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Italo Rota Projects, works, visions 1997-2007


Italo Rota Projects, works, visions 1997-2007 a cura di Luca Molinari, Valeria Alebbi


Indice

70 Conversazione tra Luca Molinari e Italo Rota

79 Blow up Anzola dell’Emilia, Mediateca civica

131 Rien ne va plus Lugano, casinò municipale

151 From light to dark and back Strasburgo, mostra “L’arte concettuale in Spagna”

211 Alice in Wunderkammer Milano, Salone del mobile, Roberto Cavalli Casa

95 Sextant Sextant, lampada serie a.l.s.o

143 AMOROMA Roma, chiesa di Santa Margherita Maria Alacocque

161 Entertainers Firenze, Stazione Leopolda, mostra “The Entertainers. Accessory’s power”

213 I’ll be your mirror Milano, via della Spiga, Just Cavalli

99 Inside information San Sisto, Perugia, Biblioteca-Mediateca Sandro Penna

175 Futurama Milano, Pac, mostra “Il Futurismo a Milano”

217 Buy your dream Firenze, Palazzo Pitti, mostra “More and more and more”

113 Crossing Misano Adriatico, sottopasso pedonale di via Garibaldi

185 60s to 60s Padova, mostra “La Grande Svolta. Anni ’60”

195 Another dome 199 Another body 203 Another shadow 207 Another shelter Milano, Triennale, mostra “Good N.E.W.S.”


225 S.O.S City Palermo, promenade lungomare al Foro Italico

259 Round and round Nantes, sistemazione urbana del centro

303 iiiiiiii Roma, concorso per il Centro per le Arti Contemporanee

321 We work hard 1997-2007

329 Arengario Milano, piazza Duomo, Arengario, Museo del Novecento

241 Enzymatic park Milano, Area Garibaldi, Giardini di Porta Nuova

267 Howto Verona, Metrotranvia

307 Hen house Torino, concorso per il Centro Culturale

326 For inspiration only

337 Nembro Bergamo, Nembro

279 Under construction Brescia, linee LAM

313 Philotaxi under Odorama Perugia, concorso per un nuovo polo per la cittĂ

287 Living in a wall Perugia, Museo della Rocca Paolina

341 India India, Mumbai Steel Plant

345 Workscape Venezia, Biennale di Architettura, padiglione DARC


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Conversazione tra Luca Molinari e Italo Rota

LUCA M OL I NARI Il problema/tema della forma in architettura sembra paradossalmente un discorso invecchiato forse dalla collisione con tematiche come il digitale e la smaterializzazione del corpo; eppure, ora più che mai l’architettura come fenomeno mediatico vive di forme sensazionali e capricciose; tu stesso nutri il tuo percorso di forme inattese, che non lasciano mai indifferenti; che ruolo assegni alla forma? I TALO ROTA Alla fine d’ogni discorso sull’architettura non rimane che la forma dell’architettura. Gli edifici, le costruzioni, le città e i mobili sono le prime espressioni astratte dell’umanità. Basta pensare ai templi, da quello greco a quelli indiani, alle sedie egiziane a Mileto piuttosto che a un tempio birmano, forme, forme solo forme sempre diverse sempre straordinarie. In Europa, per cinque secoli, da Michelangelo fino all’Institut du Monde Arabe di Jean Nouvel, tranne poche eccezioni l’architettura si era imballata su se stessa, continuando a rispondere alle crisi di creatività con riflessioni sull’antichità attraverso lo strumento del rilievo e del disegno ricostruttivo. Rinascimento, Neoclassicismo e Novecento rappresentano il culmine di questa attitudine. Oggi siamo in un periodo eclettico dove la libertà individuale e il desiderio di milioni di creativi portano alla creazione di migliaia di immagini di architettura, è il corrispondente digitale dei disegni dell’École des Beaux-Arts. Miliardi di piccole donne e uomini si agitano in questi disegni e come allora rendono credibile l’intuizione spaziale. In questi disegni possiamo vedere sostanzialmente due famiglie di forme: la prima, di gran lunga la più diffusa, è una riflessione glamour del mondo neoplastico le corbuseriano, portato alle estreme conseguenze statiche e coloristiche, alimentato da continue citazioni quasi mai dichiarate di edifici minori delle avanguardie, un’attitudine presa dal mondo del design e della moda dove citare, rimasticare, rimodellare, rifare il look diventa l’unico modo di sopportare il ritmo crescente della domanda di “novità” che i sa-

I l p e n s i e r o f u zzy

Questo naturalismo scientifico e tecnologico, che considera la natura non più uno stadio primitivo da modificare ma un modello evoluto da imitare nei processi costruttivi del nuovo, appartiene pienamente a questo regime di una modernità diversa, impegnata a elaborare strumenti progettuali più ricchi e meno rigidi per realizzare trasformazioni diffuse che sfruttano energie ambientali e sociali un tempo sconosciute. Andrea branzi (AB)

L’architettura di Italo Rota non sembra avere paura di sfidare e accogliere il corpo di chi l’abiterà. Anzi, guarda alla sua misura, ai sensi che stimola, alla percezione improvvisa e sincopata dei suoi frammenti, alla sua memoria profonda come a una potenzialità da sfruttare al meglio, come a una risorsa a cui appoggiarsi per ampliare le visioni che l’hanno generata. Gli spazi sono pensati per essere abitati e vissuti da adulti consapevoli, da persone mature capaci di aver voglia di scoprire e di mettersi in discussione attraverso la materia febbrile dell’architettura, ma insieme di essere coscienti che è bello e possibile giocare con le cose e con gli ambienti che incontriamo. Le stanze di Anzola e Perugia, gli allestimenti per l’arte e la moda, sono esperienze immaginate per rieducare sensi e corpo a un’architettura evoluta, civile, aperta e laica in cui la città sullo sfondo è luogo amoroso e insidioso di scoperte e misteri da svelare con lentezza e passione. LUCA MOLINARI (LM) [ D e l c orpo]


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Georges Vantongerloo, Collezione privata.

Sarebbe sbagliato guardare all’architettura di Italo Rota solamente come il prodotto di un genio capriccioso e cerebrale. In realtà la faticosa ricerca avviata dall’autore milanese guarda alla sfida aperta e disinibita con la storia come a una necessità per l’architettura italiana e il suo futuro. Ripartire proprio dal Moloc che sembrava aver distrutto e inibito ogni cosa: la Storia materiale, culturale e visiva dei nostri padri, la faticosa eredità che tutti ci invidiano e che noi vorremmo solo perdere per strada. [De l l ’h erita ge]

U na p oli t i c a mi n im a li s ta

La tecnologia elettronica diviene produttrice di un modello etico nuo­vo, basato sulla capacità di realizzare un equi­librio sempre relativo, attraverso la sua in­terfaccia intelligente. Non più quindi il cal­do o il freddo, il bene o il male, il tutto o il nulla della logica dualistica, ma il tiepido, l’umido, l’intermedio, che cambia continua­mente in rapporto alle condizioni conte­stuali, riformandosi con il mutare di queste. AB


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Takashi Murakami, Superflat Museum, 2003.

loni e il mercato chiedono. Il secondo gruppo di “forme” è quello che trova la sua energia in nuove geometrie (dai frattali fino al rapporto spazio-tempo-movimento) e nel computer lo strumento per realizzarlo. Forme che prevedono non la contemplazione, effetto di visione statica per poterla apprezzare, ma l’uso visuale, ricostruttivo dello spazio, una sorta di film senza effetti speciali svolto tridimensionalmente dove la mente ricostruisce lo spazio in un lungo piano sequenza. Penso che i grandi architetti di questi spazi sono Werner Herzog di Aguirre il furore di Dio o il Rydley Scott di I duellanti, dove oltre allo spazio l’atmosfera, il dettaglio svolgono una funzione antipsicologica REALISTA che investe l’osservatore in maniera emotiva e i paesaggi sono i luoghi della mente e della memoria, degli stati d’animo. Queste sono le forme che mi interessano; le forme della mente. In un tuo vecchio libro riporti la frase “la forma è in noi”. Credi che esista una dimensione erotica/sensuale dello spazio? Che relazione cerchi di costruire tra corpo e spazio?

LUCA M OL I NARI

Ogni volta che ci osserviamo percepiamo un mondo infinito e sconosciuto che si intravede sotto la nostra pelle. La superficie epidermica si fa diafana all’osservazione, si configura al contempo contenitore e schermo su cui rilevare un profondo interno e misterioso. Se provassimo a inoltrarci alla stregua di un chewing gum fatto scivolare inavvertitamente in gola negli interni del nostro corpo, scopriremmo spazi e volumi in un travelling serrato e coinvolgente. Un viaggio mozzafiato nel quale “l’essere dentro” è condizione forzata nella percezione dello spazio, sequenziale, cinematografica. Spazio della mente nel nostro corpo. La forma è in noi – digestiva e non contemplativa –, è alla base dei nostri progetti così come la rivelazione spontanea

I TALO R OTA

L ’u om o s e n z a qu a n t i t à

Esiste un fenomeno di natura puramente umana. Questo fenomeno consiste nel fatto che per la prima volta nella storia del consorzio umano, il numero dei viventi ha raggiunto il numero record di sei miliardi e mezzo di persone. Cinquanta anni fa eravamo poco più della metà, e tra mezzo secolo saremo abbondantemente oltre i dieci miliardi. Questo numero entusiasmante di per­sone che si muove liberamente nel mondo costruito determina un fenomeno paesag­gistico assolutamente nuovo. La moda e il fashion devono oggi esse­re visti come un nuovo tipo di qualità ur­bana; i tessuti e i colori fanno parte delle strutture ambientali; la sartoria appartiene alle tecnologie metropolitane. AB

A fronte di una pseudo-avanguardia che prova a re-inventare ogni giorno se stessa con il rischio di smarrire ogni giorno un frammento, impoverendosi drammaticamente, Rota è uno di quegli autori che lavora amorosamente sulle tracce vive che la storia lascia lungo i nostri percorsi. Una storia che è tante storie e tradizioni, meticcie, ricche, dense, bastarde ma capaci di sedimentare ricerche e sperimentazioni per il futuro; di arricchire visioni offrendo materiali preziosi che aspettano solo di essere riletti e usati senza timore riverenziale ma con molta consapevolezza. E così una scultura di Laurana o i colori di Mendini, i buccheri etruschi o le linee di Albini si mescolano, si ricompongono fino a scomparire per dare vita a forme nuove e a oggetti utili per il futuro senza alcuna vena malinconica. LM


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Italo Rota fotografa Marcel Duchamp, Etant donnés: 1° la chute d’eau, 2° le gaz d’éclairage, 1946-1966 Filadelfia, Philadelphia Museum of Art.

delle relazioni percettive tra spazio tempo e movimento. Tutto questo riconduce a un’inedita armonia tra la forma e la natura profonda dell’universo in cui viviamo. Una nuova, inconscia relazione con la Natura, profondamente anti-romantica, per la quale strutture intime batteriche frattali si relazionano con le forme della vita molto più che idilliaci scenari con elefanti e panda in via di estinzione. Una natura di cui talvolta diffidare e di cui avere paura: uragani, catastrofi, tsunami ci insegnano a creare nuova architettura. Cessato il mondo elettrico-meccanico e liberati dalla geometria euclidea – l’architettura della regola euclidea testimone del passaggio dell’uomo distruttivo che deve lasciare la sua cacca ovunque passa. LUCA M OL I NAR I Vorrei che approfondissimo di più la relazione che tu instauri tra architettura, forma e corpo

Vedi, questi sono i frontespizi di un’opera di un architetto che a me piace molto e che è stato il mio maestro fin da piccolo. L’ autore si chiama J.J. Le Queu, ma si dice che il vero autore di questi trattati sia stato Marcel Duchamp. I disegni che vedete, secondo le date che portano, sarebbero tra il 1810 e il 1830, ma vedete chiaramente che non sono di quella data. Questo è il frontespizio dell architetto: la versione sostitutiva degli ordini. Il primo trattato di Le Queu si chiama Trattato di architettura lasciva, di cui qui vedete alcune tavole: è un’analisi molto complessa dell’analisi del corpo, di un corpo che è all’origine della nuova architettura, nel senso che non è più la casa ideale, l’albero, ma è il corpo. Io vengo da una tradizione che è stata quella dell’architettura radicale, un fenomeno tipico italiano degli anni sessanta, che poi negli anni settanta è diventata Alchimia ecc. ma che ha fondato tutta la propria esperienza mettendo il corpo al centro di tutto arrivando anche a dire che si poteva fare architettura solo attraverso gli oggetti, le performance, le installazioni, ma anche proprio attraverso questi cambiamenti di significato di cui ho parlato prima nel caso dell’autoritratto. Andava di pari passo con l’arte povera. Questi erano gli strumenti dell’architetto. Nella seconda tavola del Trattato vedete che le scritte sono tutte chiaramente autografe di Duchamp: esse non descrivono né il mestiere né gli strumenti, ma semplicemente un’ossessione che è quella del disegno. Questa è la fine del trattato di Le Queu: le ultime figure contemplano sempre la presenza dell’uomo o della donna o di esseri ambigui. Che cosa significa: che da adesso in avanti saremo sempre condannati a vedere noi, a causa del nostro numero e della nostra densità, elementi stessi del progetto. Cioè siamo noi quell’elemento mobile che l’ar-

I TALO R OTA

L a m e t ropoli gen et ica

La metropoli contemporanea come giacimento genetico (cioè come spazio intenso di scambi di genoma, di relazioni economiche) costituisce una sorta di acquario pieno di un fluido amniotico da cui prendono forma e in cui si sciolgono le forme aggregative di società degli scambi e delle informazioni. AB

“Chi lo ha detto che per essere veri architetti bisogna per forza innalzare un tetto?” La provocazione di Rota passa attraverso la consapevolezza che la cultura del progetto italiana è molto, se non soprattutto, una cultura per interni. La città vista come trasformazione incessante per interni che si alternano, cambiano, si evolvono seguendo il ritmo febbrile [ De g l i i n t e r n i ]


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chitettura ha sempre cercato, probabilmente che fa delle nuove architetture un elemento del tutto nuovo, cioè qualcosa che qualcuno percorre e ricostruisce mentalmente. Nel senso: il cinema e la televisione ci hanno geneticamente predisposto alla ricostituzione dello spazio. Quando voi guardate un film di Hitchcock come La finestra sul cortile, senza mai vederlo siete in grado di ricostruire esattamente dopo venti minuti la forma del cortile. Questo vuol dire che dentro di noi abbiamo una struttura ormai genetica di comprensione degli avvenimenti. Restiamo sul tema dello sguardo, dell’osservare e del guardare facendo esperienza inedita dei luoghi. Nei tuoi lavori, soprattutto negli allestimenti, tu lavori ossessivamente sulla rieducazione dello sguardo del visitatore.

LUCA M OL I NARI

Vorrei partire da alcune immagini a cui sono molto affezionato. Iniziamo da un lavoro di Paolini del 1969: egli prese un ritratto di Lorenzo Lotto e gli cambiò titolo dicendo: “Questo non è il ritratto della signora X, ma è la signora X che sta guardando Lorenzo Lotto mentre la dipinge”. Che cosa significa questo: operando a livello strategico, ma anche di pensiero e di relazioni, noi possiamo operare sugli oggetti formali con soluzioni per fare cose del Terzo Millennio che non soffrono banalmente di modernità. Noi viviamo in un contesto narrativo e figurativo dove l’ornamento è sempre stato portatore di contenuti molto sofisticati e anche perversi. Il problema che abbiamo nella contemporaneità è quello di un nuovo sguardo su di noi e le cose, nel senso che oggi, ogni qualvolta che ognuno guarda, vede se possibile anche se stesso, e vedendo se stesso con l’oggetto guardato cambia completamente il suo modo di rapportarsi con le cose e lo spazio intorno. Una dinamica che ritrovo spesso nelle opere di Dan Graham dove molte volte l’oggetto osservato siamo noi stessi. È una cosa che ormai

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Marcel Duchamp, Etant donnés: 1° la chute d’eau, 2° le gaz d’éclairage, 1946-1966 Filadelfia, Philadelphia Museum of Art. Vista attraverso la porta dell’installazione.

L a c i vi lt à t e s s i le

La società attuale somiglia sempre di più alle grandi civiltà tessili del passato (o del presente) come quella india­ na; società che si rappresentano in una rete continua, in un tessuto flessibile e tra­sparente, capace di resistere agli urti e agli strappi delle trasformazioni interne e all’impatto con il nuovo. AB

della vita e di chi quotidianamente colonizza la città. Dagli interni metaforici pompeiani alla rarefazione cromatica delle volte bizantine, passando per le visioni rinascimentali e le vertigini barocche che popolano i palazzi italiani, fino ad arrivare agli interni concettuali e politici dei radicali o alla sensualità alchemica dei boduoire borghesi di Mollino, possiamo rintracciare un filo rosso del fare architettura e cultura dello spazio e della città per interni. Una visione che si fa pensiero sulla città contemporanea, contro una politica dei grandi gesti e per una trasformazione minuta, parcellizzata degli spazi, attenti alle risorse che si consumano e alle materie che poi cercheremo di riutilizzare. LM


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tutti noi abbiamo imparato e che i centri commerciali applicano alla perfezione. LUCA M OL INARI C’è la necessità di costruire luoghi che abbiano un’identità forte, capace di fissare memoria a dispetto di tutto quello che passa veloce; sempre di più all’architettura è chiesto di alzare volume e di costruire opere che non passino inosservate; non si rischia di aumentare il livello di indifferenza allo spazio, al corpo, alla sua qualità? Cosa vuol dire per te costruire identità? ITALO ROTA L’architettura attraversa un periodo ricco. Bisogna distinguere i diversi luoghi dove essa si realizza. Europa, Stati Uniti ed Estremo Oriente. Sempre e solo si parla di architettura costruita, di concorsi vinti, mai di processi teorici di architetture. Prototipo e di piccola scala. SMALL IS ALSO BEAUTIFUL. Quest’ossessione su grande scala credo sia il vero problema della perdita di percezione dello spazio. Big, Large, Extra Large, alla fine anche i grattacieli diventano orizzontali o si piegano per sedersi o vengono progettati da pessime équipe di creativi che pensano solo di stupire con la vecchia storia “I am the future”. Una nuova architettura semi ingegneristica degna dei programmi di Piero Angela e National Geographics riempirà i nostri orizzonti. L’identità nei miei progetti è la possibilità di vedersi rispecchiati nello spazio – Io vedo me stesso nello spazio – one by one, questa è la mia offerta ripartire dall’identità del corpo nello spazio: credo che oggi più di così non si possa fare. Offrire la propria esperienza individuale al collettivo cercando di essere consapevoli dei vicini è gia molto in una società in continuo febbrile movimento dove le origini sono in generale solo sorgente di malintesi e difficoltà.

L’architettura come luogo di esperienza e del racconto; l’architettura per tornare ad essere condivisa deve generare racconti ed emozioni semplici da trasmettere: questa è la condizione per un’opera, diventare popolare e quindi trasmissibile. Tu stesso citi alcune esperienze filmiche (penso a Blow up di Michelangelo Antonioni) in cui il tema del montaggio sembra andare incontro alla necessità di costruire con l’architettura un racconto. Nel caso della Rocca Paolina a Perugia o in molti dei tuoi interventi negli spazi pubblici la cosa appare molto evidente. Che cosa è per te un racconto oggi? Credo che sotto questo punto di vista abbiano molto giocato gli allestimenti, la cui arte ti accompagna sin dall’inizio della tua storia progettuale.

LUCA MOL INARI

I TALO R OTA Raccontare, narrare, sono azioni legate alla letteratura. Nulla è più dannoso per l’architettura che i romanzi. Raccontare, raccontarsi addosso produce la peggior architettura; i peggiori architetti sono quelli che scrivono molto e sanno raccontare e descrivere le proprie architetture. Giustamente tu citi i film. I film sono diversi dai libri, i film più belli si capiscono anche senza l’audio, come le architetture; nelle mostre è lo stesso quando cerchiamo di raccontare storie complesse, come alcune mostre qui presentate, cerchiamo di farlo senza audio, nelle mostre l’audio è la didattica, la pedagogia, la mancanza di fiducia nella forza dell’originale rispetto la sua riproduzione. Un racconto per me è una sequenza, un viaggio dove arricchire la propria mente di immagini precise, e selezione dove il mistero della mente può ricostruire spazi emotivi e conoscitivi.

Disporre e non allineare, il percorso può anche essere caotico ma nulla è più efficace per illustrare una stanza senza uscita che uno spazio pieno di porte dove un piano-sequenza ti mostra che nessuna è apribile. Potrei definire questi progetti “Progetti per adulti” Un’architettura che non pensa in primo luogo ai bambini o a semplificare il mondo come fa la TV tra le sei e le undici di sera. Un mondo dove la complessità della mente, del corpo, dei ricordi affiora continuamente per creare forme nuove, che spesso contengono frammenti di immagini trasmesse nella genetica della contemporaneità. Usare pellicce, peli, è per me ricordare Brigitte Bardot nel Les Mepris di Jean-Luc Goddard o Jane Fonda in Barbarella, è un mettere a proprio agio persone pelose in un mondo dove i belli sarebbero solo i glabri, uno spazio di libertà da affiancare al minimalismo e al neo biologico. In questa logica, penetrare tante volte è meglio che entrare, in molti dei miei progetti si penetra e non si entra e in alcuni ha un vero valore sessuale. Duchamp nel suo trattato Figures Lascive descrive questa differenza, così come negli edifici di Nouvel dove non c’e mai una “porta”. Storia e tradizione sono per me strettamente legate ad epoche ricche di segni ma di cui sappiamo molto poco su come la gente viveva e li usava. Il mio periodo preferito è il medioevo, il profondo medioevo, dove culture, segni, DECORAZIONI spostano e spezzano il mondo greco-romano e aprono a una complessità inattesa. Geometrie, colori, simboli si intrecciano al fine di narrare storie quasi segrete. Un po’ come oggi con il mondo di Internet.

Marcel Duchamp, Le gaz d’éclairage et la chute d’eau, 1948-1949 Stoccolma, Moderna Museet.


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Ravenna o i mosaici di Monreale sono molto più interessanti di Firenze e Roma per uscire da questo casino in cui viviamo. La natura nel medioevo, cosi simbolica e ostile, è molto più vicina a noi che la visione romantica della natura fatta di giardini e nebbie artificiali. Per apprezzare le decorazioni bisogna “PERDERE DEL TEMPO”, la decorazione ha un grande pregio, lavora sul fondo dell’occhio, nel territorio della carta da parati “wallpaper”. Dalle tue collezioni, agli interni di Perugia/ Rocca Paolina passando per l’Arengario è evidente una relazione molto acuta e laterale con la storia dell’architettura e dell’arte. Cosa significa per te oggi costruire una relazione attiva tra progetto e storia? LUCA M OL INARI

ITALO ROTA Sono tornato in Italia a metà degli anni novanta a fare l’architetto con un’idea nella mente: accettare la sfida che per heritage intendo un landscape della memoria, un territorio ricco di manufatti ricco di molte “cose” sofisticate, complesse, stravaganti. Sfidare questa sofisticazione è la nostra condanna ma anche il nostro capitale. La questione è molto semplice: che cosa si dovrebbe fare se un terremoto o un incendio distruggesse una casa in piazza del Campo o se un arciprete di Ravenna decidesse di completare Sant’Apollinare in Classe? Osare, osare, osare guardando il passato come geografia delle cose e della mente, quasi che il tempo diventi origine della forma. Ad esempio, a Palermo mi è stato affidato recentemente il compito di completare Palazzo De Seta. L’edificio fu costruito da un barone a metà dell’Ottocento sopra le mura di Palermo in stile arabo normanno, rubando in tutto il mediterraneo pezzi originali di mosaici, colonne, facendo un collage che è molto simile a quell’architettura gloriosa di New York dei grandi collezionisti che compravano frammenti in tutto il mondo per ricomporli in maniera immaginifica. La facciata, sempre degli stessi architetti, è in stile neoclassico. Il portale, invece, è originale del 1560. Insomma, un bel casino. Io penso che questo sia un modo di procedere, non è

Figure di trattati zoologici, Giappone, seconda metà del XIX secolo.

una questione di stile quanto piuttosto di trovare modi diversi di operare con l’heritage e con quello che la città mi offre in maniera straordinaria e inaspettata. Il palazzo ha anche un altro ingresso, con muscharbin del 1830 realizzati in cemento armato; sono arrivati come a farli in c.a. e nessuno sa veramente la ragione come sono arrivati a concepirli. L’edificio è assolutamente stravagante. Abbiamo deciso di non fare assolutamente nulla. In un punto in cui, per esempio, abbiamo un mosaico incompleto abbiamo deciso di sostituirlo con una struttura a pixel della stessa dimensione delle tessere di mosaico. Un altro pavimento che sembra un originale cosmatesco; in realtà è un originale cosmatesco rubato e poi tagliato a sottilette dove la pietra è spessa tre millimetri, incollata su carta e a sua volta fissata con una resina di pino. È un lavoro veramente contemporaneo fatto qua, e questa assoluta concettualizzazione ci porta a dover agire in tutt’altra categoria del progetto. Quale è la novità di questa banalità contemporanea: è che questo edificio non avrà né elettricità né cablaggio dei computer, l’energia verrà presa in proprio e i computer viaggiano tramite wireless. Questa situazione è paradigmatica di questo nostro paese: cioè l’assenza di progetto di questi ultimi cinquant’anni ci porta oggi ad accogliere le nuove tecnologie in maniera straordinaria e diventano esse stesse elemento di progetto. Adesso stiamo studiando i lampadari in acciaio specchiante con i lumini e gli accumulatori di energia, saranno essi stessi a produrre l’energia necessaria al minimo funzionamento dell’elettronica. Lo stesso vale per la climatizzazione. Allora vi direte: come è possibile fare questi lavori? È sta-

ta una lunga negoziazione con la Soprintendenza al fine di stendere un protocollo di restauro, molto anomalo che abbiamo intitolato Dove ci si ferma, cioè fino a dove è lecito ricomporre, ricostruire, ma anche come si ricostruisce il pezzo mancante. LUCA MOLI NA R I

Ma secondo te, che cosa è l’essenza dell’architettura?

I TALO R OTA La natura dell’architettura è insita nell’idea primigenia di creare spazi sensibili (tattili). Lo spazio sensibile non è lo spazio vuoto e puro, generatore di attitudini contemplative. Ma lo spazio tangibile costituito dalle cose che esistono, le cose che esistono nel paesaggio e nella mente, spazio che più contiene cose più esiste nella descrizione delle cose concrete. Le architetture al pari di noi sono essere e sostanza come tutte le cose che esistono. Non esiste la teoria dell’architettura come non esiste la teoria delle cose. Se l’architettura crea spazi tattili, sensibili, crea cose concrete, bausubstanz, e nello stesso tempo produce delle cose che sono l’apparenza e la sostanza di tutto ciò che esiste compresa la natura stessa, creando così la forma dell’architettura, l’idea, il concetto che alla fine è la sua essenza. L’attitudine dell’architettura è la sua forma. Tutte le cose tattili – natura, muri, tetti, astronavi, confini, bellezze siberiane, virus – sono lo spazio sensibile e sono nello stesso tempo dentro di lui, digestive e impossibili a vedersi nel loro insieme se non attraverso i rapporti che intrattengono tra di loro. L’architettura esiste solo in quanto cosa tangibile, ma anche perché impenetrabile e libera, densa e forse trasparente, presente e mai assente.


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Tutti i corpi sono forma e materia, l’architettura mostra che è anche materia e non solo forma. Tutto appare, esiste e finisce, così l’architettura per secoli ha cercato di sopravvivere a se stessa creando rovine che per lungo tempo abbiamo pensato fossero l’espressione della dignità dell’antico. Ora tutto questo è perduto! Consumate le rovine, finiti i dogmi, liberi dai canoni, psichideliche praterie si insinuano sotto le architetture, cercando di comunicare non più solo con le altre architetture ma con tutte le altre cose. Tutte le architetture tendono a comunicare cercando di trasmettere la loro natura e la prova della loro esistenza. L’architettura emana energia (forza), ma quando questa finisce dovrebbe lasciare libero il paesaggio a una nuova energia, senza creare impedimenti con le proprie rovine. Tutte le architetture sono ciò che sono e ciò che non sono, uniche ma apparentemente simili a tutte le altre architetture. Non abbiamo bisogno di essere originali ma semplicemente interiormente diversi. Dentro e fuori, tutto si oppone all’interno, sotto la superficialità-superficie si cela il complesso e il non conosciuto. Unicità esterna, molteplicità interna. La forma è in noi, la pelle è di tutti. Interno ed esterno sono superficie e contenuto uno dell’altro, le apparenti differenze degli esterni non sono altro che pallide trasparenze dei contenuti interni. È solo all’interno di questo sistema che oggi l’architettura si rivela composta di insiemi di differenze che generano unità coerenti. Ogni architettura è dunque simile di aspetto pur avendo una sostanza diversa forse unica, ed è relazionandosi con le altre che crea semplicemente ciò che noi chiamiamo città. L’architettura è anche natura, ma ha generato fino ad oggi, quasi solo architetture che esistono in quanto puro relazionarsi con la natura. L’architettura è tale quando arriva ad essere natura. Ancora oggi solo le rovine intrattengono questa relazione; finalmente la coscienza di costruire a termine trasformerà l’architettura stessa in natura, non imiterà più le architetture dei morti ma ricorderà la memoria dei vivi. L’architettura sarà veramente natura quando la natura sarà essa stessa architettura.

L’architettura italiana è un prodotto narrativo; una condizione che si muove con familiarità tra corpo e oggetto, invertendo spesso i termini della condizione iniziale. La condizione di narratività si muove insieme alla possibilità che un luogo possa essere vissuto, amato, ricordato e comunicato agli altri senza difficoltà. Lo spazio si fa racconto oltre che esperienza elementare e densa. E il racconto comporta condivisione ed emozioni. L’emozione è uno dei motori primari del fare e dell’essere architettura: uno spazio capace di fermarti, di imprimersi nel tuo sguardo non perché necessariamente capriccioso ma perché forte e capace di rallentare il tuo passo di visitatore offrendoti pensieri ed emozioni inaspettate, quello spazio è un luogo che verrà poi condiviso con gli altri, diventerà racconto, esperienza che vale la pena fare e che diventerà memoria. L’architettura è narrativa quando porta con sé storie e contenuti che parlano del mondo da cui viene e che l’ha generato; non luogo anonimo ma luogo di realtà e di storie presenti e future. LM [De l l a n a rra zi on e]

U na c la s s i c i t à e la s t i c a

La classicità elastica è il modello di ri­ferimento della nostra modernità elastica come sistema deformabile, all’interno del quale trovano spazio e senso le trasforma­ zioni sociali, tecnologiche e produttive del­la società: evitando traumi e fratture e con­tinuando a costruire in filigrana le migliori condizioni di libertà e conoscenza. I processi di smaterializzazione dei corpi solidi e la loro trasformazione in fluidi dinamici corrispondono anche alla ricerca di nuovi dispositivi di rappresentazione del territorio urbano, come realtà altamente complessa e mutante, che non coincide più con i sistemi figurativi e rigidi dell’architettura. AB


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Costruire la cittĂ , Cina, 1953.


Blow up

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blow up

ANZ OLA DELL’EMILIA, MEDIATE CA CI V I CA Complesse relazioni si possono ottenere tra un osservatore e l’oggetto osservato se tra essi viene posto un filtro: in molti casi l’oggetto osservato siamo noi stessi. L’artificio progettato è una sorta di continua costruzione dell’immagine con il semplice atto di entrare in una scena. Riuscire a vedere se stessi mentre si osserva l’oggetto desiderato ci fa capire che stiamo fisicamente guardando quell’oggetto. Questo rapporto apparentemente biunivoco trasforma il passante casuale in protagonista della scena, entrando in rapporto con l’oggetto irraggiungibile. Il rapporto one by one che si stabilisce con gli oggetti esposti fa del visitatore un singolo individuo. I giochi di auto-proiezione ci includono nelle scene impresse sulle superfici riflettenti della biblioteca di Anzola per il fenomeno della rifrazione. È permesso vedere, vedersi ed essere visti attraverso filtri di cristallo colorati, il colore diviene parte integrante di questa nuova visione. La luce e il colore sono il tema di fondo di questo spazio e la vera materia del quale si compone. Il grande vano centrale, attorno al quale si distribuiscono gli ambienti della biblioteca, diviene il fulcro dell’intervento, una sorta di “cubo invisibile”, celato all’interno di un grande Magic Cube, quello straordinario e intimo meccanismo che permette di cogliere l’essenza del progetto. L’interesse che suscita questo puzzle meccanico sta nella sperimentazione attraverso la manipolazione di forme costruite con chiarezza e interpretate con semplicità e nella presa di coscienza che anche gli elementi più semplici, intelligentemente duplicati e modificati generano una molteplicità di forme. Sono nuove rappresentazioni dello spazio, vere e proprie manipolazioni sugli elementi narrativi dell’architettura.

Il cubo di Rubik è un celebre rompicapo inventato dal professore di architettura e scultore ungherese Erno Rubik nel 1974. È composto da 26 cubetti esterni e un “cubetto invisibile” interno in cui risiede il meccanismo che permette la rotazione dei piani in tutte le direzioni.


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LUCE < > LIGHT

������� ��������������� LO SPAZIO DELLE SALE DI LETTURA E’ COMPLETAMENTE RICONFIGURABILE ALL’INTERNODI UNA FIGURA DEFINITA


emeroteca

blow up

ludoteca

libreria

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Questo nuovo meccanismo viene inserito nel tessuto urbano esistente e integrato allâ&#x20AC;&#x2122;edificio dâ&#x20AC;&#x2122;inizio Novecento che ospita lâ&#x20AC;&#x2122;intervento di ampliamento e ristrutturazione.


sala associazioni

sala polivalente

bagni

sala riunioni

bagni

sala C.I.O.P.

Il diagramma mappa le differenti destinazioni dâ&#x20AC;&#x2122;uso ai vari livelli dellâ&#x20AC;&#x2122;edificio: dalle stanze-cubo di consultazione ai percorsi trasversali, innescando mutue relazioni fisiche e visive. scarpiera

corridoio

corridoio

collegamento

libreria

sala partiti

collegamenti

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sezione locale

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sala lettura bambini 6-12 ANNI

bagni

collegamento

ludoteca

libreria

sala lettura ragazzi

sala lettura adulti

info

collegamenti

collegamenti

collegamenti

info

guardaroba

informazioni

servizi bambini

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postazioni individuali

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emeroteca

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collegamento

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blow up


< Gli spazi raccolti per la lettura sono come piccoli soggiorni allestiti all’interno di scatole. Le pareti sono cristalli colorati in aggetto sul volume centrale cavo che attraversa tutto l’edificio.

^ Le 30 coppie di Morellet sono ^ GIUSTAPPOSIZIONE Il principio sestate ridisegnate e intrecciate condo il quale gli elementi sono con i 26 cubi di Rubik. Vengono inseriti senza sovrapposizione. rappresentate le possibili figure Questi elementi posso essere gli complementari aventi 4 assi di stessi (a formare una griglia) o simmetria, composte da 40 eledifferenziarsi per una delle loro menti appartenenti a una maglia caratteristiche peculiari (dove la 0°- 90°. modificazione di queste caratteristiche è sistematica).

G R I G L I A Tutte le giustapposizioni regolari e infinite o le sovrapposizioni di elementi identici. Un sistema semplice e arbitrario di definizione dei ruoli in un lavoro o in una serie di essi. Comunque, tutta la pittura sistematica è soggetta a scelte arbitrarie (come la scelta dei materiali).

G I USTA P P OS I ZI ON E

a. Paralleli b. Forme simili e/o complementari c. Colori

François Morellet, Berlin Baden Baden Paris, 1977, Berlino, Nationalgalerie Staatliche Museen zu Berlin, Preussischer Kulturbesitz.

ANZ

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blow up

^ BL A C K S QUA RE La distribuzione del grigio lungo alcune pareti esalta il valore dello spazio contrastando con i colori presenti.

> Lâ&#x20AC;&#x2122;occupazione dello spazio avviene in maniera libera: ognuno può leggere nella posizione che preferisce.


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blow up

ANZ

BEAT, MINIMALISM, NEW WAVE AND PETER SMITHSON NOTES ON THE PAINTINGS STATEMENT (1983)

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NATURE AND CULTURE

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ALDO ROSSI: ARCHITECTURE AT THE END OF HISTORY

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AGAINST POSTMODERNISM: RECONSIDERING ORTEGA

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THE CRISIS IN GEOMETRY AFTER ARCHITECTURE THE FROZEN LAND ���

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THE DEPLOYMENT OF THE GEOMETRIC (1984) NOTES ON NOSTALGIA

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ROBERT VENTURI... AND THE SIMULACRUM

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Manipolazioni della Table of Contents di Peter Halley. Peter Halley, Collected Essays 1981-1987, Bruno Bischofbergre Gallery, Zurich 1988.


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blow up

BEAT, MINIMALISM, NEW WAVE. FOR INSPIRATION ONLY Gli artisti dei centri

sociali si sono ispirati al lavoro di Peter Halley per creare le proprie opere. Decorazioni “geometriche” a parete e a soffitto colorano le sale di lettura e le sale riunioni.


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blow up

Uno spazio dinamico prende forma lĂ dove la luce colora gli ambienti interni passando attraverso i vetri colorati e dando cosĂŹ vita a un nuovo ambiente caleidoscopico.


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Lo spazio ricreato mette anche gli adulti in condizione di richiamare alla mente e far rivivere lâ&#x20AC;&#x2122;esperienza tipica dellâ&#x20AC;&#x2122;infanzia attraverso la riproposizione di semplici elementi fuori scala, mai monumentali.


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Anzola dell’Emilia, Mediateca civica

Anzola dell’Emilia, piazza Risorgimento Progetto per la ristrutturazione e l’ampliamento della nuova Mediateca di Anzola dell’Emilia Un ambiente articolato che si sviluppa intorno a un vuoto centrale dove gli spazi di consultazione e del fondo mediatico sono posti in reciproca relazione. Una serie di “scatole” luminose vetrate, colorate e diverse segnano un rincorrersi di piani e isole che danno vita a un grande caleidoscopio di forme, luci e spazi. La grande facciata trasparente rivolta verso la piazza funge da grande segnale luminoso urbano e mette in scena le persone e le attività che si svolgono all’interno dell’edificio. superficie

1100 mq 1999-2002 per

Comune di Anzola dell’Emila, Bologna con

Stefano Barozzi Fabio Fornasari Stefano Marzadori Alessandro Pedretti foto di

Oscar Ferrari Stefano Pandini


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amoroma


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limit

m. city (or multicity)

marks

naturartificial

parasitism

park-ing


beauty

occupation

system

trans

fiesta (party)

search engine

membrane

cyborg architecture

data-driven forms

antigravity

in-out

inform(ation)al

space- time

link

chromatisms

invent the invisible

action-activity

actuality

electric kool

aid acid test

invent

direct

land links

e-city

scalar ambiguity

colours

future

imagination

immersed

circuits

interaction

hypermobility

camouflage

patterns

energy

infiltration

evolution

self-similarity

absorbing

audacity

web hotel

incubator

desire

in/unstable

discothèque

fiction

urban fashion

transparency

movement

memory

trajectory

initiate

parasitism

precision

genetics of form

inhabit

eco- ecomonumentality

macro-micro

naturartificial

ornament

abstract (advanced)

deploye(r)

take-away

order and chaos

filter

cover (covering)

leitmotiv

layers

possession

abstract and concrete

flexibilisation

language

digitnature

codes

amphibious

liquid modernity

process

unfolding

dimension

ideogram

transfusions

hybrid

complex system

future

scene

blobs

arches of development

stampings

fabrications

light box

structure

optimism

collaging

antitypes

critical object

cosmos

body

standardisation

individual

cohabitation

digital

areas of impunity

figure- background

limit

begin

technique

global city

code

temporary

unrestrained

algorithm

interchangers

essay

interior

implant

holistic

growing-up

electric kool-aid acid test

puzzle (or jigsaw puzzle)

catastrophe

immersed

ephemeral

reality

attractor

substratum

generation

disneyification

terrain vague

commensalism

blondels organism

extension

de-militarization

performance

game

kits

prototypology

memory

grids

dispositions

lands of superposition

paradise, glaucous

metapolis

millefeuil/es

impact (environmental)


machine

in/unconsciousness

land-arch

extruded architecture

communication

economy

developing

enclaves

concentration

armadillo

operative

ecology

contemporary skin

alienism

proximity

sequences and series

hypertrophy

sensuality

attractors

erudition

zigzag

assembly

cloud

data and/or reality

one is many

cut-outs

living-working-resting

platforms

voids

out of scale

chains

origami

event

density

inter part

extend

Smart

action, critical

grids

rhythm

original and replica

shadow & light

container

movement

complicity

materiature

pixels (active)

morphing

linear cities

intermediate places

ideas

abstract (modern)

cultivations

utopia

concise

determination

invisible in architecture

evolutionary

anarchist (self-urbanism)

egotecture

research

cyber punk

distortion

fear

land(s) in lands

loops

section

concept

transfers

development

innovation

media-lab

reactivity

artificial complicity

mutation

interfaces

diversity

client

appropiation strategies

newspace

nature (advanced)

hypercontext

a-typ-I-call

glocal> glocal economy

interactivity

reversible

frequency

pragmatism

datascape

order and chaos

organismi

tourism

ground

information

shadows

de-countrified

litheness

natuficio

litheness

emergency

occupation structures

re-information

original and replica

recycling

benidorm

contours

activity

movie

patchwork city

auditoriums

community

action of contemplation

progress

fill

shadows

transgenetic transfusions

papyroflexy

environment

technological nature

hotel

sequence and series

model

hedonism

production

construction

franchise

dictionary

animation

artificial

night

concentration devices

inflatable

mixed-us

plastic

simulation

polysensoriality

mimetic architecture

globalization

islands

homeless

diagonalisation

strategy

geography

aesthetics


Italo Rota  

Italo Rota, uno degli architetti italiani di maggior interesse sulla scena italiana europea, si racconta attraverso un vero e proprio libro...

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