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ieri... Gennaio 2013

Savonera

Community

Community Community 1


Le offerte Sperando che il giornalino vi piaccia, ringraziamo tutti per le offerte, servono per finanziare i progetti giovanili della nostra parrocchia tra i quali anche il giornalino stesso.

Hanno collaborato alla realizzazione di questo numero (in ordine alfabetico):

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Alberto Bizzarri Anna Caccamo Alessandro Castellazzo Federico Franzoso Denise Maulicino Alessio Oddo Mauro Paladino Valeria Tasca


Istruzioni per l’uso è ancora Natale? Il giornalino che vi apprestate a leggere contiene articoli scritti per il numero che sarebbe dovuto uscire prima di Natale. Quindi trovere dei riferimenti alle feste ed anche alcuni auguri. Dovete scusarci ma questa volta è stata colpa mia, Dicembre è stato per me un mese un po’ pieno di avvenimenti, alcuni attesi altri inaspettati, alcuni felici ed altri molto tristi. Speriamo che in qualsiasi modo il giornalino possa essere lo stesso di vostro gradimento e che si possa, come abbiamo sempre detto e come ci impegnamo sempre a fare, migliorare. Dal prossimo numero il nostro impegno sarà di uscire la prima domenica del mese e non l’ultima come è stato fino ad ora, questo per svariati motivi che non sto li a spiegare. Abbiamo bisogno di giovani che possano aiutarci a collaborare, nella scrittura degli articoli ma anche nella parte grafica. Quindi se volete collaborare non esitate a farvi avanti mi raccomando, scriveteci una mail oppure passate direttamente in oratorio a parlare con me.

Siamo molto contenti del fatto che alcuni articoli del “Savonera Community” sono stati pubblicati su “Rintocchi” ( non so se ci avete fatto caso). Diverse sono state le persone che si sono congratulate con noi e che credono nel nostro progetto, questo ci riempie di gioia e ci da una grande forza per continuare ad andare avanti. La redazione vuole ringraziare tutti coloro che collaborano e che leggono (senza di voi non avrebbe senso il giornalino) il “Savonera Community”, e vi augura un felice e sereno 2013. Buona lettura.

Mauro

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Hai tempo per me? una cosa preziosa Ciao a tutti ragazzi! Oggi voglio soffermarmi con voi sul valore di una preziosissima cosa alla quale spesso non pensiamo: il TEMPO. Durante gli esercizi spirituali che i giovani della nostra parrocchia han vissuto nel weekend dell’Immacolata, abbiamo molto riflettuto sul tempo e siamo arrivati alla conclusione che sia un bene inestimabile, non rinnovabile e da sfruttare in tutte le sue caratteristiche. Mi spiego meglio, avete mai provato a dedicare ogni istante della vostra giornata a qualcosa di davvero speciale? Cioè, oltre al mangiare , dormire, compiere i propri doveri di studenti, avete mai dedicato un po’ di tempo a voi stessi, ai vostri amici o alla vostra famiglia? E agli sconosciuti? Ecco di quali cose irripetibili parlo…ogni vostro istante trascorso per e con qualcuno , vissuto in modo profondo e intenso, ecco, quello è tempo ben utilizzato. Il tempo per “l’altro” spesso ci risulta scomodo, ci pare pesante e noioso; d’altronde, nella lista delle nostre priorità, ci saranno tante cose prima degli altri… e attenzione, non parlo solo di amici o fami4

liari, parlo anche degli sconosciuti; il nostro “prossimo” direbbe la Bibbia. Il nostro tempo terreno è limitato, lo sappiamo tutti, allora… cerchiamo di coglierne il vero valore, non sprecare nemmeno un istante, vivere a pieno e lontano dai sentimenti tristi sempre, ogni nostra giornata, esserci per gli altri, confrontarsi e crescere insieme, dedicare del tempo anche a Dio, Lui è sempre con noi, non guasta ringraziarlo o anche solo farci una breve chiaccherata! Vi assicuro che così facendo, vivrete non solo più felici, ma soddisfatti e fieri di voi stessi, anche il mondo ve lo riconoscerà!

Valeria


Una mail inaspettata Pubblichiamo senza modifiche una mail arrivata in redazione. Grazie Maria Vittoria per le belle parole che ci hai scritto.

Ad Alice , Alessandro G. alla Caritas Giovanile di Savonera, dal giornale parrocchiale RINTOCCHI leggo con piacere gli articoli apparsi sul numero di dicembre 2012 grazie ragazzi per la vostra testimonianza! Mi dà speranza. Nonostante le becere testimonianze di noi adulti, soprattutto quelli della mia generazione (1948) siete usciti niente male! E’ innegabile il disorientamento religioso e il progressivo impoverimento della coscienza credente di alcuni vostri coetanei e vostro.di “Scrutare i segni dei tempi e ad interpretarli alla luce del vangelo ”PER VOI non è sempre facile. Proporre Gesù e il suo Vangelo come un‘esperienza di un diverso e più autentico modo di vivere e di stare assieme, va testimoniato più che spiegato. Ma

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credetemi importante è che l’atteggiamento di docilità, e un atteggiamento di preghiera, presieda a questa ricerca. Pregando, il Signore parla; chiedendo, il Signore ascolta. Siamo in molti a pensare di scambiare i propri progetti con quelli del Signore dimenticando di pregare soprattutto perchè DIO ci faccia conoscere i suoi di progetti. qual è il progetto di Dio sulla nostra vita? La domanda può essere affrontata in un modo molto difficile ma può essere affrontata anche in modo molto facile. Non è il caso di scervellarsi per capire; è soltanto importante mettersi nell’atteggiamento di conoscere la volontà del Signore. E questo atteggiamento mi pare magnificamente espresso nella preghiera biblica: “Signore, cosa vuoi che io faccia?”. per quanto riguarda L’ATEISMO INVIO QUI DI SEGUITO ALCUNE MASSIME...ILLUMINANTI Zichichi: “L’ateismo quindi è atto di fede nel nulla, non è un atto di ragione”. La maggior parte degli uomini di oggi non sono tanto atei o non credenti, quanto increduli. Ma colui che è incredulo non è fuori dalla sfera della religione. [...] Lo stato d’animo di chi non appartiene più alla sfera del religioso non è l’incredu-

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lità, ma l’indifferenza, il non saper che farsene di queste domande. Ma l’indifferenza è veramente la morte dell’uomo. (Norberto Bobbio) - Prova a uscire dai tuoi limiti, il dizionario intende Dio in senso generale non uno in particolare ! E C’è bisogno di testimoni non di testimonialdella maggioranza pappona” e “piglia tutto” che si fa elite arrogante-LIBERIAMOCI! è compito della comunità cristiana ( AIUTO importante che deve venire da voi giovani) ribellarsi ad ogni forma di potere basato sulla paura, sulla ricompensa, sulla persuasione, e invece favorire tutte quelle espressioni che sono di servizio. Riassumendo: il potere è dominio di una persona sull’altra, basato sulla competenza. La competenza libera e fa crescere le persone Per me: ABBASSO GLI ATEI PER...MODA LA VOSTRA Età PER QUANTO BELLA E AFFASCINANTE, NON E’ FINE A SE STESSA--- c’è un libercolo che ho letto e che lascerò a voi in segreteria da don Alessio è “il cammino del giovane di Armando Matteo -----può essere utile.

buon anno e buon lavoro a tutti

Maria Vittoria Richetto 7


New International Songs 1

Psy

Gangnam Style

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Mika ft. Pharrell

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Pink

Try

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Nicki Minaj

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Will.i.am feat. Britney Spears

8

Celebrate

Va Va Voom

Fly Project

Musica

Scream & Shout

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8

Bruno Mars

9

David Guetta

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Locked Out Of Heaven

She Wolf (Falling To Pieces) ft. Sia

Taylor Swift

We Are Never Ever Getting Back Together

Rihanna Diamonds

Vi Auguro un Felice Anno Nuovo


New Italian Songs 6

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Chiara

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Zucchero

Guantanamera

7

3

Bianca Atzei feat Modà

8

Ambra Marie

Due Respiri

Gemelli Diversi

Spaghetti Funk is Dead

Gianna Nannini La fine del mondo

Sola

La Gelosia

4

Noemi

9

Eros Ramazzotti

5

Jovanotti

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Biagio Antonacci

Se non è amore

Tensione Evolutiva

By Alessio

Un Angelo Disteso Al Sole

Non Vivo Più Senza Te

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Questo mese parliamo di ...

MISSIONE

Se vi vengono tematiche interessanti su cui possiam discutere in questo giornalino scriveteci pure una mail. 10


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Dio si è smascherato la mia esperienza in Africa

Una decina di bambini che sniffano colla per non sentir la fame , io, dall’altra parte del vetro del mio pulmino. Ecco, con quest’immagine così cruda, la terra magica che esisteva nel mio cuore fin da bambina, mi ha dato il benvenuto. “Terzo mondo” si dice, ma perchè, c’è un ordine d’importanza di “mondi”? Ne esiste più di uno? non penso proprio. Il mio viaggio in Africa mi ha permesso di guardare Dio sotto un’altra prospettiva, un Dio che davvero ha un piano di felicità per tutti noi, un Dio che ci lascia liberi, liberi anche di esser felici, a modo nostro. Bastava guardare gli occhi di anche solo uno di quegli ottocento bambini che avevamo in oratorio per capire che Dio era in lui e che in lui stava compiendo un “miracolo”, perchè si, così è giusto chiamarlo, il MIRACOLO DELLA FELICITA’, fattasi uomo puro e innocente.

Bambini che orfani a 2-5-10 anni muoiono letteralmente di fame e ai quali se c’è una cosa che non manca è proprio la FEDE; una cosa che qui da noi sembra così strana e difficile da possedere, specialmente in così tenera età, ma vi assicuro che grazie alla fede che sprigionavano attraverso i sorrisi e le loro azioni quei bambini io, ventenne, ho rimesso in discussione la mia. “Children see. Children do.” recita una pubblicità americana. I bambini vedono, i bambini sanno. E già, noi, bambini cresciuti siamo ESEMPI per chi ancora del mondo non sa. Siamo come le parti evidenziate di un libro di migliaia di pagine, quelle parti importanti che devono rimanerci in testa, devono esser fatte profondamente nostre. Ecco,i bambini studiano e fanno loro tutto ciò che noi, con i nostri gesti e parole evidenziamo. E nel caso di quei bambini kenyoti che ho incontrato io, la situazione era capovolta: io apprendevo 11


da loro, loro RINGRAZIAVANO ogni istante e con felicità di essere al mondo; e già, sembra strano ma ringraziano, ringraziano il Signore con tutto il loro cuore e con profonda intensità, così per i più fortunati facevano anche i loro genitori e parenti. Io non ho potuto che apprendere e far mia ogni meraviglia che leggevo attraverso i loro occhi, custodendo il bello e il brutto, come un tesoro dal quale trarre gemme preziosissime per tutti gli altri miei giorni. L’immagine di un “Dio ingiusto” nonostante le cose senza senso e da brivido che ho visto laggiù, non 12

mi ha MAI sfiorato la mente, perchè siamo noi uomini, sbagliando ad usare la nostra libertà, che provochiamo il “brutto” del mondo, se così vogliamo definirlo. Dio è giusto, è grande ed è misericordioso, Dio è una delle poche speranze alle quali milioni di persone aggrappano disperatamente le loro vite, pensate che immensità. Dio è ESEMPIO da seguire senza far domande, dalla nascita per il resto della nostra vita. Dio è fede, è AMORE. Dio non tradisce. Dobbiamo fidarci di più di lui, son sicura che ci sentiremo fieri suoi figli.

Valeria


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Fare del bene

non soltanto a Natale

Ci siamo, il Natale si avvicina e il luogo comune più vecchio del mondo sostiene che in questo periodo “bisogna essere tutti più buoni”. E’ questo ciò che si ripete ai bambini ed è quello che mi sentivo dire anche io da piccola, ma crescendo ho capito il nonsenso di questa espressione. Mi sono sempre chiesta come i bambini potessero interpretare questa frase…e se invece si insegnasse loro ad essere buoni e gentili con il prossimo tutto l’anno? Noi ragazzi della Caritas Giovanile pensiamo proprio questo e sono i nostri ideali di solidarietà e di altruismo verso il prossimo che ci spingono sempre di più a dare. Tra le tante esperienze vissute, voglio parlare del progetto “Emergenza freddo” di cui si occupa la comunità di Sant’Egidio, movimento laicale di ispirazione cristiana cattolica nato a Roma nel 1968 per iniziativa di Andrea Riccardi e poi diffusosi in più di 70 paesi

nei diversi continenti. Il progetto prevede di distribuire cibo e bevande ai senza tetto, che nel periodo invernale, per concessione del comune di Torino, possono trascorrere la notte nei containers siti al parco della Pellerina. Giovedì 13 dicembre alcuni di noi sono andati proprio lì a tendere loro una mano, accompagnati dai volontari veterani della comunità. E’ stata un’esperienza forte e unica allo stesso tempo. Ho avuto modo di riflettere su quanto visto e nonostante il freddo pungente di quella sera sarei rimasta lì, perché sapevo che prima o poi

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sarei tornata a casa dove avrei avuto, come sempre, un pasto assicurato, caldo accogliente e un letto morbido sul quale dormire. Era una certezza, ma mentre ero lì e vedevo le precarie condizioni in cui vivevano, a cui dovevano adattarsi mi chiedevo “E loro che certezze hanno?”, in realtà nessuna, perché ogni giorno è una lotta per la sopravvivenza e ho capito che anche le mie certezze un giorno potrebbero non essere più tali. Padri di famiglia che hanno perso lavoro ma si fanno in quattro per mantenere i propri figli e tante altre tristi storie. E’ questo uno dei motivi che mi 14

spinge ad aiutarli e ad avvicinarmi di più. Sono persone che come noi hanno il diritto di costruirsi una vita, un futuro, ma che per un motivo o per un altro sono stati meno fortunati e non hanno avuto la possibilità o la forza, il coraggio, la volontà di affrontare le difficoltà incontrate durante il cammino. E perché non dare loro una speranza? Perché non regalare loro un sorriso? L’aspetto più bello di questa esperienza non è solo la consapevolezza di essere stato utile e di aver donato il proprio tempo a chi ne aveva bisogno, ma è il cambiamento che avviene dentro di te e la cresci-


ta che ne scaturisce, l’approccio con un mondo che non vediamo o che nella maggior parte dei casi non vogliamo vedere. Per questo bisognerebbe far cadere il velo dagli occhi e sederci di fianco a loro per far capire che non siamo diversi, che ciò che doniamo è vero e viene dal cuore e in questo modo far anche comprendere che il pane che doniamo non è solo cibo “materiale” ma anche amore e carità, sentimenti che oggi vengono trascurati perché forse si è troppo impegnati a guardare se stessi piuttosto che andare oltre. Perciò il mio invito è proprio questo: provare a donarsi, impreziosire il proprio tempo regalan-

done un po’ ad altri per sentire la sensazione di pienezza che riempie il cuore, perché non si tratta di un “do ut des” ma di un “dare” e basta perché nel momento in cui doni ricevi ed è questo, a mio parere, “il vero modo di essere felici”, “quello di procurare la felicità agli altri” (B-P.) e come disse Baden-Powell “Procurate di lasciare questo mondo un po’ migliore di quanto non l’avete trovato e, quando suonerà la vostra ora di morire, potrete morire felici nella coscienza di non aver sprecato il vostro tempo, ma di aver fatto ‘del vostro meglio’ “.

Anna

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Un’avventura notturna

Eravamo partiti. Il buio ci avvolgeva e ci facevamo coraggio cantando, parlando e illuminando il sentiero che continuamente cercavamo, sia davanti i nostri passi che sia nella cartina. Per me e molti di noi era la prima missione e c’era l’entusiasmo e la fifa della prima volta. Dopo cena i capi ci avevano chiamato per Squadriglia, i gruppi di 5-7 ragazzi di cui il gruppo è composto. Ci eravamo messi in fila davanti a loro: ricevemmo la busta con la cartina e le indicazioni per la “missione”, i numeri di telefono dei cellulari dei capi e una serie di 500 Lire per chiamare in caso d’emergenza in una cabina telefonica (negli anni Novanta per un ragazzo delle medie e delle superiore avere il cellulare è un lusso da spaccone!). Partendo dalla Madonna della Neve avremmo dovuto raggiungere la nostra meta: la cima del Musinè! E poi ridiscendere verso Caselet16

te, dove i capi avrebbero montato le tende e ci avrebbero aspettato con un bel tè caldo e accogliente! La camminata non doveva durare più di un’ora. Forse due, contando l’inesperienza dei più giovani. E invece... Capitò questo: dopo neanche mezz’ora, benché le Squadriglie fossero partite separate, ci ritrovammo tutti insieme. C’era la possibilità di fare la strada con gli altri amici delle altre squadriglia, qualcuno provava a baccagliare la ragazza che gli interessava, altri erano contenti di avere più pubbli-


co per le sue battute e il suo “fare casino”. Ma dopo due ore il sentiero continuava nella notte, mentre nella cartina no. C’era qualcosa che non andava. Dopo tre ore il sentiero finì, senza darci modo di continuare: forse erano anni che non veniva curato e ora c’erano sterpaglie, alberi caduti e altro a bloccarci il passo. Due andarono in avanscoperta: tornando ci riferirono che non si poteva continuare. Che fare? Tutti, dai più grandi ai più giovani discussero. Qualcuno propose addirittura di fermarsi lì e dormire lì all’addiaccio; ma la decisione che venne poi presa all’unanimità fu quella più sen-

sata: “Si torna indietro ragazzi!” Camminammo altre tre ore e arrivammo alla Madonna della Neve, quello era il posto sicuro di partenza. Ricordo ancora la varietà di colori e odori che solo l’alba vissuta fin dall’inizio può donare, una luce che ti entra negli occhi piano piano, risvegliando la natura assopita dal sonno; pensavo tra me che se fossimo arrivati ore prima a Caselette in quel momento starei beatamente dormendo, ma che io e gli altri avremmo perso quello spettacolo magnifico. Eravamo stanchi, ma dovevamo o cercare una cabina telefonica o una casa disposta a farci telefonare. 17


Non c’è da dire che le voci all’altro capo del telefono erano molto preoccupate e i capi ci vennero subito a “recuperare” con le macchine per portarci, ormai a mattinata inoltrata, a Pian Domini, a Caselette, per farci riposare e darci qualcosa da mangiare. Loro ovviamente erano strapreoccupati (e oggi come capo scout lo sarei di sicuro anch’io!) ma noi no. Avevamo la stanchezza che ci intorpidiva le gambe, ma scherzavamo, ed eravamo contenti della nostra avventura, anche se non andò a finire come ci aspettavamo. Io in quella notte imparai cosa vuole dire “Missione”: vuol dire

mettersi in cammino con dei punti di riferimento e una meta, sia in testa che sulla cartina; vuol dire avere dei compagni di strada, con cui cantare, faticare e confrontarsi; vuol dire saper cogliere l’imprevisto, il saper prendere delle decisioni quando le cose non vanno come pensavi; vuol dire a volte accettare i propri limiti e arrivare comunque alla meta anche se non per la strada che ti eri immaginato; vuol dire saper cogliere, lungo la strada, gli odori, i rumori e le luci che essa dona. Missione vuol anche dire che se perdi una strada e se cammini con il Signore, scoprì altre vie e altre cose che altrimenti non avresti scoperto.

Alberto 18


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I Warao

e il fiume Orinoco Il fiume Orinoco è uno dei più importanti del sud America. Inizia la sua corsa nell’Amazzonia Brasiliana e, dopo un “tuffo” di oltre 1000 m in un panorama tra i più suggestivi al mondo, attraversa il territorio Venezuelano, raggiungendo infine il Mar dei Carabi, nella zona di confine con la Guyana Francese. Al termine della sua corsa il fiume si trascina stancamente, ed il Delta sembra un mare di acqua dolce, praticamente immobile, attraversato dalle correnti delle maree che sono visibili solo dai ciuffi di vegetazione che si spostano in superficie. Le terre emerse dividono questo enorme lago in corridoi, che sembrano sponde di fiumi, mentre in realtà sono piccole isole, che con l’alta marea vengono sommerse dal flusso dell’acqua. Con una lancia a motore lasciamo Tukupita, l’ultima città sulla terra ferma, per andare verso nord-est, e dopo 5 ore raggiungiamo il villaggio più importante del popolo Warao: Nabasanuka. Accostiamo al pontile e scendiamo dalla barca. Le abitazioni sono palafitte, costruite in sequenza lungo il fiume, ed il collegamento tra le varie case è un camminamento, spesso sopra-

elevato, che come un corridoio attraversa il villaggio in tutta la sua lunghezza. Nel centro del villaggio, unica zona protetta dai capricci del fiume, la cancha: uno spazio in cemento grande come un campo da calcetto e coperto da un tetto in metallo, popolato dall’alba al tramonto da bambini, adolescenti e adulti, ogni categoria rispettosa del proprio orario di competenza. I Warao sono una popolazione di origine asiatica, come testimoniano i tratti somatici, e nell’epoca precolombiana abitavano le terre dell’ovest. Cacciati da una tribù di guerrieri, si rifugiarono nella zona orientale del delta, in quello che oggi è parte dello stato del Delta Amacuro. La vita scorre con le stagioni del

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fiume: rio negro, quando il livello del fiume si alza ed allaga tutte le terre emerse, rio amarillio, quando nel nord la terra gialla viene trascinata al fiume dai temporali impetuosi, rio blanco, nella stagione di secca, in cui piove poco e la terra sedimenta lungo il corso dell’Orinoco, lasciando il fiume limpido alla fine del suo viaggio. Per ogni stagione il Warao sa’ come e cosa cacciare e pescare, perché le modalità cambiano con l’umore del fiume. Alcuni anni or sono un battello “criollo” percorreva il Delta trascinandosi il peso delle reti: ci fu una forte protesta dei Warao, perché il fiume non poteva più alimentare i suoi figli, ed oggi la pesca è ritornata a dare i suoi frutti. Le altri fonti di sostentamento sono il platano, l’ocumo, una radice tozza di gusto simile alla manioca, e la palma di Morice, che fornisce una farina (yukuma) da cui si prepara 20

un “pane” sempre presente nelle celebrazioni. La Palma di Morice è la pianta più importante per i Warao: le foglie sono usate per il tetto delle abitazioni, e da queste si ricavano anche le fibre che intrecciate prepareranno il chinchorro (l’amaca) e tutti gli oggetti che vengono venduti in città, dal tronco, oltre alla farina, si ottengono medicamenti contro la febbre e la dissenteria, mentre i frutti racchiudono una polpa sottilissima, schiacciata tra la buccia a dure scaglie rossastre ed il nocciolo legnoso, di un sapore che ricorda la nostra oliva. Mediamente la famiglia Warao è composta dagli 8 ai 10 figli. La mortalità infantile, a causa dell’alimentazione scarsa e poco varia, è molto elevata. Le cifre ufficiali parlano di statistiche pienamente nella media Venezuelana, ma sono falsate dal fatto che i bambini non sono registrati all’anagrafe fintan-


to che non raggiungono i 4 anni, quando ormai è stata superata la fase a rischio. Le coppie nella cultura tradizionale si sposano molto presto e molto semplicemente. Quando la ragazza raggiunge la pubertà, il giovane si reca dalla suocera per chiedere la mano della figlia e, ottenuto l’assenso, si recano a vivere nella casa dei genitori della sposa. Il capo clan è il nonno, che tramite le figlie comunica ai generi i compiti, dal preparare il campo per la semina dell’ocumo, all’andare al monte e cercare un albero per costruire una nuova curiara (barca) in cui lui siederà nel posto d’onore, portato dalle nuove forze famigliari: chiaro quindi che la nascita di una femmina in una famiglia sia un avvenimento sicuramente positivo! Le abitazioni sono palafitte, chiuse su due o tre lati quelle moderne, aperte su tutti i lati quelle tradizionali per permettere all’aria di mitigare il caldo umido del fiume. Al tetto vengono fissate le canaste con i vestiti e le amache ed a terra, sopra un masso, viene acceso il fuoco per cucinare. Gli spostamenti possono essere unicamente in curiara, una canoa molto nervosa, che tenta di scalciarti a “terra” ad ogni piccolo movimento, ma che nelle loro mani diventa estremamente docile. Le sfide del mondo moderno ai Warao sono molto diverse da quelle dell’epoca precolombiana, quando si rifugiarono nel delta, o

del periodo seguente, quando uomini e donne venivano prelevati a forza dalle navi Spagnole per il lavoro nelle piantagioni da cui spesso non facevano ritorno o tornavano consumati dalle malattie e dai turni massacranti. Oggi i giovani si recano nelle città per studiare, spesso seguiti dalle famiglie che poi decidono di fermarsi nella speranza di un futuro migliore di quello offerto dal Delta. La cultura tradizionale inevitabilmente si trova ad affrontare la cultura occidentale moderna, e questo avviene con un senso di inferiorità tipico dei Warao, quando invece sarebbe necessario un confronto critico e pacato. La cultura Warao stà quindi perdendo questo confronto, facendosi trasportare dalla modernità come una ninfea trascinata dalla corrente perché senza radici che la leghi alla propria terra. L’opera assolutamente necessaria in questo momento è creare un’identità Warao forte, che leghi i membri fra loro dando un’unica voce al Delta dell’Orinoco. Questo permetterà a queste comunità di diventare finalmente un popolo, capire quali sono le loro vere necessità nel mondo moderno, e muoversi insieme per il raggiungimento di questo obbiettivo, facendo sentire la propria voce alla classe dirigente del paese.

Federico

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Gioco Il puzzle colorato Con le figure sottostanti (quattro quadrati di dimensione 2x2, e otto rettangoli di dimensione 3x1), colorati come nel disegno (B per blu, G per giallo, V per verde e R per rosso), si deve riempire una scatola rettangolare di dimensione 5x8. Esistono perĂł delle regole per disporre i nostri pezzi: due pezzi dello stesso colore non devono mai toccarsi, neanche in un vertice; la stessa regola vale anche per due quadrati. Il puzzle ĂŠ giĂĄ stato avviato inserendo un quadrato blu, un rettangolo rosso ed uno giallo come in figura.

Riusciresti a completarlo?

Alessandro 22


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Parrocchia Sacro Cuore di Ges첫 24

Gennaio 2013  

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