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Rivista della SocietĂ  di Storia Patria per la Puglia Sezione di Lecce - 13 -


L’IDOMENEO Organo della Società di Storia Patria per la Puglia Sezione di Lecce Lecce, Monastero degli Olivetani Consiglio Direttivo

Enzo Carlino, Paola Nestola, Eugenio Imbriani, Alessandro Laporta, Mario Spedicato (Presidente) Direttore Scientifico Mario Spedicato Responsabile Editoriale

Giuseppe Caramuscio

L O G O

Una trozzella messapica, inserita nel rosone della Chiesa di S. Croce in Lecce. La trozzella, tipico vaso messapico (secc. VI-III a.C.), ha forma globulare con collo o semplice labbro e anse a nastro angolare con coppie di rotelle alla sommità, e con forme più o meno slanciate. La decorazione è lineare, fitomorfa e talvolta geometrica.


SocietĂ  di Storia Patria per la Puglia

Rivista della Sezione di Lecce N. 13 - 2011

Musei e Patrimoni Culturali nel Salento Analisi e prospettive (Atti del Seminario di Studio, Lecce 27-28 ottobre 2011)

EDIZIONI PANICO


Ha contribuito alla pubblicazione di questo numero della rivista

ISSN 2038-0313 © 2011 EDIZIONI PANICO S.P. 362 km. 14,500 - 73013 GALATINA (Lecce) Proprietà letteraria riservata. Printed in Italy


SOMMARIO

Mario Spedicato, Presentazione

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7

Livio Ruggiero, Il Museo dell’Ambiente: una storia lunga più di trent’anni pag.

9

Rita Accogli, Fabio Ippolito, Silvano Marchiori, Orto Botanico di Lecce: ieri, oggi, domani pag.

19

Francesco Baratti, Il sistema ecomuseale del Salento

pag.

25

Corrado Notario, Il Museo Diffuso di Cavallino

pag.

33

pag.

43

pag.

51

pag.

61

pag.

71

pag.

89

Maria Clara Cavalieri, Il Museo Papirologico dell’Università del Salento

Grazia Maria Signore, Musei archeologici e identità culturale: l’esperienza del MUSA

Cristiano Alfonso, Rita Auriemma, Genuario Belmonte, Francesco Denitto, Anna Maria Miglietta, Marcello Emilio Posi, Biologia marina e archeologia subacquea. Per un’idea di acquario a Nardò (Le) Antonio Monte, I costituendi musei dell’alcol a San Cesario di Lecce e del patrimonio industriale di Terra d’Otranto a Maglie

Dino Levante, Il Museo della stampa e dell’editoria salentina «Pietro Micheli»: un work in progress

Anna Maria Miglietta, Educazione ambientale e ricerca museologica al Museo di Biologia Marina “Pietro Parenzan” Salvatore Colazzo, Conservare il sapere immateriale

Paolo Agostino Vetrugno, Il museo «bussola» dell’identità di una comunità

pag. 103 pag. 113 pag. 121

Eugenio Imbriani, Un museo etnografico a Giuggianello nel Salento

pag. 129

Salvatore Luperto, Il Museo: memoria e coscienza storica

pag. 139


VITA DELLA SOCIETà 1. Attività scientifico-editoriale 2. Situazione finanziaria 3. Riconoscimenti  4. Segnalazioni editoriali  5. Attività dei soci della Società di Storia Patria - Sezione di Lecce  Bibliografia salentina 2011, a cura di Dino Levante

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Conservare il sapere immateriale Salvatore Colazzo 1. Recentemente è stata data sulla stampa italiana la notizia della nascita presso l’Archivio Centrale dello Stato di una banca dati costituita da interviste audiovideo a testimoni della Shoah1. Il progetto italiano va a rimorchio del più ampio progetto della fondazione voluta da Spielberg negli anni novanta del secolo scorso finalizzato ad ottenere un’ampia e articolata congerie di testimonianze da parte dei sopravvissuti all’Olocausto. La responsabile del progetto italiano è Micaela Procaccia, che così lo descrive: “Un ritratto inedito della vita delle comunità ebraiche dal 1918 al secondo dopoguerra, con notizie e ricordi sulle tradizioni popolari, le cerimonie religiose e i dialetti ebraici dell’epoca”2. La ragione profonda che giustifica il progetto può essere rinvenuta nella motivazione che ha indotto lo storico David Bidussa a scrivere il saggio Dopo l’ultimo testimone: Bidussa si chiede se la scomparsa dei testimoni diretti della Shoah non possa facilitare l’opera mistificatrice dei negazionisti3. Ma digitalizzare e conservare la memoria, grazie all’ausilio delle nuove tecnologiche informatiche, non è sufficiente, in ragione della natura intrinsecamente viva e dinamica di cui la memoria è costituita. Sono fondamentali, cioè, le pratiche sociali che si disegnano attorno alla memoria, a partire dalla memoria, con la memoria, utilizzata per decifrare il presente e progettare il futuro. Questa è una delle principali conclusioni che mi sento di poter trarre a distanza di due anni dal lancio del progetto “Laboratorio Memoria”, che, con l’ausilio di un piccolo gruppo di collaboratori, ho messo in piedi4, reputando la memoria un tema centrale della pedagogia. Tale progetto ci ha consentito di assegnare alcune decine di tesi sulle più varie declinazioni del tema della memoria, con alcune campagne sul campo, che hanno portato i giovani a misurarsi, per il tramite dello scavo delle memoria depositata nelle generazioni ad essi immediatamente precedenti, con aspetti a loro sconosciuti della vita sociale, economica, politica delle comunità salentine. È risultato evidente il carattere dinamico della memoria, legata come è alla dimensione attiva dell’io e fluida dell’identità, la quale può essere descritta come un complesso equilibrio di componenti, che costantemente si rinnova. In virtù di In verità l’evidenza offerta è stata minima, confinata nelle pagine interne e dedicandovi poco spazio. Unica eccezione “Il Messaggero” di Roma, che invece sul numero del 2 ottobre 2011 ha dedicato un’ampia pagina a firma di Mario Avaglione. 2 Articolo citato. 3 Cfr. D. Bidussa, Dopo l’ultimo testimone, Torino, Einaudi, 2009. 4 Per chi voglia approfondire la conoscenza del progetto, abbiamo allestito un sito: <http://www.laboratoriomemoria.it>. 1

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tale carattere, la memoria non si rapporta ad un passato fissato una volta per tutte, ma piuttosto si prospetta al passato continuamente reinterrogandolo e reinterpretandolo, rileggendolo e ripensandolo alla luce del presente, ma soprattutto delle aperture progettuali del soggetto. È qui la fondamentale differenza tra nostalgia e memoria. La nostalgia è arresto, la memoria è durata, come aveva ben intuito Bergson, il quale fa notare come il nostro io, quando viva sanamente il tempo, riesca, pur senza “immergersi interamente nella sensazione o nell’idea che passa”, a non dimenticare “gli stati anteriori” ed accedere, così, alla “durata”. “E’ sufficiente che, ricordandosi di questi stati, non li giustapponga allo stato attuale come un punto ad un altro punto, ma li organizzi insieme, come accade quando ci ricordiamo le note di una melodia fuse - per così dire - insieme. Non si potrebbe forse dire che, sebbene queste note si succedano, noi le percepiamo nondimeno le une nelle altre e che il loro insieme è paragonabile ad un essere vivente le cui parti, benché distinte, si compenetrano per effetto stesso della loro solidarietà? La prova di ciò è che se noi rompiamo la misura insistendo più del necessario su una nota della melodia, ciò che ci avverte del nostro errore non è tanto la lunghezza eccessiva in quanto tale, ma il cambiamento qualitativo che in questo modo abbiamo apportato all’insieme della frase musicale”5. Parimenti Walter Benjamin sottolinea come la memoria possa, a suo modo, avere natura progettuale e non sia incompatibile col divenire della storia. Ce lo fa notare Claudio Magris, in un suo breve ma illuminante scritto, che val la pena qui ripercorrere velocemente6. Anche in questo scritto si esplora il nesso tra memoria ed identità. Attraverso la memoria noi riusciamo a fare dell’esistenza la nostra esistenza, legandola in un racconto. Magris ci ricorda un racconto di Borges. Un pittore di paesaggi, giunto alla fine della vita, riguardando i suoi quadri si accorge che in tutto ciò che per tanti anni ha dipinto non ha fatto altro che autoritrarsi. In fondo è ciò che succede ad ognuno di noi: la nostra identità è indistinguibile dalle azioni che compiamo nel mondo, ma noi spesso non ne siamo consapevoli e contrapponiamo un interno ed un esterno, un soggettivo ed un oggettivo. Attraversando il mondo, tracciamo alcuni percorsi della nostra identità, ma pure lasciamo che molte possibilità rimangano inesplorate, spesso interrompiamo promettenti sviluppi per realizzare altro. Il cammino della storia individuale, come di quella collettiva, ci ha insegnato Benjamin, appare come una corsa verso il futuro che lascia dietro di sé cumuli di rovine e di vittime. Il progresso. per Benjamin – ci ricorda Magris - è contraddittorio: ha – per taluni – una capacità di liberazione, ma poi “crea – con le sue stesse conquiste – nuovi problemi e infligge nuove ferite, che occorre sanare restando fedeli ai suoi fini, tornando magari

59.

5

H. Bergson, Opere 1889-1996, a cura di P. A. Rovatti, Milano, Mondadori, 1986, p.

C. Magris, Città e melanconia, in Id., Alfabeti. Saggi di letteratura, Garzanti, Milano, 2008, pp. 238-244. 6

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indietro per curare quelle nuove piaghe, per soccorrere chi è stato travolto dalla marcia che gli è passata sopra, ma continuando poi a procedere, in un continuo processo a spirale. Il suo Angelus Novus, l’angelo della storia e del progresso, avanza nel futuro, ma si volge indietro a guardare le rovine provocate dal suo incedere e chi vi è rimasto travolto”7. Serbare memoria di ciò che è stato, allora, seguendo la traccia di Benjamin, significa tornare indietro non tanto per assumere il tono ripiegato della nostalgia, ma per rinvenire nella configurazione del passato ciò che al futuro può essere utile, riallacciando i fili interrotti di una storia possibile e che non è stata, sopravanzata come fu dal futuro. È questo il senso del suo guardare all’infanzia, che non si configura come un bene a cui tornare con la nostalgia di un bene futuro, ma come riserva di senso a cui attingere, perché lì vi era una possibilità di felicità “che il futuro anziché realizzare, ha soffocato, di una stendhaliana promesse de bonheur che la vita e la storia, nel loro corso successivo, hanno smentito”8. Intenzione di Benjamin è “ricercare e recuperare quel futuro già esistente nel reale, sia pure in una fase iniziale e debole, e poi stroncato, eliminato dal corso delle cose”9. 2. Sono uscito recentemente confermato nella opportunità del lavoro che stiamo svolgendo nell’ambito del “Laboratorio Memoria”, con la partecipazione ad un progetto EuropeAid, il programma europeo di assistenza allo sviluppo di paesi terzi, in cui è coinvolto il mio gruppo di ricerca10. In un seminario tenutosi a Saragozza, è stato portato il caso della Bolivia, in cui le popolazioni locali, nel corso dei millenni, avevano selezionato più di 1.500 varietà di patate commestibili, ognuna perfettamente adattata al microclima in cui veniva coltivata, subiscono l’aggressione delle multinazionali delle sementi, che sta portando progressivamente alla sostituzione di questa molteplicità con un’unica, quella fornita dalle multinazionali, ritenute più congruenti alle richieste del mercato. I saperi, generalmente taciti, che si erano disegnati attorno alla coltivazione delle patate, creando una relazione equilibrata fra ambiente, bisogni umani e mente collettiva deputata a mantenere attivamente produttiva la relazione uomo-natura, regrediscono, e le comunità si impoveriscono sia dal punto di vista materiale che immateriale, poiché le patate proposte dalle multinazionali si rivelano inidonee al suolo che le ospita, sicché per consentirne la coltivazione si ricorre agli antiparassitari e all’irrigazione. La rinuncia alla biodiverisità si traduce immediatamente in monocoltura della mente: le nuove generazioni si conformano a ragionare dentro le logiche delle multinazionali, non riescono a comprendere quale ricchezza hanno perduto e quanto le loro comunità siano diventate più dipendenti dall’esterno e meno in grado di risolvere in autonomia i problemi della loro sussistenza. È chiaro anIvi, p. 239. Ivi. 9 Ibid. 10 Il progetto dal titolo “Knowledge Health and Food for All” vede come capofila la Ong italiana”. Ad esso partecipano Ong, associazioni e atenei di Italia, Spagna, Bolivia, India e Ecuador. 7 8

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che in questo caso che la tutela della biodiversità non può essere scissa dalla tutela dei saperi locali. Non si tratta semplicemente di costituire una asettica banca delle sementi11, si tratta piuttosto di mantenere vive le condizioni culturali e sociali che rendono funzionalmente praticata la biodiversità. I veri azionisti delle banche delle sementi devono essere i contadini e le comunità, coinvolti nella tutela dei beni materiali ed immateriali della loro cultura. Su analoghe questioni si sono trovati a ragionare i ricercatori dell’Università di Cambridge che hanno deciso di metter su un archivio mondiale delle lingue a rischio di estinzione12. Si può realmente conservare la cultura immateriale delle comunità se ci si impegna nella sua valorizzazione. Questa è la fondamentale convinzione di una pedagogia che si vuole insieme situata ed impegnata. Noi siamo convinti che è opportuna, per una difesa delle diversità culturali, da intendersi quali risorse per un futuro propenso a guardarsi, come l’angelo benjaminiano, indietro, a recuperare la riserva di senso inattinta delle realtà marginalizzate dall’incalzare del nuovo, un’attività volta a manutenere i saperi locali. Chiamiamo questa attività “counseling di comunità”. Si tratta di un’azione di ricerca-intervento di natura educativa, volta alla istituzione di laboratori di partecipazione/empowerment comunitario. Da un punto di vista metodologico il nostro modello utilizza principalmente la narrazione e le arti performative. Le finalità sono quelle di attivare dei processi riflessivi, di autoconsapevolezza comunitaria, di co-costruzione identitaria, in cui radicare processi di progettazione partecipata e sviluppo locale, attraverso le produzioni creative e culturali dei gruppi e delle comunità coinvolti, secondo il dispositivo del baratto culturale sul quale ha utilmente ragionato Eugenio Barba13 . Il processo è rivolto al recupero e alla rielaborazione, re-interpretazione dei ‘luoghi’ materiali e immateriali di sedimentazione di significati particolarmente rilevanti (la memoria antropologica-culturale) per i gruppi coinvolti, da mettere in forma e riattualizzare in proposte progettuali da condividere14. Noi crediamo che il “counseling di comunità” sia un modo per dar senso con11 Com’è noto, il governo norvegese ha finanziato un progetto faraonico che ha lo scopo di conservare, in una grotta, a settanta metri di profondità, scavata nel cuore di una montagna delle isole Svalbard l’intero patrimonio di sementi che l’umanità ha sviluppato nel corso della sua storia. Non discutiamo l’importanza di una simile iniziativa, ma evidentemente non può essere considerata una forma attiva di tutela della biodiversità. 12 Cfr. il sito all’indirizzo http://www.orallitterature.org. 13 L’idea del baratto culturale nacque durante una permanenza dell’Odin nel Salento. Come ricorda, tra gli altri, Iben Nagel Rasmussen, una delle protagoniste di quell’esperienza, il Salento significherà per l’Odin la possibilità di ripensare al teatro e al senso della sua presenza sociale, proprio riflettendo sullo scambio culturale che si era più o meno spontaneamente creato e che aveva consentito un dialogo profondo tra culture tanto diverse, quella delle terre del Nord estremo e quella delle genti del Sud profondo. Cfr. I. Nagel Rasmussen, Il cavallo cieco: dialoghi con Eugenio Barba e altri scritti, Roma, Bulzoni, 2006. 14 Cfr. A. Manfreda, “Laboratorio Memoria”: ricerca educativa e bisogno di comunità, in S. Colazzo (a cura di), Sapere pedagogico, Roma, Armando, 2011, pp. 674-683.

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creto ai principi fondamentali sanciti dalla Dichiarazione Universale dell’Unesco sulla Diversità Culturale15: - porre la cultura come il perno centrale di qualunque discorso sull’identità, sulla coesione sociale, sullo sviluppo sostenibile; - sostenere, promuovere e valorizzare la diversità culturale quale cornice di senso entro cui soltanto è possibile disegnare politiche ed azioni che vadano realmente in direzione della realizzazione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali sancite da quella Dichiarazione Universale del 1948; - considerare le tradizioni culturali come le fondamenta di ogni creazione umana e come patrimonio da preservare in ogni modo e con ogni mezzo affinché possa essere trasmesso alle generazioni future “in quanto testimonianza dell’esperienza e delle aspirazioni dell’umanità, e al fine di alimentare la creatività in tutta la sua diversità e di favorire un vero dialogo interculturale” . Quando parliamo di cultura intendiamo, per citare ancora la Dichiarazione Unesco sulla diversità culturale, “l’insieme dei tratti distintivi spirituali e materiali, intellettuali e affettivi che caratterizzano una società o un gruppo sociale e […] include, oltre alle arti e alle lettere, modi di vita di convivenza, sistemi di valori, tradizioni e credenze”. La diversità culturale va tutelata perché “essa costituisce il patrimonio comune dell’Umanità e deve essere riconosciuta e affermata a beneficio delle generazioni pre-senti e future”. Pertanto “La difesa della diversità culturale è un imperativo etico, inscindibile dal rispetto della dignità della persona umana”. Ai saperi e alle conoscenze tradizionali l’Unesco ha ritenuto di dare un’ulteriore e specifica attenzione introducendo un concetto molto importante, quello di ‘patrimonio culturale immateriale’. Con una apposita Convenzione approvata nel 2003 ha definito come ‘patrimonio culturale immateriale’16: “le pratiche, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, i saperi e i saper fare, – associati agli oggetti, agli strumenti, ai manufatti e agli spazi culturali ad essi collegati – che le comunità, i gruppi e, in alcuni casi, gli individui riconoscono come facenti parte del loro patrimonio culturale. Ciò che connota il patrimonio culturale intangibi15 La Dichiarazione Universale dell’Unesco sulla Diversità Culturale è stata adottata all’unanimità a Parigi durante la 31esima sessione della Conferenza Generale dell’Unesco, il 2 novembre 2001. Essa si pone idealmente in continuità, completamento ed espansione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sancita dalle Nazioni Unite nel lontano 10 dicembre 1948. 16 Ci riferiamo alla Convenzione Sulla Salvaguardia Del Patrimonio Culturale Immateriale, approvata dalla 32a Conferenza Generale dell’UNESCO a Parigi il 17 ottobre 2003. La ratifica italiana è avvenuta il 27 settembre 2007 con la Legge n. 167. A completamento di questi strumenti di indirizzo sul patrimonio culturale l’Unesco, con la 33a Conferenza Generale, ha adottato a Parigi il 20.10.2005 la Convenzione sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali, con cui raccoglie quanto sancito tanto dalla Dichiarazione Universale della Diversità Culturale del 2001, quanto dalla Convenzione sulla Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale del 2003, chiudendo così il cerchio delle misure di tutela, salvaguardia, conservazione, promozione e valorizzazione di quanto possa ascriversi al Patrimonio Culturale Mondiale. Lo stato italiano ha ratificato quest’ultima convenzione il 30 gennaio 2007.

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le è la trasmissione orale di generazione in generazione, nella dinamica sociale e culturale; esso è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi interessati in conformità al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia, e fornisce loro il senso di identità e di continuità, promuovendo così il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana”. 3. A partire da queste premesse ho voluto aderire, per il tramite del “Laboratorio Memoria”, alla Rete italiana di cultura popolare, che recentemente a Torino ha stilato il suo manifesto per la valorizzazione della cultura orale. Anche in questo caso c’è l’idea di costituire una banca dati di testimonianze e attestazioni della ricchezza di espressioni della cultura popolare, ma vi è anche la consapevolezza che non bisogna musealizzare quelle espressioni. Conservare, ma non musealizzare. In occasione degli Stati Generali della Cultura Popolare si sono fissati, in un Manifesto, il cui principale ispiratore è Tullio De Mauro, cinque principi fondamentali per la salvaguardia della cultura immateriale e dei saperi locali. Li riportiamo: 1. Le culture si incontrano e ascoltano La Cultura popolare è un osservatorio privilegiato ove si sperimentano e rafforzano i sentimenti di appartenenza alla comunità umana. […] I Patrimoni immateriali e materiali sono espressione di ciascuna realtà particolare e la diversità delle espressioni culturali si concreta nel dialogo interculturale, le cui basi sono l’ascolto dell’altro da sé e il reciproco riconoscimento. 2. “Fare” Cultura popolare e mantenere la Memoria sono un’impresa collettiva La responsabilità della conoscenza, salvaguardia e valorizzazione della Cultura popolare deve essere considerata un impegno personale e un dovere sociale e in quanto tale impegno collettivo pubblico e privato non delegabile per intero a pur importanti azioni artistiche e significativi beni materiali. Il “fare” cultura e mantenere la memoria si fondano infatti sulla pratica, sulla condivisione e sulla trasmissione dei saperi nel vivere quotidiano. 3. La buona pratica del passaggio dei saperi Ogni generazione può essere e vogliamo che sia testimone e tutrice dei saperi dell’esperienza e della memoria, portando in dote alle generazioni future le conoscenze di pratiche e di storie personali e collettive che costituiscono il sistema vitale e riconosciuto di ogni singola comunità umana. 4. L’autonomia e la continuità dell’azione culturale costituiscono la condizione indispensabile perché i Patrimoni Culturali, nelle loro forme materiali e immateriali, possano conservarsi nel tempo, al di là di ogni mutamento politico, economico e sociale, senza smarrire la propria centralità valoriale. 5. Cultura e Società Il benessere di una società e dei singoli cittadini non si misura solo quantitativamente in termini di sviluppo economico ma anche qualitativamente in termini di condivisione e partecipazione a un orizzonte culturale comune. Per questo

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sentiamo il dovere di riconoscere alle politiche culturali una dignità e un’importanza non inferiore a quella delle politiche economiche o sanitarie. La loro attuazione esige un coordinamento in grado di coinvolgere le forze attive del territorio, richiede di attrarre nuove forme di reperimento delle risorse, sollecita all’utilizzo di tecnologie e di forme di comunicazione che aumentino la partecipazione attiva dei cittadini”. 4. Credo che nel Salento esista una prassi che vada nella direzione indicata dal Manifesto a cui sopra si fa riferimento. Si tratta dell’Università Popolare della Musica e delle Arti “P.E. Stasi” con l’annesso Archivio della Musica e delle Arti “P. Sassu”, che recentemente ha realizzato il Dizionario dei temi della tradizione musicale salentina17. Nell’introduzione a questo volume cerco di chiarire in che senso l’intensa ricerca-intervento realizzatasi presso la comunità di Spongano ad opera di Luigi Mengoli assume i contorni di un’impresa paradigmatica. Mengoli ha esplorato en profondeur la cultura di un’area culturale geograficamente circoscritta del Salento, per anni, raccogliendo una mole grandissima di documenti sonori e di testimonianze della cultura dei luoghi esplorati18. Ha avvertito, ad un certo punto l’esigenza di dar luogo ad un Archivio. Ed io ho voluto incoraggiarne la nascita. L’intenzione dell’Archivio muoveva dal rendere evidente alla comunità la sua memoria e fruibile agli studiosi un novero interessante di documenti. Perché all’Archivio ascriviamo tanta importanza? Per dare compimento ad un progetto di scavo della memoria biografica sub specie musicale la sua giusta collocazione nella dimensione del collettivo da cui essa ha tratto nutrimento iscrivendosi nella vicenda personale. Attraverso un archivio il dato soggettivo si trasforma in oggetto sociale, cioè in artefatto che appartiene alla comunità. Ciò che inscritto nei neuroni della persona si trasferisce in file digitali che concretizzano il disegno di una memoria collettiva, quale risultato della ridondanza dei ricordi individuali. Avendo questo deposito della memoria della comunità, si ha anche a disposizione un ampio repertorio di segni che rendono possibile immaginare una progettualità con e per la comunità, che sappia essere in continuità narrativa con quella memoria. Grazie all’istituzione di un archivio, una manifestazione espressiva che nasce da una spinta individuale delle proprie emozioni si trasforma in un impegno della comunità verso la propria memoria, che, in quanto collettiva, sprona i singoli oltre lo stretto dato biografico, li fa entrare in una trama più ampia. Un oggetto sociale, come ci ha insegnato Maurizio Ferraris19, ha una caratteristica fondamentale: vincola la volontà dei singoli iscrivendoli in un pactum, che L. Mengoli, Dizionario dei temi della tradizione musicale salentina, Melpignano, Amaltea, 2011. 18 Una descrizione del metodo è oltre nell’introduzione al Dizionario, nella monografia di S. Colazzo, Luigi Mengoli, l’avventura Menamenamò 1995-2010, Melpignano, Amaltea, 2010. 19 Cfr. M. Ferraris, Documentalità: perché è necessario lasciar tracce, Roma-Bari, Laterza, 2009. 17

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decreta la natura intersoggettiva dell’impegno. E qual è questo pactum che si ritrova racchiuso in un canto che è diventato documento di un archivio? Innanzitutto l’impegno a ricordare, poiché quel pezzetto di memoria che è messo a disposizione di tutti per essere tramandato contribuisce a disegnare i contorni di una cultura, a offrire la trama delle relazioni che la costituiscono e a sentirsi parte di quelle relazioni, avendo la consapevolezza che esse offrono le chiavi per dire le cose ed agire il mondo. L’archivio di Spongano ambisce ad essere prima ancora che per gli studiosi, per la comunità. Già oggi è così, ma ancor più dovrà esserlo in futuro. Non sono poche le persone che spontaneamente chiedono di poter conferire affidare i ricordi di “cunti”, canti, rievocazioni di fatti, usi e costumi all’Archivio. Si tratterà in futuro di associare all’Archivio un Laboratorio per la ricognizione sistematica della memoria, costruendo partecipativamente, una consapevole memoria della comunità, volta alla progettazione di itinerari dal basso di sviluppo sostenibile (sostenibile per la sensibilità propria di quello specifico sistema relazionale, in quanto in continuità coi suoi valori di riferimento, sedimentati nella memoria) di comunità.

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Finito di stampare nel mese di gennaio 2012 dalle Arti Grafiche Panico Galatina (Lecce)


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