Con la scusa delle favole

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Carlo Villa

Con la scusa delle favole ROMANZO

Società

Editrice Fiorentina


Dello stesso autore Agrità Sotto la cresta dell’onda Quel pallido Gary Cooper Caro, dolce nessuno Dripping Impronte L’ospite sgradito Pieni a perdere Keatoniana Pensieri panici L’incontro delle parallele Il canto di Cherubino A pensarci bene L’esperienza del nulla La misura della perdita Avviso ai naviganti


Carlo Villa

Con la scusa delle favole Romanzo

Società

Editrice Fiorentina


© 2021 Società Editrice Fiorentina via Aretina, 298 - 50136 Firenze tel. 055 5532924 info@sefeditrice.it www.sefeditrice.it facebook account www.facebook.com/sefeditrice twitter account @sefeditrice instagram account @sef_editrice isbn 978-88-6032-601-0 Proprietà letteraria riservata Riproduzione, in qualsiasi forma, intera o parziale, vietata Copertina a cura di Studio Grafico Norfini (Firenze)


A un padre che le più ingenue occasioni di svago immancabilmente mi proibiva, pontificando: «È meglio che piangi tu piuttosto che sia io a piangere», riconoscente. «Non tutti possono essere orfani». J. Renard (Poil de carotte)



Con la scusa delle favole



NON tutti possono essere orfani

La fortuna non m’è mai stata propizia. Invenzione dei falliti, m’ha sempre fatto violenza come fiaba connessa, fin da quando l’ho dovuta subire, al: «Pronto…? E questo cucchiaio mandalo giù per nonno Giovanni… e questo per la mamma… e questo per la maestra Sansone…», accompagnandomeli la seviziatrice con certe storie di bambini cattivi, gonfie d’incredibili particolari che mi tenevano sveglio per tutta la notte. Talune di Pierini, ridottisi a deprecabili Porcospini, che meritavano sempre la più disperata commozione. Di Daudet, Malot, Dickens stesso; e talvolta le cariche deprimenti per i derelitti discriminati dalla sorte erano talmente calibrate che c’era da mettersi a piangere fin dagli stessi titoli, perché il traditore era sempre balcanico, greco l’uomo d’affari e mariolo l’ebreo. Senza contare i Re e le Regine, gonfi di tutte le possibili tracce patologiche lungo la narrazione, e gli Incompresi, dal chiaro monito fin nei bottoni d’oro del Principe; per cui era sempre il Povero che faceva scorrere le lacrime. Ironica, e io stroncato. Grasselli come occhiaie vuote e slabbrate, in cerchi d’unto quali pupille divelte e luminescenti. Minestre bigie in liquidi scuri, che nel rasparmeli nel piatto fissavo attonito, e che, travisandomeli a tradimento, poi, con la scusa delle favole, mi venivano infilati in bocca di nuovo. E io, ferito nella fiducia, sprizzavo singhiozzi a perdifiato e conati di sozza insalata, tra salive fitte di orrende ispezioni, in una sorta di crociata paradossale, alla quale non sapevo ancora come avrei dovuto attrezzarmi in vista d’un indispensabile sopravvivenza, quale che fosse e potesse mai essere la mia vita futura. 9


Ma la madre Dolores era inflessibile e trapestava acrobatica, la mano ferma sulle ineleganti zaffate, e a ogni suo nuovo falsetto dovevo riaprire la bocca, già grondante, pena il crepitare dei denti e la pugnalata dell’immondo cucchiaio sulle gengive, disperatamente subendo le ingiunzioni seguenti: «Perciò il cigno diventò nero, perciò il corvo diventò bianco…», iterativa, e io, imboccato, costretto e indifeso nel liquido sempre arabo, intrappolato dovevo ascoltarmela altrimenti erano sicuri schiaffoni: «…Perciò il mare non più disciolto, divenne solido come d’incanto…». Battevo i denti sul cucchiaio, piano sgusciandovi la lingua, che vi s’infilava rapida, e mi sussultava a fiotti, nascondendomisi, e disperatamente occupato in lacrime di lingua, l’aguzzina m’intimava implacabile: «Voltati,» perché io le sfuggivo ogni volta, riducendomi a un buffo volume come negli incidenti di macchina. «Mamma, non ne posso più…» «…solo questo e non fare lo scemo.». E io non facevo lo scemo, ma buttavo fuori anche il primo. Schizzavo la minestra davanti e piovevano schiaffi da dietro, e nel frattempo me ne infilava ancora cucchiaiate belle calde, depilate, vaporose, spumeggianti e con le bollicine già dei succhi gastrici. Minestre impregnate e divenute anche maggiori dosi e più lunghe quantità, a questo punto sul perentorio: «Ma la vuoi aprire!». Me ne infilava giù come spade profonde, fucilandomele attraverso la bocca colma di scarti; e trasparendone in mezzo una carne serpentina, biscia, albume, funicella iridescente, lumaca venazzata e anguilla elettrica, cos’altro potevano essere tutte quelle vene in ritagli con le striature simili a marmo? E tampinandomi perché non fuggissi, svelta insisteva, la mano sulla freccia costantemente incoccata, informandomi che c’erano una volta i Tre porcellini, Fruganeve con le sette mani e 10


il Gatto con gli stivali tutti strappi e rattoppi; ma il grasso non mi ci voleva mai entrare: «Non ne voglio più!». Mi s’ingollava nella gola, mi si frenava al limite del buco; il quale rimpicciolivamisi, cosicché l’immondo boccone vi restava sospeso come pallottolina di cera che nessuno sforzo riuscisse a deglutire. Paralizzato, ma a lei veniva da ridere; finché, arrabbiandosi caparbiamente, erano busse e strattonate ai capelli. Ma non risultando ancora l’effetto sperato, stavolta ne ritagliava pazzamente anche sei o sette filacci; e questi mi venivano infilati orribilmente insieme; e costretto a ingoiarli in un mondo a boccone unico, contratto nell’ictus che me li ritirava subito fuori, erano conati che mi partivano dalla pancia, e mi veniva su pure il resto. Ma se sputavo le strisce, me ne riempiva di nuovo il cucchiaio, gridando: «È un delitto!» e udivo spesso che ero un disgraziato: «Chissà quanti pagherebbero… !», riferendosi a negri e a cinesi che non conoscevo, e che non mi parevano poi troppo da compiangere: «Caro mio, devi mangiare, devi mangiare il grasso, proprio il grasso, se vuoi diventare grosso». Facevo disperate boccacce, ma lei rideva abituata, e sia pure armata di santa pazienza, mi rinfilava tra i denti quella stessa scaturigine sierosa e quel medesimo pacchetto di cisti pronunciate, beandosene. Come cibarmi di cavallo, di ranocchie e di uccellini, insomma, tutte idee raccolte nell’episodio grasso, che unificandomi ogni tipo di derrata per me incommestibile, lubrica e in un certo senso selvaggia, ancora oggi vi comprendo, insieme ai molluschi, anche i crostacei, i pesci molli, gli uccelli sottili e le uova crude e di mezza cottura, per esempio, nonché la lingua, e con i visceri in generale, gli anuri e gli urodeli, assurdi e incoercibili al mio stomaco; e perplesso su come potessero divenire sangue, queste pietanze io me le configuravo subito e 11


semplicemente in una condizione desolante; anche nel pesce, quelle cartilagini color dello zinco, e attorno alla pancia quelle flaccide gelatine resistenti, altrimenti cos’erano? Perciò tutti mi deridevano: «È pesce, mica è carne!». Ma io, poco convinto e sempre impaurito, ero senza fiducia, avendo già deciso che fosse grasso del colore del nichel, che nel pesce forse si chiamava in un’altra maniera. «Fate un cerchio!» Agitati, e nel ricomporre la fila dovevamo prendervi precipitosi contatti di gomito. Ma uno batteva le mani, uno s’era messo a correre scompigliando l’allineamento, e poiché proprio adesso stava entrando il camion della frutta e della verdura, dovevamo affrettarci incuranti delle siepi multicolori: «Niente fiori, non si fa, è proibito!». Eppure erano vicinissimi, ma con le braccia dietro alla schiena, non si doveva parlare, e in fila per due, procedevamo segnando il passo. Ma qualcuno prendeva sempre troppo fiato, sconfinando: «La pancia in dentro!». Certo non ero io; non ho mai avuto una gran pancia io, e la maestra Sansone spingeva l’ultimo, prendeva per mano il primo, trascinava il più grosso che ci metteva tanto a camminare mettendo in difficoltà tutta la fila, intanto ingiungendoci di filare diritti e in silenzio, perché per i più meritevoli ci sarebbe stata una recita in cui c’era di mezzo il grano. Stava finendo l’anno scolastico e mia madre sarebbe venuta per assistere alle premiazioni; e mio padre? Speravo che almeno lui la disertasse, non foss’altro avendomi costretto senza motivo in questo collegio falangista. Noi in questa recita, un po’ dai covoni disposti a mo’ di quinte, altri addirittura da sotto il palcoscenico, per l’occasione divenuto un intricato campo lussureggiante, si doveva saltar fuori, e di lì, gioiosamente sulla scena esaltare le virtù della mietitura, con la maestra che ci gridava le battute da dietro 12


le spalle, terrorizzandoci; e ciascuno con una spiga in mano, oppure un mazzetto di spighe, e chi con un frutto, dovevamo mimare il gesto di reciderli, offrendoli a un pubblico attonito e intrappolato; ma fiori no: «È proibito! È proibito!». Erano carichi, luminosi, paonazzi; oleandri leggermente putrescenti; ma appena non visto, io ne staccavo sempre qualcuno per il collo pensando di recarli a mia madre; a meno che il giro non fosse stato dall’altra parte, al coperto, nel caso avesse piovuto: «Più svelti, più svelti!» Ma perché? Dove dovevamo andare? E che avremmo fatto appena in classe un’altra volta? Sempre cose da fare; e non di rado la Sansone mi si avvicinava e scuotendomi mi chiedeva se stavo sognando. Forse stavo sognando; e con questo? Ma intanto bisognava che camminassi per forza; e avanti, un piede alla volta, dovevo dimenticarmi del resto; altrimenti si sarebbe fermata la fila e le avrei prese di nuovo. Talvolta davo un soprassalto, ma lei era incredibilmente veloce, e piombandomi subito addosso: «Ma insomma lo vuoi capire!» inveiva e da sotto la pancia mi partiva una querula scossa. Bisognava che m’affrettassi; stava guardando proprio me. Allora diventavo subito bianco e spiccavo un gran salto; non avrei voluto riprenderle; le avevo già prese il giorno avanti e quello precedente. Appena rientrati dalla marcia dovevamo dormire, le braccia incrociate sul banco, la testa poggiata alle braccia; e queste indolivano subito, e il collo mi si allungava in un esilissimo filo. Quando sembrava che dormissero tutti, faticosamente l’alzavo, ma dato il tempo che ero rimasto nel buio, non vedevo più niente e nel dubbio restavo composto. Lei avrebbe potuto incombermi da dietro con precipiti trafitture a gragnola. Questa eventualità mi favoriva il più voluttuoso degli umori. Una sberla da quelle sue mani d’atleta significava un turgido contatto e un’attenzione comunque femminile, e io 13


gliene ero grato. Ho amato la maestra Sansone più di mia madre; a questo punto posso confessarlo, mia madre vedendola solo la domenica. Appena in classe si finiva rigidi nella posizione innaturale di un sonno mimato che non poteva venire; e che fascino allora sfidare quel tremendo potenziale manesco sempre pronto a precipitarmisi indosso, non appena avessi mandato un semplice sospiro. Quando non si ha ciò che si ama, si ama ciò che si ha, ed è bello poter amare qualcosa quando si è soli con le proprie finzioni. Forse dormiva anche lei; o leggeva, o si ripassava i peli grigi; noi comunque non la si doveva vedere: non si fa, è proibito! E, uno, due, cercavo di contare i minuti che mi dividevano dal momento in cui avrei potuto finalmente alzare gli occhi, uscendo da un buio così nero; finché avvertivo un calore nei calzoncini: è proibito! Così teso, cercavo di distrarmi, inventandomi delle operazioni: il sette nel sessantasei quante volte ci sta? Intanto trafficando tra le quinte dei calzoni, le mani sotto il grembiule per tentare un salvataggio disperato. Approfittavo del banco e della posizione per tenermi ancora il vino tappato, e cercandomelo, lo stringevo avidamente il nappo tra il pollice e l’indice, mentre fingevo ancora di dormire: l’occhio alla cattedra, alle volte la Sansone mi avesse scoperto nel traffico sconveniente. Lo stringevo con tutte le forze, ma talvolta me ne facevo anche un po’ addosso, perché dopo la minestra bisognava solo dormire; non ci si doveva mai muovere; e se uno oscillava appena un po’, finiva in piedi, sbottonato come si trovava, per ammonimento, e con gli occhi bassi: «Non si fa, non si deve!». Se uno parlava, cioè, o alzava il capo, prendeva subito lo schiaffo, così il naso sbatteva a picco sul legno; e il mio sanguinava subito; perciò le braccia ce le mettevo anche doppie, così l’impatto sarebbe stato più morbido e il naso non sareb14


be arrivato fino in fondo; perché la Sansone colpiva rapida, appena sentiva un po’ di rumore. Ne ricominciavo tranquillamente un po’ fino alle scarpe; sul piede destro, quindi su quello sinistro, e cambiavo posizione; ma quelli informicolivano tutti e due, e mi diventavano grossi e sempre più spessi e spugnosi; fino a che il destro mi correva da solo, pungicandomi e addirittura avevo paura di muoverlo. Alla fine mi scattava dal ginocchio, senza che io lo volessi e mi tirava fino al pollice, s’inarcava e pareva facesse tutto da solo, disorientandomi. Cercavo di tenerlo sotto e quieto con delle botte leggere, ma in un fiotto continuo di migliaia di aghi, quello mi rimbalzava di nuovo, e sia pure di piombo com’era, mi fremeva indocile da far paura. Allora decidevo di non muoverlo più, altrimenti era peggio. Invece era peggio lo stesso, perché ogni volta, in un guizzo non controllabile, quello ancora scattava imperterrito e pieno di cattive intenzioni, nidificandomi ustioni e ferite in cerchi concentrici viola. Gonfiava nella scarpa, da dove pareva pure si sfilasse, traboccando in matasse successive; e tirava degli intrepidi calci con una suola fattasi di ferro rovente. Alla fine avevo le calze di filo spinato, perciò stavo fermo; e ormai stavo fermo da ore, in una galleria, in una strada di grotte, con gli occhi che non ci vedevano più; ma il piede comunque non si fermava per niente; e tondo tondo, tiro tiro, in questo sport in cui perdevo sempre, allora mi appariva un gran parco umido nel dormiveglia frammentario, con una costruzione di tipo gotico nel mezzo, forse patrimonio di mia madre; ma il prato che guardava la collina non mi era consentito, come succede spesso nell’infanzia, e in questa specie di cappella vi abitava una donna molto pallida, in prigione, condannata alla ghigliottina, autentica antenata appesa in soffitta, e io nel sogno pensavo: ho tre finestre nella mia parte intima; e alto ne uscisse un soffio adiposo, forse anch’io potrei fuggire sulla collina; e ce l’avevo con la gloria di Dio, mentre costei mi dimostrava una simpatia crescente; e facendomi scivolare 15


un anello nella mano, poi si buttava giù in un crepitio di vetri, come fosse la statua della Vergine inutilmente invocata: si è rotta, pensavo allora; e vedendo che aveva rotto anche quel busto proprio di Dio che chiama lo Spirito Santo, avevo un immancabile sentimento di reputazione perduta. Ma non sognavo quasi mai; così di solito fingevo semplicemente di sognare; che non c’ero più, per esempio; e fossi morto, al mio posto ci fosse soltanto una mia fotografia; e questa io me la stavo a guardare compiaciuto mentre se la guardavano anche gli altri. Purché costoro non mi vedessero più mentre io li potevo ancora vedere benissimo in tutto quello che facessero, a loro insaputa. Ne allontanavo le mani, sconfitto; che senso avrebbe avuto continuare a soffocarlo; e ora nel sentirmelo scorrere abbondante liberato, mi prendeva una voglia di gridare a tutti la mia gioia artefatta. Fermo nel banco, facevo degli sforzi terribili affinché non gorgogliasse, ed erano orrendi duelli, perché la cosa doveva succedere senza clamore. Il giocattolo si liberava oscillando e io non combattevo più, ma alla cieca, senza occhi e sempre attento alla maestra Sansone, ora badavo semplicemente alla dose; perché sarebbe bastata la minima disattenzione e nell’aula si sarebbe udito alto il fragore dello scroscio. Miele di mezzo, ma in senso contrario, e sarebbe stato bello assaggiarselo, scavalcandone la riga: campanello, ciccetto, semino, pipì, ricciolo, ficuccio e mignolino: ma bisognava che mantenessi ancora gli occhi chiusi; e mentre il rigagnolo mi scorreva nella pista ancora del solo azzardo, fatale sotto cominciava a distendersi davvero in un mare spillato di pepite d’oro; e ben presto nell’imbarcazione dal fondo piccolissimo, eccomici dentro; e cercando di riguadagnare l’argine, mi fingevo di stringere dei pesci-merluzzi che mi s’impiastricciavano in pugno, e finivo in correnti dove crescevano le unghie in un mare di matite diritte e appuntite, come inferriate in ge16


rarchie di lance; finché m’arrivava iberico lo zoccolo sfrenato della maestra Sansone, proprio nella parte d’una percossa Guernica avvampata per dei violenti ceffoni sopra: «Così impari a mostrare il fagiolino, sporcaccione!». Lei tutta nera nel grembiule di raso: «Vieni a prenderle, che cosa facevi? Busca sui sassolini chi ci prova: è proibito! È proibito!». Rabbiosa, strattonandomi fuori del banco, lordo e sbracato così come mi trovavo; e io, assecondandola, piccoletto, sottile, testina in pelle corta e in cresta frenula, da elementari, alle impietose ingiunzioni di lei – «Giù il grembiulino! Vuoi dare un dispiacere a tuo padre?» – avevo l’occhio preoccupato, perché lei brandiva ancora e ancora la mano, manovrandola a pieno regime ad elica e pala di mulino, perfida garantendomi: «Lo dirò a tua madre!». Non faceva che ripetermelo attraverso la fila dei banchi. Cinque dita sul battito pingue e battezzato era l’Escorial più temibile, adesso sul viso avevo come una carta carbone appiccicosa di stampo moschicida, mentre lei, collocatomi dove la lavagna era a righe, sulla parte a quadretti vi continuava tranquilla le frazioni, io restando in vita con i gesti compiuti il necessario, fingendomi tutto il contrario, in attesa degli eventi a venire sicuramente più tragici.

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