
Maria Colacicco Menna
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Maria Colacicco Menna
Illustrazioni
Sorrentini Apolito
Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione e la pubblicazione, nonché la manipolazione con qualsiasi mezzo e la totale o parziale di usione dei contenuti senza l’autorizzazione scritta dell’Autore.
Progetto gra co e impaginazione: Giuseppe Nacci
1977 1a edizione Grafischena SpA - Fasano (BR)
2017 2a edizione Locopress industria gra ca - Mesagne (BR)
«O nonna, o nonna! deh com’era bella quand’ero bimbo! ditemela ancor, ditela, a quest’uom savio la novella...»
G. Carducci
A quarant’anni dalla sua prima edizione dedico questa seconda, rivisitata con amore, a tutti i miei alunni che ho avuto il grande dono di incontrare nella mia carriera di insegnante.
Con lo stesso trasporto e lo stesso amore consegno questo lavoro alla lettura dei miei adorati nipoti Maria, Donato, Maura, Luigi, Giulia, Federico, Maria Carla, Raffaele, Francesca.
Il rischio più grosso che può correre la raccolta di novelle popolari presentate sotto il titolo La nonna racconta, frutto di una difficile e paziente azione di recupero condotto in area scolastica, è rappresentato dalla possibilità di essere completamente frainteso. Di essere costretta, cioè, nei limiti di due possibili direzioni di lettura, che non corrispondono affatto ai veri termini del discorso proposto. Si potrà, perciò, utilizzare anche a livello didattico la raccolta come una possibilità di lettura di evasione, magari di un aggancio con la realtà circostante vista, però, nei comodi termini di una proposta di letteratura folkloristica, da mortificare immediatamente nella solita routine dei programmi scolastici. Oppure, se verrà recepita a livelli di lettura estranei al mondo della scuola, questi racconti finiranno per identificarsi con la nostalgica memoria di una dimensione di una lontana infanzia con cui si è spezzato ogni legame e che si riesuma con la stessa facile illusione di consumare al ristorante del vero pane casereccio.
Invece, qui, siamo di fronte ad una autentica operazione culturale, che si innesta in tutta una serie di fermenti di recupero e di valorizzazione del patrimonio culturale delle nostre popolazioni.
Vogliamo dire che leggere questi racconti non significa solo accontentarsi del loro apparente significato letterario, ma sviluppare a tutti i livelli di lettura e di lettori tutta una serie di comprensioni di riposti significati, che si trasformano in altrettante proposte di soluzioni esistenziali. Non vogliamo assolutamente fare discorsi difficili, in cifra, ma vogliamo solo adottare i metodi di comunicazione di un determinato messaggio, che questi racconti ci propongono e che tendono tutti ad un solo fine esistenziale: sopravvivere.
Infatti questi racconti così semplici, così accessibili, così lontani dalla nostra civiltà dei consumi, del benessere, purtroppo contengono ancora un preciso messaggio ed un avvertimento ad una società che crede apparentemente di aver superato certi stadi di miseria, di povertà, di discriminazione e di emarginazione, che rappresentano il denso sostrato sociale in cui essi maturano.
Questa raccolta, se esattamente intesa, rappresenta una precisa denuncia di certe situazioni di sfruttamento, di povertà, ed anche di evasione nel sogno e nel miracolo dai limiti spesso intollerabili della realtà di ogni giorno. Da essa possiamo ricavare i tratti di una problematica della vita che consideravamo ormai per sempre confinata nel mondo delle favole, ma che invece ci investe con tutta una drammatica serie di esempi attualissimi.
La vecchiaia è anche vista in questi racconti come il momento dell’esistenza in cui si raccolgono le file di una lunga esperienza della vita da trasmettere ai più giovani: vedi i racconti come La storia di Maria o La moglie sciatta, oppure La moglie muta.
Sopravvive in questi esempi una concezione patriarcale della famiglia, per cui l’anziano conserva un posto preminente nella struttura sociale, capace di fornire alla comunità i mezzi per uscire anche da eccezionali situazioni di emergenza.
Ma contemporaneamente nella nostra raccolta viene chiaramente denunciato lo stato di emarginazione del vecchio, che deve rassegnarsi a cedere, in una amara constatazione della ingratitudine delle persone più care (Il padre), oppure ricorrere all’astuzia, all’inganno per assicurarsi una fetta di interessato affetto, ma che comunque riesca in qualche modo a colmare un profondo senso di solitudine e di inutilità (La forza del denaro).
Altre volte l’origine contadina o artigiana in cui sono maturati questi racconti si manifesta nei termini della messa in evidenza delle condizioni di estrema povertà materiale e morale dei suoi protagonisti.
Allora il racconto, pur radicalizzando certe posizioni, si trasforma in un vero e proprio messaggio di sopravvivenza.
È il caso emblematico del racconto La moglie sempliciotta che va letto non tanto, a nostro avviso, in chiave di polemica antifemministica, quanto in quella apologica dei guai a cui si può andare incontro attraverso una ingenua interpretazione delle parole.
Cioè, in una economia di sopravvivenza, che è la base sociale da cui scaturiscono gran parte di questi racconti, non può esserci spazio per gli errori, altrimenti è la fine.
Lo stesso disperato desiderio di capovolgere anche attraverso l’utilizzazione dei più elementari mezzi naturali il proprio destino lo troviamo nei racconti Per un nocciolo di oliva o nel I miracoli del risparmio; due soluzioni differenti, in cui si mettono in evidenza le differenti capacità intellettive dell’uomo, nella lotta per l’esistenza: nel primo caso ì limiti irreali dell’illusione, nel secondo la presenza di una vera e propria volontà di programmazione dell’esistenza.
Di solito ci troviamo di fronte ad un mondo rurale ed artigiano che difende disperatamente una sua dignità, pur aspirando ad una condizione diversa, che fa del lavoro “dalla mattina alla sera” la sua religione e la sua forza morale; altre volte questo mondo, dalla esistenza dura ed impossibile, cerca la sua evasione nella celebrazione del mito della intelligenza e dell’astuzia.
I due sacerdoti di questo credo nelle capacità razionali dell’uomo sono adombrate nel protagonista de La moglie sempliciotta che si scontra con una umanità assolutamente irrazionale, ma che trova la sua perfetta dimensione di personaggi con alle spalle una tradizione novellistica, che trova i suoi massimi vertici in Boccaccio, nelle novelle di Mastro Ciccio e di Compare Francesco. Si tratta di novelle che in questi casi sono cronologicamente il frutto di una riflessione popolare che attinge ad una esperienza della vita millenaria ma che si colora di tinte e di aspirazioni abbastanza recenti. Basti vedere l’ambientazione dei racconti Mastro Ciccio e Compare Francesco che appaiono in versioni alternative nel comprensorio della Valle d’Itria, e che con l’introduzione della figura del brigante malvagio e stupido risente dell’influenza della propaganda emarginante che i piemontesi facevano di questi uomini.
Ma nella raccolta è stato anche conservato l’eco di immemorabili profondità temporali, che sconfinano con il magico ed il rituale, che approda però ad una visione più serena della vita, con la sicurezza di una esistenza sottratta ad ogni costrizione e limite: è il caso della novella La storia di Maria. Mentre in Ricca e povera e ne Il figlio del mercante ci spingiamo nel mondo miracoloso della fiaba, dove ogni cosa è possibile; magari con l’apporto di segrete suggestioni di storie marinare e di pirati suggerite dalla immediata vicinanza del mare.
Ma queste presenze che nel tessuto originario strettamente agricolo e artigianale della raccolta possono sembrare un controsenso rappresentano invece la soluzione estrema, quella del rifugio nel mondo della fantasia e del miracolo, di una società e di una cultura, che aveva fatto del racconto uno strumento di sopravvivenza ed ai limiti di una sorta di disperato conforto.
“Le storie della nonna” vogliono, quindi, tutt’altro che addormentarci, o commuoverci, vogliono invece comunicarci il ricordo di una umanità, che lottò per sopravvivere e che ora ci ripropone intatto quel suo messaggio di coerenza e di coraggio.
Se il messaggio proposto da questo libro ci lascerà indifferenti, vuol dire che abbiamo perso la nostra autentica identità di uomini, non siamo altro che delle macchine.
NICOLA MARTURANO
L’idea di questa raccolta nacque alla fine degli anni ’70, in un giorno di scuola come tanti altri.
Con le mie alunne (allora la mia classe era tutta al femminile) come introduzione allo studio dei poemi omerici si parlava della tradizione orale presso i popoli quando, dalla discussione, si passò alla considerazione che anche la città di Ostuni conservava ancora un patrimonio orale fatto di motti, sentenze, storie che, raccolte, avrebbero testimoniato il carattere economico, sociale e culturale di questa comunità nel suo passato remoto e, per alcuni aspetti, anche prossimo.
Spinte dalla novità e dalla curiosità, stimolate e guidate, le mie alunne si dedicarono con fervore a raccogliere direttamente dalla bocca degli anziani le “storie”, percorrendo le stradicciole e visitando le case della città. La ricerca fu laboriosa. Non tutti gli adulti ricordavano le storie sentite da bambini. Altri le ricordavano in maniera nebulosa e frammentaria. Questo, se da un lato testimoniava l’incipiente destino del patrimonio orale, dall’altra diede stimoli ulteriori e più motivati al nostro lavoro di recupero.
Nella stesura dei racconti si è cercato, per quanto possibile, di snodare la narrazione secondo i criteri di partecipazione, immediatezza e semplicità del contastorie di turno, ovviamente senza mistificare, per questo, il nostro modo informale e spontaneo di raccontare. Tuttavia, non avendo potuto riprodurre la stessa pregnanza evocativa della lingua dialettale e neppure quegli artifici propri ed esclusivi della narrazione orale, nel passaggio dalla versione orale a quella scritta e dal dialetto alla lingua italiana, è andata inevitabilmente sacrificata buona parte del colorito e della espressività narrativa originaria.
D’altronde, più che l’aspetto formale, ci interessava recuperare il contenuto e con esso il messaggio che ciascun racconto racchiudeva.
Le nostre storie, custodi di saggezza acquisita con l’esperienza nel fluire dei tempi, quando la famiglia aveva una struttura patriarcale, nacquero soprattutto come strumento artigianale di cultura, in una società in cui studiare era privilegio di pochissimi. Le nonne le raccontavano per distrarre, acquietare, educare e preparare i nipotini al futuro ruolo di padri, madri e cittadini.
Esse portano i segni dell’ambiente da cui sono nate e per cui servivano; nel nostro caso, infatti, si ha l’immagine di una società prettamente agricola e strettamente legata all’istituzione familiare quale in realtà essa era.
MARIA COLACICCO MENNA
Il racconto popolare, costruito da anonimi narranti e trasmesso oralmente nella lingua dialettale, nasce per scopi didattici, aneddotici, puramente ludici o di evasione. Tra tutti il fine insegnativo-didattico tende a preparare le giovani generazioni, più che alla emancipazione, alla custodia dei valori atavici legati al mondo rurale e artigiano.
Ab origine il racconto orale trae spunto da un fatto della quotidianità, da un avvenimento storico, da un residuo culturale o da una costruzione fantastica estemporanea. Tuttavia, per le dinamiche stesse che contraddistinguono la trasmissione orale da quella scritta, è difficile se non impossibile datare, né tanto meno accertare il nucleo primitivo del racconto, che rimane sepolto nella preistoria del racconto stesso.
A differenza di quello scritto, statico nel tempo, il racconto orale è caratterizzato dalla coralità e dalla flessibilità. Nella dinamica della trasmissione orale, ogni narrante vi aggiunge del suo, amplia, modifica e sostituisce fatti e personaggi così che il racconto, sempre in effervescenza, non solo si trasforma continuamente ma ogni versione, che pure è sempre diversa dalle precedenti, è, come tutte le altre, il risultato della sintesi di un apporto corale. Di non lieve importanza ai fini della plasticità e dell’efficacia narrativa è da considerarsi il fatto che, nella narrazione orale, l’affabulatore si impegna a coinvolgere l’uditorio e a stimolarne la partecipazione animando il racconto con la gestualità, l’intonazione, gli intercalari, le onomatopee e le esclamazioni che, per ovvie ragioni, vengono a mancare nella trasmissione scritta.
La flessibilità e la coralità, dunque, se da un lato contribuiscono ogni volta a iniettare nuova linfa nel racconto stesso, dall’altra sono le stesse a renderne pressoché impossibile la data e il luogo di nascita.
Solo raramente, soprattutto quando il protagonista è realmente esistito ed è legato in un certo qual modo al territorio, il racconto può offrirsi ad una collocazione e ad una datazione certa. In questi casi la narrazione è caratterizzata da una serie smisurata di fatti prodigiosi e magici volti a tracciare un’immagine eroica e leggendaria del protagonista.
Tuttavia, soprattutto quando mancano addentellati storici, la trasmissione orale tende a sostituire anche il protagonista originario con un altro. Lo rende marginale e, a volte, addirittura lo espunge.
L’azione dinamica della coralità, e di conseguenza la flessibilità, è tale e tanta che lo stesso racconto narrato nello stesso tempo e nello stesso luogo, a volte anche dallo stesso affabulatore, presenta varianti aggiuntive e discordanti.
Se luoghi, personaggi e storie dell’intreccio sono suscettibili di continue variazioni e sostituzioni, la struttura e l’impianto del racconto, in linea di massima, rimangono gli stessi.
Nella parte introduttiva del C’era una volta si costruiscono i presupposti necessari allo svolgimento del fatto vero e proprio e si determinano le coordinate temporo-spaziali, la situazione e l’ambiente.
All’introduzione segue il corpo del racconto, quello in cui si sviluppa la storia nel rispetto del codice favolistico che vede l’antieroe contro l’eroe, il cattivo contro il buono, ostacoli, inganni, difficoltà e prove da superare.
Nella parte finale l’intreccio si scioglie e spesso si conclude con un avvertimento morale.
A suggello non mancano chiuse stereotipe come vissero felici e contenti, contate la vostra che ho contato la mia.
Comunque anche le formule d’inizio e quelle di chiusura non sono esenti da variazioni.
Se, come si è detto, è estremamente difficile e azzardato stabilire la data di nascita, la localizzazione e l’origine del racconto popolare, tuttavia è possibile cogliere in esso la storicità di tracce lasciate da accidenti storici, di elementi trasmigrati dal contatto di culture diverse, di fatti accaduti e di personaggi realmente esistiti.
Basti pensare alle incursioni della pirateria saracena sulle coste della penisola italiana, ai rapporti con il mondo arabo, alle dominazioni straniere, al brigantaggio, ai pellegrinaggi, al commercio, alla transumanza, a tutte quelle vicende che hanno lasciato il loro segno nei motivi e nei protagonisti del racconto.
Con il passaggio dalla trasmissione orale a quella scritta, il racconto popolare perde le caratteristiche sue proprie, quelle connotative della flessibilità e della coralità, e si consegna ai posteri nella forma statica che è quella dell’ultimo suo stadio evolutivo.
Oggi, nella forma scritta, lo riproponiamo alle moderne generazioni non solo con finalità ricreative e con l’intento di trasmettere valori ancora condivisi, ma, in quanto depositario, veicolo di cultura e voce pulsante del passato, lo riproponiamo, anche e soprattutto, come documento prezioso a cui attingere, per indagare, cercare e ritrovare le proprie radici.
COLACICCO MENNA
“Voci del passato, memorie, echi e sapori dell’anima, fascino di un immaginario che pulsa nei ricordi”.
Sì, le voci degli antenati ci giungono attraverso il racconto popolare che, frutto di esperienza, diventa documento storico e strumento efficace d’insegnamento. In esso confluiscono fatti, esperienze, consuetudini, modi di pensare e di agire, grani di saggezza che, maturati attraverso un’esperienza secolare, mediante l’oralità si mettevano a dimora nel cuore e nella mente delle giovani generazioni come viatico, a garanzia di una vita stabile e serena.
Attraverso il racconto i nostri antenati lasciavano veicolare valori sincronici e diacronici, valori universali, validi sempre e in ogni tempo, come l’onestà, la lealtà, la bontà, e “valori” di utilità pratica, suggeriti dalla necessità del momento, estrema ratio per la sopravvivenza, come l’inganno, il sotterfugio, l’astuzia.
Nel linguaggio semplice del racconto è racchiuso il concetto di relatività oltre a quello di assoluto. Molto semplice nel lessico e nella struttura, come la parabola, il racconto popolare si presta ad essere decodificato a più livelli da tutte le menti, dalla più semplice alla più colta. Esso offre materia d’insegnamento ai più piccoli e di riflessione profonda ai più grandi. Dallo strato denotativo, quello del significato più immediato ed epidermico, permette di scendere ai livelli connotativi, più profondi, a seconda della maturità del fruitore.
Il racconto popolare è polisemico e multidirezionale anche se, per la sua apparente semplicità, consorte della parabola, dai cultori della letteratura ufficiale viene relegato tra i generi minori e trascurato.
La bellezza e l’originalità dei racconti recuperati, il tocco di genio dell’affabulatore delle nostre storie sta nella chiusa, vale a dire nella clausola finale con cui terminava il racconto. Poche volte il fatto narrato si chiudeva con un taglio netto. L’affabulatore raccontava con parole essenziali, dilatava i significati con intercalari, esclamazioni, toni e gestualità enfatica. Raccontava l’immaginario come fatto reale, l’assurdo come norma, partecipava al racconto con lo stesso coinvolgimento di un protagonista, catturando totalmente l’attenzione del bambino con addentellati e riferimenti al proprio territorio. Qualcuno di noi ancora ricorda i brividi di paura e di piacere nell’ascoltare da piccoli una storia e quella sensazione di vuoto e di disagio alla fine del racconto. L’affabulatore accorto lo percepiva questo e cercava di evitarlo o, quanto meno, di attutirlo.
Quando il racconto stava per finire, aiutava l’ascoltatore a planare nella realtà o lo lasciava a mezz’aria con una chiusa ad arte.
Se il messaggio era di vita pratica si faceva lui stesso testimone della storia raccontata e concludeva:
“cure giurne m’acchiebbe a passà nnanz’ a la casa, me chiamora e me desera na pantuccia de paste.
Ne tegn’ arreccat’ ancora ’ncununa...
Po’ ve l’agghia fa pruvà...”
“quel giorno mi trovai a passare da quella casa, mi chiamarono e mi diedero una mappata di dolci.
Ne tengo conservati ancora un poco...
Un giorno ve li farò assaggiare...”
È un riporto, questo, che vuol testimoniare un’esperienza personale e assolveva ad una duplice funzione: quella di fugare nel bambino ogni dubbio sulla veridicità del fatto narrato e quella di aiutarlo a tornare alla realtà senza strappi e stordimenti.
Con tale chiusa i fatti e i contenuti trasmessi assumevano il valore di vita vissuta ed entravano a far parte del patrimonio esperienziale del bambino stesso.
Altre volte, invece, le chiuse tendevano a lasciare il bambino sospeso a mezz’aria, tra il sogno e la realtà, perché quella dimensione costituisse per lui un luogo di evasione dalla realtà, un luogo in cui nutrire desideri nascosti, sogni e speranze:
“Lu fatte mia ì ditte, se n’ì sciute zitte, zitte; cimmenera cimmenera; ci l’appura c’ì vere?”
“Il fatto mio l’ho detto. Se n’è andato zitto zitto, ciminiera, ciminiera.
Chi l’appura se è vero?”
Altre volte la chiusa voleva sciogliere la tensione accumulata o accentuare il carattere ludico della fiaba con una filastrocca stramba o una gag popolana:
“’Na vecchia fece nu pepticchje, cientecinquanta migghje fu lu tronete, a Napule accidja nu ciucciariedde e nu vove, a Roma nu battaglione de suldate, po respennje la vecchia da la fanteria, quant’ì valute cusse pepeticchie mia!”
“Una vecchia fece una scorreggina, per centocinquanta miglia fu il tuono.
A Napoli uccise un asino e un bue, A Roma un battaglione di soldati.
La vecchia poi rispose dalla fanteria: – quanto è valsa questa scorreggina mia!” –
Queste chiuse, quanto mai sorprendenti e originali, potrebbero essere oggetto di maggiori approfondimenti. Sta di fatto che, alla luce della mia esperienza, appaiono di rado o quasi mai in raccolte ben più conosciute, se si escludono le consorelle dell’asettica “stretta la foglia, larga la via, dite la vostra che ho detto la mia”. Sono ricorrenti, invece, nei nostri racconti e testimoniano l’arguzia, la perspicacia e la sensibilità dell’affabulatore che, anche nello spazio angusto delle quattro mura, si faceva abile intrattenitore oltre che veicolo di valori e di cultura, di quella cultura che è alle radici della nostra storia e che nei racconti è cantata e celebrata come la piccola, grande epopea della nostra terra.
MARIA COLACICCO MENNA
Su, venite!
Vi prometto che, se fate i buoni, vi racconterò tante belle storie!
Sì?!?... Bravi!
Sedetevi e ascoltate!
Vi racconterò una storia che, più o meno, ha questa morale: «C’è sempre qualcuno che sta peggio di te», oppure «Accontentati di ciò che hai».
Dunque... cominciamo...
era una volta un uomo molto povero che aveva sposato una donna molto buona ma, per così dire, un po’ sempliciotta. Campavano di rinunce e sacrifici. Lavoravano tutto il giorno, con il caldo e con il freddo, campavano di poco e mettevano da parte, per i giorni di magra, anche quel poco che non potevano.
Un giorno il marito portò a casa un sacco di grano, lo consegnò alla moglie e le disse:
– Tienilo ben conservato. Lo macineremo quando arriva Natale. Intanto, fino ad allora, cercheremo di tirare avanti come meglio potremo –
– Va bene – disse la moglie e si mise ad aspettare Natale. Ma, passa un giorno e passa l’altro, aspetta e aspetta Natale non arrivava mai.
– Vuoi vedere che non si ricorda la casa? – pensò.
Preoccupata, si mise sulla soglia di casa e, a chi passava, chiedeva:
– Scusa, sei tu Natale? –
Quelli la guardavano, rispondevano di no e tiravano avanti.
Finalmente passò un tale che, guarda caso, si chiamava proprio Natale.
– Scusa, sei tu Natale? –
– Sì, che vuoi? –
– Sia lodato il cielo! Mio marito ti aspetta da tanto tempo per macinare il sacco di grano! Dice sempre lo macineremo quando verrà Natale. Finalmente sei arrivato! Vieni, prendilo e riportalo quando l’avrai macinato! –
L’uomo dapprima rimase un po’ perplesso ma poi, avendo capito con chi aveva a che fare, senza dir parola, entrò in casa, si caricò il sacco sulle spalle e sparì.
La donna cominciò ad aspettarlo ma, passa oggi e passa domani, di quell’uomo neppure l’ombra.
Intanto arrivò Natale e il marito le disse:
– É venuto Natale, prendimi il sacco di grano che lo vado a macinare –
– Il sacco di grano!? – e gli raccontò tutto il fatto.
– Sciagurata! Come faremo ora? Cosa mangeremo?... Sei la mia rovina!... Questa, però, è l’ultima che mi combini! –
Così dicendo, la prese e la riportò dalla madre.
Dovete sapere che, a quei tempi, non c’era il divorzio e, quando due non andavano più d’accordo, il marito prendeva la moglie e la riportava a casa dei genitori.
– Riprenditela! – le disse – Mi ha rovinato la vita!... Non ne posso più! – e se ne andò.
Mentre se ne tornava a casa, passando per il sagrato della chiesa, vide tanta gente vestita a festa che piangeva e si disperava. Incuriosito si fermò e chiese cosa fosse successo.
– Che disgrazia! Guarda là!... La sposa è troppo alta e non può entrare in chiesa! –

«La moglie sempliciotta»
... fece per tirar fuori la mano, ma la mano non veniva fuori.
– Come faremo?... Come faremo?... – e piangevano e si disperavano.
– Datemi del denaro che ci penso io –
Gli invitati gli diedero i soldi, tanti soldi. Lui si avvicinò alla sposa, la fece piegare e così il corteo nuziale poté entrare in chiesa con grande gioia di tutti.
Adesso che aveva i soldi in tasca decise di andare a mangiare qualcosa.
Era dalla sera prima che non mandava giù un boccone.
Entrò nella prima bettola e ordinò alla figlia del locandiere pane e olive. Le olive, a quei tempi, e in alcune case di campagna anche adesso, si conservavano alla concia in piccole giare, recipienti di creta dalla pancia larga e dalla gola stretta, e di lì si tiravano fuori a manciate. La ragazza andò, calò la mano nella giara, agguantò un grosso pugno di olive, fece per tirar fuori la mano, ma la mano non veniva fuori.
Tira e tira, niente.
Presa dal panico, cominciò a piangere e a gridare:
– Aiuto, aiuto! Iiihhhh!... Povera me, povera me! Iiihhh!!! –
Tutti gli avventori si alzarono e cominciarono anche loro a disperarsi e a piangere.
Il nostro uomo, sconcertato, intervenne:
– Datemi del denaro che rimedio io a tutto! –
Preso il denaro, ordinò alla ragazza di lasciare le olive che aveva in pugno e, liberata la mano, le disse di tirarla fuori dalla giara. Tutti soddisfatti e finito di mangiare, uscì per ritornarsene a casa ma, passando per un vicolo, sentì piangere.
Chi poteva essere questa volta?
Era una vecchierella che, raggomitolata su uno scanno in un angolo buio della casa, piangeva lacrime inconsolabili.
– Perché piangete? –
– Oh, Dio mio! In questa casa non entra mai luce e sono costretta a vivere al buio anche di giorno! –
– Datemi del denaro che vi risolvo io il problema! –
Ricevuto il denaro, entrò in casa, aprì le finestre chiuse da anni e fece entrare tanta di quella luce quanta mai ne aveva vista.
E così, la vecchina felice e lui con le tasche ancora più piene, riprese la via del ritorno. Lungo il cammino, pensando e ripensando a tutto quello che gli era capitato in casa e fuori casa, si convinse alla fine che sua moglie non era peggiore degli altri e che, grazie alla sua stupidità e a quella degli stupidi più stupidi di lei, aveva anche racimolato un bel gruzzolo di denaro.
Ritornò allora dalla suocera, si riprese la moglie e insieme se ne tornarono a casa dove vissero felici e contenti e a me non dettero niente.

Lo sapete che facciamo? Adesso accendiamo un bel fuoco, proprio come ai miei vecchi tempi. Vediamo un po’ se funziona questo camino. Zitti eh!?
Prendetemi un po’ di legna... Bravi! Ecco... così! Datemi un po’ di carta e un fiammifero. Allontanatevi!... Piano... piano! Ora si accende. Vedete? Com’è bello!... Venite, sedetevi vicino a me. Vi racconterò un’altra bella storia. Vediamo un po’... Ecco... quella che mi raccontava mia nonna quando metteva il paiolo delle fave e se ne stava vicino al fuoco ad aspettare gli uomini che rientravano dal lavoro... Ascoltate! tavano una volta un padre e un figlio. Vivevano soli da tanti anni. L’uomo, ormai vecchio e pieno d’acciacchi, un giorno chiamò il figlio e gli disse: – Figlio, sono vecchio. Non posso più badare neppure a me stesso. Tu vai a lavorare e abbiamo bisogno di qualcuno che ci assista. Giacché sei in età da prendere moglie, perché non ti sposi? –
– Per la verità – rispose il figlio – voglio bene a una ragazza, ma non ha dote. È povera –
– Non importa – disse il vecchio – Ho due fondi e la casa. Te li do prima di morire a patto che tua moglie mi accudisca. Sono vecchio, non ce la faccio più. E poi, quanto vuoi che possa vivere ancora? –
– A cosa pensi, papà!... – scongiurò il figlio – Comunque, stasera andrò a parlare con il padre e la madre –Venuta la sera, si presentò a casa della ragazza.
– Voglio bene a vostra figlia e voglio sposarla – disse ai genitori.
– Ma noi siamo poveri e lei non ha neppure un panno di dote –
– Non importa. Mio padre mi darà subito la casa e due fondi se lei si impegna ad accudirlo –
– Ma come! Non c’è nemmeno bisogno di dirlo! È un padre. Non si può abbandonarlo! –
Così furono tutti d’accordo e, su questa promessa, i due si sposarono.
Le cose andarono bene per un po’ di tempo ma, dalli oggi e dalli domani, l’impegno cominciò a pesare alla giovane che non tardò a dare i primi segni d’insofferenza.
Un giorno il vecchio, levandosi dal letto, fece per allacciarsi le scarpe ma fu colto da un dolore così forte alla schiena che non poté piegarsi. Cominciò a chiedere aiuto alla nuora.
– Figlia mia, vieni, allacciami le scarpe –
La donna, insofferente, scoppiò di botto.
– Ma lo vuoi capire che io ho sposato tuo figlio e non te?
Allacciatele tu le scarpe! –
A sera, quando rincasò il figlio, il vecchio gli disse:
– Figlio mio, ho paura che tua moglie si sia stancata di me –
E gli raccontò il fatto.
– Papà, non ti preoccupare, io sono stato chiaro con lei. Ora le parlo e vedrai che non succederà più! –
Parlò alla moglie, ma questa cominciò a lamentarsi che non ce la faceva più, che non poteva stare dietro al suocero, che in quella casa c’era sempre da fare dalla mattina alla sera e che non aveva mai un attimo di riposo.
Passarono i giorni e la situazione andava sempre più peggiorando.
Non c’era cosa del vecchio che non le desse fastidio. Brontolava, imprecava, lanciava improperi contro il pover’uomo e malediceva anche il giorno in cui si era sposata.
Ogni sera, quando rientrava stanco dal lavoro, il marito doveva sentirsi tutte le sue lamentele.
– Non ce la faccio più! Sono stanca! Tuo padre mi pesa! Si può sapere, insomma, chi ho sposato, te o lui? –
Così, e ancora peggio, tutte le sere che seguirono.
Anche il giovane era ormai stanco di questa vita. Non c’era più pace in quella casa. Sua moglie imprecava, suo padre soffriva e lui si sentiva impazzire. Doveva pur esserci una via d’uscita a questa situazione penosa!
Dovete sapere che, fuori dal paese, c’era, e c’è tuttora, un mendicicomio, una casa ricovero, in cui si portavano, in attesa della morte, tutti i vecchi abbandonati dai figli.
– Forse potrei portarci mio padre – pensò il giovane – Lì verrà accudito. Lo andrò a trovare quando voglio e così ritroverò la pace! –
Una sera, tornato dal lavoro, trovò il povero vecchio in un angolo e il fuoco spento.
– Hai preparato da mangiare a mio padre? – chiese alla moglie.
– Né a te, né a tuo padre. Arrangiatevi! – rispose stizzita.
Questo era proprio il colmo!
Non rimaneva che quell’unica soluzione: portare il padre al mendicicomio.
La mattina seguente, all’alba, si avvicinò al letto del padre e gli disse:
– Papà, vestiti! Dobbiamo andare a una parte – e non ebbe il coraggio di dirgli dove.
Lo aiutò a vestirsi e se lo caricò sulle spalle.
Allora non c’erano né automobili, né biciclette, e chi non possedeva un asino o un cavallo, doveva servirsi delle sue spalle e delle sue gambe.

«Padre e figlio»
Strada facendo, il vecchio era muto e il figlio silenzioso.
Si caricò il vecchio sulle spalle e si diresse verso l’ospizio.
Strada facendo, il vecchio era muto e il figlio silenzioso.
Giunsero alla periferia del paese e, presso il fondo detto di padron ’Ntonio... Lo conoscete? Io lo conosco e ci sono passata pure... Dunque, presso il fondo di padron ’Ntonio il giovane, stanco, decise di fermarsi per riprendere fiato. Si addossò al muricciolo di cinta e, rivolto al padre, disse:
– Papà, fermiamoci un po’! –
Si fermò e lo sistemò sul muricciolo.
– Figlio mio – chiese il vecchio – dove ci troviamo? –
– Vicino al fondo di padron ’Ntonio –
– Al fondo di padron ’Ntonio?!... – ripetè il vecchio con aria assorta, poi, come a volerlo ricordare a se stesso, aggiunse – Fu proprio qui che, tanti anni fa, mi fermai con mio padre sulle spalle quando lo accompagnai al ricovero! –
Il giovane, cogliendo un triste monito in quel ricordo, dopo un attimo di esitazione, di botto disse:
– Papà, rimonta sulle mie spalle e ritorniamocene a casa! –
La moglie, intanto, aveva rimosso il letto del vecchio e lo aveva portato in cantina. Quando vide comparire il marito con il padre sulle spalle:
– Beh!? Lo hai portato un’altra volta qui? – chiese minacciosa.
– Senti – le disse il giovane – questo è mio padre! Mi ha cresciuto con pane e senza pane, tra sacrifici e rinunce e, come lui ha provveduto a me quando non potevo, così ora provvederò io a lui. Quindi, se ti va resta, se non ti va ritornatene da tua madre! –
La donna capì che non c’era proprio da discutere. Si rimboccò le maniche e scese in cantina a riprendere il letto.
Fu così che il povero vecchio poté terminare i suoi giorni, tranquillo, accanto al figlio e nella casa in cui era vissuto.
Ne volete ascoltare un’altra?!...
Com’è bello questo fuoco!...
Volete sentirne una lunga lunga e bella?... Vi racconterò allora la storia di una ragazza che poi sposa un principe!... Che dite, vi piace?... Pensate, è una ragazza che, dopo aver perso la madre, lascia per sempre il padre per cominciare a vivere da sola la sua vita... Che bel caldo!!!...
Cominciamo...
anti e tanti anni fa viveva una famiglia felice: madre, padre e una bella bambina di nome Maria.
Un brutto giorno la madre si ammalò gravemente e, prima di morire, chiamò accanto a sé il marito e così gli parlò:
– Marito mio, ormai per me non c’è più nulla da fare. Quando non ci sarò più, bada alla bambina e, se ti verrà voglia di risposarti, prendi per moglie la donna che sarà capace di portare al dito la fede che tu mi hai dato –Così dicendo, si tolse l’anello e glielo diede.
Passò il tempo, tanto tempo da quel giorno e Maria era diventata veramente una bella ragazza, proprio come la povera mamma. Un giorno, mentre riordinava in un cassetto, trovò la fede. Se la infilò al dito ma, quando provò a togliersela, per quanti tentativi facesse, non veniva via.
– Se ne verrà via col tempo – pensò e, per non essere rimproverata dal padre, si fasciò il dito.
Quando il padre rincasò e le vide il dito fasciato le chiese: – Cosa ti è successo? –– Oh, niente – rispose – È una piccola ferita. Guarirà presto –
Passarono i giorni ma ogni tentativo di sfilare la fede risultava inutile.
Un giorno il padre, preoccupato e insospettito, decise di togliergliela lui la fasciatura dal dito. Naturalmente Maria cominciò a protestare e a difendersi ma, alla fine, dovette cedere.
L’uomo, quando vide la fede della moglie defunta, si ricordò delle sue ultime parole e rimase pensieroso.
– Madonna mia! – si disse – Se questo anello è rimasto al dito di mia figlia e non vuole venirsene via, è segno che questa è la volontà della mia povera moglie! –
Come devo fare, come non devo fare, alla fine si decise a sposare la figlia.
Quando Maria seppe delle intenzioni del padre, sconvolta, non trovava pace. Come poteva essere possibile?!
Decise allora di chiedere consiglio a una vecchina con la quale era solita confidarsi da quando era rimasta orfana.
– Senti – disse la vecchina – fa’ come ti dico io. Quando tuo padre ti dirà domani dobbiamo sposarci, che regalo vuoi, tu rispondigli: Come è impossibile che un padre sposi la figlia, così sarà impossibile il desiderio che tu mi devi esaudire. Voglio un vestito bello come il mare e con tutte le bellezze che ci sono nel mare –
La ragazza ritornò tranquilla a casa e, quando il padre le disse domani dobbiamo sposarci, che regalo vuoi, lei gli parlò come le aveva suggerito la vecchina. Lui non se la sentiva di dire di no ma non sapeva neppure come accontentarla e, mentre si arrovellava, ecco apparve il diavolo e gli chiese perché era disperato.
Quando seppe il fatto gli disse:
– Non temere. Ritorna domani e ti farò trovare il vestito, proprio come lo vuole tua figlia –
Così dicendo sparì.
Quando l’indomani il padre le consegnò l’abito bello come il mare e con tutte le bellezze del mare, Maria non poté nascondere la meraviglia di fronte a tanta bellezza. La sua gioia, però, si spense subito quando si ricordò che avrebbe dovuto mantenere la promessa.
Ritornata di colpo infelice, corse dalla vecchina a chiederle nuovamente consiglio.
– Figlia mia – le suggerì la donna – questa volta dovrai chiedergli un altro vestito, un vestito bello come la terra e con tutte le bellezze della terra –
Così, quando l’uomo disse alla figlia ora mi devi sposare, questa, per tutta risposta, gli rispose:
– Come è impossibile che un padre sposi la figlia, così dovrà essere impossibile quest’altro desiderio che tu devi esaudirmi. Voglio un vestito bello come la terra e che abbia tutte le bellezze delle terra –
Ancora una volta l’uomo, disperato, cominciò a pensare e a ripensare ed ecco ricomparve il diavolo, pronto ad aiutarlo in cambio dell’anima.
Quando il giorno dopo Maria vide l’abito bello come la terra e con tutte le bellezze della terra, rimase senza parole ma anche questa volta, pensando alla promessa che avrebbe dovuto mantenere, corse dalla vecchina a chiederle consiglio.
– Figlia mia – disse la donna – certamente tuo padre è consigliato dal demonio! Prova a chiedergli un altro abito, questa volta bello come il cielo e con tutte le bellezze del cielo –
Ma anche questa volta, il padre, aiutato da satana, riuscì ad esaudire il desiderio della figlia.
La povera Maria, disperata più che mai, corse di nuovo dalla vecchina che le disse:
– Adesso bisogna cambiare musica. Tuo padre sicuramente ha venduto l’anima al diavolo. Sai cosa devi fare? Devi fare così, così e così. E sta’ attenta, non parlarne con nessuno –
Maria tornò a casa e, quando il padre le chiese di mantenere la promessa, gli disse:
– Padre, questo è il mio ultimo desiderio. Fammi costruire una cassa di legno bella e robusta che, una volta chiusa, si possa aprire solo da dentro. Voglio mettervi tutte le cose che non mi servono più e gettarle in mare –
Ancora una volta il padre l’accontentò.
Agli uomini che le portarono la cassa Maria disse:
– Ritornate stasera e andate a gettarla in mare quanto più lontano possibile –
Rimasta sola, mise nel baule i tre vestiti, le provviste, vi saltò dentro anche lei e si chiuse il coperchio sulla testa.
Gli uomini, quando ritornarono, non sospettando nulla, presero a spalle la cassa, la caricarono su una nave e andarono a gettarla in alto mare. Tra calma e tempesta la cassa galleggiò sulle acque per molti giorni fino a quando approdò su una spiaggia. Di qui, guarda caso, si trovò a passare un principe con il suo seguito. Quando vide la cassa, ordinò ai servi di prenderla e di portarla nella sua stanza.
Così fu fatto.
Rientrato alla reggia, chiamò i migliori fabbri perché l’aprissero, ma, per quanti tentativi facessero, nessuno ci riuscì.
Intanto Maria, terminate le provviste, cominciò ad aver fame e sete, così una notte, mentre il principe dormiva, uscì dal baule e consumò i resti della cena che giacevano in un vassoio presso il letto.
E dalli oggi e dalli domani, alla fine il principe cominciò ad avere dei sospetti, poi ebbe la certezza che qualcuno doveva consumargli gli avanzi mentre dormiva.

«La storia di Maria» ... uscì dal baule e consumò i resti della cena...
Ma chi?!
Decise allora di rimanere sveglio nella speranza di sciogliere l’enigma.
Cenò, lasciò gli avanzi nel vassoio, si coricò e finse di dormire.
A notte fonda, tutto era silenzio, sentì uno scricchiolio provenire dalla cassa. Rizzò le orecchie, socchiuse gli occhi e... oh meraviglia!... Una fanciulla con un vestito bello come il mare veniva fuori dal baule ed era bella, così bella che rimase incantato e senza parola.
Quando si riebbe, la fanciulla era scomparsa e con lei gli avanzi della cena.
Così anche la notte seguente.
Lei era bella, con un vestito bello come la terra e con tutte le bellezze della terra.
Questa volta, però, fu pronto a balzare dal letto e ad afferrarla per un braccio prima che sparisse.
– Chi sei?... Parla. Te lo ordino! Dimmi, cosa fai nel baule? –Maria, impaurita, non poté nascondergli la verità e, mentre parlava, il principe la guardava e s’innamorava di lei.
Quando ebbe finito esclamò:
– Poverina, hai sofferto veramente tanto! Ora le tue pene sono finite. Rimani. Ti proteggerò io... –
Così, senza che nessuno sapesse nulla, la ragazza rimase nella sua stanza e da quel giorno i domestici notarono con soddisfazione che al principe era venuto un appetito da lupo.
I giorni passarono e l’amicizia tra i due era divenuta tanto profonda che ormai non potevano più fare a meno l’uno dell’altra.La regina madre, però, era molto preoccupata perché il figlio si era chiuso in se stesso, era sempre taciturno e non usciva più dalla sua stanza.
Un giorno lo chiamò e gli chiese:
– Figlio mio, cos’è che ti preoccupa tanto? Perché non esci più? Io e tuo padre abbiamo pensato di darti moglie.
Faremo venire al palazzo le fanciulle più belle del regno e sceglierai tra loro quella che ti amerà e ti farà felice –
– Madre – disse il principe – io voglio sposare la cassa che sta nella mia stanza –
La cassa?!?... La regina trasecolò. Sposare la cassa?!... Suo figlio era pazzo!
Anche il re gli parlò, ma il principe fu irremovibile.
– Sicuramente è pazzo – concluse il re amareggiato – Ecco perché è taciturno e triste, ecco perché non esce mai dalla sua stanza. Poveri noi! Cosa diranno i sudditi quando verranno a sapere che il loro futuro re è un pazzo? Senti, moglie mia, cerchiamo di non contrariarlo, così starà calmo e potremo tenere sotto silenzio le sue condizioni di salute fino a quando non si troverà un rimedio per guarirlo –
Fu stabilito, così, il giorno per questo strano matrimonio e furono invitati solo i ministri vincolati al segreto di stato.
La sala era stata addobbata come si conviene a una cerimonia regale e, nel bel mezzo, era stata sistemata la cassa.
Al suono delle trombe avanzò il principe, seguito dal re e dalla regina, tristi e in lacrime.
Quando il principe giunse presso la cassa, questa, piano piano, cominciò ad aprirsi e... oh, meraviglia!... Comparve una fanciulla bellissima, in un abito bello come il cielo!
Le trombe tacquero. Un silenzio profondo, fatto di smarrimento e di stupore, piombò nella sala.
Chi poteva essere quella creatura meravigliosa?! Passato lo smarrimento, il re e la regina proruppero in un grido di gioia: – Il regno è salvo! Il principe non è pazzo! Si dia fiato a tutte le trombe, squillino tutte le campane, sparino i cannoni a salve! Il principe sposa la fanciulla più bella del mondo! –
Quel giorno, e in molti altri che seguirono, nel palazzo e nel regno ci fu una tale esplosione di gioia che, non molto tempo fa, quando mi sono trovata a passare, li ho visti che ancora ballavano e cantavano tutti dalla gioia.
Vi è piaciuta la storia che vi ho raccontato? Ora, se state buoni, ve ne racconterò un’altra. Da essa è derivato il detto, tutt’ora in uso qui da noi, «Una volta s’impiccò ’Cola».
Quando avrete ascoltato la storia, vi renderete conto di che cosa voglia significare.
Dunque...
era una volta un uomo molto ricco che aveva un figlio di nome ’Cola che amava solo una cosa: divertirsi, e aveva una sola voglia: godersi la vita. Non aveva mai voluto saperne di lavorare. Si circondava di amici scioperati come lui e dissipava tutto nei piaceri e nel gioco. Per questo non c’erano mai soldi che gli bastassero.
Suo padre, ormai vecchio, non sapeva più a quale santo votarsi perché mettesse la testa a posto. Non c’era proprio nulla da fare. Gli rimaneva solo la rassegnazione.
Ora avvenne che, un giorno, logorato dagli anni e dal dolore, il poveruomo si ammalò gravemente e, prima di morire, chiamò accanto a sé il figlio e gli disse: – Figlio mio, è inutile che io ti raccomandi di mettere la testa a posto. So che non lo farai. Tieni però bene a mente questo che sto per dirti. Quando avrai dilapidato tutte le sostanze e non ti resterà più nulla, neppure un amico, vedi quella trave del soffitto? Lega ad essa una corda e impiccati! –

«Una volta si impiccò ’Cola»
La trave dapprima cigolò poi si spezzò e, spezzandosi, lasciò cadere una pioggia di monete d’oro.
Morto il padre, il giovane riprese la sua vita dissoluta, circondato da gente d’ogni risma che mangiava, beveva e si divertiva a sue spese.
Ma ogni ricchezza, per quanto enorme sia, se non è bene amministrata, prima o poi diventa povertà.
Proprio quello che accadde a ’Cola.
Aveva dato fondo a ogni riserva di denaro, aveva ipotecato tutti i terreni e persino la casa in cui abitava.
Non gli rimaneva proprio nulla, soltanto gli occhi per piangere.
I compagni lo avevano abbandonato e nessuno più lo degnava di considerazione.
Provò a chiedere aiuto a questo e a quello ma tutti si facevano una tirata di spalle e sparivano.
Tormentato dalla fame e dal freddo, solo e abbandonato, rannicchiato presso il camino spento, pensava alla ricchezza in cui era vissuto e che aveva sperperato. Quella ricchezza sarebbe stata ancora sua se avesse dato retta ai consigli del padre!
A giorni i creditori lo avrebbero cacciato anche da quella casa e lui non sapeva dove andare.
Ricordò allora le parole del padre: – Quando avrai dilapidato tutte le sostanze e non ti resterà più nulla, neppure un amico, vedi quella trave del soffitto? Lega ad essa una corda e impiccati! –
Non gli restava che obbedire, almeno questa volta, all’ultima volontà del genitore!
Disperato, prese una corda robusta, l’attaccò alla trave che gli aveva indicata il padre, se la passò intorno al collo e si lasciò cadere nel vuoto.
Ma... crrraaa... crrraaa... crrraaa... patatracchete!... La trave dapprima cigolò poi si spezzò e, spezzandosi, lasciò cadere una pioggia di monete d’oro.
Quando il giovane, illeso, si riebbe dallo stupore, con le lacrime agli occhi, si sentì invadere da una gratitudine e da
un amore mai provati per il vecchio genitore che, ancora una volta, aveva voluto aiutarlo e salvarlo.
Pentito, decise di cambiare radicalmente vita.
Riacquistò la casa, riacquistò i terreni e si diede al lavoro, senza naturalmente trascurare la sua persona.
Quando gli amici lo videro vestito di tutto punto e con il portafogli ancora pieno, credendo di poter riprendere l’andazzo di una volta, cominciarono a farglisi intorno. Ma, a quelli più intraprendenti che gli chiedevano di riprendere a gozzovigliare, rifiutando, rispondeva: Una volta si impiccò ’Cola!...
Fu così che terminò i suoi giorni nell’agiatezza e nella serenità e il lumino, che accese dinanzi all’immagine del padre, è ancora lì che brilla.

Adesso è la volta di una storia che, seppure diversa nel fatto, ha la morale di tante altre: Non vendere la pelle dell’orso prima che sia ucciso. Ascoltate...
erano una volta due sposi molto poveri. Erano ricchi solo di economie e di sacrifici. Un giorno il marito, camminando per strada, trovò un nocciolo di oliva, lo raccolse e lo tenne ben stretto in pugno.
– Ecco – pensò – Questo sarà la mia fortuna. Se lo pianto ricaverò tanto di quell’olio da poterne dare anche ai miei –Tornato a casa, mostrò il nocciolo alla moglie e le parlò della sua intenzione.
– Così – concluse – se faremo l’olio ne darò una bottiglia a mia madre –
– E alla mia no? – ribatté la moglie – Se faremo l’olio dobbiamo darne due di bottiglie a mia madre che mi ha sempre aiutata più della tua! –
– Sììì!?!... Allora – aggiunse l’uomo – ne darò tre a mio padre perché lui mi ha insegnato il mestiere! –
– Così è? – rimbeccò la moglie – Ne darò quattro a mio padre che mi ha dato i soldi per la dote! –
E così, cinque agli uni, sei agli altri, trascinati dalla foga su come distribuire ai parenti tanta ricchezza, i due persero
il controllo e cominciarono a litigare così tanto che le grida giungevano in strada.
Per caso si trovò a passare di lì un compare che, preoccupato e incuriosito, entrò per capire cosa stava succedendo.
– Ma, insomma – chiese, appena entrato – si può sapere perché state litigando? –
– Oh, compare mio – disse la donna – come sono disgraziata! Mio marito, voi lo conoscete, tira solo per i suoi e non vuole saperne dei miei! Figuratevi che vuole dare più olio ai suoi genitori che ai miei! –
– Ma non è possibile! – esclamò l’uomo – I genitori sono genitori... Sono tutti uguali... Calmatevi e datemi l’olio che le faccio io le parti –
I due si guardarono.
– L’olio?!? – e non si muovevano.
– Ma insomma – riprese il compare – me lo date quest’olio, sì o no? –
Quando seppe il fatto e quelli gli mostrarono il nocciolo d’oliva, non vi dico e non vi conto la faccia che fece!
Appena uscito, cominciò a raccontare il fatto a tutti quelli che gli capitavano. Figuratevi che l’altra mattina in piazza, mentre aspettavano le offerte di lavoro, l’ha raccontato anche a zio Peppe che ancora si sbellica dalle risate.

Mi sapete dire cos’è la felicità? Forse speranza? Forse amore? Forse questo? Forse quello?
Ma perché allora è infelice chi spera, chi ama, chi ha questo e chi ha quello?
Ascoltate.
era una volta una coppia di sposi molto poveri. Lui era calzolaio e il lavoro più importante che potesse capitargli era di risuolare un paio di scarpe vecchie. Vivevano di miseria ma si volevano un bene dell’anima e accettavano, con rassegnazione e fede in Dio, la loro povertà. Mai una lite, mai un rimpianto o un lamento. Lui era sempre in bottega a lavorare o ad aspettare un paio di scarpe che avessero bisogno di lui. La moglie, nel retrobottega, scopava, puliva, rattoppava. Vivevano sereni e tranquilli in tanta povertà.
Dovete sapere che accanto alla bottega del calzolaio abitava un uomo molto ricco, ma tanto infelice. Litigava da mattina a sera con la moglie, non aveva mai un attimo di pace. L’avidità di accumulare denaro lo assillava, gli sprechi della moglie lo tormentavano e, per ogni spesa da affrontare, scoppiavano dissidi violenti che finivano in vere e proprie scenate.
Insomma, quest’uomo, anche se tanto ricco, era estremamente infelice.
Quando sentiva canticchiare il povero calzolaio nel buio della sua bottega, quando lo vedeva sereno e tranquillo presso il povero desco, intento a rattoppare una scarpa maleodorante, si sentiva pungere il cuore da un sentimento che... sì, miei cari, era proprio invidia.
– Come? – si chiedeva – Io, che ho denaro, che ho tutto, che, se volessi, potrei comprarmi tutto ciò che mi passa per la testa, io sono infelice e questo, che non sa neppure che faccia abbiano i soldi, che non possiede nulla, vive invece tranquillo e soddisfatto? –
E pensa oggi, pensa domani, alla fine gli venne il sospetto che la sua infelicità dovesse dipendere proprio dal denaro.
Ma, come fare per averne la certezza!?
Pensa e ripensa, un giorno si presentò nella bottega del calzolaio con una scarpa in mano.
– Buon uomo – disse – vi ho portato questa scarpa da risuolare, potreste farmela? –
– Ma come! – rispose il calzolaio premuroso. E tra sé pensò che anche per quel giorno la cena era rimediata.
– Venite stasera a ritirarla! –
Il ricco allungò la mano verso il deschetto per poggiarvi la scarpa e, senza farsene accorgere, lasciò cadere per terra dieci lire. Allora dieci lire erano proprio una bella somma!
Quando se ne fu andato, il calzolaio si mise di buona lena al lavoro.
Batti e batti gli cadde per terra un chiodo. Si piegò a raccattarlo e s’accorse delle dieci lire.
– Dieci lire?!? –
Gli si mozzò il fiato in gola. Com’erano capitate lì? Di chi potevano essere? Nessuno aveva aperto il portafogli dinanzi a lui. Nessuno le aveva reclamate Erano nella sua bottega. Lui non le aveva rubate. Poteva tenersele tranquillamente, pensò.
Insomma, c’erano tutte le ragioni per ritenerle sue. Allungò la mano e le prese.
Con quelle dieci lire si sentì al colmo della felicità.
Non aveva mai visto tanti soldi in una volta sola!
Al colmo della gioia si affacciò al retrobottega e cominciò a gridare con quanto fiato aveva in gola:
– Moglieee, moglie mia! Corriii!... –
La donna corse preoccupata.
– Cosa?!?... Cos’è successo? –
Quando vide la banconota, per poco non sveniva.
Quando si riebbe gliela strappò dalle mani.
– Dammi qua – disse – Ci volevano proprio. In casa mancano tante cose. Vado subito a spenderle! –
– A spenderle!? – ripeté l’uomo – Ma sei pazza?... Non ci penso proprio. Dobbiamo conservarle –
– Conservarle!? – apostrofò la moglie – Ma allora non ti sei reso mai conto di quanta roba manchi in questa casa, di quante cose abbiamo bisogno noi due! –
– Cos’è che ti manca?... Non ti sei mai lamentata e ora tiri fuori tutte le scuse per consumare questi soldi!? –
E così, dici tu che dico io, i due, per la prima volta in vita loro, cominciarono a malmenarsi, a offendersi, a lanciarsi occhiatacce torve, proprio come due nemici.
Intanto l’uomo ricco era uscito, sì, ma si era subito fermato a due passi dalla bottega in attesa dello svolgersi degli eventi. Con l’orecchio teso non gli era sfuggito nulla di ciò che accadeva nell’interno e, quando sentì levarsi le grida dei due che litigavano per le dieci lire, capì, senza ombra di dubbio, che era proprio il denaro a creare l’infelicità degli uomini.
Le dieci lire, però, erano sue.
Entrò in bottega e – Buon uomo – disse al calzolaio – dovete scusarmi, ma quelle dieci lire per cui litigate sono mie. Mi sono cadute per terra quando vi ho dato le scarpe –
Il calzolaio, che era una persona onesta, non si sentì di rifiutargliele e, seppure a malincuore, gliele restituì.

«Il calzolaio e il vicino ricco» – Buon uomo – disse al calzolaio – dovete scusarmi, ma quelle dieci lire per cui litigate sono mie.
Fu così che, tornati alla loro normalità, lui e sua moglie ripresero a vivere in pace come prima, ringraziando ogni giorno il Signore per quel poco che veniva loro dal lavoro umile ed onesto. E, quando ogni tanto si ricordavano di quelle dieci lire, benedicevano cento volte e mille il momento in cui se n’erano liberati.
Non ci credete? Chiedetelo a chi li conosce o, meglio, chiedetelo al vicino ricco che non sa vivere senza soldi e che si rode ancora dalla rabbia vedendoli poveri ma felici nella pace ritrovata.

Quella che sto per raccontarvi è una storia incredibilmente attuale dopo tante generazioni. La parsimonia, purché non degeneri in avidità e tirchieria, non è mai troppa, ed è l’unica garanzia per un futuro che non si sa mai cosa ti riserva.
Così la pensavano i nostri antenati e pare che sia proprio vero, soprattutto oggi. Ascoltate...
era una volta un uomo che lavorava sodo da mattina a sera e amava il risparmio e la parsimonia.
Cercava di non buttar via mai nulla, soprattutto se si trattava di cibo, e raccoglieva persino le briciole dalla tovaglia.
– Se le getto – pensava – un giorno Iddio potrebbe farmele desiderare! –
Questo suo modo di fare, però, non era capito da tanti che lo criticavano e lo accusavano d’essere tirchio. Non vi dico e non vi conto della fidanzata! Una ragazza tutta in ghingheri, sfaccendata dalla mattina all’altra mattina, con la sola preoccupazione di acquistare con soldi e senza soldi qualsiasi cosa pur di mostrare agli altri un benessere che non aveva. Potete ben comprendere quanta rabbia le facesse quel modo di fare del fidanzato, quel suo attaccamento all’economia e al risparmio. Comunque sperava che, prima o poi, sarebbe cambiato.
Venne il giorno della mezza sposa e i due si recarono in municipio per la promessa.
Mentre camminavano per strada, il giovane vide per terra una manciata di grano persa da qualche sacco. Si fermò, raccolse il grano nel fazzoletto e se lo mise in tasca. Per la fidanzata questo fu il colmo.
Piena di rabbia lo coprì d’insulti.
– Tirchio... Cafone!... E io dovrei vivere con uno come te?... Ti sbagli. Non ti sopporto più. Vattene...Vattene! Non voglio saperne più di te –
Lo piantò in asso e se ne andò.
Il giovane ingoiò l’amaro e si tuffò anima e corpo nel lavoro.
Aveva un pezzo di terra e, quando si fu rassegnato, pensò di andarvi a seminare i chicchi di grano. Diserbò, arò, piantò, acconciò il terreno e aspettò che il tempo e le stagioni facessero la loro parte. Da un pugno di chicchi raccolse un covone, da un covone ne raccolse tanti e poi tanti ancora, così che, nel giro di anni, divenne uno dei più ricchi possidenti. Più ne vendeva e più ne produceva, più ne produceva, più ne accumulava nel granaio e più diventava ricco.
Ora dovete sapere che in paese scoppiò una terribile carestia. Gli animali morivano, le dispense si svuotavano e la gente cominciava a soffrire la fame. Non c’erano più ricchezze che bastassero a procurarsi sia pure un pugno di grano per un piatto caldo.
Solo il granaio del nostro giovane, buon lavoratore e buon risparmiatore, era pieno. E la gente si rivolgeva a lui proprio per un pugno di grano.
Ora avvenne che anche quella, che tempo addietro stava per diventare sua moglie, si trovasse ad aver bisogno di cibo. Chiedi qua, chiedi là, qualcuno le disse di rivolgersi ad un tale in paese che, solo, avrebbe potuto venderle un po’ di grano.
La donna si avvolse nello scialle e si recò lì dove le era stato indicato.
Bussò alla porta del granaio e... quale non fu la sua sorpresa quando si trovò faccia a faccia con l’uomo che aveva abbandonato!
Ora voi che vi sareste aspettati?... Che l’uomo le ricordasse la manciata di grano per cui avevano litigato e le rinfacciasse che tanta ricchezza gli proveniva proprio da quei chicchi di grano!? Beh, sicuramente gli passò per la testa, ma non glielo disse. Fatto sta che la perdonò, anche perché la donna era già stata punita abbastanza dalla miseria. Anzi, nel vederla pentita, si sentì riaccendere dall’amore e le chiese nuovamente se voleva diventare sua moglie.
Così si sposarono e vissero felici e contenti e sapete cosa diedero agli invitati per bomboniera? Un sacchettino con dentro una manciata di grano. Ne diedero uno anche a me... Lo conservo nella dispensa, in alto, dietro i piatti. L’avete visto?... No!?... Un giorno ve lo farò vedere.

Dovete sapere che ai miei tempi, e più ancora prima, a una donna si chiedeva esclusivamente d’essere una brava massaia e di obbedire tacendo. Si pensava che, più ignorante fosse, meno grilli avrebbe avuto per la testa. La sua vita doveva svolgersi solo in funzione dei genitori, del marito, della casa e dei figli.
Dalla mattina alla sera doveva lavare, scopare, ordinare la casa, cucinare. Se poi era sciatta, ogni rimedio era buono per metterla in riga.
Ascoltate...
era una volta un contadino che aveva sposato una donna molto sciatta e poltrona. Lui si alzava la mattina prima dell’alba e partiva sul carretto per la campagna, lei rimaneva a poltrire fino a tardi e, quando finalmente si alzava, era più stanca della sera prima. Sbadigliava, si girava di qua e si girava di là senza combinar nulla, si sedeva, si alzava e ritornava a sedersi senza neppure spostare la sedia. Intanto il disordine in casa cresceva e la polvere si accumulava sulla polvere. Si sentiva un po’ più sveglia solo quando si metteva sulla soglia di casa, pronta a catturare qualche comare di passaggio per spettegolare su questo e su quella. Allora sì che si sentiva arzilla!
Insomma la sciatteria e l’ozio erano le sue uniche grandi virtù.
Naturalmente il marito non ne poteva più. Non sapeva come farle capire che doveva cambiar vita, ma lei era completamente sorda e la campana del marito suonava a vuoto! Quando la sera ritornava dal lavoro, trovava il letto ancora disfatto, il fuoco spento e un disordine tale e tanto che doveva stare attento a non inciampare se voleva mantenersi le ossa intatte. Il poveretto era arrivato al limite della sopportazione.
Un giorno, durante una pausa dal lavoro, mentre era seduto con altri all’ombra di un albero a consumare la colazione, il discorso cadde sulle mogli.
– Amici miei – si lamentò – ditemi un po’ come devo fare! Ho una moglie che non combina niente da mattina a sera. La casa è sempre in disordine e il fuoco non è mai acceso. Mi sono arrabbiato, l’ho sgridata, ma non ne ho ricavato assolutamente niente. Cosa devo fare, ditemi... Cosa devo fare? –– Senti, compare – gli disse un amico – ora te lo do io un rimedio. Sai cosa devi fare? Quando la sera rientri a casa e trovi tutto in disordine, prendi una pelle di pecora, attaccala dietro la porta, prendi una sferza, mettiti a battere sulla pelle e grida forte, quanto più forte puoi: o ti raddrizzi o ti faccio raddrizzare, o ti raddrizzi o ti faccio raddrizzare. Vedrai che cambierà –
Per la verità il rimedio sembrò un po’ troppo ingenuo al nostro giovane, ma, poiché li aveva provati tutti fuorché questo, si decise a metterlo in atto.
La sera, ritornato dal lavoro e trovato il solito disordine, prese una pelle di pecora e la attaccò dietro la porta, tirò fuori una sferza e cominciò a battere e a gridare con quanto fiato aveva:
– O ti raddrizzi o ti faccio raddrizzare... O ti raddrizzi o ti faccio raddrizzare! –
La gente che passava di lì per strada, a tanto fracasso, si fermava e faceva capannello.
– Ma chi grida? –
– Ma chi picchia? –
– Sarà il compare! –
– Ma chi batte? –
– Con chi ce l’ha? –
– È impazzito! –
– Ma no, non può essere! –
Tutto questo mentre l’uomo continuava, dentro, a battere e a gridare:
– O ti raddrizzi o ti faccio raddrizzare! O ti raddrizzi o ti faccio raddrizzare! –
La mattina seguente si recò al lavoro e la sera, quando rientrò e trovò il disordine di sempre, ricominciò a battere la pelle appesa dietro la porta e a gridare con quanto fiato aveva:
– O ti raddrizzi o ti faccio raddrizzare! O ti raddrizzi o ti faccio raddrizzare! –
La moglie si chiedeva: che gli è preso, con chi ce l’ha, perché grida? Ma lui continuava. Così pure nei giorni che seguirono: lei stravolta, lui che batteva sulla pelle di pecora e gridava e la gente che si radunava fuori e mormorava:
– Pazzo il compare?! –
– Chi sta battendo? –
– La moglie! –
– La moglie?! –
– Sì, la moglie!... Non sapete che non combina mai nulla in casa? –
Queste frasi, dette e non dette, smozzicate e sussurrate anche il giorno dopo con una punta di malignità, cominciarono a giungere alle orecchie della donna che, per la vergogna, si barricò in casa e la mattina non aveva più il coraggio di farsi vedere sulla soglia di casa.
– Come devo fare?! – si chiedeva esasperata.

«La moglie sciatta»
Si sentiva un po’ più sveglia solo quando si metteva sulla soglia di casa...
Alla fine, poiché il marito non le dava spiegazioni e non accennava a smetterla, decise di andare a chiedere consiglio ad una vecchia comare, conosciuta da tutti per la sua saggezza.
– Comare, aiutatemi, ve ne prego – implorò – io non ne posso più! Ditemi cosa devo fare perché mio marito rinsavisca! – e le raccontò per filo e per segno quello che faceva e quello che diceva.
La vecchina, che pure la conosceva come tutti la conoscevano in paese, capì subito come stavano le cose, tuttavia se ne stette zitta e pensò bene di suggerirle solo il rimedio.
– Figlia mia, fa’ capire a tuo marito che gli vuoi bene. I pazzi vanno capiti e amati. Rendi la casa più bella e accogliente, cucinagli dei piatti caldi e appetitosi, fagli trovare il camino acceso! Vedrai che piano piano tutto si sistemerà –
La donna tornò a casa e cominciò a rassettare ma s’era accumulato tanto disordine, ma tanto, che la sera si abbandonò sulla sedia stracca morta.
Quando il marito tornò dalla campagna e vide meno confusione in casa, si fermò presso la pelle e cominciò a battere e a gridare: – Allora sì che le sai fare le cose! Così mi piaci!... Ma devi fare di più e meglio, altrimenti domani sera ne avrai ancora e di più! –
L’indomani la donna scopò, riordinò il letto, spolverò e lavò per terra.
Quando il marito rientrò dal lavoro e s’accorse che la moglie aveva fatto il letto e pulito in casa, si piantò dinanzi alla pelle e cominciò a battere e a gridare: – Allora sì che hai capito! Così mi piaci! Ma devi fare ancora meglio! – L’indomani mattina la donna si alzò di buon’ora e riordinò tutta la casa. Rassettò il letto, scopò, spolverò, lavò i panni, cucinò.
Quando il marito tornò a casa dal lavoro e vide i panni stesi, il fumo uscire dal comignolo e sentì un odorino piacevole di cucinato stuzzicargli lo stomaco, soddisfatto, si fermò vici-
no alla pelle di pecora e, senza più batterla, disse: – Ora sì che ti sei raddrizzata! Sei proprio come ti volevo! Ma sta’ attenta a non sbagliare più, altrimenti ricomincerai ad averle! –Così dicendo tolse la pelle dalla porta, la piegò e la ripose, insieme alla sferza, in un cassettone. La donna, soddisfatta del risultato, stette bene attenta a non trascurare più né casa né marito. Andò a ringraziare anche la vecchia comare e, quando le chiese come aveva fatto a indovinare il rimedio, questa le rispose: metti un po’ di sale e un po’ di pepe sulla minestra che diventa più buona. Come dire: datti da fare, ingegnati e vedrai che tutto sarà più buono e tutto andrà meglio.

Ragazzi, sapete ai miei tempi come s’insegnavano ai più piccoli i versi degli animali e a non fidarsi dei topi che allora infestavano le case? Con una storiella che ritroviamo un po’ in tutti i paesi del meridione.
Volete divertirvi? Provate a ripetere con me il verso degli animali.
Cominciamo...
era una volta comare formicuzza che mozzicava le fave dietro la specchia1. Mozzica mozzica, le cadde una fava. Si piegò a cercarla e, cerca cerca, trovò un centesimo. Lo girò e rigirò tra le mani e si chiedeva:
– Cosa potrò comprare con questo centesimo!?... Se compro un’arancia dovrò buttare la buccia, se compro la mela dovrò buttare il torsolo, se compro una pesca dovrò buttare il nocciolo!... Ecco, compro dei nastri, me li metto in testa e mi affaccio alla finestra! –
E così fece. Comprò tanti nastrini colorati, se li mise in testa e si affacciò alla finestra.
Passò di lì il cane e le chiese:
1 specchia: cumulo formato dalle pietre che i contadini toglievano dal terreno quando lo aravano.
– Comare formicuzza, cosa fate alla finestra? –
– Mi voglio maritare –
– E volete me? –
– Fammi sentire come fai la notte quando ti svegli –
– Bau, bau, bau, bau! – ... – Bau, bau, bau, bau! –
– No, no... vattene! Non mi piaci, mi guasti il sonno –
Passò di lì un asino e le chiese:
– Comare formicuzza, cosa fate alla finestra? –
– Mi voglio maritare –
– E volete me? –
– Fammi sentire come fai la notte quando ti svegli –
– Ihoo! Ihoo! Ihoo! – ... – Ihoo! Ihoo! Ihoo! –
– No, no, vattene! Mi rovini il sonno –
Passò di lì un agnello:
– Comare formicuzza, volete sposare me? –
– Fammi sentire come fai la notte quando ti svegli! –
– Behee! Behee! Behee! – ... – Behee! Behee! Behee! –
– No, no, non mi piaci! Mi guasti il sonno –
Passò il gallo e fece chicchirichì... – chicchirichì – Passò il maiale e fece gru, gru... – gru, gru – E il gatto fece miao, miao... – miao miao – E il cavallo ihh, ihh... – ihh, ihh –
Passarono tanti altri animali ma comare formicuzza, come li sentiva, diceva:
– No, nooo! Mi rovini il sonno la notte –
Per ultimo arrivò un sorcetto.
– Comare formicuzza, cosa fate alla finestra? –
– Mi voglio maritare –
– E volete me? –
– Mi fai sentire come fai la notte quando ti svegli? –
– Squit! Squit! – ... – Squit! Squit! –
– Sì, sì... Tu sì che mi piaci! Sali! –
Così la formicuzza e il sorcetto si sposarono.
Una mattina, di domenica, comare formicuzza fece il sugo e, prima di andare in chiesa, disse al sorcetto:
– Mi raccomando al sugo. Ogni tanto va’ e giralo – e se ne andò.
Compare sorcetto si sedette accanto al fuoco e ogni tanto girava il sugo. Gira e gira, gli venne l’acquolina in bocca. Prese una fetta di pane e la inzuppò. Era buona. Troppo buona. Ne prese un’altra, poi un’altra e un’altra ancora. Il sugo era così buono, ma così buono che proprio non ce la faceva a resistere.
Alla fine si decise – Un’altra fetta e basta –
Di sugo, però, ne era rimasto proprio poco e lui non ce la faceva ad arrivare al fondo. Si sporse dall’orlo della pignatta ma niente. Ancora un po’, un altro po’. Allungò la zampetta e, patatruppete, cadde nel sugo.
Quando la formicuzza tornò dalla messa, cominciò a chiamare il sorcetto:
– Sorcetto, sorcetto mio, dove sei? –
Ma compare sorcetto non rispondeva.
– Sorcetto, sorcetto mio, dove sei? –
Niente. Cominciò allora a cercare dappertutto, ma del sorcetto manco l’ombra.
– Forse è uscito – pensò – Intanto vado a girare il sugo –
Andò e, gira gira, s’accorse che la cucchiaia urtava contro qualcosa. Si affacciò sull’orlo della pignatta e cosa vide? Vide il sorcetto stracotto! Cominciò allora a piangere e a disperarsi e tra le lacrime diceva:
– Sorcetto, mio sorcetto, cucinato al pignatino, inzuppato come il pane, com’eri aggraziato, com’eri bellino! –
E pianse, pianse tanto che ancora non si consola.

Vi racconterò una storia un po’ curiosa. Alla fine capirete che è meglio essere leali, perché, se c’è vero amore, si perdonano e si tollerano i difetti della persona amata.
Ascoltate...
anto tempo fa un giovane si era innamorato di una ragazza e intendeva sposarla. Non aveva mai avuto modo di scambiare una sola parola con lei.
Sì, miei cari, non dovete meravigliarvi, perché le cose a quei tempi andavano proprio così. I giovani, allora, s’innamoravano e decidevano di sposarsi senza neppure conoscersi bene, per cui, tante volte, i difetti venivano fuori solo dopo il matrimonio e, poiché non c’era divorzio, o tiravano avanti alla meno peggio o si lasciavano e ciascuno ritornava dai propri genitori. Ora avvenne che il nostro giovane, dopo averne parlato a suo padre e a sua madre, una sera andò a casa della ragazza per presentare ai genitori la sua richiesta di matrimonio. Questi l’accolsero con gioia e lo sapete perché? Perché la ragazza aveva un grosso difetto: non riusciva a pronunciare bene neppure una parola! Insomma, balbettava e tartagliava.
La mamma, però, le aveva fatto bene la scuola: – Figlia mia, mi raccomando – le diceva sempre – non aprire mai bocca con nessuno e, se proprio non puoi farne a meno, aprila solo per dire sì oppure no! –
A maggior ragione glielo ripeteva adesso che l’avevano promessa in sposa.
Quando il fidanzato andava a trovarla e le rivolgeva la parola, la ragazza arrossiva, chinava la testa e solo qualche volta rispondeva sì oppure no.
– Che bella ragazza! – pensava il giovane fra sé – E com’è timida, com’è silenziosa! Sono veramente fortunato! –
Arrivò il giorno del matrimonio. Si recarono in chiesa e pronunciarono il loro sì. Ci fu una grande festa. Si mangiò, si bevve e si ballò. La sposa sorrideva ed era felice e nessuno fece caso al fatto che non apriva assolutamente bocca.
Finita la festa i due cominciarono la vita d’ogni giorno. Lei continuava a tacere e lui, adesso che erano marito e moglie, l’avrebbe voluta un po’ più loquace. Per sentire il suono della sua voce, cominciò, con una certa insistenza, a farle delle domande, ma la giovane o arrossiva o, al massimo, gli rispondeva sì oppure no.
A questo punto il giovane cominciò a preoccuparsi seriamente.
– Come devo fare? – si chiedeva – Non posso più sopportare questo suo silenzio! Dovrà pur dire qualcosa! –
Un giorno pensò di confidarsi con sua madre.
– Oh, madre mia, la donna che ho sposato non parla mai! Dice solamente sì e no e non mi riesce di farle dire altro! Dammi tu qualche consiglio! –
– Se dice sì e no – gli rispose la madre – vuol dire che non è né muta, né sorda, bisogna, quindi, trovare il modo per tirarle fuori le parole. Senti... Domani porta dalla campagna dei tronchi verdi di fico e con quelli falle accendere il fuoco.
La legna non si accenderà, farà molto fumo, lei sbotterà dalla rabbia e manderà qualche imprecazione! –
E così fece.
L’indomani sera portò a casa i rami di fico verde e ordinò alla moglie di accendere il fuoco. La legna crepitava, sudava,
fumava ma di fuoco neppure una scintilla. Lei smuoveva, attizzava, soffiava ma niente. La casa si riempiva di fumo, tanto che bruciavano gli occhi e pizzicava la gola.
Tossisco io che tossisci tu, aspetta che adesso sbotta, aspetta che adesso impreca, ma niente.
Alla fine riuscì ad accendere la legna.
Il giovane, sconfortato, ritornò dalla madre:
– Oh, madre, madre mia – esclamò afflitto – ho fatto come tu mi hai detto, ma lei è riuscita ad accendere il fuoco senza battere ciglio, né aprire bocca –
– Allora, figlio mio – disse la madre – sai cosa devi fare?
Comprale un paio di scarpe, le più strette che trovi, fagliele calzare e portala fuori. Camminando le faranno un male del diavolo e sicuramente dirà qualcosa! –
E il giovane così fece.
Comprò un paio di scarpe e, quando tornò a casa, ordinò alla moglie di calzarle e di uscire con lui.
La donna, a denti stretti, senza dire né a né o, riuscì finalmente a calzarle. Lungo la strada aveva delle fitte atroci, soffocava in gola il dolore e non diceva niente.
Il giovane, avvilito, tornò ancora una volta dalla madre.
– Oh, madre, madre mia, ho fatto come tu mi hai consigliato, ma lei non ha detto né a né o. Sono disperato! Come devo fare? –
– Senti, figlio mio, questa volta comprale dell’aceto e faglielo bere a tavola invece del vino. Dovrà pure dire qualcosa! –
Ma anche questa volta la donna bevve l’aceto senza fiatare, proprio come se nulla fosse.
Il povero giovane ricorse a tanti altri espedienti, ma nessuno valse a farle dire una parola più del sì e del no.
Alla fine la mamma gli suggerì un estremo rimedio:
– Senti, figlio mio, domani mattina, appena alzato, mentre ti stai lavando, grida aiuto, cadi per terra e fingiti morto –
La mattina seguente si alzò, si avvicinò alla bacinella e, mentre si lavava, cominciò a gridare con voce strozzata: – Aiutooo! Aiutooo! Muoioo! – e... patapunfete!... cadde, come stecchito, per terra.
La moglie, quando sentì il grido seguito dal tonfo, corse e, nel vederlo riverso per terra, credendo che fosse veramente morto, cominciò a gridare, a piangere e a strapparsi i capelli. – Oh, ma... ma... marì, ma... marì mi!... Oh, ma... ma... marì, ma... marì mi! Ti ricò li fi ve... ve... veddi che facé fu, ti ri... ri... ricò le tappe tette tette, ti ri... ri... ricò lu vi acetti! Oh, ma... ma... marì, ma... ma... marì mi! –
A questo punto il marito si alzò di botto e, sentendosi ingannato e tradito, arrabbiato e pieno d’ira, proruppe:
– Aah!... Ho capito perché non aprivi bocca! È perché non sai parlare!... Mi hai ingannato allora!?!... Me la pagherai! –ma poi, vedendola in lacrime, affranta dal dolore e dall’angoscia per averlo creduto morto, commosso, aggiunse: – Ma vedo che mi vuoi bene e, poiché te ne voglio anch’io, ti perdono! D’ora in avanti potrai parlare come vuoi e quanto vuoi senza paura. Preferisco ascoltare la tua voce piuttosto che il silenzio –
Così i due vissero felici e contenti e a me non dettero niente.

Cari ragazzi! Questi vostri sguardi, protesi verso di me, nell’ansia di ascoltare ancora, silenziosi eppure tanto loquaci, mi sono più cari e graditi di tante parole forbite ma non spontanee. Sappiate che solo ciò che vien dal cuore raggiunge direttamente il cuore e lo commuove.
Ne volete una prova?
Ascoltate...
anto tempo fa non tutti i bambini avevano la fortuna di andare a scuola, anzi erano pochissimi coloro che sapevano leggere e scrivere. La maggior parte o non aveva mai visto un libro o aveva frequentato appena la prima e la seconda elementare, giusto per imparare la propria firma. I figli dei più poveri, sin dall’età di quattro o cinque anni, venivano avviati al lavoro dei campi. Aiutavano i grandi a estirpare l’erba dal fondo, a raccogliere le ulive, i pomodori, a portare al pascolo le bestie. Cominciavano così, come per gioco, e solo più tardi ne capivano la necessità.
Dunque, in quel tempo, in una campagna lontana dal paese, vivevano un padre, una madre e una bambina. Erano poveri, molto poveri. Possedevano solo un pezzo di terra, qualche animale da cortile, qualche pecora e con quelli dovevano campare.
È inutile dirvi che non conoscevano né un libro, né un giocattolo. Erano una perdita di tempo e di denaro e non davano pane.
La bambina se la portavano con loro nei campi e quando crebbe e raggiunse pressappoco l’età di sette, otto anni, le affidarono le pecore da condurre al pascolo. La piccina partiva la mattina presto da casa, con un tozzo di pane e dei fichi secchi, e si avviava con le sue pecorelle per la campagna. Le portava dove c’era l’erba più tenera, col caldo e col freddo, in luoghi sempre solitari e silenziosi.
Un giorno, mentre vagava nel verde, ai margini di un sentiero, scorse un piccolo tabernacolo. Incuriosita, si avvicinò e... oh meraviglia! Nella nicchietta c’era l’immagine di una donna dal volto così tondo e così dolce come mai ne aveva visto uno! Si fermò incantata ad ammirarlo, poi si sedette su una pietra di fronte e, con i gomiti sulle ginocchia e la testa poggiata tra le mani, rimase lì per tutto il tempo ad ammirarla.
Nei giorni che seguirono, la mattina, non vedeva l’ora di prendere le sue pecorelle per andare dalla bella signora. Si sedeva sulla pietra di fronte e le ripeteva estasiata:
– Faccia di cucuzzella, quanto sei bella! –
Proprio così... cucuzzella, vale a dire «piccola zucca». Per la bambina, vissuta in un mondo disincantato in cui è bello ciò che è utile, ciò che sfama, il volto tondo di quella donna le parve bello proprio come una piccola e tenera zucca e lei non conosceva nulla di più dolce e tenero a cui paragonare quel volto.
– Faccia di cucuzzella, quanto sei bella! – le ripeteva e la signora s’illuminava in volto e le sorrideva.
Sì, si, le sorrideva veramente!
E così ogni volta.
Un giorno si trovò a passare di lì, per caso, una donna che, quando le sentì dire, rivolta al dipinto: faccia di cucuzzella, quanto sei bella – Come?! – la sgridò scandalizzata –

così si dice!?... Non lo sai che quella è la Madonna e che non devi chiamarla così? Quando ti rivolgi a lei, devi piegare le ginocchia e dirle «Ave, Maria!» altrimenti sarai punita e andrai all’inferno! –
La piccina, a queste parole, fu presa dal panico. Provò a guardare la Madonna, ma subito piegò lo sguardo, piena di timore e riverenza. Così, da quel giorno, ogni volta che passava vicino al tabernacolo, si genufletteva, diceva «Ave, Maria!», lanciava uno sguardo furtivo e pieno di soggezione a quel volto che non le sorrideva più e andava oltre.
«Ave, Maria!» ripeteva al tramonto quando se ne andava. La mattina seguente ritornava e ripeteva «Ave, Maria!» e andava a sedersi su una pietra più in là. Ogni tanto, imbronciata, lanciava un timido sguardo alla Madonnina che se ne stava lì, triste, senza più l’ombra di un sorriso, e si chiedeva amareggiata:
– Perché è triste e non mi sorride più?... Io non volevo offenderla... Che ne sapevo io?... Adesso, però, io la saluto come si deve!... Perché non mi sorride più? –
E si arrovellava e non aveva pace.
Un giorno, in cui non ne poté proprio più, si alzò di scatto dalla pietra e, avvicinandosi al tabernacolo, la guardò in viso e, con le lacrime agli occhi, proruppe:
– Faccia di cucuzzella, si può sapere che hai? –
La Madonnina si illuminò in volto e le sorrise con l’amore e la tenerezza di prima.

Lo sapete perché nel nostro paese si dice «Un padre o una madre possono mantenere cento figli, ma cento figli non possono mantenere un padre o una madre»?
Vi racconto la storia. Ascoltate...
anto tempo fa viveva una famiglia felice, formata da madre, padre e tanti figli... forse otto, forse dieci. Erano poveri. I genitori lavoravano sodo da mattina a sera perché ai figli non mancasse nulla, e riuscirono ad allevarli come meglio non avrebbero potuto. Diedero un mestiere a tutti i maschi e una dote a tutte le femmine.
Col passare del tempo i figli si sposarono e i due rimasero soli in compagnia della vecchiaia e dei loro acciacchi.
Un brutto giorno la donna morì e il povero vecchio si trovò ancor più solo e, in salute, più malandato che mai.
I figli, presi ciascuno dalle proprie occupazioni, andavano a trovarlo molto di rado, solo il più piccolo si recava da lui un po’ più spesso degli altri. Per il vecchio i giorni passavano tristi, addolciti solo dal ricordo amaro di una famiglia numerosa ormai dissolta. La casa non risuonava più dei passi dei suoi figli, nessuna voce più la rallegrava e lui era seduto da mattina a sera su una sedia, privo di forze, incapace di accudire a se stesso. Le gambe e le mani gli tremavano e a volte aspettava che qualcuno gli portasse un piatto di minestra per mangiare.
Un giorno il più piccolo dei figli si trovò a passare di lì e pensò di entrare a salutarlo.
La porta era accostata e l’interno buio. Avanzò cauto e nell’alcova, sul pagliericcio, trovò il padre che riposava. Di lui erano vivi solo due occhi che lo guardavano imploranti.
Il giovane si sentì stringere il cuore. Suo padre non poteva essere abbandonato così! Bisognava che qualcuno si prendesse cura di lui.
Decise allora di chiamare presso il capezzale del padre tutti i fratelli e le sorelle per stabilire il da farsi.
Quando finalmente riuscirono a liberarsi un po’ dai loro impegni, si ritrovarono tutti, come un tempo, nella casa d’origine, accanto alla larva di un uomo che li aveva messi al mondo e li aveva allevati a prezzo di immensi sacrifici.
– Vi ho chiamati – disse il giovane – perché nostro padre ormai è molto vecchio e non può vivere più da solo. Ha bisogno di qualcuno che lo assista. Dal momento che nessuno di noi può prendersi tutta la responsabilità di accudirlo in quanto tutti abbiamo famiglia e tutti, per vivere, andiamo a lavorare, potremmo dividerci il compito e tenerlo un mese ciascuno –
– Mi pare giusto – disse uno – però io non posso tenerlo neppure un giorno perché io e mia moglie andiamo a lavorare in campagna e a casa, fino a sera, non resta nessuno –– Anch’io – intervenne un’altra – non posso tenerlo... Ho la casa e i figli da accudire e non sto bene in salute –
–Veramente – aggiunse un’altra ancora – nemmeno io lo posso tenere... Allatto e gli altri miei figli sono tutti ancora piccoli –
Così pure il quarto, il quinto, il sesto... Il vecchio ascoltava e taceva. Sperava in cuor suo, chissà quanto, che almeno uno dei suoi tanti figli lo prendesse con sé. Forse il più piccolo?!
Intanto ad uno ad uno tutti avevano da fare e nessuno aveva tempo e possibilità di prendersi cura di lui.
Quando tutti ebbero parlato, fuorché il più piccolo, uno dei fratelli gli chiese:
– Perché non te lo prendi tu? –
– Io?! – esclamò, irritato e indispettito dall’atteggiamento dei fratelli – E perché io?... Anch’io lavoro e ho i miei problemi, che credete?... Visto che nessuno di voi lo può tenere, perché dovrei tenerlo proprio io? –
Al vecchio cadde l’ultimo filo di speranza e, mentre i figli lo abbandonavano, ebbe la forza di dire:
– Ho vissuto un’intera vita tra sacrifici e rinunce, con pane e senza pane, per arrivare a questa età e capire che un padre o una madre possono mantenere cento figli, ma cento figli non possono mantenere un padre o una madre! –

Quando uno si preoccupa per un male di poco conto, trascurando quello più grave, sapete come si commenta col sorriso nel nostro paese?... “Povere piche mie!”
State a sentire e capirete il perché...
oi sapete che i nostri contadini, come tutti del resto, avevano, e hanno ancora oggi, l’abitudine di alzarsi molto presto la mattina e di avviarsi al lavoro alle prime luci dell’alba. Il tragitto da casa alla campagna, a quell’ora, con l’aria fresca e frizzantina, è piuttosto corroborante. E, mentre nelle case si sbadiglia, nelle campagne la vita brulica. Una mattina di tanto tempo fa se ne andava, mogio mogio, sul suo carretto, un contadino. Si era messo in cammino un po’ più presto del solito e, quindi, se la prendeva comoda. Anche l’asino teneva un’andatura piuttosto sonnacchiosa.
Già i primi albori imperlavano il cielo e nel nido gli uccellini si agitavano. Qualche fruscio d’ali, qualche breve e flebile cinguettio in quel silenzio ancora pigro e la natura, piano piano, cominciava a ridestarsi.
Il carretto procedeva tranquillo e lo sguardo del contadino indugiava ora sulla strada, ora sulla campagna. Ogni tanto il suo orecchio si tendeva ad ascoltare lo stormire delle frasche mosse dalla brezza o da un animaletto che passava e spariva.
Andava tranquillo quando fu scosso bruscamente dal gracchiare di alcune gazze. Girò lo sguardo intorno per distinguerne la provenienza.
– Il nido dovrebbe essere qua intorno – pensò.
E il nido era proprio là, tra i rami della quercia vicina.
Allora le gazze, o piche, come dir si voglia, erano uccelli tenuti in grande considerazione, perché si ritenevano, e non a torto, tra i più domestici e simpatici. I contadini andavano alla loro ricerca e le tenevano in casa per la gioia loro e dei loro figli.
Anche al nostro contadino piacevano tanto le piche, ma non era mai riuscito a prenderne una.
Quale buona occasione gli si presentava ora!... E si trattava di un nido intero!
Fermò subito il carro sotto la quercia e tentò di raggiungerlo. Ma era troppo alto. Come fare?
Portava con sé una lunga scala che gli serviva per la rimonda degli alberi. La prese, la rizzò sul carro, l’appoggiò alla quercia e cominciò subito la scalata. Arrivò tra le chiome dell’albero e si fermò estasiato ad ammirare, ad un palmo dal naso, un nido con dentro due piccole piche.
Gli fecero tanta tenerezza e il desiderio di prenderle si fece ancora più forte. Quelle tentarono il volo, ma lui fu più svelto. Le prese e le nascose sotto la camicia.
– Le porterò a casa – si disse – e lì staranno sicuramente meglio che su questa quercia! –
Così detto, cominciò a scendere lentamente. Una mano scorreva lungo il fianco della scala e con l’altra proteggeva gli uccellini ad ogni balzo. A metà si fermò per prendere fiato e, mentre ripensava alla fortuna che aveva avuto, come per scongiuro, si disse:
– Ci vorrebbe ora che qualcuno, passando, gridasse all’asino ohoh! ohoh! – e gridò così forte ohoh! ohoh! che l’asino, obbediente a quel richiamo, riprese a camminare.
La scala vacillò, perse l’appoggio e cadde e con essa precipitò al suolo anche il nostro malaccorto contadino.
La caduta e l’impatto violento con la terra ridussero il poveruomo veramente a mal partito.
Quando riuscì ad alzarsi, tutto pieno di fratture, lividi e gonfiori, piangeva, piangeva disperatamente, e sapete per chi e per cosa? Non per averla scampata bella e nemmeno per il male che si era fatto ma per le piche che erano volate via!
– Oh, povere piche mie! Povere piche mie! – piangeva e si disperava, incurante delle ossa rotte, dell’asino e del carro che erano scomparsi.

Volete sentire una storia lunga lunga?
Sììì?!
Ve ne racconterò allora una, ricca di ammonimenti come: ama il prossimo tuo come te stesso, la buona grazia apre le vie della bontà, anche la regina ha bisogno della vicina, prima o poi i nodi vengono al pettine, fa’ bene e scordalo, fa male e pensaci...
Ascoltate.
anti e tanti anni fa viveva una vecchierella povera ma tanto povera che non era mai sicura di poter rimediare un boccone nella giornata. La casetta era piccola e buia, con qualche panca sgangherata, un tavolo traballante e un pagliericcio su cui dormire.
Quando i morsi della fame si facevano sentire insistenti e non aveva neppure un tozzo di pane stantio in casa, prendeva lo scialle, se lo avvolgeva intorno alle spalle e si avviava per i sentieri della campagna a raccogliere la verdurina selvatica che non apparteneva a nessuno ed era di tutti.
Aveva fede in Dio ed era convinta che, come gli uccellini non muoiono di fame, così la provvidenza non le avrebbe mai fatto mancare un boccone. In estate, poi, riusciva anche a procacciarsi della buona frutta, senza rubarla, beninteso, ma raccogliendo quella già caduta per terra e abbandonata dai contadini.
Muro a muro alla sua povera casa, sorgeva l’abitazione grande e robusta di una donna molto ricca e altezzosa. Quando arrivavano le giornate piovose e fredde e la nostra vecchina non poteva andare troppo lontano a procurarsi da mangiare, intirizzita nello scialle, picchiava, a volte, al portone della donna benestante, ma non era mai riuscita ad ottenere neppure un boccone avanzato.
Delusa e mortificata, decise di non contare più sulla pietà e sulla carità della vicina. Meglio affrontare le intemperie o attendere il bel tempo per uscire a procacciarsi del cibo.
Un giorno, in cui sentiva forte il bisogno di mangiare un piatto caldo, decise di recarsi in campagna sin dalla mattina presto a raccogliere cicorielle campestri, venderle in paese e, col ricavato, comprare tutto ciò che le serviva per prepararsi un piatto di pasta col sugo.
Partì da casa che ancora le stelle brillavano in cielo. Camminava quasi battendo i denti, avvolta nei miseri panni, e trascinando sulle gambe mal ferme il corpo irrigidito dalla vecchiaia.
Stette tutto il giorno piegata verso terra, intenta a scegliere e a raccogliere la verdurina più tenera. Al tramonto se ne ritornò, curva e stanca, al paese e, prima di rincasare, cominciò a bussare casa per casa e a chiedere: – Volete un po’ di cicorielle fresche di campagna? –
Alla fine riuscì a venderle tutte e col denaro, comprò farina e pomodori. Quando tornò a casa accese il camino, prese il tavoliere, lo sistemò sulla panca, vi versò la farina e cominciò ad impastarla con acqua tiepida. Intanto sul treppiedi, nel camino, in una pignatta di creta cominciò a preparare il sugo e mentre lo preparava lavorava la pasta e incavava le orecchiette.
Per la casa si spandeva un odorino che faceva venire l’acquolina in bocca.
Mise a bollire dell’acqua in un’altra pignatta e, quando fu pronta, vi versò le stacciolle1 già fatte.
La pasta, come impazzita, faceva giravolte nella pentola che borbottava, mentre la nonnina, con la cucchiaia di legno, ora girava il sugo ora badava alla cottura delle orecchiette, schioccava la lingua e ingoiava la saliva, pregustando già la bontà di quel piatto!
Quando furono cotte, le scodellò, vi versò sopra il sugo e si mise a tavola. Fece per prendere un boccone quando sentì picchiare alla porta. Rimase con la forchetta a mezz’aria...
Bussavano ancora.
Chi poteva essere a quell’ora!?
Si alzò e, strascicando, si diresse all’uscio.
– Chi è? –
– In nome di Dio – implorò una debole voce di donna –mi sono persa e non so dove passare la notte. Io e mio figlio abbiamo fame e freddo. Potreste darci ospitalità per questa notte? –
La vecchina socchiuse lentamente l’uscio e, quando vide la donna con un bambino in braccio, intirizzita e affamata, la fece entrare e la invitò a mangiare le orecchiette che aveva scodellato per sé. Il bambino si era acquetato e dormiva. La vecchina lo guardava e guardava la madre così giovane e sola.
– In fondo – pensava – io sono stata favorita dalla sorte più di lei! Non ho bambini da allevare e posseggo una casa e un camino acceso! –
Quando la donna ebbe finito di mangiare, le offrì il suo giaciglio e lei si mise a dormire sulla sedia accanto al camino. La mattina, nell’andar via, la giovane le donò un fuso e la vecchina non fece in tempo neppure a ringraziarla che già era sparita nel chiarore della campagna.
1 stacciolle, dette anche orecchiette: pasta tipica della regione Puglia.
Rimase lì sulla soglia e si girava e rigirava quel fuso tra le mani. Era veramente un dono provvidenziale! Filando avrebbe potuto guadagnare qualche soldo per sfamarsi e poi, ora che ci pensava, quello era proprio l’unico lavoro che poteva fare alla sua età e con i suoi acciacchi.
Si procurò della lana, la cardò e cominciò a filare.
Fila fila... Fila fila... Calarono le tenebre e s’accorse di non avere neppure una candela. Come fare!?
Nella casa della vicina c’erano le luci accese. Pensò allora di praticare un buco nella parete che divideva la sua dalla casa della ricca. Dal buco cominciò a filtrare la luce e a quel chiarore riprese a filare.
Un brutto giorno, però, la vicina s’accorse del foro e, con rabbia stizzosa, l’otturò con la pece.
La sera, quando prese il fuso e vide che dal foro non trapelava più luce, capì cos’era accaduto.
Come fare!?
Aprì l’uscio e vide la strada illuminata dalla luna piena.
– Sia ringraziato il cielo! – esclamò – Con questo chiarore potrò lavorare fuori –
Prese una sedia, si sedette accanto alla porta di casa e cominciò a filare.
Lei filava e la luna camminava. La luna camminava e lei, filando filando, si spostava seguendo la luna nel suo cammino.
Quando la luna tramontò, alzò la testa dal fuso e si guardò intorno.
Dove si trovava!?
Non ne aveva proprio idea, ma era sicura di trovarsi molto lontano da casa.
Tornare indietro!? Ma da che parte?
Stava per essere presa dal panico quando intravide, lontano, una luce. Si diresse là da dove proveniva e arrivò presso un castello. Il portone era aperto. Entrò e si trovò in una grande sala illuminata, con una grande tavola apparecchiata,

«Ricca e povera»
Lei filava e la luna camminava. La luna camminava e lei, filando filando, si spostava seguendo la luna nel suo cammino.
intorno a cui sedevano dodici giovani vigorosi che mangiavano in buon’armonia.
Si fermò intimorita quando...
– Nonnina, entrate! Venite a mangiare un boccone con noi! – la invitò uno di loro.
Tutti si voltarono verso di lei e, premurosi, le offrirono una sedia. Vedendola tanto stanca e affamata, le posero innanzi un piatto fumante e la invitarono a mangiare. Timida e confusa la vecchina taceva e ogni tanto mandava giù un boccone con imbarazzo.
Quando alla fine si fu rifocillata uno di loro le chiese:
– Come mai vi trovate qui? –
Lei raccontò della sua casa buia, della luce rubata alla vicina, di come si era trovata lì seguendo il chiarore della luna e, parlando, mostrò loro il gomitolo di lana che aveva filato.
Quando quei dodici giovani, che altri non erano che i dodici mesi dell’anno, videro la lana che brillava ancora dei raggi lunari, rimasero estasiati.
– Ma è meraviglioso! – esclamarono all’unisono.
La vecchina, grata per l’ospitalità ricevuta, porse loro il gomitolo e insistette perché lo prendessero in dono.
Quando fu l’alba, i giovani approntarono una carrozza e ordinarono al cocchiere di riportare la donna a casa sua. Aiutarono la poverina a salire e, prima che la carrozza partisse, le donarono uno scrigno.
La vecchina, commossa, li salutò e la carrozza partì.
Quando fu a casa, aprì lo scrigno e... oh meraviglia!... Era pieno d’oro, d’argento e pietre preziose.
Al colmo dello stupore pensò che nulla più le avrebbe fatto paura, che, anzi, avrebbe potuto alleviare la miseria di tanta povera gente. Avrebbe aiutato e avrebbe dato ospitalità a tutti i bisognosi che glielo avessero chiesto. Con questo pensiero cominciò a rendere la sua casetta più confortevole. Imbiancò l’interno e la facciata, comprò delle sedie più robuste, un letto
più morbido, un tavolo più solido, comprò un lume e tanta legna per il camino.
Quando la vicina s’accorse che il comignolo della vecchina fumava, che la gente povera si recava in quella casa e ne usciva a mani piene, cominciò ad arrovellarsi e la notte non dormiva più dalla rabbia.
Come poteva essere!? Da dove prendeva, così all’improvviso, tanto denaro?
E dalli oggi, dalli domani, decise di venire a capo di quel mistero a tutti i costi.
Si ricordò del buco nella parete, quello che aveva otturato, lo liberò dalla pece e di lì cominciò a spiare nella casa della vicina.
Vide lo scrigno sul tavolo, vide la vecchina attingervi, uscire di casa e tornarvi carica d’ogni ben di dio.
Lo scrigno doveva contenere sicuramente del denaro o qualcosa di prezioso. Doveva scoprirlo ad ogni costo.
Così, il giorno dopo, con aria decisa e spavalda, irruppe nella casa della vecchina.
– O mi dici dove hai preso quello scrigno o ti accuserò d’averlo rubato! – le ordinò minacciosa.
Per la verità la buona nonnina, anche se non aveva nulla da nascondere, a quella minaccia fu presa da un forte sgomento e le raccontò tutto.
Cominciò a dirle della notte di luna piena, del suo cammino dietro la luna, del castello, del gomitolo che aveva donato ai giovani e dello scrigno che le avevano offerto.
La ricca, contenta per aver scoperto finalmente il segreto, decise che avrebbe fatto anche lei la stessa cosa, sicura che anche a lei avrebbero dato uno scrigno pieno d’oro e di pietre preziose. Così, nell’attesa che arrivasse la notte di luna piena, si fece filare non un gomitolo ma un sacco di gomitoli di lana e, quando la luna spuntò nel cielo tonda tonda, prese una carrozza e cominciò a seguirla nel suo cammino.
Al tramonto della luna si trovò presso il castello.
Fermò i cavalli, scese dalla carrozza e si avviò verso il portone. Lo trovò socchiuso. Entrò senza timore e si trovò in una grande sala, in fondo alla quale banchettavano dodici uomini vigorosi, allegri e gioviali.
Aspettò che si accorgessero di lei ma, quando vide che nessuno le badava, si spazientì e, con arroganza, proruppe:
– Beh, non mi dite di entrare? Sono stanca. Nessuno mi dà una sedia? –
I giovani, improvvisamente seri, la guardarono con aria corrucciata, tuttavia le fecero posto a tavola.
Oddio, con quanta voracità e malagrazia cominciò a mangiare! Aveva da ridire su questa e su quella vivanda, assaggiava, mangiucchiava, ruminava, rifiutava, sputacchiava. Pareva che il benessere in cui era vissuta le avesse dato il diritto d’essere insolente e boriosa.
Quando, finalmente, ebbe finito, i giovani le chiesero come mai fosse giunta fin lì. Lei raccontò che, filando, vi era arrivata seguendo i raggi della luna e, così dicendo, prese il sacco di lana che aveva portato con sé e lo porse loro. I giovani esitarono e lei, spazientita, proruppe stizzita:
– Lo volete o non lo volete? –
Quelli presero il sacco e le diedero in cambio uno scrigno.
La donna, che non stava più in sé dalla gioia, si strinse lo scrigno al petto e, senza neppure ringraziare, infilò di corsa la porta, raggiunse la carrozza e via, di gran galoppo, verso casa.
I cavalli correvano con le criniere al vento e lei, incurante degli urti e delle scosse, con una mano teneva le redini e con l’altra si stringeva lo scrigno e fantasticava: – A casa lo aprirò e con tutto l’oro e le pietre preziose mi farò una casa più grande, l’arrederò di mobili preziosi, come nessuno ne ha mai visti, mi comprerò tanti vestiti e avrò tanti servi. Vivrò come una regina e sarò riverita e ossequiata da tutti! –
E con la fantasia correva più dei suoi cavalli.
– Tutti mi invidieranno e creperanno di rabbia! Anche la vicina! – si ripeteva con dispetto e accompagnava i suoi vaneggiamenti con approvazioni del capo.
Arrivò a casa che albeggiava.
Fermò i cavalli, aprì la porta e corse a posare lo scrigno sul tavolo. Lo rimirò estasiata con occhi avidi e lo accarezzò ripetutamente con mani amorose.
– Sono la donna più ricca e potente del mondo! Tutti s’inchineranno a me! – e, mentre farneticava, aprì lo scrigno e...
Voi non potrete mai immaginare quello che successe!
Altro che oro e pietre preziose!
Dallo scrigno aperto si liberarono, con impeto inaudito, tutti i venti invernali, con le tempeste di neve e di grandine, lampi e tuoni. Ululando e fischiando rabbiosamente, scardinarono le porte, sconquassarono i mobili, abbatterono le pareti della casa e sballottarono di qua e di là la donna che gridava e si dimenava atterrita.
Il vento, la neve, la pioggia e la grandine infuriavano senza conoscere ostacoli e senza pietà. Pareva che tutte le forze della natura si fossero date convegno in quel luogo per misurare la loro violenza.
Quando alla fine tutto tacque, della casa non rimanevano che macerie. La donna giaceva per terra tramortita e con gli abiti sbrindellati.
Quando, pian piano, si riebbe e si girò intorno confusa, provò l’angoscia della miseria e della solitudine. Era ridotta sul lastrico!
Da quella catastrofe non si era salvato nulla. Della sua casa non rimaneva che un ammasso informe di rovine.
Disperata e presa dal panico, pianse, pianse accoratamente. Aveva sete, aveva fame, aveva paura. Non aveva più niente.
Le mancava tutto e aveva bisogno d’aiuto. Pensò alla vicina. Arrancando e gemendo si trascinò presso la sua porta.
Picchiò.
La donna l’accolse in casa, la rifocillò, la consolò e lei, per la prima volta, si sentì sciogliere il cuore di gratitudine e di amore.
Pianse.
Adesso era sicura che, piano piano, avrebbe ricostruito la casa e che, come la vicina pietosa, anche lei avrebbe dedicato il resto della vita ad alleviare le sofferenze degli infelici.
Che dite, non ha ragione il proverbio che dice Fa’ bene e scordalo, fa’ male e pensaci?

Sapete, ragazzi, che a volte noi vecchi dobbiamo ricorrere all’inganno per avere un po’ d’affetto? Sì, lo so che l’amore carpito con l’astuzia non è proprio disinteressato, purtroppo arriva un giorno in cui almeno quello diventa tutto per noi.
Ne volete una prova?
Ascoltate.
iveva, in una casa molto modesta, un vecchio povero e solo. Un tempo era stato sposo e padre felice di quattro figli. Questi, ormai adulti, si erano sposati ed erano andati a vivere ciascuno per proprio conto, abbandonando la casa paterna.
Non molto tempo dopo, il vecchio era rimasto anche vedovo e aveva perso qualsiasi ragione di vita. Fu così che si chiuse in sé a tal punto da trascurare tutto: se stesso, la casa, il lavoro... I figli, dal canto loro, presi ciascuno dalle proprie preoccupazioni, avevano diradato a tal punto le visite che, a volte, passavano settimane prima che ritornassero a rivedere il padre e, quando ci andavano, era sempre per una visita molto frettolosa.
Il tempo passava inesorabile e il vecchio si riempiva sempre più d’acciacchi e di nostalgie.
Arrivò un giorno in cui la solitudine cominciò a pesargli tanto ma proprio tanto. Il bisogno di vedere i figli e avere un
aiuto da loro divenne per lui una necessità sempre più pressante. Ma come fare?
Poiché quelli non si muovevano, un giorno decise lui di muoversi e di andarli a trovare.
Arrivò a casa di uno, bussò e...
– Oh, papà! Entra! Siediti! – lo accolse il figlio con la mano alla porta e un piede in strada – Entra! E scusami se esco... C’è mia moglie in casa... Ho tante cose da sbrigare! – e se ne andò via frettoloso.
– Siediti, papà, e scusami! – ribatté la nuora – Devo rassettare, ho tanto da fare! – e lo lasciò in un angolo della casa.
Il vecchio rimase un po’ poi, temendo d’essere di troppo, salutò e andò via.
Strascicando, raggiunse la casa di un altro figlio e poi quella dell’altro e quella dell’altro ancora, ma dovunque trovò indifferenza e fretta. Nessuno colse cinque minuti per stargli accanto e dargli un po’ d’ascolto.
A questo punto dovremmo dire «Povero nonnino!» ma vedremo che non sarà affatto da commiserare perché, anche se gli tremavano le gambe, gli erano rimaste ancora tante risorse per tirare acqua al suo mulino.
Dunque, amareggiato, ma per niente scoraggiato, decise di convincere i figli proprio come si meritavano.
Dovete sapere che in tanti anni il nostro vecchietto aveva messo da parte i soldi per il suo funerale... A quei tempi era una consuetudine diffusa. Non solo si mettevano da parte i soldi ma anche il vestiario per il proprio funerale. Figuratevi che uno dei capi che non doveva mancare nel corredo di una futura sposa era anche il sudario, il lenzuolo in cui avvolgere il corpo prima della sepoltura. Ma torniamo al nostro vecchietto. Aveva messo da parte un po’ di soldi. Erano pochi ma sarebbero serviti ugualmente al suo scopo.
Ascoltate...
Una sera, nell’ora in cui in paese tutti dormivano, il nostro
nonnino, che abitava al piano terra di una casa piccola e tanto antica, pensò di dare inizio al piano che gli avrebbe ricondotto i figli a casa.
A questo punto dovete ancora sapere che, al tempo in cui accadde il fatto, non esisteva nessuna rete idrica che portasse acqua nelle case. Voi mi direte: e come facevano!? Semplicissimo. Quasi tutte le case erano fornite di capaci cisterne in cui si raccoglieva dalle terrazze l’acqua piovana per uso domestico. Spesso una cisterna veniva goduta in comune da due o più famiglie. Vi attingevano acqua quelli del piano di sotto e quelli del piano di sopra, ciascuno da una propria finestrella che dava nell’unica gola e da cui ci si affacciava non solo per mandare giù il secchio, ma più spesso anche per origliare e sapere quello che accadeva nella casa di sotto o in quella di sopra.
I meno fortunati, quelli che non avevano la cisterna, si recavano ad attingerla, l’acqua, da un pozzo comune, quasi sempre fuori dal paese.
Riprendendo il racconto, quella sera, in cui aveva deciso di dare avvio al suo piano, il nostro brav’uomo, che conosceva molto bene le prestazioni di un pozzo e quanto fossero curiosi e pettegoli quelli del piano di sopra, cauto cauto spostò presso il finestrino aperto della cisterna il tavolo, vi sistemò sopra una cuccuma di creta con i miseri risparmi in monete di metallo, si sedette e cominciò a contare i pezzi.
Sapete come!?
Dalla cuccuma rovesciò sul tavolo le monete poi, facendole tintinnare quanto più forte poteva, cominciò a contare i pezzi uno per uno, rilanciandoli nella cuccuma vuota. Così, con quelle poche monete, tutta la notte: dalla cuccuma le riversava sul tavolo e dal tavolo, continuando la conta, le rigettava nella stessa cuccuma così che, dal tavolo alla scodella, dalla scodella al tavolo, contando sempre le stesse monete per tutta la notte senza interruzione, chi sentiva e non vedeva aveva l’impressione che stesse contando un tesoro immenso.
E così la prima sera, la seconda sera. La terza sera, quelli del piano di sopra, incuriositi, si affacciarono alla gola del pozzo per capire se era vero quello che sentivano e sospettavano.
Il vecchio contava:
– Mille... millecento... duemila... duemilacinquecento... –senza mai fermarsi. Questo fino all’alba e per i giorni che seguirono.
– Diecimila... undicimila... undicimilacinquecento... –
Ormai i loro sospetti erano diventati certezza. Non c’era dubbio che il vecchio, nel cuore della notte, pensando che tutti dormissero e che nessuno lo sentisse, contava il suo tesoro, e che tesoro!
Il fatto era così sorprendente e straordinario che non vedevano l’ora di parlarne ai figli.
Fu così che in uno di quei giorni, il compare del piano di sopra si recò a casa dei figli a raccontare il fatto.
– Forse non ci crederete, ma vostro padre è ricco sfondato.
Ne volete la prova?!... Venite stasera a casa mia –È inutile dirvi che nessuno dei quattro si lasciò pregare due volte e, con le ali ai piedi, si recarono all’appuntamento.
– Quindicimila... sedicimila... sedicimilacinquecento... –
Con somma meraviglia, dovettero anche loro convincersi che il padre era veramente ricco.
Il giorno dopo, a casa del vecchietto, cominciò un andirivieni di figli e nipoti.
Adesso tutti erano liberi, tutti trovarono la voglia e il tempo di accudirlo.
Chi gli soffiava il naso, chi gli portava le scarpe, chi gli dava da bere, chi gli girava intorno premuroso, chiedendogli se avesse bisogno di questo e di quello...
Tutti, intorno a lui, insistevano a voler fare più degli altri e meglio degli altri nella speranza di ereditare una fetta più grossa di quel tesoro.

«La forza del denaro» ... dalla cuccuma le riversava sul tavolo e dal tavolo, continuando la conta, le rigettava nella stessa cuccuma...
Insomma, la sera, quando se ne andavano, il vecchierello, rimasto solo, si godeva la solitudine con grande soddisfazione e la notte dormiva sereno e tranquillo come mai.
Qualche sera, però, riprendeva a contare il denaro, perché nessuno dei figli si scordasse del tesoro.
E così per gli anni che seguirono.
Quando morì, i figli e i nipoti lo piansero a calde lacrime. Gli fecero un bel funerale, lo seppellirono e tutti insieme tornarono a casa per spartirsi il tesoro.
Gira di qua, gira di là, rovista e rovista, alla fine trovarono la cuccuma con una sola manciata di monete.
Di tutto il tesoro solo quello?!
Come mai, come non mai, la ragione era una sola.
Si guardarono negli occhi e capirono tutto in un lampo.
Il tesoro non poteva esserci perché non c’era mai stato. Vi dirò di più. Non provarono nemmeno rabbia ma tanta tenerezza per quel povero vecchio che, con quella cuccuma e quella manciata di soldi, li aveva convinti a fare per avidità ciò che avrebbero dovuto fare per amore.

C’è comunque, miei cari ragazzi, l’inganno benevolo, quello che fa tenerezza, come quello al quale ricorse il vecchietto abbandonato, e l’inganno malevolo, rivolto essenzialmente a truffare il prossimo, che diverte solo se raccontato con la comicità di un paradosso.
Ascoltate...
era una volta un uomo di nome Francesco, chiamato da tutti Ciccio. Sposato e senza figli, non aveva per nulla quella che si suol chiamare una gran voglia di lavorare. Anzi, per la verità, gli piaceva più dormire e riposare che affrontare i disagi e i pericoli di un lavoro. Poverino! Era fatto così, che ci volete fare!?
La moglie era sempre lì a brontolare e a lamentarsi.
– Sei uno sfaticato. Possibile che in questa casa non si veda mai il becco di un quattrino? Se non fosse per me che vado a lavorare fuori, non avremmo nemmeno di che mangiare! –Ma Ciccio, come nulla fosse, se ne rimaneva sdraiato a sonnecchiare. Le parole di rimbrotto della moglie lo lasciavano del tutto indifferente. Comunque non si può negare che quella donna fosse veramente scocciante. Si metteva con quella solfa dalla mattina alla sera e nemmeno il sonno riusciva a chiuderle la bocca.
Ridete eh? Ma voglio vedervi io in quella situazione!
Ne aveva proprio tanta di pazienza quel povero marito che, figuratevi, sopportava tutto senza mai ribellarsi!
Sonnecchiava tranquillo, incassava e zitto.
Ma si dice che anche i santi perdano la pazienza e il nostro, che fino ad allora aveva avuto proprio la pazienza di un santo, un bel giorno decise che le avrebbe fatto vedere di che cosa era capace. Si alzò e uscì. La moglie, a bocca aperta e con gli occhi sgranati, rimase di stucco con la ramazza a mezz’aria.
Non se lo sarebbe mai aspettato!
Che cosa aveva detto o fatto di diverso perché si compisse quel miracolo?
Bah! Va’ un po’ tu a capire i misteri della vita!
Quando fu in strada, mastro Ciccio, stordito, si chiese che ci faceva ma non appena si riebbe si ricordò il motivo per cui era uscito.
Avrebbe comprato da mangiare di tutto e di più. Era stanco di trovare a tavola sempre le solite pietanze che sapevano di povertà e di risparmio. E, visto che si trovava, si sarebbe vestito a nuovo di tutto punto perché, se è vero che l’abito non fa il monaco, è anche vero che l’occhio vuole pure la sua parte.
Per il denaro che non aveva non c’era da preoccuparsi, almeno per il momento.
E così andò dritto dritto dal macellaio.
– Compare, datemi un agnello, due galline e qualche chilo di vitello. Verrò a pagarvi il più presto possibile e visto che vado a piedi prestatemi anche il carretto. Ve lo riporterò subito –
Prese e andò via.
Passò dal salumiere.
– Compare, datemi dieci chili di pasta, formaggio, zucchero... Verrò a pagarvi il più presto possibile! –
Prese e andò via.
Passò dal sarto:
– Compare, datemi un vestito, il migliore che avete. Verrò a pagarvi il più presto possibile! –
Prese e andò via.
Passò dal calzolaio:
– Compare, datemi un paio di scarpe, le più resistenti che avete. Verrò a pagarvi il più presto possibile! –
Prese e andò via.
Passò dal cappellaio:
– Compare, datemi un cappello, il più elegante che avete. Verrò a pagarvi il più presto possibile! –
Prese e andò via.
Il carretto era così carico che a mala pena ce la faceva a tirarlo. Quando la moglie se lo vide innanzi stracarico di tutta quella roba, poiché sapeva che nelle tasche del marito non c’era che ragnatela da anni, terrorizzata gridò:
– Mamma santa! Che è successo? Dove hai rubato tutto questo?... Chi hai ammazzato? –
Sì, ridete, ridete voi...
Ma lui niente. Rovesciò i pacchi sul tavolo e per terra, tra lo sbigottimento della donna che aspettava una risposta che non veniva e per la verità non venne.
Comunque, di fronte a tanto ben di Dio e vedendolo tranquillo, si fece passare ogni paura e sospetto e così, temendo proprio d’aver sottovalutato le capacità del marito, docile docile (e, sia detto in un orecchio, anche un po’ servile) cominciò ad obbedire ad ogni suo comando.
– Toglimi le scarpe! Aggiustami il guanciale! Dammi da bere! Cucina! Arrostisci la carne! –
E così, per diversi giorni, filarono d’amore e d’accordo.
La donna obbediva e il marito comandava.
Questo clima bucolico, però, finì più presto di quanto il nostro compare avesse supposto. Una nuvolaglia minacciosa cominciò ad addensarsi sul suo capo.
Le provviste erano finite e i creditori cominciarono a bussare insistenti all’uscio di casa.
E la moglie?!
Non parliamone proprio!
Aveva ripreso a sbraitare, a lamentarsi, a inveire contro il marito.
– E già – recriminava – tutti saprebbero fare come te. Prendi la roba e non la paghi. La pagherò!?... E come?... Se non ricordi più che faccia hanno i soldi! –
E dalli e dalli, siccome anche il ferro si piega, Ciccio non ne poté più e decise di mettere a tacere una volta per tutte creditori e moglie. Fu così che un giorno, tirati fuori il vestito, le scarpe e il cappello nuovi, con la scusa che doveva uscire per un impegno importante si vestì di tutto punto e, appena sulla soglia, soffocando un grido di aiuto e di dolore, come colto da un malore improvviso, stramazzò al suolo.
La moglie, credendolo morto, cominciò a piangere e a gridare. La notizia che Ciccio era morto si diffuse per tutto il paese e penetrò anche nella bottega del macellaio, in quella del salumiere, in quella del sarto, del calzolaio, del cappellaio.
Tutti gli amici si recarono a casa a dargli l’estremo saluto. Tutti, anche i suoi creditori.
Ciccio giaceva sul letto, nei panni nuovi, con scarpe e cappello nuovi, con le mani incrociate sul petto e quattro candele ai lati.
La gente si avvicinava alla salma, si spremeva due lacrime, sprecava due parole di elogio, si genufletteva e poi scompariva a spettegolare fuori.
Venne anche il turno del macellaio che, piegandosi sul morto come a volergli dare l’estremo saluto, gli sussurrò tra i denti:
– Mi dovevi saldare un debito. Non potevi aspettare a morire? Comunque, meglio a te che a me. Va’... non ci pensiamo più! –
Fu poi la volta del salumiere, poi quella del sarto e quella del calzolaio che, più o meno, dissero tutti le stesse cose parlando a denti stretti alla salma e tutti gli condonarono i debiti per una certa pietà che, almeno nelle anime più semplici, riesce ad averla sempre vinta su propositi di rabbia e di vendetta. Non avvenne altrettanto per il cappellaio. Questi non riusciva proprio a capacitarsi d’essere stato gabbato in quel modo dalla sorte.
Era morto, sì, è vero, però il cappello era suo e doveva riprenderselo a tutti i costi. Così, quando fu notte, si presentò a casa del defunto per la veglia funebre. Gli si sedette accanto e aspettò che rimanessero soli, lui e il morto. Gli stava accanto e cercava di non perdere di vista il cappello, quasi che da un momento all’altro dovesse prendere il volo insieme all’anima del defunto.
Quando finalmente furono soli, allungò la mano e strappò il cappello dalla testa del morto.
Ciccio, che proprio non se lo aspettava, colto di sorpresa, con un balzo saltò sul letto.
Il cappellaio, terrorizzato, lasciò il cappello e se la diede a gambe gridando come un forsennato.
– Aiutoooo! Aiutoooo!... Non lo voglio più!... Non lo voglio più il cappello!... Tienitelo! – gridava fuori di sé correndo per le vie del paese!
In un battibaleno si sparse la notizia che Ciccio era resuscitato e, quando i creditori ritornarono da lui a reclamare il debito, il nostro furbacchione sapete cosa disse?
– Quando ero all’altro mondo ho inteso che non volevate più nulla ed ho sentito il Signore che, sorridendo, diceva: Con questa opera di carità tu, macellaio, tu, salumiere, tu, calzolaio e tu sarto avete salvato la vostra anima. Questo ha detto il Signore. Ora cosa volete?! Volete ritornare all’inferno? In quanto al cappellaio, tutto il paese l’ha sentito gridare e tutto il paese è testimone che ha detto di tenermelo io il cappello! –
– Sì è vero, è vero – dissero tutti quelli che lo avevano sentito e, mentre se ne andavano...
“Una vecchia fece una scorreggina, per centocinquanta miglia fu il tuono.
A Napoli uccise un asino e un bue, a Roma un battaglione di soldati.
La vecchia poi rispose dalla fanteria: – Quanto è valsa questa scorreggina mia!”–

Dio non aspetta il sabato per pagare!
Avete compiuto opere di bene? Non disperate. Proprio quando la sofferenza vi toglie ogni speranza, il Signore vi sta tendendo una mano.
Ascoltate...
era una volta, tanti e tanti anni fa, un mercante che, spingendo un carrettino, vendeva stoffe per le vie del paese. Ad ogni angolo si fermava e lanciava il solito richiamo:
– Stoffe, stoffe! Chi vuole le stoffe più belle del mondo? Venite, venite a comprarle! –
A quel grido le donne e le ragazze si affacciavano sull’uscio, scendevano in strada e, sciamando, si avvicinavano al carrettino. Toccavano, chiedevano, sceglievano, contrattavano e compravano. Il mercante srotolava, esponeva su un braccio i pezzi di stoffa, misurava e vendeva.
Ai tempi della storia, ogni ragazza, sin dalla nascita, aveva il suo cassettone che, poco alla volta, proprio come fanno le formiche, si riempiva di tele per lenzuola, federe e tovaglie, di coperte e tutto quanto poteva servire per un corredo da sposa. Quindi potete immaginare come tutte, madri e figlie, aspettassero il carretto del mercante, ansiose di investire il gruzzolo raggranellato in un pezzo di felicità da custodire nel cassetto.
E il mercante passava gridando:
– Stoffe! Stoffe! Chi vuole le stoffe più belle del mondo?!...
Venite, venite! –
E così da anni, ogni giorno, dalla mattina fino a sera.
Ma un giorno il mercante si ammalò e le donne attesero invano che il carrettino passasse.
Deluse, dalle finestre e sulle soglie cominciarono a chiedersi cosa mai fosse successo e perché il mercante non mandava suo figlio, se non poteva muoversi lui.
E il nostro brav’uomo pensò proprio al figlio quando si rese conto che il suo era mal di vecchiaia e perciò un male che non poteva essere guarito. Lo chiamò accanto al letto e gli parlò:
– Figlio mio, ormai sono vecchio e malato. Non posso più tirare il carretto. Prendilo e va’ tu in paese a vendere le stoffe. Non possiamo vivere senza lavorare. Abbiamo bisogno di denaro –
– Papà – lo rassicurò il figlio – farò come vuoi –
Così, l’indomani, prese il carretto per le stanghe e, spingendolo innanzi a sé, cominciò a girare per le vie del paese e a lanciare il suo richiamo:
– Stoffe! Stoffe... Chi vuole le stoffe più belle del mondo... Venite, venite a vedere! –
Le donne e le fanciulle tornarono ad affacciarsi felici sulle soglie delle case e ripresero a scegliere e a comprare.
Oggi può sembrarvi strano, ma quel carrettino aveva il potere di risvegliare in tutte sogni e speranze, e tutte, vicino a quelle stoffe, si sentivano felici.
Al vespero, finito il giro, il giovane ambulante giunse in riva al mare. Pensò di riposarsi un po’ quando scorse tanti uomini che, stretti a capannello, gridavano, gettavano pietre e davano calci a qualcuno o qualcosa che era lì per terra. Incuriosito, si avvicinò e vide che quelli scaricavano la loro rabbia sul corpo di un uomo morto.
– Cosa fate!?... Lasciatelo stare, non vedete che è morto?... Perché ve la prendete tanto con lui? – gridò con veemenza.
– Proprio perché è morto! – gli rispose uno infuriato –Questo qui ci doveva dei soldi e ora chi ce li darà più? –
Dovete sapere che quell’uomo era stato molto povero e che, per sfamare i figli, aveva contratto numerosi debiti ma poi era morto e non era riuscito a saldarli.
Il giovane, impietosito e indignato, tirò fuori tutto il ricavato della giornata e disse:
– Lasciatelo in pace! Ve li pago io i suoi debiti –
Quelli presero i soldi e se ne andarono. Lui riprese il carretto e tornò a casa dove lo aspettava il padre, ansioso di sapere come se l’era cavata e quanto aveva incassato.
Il figlio gli raccontò per filo e per segno tutto quello che aveva venduto in paese ma, quando gli raccontò anche quello che gli era accaduto sulla spiaggia e che tornava a mani vuote, il vecchio lo rimproverò aspramente:
– Come?!... Lo sai quanto bisogno abbiamo noi di denaro per mangiare e tu ti permetti di sprecare il ricavato di tutta una giornata per chi?!... Per un morto che non ha bisogno né di denaro, né tanto meno di mangiare? Povero me... Povero me!... Guai a te se torni un’altra volta senza denaro! –
Il ragazzo non se la sentì di dargli torto ma, d’altronde, riteneva di non doversi rimproverare nulla, perché aveva agito così per pietà cristiana.
Il giorno dopo si alzò di buon mattino con la brava intenzione di portare a casa un bel gruzzolo da consegnare nelle mani del padre. Prese il carrettino con la roba e si avviò in paese.
– Le stoffe! Le stoffe più belle del mondo! Venite donne, venite al mio carretto! –
E la gente uscì brulicando dalle case, si assiepò intorno al carretto, scelse, contrattò, comprò panni e biancheria e rientrò in casa felice.
Verso l’imbrunire il giovane giunse nuovamente presso la riva del mare e qui si fermò, deciso a riposarsi prima di riprendere la via di casa. Mentre se ne stava seduto accanto al carretto, vide in lontananza dei briganti che, vociando e minacciando, si contendevano una fanciulla che, piangendo, cercava di divincolarsi e gridava aiuto.
La scena era straziante. Impietosito accorse e chiese a quegli uomini senza scrupoli di liberare la ragazza. Ma quelli niente. Li scongiurò, ma niente.
– Se la liberate vi do tutto l’incasso della giornata! –
I briganti si guardarono e scoppiarono a ridere e a sghignazzare:
– Questa ragazza per così poco? Ma devi proprio essere matto! –
– Vi prego, liberatela! – insistette – Vi darò anche il carretto con tutta la roba. Lasciatela. Vi do tutto quello che ho! –
Uno dei briganti, che sembrava il capo, prese i soldi, l’asino, le stoffe e il carretto e liberò la ragazza. Alcuni cercarono di protestare ma lui li mise a tacere e così se ne andarono.
Il giovane rimase solo sulla spiaggia con la ragazza che piangeva e tremava dal freddo e dalla paura.
– Non piangere – la consolava – Nessuno ti farà più del male. Hai una casa dove andare?... No?!... Ti ospito a casa mia e domani si vedrà –
Quando giunsero a casa e il padre lo vide senza carretto, né stoffe, né denaro, vi lascio immaginare quello che successe.
Montò su tutte le furie e, urlando fuori di sé, cacciò il figlio di casa:
– Sciagurato, buono a nulla!... E io che fidavo sul tuo aiuto!... Non hai fatto che combinare guai! Vattene! Vattene fuori dai piedi e non farti più vedere! –
Il giovane non osò replicare. Aveva sbagliato ma era sicuro che, trovandosi di nuovo nella medesima circostanza, avrebbe agito nella stessa maniera.
La ragazza si sentì lo scrupolo d’essere stata lei la causa di tutto e, quando si trovarono soli per la strada, pregò il giovane di lasciarla andare. Avrebbe tentato di rimettersi in mare per raggiungere il suo paese e lì avrebbe cercato di guadagnarsi da vivere tessendo. Gli raccontò che era una tessitrice d’oro e d’argento e che aveva lavorato anche per conto di re, regine e principesse. Ma in paese qualcuno la odiava e così un giorno fu rapita e venduta ad un uomo, quello stesso che, poco prima, gliel’aveva ceduta in cambio di tutto quello che aveva.
Figuratevi un po’ voi se il giovane era il tipo da lasciarla andar via!
– Ormai quello che è stato è stato! – la confortò – Non pensarci più. Ora sai che faremo?! Andremo in cerca di un alloggio per riposare questa notte e domani mattina mi metterò in cerca di un lavoro. Ho due braccia robuste e vedrai che il pane non ci mancherà. Quando poi avrò fatto un po’ di soldi, ritornerò da mio padre e gli chiederò il perdono e la benedizione per noi due –
– Se è questo che vuoi – aggiunse la ragazza – anch’io potrò aiutarti cominciando a tessere per la gente del tuo paese. Solo così potrò ripagarti della tua bontà e generosità –Quando ormai era già buio, trovarono fuori dal paese una casetta sperduta e disabitata. Entrarono e vi riposarono per quella notte.
L’indomani mattina, di buon’ora, il giovane si alzò e, dopo aver rassicurato la fanciulla che sarebbe ritornato al più presto, si recò in paese in cerca di lavoro.
A questo punto vi ricordate che alcuni briganti non erano d’accordo a cedere la fanciulla? Ebbene questi, anche se sul momento avevano obbedito, tuttavia non si erano dati per vinti e decisero, di nascosto, di mettersi sulle tracce dei due per rapire la ragazza. Non ebbero difficoltà. Quando il giovane, ignaro di tutto, si fu allontanato, i briganti piombarono
sulla ragazza, la imbavagliarono, la legarono, la misero in un sacco e si diressero con le ali ai piedi verso la spiaggia. Qui salirono sulla nave, sciolsero gli ormeggi e salparono lontano da quel luogo.
La fanciulla piangeva e si disperava. Nessuno l’aveva vista. Nessuno l’aveva udita. Sarebbe rimasta per sempre nelle grinfie di quegli uomini senza scrupoli. Non le rimaneva che desiderare la morte.
Quando il giovane tornò nella casetta e non trovò la ragazza, intuì che doveva essere accaduto qualcosa di terribile. Cominciò a chiamarla e a cercarla ma niente.
A sera, giunto presso il mare, si abbandonò sulla riva e, con la testa sulle ginocchia, scoppiò in un pianto dirotto. Improvvisamente sentì una mano sulle spalle. Sollevò la testa, volse lo sguardo e vide un uomo che non conosceva, un uomo dallo sguardo dolce e dal sorriso buono.
– Perché piangi e ti disperi? – gli chiese.
Il giovane gli raccontò tutto.
– Povero ragazzo!... Non temere – lo rassicurò il vecchio –Stasera riposerai nella mia barca e domani ci metteremo alla ricerca della tua fanciulla –
L’indomani si svegliò che il sole era già alto e la barca, in mare, scivolava tranquilla.
Remarono... remarono e, verso l’imbrunire, approdarono su una spiaggia sconosciuta. Il vecchio ormeggiò. Propose al giovane di scendere a riva e, insieme a lui, di inoltrarsi in quei luoghi e chiedere ospitalità a qualcuno.
Cammina... cammina... Cominciavano a disperare quando scorsero in lontananza una casa. Affrettarono il passo e, giunti, picchiarono alla porta.
Venne loro ad aprire una vecchina che, nel vederli stanchi e affamati, li fece entrare e offrì loro riposo e cibo.
Quando i due si furono rifocillati, chiesero se da quelle parti c’era lavoro.
– Per la verità – disse la donna – il padrone di queste terre va in cerca di buone braccia per i suoi campi. Domani gli parlerò e sono sicura che vi darà lavoro. Per stanotte potrete riposare nella stalla.
E così fu.
L’indomani i due uomini furono assunti come contadini di quelle terre e cominciarono a lavorare sodo da mattina a sera.
Durante il riposo il ragazzo cercava conforto nel canto. Si appoggiava con le spalle al muro e cantava tutta la sua storia d’amore.
Tesseva oro e argento per regine
Da uomini malvagi la salvai
Era bella e me ne innamorai
L’ho persa e il cuore mio non ha più pace.
E cantava... Cantava con il pianto nel cuore.
La vecchina lo ascoltava e un giorno, incuriosita, gli chiese:
– Perché canti questa canzone tanto triste? Devi essere veramente infelice! –
E il giovane le raccontò del suo amore per la fanciulla che aveva salvato e che aveva perso.
– Era così bella! Le sue mani tessevano oro e argento per principesse e regine. Ci volevamo tanto bene ma, quel giorno, quando tornai a casa, lei non c’era più. Ho paura che me l’abbiano rapita... –
Quando la vecchia sentì questo, si fece pensierosa, poi...
– Non vorrei illuderti – cominciò – Al palazzo, tra le schiave del padrone ce n’è una comprata da poco che tesse oro e argento per la signora. Se vuoi, stanotte ti accompagno sotto la sua finestra –
Il giovane, divorato dall’ansia, attese che giungesse la notte. E la notte venne e seguì la vecchina nelle tenebre, attraverso i campi, fin presso il palazzo.
La donna si fermò sotto una finestra e qui sussurrò al giovane di cantare la sua storia.
Tesseva oro e argento per regine
Da uomini malvagi la salvai
A casa quella sera la portai
Era bella e me ne innamorai
Cantò e, mentre cantava, sentì e vide le imposte della finestra che si aprivano.
Rimase un attimo col fiato sospeso poi dalle imposte socchiuse apparve un volto di fanciulla.
Era lei, proprio lei!
Non vi dico e non vi conto la gioia di tutti e due.
– Sono venuto per riportarti nella nostra casetta – le disse – Vieni. Andiamo via di qui! –
La fanciulla non se lo fece ripetere due volte.
Piano piano, senza far rumore, uscì dal palazzo e, insieme alla donna, tornarono dal vecchio marinaio che li aspettava. L’indomani salutarono la buona vecchina e ripresero tutti e tre il viaggio di ritorno.
I due giovani, stanchi, si addormentarono. Al risveglio la barca era ormeggiata presso una riva che il giovane conosceva molto bene. Si guardarono intorno. Era proprio la loro spiaggia. Il vecchio li aveva accompagnati a casa.
Ma lui... Lui dov’era?
Lo cercarono e lo chiamarono. Niente. Tornarono alla barca e in un angolo, accanto ai remi, scorsero un fagotto che sicuramente non era lì prima che partissero. Il giovane lo prese, lo aprì e... oh, meraviglia!... Era pieno di tante monete d’oro.
I due si guardarono esterrefatti e increduli, poi abbassarono lo sguardo e, nel luccichio dell’oro, scorsero un biglietto. Il giovane l’aprì e lesse:
«Sei stato buono e generoso con me quando i miei creditori mi calpestavano su questa spiaggia. Prendi queste monete. Sono tue. Grazie per la pietà e per quello che hai fatto per me».
Le mani gli tremavano.
Rivolto alla fanciulla, disse:
– Scendiamo. Quel caro vecchio non tornerà più. Prendiamo le monete d’oro e andiamo da mio padre a chiedergli perdono –
Figuratevi la gioia del vecchio che intanto si era pentito di essere stato severo con il figlio e non vedeva l’ora che ritornasse.
Fu così che i due si sposarono e io “quel giorno mi trovai a passare, li vidi e mi chiamarono.
Mi diedero una mappata con dolci e confetti.
Ne tengo ancora conservati...
Se fate i buoni, ve li farò assaggiare...”

La povertà, miei cari, spesso stimola l’ingegno e dà al più debole la forza di sopravvivere in un mondo in cui domina la forza bruta e la cattiveria.
Ascoltate quest’ultima prima che il fuoco si spenga.
anti e tanti anni fa in una grande masseria viveva, in compagnia dei suoi animali, un massaio, una volta ricco e felice ma tanto disgraziato al tempo della nostra storia.
Infatti, poco lontano dalle sue terre, vivevano dei briganti senza scrupoli che, spesso e volentieri, irrompevano nelle sue stalle e facevano razzia d’ogni animale. Il bestiame si assottigliava a vista d’occhio e lo spettro della rovina incombeva su quella masseria. Il padrone era disperato e non sapeva più a quale santo votarsi.
Un giorno se ne andava, fischiettando allegro per quei campi assolati, un povero calzolaio di nome Minguccio al quale, si diceva, la miseria aveva aguzzato oltremodo l’ingegno. Girava, com’era consuetudine a quei tempi, per le case sperdute nella campagna, in cerca di scarpe da risanare così da poter mettere insieme quel tanto necessario per non morire di fame.
Giunse quindi, fischiettando, presso l’aia della masseria e qui cominciò a dar voce per segnalare la sua presenza. La casa gli sembrò piuttosto triste e squallida. Alcune pecore se ne
stavano pigre, abbandonate al sole, senza guida, e alcune galline caracollavano starnazzando in cerca di cibo che non c’era.
– Ehi, voi di casa... Avete scarpe da aggiustare?... Ehi di casa!... – gridò ripetutamente.
Stava per convincersi che non doveva esserci nessuno, quando vide aprirsi, cigolando, una porta e comparire la sagoma di un uomo triste e precocemente invecchiato.
– Buon uomo – gridò – avete scarpe da aggiustare? Ve le faccio in giornata e a buon prezzo. Vedrete... verranno come nuove... Ma... che avete?... Perché non rispondete? –
E l’uomo, lemme lemme, avanzò nella luce, verso l’aia, e si fermò a distanza, sospettoso, poi, quando ebbe scrutato ben bene l’inaspettato visitatore, così malandato in arnese, ritenendolo un povero diavolo, più povero di quanto non fosse lui stesso, si decise ad aprir bocca.
– Chiunque tu sia, a vederti, mi sembri disgraziato proprio quanto me. Io non posseggo più nemmeno il becco di un quattrino e farmi risuolare le scarpe sarebbe un lusso per me, quanto un affare per te aggiustarmele! Se fossi venuto in altro tempo, avresti trovato qui l’abbondanza, la ricchezza e tanto lavoro, ma oggi non c’è che miseria e disperazione. Dio voglia che le cose non vadano ancora peggio, se consideri che sono mesi che i briganti assaltano quasi ogni giorno i miei campi e fanno razzia di tutto. Senti me... allontanati da questo luogo... Vattene, vattene prima che sia troppo tardi! – e lentamente tornò indietro, pronto a scomparire, così come era apparso, nel vano buio della porta. – Compare – lo fermò di botto il calzolaio – e voi non fate nulla per cacciarli via? Come potete tollerare di vedere andare in malora il frutto delle vostre fatiche senza muovere dito, aspettando rassegnato il peggio?... Sono cose che non posso sopportare! Anzi, sapete che faccio? Stasera resterò qui con voi e li affronterò io i briganti! Datemi solo della ricotta e un fucile e poi chiudetevi in casa –
Il massaio, per la verità, non fu molto incoraggiato da questa offerta d’aiuto, anche perché, a ben guardarlo, compare Minguccio, così magro, sembrava perdersi nelle brache. Ma, giacché la posta da perdere era solo un po’ di ricotta, accettò senza molto entusiasmo. Gli diede ciò che aveva chiesto e si rintanò in casa, rassegnato al prossimo furto.
Era una notte di luna piena. L’aia e le mura della masseria, illuminate dal chiarore, erano acquattate come bestiole spaurite nel silenzio della notte. Il calzolaio, sicuro del fatto suo, si era appostato sul tetto della casa, col fucile puntato sullo spiazzo dell’aia e delle grosse pietre accanto.
Pietre?!
Sembravano!... In realtà erano palle informi di ricotta mescolata a terriccio.
Ad ogni fruscìo rizzava le orecchie, ad ogni verso di uccello notturno si metteva sul chi va là, pronto a premere il grilletto.
Quando tutto ormai sembrava quieto, nel cuore della notte, dei piccoli rumori, simili allo scalpiccìo di qualcuno che si faceva strada tra i cespugli, dapprima lo insospettirono, poi lo resero certo che stava per scoccare il momento atteso.
Dalle piante, curvi e circospetti, sbucarono i briganti. Quando videro l’aia libera, si rizzarono e, sicuri di sé, cominciarono a correre verso le stalle.
Ma...
– Alto là! – intimò minaccioso compare Minguccio dalla terrazza e... beng... beng... beng... fece subito seguire una scarica di fucile sul selciato dell’aia.
I briganti, colti di sorpresa, si arrestarono impauriti da quei colpi secchi e inaspettati.
– Alto là o vi spappolo come queste pietre! – E, così dicendo, stritolò tra le mani quei massi che sembravano pietre.
I briganti, che già erano sconvolti, nel veder gocciolare le pietre rimasero atterriti, senza più il coraggio né la forza di continuare l’assalto.
– Potrei schiacciarvi come insetti – aggiunse il calzolaio –ma vi lascio andare purché non mettiate più piede in queste terre! E, se a qualcuno non è ancora passata la voglia, ritornate qui domani mattina che ci batteremo! –
I ladroni voltarono le spalle e batterono in ritirata.
– Sono scappati! Sono scappati! – cominciò a gridare brandendo il fucile in segno di vittoria – Sono scappati! Siete salvo! –
A quelle grida il massaio balzò dal letto, in dubbio se gridare per il terrore o per la gioia. Quando capì cos’era realmente accaduto, insieme al calzolaio corse in cucina a festeggiare l’avvenimento con una bella mangiata. Al mattino i briganti, che non si erano fatti capaci di quanto era loro accaduto, si presentarono sull’aia pronti a misurarsi con Minguccio.
– Sentite! – disse il calzolaio – Perché nessuno di voi abbia dubbi sulla mia forza, propongo di cimentarci tutti in questa prova. Vedete quegli alberi là in fondo? Il più grosso sarà per me, degli altri più teneri e giovani sceglietevene uno per ciascuno! Partiremo tutti insieme e vincerà chi sarà riuscito ad infilare le dita della mano nel tronco del proprio albero. Se vincerò, sarò io il vostro capo. Se perderò... Beh, se perderò... se perderò non avrò scampo... Sarete voi a decidere la mia sorte –
La proposta fu accolta all’unanimità da tutti i briganti.
Quando furono pronti, il massaio diede il segnale della partenza e... via!... partirono tutti di gran carriera.
All’impatto col tronco degli alberi le dita dei briganti si frantumarono tra pianti e grida di dolore e, mentre saltavano dal dolore, il nostro calzolaio, ritto, con le cinque dita della mano infilate nel tronco dell’albero, si godeva la vittoria.
– Nooo!... –
Sì... proprio così! Avete capito bene. Con le cinque dita della mano infilate nel tronco dell’albero più grosso e robusto!
Fatevi più vicini e vi dirò come aveva fatto il nostro simpatico campione a vincere quella prova.
Prima che albeggiasse, quella mattina, si era recato nel campo, aveva scelto l’albero più grosso e annoso, vi aveva praticato cinque fori in corrispondenza delle dita della sua mano e li aveva poi riempiti con il miscuglio di ricotta e terriccio.
I briganti, naturalmente, molto lontani da ogni sospetto, quando videro che compare Minguccio era lì, trionfante, con le dita nel tronco, rimasero di stucco.
La paura e il terrore s’impadronirono nuovamente di loro e, soffocando il dolore, ammutolirono.
– Bene, bene, bene... – disse il nostro calzolaio – Qualcuno ha nulla da ridire?... D’ora innanzi sarò io il vostro capo e guai a chi si ribella! –
E nessuno si ribellò.
Così, dopo aver salutato il massaio, che ancora lo sta ringraziando, si allontanò con i briganti e, insieme, si diressero nel loro covo. Qui li mise a lavorare sodo da mattina a sera. Ai suoi comandi i galeotti obbedivano mansueti come cuccioli. Tagliavano la legna, accendevano il fuoco, facevano il pane... – Il pane?! –
Sì, sì... facevano il pane! E fu proprio un giorno in cui avevano bisogno d’acqua e di legna per il pane che Minguccio li sentì mugugnare:
– Che bello eh!... Noi lavoriamo e lui se ne sta lì senza far niente. Perché non va lui a prendere l’acqua e la legna? –– Ah... sììì?! Così è?! – disse – Ora vi faccio vedere io di che cosa sono capace. Andrò io e vi porterò qui non l’acqua ma tutto il fiume, non la legna ma tutti gli alberi del bosco! –– Per carità... nooo, nooo! – gridarono all’unisono i briganti terrificati e fecero appena in tempo a trattenerlo.
Sicuri d’aver evitato una grossa sciagura ripresero a obbedire e a lavorare. Questo episodio, però, mise il nostro calzolaio sull’attenti. Era segno che tra i briganti cominciava a serpeggiare il malcontento e, quindi, da un momento all’altro, poteva accadere di tutto.
Continuò a godersi il suo ozio e a comandare a bacchetta, ma le orecchie furono sempre più tese a captare perfino i sospiri repressi e gli occhi, più vigili, controllavano e dominavano tutto con cautela e circospezione.
Fu così che una notte, origliando di nascosto, riuscì a intercettare un piano segretissimo dei briganti, intenzionati a toglierlo definitivamente di mezzo. Li sentì che tramavano di irrompere, l’indomani notte, nella sua tenda, mentre dormiva, e di ucciderlo.
E così fu. L’indomani, quando furono certi che dormiva, i briganti irruppero nella sua tenda e cominciarono a sfogare la rabbia a colpi di pugnale sul suo corpo. Alla fine, sazi del misfatto, si riversarono fuori e, brandendo bottiglie di vino e bevendo, cominciarono a festeggiare la loro libertà, schiamazzando e sghignazzando.
Ma, sul più bello della cagnara, una voce imperiosa mozzò loro il respiro. Si voltarono atterriti e... dinanzi alla tenda videro, a gambe divaricate e con le mani ai fianchi, la figura spettrale di compare Minguccio.
– Brutte canaglie, volete tacere?... Cosa vi è preso a quest’ora?... Tra voi e le pulci che mi hanno assalito stanotte non ho potuto chiudere occhio. Tacete e andate subito a dormire! –
I gaglioffi, con l’aria di chi ha visto satana, si guardarono l’un l’altro allibiti e, mogi mogi, se ne andarono a nanna.
– Cos’era successo?! –
Ma come...?! Non lo avete capito? Il nostro brav’uomo, che, come ho detto, aveva intercettato tutto il piano criminoso, quella notte si era nascosto e, nel letto, aveva posto un fantoccio di panni e paglia che, naturalmente, dopo l’assalto aveva provveduto a far sparire. Ma compare Minguccio, ormai, cominciava a non essere più al sicuro tra quella masnada, per cui, un giorno, li convocò tutti e così parlò:
– Sono stufo di stare con voi. Siete tutti imbecilli e vigliacchi! La mia forza qui è sprecata! Tirate fuori un bel malloppo
e un asino e io me ne andrò per sempre, senza farmi più vedere! –
Questo sì che poteva dirsi ragionare! pensarono i briganti e tirarono un profondo sospiro di sollievo. Finalmente vedevano risolto ogni loro problema.
Voleva il denaro?!... Ma gli avrebbero dato tutte le loro ricchezze in cambio della libertà.
Così, senza battere ciglio, spinti solo dall’ansia di vederlo sparire per sempre, deposero ai suoi piedi tante monete d’oro, d’argento e pietre preziose, tante da riempire due grossi sacchi. Gli portarono l’asino col basto, vi sistemarono il prezioso carico e, sfregandosi le mani soddisfatti, videro l’asino, l’oro e compare Minguccio scomparire all’orizzonte.
Seguì un’esplosione di gioia. Gridando e saltando, tirarono fuori le provviste e si diedero a dar fondo a tutto.
Quando furono sazi e ubriachi, si abbandonarono, stanchi, ad un sonno pesante.
Li svegliò il sole dell’indomani.
Sbadigliando, intontiti, si guardarono intorno e, a mente più lucida e libera, constatarono che, oltre ad aver consumato ogni provvista, non avevano più neppure il becco di un quattrino.
Che fare?!
Decisero di mettersi sulle tracce di compare Minguccio, di assalirlo e rubargli tutto il tesoro.
E così fu. S’inoltrarono nel bosco, seguendo le tracce lasciate dall’asino.
Cammina, cammina, alla fine si fermarono sotto un grosso albero dove terminavano appunto le orme dell’animale.
Presero a guardarsi intorno quando, dall’alto, cominciarono a venir giù alcune monete e sentirono una voce, a loro tanto nota, che diceva:
– Allontanatevi, brutte canaglie, se non volete morire schiacciati sotto il peso del mio asino! Gli ho sferrato un cal-
cio così potente che è sparito tra le nuvole! Le monete cominciano a scendere e non tarderà anche lui a cadere! –
Con un calcio aveva spedito l’asino tra le nuvole?!... I briganti, terrorizzati più che mai, se la diedero a gambe per sempre e, figuratevi, qualcuno giura che stanno ancora scappando!
Volete sapere cosa aveva congegnato quest’altra volta il nostro astuto compare?
– Sììì!!! –
Per la verità era quasi certo che i briganti, passata l’euforia del momento, si sarebbero messi sulle sue tracce per riprendersi ciò che sconsideratamente gli avevano ceduto, perciò, quando, giunto presso una quercia, sentì in lontananza lo scalpiccio dei briganti che si avvicinavano, corse a nascondere l’asino con l’oro in una grotta e, dopo essersi riempite le tasche di monete, era ritornato indietro, cancellando man mano tutte le peste, quelle sue e quelle dell’asino, fin sotto la quercia. Qui giunto, era salito sull’albero, si era nascosto nella chioma folta e dall’alto aveva cominciato a far cadere le monete sui briganti che scrutavano le orme.
E così li aveva ingannati ancora una volta liquidandoli per sempre. Sicuro che ormai non lo avrebbero più infastidito, andò a riprendersi l’asino e l’oro e continuò il suo cammino. Cammina, cammina... Le tenebre cominciavano a calare e lui e il suo animale non ne potevano proprio più. Arrancavano a fatica, cercando, con le ultime forze, di non cedere alla stanchezza.
Improvvisamente scorse un lumicino. Si fece coraggio e s’incamminò in quella direzione.
Era... guardate un po’ la fortuna!... proprio una locanda.
Bussò con la lingua ciondoloni e, alla donna, che era andata ad aprirgli, ebbe appena la forza di chiedere ospitalità per quella notte.
L’ostessa lo trascinò di peso in una stanza e lo rovesciò sul letto, poi scese giù per condurre l’asino nella stalla.
Qui fece per liberarlo dal carico e togliergli il basto ma, per quante volte tentasse di staccare le bisacce e deporle per terra, non le riuscì di smuoverle neppure di tanto. Incuriosita, volle vedere cosa mai contenessero e... oh meraviglia delle meraviglie!... Il luccichio dell’oro le abbagliò la vista e la mente. In preda a una febbre che non aveva mai conosciuto, prese l’asino con il prezioso carico, lo trascinò in uno scantinato, chiuse la porta con un robusto chiavistello e se ne tornò soddisfatta nella locanda.
L’indomani mastro Minguccio, dopo essersi svegliato più arzillo e ristorato, scese giù a chiedere all’ostessa del suo asino.
– L’asino?! – ripeté la donna come cascando dalle nuvole –Ma che asino?... Non avevate nessun asino con voi. Anzi, giacché state andando via, eccovi qua il conto! –
– Tirate fuori il mio asino o vado a denunziarvi. In quanto al conto, non ho nessuna intenzione di pagarlo fino a quando non mi avrete restituito l’asino! –
– Non avete intenzione di pagarlo?! Vedremo... vedremo! Prendete i vostri panni e andiamo a regolare i nostri fatti in pretura! –
– Bene... Proprio bene. Ma prima datemi una giacca di vostro marito, perché sento freddo, e poi partiamo! – Prese la giacca e partirono.
Così, senza neppure rivolgersi una parola, camminando in cagnesco l’uno accanto all’altra, giunsero finalmente in pretura.
Qui la donna investì il giudice con una cascata di parole impetuose con le quali intendeva farsi ragione e affrettare il corso della giustizia.
Quando alla fine ebbe scaricato tutto e tacque con sollievo suo e degli altri, il giudice si rivolse al calzolaio, che fino ad allora era rimasto a bocca chiusa, e gli chiese se avesse nulla da dire.
– Ma, signor giudice – disse il nostro con aria di meraviglia – Come?!... Non avete ancora capito cos’è questa donna?... È una bugiarda!... Tutto ciò che ha detto è pura invenzione. Figuratevi che sarebbe capace di dire che questa giacca che porto è di suo marito! –– Sì, sì! – scattò la donna – È di mio marito! È proprio di mio marito! Gliel’ho data io! –
Per il giudice fu la prova evidente che Minguccio aveva ragione e che la donna era veramente una bugiarda. Così, dopo averlo assolto, gli chiese se intendeva denunziare la donna per il danno che gli aveva procurato con la falsa accusa.
L’ostessa entrò in panico.
– Ascoltate, signor giudice – disse Minguccio – se questa donna mi dice dove ha nascosto il mio asino con le due bisacce e mi consegna tutto com’era, prometto di non denunziarla e, così, potrà tornarsene libera a casa sua. Diversamente sarò costretto a firmare la denunzia e lei se ne andrà dritta dritta in gattabuia! –
– Oh, no, vi prego... abbiate pietà di me! Vi darò tutto! Vi darò tutto! – supplicò la donna piangendo.
Fu così che Minguccio riebbe il suo asino e il suo oro e se ne tornò a casa, ricco sfondato, dopo tanto sudore.
“Il mio fatto ve l’ho detto Se n’è andato sopra il tetto ciminiera, ciminiera. Chi l’appura se è vero?”

La nonna racconta, quando in quel maggio del 1977 uscì nella sua prima edizione, fu accolta da tutti, bambini, adolescenti, adulti e anziani, con grande curiosità e interesse.
Nella storia di Ostuni, indubbiamente ricca di cultura, segnò una novità intricante e fino ad allora senza precedenti.
Alcuni, per la prima volta, conobbero quella magia che solo un racconto profondamente radicato nella propria terra è capace di suscitare, altri rivissero antiche memorie di adunate intorno al camino, fuori la porta di casa o sullo spiazzo della “casedda”, dove quei racconti coagulavano e intrattenevano piccoli e grandi.
Tutti assaporarono l’incanto di un tuffo nel passato.
La nonna racconta conobbe, allora, un momento di gloria anche fuori da Ostuni in cui era nato. Ebbe recensioni lusinghiere su numerose testate giornalistiche e fu argomento di trattazione in vari programmi radiofonici e televisivi come raccolta di storie popolari, ma anche come esperienza di laboratorio didattico.
Di particolare risonanza fu l’interesse manifestato dalla televisione nazionale nella persona del dottor Enzo Balboni, regista e curatore dell’allora programma televisivo Trentaminuti Giovani in onda su RAI 2. Correva l’anno 1978.
Per telefono il dottor Balboni manifestò il suo entusiasmo per l’insolita esperienza e l’intenzione di farne un servizio per la sua rubrica televisiva. Convenimmo l’accordo e, nei giorni che seguirono, definimmo i preliminari per l’attuazione.
Il primo incontro in Ostuni avvenne con la signora Pina Altomare, sua collaboratrice, con la quale discutemmo le premesse e concordammo
un’ipotesi di scaletta operativa che, per mia espressa decisione, doveva evidenziare la centralità di tutta la mia classe nella realizzazione dell’opera. Per questo motivo non volli comparire nei filmati.
Il 10 maggio ci raggiunse il regista Enzo Balboni con la troupe. Le prime riprese furono fatte in aula e furono precedute, dentro e fuori la scuola, da un insolito trambusto e andirivieni di operatori e macchine.
In seguito, fino al 19 maggio, la troupe fece riprese e registrò interviste per le vie del borgo antico, in piazza della Libertà e per la campagna intorno.
In questo giro di ricerca e di contatto gli operatori ebbero il grande merito di aver consegnato alla nostra videoteca cittadina l’ultima testimonianza di una calcara ancora in funzione e il primo documentario RAI a colori sulla città di Ostuni con il filmato Quando le nonne raccontano, mandato in onda su RAI 2 il martedì del 27 giugno 1978. L’annuncio venne dato in Ostuni tramite manifesti affissi per le vie del paese.
In seguito la signora Altomare mi comunicò di aver raccontato in cartoni animati alcune storie di La nonna racconta mandate poi in onda su RAI 2.
Alla collega Lina Sorrentini Apolito, alle Famiglie, al preside dottor Luigi Andriola, all’Amministrazione comunale, all’Azienda autonoma di soggiorno e turismo, al Paese, che prima, durante e dopo la pubblicazione vissero con noi momenti entusiasmanti di coesione, fermento e collaborazione, alla RAI, a TRCB, alle emittenti locali, alla stampa e a quanti contribuirono al successo corale dell’evento va un caro ricordo e un grazie di cuore.
Un tenero, affettuoso pensiero a tutte le mie alunne che mi piace ricordare qui, chiamandole ancora una volta all’appello.
Cavallo Maristella, Cisaria Angelica, D’Attoma Isabella, De Luca Angela, Farina Gabriella, Francioso Paola, Giglio Angela, Greco Paola, Grezio Amalia, Laudadio Ester, Macchitella Teresa,
Menna Daniela, Messaggero Giulia, Monopoli Enrichetta, Monopoli Pasqua, Mottolese Rossana, Nacci Anna Maria, Orlandino Roberta, Orlandino Rossella, Parisi Marisa, Pastore Giovanna, Penta Michela, Putignano Angela, Semerano Rosa, Vincenti Angela, Zigrillo Maria Isa.
Le custodisco, ad una ad una, nel mio cuore con i loro sorrisi aperti e fiduciosi, con i loro occhi spalancati sul mondo, le loro curiosità, i loro sogni, le loro confidenze, con i loro piccoli, grandi problemi, alle prese con libri e quaderni.
Vissero momenti entusiasmanti per la novità dell’evento e per il ruolo di centralità che in esso stavano vivendo.
Le rivedo ancora oggi chiedere, parlare, raccontare.
A tutte, a quelle vicine, a quelle lontane, a quelle che non ci sono più, a tutte va il mio abbraccio materno e il mio caro, affettuoso ricordo.
Un pensiero caro e riconoscente va inoltre al Professore Nicola Marturano, uomo di grande umanità, generosità e cultura.
Recentemente scomparso, mi lascia un solo rammarico: non potergli porgere di persona una copia di questa riedizione di cui, nel lontano 1977, aveva generosamente e con raffinata competenza curato la prefazione qui riproposta.
Grazie, Professore.
MARIA COLACICCO MENNA
Si parlò molto della pubblicazione di La nonna racconta e tante furono le recensioni e gli articoli sull’evento. Noi, purtroppo, non fummo abbastanza previdenti nel raccogliere tutte le testimonianze di merito per cui, a quarant’anni da quella prima edizione, ci è stato possibile recuperarne solo alcune a conferma dell’impatto che ebbe sulla vita del paese.

Lo Scudo, 23 dicembre 1978.

Quotidiano, 28 maggio 1997.

Uno dei tanti manifesti con i quali, nel giugno del 1978, si comunicava alla popolazione la data e l’ora della messa in onda del servizio televisivo su La nonna racconta, il primo documentario RAI a colori sulla città di Ostuni.

Il logo della trasmissione televisiva Trentaminuti Giovani curata dal regista Enzo Balboni.

Le alunne della mitica III F per le vie del borgo antico (fotogramma tratto dal servizio televisivo Quando le nonne raccontano, andato in onda su RAI 2 il 27 giugno 1978).

Da sinistra, il regista Enzo Balboni, il professore Armando Saponaro e il direttore, nonché fondatore di TRCB, Tonino Saponaro al microfono.

Da sinistra, Enzo Balboni, Maria Colacicco Menna, Tonino Saponaro.

La neonata, vivacissima e mitica TRCB, in una cerimonia pubblica, presenta il libro e la troupe televisiva. Al centro il regista Enzo Balboni e Signora, a sinistra l’insegnante Maria Colacicco Menna, a destra il presentatore Armando Saponaro.
Finito di stampare nel mese di febbraio 2017 presso
LOCOPRESS INDUSTRIA GRAFICA
72023 Mesagne (BR) - Via A. Montagna zona ind.
