani e la parla italiano de cagarse?». Risposta a Miss Coales dall'anziano bidello, che era a pochi mesi dalla pensione, e che un giorno dopo la pensione morì d'infarto. ** «Volentièri». La risposta dell'alimentari di fronte a casa mia, quando chiedevo qualcosa che non aveva. Ci ho messo un po' a capire che quel «volentièri» voleva dire «glielo darei volentieri se lo avessi, ma purtroppo non ce l'ho». ** «Xè quei de toro». La risposta del gestore del buffet dove ci invitava a pranzo il bravissimo Snelling quando voleva mettere alla prova la nostra resistenza al cibo e all'alcol. Oggi si chiamerebbero eccessi, all'epoca era un rito di passaggio. Per la cronaca, «quelli di toro» che ci erano tanto piaciuti, e per questo chiedevamo che cosa fossero, erano i testicoli di toro impanati e fritti che costituivano il delizioso pezzo forte dei buffet triestini, insieme alla porcina (prosciutto arrosto da mangiare col cren) e alla gelatina. ** «Calvados for everybody». Ancora Snelling durante l'unica uscita, a Strasburgo. Dove, dopo una notte in cuccetta (qualcuno ricorda la cuccetta?), si visitava il Parlamento Europeo. Ma in pausa pranzo, perché non approfittarne per una lezione su come si mangiano (e si digeriscono) le ostriche? ** Il raggio verde – Luca Dini

Guardando il panorama (tram di Opcina) © Alberto Brunello Zanitti

«Chiede testa agli animali». Lezione di traduzione dall'inglese all'italiano, con la straordinaria Rosini, dal marcato accento triestino che rendeva la comprensione a volte difficile. Traduzione "instant" al contrario (ti dico una frase in italiano e tu la traduci in diretta), di «Mio fratello, che detesta gli animali…», ma quello che alcuni di noi hanno sentito è «Mio fratello chiede testa agli animali». Francesco, anche lui uno dei migliori cinque amici della mia vita, prima si rifiuta di tradurre, e poi, incalzato dalla Rosini, si tuffa nel baratro: «My brother asks animals for their heads». Lo prendiamo ancora per il culo.


** «Capo deca in b». Il caffè di Trieste è eccezionale, e il caffè di Trieste risponde alle sue regole. Caffè si dice «nèro» con la «è» aperta, caffè macchiato si dice «capo», decaffeinato si dice «deca» (che però è anche l'abbreviazione per «de cagarse», nel senso di «bruttissimo» ma anche di «bellissimo»), cappuccino si dice caffelatte, e poi ci sono le varianti: «in b» vuol dire «in bicchiere», distinzione che potrà sembrare una stronzata, ma che per i triestini, veri gourmet del caffè, conta. ** «Andar per osmizze». Bisogna conoscere Trieste per capire Trieste. L'Adriatico di qua, poi sali e, di là dal crinale, anche se sei vicinissimo alla costa, è come se fossi lontanissimo dal mare, in Slovenia o in Ungheria. I fantastici ristoranti di pesce a picco sulla costa, con i loro piatti di sardoni in saor, e subito dietro le osmizze del Carso, osterie slovene. Per ridurre i sensi di colpa, puoi solo arrivarci a piedi dai sentieri che salgono dal mare e si inerpicano per il Carso. Anche se non è tanto facile ammortizzare i ragù di cervo e le gigantesche paste creme. ** «Il raggio verde». Usava, negli anni Ottanta della mia frequentazione della Scuola, assistere a proiezioni cinematografiche in lingua originale. Vedemmo, tra le altre cose, «Il raggio verde» di Eric Rohmer. Non so se qualcuno ricorda la storia: una parigina nevrotica e sola va sulla costa dell'Atlantico alla ricerca del mitico raggio verde descritto da Jules Verne, un fenomeno ottico dell'atmosfera, sì, ma anche un simbolo. Il raggio verde è la rarissima deformazione dell'ultimo raggio di sole al tramonto, ma è anche, secondo la leggenda, qualcosa che puoi vedere solo se sei accanto a una persona che ami, e che ti ama. Una specie di prova definitiva del cuore. ** Potrei parlarvi dei primi giorni di università, quando Patrizia diventò mia amica. Potrei parlarvi di quando un anno dopo sparì in scambio in Belgio, e salutandola, in mezzo al ghiaccio del febbraio triestino, capii che dicevo addio alla cosa più importante. Potrei parlarvi di quando in una notte di primavera calda e indimenticabile, sotto il colle di San Giusto, seppi che era lei la mia vita. Potrei parlarvi di quando, un pomeriggio d'inverno, andammo a vedere il tramonto a Barcola. E l'ultima fettina di sole – giuro che la vidi chiaramente, giuro che non sono pazzo – era di un nitido verde smeraldo.

Apparso sul sito di Vanity Fair: http://carodirettore.vanityfair.it/2011/10/06/il-raggio-verde-trieste-part-2/ (6 ottobre 2011)


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S.S.L.M. = SIAMO SOTTO IL LIVELLO MINIMO Trieste, la scuola superiore di lingue moderne (mensile "Nuova società" numero 10/1990) – Rodolfo Fellini

È tutt'un equilibrio sopra la follia © Alberto Avramidis

he cos'è una parola?", chiede l'eminente professoressa di lingua. L'esterrefatto studentino, dopo aver tentato di dare le definizioni dal punto di vista semantico, grafico, fonetico, morfosintattico, ci rinuncia e rigira a sua volta la domanda all'Eminenza Grigia. Ironica la risposta: "Ma caro mio, sono secoli che i linguisti di tutto il mondo cercano di formulare una definizione esatta della parola, e lei crede di poterlo fare in due secondi?". Con una simile reazione, c'è da credere che la Professoressa si sia accorta di aver fatto una domanda sbagliata. E invece no. Alla fine, la valutazione dell'esame risentirà negativamente dell'episodio. È chiaro che, se il Genio linguistico sbaglia, è l'allievo a dover pagare. Altro esame, "Lingua, civiltà e istituzioni inglesi". Bel titolo, belle prospettive. Senonché, in sede di esame, una studentessa viene bocciata perché non è stata in grado di ricordarsi che nel "Christmas Pudding" vanno messe anche le ciliegine: una mancanza culturale davvero imperdonabile. Vogliamo continuare? Professore: "Signorina, mi dica: quando ha fatto l'amore per l'ultima volta?" Allieva: "Ieri sera, professore". Professore: "Immagino allora che avrà bisogno di un ricostituente. Le do 30". Fine dell'esame. Stessa materia d'esame, altro esempio. Professore (dopo un'ora di sfibrante interrogazione): "Mi scusi, signorina... Ma lei mi dà l'impressione di qualcosa di amorfo, come dire... Ecco, un budino, sì lei è un budino! Non si offende, vero, se glielo dico?" Allieva (conscia che tra due mesi si dovrà ripresentare): "No, certo professore". Questi e tantissimi altri pittoreschi episodi avvengono nella celeberrima "Scuola superiore di Lingue moderne per Traduttori ed Interpreti" di Trieste, l'unica specifica facoltà universitaria esistente in Italia fino a due anni fa (da poco ne è stata istituita un'altra a Forlì). La SSLM, al pari delle quotate facoltà di Ginevra, Londra, Heidelberg, sforna quelli che saranno (o dovrebbero diventare) i traduttori e gli interpreti presso le Organizzazioni Internazionali, come la Cee, l'Onu e la Nato. A tale scopo arrivano ogni anno a Trieste centinaia di giovani provenienti da tutta Italia e anche dall'estero. Per entrare nella SSLM è necessario sottoporsi a un complicato esame di ammissione, consistente in un dettato e due traduzioni, da e verso la lingua prescelta. Il numero dei candidati è in costante aumento, mentre i posti disponibili rimangono stabili. Nel complesso, ogni anno vengono presentate in medie duemila domande per 150 posti. Inutile dire che l'esame di ammissione costituisce una vera e propria selezione, in cui vengono scelti solo coloro che hanno vissuto all'estero, che hanno una profonda conoscenza della lingua studiata o sono bilingui. Senza dimenticare la categoria dei raccomandati. Una volta superato l'esame di ammissione, comincia l'avventura per quei pochi fortunati. Il primo approccio con la fatiscente sede di via d'Alviano è traumatico: aule piccole, mobili vecchi, strutture insufficienti. Da anni (da decenni?) si parla di creare una nuova sede nell'ex Hotel Regina, adeguatamente ristrutturato. Nel 1986 si è dato il via ai lavori, durati per l'esattezza un (1) giorno. Da allora l'edificio è chiuso con un lucchetto e i lavori vengono effettuati sì e no, chissà quando e chissà come. L'esame di ammissione di cui sopra viene effettuato in una sola lingua straniera a scelta tra inglese, francese e tedesco. In caso di superamento, essa viene considerata la "prima lingua". All'inizio del primo anno bisogna sceglierne una seconda, ed eventualmente una terza. La scuola propone, oltre alle tre lingue già citate, olandese, spagnolo, russo, serbo-croato e sloveno. Già nel 1984 si parlava di introdurre danese, greco e arabo. Più tardi si è voluto dare il via a cinese e portoghese. È ovvio che nulla di tutto ciò è stato portato a termine, e se c'è da rammaricarsi sulla mancata introduzione del portoghese o del greco, bisogna riconoscere che è una fortuna se il cinese è stato lasciato da parte, poiché in soli due (2) anni gli studenti avrebbero dovuto acquisire un dominio della lingua tale da consentirgli di entrare in cabina e tradurre simultaneamente verso l'italiano. Come si strutturano i corsi? La laurea ha una durata teorica di quattro anni. Il primo biennio è comune a tutti e si basa sull'approfondimento delle conoscenze linguistiche e sulla traduzione standard. Al termine dei primi due anni (e 20 esami se si fanno due lingue, 26 se se ne fanno tre), si sostiene l'esame per ottenere il diploma biennale, la cui utilità pratica, bisogna dirlo, è nulla.


Resta il fatto che, dopo aver superato venti esami (quanto ne prevedono, in quattro anni, altri corsi di laurea), lo studente si trova a dover affrontare un'ulteriore verifica e, nel caso in cui non dovesse superarla, non gli è consentito di affrontare gli esami successivi. In parole povere, lo studente che non passa l'esame di diploma viene costretto a un anno di inattività. A partire dal terzo anno, gli insegnamenti si dividono in due indirizzi: traduttori (i quali continuano ad approfondire i problemi della traduzione specializzata) e interpreti (i quali provano ad assimilare le tecniche dell'interpretazione simultanea e consecutiva). A questo punto il discorso si fa più complesso. Le strutture della Scuola prevedono solo 12 cabine e un piccolo laboratorio per un centinaio di interpreti in erba. Di conseguenza, nasce tra gli studenti un'aspra lotta, condita da scenate isteriche, pianti e insulti, per la conquista della cabina, indispensabile per la pratica quotidiana. Per tutta la scuola, dalla biblioteca all'atrio, dalle scale ai gabinetti, pullulano coppie di studenti che si esercitano nell'interpretazione consecutiva. Il fatto è che l'interpretazione è una disciplina oltremodo difficile, richiede un enorme potere di concentrazione e una conoscenza davvero ottima delle lingue. Una volta ottenuti tali requisiti, non è detto che si riesca a superare gli esami: la percentuale dei promossi è del 10-15%. Il più delle volte, l'insegnante non giustifica la propria decisione, ma spesso la spiegazione risiede in fattori irrilevanti, quali ad esempio un timbro di voce non gradito. Ci sono poi docenti che, con molto tatto e alto senso pedagogico, mettono in evidenza la propria bravura e intelligenza umiliando il malcapitato studente e paragonandosi a lui ("Voi non riuscirete mai a fare ciò che faccio io!"). Questa pesante situazione fa sì che gli studenti si trovino a dover competere di continuo tra di loro, creando un'atmosfera di estrema tensione e diffusa irritazione. I più forti riescono a cavarsela, al prezzo di un inasprimento della personalità, mentre i più deboli rischiano l'esaurimento nervoso. Il sistema è, di per sé, deplorevole. In breve tempo l'essere umano impara non solo a dominare la tecnica e la lingua, ma anche e soprattutto ad assumere atteggiamenti individualistici assai negativi sul piano umano. Passiamo all'indirizzo traduttori. Qui il clima è meno teso, ma le aberrazioni non mancano. I grandi professori stranieri, residenti da anni in Italia, si esprimono per lo più nella loro lingua d'origine. E meno male, perché quando parlano in italiano inanellano perle quali "Le foglie hanno caduto dagli alberi" o "Mi son scordata la ombrella". Nulla da dire se il parlante fosse una persona

qualunque, ma la cosa appare inammissibile in bocca a una persona che deve insegnare a tradurre, e che si permette di bocciare persone che, magari, le lingue le conoscono meglio di lei. A lezione, poi, si arriva a confondere parole come "trame" (plurale di "trama") e "tranne", con la conseguente ridicola traduzione che ne deriva. Può anche succedere che un professore non si presenti all'appello e rimandi tutti alla sessione successiva, o che l'Eminente Intellettuale citata all'inizio di questo articolo faccia svolgere ai suoi allievi lavori di ricerca che le sono stati commissionati da altri Enti, e per i quali è stata ben retribuita. Il secondo biennio prevede altri ventuno (21) esami (27 se si fanno tre lingue). Di solito, nelle facoltà, finiti gli esami si affronta la tesi di laurea. Ma l'ineffabile SSLM può vantare un'ulteriore peculiarità: gli interpreti devono fare una relazione orale e una serie di esami "finali", mentre per i traduttori la relazione è scritta. Tutto ciò rappresenta un ulteriore ostacolo, che però sembra superabile con maggiore facilità. Alla fine, dopo tante tribolazioni, si arriva alla tesi di laurea. Cosa fare? E con chi? La scelta è inesistente, visto che lo studente può scegliere tra quattro, al massimo cinque relatori, e le sue proposte saranno sistematicamente bocciate. Chi scrive, prima di trovare un argomento che potesse soddisfare qualcuno, ne ha suggeriti cinque a diversi docenti. Accade così che il laureando si trovi a svolgere tesi di cui non gli importa un fico secco, solo per finire in fretta. C'è da aggiungere che alcuni docenti esercitano la loro professione senza avere un adeguato titolo di studio. In altre parole, un laureato in Medicina o in Economia e Commercio può senza problemi insegnare alla Scuola Interpreti. Paradossalmente, però, alcuni dei professori in teoria "impreparati" all'insegnamento delle lingue riescono a lavorare con maggior competenza e professionalità di molti loro colleghi più "preparati". La morale della favola, nel mio caso specifico, è che quando ho iniziato la mia carriera universitaria conoscevo discretamente due lingue straniere. Oggi, cinque anni dopo, posso dire che quello che so lo sapevo già, e quello che non sapevo continuo a non saperlo. Insomma, la SSLM, come la Rai, sembra offrire di tutto-di più a chi voglia conoscere fino in fondo l'assoluta mediocrità di un sistema educativo.

http://youtu.be/F-XyP3VAWU0


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Foglia d'edera – Maria Gaetana Ferrari

I'm late for the party! © Alessandro Cian

rima che mio, Trieste era il sogno di mia madre. Una donna elegante, colta e briosamente intelligente che avrebbe voluto studiare all'infinito. Ma è nata in un'epoca, nemmeno tanto lontana, in cui a studiare erano i maschi, anche quando quei maschi avevano meno talento o cervello o amor proprio. Per lei niente università, giusto le Magistrali… per la gioia di schiere di vocianti alunni che se la sono contesa fino a quattro anni fa. Ha insegnato fino all'ultimo, la maestra (Maria) Rosa, con passione e abnegazione assoluta. Nemmeno così si è placata. Infatti ha prolungato di altri due anni, andando in pensione oltre il limite, a sessantasette anni compiuti, dopo aver portato fino alla quinta quella che sarebbe stata la sua ultima, fortunata scolaresca. E avrebbe potuto continuare, perché ancor oggi si divide tra me e mia sorella, Francesca Romana, il babbo e i suoi (molti, variegati) medici, il corso d'inglese, quello d'acquarello, le mostre di ogni tipo e pregio (anche dubbio) verso cui ha una vera e propria dipendenza, gli amici, le gite dell'università della terza età… una lista che potrebbe continuare all'infinito, se fosse per lei. La sua energia è pazzesca, persino Cecilia e Beatrice, detta Bibi, le mie nipoti quasi ventenni, da anni negli Scout e comunque sportivissime, fanno fatica a starle dietro. Io e mia sorella, ben più agées, manco ci proviamo più! Patton (dal famoso generale americano che mamma sembra voler emulare) sa essere massacrante quando si tratta di fare, organizzare, prenotare, partire, lettera e testamento. A volte mi stanco solo a sentirle enumerare le varianti di programma di una sua domenica ideale. Ma è anche vero che le sue domeniche ideali si sono rarefatte adesso che il papà non sta più così bene. È uno strano destino, quello di mia madre. Il destino di una donna con mille sogni, mille interessi… e mille ostacoli per ciascuno di essi. Ma lei non si è persa d'animo, e quanto non ha potuto o voluto fare lo ha letto o scritto oppure immaginato, anche attraverso di me, attraverso quello che facevo io. Di Trieste, non sapevo un tubo. Fu lei un giorno a passarmi la fotocopia di un articolo che lessi nell'accecante mensa piastrellata del Liceo Linguistico Mercurio di Modena. Parlava di una scuola nel vento, una scuola a numero chiuso in cui solo pochi eletti entravano per singhiozzante miracolo divino. Non so che cosa m'intrigò di più, se il vento, che di fatto adoro, visto che ha sempre caratterizzato i momenti più felici della mia vita, o la difficoltà dell'implicita sfida. Ma ricordo bene quel giorno in mensa, perché di colpo mi assalì il tormento di provare, ed ebbi paura. Non fu che l'inizio. Della paura, intendo. Perché, tra tante emozioni che ho provato a Trieste – e ce ne sono moltissime, tutte molto intense – è stata la più fedele e ricorrente, non mi ha lasciata mai. Al punto che ci sono state volte in cui ho persino avuto paura di non avere paura. Di essere insomma troppo sicura di me, magari a torto. Mi diplomai in uno sfolgorante luglio del 1984. Faceva un caldo terribile all'orale. O forse ero soltanto nervosa, essendo stata sorteggiata prima assoluta dell'intero liceo. Just my luck. Me la cavai bene, però, e uscii con quel benedetto sessanta che tutti si aspettavano da me. Non mi dilungo sull'argomento perché Dionisio, il primogenito di Landa, mi ha già accusata di autocelebrazione. Rimane il fatto che da giovane ero una secchia. Un dato importante per capire qualcosa/tutto di me. In ogni caso non ebbi il tempo di assaporare quel piccolo successo perché, col fatto che l'ammissione a Trieste si sarebbe svolta in autunno, urgeva partire, informarsi, iscriversi. Allora si faceva tutto di persona. Il fax era quasi esotico, la mail era un pensiero stupendo che nessuno si era ancora fatto venire, e il telefono era quello strumento simpatico ma inaffidabile che non ti dava alcuna certezza. Anche sul treno faceva un caldo terribile. Io indossavo la camicia a scacchi giganti che avevo comprato da Massi Cremonini, quando ancora aveva il maglificio a Carpi. L'avevo "finita" con un cinturone che si è disintegrato negli anni, tanto l'ho usato e amato e ancora usato. Con me c'era Patton, in rigoroso chemisier blu. Perché mamma è la donna meno colorata del mondo nel vestire. Beige, nero e blu con una puntina di bianco sono le sue tinte canoniche, a prescindere dalla stagione… ma non dalla circostanza (certo non si vestirebbe di nero a un matrimonio, via). Col fatto che io, invece, sono coloratissima, non posso dire che il mio guardaroba incontri la sua approvazione. In genere mi trova "sopra le righe", il che significa che l'abito è troppo fantasia (7%), oppure troppo scollato (13%), oppure troppo alla moda (22%), oppure troppo frivolo (27%) oppure sacrificabile (31%). L'ovvia conseguenza è che quando faccio shopping mi guardo bene dal coinvolgerla.


La camicia di Massi, però, le piaceva perché, per quanto colorata and checkered, era di gusto, con un miscuglio di verde menta sopita, azzurro pavone e tabacco che ancor oggi ricordo con piacere. Più del viaggio, in ogni caso, che fu eterno. Cambio a Bologna e poi cambio a Mestre, e Mestre si rivelò una stazione mesta, del tutto dimenticabile. Come i paesini che sfilarono in rapida successione. San Donà, Portogruaro, San Giorgio, Monfalcone. A Monfalcone le case erano così vicine alla ferrovia e tanto più in basso da creare un buffo effetto teatro. Come se, dal treno, stessi guardando il fondale di una commedia in cui non succedeva nulla. Poi il treno prese una curva, e parve come inanellarsi, e si stagliarono la costa e il mare e grande fu la mia meraviglia, perché ci sono poche viste al mondo che mi hanno commossa come quell'ondulato nastro di scoglio che precede Trieste, rasentando il castello di Miramare o Mìramar come dicono i triestini. Dicono anche, anticipando l'accentazione in modo alquanto bizzarro, lùnedi invece di lunedì (ripetibile su tutti i giorni della settimana), ìppocastano invece di ippocastano e così via. Allora non sapevo che Mìramar fosse stato il castello dell'infelice Carlotta e che dalle sue ariose finestre il mare risplendesse come un pezzo di specchio nel sole. Dal treno con ogni probabilità lo guardai anche, quella volta, ma senza registrarlo. Ci andai in seguito, con mia madre e mia sorella, quando ero già al secondo anno della Scuola Interpreti, e conservo fotografie di quel giorno. Ero tornata castana ma, per la gioia della mia grande ammiratrice di sempre, Marcella Rivatelli, il passaggio da chiaro a scuro si era tradotto in una sfumatura verdastra che nelle foto mi conferiva un aspetto alieno. O forse era il cappottone della Maska con la martingala, bellissimo ma severo, più adatto a una quarantenne che alla ventenne di allora. Del resto, mi sento più ventenne ora, a quarant'anni passati, di come non mi sentissi da ragazza. Comunque, Mìramar apparve e disparve, lasciando il mare luccicante, con poche barche in lontananza. All'epoca i finestrini del treno si aprivano ancora all'interno dei singoli scompartimenti e, abbassando il vetro a ghigliottina, l'aria entrava giocosa, gonfiando le tendine di tela grossolana. Me lo risento in faccia, quell'odore di salsedine, cose perdute e vento perché segnò l'inizio di un grande amore, quello mio per Trieste. Mi piacque subito. Ne amai la stazione asburgica, che trovai esotica in quanto terminale. Non come a Modena, dov'è passante, e arrivare è come partire, non sai mai da che parte andrai. Amai il parchetto antistante la stazione, che pure non vantava particolari lusinghe. E amai i vetusti edifici del lungomare, con quei cornicioni che, come opulenti merletti rigonfi di fiori e frutti, si drappeggiavano intorno a porte e finestre, abbracciandoli. Una meringa su un piattino da tè vittoriano, pensai. Fu questa l'immagine che mi evocò Trieste di primo acchito. Bianca, turgida e spumosa. Uno sbuffo di panna montata davanti all'azzurro riflesso del mare. Nulla rovinò l'impatto iniziale perché via d'Alviano mica la vidi subito. No, con mamma si andò all'Università vera e propria, quella di travertino bianco in stile razionalista che rimaneva sul monte, con la scalinata interminabile che la bora si divertiva a trasformare in uno scivolo gigante. Ma questo, allora, non potevo saperlo. Mi avevano parlato della bora, solo che pensavo fossero esagerazioni. Alla tele, quando soffiava, mostravano crocevia ventosissimi dove omini attaccati a pali e catene lottavano contro un nemico invisibile che gonfiava i loro cappotti di tweed e dove le macchine finivano in mare come i bastoncini colorati dello Shanghai. Però, non sembrava una cosa possibile, dai. Lo diventò la volta in cui venni sollevata, motorino (lo storico Ciao di mia sorella) e tutto - proprio così, a mezz'aria, come un'emerita minchiona! – sulla salitina che precedeva via Parenzan. E lo diventò ancor di più quando vidi Crevatin, docente di linguistica applicata e astruserie varie che fui anche costretta a studiare, sfidare in pieno vento contrario un lastrone di ghiaccio con l'aiuto dei famosi rampini (com'erano buffi, com'erano utili!). Un vecchio detto triestino recita che la bora nasce a Segna (Senj), si sposa a Fiume e muore a Trieste. Ma se anche muore a Trieste, diciamo che lo fa… con vigore, ecco. Quel giorno, comunque, non soffiava alito di vento e la salita fino alla segreteria fu sostanzialmente uneventful. Davanti allo sportello sostava con la madre un'altra ragazza, una delle Tre Grazie, la Paola, che mi raccontò di essere nata in Africa, cosa che trovai molto intrigante, visto che io ero più emiliana di un tortellino. Venne poi il nostro turno e un fascio compatto di moduli passò da un lato all'altro del vetro.

Così attrezzate, prendemmo un taxi fino alla fermata successiva, il cui nome avrebbe gettato chiunque nello scoramento più totale. La "Casa della Fanciulla" di via Giulia era un istituto religioso che accoglieva ragazze madri e studentesse timorose della vita e della propria ombra. Vi si accedeva da una porticina di vetro smerigliato che dava adito a una piccola scala di graniglia bianca e purpurea. Ci accolse una suora di grigio velata che ci fece fare un piccolo giro dell'(orrenda) struttura, conducendoci infine nella stanzetta che avremmo occupato. Mamma aveva infatti deciso che avremmo pernottato lì, al convitto, così da vedere se, magari, non potesse fare al caso mio anche in futuro. Se fossi stata ammessa alla Scuola, infatti, avrei dovuto alloggiare da qualche parte, e la Casa della Fanciulla sembrava depressa e morigerata al punto giusto. Il genere che garbava al babbo, terrorizzato all'idea che io potessi finire a Trieste e sottrarmi a ogni genere di controllo "dove-vai-che-cosa-fai-chi-è-quello-che-cosa-fa-suo-babbo-e-anche-suo-nonno". Ora, con tutto che ero una secchia, non ci volevo abitare, in quel posto. Tanto per incominciare, non ero una fanciulla. Quanto meno, non mi vedevo così. Leggiadra non ero per niente, visto che misuravo un metro e ottanta dagli undici anni d'età. E comunque non s'era mai vista una fanciulla col quaranta di piede. Certo non nei romanzi dei fratelli Delly, dov'erano tutte more e graziose e per natura mignon! In secondo luogo, per quanto praticante, non ero bigotta, pertanto l'idea di circondarmi di suore, santini e crocefissi con chiodi sanguinanti non mi allettava per niente. Avevo fatto dodici anni di catechismo alla Madonna Pellegrina del temutissimo Don Ivo, mi sembrava di aver dato abbastanza. Anche perché era già tanto che, dopo quelli, fossi rimasta fiduciosamente cattolica. La mamma, tuttavia, si mostrò contentissima della Casa della Fanciulla. Era ben servita dai mezzi, sentenziò con piglio pratico, e le stanze erano ordinate. Certo, non era un posto lussuoso (neanche mia madre ha un coraggio simile!) e l'odore stagnante di pasta e fagioli cotta e ricotta non era invogliante. Tuttavia, costituiva una buona base da cui esplorare Trieste. Se poi fossi stata presa alla Scuola, avrei potuto sfruttare quell'appoggio per cercare un appartamento con altre studentesse. Insomma, la Casa andava benissimo, come la bistecca nell'olio (anche se, questo, mamma non lo disse). Non ricordo che cosa facemmo o mangiammo quella sera mentre ho un'immagine nitidissima del bagno comune, squallidissimo e cupo, nonché del letto, che era poi una branda di ferro, con una coperta militare color testa di moro e un lenzuolo che non aveva mai conosciuto il languoroso profumo di un ammorbidente. Il materasso era bitorzoluto, senz'altro di crine ma, se dormii male, fu perché prima di chiudere gli occhi gettai un'incauta occhiata al materiale che avevamo ritirato dalla segreteria della Scuola Interpreti. Tra i tanti fogli, spiccavano le prove degli esami d'ammissione degli anni passati, che avevo richiesto sia per francese che per inglese. Francese era infatti la mia prima lingua, e mi consideravo forte sia allo scritto che all'orale. Ma "forte" non mi sentii per niente quando scorsi la prima frase, preceduta dal cappello: "ESAME DI AMMISSIONE – TRADUZIONE DAL FRANCESE IN ITALIANO – SCUOLA SUPERIORE DI LINGUE MODERNE PER INTERPRETI E TRADUTTORI". La frase in questione era lunga tre righe soltanto e constava di 24 parole. Mi sembrò scritta in aramaico, tanto mi risultò comprensibile. Non dissi nulla a mia madre, riposi il foglio e cercai di spegnere il cervello. Il trucco non funzionò, e mi arrovellai tutta notte su quella maledetta frase e sul senso di infinita inadeguatezza che aveva saputo, così d'emblée, comunicarmi. Al risveglio, lei era lì. La Casa della Fanciulla, cioè. Per fortuna, oltre a quella, c'era anche mia madre che se non altro odora sempre di Chanel e al mattino è più cinguettante che mai, specie se in trasferta. Cinguettò anche allora, e mi trascinò al bar per la colazione. Gli zuccheri salirono, l'umore anche e il fervore si rinnovò. Avrei studiato, mi dissi. Sì, avrei studiato e mi sarei esercitata e avrei dato il benedetto esame, perbacco! Anche se sarebbe stato più corretto dire che lo avrei "tentato". Tornai a Modena come un'erinni e mi buttai a pesce sui libri. Rividi ogni singola regola, rilessi pagina dopo pagina, rifeci tutti gli esercizi degli anni passati e nei ritagli di tempo sfogliai anche lo Zanichelli, memorizzando termini inconsueti. In francese scrivevo a mano intere pagine di verbi, declinandoli in tutte le variabili possibili e consentite. Poi, ascoltavo cassette, traducevo canzoni e scrivevo mediocri poesie.


Non paga di ciò, feci ritorno a Trieste – e alla Casa della Fanciulla – per un minicorso propedeutico all'esame di ammissione. Fu allora che vidi per la prima volta via d'Alviano, col famoso ex jutificio che tanta parte avrebbe avuto nella formazione del mio (terribile) carattere. Vi approdai con la ventinove e, chiedendo a destra e a manca, raggiunsi il laboratorio in cui languiva lo sparuto gruppetto che aveva aderito al corso. Mi stupii della scarsa affluenza. Com'era possibile che fossimo così in pochi a voler aumentare le nostre chance di entrare? In seguito, Lodi Rizzini mi disse che quel corso faceva pena, infatti lo seguivano soltanto gli sfigati. Aggiunse che nessuno di quegli sfigati entrava mai. (Per fortuna lo appresi dopo l'ammissione). Comunque, mi sedetti accanto a una ragazza delle Marche con la quale legai subito. Lei era lì da qualche giorno e, siccome era più spiccia e si depilava anche le sopracciglia, m'insegnò un sacco di cose. Tipo a pranzare in mensa, ch'era per me terra sconosciuta e nemica. A Modena manco alla biblioteca civica mi avventuravo, timida com'ero. Ma l'Angela, così si chiamava, mi trascinò alla mensa dell'Università centrale, mi cacciò in mano un vassoio di plastica marrone che voleva imitare il legno d'acero, e mi disse: «Spìcciati». Così mi spicciai, entrai nella fila, presi il pane (che non mangio mai ma desideravo incominciare con un gesto significativo), aggiunsi posate, bicchieri e acqua, e affrontai le solide signore dell'interminabile bancone di acciaio. «Ciò, cos te vòl, mula?» La mula voleva pasta al pomodoro. No, niente formaggio, grazie. E, sì, due mestoli pieni sarebbero andati benissimo, visto che avevo una fame assassina. Evasa la "pratica pasta", passai al secondo. Ma tra baccalà annegato nel sugo e arrosto così cotto da arricciarsi ai bordi come trine sintetiche, ripiegai sulle patate lesse, che mi parvero tanto care nella loro semplicità giallo chiaro. Frattanto aveva terminato anche Angela di riempirsi il vassoio e insieme caracollammo in direzione dei tavoli strapieni. Trovammo posto sul fondo, e ci sedemmo, io di schianto. A distanza di anni, ricordo quel percorso come eternamente lungo, e conservo un'impressione tutt'al più vaga della mensa in generale, perché, terrorizzata com'ero da quell'ambiente nuovo e da tanto assembramento, se mai alzai la testa dal piatto, fu solo per rispondere ad Angela che, a differenza di me, si sentiva a proprio agio. Io invece ero selvatica come un cardo, e avrei impiegato anni a superare il blocco di trovarmi in pubblico. Già era tanto che m'inserissi in un gruppo, in un'attività comunitaria, in un contesto overcrowded, sebbene una stagione in Valtur nell'estate della quarta liceo mi avesse insegnato a dissimulare il panico che la folla generava in me. Con me e Angela studiavano due ragazzi kuwaitiani, Imed e Mohammad, quest'ultimo figlio di un antiquario. Parlavano un buon inglese e un perfido italiano, sfoggiavano improbabili capelli moicanati, comunque erano simpatici e in breve diventammo inseparabili, specie quando si trattava di studiare nella piccola biblioteca della Scuola… da cui guatavo, non vista, la mia cotta del momento, il già menzionato Lodi Rizzini, interprete in fieri. Perché mi piacesse così tanto, non so, visto che era riccio di capelli e io, i ricci, li odio adesso come li odiavo allora (anche su di me). Lo trovavo carino e, col fatto che portava gli occhiali ed era oltremodo pallido, mi sembrava avesse quell'aria superintelligente, un po' da genio. Non gli parlai mai in quel periodo né lui mostrò il benché minimo interesse nella mia persona, anche se in seguito, dopo l'ammissione, quando poi ci conoscemmo e ci rivolgemmo la parola grazie a Landa Grazioli (erano entrambi mantovani), lui mi chiese che cosa ne fosse stato dei due "indiani" con cui facevo comunella in settembre. Gli "indiani" erano Imed e Mohammad che, di indiano, avevano ben poco, essendo del Kuwait. Mi spiacque per i miei amici, che persi di vista del resto, e la cotta – come per magia – passò. A volte sono piccole cose a ridarti grande sobrietà. Ma tutto questo sarebbe venuto dopo. Il corso volse al termine, e io tornai a Modena ma lì non mi fermai (quando mai?). Mi ero altresì iscritta all'esame di ammissione della Scuola Civica di Lingue di Milano, che godeva di ottima reputazione. Sarebbe stato il mio piano B dopo Trieste. Partii pertanto per Milano dove studiai indefessa per un'altra settimana, ospite della cugina Claudina e di sua madre Giovanna. La Claudina, che in realtà si chiamava Claudia, aveva un anno più di me, ed era spiritosa e sveglia. Sua nonna Rosina, che era sorella di mia nonna Beatrice, passò alla storia per averle rivolto come precipuo complimento da neonata il fatto di avere "un collo da cigno".

In realtà la Claudina aveva un collo normalissimo ma ciò che la rendeva del tutto particolare era il carattere allegro che fede, intelligenza e tenacia rendevano irresistibile. Io ero felice quando ripassavo con lei nell'Aula Magna della Cattolica, sua alma mater da più di un anno. Fu una settimana attivissima e spensierata che mi allontanò col pensiero da Trieste perché, sebbene non mi piacesse la grigia e frenetica Milano, che pure offriva spunti interessanti, visto che l'anno prima avevo preso contatti con un'agenzia di modelle che avrebbe potuto aiutarmi ad arrotondare, adoravo la Claudina, perché percepivo in lei un rigore assoluto, un lindore mentale che niente mai avrebbe potuto contaminare. A suo confronto io ero ancora una bamboccia: non le stavo alle caviglie. L'esame alla Civica si svolse prima dell'ammissione a Trieste, e già con quello subii la prima, sostanziale ridimensionata. Le frasi da tradurre erano lunghe e involute, le multiple choice addirittura crudeli… per non parlare del test d'italiano che avrebbe messo in crisi lo stesso Dante Alighieri prima dell'esilio a Ravenna (e anche dopo). Uscii scornatissima e, tornando in treno con mia madre, piansi tutte le lacrime che mi riuscì di trovare. Il povero Patton mi consolò come poté (fare i genitori richiede nervi d'acciaio) ma come si fa a consolare una sgobbona che aveva pensato/sperato di essere un mostro almeno di bravura? Di colpo fui mostro e basta, perché sono sempre stata complessata e non ho mai superato il trauma che mi derivò dall'essere l'adolescente più brutta e scorbutica delle medie G. B. Amici, quella col busto alla marsigliese che tutti chiamavano Furia, non perché fosse bella come l'omonimo cavallo ma perché sembrava… un cavallo! La media scolastica, il fatto di eccellere grazie allo studio e a una certa eloquenza mi avevano sempre ripagata in passato. Ma se adesso non eccellevo più, come mi sarei riscattata in futuro? Ero ancora brava, okay. Non così tanto, però. Da uno ero di nuovo nessuno. Fu così che il mio terzo soggiorno alla Casa della Fanciulla principiò sottotono. Evitai di farmi accompagnare da Patton, già provato dall'esame di Milano. Alla Casa ritrovai Lucia Piccione, una ragazza calabra con cui avevo diviso la camera quand'ero venuta per il corso. Lucia frequentava Scienze Politiche, e aveva intensi occhi liquidi e scuri che ti facevano ignorare la pelle rovinata da un'acne feroce che nemmeno la dermoabrasione - tanto mi raccontò lei stessa – aveva potuto arginare. Per certe persone l'inferno incomincia prestissimo, e non si risolve mai. La famiglia della Lucia non appoggiava i suoi sogni accademici, cosa che faceva di lei l'essere più solo e volitivo del mondo. Restammo amiche per qualche anno, vedendoci di tanto in tanto anche quando mi trasferii in via Hermet, poi persi le sue tracce e a tutt'oggi non so più niente di lei. Ancora una volta fu studio matto e disperatissimo che si consumò tra la Biblioteca dell'Università centrale e la Casa della Fanciulla. Non bazzicai lo jutificio, non quando correvo il rischio di esserne esclusa per sempre. Nei rari momenti liberi vagavo per la decadente e affascinante Cavana, assorbendo l'atmosfera di Trieste vecchia, e spesso ero così schizzata e nervosa che dal tribunale salivo a piedi – quasi di corsa – fino a San Giusto, dove m'immergevo in quella natura fuori dal mondo che pure rimaneva in città. Se non andavo in chiesa, guardavo il mare o percorrevo la strada a serpentina che abbracciava tratti erbosi o alberati sotto cui spiccavano lapidi grigie in ordine sparso. Passavo da una all'altra, leggendo nomi e date, piccole notizie che riassumevano vite finite, vite di cui non sapevo nulla ma che di colpo m'incuriosivano e al contempo turbavano, perché ero turbata di mio, e avevo bisogno di tutto. Siccome mi sentivo fragile e molto sola, scelsi una lapide e feci amicizia col defunto che commemorava. Si chiamava Piero de Petris, tenente, ed era nato a Trieste il 18 febbraio 1915 e caduto in Africa Orientale il 3 giugno 1941. Di lui mi colpirono il nome aulico e il fatto che, avendo vissuto così poco, si fosse giocato esperienze fondamentali o anche solo piacevoli. Un'edera comune cresceva intorno alla lapide, incorniciandola a destra come un piccolo fregio. Un giorno ne staccai una foglia, verde e lucidissima, e la infilai tra le pagine della piccola Bibbia nera, dal dorso scollato, che era stata di mia madre e che mi accompagna da allora. Elessi Piero mio angelo custode e promisi che, se avessi passato l'esame d'ammissione a Trieste, sarei andata per sempre a trovarlo. Che cosa possa aver pensato quel povero ufficiale caduto in AOI ancora non so. Ma il sodalizio nacque e mai si spezzò perché, come risultò poi, io entrai alla Scuola e continuai le mie visite a Piero, anche se con arbitraria irregolarità, visto che la frequenza era obbligatoria, gli esami infiniti e le ore di studio eterne.


Non solo. Anni dopo, quando già ero laureata e lavoravo full time, incorniciai la fogliolina e l'appesi al mare, accanto al letto. Poi la mia vita fu stravolta e persi tutto. Ma salvai la foglia di Piero (perché la nascosi) e le cambiai addirittura cornice. Adesso è con me a Torino. Mi segue o io seguo lei, non ho ancora capito. So solo che siamo ancora insieme, la foglia col mio angelo e viceversa, come quel giorno a San Giusto, quando più del sangue mi scorreva dentro la paura. Immagino che questa cosa possa sembrare ridicola. Immagino anche di essere grande abbastanza da poterlo sopportare. Non ci si vergogna di un angelo, e certo io non mi vergogno del mio, che è anche medaglia d'argento ed è caduto in guerra. Tra angeli (di San Giusto) e demoni (della mia mente), arrivai al giorno dell'ammissione, che si tenne all'Università Centrale in uno stanzone che come per miracolo ci conteneva tutti. Mi dissero che per inglese eravamo in ottocento ma tuttora mi sembra un numero incredibile che comunque mai verificai. Ci consegnarono due fogli, non ricordo se insieme o a fasi alterne, il primo per la traduzione attiva e il secondo per la traduzione passiva. Poi, ci sarebbe stato il dettato, annunciò l'allora aliveand-kicking Patricia Coales, sorridendo dalla cattedra parecchio più in basso. Angela sedeva lontano da me. Lo stesso ci guardammo allucinate. Poi, cercai Imed e Mohammad. Ma non li vidi nel marasma generale. Allora, mi tolsi l'orologio che posizionai in bella vista, per tenere d'occhio i minuti, e quando la commissione diede l'okay, girai i fogli. Qui, più che la memoria, mi aiutano i testi stessi, perché ho voluto conservarli. Adesso, dopo infiniti romanzi tradotti e i quotidiani contratti che ricevo, assimilo, modifico e firmo, mi farebbero un baffo. Allora, invece, il baffo, me lo fecero sudare e basta. Cito in particolare una frase, la terza del foglio di traduzione dall'inglese verso l'italiano. Soccer's top brass gloomily predict the pending doom of the game, but little is being done to alter the situation. Uhm, mi dissi, mentre leggevo e rileggevo parole che, anche sommandosi, non mi dicevano gran che. E pensai: Piero, Piero. Piero, non so che cosa fece. Io… mi diedi una mossa! Sapevo che soccer era il calcio, che brass era l'ottone (anche se con top non mi sembrava c'entrasse tanto) e che doom indicava un destino non propriamente benigno. Da quelle tre parole ricostruii la frase da zero a cento, traducendo a senso, anzi a sentimento, e il sentimento in questione era la disperazione. I top brass diventarono "caporioni" (mi venne così) e il resto seguì da solo. Terminai l'esame in una sorta di provvidenziale trance, e il giorno seguente fu anche peggio, perché se la prova di inglese era stata mission impossible, quella di francese diventò addirittura suicidal, e la Politi mi ricordò Ramsete II dopo l'imbalsamazione, con quel viso bianchissimo tirato tirato, e quel sorrisetto piccino, a mezzaluna. A prova avvenuta, riaffrontai il viaggio verso Modena, troppo spossata persino per piangere. In stazione a Trieste mi accompagnò Mohammed che, a quanto pareva, si era preso una cotta, perché al momento di partire mi allungò due braccialetti. Così, senza sacchetto né carta. Erano di plastica, uno rosa bebé e l'altro turchese, e li trovai bruttini, tipo omaggio delle patatine. Lo stesso li misi. Se lui aveva fatto lo sforzo di regalarmeli, io avrei fatto lo sforzo di indossarli. Fu il primo dei due uomini che mai mi accompagnò alla carrozza di un treno, e lo ricordo per quella premura squisita, quasi d'antan. Ci salutammo con un misto di imbarazzo e speranza. Non potevamo sapere che non ci saremmo visti più. Salii sul treno che si mosse, prima piano e poi sempre più forte, e mi portò via. Di lì iniziò un'attesa che solo un mio stupido libro del liceo avrebbe potuto definire come un enchantement. Per me fu straziante e basta, e non oso pensare come abbia potuto viverla mia madre, che mi aveva spinta oltre ogni limite e ora rischiava di farmi vivere la più cocente delusione della mia vita. Gli orali a Milano – alla Civica l'esame si strutturava in orale e scritto - funsero da gradevole diversivo, perché feci un figurone… for a change! In francese sbalordii addirittura la commissione perché conoscevo tutte le opere della Duras, della Yourcenar e della Marie Cardinal…. E allora la Marie Cardinal non era popolare per niente.

Non fui pertanto stupita quando, alla fine, lì venni ammessa. La Claudina saltò dalla gioia ma io non mi mossi né fiatai: ero sospesa tra Milano e Trieste, e soffrivo. Non partii. Aspettai. Conveniva così. Poi, se Trieste mi avesse dato picche, mi sarei iscritta alla Civica, pace e amen. Ed era già ottobre. Ebbero inizio le lezioni a Milano, e si sparse la voce che io non potevo frequentare – poverina! – perché mia mamma stava male. Nascono così le leggende metropolitane, suppongo. In realtà Patton stava male davvero. Per me. Che languivo nell'attesa. Telefonavo a Trieste ogni giorno ormai, chiedendo dei risultati. Solo che non erano mai pronti. Telefonai anche quel giorno, chiudendomi in camera, perché nessuno sentisse. Non potevo nemmeno immaginare che cosa avrei fatto o detto se fossi stata respinta. Composi il numero, allora c'era ancora la rotella e le mie dita compirono rapidi giri circolari, perché conoscevano le cifre a memoria. 040… Ci furono tre squilli, poi s'udì la voce della segretaria, quella povera crista cui da giorni toccava l'ingrato compito di temporeggiare con orde di ansiosi ragazzotti di belle speranze. «Pronto?» «Pronto.» Tono secco, sfinito. «Mi chiamo Maria Gaetana Ferrari. Chiedevo se…» «Sì» rispose la segretaria, recisa. «Sì, che cosa?» domandai io, con le orecchie ritte come quelle del mio storico cane Bamba. «Sì, sono usciti i risultati» ribadì l'infelice, che ormai conosceva il mio nome, cognome, segno zodiacale e infinita apprensione. «E posso sapere se…?» «Sì.» «Sì, che cosa?» tornai a chiedere mentre il mio cuore da triangolare diventava cilindrico come un salamino cacciatore. «Sì, è stata ammessa.» Il sangue mi defluì dal viso, si concentrò nei piedi, che sono lunghi, e vi restò per qualche istante fino a riprendere la via del cuore e del cervello. Fu come morire. «Ha detto che sono stata ammessa?» annaspai. «Esatto.» «Oh, grazie. Grazie, grazie!» E lei, asciutta: «Aspetti a ringraziarmi». Ma io non colsi l'ironia. Al contrario mi venne in mente un'altra cosa. «Sono passata per francese, giusto?» Francese era la mia prima lingua. La studiavo dalle medie, eccellendo da sempre. «No, per inglese.» Questa poi! Mi sembrava inaudito. «Per inglese?» La segretaria sospirò. «Sì» confermò. «È passata per inglese, non per francese.» Avrei voluto fare tante altre domande ma il tono, già poco propizio, era diventato ostile. Salutai e riagganciai, poi corsi in cucina dalla mamma e diedi la notizia. Passai il resto della giornata cantando, e alla fine Patton mi ordinò di piantarla, perché a tutto c'era un limite, anche alla felicità. Non sapendo come altro sfogarmi, telefonai ad Angela. Ero giovane e stupida, non mi sfiorò nemmeno che io fossi dentro e lei fuori. La trovavo tanto più brava di me. «Angela, Angela!» gridai. «Ho passato! Tu?» Lei disse: «Io no». Seguì un lungo silenzio durante il quale mi passò davanti il film del suo viso paffuto, delle sue ciglia depilate, del suo sorriso schietto. «Io…» Tacqui. Avevo capito di essere stata involontariamente crudele. La telefonata si chiuse con pochi convenevoli, non c'era più niente da aggiungere. Nemmeno Angela rividi più.


Ma pensai a lei quando, di nuovo a Trieste, abbandonai l'odiata Casa della Fanciulla per la ben più congeniale Casa… del Marinaio! Era stata Angela a segnalarmela, visto che aveva sempre alloggiato lì. Mia madre non la prese bene (per non dire altro), e ci fu una piccola bagarre che mi vide peraltro vittoriosa. Dopo tre uggiosi soggiorni dalle suore, con rientro tassativo alle ventidue, ero agguerritissima. La Casa del Marinaio aveva un nome turpe e improbabile, certo. Tuttavia, la divisione femminile, completa di sei letti metallici verniciati di bianco, era recente e soprattutto linda. Vi trascorsi (pochi) giorni spensierati senza mai imbattermi in Popeye né tanto meno in Querelle e, mentre spulciavo gli annunci del Piccolo all'affannosa ricerca di una casa, ricominciai a fumare (avevo smesso per due minuti quell'estate). A volte dialogavo col direttore dell'istituto che, come Luc Merenda, aveva la scriminatura laterale e un viso da bracco italiano, buono e lungo. Altre volte girovagavo per l'elegante quartiere, così bianco e vicino al mare, familiarizzando con alberi e cespugli. Più o meno in quel periodo mi chiamò la milanese Silvia Steiner. Ci eravamo conosciute all'ammissione, in panico totale, e ci eravamo scambiate i numeri di telefono. Lei era passata, mi disse. Ed io? «Non so come, ma ce l'ho fatta» risposi con franchezza. E mi propose di dividere una camera in via della Tesa, il mio primo appartamento triestino. Alla Casa del Marinaio stavo bene ma mancava la cucina, e il mio stomaco, provato da metri quadrati di focaccia alle olive e altre cene altrettanto approssimative, mi esortò a traslocare. Io e Silvia non avevamo nulla in comune salvo la serietà… e gli occhiali, perché allora li portavo al posto delle lenti a contatto. Ma ci trovammo bene insieme e se – passato il primo anno – lasciai via della Tesa per via Hermet, certo non fu per l'ottima Silvia, che del resto lasciò la Scuola senza diplomarsi. Il primo anno... beh, quello lo ricordo come un susseguirsi di critiche, quasi sempre fondate, e sgridate spesso gratuite. Per la Politi, avevo lo stesso accento di una lavandaia nizzarda. Anzi, no, peggio. Marsigliese! La erre, in particolare, non andava. Dovevo mettermi un righello in bocca, consigliò perentoria. Ecco che cosa dovevo fare. E con detto righello pronunciare le varie frasi fino a produrre un francese che ricordasse almeno un po' quello parigino. Adesso, il righello, saprei io dove ficcarglielo, alla Politi. All'epoca, lo ficcai in bocca a me stessa e mi esercitai fino allo sfinimento. Potevo aver letto in lingua i grandi e i piccini della letteratura ma il mio francese rimaneva tutt'al più passabile. Madame mi trovava "indietro". D'accordo, all'ammissione, avevo fatto discretamente, commentò una volta in classe, nel pieno rispetto della mia privacy di studentessa. Ma non avevo il livello di una prima lingua, no? Le lavandaie di rado ce l'hanno. Rivolsi tutta la mia gratitudine all'inglese che mi aveva fatto ammettere e, sebbene circondata da madrelingua e mostri di bravura, mi applicai con passione mista a tenacia. C'era chi parlava con l'accento della regina e chi la regina la conosceva addirittura e ci prendeva anche il tè (col latte scremato e lo zucchero di canna). Io a confronto non vantavo genitori stranieri o natali extraeuropei o balie darwiniane o interscambi in Patagonia o proverbiali zii d'America. Avevo sempre e solo studiato ma – per tutti i diavoli della Caienna! – mi sarei fatta valere. In realtà, ogni aspirazione di rivalsa dovette aspettare mentre mi accontentavo di… sopravvivere. La frequenza obbligatoria di quarantotto ore era massacrante. E tenere tre lingue (perché portai tedesco fino al diploma) non si rivelò una passeggiata. Una volta a casa, poi, c'erano gli esercizi e le versioni da affrontare, gli appunti da studiare, per non parlare della grammatica che richiedeva un'applicazione coi fiocchi o delle lettere d'inglese commerciale che l'Argenton distribuiva a pioggia. Chiudevano la carrellata aspetti quotidiani ma pressanti come la spesa, le bollette, la telefonata a casa, le lettere agli amici, il letto (provvido). A primavera inoltrata, poco prima che tentassi tutti gli esami a giugno, entrai in rotta con via della Tesa. Mi ero stancata di dividere la stanza, esperienza logorante anche quando si va d'accordo. Mi ero stancata altresì delle abitudini delle inquiline più adulte. Mi mandava in bestia il lucchetto intorno alla rotella del telefono. E detestavo l'accappatoio lurido che spesso pendeva dall'unico gancio del minuscolo bagno. Volevo cambiare casa e il la, me lo fornì Daniela Pazzelli. L'avevo incontrata una sera in birreria, quando lei stava ancora col talentuoso Marco Savella, e ne rimasi incantata. Non solo era carina e vestiva alla moda (quella sera portava un camicione di jeans sbiadito con i legging, novità assoluta) ma aveva una lingua che tagliava e cuciva, senza soluzione

di continuità. Ti faceva sbellicare dalle risate… se non prendeva di mira te. E anche allora, dovevi ridere, perché era arguta, intelligente, nevrotica, affascinante, adorabilmente pazza. Le volli bene come a una sorella ma non era tipo da affetti durevoli, e la nostra amicizia, che peraltro non rinnego perché mi trasmise molto, anche in positivo, fu più effimera di una rosa canina in pieno sole. Avevo conosciuto frattanto un ragazzo triestino, Luciano. Era proprietario di una piccola discoteca, il New Jazz New Wave. Ci andavo il sabato con le amiche. Non con la Silvia, che era morigeratissima, bensì con Alessandra Chiesa, che il primo anno (dopo lasciò) era diventata la mia best friend. Bionda e ricciuta, originalissima nel vestire come l'amica più senior Laura Varaldo, veniva da Bra, e possedeva (cosa inaudita tra noi studenti) una graziosissima mansarda nei pressi di via Giulia. Il soffitto con le travi e il cucinino di legno erano un vero amore. Furono Laura e Alessandra a presentarmi i ragazzi di Navalgenarmi. E furono sempre loro a portarmi al New Jazz New Wave, dove conobbi per l'appunto Luciano. Di cui non ero a dir la verità innamorata, perché l'amore è grande e diverso, ti fa ridere quando dovresti piangere e il contrario, è un margarita con molto sale mentre Luciano poteva tutt'al più equipararsi a un mojito senza troppa menta. Ma mi piaceva, era "grande" ed educato, mi apriva la portiera quando scendevo dalla macchina e mi accendeva la sigaretta se fumavo e mi versava da bere se andavamo fuori a cena. Trovavo esaltante quel suo savoir faire. Ed esaltante il fatto che mi trovasse non solo alta il giusto (quindi non troppo) ma bellissima! Altro che Furia! Tra l'altro, era rispettosissimo. Mai una mano fuori posto o pressioni inopportune. Per lui ero sacra e sacra dovevo rimanere. Erano gli anni di Tainted Love, che trovo tuttora una bella canzone. Ce n'era un'altra, che diceva: I don't think I can love anyone but you, dear. That's for sure. Era un verso che, piacendomi moltissimo, avevo trascritto su un muro di via Hermet. Piena di versi era quella stanza. Piena di versi ero io. Per forza, avevo diciannove anni, niente poteva spezzarmi. Ero padrona di tutto, e per fortuna non lo sapevo. Luciano frequentava la Trieste bene, un giro di brillanti e gaudenti imprenditori, commercianti e professionisti che si godeva la vita. Il gruppo gravitava intorno all'abitazione del carismatico Matteo che, pur essendo piuttosto in là con gli anni (anche allora), continuava a essere un uomo bellissimo e accattivante. Aveva occhi come la tormalina e capelli diritti e grigi, foltissimi. D'inverno lavorava a Cortina, dove gestiva un club alla moda, molto frequentato dal jet set. Negli altri mesi, di ritorno a Trieste, teneva una piccola corte privata che si riuniva nella sua abitazione di via Bonaparte. Perlomeno credo che la strada si chiamasse così. Era lunga e stretta, un po' tortuosa, con alberi che la ombreggiavano e un'aria quasi campestre. Mi piaceva quella stradina quando la imboccavo col Ciao. Sentivo l'aria schiaffeggiarmi la faccia, e aveva un odore verde che, se voglio, risento nelle nari e nel cuore. Come Matteo, anche la casa aveva carattere. La si raggiungeva mediante una corta scaletta di pietra, con difformi edere variegate e rampicanti tutt'intorno. Un piccolo cancello di ferro battuto portava nel giardino, che era minuscolo ma ricolmo di vegetazione. Sulla sinistra si scorgeva un tavolo rotondo con quattro sedie spaiate. Sulla destra rimanevano il dondolo su cui una sera avrei visto, senza saperlo, la Cinzia, quella che sarebbe poi diventata la moglie del mio Valter, e la cuccia del cane Dago o Drago (lo chiamavo in tutti e due i modi e lui veniva lo stesso, per cui a tutt'oggi non so bene quale fosse il nome esatto). Era uno splendido lupo, vecchio come il suo proprietario e altrettanto fascinoso. Un portoncino invetriato a doppio battente incorniciava il corridoio che faceva anche da ingresso. Subito dopo si apriva la cucina, molto moderna per allora, perché era a vista e collegata alla sala da pranzo, in stile country rivisitato. Gli arredi erano raffinati, di gusto estremo. Il soggiorno quadrato aveva un'enorme pala di coloniale memoria fissata al soffitto e tanti altri oggetti postmoderni che non avrebbero sfigurato in una casa di Newport. Il bagno e la camera non so com'erano perché non ebbi bisogno di andare. Di solito Luciano mi teneva per sé, ma una sera pensò bene (o male, non so) di portarmi a questa cena da Matteo. Non rammento che cosa indossassi per l'occasione ma di sicuro avevo la borsa a tracolla marron cioccolato, quella uguale a mia sorella. Quando entrai nella cucina e la trovai piena di gente – calcolate una ventina di persone tra uomini e donne, e tutti che mi guardavano con occhi


come uova al tegamino - mi sentii morire e dissimulai come potei il disagio che sentivo. C'erano due posti vuoti sull'altro lato del tavolo, così io e Luciano facemmo il giro. Nella fretta di sedermi e porre fine all'esame-finestra, posai la borsa di schianto e ruppi subito un bicchiere. Ruppi anche il ghiaccio perché tutti risero, mentre io continuavo a morire. Però vissi e mi ambientai in fretta perché mi ero seduta vicino alla Pazzelli, che conoscevo dalla serata in birreria. Questa, esilarata dal mio ingresso trionfale con tanto di cocci, si affrettò a presentarmi la vicina Lella Dario che allora veniva chiamata "la cinese". In realtà la Michela proveniva da Vicenza ma aveva un aspetto orientale, con quegli occhi a mandorla, quell'incarnato chiarissimo e quel sorriso misterioso e perfetto. Al cinema davano "L'anno del Dragone", e lei rassomigliava alla (bellissima) ed esotica interprete, da cui il nomignolo. La Lella abitava con la Daniela Pazzelli in via Hermet, quella che sarebbe diventata poi la mia seconda casa triestina. Alla serata era presente anche la terza coinquilina, la bolognese Passerella, una bella bionda cordiale che faceva interpretazione come la Pazzelli. Lella invece frequentava traduzione. Fu in quell'occasione che venni a sapere di come si fosse liberata una camera singola in via Hermet. Una moretta di Venezia, di cui non ricordo il cognome, anche se aveva un bel suono, si stava preparando a rientrare, e cercava qualcuno che le subentrasse. Provata dall'incolore via della Tesa e lusingata dal fatto che Pazzelli, così di mondo (quanto meno, a me sembrava), mi trovasse idonea alla coabitazione, decisi di fare il tuffo, e nel giro di breve mi trasferii. Ebbrezza. Ecco che cosa ricordo di quel periodo. Il taxi con le valigie a bordo, il lungomare verso Campo Marzio, con la marina e le sartie che tintinnavano al vento, l'ingresso nella casa… e che casa! Tanto per incominciare, era vasta e quasi signorile, con un largo corridoio che il parquet vetusto nobilitava pur mancando di cera. Il salone rimaneva sconfinato malgrado il fatto che una serie di stuoie ne chiudesse l'arco centrale, creando un vano che era poi la camera da letto della Pazzelli. Di fronte, si apriva una stanzina singola, con due porte, una delle quali contigua al bagno. Sembrava un locale di transito, la camera della domestica o la lavanderia, quella che di lì a poco sarebbe assurta a mio regno privato. Poco oltre c'era il bagno padronale, più funzionale che bello ma comunque spazioso e pulito, con la vasca subito entrando. La cucina era rettangolare e ben attrezzata, con una terrazza asfaltata di almeno quaranta metri. La vista era alquanto deprimente, un po' come accade in certi grandi condomini di Torino, dove abito e lavoro ora. Balconi in rivolta e bucati impietosi di sventolanti mutande e pancerine si paravano allo sguardo, e da un lato una sparuta vite americana saliva dal basso, più in sotto di noi che eravamo al primo piano, fino al quarto o quinto balcone, trovando forza in non so bene che cosa, certo non nel panorama. A specchio, davanti alla cucina, si delineavano il bagnetto di servizio, con giusto il wc, che trovavo molto francese nel suo isolamento e perciò desolante, e una grande dispensa con tanto di porta su misura, con più ripiani ricoperti di cerata a quadretti. Era bellissima, quella cavernosa dispensa, ricolma di cibo e promesse e colini e barattoli e spezie. Appresi tempo dopo che nella latta "Vavavuuma" si nascondeva una piccolissima quantità di maria che, per fortuna mi fu segnalata per tempo, altrimenti l'avrei scambiata per origano, tant'ero disinteressata, e ne avrei cosparso il sugo per la pasta. Chi fuma sigarette non è molto interessato all'altro fumo. Gli basta il proprio, formato monopolio. Tornando a bomba, comunque, la camera a due letti che Lella divideva con Passerella si apriva subito dopo la pittoresca dispensa, e vantava un comodo balcone che si affacciava sugli alberi. Tra tanti locali, il mio due metri e mezzo per cinque era senz'altro il più umile. Eppure, mai ho amato una cameretta più di quella. Diedi il tormento a mamma finché non mi confezionò un copriletto candido con tanto di balza. Da parte mia rivestii di carta continua - che la mamma di Passerella ci faceva riciclare - le assi della libreria che la precedente occupante aveva dipinto di arancione, colore che detesto più delle improvvisate e un po' meno delle bugie. Laccai di bianco la scrivania e ne ricoprii il piano – anch'esso arancio – di spessa cerata bianca. Adesso rabbrividisco al pensiero ma il risultato non era niente male. Ridipinsi l'infisso grigiastro della finestra lunga e stretta, poi cambiai le tende. Anzi, le misi, a ben pensarci. Anche qui tiranneggiai Patton, che mi cucì un rettangolo di organza, con tanti occhielli da fissare alla cornice con chiodi a elle, un'idea che avevamo copiato da Grazia, la storica rivista di famiglia, quella su cui scriveva Donna Letizia,

finché scrisse. Adesso il nuovo Grazia ripropone il botta e risposta della Colette Rosselli, perché tutto ritorna, e non c'è vecchio che dopo un po' non riappaia nuovo. Comunque, riempii il davanzale di bulbose e annuali che sembravano sempre assetate. In particolare abbondai di azalee rosa e variegate che compravo ogni tanto in piazza Goldoni, tra un bus e l'altro. Per finire attaccai alle pareti gruppi di foto del mio passato e del mio presente, scribacchiando versi inconsulti e per l'appunto quella strofa di canzone che avevo sentito al New Jazz New Wave. Non che Luciano fosse più così in auge. Tanto mi era piaciuto da solo, tanto mi era scaduto in compagnia. Me l'aveva presentato lui, Matteo. Eppure, di colpo non voleva più che frequentassi casa sua. Solo che ci andavano le mie mondane coinquiline, di cui subivo moltissimo l'influenza, specie ora che Landa si era fidanzata con Enrico Colombo e aveva giocoforza meno tempo per le amiche. Per cui ci andavo anch'io, in via Bonaparte. Era il glorioso 1985, l'anno di "Quelli della notte", con Renzo Arbore, Andy Luotto e il buon Ferrini coi suoi silos. Figurarsi, neanche a parlarne, di perderne una puntata in compagnia, nell'accogliente salotto di Matteo, con le pale che indolenti muovevano l'aria, anche se non faceva caldo. Ci trovavamo anche in quindici, venti persone, e ognuno si sedeva dove capitava, anche per terra, tra peli di cane e fiori appassiti portati dentro dal giardino, ed era divertentissimo ascoltare gli aforismi di Catalano o le corbellerie in romanesco della Marchini o gli strafalcioni di Frassica. Giusto la Laurito, con quella erre moscia del cavolo, mi dava un tantino ai nervi, e poi pazienza, digerivo anche quella. Anche perché alla fine c'era la sigla, col materasso e tutto. Insomma, ci si divertiva un casino e con poco. Luciano mi aveva dato l'aut aut. Ma out era rimasto lui. Io avevo scelto via Hermet e gli altri. Del resto, si sa che una cassata con la ciliegia candita attira più di un asciutto Oro Saiwa ancora avvolto nel cellophane. Ero bionda, fresca, ingenua, praticamente tonta. Tutto era nuovo e meraviglioso, e il fatto che stesse incominciando l'estate rendeva il momento ancor più spettacolare. Le notti stordivano, tanto odoravano di tiglio, sogni e desideri, e non c'era niente che potesse andare storto… no? Malgrado la differenza di età, in molti mi avrebbero vista con lo stesso Matteo, appresi in seguito. Mentre io avevo messo gli occhi su un ragazzo moro e per me carino che portava occhiali bordati di scuro. Era più schivo degli altri, anche più serio, credevo, e si chiamava Piero, come il mio angelo dell'edera. Non era molto alto, anzi, se adesso ci penso, era un vero tappo, ma mi ero convinta che l'intelligenza, peraltro solo intuita, compensasse alla grande. Era stato per anni capitano dei Carabinieri, il che avrebbe dovuto farmi riflettere, solo che non lo fece. Pensando che fosse destino, mi presi una cotta bestiale. Mi veniva a prendere in Ferrari, la più scomoda delle vetture per una giraffa com'ero io. Dovevo ripiegarmi in quattro per entrare e comprimermi sul sedile di pelle chiara, quasi umana, e anche quello avrebbe dovuto farmi riflettere. Se Piero correva e ci fermava la polizia, una scorsa alla sua patente bastava a chiudere l'incidente con una profusione di scuse e sorrisi insinceri. Non prendemmo mai una multa, lui era speciale. In realtà, aveva solo un cognome importante, e se ne approfittava. Una volta mi disse, ricalcando il logo della società di famiglia, che "assicurava di pensare a me." Neanche a farlo apposta, la nostra relazione terminò all'indomani di quella spiritosaggine. Era durata quattordici giorni esatti. Piero mi lasciò senza una spiegazione per mettersi ipso facto con una trentenne dall'aria vissuta che viveva a San Giusto e aveva le unghie laccate di rosso. A tutt'oggi le unghie laccate di rosso mi danno i brividi. Fui devastata. Piansi e mi disperai, poi mi tuffai nello studio, che mi aveva sempre curata dal male. Mi curò anche quella volta. Persi tre chili, superai tutti e quindici gli esami del primo anno a giugno, e passai il resto dell'estate a piangere per un amore in cui avevo creduto io soltanto. Lella mi fu di grandissimo aiuto, e anche le altre ragazze si fecero in quattro per consolarmi. Caterina Visani, che frequentava via Hermet e faceva traduzione come la Lella, era anche lei reduce da una delusione sentimentale, e questo ci accomunò. Ricordo ancora una domenica a Quarto d'Altino. Caterina, che era originaria di Forlì, mi stava dando un passaggio fino a Bologna. La sua Uno restò in panne in quel luogo triste – sfiga totale – e ci bloccammo sotto un cavalcavia assolato. Era luglio, faceva un caldo d'inferno e, mentre aspettavamo il carro attrezzi, mettemmo su una cassetta degli U2 e cantammo tra riso, pianto e sudore "Sunday Bloody Sunday". Fu davvero una bloody Sunday.


L'estate scorse pigra. Col fatto che avevo già dato tutti gli esami, ero libera come l'aria. Mi sarei dovuta dare alla pazza gioia, magari sugli scogli di Barcola, dove gli altri prendevano il sole. Invece languivo, annoiata e disillusa da tutto, spezzata nel cuore e nell'orgoglio. Lì per lì smisi ancora una volta di fumare. Ma ero troppo stressata e ricominciai. Tuttavia, anelavo un cambiamento, così decisi di ritornare mora. Entrai nel primo supermercato e comprai una di quelle tinte casarecce che nascondevano i capelli bianchi e - speravo – quant'altro. Mi chiusi in bagno, per una volta non monopolizzato dalla Lella, e miscelai acqua ossigenata e colore. Un tanfo bestiale mi assalì ma nemmeno allora desistetti. Volevo essere diversa e da qualche parte dovevo pur incominciare. Castana castana non diventai. Piuttosto nera con qualche sfumatura verdastra, come dicevo. Però ero scura. Mi parve naturalissimo ma gli altri impiegarono parecchio ad abituarsi. Mia madre, per esempio, insiste col dire che anche ora, nelle rare occasioni in cui passa a prendermi in stazione, continua a cercare una testa bionda e ricciuta. Poi arrivo io, mora e liscia di piega e, sul momento – ogni volta – rimane spiazzata. Il castano non segnò la fine di una Ghiga più romantica, perché quella continuò a esistere (solo si fece più furba). Fu comunque una rinascita. O per meglio dire una riconferma di chi ero e di che cosa volevo. Studiare, imparare, laurearmi. Basta con le distrazioni. Tornai dal vero Piero, tra quel verde, quelle edere, dove tutto era pace. Iniziò il secondo anno, venne l'autunno. Frequentavo ancora casa di Matteo ma senza la stessa frequenza. Certe sere andavo con le altre al Mandracchio, la discoteca del momento. Ero corteggiata e ogni tanto flirtavo ma con scarso impegno. Rimanevo distrutta e non avevo particolare voglia di divertirmi. Ma dovevo salvare la faccia, specie quando incontravo il falso Piero con Unghie Laccate-di-Rosso. Per cui mi facevo vedere, vestivo con ricercatezza e ridevo quando volevo gridare e pestare i piedi e piangere e basta. Erano serate sterili, senza piacere. Nemmeno il fatto che l'Andrea, il bellissimo farmacista di Ponterosso mi avesse notata, riusciva a scuotermi dal torpore in cui ero caduta. Mi sentivo un relitto. Avevo vent'anni. Una sera di ottobre indossai un abitino di maglia nera con le calze di pizzo e i camperos che avevo comprato col babbo da Dugoni in via Canalchiaro. Come look, suona atroce, lo ammetto. Ma andava di moda così. Avevo grandi anelle dorate alle orecchie, e tenevo i capelli sciolti, vaporosi. Una negra bianca. Così mi chiamavano a Trieste. Per i capelli crespi. E per il fatto che ero molto alta, con un corpo sportivo, nervoso. Come paragone, non mi piaceva granché. Mi faceva venire in mente un film tristissimo con Lana Turner in cui la figlia della governante nera era nata bianca, e si vergognava delle origini materne, salvo poi piangere come un capretto al funerale della madre. Comunque, io continuavo a vedermi più simile alla Scopa Pippo che forse all'epoca manco esisteva. Resta il fatto che in quella città io piacevo, sensazione mai provata a Modena. Conobbi Valter in un ristorante, durante una cena di gruppo. Era biondo, alto, elegante, usava il congiuntivo e persino il passato remoto. Era più triestino del Molo Audace, più limpido del mare che sfiora Krk, più bello del sole riflesso nelle vetrine del Caffè degli Specchi, e me ne innamorai. Se si può passare dalla disperazione alla felicità? Si può. A me accadde quella sera. Quando lo vidi, restai come fulminata. La jota perse sapore. Lo stinco di vitello diventò granito. La palacinka si spogliò di ogni fascino malgrado il cioccolato fuso che la ricopriva. Di colpo sul mio personale menu c'era soltanto Valter Volpe, che non mi piacque per gradi. Mi piacque e basta. Il cuore si posizionò in gola e li restò finché lui non mi chiese il numero di telefono. Mi chiamò l'indomani nel primo pomeriggio, quando ormai la povera Lella non sapeva più che cosa fare per tenermi calma, salvo forse percuotermi con lo spazzolone da pavimenti, e la vita – di colpo – ricominciò. Un po' come quando la polvere di caffè, se macinata troppo sottile, ottura il filtro della moka casalinga e non esce niente, e nell'aria si sprigiona quell'odore cotto, così reminiscente della gomma arancio ruggine della guarnizione, e poi – come per miracolo – tutto si sblocca, ed ecco sgorgare il caffè nero e buono e fumante di schiuma e tu lo bevi, di nuovo felice. Fu un caffè piuttosto lungo, perché durò tre anni, con l'epilogo già noto. Anche a lui piaceva tutto di me… tranne la medaglietta di smalto beige, molto vintage, che portavo al polso sinistro. Era infilata in una sottilissima catenina d'argento che, quando ero indisposta (per usare una definizione della mamma), mi macchiava la pelle di un verde nerastro. L'avevo comprata l'anno prima al mercato antiquario di Modena. Sopra recava un teschio con una corona di ossicini e la frase "Oltre la

morte". Per alcuni era il motto di un valoroso aviatore della Prima Guerra Mondiale, il principe Fulco Ruffo di Calabria, per altri apparteneva al corpo dei Sabotatori Paracadutisti. La frase mi piaceva, evocava un coraggio di cui sentivo di avere bisogno, e non gli scenari politici o gli schieramenti a cui è stata associata negli anni. Mi dava forza, pensavo. Ma me ne dava tanta anche Valter che desideravo compiacere, così alla fine accettai di togliermi la medaglietta e di gettarla in mare. Era una gelida sera di inverno, la bora faceva scempio del mio cappotto che si sollevava frenetico, come una tenda impazzita, e ad oggi rimpiango di non aver scelto un periodo più mite e benevolo per salutare quello che era stato, alla fin fine, un gran bravo teschio. Non fu che il primo di molti cambiamenti. Valter aveva undici anni più di me e una visione adulta nonché maschile del mondo, quindi concreta. Il suo influsso non fu mai diretto, perché era troppo intelligente per intromettersi nelle mie scelte. Fu la vicinanza in sé a condizionarmi. Il confronto della sua vita con la mia. Di colpo, Matteo e la sua casa non m'invogliarono più, e persino via Hermet, così chiassosa e frivola, mi venne a noia. Avevo voglia di rigore e solidità, e con Valter le ritrovai. La convivenza con le altre ragazze diventò pesante. Come spesso accade, la presenza di un fidanzato risultò destabilizzante, anche perché io non ero più così modaiola. A poco a poco avevo cambiato gusti e abitudini, sottraendomi alle dinamiche della casa. Non andavo più al Mandracchio e mi facevo vedere pochissimo persino al Portizza per l'aperitivo delle diciannove. Disertavo le cene da Suban o all'Elefante Bianco e, se c'era da uscire, sceglievo Valter e non una delle mie coinquiline o il vecchio gruppo della Tergeste bene. L'armonia si tramutò in dissenso, e i litigi per le cause più banali si ripeterono con cadenza quotidiana. Non ero una brava casalinga e di colpo venni messa in croce per questo. A sentire Pazzelli, non pulivo mai i fornelli quand'era il mio turno e poi il mio cane, a dirla tutta, rompeva. Freddo (detto Bamba o Amore-della-Mamma, come capitava) era un cucciolo di husky, un vero peperino dal punto di vista del carattere. Me lo aveva regalato Valter per il compleanno, realizzando tutti i miei sogni di felicità e amicizia canina. Bamba adorava masticare gli angoli del mio tappeto di lana cotta e se cadeva un costume da bagno, magari firmato, dall'attaccapanni a muro, lui era lesto a triturarlo. Spesso si mangiava qualche pagina di libro, magari contenente un passo cruciale (era un cane molto selettivo) e capitava che gli scappasse la pipì (o peggio) nei luoghi meno indicati. Per esempio, una volta, lo portai alla Scuola e lui irrorò con prodigalità l'intera soglia dell'Aula Magna. Un'altra volta si fece venire una dissenteria pazzesca in Piazza Goldoni, nell'atrio di un esclusivo negozio di borse, la cui titolare fu così buona da non strangolarmi con la prima tracolla che le capitò a tiro. In via Hermet Bamba imperava e spadroneggiava, forte della sua bellezza soffice, dei suoi occhi color del destino e di quelle zampe infantili che sotto erano ancora rosa confetto. Col senno di poi, capisco che non a tutti fossero gradite le sue effusioni. Per non parlare dei suoi olezzanti bisognini. To cut a long story short, caddi di colpo in minoranza. Anche Lella, cui mi legava un affetto sincero, quasi fraterno, seguì l'umore generale e alimentò suo malgrado chiacchiere gratuite, per cui alla fine mi ritrovai sola e impopolare. In tutto questo Valter, dominante in tanto malcontento, passò all'azione. Via Hermet non gli era mai piaciuta e in particolare temeva l'influenza di Pazzelli, che non lo convinceva. Mi trovò una casa bellissima in via Parenzan, con tanto di giardinetto per Bamba, e alla Scuola io conobbi Christine, che sarebbe diventata poi la mia ultima convivente donna. Sua mamma era inglese ma il babbo era pugliese, di Lucera, così che Christine parlava un ottimo inglese e un italiano dall'accento curioso. Era curioso anche quello della madre che una volta venne a Trieste, ospite nostra, e annunciò di averci preparato il "gatto di patate". Mi spaventai non poco prima di capire che gatto era "gateau" e che in quanto tale era anche commestibile. L'affitto era ragionevole, e Christine sembrava un tipo pratico, cosa che mi rassicurò. Il tempo di trovare una sostituta per via Hermet, che molti chiamavano via Vermet per via della bonomia che vi regnava (ma questo l'ho appreso solo di recente, parlando con Landa), e via che mi congedai. Ancora una volta era finita un'era, e per fortuna che non ho mai avuto problemi a ricominciare da zero, altrimenti sarei fritta a quest'ora. Tentai a giugno anche tutti gli esami del secondo anno ma sbagliai mira con tre di essi. Crevatin, che mi aveva convocata in aula d'esame con un campanaccio tirolese, al grido di "Venite, belle muccarelle, venite", mi chiese il sistema fonematico dello swahili, il che spiega la mia conseguente


e quasi immediata cacciata senza scampanio alcuno. Avevo studiato ogni aspetto della linguistica ma certo non lo swahili, per cui c'era ben poco da fare. Di Predonzani ho già parlato, e non intendo ritornarci sopra. Passai per il rotto della cuffia l'esame della Diana. Ventuno era un voto che mi faceva schifo ma avevo troppa paura di perdere l'anno per fare la snob, così lo presi e portai a casa. Ben che feci, perché subito dopo cannai la traduzione della Coales, e per poco non mi venne un colpo (anche se quello accadde in epoca ben successiva, e certo non per lo shock). La mia sicumera, già provata, si assottigliò come una fetta di mortadella tagliata da un salumiere avaro. Ristudiai la noiosissima Linguistica Applicata, di cui continuo a domandarmi l'utilità. Affrontai programmi passati e presenti di Lingua Italiana. E per non farmi mancare nulla, passai l'estate a tradurre verso l'inglese di tutto, dalle ricette istriane ai bugiardini delle medicine, dalle poesie di Jimenez (chissà perché) agli articoli di giornale. Ma alla sessione autunnale passai Crevatin e Predonzani mentre mi eluse ancora una volta la Coales. Mi sarei sparata! E certo non saltò di gioia la mia compagnia di sventura, Lorenza Destro, come me condannata a febbraio. Distrussi lo Swan a furia di consultarlo. E tanto sfogliai l'Oxford da piegarne la copertina a righe, pur rigida. Nello Zanichelli feci addirittura solchi (o erano trincee?), ed ero arrivata a sognare in inglese tanto vivevo per esso. Un esame soltanto mi mancava. Ma cannato quello, cannato tutto, e non potevo. Valter disse che avrei passato. Ma gli uomini dicono tante cose, molte delle quali non significano niente, e lui non faceva eccezione. Nondimeno, a febbraio, tutto l'empireo di cui avevo invocato l'aiuto entrò con me in aula d'esame, e superai la prova. Presi ventiquattro. Quando vidi il mio nome in bacheca, seguito dal voto, provai un'emozione profonda. Mai esame fu così importante per me. Mai risultato contò altrettanto. Com'era di rigore, andai a farmi mostrare le correzioni. Lorenza, che aveva pure passato, era presente. Non ricordo se entrò con me o dopo di me. Senz'altro conosceva l'episodio, perché me ne ha parlato di recente. Per farla breve, la Coales mi rivolse quel suo sorriso da caimano che poteva durare anche un minuto intero, se voleva (e un minuto è lungo), mentre sollevava dalla cattedra il testo d'esame corretto e me lo sventolava sotto il naso. Avevo sbagliato un tempo verbale e due aggettivi non erano abbastanza adeguati, annunciò. Poi c'era un errore di spelling e mi ero scordata una maiuscola… birbante! Ma l'imperdonabile, beh, quello lo avevo commesso verso la fine, sottolineò l'ineffabile Patricia, e il ciuffo bianco e sofficissimo le sobbalzò come uno spoiler mal fissato, quasi a ribadire il concetto. Io guardai il punto che m'indicava sul foglio. Non capivo. Era un sette – vedevo – scritto in cifra. «Questo le è costato mezzo punto!» continuò la Coales col suo marcatissimo accento alla Stanlio e Ollio. «Very grave.» Grave, che cosa, mi domandai io che seguitavo a non capire. «Il sette?» chiesi con garbo. «Intende quello?» Patricia additò la barretta, ora rossa, che lo solcava nel mezzo. «No» obiettò scrollando il capo dinanzi a tanta ottusità, «non il sette, bensì il fatto che lei lo abbia barrato!» Sembrava oltraggiata, neanche avessi sostituito il rosario della Madonna di Loreto con una collana di Chanel. Non ci vedevo niente di sbagliato (nel sette barrato, cioè) e lo dissi. La Coales allora mi spiegò – come se fosse stata Parola del Signore scritta nella pietra – che nei paesi anglosassoni il 7 non si barrava mai e poi mai. Portava male, non lo sapevo, heavens? In effetti, male mi portò eccome, se è vero che per una dannata barretta mi giocai mezzo preziosissimo punto. Ora, lì per lì ci restai malissimo ma le umiliazioni erano pane quotidiano a Trieste che ormai ci avevo fatto il callo. Tra l'altro i mezzi punti non contavano, certo non avrei potuto passare con ventiquattro… e mezzo, no? L'incidente, pertanto, si consumò senza particolari conseguenze. D'accordo, di colpo non riuscivo più a barrare il sette per via dello shock, nemmeno in italiano. La penna vergava il numero per poi lasciarlo intatto e fuggire via. Ma l'importante era che anche l'ultimo esame del primo biennio si fosse concluso e che potessi accedere al terzo anno, che già frequentavo. Non ho più pensato a quel sette – e al ciuffo della Coales – se non a marzo di quest'anno, mentre mi trovavo al Mugello col Ferrari Club Italia. L'Assemblea dei Soci si riuniva prima delle prove di regolarità e, poiché alcuni erano muniti di deleghe, si era deciso di vergare con un marker il numero delle persone rappresentate. Quando si fosse votato per alzata di mano, ognuno avrebbe alzato la

scheda col numero delle deleghe in questione che, in fase di conteggio, si sarebbe sommato al voto del socio presente. Non era compito mio predisporre le schede, visto che mi occupo di logistica per conto di una incentive house di Torino ma, siccome il preposto Mauro era stato chiamato in riunione, mi ero ritrovata a sostituirlo. Mentre iniziava l'assemblea, un socio ritornò indietro di gran carriera per rettificare il numero di deleghe che adesso nel suo caso erano salite a sette. Come da procedura, annullai la scheda errata che mi stava rendendo e gliene compilai una nuova, col numero di matricola, il nome e cognome. Poi, sul retro tracciai un grosso sette. Non barrato, ovvio. Figurarsi. Ilaria, del Club Ferrari, guardò il numero e disse: «Sembra un uno. Barralo». Io, che mi ero già allungata a porgere la scheda, rimasi come paralizzata. «Barrarlo?» pigolai. La mia voce tradiva puro terrore. «Sì» intervenne il socio. «Meglio evitare ambiguità, no?» Io deglutii e tolsi il cappuccio al pennarellone. Presi tempo. «Non barro mai il sette» dichiarai senza motivo. Poi, con grande scempio dell'intero mondo anglosassone e di quello interiore mio, barrai il sette con uno svolazzo tremante. Ilaria mi fissò come se fossi scema, e senz'altro dovevo sembrarlo. «Perché non lo barri mai?» volle sapere. Raccontai di quel giorno lontano con la Coales. «In testa, gliela dovevi tirare, quella barra» sentenziò il socio a denti stretti. Ed entrò in assemblea. Io rimasi seduta. Ero tutta sudata. Per aver barrato un fottutissimo sette più di vent'anni dopo. A riprova del fatto che siamo ciò che abbiamo vissuto. Comunque, tornando a Trieste e facendo un passetto indietro, mi ero messa a frequentare il terzo anno già da novembre, nella speranza di passare – come poi accadde a febbraio – il benedetto esame della Coales. Se dovessi tentare una catalogazione, definirei quel momento come di crisi, e non soltanto perché rischiavo – come tanti – di perdere l'anno. Mi ero decisa per Interpretazione perché era quella la scelta popolare. Non la soft choice ch'era poi come Snelling soleva definire Traduzione con malcelato disprezzo. Col senno di poi, immagino che la chiamasse "soft" perché lui non l'aveva frequentata mai, e non aveva la benché minima idea di come fosse invece scomoda e perciò "durissima". Tutte le persone che preferivo come Landa e Mauro Bubnic (tranne le venete Lorenza Destro e Monica Casonato e la friulana Phillips-Colore-Sempre-Vivo che si erano dichiarate traduttrici nel cuore sin dall'inizio) facevano interpretazione, per cui mi ero accodata, anche perché chi va a Trieste non si vede nei panni di qualche oscura traduttrice giurata o tecnica alle prese con contratti capestro o manuali narcotizzanti bensì in quelli mitizzati di una interprete à la page con tanto di cuffie incorporate. Mi vedevo così anch'io. Per quello ero andata a Trieste, no? Al bivio Interpretazione-Traduzione, che era poi lo stesso del diploma, si erano defilate diverse persone care. Come Silvia, tornata nella caotica Milano. O come la bionda Alessandra, che se ne uscì di scena in silenzio e con mio grande, inespresso rimpianto. Da tempo non ci frequentavamo nemmeno più, eppure eravamo state così bene insieme. Ma avevamo fatto cose diverse. Io, per esempio, stavo tenendo duro. In realtà, passato l'entusiasmo iniziale per Interpretazione, che anche per me fu immenso, rimasero loro, le Gazzette. All'inizio le avevo trovate diverse e tutto sommato interessanti. Era divertente tradurle a vista, e ancor più divertente farsele leggere e prendere improbabili appunti per la consecutiva. Parlavano di tematiche comunitarie. Alloggi, disoccupazione, crisi interne, disavanzi, tassazione, cazzi & mazzi. Tutti argomenti rivelatori, suppongo. Di respiro europeo, a volte più ampio. Senz'altro era terapeutico parlare di sviluppo, affari, bilanci. Era anche una palla per chi, come me, viveva di libri e per i libri, e s'inventava storie anche solo guardando un pezzo di Scottex. Interpretare era una sfida allettante. Un esercizio che solo abilità, tenacia e concentrazione consentivano. Ma la creatività non doveva né poteva avere troppo spazio. Il testo andava reso con fedeltà e rapidità fulminea, con un'intonazione quanto più naturale possibile, ovvero senza quelle spezzettature alla Star Trek che spesso tradiscono l'incertezza di un interprete, il décalage con cui annaspa in cerca di un termine adeguato.


A volte, ai congressi cui partecipo, prendo una cuffia e mi metto ad ascoltare gli interpreti al lavoro. Alcuni sono bravi, brillanti, dei veri istrioni. Altri prendono tempo, con pause e ridondanze, e mi fanno una pena terribile perché ricordo i miei inizi e quelli dei miei colleghi la prima volta in cui ci capacitammo di come interpretare non fosse affatto un picnic. Confessare di preferire traduzione non era pensabile, visto che per tutti era impopolare, quasi démodé. Ma almeno tre fatti m'indussero a prendere una decisione che in pochi compresero. Un giorno Snelling, interpretazione inglese attiva, ci impartì un riassunto. Ero bravissima nei riassunti ma quel giorno - porco gatto! – non so che cosa diavolo mi prese e, invece di condensare, espansi, scrivendo una sorta di piccola e superflua Enciclopedia Britannica. Un disastro. Ero certamente passibile di biasimo ma non del pubblico ludibrio cui pensò bene di sottopormi l'umorale Clyde. Immagino fosse deluso da una studentessa che riteneva promettente e invece non lo era, tanto che si sfogò così, facendomi a pezzi in classe. Sic transit gloria mundi. Uscii avvilita e umiliata e certo non mi aiutò quando Snelling, fino ad allora ciarliero e cordialissimo, smise di considerarmi. Se alzavo la mano, lui m'ignorava. Se dicevo qualcosa, si girava dall'altra parte. Se cercavo di parlargli, diceva di non avere tempo. Se m'incrociava nei corridoi della Scuola, mi sorrideva con compatimento. L'intesa, se mai c'era stata (e ora come ora ne dubito), si era rotta. Più o meno nella stessa settimana, la Boschian, interpretazione passiva inglese, mi assegnò un discorso che avrei dovuto pronunciare in pubblico. Ottemperai, e lei mi lodò per quel "raro esempio di eloquenza", complimento che mi ripagò in parte dell'ostracismo clydiano. Qualche giorno dopo, però, fece provare a me e agli altri le vetuste cabine dell'Aula Magna. Impugnata la solita Gazzetta, si mise a leggere nel suo spassoso ma non facilissimo inglese versione triestina. Io, già inibita dal tanfo della cabina e dalla gloria che rappresentava, capii poco o niente. Non so se siano state le cuffie o la pronuncia della Boschian o l'agitazione. A occhio, direi quest'ultima. Non ero abituata a sentire le voci in cuffia, e ancor oggi, per esempio in phone conference, so di essere meno pronta che dal vivo o per iscritto, dove ho la velocità di un crotalo. Sia in inglese che in francese (in tedesco ormai mi accontento di farmi capire e basta, è una lingua che non uso mai). Arrampicandomi sugli specchi, cercai di rendere lo speech come meglio potei ma è chiaro che non brillai. Critica e punizione sono pilastri del buon apprendimento, componenti della bonne méthode, ma anche in quel caso venni messa alla berlina come se nella storia della Scuola fossi stata l'unica a zoppicare in occasione del suo primo passaggio in cabina. Di nuovo tornai a casa con l'umore sotto lo zerbino. E una nuova angoscia: interpretazione eludeva i miei talenti più immediati, che si ricollegavano alla parola scritta. Avrei dovuto non soltanto studiare di più ma dedicare maggior tempo. Mi sarei laureata non nei quattro anni che mi ero prefissa ma almeno in cinque o sei. Ci sarebbero state più spese per i miei genitori che inoltre sarebbero rimasti delusi - pensavo io - dalla mia resa non subitanea ed eccelsa. Era un quadro per me fosco. Tra l'altro, continuavo a spasimare per l'esame della Coales che mi rimandava a traduzione. Da una lato avevo abbracciato la parola orale, coi suoi altalenanti artifizi. Dall'altro dovevo concentrarmi ancora su quella scritta, perché era lì che si giocava il mio avvenire. Mi trovavo tra due roghi, altro che fuochi! Come se non bastasse, la mia amica storica, Landa, provata nel più profondo dalla morte accidentale di Enrico, col quale peraltro aveva rotto da tempo, aveva frattanto perso la testa per il leccese Andrea, un affascinante ufficiale di marina, in visita a Navalgernarmi dalla Toscana. Pazienza quello. L'amour toujours l'amour, no? Tuttavia, sfortuna o fortuna volle (la vita è sempre un dono, intendiamoci, ma nel caso specifico le circostanze non giovarono) che Landa restasse anche incinta mentre si trovava a Pisa per un'embrionale convivenza. Adesso Dionisio, il suo primogenito, è per lei motivo di gioia mista a orgoglio ma all'epoca, giovane e inesperta com'era, l'inattesa gravidanza risultò problematica e pesante, anche perché fu difficilissima da portare avanti. Le nausee erano continue e spaventose, spesso doveva stare a letto, e comunque ventitré anni sono pochi per diventare mamma, quanto meno ai giorni nostri. Che fosse incinta, Landa me lo aveva scritto. Allora era normale mandarsi lettere. Il telefono fisso costava un occhio e mezzo della testa, il cellulare ce l'aveva giusto Valter per lavoro, e rassomigliava a un mattoncino, tant'era squadrato e ingombrante. Anch'io scrivevo parecchio all'epoca, pertanto

trovai normale scovare una busta di Landa nella cassetta. L'aprii con nonchalance mentre andavo a spasso con Bamba, su per il sentiero che da via Parenzan portava in un piccolo sottobosco in salita, quasi un passaggio segreto per capre. Per poco non mi sfuggì il guinzaglio e Bamba e tutto quando passai dal "Cara Ghiga" all'incipit della lettera, che conservo tuttora. Landa mi scriveva della gravidanza. Diceva di essere felice e innamorata ma non nascondeva l'incertezza o i dubbi o lo strazio di dover lasciare Trieste. Perché lasciava. Per forza. La sua vita, di colpo, era altro. Era altrove. Bastò quella notizia perché il mio orizzonte rimpiccolisse fino a soffocarmi. Mi sentii tremendamente ed egoisticamente sola. La mia Landa se ne andava per seguire un destino più alto, io ero prigioniera di una scelta ostica che nemmeno mi piaceva e mi causava violenti dispiaceri e, se non fosse stato per Valter, Bamba e poche care amiche, non avrei avuto saputo da che parte girarmi. Passai le settimane successive a telefonare a Landa. Partivo la mattina da via Parenzan e a metà strada, prima del tunnel, mi fermavo col Ciao in una cabina compiacente (sempre la stessa, ero e sono abitudinaria) e la chiamavo a suon di cinquanta e cento lire. Ridevamo. Piangevamo. Andavamo a braccio. Eravamo amiche per davvero, avevamo bisogno di sentirci e in particolare io di ricordarle che la distanza geografica non contava, che ero con lei lo stesso, che non l'avrei lasciata mai. L'anno dopo sarei andata al suo matrimonio a Roma, in Campidoglio, con Dionisio in fasce e un'assurda borsetta a forma di cappelliera che faceva pendant col mio tailleur bordeaux e un atroce rossetto iridescente di cui chissà perché mi ero incapricciata. In quell'occasione Landa mi regalò una sciarpa di Kenzo a strisce, che conservo ancora. Così come l'immagine di lei che appare felice ed elegantissima nell'abito di seta bianco latte, con un grande fiocco verticale. Ci fu una festa da Re Enzo e gli sposi regalarono a tutti una copia di Siddartha. Come testimone io ricevetti altresì una stampa di Klimt, "Il Bacio", che è rimasta nella mia vita precedente, ovvero è stata con eleganza fagocitata insieme al resto dal mio ex marito. A volte penso che si sia ritrovato a corto di baci, se è vero che ha dovuto rubare il mio. Con Landa in Toscana e il mio avvenire a Trieste subordinato alla Coales, io ruppi intanto gli indugi e passai a traduzione. Non ero Diego Marani, tanto meno Marco Savella o Luca Dini, pertanto era inutile che perseverassi. Se avevo altri talenti, tanto valeva che li trovassi, e certo non giocando a fare l'interprete, per giunta infelice e frustrata. Snelling mi tolse il saluto, come se fossi diventata più invisibile di Casper, ma lo spigoloso Mauro Bubnic continuò a essermi amico, a riprova del fatto che le scelte non rendono migliore o peggiore, solo ti fanno prendere direzioni diverse. Mia madre, convinta che quel voltafaccia fosse stato dettato da Valter, che in realtà non era intervenuto visto che avevo fatto tutto da sola, rimostrò con vigore. Mi ero fatta influenzare, accusò. Avrei dovuto insistere. Prima o poi mi sarei appassionata. E pazienza se le Gazzette erano barbose. Mica si lavorava per ridere, no? Mentre io ne ero convinta. Non di come fossi destinata a ridere, ma del fatto che lavoro e passione dovessero coniugarsi. Il fine era la soddisfazione. Di quella non volevo fare a meno. Traduzione, in ogni caso, mi fu subito congeniale. Di nuovo affrontavo cose gradite e difficili, non difficili e basta. Mi arrovellavo in cerca di aggettivi preziosi e sinonimi accattivanti, sfogliavo i dizionari in cerca dei loro segreti, trattavo i testi come se fossero vivi, e lo erano. Rifiorii, anche fisicamente. Superai il plurimenzionato esame della Coales e mi tuffai nei nuovi corsi con sete autentica di sapere. Rinsaldai i rapporti, peraltro già molto forti, con le trivenete Lorenza, Monica e Teresa. Lorenza, in particolare, era la mia partner in crime quando si trattava di ridere e fare scherzi. Tutto era spunto per noi, da una frase astrusa all'abito singolare di un prof o di qualche studente, da un pettegolezzo sugoso a un nostro errore in classe. Lei notava tutto, con quei suoi occhi scuri mobilissimi, e spesso mi aizzava senza volere e con conseguenze funeste… considerato che il mio tempo di reazione era brevissimo. La battuta mi partiva all'istante, e spesso non ero pronta nemmeno io al suo feroce impatto. Per cui ci mettevamo a ridere nei momenti meno adatti, e a volte ci beccavano anche, mannaggia!


Con la Claudia Manidi, che ogni giorno calava dalla lontana Muggia e tesseva le lodi dello storico fidanzato, lo statistico Belaz, avevo un'intesa più pacata ma comunque buona. Mi feci anche una nuova amica, la Manuela Noce, che avevo sempre considerato sdegnosa mentre forse sdegnosa ero soltanto io. Aveva capelli soffici e ondulati come lana merino, ed era nata in Ghana, dove continuava ad abitare suo padre, ma abitava a Biella con la mamma, una signora minuta dagli occhi dolci e sinceri che aveva bellissimi pastori tedeschi. Manu parlava un inglese eccezionale, e suo fratello studiava ingegneria negli Stati Uniti. Eravamo molto simili per famiglia ed educazione, anche se la mia vita non era mai stata avventurosa come la sua, e ancor oggi mi sorprendo del ritardo con cui abbiamo legato. A tutt'oggi, Manuela rimane una delle mie poche certezze. Le altre si chiamano Landa e Lorenza. Queste tre persone sono ancora con me, hanno vissuto le mie luci e ombre, io ho vissuto le loro quando me lo hanno permesso. Sappiamo di che cosa parliamo e, se anche la mail o l'instant messaging hanno sostituito le lettere d'antica memoria, poco male. I contenuti rimangono. È vero, ci sentiamo quando capita. Ma non c'è mai imbarazzo. Ogni volta il discorso riprende come se si fosse interrotto l'attimo prima, a riprova di come il bene scardini il tempo, perché è indipendente da esso. A Trieste formavano un gruppo compatto e unitissimo, molto solidale e linguacciuto. Le lezioni erano divertenti prima, durante e dopo. Stavamo insieme per studiare e a volte studiavamo per stare insieme. Ci confortavamo a vicenda, quasi a stemperare la solitudine in cui a turno ci eravamo trovate nel primo biennio. Ci supportavamo con sincerità e sano umorismo. Da parte mia, adoravo le lezioni di Gerald Parks, traduzione dall'italiano in inglese, anche se facevo fatica a seguire il suo drawl. Mi piacevano i brani letterari che sceglieva, ostici ma sublimi. E a distanza di anni ricordo ancora i suoi insegnamenti, i trucchi che da prof e futuro collega ci snocciolava. Parks era un ottimo traduttore. Così bravo che l'ambizione lo eludeva. Noi saremmo diventati concorrenza successiva, eppure lui ci preparava lo stesso con coscienza e severità. C'era posto per tutti, e questo so di averlo imparato non tanto dalle sue lezioni ma da come si poneva lui: semplicemente. Era un genio umilissimo la cui grandezza sfuggiva ai più. Per traduzione dall'inglese verso l'italiano avevamo invece il triestino Livio Horrack che aveva labbra color aubergine e un gusto perverso, se non… diverso, quando si trattava di coniugare il verbo "tossire". Sebbene tutti mi chiamassero Ghiga, lui preferiva chiamarmi "Maria". E siccome aveva una voce molto profonda, alla Yves Montand col raffreddore da fieno, quando pronunciava "Maria", per giunta calcando, sembrava recitasse. Ora, Maria Gaetana è il mio nome completo. Gaetana, volendo abbreviare. Maria, da solo, non m'identifica né m'identificava allora, per cui spesso non reagivo nemmeno. Non capivo, insomma, che il prof stesse chiamando proprio me. Allora lui tornava a dire, in tono interrogativo: «Maria?». E quelle s… di Lorenza e Manuela, che si erano messe in testa che Horrack mi facesse il filo, incominciavano a cantare West Side Story, facendomi diventare di tutti i colori: «Maria, Maria… I've just met a girl named Maria…». Un tormento! Tra che dovevo leggere, tra che mi scappava da ridere, tra che non potevo guardare lui, Livio, a momenti grugnivo. Un po' come accadde a Lorenza quella volta da Sadar, quando grugnì (ma lei per davvero) per via di una mia sciocchissima ma godibile battuta sulla carta igienica detta "raspaculo". Povero Sadar, a lui sì che gliene capitarono di ogni! Al di là del grugnito destriano, ormai passato alla storia per la durata e la sonorità, anche un oggetto sconosciuto gli toccò di avvistare nel bel mezzo dell'Aula Magna. «Che cosa capperi è quello?» domandò, scandendo com'era solito le parole e additando una forma semicircolare di colore beige che spuntava dal pavimento. Ci allungammo tutti a guardare e io fui lì lì per svenire dall'imbarazzo. Erano gli anni delle spalline giganti, e io avevo appena smarrito la spallona destra del maglione verde bandiera col fiore pervinca che mi aveva confezionato la nonna Beatrice! «Ho perso un pezzo!» berciai. E con una spalla più alta dell'altra, mi precipitai fino alla spallona caduta e l'afferrai. Ci fu un boato, ma io ero troppo impegnata a ripristinare l'impalcatura interna del maglione per notarlo. Adesso mi viene da ridere se penso a quando ci incastravamo le spalline sotto gli elastici del reggiseno. Guai a uscire senza. Guai a non averle abbastanza rigonfie. Avere spalle normali era imperdonabile!

Gli studenti – e quanto sopra lo dimostra – erano in genere più buffi o anche solo simpatici dei prof ma Dodds, esercitazioni pratiche d'inglese, faceva eccezione. Era spiritoso di suo, con una mamma che aveva insegnato canto al vocalist degli Spandau Ballet, allora molto in voga. Ci raccontò un giorno di aver approvato una mozione del dean dell'università centrale rendendo la frase "it makes sense" con un clamoroso "fa senso" che strappò risate corali. Piaceva a tutti, Dodds. Forse perché ogni tanto commetteva errori. Forse li commettevano anche gli altri docenti. Ma nessuno di loro l'ha mai raccontato. Quanto meno, non rammento. Il terzo anno trascolorò nel quarto e di colpo mi ritrovai ad affrontare i finali. Che sono esami particolari, nel senso che valgono soltanto in negativo. Se li passi, la tua media complessiva non migliora. Se non li passi, non ti puoi laureare. Ricordo di averli sostenuti nell'autunno del 1988, quando il prodigioso ma schivo Cauti, prima lingua francese, già si laureava in interpretazione con una giacca color del sedano. Erano testi difficili ma Parks e Horrack mi avevano preparata a dovere, ragion per cui andai come il diavolo. Rammento un brano: "Apologia dell'umile virgola". Era arguto e scritto benissimo, e mi divertii a tradurlo. Per la tesina, anche quella ininfluente ai fini della media, scelsi Italo Calvino e "Il castello dei destini incrociati". La discussi alla presenza di Horrack e della Diana. Quest'ultima, ascoltandomi, disse: «Però, che cambiamento rispetto a quando era mia studentessa». Voleva dire che ero molto migliorata. In realtà, avevo trovato qualcuno che mi dava fiducia, e di colpo ero diventata una brava traduttrice, perché il resto - magari – ce l'avevo dentro. Ma se a Scuola tutto filava bene, nel privato mi stavo preparando a salutare Valter. Era stato un grande amore, un amore a cui dovevo equilibrio, determinazione e maturità. Tuttavia, non ero più innamorata, sono cose che accadono senza motivo, giusto per farci dispetto. Perché è brutto ricevere un rifiuto. Ma lo è anche darlo. Lasciai Valter, lasciai via Parenzan, lasciai Trieste. Di ritorno a Modena, mi buttai nella tesi. Avevo scelto Parks come relatore e l'Argenton come correlatrice. L'argomento me l'ero trovato controverso, visto che avrei parlato della traduzione della cosiddetta paraletteratura o letteratura d'evasione, in particolare del romanzo rosa. Passai mesi a documentarmi, il che significò leggere atrocità come Liala e la Cartland. Per non parlare di centinaia di sciocchi ma almeno spassosi Harmony. O dei rosa hard come Scrupoli della Krantz che dovetti citare con estrema parsimonia, visto che Parks tendeva a scandalizzarsi. In sei mesi esatti sfornai una tesi corposa e ironica che fu antesignana del mio inizio di carriera, quando tradussi moltissimi gialli e romanzi rosa. La dissertazione venne fissata per il 17 luglio. Mia madre disse subito che sarebbe venuta. Mi venne male mentre cercavo di dissuaderla con ogni mezzo. Non sapevo che cosa aspettarmi. Alla Scuola, dopotutto, non si sapeva mai. Non volevo che restasse delusa dell'exploit di qualche docente. Ma Patton non volle sentire ragioni. Voleva esserci e, per tutti i diavoli, ci sarebbe stata. Così, mentre io già l'aspettavo a Trieste, ospite di Lorenza, mamma affrontò il viaggio in treno come quella volta per l'ammissione. A quel punto, mi trasferii con lei nell'ordinata pensione Brioni di via Ginnastica, consigliataci da Manu Noce. La Casa della Fanciulla non fu nemmeno nominata, grazie a Dio. Io ero agitatissima. La presenza di mia madre mi inibiva, e comunque non ero tranquilla. Tanto per incominciare, sapevo di non poter aspirare al massimo dei voti. Partivo da 97. Pertanto, anche prendendo gli undici punti che erano il massimo per la tesi, sarei tutt'al più arrivata a 108. Sempre che ci arrivassi! In realtà, negli anni precedenti, era stata assegnata l'eccezionalità a diverse tesi, con picchi di addirittura quindici punti extra. Ma di recente c'era stato un giro di vite, pertanto addio regalie. L'era dell'indulgenza era finita. Per la dissertazione, indossai un abito blu scuro di Pianoforte che ho gettato via solo quest'anno, insieme agli appunti di Melato e Sadar, e con rimpianto (ma solo per il vestito, ormai immettibile). In mano reggevo la tesi rilegata di grigio perla. Mia madre, pure in blu (ma che sorpresa), sedeva in prima fila e qua e là si scorgevano le teste delle amiche e qualche curioso. Parks sorrise, l'Argenton pure, e io mi sedetti. A presiedere la commissione era purtroppo Crevatin. Dico "purtroppo" perché da lui, come dalla Scuola, non sapevo mai che cosa aspettarmi. O tanto bene o tanto male. Incominciai a parlare, mi accalorai con misura, ci furono domande cui risposi con prontezza,


e poi altri interventi. Tutto filava alla perfezione. Non che io mi fossi permessa il benché minimo rilassamento. Ero tesa come l'elastico degli asparagi che ho comprato stamane al mercato della Benefica. Nondimeno, avevo chiara percezione di come la dissertazione si stesse svolgendo alla grande. In fase conclusiva, quando pensavo di essere ormai prossima al traguardo, Crevatin prese tuttavia la parola. Smisi di respirare, terrorizzata, e il mio pensiero corse alla mamma. Che cosa c'era in serbo per me? Per lei? Qualche domanda trabocchetto, magari sui romanzi rosa… in swahili? Ma Crevatin pontificò per un buon quarto d'ora, rispolverando tra l'altro il romanzo greco che avevo io stessa citato… e alla fine, invece di fare domande imbarazzanti o anche solo impossibili, com'era suo marchio di fabbrica, concluse: «Ottima tesi, non ho altro da dire. Bell'argomento, non c'è dubbio!». Insomma, aveva parlato per il piacere di farlo, e io ero libera. Presi il prevedibile 108 e ne fui felice. Sapevo di poter aspirare tutt'al più a quello, e il fatto solo di essermi laureata mi ripagava di tutto. Patton mi disse che era il più bel giorno della sua vita e io mi sentii rimescolare, perché dare vita a un sogno – suo, mio, nostro – ha un valore molto speciale. Festeggiai con lei e le amiche più care nel modesto baretto vicino alla Scuola. Ho ancora la spilla che Monica, Lorenza e Diana Boer mi regalarono quel giorno insieme ai fiori. La romantica stampa con le ninfee di Monet che ricevetti da Manuela, invece, ha fatto la stessa fine del Bacio klimtiano. Quella sera cenai con mamma e Lorenza al Corsia Stadion di via Battisti e mi abboffai di Kaiserfleisch, würstschen e asprigni crauti. Dio, che bontà! Per non parlare dell'ottima birra von Faß, una vera delizia. Del resto, se anche mi avessero dato una scatoletta di Whiskas, avrei mangiato pure quella, tant'ero entusiasta. La sera dopo, col placet di mamma, andai in discoteca con le sorelle Visani e mi presi un ballone dell'altro mondo. Ma tutto era permesso. Che diavolo, mi ero laureata, no? L'anno dopo, come venni a sapere, una studentessa della Scuola si aggiudicò quindici punti con la tesi. Partiva da 90 ed ebbe 105, il minimo richiesto per i concorsi pubblici. Come ottenne l'eccezionalità ormai bandita, ancora non so. Nemmeno chi lesse la tesi, lo sa. Circolò voce (ma senz'altro è falso) che la studentessa in questione fosse andata a letto con un professore. Circolò anche il nome del professore in questione. Se la cosa è vera – ma ne dubito perché la Scuola è sempre stata molto pettegola – ben che han fatto a darle quei quindici punti. Dal mio punto di vista, gliene avrei dati almeno venti! Fu una buona azione. Quella della studentessa, intendo. Quanto a me, salutai gli amici e tornai a Modena. Mi spiacque lasciar Trieste e il suo mare, e anche da Piero a San Giusto fu duro il distacco, ma ero in pieno fermento. Dopo tanto studio, avevo voglia di mettermi alla prova, di lavorare insomma. Mi concessi una vacanza in Calabria con le compagne di liceo, poi aprii partita IVA, la stessa che ho ora, e mandai in giro stopposi curricula e artefatte lettere di presentazione. Avrei anche potuto soprassedere, visto che traducevo romanzi rosa già dai tempi della tesi. Tra l'altro, la casa editrice Zanfi di Modena, che all'epoca curava un sacco di pubblicazioni incredibili, si era fatta dare dalla Scuola una lista coi laureati di quell'anno, e mi aveva contattata già in settembre per le famose (o dovrei dire: "famigerate"?) guide APA. Laddove le mie amiche si erano tutte orientate sul tecnico o sull'informatico, io mi mantenevo sul letterario, anche se da battaglia. I testi più frequenti, oltre ai gialli e ai rosa, erano le guide turistiche, i manuali di bricolage e i testi di giardinaggio. Adoravo i corposi libri di arredamento della Zanfi. E mi piacevano pure quelli di ricette. Le risate più matte, però, me le facevo coi romanzi rosa, perché le scene di sesso – così venimmo istruite – andavano censurate. Dei preservativi, per esempio, non si poteva parlare, perché l'Italia è un paese cattolico. Per cui i protagonisti che nell'originale erano attenti e responsabili, veri fanatici del sesso sicuro, in italiano si costringevano al "salto della tigre", visto che nient'altro era consentito. Quanto al sesso in sé, se la tanto propugnata dissolvenza non era possibile, allora bisognava per forza edulcorare. L'orgasmo non si poteva menzionare né tanto meno descrivere, se non con estrema vaghezza. La petite mort diventava allora una specie di mancamento, nel quale non si capiva bene che cosa accadesse… o se accadesse qualcosa. L'eroe, poi, non era dotato di pene, perché non si poteva dire. Per cui la fantasia annaspava in cerca di definizioni alternative che andavano

dal comico "vessillo della sua virilità" all'esilarante "simbolo dell'amore". Poi c'era "verga", che però non suonava punto bene, così si ricorreva a "membro", potenzialmente greve, oppure alla quasi scolastica "asta" o all'assurdo "centro di piacere". Quand'ero stanca, avrei voluto mettere "batacchio" o "pendaglio" e basta là, se non addirittura "cazzo" o "minchia" ma non potevo. Così elucubravo, spremendomi le meningi per rendere il sesso… meno sesso possibile. Tradussi 150 testi in circa dieci anni. Ma poiché tradurre è bello ma anche solitario, accettavo altri lavori. Con New Holland, che allora si chiamava Fiatgeotech e prima ancora FiatAgri, incominciai a collaborare sin dal 1989, fresca di laurea. La sede centrale del Magazzino Ricambi era a Modena. Conobbi allora il lunatico Fassina che sarebbe poi passato all'Euphon e tante delle colleghe che frequento tuttora. Era un'azienda in piena crescita e all'epoca non tutti i funzionari o i dirigenti sapevano l'inglese, per cui mi impiegavano per corsi e trattative, nonché per traduzioni tecniche, che non mi piacevano ma rendevano parecchio. Certo molto più della paraletteratura. Col fatto che ero sveglia e socievole, entrai anche nel giro delle fiere, dei lanci e degli incentive, ma in punta di piedi, come hostess. Il mio primo lavoro del genere fu il Settantennio della Fiatgeotech, nella storica Villa Cesi prima di Nonantola, appena restaurata per l'occasione. C'erano tappeti di mosaici vitrei e mobili anni Cinquanta rosso fiamma, panche a forma di sole e tavoli di cristallo con la base colorata, come gioielli. Per quei tempi, era un restyling fuori da ogni schema. Mi venne imposta una divisa che a volte sogno ancora la notte. La gonna blu non era neanche il diavolo mentre la casacca a riquadri ricordava la coperta del cavallo Orazio. La camicetta bianca sarebbe stata anche portabile, solo che la completava un fiocco che, essendo di cotone ordinario, non si annodava con l'eleganza dovuta, à la française, ma rimaneva turgido e gonfio al di sotto della gola, creando pruriti, starnuti e generici malumori. Rinunciando a ogni vanità, mi obbligai a indossare l'orrida divisa per quello che sarebbe stato il mio battesimo in logistica. In realtà, la logistica non la vidi nemmeno di striscio, quella volta. Fassina mi fece salire al secondo piano della villa, in corrispondenza della saletta stampa e tuonò: «Guarda quella porta e che nessuno entri salvo i giornalisti!». Per una che si era fatta il mazzo a Trieste e sognava di scrivere un romanzo o comunque di arrivare a tradurre un giorno qualche esponente della letteratura contemporanea, la consegna risultò tutto fuorché allettante. Tuttavia, guardai con fare minaccioso la porta indicata per qualcosa come quattordici ore, e non entrò nessuno, manco la stampa che, più furba di me, pensò bene di eclissarsi al piano inferiore nonché nel giardino all'italiana. Rincasai coi piedi a banana e l'ego in cantina e, a mia madre che chiedeva come fosse stata l'esperienza, piagnucolai: «Non voglio andarci più!». E maltrattai il dannato fiocco che, malgrado le ore in piedi, era ancora perfetto, come di marmo carrarino. Eppure, l'indomani tornai. E guardai due porte. E la volta successiva ne guardai dieci. E quella dopo ancora mi fu assegnato il controllo del catering. Poi il coordinamento di altre hostess. Poi lo spulcio delle rooming list o dei voli. Poi la supervisione della sala e delle attrezzature tecniche. Poi la creazione dell'evento stesso. Poi diventai quella che sono ora. Una organizer. Per esempio, arriva un brief in agenzia, con un dato budget, secondo cui duecento persone devono andare da A a B in aereo, alloggiare in un quattro o cinque stelle, farvi un aperitivo di benvenuto durante il check in, consumare una cena di gala in qualche location esterna, magari a effetto, assistere a un bello spettacolo comico e rientrare quindi in albergo, per poi svegliarsi l'indomani, fare colazione, partecipare a un lancio o a una conferenza, con tanto di coffee break e pranzo di lavoro, e quindi ripartire. Il tutto condito da segnaletica, omaggistica personalizzata, transfer ad hoc e assistenza in aeroporto e in loco. Come fare, dove e quando andare, quanto spendere, che testimonial ingaggiare, quali fornitori e tour leader scegliere… questo faccio io. Quando ho iniziato, però, guardavo le porte di Villa Cesi, che erano bianche e lineari, delle bellissime porte. Una vera gavetta, pensavo. E ne andavo anche abbastanza orgogliosa, perché vi ravvisavo uno sforzo. Un investimento per il futuro. Una tensione positiva. Perché se c'era una cosa che avevo imparato a Trieste era soffrire per qualcosa. Anche se, col senno di poi, mai nessuna prova al lavoro è stata dura e talora umiliante come la Scuola, che pure rimane una delle cose migliori della mia vita.


In ogni caso, parlavo del mio inserimento nel mondo del lavoro. Mi confrontavo, insomma, più che altro per sentire come si regolavano gli altri. Ecco perché affrontai l'argomento anche al matrimonio di Pazzelli, che mi aveva sorprendentemente invitata. Dico "sorprendentemente" perché non ci frequentavamo più tanto. Certo, col tempo, il rapporto si era normalizzato un'altra volta, perché non c'è niente che in gioventù non si aggiusti con un po' di buona volontà. Tuttavia, l'invito giunse inatteso e mi fece piacere. Daniela proveniva dalle Marche ma sposava un bolognese, pertanto il matrimonio e il successivo ricevimento si sarebbero svolti nella campagna emiliana. Col fatto che lavoravo quella mattina, riuscii ad aggregarmi solo per il pranzo, e faticai parecchio a trovare la villa che gli sposi avevano scelto per i festeggiamenti. Mi ero fatta prestare la Renault Cinque della mamma perché all'epoca non avevo l'auto. Indossavo un tailleur corallo di Luisa via Roma, con una camicia di seta incrociata davanti e una cintura di coccodrillo di cui andavo fierissima. Ai piedi calzavo dei mocassini sempre di coccodrillo. Mi sentivo jolie. Davanti alla villa, parcheggiai un po' storta, perché i posti migliori erano stati occupati. Dentro trovai Passerella e Caterina Visani con Giorgio Bortolotti, un interprete in gamba. Non ci vedevamo da parecchio e fui contenta quando ci sedemmo tutti insieme intorno a un tavolo rotondo. Daniela era molto carina in bianco, e sembrava raggiante. Rimasi soltanto un po' corta quando gli amici dello sposo la costrinsero a salire su un buffo carretto e la trainarono senza scopo per il giardino. Non era cosa da Daniela ma immaginai che per amore si dovessero fare molte cose. A tavola si parlò di tutto e di niente. Caterina mi chiese che cosa facessi. Parlai di guide e romanzi, e qualcuno commentò senza bisogno: «Eh, già, tu hai fatto traduzione». Non volli cogliere lo sprezzo, pertanto passai a raccontare dei miei primi lavoretti in New Holland, sperando di strappare qualche sorriso o commento solidale. In realtà i presenti inorridirono all'idea che la sottoscritta potesse anche solo pensare di fare la hostess. «Ma quanto ti danno?» mi chiese Caterina, brutale. Pensai che fosse interessata, e ammisi sincera: «Centomila lire al giorno». «Puah!» saltò su Giorgio Bortolotti, piegando la bocca all'ingiù, «io per centomila lire al giorno non mi alzo nemmeno». E tutti risero, e mi parve che il corallo del mio tailleur fosse diventato rosa cipria. In quella partì un annuncio con una voce ridente che ordinava al microfono di spostare una brutta auto tra i piedi. Caterina disse subito che doveva essere la mia, anche se ignorava con che macchina fossi arrivata o altro. Sapendo di aver parcheggiato male, io mi sentii la coda di paglia e uscii a guardare ma l'annuncio non riguardava la povera Renault Cinque della mamma, che tra l'altro trovavo carina, non brutta. Rientrai nella villa ma, per quel che mi riguardava, la festa era finita. Giorgio, Caterina e la stessa Daniela avranno fatto mirabolanti carriere a Bruxelles o a Ginevra se non a Washington DC o a New York. Io ho preso una strada diversa, letteraria all'inizio e quindi operativa. Non mi sono mai vergognata di aver tradotto romanzi rosa, che oggi ricordo con rimpianto, venendo essi a simboleggiare un'epoca cara e perduta, né ho mai rinnegato i miei trascorsi più umili, tra cui figura in pole position la volta in cui un'agenzia di Bologna mi mandò in fiera come standista trilingue mentre il cliente voleva una barista poliglotta. Col fatto che la sostituzione non era più possibile e che l'agenzia in questione apparteneva a una cara amica che altrimenti si sarebbe ritrovata in un mare di guai, mi rassegnai a stappare champagne e a tagliare tocchi di grana per un intero Cersaie! Per quello avevo studiato così tanto, no? Resta il fatto che, pur adorando la traduzione, ho sempre approcciato altre attività. E a questo devo la mia fortuna. Tradurre mi viene come respirare, non devo nemmeno pensarci, sono anni che non guardo più un dizionario e solo di rado controllo qualcosa su Internet. Tuttavia, l'ambito letterario, anche di qualità (quando alla fine ci sono arrivata), non vanta remunerazioni ragguardevoli, e col prestigio è difficile campare. Specie per chi ama trattarsi bene come me. Posso rinunciare alle vacanze al mare. Ma non a un libro ogni due giorni. So dire di no al televisore (e per anni l'ho fatto). Ma non toglietemi l'impianto di irrigazione. Riesco a negarmi le paste o il gelato la domenica. Ma non voglio nemmeno pensare di rinunciare al parrucchiere. Pertanto, nel 2000, quando persi tutto col divorzio, fu la logistica a salvarmi. Smisi di tradurre perché mi servivano maggiori introiti, e mi buttai a capofitto negli eventi. Non tornai più indietro. Sono approdata così in Coca Cola per la mia prima Olimpiade, Torino 2006, e nello stesso modo ho

organizzato l'ospitalità locale sempre per KO a Vancouver 2010. Adesso lavoro in Ventana nel MICE e mi occupo solo di programmazione, quindi gare e incentive. È un lavoro tecnico e durissimo che, nell'operativo soprattutto, ti porta dalle stelle alle stalle. Puoi ritrovarti un secondo a chiacchierare con Luca Cordero e il successivo a impilare sedie con qualche fornitore in grave ritardo sull'allestimento di una sala. In un'occasione, sono finita a impiattare il risotto al radicchio nella tenda del catering perché la cuoca addetta aveva avuto un'emergenza ed era dovuta scappare a casa. Ed io ero in abito da sera, con una schiumarola in mano e una bella macchia di unto che già si allargava sul corpetto drappeggiato. Un'altra volta, mi sono dovuta armare di ago e filo per restringere i tubini di dieci hostess che l'agenzia aveva mandato con la taglia sbagliata. E mai dimenticherò la sera in cui la cliente ha insistito per fare di persona l'assegnazione camere, salvo poi sbagliarla in toto e costringere me e le ragazze del database a lavorare un'intera notte per rimettere ordine tra i 1000 ospiti che sarebbero arrivati l'indomani a Berlino. Tutto molto prosaico, lo ammetto, ma mi piace. È il mio lavoro. Quello che stavo facendo il 5 maggio scorso quando, di colpo, mi sono sentita assalire da una vertigine fortissima. Ho chiesto aiuto ma la mia collega Luisa, che mi aveva vista normalissima un attimo prima, a parlare di pomodori ripieni al forno, non ha capito subito che cosa mi stesse succedendo. «Sto male!» ho urlato, col mio caratteristico buonumore, battendo il pugno sulla cattedra, «aiutami!». Lei è balzata in piedi e si è sbrigata a sorreggermi perché non riuscivo più a stare eretta. Mi sentivo precipitare verso destra mentre tutto il mio corpo era scosso da una nausea pazzesca. Stavo malissimo e avevo molta paura. Ho pensato che potesse essere una labirintite e sapevo per sentito dire che i sintomi erano atroci. Luisa ha gridato e sono accorse Giovanna e la signora Loretta, che mi hanno fatta sdraiare. «Chiama il Gradenigo» sono riuscita a dire, perché è lì che lavora Giorgio, il moroso di Clelia, un primario bravissimo. E siccome Luisa non riusciva a raccapezzarsi col mio telefono, ho trovato io il numero e le ho allungato il cellulare. Dopo una mezz'ora, è arrivata un'ambulanza che mi ha portata via in preda ai conati. Al pronto soccorso mi hanno rivoltata come un calzino. Tac, ecografia, ECG: tutto negativo. Ma la sera avevo la febbre e certi sintomi non si prestavano comunque a una facile lettura. Mi hanno tenuta dentro. Col fatto che non volevo spaventare i miei a Modena, non ho detto nulla. Quella notte sulla barella, mentre giacevo immobile, terrorizzata all'idea che potessero tornarmi le vertigini, ho sentito una ragazza molto giovane piangere perché i medici volevano trattenere anche lei. Aveva partorito da poco e lamentava un'infezione al fegato. Voleva firmare per tornare a casa e ripresentarsi il mattino successivo. Gli ospedali le facevano paura, e i genitori sembravano troppo deboli per fermarla. Non so dove mi sia venuta la forza di sedermi, ma l'ho fatto e, rottame com'ero, le ho detto: «Non rischiare, resta qui. Ci sono anche io». La ragazza è rimasta e abbiamo parlato un po'. Ho fatto anche amicizia con una signora che aveva avuto una colica e che diceva che era come avere il paletto dei vampiri di Twilight conficcato nelle viscere. «Ma quel paletto andrebbe nel cuore» ho risposto soprappensiero, e lei ha riso, e ho riso anch'io, nella luce livida del corridoio. Il mattino seguente sono stata sottoposta a risonanza, ed è emerso allora che la labirintite non c'entrava. Avevo avuto un'ischemia. Un'ischemia cerebellare, un grumo di sangue si era staccato dagli arti inferiori per fluttuarmi fino in testa. Niente di terribile, a occhio. Ma basta sostituire "ischemia" con "ictus" e tutto cambia. L'ictus si associa alla vecchiaia nell'immaginario collettivo, ed evoca immagini funeste di pazienti malmessi, spesso non autosufficienti, che parlano e si muovono a fatica… quando ancora riescono a farlo. Nella fattispecie, io sono stata molto fortunata perché a essere danneggiato non è stato il cervello bensì il cervelletto che controlla l'equilibrio e poc'altro, e si riprende in fretta. In effetti, passati i primi due giorni, non ho più avuto vertigini, anche se a volte mi sentivo pendere come una (piccola) torre di Pisa oppure mi prendeva un'intensa cefalea. Resta il fatto, con cui sto ancora cercando di venire a patti, che ho avuto un ictus a quarantacinque anni. Giovanile, per così dire. Il che fa scappare da ridere, se prima non ci fosse da piangere. «Tornerai come prima» mi ha assicurato Giorgio. E ci credo… se lo dice lui. Già ora, a distanza di circa venti giorni, sono in ottima forma, uso il computer, esco, mangio col consueto appetito,


compro cose, mi concedo persino qualche lettino e sono ancor più stupida, ottimista e vanesia di prima. Ma è comunque dura vedere quello che mi è successo come un'opportunità, anche se mi rendo conto che lo è stata. Ero stanca e stressata, avevo esagerato. Anzi, esageravo da anni. Eppure, non è stato il gran lavoro a farmi venire il classico "colpetto". Al pari del 25-30% della popolazione, ho il forame ovale pervio. Di solito si chiude quando sei bambino. A volte non lo fa. In quei casi si ricorre a un piccolo intervento cui verrò presto sottoposta anch'io. La notizia si è sparsa in fretta, il nostro è un ambiente molto piccolo prima di essere grande. Ci sono persone che mi avrebbero ficcato volentieri le dita negli occhi e che comunque mi hanno telefonato. Ce ne sono altre che, conoscendo il mio riserbo, hanno preferito aspettare un mio cenno. A volte la curiosità mi ha fatto piacere ma più spesso mi ha ferita, perché almeno quando stiamo male dovremmo avere diritto a un po' di discrezione, invece nemmeno allora. Tutto questo, però, non ha importanza, salvo il fatto che sono viva e sto bene. Una mia cara amica, Anna Maria, si è trasferita a vivere da me nei primi giorni, per non lasciarmi sola, visto che a Torino abito e lavoro soltanto mentre ho tutti a Modena. Nei weekend è venuta mia sorella, che mi ha fatto tanta compagnia, e una volta ha fatto una scappata anche Patton, che solo raramente può lasciare il babbo ormai. Clelia e sua mamma m'invitano a pranzo ogni volta che possono, e il loro cane Rocco mi riempie di leccate e buchi nelle calze. Il mio ragazzo, che è torinese ma lavora a Correggio, mi tratta ogni volta come una statuina di biscuit, quanto meno all'inizio… salvo scordarsi e baciarmi con la solita irruenza, e questo mi fa ridere, perché non c'è niente come la normalità a rassicurarmi adesso, a ricordarmi che, ancora una volta, sono quello che ero. Se potrà riaccadere? Beh, è la mia ossessione corrente, nonché una delle domande che ho fatto al medico della Stroke Unit, una volta che dal Gradenigo mi hanno trasferita alle Molinette. «È un'evenienza rarissima» ha risposto. «Come per il resto della popolazione mondiale. Pensi in termini del 2 o del 3%». Detta così, non suona neanche male, lo ammetto. Ma io sono già rientrata in una percentuale bassissima e improbabile, e ogni tanto mi viene un crepo. Più spesso benedico le mie ore e cerco di dare valore al tempo. Così cucio bordi di pizzo o leggo libri struggenti di scrittrici indiane emergenti o trapianto le zinnie che ho seminato in aprile o scrivo ricordi che nemmeno sapevo di avere e che pure adesso premono per uscire, stanchi di essere premuti in una scatola ricoperta di carta a quadretti bianchi e verde, senza luce né amore. Da qualche giorno ho ricominciato a lavorare da casa, anche se il mio ritorno effettivo non sarà prima di luglio. Ho avuto il permesso di guidare ma pensavo di aspettare ancora un po'. La verità è che non mi sento ancora sicura, più che altro per gli altri. Così, temporeggio. Preferisco cucinare e spostare mobili. Se non camminare fin da Panetto e regalarmi qualche rosa, magari una Melville bianca col fiore doppio. Insomma, non ho avuto la vita che credevo di volere. Ho avuto la vita che mi sono presa o che mi è toccata. E, posso dire? Mi sta piacendo. Non è stata facile, non è stata lineare, a volte non è stata nemmeno giusta. Io, però, l'ho trovata bella. Spero di trovarla così ancora per molti anni.


E

Il posto dei fiori – Maria Gaetana Ferrari

Stairway to moodiness © Alastair Dunning

ra una lezione dell'Argenton. Ci trovavamo nell'aula al pianterreno, quella dopo lo stanzino dei bidelli e la macchinetta del caffè. Forse la identificava una lettera dell'alfabeto ma di quale lettera si trattasse non ricordo. Entrando, si scorgeva l'enorme cattedra di ciliegio, col ripiano di finto vero cuoio la cui stagionatura era in parte dovuta al tempo e in parte a quel democratico miscuglio di polvere, sudiciume e segnacci di penna che uniforma la maggior parte delle scuole statali. La parete subito dietro ospitava una lunga lavagna bordata di legno, su cui il docente di turno vergava nome e cognome - all'inizio - e quindi una quantità di informazioni che da inutili spaziavano a mediamente utili. Quelle davvero utili venivano date a voce, per una strana forma di perversione che ancora mi sfugge, e noi matricole (spesso meteore) ci affannavamo a prendere appunti su quadernoni a righe o a quadretti che per un certo tempo ho anche conservato… prima di iniziare quell'infinita serie di traslochi che avrebbe stravolto la mia vita e le mie consuetudini. Conservare mi piace sempre ma lo faccio secondo criteri più selettivi mentre prima l'importante era tenere, tenere tutto, quasi che il passato, in questo modo, non potesse fluttuare, scomparire, dissolversi ma solo rimanere, perdurare, riproporsi uguale, come cristallizzato nel tempo. In realtà le cose ci aiutano sì a ricordare meglio ma ci imprigionano anche col loro fascino, trasformandosi in elementari feticci, pertanto è salutare sottrarsi a questa tirannia, quanto meno è così che la penso adesso, ma è solo il punto di vista di una persona che annega tra scatole di memorabilia. Così che ho ancora i quaderni delle elementari, con le aste tremolanti gialle della prima e le frasette in bella calligrafia che mi dettava la maestra Belluzzi in seconda mentre confesso di aver gettato, senza rimorso e non molto tempo fa, gli appunti di "Elementi clinici" e pure quelli di "Organizzazioni internazionali". Medici ne vedo e frequento sin troppi, ben più simpatici di Melato tra l'altro, e se devo andare all'ONU so come fare, pertanto ho lasciato che il sacco di plastica trasparente della spazzatura, di un bel giallino chiaro, si gonfiasse come un piccolo dirigibile bitorzoluto e atterrasse senza farsi male nel cassonetto antistante le Generali di viale Reiter a Modena. Sopra c'è un platano maestoso, anche d'inverno quand'è spoglio, per questo l'ho eletto mio cassonetto preferito. Poveraccio, adesso che mi è presa questa smania di sgombrare, è sempre pieno a martello ma ognuno ha i suoi problemi, suppongo, non posso preoccuparmi anche di questo. Quanto meno, non voglio farlo… non più. Ma ai tempi, quand'ero una sgallettante studentessa del primo anno, mi preoccupavo veramente di tutto, ragion per cui sussultai quando, quel giorno di novembre, in piena lezione di inglese commerciale, con l'Argenton che snocciolava fior fiore di frasi fatte che mai più avrei dimenticato, si aprì la porta dell'aula con un fragor di tuono e si stagliò sulla soglia una ragazza rilassata e sorridente che, incurante del ritardo, richiuse l'uscio e si portò in fondo alla classe, dov'erano rimasti gli unici posti liberi. In fondo c'ero anch'io perché, col fatto che sono molto alta e ho troppi capelli (Taylor mi definì shock-headed in un'occasione e la presi anche bene), sono sempre stata destinata alle ultime file sin dall'asilo delle Suore di Carità, e certe abitudini non si perdono solo perché lo vogliamo. Pertanto nell'ultima fila sollevai lo sguardo dall'immancabile quadernone degli appunti e incrociai quello di Landa Grazioli. Dico nome e cognome perché lei si presentò subito ma ciò non significa che io compresi altrettanto in fretta. "Grazioli" era così nostrano che non mi diede da fare. "Landa" invece mi mandò nei fagioli perché non mi era mai capitato di conoscere nessuno che si chiamasse così. Chiesi di ripetere ma fu anche peggio perché prima capii "Panda" e poi "Randa" e per concludere "Manda", e alla fine l'Argenton ci cazziò perché parlavamo, così abbassammo tutte e due la testa, fingendo di scrivere la più compita delle business letters. Plymouth, 20th November 1985 Dear Sirs, [indentation] thanks for your quotation of 15th November 1985. [indentation] Since the items are still in stock, would you kindly…


La testa l'abbassammo per modo di dire in realtà perché, se io avevo un crespo cespuglio di ricci, Landa aveva una specie di nido che ciappi e pettinini lottavano per tenere insieme. Si era tirata su i capelli senza in realtà pettinarli e li aveva bloccati più con la forza del pensiero che con altro. Il risultato era una crocchia improvvisata che, se descritta, fa schifo mentre, se vista, piace. O forse piaceva a me perché Landa è bella. Anzi, meglio che bella. Charmante. Con occhi piccoli ma vivacissimi e languidamente incassati, un naso interessante e sottile, e quel sorriso che solo lei sa fare, bianco e pulito, come un ciottolo di fiume. Per uno strano miracolo divino, il corpo si adatta al viso, morbido e ossuto a un tempo, con spalle importanti, un decolleté intrigante e una vita che sta in due mani. E poi c'era il look originalissimo, orecchini spaiati e abiti freschi e colorati che sembravano sempre un po' masticati ma che addosso a lei stavano benissimo. Alle scarpe teneva di meno, infatti scoprii tempo dopo che in via Gatteri le appendeva al muro, a lato dell'armadio, una bella punizione anche per uno zoccolo del dottor Scholl, direi! Comunque, è sempre stata una delle persone più affascinanti che io abbia mai conosciuto e anche adesso, quando la guardo, mi sorprendo a pensare che dev'essere bello nascere così, con quella bellezza autentica e profonda che non presuppone sforzo né artificio. Se non sono mai stata invidiosa è solo perché le ho voluto bene sin dal primo momento, altrimenti credo che avrei patito nella sua ombra perché c'era qualcosa di gioioso e stupendo in lei che di default attirava chiunque, azzerando il resto. E il resto erano le persone che la circondavano. Il fondale. Landa attirò anche me quel giorno in aula. Infatti ricordo tuttora il maglione blu, bianco e tabacco, di fattura artigianale, che indossava. Diventammo presto amiche, forse perché avevamo i capelli più assurdi della Scuola o perché eravamo quasi conterranee, lei mantovana e io modenese, quindi molto simili nei modi, nell'approccio e addirittura nella parlata. Con tutto che aveva un ottimo inglese e un altrettanto ottimo francese, e un livello culturale molto elevato, Landa non era secchia, né ligia come me, che studiavo tutto, anche l'etichetta dell'acqua oligominerale della mensa. Tuttavia rendeva bene perché metteva passione in quello che faceva, e agli esami dava sempre il massimo, perché si esprimeva con vigoria e colorita proprietà, dando lustro a qualsiasi argomento, per trito o ordinario che fosse. Se anche avesse parlato della parte terminale di uno scopino del cesso, tutti l'avrebbero ascoltata compunti, annuendo con impegno e aspettando inattese e provvide rivelazioni su ciascuna delle singole setole. Che è poi la definizione di fascino, credo. Obnubilare al punto da avere campo libero. Per quanto ne so io, le riuscì sempre tranne quella volta. La volta, invero fatale, in cui m'ispirò uno dei pochi, veri atti di coraggio della mia vita. Mi riferisco all'esame di Predonzani, quando eravamo già al secondo anno. Predonzani era un ometto basso, stizzoso e rubizzo, con occhiali di osso alla Febo Conti e giacche confezionate a Praga (a giudicare dal taglio), che a un certo punto aveva sostituto il professor Saraval alla cattedra del corso biennale di lingua italiana. Non aveva carisma, anche se ricordo tuttora le sue lezioni. Per forza, parlava di scrittori che amo, e le ricordo per questo, per "interposto merito". Come tema per la tesina che ci diede da sviluppare nell'anno, scelsi Pavese che anche lui adorava, e si stabilì una connessione. Durò quanto la Bella Estate: pochissimo. Ancor meno di un Falò. Dagli altri Predonzani era tutt'al più tollerato perché era acido e banale, non aggiungeva niente a nessuno. Il suo unico pregio, quello che tutti gli riconoscevano, era di aver ridotto il programma d'esame di una buona metà, avendo egli asserito davanti all'intera scolaresca di non essere affatto interessato agli argomenti sviluppati dal suo predecessore. Si parlava di un intero anno di corpose lezioni. L'annuncio, com'è ovvio, aveva generato una ola e sovrano buonumore perché di colpo l'esame era diventato affrontabile, quasi umano. E siccome di umano c'era pochissimo alla Scuola Interpreti di Trieste, Predonzani aveva conosciuto un rapido, fugacissimo momento di popolarità. Lo chiamo per cognome perché non ricordo il nome di battesimo. Col senno di poi non so nemmeno se ne avesse (meritato) uno. Comunque, giunse il giorno dello scritto, il classico tema. I titoli erano tremendi, scelsi il più decente e lo sviluppai con fatica perché comunque non mi piaceva. Avevo sperato tanto in uno spunto letterario, invece niente. Consegnai scontenta, e mi tormentai per giorni finché Predonzani in persona non mi assicurò che avevo preso trenta. Sul momento restai di stucco perché, per quanto fossi brava a scrivere,

certo non avevo fatto un tema mirabolante. Poi, mi rallegrai perché non ho mai avuto regali nella mia carriera scolastica, mi sono sempre guadagnata tutto studiando come una bestia, pertanto un colpo di fortuna poteva anche starci e di certo non ci avrei sputato sopra. Studiai molto per l'orale, come sempre, e mi presentai con grande anticipo, perché mi aiutava a concentrarmi. Si presentò presto anche Landa, segnandosi sulla lista subito prima di me. L'esame si teneva al piano di sopra, nella piccola aula che si apriva al di là del vetusto laboratorio linguistico. La commissione era formata da Predonzani, Federica Scarpa e David Katan. La Scarpa, che soleva sfoggiare incongrue calze a rete sotto la gonna scozzese, era un'asciutta assistente, molto "no fuss", cui in seguito spettò il compito di sostituire la Cortese, prof d'italiano del secondo biennio, impegnata a portare avanti una tardiva gravidanza. L'anglo-iraniano Katan, il cui corso ora mi sfugge, era very attraente, con languidi occhi infossati e un naso talmente aquilino da ricordare uno spinnaker spiegato. Era più bello che simpatico e quel giorno non si smentì. L'esame ebbe inizio, e Landa entrò per prima, raggiante e sicura di sé. Passarono pochi minuti, poi si udì lo strascichio di una sedia che veniva allontanata di colpo. Seguì uno strillo e subito dopo la porta si spalancò. Ricordo di aver sobbalzato, senza capire. Come gli altri, ero in fila lungo il corridoio, in attesa di entrare, per cui o stavo ripassando – ma non credo - oppure camminavo avanti e indietro per calmarmi oppure pregavo, come facevo sempre prima di un esame. Pregavo di più una volta. Qualsiasi cosa stessi facendo, smisi perché Landa piombò fuori dall'aula, piangendo e strepitando come un capretto sgozzato. Mi si attaccò al braccio e gridò: «Ghiga, Ghiga, glielo devi dire!» «Dire, che cosa?» replicai sconvolta. Ma Landa piangeva troppo, non si capiva un accidenti. «Dire, che cosa?» ripetei, mentre cercavo di calmarla. «Che cos'è successo?» La Dora Baltea in piena mi avrebbe rovesciato addosso meno acqua. Cambiai tattica, diventai secca. «Landa, diavolo, mi spieghi?» «A-a-aveva promesso che non ci avrebbe chiesto il programma di Saraval. Invece adesso lo pretende!» «Che cosa?» Sgranai gli occhi. «Ma è vero, lo aveva promesso!» Ero indignata. Preoccupata, anche, perché quella parte non l'avevo studiata nemmeno io. Perché avrei dovuto? «Mi ha c-c-cacciata» singhiozzò Landa. «Mi ha cacciata e ha detto che mentivo! E la Scarpa mi ha riso in faccia e altrettanto ha fatto quel pirla di Katan. Glielo devi dire, Ghiga! Glielo devi dire!» Non so che cosa mi attraversò in quel momento. So soltanto che provai un impeto di rabbia feroce. Ero molto protettiva nei confronti di Landa perché le volevo bene, e avevo ancora un'età in cui pensavo di poter sfoderare la spada, partire all'attacco, duellare… e, sì, vincere. Entrai nell'aula brandendo soltanto il mio povero libretto universitario. Predonzani sorrise, io rimasi seria e lo fissai di rimando, rivolgendogli un cenno. Dedicai un "salve" agli altri due, e "salve" è un saluto che riservo alle persone che non m'interessano, perché non sa di niente, come l'olio Sasso. La prima parte dell'esame andò bene perché ero forte in storia e anche in letteratura, poi Predonzani rispolverò il programma di Dino Saraval, e io mi bloccai. Avrei potuto improvvisare: avevo una cultura insolita e diversificata che mi aiutava nei momenti più impensati, e se solo vi avessi attinto con un pizzico di creatività, me la sarei cavata. Sì, avrei potuto improvvisare e sentivo anche che mi sarebbe convenuto, perché Predonzani sapeva essere bizzoso. Ma mi scattò qualcosa e uscì sotto forma di protesta. «Ma lei aveva detto che…!» Non mi lasciò nemmeno finire, disse che m'inventavo le cose, proprio come la compagna che mi aveva preceduta. Che lui non aveva detto nulla, né tantomeno promesso. Che tutto il programma era fondamentale, specie quello del suo predecessore, e andava studiato con la massima cura. Che noi eravamo lavative e che io in particolare avevo addirittura preso diciotto allo scritto, pertanto meglio che tacessi. Mi venne un colpo. «Diciotto?» belai come la pecora Dolly dopo la clonazione. E ripartii, di nuovo leone per un minuto. «Ma lei mi aveva detto che avevo preso trenta!»


«Trenta, un corno!» Adesso il naso di Predonzani ricordava un San Marzano appena raccolto. «Ha preso diciotto. Ed è già tanto, considerato che mi ha messo un condizionale dopo un "se"!» Ora, tutto è possibile nella vita, anche che io mi sia bevuta il cervello, mettendo un condizionale dopo un "se", ma diciamo che gli errori di sintassi non sono il mio pane, pertanto restai immobile sulla sedia, come trafitta da uno spillo gigante, mentre la brevissima e già precaria connessione che avevo stabilito con quell'ometto unto in faccia s'interrompeva di colpo per non ricrearsi mai più. E comunque, se anche ero caduta sul condizionale, perché dirmi prima che avevo preso trenta e non tre come avrei meritato, allora? Di preciso, quando era stata pronunciata la menzogna? Perché una menzogna almeno c'era stata. Non ricordo bene che cosa dissi, forse che sarei dovuta ritornare perché non ero pronta. Fatto sta che venni cacciata con ignominia, in un clima tuttavia festoso per l'intera commissione d'esame, e lasciai l'aula, non so ancora come. La Golden Girl di Modena, la miglior studentessa dell'intero liceo linguistico Mercurio, quella che aveva vinto quattro borse di studio consecutive della Cassa di Risparmio di Modena negli anni Ottanta, l'unica iscritta a Trieste del mio anno ad aver superato quindici esami nella sessione di giugno il primo anno, era stata cacciata dall'esame di italiano che, tra tutte le materie, sarebbe dovuto essere in assoluto il suo cavallo di battaglia. Non solo, aveva addirittura preso diciotto allo scritto, un voto di cui non conosceva nemmeno l'esistenza fino a quell'esecrabile momento! Neanche se mi avessero scrollata, pizzicata o finanche presa a calci mi sarei potuta capacitare che una cosa del genere stesse succedendo, e succedendo a me. Non piansi, non potevo: ero una statua di traumatizzato sale, e come tale ero muta, gelida, paralizzata. Fuori venni salutata come un'eroina, e Landa mi baciò e abbracciò, e io provai allora un'emozione che credo fosse orgoglio, perché glielo avevo detto eccome, a Predonzani. Glielo aveva detto che si era rimangiato la parola, avevo difeso la mia amica e la sua posizione, ed ero stata persino cacciata! Di quell'ultimo aspetto non ero punto contenta e nemmeno sapevo come avrei fatto a spiegarlo a mia madre. Tanto per incominciare, dubitavo che avrebbe capito, non perché non fosse comprensiva ma perché sapeva quanto m'impegnassi e non avrebbe creduto alle sue orecchie. Mi ero beccata due insufficienze in francese alle medie, in prima credo, e un solingo quattro in fisica al liceo (in quell'occasione ero svenuta e la bidella Elvira si era presa uno spago terribile). Erano i miei risultati peggiori, e non si erano più ripetuti. Tuttavia, glielo avevo detto, a Predonzani! Ma ciò non toglieva che io, la regina dell'establishment, delle regole e del bon ton in pillole, buongiorno-buonasera-prego-grazie, non-tagliare-il-pane-colcoltello, mai-fumare-per-strada, vietato-truccarsi-in-pubblico, non-bigiare, guai-a-salire-sul-bussenza-biglietto, mi fossi scontrata con una (piccolissima) autorità che a quel tempo aveva peraltro (grande) potere sulla mia vita, uscendone scornata e sconfitta. La cosa peggiore, in realtà, fu che i candidati successivi, glissando sul doppio incidente (Landa? Ghiga? Chi le ha viste?), se la cavarono con una pioggia di trenta x trenta, anzi di novanta! Nessuno fiatò, nessuno protestò, nessuno contestò, nessuno rinfacciò, nessuno osò anche solo affrontare l'argomento… e Predonzani, che doveva aver capito di non poter rischiare una terza Orlanda Furiosa (uso il femminile perché alla Scuola eravamo in prevalenza donne), tutto chiese a quelle furbette (Dio, come le invidiai!) fuorché il programma di Saraval. Ero a pezzi quando tornai a casa. Mamma capì che cosa mi fosse capitato ma solo perché le feci il disegno. Mio padre mi spedì un biglietto su cui aveva vergato con la sua bella calligrafia da pirata: "Dopo la sconfitta, c'è la vittoria. Winston Churchill". E se lo diceva Churchill… Quanto a me, studiai il programma di Saraval, ripassai in tutta velocità quello di Predonzani e mi ripresentai alla sessione successiva. Landa passò con 28 o 30, non ricordo più. Io con 24, perché presi 30 all'orale e Predonzani fece la media matematica col misterioso 18 dello scritto, pertanto 18+30:2=24. Ci restai malissimo, ma incassai. Avevo avuto le palle, cercai di farmi bastare quelle. Agli occhi di chi mi frequenta, sono o sono stata coraggiosa in altre occasioni. Ma io mi conosco, so che cosa mi costa e che cosa non mi costa. Pertanto, se definisco il confronto con Predonzani uno dei pochi atti di autentico coraggio della mia vita, ebbene non esagero né mento. Le cause perse in partenza non fanno per me, consumano energie che preferisco destinare altrove. Io affronto battaglie che ritengo

di poter vincere, altrimenti nemmeno mi scomodo. Scelgo rivali affrontabili, obiettivi conseguibili, non sono la donna bionica, sono una persona che deve poter sopravvivere, come tutti. E non sono stupida: non vado a cacciarmi nei guai se posso evitarlo. Parlare in pubblico, protestare, anche con energia, fare l'istrione o mettermi in mostra sono azioni semplici, mi vengono bene e non m'imbarazzano. Non soffro nel prendere la parola per prima o nel riprenderla dopo un lungo silenzio, né mi pesa argomentare. Pazienza se vengo contraddetta o messa in minoranza. Fa parte del gioco. Non ho paura di avere torto, ho paura di non farmi valere, di non impormi abbastanza, di fare brutta figura, di prodigarmi invano. Che è poi quanto è accaduto quel giorno con Predonzani. Ho parlato e sono stata messa a tacere, con estrema facilità. Ho detto la verità e sono stata punita, tra l'altro in maniera clamorosa. E senz'altro ho fatto brutta figura, malgrado l'impegno. Era una battaglia che sentivo di non poter vincere e, strano a dirsi, l'ho affrontata lo stesso, soffrendo nel più profondo. Se lo stesso destino fosse stato riservato ad altri, avrei assimilato meglio, credo. Ma l'unica a vedersi decurtare il voto sono stata io, e sebbene nell'ordine delle cose che io abbia preso 24 o 30 all'esame di Predonzani non abbia importanza alcuna (il voto conta solo tra ragazzi), laurearsi con 108 invece che con 110 - perché la mia media, già abbassata quel giugno da un penoso 21 in traduzione verso l'italiano, era stata ancora una volta limata e portata a un poco brillante (per i miei standard) 27 complessivo da un inefficace beau geste - rappresenta tuttora un sacrificio che ancor oggi mi sorprendo e mi rallegro di aver saputo fare. Sebbene alla Scuola non sia mai stata la media a contare. Non perdere l'anno, ecco la priorità del primo biennio. Uscire, ecco la priorità del secondo biennio. Resta il fatto che Landa ha sempre tirato fuori la mia parte migliore. Anche se a volte il suo rigore, che pure ammiro, è stato magari eccessivo. Il secondo anno frequentavo un ragazzo che si chiamava Valter e che è stato uno dei grandi amori della mia vita. In realtà, Valter era un uomo, aveva trentun anni, undici più di me, era biondo e molto triestino, gaudente e gentiluomo, bello ed elegantissimo, soprattutto allegro e d'intelligenza vivace. Non ho mai più incontrato nessuno come lui. Se mangio il pesce, che all'epoca detestavo, lo devo a Valter che incominciò con una timida vongola fino a condurmi all'arrogante e saporoso riccio. Anche il vino, se lo apprezzo, lo devo a lui, fermo e insistente quando si trattava di farmi assaggiare le deliziose etichette del Friuli. Valter mi fece il regalo più favoloso che io abbia mai ricevuto, lo storico cane Freddo detto Bamba. E sempre Valter mi avvicinò al profumo che porto tuttora, Calyx. A dire il vero, uso solo quello. Non l'ho mai cambiato per la semplice ragione che non me ne piacciono altri. Perché sia finito un amore così grande per un uomo così fondamentale, non saprei dirlo. Un giorno mi accorsi, in modo del tutto semplice ma doloroso, di essere andata oltre, e dovetti lasciarlo perché sentivo di non contraccambiarlo più. Fui fulminea, come meritava. Fu fulmineo anche lui: si sposò sei mesi dopo con una ragazza molto chiacchierata e bella, bionda ("vera", come sarebbe stata lesta a puntualizzare la Rivatelli) tanto quanto lui. Provai un forte shock, inutile negarlo, e mia madre, cui non è mai mancata la lingua, decretò all'istante che "avevo preso la guazza", indelicata espressione modenese che sta a indicare quando un fidanzato mollato si consola subito, facendoti fare la figura dell'idiota. Bene, immagino anche di aver preso la guazza. Meglio idiota che infelice, come avrei scoperto anni dopo con un altro uomo, il mio maestro di vita… in negativo. Alla fine del secondo anno di Trieste, tuttavia, il mio amore per Valter era in full swing, e come gli altri compagni di corso già mi esercitavo in improbabili e macchinose consecutive in biblioteca. Il tutto consisteva nel leggere l'articolo di qualche vecchia Gazzetta e prendere rapidi appunti che, a fine lettura, ti avrebbero rimandato al testo in fase di traduzione attiva o passiva. L'abilità stava nell'appuntarsi le cose quanto più velocemente possibile, ragion per cui era d'obbligo per ogni interprete in erba – perché chi si iscrive alla Scuola è convinto di voler fare l'interprete, mai il traduttore – inventare simboli astrusi che riassumevano concetti complessi o ricorrere a tecniche pseudo stenografiche per ricostruire l'ipotetico speech. Per "fabbrica" facevo un piccolo ricciolo (di fumo) mentre per "foresta" disegnavo tre aste. "Evoluzione", "evolversi", "evoluto" si riassumevano in una voluta mentre "sviluppo", "svilupparsi" e "sviluppato" si ricollegavano a un fiorellino, perché il fiore è per me principio di tutto, è vita, è amore, è crescere bene.


Gli argomenti legati alla sessualità, li rendevo con un grazioso califfo… su questi mi ero specializzata, tanto che nei bigliettini a Landa o alla Lorenza Destro, che stavano al gioco, li trasformavo in buffi cartoon, con tanto di occhi, bocca e naso. Un fumetto racchiudeva il messaggio di turno, abbinato alla stagione o alla circostanza. Per esempio, c'era il famoso "Califfo di Primavera", con le foglioline e tutto. Per non parlare del "Califfo Volante", con le alucce sagomate e le nuvolette. A distanza di anni, non so davvero perché quegli uccelli con la faccia ci facessero ridere così tanto. Erano sciocchi e puerili, suppongo. Volgari, no… anche se la Sartore, cui un giorno mandai un biglietto califfato visto che sedeva in prima fila e speravo in una reazione divertente, inorridì sulla sedia quando lo aprì e vide il soggetto raffigurato. Non mi parlò per una settimana. O era un mese? In realtà, la Sartore mi parlava pochissimo, per cui potrebbe essersi trattato anche di un anno o due. A me non stava antipatica, anzi. Ma non legavamo. Di antipatie ne ho sempre avute poche perché vivo in un mondo mio e in quel mondo ci entrano solo quelli che mi vogliono bene. Gli altri… facciano un po' come credono. So per contro di aver irritato molte persone a suo tempo ma il più delle volte non me ne accorgevo neanche, ero troppo piena di me. Se questo può consolare i miei detrattori, tanto la Scuola prima quanto la vita poi mi hanno pettinata a dovere, pertanto l'orgoglio di un tempo si è tinto di prudenza, diventando semplice dignità, quando ancora riesco a conservarla. Ma allora… allora era un vortice di energia ed esuberanza. Volevo fare tutto! Studiare, tradurre, interpretare, mandare stupidi califfi volanti e – perché no? – cimentarmi con nuove esperienze. A quelle m'iniziò Valter che di mestiere faceva il rappresentante per una grossa cartiera, la Burgo. In passato aveva collaborato con un'azienda grafica di Trieste che mi pare si chiamasse Artecarta (cito a memoria, potrei sbagliare). Tale azienda produceva o comunque smerciava la famosissima "carta da corsa", che era poi la carta grigina e un po' patinata su un lato che gli interpreti veri e presunti tagliavano in formato A5 (roughly) e quindi utilizzavano a spessi blocchi, fermati da larghe pinze nere, per gli appunti della consecutiva. Siccome ero sempre squattrinata, un po' perché la paghetta che ricevevo da casa era limitata, un po' perché già allora avevo le mani bucate, anzi avevo buchi al posto delle mani, m'interrogavo su come arrotondare, e Valter mi diede l'idea di creare un piccolo business con la carta per l'appunto da corsa. In sintesi, lui l'avrebbe comprata da Artecarta e io l'avrei portata a scuola e rivenduta ai compagni secondo gli ordinativi. Mi sembrò un'ottima idea, e piacque anche a Daniela Pazzelli con cui all'epoca dividevo l'appartamento di via Hermet, successore di via della Tesa. Daniela faceva interpretazione ed era più grande di noi di quei 3 o 4 anni. Mora e molto carina, con un visetto mobilissimo a forma di cuore, vestiva alla moda e si faceva notare per la parlantina sciolta, l'estrema disinvoltura e i rapidi innamoramenti e disamoramenti. Col fatto che usava la carta in questione ed era abile nel trattare col prossimo, Daniela si offrì di partecipare all'iniziativa. Valter, però, che non aveva trentun anni per niente, preferì evitare. Le società, diceva, andavano bene per gli altri, a lui davano l'orticaria. Non volendo rischiare nulla del genere, dissi a Pazzelli che non ero interessata. Daniela la prese male e, non appena consegnai la prima partita di carta (credo si trattasse di 5 o 6 blocchi in totale), corse da Landa, perché sapeva che eravamo molto amiche, e le riferì che io, strega e magari anche puttana, lucravo sui compagni di corso. Apriti cielo! Landa mi rivoltò come un calzino sintetico, accusandomi senza mezzi termini di sfruttare gli amici. Le feci notare che il rincaro era molto contenuto, che solo sulla durata si sarebbe tradotto in un effettivo guadagno e che comunque avrei usato il ricavato non per comprarmi un Trilogy (magari) ma per pagare – che so? – una frazione della bolletta del gas. Lei disse che era comunque orribile, che se avevo bisogno di soldi avrei potuto chiederli a lei. Mi vergognai come il classico cane e misi in discussione tutto quello che avevo fatto perché, se Landa che era l'integrità fatta persona, aveva gridato allo scandalo, allora, sì, mi ero macchiata di una colpa infamante. Cospargendomi il capo di cenere, riandai da tutti i miei "acquirenti" e restituii a ciascuno di loro qualcosa come duecento lire. Savella, che era un ottimo quasi interprete, mi disse che il prezzo era già buonissimo così, non voleva altro. A una persona avevo regalato il blocco perché mi stava simpatica, così che l'operazione avvenne tutto sommato sotto costo, e ci rimisi di mio. Pazzelli restò soddisfatta perché mi aveva umiliata, Valter rise e disse che dovevamo

crescere, a me rimasero sul gobbone blocchi su blocchi che, disgustata, ammucchiai dietro la cuccia di Bamba (sperando ci pisciasse sopra), e il cerchio si chiuse. In realtà, se ci penso adesso, mi vergognai di qualcosa che nella vita si chiama commercio. Forse non avrei dovuto esercitarlo in ambito scolastico, d'accordo. Ma sta di fatto che dall'ingrosso al dettaglio il prezzo si accresce per via del servizio che viene fornito. In negozio le cose hanno un prezzo che in magazzino non hanno. Ma io ero andata a prendere la carta alla fonte, l'avevo trasportata, l'avevo divisa, mi ero occupata di prendere gli ordini, avevo anticipato i soldi di tasca mia ed effettuato le consegne. Avevo fornito un servizio, anche se molto piccolo e primitivo. Oggi, se Landa mi tornasse a sgridare, le farei notare che da Artecarta avevo spuntato un prezzo – grazie a Valter - che gli studenti della Scuola non avrebbero ottenuto mai. Certo, avevo tentato di guadagnare qualcosina. Ma allora dovrei vergognarmi anche adesso, quando markuppo con mano pesante? Col cavolo. Lavoro qualcosa come dodici ore al giorno minimo, offrendo un servizio curatissimo e una passione che, nonostante il tempo, rimane invariata. Mi documento, studio, elaboro e ancora traduco con creatività e brio, fornisco idee che ad altri non vengono, recluto persone che molti neppure conoscono e creo programmi e incentive di altissimo profilo. Tutto questo si paga, e in tutta schiettezza non ci vedo più niente di immorale. Ma Landa ha questo effetto su di me. È così impetuosa e pura da farmi sentire sempre finta, mediocre e inadeguata, perciò desiderosa di migliorare, anche quando magari non sono poi così male. Poi c'è un'altra cosa. Per quanto ci provi, non riesco mica a dirle di no. Come in settembre, quando ho dormito da lei a Livorno (da anni abita lì) prima dell'incentive della Piaggio a Varramista. Sono arrivata tardissimo, con un treno così lento da andare a pedali. Mi è venuto a prendere il primogenito di Landa, Dionisio, che adesso è un gigante ma che io ricordo piccolo e maleodorante di pannolino, tanto da meritarsi il nomignolo di "Puzzo", coniato dai genitori in persona. Mentre lasciavamo la stazione, ho telefonato a Landa che mi ha detto: «Tu non sai! Ti ho preparato un piatto sopraffino! Rimarrai incantata!». Dionisio, da parte sua, ha confermato. «Io ho già cenato, scusa se non ti ho aspettata. Ma, vedrai, è davvero buonissimo". Io, santa bocca emiliana, mi sono rallegrata perché avevo una fame birbante. Fatto sta che, al mio arrivo, ho avvertito in effetti un odorino squisito. Landa mi ha baciata e abbracciata, abbiamo stappato un vinello e via, di corsa a tavola. Il mio appetito è schizzato alle stelle. Poi è arrivato un pentolone, il coperchio si è sollevato ed ecco apparire… arg, la coda di bue! «Coda di bue!» ho sentito Landa declamare, tronfia come un tacchino prima del Ringraziamento. «Una delicatezza! Sentirai che sapore!» Io, che non mangio orecchie né zampetti né interiora né occhi né creste o bargigli o cotiche o trippa o rognoni, ho quasi avuto un malore, perché nella lista dei NON DESIDERATA figurava anche lei, la dannata coda. «Lascia che ti serva!» ha continuato Landa cinguettante. E quando il cucchiaio da portata si è calato sul mio piatto, ho capito che il mio destino si era di nuovo compiuto. Stavo per mangiare una coda. «Ehm, pochino» ho gracchiato. «Sai, il viaggio mi ha stonata.» Il che, detto da una che potrebbe leggere chiusa dentro al cruscotto di una Mini senza vomitare, fa ridere. «Questo ti rimetterà in sesto!» è stato il pratico commento di Landa. Deglutendo, ho brandito la forchetta e infilzato un minuscolo cilindretto di carne… che è risultato anche discreto, se non fosse che al centro presenta un cordoncino duro e compatto che ti ricorda che il cilindretto in questione è una dannata coda di bue e che tu vorresti mangiare altro, e che cazzo! Alla fine gliel'ho detto, a Landa, che ero stata lì per svenire ma lo stesso avevo affrontato il piatto, e lei ha riso e ho riso anche io, perché è bello avere dei limiti ed è bello poterli superare. In un vecchio biglietto che mi mandò anni fa, Landa salutò scrivendo: "Mio antico affetto, mia roccia, mia quercia." E parlava di me… che ancora inciampo quando metto i tacchi e che posso tutt'al più sorreggere un ombrello pieghevole, se è molto leggero!


Una volta, mi disse al telefono che non avevo idea della forza che le davo. Eppure, è la sua forza ad aver ispirato a me cose grandi e importanti, cose che sono tuttora dentro di me. Landa ha un nome che le calza malgrado tutto. Una landa è in genere arida e poco fertile. Ma resta terra. E Landa è senz'altro terra… di castagno, però. Quella buona che piace a tutti i fiori del mondo. Perché c'è più vita in lei che in una spiaggia di Riccione a Ferragosto. E l'unica a non saperlo ultimamente è proprio Landa.


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L'Avanzo – Maria Gaetana Ferrari

Murales a Trieste © Patrizio Pacitti

i amava, diceva. Mi amava alla follia, e passava le ore a ribadirlo, di persona o al telefono, argomentando con vigore misto a verbosità. Due "V" di troppo per una persona concisa e controllata, very "C&C", come me. All'epoca abitavo in via della Tesa. Era il mio primo anno a Trieste, e studiavo, studiavo sempre. Non ero lì per niente. Già mi sembrava un miracolo l'essere entrata. Volevo, dovevo finire per tempo, e quattro anni, che poi in realtà bastarono a passare tutti gli esami, finali inclusi, sembravano pochi. Quanto meno, a me. Tra un ripassino e l'altro, e anche durante, mi divertivo a fumare mentre nelle rare pause sperimentavo zuppe e condimenti di dubbio pregio nell'angusta cucina senza vista (già era tanto che avesse una finestra) di quello che era il mio primo, deprimente appartamento da studentessa con più fantasia che soldi. Lo dividevo con la milanese Silvia Steiner, austera biondina occhialuta del mio stesso anno, e con due ragazze più avanti negli anni anche se non proprio con gli studi. La prima mi era alternativamente indifferente o ostica, infatti non ne ricordo il nome. Ricordo però che, in un rush di rupofobia, scambiò per pattume tre paia di scarpe che un giorno, traslocando, avevo messo in un sacchetto di plastica della PAM… e le buttò nel primo cassonetto utile! Col fatto che le scarpe in questione mi piacevano parecchio, specie quelle blu col tacco alla Marilyn che avevo fregato a mia madre prima di partire per Trieste, impiegai quei due anni a perdonarla - perché ero una ragazza sciocca, vanesia e con limitate possibilità finanziarie - e anche allora i nostri rapporti non migliorarono granché. L'altra ragazza, Valeria, era mora e carina, marchigiana; frequentava traduzione. Mi stava simpatica ma aveva il vizio di mangiarsi la mia piccola riserva di cioccolato, quella che tenevo sul tetro armadio anni Cinquanta della camera da letto, o colpa ben più grave, di attingere in totale autonomia al mio adorato guardaroba. Gli abiti, li rendeva anche, a onor del vero. Ma pieni di macchie, neanche fossero diventati giaguari. Il moroso di Valeria era un tipo delizioso e molto allegro, forse perché aveva occhi d'un azzurro polveroso che ti strappava il cuore, come quello dei fiori di lino, e insieme i due si divertivano parecchio nella cameretta oblunga e tetra, quasi leopardiana, della Vale. C'era di buono che tanta fisica esuberanza avveniva in silenzio (non come nel successivo e ben più pittoresco alloggio di via Hermet), tanto che io, a breve distanza, potevo passare indisturbata dai deliranti appunti di Crevatin, che fingevo di capire, alle involute versioni della Coales, che mi arrabattavo a tradurre. Non che un eventuale sonoro mi avrebbe turbata. Ai tempi ero vergine, convinta praticante, e provavo per il sesso una curiosità che si avvicinava a quella di un'erica di Lochinver per la brughiera: nessuna. Certo gradivo i baci, li gradisco tuttora… insieme ad altro. Ma non mi sembrava di avere tempo o propensione per niente di più approfondito. Soprattutto, non mi piaceva quasi mai nessuno, caratteristica che del resto si conserva invariata e che più dei principi mi ha in pratica mantenuta – negli anni – una brava ragazza. Non mi piaceva nemmeno lui, il verboso pretendente. Eppure era belloccio, anche se un tantino robusto. Gli occhi scuri, così profondi e brillanti, ben s'intonavano col naso arrogante, camuso. Aveva un sorriso piacevole, modi curati, mani che mi danzavano intorno, lievi come tulle. Giusto il nome esterofilo era ridicolo e orribile. È orribile anche il mio, Maria Gaetana. Ma almeno è italiano. Inoltre il cognome, Ferrari, per quanto ordinario, suona bene e fa perdonare il resto. Nel caso di Felix, così lo chiamerò per riserbo, convenzione e pudore, non c'era invece scampo, perché il cognome, un aggettivo d'ambito culinario, era ancor peggio del nome. Come dire, Felix Ribollito. O Impanato. Se non Brasato, Cotto, Arrostito, o forse Flambé! Insomma, un obbrobrio onomastico a pieno diritto, specie per me che adoravo nomi da romanzo come Andrea Sperelli o Jay Gatsby o Jean Floressas des Esseintes e che ancora non avevo sviluppato quel talento gastronomico di cui adesso mi glorio. Altrimenti, un Brasato mi avrebbe anche deliziata… forse. Invece no. Non mi deliziava lui e non mi deliziavano le sue dichiarazioni, perché a dichiararsi sono sempre gli uomini che non vuoi, altrimenti sarebbe facile vivere, amare, riprodursi ed essere più o meno felici. Non persi tempo con Felix. Gli dissi che non ero interessata. Insensibilmente, forse, ma mi sembrava urgente chiudere. Scelsi il telefono per farlo, e in questo sbagliai. Le cattive notizie si


danno di persona, perché non v'è replica che non meriti occhi per guardare. Devi esserci con la tua faccia quando dici di no a qualcuno, è la cosa da fare. Quel misto di coraggio, carattere e buone maniere che segna la differenza tra una decisione consapevole e una carognata d'ufficio. Ma avevo vent'anni, e il mio concetto di spavalderia era mangiare pane con le olive sul muretto della curva di San Giusto mentre ripassavo i paradigmi dei verbi inglesi. Bite, bit, bitten, cut, cut, cut, hit, hit, hit, hurt, hurt, hurt, slay, slew, slain… Tutte azioni che il Felix, respinto, avrebbe volentieri applicato alla mia persona, perché, è ovvio, si arrabbiò. Si arrabbiò di brutto. Più rifinito di me, diede tuttavia seguito alla telefonata con uno scritto. Con particolare imprudenza, scelse come forma espressiva la poesia. La lettera arrivò in via della Tesa e la tirai fuori dalla cassetta, incuneandola tra un esuberante fascio di bietole e la bottiglia del latte. Che era di vetro, perché a Trieste c'erano ancora le vecchie latterie di una volta e io, che nemmeno amavo il latte, vi entravo solo per il fatto di aprire la porta col campanello d'ottone e guardare la vetrina piena di caciotte rotonde e quadrati panetti di burro. Mai latticini, uova e cubetti di lievito di birra m'erano parsi così graziosi, quasi esotici. Esotico risultò essere, secondo canoni generosi e quindi non miei, pure il poema di Felix. Intanto, s'intitolava Tristesse. E già questo aveva fatto avvizzire la bietola. Poi, era dattiloscritto ma con tre errori di battitura da far cagliare l'incolpevole latte. Sospirando, posai la borsa della spesa, mi sedetti nella cucina beige e arancione (quella sì che era una bella tristesse, altro che) e mi accesi una sigaretta. Una Marlboro Light lunga che sarebbe durata poco più del componimento che mi accingevo a leggere. Un giorno credi di essere donnna, ma non soltanto perché porti la gonna. La sigaretta sfrigolò, e altrettanto feci io. I tuoi pensieri sono strani e confusi, quasi sognassi ad occhi chiusi. Come verso, mi parve migliore rispetto al primo, quanto meno la rima baciata risultava un tantino più soffusa, quasi tollerabile. L'interesse si riaccese, tanto che avvicinai il portacenere di latta rossa e vi lasciai cadere un ordinato cilindretto di cenere che si franse, ma con delicatezza. Un uomo il tuo cuore non l'ebbe mai, ma a volte mi chiedo se un cuore ce l'hai. Questo, lo trovai ingiusto. Il cuore (ce) l'avevo eccome, e non solo si trovava al posto giusto, sulla sinistra, ma funzionava anche benissimo, e pazienza se non batteva per il Brasato. Che diamine. Di nuovo scrollai la cenere, e poi la testa, e credo che in un moto di ribellione totale accavallai anche le gambe, così che mi salì la proverbiale gonna, che quel giorno era a scacchi viola, tabacco e grigio. Un obbrobrio se ci penso adesso ma all'epoca la trovavo chic. Ma seguitai a leggere. Correrai al porto aggrappata alla vita, ma la mia nave sarà già partita. Di corsa com'ero sul fantomatico molo (Audace?), alla ricerca della benedetta nave di Felix, mi venne da ridere, e fui grata a quel passo perché la sua bruttezza, di colpo, aveva reso tutto più leggero. Non ero mai stata al porto né avevo intenzione di andarci, non ero avvezza a correre perché già allora portavo i tacchi, e comunque non facevo caso alle navi, tutt'al più ai gabbiani, perché mi parevano festosi e rumorosamente scollegati mentre volteggiavano nel rettangolo di cielo sopra piazza Unità d'Italia.

Raddrizzai la schiena mentre finivo di leggere. Il verso successivo mi provocò un sussulto piccino e molto circostanziato. M'han detto che se è forte il dolore, si muore, si muore d'amore. Il fumo mi uscì dalle narici, neanche fossi diventata il drago di San Giorgio, e planò contro il foglio, rimbalzandomi in faccia con uno sbuffo. Avevo fatto trenta, potevo fare trentuno. Restava un'ultima frase, la stoccata finale. Affrontai anche quella. Non c'è niente che una buona sigaretta non renda sopportabile. Per questo rimpiango il fumo, la ritualità connessa cui solevo appoggiarmi. Lo feci anche allora, il che mi evitò, suppongo, di cadere dalla seggiola. Ma io non posso morire, perché non credo, noon credo nell'amore. Pensai che fosse un buon momento per spegnere la sigaretta, e lo feci. Non rilessi la "poesia". La ricordavo sin troppo bene. Era stucchevole, rozza, ma aveva sortito lo scopo, che era poi quello di ferirmi. Mi spiaceva essere giudicata fredda e insensibile. Non pensavo di esserlo ma senz'altro ero concentrata sui miei sogni, sulle mie aspirazioni. Ero ambiziosa da giovane. Studiare, riuscire, laurearmi, inorgoglire mia madre, dimostrare che anche una cavallona di provincia col naso lungo può avere un suo piccolo, preciso talento. Ecco che cosa volevo. L'amore non rientrava nei miei piani, non lo cercavo. Infatti mi trovò per conto suo e fuori contesto. Ma questo sarebbe avvenuto in seguito, e in ogni caso Felix se l'era cantata da solo. Io non l'avevo illuso né altro, gli avevo solo detto che non lo volevo. Ero stata franca. Per due giorni mi macerai in qualcosa che sembrava rimorso. Poi incontrai Felix alla facoltà. Teneva per mano una mia compagna di corso sui gradini sbeccati di via d'Alviano, e la sbaciucchiava con palese compiacimento. La sua nave non era partita, dopotutto, e si era addirittura trovato un'altra donna a tempo di record, solo… in pantaloni. Un bel guaio per la rima baciata, pensai. Poi risi e mi complimentai con me stessa. Il Brasato si era riciclato, diventando Avanzo, e io potevo aspettare che qualche pietanza migliore transitasse nella mia direzione. Come risultò poi, dovetti comunque sorbirmi un paio di mediocri Stufati prima d'incappare in un autentico Filetto alla Wellington, e anche allora mi andò male, perché non è che l'attesa ti preservi dalle delusioni o la selezione dagli sbagli o i propositi dalle fregature. Ma la lezione servì, tanto che conservai la "poesia" tra i ricordi di Trieste, in mezzo alle fotocopie del mio libretto universitario, dove si trova tuttora, un foglio A4 ingiallito e ben ripiegato in quattro. Gli uomini dicono (e scrivono) tante cose. Eppure s'identificano per ciò che fanno, per come lo fanno. Non ti amano perché, disperandosi, lo mettono nero su bianco. Ti amano perché, di colpo, ti preferiscono a tutto ciò che esauriva la loro vita fino a quel momento. E quando amano, non si accontentano dell'ombra ma vogliono colei che la proietta. Una donna lo sa. A prescindere dalla sua gonna, dall'esistenza e dal posizionamento del suo cuore e dagli innumerevoli coglioni che incrocia - inevitabilmente – sul proprio cammino e che qualche, rara volta ha la fortuna di saper schivare.


Traduzione versus Interpretazione, alias Piemonti contro Bortolotti «…Sì, in effetti è abbastanza idillico!» commenta Bortolotti. «Ignorante!» bercia Piemonti. «Si dice "idilliaco".» Il tono è duro, non ammette repliche. C'è chi ride, chi fa finta di niente, chi butta acqua sul fuoco. Bortolotti ci rimane male, sale in biblioteca e controlla la voce sul Battaglia. «"Idillico" e "idilliaco" sono sinonimi, stronzo!» dice a Piemonte non appena lo rivede. «Sono andato a controllare.» «Ma certo» risponde Piemonti, serafico. «Solo un interprete ignorante come te poteva andare a controllare.» Scambio tra Ghiga e Valeria ai tempi di via della Tesa «Come hai osato aprire il mio regalo di San Valentino?» mi lamento. «Dai, non fare così. Mi sentivo tanto sola.» Valeria fa la faccia desolata. «E poi ho mangiato solo un cioccolatino, via. Te ne rimangono altri ventinove…» Esempio di come rigirare la frittata e restituire l'accusa di furto e indiscrezione con quella di egoismo e implicita avidità. Ghiga e Bamba in via Hermet «No, no, Bamba, come hai potuto?!?!» Di rientro dall'università, vedo che sta mangiucchiando il sotto del mio adorato costume da bagno della Perla, quello verde pisello con la fascia, e sono inconsolabile. «Non ti potevi mangiare la solita espadrilla del cavolo?» Poi taccio perché nell'angolo vedo un pezzo (uno soltanto) di suola di corda. Appunto. David, ultima fiamma hermetiana di **

Perle – Maria Gaetana Ferrari

Sogno triestino © Marina Raccar

«E non solo è carino» conclude ** gesticolando, «ma è anche figlio di un ambasciatore! E tiene la Divina Commedia su un leggio in cucina!» L'annuncio trabocca di entusiasmo e punti esclamativi. Ghiga e Lella arricciano il naso. «Sembra un po' una posa, no?» commenta la seconda. «In effetti» ammette ** che, pur avendo un debole per i maschietti, tutto è fuorché scema, «non avrei detto che sapesse nemmeno leggere. Comunque, sta venendo qui, ve lo presento.» In quella suona il campanello. DRINNN!!! ** corre ad aprire. Io e Lella dietro. Bamba sbuca da camera mia, con le orecchie ore mezzogiorno. David si affaccia all'uscio di via Hermet e inquadra Bamba. «Non morde, vero?» chiede con coraggio leonino. «No» assicuro io. «È il cane più buono del mondo, non morde né abbaia mai, vieni.» David entra. Bamba emette un ringhio furioso e gli si forma addirittura la cresta sul dorso, come quando avvista il più odioso dei cani. Lella mi guarda. «Che cos'erano?» borbotta. «Le ultime parole famose?» Io afferro Bamba per il collare proprio mentre si slancia sul dantesco David. «Ehi, mica si possono prevedere antipatie e simpatie, no?» ribatto sulla difensiva. David si è intanto rintanato in un angolo del soggiorno, e credo proprio che la cotta di ** sia definitivamente passata.


Landa e Ghiga «È un ragazzo fantastico» conferma Landa. «Carino e con un ottimo carattere.» «In effetti non posso darti torto» ammetto io. «Oserei dire che è perfetto. Se non fosse per…» Drizzo le orecchie. «Che cosa?» «Beh, non è bello parlarne.» Fa la faccia lunga, da pellicano, come quando muore dalla voglia di dirmi qualcosa ma necessita di un piccolo incoraggiamento. «No?» Immagino qualcosa di losco e peccaminoso. «Però, se proprio insisti…» «Naturale che insisto! Non sto più nella camicetta.» «I piedi» sussurra allora Landa, tremante. E chiude gli occhi. «Perché? Che hanno?» Che siano troppo lunghi? «Puzzano!» «Beh, un pochino è fisiologico, dopo una lunga giornata…» «Altro che pochino. Ti si crepa la faccia! E già di mattina!» Allargo le braccia. «Allora non c'è "carino" che tenga!» Landa è sconfitta. «No.» Ghiga e Alessandra Chiesa davanti all'Aula Magna «Figo, quello.» «Sì. Fa traduzione. È un feticista.» «In che senso?» «Adora le donne coi piedi piccoli.» Mi guardo le mie fette numero quaranta. «Allora dovevo conoscerlo quando avevo sette anni.» Ghiga e una compagna di corso, appena piantata da ** «Dai, di nuovo» dico io. Siamo sedute in biblioteca. «Io dico una parola in inglese e tu me la traduci in italiano.» «Okay.» «Wicker.» «Vimini.» «Velvet» «Velluto.» «Willow.» «Salice.» «Wisteria.» «Glicine.» In quella entra ** con la sua nuova fiamma, e si siede dietro di noi. «Worm» riprendo io. «**!» «…» Ghiga ai fornelli in via Hermet e Marco Savella «Che odorino!» esclama Marco, buona forchetta. «Che cosa stai preparando?» «Niente.» Rimesto con furia. «È un piatto fantasia.» Il nasone di Marco si allunga sulla padella. «Che ci hai messo?»

Faccio l'elenco. «Patate, wurstel a fettine, cipolla e salamino. È il nostro pranzetto. Ti fermi anche tu?» «Perché no?» Marco si unisce a me, Lella e Pazzelli. «Buono questo piatto!» fa. In effetti si lascia mangiare. «Poppelburgher!» sentenzia subito dopo. «Lo chiameremo così!» E Poppelburgher fu il nome con cui passò alla storia quell'incredibile intruglio che, a onor del vero e di Savella, uno dei pochi autentici interpreti che io abbia mai incontrato nella vita, fu più volte ripetuto. Elementi clinici, Melato e la studentessa ** Melato conclude la lezione dicendo: «…e comunque è buona norma, per una corretta igiene intima femminile, usare un detergente possibilmente acido e…». La studentessa ** si sbraccia forsennata. È la pitocca del corso, in scamiciato grigio chiaro e dolcevita bianca. «Dica» borbotta il docente, un po' infastidito dall'interruzione. «È per questo che consigliano di lavare la cosina con l'aceto?» Io penso al denso e saporoso aceto balsamico della mia Modena e mi nascondo dietro l'astuccio per non esplodere all'idea del "pegolone" che si sarebbe formato. Lorenza neanche mi guarda, tanta paura ha di soccombere all'ilarità che peraltro avvolge l'intera aula B, scossa da un boato. Nel rispondere, Melato è ancor più prognato del solito: «Non lo raccomanderei ma immagino che, diluito, ehm, possa anche servire». Ma non lo si usava sui capelli, contro i pidocchi? Nessuno di noi osa più pensare (se mai) alla cosina della studentessa ** (poi ribattezzata "Acetaia"). (Vani) Sforzi poetici - Dal diario di Ghiga, settembre 1987 Ti amo, disse lui a lei. Ti amo, disse lei a lui. Poi, non trovando null'altro da dirsi, si lasciarono. Dove il senso? Se l'orizzonte ha un colpo di pistola in fronte? Ti amavo perché eri nuovo come una foglia di menta che spunta, con quel suo verde semplicemente brillante, quasi giallo nel sole, da un muretto a secco, se vuole. Ti amavo perché sapevo farlo, perché di colpo era la sola cosa che sapessi fare bene.


Ghiga e Marcella, con altre compagne di corso, davanti all'Aula B

Claudia Manidi a Ghiga e Manuela

«E a te piacerebbe avere figli?» mi chiede una. «Sì.» All'epoca stavo platonicamente con Luciano ma col pensiero mi proiettavo in avanti. «Sarei troppo contenta di avere una bambina mora come il padre.» All'epoca mi tingevo di biondo, e pensavo a me in quei termini, quindi "non-mora". Marcella, che mi aveva tanto in simpatia, sussurra con aria caritatevole a una vicina: «E come la mamma». Io sento. «E come la mamma» completo a voce alta, neutralizzando la cattiveria. Marcella entra in aula con passo pesante.

«… il mio ragazzo (Belaz, NdR). Lo sto aiutando a sistemare la casa nuova a Bologna. Infatti sono appena andata dall'altra parte della città per comprare la sottocarta e…» «La sotto che?» domanda Manuela sgranando gli occhi. E guarda me. Ma anche io non so che cosa sia. Aspetto la risposta della Manidi. «Lo dice la parola, no?» A noi non lo dice, così insistiamo. Claudia spiega con dotta pazienza. «È una carta che si applica alla parete per eliminare le asperità dell'intonaco.» «Mi stai dicendo che, prima di tappezzare, incollate un'altra carta?» Manuela è incredula. Lo sono anche io. «Ma è uno spreco di tempo!» intervengo. «Specie per un alloggio in affitto…» «La sottocarta ci vuole! Pareggia tutto, dice Sandro. Gliela porto apposta questo fine settimana.» La Manidi non si fa smontare. «Verrà un lavoro bellissimo!» Io e Manu non replichiamo. Ma né io né lei avremmo più dimenticato la famosa "sottocarta" di Sandrino Belaz.

Crevatin e Ghiga, durante una lezione di linguistica «…e comunque esistono azioni che si possono spiegare SOLO con l'ausilio di disegni. Prova ne sia che i nodi vengono resi, passo dopo passo, con apposite illustrazioni. Domande?» Io alzo la mano. «Senz'altro i disegni semplificano lo scopo» dichiaro. «Ma con un po' di applicazione non c'è niente che non si possa spiegare a parole.» «Me lo provi!» strepita Crevatin strabuzzando gli occhi. «Avanti. Lo dimostri!» Mi viene male. Non pensavo la prendesse così. Era solo per dire che, con un po' di pazienza, è possibile spiegare a parole qualsiasi cosa, anche come fare un nodo. «Mi insegni per esempio ad allacciarmi le scarpe!» continua Crevatin, fiutando il sangue. «Forza!» Non mi tiro indietro. Anche perché, a quel punto (mannaggia la mia dannata boccaccia), non potrei. «Dunque, calzi la scarpa di destra, prenda un'estremità del laccio, la ripieghi su se stessa formando una specie di anello e la tenga in posizione. Poi, ci passi intorno l'altro laccio e…» Di colpo visualizzo l'azione e mi incarto. «Anzi, no» ricomincio, «ripieghi entrambi i lacci, poi li incroci…» «Ecco, lo vede? Aveva torto marcio» tuona lui, soddisfatto. «Non si può. Quanto meno, non si capisce niente. Proprio come dicevo io!» Io taccio, umiliata. Non volevo dire che le parole erano meglio. Solo che costituivano un'alternativa magari macchinosa ma possibile. Nessuno interviene. Un'ora più tardi, a fine lezione, Costantino di Ferrara mi ferma e dice: «Avevi ragione tu. Non ti ha lasciata parlare». Gli sono grata, e sorrido. Ghiga e Simon, coinquilino temporaneo di via Hermet Pazzelli aveva subaffittato la camera per un periodo e Simon era il nostro nuovo coinquilino. Insegnava inglese, aveva una faccia lunga e stretta come una spagnoletta e non sciacquava i piatti dopo averli insaponati. Una notte, bussa alla mia porta. Era molto tardi, credo le tre del mattino. «What's up?» gli chiedo, riconoscendolo sulla soglia. Senza dire niente, lui entra e si siede a gambe incrociate sul tappeto di lana cotta che anni dopo Bamba avrebbe divorato. «What's up?» torno a chiedergli, stravolta, aggrappandomi al copriletto bianco con la balza che mi ha cucito la mamma. «I feel suicidal» esordisce lui. E io sleepy, avrei voluto ribattere. Invece gli dico: «Come on. Take it easy.» E altre stronzate varie. Lui resta lì ancora per qualche istante. Evidentemente si era aspettato altro tipo di consolazione. Ma io tengo il copriletto come uno scudo stellare, e deve capirlo anche Simon. Si alza, esce, richiude la porta e, finché resta in via Hermet, mai più mi rivolge la parola.

Ghiga e due compagne di corso prima di una cena a cui sono invitate «Che cosa portiamo?» chiedo io. «Ho preso del vino.» «Brava. Quanto ti devo?» «Mille lire.» «Ecco.» Gliele allungo. «Tieni anche le mie» salta su un'altra amica, pure lei invitata. «Per te sono cinquecento» risponde chi ha acquistato il vino. «Com'è che Ghiga spende il doppio?» «Tu sei più bassa. Bevi di meno, no?» La logica è talmente schiacciante che nessuno dice niente.


N

Rapidamente – Maria Gaetana Ferrari

Molo Invincibile a Trieste al tramonto – © Patrizio Pacitti

on te l'ho detto mai e, col senno di poi, mi spiace perché, vedi, le cose non dette non hanno valore… se non nella mente di chi le concepisce sotto forma di pensieri, intenzioni, desideri. I desideri di una persona che è quasi sempre troppo occupata - o dovrei dire preoccupata? - per imprimere la giusta priorità, l'enfasi corretta a fatti, individui, accadimenti. Quella persona sono io. L'essere meno sportivo della Terra, eppure corro sempre, inseguendo obiettivi che lì per lì mi paiono importantissimi, vitali, e che poi nel tempo, una volta raggiunti, ondeggiano, si sgonfiano, diventano molli e biancastri, come rigatoni scotti. Che giocoforza non possono piacermi. Infatti c'è sempre un obiettivo successivo, un'ulteriore corsa, l'ennesima meta che sento di dovermi prefiggere. Quasi che non averne mi rendesse fragile come una leziosa statuetta di Lladró. Quando è forse vero il contrario. Non abbiamo bisogno di obiettivi per vivere. Abbiamo bisogno di vivere per avere obiettivi. Questo volevo dirti. Che corro troppo e poi per niente. Mentre corro, perdo i pezzi naturalmente, perché non esistono persone perfette, solo persone che fingono di saper prendere da tutte le parti, e che asseriscono di poter amare, lavorare, ridere, preparare l'arrosto di coniglio o spazzolare il cane o finanche andare alla riunione condominiale senza sforzo apparente o aiuto esterno o intervento divino. Ma tu non mi hai mai vista in questo modo. Per te non sono mai stata la farfalla impazzita che schizzava da una zinnia all'altra senza mai scegliere né posarsi o, peggio ancora, scegliendo tutto e posandosi ovunque, per quella curiosità mista a bramosia che è sempre stata la mia rovina e solo in seguito, a tratti (molto piccoli), la mia grandezza. Tu, però – e su questo insisto – non mi vedevi frettolosa e approssimativa, solo velocissima. Non ti sembravo trafelata o pazza, tutt'al più dinamica e reattiva, se non maledettamente in gamba. Sì, per qualche misteriosa ragione ti stavo proprio simpatica, infatti ci attardavamo spesso lungo il corridoio, chiacchierando e ridendo, anche fumando (perché allora si fumava dappertutto), in attesa che la Rosini sgambettasse nella nostra direzione. Ed era un corridoio stretto e buio, coi muri scritti e segnati, quasi ad anticipare l'aula derelitta in cui avremmo fatto lezione. Derelitta era la Scuola, del resto, ex jutificio convertito – così mi dissero - che si adagiava come una costruzione di Lego (male assemblata) sul curvone di via d'Alviano, dopo le due gallerie, rimanendo sulla destra per chi veniva dal centro. Vi si accedeva mediante un unico ingresso che trovava in quei sei o sette gradini la sua unica, dubbia lusinga. Le porte erano a vetri, profilate, molto anni Settanta, con ditate che risalivano tuttavia ai tempi di Leone presidente. L'atrio grande e disadorno aveva un pavimento di graniglia color can che fugge. Arredi non ve n'erano ma la bacheca accentrava gli sguardi, contenendo annunci scaduti che era piacevole ripercorrere, perché le occasioni perdute fanno male solo al momento, poi diventano anch'esse ricordi e non straziano più come prima. Oltre ai messaggi del Comitato Alloggi che, come entità, non ho mai capito, c'erano offerte di imprecisate lezioni private, richieste di passaggi per città in cui non andava mai nessuno, nemmeno in vacanza, volantini pseudo facinorosi e qualche nota privata che però non rivelava mai niente di veramente gustoso, mannaggia. La maggior parte degli annunci era su noiosissima carta a quadretti e terminava con la classica "frangetta" di numeri da staccare. Poco oltre la bacheca, la scala ti portava di sopra… se proprio volevi o dovevi. Ma rimanendo dabbasso, la scelta si scomponeva tra diverse aule, tra cui quella della Rosini per l'appunto, con le finestre a ghigliottina che, chissà come mai, si aprivano solo quando pioveva, quasi a farci dispetto. Ma a noi due non importava. Eravamo giovani, avevamo studiato, e io avevo le mie sigarette, ce le avevo sempre prima della lezione della Rosini, solo così la superavo indenne. Non che la Rosini mi urtasse. Al contrario, la trovavo gagliarda, con un accento così triestino da togliere a chiunque il complesso della pronuncia. Tuttavia, sapeva essere linguacciuta, sempre mordace, per cui bisognava prestare massima attenzione, specie ai congiuntivi, e tenere un profilo basso… perché con lei si cadeva sull'italiano, non sull'inglese, mai sull'inglese. A quello nemmeno ci si arrivava se prima non si conosceva ogni rudimento di sintassi, ortografia e grammatica della madre di tutte le lingue. E siccome quella povera madre era la più trascurata, di cadute ce n'erano eccome. Rovinose anche.


Il mio italiano era migliore del mio inglese, per cui in quelle ore me la cavavo. Non come in quelle della Coales o di Taylor, in cui sarei voluta morire e rinascere altrove, in ogni caso molto lontano dall'ex jutificio, tipo a Noto, pensavo, così ne avrei approfittato per vedere la cattedrale e divorare un arancino o due. L'italiano, l'hai sempre avuto buono pure tu, per cui le nostre chiacchiere pre-Rosini fiorivano leggere e spumose, e ti restava addirittura il tempo per rinfrescare l'immancabile rossetto che faceva pendant con lo smalto delle unghie. Dove tu trovassi il tempo per curarti così tanto ancora lo ignoro ma fatto sta che non passava giorno senza che il tuo viso spuntasse imbellettato, i tuoi capelli castano chiaro phonati intorno al viso, le tue unghie limate e laccate alla perfezione. Io a confronto, che pure tenevo all'aspetto, apparivo incolta con la mia chioma folta, ricciuta e allora biondissima… o "tinta", come avrebbe precisato con puntiglio la Rivatelli, cui ero simpatica quanto la sabbia nelle mutande. Certo un po' mi truccavo anch'io, specie gli occhi che ingrandivo con l'eyeliner nero, ma il rossetto mi era precluso perché, avendo una bocca che misurava un ettaro, mi prodigavo per non farla notare più del dovuto. Con tutto che eravamo coetanee, sembravi più grande tu, perché vestivi in modo classico, con giacche sartoriali e gonne a tubo che allora andavano parecchio, spacco e tutto. Io ero più per gli abiti di maglia colorati che compravo a Carpi, se avevo molta fortuna, o al mercato del lunedì, se ne avevo di meno. Allora non si andava negli outlet, bensì "in fabbrica", a rovistare in cumuli di capi fallati che ti riempivano di gioia perché brulicavano di economici tesori. Ma tu eri più jeune fille rangée, portavi persino le borsette di pelle con la tracolla a catenella, e ti ingioiellavi volentieri, bracciali, collane e tutto, laddove io mettevo al massimo gli orecchini, anche se grandi e in genere vistosi. Diverse eravamo anche nel fisico. Io ossuta e altissima, tu bassina e pettoruta, con guance paffute e rosate. Ridevi più spesso di quanto non facessi io, forse perché eri allegra di natura oppure perché avevi denti regolari e li mostravi volentieri, al contrario di me, che ho impiegato secoli e fior di apparecchi prima di sfoderare un sorriso decente. Lo stesso, tu mi trovavi veloce. Un giorno dicesti a una nostra comune amica che io ero un rapido mentre voi due fungevate da accelerati. Lei non gradì e te lo disse, credo, perché non si riconosceva nella descrizione. Alla fine io fui davvero rapidissima, negli studi e altrove, ma saltai tanti di quei passaggi che nemmeno ti sto a raccontare e bruciai tappe fondamentali che ancor oggi un tantino rimpiango, se

ci penso, mentre chi accelerò soltanto fece più o meno le mie stesse cose, anche se col proprio stile, ottenendo a paragone di più e soprattutto vivendo meglio, pienamente. Anche se, nella realtà dei fatti, la più rapida di tutti fosti proprio tu, amica mia. Non a caso sei morta da anni, e io sono ancora qui a parlare delle tue risate e del tuo smalto o della gonna di gabardine rossa che ti piaceva tanto. Guidavi piano quel giorno. Guidavi sempre piano, mi raccontò tua madre al telefono, eri prudente. Ma non lo fu la ragazza che era dietro di te. Tamponò la tua auto e tu finisti nel canale e non riuscisti a liberarti e andasti sotto. Una morte sciocca per una ragazza che non lo era. Ti ho vista l'ultima volta al mio matrimonio, nel 1993. In realtà non ti avevo invitata, avevo mandato soltanto la partecipazione, ma tu la scambiasti per un invito per fortuna, così venisti comunque. Lì per lì m'irritai anche, ricordo, perché sposarsi è più logorante che piacevole se devi lottare con costi, suocere stile Nightmare 4, equilibri tra quote parenti/amici, e stronzate varie. Come risultò poi, la tua apparizione, in rosso (geranio), fu uno dei pochi, autentici piaceri di un matrimonio tutto sommato mediocre. Per anni telefonai a tua madre, poi non lo feci più. Conservo una tua foto, lunga e stretta, in cui non guardi l'obiettivo e nemmeno sorridi. Sembri già lontana come poi saresti stata ma il tuo rossetto mi riporta a giorni felici e mi conforta, parla così tanto di te, di com'eri. Ti penso spesso, Monica, e ci sono volte in cui vorrei ritornare indietro. Non potendo, in quanto rapido andrò avanti, sicura di trovarti un giorno nella mia stessa stazione d'arrivo. Che sarà una stazione terminale, non c'è ombra di dubbio. Quel giorno, che spero lontano perché, per quanto la mia vita sia stata abbastanza disastrosa, la amo tuttora con intensità viscerale, riprenderemo le chiacchiere da dove le avremo lasciate. E bada di non rimanere sorpresa se non fumo più. Ho smesso anni fa, non ho più ricominciato. Conoscendoti, so già che riderai. Conoscendomi, so già che in quella stazione cercherò un baretto come quello di via Caprin e ti offrirò il più démodé dei tè, ovvero al limone. Sarà pomeriggio, sarà pomeriggio per sempre e non dovremo preoccuparci di far tardi, non dovremo preoccuparci di niente.


È

così tanto il tempo che è passato, così tante le risate, le facce basite, che ormai nemmeno io so più distinguere tra realtà e leggenda. Focalizzo poche immagini: un'auletta al piano terra di via d'Alviano, orario post-prandiale, prima lingua inglese, quarto anno, TEORIA DELLA TRADUZIONE. E topi. Ovviamente pensando alla vecchia e triste sede di via d'Alviano non ci si dovrebbe scandalizzare molto a sentire parlare di topi. Ma i mostri che ci terrorizzavano appartenevano a una razza speciale… il TOPO SEMANTICO (nome comune, nome scientifico: topos semantico), che faceva le sue incursioni in aula assieme al nipote, il TOPO TESTUALE (nome comune, nome scientifico: topos testuale). Ricorrevano molto spesso nei discorsi del docente mentre cercava di instillarci fondamentali concetti di teoria della traduzione, che avrebbero dovuto essere il nostro pane quotidiano (ora abbiamo invece scoperto che a malapena si campa con la pratica della traduzione). Così un giorno il topo prese forma e consistenza su un biglietto che dall'ultima fila arrivò con un passamano "carbonaro" fino alla prima, dove sedevano quelle che dovevano fingersi interessate e attente. Mi scuso, ci scusiamo tutte, per non aver capito allora, per aver riso e deriso, ma l'aneddoto, così ovvio, ormai era nato e ancora oggi mi fa sorridere (e tuttora mi è sconosciuto il reale significato del topos semantico e testuale, ma campo lo stesso). Ne riproduco qui una versione più artistica del misero schizzo che uscì dalla mia penna a quei tempi. A beneficio delle future generazioni di traduttori. TOPO SEM'ANTICO

Topo semantico – Teresa Filuppuzzi

Cat trap Muggia 2006 © Saulo Bianco


D

Vita universitaria – Claudia Foti

La 'Liberté' © Paolo Longo

ei miei anni '80 alla Scuola ricordo la spensieratezza e la fiducia cieca in un futuro radioso: ero convinta che una laurea in interpretazione mi avrebbe spalancato le porte dell'indipendenza economica grazie a una professione che, allora, mi appariva la più desiderabile del mondo. In effetti, una volta sopravvissuta agli esami di Clyde Snelling con annesso terrore nel braccio della morte (il corridoio che ci separava dalle aule con le cabine nella sede di via d'Alviano) perché in quei dieci minuti di esame si giocava un destino, una volta vinto il complesso di inferiorità per avere come seconda lingua tedesco e dunque una lingua "complementare", così è stato, più o meno, per me. A parte la solida preparazione, però, il ricordo più piacevole è legato alla vita condivisa con le mie compagne di studi e di vita. All'epoca Trieste era proprio lontana, a ridosso della frontiera con l'Est comunista e da Roma, ad esempio, erano 12 ore di treno notturno dove ci si ritrovava, al massimo, in compagnia di jugoslavi diretti a Skopje che consumavano salame e cetrioli sott'aceto per ingannare il viaggio. Magari la Perestrojka stava già maturando a Mosca, ma alle propaggini della cortina di ferro non si percepiva ancora nulla. Arrivavo a Trieste dritta dritta da casa dove mamma faceva tutto e, dunque, a stento sapevo cucinare un uovo sodo. In seguito appresi di avere accesso a una vita meno grama a base di pasta al burro, se solo mi davo un po' da fare. Allora, una volta superata la nostalgia di casa, cominciò il divertimento e la sana vita goliardica da "fuori sede". Nella memoria mi sono rimaste impresse soprattutto le cene organizzate nel mio appartamento (di sole donne) con gli inquilini di un famoso appartamento (di soli uomini) e i corrispondenti schiamazzi. Gli appartamenti affittati avevano di certo visto tempi migliori, come poteva testimoniare un cesso in stile Biedermeier che ricordo di aver visto in un'altra casa a me cara, ma quando si ha vent'anni questi dettagli importano poco o punto. Una sera, la tv trasmetteva per la prima volta la serie di Star Wars ("La nuova speranza", "L'impero colpisce ancora" e "Il ritorno dello Jedi", per intenderci: Lucas non aveva ancora pensato a come fare altri quattrini con il prequel). Fu un grande evento per studenti squattrinati come noi, tale da rendere imperativa la riunione delle due case e di altri ospiti d'onore nel nostro fatiscente appartamento. Le rutilanti battaglie a colpi di spada laser accesero a tal punto gli animi che uno dei giovanotti si immedesimò in Luke Skywalker e, dopo aver indossato un grembiule da cucina a mo' di mantello Jedi, cominciò a inseguire i presenti brandendo – al posto del fascio di luce pulsante – lo scopino del cesso, che tra l'altro non era proprio di primo pelo. Scompiglio, fughe, urla e decibel crebbero a livelli tali da risultare insopportabili per l'inquilina del piano di sopra che chissà quante ne aveva già sopportate: per la verità, visto quanto si sgobbava alla Scuola, i bagordi erano contenuti per quanto mi riguardava, ma già il fatto di essere tre ragazze giovani che ricevevano amici altrettanto giovani doveva essere considerato, in una delle città più vecchie d'Italia, come un fatto intollerabile e sconveniente. Scesa come una furia, la signora ci vomitò addosso insulti degni di uno scaricatore di porto, fra cui: "Tornatevene nella Bassa, terrone, voi e i vostri puttanieri!". A onor del vero, la nostra origine geografica era, in ordine di decrescente settentrionalità: provincia autonoma di Bolzano, Alessandria (non d'Egitto) e Roma, città di provenienza della sottoscritta che abbassava colpevolmente la media. A questo punto devo dire, per dovere di cronaca, che i suddetti giovanotti, vista la mal parata, anziché difendere il nostro e il proprio onore, preferirono rintanarsi chi in cucina, chi nel luogo di provenienza dello scopino laser, lasciando noi ragazze a respingere gli assalti della triestina inviperita, pronta a metterci le mani addosso. L'attacco fu respinto con destrezza e gli ospiti se ne andarono alla chetichella, trattenendo il respiro giù per le scale buie. Fu una delle mie ultime serate goliardiche con i compagni della Scuola. Dopo, ad attendermi dietro l'angolo, c'era la vita adulta.


S

Se incontri "Tom" sul tuo cammino – Landa Grazioli

Appuntamento a Trieste © Marina Raccar

correndo l'elenco dei possibili argomenti di cui potrei scrivere, quello su cui ho davvero l'imbarazzo della scelta è il classico capitolo delle "figure di m*". Era la fine del primo anno e mi accingevo a recarmi all'esame di Esercitazioni Pratiche di inglese. Non ricordo con precisione perché quella mattina di fine primavera avessi scelto di indossare proprio la mia maxigonna scampanata con due spacchi vertiginosi sul davanti... La memoria non mi aiuta. Conoscendomi, forse ero rimasta indietro con le lavatrici e quello era l'unico capo (in)decente rimastomi, ma, e questo lo ricordo molto bene, camminando per strada facevo molta attenzione a tenere le mani in tasca in modo da tenere ben coperte le lunghe membra, ripromettendomi di fare ancora più attenzione durante l'esame per non destare sospetti. Mi sentivo abbastanza preparata e non avevo affatto bisogno di raccomandazioni carnali per passare. Disgrazia volle che quella mattina non l'imperturbabile e accademico titolare dell'insegnamento, bensì il suo assistente, toccasse proprio a me! Era, costui, un giovane di aspetto quasi avvenente, dai modi un po' altezzosi e dall'accento volutamente e marcatamente posh che rispondeva al nome di LH, meglio noto come Labrador, viste le protuberanti e carnose labbra che gli ornavano il volto. LH, data la giovane età e una certa propensione alla vita sociale, era finito nel giro di noi ragazze... Non dico di più, perché di più non so! Fatto sta che il normale rapporto di rispetto e distanza reverenziale tra noi e lui era venuto meno. Niente di troppo strano. Queste cose capitavano spesso alla Scuola, era una sua caratteristica ed era giusto così: tra i miei ricordi più piacevoli ci sono le bevute e le cene al ristorante cinese con Snelling, maestro tra noi discepoli adoranti, vero scambio osmotico di sapere, bere, amore-odio che ti faceva sentire grande... Quando ancora si poteva avere un contatto tra esseri umani senza che la gente gridasse allo scandalo, alle molestie sessuali o dovesse ricorrere ai reality show! Bei tempi, bellissimi tempi! La Scuola, da questo punto di vista e sempre che uno sapesse mettersi in gioco, era una sorta di famiglia allargata, dove non solo ci conoscevamo tutti, ma dove anche gli scambi (ma proprio tutti) erano ammessi e dove erano divulgate le miserie e le tribolazioni tipiche da interno familiare. Tornando a me e all'esame, la fine fu che, presa dal vortice delle domande e, conoscendomi, dalla foga con cui in genere mi esprimo, senza accorgermene avevo dimenticato di tenere le mani in tasca e pertanto gli spacchi avevano fatto il loro dovere, lasciando epifanicamente intravedere le mie gambe al giovane LH, il quale a un certo punto interruppe il mio eloquio per sottolineare: "You're wearing your sexiest skirt, today..." Sulle prime non capii perché parlasse di gonne visto che forse stavo discettando sulla gloriosa storia della Gran Bretagna, poi abbassai lo sguardo esterrefatta e vidi.... Rimasi per la frazione di un secondo impietrita sul posto. Ricordo che, umiliata nell'intimo dallo sguardo ironico di Labrador, mi coprii in fretta e furia e proseguii l'esame che si concluse con un impudico 25. Ciò mi ha insegnato un paio di cose: la prima è che da quel giorno, qualsiasi fosse la prova o l'esame, io li ho affrontati con faccia impenetrabile e/o abbigliamento a prova di raggi X. In quanto donna, trovo che non ci sia niente di più umiliante che sentirsi rinfacciare da un uomo proprio ciò che quest'uomo desidera da te e che tu non hai nessuna intenzione di offrire. La seconda è che talvolta a farci da mentore è un "Tom" qualsiasi (come nel caso del giovane LH) che incontri sul tuo cammino e, in quanto "Tom", sarà lui a insegnarti l'abc della vita! Ahi, ahi, ahi!


C

i ritrovavamo come sempre assiepati a un'estremità del corridoio, in piedi, i più fortunati seduti su una sedia presa in qualche aula. Nelle sessioni estive, faceva un caldo infernale e il corridoio stretto e lungo, unito alla nostra agitazione, non migliorava certo le cose. Faceva un caldo soffocante perché le finestre scarseggiavano, e le poche presenti erano tutte strette e lunghe. Come se non bastasse, il senso di claustrofobia veniva acuito dalla scarsità di luce: da un lato le porte delle aule e degli accessi alle cabine, dall'altro qualche finestra bislunga che dava su un cortile interno. Il corridoio era illuminato da tremolanti luci al neon che rendevano le anonime pareti bianche e il pavimento in linoleum azzurro asettici come in un ospedale. Eravamo stipati in fondo a quel corridoio, come a porre una certa distanza tra noi e il baratro. All'altro capo, l'aula degli esami di interpretazione, trincerata dietro una grande porta color granata. Attendevamo la nostra sorte parlando tra di noi con malcelato nervosismo oppure cercando un po' di silenzio per tenerci lontano dall'agitazione degli altri. Spesso, le altre aule erano occupate da lezioni o da studenti che si esercitavano in cabina e, ogni volta che una porta si apriva cigolando, i nervi a fior di pelle si trasformavano in sensibili vibrisse che modulavano la percezione delle ondate di ansia. Eravamo sempre sul chi vive. Quando il professore faceva capolino dalla porta in fondo al corridoio, la vittima di turno veniva salutata come se partisse per il fronte e gli "in bocca al lupo!" si sprecavano seguiti, a loro volta, da una scia di "crepi!" che arrivavano quasi fino alla porta. Quel corridoio fu il nostro miglio, il miglio azzurro, una trentina di metri di linoleum che molto avevano in comune con il miglio verde del romanzo di Stephen King, salvo che per fortuna nessuno morì mai per un esame di interpretazione.

Il miglio azzurro – Eleonora Imazio

Trieste in rosso © Andrea Pira


P

rima lezione di interpretazione di conferenza. Con piglio deciso e mano sicura, la professoressa traccia sulla lavagna una linea molto simile alla gobba di un dromedario e la divide con tre linee verticali: nella prima sezione, quella più a sinistra, scrive 25%, al centro scrive 50% e, a destra, un altro 25%. Poi, si gira verso la platea ammutolita e spiega con sussiego: "Allora! Questo 25% qui", dice indicando la parte sinistra della lavagna, "è la percentuale di quelli che hanno il dono dell'interpretazione e che usciranno da qui brillantemente. Quest'altro 25% corrisponde invece a quelli che ce la possono fare a fatica, ma che comunque, se si impegnano, possono anche riuscirci. Il 50% al centro si riferisce invece a quelli che proprio non sono portati e a loro consiglio di cambiare indirizzo". Gli astanti sono annichiliti: sono in molti a pensare di non rientrare nelle due aree da 25%. Anche io nutro seri dubbi... Quella fu la prima somministrazione di pillole di puro terrorismo psicologico. Alla fine, la statistica della professoressa non corrispose al vero: in pratica tutti i miei compagni riuscirono a completare il corso di laurea in interpretazione. Certo, qualcuno si perse per strada, ma in quale facoltà non succede?

Statistica, pura statistica – Eleonora Imazio

Rosso&blu © Paolo Longo


D

omanda assai bizzarra, ma quando ripenso al mio percorso universitario questo dubbio è il primo pensiero che mi viene in mente! L'unica cosa che i circa 40 esami, tra scritti e orali, avevano in comune era l'ansia che li accompagnava, che a sua volta scatenava uno scombussolamento acuto foriero di frequenti e urgenti corse in bagno. Quest'ansia veniva peggiorata dalla preoccupazione di un'eventuale penuria o assenza di carta igienica! Da qui l'importanza dei fazzolettini: se ne avevo una bella scorta ero tranquilla. Nulla potevano le lunghe attese prima di entrare in aula ad affrontare le belve: avevo il mio corredo salvavita a portata di borsa, magari anche qualche fazzoletto "senz'acqua" per arrivare fresca e profumata come una rosa! Entravo in aula ostentando menefreghismo e sicurezza a profusione, convinta di sapere tutto e comunque di mettere fuori combattimento le forze nemiche a suon di belle frasi. Certo un sorriso discreto e un leggero ammiccamento facevano il resto – nel caso degli uomini, s'intende, pochi e male in arnese. Quando invece c'erano le valchirie spavalde e battagliere erano solo la sfrontatezza e la lunghezza del pelo sullo stomaco della malcapitata di turno ad averla vinta. Infatti, una volta entrata nell'arena, iniziava la lotta per la sopravvivenza: mi invadeva un sentimento di onnipotenza da risultare convincente e preparatissima in qualsiasi situazione. Una volta uscita dall'aula mi sentivo pervasa da un entusiasmo e un'euforia irreali, baciavo tutti, amavo il mondo intero e mi sentivo Dio. Si cominciava a preparare i festeggiamenti. Si celebrava ogni successo, ogni piccolo passo che portava lentamente ma inesorabilmente verso il traguardo. Le nostre feste erano famose ed esclusive. La deboscia era di rito, si mangiava, si beveva, fino all'esame successivo e... Dimenticavo! Il giorno dopo correvo subito a fare scorta, a ricomprare una quantità di fazzolettini tale da tranquillizzare tutte le mie ansie!

Ho preso i fazzolettini? – Anna Linsalata

http://youtu.be/JxohJX9ElpE

Miramare Castle - © Vince Anubi (Gio & Me)


S

ì, eravamo proprio una razza speciale. Del genere "teniamo botta a qualsiasi costo", "a noi non ci ammazza nessuno" e "il fine giustifica i mezzi". A quei tempi il numero chiuso era ancora un concetto astratto. Gli altri studenti, quelli "normali", quando sentivano che frequentavamo la Scuola ci guardavano allibiti, un po' impauriti, eppure pervasi da un impercettibile sentimento di ammirazione. Ci sentivamo dei genietti ribelli e un po' masochisti, curiosi e aperti al mondo. Immersi nell'atmosfera cosmopolita della bella Tergeste sognavamo grandi imprese in paesi meravigliosi ed esotici, dove poter sfoggiare le nostre incredibili e impeccabili capacità linguistiche. Dagli altri ci distinguevano una disciplina ferrea e la dedizione incondizionata alla "causa". Gli studenti "normali" ci consideravano degli "snob", e diciamoci pure la verità, eravamo davvero convinti di essere i migliori. Eravamo ben ancorati al girone dei "superbi" e ogni giorno eravamo chiamati a espiare quel nostro peccatuccio, dimostrando a tutti, e soprattutto a noi stessi, di essere speciali, di essere sempre all'altezza di ogni situazione. Non era permesso riposare sugli allori. Ogni sfida superata ne preannunciava una nuova e più tosta. Per anni, dopo essermi laureata con successo, continuavo a sognare di dover affrontare professori, rispettare scadenze, superare esami. L'incubo era così radicato nel mio essere da non poter essere dimenticato. Certo, la nostra razza era stata selezionata con cura, per farci sopravvivere a ogni avversità, a ogni delusione, al di là del bene e del male.

Una razza speciale – Anna Linsalata

Trieste-Scala Ciamician – © Roberto Carsi


I

o che di lingue e di interpreti ho detto e scritto tanto, a cercare il più rarefatto pensiero della Scuola Interpreti, mi viene in mente che una scuola così poteva esistere solo a Trieste, che se noi ex alunni ci riconosciamo ovunque nel mondo è per quel particolare imprinting di pazzia che abbiamo ricevuto laggiù. La benefica commistione di insularità triestina, esperimenti basagliani, mobbing didattico e simultanea senza rete è qualcosa di irripetibile che plasma la mente per sempre. Ancora dopo trent'anni, quando incontro neofiti appena approdati nelle cabine dell'UE dai banchi della Scuola, bastano i nomi degli insegnanti per capirsi. Quelli che sono andati in pensione hanno trasmesso il loro metodo ai nuovi venuti che senza saperlo tramandano l'antico terrore dei giudizi di Snelling sulle nostre presunte letture serali, delle invettive della Politi sulla coerenza delle nostre consecutive, delle divagazioni della Gran che potevano prendere il posto della lezione, della vivisezione che praticava sul nostro eloquio la pur placida Meak, del ronzio che ci rimaneva in testa dopo una simultanea con la Palazzi. Così noi di generazione in generazione ci riconosciamo e ci viene da pensare che questa memoria sia una forma di eternità. Anche noi siamo sempre gli stessi ed entrando in cabina ci reincarniamo in qualche altro alunno triestino che fu. E anche questa simultanea, chissà, è sempre la stessa: qualche filo ancora la collega alle orecchie che sappiamo noi. Ne sentiremo delle belle appena usciamo dalla porta.

Cicli e ricicli – Diego Marani

http://youtu.be/YDo2EdPQ0Jw

Barcollando in Cavana © Sofia Tega


bobo merenda


Da: aspirante_linguista@gmail.com Inviato: lunedì 31 maggio 2010 15.56 A: Maria Luisa Mariotti Oggetto: suggerimenti Ciao Maria Luisa, Sto per affrontare la maturità linguistica e vorrei da te qualche indicazione sulla prosecuzione dei miei studi: nonostante la mia attrazione per le lingue straniere e per l'uso della lingua "lato sensu", sento anche una forte interesse per le pubbliche relazioni e per uno stile di vita disinvolto e poco ortodosso. Tu pensi che queste due mie inclinazioni si possano conciliare in una sola attività professionale? Ti ringrazio anticipatamente per i tuoi consigli. Saluti Aspirante linguista -----Messaggio originale----Da: Maria Luisa Mariotti Inviato: Lunedì 31 maggio 2010 17.19 A: aspirante_linguista@gmail.com Oggetto: RE: suggerimenti Caro/a Aspirante linguista, non posso scrivere ora: sto facendo il bagno nella piscina dorata del mio panfilo personale. Sono in crociera con amici. Per rispondere alla tua domanda, ecco qualche mia riflessione: lo sai che facciamo il mestiere più antico del mondo? Mi sono accorta che con la caduta della torre di Babele e la relativa confusione delle lingue ci fu subito bisogno di traduttori e interpreti qualificati. Per questo motivo il mestiere più antico del mondo è quello che fanno gli interpreti e i traduttori. Per onore di cronaca, della prostituzione invece la Bibbia parla ufficialmente solo più tardi con Raab e Tamar. Nonostante il vantaggio di essere prima delle prostitute devo constatare però che esse godono di enormi privilegi rispetto ai mediatori linguistici.

After Babel – Maria Luisa Mariotti

• Innanzitutto anche Gesù parla di loro e dice che se si convertono entrano prima nel Regno dei cieli (Matteo 21,31), mentre di interpreti e traduttori non ne parla mai e tantomeno assicura loro il paradiso. • Le prostitute sono pagate prima della loro prestazione occasionale, non hanno il vincolo annuo dei 5000 euro, non emettono fattura e non pagano tasse. • Gli interpreti e i traduttori sono pagati a 90 giorni quando va bene, sono tenuti a rilasciare la fattura e pagarci le tasse. • Chi pratica il secondo mestiere più antico del mondo non ha bisogno di lauree alla SSLMIT di Trieste. In bocca al lupo MLM

Torre di Babele © Elisa Pesenti


R

Poco poco – Monica Mura

Mare di montagna © Livio Verh

icordo che per almeno una ventina di giorni non riuscii a chiuder occhio. Su consiglio di mamma Augusta, caposala in pensione, saggia e autorevole anche nel nome, avevo cominciato ad assumere delle minuscole compresse di valeriana senza però ottenere alcun risultato. Qualche sana canna avrebbe sortito effetti migliori ma all'epoca ero ancora una brava ragazza e non avrei mai osato tanto. La testa era sempre là: il 15 dicembre 1990 avrei discusso la mia tesi e dopo sei lunghi anni di gioie e dolori mi sarei finalmente laureata. Avevo preparato la mia opera di ingegno a casa mia, a La Spezia, nove mesi di gestazione, e mi recai a Trieste un paio di giorni prima rispetto alla data fatidica. Avevo deciso di tornare alla Casa della Fanciulla, mitico collegio femminile al numero 61 di via dell'Istria che mi aveva ospitato per ben quattro anni. Qui era cominciata la mia avventura e qui sarebbe terminata. Il 15 dicembre 1990 era una giornata freddissima con un sole meraviglioso a colorare l'ex manicomio, il Burlo e gli alberi che accompagnavano la discesa verso la Scuola. Dopo l'ennesima notte insonne, giunsi nell'ex jutificio che ospitava la SSLMIT seguita da una piccola delegazione di "fanciulle" sempre capitanate da mamma Augusta. La claque era assicurata. Dopo un'attesa snervante, ormai giunta l'ora del desinare, la porta dell'Aula Magna si aprì anche per me. Furono istanti trascorsi in una dimensione irreale che non so descrivere. Varcai la soglia e percorsi il breve tratto fino alla sedia di fronte alla Commissione trasportata da gambe non mie. Io che con le citazioni in latino ci litigo e conosco risus abundat in ore stultorum e in vino veritas solo perché si mangia e si beve, io che per la prima volta in vita mia ho associato il significato della parola "paracarro" al suo significante di "età matura", io che ho la memoria proporzionata alla mia altezza, ovvero "finisce subito", mi trovavo ad affrontare 11 membri della commissione schierati di fronte a me come un plotone di esecuzione ai comandi del temutissimo Prof. Franco Crevatin. Il gruppo annoverava diversi docenti che avevo incontrato durante il mio percorso ma uno in particolare aveva segnato in modo indelebile la mia carriera universitaria: il Prof. Marinucci. Qualche tempo prima ebbi la sventura di "scontrare" più che incontrare il Prof. Marinucci in occasione dell'esame numero 20, l'ultimo del I biennio. Era la sessione di febbraio e non superarlo significava essere squalificati per l'esame di diploma, tappa obbligatoria per coloro che intendevano accedere al II biennio di specializzazione. In gergo si diceva che si "perdeva l'anno" perché per un anno intero non si aveva il diritto, per Statuto, né di frequentare né di sostenere gli esami del III anno. L'esame di Italiano era biennale e quell'anno prevedeva una prova scritta, la preparazione di una tesina e una prova orale basata, così credevo, sugli Annali relativi al periodo che andava dal Dopoguerra ai giorni nostri. Devo essere onesta: mi ero preparata con una certa leggerezza ma è anche vero che il corso tenuto dal Prof. Predonzani non aveva brillato per chiarezza e coerenza rispetto al programma. Superai lo scritto a giugno senza infamia e senza lode e, con scarsa lungimiranza, rimandai l'orale alla sessione straordinaria di febbraio, il confine oltre il quale tutto era perduto e tutto ricominciava. Il rischio era alto ma, perbacco, avevo superato esami ben più difficili, mi dicevo. Mi presentai all'appello con la mia tesina sul Sessantotto, preparata in tandem con la compagna Barbara Vandelli, e un po' di confusione sulla successione temporale dei nostri plurimi governi. L'esame si svolgeva in due momenti: un parte col titolare della cattedra, Prof. Predonzani, e una parte col Prof. Marinucci, diligente e preparato esponente della Magna Grecia, tristemente noto per le sue sfuriate e oggetto di scherno da parte di molti per la parlata del tipo "scendimi il cane che te lo piscio". Entrai agitatissima come da copione ed esordii col Prof. Predonzani mentre il Prof. Marinucci, in contemporanea, esaminava una collega mai vista prima. Lo scritto non era stato dei migliori, mi dissero, ma non mi mostrarono l'elaborato e la mia tesina era andata perduta in chissà quale sotterraneo dell'Istituto. Non restavano che gli Annali. Qualche tentennamento ma potevo passare alla seconda parte col Prof. Marinucci che aveva appena congedato la misteriosa collega proponendole un 18 che venne accettato all'istante.


"Allora signorina, mi parli di Composizione e Derivazione". Composizione e Derivazione? COMPOSIZIONE E DERIVAZIONE? Mi massacrò. E quando compresi che si trattava dei cari vecchi accrescitivi, diminutivi & Co. di elementare memoria, era ormai troppo tardi. Quando non seppi decifrare la composizione celata dalla locuzione "poco poco", il Prof. Marinucci mi si scagliò contro con tutta la furia verbale di cui era capace e mi cacciò dall'aula, nonostante la mia disponibilità ad accettare il 18 che mi avrebbe comunque permesso di accedere all'esame di Diploma. Messi da parte i mea culpa, decisi di fare un ultimo tentativo e, col capo cosparso di cenere, contattai entrambi i docenti facendo presente la mia situazione e chiedendo un'ultima possibilità. Venne fissato un secondo appello, fatto già di per sé straordinario per la sessione di febbraio che ne poteva contare solo uno, e mi venne concessa la possibilità di presentarmi di nuovo, altro fatto straordinario poiché il regolamento impediva agli studenti di presentarsi per due volte allo stesso esame nell'ambito della stessa sessione. Il Dardano e Trifone divenne la mia bibbia e il capitolo su Composizione e Derivazione il mio rosario. Mi presentai puntuale e piena di speranze al secondo appello. Il Prof. Marinucci, che non ricordava affatto né la mia faccia né il fatto di avermi buttata fuori la volta precedente, credendo di mettermi in difficoltà mi pose di nuovo la stessa fatidica domanda: "Signorina, mi parli di Composizione e Derivazione", rincarando la dose con un "E se le dicessi poco-poco?" Mi riscattai alla grande e conquistai la simpatia del prof che mi congedò soddisfatto e sorridente. Ma il mio destino era segnato e quando passai sotto il torchio del Prof. Predonzani, ahimè, fu la disfatta. Sì, perché lui sì che si ricordava della sottoscritta e della mia situazione, e non ebbe pietà. Così come la Longari cadde sull'uccello, io caddi sulle Dorotee, malefiche pinguine! Vani i tentativi di virare su altri argomenti, il Predonzani, oltremodo infastidito, chiuse la partita con un glaciale "Signorina, vuole che le registri il voto negativo sul libretto o se ne va?". Gettai la spugna e me ne andai. Le colleghe fuori dall'aula mi consolarono con abbracci e suggerimenti su infallibili riti vudù da perpetrare ai danni della temibile coppia di docenti. Quattro mesi dopo dovetti risostenere l'esame per intero, sia scritto che orale. Voto: 27. E indovinate un po' che domanda mi fece il prof. Marinucci? "Signorina, mi parli di Composizione e Derivazione". Non credevo alle mie orecchie! Lo ammaliai con sopraffini disquisizioni sull'argomento e lo lasciai di stucco quando gli offrii su un vassoio d'argento l'esempio della locuzione avverbiale. "Ah", commentò, "si è sparsa la voce." Sì, professore… poco poco.


Prima lezione di consecutiva inglese>italiano Dopo aver letto un testo su Israele/Palestina la professoressa chiama la sottoscritta per fare la consecutiva. Alla fine commenta con voce asciutta: "Complimenti, davvero un'ottima prestazione. Peccato che il testo di partenza fosse del tutto diverso!". È stato allora che decisi di lasciar perdere l'inglese, ma la "faccia di bronzo" con cui ho affrontato quella prova non mi ha mai abbandonata! Il braccio della morte Come ogni prigione che si rispetti, anche la Scuola aveva il suo braccio della morte. Era il corridoio (in realtà molto breve, ma a noi sembrava infinito) che dall'atrio del primo piano conduceva all'Aula A e alla stanza dei tecnici, ovvero ai due luoghi dove si svolgevano gli esami di simultanea e consecutiva. Eravamo come condannati a morte che aspettavano la loro ultima ora: con le gambe tremolanti e il cuore che batteva a mille percorrevamo quel corridoio per sottoporci all'esame e dopo, a seconda del risultato, c'era chi usciva in lacrime e altri che invece facevano le acrobazie dalla gioia. Prima lezione di simultanea italiano>tedesco Laboratorio pieno di studenti, che per gli standard della Scuola significava che c'erano al massimo 20 persone. Entra in aula la professoressa, una tipica tedesca di una certa età, bionda, magra, alta, sguardo di ghiaccio. Si guarda in giro con aria schifata e con uno spiccatissimo accento tedesco tuona: "Siete troppi! Non lavoro con più di 10 studenti, quelli che stanno nella prima fila. Quindi… O ve ne andate di vostra spontanea volontà oppure vi elimino io." Traduzione obbligatoria di alcuni termini tedeschi, pena la bocciatura Bundesrepublik Deutschland = Repubblica Federale di Germania Deutsche Demokratische Republik = Repubblica Democratica Tedesca L'aggettivo "Deutsch" andava obbligatoriamente tradotto con "germanico" (popolo germanico, turisti germanici e così via) Flash – Cinzia Pasquini

http://youtu.be/YDo2EdPQ0Jw

Raduno Topolino Trieste © Roberto Carsi


S

ono trascorsi parecchi anni. Da dove cominciare? Sto sfogliando l'album fotografico di quei lontani anni '80 e tanti sono i ricordi che affiorano alla memoria. Erano i tempi in cui non c'erano Internet, cellulari, computer, insomma tempi in cui se dovevamo o volevamo parlare o divertirci era giocoforza uscire di casa o vedersi di persona. Oppure telefonare da una delle tante cabine a gettoni di rame. E cosĂŹ, tra uno studio matto e l'altro, per scaricare la tensione, ci affidavamo alla fantasia sfruttando le possibilitĂ offerte dall'ambiente circostante: improvvisandoci estetiste grazie a un po' di argilla ed acqua.

Erano i tempi della canzone "Physical" di Olivia Newton John, e noi andavamo a fare ginnastica in una palestra poco distante, dotata di moderni attrezzi per fitness.

Trieste souvenir – Maria Rosa Pocaterra-Schumacher


Intraprendenti e ardite anticipatrici dell'aromaterapia, con un audace esproprio proletario recidevamo i rami delle rose che fuoriuscivano dalle cancellate dei giardini privati e grazie a essi dimenticavamo le frustrazioni inebriandoci con il loro profumo.

Memorabile fu la permanenza, peraltro fugace, presso la famosa Casa della Fanciulla. Fu proprio quel soggiorno che ci fece incontrare e suggellò un'amicizia che dura tuttora. Ricordo ancora le grida allarmate della suora portinaia al passaggio di rappresentanti dell'altro sesso: "Ci sono uomini!" Era quello il segnale ufficiale del coprifuoco per quelli che in definitiva altri non erano che i membri del coro. A questo proposito, non posso certo dire che alla Scuola avessimo molte tentazioni‌ visto che si doveva studiare come forsennate, ovvio! E allora l'arte in tutte le sue forme diventava per noi uno sfogo salutare.

Quando invece la preoccupazione per l'imminente esame ci rendeva insonni, capitava di chiamarci da una stanza all'altra: "E se giocassimo a carte?". Presto fatto: era sufficiente una telefonata alle altre compagne di gioco. "State dormendo? Vi va una partita a briscola chiamata?" Bastavano cinque minuti ed ecco suonare alla porta due giovani donzelle in pigiama, beveraggi in una mano e un sacchetto di golosi biscotti nell'altra. http://youtu.be/DVxGxezNoGA


U

Agnelli di diamanti e bistecchine appannate – Luciana Silverio

Incomplete Reflection © Paola de Leitenburg

na perfetta dicotomia tra contenente e contenuto, così l'avrebbe definita la professoressa di traduzione inglese-italiano, che amava trascorrere interminabili ore dissertando se fosse meglio "una traduzione bella e infedele" oppure una "brutta e fedele", salvo poi lasciarci nell'amletico dubbio di non essere in grado di capire dove i nostri miseri sforzi di novelli traduttori dovessero puntare (forse verso una traduzione bella e fedele?). Eppure per noi studenti si trattava solo di qualche sonora "cantonata linguistica". Mi sono sempre chiesta cosa sarebbe successo nella realtà se un eminente professore russo, impegnato anche nella redazione di un glossario specialistico - quindi, diciamo, una mente di tutto rispetto - fosse entrato in gioielleria e avesse chiesto un agnello di diamanti. Magari il gioielliere avrebbe pensato di trovarsi di fronte uno degli ultimi eredi dei Romanov o un patron di qualche squadra calcistica. Oppure se davanti allo spettacolo di un ruscello di montagna circondato da vette alpine, sempre il nostro illustre professore avesse esclamato "Che bella fiumetta!". Insomma, situazioni surreali degne dei migliori film di Woody Allen. Passando ad altro ambito, a volte mi immagino la faccia di un cameriere che cerca di rimanere impassibile mentre un'irreprensibile professoressa di esercitazioni pratiche di tedesco (II lingua, I biennio) ordina con candore una bistecchina appannata. Forse in questo caso l'abilità dello chef sta nel saper valutare il grado di doratura della nostra Wiener Schnitzel. Che dire poi della splendida espressione "sempre ancora" coniata dal professor di traduzione tedesco-italiano, triestino "patocco" e autentico cultore della sacralità della traduzione letterale e fonte inesauribile di una miniera di citazioni. Va Lei sempre ancora a comprare il giornale? Rispondere a questa domanda richiedeva non tanto una buona capacità linguistica quanto piuttosto un notevole autocontrollo per mantenere un certo contegno. Considerando poi che le lezioni del primo biennio si tenevano nelle aule fatiscenti di via d'Alviano di venerdì pomeriggio, e che quindi il numero di temerari studenti che frequentavano il corso era ridotto all'osso, i nostri sforzi per rimanere impassibili davanti a certi esempi inarrivabili di traduzione letterale erano da apprezzare ancora di più. Non mancavano le citazioni dotte, soprattutto durante le lezioni di traduzione specializzata inglese-italiano tenute in fascia oraria post prandiale. Già era difficile riuscire a rimanere svegli, data l'ora. E così, mentre i topoi semantici (pronuncia corretta: T-O-P-I) riempivano le nostre ore, le immagini di altri e più famosi roditori del piccolo schermo (Mototopo e Autogatto, Tom & Jerry erano i più gettonati) si fondevano assieme agli schemi linguistici del professore. E se qualcuno faceva un'osservazione che poteva provocare qualche scatto d'ilarità collettiva, lui cercava di riportare la calma con una frase a effetto, tipo: "Non fatemi ridere che poi tosso". Inutile dire che la lezione poi proseguiva di questo passo per tutti i minuti (tanti) rimanenti. C'era anche chi già allora precorreva i tempi e dava alle sue lezioni un'atmosfera gotica-misteriosavampiresca così in voga ai giorni nostri. La presenza assente, espressione coniata dal professore di letteratura italiana del primo biennio, è sempre stato un concetto che mi ha affascinata fin da allora e che, chissà perché, mi faceva venire in mente sedute spiritiche e allegri fantasmi. Eppure, nonostante queste e tante altre perle linguistiche (nessuno ne era immune, nemmeno i docenti più stimati) una cosa dobbiamo riconoscerla: che i nostri professori sono riusciti in un'impresa ben più difficile della semplice comunicazione linguistica, ovvero a farci amare un mestiere che richiede tanta passione e tanto rigore. E a lasciarci comunque dei ricordi, tutto sommato, divertenti.


M

Trieste-Firenze A/R – Lorenza Venturi

Blue house in Trieste © José Eduardo Silva (Lisbona)

i ritrovo sul treno Trieste-Venezia (ferma a Trieste Centrale, Monfalcone, Cervignano-AquileiaGrado, S. Giorgio di Nogaro, Latisana-Lignano-Bibione, Portogruaro-Caorle, S. Donà di PiaveJesolo, Venezia Mestre) diretta a Firenze e mi sorprendo a chiedermi come ho fatto a farla su e giù per 5 anni, questa benedetta tratta! Ho appena ricevuto l'ennesimo sollecito a scrivere qualcosa sul filo della memoria, una memoria condivisa che forse ci aiuterà a superare una volta per tutte il trauma di anni trascorsi in un caotico caravanserraglio, magari a scherzarci su… Scherzare, per la verità, abbiamo sempre scherzato, come antidoto allo stress e alla pressione che ci sovrastavano. D'altronde, in uno degli istituti di istruzione superiore che passavano per essere tra i più selettivi ma che offrivano in realtà il peggior rapporto tra quanto dallo studente si pretendeva e quanto al suddetto studente si offriva, l'arma dell'ironia era un toccasana! Se uno nutre qualche dubbio sulla selettività, basta analizzare per sommi capi qualche dato concreto. Esame di ammissione per prima lingua inglese: numero candidati medio circa 700 unità, ammessi non più di 65, ovvero meno del 10%. Le votazioni medie degli esami di profitto si attestavano attorno ai 20/30 (si vedrà più avanti il perché), che se uno lo raccontava a un qualsiasi studente di lettere o altra facoltà si guadagnava un accondiscendente sguardo di commiserazione. E poi i cavalli di Frisia degli sbarramenti intermedi: se non si riusciva a "sbiennare" ovvero se non si superavano tutti gli esami del secondo anno entro la sessione invernale dello stesso anno (vale a dire a febbraio) non si poteva accedere al terzo e si perdeva in blocco un anno, in un perverso gioco dell'oca in cui il volatile da spennare era il malcapitato. E poi se anche si riusciva a superare tutti gli esami in tempo, l'ultimo anno bisognava ripeterli un'altra volta, nel cosiddetto pacchetto-regalo denominato "esami finali", in una sorta di esame di stato mai riconosciuto. E via di questo passo. In tutta sincerità mi chiedo ancora adesso come feci a entrarci: forse lo devo al fatto che non studiai inglese a scuola, ma grazie a un anno di Scuola Interpreti a Firenze acquisii un buon linguaggio settoriale sul tipo di testi che venivano proposti per l'ammissione, oppure magari anche al fatto che possedevo un buon italiano, rispetto ad altri futuri colleghi traduttori, soprattutto se penso a quelle categorie di studenti che per un accidente della storia vivevano in aree linguistiche dove l'italiano non era certo la prima lingua. Se poi si vuole affrontare l'argomento "esami di profitto", allora significa gettarsi come volontari coatti in un ginepraio. Esame di traduzione dall'italiano all'inglese. Il testo era costituito da una costellazione di tutti i possibili tranelli e falsi amici che due cartelle potevano contenere e la sottoscritta si impegnò allo spasimo a schivarli tutti, poi l'imprevisto: il testo in questione conteneva anche alcuni numeri in cifre, tra cui un 7. Io, anima candida, lo trascrissi, mettendo il trattino orizzontale come tutti i 7 che ho scritto in vita mia su fogli e quaderni quadrettati o meno dalla prima elementare, ma in quell'occasione mi venne tolto un voto secco perché "gli anglosassoni non mettono MAI il trattino orizzontale al 7". In questa breve disamina di esempi esplicativi desidero inserire anche l'esame di linguistica applicata: il programma era articolato su tre volumi (uno di morfologia, uno di sintassi e uno di fonetica... che si andavano a sommare alle altre 12 prove in programma per un piano di studi annuale con 3 lingue). Quel giorno l'appello iniziò alle ore 08.00 e io attesi con certosina pazienza il mio turno finché non venni convocata alle 19.45! Lo stato d'animo del professore, già noto per le sue intemperanze, era oltremodo prevedibile. La studentessa prima di me indossava un bell'abito nero a pois rossi. Non appena entrò si sentì apostrofare: "Signorina, lei mi sembra una coccinella, bella ma pure sempre un insettuccio!" Il prof era strenuo sostenitore della teoria secondo cui, essendo noi aspiranti interpreti ed essendo il mestiere dell'interprete il secondo più stressante al mondo dopo quello del pilota di aerei, secondo quanto sostenevano gli studi di settore, bisognava forgiare il nostro giovane carattere con contumelie di ogni tipo, stile addestramento marines. Alle 19.45 di quella infame sera, per fortuna il prof non mi riservò alcuna battuta da antologia, ma mi "trombò" alla prima domanda, facendomi così perdere un anno (vedasi il termine sbiennare, più indietro). In realtà poi, con un escamotage a cui alcuni ricorrevano, frequentai lo stesso clandestinamente il terzo anno, sostenni altrettanto clandestinamente gli esami, sperando di riuscire a registrarli tutti l'anno successivo (non si poteva mai sapere se nel frattempo il prof in questione non cambiasse sede o non passasse a miglior vita). Fu assai divertente quando andai a registrarli tutti in blocco


alla sessione di esame successiva. Il commento candido della segretaria fu: "Avevamo scommesso che lei non ce l'avrebbe fatta!" Sì, anche le segretarie collaboravano alla non tanto sottile guerra psicologica! Ma se si rapporta la qualità offerta alla tanta selettività, è giocoforza considerare il fatto che su uno staff di 60 e più persone solo sette-otto erano i professori di ruolo, associati o ordinari, e tutti gli altri insegnamenti erano retti da contrattisti al traino. Storico era un insegnamento intitolato, a seconda degli anni, "English" (primo anno) o "American civilization" (secondo anno): per un intero anno a parlare dei dolcetti preparati dagli inglesi o americani di turno a Natale, a Pasqua, per il Ringraziamento e via dicendo. Corso universitario o scuola materna? No, si spaziava anche su argomenti più altisonanti, ad esempio la flora e la fauna statunitensi: si discettò ad esempio su un certo "beaver", ma visto che nessuno sapeva che bestia fosse, dopo svariati e infruttuosi tentativi l'insegnante proruppe illuminata: "What about procione?" (pronuncia: /proscionei?/) Peccato che da un accurato controllo sui dizionari a casa scoprii trattarsi di "castori", mentre i procioni si rivelarono essere i "raccoon". Tutto questo condito con abbondanti dosi di jelly beans e chocolate chip cookies, che alla fine dell'anno eravamo tutti diabetici e pieni di carie. Per par condicio è necessario parlare anche degli altri corsi, tipo traduzione spagnolo-italiano, corso retto da una prof simpatica, anche lei moglie di... Insomma, la prof era in realtà una persona allegra e il corso di spagnolo, nel suo complesso, era caratterizzato da un'atmosfera giovale. Aveva un allievo preferito, che continuava a chiamarlo Rrrrrrrrrrrrrrobertoo, una sorta di sconosciuta anteprima di Sofia Loren agli Oscar. Durante le lezioni si discuteva in tutta tranquillità del più e del meno, cinema, attualità, vita quotidiana, anche se ogni tanto qualcuno azzardava un'incursione nella grammatica, ponendo una domanda ben articolata, ma lei era solita liquidare la questione con un "¡Bueno, depende del contexto!" Le lezioni di spagnolo si svolgevano in via Giardini, nome ameno di una improbabile dislocazione di una sede distaccata di un quartier generale già di per sé distaccato dal resto, ovvero per noi studenti uno spostamento aggiuntivo da fare rispetto all'abituale collocazione tra i silos al confine con la Jugoslavia (a quei tempi non ancora ex), in mezzo a galline razzolanti al di là di una rete di ferro semidivelta. Mi piaceva molto la finestra in stile Liberty dell'aula affacciata sulla via, grande, rettangolare e sormontata da un grande arco, con fregi laterali. Mentre ascoltavo le lezioni immaginavo che quella fosse la finestra della mia camera, una camera ideale in cui entrava tanta luce in una pigra domenica mattina, colazione a letto, un bel libro e poi… Poi il fantasticare veniva come sempre interrotto da un "Rrrrrrrrrrrrrrroberto!" Parlando di prima lingua e terza lingua, ho dimenticato la seconda. Tedesco? Parlare di tedesco seconda lingua è un po' come sparare sulla Croce Rossa. Il professore di traduzione tedesco-italiano, triestino doc, era solito elargire perle di saggezza. Oltre a essere arrivato un giorno in aula con una mano fasciata per essersi sparato alle dita mentre puliva un'arma (notizia che ebbe pure l'onore della cronaca sul quotidiano locale), proponeva frasi da tradurre del tipo "Studieren deine Freunde immer noch Deutsch?" Unica traduzione ufficiale da lui ammessa: "Studiano i tuoi amici sempre ancora tedesco?" e guai a togliere il "sempre"! D'altro canto era lui che il verbo "weitererzählen" lo traduceva triestinamente "raccontare avanti", a riprova che la storia di una città e le lingue spesso vanno a braccetto. Nel variegato carosello di professori di traduzione tedesco-italiano, uno dei quali suggeriva di "usare un verbo come un gatto", ne arrivò una degna di tale incarico, pure lei prof di traduzione dal tedesco in italiano, senza particolari specializzazioni in materia, ma almeno aveva competenze di linguistica, conoscenze di fonetica e lavorava al CNR a Padova. Fu lei ad affidarmi una tesi davvero molto divertente, un lavoro di ricerca sull'acquisizione del linguaggio nei bambini italiani dai due ai sei anni. Soprattutto mi divertii molto a fare la raccolta dati sul campo: munita di pesante e costosissimo registratore affidatomi dal CNR patavino, mi recavo ogni giorno in una scuola materna di Firenze e poi in un asilo nido, dove dovevo intervistare dei bambini facendo loro pronunciare alcune parole contenenti i fonemi oggetto della tesi, vale a dire fricative e affricate. Le parole dovevano essere pronunciate per ripetizione e "in modo spontaneo" dietro presentazione di

bellissimi disegni formato A4 realizzati dalla sottoscritta. Anche in quella occasione non mancarono gli aneddoti, come quando al nido una bambina con aria serafica mi chiese di raccontarle una favola prima del sonnellino pomeridiano. Al tempo ero inesperta e impreparata! Per fortuna, iniziai a inventare e dopo alcune frasi, a quanto parve ben congegnate, la bimba si addormentò. Mi capitò anche che una delle due bimbe di quattro anni che stavo registrando alla materna, dopo un'interminabile serie di "farfalla, scivolo...", sbottò annoiata "Sì, e poi c'è anche il culo!" L'altra, scandalizzata, la corresse: "Non si dice culo, casomai si dice sedere!" Questo è un fenomeno conosciuto in linguistica come "Pop! Goes The Weasel Effect", così denominato dalla prima studiosa americana che lo documentò. Si tratta dell'effetto che spiega il fenomeno secondo cui il bambino segue fino a un certo punto lo schema dell'adulto in quanto il suo attention span a un certo punto si esaurisce, ovvero in poche parole si stufa e parte per la tangente. Se l'avessi documentato e descritto io per prima l'avrei chiamato "Effetto Poi c'è anche il culo". Nonostante gli aneddoti, la tesi mi impegnò per più di un anno, ma mi aiutò a ottenere 13 punti per risalire, almeno in parte, la china della media in cui mi avevano sprofondato gli esami e i trattini che mi ostinavo a mettere al numero 7. E pensare che se non mi fossi allontanata troppo da casa, facciamo una decina di metri da casa mia, piazza Brunelleschi, dove si trova la sede della Facoltà di Lettere a Firenze, un 110 con poco sforzo non me l'avrebbe negato nessuno... E magari anche una lode! Ma tutte le nostre scelte, quando le facciamo, trovano fondamento su motivi ben specifici, e così dobbiamo comunque essere fieri di aver superato le prove e non dobbiamo rinnegare mai nulla. Per quanto mi riguarda, avevo un motivo fondamentale per andare a Trieste. Oltre alla storia d'amore che lì mi stava aspettando e che poi avrei vissuto, a Trieste avrei cercato la libertà. La SSLMIT era l'unica facoltà universitaria tra quelle per me papabili non disponibili a Firenze (oltre a Psicologia a Padova, altra opzione al ballottaggio). Le lingue erano, e tuttora sono, il mio amore, e così feci il classico 2+2, presi il primo treno e mi iscrissi. Il primo impatto con la città fu terribile: novembre, freddo, buio… Una sera presi il bus per andare alla mensa, alle 21 ero già fuori e la città era vuota, le strade deserte, solo un vento feroce che le sferzava, spazzandole con veemenza. Con un'amica di Pavia ci guardammo stranite. "Mai vista una città così deserta, mi mancano perfino i turisti!" dissi io, fiorentina avvezza alle tumultuose orde di gente. "A me manca la nebbia" ribatté lei. "Mi aspetto sempre di vederla uscire da un momento all'altro!". Correva l'anno accademico 84/85, l'anno del freddo eccezionale che in Toscana toccò i -21°C e bruciò tutti gli ulivi. In Friuli, invece, si raggiunsero i -35°C al lago di Fusine e Trieste fu sommersa dalla neve e spazzata dalla bora per giorni interi. Già, la bora. Si dice che i triestini siano tutti un po' matti per via della bora. Forse un fondamento di verità c'è. Di matti di sicuro ce ne sono tanti in giro per le strade: non a caso la sacrosanta legge Basaglia è nata proprio qui. Per fortuna io abitavo sottoterra, in un delizioso appartamento fino a quel momento adibito a garçonnière, in cui il campanello, anziché "drin, drin" faceva "cip, cip" modulato con un'allegra eco. La lampada sospesa in mezzo all'ingresso, oltre il muretto basso che faceva da séparé, aveva un ingombro di circa un metro quadro ed era formata da lamine di metallo argentato parallele ed intersecate tra loro con profilatura aguzza, una sorta di potenziale ghigliottina nella migliore tradizione dei film di suspence. Tutto l'arredo era in uno sfrontato stile anni '70, vintage si direbbe oggi, con pareti arancioni e verdi, rivestimenti in paglia, divani in plastica lucida che lasciavano immaginare un glorioso passato di festini al suono di Rita Pavone e vinili gracidanti. L'appartamento l'avevano trovato Fabiana e Rossana, due ragazze di Gorizia al secondo anno: una darkissima, bianca cadaverica in volto e con capelli pettinati al tritolo, abbigliamento basato su un rigoroso nero e un'abbondanza di metalli, che era rimasta affascinata dall'atmosfera dark di quel seminterrato (dalla finestra di camera mia vedevo i cerchioni dell'auto parcheggiata sul marciapiede e al mattino ne aspiravo le accelerate e il gas di scarico per contrastare il grande freddo). L'altra inquilina era Fabiana, figlia di un generale e come tale si atteggiava. Poi subentrò quella che raccontava più balle di Pinocchio, quella che mangiava tutti i giorni riso e latte per risparmiare. Insomma, alcuni personaggi erano un po' squallidi, ma tutto filava liscio finché non si profilò all'orizzonte il "mostro del frigo", ovvero un pezzo di formaggio o altro alimento non bene


identificato, abbandonato lì per mesi. Ognuno di noi pensava che appartenesse agli altri coinquilini. Un simile fraintendimento alimentò la crescita di muffe, fermenti, bacilli verdi e puzzolenti. Certo, nessuna compagna di appartamento fu all'altezza del mitico Ruffo. Ero molto invidiata per il fatto di abitare con lui e Cinzia in Via Belpoggio: innanzitutto era un maschio, e questo era una vera rarità alla SSLMIT. Lui infatti studiava chimica e faceva l'inventore pazzo, come bonus aveva l'auto, sapeva cucinare e, dulcis in fundo, faceva dei massaggi che ancora oggi pagherei per riceverli! Correva sempre a far spesa e benzina in Jugo, dove acquistava le imitazioni locali dei nostri liquori, che costavano un decimo rispetto all'Italia, pur mantenendo i colori dell'etichetta e il nome originali, però con la scritta in serbo-croato, liquori battezzati da noi come "Ramazzotica". Purtroppo la convivenza con l'inventore eno-gastronomo pazzo non durò molto. Finii tra le braccia di una vegetariana che voleva far diventare vegetariano anche il gatto, tale Kama, un persiano palla di pelo che poi tentò il suicidio lanciandosi dal sesto piano. La libertà la trovai soprattutto quando portai su la mia Vespetta PK 125 rossa, con cui andavo alla scoperta, nella bella stagione, dei lidi barcolani e del Carso. In effetti, dopo lo shock iniziale, cominciai a scoprire e amare quella città così particolare, e a rendermi conto di come fosse alta la qualità della vita: i triestini sapevano davvero godersela, conclusi dopo mesi e mesi di attenta analisi. Tutti belli e abbronzati da maggio a ottobre, tra mare, barche a vela, arrampicate in Val Rosandra e osmizze. La vita sociale e il divertimento in realtà c'erano, bastava saperseli trovare facendo breccia nei cuori un po' elitisti dei locali. Tant'è che oggi, giorno in cui mi ritrovo a scrivere questi pensieri, sto tornando proprio da Trieste dove ho partecipato a una conferenza il cui titolo era "Languages Meet Sport". È stato proprio oggi che mi sono detta, ma questa città è bella da mozzare il fiato! Certo, avrà aiutato anche il fatto che sono arrivata in un bel pomeriggio di ottobre, anziché in una serata buia e ventosa come ai quei tempi, una comoda stanza al Duchi d'Aosta con finestra sul quell'immacolato salotto cittadino con una quinta di mare che è Piazza Unità d'Italia (lo prendo come un risarcimento morale per tutti i viaggi in treno fatti avanti e indietro). Sarà che negli ultimi tempi la città è stata oggetto di un sofisticato maquillage, non ci sono più le case diroccate in Cavana ma solo facciate colorate, stradine pittoresche e ricche testimonianze della storia giuliana, istriana, dalmata, friulana, asburgica, mitteleuropea, slava, italiana, ebrea, ortodossa, insomma di tutte le innumerevoli anime che si fondono nell'identità triestina. E per finire queste righe, scritte nelle 4 ore e 36 minuti primi che si impiegano oggi da Trieste a Firenze, visto che sto scrivendo su un blocco di appunti della DG Interpretation della Commissione Europea, penso che per mia fortuna non sono diventata interprete, anche se vorrei dedicare un momento di raccoglimento a quegli eroi che lavorano nell'ombra delle cabine, prigionieri di fili e cuffie e con il cervello diviso a metà per svolgere uno dei lavori più stressanti che esistono – così dicono le statistiche ufficiali. Io non sono diventata interprete però sono sopravvissuta alla Scuola Interpreti e nonostante alcuni loschi personaggi che vi si aggiravano sono contenta di averlo fatto e di essere diventata quello che sono. Un grazie a tutti gli amici che hanno vissuto quella avventura insieme a me, vicini nella buona e nella cattiva sorte, e alla mia omonima che non mi ha dato un attimo di tregua, spronandomi a scrivere queste righe fino a farmi superare il blocco della pagina bianca e l'inerzia iniziale e mi ha consentito di dare la stura ai ricordi. Ora che sono partita vorrei ancora continuare, ma il treno sta entrando nella stazione di Firenze Santa Maria Novella e io devo scendere e tornare per forza all'anno 2010.

http://youtu.be/GtujUCURgtM


A

vevo bisogno di ricominciare da zero e credo non ci sia modo migliore per rinascere che imparare una lingua nuova. Ma partire, lasciare la propria terra, reinventarsi, sbarcare da aliena in un paese dove non si conosce niente chiede fatica e, soprattutto, coraggio. Non la pensò così la professoressa che il mio primo giorno alla SSLMIT sentenziò: «Vous, Mademoiselle, vous feriez mieux de rentrer dans votre pays parce que l'italien, vous ne l'apprendrez jamais.» Furono molotov, non parole, e lacerarono la mia dignità. Ma non avevo le parole per difendermi, quindi dovetti subire in silenzio il suo attacco. Le mie ferite vennero pazientemente medicate dalle mie meravigliose compagne di corso e da tante persone che oggi chiamo con affetto Franco, Marcello, Mauro, John, Chris, Nadine, che quella volta chiamavo Professore, tremando. Ma alla fin fine devo ringraziare soprattutto quella signora perché sono state proprio le sue parole a svegliare in me la consapevolezza che qualcuno ti può umiliare solo se tu glielo permetti. Da soldati indisciplinati nella mia bocca straniera, le parole nuove sono piano piano diventate i miei alleati più fedeli, la mia arma di difesa migliore contro ogni genere di discriminazione. E ora che mi spunta qualche capello grigio ho capito che la Scuola Interpreti non ti prepara solo ad affrontare un mestiere duro, ma anche la vita che è fatta di battaglie quotidiane.

Molotov – Laila Wadia

Bienvenue © Antonio Marano


Avete mai mangiato una gregada? Calamari e patate tagliati a fettine, disposti a strati in una teglia con un pizzico d'aglio, prezzemolo, sale e pepe, una spruzzata di vino bianco, un filo di pregiato olio d'oliva e succo di limone, il tutto servito caldo dopo un'ora di cottura al forno? Gli immigranti greci portarono con sé questa ricetta oltre duecento anni fa, quando vennero a cercare fortuna a Trieste e vi si stabilirono. I greci hanno solcato il mare in direzione delle sponde settentrionali dell'Adriatico sin dall'antichità. Un viaggio breve, se il grecale assicurava cielo terso e gonfiava le vele. Veit Heinichen – Ami Scabar, Trieste – La città dei venti, Edizioni e/o, 2010 (traduzione: Francesca Sassi)

Il segreto della calandraca – Laila Wadia

Trieste: Buffet da Pepi © Jon Boben

O

ggi è uno dei giorni più tristi da quando mi trovo a Trieste. No, non è morto nessuno. È successo di peggio: il negozio Gerbini ha chiuso i battenti. Come posso spiegarvi cos'era per me questo negozio? Non una semplice bottega stretta e lunga straripante di alimenti esotici, in fondo a Via Battisti, non un salumificio dove non ti sentivi mai rispondere «volentieri» (sinonimo triestino per «no, mi dispiace ma non ce l'abbiamo»), ma un luogo magico dove si poteva trovare di tutto, dal ricercatissimo jamón, prosciutto crudo iberico tagliato a mano, al rinomato formaggio di Pago, e anche un indirizzo sicuro per fare scorte di halwa turco o sciroppo d'acero canadese in cui affogare gustose pancakes. Era il mio rifugio. Il rifugio della mia anima quando essa veniva sopraffatta dal mal di patria, quando il mio corpo reclamava i sapori della mia India natia, quando le mie papille gustative imploravano una tregua dai carboidrati raffinati e dagli oli extra vergini spremuti a freddo. Mio marito era geloso. Non riusciva a capire il perché delle mie incursioni mensili al negozio Gerbini. «Quando torni?», indagava appena nominavo la mia meta. «Non lo so». «Come non lo sai? Cosa devi andare a comperare?» «Niente». «Niente? Allora che ci vai a fare?» Non riuscii mai a spiegarglielo - le ragioni di un cuore nostalgico spesso non sono in sintonia con la lingua - e, come ogni buon maschio latino, lui allora ci mise di mezzo le corna. Era sicuro che nutrissi una simpatia per uno dei commessi del negozio Gerbini o, forse, per l'anziano proprietario stesso. Altrimenti che senso avrebbe avuto affrontare la Bora dopo una lunga giornata di lavoro all'Università per non comperare niente? A zonzo per la città d'inverno, cerco rifugio dal vento e dal freddo nei grandi magazzini di tanto in tanto. Quando non mi sembra un crimine pagare cinque euro per un gingerino in piedi, mi tuffo in un bar. Ma al negozio Gerbini non ci capito per caso. Ci vado di proposito. È un ritorno, un ritrovare il grembo di mia nonna - caldo, soffice, impregnato del profumo di chiodi di garofano, di zenzero, mango, peperoncini, lavanda e cannella. È il mio porticciolo d'attracco in un mare agitato, un tappeto volante che mi trasporta alla mia casa lontana diecimila chilometri, ad una frazione del costo del biglietto aereo, una clinica di ringiovanimento, che mi fa ridiventare una bambina felice che corre a piedi nudi in un giardino tropicale straripante di ibisco, di casuarine, di frangipani e di rose del Madras. Durante l'intervallo della mia sosta rivedo il volto dolce e disteso della mamma che inforna le cosce di pollo tandoori, di mio padre che tuffa le dita in un piatto di curry fumante, del mio fratellino che supplica che gli venga lasciata la ciotola dell'impasto per il budino alle mandorle da leccare con le dita. Sento dire che l'occidente è sempre più depresso, che il consumo di calmanti è alle stelle, il valium è più venduto dei preservativi. E a volte penso che forse è solo perché tanta gente non ha ancora scoperto il trucco. I momenti bui si possono superare olfattivamente. Bisogna andare alla ricerca dei sapori del passato - di un periodo spensierato che spesso corrisponde solo all'infanzia. Gerbini è la mia panacea e con il tempo ho imparato quale reparto del negozio mi può guarire in quel preciso momento. La nostalgia mi vede rannicchiata nell'angolo delle spezie ad inebriarmi d'India, la stanchezza fisica viene alleviata dalla vista delle coloratissime scatole di impasto per torte americane, facilissime da preparare e con il valore aggiunto che nessuno sospetta che non siano fatte in casa, la stanchezza mentale necessita di distrazioni e perciò un vagare tra le ultime novità in fatto di intingoli e cibi precotti di mezzo mondo. Gerbini non è un negozio - è le Nazioni Unite del sapore. È la prova vivente che un altro mondo è possibile. Solo in questo luogo ho visto pane azimut abbracciare ceci palestinesi, sughi indiani non scostarsi dal vicino sugo pakistano, tapioca e manioca del terzo mondo stare in prima fila, sopra confezioni oversize di cibi frankenstein made in Usa.


*** È un giorno di metà novembre. C'è vento e pioggia, come al solito. Viene da chiedersi se la Bora prenda tangenti dai fabbricatori di ombrelli per quanti ne vengono distrutti in un solo giorno a Trieste. Il vento ha la straordinaria capacità di mutare la mia malinconia in irritazione. Mi stringo il collo del cappotto e affretto il passo. Il cordiale buon giorno di Paola alla cassa e il profumo del reparto dolciumi all'ingresso non alleviano la tensione delle spalle. Mi reco al banco della frutta secca. Dicono che gli agrumi diffondano radicali liberi nell'aria - forse mi serve una boccata di vitamina C. Vago tra gli spaghettini cinesi e le foglie di vite greca in cerca di conforto. Nemmeno le bottiglie di conserve al lime preparate dalla diaspora indostana che sta ormai colonizzando la Gran Bretagna, riescono a offrirmi una briciola di sollevo. Per la prima volta in quindici anni mi viene il dubbio di soffrire d'assuefazione. O forse è semplicemente la consapevolezza che Gerbini non può risolvermi questo particolare problema? Mio marito è un uomo paziente, mangia di tutto senza fare storie: un giorno tailandese, un giorno messicano, un giorno indiano. Il suo palato istriano fa il giro del mondo con me in silenzioso assenso, ma ogni tanto vedo riflesso nei suoi occhi dolci e azzurri come le acque del porticciolo di Barcola, la supplica per un piatto di calandraca «come faceva la sua mamma». Gli ingranaggi del nostro nucleo indo-triestino sono ben oleati, ma sono consapevole che la calandraca è uno dei dentini che fa ancora inceppare la nostra macchina familiare. Purtroppo mia suocera è passata a miglior vita e perciò non ho avuto modo di chiederle il segreto della sua mitica calandraca. Ho provato in tutti i modi a prepararla, consultando fior di macellai e comperando pezzi di «capel di prete», pollo, maiale e muscolo da novanta, seguendo il consiglio di amiche di aggiungerci mezzo cucchiaino di Ariosto, chiedendo a conoscenti che tipo di patate usare e lottando con il q.b. dei ricettari. «Ma non ti ricordi se ci aggiungeva qualcosa di particolare tua madre?», chiedo mentre le sue papille gustative danno un voto ai miei svariati tentativi di stufato di carne e patate alla triestina. «Forse ci metteva pomodoro fresco invece del concentrato?» Lui scuote la testa e per non ferirmi aggiunge che il piatto non è male, gli manca solo «quel tocco in più». A volte mi viene da pensare che sia solo il sapore della nostalgia. *** «Dove trovo i prodotti triestini?», domando al ragazzo dietro al bancone dei formaggi. Mi manda all'entrata dove vedo solo presnitz e putizze Ulcigrai nelle loro vesti color primavera e pallidi sacchetti di fave che cercano di difendersi alla meglio dalle robuste spalle dei biscotti scozzesi in kilt rosso e nero a sinistra e dalla spinta di gigantesche conchiglie di cioccolata belga a destra. Faccio inversione di marcia per recarmi nuovamente al reparto latticini e riformulare la mia domanda, quando mi imbatto nella figura statuaria del Signor Gerbini che sta sistemando i dadi vegetali in alto su uno scaffale stretto. Con i suoi sessanta e passa anni d'esperienza nel settore, il Signor Gerbini è una fucina di informazioni. Una domanda tipo: «Dove posso trovare dell'aceto di riso?» non viene liquidata con dito indice puntato in qualche direzione cardinale. Prima ti indica la collocazione esatta del prodotto: «Sullo scaffale più basso nella nicchia dei superalcolici, tra la grappa di bambù e l'anice. Terza bottiglia a destra». Poi, mentre ti accucci ad accertare che sia il prodotto giusto, si avvicina e ti consiglia sulle marche. «Cosa ci deve fare?» «Il teriyaki». «Allora quella che ha in mano va bene. Per il sushi è meglio l'altro. Com'è venuto il korma che ha comperato la settimana scorsa?» Non solo si ricorda con precisione matematica la collocazione delle merci nel suo negozio, si rammenta perfettamente i gusti dei suoi clienti e cosa abbiano acquistato recentemente. Mi sento di potergli confessare il mio dilemma: la ricerca dell'ingrediente segreto per preparare la calandraca di una volta.

Gerbini aggiusta con precisione maniacale le scatole di manzo irlandese mentre parlo e si allontana tuonando: «Paolo! Paolo! Dove xe andà Paolo?» Cerco di seppellire la mia delusione alla sua mancanza d'interesse per il mio dramma coniugale nascondendo la testa nel banco dei surgelati. Nemmeno una confezione sfiziosa di «Verdure con spezie del Kashmir» riesce a distrarmi a sufficienza. Giro e rigiro la confezione con mano e cervello anestetizzati e solo il prezzo delle povere carote e i due piselli nani nella foto mi fanno tornare al mondo con un piccolo sussulto. Mentre la scatola di cartone mi cade tra le mani, sento avvicinarsi il caratteristico fruscio delle suole di cuoio contro il pavimento di piastrelle grigie. «Signora?» Non mi giro. Tanto non sta parlando con me. Si è dimenticato della mia richiesta. Succede. Non gli si può fare una colpa, il Signor Gerbini ha una certa età ormai. «Signora?», mi batte sulla spalla. «Ecco, mi scusi se ci ho messo tanto, ma è appena arrivato e allora ho dovuto mandare Paolo in magazzino ad aprire lo scatolone». Mi porge una bustina trasparente: «Provi con questo». Esamino il contenuto del sacchettino di plastica. Aromi misti e paprika dolce ungherese, annunciano le maiuscole gialle. «Usi giusto una punta di cucchiaino. E non metta dado. Poi mi faccia sapere». *** Ho tanti compiti da correggere, ma vorrei correre dal Signor Gerbini a gettargli le braccia intorno al collo. Ha funzionato! Con le lacrime agli occhi mio marito ha ammesso che la mia calandraca non ha superato, ma si è avvicinata in modo sorprendente a quella della mamma. Nella pausa tra una lezione e l'altra mi reco al bar per un caffè e per dare un'occhiata al Piccolo. Il mio esofago si stringe a tal punto alla terza pagina da causare un reflusso del liquido bollente. «Il negozio Gerbini sta per chiudere», annuncia l'articolo. Chiudere? Come chiudere? Passo il resto della giornata in uno stato di agitazione. Cosa farò se chiude Gerbini? Il mio primo pensiero non va alla curcuma, ai semi di senape indiana e alle cialde di ceci che non troverò più, ma a dove troverò quella speciale marca di aromi misti e paprika dolce ungherese che ha dato un'impennata al mio rapporto coniugale? Termino l'ultima lezione del giorno con dieci minuti di anticipo, mi infagotto e a passi lunghi percorro tutta Via Battisti. Sono quasi le sette e mezza e fa un freddo cane. Il negozio sta per chiudere per sempre, ci sarà forse una folla di gente ad accaparrarsi la merce che non troverà più. Altri verranno per approfittare dei forti sconti dell'ultimo minuto. Mi metto quasi a correre. «Ma siete già chiusi?», domando alla vista del negozio quasi deserto. «No signora. Ha ancora dieci minuti», risponde la cassiera con un nodo alla gola. Vado a zigzag tra le corsie finché raggiungo lo scaffale delle spezie. Cerco le bustine trasparenti con la scritta gialla, ma non ce ne sono più. Mi do un cazzotto mentale. Ma perché ho aspettato tanto? Perché non sono venuta subito il giorno dopo ad acquistare cinquanta pacchetti della mitica miscela di spezie? Mi guardo intorno, cercando di fare mente locale di qualcos'altro che mi possa servire nel medio lungo termine, ma la delusione annebbia i miei riflessi. Con passo lento mi reco all'uscita, passando davanti al banco di frutta secca. Ecco, delle scaglie di mandorle. Quelle saranno difficili da trovare in futuro. Ne chiedo mezzo chilo. Sono alla cassa quando sbuca il Signor Gerbini. Non riesco a trattenermi. «Sa che aveva ragione! Quegli aromi misti con paprika ungherese erano l'ingrediente segreto della calandraca di mia suocera», annuncio. Gerbini non mi sorride con la bocca, sono i suoi occhi a comunicare uno stato di felicità. «Aspetti un attimo», e si allontana strisciando veloce i piedi. Ritorna un minuto dopo con un sacchetto di carta in mano. «Gliel'avevo messo da parte».


Non ho abbastanza confidenza da abbracciare questo anziano signore, ma lo faccio con il pensiero. Credo che lo recepisca perché dopo che mi sono infilata il sacchetto delle spezie in tasca mi stringe la mano nelle sue che sono calde e soffici. Sono le 19:29. Aspetto sul marciapiede. La Bora che sta curiosando nelle mie narici, cerca di insinuarsi nei polsini del mio cappotto. Alzo il collo di eco-pelliccia e mi metto sugli attenti. Un minuto dopo le luci si spengono. Cala il sipario, una serranda raggrinzita, color cenere scende su una pagina di storia, fagocitando il mondo. Ma perché non c'è un sit-in sul marciapiede? Ma perché non sono intervenuti quelli dei Beni Culturali? Cosa verrà ad occupare questo spazio ora? Un'altra banca asettica o l'ennesimo emporio di paccottiglia? Grido la mia frustrazione al vento che la porta via, verso il mare, incurante. Poi, improvvisamente si ferma, gira, torna indietro e mi sussurra la risposta. Nessuno può intervenire perché questo negozio non è un'istituzione, è molto di più, è l'essenza di un uomo. Le mie palpebre sparano una salva di dieci colpi mentre le mie ciglia lottano per difendere le lenti a contatto dal vortice di polvere alzata dalla Bora. Inchino la testa in un ultimo namastè e mi allontano con lo sguardo basso. Infilo le mani nel cappotto alla ricerca di un fazzolettino per soffiarmi il naso e le mie dita ghiacciate entrano in contatto con la plastica fredda. Il mio passo funebre improvvisamente si tramuta in un giro di danza. Il negozio di Gerbini non c'è più ma io ho in mano la ricetta per la felicità.

La calandraca INGREDIENTI (PER 4 6 PERSONE) 1 kg di carne mista tipo capel di prete, muscolo, carne di pollo/maiale/vitello ½ kg di patate 2 cipolle sale olio d'oliva ½ cucchiaino di spezie miste (con paprika ungherese!) una punta di rosmarino e salvia ½ tubetto di concentrato di pomodoro PREPARAZIONE Soffriggere la cipolla. Aggiungere la carne tagliata a pezzetti e rosolare bene. Aggiungere gli aromi e il sale. Allungare il concentrato con un po' di acqua calda e bagnare la carne. Coprire e cucinare a fuoco lento per 2 ore. Tagliare le patate a quadretti e aggiungerle alla carne. Aggiustare sale e acqua e cucinare ancora per circa 15-20 minuti.

Lily-Amber Laila Wadia (a cura di) Mondopentola Cosmo Iannone Editore (Isernia), marzo 2007 http://www.cosmoiannone.it/index.php?option=com_virtuemart&page=shop.product_details&flypage=bookshopflypage.tpl&category_id=1&product_id=16&Itemid=2


È

un mercoledì d'agosto e Trieste è avvolta in un torrido mantello sahariano. Seduto alla sua scrivania, il maresciallo Radìn si asciuga la fronte con il fazzoletto bianco che porta le sue iniziali. Ha appena ricevuto una telefonata dal suo superiore e la conversazione non ha fatto altro che alimentare l'afa opprimente e la sua sensazione di soffocamento. «So che sei un uomo dal cuore grande, Radìn, ma noi non siamo la Caritas», ha annunciato il capo, informandolo che i fruttivendoli del mercato coperto di Trieste hanno scritto una lettera al Piccolo per protestare contro il gran numero di venditrici abusive di oltre confine che sostavano sul marciapiede dinnanzi al mercato a vendere la loro merce: patate, asparagi, qualche uovo di casa. A detta dei denuncianti, ciò reca un enorme danno ai commercianti costretti a rilasciare regolare scontrino fiscale e a pagare le tasse fino all'ultimo centesimo. Di norma, il maresciallo Radìn si affida alla discrezione dei giovani colleghi sul da farsi quando s'imbattono in una delle tante contadine di mezz'età, con il grembiule da lavoro sopra un vestitino anni cinquanta, calzettoni di lana e scarponi ai piedi, intente a mormorare ai passanti: «Violette? Sparisi? Ovi freschi?» I doganieri ai vari valichi con la Slovenia sanno che queste poveracce non possiedono terreni abbastanza vasti da poter permettere loro di importare in Italia più dei cinque chili di prodotti agricoli consentiti dalla legge, gli ufficiali del Nas non hanno bisogno di chiedere se si tratta di merce conforme alle normative sugli anticrittogramici - queste poverette sformate dalla fatica di una vita trascorsa a zappare terreni, non possiedono i mezzi per permettersi di spruzzare i campi di pesticidi, e dalle loro parti la parola 'adulterato' significa un'altra cosa. Infine, quelli delle fiamme gialle di solito chiudono un occhio a questo piccolo traffico della disperazione. «Ma non basta fargli un po' di paura, capo? Gli diciamo che la prossima volta che le troviamo a vendere fuori del mercato gli faremo un verbale. Tanto appena vedono uno in divisa, scappano come scarafaggi alla vista di una scopa. Sono delle povere disgraziate che vengono dalle campagne a guadagnare due soldi, non si tratta mica di narcotrafficanti.» Il capo sembra concordare con il maresciallo Radìn, ma insiste che ha ricevuto ordini precisi: applicare la legge alla lettera almeno fino alla fine della campagna elettorale. Tra due settimane ci sono le elezioni amministrative, ed ogni voto conta, perciò a qualunque straniero trovato sprovvisto di titolo d'autorizzazione alla vendita ambulante, rilasciata dal comune, dovrà venir applicata la sanzione amministrativa prevista in base all'articolo 2 della legge regionale 17/99. La merce andrà sequestrata e la persona sarà costretta a regolare la salatissima multa. «Ma dai, capo! Tra l'altro siamo in agosto e siamo a corto di uomini», sbuffa Radìn. «Ordini dall'alto mio caro, non ci posso fare niente. Manda qualche giovane zelante, tipo quel biondino alto e magro che non sorride mai.» «Sì, sì, ho capito, mando Giletti. Ma cosa si risolve impedendo ad una povera disgraziata di vendere mezzo chilo di rucola?» «Radìn, Radìn, lei potrà fare il frate quando andrà in pensione l'anno prossimo. Nel frattempo cerchi di fare il bravo... Già fa un caldo insopportabile. Chissà che non impieghino i soldi delle multe che riusciamo a fare per fornirci di ventilatori per l'anno prossimo. Conto su di lei, non mi faccia fare brutta figura. Voglio vedere almeno dieci pratiche al giorno sul mio tavolo.» ***

Ovi freschi – Laila Wadia

Mercato coperto © Paolo Longo

«Marescià, guardi quante ne ho beccate stamattina. Dodici! Le ho portate qui perché qualcuna ha bisogno dell'interprete e una è perfino sprovvista di documenti.» Il maresciallo Radìn si stiracchia sulla sedia e getta uno sguardo apatico sul giovane agente Giletti. Giletti è un tipo snello e scattante, uno che ha voglia di fare carriera nonostante i quaranta gradi all'ombra. «Dov'è Benci? Ha portato i caffè e le brioche, o no?» chiede il maresciallo Radìn, sventolandosi con una cartella rossa vuota. «Non ancora, marescià. Mò... tra un poco arriva.» «Ma dove diavolo è andato a prenderli, a Monfalcone? Ben, dai, fai entrare la prima, ma fai piano perché ho un gran mal di testa e ho anche un sacco di cose da fare questa mattina. È pure il


compleanno di mia suocera e non sono ancora riuscito a trovarle un regalo. Con questo caldo non ho nessuna voglia di andare in giro per negozi.» L'agente Giletti fa accomodare la prima donna trovata senza titolo d'autorizzazione. «Prego, signora, si segga qui di fronte a me. Metta qui da parte la borsa.» Germana fa il giro intorno alla sedia di metallo nero, appoggiandosi sullo schienale per non cadere. Ha le gambe che le fanno giacomo. Con il terrore stampato negli occhi, getta uno sguardo furtivo sul volto pallido dell'uomo davanti a sé. «Cominciamo con le sue generalità. Nome?» tuona il giovane in divisa. «Germana Verginella in Parentin.» «Nata a? Il?» «Cittanova, il 23 febbraio 1962.» È un bel ragazzo, ma ha il viso troppo serio per uno che non ha nemmeno compiuto trent'anni, pensa Germana, tra una crisi di respiro e l'altra. «Croata?» «Istriana, signore. Ma non sapevo di fare niente di male, signore. Le mie amiche mi hanno detto che era permesso metterci fuori al mer-mer-mercato a vendere gli asp-asp-asparagi, signore. Mi hanno detto che basta non portare più di cinque chi-chi-chili.» Germana non riesce a smettere di balbettare. «L'hanno informata male, signora. Poi, qui, vedo che non ha solo cinque chili di asparagi ma anche delle uova, della cicoria, delle patate e delle bottiglie. Lei sa che non può vendere nemmeno un filo d'erba se non ha l'apposito titolo d'autorizzazione? E poi anche se ce l'avesse non potrebbe comunque vendere la merce al di fuori degli spazi consentiti.» Percependo l'agitazione estrema della donna, il maresciallo decide di intervenire. «Interrogo io la signora, Giletti.» «Ma sono stato io ad accertare l'infrazione, signor maresciallo.» «Giletti, fammi il piacere!» «Sì, signor maresciallo, mi scusi. Allora mi assento un attimo per andare in bagno.» «Ecco, bravo, vai, non ti preoccupare, lascio tutte le altre a te.» «Dove vive a Cittanova, signora?» chiede il maresciallo con voce che culla la sua ascoltatrice. Ma Germana non coglie il tono. Oh, Dio santo, pensa. Ora che mi faranno? Manderanno i carabinieri a casa e arresteranno tutti? Ci sequestreranno la campagna? Cosa dirà mio suocero? Lui non doveva nemmeno sapere che ero venuta a Trieste a vendere gli asparagi. Mamma mia, che vergogna. «In Via delle Mura, signore. Via delle Mura, numero 5.» «Accanto alla macelleria?» Il sangue di Germana si raggela. «Ma lei come lo sa?» chiede. Poi si morde la lingua da sola. Sciocca, dice a se stessa, questo è un poliziotto, lui sa tutto. Ora mi accuserà perfino di oltraggio. «Ma, mi dica, lei è parente di Mario Parentin?» domanda ancora il maresciallo. Dio bono, ma come mai ha fatto l'Italia a perdere la guerra con tipi così bravi che sanno tutto di tutti, si domanda Germana. «Sì, signore, è il padre di mio marito Gianni.» «Ma dai, è la nuora di Mario! Non sapevo nemmeno che avesse un figlio.» Germana non sta ascoltando minimamente quello che dice il maresciallo, il suo cervello è in preda al panico - si vede già in manette con il suocero oltre alle sbarre a ripudiarla per aver recato tanto disonore alla sua famiglia. «Come sta il vecchio Zotto?» chiede il maresciallo. Santissimo cielo! Ha tutti questi dati nel suo computer, questo signore, oppure è un mago? Come diavolo fa a sapere perfino il soprannome di suo suocero? Germana ha la pelle così attaccaticcia che potresti usare le sue braccia come rulli di colla per attaccare la carta da parati. «Sta abbastanza bene, signore.» «E questo nome Verginella? Non mi dica che è figlia di Stelvio e Mara.» Germana annuisce. Ha la bocca tutta secca e le mani che sono diventate due grondaie. «Ma lo sai chi sono io?» dice il maresciallo.

«È il maresciallo Radìn», spiega l'agente Giletti, rientrando in stanza con una pila di fascicoli che gli arrivano fino al mento. «Marescià, lei quando fa questi verbali scrive 'Zotto', il sopranome in dialetto vostro, o lo traduce in italiano e scrive 'lo Zoppo'?» «Giletti!» il tono del maresciallo è ammonitore. «La vuole smettere di dire sciocchezze! Intanto vada a vedere se è tornato quell'imbecille di Benci con i caffè e ne porti una anche per la signora.» Qui almeno trattano decentemente anche chi ha sbagliato, pensa Germana, gonfiandosi d'orgoglio delle sue radici italiane nonostante la circostanza poco felice. «Ma lo sai chi sono io?» ripete piano il maresciallo ora che sono rimasti in due nella piccola stanza bianca con due scrivanie, quattro sedie e mille cartelle polverose accatastate per terra. «No, signore.» «Sono Pietro Radìn, figlio di Antonio, il macellaio. Proprio quello che aveva la bottega al numero 7.» «Davvero? Ma non mi dica!» dice Germana, portando le mani al viso e coprendosi la bocca. «Ho sentito parlare della sua famiglia. I miei si sono sempre chiesti che fine aveste fatto. Non siete mai più tornati in paese dopo che siete andati via.» Il maresciallo scuote la testa tristemente. «No, sai, solo l'idea di trovare tutto cambiato, gente diversa, la nostra casa abitata da chissà chi... Mi hanno raccontato che tutto il tratto del mare davanti all'Hotel Trieste è stato cementato ora. Ti ricordi... ma no che non ti ricordi... non eri nemmeno nata, beh, io e il tuo babbo andavamo a nuotare tra gli scogli laggiù. Ma come sta papà? E lo zio Primo?» «Stanno tutti bene, signore.» «E la mamma? Come sta la Mara? Sai, per un periodo siamo andati a scuola insieme, poi qualche pomeriggio ci trovavamo con le nostre famiglie a Punta Castanìa a raccogliere pinoli. Che bella ragazzina era tua madre con le sue lunghe treccine bionde raccolte sulla testa. I suoi sono anche rimasti di là con voi?» «I genitori della mamma hanno resistito fino al Trattato di Osimo, poi non hanno più retto al dolore e sono morti, signor maresciallo.» «Oh, mi dispiace. Ma dai, non chiamarmi signor maresciallo, chiamami Pietro, potrei essere tuo padre, siamo compaesani, abbiamo passato gli stessi guai.» Germana avrebbe tanto da dire sulla faccenda, ma se ne sta zitta. «Sai, non ho mai capito perché i tuoi hanno deciso di rimanere di là», rumina il maresciallo. «Perché diavolo non siete venuti via come noi nel '54?» «Per troppe ragioni», sospira Germana. «I nonni che non volevano lasciare la casa, la campagna, i ricordi, i giovani che avevano paura di fare un salto nel buio e il terrore di non farcela.» Il viso del maresciallo si incupisce. «È davvero buffo. Noi ce ne siamo andati perché avevamo paura di rimanere - si sentivano delle storie che diventavano ogni giorno più terribili - gente che usciva di casa per andare a comperare il pane e non tornava più - e voi siete rimasti perché temevate il nuovo. Forse entrambi abbiamo sbagliato, ma voi avete dovuto pagare sicuramente un prezzo molto alto per la vostra scelta.» «E voi no?» domanda la Germana. «A voi profughi vi hanno accolto a braccia aperte in Italia?» «Beh, a braccia aperte non direi. Sai io e la mia famiglia abbiamo trascorso anni e anni in una baracca nel campo profughi di Opicina. Per un anno abbiamo vissuto in una stanza singola, senza riscaldamento, poi, per tanti anni in una specie di appartamento da dividere con un'altra famiglia. A quei tempi andavi in giro e sentivi molta ostilità nei tuoi confronti. Eravamo poveri e suppongo che a nessuno piaccia l'idea che la sua città venga invasa da un branco di disperati. Quando papà ebbe un posto come vigile urbano, non ti dico l'invidia che ha suscitato nella gente.» «Sì, è facile sparlare, bisogna prima provare le disgrazie, per poi dare i giudizi», commenta Germana a bassa voce. «Non hai mai pensato con tuo marito di venire via? Potreste farlo anche adesso. Se sei ridotta a vendere frutta e verdura di nascosto alla tua età vuol dire che non vanno poi tanto bene le cose, no? Hai dei figli?» «Ne abbiamo tre. Sa, da un lato si sta tanto bene a Cittanova. L'aria è pulita, non c'è traffico, non c'è rumore. Dall'altro, le cose non vanno bene. È un momento molto difficile, dopo la scissione della Jugoslavia e con l'introduzione della kuna è diventato tutto molto più caro.»


«Come qui con l'euro. Ormai l'Italia si divide in due: i ricchissimi e quelli che stentano a campare, non ci sono più le vie di mezzo.» «Invece da noi si sta cercando sempre più una via di mezzo. Non è più come una volta: italiani da una parte, croati dall'altra. Infatti mia figlia, la più grande, ha il ragazzo croato. Peter, si chiama. All'inizio eravamo un po' titubanti, ma poi abbiamo constatato che è un bravo ragazzo. Fa il meccanico e parla perfettamente l'italiano, lo ha studiato a scuola. Sono i giovani che pian piano stanno rendendo le cose diverse, meno dolorose. Ormai sento che persino qualche famiglia che se n'è andata via dall'Istria sta pensando di tornare a viverci se riesce a riavere le proprietà.» «A proposito di case, sai qualcosa della nostra? Vivevamo al Belvedere.» «Lo so, lo so. Nella mente di mamma e papà ogni portone porta ancora il nome della famiglia che lo abitava prima della guerra. Ora ci abitano due famiglie: una montenegrina e una macedone e un appartamento viene tenuto sempre vuoto. L'ha acquistato un alto ufficiale di Zagabria, ma non ci viene mai.» Il maresciallo si fa pensieroso. «Mi ricordo tutto, ogni angolo, ogni dettaglio di quella casa in riva al mare. Ci ho lasciato il cuore.» Gli si appannano gli occhi. «La guerra spezza sempre il cuore alla povera gente che non ne ha mai voluto sapere e non ha alcuna colpa.» «Beh, lasciamo stare. Sono discorsi triti e ritriti, ma che fanno sempre tanto male. Dimmi piuttosto cosa hai in borsa? Cicoria selvatica, ho sentito. Dio mio, da quanto tempo non mangio la cicoria di Cittanova!» Germana gli presenta la borsa di tela a righe bianche, blu e rosse. «Dio bono, ovi freschi!» Il maresciallo sgrana gli occhi alla vista del cartone delle uova. «Sai che sono quasi quarant'anni che non bevo un uovo fresco?» Buca il guscio con la punta di una delle biro che ha sulla scrivania e butta giù uno, poi due e poi tre uova intere. Poi, si lecca i baffi. «Ma che buono, ma che buono! Senti un po', che altro hai?» Germana è contenta che abbia apprezzato le uova fresche, ma non sa se la domanda è un tranello. Beh, conclude, non c'è molto che posso nascondere a questo qui, lui sa già tutto. «Due bottiglie di olio, due di Malvasia, tre cestini di more bianche e mezzo chilo di pinoli.» «More bianche di gelso?» Il viso del maresciallo si illumina. «Ma ho sentito dire che gli "iughi" hanno abbattuto tutti gli alberi appena siamo andati via!» «L'uomo pensa di controllare la natura con le armi, ma solo Dio può decidere cosa deve morire e cosa deve sopravvivere.» La sofferenza fa diventare saggi, pensa il maresciallo. Poi domanda: «Quanto vuoi per tutto quello che hai nella borsa?» Germana lo guarda stupita. «Ma niente.» «Insisto. E poi dimmi quanto hai speso per la corriera.» Germana è imbarazzata, non sa che fare e perciò rimane ammutolita. «Se devo venire a trovarvi un giorno, almeno so quanto costa, no?» continua il maresciallo. «Dodici euro», mormora Germana, domandandosi se il maresciallo avrà bisogno delle corriere. Di sicuro avrà la sua macchina. «Dodici euro, dio bono! E cosa pensavi di guadagnare vendendo una borsetta di verdure se devi pagare dodici euro per l'autobus?» «Le mie amiche mi hanno detto che si possono ricavare anche venti-trenta euro.» «Ma voi vi alzate alle cinque del mattino per guadagnare venti euro?» Il maresciallo rimane di stucco. «Beh, sa, meglio di niente...» Un ragazzo giovane entra nella stanza con il vassoio del caffè. «Su, Germana, prenditi almeno un caffè e una brioche, avrai fame», dice il maresciallo. Germana si rifocilla volentieri e nel frattempo il maresciallo racconta al giovane che lei è la figlia dei suoi amici d'infanzia. Il giovane è un tipo sveglio e coglie la palla al balzo. «Se la conosce, maresciallo, ed è una affidabile... Si ricorda quel mio problemino?» sussurra nell'orecchio del suo superiore.

Il maresciallo sorride contento. «Ah, sì, dimenticavo. Ascolta, Germana, l'agente Benci qui ha bisogno di un aiuto per tenergli in ordine la casa. Sa, vive solo ed è un disordinato unico, basta vedere la sua scrivania. Si domanda se eri disponibile a fargli le pulizie una volta alla settimana. Ti darebbe cinque euro all'ora.» Germana squadra il giovane uomo barbuto e magro, con la divisa grigia di una taglia più grande, e annuisce. «Bene, bene, bene. Allora, abbiamo fatto proprio tutti quanti degli ottimi affari questa mattina. Germana ha trovato un lavoro, agente, lei ha trovato un validissimo aiuto domestico, ed io ho trovato un regalo per il compleanno di mia suocera: le darò due bottiglie di Malvasia.» «Ma non devo fare altro? Firmare niente? Non è stato annotato niente?» domanda Germana guardandosi dietro le spalle mentre si allontana titubante dall'ufficio. «Niente, niente, nessuno saprà che eri qui. Su, dai, va' a casa. E quando prendi servizio da Benci, passa di qui a trovarmi al Comando e porta quello che hai: uova, frutta, verdura - ti compro tutto.» Mentre i due compaesani si accomiatano, l'agente Giletti torna in stanza e fissa il maresciallo con sguardo interrogativo. «Cos'hai da guardare? Procedi, vai avanti tu Giletti, chiama la prossima, non posso mica sprecare tutto il giorno a darti una mano. Sei stato tu a fermare le signore in Via Carducci, non è vero? Allora dobbiamo rispettare il regolamento: solo chi ha rilevato l'infrazione può fare il verbale.» L'agente Giletti si aggiusta la giacca, raddrizza la schiena, mette la testa fuori dalla stanza e tuona: «La prossima! Una che parla italiano perché il traduttore non è ancora arrivato.» Fa accomodare la donna che si fa avanti. «Prego, si segga. Qui, sì, faccia presto. Nome?» «Slivovič» risponde la donna. È una creatura minuta, con la carnagione e i capelli estremamente chiari che però si trovano in netto contrasto con i suoi occhi blu notte, fieri e battaglieri. «Nome completo!» «Non me l'ha chiesto.» «Glielo chiedo ora.» «Slivovič Jana.» «Nata a Cittanova?» «Novigrad. Non si chiama più Cittanova da 50 anni.» Usa la voce come una lama. «Il?» «23 febbraio 1962.» «Cittadina croata?» «Certo.» «Bene, Slivovič Jana nata a Novigrad, la informo che si trova in violazione dell'articolo 2 della legge regionale 14/99 sulla vendita ambulante senza titolo d'autorizzazione. Ora le farò il verbale, la merce le verrà sequestrata e le verrà applicata la sanzione amministrativa di euro 5.164,00. Cosa ha nella borsa? Cosa dichiara?» «Ovi freschi.»

Lily-Amber Laila Wadia Il burattinaio e altre storie extra-italiane Cosmo Iannone Editore (Isernia), ottobre 2004 http://www.cosmoiannone.it/index.php?option=com_virtuemart&page=shop.product_details&flypage=bookshopflypage.tpl&category_id=1&product_id=7&Itemid=2


Visti da fuori


I

A sud di Trieste – Cinzia Colli

Blurred viewpoint © Andrea A. Annaratone

l palazzone freddo e quadrato della Scuola mi scrutava torvo contro il cielo turchino, con braccia conserte e faccia greve. Salii le scale ripide quattro a quattro e timorosa mi avvicinai ai risultati con l'affanno che mi serrava la gola come uno strangolino fuori moda. Il mio nome non c'era! Com'era possibile? Qualche momento d'incredulità e poi il sapore acre della sconfitta, come quei primi amori non corrisposti che bruciano tanto e troppo a lungo. La lunga estate sui libri, a suon di ripetizioni, i pomeriggi madidi di sudore e noia si erano stemperati in un battito di ciglia tra lacrime bollenti di orgoglio ferito. Non mi persi d'animo a lungo. Con l'entusiasmo che accompagna quel lembo di vita tra i 18 e i 20 anni, decisi di cambiare rotta e puntare verso mete ben diverse. Adoravo le lingue, i viaggi erano la mia passione. Perché allora non lasciar affondare le mie esili radici in quel sud del mondo che tanto mi affascinava? Fu cosi che l'arabo e l'Islam si mescolarono al mio sangue, per lunghi e felicissimi anni. Alla Scuola non concessi più alcun pensiero. Per un po' credetti invece di trascorrere lì, in uno di quei paesi in cui soggiornavo per mesi, il resto della vita, in quel dedalo di strade polverose, case strette e rigurgitanti bambini spettinati, e grida gagliarde di muezzin, sovrani indisturbati del tempo nelle immobili giornate d'afa africana. Tornai invece a Napoli, per laurearmi e sparpagliare curricula come semi di zucca sull'intero suolo italico. Nell'orto sconfinato delle agenzie di traduzioni, se ne fece avanti una della mia città, lasciandomi oltremodo basita. Era mai possibile che Athena, somma dea della sapienza e dell'industria, fosse scesa dall'Olimpo per offrire a me, ma proprio a me, la traduzione degli inespugnabili segreti dei comunissimi e mortali pannolini? Non potevo certo rinunciare, dato che, in tutta sincerità, a quel tempo non avrei mai creduto possibile di tradurre dal o verso l'arabo anche solo gli ingredienti di uno stick di caramelle. Accettai di buon grado e insonne passai le poche notti che mi separavano dal fatidico lunedì. Come avrei fronteggiato i temutissimi triestini, che sapevo guarnire in massa l'ufficio traduzioni? Come mi avrebbero accolto? Sarei stata all'altezza dell'incarico? In fondo io sapevo ben poco di traduzione. Sì, l'arabo! Ero consapevole di essere brava, ma tradurre era tutt'altra cosa. Entrai in ufficio simulando spavalderia e sicurezza. Regnava un clima di laboriosità nel più assoluto silenzio. Una professionalità a cui io non ero affatto abituata, avendo frequentato un'università di artisti sgangherati, in una città teatrale ma inconcludente. Veloci e sapienti dietro lo schermo dei primi MacIntosh (a Napoli i computer erano entità sconosciute e temutissime), da subito avevo paragonato quei traduttori a una truppa di alacri formiche. Le dita inarrestabili sulla tastiera, il ticchettio ritmico, la sicurezza sincera di chi sa il fatto suo suscitarono in me un impeto di profonda invidia e inutile vittimismo. Ogni tanto da dietro la porta faceva capolino qualche interprete, cicala fragorosa e vanesia, personaggio tanto diverso dal traduttore quanto il pinguino dalla volpe scaltra. L'effetto dell'interprete sul povero traduttore era un ritrarsi pressoché immediato dietro lo schermo grigio, quasi a rivendicare la propria posizione sullo sgabello girevole fantozziano, e quanto più il traduttore si rimpiccioliva, tanto più l'interprete si allargava, pungolando con domande superflue, commenti salaci o sorrisi accondiscendenti. Possibile che personaggi cosi diversi si fossero formati nelle stesse aule e che avessero condiviso per anni gli stessi spazi, le stesse stanze e chissà, magari anche lo stesso spazzolino da denti, alla fine di qualche serata goliardico-universitaria? L'interprete era un estroverso di natura, un giocoliere delle parole, un istrione sapiente e calcolatore. Se è vero che l'abito non fa il monaco, i traduttori e gli interpreti costituivano la classica eccezione. L'abbigliamento delle formiche era sempre sobrio, comodo e mai estroso. La mise dell'interprete, invece, sempre à la page, cosi come era sfavillante il suo sorriso e accattivante la sua parlata.


Mi feci coraggio e presi posizione dietro una delle macchine infernali che sembrava non volerne sapere degli ordini che impartivo, ostinandosi a vomitare lettere tondeggianti e puntini alla velocità della luce. In qualche modo riuscii a mascherare un discreto livello di incompetenza e nel giro di pochi giorni le dita non inciamparono più sulla tastiera araba e la posizione delle sue lettere sinuose e mutevoli non ebbe più segreti. Stavo bene tra quei traduttori e apprezzavo il loro genuino interesse per gli studi così esotici che avevo seguito. Con gli interpreti, invece, non legai mai granché. Incorreggibile mattiniera, arrivavo in postazione per prima, gustando qualche minuto di solitudine per raccogliere le idee, sistemare quel marchingegno informatico e i suoi documenti balordi. Non sapevo se per caso un giorno li avrebbe mai letti qualcuno, quei manuali incomprensibili, ma allora decisi che l'intera questione esulava dalle mie mansioni, e mentre continuavo imperterrita e diligente con le dita sempre più rapide sulla tastiera e lo sguardo perso dentro lo schermo, in qualche rigurgito di autocoscienza mi domandavo se mai stesse iniziando ad annidarsi in me il germe del traduttore. Il via vai delle formiche-traduttrici iniziava verso le otto, prevedibile come il giorno di Natale, quando il cielo si rischiarava e il mio momento solitario e filosofico svaniva. Ce n'erano due che sembravano proprio uscite da una favola di Andersen. Arrivavano sempre insieme e mancava poco che non si tenessero per mano. Visi puliti e gote rosse, parlavano con un filo di voce e avevano modi gentili e calibrati e un perenne sorriso stampato sulla faccia. Riuscivano perfino a vestirsi "a riporto", con jeans azzurrognoli e sdruciti, camicie color pastello e pullover jacquard, ripiegati intorno al collo nelle giornate più tiepide. Sentendoli parlare tedesco giurai che non avrei mai e poi mai imparato una lingua così dura e incomprensibile. Un giorno decisi di prendermi una sbandata colossale per uno dei traduttori, una formica lunga lunga dal viso spigoloso e pallido e le gambe senza fine che facevano spesso fatica a trovare spazio sotto la scrivania. Ne ero rimasta folgorata per quel suo fare da bradipo disorientato, quegli occhi velati di sogno, quel suo parlare a cantilena ma soprattutto per la lingua che conosceva e che esibiva disinvolto. Io per il greco avevo sempre nutrito una passione viscerale, da quando ero bambina, e lui se ne approfittò, leggiucchiandomi a favore di visuale giornali sgualciti pieni di caratteri astrusi mentre con aria distratta basculava sulla sedia. Appariva diverso da tutti gli altri, più sciolto, fuori dagli schemi; parlava poco, trincerato nel suo mondo, e spesso mi chiedevo cosa ci facesse lui in quell'ufficio e perché mai avesse deciso con tanta caparbietà di diventare traduttore. Accettai il suo corteggiamento lieve e continuo, come il ruscello che leviga il sasso. Non ci fu tanto da dire né troppo da scoprire, a parte una serata al cinema e un'insalata di pomodori: abbastanza da capire che nessuno dei due aveva coraggio e coinvolgimento sufficienti per andare più in là. Con il passare dei giorni le conversazioni con le formiche si facevano sempre più fitte, cosi come il numero di attività extra lavorative. Scorribande gastronomiche per l'Italia, serate a base di vino e risate, pattinate interminabili. Mi stavo affezionando ai colleghi, anche se cresceva in me la convinzione che la loro vocazione non coincidesse affatto con la mia. Se da un lato rimanevo allibita dalla loro precisione, dal loro calibrare e cesellare le parole, dalla destrezza nello scegliere sempre quella giusta, dall'altro mi sorprendeva il loro eurocentrismo. La loro conoscenza che ruotava caleidoscopicamente attorno ad argomenti diversissimi era comunque molto spesso limitata alle colonne d'Ercole! A volte fantasticavo sulla loro missione e l'avevo paragonata a un DHL di pensieri e parole, un trasformatore di caratteri da un foglio di carta all'altro. Il traduttore, pensavo, non aveva diritto a un pensiero proprio ed era condannato alla mera divulgazione di quello altrui. Certo, una missione nobile. A supporto di questi pensieri, meditavo anche sul ruolo del traduttore del Corano, il cui lavoro aveva aperto la mente a milioni di turchi o indonesiani o ai traduttori che resero accessibili al mondo intero opere letterarie e scientifiche fondamentali. Ma no! Quella professione non mi si attagliava affatto. Alla fine avevo rimosso la sconfitta di qualche anno prima e capito che la decisione di percorrere una strada diversa e intraprendere un corso di laurea così inconsueto fosse stata quella giusta.

Una mattina di marzo, una di quelle in cui la stagione non sembra ancora aver deciso sul da farsi e la nebbia pescarese avvolge le ossa come una sciarpa fredda e umida, mi resi conto di avere le palpebre appesantite da una delle nostre serate a base di arrosticini e Montepulciano. La macchinetta del caffè era come al solito occupata. Un tizio dai jeans grigio topo, un'orrida camicia verde che scompariva dentro la cintura, nascosto dietro un paio di occhialoni neri, cercava invano di inserire un gettone nella fessura. "Buongiorno!" Due occhi spaesati mi guardarono dietro gli occhiali fuori moda. Deve essere un nuovo traduttore italiano, il viso non tradisce, pensai. Mi sbagliavo, ma questa è un'altra storia.


D

evo dire che la cosa che più colpiva chi si affacciava alla finestra del mondo della Scuola Interpreti di Trieste era proprio quella "espressione dolcemente confusa" che caratterizzava la maggior parte delle ragazze che frequentava quella scuola. Un'impressione che alimentava un sentimento di tenerezza anche in chi, predatore per necessità, sospettoso ed egocentrico come ogni ventenne maschio e virile dell'umana specie, avrebbe barattato con facilità una vita di serena complicità per un istante di piacere. Fu proprio quell'espressione dolce e confusa che fece sgretolare la granitica intenzione di non innamorarmi mai più di una donna, che avevo nutrito dopo la prima cocente delusione d'amore. Così accadde che mi innamorai proprio di una ragazza della Scuola. Il nostro rapporto durò meno di un anno ma io ne rimasi innamorato per molto tempo e forse lo sono, un poco, ancora. Una ragazza piccola e tenera. Così la ricordo. Allegra, simpatica, maledettamente toscana e altrettanto maledettamente sensuale. Si faceva chiamare **, avrei voluto amarla per sempre, ma le cose andarono in modo diverso e di certo andarono meglio. Qualche anno fa, la scala temporale non spaventa più chi ha superato i 45 anni, un amico della Scuola mi informava che una mia ex era tornata in Europa, dopo essersi lasciata con il suo uomo. Sono certo che se si fosse trattato di ** avrei fatto ogni cosa possibile per sentirla, magari vederla. Ma si trattava di un'altra donna. Amorevole, certo, ma non era la mia **. Così rimasi tranquillo nella mia vita e nella mia esistenza. Tante donne mi hanno dato felicità, amore, sofferenza e passione. Ho voluto bene a tutte ma come a **, fino a qualche tempo fa, nessuna.

Il Grande Amore – Stefano Ruffini

Canal Grande © Paolo Longo


N

ella meravigliosa terra d'Abruzzo hanno avuto i natali Gabriele D'Annunzio, Ignazio Silone, Corradino D'Ascanio (inventore della mitica Vespa) e Bruno Vespa (inventore della leccata di culo), ma anche Rocco Siffredi e il nostro Mr. B. La composizione media della Scuola per Interpreti è antitetica alla teoria di Gauss. La "campana" infatti è tutta spostata da un lato: il gineceo coatto. La maggior parte dei suoi iscritti è anagraficamente catalogata nel genere femminile. I pochi maschi palesano un genere incerto, fa eccezione una esigua minoranza. Mr. B. appartiene a quest'ultima fortunata categoria, dico fortunata perché si trova il campo sgombro da eventuali rivali e se la gode! Ma il mondo è pieno di insidie, quando credi di avere consolidato un potere ecco che arriva il solito "Edipo" che ti detronizza per accoppiarsi con la tua "sposa", intesa come donna consenziente e disponibile. Nel bailamme di festini e feste della gioventù studentesca triestina ognuno attenta alla illibatezza delle consumate vergini con i mezzi che meglio conosce. Chi sfoggia cannoni afrodisiaci, chi cibi fragranti e bevande inebrianti. Mr. B. e il Ruffo non si incontrano mai ma si conoscono bene, da consumati eroi come Sixperquater e Triperot (per citare Stefano Benni) non arrivano mai allo scontro diretto, ma seguono con interesse le mosse dell'avversario. Si spia per carpire non per colpire. Sera d'estate, calda e foriera di promesse nella frescura della brezza triestina. La casa del Ruffo è un luminoso coacervo di frullanti pulzelle scuolainterpretiste, qualche maschio certo, qualche uomo incerto. Nell'elemento femmineo strabordante sguazza il Ruffo, felice, fino a quando la sua piroettante teoria non si arresta contro una musa di intrigante bellezza. Alla fine gli ospiti se ne vanno, lei resta. Incredibile a dirsi, resta. Cos'hanno da raccontarsi un uomo e una donna che non si conoscono? Cos'hanno da dirsi due creature di opposto pensiero e ragione quando si trovano tanto vicine da avvertire l'odore dei propri corpi? Nulla! Non c'è nulla da dire. Solo perdersi uno nell'altra. Con voce roca e soffocata lei inizia a singhiozzare. Piange il suo amore perduto, il suo eroe lontano, l'uomo che non la soddisfa perché in altre faccende affaccendato. Lui, Mr. B. Lui che l'ha fatta innamorare. Lui, l'unico vero maschio in circolazione, l'unico vero Uomo conosciuto dai primi tempi dell'università (e ci si può credere davvero). Il Ruffo ha tanti vizi ma anche qualche virtù. Tra queste vi è la pazienza. Soprattutto, e ce ne vuole tanta, con le donne. Ma alle tre di notte di quella calda e invitante sera d'estate ospitare nel proprio letto una donna che non smette di parlare di un altro uomo è davvero troppo. Non me ne vanto, è accaduto una volta sola. Ma quella notte ho avuto il cuore di prendere quella "musa di intrigante bellezza" e di sbatterla fuori di casa alle tre del mattino lasciandola in mezzo alla strada al suo destino. E a tutt'oggi, ci credereste?, non me ne sono ancora pentito!

Mr. B. – Stefano Ruffini

Lampioni a Trieste © Patrizio Pacitti


The White bunch


U

Papiro a Trieste – Simone Bianco

Trieste is essentially sad © Andrea Matteini

na mattina di luglio nuvole di carta dal forte sentore di ammoniaca (in era pre-computer e proto-computer era in voga solo l'eliografia) hanno invaso Trieste. Quelli di Padova, cioè noi, ci laureiamo soprattutto per avere il "papiro"! Si tratta di un grande foglio, un lenzuolo smisurato, un tempo disegnato dagli amici, impressionato dalla luce passata attraverso la carta da lucido e sviluppato in un bagno di ammoniaca, che un tempo veniva affisso dappertutto prima che il comune e l'università degli studi, antico e preclaro esempio di libertà e apertura, regolamentassero in modo restrittivo la materia. Dove, in versi e/o vignette o disegni più o meno espliciti (di solito più espliciti possibile) si mette tutto il peggio, vizi, virtù, tic, fatti più o meno cruciali, svolte esistenziali e cagate varie (anche in senso proprio) che hanno reso famoso o caratterizzano il malcapitato neolaureato. Con in calce una lunga lista demenzial-tragicomica di ringrazianti, gaudenti, intristiti e penitenti per l'evento. Anche noi nel nostro piccolo ci rimboccammo le maniche. Ma siccome sarebbe stato facile risalire all'identità degli autori e alla derivazione per lo più familiare dello script (tra tre fratelli e una sorella, qualcuno che se la cavava a disegnare ce l'avevamo in famiglia; le idee e le cose da mettere sul foglio di carta da lucido, disegnato a matita e ripassato a china, un lavoro da veri amanuensi e roba d'altri tempi, i font tutti dentro la testa, la giustificazione fatta a spanne, le righe a matita con una tavola di legno... Acc! Dov'è finito il righello lungo?), insomma siccome avrebbero capito subito che eravamo stati noi, ci eravamo imposti un minimo di autocensura. Limitammo così il numero di falli rappresentati, impiegammo parolacce con parsimonia e qualche scurrilità solo perché ci sembrò resa in modo meno truce. Ricordo una veloce e trafelata corsa in bici alle "Terme" (la parte della città dove sorgono gli alberghi e dove nelle edicole arrivano giornali da molto lontano, anche dai più reconditi confini dell'Impero!) sperando di trovare una copia de "Il Piccolo"… Si era in alta stagione e i turisti non mancavano, quindi riuscimmo ad accaparrarcene una copia. Poi di nuovo a casa, per una riproduzione in esatta scala 2:1 del titolo del giornale. Ci sembrava un ottimo inizio! Eccola qui sotto, la nostra fatica, nata in varie ma divertenti e divertite sessioni di lavoro sul pavimento della camera da letto o sul tavolo della sartoria di papà. E poi… Il viaggio verso Trieste nella famigerata Panda: un'aria condizionata tanto agognata quanto inesistente, il miraggio della meta e soprattutto l'ingombrante presenza nel bagagliaio del voluminoso rotolo con varie copie del "papiro", roba pregiata, di così a Trieste non se n'era mai vista prima d'allora, che spandeva la sua mefitica essenza. Arrivammo stremati e tra le tante altre cose ci fu anche una concitata discussione su dove e come affiggerlo, quel papiro! All'Università, va bene, per la strada vicino a dove ha abitato, va bene… E anche alla Casa dello Studente. E poi, in rapida successione, discussione della tesi con dotte esegesi e approfondimenti su fiori, fiorellini e colori vari, proclamazione del voto, applausi, commozioni e lettura ad alta voce, come nella migliore tradizione Patavina, da parte del neo-dottore ("del buso del c** vaffanc**, vaffanc**, vaffanc**"). Orgoglio familiare (il fratello si è laureato!) e orgoglio artigianale/grafico (il "papiro" è venuto una meraviglia!). Al ritorno foderammo anche i muri del paese natio, naturale. Molto meno naturale fu che qualche giorno dopo arrivò a casa nostra un vigile urbano a notificare al neolaureato una multa per affissione non autorizzata! Come?!? Cosa?!? Esibizione di un'impassibile faccia tosta e puntigliosa disquisizione davanti al vigile, per la verità poco convinto, sul fatto che da che mondo è mondo il neo-dottore aveva ben altro da fare che disegnarsi un "papiro" e andarselo ad appendere in giro per la città. In particolare proprio nel momento in cui era impegnato, in un bagno di sudore, a passare da laureando a laureato… E poi, si obiettò scandalizzati, saranno stati gli amici di Trieste, noi in fin dei conti eravamo solo i fratelli. Che cosa c'entravamo noi?


Post Scriptum:


N

on sapere dove ci si trova ma solo chi si sta cercando non è mai stato un problema, anche al tempo in cui cellulari e navigatori satellitari non erano così diffusi, né indispensabili. Si può sempre chiedere, no? "Mi accompagni al colloquio?" "Dove?" chiese l'amico. "A Trieste" rispose l'altro. "Bene, così passiamo a salutare anche mio fratello" concluse il terzo con l'entusiasmo che lo invadeva a ogni partenza per un viaggio, breve o lungo che fosse, sicuro che anche quella volta si sarebbe immancabilmente trasformato in una fantastica avventura. Partirono di mattina presto. Salirono sul primo treno per Trieste con coincidenza a Mestre, ripercorrendo la strada mille volte già fatta da quel fratello giramondo; li accomunavano gli stessi geni da viaggiatore per cui anche andare a fare la spesa poteva trasformarsi in una gita interessante. Arrivati a Trieste decisero di dirigersi in bus verso l'università, l'unico posto sicuro da dove partire alla ricerca del fratello studente. Peccato che di studenti lì ce ne fossero a bizzeffe. Non per questo si persero d'animo, anzi trasformarono il tutto in una sceneggiata degna di due cabarettisti consumati. Usciti dalla stazione, si incamminarono verso la fermata del bus, dove si misero a consultare una chilometrica cartina di Trieste come due maldestri turisti, chiedendo l'aiuto di chi attendeva per tenerla spianata a dispetto delle folate di un vento ballerino. Salirono in vettura con quell'ingombrante lenzuolo aperto chiedendo a ogni passeggero un aiuto, un'informazione, un consiglio coinvolgendo, volente o nolente, tutti nella loro spasmodica e strampalata ricerca. Quando il conducente fece segno che erano giunti alla fermata giusta, scesero ringraziando tutti per la preziosa collaborazione e non appena sul marciapiede si chinarono a baciare quel suolo straniero ma ospitale come due naufraghi dopo un lungo e periglioso viaggio, sotto gli sguardi sbigottiti di chi continuava la corsa. Giunti all'università centrale entrarono, o meglio si fecero precedere da uno scricchiolio di porte girevoli, spingendo uno da una parte e l'altro dall'altra. Si diressero verso la segreteria alla ricerca di informazioni su come raggiungere la Casa dello Studente, unico indizio certo per rintracciare il fratello. La segretaria, incuriosita, chiese come fossero arrivati fin lì, ma si sentì rispondere "In bus" da uno e "In auto" dall'altro. I due si guardarono tra lo stupito e il divertito e subito rettificarono invertendo le risposte. Momento di imbarazzo per la segretaria, che si affrettò a fornire le informazioni richieste a quei due burloni. Arrivati alla meta, il loro passo baldanzoso e sicuro venne subito intercettato dal portinaio cerbero di turno, che con modi asciutti chiese loro chi fossero e chi volessero. E alla richiesta di declinare le generalità, almeno i loro nomi, i due risposero senza esitazione. Al terzo piano il fratello, alzando gli occhi dal manuale di semantica, non ebbe alcun dubbio quando una voce stranita al citofono lo avvertì che 'Lulù e Kelly' lo stavano aspettando giù, in portineria. Uno dei due, pensò scendendo le scale di corsa, era di sicuro quel pazzo di suo fratello.

Lulù e Kelly in città – Samuele Bianco

Fenix in Piazza Unità © Alessandro Cian


S

Una lunga storia – Stefano Bianco

Castello di Miramare © Stefano Ravalico

cuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori di Trieste, per me semplicemente "Trieste": una lunga storia per come l'ho vissuta tramite mio fratello. E forse è da questa storia che anche in me è nato una amore per il mondo anglosassone e per Londra. Avevo 13 anni e mio fratello mi raccontava tutto, le sue passioni, le sue ambizioni, i suoi dubbi. Ricordo che era dibattuto tra farmacia e non una semplice laurea in lingue ma addirittura la Scuola Interpreti. Mio padre non lo dava tanto a vedere ma non era molto felice di quella scelta, forse preoccupato all'idea di avere un figlio fuori sede. In questo scontro di volontà mio fratello era supportato da un'amica che trascorreva le vacanze in montagna insieme a noi, anche lei decisa come un generale a frequentare quella scuola. Ma come perfezionare l'inglese a tal punto da sbaragliare la concorrenza all'esame di ammissione? Trascorso un anno di parcheggio alla facoltà di Lingue di Padova, arrivò l'occasione d'oro: una cliente di mio padre si offrì di ospitarlo per qualche mese a Londra, in centro, a Kensington. Ricordo ancora l'indirizzo a cui spedivo le lettere (Melbury Cottage, Melbury Road) a cui lui rispondeva con puntualità. Ma il bello fu quando tornò a casa. Quanti racconti! Ho sempre trascorso lunghi periodi con mio fratello, pomeriggi in cui mi raccontava dei viaggi, delle avventure, e io ascoltavo. Di lui sapevo tutto o quasi tutto quello che uno della mia età poteva sapere. Una lunga storia appunto. Lui raccontava con una tale capacità immaginifica che a me quelle storie sembravano favole da mille e una notte: la scuola a Londra, le amicizie, i momenti di svago, la vita in una metropoli agli inizi degli anni '80, l'epoca dell'edonismo reaganiano, ospite di una famiglia davvero unica. Il duro lavoro alla "Spaghetti House" sembrava l'unica nota dissonante. Alla fine l'esame di ammissione: ricordo una passeggiata in bicicletta durante la quale lui diceva di essere sicuro di non aver superato l'esame, mentre io sostenevo il contrario. E così fu. Da quel momento non rimase più a casa con noi, ogni fine settimana aspettavo con ansia il suo ritorno da Trieste, volevo sentire con ingordigia quale storia avesse da raccontarmi: la prima sistemazione nella foresteria di un convento di clausura, le stranezze dei compagni di alloggio alla Casa dello Studente, i tomi da studiare di oltre 1000 pagine di letteratura che a me sembravano messali di carta velina, il professore che faceva l'esame al bar, il terrore delle traduzioni a vista, i viaggi in moto oltre confine nell'allora Jugoslavia per fare acquisti vantaggiosi, i divertimenti triestini, svariati aneddoti su compagni di corso che ormai conoscevo come se li avessi frequentati di persona. Ogni fine settimana era come se ritornasse il figliol prodigo, mamma a tavola gli faceva trovare ogni ben di Dio, ma lui se ne ripartiva la domenica sera, accompagnato in stazione da mio padre, l'immancabile fratello più piccolo e qualche altro fratello. E via, salita sul treno con la valigia piena di panni puliti, verso questa mitica "Trieste" tanto raccontata fin nei minimi particolari, ma che non avevo mai visto. Solo dopo due anni andammo con la famiglia a trovarlo: alloggiava ancora in una stanzetta nella foresteria di un convento che mi dava un senso di esilio e lontananza, quasi di tristezza. Ma crebbi abbastanza da avere il permesso di andarlo a trovare da solo in estate, ospite clandestino nella sua stanza alla Casa dello Studente: ho ancora il sapore in bocca dei pranzi arrangiati sulla scrivania con mozzarella, carote e cracker del Mulino Bianco. Mangiati così, mozzarella carote e cracker erano speciali! Ricordo i giri in Carso e lungo il confine, il tram di Opicina, piazza dell'Unità affacciata sul mare, il molo Audace con una nave americana attraccata, il castello di Miramare, la foiba di Basovizza, la vecchia stazione di Campo Marzio, il Caffè degli Specchi: mi sembrava di sfogliare un libro di storia illustrato. In soli tre giorni riuscì a farmi amare una terra che non conoscevo. I suoi lunghi racconti mi fecero conoscere la storia di una città unica. Eppoi i bagni a Barcola, i pranzi in mensa universitaria da "portoghese", un barbecue cotto nel forno a casa di un'amica trasformatosi a fine serata in un affumicatoio, i giri in 127 dell'amico triestino, gli acquisti nella mitica profumeria Cosulich di un profumo Lancome per lui e di un olio solare per me. L'impressione fu: studierà tanto, ma secondo me si diverte anche un sacco... Mi confessò di avere vinto una borsa di studio per cui poteva integrare il magro stipendio di studente. Il merito paga, mi dissi. E infine la laurea: il primo laureato in famiglia, un evento! Partimmo da Abano smistati in due automobili: era luglio, un caldo torrido, ma facemmo a gara per salire sulla Panda della zia e sottoporci a un viaggio assordante in autostrada sotto un sole cocente, un caldo infernale, finestrini ben chiusi perché zia non sopportava "l'aria". La cottura continuò nell'aula della discussione della


tesi. Ricordo ancora la sua ansia per le domande concordate con i relatori: qualcosa andò storto, la relatrice fece una domanda diversa e lui ebbe qualche esitazione. Con il brindisi al caffè Tommaseo la tensione si allentò. Avevamo tutti la sensazione di "avercela fatta". Poi a pranzo in una trattoria sul Carso sotto la pergola fiorita che ci riparava dal sole ma lasciava che i refoli di vento rinfrescassero i commensali appesantiti da tante prelibatezze e buon vino. Una sensazione di tranquillità, una serenità unica, ritrovata dopo tanto lavoro, tanta fatica, tanto studio, tante peregrinazioni. Ma non fu così: lui riprese i suoi vagabondaggi, questa volta per lavoro, un lavoro instabile, precario. E qui iniziò un'altra storia che lui, mio fratello, continuò a raccontarmi.


L

a prima volta che ho avvertito quel sentimento di leggera nostalgia guardando allontanarsi un treno è stata vedendo partire mio fratello per Trieste una domenica sera che lo accompagnammo con mio padre alla stazione di Padova. Per me non piccolissima ma ragazzetta adolescente un po' tonta Trieste era un posto lontanissimo, se non altro perché era vicino a un "confine". Il tutto veniva reso ancora più "lontano" dai suoi racconti che, allora come ora, erano affascinanti: racconti di donne slave che indossavano paia e paia di jeans uno sull'altro legati con il nastro adesivo sotto le gonnellone colorate per portarli di contrabbando "oltrecortina", storie di suore, di angeli, di ragazzi madrelingua o parlanti qualcosa che non era mai l'italiano, storie di caffè presi con calma, di palazzi pieni di storia, aneddoti di una quantità di gente interessante e affascinante. In realtà poi a Trieste ci andai per la prima volta per la sua laurea. Viaggio incandescente in una pandina senza ventilazione con la filantropica zia che aveva acquistato per lui e per l'altro fratello che si sarebbe laureato di lì a poco addirittura un computer. Tra il treno e la Panda non ho ricordi precisi. Mio fratello tornava puntualmente a casa ma in quegli anni la distanza di età si faceva ancora sentire e io pur essendo la più piccola provavo un forte fascino per i racconti di quello che avrebbe potuto accadere anche a me dopo pochi anni. E poi Londra... Londra, ancora più lontana di Trieste, il viaggio interminabile in treno... E altri racconti al suo ritorno.

Il confine – Sara Bianco

Trieste Centrale © Sofia Tega


Q

uel martedì 14 luglio 1987 si partì alle 5 per essere all'Università di Trieste puntuali alle 8, come ci era stato raccomandato ma dalle 8 in poi le cose non andarono tutte lisce. Per cominciare pareva non fosse pervenuto il risultato dell'ultimo esame. Febbrile andirivieni da e per la segreteria, e intanto il tempo passava. "Si accomodi il candidato successivo!" e poi il terzo e così via. "Oh!... E la correlatrice dov'è? È lei che mi deve presentare!" E via a cercare anche lei. Dopo tanto attendere, verso le 13 i tasselli del domino andarono tutti a posto. A quel punto, però, la tensione era alle stelle e quando entrasti in aula era palpabile, tuttavia quell'esame l'hai fatto al meglio! Parlasti con naturalezza della traduzione floreale, di polisemia e culturemi nella letteratura australiana. Non ti trattennero molto e fu assai spedito, ma a noi sembrò lunghissimo. Sarà di certo la vicenda di tutti ma è sempre commovente quando si assiste da vicino. Quando ti girasti noi vedemmo un viso disteso e tranquillo. Sparita tutta l'ansia e la tensione. Proclamazione. Strette di mano, complimenti e congratulazioni. Corona d'alloro. Una novità da quelle parti tant'è che se ne meravigliarono tutti. Papiro. Anche quello sconosciuto. E allora via a leggerlo con relativi umoristici commenti e risate liberatorie. Ora che sei adulto mi è piaciuto ricordare, sia pure per sommi capi, il giorno della tua laurea, la prima alla quale io assistetti e fu un'emozione: d'improvviso scoprire che dal ragazzo che eri nasceva una persona impegnata seria e importante, pronta ad affrontare la vita.

La prima laurea – Jolanda Meneghetti

500 and a bird © Matteo Crema


"Fa bora due volte alla settimana e cinque volte vento forte. Dico vento forte quando si è costantemente occupati a tenere stretto il cappello e bora quando si ha paura di rompersi un braccio." Stendhal

BO RA © Andrea Alverà


Indici


La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro: leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare. Schopenhauer

A

L

R

Alexaki Maria Caro Diario..............................................................18

Cocchi Chiara It's a Long Way to Tipperary...................................... 90

Linsalata Anna Ho preso i fazzolettini?............................................ 196

Ruffini Stefano Il Grande Amore.................................................... 286

Anonima triestina Tutti i salmi finiscono in gloria.................................... 16

Colli Cinzia A sud di Trieste...................................................... 282

Una razza speciale................................................. 198

Mr. B.................................................................... 288

Anonimo triestino Reduci classe 1981...................................................12

Crescenzi Alberta Appartamento in via dell'Istria affittasi........................ 94

Traumnovelle (Doppio sogno).................................... 14 Anselmi Annamaria Vendetta, dolce vendetta...........................................22 Ascoli Daniela Bonnie & Clyde........................................................24

B Baroni Lesly M. Un capo in B............................................................26

D

Bianco Sara Il confine.............................................................. 302 Bianco Saulo Angels....................................................................30 Arrivano i nostri!......................................................34 Confini (sulla linea Trieste-Erpelle)............................. 38 Immaginazione, un tributo........................................40 Investimenti emotivi.................................................44 La classe non è acqua...............................................46

Ritratti e schegge.....................................................72 Trappola per topi......................................................80 Via Hermet..............................................................82 Bianco Simone Papiro a Trieste...................................................... 292 Bianco Stefano Una lunga storia.................................................... 298 Brazzoduro Lorenza Mémoires 1989-1990................................................86

C Chabod Sonia Questione di interpretazione......................................88

Cicli e ricicli........................................................... 200

Meneghetti Jolanda La prima laurea..................................................... 304

Destro Lorenza Con il fiatone......................................................... 102

Mura Monica Poco poco............................................................. 248

Divagazioni internazionali........................................ 106 Dorando Pietri e la linguistica applicata..................... 110 Eeny, meeny, miny MO........................................... 114 L'Uomo dal fiore in bocca........................................ 118 Dini Luca Come NON sono diventato interprete........................ 124 Il raggio verde....................................................... 128

F Fellini Rodolfo S.S.L.M. = SIAMO SOTTO IL LIVELLO MINIMO........... 132 Ferrari Maria Gaetana Foglia d'edera........................................................ 136 Il posto dei fiori..................................................... 162 L'Avanzo............................................................... 172 Perle .................................................................... 176

La sottile linea rossa.................................................56 Ode a una sede mai vista..........................................64

Silverio Luciana Agnelli di diamanti e bistecchine appannate............... 258

De Angelis Alessandra Hard Times........................................................... 100

La sindrome............................................................52

Registri linguistici.....................................................68

Marani Diego Bobo Merenda....................................................... 202 Mariotti Maria Luisa After Babel............................................................ 246

La demolizione del vecchio Bailey............................... 48

Muy buenas tardes...................................................60

S

Dal Porto Maddalena Una storia come tante..............................................96

Berti Daniela Grandi errori...........................................................28 Bianco Samuele Lulù e Kelly in città................................................. 296

M

Rapidamente......................................................... 182 Filuppuzzi Teresa Topo semantico...................................................... 186 Foti Claudia Vita universitaria.................................................... 188

G Grazioli Landa Se incontri "Tom" sul tuo cammino........................... 190

I Imazio Eleonora Il miglio azzurro..................................................... 192 Statistica, pura statistica......................................... 194

P Pasquini Cinzia Flash .................................................................... 252 Pocaterra-Schumacher Maria Rosa Trieste souvenir..................................................... 254

V Venturi Lorenza Trieste-Firenze A/R................................................. 260

W Wadia Laila Il segreto della calandraca....................................... 268 Molotov................................................................ 266 Ovi freschi............................................................ 274


Crediti fotografici A Agovino Francesca [www.flickr.com/photos/7819166@N05/] Carnival................................................................ 114

Cian Alessandro [www.flickr.com/photos/alecc_/] Fenix in Piazza Unità............................................... 296

Alverà Andrea [www.flickr.com/photos/guercio/] BO RA................................................................ 306

Ferrovia: giochi di linee/Railway: the play of lines....... 124

Andreatta Uberto [www.flickr.com/photos/ubertoa/] Cantiere Trieste (01)................................................80 Trieste 08...............................................................60 Trieste 15...............................................................68 Anggraeni Dita [www.flickr.com/photos/atid/] Pinkish Trieste....................................................... 106 Annaratone Andrea A. Blurred viewpoint................................................... 282 Antonella [www.flickr.com/photos/svaroschi/] Dal castello di Miramare............................................74 Anubi Vince (Gio & Me) [www.flickr.com/photos/matvingio/] Miramare Castle..................................................... 196 Arnab Chatterjee [www.flickr.com/photos/arnabchat/] Red boat.................................................................40 Avramidis Alberto [www.flickr.com/photos/kiki99/] È tutt'un equilibrio sopra la follia.............................. 132

B Bianco Sara Muggia 2006...........................................................22 Bianco Saulo Cat trap Muggia 2006............................................. 186 Boben Jon [www.flickr.com/photos/jonboben/] Trieste: Buffet da Pepi............................................ 268

I'm late for the party!............................................. 136 Once upon a time there were some soap bubbles (Savon e bora).................................................28 Treasures in Trieste 2 - Trattoria ex Pavan................... 24 Crema Matteo [www.flickr.com/photos/matteocrema/] 500 and a bird....................................................... 304

D

Pacitti Patrizio [www.flickr.com/photos/patriziopacitti/] Lampioni a Trieste.................................................. 288

Donelli Enrico [www.flickr.com/photos/enricod/] Outside a bar window in Trieste.................................. 26

Pesenti Elisa [www.flickr.com/photos/88899165@N00/] Torre di Babele...................................................... 246

Trieste, port sunset..................................................94

Pieroni Osvaldo [www.flickr.com/photos/osvaldo_zoom/] Gulls & Wind......................................................... 102

Dunning Alstair [www.flickr.com/photos/alastair-dunning/] Stairway to moodness............................................ 162

J Jurcev Max [www.flickr.com/photos/max_jurcev/] Trieste - Piazza unità................................................14

L Longo Paolo [www.flickr.com/photos/ciue/] Caffè Tommaseo......................................................88

Murales a Trieste.................................................... 172 Tramonto a Trieste...................................................86

Pira Andrea [www.flickr.com/photos/sinesensus/] Trieste in rosso...................................................... 192

R Raccar Marina [www.flickr.com/photos/cacciaramarri/] Appuntamento a Trieste.......................................... 190 Conversazioni..........................................................76 Già Piazza Grande....................................................78 Il gatto al guinzaglio.................................................82

Canal Grande........................................................ 286

Sogno triestino...................................................... 176

Due tazze di tè........................................................18

Tommaseo - Particolare.............................................16

La 'Liberté'............................................................ 188

Ravalico Stefano [www.flickr.com/photos/villapatrizia/] Castello di Miramare............................................... 298

C

Salita al castello.......................................................96

Ceccato Daniele [www.flickr.com/photos/daniele1357/] Globe in Trieste by night......................................... 118

P

Molo Invincibile a Trieste al tramonto........................ 182

Luceombra..............................................................30

Trieste-Scala Ciamician........................................... 198

Trieste....................................................................72 Matteini Andrea [www.flickr.com/photos/om1no/] Trieste is essentially sad.....................................44, 292

de Leitenburg Paola [www.flickr.com/photos/capsicina/] Incomplete Reflection............................................. 258

Brunello Zanitti Alberto [www.flickr.com/photos/bebobr/] Guardando il panorama (tram di Opcina)................... 128

Carsi Roberto [www.flickr.com/photos/roberto53/] Raduno Topolino Trieste.......................................... 252

Massagni Angela [www.flickr.com/photos/23879276@N00/] Do you want some coffee? Hausbrandt, Trieste 1892.....................................................46

Mercato coperto..................................................... 274 Rosso&blu............................................................. 194

M Marano Antonio [www.flickr.com/photos/marantoni1950/] Al sole (Bivio Miramare)............................................12 Bienvenue............................................................. 266 Black and White.......................................................90 Passeggiata al tramonto............................................34

S Sangermano Massimo [www.flickr.com/photos/saint_germain/] Trieste - Catena marina.......................................... 100 Silva José Eduardo [www.flickr.com/photos/97968921@N00/] Blue house in Trieste.............................................. 260 Sossi Alice [www.flickr.com/photos/wings_washer/] Bora scura..............................................................48

T Tega Sofia [www.flickr.com/photos/sofia_tega/] Barcollando in Cavana............................................ 200 Trieste Centrale..................................................... 302

V Verh Livio [www.flickr.com/photos/sweetmoovie/] Il resto...mancia (Caffè degli Specchi)......................... 52 Mare di montagna.................................................. 248

Z Zardi Paolo Running Uphill/Downhill.......................................... 110

Profile for Saulo Bianco

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Esercizi di scrittura creativa

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