Issuu on Google+

LA CRISI DI BANCA DELLE MARCHE SITUAZIONE E CAUSE Il 27 agosto 2013 resterà negli annali di Banca Marche come il D-Day, ovvero come il giorno a partire dal quale si è aperto un nuovo corso. In quella data il Ministero dell’Economia e delle Finanze, su suggerimento della Banca d’Italia, firmò il decreto con il quale Banca Marche venne posta in Gestione Provvisoria, intervento d’urgenza finalizzato a mettere sotto focus la situazione economico-finanziaria di quell’istituto di credito che presenti segnali di dissesto, ovvero che riscontri riconosciute irregolarità amministrative e gestionali. Qualche giorno dopo, e precisamente il 31 agosto, i commissari incaricati Giuseppe Feliziani e Federico Terrinoni si insediarono a Fontedamo proprio nel corso di quella seduta di Consiglio di Amministrazione che, tra l’altro, avrebbe approvato la devastante semestrale 2013. Oggi, dopo oltre sei mesi, i commissari sono ancora lì, in forza di un ulteriore decreto emanato dal MEF il 15 ottobre 2013, di cui si è avuta notizia dieci giorni dopo, con il quale veniva stabilito che la banca era stata posta in Amministrazione Straordinaria (ovvero definitivamente commissariata) e che quindi continuava ad essere affidata a Bankitalia per un anno di tempo, periodo eventualmente prorogabile per altri dodici mesi. Questo è lo stato dell’attuale situazione, che tuttavia merita una breve ricostruzione cronologica per capire come si sia giunti a questo epilogo. Tutto iniziò con l’arrivo del direttore generale Luciano Goffi, insediatosi al posto di Massimo Bianconi nel settembre 2012, dopo che questi aveva risolto il proprio contratto di lavoro con Banca Marche in via consensuale. Inizialmente, dipendenti, clienti ed Istituzioni plaudirono alla scelta di un direttore marchigiano, perché era pensiero comune che il neo d.g. di origine jesina - che sarebbe stato esodato dal gruppo Ubi (nel quale negli ultimi tempi svolgeva, a sentire i bene informati, esclusivamente compiti di rappresentanza) a fine 2012 - poteva essere la chiave di volta per una banca che si è da sempre definita “del territorio”. Purtroppo, dopo poche settimane dal cambio al vertice, tutti capimmo che la situazione che andava delineandosi aveva contorni ben diversi. La genesi dei problemi di Banca Marche è rappresentata dalla nuova policy sul credito problematico, posta in essere da Goffi e dai suoi uomini (i neo assunti Carlo Audino – a capo dell’area recupero crediti – e Franco Leone Salicona – a capo dell’area crediti) a partire dall’ottobre 2012. Come emergerà da uno studio della primaria società di revisione internazionale KPMG datato 15 febbraio 2013, commissionato dal CdA per valutare la


portata della anzidetta policy introdotta, oltre ad essere paragonata a competitors su scala nazionale (Unicredit, Banca Intesa, Banco Popolare, Monte Paschi e Ubi Banca), Banca Marche nel terzo trimestre 2012 intraprese una devastante svalutazione di tutte le garanzie ipotecarie a corredo delle posizioni della clientela e degli impieghi anomali di natura chirografaria – in misura ben più pesante rispetto alla succitata concorrenza e con la ovvia conseguenza di dover aumentare a dismisura gli accantonamenti a copertura del rischio di credito – che riguardò indifferentemente le posizioni ad incaglio (ovvero in momentanea difficoltà, con copertura aumentata in tre mesi dal 7,88 al 26% circa) e quelle a sofferenza (quelle per le quali si è dato avvio alle azioni legali, i cui accantonamenti furono portati dal 36,99 a circa il 41%). Premettendo che fu la stessa KPMG a definire “prudenziale” (vero e proprio eufemismo visto che fu la Banca a pagare il loro studio. . .) l’insieme delle nuove regole imposte dal nuovo management per la valutazione del credito a rischio, possiamo affermare senza il rischio di essere smentiti che esso fu la causa della devastante perdita dell’esercizio 2012 pari a ben 518 milioni di euro (che salgono a 526 milioni a livello di gruppo bancario); ciò in quanto gli accantonamenti, che al 30 settembre 2012 ammontavano a 130 mln circa, schizzarono a 811 mln di euro alla fine dello stesso anno. E, da quanto ci risulta, l’aumento esponenziale degli stessi fatto registrare nel quarto trimestre 2012 (pari a 681 milioni) fu determinato per il 70% esclusivamente dall’applicazione della nuova policy voluta da Goffi. Poiché gli accantonamenti effettuati non sono perdite già realizzate, ma stime di perdita presunta, sarebbe interessante approfondire le ragioni di tanto rigore e l’inesorabilità di un così repentino cambio di criteri, visto che solo nei primi mesi del 2011 ci risulta che Banca d’Italia, nelle conclusioni dell’ennesima ispezione in materia di crediti, avesse ritenuto gli accantonamenti più che congrui. La prudenzialità evidenziata nella consulenza KPMG di cui si riferiva è stata inoltre acuita da due elementi di rilievo: 1) le garanzie immobiliari sottostanti a posizioni censite a sofferenza e ad incaglio sono state svalutate esattamente in egual misura, quando la totalità del Sistema bancario utilizza percentuali diversificate e, comunque, di misura ridotta (per l’incaglio, ad esempio, le garanzie subiscono un abbattimento inferiore in considerazione della non imminenza/non certezza dell’azione giudiziale); 2) la singolare svalutazione del valore dei crediti chirografi ad incaglio (in misura fissa e molto più consistente di quasi tutti gli Istituti concorrenti presi in esame) con un ulteriore deprezzamento del 50% (definito danger rate) rispetto all’abbattimento di valore praticato alla medesima fattispecie creditizia quando viene trasferita a sofferenza.


Ci chiediamo il perché di tanto accanimento e, in particolare, se i nuovi criteri di valutazione dei crediti deteriorati (i più rigidi delle prime dieci banche italiane) siano stati adeguatamente discussi in Consiglio o se – come a noi risulta – siano stati applicati (da ottobre 2012) e soltanto “ratificati” dal CdA nella seduta del 20 dicembre 2012. Il tutto con buona pace degli ispettori di Banca d’Italia insediatisi qualche settimana prima che, per il ruolo istituzionale ricoperto, non potevano che “rallegrarsi” per la “singolarità” di cotanta severità e rigore. E’ su questi temi che confidiamo in un profondo ed oggettivo riesame da parte dei commissari, in quanto incaricati anche in qualità di “pubblici ufficiali”. Arriva quindi un nuovo anno (il 2013), ma la situazione resta sempre la stessa. Anzi, si inasprisce, tenuto conto che nel mese di febbraio si arriva allo smantellamento di tutta la “prima linea” della banca, vuoi per il pensionamento del vice direttore Leonardo Cavicchia, vuoi per il licenziamento dei vice direttori Pierfranco Giorgi e Stefano Vallesi, quest’ultimo nel mentre trasferito alla controllata Cassa di Risparmio di Loreto con l’incarico di direttore generale. Il 30 aprile 2013, nel corso di una estenuante ed infuocata assemblea dei soci, si giunse all’approvazione del bilancio 2012 (e della relativa perdita) ma senza il voto favorevole di soggetti importanti, tra cui la Fondazione Cassa di Risparmio di Fano che – in quella sede - mise in dubbio proprio i criteri per la determinazione degli accantonamenti a copertura del credito problematico. Nel corso della riunione venne anche respinta la proposta della Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata di avviare un’azione di responsabilità nei confronti del CdA che aveva amministrato la banca fino all’aprile 2012 e del relativo management. All’assemblea venne quindi ventilata la necessità di un rafforzamento patrimoniale (per un ammontare di circa 250 mln di euro), che si sarebbe dovuto concretizzare entro l’estate 2013. Il vero “colpo di grazia” contro Banca Marche è stato però assestato immediatamente dopo il Ferragosto dello scorso anno. Per quanto ci è dato di sapere, malgrado ulteriori 200 milioni circa di accantonamenti, la bozza della semestrale 2013 era stata presentata al CdA del 1° agosto con una perdita di circa 50 mln di euro; questo risultato, seppur negativo, permetteva ancora a Banca Marche di “galleggiare”, visto che il patrimonio di vigilanza (definito Total Capital Ratio) continuava ad attestarsi intorno all’8%. Se questo era il preconsuntivo di periodo, come si è poi giunti alla perdita di 232 mln di euro al 30/06/2013? Da quanto ci risulta, l’ulteriore consistente “buco” di bilancio (circa 170 milioni in più di quanto preventivato il 1° di agosto) sembra essere stato scientemente determinato – tra l’altro - dalla riapertura e dal consistente appesantimento di posizioni già esaminate, nonché dall’innalzamento a livelli


stratosferici (quasi il doppio di banche concorrenti anche in campo nazionale) degli accantonamenti sui crediti generici (quelli “in bonis”). Basti pensare che, a fronte di un accantonamento percentuale in Banca Marche dello 0,97% (dallo 0,73% di partenza), Unicredit accantona lo 0,50%, il Credito Valtellinese lo 0,39%, la Banca Popolare di Milano lo 0,44%, la Banca Popolare di Vicenza lo 0,39%, la Banca Popolare di Ancona – da dove proviene il d.g. Goffi – lo 0,50%, Ubi Banca lo 0,56%; e che l’ulteriore inasprimento di quest’ultima misura ha pesato sul conto economico di periodo, da sola, per ben 50 milioni di euro. La semestrale in rosso per 232 milioni ha avuto l’inesorabile effetto di far precipitare il patrimonio di vigilanza al 6,64% spalancando, di fatto, le porte all’arrivo dei commissari di Banca d’Italia. Il resto è storia dei nostri giorni, una storia fatta di numeri sfuocati, visto che – con la gestione in mano alla Vigilanza – i dati andamentali e di bilancio rimangono secretati. Tuttavia, tenuto conto che l’approccio nei confronti del credito anomalo è rimasto – a tutt’oggi - in linea con quanto praticato sin dagli inizi dell’era Goffi, sembra che i numeri stiano divenendo decisamente preoccupanti. In particolare ci è stato riferito che, al salasso degli 811 milioni dell’esercizio 2012, si siano assommati nel 2013 ulteriori accantonamenti su incagli e sofferenze nell’ordine di un altro miliardo di euro. . . Se così fosse, visto e considerato che il patrimonio al 1° gennaio 2013, detratta la perdita di 518 milioni dell’esercizio precedente, risultava essere residuato a circa 900 milioni di euro (come da bilancio ufficiale 2012 pubblicato sul sito di Banca Marche), ne deriverebbe un dato oltremodo devastante: che il patrimonio netto della più grande banca nonché più grande azienda marchigiana a fine 2013 si sarebbe ridotto di ulteriori due terzi, attestandosi intorno ai 300 milioni. Un’inezia, sia in rapporto al monte impieghi pari a circa 17 miliardi di euro, sia considerando che “l’accanimento terapeutico” in tema di accantonamenti – anche nel 2014 – sembra non essersi affatto affievolito, anzi. Detto fuori dai denti, secondo i limiti imposti da Basilea, la banca – sin dall’approvazione della semestrale 2013 - non avrebbe più avuto capitale per erogare nuovo credito e questo, in una regione come la nostra dove la crisi sistemica ha mietuto e sta mietendo fior di vittime e dove sussistono tassi di decadimento del credito (rappresentati dalla capacità di restituzione dei debiti da parte della clientela, determinati anche dall’impossibilità di Banca Marche di sostenere i clienti meritevoli) tra i più alti d’Italia, rischia di far perdere alle Marche un immenso patrimonio fatto di piccole e medie aziende. Questo – in buona sostanza - è il quadro oltremodo drammatico della situazione in Banca Marche. Una situazione che, da più parti, viene descritta come indotta da una serie di fattori, in alcuni casi concatenati fra loro. Uno di


questi sembra essere rappresentato dalla crisi del settore immobiliare, quasi fosse essa stessa il cancro che ha messo in ginocchio la banca e l’intera regione. In realtà il problema dell’edilizia è nazionale ed anche di alcuni Paesi europei, Spagna in primis, ed è stato generato da una serie di concause sia finanziarie (tra cui ricordiamo i mutui subprime), sia economiche (fondamentalmente legate alla crisi dei consumi). Se è vero che in Banca Marche il settore immobiliare è quello che, tra i primi 50 clienti, ha assorbito la maggior fetta di patrimonio, è altrettanto vero che per la nostra regione l’edilizia ha da sempre rappresentato un fattore trainante, anche per l’indotto che muove ed alimenta. Ciò malgrado, la concentrazione creditizia per singolo cliente del comparto - a quanto ci viene riferito - nel 2012 era inferiore a quella che veniva registrata nel 2004, ovvero otto anni prima. Ne consegue allora il dubbio che, forse, i problemi del settore edile sono solo un tassello nel puzzle rappresentato dalla situazione di difficoltà della banca. In effetti, se non si fossero svalutati selvaggiamente i valori degli immobili a garanzia di operazioni di finanziamento (per un valore pari o superiore al 50%, in parte per via del calo generalizzato del prezzo delle abitazioni, ma soprattutto a causa l’applicazione della nuova policy sui crediti deteriorati) non sarebbero stati considerati accantonamenti per diverse centinaia di milioni di euro ed i bilanci di Banca Marche avrebbero avuto un aspetto decisamente diverso. Basti pensare che, pur considerando di incagliare (ovvero mettere sotto stretta osservazione) tutti quei grandi gruppi (di immobiliaristi e non) che sono stati passati al setaccio dagli uomini di Goffi, ma mantenendo invariate le precedenti regole di coverage in materia di crediti problematici (che, come dimostrato dallo studio KPMG, erano sostanzialmente in linea con la cosiddetta best practice di Sistema), la perdita del 2012 si sarebbe attestata intorno ai 100 milioni di euro, soltanto un quinto di quella effettivamente dichiarata. A nostro avviso, la vera responsabile dei problemi di Banca delle Marche è la politica che la Banca d’Italia sta mettendo in campo in vista del passaggio di consegne alla vigilanza europea. Sulla stampa specializzata e negli ambienti finanziari si fa infatti un gran parlare dell’opera perentoria (quasi un superlavoro) che Palazzo Kock sta portando avanti in questi ultimi mesi a livello nazionale. Il gran numero di aziende e gruppi bancari sotto focus ed i quattordici o quindici commissariamenti in corso nella Penisola la dicono lunga sull’intenzione di Banca d’Italia di “fare pulizia” in previsione del passaggio alla vigilanza “made in Draghi” e di forzare la mano su manovre aggregative che – con lo scopo di prevenire mali estremi (reali o, come nel caso di Banca Marche, sostanzialmente presunti) conseguenti all’aumento del credito problematico – faranno scomparire tutte quelle realtà bancarie di


piccole e medie dimensioni che, da sempre, hanno rappresentato il vero interfaccia finanziario di importanti territori produttivi. A leggere poi la concatenazione degli eventi, se vogliamo dirla fino in fondo, abbiamo la sensazione che in tutto questo bailamme ci sia lo zampino della proprietà e, in particolare, della Fondazione Carima che – ad aprile 2012 – inserì tra i consiglieri in quota Macerata i Sigg.ri Francesco Cesarini e Giuseppe Grassano, banchieri di lungo corso e dai curriculum prestigiosi, ben noti per aver “rottamato” più di un’azienda bancaria. Non sappiamo se, come asserisce la difesa dell’imprenditore edile Pietro Lanari (che ha recentemente presentato un ricorso al Tribunale di Ancona contro Banca Marche e Banca Tercas per veder ripristinati gli affidamenti revocati alle società a lui riconducibili) i problemi di diverse grandi aziende siano stati generati da una sorta di “vendetta” messa in atto dalla stessa Fondazione nei confronti dei manager di quel periodo o se Macerata, imponendo una politica rigorosa e quasi masochistica, volesse prendere il predominio sulle Fondazioni di Pesaro e Jesi, da sempre molto legate fra loro tanto da generare una sorta di monolite inscindibile, che ha determinato le decisioni del CdA per lunghissimi lustri. Fatto sta che il presidente Gazzani, volontariamente o involontariamente, ha servito a Banca d’Italia un assist formidabile, l’unico possibile per assestare un goal praticamente imparabile. L’unico che poteva permettere di scardinare la cassaforte delle vecchie Casse di Risparmio che per oltre 150 anni hanno raccolto, impiegato, accresciuto e tutelato i risparmi dei nostri territori. AZIONI E STRUMENTI Cos’è auspicabile che venga fatto, visto lo stato dell’arte? Se la banca non fosse stata commissariata, se il suo CdA fosse stato coeso e se il nuovo direttore generale fosse stato competente, per rimettere a posto le cose e per riuscire a governare gli effetti della crisi sistemica sarebbe stato sufficiente un deciso “cambio di rotta”. Basti guardare quello che ha fatto il Banco Popolare ed il suo amministratore delegato Pier Francesco Saviotti. Banco Popolare e Banca Marche, due aziende di dimensioni molto diverse (la prima è decisamente più grande), ma con problemi piuttosto simili soprattutto in termini di credito deteriorato. Nella prima si è deciso di valutare la qualità del credito adottando la metodologia IRB (Internal Rating Based) per la determinazione delle attività ponderate per il rischio, che consente di disporre di una maggiore dotazione patrimoniale; nella seconda si è erroneamente pensato di affrontare il deterioramento delle posizioni di credito agendo esclusivamente sulla leva degli accantonamenti. Risultato: Banco Popolare ha migliorato i propri indici patrimoniali semplicemente seguendo le regole


imposte da Via Nazionale e sta continuando a sostenere famiglie e imprese dei territori ove è presente, Banca Marche è al collasso patrimoniale e non ha energie per concedere nuovo credito. E, come se non bastasse, “qualcuno” ha gettato nel cestino ben 10 milioni di euro di investimenti finalizzati allo studio e alla certificazione – anche per essa - dei suddetti IRB, che era prevista per la metà del 2013. Visto che da noi si è preferito distruggere anziché governare, dobbiamo stare alle parole dei commissari Feliziani e Terrinoni, i quali hanno dichiarato alla stampa che la pulizia dei conti è terminata e che ci sarebbero tutte le condizioni per un auspicabile partner di investire in assoluta tranquillità (e, aggiungiamo noi, con grande profitto) nell’attuale Banca Marche. Già, solo questa sembra essere l’unica via di uscita che, guarda caso, è quella benevisa dalla Vigilanza di Visco. Nel settembre scorso, in un intervento davanti alla Terza Commissione per le Attività Produttive della Regione Marche, auspicavamo – alla stregua del Governatore Spacca - il reperimento sul nostro territorio di capitali frazionati per garantire ancora alla banca, seppure in forma diversa al passato, una forte territorialità ed un vero profilo di autonomia. Oggi, a distanza di sei mesi, la cosiddetta cordata non si è ancora materializzata, ma le avvisaglie sembrano portarci verso quella direzione. Un gruppo di imprenditori locali capitanati dall’avvocato Tanoni, accompagnati da una banca interessata a fare business nella nostra regione, potrebbero essere i cosiddetti “salvatori della patria”. Per carità, visto il burrone nel quale è stata fatta precipitare la banca va bene tutto, purchè si esca presto da questa impasse. Gli imprenditori, i “soliti noti” che hanno già “investito” in Banca Popolare di Ancona e Carifano (entrambe passate di mano . . .), realizzeranno il loro profitto nel giro di qualche anno ed il partner bancario si ritroverà tra le mani la classica “gallina dalle uova d’oro”, ovvero una banca con una rete formidabile presente su un territorio fatto di eccellenze ed un tesoretto da oltre 1,5 mld di accantonamenti per risolvere e/o tamponare anche le proprie “magagne”. Ma a questo punto l’importante è ripartire, nella consapevolezza che si perderà per sempre l’ultima grande azienda di credito marchigiana rimasta autonoma (sempre che la politica, visto l’approssimarsi del periodo pasquale, non riesca riprodurre il miracolo . . . basterebbe uno scatto d’orgoglio o un colpo di spugna, nella consapevolezza di avere dalla propria parte l’esperienza, la professionalità e l’incondizionato appoggio di tutti coloro – parliamo dei Lavoratori – che, senza ombra di dubbio, hanno sempre messo la faccia per il successo e per la difesa della propria Azienda).


OBIETTIVI E’ necessario che la proprietà riesca a trovare una quadra e che si presenti coesa per pretendere e gestire gli assetti futuri, perché chi non conosce il territorio non può pensare di importare modelli che sono tarati per altre aree italiche o, addirittura, per altri Paesi. E’ determinante che la banca riacquisti il suo ruolo tradizionale verso i risparmiatori, le imprese, le Istituzioni ed il territorio. Ciò in quanto la percentuale di penetrazione sul mercato tradizionale, ovvero quello marchigiano, è elevatissima e – peraltro – è accompagnata da un altissima customer satisfaction. Nessuna banca, men che meno locale, sarebbe in grado di sostituirsi a Banca Marche, vuoi in termini di sostenibilità dei finanziamenti (che necessiterebbero di un imponente dotazione patrimoniale), vuoi in termini di conoscenza diretta della clientela e delle relative problematiche. Come ci viene riferito, ciò è dimostrato dal fatto che, dopo un’iniziale aggressione alla raccolta della banca che – purtroppo – nessuno ha difeso se non i soli dipendenti (ricordiamo che lo stesso direttore generale, a novembre 2012 e quindi a bilancio ancora aperto, convocò i giornalisti delle tre testate a tiratura regionale - Resto del Carlino, Corriere Adriatico e Messaggero - e rilasciò un’intervista nella quale dichiarava che BdM avrebbe chiuso il bilancio “in profondo rosso”, aprendo una vera e propria falla attraverso la quale tanti depositanti hanno preferito fuggire), diverse grandi banche e quasi tutte le Banche di Credito Cooperativo marchigiane hanno assunto un atteggiamento più neutro perché sanno perfettamente che per loro sarebbe impossibile prendere il posto di Banca Marche soprattutto nei confronti di aziende e imprenditori. E’ indispensabile che Banca Marche venga mantenuta integra e che si interfacci con il ventilato partner per creare una sinergia sostenibile ed indissolubile. Ciò in quanto lo smantellamento di funzioni di supporto (ced e area amministrativa) o peggio il cosiddetto “spezzatino” della rete aprirebbero la strada a pericolose variabili rispetto al CCNL dei bancari o, peggio, alla perdita di un consistente numero di posti di lavoro. Con grande senso di responsabilità, l’11 dicembre scorso è stato sottoscritto – in fretta e furia - un accordo sul Fondo di Solidarietà quasi imposto alle Organizzazioni Sindacali, visto che lo stesso è stato stilato in assenza di un piano industriale e, quindi, solo per permettere all’azienda un risparmio prospettico nell’ordine di trenta milioni di euro all’anno. Ciò malgrado in Banca Marche si continua ad insistere sulle parole d’ordine “risparmio” ed “efficientamento”, ma la realtà cozza inesorabilmente con le intenzioni. Soprattutto quando si parla di assunzioni di manager, diversi dei quali – sentiti i colleghi delle aziende di


provenienza – non avrebbero le qualità e le peculiarità per le quali sono stati scientemente incaricati; in compenso si porterebbero a casa fior di stipendi, nell’ordine dei 200.000 euro all’anno, oltre a costosi benefits. E pensare che con quella cifra si potrebbero “tirare a bordo” e stabilizzare almeno cinque lavoratori a tempo determinato, lasciati inesorabilmente a casa dal “nuovo corso”, che non è stato disposto neanche a valutare ipotesi o percorsi per assunzioni programmate. E se moltiplichiamo i 200.000 euro per tutti coloro che sono considerati “indispensabili” a far ripartire la banca, probabilmente il problema dei precari sarebbe già risolto a metà. Giovani formati e preparati, in prevalenza laureati, che hanno già prestato la loro opera per circa tre anni, che hanno una gran voglia di lavorare e che, senz’altro, sarebbero molto più produttivi rispetto a queste nuove “menti eccelse”. Menti che, malgrado il costosissimo supporto consulenziale di Bain & Co. (si parla di parcelle, ad oggi, vicine ai 4 milioni di euro), ma anche di altri “guru”, al 27 febbraio 2014 non avevano ancora idea di cosa sarebbe diventata Banca Marche dopo la fuoriuscita di circa 330 lavoratori, non considerando gli esodi su Carilo (una venticinquina) e Medioleasing (tre o quattro). A circa due mesi dal giorno nel quale verranno consegnate al primo gruppo di esodandi (il più consistente, pari a circa 250 persone, di cui un centinaio nelle direzioni e circa 140 nelle filiali) le lettere che confermano la loro fuoriuscita dal posto di lavoro, a quanto ci viene riferito non si ha ancora ben chiaro quale sarà il nuovo modello di servizio a cui Banca delle Marche si ispirerà e, quindi, non si è in grado di lavorare in funzione di una precisa progettualità. Ciò, malgrado si sia parlato di ritorno alle macro-aree territoriali, di filiali “a stella”, di chiusure e conseguenti accorpamenti di agenzie ovvero di mantenimento dell’attuale struttura, non considerando – in quest’ultimo caso – che al momento in servizio non ci sono organici sufficienti a tamponare l’uscita di tutti coloro che stanno per andare in pre-pensionamento. Oppure il disegno è un altro, e prevede che sarà il nuovo “padrone” ad importare in BdM il proprio modello di riferimento, ridisegnando la struttura secondo le proprie esigenze. Da ultimo ma non ultimo, è imprescindibile che i Lavoratori che restano in azienda continuino a sentirla loro, perché è nel loro impegno e nella loro abnegazione che risiede il successo della “rinascita” di Banca delle Marche. Questa Organizzazione Sindacale lo ha gridato ai quattro venti: di tutto ciò che è accaduto all’interno delle mura di Fontedamo i dipendenti non ne hanno alcuna responsabilità e questa relazione lo ha oltremodo evidenziato. Ciò malgrado, i primi ad essere stati colpiti dallo tsunami che ha investito la banca (o, meglio, che “qualcuno” le ha scagliato contro) sono stati proprio loro che, in primis, hanno subito un iniziale taglio degli stipendi dovuto alla perdita della parte variabile del loro reddito, per via di bilanci volutamente


chiusi in forte perdita malgrado – lo ricordiamo – gli accantonamenti siano solo poste prudenziali; in secundis, sanno già che il Contratto Integrativo Aziendale - prorogato ad opera delle OO.SS. in seguito all’accodo sul Fondo di Solidarietà del dicembre scorso - cesserà i suoi effetti il prossimo 30 giugno, con il rischio molto concreto di un ulteriore alleggerimento delle loro tasche nell’ordine di svariate migliaia di euro all’anno; in tertiis, stanno già vivendo e prossimamente ancor più vivranno un periodo di forte instabilità lavorativa dovuta alla spasmodica opera di “tamponamento” di tutti quei buchi che si apriranno presto nella rete delle filiali a seguito degli esodi, che rischia di essere accompagnata da disagi logistici o, peggio, da perdita di importanti competenze. In Inghilterra, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Stati Uniti le banche hanno ricevuto fior di aiuti di stato ed i sistemi economici sono stati, a suon di miliardi di euro, in qualche modo salvaguardati. In Italia ci si è dovuti come al solito arrangiare, rischiando anche di vedere bocciata la rivalutazione delle quote Bankitalia possedute dai singoli Istituti, che ha portato un qualche beneficio ai bilanci sempre più appesantiti dagli effetti nefasti della crisi congiunturale. Nelle Marche stiamo addirittura assistendo allo smantellamento forzoso del partner finanziario di maggior riferimento per famiglie, imprese ed Istituzioni senza che nessuno stia muovendo un dito o dicendo nulla, eccezion fatta per questi Sindacati. Il momento di dire basta è scoccato da tempo e per questo confidiamo nel concreto supporto della politica regionale che, abbandonati gli autoreferenzialismi, ha l’obbligo di impegnarsi attivamente per la ricerca di soluzioni che consideriamo possibili ed auspichiamo condivise.


Relazione fioretti 05042014