Catullo e Lesbia: Canto d'amore

Page 1


SCAFFALE APERTO

CATULLO E LESBIA

Canto

d’amore

COLACICCO MENNA, Maria

Catullo e Lesbia. Canto d’amore ; Pref. di Cosimo Faggiano

Roma : Armando, © 2013

128 p. ; 20 cm. (Scaffale aperto)

ISBN: 978-88-6677-404-4

1. Letteratura latina

2. Carme

3. Catullo / Lesbia

CDD 800

© 2013 Armando Armando s.r.l.

Viale Trastevere, 236 - 00153 Roma

Direzione - Ufficio Stampa 06/5894525

Direzione editoriale e Redazione 06/5817245

Amministrazione - Ufficio Abbonamenti 06/5806420

Fax 06/5818564

Internet: http://www.armando.it

E-Mail: redazione@armando.it ; segreteria@armando.it

21-00-068

I diritti di traduzione, di riproduzione e di adattamento, totale o parziale, con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie fotostatiche), in lingua italiana, sono riservati per tutti i Paesi.

Fotocopie per uso personale del lettore possono essere effettuate nei limiti del 15% di ciascun volume/fascicolo di periodico dietro pagamento alla SIAE del compenso previsto dall’art. 68, comma 4, della legge 22 aprile 1941 n. 633 ovvero dall’accordo stipulato tra SIAE, SNS e CNA, CONFARTIGIANATO, CASA, CLAAI, CONFCOMMERCIO, CONFESERCENTI il 18 dicembre 2000.

Le riproduzioni a uso differente da quello personale potranno avvenire, per un numero di pagine non superiore al 15% del presente volume/fascicolo, solo a seguito di specifica autorizzazione rilasciata da AIDRO, Via delle Erbe, n. 2, 20121 Milano, telefax 02 809506, e-mail aidro@iol.it

PREFAZIONE

Al termine della sua non lieve fatica per regalarci una storia d’amore breve quanto intensa, personale ed universale insieme per la sua viva e palpitante umanità, flebile, gioiosa e drammatica nel contempo, Maria Colacicco Menna, come Catullo, potrebbe chiedersi: Cui dono novum, lepidum libellum…? – A chi potrei donare questo nuovo, caro grazioso libretto? (c. I).

La struttura, i personaggi, le caratteristiche tecnicoformali, ma soprattutto il flusso melodico di un complesso canto d’amore, che si snoda nella più ampia e congruente gamma di note, indurrebbero me personalmente a pensare, in primo luogo, che questo volume possa essere rivolto a chi ha intelletto d’amore.

Ad un grande pubblico, dunque, perché l’amore è un sentimento antico quanto l’uomo.

* Docente di Lettere Italiane e Latine nei Licei e Dirigente Scolastico Emerito.

Il testo, ne sono certo, susciterà il vivo interesse di quanti, durante la fase degli studi giovanili, hanno associato i loro primi palpiti d’amore con quelli struggenti e passionali di Catullo. Ma coinvolgerà anche il grande pubblico che vi scoprirà i tratti universali del Romanticismo perenne che attraversa la storia dell’intera umanità.

Il mondo della scuola ed il pubblico specialistico, infine, potranno apprezzare anche gli aspetti più meramente tecnico-formali dell’opera, considerati, ovviamente, nel loro connubio intrinseco con la materia-contenuto del Canto e costituenti con essa, come già affermava il De Sanctis, un tutt’uno inscindibile, vivente nell’opera d’arte. Mi riferisco all’idea centrale che regola e struttura l’intero volume e che costruisce e sviluppa, nella sequenza dei carmi individuata ed adottata dall’Autrice, il flusso della storia d’amore di Catullo e Lesbia, nel suo dipanarsi dalla fase dell’amore felice ed esaltante a quella dell’amore tormento e delusione e a quella struggente e delicata dell’elegiaca catastrofe finale.

L’intero volume, al di là dell’illuminante ed esegetica parte introduttiva, è un prosimetron in cui le parti in prosa fungono da premessa e commento al testo poetico e sviluppano una coinvolgente narrazione che conquista il lettore, sia per la suggestione del canto d’amore, sia per le innate doti narrative e poetiche dell’Autrice, che guidano il lettore nello sviluppo del narrato.

A nessuno sfuggirà il dotto, laborioso e riuscito intento dell’Autrice di calarsi nella psiche dei protagonisti, co-

gliendone i moti più suggestivi ed intimi, dilatando la traduzione-interpretazione e, molto spesso, ri-creando nuovi testi di autentica poesia in una sorta di osmosi poetica dal testo antico a quello moderno.

La traduzione proposta dei Carmi non è mai, dunque, mera trasposizione letterale, ma sempre penetrante e suggestiva ripresa degli autentici moti dell’animo dei Protagonisti.

Un tratto assolutamente nuovo è, infine, la proposta di una traduzione in versi, il più delle volte legati da rima, del testo originale. In questa operazione l’Autrice si rivela dotata di scaltrita perizia, interpretativa e poetica, così che i suoi versi risultano connotati di pregnanza semantica e di diffusa musicalità, sempre bene intonata con lo specifico spirito e contenuto del carme tradotto.

Nel volume le iniziali note storico-biografiche e i dettagliati riferimenti alle vicende di Catullo e Lesbia costituiscono la necessaria premessa per ri-considerare i personaggi nella loro giusta dimensione e liberare il campo da inveterati luoghi comuni che, per secoli, hanno proposto Catullo nella categoria positiva dell’amante vittima tradito e Lesbia in quella del tutto negativa dell’amante spergiura e dissoluta.

Dalla lettura del testo emergono, in un’ottica nuova, frammenti di intenso ed autentico vissuto riferiti a un Giovane il cui animo fluttua fra entusiasmi, depressioni, ingiurie, abbandoni, litigi, riappacificazioni ed elegiaca rassegnazione e ad una Donna che amò a modo suo e non

in modo esclusivo e possessivo, come Catullo avrebbe voluto.

Lesbia, in sintesi, amò Catullo come una donna totalmente libera e felice di vivere tutte le sue esperienze, apparendo agli occhi del poeta spergiura e crudele, ma rivelando, comunque, un tratto specifico di umanità che le apparteneva, che era esclusivamente suo e che, secondo l’ottica di Terenzio (Homo sum, nihil humani a me alienum puto) merita comprensiva considerazione.

I suoi conseguenti comportamenti preludono alla catastrofe del Canto d’amore risolta nel Carme 11, conclusivo della Raccolta, la cui immagine finale di un amore reciso come un fiore dall’aratro che va oltre, è carica di tanto suggestivo lirismo che risuona altrettanto efficace, pur se in altri contesti, in autori dell’altezza di Virgilio, Ariosto e Manzoni.

INTRODUZIONE

Il mondo latino è una miniera di tesori alcuni dei quali ancora inesplorati o, nel peggiore dei casi, esplorati quel tanto sufficiente per ricostruirlo con luoghi comuni. Si sa, il sapere digerito da altri è più facilmente assimilabile e scarica chi lo ingerisce da responsabilità personali. La metodologia più diffusa per “incamerare” sapere è proprio quella di un apprendimento mediato da critici e studiosi il cui pensiero, codificato dalla tradizione letteraria o canonizzato dall’opinione dominante, si impone nel mondo della cultura letteraria come l’ipse dixit aristotelico. Ne consegue che un autore non è quello che si conosce direttamente, attraverso la lettura dei suoi scritti, ma quello che quel critico o quello studioso dice o ha detto di lui. Qualcuno ha osservato che se mai tornasse in vita Dante, leggendo tutto quello che su di lui si scrive ed è stato scritto, sicuramente non si riconoscerebbe e che, se alcuni filosofi rileggessero i compendi del loro pensiero rielaborato e divulgato su testi “autorevoli” non solo non ci capirebbero

nulla perché esposto in modo supponente e farraginoso ma addirittura lamenterebbero forzature e distorsioni arbitrarie.

C’è inoltre da evidenziare l’ambiguità dello studio della lingua. La lingua latina non è più da secoli un codice di comunicazione interattiva, ma non è nemmeno una lingua morta. È una lingua unidirezionale con una comunicazione di solo andata senza ritorno. Parlare e scrivere in latino si può ma solo come esercizio accademico e niente più. Ne consegue che lo studio della lingua latina ha come mira pragmatica quella del tradurre per riportare alla luce il messaggio veicolato, dall’emittente al destinatario.

Tradurre è un’operazione archeologica di scavo intesa a riportare alla luce quanto è nascosto sotto i sedimenti culturali e storici e ad offrirlo alla fruibilità del lettore con chiarezza ed autenticità.

Dei luoghi comuni ha risentito la storia d’amore di Catullo e Lesbia, schedati per secoli e in modo indiscutibile, l’uno, nella categoria positiva dell’amante vittima tradito, l’altra, in quella del tutto negativa dell’amante spergiura e dissoluta.

Dall’altro, l’erudizione linguistica ha distratto e distrae da sempre dal vero obiettivo del tradurre Catullo, e non solo: recuperare il pensiero, il sentimento, i soli perenni, al di là dello scorrere del tempo, al di là del disfacimento delle strutture formali e del mutare del codice linguistico.

A riprova dei condizionamenti e delle difficoltà che ostacolano la giusta comprensione di un autore, nel nostro

caso di Catullo, si riporta l’esperienza da noi vissuta e che ancora oggi vivono gli alunni.

Al primo impatto, l’incontro con Catullo viene vissuto in modo totale e coinvolgente ma poi, quando via via l’erudizione prende il sopravvento, si avverte sempre più fastidiosa e pesante la traduzione calibrata sulle chiose filologiche e critiche.

Nulla togliendo al valore e all’apporto fondamentale e determinante dell’apparato critico per una giusta e corretta “lettura” del testo latino, tanta erudizione, per quanto necessaria ad altri fini, imbriglia il dramma dell’autore in una maglia fitta di nozioni da cui emergono a fatica alcuni brandelli di umanità, solo quelli presi in considerazione e divulgati dalla tradizione letteraria.

Attraverso la pervicacia di un’analisi logico-grammaticale-critica, Catullo finisce col frantumarsi in un puzzle disorganico e sconnesso. Il sapere sovrabbondante che si riversa su ogni parola, le dotte disquisizioni sui modelli di riferimento, se tracciano esaurientemente la figura del letterato, non aiutano a ricomporre nella sua interezza il dramma che ne segnò la vita. I frammenti di umanità che emergono finiscono con il costituire solo un’appendice allo splendido stereotipo d’avanguardia letteraria.

In quest’opera ho tentato l’inosabile: ricostruire Catullo con Catullo stesso, ricostruire la sua storia d’amore al di là dei luoghi comuni, senza distrazioni né orpelli culturali.

Ho raccolto i carmi di sicura attribuzione all’amore per Lesbia, ma anche alcuni di incerta o dubbia attribuzione,

uniti tra loro dallo stesso fervore sentimentale. Li ho ricomposti versificandoli in lingua italiana, attenta a recuperare l’attualità e la genuinità del sentimento, e li ho ordinati in una sequenza emotiva che, nel suo dipanarsi, traccia con naturalezza e verosimiglianza la parabola di un’intensa storia d’amore qual è stata quella di Catullo e Lesbia.

Ho adoperato come strumento di indagine e criterio di successione l’intuito lì dove, mancando testimonianze a sostegno, la cronologia tace e la ragione procede per ipotesi e supposizioni. Ho seguito nella sistemazione dei carmi la linea di sviluppo standard di una storia d’amore come quella di Catullo, una storia d’amore nata e finita, seguendo, nel climax ascendente, il tracciato: infatuazione, innamoramento, passione; nel climax discendente: crisi (elementi di disturbo, liti, rappacificazioni, tradimenti) e rottura.

Pur consapevole di tutti i limiti di questa combinazione e del fatto che neppure una cronologia sentimentale può offrire delle certezze, tuttavia il criterio della verosimiglianza, a cui mi sono rifatta, mi è parso il più idoneo a suggerirmi le giuste soluzioni.

Per la traduzione-versificazione mi sono posta come obiettivo quello di recuperare il sentimento in un impianto unitario e di offrire un testo che, per noi moderni, fosse efficace, all’incirca, quanto il testo di Catullo per i Romani. Consapevole del fatto che la lingua latina assumeva significato e pregnanza evocativa da elementi ed artifici che a noi, culturalmente lontani, oggi sfuggono, ho ritenuto

di far leva soprattutto sul sentimento dell’amore, l’eterno, rimasto immutato nel tempo, vissuto allo stesso modo oggi come sempre, per riproporre l’esperienza dell’autore nell’attualità del suo pathos. A tal fine ho preferito lasciare negli originali latini quei riferimenti di varia natura (mitologica, storica, geografica…) che, pur di significato allusivo e valenza evocativa nel loro originario contesto storico-culturale, nella traduzione in versificazione italiana avrebbero avuto il peso di una digressione erudita o l’inadeguatezza di un errore prospettico.

Inoltre, considerati a ritroso, ho intenzionalmente operato degli anacronismi culturali (dei/Dio) sempre con l’intento di favorire un più immediato coinvolgimento emotivo del lettore moderno.

Infine, se da un lato ho cercato di evitare ciò che nel corso dei secoli è diventato estraneo alla nostra cultura e mentalità, dall’altro ho dilatato il significato di alcuni passi, con estensioni ed interpolazioni, e modificato alcune espressioni latine con artifici vari per meglio rendere nella nostra lingua l’originario valore semantico-evocativo.

Di alcuni carmi ho versificato solo le parti più strettamente inerenti alla storia d’amore.

Sempre nella visione di un impianto unitario ho versificato anche quei carmi trascurati dalla cultura scolastica perché dal linguaggio crudo e, per certi versi, osceno. Me ne scuso. Senza di essi non solo la storia ma anche la personalità del giovane Catullo sarebbe risultata monca ed incompleta.

Ho voluto ritrarre l’autore latino senza infingimenti ed omissioni, per riproporlo nella sua autenticità complessa, quale emerge dalla lettura di tutti i suoi carmi, istintiva e contraddittoria, tenera e sanguigna, dolce e passionale, fedele e devota, cruda e oscena.

La storia d’amore si dipana, in prosa e in versi, in un racconto a due voci, quella di un io narrante esterno e quella di Catullo stesso.

Il sottotitolo, “Canto d’amore”, indefinito ed onnicomprensivo nella sua suggestiva e presunta congettura ontologica, tenta di sublimare nella sfera dell’universale e del perenne un sentimento vecchio quanto il mondo, esaltante e doloroso, eppure sempre vivo ed attuale.

NOTE STORICO-BIOGRAFICHE

Gaio Valerio Catullo visse in uno dei periodi della storia romana estremamente carico di turbolenze che avrebbero portato non solo a cambiamenti radicali nella stessa Roma, ma avrebbero coinvolto senza soluzione di continuità anche la storia dei paesi occidentali e non solo.

La rivolta degli schiavi, la congiura di Catilina, la guerra tra Cesare e Pompeo sono le punte massime di una turbolenza diffusa che ha le sue radici in un malcontento profondamente radicato e in un malessere pronto a sfociare nella ribellione o ad acquietarsi nelle attese messianiche, messaggere di un rinnovamento radicale.

Catullo nacque nell’84 a.C. (anno assunto dalla maggior parte dei critici come il più attendibile) sotto la dittatura di Silla, a Verona che, sin dall’89, insieme ai centri urbani transpadani, era diventata una colonia di diritto latino. Questo conferiva agli abitanti che prendevano la residenza nell’Urbe di essere considerati, a tutti gli effetti, cittadini romani. Tale riconoscimento assumeva un’importanza fondamentale ai fini della integrazione dei territori transpada-

ni nel tessuto politico, economico, sociale di Roma e del rapporto culturale che veniva a stabilirsi con la capitale.

La Transpadania, di cui faceva parte Verona, era una zona di transito e di confluenza di uomini e di merci.

Le attività locali erano legate al commercio e all’agricoltura e trovavano i loro centri di produzione e di potere nelle vaste fattorie.

A Verona, come in altre realtà sviluppate, sorgevano scuole per i più abbienti ed alcune famiglie ospitavano maestri di letteratura latina e greca. La funzione di tali maestri non era limitata solo alla formazione culturale dei giovani provinciali, ma mirava anche a stabilire legami di appartenenza e di continuità con la stessa Roma.

I Valerii Catulli, come le famiglie più ricche della Transpadania, vantavano interessi economici e proprietà nella capitale e nei paesi d’oltremare, in particolare in Asia Minore.

L’agiatezza e la notorietà della famiglia, il rapporto di frequentazione e di amicizia con personaggi influenti di Roma (tra cui lo stesso Cesare, più volte ospite della famiglia) dovettero incidere non poco sui progetti futuri e sulla formazione del giovane Catullo, destinato, in tale contesto, ad un’educazione aperta e sollecita al nuovo.

Ebbe sicuramente dei buoni maestri che, oltre ad avvicinarlo ad autori della tradizione latina, lo iniziarono allo studio della cultura greca, in particolar modo della poesia erudita alessandrina, che raccoglieva consensi e suscitava entusiasmi nuovi soprattutto tra i giovani iniziati.

Insieme al fratello, forse più grande, trascorse un’infanzia e un’adolescenza serene tra Verona e Sirmione, sul Lago di Garda, dove i suoi possedevano una splendida villa. I Catulli erano tra l’altro proprietari di un fondo presso Tivoli (XL), elegante località di villeggiatura ad un passo da Roma.

La dittatura di Silla, le lotte contro i seguaci di Mario, il panico gettato dalle liste di proscrizione, i rigurgiti mariani dopo la morte di Silla, nel 78, spenti da Pompeo in due campagne militari, la rivolta degli schiavi nel 73, che si concluse con lo sterminio dei rivoltosi, seimila dei quali crocifissi lungo le vie della penisola ed i rimanenti annientati in fuga, questi ed altri avvenimenti, che pure si susseguirono in modo serrato e drammatico, non coinvolsero, né dovettero scuotere più di tanto, la vita dei Valerii Catulli lontani da Roma. Per lo meno non si hanno dati che facciano supporre il contrario.

Dovrà trascorrere del tempo prima che si possa cogliere qualche riferimento concreto sulla vita di Catullo.

Intorno ai sedici anni, presumibilmente nel 68, ricevuta la toga bianca, che segnava l’ingresso nell’età virile, egli fece le prime esperienze in amore e in poesia.

Ce ne parla lui stesso (LXVIII, 15-17) e ce lo conferma un amico di famiglia, Cornelio Nepote, il quale, nel 64, nella sua Chronica (I, 5-7) loda l’esperienza poetica del giovane conterraneo.

Aveva diciassette anni, nel 67, quando Pompeo, sconfitti i pirati, passò in Oriente a combattere contro Mitridate.

Molto probabilmente nel 66, a diciotto anni, fu a Roma (CII, CVIII) per completare la sua formazione culturale. Qui venne a contatto con l’ambiente scapigliato dei poetae novi, giovani aristocratici insoddisfatti, proiettati verso uno sperimentalismo d’avanguardia insofferente dei moduli tradizionali.

Nella capitale avrebbe trovato l’ambiente a lui congeniale.

In seguito avrebbe eletto a sua dimora Roma, città quanto mai ricca di fermenti, in cui proliferavano salotti e cenacoli, crogiuolo di idee e culla di figure emergenti come quella di Cicerone e dello stesso Cesare.

Non dimenticò tuttavia Verona con la quale mantenne solidi legami d’affetto e di frequentazione.

Aveva ventidue anni, nel 62, quando Catilina morì nella battaglia presso Pistoia.

Quinto Cecilio Metello Celere, marito di Clodia/Lesbia, partecipava con tre legioni alla strategia militare contro l’esercito di Catilina. Ancora una volta non si colgono segni di coinvolgimento. Sta di fatto che Catullo non prese parte attiva alla vita politica, pur conoscendo uomini importanti con alcuni dei quali entrò in rapporto per vicende e circostanze private.

Ebbe in antipatia Cesare, amico del padre, di cui riconoscerà la grandezza solo nel 54 (XI, 10); non risparmiò contumelie a lui (LVII-XCIII) e a Pompeo (XXIX) dopo che, nel 56, a Lucca, ebbero rinsaldato il loro patto politico.

Fu rivale in amore di Q.C. Metello Celere (LXXXIII), uomo potente a Roma e marito di Clodia, alla quale si rivolgerà nel Liber con lo pseudonimo di Lesbia.

Fu avverso a Cicerone che, dopo la Pro Caelio, con sarcasmo ed ironia definì optimus omnium patronus (XLIX).

Tuttavia questi fatti non possono farci parlare di un suo impegno politico o civile, in quanto gli atteggiamenti assunti e gli apprezzamenti da lui espressi sono di natura puramente istintiva e umorale.

Probabilmente fu a Verona, nel 62, che Catullo conobbe Clodia al seguito del marito Q.C. Metello Celere, nominato pro-pretore della Gallia Cisalpina, ospite della sua famiglia. Alcuni studiosi ipotizzano che prima di allora avrebbe potuto averla già incontrata a Roma.

Intanto la storia non si ferma.

Il trionfo di Pompeo di ritorno dall’Oriente, nel 61, celebrato con un dispiegamento imponente e sbalorditivo di schiavi e di ricchezze, lo straordinario patto di larga intesa tra Cesare, Pompeo e Crasso nel 59 e l’assegnazione per cinque anni a Cesare, nel 58, del governo della Gallia Cisalpina e Narbonense non toccarono più di tanto il giovane Catullo, preoccupato da vicende personali e quotidiane cui si aggiunsero le gioie e le pene di un amore tormentato.

Nel 60 Q.C. Metello Celere, nominato console, fu a Roma. Nel 59 morì e questo alimentò in Catullo la speranza, presto delusa, di un legame più stretto e duraturo con Clodia/Lesbia.

Il 58 fu un anno particolarmente intenso di fatti e di emozioni, segnato dal peggioramento del suo rapporto con Clodia, dall’incontro con Calvo, avvocato e poeta lui stesso, con cui avrebbe stretto un solido legame di amicizia, dalla pubblicazione del Libellus, comprendente tutte le poesie da lui scritte fino a quell’anno, e dalla morte del fratello.

Nello stesso anno Lucrezio stava componendo il De rerum natura. Non si hanno notizie né dirette né indirette che i due si siano conosciuti.

Appresa la notizia della morte del fratello, avvenuta nella Troade, Catullo raggiunse il padre a Verona.

Nella primavera del 57 partì per la provincia della Bitinia e del Ponto, al seguito della cohors del pro-pretore C. Memmio, amico di Lucrezio.

Le ragioni di tale partenza potrebbero essere molteplici: per completare, secondo le usanze, la sepoltura del fratello; per dare un taglio netto al suo rapporto con Clodia; per riordinare gli interessi della famiglia lasciati lì in sospeso dalla morte del fratello; per rifarsi del patrimonio sperperato nel soggiorno romano.

Nel 56, anno in cui Cesare, Pompeo e Crasso rinnovarono la loro intesa, Catullo ritornò in Italia, toccando prima Sirmione e poi Roma. Fu in quest’anno che Cicerone, perorando la causa di M. Celio Rufo, ex amante di Clodia, da lei accusato di veneficio, nella Pro Caelio denuncia la vita scandalosa di lei.

Prostrato nel fisico e nell’animo, privo ormai di forze,

nel 54 respinge un tentativo di riavvicinamento di Clodia (XI).

Morì nell’anno 54, poco più che trentenne, giovane, come giovane era morto suo fratello.

Non si conoscono le cause della morte. Qualche critico, facendo riferimento alla tosse da lui citata nel c. XLIV, ipotizza per tisi. Non si potrebbe escludere neppure una bronchite virale contratta durante il viaggio in Bitinia, per lui estenuante e faticoso.

Una raccolta completa di tutte le sue poesie si ebbe dopo la morte con la pubblicazione del Liber, curata probabilmente dal grande amico di famiglia, Cornelio Nepote, a cui Catullo aveva dedicato nel 58 il suo Libellus.

IL SEMPRE GIOVANE CATULLO

Se da un lato disponiamo di pochi ed incerti dati storici per poter tracciare una biografia organica ed esauriente di Catullo, dall’altro, invece, nei carmi a noi pervenuti abbondano i riferimenti agli umori e alle passioni del poeta tanto che possiamo affermare senza ombra di dubbio di sapere tutto della sua vita intima.

Contrariamente al fratello, cui fu affidata la gestione del ricco patrimonio familiare, Caio Valerio Catullo, avviato probabilmente alla carriera politica, predilesse gli studi letterari e vi si dedicò con impeto e foga giovanile.

Trascorse l’infanzia e l’adolescenza tra Verona e Sirmione, dove cominciò gli studi di letteratura latina e greca. Ebbe buoni maestri che seppero alimentare in lui l’amore e la passione per la poesia. Degli autori latini egli dovette prediligere Plauto, da cui attinse topoi e stilemi propri dell’arte istrionesca. Dei poeti greci su di lui ebbero presa Archiloco, Callimaco e Saffo.

Poiché le scelte letterarie avvengono sulla base di af-

finità emotive e concordanze di gusto, si può dire che le scelte letterarie operate da Catullo sono significative della poliedricità del suo carattere: amante delle battute e del riso, libero e trasgressivo come Plauto nelle sue commedie, impetuoso e violento come Archiloco, lirico e passionale come Callimaco e Saffo.

L’animo di Catullo fu sempre in uno stato di effervescenza, alimentato da sentimenti vari e contrapposti, oscillanti tra amore e odio e stati di esaltazione e prostrazione.

Nonostante la casa paterna fosse frequentata da uomini potenti, egli si tenne lontano dalla vita pubblica preferendo la cerchia degli amici, letterati e non, e limitando i suoi interessi alla sfera del privato.

Giovanissimo conobbe l’amore e la poesia, che egli visse come piaceri ameni: “Nel tempo in cui avevo ricevuto da poco la toga bianca, quando la giovane età viveva la sua splendida primavera, non pochi versi d’amore composi; mi conosce bene la dea che nella passione scioglie dolcezza e amarezza insieme” (LXVIII, 15-18).

Furono amori passeggeri e le prime poesie esercizi di imitazione letteraria che, tuttavia, lasciavano già presagire qualcosa di nuovo, tanto che Cornelio Nepote, amico di famiglia e confidente del giovane, ebbe per esse parole di apprezzamento (Chronica I, 5-7).

Aveva già indossato la toga virile quando, raggiunta Roma, poté completare la formazione culturale e ricevere maggiori stimoli a comporre.

Gli amici di famiglia lo introdussero nei “salotti” dell’aristocrazia in cui dovette trovarsi subito a suo agio.

Il carattere esuberante e vivace, a volte trasgressivo e impudente, come testimoniano alcuni carmi, la sua franchezza, amabilità e tenerezza, nonché la disponibilità di denaro lo aiutarono non poco ad allargare la cerchia delle sue amicizie in una Roma goliardica e gaudente.

Gli furono amici sinceri, ed egli li amò con devozione e trasporto: Veranio, del cui ritorno dalla Lusitania egli gioì (IX); Publio Alfeno Varo, suo conterraneo, con il quale si lamentò per essere stato abbandonato (XXX); Cecilio, il poeta d’amore, di cui elogiò i versi e la donna, e che egli invitò affettuosamente a Verona: “Al poeta d’amore, al mio caro e buon Cecilio, vorrei che tu dicessi, o foglio, di venire a Verona” (XXXV, 1-3); Quinto Cornificio, poeta e simpatizzante di Cesare, al quale rimproverò di non essergli di conforto nelle disgrazie (XXXVIII); Gaio Licinio Calvo, avvocato e poeta, insieme al quale pianse la morte prematura della moglie Quintilia (XCVI); Allio, l’amico del cuore, che gli mise a disposizione la casa per i primi convegni d’amore e per il quale invocò gratitudine eterna da parte degli dei (LXVIII).

Con altri fu implacabile.

A Furio, a cui affidò, insieme ad Aurelio, il compito ingrato di consegnare a Lesbia il suo rifiuto (XI), non risparmiò, in altre circostanze, offese violente (XVI; XXIII; XXVI); ingiuriò Celio Rufo (LXIX) ed inveì contro di lui perché gli aveva strappato Lesbia (LXXVII).

Ironico e scanzonato, sciolse il freno a ogni inibizione per indulgere ad oscenità fescennine con un realismo quanto mai dissacrante.

Con toni licenziosi si scagliò contro Asinio Marrucino, fratello dell’allora quindicenne Gaio Asinio Pollione, accusandolo di latrocinio (XII); ironizzò sulla quantità di versi gettati giù dal pessimo poeta Suffeno (XXII), preoccupato solo di scrivere su carta pregiata; derise i versi sciocchi di un poetastro di provincia, Volusio, definendoli “cacata charta” (XXXVI); derise Arrio per la sua pronuncia eccentrica (LXXXIV); lanciò accuse di impotenza a destra e a manca, con una violenza verbale ed una impudenza sfacciata.

Ma Catullo fu anche poeta dei sentimenti teneri e delicati.

Fu il poeta che pianse accoratamente la morte del fratello: “O fratello, tu che sei stato strappato a me infelice, tu, o fratello, hai infranto con la tua morte ogni mia felicità! Con te è stata sepolta tutta la nostra famiglia, con te sono morte tutte le nostre gioie, quelle gioie che il tuo tenero amore nutriva!” (LXVIII, 20-24).

Il suo cuore fremeva all’unisono con i palpiti della primavera. Venne preso da un desiderio ardente di andare, di raggiungere i luoghi mitici che egli aveva vagheggiato al canto dei poeti greci: “Voliamo alle splendide città d’Asia! Il cuore trepidante vuole andare, scalpita il piede, assai di voglia freme” (XLVI, 6-8).

Al ritorno dall’Asia salutò la sua Sirmione con accenti

dolcissimi, la cara Sirmione, la terra della sua fanciullezza. Volle che tutta la natura intorno gioisse con lui e si rallegrasse: “Salve, Sirmione cara! Gioisci del ritorno del padrone! Gioite anche voi, acque del lago, ridete tutte voi, gioie di casa!” (XXXI, 12-15).

Seppe essere il cantore della giovinezza e dell’amore coniugale puro e devoto; seppe cantare le gioie trepide degli innamorati con una soavità che non tardò a tramutarsi in lacrime dinanzi all’abbandono e al tradimento.

Catullo, però, fu soprattutto il poeta del suo grande e tormentato amore, di quell’amore che egli visse in modo esclusivo e totalizzante.

Amò Lesbia come amante, marito e padre. L’amò con tenerezza e con passione, con il fresco entusiasmo della sua giovinezza, con i cupi rancori di un amante tradito.

Fu per lui un amore possessivo, sentito e vissuto con fedeltà, sancito con giuramento sacro davanti agli dei.

Lo visse passando da stati di esaltazione e rassegnazione a stati di prostrazione e abbattimento, lacerandosi tra odio e amore, tormentato fino alla morte.

LESBIA

Lesbia, nome con cui Catullo si rivolge alla sua donna, è un criptonimo che assume un’ampia valenza semantica nel suo contesto affettivo e letterario. Può voler significare “nativa di Lesbo”, “donna di Lesbo”, “amante di Lesbo”, “colta e raffinata come la donna di Lesbo”.

Secondo alcuni critici testimonierebbe l’interesse che i due amanti ebbero in comune per la poetessa Saffo, nativa di Lesbo, e, per ciò stesso, sarebbe significativo del fatto che Lesbia, oltre ad essere colta, frequentasse a Roma i circoli letterari dei poetae novi di cui faceva parte anche Catullo.

Il poeta si rivolge a lei usando tale appellativo, invece del suo vero nome, per vari motivi: per adeguarsi ad una consuetudine letteraria, per non esporla ai pettegolezzi, per elevarla, con la metafora dell’appellativo, ai livelli più nobili ed alti della letteratura.

Per quanto attiene l’identità di Lesbia i critici, basandosi sulla testimonianza di Apuleio (De Magia X) e su molteplici altri indizi (tra cui il c. LXXIX di Catullo), con-

cordano, seppure con relativa certezza, nel ritenere che risponda a quella di Clodia, una delle tre sorelle di Publio Clodio Pulcro, tribuno nel 58, ucciso da Milone nel 52, in particolare a quella che fu la moglie di Q. Cecilio Metello Celere, pretore nel 63, pro-pretore della Gallia Cisalpina nel 62, console nel 60 e morto nel 59.

Da Metello ebbe una figlia, Cecilia Metella, nata nel 70, la cui tomba circolare si erge, ancora integra, sulla via Appia.

Discendente da una delle più nobili e potenti famiglie dell’aristocrazia romana, come tutte le donne del suo rango, Clodia/Lesbia godeva di libertà che ad altre non erano concesse. La Gens Claudia, che tra i nomi illustri vantava Appio Claudio Cieco, in un futuro prossimo darà a Roma una serie di imperatori.

Clodia conobbe Catullo probabilmente nel 62, allorquando, con il marito, fu ospite presso la famiglia dei Valerii Catulli a Verona.

Di lei ci parla Cicerone, nella Pro Caelio, in termini non propriamente lusinghieri.

È una donna bella, disinvolta, intelligente e raffinata quanto basta per far innamorare di sé perdutamente il giovane Catullo.

Non è da escludere che potrebbe essere stata lei stessa, per civetteria e per vanità femminile, a stuzzicare e ad incoraggiare la corte del giovane, praticando quelle arti di seduzione in cui doveva essere molto abile ed esperta, come farebbe supporre la sua spigliatezza.

Catullo dice tutto del carattere della sua donna ma, nei carmi a noi pervenuti, non fa mai esplicita menzione dei suoi tratti fisici. Quando potrebbe farlo preferisce sottacerli e lasciarli intuire come antitesi dei tratti espressi di altre donne poste a suo confronto.

Interpretando i primi versi del c. LXXXVI come espressione di un tacito paragone con Lesbia e sciogliendo la persistente litote del c. XLIII con cui si enunciano tutte le virtù che l’amante del bancarottiere di Formia non ha e che, invece, avrebbe Lesbia, siamo in grado di cogliere dati sufficienti per delineare un ritratto fisico della stessa Lesbia.

Di carnagione bruna, non particolarmente alta, dai tratti armonici, ricca di tutte quelle grazie che rendono una donna bella e desiderabile, naso piccolino, piedi graziosi, occhi neri e vellutati, dita affusolate, bocca aggraziata ed invitante e, quel che più conta per Catullo, ciò di cui vale la pena parlare apertamente e senza cui nessuna donna può dirsi veramente bella, Lesbia è una ragazza intelligente, colta, spigliata ed elegante nella conversazione.

Più grande di una decina d’anni di Catullo, visse quell’amore come un’avventura eccitante.

Incostante e volubile, dopo avergli fatto assaporare il piacere di una passione effimera, lo tenne alla corda con abbandoni e riconciliazioni, tradimenti e promesse di fedeltà mai mantenute.

Esperta in raffinatezze e abbastanza colta, probabilmente frequentava gli stessi circoli letterari di Catullo con

cui, come già si è detto, dovette condividere la passione per la poetessa Saffo.

Amante del ballo (Scholia Bobiensia p. 99, 6 Hildebrandt) e della vita mondana, con il suo comportamento offriva l’esca a pesanti dicerie, persino quella di incesto con il fratello P. Clodio Pulcro (Cicerone, Pro Caelio XIII, 32; XXXII, 78).

Dopo la morte del marito, libera e sola, divenne preda delle mire del potentato cittadino. Nutrì prima e poi deluse le speranze di matrimonio di Catullo. Pare che anche Cicerone si fosse invaghito di lei e che la tracci a fosche tinte nella Pro Caelio, calcando la mano più del vero, anche allo scopo di placare la gelosia della moglie Terenzia (Plutarco, Cic. 29, 1).

Se è vero che i toni accesi con cui Catullo si rivolge a lei in alcuni carmi e le insinuazioni e le accuse infamanti di Cicerone sono esagerate, tuttavia, riducendo i limiti dell’enfasi, rimangono come dati di fatto l’autonomia e l’indipendenza di lei da un legame costrittivo, qual era diventato quello con Catullo, da altri definito instabilità e tradimento, e l’amore di lui insaziabile e possessivo, costante e profondo.

ESITI DI UN APPROFONDIMENTO

Il padre di Caio Valerio Catullo, sicuramente ricco ed influente, aveva dei progetti ben precisi per i suoi due figli: avviare il più grande alla gestione del patrimonio familiare e preparare il più piccolo alla vita politica. Fu con questo intento che affidò quest’ultimo alle cure di ottimi maestri. L’ipotesi che Caio Valerio fosse destinato alla vita politica ci è suggerita dal riferimento a quella toga bianca che egli stesso affermò di avere indossato intorno ai 17 anni (LXVIII, 15). La vestizione della toga segnava l’ingresso nell’età virile e il suo colore il tipo di carriera a cui si veniva avviati. Gli aspiranti alle cariche pubbliche, quelli che intendevano far parte della futura classe dirigente, indossavano per l’appunto la toga bianca.

In quest’ottica Caio Valerio venne mandato a Roma per completare gli studi. Qui non si sentì estraneo, perché conosceva la città per esserci già stato più volte con il padre, perché a Roma vivevano molti amici di famiglia, influenti, pronti a dargli una mano in caso di bisogno, perché, nei circoli dei neoteroi, poteva continuare a coltivare

senza interruzione la sua passione per la letteratura e la poesia.

Poco più che ragazzo, nella capitale frequentò amici e conoscenti, ritrovi e circoli. Si divertì, visse storie d’amore, etero ed omosessuali, che gli lasciarono il dolceamaro dell’esperienza e il flusso dei versi che gli ispirarono. Da considerare che i Romani del tempo non conoscevano i concetti di etero e di omosessualità. La sessualità, quella del maschio, era un’arma di dominio, perciò stesso una virtù civica da esercitarsi come prova di virilità sia su donne che su maschi. Sono indicative a tal proposito la terminologia e le metafore militari con cui i Romani si esprimevano parlando di amore. Emblematica l’espressione di Ovidio militat omnis amans (Amores I). E Catullo, da uomo, visse i suoi primi amori obbedendo alle pulsioni intime e, da romano, come esercizio di virilità. Ma l’incontro con Clodia/Lesbia, dapprima del tutto normale e sereno, nel suo evolversi, con la forza di uno tsunami, frantumerà in lui ogni equilibrio e ogni assetto. Combattuto tra bene velle e amare, visse una drammatica lacerazione. Il suo io, in conflitto con se stesso, all’apice del dissidio esplose in quell’autodafè, Odi et amo, ancora vivo e vibrante.

Costretto a fare i conti con quella “verità “ di dominio pubblico, costruita e diffusa da Cicerone nella pubblica difesa di Celio Rufo, Catullo la rimise, probabilmente con scettico sarcasmo, allo stesso Celio.

Lesbia, sì, la mia Lesbia, proprio lei, Lesbia, quella che sola ho tanto amato più di me stesso, più di tutto ho amato, lungo le strade e nei vicoli, sfianca i nipoti del magnanimo Remo.

Ma Lesbia è veramente così come la descrive l’oratore?

È fuor di dubbio che Lesbia abbia amato Catullo, così come è certo che lo tradì ripetutamente e ripetutamente tornò a lui in uno sfibrante tira e molla.

È il trend di una storia d’amore d’ogni tempo e d’ogni luogo. Una storia che comincia e finisce perché uno dei partner, non ama più, perché non tollera più l’altro, accecato dal possesso e dalla gelosia, una storia segnata da rotture e riconciliazioni, pettegolezzi e perfide insinuazioni, proprio come la storia d’amore di Catullo e Lesbia.

Tuttavia, dopo la morte del marito e in seguito alle vicissitudini politiche del fratello, di cui condivide le scelte populiste, su di Lesbia si abbatterono le infamanti accuse di Cicerone, quelle con le quali l’oratore la consegnò ai suoi contemporanei e ai posteri: donna dissoluta e senza scrupoli, incestuosa con il fratello P. Clodio Pulcro, proprio il suo rivale in politica.

Per cercare di capire quanto ci sia di vero è bene considerare alcuni fatti.

Cicerone e P. Clodio Pulcro erano acerrimi avversari politici. Cicerone, esponente della classe senatoria, sosteneva il partito degli optimates, P. Clodio Pulcro, catilinario, il partito dei populares.

Nel 61 P. Clodio Pulcro, fratello di Clodia/Lesbia, venne accusato di empietà contro la Dea Bona. Al processo Cicerone testimoniò contro di lui paragonandolo, per le sue malefatte, a Catilina.

Nel 59 morì Metello, marito di Clodia, che, per essere anticatilinario e anticesariano, costituiva per i Clodii una difesa contro gli attacchi della classe senatoria sostenuta da Cicerone.

Nel 58 P. Clodio Pulcro, in qualità di tribuno della plebe, fece approvare norme che indebolirono il senato, fece esiliare Cicerone ed ottenne che gli venisse distrutta la casa.

I due, implacabili rivali, si combatterono senza remissione di sorta, ciascuno con le armi più consone, Cicerone con quelle dell’oratoria e Clodio Pulcro con quelle politiche.

Nel 56 Cicerone passò al contrattacco. Nella Pro Caelio, difendendo il suo assistito dall’accusa di aver derubato e tentato di uccidere Clodia, attaccò quest’ultima coinvolgendo nelle accuse infamanti anche il fratello P. Clodio Pulcro.

Astuto e abile, con una fava pigliò due piccioni: con un’arringa demolì sia accusa che avversario politico.

L’impianto difensivo era quello solito, già sperimentato con grande efficacia e successo nelle Catilinarie: de-

molire l’avversario nella dignità di uomo e di cittadino, sullo sfacelo legittimare o delegittimare le accuse e di lì procedere spedito alla difesa.

Oratore impareggiabile e scaltro, ricostruiva ad usum le personalità degli accusati. Abile in tecniche di persuasione sapeva influenzare l’opinione pubblica e costruire l’opinione dominante, quella che ti rimane addosso come la lettera scarlatta.

A mio parere tanto è accaduto a Clodia e a suo fratello. Discendenti da quell’Appio Claudio Cieco, campione di virtù e di saggezza, figura mitica nell’immaginario collettivo, quello che aveva stigmatizzato un mos maiorum di cui Roma menava vanto, Cicerone dipinse i due fratelli come squallidi dissacratori delle virtù avite, così da suscitare lo sdegno anche dei populares, e li consegnò in questa veste all’opinione pubblica e ai posteri.

È pur vero che Clodia/Lesbia, prescindendo dalla donna tracciata nella Pro Caelio, doveva realmente essere una figura dirompente e rivoluzionaria, incompatibile anche con la mentalità più avanzata non per quello che di buono le mancava ma per quello che di buono aveva in eccesso. Discendente da una famiglia nobile, che, a distanza di alcuni decenni, darà a Roma una serie di imperatori, nell’universo femminile godeva di maggiori libertà, come del resto tutte le donne del suo rango. Per la sua estrazione sociale e perché moglie di un uomo politico frequentava l’élite romana e quelli che vi gravitavano intorno, tra cui i giovani avviati alla carriera politica. Gli impegni del

marito, lasciandola troppo spesso sola, non limitavano la sua partecipazione agli incontri mondani e la frequenza di circoli e ritrovi a lei graditi. Glielo permetteva, è vero, una consuetudine tollerata e diffusa tra le donne dell’alta aristocrazia, ma è pur vero che per molti nostalgici del mos maiorum questo agire disinvolto delle donne, sia pure d’alto rango, rimaneva un’imperdonabile trasgressione. Clodia/Lesbia era nobile, era bella, era amabile nel parlare e nel conversare, amava il ballo, si muoveva con dolci movenze, era disinvolta e sicura di sé, addirittura era orientata politicamente. La sua più grande trasgressione era proprio questa: l’avere tutto, anche troppo per non suscitare pettegolezzi e gelosie di mogli e di amanti e per non essere esposta a mire e ritorsioni di avversari politici. E Cicerone, innamorato di lei, come molti altri del resto, avversario e nemico del fratello, per difendere il suo assistito, per distruggere Clodio Pulcro con tutta la famiglia, per allontanare da sé il sospetto di tradimento e spegnere la gelosia della moglie Terenzia, nella Pro Caelio la dipinse donna svergognata e dissoluta, senza tema di ritorsioni da parte di chicchessia.

Q. Metello Celere era morto da tempo. Catullo, invece, seppure tradito e deluso, malato e schiacciato da una “verità” dominante, non infierì contro di lei, probabilmente perché conscio del fatto che dicerie e pettegolezzi non erano supportati da prove convincenti, non lo incolpò per il fatto che le venivano attribuite e, rivolgendosi a Cicerone, che con ironia e sarcasmo definiva il migliore dei difen-

sori, lo “ringraziò” per quanto aveva fatto. Con la stessa

ironia, seppure più caustica, svergognava e accusava tutti i pusilli et semitarii moechi che, discendenti del dissacratore Remo, impegnavano la loro prestanza nei postriboli e lì celebravano le loro vittorie su una donna che lui non aveva ripudiato ma che era fuggita dalle sue braccia.

CANTO D’AMORE

L’incontro fu inaspettato e fortuito, l’innamoramento di breve durata, l’amore travolgente, la crisi dolorosa, la passione furente, la fine amara.

Divina come un angelo a me venne, di luce e di passione era raggiante.

La soglia lei toccò e vi trattenne il piede suo incerto ed esitante. …

In quella notte magica di sogno dolci carezze e baci lei mi diede, doni furtivi al cui pensier trasogno, rubati a suo marito, a me sol diede.

(Vv. 70-72; 145-148 – LXVIII)

L’incontro avviene a Verona, probabilmente nel 62 a.C. nella casa paterna, o forse a Roma, tra amici.

Catullo lo vive con disincanto e leggerezza.

Lui, che ha già conosciuto gioie, turbamenti e pene d’amore, viene catturato dal fascino di lei, disinvolta e leggera, matura e fragile, di lei che, nell’aspetto e nell’essere, gli appare una sintesi armoniosa della vera bellezza. Non solo è bella nel fisico, ma, nel parlare e nel muoversi, è spigliata, colta ed elegante.

Gli amici e lui ne parlano, parlano di donne, le confrontano, fanno apprezzamenti. Ciascuno dice la sua e, a chi preferisce una Quinzia a Lesbia, lui risponde…

Quinzia è bella?

Se per molti Quinzia è tutta bella, io dico è alta ed ha la pelle bianca. Singoli pregi ha veramente quella, lo ammetto, eppure di bellezza manca. Manca di stile, manca di armonia, in quel corpo slanciato e pur ben fatto manca del tutto classe e leggiadria.

Lesbia soltanto è bella per davvero, non solo è bella tutta, in ogni tratto, ma pare che lei sola per intero le grazie a tutte quante abbia sottratto!

Quintia formosa est multis, mihi candida, longa recta est. Haec ego sic singula confiteor, totum illud formosa nego; nam nulla venustas, nulla in tam magno est corpore mica salis.

Lesbia formosa est, quae cum pulcherrima tota est, tum omnibus una omnis obripuit Veneres.

(LXXXVI)

Lesbia è così bella che nessuna può reggerne il confronto. Catullo ne è tanto convinto che ancora una volta la difende decisamente e vivacemente da un paragone dissacrante, rivolgendosi, questa volta, non più ad amici interlocutori, ma direttamente alla stessa contendente.

Affronta la questione di petto e dirime la controversia apertamente, pubblicamente, in una schermaglia verbale faccia a faccia con Ameana, la rivale di turno, amante di Mamurra, il bancarottiere di Formia.

Tu somigli a Lesbia?

Come va, mia cara fanciulla, tu che piccolo il naso non hai e il piede grazioso per nulla, tu che lunghe le dita non hai, tu che gli occhi non hai di velluto e la bocca neppure invitante, tu che nulla mai dici di arguto e non sei nel parlare elegante, dunque tu, proprio tu veramente, tu che sei d’un fallito l’amante, qui in provincia racconta la gente che sei bella, più bella di tante?! E non solo, dell’altro si dice… che tu a Lesbia somigli per vero. Che confronto azzardato e infelice. Senza senno è la gente davvero!

Salve, nec minimo puella naso, nec bello pede nec nigris ocellis, nec longis digitis nec ore sicco, nec sane nimis elegante lingua, decoctoris amica Formiani: ten provincia narrat esse bellam?

Tecum Lesbia nostra comparatur?

O saeclum insapiens et infacetum!

(XLIII)

Se Lesbia è più bella di Quinzia, a maggior ragione è più bella di Ameana, dozzinale nei tratti fisici e nella scelta del suo amante, un fallito di provincia. Lesbia in assoluto è la più bella. Non ha la pelle bianca, non è alta, ma lei sola è armoniosa nel fisico ed elegante nei modi. Ha un nasino aggraziato, occhi neri e vellutati, piede piccolino, dita affusolate, bocca invitante e, quello che più conta, è colta ed elegante nel parlare. Catullo lo afferma sorridendo ma con piglio deciso.

Vive l’inizio di questa esperienza d’amore in modo scanzonato, come scanzonati e goliardici sono i rapporti con i suoi amici. Ama l’amore, ama le donne, gli piace divertirsi, mangiare e bere in compagnia di amici con i quali condivide confidenze e disavventure, tra le quali una, ricorrente e poco piacevole: la perdita di foulards o fazzoletti che siano. Nella comitiva uno degli amici ha il vizio impenitente di rubarli. Catullo individua il colpevole, lo coglie in flagrante e, con la velata minaccia di rifarsi sul fratello, lo mette al muro e lo costringe a restituire la refurtiva, un dono a lui tanto caro ricevuto da cari amici.

Ridammi il fazzoletto

Asinio, della razza marrucina, di certo tu non fai uso corretto della tua mano lesta e malandrina. Quando si è assieme e, senza alcun sospetto, si beve o si scherza in compagnia, tu, lesto, a chi non teme proprio niente adocchi il fazzoletto e porti via. Non lo capisci? È sciocco e sconveniente. Se a me non credi, a tuo fratello almeno, ragazzo spiritoso senza eguale, capace di pagare senza meno per tutti i furti tuoi un capitale. Orsù, ridammi il fazzoletto mio o mille versi miei ti sparo contro. Non ne faccio un problema di denaro, ma per me è un ricordo caro assai. Da Fabullo e Veranio, amici miei, mi fu dato in regalo e con affetto, perciò, se amo loro, non potrei non amare altrettanto il fazzoletto.

Marrucine Asini, manu sinistra non belle uteris: in ioco atque vino tollis lintea neglegentiorum. Hoc salsum esse putas? Fugit te, inepte:

quamvis sordida res et invenusta est. Non credis mihi? Crede Pollioni fratri, qui tua furta vel talento mutari velit: est enim leporum disertus puer ac facetiarum. Quare aut hendecasyllabos trecentos exspecta, aut mihi linteum remitte. Quod me non movet aestimatione, verum est mnemosynum mei sodalis.

Nam sudaria Saetaba ex Hiberis miserunt mihi muneri Fabullus et Veranius: haec amem necesse est ut Veraniolum meum et Fabullum.

(XII)

Ama le donne, ama incontrarsi con gli amici, ama far baldoria e, in compagnia lieta, ama bere vino secco, non mescolato ad acqua, gareggiando e obbedendo alla legge di una simposiarca che sovrintenda alle mescite e alle bevute.

Versami il vino

Servo, che mesci il buon vecchio Falerno versami coppe di sapore secco, come comanda la nostra regina, signora della festa, più ubriaca

di un acino affogato nel barile. E voi, acque, rovina d’ogni vino, andate via di qui, dove vi pare, andate tra la gente contegnosa. Qui regna il vino schietto, qui sta Bacco. Minister vetuli puer Falerni, inger mi calices amariores, ut lex Postumiae iubet magistrae ebria acina ebriosioris.

At vos quo lubet hinc abite, lynphae, vini pernicies, et ad severos migrate; hic merus est Thyonianus.

(XXVII)

Ma il pensiero di Lesbia non lo lascia.

Nella foga e nell’entusiasmo con cui la difende contro tutte pullulano i germi di un amore incipiente che sconvolgerà la sua vita, un amore che conquisterà tutte le generazioni e che ancora oggi turba e commuove. Catullo sta per diventarne schiavo. Lo intuisce? Di fatto si lascia irretire da quella piacevole suggestione, le si abbandona e va, va dove lo porta il cuore e il cuore lo porta a lei, a Lesbia. Solo o in compagnia, a casa o per le vie, la cerca. Ogni occasione è buona per rivederla, per incontrarla. La cerca, la

spia. Tenta di rubarle attimi di intimità. La osserva mentre gioca e finge tenere schermaglie con il suo passerottino. Amore e gelosia, complicità e tenerezza si mescolano per quel piccolo rivale, ignaro del suo tormento.

Passero, delizia della mia fanciulla

Passero, piccola e dolce creatura, della fanciulla mia gioia e diletto tu, che la noia scacci dal suo petto, unico oggetto sei d’ogni sua cura.

Solo con te ella gioca e con affetto stringerti ama e custodirti in seno.

Porge il ditino a te che non di meno sulle zampette fremi a quel giochetto.

Provoca te, di voglia tanto pieno, con acri ed aspri morsi a mordicchiarla.

Tu la mordicchi e lei con te parla, gode felice dell’inganno ameno.

Quando la gioia sembra abbandonarla, quando va in cerca di uno svago o un gioco che plachi o attenui le sue pene un poco, a te si volge e chiede di allietarla.

D’ogni tormento tu le spegni il fuoco, tu solo sai le pene confortare.

Potessi, come lei, con te giocare e anch’io acquietare il mio tormento un poco!

Passer, deliciae meae puellae, quicum ludere, quem in sinu tenere, cui primum digitum dare adpetenti et acris solet incitare morsus, cum desiderio meo nitenti carum nescioquid lubet iocari ut solaciolum sui doloris, credo, ut tum gravis acquiescet ardor; tecum ludere sicut ipsa possem et tristis animi levare curas!

(II)

Un giorno, un triste giorno, il tenero uccellino muore. Lesbia, nel pianto, mette a nudo tutta la sua fragilità.

Forse è la prima volta che Catullo vede piangere una donna, sicuramente è la prima volta che vede piangere lei, la sua amata. Si intenerisce e si commuove. Si unisce a lei nel dolore con un grazioso epicedio, in cui è racchiusa tutta la dolcezza e la tenerezza di un amante e di un padre. Lo accompagnano nel lamento gli spiritelli dell’amore, chiamati, insolite prefiche e dolci sodales, a piangere con lui la perdita del passerottino.

È morto il passerotto

Deh, piangete tutti voi, spiritelli dell’amore, e piangete anche voi che gentile avete il cuore!

Oggi è morto il passerotto che di Lesbia era la gioia, egli è morto il passerotto che scacciava via la noia!

Lei lo amava proprio tanto, ancor più degli occhi suoi.

Era dolce il passerotto, più di quanto creder puoi! Conosceva la padrona tanto bene l’uccellino, proprio come la sua mamma riconosce il piccolino!

Sempre stava insieme a lei, per lei sola pigolava, saltellava sul suo grembo e da lei non si staccava.

Pigolava e saltellava ora a destra, ora a manca, proprio in grembo alla mia Lesbia, che d’amarlo mai fu stanca!

Ora vaga l’uccellino tremolante di paura, per la via senza ritorno, sola e triste la creatura!

Egli va verso quel mondo tanto greve e tanto tetro, da cui mai nessuno al mondo

è tornato a noi indietro!

Maledette siate voi, ora e sempre maledette, voi, malvagie ombre crudeli, che dell’Orco siete dette, voi che tutto divorate insaziabili e voraci!

Tutto quanto al mondo è bello di rapir siete capaci!

Infelice passerotto!

Che disgrazia, che sciagura! Era proprio a questo mondo la più bella creatura! Per voi soffre la mia bella, i begli occhi pien di pianto, rossi e gonfi sono gli occhi ed il cuore è tanto affranto!

Maledette siate voi,

ora e sempre maledette voi malvagie ombre crudeli che dell’orco siete dette!

Voi, che tutto divorate insaziabili e voraci, tutto quanto al mondo è bello di rapir siete capaci!

Lugete, o Veneres Cupidinesque, et quantum est hominum venustiorum.

Passer mortus est meae puellae, passer, deliciae meae puellae, quem plus illa oculis suis amabat; nam mellitus erat suamque norat ipsam tam bene quam puella matrem, nec sese a gremio illius movebat, sed circumsiliens modo huc modo illuc ad solam dominam usque pipiabat. qui nunc it per iter tenebricosum illud, unde negant redire quemquam. At vobis male sit, malae tenebrae orci, quae omnia bella devoratis: tam bellum mihi passerem abstulistis. o factum male! O miselle passer! tua nunc opera meae puellae

flendo turgiduli rubent ocelli.

(III)

È un tormento starle lontano. È una sofferenza starle vicino.

Se prima l’ha seguita, l’ha spiata, le ha parlato, adesso non è più capace di reggerne la vicinanza senza provare un turbamento profondo, un turbamento che lo sconvolge, lo paralizza. Catullo ne intuisce il pericolo. Cerca di mettersene in guardia, ma l’amore, che non conosce ostacoli, gli suggerisce di tentare, di arrivare a lei, di confessarle in un modo o nell’altro il suo amore, di confessarglielo, magari con echi letterari condivisi e personalizzati da una chiusa, a sua “firma” a mo’ di commiato.

E così, seguendo un costume già in uso tra gli innamorati del tempo, le invia il carme che, come l’archetipo saffico, è insieme una confessione e una dichiarazione d’amore.

Beato chi ti sta accanto

Beato e fortunato come un dio

e, se si può, ancor più di un dio beato per me è colui che stando a te vicino ascolta te che parli dolcemente e guarda te che amabile sorridi! Invece io mi perdo, vengo meno.

Da che ti ho vista quella prima volta non ho più pace, tutto in me è in subbuglio, la lingua si dissecca, più non parlo, nelle viscere un fuoco scorre e brucia,

un fischio acuto in testa mi stordisce.

Non ho più forze, tremo, più non vedo!

Attento, mio Catullo, attento, attento.

Pericoloso è questo tuo abbandono.

Tu ti smarrisci, assai ti lasci andare!

Questo stato di inerzia e stordimento, ricorda, ha già portato alla rovina città opulente e uomini potenti!

Ille mi par esse deo videtur, ille, si fas est, superare divos, qui sedens adversus identidem te spectat et audit

dulce ridentem, misero quod omnis eripit sensus mihi; nam simul te, Lesbia, aspexi, nihil est super mi, (vocis)

lingua sed torpet, tenuis sub artus

flamma demanat, sonitu suopte tintinant aures, gemina teguntur lumina nocte.

Otium, Catulle, tibi molestum est; otio exultas nimiumque gestis.

Otium et reges prius et beatas perdidit urbes.

(LI)

Parafrasando Dante: galeotto fu il carme e chi lo scrisse.

Tra i due esplode l’amore, un amore carico di passione, travolgente, sconvolgente.

L’amico Allio gli offre la sua casa per il loro primo incontro.

Solo loro due, loro due e il loro amore. Un amore unico, furioso, totalizzante. Catullo è inebriato pazzo.

Sotterfugi, fughe, complicità, abbandoni esaltano i loro convegni.

Impetuosa e incalzante è la passione.

Lesbia cerca di porre un qualche freno. Gli confessa di temere i pettegolezzi.

Catullo la tranquillizza: l’unica cosa da temere è solo il tempo che passa.

Viviamo la vita e l’amore

Viviamo la vita, mia cara, amiamoci senza timori!

Di tutta la gente bigotta, dei falsi e invidiosi censori le voci maligne e severe lasciamo nel vuoto cadere. Il sole tramonta e risorge, col sole ritornano i giorni, ma noi, se la luce si spegne

dell’unico giorno che muore, eterna dobbiamo dormire per sempre una notte soltanto. Amiamoci alla follia, amiamo la vita e l’amore. Cogliamo la cosa più bella del giorno fugace che muore!

Su baciami, baciami ancora. Su dammene mille di baci, ancora altri mille, altri cento! Continua, altri mille, ancor cento!

E quando poi tanti saranno, migliaia e più ancora di baci, a gara li mescoleremo così che nessuno li conti e non ci colpisca il malocchio di quell’invidioso se scopre che è tanto, ma tanto davvero il numero dei nostri baci!

Vivamus, mea Lesbia, atque amemus, rumoresque senum severiorum omnes unius aestimemus assis. Soles occidere et redire possunt; nobis cum semel occidit brevis lux, nox est perpetua una dormienda.

Da mi basia mille, deinde centum, dein mille altera, dein secunda centum, deinde usque altera mille, deinde centum.

Dein, cum milia multa fecerimus, conturbabimus illa, ne sciamus, aut ne quis malus invidere possit, cum tantum sciat esse basiorum.

Assicurazioni e aria scanzonata non bastano. Lesbia persevera nella sua riluttanza e, tra il serio ed il faceto, gli chiede quanti baci ancora vuole per esserne sazio.

Catullo prende sul serio la richiesta nella quale, con il senno del poi, si celano già i primi sintomi di stanchezza di lei.

Caparbio e senza alcuna reticenza, le risponde… Voglio tanti, ma tanti baci

Amore mio, sapere vuoi quanti io ne voglio di baci tuoi, quanti ne cerco, alla follia, per esserne sazio, o Lesbia mia!

Che siano tanti quanto i granelli

del gran deserto e non solo quelli. Ma proprio tanti quante le stelle del firmamento fedeli ancelle.

Quante le stelle che, stando in cielo, su tutto stendono il loro velo e veglian mute l’amore audace mentre la notte, amica, tace.

Che tu mi baci come mi piace perdutamente e senza pace. Il tuo Catullo folle d’amore ti chiede questo con tanto ardore.

Che siano i baci davvero tanti, che alcun non possa sapere quanti, che né il curioso possa contarli né l’invidioso affatturarli! Quaeris quot mihi basiationes tuae, Lesbia, sint satis superque.

Quam magnus numerus Libyssae harenae lasarpiciferis iacet Cyrenis, oraclum Iovis inter aestuosi et Batti veteris sacrum sepulcrum, aut quam sidera multa, cum tacet nox, furtivos hominum vident amores,

tam te basia multa basiare vesano satis et super Catullo est, quae nec pernumerare curiosi possint nec mala fascinare lingua.

(VII)

Quando gli impegni politici e militari chiamano lontano il marito di lei, Metello, i due amanti ne approfittano per vivere più intensamente e liberamente il loro rapporto. Si incontrano nell’intimità della casa di lui e qui danno un senso di normalità al loro stare insieme invitando a cena gli amici più intimi e cari e Catullo lo fa senza mai perdere lo spirito goliardico e quella vena ironico-sarcastica che lo contraddistingue.

Cenerai bene a casa mia

Cenerai bene, Fabullo, da me, fra qualche giorno, se vorrà dio, purchè ti porti un’abbondante cena, una fanciulla bella, del buon vino, del buonumore e un sacco di risate. Se porterai tu questo, amico caro, cenerai molto bene a casa mia. La borsa di Catullo, tu lo sai,

è piena sì, ma sol di ragnatele.

In cambio t’offrirò sincero affetto, e tanta simpatia ma, quel che conta, ti donerò un unguento profumato che Amore ha dato alla donna mia. Quando lo annuserai pregherai dio che ti trasformi tutto quanto in naso.

Cenabis bene, mi Fabulle, apud me paucis, si tibi di favent, diebus, si tecum attuleris bonam atque magnam cenam, non sine candida puella et vino et sale et omnibus cachinnis.

Haec si, inquam, attuleris, venuste noster, cenabis bene: nam tui Catulli plenus sacculus est aranearum.

Sed contra accipies meros amores seu quid suavius elegantiusve est: nam unguentum dabo, quod meae puellae donarunt Veneres Cupidinesque: quod tu cum olfacies, deos rogabis, totum ut te faciant, Fabulle, nasum.

(XIII)

L’unguento afrodisiaco è meglio di una cena, soprattutto se goduto in compagnia della donna che si ama.

E loro due si amano.

Si amano e si giurano amore eterno.

Sanciscono il loro patto di fedeltà dinanzi a dio, invocato a testimone e garante dell’indissolubilità del loro legame. Catullo glielo propone e lei lo asseconda… Ma, ahimè, il giuramento non vale a scongiurare i primi dissapori e i primi litigi.

Arriva la prima rottura.

Lui la vive un po’ con aria scanzonata e goliardica, un po’ con rabbia contro il marito di lei, suo rivale in amore.

Chi ha rotto l’incanto?

Lo ha rotto lei.

Per spegnere i sospetti di Metello, perché comincia a farle paura l’amore possessivo di lui, perché è stanca, perché incostante?

Forse per uno solo, forse per una parte, forse per tutti questi motivi ipotizzati.

Per Catullo, invece, questa rottura è soltanto una nube passeggera. Non si dispera. È fiducioso nella riconciliazione e attende che arrivi con i suoi abbandoni inebrianti.

Entrambi si confidano con amici comuni. Questi, intriganti, fanno la spola tra i due, raccolgono e spargono pettegolezzi. Dicono in giro che lei sparla di lui, che lui sparla di lei ma, quando le accuse arrivano direttamente alle sue orecchie, tramite l’amico Tappone, Catullo si difende cautamente e coglie l’occasione per smentire e rinnovare a Lesbia la sua dichiarazione d’amore.

Mai avrei potuto parlar male di lei

Credi che avrei potuto parlar male di quella che è per me la vita mia, quella che io amo fino al punto tale che la luce degli occhi darei via?

No, non potrei e se potessi, certo, non l’amerei così perdutamente.

Sei tu che almanaccando, te lo accerto, assurde congetture trai dal niente!

Credis me potuisse meae maledicere vitae, ambobus mihi quae carior est oculis?

Non potui, nec, si possem, tam perdite amarem; sed tu cum Tappone omnia monstra facis.

(CIV)

Gli amici pettegoli continuano nel loro incessante lavoro.

Gli riferiscono che è Lesbia a parlare male di lui e lui, ancora una volta, a costo di smentirsi e ammettere una verità poco prima negata, si serve del pettegolezzo per testimoniare e ribadire la tenacia del loro amore.

Ci amiamo da morire

Di me ogni male Lesbia sempre dice, di me lei sparla e proprio mai non tace?!

Eppure, questo, cosa mi fa dire? Se più non m’ama possa io morire!

Qual è la prova?! Faccio io altrettanto, le impreco contro eppure, d’altro canto, è proprio questo ciò che mi fa dire: se più non l’amo possa io morire!

Lesbia mi dicit semper male nec tacet umquam de me; Lesbia me dispeream nisi amat.

Quo signo? Quia sunt totidem mea: deprecor illam assidue, verum dispeream nisi amo.

(XCII)

I pettegolezzi arrivano anche alle orecchie di Metello.

Lesbia, per dissipare nel marito i dubbi sul suo tradimento, scarica livore e sarcasmo contro Catullo. Metello se la ride e questo manda in bestia Catullo…

Il suo rivale se la ride?

Non ha capito proprio niente!

Lei brucia d’amore per me

Contro di me lei dice tutto il male sparlando col marito, quell’allocco, che se la gode fino al punto tale che ride proprio come un vero brocco.

Sentimi bene, mulo, bestia nata!

Se lei scordato pure già mi avesse se più di me non fosse innamorata giusto sarebbe che di me tacesse.

Ma, dal momento che mi ingiuria assai e contro me lei ringhia a più non posso, non sol di me non si è scordata mai ma, peggio ancor, la rabbia tiene addosso.

Che lei d’amore brucia è questo il segno, perciò sparla di me senza ritegno!

Lesbia mi praesente viro mala plurima dicit; haec illi fatuo maxima laetitia est. Mule, nihil sentis. Si nostri oblita taceret, sana esset; nunc quod gannit et obloquitur, non solum meminit, sed, quae multo acrior est res, irata est; hoc est, uritur et coquitur.

(LXXXIII)

Nonostante tutto è fiducioso e aspetta.

Ma il tempo passa e la riconciliazione tarda a venire.

La rottura comincia ad avere il sapore amaro di un tradimento.

Lei è venuta meno al giuramento fatto.

Preso da una rabbia incontenibile, per ferirla o nel tentativo maldestro di riannodare il rapporto spezzato, Catullo reclama la restituzione dei versi di cui le ha fatto dono.

Lesbia rifiuta. Lui, perdendo pazienza e controllo, inaspettatamente, esplode in una sceneggiata furiosa ed istrionesca rivelando, drammaticamente, un altro se stesso, il Catullo sfacciato e impudente, il Catullo offuscato dall’odio e dall’amore. Chiama a raccolta i suoi scritti, li invita a inseguire quella donna sguaiata e sconcia e a gridarle dietro…

Restituiscimi i miei versi

Venite, versi miei, a me venite!

Dovunque vi trovate, in quanti siete!

Di me si prende gioco una puttana, i vostri fogli non mi vuol ridare!

E voi potete sopportare questo?

Corriamo dietro a lei, non abbia tregua!

Diamole addosso e pretendiamo il nostro!

– Chi è… Chi è?… – voi tutti mi chiedete.

È quella, proprio quella che vedete…

È quella lì… guardate… che cammina così sguaiata e sconcia e in modo osceno.

Sghignazza e ride al pari di una cagna.

Andate, circondatela e gridate: – Brutta puttana, dacci i nostri fogli, i nostri fogli dacci, brutta puttana! –Ah, te ne freghi, cesso dei postriboli, o cosa di più lercio se c’è mai!

Se proprio non si trova un altro modo, facciamola arrossire quella cagna.

Gridate in coro a voce ancor più alta: – Brutta puttana, dacci i nostri fogli. I nostri fogli dacci, brutta puttana! –

Non serve a niente? Non si smuove affatto?!

Cambiar bisogna musica e canzone!

Se noi vogliamo che ci dia ascolto, blandiamola con voce più suadente: – O donna così pura ed illibata, ti supplichiamo, dacci i nostri scritti, ridacci i nostri fogli, ti preghiamo, tu che sei tanto pura ed illibata!

Adeste, hendecasyllabi, quot estis omnes undique, quotquot estis omnes. Iocum me putat esse moecha turpis et negat mihi vestra reddituram

pugillaria, si pati potestis.

Persequamur eam, et reflagitemus, quae sit quaeritis. Illa, quam videtis

turpe incedere, mimice ac moleste ridentem catuli ore Gallicani.

Circumsistite eam et reflagitate; “Moecha putida, redde codicillos; redde, putida moecha, codicillos”.

Non assis facis? O lutum, lupanar, aut si perditius potest quid esse.

Sed non est tamen hoc satis putandum.

Quodsi non aliud potest, ruborem ferreo canis exprimamus ore.

Conclamate iterum altiore voce “Moecha putida, redde codicillos; redde, putida moecha, codicillos”.

Sed nil proficimus, nihil movetur.

Mutanda est ratio modusque nobis, siquid proficere amplius potestis; “Pudica et proba, redde codicillos”.

(XLII)

Finalmente la riconciliazione arriva.

Catullo, fuori di sé dalla gioia, la celebra in modo del tutto originale e stravagante. Lesbia gli ha confessato di aver fatto voto agli dei, qualora si fossero riappacificati, di

bruciare i versi di cui lui, definito nella rabbia il peggiore dei poeti, le aveva fatto dono. Ora, a pace avvenuta, si sciolga il voto fatto dalla sua donna! Si diano alle fiamme i versi orrendi del peggiore dei poeti.

Con fare grottesco e fescennino, attingendo a quella vena ironico-sarcastica che lo accompagnerà fino alla morte, dribbla l’ostacolo e distrugge i versi, non i suoi, ma quelli di Volusio, un poetastro a lui inviso.

Si brucino i versi di Volusio

Versi di Volusio, carta cacata, sciogliete il voto della mia amata, sciogliete voi il voto finalmente che ha fatto la mia donna impertinente. Arguta e maliziosa ella ha giurato, se mai da lei io fossi ritornato, se avessi smesso di scagliarle addosso feroci e osceni versi a più non posso che avrebbe lei bruciato al rogo ardente i versi del poetastro impenitente. Del peggiore dei poeti e senza arte avrebbe dato al fuoco le sue carte. Adesso che da lei sono io tornato è giusto che il suo voto sia onorato.

Venite dunque qui sul fuoco ardente… No no, miei versi, non c’entrate niente!

Ma voi che siete i più rozzi e sguaiati

di tutti quanti i versi mai coniati, versi di Volusio, carta cacata, la sola buona ad essere bruciata.

Annales Volusi, cacata charta, votum solvite pro mea puella.

Nam sanctae Veneri Cupidinique vovit, si sibi restitutus essem desissemque trucis vibrare iambos, electissima pessimi poetae scripta tardipedi deo daturam infelicibus ustilanda lignis. Et haec pessima se puella vidit iocose lepide vovere divis.

Nunc, o caeruleo creata ponto, quae sanctum Idalium Uriosque apertos quaeque Ancona Cnidumque harundinosam

colis quaeque Amathunta quaeque Golgos quaeque Durrachium Hadriae tabernam, acceptum face redditumque votum, si non illepidum neque invenustum est. At vos interea venite in ignem, pleni ruris et inficetiarum, annales Volusi, cacata charta.

(XXXVI)

La riconciliazione, purtroppo, non cancella il ricordo di quella prima rottura, anzi risveglia in lui timori e paure sulla fragilità del loro rapporto, su una fine tante volte scongiurata, per gioco o per davvero, nel rituale scaramantico dei mille baci.

Ricompaiono gli amici nel ruolo di messaggeri intriganti e pettegoli.

Qualcuno gli ha riferito che Ravido ha insidiato Lesbia.

Catullo, fra lo scettico e il dubbioso, si vendica del rivale svergognandolo pubblicamente.

Me la pagherai cara

Quale follia, povero infelice, ti sbatte dritto contro i versi miei?

Con te è arrabbiato veramente Iddio

se ti ha gettato in questa lotta persa!

Vuoi forse andare tu di bocca in bocca?

Vuoi essere famoso ad ogni costo?

Sta’ certo, lo sarai, sarai sicuro.

Da folle hai amato tu la donna mia?

La pagherai, la pagherai, ti giuro, a caro prezzo me la pagherai!

Se lunga vita avranno i versi miei tanto lunga sarà la tua infamia.

Qaenam te mala mens, miselle Ravide, agit praecipitem in meos iambos?

Quis deus tibi non bene advocatus vecordem parat excitare rixam?

An tu pervenias in ora vulgi?

Quid vis? Qualubet esse notus optas?

Eris quandoquidem meos amores cum longa voluisti amare poena. (XL)

Ma il tarlo del dubbio comincia a roderlo.

Con il tono dimesso e supplice di una preghiera Catullo ribadisce a Lesbia la costanza e la fedeltà del suo amore e nelle parole, che hanno il sapore di una ripetuta dichiarazione d’amore, si nasconde una tacita richiesta di costanza e di fedeltà anche da parte di lei.

Ti ho amata e t’amo tanto

Nessuna donna al mondo potrà dire d’essere stata amata in fede mia d’essere stata amata da morire quanto io ti ho amata e t’amo, vita mia.

Nessuna fedeltà in amor giurata in nessun patto fu così totale quanto la fedeltà testimoniata dall’amor mio per te puro e leale.

Nulla potest mulier tantum se dicere amatam vere, quantum a me Lesbia amata mea es.

Nulla fides ullo fuit umquam foedere tanta, quanta in amore tuo ex parte reperta mea est.

(LXXXVII)

Se tempo addietro lui garantiva senza ombra di dubbio la solidità del loro amore, ora può garantire soltanto la sua fedeltà.

A lei chiede di rinnovare la sua promessa.

Lesbia la rinnova. Ma troppe avvisaglie e troppi sospetti danno corpo alle paure di lui.

Assillato da un triste presentimento, leva al cielo una preghiera d’aiuto, accorata e sommessa.

Dio, fa’ che dica il vero

– Felice – tu mi giuri, vita mia –sarà per sempre questo nostro amore.

L’amore che ci unisce sarà eterno –solenne lo prometti a questo cuore. Dio del cielo, Dio onnipotente, ti prego, fa’ che possa dire il vero, che parli con il cuore e sia sincera! Concedici, mio Dio, in questa vita tenere fede eterna al giuramento.

Iocundum, mea vita, mihi proponis amorem hunc nostrum inter nos perpetuumque fore. Di magni, facite ut vere promittere possit, atque id sincere dicat et ex animo, ut liceat nobis tota perducere vita aeternum hoc sanctae foedus amicitiae.

Continuano a giungergli voci sulla fragilità di lei. Voci?

Non solo voci.

Lui si fa sospettoso e guardingo. Coglie indizi che non lo rassicurano affatto, anzi rafforzano in lui una constatazione triste ed amara.

(CIX)

Giura di amarmi

Giura la donna mia di non amare alcuno, d’amare me soltanto, soltanto me e nessuno, neppure un dio del cielo se la desiderasse!

Giura, ma quel che giura la donna ad un amante fedele e appassionato scriverlo conviene nel vento che va e passa, sull’acqua che veloce corre e s’allontana!

Nulli se dicit mulier mea nubere malle quam mihi, non si se Iuppiter ipse petat.

Dicit; sed mulier cupido quod dicit amanti in vento et rapida scribere oportet aqua.

(LXX)

E si allontana sempre più la gioia e la spensieratezza dei primi tempi!

Più volte Lesbia ha giurato fedeltà, più volte è venuta meno.

I maschi, e tra questi molti amici, le ronzano intorno e non si fanno scrupoli di sorta.

Quinzio sta per portargliela via. È disperato.

Con la promessa di un debito perenne lo supplica.

Lasciamela

Prenditi i miei occhi, anche più degli occhi miei, ma lasciami, ti prego, lasciami lei, lei che mi è più cara degli stessi occhi miei!

Quinti, si tibi vis oculos debere Catullum aut aliud, si quid carius est oculis, eripere ei noli multo quod carius illi est oculis, seu quid carius est oculis.

Un’altra rottura, stavolta più vera e più dolorosa.

Con la morte nel cuore Catullo lo ammette.

Come già successo, e come accadrà ancora in seguito, il suo io, lacerato, si sdoppia in un duetto patetico e drammatico insieme. Quello più accorto e più adulto va in aiuto all’altro più debole, e, con toni pacati ma decisi, cerca di convincerlo a dimenticarla, a lasciarla.

Ma l’altro, nel ricordo dei giorni felici e nella certezza che nessuno potrà mai amarla come lui l’ha amata persevera nella sua ostinazione.

Tutto è finito

Finiscila, Catullo sventurato, di comportarti come un folle ancora!

Non basta a te l’avere assaporato il disinganno amaro fino ad ora?

Convinciti, infelice, della sorte. Per sempre è perso ciò che più non hai!

Le gioie che provasti sono morte, son morte sì, tutto è finito ormai!

Rifulsero per te giorni ridenti, splendidi giorni, nel ricordo amari, quando, al richiamo degli amati accenti, nei luoghi la seguivi tanto cari.

Sempre accorrevo dove mi portava

lei, che io amavo quanto mai nessuna. L’amavo tanto, più non si poteva, quanto sarà giammai amata alcuna!

Quanti giochi d’amore, lo rammenti?, che tu volevi e lei non disdegnava. Splendettero per te giorni ridenti, splendettero nel tempo in cui t’amava!

Adesso lei non vuole, più non t’ama, e tu, benché infelice e disperato, non inseguire lei che si allontana. Dille di no, dimentica il passato!

Quella che fugge più non inseguire, mantieni duro con ostinazione!

Non vivere infelice, non soffrire, tieniti fermo nella decisione!

– Addio, mia cara – dille – addio per sempre!

Ormai Catullo è fermo, non lo sai?

Non più ti cercherà, sarà per sempre, non più ti pregherà se non vorrai! –

Ma, se da me cercata non sarai tu, sì, che amaramente ti dorrai! Ahi, sventurata, sventurata, guai!

Che vita senza me tu allor vivrai?

Chi mai ti cercherà, di chi sarai?

A chi tu bella ognora sembrerai?

Chi mai tu bacerai, chi amerai?

A chi le labbra, amata, morderai?

Finiscila, Catullo, ti scongiuro, sii fermo, sii deciso e tieni duro!

Miser Catulle, desinas ineptire, et quod vides perisse perditum ducas.

Fulsere quondam candidi tibi soles, cum ventitabas quo puella ducebat amata nobis quantum amabitur nulla.

Ibi illa multa tum iocosa fiebant, quae tu volebas nec puella nolebat.

Fulsere vere candidi tibi soles.

Nunc iam illa non volit; tu quoque, impotens, noli, nec quae fugit sectare, nec miser vive, sed obstinata mente perfer, obdura.

Vale, puella. Iam Catullus obdurat, nec te requiret nec rogabit invitam; at tu dolebis, cum rogaberis nulla.

Scelesta, vae te; quae tibi manet vita!

Quis nunc te adibit? Cui videberis bella?

Quem nunc amabis? Cuius esse diceris?

Quem basiabis? Cui labella mordebis?

At tu, Catulle, destinatus obdura.

(VIII)

Deciso e sicuro!

Se lo impone più con parole che nei fatti e, quando Lesbia inaspettatamente ritorna, non inseguita né convinta da lui, Catullo non esita a rituffarsi e celebra il ritorno con un peana, un canto di gioia e di vittoria per il ritorno alla vita.

Sei tornata a me, tu torni mia

Assai grande è la gioia e l’esultanza di chi improvviso ottiene finalmente quel che aspettava ormai senza speranza, quel che desiderava ardentemente!

Hai dato a me una grande gioia al cuore, più grande di ogni altra che ci sia, prezioso più dell’oro è il suo valore, sei tu tornata a me, tu torni mia!

Ritorni a me che tanto ti cercavo, a me che ti volevo, anima mia.

Allora che di averti disperavo, sei tu che torni a me, ritorni mia!

Di tutti i dì felici fino ad ora di più felice non ce n’è nessuno. Da ricordarsi più di tutti ognora questo soltanto è degno, sol quest’uno!

C’è forse al mondo un uomo che può dirsi felice più di me, più fortunato?

E cosa mai c’è più da preferirsi di questa vita mia che il ciel mi ha dato?

Si quicquam cupido optantique obtigit umquam insperanti, hoc est gratum animo proprie.

Quare hoc est gratum nobisque hoc carius auro, quod te restituis. Lesbia, mi cupido, restituis cupido atque insperanti, ipsa refers te nobis. O lucem candidiore nota! Quis me uno vivit felicior, aut magis hac quid mi optandum est vita? Dicere quis poterit?

(CVII)

Ma la gioia si spegne prima ancora dell’eco del suo canto.

Comincia per lui un’altalena dolorosa e logorante tra rotture e riconciliazioni, segnate da pentimenti e promesse, ritorni e allontanamenti di lei.

A tre anni dal loro incontro, nel 59, Lesbia rimane vedova.

Non ci sono lacrime da confortare come per la perdita del passerottino.

La scomparsa di Metello alimenta in Catullo la speranza di unirsi a lei in un legame più duraturo, ma la speranza è presto delusa.

Lesbia non sa resistere alla sua sete di libertà.

Gli amici ne approfittano e, quando ha sentore che ancora uno di loro la insidia, Catullo ne prende tristemente atto e confessa amaramente…

Non vale a niente voler bene

Non credere oramai che il voler bene possa far sì che uno ti sia grato o possa diventare con te buono soltanto per il bene che gli hai dato!

Quel che tu fai non vale proprio a niente, a niente serve aver voluto bene, piuttosto reca danno e nuoce assai, come ha nuociuto a me, il bene fatto.

Nessuno mi tortura e mi tormenta, con tanto accanimento e cattiveria, quanto colui che ha avuto in me soltanto, soltanto in me, l’amico suo più vero!

Desine de quoquam quicquam bene velle mereri aut aliquem fieri posse putare pium.

Omnia sunt ingrata, nihil fecisse benigne immo etiam taedet, taedet obestque magis, ut mihi, quem nemo gravius nec acerbius urget quam modo qui me unum atque unicum amicum habuit.

(LXXIII)

Abbandonato e tradito, non sa più a chi rivolgersi per avere aiuto e conforto.

Anche gli amici più cari, quelli che lui credeva più cari, come Alfeno, che un tempo gli ha chiesto amicizia promettendogli fedeltà assoluta, anche questi amici lo hanno abbandonato. Tutto gli è crollato intorno, non gli rimane più nulla se non le promesse degli amici da rivendicare e la fede in un dio amico.

Ti pentirai

Tu che inganni e dimentichi gli amici, non hai proprio pietà di me, crudele. Non ci pensi a tradire me infelice. Ora proprio non esiti a lasciarmi!

Sai che il cielo non ama i traditori!

Mi lasci nell’affanno e nel dolore.

Mio dio, che succede, cosa accade, di chi fidarsi, in chi fiducia avere?

Che fossi amico tuo tu mi pregavi, che a te affidassi pure la mia vita e che tranquillo stessi e senza affanno.

Ma proprio, tu, in quest’ora t’allontani e lasci che i tuoi fatti e le parole se le portino via il vento e l’aria.

Tu l’hai scordato, sì, ma non Iddio.

Non dimentica lui, lui è fedele, e sarà lui che ti farà pentire!

Alfene immemor atque unanimis false sodalibus, iam te nil miseret, dure, tui dulcis amiculi?

Iam me prodere, iam non dubitas fallere, perfide?

Nec facta impia fallacum hominum caelicolis placent: quae tu neglegis, ac me miserum deseris in malis.

O, heu, quid faciant, dico, homines, cuive habeant fidem?

Certe tute iubebas animam tradere, inique, me

inducens in amorem, quasi tuta omnia mi forent.

Idem nunc retrahis te, ac tua dicta omnia factaque ventos irrita ferre ac nebulas aerias sinis.

Si tu oblitus es, ut di meminerunt, meminit Fides, quae te ut paeniteat postmodo facti faciet tui.

(XXX)

Gli amici lo abbandonano, Lesbia lo tradisce, in lui l’amore sta cedendo il posto ad una passione cieca e possessiva. Disperato lo confessa a lei e a se stesso.

Ti desidero alla follia

Giuravi di volere me soltanto, soltanto me tu, Lesbia, mi giuravi! Neppure un dio di te invaghito tanto mi avresti preferito, assicuravi.

Ti volli bene, sì, tanto t’amai, non solo col trasporto di un amante ma come un padre, tenero, t’amai. Come figlia t’amai e come amante!

Adesso so chi sei tu veramente e se di voglia più violenta avvampo

per me tu vali meno, men di niente.

– Come si può? – Eppure non c’è scampo!

Un tradimento come il tuo induce colui che t’ama a più desiderarti ma nel contempo, credimi, riduce l’innamorato a molto meno amarti!

Dicebas quondam solum te nosse Catullum, Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem.

Dilexi tum te non tantum ut vulnus amicam, sed pater ut gnatos diligit et generos.

Nunc te cognovi; quare etsi impensius uror, multo mi tamen es vilior et levior.

Qui potis est? Inquis. Quod amantem iniuria talis cogit amare magis, sed bene velle minus.

(LXXII)

Un altro colpo di grazia.

Rufo, a cui Catullo ha sempre voluto bene e che ha sempre considerato un amico sincero, gliel’ha strappata.

Catullo esplode in un grido di disperazione.

Mi hai strappato il mio bene

Tu,

che io credevo un amico, amico per niente e senza ragione. Per niente, ma che dico?!

Per la mia rovina e a prezzo amaro!

Con perfidia sottile hai bruciato il mio cuore.

Hai strappato a me infelice l’unico mio bene!

Me lo hai strappato tu, tu, veleno della mia vita.

Rufe, mihi frustra ac nequiquam credite amice (frustra? Immo magno cum pretio atque malo).

Sicine subrepsti mi, atque intestina perurens sic misero eripuisti omnia nostra bona?

Eripuisti, heu heu, nostrae crudele venenum vitae, heu heu, nostrae pestis amicitiae.

(LXXVII)

Tormentato, confessa ancora una volta, a se stesso e a Lesbia, la sua lacerazione.

Mai cesserò di desiderarti

Si è ridotto il mio cuore a tal punto per tua colpa, mia Lesbia, il mio cuore!

Da se stesso si è tanto distrutto per tenersi fedele al tuo amore che, se vita ed agire tu cambi e se mai tu diventi migliore, non potrà più volerti del bene, e se pure diventi peggiore e gli fai tutto il male provare mai cessare potrà, proprio mai, di volerti… di desiderarti.

Huc est mens deducta tua, mea Lesbia, culpa, atque ita se officio perdidit ipsa suo, ut iam nec bene velle queat tibi, si optuma fias, nec desistere amare, omnia si facias.

(LXXV)

I tradimenti di Lesbia, continui e palesi, scatenano in lui turbini e tempeste, strazio e tormento, amore e passione.

Vive ormai un alternarsi sfibrante di sentimenti contrastanti, in lotta tra loro.

I due Catullo, quello del no e quello del sì, in tanto sconvolgimento, per un attimo, si riconciliano e, prendendo coscienza dell’amara quanto tragica realtà, all’unisono la confessano nel distico più famoso di tutta la letteratura mondiale.

Odio e amo

Odio e amo Com’è possibile?!

Non so ma so che mi accade ed è questo il mio tormento!

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

(LXXXV)

Al tormento e alla lacerazione in amore, nel 58, si aggiungono altre esperienze intense e contrastanti. Incontra L. Calvo (L), con il quale stringe un’affettuosa e solida amicizia, e, sempre nello stesso anno, pubblica il suo Libellus (I), probabilmente incoraggiato e sostenuto da Calvo, oratore e poeta lui stesso. È la prima pubblicazione di

un libro di “poesia nuova” di cui si ha notizia nel mondo

della cultura romana.

È una breve parentesi.

La seconda metà del 58 è per Catullo foriera di un avvenimento luttuoso.

A Roma lo raggiunge la notizia della morte del fratello nella Troade, dove si era recato per curare gli affari di famiglia.

Al tormento d’amore si aggiunge il dolore straziante di una perdita tanto cara.

Cade in uno stato di prostrazione profonda.

Attende da Lesbia un conforto che non viene. Dall’amico Cornificio implora un patetico aiuto.

Dimmi una parola di conforto

Sta male, amico mio, il tuo Catullo!

Sta male, te lo giuro, soffre assai, soffre e sta peggio ognora, di giorno in giorno sempre più oramai!

E tu, tu cosa fai?!

Con che parole tu mi hai confortato?

Eppure è il meno che potevi fare, una cosa da niente e niente ti costava.

È tanta l’amarezza e la mia rabbia.

Questi gli amici, gli amici a me più cari?!

Ti prego, dimmi una parola, una parola sola di conforto, quella che vuoi, purché sia triste, assai più triste d’un lamento di morte!

Malest, Cornifici, tuo Catullo, malest, me hercule, et laboriose, et magis magis in dies et horas. Quem tu, quod minimum facillimumque est, qua solatus es allocutione?

Irascor tibi. Sic meos amores? Paulum quid lubet allocutionis, maestius lacrimis Simonideis.

(XXXVIII)

Triste come la sua poesia che ormai piangerà solo lacrime di morte.

T’amerò sempre, fratello mio

Stremato dal dolore, la mia angoscia lontano mi trattiene dal poetare. L’animo mio non sa né può donare mai più germogli dolci di poesia. Da poco l’onda triste della morte

di mio fratello bagna ancora il piede, di lui, strappato a me, agli occhi miei, di lui, che ho amato più della mia vita.

Mai più mi parlerai, fratello mio, mai più ti sentirò, né ti vedrò.

Eppure t’amo e t’amerò per sempre!

Come nel fitto bosco l’usignolo canta piangendo al mondo il suo dolore, così io piangerò nei versi miei per sempre e solo lacrime di morte.

(Vv.1-6; 9-14 LXV)

Etsi me assiduo confectum cura dolore

sevocat a doctis, Ortale, virginibus nec potis est dulcis Musarum expromere fetus mens: animi tantis fluctuat ipsa malis

(namque mei nuper Lethaeo gurgite fratris pallidulum manans alluit unda pedem

numquam ego te audiero, frater, tua facta loquentem, numquam ego te, vita frater amabilior, aspiciam posthac? At certe semper amabo, semper maesta tua carmina morte tegam, qualia sub densis ramorum concinit umbris

Daulias absumpti fata gemens Ityli)

Lascia Roma e raggiunge il padre a Verona. Qui, nonostante la triste circostanza, trova conforto nella vicinanza degli affetti familiari. Nella pace dei suoi campi e nella dolcezza dei ricordi si stempera il tormento d’amore. Ad Allio, che per lettera gli chiede conforto per essere stato lasciato dalla sua donna, Catullo trova la forza di parlare con apparente serenità del suo amore tormentato

Gli risponde con il carme LXVIII, in una parte del quale, proposto liberamente in prosa, dice…

Caro amico,

Nella tua lettera scritta con le lacrime mi chiedi in dono dei versi per alleviare il tuo animo dalle sofferenze d’amore.

Ti sono grato, Allio, per essermi rimasto amico, ma tu chiedi la gioia ad uno sventurato.

La morte di mio fratello mi ha gettato nella disperazione più profonda.

Tutto sembra essere sepolto con lui!

La sua morte ha spezzato ogni felicità, ha scacciato dal mio petto ogni piacere, ogni gioia.

È doloroso non poterti stare vicino, non poterti consolare dell’abbandono della tua donna.

Perdonami se non posso offrirti ciò che tu mi chiedi. Il dolore e il pianto mi hanno tolto tutto!

Del resto qui, a Verona, ho portato poche cose.

A Roma ho lasciato tutto, la mia casa, la mia vita, i miei sogni…

Non pensare ad una mia ingratitudine o cattiveria.

Non posso dimenticare la tua fedeltà d’amico, non posso dimenticare quello che tu hai fatto per me! Tu mi offristi la tua casa per il mio primo incontro con lei, tu mi hai dato rifugio e conforto, mi hai fatto dono dei momenti più belli. Da te mi è venuto ogni mio bene!

No, non posso dimenticarlo e non voglio!

Non posso e non voglio che il tempo copra d’oblio il tuo nome.

A te, o Poesia, racconterò quello che Allio ha fatto per me. Lo racconterò a te e tu lo racconterai a milioni di uomini. Che i tuoi versi parlino di lui nei secoli, che l’amore del mio amico vinca l’oblìo dei tempi…

…e, continuando nel ricordo, consegna ai posteri l’amore di quella prima notte e la gratitudine per il suo amico.

L’amo più della mia vita

Fu lui che a me in quel terreno aprì, se pur sbarrata, facile una via;

fu lui che a me la casa sua offrì, a me l’offrì ed alla donna mia.

Divina come un angelo a me venne, di luce e di passione era raggiante. La soglia lei toccò e vi trattenne il piede suo incerto ed esitante.

Tra le mie braccia lì si abbandonava, la luce mia, e tutto a noi d’intorno d’amore e di passione palpitava in quella casa, quel felice giorno.

Se di me solo lei non si accontenta geloso non sarò come uno stolto. Sopporto e accetto pure che mi menta, lo fa di rado ed è discreta molto.

Scacciamo questo chiodo dalla mente!

Non sono il solo ad essere tradito da chi ha giurato amore eternamente. Sopporterò l’inganno già patito.

D’altronde non mi venne accompagnata dal padre suo nel giorno più radioso, né mai varcò la soglia sollevata, tra le mie braccia, lei, da me, suo sposo.

In quella notte magica di sogno dolci carezze e baci lei mi diede; furtivi doni, al cui pensier trasogno, rubati a suo marito, a me sol diede.

Questo mi basta sì, questo soltanto, che quella notte che ci venne data lei la ricordi più di tutte tanto come la più felice mai sognata.

Soltanto questo canto posso offrire, amico, a te che molto mi hai donato, perché non possa il tempo mai coprire d’oblio il nome tuo e il tuo casato.

Iddio vi aggiunga a questo altri doni, copiosi e in abbondanza, amico mio, quelli che la giustizia serba ai buoni te li elargisca a profusione Iddio.

Siate felici voi, tutti quanti, con te la donna tua, la tua dimora, lì dove noi quel giorno fummo amanti. Felice tu che mi aiutasti allora.

Da te mi venne il bene che agognavo. Mi venne lei, la donna mia che amavo, Quella che amo più della mia vita. Se vive lei, dolce è per me la vita.

Is clausum lato patefecit limite campum, isque domum nobis isque dedit dominam, ad quam communes exerceremus amores.

Quo mea se molli candida diva pede intulit et trito fulgentem in limine plantam innixa arguta constituit solea

lux mea se nostrum contulit in gremium, quam circumcursans hinc illinc saepe Cupido fulgebat crocina candidus in tunica.

Quae tamenetsi uno non est contenta Catullo, rara verecundae furta feremus erae, ne nimium simus stultorum more molesti.

Saepe etiam Iuno, maxima caelicolum, coniugis in culpa flagrantem condidit iram, noscens omnivoli plurima furta Iovis.

Nec tamen illa mihi dextra deducta paterna fragrantem Assyrio venit odore domum, sed furtiva dedit mira minuscula nocte, ipsius ex ipso dempta viri gremio.

Quare illud satis est, si nobis is datur unis quem lapide illa diem candidiore notat.

Hoc tibi, quod potui, confectum carmine munus pro multis, Alli, redditur officiis, ne vostrum scabra tangat rubigine nomen haec atque illa dies atque alia atque alia.

Huc addent divi quam plurima, quae Themis olim antiquis solita est munera ferre piis; seitis felices et tu simul et tua vita et domus ipsi in qua lusimus et domina, et qui principio nobis terram dedit… A quo sunt primo omnia nata bona, et longe ante omnes mihi quae me carior ipso est, lux mea, qua viva vivere dulce mihi est.

(Vv. 67-72; 132-162 – LXVIII)

L’amore gli suggerisce considerazioni assurde e deliranti, considerazioni che lo piegano all’ineluttabile. D’altronde il destino amaro di quell’amore era stato già segnato quella prima notte quando, entrando in casa, Lesbia toccò la soglia con il piede.

Ammette i tradimenti di lei, cerca di minimizzarli e, addirittura, cerca di convincersi dell’assurdità delle sue pretese: lui non ha nessun diritto di pretendere che gli sia fedele. Non l’ha sposata, non l’ha sollevata tra le braccia varcando la soglia di casa. Se ne fa colpa. La dolcezza di quella prima notte lenisce ogni sua pena e per l’ultima volta ammette di amarla più della sua stessa vita.

Tuttavia, in una circostanza così dolorosa, qual è quella della morte di suo fratello, lui spera in un riavvicinamen-

to, in un conforto da parte di Lesbia. Probabilmente lo ha anche invocato ma il silenzio e l’indifferenza di lei sono più sferzanti di un netto rifiuto.

Grida straziato.

Hai un cuore di belva

Chi ti ha partorita Chi?

Una leonessa feroce, un mostro orribile ti ha partorita!

Hai un cuore di belva, un cuore spietato e crudele tu,

tu che sei sorda e non senti il grido di un disperato che ti cerca e ti invoca!

Nunc te leaena montibus Libyssinis aut Scylla latrans infima inguinum parte tam mente dura procreavit ac taetra, ut supplicis vocem in novissimo casu contemptam haberes, a, nimis fero corde? (LX)

Lui, che ha sempre vissuto in modo onesto e giusto, avrà sicuramente una giusta ricompensa!

L’ennesima illusione, pietosa illusione, si infrange miseramente, come le altre, dinanzi alla realtà che ha tutto il sapore ironico e sarcastico di una beffa.

A nulla è servito aver voluto, aver fatto del bene. A nulla è servito aver tenuto fede alla parola data, non essere mai stato spergiuro, non aver mai ingannato la fiducia altrui.

Deve dimenticare, deve evitare ogni pretesto ed occasione di contatto, deve troncare con il presente ed il passato, deve troncare per sempre.

Lo ribadisce ancora una volta il Catullo avveduto e disincantato ma lui, il Catullo innamorato, sa che non può farcela da solo e, affranto, leva al cielo la sua ultima accorata preghiera.

Aiutami, mio Dio

Se è proprio vero quello che si dice che l’uomo che ricorda il bene fatto piacere e gioia all’animo riceve, quando egli sa di non aver violato la santità della parola data, quando in coscienza giustamente visse e in nessun patto mai abuso fece del nome sacro dell’eterno Iddio, per ingannare la fiducia altrui,

se tutto questo è vero, mio Catullo, son proprio allora tante quelle gioie serbate a te negli anni tuoi futuri per questo amore ingrato e doloroso!

Il bene fatto che si può mai fare e tutto quello che si può mai dire tutto da te, davvero, è stato detto, tutto da te quel bene è stato fatto!

Poiché donato l’hai a un cuore ingrato, tutto tu hai perso ormai, hai perso tutto!

Perché ti ostini ancora e ti torturi?

Perché non torni in te, non ti fai forte?

Perché non poni fine al tuo tormento?

Se Dio per te non vuole questo amore perché vivi infelice e ti tormenti?

Difficile è, lo so, tutto ad un tratto mettere fine a questo grande amore!

Difficile è, lo so, ma devi farlo! In ogni modo, tu, lo devi fare!

Questa è per te la sola via di scampo!

Tu devi riportar questa vittoria! Cerca di farlo, fallo ad ogni costo, se puoi, ti prego, ed anche se non puoi!

Dio immortale, Dio onnipotente, se è in te l’avere compassione,

se mai tu porti nel momento estremo l’ultimo aiuto al misero che muore, volgi i tuoi occhi a me, sono infelice!

Se è vero che io vissi onesto e giusto, strappa dal petto mio questo cancro che perfido mi rode e mi consuma!

Tacito e sordo nelle membra mie

fin nel profondo penetra e si insinua, da tutto il petto ogni contento scaccia!

Non chiedo, no, che quella mi ami ancora, neppure chiedo che mi sia fedele.

Possibile non è, non è capace.

Son io, son io che chiedo di guarire!

Questo io cerco, onnipotente Iddio, questo tu dammi, per pietà, ti imploro!

Siqua recordanti benefacta priora voluptas est homini, cum se cogitat esse pium, nec sanctam violasse fidem, nec foedere nullo divum ad fallendos numine abusum homines, multa parata manent tum in longa aetate, Catulle, ex hoc ingrato gaudia amore tibi.

Nam quaecumque homines bene cuiquam aut dicere possunt aut facere, haec a te dictaque factaque sunt; omniaque ingratae perierunt credita menti.

Quare cur te iam amplius excrucies?

Quin tu animum offirmas atque istinc teque reducis et deis invitis desinis esse miser?

Difficile est longum subito deponere amorem.

Difficile est, verum hoc qua lubet efficias.

Una salus haec est, hoc est tibi pervincendum; hoc facias, sive id non pote sive pote.

O dei, si vestrum est misereri, aut si quibus unquam extremam iam ipsa in morte tulistis opem, me miserum aspicite et, si vitam puriter egi, eripite hanc pestem perniciemque mihi, quae mihi subrepens imos ut torpor in artus expulit ex omni pectore laetitias.

Non iam illud quaero, contra ut me diligat illa, aut, quod non potis est, esse pudica velit; ipse valere opto et taetrum hunc deponere morbum.

O dei, reddite mi hoc pro pietate mea.

(LXXVI)

Proprio la morte del fratello darà una risposta alla sua disperata invocazione.

Obbedendo alla volontà del padre, che gli chiede di rendere l’estremo omaggio alle spoglie del fratello e di riordinare nelle terre d’Asia gli interessi della famiglia, nella primavera del 57, al seguito della cohors del pro-

pretore C. Memmio, l’amico di Lucrezio, Catullo parte per la Bitinia e il Ponto.

Giunto nella Troade, sosta presso la tomba dell’amato fratello e qui si intrattiene con lui in un colloquio struggente.

Fratello, addio

Sospinto a lungo per mari e per terre giungo alle tue tristi spoglie, fratello, per rendere a te l’ultimo saluto e parlare col tuo cenere muto.

Il destino mi ha tolto proprio te, fratello infelice, mi ha tolto te, prematuramente e senza ragione.

Queste offerte, che ti ho portato in dono, accoglile grondanti del mio pianto e addio, addio per sempre, fratello!

Multas per gentis et multa per aequora vectus advenio has miseras, frater, ad inferias, ut te postremo donarem munere mortis et mutam nequiquam alloquerer cinerem: quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum, heu miser indigne frater adempte mihi!

Nunc tamen interea haec prisco quae more parentum

tradita sunt tristi munere ad inferias, accipe, fraterno multum manantia fletu, atque in perpetuum, frater, ave atque vale.

(CI)

Passa l’inverno e ritorna un’altra primavera. Ha pianto sulla tomba del fratello, ha vissuto intensamente la vita di bordo e di campo, ha solidarizzato con i compagni di viaggio, ha vissuto nuove esperienze, ha conosciuto luoghi nuovi ma, con i tepori della nuova stagione, il cuore va alla sua terra e nell’attesa del ritorno freme dalla voglia di toccare i luoghi mitici dell’Asia che lui ha vagheggiato al suono melodioso dei canti dei poeti greci. Solo un rimpianto lo adombra: lasciare i compagni di viaggio.

È tempo di lasciare la Bitinia

Scioglie il gelo e riporta il bel tempo ormai il tepore della primavera. Al soffio dello zefiro l’inverno acqueta lentamente il suo furore. È tempo ormai, Catullo, di lasciare i campi e le pianure di Bitinia. Voliamo alle città splendide d’Asia!

Il cuore trepidante vuole andare, scalpita il piede, assai di voglia freme.

O care compagnie di amici, addio!

Addio voi tutti che, partiti assieme, adesso, sparsi, tornerete a casa perdendovi per vie varie e diverse.

Iam ver egelidos refert tepores, iam caeli furor aequinotialis iucundis zephyri silescit auris.

Linquantur Phrygii, Catulle, campi Nicaeaeque ager uber aestuosae: ad claras Asiae volemus urbis.

Iam mens praetrepidans avet vagari, iam laeti studio pedes vigescunt.

O dulces comitum valete coetus!

Longe quos simul a domo profetos diversae variae viae reportant.

(XLVI)

Finalmente, dopo tanto trepidare, nel 56, ritorna alla sua cara isola, Sirmione. È felice!

Nell’entusiasmo riassapora gioie lontane, le gioie delle cose care che lo hanno sempre atteso e non lo hanno mai tradito: della sua Sirmione, della sua casa, del suo letto.

Gioie passate che palpitano con lui e intorno a lui in un abbraccio di intimità e di conforto.

Cara Sirmione

Sirmione, delle acque l’occhio più caro, con quanta gioia e quanto volentieri a te ritorno e lieto ti rivedo.

Non mi par vero d’essere a te giunto, a te tornato, trovarti al sicuro.

Oh quanto è dolce, libero d’affanno, tornare stanco nella vecchia casa e trovar pace nell’amato letto!

Questo è il premio di tutte le mie pene!

Salve, Sirmione cara, sii felice, gioisci del ritorno del padrone.

Gioite anche voi, acque del lago, ridete tutte voi, gioie di casa!

Paene insularum, Sirmio, insularumque

ocelle, quascumque in liquentibus stagnis marique vasto fert uterque Neptunus: quam te libenter quamque laetus inviso, vix mi ipse credens Thyniam atque Bithynos liquisse campos et videre te in tuto!

O quid solutis est beatius curis:

cum mens onus reponit, ac peregrino

labore fessi venimus larem ad nostrum desideratoque acquiescimus lecto!

Hoc est quod unum est pro laboribus tantis.

Salve, o venusta Sirmio, atque ero gaude, gaudete vosque, o Lydiae lacus undae!

Ridete, quidquid est domi cachinnorum!

(XXXI)

Il viaggio, lungo e avventuroso, la vita di bordo tra marinai e soldati, interrotta da scali e soste in luoghi a lui sconosciuti, per ciò stesso dal richiamo irresistibile, la Bitinia, la vita di campo, la Troade, la tomba del fratello, i luoghi sacri dell’antica Grecia, tutto questo, e quant’altro si può verosimilmente ipotizzare, ha costituito un ottimo antidoto al tormento che si portava dentro.

La gioia e la solarità con cui ha salutato la sua Sirmione testimoniano del suo stato d’animo più sereno e rinfrancato. A Roma ritrova le compagnie di un tempo ed ha notizie di Lesbia.

Molte cose sono accadute durante la sua assenza e nei salotti e nei circoli sono tanti gli argomenti nuovi di cui si parla. Si parla della rinnovata intesa tra Cesare, Pompeo e Crasso; si parla del processo incorso contro Celio Rufo; si parla di Lesbia, della sua “dissolutezza” e di un suo presunto rapporto incestuoso con il fratello P. Clodio Pulcro.

Lo ha denunciato pubblicamente Cicerone nell’orazione a difesa di Clodio, il suo assistito.

È solo un pettegolezzo portato agli estremi della perfidia?!

Catullo, attingendo a quella vena ironico-sarcastica che gli apparteneva e giocando di rimessa, ironizza, allontana l’infamia da Lesbia e la dirotta altrove.

Lesbio è bello

Lesbio è bello e perché no?

Sicuro che è bello visto che Lesbia lo preferisce a me Catullo e a tutta la mia razza. Ma questo qui, il bello, venda Catullo e tutta la sua razza se troverà, tra quelli che conosce, uno che lo baci a lungo e con amore.

Lesbius est pulcher; quid ni? Quem Lesbia malit quam te cum tota gente, Catulle, tua.

Sed tamen hic pulcher vendat cum gente Catullum, si tria notorum savia repperit.

(LXXIX)

Non risparmia una stoccata neanche a Cicerone. Si rivolge a lui con sarcasmo e lo ringrazia per quanto ha fatto, lui, abile manipolatore della parola, il più abile di tutti i tempi, tanto quanto lui, Catullo, è il peggiore di tutti i poeti. Così lo definiva Lesbia (c. XXXVI), per celia o per davvero, probabilmente contrapponendolo anche alla maestria dell’oratore.

Con la differenza non lieve che Cicerone l’ha svergognata, lui, Catullo, l’ha amata.

Grazie, Cicerone

Marco Tullio, esperto parlatore, il più esperto di ieri, di oggi e di quanti ancora ne verranno, grazie, immensamente grazie, da me che sono un pessimo poeta, sicuramente tanto peggiore quanto tu, fra tutti quanti gli altri, sei certo il migliore difensore.

Disertissime Romuli nepotum, quot sunt quotque fuere, Marce Tulli, quotque post aliis erunt in annis, gratias tibi maximas Catullus agit, pessimus omnium poeta, tanto pessimus omnium poeta quanto tu optimus omnium patronus.

(XLIX)

Se per un verso il viaggio ha contribuito a restituirgli serenità ed equilibrio, per un altro, tra disagi e precarietà, ha minato e non poco la sua salute. Tosse, febbre e un malessere generale, che egli addebita a tutt’altro, lo coglie dopo una cena in casa di Sestio.

Si riprende solo dopo un soggiorno nella sua villa a pochi passi da Roma dove si è curato con decotti e riposo.

Che brutta tosse

Me la sono passata molto bene in te, mia villa, a un passo qui da Roma dove ho mandato via una brutta tosse che ho meritato per la mia ingordigia.

Invitato da Sestio in casa sua, piena d’aria malsana e avvelenata,

mi presi febbre, tosse, un gran malanno.

Ora, tornato a te, campagna mia, col decotto d’urtica e col riposo

mi son proprio riavuto e ti ringrazio d’avermi perdonato il mio peccato.

fui libenter in tua suburbana

villa malanque pectore exspui tussim: non immerenti quam mihi meus venter, dum sumptuosas appeto, dedit, cenas.

Nam, Sestianus dum volo esse conviva, oratione in Antium petitorem, plenam veneni et pestilentiae, legi.

Hic me gravedo frigida et frequens tussis quassavit usque dum in tuum sinum fugi et me recuravi otioque et urtica.

Quare refectus maximas tibi gratis ago, meum quod non es ulta peccatum.

(Vv. 6-17 – XLIV)

Ai problemi di salute si aggiungono anche problemi economici. Ha dovuto ipotecare la villa. La famiglia non lo aiuta o non può più aiutarlo. Tuttavia anche in questo frangente attinge alla vena ironica e con aria scanzonata,

rivolgendosi all’amico Furio, compiange la sua villa per la fine miseranda.

Povera villa mia

Povera villa mia, Furio, esposta non alle raffiche dei venti ma a quelle di un’ipoteca, vento più terribile e rovinoso!

Furi, villula nostra non ad Austri flatus opposita est neque ad Favoni nec saevi Boreae aut Apheliotae, verum ad milia quindecim et ducentos, o ventum horribilem atque pestilentem!

(XXVI)

Nel 55 muore prematuramente Quintilia, la moglie dell’amico Calvo. Questi, inconsolabile, le dedica una raccolta di elegie. Catullo, fedele al patto d’amicizia, dimentico dei suoi guai, partecipa all’evento e lo conforta con parole tenere e delicate.

Il tuo amore

Se mai potesse giungere conforto alle dilette tombe silenziose dalle lacrime nostre e dal rimpianto, con cui portiamo in vita antichi amori e piangiamo gli affetti ormai spezzati, se questo, Calvo, potesse accadere, alla amata Quintilia tua, di certo, di dolore non è la morte sua quanto è di gioia il tuo fedele amore.

Si quicquam mutis gratum acceptumve sepulcris

accidere a nostro, Calve, dolore potest, quo desiderio veteres renovamus amores atque olim missas flemus amicitias: certo non tanto mors immatura dolori est Quintiliae, quantum gaudet amore tuo.

(XCVI)

Salute e debiti a parte, le voci sulla condotta scandalosa di Lesbia sono così tanto di dominio pubblico che lui, Catullo, velando di sottile sarcasmo la sua incredulità, le rimanda al vecchio amico e poi rivale, Celio Rufo, difeso da Cicerone in quella orazione infamante.

Lesbia è per le strade e nei vicoli

Lesbia, sì, la mia Lesbia, proprio lei, Lesbia, quella che sola ho tanto amato più di me stesso, più di tutto ho amato, lungo le strade e nei vicoli, sfianca i nipoti del magnanimo Remo.

Caeli, Lesbia nostra, Lesbia illa, illa Lesbia, quam Catullus unam plus quam se atque suos amavit omnes, nunc in quadruviis et angiportis glubit magnanimi Remi nepotes.

(LVIII)

Tanto è il sarcasmo e l’amarezza, ma tanta è ancora la tenerezza! Seppure irremovibile nella decisione a non più ricominciare, Catullo non unisce la sua voce al coro dei denigratori. Al contrario, si scaglia contro “i nipoti del magnanimo Remo”, i discendenti del dissacratore, ucciso dal gemello Romolo, contro quelli che conducono le loro battaglie nei postriboli e lì portano a termine le loro grandi conquiste. A questi, ai clienti della taverna, indirizza, in un ultimo rigurgito di rabbia, il suo strale virulento.

Fecciume da trivio

Tu, bettola lercia al numero nove, e voi, clienti, che in essa albergate, credete voi soli di averlo un cazzo per fottervi soli tutte le donne e gli altri che siano tutti dei becchi?

E forse che voi, in attesa seduti, a cento, a duecento tutti arrapati, voi non credete che io possa incularvi tutti e duecento così come state?!

Sappiate bene, coglioni eccitati, di ciascuno di voi il nome io scrivo sulla facciata di questo casino!

La donna fuggita dalle mie braccia, quella che amai quanto mai nessun’altra, sì, quella per cui ho tanto lottato nella taverna con voi ella giace e tutti quanti, felici e beati, ve la spassate che è proprio uno schifo, vigliacchi tutti, fecciume da trivio!

E primo fra tutti, tu, il capelluto, nato in Ispagna, terra di tanti conigli, tu che ostenti la barba sì scura e i bianchi denti sfregati con cura, all’uso degli iberi con la pisciata!

Salax taberna vosque contubernales, a pileatis nona fratribus pila, solis putatis esse mentulas vobis, solis licere quicquid est puellarum confutuere et putare ceteros hircos?

An, continenter quod sedetis insulsi centum an ducenti, non putatis ausurum me una ducentos irrumare sessores?

Atqui putate; namque totius vobis frontem tabernae sopionibus scribam. Puella nam mi, quae meo sinu fugit, amata tantum quantum amabitur nulla, pro qua mihi sunt magna bella pugnata, consedit istic. Hanc boni beatique omnes amatis, et quidem, quod indignum est, omnes pusilli et semitarii moechi; tu praeter omnes une de capillatis cuniculosae Celtiberiae fili, egnati, opaca quem bonum facit barba et dens Hibera defricatus urina.

(XXXVII)

Tanta ironia caustica, tanto disgusto per quegli “eroi” ma ancora tanto “bene velle” per lei, non ripudiata ma fuggita dalle sue braccia, non odiata ma un tempo amata quanto mai nessun’altra!

I toni osceni e fescennini, retaggio della cultura plautina, molto affini al suo carattere irruento e viscerale e sicuramente non estranei ad un certo suo modo di esprimersi, sembrano essersi caricati di maggiore virulenza dall’ultima esperienza di viaggio a contatto con la ciurma di bordo, con i militari della cohors di C. Memmio e con la folla degli angiporti.

Lesbia, come già una volta era tornata spontaneamente a lui, anche ora tenta una riconciliazione.

Nel 54, anno della sua morte, Catullo affida l’ultimo amaro messaggio ai latori della richiesta di riappacificazione, due suoi vecchi rivali, Furio e Aurelio, ironicamente ricordati come amici per la pelle.

A Furio e ad Aurelio

Furio e Aurelio, compagni di Catullo, voi che dovunque lo accompagnereste, e insieme a lui in capo al mondo andreste a rischio anche delle vostre vite, alla mia donna andate e riferite poche parole ma… pur tanto amare!

Viva e stia bene con gli amanti suoi. Li stringa tra le braccia tutti quanti a cento, a mille, non ne lasci uno.

Li sfianchi tutti senza amarne alcuno!

E non si volti indietro ad aspettare come una volta il mio fedele amore. È morto per sua colpa come un fiore, fragile fiore ai margini del prato, toccato dall’aratro che va oltre. Furi et Aureli, comites Catulli, sive in extremos penetrabit Indos, litus ut longe resonante Eoa Tunditur unda, sive in Hyrcanos Arabasve molles seu Sagas sagittiferosve Parthos, sive quae septengeminus colorat aequora Nilus, sive trans altas gradietur Alpes, Caesaris visens monimenta magni, Gallicum Rhenum, horribilesque ultimosque Britannos, omnia haec, quaecumque feret voluntas caelitum, temptare simul parati, pauca nuntiate meae puellae non bona dicta. Cum suis vivat valeatque moechis quos simul complexa tenet trecentos, nullum amans vere, sed identidem omnium ilia rumpens; nec meum respectet, ut ante, amorem,

qui illius culpa cecidit velut prati ultimi flos, praetereunte postquam tactus aratro est.

(c. XI)

Quanta determinazione e ancora quanta dolcezza in quest’ultimo Carme!

Non vi è alcuna ironia in quel suo “alla mia donna” .

Nell’allusione e nella metafora del fiore, vi è la tenerezza di un amore eterno, al quale, nonostante tutto, rimane fedele fino alla morte.

Quell’anno Catullo muore lasciando unico ed eterno questo suo canto.

Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Issuu converts static files into: digital portfolios, online yearbooks, online catalogs, digital photo albums and more. Sign up and create your flipbook.