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EDIZIONE  speciale

L’IMPONDERABILE FORTUNA DEL DESTINO

di Giovanni Puglisi

La cifra trasversale che tiene insieme il tema 2014 della Milanesiana, il destino/la fortuna, è l'imponderabile. La storia dell'umanità, come la storia di ogni uomo, è una rapsodia di casualità, che, intrecciandosi nell'evolversi delle dinamiche della vita sociale o individuale, ne determinano la risultante: la vita quotidiana.

Programma completo alle pg. 8-9 continua a pg. 10


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SPECIALE MILANESIANA

LAB Iulm

La contemporaneità ha distrutto la dottrina in nome di “ogni lasciata è persa”

Una politica virtuosa aiuta la buona fortuna segue dalla prima

È quasi un fenomeno fisico: la risultante di due forze contrapposte è l'imprevedibile effetto di una miscela assolutamente non preconizzabile né per intensità, né per direzione. La storia della filosofia e le parallele storie letterarie sono pieni di casi emblematici dove destino e fortuna si incontrano e si scontrano, senza alcuna regola o tipologia, spesso confondendosi e mescolandosi. Ciò che talora ha fatto la differenza, dalle origini ai giorni nostri, è stata la struttura culturale e ideologica che sottende ogni azione dell'uomo: dal fatalismo alla predestinazione, dall’arrogante presunzione di onnipotenza al vittimismo acritico, liberatorio e deresponsabilizzante. La mitologia classica ha dato al destino – in latino fatum (ciò che è stato detto), figlio del Caos e della Notte – un ruolo straripante: esso era tanto cieco, che diventava inviolabile e ad esso non poteva sottrarsi nessuno, neppure gli Dei. La dimensione classica del Fato è legata alla dottrina

Stoica che voleva che tutto fosse da esso preordinato sia in natura, che nei comportamenti degli uomini. Nessuno si poteva sottrarre ad esso. Unica possibilità di intervento individuale nel proprio destino era quella indicata dal grande filosofo latino Marco Tullio Cicerone: accettare razionalmente il proprio destino, facendolo diventare una scelta, piuttosto che una imposizione oscura. Il Cristianesimo si oppose a tanta ineluttabilità della sorte e aprì la via alla dialettica tra predestinazione e libero arbitrio, che in qualche modo lascia all’individuo un margine, ampio, di scegliersi la propria vita e il proprio futuro, senza comunque discostarsi molto da una linea di acritica predestinazione dell’individuo, che si realizzerebbe tanto liberamente, quanto misteriosamente in modo imperscrutabile. È stato necessario arrivare alla cultura umanistico-rinascimentale, che laicamente ha proposto la filosofia del faber est suae quisque fortunae, ciascuno è artefice del proprio destino – introducendo una dissonanza tra fato e destino, attraverso proprio la valorizzazione linguistico-etica della

fortuna – per affermare che soltanto la capacità razionale e creatrice dell’individuo può introdurre nel destino di ognuno di noi quella deviazione spontanea, qualcosa di simile al clinamen della fisica epicurea, trasferito in ambito etico-comportamentale, che consente alla persona di prevalere con le sue capacità e la sua intelligenza sulle oscure forze del caso. La filosofia moderna poi ha dato a questa diatriba risposte diverse, ognuna delle quali ispirata a ragioni etico-politiche, divaricando sempre di più il determinismo fisiologico-naturistico, inarrestabile e immodificabile, da quello etico-politico dell’uomo, che può essere significativamente condizionato dall’opera dell’individuo. Caposcuola di questa visione nell’età moderna fu il grande maestro del pensiero moderno, il filosofo tedesco Immanuel Kant, che spostò la barra delle differenza dal determinismo fatalistico al formalismo morale: è la regola morale che condiziona la vita degli uomini, il destino di ognuno è figlio solo della propria capacità di stare in un sistema di regole universalmente

valido, sapendole usare comunque al meglio della propria fortuna. Il nostro tempo, la contemporaneità, poi ha fatto scempio della dottrina e ha rivolto la fortuna solo in termini edonistici e qualunquistici: al rinascimentale faber est suae quisque fortunae si è sostituito il cinico ogni lasciata è perduta, che ha visto – specie negli ultimi anni della vita politica italiana – crescere a dismisura la corruzione e l’arte dell’arrangiarsi, senza regole e senza pudori. Può il nostro tempo, allora, recuperare un valore mediano nell’azione inarrestabile del destino, utilizzando la fortuna, come calmiere per dare al proprio presente una regola da impegnare nel proprio futuro? Credo che la via sia difficile e stretta: occorre innanzi tutto recuperare alcuni comportamenti virtuosi della politica, come proscenio della visibilità comportamentale pubblica, prima di dare lezioni a chiunque stia nella società civile, con sacrificio, spesso, e impegno quotidiano. Occorre dare all’azione dei Maestri di vita – se se ne riescono ancora a trovare e, credo onestamente, che

sia ancora possibile – agio e visibilità: le buone pratiche dovrebbero sopravanzare sulle cattive notizie, la fortuna dovrebbe essere sinonimo di efficacia e non già di casualità, i furbi dovrebbero essere isolati e stigmatizzati e non già portati ad esempio di successo, la selezione degli esempi – in un mondo assolutamente globalizzato, anche nei sistemi di comunicazione – dovrebbe essere delegata all’intelligenza sapiente della cultura. Conoscere per selezionare, selezionare per vivere bene, soprattutto con dignità: ecco le due coordinate per una ricetta di successo. La fortuna può incrociare il destino, ma non sempre il destino si serve della fortuna: metterli in relazione è la scommessa dell’uomo del Terzo Millennio. Riuscirci è il colpo grosso dell’uomo fortunato. Un po’ come con la lotteria: vince uno su un milione! E cos’altro è l’imponderabile, del quale si diceva all’inizio, se non proprio questo? Per…fortuna, comunque, la vita continua anche senza vincere la lotteria. Giovanni Puglisi


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Prendi me, – le dissi. – Anch’io da raga Diretto da Ivan Berni e Giovanni Puglisi

In redazione:

Eliana Biancucci, Carlotta Bizzarri, Benedetta Bragadini, Matteo Colombo, Andrea Cumbo, Micaela Farrocco, Enrico Lampitella, Adriano Lo Monaco, Lorenzo Matucci, Giulio Oliani, Maurizio Perriello Nicolò Petrali. Impaginazione: Jacopo Rossi Registrazione: Tribunale di Milano n.477 del 20/09/2002 Stampa: RS Print Time (Milano) Master in Giornalismo Campus Multimedia In-Formazione Direttore: Giovanni Puglisi Responsabile laboratorio redazione Iulm: Ivan Berni Responsabile laboratorio redazione digitale: Paolo Liguori Tutor: Silvia Gazzola Presidente: Giovanni Puglisi Vice Presidente: Gina Nieri Amministratore Delegato: Paolo Liguori

via Carlo Bo, 1 20143 - Milano 02/891412771 - labiulm.redazione@iulm.it

Direttore generale: Marco Fanti Consiglieri: Gian Battista Canova, Salvatore Carrubba, Mauro Crippa, Paolo Proietti

SOMMARIO La fortuna degli eventi

IL FILOSOFO “Il destino, verità degli eterni”

2 4

L’ASTRONAUTA “Sono nello spazio grazie a un sogno (e a Oriana)

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8

LA MILANESIANA 2014

L’ATLETA Lo scatto vincente

LO SCIENZIATO La nostra fortuna non è scritta nei geni

L’INNOCENTE Un incubo lungo 36 anni

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LA SOPRAVVISSUTA “Non era la mia ora”

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La fortuna degli eventi del mondo e della mente La Milanesiana compie quindici anni, lanciando la sfida al fato

L

Elisabetta Sgarbi

a Milanesiana è un’amica che si ripresenta, fedele, ogni anno, tra giugno e luglio, per sconfiggere le prime noie estive e accendere lampi di interesse e intelligenza delle cose, delle persone, degli eventi del mondo e della mente. Sarà una questione di Destino? Forse, visto che tale, guarda caso, è proprio il tema portante di quest’anno, 2014, a un passo dall’Expo. Tempi ricchi di suggestioni, sollecitazioni. Ma anche Fortuna, perché no? Quella di trovare sponsor agguerriti che non arretrano di fronte alle spinte in avanti della cultura. Io mi sento sempre una esordiente, ma debbo dire che quindici anni di Milanesiana sono tanti, e non ci si sarebbe aspettati all’inizio, in quel di Palazzo Isimbardi, che il cammino sarebbe stato così duraturo e confortato dal gradimento del pubblico. Ancora, possiamo parlare di un “destino”. In effetti ci sono almeno tre forme di destino, io credo. C’è quello che pare preordinato fin dall’inizio, in base a ciò che la nostra “anima” è fin dalla fondazione del mondo, o dei mondi. E allora, potremmo leggere questo anche in chiave surrealista, come fece Max Jacob in “Specchio d’astrologia”, in cui ogni segno zodiacale

ha i suoi caratteri immutabili, declinati in verità in un modo che strappa il riso a ogni passo, per volontà dell’autore stesso, che probabilmente a questa determinazione preventiva non credeva neppure lui, così come noi. Più laicamente o prosasticamente, quando si ha a che fare con il destino e se ne parla, scatta sempre l’eterogenesi dei fini: uno cerca una cosa e ne trova un’altra, proprio come Colombo. Lo ricorda Alberto Savinio in un bellissimo pezzo apparso sul “Corriere d’informazione” del novembre 1950. Dice: “Gli uomini, e tanto più quanto maggiori, fanno le cose senza scopo. Non ne hanno bisogno. Lo scopo diminuisce

Alberto Savinio invitava a scoprire grandezza e profondità dell’agire senza scopo

l’uomo, diminuisce la cosa. (…) Scopriamo finalmente e onoriamo la grandezza e la profondità del ‘senza scopo’.” Aggiungo però che questo “essere senza scopo” presuppone poi una finalità inconscia, occulta, che si accorda con il carattere, e rieccoci al destino che si incarna in ognuno di noi. E infine c’è un’ulteriore senso del termine destino, quello più veritiero, credo. Quello per cui Nietzsche diceva che il più

Elisabetta Sgarbi e, a sinistra, il

grande sforzo umano è di “diventare ciò che si è”. Pare una cosa da nulla, e invece è tutt’altro. Presuppone la conoscenza di se stessi, ed è forse paradossale, ma non troppo, ritrovare tale precetto socratico nel cuore di un pensatore tanto provocatorio e oltre-umano come Nietzsche. Anche in questo caso, l’eterogenesi dei fini è all’opera. Fortuna e destino, connesse insieme e sempre operanti. Per andare ora al vivo della Milanesiana, in cui troveranno spazio riflessioni, suoni e immagini ispirate ai nodi tematici qui ricordati, dirò semplicemente, anzitutto, che il festival anche quest’anno gode dell’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, mentre l’Expo ha rinnovato il suo patrocinio senza nulla chiedere; il Comune di Milano e la Provincia hanno concesso il contributo già offerto negli anni scorsi; e lo


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gazzo studiavo le scienze. E non sono diventato tridimensionale della fantasia del Codex. Mentre presso il Castello di Miradolo, a Pinerolo, con il contributo della Fondazione Cosso, una mostra di tele di Tahar Ben Jelloun, dal titolo “Giovinezza”. Lo scrittore francese di origine marocchina si confronta con il segno e la calligrafia, in un tripudio di colori e arabeschi che rinviano alla tradizione pittorica della sua terra. E per finire, una mostra, nella Sala Buzzati della Fondazione Corriere della Sera, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’apertura della linea 1 della metropolitana. Vedremo rare fotografie che fanno riferimento al 1° novembre 1964, quando si inaugurò appunto la prima tratta, con due convogli che partirono appaiati dalla stazione Lotto in direzione di Sesto Marelli. Per il teatro, avremo produzioni autonome molto interessanti: Al teatro No'hma, in anteprima assoluta, “Luiz torna a casa”, una pièce teatrale scritta dal giallista Maurizio De Giovanni, diretta e interpretata da Tony Laudadio; un “melologo Marchesi”, una invenzione scenica di Tony Laudadio, che interpreta il

te

Anteprime assolute di “Truffaut” per la regia di Rubini e di “Good People” del premio Pulitzer David Lindsay Abair

sinistra, il quadro di Franco Battiato, che rappresenta la rosa-simbolo della Milanesiana

stesso si può dire della Commissione Europea; quanto ai main sponsor, sono la Fondazione Corriere della Sera, la Fondazione Cariplo, Edison e Fondazione generali, Grafica veneta. Avremo sei importanti mostre nell’ambito del festival. La Pinacoteca di Brera, con “Cena per due. La pittura della realtà – Caravaggio / La peintura de la realidad Antonio López García”. Un confronto tra due maestri della realtà e due grandi opere: “La Cena” di López García e “La Cena in Emmaus” di Caravaggio, in un allestimento curato da Sandrina Bandera, Vittorio Sgarbi, Manuela Piccarreta, e dallo scenografo storico della Milanesiana, Luca Volpatti. Presso l'Università Iulm, avranno luogo due mostre: un percorso fotografico inedito nell'opera cinematografica del regista Tinto Brass dal titolo “Tinto Brass: tra popolarità e arte”, per

la cura di Caterina Varzi, insieme al Maestro Brass, e di Gianni Canova / Vincenzo Trione. Poi una installazione di Federica Giglio, un’artista, molto apprezzata da Furio Colombo, che fa arte a partire dalle visioni concesse dalla sua malattia bipolare. Anche a Torino, nell'ambito di una collaborazione sempre più specifica con il Circolo dei Lettori e in generale con la città di Torino, avranno luogo due mostre:

A Brera Caravaggio e Lopez Garcia. Alla Iulm le immagini degli esordi sperimentali di Tinto Brass

Luigi Serafini, Codex Seraphinianus Anno XXXIII: 19 tavole tratte dalle introduzioni al codex all'edizione FMR dell' 81 e l'opera Mezzo-Tonno, una scultura poggiata su una base specchiata, come ideale prosecuzione

famoso “Malloppo” dello scrittore Marcello Marchesi, con un accompagnamento musicale di Roberta Castoldi e Marco Santoro, presso la Biblioteca civica Valvassori Peroni. Quindi, presso la Sala Buzzati, l'anteprima a Milano di “Good people”, pièce teatrale scritta dal Premio Pulitzer 2007 David Lindsay Abair, la cui versione italiana è stata curata da Roberto Andò (che ne cura anche la regia) ed è interpretata, tra gli altri, da Michela Cescon. Presso il Teatro Franco Parenti, un'altra anteprima assoluta: Francois Truffaut, di Mario Sesti e Valerio Cappelli, con Sergio Rubini. Un omaggio al grande regista, scomparso 30 anni fa, il 21 ottobre 1984. E, infine, nella sezione filosofia della Milanesiana, presso la università IULM, una riduzione inedita di “Fedra – Diritto all'amore”, con Galatea Ranzi, sulla base di una riscrittura che la grecista Eva Cantarella ha fatto dei testi di Euripide e Seneca. Ci saranno poi gli incontri al Teatro Dal Verme, con Jonatham Lethem, Michael Cunningham, Susanna Tamaro, Claudio Ma-

Il Festival alla Iulm

L

a partnership tra l'Università IULM e "La Milanesiana", in occasione della quindicesima edizione dell’evento, si rafforza con una serie nutrita di appuntamenti nella sede dell’Università, in via Carlo Bo 1 (fermata MM2 Romolo). I temi della Fortuna e del Destino verranno declinati nella chiave dell’arte figurativa, del cinema e del confronto fra protagonisti del dibattito scientifico e culturale. Quattro gli appuntamenti in Ateneo: martedì 24 giugno, alle 18, in Sala Piramide (IULM 1, VI piano) apre la mostra dell'artista Federica Giglio, che rimarrà visitabile fino al 10 luglio. Da sabato 28 giugno fino al termine della manifestazione, spazio al cinema: in mostra alla IULM le immagini del periodo giovanile e sperimentale del regista veneziano Tinto Brass (inaugurazione alle 18, al V piano dell’edificio IULM 1). Sabato 28 e domenica 29 giugno, alle 21 in Aula Magna, due serate-dibattito a tema filosofico alle quali parteciperanno, oltre al rettore Giovanni Puglisi ospiti di caratura internazionale come i filosofi Giovanni Reale e Jean-Luc Nancy, l'antropologo Marc Augé, la scrittrice e grecista Eva Cantarella e il premio Nobel 2005 per l'Economia, Robert Aumann. Chiudono le serate una rappresentazione teatrale (28 giugno) e un concerto al pianoforte (29 giugno).

gris, Mauro Covacich, Svetlana Alexievich, Lyudmila Ulitskaja, Dacia Maraini, e con i concerti di Gino Paoli, di Ute Lemper, del pianista Ramin Bahrami con Massimo Mercelli al flauto. Proseguiranno gli Aperitivi con gli autori, dedicati all’approfondimento dei temi affrontati nelle serate, e poi quell’inno alla curiosità che è la sezione Orariocontinuato, un momento polifonico scandito dagli incontri con la musica curati da Paolo Terni nella Sala Otto Colonne di Palazzo Reale, dal Viaggio in Italia, che vedrà focalizzarsi l’attenzione su Liguria, Piemonte e la stessa Milano, che diventa protagonista assoluta finalmente. E ancora, dagli incontri con la poesia viva e vivente di oggi, a Palazzo Corio Casati, con un poeta danese, di origine palestinese, Yahya Hassan, per i suoi “versi satanici” divenuto un caso internazionale, con Roberto Mussapi, Franco Rella ed Elisabetta Rasy. E continuando a ruota libera, avremo un “Viaggio in Europa, Mondo” al Piccolo Teatro Paolo Grassi, con Fleur Jaeggy, Errnesto Ferrero, Wim Wenders, Hanif Kureishi, Erica Jong, e con Trilok Gurtu per la parte musicale, e gli incontri specificamente filosofici di “Filosofia e fortuna” all’Università Iulm, con studiosi come Eva Cantarella, Michael Maffesoli, Giovanni Reale, Salvatore Veca,

Al Dal Verme Claudio Magris e Mauro Covacich. Concerti con Gino Paoli, Ute Lemper e Ramin Bahrami

Evandro Agazzi, Jean-Luc Nancy, Robert Aumann e Marc Augé. E ancora i viaggi nei luoghi di Edison, nuovo main sponsor della Milanesiana, con incontri musicali e letterari mirati. Ricordo ancora gli incontri della Rosa Monografica: il cinema con Tinto Brass, il teatro con Tony Laudadio, l’economia con Mario Monti, il teatro con François Truffaut, un incontro speciale sulla Enciclopedia filosofica elettronica, organizzato dalla Cavallerizza Fai. Per concludere, infine, questa kermesse con uno speciale omaggio a Enrico Ghezzi e al suo “Blob”: festeggeremo con lui e con Aldo Nove e Morgan Castoldi. Questa è stata solo una veloce carrellata. La Milanesiana non si può riassumere: va vissuta giorno per giorno, sera per sera. Dico soltanto che 18 giorni, 42 appuntamenti, oltre 160 ospiti, 6 mostre, 6 anteprime teatrali, e molte scoperte e sorprese danno il polso della manifestazione. Come ho già detto poche settimane fa, penso che un programma debba riflettere almeno la curiosità di chi lo fa. E che la curiosità - se si ha fortuna - generi curiosità.


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nessuno.- -Cosa dici? Tu hai la laurea,

IL FILOSOFO “Il destino, v L’uomo è infinitamente più di quanto crede. Lo attendono la Gloria e la Gioia. Il filosofo bresciano Emanuele Severino rivela gli inganni della tradizione occidentale

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Chiara Daffini

suoi 85 anni non li dimostra proprio. Con l’eleganza che si addice a un filosofo del suo calibro, mostra anche una tenera cortesia, per nulla scontata, visto che piove fortissimo, il traffico è bloccato e il viaggio in auto che stiamo facendo insieme procede a singulti nel caos urbano delle 6 di sera. Forse è il destino a rallentare così il tragitto, per concederci il tempo di una chiacchierata più lunga.

Che significato dà alla parola destino? Il termine si compone di due parti. De esprime un’intensificazione, mentre -stino riporta allo “stare”, quindi il destino è l’apparire di ciò che è, degli essenti, in maniera inamovibile. Quella che io chiamo “veglia assoluta”.

Cioè? Come si collegano gli essenti, la veglia assoluta e il destino? Il destino è la veglia assoluta, intesa come eternità di ciò che è, ovvero degli essenti. Per capire questo legame bisogna risalire alla tradizione occidentale, che concepisce le cose del mondo, uomo compreso, come essenti nel momento in cui oscillano da un Nulla all’altro. Si ha cioè l’idea che ogni cosa provenga dal nulla, faccia la sua apparizione

“ ”

Il destino è l’apparire di ciò che è, degli essenti, in maniera inamovibile

nella vita e torni poi nel nulla. E che ogni cosa sia solo in quella parentesi tra un nulla e l’altro. Il destino, proprio perché intensifica lo stare, concepisce gli essenti come eterni, quindi non solo presenti nel momento della loro apparizione tra la nascita e la morte.

“ ”

Il destino è la negazione della follia su cui si fonda la fede Quindi veglia assoluta intesa come eternità? Esattamente. Eternità perché non presuppone un passaggio dall’essere al non essere e viceversa, ma una costante: essere o non essere. Il destino è la negazione della follia su cui si fonda la fede, pilastro della tradizione occidentale. La terra, in quanto separata dal destino, è il contenuto del grande sogno in cui consiste la vita ed è il grembo di ogni fede.

Vuole dire che la fede è follia? Per forza. Perché identifica il Nulla e il non-Nulla. Pensare che le cose del mondo stiano solo nel tempo in cui oscillano tra l’Essere e il Nulla significa identificare l’Essere e il Nulla, il non-Nulla e il Nulla. Non le pare follia questa?

In effetti sì, ma allora siamo tutti folli? Insomma, ognuno di noi, in un certo senso, ha una fede… Perché le religioni, i miti, le ideologie soddisfano i desideri

più profondi dell’uomo, il suo bisogno di sicurezza: lo salvano dal dolore e dalla morte e gli assicurano la felicità in un’altra vita. Dando ascolto a queste voci, che implicano quindi un divenire, un processo e non una costante come invece è il destino, l’uomo riesce ad anticipare qui sulla Terra quella felicità, proprio in quanto crede, spera.

Quindi la salvezza dell’uomo è contenuta in un’illusione? Dipende da che cosa s’intende con “salvezza”. Se ci si riferisce alla sopravvivenza, allora sì, essa è il contenuto di un sogno, perché in fondo la condizione umana è precaria, ma lo è perché precaria è ogni rassicurazione razionale della non precarietà dell’umano. Anche nella religione più raffinata s’instaura sempre il dubbio. Perciò la salvezza dal dolore e dalla morte continua a essere qualcosa di sognato.

Invece è possibile vivere al di fuori del sogno? Paradossalmente si tratterebbe di attendere l’avvento dell’insperato. Cioè gli uomini sono in realtà eterni, immortali come vorrebbero. E il destino è proprio l’affermazione degli Eterni come di tutte le cose, appunto uomini compresi, nella loro costanza e non nel divenire. Nel destino appare che ogni essente è esso stesso e non diventa altro da sé, dunque è eterno.

Cioè siamo tutti immortali? I mortali appartengono alla terra: nascono e muoiono. Ma l’uomo non è un mortale, è invece il luogo eterno in cui appare il destino della verità. Ogni cosa è eterna, non solo le

Nella foto il filosofo Emanuele Severino. A destra la litografia “Mano con sfera riflett

anime, come affermava Platone, ma anche i corpi e la terra e tutti gli stati che li caratterizzano. Quando parlo di queste cose me la cavo di solito con l’esempio del cielo e del sole. Dall’aurora al tramonto, il sole attraversa il cielo, ma se domandassimo al cielo che ne è del Sole dopo il tramonto, questo non potrebbe rispondere, perché ha visto il sole finché l’ha contenuto, cioè nel lasso di tempo che va dall’alba al tramonto. Tuttavia, a nessuno verrebbe mai da pensare che il

sole di notte smetta di esistere. Il cielo corrisponde all’esperienza, alla manifestazione del mondo, il sole rappresenta invece le cose che vanno e vengono.

Perché mai, se gli uomini sono eterni, dovrebbero credere il contrario? Ritorniamo al sistema di pensiero di tutta la tradizione occidentale. Nell’isolamento della terra, la fede nel divenire altro porta alla luce la volontà di salvezza e di potenza. Nel


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a, sei professore. Vorrei saper io le cose che

, verità degli eterni” EMANUELE SEVERINO

Noto come uno dei più importanti filosofi italiani di oggi, Emanuele Severino nasce a Brescia il 26 febbraio 1929. Dopo la laurea all'Università di Pavia (1950) con una tesi su Heidegger e la metafisica, ottiene la libera docenza in filosofia teoretica. Dal 1954 al 1970 insegna dunque filosofia all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. I libri pubblicati in quegli anni entrano però in forte conflitto con la dottrina ufficiale della Chiesa, suscitando vivaci discussioni all'interno dell'ateneo e nella Congregazione per la dottrina della fede (l'ex Sant'Uffizio). Dopo un lungo esame, nel 1970 la Chiesa proclama ufficialmente l'insanabile opposizione tra il pensiero di Severino e il Cristianesimo. Lasciata così la Cattolica, viene chiamato all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove è tra i fondatori della Facoltà di Lettere e Filosofia. Dal 2001 diventa docente ordinario di filosofia teoretica. Nel 2005 la proclamazione di professore emerito alla Ca' Foscari. Attualmente insegna Ontologia fondamentale alla Facoltà di Filosofia dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. È accademico dei Lincei e Cavaliere di Gran Croce. Da alcuni decenni collabora con il Corriere della sera. Tra le sue numerose opere vanno ricordate: La coscienza. Pensieri per un'antifilosofia (1948); Heidegger e la metafisica (1950); La struttura originaria (1958); Essenza del nichilismo (1972); Il destino della tecnica (1998); La legna e la cenere (2000); La gloria (2001); Il mio scontro con la chiesa (2001); La natura dell'embrione (2005); Il muro di pietra. Sul tramonto della tradizione filosofica (2006); Oltrepassare (2007); L'etica del capitalismo (2008); Discussioni intorno al senso della verità (2009); Il mio ricordo degli eterni (2011); il libro-intervista Educare al pensiero (a cura di S. Bignotti, 2012); Intorno al senso del nulla (2013); La potenza dell'errare. Sulla storia dell'Occidente (2013).

XXVII: «ciò che attende gli uomini dopo la morte è infinitamente di più di ciò che essi pensano e sperano».

era riflettente”, di Maurits Cornelius Escher (1935)

suo significato essenziale, la morte è il divenir altro (ossia l’impossibile) e da sempre gli uomini hanno tentato di vincere la morte diventando altro da ciò che essi sono: uccidendo Dio, come Adamo, o diventandone gli alleati, come Gesù. Hanno cercato di vincere la morte con la morte.

E ci sono riusciti? Evidentemente no, né ci riusciranno mai, perché non ne hanno bisogno. Lo dice anche Eraclito, nel frammento

Aspetti, la morte esiste o non esiste? Certamente esiste, ma non è la barriera che tradizionalmente si crede, non costituisce alcuno spartiacque tra fine e inizio o inizio e fine. Il che significa che non solo gli uomini sono eterni, ma sono anche destinati alla Gloria, intesa come superamento del contrasto tra la costanza reale e il divenire fittizio, tra il destino e la fede.

Lei parla di un destino diverso da quello comunemente inteso. Il destino come verità. Invece, se dovesse as-

sociarlo alla fortuna o alla fatalità? Il fatalismo è una concezione pericolosa, perché, se tutto accade fatalmente, non si può più parlare di responsabilità e dunque vengono meno tutte le briglie dello Stato, viene meno la vita civile. Per quanto riguarda la fortuna, senta solo la parola.

Il corrispettivo latino è fors, da cui deriva anche l’avverbio “forse”, che indica l’ambiguità. La fortuna può essere il destino buono o cattivo: da un lato è ciò che accade ineluttabilmente, dall’altro è ciò che accade in maniera inspiegabile e casuale. Sta dicendo che esiste anche un destino cattivo? Sì, se si usa destino nell’accezione comune del termine, quella cioè di sorte, di fatalità. Dovremmo quindi dedurre che il destino buono è l’altro, il

suo. Non solo mio, di tutti. È il destino come eterno superamento di ogni contraddizione del finito, la Gioia, l’inconscio dell’uomo in cui egli è destinato a inoltrarsi, all’infinito, senza però esserne consapevole. L’uomo è molto più di quanto crede e per questo è rattrappito, anche nei suoi desideri. Non perché debba desiderare di più, ma perché, al contrario, desidera poiché non si rende conto della sua infinita ricchezza, quella che io chiamo Gloria.

Essente: ciò che è, il non-Nulla Divenire: concetto figlio della tradizione occidentale, che presuppone l’essere come entità di passaggio tra un Nulla (pre-nascita) e un altro Nulla (dopo la morte). In questo modo tendiamo sempre ad altro rispetto a ciò che siamo, appunto all’aldilà: è l’illusione della fede, che consente all’uomo di sopravvivere pensando a una felicità eterna dopo la morte. Il divenire è invece morte. Veglia assoluta: la condizione d’immortalità dell’uomo e degli altri essenti, che sono eterni. Viene infatti negata la transizione dall’essere al non-essere: quella che noi chiameremmo “vita” è in realtà solo una manifestazione, ma un entità esiste o non esiste per sempre. Destino: sinonimo di “verità assoluta”, che per Severino è la negazione del divenire, cioè la differenza indiscutibile tra essere e non-essere, non-nulla e nulla. Fortuna: è un termine ambivalente. Da intendersi con un’accezione negativa, come sorte, fatalità, quindi divenire; oppure con un significato positivo, appunto come “destino” secondo la concezione severiniana.


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sai. -Esser qualcuno è un’altra cosa, –

L

Benedetta Bragadini Micaela Farrocco

a telefonata inizia così: “Scusatemi se ho rimandato l’intervista per così tante volte”. Paolo Nespoli, 57 anni milanese di nascita e americano di adozione, parla della sua vita da astronauta mentre aspetta un aereo per Houston, dopo una toccata e fuga in Italia. “Loud and clear, forte e chiaro” risponde quando chiediamo se ci sente bene. Grazie anche all’incontro con Oriana Fallaci, conosciuta mentre era un militare ventiseienne in missione in Libano, ha deciso di lasciare una carriera nell’esercito per realizzare il suo sogno di bambino: investigare lo spazio. “Ma cosa ti sei fumato?” gli dicevano tutti. Eppure “quel ragazzino della provincia di Milano” oggi è uno degli astronauti italiani più conosciuti al mondo. C’era scritto “astronauta” nel suo destino? Sognavo di vedere lo spazio già da bambino. Quando a 26 anni ho lasciato l’esercito per provarci mi hanno dato del pazzo perché sembrava una cosa irrealizzabile. Poi però sono riuscito a volare: sono diventato astronauta professionista, cosa che da un lato ancora mi sorprende, ma dall’altro no, perché se uno crede in qualcosa e prova a raggiungerla con tutte le sue forze, niente è impossibile.

Quanto ha inciso l’incontro con la Fallaci nella scelta di diventare astronauta? L’aver incontrato Oriana Fallaci con la sua forza e le sue capacità... E’ stata lei che mi ha chiesto: “Cosa vuoi fare da grande?”. Ho risposto che mi sarebbe piaciuto fare l’astronauta. Lei ha esclamato: “Perché no?!”. E io: “Ho 26 anni, non ho una laurea, non parlo inglese. E’ impossibile”. E’ stata una delle persone che ha creduto in questo sogno, insieme al generale Angioni, ai colleghi e ai miei genitori. La stampa però ha sempre dipinto Oriana Fallaci come l’unica ar-

Paolo Nespoli, ormai non più “ragazzino della provincia di Milano” ma astronauta di fama, racconta il suo passato, la relazione con Oriana Fallaci, che lo spinse a inseguire il sogno, il suo futuro

tefice del mio destino: sembra che io non abbia fatto nulla, che sia diventato astronauta solo perché Oriana l’ha voluto. Non è così ma sicuramente è lei che a un certo punto mi ha quasi costretto a ragionare sul mio futuro. Ma dall’84 al ’98, anno in cui mi sono laureato in ingegneria spaziale e astronautica, sono passati 14 anni: non ci sentivamo nemmeno più a quel punto.

E’ stato destino secondo lei? Non credo troppo nel destino: la mia parte razionale è molto solida, da ingegnere. Allo stesso tempo però paragono la

“ ”

Non credo troppo nel destino: la mia parte razionale è solida, da ingegnere vita a un viaggio: un giorno sei alla stazione e scegli il treno veloce ma poi per un motivo o per un altro quello locale, che doveva essere più lento, arriva prima. Credo che la fortuna aiuti chi sa riconoscerla: gli altri semplicemente non prendono il treno giusto.

L’ASTRONAUTA

grazie a un

Dopo aver visto lo spazio come ha rivalutato i concetti di fortuna e destino? Lo spazio cementifica le tue credenze: chi ha fede in Dio trova lassù una conferma della sua esistenza, così come chi non ne ha rafforza questa convinzione. Lì è quasi come se tornassi bambino e riscoprissi la gravità. Inoltre hai la possibilità di vedere la Terra con occhi diversi: da lassù è così bella, diversa, fragile, è una nave in viaggio nell’universo. E ti cattura: paradossalmente andare nello spazio ti fa diventare più terrestre.

L’immagine dello spazio che le è rimasta nel cuore? Sono due le cose che continuano a colpirmi ogni volta: da italiano il mio paese visto dallo spazio. E poi la magia dell’Aurora Boreale.

Cosa ha detto alla sua famiglia prima di partire per la missione? Quando sono partito dalla casa di Houston a salutarmi c’erano i miei genitori. Ho preso un taxi e a bordo ho sentito una canzone: “Home” di Micheal Bublè. Stavo partendo per un viaggio di 6 mesi e questo pezzo struggente e bellissimo


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– dissi piano – Non te l’immagini nemmeno. Ci PAOLO NESPOLI

Paolo Nespoli è astronauta dell’ESA (European Space Agency) dal 1991. Il 23 ottobre 2007 è partito con lo Space Shuttle Discovery, STS-120, in qualità di specialista di missione e si è occupato del coordinamento delle attività extraveicolari ("passeggiate nello spazio") relative all'assemblaggio del Node 2 - detto anche "Harmony" nuovo componente multi-funzionale della ISS (International Space Station). Il 15 dicembre 2010 è tornato sulla Stazione Spaziale Internazionale con la Sojuz TMA-20, come ingegnere di volo. Dopo 157 giorni il 23 maggio 2011 è rientrato sulla Terra. In totale è rimasto nello spazio per quasi un anno, ben 331 giorni 9 ore e 40 minuti.

“ ”

A sinistra, l’astronauta Paolo Nespoli e la giornalista Oriana Fallaci

Il mio destino? Essere un girovago, pensare cose impossibili e farle

UTA“Sono nello spazio

n sogno (e a Oriana)” diceva: “Stai andando a fare un viaggio e vorresti essere a casa”.

Come ha salutato sua figlia? Era molto piccola, aveva un 1 anno e mezzo. Ma c’è una storia molto tenera che la riguarda, che ho raccontato nel mio libro, Dall’alto i problemi sembrano più piccoli: ero in orbita da 15 giorni e ho fatto una video conferenza con casa. C’era la mia immagine sul monitor. Mentre parlavo con mia moglie a un certo punto non ho più visto nulla: Sofia si era avvicinata troppo alla telecamera perché voleva entrare nello

schermo per abbracciarmi. Poi quando sono tornato, 6 mesi dopo, mi guardava in modo strano. Sembrava che pensasse: “Ma tu vivi qui? Io pensavo che stessi dentro la tv”.

La prima emozione che ha provato quando è partito nel 2007? E’ un insieme difficile da descrivere: la realizzazione di un sogno, ma anche la tensione molto forte di dover lavorare. Non sei un passeggero, non stai andando a New York seduto dietro, mentre bevi un bicchiere di vino. Stai pilotando un veicolo: la vita tua e

“ ”

Quando torni sulla Terra il primo pensiero è: “la gravità fa schifo!” degli altri dipende da quello che fai. Poi senti la forza di gravità e guardi la Terra. Sono tutte emozioni incredibili che si accavallano e si moltiplicano. Cosa si prova poi a rimettere piede sulla terra dopo 157

giorni? La forza di gravità è fortissima: uno non si rende conto di come ci prende, ci distrugge, o comunque ci limita, finché non diventi l’ “Uomo Ragno” sulla stazione spaziale. Lì puoi camminare sul soffitto e spostare masse pesanti senza alcun problema. Quando poi torni sulla Terra, senti una coperta di 300 chili che ti viene buttata addosso. Il primo pensiero è: la gravità fa proprio schifo!

Quando era nello spazio ci sono stati imprevisti? E’ stato salvato dal destino o dall’addestramento?

Una combinazione di entrambe le cose: capacità e responsabilità, fortuna e rischio, pur sempre calcolato. Sfortunatamente sono stato troppo fortunato perché, nonostante facessi parte dell’equipaggio che avrebbe fatto una passeggiata spaziale in caso di emergenza, non ci sono mai riuscito. E’ andato tutto troppo bene. Per mesi ho accarezzato la mia tuta dicendole: ”Non ti preoccupare, ti porterò a spasso”. E invece non è accaduto.

Cosa c’è nel destino di Paolo Nespoli? Difficile dire cosa farò da grande, sto cercando di tesaurizzare le cose che mi hanno portato a essere quello che sono. Il mio destino? Essere un girovago nell’universo, pensare cose impossibili e riuscire a farle. “Ma voi siete fortunate”? Adesso è Nespoli a fare le domande a noi. E non aspetta nemmeno la risposta perché il messaggio che vuole lanciare è forte e chiaro: “Sognate cose impossibili, non perdete tempo a sognare quelle possibili perché ci sono già. E ricordate: se siete tenaci, non esiste nulla al mondo che non possiate fare”.


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vuole fortuna, coraggio, volontà. Soprat

MILANESIANA 2014: Giorno per


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rattutto coraggio. Il coraggio di starsene soli

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er giorno tutti gli appuntamenti


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come se gli altri non ci fossero e pensa

L’ATLETA

Lo scatto vincente Una vita normale, poi l’incidente che le ha cambiato la vita. Giusy Versace è oggi un’atleta affermata, pluricampionessa, impegnata nello sport come nel volontariato.

E

Antonio Torretti

ra un giorno qualunque quel 22 luglio del 2005 per Giusy Versace. Si, Versace, un cognome che in Italia (e non solo) significa alta moda. Anche per Giusy era così, anche se in realtà lei lavorava per delle aziende concorrenti. Quel giorno Giusy ha visto la sua vita cambiare radicalmente nel giro di pochissimi istanti. Un violento acquazzone, la macchina che sbanda e va a finire contro un guard rail. Sembra una storia come tante se ne sentono, una di quelle storie che ha come protagonista la Salerno-Reggio Calabria. E invece no. Questa è la storia di una ragazza che ha deciso di

sopravvivere e di diventare grande nonostante il destino le abbia giocato un brutto scherzo. Adesso, a distanza di quasi nove anni, Giusy è pluricampionessa di atletica leggera e fresca detentrice del record dei 100 metri conquistato proprio lo scorso maggio durante i campionati italiani svoltisi a Grosseto. Ma questo è solo l’ultimo primato fatto registrare dalla prima donna in Italia a correre con due protesi in carbonio al posto di entrambe le gambe. Una donna solare, bellissima e piena di amore per la vita. Una donna che ha deciso di riscrivere la propria storia.

Cosa vuol dire destino per Giusy Versace?

“ ”

Tutti abbiamo un percorso già scritto, ma decidiamo come affrontarlo Non so se credere o meno al destino. Credo che ognuno di noi abbia un percorso già scritto ma che grazie al libero arbitrio possiamo decidere come affrontare quel percorso. Un po’ come la storia del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Una cosa è certa: bisogna assumersi la responsabilità delle scelte che si fanno senza guardarsi indietro e piangere ma guardando sem-

pre avanti.

Com’è cambiata la Sua vita? Com’era la Sua vita prima dell’incidente? La mia vita è cambiata molto: prima ero una donna sempre molto attiva ma completamente dedita al lavoro e alla costante ricerca dell'affermazione professionale. Oggi continuo ad essere attiva ma ciò che è cambiato è la scala delle priorità. Adesso la mia vita è fatta di sport, di solidarietà, di volontariato e poi anche di lavoro. Diciamo che ho scelto di guadagnare di meno ma di avere più tempo da dedicare alle cose che davvero mi riempiono il cuore.

Immagino ci siano stati momenti difficili, quali sono stati quelli più impegnativi e come ha trovato la forza di reagire? I momenti difficili sono stati e sono tanti. Vivo comunque con un handicap. Il momento più duro forse è stato imparare a camminare e ricostruire poco per volta tutti i tasselli che occorrevano per tornare a essere autonoma. Oggi non posso lamentarmi, posso solo ringraziare Dio per avermi dato la forza di affrontare tutto questo. Mi sento comunque una donna molto fortunata perché la testa mi funziona e ho un cuore pulito. Posso andare dove voglio, le gambe si limitano ad accompagnarmi.


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sare soltanto alla cosa che fai. Non spaventarsi

e

Alcune immagini di Giusy Versace mentre si allena

grinta e voglia di andare avanti.

Il destino ci ha messo del suo (anche sottoforma di persone che magari l’hanno aiutata o, al contrario, delusa)? Come dicevo prima non so se il destino esiste o se sia corretto chiamarlo così. Mi piace parlare piuttosto di provvidenza. Decisamente le persone che incontriamo sul nostro percorso, e vale per tutti noi, in qualche modo ci segnano positivamente o negativamente. Io ho avuto la fortuna di incontrare persone eccezionali che mi hanno permesso di arrivare fin qui.

Come è adesso la sua vita? Molto ricca di amore e piena di progetti e di questo ne sono felice. L'handicap non mi ha piegata, anzi mi ha dato ancora più

Dal 2010 è anche presidente della ONLUS Disabili No Limits. Tra atletica e volontariato, Giusy Versace è diventata un vero esempio per tanta gente. Si sente di esserlo? Non mi sono subito resa conto di essere un esempio per tanti. Forse ho iniziato ad avere questa consapevolezza quando sui social network la gente ha iniziato a mandarmi messaggi con scritto “grazie”. Non credo di aver fatto nulla di eccezionale.

Sorridere alla vita è il minimo che io possa fare e se attraverso quello che faccio, soprattutto grazie anche alla Onlus, posso dare un po’ di forza e speranza ad altri, almeno riesco a dare un senso a quello che mi è successo. Il sentirmi utile mi aiuta molto. Un prete un giorno mi disse: “Ricorda che se fai qualcosa di buono e lo tieni per te hai decisamente fatto una bella cosa. Ma se questa cosa la condividi con gli altri, assume molto più valore” . Questo è uno dei motivi per cui ho deciso di raccontarmi nel mio

libro, uscito un anno fa, “Con la testa e con il cuore si va ovunque”. Il titolo parla da sé.

Quali erano e quali sono i sogni di Giusy Versace? Sono cambiati o è solo cambiato il modo per raggiungerli? I sogni sono cambiati perché io

stessa sono cambiata. Gli eventi forti e traumatici nella vita cambiano chiunque. Io ho visto la morte in faccia e oggi do molto più valore a ogni piccola e singola cosa che faccio. Non penso troppo al futuro, cerco di godermi il grande dono dell’oggi.

GIUSY VERSACE

Giusy Versace è nata a Reggio Calabria il 20 maggio del 1977. Il 22 luglio del 2005 un incidente stradale le provoca l’amputazione di entrambe le gambe. Dopo cinque anni inizia a correre con delle protesi di carbonio. È la prima italiana a farlo utilizzando protesi in entrambe le gambe. Nel 2011 diventa presidente della ONLUS “Disabili No Limits”, l’organizzazione no profit nata per restituire a tutte le persone con disabilità una vita più autonoma donando ausili non previsti dal Sistema Sanitario Nazionale e per organizzare eventi sportivi aperti anche ad atleti diversamente abili. Nello stesso anno ottiene il pass le Paralimpiadi di Londra 2012 centrando il minimo richiesto sui 100m ma la Federazione, a sorpresa, decide di lasciarla a casa. Il 12 maggio 2012 ai campionati italiani di Torino corre i 100 m in 15”50, segnando il primato europeo nella specialità. L’ultimo record fatto segnare da Giusy Versace è freschissimo: lo scorso 30 maggio ai campionati italiani svoltisi a Grosseto ha corso i 100m in 14"44 conquistando il suo ottavo titolo nella disciplina. Nello stesso giorno ha vinto anche il nono titolo personale nei 200m.


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se la gente se ne infischia. Bisogna asp

LO SCIENZIATO “La Secondo il grande ricercatore e divulgatore la dote genetica di ciascuno di noi può “soltanto predisporre le condizioni del nostro successo, non determinarlo”. Anche se l’ereditarietà può aiutare alcuni talenti, come quello musicale.

I

Matteo Colombo

geni non determinano la nostra fortuna, “ma possono essere la causa principale delle nostra infelicità”. Edoardo Boncinelli è uno dei genetisti più importanti d’Italia ed ha contribuito a scoprire i meccanismi che determinano la formazione degli nell’organismo umano. Secondo il Cor-

Capire l’identità tenendo conto della fisiologia, dei cromosomi e della nostra storia, psicologia e cultura

riere della Sera, questa scoperta è tra i 10 risultati scientifici italiani più importanti che sono stati ottenuti in 150 anni di storia nazionale. Tra gli interessi di Boncinelli non c’è soltanto la scienza, ma anche la filosofia, la religione e la letteratura. È sufficiente scorrere l’elenco delle sue opere per trovare una raccolta di liriche dell’antica Grecia, un testo sulla religione e la scienza o qualche libro per spiegare la genetica al grande pubblico. Una vita tra le provette e le elegie di Menandro, caratterizzata da una caotica curiosità che ancora lo spinge a riempire una libreria già stracolma, dove all’”Origine della Specie” di Darwin si affiancano gli “Annales” di Tacito. Se c’è una costante nella carriera di Boncinelli è il tentativo di capire l’identità dell’ uomo, che non è scritta soltanto in una sequenza di amminoacidi, ma è anche formata dalla nostra storia, cultura e psicologia. “La nostra fortuna dipende dai geni, dalla fortuna e dal caso” spiega “ma è difficile dire quali siano le percentuali di ciascun elemento e a nessuno piace ammettere che ci sia molto di imprevedibile nella nostra

vita” . È un tema molto dibattuto tra gli scienziati e i filosofi, visto che c’è chi ritiene che esista una predisposizione genetica anche in alcuni comportamenti dannosi per l’individuo, come l’alcolismo o la tossicodipendenza. “Ancora non è chiaro quale sia il ruolo dei geni nei nostri comportamenti” precisa Boncinelli “i geni non sono più

sessualità. Boncinelli preferisce non vuole schierarsi né dalla parte di chi sottolinea l’origine genetica delle nostre preferenze sessuali, né da quella di chi parla dell’importanza ambientale e psicologica, visto che manca una risposta scientifica definitiva su questo tema. “Le ultime ricerche sostengono che potrebbe essere decisivo il periodo della gravi-

EDOARDO BONCINELLI

Edoardo Boncinelli è un genetista e divulgatore, nato nel 1941 a Rodi. Ha lavorato dal 1968 al 1992 all’Istituto Internazionale di genetica e biofisica di Napoli, svolgendo l’attività di ricercatore. Nel 1985 scopre i “geni omeotici”, che hanno un ruolo essenziale nella formazione degli organi che è stata definita dal Corriere come una delle 10 scoperte più importanti di uno scienziato italiano. Dal 1992 è direttore del laboratorio di biologia molecolare del San Raffaele, dove ha anche insegnato per alcuni anni. Da sempre è molto interessato ai temi di filosofia e psicologia ed è autore di diversi libri divulgativi su questi temi, analizzando il rapporto tra scienza ed etica.

di un centinaio e possono soltanto predisporre le condizioni del nostro successo, non determinarlo”. La nostra personalità, insomma, non è scritta nel DNA. C’è poi il dibattito sull’omo-

danza” spiega “quando il feto subisce l’impulso di numerosi ormoni maschili e femminili, ma ancora bisogna aspettare delle conferme”. A differenza di quanto alcuni sostengano nel dibattito pubblico, infatti,

nostr scritt

non esiste ancora una risposta definitiva su questo tema. Bisogna perciò andare oltre i titoli dei giornali, anche quando annunciano la scoperta del gene della pigrizia, dell’obesità o dell’invecchiamento per comprendere quale sia il vero scopo di queste ricerche sul DNA. “Spesso gli scienziati trovano un componente mancante, che impedi-

Non esistono persone che sono geneticamente più fortunate di altre

sce il corretto funzionamento del gene” precisa Boncinelli “ esiste perciò una componente genetica che predispone alla fragilità psicologica o alla sofferenza, ma questo non determina le nostre scelte ”. Non c’è perciò una persona più fortunata di un’altra dal punto di vista genetico, ma “un piccolo gruppo di persone che hanno delle malattie e che hanno una vita segnata dai loro geni e la quasi totalità della popolazione umana che è artefice del proprio destino”. Anche se esistono alcuni talenti, tra cui quello musicale, che sembrano avere una componente genetica molto forte, come testimonia il fatto che tra gli antenati di Bach e Mozart c’erano diversi da musicisti. Se la genetica può aiutare ad essere abili in alcuni discipline, come la musica, il segreto della genialità non sembra essere scritto nel DNA. “Basta guardare a Leonardo Da Vinci” spiega Boncinelli “che proveniva da una famiglia ordinaria ed è riuscito ad essere uno scienziato illustre e un grande artista”, soprattutto grazie alla sua curiosità e impegno. Oggi però il DNA che rice-

A pag. 12 Watson e Crick illustrano il modello d

Il genio di Leonardo Da Vinci non aveva relazioni con la provenienza ordinaria della sua famiglia

viamo alla nascita è meno determinante di quanto fosse alcuni anni fa. Grazie ai progressi della medicina è possibile ridurre l’impatto di alcune malattie, che non impediscono più di avere una


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aspettare degli anni, bisogna morire. Poi, dopo

tra fortuna non è tta nei geni”

modello del Dna. Nella foto grande lo scienziato Edoardo Boncinelli. Nelle tre foto piccole, dall’alto verso il basso, tre padri della genetica moderna: Ernest Haeckel, Gregor Mendel e Charles Darwin

vita felice. “In passato le persone affette da talassemia avevano un destino segnato” spiega Boncinelli “oggi riescono ad avere un’esistenza normale e di successo”, grazie alla tecnologia. La nostra fortuna, insomma, dipende un po’ meno dai geni rispetto a qualche anno fa e in futuro sarà addirittura possibile modificare il patrimonio genetico prima della nascita. È pro-

L’uomo cambierà il suo genoma: sarà una svolta epocale per noi, che ci troveremo impreparati

babile che in 20 anni potremo decidere di avere figli più sani e più longevi” racconta Boncinelli “Sarà la prima volta che una specie riuscirà a modificare il suo genoma” per provare a cambiare il nostro

destino ancora prima di essere venuti al mondo. Sarà una svolta epocale per la nostra specie, che secondo Boncinelli ci coglierà del tutto impreparati. “Una mattina il mondo si sceglierà e leggerà sul giornale che qualche laboratorio di Singapore ha scoperto il modo per cambiare il codice genetico prima della nascita”, senza avere pensato alle implicazioni antropologiche di

Un giorno un genetista sarà più importante dei genitori per determinare il destino dei figli

questa scoperta tecnologica. Una questione che dovranno affrontare i giovani e che sarà uno dei temi più importanti nel futuro. “Un’arma eccezionale che può essere anche distruttiva” spiega Boncinelli “so-

prattutto perché tra quelli che la criticano ci sono tanti che sognano di averla”. Una discussione che sarà necessario portare avanti al più presto, visto che il giorno in cui un genetista sarà più importante dei nostri genitori per determinare il nostro futuro e la nostra fortuna non è poi così lontano.


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morto, se hai fortuna, diventi qualcuno. Accusato nel ‘76 di omicidio, Giuseppe Gulotta viene condannato dietro una falsa testimonianza. La giustizia lo assolve solo nel 2012

D

Nicolò Petrali Claudia Vanni

opo la morte, o una vita in un letto d’ospedale in stato vegetativo, è lo scherzo più brutto che il destino può riservare a una persona. Essere incarcerato da innocente. E non per un breve periodo, ma per oltre 20 anni. Una vita distrutta, quasi 40 anni passati tra una prigione e un’aula di tribunale. In questo caso il destino cinico e baro non ha un volto ma ha un nome: Stato. E forse anche mafia. Stato-mafia. Il condannato ingiustamente, invece, ha un nome e un volto. Si chiama Giuseppe Gulotta, è siciliano. Oggi ha 60 anni e nonostante tutto è riuscito a sposarsi e ad avere un figlio. La verità probabilmente non la sapremo mai ma intanto ascoltiamo la sua.

Gulotta, com’è iniziato tutto? Era il Gennaio del ’76. Ad Alcamo Marina vengono uccisi due carabinieri. Arrestano una persona. Questa persona fa il mio nome, o forse viene costretta a fare il mio nome. Fatto sta che il 12 febbraio, alle dieci di sera, vengono i carabinieri ad arrestarmi e mi

L’INNOCENTE

Un incubo lungo 36 anni

GIUSEPPE GULOTTA

La notte del 27 Gennaio 1976, ad Alcamo Marina in provincia di Trapani, all’interno di una stazione dei carabinieri, vengono uccisi a colpi di pistola gli agenti Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta. Due le ipotesi investigative: terrorismo rosso o strage mafiosa. Alla fine, però, vengono condannati tre giovani alcamesi: Vincenzo Ferrantelli, Giuseppe Vesco (che confessa gli omicidi e viene misteriosamente trovato impiccato in carcere pochi mesi dopo sebbene avesse una sola mano) e Giuseppe Gulotta. Il 26 gennaio 2012 il procuratore generale della Corte d'Appello di Reggio Calabria chiede il proscioglimento di Giuseppe Gulotta, che stava scontando l'ergastolo. Proscioglimento raggiunto in via definitiva il 13 febbraio 2012, 36 anni esatti dopo il suo arresto.

rientrato in carcere. Ci sono rimasto fino al 2012.

“ ”

Non ho mai perso la speranza: è così che ho vissuto la mia carcerazione

Poi finalmente, la svolta. Nel febbraio del 2012 sono stato assolto per non aver commesso il fatto. Grazie alla testimonianza di un carabiniere che quella notte si trovava con me in caserma.

portano in caserma con l’accusa di duplice omicidio.

Conosceva quell’uomo? Sì, era un mio coetaneo. Si chiamava Giuseppe Vesco. Qualche volta eravamo anche usciti insieme. Era una persona normale, come tante. Mai mi sarei aspettato che mi trascinasse in una cosa del genere. Cosa accade dopo l’arresto? Rimango in una stanza per un paio d’ore all’oscuro di tutto. Nessuno mi spiegava niente. A un certo punto entra un folto gruppo di carabinieri. Mi legano mani e piedi alla sedia e iniziano a picchiarmi e a torturarmi. Schiaffi, pugni, mi tiravano i capelli e si accanivano sui miei organi genitali. Mi hanno anche puntato la pistola addosso. Intanto che mi pic-

chiavano mi hanno raccontato dei due carabinieri uccisi. Mi dicevano: “dai confessa, tanto noi sappiamo”. Proprio come si vede nei film. Io però all’epoca lavoravo e basta. Non sapevo nulla di quella storia. Eppure il giorno dopo sono stato costretto a confessare. Non ce la facevo più a resistere.

Così è finito in carcere… Esatto. Ho fatto 2 anni e 3 mesi di carcere preventivo, poi sono uscito per decorrenza dei termini. Mi spediscono a Certaldo, un paese della provincia di Firenze dove mi trovo ancora oggi. Ogni anno c’era un processo, una volta in appello, una volta in cassazione. In tutto sono stati una decina. Alla fine nel ’90 c’è stata la condanna definitiva e sono

Una testimonianza a scoppio ritardato… Forse nel frattempo erano morte le persone che tenevano le fila di tutto. Non lo so.

Anche l’uomo che l’aveva accusata si è poi suicidato. Sì. Speravo che dopo la sua morte i magistrati potessero far luce sull’intera vicenda. Invece non è servita a niente. Gulotta, perché proprio lei? Me lo chiedo ancora. Ma non riesco a trovare una risposta.

Dove ha trovato la forza per sopportare tutto questo? Non ho mai perso la speranza. E’ così che ho vissuto la mia carcerazione. Sapevo di essere innocente e che un giorno sarei uscito.

Non ce l’ha mai avuta con qualcuno? Col destino o con Dio? Credo in Dio e penso che mi abbia aiutato.


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no. (Cesare Pavese, la casa in collina)

LA SOPRAVVISSUTA

“Non era ancora la mia ora”

L

Giulio Oliani

o ripete.“Non era la mia ora, non ancora”. Lo ripete più volte Patrizia, 39 anni, rievocando con sguardo fisso e voce tremante quegli attimi che le hanno cambiato per sempre la vita. Era il 29 maggio 2012, un martedì di sole. Lei, operaia in un’azienda del biomedicale di Medolla, nel modenese, la Haemotronic, si era recata al lavoro nonostante pochi giorni prima una scossa di terremoto di magnitudo 5.9 della scala Richter avesse compromesso molti edifici: “Ma noi eravamo tranquilli. C’erano i cartelli in bacheca con scritto che il nostro capannone era agibile”. Poi alle 09:00 l’impensabile: “Ero seduta, stavo aspettando che partisse un macchinario. Ho sentito tremare: mi sono alzata per uscire ed è arrivata la scossa grossa”. Un’altra, grado 5.8. Il primo istinto: correre verso l’uscita. “In quei momenti non riesci a ragionare, hai una gran confusione in testa e pensi a scappare – continua - Ho fatto in tempo a fare solo tre passi, coi controsoffitti che mi cadevano in testa. Ho capito che non avrei mai fatto in tempo a uscire”. E qui la sua fortuna: “Ho visto un collega

29 maggio 2012: una violenta scossa fa tremare il Modenese, per la seconda volta in pochi giorni. Patrizia Borghi, operaia, si salva per miracolo dal crollo della fabbrica dove lavora

davanti a me che si nascondeva e l’ho fatto anch’io. Un gesto per imitazione che mi ha salvato la vita”. Patrizia si infila tra un bancone e delle vasche, accovacciata, mentre intorno a lei il capannone crolla: “Ricordo che una trave cadde sul bancone distruggendolo e io pensai che fortunatamente non mi ero nascosta solamente lì sotto”. Finita la scossa, si ritrova intrappolata sotto due metri di macerie, intorno solo buio. “Non riuscivo a muo-

vermi. Sentivo un’altra ragazza gridare aiuto e alcuni fuori che mi chiamavano. Io non capivo nulla: avevo solo

Ho fatto in tempo a fare tre passi: i controsoffitti mi cadevano in testa e non potevo scappare fuori

un forte dolore alle gambe e speravo che mi venissero a prendere prima di un’altra scossa”. Ad estrarla dalle ma-

cerie dopo circa mezz’ora alcuni suoi colleghi, che hanno aperto un varco. Poi uno di loro si è infilato a mezzobusto prendendola per le braccia: “Mi sembrava essere stata lì per un’eternità. Appena ho visto la luce del sole ho provato una forte sensazione di benessere, mi sono sentita rinata”. Quel giorno sotto la Haemotronic sono morti quattro operai, tra cui un suo amico carissimo. Patrizia invece, pur rompendosi entrambe le gambe, si è salvata: “Penso di essere stata fortunatissima. Secondo me qualcuno dall’alto

mi ha protetto”. Quella traumatica esperienza le ha cambiato l’esistenza: “Chi vede la morte in faccia, prende la vita in modo diverso. Ti rendi conto che in quei secondi non puoi avere più niente. Le cose materiali non mi interessano come un tempo. Tengo molto di più alla famiglia, agli affetti: ho recuperato tanti rapporti che

Chi vede la morte in faccia prende la vita in modo diverso. Sono stata davvero molto fortunata

avevo interrotto da anni”. E dopo un anno Patrizia è tornata a lavorare in fabbrica, con una nuova consapevolezza: “Solo adesso mi rendo conto che ognuno ha il proprio destino. E non puoi andarci contro”.

IL TERREMOTO

20 maggio 2012, ore 04:03. Un terremoto di magnitudo 5.9 della scala Richter colpisce le province di Modena, Ferrara, Mantova, Reggio Emilia, Bologna e Rovigo, provocando gravi danni a edifici pubblici, fabbriche e abitazioni. Il 29 maggio alle 09:00 un’altra scossa di grado 5.8 si abbatte su queste zone. In totale 27 persone perdono la vita nei crolli, 45 mila quelle che hanno dovuto lasciare la propria abitazione e 47 mila imprese sono rimaste danneggiate. Oggi i Comuni coinvolti cercano di rialzarsi. Qualche segnale di ripresa si intravede ma secondo alcuni abitanti l’eccessiva burocrazia sta rallentando la ricostruzione. E l’eco di quel disastro è ancora forte in queste terre.

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