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FRONTE DELLA GIOVENTUʼ COMUNISTA - dipartimento scuola e università -

CONTRIBUTO SCOLASTICO Una delle questioni più controverse nellʼattuale situazione della scuola italiana è quella riguardante i contributi economici richiesti alle famiglie che iscrivono i figli alle scuole superiori statali. La richiesta di questo contributo è ormai di consueto accompagnata da minacce e intimidazioni di ogni tipo da parte delle scuole, che affermano che il pagamento di questo contributo è necessario allʼiscrizione, la quale potrebbe essere addirittura rifiutata, che il mancato pagamento influirebbe sul voto di condotta, o che la sua obbligatorietà può essere deliberata dai Consigli di Istituto. Per comprendere a fondo lʼentità di questi contributi bisogna prima di tutto ricostruirne la storia, analizzando i processi che hanno portato allo smantellamento de facto della gratuità della scuola pubblica. NASCITA ED EVOLUZIONE DEL CONTRIBUTO SCOLASTICO Il contributo, che non è sempre esistito, nasce da una precisa scelta legislativa risalente al 1997: la cosiddetta “riforma Berlinguer”, alla quale oggi ci si riferisce come “autonomia scolastica”, voluta dal governo di centro-sinistra. Con “lʼautonomia” introdotta da Berlinguer vengono abrogati due articoli del Testo Unico sulle Leggi della Scuola Pubblica che vietavano in modo tassativo alle scuole di richiedere somme di denaro, e apparve nelle scuole lʼusanza di richiedere contributi alle famiglie. Inizialmente la funzione di questi contributi era di finanziare progetti extracurriculari del POF. In breve tempo, sempre in nome di una fantomatica “autonomia” delle istituzioni scolastiche, le scuole pubbliche assistettero a un drastico taglio dei finanziamenti da parte del Ministero dellʼIstruzione. Da quel momento in poi, il contributo delle famiglie perse la sua funzione originaria e iniziò a sopperire alla mancanza di fondi. Aumentando ogni taglio, il contributo è stato il grimaldello attraverso cui il sistema è stato capace di annientare i fondi statali alle scuole senza incontrare una reale opposizione, visto che grazie ai soldi ricevuti dalle famiglie i bilanci degli istituti continuano a risultare “misteriosamente” in attivo anche senza che un euro arrivi dal Ministero. Il contributo al giorno dʼoggi è di fatto una vera e propria tassa dʼiscrizione in barba al diritto allo studio, e la sua funzione reale è nientemeno che il mantenimento economico della scuola pubblica: lʼaccanimento delle segreterie delle scuole nel pretendere letteralmente con ogni mezzo versamenti dalle famiglie deriva da una reale necessità di ricevere quei soldi per far quadrare i bilanci. Lʼentità dei contributi richiesti è proporzionale a quella dei tagli che la scuola pubblica ha subito negli ultimi anni. Se alla fine degli anni ʼ90 il contributo era limitato a 30/40 euro, lʼattuale media nazionale di circa 130 euro evidenzia che il contributo è aumentato in pochi anni di circa il 300%. È però doveroso evidenziare che se i tecnici e i professionali più scadenti, con edilizia fatiscente e laboratori quasi assenti, chiedono contributi relativamente modesti che si aggirano fra i 60 e gli 80 euro, Licei ed Istituti Alberghieri richiedono contributi molto più alti, che in casi estremi sono arrivati a sfiorare i 200 o i 250 euro. Vi è in generale una tendenza a richiedere contributi proporzionali alla quantità di laboratori presenti e alla qualità delle infrastrutture, rendendo di fatto più costose le scuole “migliori”.

www.gioventucomunista.it info: scuola@gioventucomunista.it


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QUESTIONI E RIFERIMENTI LEGALI SUI CONTRIBUTI SCOLASTICI Se quella dei contributi è una faccenda controversa, è principalmente per lʼassenza di veri e propri riferimenti legali che chiariscano una volta per tutte la loro natura. A partire dallʼanno scolastico 2006-2007 la cosiddetta “scuola dellʼobbligo” (fino al 16° anno di età), la cui gratuità è sottolineata in diversi riferimenti legislativi, comprende i primi tre anni di istruzione secondaria superiore e infatti le tasse erariali (tassa di iscrizione: 6,04 euro; tassa di frequenza: 15,30 euro, T.U. 297/94 art. 200), formalmente le uniche tasse “obbligatorie”, si pagano unicamente per le iscrizioni al 4° e al 5° anno, appunto al di fuori della scuola dellʼobbligo. Fino al 2007 cʼè stata una riscossione “selvaggia” dei contributi da parte delle scuole, essendo totalmente assente dalle normative qualsiasi riferimento ad essi. La legge 40/07 (legge Bersani) nomina il contributo volontario, non a caso con il termine “erogazione liberale”, solo ai fini della possibilità di detrarre dalle tasse il suo ammontare (nella misura del 19%), ma non lo istituzionalizza e di certo non lo rende obbligatorio, limitandosi solamente a prendere atto di una prassi già largamente diffusa nelle scuole e a consentirne la parziale detrazione in analogia a quanto già previsto per le rette delle scuole private. Inoltre questa “erogazione liberale” sarebbe detraibile nel caso fosse finalizzata “allʼinnovazione tecnologica, allʼedilizia scolastica, allʼampliamento dellʼofferta formativa”, ma restano assolutamente controverse le questioni riguardanti il reale vincolo di destinazione di queste somme di denaro nei bilanci degli istituti. Formalmente dunque il contributo sembra avere un carattere volontario, ed è inappropriato ritenere che questo venga meno con una delibera del Consiglio di Istituto, affermazione che comunemente riecheggia dalle istituzioni scolastiche che non mancano di sottolineare la loro “autonomia”. Va constatato però che esiste una questione non risolta in merito agli anni di istruzione superiore non rientranti nellʼistruzione obbligatoria: molte scuole affermano che in quel caso il contributo richiesto è obbligatorio perché non vige più il principio di gratuità della scuola dellʼobbligo. Secondo questo ragionamento, dunque, non cʼè differenza sostanziale fra il passare gli ultimi due anni in una scuola pubblica o in una scuola privata. Potremmo appellarci al principio “è obbligatorio ciò che comporta una sanzione in caso di inadempienza allʼobbligo”, ma anche questa constatazione lascia il tempo che trova poiché spesso le scuole ritengono, sempre ai sensi dellʼautonomia, che inserire riferimenti al contributo nel Regolamento dʼIstituto basti a istituzionalizzarlo. CHE FARE? VERTENZA LEGALE O BLOCCO DEI CONTRIBUTI? Tirando le somme, gli appigli legali sono decisamente insufficienti per condurre una vera e propria vertenza su questa base, e le prese di posizione del Ministero (circolari, dichiarazioni…) sono volutamente vaghe e visibilmente volte a “calmare le acque” più che a risolvere la situazione. Sulla questione dei contributi scolastici si evidenzia il fallimento dei sindacati studenteschi. La posizione politica di queste associazioni, che si illudono di poter ottenere una risposta chiedendo al Ministro di turno di chiarire una volta per tutte la non-obbligatorietà dei contributi, è riassumibile nella frase “i contributi sono volontari e questo va chiarito… ma le scuole sono senza soldi, quindi chi ha la possibilità di pagarli lo faccia”. www.gioventucomunista.it info: scuola@gioventucomunista.it


FRONTE DELLA GIOVENTUʼ COMUNISTA - dipartimento scuola e università Alla base di queste posizioni cʼè la mancata comprensione di un passaggio: non è casuale che la legge resti poco chiara e non è un caso il silenzio dei Ministri dellʼIstruzione sulla questione dei contributi. Se il Ministro (chiunque fosse) dichiarasse che i contributi che le scuole richiedono non sono obbligatori, è prevedibile che in breve tempo non li pagherebbe nessuno, anche perché questi sono una spesa sempre più consistente per le famiglie. Dʼaltra parte se dichiarasse lʼobbligatorietà dei contributi sarebbe unʼammissione istituzionale del fatto che la scuola pubblica non è gratuita, che con ogni probabilità scatenerebbe oltre alle mobilitazioni degli studenti un senso di indignazione generale dinanzi a una dichiarazione palesemente incostituzionale. Per questi motivi da parte dellʼistituzione si mantiene volutamente questa posizione di ambiguità e di silenzio. Appare dunque quanto mai ingenua lʼambizione di ottenere qualcosa sul piano vertenziale. Allo stesso modo, nellʼottica più ampia della difesa della scuola pubblica, non è ammissibile lavarsi le mani dinanzi a ciò che accade limitandosi a “informare” gli studenti e le famiglie circa la non-obbligatorietà del contributo e addirittura invitando a pagarlo laddove ci siano le possibilità economiche: così facendo non si fa altro che legittimare lʼopera di smantellamento della scuola pubblica. Se i Governi, per fare fronte alle imposizioni economiche dellʼUnione Europea e alle spese che comporta la partecipazione alle guerre imperialiste, hanno potuto tagliare indiscriminatamente sulla scuola pubblica ed elargire finanziamenti alla scuola privata, è perché contemporaneamente le famiglie lʼhanno permesso, finanziando sempre di più la scuola di tasca propria mentre lo Stato la finanziava sempre di meno. Oggi più che mai bisogna avere le idee chiare su questo punto e non cadere nella trappola di chi afferma che “non pagando i contributi si va contro lʼinteresse della scuola pubblica”. Non pagare il contributo vuol dire al contrario avere a cuore la scuola pubblica, in un momento in cui è chiaro che la costante riduzione dei finanziamenti mira a smantellarla, vuol dire inchiodare il Ministero alle sue responsabilità e far si che un contributo nato per finanziare unʼofferta ulteriore a quella garantita dallo Stato, non finisca per diventare elemento essenziale per la sopravvivenza delle scuole, andando a finanziare anche quei livelli minimi che lo Stato dovrebbe assicurare. Talvolta i sindacati studenteschi dichiarano di voler ristabilire i vincoli di destinazione in bilancio per gli incassi dei contributi. Fare un lavoro del genere nei Consigli di Istituto sarebbe perfettamente inutile, oltre che dannoso: metterebbe inutilmente alle strette la singola scuola senza cambiare minimamente lo stato delle cose. Il blocco dei contributi creerà complicazioni per le singole scuole, ma è anche un modo per mettere alle strette il Ministero. Siamo ben consapevoli che nellʼimmediato il boicottaggio dei contributi potrà comportare la rinuncia ad eventuali attività e progetti. È una protesta di più ampio respiro, perché in gioco cʼè qualcosa di più grande: il diritto allʼistruzione così come lo abbiamo conosciuto, che in questo momento ci appare quanto mai compromesso per le generazioni immediatamente future. Per il blocco del contributo, contro la scuola di classe!

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Analisi dei contributi scolastici.