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B3 © YUKO RABBIT

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#3


la REDAZIONE

DIRETTORE EDITORIALE Alessandra Zengo DIRETTORE RESPONSABILE Selene Pascarella CREATIVE DESIGNER Petra Zari MOVIE ARTIST Simone Valentina Maschio COVER ARTIST Simone Yuko Rabbit REDAZIONE Antonella Albano Giovanni Arduino Stefania Auci Nicola Baldoni Valentina Bettio Sergio Bevilacqua Alexia Bianchini Elena Bigoni Luca Borello Elisabetta Bricca Andrea Cattaneo Claudio Cordella Roberta de Tomi Fabio di Pietro Pia Ferrara Viviana Filippini Roberto Gerilli Barbara Maio Elena Mandolini Giulia Marengo Miriam Mastrovito Gabriella Parisi Alessandra Penna Corrado Peperoni Elisabetta Ossimoro Elena Raugei Leni Remedios Manuela Salvi Massimo SoumarĂŠ Federica Urso Emanuela Valentini Andrea Veglia

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SEGRETERIA Valentina Coluccelli CORREZIONE BOZZE Cristiana Melis SI RINGRAZIANO Tommaso de Lorenzis Michele Foschini Luisa Gasbarri Flavia Gentili Victor Gischler Giuseppe Ierolli Deborah J. Ross Marina Lenti Caterina Marietti Claudia Porta Francesca Tabarrani Viktoria von Schirach

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sommario editoriAle  8 di Alessandra Zengo

coverartist  13 Multipure texture in Disneyland

Arte  24 INTERVISTA Nuova dignità al fumetto  28 Il lamento dell'oceano, la nuova graphic novel di Victoria Francés

Musica  34 RUBRICA – Giro di voci  36 Spoon River: due poeti e un cimitero

Editoria  40 RUBRICA – West Egg  42 Self-publishing, welcome to the jungle  46 RUBRICA – La frontiera. Nuovo atlante del libro  48 INTERVISTA – Intervista all'agenzia letteraria Vicolo Cannery  54 RUBRICA – Pixel Rubati  56 RUBRICA – Lettori e "Lettori"  58 INTERVISTA – L'altro modo di leggere  64 RUBRICA – Il Sottoscala


 70 RACCONTO – The Doll di Du Mauriers  82 Favole allo smarthphone  88 INTERVISTA – Darkover, l'eredità del pianeta rosso  96 RACCONTO – Di un libro mai scritto  106 INTERVISTA – La Metafisica di Harry Potter  110 RUBRICA – I luoghi dell'immaginario  112 La maternità nell'era del web 2.0  116 La vera scuola dei disoccupati  118 La verità, vi prego, su Facebook  122 RACCONTO – Gli imbranati dell'apocalisse  128 Blog, blogger, blook: coniugazione di un fenomeno  132 Quando Alice ruppe lo schermo  136 Latitudini femminili  138 RACCONTO – Come menta per il cioccolato  144 Daily planet: notizie fresche degli affari, della guerra e del mondo  148 Critica alla ragion zombie  152 Scrivere per non cadere fuori dal tempo  154 RACCONTO – Un'avventura di Mr. Samurai  162 Roland Le Gilead, l'ultimo eroe  164 Il ritorno del Conte Ánghelos  166 SPECIALE – PRIDE & PREJUDICE BICENTENARY

sommario

Letteratura


Cinema & serie tv  182 Il Transmedia Storytelling, tra narrazione e gioco  186 L’amore secondo Michael Haneke  188 La crisi delle idee nel cinema  190 James Bond: un mito tra finzione e realtà  196 La maledizione di Neal Cassady  198 La rivincita della bionda  200 Dal paradiso all'inferno: Birdsong & The Paradise  202 Nuvole, anime e crossmedia  210 Nausicaa e la settima arte


sommario


stretch your fantasy, empower your IDEAS

8L

di ALESSANDRA ZENGO

a caratteristica dei nostri editoriali (mi nascondo dietro un plurale fasullo) è che sono sempre scritti all’ultimo minuto. Non perché non siano importanti, al contrario, ma quella dell’editoriale è un’abitudine difficile da impiantare in menti dinamiche e un po’ folli come le

nostre, poco avvezze alle regole e sempre a tremila all’ora. Anche questa volta, comunque, speriamo di raggiungervi nei recessi più lontani della rete, per offrirvi colore, storie da leggere, personaggi multitasking e artisti a tutto tondo. Eccoci qui, quasi pronti per mandare in rete il Numero 3 di Speechless Magazine, con tutta l’intenzione di lasciarvi… senza parole! Non solo perché è un numero

IL LAMENTO DELL'OCEANO © VICTORIA FRANCÉS


speciale, un numero magico, un numero con grandi potenzialità, ma anche per il fatto che, ancora una volta, non sono mancate qualità che possono apparire scontate per me o per la redazione, ma che non lo sono affatto quando si parla di progetti come questo. Entusiasmo ed energia, nella realizzazione di questo nuovo numero, l’hanno fatta da padroni: hanno posseduto le nostre menti, le nostre penne, le nostre tastiere; ci hanno trascinati nei meandri di una ricerca grafica che ha visto coinvolti moltissimi artisti, italiani e stranieri (a proposito: grazie a tutti!) per un risultato gratificante. Sempre tesi al miglioramento – incentivati dai risultati ottenuti grazie al vostro costante e caloroso supporto (4 milioni e mezzo di contatti non sono pochi) – questa volta abbiamo cercato di accordare gli argomenti trattati, seguendo una traccia comune: un filo di Arianna che tortuoso e intrigante vi accompagnerà dalla prima all’ultima pagina, proponendovi contenuti coerenti col tema del #3: Scrittura e Crossmedialità. E davvero non ci siamo fatti mancare nulla: dall’intervista a Yuko Rabbit – la cover artist di questo numero e una dei più interessanti elementi della nuova generazione d’illustratori giapponesi – alla nuova Graphic Novel di Victoria Francès, Il Lamento dell’Oceano. Per editoria e dintorni, questa volta la parola agli editor Alessandra Penna, che ci racconterà il conflittuale rapporto editor/scrittore, e Fabio di Pietro, che con la rubrica La frontiera questa volta ci farà

scoprire i retroscena riguardanti quarta di copertina e alette. A seguire un viaggio nella giungla delle auto pubblicazioni con annessa piccola guida per uscirne illesi (sempre che sia possibile). Quando si parla di Graphic Novel, inoltre, non si può non citare Bao Publishing, realtà editoriale interessante e dinamica. Imperdibile il colloquio con l’Agenzia Letteraria Vicolo Cannery e quello con la realtà alternativa di Emons Audiolibri. Anche in questo numero grossi nomi per la letteratura: proponiamo, infatti, due racconti inediti succulenti per solleticare le vostre antenne sensoriali. Daphne du Maurier, The Doll e H.G. Wells, Di un libro mai scritto. Non mancheranno poi news musicali, librarie e cinematografiche, articoli, immagini e ancora racconti. Con grande soddisfazione vi do in pasto le pagine (originali, che credete) del Daily Planet direttamente dal 2034 e, dulcis in fundo, un tributo al romanzo Orgoglio e Pregiudizio, in occasione del Bicentenario dalla prima pubblicazione, con una lente d’ingrandimento esclusiva, puntata sulla zia Jane, che ancora una volta stupirà e incanterà grazie all’alone romantico che accompagna lei e i suoi scritti, nonostante di tempo ne sia passato. È fatta. Editoriale: concluso. Gironi infernali danteschi: passati. Quindi buona lettura, cari lettori, e buon divertimento con Speechless #3! Scrivetemi a: alessandra.zengo@gmail.com

9 editoriAle

and relax your mind reading


www.yukorabb.it

FANTASIA TERMITE BIANCA © YUKO RABBIT


Disneyland Multipure texture in

L'arte di

Tradizione e tecnologia, manga e mito, Oriente e Occidente per una sinestesia multimediale 13

Yuko Rabbit è uno dei più interessanti

elementi di quella nuova generazione d’illustratori e fumettisti giapponesi che stanno cercando di sviluppare una propria forma espressiva originale capace di fondere in maniera equilibrata le tecniche di disegno tradizionali con quelle digitali, Oriente e Occidente. L’uso del computer e della rete le permette di accedere a un gran numero d’informazioni, le quali divengono sua fonte d’ispirazione e, contemporaneamente, le consente di far conoscere i suoi lavori in ogni angolo del mondo. Nasce in questo modo la serie di opere 3B ispirata al modello olandese dai tratti androgini Jaco Van Den Hoven e da lei considerata il suo primo progetto di fine art. Se Yuko trae ispirazioni dal web, al contempo i suoi modelli appartengono anche all’arte classica. Artisti universalmente noti come Alfons Mucha, Arthur Rackham, Norman Rockwell, Gustav Klimt, Caravaggio, Leonardo da Vinci e Rembrandt. Anche i manga e i fumetti europei sono stati fondamentali per costruire la sua personalità artistica. In particolare, autori quali Naoko Takeuchi, Toru Fujisawa, Akihiro Yamada, Kunihiko Tanaka e Sergio Toppi. Un ulteriore arricchimento è giunto dalle profonde riflessioni su quanto ha letto. Letture che vanno da Che Guevara a Dostoevskij e Hemingway, passando attraverso la Sacra Bibbia e i miti scandinavi. Ciò che quindi compone la sua arte è una ricercata dicotomia tra reale e digitale, su cui s’inseriscono continuamente una grande varietà d’influenze provenienti dai più disparati generi

dello scibile umano mondiale, dando origine a un fruttuoso e vorticante scambio di elementi che possiamo definire autenticamente multimediale. Questo è evidente nell’opera Rain Rain Go Away, Come Again Another Day, cover di questo numero di Speechless, che nasce come collaborazione con l’artista Rillie del marchio Ririco:ramu specializzata nella creazione di copricapi a forma di corna. Il tema stesso dell’opera si lega, quindi, a una rappresentazione fisica di una realtà che, a sua volta, trova radice in quell’idea bucolica-erotica del mito del dio Pan protettore degli armenti dell’antica Grecia e, ancora più anticamente, nel mito dell’uomo selvaggio Enkidu, punto di contatto tra uomini e animali, dell’epopea mesopotamica di Gilgamesh. L’inserto di parole contribuisce ulteriormente a sviluppare su più dimensioni il discorso surreale e simbolico dell’intera composizione, in un gioco di rimandi continui. Come il mito, che si esprime tanto nelle raffigurazioni rupestri che nelle pellicole in 3D, l’opera di Yuko produce una sciarada di rappresentazioni che si diffonde, rizomaticamente, attraverso ogni dimensione della comunicazione, visiva e non. Per questa ragione è stata scelta come “varco” per un numero di Speechless che si muove, esplodendo in un loop di citazioni, collegamenti e rimandi, attraverso ogni forma mediatica esistente. Immagine-manifesto per il primo esperimento in cui la rivista esplora un tema, quello della crossmedialità, attraverso un percorso in cui fumetto e cinema, fiction televisiva e letteratura si inseguono in un continuo processo di trasformazione e rielaborazione.

CoverArtist

di ELENA BIGONI e MASSIMO SOUMARÉ — traduzione di GERMANA MACIOCCI


IT B B A R O K U Y A A T IS V INTER

Dalle tue opere emerge da su14 Speechless: bito il particolare ampio uso di tutte le scale

cromatiche. Che importanza dai al colore e quale funzione ha nel tuo messaggio creativo? Yuko Rabbit: Credo che i colori riescano a generare stati d'animo che ci inviano messaggi non verbali attraverso le opere d'arte. Possono essere emozioni, odori, sensazioni di caldo o di freddo, a volte piccoli suoni. Scelgo lo stato d'animo che deve suscitare ogni opera in base alle mie esperienze, che per me sono un po' una sinestesia. I colori si affacciano nella mia mente al suono di una parola, mentre ascolto musica, guardo una scena di un film o gusto del cibo. Scelgo i colori in base a queste esperienze, alle mie conoscenze scolastiche sulla pittura e al loro coordinamento. SL: Il tuo, è stato un esordio artistico potremmo dire "accademico", basato sull'utilizzo delle tecniche e degli strumenti tradizionali dell'arte (pittura a olio, matite, pastelli, acquerelli). Cos’ha significato per te l'approdo alla digitalart e quali differenze hai riscontrato tra i due

B1 © YUKO RABBIT

modi di fare arte? YR: Il digitale è il mio strumento principale da quando ho deciso di passare a questo da quelli tradizionali. La causa scatenante è semplice da raccontare: volevo trovare lavoro in una famosa società produttrice di giochi. Per entrare, ho cominciato quindi a studiare da sola la pittura digitale. Sono passati circa sei anni. Il confine tra digitale e tradizionale è diventato di recente per me molto sottile. Importo foto, disegni e trame pittoriche nelle mie opere digitali, e per esporle ricorro a stampe in Giclée. Disegno in modo tradizionale con il PC, e utilizzo effetti digitali per far sembrare le mie opere ancora più tradizionali. Uso prevalentemente il PC per ottenere ciò che voglio rappresentare esattamente. Quando lavoro con i supporti tradizionali, è perché voglio ottenere sfumature espressive che penso i software non potranno mai generare. SL: A questo proposito, quali sono per te i vantaggi e gli svantaggi nell'utilizzo dei programmi grafici?


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C FOR CIRCLE © YUKO RABBIT


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B2 © YUKO RABBIT YR: Il vantaggio è che si può modificare quasi tutto prima di stampare, come essere a Disneyland insomma! È possibile unire texture multiple di diverse carte e materiali, annullare gli errori, lavorare in modo ordinato, e non c'è bisogno di preoccuparsi della tenosinovite! Lo svantaggio è che, come molti artisti dicono, l’arte digitale tende a far perdere preziosità alle opere. Può essere riprodotta in modo illimitato. E non è possibile creare l’effetto “impasto”, che è simulabile solo in fase di elaborazione tramite Corel Painter, mentre non è possibile renderlo nella stampa finale. SL: I tuoi soggetti, pur nella loro diversità oggettiva, sono tutti molto particolari, ognuno di essi suggerisce una storia che apre all'osservatore un mondo onirico, incantato, persino fantastico. Quali sono i messaggi che vuoi trasmettere attraverso questi soggetti? YR: Le opere che ci affascinano di solito ci

fanno fermare davanti a esse per le storie che racchiudono. Così, ho sempre accompagnato i miei quadri con qualche descrizione, che a volte si trasforma in una storia così complessa da impedirmi di includerla in un solo elemento, e questa tendenza si è rafforzata da quando ho iniziato a lavorare seriamente come disegnatrice di fumetti. Credo che presto inizierò a produrre sempre più opere in serie. SL: Quando ti commissionano un lavoro dal soggetto diverso dai tuoi, dai contenuti e dal messaggio lontano dalla tua personalità, come risolvi l'antitesi? Cerchi un compromesso? YR: Beh, è una domanda difficile. Voglio dire, sto ancora cercando una risposta. Per il momento, però, di una cosa sono sicura: vale a dire, i clienti non mi chiedono mai opere completamente diverse da quelle che ho già prodotto. Cercano quello che vogliono nelle mie opere. Penso che noi artisti dobbiamo cercare di trasporre le loro

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idee nei nostri lavori, e molto raramente, quindi, mi capita che questi non includano la mia volontà o i miei gusti. Ma è per questa trasposizione che piace la mia arte e devo farmene una ragione. Allo stesso tempo, si tratta di brevi viaggi che mi fanno scoprire alcuni aspetti sconosciuti della mia personalità. Pensandola in questo modo, non credo che andare incontro alle richieste dei clienti sia sempre una cosa negativa. SL: Quali sono le opere alle quali sei più legata e perché? YR: 3B. Si tratta di una serie di lavori in parte sperimentali, ma credo che la mia idea sia riuscita. L’opera fornisce qualche accenno sulle mie intenzioni originali. Il tema è la fragilità della bellezza. Mi rendo conto in quello che trovo bello, di solito scorgo anche questa caratteristica. Mi sono ispirato visivamente a Jaco Van Den Hoven, un modello olandese, dotato di un fascino androgino. Appena l’ho visto, mi ha lasciato una forte impressione. E sono ormai da anni una sua grande fan. Anche se ho cercato di non farmi influenzare troppo, è possibile vedere alcune sue caratteristiche nelle fattezze dei ragazzi nelle immagini. 3B è l'opera che considero più personale di tutte. In altre parole, 3B è il mio primo progetto di fine art. SL: Il tuo talento artistico spazia dall'illustrazione al fumetto. Ci sono differenze nel tuo modo di lavorare in questi due settori? YR: Sì, sono molto diversi. Il lavoro di illustratore è molto simile a una commissione privata, devo fare quello che vuole il cliente, ma in linea con la mia arte. Quando si pubblicano fumetti in Giappone, invece, non è possibile farlo senza alcuni incontri di un’ora ciascuno con gli editori. L’industria del fumetto giapponese è molto vasta. Si dice sia grande come quello statunitense. Significa che ci sono molti concorrenti e così i fumettisti devono lavorare di solito in modo strategico. Così i redattori delle riviste di fumetti hanno in qualche modo diritto di consigliare e modificare trama ed espressioni visive. Per essere più corretti, fumettisti e editori mettono su i fumetti insieme partendo da zero. Direi che questo è il punto, si lavora in modo molto diverso dagli artisti BD in Europa. SL: Ti definisci "autodidatta". Quanto la mancanza di un percorso formativo ad hoc ha

influenzato il tuo percorso professionale? YR: Per quanto riguarda il mio stile di pittura, l’ho sviluppato da sola. Ho frequentato per due anni un corso accademico di disegno a schizzo in un college di animazione. Mi ha aiutato a migliorare il mio stile di pittura. Nel caso avessi frequentato una certa università d’arte o una scuola d'arte digitale, avrei potuto iniziare la mia

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BACK TO NATURE © YUKO RABBIT


desideri e le aspirazioni cui miri? YR: Mi piacerebbe lavorare all’estero. Spero che le mie illustrazioni siano un giorno sulle copertine di libri, riviste e CD di molti Paesi. Sarebbe allettante per me anche collaborare con marchi e prodotti. In verità , devo mantenermi motivata e sforzarmi sempre di piÚ per diventare degna di essere scelta.

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carriera non appena laureata, ma va bene cosĂŹ. Sono stanca di pensarci. Io sono una persona che preferisce imparare da sola piuttosto che attraverso degli insegnanti. Di solito trovo il mio entusiasmo al di fuori della scuola. Credo che sia anche questo uno dei fattori che rendono il mio lavoro unico. SL: Come illustratrice freelance, quali sono i

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SILK COCOON © YUKO RABBIT

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BLUE SMOKE © YUKO RABBIT

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RONALD GLORIA BRIAN © YUKO RABBIT

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SL: All'interno di questo numero di Speechless sarà presente una tua illustrazione che accompagnerà il racconto di Massimo Soumaré, com’è nata l'idea dell'illustrazione e su quali degli elementi del racconto hai focalizzato maggiormente la tua attenzione? YR: I due aspetti di Francesca mi hanno impressionato molto. È una segretaria che lavora duramente durante il giorno, mentre nella vita privata è una donna forte e senza limiti. Ho cercato di inserire più elementi possibili della storia nell’illustrazione, per cercare di raccontarla tutta, invece di disegnare una scena particolare. Volevo creare una copertina che esaltasse la fantasia dei lettori. SL: Per concludere l'intervista, chiediamo sempre all'artista ospite una citazione o una frase personale che condensi la propria idea di Arte. Vuoi dirci la tua? YR: Dobbiamo parlare con noi stessi per diventare onesti con noi stessi. Se ignoriamo quanto ci dice il nostro cuore, la nostra arte diventa falsa, e così la nostra vita.


à t i n g i d a v o Nu

o t t e m u al F

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Intervista a Bao Publishing di ELENA BIGONI

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a Bao Publishing, giovane realtà editoriale specializzata in graphic novel nata nel 2010, ha saputo in pochissimi anni conquistare uno spazio considerevole nel mercato delle pubblicazioni in libreria, diventando il primo editore a fumetti nella sezione varia per volume di affari. Complice un inusuale approccio verso il prodotto libro, si è distinta per capacità innovativa e dinamismo creando nel corso del tempo un bacino di lettori sempre più vario, affezionato e interessato. Un catalogo vario, che riesce di volta in volta a stuzzicare e conquistare il lettore, e una visione diversa del prodotto editoriale hanno creato una realtà in continua crescita. Una casa editrice che sin dagli esordi ha puntato sulla qualità dei prodotti offerti, riportando in Italia grandi classici del fumetto per ragazzi (i Peanuts per fare un esempio) e straordinarie storie di autori più o meno noti. Con un occhio attento ai talentuosi artisti nostrani, il pensiero corre subito a Zerocalcare e al successo delle sue prime opere. Ne abbiamo parlato con Caterina Marietti e Michele Foschini soci fondatori della casa editrice.

intervista

S

peechless: Come nasce Bao Publishing e con quali intenti? Caterina Marietti: BAO nasce durante una tempesta di neve nel dicembre del 2009, eravamo io, il mio socio Michele e un notaio che doveva scappare per andare al Grande Fratello. Avevamo passato tutto l'anno a far vacanze usando come scusa le varie ferie del fumetto, innamorandoci delle cose che leggevamo. E ci è venuta voglia di portarle da noi per dargli il risalto che meritavano. Mi ricordo ancora un treno da Bruxelles verso il museo Hergé a piangere sulle pagine di uno di quelli che è diventato un nostro libro: "Mia mamma è in America, ha conosciuto Bufalo Bill". SL: Bao Publishing nasce con una precisa idea di fumetto, un libro proprio come tutti gli altri, destinato alle librerie. In che modo questo


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dall'interno; questo è un esempio di come il fumetto può essere importante e può incuriosire qualcuno che non ha mai pensato di leggerne uno. SL: Quali sono i criteri che utilizzate per scegliere un prodotto da pubblicare? Qual è, poi, l'iter di pubblicazione? In che modo lavora la vostra casa editrice? BP: Non abbiamo un criterio preciso, andiamo a pelle e a gusto. Quando si tratta di acquisire diritti dall'estero abbiamo la possibilità di leggere l'opera già completa quindi siamo avvantaggiati, se qualcosa ci piace e sappiamo di saperla proporre nel migliore dei modi al pubblico ci attiviamo per averne i diritti. Mentre per i libri di autori italiani ci lasciamo guidare dall'istinto, vogliamo che nei fumetti creati da noi si senta l'amore e la passione che contraddistingue BAO. SL: Perché il fumetto, secondo voi, viene percepito in generale come una creazione letteraria minore e di nicchia, ma soprattutto per

soli “esperti”, mentre il libro è considerato un prodotto più generalista? BP: Il mercato del fumetto, soprattutto quando si parla di librerie di varia, sta crescendo a vista d'occhio proprio in questo momento, quindi comunque, nonostante la crisi, non si può che crescere. Magari più lentamente di quanto sarebbe potuto succedere in altre condizioni, però lo spazio dedicato sta aumentando. Noi, poi, essendo nati da relativamente poco abbiamo avuto ampi margini di crescita. I nostri investimenti iniziali per avere in catalogo alcuni nomi importanti del fumetto come Alan Moore, Jeff Smith e i Peanuts si stanno rivelando azzeccati e ci hanno aiutati a portare all'attenzione del pubblico anche opere di autori meno conosciuti, grazie alla fiducia nei confronti del marchio che ci siamo guadagnati sul campo. SL: Quali direzioni avete scelto di intraprendere per diffondere il vostro prodotto e quale è stata la risposta dei lettori e operatori del settore? BP: Il canale più importante per comunicare con i nostri lettori è sicuramente Facebook. La nostra pagina è molto frequentata, ai lettori piace dire la loro sui libri che hanno letto e soprattutto a noi piace emozionarli mostrando i work in progress dei nuovi libri, annunciando le novità in arrivo. Postiamo almeno una volta al giorno e la risposta dei nostri fan è davvero calorosa, a volte intavolano anche lunghe discussioni tra loro, si consigliano libri… Poi ovviamente ci piace moltissimo avere i nostri autori ospiti e portarli in tour in giro per l'Italia per farli conoscere ai lettori. SL: Viviamo nell'era del web 2.0, dove anche in Italia il supporto digitale sta diffondendosi all'interno dell'editoria tradizionale, con risultati più o meni buoni. Qual è la vostra posizione al riguardo e in che modo il digitale può modificare le vostre scelte editoriali? BP: È in arrivo il nostro nuovo sito, che sarà perfettamente coordinato alla nostra applicazione per titoli digitali. L'investimento è ingente, il ritorno economico non è immediato, né scontato, ma puntiamo a intercettare un tipo di lettore che non desidera rinunciare al piacere del cartaceo, ma che allo stesso tempo ha desiderio

Editoria

approccio ha cambiato il vostro modo di gestire la casa editrice e il rapporto con i lettori? Bao Publishing: BAO è caratterizzata proprio dal fatto che nasce da due lettori appassionati, dalla concretizzazione commerciale dei nostri gusti di lettori. Sappiamo che chi non si è mai avvicinato al fumetto non riesce a considerarlo vera e propria letteratura, ma per noi è naturale mettere sullo stesso piano libri "solo con le parole" e libri a fumetti. Il nostro compito è quello di scegliere e proporre opere di grande valore e rilevanza culturale. Abbiamo appena dato alle stampe "Manuale per vincere le elezioni" di Mathieu Sapin, un reportage grafico sulla campagna di Hollande in Francia vista


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di leggere bei fumetti in mobilità o a video nelle pause dal lavoro. Buona parte del nostro catalogo cartaceo sarà da subito disponibile anche in formato digitale, ci saranno frequenti promozioni per l'acquisto combinato carta+digitale e non mancheranno le iniziative di pubblicazione "day and date" in cui la versione digitale sarà disponibile lo stesso giorno di quella cartacea, o in cui la versione digitale uscirà in simultanea mondiale, in collaborazione con gli editori originali e gli altri loro partner internazionali.

Insomma, cercheremo di far diventare anche il supporto intangibile assolutamente imprescindibile per i nostri lettori. Intanto abbiamo anche iniziato a rendere disponibile il nostro catalogo su Kindle tramite Amazon, abbiamo iniziato con i due libri di Zerocalcare che stanno avendo un ottimo riscontro. SL: In un mercato editoriale in crisi, l’editoria del fumetto è in leggera controtendenza. Qual è, secondo voi, il motivo?

BP: Partendo dal basso, come dice Jovanotti, si può solo salire. SL: Il vostro catalogo è molto vario e articolato. Quali sono le vostre punte di diamante, e i libri più interessanti che siete riusciti a portare in Italia? Caterina: Ovviamente Bone è stato per noi lo spartiacque tra gli inizi e il presente, è il libro che ha cambiato nel lettore la percezione di quello che è Bao, quello che ha fatto percepire che stavamo facendo sul serio. Io quest'anno vado particolarmente fiera di Portugal di Cyril Pedrosa, che ho amato fin dalla prima immagine vista in rete, per il quale abbiamo lottato per avere i diritti e che ci sta dando tante soddisfazioni. È impossibile prenderlo in mano e non innamorarsene. Poi ovviamente c'è Zerocalcare, la risposta del pubblico è stata davvero sorprendente. La prima tiratura della nostra versione a colori 8-bit de La profezia dell'armadillo è andata esaurita in meno di tre settimane e siamo alla sua seconda ristampa. Un risultato eccezionale, visto che comunque il libro era già stato ristampato cinque volte nella versione autoprodotta! Un polpo alla gola, grazie ai primi ordini, è già in ristampa prima ancora di essere uscito. Una cosa che ci ha stupito molto è che i maggiori acquirenti sono state le librerie di varia, segno che il pubblico di Zerocalcare è formato in gran parte da persone che non sono lettori abituali di fumetti. Ci sono un sacco di potenziali lettori di fumetti che non sanno di esserlo. La nostra sfida è quella di portarli fino a loro. Michele: Sottoscrivo, ma vado anche particolarmente fiero del rapporto che stiamo forgiando con Alan Moore, per le sue opere, e il sodalizio con due editori che adoro, Gallimard in Francia e First Second negli USA. SL: A vostro parere il fumetto ha un tipo di lettore specifico oppure dovrebbe rappresentare un prodotto con una fruizione omogenea tra varie tipologie di lettore? BP: Chi ama leggere, ama leggere storie, che siano con o senza immagini. Il fumetto è letteratura a tutti gli effetti, il compito dell'editoria del fumetto italiana è di portarlo fino ai lettori in tutti i modi possibili. Per


Editoria

Bao Publishing website

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esempio è sempre una grande soddisfazione partecipare alle fiere più letterarie come "Più libri più liberi" perché abbiamo incontrato un sacco di lettori che si sono lasciati consigliare dei romanzi grafici. SL: Quali saranno le novità editoriali più interessanti di quest’anno presenti nel vostro catalogo? BP: Abbiamo molte cose che bollono in pentola per questo 2013, tra queste c'è il nuovo romanzo grafico di Zerocalcare di cui conosciamo già le premesse e sarà davvero bellissimo,

continueremo poi a pubblicare la saga degli Straordinari Gentlemen di Alan Moore di cui avremo due inediti e due ristampe, ci saranno molti prodotti italiani che stiamo vedendo crescere e di cui siamo orgogliosissimi tra cui ci sono Antonio "Sualzo" Vincenti e Alessandro Baronciani, il primo volume dell'attesissimo Battling Boy di Paul Pope e due pietre miliari del fumetto americano: Zot di Scott McCloud e Strangers in Paradise di Terry Moore. Ma con quasi settanta uscite previste nell'anno, ci stiamo sicuramente dimenticando qualcosa di enorme!


la nuova graphic novel di Victoria FrancĂŠs

di ELENA BIGONI

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Who would be A mermaid fair, Singing alone, Combing her hair Under the sea, In a golden curl With a comb of pearl On a throne The Mermaid Lord Alfred Tennyson 1809-1892

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arte

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opo l’edizione speciale della raccolta “Favole” pubblicata a settembre dalla Rizzoli Lizard, una nuova graphic novel di Victoria Francés saprà far rivivere, in tutti gli appassionati e i fan, le magiche atmosfere che l’hanno resa famosa in tutto il mondo. Il lamento dell’oceano, uscito in Italia il 9 gennaio e tradotto da Francesco Satta, rappresenta un lavoro magnificamente riuscito per l’illustratrice spagnola che, dopo i risultati delle graphic novel El corazon di Arlene e Misty Circus, ha trovato un progetto nel quale esprimere tutto il proprio potenziale artistico e la propria originalità.


IL LAMENTO DELL'OCEANO © VICTORIA FRANCÉS

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Riportando il lettore all'interno delle atmosfere conturbanti che avevano caratterizzato Favole, la Frances ritrova una verve creativa matura, intensa e immediata che riesce a rappresentare al meglio la tormentata e romantica storia d’amore dei due protagonisti. Ambientata agli inizi del 1700, il giovane Zachary, mozzo su una nave mercatile infestata dalla peste, vede morire il proprio padre tra le sue braccia; così di fronte anche all’avanzare della pestilenza prende in mano il suo destino e decide di togliersi la vita. Spinto da una forza sconosciuta si getta fuori bordo cercando nell’oblio del mare la serenità ma un’eterea creatura degli abissi, una fata dei mari, sceglie di donargli una nuova vita. Come nelle opere precedenti il lettore viene avvolto da disturbanti atmosfere da favola, elemento cardine presente nelle illustrazioni dell’artista spagnola, personaggi potenti, drammatici e tormentati; in biblico tra la realtà e il fantastico la Frances si immerge nelle ombre e nelle luci che contraddistinguono l’animo umano e le creature che vivono della fantasia dell’uomo. Due mondi che si incontrano,

si sfiorano e si conoscono, vivono e bruciano nell’amore più assoluto e infinito. Facendosi guidare dalla fiaba La sirenetta, nella versione originale, Victoria Frances crea una nuova storia, un amore tragico e romantico, nato dalle differenze ma unito dai sentimenti. Predominante diventa il ruolo del sacrificio, massimo gesto d’amore altruistico. Lo spazio e il tempo perdono ogni consistenza nel luogo, dove il mare sposa la terra, in cui i due innamorati trovano riparo. Le illustrazioni conferiscono quasi tridimensionalità ai personaggi, che sembrano quasi uscire dalle tele stesse. La predominanza di colori tenui negli sfondi esprime il plumbeo grigiore del limbo nel quale i due amanti si trovano, come in un’onirica dimensione. L’influenza delle figure gotiche di Favole si nota soprattutto nei volti tormentati ed eterei di Zachary e della sirena. La malinconia e l’opprimente senso di ineluttabilità accompagnano le pagine verso l’epilogo, evocativo e potente. L’immagine di una storia che non avrà fine e che troverà nel riverbero dell’oceano e nel suo nostalgico lamento la propria colonna sonora.

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34 rubrica di di ELENA RAUGEI ZOOM

Alessandro Grazian

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lla larga sia dall’eccesso di seriosità sia dalla rima facile, Alessandro Grazian è giunto a una repentina sterzata stilistica confermandosi al contempo uno dei songwriter più validi di nuova generazione. Dopo Caduto e Indossai, il terzo album Armi si allontana dalla forma-canzone più tradizionale, ambito nel quale aveva raggiunto livelli di assoluta eccellenza, per avvicinarsi al rock elettrico: “Da Indossai sono trascorsi quattro anni e sono accadute tante cose. Tutte le sensazioni che ho vissuto non potevano che tradursi nell’irruenza di Armi. Nello scorso decennio mi sono dedicato quasi esclusivamente al mondo acustico e ho seguito un approccio decisamente classico, ma per comunicare un certo disincanto negli ultimi tempi ho avuto bisogno di

un codice linguistico diverso, di riallacciarmi al mio background più rock”. Archiviate le esperienze con Enrico Gabrielli e Nicola Manzan, il fiuto per le collaborazioni è confermato dalla presenza di Leziero Rescigno degli Amor Fou: “La scelta di Leziero è avvenuta una volta terminati i provini. Durante l’estate scorsa ho capito di volere un album con un produttore esterno, senza archi né fiati ma con una forte componente ritmica. Era fondamentale realizzarlo bene, con cognizione di causa e senza pasticci estetici dettati dall’urgenza di voltare pagina. Leziero vive a Milano come me, è produttore, batterista e conosce bene il mondo dei synth, per cui raccoglieva in sé le tre figure che mi servivano. Quando ci siamo confrontati, gli ho fatto ascoltare i demo ed è rimasto entusiasta. Le idee che ha suggerito mi sono piaciute, quindi era la persona giusta”. Oltre alle sonorità, il cambiamento riguarda anche l’immaginario, che accantona i riferimenti retrò per focalizzarsi sul presente: “Man mano che scrivevo mi sono accorto che emergeva con prepotenza un’attitudine maggiormente contemporanea. Dovevo assecondarla per fare qualcosa di vero e necessario. Non c’è stato nulla di calcolato e adoro tuttora Indossai, ma era arrivato il momento di lasciarmi alle spalle l’immaginario che avevo già sviscerato, di svelare l’altro lato della mia medaglia”. Insomma, sembra proprio che Grazian possa raccogliere in un colpo solo tanto l’eredità di grandi cantautori come Luigi Tenco quanto quella di formazioni che negli anni 90 hanno conferito dignità al rock (in) italiano, dai C.S.I. ai La Crus o ai Marlene Kuntz: “La canzone d’autore dal finire degli anni 80 in poi è passata anche e soprattutto attraverso varie band di rock alternativo, che hanno lasciato un segno prezioso”. Ma Alessandro non vive soltanto di musica. Fra Indossai e Armi c’è stato un periodo per rimettersi in discussione, dedicandosi nel frattempo ad altre attività: “Sono arrivato alla conclusione-traguardo che la mia natura è trasversale, poco rassicurante. Questi ultimi anni sono stati per me tra i più importanti in termini di educazione alla vita,


con prese di coscienza ma anche smarrimenti. A un certo punto sono scivolato in una sorta di cupio dissolvi tanto amara quanto indispensabile e così mi sono allontanato temporaneamente dalla musica. Col senno di poi è stato un momento fondamentale per rifondare il mio rapporto con le canzoni. Dipingere, realizzare colonne sonore e lavorare con il teatro hanno tenuto vivo il mio bisogno di esprimermi e mi ci sono dedicato anima e corpo con risultati soddisfacenti”. Tornare a pubblicare un disco ha significato comunicare in maniera più impulsiva, come confermato da testi che mettono leggermente da

parte la ricercatezza per esprimere un legittimo desiderio di rivalsa: “Avevo talmente bisogno di dire qualcosa che in alcuni casi le parole hanno scavalcato le note. È una modalità abbastanza inedita, visto che nei lavori precedenti partivo sempre dalle musiche. Scrivere liberamente, senza cercare di incastrare se non successivamente i contenuti nella forma, mi ha permesso di essere più diretto. Dovevo raccontare le mie emozioni e il mio disincanto senza troppi filtri perché sentivo il dovere di fare la voce grossa. Quando c’è una testa a fuoco dietro, l’istinto è una gran risorsa per creare”.

GRANDANGOLO Kaki King – Glow

Goat – World Music

King of the Opera Nothing Outstanding

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n tempo noto come Samuel Katarro, il giovane Alberto Mariotti è uno dei più talentuosi musicisti italiani. Il nome rispecchia un nuovo corso artistico, assieme a Francesco D’Elia e Simone Vassallo. Tra ballate melodiche ed estese sperimentazioni, un raffinato viaggio dai risvolti horror.

Tame Impala – Lonerism

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ustraliani di Perth, i Tame Impala sono in realtà la valvola di sfogo di Kevin Parker, mente del progetto e autore di tutti i brani. A seguire il boom dell’esordio Innerspeaker, Lonerism aggiorna la lezione del pop psichedelico nell’era dell’elettronica. Come trasportare gli anni ‘60 e ‘70 nel 2012.

Corin Tucker Band – Kill My Blues

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n passato nelle Sleater-Kinney, una delle più grandi indie-rock band della Storia, Corin Tucker arriva al secondo album e si riappropria di ciò che sa fare meglio: r’n’r istintivo e sanguigino, macinato a suon di riff, stop and go e una voce potentissima, inconfondibile.

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Musica

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una delle chitarriste più famose al mondo, ma soprattutto è un’ottima compositrice. Per il sesto album Kaki King torna al suo più grande amore: la musica strumentale. Le sei corde sono in evidenza, ma gli arrangiamenti sono sempre creativi e le note si dispongono in piccole poesie sonore.

rovengono da Korpilombolo, un paesino nel nord della Svezia. Si raccolgono in una folle comune, di generazione in generazione. Mescolano garage ruvido, psichedelia drogata, tribalismi etnici, folk, post-metal e colonne sonore. È impossibile resistere alle ritmiche del loro sabba multicolor.


Due poeti e un cimitero

All, all are sleeping, sleeping, sleeping on the hill.

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a collina è quella del cimitero di Spoon River e loro sono i duecentoquarantaquattro protagonisti del capolavoro di Edgar Lee Masters pubblicato nel 1915, la raccolta di poesie Spoon River Anthology.

Curati, medici, ubriaconi, giudici, uomini e donne di ogni professione, arte, classe sociale, debolezza e destino – che in vita si sono amati, traditi, scontrati, invidiati, ignorati o persino assassinati – ora dormono nello stesso cimitero, l’uno accanto all’altro, uniformati dalla morte che non ha preferenze e non fa distinzioni. Ma il loro sonno non è silenzioso, tutti hanno una storia da raccontare, un breve epitaffio che ha

di VALENTINA COLUCCELLI

sovente il sapore dello sfogo e della denuncia per l’ingiustizia sofferta, per l’incomprensione subita, per un segreto celato. L’opera di Masters ha la forma della poesia – una per ogni personaggio –, ma il tono e il linguaggio della prosa; tale scelta permette all’autore di adattare il lessico all’espressività dei diversi narratori e di affrontare temi quotidiani, violenti, prosaici, tutt’altro che aulici o lirici. Attraverso le loro voci, infatti, quelle di anime che non hanno più nulla da perdere e nulla da nascondere e che possono quindi parlare in libertà e senza paura, Masters esprime la sua pesante critica contro la morale puritana che grava di rigidità e limitatezza la piccola borghesia delle cittadine del Midwest Americano del XIX secolo. Quest’impronta libertaria del testo decretò il disappunto da parte della critica, ma anche un incredibile successo di pubblico: il libro fu, infatti, ristampato ben diciannove volte all’epoca e l’atmosfera bigotta e ipocrita della sua cittadina di provincia e le figure stereotipate dei suoi protagonisti permangono tutt’ora fortemente nell’immaginario americano. In Italia, a causa del regime fascista che osteggiava la letteratura anglo-americana, l’opera fu pubblicata solo nel 1943, grazie

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SPOON RIVER

alla traduzione di Fernanda Pivano, che ne aveva ricevuto in dono una copia da Cesare Pavese, innamorandosene. Un atto di coraggio che costò alla scrittrice la galera. E chi meglio del cantautore Fabrizio De André, altra anima coraggiosa, anarchica e libertaria, avrebbe potuto cimentarsi in un’opera di rivisitazione dell’Antologia? Il concept album registrato nel 1971 e intitolato Non al denaro, non all’amore né al cielo

Ascolta l'album su YouTube


Finì con i campi alle ortiche finì con un flauto spezzato e un ridere rauco e ricordi tanti e nemmeno un rimpianto.

a partire dal titolo. Ai nomi propri utilizzati da Masters, infatti, preferì la tipizzazione in archetipi, così Wendell P. Bloyd divenne Un blasfemo, Francis Turner Un malato di cuore, Selah Lively Un giudice, Dr. Siegfried Iseman Un medico e così via, realizzando un passaggio importantissimo dall’individualità, gravata dalla limitazione della circostanzialità, all’universalizzazione, che ha invece il pregio di essere valida per tutti e sempre. De André ha dunque operato un lavoro di attualizzazione (sottolineato, oltre che dall’universalizzazione, anche

dalla scelta di un linguaggio molto contemporaneo, a tratti brutale e talvolta ammiccante), di arricchimento (trasformò il verso libero di Masters in ritmo e rima donandogli la musicalità che gli mancava) e di rivitalizzazione. Non sfugge che la canzone che chiude l’album, Il suonatore Jones, sia l’unica a mantenere nel titolo il nome proprio originale (Fiddler Jones) e sia anche quella che maggiormente si discosta dal processo di archetipizzazione, brillando per intensità e commuovendo per il contenuto intimo, che tanto ricorda l’animo dell’immortale e compianto poeta genovese.

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è certamente uno dei suoi lavori più riusciti e indelebili. Parte del merito di questa grandezza va riconosciuta all’idea di base e alle matrici delle poesie di Masters ovviamente; ma De André ha saputo valorizzare e arricchire l’opera originale, non solo con la sua meravigliosa musica e le ballate particolarmente adatte alle atmosfere dell’Antologia, ma soprattutto con i testi che ha modificato con la sua spiccata sensibilità e il suo acuto senso cinico. Oltre a The Hill, la poesia di apertura che introduce al coro del cimitero, De André selezionò otto poesie e le trasformò profondamente,

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rubrica

Io abitavo a West Egg, nella parte... bÈ, quella meno alla moda delle due

di ALESSANDRA PENNA

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uando mi è stato chiesto di scrivere qualcosa sul modo in cui l’editor interviene su un testo, quale sia la funzione di un editing, ho pensato che potesse essere utile per chi legge ascoltare, oltre alla mia voce, anche quella di due scrittori. Scrittrici per l’esattezza: Antonella Lattanzi e Lorenza Ghinelli. Quel che leggerete, nei due passi che seguono, mi conforta davvero, perché assomiglia moltissimo alle parole che io stessa avrei usato. «Il rapporto con l’editor è come il rapporto con il tuo subconscio, ma molto più divertente, eccitante e prolifico. Quando è ben fatto, l’editing scrosta il romanzo di tutto il sedimento, le concrezioni pesantissime di cui l’ego dello scrittore, le sue ingenuità, le sue paure l’avevano appesantito e sfigurato, vera e propria zavorra. Per me l’editing libera la vera natura del romanzo e lo rende leggero e volatile. Leggero nel senso positivo, calviniano ma non solo, come il contrario di pesante. L’editing è esperienza bellissima e vera e propria scoperta, epifania, anche perché ti libera dall’ossessione e dalla solitudine che

la scrittura è, sempre. Perché quando è ben fatto non è mai né compromesso, né castrazione, né commercializzazione, né cambiamento: è scarcerazione del romanzo. Dicevo che l’editor è il tuo più allegro e creativo subconscio perché il vero editor è quello che, come uno psicologo dovrebbe fare, ti aiuta a trovare le risposte che già avevi dentro, le illumina. Quanto più sei umile, quanto più sei appassionato, quanto più sei innamorato del tuo lavoro, quanto più sei infaticabile e disposto a lavorare senza sosta affinché il tuo romanzo raggiunga il suo meglio, tanto più l’editor è fondamentale […]» (A.L.). «I miei romanzi, dal confronto con la mia editor, sono sempre cresciuti. Perché si tratta di una persona che affronta un libro con un tatto e una sensibilità con cui spesso nemmeno le persone sanno rapportarsi fra loro. Questo la rende capace di dirmi dove, secondo lei, a volte perdo lucidità, magari perché troppo coinvolta. Come quando scrissi La colpa, un romanzo che mi ha richiesto un notevole sforzo di “vene”. Non si tratta mai di imposizioni direttive: non riuscirei a interveni-

re sul mio romanzo, cioè su me stessa, se mi venisse imposto un cambiamento; tantomeno riuscirei ad accettare che qualcun altro lo riscrivesse al posto mio. Da parte dell’editor mi arriva invece l’invito a soffermarmi su alcuni punti, e a riscriverli. In questo modo mi permette di entrare ancora più in profondità nella storia e so che è anche grazie a questo che sto migliorando. I mestieri dello scrittore e di editor devono restare distinti. Per un’ottima riuscita del libro, è necessario che ci si riconosca reciprocamente professionalità e rispetto. E quel che ne consegue: fiducia, dialogo, schiettezza». (L.G.) Se dovessi dire, tra le varie sfaccettature del mestiere di editor, quale sia quella che preferisco, non avrei dubbi: il lavoro con l’autore su un testo, l’editing vero e proprio. Forse perché è proprio durante questa fase che, secondo me, io stessa posso essere arricchita e quindi accrescere la mia professionalità, ma posso anche “dare”, ovvero fornire all’autore e al suo testo tutta la mia espe-


GIRL INSIDE © PHILIP SKUNDRIC rienza. Quindi contribuire a rendere quel testo migliore. Come ho già avuto modo di scrivere in un’intervista su questa stessa rivista, lavorare su un testo vuol dire capire in primo luogo cosa in esso funziona e cosa possa invece essere migliorato. Una volta comprese le intenzioni dell’autore – sempre e comunque da rispettare, prima di qualsiasi giudizio o gusto personale – significa sottoporgli eventuali dubbi e indicargli una o più possibili strade per scioglierli. Se dall’altra parte si avverte fiducia e disponibilità all’intervento, significa che il lavoro è sulla buona strada. Se

l’autore ha sentito e capito che l’editor ha ben compreso il suo testo e le sue intenzioni, allora sa di potersi affidare, e non ha paura di farsi guidare né sente il proprio libro o la propria autorialità minacciati. Sono convinta che un buon editing sia anche il risultato di un buon rapporto con lo scrittore. E non sto parlando di amicizia. Anche a livello professionale si può stabilire senz’altro un buon rapporto di fiducia e complicità che aiuti a lavorare bene insieme. Per quanto riguarda il mio personale modo di lavorare, io lascio quasi sempre che siano gli autori a decidere come

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intervenire, mi limito a consigliare e indicare possibilità praticabili. Questo aspetto ha comunque a che fare con il lato più creativo di questo mestiere, che è uno dei principali motivi del suo fascino. Vedere tra le righe, leggere ciò che un autore non ha subito visto, intuire una soluzione migliore, ecco, questo per me equivale a creare qualcosa. D’altra parte, io sono anche convinta che, se un testo di narrativa è creatività, scintille e accensioni, è anche e senza dubbio schema, struttura, rispetto di alcune geometrie e proporzioni. Numeri, in qualche modo. E di conseguenza l’editing che su un testo si esercita non può non seguire delle regole. Regole che devono attenersi al genere con cui ci si confronta e a una precisione sia linguistica che strutturale, che rappresentano l’ossatura stessa di un romanzo. Il miglior editing, secondo me, è quello che riesce a combinare al meglio questi due aspetti: immaginazione e logica, si potrebbe dire. L’effetto è riuscito se la lettura di un libro scorre senza che ci si accorga che quelle pagine possono essere state a volte anche un vero e proprio laboratorio, in cui si sono compiuti esperimenti. Se la mano dell’editor, figura di cui si sente tanto parlare, in tutto questo processo è scomparsa. Perché ogni editor – ne sono convinta – deve sempre compiere il proprio lavoro senza perdere di vista il senso ultimo di quello che fa, ovvero essere a servizio del testo, dell’autore, mai di se stesso.


welcome to the jungle

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L’

autopubblicazione è tra gli argomenti più caldi del periodo. Mentre cresce esponenzialmente il numero di nuovi libri disponibili, soprattutto in formato digitale, parallelamente crescono anche i dubbi e le discussioni che gravitano intorno a questo fenomeno. Una sola parola in grado di accendere confronti infervorati: si tratta solo dell’ennesimo, grande business o, come altri sostengono, può essere un buon inizio per autori promettenti? Uno specchio per le allodole o un vero trampolino di lancio? Una realtà in piena espansione, che ha trovato terreno fertile soprattutto in America. Come spesso accade, infatti, le novità trovano le condizioni migliori per attecchire proprio oltreoceano: complice una maggiore propensione dei lettori americani a utilizzare supporti elettronici anche per la lettura – fenomeno che, invece, sta faticosamente prendendo piede in Italia, nonostante i prezzi allettanti; è proprio in America che sono nati i primi grandi successi autopubblicati ed è sempre qui che il fenomeno sta avendo maggior risonanza. Infatti, ben il 78% dei nuovi libri immessi sul mercato americano sono autopubblicati. C’è da dire che anche l’Europa ci sta provando, anche se forse

di VALENTINA BETTIO con meno convinzione e l’Italia, completamente esclusa dall’ampio bacino anglofono, arranca in coda. Prendendosi un po’ di tempo per curiosare tra le proposte di questo nuovo, sfavillante mondo, compaiono molti nomi di nuovi autori, tra cui non pochi italiani che, nonostante il tessuto sociale poco florido e recettivo, hanno deciso di tentare il tutto per tutto autopubblicandosi, scegliendo il supporto digitale come primo approccio. Così, giorno dopo giorno, l’autopubblicazione sta diventando punto di raccolta per le speranze di molti, ma anche fonte di guadagno per altri. Infatti, mentre supposizioni e riflessioni si sprecano, molte realtà editoriali americane si stanno lanciando nel promettente calderone dell’autopubblicazione, pronte a sfruttare un evento che sta attirando tanta attenzione. E, come atteso, il fenomeno non sta tardando a espandersi anche in Europa, seguendo la scia dei colleghi americani. Ed è così che, a fianco di realtà a costo zero quali Amazon, sono cominciate a comparire altre agenzie, che tentano gli aspiranti autori con i propri servizi. È piuttosto recente la notizia della nascita della Archway Publishing, spin off della Authors Solutions, che propone


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Amanda Hocking ne sono i migliori esempi – si accumulano centinaia di autori di ogni nazionalità che inseguono il successo, spesso con scarsi o ben contenuti risultati, ben lontani dalle milioni di copie vendute dai casi editoriali. E ancora, nonostante il self-publishing abbia permesso ad alcuni autori di guadagnarsi il proprio angolo di luce sotto i riflettori, spesso è solo una tappa che precede la pubblicazione con case editrici più o meno rinomate. Un ripiego quindi, quasi una scelta obbligata pur di far apparire da qualche parte il proprio romanzo, in attesa di pubblicare una più appagante versione cartacea, che tenta e ammicca ai lettori dagli scaffali delle librerie, senza dover ricorrere alla vanity press, che poco dà agli scrittori, se non il piacere di stringere fra le mani il proprio libro stampato. Questo atteggiamento mette in luce un aspetto sottovalutato della rivoluzione dell’autopubblicazione: questa forma di pubblicazione non è ancora considerata dagli autori stessi e accettata dalla critica come un punto di arrivo. Non rappresenta il traguardo sognato, il coronamento di tanti sogni; al contrario sembra raffigurare per lo più una sfavillante vetrina di giovani dalle belle speranze, che mirano ad attirare l’attenzione di qualche casa editrice. L’autopubblicazione sarebbe quindi solo un mezzo per arrivare a quella che è ancora considerata come una ben più prestigiosa pubblicazione: quella con una casa editrice. Forse perché questo rappresenta il sogno più grande degli scrittori moderni, o forse perché la risonanza che ne acquisisce il libro è di tutt’altra portata: campagne pubblicitarie di larghe vedute e accesso a canali di comunicazione ad alto impatto portano altri risultati, anche se i libri che ne sono oggetto non sono sempre i titoli migliori del genere. Tutto si gioca su un equilibrio delicato di interessi delle case editrici e prodotto proposto dall’autore, che solo in alcuni casi porta a una felice pubblicazione. Questo è il panorama che si prospetta attualmente, perlomeno in Italia: romantici, forse ancora legati alle tradizioni, i lettori italiani fanno fatica a lasciarsi alle spalle la cara versione cartacea e gli autori subiscono ancora il fascino dei grandi nomi. Il bacino dei lettori è ancora piccolo e in crescita lenta: se circa il 50% della popolazione dichiara di leggere almeno un libro all’anno,

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un’ampia scelta di pacchetti destinati agli autori intenzionati ad autopubblicarsi, con una fascia di prezzo compresa tra i duemila e i venticinquemila dollari a seconda del tipo di libro. Ed è qui che, bisogna proprio dirlo, comincia a essere necessario prestare assoluta attenzione a quanto viene offerto e all'obiettivo stesso alla base dell’esistenza di queste agenzie: proposte come quelle della Archway Publishing rischiano di rivelarsi ben poco produttive – per non dire assolutamente negative – per chi vorrebbe ricorrere all’autopubblicazione come canale per diffondere il proprio libro. Inoltre, l’intervento di queste “agenzie letterarie” ripropone un meccanismo simile a quello delle case editrici, riportando gli aspiranti autori a ripercorrere sentieri già battuti, questa volta però pagando di tasca propria, quando invece dovrebbero affacciarsi a una nuovo mondo che vede il suo punto di forza proprio nel fatto che è gratuito e di facile accesso. Queste realtà si affiancano e poco si discostano dalle case editrici a pagamento – vanity press, che hanno già di per sé attirato molte critiche –, con richieste monetarie importanti, che rischiano di creare un flusso di denaro a senso unico, i cui unici beneficiari risulterebbero essere le stesse case editrici. Una recente statistica effettuata negli USA, e riportata dal New York Times, ha messo in luce che ben l’81% delle persone intervistate sentono di “avere un libro dentro di sé” e che, di conseguenza, vorrebbero scriverlo. Non c’è quindi da stupirsi che l’autopubblicazione rappresenti un mercato tanto florido. Vero è che l’assoluta convinzione della validità del proprio lavoro non è di per sé sufficiente: non basta avere buone idee per ottenere il successo, né tantomeno basta essere convinti di aver prodotto qualcosa di buono. Spesso un buon libro non nasce pronto per la pubblicazione, ma subisce un percorso di maturazione e revisione da cui emergerà il prodotto finale. Percorso che, purtroppo, viene a mancare nel caso dei libri autopubblicati, motivo per cui, esclusi rari casi, questi libri si presentano al pubblico con una serie di pecche e ingenuità che ne alterano la godibilità. Non per niente a fianco dei successi dell’autopubblicazione (il successo comunque non ne garantisce, comunque, la qualità letteraria) – John Locke e


PICCOLA GUIDA ALL’AUTOPUBBLICAZIONE Alcuni consigli per chi vuole cimentarsi in quest’esperienza, facendo in modo che sia positiva. Il punto cruciale è che il libro non può essere solo una creatura dello scrittore, ma, per avere successo, deve piacere a chi lo sta leggendo, di modo che lo faccia conoscere ad altre persone. Ecco i passaggi irrinunciabili per proporre un buon libro autopubblicato. Editing: è quel processo di correzione, condensazione e organizzazione del manoscritto con il fine ultimo di produrre un lavoro coerente, accurato e completo. Spesso sottovalutato, un editing ben fatto può essere invece la carta vincente. Manoscritti poco curati, pieni di errori, refusi e incongruenze stancano e annoiano il lettore che, di conseguenza, non serberà un buon ricordo del libro. Formattazione: un altro punto di forza, molto utile anche al lettore. Un testo giustificato appaga immediatamente lo sguardo – se vi è mai capitato di trovarvi di fronte a testi non giustificati potete capire a cosa mi riferisco – e conferisce prontamente un aspetto ordinato. Ci sono poi altri piccoli particolari di cui avere cura, come l’utilizzo del corsivo quando si esternano i pensieri di un personaggio, la dimensione del font e così via. Copertina: anche se l’abito non fa il monaco, la giusta copertina è un biglietto da visita importante. Per quanto i lettori non si fermino solo all’impatto visivo – anche se non c’è da sottovalutare quella nicchia di lettori che comprano un libro d’impulso perché innamorati proprio della copertina –, è anche vero che una bella copertina attira la loro attenzione ed aumenta le possibilità che si spingano per lo meno a leggere la sinossi del libro, valutando la possibilità di comprarlo. Sinossi: se la copertina ha il compito di attirare lo sguardo del lettore, la sinossi ha l’ardua missione di convincerlo e indurlo all’acquisto. Una buona sinossi non deve essere troppo lunga e non deve rivelare troppo al lettore, ma, allo stesso tempo, deve svelargli quel “tanto basta” del libro che catturi il suo interesse. La sinossi non è un semplice riassunto, né tantomeno una descrizione dettagliata e va ben ponderata perché induca l’effetto sperato. Inserire l’e-book nei maggiori distributori: va da sé che tanto lavoro non può rimanere un triste PDF in una cartella del pc. È quindi d’obbligo inserire il proprio e-book nei canali di distribuzione, specialmente Amazon – che permette di farlo in forma del tutto gratuita – e, perché no, l’e-book store di Apple. Per entrambe le soluzioni sono i distributori stessi a fornire online tutte le linee guida, rendendo piuttosto semplice il processo. Studiare una campagna pubblicitaria: il fatto che, finalmente, il proprio libro sia comparso online non lo rende di per sé un successo. È ora necessario far sì che il pubblico conosca la sua esistenza. Per questo è importante pianificare un’estesa campagna lancio sul web: coinvolgere blog letterari, condividere le recensioni dei lettori, creare un sito e pagine sui maggiori social network dedicate al libro. Insomma: tutto ciò che può dare visibilità alla propria opera.

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CONNECTIONS © ANITA ZOFIA SIUDA

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solo il 15% ne ha letti più di 15. Al contrario, il mercato americano è molto più affascinato dal mondo digitale e dai nuovi autori, oltre a rientrare nel già citato e ricchissimo bacino anglofono, tanto che si sta facendo strada un nuovo concetto: “wag the long tail” (far scodinzolare la coda), che consiste nell’idea di accumulare molte piccole vendite, specie su Internet, che nel lungo periodo andranno poi a sommarsi dando grandi profitti. Questo è facile nel mondo digitale, che sta creando tante piccole nicchie, ognuna con la sua fetta di pubblico e di acquirenti. Indipendentemente dalla visibilità che possono offrire le case editrici, ogni autore autopubblicato può vendere il proprio prodotto in modo efficace nella sua nicchia, aumentando il proprio guadagno. Un sistema che si avvale della pubblicità su blog e social network e che trae la propria forza dal caro, vecchio passaparola; efficace e con un grande potenziale sulla carta, questa catena non è così efficiente nella realtà, per lo meno non in tutti i mercati. Infatti, come risulta da una statistica canadese, il 10% degli autori autopubblicati trae ben il 75% dei profitti. Quindi, la grossa fetta dei guadagni finisce nelle tasche dei pochi autori che arrivano veramente al successo, mentre gli altri rimangono nell’anonimato, spartendosi una fetta ben più piccola della torta. Tirando le somme, l’autopubblicazione sembrerebbe promettere di esaudire le speranze di chi crede nel proprio lavoro, ma in realtà si sta semplicemente affiancando alla pubblicazione attraverso le case editrici come un ripiego di scarso successo, tranne che per alcuni casi fortunati. Non si tratta solo di profitti, ma anche di visibilità e riconoscimenti da parte del pubblico: in un’era in cui chiunque, a costo zero, può improvvisarsi scrittore e in cui l’offerta di libri è altissima, tanto da saturare il mercato, l’autopubblicazione non è stata, finora, la grande rivoluzione in cui molti speravano o la grande catastrofe che molti temevano. La verità è che non basta far apparire il proprio libro sul mercato: il prodotto che si propone deve avere un effettivo valore; in caso contrario passerà inosservato, come se non fosse mai stato pubblicato, nemmeno in versione digitale.


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LA FRONTIERA N U O V O

A T L A N RTOE DEL LIB

di FABIO DI PIETRO

una breve (nei casi migliori) orazione che deve indurre chi tiene in mano il libro – sospeso sul bordo del precipizio del testo come un tuffatore al limite del trampolino – a rompere gli indugi e gettarsi. Bene: che fine fanno nel mondo digitale? Anche in questo caso la lezione che l’editore deve accettare è sì amara ma anche breve: scordati di esercitare un pieno controllo. L’editore stende un testo di quarta ma non c’è più alcuna quarta su cui imprimerlo, scrive testi per le alette ma le alette del libro sono scomparse – come quelle di un animale preistorico che si è evoluto oltre lo stadio che le richiedeva. L’e-Book è un oggetto a due dimensioni, non ha un retro, si muove su coordinate infinitamente ampie ma schiacciate su un piano – anche se fatto di materia binaria. Eppure anche nelle librerie digitali serve un insieme di informazioni che descrivano il libro a chi non lo conosce già. La differenza è che

e t t e l a e a t r a u Q : a Seconda Tapp

N

ella prima tappa della nostra esplorazione della frontiera – la nuova mappa dell’editoria illuminata dall’alba digitale – abbiamo visto come la copertina si stia liquefacendo fra le dita di chi se ne occupa: ne resta solo un ectoplasma incorporeo e spesso lillipuziano, adattato alle esigenze degli scaffali digitali. Continuiamo dunque a fare a pezzi affettuosamente il libro e a scoprire la nuova parte in commedia dei suoi elementi costitutivi. È il turno dei risvolti – o alette – e della quarta di copertina, spesso riassunte gergalmente con il termine paratesto (impropriamente, perché si tratta di un termine ombrello più ampio che racchiude tutto ciò che sta attorno al testo, dalla copertina al colophon, passando per introduzioni e postfazioni). Parliamo insomma di tutti quei “piccoli testi” che presentano, inquadrano, profumano il testo principale – quello che solitamente chiamiamo “libro” identificandolo con il suo contenitore – invitando il potenziale lettore a scoprirlo e apprezzarlo. Se la copertina è il ritratto del libro e insieme il suo biglietto da visita, quarta e alette sono il suo curriculum e la sua lettera di presentazione. Sono

sono le librerie stesse a scegliere come organizzare queste informazioni, dove collocare questi testi e quanti prevederne. In poche parole: le librerie online sono diventate gli editor degli editori, facendo proprio il diritto di intervenire sui testi modificandoli, abbreviandoli o arricchendoli per adattarli agli spazi che decidono di dedicare a questa funzione. Il fulcro del cambiamento è proprio il sovvertimento di questi spazi: mentre i testi pensati per quarta e alette prima occupavano l’area loro allocata su un oggetto fisico prodotto e controllato dall’editore (il libro cartaceo), oggi utilizzano spazi dimensionati e messi a disposizione dalle librerie digitali. Occupano insomma parte della “metratura” a disposizione sulle pagine web che fanno da vetrina e da scaffale. Chiaramente i rivenditori utilizzano ampiamente i testi forniti dall’editore – in fondo chi conosce il libro meglio di chi l’ha pubblicato? – ma non sono tenuti a farlo, non sono tenuti a mantenere il testo intatto, e questa è una differenza fondamentale. Il gesto di notare un libro su uno scaffale, prenderlo in mano, girarlo per leggere la quarta o aprirlo per leggere le alette, viene sostituito nel


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mondo digitale dalla lettura (spesso più frettolosa) di informazioni su una pagina web. Pagina che, nel caso di browsing su dispositivi mobili, potrebbe essere rimpicciolita tanto da scoraggiare una lettura vera e propria, favorendo lo skimming, una scorsa superficiale e frettolosa del testo. Inoltre, come è ovvio, ogni store utilizza standard diversi e ha pagine web impostate in maniera differente, che allocano ai testi descrittivi uno spazio variabilissimo. Capita dunque di vedere lo stesso testo “di quarta” tagliato abbondantemente su una vetrina virtuale e ampliato, attingendo alle più varie fonti, su un’altra. Che fare dunque, nel momento in cui ci si accinge a lavorare a questa parte paratestuale di un volume, per poi affidarla alla sensibilità di ogni singolo rivenditore? Come nel caso della copertina non c’è una risposta giusta, non c’è (ancora?) una prassi consolidata. L’azzardo migliore sembra quello di pensare modularmente. Dire addio insomma alle lunghe, spesso troppo lunghe, quarte di copertina dei tempi andati. Dire addio a biografie degli autori che spesso sfidano il libro stesso per estensione. Occorre iniziare a pensare per blocchi di informazione, riportando subito gli elementi essenziali, nella speranza che almeno le prime righe siano utilizzate dalla grande maggioranza dei rivenditori, dividendo per tipologie il contenuto che si vuole trasmettere ed evitando lunghi discorsi destinati a non essere letti. Andrà limitata all’essenziale anche la biografia dell’autore/autrice (rimandando ovunque possibile alla pagina web a lui/lei dedicata sul sito dell’editore o alla sua pagina personale). Non facciamo l’errore di dare per scontato che ragionare in un’ottica “libresca” sia la strada vincente. Oggi vanno studiate con attenzione le strategie utilizzate in mondi un tempo lontanissimi e oggi contigui nella frontiera, come quello dei videogiochi e delle app: poche informazioni, approccio diretto, grande visibilità alle recensioni (anche degli utenti). Nessun poema esteso ma tanti haiku. La frontiera non tollera i sofismi e gli sproloqui, punendoli con l’irrilevanza. Il mestiere dell’editore diventa, sempre più, una lotta per tenere la testa dei propri contenuti fuori dal livello delle rapide, sfruttando la velocità della corrente per diffonderli ma evitando di essere trascinati via e dimenticati.


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A I R A R E T T E L A I Z N E G ’A L L A A T S I V R E T IN Aprire

di STEFANIA AUCI

U

n autore che cerchi un agente letterario vuole raggiungere o mantenere il successo. Vuol trovare il suo personale mago di Oz, che gli regali una formula per un esordio rapido e indolore e contratti che fioccano a uno schioccar di dita. Questo agente non esiste, almeno non nel panorama editoriale italiano. Esistono però professionisti che interpretano il loro ruolo con passione e rispetto, coniugando una conoscenza profonda del mercato a una buona dose di coraggio e “spalle larghe” che si traducono in un impegno completo verso l’autore e il suo manoscritto. Lo stesso tipo di responsabilità che viene richiesto a chi lo scrive, quel testo, poiché scrivere significa “sporcarsi le mani” con le proprie emozioni, spostare più in avanti il traguardo da raggiungere, non aver paura di osare e contaminare. Questa è la filosofia alla base della Vicolo Cannery, una giovane ma apprezzata agenzia letteraria creata da tre professionisti del settore che hanno deciso di mettere in comune le proprie esperienze per – come dicono loro stessi nel corso dell’intervista – reagire alla crisi e non subirla. Il mondo editoriale italiano sta facendo i conti con una crisi epocale. Un momento di passaggio nel quale le case editrici ripropongono modelli e prodotti ultra sperimentati nella speranza di trovare un successo che non arriva. Questo è legato solo in

la pagina e lasciare che le storie v’entrino strisciando da sole. J. Steinbeck

parte alla crisi economica: trova una sua ragion d’essere nella saturazione del mercato con prodotti-cloni che non stuzzicano in alcun modo l’interesse del lettore. I “protagonisti” di questa avventura sono tre, anzi quattro, come D’Artagnan e i Moschettieri;


invisibili, nelle pieghe profonde, nei coni d'ombra, ed è lì che vanno cercate. Aggiungi che Cannery Row è considerato da alcuni un antesignano della letteratura beat, e che di sicuro è il libro più “letteralmente” on the road di Steinbeck, e il gioco è fatto. Era un nome perfetto. SL: Tre soci, tre persone con cammini culturali e umani diversi. Come vi siete conosciuti e quando è nata l'idea di metter su un'agenzia come la vostra? TdL: Ci siamo incontrati per caso, a Roma, in tempi diversi. Ho conosciuto Corrado nel gennaio del 2010, in una libreria vicino a piazza Navona, alla prima lezione d'un corso in editoria. Diciamo che è stata una conoscenza... onerosa, visto che la quota d'iscrizione al corso ammontava a circa 3000euro. Comunque l'idea di fondare un'agenzia letteraria è stata sua. Mi fece la proposta un anno più tardi. Eravamo entrambi fermi, le cose non giravano granché, e lui ebbe l'intuizione di provare ad agire la crisi, invece di subirla. Insomma, se c'è poco lavoro, proviamo a inventarne uno, diceva. Confesso il mio scetticismo di allora. L'anagrafe mi ha dato modo di misurare una certa retorica anni Novanta sull'intellettualità diffusa e la “classe creativa”. Quella – per intenderci – che celebrava le mille possibilità di liberazione dai vincoli del salario e dalla dipendenza della prestazione d'opera attraverso modelli d'impresa “socialmente sostenibili”, capaci di contendere alla committenza ambiti di manovra o spazi di autonomia. In quel periodo si parlava di «impresa politica autonoma». È un discorso che ha illuso un sacco di gente, prodotto danni incalcolabili e generato un esercito di precari. Oggi, al di là dei timori iniziali, posso dire che l'intuizione di Corrado è stata giusta. A debita distanza da letture ottimistiche, era quello che andava fatto e ne valeva la pena. Tommaso Giagni l'abbiamo conosciuto poco tempo dopo grazie a Marco Di Marco, editor della Narrativa italiana Marsilio. Quindi, di fatto siamo partiti tutti insieme, ai tavolini di uno storico bar di via del Pigneto. Ci abbiamo messo un attimo a intenderci. Stessa insofferenza, stessa voglia di fare. Peraltro, a proposito di poetica e “margini”, Tommaso è quello che – per ragioni di ordine letterario – lavora maggiormente

Editoria

Tommaso de Lorenzis – che è la voce narrante di quest’intervista –, Corrado Melluso, Tommaso Giagni e infine, last but not least, Martina Giorgi, ovvero la graphic designer. Fedeli all’idea che contino i fatti più che le parole, gli agenti della Vicolo Cannery hanno un SITO, gestito da Martina Giorgi, dove periodicamente pubblicano racconti e brevi saggi dei loro autori. Ciò che si coglie da quest’intervista insolita e molto interessante è proprio il coraggio e la voglia di “andare oltre”, di frantumare schemi e canali di comunicazione su cui si basa l’editoria, oggi. Ed è forse questo coraggio, questo spirito di innovazione che potrà ridisegnare gli equilibri del mondo editoriale per traghettarci in una nuova fase in cui, è il caso di dirlo, “niente sarà più come prima”. Tommaso de Lorenzis ha risposto, a nome di tutti e tre, alle domande che Speechless ha posto loro. Speechless: Vicolo Cannery, un nome che – è il caso di dirlo – è tutto un programma. Come mai avete scelto questa denominazione, e perché proprio Steinbeck? Tommaso de Lorenzis: Cercavamo un nome che si collocasse all'incrocio tra letteratura e territori, e che richiamasse le mille storie dei “margini”, di ciò che – in apparenza – è lontano dal centro. Le vicende dell'umanità di Cannery Row erano perfette e si prestavano al gioco di significati ambivalenti. Nell'incipit del romanzo, Steinbeck scrive che gli abitanti di Vicolo Cannery, a Monterey in California, «sono, come disse uno una volta, “Bagasce, ruffiani, giocatori e figli di mala femmina”, e intendeva dire: tutti quanti. Se costui avesse guardato attraverso un altro spiraglio avrebbe potuto dire: “Santi e angeli e martiri e uomini di Dio”, e il significato sarebbe stato lo stesso». Ecco, come in letteratura, anche nella vita è tutta una questione di prospettive, di punti di vista, di modi di vedere le cose. Per noi la duplicità dei reietti di Steinbeck è diventata un'allusione ironica, una buona metafora per ricordare che le distinzioni tra “centro” e “bordi”, “in” e “out”, “underground” e “mainstream” sono saltate da un pezzo. Che nell'industria culturale esiste un'intelligenza collettiva messa al lavoro, centrale a tutti i livelli ma disconosciuta in termini di reddito e diritti.

49 Che le storie crescono spesso negli interstizi


sul rapporto tra centro e periferie, e sul confine sfuggente che separa il primo dalle seconde, come testimonia L'estraneo, il suo romanzo d'esordio uscito nel maggio dello scorso anno per Einaudi Stile libero. Ad ogni modo, più che di “tre soci” parlerei di quattro amici (e molto più) che – da circa due anni – condividono i tempi della quotidianità. L'agenzia non esisterebbe senza l'apporto complessivo e, in particolare, il lavoro di selezione iconografica di Martina Giorgi, che dal primo post “veste” il sito e crea di fatto lo stile con cui stiamo sulla scena pubblica. SL: Nel panorama editoriale italiano, la Vicolo Cannery si segnala per l'attenzione agli scritti di saggistica e per la scelta di autori e di romanzi "outsider". Che risposte avete avuto da parte degli editori per questi generi? TdL: In realtà il nostro interesse per la saggistica riguarda più le inclinazioni personali che una vera e propria “linea d'agenzia”. Ci accomuna uno sguardo laico e privo di pregiudizi. Nel lavoro editoriale non accettiamo gerarchie precostituite né discriminiamo tra saggio e narrativa, narrativa del “vero” e narrativa di finzione, “Letteratura” con la “elle” maiuscola e letteratura popolare. Personalmente nutro grande interesse per forme di scrittura ibrida, per quel tipo di espressione che si colloca a metà strada tra saggio, biografia, narrazione letteraria, e che guarda – tra le altre cose – ai modelli del new journalism d'oltreoceano. Di certo sul nostro sito ospitiamo interventi d'una saggistica disinvolta e pop, che spesso ammicca ai popular culture studies.

Circa gli autori e i romanzi va precisato che l'attenzione al cosiddetto “genere” non è marginale. Gli editori sono continuamente alla ricerca di romanzi incardinati sugli schemi della letteratura pop. Basti pensare alla grande bolla della crime story che ha segnato – nel bene e nel male – la produzione libraria degli anni Zero. Noi accettiamo di giocare la partita, convinti che la grammatica dei generi vada reinventata di continuo, liberando il campo da banali ricalchi o pedisseque riscritture. Uno degli aspetti più interessanti del pop letterario d'inizio secolo, in Italia, è la sovversione “segreta” del registro medio: cioè quel lavoro sulla lingua che si consuma nei rovesci d'una prosa apparentemente colloquiale e ordinaria, dominata dalla terza persona e da un andamento regolare. Invece, per quanto riguarda il registro comico che – in declinazioni differenti – caratterizza i lavori di due nostri autori come Gianni Solla e Mattia Torre, beh, in quel caso vale quasi una ragione “politica”. L'Italia ha smesso di ridere o – peggio – ha cominciato a ridere male: più o meno dagli anni Ottanta in avanti. Ed è paradossale per un Paese che sul comico ha costruito la fortuna delle proprie arti: da una certa poesia alla commedia dell'arte, fino alla commedia all'italiana. Per noi, una black comedy come Il fiuto dello Squalo di Solla o i lavori di Torre, sospesi tra narrativa e teatro, sono una scommessa nei termini d'una vera e propria “rieducazione” alla risata. SL: Rapporti con gli autori. La cosa più buffa che vi sia capitata di sentirvi dire e/o leggere.

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SL: Siete tre persone con background diversi. Come lavorate sui testi che giungono sulle vostre scrivanie? Quali sono le basi, a vostro avviso, per un buon lavoro di squadra in un campo "particolare" qual è quello della scrittura? TdL: Se viene fatto bene, il lavoro collettivo produce un incalcolabile valore aggiunto e la differenza di background da problema trasmuta in occasione. Il fatto che abbiamo trascorsi diversi e differenti attitudini diventa una grande risorsa quando “incrociamo” le letture dei testi. Il giudizio su qualcosa che esula dal naturale campo di occupazione e interesse richiede una maggiore assunzione di responsabilità, insieme a un esercizio di disciplina teso al contenimento di gusti, orientamenti, idiosincrasie. Il confronto continuo è la premessa per fondare questo tipo di condivisione, per socializzare gli specifici delle singole esperienze. Come in tutte le realtà collettive non mancano gli scazzi e i confronti accesi, ma – senza cedere al politicamente corretto – aiutano pure quelli. I testi su cui lavoriamo sono selezionati sostanzialmente all'unanimità. Puntando su un numero contenuto di titoli, dobbiamo basarci per forza di cose su un convincimento solidissimo. Anche perché i nostri editing sono gratuiti e questo significa investire tempo e lavoro in assenza di un immediato riscontro economico. Una pratica di questo tipo pretende una fortissima comunanza di intenti. E alla fine meriti ed errori sono sempre e rigorosamente di tutti. SL: Quali sono gli autori che un aspirante autore tassativamente dovrebbe leggere prima di dire "Ho scritto un romanzo”? TdL: Qui rispondo a titolo del tutto personale. Per quanto mi riguarda non s'impara a scrivere leggendo. O meglio: non ci sono letture vincolanti – tassative, per l'appunto – senza le quali non si ha il “diritto” di scrivere un romanzo. Se uno mi dice che ha imparato a usare le tecniche narrative guardando i film di Sergio Leone, sfogliando fumetti, “drogandosi” di fiction tv o leggendo per tutta la vita due geni come Salgari e Dumas, a me va benissimo. Non pretendo la conoscenza di Kafka, Joyce e Proust. Leggere serve – oppure dovrebbe servire – a editor, critici, storici e teorici della letteratura. SL: Il mercato editoriale italiano viene spesso accusato di essere provinciale, legato a logiche

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E la cosa più bella. TdL: La più buffa, e tragica: «Sono scrittore, poeta, artista». La più bella: «Avevo deciso di non scrivere più». Questa è stata detta la mattina del 7 febbraio 2011, in un bar di fronte alla stazione centrale di Milano, prima di andare a chiudere con successo un accordo editoriale. SL: 2012, annus horribilis dell'editoria italiana, specialmente dell'editoria indipendente. Quali sono le prospettive per il 2013? TdL: L'impressione è che questa crisi non sia congiunturale, bensì strutturale. Un uragano, dopo il quale niente sarà più come prima, che ha pesantemente inciso sui fondamentali del settore, determinando un calo di tutti gli indicatori: prenotati, tirature, anticipi, venduti, numero dei cosiddetti “lettori forti”, ecc... In questo senso, il ragionamento anno per anno è fuorviante. Se anche il 2013 registrasse un'inversione di tendenza, siamo comunque in un “dopo Cristo” del mercato librario. La prospettiva dovrebbe essere quella del medio-lungo periodo, l'unica temporalità in cui è possibile immaginare significative innovazioni e misurare la bontà di investimenti strategici. SL: Quali sono le caratteristiche che deve avere un manoscritto per interessare voi e, in seconda battuta, gli editori? TdL: Semplicemente dev'essere un buon libro. La nostra idea è che la furbizia, il calcolo commerciale, la ricerca della tendenza o della moda – alla lunga – non paghino. Non importa che si tratti di un poliziesco, d'una commedia nera o di un romanzo caratterizzato dalla ricerca linguistica. Certo, non sempre i buoni libri vengono pubblicati e si prova tanta frustrazione quando un titolo in cui hai creduto non trova un piazzamento editoriale. Il problema è che non esiste, almeno per noi, il discorso inverso: cioè, l'individuazione d'una chiave che in astratto possa incontrare il favore dell'editore, prima, e del pubblico, dopo. Anche perché il successo dei libri, il più delle volte, è dettato da clamorose botte di culo o da ragioni imperscrutabili. Diciamo spesso che ci piacerebbe trattare perfino romanzi di fantascienza, genere che, dopo il fenomeno sociale del cyberpunk nei Nineties, è diventato un filone disgraziato. Quindi, nessuna preclusione pregiudiziale.


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nome di quella che taluni chiamavano “paraletteratura”. SL: Con quale interesse e come vi ponete dinanzi al mercato digitale? Credete che esso possa davvero risollevare le sorti dell'editoria italiana, come alcuni affermano, o si tratta di una modalità di pubblicazione che si assesterà su logiche diverse e proprie rispetto a quelle del mercato cartaceo?

TdL: I commerciali delle case editrici esibiscono da un po' di anni grafici con diagonali che svettano a indicare la crescita del mercato digitale e dell'e-book. Io non credo nella palingenesi a mezzo pixel. Rispetto all'Italia immagino una situazione in cui l'e-book affiancherà – come già accade – il cartaceo, sollecitando particolari forme di consumo, complementari a quelle tradizionali. Detto questo, è bene specificare che il vero salto tecnologico non è stato ancora compiuto. Il libro digitale non è una versione smaterializzata di quello cartaceo. Dovrebbe essere piuttosto una forma espressiva nuova che mette in discussione la stessa nozione di autore, aprendo al lavoro collettivo, alla ricerca di equipe, all'elaborazione di prodotti in cui si mischiano davvero immagini, testi, contenuti audio-video e perfino elementi ludici secondo inedite regole di significazione. Quella è la vera frontiera. SL: A vostro avviso, cosa manca oggi al mercato editoriale in Italia per uscire dalla crisi? TdL: Direi il coraggio. La risposta degli editori alla crisi è stata la reiterazione di formule vincenti nel passato. Parlo di generi, titolazioni, confezionamenti, campagne di marketing e via dicendo. L'assioma recita: «Ciò che ha funzionato prima deve funzionare anche ora». E invece non è così. Per il semplice fatto che non è un assioma, bensì il mantra della paura, dello scongiuro e dell'autoconvincimento. Come non è detto che un prodotto straniero di successo debba essere declinato automaticamente in versione “made in Italy” con le medesime performance commerciali. Ho l'impressione che si sia persa quella capacità di sperimentazione che ha alimentato la letteratura italiana tra la fine dei Novanta e la metà degli anni Zero. Lo dico anche rispetto a quegli autori che ripropongono chiavi narrative ormai acquisite. Il punto è non farsi trovare mai dove ci si aspetterebbe, tentare di sparigliare o rilanciare. Di sicuro è un discorso pericoloso che presuppone un'importante assunzione di rischi. Ma è proprio nei periodi recessivi che occorre investire, scommettere, affilare il cervello e farsi venire buone idee. SL: In una parola: cosa cercano oggi gli editori italiani? TdL: Quello che cercavano ieri: libri che vendano.

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pseudointellettuali che spesso affossano libri e letture. Voi cosa ne pensate? TdL: Se ti riferisci a certi pregiudizi di matrice idealistica che inquinavano la produzione libraria, discriminando – ad esempio – tra generi e letteratura “alta”, credo che queste posizioni conservatrici e oggettivamente “di destra” oggi siano residuali. Gli anni Zero hanno affermato nuove centralità, rovesciato gerarchie, sdoganato chiavi espressive. Di sicuro in questo processo c'è stato anche un aspetto negativo, un backlash, una contro-spinta normalizzatrice, legata all'inflazione di un particolare genere, al banale ricalco dei modelli, alla riduzione di complessità dei registri sotto la dittatura della commedia d'ambiente. Penso a quello che è successo nel giallo post-camilleriano dove ormai prevalgono le chiavi di un'ironia comoda che punta quasi tutto sugli effetti dell'ingiuria dialettale e della battuta facile. Tuttavia, se attualmente, in Italia, esiste una cittadinanza più larga in campo narrativo, è merito delle battaglie condotte nel


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Non so se questa puntata verrĂ pubblicata perchĂŠ sto sforando lo sforabile, ma sarebbe un peccato (eppuoi capire): un amico che segue un corso di scrittura mi ha inviato i consigli del suo Maestro ('M' rigorosamente maiuscola). Lui li ha registrati e trascritti. Io ve li propongo, appena riscaldati. Si vada a cominciare. Statemi sani, Giovanni giovanniarduino@gmail.com

P IX E L RUBATI di GIOVANNI ARDUINO


... PERCHÉ la cosa più importante sono i polpi. Insomma, non fai un buon romanzo se non ci metti i polpi. Da qualche parte devi infilarceli. In particolar modo in un buon romanzo fantasy. Dai, togliamo anche buono, sia da romanzo sia da fantasy. Se fai un romanzo, punto. Anzi, no, forse no. Se fai un romanzo che vende. No, che venda, bisogna ricordarsi del congiuntivo. Però, se devi scegliere, butta a mare il congiuntivo e conserva i polpi. Oppure butta a mare anche i polpi che loro ci stanno benissimo, lì dentro. Ci sguazzano. Il congiuntivo meno. Mi raccomando, cerca di conoscere il tuo polpo. Guardalo dritto negli occhi come farebbe l’ispettore Callaghan. Non chiederti che cosa c’entri adesso Clint Eastwood ma fallo lo stesso. E mi raccomando, polpo, non polipo, ché sono due cose diverse. Con il polipo il romanzo non è buono. Insomma, non vende. Con il polpo invece sì, ti giuro. Il polpo lo puoi ficcare dappertutto. Se vuoi il fantasy, ci sono le regine polpo i re polpo i principi polpo i mostri polpo i draghi polpo i nani polpo gli elfi polpo i maghi polpo gli stregoni polpo i troll polpo. Se vuoi l’horror ci sono i vampiri polpo i lupi polpo i frankenstein polpo gli spettri polpo gli zombi polpo (mi fermo prima). Se vuoi il thriller, mi stoppo addirittura con più anticipo: il detective polpo e la femme fatale polpo. Sono sufficienti e farai un figurone. Si schioccano certi baci a ventosa che lévati. Se vuoi lo storicomistericofinancoesoterico, l’incunabolo maledetto

del polpo segreto è la via dritta e sicura; trova una ricetta adatta e cucina il polpo dove vuoi tu, magari in una biblioteca o in una catacomba. Nel caso, indicato il polpo albino: fa la sua polpa figura. Se vuoi l’erotico, già prima abbiamo parlato di ventose, che altro bisogna aggiungere, l’octopus porn (per gli amanti del genere octopussy porn, e chi vuole capire capisca) è il filone che tira e fa tirare da New York a Crescentino, e suo protagonista incontrastato è il polpo con la frusta. Ventose, frusta, inchiostro, tentacoli, dai, fermiamoci di nuovo. Se vuoi la nuova letteratura semi-chick per lettrici semi-ebasta che si vergognerebbero a leggere svevacasatimodignani ma in realtà farebbero meglio a, ci sta il polpo tiffany e il polpo che profuma di polpo. Eppoi, se non ti sconfinfera, considera le classifiche: l’oroscopolpo, il gramepolpo che pare non porti gramo (a dispetto del nome) ma piace tanto ai lettori de La Stampa, la polpozzetta che fa ridere le polpozzette con battute di alto polpo, oppure... Per i ragazzi, mi chiedi? Beh, i piccini adoreranno Polpo Polpilton (su, il nome te lo regalo) mentre per i più grandicelli Polplight è polpo vecchio che può ancora fare buon brodino di pesce (anche qui, titolo regalato). Come dici, non vuoi parlare di polpi ma preferisci storie vere? E che, il polpo è falso? Vabbe’, ricominciamo: a Napoli, da un container escono centinaia di polpi morti... Su, su, prendi appunti, se no che mi paghi a fare.

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LE ROSE CHE NON POLPI

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di SERGIO BEVILACQUA

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e r o it d e n u i d a r e t t Le a uno scrittore...

C

aro S., conosco la tua bella scrittura italiana e, riguardo al confronto con la letteratura straniera, ti rispondo osubito. Su madrelingua e traduzioni, la risp tile sta è pur troppo semplice e tranchant. Inu sta girarci intorno: la traduzione o è disone overso lo scrittore o è disonesta verso il lett rapre. Cioè, il suo risultato è l’effetto di un nte. por to asfittico tra il significato e il refere deIl testo tradotto o soffre d’insufficienza anotativa perché per non padroneggia abb ione stanza il referente (deficit di significaz ica in entrata) o soffre d’infedeltà semant sirispetto al testo originale (arbitrio nella gnificazione in uscita). Se ti sembra esagerata la critica alle tra lo è. duzioni, ti segnalo che agli stranieri non ioni Negli Stati Uniti, un mercato da 500 mil blidi copie all’anno, nel 2011 sono stati pub un cati 15 (dicesi quindici) titoli italiani, per e in totale di non oltre 200.000 copie vendut e un anno! Quindi è evidente che lì sanno ben no qual è il deficit delle traduzioni… E san eraanche come difendere la loro civiltà lett e ria, che artisticamente non è assolutament so superiore alla nostra. E io, caro S., lo pos testi ben dire, alla luce iperrealista di quattro (in inediti al giorno di tutti i generi letterari ole) gran par te romanzi di oltre 50.000 par che la mia casa editrice riceve in media.

E quindi, caro S., quando hai fatto il mashai simo possibile nella tua lingua, cioè si, dato nitore a lessico, grammatica, sintas ermacrodrammaturgia (nel racconto div )e samente che nel romanzo, come ben sai ro microdrammaturgia, hai prodotto di sicu ere una buona prova d’arte, e puoi solo ess que un madrelinguista. L’ottimo su questi cin sapiani è rarissimo (ma non è solo respon di bilità tua, S.!), in quanto tesse una tela re enorme complicazione, che non può ave a falle: il progetto è sempre semplice (un’ide proletteraria, una trama…) anche se, poi, la sduzione eccellente è enormemente comple que sa, per il rispetto microscopico dei cin co. punti, in modo singolare, plurale e recipro que Quando si ottiene che quella stella a cin fipunte brilli, è già arte finissima (in arte , Ingurativa qualcosa che somiglia a David poi, gres, Vermeer, Canova…). Per riuscire, ndo a produrre arte non soltanto maneggia gi la lingua, ma maneggiandone anche le leg ani, (Turner, Van Gogh, gli affreschi pompei re Rodin, Caravaggio…), ci vuole un superio te, senso sistemico della stella a cinque pun o di che brilli lo stesso pur se di sghimbescio profilo… Ma caro S., non estenuarti… La luminosità della stella a cinque punte e. è condivisa con un’altro soggetto: l’editor


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ì l’ar tista con la pubblicità: più si mostra Cos to tut to fat ha e tor edi un afaCaro S., quando meno dimostra. Lo scrittore dev’essere isib pos nte me nal sio fes pro quello che gli è sico. (che le per valorizzare un processo artistico o che la scrittura ritrova il suo deecc Ed le è re, itto scr uno no me nem e non è un’opera e il suo stile. E l’albatros di Baudelaire o cor ealm è e, itor l’ed lui, cui di e, iem due cose ins spiega il resto. iene no l’emulsione) e di proiettarlo dove avv grossolano, S.: capisci il proere di ess nte n me No sua la dal ne, izio fru la del la magia i del personalismo, accetta e rirat per libe so, ori, ces lett i ti tut di nte me alla fino garante l’aiuto. Nei mercati delle altre lingue i taosc loro con le per do san pas no, sia i ess quanti ntali (inglese, spagnolo, por toghese, ide occ to. fini è re stie me suo il sche, esco e francese) questo aiuto si chiama, ted sco o sso mo pro n No ia Ha creato l’ar te. perlopiù, Agente Letterario, mentre in Ital ne. azio cre alla to ora lab toper to: creato, col questo aiuto si chiama quasi soltanto Edi il è che e, ent iam ovv , iale e Sul versante editor re. E deve essere un aiuto vero: non ti dev . era l’op e ien avv to tan sol e del versante però dov privare del volare, anzi! Ti deve dotare Itain se he anc , nte rca me un L’editore non è E non deve essere come il gatto ! are min cam rvi. iste lia è costretto a esserlo e quindi a res pe! Non dev’essere come il vecchio vol la e arso ces L’editore è un co-artefice del suc io assassino di Coleridge o i derisori rina ma o ent am ion tistico, e ciò consiste nel per fez i baudelairiani… Deve essere come rina ma o ent am ion dell’opera d’arte letteraria, per fez fratello amoroso, dalle spalle larghe e dal un rove ing to, itche avviene nell’iperbole del tes cuore buono, il primo lettore e l’ultimo scr un e com to cia nabile dallo scrittore: testo lan tore del tuo testo. la bril e dov ne, izio fru la del rso ive l’un razzo nel Deve essere un Editore. io. esc imb sgh di o tta diri te, pun 5 a la stella E così, vola via di nuovo, S.: vola alto, alroant pio em l’es bel più Lo scrittore è il batros, per il cielo dei mari del sud! tivo mo o ios ogl org e le pologico del natura tedell’esistenza della comunicazione: il con tare nuto. Non posso fare a meno di consta e che l’animazione che lo scrittore produc pito nel lettore col suo testo avviene a sca tro del suo parlare. Come un burattinaio die (il la baracca, se vuole che il suo burattino otesto) sia espressivo, deve rimanere ass e lutamente immobile, mostrare unicament enatarassia, distacco da contenuti e sentim ino ti: ed ecco, come per magia, il suo buratt i. (il testo) esprimere contenuti e sentiment


di GABRIELLA PARISI

L'ALTRO MODO DI LEGGERE A

prire una casa editrice è sempre una scelta coraggiosa. Nel caso di Emons il coraggio è amplificato dalla particolare linea editoriale, dal momento che si occupa di audiolibri. Cinque anni fa tre amici esperti e appassionati di editoria, Hejo Emons, Viktoria von Schirach e Axel Huck, si sono accorti che in Italia mancava quello che in altri paesi era una salda realtà da tempo. Hanno deciso di provarci, chiedendo ad amici autori se volevano leggere i loro romanzi. Grazie a Sandro Veronesi, Gianrico Carofiglio, Francesco Piccolo, Giuseppe Culicchia e Melania Mazzucco, Emons ha potuto realizzare i primi audiolibri. «All'inizio dovevamo convincere gli editori e gli agenti a cederci i diritti audio» dice Viktoria von Schirach, fondatrice e direttrice editoriale. «Non era facile, ma grazie all'aiuto dei nostri autori ci siamo riusciti. Un altro scoglio molto arduo da superare era la Siae che protegge il diritto d'autore, e con cui bisognava studiare una procedura per questo nuovo prodotto editoriale. Ci sono voluti tempo, pazienza e molta tenacia. Ci siamo però subito alleati con altri editori di audiolibri che erano già presenti sul territorio, Il Narratore e Full color sound, e abbiamo creato un'associazione, AEDA, che avesse il compito di aiutare l'audiolibro a farsi conoscere. È stata un’importante conquista la creazione di aree audio nelle librerie e di spazi per le recensioni sulla stampa. Grazie all'AEDA abbiamo potuto istallare dei juke-box in quasi trenta librerie. Questo permette al cliente di "assaggiare" gli

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intervista a

EMONS

audiolibri


audiolibri che rispetto al libro stampato hanno il problema di non poter essere sfogliati. Per la Emons in particolare la creazione di coproduzioni col marchio congiunto è stata molto positiva: con Marsilio, con Feltrinelli, con la LEV. Da quando esiste la co-produzione con Feltrinelli, poi, la collana Emons-Feltrinelli, siamo più visibili nelle librerie Feltrinelli, e questo è stato un passo importante». Nel 2011 secondo il rapporto sullo stato dell’editoria in Italia a cura dell’Associazione Italiana Editori, il fatturato degli audiolibri è stato di circa 700mila euro ed è in continuo aumento. Questo significativo incremento è

dovuto al fatto che tutto il mercato digitale è in piena crescita e raggiunge il 9,9% di quello complessivo. Se fino a poco tempo fa i fruitori di audiolibri erano soltanto i non-vedenti e gli ipovedenti, oggi in molti si rivolgono ai file audio per poter gustare il piacere della lettura, nonostante la vita frenetica. In auto, mentre si fa sport o mentre in casa si svolgono le faccende quotidiane si può «leggere» un libro ascoltandolo dalla voce narrante di un attore o dello stesso autore. Noi di Speechless abbiamo intervistato Viktoria von Schirach, Francesca Tabarrani, dell’ufficio stampa e Flavia Gentili, direttrice di

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59 CLAUDIO SANTAMARIA DURANTE LE REGISTRAZIONI (g.c. Emons ©)


produzione di Emons per comprendere qual è la realtà italiana degli audiolibri. Speechless: Molti dicono che il piacere dell'ascolto non sia equivalente a quello della lettura. È davvero così? Qual è il suo parere? Emons: Sono due piaceri diversi ma al tempo stesso, trattando la stessa materia – che è poi la lettura –, simili. Uno non annulla l’altro, anzi, si sostengono a vicenda. D’altro canto, l’oralità è parte del nostro Dna: prima che i libri si diffondessero nella loro meravigliosa forma cartacea, erano raccontati ad alta voce. Diciamo che sono due modi di godere la lettura. Noi citiamo spesso, a questo proposito, una bellissima frase di Stefano Benni: “Non c’è né rivalità né inimicizia tra libro e audiolibro. È un confronto tra due diversi incanti”. S: In base a quali criteri scegliete i libri da pubblicare? E: Ne parliamo durante accese riunioni di redazione, improntate su una buona dose di spirito democratico e dove senso pratico e passione si incontrano e, a volte, anche si scontrano nella scelta di un titolo, un autore, un attore, un progetto. S: Nel caso di classici stranieri, in base a cosa scegliete l’edizione italiana da trasformare in audiolibro? E: Due sono gli elementi imprescindibili: la qualità della traduzione e la possibilità di ottenere dall’editore in cartaceo i diritti di riproduzione audio. S: A parte i non-vedenti e gli ipovedenti, chi sono oggi i più grandi fruitori di audiolibri? E: I lettori forti e sicuramente i lettori nella fascia d'età 35/40 anni. O i bambini, che adorano ascoltare qualcuno che legge loro le storie. S: Nella realizzazione di un audiolibro solitamente scegliete per leggere il testo o lo stesso autore, oppure un attore/doppiatore di grande esperienza. Come fate a capire qual è il lettore più indicato per uno specifico testo?

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E: Anche qui le riunioni di redazioni giocano una parte importante. Dopo cinque anni, ci siamo resi conto che a volte funziona l’istinto: riflettendo su un titolo, l’associazione con una voce, e quindi un volto, è spesso immediata. Ci piace pensare che per ogni libro ci sia il suo lettore. S: Secondo voi, la lettura da parte di un professionista è un valore aggiunto che aiuta il lettore a comprendere meglio la trama e il messaggio di un romanzo? O per la comprensione sarebbe meglio che il lettore vedesse il testo con i propri occhi? E: Come per l’appunto dice Benni, libro e audiolibro sono due diversi incanti. Anche a livello di comprensione del testo, offrono due chiavi di lettura differenti, ma ugualmente valide. L’audiolibro a volte, grazie all’abilità del lettore (autore o attore che sia), soprattutto quando il testo è complesso (per esempio con Gadda o Saramago), indubbiamente scioglie quei nodi


– ascoltare uno di questi capolavori nella loro interezza è un'esperienza nuova e sorprendente. La musicalità del linguaggio, la capacità degli autori di catturare l'attenzione del pubblico vengono evidenziati di più che non leggendolo su carta, e questo è sicuramente un elemento positivo anche per la didattica. S: Come nasce un prodotto Emons, quali sono le fasi salienti della preparazione di un audiolibro? E: Una volta stabiliti titolo e lettore e verificata la disponibilità dei diritti, si entra in sala di registrazione. Questo è il tratto del percorsoaudiolibro più affascinante, il momento in cui la parola scritta si fa voce. E poi, una volta terminata la lettura, inizia il lavoro da certosino del fonico, che ascolta e quindi ricompone la lettura, così come in sala di montaggio accade per i film con il montatore. Nel frattempo, in redazione, si ragiona sulla copertina, sui testi per questa e sulla fase di lancio nelle librerie. S: Nella narrativa per bambini ascoltare i libri non è una novità – mi riferisco alle varie edizioni di fiabe sonore e all’abitudine di farsi leggere libri dalla voce dei genitori. Qual è il fattore innovativo di Emons rispetto al prodotto per l’infanzia? E: Meglio sarebbe chiamarlo fattore di recupero. L'approccio di Emons nei confronti dei bambini – rispetto appunto alle fiabe sonore che hanno sempre avuto anche l'accompagnamento della musica – è quello, molto semplice, di leggere una fiaba a voce alta, così come lo farebbero una mamma, un papà, un nonno o una nonna. Niente orpelli, solo la voce. S: Quali sono stati, finora, i prodotti più apprezzati dal pubblico e perché? E: Emons festeggia quest'anno il suo quinto compleanno. Da quando siamo nati, dunque, gli audiolibri in assoluto più venduti sono stati Orgoglio e pregiudizio letto da Paola Cortellesi, L'eleganza del riccio letto da Anna Bonaiuto e Alba Rohrwacher e Luna di carta di Camilleri

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Editoria

interpretativi – con il tono della voce, l’intonazione, il respiro – che la pagina muta non sempre rivela. S: La lettura è indubbiamente un mezzo educativo che può essere volto anche a perfezionare la conoscenza della grammatica e dell’ortografia. Ovviamente, chi ascolta anziché leggere non può trarne beneficio. Cosa ne pensate a proposito? E: Ci sono tanti altri vantaggi. I bambini allargano e perfezionano il loro lessico. Come quando si studiano le poesie ad alta voce, la ripetizione del suono permette di memorizzare meglio. I capolavori della nostra letteratura sono nati con la recitazione, quindi l'ascolto restituisce loro la qualità originale e ci aiuta a capire meglio la loro struttura. Questo vale in particolare per le nostre produzioni di epica – Odissea, Iliade, Eneide – che permettono il piacere dell'ascolto integrale di un classico di cui di solito si conoscono solo dei brani antologizzati


letto da Luigi Lo Cascio. Nel cercare di dire perché resta sempre uno spazio insondabile (come quello del passaparola per i libri), ma sicuramente il principale elemento vincente risiede in tutti e tre i casi nell'abbinamento perfetto tra testo e attore/lettore. Nell'adesione, nella rispondenza della voce a quel mondo che il testo evoca. Così succede per Paola Cortellesi che ha dato spessore e colore al microcosmo della Austen in maniera impeccabile; alla Bonaiutoportinaia; ad Alba-Paloma; a Luigi Lo Cascio che ci trascina nella Sicilia di Camilleri. Un titolo che, invece, sta andando benissimo oggi è Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana letto da Fabrizio Gifuni: in questo caso il successo dipende sicuramente dall'eccezionale bravura di un attore come Gifuni, che ha il merito di sciogliere, proprio attraverso la lettura, un testo tanto letterariamente complesso e renderlo più vicino a noi.

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GUARDA il backstage di EMONS e l'intervista esclusiva a Flavia Gentili, Direttore di Produzione

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Website: www.emonsaudiolibri.it Jukebox (pillole di ascolto gratuito)

da un problema ben più endemico: la mancanza di una seria, capillare, ragionata campagna a livello nazionale a favore della lettura, in qualunque forma essa si presenti. Certo, i numeri in Italia sono ancora lontani da quelli del mercato anglosassone, ad esempio. Ma l'audiolibro è protagonista di una costante, anche se lenta crescita. Le fiere – come quella appena conclusa al Palazzo dei Congressi dell'Eur, Più Libri Più Liberi – sono il termometro di un suo graduale affermarsi che vede attrarre a sé, e a noi, sempre meno scettici, sempre più curiosi e ormai una folta schiera di "audiolettori" forti. Che si trovano prima di tutto tra i lettori forti. Questo proprio perché l'audiolibro è solo un'alternativa, non un sostituto del libro. Per migliorare, si dovrebbe prima di tutto superare questa paura. Aiuterebbe anche che i primi a mettere da parte lo scetticismo, o l'indifferenza in tanti casi, fossero i giornalisti (fortunatamente non per tutti è così!): sarebbe bello avere un approccio maggiormente critico all'audiolibro, sempre più recensioni sui giornali o nel web, classifiche addirittura, come già avviene in Germania, America, Gran Bretagna.

Editoria

S: Esistono dei romanzi impossibili da trasformare in audiolibro? Quale progetto avete dovuto abbandonare, perché irrealizzabile? E: Crediamo che non ci sia testo che non possa essere letto ad alta voce e quindi realizzato in audiolibro. Se qualcosa ci ha, a volte, frenato è stata la lunghezza di un’opera – ma non sempre. Produrre un audiolibro è costoso, ore e ore in sala di registrazione, quindi di montaggio, e il mercato italiano, se pur più sensibile di cinque anni fa, ha ancora delle preclusioni nei confronti di un numero elevato di ore d’ascolto. Ma, alla fine, l’integralità del testo, che è uno dei nostri punti di forza, si è spesso rivelata la scelta migliore. S: In Italia il mercato degli audiolibri è in costante crescita, ma ancora troppo al di sotto della media di altri paesi. Cosa si può fare per migliorare? E: L’Italia è un mercato editoriale a sé. I tempi di assimilazione sono molto più lunghi. Pazienza, costanza, qualità, comunicazione e molto ottimismo. In realtà la ancora scarna diffusione e quindi recezione degli audiolibri sono generate


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Una rubrica di di MANUELA SALVI

MENAGERIE © KARI-LISE ALEXANDER


drammatiche eppur filosofiche) mentre agli autori italiani si chiede di volare basso. Di edulcorare. Di non pensare nemmeno di sfiorare certi argomenti perché poi i genitori si lamentano. I genitori dei giovani adulti, si intende, che hanno il radar in libreria ma una ventina di gradi di miopia davanti alla TV, visto che di quella non si lamentano mai. Ecco perché quando si dice Young Adult, in Italia non si è mai d’accordo. Chi è questo Young Adult? Che fa? Cosa legge? Cosa vorrebbe leggere? Nel dubbio, gli uffici marketing – terrorizzati – alternano momenti di impavida sperimentazione a ondate di perbenismo reazionario, costringendo noi scrittori per ragazzi alla psicoanalisi e allo smarrimento in una landa pericolosa chiamata Fascia d’Età. Così in libreria troviamo “Proibito” di

Giovani Adulti e Vecchie Volpi:

Come il mercato ha inventato la letteratura per ragazzi Ci ha regalato autori come John Green e Sarah Dessen. Scrivere romanzi per un pubblico di lettori che vanno dai quattordici ai diciassette anni è stimolante – leggi: finalmente anche noi scrittori per ragazzi possiamo ammettere che il sesso esiste e che qualcuno lo fa. Se scrivi uno YA, anzi, a volte sei obbligato a inserire del sesso. Quanto? Dipende dall’editore, ma è un primo punto fermo. Forse l’unico, a pensarci bene. Perché poi la definizione di YA sfuma in mille incertezze, specchio della cultura italiana Paladina dell’Infanzia Cieca e Infinita e dell’altrettanto infinita discussione tra esperti, autori, insegnanti e genitori, educatori e saltimbanchi su cosa sia giusto mostrare ai ragazzi, o meno. Salta all’occhio come i fortunati autori stranieri trattino i temi più disparati (incesto, omicidio, morte, cancro ma anche cose meno

Tabitha Suzuma direttamente dallo UK – storia di un amore tra fratello e sorella, molto intensa e vera – accanto a una serie di romanzi italiani in cui la psicologia dei personaggi adolescenti starebbe bene in una fiction della RAI (e non è un complimento). Divertente osservare i poveri librai alla ricezione delle novità. Proibito dove lo metto? Nella sezione YA? Ma è troppo vicina ai libri di Geronimo Stilton, solo due scaffali di distanza… e se qualche ragazzino lo sbircia? A nessuno è ancora venuto in mente di mettere i libri proibiti sotto una teca antiproiettile apribile solo con il riconoscimento vocale del libraio, ma in molte librerie si sceglie di spostare questi romanzi direttamente nella sezione adulti. Perciò da noi il lettore è più Young e meno Adult. Prendiamo nota. Come dovremmo prendere nota di ciò

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Editoria

N

oi abitanti del sottoscala siamo piuttosto confusi, al momento. Una volta era semplice vivere qui tra vecchie scope (magiche) e cataste di libri: sapevamo di essere autori per bambini e ragazzi ed eravamo felici, anche se impolverati e spesso dimenticati. Poi è arrivato lo Young Adult e niente è stato più lo stesso. Le fasce d’età, già storico problema, hanno invaso gli uffici marketing e le redazioni, trasformando delle banali conversazioni tra professionisti in messaggi in codice. — Questa serie è più 7-9 o 8-10, secondo te? — Ma un 9-12 può andare alle medie? — Per favore, potresti trasformarmi questo +11 che hai scritto in uno YA? Lo YA ha portato una ventata di freschezza nel settore, è innegabile.


INGREDIENTI PER SCRIVERE UNO YA CLASSICO:

che accade a volte a un romanzo che arriva dall’estero: viene etichettato per una fascia d’età più alta rispetto a quella d’origine. Cosa vuole dire? Prendiamo “Sette minuti dopo la mezzanotte” di Patrick Ness (sì, ancora lui, lo stracitato) che in Inghilterra e negli USA esce nella fascia 9-12. Pluripremiato da orde di ragazzini, osannato dalla critica, già studiato come un futuro classico, approda in Italia grazie a Mondadori nella fascia +12, scattando dunque verso i Teen. Il tema è difficile, un genitore con un cancro allo stadio terminale, un ragazzino protagonista in lotta contro un mostro che ogni notte, sette minuti dopo la mezzanotte, lo tormenta psicologicamente. Nessuno chiude questo libro senza piangere, e forse a nove anni è meglio risparmiarsi qualche lacrima. Va bene. Poi però il romanzo attira l’attenzione della critica e arriva in finale al Premio Andersen nostrano ma – sorpresa – nella fascia YA. Risultato: i ragazzini inglesi di nove anni leggono gli stessi libri degli adolescenti italiani in prima superiore. Come è successo? Una semplice svista che è facile correggere dando una giusta definizione. Per YA non si intende “ciò che gli adulti

impongono come adatto ai lettori dai 14 anni in su”. La fascia d’età non è una fascia elastica. Segue delle regole precise e condivise nell’editoria di tutto il globo. Per YA si intende “romanzo contemporaneo che tratti tematiche attuali e i cui protagonisti abbiano tra i sedici e i diciotto anni”. Il Conor di Patrick Ness ne ha dodici e il lettore italiano è perciò confuso, e i genitori protestano perché della morte non si parla a nessuna età, e gli editori piangono, e gli autori valutano di tornare a fare quello che facevano prima di diventare autori per ragazzi, e gli esperti si chiedono come mai i ragazzi dopo le elementari non leggano praticamente più. La risposta è tra queste righe. Ma forse tra qualche mese non sarà più valida, perché è stato appena annunciato dagli editor americani l’arrivo dei romanzi NEW ADULT, per lettori dai 18 ai 23 anni. Che qui in Italia saranno libri +50, probabilmente. Uscire da questo tunnel è complicato. Non basta dare tutti questi numeri. Del resto siamo in un Paese in cui i “giovani scrittori” possono avere anche quarantacinque anni…

di Sarah Dessen , o n ta n lo rti a st r Troppo vicino pe , di John Green Colpa delle stelle a Suzuma Proibito, di Tabith ller Niente, di Janne Te i Cate Tiernan ,d Amore immortale ba, di Aidan Chambers m Danza sulla mia to

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Editoria

- Un lui e una lei, o due lui, o due lei. Insomma, una coppia di qualche tipo - Una tematica attuale, contemporanea, da sedici-diciottenni - Un contesto che includa famiglia e scuola - Un conflitto o una distanza con il mondo adulto - Un tono onesto e diretto - Un finale che non sia lieto in modo classico


Tesori riemersi:

di LENI REMEDIOS

La Bambola

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di Daphne du Maurier

A

lle volte succede che l’amorevole ostinazione di uno studioso, di un cultore, di un semplice appassionato porti alla luce materiali che sarebbero altrimenti consegnati per sempre all’oblio. Nel 2010 Ann Wilmore, una libraia antiquaria della Cornovaglia, ritrovò, dopo quattro anni di ricerche, l’esemplare di una raccolta uscita nel 1937 e mai più ristampata: si trattava di The Editors Regrets di Daphne du Maurier, una serie di scritti giovanili in precedenza rifiutati dagli editori. È grazie alle cure di Miss Wilmore se oggi possiamo leggere quei racconti che, assieme ad altri otto, costituiscono la raccolta The Doll. Short Stories, pubblicata nel Regno Unito da Virago nel 2011. Per quanto riguarda almeno questi cinque ritrovati dalla Wilmore, si tratta di racconti ancora non tradotti nel nostro Paese. Possiamo perciò affermare in tutta sicurezza che la traduzione seguente costituisca un’esclusiva. Quando scrisse La bambola Daphne du Maurier aveva solo vent’anni. Tutti gli altri racconti sono stati scritti fra i diciannove e i venticinque anni d’età, con l’eccezione di The Limpet (Il mollusco). Questo fatto rimbomba sempre nelle orecchie durante la lettura del volume. In realtà tutti e tredici sono accomunati da un filo rosso che accompagna l’intera produzione della scrittrice inglese: la disillusione e

l’amarezza nei rapporti sociali, soprattutto quelli fra uomo e donna, la doppiezza dei sentimenti. Chi conosce a fondo Daphne du Maurier sa benissimo come nei suoi lavori ci sia un costante e pervicace lavoro di disseppellimento dei sentimenti umani più gretti e biechi. Un’ostinata, quasi perversa volontà di sondare l’altra faccia, il rovescio, non solo dei personaggi, ma anche dei luoghi: la sua Cornovaglia non è quel ridente e solare angolo d’Inghilterra illustrato nei depliant turistici, bensì quello delle cupe e inospitali brughiere che attorniano Jamaica Inn; quella delle onde che si arrampicano minacciose e ruggenti sugli scogli di Manderley. Persino i fiori, in du Maurier, hanno un aspetto mostruoso. La Venezia di Don’t look now, tradotto in A Venezia... un mattino rosso shocking (con la nostra orribile consuetudine di storpiare le traduzioni dei titoli), è un luogo che al calar della sera cambia volto: un dedalo di calli buie nel quale si nascondono insidie paranormali, un luogo da cui scappare, prima che sia troppo tardi. Il racconto è fra i più famosi anche grazie alla trasposizione cinematografica di Nicolas Roeg, protagonista un folgorante Donald Sutherland. Non è improprio dire che, nei preziosi lavori giovanili portati alla luce, s’intravveda, oltre al dispiegamento di temi che saranno approfonditi nei romanzi successivi, un’incredibile maturità e profondità


i suoi genitori, quale sia il suo passato. Forse è proprio il mistero che la abita a nutrire l’ossessione del protagonista maschile, che consegna le memorie della propria esperienza a un piccolo taccuino, ritrovato per caso. Come nel racconto di Poe, non si riesce bene a decifrare se quando scritto corrisponda a realtà o se esso sia frutto della mente devastata del suo narratore. Forse non è nemmeno importante. Nel mare di incognite rimane fermo solo l’enigma iniziale che egli pone subito avanti a mo’ di scudo: gli uomini si rendono conto di quanto sono folli?

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di pensiero che va ben oltre l’età anagrafica. Ne La bambola c’è la stessa disillusione dei lavori successivi, ma con in più la fresca brutalità dei vent’anni che, se a tratti non garantisce una qualità eccelsa dei racconti – d’altra parte cosa si può pretendere di più? – tuttavia costituisce un vero e proprio valore aggiunto. E non è tutto. C’è un motivo per cui, fra tutti, La bambola è il racconto che spicca, che lascia tramortiti. In sintesi è un racconto di amore e follia, di sadismo e disperazione, d’indipendenza e di contraddizione. Può essere che al pubblico odierno, abituato alla banale, esplicita illustrazione delle perversioni così come si evince dal successo di Cinquanta sfumature di grigio, il racconto della du Maurier non dica nulla. Eppure sono convinta che l’intrico di sentimenti e passioni di questo racconto, scritto negli anni ’20 da una donna in un periodo storico nel quale nessun esponente del sesso femminile avrebbe mai osato scrivere di un giocattolo sessuale meccanico con le sembianze di un uomo, crei molto più disturbo. Rebecca (ebbene sì, è proprio questo il nome della protagonista, come l’ingombrante non-personaggio del suo romanzo più conosciuto) è un essere quasi soprannaturale, una sorta di moderna Ligeia. E, proprio come la Ligeia di Edgar Allan Poe, nulla si sa di preciso di lei: da dove venga, chi siano


RACCONTO

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traduzione di LENI REMEDIOS

La Bambola di Daphne du Maurier

Prefazione

L

e pagine seguenti vennero ritrovate in un taccuino malconcio, alquanto fradicio e scolorito dall’acqua salata, riposto fra le spaccature di una roccia in –Bay. Il loro proprietario non è mai stato rintracciato, e le ricerche più diligenti hanno fallito nel risalire alla sua identità. O il miserabile si è annegato vicino al punto in cui nascose il suo taccuino e il suo corpo si è perso nel mare; oppure sta ancora vagando per il mondo tentando di dimenticare se stesso e la sua tragedia. Alcune delle pagine della sua storia erano talmente danneggiate dall’esposizione da renderle completamente illeggibili; perciò ci sono molti vuoti, e molto sembra essere senza successione, incluso il brusco e insoddisfacente finale. Ho apposto tre puntini fra le frasi in cui le parole o le righe erano indecifrabili. Se le sregolate improbabilità della storia siano vere, o se il tutto non sia altro che l’isterico prodotto di una mente malata, non lo sapremo mai. La mia sola ragione per pubblicare queste pagine è nel soddisfare le suppliche di molti amici che si sono interessati alla mia scoperta. Firmato Dr E. Strongman –Bay, Inghilterra


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TWO WHITE HAIRS TENTACLE GIRLS © JAVIER G. PACHECO

Letteratura

V

oglio sapere se gli uomini si rendono conto di quando siano folli. Talvolta penso che il mio cervello non riesca a tenere tutto insieme, è pieno di troppo orrore, di una disperazione troppo grande. E non c’è nessuno; non sono mai stato cosí completamente solo. Perché dovrebbe aiutarmi scrivere questo? Vomitare fuori il veleno nel mio cervello. Perché sono avvelenato, non riesco a dormire, non riesco a chiudere gli occhi senza vedere il suo dannato viso... Se solo fosse un sogno, qualcosa di cui ridere, un’immaginazione corrotta. È abbastanza facile ridere, chi non si piegherebbe in due e non si spaccherebbe la lingua dalle risate? Ridiamo finché il sangue non esca dagli occhi – è divertente, se vi piace. No, è il vuoto che fa male, il rompersi di qualsiasi cosa dentro di me. Se avessi potuto sentire, l’avrei seguita fino alla fine del mondo, non importa quanto


lei supplicasse o mi detestasse. Avrei dovuto insegnarle che cosa sia essere amata da un uomo – sì, un uomo – e io avrei gettato il lurido, malconcio corpo di lui da una finestra, lo avrei guardato scomparire per sempre, la sua maledetta bocca scarlatta distorta... È la calda passione che mi ha riempito, la suprema incapacità di ragionare. E m’inganno quando dico che lei sarebbe tornata da me. Non l’ho seguita perché sapevo sarebbe stato senza speranza. Non mi avrebbe mai amato – non amerà mai nessun uomo. Talvolta posso pensare a ciò a mente fredda, e allora ho pietà di lei. Le manca così tanto – così tanto – e nessuno saprà mai la verità. Cos’era la sua vita prima che la conoscessi, cos’è ora? Rebecca, Rebecca, quando penso a te con il tuo pallido, serio viso, i tuoi grandi occhi fanatici come quelli di un santo, la bocca sottile a nascondere i denti, aguzzi e candidi come l’avorio, e la tua aureola di capelli selvaggi, elettrici, scuri, sfrenati – non c’è mai stato nessuno di più bello. Chi conoscerà mai il tuo cuore? Chi conoscerà mai la tua mente? Intensa, riservata e senz’anima; perché devi essere senz’anima per aver fatto quel che hai fatto. Hai quella fatale qualità del silenzio – una rigida repressione che suggerisce un fuoco nascosto – sì, un implacabile fuoco bruciante. Cosa non ho fatto con te nei sogni, Rebecca? Saresti fatale per qualsiasi uomo. Una scintilla che illumina e non si brucia, una fiamma che soffia su altri fuochi. Che cosa non amai in te se non la tua indifferenza, e le suggestioni che giacevano sotto la tua indifferenza? Ti ho amato troppo, ti ho voluto troppo, ho avuto per te una tenerezza troppo grande. Ora tutto questo è come una radice ritorta nel mio cuore, un veleno mortale nel mio cervello. Hai fatto di me un folle. Mi hai riempito con una sorta di orrore, un odio devastante affine all’amore, una fame che è nausea. Se solo potessi essere calmo e chiarire per un momento, un momento solamente... Voglio fare un piano, una sistemazione metodica delle date. Fu presso lo studio di Olga all’inizio, penso.

Riesco a ricordare come piovesse fuori, e la pioggia tracciava delle righe sporche sui vetri della finestra. La stanza era piena, un mucchio di gente stava parlando presso il pianoforte – Vorki era lì, stavano provando a farlo cantare, e Olga gridava dalle risate. Ho sempre odiato la forte sottile vibrazione della sua risata. Te ne stavi seduta – Rebecca sedeva su uno sgabello davanti al camino. Teneva le gambe intrecciate, e sembrava un elfo, una sorta di ragazzo. La schiena era girata verso di me, e portava in testa un buffo berretto impellicciato. Ricordo che fui divertito dalla sua posizione, volevo vederla in faccia. Chiesi a Olga di presentarmela. «Rebecca» disse «Rebecca, mostrati» [...] gettando via il berretto mentre si girava. I suoi capelli spuntarono fuori dalla testa come un selvaggio, i suoi occhi spalancati – ed ella mi sorrise, mordendosi il labbro. Riesco a ricordare quando sedetti sul pavimento a fianco a lei, e parlando, parlando – cosa importa ciò che ti dissi, sciocchezze, naturalmente cose senza senso, ma lei parlava affannosamente, con una sorta di ansia trattenuta. Non diceva molto, sorrideva... occhi di un visionario, di un fanatico – avevano visto troppo, esigevano troppo – uno si perdeva in essi, e diventava incapace di resistere. Era come annegare. Dal momento in cui allora la vidi, fui condannato. La lasciai e me ne venni via, camminai lungo l’argine come un ubriaco. Facce mi farfugliavano qualcosa e spalle mi sfioravano, ero cosciente di pallide luci riflesse sui marciapiedi umidi e del confuso fragore del traffico – attraverso tutto questo c’erano i suoi occhi e i suoi impossibili capelli selvaggi, il suo corpo magro come quello di un ragazzo... tutto è chiaro ora, riesco a vedere ogni evento così com’è successo, ogni momento del gioco. Tornai da Olga ed ella era lì. Venne diretta da me. «T’interessi di musica?» disse solennemente, come un bambino. Perché disse così non lo so, non c’era nessuno al piano – risposi vagamente e notai il colore della sua pelle, color caffè chiaro, e trasparente come l’acqua. Era vestita di marrone, una sorta di velluto, penso, con una sciarpa rossa al collo. Il suo collo era lungo e sottile, come quello di un cigno.

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Letteratura

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SWEET DREAMS © DARIA AZOLINA

Ricordo che pensai quanto facile sarebbe stato stringere la sciarpa e strangolarla. Immaginai la sua faccia mentre moriva: le labbra aperte e uno sguardo inquisitore sui suoi occhi – essi avrebbero mostrato il bianco, ma non avrebbe avuto paura. Tutto questo nello spazio di un momento e mentre ella mi stava parlando. Riuscivo a stento ad allontanarmi da lei. Era apparentemente una violinista, un’orfana, e viveva da sola a Bloomsbury. Sì, aveva viaggiato molto, disse, specialmente in Ungheria. Aveva vissuto a Budapest per tre anni, studiando musica. L’Inghilterra non le interessava, voleva tornare a Budapest.

Era l’unica città al mondo. «Rebecca» chiamò qualcuno, ed ella guardò oltre la sua spalla con un sorriso. Quanto potrei scrivere sul sorriso di Rebecca! Era così vivace, così intensamente vivo, e tuttavia ancora distante, soprannaturale, non aveva relazione con nulla di ciò che uno dicesse. I suoi occhi si sarebbero come transfigurati da un raggio d’argento. Se ne andò presto quel giorno, e io attraversai la stanza per chiedere di lei a Olga. Olga era in grado di dirmi poco. «Viene dall’Ungheria» disse «nessuno sa chi fossero i suoi genitori, ebrei, immagino. Vorki l’ha portata qui. La trovò


a Parigi, suonava il violino in uno di quei caffè russi. Nonostante questo non avrà nulla a che fare con lui, vive completamente sola. Vorki dice che il suo talento sia meraviglioso, se solo continua non ci sarà nessuno a eguagliarla. Ma non si darà da fare, sembra che non le importi. L’ho sentita all’appartamento di Vorki – mi ha fatto venire brividi freddi lungo la schiena. Stava alla fine della stanza, guardando come se fosse qualcosa da un altro pianeta – i suoi capelli rizzati in alto, una sorta di cespuglio peloso attorno alla testa, e suonò. Le note erano strane, struggenti. Non ho mai sentito qualcosa del genere, è impossibile da descrivere.» Di nuovo lasciai lo studio di Olga in un sogno, con il viso di Rebecca che danzava dinanzi ai miei occhi. Riuscivo anche a vederla suonare il violino – se ne starebbe dritta e ferma come un bambino, i suoi occhi spalancati, le labbra schiuse in un sorriso. Avrebbe suonato all’appartamento di Vorki la sera successiva, e andai a sentirla. Olga non aveva esagerato, in tutta la sua palpabile, superficiale falsità. Sedevo come un drogato, incapace di muovermi. Non so cosa suonò, ma fu sconvolgente, stupendo. Non ero cosciente di nulla se non del fatto che io e Rebecca fossimo insieme – fuori dal mondo, via, persi – persi in una beatitudine indicibile. Ci stavamo arrampicando, poi volando, più in alto – più in alto. Una volta sembrò che il violino stesse protestando, ed era come se mi stesse rifiutando, e io la stessi inseguendo – poi venne un torrente di suoni, un misto di accettazione e rifiuto, una confusione di note nelle quali erano mescolati desiderio e dolcezza, e intollerabile piacere. Potevo sentire il mio cuore battere come la vibrazione di un massiccio vascello, e il sangue pulsava alle mie tempie. Rebecca era una parte di me, era me stesso – era troppo, era troppo magnifico. Avevamo raggiunto il culmine, non potevamo andare oltre, il sole sembrava colpirmi gli occhi. Guardai in sù: Rebecca mi stava sorridendo, il violino proruppe in una nota di squisita bellezza – era appagamento. Esausto, mi appoggiai indietro sul divano, i miei sensi fluttuavano – era troppo meraviglioso, troppo meraviglioso. Tre minuti passarono prima di tornare cosciente. Mi sentivo come se

mi fossi tuffato nel nero abisso dell’eternità per dormire e mi fossi risvegliato ancora una volta. Nessuno mi aveva notato, Vorki stava distribuendo da bere, e Rebecca stava sedendo al piano sfogliando degli spartiti. Quando le chiesero di suonare ancora rifiutò, era stanca, disse. La implorarono, così afferrò il suo violino e suonò ancora una volta – qualcosa di molto breve, ma molto gradevole e puro, come la preghiera di un bambino. Più tardi, durante la serata, venne a sedersi accanto a me, per pochi attimi fui troppo commosso per parlare. Poi maledii me stesso, uno sciocco, e mi girai verso di lei, guardandola in faccia. «Mi hai dato una sensazione meravigliosa mentre suonavi» le dissi «è stato bellissimo, inebriante, non lo dimenticherò mai. Hai un talento raro – no, molto pericoloso.» Lei era silenziosa, e poi parlò con la sua piccola voce ansimante, riservata. «Ho suonato per te» disse «volevo vedere com’era suonare per un uomo.» Le sue parole mi sconcertarono, sembravano completamente inesplicabili. Non stava mentendo, i suoi occhi guardavano dritto ai miei e sorrideva. «Cosa vuoi dire?» le chiesi «Non hai mai suonato per nessuno prima, usi il tuo talento solo per soddisfare te stessa? Non capisco.» «Forse» disse lentamente «forse è così, non posso spiegare.» «Voglio vederti ancora» le dissi «vorrei venire e vederti da solo, in un posto in cui possiamo parlare, parlare veramente. Ti ho pensata sin dal momento in cui ti vidi allo studio di Olga, lo sapevi, non è vero? Ecco perché hai suonato per me stasera, non è vero?» Volevo strapparle una risposta dalle labbra, volevo costringerla a dire di sì. Scrollò le spalle, si rifiutò di chiarire, era esasperante. «Non so» disse «non so.» Poi le chiesi il suo indirizzo, e me lo diede. Era impegnata, non avrebbe potuto vedermi fino alla fine della settimana. La compagnia si sciolse poco dopo e lei scomparve. I giorni che passarono sembravano interminabili, non riuscivo ad aspettare per rivederla. Pensavo a lei continuamente. Venerdì non ce la facevo più, così andai da

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lei. Viveva in una strana sorta di casa da qualche parte a Bloomsbury. Aveva preso in affitto l’ultimo piano come appartamento. A prima vista era scialbo e desolato, mi chiesi come potesse tollerare di vivere lì. Fu lei ad aprirmi la porta e mi portò in un’ampia stanza spoglia, una sorta di studio, con una stufa a olio che stava bruciando. Fui colpito dalla tristezza di ciò, ma lei sembrava non notare nulla, e mi fece sedere su una poltrona logora. «Qui è dove mi esercito» mi disse Rebecca «e dove mangio. È una stanza luminosa, non trovi?» Non dissi nulla su questo, poi lei andò alla credenza, tiró fuori da bere e alcuni biscotti raffermi. Non prese niente per sé. La trovai strana, distaccata – sembrava annoiata dal mio trovarmi lì. La nostra conversazione era forzata e c’erano delle pause. Trovai impossibile dire una qualsiasi delle cose che volessi dire. Suonò per me per un po’, ma erano tutti classici che conoscevo, e molto diversi da quel che aveva suonato quella sera da Vorki. Prima che me ne andassi mi mostrò il suo piccolo appartamento. C’era un piccolo spazio che utilizzava come cucina, un bagno angusto e la sua piccola stanza da letto che era ammobiliata come la cella di una suora, piuttosto semplice e spoglia. C’era un’altra stanza procedendo dallo studio, ma non me la mostrò. Era ovviamente una stanza di larghe dimensioni, poiché in seguito vidi la finestra dalla strada, e vidi lei mentre tirava le pesanti tende... (Nota. Qui le pagine erano completamente illeggibili, coperte di macchie e scolorite. La storia sembra continuare nel mezzo di una frase. Dr Strongman.) «...non veramente fredda» insisté lei «ho provato a spiegarti che sono strana in qualche modo, non ho mai incontrato qualcuno di cui m’importasse, non sono mai stata innamorata. Ho sempre detestato le persone piuttosto che esserne attratta.» «Questo non spiega la tua musica» proruppi impaziente «Tu suoni come se sapessi tutto – tutto.» Stavo cominciando a impazzire per la sua indifferenza, non era naturale ma calcolata; mi

dava sempre l’impressione di nascondere qualcosa. Sentivo che non avrei mai scoperto cosa c’era nella sua testa, come se fosse un bimbo addormentato, un fiore prima di schiudersi – o se ella stesse mentendomi completamente, nel qual caso ogni uomo sarebbe stato suo amante, ogni uomo. Ero torturato dal dubbio e dalla gelosia, il pensiero di altri uomini mi faceva impazzire. Ed ella non mi dava sollievo, mi avrebbe guardato con i suoi grandi occhi pallidi, puri come l’acqua, fino a che io potessi giurare che era intoccata – eppure, eppure? Uno sguardo, un sorriso, e sarebbero tornate la mia tortura e la mia miseria. Lei era impossibile, evadeva ogni cosa, e tuttavia fu questa fatale qualità di riservatezza a lacerarmi e a spezzarmi, finché il mio amore per lei divenne un’ossessione, una terribile forza trainante. Chiesi di lei a Olga, chiesi a Vorki, chiesi a tutti quelli che la conoscevano. Nessuno seppe dirmi nulla, nulla. Sto dimenticando i giorni e le settimane mentre scrivo, niente sembra avere alcuna sequenzialità per me, è come resuscitare, è come reincarnarsi dalla polvere e dalle ceneri per viverlo ancora, per vivere di nuovo la mia maledetta vita – perché cos’era la mia vita prima che amassi Rebecca, dov’ero io, chi ero io? Sarebbe meglio che scriva di domenica ora, domenica che fu veramente la fine; e non lo sapevo, pensavo fosse l’inizio. Ero come qualcuno che cammina, nel buio, no, che cammina nella luce con gli occhi aperti ma senza vedere – accecandosi deliberatamente. Domenica, giorno di vuoto e di felicità errata. Andai presso il suo appartamento verso le nove della sera. Mi stava aspettando. Era vestita di rosso come Mefistofele, bizzarri, strani vestiti che solo Rebecca poteva indossare. Sembrava eccitata, ebbra – correva per la stanza come un elfo. Poi sedette ai miei piedi con le gambe raccolte sotto di sé, e stiracchiò le sue brune mani sottili verso la stufa. Rideva e ridacchiava in maniera infantile, mi ricordava un monello che pianifica qualche birichinata. Poi all’improvviso si girò verso di me, il viso

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pallido, i suoi occhi stranamente illuminati. Disse «È possibile amare qualcuno così tanto da provare piacere, un inspiegabile piacere nel ferirlo? Ferirlo con la gelosia voglio dire, e ferire se stessi allo stesso tempo. Piacere e dolore, un misto equo di piacere e dolore, solo un esperimento, una rara sensazione?» Mi sconcertò, ma provai a spiegarle cosa significasse il sadismo. Sembrava capire e annuì pensosamente una o due volte. Poi si alzò e attraversò lentamente la stanza fino alla porta che non avevo mai visto aperta. Era curiosamente pallida mentre stava lì, la sua massa di bizzarri capelli selvaggi sulla testa, la mano sul pomello della porta. «Voglio presentarti Julio» disse. Lasciai la sedia e mi avvicinai a lei, non avevo idea di cosa stesse dicendo. Prese la mia mano e aprì la porta. Vidi una stanza bassa, rotondeggiante, i cui muri erano drappeggiati con delle specie di tendaggi vellutati come per soffocare ogni rumore e lunghe, spesse tende stavano appese alle finestre. C’era un fuoco a legna, ma bruciava molto poco. Vicino al caminetto vi era un divano, coperto con cuscini messi a caso, e l’unica luce proveniva da un lampada con un paralume, lasciando così la stanza per metà al buio. C’era una sola sedia nella stanza, di fronte al divano. Qualcosa sedeva sulla sedia. Avvertii un gelo inquietante al cuore, come se la stanza fosse infestata da fantasmi. «Cos’è?» sussurrai. Rebecca prese la lampada e la tenne sopra la sedia. «Questo è Julio» disse piano. Mi avvicinai e vidi quel che sembrava un ragazzo sui sedici anni, vestito con un abito da sera, camicia e panciotto, e lunghi pantaloni spagnoli. Il suo viso era la cosa più malvagia che avessi mai visto. Era di un colore pallido come la cenere, e la bocca era un taglio color cremisi, sensuale e depravato. Il naso era sottile, dalle narici arcuate, e gli occhi erano crudeli, luccicanti e stretti, e curiosamente fermi. Sembravano fissarti attraverso – gli occhi di un falco. I capelli erano lisci e bruni, pettinati indietro dalla fronte. Era il viso di un satiro, un odioso satiro sorridente.

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WATCH ME FALL © CULPEO FOX


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Poi presi coscienza di uno strano senso di disappunto, una sensazione di incomprensione impotente, di muta incredulità. Non era un ragazzo quello che sedeva sulla sedia. Era una bambola. Sufficientemente umana, dannatamente realistica, con una peculiare orribile personalità, ma una bambola. Solo una bambola. Gli occhi fissavano i miei senza riconoscermi, la bocca stupidamente lasciva. Guardai Rebecca, lei stava sorvegliando il mio viso. «Non capisco» dissi «qual è il senso di tutto questo? A che scopo tutto ciò? Dove hai trovato questo giocattolo disgustoso? Mi stai prendendo in giro?» parlai aspramente, mi sentivo agitato e freddo. Poco dopo la stanza era nel buio, aveva spento la lampada. Sentii le sue braccia attorno al collo, e la sua bocca sulla mia. «Ora ti devo dire che ti amo?» sospirò «Devo dirlo?» Un’ondata di calore mi investì, il pavimento sembrava oscillare sotto i miei piedi. Si appese a me e mi baciò il collo, potevo avvertire le sue dita sulla nuca. Lasciai le sue mani vagare sul mio corpo e mi baciò ancora. Fu devastante – era follia – era come la morte. Non so quanto rimanemmo lì, non ricordo nulla, parole, pensieri o sogni – solo il silenzio della stanza buia, il bagliore debole del fuoco, il battito del mio cuore, il canto nelle mie orecchie, e Rebecca. Rebecca. Quando, e non so dire se passarono ore oppure anni, quando alzai gli occhi sopra la sua testa guardai dritto negli occhi di lui – i suoi dannati occhi di bambola. Sembrava che strizzasse gli occhi e che sogghignasse, un sopracciglio era sollevato e l’angolo della sua infida bocca cremisi era ritorto. Volevo saltargli addosso e rompere quella sua sorridente faccia di bestia, calpestare il suo sordido corpo umano. Era pazza Rebecca a tenere un giocattolo simile, che motivo aveva, dove l’aveva trovato? Ma non avrebbe risposto alle mie domande. «Vieni via» disse, e mi trascinò via dalla stanza, di nuovo nella rigida luce accecante dello spoglio studio. «Devi andare ora» disse affannosamente «è tardi – avevo dimenticato.»


Cercai di tenerla, ancora una volta, volevo baciarla ancora ed ancora, sicuramente non voleva dire che me ne andassi. «Domani» disse impazientemente «Ti prometto domani, ma al momento no. Sono stanca e confusa – non vedi? Lasciami sola solo per stanotte, è stato troppo intenso, non riesco a realizzare nulla.» Pestò il piede con impazienza, sembrava malata. Vedevo che era inutile. Presi le mie cose e me ne andai – e camminai, camminai tutta la notte, penso. Osservai l’alba irrompere su Hampstead Heath, grigia e senza sole; pioggia battente cadeva da un celo plumbeo. Il mio corpo era freddo, ma la mia mente era in fiamme. Ero sicuro una volta di più che Rebecca mi avesse mentito – dal momento in cui mi baciò sapevo che mi avrebbe mentito. Aveva conosciuto cinque, dieci, non importa quanti, venti amanti – e io non ero solo uno di loro. No, non ero uno di loro. Mi ritrovai vicino a Camden Town, gli autobus rombavano lungo le strade; stava ancora piovendo, la gente rimaneva indietro dopo di me, figure chine sotto gli ombrelli. Trovai un taxi da qualche parte e andai a casa. Andai a letto senza spogliarmi e dormii. Dormii per ore. Quando mi risvegliai era di nuovo buio; devono essere state circa le sei della sera. Ricordo che mi lavai meccanicamente e poi ancora una volta camminai nella direzione di Bloomsbury. Raggiunsi l’appartamento e suonai il campanello. Mi lasciò entrare senza una parola e si sedette nello studio davanti alla stufa a olio. Le dissi che sarei stato il suo amante. Non disse nulla. C’erano segni rossi sotto i suoi occhi come se avesse pianto e linee sottili attorno alla bocca. M’inchinai verso di lei per baciarla, ma mi spinse via. Iniziò a parlare rapidamente. «Devi dimenticare quel che è successo la scorsa notte. Oggi ho realizzato che ho fatto un errore. Non mi sento bene, non ho dormito. Tutto questo mi ha preoccupata considerevolmente. Devi lasciarmi da sola.» Provai ad afferrarla e a vincere il suo ferreo autocontrollo. Era come martellare un muro

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di ferro. Giaceva fredda e inerte fra le mie braccia. La sua bocca era di ghiaccio. La lasciai disperato. Seguì una settimana di dubbio e tormento. Talvolta sedeva lontano da me senza una parola, talvolta avrei potuto giurare mi amasse. E non mi avrebbe lasciato toccarla, non era nell’umore, diceva. Devo aspettare finché mi vorrà di nuovo. Devo aspettare in apprensione, in agonia. Non menzionò mai Julio. Non andammo più in quella stanza. Le chiesi che cosa ne avesse fatto. Volevo sapere che cosa c’era dietro. Mi rispose evasivamente e cambiò discorso. Era inutile sollecitarla. Stava impazzendo. Era intollerabile. E tuttavia non potevo stare lontano da lei. Non potevo vivere senza di lei. Una sera fu gentile e affettuosa. Si sedeva ai miei piedi e parlava della sua musica, dei suoi progetti futuri. Cambiava sempre. Non era mai la stessa. Mi sentivo senza speranza. La mia posizione era ridicola, ma cosa stavo per fare? Ella era diventata una follia per me – un’ossessione. Sono giunto ora all’ultima sera, l’ultimissima. Poi il collasso, il vuoto, le profondità dell’inferno – e desolazione, massima desolazione. Lasciatemi chiarire – quando fu, che ora era? Le sette, le otto forse. Non riesco a ricordare. Stavo lasciando l’appartamento e lei mi accompagnò alla porta. Improvvisamente mi mise le braccia attorno al collo e mi baciò... Vi sono stati uomini in deserti aridi, dove il sole li ha talmente sfigurati da farli diventare orribili – riarsi e bruciati, deformi e lacerati. Dai loro occhi scorre sangue, le loro lingue sono piene di morsi – e poi s’imbattono nell’acqua. Lo so, perché ero uno di quelli. Ridete a tutti questi paragoni, chiamatemi pazzo, ma la risata mi dà ragione. Ci sono donne – ma voi non avete baciato Rebecca, non potete capire. Sei uno sciocco addormentato. Non hai mai inizato ad immaginare... (Nota. Molto di questo sembra completamente incomprensibile, e il quarto di pagina che segue consiste di nulla tranne frasi spezzate e idee formulate a metà. Poi la storia continua.)


Poi capii. Qualcosa mi strinse il cuore, una fredda, viscida paura. Guardai verso l’altra stanza – la stanza di lui – la stanza di Julio. Sapevo che Rebecca era lì, con la bambola – con Julio. Trovai la via verso la stanza e bussai alla porta. Era chiusa a chiave. La presi a calci, la graffiai con le unghie. Cedette al mio peso. Udii un grido furioso da Rebecca, e accese la luce. Oh! Cristo, non scorderò mai gli occhi di lei, la luce terribile – lo spaventoso delirio nei suoi occhi e il suo cinereo, cinereo viso. Vidi tutto – la stanza, il divano – sapevo tutto. Fui colto da un malessere mortale – una terribile disperazione. E tutto il tempo il sudicio, ignobile viso di lui mi stava guardando. I suoi occhi non mi lasciarono mai, fissavano in un’immobilità vitrea, senza vita. L’umida bocca cremisi sogghignava – ciuffi dei lisci capelli bruni penzolavano sulle guance. Era una macchina – qualcosa montata con le viti – non era vivo, non umano – ma terribile, spettrale. E Rebecca si girò verso di me. La sua voce era fredda – distaccata – soprannaturale. «E tu ti aspetti che io ti ami. Non vedi che non posso – non posso? Come può importarmi di te, o di qualsiasi uomo? Vai via, lasciami stare. Ti odio. Vi odio tutti. Non ho bisogno di te. Non ti voglio.» Qualcosa si ruppe nel mio cuore. Mi voltai. Li lasciai. Li lasciai soli. Corsi in strada – lacrime scendevano copiose sul mio viso – piansi rumorosamente – agitai il pugno verso le stelle... E questo è tutto, non c’è nient’altro da dire. Tornai il giorno dopo e lei se n’era andata, se n’erano andati entrambi. Nessuno sapeva dove fosse. Chiesi a tutti quelli che vidi, nessuno sapeva dirmi qualcosa. Tutto è confuso, tutto è inutile. Non rivedrò mai più Rebecca, nessuno la rivedrà più. Ci saran sempre Rebecca e Julio. Passeranno giorni, e notti, e nulla – mi perseguiteranno – non dormirò più – sono maledetto. Non so cosa sto dicendo, cosa sto scrivendo. Cosa farò? Oh! Dio, cosa farò? Non posso vivere – non ce la faccio...

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Fu sconvolgente. Si lasciò baciare ancora e ancora. Presi il suo viso fra le mani e la guardai dritto negli occhi. «Chi erano i tuoi amanti?» chiesi «Quante volte li hai baciati in questo modo? Chi ti ha insegnato a baciarli così? Chi è stato il primo, il primissimo? Dimmelo.» Una nebbia furiosa era davanti ai miei occhi, le mie mani tremavano. «Ti giuro che sei il primo uomo che io abbia mai baciato. Ti giuro che non c’è mai stato un uomo prima di te. Mai. Mai.» Guardava dritto verso di me. La sua voce era ferma. Vidi che stava dicendo la verità. «Ora devi andare» disse «domani verrai, e allora avremo tanto da dirci l’uno all’altra, così tanto.» Mi sorrise. Vidi attraverso il muro di autocontrollo, attraverso il ghiaccio la fiamma, il fuoco nascosto. Ricordo che lasciai l’appartamento e che cenai da qualche parte. La mia testa era infuocata. Mi sembrava di camminare fra gli dei. Era incredibile che Rebecca mi amasse, era incredibile che io conoscessi una tale felicità. Volevo urlare. Volevo buttarmi da un tetto. Andai a casa, e passeggiai su e giù per la stanza. Non riuscivo a dormire, ogni nervo del mio corpo sembrava vivo. Improvvisamente, a mezzanotte, non ce la feci più. Dovevo andare da Rebecca, dovevo. Sentivo che il mio amore per lei era talmente forte che doveva saperlo. Mi avrebbe aspettato. Avrebbe capito. Avrebbe dovuto capire. Non so come andai all’appartamento. I secondi sembravano passare rapidamente, e io rimanevo fuori nella strada, guardando su alle finestre. Convinsi il portiere di notte a farmi entrare, era mezzo addormentato e mi lasciò andare di sopra. Origliai fuori dalla sua porta – non un suono proveniva da lì dentro. Poteva essere stata l’entrata di una tomba. Misi la mano sul pomello della porta e lo girai lentamente. Con mia grande sorpresa non era chiusa – Rebecca doveva aver dimenticato di girare la chiave dopo che me n’ero andato. Entrai, tutto era nel buio. «Rebecca», chiamai sottovoce «Rebecca.» Nessuna risposta. La porta della sua stanza da letto era aperta, non c’era nessuno dentro. Poi andai in cucina e nel bagno, entrambi vuoti.


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Realtà e fantasia nei racconti fantastici di ieri e di oggi

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C’era una volta un bimbo che sognava di diventare un robot vero Stanislaw Lem è, nel mondo della fantascienza, un autore di culto, un personaggio leggendario. La sua immaginazione ha saputo creare mondi incredibili e disegnare futuri lontanissimi. Fiabe per robot è il suo omaggio alla dimensione più pura del fantastico, cioè la fiaba. Il C’era una volta di Lem ha un sapore galattico, innesca le avventure di robot di ogni sorta ed esseri mai visti sulla terra: i re Biskalar, Metametrico e Globares, con le loro bizzarre abitudini, e poi draghi, principesse, inventori e avventurieri. Un raro esempio di racconti di oggi che non temono il confronto con quelli del passato e – dato l’argomento – del futuro. Fiabe per robot, Stanislaw Lem Marcos y Marcos 2005, 198 p. – 11,90 euro

di SELENE PASCARELLA

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a vita non è una favola. Fin da piccoli ci viene insegnato che crescere è, prima d’ogni cosa, imparare a separare il sogno dalla realtà, i fatti dall’immaginazione. «Smetti di credere alle fiabe» è il refrain che bombarda la choosy generation. Che sia la storia del principe azzurro o del posto fisso poco importa. Ciò che conta è tenere sempre a mente che C’era una volta equivale a mai, mai nella vita, perlomeno non nella tua. Un fatto strano se pensiamo che, per secoli, le fiabe sono state il principale strumento con cui la società ha trasmesso alle nuove generazioni regole e valori condivisi. Un vero e proprio rovesciamento di senso, considerando che le fairy tales, nel passaggio dalla tradizione orale alla pagina scritta, hanno segnato l’ingresso del realismo, del più crudo realismo, nella letteratura europea. Prendete un grande classico come Pollicino. Pollicino è un bimbo minuscolo, al limite dell’handicap fisico, eppure non se ne cruccia. Ha sei fratelli e la classica famiglia povera ma felice. Quando la famiglia diventa “solo” povera, i suoi genitori decidono di abbandonare i figli nel bosco. Non possono sopportare di vederli morire di fame davanti ai loro occhi e non vogliono scegliere di morire al posto loro. Vivono in un tempo in cui a mangiare sono prima gli adulti e poi i bambini. Pollicino è furbo e riesce a riportare a casa se stesso e i fratellini con uno stratagemma, cioè tracciando la strada verso il focolare con piccoli sassi. La fame e la povertà sono però ostinate: lasciati nella foresta una seconda volta, Pollicino


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e i suoi fratelli si perdono senza rimedio. L’unica dove la realtà storica, di qualsiasi tipo, sia stata salvezza è nella casa di un orco. La moglie dell’orrappresentata». co, che ha sette bambine, è gentile, mentre il La realtà o, per meglio dire, le realtà. Permarito si diletta a divorare fanciulli. L’orchessa, ché è nella produzione favolistica, orale e mossa dalla pietà, nasconde in casa Pollicino scritta, che si fanno avanti le istanze e le e gli altri nella sua dimora. In tutta risposta rappresentazioni che la letteratura alta ha Pollicino, per salvare la vita sua e dei congiunti, sempre relegato in secondo piano. Le fiabe fa divorare all’orco le sue stesse figlie e sottrae sono storie di donne e di bambini, di contadini con l’inganno all’orchessa tutte le ricchezze che e boscaioli. Storie di poveri che possono solo possiede. Quindi torna felice e contento (cioè sperare in un asino che caga monete d’oro o in ricco) dai genitori e vive senza un rimpianto al mondo. Il suo, dopoBIANCANEVE © KA-POW tutto, è un mondo in cui la vita dei bambini, anche di quelli minuscoli e malnutriti, vale molto più di quella dei cuccioli di orco. Quella di Pollicino è un’orribile storia. Piena di patimenti, sacrifici, crudeltà e miseria. Il che non stupisce, considerato il contesto storico che l’ha prodotta. Legata a doppio filo a un’altra celebre fiaba di bambini abbandonati e (quasi) divorati, cioè Hansel e Gretel, la vicenda di Pollicino richiama miti antichi (il filo di Arianna) e nasce nell’Europa fredda e perigliosa del medioevo. La prima versione moderna poi, che porta la firma del francese Perrault, è interamente imbevuta della glaciale atmosfera della Francia a cavallo tra il 1600 e il 1700, quella del Re Sole, delle grandi carestie e degli inverni siberiani. Un’era dove sopravvivere all’infanzia è già un miracolo che sa di fiabesco. Immaginate Pollicino che vaga di notte, con i fratellini per mano, un tavolino che produca cibo senza sosta per mentre la terra è prigioniera di settanta cm di vincere un destino di fame e indigenza. Portano ghiaccio. Figuratevi la paura, resa ancora più il lettore all’interno di cucine polverose, all’inimmensa dalla consapevolezza di essere stato seguimento di una spoletta di filo perennemenmandato a morte da chi avrebbe dovuto curarte in movimento. Sono storie raccontate dal lo e proteggerlo. Aggiungete la violenza di una punto di vista degli sconfitti prima che il loro lotta per sopravvivere che non disdegna l’omidestino cambi. Un mix di fantasia sfrenata e cidio e sarete nel bel mezzo di un romanzo di verismo che passa di generazione in generazioVictor Hugo, con almeno un secolo di anticipo. ne modificando leggermente forme e nomi ma «La fiaba – ha scritto Silvana De Mari nel saglasciando immutata la sostanza. gio Il drago come realtà – è l’unica narrazione


LISTENER © KA-POW Le fiabe sono una narrazione antagonista. Di bambini disubbidienti e adulti che si ribellano. Narrazioni di libertà in cui il lettore può identificarsi, trovare soluzioni ai suoi problemi emotivi ed esistenziali, senza restare incastrato in allegorie di alcun tipo. Nelle fiabe non c’è univoca interpretazione, manca del tutto un messaggio etico unidirezionale. Le metafore moraleggianti appartengono, difatti, a un altro genere, quello vicino ma assai diverso delle favole. La volpe e l’uva o La cicala e la formica, per esempio. Parabole dove è ben chiaro quale sia il comportamento da seguire e quale no ed è sempre amarissimo (vedi la cicala) il destino di chi fa la scelta sbagliata. Para-

bole prive di empatia (la formica lascia che la cicala muoia di fame) pensate per irreggimentare giovani menti. Storie edificanti dove la crudeltà, se votata a un fine di maggior interesse e pacificazione sociale, passa per ottima regola. Anche le fiabe sono crudeli, intendiamoci. «Tanto più un’epoca è atroce – la citazione è sempre dal testo della De Mari – tanto più lo sono le fiabe che essa ha prodotto o amato». È immergendosi nella loro dimensione orrorifica che i cuccioli d’uomo possono trovare una strada per gestire le ombre che portano dentro e gli orrori che vedono nel mondo reale. Solo che possono scegliere se essere cicala o formica, senza che ciò implichi una sentenza d’inade-

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Le fiabe classiche saprebbero interpretare il nostro mondo eppure le abbiamo rifiutate. Dall’avvento del modello Disney in poi si è innescato un processo di appiattimento del loro universo simbolico. Non è certo un caso che per il lettore (e lo spettatore) di oggi favole e fiabe siano la stessa cosa. Fate un giro in libreria, scoprirete a cosa si sono ridotte le nostre fiabe. Prima di tutto le troverete quasi esclusivamente relegate al settore per l’infanzia e poi scoprirete che, tranne

POLLICINO © KA-POW

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guatezza o, peggio, di cattiveria e immoralità. Come abbiamo visto Pollicino usa metodi non proprio ortodossi e come lui anche Jack, in lotta contro i giganti, o la piccola Gretel. Con loro i bambini possono esplorare il lato oscuro sapendo che in qualche modo (e non in uno solo) si può arrivare a un lieto fine. Sanno per certo che, per quanto triste sia ciò che gli sta accadendo, è già accaduto e continua ad accadere, poiché fa parte della normalità delle cose. Ed è questo che distingue la fiaba da un’altra antichissima espressione dell’animo umano, il mito. Il racconto mitico – lo ha spiegato assai bene Bruno Bettelheim nel volume Il mondo incantato – è costruito intorno a personaggi unici (eroi, dei, semidei) dalle caratteristiche quasi irripetibili. Nelle fiabe, invece, i protagonisti, spesso, non hanno nemmeno un nome proprio (“un pescatore”, “un sarto”, “la figlia di un boscaiolo”) tanto è quotidiana, non straordinaria, la loro natura. Edipo è un personaggio unico. Jack è uno come tanti. Edipo è costretto da un fato avverso a scontrarsi con il padre e finisce molto male. Jack ha la meglio sul gigante – cosa che ogni padre, ogni adulto, è per un bambino – e lo sconfigge senza conseguenze negative. Edipo è una maschera tragica, Jack l’ammazza-giganti è un personaggio fantastico. Il mito offre espiazione, la fiaba consolazione. «Il mito – conclude Bettelheim – è pessimistico, mentre la fiaba è ottimistica, per quanto possano essere tremendamente seri certi aspetti della storia». Per questo le fiabe hanno avuto e continuano ad avere successo. Sono veritiere eppure benigne, fantastiche e pragmatiche. Pensate alle minacce che oggi associamo all’età infantile, come l’incesto, la violenza sessuale e l’omicidio in ambito familiare. Sono tutte ben presenti nelle avventure di Cappuccetto Rosso, Barbablù, Raperonzolo e Biancaneve. Cappuccetto, mandata letteralmente in pasto a un lupo feroce dalla sua stessa mamma. Rapunzel, rinchiusa in una torre e per di più minorenne incinta. Biancaneve, condannata a morte per essere più attraente della genitrice, che, già nella prima trascrizione dei fratelli Grimm, è la mamma e non la matrigna.

assai rare eccezioni, non disdegnano di offrire una morale. Sono racconti in cui la descrizione sottrae posto alla creazione di mondi e le scommesse interpretative del lettore sono ridotte a un ben misero, stai col buono o col cattivo? Anche l’incredibile revival di cui negli ultimi anni pare oggetto il mondo incantato è un’illusione, un patto truccato di Tremotino. Torniamo ancora a Biancaneve, figura predi-


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Viaggio alla (ri)scoperta dei fratelli Grimm Nel 1812 Jacob e Wilhelm Grimm diedero alle stampe la prima edizione delle loro Fiabe (Kinder – und Hausmärchen) restituendo ai lettori di tutta Europa grandi classici del folklore orale (e non solo) quali Hansel e Gretel, Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Biancaneve, Il principe ranocchio e molti, molti altri. Racconti destinati a incantare tutte le generazioni a venire e, in qualche caso, a cadere nell’oblio. A duecento anni di distanza l’editore Donzelli recupera lo sconosciuto racconto La principessa Pel di topo e altre 41 storie (evergreen come Raperonzolo compresi) riproposte nella versione originale a cura di uno dei più grandi studiosi delle fiabe, Jack Zipes, e illustrate da Fabian Negrin.

ANIMUS © JACQUES LEYRELOUP

La principessa pel di Topo e altre 41 fiabe da scoprire Jacob e Whilelm Grimm, a cura di Jack Zipes Donzelli 2012, 250 p. – 20,31 euro


letta nelle trasposizioni televisive e cinematografiche delle fiabe. Dopo il 1937 (anno in cui Biancaneve e i sette nani uscì al cinema) Snow White si è impressa nell’immaginario come il simbolo della virtù femminile. Buona, operosa, votata al sacrificio. Una che arriva nella casetta dei nani sfuggendo a morte certa e, per prima cosa, si mette a pulire per terra. Ed ecco che dal serial tv Once Upon a Time a Biancaneve e il cacciatore la nostra Snow viene trasformata in una specie di guerrigliera, nel tentativo di ribaltarne la natura di massaia operosa. Peccato che, in realtà, i nani fossero assai più ordinati della giovane principessa. Leggendo la versione dei Grimm, scoprirete una Biancaneve decisamente fuori schema. Cercando di modernizzarla la fiction contemporanea l’ha schiacciata in una chiave allegorica, dove la sua figura aggraziata sta o per “oppressione femminile” o per “girl power”, senza vie di mezzo, sfumature di senso. Il che ha reso la sua storia molto meno magica, in egual misura irrealistica e priva di spinta fantastica. Inutile. La lingua delle fiabe, dunque, non ci appartiene più? Più che altro torniamo a impiegarla in maniera inconsapevole. Quando paure indicibili

e sommovimenti inconsci sembrano travolgerci troviamo rifugio nel C’era una volta. Trasformando la cronaca nera, ma anche quella politica, in narrazione fantastica. Michele Misseri, accusato di aver ucciso la nipote tredicenne, è «l’orco di Avetrana». Nelle parole della ex moglie di Berlusconi, Veronica Lario, le olgettine sono «vergini che si offrono al drago». Contro le ricette anticrisi che strangolano le nuove generazioni si armano i «draghi ribelli» e i membri della vecchia nomenclatura partitica diventano «morti viventi» contro cui si scaglia un Grillo parlante. Cercate le nostre fiabe tra le pagine dei tabloid o nei programmi tv del pomeriggio. Sono le narrazioni atroci della più atroce delle epoche, la nostra.cino, per salvare la vita sua e dei congiunti, fa divorare all’orco le sue stesse figlie e sottrae con l’inganno all’orchessa tutte le ricchezze che possiede. Quindi torna felice e contento (cioè ricco) dai genitori e vive senza un rimpianto al mondo. Il suo, dopotutto, è un mondo in cui la vita dei bambini, anche di quelli minuscoli e malnutriti, vale molto più di quella dei cuccioli di orco.

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Darkover

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L’EREDITÀ DEL PIANETA DEL SOLE ROSSO INTERVISTA A DEBORAH J. ROSS

di GABRIELLA PARISI

FOTO DI NINA KIRIKI HOFFMAN © 2010

I

l 25 settembre 1999 si spegneva a Berkley Marion Zimmer Bradley, da molti considerata la regina del fantasy. Scrittrice molto prolifica, la Bradley ha lasciato numerosissime saghe e cicli di romanzi che spaziano dalla scifi al fantasy al paranormal. E ha lasciato un pianeta, il quarto della stella di Cottman, con il suo sole rosso e le sue quattro lune e millenni di storia e di personaggi memorabili: Darkover. I romanzi del ciclo di Darkover sono di fantascienza con una forte contaminazione fantasy: in un futuro di conquiste interstellari, una navicella dell’Impero Terrestre naufraga su un pianeta sperduto e quasi disabitato. Dall’accoppiamento di alcuni membri dell’equipaggio con

una popolazione autoctona, i chieri, nasce una nuova stirpe di abitanti dotati di poteri telepatici. Tutto lo sviluppo tecnologico del pianeta si baserà sulla scienza delle pietre matrici, degli strumenti che servono ad amplificare i poteri telepatici dell’aristocrazia di Darkover. Fin dal primo romanzo della serie, The Planet Savers (Le Foreste di Darkover), nel 1962, Marion Zimmer Bradley affronterà scottanti temi di attualità — l’ecologia, le armi di distruzione di massa, il movimento di liberazione della donna, le comuni e l’amore libero, solo per fare alcuni esempi — trasportandoli su Darkover secondo un’etica maturata da una storia planetaria diversa dalla nostra ma curiosamente parallela. Nel corso della sua vita la Bradley ha avuto modo di incoraggiare le fan-fiction su Darkover, raccogliendo e pubblicando racconti ambientati sul pianeta. Fra gli scrittori che hanno contribuito alle sue antologie compare Deborah Wheeler (oggi Deborah J. Ross) che, alla morte della creatrice, viene chiamata a continuare il lavoro di Marion Zimmer Bradley. Si può dunque dire che la Ross abbia ricevuto in eredità il pianeta del sole rosso. Originariamente io e Marion dovevamo lavorare insieme ed è così che abbiamo incominciato. Dopo la sua morte c’è stato un lungo processo di elaborazione per decidere cosa fare, che ha coinvolto la Fondazione letteraria (The Marion Zimmer Bradley Literary Works Trust), il suo agente, l’editore e diverse altre persone.


IL PIANETA DESERTO © SERGIO QUARANTA

La designazione di un «autore di Darkover» è dipesa interamente dalla Fondazione. Finora sono stati molto contenti della mia scrittura e lavoriamo a stretto contatto. Generalmente devono approvare una proposta prima che io vada avanti, lo stesso accade con il manoscritto finale. Su un progetto hanno anche revisionato dei capitoli in fase di scrittura. Questa è la tutela per assicurarsi che ciò che scrivo sia fedele alla visione di Marion. Io e Marion avevamo già progettato i primi tre libri (quelli della Clingfire Trilogy: The Fall of Neskaya — 2001; La caduta di Neskaya, Longanesi 2007 — Zandru’s Forge — 2003, Gli inferni di Zandru, Longanesi 2011 — A Flame in Hali — 2004) e avevo cominciato a lavorare sullo schema del primo quando è morta, cosicché, mentre la maggior parte del testo è mia, la trama è stata scritta in collaborazione. Hastur Lord (2010) è basato su un manoscritto parziale che scrisse nell’ultimo anno della sua vita. Lavorando con la Fondazione, l’ho sviluppato fino a renderlo un lavoro completo, utilizzando anche altro materiale inedito. Il libro che verrà pubblicato la prossima primavera, The Children of Kings, è ambientato nelle Terre Aride e per scriverlo mi sono basata non solo su La catena spezzata (The shattered Chain, 1976 — Nord 1981), ma anche su La casa tra i mondi (The Door Through Space, 1988 — Fanucci 1997), ambientata in una primordiale versione di Darkover, così come lo era I falconi di Narabedla (Falcons of Narabedla 1964 — TEA, 1991). Dunque, finora, eccezion fatta per The Alton Gift, ho avuto la possibilità di utilizzare il materiale della stessa Marion Zimmer Bradley. Fortunatamente Marion ha lasciato non soltanto i suoi meravigliosi

romanzi e racconti, ma anche gli articoli delle vecchie pubblicazioni dei Friends of Darkover e le lettere che mi ha scritto negli anni. Quindi, non credo di rimanere a corto di materiale! A oltre tredici anni dalla scomparsa di Marion Zimmer Bradley e dopo la pubblicazione di cinque romanzi che portano la sua firma — che diventeranno sei in primavera —, abbiamo intervistato Deborah J. Ross, a cui è toccato in lascito un intero pianeta con le sue problematiche e la sua tormentata storia.

LA SFIDA DEGLI ALTON © SERGIO QUARANTA

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Speechless: Ci può raccontare della prima volta che ha incontrato Marion Zimmer Bradley? Deborah J. Ross: Intorno al 1980 scrissi a Marion una lettera da ammiratrice. Praticavo arti marziali (t’ai chi chu’an e kung fu san soo) e incominciammo un discorso che riguardava l’autocoscienza, le donne, il fantasy e la scrittura. Poi Marion cominciò a curare le raccolte Sword and Sorceress, per la quale acquistò il mio primo racconto da professionista. S: Prima di cimentarsi con i romanzi ambientati su Darkover, lei ha scritto diversi racconti per le antologie di Swords and Sorcery e di Darkover. Qual è la differenza fra lo scrivere short stories e romanzi lunghi e con quale dei due generi si trova meglio? Specialmente nel caso specifico di romanzi fantasy, è possibile condensare tutte le informazioni necessarie in poche pagine? I racconti possono essere propedeutici alla narrazione di un romanzo? DJR: Quando ho cominciato a lavorare con Marion su La caduta di Neskaya, avevo scritto una larga varietà di generi, dal fantasy contemporaneo all’epopea spaziale. Avevo venduto all’incirca quaranta racconti sul mercato professionale a magazines come Fantasy and Science Fiction, Asimov’s,

RITORNO A DARKOVER © SERGIO QUARANTA


LA SIGNORA DELLE TEMPESTE © SERGIO QUARANTA

Realms of Fantasy e Star Wars: Tales From Jabba’s Palace e avevo già scritto due romanzi di fantascienza (Jaydium and Northlight) pubblicati come Deborah Wheeler. Sword and Sorcery è un sottogenere del fantasy con uno stile e un’estetica molto particolari, mentre Darkover è, tecnicamente parlando, sci-fi con un gusto fantasy, perché si tratta di un mondo a bassa tecnologia. La gente va a cavallo, utilizza le spade, ma in realtà non ci sono davvero elementi fantastici: tutto ha una base scientifica. Comunque — e questo è un punto fondamentale — la buona scrittura è buona scrittura, non importa quale sia l’ambientazione o il genere. Che si stia scrivendo un romanzo storico o un’epopea spaziale, si utilizzano le stesse tecniche per costruire l’ambientazione, sviluppare i personaggi e i loro scopi, ecc. Riguardo alla domanda se è più facile per me scrivere romanzi o racconti, rispondo che sono sfide diverse, perché in un romanzo si ha spazio per sviluppare e lavorare su molti livelli di argomento e struttura, mentre nel racconto c’è solo una ristretta linea guida e ogni dettaglio deve assolvere almeno due o tre funzioni (e con ciò intendo che deve creare tensione, rivelare il carattere, suscitare un livello emozionale, far progredire la trama e così via). In generale, non è una buona idea cercare di realizzare un romanzo partendo da un racconto. Alcuni scrittori molto bravi sono riusciti a farlo, ad esempio Of Mist, And Grass, And Sand, di Vonda N. McIntyre che è diventato Dreamsnake (Il serpente dell’oblio — Nord 1993), o Dragonriders di Anne McCaffrey, che è diventato l’omonimo romanzo (Il volo del drago — Nord 2005). Questo perché un racconto

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L'ESILIO DI SHARRA © SERGIO QUARANTA


davanti alla difficoltà di dover scrivere un prosieguo ad Attacco a Darkover (Traitor’s Sun 1998 — Nord 2004), con il grosso problema etico nato per l'utilizzo improprio del Dono degli Alton (che veniva utilizzato per cancellare ricordi dalle menti dei terrestri)? DJR: Bene, quello è il punto cruciale di The Alton Gift: con un maggiore potere arrivano anche maggiori responsabilità… e ciò con cui i vari personaggi devono venire a patti per il loro comportamento. In questo senso Lew, Marguerida e Jeram sono specchio l’uno dell’altro. Marion era sempre molto categorica riguardo alle conseguenze dell’abuso di potere. S: Le tematiche affrontate su Darkover variano in base ai cambiamenti nella società terrestre (reale), in quanto il pianeta potrebbe essere considerato una metafora della Terra e delle sue problematiche. Quanto la storia di Darkover viene influenzata di conseguenza dalla nostra storia? Ad esempio, si è dedicata ai romanzi della Clingfire Trilogy per rappresentare la sua posizione — e, logicamente, quella di Marion — verso le armi di distruzione di massa, in particolar modo verso le armi chimiche e batteriologiche? DJR: Marion aveva già inventato il Patto, in parte — credo — per mostrare una società radicalmente diversa dalla nostra nell’approccio con le armi e l’etica legata al loro utilizzo. Così ci siamo chiesti come si fosse potuti giungere fino a esso: come da un tempo di conflitti senza regole si fosse arrivati a quello che è un principio universalmente onorato. Marion ne aveva accennato ne Il sapiente di Darkover (Two to conquer, 1980 — TEA, 1991) e ne La donna del falco (Hawkmistress! 1982 — TEA, 1989), ma volevamo andare più a fondo: ecco perché abbiamo messo insieme una trama che si dipana nell’arco di tre libri. Qualsiasi lezione i Terrani contemporanei ricavino dal racconto, dipende da loro.

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deve essere completo in sé e se uno scrittore inesperto cerca di ampliarlo, il romanzo che ne scaturirà potrebbe essere povero o episodico. D’altro canto, molti scrittori — me compresa — preferiscono «esplorare» un mondo a distanza più breve, prima di intraprendere il compito di scrivere un romanzo o una serie ambientati in quel mondo. La mia serie di racconti «Azkhantiani», pubblicati in Sword and Sorceress, sono diventati la base per la mia trilogia epic-fantasy, il cui primo volume, The Seven-Petaled Shield, verrà pubblicato da DAW l’estate prossima. S: Marion Zimmer Bradley sosteneva che la sua “voce” nei romanzi di Darkover fosse Lew Alton, il primo personaggio da lei creato. Lei, Deborah J. Ross, ha una sua personale “voce” su Darkover? Qual è il personaggio a cui si sente più legata? DJR: Ho la tendenza a innamorarmi di qualsiasi personaggio di cui scrivo nel momento in cui lo faccio, ma nessuno di essi mi rappresenta. D’altro canto, ho dovuto affrontare la sfida di rappresentare personaggi creati da qualcun altro, sia da Marion che dalle altre scrittrici con cui ha lavorato. In questi casi, ho dovuto stare molto attenta a rispettare la loro visione creativa. S: Qual è il periodo storico del pianeta del Sole Rosso che la appassiona maggiormente, quello in cui si sente più a proprio agio e perché? DJR: Mi piace esplorare nuovi aspetti di Darkover, così, se ho già scritto di un particolare periodo, sento che ci sono meno cose da scoprire. Credo che il periodo di transizione dal naufragio su Darkover (Darkover Landfall 1972 — Naufragio sulla terra di Darkover Nord, 1985) alle Età del Caos sarebbe fantastico da esplorare e mi piacerebbe anche continuare la linea del tempo «moderna» con il ritorno della Federazione Terrestre. La visione originaria di Darkover di Marion Zimmer Bradley si incentrava sul conflitto fra i Domini e le culture della Federazione. Entrambi questi periodi implicano grandi sconvolgimenti, che offrono grandi opportunità di scrivere intrecci drammatici. S: In Italia non abbiamo ancora avuto modo di leggere The Alton Gift, ma come si è posta


I libri di Marion Zimmer Bradley editi in Italia: TEA Libri NORD

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FANUCCI

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LONGANESI

DARKOVER E L'IMPERO © SERGIO QUARANTA S: Ha pensato di ambientare un romanzo su uno degli altri pianeti dell’Impero terrestre citati da Marion Zimmer Bradley? Creando magari millenni di storia, come è accaduto per Darkover? DJR: La visione di Darkover di Marion era piuttosto limitata al solo pianeta: non ha scritto molto sugli altri pianeti. Adrienne MartineBarnes lo ha fatto in parte in Attacco al pianeta Darkover, ma la mia preferenza è di attenermi alle intenzioni di Marion. Penso anche che il lettore voglia proprio una specifica esperienza su Darkover, ciò significa i luoghi e le culture che Marion ha creato su questo specialissimo mondo.

S: Cosa succederà quando i progetti di cui aveva discusso con Marion si esauriranno? Continuerà a scrivere di Darkover seguendo idee personali o… abbandonerà il pianeta (da brava terrestre)? DJR: Ho parlato prima di un paio di periodi storici che mi piacerebbe esplorare, ma i prossimi romanzi saranno stabiliti dall’editore e dalla Fondazione. Nel frattempo, ho avuto tantissimo lavoro personale da svolgere: la trilogia The Seven-Petaled Shield e un romanzo di fantascienza, Collaborators — entrambi progetti che spero saranno graditi ai miei lettori di Darkover!


RACCONTO

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Di un libro mai scritto di H.G. Wells

traduzione di MARA BARBUNI

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a letteratura esistente è tutta molto buona a suo modo, non c’è dubbio, ma molto più affascinanti agli occhi dell’uomo contemplativo sono i libri che non sono stati scritti. Essi non sono un impiccio da tenere in mano; non ci sono pagine da voltare. Durante le notti insonni uno può leggerli a letto senza candela. Per cambiare argomento, l’uomo primitivo nelle descrizioni di un antropologo è sicuramente un soggetto molto interessante e bizzarro, ma l’uomo del futuro, se soltanto ne conoscessimo le vicende, ci incuriosirebbe di più. Sì, ma dove sono i libri? Come disse Ruskin da qualche parte a proposito di Darwin, non è ciò che l’uomo è stato che dovrebbe interessarci, ma ciò che sarà. L’uomo contemplativo seduto nella sua poltroncina, mentre pensa a questa affermazione vede improvvisamente nel fuoco, attraverso l’alone azzurrognolo della sua pipa, uno di questi grandi volumi mai scritti. È di grandi dimensioni, dai caratteri spessi, a quanto pare è opera di un tale Professor Holzkopf, presumibilmente docente a Weissnichtwo. I caratteri necessari dell’uomo del futuro remoto dedotti dalle tendenze odierne è il suo titolo. Mentre segue le sue elucubrazioni, l’uomo contemplativo scopre che l’illustre Professore è puntualmente scientifico nel suo metodo, ed è cauto e prudente nelle sue deduzioni, e tuttavia le conclusioni sono come minimo straordinarie. Dobbiamo immaginarci che l’eccellente Professore si sia molto


CHANGE © JAVIER GONZÁLEZ PACHECO

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dilungato sulla materia, che è grandemente tecnica, ma l’uomo contemplativo – poiché ha accesso all’unica copia – è chiaramente libero di prendere gli estratti e fare i riassunti che vuole per il lettore non scientifico. Ecco, per esempio, qualcosa di molto pratico e lucido che egli considera degno di essere citato. “La teoria dell’evoluzione”, scrive il Professore, “è oggi universalmente accettata dagli zoologi e dai botanici ed è tranquillamente applicata anche all’uomo. Alcuni, in verità, si domandano se si applichi alla loro anima, ma tutti concordano che vale per il loro corpo. L’uomo, ci è stato assicurato, discende da progenitori scimmieschi, che le circostanze hanno poi modellato in esseri umani, e tali scimmie a loro volta sono derivate da forme più antiche e di ordine inferiore, e così via fino al brodo primordiale protoplasmico. È chiaro quindi che l’uomo, a meno che l’ordine dell’universo non sia arrivato alla fine, sarà sottoposto a ulteriori cambiamenti in futuro, e infine smetterà di essere uomo, dando origine a qualche altro tipo di essere animato. Di colpo si pone l’affascinante domanda: cosa sarà questo essere? Consideriamo per un attimo le influenze plastiche che sono in atto sulla nostra specie. “Così come l’uccello è una creatura delle ali, ed è plasmato e modificato per il volo, e così come il pesce è una creatura che nuota, e deve affrontare le inflessibili condizioni di un problema di idrodinamica, così l’uomo è una creatura del cervello; se vivrà, vivrà della sua intelligenza, e non della sua forza fisica. Perciò quanto è puramente ‘animale’ di lui sta per essere, e deve essere, al di là di ogni dubbio, soppresso nel suo definitivo progredire. L’evoluzione non è una tendenza meccanica che vada verso la perfezione, secondo le idee vigenti nell’anno di grazia 1897; è semplicemente il continuo adattamento della vita plastica alle situazioni che la circondano, nel bene nel male. Notiamo oggi intorno a noi questa decadenza della parte animale nella perdita dei denti e dei capelli, nelle mani e nei piedi meno grandi, nelle mascelle più piccole, nelle bocche e orecchie più sottili. Oggi l’uomo fa con l’arguzia e la tecnologia ciò che


un tempo faceva con l’esercizio del corpo; poiché un tempo egli doveva procacciarsi la cena, conquistare una donna, sfuggire ai suoi nemici e continuamente esercitarsi a compiere al meglio tali doveri per amore di se stesso. Ma ora è tutto cambiato. Carrozze, treni e vetture tranviarie rendono la velocità non necessaria, ed è più facile procurarsi il cibo; non bisogna più andare a caccia di una moglie, anzi, considerando l’affollamento del mercato matrimoniale, è la donna che va a cercarsi un marito. Oggi per vivere serve l’ingegno, e l’attività fisica è una droga, persino una trappola; ha bisogno di sfoghi artificiosi e abbonda di giochi. L’atletismo porta via tempo e limita l’uomo nella sua competitività e nei suoi affari. Così l’uomo in carne è svan-

THIS IS MY HONEY © JAVIER GONZÁLEZ PACHECO

taggiato rispetto al suo fratello più smilzo. Non ha successo nella vita, non si sposa. Chi si adatta meglio, sopravvive”. L’uomo che verrà, dunque, avrà chiaramente un cervello più grande e un corpo più minuto rispetto a oggi. Ma il Professore individua un’eccezione. “La mano umana, poiché è insegnante e interprete del cervello, diverrà sempre più potente e sottile mentre il resto della muscolatura si rimpicciolirà”. Così nella fisiologia di questi discendenti degli uomini, con il loro cervello in espansione, le loro grandi mani sensibili e i loro corpi in regressione, si elaborano grandi cambiamenti. “Oggi noi notiamo”, dice il Professore, “negli strati più intellettuali dell’umanità una crescente sensibilità agli stimolanti, e una

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Il ragazzo del futuro, bisogna credere, guarderà a una mela con la stessa indifferenza con cui oggi guarda a una pietra” – quando il gatto non c’è. “Inoltre le nuove scoperte chimiche sono intervenute a modificare le abitudini dell’uomo. Anche nel periodo preistorico la bocca dell’uomo aveva cessato di essere uno strumento per afferrare il cibo; sta diventando sempre meno prensile, i suoi denti davanti sono più piccoli, le sue labbra più sottili e meno forti; egli possiede un nuovo organo, una mandibola non di tessuto irreparabile ma d’osso e d’acciaio – coltello e forchetta. Non c’è ragione per cui le cose dovrebbero fermarsi alla parziale divisione fin qui ottenuta; al contrario abbiamo tutte le ragioni di credere alla mia affermazione che qualche astuto meccanismo esterno interverrà a masticare e a insalivare la cena dell’uomo, ad alleggerire il lavoro delle sue sempre più piccole ghiandole salivari e dei suoi denti, e alla fine ad abolirli del tutto”. E poi ciò di cui non c’è bisogno scompare. Che necessità c’è ora di avere orecchie, naso e arcate sopraccigliari esterni? Gli ultimi due una volta proteggevano gli occhi dalle ferite in battaglia e nelle cadute ma oggi noi ci manteniamo sulle nostre gambe, e in pace. Se la pensa così, il lettore si immaginerà una strana e oscura visione del volto dell’uomo del futuro: “occhi grandi, luminosi, belli, profondi; sopra di essi, non più separata da rozzi archi sopraccigliari, la sommità della testa, una cupola glabra, scintillante, affusolata e bellissima; non c’è alcun naso prospicente che disturbi con le sue inutili ombre la simmetria di quel calmo volto; non ci sono padiglioni auricolari sporgenti;

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crescente incapacità di reggere cose come l’alcol, per esempio. Gli uomini non riescono più a bersi una bottiglia di porto; alcuni non possono bere il tè; è troppo eccitante per il loro sopraffino sistema nervoso. Il processo continuerà, e il Sir Wilfrid Lawson di qualche generazione non lontana nel futuro potrà trovare piacere e dovere nel far tintinnare le proprie argentee scintille di saggezza contro un vassoio da tè. Questi fatti inducono naturalmente alla comprensione di altri. Una volta la carne cruda fresca era un piatto da re. Oggi le persone raffinate toccano appena la carne se non è abilmente mascherata. E ancora, considerate il caso delle rape; la radice cruda oggi è una cosa quasi immangiabile, ma tanto tempo fa una rapa doveva esser stata un ritrovamento raro e fortunato, da spezzarsi con avidità delirante e da essere divorata in estasi. Verrà il tempo in cui il cambiamento influenzerà tutti gli altri frutti della terra. Anche oggi, solo i giovani mangiano le mele crude – perché i giovani mantengono sempre le caratteristiche ancestrali che scompaiono nell’età adulta. Un giorno anche i ragazzi considereranno le mele senza provare emozioni.


la bocca è piccola, un’apertura perfettamente rotonda senza denti, senza gengive, senza mascella, senza vita, senza nessuna emozione futile che disturbi la sua perfezione, come la stella della sera o la luna di settembre sull’ampio firmamento della faccia”. Questo è il viso del futuro immaginato dal Professore. Naturalmente cambiamenti simili toccheranno anche il corpo e le membra. “Ogni giorno tantissime ore e tantissima energia sono richieste per la digestione; un pesante torpore, una letargia corporea, agguantano i mortali dopocena. Questo può essere evitato. La conoscenza umana della chimica organica cresce quotidianamente. Già oggi l’uomo può aiutare le ghiandole gastriche con dispositivi artificiali. Ogni medico che prescrive farma-

Non c’è dubbio che molti Artropodi, una categoria di animali più antica e più diffusa dei Vertebrati anche ai giorni nostri, hanno subito più modifiche filogenetiche” – frase straordinaria – “anche del più modificato dei vertebrati. Le forme semplici come le aragoste mostrano una struttura primitiva parallela a quella dei pesci. Tuttavia, in una forma regredita come quella del ‘Chondracanthus’, la struttura si è allontanata di più dalla sua forma originale che nell’uomo. In alcuni di questi crostacei altamente modificati, l’intero canale alimentare – ovvero tutte le parti atte alla digestione e all’assorbimento del cibo – forma un inutile cordone solido: l’animale è nutrito – è un parassita – per assorbimento del fluido nutritivo in cui nuota.

Herbert George Wells Herbert George Wells, meglio conosciuto come H. G. Wells, è stato un prolifico autore britannico a cavallo tra XIX e XX secolo. Tra i più popolari autori della sua epoca, Wells ha dato alle stampe opere fondamentali di genere fantascientifico, infatti oggi è ricordato come uno degli iniziatori di tale genere narrativo. Tra i suoi romanzi più famosi La macchina del tempo (The Time Machine, 1895), L'isola del dottor Moreau (The Island of Dr. Moreau, 1896) L'uomo invisibile (The Invisible Man, 1897) e La guerra dei mondi (The War of the Worlds, 1897).

ci suppone che le funzioni corporee possano essere sostituite artificialmente. Abbiamo la pepsina, la pancreatina, l’acido gastrico artificiale – e non so che altro. Perché dunque lo stomaco non dovrebbe essere infine sostituito del tutto? Un uomo che possa non solo lasciar cucinare, ma anche masticare e digerire la sua cena da altri, avrebbe ampi vantaggi sociali su uno che si digerisca il cibo da solo. Permettetemi di ricordarvi che questa è la più sobria, imperturbabile e scientifica elaborazione delle forme future delle cose deducibile dai dati del presente. A questo punto i fatti che seguono posso forse stimolare la vostra immaginazione.

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È assolutamente impossibile supporre che l’uomo sia destinato a un simile cambiamento; immaginare che non sieda più a cena, circondato da ingombranti annessi e connessi di camerieri e di piatti, con un cibo buffamente allestito e distorto, ma si nutra invece in elegante semplicità immergendosi in una vasca di fluido nutritivo? “Si presenta alla vivace immaginazione un edificio, una cupola di cristallo, sulla traslucida superficie della quale passano, svaniscono e mutano flussi dei più puri e gloriosi colori del prisma. Al centro di questa cupola trasparente e camaleontica c’è una vasca circolare di marmo bianco con dentro un


101 quelle che convivono con lui temporaneamente come commensali e parassiti. Questi animali e piante infestanti devono prima o poi soccombere alla incessante inventiva e alla progressiva disciplina dell’uomo. Quando costui imparerà (e gli scienziati stanno senza dubbio oggi per scoprire il segreto) a fare il lavoro della clorofilla senza le piante, allora la sua necessità di altri animali e piante sulla terra sparirà. Prima o poi, quando non ci saranno più né resistenza né necessità, ci sarà l’estinzione. Negli ultimi giorni l’uomo sarà solo sulla Terra e il suo cibo sarà estratto dallo scienziato dalle morte rocce e dalla luce del sole.

“E – uno può comprenderne la ragione in quell’esplicito e dolorosamente giusto libro, i Dati dell’Etica – l’irrazionale consorzio umano lascerà il posto a una cooperazione intellettuale, e anche l’emotività rientrerà nell’ambito della ragione. Indubbiamente ci vorrà tanto tempo, ma tanto tempo è niente rispetto all’eternità, e ogni uomo che osa pensare a queste cose deve guardare in faccia l’eternità.” E poi il Professore ci ricorda che la Terra sta continuamente disperdendo calore nello Spazio. E così infine insorge una visione di angeli terrestri, teste saltellanti, grandi intelligenze prive di emozioni e cuori piccoli che per forza combattono insieme, e ferocemente, contro il freddo che li attanaglia sempre più. Perché il mondo si sta raffreddando – lentamente e inesorabilmente diviene più freddo man mano che passano gli anni. “Dobbiamo immaginarci queste creature”, dice il Professore, “in gallerie e laboratori sprofondati nel cuore della Terra. Tutto il mondo sarà coperto di neve e di ghiaccio; animali e vegetazione scomparsi ad eccezione di quest’ultimo ramo dell’albero della vita. Gli ultimi uomini sono andati ancora più in profondità, seguendo il calore residuo del pianeta, ed enormi condotti metallici e ventilatori convoglieranno l’aria di cui hanno bisogno”. Così, con uno sguardo a questi girini umani nelle loro profonde gallerie chiuse, con la loro pesante tecnologia che rintrona lontano, con luci artificiali che abbagliano e che gettano ombre oscure, si chiude la profezia del Professore. L’umanità in tetra regressione dal freddo, e mutata al di là di ogni riconoscimento. E tuttavia il Professore è sufficientemente ragionevole, i suoi dati sono attualmente scienza, il suo metodo è ineccepibile. L’uomo contemplativo rabbrividisce all’idea, si mette a ravvivare il fuoco e tutto questo notevole libro che non è mai stato scritto svanisce all’istante nel fumo della sua pipa. Questo è il grande vantaggio delle letteratura mai scritta: non c’è bisogno di cambiare i libri. L’uomo contemplativo si consola pensando al destino della specie con l’ultima parte di Kubla Khan.

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liquido chiaro, mobile e ambrato, e in esso si immergono e galleggiano strani esseri. Sono uccelli? “Sono i discendenti dell’uomo – a cena. Guardateli come saltano sulle mani – un metodo di movimento già evocato da Bjornsen – sul puro, candido pavimento di marmo. Hanno grandi mani, enormi cervelli, occhi teneri, liquidi e profondi. Tutti i loro muscoli, le gambe, l’addome, sono ridotti a niente, un’appendice penzolante e regredita delle loro menti.” Le successive visione del Professore sono meno intriganti. “Gli animali e le piante muoiono prima degli uomini, a eccezione di quelle che egli coltiva per il cibo e per proprio diletto, o di


POSTFAZIONE H.G. Wells, Lo scrittore contemplativo

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erbert George Wells, precursore del moderno romanzo scientifico, è stato uno scrittore britannico tra i più popolari. Versatile e prolifico, idealista, dedito al pacifismo, Wells produsse opere di storia e critica sociale oltre che di narrativa contemporanea. In questa sede parleremo più approfonditamente della propensione di Wells per i temi fantascientifici, una capacità, la sua, che sconfina in taluni casi nella predizione. Basti pensare all’impatto fortemente drammatico che l’adattamento radiofonico de La guerra dei mondi, interpretato da Orson Welles nel 1938, scatenò nelle città della costa orientale degli Stati Uniti. Welles lesse in radiocronaca alcuni passaggi del testo, scatenando il panico tra gli ascoltatori. La bravura dell’attore, unita alla forza evocativa della catastrofe fantascientifica diffusa nell’etere, terrorizzò migliaia di persone in quella che viene ricordata come una delle più grandiose burle nella storia dei media. Sin da piccolo, Wells dimostrò un vivo interesse per lo studio e per la scienza. Assiduo frequentatore di biblioteche e circoli culturali, nel 1890 si laureò in zoologia e biologia presso la University Correspondence College. Fu ragazzo di bottega presso un ingrosso di tessuti, aiuto professore, ripetitore di biologia, giornalista. Nei suoi racconti, sempre conditi da una sottile vena di umorismo inglese (il lettore capisce sempre troppo tardi che è stato “preso in giro”), è possibile trovare spunti di riflessione critici per una attenta analisi sociale. È sempre chiaro come la scienza, con tutte le sue potenzialità, debba restare al servizio dell’uomo,

di EMANUELA VALENTINI per un progresso utile, quasi filantropico nella sua illusione di paternità, da parte dell’uomo, del potere sulle macchine che lui stesso ha creato e che, spesso, gli si rivoltano contro. Da una lettura approfondita dei suoi scritti, risulta chiaro come Wells sia riuscito a creare una perfetta combinazione tra pensiero scientifico e fantasia; da questa abile fusione alchemica sono nati capolavori come L’uomo invisibile (Bompiani, 1988), La macchina del tempo (Mursia, 1990), L’isola del dottor Moreau (Mursia, 1991), La guerra dei mondi (Mursia, 1991). Tra i suoi numerosi racconti ancora inediti nel nostro paese, ne abbiamo scelto uno particolarmente significativo ed esemplificativo dello stile morale e didattico di Wells: Di un libro mai scritto (Of a book unwritten fa parte della raccolta di saggi Certain personal matters, "A Collection of Essays and Short Stories, some autobiographical" del 1898. Traduzione per Speechless di Mara Barbuni). Narrato in parte come cronistoria, in parte come parabola, il racconto fornisce un commento sociale attraverso l’uso di personaggi immaginari, inseriti in ruoli simbolici, che si relazionano con un argomento straordinario. Il protagonista del racconto è l’uomo contemplativo, una figura allegorica rappresentante il cittadino medio, di modesta cultura, aperto e interessato alle novità sociali e scientifiche del suo tempo. Un uomo normale, curioso e in parte spaventato dal tema illustrato nel testo, essendo questo niente di meno che un trattato scientifico sulle sorti dell’umanità in un lontano futuro. Già dall’incipit appare chiara l’intenzione


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dell’autore di dare al racconto la parvenza di un fatto reale (nell’assurdo). Nelle prime righe, il testo propone una riflessione sulla rilevante importanza del passato e del già accaduto, che è però poca cosa rispetto al futuro e al non ancora accaduto. Per rendere l’idea, Wells fa uso della metafora sul fascino esercitato dall’uomo primitivo (il conosciuto) in contrapposizione a quello, infinitamente maggiore dell’uomo del futuro (lo sconosciuto) e cita per l’occasione John Ruskin – scrittore, poeta, pittore e critico d’arte britannico (Londra, 8 febbraio 1819 – Brantwood, 20 gennaio 1900) – che scrisse, a proposito di Darwin e della sua teoria sull’evoluzione: Non è ciò che l’uomo è stato che dovrebbe interessarci, ma ciò che sarà (cit. dal testo). Wells rafforza il pensiero teso al non ancora accaduto con l’analogia e il paradosso – uso futuristico della narrativa – sulla letteratura esistente, che è tutta buona, a suo modo, non c’è dubbio, ma molto più affascinanti agli occhi dell’uomo contemplativo sono i libri che non sono stati scritti. L’uomo contemplativo, quindi, mentre è seduto nella sua poltroncina perso

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nelle profondità dell’affermazione proposta nell’incipit, d’improvviso vede, tra le fiamme del camino, attraverso l’alone azzurrognolo del fumo della sua pipa, un libro mai scritto. Questo tomo è di grandi dimensioni, tant’è che l’uomo contemplativo è perfettamente in grado di leggere il nome dell’autore e il titolo, scritto in grossi caratteri; a quanto pare è opera di un tale Professor Holzkopf, presumibilmente docente a Weissnichtwo. I caratteri necessari dell’uomo del futuro remoto dedotti dalle tendenze odierne, è il suo titolo. Nomi palesemente inventati, bizzarri, buffi, persino. Eppure non tolgono un filo di solennità al pathos della narrazione. Da questo punto in poi, segue la lettura del libro mai scritto, con qualche intervento di mediazione transletterale da parte di un narratore invisibile. Dopo solo poche righe, però, il protagonista che legge, seduto davanti al fuoco con la pipa tra le labbra, svanisce. Scompare dalle pagine e dalla memoria del lettore esterno (davvero!), per riapparire nelle righe di chiusura, terrorizzato dall’ipotesi evocata dalla lettura della teoria catastrofista del Professor Holzkopf. In questo breve racconto, Wells costruisce una geniale trama espressiva; non usa piani temporali: tutto rimane perfettamente in mostra. Solo, illumina, argomentando di volta in volta, gli oggetti narrati ai quali desidera dare priorità, spegnendo quelli da tenere in sospeso. È con questo sistema che l’autore ci illustra la tesi sul futuro dell’essere umano e la sua evoluzione, sino alla sua fine, ipotizzati da Holzkopf, regalando qui e là interessanti digressioni storiche e sociali del periodo temporale reale – presumibilmente fine ottocento. Così come l’uccello è una creatura delle ali, ed è plasmato e modificato per il volo, e così come il pesce è una creatura che nuota, e deve affrontare le inflessibili condizioni di un problema di idrodinamica, così l’uomo è una creatura del cervello; se vivrà, vivrà della sua intelligenza, e non della sua forza fisica. Con questa


premessa didascalica, l’illustre professore ipotizza e chiarisce i cambiamenti cui sarà sottoposto l’uomo nei secoli a venire, dipingendo un quadro ambientale terrifico e descrivendo l’aspetto grottesco che l’essere umano assumerà, perdendo gradualmente quanto è puramente animale, di lui. L’uomo che verrà, dunque, avrà chiaramente un cervello più grande e un corpo più minuto rispetto a oggi. Ciò che non è necessario all’evoluzione, scompare, dice Holzkopf. E quindi l’uomo del futuro sarà in fine privo di orecchie, di naso, di mascella, denti, appendici. Dello stomaco. E qui, approfondendo il tema della digestione, lo studioso

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si lancia in una prospettiva disarmante e visionaria: Al centro di questa cupola trasparente e camaleontica c’è una vasca circolare di marmo bianco con dentro un liquido chiaro, mobile e ambrato, e in esso si immergono e galleggiano strani esseri. Sono i discendenti dell’uomo. In questo modo egli descrive creature che si nutrono degli elementi minerali contenuti nel liquido in cui sono immersi, entità non più paragonabili all’uomo, sempre più simili a girini nel brodo primordiale. Solo che questa non è la descrizione di un inizio, ma la tragica presa di coscienza di una fine annunciata. E così, con uno sguardo agli esponenti


Wells con questa perla narrativa non solo ha precorso i tempi, rendendo visibile agli occhi del lettore il rischio che l’umanità corre snaturandosi e allontanandosi progressivamente dai cicli naturali, dal cibo, dai processi fisici, ma ha anche regalato al mondo la splendida illusione di ciò che non è ancora stato. Soltanto la concezione dell’esistenza ideale di libri mai scritti è uno dei più bei paradossi mai creati. E poi c’è la speranza che il futuro sia diverso. Sì, perché egli disegnando un futuro tragico, prospetta anche la possibilità che questo atroce destino venga in qualche modo mutato. All’uomo del presente, dunque, l’ultima parola.

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dell’ultimo ramo dell’albero della vita, fuggiti dalla natura ormai distrutta e rifugiatisi nelle profondità della terra, in fuga verso il nucleo caldo, in cerca dell’antico vigore, si chiude la visione del Professore e la luce torna a spostarsi, rapida, quasi dolorosa a quel punto, sull’uomo contemplativo che, preso dall’ansia rimesta il fuoco e nel fumo, il libro mai scritto svanisce, lasciando chi osserva dall’esterno senza fiato, col cuore che batte all’impazzata – in un certo qual modo, per quanto mi riguarda, un sollievo (la conferma della vita, del sangue che scorre. La consapevolezza che quanto descritto è un incubo ancora molto, molto lontano).


di PIA FERRARA

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Se ci trovassimo in libreria, dinanzi a una copia de La metafisica di Harry Potter (Camelozampa, 2012), di MARINA LENTI, la prima domanda che ci verrebbe in mente potrebbe essere: “Perché un altro saggio su Harry Potter?”


sette nella saga di Harry Potter, fino a risalire al significato del sette secondo la Cabala. Il viaggio alchemico di Harry Potter individua insospettati parallelismi tra l’opera alchemica di trasformazione dei metalli non nobili in oro e la storia di Harry. L’inizio… della fine verte sulla profezia pronunciata da Sibilla Trelawney (Cooman in Italia) che segnerà il destino di Voldemort, Harry e persino di un altro ragazzo, Neville Longbottom (Paciock nella versione italiana). Le quattro Case di Hogwarts analizza la personalità e la simbologia delle quattro Case di Hogwarts, Grifondoro, Tassorosso, Corvonero e Serpeverde. La via… horcrucis analizza gli Horcrux creati da Voldemort nel corso della saga. I Doni della Morte è un capitolo in un certo senso speculare rispetto al precedente, in cui la Lenti si sofferma sulle corrispondenze psicanalitiche tra i segmenti della personalità e i Doni ricevuti dalla Morte dai fratelli Peverell, la Bacchetta di Sambuco, la Pietra di Resurrezione e il Mantello dell’Invisibilità. Il Prescelto, l’Ombra e il mito della rinascita verte sul rapporto di Harry e Voldemort con la morte e sulle rinascite affrontate da entrambi nel corso della saga (fisiche e spirituali). Gli aiuti magici si sofferma su quelli che

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arina Lenti ha già – più volte – detto la sua sulla saga potteriana di J.K. Rowling: suo è L’Incantesimo Harry Potter (Delos Books, 2006), così come Harry Potter a test (Alpha Test, 2007) e ha curato il progetto dell’antologia di beneficienza di saggi Potterologia per Camelozampa. Ce lo spiega la stessa Lenti, con cui abbiamo avuto occasione di fare due chiacchiere dopo aver letto il volume: “Perché dopo la pubblicazione de L'Incantesimo Harry Potter avevo avanzato molto materiale che, dato il taglio di quel saggio, non poteva trovarvi cittadinanza. Ed era un peccato lasciarlo lì. Infatti, una volta che l'ho raggruppato, mi sono resa conto che, con ulteriori ricerche, avrebbe potuto costituire l'oggetto per un secondo saggio interessante, di taglio completamente diverso e sicuramente mai affrontato in Italia. Ma credo neppure all'estero. Benché la produzione saggistica estera su Harry Potter, specialmente in lingua inglese, sia sterminata e non consenta di fare affermazioni sicure al 100% come nel caso del nostro Paese, direi che il fatto di aver trovato, nelle mie ricerche, un solo saggio in volume incentrato unicamente su queste tematiche possa essere abbastanza indicativo”. La metafisica di Harry Potter si articola in nove capitoli: Una saga magica lunga sette libri, Il viaggio alchemico di Harry Potter, L’inizio… della fine, Le quattro Case di Hogwarts, La via… horcrucis, I Doni della Morte, Il Prescelto, l’Ombra e il mito della rinascita, Gli aiuti magici e I poteri interiori. Abbiamo chiesto a Marina Lenti da dove sia partito il suo processo di documentazione per scrivere il saggio: “Come dicevo, sono partita dal materiale avanzato, ma mi sono resa conto ben presto che questo era in grado di figliare copiosamente e infatti così ha fatto. Basti dire che fra ricerca e stesura ho impiegato quattro anni a terminare il lavoro”. Una saga magica lunga sette libri affronta il tema della ricorrenza del numero


ITALIA primo sito italiano

www.moonlightitalia.com/vampirediaries

WRITER'S DREAM Perché scrivere non è solo un sogno www.writersdream.org


la lettura, con più tempo a disposizione per riflettere su quanto appreso nel singolo capitolo. Particolarmente degni di nota i capitoli dedicati all’alchimia, un argomento ignoto ai più in cui la Lenti riesce a introdurci in modo naturale e mai noioso. Un’ultima domanda si è affacciata alla mente: Marina Lenti ha già messo per iscritto tutto ciò che aveva da dire sulla saga di Harry Potter? “Su Harry Potter – risponde l'autrice –, per via della sua ricchezza, restano da dire un sacco di cose, ma dopo avergli dedicato due saggi in volume, un manuale e un saggio breve, direi che è tempo che mi fermi, almeno per quanto riguarda le pubblicazioni. Continuerò naturalmente a scrivere di lui sul mio blog www.marinalenti.com, ma sul versante editoriale voglio concentrarmi ora su altre cose e altri generi”.

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Propp denominava “oggetti di valore”, dei mezzi che permettono all’eroe di assolvere il suo compito all’interno della storia (i Patronus, la fenice, le bacchette). Ne I poteri interiori l'autrice chiude il saggio analizzando l’aspetto magico in Harry Potter e i poteri mostrati dai personaggi della saga. Alcuni capitoli si sono rivelati difficili da scrivere, e come ci spiega Marina Lenti c’è stato più di un capitolo in grado di metterla in difficoltà: “Sì, più di uno. È stata dura confezionare la prima parte del primo capitolo, quella che analizza i simbolismi del numero sette nella cultura babbana, perché la quantità di materiale è sterminata. È stata dura confezionare la parte strettamente alchemica del secondo capitolo, dove paragono le fasi della Grande Opera ai sette romanzi, principalmente perché l'alchimia è una materia molto complessa e, prima di raccapezzarcisi un minimo in modo da riuscire a spiegare almeno i principi base ad altri, bisogna faticare un bel po'. E poi sono state ardue alcune parti del terzo capitolo, laddove mi impelago nel discorso su Libero Arbitrio e Predestinazione, e alcune parti sulla simbologia delle Case di Hogwarts, che tratto nel quarto capitolo. Dopo questi scogli, che almeno un paio di volte, lo confesso, mi hanno fatto temere che il compito fosse oltre la mia portata, il resto è andato relativamente in discesa”. La metafisica di Harry Potter è un saggio oggettivamente ben scritto, strutturato in modo da risultare interessante anche per un lettore che non conosca il mondo potteriano come le sue tasche. Una volta iniziata la lettura ci si ritrova immersi tra alambicchi e calderoni senza neppure sapere come. La struttura indipendente dei capitoli è un valore aggiunto perché permette al lettore di segmentare ulteriormente


#4 Da Reverie alla Fucina della Morte RUBRICA di MIRIAM MASTROVITO

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hi di voi non ha mai fantasticato, anche solo per pochi istanti, di poter scambiare la quotidianità con una realtà ovattata e perfetta da videogame? Un’infinità di dimensioni tra cui scegliere scorrazzando nello spazio e nel tempo, miriadi di paesaggi in cui potersi trasformare nei personaggi più disparati e vivere avventure di ogni tipo con la sicurezza di non correre alcun rischio. È una prospettiva allettante, non vi pare? Ebbene oggi ho il piacere di condurvi alla scoperta di un luogo in cui tutto ciò è possibile: Reverie. Si tratta di un mondo nuovo, collocato in un ipotetico futuro, sorto dalle ceneri del nostro mondo o di uno che in origine gli somigliava. Quando l’apocalisse è giunta sotto forma di tempeste di Etere che hanno reso l’aria quasi irrespirabile seminando morte e distruzione, un gruppo di scienziati ha creato una biosfera ipertecnologica e al suo interno ha edificato una città per pochi eletti. Qui non si invecchia più, non ci si ammala e non si soffre, si vive come sospesi

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in una sorta di morire, perché queste, nella bolla protettiva realtà virtuale, dalla quale è sono ipotesi stato espulso impraticabili. il male in ogni sua forma. Ma i sogni, si Unico limite di VERONICA ROSSI sa, spesso si requesto “eden” vive nel nord della Ca- alizzano a caro è che ha con- lifornia con il marito e prezzo e anche fini ristretti, due figli. Questo è il in questo caso ma il progres- suo primo romanzo che ce n’è uno da so tecnologico inaugura una trilogia di pagare. Come ha saputo far genere, bestseller negli avrete intuito, a fronte anche Stati Uniti e in Inghilter- Reverie non esia questo. Ecco ra, in corso di pubblica- stono emozioni dunque che da zione in 25 paesi e i cui né sensazioni cinematografici autentiche, poReverie è pos- diritti so no sta ti opzionati dal- sitive o negative sibile accedeche siano, la sotre ai Reami. la Warner Bros. tile membrana Basta indossare che separa il reale dal virtuale l’Iride − una specie di occhio si è completamente dissolta e biomeccanico − perché si dil’esistenza è diventata simuschiudano le porte di migliaia di lazione. Chi è nato e vissuto regni virtuali in cui poter sconqui non riesce a comprenderlo figgere la noia sperimentando perché non ha un termine di tutte le avventure possibili e paragone ma c’è qualcuno che immaginabili. Nei Reami, prosi appresta a scoprirlo. prio come nei videogame, si possono affrontare battaglie, Aria, una ragazzina di diciassette anni, un giorno viene scalare montagne, attraversaaccusata di un crimine che non re fiumi, esplorare antiche civilha commesso e subisce la contà e persino assaporare i piadanna più terribile che si posceri della carne conservando sa comminare nel suo paese: la certezza di non ferirsi e non


ad animali, sporchi, malati, feroci. Suo malgrado, Aria sarà costretta a conoscerli e dovrà allearsi proprio con uno di loro per poter sopravvivere e trovare un modo per tornare a casa. Lui è Peregrine, gli stanziali hanno rapito suo nipote per ragioni che ignora e Aria rappresenta la sua unica possibilità di fare breccia nella biosfera per ritrovarlo.

Se giunti a questo punto, deciderete di lasciarvi definitivamente alle spalle l’ambientazione paradisiaca di Reverie per seguire Aria nel suo viaggio, vi incamminerete sotto il cielo selvaggio di Never Sky. La sensazione di pericolo non vi abbandonerà più e la paura sarà vostra compagna di avventura; ma insieme alla protagonista scoprirete che si annida qualcosa di irrinunciabile anche nell’inferno. I selvaggi hanno pochissimo di cui cibarsi e vivono di costanti privazioni, ma godono di sensi iper-sviluppati attraverso cui sperimentano sensazioni reali nella maniera più intensa. Alcuni di loro sono Segnati. Ci sono i Veggenti, capaci di vedere al buio, gli Auscultanti in grado di percepire anche i suoni più flebili e i Sagaci, come Peregrine, il cui olfatto può captare l’umore delle persone. Nella Fucina della Morte Aria imparerà a provare il dolore e la paura, la fame, la stanchezza, la speranza e persino l’amore. Nonostante tutto sarà qui che per la prima volta potrà davvero assaporare la vita. E allora scegliere da che parte stare non sarà più facile. Voi cosa scegliereste tra una perfetta realtà simulata e una realtà più che imperfetta ma autentica? Viaggiando nel meraviglioso/terrificante universo creato da Veronica Rossi, ho udito il canto di Aria. Riecheggia ancora nelle mie orecchie rafforzando in me la convinzione che sia preferibile convivere con la certezza di morire piuttosto che esistere a oltranza senza aver vissuto mai.

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viene estromessa dalla biosfera e abbandonata nel territorio al di fuori, quello che tutti chiamano la Fucina della Morte. È questo ciò che rimane del vecchio mondo, un territorio impervio spazzato da continue tempeste di Etere nel quale i pochi scampati all’apocalisse lottano per la sopravvivenza. Selvaggi, li chiamano gli stanziali di Reverie, uomini simili


La mate rnWitEBà2.0 NELL’ERA DEL

intervista a Claudia Porta, mamma-blogger-imprenditrice

di ELISABETTA OSSIMORO

S

cegliere di lasciare un lavoro fuori casa per restare tra le mura domestiche a prendersi cura dei propri figli al giorno d’oggi può sembrare una scelta anacronistica: tuttavia, al tempo del web 2.0, è possibile conciliare lavoro e famiglia grazie a internet, riuscendo persino a trasformare un proprio hobby in un’occupazione fruttuosa e appassionante, in grado di aggregare intorno a sé una comunità viva, che si scambia consigli sulle molteplici sfaccettature della maternità. La community delle mamme sul web è forte e unita, come dimostrano le pubblicazioni di Claudia Porta, che riferisce la sua esperienza, oltreché nel seguitissimo blog www.lacasanellaprateria.com, anche in due libri editi da Leone Verde Edizioni nella collana Bambino Naturale: in La mia mamma sta con me (2008) racconta la storia personale sua e di altre “mamme imprenditrici da casa” (tra cui Daniela Sacerdoti, autrice di Watch over me) e in Giochi con me? (2012) parla della necessità di un ritorno alle origini nell’approccio al gioco con i figli, un momento che può trasformarsi anche in un’occasione per riscoprire un rapporto più genuino con la natura e con l’arte. Noi di Speechless oggi ne parliamo proprio con lei.

Speechless: Ciao Claudia e benvenuta su Speechless. Prima di diventare mamma vendevi yacht a Montecarlo e adesso vivi e lavori in una casa di campagna in Provenza insieme a tuo marito e ai tuoi tre figli: vuoi raccontare ai nostri lettori che cosa ti ha portato alla decisione di “fuggire dalla città”? Claudia Porta: Volevo che i miei figli crescessero il più possibile all’aperto, a contatto con la natura.

S: La blogosfera è come una grande casa con tante finestre su piccoli mondi: il tuo è un mondo variegato e pieno di colore; sul tuo blog (e nei tuoi libri) si parla di yoga, di educazione Montessoriana, di metodo Steineriano, di “portare i bambini” (i tuoi meitai sono bellissimi), di bambole waldorf, di ritorno alla natura; qual è l’idea di base che sta dietro al modello educativo che segui e proponi? CP: In realtà non c’è un’idea

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MEDALION IV © ANITA ZOFIA SIUDA

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né un modello educativo particolare a cui mi ispiro. Semplicemente osservo le varie possibilità e, da ciascuna, traggo ciò che mi sembra maggiormente in linea con il mio concetto di educazione, che consiste nell’accompagnare i figli, aiutandoli a tirare fuori la loro vera essenza, e non nel “plasmarli” in base alle nostre aspettative. S: Essere una mamma imprenditrice che lavora da casa, tramite internet, fa dell’ambiente domestico lo spazio della propria professione: come imparare a gestire tempi e spazi, tra cura dei bambini e lavoro? CP: Non è facile. La cosa più difficile è far capire agli altri membri della famiglia che si sta effettivamente lavorando, e riuscire a far rispettare i propri tempi e i propri spazi. Questo è uno degli argomenti che affronto nel mio libro. S: In “Giochi con me?” parli della necessità di tornare a usare le mani per permettere ai bambini di liberare la propria creatività, creando da sé spazi di gioco e gli stessi giocattoli, riscoprendo una connessione profonda con la terra e con i materiali da lavorare. In che modo questa può essere una buona occasione per ritrovare qualcosa che nella vita adulta e cittadina di oggi si è fondamentalmente perso?

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CP: Questo può essere il primo passo di una grandissima rivoluzione personale. Molti di noi non usano più le mani perché non ne hanno bisogno. Quando, grazie ai figli, proviamo la gioia di creare, ci si apre un mondo ormai dimenticato, che può trasformarsi in passione se non addirittura, come nel mio caso, in professione. S: Nei tuoi libri sostieni l’assenza della tv dalla quotidianità dei bambini (e, vista la pessima influenza di pubblicità e programmi attuali, ne capisco bene il motivo). Io però conservo degli splendidi ricordi delle conversazioni che intrattenevo con le mie compagne di classe, alle elementari, sugli ultimi episodi di Lady Oscar e Il mistero della pietra azzurra, capolavori dell’animazione che hanno segnato in positivo la mia infanzia e hanno contribuito ad accendere il mio già precoce interesse per la storia e la letteratura. Lo stesso vale per alcuni preistorici videogiochi (sono stata una bambina che giocava con il DOS). Non pensi che negare del tutto l’accesso alla televisione e ai videogiochi possa privare i bambini di un’ulteriore possibilità di arricchimento e confronto con i coetanei che è un tratto distintivo – per quanto opinabile – del nostro tempo?

CLAUDIA PORTA


CP: La mia idea non è di negare completamente l’accesso alla tv e ai videogiochi. Questo non si deve però sostituire al gioco. Penso che, nell’ideale, sarebbe meglio evitare questi strumenti o limitarsi a un uso sporadico prima dei sei anni. Dopodiché vanno proposti in modo critico e consapevole, scegliendo attentamente i contenuti da offrire ai bambini. Detto questo, la vita di una mamma è dura, e in certi momenti questi

strumenti possono essere un ripiego utile. L’importante è non abusarne. S: In “Giochi con me?” illustri tanti modi creativi e anche “esotici” per intrattenersi con i propri bambini. C’è un gioco, una costruzione, qualcosa di semplice da realizzare che vuoi condividere con i lettori di Speechless? CP: Le bamboline-papavero che mi faceva mia nonna quando ero bambina. Un ricordo bellissimo!

bole per qu Ebbene sì, noi abbiamo un de ci stiamo appassionando ai rni gio ti es qu In e”. cc rba “e mano o ai nostri nature journal degli nd sta e, ch are ns pe (e ri ve pa pa ano solo in agosto…). Li abbia anni passati, ad Annecy fioriv o nati, studiati. Abbiamo tentat mo osservati, fotografati, diseg (se mai ce ne fosse bisogno), a tur na dre ma a no ma a un re di da i semi in giro per il prato. Poi aprendo la capsula e spargendo nmboline che mi faceva mia no mi sono tornate in mente le ba che ai miei bambini. na, e che sono piaciute tanto an lo delicatamente con le rir ap e o iol cc bo un re de en Basta pr eriore (che diventerà quella su inf ità em str ll’e Ne ). to1 (fo ni ma altro papavero con un pezzetperiore) infilate la capsula di un ci le come questi semplic i gesti to di gambo (foto 2). Inc redibi ni. icato, anche dopo tanti an ac compagnino, carichi di signif

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ia.com : er at pr lla ne sa ca .la w w w da to Trat elle che gli altri chia-


La vera scuola dei

disoccupati

si. La situaL’Italia è in cri è grave e le zione lavorativa ivano a fine famiglie non arr che l’Itamo mese – ricordia nno, ha regilia, nell’ultimo a eclino delle rd st rato il maggio miglie, seguientrate delle fa ia e Cipro. rec ta a ruota da G è in aune La disoccupazio rsona su tre mento – una pe così come o –, non trova lavor di lavoratori la percentuale lita al 35%. inattivi, che è sa

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umeri, statistiche, considerazioni da pausa caffè in cui incappiamo ormai tutti i giorni. Chi ha un lavoro ha paura di perderlo e chi non ce l’ha è demoralizzato e scoraggiato, spesso tentato ad abbandonare ogni manovra di ricerca dopo mesi di porte in faccia e sonori “non siamo interessati” o “le faremo sapere”. “L’Italia è in crisi. La crisi non esiste. Si rischia la recessione. Nera situazione lavorativa. L’Italia sta uscendo dalla crisi”. TG e giornali ci bombardano di notizie contrastanti e viene proprio da chiedersi a chi sia giusto prestare attenzione. Ognuno di noi, nella vita di tutti i giorni, è sicuramente stato interessato da problematiche

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di VALENTINA BETTIO

riguardanti la ricerca di un lavoro, se non per esperienza diretta per lo meno attraverso le esperienze di parenti e amici. Per ogni italiano che trova lavoro altri due continuano a rimanere invischiati nel circolo vizioso dei colloqui inconcludenti, inviando curriculum che spesso non vengono nemmeno letti, affidandosi ad agenzie di lavoro interinale nel disperato tentativo di trovare un’occupazione, almeno per qualche mese. Senza dilungarsi nelle solite polemiche e senza puntare il dito contro nessuno, l’unica cosa intelligente che rimane da fare è cercare di crearsi una propria opinione: leggere, informarsi, perdere tempo a sviscerare le statistiche e i dati raccolti, al fine di meglio comprendere cosa sta succedendo a un mercato del lavoro che sembra pietrificato. Facendo ciò, ci si imbatte in dati interessanti, che possono essere reperiti molto facilmente anche online sul portale ISTAT: senza nulla togliere a chi analizza una situazione che è critica e che critica sembrerebbe dover rimanere purtroppo anche nei prossimi anni – e non solo in Italia, anche in Europa la situazione non è tra le più rosee, anche se nel nostro paese, triste fanalino di coda, la crisi sembra farsi sentire in modo più pesante –, si trovano anche dati che lasciano basiti e increduli. Di fronte ad un tasso di disoccupazione in continua crescita, tolti i lievi miglioramenti periodici, si scopre che ci sono settori in cui la richiesta di manodopera è altissima e in cui la forza lavoro disponibile non riesce a soddisfare le necessità. Incredibile. Impossibile penserete voi. Eppure è proprio così:


da parte della ditta piuttosto che cambiare ambito lavorativo. Quindi, tra un mercato del lavoro dalle proposte limitate e ricerche a volte troppo mirate, trovare lavoro sembra ormai diventata quasi più un’arte che una necessità, fino all’instaurarsi di situazioni quasi paradossali, che si avvicinano all’estrema distopia di Joachim Zelter ne La scuola dei disoccupati. In questo libro, ambientato in Germania, è lo Stato stesso a dover intervenire per tentare di rimarginare una situazione ormai invivibile, per cercare di contenere un tasso di disoccupazione che ha raggiunto livelli impensabili, arrivando a interessare la maggioranza della popolazione. E come intervenire se non con una scuola che insegni ai disoccupati a trovare lavoro? Scrivere curriculum brillanti, rimaneggiare completamente la propria vita e romanzarla, diventare attori, scrittori e interpreti di un nuovo sé: tutto pur di accalappiare una qualsiasi occupazione. Un libro interessante, che estremizza la situazione odierna e la porta a limiti grotteschi, trasformando la ricerca di un lavoro in una sorta di talent-reality show, in cui non conta nulla se non il sapersi vendere, creando un personaggio nuovo di cui vestire i panni e che potrebbe trovare un lavoro in quanto candidato perfetto. Poco importa se il tutto si basa su una menzogna. Dai toni cupi ed estremi della distopia di Zelter alla vita di tutti i giorni, è agghiacciante quanto, partendo da situazioni eccessive, alcuni piccoli dettagli sembrino così reali e alcuni ragionamenti non così impossibili. Forse li abbiamo già sentiti. Forse non sono solo frutto della penna di uno scrittore. Ovviamente La scuola dei disoccupati non ci insegna a trovare un lavoro, ma ci impone di fermarci a riflettere sui nostri obiettivi, sulle scelte e sulle idee che stiamo perseguendo. Ci porta a chiederci se stiamo affrontando il problema nel modo giusto o se ci limitiamo a seguire la corrente dei sogni e dei desideri, schiacciati tra una fantasia irrealizzabile e una realtà che vuole tutt’altro da noi.

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si tratta spesso dei classici lavori che “nessuno vuole fare”, per motivi personali o di competenze. Il primo settore in assoluto in cui il lavoro non manca è proprio quello alberghiero e della ristorazione: baristi, camerieri, cuochi e così via. Lavori che spesso vengono snobbati, soprattutto dai giovani, in quanto vanno a incidere sul tempo libero e sulle attività sociali – sono i tipici casi in cui si lavora quando gli altri si divertono, feste comandate incluse. Seguono altri settori, quali tessile e abbigliamento, manutenzione e riparazione impianti, industria dei metalli, mezzi di trasporto, gomma e plastica, tutti con grandi difficoltà di reperimento di forza lavoro, specie di manodopera specializzata, con picchi anche del 20%. È anche fin troppo facile notare che si tratta, per lo più, di professioni operative e manuali e viene da chiedersi come sia possibile che ci siano campi così ampi in cui vi è lavoro ma nessuno che lo svolge. Riflettendoci, alcuni dubbi iniziano ad affiorare: senza arrivare a toccare la sensibilità di persone che si trovano in situazioni critiche e che ce la stanno davvero mettendo tutta, forse in alcuni casi la ricerca di un impiego è viziata dal proprio percorso di studi e dalle aspettative personali. Infatti, come è facile imbattersi in persone disoccupate alla disperata ricerca di un lavoro, è altrettanto facile trovarsi ad ascoltare discorsi del tipo “ah no, io un lavoro del genere non lo farei mai e poi mai” e ancora “non ho studiato tutti questi anni per finire a fare un lavoro del genere. Voglio lavorare nel campo che corrisponde ai miei studi”. Tra tutte le sfumature esistenti, questa è la più affascinante da analizzare e quella che più fa riflettere. Se è vero che bisogna sempre prestare attenzione e non finire nel limbo degli impieghi sottopagati – quasi ai limiti dello sfruttamento –, fa veramente una strana impressione pensare a giovani forti e in buona salute che non arrivano a nulla solo per questa sorta di “fissazioni” e che preferiscono rimanere bloccati in stage non reperiti e senza possibilità di una futura assunzione

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La verità, vi prego, su Facebook L’

aspetto più difficile dell’affrontare il tema della scrittura nell’era dei social network è staccarsi da facebook e cominciare a scrivere. Ma ce l’ho fatta, e ne emergo persino con un paio di idee. Che si scriva nell’età della pietra, in quella digitale o da qualche parte in mezzo, lo si deve fare sempre a partire dall’esperienza. E io di esperienze ne tiro in ballo tre: quella del sottoscritto, per cui l’ingresso in facebook ha significato un periodo di infogno e singhiozzo creativo; quella di un mio amico scrittore serio, con all’attivo un romanzo per Fernandel (Mi mangiassero i Grilli), il quale ha abbandonato facebook; infine, la vicenda di un mio “amico” (tra virgolette perché non l’ho mai conosciuto di persona) di facebook il quale ha recentemente autopubblicato una raccolta del meglio della sua produzione sul social network, una specie di libro di aforismi e racconti brevi apprezzati dal suo seguito. Sono tre storie diametralmente opposte, collegate

SOCIAL SITES ICON © LEVENTE KORPONAI

come i vertici di un triangolo. E, almeno in premessa, sono tre storie diametralmente tristi. La mia, in quanto appunto vicenda di infogno, roba da cliché tipo “facebook è una dipendenza” (il che la rende doppiamente infelice: c’è l’infogno, c’è il cliché). Quella dello scrittore, la quale dimissione da facebook si è ammantata da un certo strazio interiore, tipico di chi si trova costretto dal medico a smettere di fumare. Infine, quella del mio “amico”, che probabilmente non lo riguarda affatto: è una tristezza del tutto retorica che si manifesta in me di fronte al termine “autopubblicazione”, ma che non ha nulla a che vedere con il talento dell’autore o con il proprio vissuto emotivo; è una specie di tristezza di sistema, per così dire: la piattaforma digitale – che di per sé è una gran trovata, senza dubbio – ha il rovescio di farsi davvero paradiso di chi se la canta e se la suona; e il cantarsela e suonarsela (e autopubblicarsela), a me, in fondo in fondo, restituisce un senso di

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incomprensione, come il pianto di un bambino che non sa come altro attirare l’attenzione ma deve assolutamente farlo. A prescindere dal risultato del cantante-suonatoreeditore, tengo a precisare. Cominciamo dalla mia, di vicenda. In trance da sincerità (scrivi sempre la Verità! È il dogma dello scrittore, pare), ammetto senza vergogna di essere entrato in facebook con due precisi obbiettivi: da un lato, come parte integrante della strategia necessaria per Rifarmi Una Vita in Seguito a un Evento Traumatico (scrivo con le Maiuscole per fornire Epicità a una vicenda brutta sì, ma Tutto Sommato Diffusa); dall’altro, promuovere il mio romanzo e mostrare al mondo le mie formidabili doti espressive. Naturalmente è andato


Confessioni di uno scrittore social network addicted tutto a rotoli. Lo schiaffo umiliante della Pagina Bianca, che già da tempo mi colpiva coadiuvato dallo stress psicofisico cui l’Evento Traumatico mi aveva costretto, è stato sublimato dalla facilità di nascondere il vuoto creativo dietro a brevi ed efficaci frasette, brandelli di dialoghi fulminanti, spinose provocazioni, tutte da spacciare come parti della mia vera produzione, e tutte destinate ad appassire tanto rapidamente quanto erano sbocciate, che questa è la speranza di vita di un post su facebook. Esatto: proprio come masturbarsi quando non si ha nessuno con cui fare l’amore, e chi ama scrivere sa che il paragone erotico non ha nulla di azzardato. Mi sfogavo così, arrivando al punto di aprire il foglio di scrittura per mettere

alla prova i post prima di pubblicarli. Che tristezza, eh? E non ho confessato ancora nulla. L’effetto moltiplicatore dei “mi piace” o dei commenti positivi sul rilascio di endorfina nel mio cervello affamato ha aggravato la situazione. Abituato a ricevere rimandi positivi a cadenza mensile, a ridosso dell’uscita dei miei contributi sui blog, o a cadenza semestrale da chi ha avuto la ventura di imbattersi nel mio romanzo trovandolo godibile, l’impatto quasi quotidiano dei “mi piace” aveva proiettato questo povero scribacchino scioccato nel vortice della dipendenza psicologica, o quasi. Tutto ciò a scapito della produzione – come dire – seria. Facevo sempre più fatica a concentrarmi su qualcosa di più profondo. Inoltre, ero in qualche modo costretto a postare quotidianamente su facebook, a caccia di pollici alzati. Volatilizzando letteralmente le energie creative che avrei potuto convogliare in almeno uno dei dieci libri che ho in mente di scrivere. Quei pochi che abbiano un

minimo di dimestichezza con i fenomeni di dipendenza sanno che essi potrebbero essere rappresentati graficamente come sinusoidi, con curve ascendenti di “picco” che scendono in periodi di parziale o totale remissione. È stato durante uno dei periodi di picco, e quindi di crisi creativa sublimata da facebook, che mi sono imbattuto nello scrittore serio. L’ho conosciuto di persona, poi siamo diventati amici sul social network. Ci si è annusati per un po’, come spesso accade tra scrittori esordienti o semi, e come sempre accade tra cani randagi e di razza incerta, che devono capire se far branco o meno. Poi ci siamo confessati il disagio della crisi creativa, imputandola entrambi al potere distraente di facebook. Una sera, alticci – almeno: io avevo bevuto, lui non saprei –, ci dicemmo che se la passione per la scrittura comporta davvero una certa necessità di sacrificio, rinunciare a facebook per coordinare meglio tempi e energie poteva essere accettabile.

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di LUCA BORELLO


Concludemmo che facebook doveva essere usato meno, se proprio doveva essere usato. Ci siamo incrociati ancora un paio di volte, ma di fretta. Poi ho ricevuto un comunicato da parte sua, destinato a tutti i suoi contatti facebook. Abbandonava per sempre la nave. Non senza fatica o rammarico. La considerava una mera perdita di tempo e di energie, e un dannoso palliativo alle relazioni umane. L’ho

SOCIAL BRAEKDOWN © JOHN FRANCIS

trovato coraggioso. E drastico. Per uno come me, che tenta di smettere di fumare più o meno da quando ha iniziato, sarebbe stata una mossa impensabile: molto meglio cercare un approccio sensato con facebook, proprio come cercare di fumare, sì: ma il meno possibile. Ed ecco in soccorso la terza vicenda: quella del mio “amico” di facebook. Il quale, a questo punto, si è guadagnato la mia stima incondizionata. Perché

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laddove il mezzo facebook era divenuto per me un fine, e per il mio amico scrittore serio un bastone tra le rotelle creative, per lui era rimasto un mezzo: uno strumento a disposizione della propria creatività. Con facebook lui ha composto un libro, mentre io aprivo falle di creatività. Ha usato il social network per mettere alla prova le proprie idee e il proprio stile, per selezionare direttamente a contatto con il


problema, per me, non è mai stato facebook, ma il fatto che avevo altro per la testa e non riuscivo ad accettarlo; quando è stata ora di rimettersi a scrivere, cioè quando ne ho avuto di nuovo desiderio e quando ho potuto reindirizzare lì le mie energie, facebook non è più stato un problema. E fortunatamente non ho avuto bisogno di abbandonarlo. Anzi: ne ho finalmente individuato le potenzialità. Non solo l’innegabile rapidità di scambio di idee e informazioni (lo scambio di idee e informazioni è costante e ridondante: comunque sta a noi selezionare, sta a noi non limitarci a leggerle a monitor e replicare o concordare dimenticandocene due istanti dopo; sta a noi essere attivi); ma anche, e soprattutto, nella messa alla prova delle nostre idee, e nell’affinamento della nostra capacità di sintesi e selezione dei vocaboli esatti, dato che occorre essere concisi e chiari. Facebook (o twitter, credo: ma non lo uso) può diventare davvero un trampolino di lancio per le idee e le sperimentazioni: a patto che non si fermino lì. Che non sia il mero sfogo di una pulsione. Non c’è nulla di più piacevole che pubblicare un’idea o un’opinione o un’immagine e vedere che effetto faccia, come muti di forma sotto i colpi dei commenti,

per poi riprenderla ed elaborarla e tirarci fuori qualcosa di articolato e approfondito. Se facebook è il regno dello sfogo istantaneo, credo che compito dello scrittore sia mantenere saldo il controllo razionale: del resto, la scrittura è la più ragionata delle arti, se è vero che scrivere è riscrivere. È l’emozione rielaborata, poi ancora rielaborata, infine scritta. E questo è il modo con cui, oggi, cerco di sfruttare facebook. E se mi accorgo che facebook mi distrae, probabilmente è perché in quel momento va così. Allora faccio un piccolo sforzo, oppure accetto di essere distratto. Adesso credo proprio che mi procurerò il libro del mio “amico” di facebook. Se lo merita. Lui ha capito in fretta. Non oso segnalarne qui il titolo, perché non vorrei fosse effettivamente una boiata. Ma se ne varrà la pena, lo rilancerò su facebook: serve anche a questo. Per quanto riguarda il mio amico scrittore serio, l’ho incontrato di recente mentre passeggiavo con mia figlia. Non l’avevo più visto né sentito dall’epoca del suo abbandono. L’ho trovato sereno e sorridente. Non ho avuto bisogno di chiederglielo, ma credo proprio stia scrivendo, e con profitto. Su facebook non è più riapparso; ma ripeto: ognuno, di facebook, ne fa l’uso che crede. L’importante è che ne faccia uno.

Letteratura

pubblico la propria produzione: se ne è servito, in sostanza, per costruire. Perché questo è facebook: uno strumento. Punto. Con cui puoi fare quello che credi. Sta alla tua fantasia e intelligenza ed esigenza (e dio solo sa quanto sia difficile, oggi, distinguere le fantasie dalle esigenze). Puoi usarlo per creare, oppure per nascondere il tuo vuoto creativo, come facevo io. È evidente che il


RACCONTO

Gli im branati 122 d e ll'Apocalisse Traduzione di MARCO PIVA-DITTRICH

U

no non ci pensa che si possa morire ammazzati in quella maniera, ma io l’ho visto succedere. No, non è vero. Però l’ho sentito. Il toc inconfondibile di una pallina da golf che colpisce una testa umana. Certo, può mandare uno al tappeto, ma ammazzarlo? Quanto improbabile è? All’inizio non lo sapevamo nemmeno, noi tre lì sulla piazzola. Io e Pete Dexter avevamo guardato Tony DeLuca dare il suo primo colpo. Era partito verso sinistra, basso e veloce come un missile Cruise terra-terra. E l’avevamo sentito colpire il bersaglio. Pensavamo avesse centrato il tronco di un albero. «Sarà un problema uscire di lì,» disse Pete. «In mezzo agli alberi.» Fece un passo avanti, si chinò grugnendo, piantò il tee e ci piazzò una Top Flight arancione sopra. Pete era alto, curvo, dinoccolato come una cicogna; l’età gli faceva stringere le spalle già strette. Tony non si era mosso, pareva fosse in posa per una foto, la mazza immobile a mezz’aria. Fissava gli alberi come se si aspettasse che la pallina ne uscisse da sola. «Merda.» Era un ciccione in tuta viola; si faceva il riporto con i pochi ciuffi di capelli neri che aveva. Nessuno ci cascava. Non aveva solo il doppio mento: aveva il collo pieno di menti. Finalmente si spostò per permettere a Pete di tirare. «Adesso ti faccio vedere come si fa.» Pete andò per lo swing con il legno da tre, tutto sciolto, con i suoi gomiti appuntiti. Un bel colpo. La pallina si sollevò molto, atterrò proprio nel centro del fairway centocinquanta metri più avanti. «Penso che da lì posso farcela in tre.» Toccava a me. Mi misi dritto sul tee e guardai lontano, verso il fondo del fairway. L’erba era verde, il cielo era blu. Nessuno avrebbe potuto dire che stavo affannandomi, rotolando, scivolando verso la fine del mondo.

di Victor Gischler

O almeno la fine del mio mondo. Piazzai una Pinnacle sul tee e il vento si alzò. È così che fa il vento in Oklahoma. Si alza e ti soffia via. Colpii la pallina nell’aria fredda, secca di novembre ma non la vidi atterrare. Mi piegai su un ginocchio, la fitta nelle budella peggio di quanto non fosse stata negli ultimi tempi. Serrai i denti per evitare di emettere un lamento. «Cos’hai?» chiese Tony. «Niente, ho una scarpa slacciata.» La slacciai e la riallacciai. Lentamente. La fitta passò e improvvisamente sentii tutta la mia età. Ero così stanco, come se le ossa fossero pronte a frantumarsi ed essere disperse dal vento. Mi sollevai. Mi girava un po’ la testa ma mi sforzai di sorridere. «Niente male.» La mia pallina era rotolata qualche metro più avanti di quella di Pete. «Bel colpo», disse Pete. «Andiamo a cercare la mia.» Tony era già nel suo carrello elettrico. «Ti aiuto a cercare.» Salii sul mio. Avevamo un carrello elettrico a testa. Quasi tutti i residenti della comunità per pensionati vicino al campo da golf ne avevano uno, anche quelli che non giocavano. Era comodo per andare in giro: al campo, fino alla piscina, al supermercato, al centro sociale e da Dotty, il ristorantino semplice semplice vicino all’autostrada. Qualcuno lo usava addirittura per andare fino alla chiesa metodista, più avanti lungo la strada. Io no. Dio e io non ci parlavamo. Superai gli altri perché il mio carrello era più veloce. Dopo aver passato trent’anni lavorando come meccanico per l’Esercito degli Stati Uniti non sapevo resistere alla tentazione di mettere le mani su qualunque cosa avesse le ruote. Il mio carrello era più veloce della


Ecco quello che voglio che sappiate di me. Mi chiamo Roscoe Carter, e non sono una cattiva persona. Non faccio le cose sbagliate. Rispetto il limite di velocità quando guido. Pago le tasse prima della scadenza. Mi sono comprato un telefono nuovo, senza fili, e bisognerebbe lasciarlo in carica ventiquattr’ore prima di usarlo. Così dicono le istruzioni. Non so cosa succede se non lo si lascia in carica per ventiquattr’ore, e non voglio saperlo. Le regole ci proteggono. Ma quando non ti occorre più protezione, quando non ti serve più, quelle regole iniziano a sembrarti un po’ tirate a caso e inizi a sentirti come se fossi sempre vissuto un solco stretto, piccolo, e solo una certa disgrazia ti avesse aperto gli occhi. E allora inizi a trattare le regole in maniera rilassata. Non sono una cattiva persona. Sto solo reagendo come reagireste anche voi se il mondo vi si fosse mosso sotto i piedi. Aggirai la collinetta e lo trovai nel bunker. Era caduto su se stesso con il sedere per aria. Un paio di occhiali con le lenti spessissime e la montatura di corno era caduto lì vicino. Aveva la bocca aperta e un livido nero e viola in mezzo agli occhi. Mi guardai intorno, vidi la Titleist di Tony a qualche metro di distanza e capii tutto. Quando i carrelli di Tony e Pete arrivarono, due secondi dopo, ero già sceso dal mio e mi ero avvicinato. «Oh merda,» disse Tony. «Adesso mi denuncia.» Mi inginocchiai vicino all’uomo a terra e gli toccai una spalla. Pete chiese «Sta bene, Roscoe?» Scossi la testa. «No.» «Adesso mi denuncia,» disse Tony. «Merda, merda, cazzo, porca puttana.» Pete aprì la lampo di una tasca della sua sacca da golf e ne tirò fuori il cellulare. «Vuoi che chiami l’ambulanza?» Abitavamo in una comunità per pensionati, la terra delle anche fratturate, degli infarti, delle schiene bloccate. I paramedici erano venuti così spesso che l’ambulanza sarebbe potuta arrivare da sola. Tony disse «Lo conosco. È Freddy... Freddy qualcosa. È il ritardato mezzo orbo che aiuta l’inserviente capo e fa lavoretti qui e là.» A meno di un metro c’era un rastrello, il che dimostrava che era impegnato a sistemare il bunker. «Quando torna in sé chiedigli se vuole un’ambulanza,»

disse Pete. «Ce l’ho in selezione rapida.» Scossi la testa e risi. Sì, risi. Era tutto così ridicolo. «Non capisci. È andato.»Una lunga pausa, un silenzio imbarazzato. Il vento soffiò delle foglie morte tra di noi. «Non dire cazzate,» disse Tony. Pete chiese «Allora, non vuoi che chiami l’ambulanza?» «Ma non rompere con quella cazzo di ambulanza.» Tony ondeggiò fino al cadavere e si accucciò al mio fianco. «Controlla di nuovo.» Gli toccai la gola e poi il polso. «Non ha pulsazioni.» «Oh porca troia.» Pete si era avvicinato e osservava il morto come se fosse un monumento pubblico. Non si era ancora reso conto che era successo davvero. «Cosa gli è successo?» «Penso che lo abbia ucciso Tony con la pallina da golf.» «Col cavolo. Non si può uccidere uno con una pallina da golf.» Indicai il livido viola. Si vedevano benissimo i segni delle fossette della pallina. «Quella è la tua Titleist, no?» «Merda!» Tony si colpì il palmo della mano con un gran pugno. «Lo stupido ritardato ha la testa soffice. Chi può venire ammazzato da una pallina da golf?» Indicai il cadavere di Freddy. «Lui.» «Forse è il caso di chiamare la polizia,» disse Pete. «Ho anche loro in selezione rapida.» «Aspetta un momento.» Tony si raddrizzò e fece cenno di calmarsi con le mani grassocce. «Un momento, Pensiamoci un attimo. «Cosa c’è da pensare?» chiese Pete. «È stato un incidente disgraziato.» «Aspetta.» Pete scosse la testa. «Io chiamo la polizia.» Tony gli strappò di mano il cellulare. «Ehi!» «Niente sbirri.» «E perché?» chiesi. «Non sono mai stato molto fortunato con gli sbirri,» disse Tony. Tony era arrivato dall’est tre anni prima con un accento di Brooklyn e un camion pieno di mobili brutti. Erano girate certe voci sul suo conto, ma girano voci su tutti. I vecchi non fanno altro mentre giocano a dama o bevono whisky: parlano, parlano, parlano, fanno rivivere il passato come se avesse importanza. Ma a quel punto non erano solo voci. «Non possiamo lasciarlo qui» disse Pete. Tony si guardò intorno. Non c’era nessuno.

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maggior parte degli altri di cinque o sei cilometri all’ora. Comunque, è per questo che trovai la pallina di Tony per primo e trovai il cadavere.

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«E perché no?» Pete sgranò gli occhi. «Ti prego dimmi che stai scherzando.» «No che non sto scherzando, cazzo» disse Tony. «Senti, la settimana scorsa lo avevo pagato per lavarmi e lucidarmi la Lincoln, e me l’ha rigata. Gli ho gridato dietro di fronte a tutti, gli ho detto che gli volevo spezzare quel cazzo di collo. Mi ha chiesto di pagarlo e gli ho detto di andarsene affanculo. Mi ha urlato dietro e io gli ho detto che se alzava di nuovo la voce con me lo avrei ammazzato. Almeno mezza dozzina di persone mi hanno sentito minacciarlo.»

di nebbia intangibile? Che aspetto aveva un’anima, e come faceva a spegnere una persona semplicemente uscendole da una narice, da un orecchio, dal didietro? Avrebbe qualche possibilità di sopravvivenza, un’anima, in quel vento? Freddy non sembrava morto, non sembrava a pezzi. Sembrava semplicemente sgonfio, come se qualcuno potesse arrivare, dargli una pompatina e mettere tutto a posto. Tony disse «Prova a metterti nei miei panni. Chiamare la polizia non lo farà tornare tra noi, e ci creerebbe solo problemi.»

124 Pete stava scuotendo la testa. «Solo una baruffa.» «Ascoltami, Pete. Ho avuto qualche problema in passato. Non importa cosa. Ti basti sapere che gli sbirri non mi daranno il beneficio del dubbio, capisci?» «No, sei matto» disse Pete. «È evidentemente stato un incidente.» «Fanculo gli incidenti. Non ho intenzione di rischiare.» Pete voltò le spalle a Tony e iniziò a supplicarmi. «Roscoe, aiutami a farlo ragionare.» Non li avevo ascoltati con attenzione. Più che altro ero stato a guardare Freddy diventare freddo nel ventaccio dell’Oklahoma. Che cos’era che quella pallina da golf gli aveva fatto perdere? Che scintilla, che sbuffo

«Cristo» disse Pete «Non puoi...» «Copriamolo» dissi. Pete sbatté gli occhi. «Cosa?» Presi il rastrello e iniziai ad ammucchiare la sabbia contro il cadavere di Freddy. «Ecco, bene,» disse Tony. «Buona idea, Roscoe. Ti do una mano.» Cercò di usare la mazza, ma visto che non funzionava bene si mise in ginocchio e cominciò a prendere la sabbia a manciate. «Non è possibile» disse Pete. Qualche istante più tardi Pete si accucciò con noi e iniziò anche lui. Lo sapevo che avrebbe ceduto. Aveva contato su di me per aiutarlo nella discussione con


Più tardi, quel pomeriggio, mi ero seduto in poltrona e avevo guardato la televisione. Non mi ricordo che cosa davano, c’erano luci e gente che parlava. Pete e Tony

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GOLF BALLS OF FIRE © DAVID MARTIN & KEIFER BLANDON se l’erano filata, erano tornati a casa. Probabilmente stavano cercando un modo per tirare avanti nonostante la vergogna. Io ero rimasto al campo, avevo finito il giro. Nove sopra il par. Alla diciottesima buca il vento si era fatto così forte che neanche i putt andavano dritti. Mandai giù una pillola con un sorso di Johnny Walker caldo. Mi sudava la fronte. Il dolore alle budella bruciava, si contorceva, si muoveva fuori e dentro come un verme. Le pillole mi facevano andare via di testa e non è che il whisky aiutasse, ma non potevo fare altro. Ne presi un’altra. Non facevano effetto abbastanza in fretta. Il resto della mia vita si poteva misurare con mezzo calendario, si poteva contare, ore e minuti. Forse quattro mesi. Centoventi giorni circa. Trecentottanta pasti.

E quanti giri di golf? Bestemmiai Dio per ogni minuto che sprecavo su quella poltrona aspettando che il dolore se ne andasse. I dottori avevano cercato di spiegare, come se capire cosa avevo in termini medici mi avesse potuto far stare meglio. Non sapevo che aspetto avesse un tumore, ma me lo immaginavo come un'erbaccia nera, un rovo spinoso che mi cresceva nella pancia avvolgendomi lo stomaco, il fegato, i reni, torcendosi, stringendo, soffocandomi. Quello che avevo in testa me lo immaginavo diverso. Una montagnola di carne che vomitava vermi che si mangiavano le diverse parti del mio cervello. Non mi faceva male quanto l’altro ma certe volte spariva qualche parte del giorno, come quando tagliano una scena da un film. Non volevo passare i miei ultimi giorni parlando con la polizia. E non volevo che chiudessero il campo da golf in quanto “scena del crimine”. E non volevo vedere nessuno spargere lacrime per un inserviente morto quando io ero lì, morto in piedi. Dov’erano le mie lacrime? Non ne volevo. Volevo solo tenermi la mia vita per qualche mese ancora. Volevo mangiare cibo-spazzatura e antidolorifici, bere whisky, svegliarmi la mattina, giocare a golf e maledire l’universo e tutti quelli che lo abitavano. Aprii gli occhi all’improvviso. La televisione era spenta e non c’era luce. Fuori, il mondo era tutto rosso. Bagliori infernali venivano dalle finestre aperte. Il vento si era alzato ancora di più, volavano rami e spazzatura. Ebbi l’impressione che l’edificio stesse ruotando lentamente, come una giostra pigra. Era per via di tutto quello che vedevo volare fuori dalle finestre. E per le pillole, per il whisky e perché avevo la testa leggera come una piuma. Mi alzai in piedi barcollante e andai in cucina. Tutto risplendeva come sangue caldo. Il sole rosso-arancione quasi sull’orizzonte pulsava come l’odio attraverso un cielo offuscato dal fumo. Allucinazioni. Stavo sognando di essere all’inferno. La luce della cucina non si accendeva. Presi la radiolina a batterie dal cassetto dove lasciavo la roba inutile e trovai un canale che stava dando il radio giornale. Da nord era arrivata la tempesta. Venti fortissimi, fino a centodieci chilometri all’ora, avevano strappato alcuni cavi dell’alta tensione che a loro volta avevano appiccato degli incendi. Erano diffusi in tutta la parte orientale dello stato. Non erano allucinazioni. Ero semplicemente in Oklahoma.

Letteratura

Tony, contava che sarei stato sobrio, misurato. Un mese prima sarei stato dalla sua parte. Ma in quel momento non sentivo nulla. Nessun rimorso per Freddy, nessun senso di colpa perché lo stavamo seppellendo. Non mi pareva nemmeno di stare facendo un favore a Tony. C’era solo il vento freddo, la sabbia sotto le unghie e la carne morta. E se Dio stava guardando non aveva un cazzo da dire.


Inciampai, mi mossi a tentoni nella casa buia e rossa come l’inferno. Proprio nel momento nel quale arrivai in soggiorno la porta d’ingresso si aprì e andò a sbattere contro il muro. Sul cielo insanguinato si stagliava una silhouette nera. Feci un gridolino e un passo indietro. Avevo paura. Per un istante mi ero dimenticato di essere già morto. «Roscoe?» Una voce incerta. «Scusa, Roscoe. Ho bussato, ma probabilmente non mi hai sentito. Ho provato a vedere se la porta era aperta e si è spalancata.» Il vento spazzava la casa. «Chiudi la porta, Pete.» Entrò e la chiuse. «Cosa sta succedendo?» «La radio dice che c’è stata una tempesta e i cavi dell’alta tensione hanno appiccato un incendio.» «Vieni con me a parlare con Tony.» «No. Vuoi del whisky?» «Ma mi stai ascoltando?» chiese. «Stai sprecando tempo» gli dissi. «Bevi o vaffanculo.» Gli passai la bottiglia. «Non mi dai un bicchiere?» «È roba da fighetti.» «Cristo, Roscoe, sei cambiato.» Inclinò la bottiglia, bevve un bel sorso, tossì e se ne sputacchiò un po’ sulle labbra. «È un bel po’ che non bevo qualcosa di forte. Il dottore dice...» «All’inferno il dottore.» Annuì e ne bevve un altro po’. «La storia di Tony non mi va giù. Dobbiamo denunciare quello che è successo. L’ho chiamato, ma mi ha urlato dietro. Mi ha detto che in galera le spie durano poco. Chi si crede di essere, Jimmy Cagney?» Pete mi restituì il whisky. La sua mano uscì dall’ombra, il liquido ambrato rifletteva la luce infernale che veniva da fuori dalla finestra. Era come se mi stesse allungando una bottiglia piena di fuoco. La presi e bevvi. «Vieni con me a parlargli» disse Pete. «Per piacere. Mi piace stare qui, non voglio che revochino il mio contratto di affitto.» «Non è un problema mio.» Strinsi gli occhi il più forte possibile e bevvi due sorsate di Johnny Walker. Quando riaprii gli occhi ero seduto sul cesso con i pantaloni alle caviglie. Mi ci volle qualche secondo per rendermene conto, visto che era buio pesto. Avevo perso ogni traccia del tempo che passava, di Pete e del whisky. I vermi si erano mangiati il filmato. Scena tagliata. Mi pulii il culo e andai a dormire. Mi svegliai alle ore piccole. Il vento stava ancora cercando di spazzare via l’Oklahoma, le finestre

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sferragliavano, il tetto e i muri vibravano come se stessero per volare via. Non ero sicuro se fosse un sogno o no. Portami nel regno di Oz, zefiro infernale di merda! La mattina dopo andai in garage e mi misi al lavoro sul carrello da golf. Volevo farlo andare più veloce per sprecare meno tempo tra buca e buca. Una partita alla velocità della luce. Un carrello-razzo. Mandai giù un antidolorifico con il caffè, aprì la porta del garage e uscii. In vento si era fatto un po’ meno forte. Solo un po’. Notai immediatamente le auto. Non si vedevano mai tante auto in zona, tutti giravano con i carrelli da golf. Ma sui vialetti e per la strada quel giorno ce n’erano un sacco. E c’era gente che correva qui e là, carica di valige. La signora della porta accanto, Naomi Zoller, stava muovendosi a tempo di record con il deambulatore. Era diretta verso un fuoristrada. «Cosa si dice, Naomi?» le chiesi. «Mio figlio è venuto da Denton per portarmi via di qua» disse. «Non hai sentito l’ultima?» «L’ultima cosa?» «L’incendio ha passato Moss Point, sono bruciate cinquanta case. E sta venendo in questa direzione. Spero che te ne andrai presto.» «No, non saprei dove andare.» Non avevo figli a Denton, o nessun altro da nessun altro posto se era per quello. Avevo solo le mie mazze Ping e il campo da golf prenotato. Tornai in garage e caricai il borsone da golf sul carrello. Aggiunsi una bottiglia di whisky nuova, qualche tee e una scatola nuova di palline. Avevo diciotto buche da fare. Guidai fuori dal garage e mi fermai sul vialetto. Il cielo era denso di fumo. Ne sentivo l’odore. Mi fece tornare in mente il campeggio. L’attività frenetica all’altro capo della strada attirò la mia attenzione. C’era una macchia della polizia con i lampeggianti accesi e un’ambulanza. Proprio davanti a casa di Pete. Due tizi stavano portando fuori qualcuno su una barella. Aveva un lenzuolo sul viso. Oh merda. Improvvisamente Tony apparve al mio fianco, sul carrello. Quel ciccione di merda stava ansimando come se si fosse appena fatto un chilometro e mezzo di corsa. Aveva un cappellino dei Sooners, la squadra di football dell’università dell’Oklahoma, e degli occhiali a specchio. «Vai» disse. «Che cavolo dici?»


«Ho sparato a Pete. Cristo santo. Non volevo...» sembrava che stesse per scoppiare in lacrime. «Abbiamo cominciato a litigare, ho cercato di fargli capire... non stava zitto un secondo, cazzo, non mi ascoltava. Devo scappare da qua. Portami da Dotty, da lì chiamo un taxi.» «Scendi dal mio carrello.» «Userei il mio ma l’ambulanza mi impedisce il passaggio. Cristo, è uno sbirro quello che sta andando verso casa mia? Merda.» «Ti ho detto di scendere.» Mi sentii qualcosa tra le costole. «E io ti ho detto di muoverti.» Abbassai lo sguardo. Un revolver di nickel. Canna corta. Iniziai a guidare, girai nella direzione opposta all’ambulanza, verso il campo da golf. L’aria si faceva più scura ogni secondo che passava. Era il fumo. «Ti ho detto di portarmi da Dotty» disse Tony. «Chi vuoi che ti cerchi al campo da golf? Dai, facciamoci una partita.» «Sei impazzito? Gira il carrello.» «Nove buche» dissi. «Solo nove.» «Girati, cazzo!» Mi pungolò di nuovo con il revolver. Spinsi l’acceleratore del carrello a tavoletta. Dopo che l’avevo rimaneggiato andava almeno ai cinquanta all’ora, forse addirittura sessanta. Poi inchiodai. Tony fu sbalzato in avanti, quasi cadde fuori dal carrello. Lasciò cadere il revolver, che mi atterrò sferragliando sotto i piedi. Mi chinai in avanti e lo spinsi giù. Atterrò con un tonfo grasso sulla stradina. Accelerai. Mi guardai indietro, lo vidi che mi correva dietro già con il fiato grosso. Continuai a guidare, e in due minuti arrivai al circolo. Il tizio che lavorava nel negozio corse fuori e caricò un computer su una Jeep. Guardai alle sue spalle. Vidi che le fiamme stavano spazzando il campo di allenamento. Mi misi in bocca una pillola e la mandai giù con un sorso di whisky. «Ho prenotato» urlai. Presi il revolver e me lo infilai nella cintura. «Ma sei scemo, vecchio?» Saltò nella Jeep e sgommò via. Il vento cambiò. Il fumo era così denso che faticavo a vedere la sede del circolo a trenta metri di distanza. Voltai il carrello in direzione della prima buca. Bevvi un altro sorso di whisky e misi la pallina sul tee. Non avevo tempo da perdere. La colpii con forza. Finì proprio in mezzo al fairway. Almeno duecentocinquanta metri. Un buon inizio. Tony apparve da in mezzo al fumo e mi si avvicinò. «Dobbiamo andarcene da qui. Il fuoco...»

Estrassi il revolver e glielo puntai in faccia. Si immobilizzò. «Sparisci.» Se ne andò come era arrivato, con gli occhi sgranati dal terrore. Finii quella buca, e poi la successiva. Il fuoco si avvicinava da tutti i lati, il vento continuava a soffiare e a girare, il fumo mi bruciava gli occhi. E poi i vermi colpirono. Ero alla diciottesima buca, vicino al green. L’acqua di fuoco a una mezza dozzina di metri di distanza; stavo lacrimando, e il moccio mi colava dal naso. Tossii. Guardai in basso e vidi che stavo stringendo il revolver. Guardai dietro di me e vidi Tony sul mio carrello, mezzo fuori e mezzo dentro. Mi avvicinai di corsa a lui e vidi i buchi delle pallottole che aveva nel petto. Probabilmente aveva cercato di prendere il carrello e scappare dall’inferno, come avrei dovuto fare anch’io. Mi protesi con l’idea di prenderlo per le spalle e trascinarlo fuori dal carrello, ma poi vidi il cartoncino dei punti. Sbattei gli occhi e contai di nuovo per sicurezza. Ero tre sotto il par. Guardai il green strizzando gli occhi a causa del fumo. La mia pallina era a nove metri di distanza dalla buca, dieci al massimo. Se fossi riuscito a centrarla avrei battuto il record del campo per gli over sessantacinque. Presi in mano il putter ma le fiamme, che ormai mi arrivavano a metà gamba, mi avevano tagliato la strada. Saltai sul carrello e accelerai attraverso il fuoco. Lo parcheggiai sul green. Bevvi un altro sorso di whisky e ne uscii, sempre con il putter in mano. Cenere e polvere turbinavano intorno a me, spinte dal vento. Il green era circondato dal fuoco. Mi preparai per il colpo. Cercai di immaginare come avevo fatto ad arrivare a quel punto, come ero riuscito a superare la buca con l’acqua in soli sette colpi, come avevo potuto finire in quattro colpi la buca lunga da cinque. Non lo avrei mai saputo. I vermi se l’erano mangiato. Il green era ormai in fiamme, c’era troppo fumo tra me e la buca. Ci provai lo stesso. Colpii la pallina, ne seguii la traiettoria. Mi presero fuoco le gambe dei pantaloni. Non vedevo più la buca. Ma sentii il plonk della pallina che cadeva. Dio aveva promesso a Noé che non avrebbe mai più tentato di distruggere il mondo con l’acqua. No, toccava al fuoco. Dite quello che volete del Vecchio lassù, ma non è un bugiardo. Brucia, tesoro mio, brucia.

Letteratura

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k o o l b , r e g g o l b , g Blo di un fenomeno coniugazione

I

l termine blog è nato da una contrazione linguistica (web-log, diario in rete), e in circa quindici anni è diventato il simbolo di un fenomeno in continua espansione. Vista la loro origine diaristica, i blog possono essere considerati, di fatto, gli antenati dei moderni social network (diventarono famosi perché ogni utente poteva creare il suo spazio web personale attraverso cui condividere alcuni aspetti della propria vita), ma a differenza di alcune mode passate sono riusciti a evolversi sopravvivendo all'avvento dei vari Facebook, Twitter e Google+. Tale evoluzione è stata favorita dal progresso tecnologico, che ha reso il web sempre più facilmente accessibile, dalla nascita di piattaforme come Wordpress, Blogger o Joomla, che permettono di creare un sito anche senza conoscere nessun linguaggio di programmazione, e dalla comparsa di una tipologia d'utente interessata a sfruttare internet come cassa di risonanza delle sue passioni: il blogger. Attualmente, basta scegliere un argomento casuale e inserirlo in un motore di ricerca per scoprire migliaia di blog a esso dedicati. Dai blog di moda a quelli di cucina, dai blog di divulgazione scientifica a quelli di storia, di filosofia o di lifestyle. Senza dimenticare quelli di letteratura ovviamente. Ci sono talmente tanti blog dedicati ai libri da essersi meritati una etichetta specifica: lit-blog. Anteprime, recensioni, interviste, tutto disponibile con pochi semplici click se si conosce "il blog giusto"; ma qui iniziano i problemi. Come si riconosce il blog affidabile e come il blogger attendibile? Parlando di letteratura la questione

di ROBERTO GERILLI sembrerebbe quanto mai vacua visto che, in fin dei conti, il gradimento di un romanzo è una mera questione di gusti personali, ma il mondo dell'editoria è una giungla molto insidiosa e quello che sembrerebbe una polemica inutile, può diventare uno scontro epocale sul delicato campo della libertà di parola. Perché il blogger possiede un'arma potente chiamata followers, un'arma che gli editori temono e gli autori odiano. A seconda del parere espresso, i lettori del blog potrebbero essere influenzati nell'acquisto del dato libro. Scrivere una recensione negativa potrebbe affossare il destino di un romanzo, così come firmarne una positiva potrebbe aumentare il volume di vendita dello stesso. È il vecchio metodo del passaparola, niente di più, ma facilitato e amplificato dal web. Una realtà che mette il blogger al centro di un inestricabile nodo gordiano fatto di sospetti, illazioni e, incredibilmente, anche minacce. Da una parte i followers, che pretendono onestà intellettuale e coerenza, dall'altra editori e autori, che mal digeriscono critiche e opinioni negative, nel mezzo la reputazione del blogger, concetto tanto importante quanto difficile da definire e valutare con esattezza. Il volume di lettori generato può essere un parametro valido per classificare la reputazione di un blog? Oppure bisognerebbe tenere in considerazione come tale numero di lettori è stato guadagnato? E soprattutto, i blog influiscono veramente in maniera così determinante sulle vendite di un libro? L'Associazione Italiana Editori ha recentemente tentato di dare una risposta alle precedenti domande attraverso una conferenza

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Letteratura CONNECTIONS © DAN MATUTINA


Hai un racconto inedito che vorresti veder pubblicato?

SPEECHLESS

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Letteratura

tenutasi in occasione dell'ultima edizione di Più libri più liberi – Fiera della piccola e media editoria, ma il fenomeno dei Books Blogger è difficilmente inquadrabile in una statistica esatta. Il fatto che la AIE ne abbia parlato, tuttavia, dimostra come gli editori si siano accorti del potenziale comunicativo dei blog, un mezzo che, se usato bene, risulta essere molto più capillare ed economico rispetto ai canali tradizionali. L'importanza crescente dei blog letterari è anche suffragata da altre prove come la presenza sempre maggiore di Books Blogger nelle manifestazioni letterarie, la creazione del K-Lit, festival italiano dei blog letterari promosso da Sul Romanzo, e la nascita, addirittura, di una nuova tipologia di libro, il blook. Tale neologismo, nato dalla fusione dei termini inglesi blog e book, dovrebbe indicare per sua definizione un romanzo scritto sotto forma di blog (come Diario di un sopravvissuto agli zombie di J.L. Bourne) o realizzato con i contenuti di un blog (come i libri di cucina tratti dal sito Giallo Zafferano), ma viene anche esteso ai libri scritti da blogger. Questi ultimi romanzi, in verità, rappresentano una realtà molto delicata dell'editoria moderna: cosa spinge l'editore a offrire un contratto di pubblicazione a un blogger? La bravura, la preparazione su un determinato tema o, più semplicemente, il numero dei followers?

Per un autore esordiente non è semplice crearsi un seguito di fedeli lettori, mentre un blogger che diventa scrittore gode della visibilità offerta dal proprio sito. Seguendo questa logica, tuttavia, si torna alla domanda principale: questi followers come sono stati "conquistati"? Amministrare un blog è un modo per mettere in luce le proprie qualità, o solo un'opportunità per trasformarsi in un personaggio mediatico di successo? È ormai assodato che l'importanza dei blog all'interno dell'editoria sia aumentata e stia continuando a farlo, ma resta da capire se questo fenomeno sia un passo avanti o un passo indietro per l'editoria stessa. I blog, i blogger e i blook rappresentano la naturale evoluzione dello scrivere in un'epoca sempre più web-centrica, o sono solo un tentativo di sfruttare la discutibile popolarità di alcuni personaggi della rete per promuovere e vendere nuovi romanzi? Dove finisce la passione del blogger per i libri e dove inizia il suo desiderio di fama? Quali sono i confini che separano l'interesse di un editore per una nuova crescente realtà, dalla voglia di guadagnare sfruttando fenomeni mass-mediali temporanei? Interrogativi questi a cui bisognerebbe trovare una risposta.


e c i l A o d n a u Q o m r e h c s o l ruppe di ELISABETTA BRICCA

co) c a tt a i d (e a s e if d i d Strategie e n io z a ic n u m o c a iv tt contro la ca

P

arlare di cattiva comunicazione presuppone che esista anche una buona comunicazione. O, almeno, che sia esistita in passato. Per passato della “buona comunicazione” intendo il post boom economico, quando sussisteva una sorta di “democrazia” mediatica, in cui il ruolo primario della comunicazione era quello di informare. Ruolo che si è andato smarrendo mano a mano che l’oggetto del comunicare ha assunto il significato del raggiungimento di uno status symbol. Ovvero: l’immaginario oltre l’oggetto. In parole povere: se compro un impermeabile Burberry (tanto per fare un nome), dimostro al prossimo di appartenere a un certo tipo di classe sociale, di avere determinati gusti, di far parte della “gente che conta”. Questo per ciò che concerne strettamente la comunicazione pubblicitaria, ma l’argomento si estende a un’analisi più ampia. Prendiamo, ad esempio, gli strumenti di comunicazione di massa. Credete davvero che tutte le notizie che veicolano i telegiornali, o più in generale la televisione, non siano filtrati? Esiste un meccanismo denominato “Agenda setting” ben noto ai sociologi della comunicazione, che consiste in una selezione dei temi da mettere in agenda. Stabilire, cioè, un ordine del giorno delle notizie; i media, in altre parole, orienterebbero l'attenzione del pubblico e, così facendo, modellerebbero la visione della realtà, sulla base della gerarchia delle priorità (e urgenze) percepite dagli utenti. Questo consentirebbe di dare maggiore rilevanza a una notizia e non a un’altra, manipolando l’opinione pubblica e rendendo oggetto di discussione solo determinati argomenti.

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Ergo, la rilevanza data dai cittadini ad alcuni temi corrisponderebbe esattamente alla rilevanza espressa dai mezzi di comunicazione. Un vero e proprio “inquinamento mediatico”, dun-


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spazio per approfondire, non esistono interruzioni pubblicitarie, c’è più tempo per analizzare la notizia ed elaborarla. Parlando di cattiva comunicazione non si può certo glissare su un altro aspetto che, in quanto donna, non può lasciarmi indifferente: la rappresentazione del ruolo femminile secondo i media. Mi viene in mente, a tale proposito, una pubblicità in affissione, uscita da poco per un’azienda di abbigliamento. Uno dei tanti esempi di come lo strumento comunicazione di massa sia usato per fare notizia, tradendo il suo ruolo fondamentale: quello dell’informazione, o della riflessione. Ebbene, tra le diverse affissioni in uscita, ce n’è stata una che può essere, senza dubbio alcuno, elevata a baluardo del “non comunicare”, ovvero di come la comunicazione attuale cavalchi l’onda del becerume: una donna discinta, decol-

TALKWAVE V.II © ANITA ZOFIA SIUDA

Letteratura

que. Una distorsione della realtà lontana anni luce dalla verità. Lo spauracchio della crisi economica italiana è un esempio di cattiva comunicazione, un derivato da Agenda setting. Da un articolo su Economia e Finanzia, si evince che circa il 40% degli italiani convive con la paura della perdita del lavoro. Attenzione, la crisi economica di per sé esiste, ma le conseguenze apocalittiche sono amplificate dai media. Sono stati i media a creare l’ansia della perdita del posto di lavoro o della miseria imminente del popolo italiano. Chiedetevi se le cose stanno esattamente così. Se volete informarvi sui fatti del mondo, è sempre preferibile leggere un quotidiano, e non guardare un telegiornale. Se si vuole approfondire una notizia, che si scelga almeno la carta, non uno schermo. Il motivo è semplice: c’è più


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SERPENTINE © MOIE PREISENBERGER


noscendo che sottintendono richiami subliminali con effetto a lungo termine, a volte perversi, come cattivi modelli di riferimento. Come quello, a cui mi riferivo prima, di una comunicazione sbagliata che ha come utenza le bambine. Pensiamo, per un attimo, al ruolo in cui vogliono collocarle i media. Osserviamo quali strumenti ludici propongono loro. Bambolotti da vestire e accudire come delle piccole mamme. Oppure Bratz o Monster High, bambole caricatura con occhi bistrati e una quarta di reggiseno, griffatissime, come modelli a cui voler somigliare. Il rischio, allora, è quello di far credere che si potrà essere accettate dalla società solo nel ruolo di madre e moglie, o nella ricerca esasperata del successo e della bellezza a ogni costo come lasciapassare per la felicità. Insomma, l'accettazione sociale sulla base di quanto si sia capaci di adattarsi un ruolo o a una certa immagine. Eppure, non è così che va il mondo. La figura reale della donna di oggi, della bambina di ieri, è ben lontana dall’immagine stereotipata delle fiction o delle pubblicità. Basta sfogliare le ultime pagine di cronaca e rendersi conto che il femminicidio è un fenomeno in ascesa; o leggere, a tale proposito, il saggio di Riccardo Icona “Se questi sono uomini” edito da Chiarelettere. Tante, troppe donne sono ancora sotto il giogo di un ruolo che ha radici ataviche e che le riduce al silenzio. A morire, in silenzio. Ruolo, quello del maschio dominatore, che i media tendono ancora a veicolare con messaggi subliminali. Chi ricorda, ad esempio, la pubblicità della “patatina” con testimonial Rocco Siffredi? Di esempi se ne potrebbero fare a centinaia. Esiste un baratro tra modelli reali e modelli fittizi. Le donne, oggi, non sono le Cenerentole in cerca del principe azzurro, eppure continuano a essere manipolate sulla base di stereotipi che non le rappresentano più. Un meccanismo perverso, quello dei media, che può essere spezzato solo rifiutando determinati modelli per proporne di nuovi. Troppo spesso dimentichiamo che possediamo due strumenti potenti per opporci al bombardamento mediatico, due filtri che possono metterci sulla strada dei liberi pensatori: si chiamano cervello e cultura.

Letteratura

té denudato, che si offre di entrare in politica. Ora, se è pur vero che siamo stati testimoni, e non vittime, di personaggi simili, è anche vero, a mio modesto parere, che questo tipo di comunicazione sminuisce il compito e la rappresentanza femminile in politica. Sminuisce il ruolo di tutte quelle donne che ancora ci credono, che lavorano in silenzio, che non mettono in mostra il corpo ma la mente. Insomma, presentare certi tipi di cliché non è rivoluzione, ma, piuttosto, involuzione. Così come è involuzione il veicolare, da parte dei media, determinati messaggi destinati alle bambine, che saranno le donne di domani. Basta dare un’occhiata ai programmi tv dei ragazzi, o alle pubblicità dei giocattoli: bambole dalle labbra e dai seni siliconati, vestitini di marca, macchine di lusso. Apparenza non essenza. Il gap è che mancano messaggi educativi, che vadano oltre la plastica patinata. Mancano contenitori di qualità. La cultura è ormai relegata ad appendice. È quello che davvero vogliamo? Crescere le nostre figlie, sacrificandole a un destino dove ciò che fa la differenza è il vestito che s’indossa? Dov’è la fantasia, la creatività, lo stimolo necessario a fare di loro donne con una personalità propria che non deve necessariamente uniformarsi alle leggi di massa? Cito le parole di Lorella Zanardo, autrice, tra l’altro, del saggio “Senza chiedere il permesso” (Giangiacomo Feltrinelli Editore): “Non aspettate, ragazzi. Non attendete istruzioni, ragazze, perché non arriveranno o forse arriveranno troppo tardi, e il tempo è prezioso. Alcuni tra noi adulti vi daranno una mano, il tempo necessario per costruire ponti sulle macerie prodotte dai crolli di questo mondo in disarmo. Voi percorreteli. Poi sarà ora. Non attendete oltre. Tocca a voi. Senza chiedere il permesso.” Ecco, questo dovremmo fare: riappropriarci di uno spirito critico, smuovere l’apatia delle menti. Scavalcare la differenziazione tra i ruoli maschio/femmina che non ha più motivo di esistere, ma che rimane ancora uno dei baluardi di un certo tipo di comunicazione. Cambiando i media, si può cambiare la società. Non tutte le ragazze vogliono fare le veline, non tutti i ragazzi vogliono fare i calciatori o i tronisti. Allo stato attuale delle cose, l’unica difesa è cercare di filtrare e decodificare i messaggi dei media attraverso una visione consapevole, rico-

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Sara McCoy Sarah, figlia di un ufficiale dell’Oklahoma e una maestra portoricana, nasce a Fort Knox in Kentucky. All’età di due anni si trasferisce con la famiglia in Germania in una base militare. Per diversi anni vivrà spostandosi di base in base per tutto il mondo. La Virginia, il luogo in cui vivrà stabilmente dai 13 anni in poi, è il posto che Sarah ama chiamare casa. Ora vive a El Paso, in Texas, con il marito, dove insegna Letteratura Inglese all’università e dove ha ambientato e scritto gran parte del suo ultimo romanzo La figlia dei ricordi.


Latitudini

di VIVIANA FILIPPINI

femminili 137 I

l passato non è un semplice contenitore di ricordi, di ciò che è stato e che ha determinato una esistenza. Il passato di ogni individuo è un’ampolla colma di eventi, di esseri viventi che hanno influenzato la vita e il suo sviluppo. Il tempo trascorso, o meglio il passato, è il principio dinamico del romanzo La figlia dei ricordi di Sarah McCoy, recentemente pubblicato dalla Nord. La McCoy, autrice americana al suo esordio letterario, è riuscita a creare una storia nella quale il protagonista principale è l’universo femminile narrato su diversi piani paralleli. Da un parte c’è la Germania degli anni ’40. Una terra sotto il controllo del regime Nazista dove la giovane Elsie, figlia di un umile fornaio di Garmisch, ha appena ricevuto una proposta di matrimonio da Josef, un ufficiale del regime. Dall’altra parte, c’è la cittadina di confine di El Paso, in Texas, nella quale la giovane Reba Adams si divide tra il lavoro di giornalista e la spinosa decisione che potrebbe cambiare per sempre la sua vita: accettare la proposta di matrimonio da parte di Riki e indossare al dito l’anello che lui le ha regalato. Reba ed Elsie sono un’americana e una tedesca, due donne lontane per età e cultura, molto diverse –

oserei dire agli antipodi – ma allo stesso tempo anche simili tra loro. Il destino le avvicinerà, perché Reba dovrà scrivere un articolo sulle tradizioni natalizie e troverà il terreno fertile nella Bäckerei, una forneria, di Elsie Schmidt Meriwether a El Paso, però le conseguenze di questo incontrano avranno dei risvolti inaspettati per entrambe le protagoniste. La figlia dei ricordi è un libro dal ritmo incalzante, cinematografico, che scorre rapido facendo viaggiare il lettore attravero due continenti (Europa e America) e in epoche lontane e contemporanee. Una narrazione dove i punti di vista alternati di Elsie e Reba ci permettono di entrare in contatto con due micro-cosmi femminili caratterizzati da dolorose verità. Con il procedere della lettura l’intervista di Reba a Elsie si trasforma in un vero e proprio dialogo a due voci nel quale due protagoniste si confessano le reciproche pene, le verità traumatizzanti e fatti impensabili. Il sostegno reciproco che si sviluppa tra le due è l’incarnazione della necessità di fare i conti con i fantasmi del proprio passato, per dare il via a un domani di cambiamento, rinascita e armonia. Ne La figlia dei ricordi, la

McCoy non parla solo del legame di amicizia che lega Reba ed Elsie, in esso troviamo un altro tema importante, relativo all’infanzia. Questo romanzo, così acclamato in America, giunto al grande successo di pubblico e critica grazie al passaparola, ha come altri protagonisti, anche se non hanno il ruolo di attori principali, i bambini. Ci sono i bambini generati a Lebernsborn in nome della pura razza ariana, il bambino ebreo fuggito che incrocerà la strada di Elsie, c’è parte dell’infanzia delle protagoniste e ci sono i bambini dei clandestini messicani nell’America contemporanea. Piccole persone innocenti e senza colpe, protagoniste loro malgrado di fatti che evidenziano quanto facilmente gli errori inconsapevoli o coscienti dei genitori possano ricadere sui figli. La figlia dei ricordi è un romanzo forte, dove i sentimenti dell’amore, dell’amicizia e del rispetto diventano i perni sui quali fondare la vita. E non scordatevi di tenere questo libro sempre a portata di mano, non solo per l’intensa storia di rinascita e cambiamento che la McCoy ci racconta, ma per le gustose ricette che ci vengono lasciate in dono dalla Bäckerei di Elsie Schmidt Meriwether.

Letteratura

La figlia dei ricordi di Sara McCoy: due donne diverse, due nazioni lontane, un difficile e avvincente percorso di rinascita


RACCONTO

a t n e m e Com o t a l o c c o per il ci

DI LUISA GASBARRI

L

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’uomo si piega verso di me per riprendere il resto e la ricevuta. Leggo i suoi pensieri come se me li sciorinasse davanti senza pudore: “Se è così sexy con addosso questo camice bianco, dottoressa… quanto dev’essere bella senza?” E infatti la mano ha un fremito mentre ripiega le banconote nel portafoglio firmato. Gli sorrido complice. «Può passare tra due giorni, saranno pronte per le cinque» e sembra che gli stia dicendo: “Esattamente quanto riesci a immaginare, tesoro.” La mia espressione compiaciuta lo stordisce. Non sono ancora immune alla seduzione. Nessuno potrà più sedurmi dopo ciò che ho provato quella notte, è vero, gli eccessi corrompono per sempre, però posso ancora sedurre chi voglio. Sono consapevole del mio potere sugli uomini, su qualsiasi uomo, persino del turbamento che riesco a provocare nelle donne, in qualsiasi donna, benché poche abbiano il coraggio di riconoscerlo davvero… «Grazie» ripete l’uomo ipnotizzato. Un fisico giovanile, la pancetta sotto controllo, tuttavia le sue occhiaie sono segni lividi, rabbiose ditate tendenti al giallo intorno alle palpebre: ha addosso un odore di pioggia, come chi covi un’influenza balzana. Dev’essere un uomo fatto di stress e adrenalina compressa, colpe insabbiate e tradimenti superflui. Il male plagia l’anima e impara a scorrerti dentro come sangue infetto. Perché i comportamenti ci modellano, e alla lunga superficie ed essenza finiscono per coincidere. È una legge animale.


Ho quest’unica certezza: ognuno di noi diventa ciò che è. Non ci sono trasformazioni. Le possibilità sono apparenza. Se il seme non muore, non porta frutto. Il frutto è in ogni caso già stabilito dalla natura del seme. Non viviamo infatti per scegliere, ma per realizzare con coraggio chi siamo. Un buon motivo per non pentirsi mai di se stessi, e che giustifica perché a ogni risveglio sia sempre uguale il mio primo ricordo: le labbra rosse che si schiudono con sensualità infinita, dando forma alle sillabe: “Oserai sfidare te stessa?” Sfidarsi è semplicemente diventare se stessi, ora lo so. E la risposta non serve. Sono io la risposta. Ecco perché devo sempre distrarmi con un secondo pensiero: rinnoverò il mio guardaroba.

fortuna che tu possieda una simile bellezza!” Dipende dal valore che si dà alla parola fortuna direi, ma l’errore è in effetti un altro. Pensare che la bellezza si possieda. Le creature che ne beneficiano sanno perfettamente che è la bellezza in realtà a possederti. La bellezza è un dono molto simile alla condanna. Non ti fa mai passare inosservata, godere dell’anonimato, ti pone sotto gli occhi di tutti continuamente, quasi dei riflettori si spalancassero al tuo arrivo e ti sparassero addosso fasci di luce, uguale a quella dei palcoscenici, cruda. E se in un teatro non ti accorgi degli individui ma solo delle maschere, così davanti a una donna bella ti accorgi sempre prima della bellezza che della donna. Ecco perché la bellezza è una maschera. Ma ormai non la dissocio più dal mio volto. Non riesco mai a dimenticarmene, né sono ingrata al punto da dirmene annoiata. A volte mi accarezzo la linea del collo, passo le dita tra i capelli lucenti, avverto la morbidezza di seta della mia pelle pura. Nonostante la convivenza non facile, della mia bellezza sono ancora perdutamente innamorata. Sono stata autodistruttiva per anni pur di non riconoscerlo. Vestendomi senza riguardo, quasi a defraudarmi, umiliarmi. Privandomi del piacere, del cibo, del benessere. Lasciandomi andare con segreto autocompiacimento. Quasi a punirmi, cancellando, rendendo invisibile il mio corpo. Col tempo ciò che in noi resta irrisolto assume un peso scomodo, perché in realtà nessuno accetta mai fino in fondo di essere privilegiato, degno di una facilitazione immeritata e gratuita.

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La moda è una gran tortura. Un tempo crinoline ingombranti, allucinanti bustini; oggi spacchi vertiginosi o aderentissimi jeans. In ogni caso, mai nessuna giustizia per una donna che voglia godersi liberamente il proprio corpo senza sentirsi troppo rotonda o perdutamente anoressica. Per eliminare uno dei condizionamenti più odiosi dell’Occidente, ho rimosso tutti gli specchi, o meglio li ho posizionati in modo che non m’intercettino a tradimento, ma sia sempre io ad avvicinarli consapevolmente. Gli specchi sono pericolosi. Ci restituiscono un’immagine di noi stessi verso cui non possiamo essere oggettivi abbastanza. Con quale presunzione ci scrutano, con quale diritto pretendono di svelarci la nostra indole più segreta.

Perciò so benissimo cosa pensa chiunque quando mi guarda. I pensieri della gente a volte sono così ovvi e trasparenti che è quasi imbarazzante starci davanti. E di me tutti pensano: “Che

Il mio ricordo di quella notte è un marchio a fuoco nel cuore. Non è la scena di violenza, per quanto inattesa e terribile, non l’urlo grottesco dell’uomo che crollava ai miei piedi. Non il suo sangue piovuto intorno come le isteriche schegge di vetro di un bicchiere infranto. No. Il ricordo si concentra rapito, è la linea meravigliosa di quelle labbra perfette. Parevano

Letteratura

Disegno un asterisco vicino al suo nome.


disegnate da un chirurgo estetico di grande perizia, stonavano addirittura con le sfaccettature fredde degli occhi intensi. Ma quando mi venne vicino, fu la sua voce a colpirmi. Una miscela di premura e algore, un tono basso e vellutato che subito mi avvolse, e all’improvviso il parco intorno non sembrò più freddo e desolato, la notte non più butterata di solitudine amara: fu come se una mano femminile e materna afferrasse il mio cuore per accarezzarlo con la dolcezza che si riserva solo alla testa di un bambino. Oggi sono dunque diversa. Irreversibilmente. Senza remissione. Senza sconti. Ho interrotto la guerra insensata e perenne contro il mio corpo. Lo accetto per ciò che è. È buffo come le donne con i capelli mossi desiderino solo stirarseli e quelle che li hanno lisci bramino la permanente. Che le brune si vogliano bionde e le bionde anelino al rosso. Che le basse camminino su trampoli e le alte s’incurvino senza grazia. Tra donne è un po’ come se l’erba della vicina fosse sempre più verde… Io ho i capelli scuri ma l’incarnato chiaro della bionda naturale, gli occhi mi diventano celestissimi certi giorni. Prediligo il classico. Tailleur e smalto rouge-noir. Un accenno di fard, un ombretto leggero. Gli occhiali dalla montatura nera e severa mi danno qualche anno in più e sono tornati in auge dall’anno scorso. Reputo gli stivali imperativi d’inverno, ma adoro i sandali gioiosamente aperti d’estate. A causa del mio lavoro, sottopagato e irritante, non ho molto tempo da perdere. Attualmente sono biologa presso un laboratorio di analisi privato. ‘Tuttofare’ forse rende meglio l’idea. Il proprietario si gode i proventi passando da un viaggio alle Maldive a un safari africano. Io mi alzo alle cinque e mezza per arrivare in tempo a organizzare i prelievi che cominciano alle sette. Un’ingrata fatica: la gente perde la pazienza facilmente facendo la fila a digiuno, con l’orologio sotto il naso nella speranza

UNIQUE BEAUTY © MUHAMMAD ALGALAD


La gente non ha fantasia, non immagina quanti lavori peggiori ci siano in giro: tempo fa, per esempio, lavoravo come lift girl in un hotel del centro, poi sono stata barista in un night. In entrambi i casi gli uomini che mi stavano attorno erano così prepotenti che a volte gli avrei strappato la giugulare a morsi. Spesso anche qui i neolaureati mi osservano con aria di sufficienza: in fondo sono giovane, pensano che presto andrò via come loro da queste stanze nude che sanno di varechina scadente. A volte lo penso io stessa, e infatti mi dico: “Ancora un mese…” E il mese dopo: “Ancora un mese…” Poi resto. Impigrita nelle abitudini. Nella tranquilla apatia della consuetudine. Come pensare a una vita più avventurosa quando si è memori così bene di quanto sia stato difficile arrivare a fine mese in certi momenti?

Letteratura

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di raggiungere in orario il posto di lavoro. Il pomeriggio lo trascorro in laboratorio ad analizzare i campioni di sangue, urina e quant’altro. Poi ad aspettare l’addetto che passa ogni sera verso le sette a recuperare gli scarti tossici e organici. In pratica inizio che a volte neppure albeggia e esco col buio, come un ratto, rimanendo al chiuso per ore perché conti e burocrazia son sempre io che li sbrigo. Qualche vantaggio c’è: nessuno mi palpa il sedere, nessuno mi sorveglia col fiato sul collo, nessuno mi tormenta se fumo qualche sigaretta in più in ufficio… Tuttavia i ritmi sono stressanti e i vari collaboratori durano al massimo qualche mese, prima o poi scompaiono senza manco giustificarsi. I medici si sentono frustrati a infilare aghi in vena quasi fossero a una catena di montaggio, a ricevere un “Non ho sentito niente!” quale unica gratificazione, se va bene. Ancor peggio i chimici disoccupati o i giovani biologi precari che vengono il pomeriggio in nero per aiutare con le analisi: fissano il liquido dorato come fosse radioattivo e cambiano guanti su guanti sterili manco i campioni di sangue appartenessero a lupi mannari!


Peggio del lavoro c’è solo l’Amore. Perché l’Amore ti frega sempre. I Greci ne erano terrorizzati, temevano il potere di Eros sopra ogni cosa. Non importa quanti anticorpi hai, quanto sei cinica o scettica o indifferente. L’Amore arriva quando non te l’aspetti e ti legge dentro quello che sei, quello che vuoi, anche se per anni hai cercato d’ignorarlo. “Oserai sfidare te stessa?” mormora languido e seduttivo come una gatta che ti fa le fusa sul cuore. E a tanti suoni che sibilano, come un richiamo di serpenti, puoi solo rispondere: “Sì.” Poi buttarti a capofitto verso te stessa, come Narciso, perché ciò che ami è sempre e solo una replica di ciò che sei. La donna che mi rassetta l’appartamento odia il colore carico e la consistenza delle mie tende, la linea austera dei mobili; il mio tatami le è inconcepibile e odioso. «Come fa a dormire per terra!» bofonchia incredula monitorando senza pazienza le stanze spoglie. Una volta, mentre mi stirava il camice, mi ha suggerito «Perché non fa un bambino?” Sembrava mi stesse proponendo una gita in barca. «Lei è davvero bellissima» ha aggiunto poi con sincero trasporto, quasi a giustificarsi, quasi la bellezza non associata alla riproduzione fosse uno spreco. «Certo, oggi le donne cominciano a pensare ai figli quand’hanno l’acqua alla gola, prima se la godono parecchio la vita!» ha continuato imperterrita. «Lei però non fa manco questo, è sempre così stanca…» e mi ha fissata intenzionalmente. C’è in me qualcosa che sfugge alle classificazioni, la mia riservatezza sconfina ai suoi occhi nel mistero. La gente non maneggia mai il rasoio di Ockham: quando cerca una spiegazione, crede erroneamente migliore sempre quella più inverosimile e complicata. Vorrei dirle che il velo scuro sotto gli occhi non dipende dalla stanchezza. Lo aveva sempre anche mia madre, e dormiva dodici ore al giorno ai bei tempi. E le congiuntiviti di cui soffro

Luisa Ga sbarri

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ocente di creative writing, Luisa Gasbarri ha inaugurato il gene re noir shocking con il romanzo L'istinto innaturale. Autrice di sagg i (minimum fax, Loffredo ) e racconti (con Ora X ha vinto nel 2012 il Premio Lette rario Caffé Goya ), ha curato volum i antologici di narrativa (l'ultimo in ord ine di tempo Anime buie, Bel Ami, dedic ato al dark) e di recente pubblicato il ma nuale 101 cose da fare in Abruzzo almen o una volta nella vita (Newton Compton ). Cura attualmente la rubrica Scritto sul Kuore sul mensile La Dolce Vita.

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Visto che col bambino non sortiva effetti vistosi, Martina (la donna delle pulizie si chiama così) è tornata alla carica con un “Almeno potrebbe trovarsi un bel fidanzato!” Il fidanzato è legato all’aggettivo ‘bello’, come il sugo all’aggettivo ‘denso’ e il soufflé alla parola ‘soffice’. Uno stereotipo insomma. Ero indecisa se confessarle che non mi piacciono i fidanzamenti o che non mi piacciono particolarmente gli uomini: nel primo caso avrei dissolto la sua fiducia nell’ordine costituito, nel secondo la sua fede nella biologia. Ho taciuto accarezzando Artemisia, la mia gatta siriana. Se Martina sapesse, quando nomina con leggerezza fidanzati o figli, cosa ha fatto di me un giorno l’Amore! Sì, se non avessi avuto così care la vita e me stessa, se non avessi adorato questo cielo smagliante e l’energia divorante

che dentro mi scorre all’impazzata ogni istante, se non avessi imperdonabilmente amato la mia bellezza, la mia giovinezza, il mio ardore, la mia sete di vivere… La mia sete, sì. Sono stata sempre fedele. Perché su tutto io ho amato sempre e solo me stessa. Guardo l’orologio. Le sette meno un quarto. I risultati delle analisi di oggi impilati ordinatamente alla mia destra sul bancone d’acciaio del laboratorio lustro. Gli avanzi dei prelievi nel contenitore apposito, alla mia sinistra. Le provette di plastica in cui l’emoglobina del sangue tolto dal frigo si va rapprendendo grumosa. Ne dissigillo una. Inghiotto l’avanzo annoiata. «Quando non vi serve più, il sangue lo buttate via?» mi ha chiesto stamani un bambino. Con questa crisi? stavo per rispondergli. “Oserai sfidare te stessa?” “Sì.” Sorrise. «Da domani saranno allora gli altri a temere te.» L’uomo l’aveva dilaniato a morsi, gli aveva strappato brandelli di collo con noncuranza. A me invece mi baciò. Un bacio caldo che bruciò la mia piccola anima. E quando mi riscossi, in quel parco rinascimentale avvolto dalla livida bruma di un autunno precoce, mi sentii rinnovata e diversa. Non capivo ancora che lo sarei stata per sempre. Che sarei rimasta eternamente giovane, eternamente bella, eternamente estranea a tutta l’umanità che di colpo in me avevo persa. L’antica me stessa non c’era più. Restava solo l’ingordigia di vivere. Il mio egoismo sovrano. Lei mi fissò ancora una volta col suo gelido sguardo animale. «Mi chiamo Carmilla» mormorò con dolcezza. Poi si avvolse nel lungo mantello bianco e scomparve nella nebbia lasciandomi in balia dei secoli che si sarebbero susseguiti infiniti.

Letteratura

sono colpa della polvere che lei non rimuove con cura, che lascia entrare facendomi trovare le vetrate spalancate certi giorni. Non mi piace la luce. Mia madre idolatrava la sua pelle lunare. A volte sorrido pensando a quanti oggi inseguano abbronzature selvagge e dosi massicce di melanina. Soltanto mode dopo tutto. L’Amore è sempre uguale a se stesso invece. Ineluttabilmente omofilo, di sé s’alimenta, di sé si sazia. Perciò pretende emozioni, ricordi. Sarà per questo che non smetto di ripensare agli occhi scintillanti e alle labbra rosse. “Oserai sfidare te stessa?” Avvicinandosi, mi fissava alacre. Zigomi perfetti, da fare invidia alle statue alessandrine. E il suo sguardo mi spogliava con una violenza forse più atroce di quella che, venendomi in soccorso, mi aveva risparmiato. Non riuscivo a distogliermi. Ma non perché mi avesse appena salvato la vita. Non potevo distogliermi perché una forza irradiante mi stava investendo con imperativa indecenza. In nessun altro incontro avevo mai percepito prima un vortice d’emozione simile. L’uomo che mi aveva seguita nel parco, aggredita alle spalle, era intanto ai miei piedi. Tossiva convulsamente. Soffocando nel suo sangue viola.

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THE

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DAILY

NOTIZIE FRESCHE DEGLI AFFARI,

Q

uesta notte, prima dell'alba del 10 gennaio 2034, è andato in stampa l'ultimo numero della nostra testata giornalistica. Il Daily Planet interrompe ufficialmente le rotative, congeda il suo staff e saluta i lettori. In altre parole: chiude i battenti. Una notizia annunciata da tempo che dunque non avrà quest'oggi molto spazio all'interno dei notiziari televisivi, blog d'informazione o podcast pseudo giornalistici. Magari qualche rubrica di curiosità concederà qualche riga per l'annuncio della nostra chiusura, ma la notizia assumerà la consistenza di semplice aneddoto, utile al massimo per rispondere a futuri eventuali quiz di cultura generale. Perché il progresso tecnologico avanza e l'attaccamento per questa carta puzzolente e sporca d'inchiostro non è altro che un feticismo insulso e un po' retrò. Ma la realtà è molto più complessa, almeno secondo noi, morenti dinosauri della carta stampata.

Per cercare di farvi capire il nostro punto di vista, pensiamo sia necessario ripercorrere brevemente i passi storici della lenta agonia che ha infine ucciso tutte le testate giornalistiche tradizionali, compreso il Daily Planet. Il fattore scatenante di questo cambiamento epocale è stato senza dubbio la diffusione di internet e della banda larga. Nella prima decade del terzo millennio il web ha raggiunto e conquistato le nostre vite. Come sicuramente i meno giovani si ricorderanno, per connettersi con un modem 56k ci voleva pazienza e tempo libero. Le immagini venivano caricate una riga alla volta e il download di un pdf poteva impiegare delle ore per completarsi. Il diffondersi dell'adsl a prezzi popolari, tuttavia, cambiò lo scenario che fu poi definitivamente sconvolto dall'evoluzione della tecnologia mobile. In meno di dieci anni si passò da un modem lento e gracchiante alla possibilità di connettersi a internet da qualsiasi posto e a qualsiasi

E D I T O

A

lla fine il momento è arrivato. Quello che avete nelle mani è l’ultimo numero del Daily Planet. Dopo oltre un secolo (centoquindici anni per la precisione) di onoratissima storia il nostro giornale chiude per sempre. Una cosa ben triste, resa ancora più triste da un’altra inesorabile certezza. Con noi scompare l’ultima cellula del giornalismo moderno. Eravamo l’ultimo quotidiano a resistere. Da molto tempo di noi dicevano che eravamo zombie dell’era pre-puntozero. Una definizione in parte vera, ma che, in fondo, cominciava a piacerci. Del mondo marcescente, irrimediabilmente morto, dell’informazione vecchia maniera noi eravamo la parte vivente. Avevamo assistito a una serie infinita di crisi e di ancor più devastanti rimedi anti-crisi. Chiusura a raffica delle redazioni fisse, uso ossessivo compulsivo delle agenzie stampa, sfruttamento di stagisti alle prime armi per sopperire al costo dell’esperienza e dell’approfondimento. Testate storiche alla disperata ricerca di zavorre da gettare in pasto ai pesci che rinunciavano ai loro tesori (archivi inestimabili, edizioni on line capaci di creare nuovi spazi di visibilità e raggiungere target più ampi) trattandoli come scarti non riciclabili. Nuovi giornali mandati sul mercato allo sbaraglio, senza uno straccio di pianificazione


PLANET

DELLA GUERRA E DEL MONDO

R I A L E economica, per poi non sopravvivere al primo bilancio trimestrale. Soluzioni miopi che avevamo scelto di non seguire, insistendo pervicacemente sulla nostra strada. Fatta d’informazione chiara, ma non asettica, di partecipazione, sia dei giornalisti che dei lettori, alla gestione editoriale ed economica del Daily, di integrazione con nuovi canali di comunicazione. Una strada che ci aveva permesso persino di non rinunciare al piacere della stampa, sia pure in maniera diversa rispetto all’era della rotativa. Eppure siamo qui anche noi a un passo dallo Stige in cui galleggiano testate di ogni sorta, dal glorioso New York Times al più infimo giornalino scolastico di provincia. Non ci ha salvato il bilancio in pareggio né l’amore e la stima del nostro pubblico. La proprietà ha deciso che, con l’arrivo dell’ennesima crisi, è opportuno sfoltire, tagliare il vecchio. Alla famiglia Luthor, che tanto lustro (e guadagno) ha avuto dal lavoro di tutti noi, lasciamo un ultimo messaggio. Speriamo che il 2034 sia davvero – come da riveduta profezia Maya – la Fine del mondo. In caso contrario avrete ucciso il futuro senza ragione. Il direttore, Perry White

di ROBB MEDDATTER e PERRY WHITE

ora, attraverso un semplice telefonino. Nonostante l'idea di usare un telefono cellulare per accedere al web possa al momento sembrare preistorica, l'impatto che gli smartphone e il 3G ebbero sulla società fu tanto rilevante da cambiare le abitudini e le necessità del 90% della popolazione mondiale. I giornali e il giornalismo non furono risparmiati. In un mondo sempre più web-centrico l'immutabilità della carta stampata assunse una connotazione fossile, reperto di un’era che appariva ogni giorno più lontana. I lettori furono colti da una febbrile frenesia di aggiornamento che li spinse a preferire il tempo reale al posto dell'approfondimento. Se un vulcano

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eruttava in qualche sperduta isola del pacifico, o se un tragico incidente d'auto spezzava la vita di qualche sfortunata persona, o se ancora il vip di turno dichiarava di essersi fatto un lifting allo scroto, la persona comune pretendeva di saperlo subito con pochi semplici click, non aveva tempo di aspettare il giorno successivo per leggere la medesima notizia sul proprio quotidiano preferito. Se a questo poi aggiungiamo la crisi economica che colpì l'occidente a cavallo del primo e secondo decennio, il brusco calo delle vendite della carta stampata e l'ascesa dell'editoria digitale appaiono avvenimenti

chiari e inevitabili. Il 2012 viene ricordato per la recessione economica, per l'errata previsione apocalittica Maya (poi corretta al 2034, come tutti sappiamo) e per la nascita della celebre testata Speechless Magazine; ma fu soprattutto l'anno in cui l'opinione pubblica, o almeno parte di essa, prese atto della grave situazione in cui versava l'editoria tradizionale. Gli Stati Uniti registrarono il passaggio in digitale di Newsweek, la Germania la chiusura del Financial Times Deutschland e del Frankfurter Rundschau (storica testata di sinistra) e la Spagna dovete far fronte al

licenziamento di oltre seimila giornalisti in meno di quattro anni (per un totale di cinquantasette testate chiuse). Oltre a questo, poi, ci furono gli annunci dei gravi problemi finanziari del francese Libération, dello spagnolo El País, degli svizzeri Les Temps e Il Giornale del Popolo e dell'inglese Guardian. Una crisi globale che non mancò di colpire anche l'Italia, affetta da sempre dal grave problema della mancanza di lettori. Mentre gruppi nazionali come il Corriere-Rcs, la Repubblica-Espresso, Mondadori e Il Sole 24 Ore progettavano tagli al personale e ristrutturazioni finanziarie,

LAST NEWS LAST NEWS LAST NEWS

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il Corriere della Sera, che vantava il primato italiano, vendeva solo poco più di 440 mila copie, seguito nella classifica dai quotidiani La Repubblica (circa 358 mila), La Gazzetta dello Sport – Lunedì (circa 340), Il Sole 24Ore (circa 257 mila), La Stampa (circa 248 mila), fino a L'Unità, fanalino di coda con il suo ventunesimo posto e le misere 35 mila copie vendute. Sempre nel 2012 poi, venne annunciato che a partire dal marzo dell'anno successivo l'associazione Accertamenti diffusione stampa (Ads) avrebbe rilevato non più solo le vendite da edicola ma anche quelle avvenute attraverso download da tablet, cellulari o computer fissi e portatili. Un passo molto importante che permise per la prima volta di avere un quadro reale delle potenzialità dell'editoria digitale, quadro che piacque

molto a investitori e inserzionisti pubblicitari. E così il giornalismo si traferì nel web e iniziò a mutare. In nome dell'interattività, il peso dei contenuti multimediali fu sempre maggiore all'interno dei giornali, e lo spazio per il testo sempre minore. I lettori scoprirono che era molto più interessante vedere la registrazione di una rapina in banca, piuttosto che leggerne la notizia, o assistere on-line all'arresto di un terrorista, piuttosto che accontentarsi del successivo resoconto scritto. In meno di dieci anni, dal 2013 al 2023, il giornalista è dapprima diventato un copista di comunicati stampa o di flash news trasmesse via social network, per poi essere addirittura sostituito dalle intelligenze artificiali, capaci di scrivere una notizia breve in


31 gennaio 2013 dodici lingue contemporaneamente. Le vendite dei giornali cartacei sono diventate irrisorie, le scuole di giornalismo hanno cambiato i programmi concentrandosi sull'aspetto video (con particolare riguardo alla capacità di saper stare in scena), e i lettori si sono lentamente trasformati in spettatori. Nel 2006, Philip Meyer, giornalista e professore emerito presso la scuola di Giornalismo dell'Università della Carolina del Nord, aveva destato molto scalpore dichiarando: «il primo trimestre del 2043 sarà il momento in cui l'ultimo, esausto lettore getterà via l'ultimo, raggrinzito quotidiano». Venne tacciato di allarmismo e pessimismo, ma, col senno di poi, appare evidente che era stato fin troppo ottimista. Come detto, la crisi e il declino di quotidiani e riviste cartacee sono state conseguenze del progresso tecnologico, ma l'affermarsi dell'editoria digitale non ha determinato soltanto un cambio di "mezzo". Molte delle testate giornalistiche nate su carta si sono adattate alle varie piattaforme create nel corso degli anni e la trasformazione ha riguardato tanto il supporto quanto i contenuti. Il giornalismo tradizionale (ancestrale?) era basato su un newsmaking accurato, composto da ricerche, approfondimenti, verifica delle fonti e, non ultimo, un ragionamento complesso e articolato. Un procedimento lento, questo è ovvio, ma che garantiva articoli completi che riassumevano i fatti e offrivano uno o più punti di vista. Il giornalismo attuale, o web-giornalismo, è schiavo dell'immediatezza della connettività. Conoscere tutte le notizie in tempo reale è una grande conquista per l'informazione e la democrazia, ma l'assenza di un giornalismo autentico, che contestualizzi e analizzi, trasforma le stesse notizie in rumore di fondo, che il lettore percepisce ma non distingue. È per questo che noi della redazione del Daily Planet ci siamo cocciutamente rifiutati di passare all'editoria digitale, ed è per questo che oggi siamo qui a comunicarvi il

147 grande rammarico conseguente alla nostra capitolazione. I giornali cartacei potevano sembrare antiquati, scomodi e spesso anche sporchi e puzzolenti, ma erano il simbolo di un giornalismo che dovrebbe essere indipendente dal formato di diffusione. Oggi, 10 gennaio 2034, l'ultima traccia di questo simbolo muore insieme alla nostra testata. Con tutto il rispetto per i professionisti che ci hanno lavorato, penso che il Daily Planet fosse solo un prodotto snob dal retrogusto nostalgico. La maggior parte dei suoi lettori ha sottoscritto l'abbonamento per ricevere quotidianamente un reperto vintage da mostrare in salotto a testimonianza di un finto desiderio culturale pseudo-alternativo. Il mondo non sentirà la mancanza della carta stampata. Edmund Troll, editore digitale. Sono una vostra abbonata di terza generazione. I miei genitori leggevano il Daily Planet e prima di loro i miei nonni. Ogni domenica della mia infanzia andavo a trovare mio nonno, che mi faceva sedere sulle sue gambe mentre leggeva il giornale. Mi ricordo le pagine spalancate, così grandi da nascondermi del tutto, lo scricchiolio della carta, il suo odore pungente, e le macchie d'inchiostro che rimanevano sulle dita di mio nonno. Il digitale avrà i suoi pregi, ma manca di fascino. Conserverà l'ultimo numero del vostro giornale con cura e affetto. Lucy N. Ostalgic, lettrice fedele La chiusura del Daily Planet? Un dramma. Come farò ora ad accendere il camino? Ho provato con i tablet ma fanno solo un gran fumo. Jimmy Sarcasm, comico Il giornalismo è morto oltre vent'anni fa. Ora scomparirà anche il suo ultimo erede. Luca Pulitzer, giornalista in pensione


DEAL M FOR MURDER © CESARR ST

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di NICOLA BALDONI

PROLEGOMENI A OGNI FUTURA METAFISICA MORTA VIVENTE CHE VORRÀ PRESENTARSI COME SCIENZA


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Parliamone. Chiunque di noi abbia letto Dracula è dalla parte del vampiro. Alla signorina di buona famiglia non può capitare niente di meglio d’un principe delle tenebre. Pure troppo a dirla tutta. Se amiamo, no, mannaggia, voi amate il film dove il morto assalta il supermarket siete dalla parte del morto. Non dei disperati che resistono. Discutiamone, con mente aperta o spappolata che sia. Sono certo che ci sia qualcosa che non capisco, che anche io come lo zombie che guarda in terra e saluta il pancreas, mi sto perdendo qualcosa. Per onestà intellettuale – l’onestà intellettuale è quella roba che ti fa sentire che c’è un peso diverso tra Musil e L’armata delle tenebre – confesso i miei pregiudizi. Mi sa che nell’adolescenza, in cui si scoprono film e libri, voi eravate quelli fichi. Quelli che mentre i vostri compagni facevano i conti per la prima volta, spaventati e riconoscenti, con Rimbaud, il cinema francese, la letteratura russa, voi ve ne stavate a casa di Chicco, Billy o Fede, in combriccola, a vedere sul divano di pelle dimenticati capolavori horror come La roba ributtante che usciva dalla palude, oppure Oh te lo ricordi Silvio Pellico? È alla porta e te se vole magnà, ma anche La notte che ti vomitai sopra. Abitate a Roma nord. E come hanno incastrato Fiorito ancora vi brucia. Oppure siete compagni che lottano e rantolano insieme a noi. Il mondo si faceva un’estensione di Villa Certosa e allora si cercò nell’altrove della cultura un’interpretazione dei tempi nostri non macchiata dal Potere. (Perdonate le maiuscole, ma così c’intendiamo nell’indispensabile ridicolo). Nell’horror, nel genere, magari era possibile trovare uno sguardo diverso dall’ufficialità che ripeteva che tutto era splendido, fortunatissimi noi. Ora si tratta di dimostrare che il tempo speso non sulla scuola di Francoforte o sullo strutturalismo, ma su katane, seghe elettriche, e Urla 1, 2, 47, non era perso. È corretto porre così il problema? Esiste ancora una cultura ufficiale e una periferica, magari più rozza e meno sofisticata d’una pagina di Nabokov, ma anche meno compromessa? Un luogo atipico, come il contratto, dove si coltivano sguardi altri sulla realtà

Letteratura

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e sapete la differenza, la fondamentale differenza, tra lo zombie di Romero e quello di Fulci vi odio. Focalizziamo ciò di cui parliamo: voi amate dei tizi lordi di sangue che camminano perdendo organi e cercando di succhiare il cervello del prossimo. No, non sono una metafora della crisi del contemporaneo, del neoliberismo che dissecca il mercato o del postmoderno. Sono morti.


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di ALEXIA BIANCHINI

he Walking Dead: in un mondo post apocalittico gli zombie hanno invaso il pianeta. Un gruppo di sopravvissuti cerca un luogo sicuro dove stabilirsi. I superstiti sono guidati dall'agente di polizia Rick Grimes e dal suo vice Shane Walsh. Il traditore, fedifrago e infame Shane, figura di spicco nella serie di zombie WD, è in poche parole la coscienza di Rick, il giusto e onesto poliziotto che, anche in una situazione tragica, è determinato a mantenere alto l’onore della stella a cinque punte che porta sul petto. Shane è odioso, egoista, irrequieto, bastardo fino al punto di conquistare la stima degli spettatori per quanto risulti onesto con se stesso. Non si nasconde dietro il buonismo, ma combatte per la sopravvivenza, combatte per ciò in cui crede. Shane muore alla fine della seconda serie, quando nel fumetto omonimo invece ci aveva abbandonato già alla fine del primo volume. Un personaggio che, nella sua umanità (nel senso più cattivo del termine), aveva conquistato gli spettatori. E allora perché farlo fuori trasformandolo in zombie? Ma torniamo indietro e analizziamo insieme alcuni aspetti del caro estinto: ha abbandonato Rick in ospedale, chiudendo la stanza con una lettiga invece di salvarlo, trovando poi la scusa di averlo trovato già morto. Si è trovato un posto sicuro fuori città e, prima dell'arrivo di Rick al campo dei sopravvissuti, è diventato il leader del gruppo, prendendosi cura di Carl e Lori (moglie di Rick), instaurando una relazione con quest'ultima. Fare un passo indietro, e concedere lo scettro all’amico Rick, deve essere stata dura e da qui la sua trasformazione ha cominciato a delinearsi, rimarcando la figura di un frustrato. Eppure, sebbene sia arrivato a commettere un omicidio pur di salvarsi la vita da un attacco zombie, non puoi fare a meno di appassionarti a lui, poiché rappresenta la cattiveria plausibile in cui l’uomo cascherebbe ritrovandosi in una apocalisse zombie. Tutte le regole cadrebbero. Osservando il cattivo Shane esternare la sua malignità e il suo sarcasmo ci accorgiamo che lentamente anche il buono Rick, che fino a pochi attimi prima aveva puntato il dito contro l’amico, cade negli stessi errori: uccide altri esseri umani, uccide per sopravvivere. Insomma, davanti alla morte siamo tutti uguali: vogliamo vivere!


serissimamente di vampiri o navi spaziali non è il tentativo di portare l’impensabile e il diverso là dove impera l’ovvio e lo stantio della Vecchia Cultura. Era un’ansia adolescente, ma che stabiliva un bisogno onesto di dialogo tra universi che noi pretendevamo meno lontani di quanto volesse il segno rosso che la professoressa metteva sul tema accanto alla citazione dei Sex Pistols o di De André. Ora questo non si dà. Lavoriamo in piccoli laterali universi di generi e stili così catafratti e specializzati che per essere conosciuti a dovere tra citazioni e autoriferimenti richiedono una competenza che pure i petrarchisti si sognavano. Quanta roba ricorda The Walking dead tra fumetti, film, videogiochi? Stiamo là. E di quel mondo piccolissimo e sperduto facciamo galassie. Sarà un caso ma poi non viviamo in Piazza Duomo o dietro il Pantheon ma in periferie che cadono a pezzi e ne vantiamo la ricchezza. Dal letame nascono fiori, ma dimenticarne la puzza fa torto all’intelligenza. La stanza in affitto pagata uno sproposito, ma così prossima al migrante e al pensionato con cui condividiamo gli 800 euro al mese e la paura dello sfratto, non è poetica, è terribile. Temo che questo nostro amore per il margine sia il tentativo di vivere una sconfitta come scelta o gloria. Il fatto che non si stia dietro una cattedra universitaria a commentare Dante non è la sanzione di altre realtà beat, off, lost recuperate all’intelligenza, ma di un’estromissione dalla produzione culturale o almeno dallo stipendio fisso. Che la Commedia rispetto ai call center, ai lavoretti a tempo determinatissimo, possa essere altrettanto impotente del telefilm sul serial killer, depone male per tutti. Viviamo in tempi terribili. E la disabitudine alla speranza o a pretendersi indispensabile finiamo per combatterla dimenticando i pesi delle cose. Dando al piccolo, all’angoletto solo nostro dove c’hanno chiuso, il tono d’un sistema stellare. Del resto: “Invidio solo i morti — già scriveva Leopardi — e solo con loro mi cambierei”. Ma con i tempi che corrono quelli s’alzano e camminano, camminano, camminano.

ldoni Twitter @ nicola_ba

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che viviamo? Dal vostro punto di vista, quello post apocalittico dove lo zombie pascola, trionfante, no. Tra una cattedrale gotica, San Vittore o le Vele di Scampia, l’unica legittima differenza è la difendibilità dell’edificio dall’assalto. Una grata è preferibile a Giotto. Appunto, direte voi, è proprio ciò che lo zombie denuncia. Ovvero il punto non è il morto che cammina, ma l’uso che di quel morto viene fatto. Grazie al morto errante, ridotto alla cecità del desiderio come il tamarro davanti al Grande Fratello o la zitella davanti a Prada, vediamo crisi e appiattimento di questi giorni così… Non attacca. Ho visto troppi porno per dimenticare che il problema deve essere – e soprattutto deve restare – la bionda con le tette grandi e non l’uso che della bionda viene fatto. Respect. I migliori di noi son cresciuti nella convinzione che non si dà differenza tra cultura alta e cultura bassa. Non si dà ai nostri occhi che hanno visto tanti di quei sogni morire da pretendere di mantenere lo sguardo vivo e curioso davanti a Guerra e pace, fumetti, poesia trecentesca – sì, c’è una poesia trecentesca, ragà’, pochissime mummie da quelle parti, ma roba buona assai. Ma quest’apertura che un tempo ci inorgogliva, da navi corsare contro Accademia, temo sia il sintomo di una sconfitta. La galassia lontana lontana, non è la stessa cosa di Kant. Ce lo ricordiamo? Una vecchia battuta di Arbasino: “Tanto fumare, tanto bucarsi per cosa? Se nel mondo del rock, bisogna farsi tanto per arrivare a canzoni come quelle di Jimi Hendrix e Janis Joplin, Wagner e Brahms cosa avrebbero dovuto fare? Mettersi un DC-10 nel culo?” Avverto in noi (mi commuove Vampire Diaries) una nostalgia per una visione del mondo vecchissima. Trent’anni fa ancora plausibile e ora paiono millenni. C’era una volta un Palazzo d’Inverno, una Bastiglia. Qualcosa da prendere o da tirare giù e quindi libertà e giustizia sociale per tutti. L’equivalente sul piano intellettuale era scardinare le porte dei musei e una volta che al Louvre avremmo portato Andrea Pazienza quelli là avrebbero imparato… Non funziona più così. Se quest’istinto continua a muoversi nel sottofondo dei pensieri, nei momenti di lucidità sappiamo che discutere

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Scrivere per non cadere fuori dal tempo di FEDERICA URSO

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ella sfaccettata contraddittorietà dell’animo umano, la felicità come il dolore trova sfogo nei meandri più sensibili dell’arte: la scrittura si colloca nei gradini più alti dell’espressione umana, eppure la difficoltà di riversare emozioni e sentimenti su un foglio bianco lascia spazio a esperimenti dall’esito dubbio. Quando però tale operazione viene compiuta da personalità geniali, come nel caso di David Grossman, possiamo soltanto arrenderci alla bellezza di un testo che si addentra nel polimorfismo letterario, incidendolo di un lirismo mai scontato e mai eccessivo. Grossman, che nel luglio 2006 ha perso il figlio Uri nella guerra israelo-libanese, proprio due giorni prima che questa finisse, elabora con la scrittura il lutto più terribile: a distanza di sei anni il dolore, mai sopito, irrompe nel suo ultimo libro,

un capolavoro straziante e catartico ma equilibrato. Caduto fuori dal tempo è, infatti, un’opera profonda, complessa e vibrante, ma che non si esaurisce nell’isterismo smodato di una sofferenza senza controllo. Non pacata, ma dignitosa. La vicenda, che ha la triplice forma stilistica della poesia, della prosa e della piece teatrale, prende avvio quando un uomo – un uomo qualsiasi, di cui non conosciamo il nome – lascia la moglie e la tavola presso cui sta cenando per andare “laggiù”, da “lui”, per vederlo ancora un istante. “Lui” è il figlio perduto, scomparso, “laggiù” è il limes, il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti. L’uomo e la donna assaporano gli ultimi attimi della propria quotidianità, prima che lui inizi a camminare, intraprendendo un viaggio che accoglie anche il dolore di altri personaggi mutilati


ancorato a quella scrivania e circondato dagli oggetti del figlio. La storia si consuma quindi nel tentativo di uscire dalla bolla morbosa dell’autocompatimen to, avanzando verso laggiù con un movimento quasi oscillatorio, che ingrossa le sue fila di nuovi viandanti. Dove prima non c’era appare allora un muro, il luogo di destinazione: i protagonisti scavano nella terra, vi si addentrano, felici di affondarvi, di essere finalmente utili a qualcosa (e abbiamo anche sentito / quanto lei, la terra, desiderava / che ci imbrattassimo, esultassimo / in essa, ridessimo dentro di lei – solo lacrime /e sangue e sudore / vi abbiamo sempre riversato. Quando, / dimmelo, quando mai un uomo/ha riso / dentro la terra?). E il Centauro, nella prigione della sua stanza, scrive finalmente la sua storia, tutta la sua vita sulla punta di questa penna, sublimando il racconto della forza distruttiva, eppure ingenua e stupita, della scrittura davanti all’irrimediabilità della morte. Scrivere per non morire a sua volta; scrivere per trovare un cantuccio di momentanea libertà; scrivere per non sentirsi caduti fuori dal tempo, un tempo che ha smesso di scorrere dalla morte del figlio. Grossman sprigiona in ogni riga – in ogni verso – la straordinaria sensibilità di un uomo tagliuzzato e sconfitto, quasi quella di un cervo agonizzante, la trasforma in fiumi di parole che scorrono senza trovare requie. Anche nell’epilogo, quando l’energia strabordante del dolore sembra essersi canalizzata e aver trovato uno sbocco, quando finalmente scema verso la conclusione dopo lo sfogo amaro dell’atto creativo, il rumore dell’onda continua a riecheggiare sotto forma di rimorso: È solo che il cuore / mi si spezza, / tesoro mio, / al pensiero / che io… / che abbia potuto… / trovare / per tutto questo / parole. Le parole condannano l’autore a un nuovo sentimento e la liberazione agognata ha un gusto amaro: quello della volontà di andare avanti. Nonostante la morte di un figlio.

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dalla morte dei propri figli. Accomunati da ricordi brucianti, rimorsi e sensi di colpa, l’uomo, la levatrice, il ciabattino, la donna nella rete, il Duca, il vecchio maestro di aritmetica cuciono un arazzo di rimpianti e parole sospese. Nonostante abbiano subito la medesima perdita, da questi si distanziano invece lo Scriba delle cronache cittadine, che ha il compito corale di riportare al lettore i gesti e le reazioni dei personaggi – dico corale perché il libro ricorda molto da vicino anche la tragedia greca – e il Centauro, uomo irascibile e scontroso, scrittore, con la parte inferiore del corpo trasformatasi in scrivania. È appunto il Centauro la figura più interessante dell’opera, colui nel quale è facile riconoscere un alter ego di Grossman: scosso dalla rabbia e dall’impotenza, divorato dal bisogno di esprimere la propria sofferenza, non riuscendoci,


RACCONTO di MASSIMO SOUMARÉ

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a passeggiata in pietra grigia di Lungo Po Armando Diaz era inondata dai tiepidi raggi del sole d’inizio aprile, gli stessi che si riflettevano sul fiume che attraversava la città di Torino. Lontano, a est, sulla sommità di un’alta collina, la Basilica di Superga costruita dall’architetto Filippo Juvarra agli inizi del XVIII secolo svettava sotto un gruppo di placide nuvole candide, simile a un dito ammonitore eternamente puntato verso il cielo. Un giapponese spaesato era fermo immobile accanto al parapetto dove, a distanza regolare, erano stati posti dei lampioni di foggia ottocentesca, lo sguardo vacuo rivolto alla chiesa dei frati Cappuccini sull’altra sponda del fiume. Gli alberi con le prime foglie primaverili di un debole verde incorniciavano la costruzione di fronte a lui. Un passante, preoccupato per le condizioni dell’uomo, si era avvicinato. «Ehi amico, tutto bene?» Osservato da vicino, l’orientale dimostrava quasi una sessantina d’anni. «Mi capisci? Parli italiano?» insistette gentilmente. «Sì, sì.» A queste parole fece eco uno starnuto poderoso. Il passante osservò perplesso l’uomo ancora per un attimo, poi concluse che non era il caso di farsi ulteriormente coinvolgere in faccende altrui e si allontanò rapidamente. Subito lì vicino, proprio sul bordo del fiume, c’erano i locali dei Murazzi. Arrivavano fin da Parigi per andare a divertirsi la notte in quei bar e ristoranti pieni di vita. Come risultato, misti ai normali visitatori c’erano sempre numerosi esponenti della piccola criminalità. Le risse non erano rare ed era pure capitato che qualcuno fosse caduto nelle torbide acque del Po finendo per annegare a causa dei gorghi insidiosi. Così le ronde delle forze dell’ordine erano abbastanza frequenti, anche se avevano la tendenza a lasciar correre e intervenire

solo nei casi più gravi. Il primo pomeriggio, essendo i locali ancora chiusi, la vigilanza era minore. Il giapponese non prestava minimamente attenzione a ciò che gli accadeva intorno. Continuava a osservare assorto e con espressione nostalgica gli alberi di fronte a lui. All’improvviso quelle piante si erano trasformate in sakura, i ciliegi nipponici. Una moltitudine di persone aveva steso le coperte sui prati e dai lucidi cestelli laccati per le vivande aveva cominciato a tirare fuori cibi e bevande per il tradizionale rito dell’hanami in cui ci si fermava ad ammirare la caduta dei petali di ciliegio, simbolo della fugacità della vita umana. Gli uomini offrivano il sake agli amici versandolo da enormi bottiglioni da due litri. La volta celeste aveva assunto colori che erano un misto tra quelli a olio dei quadri dei pittori italiani rinascimentali e quelli degli ukiyo-e giapponesi dei grandi maestri come Utamaro e Hiroshige. Tre gigantesche Grazie della Primavera di Botticelli, con riflessi di luce che saettavano tra i capelli dorati e i veli trasparenti che coprivano appena le loro nudità avevano incluso nella loro allegra e misteriosa danza senza fine un altrettanto ciclopica bellezza in kimono dalla pelle eburnea e dai capelli corvini intrecciati in una complessa pettinatura tenuta ferma da elaborati spilloni intarsiati. Le gigantesse ballavano. L’aria era satura di fiori di ciliegio bianco rosati. «Signor Tanaka!» Una voce acuta riuscì a strapparlo da quel miraggio dove Oriente e Occidente si erano fusi in un bizzarro, ma ammaliante sogno. La sua visione cessò senza neppure lasciargli il tempo di poter pronunciare un’esclamazione di sorpresa. «Ah, eccola signor Tanaka, la stavamo cercando ovunque!» Paolo Piras, un allampanato ragazzo sportivo di ventiquattro anni dai capelli rossicci, era l’autista personale di Keiichirô Tanaka dirigente della


Letteratura ILLUSTRAZIONE PER UN'AVVENTURA DI MR. SAMURAI © YUKO RABBIT


succursale italiana di una nota ditta del Sol Levante. A volte era decisamente esuberante e un po’ troppo seccante per i gusti di Tanaka. Si stava dirigendo verso di lui con passo deciso. Attraversò la strada senza guardare rischiando di farsi investire. Un’auto gli suonò dietro. L’autista fece uno di qui gesti che non è bene insegnare ai bambini. Dietro di lui più prudentemente, tuttavia con un’andatura non inferiore come velocità, veniva una donna sulla trentina. Il gusto sobrio nel vestire, l’austerità del viso e l’aspetto professionale la qualificavano subito a prima vista come una seria ed efficiente segretaria di alto livello. Occhiali, capelli crespi castani raccolti dietro la nuca, occhi di un verde intenso. Allo stesso tempo l’abito non era in grado di nascondere completamente un fisico mozzafiato che non aveva nulla da invidiare a quello di una modella. «Eravamo tutti preoccupati. Si sente meglio, signore?» La sua voce aveva uno strano suono metallico. In altre persone sarebbe parso un difetto, ma nel suo caso si adattava perfettamente a lei. Tanaka abbassò la testa in un cenno di saluto dopodiché, imbarazzato, si portò la mano destra dietro la testa. «Ah, grazie signorina Francesca. Non era nulla. Il senso di nausea mi è passato completamente.» «Forse sarà ancora l’effetto del fuso orario», intervenne Paolo. «Però sono ormai più di due settimane che è in Italia. Dovrebbe esserle passato.» «Dobbiamo tornare in sede. Se la sente?» chiese Francesca. «Ma certo.» Tanaka rispose senza esitazione alla domanda che la donna aveva posto con tono premuroso. Era nuovamente in sé ed era rientrato nel suo ruolo di dirigente. Starnutì ancora con veemenza. Si diressero verso il parcheggio sotterraneo di Piazza Vittorio Veneto, mentre Tanaka si asciugava il naso con il fazzoletto girandosi di lato per nascondere quel gesto che in Giappone era considerato sconveniente. Avrebbe potuto dire a Paolo di andare da solo e poi di venire a prenderli, però considerato il traffico caotico era più pratico in questo modo. Salirono su di una grossa automobile color grigio metallizzato e uscirono dal parcheggio. Dopo pochi minuti, la vettura sfrecciava sulla strada che conduceva verso la ditta.

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La ditta sorgeva in una zona periferica della città, là dove il grigio del cemento incominciava lentamente a cedere il passo alla vegetazione dei campi e dei terreni incolti della campagna. Tanaka sedeva in un ufficio dal lusso contenuto. Stava parlando al telefono. Sulla scrivania erano sistemate due piccole bandierine, una tricolore e l’altra con un cerchio rosso su sfondo bianco, infilate in un portapenne un po’ kitsch. Alla parete, vicino al grande orologio a muro, erano appesi due quadretti con un motto scritto rispettivamente in italiano e in giapponese. Al mondo nulla è più triste del non avere un lavoro da fare Poco distante dalla stanza due impiegati stavano parlando tra loro. Una era una giovane ragazza neo assunta piuttosto carina, l’altro un signore cinquantenne con la pancia prominente, il volto sudaticcio e un’avanzata calvizie. «Allora, com’è il nuovo capo?» domandò la giovane a bassa voce. «Uhm, per ora difficile a dirsi. A quanto pare, non doveva essere Tanaka ad avere questo posto. Ha dovuto rimpiazzare il dirigente che era destinato alla nostra sede e che pare abbia avuto dei problemi di salute improvvisi.» «Ah, ecco! In effetti, quello non mi sembra uno da mandare all’estero.» «Puoi dirlo forte!» Si misero a ridere malignamente insieme. L’uomo proseguì a parlare. «Sai», abbassò ulteriormente il tono «stamattina dopo un pranzo d’affari in centro città è sparito senza dire niente a nessuno!» «Ma dai!!» Tanaka nel suo ufficio con le pareti a vetro continuava a parlare al telefono. Sembrava una tigre in gabbia. Certo molto meno elegante. E senza strisce. «L’hanno ritrovato a un chilometro di distanza in riva al Po che guardava inebetito il Monte dei Cappuccini! Me l’ha raccontato Paolo, l’autista. Secondo me quel nippo non ha tutte le rotelle a posto.» S’interruppe di colpo. Francesca gli era passata silenziosamente accanto e aveva osservato lui e la sua collega con un gelido sguardo di rimprovero. C’era qualcosa d’indefinito nel profondo dei suoi occhi, oltre le lenti

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Il quadrilatero romano vicino a Porta Palazzo le notti del fine settimana straripava di vita divenendo un infinto susseguirsi di schiamazzi, risa e canzoni. Un caleidoscopio di luci e di colori. Anni addietro era stato un quartiere fatiscente e malfamato che la maggior parte della popolazione perbene evitava. Il covo dei pusher. Uno spauracchio per i bambini alla stessa stregua di quanto

lo erano l’uomo nero e il babau. Poi era arrivata la ristrutturazione. Ora era il luogo più alla moda, e costoso, della città. Nelle sue vie antiche dove ancora si rifletteva un pallido ricordo della gloria dell’antica Roma imperiale (non per nulla le Porte Palatine, l’unico dei quattro ingressi della Torino romana sopravvissuto fino ai nostri giorni, si trovavano a poche centinaia di metri di distanza) si riversava l’illuminazione allegra proveniente dall’interno di ristoranti, vinerie e birrerie dagli stili architettonici più diversi. Fusion, classico, ottocentesco, rustico, ipermoderno, gothic… Tanaka si aggirava da solo per i vicoli in mezzo alla folla. La sua mente era piena di pensieri. Che ci faccio io qui? Satô doveva proprio farsi investire da una macchina una settimana prima della partenza per assumere il suo nuovo incarico!! Sul volto gli si dipinse un’espressione di rabbia. Mi hanno mandato con la scusa che all’università ho studiato un po’ d’italiano. Ma è stato una vita fa… Quello stronzo dell’amministratore delegato Honjô non aspettava altro che una scusa come questa per liberarsi di me. Merda! Si sentiva sempre più stanco, irritato e scontroso. Due anni ci devo stare in questo posto, accidenti. Dove diavolo sono i night club!? Avrei fatto meglio a chiederlo stamattina a Paolo… Vagava senza metà. Inconsapevolmente si era spostato verso Via Po, ornata da ambo i lati di portici, dirigendosi verso i Murazzi. I negozi a quell’ora erano chiusi e le serrande abbassate, ma i numerosi bar più qualche libreria erano aperti e pieni di clienti. Sembrava che pure lì la gente si fosse riversata da tutto l’abitato e dai paesi limitrofi. Una piccola bolgia infernale dantesca. # Immaginate ora di essere alla presenza del regista Fellini disceso dal paradiso per girare un nuovo film finanziato dall’Altissimo e al contempo di essere gli occhi dell’attore principale Tanaka, la nostra star! La macchina da presa è sistemata al centro dell’ampia strada su di un carrello le cui rotaie percorrono l’intera lunghezza di più di settecento metri della via. Le automobili, i pullman e i tram color arancio non vi possono toccare.

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degli occhiali, in grado di far provare un brivido nella schiena di chiunque. I due impiegati tacquero allontanandosi il più in fretta possibile. Il giapponese aveva messo giù la cornetta. Starnutì nuovamente. Gli lacrimavano gli occhi e il naso gli era diventato tutto rosso. La sua faccia sembrava il volto cremisi di un enorme tengu dal grande naso, le creature sovrannaturali che secondo il folklore nipponico risiedevano nei recessi delle montagne. La segretaria bussò prima di accomodarsi all’interno. «Prego» la sollecitò Tanaka da oltre il vetro. «Signore, ha preso qualche medicina?» chiese subito dopo essere entrata. «Sì, ma non funzionano. Ho sempre sofferto di allergia nel periodo della fioritura dei sakura a causa di tutto quel polline nell’aria» rispose lui. «…» «Ah, già, qui non siamo in Giappone.» Tanaka sospirò melanconicamente. «Magari, molto più semplicemente, non si è ancora abituato al clima di Torino. Potrebbe essere un semplice raffreddore» suggerì Francesca. L’uomo non sembrava convito di quella spiegazione. «Può essere… A proposito, ha trovato tutti i rapporti che le ho chiesto?» «Certamente.» La donna posò sulla scrivania il fascicolo che aveva tenuto in mano fino a quel momento. «Ci sono degli alberi di ciliegio qui a Torino?» domandò cambiando totalmente argomento. Francesca era perplessa. «Non ne so molto di piante, ma immagino di sì. Però sono sicuramente pochi. Non c’è confronto con il numero di quelli a Tôkyô. Posso informarmi meglio, se lo desidera.» «Grazie.» Francesca, percepito che la conversazione era finita, si girò e uscì dall’ufficio per andare a proseguire il suo lavoro lasciando così Tanaka alle proprie riflessioni.


Le lampade sono accese e gli effetti speciali pronti. Ciak si gira! Carrellata. Gli archi dallo stile primo ottocento in una fredda tonalità color crema con i lampioni verdi dalle geometriche linee eleganti si susseguono uno dopo l’altro, mentre Tanaka cerca di avanzare contro il flusso contrario della folla. Annaspa, viene spinto, poco ci manca che il nostro eroe non cada a terra. La sua vista si fa sfocata. La gente diventa per lui una confusa macchia indistinta. Chiude gli occhi mentre un senso di vertigine l’assale squassando le sue viscere. Di colpo non indossa più il completo con la giacca e la cravatta, ma un’armatura come quella dei guerrieri delle pellicole in costume di Kurosawa che racchiude il suo corpo

in una fortezza inespugnabile. Il tempo e lo spazio collidono tra loro. Il Tanaka-samurai ora avanza un po’ goffamente per il peso dell’armatura facendosi largo a spallate. Pronuncia bizzarre urla marziali. O forse si tratta di arcani incantesimi? Puff!, in uno sbuffo di fumo rosa si materializza un kirin. Che cos’è un kirin? Be’, avete presente lo strano animale raffigurato sulle birre che ordinate nei ristoranti giapponesi? Perfetto, è quello. Puff! Compare un drago d’argento dal corpo filiforme e gli arti corti che inizia a zigzagare tra le colonne dei portici divorando qualche ignaro passante per poi innalzarsi in un istante cinquanta metri nell’aria e picchiare il secondo successivo verso il basso infilando il suo corpo scaglioso dentro una gelateria e in seguito entrando in uno dei tanti bar che costeggiano la via. Puff, puff, puff! Ecco apparire il cane, il fagiano e la scimmia della fiaba di Momotarô, il ragazzo nato dalla pesca. Una timida principessa della luna Kaguya osserva la baraonda seduta a un tavolino di un bar mentre sorseggia languida un martini con una turista tedesca. Lentamente l’aria si riempie di piccole esplosioni rosa che liberano uno dopo l’altro i mostri delle fiabe e delle leggende nipponiche. Con i tengu

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159 «No, è che è tutta la settimana i nostri impiegati la sera mi accompagnano a mangiare fuori e non volevo disturbarli pure il sabato sera… Perciò… Quindi… Io…» Francesca lo guardò con espressione dolce. «Ho capito. Su, Venga con me. Non è ancora mai stato ai Murazzi, vero?» «Senta, ecco, non vorrei essere d’impiccio… Avrà sicuramente degli amici da incontrare.» Tanaka esitò. Irrompere nella vita privata dei suoi dipendenti la considerava una mancanza estrema di cortesia. «Non si preoccupi. Ci divertiremo!» «Allora se insiste…» si lasciò infine convincere l’uomo. «Ho sentito dire che è un posto un po’ pericoloso.» «Può essere… Ma ci penso io a proteggerla.» La donna scoppiò a ridere. Pareva decisamente un’altra persona. Tanaka stava ballando allegro, come facevano gli altri, in mezzo all’eterogenea folla multietnica che occupava per intero l’area dei Murazzi. Le luci dei locali si riflettevano sull’acqua nera del Po dando l’impressione che sulla superficie del fiume guizzassero inquietanti strali dorati provenienti dal fondo, come se laggiù la perduta R’lyeh si fosse all’improvviso destata. La musica ad alto volume raggiungeva la riva opposta e persino la vicina grande piazza facendo dolorosamente vibrare i timpani degli avventori delle vinerie, dei ristoranti e degli stessi residenti. Un suono ritmico e stordente come quello di tamburi antichi nella savana africana. Sudato e con il volto arrossato, Tanaka andò a sedersi al tavolino di una birreria posto all’aperto. Vedere il liquido giallo intenso dalla spuma bianca accentuò ulteriormente la sua sete. Da lì si poteva osservare direttamente la gente transitare nelle due direzioni. Oltre Francesca, con lui c’erano alcuni ragazzi e ragazze. Probabilmente studenti universitari, a giudicare dall’aspetto e dai loro discorsi. Un uomo allampanato dai capelli rossi si avvicinò scrutando i dehors alla evidente ricerca di suoi conoscenti. «Oh, c’è anche Paolo!» esclamò Tanaka con un bicchiere della fresca bevanda in mano. Gli fece cenno con la mano di raggiungerli. L’autista indossava degli abiti casual invece che la solita giacca e cravatta. «Salve!» Esordì Paolo sedendosi.

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armati di bastoni in prima linea e gli orchi dalla pelle di tigre e le corna con in mano mazze di ferro dietro di loro, un piccolo esercito sovrannaturale circonda e protegge adesso il Tanaka-samurai. Cameraman, riprendi tutto!! È ora la folla a essere sospinta, gettata al suolo, colpita dalle mazze, calpestata. È moribonda. Eppure nessuno sembra sorprendersi di quanto sta accadendo. Anche negli occhi di coloro che sono frantumati a terra non c’è il minimo accenno di stupore. Ridotti in uno stato pietoso, sulle loro facce aleggia un’espressione tranquilla ben più impressionante dei volti delle streghe di montagna yamauba che li stanno divorando ancora vivi. Gli esseri umani, ugualmente ai lemming della leggenda popolare diretti verso l’olocausto, semplicemente continuano ad avanzare imperturbabili verso il fronte della legione fatata con al centro il loro bizzarro generale samurai. Le persone che camminano invece nella stessa direzione dello spietato manipolo di mostri si mischiano a esso creando uno strano effetto di sovrapposizione. Esattamente come se la realtà fosse piombata nella fiaba o se la fiaba si fosse aperta un varco nell’universo reale. I demoni stanno per avere la meglio sterminando i loro oppositori… Stop! Quando ecco che, così come tutto è iniziato, in una grande esplosione rosa i mostri e l’armatura scompaiono lasciando il nostro disperato Tanaka in balia della folla. Era Zhuang Zi a sognare di essere una farfalla o la farfalla a sognare di essere Zhuang Zi? Poco importa a Tanaka ormai privo del senso dell’orientamento e pressato dalla ben più urgente necessità di riuscire a districarsi da quella situazione... # Una mano vigorosa lo afferrò saldamente traendolo in salvo vicino al muro dove lo scorrere della folla era meno intenso. Vestita di nero con una giacca di pelle, cintura di metallo e stivali con i tacchi alti in uno stile quasi fetish, ma privo di piercing o tatuaggi, tanto da sembrare un’altra donna (una moderna Diana dea della caccia? Sì, questa sarebbe stata la descrizione più appropriata!), Francesca era al suo fianco. «Signor Tanaka che ci fa lei qui?» «Io…». Notò che non portava gli occhiali. «L’hanno lasciata da solo?» Aveva immediatamente compreso ogni cosa.


Il giapponese prese a bere in maniera considerevole e l’autista non volle essere da meno. Tuttavia, era evidente che faticava non poco a reggere il ritmo del suo superiore. Gli altri osservano divertiti l’impari lotta tra i due. «Wow!» esclamò una ragazza. «Accidenti, è forte il vecchio!» aggiunse quello che pareva essere il suo fidanzato. «Mr. Samurai sei grande!!» A parlare era stato un terzo giovane dai capelli tagliati tanto corti da sembrare pelato e con un vistoso tatuaggio di un pesce sul polpaccio sinistro. «Mr. Samurai?» ripeté sorpreso Tanaka con espressione dubbiosa sul volto. Era un complimento o una presa in giro? «È un bel soprannome, no?» intervenne Francesca con voce allegra. «Lo pensi davvero?» Complice forse una buona dose di alcol in corpo, Tanaka era meno formale. Sentiva di avere un legame particolare con quella donna, anche se non comprendeva di che tipo potesse essere. Un grido più acuto di tutti gli altri squarciò l’aria di colpo. Qualcuno proprio di fronte al locale dove sedevano aveva colpito una signora rubandole la borsa ed era corso via. Un passante aveva tentato di fermarlo, ma si era preso una spallata finendo a terra. Così tutti avevano preferito fargli largo. Il ladro si stava dirigendo dalla parte opposta a quella maggiormente illuminata dove sostavano i gruppi di poliziotti. Tanaka, prima che altri potessero agire, si era alzato con un’inconsueta velocità e aveva preso a inseguire il tizio con una strana andatura comica, ma dai passi rapidissimi. Lo raggiunse nel giro di una cinquantina di metri. Il ladro si fermò estraendo dalla tasca dei pantaloni un coltello a serramanico. «Vuoi che ti ammazzi!» «Bastardo!» imprecò l’orientale. I due si affrontarono. Tanaka aveva praticato l’aikidô per parecchi anni avendo occasione di utilizzarlo più di quanto il suo aspetto ordinario non lasciasse intuire. Il ladro ci sapeva fare con la sua arma e lo attaccò cercando di colpirlo allo stomaco dopo aver fatto una finta, ma fu scaraventato con violenza a terra e bloccato da una chiave articolare. «Aaah!» Craaakkk Insieme all’urlo s’udì il rumore secco di un osso che si rompeva. Due complici che erano in attesa e pronti a

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proteggere le spalle al loro compagno si avvicinarono di colpo alle spalle di Tanaka con l’intenzione di coglierlo di sorpresa. Anche uno di loro stringeva in mano un coltello. In quel momento arrivò Francesca. Afferrato per il bavero della giacca quello armato, gli diede una testata rompendogli il setto nasale. Il sangue schizzò sull’antica pavimentazione di pietra. L’uomo rotolò a terra coprendosi la faccia con entrambe le mani. La donna non si fermò e gli assestò un calcio in pieno stomaco mettendolo del tutto fuori gioco. Fece per voltarsi verso il terzo complice rimasto, però Tanaka lo aveva già steso con un pugno al volto. Il dirigente e la segretaria, ansimando, si osservarono con uno sguardo d’intesa. «Glielo avevo detto che ci saremo divertiti, no?» sorrise lei. La folla li aveva circondati. Tra gli altri c’erano anche i ragazzi di prima e Paolo che gridavano eccitati a gran voce: Mr. Samurai, Mr. Samurai, Mr. Samurai! La frase venne ripresa dalla gente in un coro che rivaleggiava, o forse era in armonia, con la musica fracassona proveniente dai locali. Giunse la polizia cui spettò solamente il compito di portare via i malconci malviventi. Francesca avvicinò la testa al suo principale e gli sussurrò all’orecchio. «Domani possiamo incontrarci? Vorrei mostrarle una cosa. Ci vediamo davanti alla Facoltà di Architettura del Parco del Valentino alle tre del pomeriggio.» Il volto di Tanaka assunse un’espressione sorpresa. Il cielo era nuvoloso e, quando il sole emergeva a tratti tra le nubi, una calda luce dorata discendeva dall’alto in fasci che ricordavano i paesaggi dei quadri dei maestri del Rinascimento. Si erano diretti nel piccolo giardino roccioso al margine del parco. Superato il pergolato avvolto da piante rampicanti simile a un tunnel vegetale di una ventina di metri, Francesca aveva guidato l’uomo verso un magnifico acero il quale cresceva un poco in disparte. Due piccole cascate sgorgavano da un gruppo di rocce per poi scorrere in minuti rivoli tra i prati. Graziosi ponticelli con staccionate di legno permettevano di oltrepassarli facilmente in più punti. Vicino, sullo sfondo, svettavano le torri e le mura merlate del Borgo e della Rocca medievali realizzati in occasione dell’Esposizione


Internazionale del 1884. «Lo so che non è come vedere i sakura in fiore ma è bello lo stesso, non crede?» Tanaka osservò ammirato l’albero per alcuni istanti. Poi tirò fuori da una busta una bottiglia di sake e dei bicchierini. Ne offrì uno a Francesca. Si sedettero sull’erba, lui a gambe incrociate. «Signorina, dove ha imparato a lottare in quel modo?» «È una lunga storia.» Il dirigente la osservò fisso. Un vento leggero le scompigliava i capelli che ora portava sciolti. «Quindi l’hanno assunta anche con il proposito di farmi da guardia del corpo.» Francesca annuì con espressione divertita. «Sì. Però direi che lei non ne ha proprio bisogno!» Risero entrambi. Tanaka riempì la sua tazzina e quella della ragazza. In Giappone certo sarebbe stato normale che fosse la donna a versarglielo, ma ora non importava. Bevvero insieme. Beh, dopo tutto credo che mi ci troverò bene in questo posto, pensò Tanaka Osservò il paesaggio intorno con la gente che passeggiava allegra. All’improvviso, per alcuni istanti, gli parve di fluttuare nell’aria e di vedere da lontano il prato dove erano seduti. La donna aveva un arco d’argento e una faretra sulla schiena, lui indossava un’armatura giapponese tipica del sedicesimo secolo con un sashimono, la piccola bandiera fissata sulla schiena, dove spiccava nera su campo bianco una scritta. Mr. Samurai. Tanaka chiuse gli occhi. Riaperti, ogni cosa era tornata alla normalità. Francesca stava bevendo soddisfatta dalla coppetta. Mr. Samurai. Sì, dopo tutto non gli dispiaceva come soprannome. Un sorriso divertito si dipinse sulla sua bocca. Portò anche lui il bicchierino alle labbra. Il vento creò un piccolo turbine che disperse alcune foglie d’acero nell’aria. Gli ricordarono i fiori di ciliegio dell’hanami. Due anni dopo la città giapponese di Nagoya avrebbe regalato trenta piante di sakura al comune di Torino, ma a quel tempo Tanaka e Francesca non potevano ancora saperlo.

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Roland di Gilead,

The man in black fled across the desert, and the gunslinger followed.

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i fa presto a dire “eroe”. Dal dizionario: “s.m. Nella mitologia, essere semidivino al quale si attribuiscono gesta prodigiose e meriti eccezionali; nel linguaggio comune, chi dà prova di grande valore e coraggio affrontando gravi pericoli e compiendo azioni straordinarie”. Roland Deschain di Gilead, protagonista indiscusso della pantagruelica saga della Torre Nera di Stephen King, è innegabilmente entrambe le cose. Ultimo pistolero sopravvissuto nel Medio-Mondo, forse il migliore di tutti coloro che lo hanno preceduto. Ultimo erede del grande Arthur Eld, una stirpe che si è estinta nella polvere e nell'onore. Ultimo uomo rimasto che possa salvare la Torre Nera e, con essa, l'esistenza stessa di tutto l'universo. Ultimo, quindi. Tuttavia essere ultimo significa anche essere solo. E la solitudine ha un prezzo molto alto per Roland Deschain. Ha visto morire i suoi genitori, i suoi amici, l'unica donna che abbia mai amato. Tante morti, forse troppe, e tutte inestricabilmente legate a una figura oscura, la sua nemesi: l'uomo in nero, Randall Flagg. Quando Stephen King alza il sipario sulla saga, Roland è un uomo in caccia. In quanto discendente di Eld, sa che trovare la Torre Nera è il suo destino e il suo dovere. Sa anche, tuttavia, che deve arrivarci prima di Randall Flagg, perché altrimenti tutto sarebbe perduto. Flagg è il vassallo del re Rosso, creatura da incubo che rappresenta tutto il male che incancrenisce i mondi dall'inizio del tempo. Roland ha sulle spalle la responsabilità della sopravvivenza dei mondi come oggi li conosciamo. Ed è un peso assai pesante da portare. Flagg deve essere fermato e il Re Rosso con lui, a qualsiasi costo. Tutto questo significa che Roland è l'eroe senza macchia e senza paura delle fiabe? Ahimè, no. Roland pare uscito da un film di Sergio Leone e il tributo che King paga agli spaghetti western è lampante.

Ogni volta che entra in scena, tendendo l'orecchio si può quasi sentire la colonna sonora di C'era una volta il west. Lassù, ritto in cima alla collina, lo sguardo perso all'orizzonte verso la sua nemesi che fugge, Roland ha tutti i connotati dell'eroe romantico. Eppure il nostro è tanto eroe quanto è antieroe. Non ha più molti scrupoli, Roland di Gilead. La vita l'ha reso un uomo tormentato, l'ha scavato così in profondità da aver inciso rughe sul suo volto e solchi nel suo cuore. Di Roland di Gilead sono rimasti solo gli spigoli. È egoista, perché non è solo la ricerca della Torre Nera a spingerlo sempre un passo più avanti. È anche la vendetta a spronarlo, nei confronti dell'uomo che gli ha sottratto una casa, una famiglia, e gli affetti più cari. Per ottenerla è disposto a tutto. E nemmeno messo di fronte alla scelta più crudele – il sacrificio

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di un amico contro la possibilità di raggiungere finalmente l'uomo in nero – Roland ha alcun dubbio. La sua missione è una sola, quella per cui è nato: uccidere. Mentre King dipana l'ordito multicolore di una delle saghe fantastiche più complesse di tutti i tempi, ci si rende conto però che Roland non è solo ciò che appare. Senza scrupoli? Sì. Crudele? Forse. Viene da chiedersi che cos'abbia Roland di Gilead di così speciale da renderlo il personaggio intorno al quale ruota l'intera opera di uno scrittore, quasi quarant'anni e sessanta romanzi; da attraversare il tempo e lo spazio, e addirittura materializzarsi nella vita stessa del suo creatore. La risposta è che Roland di Gilead non è altro che un catalizzatore. È anch'egli una pedina, ma quell'unica pedina così importante da mettere in moto gli eventi. In primis, è tramite lui che la Torre Nera richiama a sé coloro che possono fermare il re Rosso una volta per tutte. In secundis, gli altri personaggi della saga ruotano attorno a Roland come pianeti attorno a una stella. È solo relazionandosi con lui che gli altri riescono a evolversi. Il ka-tet (letteralmente “uno di molti”) di Roland, il gruppo di cui fanno parte coloro che sono uniti dal ka, ovvero dalla forza simile al destino che regola le nostre vite, si rivolge a lui non solo in qualità di leader naturale, ma anche di guida spirituale. È un gruppo bizzarro, formato da Jake Chambers, un ragazzino originario di una New York degli anni settanta; Eddie Dean, tossicodipendente, trascinato dalla nostra New York nel medio-Mondo di Roland da un portale misterioso; Susannah, un tempo conosciuta come Odetta Holmes, emersa dagli anni Trenta con ben due personalità; e Oy, il bimbolo, grazioso animaletto parlante che segue Jake come un cagnolino e ancora non sa quanto sarà centrale il suo ruolo nella vicenda. L'ascendente di Roland il pistolero nella vita di queste persone si rivela così importante che non solo decidono di seguirlo nella sua missione contro il tempo, ma finiscono ogni giorno di più per assomigliargli, fino a diventare pistoleri anch'essi. Grazie all'influenza equilibratrice di Roland, e al suo ferreo codice d'onore, Jake giunge a consideralo alla stregua del padre che avrebbe voluto avere. Eddie si libera dalle sue dipendenze e da una vita che non era tagliata per lui, Susannah dai suoi demoni. Oy diventa giorno dopo giorno più umano. E, in cambio, ciascuno

di GIULIA MARENGO

di loro lascia qualcosa di sé a Roland, che senza accorgersene – in modo così impercettibile che quasi sfugge anche al lettore – comincia a cambiare. Non è più l'uomo che Jake ha conosciuto nelle prime pagine del L'ultimo cavaliere. Stando accanto al ragazzino impara di nuovo cosa significa poter contare su qualcuno. Da Eddie apprende il sacrificio, e da Susannah la fiducia nella capacità degli altri. Per il tramite di Oy verrà arricchito dalla consapevolezza che fedeltà significa seguire coloro che si amano fino alla fine del mondo e ancora oltre. Il ka-tet rende Roland un pistolero più abile perché un uomo migliore. Lo rende più coraggioso, più compassionevole, e quindi più umano. Roland ha macchie e ha paure, e ne è ben consapevole. È per questo che comprende che la sua missione ha bisogno di qualcos'altro oltre alla sua testardaggine: ha bisogno della forza dell'”uno di molti”. L'ultimo pistolero è rimasto solo molto a lungo perché in passato ha perso tutto, e perciò ha giurato di non rischiare mai più. Eppure, mentre i volumi della saga si avvicendano, Roland si accorge che solo attraverso i suoi compagni può diventare l'uomo in grado di fermare il Re Rosso. L'aver permesso ancora una volta che coloro che ama siano in pericolo si scontra con la consapevolezza che senza di essi non potrebbe farcela. E loro sono altrettanto consapevoli di essere disposti a donare se stessi e il proprio futuro per consentire a Roland di proseguire. Perché la sua sola presenza ha cambiato le loro vite, e le ha rese migliori. È per il tramite del ka-tet che Roland di Gilead cessa di essere l'ultimo pistolero per diventare l'ultimo eroe. Stephen King è un uomo misericordioso e ci concede una scelta: chiudere il libro nel momento in cui il ka-tet si scioglie. Oppure restare con Roland e seguirlo mentre entra nella Torre Nera – e pagarne per sempre le conseguenze. È qui che avviene il miracolo. Perché Roland non ha cambiato solo se stesso, e il suo ka-tet. Ha cambiato anche il lettore, che è così acutamente consapevole della grandezza d'animo del pistolero da non poterlo abbandonare nemmeno per un lieto fine. E che è disposto a seguirlo persino mentre compie il sacrificio più grande, dal principio fino alla fine di tutti i tempi.

Letteratura

L'ultimo eroe

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Quando il vampiro cominciò a sognare

Il Conte Ánghelos, al confine tra menzogna e verità di ROBERTA DE TOMI

Quando il Vampiro cominciò a sognare Alessia Rocchi Casa Editrice: Alpes Pagine: 234 Prezzo: 16,00 euro

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Torna a essere quello di prima, Nikefóros. Torna a essere il mio amato Vampiro”. Con queste parole Lilith l’Orrenda, divenuta la Misericordiosa, si appella alla pietà del vampiro, protagonista di un notevole cambiamento. Rispetto ai libri precedenti, (Ánghelos e Il libro oscuro di Dracula, editi rispettivamente da Rizzoli e da Castelvecchi), il terzo della saga ideata da Alessia Rocchi fa irrompere il lato oscuro dell’angelo caduto; non si tratta però della manifestazione del Male incarnato, piuttosto, di una crudeltà che nasce dall’ineluttabilità di un destino da cui il Vampiro non può sfuggire. In questo lavoro troviamo nuovi personaggi: cinque Risurgenti, ovvero umani trasformati cui Ánghelos ha conferito il Dominio Scarlatto, e la figlia, Eleonora, frutto di un amore impossibile. Accanto a questi, agiscono figure già note: gli angeli Senoy e Sensenoy, Lilith, il Pastore, l’enigmatica figura connessa alle visioni che colgono il Conte, accentuandone la crisi personale e, dunque, la crudeltà. Il Pastore è il detentore di una verità occultata, di cui il Libro Oscuro rappresenta la mistificazione. In realtà il confine tra menzogna e verità è labile,


Alessia

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Rocchi

come labile è la personalità di Ánghelos. Del vampiro delineato nel precedente libro, paradossalmente più umano dello spietato Conte Vlad, sembrano esserci poche tracce, tanto che la Lilith che gli implora di tornare a essere quello che era è costretta a capitolare di fronte all’inflessibile Fato. Si arriva dunque a una battaglia, cui prendono parte anche Eleonora e i Risurgenti, in un inatteso capovolgimento dei ruoli, culminante nella caduta del padre-padrone, e nel successivo svelamento in cui si manifesta la duplicità delle nature angeliche/vampiresche. Il doppio è uno dei temi toccati da Alessia Rocchi: non il doppio concepito alla maniera del Dottor Jekyll e Mister Hyde, ma quello presente nel mito di Narciso, che nel rispecchiamento del sé svela la propria alterità oltre le apparenze. In questi accadimenti, si esprime un ulteriore paradosso, nel quale mentre alcuni trasformati riescono a ribellarsi alla loro non-vita, il loro demiurgo

Ánghelos resta prigioniero del proprio potere. Per Alessia Rocchi si tratta della conferma di una penna che ha plasmato abilmente e con competenza una materia complessa, ricca di contaminazioni classiche. Sul finale restano aperte alcune situazioni, in particolare quelle relative a Eleonora, e nel momento dello svelamento la componente onirica raggiunge il suo apice, risultando di non semplice comprensione ai lettori più “concreti”. Quando il vampiro cominciò a sognare rappresenta un esempio di letteratura vampiresca che ha fatto propria la lezione di Stoker o della Rice, pur riuscendo a pervenire originale. Alla base del romanzo vi è un lavoro di ricerca approfondita su fonti storiche e mitologiche, che hanno contribuito alla costruzione di una vicenda in stile “vecchia scuola”, caratterizzata dalla commistione di generi diversi, arricchiti da idee vincenti calate in una suggestiva atmosfera goth.

Letteratura

Nata nel 1973 a Velletri (Roma), dopo la laurea in Lettere si è dedicata alla scrittura. I precedenti libri della trilogia dedicata al Vampiro sono Ánghelos (Rizzoli, 2006) e Il libro oscuro di Dracula (Castelvecchi, 2010).


SPECIALE

JANE

AUSTEN

PRIDE & PREJUDICE © C NIGHTINGALE


BICENTENARIO

ORGOGLIO

& PREGIUDIZIO 1813 - 2013


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Portrait of Jane Austen (Cassandra Austen, 1810 ca.)

di GIUSEPPE IEROLLI

L'immenso universo ristretto di Jane Austen

nel Bicentenario di Orgoglio e Pregiudizio

I

l 27 gennaio 1813, Miss Mary Benn, sorella nubile del reverendo John Benn e vicina di casa delle Austen a Chawton, ebbe un privilegio che nei due secoli successivi le sarebbe stato invidiato da molti: fu la prima ad ascoltare, direttamente dalla bocca dell'autrice, la frase "It is a truth universally acknowledged, that a single man in possession of a good fortune, must be in want of a wife" che diventerà uno degli incipit più famosi della letteratura mondiale. Ma questo privilegio Miss Benn non lo godette appieno, perché non sapeva che la Miss Jane impegnata, insieme alla madre, a fornirle quello svago pomeridiano durante una delle visite tra vicini che animavano la vita sociale del tempo, era proprio l'autrice di quei tre volumi freschi di stampa. Ma di quel pomeriggio abbiamo una testimonianza diretta dalla penna che aveva scritto quella frase. Lasciamolo quindi raccontare a lei, che due giorni dopo, in una lettera alla sorella Cassandra, a Steventon dal fratello James, scrisse: Voglio dirti che ho avuto il mio adorato Bambino da Londra; [...] Miss Benn era a pranzo da noi proprio il giorno dell'arrivo del Libro, e nel pomeriggio ci siamo completamente dedicate a esso e le abbiamo letto la metà del 1° volume – premettendo che essendo state informate da Henry che

quest'opera sarebbe stata presto pubblicata gli avevamo chiesto di mandarcela non appena uscita – e credo che ci abbia creduto senza sospettare nulla. – Si è divertita, povera anima! che non potesse che essere così lo sai bene, con due persone del genere a condurre il gioco; ma sembra davvero ammirare Elizabeth. Devo confessare che io la ritengo la creatura più deliziosa mai apparsa a stampa, e come farò a tollerare quelli a cui non piacerà almeno lei, non lo so proprio. Per seguire la vicenda che aveva portato alla pubblicazione di Orgoglio e pregiudizio dobbiamo riandare brevemente a sedici anni prima, quando il reverendo George Austen, abituato a una figlia che fin da bambina aveva divertito la famiglia con racconti, sketch teatrali, abbozzi di romanzo ecc., giudicò che l'ultimo lavoro uscito dalla sua penna, stavolta un romanzo corposo e compiuto dal titolo First Impressions, avrebbe potuto ambire agli onori della pubblicazione. Il rev. Austen, però, non era evidentemente molto esperto di trattative editoriali, visto che il 1° novembre 1797 scrisse una lettera abbastanza curiosa a un editore di Londra, Thomas Cadell: Sono in possesso di un Romanzo Manoscritto, composto di tre Voll. all'incirca


Una richiesta così formulata dovette sembrare piuttosto bizzarra a Cadell, e infatti sulla lettera si può leggere declined by Return of Post ("rifiutato a giro di posta"). Dopo questo sfortunato tentativo, il manoscritto rimase in un cassetto fino al 1811, quando, nella ritrovata tranquillità di Chawton, Jane Austen lo riprese in mano dopo la pubblicazione di Ragione e sentimento. Di questa revisione non sappiamo nulla, dato che non ci è rimasto nessun manoscritto né del lavoro precedente, né del romanzo pubblicato. L'unica cosa di cui siamo certi è il cambio del titolo. Nel 1801 era stato pubblicato un romanzo di Margaret Holford con un titolo identico, e questa coincidenza rese necessario

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trovarne uno nuovo. La fonte fu probabilmente un romanzo di Fanny Burney, Cecilia, pubblicato nel 1782 e che Jane Austen aveva sicuramente letto, visto che è citato in Northanger Abbey e in una lettera del 1809. Nel capitolo finale di Cecilia, infatti, uno dei personaggi riassume la morale della vicenda ripetendo tre volte i due termini, stampati sempre in lettere maiuscole: "Tutta questa sfortunata faccenda [...] è stata il risultato dell'ORGOGLIO e del PREGIUDIZIO. [...] Ma, comunque, rammentate questo: se all'ORGOGLIO e al PREGIUDIZIO dovete le vostre disgrazie, il bene e il male sono così meravigliosamente bilanciati che all'ORGOGLIO e al PREGIUDIZIO dovete anche la loro fine." Dopo aver visto come è nato questo libro che affascina da duecento anni lettrici e lettori di tutto il mondo, dovremmo cercare di capire la natura di questo fascino: che cos'è che lo ha reso così longevo, che suscita la voglia di leggerlo e rileggerlo, che ha provocato una miriade di libri che lo hanno preso come fonte di divagazioni più o meno sensate, oltre alle tante trasposizioni cinematografiche più o meno esplicite, un numero forse senza confronti rispetto a qualsiasi altro classico della letteratura? Se state leggendo questo articolo per saperlo vi dico subito che io non lo so. O meglio, le ragioni possibili sono talmente tante che, nel tempo, mi sono convinto di come sia inutile elencarle, anche perché,

Jane Austen si racconta

di Giuseppe Ierolli Editore: UTE Libri Anno: 11 Gennaio 2013 Pagine: 142 - Formato: 15x21 Prezzo: 13,00 euro ISBN: 978-88-6736-015-4

GIUSEPPE IEROLLI

Ha tradotto integralmente le poesie e l’epistolario di Emily Dickinson. Grande appassionato di Jane Austen, ne ha tradotto lettere e opere ed è uno dei massimi esperti della scrittrice in Italia. Il suo sito su Jane Austen jausten.it

Letteratura

della lunghezza di Eveline di Miss Burney. Dato che sono ben consapevole di quanto sia importante che un'opera del genere faccia la sua prima Comparsa sotto l'egida di un nome rispettabile mi rivolgo a voi. Vi sarò molto obbligato quindi se vorrete cortesemente farmi sapere se siete interessati a essere coinvolti in essa; a quanto ammonteranno le spese di pubblicazione a rischio dell'Autore; e quanto sareste disposti ad anticipare per l'acquisto dei Diritti, se a seguito di un'attenta lettura, fosse da voi approvata. Se la vostra risposta sarà incoraggiante vi spedirò l'opera.


a ogni rilettura, sembrano emergerne di nuove. È un libro amato dalle adolescenti che sognano il principe azzurro? Sì, anche. È un libro studiato a fondo da occhiuti accademici che cercano di svelarne i segreti stilistici? Sì, anche. È un romanzo di formazione? Sì, anche. È ispirato a Cenerentola? Sì, anche. È un romanzo che fa ridere? Sì, anche. È un romanzo che porta le lettrici e i lettori a identificarsi con uno o l'altro dei protagonisti? Sì, anche. Avrete capito che questo piccolo gioco potrebbe continuare a lungo, ma soprattutto che chiunque legga il romanzo, chiunque ne rimanga affascinato, di ragioni personali ne può trovare tantissime, e magari ragioni che possono variare e arricchirsi nel corso del tempo. Ma già vedo qualche lettrice o lettore che scuote la testa: "Ma insomma, un articolo sul bicentenario di un libro che racconta la storia di come è stato scritto ma non dice nulla di quello che c'è scritto?" Hai ragione, cara lettrice o caro lettore, ho cercato di svicolare, di non assumermi troppa responsabilità; qualcosa bisognerà pur dirla, ma se poi ti troverai a dire: "Tutto qui? Ma io queste cose già le sapevo!" sappi che la colpa non è mia. Nel compito di individuare qualcuna di queste ragioni, ho però intenzione di farmi aiutare da qualcuno, per esempio da Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che, oltre ad aver scritto Il Gattopardo, ci ha lasciato un corposo saggio sulla letteratura inglese, nel quale un capitolo è dedicato a Jane Austen. Scrive Tomasi di Lampedusa: La Austen è uno dei pochi romanzieri che ha davvero creato un mondo; un mondo ristretto, certamente, che non ha la vastità degli universi di Balzac o di Dostoevskij, ma che può, come estensione, gareggiare con il mondo di Marcel Proust. C'è questo "mondo", ristretto e insieme esteso, in Orgoglio e pregiudizio? Sicuramente sì. Il mondo "ristretto" è quello descritto dalla stessa Jane Austen in una lettera in cui dava dei consigli alla nipote Anne, che le aveva mandato il manoscritto di un romanzo:

Ora stai radunando i tuoi Personaggi in modo delizioso, mettendoli esattamente in un posto che è la delizia della mia vita; – 3 o 4 Famiglie in un Villaggio di Campagna è la cosa migliore per lavorarci su – e spero che scriverai ancora moltissimo, e li sfrutterai pienamente ora che sono sistemati in modo così favorevole. Il mondo "esteso" è invece quello dei sentimenti, delle riflessioni interiori, delle vicende che ci fanno sentire di volta in volta vicini ai personaggi del romanzo, annullando lo spazio e il tempo che ci separa da quelle "3 o 4 Famiglie in un Villaggio di Campagna". Jane Austen tiene le fila di ogni personaggio, man mano che si presenta e agisce, manovrando l'intreccio senza mai una sbavatura, incastrando perfettamente il ruolo di ciascuno nella ragnatela che sta tessendo. C'è qualcosa che manca in Orgoglio e pregiudizio? Sicuramente sì, ce lo dice la stessa Jane in un altro romanzo, quando scrive, all'inizio dell'ultimo capitolo di Mansfield Park: Che altre penne si soffermino su colpe e miserie. Io abbandono questi odiosi argomenti non appena posso, impaziente di riportare tutti quelli non troppo colpevoli a un tollerabile grado di benessere, e di farla finita con tutto il resto.

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E poi... ma devo fermarmi. La redazione di Speechless si è raccomandata: "Non più di 10000 battute", e ci sono quasi. Ho appena cominciato a seminare, ma devo lasciare a voi il raccolto. D'altronde poco male, il romanzo parla da sé, e dopo aver scorso velocemente questo articolo, festeggiate il bicentenario con una rilettura, magari seguendo un prezioso consiglio, sempre di Tomasi di Lampedusa:

E quando, con una vena parodica che prende in giro le "digressioni" così usate nei romanzi del tempo, scrive a Cassandra, in una lettera di pochi giorni successiva a quella in cui annunciava l'arrivo del romanzo: Tutto sommato comunque mi sento discretamente fiera e discretamente soddisfatta. L'opera è un po' troppo leggera, brillante, frizzante; le manca un po' d'ombra; avrebbe bisogno di essere allungata qui e là con qualche lungo Capitolo – pieno di buonsenso se fosse possibile, o altrimenti di solenni e speciose sciocchezze – su qualcosa di scollegato alla trama;

La Austen è uno di quegli scrittori che richiedono di esser letti lentamente: un attimo di distrazione può far trascurare una frase che ha un'importanza primaria: arte di sfumature, arte ambigua sotto l'apparente semplicità. E se vi capitasse di innamorarvi di Darcy o di Elizabeth, a seconda delle vostre inclinazioni sessuali, ricordatevi che Jane Austen, dopo che la sorella l'aveva informata del giudizio sul romanzo della nipote Fanny, le scrisse: La sua predilezione per Darcy ed Elizabeth mi basta. Può anche detestare tutti gli altri, se vuole.

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Letteratura

un Saggio sulla Scrittura, un'analisi critica su Walter Scott, o sulla storia di Bonaparte – o qualsiasi altra cosa che possa fare da contrasto e riportare il lettore con un piacere ancora maggiore al brio e allo stile Epigrammatico che la caratterizza. Dubito sul tuo pieno accordo con me su questo punto conosco le tue rigide Convinzioni.


MR DARCY AND MISS BENNET © C NIGHTINGALE


Pride and Prejudice 173

N

essun romanzo vanta più tentativi di emulazione e di riscrittura di Orgoglio e Pregiudizio. Esattamente duecento anni fa, il 28 gennaio 1813, Jane Austen pubblicava il suo figlio adorato (my own darling child), nascondendosi sotto allo pseudonimo de l’Autrice di Sense and Sensibility, che a sua volta era stato scritto by a Lady (da una Signora). Jane Austen vendette il manoscritto di Pride and Prejudice all’editore Egerton per 110 sterline. Cosa avrebbe fatto, se avesse saputo del merchandising che ai giorni nostri ruota attorno al suo nome e alla sua creatura; avrebbe mai potuto sospettare che una copia della prima edizione del romanzo sarebbe stata venduta a 140.000 sterline? Cosa ha decretato un tale successo? Sicuramente l’adattamento televisivo della BBC del 1995 e le trasposizioni cinematografiche del 1940 e del 2005 hanno contribuito a incrementare la fama e il desiderio di trarre il massimo piacere da questo romanzo. Ma, se alle spalle degli adattamenti per lo schermo non ci fosse stato un valido sostegno — un romanzo che moltissime persone continuano a leggere e rileggere in tutto il mondo —, un successo così duraturo sarebbe stato impossibile. Inoltre il fenomeno dei sequel e dei romanzi ispirati al modello di Jane Austen era cominciato ben prima della trasposizione del 1940, che vedeva Laurence Oliver nei panni di Mr Darcy e Greer Garson in quelli di Elizabeth Bennet. Già nel 1913, esattamente in concomitanza con il primo centenario dalla pubblicazione, Mrs. Sybil G. Brinton scriveva un sequel del romanzo dal titolo Old Friends

di GABRIELLA PARISI

and New Fancies, in cui andavano a confluire anche alcuni personaggi degli altri romanzi di Jane Austen, come Mary Crawford e William Price da Mansfield Park e James Morland da Northanger Abbey. Fin dagli anni ’20 del XX secolo Georgette Heyer si ispirò a Jane Austen per creare i suoi Regency Romance. Da quel momento in poi tutto il genere romance deve tributare a Jane Austen l’ispirazione per numerosissime storie d’amore, che però lasciano il tempo che trovano, perché Pride and Prejudice non è un romance, sebbene la storia d’amore fra Elizabeth Bennet e Mr Darcy sia il modello su cui sono intessute molte trame di questo genere letterario. Negli ultimi anni l’editoria è stata invasa da Austen Inspired Novels, romanzi ispirati a Jane Austen di ogni genere, senza tuttavia esserne ancora satura. In Italia non viene tradotta nemmeno la minima parte di ciò che è pubblicato continuamente sul mercato anglofono; spesso vengono addirittura tradotti i secondi libri di una serie, ignorando totalmente l’esistenza dei volumi che li hanno preceduti. È il caso di Come Jane Austen mi ha rubato il fidanzato, di Cora Harrison, pubblicato da Newton Compton a maggio 2012, che seguiva I was Jane Austen’s best friend, una divertente biografia romanzata dell’adolescenza della scrittrice, di cui i lettori italiani hanno dovuto perdere la prima parte. O ancora Orgoglio e pregiudizio e zombie. Finché morte non vi unisca di Steve Hockensmith, sequel di Orgoglio e pregiudizio e zombie di Jane Austen e Seth Grahame-Smith, che conclude la trilogia, ma di cui Nord — che ha pubblicato entrambi i volumi — ha tralasciato di tradurre

Letteratura

il più imitato e il più continuato


Pride and Prejudice and Zombies. Dawn of the Dreadfuls (L’alba degli abominevoli), il prequel di Hockensmith del 2010. Uno dei generi più sfruttati è il sequel: i lettori vogliono infatti continuare a seguire gli amatissimi Elizabeth e Darcy, scoprendo cosa accade loro dopo la parola fine. È difficile, però, riuscire a far rivivere i personaggi della Austen in modo che siano fedeli agli originali. Spesso si rischia di creare una vita idilliaca insipida, talvolta si è costretti a raccontare i segreti della camera da letto, oppure si inventa una serie di problemi che i coniugi Darcy devono fronteggiare dopo il matrimonio. Si giunge così ai sequel gialli di Orgoglio e Pregiudizio. Carrie Bebris, con una fortunatissima serie, che consta finora di sei romanzi, pubblicati da TEA, ha trasformato Darcy ed Elizabeth in detective che indagano per l’Inghilterra incrociando i personaggi degli altri romanzi di Jane Austen. Anche Pemberley Shades, di D. A. Bonavia Hunt, il secondo sequel della storia, risalente al 1949 e

SISTERS © DARIA AZOLINA

non ancora tradotto in italiano, affronta un piccolo mistero, mentre nel recente Death Comes to Pemberley (Morte a Pemberley, Mondadori), un mostro sacro della letteratura gialla, P. D. James, tributa Jane Austen con una prova di grande ammirazione e affetto. La James arriva a penalizzare l’aspetto investigativo del romanzo, aggiungendo pochi personaggi a quelli originali — dunque meno sospetti e moventi — per concentrarsi sulle figure di Darcy ed Elizabeth, fedelissime a quelle austeniane. Fra i sequel più interessanti, non ancora tradotti in italiano, quelli di Monica Fairview — The Other Mr Darcy e The Darcy Cousins — vedono Darcy ed Elizabeth, molto simili agli originali, far posto ad altri personaggi di Orgoglio e Pregiudizio. Uno dei sequel che ha suscitato più polemiche da parte dei

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LETTERS © DARIA AZOLINA

fan è quello della scrittrice australiana Colleen McCullough, L’indipendenza della signorina Bennet (Rizzoli, 2008), che narra la storia di Mary, la terza sorella Bennet, stravolgendo completamente i caratteri di Darcy ed Elizabeth. Interessantissimi i retelling, che raccontano la storia da una diversa angolazione. Naturalmente i più apprezzati sono quelli dal punto di vista di Mr Darcy. In Italia TEA ha già pubblicato la Trilogia di Fitzwilliam Darcy gentiluomo di Pamela Aidan: Per orgoglio o per amore (2009), Tra dovere e desiderio (2010) e Quello che resta (2010), che narra Orgoglio e Pregiudizio dal punto di vista maschile, ma con narratore esterno. In Mr Darcy’s Diary di Amanda Grange, invece, non ancora tradotto, a raccontare la storia in prima persona è proprio Darcy, tramite le pagine del suo diario. Lydia Bennet’s Story di Jane Odiwe si focalizza sulla più giovane delle sorelle Bennet, così come The Bad Miss Bennet di Jane Burnett, un sequel che esplora i vizi dell’Europa dei primi dell’Ottocento, che Jane Austen ci fa intravedere soltanto, attraverso i suoi cattivi: Wickham, Willoughby, Crawford, ecc. A proposito di Wickham, la Grange, che ha dedicato un Diario a ciascuno dei sei protagonisti maschili dei romanzi di Jane Austen, gli riserva un romanzo breve, Wickham’s Diary, che racconta la gioventù del personaggio fino all’episodio che coinvolge Georgiana Darcy. Il Diario di Bridget Jones di Helen Fielding (Rizzoli) è stato il primo retelling in chiave moderna, che ha aperto le porte alla chick-lit e a tutta la Austen-craze: il romanzo è stato scritto a puntate sull’Indipendent proprio mentre sulla BBC andavano in onda le sei puntate dello sceneggiato con Colin Firth e Jennifer Ehle che fecero impazzire l’Inghilterra. Bridget rappresentava dunque un’Elizabeth Bennet in chiave moderna, mentre Daniel Cleaver era Wickham e Mark Darcy era — ovviamente — Mr Darcy. Il sequel, Che pasticcio, Bridget Jones! (Rizzoli) è invece un retelling di un altro romanzo di Jane Austen, Persuasione. Un retelling in

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chiave moderna tradotto in italiano e molto gradevole è Il bisbetico domato di Melissa Nathan (Dalai Editore, 2009) in cui Mr Darcy è Harry Noble, un regista teatrale, e Elizabeth Bennet è Jasmine Field, una giornalista che si presta a recitare nel remaking teatrale di Orgoglio e pregiudizio per una serata di beneficienza. Seth Graham-Smith ideò proprio con Orgoglio e pregiudizio il mash-up, un genere letterario che, ricopiando una grande fetta del romanzo originale, inserisce elementi horror — in questo caso gli zombie — creando un effetto ironico e divertente. Da quel momento ogni genere di mostri si è infilato fra le pagine dei romanzi di Jane Austen e anche Mr Darcy si è trasformato in vampiro: Mr. Darcy, Vampyre di Amanda Grange (TEA 2010), Vampire Darcy’s Desire di Regina Jeffers e Darcy’s Bite di Mary Lydon Simonsen, solo per citarne alcuni. Esistono anche alcune versioni pornografiche di Pride and Prejudice: Orgasmo e pregiudizio di Arielle Eckstut (Newton Compton 2007), Pride and Prejudice: the Wild and the Wanton di Jane Austen e Michelle Pillow, che utilizza la stessa tecnica di Grahame-Smith, solo che, al posto degli zombie vengono inserite scene hard, mentre non poteva mancare Fifty Shades of Mr. Darcy, di William Codpiece Thwackrey. Ormai Austen, Darcy, Pride and Prejudice e Pemberley sono delle vere e proprie parole magiche: basta inserirle nel titolo di un romanzo per essere sicuri di attirare l’attenzione del pubblico. Pazienza se poi la storia in questione ha davvero molto poco in comune con Jane Austen. La situazione in Italia è ancora piuttosto tranquilla: il mercato non è stato invaso da Austen Inspired Novels di ogni genere, sebbene non tutto ciò che è stato tradotto fosse davvero meritevole. Purtroppo, invece, ci sono moltissimi prodotti di valore che restano sconosciuti a chi non è in grado di leggerli in lingua originale. Forse sarebbe il caso di affidare lo scouting a chi conosce bene Jane Austen e la sensibilità dei suoi fan.

GLI IMPERDIBILI


Tutte le informazioni sui derivati di Jane Austen e altri classici su:

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Old Friends & New Fancies

PRIDE AND PREJUDICE Š SONNY LIEW & MARVEL


Los

di GABRIELLA PARISI

A

chi non piacerebbe riPubblicato da Hop! Edizioni a trovarsi in un romanzo fine novembre 2012, a meno di di Jane Austen? Chi non due mesi dal bicentenario dalla vorrebbe — almeno una volta prima pubblicazione di Pride and nella vita — essere nei panni di Prejudice, Lost in Austen è il gioElizabeth Bennet? ioni! co del momento. Il fenomeno della ongratulaz C è, infatti, in continua Grazie a Emma Campbell Web- minAustenmania e r e t a o crescita e numerosissimi sono i tat ster oggi è possibile Hai poravventurarsi sequel, gli spin-off e i retelling ispifra i personaggi dei romanzi, sesotal-la tua e c c u s n o rati ai romanzi della scrittrice inglec vita di Jane Auvolta della stessa ! e se, primo fra tutti proprio Orgoglio sten, giocando con il libro-game missiondal e pregiudizio. Lost in Austen, però, simbolico titolo di Lost in Austen, pur traendo ispirazione dal capolaproprio come l’omonima serie TV voro della Austen e dagli altri suoi del 2008 con Jemima Rooper. scritti, si rivela estremamente originale, con il suo percorso di lettura che segue un ordine proprio e non quello crescente delle pagine, quasi come la plancia di un gioco da tavolo in cui la pedina si muove avanti e indietro, saltando caselle o perdendo un turno. Scopo del gioco è sposare uno scapolo in possesso di un cospicuo patrimonio — è una verità universalmente riconosciuta —, magari proprio Mr Darcy, cercando di accumulare lungo il percorso una buona quantità di punti di Autostima, Fortuna e Intelligenza.

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Lost in Austen Titolo: Lost in Austen Autore: Emma Campbell Webster Editore: Hop! Illustrazioni: Pénélope Bagieu Collana: ça va sans dire Pagine: 384 Prezzo: 21,00 euro Codice ISBN: 978-88-97698-04-3 Formato: 14x19 cm

Emma Campbell Webster

Letteratura

Ma attenzione! Perché non tutte sono Elizabeth Bennet e alcune scelte potrebbero allontanare dalla meta. Si potrebbe essere abbindolate dal mascalzone di turno, scegliere il partito sbagliato o, addirittura, rischiare la vita. Ma niente paura! Si può imparare dai propri errori e ricominciare a giocare seguendo un diverso percorso, in un infinito ed esilarante labirinto di situazioni, sempre immersi nell’atmosfera Regency dei personaggi austeniani. Impreziosito dalle vignette della giovane disegnatrice francese Pénélope Bagieu, che enfatizzano l’ironia delle situazioni create da Jane Austen, Lost in Austen garantisce grande divertimento, che lo si giochi da soli o in compagnia.


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Il transmedia storytelling di CORRADO PEPERONI

Tra narrazione e gioco

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ettiamola semplice, nella narrazione transmediale (o transmedia storytelling) i vari segmenti della storia sono diffusi attraverso canali mediali diversificati. Esiste solitamente una dorsale narrativa principale (la serie tv nel caso dei franchise Lost e 24, i film per il grande schermo nel caso di CloverField e Avatar) alla quale vengono affiancati contenuti ulteriori, distribuiti attraverso altre piattaforme mediali, che contribuiscono a espandere nel tempo e nello spazio diegetico, ma anche in quello reale in cui si muove lo spettatore, l’universo “finzionale”. Queste narrazioni espanse su più media sono sempre più numerose e non è un caso che la stessa Producer Guild of America abbia inserito la figura del Transmedia Producer nel suo code of credits. In un contesto di questo tipo cambia in maniera fondamentale il ruolo del pubblico, che rispetto a quanto avviene in contesti narrativi più tradizionali – in cui è fondamentalmente passivo, e attivo solo in termini di rielaborazione immaginifica ed emotiva – è chiamato a una sorta di rincorsa, di ricerca, di esplorazione anche fisica dell’universo “finzionale”. L’elemento ludico assume quindi un rilievo sostanziale da molteplici punti di vista. Se l’engagement del fruitore – l’engagement per usare uno di quei termini must che periodicamente colonizzano questa, e non solo questa, area di studio – è già un elemento di contatto con il mondo del gioco, che per definizione assegna un ruolo attivo a chi vi partecipa in prima persona, gli elementi di ibridazione sono ancora più diretti e sostanziali, e

l’Alternate Reality Game (Arg) è forse il prodotto che, solitamente inserito in ben più ampie saghe transmediali, meglio riesce a sintetizzare questa tendenza. Come lascia intuire il nome, l’Arg è un intrattenimento ludico che usa i diversi livelli di realtà che attraversiamo nella nostra quotidianità – spot o cartelloni pubblicitari, fiction televisive, film per il grande schermo, siti web, social network, blog, mail, attori e attrici con cui interagire al telefono, online o nel mondo reale – per veicolare l’esperienza di gioco. Caratteristica distintiva di un Arg è quindi quella di alternare fasi del gioco su diversi piani di esistenza: virtuale, mediata o immediata. Gli Arg si sostanziano spesso in misteri, cospirazioni ed enigmi che i giocatori devono risolvere muovendosi tra una molteplicità di siti, profili Twitter, Facebook, ma anche offline, in una meccanica ludica solitamente ispirata a


183 la serie anche negli intervalli temporali tra una stagione e la successiva. Ad esempio nel caso di TLE, che si è svolto tra la fine della seconda e l’inizio della terza stagione della serie televisiva, la ricompensa per chi vi ha partecipato direttamente è stata lo svelamento del significato della famosa sequenza numerica 4 8 15 16 23 42 (l’equazione di Valenzetti), rimasta invece avvolta nel mistero per chi ha seguito solo la serie televisiva. Per Cloverfield, come prologo narrativo-promozionale in vista del più o meno imminente lancio del film, vennero creati una serie di profili myspace (eravamo nel 2008!) relativi a personaggi che poi sarebbero confluiti nel film, come pure siti web di aziende e istituzioni in qualche modo legate alle vicende future della pellicola. Chi avesse partecipato a questa sorta di caccia

tra tutti questi indizi dispersi in rete avrebbe scoperto la successione di eventi alla base del risveglio del mostro che poi si sarebbe visto seminare distruzione sul grande schermo. Quelli citati sono solo alcuni dei molti esempi possibili, ma la tendenza all’inserimento di elementi ludici all’interno di prodotti fondamentalmente narrativi è sempre più diffusa. E se è vero che c’è molta letteratura, o comunque molto dibattito, intorno al ruolo dello storytelling all’interno del videogame, ce n’è molta meno dedicata al crescente ruolo del gaming in contesti fin qui più classicamente narrativi, come quelli appunto dei prodotti librari, cinematografici e televisivi. Piaget individuava nella fase del gioco simbolico un periodo nel quale il bambino impara a rappresentarsi situazioni immaginarie che, unitamente all’esercizio del linguaggio verbale, si concretizzano talvolta in un’attività creativa autonoma, legata al racconto e al piacere di narrare. La tipica premessa metacomunicativa di questo tipo di giochi, ‘Facciamo che ero/eri…’, colloca l’azione in uno spazio e in un tempo altri; immerge il bambino in un mondo possibile diverso da quello reale, allo stesso modo del classico incipit delle fiabe tradizionali: C’era una volta. In altri termini il gioco è sin dall’origine legato a doppio filo al racconto, al raccontare, al raccontarsi, e quella tra narrazione e gioco è quindi una relazione profondissima, che non deve essere, come a volte avviene, dimenticata. Come sintetizza efficacemente Peppino Ortoleva, ordinario all’Università di Torino e tra i massimi storici dei media italiani*: «la distinzione tra narrazione e gioco è radicata nella nostra cultura […]ma non c'è una reciproca esclusione sul piano concettuale […] C'è un magnifico e famosissimo brano in cui Vico afferma – in estrema sintesi - che il mito nasce dal fatto che i bambini parlano ai loro giocattoli. […] Barbie non è un gioco con racconto incorporato? Sappiamo chi è il fidanzato, chi è la sorella, conosciamo la sua casa, quindi ha una storia (la bambola tradizionale non ha un passato perché è più bambina del bambino che ci gioca). Da allora il business del giocattolo è un business narrativo. D'altra parte il racconto va in direzione ludica non solo nel videogame. Da anni mi interrogo sul perché il giallo sia passato dalla soluzione di un enigma (già il più ludico dei modelli narrativi) alla descrizione di una partita, quella giocata tra

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quella delle cacce al tesoro. Se non possono più essere considerati entertainment per un pubblico geek, gli Arg rimangono ancora, essenzialmente, un prodotto di nicchia. Il crescente utilizzo che se ne fa in blockbuster hollywoodiani (per inciso il primo Arg di grande successo era legato ad A.I. – Intelligenza Artificiale, del 2001) e in serie televisive di culto sta però svolgendo un ruolo decisivo nell’avvicinare agli Arg un pubblico mainstream. Così, alla serie televisiva Lost sono stati affiancati tre diversi Arg: The Lost Experience (TLE), Flight 813 e Dharma, il cui scopo fondamentale è stato quello di tenere desta l’attenzione e il coinvolgimento sul-


il detective e il serial killer…» Il Tst diventa quindi una declinazione, ai tempi della pervasività digitale, di questo legame ancestrale tra gioco e racconto. Se poniamo questi due concetti, distinti ma non disgiunti, all’estremità di un asse, possiamo quindi immaginare che il Tst, pur decentrato verso il polo narrazione, si ponga in un’area intermedia. All’interno del Tst, per come lo si è osservato sin qui, esistono poi diversi pesi reciproci tra componente ludica e componente narrativa. Così, ad esempio, nel caso di Buffy la transmedialità sembra essere un mero cambiamento di canale distributivo (le prime sette stagioni sono serie televisive, l’ottava è una serie a fumetti) dovuto a considerazioni di carattere economico-produttivo. In Lost l’elemento ludico, per la presenza degli Arg citati ma anche per la struttura a enigmi della serie televisiva in se stessa, assume invece un rilievo crescente. La componente ludica si fa poi pervasiva in prodotti come Pandemic 1.0 – del transmedia guru Lance Weiler – in cui la storia diventa agente attivatore di un evento ludico collettivo. Secondo Guglielmo Pescatore, ordinario di Semiotica dei media e Teoria e tecnica dei nuovi media presso l’Università di Bologna «la questione del gaming, della gamification, mette in luce esattamente questo: non si tratta più di fare riferimento a modelli di narrazione tradizionali, ma a modelli di interazione in cui ci sono elementi narrativi forti. In altri termini il contesto è sempre più spesso quello di una fruizione ludica piuttosto che quello di una fruizione narrativa in senso letterario, della tradizione romanzesca, ad esempio. Che storia racconta Lost? . Non racconta nessuna storia: se noi lo prendiamo come un romanzo, molto semplicemente non funziona, non è quello, non possiamo adottare quel tipo di frame interpretativo*» Il Tst dovrebbe quindi essere strutturato, e analizzato, come un’esperienza modulare, in cui il pubblico debba poter scegliere un diverso livello di coinvolgimento, da quello di semplice spettatore a quello di attore/giocatore. Non mancano comunque le voci critiche, che non condividono, né auspicano, la diffusione di queste narrazioni espanse. Milly Buonanno, responsabile dell’OFI (Osservatorio Fiction

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RUBIK GIRL NEW COLOR 2 © JAVIER GONZÁLEZ PACHECO


Italiana), nel corso del Fiction Day 2011 ha proposto di denominarle Ludic Transmedia Storytelling, evidenziando, ma con accenti critici, il grande rilievo ricopertovi dall’aspetto ludico. In una sua recente intervista, tornando sull’argomento, la Buonanno ha dichiarato che: «[…] la narrazione, l’atto del narrare, ha delle caratteristiche ben precise. […] Ci dobbiamo chiedere quale sia il reale posto che la narrazione deve occupare in prodotti transmediali […]. Io ritengo che queste nuove forme siano più spostate verso la dimensione ludica, che è anche quella che richiede una maggiore attività proprio nel senso del fare. Trovo tuttavia che la normale esperienza, quella tradizionalmente legata alla fruizione di una narrazione richieda da sempre una grandissima attività, che è quella intellettuale ed emotiva, che sono due cose straordinarie […] io stento a credere che questa agency, questa chiamata al fare sia più importante, significativa, innovativa e rivoluzionaria della profonda attività intellettuale e dei profondi sommovimenti emotivi che l’abbandonarsi alla letteratura e ad altre forme di narrazione tradizionale, seriali o meno, hanno saputo suscitare fin qui […].*» Ma al di là dello sguardo più o meno critico nei confronti del Tst, ciò che sembra essere condiviso è quindi proprio il fatto che l’elemento ludico vi assuma un ruolo fondamentale, seppur non inedito in sé perché nel Tst non c’è una sostanziale discontinuità con il passato. Tuttavia alcuni elementi ludici che nelle narrazioni tradizionali erano in potenza, ora si concretizzano, e quelle che erano le passeggiate inferenziali descritte da Eco nel suo Lector in Fabula, diventano ora esplorazioni, cacce al tesoro reali. L’analisi, la classificazione, la produzione del transmedia storytelling possono quindi trovare un valido ausilio nell’utilizzo di un frame interpretativo che tenga debito conto della commistione tra elementi narrativi ed elementi ludici, la cui giusta alchimia è fondamentale affinché lo spostamento e la distribuzione diegetica su media diversi non diventi pura maniera, ma anche per *Le dichiarazioni di Milly Buonanno, Peppino Ortoleva allargare gli orizzonti di ricerca, sottolineare gli e Guglielmo Pescatore sono tratte da interviste per elementi di continuità con il passato ed evitare il rischio, sempre in agguato, del determinismo il cui testo integrale si rimanda al sito: crossmediapeppers.wordpress.com tecnologico.

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L’Amore

di ANDREA VEGLIA

secondo Michael Haneke

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he la società occidentale abbia rimosso la vecchiaia, la malattia e la morte dal proprio orizzonte concettuale è un dato consolidato, sul piano sia sociologico sia culturale. L’amore poi viene rappresentato come sentimento realizzabile esclusivamente in gioventù, nel momento di fioritura della vita, all’incontro tra giovinezza e bellezza. Prova ne è che il vecchio innamorato – innamorato qui è da leggersi in accezione sessuale – è sempre oggetto di riso, su una linea di continuità che unisce Plauto a Moravia. Si pensi perciò un istante al meno frequentato dei nessi: l’amore durante la vecchiaia, quando all’orizzonte si affacciano malattia e morte. Viene in mente una storia che unisca questi due elementi, e soprattutto che non faccia ricorso all’ambigua arma dell’ironia? Secondo me si farebbe una certa fatica, perché i casi in cui due personaggi brutti (brutti qui e ora, forse belli in passato, ma ora ridotti a memoria sbiadita di se stessi) si amano (e con questa frase intendo “amore” in senso vero, non filtrato dalla parodia, dal comico o dal pietismo) sono pressoché inesistenti. Ancora più indicativo di questa tendenza all’ironia sull’amore in età avanzata è il finale delle fiabe: “E vissero felici e contenti”. Personalmente mi sono sempre posto il problema del dopo: terminate le avventure con draghi e pirati, sarebbe sopraggiunta la routine, o come per Ulisse dopo il ritorno a Itaca sarebbero seguite altre avventure, data l’eterna abitudine di continuare l’esistenza come se la fine non esistesse? Il sentimento di tutti è racchiuso negli splendidi versi finali dell’Ulysses di Tennyson: “Made weak by time and fate, but strong in will | To strive, to seek, to find, and not to yield”. Certo, la volontà è infinita, ma il corpo, si sa, decade inevitabilmente. Eppure qualcuno che narri la dolcezza di

una raggiunta vecchiaia – pur devastata dalla malattia – esiste ancora. A scoperchiare il vaso di Pandora, offrendoci un film che non esiterei a definire sconvolgente, ha pensato Michael Haneke, regista austriaco già apprezzato per Funny Games (1997, e remake nel 2007), Niente da nascondere (2005) e il Nastro bianco (2009). Trionfatore a Cannes 2012 con l’assegnazione della Palma d’Oro, e candidato al premio come migliore film straniero, Amour non dà una facile lettura degli sconvolgimenti che una malattia improvvisa – un vero e proprio piombare dell’inferno all’interno di una serena vita borghese – provoca, ma rappresenta il decadere fisico del corpo in un modo crudo e senza spiegazione. Un ictus lascia Anna paralizzata in metà del corpo, ma presto la malattia si aggrava, spegnendo la sua lucidità. L’impossibilità di capire e accettare la malattia e la sola possibilità di viverla con accettazione sono al centro di un’estetica che


“Brutalità” potrebbe essere la parola adatta a descrivere un film che letteralmente esplode davanti agli occhi dello spettatore: forse Amour è iscrivibile davvero nel topos della catabasi, nella discesa al regno dei morti, perché nessuno è in grado di capire davvero il malato, e quando la lucidità viene meno è il malato stesso a cadere nell’incapacità comunicativa. Questa impossibilità conoscitiva – o, in termini più sofisticati, lo scacco gnoseologico – davanti alla sofferenza di una persona amata è esplicitato già nel trailer di Amour dal personaggio della figlia (Isabelle Huppert), che per due volte ripete “Ma che succede qui?”, e nel film stesso quando, davanti a una madre ormai assente, parla di questioni di eredità, della banalità più sconfortante. E l’incomprensione tocca il suo apice davanti ai maltrattamenti di un’infermiera

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incapace di empatia, cacciata da Georges con l’augurio di essere trattata in vecchiaia proprio come lei ha trattato Anne. Un atteggiamento verso malattia e morte così lucido e spietato non può e non deve garantire la consolazione di una morte serena, perché lo stoicismo di Georges non può andare oltre la sua condizione di essere umano. La domanda filosofica “quanto dolore può sopportare un uomo?” trova risposta, ma non nella propria sofferenza, quanto nel vedere scomporsi e alienarsi di ciò che si amato

tutta la vita. La morte data ad Anne e a se stesso è come un dono. La vita irromperà nell’appartamento solo con l’irruzione della polizia, quando il rito di isolamento dal mondo – nastro adesivo a porte e finestre, liberazione dei colombi (unico elemento esterno) – è ormai completato. Amour, se girato con meno destrezza, avrebbe potuto sfociare in un morboso autocompiacimento davanti al disfarsi della vita e dei rapporti umani, ma così non è; e il risultato è drammaticamente più sconvolgente.

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rifiuta ogni spettacolarizzazione o patetismo. George e Anne (interpretati dagli straordinari JeanLouis Trintignant ed Emmanuelle Riva) continuano una dolorosa forma di sopravvivenza, pur in un rapporto di crescente dipendenza di Anne da Georges. L’accettazione di quest’ultimo è commovente: a tratti rasenta a sua volta una straniata lontananza. Movimenti di camera minimi e musiche quasi assenti – Anne era una pianista, e il gesto di Georges di spegnere la musica sullo stereo rappresenta la fine di tutto. Claustrofobicamente girato in interno, Amour rende l’appartamento unico spazio: la camera da letto, il bagno, il salotto con il piano. Rarissime le visite. La vita si ripiega su se stessa, sugli unici ambienti quotidiani ancora gestibili, su quelle azioni che, ripetute, danno ancora il senso di essere vivi.


LA CRISI delle idee NEL CINEMA

di ELENA MANDOLINI

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ollywood vende sogni. Quella fabbrica delle meraviglie che è il cinema ci regala emozioni, di cui ormai non possiamo fare a meno. Storie originali che ci appassionano ma anche film che prendono vita grazie a romanzi entusiasmanti. Da quando esiste la settima arte, si è sviluppato infatti anche il binomio cinema-letteratura. Molti sono i lungometraggi tratti dai libri, tant'è che persino gli Oscar distinguono le sceneggiature originali, ovvero ideate e scritte dallo sceneggiatore e/o regista, da quelle non originali, ossia tratte da romanzi. Mentre fino a un decennio fa, c'era un certo equilibrio fra film originali e non, ultimamente la bilancia pende verso i film ispirati alla carta stampata. Come mai questa disparità? Forse la fabbrica dei sogni sta esaurendo le idee? Forse la fantasia degli sceneggiatori si è impigrita? Oppure c'è dietro una semplice ragione di marketing? Qualunque sia la motivazione, per uno sceneggiatore è un compito non indifferente: una sceneggiatura non ha gli stessi ritmi di un romanzo. In uno script cinematografico si devono trasformare emozioni e sentimenti in immagini e, talvolta, in dialoghi.

Dare maggiore enfasi al confronto tra protagonista e antagonista e, molte volte, dare maggior risalto e carattere proprio al cattivo, per meglio motivare le reazioni e le ragioni dell'eroe. Sicuramente ogni libro è un caso a parte. Alcuni nascono già cinematografici, perché raccontano una storia forte e hanno un senso delle immagini molto spiccato. È molto facile immaginare un Steven Spielberg che ha fra le mani Jurassic Park oppure E.T. L'extra terrestre e, intanto, pensa che sarebbe dannatamente semplice trasformare quelle storie in funzione del grande schermo. Viene da sé. È naturale. Discorso differente per l'ambito marketing. Spesso capita che libri di successo, best sellers, vengano scelti non tanto per la storia, quanto per un investimento dato vincente. Tanti sono i produttori che gareggiano per accaparrarsi l'ultimo libro in vetta alle classifiche di vendita. E, negli ultimi anni, si nota una vera e propria corsa verso il primo posto. Si pensi a tre fenomeni letterari degli ultimi anni: Harry Potter, Twilight e 50 sfumature di grigio. Nel primo caso, seppur si fosse subodorato il potenziale filmico del maghetto, i produttori hanno aspettato che la fama della

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Rowling si consolidasse negli anni. Già con Twilight si nota la differenza: la distanza fra la pubblicazione del libro e l'uscita del film è minore. Infine col romanzo della James, mentre il libro era ancora fra le prime settimane di vendita, già si parlava del papabile cast, che avrebbe potuto prestare il volto ai protagonisti della trilogia. Insomma sta diventando una corsa al denaro, più che alla voglia di raccontare una storia affascinante. Di certo, tutto è già stato scritto: la lotta fra bene e male, amori impossibili a volte finiti in gloria, altri nella tragedia. Basti pensare al teatro dell'antica Grecia: racconti di vendetta e morte, di rivendicazione e rivalsa. I film e i romanzi di oggi non parlano anch'essi sempre e solo di questo? Quello di cui, ultimamente, scarseggia il cinema sono le diverse modalità di racconto. I personaggi, le ambientazioni o il ritmo della storia: questi sono gli elementi da modificare. Tuttavia, mentre guardiamo i trailer, ci accorgiamo di soffrire di déjà vu continui: è tutto già stato visto troppe volte. Sembra quasi che gli sceneggiatori si siano impigriti. È fuor di dubbio che sia più facile prendere un'idea già


pronta e confezionata e adattarla per il grande schermo, piuttosto che partire da nuove idee. Così facendo, però, questa indolenza sta crescendo; come i muscoli, anche la fantasia ha continuo bisogno di allenamento e, senza di esso, l'immaginazione si arena. Invece di andare in palestra e faticare, gli sceneggiatori ricorrono ai macchinari rassodanti, che fanno il lavoro per loro, alias gli scrittori. Forse la vecchia guardia dovrebbe lasciare il posto a menti più giovani, più fresche, più creative, che diano nuovo lustro al cinema. I film rispecchiano l'era nella quale vivono i suoi fruitori e le loro speranze o paure: il neorealismo raccontava la crisi del dopoguerra, la fantascienza degli anni '70-'80 di futuri lontani e macchine incredibili. Forse i remake nascono da qui, dal nostro desiderio di certezze. Nella nostra epoca, in cui crisi e incertezza sono sulla bocca di tutti, abbiamo bisogno di sicurezze date da storie che già conosciamo. Persino le fiabe, seppur raccontate sotto una nuova luce dark (Cappuccetto Rosso Sangue, Beastly, Hansel e Gretel),

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rientrano in quel filone. Quelle fiabe spaventavano ma rassicuravano, perché finivano sempre con un lieto evento. I mostri venivano uccisi, i nemici sbaragliati e gli eroi tornavano a casa. I film di oggi sono le nostre favole della buonanotte? Vi è infine un caso particolare, un sottogenere che vede una profonda unione fra cinema e letteratura: quando l'opera filmica nasce in contemporanea

al romanzo. Ciò è accaduto sia con 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, il cui romanzo omonimo di Arthur C. Clarke uscì assieme al film, oppure al più recente Cappuccetto Rosso Sangue, dove il romanzo è nato proprio sul set del film. Svariati sono i motivi di questa crisi delle idee e, qualunque sia la ragione, la conclusione è sempre la medesima: la letteratura è la linfa vitale del cinema.


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BOND… JAMES BOND © MEGAN CHANDLER


un mito tra finzione e realtà

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umo, sudore: alle tre del mattino l’odore di un casinò dove si gioca forte è nauseante. Sarà l’odore, o il fumo, o il sudore. Di fatto, il logorio interiore tipico dell’azzardo – un misto di avidità, paura e tensione – diventa intollerabile. I sensi si risvegliano e si torcono per il disgusto”. Con queste parole Ian Fleming introdusse per la prima volta il personaggio di James Bond, agente segreto – nome in codice 007 – al servizio della Gran Bretagna nel romanzo Casinò Royale. Per capire 007 bisogna considerare con attenzione l’ambientazione di Casinò Royale: siamo in Francia, nel lussuoso casinò di Royale-les-Eaux, un’immaginaria località di mare frequentata da milionari e viveur. Siamo nel 1953, in piena guerra fredda, Bond dopo un paio di omicidi per conto dell’MI6, i servizi segreti britannici, è diventato un agente “doppio zero”, il che significa che ha licenza di uccidere. Si trova a Royale perché è un abile giocatore di Baccarat e la sua prima missione importante è di sbancare il sindacalista corrotto Le Chiffre il quale fa la bella vita con i soldi dell’Unione Sovietica. Per aiutarlo l’MI6 gli affianca un agente di supporto, una donna di nome Vesper Lynd. Il Deuxième Bureau, i servizi segreti francesi, collaborano mettendo al servizio di Bond l’esperto agente René Mathis. La Cia manda sul posto l’agente Felix Leiter con fondi aggiuntivi per finanziare le giocate di Bond. Le cose però non vanno come previsto e 007 sopravvive per miracolo alla tortura e alla castrazione. Questi elementi e questi personaggi costituiranno il canone noto a tutti del personaggio di James Bond. In Casinò Royale però 007 è diverso da come lo conosciamo: è un giovane

di ANDREA CATTANEO

agente che tenta di soffocare i dilemmi morali per gli omicidi appena commessi con il lusso e il cinismo, è ancora, per così dire, umano. Alla fine del romanzo diventerà una “splendida macchina” amorale ed efficiente. La causa di tutto è Vesper Lynd, la donna a cui 007 chiede di sposarlo, che muore dopo averlo tradito e lo condanna a rimanere bloccato per sempre in un loop fatto di missioni omicide, bellissime amanti dal destino segnato (le famose bond girl), soldi, macchine di lusso, alberghi costosissimi e tantissima solitudine. A molti potrà sembrare una piacevole “condanna”, e in effetti Bond si sforza di farla apparire così, ma una gabbia dorata rimane pur sempre una gabbia. In Casinò Royale assistiamo alla genesi di un eroe che ha compiti da psicopompo, poiché la sua missione consiste nel dare la morte ai nemici della Patria. Ci sono, nel personaggio 007, caratteristiche che ricordano i miti classici: ha il diritto di togliere la vita, ma la vita gli è preclusa perché tutto ciò che tocca si consuma, a cominciare dalle sue amanti. Circondarsi con avidità degli elementi più effimeri della vita fa parte della sua “messa in scena”, è il fascino di Thanatos che da sempre si accompagna a Eros. Il papà di 007, Ian Fleming, non è meno enigmatico della sua creatura letteraria. Sulla copia di bozze di Casinò Royale Fleming aveva annotato: «Scritto per distrarmi da altre faccende». Quali fossero queste “altre faccende” è difficile da dirsi. Di sicuro sappiamo che la storia editoriale di 007 è cominciata anche grazie a 1984 e a Jonathan Cape, titolare dell’omonima casa editrice ora parte del gruppo Random House. Cape, scottato per aver rifiutato il successo

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letterario di Orwell, concede al manoscritto di Fleming molta attenzione. I due si accordano per una prima edizione di 4.789 copie contro le 10.000 suggerite da Fleming che però impone la famosa copertina con i cuori e l’iscrizione “A whisper of love – A whisper of hate” ripresa anche nell’ultima, edizione italiana curata da Matteo Codignola (la traduzione è di Massimo Bocchiola) per Adelphi. Già ai tempi di Casinò Royale, Fleming sapeva di avere per le mani un personaggio molto vicino ai grandi personaggi seriali della letteratura britannica, in parole povere una miniera d’oro.

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La ricetta del perfetto VESPER MARTINI Il cocktail preferito da 007 è un Martini piuttosto impegnativo, adatto a un uomo tutto d’un pezzo come lui e preparato con l’ossessiva cura per i dettagli che contraddistingue il personaggio. Bond spiega per la prima volta come prepararlo correttamente a un cameriere del Casinò di Royale: si tratta di un Martini dry, composto da tre parti di Gordon’s, una di vodka, e mezza di Kina Lillet, va agitato bene il tutto nello shaker, finché non è ben ghiacciato, servito in una coppa profonda da champagne con l’aggiunta di una fetta grossa ma sottile di scorza di limone. Il nome del cocktail “Vesper Martini”, che seguirà 007 in tutte le sue avventure, è un omaggio che Bond ha voluto fare alla signorina Lynd.


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La storia letteraria di 007 è continuata anche dopo la morte di Fleming, avvenuta nel 1964, sotto l’egida della Ian Fleming Publications che si è occupata della selezione degli autori a cui affidare le sue avventure. L’ultimo prescelto è William Boyd (noto in Italia per il romanzo Brazzaville Beach, edito da Frassinelli), ma tra i ghost writer di 007 figura anche Jeffrey Deaver (Carta bianca, Rizzoli 2011). Alla “linea principale” delle avventure di Bond si sono affiancate due collane: la prima, nata sull’onda del successo di Harry Potter, è dedicata al giovane James Bond (Young Bond, pubblicata in Italia da Mondadori), la seconda è

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Subito dopo la firma del contratto con Cape, Fleming fondò la Glidrose Productions (oggi Ian Fleming Publications), una società editoriale nata con il compito di amministrare gli oneri derivati da Casinò Royale e degli altri libri di 007. Il passo successivo fu la ricerca di un editore americano perché, come Fleming stesso dichiarò al suo amico Ivar Bryce, intendeva «spremere da questo libro ogni stramaledetto centesimo che mi può dare». La leggenda un po’ kitsch di Fleming – lo scrittore che si ritirava ogni anno, sei settimane all’anno, in Giamaica, in una villa ribattezzata “Goldeneye” per scrivere i romanzi di 007 – è nota a tutti. Pochi però sanno che nel passato di Fleming c’era stato anche un vero tentativo fallito di organizzare una sfida a Baccarat, a Lisbona, per sbancare dei ricchi nazisti. In tempo di guerra Fleming era uno degli uomini più potenti dell’Ammiragliato, e concepì piani di controspionaggio diventati leggenda. Il più famoso prevedeva di catturare un bombardiere Heinkel, farlo ammarare con dei commandos travestiti da ufficiali Luftwaffe che avrebbero dovuto catturare il battello di soccorso tedesco e impadronirsi della machina Enigma di cui era fornito. Episodi di questo genere sono piuttosto frequenti nella biografia dell’autore inglese, tanto frequenti da domandarsi se sia l’ombra di Bond a proiettarsi su Fleming, o forse se sia vero il contrario. Una cosa è certa: né Bond, né Fleming sono fatti per rimanere confinati in un unico mondo, non importa se sia quello della realtà o quello della fantasia.


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dedicata alle lettrici e racconta le peripezie del personaggio di Moneypenny (The Moneypenny Diaries, al momento inedita in Italia). È con il cinema però che 007 ha dato i migliori risultati dal punto di vista commerciale. Le pellicole “ufficiali” sull’agente segreto britannico sono 23, si parte nel 1962 con Licenza di uccidere in cui 007 ha il volto di Sean Connery e si arriva al 2012 con Skyfall, pellicola nella quale Bond è interpretato da Daniel Craig. Il successo di 007 va di pari passo con il successo delle aziende che hanno fatto a gara per comparire in una storia di Bond. Augusta Westland, Aston Martin, Bollinger, Coca-Cola, Heineken, Omega, Sony electronics e mobile, Swarovski, Tom Ford, Activision, Metro Goldwyn Mayer,

tutte queste aziende sono partner ufficiali del media franchise 007 James Bond. All’inizio della saga era Fleming a saccheggiare la realtà per caratterizzare il suo eroe, ora è il contrario: la realtà impone a Bond di indossare un certo orologio, di guidare una certa macchina o di bere una certa bevanda. Questo “scambio” è cominciato già nel 1952 e questo fa di 007 uno dei pionieri della moderna crossmedialità. Un esempio di questo tragitto, dalla fantasia alla realtà e ritorno tipico di 007, ci viene fornito dall’auto di Bond. Nel romanzo Casinò Royale guida «una delle ultime Bentley da quattro litri e mezzo, equipaggiata con un


compressore Amherst Villiers». Dalla Bentley che si è comprato seminuova è passato all’Aston Martin, prima alla DB5 poi alla Vanquish, e questa partnership commerciale ha contribuito nel 2002 grazie al film 007 La morte può attendere a risollevare le disastrose vendite della casa automobilistica. Nel 1957 in un’intervista John Fitzgerald Kennedy aveva dichiarato di considerare il quinto romanzo della serie 007, Dalla Russia con amore uno dei due libri che andrebbero salvati da un disastro nucleare (l’altro era Il rosso e il nero di Stendhal). L’importanza politica di 007 è sempre stata chiara fin dal principio: Bond, oltre che una gallina dalle uova d’oro, è un simbolo nazionale inglese al pari di

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Sherlock Holmes o di Peter Pan. Di recente anche un osservatore pungente della società inglese come Alan Moore ha voluto inserire 007 nella graphic novel La Lega degli Straordinari Gentlemen nel pantheon dei personaggi simbolo, nel bene e nel male, dell’Inghilterra. La prova ulteriore dell’importanza di Bond nell’immaginario occidentale l’abbiamo avuta alle Olimpiadi di Londra quando Daniel Craig ha scortato nei panni di James Bond la regina Elisabetta alla cerimonia inaugurale in un corto circuito tra realtà e finzione che ha lasciato molti senza parole. Anzi, per la precisione ha lasciato solo tre parole: Bond, James Bond.

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JAMES BOND MONTAGE © OLD RED JALOPY


MOCK-COVER FOR ON THE ROAD BY JACK KEROUAC © ASHLEY MACKENZIE

di ROBERTO GERILLI


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licola è indubbiamente di ottima qualità. L'atmosfera degli anni '50 è ben ricreata, e i magnifici panorami offerti dagli Stati Uniti sono sfruttati a dovere per trasmettere allo spettatore quel desiderio di viaggio che stimola e quasi attanaglia i protagonisti del romanzo. Il ritmo del film è molto lento e alcune scene sembrano poco corali con il resto della pellicola, ma entrambi questi aspetti sono caratteristici anche del libro, e più in generale della prosa di Kerouac che predilige dar spazio alla poetica del suo stile piuttosto che alla scorrevolezza o alla cronologica esposizione dei fatti. Il film è però colpevole di un gravissimo errore (che alcuni definirebbero crimine): vuole dare una morale a On The Road. Salles e lo sceneggiatore Jose Rivera hanno incentrato tutta la storia sul confronto tra i due personaggi e sul loro modo di affrontare la vita. Da una parte Sal Paradise/Jack Kerouac, giovane figlio di una famiglia benestante di New York che vuole conoscere la vita, "Ero un giovane scrittore e volevo andare lontano. Sapevo che a un certo punto di quel viaggio ci sarebbero state ragazze, visioni, tutto; sapevo che a un certo punto di quel viaggio avrei ricevuto la perla". Dall'altra Dean Moriarty/Neal Cassidy uno di quei "pazzi" che Kerouac stesso definisce "i pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio gialli che esplodono simili a ragni sopra le stelle e nel mezzo si vede scoppiare la luce azzurra e tutti fanno Oooooh!". Tale confronto, assente nel romanzo, porta all'immancabile morale buonista secondo cui da giovane puoi fare esperienze e cercare la tua strada ma poi devi maturare e comportarti come la società reputa opportuno. Salles e Rivera hanno snaturato il romanzo e trasformato Dean Moriarty in un cattivo esempio, uno che sembra cool, ma poi finisce male. Un errore madornale. Perché l'alter ego di Neal Cassidy può essere amato o odiato dal lettore, ma in nessuna pagina del romanzo viene giudicato dall'autore. Nel libro non ci sono buoni o cattivi, non ci sono esempi da seguire e altri da evitare. Ci sono solo personaggi veri che Kerouac ha incontrato nel corso della sua vita sulla strada. Trasformare On The Road in una storia con una morale socialmente corretta è come vendere un portafoglio con stampato il volto di Che Guevara: uno scempio che doveva essere evitato. Si diceva che la trasposizione cinematografica di On The Road fosse maledetta e che nessuno sarebbe mai riuscito a farci un film. La maledizione è stata sconfitta, ma forse esisteva solo per proteggere il romanzo.

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l legame tra cinema e letteratura è sempre stato molto stretto. Numerosi romanzi sono stati adattati per il grande schermo, anche se non sempre con ottimi risultati. Una delle trasposizioni più attese era sicuramente quella di On The Road, romanzo scritto da Jack Kerouac nel 1951 (ma pubblicato solo nel 1957) e considerato il manifesto di un'intera generazione, quella beat ovviamente. Di un possibile adattamento per il cinema se ne parlava fin dai tempi dell'esordio letterario, quando Kerouac stesso propose a Marlon Brando di lavorare assieme per un adattamento. Questo fu solo il primo di una lunga serie di tentativi che nel corso dei decenni registi, produttori e attori vollero fare per confrontarsi con l'Impresa. Già proprio così, scritto con la maiuscola. Perché trasformare On The Road in un film significava imbrigliare la forza immaginifica scatenata dalla prosa di Kerouac in una pellicola che, per la natura stessa del cinema, doveva essere molto più reale e realistica. On The Road non è un romanzo che ha bisogno di grandi effetti speciali, ma ha un'anima viva, scatenata, difficile da imbrigliare, un'anima composta da giochi di parole, frasi evocative e ritmo jazz, un'anima irrequieta e ambiziosa come la generazione che rappresenta. È possibile trasportare tutto questo sul grande schermo? In molti hanno rinunciato nel corso dei decenni, fino ad arrivare al 2004 quando durante il Sundance Film Festival Roman Coppola (figlio del celeberrimo Francis Ford Coppola) propose il progetto a Walter Salles, che aveva appena presentato il suo film, I diari della motocicletta. Dopo otto anni di sviluppo e oltre centomila chilometri percorsi, lo scorso anno è finalmente giunto in tutti i cinema del mondo, On The Road. L'impegno di Salles è stato encomiabile, tanto che lo stesso regista ha dichiarato di essere stato ossessionato dal progetto. Vista la portata dell'Impresa, Salles ha deciso di affrontare la sfida con animo documentaristico. Ha girovagato per gli Stati Uniti seguendo il percorso tracciato dai protagonisti del romanzo, cercando le giuste location ma soprattutto incontrando e intervistando alcuni eredi di quel mondo descritto da Kerouac. Terminato il viaggio ha poi creato a Montreal un "campus beat" dove tutti gli attori del cast hanno potuto prepararsi al meglio. La mole del lavoro di pre-produzione è stata così elevata da giustificare la realizzazione di un documentario dedicato a essa e intitolato Searching for On The Road. Tuttavia, nonostante l'immane sforzo compiuto, il film non si avvicina nemmeno lontanamente alla bellezza del romanzo. Da un punto di vista tecnico la pel-


La rivincita della bionda di BARBARA MAIO

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QUANDO UN FLOP CINEMATOGRAFICO DIVENTA FENOMENO CROSSMEDIALE

i è un fraintendimento ricorrente quando si parla di prodotto crossmediale: spesso, infatti, si pensa che un prodotto crossmediale sia quello che si espande su più media, proponendo lo stesso contenuto su diversi supporti riproduttivi. Fortunatamente questo errore sta man mano svanendo grazie agli studi sull’argomento che stanno facendo sempre più chiarezza. Un vero prodotto crossmediale propone un testo unico che si sviluppa su più media ma in direzioni diverse, integrandosi e sostenendosi l’un l’altro. L’esplosione dei prodotti crossmediali è recente e si tratta soprattutto di uno sviluppo “commerciale”: molti dei prodotti mediali indirizzati a un pubblico giovane vengono, infatti, pensati appositamente per produrre più linee narrative sfruttabili in diversi momenti. Lost (2004-2010) è stata una delle prime serie a essere pensata in una tale ottica e film come The Hunger Games (2012) mostrano bene come si possa espandere un prodotto a livelli differenti (e tutti redditizi). Non poteva sfuggire a questo trend uno dei prodotti cult di maggior successo, Buffy The Vampire Slayer (1996-2003), serie tv creata da Joss Whedon e gioiello narrativo di livello altissimo. Il franchise di Buffy nasce nel 1992 quando Whedon scrive la sceneggiatura per un film su una bionda cheerleader cacciatrice di vampiri, film che non ottiene nessun successo, né commerciale, né di critica, né di fandom. Eppure Whedon crede fortemente nella sua creatura e la ripropone in forma serializzata qualche anno dopo. In questa prima fase la storia narrata nella serie è contemporaneamente un proseguimento e un remake della storia originale: la protagonista arriva in una nuova scuola e deve adattarsi in un ambiente ostile già di per sé, senza contare che è la prescelta, la cacciatrice di vampiri che deve proteggere il mondo dalle tenebre. Il film aveva raccontato una storia autoconclusa con Buffy che distrugge la palestra della scuola per uccidere i vampiri. Nel pilot della serie

Buffy si è trasferita in una nuova città e riprende la sua missione, tra tentennamenti e accettazione del suo ruolo. La serie non dimentica il film anche se è totalmente autonoma rispetto a esso. E prosegue per sette stagioni sviluppando la storia della cacciatrice e del suo gruppo di amici, alleati e nemici. Nel frattempo – alla fine della terza stagione – Whedon aveva creato Angel (1999-2004), spinoff centrato sulla figura del vampiro con l’anima e primo amore della cacciatrice (secondo se contiamo Pike nel film). Lo spin-off prosegue in maniera autonoma nonostante le linee narrative delle due serie tendono a intrecciarsi e in cui i protagonisti sono consapevoli degli accadimenti nei due mondi narrativi, con personaggi che transitano da una serie all’altra e ne determinano una narrazione parallela. Buffy termina nel 2003 con il “botto” (letteralmente) e Whedon – grande appassionato di fumetti – decide di proseguire la storia in forma di comics, scrivendo la sceneggiatura dei fumetti che narrano l’ottava stagione della serie. Whedon dichiara più volte che i fumetti gli offrono possibilità impensabili sul piccolo schermo: e infatti nei fumetti assistiamo a tutta una gamma di “effetti speciali” che difficilmente possono essere realizzati in televisione senza comunque un investimento economico ben oltre i limiti di un prodotto televisivo. Personaggi che diventano giganti, locations esotiche, mostri di ogni fattezza e ferocia, scontri spettacolari con esplosioni e armi futuristiche, viaggi ultraterreni e mondi paralleli. Insomma, ciò che Buffy sul piccolo schermo aveva potuto realizzare solo in piccolissima parte grazie alla CGI (vedi lo scontro finale che chiude la settima stagione) esplode in maniera esponenziale sulla carta, consentendo a Whedon di non porre limiti alla sua fantasia. Senza problemi di cast, vincoli produttivi o censura, Whedon può proseguire la sua linea narrativa in forma autonoma e perfettamente integrata con la prima parte. Dal film, alla serie, ai fumetti, Buffy offre una narrativa unica, compatta e, comunque, perfettamente frui-


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BUFFY © SOPHEAP YOU

partendo dalla narrativa di base proposta dalla serie per poi svilupparsi in narrazioni autonome – decise dal giocatore di turno – a metà strada tra il gioco di avventura e quello di “picchiaduro”. Anche le novellizzazioni assumono un valore non indifferente sia dal punto di vista commerciale che artistico. Infatti, tra le tante storie scritte nel Buffyverse, molte sono affidate ad autori come Nancy Holder e Christopher Golden, affermati scrittori fantasy già con un loro seguito di fandom e critica. In queste storie si parte dalle ambientazioni e dai personaggi della storia di origine per poi sviluppare un racconto autonomo, una sorta di realtà alternativa alla serie. La regola delle novellizzazioni è quella della congruità del carattere dei personaggi che non devono distaccarsi dall’originale. Regola che non vale per le fanfictions, racconti scritti dai fans e che, invece, possono proporre versioni alternative dei personaggi, spesso andando a soddisfare storie d’amore solo accennate o coppie improbabili nella narrazione ordinaria. E a margine – ma non economicamente – di questo universo crossmediale, troviamo tutta una serie di merchandising come il gioco da tavolo che si sviluppa come un gioco di ruolo (in due versioni, UK e USA), la scacchiera, le colonne sonore, non solo in versione raccolta delle canzoni utilizzate negli episodi ma, soprattutto, la versione di Once More With Feeling, episodio musicale con canzoni originali cantate dagli attori stessi, da completare con lo scriptbook ricco di immagini e degli spartiti delle canzoni. Ancora abbiamo una pletora di action figures degne dei geek più incalliti, t-shirt per ogni gusto e occasione, la dead board (tavoletta per parlare con i morti) vista in uno degli episodi, il portapranzo in metallo, le tazze per la colazione… Insomma, se la crossmedialità in senso stretto investe soprattutto la parte narrativa di un prodotto, l’espansione a più livelli contiene soprattutto un valore commerciale che può diventare una forma di mercificazione non necessariamente negativa, anche perché per avere la forza di sostenere un universo così espanso, il prodotto originale deve avere una forza intrinseca a priori. E Buffy lo dimostra anche con gli innumerevoli studi e pubblicazioni accademiche che ancora vengono create intorno alla serie, non ultima la Slayage Conference che si svolge ogni due anni negli Stati Uniti e che raduna studiosi di tutto il mondo pronti a discutere dei tanti mondi di Joss Whedon.

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bile anche in forma isolata ma, come accade sempre in questi casi, che acquista maggiore valore (e soddisfazione per chi ne fruisce) se “letta” senza soluzione di continuità. Ma oltre che svilupparsi su una linea narrativa orizzontale e crossmediale, il franchise di Buffy si sviluppa anche per vie traverse. Dal 2000 vengono realizzati diversi videogame per piattaforme come Xbox, Playstation, Nintendo etc., che propongono avventure verticali ambientate in diverse stagioni,


Dal Paradiso all'Inferno:

di STEFANIA AUCI

Birdsong & The Paradise

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era una volta lo sceneggiato televisivo. Era un prodotto di grande qualità nel quale le reti televisive investivano denaro e risorse e che aveva una finalità stabilita: far conoscere agli spettatori i grandi capolavori letterari e teatrali. In Italia, lo sceneggiato così inteso è in via di estinzione: tra un progressivo imbarbarimento dei gusti e la diminuzione delle risorse economiche – spesso impiegate in prodotti televisivi che è davvero difficile definire culturali – esso è divenuto un genere obsoleto, soppiantato da fiction su sacerdoti, santi, poliziotti e medici. Lamenti e obiezioni di chi non sa stare al passo con i tempi? Forse, però c’è ancora chi scommette sugli sceneggiati, e li produce avendo un grandissimo ritorno economico. Dove? Gran Bretagna. Autore? BBC, editore televisivo britannico sinonimo di qualità. Il che significa un bacino di utenza enorme. Significa poter raggiungere tutte le popolazioni anglofone del mondo. Ultimo drama a esser stato prodotto e trasmesso in ordine di tempo è The Paradise, tratto dal romanzo Al paradiso delle signore di Emile Zolà. Figura centrale è Denise (Joanna Vanderham), una

giovane donna che si trasferisce dalla campagna immaginando di trovare lavoro nel negozio di un congiunto. Ma il negozio – e con esso, decine di piccoli esercizi commerciali – sono schiacciati dalla concorrenza del Paradise, il primo grande magazzino di lusso della città. Denise è così costretta a mettere da parte le illusioni trovando lavoro proprio come commessa nel negozio rivale. In breve tempo diventa una delle venditrici di maggior successo, tanto da attirare l’attenzione di John Moray (interpretato da Emun Elliott), proprietario del negozio, e le invidie delle colleghe. Attraverso gli occhi di Denise, lo spettatore vive i cambiamenti sociali e il progressivo cambiamento di ruolo della donna che si affaccia al mondo del lavoro con maggiore consapevolezza. Denise è una figura archetipica, che cerca con difficoltà la propria strada, che lotta per salvaguardare la sua identità in una realtà spersonalizzante qual è quella del grande magazzino. A differenza del romanzo di Zolà, la serie si focalizza sulla relazione personale tra i due protagonisti, Denise e John Moray, ambientando la vicenda nel sud dell'Inghilterra anziché a Parigi. La vicenda, pur avendo una coloritura sentimentale, lascia spazio alla rete di relazioni


si incentra la narrazione delle due altre tranches temporali, ossia il 1910 e il biennio 1916/1918. Isabelle è la seconda moglie di Renè, proprietario della fabbrica presso cui il giovane inglese svolge un periodo di apprendistato. È una donna infelice, sposata a un uomo molto più grande di lei, che fa da madre ai due figliastri. La passione che prova per Stephen, diventato suo amante, esplode con esiti devastanti, distruggendo il suo matrimonio. Scoperti da Renè, infatti, i due fuggono; ma la loro felicità è di breve durata… Nel terzo blocco temporale, quello della Grande Guerra, ritroviamo Stephen da solo durante la Battaglia della Somme nel luglio del 1916. Uno dei carnai più sanguinosi che la storia umana ricordi. Il protagonista è diverso dall’uomo incontrato nel 1910 e assai più vicino alla figura solitaria che sua nipote Elizabeth ha conosciuto attraverso i racconti dei suoi familiari. È un uomo corroso dal dolore e dalla rabbia che cerca, più o meno consapevolmente, la morte sul campo di battaglia. La serie televisiva ha tagliato la vicenda che si svolge negli anni Settanta per focalizzare l’attenzione sulla relazione tra Isabelle e Stephen da una parte, e sul vissuto di Stephen sulla Somme dall’altra. La BBC ha profuso un impegno notevole nella realizzazione di questo drama. Oltre alla cura maniacale per costumi e fotografia, sono da segnalare le scenografie belliche: potenti, capaci di dimostrare come nella guerra non vi sia nulla di eroico. Le scene di guerra sono crude. Hanno forte impatto emotivo per lo spettatore, specie se giustapposte con le parti dell’idillio tra l’incantevole Isabelle e l’ingenuo Stephen, ben diverso dal militare incattivito che ritroviamo pochi anni dopo; un uomo che ha perso l’amore della sua vita senza sapere perché. Questo dolore, insieme con le sofferenze inflitte dalla guerra, lo renderà incapace di perdonare. Sarà proprio l’amicizia con Firebrace, un minatore addetto alla costruzione dei tunnel sotto le trincee a restituirgli l’umanità. Come già mostrato in Parade’s end, la prima guerra mondiale ebbe un fortissimo impatto sulla mentalità inglese. Attraverso la convivenza tra ufficiali provenienti dagli strati più alti della società con i propri soldati di bassa estrazione e proletari all’interno delle trincee, in coacervo di morte e abbrutimento, si è creata una coscienza comune che ha contribuito in maniera essenziale alla mobilità tra classi sociali e alla nascita della Gran Bretagna moderna.

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che si intrecciano nel microcosmo del Paradise. La critica sociale, che era stata l’elemento fondante de Al paradiso delle signore del grande autore francese, cede il passo a una visione più intima, focalizzata sui rapporti tra i personaggi. The Paradise è soprattutto una storia sull’ambizione, sul cambiamento sociale e sull’amore: Denise è giovane, per certi versi sprovveduta, ma fin da subito mostra quella forza d’animo che le permette di assumere un ruolo di primo piano all’interno del grande magazzino e nei confronti di John Moray, che nel romanzo di Zolà si chiama Octave Mouret. La serie televisiva si segnala per la grande cura dei costumi e per l’adattamento della sceneggiatura, piena di dialoghi appassionanti e situazioni nelle quali si alternano scene di pathos emotivo e momenti di leggerezza affidati ai personaggi minori. Con grande senso della narrazione, viene introdotto anche l’elemento del mistero, dato dalle insinuazioni sul passato di Moray. La suspense data dalla nascente relazione tra i due protagonisti si intreccia con queste rivelazioni, insieme alle tensioni e le gelosie crescenti che agitano gli animi delle commesse e delle clienti del Paradise. Il successo ottenuto è stato tale che la BBC ha deciso di girarne una seconda serie. Ben diversa è la storia di Birdsong, altro drama della BBC trasmesso lo scorso anno. Tratto dal toccante romanzo di Sebastian Faulks, Il canto del cielo, edito da Beat, Birdsong narra una storia d’amore straziante e disperata, ed è forse uno dei drama più commoventi che la BBC abbia prodotto, assieme allo splendido Parade’s end. Nel romanzo la vicenda è articolata su tre piani temporali che si intersecano in un gioco raffinato di rimandi tra passato e presente. La protagonista del periodo che va dal 1978 al 1979 è Elizabeth, nipote di Stephen, il giovane inglese che nel 1910 incontra Isabelle Azaire ad Amiens; proprio su questa coppia


Nuvole, anime e crossmedia di ANTONELLA ALBANO

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loud Atlas, il libro di David Mitchell, non è per quelli che lasciano cadere un volume se non è riuscito a colpirli entro le prime dieci pagine. E Cloud Atlas, il film dei fratelli Wachowsky, non è per coloro che vogliono un'azione scenica semplice da seguire senza sforzo o una narrazione intimistica o non sopportano “lezioni”. Cloud Atlas, come fenomeno cross-mediale, non vuole rendere la vita facile a nessuno, semmai complicarla piacevolmente. Ed è il motivo per il quale questo film della cinematografia indipendente, che ha conquistato il record di costi nella sua categoria, divide gli spettatori in due parti: quelli che lo odiano e quelli che lo adorano, e tertium non datur. Partiamo però dal libro, premettendo che non vogliamo cadere nell'ovvio trabocchetto di giudicare la resa cinematografica in base a un confronto con il romanzo, quanto piuttosto illustrare e analizzare le scelte compiute dagli artisti che hanno convogliato le loro energie in questo progetto. Il romanzo Cloud Atlas all'inizio scoraggia: la vicenda di Adam Ewing, notaio che giunge alle isole Chatam con la Prophetess, nave che nel 1849 solca i mari del Sud incontrando le forme più bieche e spiacevoli di colonialismo e razzismo, sfida la pazienza del lettore perché il linguaggio e il tono sono adeguati all'ambientazione e all'epoca. I dati debordanti, lo spirito d'osservazione con intento didascalico, scientifico e antropologico, nel racconto della storia dei Moriori della Nuova Zelanda all'inizio camuffano la vicenda narrata. Scoprire il segreto di questo romanzo è una questione di perseveranza: Mitchell l'ha concepito come una struttura a matrioska. Infatti, la storia di Ewing si interrompe a metà, praticamente sul più bello per introdurci in tutt'altra storia: quella di Robert Frobisher, giovane musicista bisessuale e scavezzacollo, ribelle diseredato nell'Europa del 1936. Il tono è differente e la struttura è epistolare. Il linguaggio e il punto di vista individuale sono arroganti, intimistici, sfrontati, eleganti.

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T r a i t d'union è il fatto che Frobisher trova nella biblioteca della residenza dove è ospitato il diario di viaggio di Ewing e ne viene attratto. E si va avanti così; il destino del musicista viene lasciato in sospeso e si procede con la vicenda di una centrale nucleare al centro di oscure manovre e dell'attenzione della giornalista Luisa Rey nel 1973 che, a sua volta, trova le lettere di Frobisher e ne ascolta rapita la musica: il sestetto dell'Atlante delle nuvole. Il reportage di Luisa viene poi letto dall'editore Timothy Cavendish, ai nostri tempi. La vicenda di questi, rinchiuso per sbaglio in una clinica per anziani e privato della sua libertà, diventa un film che, visto nel 2144 nel contesto di un impero a sfondo capitalistico e consumistico dal clone Sonmi 451 ispira dichiarazioni di libertà e solidarietà che diverranno poi vangelo in un villaggio di un futuro post apocalittico nel Ventiquattresimo secolo, in cui Zachry, valligero segnato dal male compiuto, incontra la presciente Meronima. Quest'ultimo futuro remoto è il nocciolo del romanzo: la matrioska più piccola. E poi si ricomincia daccapo: Sonmi, Cavendish, Luisa Rey, Frobisher e Ewing. I sei racconti di cui è composto L'atlante delle nuvole, insomma, sono divisi a metà con, al centro, il futuro più lontano e all'esterno il passato che chiude la storia chiarendo meglio le origini di tutto il percorso. La struttura è coraggiosa, innovativa e interessante. Più che alla matrioska, si potrebbe pensare però a una struttura a “ipersfera” in cui la parte più esterna – la storia del 1849 – è anche contemporaneamente centro, mentre il futuro, racchiuso dalle storie, è anche superficie più esterna come


Cloud Atlas L'atlante delle nuvole David Mitchell Editore: Frassinelli, 2012 Pagine: 616 Prezzo 14,90 euro ISBN: 978882005348

Nelle varie storie non si indulge eccessivamente sulle vicende sentimentali, nel senso che non sono l'amore e il legame fra un uomo e una donna a rincorrersi attraverso i secoli; piuttosto è il tema della natura del rapporto fra gli esseri umani che viene svolto e ripreso, come in una argomentazione confutativa, lungo tutto il percorso. Non è casuale che la vicenda inizi proprio nel 1849: Malthus, Lamarck e Darwin, nel contesto dell'imperialismo europeo che aveva travolto e distrutto le culture residenti primitive, influenzano il leit motiv che fa da sfondo all'operato degli occidentali: il forte divora il debole. Gli occidentali divorano i Maori che divorano i Moriori. Questa popolazione sostanzialmente estinta che popolava le Isole Chatam è descritta come pacifica e tranquilla. Presso di loro la guerra non esiste: chi si macchia di un delitto viene isolato e nessuno gli rivolge la parola, tanto che spesso si suicida. Qui c'è il mito illuminista del buon selvaggio e quello dell'eden distrutto dalla civiltà/società maligna. Queste caratteristiche edeniche le ritroveremo nel Ventiquattresimo secolo, nell'estremo futuro dopo la Caduta, nel Popolo della Valle. C'è una concatenazione ad anello fra il passato e il presente. Il dottor Goose e gli altri personaggi occidentali del primo segmento condividono l'ideologia della prevalenza dell'uomo bianco condita con il dovere di “civilizzare” i nativi. In questo contesto, come in tutto il libro, la religione è intesa come strumento di predominio, mascherato da carità cristiana, senza fare le dovute eccezioni. Le stesse cadenze in stile catechistico vengono evocate nel segmento di Sonmi, quando il potere si fonda su lealtà al leader e alla società di stile nipponico e teocratico. In questo senso L'atlante delle nuvole, o meglio il suo autore, nel suo intento didascalico, necessariamente generalizza: minimizza ed enfatizza laddove gli conviene.

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esito di un inizio che si espande nella linea del tempo. La struttura però non sarebbe sufficiente come innovazione se non ci fosse anche un percepibile cambiamento di stile da una storia all'altra. Bagaglio lessicale, vezzi linguistici, tono, cambiano sensibilmente legando il lettore di volta in volta ai personaggi proprio attraverso la cifra stilistica distintiva di ognuno. Anche la forma narrativa si modifica: Ewing scrive un diario di viaggio, rivolgendosi virtualmente alla sua famiglia; Frobisher scrive lettere al suo amico e amante Sixsmith; Luisa Rey è la protagonista di quello che diventerà un giallo strutturato come un'inchiesta giornalistica; Cavendish scrive una sorta di autobiografia; la storia di Sonmi è raccontata attraverso il resoconto dell'interrogatorio a cui viene sottoposta e il linguaggio racconta la parabola consumistica, dove le marche sono divenute sostantivi e tutto è ridotto a una visione del mondo schiavizzata dall'imperialismo economico; un Zachry ormai anziano narra la sua avventura stile antico aedo ad astanti invisibili ma con cui stabilisce un rapporto caldo e intimo, usando per di più una lingua modificata e semplificata. Persino la resa grafica sottolinea queste differenze, nei titoli, nello stile dei paragrafi, nei font dei caratteri. Tutto è usato per separare, diversificare, eppure anche per porre in risalto i collegamenti. Nella storia, infatti, i vari personaggi principali sono segnati da una voglia a forma di cometa, che segnala insieme a classici dejà vu il tema sotteso della reincarnazione. È opportuno ricordare il particolare della voglia poiché sarà usato differentemente nell'ambito del film.

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L'assunto del potere del bianco sul nero, del forte sul debole è contraddetto al cuore del primo nucleo della storia nel rapporto umano che nasce fra Adam Ewing e l'indigeno moriori Autua: qui comincia quella catena di scelte, implicanti il libero arbitrio, che decidono dell'evolversi di un'anima nel corso delle generazioni. Quando Meronima e i Prescienti, sopravvissuti civilizzati ma in estinzione, entrano in rapporto con questa gente hanno davanti a sé una scelta: ma è come se una miriade di scelte, compiute nel corso delle varie vite, avesse prodotto Meronima, Zachry e la possibilità che si fidassero uno dell'altro. Le premesse vengono ribaltate e “I confini sono solo convenzioni”. Attraverso le storie, la crescita e le cadute dei vari personaggi, il forte non mangia più il debole e le differenze – fra Europei e nativi, fra diversi emarginati e potenti inseriti in società, fra cloni e purosangue – non hanno più importanza,


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vengono riconosciute come convenzioni, appunto. “La nostra vita non ci appartiene. Dal grembo materno alla tomba, siamo legati agli altri, passati e presenti” recitano i catechismi di Sonmi, divenuta da clone che ha sviluppato una coscienza a martire, a dea, nel tempo di Zachry. A questo viene ridotta l'essenza della religione: i valori, la testimonianza, il martirio di qualcuno – qui il bellissimo personaggio di Sonmi 451 – (senza alcuna Resurrezione) vengono conservati attraverso i secoli e diventano semplicemente mito. La natura New Age della visione di Mitchell è innegabile ed è anche stata criticata e osannata a seconda degli schieramenti. Eppure la parola “fede” è importante: una fede tutta umana nella possibilità di voler fare il bene. “Il potere, il tempo, la forza di gravità e l'amore. Tutte le forze che fanno girare il mondo sono invisibili”. Sono gli individui a evolversi attraverso le proprie scelte, o a dannarsi, ma la


scelta di uno determina la vita dell'altro e il destino si compie attraverso le generazioni e le ere. “Le anime solcano i cieli del tempo come le nuvole solcano i cieli del mondo”. La promessa che tutto non termini con la morte è parte del tema. Al concetto cristiano dell'unicità e immortalità dell'anima individuale, che intrattiene un rapporto “personale” col Dio buono, si sostituisce una catena di destini in cui uno porta avanti le premesse dell'altro: fra i lettori può esserci chi non si accontenta e chi ne resta consolato. L'assunto New Age viene confermato nel tono buddhista e vagamente leopardiano della frase pronunciata da Sonmi quando per la prima volta vede l'oceano: “Laggiù, sullo sfondo, il sedimento del cielo era scivolato in un luogo dove tutta la sofferenza contenuta nelle parole «Io sono» si dissolveva nella pace blu”. Un discorso a parte è opportuno a proposito di La tremenda ordalia di Timothy Cavendish, che non a caso è inserito nell'epoca contemporanea. Il protagonista, abbiamo detto, è un editore che per quanto scalcagnato ha potere di vita o di morte su un suo piccolo impero, cioè sui libri che vuole o non vuole pubblicare. A sua volta un altro potere potenzialmente vessatorio si confronta con quello dell'editore: quello del recensore. Abbiamo, insomma, al centro del nostro tempo, guarda un po', lo scrittore. Il personaggio in questione, per ribellarsi a una recensione orribile che è stata fatta al suo libro, scaraventa il recensore in oggetto giù dalla finestra. L'editore, dopo il primo shock, esulta perché l'omicidio scaraventerà a sua volta il volume in cima alla classifica delle vendite. Segue altro, ma quello che preme sottolineare è che l'editore, con il suo piccolo potere di segregare o liberare i libri, esercitato con cinismo e leggerezza, finisce nelle mani della direttrice di una clinica per anziani che in pratica lo imprigiona contro la sua volontà. Non nasce forse il dubbio che questo segmento, grottesco ma claustrofobico e angosciante – ben diverso dal tono leggero da commedia che gli è stato attribuito nel film –, stia facendo metaletteratura raccontando di come il potere che ognuno ha può essere o meno esercitato con

protervia proprio anche nel mondo dell'editoria? Una vendetta poetica, insomma, che strizza l'occhio a chi sa intendere. L'editore ritroverà la sua funzione proprio proponendosi di pubblicare l'inchiesta di Luisa Rey. E poi, la lezione che Cavendish ricava: “Io non sarò mai soggetto a maltrattamenti criminosi”, frase pronunciata in un contesto ironico, diventerà invece l'inizio del riscatto per le serventi della mangeria, cloni usati come bestie da macello, che ne traggono ispirazione per difendere la propria dignità. La catena continua. Il film Cloud Atlas. Quando i fratelli Lana e Andy Wachowski e Tom Tykwer hanno deciso di trarre dal libro di Mitchell un film, hanno realizzato un sogno e compiuto un'impresa epica. Questo non perché si vogliano echeggiare i toni trionfalistici dei testi promozionali, ma perché l'operazione compiuta è stata obiettivamente molto complessa e ambiziosa. Questo si può dire per la regia divisa in due parti con i Wachowski e Tykwer che si sono divisi i sei episodi: i Wachowski hanno diretto il viaggio oceanico di Adam Ewing nel 1849, la ribellione di Sonmi nel 2144 e gli eventi della vita di Zachry nel XXIV secolo; Tom Tykwer ha invece realizzato l’avventura

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mutano radicalmente da una storia all'altra, nel film è l'immaginario filmico a cambiare stereotipi e a mutare genere a seconda del segmento narrativo. Insomma, se la vicenda della nave Prophetess ricorda L'ammutinamento del Bounty o Master & Commander, quella di Frobisher gli estenuati drammi in costume ambientati negli anni trenta, la tremenda ordalia di Timothy Cavendish ricorda tante commedie con anziani come protagonisti, Cocoon ad esempio. Luisa Rey e il suo scontro con i potenti della centrale nucleare di Swannekke ricorda Sindrome cinese, ma anche i film d'azione anni '70 di Shaft il detective; Sonmi e il suo sfondo fantascientifico ricordano e citano gli scenari di Matrix e di Blade Runner; la storia di Zachry e della Valle ricorda Waterworld o il ciclo di Mad Max. Qualcuno ha negato originalità, considerando giustapposizioni queste citazioni, eppure ogni storia risulta coerente e visivamente convincente non nonostante, ma attraverso questa scelta registica. Ovviamente, per una questione di impatto e di fruizione diversa, i contenuti tematici sono offerti in maniera più diretta nel film rispetto al libro dove la necessaria riflessione del lettore viene stimolata più autonomamente, le storie d'amore sono più esplicite, come si vede nel cambiamento della trama rispetto alla storia fra Sonmi e il suo mentore e anche riguardo alla conclusione fra Meronima e Zachry: una semplificazione era necessaria, ma non va contro le intenzioni dell'autore. Per esempio, la scelta di rendere un personaggio il Vecchio Georgie non è solo funzionale a una facilitazione del racconto, bensì aggiunge elementi al quadro: nell'incontro fra Meronima e Zachry, lei, appartenente a una civiltà che ha mantenuto la superiorità scientifica, svolge la funzione “illuministica” di disilludere l'uomo della valle rispetto all'identità di Sonmi. Non è una dea ma una donna, una martire e una testimone che ha lasciato un'eredità di profondo valore. Qualcuno, a ragione, ha visto in questa figura quella del Cristo, razionalisticamente spogliato della sua natura divina, mentre Georgie, il diavolo, è visto solo da Zachry come visualizzazione superstiziosa della eterna tentazione verso il male. Come dire, il fatto che la visione “ingenua”

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del musicista Robert Frobisher nel 1936, della giornalista Luisa Rey accusata di cospirazione aziendale nel 1973, e la singolare, spesso comica, situazione dell’editore londinese Cavendish nel 2012. Il tutto fra Maiorca, la Scozia e la Germania, con gli attori che hanno viaggiato da un luogo all'altro a seconda delle esigenze. Ma si può anche parlare di impresa epica perché hanno deciso di accrescere il senso di continuità fra le varie storie facendo interpretare i molti personaggi principali agli stessi attori, sottolineando le evoluzioni da un'epoca all'altra grazie al riconoscimento visivo, reso spesso difficile dal trucco. Questa componente del trucco, capace di trasformare uomini in donne e viceversa, occidentali in orientali e viceversa, fra l'altro, è stata sia molto apprezzata sia molto criticata dal pubblico. Inoltre anche alcuni luoghi, come la dimora in cui era ospitato Robert Frobisher e la clinica in cui viene costretto Timothy Cavendish, nel film vengono fatti corrispondere. Le novità di struttura e modalità narrativa del romanzo di Mitchell sono state trasformate in novità sintattiche nella struttura filmica. Infatti, se nel libro il linguaggio (lessico, stile, tono) di Adam Ewing e di Robert Frobisher o di Timothy Cavendish


e naif del popolo della Valle dia un nome al male non vuol dire che questo non esista. È superabile però con l'uso saggio del libero arbitrio. Così come la conoscenza della trasmigrazione delle anime, cui i Prescienti non credono, è conservata dall'Abbadessa e dai Valligeri che hanno recuperato la naïveté edenica. Alla fine è la solidarietà umana che vince, la stessa conclusione un po' desolata della Ginestra di Leopardi: insieme possiamo cambiare le cose. “Ogni nostro gesto è una goccia nel mare. Ma il mare non è forse composto da milioni di gocce?” Così, con le parole finali, pronunciate da Ewing, anche madre Teresa di Calcutta diventa fonte per la visione umanitaria di questo film. Il concetto è sbagliato? No. Lei sarebbe stata d'accordo se il male e il bene fossero stati privati del loro nome? Anche altre fonti autorevoli vengono citate e reimmesse in circolo: la saggezza di Solgenitsin, per la rivoluzione pacifica di Sonmi e George Berkeley, filosofo del Settecento, per la massima “essere è essere percepiti”, che informa tutta l'esperienza di Cloud Atlas, poiché nemmeno la trasmigrazione delle anime sarebbe stata sufficiente senza i supporti della comunicazione: diario di viaggio, lettere, musica, reportage, film, trascrizione degli atti, comunicati stampa. Cloud Atlas, in qualche modo testimonia anche della necessità dell'arte, come possibilità di sopravvivenza all'oblio, coltre che farebbe svanire anche le nuvole. E qui Ugo Foscolo annuirebbe compiaciuto. Nel passaggio dal libro al film, la struttura narrativa a matrioska è stata abbandonata a favore di un rincorrersi di scene dei sei segmenti in cui un particolare rimandava all'altro, con un ritmo veloce e un cambiamento continuo di scenario che sono stati decisamente un fattore di rischio. Sembra miracoloso che si possa seguire la storia attraverso sei vicende differenti, il lavoro di decostruzione e ricostruzione, da libro a sceneggiatura, è stato certosino. Si rischia sempre l’overload di informazioni, ma l’unitarietà convince e commuove. Rispetto al libro, inoltre, si è scelto il metodo del flashback: si vedono all’inizio i destini imminenti di tutti i protagonisti e si raccontano gli antefatti; la cornice diventa il racconto del vecchio Zachry, al contrario che nel libro, accrescendo il concetto di

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“ipersfera”: quello che era il nucleo diventa il contenitore. E il trucco di Tom Hanks, in questo caso, pare il migliore di tutto il film. Di fatto il pubblico ha reagito diversamente a questa valanga di sollecitazioni, perché la complessità dei rimandi visivi, scenici, tematici non sono tutti percepibili la prima volta. Alcuni commenti critici, ripescati online su blog e siti dedicati al cinema, hanno parlato di mosaico che scoppia in faccia allo spettatore, di giustapposizione scollegata o di semplice collage di generi; altri hanno lamentato che il cinema è ormai in mano ai nerd. Il punto è che, con Cloud Atlas e con la regia di Tykwer e dei Wachowski, siamo davanti a un concetto di cinema che non vuole essere facile e comodo, che vuole riprodurre la fidelizzazione che spesso avviene nella serialità lunga delle serie tv, oppure nei cicli più noti. I Wachowski, infatti, hanno affermato: "Essendo cresciuti con i fumetti e la trilogia di Tolkien, una delle cose che ci interessano è portare la narrativa seriale al cinema". La sfida è quella di adattarsi o no a questa concezione; nel frattempo non si può negare a questa operazione visionarietà e coraggio. Il film infatti dissemina indizi subliminali da un episodio all'altro, impossibili da distinguere all'inizio coscientemente, come le stesse forme triangolari che si riproducono sui tessuti, o la


Anche la musica del film, composta appositamente da Tom Tykwer, è un trait d’union importante: il Sestetto dell’Atlante delle nuvole, torna costantemente e viene ripreso, riconosciuto attraverso il tempo, come in un dejà vu. L’espressione artistica in generale, l’espressione del singolo, come testimonianza, come dovere, risuona nel libro come nel film, dove sempre il soggetto parla a un tu come simbolo di reciprocità – perché non si vive per se stessi – e di possibilità di vincere la solitudine e l’insensatezza. L'idea di film di Tykwer e dei Wachowski, per ciò che concerne la forma, non è quella di esperienza lineare, a onde emozionali, che dura due ore o più, ma quella di un mondo di stimoli, di riferimenti, di incroci e citazioni, costruito a strati in cui lo spettatore interagisce attivamente, attraverso riflessioni, ricerche, confronti, che presuppongono una visione ripetuta e condivisa anche e soprattutto per mezzo di social network. Un film così presuppone uno spettatore attivo e, forse sì, un po' nerd. “All’inizio è stato questo che mi ha attratto del lavoro di Andy e Lana: la convinzione che si possano coinvolgere al tempo stesso il cuore e la mente”, afferma Tykwer. “Si può avere questa magnifica fusione di tematiche interessantissime e al tempo stesso di immagini e storie che ti travolgono”. In conclusione, perché il fenomeno crossmediale Cloud Atlas possa piacere bisogna essere buddhisti? Credere nella trasmigrazione delle anime? Non essere cinici? Non essere cattolici? Non essere di quelli che, leggendo o andando al cinema, semplicemente non vogliono pensare? Essere nerd? Ai lettori/spettatori la risposta, ma di certo c'è che rimboccarsi le maniche per capire i contenuti, nella loro origine e nella “centrifugazione” a cui sono stati sottoposti, e la forma, col gusto eclettico di stratificazione patchwork, aiuta a godersi un libro e un film decisamente non banali.

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forma ovoidale che ritorna, o le scene girate negli stessi ambienti, per ottenere una sorta di riconoscimento inconscio. È un po' il sistema degli “easter eggs”, riferimenti più o meno nascosti a volte così impercettibili da non essere notati, se non a una seconda o terza visione, che presuppongono una precisa idea di cinema. Gli “easter eggs” sono nati nei programmi, poi sono migrati nei DVD, sono presenti, ad esempio, nella serie televisiva Fringe, ma sostanzialmente in questo caso riprendono l'escamotage della voglia a forma di cometa, che qui – con un cambiamento voluto rispetto al libro – sta a indicare un anello della catena che compie una scelta che permette una svolta.


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di CLAUDIO CORDELLA

Nausicaa

e la settima arte

Manga di successo dalla carta al grande schermo


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n Italia, il boom iniziale degli anime made in Japan risale agli anni '70-'80, con le prime apparizioni di queste produzioni orientali nei network nostrani, dapprima grazie alla RAI e in seguito con numerose emittenti private. Inoltre, sin dagli anni '90, nelle edicole e nelle fumetterie italiane arrivarono anche i manga, spesso e volentieri legati ad anime televisivi di successo. Effettivamente i cartoni animati nipponici, tranne in alcuni casi sporadici, nella nostra penisola non hanno mai preso le vie delle sale cinematografiche. Non dovremmo, dunque, sorprenderci se molti ritengono che gli anime non abbiano nulla a che spartire con la settima arte, ritenendoli piuttosto come esclusivamente legati al piccolo schermo. In realtà, esistono degli autentici capolavori dell'animazione nipponica realizzati per il cinema e non per la TV. Noi qui ne prenderemo in esame alcuni esempi. Esamineremo dei kolossal tratti da celebri manga, delle pietre miliari della «letteratura disegnata», tutti quanti molto noti anche al di fuori dei confini dell'arcipelago nipponico, esattamente come le loro controparti di celluloide.

Ogni caso di studio, rappresenta un modo diverso in cui un prototipo cartaceo può essere tradotto dal linguaggio fumettistico a quello caratteristico del cinema. Iniziamo con Kaze no tani no Nausicaä (Nausicaä della Valle del Vento) di Hayao Miyazaki, un manga epico e toccante, edito in Giappone sulla rivista Animage dal febbraio 1982 al marzo '94. Nausicaä della Valle del Vento, geniale opera di «letteratura disegnata» tratta temi come l'ecologismo e il pacifismo all'interno di uno scenario post-apocalittico. Le strutture economico-sociali, così come la flora e la fauna, di un mondo futuro lontano svariati secoli dal nostro presente sono resi con grande accuratezza. Il film, uscito nelle sale giapponesi nel 1984, attinge solo ai primi episodi del fumetto con una semplificazione di personaggi e situazioni. In entrambi i casi, emerge con prepotenza la figura messianica della giovane Nausicaä, la fiera principessa del minuscolo regno di Kaze no tani (Valle del Vento). Rimanendo negli anni '80, ci imbattiamo in un altro sensei del fumetto e dell'animazione del

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Sol Levante: Katsuhiro Ōtomo, autore del manga di culto Akira; quest'ultimo, come Miyazaki, ne dirige anche la controparte animata. Ōtomo, attingendo a quelle paure da Guerra Fredda presenti anche in Nausicaä della Valle del Vento, ci offre una storia cyberpunk che miscela tra loro violenza urbana, poteri mentali, misticismo e catastrofismo. Akira dapprima viene serializzato sulla rivista Young Magazine dal 1982 al 1990, poi dopo un travagliato periodo di lavorazione, l'anime esce nelle sale giapponesi nel 1988. La trama è incentrata su di un gruppo di giovani moto-teppisti, simili alle gang di A Clockwork Orange (Arancia meccanica) del romanzo di Anthony Burgess e del film di Stanley Kubrick, coinvolti in un intreccio da fanta-thriller con esiti apocalittici. Eppure le pecche a livello di sceneggiatura, alquanto dispersiva, appaiono gigantesche tanto quanto i meriti di questo kolossal. Difetti che riscontriamo sia nella versione cartacea sia in quella filmica. Rimanendo nell'ambito del cyberpunk, incontriamo uno dei più noti esponenti di questo sottogenere: Masamune Shirow (pseudonimo di Masanori Ota), creatore del sofisticato


manga Kōkaku kidōtai (Ghost in the shell); apparso dapprima su Young Magazine, poi pubblicato in volume il 5 ottobre 1991. L'approdo nelle sale cinematografiche, grazie al talentuoso Mamuro Oshii, risale al '95. Il lavoro di Oshii è impeccabile, adattando un manga ricolmo di scene d'azione ma anche di pedanti note esplicative e di lungaggini, alla settima arte. La scena finale di Ghost in the shell, in cui la poliziotta cyborg Motoko Kusanagi (il “Maggiore”) decide di unirsi al suo avversario, un'Intelligenza Artificiale che afferma di essere una creatura vivente (il Progetto 2501, vera identità di un hacker noto come Signore dei pupazzi), è più ricca e coinvolgente nella versione del regista che in quella di Shirow. L'ultimo esempio che sottoponiamo alla vostra attenzione riguarda un fantasy assai originale: Berserk di Kentaro Miura, manga che viene serializzato sin dal dicembre 1990 sulle pagine della rivista Young Animals e a tutt'oggi ancora privo di una conclusione. Miura incentra la narrazione su di un vendicativo guerriero vestito di nero, Gatsu, segnato da un misterioso marchio e perseguitato ogni notte da creature demoniache. Ambientato in una versione fantastica dell'Europa tardo-medievale, Berserk è crudo, violento e morboso. Qui è labile il confine tra bene e male, l'affascinante condottiero di mercenari Grifis, bellissimo e invincibile, una volta caduto in disgrazia si affida al potere di un oggetto magico, il Bejelit, sacrificando l'intera Squadra dei Falchi a lui fedele ad alcuni esseri infernali: gli Apostoli. Lo stesso Grifis perde la sua umanità, entrando a far parte della soprannaturale Mano di Dio durante l'osceno rito dell'Eclissi: un banchetto antropofago a cui solo

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2013. Nel momento in cui scriviamo solo Berserk – L'epoca d'oro – Capitolo I: L'uovo del Re è stato doppiato in italiano e reso disponibile per il mercato dell'home video, pur essendo prevista anche la distribuzione degli altri titoli in futuro. All'interno di questa trilogia le sanguinose vicende di Gatsu, Grifis, Caska e di tutta la Squadra dei Falchi iniziano sui campi di battaglia per poi proseguire sino al tragico epilogo dell'Eclissi; in particolare il primo capitolo, diretto da Toshiyuki Kubooka, offre agli spettatori scene mozzafiato di sanguinosi combattimenti e di assedio a castelli turriti, conservando l'attenzione del primo Miura per la psicologia dei suoi personaggi. Manga e anime cinematografici, quindi, vivono in simbiosi, in un rapporto che a volte sottolinea i rispettivi difetti, come nel caso di Akira, mentre in altri casi una versione sul grande schermo può riuscire a far risaltare le qualità del proprio prototipo cartaceo.

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Gatsu e l'amata Caska riescono a sopravvivere. Nel corso degli anni Miura ha seguito passo dopo passo le lotte di quest'ultimo contro gli Apostoli, in bilico tra la sua sete di sangue e il bisogno di proteggere l'inerme Caska. La poveretta, infatti, ha perso il senno, non è più un'abile guerriera ma è solo l'ombra della donna che era un tempo. È senz'altro di grande interesse il progetto della trilogia cinematografica Berserk Ōgon JidaiHen (Berserk - L'epoca d'oro), che vede coinvolta nella distribuzione la Warner Bros. Berserk Ōgon Jidai-Hen I: Haō no Tamago (Berserk – L'epoca d'oro – Capitolo I: L'uovo del Re) ha fatto la sua comparsa in Giappone il 4 febbraio 2012, mentre il successivo Berserk Ōgon Jidai-Hen II: Doldrey Kōryaku (Berserk – L'epoca d'oro – Capitolo II: Battaglia per Doldrey) il 23 giugno dello stesso anno. Invece il terzo film, Berserk Ōgon Jidai-Hen III: Kōrin (Berserk – L'epoca d'oro – Capitolo III: L'avvento), è stato annunciato per l’1 febbraio


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