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Anno 1

N u me r o 8

S ka n

A p r il e 2 0 1 3

La rivista multicanale di narrativa fantastica liofilizzata istantanea

Bright Side Una superiniziativa

:

AMAZING MAGAZINE

Sorriso

Stelle cadenti Una Storia al Mese

Holiday Inn

Minuti Contati

Parole

NASF: Le Tre Lune

Venti secondi Superstizione Guerra! Abbiamo tempo

La storia infinita Destinazione stelle Il richiamo delle spade Black Tea Giocare per leggere Darkiss! 58.000 fantastici pezzi d i J a c k ie d e R ip p e r

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Tunnel

d i L u c a Ole a s t r i


N o n pe r d e t e i l n u m er o d i M a g g i o 2 01 3

S t a s e r a l 'a r i a è fr e s c a . . .


Sommario

del

Hanno collaborato L'editoriale ............................. 5

Jackie de Ripper e

Giorgio Sangiorgi Roberto Bommarito Andrea Viscusi Michele Vaccaro Francesco Zamboni Luigi Bonaro Nicolò Targhetta Fabio Tarussio Ser Stefano Andrea Atzori Diego Di Dio Massimo Luciani Marco Vallarino Bruno Baronchelli Alessandro Renna

Bright Side

di Jackie de Ripper Anteprima E­Heroes ............................. 6 di Giorgio Sangiorgi Una voce da Malta "Sorriso" ............................ 10 di Roberto Bommarito Being Piscu "Stelle cadenti" ................. 11 di Andrea Viscusi Oltre lo Skannatoio Minuti Contati "Parole" di Roberto Bommarito 16 USAM ­ Una Storia al Mese "Holiday Inn" di Michele Vaccaro ...... 17 NASF ­ Le Tre Lune Le origini ............................ 18 "Venti secondi" di Luigi Bonaro ............ 19 "Superstizione" di Nicolò Targhetta ..... 22 "Guerra!" di Fabio Tarussio ......... 25 "Abbiamo tempo, tanto tempo" di Ser Stefano ............... 29 Nella pancia del Drago "Un non­manifesto fantasy" di Andrea Atzori .......... 31 "Un malessere etimologico" di Andrea Atzori .......... 33

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Il Giudizio... Di Dio "La storia infinita" di Diego Di Dio ............ 36 Il libro da rileggere "Destinazione stelle" di Massimo Luciani ..... 39 Il libro sullo scaffale "Il richiamo delle spade" (presentazione) ............. 41 L'eBook nell'eReader "Black Tea" (presentazione) ............. 43 Narrativa interattiva "Giocare per leggere" di Marco Vallarino ...... 44 Primi passi in "Darkiss!" Collezionismo "58.000 fantastici pezzi" di Bruno Baronchelli ... 50 Vale più di mille parole "Lady Steam" .................... 55 di Giorgio Sangiorgi DARK SIDE ........................... 56


Sommario

Hanno collaborato Vale più di mille parole

TETRACTYS Sol Weintraub anark2000 Polly Russell Nozomi 2.0 Smilodon Rovignon Cristiano R. m a s t e r _r u n t a e

Luca Oleastri Alessio Valsecchi

del

Dark Side

"Tunnel" ............................. 56 di Luca Oleastri

Skannatoio edizione XVI Le specifiche ..................... 57 di TETRACTYS "La faina" .......................... 58 di Sol Weintraub "Presenze" ......................... 62 di anark2000 "Il primo rintocco" .......... 66 di Polly Russell "Tre e tre quarti" ............... 70 di Nozomi 2.0

Speciale ventiquattr'ore "Gienah" di Sol Weintraub .......... 71 "Interferenze" di Smilodon .................. 76 "Morta è solo una parola" di Polly Russell ............ 79 "Duttilità neuronale e soriana" di Rovignon .................. 81 "Via dell'Infinito n.8" di Cristiano R. .............. 84 "Oh Black Betty" di master_runta ............ 86

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Scrivere oggi Riot Van intervista Alessio Valsecchi ......... 89 Il Lato Oscuro "Ritratto di famiglia" di TETRACTYS ............. 91 Domande retoriche TETRACTYS intervista Sol Weintraub .............. 99

Risultati e classifiche "Skannatoio 5 e mezzo"... 102


S ka n

AMAZING MAGAZINE Per chi suona la campana

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S ka n

Anteprima

E足 H e r o e s

Una superiniziativa molto attesa

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S ka n Sorriso

Territori d'oltremare

Una voce da Malta

Ro b e r t o Bo mma r i t o

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S ka n

Being Piscu

An d r e a Vi s c u s i

Stelle cadenti

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S ka n

OLTRE LO skannatoiO Minuti ContatI NEW AGE

Parole

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S ka n

OLTRE LO skannatoiO

USAM - una storia al mese

Holiday Inn

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S ka n

OLTRE LO skannatoiO

Le Tre Lune

Nuovi Autori di Sfi-Fi

Le Tre Lune: le Origini Una breve presentazione

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S ka n Le Tre Lune I: Seeds

Nuovi autori di sci-fi

L e T re L u n e

del microchip impiantato in modo permanente nel mio encefalo. Estratto del bando: Marta, la mia amica mutante, « Dato il limitato numero di battute, quanto sarà descritto non mi aveva proiettato nella rete, impiegando il mio slot cortica­ potrà essere più di un episodio le, mediante un tunnel ssh, di­ veloce, di un fugace incontro, o rettamente nel default router di uno scontro cruento. Sarà un seme, un 'seed', di una storia più cui erano connessi quei male­ detti server. grande, non raccontata eppure Eravamo bravi. Avevamo bu­ accennata, suggerita, lasciata alle suggestioni e all’immagina- cato il loro firewall perimetra­ zione del lettore, come il prologo le. Ma non era così facile. di una saga che già si sogna o di Avrei dovuto eludere quello interno. L’impianto del nostro un intero universo, differente e straordinario, descritto in poche sistema, un SNVC, sistema di battute, in poche pagine, o figu- navigazione virtuale clande­ rativamente soloin una pagina. » stina, era allestito all’interno di una vecchio box doccia, in un garage della città di amoR. Venti Secondi I vecchi polimeri di cui erano composte quei meravigliosi Luigi Bonaro box schermavano dal sistema lbonaro@gmail.com wireless sniffing dei Moloch la «Risulta impossibile muoversi, nostra rete molto meglio di co­ vivere, operare a qualsiasi livello, stosissimi apparati. Un box senza lasciare tracce, doccia non aveva prezzo nella frammenti apparentemente città di amoR, era diventata insignificanti di informazioni merce rara già dal 2025. personali». Dopo l’implosione del sole e (William Gibson) la comparsa delle Tre Lune, la Ero dentro. Al massimo venti città era stata suddivisa in quattro immense aree metro­ secondi, poi il firewall politane chiamate Abitati se­ avrebbe intercettato il codice universale impresso nel silicio condo i quattro punti cardina­

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li: Vega, Scorpio, Paris, Diana. Eravamo nell’Abitato di Vega. Ci eravamo opposti ai Molo­ ch, alla loro dittatura tecno­ cratica. Vivevamo ai limiti della legalità, acquistando all’Infero, il mercato nero, quanto ci serviva per ali­ mentarci e i pezzi di ricambio per gli impianti, una vita clandestina per difenderci dalla loro guardia armata. In quel momento ero nella rete sottoforma di una transazione finanziaria: un pagamento per una stramaledetta bolletta dell’immondizia. Se mi avessero intercettato, mi avrebbero fritto il cervello con una neurotossina artificiale come era successo a Tony ―ServerX e Isidoro ―Fiber Channel . Avevo una paura fottuta ma dovevo farlo per loro e per quella ragazzina, Eva. I suoi impianti neuronali stavano per cedere. C’era bi­ sogno di molto denaro per so­ stituirli. Senza gli impianti sa­ rebbe morta. Il medico, un noto scienziato di cybertecno­ logie che si era unito ai ribelli, l’avrebbe operata ma senza i nuovi impianti la piccola avrebbe avuto una settimana


di vita. Disperato, il padre di Eva era andato nell’Infero, il mondo sotterraneo di sotto gli abitati, a chiederli agli unici che li avevano, quei bastardi dei Cyclics, spietati trafficanti di trans organi e fibra ottica biologica. Gli avevano chiesto una somma che non avrebbe­ ro potuto sostenere neanche se avesse lavorato per generazio­ ni. Anzi, era una fortuna che fosse tornato vivo da lì sotto. Quella sera, Marta scelse pro­ prio i server della Gate, la multinazionale unica di pro­ prietà dei Moloch, le enormi macchine dei dittatori tecno­ crati di amoR. Avevano un si­ stema di sorveglianza molto avanzato ma erano gli unici che disponevano di cifre così alte. Con il possesso di un sistema crittografico perfetto, i Moloch si erano garantiti la suprema­ zia sulle altre tribù di amoR giungendo alla dittatura. Le loro tecniche di criptazione e sicurezza erano notevolmente superiori ai requisiti del cifra­ rio di Vernam, chiavi lunghe quanto i messaggi e mai più riutilizzabili. Per accedere alle loro banche dati non c’era nes­ suna macchina di calcolo po­ tente abbastanza da forzare il loro sistema, era necessaria un’intelligenza semi­artificiale

organica, un super algoritmo biologico che potesse funzio­ nare fuori dalle logiche I/O dei sistemi a basso livello, una biomacchina dotata di Co­ scienza, l’A6009. Io ero uno dei vecchi A6009 ri­ masti. Eravamo noti anche co­ me Commutatori biologici. Ci utilizzavano nel 3002 per ga­ rantire la sicurezza dei sistemi della Repubblica. Con l’avvento della dittatura, ci opponemmo alla brutalità sanguinaria dei Moloch. La maggior parte di noi fu giusti­ ziata. Io e pochi altri riu­ scimmo fortunatamente a fuggire. Ma in quel momento, ero una transazione finanziaria, una vendetta che gli andava dritta nel culo. L’avrebbero pagata cara, quei bastardi. Tra qualche secondo, mi sarei tro­ vato giusto nelle tabelle del lo­ ro DB, le Financial Summary. Da lì avrei aperto un terminale virtuale in lettura redirigendo l’output del loro flusso fi­ nanziario in un file con estensione mp3. Una volta scollegato dalla rete, avrei convertito l’estensione del file mp3 in csv e fatto il load nel conto bancario del padre di quella povera ragazzina. Era­ no transazioni pulite con codi­ ci regolari, come soldi in

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contanti e, una volta converti­ te, non potevano essere intercettate in nessun modo dalla Gate. Avevo già eluso il firewall impiegando dei codici di Abi e Cab sicuri che Marta aveva comprato all’Infero dal nostro amico Aladino. L’emulatore di POS che mi aveva lanciato sulla rete, aveva simulato l’acquisto fingendo che la transazione fosse stata gene­ rata da Bank Terminal e da una carta bancomat. Seguì la mutua autenticazione delle mie chiavi e del chip all’interno del loro server. Il mio microcontrollore, standard ISO/IEC 14443, tipo A e B, identico a quello che generalmente si trovava sulle carte di pagamento nel 2012, era l’ideale per fingersi una transazione. Purtroppo per me, il chip conteneva anche tutti i miei elementi biometri­ ci. A quelle maledette macchi­ ne della Gate sarebbe bastato individuare il codice uni­ versale inscritto nel silicio per trovare la corrispondenza con i miei dati presenti nei loro archivi. Al massimo 20 se­ condi. Solo 20 fottuti secondi poi la frittura del mio cervello. 19 secondi. Il database si presentava a me


come un’enorme biblioteca. Mi trovai di fronte la vecchia bibliotecaria. Era il firewall. Io ero stranamente vestito da netturbino. Sulla giacca arancione avevo il numero di transazione. La vecchia mi guadava in modo sinistro. Co­ minciò a farmi delle domande alla ricerca di emotività. Me lo aspettavo. I loro firewall erano programmati per proteggersi da A6009. − Ti piace la fantascienza? Guarda: vuoi un classico anti­ co? Qui c’è Neuromancer. Non risposi, cercavo con lo sguardo il libro delle transa­ zioni finanziarie. 18 secondi. − C’è la sezione audiovisivi, ti interessa Blade Runner? 17 secondi. − Non mi sembra che tu sia molto colto ragazzo? Sapevo che non dovevo pensare. Dovevo essere vuoto, senza emozioni, come una transazione. Tentavo di dominare le emo­ zioni, non dovevo agire. Pensai: «Colui che pratica la Via diminuisce ogni giorno. Dimi­ nuendo sempre di più, si arriva al non­agire. Non agendo, non esi­ ste niente che non si faccia». 16 secondi. − Cosa cerchi? Se sei in una bi­ blioteca ti interesserà pure

qualcosa. Era in attesa che mostrassi un qualsiasi segno di coscienza. Non ero una macchina, ma per il momento, il firewall non lo sapeva; eseguiva solo i suoi script di verifica. 15 secondi. − La biblioteca prese fuoco. Bruciava tutto intorno a me anche la vecchia tranne il regi­ stro della biblioteca che era sul tavolo. Restai impassibile. Un brusio parossistico cresceva nella mia mente. Entrai in uno stato di equilibrio mentale: «Il pesante è la radice del leggero; la quiete domina l’agitazione […] Se ci si comporta con leggerezza, allora perde la radice, se con l’agitazione, allora perde il domi­ nio». 13 secondi. La vecchia era con una bimba tra le braccia e mi disse: – Sta per morire, puoi aiutarmi? Il brusio mentale era sempre più intenso. Sapevo che stavo per cedere. 10 secondi. − Insomma, si può sapere cosa vuoi? − mi disse la vecchia. − Sono venuto per prendere un libro ma prima devo regi­ strare la mia presenza sul regi­ stro. Ragionando per logica, il registro della biblioteca era l’unico spazio, in quel sistema dove tutto era in lettura, in cui

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un altro sistema poteva anda­ re in scrittura. Per i server della Gate ero una transazione finanziaria che doveva inscriversi in archivio. La vecchia esitò. Forse avevo sbagliato. Sono sfottuto, pensai. Mi stavano per esplo­ dere i nervi. 9 secondi. − Hai ragione giovanotto. 8 secondi. − Il registro è lì. Vado in uffi­ cio a prenderti una penna in modo da annotare il tuo nu­ mero di tessera. 7 secondi. Aprii il registro, era pieno di codici di libri, erano le transa­ zioni. Lanciai uno script per attivare una shell locale e ini­ ziai la copia redirigendo l’output in un file mp3. Il do­ lore alla testa era sempre più intenso. 6 secondi. La vecchia tornò e mi trovò mentre copiavo su un taccui­ no. 5 secondi. − Che stai facendo? 4 secondi. Un dolore improvviso mi pre­ se la testa: − Stai rubando? 3 secondi. Mi stavo gonfiando tutto. − Bravo. Sei riuscito a eludere la mia sorveglianza, ma io so­ no riuscito a prendermi il co­


dice universale del tuo chip. Al silicio non si mente ra­ gazzo. Adesso prenderai un tè con me. Sul tavolo, comparve una tazza fumante. − Consolati, gli A6009 ci piacciono molto. Ci terremo il tuo cervello in ammollo nella formalina per sempre. 2 secondi. La mia volontà era annullata. Le mie mani andavano verso la tazza. Sapevo che era la neurotossina. 1 secondo. Con grande sforzo di volontà, afferrai Neuromancer che la vecchia aveva lasciato vicino al registro, presi una compres­ sa paralizzante che mi diede una morte apparente per impedire di raggiungere la tazza. Persi conoscenza. Dalla sua console, Marta notò che avevo lanciato il mio script ―Morte.sh che lanciava sulle varie shell e terminali della Gate dei comandi per troncare le sessioni e i servizi, kill −9 e kill− 15. Le mie funzioni vitali erano prossime all’encefalogramma piatto; l’eprom dello slot segnalava ―Red State Error quando Marta staccò con violenza la fibra che era connessa al mio slot corticale. Sapeva che sarebbero arrivati da noi in meno di cinque mi­

nuti. apparizione o la sua nascita, maAppresi in seguito che mi ave­ gari l'alba di una storia più va tolto, incosciente, dal box grande, non raccontata eppure doccia. Mi svegliai all’interno accennata, suggerita, lasciata alle nella sua Renault 4. Era alla suggestioni e all’immaginazione guida, i suoi occhi viola mi del lettore. » sorrisero silenziosi. Ero tranquillo. Guardai dal fine­ strino lo spazio nero e immo­ bile, cullato dal rumore Nicolò Targhetta dell’emulatore di motore a niktarget@hotmail.com scoppio della sua vecchia uti­ litaria. Eva si sarebbe salvata. Gemelli, 15/11/2114 Oggi è una di quelle giornate in Sparimmo nella notte illumi­ nata dalla tenue luce delle tre cui dovrete darvi da fare. C'è una forte carica realizzatrice per i lune.

Superstizione

vostri progetti. Così, cercate di trascorrere la giornata in piena azione. Con la Luna in Scorpione, potreste utilizzare buone strategie, avrete un intuito davvero imbattibile.

C'è un sottile strato di polvere e calcinacci dove appoggia il piede. È per quello che si lascia dietro un'orma del genere. Un piede gigantesco. Quarantotto. Almeno. Poi però penso che è la tuta di 'Le Tre Lune II: Cells' contenimento a fargli le zeppe così grosse e me ne sto zitto. Il mio Estratto del bando: «Quanto narrato sarà un'avventu- collega punta la torcia avanti e in basso. Mi indica macerie, tubi di ra lampo, uno scontro o un incontro, un episodio in cui far piombo saldati fra loro. apparire una 'creatura', una specie Antichità di plastica. Il mio collega si è presentato coo una razza, sia pure aliena o terrestre, descrivendo così la sua sì. - Salve solo il tuo collega,

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scendiamo? E siamo scesi giù. Anche all'interno dello scafandro gommoso che ci avvolge, anche protetti dall'aria artificiale che ci viene inoculata, anche così sento il fetore. No, non è proprio fetore. E' puzzo. Puzzo di sudore e desolazione. È lo stesso puzzo che impregnava casa di mio zio due giorni dopo che il cancro se l'è mangiato. Ero andato a portargli la posta e l'ho trovato sul letto. Non era un bello spettacolo. Quell'odore stagnava. Era dappertutto. Il mio collega mi guarda e punta il suo pollice gommoso e biancastro verso il basso. Mi fa segno di stare attento, che c'è un buco. Inchiodo davanti ad una piccola voragine. Giù si vede solo vetro, ferro e, se strizzo gli occhi, una superstrada sbeccata. - Usa quella cazzo di trasmittente. Che facciamo? I mimi? Lui mi ignora e continua ad avanzare. Continuiamo così per un po' schivando frammenti di muro, pezzi di casa, macchine accatastate le une sopra le altre. Una discarica abbandonata che una volta era metropoli. Il mio collega indica una parete solcata da un'enorme e rabbiosa cicatrice. Dentro la tuta inizio a respirare

più forte. - Ce la vogliamo fare tutta in silenzio? Chiedo io attraverso il microfono interno. Lui si volta, mi guarda e fa un cerchio col dito intorno alla zona dove, presumibilmente, sotto la tuta, dovrebbe esserci il dispositivo di comunicazione. Rotto, mi fa intendere. Poi scompare nel vuoto. Ho appena il tempo di passare da sudore caldo a sudore freddo che la terra inghiotte anche me. Grido, ma la tuta è insonorizzata, quindi mi sento solo io. Sprofondo per cinque metri cadendo di culo su un mare di piastrelle rotte e sbeccate. Guardo il mio collega che si rialza a fatica, presumibilmente bestemmiando. Alle nostre spalle una specie di scivolo di calcinacci, tubi dell'acqua e scaglie di cemento. Mi viene in mente che questo posto potrebbe crollarci addosso al primo starnuto. Ricaccio indietro l'immagine mentale. Ci sono motivi più seri per morire qui sotto. Qualcosa si muove. Solo un'ombra al confine della ristretta visuale che mi offre lo scafandro plastico da trentacinque gradi nel quale sono intrappolato. Il mio collega ha già la torcia in una mano, puntata a fendere il

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buio, e l'arma nell'altra. Tiro fuori anch'io il fucile e lo punto verso il nulla. Rimaniamo così per quasi un minuto. Sto per alzarmi e mettermi a ridere, quando qualcosa emerge davvero dalla nebbia. Ci manca poco che me la faccia addosso. Poi la cosa parla. Ma lo fa molto vicino. Come se ce l'avessi a fianco. Guardo il piccolo microfono che mi penzola dall'orecchio sinistro. - Non sparate! Non sparate, cristo! - Fa la voce. Una figura a noi speculare si fa avanti. Avvolta nella tuta non più candida, ma lercia e annerita, con gli occhi ciechi di una mosca gigante e il respiratore a farlo sembrare ancor più grottesco; ho un'orribile visione di come potremmo sembrare l'uno all'altro. Mostruosi. Abbasso il fucile solo quando mi consegna un tesserino della DDE. - Klaus Mayer - leggo ad alta voce. - Sì - fa lui - ero nel turno di venerdì con altri due ragazzi. Ci siamo smarriti, uno è cascato di sotto e l'altro me lo sono perso. Grazie a Dio siete qui. - Di dove sei Mayer? L'altro scatta sui tacchi. O almeno ci prova. - Dresda, signore risponde deciso. - Sono un volontario, signore. - Porca puttana - faccio io.


Questo povero cazzone era di Dresda, dritto, dritto sopra ground zero. Almeno per quello che riguarda l'Europa. La cosa gli è spuntata letteralmente sotto i piedi. - Dove ti trovavi quando è successo, Mayer? - In città, signore. Da parenti. Lo guardo: - E come cristo hai fatto a sopravvivere? - Sono nato il 21 luglio, signore, a mezzanotte in punto. Ah. Ora è tutto chiaro. - Buon per te - gli dico dandogli una pacca sulla spalla. - Buon per te. Poi penso. Buon per te un cazzo. Bastardo fortunato. Mi volto verso il mio collega a cercare uno sguardo d'intesa oltre il nero dei nostri visori, ma lui è già avanti e ci fa segno di muoverci. Mi sfugge quando il muto abbia preso il comando della faccenda. Mastico una parolaccia e gli vado dietro. Lo spettacolo della città sotto la città è terrificante. Il vento non riesce ad arrivare così in basso e la polvere sembra una lugubre neve grigia. Un sudario sporco su qualcosa di rotto in un garage abbandonato o marcescente in una cripta. Come siamo arrivati a questo? Non capendoci mai un cazzo di niente, mi verrebbe da pensare.

Guarda che atteggiamento avevamo prima. Guarda com'eravamo ingenui, che stupidi. E guarda le conseguenze. Adesso se vai a pagina otto di una rivista trovi solo pubblicità. Se vai a pagine settantasei di un quotidiano ci trovi gli AAA cercasi o un annuncio no profit di qualche tipo. Non lo noti se non ci stai attento. Non ti viene neppure in mente di cercarlo. Ma se lo cerchi non lo trovi. I giornali preferiscono di no. Il governo preferisce di no. Gente con nomi bizzarri come Fox, Maga Osiride, Sonny Chakra o Madre Natura, gente col culo sull'ultimo gradino dell'informazione, ad un passo dal volantinaggio, ora con la stessa probabilità viene venerata o rinchiusa in qualche struttura governativa e interrogata notte e dì. Tizi che parlavano di Mercurio in opposizione, ora sono i nuovi messia. Quando dico a Mayer come mi chiamo lui fa un balzo di tre metri e rischia di perforarsi il cuore con un tubo di plastica appuntito. - Lei è quello a cui il cancro ha ammazzato il padre? - Lo zio. Specifico io. - Ma è riuscito a vederlo? - No. Però ho visto mio zio. - E com'era?

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- Divelto. Come la casa. - E lui? Era ancora lì? - Lui chi? - Il cancro. - No. Non so. - E' vero. Dicono che non lo senti arrivare. Che muori e basta. - Consolante. Un fascio di luce ci permette di disattivare gli infrarossi. Lo seguo con lo sguardo. Viene da molto, molto più in alto e mi permette di distinguere i confini di una gigantesca camera sotterranea. C'è qualcosa al centro che mi viene prontamente indicato dal collega. Quattro denti sbeccati che spuntano dal suolo. Sembra uno di quei giochi stupidi in cui devi indovinare la parola solo con una manciata di lettere. Poi la ricostruisco con la mente e capisco. La porta di Brandeburgo. Il mio collega fa segno di sì e rimaniamo tutti e tre a guardarla per un po'. In silenzio. Tutto succede terribilmente in fretta. Il muro a destra della grotta va in frantumi e una tempesta di polvere e detriti ci schianta indietro. L'ombra che ne esce mi mozza il fiato e mi taglia le gambe. Il mio collega è, come sempre, più veloce di me. Spara tre colpi


e ha pure il tempo di trascinarmi via, scuotendomi dal mio stato di catalessi. Ci piazziamo tutti e tre dietro un frammento di muro miracolosamente ancora in piedi. Il soldato Mayer trema dalla testa ai piedi. Qualcosa si abbatte alla cieca venti metri alla nostra sinistra. La vedo chiaramente mentre cerco di trattenere un urlo e la colazione. È una chela. Lunga trenta metri e larga dieci. - Che cazzo facciamo?! - grida Mayer sul baratro dell'isteria. Cerco di ritrovare un briciolo di freddezza. Guardo il mio collega. E lui sembra capire al volo. Mi fa segno di sì. - Mayer devi uscire - gli dico. I buchi neri della tuta si girano verso di me. Posso immaginare lo sguardo che c'è dietro. - Cosa? - Il ragazzo balbetta. - Esci! Muovi il culo fuori dal nascondiglio. Sei o non sei cuspide? A te non ti farà niente. - Non è provato! - Senti o così o aspettiamo che quella cosa ci seppellisca sotto due tonnellate di cemento. Il ragazzo gioca un po' con il fucile, strozza qualche parolaccia, alcune delle quali mi vedono protagonista, poi si scaglia fuori gridando come il Saladino alla carica. Noi contiamo fino a cinque prima di abbandonare il riparo.

La cosa è lì, davanti a noi. Sarebbe ridicola se non fosse terrorizzante. È grande come un palazzo a due piani. Cancro. Mira agli occhi. Ma il mio collega è il primo della classe e glieli sta già maciullando con scariche regolari. La cosa sembra gridare. Le chele che mulinano a vuoto spazzando via il poco che resta del quartiere di Tiergarten. Poi, come è arrivata, se ne va. Lascia dietro di sé una voragine. Distruzione. E tre tizi ansimanti, terrorizzati, con i fucili fumanti e un cuore che sta cercando di uscire dal corpo dalla parte sbagliata. Poi Mayer ride. E rido anch'io. Pure il collega ride. Lo vedo da come si muovono le spalle della tuta. Distribuiamo grandi pacche sulle spalle. Siamo invincibili. Ci mettiamo cinque ore a trovare la strada del ritorno. - E adesso? - chiede Mayer dopo un po'. - Adesso sappiamo che è qui sotto. E che prova dolore. - Lo staniamo? - Lo staniamo - sorrido. - Quanti ne mancano ancora? - Sei, compreso Toro. - Il Toro sono cazzi dei Brasiliani - taglia corto lui. Io faccio spallucce. Non ha tutti i torti.

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- Perché l'America non nuclearizza queste cose? Caccio fuori una risata senza gioia: - Sì, e se Saturno è in congiunzione con Giove manco lo sentono. E poi l'America ha già i suoi cazzi in Asia. - E che problema c'è ad Oriente? - fa lui cadendo dalle nuvole. Gli do un paio di pacche affettuose sulla spalla. - Mai sentito parlare di calendario cinese?

'Le Tre Lune III: Bullets' Estratto del bando: « Quanto

si richiede di narrare in questo terzo concorso è uno scontro, più che un incontro, una guerra tra due razze aliene, diverse tra loro anche nel modo di combattere, di aggredire, di uccidere e di morire. Su quale dettaglio vorrà concentrarsi l'autore è ovviamente una sua libera scelta,


casco di plastoceramica rinforzata e trovando l'ammaccatura che gli causava la fastidiosa pressione alla testa, lo getto assieme ai resti fumiganti del ricognitore che per poco non si era trasformato Fabio Tarussio fabio_tarussio@hotmail.it nel suo sarcofago. Lontano chilometri, lassu oltre i contrafforti di basalto della Foibe di Stihr 3 gola in cui era caduto, ros78° 55' 9.18”Nord – 134° seggiava il 23'0.23”Est Vorken si accascio sfinito su di cielo di Stihr 3 perennemente congelato in un tramonto un cumulo di terra bruciata, scrutando torvo l'ammasso di senza fine. Laggiu invece, nell'oscuro fondo rottami del fiordo in cui nemmeno la da cui era appena strisciato luce osava scendere, Vorken, fuori. Un cazzo di pogrom, grazie alle sue retine modifipenso mentre l'emicrania lo cate, assaliva, doveva ammirava il levarsi di alti essere solo un cazzo di popinnacoli e l'ergersi di maegrom di ribelli sotto-armati e stosi torrioni. Le immani disorganizzati! Un lavoretto facile, cosi glielo concrezioni rocciose, frutto di un'erosione millenaria, avevano presentato. – Ridicoli primitivi che a stento in certi punti erano cosi imponenti da superare in altezza lo imbracciano armi a proiettili stesso metallici – erano state le bordo della forra, svettando parole del come orridi spuntoni fossili Maggiore. nella luce ardente del sole Certo! E poi dal nulla di un ca­ rosso. nyon, ecco che salta fuori un E proprio fra quelle guglie cazzutissimo BEk­34 a farmi un infestate da ombre, in cui la culo negra oscurita era cosi fitta e così! Mi buttava addosso atomi­ che! Fottutissime atomiche a bas­ crudele da intimorire persino il sole moso potenziale come caramelle! rente, un cacciatore piu arguCon rabbia si strappo via il

se descrivere i primi bullets, proiettili, laser di una guerra dei mondi, o il suo sanguinoso epilogo, o anche un singolo duello, un sacrificio, e così via. »

Guerra!

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to di lui si era sistemato in attesa. Era in volo da ore e stava ancora analizzando i dati e le poche informazioni in suo possesso quando il computer di bordo gli aveva segnalato la presenza di un'anomalia. C'era vita la sotto, acquattata da qualche parte tra le ombre. Senza esitare il velivolo si era quindi silenziosamente immerso nel crepaccio. Serpeggiando tra guglie e pinnacoli era sceso di diverse centinaia di metri, quando di colpo, dall'alto di una torre di roccia, un'ombra si era staccata gettandosi nel vuoto. Nello stesso istante in cui i sensori avvisavano il calcolatore di bordo della presenza estranea, i circuiti innestati nella corteccia cerebrale di Vorken si erano sovrascritti autonomamente sul pilota automatico, proiettandolo direttamente nel velivolo. Per l'Incursore Vorken, vestire un corpo di carne o uno meccanico aveva smesso di fare la differenza in guerre lontane parecchi anni luce e decenni biologici, tanto che


nemmeno percepi la metamorfosi dei suoi sensi quando vista, udito, olfatto divennero dati altimetrici e barometrici, rilevatori di velocita, analisi atomiche dell'aria e scansioni laser-radio. Grazie a cio aveva immediatamente percepito tutti i dettagli del corpo che stava precipitando verso di lui. BEk-34. Esoscheletro Biointelligente: un mostruoso corpo sintetico mosso da un'intelligenza biologica. Indipendente e Autocosciente. In una parola: imprevedibile. Con una complicata serie di manovre lo Shard era riuscito ad evitare l'assalto dell'esoscheletro, che senza scomporsi si era ancorato nuovamente alla roccia. In pochi femtosecondi il corpo biosiliceo del BEk era stato agganciato da tre puntatori laser e mentre il cervello biologico dell'Incursore era intento a risolvere complicati algoritmi nel tentativo di prevederne i movimenti come in una abnorme partita a scacchi, i circuiti superconduttori vagliavano trilioni di azioni

possibili per abbattere il nemico con la miserabile dotazione d'armi che si ritrovava. Bisturi laser e amplificatore sonico. Dopotutto la missione non riguardava l'abbattimento di Macchine da Guerra e il suo piccolo ricognitore Shard era notevolmente inadatto per uno scontro del genere. Con movenze rapidissime l'esoscheletro era risalito lungo la parete rocciosa di uno degli obelischi basaltici, e mentre alcune appendici lo tenevano ancorato alla roccia, una prima salva di razzi era sfrecciata in aria, subito seguita da una seconda e da una terza. La virata dello Shard fu in quel momento quasi istintiva, non cosi la precisione del bisturi laser che, calibrato al millimetro, squarcio l'involucro esterno degli ordigni, neutralizzandoli uno ad uno senza esplosioni; uno tuttavia, evidentemente difettoso, detono a mezz'aria. Per un istante eterno, l'oscurita della gola venne squarciata da un lampo di raggi gamma ad altissima energia, subito se-

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guiti da un esplosione atomica che arse a quattro milioni di gradi ogni cosa nel raggio di un chilometro. Compreso lo stronzo infame dentro il BEk. L'onda d'urto susseguente fini il lavoro dell'impulso elettromagnetico e il piccolo velivolo d'attacco, con i motori antigravitazionali fuori uso si era fracassato sulle pareti di roccia della gola per poi precipitare al suolo. Un vecchio esoscheletro d'assalto risalente a quando? Alla Guerra dei Tre Soli? Vecchio sì, ma secoli superiore alle loro cono­ scenze! Dove vuoi che questi sca­ rafaggi l'abbiano trovata tecnolo­ gia così... Deve esserci lo zampino degli Zercariani. Fortunatamente lo scafo in idrotitanio aveva assorbito la maggior parte dei colpi e al resto ci aveva pensato la sua vecchia armatura da incursore. Quasi con affetto Vorken rimiro la lucida superficie nera che rivestiva i suoi arti e ripreso fiato, si alzo. Stringendo i denti e irrigidendo i muscoli resistette alla prima ondata di vertigini finche non si


affievolirono. Appena il senso di nausea si fu quietato consulto il bracciale computerizzato cercando di rilevare la propria posizione. Dopo qualche secondo impreco violentemente, calciando lontano un pezzo di metallo. 'Fanculo, il fall­out causato da quell’insetto disturba ancora il ri­ levatore. Forse riconfigurandolo... Le dita volarono come falene sulla superficie dello schermo inesistente mentre i sensori sui polpastrelli registravano e convertivano il movimento, in segnale. Non funziona niente, merda. Quelli dell’Armeria Generale mi sentiranno... come si fa ad avere tecnologie così! La rabbia torno a montargli nel petto. Consultando nuovamente lo schermo olografico del bracciale visiono i parametri vitali registrati dalla pseudo-cute che indossava sotto l'armatura e per sicurezza programmo una dose da 15 mg di Synthkor. Il lieve pizzicore dell'ago ipodermico installato nel bracciale fu immediato e subito seguito da una potente sferzata di

energia. La schiena gli s'inarco quando i muscoli di tutto il corpo si contrassero freschi e scattanti, mentre il cervello veniva subissato da miliardi di pacchetti di dati sensoriali del tutto nuovi e il cuore accelerava i battiti pompando il sangue al doppio del ritmo. Dopo appena qualche secondo di ambientamento, la vista gli si snebbio e riusci a ragionare di nuovo, assai piu lucidamente di prima. Come prima cosa si sgranchi velocemente per verificare la fluidita dei propri movimenti. Ottimo, sembra sempre di torna­ re come giovani... anche l'armatura ha reagito bene all'impatto. Completata l'ultima serie di movimenti, passo in rassegna le armi che aveva con se e il viso gli si contrasse in una smorfia d'insoddisfazione. Coltello di cristallo lagdiano, tre cariche d'antimateria e ovviamente i tirapugni a impatto incastonati nelle nocche dei guanti. Una pistola sonica o un generato­ re di campi a microonde non mi sarebbero per nulla dispiaciuti.

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Controllo per l'ultima volta il bracciale, piu per un riflesso che per una vera curiosita, sapendo benissimo di essere troppo vicino all'epicentro dell'esplosione atomica perche la gran parte dei sensori potesse funzionare. Ringrazio invece la buona fattura della pseudo-cute, senza la quale le dosi di radiazioni assorbite sarebbero state tali da danneggiare anche il suo corpo potenziato. Proprio allora per una stana combinazione sinaptica, una gelida consapevolezza lo colse. Aspetta... cazzo... i BEk­34 sono stati tra i primi modelli di eso­ scheletro a montare una capsula di sicurezza antiatomica. Merda! Quell’insetto è ancora in circola­ zione! Una silente esplosione di luce cancello ogni traccia di vita.

Ufficio del Magg. Sebek O'Kerst

Il Maggiore Sebek venne distratto dall'aiutante di campo che entrava nell'ufficio. – Si, che c'e? – chiese con aria tediata, rimettendosi subito al lavoro. L'aiutante, un giovane terre-


stre in addestramento per i gradi di ufficiale, fece un saluto scattante. – E appena giunta la notizia, Signore. E finita. Il Capitano Incursore Vorken e deceduto. Ci chiedono che cosa devono fare del corpo. Il Maggiore si fermo un attimo per squadrare il giovane di fronte a lui, il sopracciglio sinistro visibilmente alzato. – ... dei resti del corpo, Signore. Il nostro Contatto chiede direttive precise su come trattare i resti del... – Che non tocchi niente. Che sparisca nei Cunicoli assieme ai suoi viscidi compagni e ci rimanga. Le misere spoglie del Capitano sono di nostra competenza. Sul viso del Maggiore spunto un pallido sorriso. – Peccato. Era un bravo combattente. Un ottimo prototipo. Avvisa i Costruttori. Invia tutti i dati che abbiamo raccolto in questi anni. A breve avremo bisogno di suoi simili. Mentre l'aiutante stava per andarsene, Sebek sollevo ancora lo sguardo. – Un'altra cosa – disse. –Non dimenticarti di trasmettere il comunicato stampa sulla

Terra e in tutto l'Impero: 'Orrida morte per il Capitano Incursore Estratto del bando: Vorken, trucidato a tradi« Quanto si richiede di descrivere mento a colpi di in questo quarto concorso è la atomiche. La minaccia storia che meglio si preferisce, in Zercariana e sempre piu pres- cui però far comparire un motore. sante”. Deve suscitare le piu Un motore iperfuturistico di un forti emozioni. torpediniere stellare d'assalto e Coinvolgi pure i ragazzi della d'ultima generazione, o lo scasPropaganda. Mi raccomando satissimo motore di un cargo la gente deve riconoscere nel interstellare che sta per esalare il Capitano suo ultimo sbuffo di gas di scariil proprio figlio. Sara un'ottima co; il motore di un missile, di un pubblicita... Ah si, e fai erigere mezzo su ruote, cingoli, Statue d'Onore in tutti i Parchi subacqueo o svolazzante, non degli importa. Non importa neppure se Eroi. funzionante o se funziona per un L'aiutante annui e Sebek si risolo istante. » mise al lavoro. Avremo la nostra Guerra, pensò soddisfatto.

'Le Tre Lune IV: Belts'

Abbiamo tempo, tanto tempo. Ser Stefano

falcodelmaio@libero.it

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Il caffè è scuro. L'ampolla è rovesciata, ma la densa colata non raggiunge il fondo della tazza. Chung Tai, giovane assistente nel laboratorio di fisica sperimentale dell'ONU, ha un'aria corrucciata, quasi sofferente, forse dovuta alla baldoria della sera precedente, o forse all'impercettibile onda magnetica che ha attraversato il suo corpo. Con una mano regge la boccia


piena di caffè, con l'altra la tazza. Non si muove. Il collega di Chung, un afro–americano chiamato da tutti Tom, per via del nome impronunciabile, è curvo su un portatile all'altra estremità del laboratorio. Il pollice sinistro schiaccia la “Z” sulla tastiera. Sul monitor si legge “... La bolla creata dal motore A.m.o.n rallenterà il tempo all'interno della nave, permettendo così di ovviare al problema dei lunghi viaggi spaz…” Tom è in bilico sulla sedia. Le gambe che poggiano contro il pavimento non si spostano di un millimetro. Davanti a lui, un'infinita serie di pannelli e sensori, e, oltre la spessa lastra di vetro, la voragine circolare che contiene il motore A.m.o.n. Non si riesce a vederlo, tanta è la luce bianca che sprigiona. Sopra il laboratorio, ci sono altri quattro piani dell'imponente struttura di ricerca dell'ONU. Ancora più sopra, due chilometri di terra e pietra che compongono il massiccio Nippur. Uno stormo di uccelli sta proprio in quell'istante sorvolando la cima. Le loro ali spiegate sono ferme, ma i volatili non cadono. Scendendo dal versante più clemente del Nippur, attraverso una larga e anonima strada sterrata, si arriva alla piccola e ridente cittadina di Indra. Poche auto stanno attraversando il paese, ma non producono rumore, non sembrano essere nemmeno accese anche se

ingombrano la carreggiata. Diversi abitanti sono assorti nelle loro abitudinarie mansioni mattiniere, nessuna destinata a essere portata a termine. Francyne ha la mano stretta sullo straccio, appoggiata alla vetrina del negozio di alimentari dello zio. Il suo sguardo è fisso sul sedere di un giovane del posto, noto per la sua fama di “bulletto di paese”. Francyne ha sempre avuto un debole per gli uomini rudi e spigolosi. Non saprà mai che suo marito la sta fissando dall'altra parte della strada, dal piccolo bar di Tony, con un bicchiere di Rum appoggiato sulle labbra adirate. Il dolce liquore arriva a lambire la bocca, ma senza entrarci. Nel retro del bar, il giovane Spanky, chiamato da tutti Spank mezzo–scemo, stava portando a lavare un enorme vassoio di boccali e bicchieri, ma essendo inciampato sui suoi stessi piedi, decine dei recipienti sono stati scagliati in aria ed è prevedibile il fracasso che non faranno. La madre di Spank, vive nell'ultima casa del paese, e non ha mai smesso di esercitare l'attività nonostante i cinquanta anni già compiuti. La testiera del letto ha sbattuto l'ultima volta contro il muro e l'ha lasciata avvinghiata al cliente di turno pochi istanti prima dell'arrivo di un violento orgasmo. A fianco della casa, la strada che taglia il paese a metà prosegue diritta come un righello contro Oldcity per poi ramificarsi verso

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le altre numerose cittadine della vallata. La pianura, poi un'altra catena montuosa e un'altra piana. Poi l'oceano e un nuovo continente con altre montagne e grandi distese e grandi città. Più o meno dall'altra parte del globo, Kalhea Mosshif, stava costruendo uno dei suoi più grandi ordigni esplosivi. L'obiettivo è il treno che porta gli studenti israeliani nell'università della capitale. Lo stagnatore ha sigillato l'ultimo transistor della bomba. La sottile colonna di fumo argentata che si sprigiona dalla scheda elettrica è terribilmente maleodorante e rimane imprigionata nell'aria torrida della stanza. Sopra la baracca di Mosshif due spennacchiati corvi avevano deciso di appollaiarsi sulla copertura in lamiera appena prima che una strana ondata li facesse vibrare. I loro piccoli artigli sono tesi in procinto dell'aggancio, ma immobili. Dieci chilometri sopra i corvi, l'aereo di linea della British Airline A345–HI, sorvola quella parte di medio–oriente incapace di portare il suo carico di grassi e facoltosi turisti alle Seychelles. Quattrocento chilometri più su, l'Europa 3, stazione spaziale umana permanente, è alle prese con un grave problema: una fuoriuscita di aria dalla stiva materiali. L'ossigeno che esce da un minuscolo foro è stato fermato dal motore A.m.o.n. Per sempre.


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Nella pancia del Drago

http://www.sulromanzo.it/redazione/andrea-atzori

Un non足manifesto Fantasy

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F A NT A S I A un malessere etimologico

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Diego Di Dio valuta "La Storia Infinita"

Il Giudizio... Di Dio La Storia Infinita di Michael Ende

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Il Libro da rileggere Destinazione stelle di Alfred Bester

Destinazione stelle o La tigre della notte di Alfred Bester

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Il Libro sullo scaffale

Il Richiamo delle spade di Joe Abercrombie

"Guardate!", sibilò, e spalancò la bocca onde mostrare al prigioniero l'orrenda vista dei suoi denti. O di he ne restava. "Li vedete? Li vedete questi? Dove ne hanno strappato uno sopra, ne hanno lasciato uno sotto, e viceversa, fino in fondo. Vedete?" Glokta si allargò le guance le dita, affinché Teufel potesse vedere meglio. "Hanno usato uno scalpellino minuscolo. Un pò per volta, tutti i giorni. Ci sono voluti mesi". Glokta tornò a sedersi rigidamente, poi fece un ampio sorriso. "Lavoro eccellente, eh? [. . . ]". Il Reggente della Zecca deglutì, quasi volesse mandare giù il groppo che aveva in gola. Glokta vide una goccia di sudore scorrergli lungo la gota. "E i denti furono solo l'inizio".

Dopo lo straordinario successo di The Heroes arriva finalmente nelle librerie italiane il primo, entusiasmante capitolo della trilogia epicfantasy di JOE ABERCROMBIE IL RICHIAMO DELLE SPADE (Gargoyle Extra, EAN 97888895417, 19 euro, pp. 720. Titolo originale, The Blade Itself, traduzione di Benedetta Tavani, in libreria dal 28 marzo 2013)

FINALISTA NEL 2008 AL PRESTIGIOSO JOHN W. CAMPBELL AWARD THE GUARDIAN "incantevole,

contorto, malvagio"

Teufel si guardò alle spalle con diffidenza mentre l'albino gli slegava i polsi, e fu allora che vide la mannaia con la lama affilata che riluceva come uno specchio sotto il bagliore intenso delle lampade. [. . . ] La sedia stridette sulle mattonelle quando Glokta scattò in piedi, ignorando il dolore furibondo che sentiva alla gamba sinistra.

In una terra lontana dove la linea di demarcazione fra Bene e Male sembra perdersi nelle nebbie di lande desolate, imponenti battaglie decidono le sorti del regno. Tra bieche intenzioni, debolezze e gelosie, la corsa al potere sarà spietata e non risparmierà nessuno. Così, quando L’Unione resterà stretta in una morsa letale (nel lontano Nord, un barbaro che si è proclamato Re si appresta a invadere il regno; a Sud, il nuovo Imperatore dei Gurkish sta attuando piani analoghi), tre protagonisti vedranno incrociarsi i loro destini. Logen Novedita, famigerato e sanguinario mercenario, è particolarmente esperto nell’arte della sopravvivenza. Ora però la sua vita è minacciata dal temibile popolo degli Shanka, suoi nemici giurati. Dopo che il suo villaggio è stato devastato senza pietà, Logen si ritrova a vagabondare nello sperduto Nord. Spinto dal consiglio degli spiriti, si dirige verso Sud per incontrare il grande stregone Bayaz, il Primo dell’Ordine dei Maghi. Insieme partiranno alla volta di Adua, la splendente e civilizzata capitale dell’Unione. Nemmeno là, tuttavia, sarà al riparo dai pericoli.

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Il compito di Sand dan Glokta, Inquisitore di sua Maestà, è quello di sgominare i traditori per eliminare il marcio dalla società. Si diletta nel catturare e torturare le vittime che il suo superiore, l’Arcilettore Sult, gli indica per i suoi scopi. Tanto spietato da essere in grado di spezzettare in parti piccolissime il braccio di un uomo, si è trovato da entrambi i lati dell’equazione e ora sa bene sin dove può spingersi la tortura. Jezal dan Luthar è un giovane bellimbusto dal sangue nobile. Il suo animo pusillanime è agitato da vizi e squallide ambizioni. Tra laute bevute in compagnia degli Ufficiali della Guardia del Re e facili conquiste sessuali, si prepara per il torneo di scherma che si indìce ogni anno ad Adua. Vuoto e superficiale, la sua vita agiata di nobile spocchioso si stravolge quando incontra Ardee West, una ragazza di classe sociale inferiore, che lo irretisce in un amore disperato e viscerale. Ovunque aleggiano oscuri poteri in grado di incenerire il mondo. Sarà il grande stregone Bayaz ad avere il compito di salvare l’Unione e di contrastare il male con i suoi artefici magici. Ma, in fondo, esiste davvero una linea di demarcazione fra Bene e Male? Terso come una cronaca, aguzzo come un coccio di bottiglia, spietato come la guerra: lo scrittore Joe Abercrombie non si fa mancare davvero nulla. Inserendosi nel solco della migliore tradizione fantasy (si pensi, ad esempio, all’uso dell’ironia e del cinismo, preziosa eredità di R. R. Martin e alla riattualizzazione del “canone Tolkien”), l’autore abbandona incantesimi e strane creature, in favore di un realismo schietto e disincantato, a tratti comico. Nessuna cronistoria di eroi, dunque, ma la brutale e precisa descrizione di imponenti battaglie. Una narrazione fiume, densa di sangue e di mistero che scorre via senza intoppi, un intenso romanzo dal respiro corale dove i protagonisti tessono astuti piani e a guidarli è un’unica, ferrea logica: quella della guerra.

Joe Abercrombie nasce a Lancaster nel 1974. È il 2002 quando, allora studente di Psicologia all’Università di Manchester, pensa di scrivere una trilogia fantasy e inizia la stesura del primo episodio. Trasferitosi a Londra, lavora come montatore freelance e produttore di format televisivi di vario tipo e termina di scrivere quello che diventerà The Blade Itself. Dopo aver incassato lo scetticismo di alcuni degli agenti letterari più influenti del Regno Unito, Gollancz (storica etichetta britannica famosa per essere, tra gli altri, l’editore di George Orwell) ne acquista i diritti, vincolando Abercrombie a pubblicare l’intera serie per un giro d’affari a 7 zeri. A The Blade Itself (2007) seguono Before They Are Hanged e Last Argument ofKings (2008). La trilogia The First Law si rivela un enorme successo tra i lettori anglosassoni. The Blade Itself, in particolare, è un vero e proprio boomerang editoriale: Abercrombie viene riconosciuto come miglior nuovo scrittore fantasy ed è finalista al prestigioso John Campbell Award, moltissimi Paesi inoltre acquistano i diritti del volume. Sempre Gollancz pubblica i romanzi - singoli e ambientati nello stesso mondo di The First Law - Best Served Cold (2009) e The Heroes (2011).

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B T

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L' Book nell' Reader lack

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ea and ther di Samuel Marolla

tories


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Narrativa Interattiva Giocare per leggerE Leggere per giocare di Marco Vallarino

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Darkiss! Il bacio del vampiro:

un orrore interattivo di Marco Vallarino

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Narrativa Interattiva Nel prossimo numero...

A l a d i n o e le p e rl e d i s a gge z z a

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Collezionismo

58.000 fantastici pezzi di Bruno Baronchelli

Giovanni Buzi intervista Bruno Baronchelli

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VALE PIU' di mille parole

Lady Steam

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VALE PIU' di mille parole Tunnel

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AMAZING MAGAZINE

S k a n n a t o i o e d i z i o n e XV I P e r c hi s u o na la c a m p a na

&

S k a n n a t o i o s p e c i a l e XV I V e n t i qu a t t r ' o r e c o n l o s c i e n zi a to p a zzo

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S ka n La faina

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S ka n Presenze

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Il primo rintocco

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S ka n Tre e tre quarti

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scienziato pazzo

Ventiquattr'ore con lo

Le somi[William Shakespeare, Il glianze tra questo e il mio Mercante di Venezia] racconto pubblicato nel numero precedente precedente, Il cimitero degli elefanti, sono dovute al fatto che, almeno idealmente, il protagonista è lo stesso. Le note sono solo le fonti delle citazioni, quindi non spezzate la lettura andando a cercarle. La fredda luce di Gienah giocava tra le colonne del portico, accarezzando gli archi con dita pallide. GIENAH Il ponte secondario della Lužin Requiem in Mi Minore per la non si limitava a riprendere morte di un cigno l'architettura della fiorentina Loggia dei Lanzi: l'edificio oriL'uomo che non ha musica nel ginale era stato prelevato pezzo cuore ed è insensibile ai melo- per pezzo dalla Vecchia Terra, diosi accordi è adatto a tradi- per poi essere riassemblato sulla fregata sotto la supervisiomenti, inganni e rapine. ne dell'Arca delle Arti. I moti del suo animo sono Seduto al suo Steinway, gli spenti come la notte, e i suoi occhi chiusi, Mathias ascoltava appetiti sono tenebrosi come il cuore della stella pulsare. l'Erebo. Non fidarti di lui. Ascolta mu- La musica era un Presto in mi minore, ripetuto in cicli brevi e sica.

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suadenti. Il battito d'ala del Cigno.

Introduzione in fortissimo con sestine cromatiche. L'attrazione

eccentrica della sua compagna invisibile.

Figure in pianissimo. Scale ascendenti. La

rapidità del moto proprio.

Coda in prestissimo.

Il fondersi dell'elio in ossigeno e carbonio. nore.

Chiusura in Mi mi-

Leoni di marmo vegliavano la sua estasi mentre dava vita a quella partitura cosmica. Percepì l'arrivo di Polissena ben prima che gli fosse accanto. Il suo passo delicato suonava in Re bemolle, triste e nobile come un preludio di Chopin. Terminò il passaggio prolungando l'ultima nota e si voltò a guardarla. Lei sorrise appena, i capelli umidi a incorniciare il viso arrossato dal gel della criostasi. Sembrava una naufraga scampata alla


tempesta e non una delle donne più potenti della Coalizione. Mathias la trovò bellissima. - Ben svegliata, Proconsole disse, senza alzarsi ma continuando a sfiorare distrattamente i tasti in una melodia soffusa. - Non era necessario raggiungermi con questa urgenza. Lei sembrò non ascoltarlo, lo sguardo fisso sulla sfera incandescente. - È questa dunque? - la sua era poco più di un sussurro. L'uomo annuì, pur capendo la retorica della domanda. Si alzò, affiancandola. Le posò una mano sull'avambraccio nudo, poteva sentire le sue vibrazioni attraverso la pelle accordarsi ai moti violenti dell'animo. La donna gli afferrò il polso, lo strinse senza mollare la presa. - Ora parlate. Lui esitò. - È stato un lungo viaggio, forse dovreste... - Vi prego - la presa divenne una carezza mentre le loro dita si intrecciavano. - Vi prego Mathias, ho bisogno di sapere. Poteva sentire il suo dolore, la dolcezza e la disperazione. Kierkegaard scrisse che l'animo dell'uomo è una casa a più piani, ma nessuno sale fino a quelli nobili. Avrebbe dovuto essere lì, Kierkegaard, nel cre-

puscolo di quel sole morente. - D'accordo. Accanto a loro Patroclo moriva, intrappolato nel marmo. --Al loro primo incontro Lucius gli sembrò tutto, fuorché uno scienziato. Nella penombra della cappella, suonava il Mater Innocentiae con trasporto carnale. Gli scherzi cromatici delle vetrate trasformavano il suo viso scarno, travolto dalla passione, in una grottesca maschera bucolica. Mathias rimase ad ascoltarlo rapito e al termine dell'esecuzione lui gli sedette accanto. Non si presentò, né si voltò a guardarlo. - Sì dentro ai lumi sante creature, volitando cantavano, e faciensi or D, or I, or L in sue figure - declamò, senza staccare lo sguardo dall'Adorazione dei Magi. - Prima, cantando, a sua nota moviensi; poi, diventando l’un di questi segni, un poco s’arrestavano e taciensi. ¹ - Dante - rispose Mathias, riconoscendo la musicalità della terzina prima delle parole. L'uomo sorrise. - Le anime cantano regolando il proprio volo. Chiarore e armonia, un melos che manifesta la vera

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Luce. - E come giga e arpa, in tempra tesa di molte corde, fa dolce tintinno a tal da cui la nota non è intesa². In quell'istante, senza neppure conoscersi per nome, capirono, dopo infinite vite, di essersi trovati.

--Quando smise di parlare, Mathias si accorse di tenerle ancora la mano. Per tutto il racconto Polissena non aveva distolto lo sguardo da Gienah. Era rimasta immobile, sfidandola a trafiggerla con i suoi strali. - Non mi aveva mai parlato di questo vostro primo incontro la sua voce vibrava ora in Sol. Malinconia, gelosia forse. - Eravamo giovani allora. - Lo ero anch'io quando lo incontrai. Giovane e stupida ribatté amara. Poi si voltò e iniziò ad avviarsi verso il fondo del portico. - Vado in cabina a cambiarmi. Mathias accarezzò il coperchio del pianoforte, senza staccare gli occhi dalla Proconsole. Alla fine è voi che ha scelto. - Siete un pessimo bugiardo - le volte inghiottirono l'eco dei suoi passi.


Pranzarono nella serra-giardino, sotto una tenda di glicini. Polissena indossava un semplice prendisole acquamarina, secondo la moda estiva di Nuova Rinascimento. Lo chiffon sbocciava lasciando libere le spalle e la morbida curva del seno. Mathias le sedeva di fronte, avvolto nelle severe vesti purpuree dell'Accademia Ambrosiana. Servitori meccanici si muovevano silenziosi e agili tra i tulipani in fiore, i volti coperti da baute dorate. - Lucius mi raccontò che fu un vostro concerto a ispirarlo, a dargli uno scopo - disse Polissena, alzando il calice di vino per contemplarne il colore. Sul tavolo tartufi e funghi profumavano l'aria. ---

tempo si fosse fermato a quel pomeriggio nella Cappella degli Scrovegni, sulla Vecchia Terra. Come se si conoscessero da sempre. - La musica rende ogni ascoltatore un poeta - sospirò in una nuvola di fumo. La sottile pipa di morta gli dava un'aria vagamente bohemien. Ha un potere che non rivela nulla, se non la dicibilità dell'indicibile. - La musica è il solo dominio in cui l'uomo realizza il presente rispose Mathias, stando al gioco. - Ci libera dall'imperfezione della temporalità. Solo nel tempo possono aver luogo il peccato, l'errore, il fallimento. Solo nel tempo la significazione diventa non solo possibile, ma addirittura necessaria - poi si alzò per tornare in scena.

- Sono un ascoltatore, come te. Mathias gli salì a cavalcioni, spingendolo fino al collo nell'acqua tiepida. - E cosa ascolti? - disse cercando le sue labbra, mentre udiva l'eccitazione salire in un Crescendo di fiati. - La voce dell'universo. - E cosa ti dice? Lui l'aveva attirato a sé. - Suona una musica. E vorrei che tu mi insegnassi a tradurla.

--Il sorbetto al lampone si scioglieva nelle coppe di cristallo. - Hic est enim calix sanguinis

mei, novi et aeterni testamenti -

pensò Mathias. Il sole artificiale avvolgeva la serra in un tepore pomeridiano. - Quindi eravate con lui su Medina, a progettare Genauer? chiese Polissena. Si era tolta le carpe e camminava a piedi nudi tra i fiori. - Odiava quel nome - Mathias rise al ricordo. - Lui lo chiamava “la mia perla”. La donna prese un un soffione tra le dita e liberò nell'aria in candidi semi. - Chiamava così anche me. ---

Quella notte si amarono sotto le coltri purpuree dell'aurora Si rividero otto anni dopo, su gassosa. Barnard. Fu un atto dolce e violento, la Mathias sedeva sotto le volte variazione di Odile. affrescate, ancora scosso Più tardi, nell'enorme vasca di dall'esecuzione del Capriccio di Stravinskij. Aveva suonato su marmo, Lucius gli disse il suo un Bechstein appartenuto allo nome. - Quindi sei uno scienziato? stesso maestro, soffrendo a chiese Mathias, giocando con ogni accordo per la dolorosa le gocce sul suo ventre glabro. pienezza delle note. Lucius gli sedette accanto, co- Lui aveva diluito del sapone tra Königsberg scrisse che le le mani per soffiare nell'aria me se nulla fosse, come se il sensazioni sonore sono belle bolle arcobaleno.

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sole se pure, per questo riescono a rendere intuibile la forma nella maniera più precisa3. Passarono quattro anni a lavorare sul programma, traducendo la sinestesia di Mathias in formule e schemi. Lucius non volle un laboratorio vero e proprio, scelse una grande tenuta da hidalgo sulle scogliere di Safìa. La mattina si vegliavano presto ma la sera, al tramonto, abbandonavano i codici e i macchinari per scendere in spiaggia a vedere i soli inabissarsi all'orizzonte. Spesso rimanevano lì fino a notte fonda, abbracciati sul bagnasciuga, il vento caldo del Kidr a scompigliare i capelli. Ogni mese Lucius raggiungeva il teleporter per Nuova Rinascimento dove si tratteneva il tempo necessario a riferire ai finanziatori lo stato del progetto.

--- Tornava a casa - sussurrò Polissena. - Tornava da me. --Al suo ritorno Lucius portava a Mathias dei piccoli regali, di solito spartiti o libri cartacei di autori dimenticati. La sera, prima di coricarsi, leggevano poesie alla luce spettrale dei globi

falena. “Tutto quello che nasce di nascita mortale deve essere consumato con la terra per levarsi dalla generazione libero: allora che cosa ho a che fare con te?

piangendo. Attorno a loro un andante d'archi raccontava storie millenarie racchiuse nella memoria del pianeta. - È la sua voce - singhiozzò Lucius, nascondendo il viso tra le mani. - È la sua voce.

Iniziarono a viaggiare oltre i confini della Coalizione, sondando i pianeti della NebuI sessi sono sorti da vergogna e losa de Mairan, oltre la Spada orgoglio, di Orione. soffiati al mattino, sono morti Ascoltavano le storie di quei la sera; giganti ancestrali, memorie di ma la pietà ha cambiato la eoni custodite tra atomi in morte in sonno esplosione. e i sessi si sono alzati per lavo- Per Dante musica e Logos si rare e piangere. ”4 fondevano in un elemento unico, “quell'uno e due e tre che Mathias chiudeva gli occhi sempre vive, e regna sempre 'n ascoltando la melodia dei loro tre 'n due e 'n uno, non circunscuori, un Notturno che lo culla- critto, e tutto circunscrive”4. va sulle onde dei sogni. Un movimento che non si risolve, perché ogni volta è già Una mattina d'autunno venne tornato al proprio irrisolvibile svegliato da una nota grave, il inizio e quindi capace di dire lo La di un fagotto. Dopo un stesso orizzonte intrascendibile istante il suono si ripeté dell'esistere. un'ottava più alto. Stavano ascoltando la voce di Nel salone Lucius ballava con Dio attraverso la sua creaziole mani alzate mentre dalle ne. grandi casse Genauer traduce--va in musica la pulsazione del nucleo di Medina. - Non avrei saputo dire quando - Eppur si muove! - gridò, accadde - disse Mathias in tono prendendo Mathias tra le cupo. Camminava, tenendo braccia. - Eureka! Polissena per mano, sotto il Caddero a terra ridendo e

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pergolato. - Una notte mi svegliai e lui era lì, seduto alla tastiera dello Steinway, collegato a Genauer. Suonava l'intermezzo del Rach 3 e lui, il pianeta, gli rispondeva. Allora capii che eravamo andati oltre. Lei si fermò. Raccolse un grappolo d'uva e si voltò a sfiorargli le labbra con un acino scuro. - Quando te ne andasti tornò da me - per la prima volta smise il tono formale, imposto dalle rispettive cariche. - Ma era troppo tardi. Mathias schiuse le labbra, mordendole con delicatezza le dita. Il frutto era aspro, come la sua pelle. - Non ho più avuto sue notizie per vent'anni. ---

inquietanti, poetiche di mondi lontani. Lei aveva cercato di blandirlo con dolcezza, di aggredirlo con rabbia o di sedurlo. Inutilmente. Alla fine si era arresa. Lo osservava scomparire oltre un velo invisibile, mano a mano che quelle conoscenze intrasmissibili con la parola o l'intelletto rodevano la sua mente. Poi, un giorno, senza preavviso lui scomparve. Solo una frase, scarabocchiata in fretta su un pezzo di carta, a testimoniarne l'esistenza. “Eterni, allegro sento il vostro richiamo. Dettate veloci alate parole e non temete di rivelare le vostre cupe visioni di tormento”5.

Quando Lucius tornò a casa Polissena capì di averlo perso per sempre. Qualsiasi cosa fosse stato suo marito era rimasto da qualche parte, tra quelle stelle che ormai considerava le uniche degne della sua parola. Passava giorni interi nel pantheon che aveva fatto costruire per contenere Genaur, contornato da enormi antenne puntate verso l'infinito. Senza mangiare né dormire suonava melodie sconosciute e

--- Quanto gli resta ancora? chiese Polissena. La sua voce era ora triste come un lieder di Mahler. Erano tornati nella Loggia, tra i grandi leoni. Mathias osservò la stella. - Non saprei, ma credo che stia per superare il limite di Chandrasekhar. Potrebbero volerci centinaia di anni, o forse millenni. Cos'è il nostro infinito se non la scansione di un respiro di Dio.

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Le prese il viso tra le mani e le baciò le lacrime. Lei sorrise, strofinando la guancia sul suo palmo. Mathias riprese. - Dal nostro addio non l'ho più rivisto. Mi ha inviato solo una registrazione prima di lasciare il sistema di Deneb. La voce del nucleo di Gienah tradotta da Genauer: tre sole note. Polissena si rannicchiò tra le sue braccia come una bambina. - E cosa dicevano? - Non da solo. Non voglio morire da solo. Note: 1: Dante Alighieri, Paradiso, Canto XVIII 2: Dante Alighieri, Paradiso, Canto XIV 3: "Più preciso", in tedesco appunto Genauer 4: William Blake, A Tirzah 5: William Blake, Preludio al libro di Urizen


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