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N. 1 giugno 2010 -

scuola secondaria di 1° grado “San Francesco d’Assisi” -

Francavilla Fontana

Rivista storica a cura della prima A

La vita quotidiana Nel Medioevo Abbigliamento Abitazioni Alimentazione Le donne E Le streghe

L’ARAZZO DI BAYEUX LA VESTIZIONE DEL CAVALIERE


1 La rivista Historia raccoglie il lavoro realizzato dagli alunni della prima A nel corrente anno scolastico. I ragazzi, sotto la guida dell’insegnante, hanno condotto in gruppo delle ricerche storiche, seguendo un metodo rigorosamente scientifico: individuazione dell’argomento, ipotesi di lavoro con stesura di una scaletta, consultazione di più fonti (cartacee, on-line, iconografiche), catalogazione del materiale suddiviso secondo l’ipotesi di lavoro, verifica dell’ipotesi, rielaborazione in piccoli saggi storici. Gli argomenti trattati sono quella relativi alla vita quotidiana nel Medioevo, certamente più accessibili come argomento, trattandosi di alunni di prima media, e anche più coinvolgenti. .

sommario A tavola nel medioevo

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La moda nel Medievo

pag. 6

Le abitazioni

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Le donne nel medioevo

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Vita da streghe

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L’arazzo di Bayeux

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Progetto medioevo

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uest’anno le classi prime hanno aderito al progetto “Un magico viaggio nella civiltà Medioevo” realizzato in collaborazione con il professor Ennio Suma, responsabile della compagnia d’arme di Oria “Milites Friderici II”. Durante l’anno scolastico sono avvenuti alcuni incontri con il professor Suma che ha illustrato, in qualità di esperto, l’importanza storica dell’arazzo di Bayeux. Il documento iconografico, una tela ricamata, lunga circa settanta metri, narra le vicende che hanno portato il duca di Normandia, Guglielmo, alla conquista dell’Inghilterra nella famosa battaglia di Hastings. Inoltre con l’aiuto di alcuni “milites” ha spiegato le differenze tra le armi normanne e quelle sassoni, ha mostrato la vestizione del cavaliere e infine la tecnica per realizzare le cotte di maglia. Sempre sotto la guida di un’esperta, i ragazzi hanno riprodotto alcuni pezzi dell’arazzo con la tecnica del ricamo. Gli alunni sono stati coinvolti direttamente e ciò ha suscitato grande entusiasmo. Un ragazzo ha provato l’emozione di essere vestito da cavaliere e altri hanno costruito con le loro mani alcuni pezzi di cotta di maglia. I docenti inoltre hanno organizzato, ciascuno all’interno della propria classe, un laboratorio storico di approfondimento. Ne sono scaturiti prodotti diversi: una rivista storica contenente saggi sulla

vita quotidiana e mentalità del medioevo, un ricettario che riporta le più famose pietanze dell’epoca, opuscoli vari su argomenti di storia medievale, un fumetto sulla vita di Federico II, riproduzioni dipinte dell’ arazzo, creazione di vetrate medievali e realizzazioni artistiche di castelli. Il progetto si concluderà con una giornata interamente dedicata al medioevo. Verrà allestito nel cortile della scuola un vero e proprio accampamento, con simulazioni di combattimenti, giochi e animazioni, a cura della compagnia d’ arme di Oria. Inoltre i ragazzi, rigorosamente in abiti medievali, pre-


2 senteranno una mostra di tutti i lavori prodotti e ricostruiranno un banchetto medievale con piatti dell’epoca, ed eseguiranno musiche e danze. Nella stessa giornata verrĂ rappresentato il lavoro teatrale “Un viaggio nel Medioevoâ€?, con la regia di Gino Cesaria, recitato dagli alunni impegnati nel Pon Teatro. G.Altavilla, S.Gargaro

In questa pagina una galleria di foto relative alla vestizione del cavaliere (laboratorio storico a cura del prof. Ennio Suma) Nella foto in basso a sinistra un alunno vestito da cavaliere


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A tavola nel Medioevo di G. Bellanova, M.C Camarda, A. Chiariello, M. Conte, G.Corvino, A. De Fazio, V.Leporini, A. Saponaro, C. Urso

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el medioevo si mangiava ciò che si coltivava nei campi intorno ai villaggi e ciò che si ricavava dai boschi, vale a dire ghiande, funghi, frutti spontanei. Ciò valeva soprattutto per i poveri che non potevano accedere alle riserve di pascolo, caccia e pesca riservate ai signori. L’alimentazione dunque si differenziava secondo l’appartenenza ad una classe sociale.

Alimentazione dei poveri I contadini si nutrivano soprattutto di zuppe e minestre a base di cereali ( grano e orzo) e, in caso di carestia, mangiavano erbe selvatiche. A cena consumavano pane di avena e verdure. Chi poteva permetterselo, riusciva ad avere ac-

canto alla propria casa un pollaio con qualche gallina, e un porcile con un maiale, ma molto raramente mangiavano carne che era riservata alle occasioni speciali. I pochi animali domestici servivano per svolgere il duro lavoro nei campi e d’altra parte era proibito per i popolani uccidere un capo di grossa selvaggina perché potevano venire puniti con il taglio della mano. Talvolta riuscivano a procurarsi di nascosto del pesce di acqua dolce Il latte forniva le proteine che mancavano a chi non poteva mangiare carne, ma generalmente i poveri bevevano siero di latte inacidito, anche perché non esistevano tecniche di

Alberghi e locande Non esistevano nel Medioevo i ristoranti in cui ci si recava solo per consumare dei pasti. Solo le locande, cioè i luoghi preposti a offrire alloggio a chi era di passaggio, potevano offrire pietanze cucinate. Si riteneva fosse una spesa inutile mangiare in un locale, quando si aveva una casa, e inoltre la legislazione cittadina lo proibiva perché temeva che riunirsi in alberghi creasse delle occasioni per complotti. Perciò, quando un cittadino era invitato a pranzo da un amico forestiero che alloggiava in una locanda del luogo, doveva ottenere un permesso scritto delle autorità


4 conservazione. Più frequente la consumazione di formaggi.

Alimentazione dei ricchi Il cibo preferito dai nobili era invece la carne arrostita. Attraverso i documenti apprendiamo che mangiavano carni bianche (capponi, polli, galline) e rosse (manzo e maiale), ma soprattutto selvaggina. Il loro passatempo preferito era infatti la caccia e, quando tornavano a casa, spesso si allestivano banchetti all’aperto. Consumavano, a differenza dei poveri, poca verdura e frutta. La carne era spesso insaporita con le spezie. Uso che denotava il grado di ricchezza (le spezie erano molto costose ), ma non si esclude che fossero anche necessarie a mascherare la cattiva conservazione dei cibi. Prima dei pasti bisognava lavarsi le mani poiché per mangiare si usavano le dita. Pochi erano i piatti e i cibi venivano messi su larghe fette di pane che poi venivano date ai poveri. Spesso bisognava dividere il vassoio e la coppa per bere con un altro commensale. Per pulirsi le mani, durante e dopo il banchetto, vi erano diversi modi che dipendevano dalla raffinatezza e dall’importanza del pranzo: si potevano lavare in

acqua profumata con le rose o pulire sulle tovaglie. I ricchi pensavano che anche a tavola bisognasse mostrare il proprio grado di ricchezza e dunque non solo bisognava abbondare in quantità, ma anche in qualità: il banchetto sontuoso doveva avere molte portate, raffinate e ben presentate, e non potevano mancare momenti di intrattenimento musicale per rallegrare i commensali.

Regole sanitarie salernitane, XXIV Il pane Panis non calidus, necsit nimis inveteratus, sed fermentattus, oculatus sit, bene cocstus, modice salitus frugibus validis sit electus. Non comedas crustam, colera, quai gignit adustam.panis salsatus, fermentatus, bene coctus, purus sit, sannus, quainon ita sit tibi vanus. Mai non fare l ’ apparecchio di pan caldo o troppo vecchio, ma sia ben fermentato, sia

Curiosità Pare che la forchetta sia comparsa per la prima volta sulla tavola nell’XI secolo a Venezia, quando una principessa bizantina andò sposa di un doge. La principessa portava alla bocca il cibo con piccole forchette d’oro a due rebbi e la cosa scatenò non solo scalpore, ma anche scandalo: si riteneva un lusso diabolico. La principessa bizantina qualche tempo dopo si ammalò e ciò fu ritenuta una punizione divina. Nel 1379 compare in un inventario dei beni della casa reale, ma fu considerata ancora in modo negatico per molto tempo

ben cotto e bucherato, di bastante sal condito e di grano ben cernito. Non far uso della crosta, che talor doglie ti costa. Che sia, replico, salato, sia ben cotto e fermentato, sia salubre,sia sincero: senza questo vale un zero


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e buone maniere nel Medioevo furono oggetto di una ricca precettistica. Ognuno doveva comportarsi secondo il proprio rango. La disposizione a tavola rispecchiava la gerarchia a partire dallo scranno ad uso esclusivo del signore fino agli sgabelli dei dignitari. A tavola bisognava essere decorosi e composti, già allora era maleducazione mettere i gomiti sul tavolo. Si mangiavano con grazia piccoli bocconi che dovevano essere portati alla bocca con tre dita ( pollice, indice,medio) prendendoli direttamente dal vassoio.

Piccolo Galateo Medioevale Dopo aver lavato le mani non toccherai niente se non ciò che mangerai. Non trangugerai subito il tuo pane, ma aspetterai che venga servito il primo piatto. Non è corretto ficcarsi in bocca pezzi così grossi che i frammenti cadano a destra e a sinistra; questo è prova di rozzezza e di gola. Mastica il tuo cibo con cura prima di inghiottirlo, per evitare di strangolarti. Se non vuoi bere come un villano, assicurati che la tua bocca sia libera di cibo; solo il contadino fa una zuppa del genere nella bocca. Non allungare le mani sul piatto che hai davanti per prendere un boccone di cibo che ti sembra migliore di quello che hai di fronte: questo è villania. Dall’addestramento di un gentiluomo, Pietro Alfonso (XII secolo)

Acquamanili dell’ XIII e XI secolo

Regole sanitarie salernitane,VIII

Cibi nutritivi Nutrit et impinguat triticum, lac, caseus infans, testiculi, porcina caro, cerebella, medullae, dulcia vina, cibus gustu iacundior, ova sorbilia, maturae ficus, uvaeque. Nutre e ingrassa il grano eletto, latte e cacio giovinetto, il maiale ed i granelli, le midolla e i cervelliil vin dolce,il patin che alleta e dolce, l ’ uovo al guscio, il buon fico melstillante, l ’ uva colta poco innante.

Bibliografia Il cibo nel medioevo in www.digilander.libero.it A tavola nel medioevo in web.mclink.it/ monteverde/medioevo R.Russo, L ’ alimentazione nel Medioevo, in www.mondimedievali.net AA.VV. Nuova Storia, vol. B.Mondadori Cucina medievale, in Wikipedia M.R.Iacono, la vita quotidiana nell ’ XI secolo Redon F. Sabban – S. Serventi, A tavola nel Medioevo, Laterza


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La moda nel Medioevo

di C. Barbaro, M. Bruno, M.A.Campanella, G. De Fazio, O.De Fazio, N.Donatiello, S.Gargaro

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ell’alto medioevo la depressione economica unita ai suggerimenti delle autorità ecclesiastiche che suggerivano l’uso di un abbigliamento modesto, indussero le popolazioni a ignorare per un certo periodo la m oda. P erci ò l’abbigliamento continuò ad essere quello tardo romano, per il sud, e quello di influenza barbarica, al nord. Uomini e donne si vestivano in modo sostanzialmente simile: tuniche e mantelli lunghi fino a terra con maniche lunghe e larghe che coprivano le mani. Abiti semplici nel taglio, comodi e sobri nelle decorazioni: una camicia direttamente sulla pelle, le mutande chiamate femoralia dai longobardi e sopra due tuniche, una con le maniche strette e l’altra, che poteva essere sostituita da un mantello, con le maniche larghe. La distinzione tra i ricchi e il popolo era data dalla qualità della stoffa e dagli accessori. Dopo l’anno Mille, con la rinascita delle città e la ripresa dell’economia, ricominciò anche l’interesse per l’abbigliamento. I mercanti importavano ed esportavano tessuti e venivano in

contatto con nuovi stili che riportavano in patria. Il nuovo ceto borghese poteva spendere di più per l’acquisto di stoffe pregiate e adeguarsi dunque alle nuove mode. A partire dal Trecento si accentuò la distinzione sociale: il pregio della stoffa, il fatto che l’abito possedesse una doppia manica o addirittura una doppia veste o avesse uno strascico particolarmente lungo significava benessere. Solo i ricchi potevano permettersi di acquistare tanta stoffa visti i costi elevati. La classe nobiliare in particolare si adornava di gioielli pregiati e utilizzava tessuti ricamati dai colori vivaci, in particolare il rosso, l’azzurro il verde e il bianco. Il popolo invece utilizzava stoffe resistenti dalle tinte scure.


7 La ricerca sfrenata del lusso portò in qualche caso le autorità cittadine ad intervenire ed imporre regole precise. Tra l’altro venne proibito alle donne di portare per strada mantelli e strascichi con code più lunghe di un metro e a Bologna a metà del Trecento addirittura venne istituito “Il registro della bollatura delle vesti”. Occorreva denunciare gli abiti posseduti e un funzionario provvedeva a segnarlo con un bollo. Sempre nello statuto “risultano multati coloro che sfoggiavano bottoni d’argento dorato o catenelle con smalti, ma anche chi eccedeva nel numero di invitati nei banchetti nuziali o chi non rispettava le regole che presiedevano ai funerali” (La legislazione suntuaria secoli XIII-XVI – Bologna, p. 6)

Abbigliamento maschile Gli uomini indossavano dei calzoni di tela sottile lunghi fini alle caviglie (brache) stretti in vita da una cintura, di cuoio o di tessuto, alla quale si appendeva la borsa e talvolta una specie di giarrettiera che reggeva le calze. Queste erano in genere di tela, maglia o anche seta, di colore scuro tranne che nelle cerimonie quando venivano usate calze di colore contrastante. Sotto la veste vera e propria indossava una tunica, di lino o di seta, chiusa di lato e aperta in basso davanti e dietro, lunga fino a metà polpaccio (camicia) con le maniche ristrette sui polsi. L’abito vero era una tunica di lana o seta che si infilava dalla testa, con maniche

larghe e lunghe drappeggiata in vita da una cintura. Completava l’abbigliamento maschile un mantello di mezza lunghezza, che poteva essere di tessuto pesante, foderato di pelliccia oppure ricamato, aperto di lato e chiuso con un fermaglio o legaccio.

Abbigliamento femminile L’abbigliamento femminile non differiva molto da quello maschile, se non dal fatto che le donne non portavano le brache, ma utilizzavano una maggiore varietà di stoffe, colori e ricchezza di ornamenti. La tunica, dopo il 1180 era costituita da un corsetto aderente e da una gonna lunga e aperta. I mantelli erano quanto mai variati per forma, lunghezza e decorazione.

Acconciature e copricapo Nell’alto medioevo gli uomini portavano i capelli lunghi, barba e baffi a seconda della popolazione di appartenenza. Dal Trecento cominciarono a radersi, ma conservarono i capelli lunghi. Come copricapo venivano usati dei berretti di lana o tela, simile alle attuali cuffie da bagno, ricoperto di un pesante berretto floscio. Le donne, presso i Longobardi e i Franchi, portavano i capelli lunghi, mentre le donne sposate li tagliavano in pubblico. Dopo l’anno Mille indistintamente per tutte le donne andarono di moda i capelli lunghi, acconciati però in modo diverso a seconda dell’età. Le giovani con la scriminatura al centro e le trecce ai lati, le donne di età avanzata in una crocchia appuntata sulla nuca e coperta da un fazzoletto. Ai capelli si intrecciavano anche nastri, ghirlande di fiori, corone dorate e argentee. Per


8 uscire, mantelli con il cappuccio. A partire dal XIII secolo la moda delle trecce lunghiss i m e scomparve per lasciare posto ad una acconciatura più facile da gestire: capelli più corti lasciati fluttuare sulle spalle e tenuti fermi da un cerchietto.

Calzature Per gli uomini c’erano le scarpe e gli stivaletti. In stoffa o pelle, dalla forma simile alle attuali pantofole, le prime. In cuoio, che si chiudevano con un gran numero di stringhe, i secondi. Per le donne la varietà di calzature era maggiore: alte o basse, chiuse o aperte, con o senza linguetta, di cuoio, di feltro, di tessuto, foderate di pelliccia. Dovevano inoltre essere abbinate

Gioielli Il gioiello, da sempre ornamento, nell’ Alto medioevo divenne oggetto rituale e la produzione orafa consistette soprattutto in anelli per ecclesiastici, reliquiari e pendenti a forma di croce. Un’ordinanza di San Luigi (121470) stabiliva che le donne non potessero indossare un diamante, nemmeno se principesse o regine, poiché l’unica donna degna era la Santa Vergine. La tipologia più diffusa fu senza dubbio quella del fermaglio e i motivi più ricorrenti quelli geometrici e naturalistici , tuttavia dopo il Trecento gli anelli ricominciarono ad assumere una funzione decorativa e vennero realizzati in oro, argento e pietre preziose.

Abbigliamento dei poveri I poveri, a differenza dei ricchi, avevano solo due vestiti: quello da lavoro e quello della festa. Quello da lavoro veniva indossato quotidianamente, invece quello della festa veniva usato solo nelle occasioni importanti. I vestiti erano fatti in casa con stoffa ruvida, ma resistente, dai colori spenti e uniformi. Poiché erano i poveri non potevano permettersi né scarpe, né calze, indossavano dei semplici zoccoli di legno sia d’estate che d’inverno. Le donne del popolo portavano i capelli sciolti, o legati con un copricapo a cuffietta.

Bibliografia AA.VV.Nuova Storia vol 2, B.Mondadori Odile Blanc, Più vicino al corpo, in Medioevo, anno 12, n. 1 gennaio 2008,pp 104-115 M.G.Muzzarelli, Guardaroba medievale-vestiti e società dal XIII al XVI secolo Così nacque la moda. In www.medioevo.com

all’abito indossato per stoffa e colore e dovevano essere alte per limitare i danni dello strascinamento degli abiti nelle strade non asfaltate e sporche.


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Le abitazioni

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e abitazioni erano nel medioevo, come oggi, il simbolo più e v i d e n t e dell’appartenenza ad una classe sociale: le case dal tetto di paglia, fumose e umide per il popolo, quelle a due piani, con bottega annessa per gli artigiani, il castello per i feudatari. I poveri vivevano in case di legno e fango, senza finestre, costituite spesso da un’unica stanza che dividevano con le bestie. Pochi gli arredi. Un inventario del 1427 li elenca: un letto di assi, tre panche da letto, un saccone di paglia, una sedia impagliata, tre sgabelli, un tabernacolo con un crocifisso, un tavolo, delle sedie, e poca biancheria. Altrettanto poveri erano gli oggetti di uso quotidiano: una bacinella di rame, una padella, un pentolino, un vecchio paiolo, un orcio per l’olio, due asciugamani logori, otto piatti di legno e alcune scodelle. Le case ricevevano la luce da un balcone e da una stretta finestra che si affacciava sulla strada. Il riscaldamento era ottenuto con focolare posto al centro della stanza Meglio le case dei borghesi la cui facciata principale dava sulla strada: erano costituite da più piani collegati fra loro da scale di legno. La camera da letto occupava i piani superiori, mentre a piano terra si trovava la cucina con il focolare, la dispensa, la sala da pranzo e l’ eventuale bottega, se si trattava di un artigiano. Sul retro il granaio, il cortile, l’orto, la stalla ed il pollaio. Anche nelle case del cosiddetto ceto agiato gli arredi erano scarsi: un tavolo, la madia in cui si

di C. Andriulo M. Distante S.Giglio M. Tamburrino

conservano pentole e utensili, alcune panche, le cassapanche per la biancheria e i vestiti, letti di grandi dimensioni con pagliericci e cuscini di piume dove dormivano più persone. I bagni erano loggette sporgenti con un sedile che si apriva su un canale o su un vicolo. Nella metà dell’XII secolo, le città rinascono e con esse l’attività edilizia. Le vie strette delle città medievali inducono a costruire case alte e addossate le une alle altre. Probabilmente avevano un’importanza strategica perché, in caso di pericolo, venivano collegate con delle passerelle di legno fissate a delle cavità dei muri e-


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sterni per consentire la fuga e il passaggio di eventuali armi e viveri. Ben presto però queste case-torri diventarono anch’esse simbolo di prestigio sociale: più era alta più era importante la famiglia. Alcune città come San Giminiano, in Toscana contavano ben settantadue torri,

alcune delle quali ancora oggi esistenti. I palazzi erano costituiti da una grande sala centrale da cui si accedeva agli altri locali. A piano terra il pavimento era solo lastricato ma al piano superiore vi erano veri e propri pavimenti in legno coperti o da stuoie o da tappeti. I soffitti avevano travi in legno e sotto, lungo la parete, vi erano dei motivi decorati e dei ganci per appendere gli arazzi. Le stanze erano chiuse da robuste porte in legno dotate di chiavistelli. Le finestre avevano imposte in legno ed erano ricoperte con panni di tela imbevuti di olio o spalmati di cera (impannate) Per illuminare le stanze si usavano lampade ad olio o candele di cera. Nelle abitazioni più povere ci si accontentava del bagliore delle fiamme del focolare Fino al Trecento comunque anche le case dei nobili erano spartane. Solo dopo, i locali si moltiplicarono e cominciarono ad essere arredati con svariati mobili. Bibliografia AA.VV., Manuale Nuova Storia, Bruno Monda-

dori A.Moneti, Vivere in Città, La città nel Basso Medioevo in Medioevo quotidiano M.Orsi, La vita quotidiana nel Medioevo,in A.S.D.Septem Custodie


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Le donne nel Medioevo: usi e costumi di G. Altavilla, A.Chirico V. Lillo, A. Parisi, A. Sinagra

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er molto tempo si è creduto che nell’epoca medievale la donna fosse considerata un essere inferiore, addirittura senza anima. La caccia alla streghe che iniziò proprio del Medioevo deriva da qui, da questa concezione estremamente negativa nei confronti della donna, considerata assenza di luce e dunque inevitabilmente portata ad avere contatti col il mondo oscuro del diabolico. Nonostante questo modo di vedere, i padri della Chiesa furono costretti a tenere conto delle donne e perciò idealizzarono una triade di figure femminili, le sole salvabili ai loro occhi: la vergine (virgo), la vedova (vidua) e la madre (mater). La donna era imprigionata in una concezione rigida che la voleva o pura e casta o peccatrice. Non sappiamo in realtà con precisione a quale grado di sottomissione fosse sottoposta, ma certamente non aveva gli stessi diritti dell’uomo ed era soggetta alla tutela del padre, del fratello e poi del marito. Le condizioni giuridiche variavano secondo la zona e la classe sociale di appartenenza. Spesso non potevano imparare a leggere e scrivere, dovevano essere accompagnate sempre da donne anziane, quando si recavano in chiesa. Tutte dovevano occuparsi di faccende casalinghe, come fare il pane, il bucato, filare, ricamare. E naturalmente le ragazze appartenenti a famiglie povere vivevano in condizioni peggiori perché non potevano né aspirare a matrimoni di un certo rango, né entrare in convento con qualche mansione privilegiata. Solo le castellane, come Eleonora di Aquitania e Bianca di Castiglia, potevano

essere considerate al pari dell’uomo e potevano essere istruite. Lo stesso accadeva anche a quelle che diventavano monache: saper leggere era necessario per poter leggere le preghiere e le sacre scritture. Probabilmente qualche cosa cambiò in meglio nel basso medioevo, dal momento che in alcuni atti notarili compaiono i nomi di alcune donne che gestiscono negozi, pagano le imposte e svolgono mestieri(farmaciste, donne medico, tingitrici)

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Il matrimonio

l matrimonio nel medioevo, più che una scelta personale, era un affare politico ed economico. Questo naturalmente quando si trattava di classi sociali elevate. La donna non aveva alcuna possibilità di esprimere il proprio parere: fin da quando era piccola il padre decideva chi dovesse essere suo sposo. La scelta era fatta per interesse economico (la famiglia dello sposo e della sposa unendosi, ampliavano il patrimonio familiare) e, in caso di nobili di alto lignaggio, anche per creare potenti alleanze politiche. I figli delle famiglie regnanti venivano promessi ancor prima di essere concepiti, e quasi sempre a figli di altre famiglie regnanti imparentate. Dall’XI secolo la chiesa cercò di vietare i matrimoni tra consanguinei stabilendo l’annullamento dell’unione qualora non fosse rispettato questo vincolo. Altra innovazione fu l’introduzione del consenso degli sposi. Da qui la necessità di avere un’età minima per contrarre matrimonio: dodici anni per la donna e quattordici per l’uomo. Ma gli sforzi della chiesa non furono rispettati, le unioni continuarono ad essere regolate dal patti economici e politici che non potevano in alcun modo essere violati. L’esponente di una ricca famiglia fiorentina violò i patti nunziali stabiliti dalla sua famiglia e sposò un’altra donna. Venne ucciso il giorno stesso delle nozze perché aveva recato un’offesa gravissima alla famiglia della sposa mancata. Le donne venivano dunque promesse quando ancora erano bambine, ma andavano spose a quindici anni. Aveva dunque la possibilità di avere molti figli, condizione indispensabile per garantire la continuità


12 familiare. Non si dimentichi che il quei tempi c’era u n ’ a l t i ssi m a mortalità infantile. Alcuni studiosi pensano che non si creassero relazioni intense dal punto di vista affettivo né tra coniugi, né tra genitori e figli.

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Usanze

atte le scelte, le famiglie cominciavano la contrattazione vera e propria e, una volta raggiunto un primo accordo, gli uomini delle due famiglie si incontravano per una cerimonia privata che dava l’avvio alla procedura matrimoniale. Un primo incontro solenne avveniva in una chiesa per il giuramento (dichiarazione di fidanzamento), seguito da un periodi di annunci pubblici. Il matrimonio vero e proprio veniva celebrato qualche mese dopo in forma privata, senza la presenza del sacerdote (ci si sposava davanti al notaio che stipulava un vero contratto). Nei giorni successivi, dopo aver pagato la dote, la sposa veniva trasferita nella nuova casa. Sontuosamente vestita, preceduta dai servitori che portavano i forzieri contenenti il suo corredo e seguita da un lungo corteo di uomini e donne, entrava nella casa del marito dove offriva doni ai parenti. Seguivano i festeggiamenti che potevano durare anche più giorni. Entro una settimana, con un nuovo corteo la donna ritornava alla casa del padre dove avvenivano gli ultimi festeggiamenti. Solo dopo la coppia poteva cominciare la vita matrimoniale, quasi sempre nella casa del suocero. Il matrimonio assumeva invece per il popolo un significato più vicino al matrimonio moderno: tra i componenti di una famiglia vi erano sentimenti di familiarità, intimità e solidarietà. Quasi mai gli sposi andavano a vivere in una nuova casa, ma rimanevano nella casa dei genitori della sposa (se non aveva fratelli) o dello sposo. Qui dividevano con il resto della famiglia la gestione della casa e della terre.

La bellezza

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el medioevo la donna ideale doveva essere bionda, pallida con guance colorate di rosso, labbra colorate, sopracciglia nere e completamente priva di peli. Nessuna donna, o solo qualcuna, è così al naturale, perciò la chiesa, benché ritenesse peccato la cura del corpo dovette accettare che le donne, almeno quelle meno avvenenti, cercassero di dissimulare i difetti, per non indurre il proprio sposo al tradimento. Il trucco a fin di bene dunque e d’altra parte furono proprio gli uomini, anche religiosi, che raccolsero a partire dal XII le ricette di cosmesi anche nei libri di medicina. Le cure di bellezza, peraltro molto pericolose ,sono ammesse per nascondere un’imperfezione fisica, per curare verruche, foruncoli, lentiggini. C’era lo shampoo per tingere i capelli di biondo (con lo zafferano), per dare volume alla capigliatura ( con canna da zucchero cotta), per evitare la caduta dei capelli (con sangue di pipistrello), per ravvivare il colore (con l’acqua di ortica bollita) Per ammorbidire la pelle si usava l’olio di mandorle dolci e miele e per le mani si usava il succo di limone addolcito con zucchero candito. Venivano usati molto i fiori: per profumare i guanti, per rendere piacevole l’acqua con cui si bagnavano le donne eleganti. I cosmetici, però sono spesso maleodoranti: il rosso per le labbra è ricavato da un’alga, le maschere per il viso sono realizzate con farina di fave, le creme depilatorie sono fatte con pece greca o con solfuro di arsenico, cenere e calce bollita nell’olio. Per rendere bianca la pelle si usa un miscuglio di biacca e gomma adragante. Il risultato? La pelle si rovinava in tempi brevissimi perché era scorticata, bruciata da tutte quelle sostanze e, quando ci si depilava, si soffriva tremendamente. Inoltre si rischiavano ustioni pericolose: la calce e la pece non dovevano essere applicate per troppo tempo perché altrimenti bruciavano la pelle. Spesso il tempo occorrente era commisurato a quello necessario per recitare una preghiera, come si faceva per la cottura delle vivande. Tutto veniva fatto per assomigliare il più possibile all’ideale di donna, anche se spesso il risultato era una pelle da lebbrosa.

BIBLIOGRAFIA D.A.Bidon “Le ricette della seduzione” in Medioevo , anno 4 n.(, agosto 200 pp.78-83 I. Chabot “Finche morte non li separi” in Medioevo, anno 4, n.12 dicembre 2000 pp97-101 I.Chabot “Nella camera degli sposi” in Mediovo pp.115– 121 P.Garbini “La luce e l’ombra” in Medioevo www.quartocirclopt.it la donna nel medioevo www.letteraturaalfemminile.it Donne nel Medievo La donna nel medioevo (istituto di Istruzione secondario ISIS G.Garbaldi di Cesena


13 Curiosità e donne, come abbiano detto hanno nella società un ruolo diverso da quello degli uomini e dunque, anche nel nome, si differenziano: non viene mai citata per loro la forma nome e cognome, vengono invece individuate secondo il loro nome personale e a questo è aggiunto quello del marito o del padre. Anche la scelta del nome personale è la testimonianza dell’evoluzione dell’importanza sociale assunta dalla donna. Nell’alto medioevo dominano i nomi di origine germanica (Ermengarda, Gertrude, Bertranda) ma nel basso medioevo il nome femminile indica doti dell’animo o del corpo. Si scelgono nomi di colori, di gioielli, di fiori, di cose belle, ma solo apparentemente questa moda può sembrare femminista. In realtà nascondono una concezione maschilista: la donna è una cosa bella, ma è anche un oggetto di scambio tra una famiglia e all’altra. Non è un caso che questa moda si affermi proprio quando nascono i cognomi dinastici e quando si stabilisce l’esclusione delle donne dalla successione. Alba, Amabile, Angelica; Aurobella, Belladonna, Belcolore, Bianca, Bona, Contessa, Costanza, Diletta, Gemma, Gloria, Isabella, Letizia, Margherita, Perla, Stella. Sono alcuni dei nomi leggiadri che le donne del medioevo portavano a simboleggiare la loro leggerezza, volubilità, instabilità. A partire dal XIV secolo invece e per tutta l’epoca moderna si diffonderanno i nomi di sante: Caterina, Francesca, Giovanna, Iacopa, Lorenza. Eleonora di Aquitania è l’esempio di una donna medievale che, in un mondo di uomini, seppe imporsi per la sua bellezza, cultura e tenacia. Figlia unica del duca di Aquitania, andò sposa al re di Francia quando aveva quindici anni, portandogli in dote un vasto feudo del sud della Francia, zona tra le più raffinate dell’epoca. Eleonora dunque era cresciuta in un’atmosfera ricca di cultura e lussi, sconosciuti ancora a Parigi. Il matrimonio con Luigi, re di Francia, durò dal 1137 al 1152, quando finalmente il consorte acconsentì ad annullare il matrimonio. Eleonora si era innamorata del re di Matrimonio tra Eleonora e Enrico

Eleonora di Aquitania

Inghilterra Enrico II che era a n c h e duca di Normandia e d’Angiò. La nuova regina di Inghilterra viaggiò sempre al seguito del marito, almeno nei primi anni del matrimonio, circondandosi di letterati, pittori, architetti. Si occupò anche di politica ed economia. Quando si stancò del marito a causa delle sue infedeltà si ritirò nelle sue terre dove tenne una corte che accoglieva i poeti e si dibattevano questioni d’amore, secondo l’uso del tempo. Spesso avvenivano delle gare di poesia (tenzoni d’amor cortese),al termine delle quali venivano anche assegnati dei premi come in un torneo cavalleresco. Eleonora tramò anche contro il marito e instancabile, ormai settantenne riuscì a raccogliere la somma, esorbitante per il tempo, che occorreva per riscattare la vita dell’amato figlio Riccardo detto Cuor di leone catturato dall’imperatore mentre tornava dalle crociate. Morì nel 1204 a ottantadue anni.


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Vita da streghe di S. Distante, G. Andriani, M. Antonazzo, F. di Castri, A. Chionna

Q

uando parliamo le allontana dalla fede fadi Medioevo, lo cendo loro credere di comassociamo spespiere atti che in realtà non so alla supersticompiono. Ma a partire dal zione. In verità le concezioXII secolo, con la nascita ni superstiziose hanno origidell’Inquisizione, comincia ni molto più antiche, nelle quella che sarà chiamata religioni pagane, e spesso caccia alle streghe, cioè la sono legate a un mondo poviolenta persecuzione efpolare rurale. Il contadino fettuata nei confronti di cercava di difendersi, di proquelle donne che, spinte teggere il raccolto e il bestiadal demonio, si credeva me, tentava di sapere in anavessero la facoltà di comticipo come sarebbe stato il piere incantesimi per dantempo atmosferico, per evitaneggiare gli altri. re la distruzione del raccolto Nel 1258 papa Alessando e quindi una carestia inevitaIV ordinò agli inquisitori Malleus Maleficorum in una stampa bile. Di qui il ricorso a perdi occuparsi anche della del 1584 sone in grado di predire il magia che doveva essere futuro o esercitare delle pratiche magiche proconsiderata al pari delle eresie. I malefici non tettive, ma anche il timore di chi potesse scateerano più considerati delle fatture o dei malaunare tempeste e distruggere il frutto del proprio guri compiuti da persone ignoranti,ma veri e lavoro. propri delitti contro la fede. La Chiesa cercò sempre di combattere la superstizione e la magia che ad essa era connessa. Nel Concilio di Braga del 563 d.C., si legge :” Chiunque creda che il diavolo, poiché ha fatto certe cose nel mondo, possa anche produrre il tuono,i fulmini, le tempeste e la siccità… sia scomunicato” Tuttavia tutti sembravano essere affascinati dal mistero e anche la chiesa cambiò atteggiamento nel corso dei secoli. Ciò è soprattutto evidente nei confronti di quelle che venivano considerate streghe. Nel capitolare sassone di Carlo Magno del 789 d.C. si dice che “Se qualcuno, ingannato dal diavolo, crederà, come tradizione tra i pagani, che una donna sia una striga e che mangi esseri umani, e per tale motivo brucerà la carne di quella persona[…]sarà giustiziato” e nel Canon Episcopi del X secolo si ricorda ancora ai sacerdoti di predicare che la magia è solo un’illusione di satana che inganna le donne e Incisione : streghe che preparano pozioni


15 Nel 1326 papa Giovanni XXII emanò una bolla con l’intento di estirpare la stregoneria. Tuttavia il primo processo contro una strega con condanna al rogo risale al 1340 e ancora l’ accusa è di eresia. Nel 1486 nel Malleus malefica rum (Martello delle streghe), pubblicato in Germania si fa esplicito riferimento alle streghe. Il testo, che divenne il manuale degli inquisitori, sostiene l’esistenza delle streghe, spiega il modo in cui esse compiono le stregonerie e indica come vanno eliminate ( devono essere bruciate perché sono adoratrici del demonio e quindi idolatre e ed eretiche) sostiene infine che devono essere giudicate sia da un tribunale ecclesiastico , sia da uno civile, perché, usando la magia per fare

erbaria

danno agli altri, sono da considerarsi omicide. Ma chi erano le streghe? La maggior parte di coloro che venivano accusate di stregoneria erano donne e appartenevano per lo più a classi popolari. Erano di solito vedove, levatrici ed herbarie, persone innocenti che curavano coi decotti a base di erbe. Solo una piccola parte apparteneva alla categoria dei veri criminali.

Processo alle streghe

Eppure erano ritenute capaci di ogni atto che non era spiegabile altrimenti. In un mondo pieno di malattie, povertà e fame era facile trovare un capro espiatorio, su cui scaricare colpe inesistenti. Era comunque diffusa la credenza che fossero sanguinarie, che amassero cibarsi di carne umana, soprattutto durante gli incontri notturni con il demonio. Inoltre alcune credenze popolari le ritenevano in grado di volare e di trasformarsi in animali, come il gatto nero. L’azione processuale avveniva secondo tre modalità: con la denuncia da parte di un accusatore che si impegnava a fornire le prove, con la denuncia non manifesta, cioè l’accusatore non doveva fornire le prove e non si impegnava a intervenire al dibattito processuale e infine anche con la delazione occulta, cioè la denuncia anonima. È facile immaginare che molte donne venissero torturate e poi bruciate vive per motivi inconsistenti. Talvolta per porre fine alle torture facevano anche il nome di altre persone, senza per altro salvarsi. I resoconti dei numerosi processi testimoniano l’accanimento dei giudici: il procedimento processuale non era condotto con l’intento di verificare la validità dell’accusa, ma solo di confermarla. All’accusata venivano poste domande tranello, per farla cadere in contraddizione. Il che confermava l’accusa. Talvolta veniva sottoposta alla prova della pietra: veniva gettata in acqua con una pietra legata al collo. Se annegava era innocente, se galleggiava era un strega e perciò veniva condannata a morte. In ogni caso moriva.


16 La caccia alle streghe, tra fa fine del Trecento e la fine del Seicento, portò alla morte un numero imprecisato di donne. Fra di esse la celebre Giovanna d’Arco che morì sul rogo con una condanna di eresia e stregoneria all’età di diciannove anni, dopo aver portato la Francia alla vittoria. Infine una curiosità: la strega, proprio perché è il simbolo del Male e la si può accusare di tutte le colpe, è diventata il personaggio cattivo per eccellenza nelle fiabe.

Bibliografia

Sala delle torture

La condanna a morte per rogo, anche se veniva stabilita dal tribunale civile, era collegata alla credenza popolare che si rifaceva al versetto del Vangelo di Giovanni:” Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, poi viene raccolto per essere gettato via e bruciato”. .

Www.cristianesimo.it Wikipedia E.Bellomo, Il lato oscuro del medioevo in www.cronologia.leonardo.it L.Cavadini, La caccia alle streghe, Medievalia, Mondi medievali A.Moneti, Medioevo ereticale, la caccia alle streghe A. Paravicini Bagliani, Le montagne stregate, in Medioevo, anno 12 n.10ottobre M.Simeoni, Le streghe nel medioevo fino al XIV secolo J.C. Schmitt, Medioevo superstizioso 2008 pp.28-37

L’arazzo di Bayeux

L

’arazzo di Bayeux, una striscia di lino ricamata, lunga circa settanta metri, racconta le vicende della conquista normanna dell’Inghilterra. Re Edoardo, poiché aveva fatto voto di castità, non aveva eredi perciò occorreva designare un successore. I pretendenti erano tre: Harold, cognato del re, Edgar, pronipote del re e Guglielmo di Normandia, cugino di secondo grado. Secondo alcuni, Edoardo promise il trono a Guglielmo per ricambiare l’aiuto avuto ai tempi del suo insediamento, dunque inviò Harold in Normandia per comunicargli la sua decisione. Secondo gli inglesi invece, Harold si trovava nella regione normanna per una spedizione, forse di caccia (il falcone presente in alcune delle prime scene dell’arazzo, convaliderebbero questa tesi) e quindi Guglielmo sarebbe un usurpatore. Fatto è Harold giurò fedeltà a Guglielmo, ma, una volta giunto in Inghilterra e morto Edoardo, si dichiarò re. Una nave portò la notizia del tradimento e Guglielmo partì per riprendersi il trono. Nella battaglia di Hastings nel 1066 conquistò l’Inghilterra.

L’arazzo, commissionato probabilmente da Oddone, vescovo di Bayeux, nonché fratellastro dello stesso Guglielmo, è opera di alcune ricamatrici inglesi forse di Canterbury e avrebbe avuto lo scopo di esaltare l’impresa e nello stesso tempo di legittimare la conquista del normanno. La tela spiega infatti al popolo, attraverso le immagini, perché e come Guglielmo è diventato re di Inghilterra. L’arazzo è stato esposto per secoli nella cattedrale di Bayeux, cittadina nel nord-ovest della Francia. Oggi si trova in un museo della stessa città, unico, straordinario documento storico.


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