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Roberto Alborghetti, giornalista professionista ed autore di saggi e biografie, ha lavorato nel gruppo Sesaab-L’Eco di Bergamo, dove è stato uno degli ultimi cronisti a formarsi alla scuola di mons. Andrea Spada, ritenuto tra i grandi del giornalismo italiano e per ben 51 anni direttore del quotidiano bergamasco. A L’Eco di Bergamo si è occupato di attività editoriali per la scuola ed i giovani, ricoprendo anche il ruolo di inviato. E’ autore di una quarantina tra saggi e biografie, tra cui “Nessuno è cretino”, l’ultima conversazioneintervista del grande pedagogista Aldo Agazzi. Ha curato i due volumi dell’epistolario di Santa Paola Elisabetta Cerioli (“Lettere di una Madre”) ed ha coordinato l’opera “Lombardia / Introduzione ad una didattica dei territori”). Per la popolare “Collana blu” di Velar-Elledici ha pubblicato testi dedicati soprattutto a protagonisti del cattolicesimo sociale tra Ottocento e Novecento, tra i quali Leonardo Murialdo, Leone Dehon, Antonio Maria Gianelli, Annibale Maria di Francia, Francesco Spinelli, Maria Elisabetta Mazza. Blogger convinto, autore di documentari, si occupa di editoria “educational” (è direttore di Atempopieno – periodico dell’Associazione Genitori Scuole Cattoliche - e di Okay!). Ha ricevuto diversi riconoscimenti giornalistici, tra cui l’European Award for Environmental Reporting (il cosiddetto “Pulitzer europeo” per l’informazione sull’ambiente, 1992-1993). Ha creato “LaceR/Azioni”, un innovativo progettoricerca basato sull’osservazione della realtà urbana percepita nei cromatismi dei “segni di strada”, con mostre in Italia ed all’estero.

FRANCESCO

ROBERTO ALBORGHETTI

Roberto Alborghetti

Da Papa Benedetto a Papa Francesco. Nel giro di soli trenta giorni – dall’11 febbraio al 13 marzo 2013 – il mondo vive quella che in molti hanno definito “una svolta epocale per la Chiesa Cattolica”. Jorge Mario Bergoglio è il 266° Papa della storia. Per quindici anni è stato arcivescovo di Buenos Aires, Argentina, dove è nato il 17 dicembre 1936, da genitori di origine italiana. È il Papa dei primati. E il primo ad assumere il nome di Francesco. È il primo eletto tra cardinali residenti fuori dal Continente europeo dai tempi del siriaco Gregorio III (690-741). È il primo Papa sudamericano: arriva dal cosiddetto “Nuovo Mondo”. È il primo Papa gesuita, appartenente all’Ordine religioso fondato da Ignazio di Loyola nel 1534. Si è presentato al mondo fuori dall’ufficialità e dai canoni. Il nuovo Vescovo di Roma ha subito dato una “scossa” alla prevedibilità, già messa all’angolo dall’esito stesso del Conclave, dal quale è uscito un nome che le previsioni della vigilia non avevano considerato, se non marginalmente. E poi la scelta di chiamarsi Francesco. Un nome che riluce di profezia. Come fu profetico il Poverello, chiamato a “riparare la Chiesa”, dagli errori e dalle contraddizioni, a rimetterla nella storia, dalla parte dei poveri, come presenza viva e sale dell’umanità. Nella storica sera del 13 marzo 2013, ha colpito la travolgente semplicità con cui il neo eletto Papa si è presentato alla Chiesa e al mondo, chiedendo preghiera e silenzio. Hanno affascinato la sobrietà e l’essenzialità dei gesti e delle parole. Era così anche da arcivescovo. Era così anche da semplice prete. “Francesco” ci aiuta a conoscere un “figlio di emigranti” diventato pastore della Chiesa universale: la sua formazione religiosa e culturale, l’esperienza alla guida dei Gesuiti in Argentina, le intuizioni pastorali, gli anni trascorsi tra i poveri e le emergenze di Buenos Aires e la sua grande passione: “Annunciare Cristo a questo nostro mondo”. “Francesco” è la storia di una vita straordinaria: da conoscere, anche per vivere un pontificato già entrato nella storia.

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA PER IL MONDO


ROBERTO

ALBORGHETTI

FRANCESCO VESCOVO DI ROMA PER IL MONDO


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Io, vescovo di Roma, preso quasi alla fine del mondo.

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PREFAZIONE Un Papa dalla “fine del mondo” L’entusiasmo col quale è stato accolto Papa Francesco fin dai primi giorni del suo pontificato continua a conquistare l’affetto dei credenti ed ha suscitato interesse anche in persone che, pur lontane dalla Chiesa o appartenenti ad altre religioni, sono sensibili ai valori dello spirito. Tale entusiasmo ha riscontro anche nei numerosi libri che vengono dedicati in tutto il mondo al nuovo Papa, perché è una personalità che ispira fiducia e trasmette gioia. Sono in tanti ad affermarlo. Con la sua elezione la Chiesa ha dato un segnale di vitalità e sembra diventata più giovane e più evangelica. Il nuovo Papa è il primo Romano Pontefice gesuita, ma soprattutto è il primo Successore di Pietro che viene dal Continente Americano e, precisamente, dall’Argentina, dove è nato. I suoi genitori tuttavia erano ambedue italiani. Viene, quindi – come si è presentato egli stesso al balcone della Basilica Vaticana – “quasi alla fine del mondo”, nel senso che viene dalla parte opposta del globo terrestre, rispetto a noi, ma le sue radici sono italiane. La sua provenienza è espressione dell’universalità della Chiesa, che abbraccia il mondo intero. Ha scelto un nome che finora nessun Papa aveva portato; un nome simpatico e popolare, che rinvia ad una figura unanimemente apprezzata nel mondo: Francesco. Ha scelto questo nome, come ha spiegato nel primo incontro coi giornalisti, - per l’amore che Francesco d’Assisi aveva per i poveri; - per l’ammirazione che detto Santo nutriva verso il creato; - perché il Poverello di Assisi fu un convinto apostolo della pace, il cui saluto abituale era: “Pace e Bene”. Già dalla scelta del nome emergono un messaggio e una prospettiva di novità per quanto concerne lo stile che caratterizza il nuovo Pontefice. Il dono che il Signore ha fatto alla sua Chiesa con Papa Francesco è stato accolto nel mondo con sorpresa ed entusiasmo. Sorpresa perché il Papa scelto dal Conclave era al di fuori di tutte le ipotesi giornalistiche: il suo nome infatti non era tra i candidati considerati “papabili” e, pertanto, ancora una volta si è vista l’originalità e la freschezza dello Spirito Santo. Qualcuno, con linguaggio sportivo, ha scritto che l’elezione di questo Papa, tanto adatto per il nostro tempo, è stata un “contropiede dello Spirito Santo”. Entusiasmo perché ovunque nel mondo la sua elezione è stata salutata con gioia ed ha risvegliato molte speranze nel presente momento in cui la gente sente il bisogno di punti di riferimento.

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In questi primi mesi, poco a poco, Papa Francesco ha messo in moto energie sopite, facendo percepire che la verità cristiana corrisponde al bisogno profondo del cuore umano e che la Chiesa è vicina alla gente e alle sue problematiche. Ha riacceso la speranza per un mondo più giusto. Papa Bergoglio è una figura di spicco per la sua intelligenza, per la sua profonda spiritualità e per i tratti caratteristici della sua ricca umanità. Ha una buona formazione teologica, ma più che un teologo è un pastore. La sua esperienza lo ha reso particolarmente sensibile alle povertà materiali e spirituali del nostro tempo. È umile e mite, vicino alla gente, attento ai problemi sociali e rispettoso delle persone. Ha uno stile amabile e un modo di comunicare semplice e diretto, che proprio per questo risulta molto efficace e getta un ponte verso l’interlocutore e va dritto al cuore. I suoi gesti, segnati dall’immediatezza, hanno avuto subito una potenza simbolica forte. È un Papa che non vuole avere muri che lo separino dalla gente e dal mondo di oggi. Il suo modo di dire, improntato a sobrietà, e il suo stile di comportarsi sono vicini alla sensibilità di noi moderni. Con lo stesso modo di vestire ha dato un segnale di sobrietà e di semplicità. Continua infatti a portare le scarpe nere di prima, la sua croce pettorale e, la sua fascia sono semplici e senza stemma, non usa rocchetto e mantelletta rossa, la mitra è rimasta semplice come quella che aveva da Arcivescovo. Salendo sull’aereo per recarsi a Rio de Janeiro per la Giornata Mondiale della Gioventù, ha voluto portare a bordo personalmente la sua borsa nera, come tutti i normali passeggeri. In questo momento di crisi economica e di rabbia contro i privilegi di alcuni pochi che hanno stipendi e pensioni da capogiro, mentre molti lottano contro la disoccupazione o hanno stipendi e pensioni da fame, un Papa che rifiuta privilegi e sceglie uno stile di vita umile e sobrio è in sintonia con ciò che il mondo odierno chiede; è in linea col “mainstream” dominante. I primi passi da lui compiuti come Papa hanno suscitato simpatia nel mondo intero, fra credenti e non credenti. Ha colpito il fatto che prima di dare la sua prima benedizione dal balcone della Basilica Vaticana, Papa Francesco ha chiesto, alla gente raccolta sulla piazza, di pregare per lui in silenzio, affinché Dio lo benedicesse. Tutti poi abbiamo ancora nel cuore l’immagine del Papa che il mattino dopo l’elezione, con in mano una composizione di fiori, va a deporla con le sue mani davanti alla statua della Madonna “Salus Populi Romani” nella Basilica di Santa Maria Maggiore, rimanendo a lungo a pregare. Felice è stata inoltre la scelta di andare a celebrare la Messa il Giovedì Santo in un carcere minorile, dove ha lavato i piedi a 12 detenuti, fra i quali anche una giovanissima musulmana. Il suo primo viaggio è stato quello di andare a Lampedusa, isola simbolo del dramma dell’emigrazione, che ha visto migliaia di persone affondare in mare: si tratta di persone umane (nostri fratelli, dirà il Papa) senza nome e senza volto, che erano partite dalle loro case nella speranza di riuscire a costruire col proprio lavoro un futuro onesto e, invece, sono state inghiottite dal mare nell’indifferenza di tanti. Semplici nel linguaggio, ma incisivi e ricchi di contenuto, sono stati i primi discorsi, nei quali ha ben illustrato che il volto di Dio è quello di un Padre misericordioso, che ha grande pazienza con noi e che è sempre disposto a perdonarci, purché ci pentiamo. Ci ha detto inoltre che “esercitare il potere” significa “servire” ed ha additato a tutti l’orizzonte della fraternità e della solidarietà, come impegno di vita di ogni uomo e di ogni donna, perché tutti apparteniamo alla medesima famiglia umana. In questa prospettiva, più volte ha messo l’accento sul tema della fraternità. Ha invitato a non cedere mai al pessimismo e allo scoraggiamento, ma a guardare avanti con fiducia e coraggio. Ha avuto parole forti contro la corruzione, come pure contro l’autonomia assoluta dei mercati e la sfrenata speculazione finanziaria. Riferendosi in concreto alla presente crisi mondiale, ha auspicato un ordine sociale ed economico più umano e che non lasci fuori dalla porta l’etica.

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Ha incoraggiato i governanti ad essere veramente al servizio del bene comune delle loro popolazioni ed i Dirigenti delle realtà finanziarie a porre al centro delle dinamiche l’etica e la solidarietà, creando una armoniosa interazione fra la sfera economica e quella sociale. Sicuro e fermo nella dottrina, non ha mai ceduto alle sirene delle ideologie, ma è stato sempre fedele agli insegnamenti della Chiesa. In pari tempo, è sempre stato aperto al dialogo con tutti: per ciascuno egli ha attenzione e una parola fraterna. Una sua caratteristica è proprio la grande disponibilità all’ascolto, nel desiderio di aiutare, di incoraggiare e di fare del bene. Nel suo impegno pastorale ha cercato sempre di andare incontro a tutti, specialmente ai più poveri ed emarginati. Ai sacerdoti della sua Arcidiocesi, Buenos Aires, soleva raccomandare di avere bontà e misericordia con tutti e di tenere sempre la porta aperta a tutti. Negli scorsi anni ho avuto occasione di lavorare insieme con lui sia nei 20 giorni della Conferenza dell’Episcopato Latino-Americano che ebbe luogo ad Aparecida (Brasile) nel 2007, sia negli incontri della Pontificia Commissione per l’America Latina di cui lui era Membro ed io Presidente. La collaborazione con lui è sempre stata facile, perché è acuto nell’afferrare il nocciolo dei problemi ed è desideroso di fraternamente aiutare. Col suo stile francescano il nuovo Papa porterà non poche novità, e col suo insegnamento, accompagnato dal suo esempio, guiderà non soltanto i cattolici, ma anche tante persone aperte ai valori dello spirito, ad incamminarsi sulle vie della fraternità, della solidarietà, della fiducia e dell’impegno per il bene comune. Una riforma silenziosa Papa Francesco l’ha già avviata col suo stile e con la testimonianza eloquente della sua vita quotidiana. Nel cuore del nuovo Papa c’è una grande passione: quella di annunciare Cristo a questo nostro mondo, nel quale Dio ha poco posto nelle menti e nei cuori degli uomini e delle donne di oggi. Ma senza Dio non c’è luce, non c’è gioia, non c’è futuro. Auguro ampia diffusione a questa pubblicazione che riporta accurate informazioni circa la famiglia di provenienza, la formazione e la giovinezza del futuro Papa e che ne illustra la personalità ed i primi mesi di pontificato. Di Papa Francesco si può dire che ha la testa di gesuita e il corpo e il comportamento di francescano.

Card. Giovanni Battista Re Prefetto emerito della Congregazione per i Vescovi e Presidente emerito della Pontificia Commissione per l’America Latina

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13 MARZO 2013: ABBIAMO UN PAPA DI NOME FRANCESCO

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13 marzo 2013: la fumata bianca annuncia che è stato eletto il nuovo Papa. Già decine di migliaia le persone raccolte in Piazza San Pietro, in una serata piovosa, in attesa di salutare il nuovo Papa, il 266° Romano Pontefice della storia della Chiesa.

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l primo sbuffo di fumo è grigiastro, accompagnato dal brusío incerto di migliaia di persone. Poi, il grigio si fa tendente al chiaro, sorretto dal graduale aumento delle voci, che si fanno sempre più forti, come a dare ulteriore fiato e potenza a quel flusso tanto atteso. E finalmente è un bianco deciso ed inequivocabile quello che fuoriesce dal comignolo, e sale sale – scomposto dalla brezza – per annunciare al mondo che c’è un nuovo Papa. Sono le ore 19,06 del 13 marzo 2013. Il mormorio sommesso delle voci si fa boato, repentinamente. Bagnata da una pioggia sottile, ma insistente, la gente ondeggia e gli ombrelli sembrano le corolle dei fiori di un immenso giardino. Il seicentesco colonnato del Bernini, che avvolge ed abbraccia la folla, non trattiene le urla di gioia e di entusiasmo, che si diffondono oltre la cinta muraria della Città del Vaticano, spinte nel cielo e nell’etere, moltiplicate ed amplificate dagli obiettivi delle telecamere e dai microfoni delle stazioni radio, che inviano urbi et orbi la notizia che i 115 cardinali riuniti nel Conclave hanno eletto, dopo cinque scrutini, il 266° Romano Pontefice della storia della Chiesa. Nella piazza più famosa del pianeta, testimone soltanto un paio di settimane prima, dello storico congedo di Papa Benedetto XVI, irrompe la frenesia dell’attesa. I bagliori dei riflettori, lo scomposto brusìo della gente, il suono delle campane, il movimento colorato degli ombrelli: tutto sembra concorrere a rendere, questa sera, una sera importante. Una di quelle sere che Roma – ed il mondo – non dimenticheranno e che resterà nel cuore. Al di là di ogni retorica. C’è come la percezione – diretta,

precisa, palpabile – che in questi minuti si sta scrivendo una pagina di Storia. E che tutto – in questa grande cattedrale a cielo aperto che sta calamitando gli occhi del mondo – nulla resterà, e sarà, come prima. La dirompenza del gesto stesso della rinuncia di Joseph Ratzinger al papato, è forse l’elemento che dà propulsione alla comune e diffusa sensazione che qualcosa di mai scritto prima sta davvero prendendo corpo in questa piazza, dentro l’imponenza monumentale della Basilica petrina, sotto il cielo di Roma, che continua a grondare pioggia, come se volesse pulire e lavare le pietre e la terra, per prepararle al nuovo, in un rapido ed incalzante Avvento. Anche l’arco temporale dell’elezione – breve, da prendere ancora una volta in contropiede tutti i commenti e le sup-


posizioni della vigilia – suggerisce che il Conclave ha di fatto registrato uno spirito di comunione e di condivisione attorno ad un nome, come se si volesse aprire, e subito, una nuova partita con la storia. Continuano a suonare a distesa le campane della Basilica petrina, mentre sulla piazza si va disponendo il Picchetto d’onore, costituito dalle Guardie Svizzere, dalla Banda Pontificia e dalla Banda dei Carabinieri, con rappresentanze dei Corpi militari italiani. Vengono eseguiti gli inni dello Stato Vaticano e dello Stato Italiano. La musica risuona nella grande piazza. Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta... Ma qui c’è la sensazione che sarà il mondo ad essere svegliato... Alle ore 20,12, gli occhi si fissano sulla Loggia delle Benedizioni. C’è movimento al di là dei vetri. Vengono scostate le tende e la grande porta-finestra si spalanca. Sale la curva delle voci, da tutta la piazza, per poi acquietarsi non appena il cardinale protodiacono, JeanLouis Tauran, visibilmente commosso, si appresta a condividere con il mondo il “gaudium magnum” della formula canonica, proclamando con la voce soggiogata dall’emozione: “Habemus Papam!”. Si tendono le orecchie, a captare subitaneamente un cognome familiare, che suggerisca l’immediata associazione ad un’immagine magari vista e adocchiata negli inevitabili pronostici diffusi dal sistema dei media. La piazza trattiene il fiato, quando il cardinale Tauran scandisce: “Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum, Dominum Georgium Marium Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Bergoglio qui sibi nomen imposuit Franciscum”. All’annuncio seguono attimi di sospensione. La folla, anche quella mediatica, riunita davanti ai teleschermi o collegata via internet, è come smarrita. Quel cognome stenta ad essere collegato alla lista dei cosiddetti “cardinali papabili” che circolava nell’etere fino a qualche istante prima, nel solito ed ine-

“Habemus Papam! Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum, Dominum Georgium Marium Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Bergoglio qui sibi nomen imposuit Franciscum”.

Piazza San Pietro, Roma 13 marzo 2013

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Le prime immagini del neo eletto Papa nella Cappella Sistina, al termine del Conclave.

Il cardinale Jean-Louis Tauran annuncia l’”Habemus Papam” alla Loggia delle Benedizioni (Basilica di San Pietro, Roma).

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vitabile gioco del toto-pontefice. Sono secondi lunghi ed interminabili. Succede un po’ quello che era avvenuto il 16 ottobre 1978, quando venne annunciato al mondo, Karol Wojtyla, il nome del cardinale “venuto da un Paese lontano”, il quale aveva scelto di chiamarsi Giovanni Paolo II. Certo, si percepisce un’assonanza legata alla lingua italiana. Ma nulla più. Poi, nel giro di pochi secondi, quell’annuncio e quel cognome entrano d’impeto in tutte le “breaking news” diffuse dalle televisioni e dai

notiziari web del pianeta. E le informazioni cominciano ad affiorare a ritmo incalzante, in un susseguirsi concitato di dettagli e particolari. Il 266° Papa della storia è Jorge Mario Bergoglio. È l’arcivescovo di Buenos Aires, Argentina, dove è nato il 17 dicembre 1936, da genitori di origine italiana. È il Papa dei primati. E il primo ad assumere il nome di Francesco. È il primo eletto tra cardinali residenti fuori dal Continente europeo dai tempi del siriaco Gregorio III (690-741). È il primo Papa sudamericano: arriva dal cosiddetto “Nuovo Mondo”. È il primo Papa gesuita, ossia appartenente all’ordine religioso fondato da Ignazio di Loyola nel 1534. Ce n’è quanto basta per accendere subito dibattiti e riflessioni, commenti ed impressioni destinati a suscitare una risonanza mondiale, come del resto avviene, nel giro di pochi secondi. Sì, perché i mezzi di comunicazione riescono tempestivamente a trasformare l’evento di Piazza San Pietro in un “fatto del mondo”, rendendo partecipi nello stesso istante miliardi di persone, che ora hanno gli occhi puntati


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Il neo eletto Papa Francesco si presenta alla folla dei fedeli in Piazza San Pietro. Sono momenti di grande commozione, che i media diffondono in diretta in tutto il mondo.

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su Roma, trasformata in una città a dimensione planetaria. Le notizie sono lanciate nell’etere a ritmo convulso, in attesa che il nuovo pontefice – Papa Francesco: un nome che appare come un programma, evocando la radicalità evangelica del Poverello di Assisi, chiamato ed inviato a “riparare la Chiesa” – si presenti subito al mondo, alla Loggia delle Benedizioni, come tradizione vuole. Il settantaseienne arcivescovo di Buenos Aires – presidente della Conferenza episcopale argentina per due mandati consecutivi, dal 2005 al 2011 – ha studiato e si è diplomato come tecnico chimico, poi ha scelto il sacerdozio ed è entrato nel seminario di Villa Devoto. L’11 marzo 1958 è passato al noviziato della Compagnia di Gesù, ha compiuto studi umanistici, ha conseguito lauree in filosofia e teologia. Ha maturato esperienza in campo scolastico ed educativo, avendo insegnato letteratura e psicologia presso i più importanti collegi dei Gesuiti in Argentina.

Le sintetiche schede biografiche lette dai giornalisti televisivi informano inoltre che Jorge Mario da giovane subì l’asportazione della parte superiore del polmone destro a causa di un’infezio-


ne respiratoria. Ma è il respiro di una Chiesa rinnovata ad animare il servizio apostolico del cardinale argentino, che viene subito descritto come umile, riservato e attento ai poveri. E mentre sui teleschermi rimbalzano le immagini dell’arcivescovo Bergoglio che lava i piedi agli emarginati ed ai nullatenenti della metropoli argentina, in uno dei riti del Giovedì Santo, si rincorrono le notizie sullo stile di vita del nuovo pastore della Chiesa universale: non ha un segretario, vive in un modesto appartamento e non in episcopio, si sposta in bus e quando venne nominato cardinale suggerì caldamente ai fedeli di non accompagnarlo nel viaggio a Roma per la solenne imposizione della berretta color porpora, ma di destinare i soldi ai poveri... Sì, ce n’è quanto basta per presumere che, quello di Papa Francesco, sarà un pontificato che riserverà non poche sorprese. Così dicono i commenti degli esperti e dei vaticanisti, che si interro-

gano sulle modalità e sui retroscena che hanno portato i 115 cardinali del 75° Conclave ad eleggere al soglio pontificio, al quinto scrutinio, il confratello Jorge Mario Bergoglio. Così è la dif-

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In queste pagine Papa Francesco alla Loggia delle Benedizioni. Momenti ed immagini già entrati nella storia di un Pontificato, come le sue prime parole: “Fratelli e sorelle, buonasera!”.

fusa percezione della sterminata platea mondiale, che è come trascinata dentro un vortice che a sua volta produce emozione, stupore, meraviglia, oltre che la sensazione di essere sull’orlo di un cambiamento epocale del ruolo e dell’immagine stessi del papato. Ma le supposizioni sono e saranno davvero nulla a confronto di ciò che, di lì a pochi minuti, accadrà in Piazza San Pietro, davanti alla grande porta-finestra da cui filtrano le luci, che in quegli attimi di attesa appaiono come il punto focale di uno scenario destinato alle pagine della storia. Sono le ore 20,21. Ecco il nuovo Papa affacciarsi alla Loggia delle Benedizioni, addobbata dal drappo rosso, che il vento si diverte a strattonare leggermente, mentre la pioggia continua a cadere sulla folla e sugli ombrelli multicolori. Papa Francesco ha un atteggiamento commosso, ma sereno. Non si fatica a

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cogliere sul suo viso i segni ed i tratti dello stupore e della sorpresa di chi è stato chiamato ad un altissimo compito. Il corpo è immobile, tranne che per l’avambraccio destro che si muove in un gesto di saluto. Gli occhi fissano attenti la folla, che è passata in rassegna, come se il nuovo Papa volesse guardare i visi ad uno ad uno, interpellare le persone ad una ad una, mentre gli applausi crescono di intensità e gli ombrelli si muovono simulando i flutti di una grande onda. Colpisce l’immagine di semplicità ed arrendevolezza di un Papa che, prima ancora di prendere la parola, è arrivato dritto al cuore della gente, perforando la membrana della comunicazione. Anche il modo con cui si presenta al mondo rimanda a precise scelte già maturate in quel breve lasso di tempo trascorso dalla sua elezione al soglio pontificio. Papa Francesco non veste il cosiddetto “abito corale”, ma quello “piano bianco”. Non calza le tradizionali scarpe rosse


che erano state preparate nella sacrestia della Cappella Sistina dal maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie Guido Marini. Non ha sul petto una croce preziosa in oro, ma la semplice croce pettorale in color argento che egli aveva al collo da cardinale e da arcivescovo. Non porta la stola, che indosserà solo più tardi, al momento della benedizione, e nemmeno la tradizionale mozzetta rossa, la mantellina profilata d’ermellino. Certo, solo dettagli estetici, ma agli occhi degli osservatori e dei commentatori già esprimono dei segnali, dei messaggi sufficientemente chiari, che non necessitano di essere decifrati. Gli porgono il microfono. Non stringe tra le mani i fogli di un discorso già preparato. Si affida alla spontaneità del momento, anche se – come si vedrà – nelle sue frasi c’è la logica straordinaria di una cultura e di una vita, profondamente radicate nel Vangelo e nell’emo-

zione di una fede che non ha paura di uscire allo scoperto per farsi dono agli altri. Infatti, le prime parole di Papa Francesco sono come una dichiarazione (d’intenti) che contiene “in nuce” il senso e lo spirito di una missione apostolica che solo i giorni a venire disveleranno compiutamente. “Fratelli e sorelle, buonasera!”. Questo l’incipit del suo saluto, seguito dal racconto di quanto avvenuto, poco prima, sotto le volte della Cappella Sistina: “Voi sapete che il dovere del Conclave è di dare un vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo, ma siamo qui”. Come già fece Giovanni Paolo II, c’è subito il richiamo alle origini geografiche. L’espressione “alla fine del mondo” non è soltanto un termine simpaticamente colorito – per definire chi giunge da un angolo lontano e sperduto del pianeta – ma è anche la definizione di una precisa realtà territoriale, perché

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Nel suo primo intervento, Papa Francesco – il Pontefice preso ”quasi alla fine del mondo” – ha chiesto preghiera e silenzio.

esiste davvero, in Argentina, la “città della fine del mondo”: è Ushuaia, nella Terra del Fuoco, la città più australe della Terra, sorgendo sull’ultimo lembo della costa meridionale, laddove si incontrano l’Oceano Atlantico e il Pacifico... Terra simbolica, stracarica di significati storici e culturali, che rimanda a bellissime lande isolate, dimenticate ed incontaminate. “Vi ringrazio dell’accoglienza – prosegue Papa Francesco –. La comunità diocesana di Roma ha il suo nuovo vescovo: grazie!”. Anche queste sembrano le parole di un pellegrino che, accolto in città, si vede improvvisamente investito di un mandato che, prima ancora

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di essere universale, fa direttamente riferimento ad un posto e ad un ambiente “locali”, ad una dimensione di vicinanza e di prossimità in cui il fatto di essere accolti è determinante e qualificante. La sottolineatura della “romanità” del pontefice non è l’unica nel discorso e sarà ripresa pochi attimi dopo. Ma prima c’è il fraterno e commosso pensiero per il suo predecessore che – per la prima volta nella storia – è un Confratello emerito, che sta magari condividendo gli stessi momenti attraverso il teleschermo: “Prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca”. E Papa Francesco prega, e fa pregare, per davvero. Recita, e fa recitare, le tre preghiere più note e più semplici, quelle che tutti hanno appreso nell’infanzia, in famiglia e nella comunità parrocchiale: il Padre Nostro, l’Ave Maria ed il Gloria. Mentre nella piazza scemano gli echi dell’Amen dell’ultima preghiera, Papa Bergoglio, guardandosi attorno, come per chiamare tutti a raccolta, cambia tono e registro alle sue parole: “E adesso, incominciamo questo cammino: vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa, che oggi incominciamo e nel quale mi aiuterà il mio cardinale Vicario, qui presente, sia fruttuoso per l’evangelizzazione di questa città tanto bella!”. Sono frasi che, nel farsi motivazione ed aperto invito, sorprendentemente non vengono colte e percepite nel loro plurale maiestatico – che solitamente e solennemente fissa distanze e distinzioni di ruoli e di impegni – ma nel senso unitivo di un servizio da compiere, gli uni accanto agli altri. Come per dire: siamo qui per lavorare tutti insieme,

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