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CANNABIS E GUIDA: l'avvocato Bulleri spiega la sentenza della Corte Costituzionale

La sentenza n. 10/2026 della Corte Costituzionale mette finalmente un punto fermo sull'annosa questione del binomio cannabis e guida, riscrivendo di fatto l’applicazione del nuovo Codice della Strada. Nonostante la propaganda degli ultimi mesi, il principio del "lucido sì o lucido no la patente te la tolgo lo stesso", sbandierato dal Ministro Matteo Salvini, è stato smentito in toto dall’organo di garanzia costituzionale.

Abbiamo analizzato la portata di questa svolta con l’avvocato Giacomo Bulleri, uno dei massimi esperti in Italia dell'argomento, che ha definito la decisione della Consulta come una "scelta salomonica".

Secondo il legale, la Corte ha infatti scelto di salvare la norma che non viola la Costituzione, ma solo se interpretata in un senso ben preciso: la sanzione deve essere legata all'effettiva creazione di un pericolo e non alla mera positività ai test biologici.

Il tramonto dell'automatismo

Il cuore della questione risiede nel messaggio lanciato dalla Corte: la norma viene subordinata a una necessaria interpretazione che cancella l'automatismo sanzionatorio.

Come sottolineato da Bulleri, "essere positivi all'assunzione di stupefacenti significa considerare un'ampia gamma di aspetti in base al tipo di droga, al tempo trascorso e alla quantità, bisogna però giustificare il fatto che qualcuno possa creare pericolo".

Questo significa che la semplice presenza di tracce di THC nel sangue, che come sappiamo possono permanere a lungo dopo l'assunzione, non è più una condizione sufficiente per il

ritiro immediato del titolo di guida.

Si ritorna, dunque, a una valutazione simile a quella già indicata in passato dalle circolari del Ministero dell'Interno: una valutazione che dovrà essere fatta caso per caso.

Discrezionalità e tutele per i pazienti

Tuttavia, questo ritorno al buonsenso porta con sé una zona d’ombra. Secondo Bulleri, infatti, la sentenza "resterà una lettura criptica" poiché non risolve la questione in maniera oggettiva, ma la affida alla discrezione dell'accertatore.

Sarà l'agente su strada a dover utilizzare criteri interpretativi per stabilire se il guidatore rappresenti un rischio reale.

Nonostante questa incertezza procedurale, la sentenza rappresenta una boccata d'ossigeno per chi utilizza cannabis per scopi terapeu -

tici. Bulleri conferma infatti che questo nuovo scenario "potrà semplificare la situazione dei pazienti alla guida con regolare prescrizione", proteggendoli da sequestri preventivi basati solo su una positività fisiologica inevitabile per chi segue una terapia.

Nessun ulteriore ribaltone

Per chi sperava in ulteriori modifiche legislative o nuovi ricorsi, la strada sembra tracciata in modo definitivo. L'avvocato è netto su questo punto: la norma è stata dichiarata costituzionale sotto questa chiave interpretativa e quindi non ci saranno ulteriori passi o evoluzioni normative.

La partita si sposta ora dalle aule della politica a quelle dei tribunali, dove si vedrà come questa interpretazione "salomonica" verrà applicata nella pratica quotidiana.

Di Marco Ribechi

La rivista della cannabis dal 1985
Nuova Strain Special all'interno

Pag. 8

Cannabis Triploide Genetica e applicazioni pratiche

Pag. 14

Le piante usano la luce verde per la fotosintesi?

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Landrace Varietà di cannabis della terra: conservazione o evoluzione?

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Q-Farms Collabora con i coltivatori europei old school Pag. 33

L’origine dei semi Dove è diretto il mercato dei semi?

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Intervista

WALTER DE BENEDETTO

Quando l'amicizia trionfa anche sul proibizionismo: l'assoluzione di Marco Bracciali

Buongiorno Marco, vogliamo intanto cominciare con un ricordo di Walter?

Ci siamo conosciuti perché si abitava vicino e lui era un po' più grande di me. Io avevo 48 anni, Walter ne aveva 52. Ora abito in centro ad Arezzo, ma prima abitavo un po' fuori, a una decina di chilometri e praticamente si abitava vicini, è un paese piccolo di 3-4 mila abitanti, dove conosci tutti i ragazzi più o meno della tua età. La cerchia è quella lì. Ci si conosceva da quando avevo tredici, quattordici anni. Si era veramente ragazzini.

Quando vi siete conosciuti, quindi, Walter non aveva ancora problemi di salute?

Quando l'ho conosciuto lui aveva già problemi di salute, però non gli davano assolutamente alcun sintomo. E poi l'ho visto, cioè, noi tutti voglio dire, abbiamo visto la degenerazione, giorno per giorno. Da quando guidava senza problemi a quando ha dovuto mettere i comandi al volante nella macchina, fino a quando toccava andarlo a prendere perché non poteva più guidare, fino al punto che dovevamo portarlo in braccio, per dargli tutto il senso di normalità.

Mi racconti un momento come siete arrivati al processo e in quale maniera concretamente aiutavi Walter e di che cosa sei stato accusato in questi anni? Fino a che riusciva, comunque sia con l'aiuto di qualcuno e sfruttando la seggiolina motorizzata, lui ha sempre fatto le sue piante perché, logicamente, stiamo parlando di produrre un estratto d'olio e quindi si sa benissimo quante piante ci possano volere. Lui già se ne faceva da sé, ma arrivati al punto che, purtroppo non aveva più abilità motorie, ci chiese se gli si poteva dare una mano in quello che stava già portando avanti da anni. Nessuno di noi si è tirato indietro, minimamente, anche se ho sempre saputo quello a cui avrei potuto andare incontro. Perché comunque sia, girala come vuoi, per ora nella legge italiana resta un illecito. Da lì non si scappa.

Marco Bracciali è un ragazzo aretino di mezz'età. Un ragazzo con una visione profondamente idealista dell'amicizia. Idealista e concreta, aggiungerei. E' stato lui, infatti, ad aiutare Walter De Benedetto, paziente in cura con cannabis che ci ha lasciato nel 2022, ad annaffiare le piante necessarie affinché potesse disporre di un quantitativo di cannabis adeguato al suo fabbisogno terapeutico quotidiano.

Ma facciamo un passo indietro. Walter de Benedetto, soffriva d'artrite remautoide, malattia progressiva che lo avevo debilitato fortemente e costretto prima in carrozzina e poi a letto. A fronte di una regolare ricetta di cannabis terapeutica, Walter necessitava un incremento della posologia non previsto dalla prescrizione ufficiale. In quel momento, insieme ad una ristretta cerchia di amici, Marco accetta di aiutare a far vivere le piante che avrebbero aiutato a far vivere Walter. Per questo motivo, a seguito della più vili delle segnalazioni, un giorno le forze dell'ordine giungono presso la dimora di campagna dove, oltre a sequestrare quel che trovano, procedono legalmente contro i due amici. Walter viene assolto in primo grado e Marco condannato.

Oggi, a distanza di anni, finalmente possiamo intervistare Marco, giustamente assolto, affinché la sua storia di coraggio e determinazione possa esser d'esempio a tutti i nostri lettori.

Quindi eri pienamente consapevole di aver oltrepassato un limite che la legge impedisce di superare?

Si, ma la cosa che mi ha stupito molto è stata l'accusa di spaccio. Un'accusa senza nemmeno una prova perché non sono stati trovati né articoli per il confezionamento, né contanti, né soprattutto, non è stata documentata nessuna minima cessione da parte di qualcuno. C'è stata, a dire il vero, una cessione nei miei confronti, da parte di Walter, a titolo di regalo, ma non è stata nemmeno messa nei verbali, quindi è come se non esistesse.

Concretamente, il giorno che ti hanno trovato con l'annaffiatoio in mano, quante piante stavate seguendo?

Erano ventuno piante, ma agli atti sono solo diciannove. Contando le piante strappate da terra pesate con fusto, pianta, foglie, terriccio e qualsiasi cosa, hanno calcolato 25-26 chili. Poi non si sa su quale pianta siano state fatte le analisi, ma il laboratorio ha stabilito che avrei potuto ricavare dalle 20 alle 22.000 dosi. E' da qui in poi che inizia la barzelletta dello Stato.

Cosa intendi?

Negli atti Walter fa ammissione di colpevolezza. Dichiara che le piante fossero sue e che noi stavamo andando lì solo ed esclusivamente, perché lui, da solo, non ce la faceva. Nonostante questo, il giorno dopo, il 4 ottobre 2019 , sono stato processato per direttissima. La giudice Soldini, quella che ha preso in carico il processo, la prima cosa che ha fatto, guardando i Carabinieri, ha detto: “ Allora la proprietà è del signor De Benedetto, le piante sono del signor De Benedetto, il signor Benedetto lo ha ammesso e voi, lui, che l'avete arrestato a fare?” Nessuno ha risposto alla domanda del giudice. Allora il giudice ha detto, vabbè, hai fatto una cazzata, diciamo che non lo sapevi, ti do la messa alla prova, fai due mesi di servizi sociali e la tua fedina penale torna pulita.

Poteva essere una soluzione di buonsenso...poi cosa succede?

Nel momento in cui è iniziato il processo di Walter, lo stesso giudice che seguiva Walter ha rivisto agli atti anche il mio processo. Questo giudice ha annullato completamente la sentenza del primo collega e, mentre assolveva, giustamente Walter, mi ha condannato in primo grado. Il giudice che ha condannato me è lo stesso che

ha assolto Walter. Il punto, però è uno. Un commando d'una dozzina di carabinieri sono entrati in casa di Walter e finché hanno visto me e le piante, erano contentissimi perché facevano il loro lavoro. Nel momento in cui sono entrati dentro casa di Walter e hanno visto la sua situazione, lo hanno visto nel letto in quella maniera, uno dei carabinieri che era lì a fare indagini si è girato verso il suo comandante e addirittura gli ha detto: “ E a noi ci avete portato a arrestare queste persone?” E se ne è andato, è uscito proprio. Questo carabiniere per tutta la sera mi è stato accanto, mi ha offerto le sigarette, mi ha portato da bere, mi ha portato da mangiare.

Ma com'è successo che ti abbiano condannato dopo che il giudice ti aveva messo in prova?

La sentenza è stata rivista nel momento in cui è stato messo sotto processo anche Walter, perché comunque sia, per possesso anche a Walter, avevano trovato tre quattro etti d'erba dentro casa. La mia idea è che molto probabilmente nel momento in cui hanno indagato Walter, il giudice, abbia pensato di far bella figura assolvendo un ragazzo paraplegico in fin di vita. Però a quel punto, gli serviva un capo espriatorio e quel giorno c'ero io ed è toccato a me. Anche perché che figura ci fa un magistrato ed una caserma dei Carabinieri se all'indomani esce l'articolo: “Condannato paraplegico in fin di vita perché gli hanno trovato 50 grammi d'erba.”? In questa maniera, invece, il giudice ha condannato me e quindi ha fatto il suo dovere di ligio cittadino.

Tu per cosa sei stato condannato in primo grado?

Incredibilmente per spaccio, articolo 73 e senza alcuna prova. Mi hanno trovato solamente dieci grammi in casa che poi non hanno nemmeno dichiarato. E nonostante tutto mi hanno condannato a un anno e tre mesi più 3.500 euro di multa.

Dopodiché decidi di fare appello... Certo.

Appello che si è concluso il tre febbraio scorso con assoluzione piena perché il fatto non sussiste... Esattamente. Fino ad ora non s'era svolto perché, per via della pandemia, i processi sono andati tutti a rilento. Con il mio avvocato, infatti, alla fine

speravo che se non fosse stata assoluzione, l'anno prossimo, sarebbe arrivata la prescrizione.

Assoluzione e prescrizione..una bella differenza comunque... Indubbiamente, certo.

Domanda retorica, ti sei mai pentito di aver aiutato Walter? Cosa t'insegna questa storia?

Che domani, lo rifarei un'altra volta senza problemi. Non mi importa. Lo sbaglio non l'ho fatto io, lo sbaglio è nella legge.

Cioé?

Lo sbaglio nella legge è che non esiste essere condannato per una pianta, anche se di marijuana, stiamo parlando di una pianta. E poi, quello che mi ha dato fastidio, è che al processo prima del mio, un immigrato irregolare, con due pistole con il numero di matricola abrasa è stato assolto. Lo stesso giudice che ha condannato me. E mi chiedo, ma davvero si può assolvere un irregolare con due pistole, per poi condannare me perché ho annaffiato una cazzo di pianta?

Per quale motivo Walter coltivava nonostante avesse una prescrizione?

Perché il quantitativo che gli passava lo Stato era infinitesimale rispetto al quantitativo che avrebbe necessitato per curarsi. Gli passavano un grammo al giorno. Un grammo al giorno che, dopo il mio arresto, è salito a due grammi.

Cosa ti manca di Walter e cosa gli diresti oggi alla luce di questa assoluzione?

Alla luce dell'assoluzione gli direi che tanto s'aveva ragione noi. È la prima cosa che si è sempre detto. Tanto si ha ragione noi, non c'è verso. Di lui mancano le risate che ci faceva fare. Nel letto di morte, sdraiato, mentre non si poteva muovere, ancora ci faceva ridere. In quelle condizioni, vedere che comunque sia, è con te lo stesso a divertirsi, ti cambia il cuore, ti cambia. Io sono sempre stato una persona abbastanza stronza con il prossimo. Walter ti dava un insegnamento di vita diverso. Ti faceva rendere conto che determinate cose non sono importanti e che ci puoi passare sopra. Le cose importanti non sono quelle vedi. Le cose importanti sono quelle che ti dà il cuore, che ti dà la testa.

Outdoor 2026

Di Stoney Tarkk

TUTTI I MOTIVI PER CUI

DOVRESTE COLTIVARE

AUTOFIORENTI OUTDOOR

Mancano solo uno o due mesi e poi si potranno coltivare alcune piantine all’aperto! Di norma, si cominciano a coltivare i semi a fotoperiodo a maggio e si attende pazientemente fino alla fine di settembre per il raccolto. Le piante autofiorenti offrono ai coltivatori tempi di produzione ridotti, raccolti continui, poca manutenzione e colture resistenti. In questo articolo vi spiegherò tutto quello che dovete sapere sulle piante autofiorenti e vi illustrerò i motivi per cui ritengo che quest’anno dovreste considerare la possibilità di coltivarle.

Cosa sono esattamente le piante autofiorenti e come funzionano?

Le piante di cannabis autofiorenti contengono il gene Ruderalis. Questo significa che fioriranno automaticamente all’aperto, dopo 30 giorni di fase vegetativa. Le autofiorenti non dipendono dal fotoperiodo, possono quindi produrre cime in qualsiasi momento dell’anno e resistono ai climi più freddi.

Dal giorno in cui si piantano i semi fino al giorno del raccolto, ci vogliono in genere 10-11 settimane, anche se alcune autofiorenti a fioritura più rapida possono metterci 10 settimane o meno. Le autofiorenti producono cime di alta qualità che sono altrettanto sorprendenti a livello di tricomi, profilo terpenico, gusto, aroma ed effetto.

Le autofiorenti sono ibridi autofiorenti di varietà a fotoperiodo

Non richiedono grande manutenzione

• L’altezza finale di una varietà autofiorente è di circa 80-100 cm

• Le autofiorenti sono piante discrete e di basso profilo

• Dal seme al raccolto, le autofiorenti possono impiegare dai 70 agli 84 giorni

• Le autofiorenti sono femminizzate, producono quindi solo piante femmina

Le autofiorenti sono una scelta saggia per i coltivatori alle prime armi? Assolutamente sì, perché praticamente crescono da sole. Tutto quello che dovete fare è metterle in un vaso grande per dare loro la possibilità di sviluppare un apparato radicale esteso. Grazie alla breve fase vegetativa, potete aspettarvi che le autofiorenti inizino a fiorire, producendo pistilli e cime nel giro di un mese dalla germinazione.

I coltivatori alle prime armi possono utilizzare le autofiorenti per studiare come si sviluppa una pianta di cannabis e come si presenta ogni fase del suo ciclo di vita. Una coltura con autofiorenti di 12 settimane è molto più semplice di un raccolto a fotoperiodo di 6-7 mesi che richiede la potatura delle piante e ricompensa i coltivatori con qualcosa da fumare nel giro dei primi 100 giorni.

I motivi per cui ritengo che quest’anno dovreste coltivare autofiorenti outdoor

Dopo essere vissuto nel sud della Spagna da oltre

un decennio, ho avuto modo di coltivare diverse varietà autofiorenti. Poiché la Spagna ha un clima mediterraneo, ho ottenuto ottimi risultati coltivando cime autofiorenti che si sono ricoperte di cristalli. Di seguito trovate tutti i motivi per cui secondo me dovreste provare anche voi le autofiorenti: ne rimarrete piacevolmente sorpresi!

Raccolto ogni 10-11 settimane Finché il clima regge, potete piantare autofiorenti ogni 3 mesi. Le piante autofiorenti a fioritura più rapida possono richiedere 9 settimane. Se quest’anno coltivate piante a fotoperiodo outdoor, piantate anche qualche autofiorente; in questo modo potrete raccoglierle ogni 30-90 giorni e tenere i vasi pieni di erba biologica coltivata all’aperto.

Le piante autofiorenti rimangono basse e discrete

Il problema della coltivazione delle piante a fotoperiodo è che possono diventare molto grandi. I vicini e la polizia potrebbero accorgersi della vostra coltivazione outdoor, il che comporterebbe panico e ansia. Le piante autofiorenti sono basse e non diventano alte o sottili.

Se cercate una soluzione discreta e furtiva, le piante autofiorenti fanno al caso vostro!

Il metodo Sea of Green per grandi raccolti

Il metodo Sea of Green prevede la coltivazione di un gran numero di piante di piccole dimensioni ravvicinate tra loro. Adoro coltivare le au-

nascosto, i raccolti possono essere eccezionali. Breve fase vegetativa

Tutti amano vedere le loro piante femmina iniziare a fiorire e, con le autofiorenti, non è necessario aspettare fino alla fine di luglio perché passino a questa fase. Questo significa che non solo non è necessario effettuare training o manutenzione delle piante, ma anche che non dovete preoccuparvi che le piante diventino eccessivamente grandi.

Si adattano bene ai climi più freddi Il gene Ruderalis è stato scoperto in Siberia, nota per il clima rigido e le estati brevi. Grazie a questo carattere genetico, gli ibridi autofiorenti resistono ai climi più freddi, come quelli del Nord Europa. È possibile ottenere risultati incredibili anche in un clima non mediterraneo, grazie alla capacità delle piante di sopportare il freddo.

Coltivazione su balconi e terrazze

Le autofiorenti possono essere facilmente coltivate su una terrazza o su un balcone privato che riceve la luce del sole tutto il giorno. Non è necessario coltivare piante enormi e le autofiorenti non attireranno molta attenzione né daranno fastidio ai vicini.

La mia conclusione

Non posso che raccomandare vivamente la coltivazione di piante di cannabis autofiorenti, soprattutto se vivete in un Paese con estati brevi e inverni freddi. Il mio consiglio è quello di piantare

tofiorenti con il metodo SOG, poiché in genere raggiungono un’altezza di circa 80 cm. Inoltre, se piantate 9, 16, 25 o 36 piante autofiorenti di piccole dimensioni in uno spazio esterno ben

le autofiorenti ogni 30 giorni a partire da maggio; in questo modo potrete raccogliere mese dopo mese mentre le vostre piante a fotoperiodo si preparano a fiorire più avanti nel corso dell’anno.

I Freak Brothers

I Freak Brothers sono i protagonisti di un fumetto creato nel 1968 dal disegnatore americano Gilbert Shelton. L'erba è il principale interesse di questi tre leggendari hippy. Nel 2021, la prima stagione di una serie animata è stata trasmessa sulla piattaforma americana Tubi. Tuttavia, la serie non era stata tradotta in francese ed era necessario un VPN per accedervi. Nel 2026 è finalmente disponibile una versione francese. Entrambe le stagioni sono ora trasmesse in diverse lingue dalla piattaforma Netflix.

I Fabulous Furry Freak Brothers sono i personaggi principali dell'omonima serie a fumetti. Racconta la storia di tre hippy americani la cui attività principale è procurarsi e consumare cannabis e altre droghe. Si tratta di uno dei fumetti sulla cannabis più antichi e conosciuti. Il fumetto è stato pubblicato inizialmente su diverse riviste: Rip Off Comix, Playboy e High

Times. Sono stati pubblicati 11 album in francese. La serie è continuata fino al 1992.

I personaggi

Come i Pieds Nickelés, i 2 Be 3 e gli equipaggi della BAC, i Freak Brothers formano un trio inseparabile. Ma non bisogna dimenticare la loro gatta Kitty.

Freewheelin 'Franklin Freek

Originario del Texas, Franklin è una sorta di “Cannabis Cowboy”. Sempre elegante e rilassato, è il seduttore del gruppo. Ha trascorso diversi anni on the road, prima di stabilirsi a San Francisco. Ha fatto parte della scena hippie degli anni '60.

Phineas T. Phreakears

Phuneas è un chimico autodidatta che passa il tempo a inventare nuove droghe. Leader autoproclamato dei Freak Brothers, è impegnato politicamente. È anche un sostenitore delle teorie del complotto, che esistevano già negli anni '60.

Fat Freddy Freekowtski

Fat Freddy pensa solo a mangiare e fumare marijuana. Come suggerisce il suo nome, è leggermente sovrappeso. I suoi due amici gli chiedono spesso di andare a comprare marij-

uana, ma lui fallisce sistematicamente la sua missione per vari motivi. La sua gatta Kitty è la sua migliore amica.

Kitty

Kitty è una gatta molto intelligente che non esita a criticare i Freak Brothers. Rimane comunque fedele ai suoi tre umani e in particolare a Fat Freddy. Kitty è anche l'eroina della sua serie a fumetti “Il gatto di Fat Freddy”.

I Freak Brothers in serie animata

Dopo diversi tentativi a partire dagli anni '80, la serie animata ha visto la luce nel 2021. È prodotta da Courtney Solomon e diretta da Alan Freedland e Alan Cohen. La seconda stagione è uscita nel 2023.

Gli sceneggiatori non si sono limitati ad adattare gli album già esistenti. Hanno avuto un'idea piuttosto originale per proiettare la serie nel XXI secolo. In questa nuova storia, nel 1969 i Freak Brothers fumano un'erba potente e geneticamente modificata. Questa erba li fa dormire per 51 anni e i tre eroi, accompagnati dalla loro gatta, si risvegliano nel 2020 a San Francisco in un mondo completamente diverso. L'erba è ormai legale, ma la loro casa non appartiene più a loro. Devono quindi convivere con una famiglia.

La musica è un mix di rock classico e brani hip-hop più recenti. Diversi compositori, tra cui il produttore hip-hop Top Dawg, hanno partecipato alla colonna sonora della serie animata. Dal 2021, la serie è stata trasmessa sulla piattaforma americana Tubi, spesso considerata la Netflix gratuita. Ma questa piattaforma non è ufficialmente disponibile in Francia se non si installa una VPN. Inoltre, la serie era trasmessa solo in lingua inglese senza sottotitoli. La nuova versione è doppiata in francese e in altre lingue da attori. Sono disponibili anche i sottotitoli in francese.

La serie animata Freak Brothers su Netflix Disponibile anche su TF1 e Prime Video

Cannabis Triploide

Genetica e applicazioni pratiche

Nel breeding della Cannabis sativa, la triploidia, un tema centrale e sempre più discusso negli ultimi anni, sta aprendo nuovi orizzonti introducendo nuove dinamiche nella genetica e nella produzione di cannabis.

CANNABIS POLIPLOIDE

La poliploidia è una delle alterazioni genetiche più interessanti che possono manifestarsi nella Cannabis sativa. In condizioni naturali la cannabis è diploide, con due set cromosomici indicati come 2n, una copia ereditata da ciascun genitore. In alcuni casi, durante la divisione cellulare, possono verificarsi errori che portano alla formazione di tre set cromosomici, 3n, condizione definita triploidia, oppure di quattro set, 4n, definita tetraploidia. Questa alterazione dell’equilibrio cromosomico può influenzare la dimensione cellulare, la morfologia della pianta e il suo comportamento riproduttivo, traducendosi in alcuni vantaggi nel breeding, come incremento della biomassa e del vigore vegetativo, aumento della densità dei tricomi ghiandolari, e nei triploidi drastica diminuzione della fertilità, un aspetto controverso con effetti sia positivi che negativi per la coltivazione.

COME NASCE LA TETRAPLOIDIA

La tetraploidia si verifica quando, durante la divisione cellulare, i cromosomi non si separano correttamente. Più esattamente, durante la meiosi, un processo fondamen -

tale per la riproduzione sessuata in cui una cellula diploide produce quattro cellule aploidi dotate di un solo set di cromosomi, che daranno vita al polline nelle piante maschili e all’ovulo in quelle femminili. Se il corretto funzionamento del fuso meiotico, cioè la struttura incaricata di distribuire ogni cromosoma nelle nuove cellule, si interrompe, i cromosomi rimangono all’interno della cellula madre, dando vita a cellule tetraploidi. È possibile indurre questa alterazione, sia nella cannabis sia in altre specie vegetali, attraverso trattamenti con sostanze in grado di interrompere il corretto funzionamento del fuso meiotico. Più avanti verranno spiegati i metodi con cui il tetraploidismo può essere indotto.

CANNABIS TRIPLOIDE

Gli esemplari di cannabis triploide possiedono tre set di cromosomi, 3n, caratteristica che può influenzare notevolmente l'architettura della pianta. Alcuni breeders e seeds banks hanno iniziato già da tempo a studiare i vantaggi delle piante triploidi e produrre le prime linee di semi. Attualmente non ci sono molti strain a disposizione ma l'offerta è destinata ad aumentare. I vantaggi osservati finora nelle piante di cannabis triploide, comparati con omologhi esemplari diploidi, includono:

• aumento della biomassa

• incremento dell'attività fotosintetica

• distanza internodale ridotta e dimensioni più compatte

• maggior vigore

• incremento della superficie ricoperta dai

cromosomi. Il risultato sono dei semi che possederanno tre set di cromosomi. Quindi per produrre dei semi di cannabis triploidi è necessario procurarsi un esemplare tetraploide. Generalmente gli individui tetraploidi fungono da genitori riceventi del polline. In natura la comparsa di una pianta di cannabis tetraploide è un evento raro e le probabilità di individuarla attraverso il pheno hunting sono piuttosto scarse. Per questo motivo è necessario ricorrere a protocolli specifici per indurre la poliploidia nelle piante desiderate.

PROTOCOLLO INDUZIONE POLIPLOIDISMO

La poliploidia in una pianta di cannabis può essere indotta mediante l’impiego della colchicina, un alcaloide estratto dal colchico d’autunno. In questo articolo descriveremo il procedimento basato su questa sostanza, a partire dalla preparazione della soluzione con cui verranno trattate le piante.

Ecco una lista dei materiali necessari:

colchicina in pastiglie da 1 mg

• acqua distillata siringa

• misurino graduato asta agitatrice

• piastra Petri o simile

• garza

• dispositivi di protezione

tricomi ghiandolari

• stomi di dimensioni maggiori, ma in numero inferiore

• aumento della quantità dei terpeni

• fertilità estremamente bassa

Accanto a questi potenziali vantaggi, esistono anche limiti e criticità da considerare. Innanzitutto è giusto chiarire che queste caratteristiche non si manifestano automaticamente quando si coltiva una pianta triploide, dipende tantissimo dal genotipo di partenza e dal background genetico. Un altro aspetto che alcuni studi hanno messo in evidenza è che il livello dei cannabinoidi rimane pressoché invariato rispetto alle corrispondenti varietà diploidi. Un ulteriore fattore critico è la scarsa percentuale di cloni prelevati da piante triploidi che radicano con successo, rendendo molto difficile realizzare coltivazioni omogenee di soli cloni triploidi o mantenere nella propria biblioteca piante madri per lunghi periodi. Questo fattore, insieme alla ridotta fertilità tipica dei triploidi, apre scenari che meritano un’analisi più approfondita. Prima però vediamo come si ottiene una pianta triploide.

COME SI CREA UN TRIPLOIDE

L’introduzione di colture triploidi non è una novità né un’invenzione artificiale: si tratta semplicemente di selezione e breeding. Da tempo vengono coltivate varietà senza semi di diverse specie vegetali, come banane e angurie. Gli esemplari triploidi nascono dall'incrocio di una pianta diploide, 2n, con una tetraploide, cioè con quattro set di

Il primo passo è quello di sciogliere la quantità necessaria di colchicina in acqua distillata all’interno di un misurino graduato, mescolando costantemente fino a ottenere una soluzione completamente omogenea. La concentrazione ideale varia in base alla pianta che si vuole trattare, poiché ogni specie risponde in modo diverso. Alcuni

Gli esemplari di cannabis triploide possiedono tre set di cromosomi, caratteristica che può influenzare notevolmente l'architettura della pianta

test hanno dimostrato l’efficacia di un range compreso tra 0,05% e 0,2%. Per realizzare una soluzione da 10 millilitri saranno necessari da 5 a 20 milligrammi di colchicina. Attenzione: è necessario indossare dispositivi di protezione come guanti, mascherina e occhiali durante tutto il procedimento, poiché la colchicina è tossica per l’uomo e

Programma di breeding per piante triploidi

può essere assorbita anche per inalazione o contatto cutaneo.

In base al tipo di trattamento eseguito si possono ottenere piante parzialmente o completamente tetraploidi. La somministrazione della soluzione ai semi appena germinati può favorire l’ottenimento di individui tetraploidi, mentre il trattamento esclusivo della zona apicale può indurre un cambiamento parziale della pianta, che potrebbe risultare composta parti diploidi e parti tetraploidi.

Il trattamento dei semi germinati va eseguito posizionando i semi in una piastra di Petri con una garza sul fondo. La soluzione va somministrata in piccole dosi con una siringa, per circa 12 ore; successivamente, i semi devono essere sciacquati abbondantemente con acqua per eliminare eventuali residui di colchicina che potrebbero interferire con lo sviluppo.

Non tutti i semi trattati sopravvivranno o diventeranno tetraploidi. Nel caso si desideri trattare piante già cresciute, si può avvolgere il meristema prescelto con una garza imbevuta di colchicina, chiudendolo all’interno di una busta per mantenere costante l’umidità della garza per circa 24 ore. Anche in questo caso, alla fine del trattamento, è necessario sciacquare abbondantemente con acqua.

Nei primi stadi di crescita, le piante te -

pprovato dall’Unione di Controllo per l’agricoltura biologica

Nutrienti direttamente disponibili per la pianta

Ricco di micronutrienti

Facilmente degradabile in natura

Sostiene l’economia circolare

VGN CalMag NON contiene AZOTO

traploidi si sviluppano più lentamente rispetto agli individui diploidi, ma dopo alcune settimane sarà possibile osservare chiaramente le differenze. In un programma di breeding, partire da semi appena germinati per ottenere tetraploidi non è l'ideale, poiché le caratteristiche della futura pianta genitore sono ancora sconosciute.

La conferma della tetraploidia deve essere effettuata con un'analisi citometrica per verificare il raddoppio cromosomico ed escludere eventuali individui non completamente tetraploidi.

Il procedimento descritto è stato ripreso dai ragazzi di La Huerta del Diablo, il cui lavoro rappresenta un importante punto di riferimento. È disponibile, arricchito da materiale multimediale, sul sito web supercannabis.ar.

IL FATTORE CRITICO

Le piante di cannabis triploidi possiedono un livello di fertilità bassissimo, dovuto alla dotazione cromosomica impari che genera gameti non vitali. Questo può rappresentare un vantaggio, soprattutto per le coltivazioni outdoor su larga scala, dove la deriva del polline è un problema, un esempio è il Marocco. Ma allo stesso tempo, l’impossibilità di impollinare le piante genera problemi che influenzano negativamente gli equilibri degli ecosistemi e riduce la variabilità genetica, creando le basi per eventuali monopoli.

Esemplare di cannabis triploide super vigoroso

Coltivazione

Successo sotterraneo: la base per una resa esplosiva

Le radici di una pianta rappresentano probabilmente la base più importante per la crescita e la fioritura, ma spesso ricevono meno attenzione perché rimangono invisibili sotto il substrato. Molti coltivatori considerano le radici semplicemente come l’elemento che ancora saldamente la pianta e assorbe acqua e nutrienti. In realtà svolgono un ruolo molto più complesso: sono il centro di regolazione della pianta e reagiscono continuamente a tutto ciò che accade nel loro ambiente. Determinano in larga misura quanto una pianta sarà sana e vigorosa.

Vuoi che la tua pianta cresca e fiorisca al massimo del suo potenziale? Allora tutto inizia dalle radici. Comprendere come funzionano e di cosa hanno bisogno permette di sfruttarne appieno la forza e migliorare la salute dell’intera pianta.

Le diverse tipologie di radici e le loro funzioni

L’apparato radicale della pianta di cannabis è più complesso di quanto si possa pensare. È composto da diverse parti, ognuna con una funzione specifica.

La radice principale

La prima radice che emerge dal seme è chiamata radice principale o fittone.

Fornisce stabilità e costituisce la base da cui si sviluppano le altre radici. Nella cannabis è particolarmente presente nelle prime fasi di crescita.

Radici laterali

Si sviluppano dalla radice principale e aumentano la stabilità della pianta e la superficie disponibile per l’assorbimento di acqua e nutrienti.

Peli radicali

Sono sottilissime estensioni che si formano alle estremità delle radici. Assorbono la maggior parte dell’acqua e dei nutrienti e rappresentano il cuore funzionale dell’apparato radicale.

Radici avventizie

In caso di danno o durante la taleazione, possono formarsi radici avventizie grazie al rilascio di ormoni come l’auxina. Questi stimolano le cellule a produrre nuove radici, permettendo alla pianta di rigenerarsi o di sviluppare nuovi esemplari.

Radici di riserva

Alcune specie vegetali accumulano energia nelle radici di riserva. Nella cannabis, tuttavia, queste non sono generalmente presenti. Il suo sistema radicale è orientato principalmente all’assorbimento e al trasporto, non allo stoccaggio.

Radici aeree

In determinate condizioni possono svilupparsi radici sopra il mezzo di coltivazione, a contatto con l’aria. Nella cannabis sono rare, ma possono comparire in vasi in tessuto o in coltivazioni idroponiche dove la pianta ricerca maggiore ossigeno. Svolgono soprattutto una funzione di supporto nell’assorbimento di ossigeno e umidità.

La vita attorno alle radici

Attorno a ogni radice esiste un piccolo ecosistema chiamato zona radicale. Qui vivono batteri, funghi e altri microrganismi che collaborano con la pianta. Attraverso le radici, la pianta rilascia zuccheri che nutrono questi organismi. In cambio, essi rendono disponibili nutrienti che altrimenti sarebbero difficili da assorbire.

Quanto più efficace è questa cooperazione, tanto più efficiente sarà la crescita. Questo processo è noto come simbiosi nella rizosfera.

In substrati come la lana di roccia, dove la vita microbica naturale è limitata, questa simbiosi è meno sviluppata. Il coltivatore deve quindi favorirla attivamente, ad esempio utilizzando stimolatori radicali come CANNA Rhizotonic, il cui nome richiama proprio il concetto di rizosfera e di stimolazione di una zona radicale sana.

Le radici come motore della pianta

Le radici non si limitano ad assorbire acqua e nutrienti. Producono anche ormoni della crescita che influenzano la velocità di sviluppo, la formazione delle foglie e l’andamento della fioritura. La salute e l’attività dell’apparato radicale incidono direttamente su questo equilibrio.

Inoltre, le radici funzionano come sensori. Registrano costantemente variazioni di umidità, nutrienti, temperatura e ossigeno, influenzando la crescita della parte aerea. Crescita rallentata, foglie pendenti, decolorazioni o punte brunite sono spesso segnali di un sistema radicale sotto stress.

La cannabis è nota per la sua crescita radicale rapida e vigorosa e tende a colonizzare rapidamente lo spazio disponibile nel substrato. Per questo motivo reagisce in modo marcato a fattori come l’ossigenazione, la struttura del substrato e l’attività microbica. Anche piccoli cambiamenti possono avere effetti visibili sulla salute della pianta.

Cosa determina lo sviluppo delle radici?

Lo sviluppo radicale è influenzato da condizioni fisiche, chimiche e biologiche.

Condizioni fisiche

Struttura del substrato, umidità e temperatura costituiscono la base di un apparato radicale forte. Un mezzo ben aerato è fondamentale. Se il substrato rimane a lungo bagnato e compatto, l’ossigeno diminuisce e la crescita rallenta. L’eccesso di irrigazione è uno degli errori più comuni.

La temperatura ideale della zona radicale si colloca tra 18 e 24 °C. Al di sopra di questi

valori l’ossigeno disponibile diminuisce e aumentano i rischi di patogeni.

Condizioni chimiche

Anche la composizione della soluzione

nutritiva influisce direttamente sulla salute radicale. Un corretto equilibrio tra nutrienti e pH determina l’efficienza di assorbimento. Un eccesso di fertilizzazione provoca più facilmente stress che benefici. L’accumulo di sali limita l’assorbimento e può manifestarsi con depositi biancastri su vasi o substrato. Un controllo regolare dell’EC e risciacqui periodici aiutano a mantenere condizioni ottimali.

Condizioni biologiche

Un ambiente radicale ricco di vita microbica favorisce resilienza ed efficienza. I funghi micorrizici ampliano la superficie di assorbimento. I batteri benefici trasformano i nutrienti in forme facilmente assimilabili. Una maggiore biodiversità microbica garantisce stabilità e resistenza allo stress.

Meno interventi, più risultati

Costruire consapevolmente un apparato radicale sano non significa utilizzare più prodotti, ma adottare un approccio equilibrato e ragionato. Stimolatori radicali, silicio ed elementi organici possono essere utili se applicati con moderazione e consapevolezza.

Alla fine, tutto ruota attorno alla stabilità. Ciò che accade sotto terra determina la forza dello sviluppo sopra il suolo. Un ambiente radicale ben gestito garantisce crescita uniforme, maggiore resistenza e una resa affidabile.

Una base solida produce sempre risultati migliori rispetto all’aggiunta continua di acqua, fertilizzanti e additivi. Il vero successo inizia proprio lì, sotto la superficie

Intervista

Intervista a Francesco Mirizzi della European Industrial Hemp Association

Il pugliese Francesco Mirizzi vanta un'esperienza decennale nel settore delle politiche agroalimentari a Bruxelles. A partire da giugno 2025 è Direttore Generale dell'EIHA [Ndr. Associazione Europea per la Canapa Industriale]. Oggi vi offriamo la sua prospettiva riguardo sfide ed opportunità a venire per la filiera della canapa light.

A metà febbraio scorso EIHA ha diramato un comunicato sulla proposta della Commissione europea di chiarire che tutte le parti della pianta di canapa, comprese foglie e infiorescenze, vengano riconosciute nel quadro agricolo UE quando derivate da varietà iscritte al catalogo. Cosa implicherebbe questa scelta per i coltivatori italiani?

Non ci potrebbero più essere misure che impediscano la coltivazione d'infiorescenze sul territorio italiano perché finalmente sarebbe chiaro che il fiore, come lo stelo ed il seme, siano materia prima agricola che viene dalla pianta di canapa.

Tale proposta sembrerebbe specularmente in antitesi con l'articolo 18 del Decreto Sicurezza, cosa ne pensa?

Mi sembra chiaro che, oltre che con il buonsenso, il Decreto Sicurezza sia incompatibile con il diritto europeo. Di fatto, questa decisione renderà ancora più esplicita l'incompatibilità dell'articolo 18 con la legge europea.

Nel caso venga approvato questo chiarimento, il governo italiano comunque non sarebbe obbligato a cancellare l'articolo 18, corretto? C'è un obbligo nel senso d'incompatibilità tra l'articolo 18 e legislazione europea. Lo Stato italiano potrebbe mantenere l'articolo 18 per poi, però, finire di fronte ad una procedura d'incompatibilità da parte della Commissione europea.

Abbiamo un Esecutivo che si foggia d'essere il governo di “Prima gli italiani”. In questo caso sembra che gli italiani siano stati i primi a essere penalizzati, è vero?

Sicuramente. Anche perché ricordiamo che sul territorio italiano, la vendita dei fiori non è

terminata, ma la gente continua ad acquistare online da aziende straniere. L'effetto di queste misure è stato mettere in difficoltà le nostre imprese, spingendone alcune ad andare fuori dal nostro paese, ma restando comunque all'interno dell'Unione europea. Di fatto l'articolo 18 ha rallentato lo sviluppo di un settore senza riuscire a sortire l'effetto voluto. La regolamentazione, quando non s'inspira a condizioni realistiche basate sulla scienza, diventa un problema.

Nell'ambito della revisione della Politica Agricola Comune, la commissione Europea ha ulteriormente proposto un'armonizzazione della legislazione per quanto riguarda la soglia di THC allo 0,3%. Perché questa equiparazione sarebbe così necessaria?

La differenza con l'ordinamento attuale è che finalmente ci sarebbe un limite massimo a livello europeo. Noi proponiamo l'1% e la Commissione propone lo 0.3%.

Cosa significherebbe arrivare all'1% di THC?

L'1% lo richiediamo per questioni essenzialmente agronomiche. Ci sono alcuni paesi, il nostro compreso, nei quali in campo, alcune varietà vanno oltre lo 0.3% dichiarato. Quindi c'è bisogno di un margine che permetta all'agricoltore di non trovarsi con una coltura che poi non può utilizzare. L'1% è in vigore in Svizzera, in Australia, in Nuova Zelanda, ci sono discussioni in Canada, ma ci sono anche paesi, come il Sud Africa, che definiscono la canapa industriale con dei limiti fino al 2%. L'1% ci sembra un buon compromesso per allinearsi agli operatori internazionali e per garantire agli operatori europei un minimo di flessibilità.

Perché gli svizzeri in questo momento hanno l'acceleratore schiacciato da questo punto di vista rispetto al resto d'Europa?

Perché si rendono conto che con l'1% non c'è nessun rischio per la salute pubblica e che ci si apre ad un maggior numero di varietà particolari che si possono utilizzare con chemovar specifici [Wikipedia:popolazione di piante o microorganismi che, pur appartenendo alla stessa specie, si differenzia da tutti gli altri membri della specie per la composizione chimica dei metaboliti secondari ] e con un controllo di CBD più alto. Sono realistici, pragmatici e guardano le cose come sono.

Che aspettative ha di vedere concretizzato questo percorso? Quali sono gli elementi che potrebbero giocare a sfavore e quelli a favore di queste due proposte?

La proposta della Commissione di autorizzare tutte le parti della pianta, è il cambiamento più importante e anche quello, speriamo, più semplice da ottenere. Non fosse per il fatto

che è stata la Commissione stessa a proporlo. Ci sono alcuni Stati membri che potrebbero opporsi e già vediamo che, per esempio, l'Irlanda non sia particolarmente propensa a questa modifica. Noi restiamo fiduciosi anche perché vediamo che l'interpretazione del diritto internazionale va nel senso della proposta della Commissione. Anche l'International Narcotic Control Board, già nel 2024, aveva mandato una circolare agli Stati dicendo che la canapa industriale a basso tenuto di THC non fosse da considerare come narcotico, quindi anche il Sistema delle Nazioni Unite riconosce che la canapa stia al di fuori dell'applicazione della Convenzione sui narcotici. Tutto ciò depone a nostro favore, ancora una volta e malgrado alcuni Stati membri si dicano contrari a una riforma.

Ed è solo l'Irlanda che in questo momento le sembra potrebbe remare contro?

Un altro paese che potrebbe opporsi potrebbe essere l'Italia. L'Irlanda ha più o meno la stessa posizione dell'Italia sui rischi relativi alla cannabis light, quindi, per esempio riguardo i fiori da fumare. Gli Stati membri temono che i fiori di canapa possano essere utilizzati come porta d'entrata alla cannabis recreativa.

Vogliamo dire chiaramente che, invece, è proprio il contrario e che piuttosto tante persone la utilizzano proprio per smettere di consumare cannabis con alto contenuto THC?

Non mi esprimo sulle statistiche in proposito anche perché noi non trattiamo fiori da fumo. Questo, però è quello che ci pare. Al di là della cannabis light da fumo c'è poi, ricordiamo, tutto un comparto industriale che utilizza i fiori per estrazione di cannabinoidi, terpeni, cosmetica o per l'alimentare.

Con quali tempistiche la Commissione potrebbe esprimersi?

I tempi standard della legislazione europea sono più o meno un anno e mezzo dalla proposta della Commissione perché il Consiglio e il Parlamento europeo prendono una posizione sulla proposta e poi, sentiti i settori per includere altri emendamenti, queste due istituzioni si confrontano con la Commissione, negoziano per 4-6 mesi per poi adottare l'atto. Ci sarà probabilmente una prima discussione in Parlamento a giugno, al momento della discussione del budget dell'Unione Europea che si sta discutendo adesso e che dovrebbe essere approvato a giugno. L'adozione, probabilmente, sarà per inizio 2027 o metà 2027, con un'entrata in vigore ad autunno 2027 o a gennaio 2028.

E per quanto riguarda la soglia all'1% di THC?

Sull'1% la probabilità di ottenerlo è più bassa perché il THC rimane una sostanza controllata, narcotica e psicotropa. Alcuni Stati membri sarebbero restii ad aumentare questo tasso, mentre altri sono più propensi, magari non dico sino all'1%, ma guardiamo, la Polonia dove ci sono programmi di breeding e di selezione varietale nazionale che hanno bisogno d'un po' più di gioco sul tenore di THC. Ricordiamo che la varietà Finola ha sforato lo 0,2% per due anni. I paesi mediterranei come la Spagna, si rendono conto che alcune varietà potrebbero superare il THC stabilito, per l'esposizione solare quindi noi continuiamo a sperare nell'1%, poi, se riusciamo ad ottenere lo 0,5 o lo 0,7% non sarebbe

comunque negativo. Stiamo parlando di riabilitare un settore che è rimasto dormiente per quasi 50 anni, ci vuole tempo, alla fine si tratta di Cannabis Sativa L. non stiamo parlando della pianta del pomodoro.

Possiamo dire che, se approvate, queste proposte sancirebbero la fine del monopolio francese sulle semenze certificate le quali per la maggioranza sono per sfruttare la fibra e non la filiera delle infiorescenze? Diciamo che c'è un'evoluzione sui mercati dei semi da semina dove le varietà francesi continuano ad essere le prime perché hanno mercato e perché funzionano. Sicuramente ci possiamo aspettare la registrazione di nuove varietà e me lo auguro anche perché abbiamo bisogno di volumi di semi da semina in particolare per la fibra e per il seme e al di là del fiore. Piuttosto che la fine del monopolio mi aspetto una maggiore disponibilità di varietà nel catalogo europeo.

Dati per acquisiti entrambi questi cambiamenti in quali direzioni potrebbe svilupparsi la filiera italiana e quali potenzialità vede in questo nuovo eventuale contesto normativo? Sicuramente vedo questi cambiamenti regolamentari come il primo passo per cominciare, finalmente, a lavorare con una filiera solida. Per quanto riguarda i cannabinoidi porterebbe ad una normalizzazione di tutti i prodotti.

Può essere più chiaro?

Penso alla produzione di ingredienti per la cosmesi. Abbiamo avuto un sacco di problemi, molte aziende in Italia ne hanno avuto con il Ministero che considerava anche i prodotti cosmetici come narcotici. Il fatto di dichiarare la materia prima come agricola e non narcotica sbloccherebbe un po' tutte le filiere a valle e toglierebbe tutta una serie di rischi associati.

Quando parla di filiere a valle a cosa si riferisce?

Cosmetica, complementi alimentari, ma anche tutti i prodotti da fumo. Un settore che già esiste passerebbe da una zona grigia a una zona legale. Certo, la regolamentazione del settore è assolutamente necessaria, ma uno dei primi nemici del settore della canapa sono proprio alcuni degli operatori del suo settore.

Cosa farebbero per nuocere a questa industria?

Vedo pratiche di marketing e di commercio di prodotti con una serie di pretese: “ Cura questo, cura quest'altro, cura il cancro...” Un altro aspetto poi, parlo soprattutto fibra, canapulo eccetera, è l'atteggiamento molto difensivo e la mancanza di collaboratività fra operatori. Il terzo elemento, è il settore adiacente alla canapa, penso a tutti i canabinoidi di sintesi o semisintetici e al fatto che ogni X mesi c'è un nuovo canabinoide sintetico che viene commercializzato. Quindi, ripeto non lamentiamoci se il settore è demonizzato perché è sicuramente colpa di un quadro regolamentare che non è etico, ma anche di alcuni operatori che non agiscono secondo etica.

Questo però è semplicemente conseguenza del fatto che la cannabis a un alto contenuto di THC non sia regolamentata, non crede? Certo.

Le particolarità del terpinolene

La maggior parte degli appassionati di cannabis ha già sentito parlare dei terpeni. Nelle piante di cannabis si trovano 600 composti, tra cui cannabinoidi, terpeni e flavonoidi. Il terpinolene non è il terpene più abbondante nella cannabis, ma contribuisce agli effetti, al gusto e all'odore di molte varietà.

Il terpinolene, noto anche come delta-terpinene, è un monoterpene presente in numerose piante. Si trova in particolare nella cannabis e in alcuni alberi, piante, erbe e frutti. È un terpene complesso e delicato con un profumo di pino, erbe, fiori e agrumi. È molto utilizzato nell'industria come agente profumante.

Il terpinolene fa parte di un gruppo di monoterpeni, i terpeni. Il gruppo comprende quattro idrocarburi isomeri: alfa-terpene, beta-terpene, upsilon-terpene e delta-terpene, chiamato anche terpinolene. Possono essere estratti da diverse piante, ma il beta-terpene non può essere estratto da una fonte naturale. Viene prodotto dal terpene sabinene. Una volta estratti, questi terpeni si presentano sotto forma di liquidi incolori, con un odore simile a quello dell'essenza di trementina.

Piante che contengono terpinolene Il terpinolene è presente in alcuni alberi, piante, frutti, ortaggi o semi. La pastinaca (Pastinaca sativa), un ortaggio simile alle carote e al prezzemolo, è una delle piante più ricche di terpinolene. Ne contiene fino al 69% negli oli essenziali. Anche l'albero del tè (Melaleuca alternifolia) è un'importante fonte di terpinolene. Il terpinolene si trova in particolare nei pini e nelle conifere. Si trova anche nella salvia. L'olio essenziale di salvia ha un odore molto simile a quello della cannabis. Il terpinolene è presente, tra l'altro, nelle mele (Malus domestica), nel cumino (Cuminum cyminum), nel rosmarino (Rosmarinus officinalis), nella valeriana (Valeriana officinalis), nel sedano (Apium graveolens), nella noce moscata (Myristica fragrans), nella menta

(Mentha spp.), maggiorana (Origanum majorana), timo (Thymus vulgaris), carota (Daucus carota), ginepro (Juniperus spp.), lillà (Syringa vulgaris), pimento della Giamaica (Pimenta dioica)...

Proprietà mediche del terpinolene

Uno studio brasiliano del 2021 passa in rassegna i diversi articoli scientifici già pubblicati sulle «attività biologiche del terpinolene, dimostrate da analisi in silico, in vitro e in vivo». I ricercatori hanno esplorato quattro banche dati scientifiche: PubMed, Embase, Web of Science e Scopus, seguendo le raccomandazioni PRISMA (Preferred Reporting Items for Systematic Reviews and Meta-Analyses). In base ai criteri di inclusione ed esclusione, solo 57 articoli sono stati selezionati per l'analisi.

Gli studi in vivo sono condotti su esseri viventi. Gli studi in vitro sono condotti in laboratorio su cellule, tessuti o molecole. Infine, gli studi in silico sono ricerche e analisi effettuate al computer.

La ricerca iniziale è stata condotta utilizzando parole chiave. Sono stati identificati in totale 2908 articoli nelle quattro banche dati. Sono stati eliminati 1992 duplicati. Si tratta di articoli indicizzati in almeno due banche dati.

Il terpinolene ha proprietà interessanti, ma non esistono studi sufficienti sulla sua attività biologica. Possiede proprietà antifungine (Pinto et al., 2020), antiossidanti (Lu et al., 2019) e insetticide (Ribeiro et al., 2020).

Uno studio del 2019 (Christo Scherer et al.) e un altro studio più recente (Acha et al., 2025) dimostrano gli effetti antinfiammatori e antidolorifici

del terpinolene. Si osserva una riduzione dell'infiammazione con l'inibizione delle citochine, una cicatrizzazione accelerata, con attenuazione dello stress ossidativo e dell'NF-κB, e un interessante effetto antinocicettivo contro il dolore neuropatico indotto dalla chemioterapia.

Varietà di cannabis che contengono terpinolene

Il terpinolene è un monoterpene spesso descritto come complesso, equilibrato e sottile. È meno identificabile di alcuni terpeni come il limonene, il terpene degli agrumi, o il linalolo e il suo profumo di lavanda. Contribuisce agli effetti terapeutici e alle qualità di molte varietà di cannabis. I consumatori di varietà con terpinolene dominante avvertono un effetto energetico.

Tra le varietà che contengono più terpinolene troviamo la varietà Jack Herer, che prende il nome dal famoso attivista. Il terpinolene può rappresentare dal 30 al 40% del totale dei terpeni in alcuni fenotipi.

Le varietà Haze sono spesso note per il loro alto contenuto di terpinolene, che è spesso il terpene dominante. Le seguenti varietà contengono molto terpinolene: Super Lemon Haze, Ghost Train Haze, Trainwreck, Sour Tangie Clementinen Dutch Treat, XJ-13, Durban Poison...

Anche le seguenti varietà contengono terpinolene, ma in quantità minori: Amnesia Haze, Kali Mist, Lilac Diesel, Lemon Sour Diesel, Orange Cookies, Cinderella 99, Critical Jack... Olivier F.

Coltiva con José

Mr. José - info@pestovat.cz

Le piante usano la luce verde per la fotosintesi?

La coltivazione sotto fonti di luce artificiali ha subito una trasformazione radicale nell’ultimo decennio. Probabilmente questo è uno dei motivi per cui persistono ancora così tanti miti sull’illuminazione orticolturale. Una delle tesi più diffuse è che le piante non utilizzano la luce verde per la fotosintesi. Ma è davvero così? L’argomento che andiamo a trattare qui di seguito è proprio questo. L’idea che le piante “non vedano” la luce verde ha una base apparentemente logica: noi percepiamo le piante come verdi, il che rende facile supporre che riflettano la luce verde e che quindi non la utilizzino per la fotosintesi. Tuttavia, la fisiologia delle piante è estremamente più complessa. La ricerca moderna dimostra chiaramente come la parte verde dello spettro luminoso non sia inutile, ma che in realtà funzioni in modo diverso nelle piante rispetto a quanto non facciano la luce blu e la luce rossa.

Luce verde e PAR

Le piante assorbono la luce con l’aiuto di tre tipi di pigmenti principali. Ogni tipologia è più sensibile a diverse lunghezze d’onda. I pigmenti più noti sono le clorofille, che hanno picchi di assorbimento nelle regioni blu (~430-470 nm) e rossa (~640-680 nm) dello spettro luminoso. Questo significa che la luce a queste lunghezze d’onda incide maggiormente sulla fotosintesi. Tuttavia, sappiamo che anche altre parti della radiazione fotosinteticamente attiva (PAR), nel range 400-700 nm, contribuiscono alla fotosintesi.

La regione verde dello spettro (circa 500570 nm) ha un assorbimento inferiore rispetto alla luce blu e rossa, ma è comunque una componente a tutti gli effetti della PAR, come si evince dal lavoro svolto nel 1972 da Keith J. McCree. Ciononostante, per molto tempo si è ritenuto che la luce verde avesse un effetto minimo o nullo sulla fotosintesi nella cannabis.

La coltivazione sotto fonti di luce artificiali è ad alto dispendio energetico, il che spiega perché i produttori di dispositivi illuminanti per l’orticoltura, sia che si tratti di lampade a scarica ad alta intensità che di sistemi a LED, abbiano cercato di realizzare apparecchi che

massimizzassero l’efficienza fotosintetica. Questo ha portato allo sviluppo dei tipici pannelli LED “blurple”, riconoscibili per il tipico bagliore viola, creati unendo le lunghezze

Le piante

utilizzano

la luce verde, ma in modo diverso rispetto alla luce rossa e alla luce blu.

d’onda blu e rossa corrispondenti ai picchi di assorbimento della clorofilla. La tesi secondo cui la luce verde non è necessaria perché le piante non la utilizzano è stata a lungo considerata un dato di fatto. Risulta però che questo non è del tutto vero.

Non ignorate la luce verde Nel 2017, David S. Smith e colleghi hanno

L’illuminazione LED blurple si concentra sulle parti dello spettro luminoso in cui l’assorbimento della clorofilla è più elevato.
La luce verde penetra in profondità nella chioma, dove la luce blu e rossa arriva in misura nettamente minore.
L’illuminazione a spettro completo consente una valutazione visiva affidabile del raccolto
La luce solare fornisce uno spettro completo di luce. È adatta sia alle piante che all’occhio umano.

pubblicato un articolo di revisione sul Journal of Experimental Botany intitolato “Don’t Ignore the Green Light” (Non ignorate la luce verde) , che ha contribuito in modo significativo a rivalutare la funzione della luce verde nella fotosintesi. In questo articolo, gli autori riassumono i dati sperimentali provenienti dalla fisiologia fogliare, dalle misurazioni ottiche e dagli studi condotti sulla chioma, dimostrando come la luce verde non sia insignificante dal punto di vista fotosintetico, come spesso era stato dedotto solo dagli spettri di assorbimento della clorofilla.

Gli autori presentano evidenze che dimostrano come, sebbene la luce verde venga assorbita in misura minore dalla clorofilla sulla superficie delle foglie, una parte consistente dei fotoni verdi penetri più in profondità nel mesofillo e possa effettivamente stimolare la fotosintesi negli strati inferiori della foglia e nelle parti più basse della chioma. Lo studio mette in evidenza la differenza tra lo spettro di assorbimento della clorofilla e l’effettiva efficienza fotosintetica all’interno del tessuto fogliare reale e della chioma delle piante. Sostiene infatti che la luce verde contribuisce all’assimilazione totale del carbonio in misura maggiore rispetto a quanto ipotizzato in precedenza sulla base di misurazioni semplificate effettuate in laboratorio. L’articolo ha quindi contribuito a spostare il punto di vista dalle curve di assorbimento della clorofilla verso una comprensione più realistica della distribuzione della luce all’interno delle foglie e della chioma densa delle piante.

Questi risultati contribuiscono a spiegare perché le piante riflettono parte della luce verde pur essendo in grado di utilizzarla per la fotosintesi. Mentre i fotoni blu e rossi vengono abbondantemente assorbiti negli

verde contribuisce alla fotosintesi grazie alla migliore penetrazione attraverso la foglia, il rosso lontano funge da forte fattore di segnalazione attraverso il sistema fitocromo, incidendo sulla morfologia e sullo sviluppo delle piante in condizioni di ombra.

Studi più recenti dimostrano che ad alte intensità luminose (PPFD elevato), l’efficienza fotosintetica della luce verde può essere sorprendentemente vicina a quella della luce rossa, proprio grazie alla distribuzione più uniforme dell’energia all’interno dei tessuti fogliari. Una meta-analisi del 2024 pubblicata sul Journal of Experimental Botany sottolinea inoltre come, in determinate condizioni, la luce verde possa migliorare l’efficienza fotosintetica, incidere sulla morfologia delle piante e migliorare l’efficienza nell’uso dell’acqua. Questo chiaramente non supporta la tesi secondo cui le piante non riescono a utilizzare la luce verde.

Dovremmo iniziare a coltivare sotto la luce verde?

Sulla base delle informazioni presentate finora, si potrebbe concludere che potremmo semplicemente iniziare a coltivare le piante esclusivamente sotto la luce verde. Tuttavia, questo è ben lungi dall’essere vero. La luce verde ha un’efficienza quantica inferiore rispetto alla luce rossa. Se fosse la componente dominante dello spettro, l’efficienza fotosintetica complessiva sarebbe significativamente ridotta. Tuttavia, la funzione e l’efficacia dello spettro verde rafforzano l’idea secondo cui l’attuale tendenza verso l’illuminazione a spettro completo sia un passo avanti corretto e significativo.

Sarebbe un errore ignorare la componente verde, perché il suo effetto sulle piante non è trascurabile. A differenza della luce

La luce verde può essere meno efficiente per fotone, ma contribuisce ad alimentare la fotosintesi dove la luce rossa e la luce blu non riescono ad arrivare.

strati superiori del mesofillo, la luce verde viene assorbita in maniera meno intensa e una percentuale maggiore penetra più in profondità nel tessuto fogliare, che la luce blu e rossa raggiunge in misura notevolmente minore. Grazie alla penetrazione più profonda, la luce verde può attivare i cloroplasti negli strati inferiori della foglia. Allo stesso tempo, una parte della luce verde viene riflessa e una parte viene trasmessa attraverso la foglia, ed è per questo motivo che percepiamo le foglie come verdi. Una foglia assorbe in genere il 70-85% circa della luce verde, mentre il resto viene riflesso o trasmesso attraverso la foglia.

Luce verde in una chioma fitta Quando si coltiva sotto fonti di luce artificiale, spesso si lavora con chiome fitte. In tali condizioni, le foglie superiori assorbono soprattutto la luce blu e rossa. Di conseguenza, gli strati inferiori ricevono una radiazione più diffusa, una percentuale relativamente più alta di fotoni a lunghezza d’onda verde e una maggiore quantità di luce rosso lontano. Mentre la luce

di replicare la luce del sole il più fedelmente possibile. Occorre tuttavia tenere in considerazione anche il consumo energetico. Se vogliamo espandere lo spettro per ricomprendere lunghezze d’onda aggiuntive mantenendo l’intensità delle bande già coperte, dobbiamo aumentare la potenza luminosa totale, il che in genere comporta un maggiore dispendio energetico.

Il compito dei ricercatori e dei produttori di dispositivi d’illuminazione di migliorare ulteriormente l’efficienza delle fonti per quanto

concerne la fotosintesi e la morfologia delle piante comporta senza dubbio una continua ricerca sulle lunghezze d’onda meno esplorate e una comprensione più approfondita di come le piante le elaborino e vi rispondano. Con il rapido progresso della tecnologia LED, gli scienziati dispongono ora di un potente strumento per raccogliere nuove conoscenze in questo campo. Un aspetto, ad ogni modo, risulta già chiaro: la componente verde della luce svolge innegabilmente un ruolo nella fotosintesi e in altri processi che avvengono all’interno della foglia.

rosso lontano, che comunica in modo chiaro alla pianta che è in ombra e che dovrebbe allungarsi verso l’alto, la luce verde agisce in modo molto più fine. Non è un segnale di crescita forte, ma piuttosto una regolazione fine di come la pianta risponde ad altre parti dello spettro. La ricerca suggerisce come la luce verde possa contrastare in parte l’effetto della luce blu, che altrimenti favorisce una crescita compatta. Ne può conseguire una forma più naturale della pianta e uno sviluppo più equilibrato delle foglie. La luce verde penetra anche più in profondità nelle foglie e nelle parti inferiori della chioma, contribuendo a coinvolgere porzioni della pianta che altrimenti riceverebbero meno energia.

La fonte di luce naturale per le piante è, ovviamente, il sole. Le piante si sono adattate al suo spettro luminoso e questo avviene da almeno centinaia di milioni di anni. E la distribuzione dello spettro della luce solare è innegabilmente a spettro completo. Logicamente, l’obiettivo dell’illuminazione artificiale nella coltivazione dovrebbe essere quello

• SEMI da collezione

• Prodotti a base di CBD Attrezzatura per Indoor/Outdoor

• Alimenti, Cosmesi, Abbigliamento

NUOVA SEDE: Via della Cooperazione, 12/D Negrar di Valpolicella, Verona, Italy

HEADY GLASS BLOWING

ART, PARTE III La scena europea

La scena europea dell'heady glass sta vivendo un'epoca d'oro, artisti affermati nel panorama internazionale insieme a quelli emergenti, in forte crescita, stanno ridefinendo il concetto di vetro funzionale. Pur essendo meno sviluppata di quella americana, in Europa il vetro gode di una tradizione millenaria che oggi trova nuova espressione nei laboratori contemporanei.

È in questo contesto che nascono alcune delle figure più rappresentative e alla guida del movimento heady glass nel vecchio continente.

La Germania brulica di soffiatori di vetro e probabilmente Bodo Bähring, alias Merlin, è il soffiatore di heady glass di più lunga data non solo del suo Paese, ma dell'intero continente. Nel 1988 ha realizzato il suo primo bong durante un corso di formazione professionale e successivamente ha lavorato per varie imprese del settore dove ha appreso e perfezionato nuove tecniche di lavorazione, senza mai smettere di coltivare la sua passione, ovvero soffiare pipe e bong di vetro. Merlin Glass è il suo marchio con cui commercializza le sue opere e Bodo, con quasi quarant'anni di esperienza, è considerato una leggenda da parte dei collezionisti.

Dai Länder tedeschi arriva un altro nome di spicco: Martin Birzle, il fondatore del marchio ROOR, figura iconica per tutti i fumatori di bong del mondo. Nel 1995 apre i battenti il suo

celebre laboratorio con un obiettivo molto ambizioso, creare una vera cultura intorno alle pipe di vetro che le elevi oltre il semplice oggetto di consumo. Grazie all'alta qualità del vetro insieme ad altri piccoli dettagli, come lo spessore consistente e il design pulito lo

hanno fatto diventare in breve tempo uno dei marchi più famosi e rispettati del settore. I pezzi firmati da Martin sono completamente artigianali e chiunque affondi un tiro attraverso i suoi tubi riconosce immediatamente la qualità superiore. L'equilibrio del tiraggio e la fluidità del fumo permettono di riconoscere un Roor anche con una benda sugli occhi. Negli anni il Roor ha intrapreso varie collaborazioni con altri artisti del calibro di Eusheen e ha vinto numerosi premi internazionali, tra cui la High Times Cannabis Cup. A renderlo ancora più famoso hanno contribuito i bong fatti su misura per personalità delle spettacolo come B-Real dei Cypress Hill. Dopo aver attraversato tre decadi facendo la storia, a dicembre del 2024 Martin ha annunciato la chiusura dell'azienda fermando completamente la produzione.

Uno dei glassblower attualmente più promettenti sulla scena, che ha avuto l’onore di soffiare nei laboratori Roor, è Mo Meltdown, artista facente parte del collettivo Amorpho Glass. I suoi pezzi sono a dir poco affascinanti, rappresentano l'unione tra funzionalità e disegno scultoreo, caratterizzati da forme complesse, sezioni articolate e dai colori che sembrano muoversi come fluidi stratificati. La sua tecnica si basa su una soffiatura molto controllata e sulla manipolazione del borosilicato in forme che mettono in risalto movimento, colore e struttura, dando alle superfici un effetto visivo dinamico. Con base a Magonza, in Germania,

pianeta, e i funghi Level Up di Mario Bros sono temi ricorrenti che rendono le sue opere, oltre che funzionali, incredibilmente divertenti.

IL POETA DEL VETRO

Tóth Tibor Tamás è un soffiatore e scultore del vetro ungherese, specializzato nella creazione di vetro funzionale, tra cui bong e recycler. È

L'equilibrio del tiraggio e la fluidità del fumo permettono di riconoscere un Roor anche con una benda sugli occhi

Mo Meltdown rappresenta una delle espressioni più interessanti e contemporanee del glassblowing europeo.

Tra i numerosi artisti tedeschi della scena heady glass, Bobby Glassic si distingue come uno dei più interessanti e meritevoli di attenzione. Le sue creazioni parlano da sole: personaggi della serie South Park, come Mr. Hankey o Towelie, l’asciugamano più sballato del

definito da molti il poeta del vetro, utilizzando le sue opere per trasmettere sensazioni, idee ed emozioni. Il suo stile si distingue per l’uso di tecniche scultoree e di incisione, che permettono di narrare visivamente storie o evocare immagini racchiuse nella forma. Le incisioni a mano creano una tale tridimensionalità da far sembrare che la figura rappresentata esista realmente all’interno. La natura è un tema centrale nelle sue opere: animali,

funghi, meduse e ambienti marini decorano molti dei suoi pezzi. Jellyfish, un bong realizzato da Tóth, ne è solo un esempio.

YOUR FAVORITE GLASS BLOWER

Manu Rave, aka Glashus, è attualmente una delle figure più di spicco sulla scena heady glass europea. Nato in Svizzera, ha fondato il suo studio nel 2012 e da allora non ha mai smesso di soffiare il vetro. Padroneggia diverse tecniche di lavorazione, unendo tradizione e sperimentazione continua. Specializzato in vetro funzionale, i suoi pezzi spaziano dai dab rig agli utensili per l’uso quotidiano. Il suo segno distintivo sono gli opali di vetro che raffigurano pupille, presenti in molte delle sue opere, ad esempio incastonati nelle camere dei recycler. Opals and Water sono delle sfere opalescenti che riproducono il movimento naturale del mare: semplicemente magiche. Da alcuni anni, Glashus presiede la Glass School Switzerland, un centro di insegnamento delle tecniche di lavorazione del vetro, dove ha ospitato artisti di calibro internazionale come Phil Siegel, noto come il Mago. Dal soffio iniziale alla rifinitura finale, in ogni pezzo Glashus trasmette un’energia e un amore per il vetro che lo rendono unico.

DOK GLASS

Nel Regno Unito, sicuramente non esiste un appassionato di dab rig che non conosca il nome di Dok Glass. Artista specializzato nella lavorazione del borosilicato, soprattutto con la tecnica del flameworking, i suoi pezzi sono inconfondibili grazie a un dettaglio quasi sempre presente in tutte le sue opere: l’impiego del reticello. Si tratta di una tecnica antica, sviluppata nel XVI secolo a Murano, che consiste nell’incrocio di sottili canne di vetro bianco, il lattimo, all’interno di vetro trasparente, formando un motivo a rete regolare. La geometria della rete crea un effetto di tridimensionalità, quando il recycler è in funzione, il gorgoglio dell’acqua accentua la sensazione di movimento, rendendo il pezzo ancora più dinamico e affascinante. Sui forum specializzati, Dok Glass viene descritto come uno dei migliori soffiatori in UK, grazie alle sue opere che combinano funzionalità ed estetica.

HEADY SPAIN

Attualmente la Spagna rappresenta uno dei centri nevralgici del movimento heady glass, grazie soprattutto al vivace ecosistema dei cannabis club di Barcellona. Tra i maestri vetrai che continuano a influenzare l’arte della soffiatura del vetro in Europa c’è Ferran Collado. Pur non essendo direttamente collegato al movimento heady, il suo lavoro merita di essere menzionato per la straordinaria qua-

Dab Rig realizzato da Dok Glass
Collaborazione tra Glashus ed Heliox

per gentile concessione di Vipergts2207, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/ licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

lità tecnica e la creatività che apporta ancora oggi alla scena europea. Ferran rappresenta la quarta generazione di una famiglia di vetrai; ha iniziato a lavorare il vetro sin da piccolo, sviluppando una straordinaria padronanza di una vasta gamma di tecniche. Inoltre, è co-fondatore del centro di insegnamento Barcelona Glass Studio, da cui sono passati molti artisti durante il loro percorso.

Un altro talento spagnolo di rilievo è Elias, fondatore di Red Bubble Glass, un laboratorio

di vetro con sede a Barcellona. Il nome deriva dal suo alter ego nel web che era Burbuja Roja, un possibile riferimento all'hashish o più semplicemente alla bolla di vetro incandescente creata durante la soffiatura. Riconosciuto a livello internazionale, le sue creazioni generalmente sono orientate verso la funzionalità, progettate con particolare attenzione al design, al flow, cioè la fluidità del tiro, e alla praticità d'uso.Tra le sue opere più riconoscibili spiccano i dab rig ispirati alla celebre figura Munny, reinterpretata in chiave funzionale. Vanta collaborazioni con vari artisti tra i quali lo stesso Ferran Collado.

Nel laboratorio di Red Bubble inizia il suo percorso nel 2013 un altro dei nomi più importanti dell'heady glass europeo: Heliox. Qui sviluppa il suo stile che continua ad affinare studiando con maestri del vetro del calibro di JOP, Robert Mickelsen e Hoobs Glass. Le sue abilità tecniche lo hanno reso un artista molto richiesto, presente in numerosi eventi e contest internazionali. Heliox è specializzato nella creazione di recycler e disc-recycler, dove estetica e funzionalità sono perfettamente combinate. Molti dei suoi pezzi sono caratterizzati da figure geometriche complesse create con la tecnica di lavorazione wig wag. Inoltre vanta numerose collaborazioni con artisti affermati sulla scena.

78_Glass è un laboratorio di vetrai di varia origine con sede a Barcellona. I suoi fondatori provengono da San Pietroburgo, in Russia, dove hanno iniziato la loro carriera e tuttora mantengono una galleria espositiva. Tra gli

artisti del collettivo spicca Porageglass, considerato un vero prodigio dell'heady glass. È specializzato nella creazione di dab rig dalle linee pulite e dall'estetica vivace. Fa uso del silver serum, una tipologia di vetro a base di argento che al contatto con la fiamma produce colori cangianti, una scelta che evidenzia le sue abilità tecniche di alto livello. Il nome di Porageglass

compare regolarmente nei principali eventi internazionali dedicati al vetro funzionale.

HASHBA: POTENZA IN VETRO

Giovanni Berruyer, in arte Hashba, è uno dei talenti più promettenti sulla scena europea. Di origine italo-francese, vive stabilmente a Praga, dove realizza gran parte delle sue magie in vetro. A diciassette anni, dopo aver ricevuto un bong in regalo, si appassiona all’arte del vetro e inizia a frequentare dei corsi in Italia; ma sono soprattutto le interminabili ore in laboratorio a forgiare il suo stile, portandolo a padroneggiare tecniche complesse con una sicurezza sorprendente.

Silver fuming, lineworking e reticello sono alcune delle tecniche che caratterizzano il suo lavoro, dando vita a superfici iridescenti, pattern dinamici e giochi di profondità visiva. Dab rig psichedelici, cavalcati da Spongebob o raffiguranti simpatici animali, rappresentano solo una parte dei suoi capolavori. Oltre a complessi recycler, nella sua collezione figurano anche glass tips, jars e carb cap in borosilicato. Nel sottobosco dell'heady glass il suo nome circola già con rispetto e la sensazione è che sia destinato a diventare uno dei glass blower più forti della scena.

Tra torce, borosilicato e visioni psichedeliche, la scena europea continua a evolversi: nel prossimo numero di Soft Secrets scopriremo altri nomi che stanno lasciando il segno e gli eventi che stanno spingendo il movimento a un altro livello.

Roor,
Heliox all'azione durante Dabs Attack, alle spalle Porageglass

LANDRACE VARIETÀ DI CANNABIS DELLA TERRA:

CONSERVAZIONE O EVOLUZIONE?

Le varietà autoctone o tradizionali delle piante coltivate sono di fondamentale importanza per i coltivatori, poiché rappresentano una delle principali risorse genetiche.

Queste popolazioni di Cannabis hanno caratteristiche uniche dovute prima di tutto all’adattamento e all’evoluzione della pianta al suo ambiente, ma anche alle pratiche colturali delle comunità che le coltivano.

Spesso immaginiamo le landrace come popolazioni o sottopopolazioni isolate in una valle montuosa remota, quasi ignota agli esseri umani e ancor più alla scienza. In realtà non si tratta di landrace, poiché le varietà tradizionali derivano dall’interazione della pianta con l’ambiente, ma sempre modulata dalle pratiche agricole e dagli usi locali.

L’esempio della valle citato in precedenza potrebbe essere descritto in modo più preciso come popolazione selvatica autoctona o naturalizzata. Le differenze fra questi concetti e quello di landrace, oltre alle caratteristiche di ciascuno di essi, saranno affrontate di seguito.

Popolazioni autoctone

Si tratta di piante autoctone di un determinato luogo, la cui origine ed evoluzione derivano dall’ecosistema caratteristico della zona,

senza l’intervento dell’essere umano. Si tratta di un caso molto semplice da distinguere per tutte quelle piante che, pur essendo ben note all’uomo, non sono state coltivate o utilizzate, pertanto l’essere umano non ha interferito nella loro diffusione o nella loro evoluzione. Alcuni esempi sono il ginestrone (Ulex europaeus) o il corniolo mediterraneo (Rhamnus alaternus), per citare specie vegetali con una distribuzione più ampia rispetto alle specie endemiche delle isole e delle catene montuose, tipici esempi di popolazioni selvatiche autoctone.

Nel caso della marijuana, come per molte altre specie vegetali coltivate, è difficile stabilire se esistano popolazioni che, pur essendo selvatiche, non sono state incrociate con varietà coltivate, in passato o nel presente. In ogni caso, la comunità scientifica si può dire che abbia accettato che la Cannabis è originaria dell’Asia

centrale, della Cina occidentale (altopiano tibetano) e delle aree ai piedi dell’Himalaya, pertanto, a meno di grandi sorprese, non possiamo aspettarci di trovare popolazioni autoctone di marijuana al di fuori di queste zone.

Nel XX secolo, lo studio degli antenati delle principali colture mondiali - le popolazioni di piante selvatiche e autoctone che hanno dato origine ad alberi da frutto, ortaggi e cereali - ha portato Nikolai Vavilov a proporre la teoria dei centri di origine delle piante coltivate (Vavilov, 1926). Il biologo sovietico ha individuato una serie di centri di origine per numerose specie coltivate nelle stesse località in cui si trovano molti dei loro parenti selvatici. Lo stesso vale per la cannabis: i suoi parenti selvatici più stretti (famiglia Cannabaceae) si trovano nelle suddette aree dell’Asia centrale.

Queste popolazioni originarie sono di vitale importanza per i coltivatori, così come per la specie stessa, poiché rappresentano un immenso bacino di geni che possono rivelarsi interessanti per migliorare la resistenza alle malattie, ai parassiti e allo stress ambientale, oltre che per le mutazioni benefiche e dannose che si possono verificare e quindi diventare oggetto di ricerca. Il modo migliore per man-

tenere questa diversità genetica è rispettare l’estensione e l’integrità dei loro habitat.

Popolazioni selvatiche naturalizzate Si tratta di piante introdotte o coltivate dall’essere umano, che però crescono spontaneamente e sopravvivono senza alcun intervento umano. In molti casi è difficile distinguerle dalle piante autoctone senza disporre di una conoscenza approfondita della flora locale e della storia botanica. In genere è anche necessario individuare in modo corretto la specie, poiché non tutte le piante naturalizzate hanno caratteri distintivi come l’erba della pampa (Cortaderia selloana) o la pianta del ghiaccio (Carpobrotus edulis), tipici esempi di piante invasive introdotte come piante ornamentali nella penisola iberica. In ogni caso, non tutte le piante naturalizzate si comportano come specie invasive.

Nel caso della cannabis, questo fenomeno lo si può osservare nelle regioni europee in cui la canapa viene coltivata per la fibra o dove vengono utilizzate varietà di cannabis per scopi medicali e dove ora cresce spontaneamente.

Nonostante la lontananza dal suo luogo di origine, questa pianta ha dimostrato grande adattabilità, prosperando senza l’intervento umano in climi continentali (con inverni freddi, simili a quelli della sua regione d’origine) come la Siberia o la Romania. Prospera anche in climi mediterranei o subtropicali, come nel caso dell’India e del Vietnam settentrionale.

Nella penisola iberica, uno studio recente delinea tre eventi d’introduzione della Cannabis: Paleolitico, Neolitico e Medievale, gli ultimi due quasi certamente introdotti dall’essere umano (Rull et al., 2023). Questo è in linea con la teoria accettata secondo cui la Cannabis ritrovata in Europa corrisponde a varietà coltivate o popolazioni di canapa naturalizzate.

Le popolazioni vegetali naturalizzate in genere non sono di grande interesse per la selezione o la conservazione delle piante, poiché gran parte della diversità genetica della popolazione originale viene filtrata ed eliminata durante il processo di selezione per la coltivazione e il conseguente miglioramento. Inoltre, quando una varietà o alcuni esemplari si naturalizzano, perdono, attraverso le generazioni successive, i caratteri migliorati (dimensioni dei frutti, gusto, precocità, ecc.), tornando alle caratteristiche che consentono loro di sopravvivere in natura (tossicità, meccanismi di difesa come le spine, ecc.).

Varietà landrace o autoctone

Le varietà autoctone di piante coltivate potreb-

Varietà autoctona vietnamita per uso medico.

bero sembrare oggi quasi esotiche, derivanti dal lavoro svolto da alcuni popoli e in alcune regioni per avere le proprie varietà di piante e animali. La realtà è un po’ più misurata, poiché l’obiettivo principale di molte comunità che hanno sviluppato varietà è stato semplicemente quello di sopravvivere. È importante ricordare che non molto tempo fa non c’erano serre, meccanizzazione, irrigazione o gli innumerevoli strumenti che oggi ci consentono di ampliare notevolmente la gamma di possibilità di coltivazione di molte piante.

In passato, le specie vegetali che si adattavano bene alla produzione in un determinato territorio erano poche, e avere una varietà di piante o animali più adatta, più apprezzata o con caratteristiche uniche significava sopravvivenza e persino prosperità per una determinata area. Questo è ancora molto evidente nelle colture di alto valore, come le varietà di uva da vino, i frutti particolarmente pregiati, gli ortaggi come gli asparagi e i carciofi, lo zafferano, il luppolo e molti altri.

La marijuana ha numerose varietà autoctone per l’elevato numero di luoghi e culture che l’hanno lavorata; a volte sono state sviluppate varietà differenti nella stessa zona, a seconda dei diversi usi che se ne voleva fare, come fibra, alimento (semi e foraggio) e medicinale, cosa insolita con altre piante.

Esempi di landrace

Fra gli esempi di landrace e varietà autoctone di cannabis, in base al loro utilizzo, figurano varietà di semi europei, varietà africane utilizzate per rituali e scopi medicinali in cui viene utilizzato il fiore intero (spesso fermentato), varietà del sud-est asiatico per fibre tessili e mangimi per animali e, naturalmente, le varietà indiane “Kush” per l’estrazione di resina secca. Gli esempi sono innumerevoli, ma è importante ricordare che, di tutte le aree citate, solo l’ultima potrebbe derivare direttamente dalle popolazioni naturali originarie, poiché negli altri casi la cannabis è stata introdotta

dall’essere umano, quasi sicuramente da una varietà autoctona precedentemente coltivata da altri popoli.

Nel caso dell’America, vi è maggiore controversia sull’introduzione della marijuana nel continente, dai primi esseri umani che hanno attraversato lo stretto di Bering alle diverse culture che hanno messo piede sulle terre americane in epoca precolombiana (Holmes, 1896).

Valore genetico delle varietà tradizionali o landrace

Il valore principale di queste varietà consiste nel fatto che rappresentano una riserva genetica estremamente interessante per i coltivatori. In piante come la cannabis, di cui esistono numerose varietà tradizionali, l’ampiezza della libreria genetica derivante dalla combinazione di tutte le varietà landrace può essere di gran lunga maggiore del patrimonio genetico delle popolazioni selvatiche.

Inoltre, a causa del processo di selezione e coltivazione delle varietà tradizionali (metodi di selezione di massa in cui vengono in

genere incrociati numerosi esemplari), queste tendono a presentare una variabilità significativa. I coltivatori di queste varietà esercitano una pressione selettiva relativamente lieve su alcuni caratteri (come il colore e la maturazione), mentre su altri caratteri c’è poca selezione o non ce ne è del tutto. Di conseguenza, la generazione successiva comprende esemplari di dimensioni, livelli di resistenza e produttività variabili, e così via. Questo non si verifica nelle cultivar moderne, dove si cerca di ottenere la massima uniformità possibile in tutti i caratteri, per standardizzare i processi nell’industria, ma a discapito dell’adattabilità delle colture.

Valore culturale delle varietà tradizionali

Anche senza considerare il valore genetico di queste varietà, c’è un valore che va oltre il tangibile, poiché nel processo di modifica delle piante selvatiche, l’umanità si è adattata per soddisfare le esigenze di ciascun organismo con cui lavora. La storia di un popolo e di molte famiglie non può essere compresa senza le colture a cui sono legate; le festività, le usanze e persino il paesaggio e la terra stessa ci ricordano costantemente perché ci troviamo in quel territorio.

Landrace: conservazione o evoluzione?

Molti coltivatori di cannabis hanno sicuramente avuto la possibilità di piantare semi di una varietà tradizionale. Prima di dare consigli su come lavorare con questo tipo di varietà, vogliamo chiarire che sperimentare e giocare con l’incrocio di varietà non può essere considerato intrinsecamente sbagliato, purché sia fatto con buon senso e onestà.

Se si decide per esempio di ridurre il tempo di fioritura di una varietà autoctona sativa tropicale incrociandola con una varietà a fioritura precoce, il merito sta nel rendere una varietà difficile da coltivare più accessibile al coltivatore medio. Non è né necessario né consigliabile nascondere il fatto che la varietà autoctona sia

Uso della Cannabis come fibra nel sud-est asiatico.
Coltivazione tradizionale nel nord del Vietnam.

stata lievemente modificata o adattata, poiché questo complica il lavoro dei coltivatori che vanno a lavorarci. Molte varietà tradizionali presentano un certo grado di ermafroditismo e alcune banche di semi specializzate in varietà tradizionali consentono solo questo tipo di selezione, poiché si tratta di un problema estremamente difficile da superare per la stragrande maggioranza dei coltivatori.

Se l’obiettivo è quello di preservare la varietà tradizionale nel modo più fedele possibile, il coltivatore (il cui ruolo in questo caso si limita alla conservazione) deve coltivare il maggior

numero possibile di piante in ogni lotto, non meno di 100 esemplari, e consentire l’incrocio libero fra questi senza esercitare alcuna pressione selettiva. Inoltre, se è possibile raccogliere un numero simile di esemplari dalla popolazione reale per incrociarli con il nostro campione, incorporeremo geni che potrebbero essere stati trascurati nel campione iniziale. In questo modo, la banca dei semi mantiene una parte il più fedele possibile alla realtà di una popolazione, o gruppo di esemplari, che, cosa che non va mai dimenticata, costituisce un’entità viva e in continua evoluzione.

MIMOSA ZKITTLEZ AUTO

Esplosione fruttata di terpeni nella tua grow tent

In Ganja Farmer crediamo che la coltivazione della cannabis debba essere soprattutto una cosa: una passione che regala gioia e ripaga il lavoro e la cura che le dedichi. Oggi vogliamo presentarti una varietà che incarna perfettamente questa filosofia. Se stai cercando una genetica non solo facile da gestire, ma anche capace di giocare in una lega tutta sua per quanto riguarda il sapore, allora Mimosa Zkittlez Auto è fatta per te.

Un inizio pieno di energia

Mimosa Zkittlez Auto è una genetica che non scende a compromessi. Già poco dopo la germinazione si nota la sua vitalità. È resistente e perdona anche piccoli errori, il che la rende una scelta ideale sia per i principianti assoluti sia per i grower più esperti che desiderano rifornirsi rapidamente di fiori aromatici. A differenza di molte sativa esigenti in termini di spazio e tempo, questa automatica cresce in modo compatto e veloce, senza perdere nulla della sua potenza e del suo carattere energizzante.

Fioritura: una festa per i sensi

Probabilmente il momento più entusiasmante del ciclo è il passaggio alla fase di fioritura. È qui che Mimosa Zkittlez Auto mostra il suo vero volto. In un ciclo vitale molto breve, di appena 9–11 settimane, si sviluppa in un vero mostro per produzione di fiori. La pianta si riempie rapidamente di cime dense e pesanti, letteralmente impregnate di resina.

Confronto fra una sativa commerciale e una varietà autoctona cambogiana.
Le varietà moderne non si potrebbero ottenere se non fossero precedentemente esistite le varietà tradizionali.
Gestione di una varietà vietnamita per la produzione di fibra.

Stagione outdoor 2026

I migliori consigli di Stoney per la coltivazione outdoor nel 2026

Con l’avvicinarsi della primavera, il clima diventa più mite e aumenta l’umidità. È il momento perfetto per cominciare a progettare la vostra coltivazione all’aperto per il 2026. Sebbene la coltivazione outdoor sia un metodo semplice per coltivare la cannabis, sono molti i modi in cui un coltivatore può acquisire cattive abitudini che possono incidere sulla coltivazione. In questo articolo vi offro i miei migliori consigli per aiutarvi ad avviare la vostra coltivazione senza stress e assicurarvi il miglior inizio possibile per le vostre piantine!

La posizione migliore

La prima cosa da fare è trovare la posizione migliore per le vostre piante. Tenete in considerazione quanto sole arriva nel punto in questione, quanto la zona è riservata o ben nascosta ai vicini, se si trova al riparo da animali e uccelli e se c’è spazio a sufficienza per lavorare. In Europa è preferibile trovare una posizione esposta a ovest, poiché è la direzione in cui il sole tramonta ogni giorno.

In alcuni casi potrebbe essere necessario spostare le piante per consentire loro di ricevere la massima quantità di luce solare. Dovrete trovare un luogo definitivo in cui lasciare le piante una volta maturate.

Partite da vasi piccoli

Sebbene trapiantare un seme direttamente in un vaso grande riduca il lavoro necessario, conviene iniziare a coltivare le piantine in vasi piccoli. Si può arrivare fino a vasi piccoli da 0,5 litri, che facilitano la vita se si coltivano diverse piante più piccole allo stesso tempo.

Il rinvaso è positivo se si vogliono produrre piantine e piante giovani con zone radicali

ben sviluppate e per evitare che le radici si aggroviglino. Una piantina che cresce in un vaso piccolo dovrà essere rinvasata e trapiantata in un vaso più grande ogni 2-3 settimane.

Fotoperiodo e autofiorenti Il fotoperiodo rimarrà in fase vegetativa fino alla fine di luglio, quando le piante inizieranno a fiorire. Le piante a fotoperiodo possono essere raccolte solo da settembre all’inizio di ottobre. Questo significa aspettare più di 6 mesi prima di avere qualcosa da raccogliere, essiccare e fumare.

Un ottimo modo per aumentare il numero di raccolti in questo periodo è piantare semi di cannabis autofiorenti, insieme alle piante a fotoperiodo. Le piante autofiorenti richiedono solo 11-12 settimane dal seme al raccolto e possono essere coltivate nello stesso spazio delle piante a fotoperiodo senza alcun problema. Per i coltivatori che vivono nel Nord Europa, è consigliabile acquistare varietà a fioritura rapida.

I vasi in feltro funzionano meglio

Adoro usare i vasi in feltro per la coltivazione finale perché consentono il passaggio dell’aria

attraverso il feltro, ossigenano le radici e ne promuovono la potatura ad aria. Di conseguenza, la massa radicale di una pianta di cannabis coltivata in un vaso di feltro è di gran lunga superiore a quella di una pianta coltivata in un vaso in plastica.

Il mio consiglio è quello di avviare la coltivazione delle piantine in un piccolo vaso di plastica, poi, quando si è pronti per il trapianto finale, utilizzare un vaso di tessuto da 50 litri. Non è

necessario preoccuparsi che la zona radicale si aggrovigli e si otterrà una resa nettamente migliore utilizzando vasi in feltro.

Terriccio di buona qualità

Se si vuole acquistare del terriccio, ci sono tantissime marche diverse. Può essere difficile sapere quale sia la marca migliore o se il terriccio della vostra coltura sia ottimale per la coltivazione della cannabis. I fattori più importanti per determinare se avete un terriccio di buona qualità sono il drenaggio, la capacità di ritenzione idrica, il contenuto di sostanze nutritive, la consistenza ariosa e spugnosa e l’aroma.

Un terriccio di scarsa qualità con malattie trasmesse dal suolo avrà un odore sgradevole e non avrà il dolce aroma terroso del sottobosco. Consiglio di spendere un po’ di più per acquistare un marchio noto nel settore ed evitare terricci economici da giardinaggio e qualsiasi cosa che possa contenere concimi chimici.

Annaffiatoio da 5 litri

Un annaffiatoio è un’ottima soluzione per misurare la quantità d’acqua somministrata alle vostre piante. Tenere un annaffiatoio all’esterno vi aiuterà a trovare il giusto equilibrio ed evitare di innaffiare le vostre piante troppo o troppo poco. Se il terreno diventa troppo saturo, i livelli di ossigeno si abbassano e il terreno può diventare pesante e denso, trasformandosi alla fine in un terreno fertile per batteri nocivi.

Acquistate un piccolo annaffiatoio da 5 litri e assicuratevi di riempirlo ogni volta con la stessa quantità d’acqua. Man mano che le vostre piante crescono, potete aumentare il volume d’acqua; dovreste tuttavia annaffiare solo quando il terreno risulta asciutto.

Raccolto perpetuo con le autofiorenti Se quest’anno avete intenzione di coltivare

Questa piccola serra è perfetta per la coltivazione di autofiorenti
Coltivare le piantine indoor le tiene lontane dagli insetti e dal vento

solo piante di cannabis autofiorenti all’aperto, vi consiglio di piantare una nuova autofiorente ogni 30 giorni. Vi assicurerete così la possibilità di raccogliere 3-4 volte di seguito.

Le piante autofiorenti a fioritura rapida sono le più pratiche per i coltivatori europei, poiché hanno molte più possibilità di fiorire e maturare con ottimi risultati.

Le piante autofiorenti sono resistenti, robuste e vigorose e danno buoni risultati nei climi più freddi e nelle estati brevi. Rimarrete stupiti/e di quanto siano migliorate le piante autofiorenti rispetto a quelle a fotoperiodo, vale quindi la pena raccoglierle con regolarità.

Inoculate con microbi e funghi I batteri e i funghi benefici consentono alle piante di cannabis di accedere ai nutrienti e contribuiscono a combattere i batteri nocivi e gli agenti patogeni. Potete acquistare gli inoculanti online e prepararli a casa utilizzando una pompa ad aria, una pietra porosa e un secchio. I terreni vecchi e impoveriti ne risulteranno potenziati, il che consentirà alle radici delle vostre piante di formare una relazione simbiotica. Il mio consiglio è quello d’inoculare il terreno ogni 14 giorni.

I tè di compost aerati sono un altro modo per offrire al terreno tutti i nutrienti e i microrganismi benefici di cui ha bisogno. Durante le fasi di semina e vegetativa, favoriscono una crescita robusta e sana. Sono un’ottima integrazione a qualsiasi regime nutrizionale per la fioritura.

Serre rivestite in plastica Online si trova una grande varietà di serre in vendita, da quelle grandi, di dimensioni pari a un metro, a quelle più piccole, delle dimensioni di una pianta. Se desiderate proteggere le vostre piante da uccelli, insetti, freddo e venti forti, le serre rivestite in plastica sono un’ottima soluzione e non posso che consigliarle vivamente.

Per i coltivatori preoccupati che i vicini o gli elicotteri della polizia possano vedere le piante coltivate all’aperto, una serra rivestita in plastica è un’ottima soluzione. Le serre sono ideali per mantenere l’aria calda e umida e per proteggere le piantine e le piante giovani dalla luce intensa e dai raggi UV.

Piante compagne

Le piante compagne possono essere piantate

presenza di segni di danni causati da insetti. Rimarrete stupiti dalla rapidità con cui tripidi e afidi possono insediarsi e utilizzare la vostra pianta come nuova casa.

Converrebbe inoltre controllare le radici delle vostre piante e assicurarvi che stiano crescendo con un aspetto bianco brillante e soffice. Le radici che si sono fatte sottili, fragili e scolorite sono in genere un segno che la zona delle radici è stata attaccata da batteri nocivi. Inoculare il terreno è il modo più semplice per garantire la presenza di una popolazione aerobica dominante.

Proteggete le piantine utilizzando bicchieri di plastica

da terra contribuirà a prevenire il raffreddamento delle radici, a migliorare il drenaggio e ad aumentare il flusso d’aria alla base dei vasi. I pavimenti freddi e umidi possono creare una zona fredda intorno alle radici e portare il terreno a diventare umido e fradicio.

Questo è uno dei motivi per cui l’uso di vasi in tessuto è un’ottima soluzione per aerare il substrato di coltivazione e garantire una crescita e uno sviluppo ottimali delle radici. Rimarrete stupiti dalla differenza che può fare lasciare qualche centimetro di spazio tra la base dei vasi e il pavimento.

vicino alle piante di cannabis per contribuire a respingere insetti e parassiti. Agiscono producendo profili terpenici che risultano sgradevoli per gli insetti comuni. Queste piccole piante non occupano molto spazio e possono essere piantate accanto alle vostre piante a fotoperiodo oppure autofiorenti.

Calendula, digitalis purpurea, coriandolo, menta piperita, aglio, aneto, basilico, erba di San Pietro, crisantemo, girasole e achillea sono tutte piante che si trovano a basso prezzo, di facile reperimento ed estremamente efficaci nel proteggere le piante dai danni causati da insetti e potenziali larve.

Avviate le piantine indoor

Nel corso degli anni, ho fatto fatica a far crescere le mie piantine outdoor a causa delle basse temperature, degli uccelli che mangiavano i semi, del gatto del vicino che scavava nei vasi, delle formiche e di molti altri fattori. Un modo per evitare tutte queste difficoltà è quello di avviare le piantine indoor sotto una fonte di luce CFL o un LED a bassa potenza.

Impostate il timer in fotoperiodo 18/6 e, una volta che le piantine hanno raggiunto i 14-21 giorni di vita, potrete trapiantarle all’aperto in tutta sicurezza, certe/i che cresceranno rigogliose. Controllare le piante e scoprire che sono state mangiate o distrutte può farvi perdere settimane o mesi. Avviare le piantine indoor vi dà la tranquillità di sapere che le piante cominceranno a vivere nelle migliori condizioni e non saranno soggette ad alcuno stress.

Evitate di piantare nel terreno

A meno che il terreno del vostro giardino non sia fertile e ben drenato, piantare i semi direttamente in esso può rivelarsi rischioso. Il motivo è che la maggior parte dei terreni contiene sassolini e pietre ed è scarsamente aerata.

Converrebbe scavare il vecchio terreno e sostituirlo con un nuovo lotto di humus di lombrico, compost, perlite e terriccio. In questo modo, saprete che le radici hanno molta libertà di crescere verso il basso senza restrizioni e non dovrete preoccuparvi di una crescita rallentata.

Controllate le piante con frequenza

Controllate le vostre piante outdoor quotidianamente e ispezionate la parte superiore e inferiore delle foglie per verificare la

Una volta che i semi di cannabis sono germinati, durante le prime 2 settimane saranno più vulnerabili al vento e ai predatori. A mio parere l’uso di vasetti di plastica con piccoli fori nella parte superiore è un modo economico ed efficace per creare una copertura protettiva per le piantine. È necessario coprire la base della pianta in vaso con un po’ di terra per evitare che venga spazzata via dal vento o dalla pioggia.

Se notate che le vostre piante vengono attaccate e mangiate dagli insetti, conviene acquistare insetti predatori. Tutto quello che dovete fare è posizionare una bustina sulla pianta e i predatori entreranno nel terreno e combatteranno qualsiasi insetto problematico vi si trovi. Gli insetti predatori sono una soluzione priva di sostanze chimiche per combattere un problema potenzialmente dannoso. In genere ci vogliono 2-3 settimane prima che scompaiano i segni del danno causato dagli insetti o dalle larve.

Vasi rialzati

L’uso di un pallet di legno per sollevare i vasi

Le mie considerazioni finali È meglio prendersi il tempo necessario per pianificare con attenzione il vostro progetto all’aperto in anticipo e non prendere scorciatoie nel cercare la posizione, la genetica, il substrato di coltivazione, i vasi e i nutrienti migliori. Non abbiate fretta di partire e ricordate che la coltivazione di piante a fotoperiodo all’aperto richiede più di sei mesi!

I semi di cannabis autofiorenti sono facili da coltivare e richiedono pochissima manutenzione. Possono contribuire a mantenere pieni i barattoli di stagionatura, in attesa delle piante a fotoperiodo. Consiglio di acquistare una piccola serra, soprattutto per le prime 4-6 settimane, fino a quando non sentite che le vostre piante sono forti, resistenti e in grado di sopportare il vento e le basse temperature notturne.

I batteri, i funghi e i microrganismi benefici fanno un’enorme differenza nella capacità delle vostre piante di assorbire i nutrienti e nella salute del terreno. Prendete l’abitudine d’inoculare il terreno ogni 2 settimane e di preparare tè di compost aerato ogni 4 settimane.

Questo terreno non è adatto alla semina perché contiene argilla e un gran numero di sassi
Una pianta outdoor che cresce all’interno

STRAIN SPECIAL 2026

Frosty’s Auto Freak

GENETICA:

Guavalato Auto x Frosty’s Purple Freak (Auto)

MESE DI RACCOLTO:

Autofiorente

CICLO DI VITA IN SETTIMANE:

11 settimane dal seme al raccolto

DIMENSIONE DELLA PIANTA:

Da 60 a 90 centimetri

RESA ALL’INTERNO:

Da 30 a 60 g/pianta.

Estremamente ricca di cristalli.

RESA ALL’ESTERNO:

Da 30 a 60 g/pianta

GUSTO/AROMA:

Un bouquet complesso che unisce dolci frutti di bosco con un caratteristico aroma fermentato di “carne marcia”, sovrapposto a un intenso profumo di legno di cedro. Uno spettro terpenico insolitamente raro, ricco di cedrene, guaiolo, fitolo e farnesene.

EFFETTO:

Un effetto cerebrale brillante ed euforizzante che migliora l'umore, per poi trasformarsi gradualmente in un potente e duraturo rilassamento fisico che diventa profondamente calmante verso la fine, pur rimanendo morbido ed equilibrato.

www.khalifagenetics.com

Fruit Bomb Punch®

GENETICA: Erdbeer IBL x (Tangie x Cherry Pie) BX1 x Sugar Bomb Punch

PERIODO DI FIORITURA: 9 settimane

MESE DI RACCOLTO: Metà/fine ottobre

DIMENSIONE DELLA PIANTA:

A predominanza Sativa, oltre 1 m

RESA ALL’INTERNO: 550-600+ grammi per m²

RESA ALL’ESTERNO: 750-1000 grammi

GUSTO/AROMA:

Una valanga di frutta matura e dolce. A seconda del fenotipo, scoprirai sottili note di crema, caramello o persino alcuni accenti chimici/diesel in sottofondo.

EFFETTO:

Un effetto felice e socievole che si adatta anche ai fumatori più esperti grazie alla sua notevole potenza. L'impatto dell'effetto è forte e duraturo. L'effetto è prevalentemente cerebrale, felice, edificante e molto socievole, ottimo per incontri amichevoli. È la varietà perfetta per feste, attività creative o divertimento diurno.

www.dutch-passion.com

Frittella

GENETICA: Fruit Joy x Crêpes

PERIODO DI FIORITURA: 8/9 settimane

MESE DI RACCOLTO: Fine settembre - inizio ottobre all’esterno

DIMENSIONE DELLA PIANTA: 80/120 cm

RESA ALL’INTERNO: 350/450 m²

RESA ALL’ESTERNO: 450/550 m²

GUSTO/AROMA: Profumo dolce e cremoso con un’esplosione di mango, pesca matura e impasto dolce.

EFFETTO: Euforia leggera iniziale seguita da relax morbido e avvolgente.

www.seedfinder.eu/en/ database/breeder/old-j-seeds

Mimosa Zkittlez Auto

GENETICA: Zkittlez x Mimosa XL Auto

CICLO DI VITA IN SETTIMANE: 9-11 settimane

DIMENSIONE DELLA PIANTA: 55-135 cm

RESA ALL’INTERNO:

450-650 g/m²

RESA ALL’ESTERNO: 50-200 g per pianta

GUSTO/AROMA:

Aroma intenso, agrumato e fruttato con una nota di diesel

EFFETTO:

Forte, stimolante, favorisce la creatività e aumenta la felicità.

The clash

GENETICA: (Apple Fritter x Jealousy) x (KM x Tropicana)

CICLO DI VITA IN SETTIMANE: 9

MESE DI RACCOLTO: ottobre

DIMENSIONE DELLA PIANTA: 190

RESA ALL’INTERNOR: 400-450 g/m²

RESA ALL’ESTERNO: 800

GUSTO/AROMA:

Miscela di dolce con sentori di benzina.

EFFETTO:

Offre un effetto potente con un tocco allegro e cerebrale, perfetto per momenti sociali o creativi, sempre accompagnato dal forte rilassamento corporeo caratteristico della sua base Indica.

Spritzer x Rainbow Sherbert

GENETICA:

40% indica / 60% sativa

PERIODO DI FIORITURA: da 60 a 65 giorni

MESE DI RACCOLTO:

Tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre

CICLO DI VITA IN SETTIMANE: 9 settimane

DIMENSIONE DELLA PIANTA: 90 cm indoor / 2 m outdoor

RESA ALL’INTERNO: 500/600 grammi per metro quadrato

RESA ALL’ESTERNO: 600/700 grammi per pianta

GUSTO/AROMA:

Da sottolineare il suo sapore morbido e zuccherino nell'espirazione, i suoi tocchi dolci e fruttati, con note di menta, che la fanno sembrare un sorbetto alla frutta.

EFFETTO:

I suoi effetti sono solitamente di euforia e con un rapido high cerebrale, ideale per la creatività, la concentrazione e lo stato d'animo positivo, e può offrire un leggero rilassamento corporeo senza arrivare alla sedazione.

Tutankhamon x Cookies USA

GENETICA:

Cookies USA X Tutankhamon

PERIODO DI FIORITURA:

Da 8 a 9 settimane

MESE DI RACCOLTO:

Metà settembre

CICLO DI VITA IN SETTIMANE:

Da 6 a 7 mesi

RESA ALL’INTERNO: Lampada LED da 730 W fino a 1 kg con 20 piante

RESA ALL’ESTERNO: Da 500 g a 1,5 kg

GUSTO/AROMA:

Dolcezza intensa e cremosa, con note che ricordano i biscotti appena sfornati, ereditate dalla Cookies USA.

EFFETTO:

Un inizio energico ed euforico, tipico di Tutankhamon, seguito da un rilassamento progressivo e piacevole grazie alla genetica di Cookies USA. Perfetto per bilanciare la stimolazione mentale e il riposo fisico.

www.ganjafarmer.it

Coltivazione

Di Dryas – dryas.420@gmail.com

SELEZIONE DELLE VARIETÀ IN BASE ALLA LORO RESISTENZA

A PARASSITI E MALATTIE

Quando si selezionano le varietà con questo obiettivo, è importante conoscere tanto i meccanismi di azione di parassiti e patogeni, quanto la base genetica a livello di resistenza della pianta.

Le interazioni dei parassiti con il rispettivo ospite, la pianta, sono complesse, molto più di quanto non appaia a prima vista, e danno luogo a una corsa evolutiva fra l’organismo parassita e le difese della pianta

Le piante hanno sviluppato un’ampia serie di strategie volte a difendersi dagli erbivori, prima di tutto insetti e altri piccoli artropodi che tendono a nutrirsi con frequenza della stessa specie. Tuttavia, le popolazioni di questi organismi, che in genere si riproducono in quantità enormi, generano sempre esemplari che presentano nuove caratteristiche in grado di superare le difese della pianta.

In natura questo si traduce in un equilibrio che comporta oscillazioni moderate, sia della popolazione della pianta in questione che dei rispettivi parassiti. Ciononostante, nelle coltivazioni questo equilibrio viene completamente compromesso, non solo perché le piante della stessa specie raggruppate sono maggiormente esposte al potenziale attacco di un parassita, ma anche perché molte delle varietà attuali non sono state selezionate

Parassiti: il punto di vista agronomico rispetto a quello ecologico

In agronomia un parassita è definito nel modo più ampio come qualsiasi essere vivente che riduca la produzione, la qualità o che danneggi in qualche modo la coltivazione. Tuttavia, dal punto di vista ecologico, i parassiti sono spesso legati al rapporto di parassitismo, fenomeno che si verifica con più frequenza, ma è opportuno ricordare che la definizione di parassita agronomico comprende altre relazioni ecologiche oltre al parassitismo.

Le erbacce, per esempio, provocano una diminuzione della produzione per competizione, mentre i predatori erbivori consumano molti esemplari di una specie nel corso della loro vita, il che costituisce la principale differenza rispetto ai parassiti, che di norma si nutrono di un solo ospite mantenendolo in vita, in gene-

tanto per la loro resistenza, quanto per altre caratteristiche agronomiche, come il vigore, la produzione o la precocità.

È per quest’ultimo motivo che attualmente si presta maggiore attenzione alle varietà tradizionali e anche ai parenti selvatici delle piante coltivate, poiché sono autentiche riserve di geni resistenti a molti di questi artropodi e alle malattie.

rale. Sebbene i casi sopra citati rientrino nella definizione agronomica di parassita, in quanto tutti provocano danni, per il loro modo di agire vengono affrontati con un approccio diverso. Per esempio, l’effetto della competizione con le erbacce viene studiato in malerbologia.

Questo articolo si focalizza sulla base genetica dell’interazione fra le difese delle piante e i parassiti artropodi e le malattie più diffuse

che le infestano, poiché sono questi gli organismi che provocano danni più di frequente e contro i quali le specie vegetali hanno sviluppato una serie di difese, con base genetica.

Resistenza delle piante

Molte delle strategie sviluppate dalle piante per difendersi sono difese generiche per un’ampia gamma di parassiti e malattie. Ciononostante, quando la coevoluzione dell’organismo parassita con la specie vegetale è di lunga data, si presentano risposte molto più specifiche. Sebbene la variabilità sia elevata, tutte queste difese possono essere raggruppate in tre grandi gruppi.

Barriere fisiche

Questo tipo di difesa è di carattere più generale, in quanto ostacola la capacità del parassita di sviluppare il proprio ciclo vitale, impedisce la rispettiva alimentazione, deposizione delle uova o movimento dell’organismo sulla superficie vegetale.

Alcuni esempi molto comuni sono la presenza di peli, ghiandolari come i tricomi o non ghiandolari, che ostacolano il movimento e l’alimentazione dei parassiti. Le cuticole spesse o cerose impediscono agli artropodi pungenti come tripidi e acari di accedere con facilità ai succhi della pianta. Mentre un aumento del contenuto di cellulosa e lignina rende il tessuto vegetale più duro e difficile da digerire per gli insetti masticatori come i bruchi.

Nel caso della

Cannabis si possono osservare

in pratica tutte le varianti citate in questa sezione, poiché quanto descritto finora è presente nella specie, con maggiore o minore intensità, a seconda della varietà e dell’esemplare.

Difesa tramite composti chimici Questo tipo di difesa ha in genere un carattere più specifico rispetto alle barriere fisiche, anche se esistono molecole con un effetto insetticida ad ampio spettro, come nel caso delle piretrine.

Esempi di difesa tramite composti chimici sono la produzione di alcaloidi, tossici per gli insetti, composti fenolici con effetto fungicida e battericida, come tannini e fitoalessine, o i ben noti terpeni. Questi ultimi, essendo un gruppo estremamente diversificato, hanno proprietà diverse a seconda del tipo di terpene, della pianta e del parassita specifico su cui agiscono. Gli effetti possono essere tossici, repellenti e persino di attrazione di insetti predatori del parassita che attacca la pianta (Boncan et al., 2020).

In questa lotta biologica, le piante possono impedire all’insetto di digerire correttamente il cibo, attraverso molecole che inibiscono l’azione degli enzimi digestivi come le proteasi. Producono anche una serie di composti estremamente interessanti della famiglia dei terpeni, noti come fitoecdisone (ecdisteroidi), sostanze che emulano gli ormoni della muta degli insetti, provocando una muta precoce o difettosa.

L’assenza di parassiti è indispensabile per il corretto sviluppo del fiore.
Non tutti i funghi sono patogeni.

sono molto numerosi e possono diventare estremamente complessi, ma in molti casi partono da una base molto semplice, che si basa sull’abbondante discendenza che generano, creando sempre nuovi esemplari con comportamenti e abitudini alimentari lievemente diversi tra loro.

Risposte genetiche che si attivano contro l’attacco di un parassita

Le strategie che comprendono i due gruppi precedenti possono manifestarsi nelle piante senza che la stessa venga attaccata necessariamente da un parassita o da una malattia, soprattutto di tipo fisico, ma sono anche modulate dalla presenza e dall’attacco di organismi fitofagi. Questo sistema di risposte genetiche si basa sulle proteine R, che rilevano modelli molecolari legati a patogeni (PAMP) o microrganismi (MAMP), per poi innescare una serie di risposte specifiche.

Quando una di queste sequenze specifiche viene riconosciuta dalla proteina R, s’innesca una cascata di segnali, mediata da ormoni correlati alla risposta a stress biotico, acido salicilico e altri. Infine, la pianta produce o incrementa la produzione di uno

Due dei parassiti più comuni, senza dubbio i più importanti nel caso della marijuana, sono gli acari e i tripidi, che ne sono un esempio. Chiunque abbia osservato con attenzione il loro comportamento sulla pianta avrà notato che, sebbene la maggior parte degli esemplari si trovi su foglie già formate, è sempre possibile vederne altri che si nutrono delle cellule del picciolo, del fusto o persino della base delle radici, zone in cui le barriere fisiche delle piante non sono così uniformi.

La resistenza ai composti chimici si acquisisce in modo simile, poiché, considerando il caso degli inibitori delle proteasi, è sufficiente per esempio che nella popolazione del parassita si trovino esemplari con proteasi diverse, che non sono influenzate dagli inibitori delle proteasi, affinché il genotipo resistente dell’insetto venga favorito e aumenti rapidamente in numero. È il caso di una specie (Helicoverpa zea), simile a un parassita della marijuana, il bruco del cotone, che ha sviluppato varianti di proteasi resistenti agli inibitori presenti nella patata (Bayés et al., 2005).

Selezione della resistenza ai patogeni Una volta che sono noti i diversi mecca-

o diversi dei composti chimici citati, oltre ad altri composti strettamente correlati ai processi di stress, le specie reattive dell’ossigeno (ROS).

Come gli animali con il sistema immunitario, questo sistema di difesa vegetale presenta un’importante variabilità genetica a seconda delle varietà e degli esemplari della stessa specie. L’identificazione dei geni che codificano queste proteine R è attualmente di particolare interesse per il miglioramento genetico, poiché, come già detto, tradizionalmente le piante sono state selezionate in base ad alcune di queste caratteristiche di difesa (Chen et al., 2015).

I patogeni come superano le difese della pianta?

I meccanismi utilizzati dagli organismi patogeni per eludere le difese della pianta

esemplari che colonizzano o prosperano sulla pianta, questo fenomeno potrebbe essere dovuto all’incremento della produzione di un

geni è possibile utilizzare metodi come l’incrocio di ritorno, che implicano un numero ridotto di generazioni ed esemplari, come è avvenuto con il gene PM1, identificato di recente per la resistenza alla peronospora nella marijuana (Mihalyov & Garfinkel, 2021). Per i caratteri poligenici, maggiore è il numero di geni coinvolti, maggiori saranno le possibilità di ricorrere a programmi con un numero maggiore di esemplari e generazioni (Ordás López & Malvar Pintos, 2012).

Concetto di resistenza orizzontale e verticale

La resistenza orizzontale è una resistenza generica a diversi tipi di agenti patogeni simili, che si traduce in un carattere di tipo quantitativo (poligenico), poiché esiste un ampio intervallo di gradi di resistenza. Questo tipo di resistenza non è totale, ma è più difficile da superare per i parassiti (Burbano-Figueroa, 2020).

La resistenza verticale è determinata da uno o pochi geni, legati in genere al riconoscimento del patogeno da parte delle suddette proteine R, che conferiscono resistenze più specifiche, di natura qualitativa, poiché essendo codificate da pochi geni la variazione nella

composto chimico, codificato con maggiore probabilità da uno o pochi geni.

Nel caso del miglioramento, questo significa che per un carattere codificato da uno o pochi

popolazione si limita alle piante resistenti e sensibili. Tale resistenza è più facile da introdurre ed è anche più efficace a breve termine, ma può essere facilmente superata dalle successive generazioni di patogeni.

nismi di azione delle strategie di resistenza, è possibile progettare un programma di miglioramento per individuare un meccanismo di resistenza e introdurlo o stabilizzarlo in una varietà. Il punto di partenza è trovare esemplari resistenti, possibilmente all’interno della stessa varietà da migliorare, anche se spesso è necessario ricorrere a varietà vicine o parenti selvatici.

Una volta individuati gli esemplari resistenti, è necessario conoscere l’origine genetica della resistenza, poiché questa determinerà le azioni da intraprendere nel programma di miglioramento. Se si rilevano difficoltà nell’alimentazione dell’insetto dovute a una barriera fisica, si tratta senza dubbio di un carattere poligenico, poiché strutture come peli o tricomi vengono codificate in diversi geni. Quando si osserva una relazione di repellenza o tossicità, per la sparutissima presenza di

Bibliografia

1. Boncan, D. A. T., Tsang, S. S., Li, C., Lee, I. H., Lam, H. M., Chan, T. F., & Hui, J. H. (2020). Terpenes and terpenoids in plants: Interactions with environment and insects. International Journal of Molecular Sciences, 21(19), 7382.

2. Chen, Y. H., Gols, R., & Benrey, B. (2015). Crop domestication and its impact on naturally selected trophic interactions. Annual Review of Entomology, 60(1), 35-58.

3. Bayés, A., Comellas-Bigler, M., De La Vega, M. R., Maskos, K., Bode, W., Aviles, F. X., ... & Vendrell, J. (2005). Structural basis of the resistance of an insect carboxypeptidase to plant protease inhibitors. Proceedings of the National Academy of Sciences, 102(46), 16602-16607.

4. Mihalyov, P. D., & Garfinkel, A. R. (2021). Discovery and genetic mapping of PM1, a powdery mildew resistance gene in Cannabis sativa L. Front. Agron. 3: 720215.

5. Ordás López, B., & Malvar Pintos, R. A. (2012). Métodos clásicos de análisis de

cuantitativos en plantas.

6. Burbano-Figueroa, Ó. (2020). Resistencia de plantas a patógenos: una revisión sobre los conceptos de resistencia vertical y horizontal. Revista argentina de microbiología, 52(3), 245-255.

caracteres
Adulto di tripide al microscopio, si possono osservare le tipiche ali con frange.
Gli stress possono favorire la produzione di alcuni composti aromatici di interesse, ma devono essere generati in modo abiotico, non tramite parassiti.
Dettaglio di larva del tripide.
Danni causati dalla larva del tripide.

Rosin Drop

Come fare una preparazione liquida con il rosin

Le preparazioni liquide a base di cannabinoidi da tempo rappresentano un segmento consolidato nel panorama dei derivati della cannabis. Le modalità di assunzione per via orale risultano essere delle alternative più salutari e facilmente controllabili rispetto ai metodi che richiedono l'inalazione come la vaporizzazione, il dabbing e la combustione. Storicamente la tintura alcolica è stato il modello di riferimento di questa tipologia di estrazione, come il celebre Rick Simpson Oil, ma negli ultimi anni i metodi e le matrici impiegate per creare preparazioni liquide hanno subito una vera evoluzione.

Innanzitutto vediamo di cosa si tratta.

Una preparazione liquida a base di cannabinoidi consiste in un estratto dei principi attivi della cannabis, come il THC e il CBD, disciolti all'interno di una sostanza veicolante liquida per facilitarne dosaggio, somministrazione e conservazione.

TINTURA ALCOLICA VS NEW SCHOOL

Originariamente le preparazioni liquide venivano realizzate esclusivamente attraverso la macerazione delle infiorescenze di marijuana in alcol etilico. Trim e infiorescenze previamente decarbossilate vengono riposte in un barattolo di vetro riempito con alcol di grado alimentare fino ad immergerle completamente. Il barattolo viene shakerato una o due volte al giorno per circa due settimane, quando il liquido appare saturo è il segnale che il processo di macerazione è completo, quindi viene filtrato con un colino per eliminare la materia vegetale. Sebbene sia un metodo molto semplice, presenta alcuni limiti:

• la cannabis deve stare completamente immersa e richiede grandi quantità di alcol

• la quantità di cannabinoidi può risultare eccessivamente diluita richiedendo l'evaporazione del solvente per concentrarlo

• l'alcol è un solvente polare che estrae anche

altre sostanze vegetali come la clorofilla la durata del processo di estrazione è lunga

• è difficile standardizzare il risultato

Le tecniche di nuova generazione preferiscono impiegare altre tipologie di solventi come olio di oliva, olio di cocco e olio MCT.

Quando

vati dalla frazionatura dell'olio di cocco. La sua composizione lo rende perfetto per la dissoluzione e la veicolazione di sostanze liposolubili come i cannabinoidi. L'olio MCT è caratterizzato da un'elevata stabilità ossidativa rispetto ad altri tipi di olio che si degradano in pochi mesi irrancidendo, inoltre

La vera evoluzione, tuttavia, risiede nella materia prima: i metodi più recenti sostituiscono le tradizionali infiorescenze con concentrati come il rosin, risultando più maneggevole e idoneo a garantire maggiore controllo del processo di estrazione e di standardizzazione del prodotto finale.

ROSIN DROP

Il rosin è un estratto di cannabis ottenuto mediante applicazione combinata di calore e pressione alle infiorescenze o ad altri concentrati, come dry sift e water hash. Il risultato è una resina ricchissima di cannabinoidi e terpeni, completamente solventless. Il rosin è un estratto molto versatile, infatti può essere impiegato per la preparazione sia di una tintura alcolica sia di un oleolito. Quando si impiega un estratto di cannabis, come il rosin, per realizzare preparazioni liquide a base di cannabinoidi, il processo è definito di solubilizzazione e non più di macerazione. Cannabinoidi e terpeni essendo sostanze lipofile, cioè con forte affinità per i grassi, gli oli e i solventi apolari, si trasferiscono spontaneamente nell'olio oppure si dissolvono completamente nell'alcol. Non avviene la macerazione della materia vegetale, come per le infiorescenze, in questo caso il liquido veicolante viene miscelato con il rosin fino ad ottenere una soluzione omogenea, pronta all'uso.

QUALITA' DEL ROSIN

La qualità del rosin destinato alla formulazione liquida incide in modo determinante su stabilità e profilo organolettico del preparato finale. La scelta della materia prima è quindi molto importante. Il rosin ottenuto dalla pressatura di fresh frozen water hash è la scelta migliore. Uno dei fattori più importanti da considerare è la purezza del concentrato, il rosin con elevato grado di purezza si dissolve più facilmente nel liquido veicolante. Anche l'elezione della varietà influenza direttamente il profilo della preparazione liquida, modulandone composizione ed effetto complessivo.

DECARBOSSILAZIONE

Quest'ultimo è il più utilizzato, si tratta di un olio costituito prevalentemente da trigliceridi a catena media, come indica l'acronimo MCT. I trigliceridi sono degli acidi grassi e generalmente vengono rica -

presenta un profilo organolettico pressoché neutro, influenzando pochissimo le qualità dell'estratto finale. Le preparazioni liquide che utilizzano l'olio come veicolante sono denominate oleoliti.

Prima di iniziare con il procedimento è necessario decarbossilare il rosin. I cannabinoidi nella loro forma naturale, ad esempio THCA e CBDA, sono legati ad un gruppo carbossilico ed è necessario rimuovere questo legame, attraverso la decarbossilazione, per trasformare i cannabinoidi in forme biologicamente attive, cioè assimilabili dal corpo umano. Il processo può verificarsi attraverso diverse modalità: applicazione controllata di calore, combustione, vaporizzazione e degradazione indotta da fattori ambientali.

Per eseguire l'applicazione controllata di calore sono necessari i seguenti strumenti:

Agitatore Magnetico in funzione

• mason jar con tappo ermetico a due pezzi

• forno da cucina

• termometro laser

• presina di silicone

Ecco come procedere:

1. inserire il rosin nella mason jar e chiuderla ermeticamente

2. preriscaldare il forno impostando la temperatura a 105°C

3. collocare la mason jar all'interno del forno

4. osservare costantemente il contenuto della mason jar

5. controllare la temperatura con il termometro laser

6. il rosin inizierà a liquefarsi e bollire rilasciando anidride carbonica

7. quando le bollicine cessano, la decarbossilazione è completa

8. rimuovere la jar dal forno con l'ausilio della presina di silicone

9. lasciare raffreddare il rosin a temperatura ambiente prima di aprire la jar

Generalmente il processo di decarbossilazione ha una durata compresa tra 30 e 60 minuti, a seconda della temperatura e della quantità di materiale trattato. Al termine del processo, il rosin assume una consistenza più fluida.

SOLUBILIZZAZIONE DEL ROSIN

Il miglior metodo per solubilizzare il rosin all'interno del liquido veicolante, in questo caso olio MCT, è impiegando un agitatore magnetico con piastra riscaldante, uno strumento specifico per questo scopo e facilmente acquistabile per poche centinaia d'euro. L'agitatore magnetico permette di solubilizzare completamente il rosin e di ottenere una soluzione omogenea. In alternativa si può impiegare un semplice frullatore oppure un mini pimer. Vediamo come procedere:

1. pesare la quantità di rosin desiderata

2. riempire il becher di vetro con l'olio MCT

3. impostare la temperatura dell'agitatore magnetico a 74°C e avviarlo alla massima velocità 4. con l'ausilio di un dabber introdurre il rosin nel becher contenente l'olio MCT

5. attendere che il rosin si dissolva completamente nella soluzione

6. aspettare che la soluzione si raffreddi prima di manipolarla

Il processo di solubilizzazione può considerarsi concluso quando il liquido si presenta

completamente omogeneo, privo di striature, variazioni di colore, particelle visibili, residui depositati sul fondo o aderenti alle pareti del becher. Per ottenere un’omogeneità stabile possono essere necessarie da una a due ore di agitazione continua.

RAPPORTO DI

DILUIZIONE

La quantità di rosin e di liquido veicolante da miscelare insieme varia in base alla concentrazione che si vuole ottenere. È possibile procedere in due modi, eseguendo l'analisi del rosin per conoscere la quantità di cannabinoidi presenti oppure attraverso una stima sommaria. L'analisi sicuramente è il metodo più affidabile, la migliore opzione è quella di analizzare il rosin dopo la sua decarbossilazione per ottenere risultati ancora più precisi. Per calcolare la concentrazione della soluzione si può utilizzare la seguente formula: mg totali THC / mL totali di olio = mg/mL

Esempio pratico:

Un grammo di rosin contenente il 70% di THC, pari a 700 milligrammi di principio attivo, viene disciolto in 30 millilitri di olio MCT; la concentrazione finale sarà quindi pari a 700 ÷ 30, ossia circa 23 mg di THC per ml. Considerando un valore medio di 20 gocce per millilitro, ogni goccia conterrà circa 1,15 mg di THC, questo valore però può variare in base al tipo di contagocce.

CONSERVAZIONE E DOSAGGIO

La soluzione di rosin in MCT può essere conservata in un flacone di vetro con contagocce, quelli di colore scuro sono l'ideale per preservare maggiormente il contenuto. In base alla dimensione del contagocce il numero di gocce varia da venti a trenta per millilitro. Dopo aver calcolato la concentrazione di ogni goccia, iniziare con piccole dosi e aumentare in base all'effetto ricercato.

MODALITA' DI ASSUNZIONE

Le via di assunzione più diretta ed efficace è quella sublinguale, la soluzione va applicata sotto la lingua in modo che i principi attivi vengano assorbite dalla mucosa orale.

La somministrazione per via orale, cioè tramite ingestione, richiede più tempo per fare effetto perché la soluzione deve passare attraverso l’apparato digerente prima di essere assorbita. Una via di assunzione alternativa è quella di aggiungere la soluzione di rosin in MCT a cibi e bevande.

Flaconi contagocce da 10 e 30 ml

FULL SPECTRUM VS BROAD SPECTRUM

Con full spectrum si definisce una preparazione che preserva l’intero fitocomplesso della pianta, comprendente cannabinoidi maggiori e minori, terpeni e altri metaboliti secondari, garantendo così il potenziale effetto entourage, ovvero la sinergia che si crea tra le diverse molecole. Il termine broad spectrum indica invece un estratto nel quale uno o più componenti vengono rimossi. La soluzione di rosin in olio MCT è a pieno titolo un estratto di tipo

full spectrum, mantenendo intatto il profilo fitochimico originario della pianta.

Le preparazioni liquide a base di cannabinoidi offrono diversi vantaggi per il consumatore: garantiscono effetti più duraturi rispetto ai tradizionali metodi di assunzione, come l’inalazione, risultano discrete e più facili da gestire. Rosin Drop rappresenta un approccio moderno alla somministrazione dei cannabinoidi, un estratto full spectrum in MCT che conserva intatta l'identità originaria della pianta.

Coltivatori legali nei Paesi Bassi

Testo e immagini: Derrick Bergman

Q-FARMS

collabora con i coltivatori europei old school

Q-Farms, uno dei dieci produttori di cannabis autorizzati nell’ambito dell’esperimento olandese sulla cannabis, sta collaborando con alcuni coltivatori e produttori di hashish old school provenienti da Francia, Spagna, Italia, Regno Unito e Paesi Bassi.

La provincia settentrionale olandese di Groninga trabocca di coltivatori che rientrano nell’esperimento: Holigram a Nieuw Beerta, Q-Farms a Veendam e presto una seconda azienda di Leli Holland/Village Farms. Grazie ai pionieri della canapa Hempflax e DunAgro, Groninga era già la provincia della canapa nei Paesi Bassi, ma sta diventando sempre più anche la provincia della cannabis regolamentata. Groninga offre ampi spazi e la terra è relativamente economica.

Una caratteristica sorprendente se si visita Q-Farms è l’enorme logo presente sulla struttura, di fronte all’autostrada. Questo approccio provocatorio è tipico del CEO e co-fondatore Claas van Os. È un nuovo arrivato nel mondo della cannabis, in precedenza lavorava nel settore dell’orticoltura. È un uomo che non teme il confronto, appassionato e profondamente impegnato. “La mia direttrice finanziaria non mi permette più di parlare con la NVWA”, afferma Van Os. “Se ne occupa lei adesso. Sono stato un po’ troppo duro”. La NVWA, l’Autorità olandese per la sicurezza alimentare e dei prodotti di consumo, verifica che i coltivatori di cannabis che fanno parte dell’esperimento rispettino tutte le norme in modo dettagliato.

Le normative sono solo una delle sfide che Q-Farms deve affrontare. La più grande sono i finanziamenti, dice Van Os. Ma l’azienda ha anche dovuto lottare contro il famigerato viroide latente del luppolo, estremamente dannoso per la cannabis. Da allora, il protocollo di igiene è diventato ancora più severo: “Prima di poter entrare nella sala di coltivazione, devo spogliarmi rimanendo in mutande e calzini. Mi vengono forniti indumenti bianchi puliti, sui quali indosso la consueta tuta monouso, dei copriscarpe, una retina per capelli e dei guanti di gomma. Poco prima di entrare in una stanza dove vengono coltivate piante giovani, devo cambiare il secondo strato”.

La struttura di Q-Farms è stata costruita su misura. L’edificio si sviluppa su due piani e si estende su una superficie complessiva di 11.000 m², di cui 5.000 m² sono destinati alla coltivazione. Delle 28 sale di coltivazione, tre sono utilizzate per le talee (in quattro strati), due per le piante madri, due per la fase vegetativa e 21 per la fase di fioritura. Ogni sala ha la propria alimentazione elettrica, pertanto può essere adattata di volta in volta alle specie o alle varietà che vi si trovano.

Nell’aprile del 2025, Q-Farms ha iniziato a rifornire i coffee shop coinvolti nell’esperimento. Il primo raccolto è stato utilizzato interamente per produrre hashish: dry sift, iceolator e rosin. Questa scelta è stata fortemente dettata da una decisione presa dal team di estrazione di Q-Farms, originario del cannabis social club italiano La Kalada di Barcellona.

Ogni joint viene confezionato e sigillato a mano e non contiene residui, come è prassi nei coffee shop, ma solo piccole cime compatte. La qualità di tutte le strutture è elevata, dagli spogliatoi ai bagni, fino alle opere d’arte sulla cannabis commissionate a Peter Klashorst. Anche la pulizia della sala di coltivazione è davvero sorprendente: sul pavimento praticamente non ci sono foglie. È interessante notare come l’aspiratore sia stato posizionato al di sotto e non al di sopra delle piante, come avviene di consueto.

Claas van Os ritiene che alla fine dell’esperimento, metà di quanto venderà Q-Farms sarà smokeless, privo di fumo: prodotti commestibili, vaporizzatori e presto un altro prodotto senza fumo. Attualmente, l’azienda produce quattro tipi di biscotti, mentre le gelatine gommose e i tipici “pepernoten” olandesi, piccoli biscotti rotondi, sono in arrivo. Acqua in bocca con la NVWA (Autorità olandese per la sicurezza alimentare e dei prodotti di consumo)...

Sunsetz di La Chanvrière; ogni confezione contiene un mini-volantino contenente informazioni sulla varietà.
Reparto di taglio a umido.
Fresh Iceolator essiccato in un impianto di liofilizzazione.
Il team di taglio preleva le talee.
Reparto di taglio a secco.
Reparto di confezionamento con bilance per erba.

Info e dati di Q-Farms

Ubicazione: Veendam

Numero dipendenti: 115

Superficie netta coltivata: 5000 m2

Numero varietà di cannabis: 16 (28 varietà nella libreria)

Numero piante: circa 35.000

Substrato: blocchi di lana di roccia (Grodan)

Varietà note: Zkittlez, Sunsetz, Kensington Kush, Super Orange Glue, Diezel, ZoZ, Runtzbert

Grossa pila di rosin.
Tre contenitori di rosin Lemon Papaya.
Raccolta di rosin nel laboratorio hashish.
Ventilazione inferiore.
Preroll Mike al lavoro; tutti i joint preconfezionati sono riempiti e arrotolati a mano.
Pesatura e riempimento dei contenitori con hashish Dry Sift.
Il maestro dell’umore Rens Hoppebrouwers con un barile di marijuana Q-Farms.
La cannabis viene appesa a essiccare nella sala di essiccazione.
Sala di coltivazione con Sunsetz di La Chanvrière.

Stagione 2026

Autore: Stoney Tark

Quali sono i vasi migliori per piantare la cannabis outdoor?

La primavera è alle porte ed è il momento giusto per iniziare a pensare alla coltivazione outdoor di quest’anno. La coltivazione all’aperto è un processo lungo che richiede più di 6 mesi, offrire quindi alle vostre piante il miglior inizio possibile vi aiuterà a ottenere il raccolto migliore.

In questo articolo vi parlerò di quali sono i vasi migliori per la coltivazione outdoor e metterò in evidenza i pro e i contro di ciascuno di essi per guidarvi e assicurarvi un avvio senza intoppi del vostro progetto all’aperto!

I vasi in plastica possono essere riposti e riutilizzati ogni anno

I diversi tipi di vasi che potete utilizzare

Se siete alle prime armi nella coltivazione della cannabis, potreste non essere a conoscenza dell’importanza di utilizzare i migliori vasi possibili. Sono molte le opzioni, che vanno dalla plastica, al tessuto e alla ceramica, come vi spiegherò nelle prossime righe.

Vasi in plastica

Si tratta dei vasi maggiormente utilizzati in quanto economici, disponibili in tutte le forme e dimensioni, facilmente reperibili in zona e online, e di lunga durata. I vasi in plastica funzionano benissimo purché siano mantenuti in buone condizioni e conservati in modo corretto quando non vengono utilizzati.

Pro

• A basso costo e quindi adatti per acquistare una grande quantità di vasi di piccole dimensioni per avviare la coltivazione delle piantine

• Si trovano in moltissime dimensioni diverse che vanno da 0,25 L fino a 50 L, il che offre al coltivatore tantissime opzioni per scegliere

Possono essere lavati e riutilizzati dopo ogni raccolto

Si trovano in vendita nei centri di giardinaggio

Contro

• Alcuni vasi sono realizzati in plastica sottile e fragile e possono quindi rompersi

• Possono surriscaldarsi al sole e riscaldare la zona radicale

Le piante di cannabis tendono a sviluppare radici troppo fitte all’interno dei vasi di plastica

I vasi di grandi dimensioni possono essere costosi, soprattutto nei centri di giardinaggio

Vasi in feltro

Il mio metodo preferito per coltivare la cannabis è quello di utilizzare un vaso in feltro. Il motivo per cui i vasi in feltro sono ottimi è che consentono il passaggio dell’aria attraverso il feltro. Le radici della pianta hanno un elevato contenuto

di ossigeno e possono essere potate, il che significa che le dimensioni e la forma della massa radicale incrementano in modo notevole.

Pro

• Le piante di cannabis potate ad aria hanno sempre una massa radicale superiore

• I raccolti possono risultare nettamente migliorati se si utilizzano vasi in feltro

Le piante di cannabis non sviluppano radici aggrovigliate all’interno dei vasi in feltro

Le piante producono uno stelo più spesso e più forte

Contro

• Costano di più rispetto a quelli in plastica

• I vasi senza manici possono essere difficili da spostare

• È necessario trapiantare mantenendo intatto il vaso in feltro

Un ordine consistente di vasi in feltro può superare il budget della maggior parte dei coltivatori

Secchi in plastica

Nel corso degli anni, ho visto coltivatori piantare all’interno di secchi in plastica con fori praticati sul fondo. Se avete intenzione di coltivare solo una o due piante e potete evitare così di acquistare i vasi, un secchio può andare bene.

Pro

Hanno manici che ne agevolano il sollevamento e lo spostamento

• I secchi di grandi dimensioni, da 30 litri e oltre, consentono di ottenere piante da esterni molto grandi

• Si trovano anche bianchi, il che li rende ideali per la coltivazione all’aperto

Contro

• Le piante potrebbero tendere a sviluppare radici troppo fitte se il secchio non è grande a sufficienza

• Praticare dei fori sul fondo può essere poco pratico per i coltivatori

• I vasi in plastica esposti a temperature elevate e rigide s’indeboliscono

Vasi in ceramica

A casa o nel giardino sul retro potreste avere degli eleganti vasi in ceramica per le piante d’appartamento. I vasi di questo tipo sono ottimi come decorazione e si trovano in diverse dimensioni, colori e persino forme; tuttavia, per la coltivazione della cannabis, non sono affatto la scelta migliore.

Pro

• Sono resistenti, pesanti e difficili da rovesciare Possono essere acquistati in un centro di giardinaggio o dal vostro ferramenta di zona Si riscaldano e trattengono facilmente il calore sotto al sole

Contro

• Possono rompersi in mille pezzi se sottoposti a una forza estrema

• Il peso dei vasi di questo tipo quando il terreno è bagnato può risultare molto elevato

• Non arriva molto ossigeno alla zona radicale Il drenaggio consiste in genere in un foro da 20 mm

I vasi in ceramica possono raffreddarsi durante i mesi freddi

E piantare direttamente nel terreno? Piantare direttamente nel terreno è un altro metodo valido per ottenere piante di cannabis robuste. Alcuni coltivatori riescono a utilizzare lo stesso appezzamento all’aperto ogni anno. È importante assicurarsi che il terreno abbia una coltura sana, un buon drenaggio e una buona ritenzione idrica.

Pro

• Le piante coltivate outdoor possono diventare davvero grandi se piantate nel terreno

• Si risparmia sull’acquisto di vasi e terriccio e fertilizzanti

• Aggiungere ammendanti organici al terreno è economico e facile

Contro

• Un terreno ricco di argilla renderà difficile la crescita delle radici

• Il terreno può contenere agenti patogeni nocivi e malattie trasmesse dal suolo

• Nel terreno potrebbero vivere parassiti che attaccheranno le vostre piante

• Le piante nel terreno sono maggiormente esposte al rischio di lumache e limacce

Questo

Outdoor 2026

L’origine dei semi

Dove è diretto il mercato dei semi?

Per la maggior parte dei coltivatori domestici di cannabis, la coltivazione parte dalla scelta del seme giusto. Si tratta di una scelta fondamentale, poiché, se tutto va bene, ci si potrà godere il raccolto in pochi mesi. In questo articolo vi parliamo dello stato attuale del mercato dei semi di cannabis psicoattiva e per uso medico.

Il seme è considerato dai biologi il massimo adattamento all’ambiente terrestre che si sia mai verificato nel regno vegetale. Contiene l’embrione di una piantina, insieme alle sue sostanze nutritive e a uno strato protettivo, che gli consente di svilupparsi in condizioni adeguate.

La produzione di semi è un processo agricolo fondamentale che ha consentito la domesticazione delle piante, adattandole alle condizioni ambientali e alle esigenze del coltivatore. La vendita legale di semi di cannabis, iniziata negli anni ‘80 nei Paesi Bassi, sta attualmente vivendo la sua età dell’oro. Oltre alla disponibilità di semi di elevata qualità, ogni giorno si vedono nuove varietà e nuove banche dei semi.

Cosa sono le banche dei semi?

Prima dell’avvento delle banche dei semi, i coltivatori potevano ottenere i semi solo recandosi nei Paesi in cui venivano coltivate

Ovviamente, i gusti e le esigenze dei coltivatori variano, dalle preferenze a livello di effetto, sapore, aroma e aspetto, alla necessità di piante per la coltivazione indoor o outdoor,

Una sativa pura con ampia distanza internodale può essere difficile da gestire indoor oppure portare a un raccolto scarso.

le varietà tradizionali, tramite qualcuno che vi fosse stato o, più comunemente, recuperando i semi presenti nella marijuana commerciale.

Attualmente, chi produce semi di marijuana per la vendita commerciale viene definito banca dei semi. All’interno della banca, i coltivatori hanno il compito di selezionare le varietà migliori, ossia quelle che producono marijuana di altissima qualità, e d’incrociarle per ottenere varietà che soddisfino le esigenze dei coltivatori.

periodi di fioritura brevi e molto altro, il che ha comportato lo sviluppo di un gran numero di varietà.

Dove acquistare i semi?

I semi possono essere acquistati direttamente dalla banca dei semi o in un punto vendita specializzato. Per quanto riguarda la qualità, negli ultimi 20 anni i punti vendita hanno fatto progressi notevoli nella conservazione dei semi, non c’è quindi differenza fra l’acquisto in un punto vendita o direttamente dalla banca.

Per quanto riguarda il prezzo, poiché le banche dei semi vendono i loro semi anche a distributori e punti vendita, hanno meno margine quando si tratta di offrire sconti. D’altro canto, i punti vendita, che vendono direttamente al consumatore finale, possono abbassare i prezzi e offrire sconti nell’ambito di una strategia di marketing, quindi in genere hanno offerte migliori.

Come vengono prodotti i semi di cannabis commerciali?

Le banche dei semi producono i loro semi in camere apposite per evitare l’impollinazione incrociata che può verificarsi nella coltivazione all’aperto. Sono diversi i modi per creare una varietà di cannabis commerciale. Il metodo classico inizia con una pianta maschio e una pianta femmina stabili, che possiedono quindi caratteri che si mantengono di generazione in generazione. Una volta selezionate le piante maschio e femmina di maggior qualità, queste vengono incrociate, selezionate e stabilizzate attraverso svariate generazioni in coltivazioni indoor. Se si ottengono piante omogenee, allora si è pronti alla vendita. Questo processo

dal THC. Queste caratteristiche diverse sono combinate in modo tale che è possibile, per esempio, trovare semi femminizzati autofiorenti a elevato contenuto di CBD.

Semi femminizzati

I semi femminizzati producono solo piante femmina, che sono gli esemplari psicoattivi e terapeutici. I vantaggi dei semi femminizzati sono evidenti: si risparmia spazio, cosa molto importante nella coltivazione indoor urbana o indoor. Si risparmia denaro per il terreno e i concimi utilizzati per coltivare piante maschio che vengono altrimenti scartate. E soprattutto, si guadagna in sicurezza, poiché gli interventi sulle colture si basano generalmente sul numero di piante coltivate.

Sono due i modi per ottenere semi femminizzati: la rodelizzazione e l’inversione sessuale della pianta mediante induttori chimici.

La rodelizzazione consiste nella coltivazione della pianta femmina per un paio di settimane in più dopo la maturazione. Questo stressa la pianta, inducendola a produrre fiori maschio

richiede molto tempo; bisogna tenere presente che ogni generazione ha bisogno di diversi mesi per svilupparsi, oltre al tempo necessario per i test e la selezione.

Tuttavia, i progressi che hanno portato allo sviluppo dei semi femminizzati, come vedremo di seguito, hanno anche cambiato il modo in cui vengono prodotti i semi.

Tipi di semi di cannabis Il diffondersi della coltivazione domestica negli ultimi tre decenni ha dato una forte spinta alla selezione di varietà di cannabis di alta qualità create per scopi commerciali. Al giorno d’oggi si possono anche trovare varietà femminizzate, autofiorenti e ricche di cannabinoidi diversi

per riprodursi. Si tratta di un modo naturale per ottenere semi femminizzati accessibile a tutti. Alcuni coltivatori raccolgono solo le cime più grandi, lasciando quelle inferiori qualche settimana in più per ottenere semi femminizzati. Tuttavia, questo metodo talvolta comporta la produzione di piante ermafrodite.

L’inversione sessuale si ottiene mediante l’applicazione di sostanze chimiche come l’acido gibberellico, il nitrato d’argento e il tiosolfato d’argento. Quest’ultimo, il più efficace, si ottiene unendo il nitrato d’argento al tiosolfato di sodio. La pianta viene nebulizzata con questo liquido e il fotoperiodo viene portato in fioritura. In poche settimane compaiono i fiori maschio. Questi fiori maschio presentano

Primi giorni
50% di maschi nei semi regolari

una genetica femminile, pertanto, quando vengono combinati con una pianta femmina producono solo piante femmina. L’inversione è il metodo più efficace e più diffuso oggi per ottenere semi.

Semi autofiorenti

Le varietà autofiorenti hanno la caratteristica unica di cominciare a fiorire quando raggiungono la maturità, a prescindere dalla quantità di luce solare che ricevono (fotoperiodo).

Questo è dovuto alla genetica Ruderalis in essi contenuta. Le varietà Ruderalis sono state

Semi a elevato contenuto di CBD e nuovi cannabinoidi

La nascita delle banche dei semi ha portato allo sviluppo di varietà commerciali di cannabis. Nei primi anni, l’attenzione era rivolta alla creazione di varietà sempre più gustose e potenti, adatte tanto alla coltivazione indoor quanto a quella outdoor. La scoperta degli effetti terapeutici del CBD ha dato ulteriore impulso, portando allo sviluppo di varietà con un basso rapporto CBD/THC, un contenuto bilanciato e più elevato di CBD, che potesse quindi soddisfare le esigenze dei consumatori di

Le varietà di piante autoctone tradizionali, note anche come varietà locali, costituiscono una riserva genetica di immenso valore per i coltivatori.

scoperte dai botanici russi Dimitri Erastovich Yanishevski e Nikolai Vavilov mentre studiavano la diversità delle specie nell’URSS. Negli anni ‘70 sono arrivate negli Stati Uniti e in Canada e successivamente nei Paesi Bassi. Poiché le varietà Ruderalis hanno una concentrazione molto bassa di cannabinoidi e una resa ridotta, i coltivatori le hanno incrociate con potenti varietà commerciali per ottenere piante pronte per il raccolto tra i 60 e i 90 giorni dalla germinazione. Avendo una fase vegetativa breve, non sono piante di grandi dimensioni, ma questo può essere compensato coltivandone alcune in più. Bisogna solo tenere presente che durante il periodo di crescita le temperature non devono scendere al di sotto dei 10 gradi per evitare stress che possono arrestare la crescita, comportando quindi la crescita di piante molto piccole. La stagione migliore per coltivare queste varietà va da maggio ad agosto.

cannabis per uso terapeutico. Negli ultimi anni, l’individuazione di altri cannabinoidi naturali e delle loro proprietà benefiche ha stimolato lo sviluppo di nuove varietà commerciali.

Semi per la coltivazione indoor e outdoor

Sono tre i fattori che determinano se un seme sia più adatto alla coltivazione outdoor oppure indoor:

Dimensioni della pianta. Forma delle cime.

Tempo di fioritura (settimane) a seconda del clima della regione di coltivazione.

Una sativa pura con una grande distanza internodale può rivelarsi ingestibile indoor oppure portare a un raccolto scarso. Una pianta con cime molto dense può facilmente essere preda di attacchi fungini outdoor, dove è impossibile

controllare un eccesso di umidità, la pioggia, la rugiada, ecc.

Tenete presente che una varietà pronta per il raccolto a metà ottobre può essere descritta come varietà indoor nel catalogo di una banca dei semi dei Paesi Bassi ed essere adatta alla coltivazione sia indoor che outdoor nella Spagna meridionale.

Diversi tipi di banche dei semi Sono almeno tre le strategie utilizzate dalle banche dei semi:

Creazione di varietà originali. Vendita di varietà note a prezzi competitivi. Riproduzione dei migliori cloni attraverso l’inversione sessuale.

Ogni banca dei semi si adatta alle diverse esigenze dei coltivatori. Dai coltivatori indoor che selezionano una pianta madre a partire da diversi semi della stessa varietà, ai coltivatori che hanno poche piante outdoor, tenendo conto dei diversi budget e delle diverse competenze colturali, ecc. A questo livello, è impossibile dire che una banca dei semi sia migliore di un’altra, poiché hanno strategie diverse che non sono quindi adatte a tutti i coltivatori.

Landrace: una questione irrisolta Le varietà di piante autoctone tradizionali, note anche come landrace, costituiscono una riser-

Una cima molto densa non
è adatta alla coltivazione outdoor
Femminizzata outdoor

va genetica di immenso valore per i coltivatori.

Alcune di queste varietà, accessibili fino a pochi decenni fa ai coltivatori disposti a viaggiare, sono ora a rischio di estinzione. La concorrenza di varietà più rapide, più produttive e più potenti, oltre ai conflitti politici e militari, al proibizionismo e ad altri fattori, sono i principali problemi che devono affrontare. Il coltivatore domestico medio può fare ben poco, poiché queste varietà, a causa delle loro caratteristiche, sono in genere poco interessanti per loro. Né si può pretendere che i coltivatori locali dei Paesi con varietà autoctone coltivino solo le loro varietà ancestrali; sono gli Stati stessi che dovrebbero preservare queste varietà come patrimonio culturale legato alle loro tradizioni. Una banca dei semi è una riserva genetica?

Sebbene nella pratica le banche dei semi fungano da riserva genetica, almeno finché mantengono la vostra varietà preferita a catalogo, questa non è necessariamente la loro funzione. Una banca dei semi è un’azienda e, in quanto tale, può decidere o meno di mantenere le proprie genetiche, modificare i propri cataloghi in base alle vendite, lanciare varietà in edizione limitata o persino lavorare esclusivamente con edizioni limitate. Questo potrebbe essere poco comodo per alcuni coltivatori outdoor che preferirebbero che le banche dei semi fungessero da riserva genetica

permanente a cui attingere ogni stagione, ma è la realtà dei fatti, perché il mercato è guidato dalla maggioranza dei clienti: coltivatori indoor che selezionano una pianta madre e la conservano. Una possibilità per questi coltivatori sarebbe quella di fare il grande passo e conservare le piante madri per la coltivazione outdoor. Una piccola tenda da coltivazione con luci a basso consumo energetico potrebbe essere la soluzione.

Dove sta andando il mercato?

Parliamo del mercato, non di dove stanno andando le banche dei semi, perché capiamo bene che le banche dei semi non sono libere di produrre qualsiasi varietà di semi desiderino, ma piuttosto quelle che riescono a vendere. Lo scopo delle banche dei semi, e ciò che le mantiene in attività, è vendere. Una banca dei semi che dedica il proprio catalogo a varietà a fioritura molto lunga o a basso contenuto di cannabinoidi non ha le stesse possibilità di sopravvivenza di una banca dei semi che offre varietà femminizzate potenti che si trovano in commercio. Le banche dei semi si adattano alle esigenze dei coltivatori o creano nuove esigenze che superano quelle precedenti. La diffusione dei

semi femminizzati, per esempio, ha eliminato le versioni non femminizzate di molte varietà.

La diffusione della coltivazione commerciale indoor per rifornire club, dispensari e coffee shop, oltre al desiderio dei coltivatori domestici di piantare le varietà che vengono testate in questi locali, sta accelerando la produzione di semi a partire da cloni selezionati, riducendo così il tempo necessario per ottenere una varietà commerciale.

Da un punto di vista strettamente economico, le banche dei semi non sono certo destinate a scomparire. Alcune società che effettuano ricerche di mercato e offrono consulenza come Allied Market Research prevedono un tasso di crescita annuo composto (CAGR) del 18,4% per il settore, il che significa che il mercato, attualmente valutato a 1,3 miliardi di dollari, raggiungerebbe i 6,5 miliardi di dollari entro il 2031. Il mercato globale dei semi di cannabis prevede una crescita che potrebbe raggiungere l’1,21213 miliardi di dollari nello stesso periodo, con un CAGR del 14,7%.

Non c’è dubbio che le prospettive per i produttori di semi sono estremamente rosee.

Cime indoor
Pianta

Scienza

Dove nascono i tricomi:

alle origini della specializzazione cellulare

Nelle piante tutte le cellule hanno un’origine comune, ma alcune di queste si evolvono formando strutture sorprendenti, a volte persino spettacolari. È il caso dei tricomi ghiandolari, minuscole escrescenze visibili sulla superficie delle foglie o degli steli. Più che un semplice strato protettivo, sono in grado di produrre e immagazzinare sostanze chimiche complesse: resine, oli essenziali, alcaloidi, cannabinoidi... Come fa una normale cellula epidermica a diventare un tale laboratorio chimico in miniatura? Attraverso lo studio della loro formazione, i tricomi offrono un modello affascinante per comprendere i meccanismi della specializzazione cellulare nel mondo vegetale.

Dalla cellula epidermica alla ghiandola secretoria, tutto inizia sulla superficie della giovane foglia, all’interno dell’epidermide ancora in fase di sviluppo. Una cellula del protoderma (lo strato di cellule in formazione all’origine dell’epidermide) riceve segnali ancora non ben identificati che la orientano verso un particolare percorso di differenziazione. Comincia a gonfiarsi, formando una protuberanza che tradisce l’inizio della formazione del tricoma. Segue poi la divisione asimmetrica: il nucleo migra, si verifica una prima scissione che dà origine a due cellule con destini distinti. Una formerà il piede, l’altra avvierà una serie di divisioni coordinate per modellare la testa ghiandolare. Quest’ultima, composta da diverse cellule, diventa il sito di biosintesi e talvolta di stoccaggio di composti specializzati.

Un principio spaziale governa il tutto: la “onecell spacing rule”. Questa regola, che si può riscontrare in numerose specie vegetali, previene la possibilità che un tricoma si sviluppi proprio accanto a un altro (vedi Foto 1). Questo implica la comunicazione tra cellule vicine, un meccanismo ancora in gran parte ignoto ma fondamentale per la formazione di un pattern coerente a livello dell’organo.

Chi dà quindi il segnale? Dietro la nascita di un tricoma ghiandolare si nasconde una raffinata orchestrazione tra segnali ormonali e regolazione genetica. Si possono notare due fitormoni: il jasmonato (JA), noto per il ruolo che svolge nella risposta allo stress e nell’induzione delle difese chimiche, e i gibberellini (GA), coinvolti nella crescita. Essi collaborano per

attivare o modulare la formazione dei tricomi in diverse specie, dal pomodoro alla menta, fino alla cannabis. Ma gli ormoni sono solo i messaggeri. L’attivazione dello specifico programma cellulare viene generata dai fattori di trascrizione: proteine che fungono da “direttori d’orchestra” del DNA. Legandosi a sequenze specifiche nei geni, controllano quando e a quale livello ogni gene viene attivato. Grazie a questa regolazione, innescano la cascata di eventi che trasforma una cellula epidermica in un tricoma ghiandolare specializzato. Nel tabacco, per esempio, alcuni di questi fattori inducono la comparsa di tricomi a peduncolo lungo quando vengono sovraespressi.

A titolo di paragone, l’Arabidopsis thaliana (cfr. fig. 2), spesso utilizzata come modello in biologia vegetale, possiede un solo tipo di tricoma: unicellulare e non ghiandolare, ma con diverse ramificazioni.

I suoi meccanismi di sviluppo, sebbene in parte simili, non possono da soli spiegare la complessità dei tricomi multicellulari e secretori che si

grado di trasferire il proprio DNA: l’Agrobacterium tumefaciens. Dopo aver inserito in questo batterio uno o più geni di interesse (provenienti per esempio dall’if europeo Taxus baccata, fonte naturale del Taxol), passano a infettare le foglie di tabacco (Nicotiana benthamiana). Il tabacco diventa quindi un ospite temporaneo per questi geni estranei: le cellule infette li esprimono per un periodo di tempo limitato (transgenesi non ereditaria). Il biologo francese Alain Tissier ha scelto il tabacco selvatico per questa missione: una pianta già in grado di produrre molecole simili a quelle dell’if e molto più facile da coltivare. Il suo obiettivo: aggirare la scarsità di Taxol e Taxotere, due molecole indispensabili in chemioterapia, la cui concentrazione nell’if è troppo bassa e la cui produzione è lunga e onerosa.

Un’altra possibilità consiste nel deviare il metabolismo dei tricomi per produrre molecole inedite, o addirittura espellerle direttamente sulla superficie delle foglie. Ma queste manipolazioni non sono certo esenti da rischi: la sovraespressione di alcuni geni o l’interruzione

riscontrano in altre specie.

Verso un’evoluzione del tricoma? E se potessimo innescare, a piacimento, la formazione di tricomi ghiandolari specializzati? Questo sogno biotecnologico non è più così lontano. Grazie all’ingegneria genetica, è possibile attivare alcuni geni chiave in determinate cellule per guidarne il destino verso la formazione di tricomi produttori. Le strategie attuali si basano sull’identificazione di promotori specificisequenze di DNA che controllano l’espressione dei geni solo nei tricomi - uniti all’attivazione di fattori di trascrizione ben mirati.

Questo approccio ha già consentito di produrre composti rari come il taxadiene, un precursore del farmaco antitumorale Taxol, nei tricomi del tabacco. I ricercatori utilizzano in questo caso un batterio che per natura è in

dei flussi metabolici può provocare effetti collaterali consistenti, come il nanismo o la clorosi. Da qui l’interesse di agire localmente, e non a livello dell’intera pianta. In questo senso, i tricomi offrono un compromesso ideale: strutture isolate, specializzate e spesso non essenziali per la crescita generale.

Esplorare la nascita di un tricoma ghiandolare rivela la raffinatezza della differenziazione cellulare nelle piante. Queste affascinanti strutture sono sia modelli di biologia vegetale che potenziali strumenti per la produzione di molecole ad alto valore aggiunto. Capire meglio come si formano potrebbe consentire, in futuro, di progettare piante in grado di produrre composti rari: al confine tra la biologia dello sviluppo e la produzione di molecole preziose, i tricomi aprono prospettive promettenti.

Arabidopsis thaliana, spesso utilizzata come modello in biologia vegetale, possiede un solo tipo di tricoma.
La “one-cell spacing rule”, che si riscontra in numerose specie vegetali, previene la possibilità che un tricoma si sviluppi proprio accanto a un altro (immagine illustrativa delle cellule ghiandolari).

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Coltiviamo

La fine della fase vegetativa

Una rivoluzione nella coltivazione della

cannabis

Ho trascorso gran parte dei miei cinquant’anni passeggiando fra le coltivazioni di cannabis, dalle piantagioni guerrilla dell’Emerald Triangle alle strutture indoor high-tech dei Paesi Bassi. In tutto questo tempo, ogni coltivatore che ho incontrato ha seguito una regola d’oro con devozione religiosa: le piante vanno fatte vegetare

Ci è stato insegnato che la fase vegetativa è alla base della resa. Si prendono delle piantine o dei cloni, li si espone a 18 o 24 ore di luce. Trascorrono poi settimane a sviluppare radici, steli spessi e una chioma rigogliosa. Si potano, si modellano, s’intrecciano mediante reti scrog e si aspetta. Due settimane, quattro settimane, a volte sei, pagando la bolletta della luce, i nutrienti e la manodopera mentre la pianta non produce un solo grammo di fiori.

Ma se tutto ciò che pensavamo di sapere sulla fase vegetativa fosse sbagliato?

Che cos’è il “No-Veg”?

Di recente ho esaminato dati rivoluzionari provenienti dai Paesi Bassi, la patria spirituale dell’orticoltura indoor. Un consorzio di cui fanno parte Innexo, Fluence e Grodan ha condotto

alcuni studi controllati che mettono in discussione le basi stesse del nostro modo di coltivare. La definiscono tecnica “No-Veg”

L’idea è radicale nella sua semplicità: prendere un clone radicato o un seme germinato e metterlo subito, sin dal primo giorno, in fotoperiodo di fioritura 12/12. Neanche un giorno in fotoperiodo 18/6. Nessuna transizione vegetativa. Il ciclo di fioritura stesso costruisce la struttura: radici, steli e chioma si sviluppano tutti in fotoperiodo 12/12 mentre si guida il raccolto mediante l’irrigazione, la nutrizione e il clima anziché con la fase vegetativa.

I dati che mi hanno fatto cambiare idea Su un singolo ciclo, la fase vegetativa classica sembra ancora essere valida su carta: i test condotti hanno dimostrato come una coltura vegetativa di due settimane produca un raccolto di circa 712 g/m² contro i circa 622 g/m² della coltura senza fase vegetativa, vale a dire il 13% circa in meno per ciclo. A questo punto molti coltivatori smettono di leggere.

Ma se ampliamo la nostra visione a un intero anno, i dati s’invertono. Un tipico programma vegetativo prevede circa quattro raccolti; il

No-Veg prevede sei cicli più brevi a parità di superficie. La resa annuale passa da circa 4.111 g/m²/anno a circa 4.621 g/m²/anno, con un aumento di circa il 12% delle cime per metro quadrato l’anno. L’energia luminosa diminuisce di circa il 30% e la manodopera di circa il 37%. Si raccolgono più fiori vendibili usando meno elettricità e lavorando meno ore.

Come mi ha detto Dominique van Gruisen, CEO di Innexo: “Mantenere le piante in fase vegetativa per produrre fogliame che verrà poi rimosso è controproducente. La fase vegetativa richiede circa il 50% in più di ore di luce rispetto alla fioritura, e questo incide pesantemente sui costi dell’energia per i coltivatori”.

Capovolgere la piramide della qualità Le piante grandi e con una lunga fase vegetativa creano una piramide della qualità: una sottile sommità di fiori di grado A, una fascia centrale di grado B e una base ampia di fiori sciolti e ariosi che nessuno vuole potare. Le chiome dense si ombreggiano a vicenda; solo lo strato superiore riceve la luce migliore.

La tecnica No-Veg capovolge la suddetta piramide. Anziché cespugli tentacolari, si coltivano colonne alte e slanciate con chiome aperte che lasciano passare la luce fino a ogni punto della pianta. Nei test condotti, i fiori di grado A

sono passati dal 20% al 35%, mentre quelli di grado C sono scesi dal 25% al 5%. L’indice di raccolta, vale a dire il peso dei fiori rispetto alla biomassa totale della pianta, si attesta tra il 60 e l’80%. Si riducono gli scarti e si ottengono più germogli di alta qualità.

Sfruttare l’allungamento anziché combatterlo

Come fa una pianta che salta la fase vegetativa a crescere a sufficienza per poter essere produttiva? La risposta sta nella crescita: quell’esplosione di crescita verticale che ogni pianta di cannabis attraversa quando passa in fioritura. Nelle sale tradizionali la combattiamo; con il No-Veg la accogliamo

Poiché le piante non hanno mai sviluppato un complesso cespuglio di rami laterali, l’energia fluisce nel fusto principale e in alcune cime primarie, formando una colonna alta e pulita. La luce penetra più in profondità fin dal primo giorno e la pianta equilibra naturalmente foglie e fiori anche solo con cure minime. È la natura a potare per voi.

Dal seme: piantate direttamente in un grande contenitore finale, possibilmente da 11-12 litri. Il fittone affonda in profondità, percepisce tutto quello spazio e invia un segnale di “abbondanza” al resto della pianta. Anche se

Da destra a sinistra: Dominique van Gruisen di Innexo BV mostra a Jorge Cervantes e Xavier Gaya (Avitas) i dettagli della sua ricerca No-Veg durante gli Acceleration Days, nel sud dei Paesi Bassi.
A metà percorso della tecnica No-Veg presso la struttura di ricerca di Innexo.
La tecnica No-Veg sfrutta l’allungamento naturale della cannabis in fioritura per aumentare la crescita dei fiori e ridurre la massa fogliare.

l’illuminazione 12/12 dice “l’inverno sta arrivando”, il segnale della radice prevale sullo stress e stimola una crescita vigorosa.

Radici perfette o nulla

Se c’è una lezione che possiamo trarre dai test condotti è questa: le radici devono essere impeccabili. Frank Janssen di Grodan lo ha detto senza usare mezzi termini: “Non c’è margine di errore nelle prime due settimane. Qualsiasi problema che si verifichi in questa fase comporterà problemi il resto del ciclo”.

I ricercatori utilizzano un sistema di valutazione delle radici (0-5) per i cloni in plug di lana di roccia. Il punteggio ideale è 2 o 3: le radici hanno colonizzato il plug con 10-30 punte bianche chiare che spuntano verso l’esterno, ma che non sono ancora avvolte o morenti. Se le radici sono troppo poche, la pianta non sopravviverà; se sono troppe, significa che sono già stressate.

Il consiglio di Jorge: iniziate sempre con il 20-30% di cloni in più rispetto al necessario ed eliminate senza pietà tutto ciò che non è perfetto. Uniformità sotto terra significa uniformità al di sopra di essa.

La vostra tabella di marcia settimanale per la coltivazione no-veg

Il No-Veg non è una scorciatoia per coltivatori pigri; richiede una gestione precisa dell’acqua, dei nutrienti e del clima. In substrati inerti come la lana di roccia, quello che si versa è ciò che vedono le radici, ecco perché si controlla la pianta con precisione chirurgica. All’inizio cercate di facilitare la vita alle radici (minore concentrazione di nutrienti, abbondante umidità) per stimolare la crescita. Aumentate poi gradualmente lo stress (nutrienti più forti, periodi notturni più secchi) per indirizzare la pianta verso la produzione di fiori. Ecco cosa succede in un tipico ciclo:

Settimana 1 — O la va o la spacca: luce moderata in fotoperiodo 12/12, umidità elevata, temperatura piuttosto alta (25-26°C). Non innaffiate i primi giorni: lasciate che le radici cerchino l’umidità. Se una pianta sembra debole il terzo giorno, eliminatela. Non si riprenderà.

Settimana 2 — Accensione: aumentate l’intensità della luce. Iniziate ad annaffiare con frequenza e in piccole quantità. La pianta dovrebbe crescere visibilmente giorno dopo giorno.

Settimana 3 — Allungamento completo: luci

a piena potenza. Entro la fine di questa settimana, aumentate la concentrazione dei nutrienti per comunicare alla pianta di smettere di allungarsi e iniziare a indurirsi. Lasciate asciugare il substrato di coltivazione durante la notte.

Settimana 4 - La pila: le piante raggiungono la loro altezza finale (70-120 cm) con pistilli bianchi che si formano ad ogni nodo. Non strappate le foglie: queste foglie più piccole e posizionate in modo perfetto sono le fabbriche di zucchero che alimentano le vostre cime.

Settimane 5-7 - Ingrossamento: annaffiature più abbondanti ma meno frequenti. Favorite l’asciugatura durante la notte. Abbassate le temperature per preservare i terpeni e riducete l’umidità per prevenire la muffa.

Settimane 8-9 - Maturazione: riducete i nutrienti per consentire alla pianta di utilizzare le sue riserve. Osservate i tricomi: se sono lattiginosi con una sfumatura ambrata, è il momento di raccogliere.

Il No-Veg fa al caso vostro?

Sarò sincero: questa tecnica non è adatta a tutti. Non c’è modo di recuperare: un errore nella prima settimana si ripercuote sul raccolto finale. Inoltre, la tecnica No-Veg richiede maggiore densità di piante (8-10 per metro quadrato), se quindi la legislazione locale ne limita il numero, è meglio coltivare piante grandi con una fase vegetativa più lunga.

Laddove la si può praticare, i vantaggi di questa tecnica sono difficili da ignorare. Sei raccolti l’anno significano un flusso di cassa ogni otto

settimane e una rotazione più rapida delle genetiche. Le piante più piccole sono più facili da gestire, le bollette dell’energia elettrica e della manodopera si riducono e i cicli più brevi danno meno tempo ai parassiti e alle malattie di attecchire. Dominique van Gruisen prevede che questo diventerà lo standard del settore nel giro di cinque anni per tutti i coltivatori che non hanno vincoli a livello di numero di piante coltivate: “Circa 2.000 professionisti del settore hanno visitato il nostro centro e tutti quelli che hanno visto questo approccio in azione se ne sono andati convinti che questa sia la strada giusta”.

Il futuro è l’efficienza

Il settore della cannabis sta crescendo, passando dai seminterrati alle sale riunioni, dall’arte alla scienza. La tecnica No-Veg richiede di diventare coltivatori migliori: di padroneggiare le radici, il clima e l’irrigazione. Non è un pass gratuito. Ma se riuscite a metterla in pratica, i vantaggi sono innegabili: raccolti più abbondanti, qualità migliore, costi inferiori.

Il futuro della coltivazione è l’efficienza. La domanda è: siete pronti/e a rinunciare alla sacra veg?

Coltivate in modo intelligente. Coltivate in modo efficiente. E, come sempre, coltivate abbondanti (rese)!

- Jorge Cervantes

Fonte dei dati: test controllati Innexo, Fluence & Grodan. Per ulteriori informazioni: innexo.nl | jorge-cervantes.com

Una progressione di sette settimane con la tecnica No-Veg presso la struttura di ricerca Innexo.
Riuscite a capire che questa coltura sta crescendo con la tecnica No-Veg?
Da destra a sinistra, Dominique van Gruisen, Jorge Cervantes e l’abbondante raccolto No-Veg!

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JORGE CERVANTES

Author Marijuana Horticulture.

Legendary Jorge Cervantes, published in eight languages sold over a million copies worldwide.

Piante che cambiano la mente

Michael Pollan, autore del libro Piante che cambiano la mente, è un giornalista e docente presso la facoltà di giornalismo dell’Università di Berkeley. Gode di grande stima, soprattutto nei movimenti alternativi e new age, per aver scritto La botanica del desiderio, uscito nel 2001, e più tardi per il saggio Come cambiare la tua mente, un’opera che esplora dal punto di vista scientifico, terapeutico e culturale alcuni psichedelici, come LSD e psilocibina, tornati alla ribalta negli ultimi anni.

Piante che cambiano la mente è, per così dire, il suo seguito ideale: Pollan trasforma la divulgazione scientifica in un saggio accessibile, spaziando tra storia, antropologia, farmacologia e riflessione culturale. Nel libro l’autore si focalizza in particolare su tre sostanze: caffè, oppio e mescalina. La scelta è consapevole: accostare una droga legale a sostanze illegali. Molti condannano alcune sostanze solo per il loro status giuridico, senza interrogarsi sui possibili benefici, mentre accettano altre, come il caffè, che da oltre un secolo tengono in una sorta di schiavitù l'intera società, la droga del capitalismo.

Dei danni provocati dall’oppio, sostanza presente in una miriade di farmaci e capace di generare forte dipendenza, si parla spesso solo in termini emergenziali, senza una riflessione più ampia sul rapporto tra dolore, industria farmaceutica e gestione sociale della sofferenza. In un mondo attraversato da ansia e depressione, restano pochi strumenti realmente efficaci. Ed è qui che si riapre il discorso sugli psichedelici, che Pollan affronta con rigore ma senza pregiudizi.

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Il Gattopardo

Tratto dall'omonimo romanzo di Giuseppe Tommasi di Lampedusa, la mini serie prodotta da Netflix vede Kim Rossi Stuart nei panni del Principe di Salina Fabrizio Corbera. Ambientata in Sicilia, la storia ha inizio con lo sbarco di Garibaldi e i suoi mille, avvenuto nel 1860. Il Principe di Salina, soprannominato il Gattopardo, un aristocratico molto colto e lungimirante, assiste all'inevitabile cambiamento scatenato dall'unificazione della penisola italiana. Attraverso le vicende che accompagnano i vari personaggi, tra i quali emerge la figura del nipote Tancredi, il protagonista si muove con astuzia per rimanere parte di quel cambiamento. Il nipote, interpretato da Saul Nanni, è ambizioso e a dir poco spregiudicato, rappresenta il futuro, ovvero un cambiamento che non è mai avvenuto veramente. Il nuovo ordine non cancellerà le disuguaglianze sociali, cambiano solo i protagonisti. Come dice lo stesso Tancredi: se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi. Nel cast sono presenti anche Deva Cassel nel ruolo di Angelica Sedara, una giovane donna sexy che rappresenta l'ascesa sociale della borghesia, il contrario di Concetta, la figlia del Principe, interpretata dal Benedetta Porcaroli, una vera star.

L’ambientazione storica non ne compromette l’attualità, la serie scorre con ritmo e si lascia guardare con sorprendente facilità.

Sono passati pochissimi anni dalla pubblicazione dell'ultimo album dei Mellow Mood, il gruppo reggae nato a Pordenone nel 2005. La città di origine ha giocato un ruolo di primo piano nella formazione della band, proprio in quell’area del Friuli si è svolto per oltre quindici anni il festival reggae più importante d’Europa, il Rototom Sunsplash. Immaginate i migliori artisti sul scena internazionale esibirsi uno dopo l'altro in concerti memorabili, per non parlare della sound system culture che si è sviluppata intorno al festival, diffondendo avvolgenti vibrazioni in pieno stile roots and dub. Su quel palco i Mellow Mood ci sono arrivati pochi anni più tardi, diventando un punto di riferimento nella line up del festival, che oggi continua a svolgersi regolarmente in Spagna.

Il loro ultimo album, dal nome 7, settimo in ordine di produzione, rappresenta un cambiamento, l’intenzione della band era quella di creare qualcosa di più sperimentale, con suoni caldi e vintage capaci di aprire a nuovi linguaggi, riuscendoci pienamente. Il percorso dell’album è discendente, si apre con brani dal suono potente come Home or Abroad, realizzato in collaborazione con Dub Inc. e Anthony B, e Pull Up con Romain Virgo, per poi proseguire verso ritmi più dolci che richiamano le prime produzioni del leggendario Bob, fino alla chiusura con Changes, caratterizzata da un sound più analogico.

Ancora una volta Paolo Baldini accompagna la band nel lungo viaggio musicale, intrapreso ormai molti anni fa, occupandosi del mixaggio delle undici tracce che compongono l'album.

Mellow Mood/7

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A livello mondiale è in corso un processo di relativa liberalizzazione dell’uso della can-

nabis, che sia per scopi medici o ricreativi. Diversi Paesi hanno legalizzato la cannabis per separare le droghe leggere da quelle pesanti, come dimostrato in Olanda. Altri Paesi hanno legalizzato l’uso della cannabis per uso medico, ivi incluso il diritto di coltivare piante di cannabis per uso personale. L’editore si propone di mettere in luce il processo di normalizzazione dell’uso della cannabis. Questo presuppone che l’editore non sia necessariamente d’accordo su tutto ciò che figura negli articoli e nelle pubblicità che appaiono sulla rivista. L’editore si discosta quindi in modo esplicito da dichiarazioni o immagini pubblicate che potrebbero dare adito a pensare che siano stati approvati l’uso e/o la produzione di cannabis. Nulla della presente pubblicazione potrà essere copiato o riprodotto in qualsiasi formato senza previa autorizzazione dell’editore e di altri titolari del copyright. L’editore non assume alcuna responsabilità in merito al contenuto e/o al punto di vista degli annunci pubblicitari. L’editore non assume alcuna responsabilità per eventuali documenti presentati indesiderati. L’editore ha cercato di contattare tutti i titolari del copyright di fotografie e/o immagini. Coloro che ritengono ancora di avere diritto ai suddetti diritti sono pregati di contattare l’editore.

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