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STATO MAGGIORE DELL'ESERClTO UFFICIO STORICO_

Giancarlo BOERI e Piero CROCIANI Illustrazioni di Massimo BRANDANI

LBSBKCITO BORBONICO 1

DAL 1789 AL 1815

Roma 1997


PROPRIETÀ LETTERARIA Tutti i diritti riservati Vietata la riproduzione anche parziale senza autorizzazione © by Ufficio Storico SME - Roma 1989 I" EDIZIONE ANNO 1989 2" EDIZIONE ANNO 1997

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Via Ludovica Albertoni, 76 - 00152 Roma - Tel. 06-5376386


Presentazione

Questo volume si inserisce nella serie uniformologica iniziata anni addietro dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, serie nella quale è stata data soprattutto risonanza all'Armata Sarda, l'esercito su cui si sarebbe più largamente e propriamente innestato nel 1861 l'Esercito Italiano. . Non per questo si è tuttavia ritenuto di dover trascurare quegli strumenti militari degli Stati italiani preunitari che per organizzazione, entità, armamento ed equipaggiamento erano di livello analogo all'Armata Sarda e sui quali avrebbe potuto a sua volta costituirsi - naturalmente in un diverso contesto politico e strategico europeo - il futuro esercito unitario. Non solo, ma l'esame di questi eserciti prenazionali ha l'ulteriore scopo - presentando le virtù, o forse più correttamente, le attitudini militari degli italiani nel loro assieme di dirimere, o quantò meno attenuare, quei perniciosi « luoghi comuni» abbattutisi su unità e soldati di indiscutibili talento e dedizione, tacciati ingiustamente invece - se non di codardìa - di mediocre spirito combattivo. Le colpe e le infauste vicende, a ben guardare, e la storia lo avverte, non nascono mai dal basso bensì maturano prima nell'alto, nei vertici quindi, per poi ripercuotersi soltanto successivamente e fatalmente sulla periferia. Una sconfitta matura innanzitutto nella mente del comandante, non nelle unità: ed i motivi sono molti, anche se i prevalenti sono da ricercarsi in quelli d'ordine psicologico. Senza voler ricorrere alla lontana Canne, basti pensare, per dare un esempio, a Custoza 1866, dove i comandanti antagonisti, a fine giornata, erano entrambi convinti d'aver perso e dove vinsero invece gli austriaci solo perché i tempi di reazione del loro comandante furono più contenuti e la sua intuizione e fiducia maggiormente pronte. Ma le truppe, sia da una parte sia dall'altra, non nutrivano affatto la sensazione di sconfitta. Un esercito quindi, nonostante organizzazione e dotazioni d'avanguardia, è suscettibile di sfortune soprattutto se non vi è, non voglio dire genialità, ma quanto meno chiarezza ed autorevolezza di comando, ponendo quale fattore scontato la professionalità dei Capi. Ecco perciò questo libro ad illustrare un esercito, quello borbonico, sul quale è invalsa l'abitudine - che quantunque sia spesso ipocritamente addobbata in vesti canzonatorie, permane nella sostanza criticamente denigratoria - di dire male e di tranciare giudizi negativi. Infondatezze. L'esercito borbonico era uno strumento organizzato e serio. Le sue carenze più macroscopiche - ed erano carenze di carattere più che di preparazione - costituivano retaggio dei suoi vertici, non dei sottordini e della truppa, che possedevano spirito e valore. Ed il presente volume, anche se riferito ad uno spazio temporale limitato, gli rende giustizia. . Questo libro, infine, presenta uno spaccato poco conosciuto: l'esercito durante l'occupazione francese napoleonica, allorché i Borboni restarono confinati nella sola Sicilia, quindi sotto l'egida inglese; quella Sicilia dove l'esercito napoletano non aveva in precedenza mai reclutato, per questo singolarmente in analogia con l'Armata Sarda che - nonostante l'aggettivazione - in Sardegna non éoscriveva. Perciò si è parlato di «esercito borbonico» e non napoletano o delle Due Sicilie. Un periodo nel quale, paradossalmente, i sudditi dell'ex Regno si trovarono spesso a combattere per terra e sul mare su opposti fronti: gli uni nell'«Armée» e nella marina imperiali, gli altri con le fanterie del Wellington e la flotta britannica. Il Capo dell'Ufficio Storico


Elenco delle abbreviazioni A.R.C.R. = Archivio Riservato Casa Reale (Archivi Privati). A.S.Na. = Archivio di Stato di Napoli. A.S.Ve. = Archivio di Stato di Venezia. Bibl. Art. Ge. = Biblioteca di Artiglieria e Genio. B.N.Na = Biblioteca Nazionale di Napoli. Arch. Borb. = -Archivio Borbone. ¡ Aff. Esteri = Affari Esteri. Agg. = Aggiusti. Com. Gen. Art. = Comando Generale di Artiglie ria. Amm. = Sezione Amministrativa. Fs. = Fascio. Giunta Letti = Giunta dei Letti (Sez. Militare A.S.Na.). Exc. = Excperta (Sez. Militare A.S.Na.). Ms. = Manoscritto. N.Y.P.L. . New York Public Library. R.O. = Reali Ordini (Sez. Militare A.S.N~.). Segr. Ant. = Segreteria Antica (Sez. Militare A.S.Na.). S.N:S.P. = Società Napoletana di Storia Patria.

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Il Regno in cifre Il regno di Napoli contava, sul finire del Settecento, quasi 5.000.000 di abitanti, oltre 400.000 dei quali a Napoli e negli immediati dintorni. Il regno comprendeva le odierne regioni della Campania, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata e Calabria, oltre ad una buona parte delle province di Frosinone e Latina ed ai Presidi della Toscana (Orbetello, Talamone, Port'Ercole, Santo Stefano e Longone con circa 5.000 abitanti). Del territorio napoletano non facevano

parte le due enclaves pontificie di Benevento e di I>ontecorvo. Il re di Napoli aveva inoltre il diritto di presidiare la fortezza di Piombino e di nominare il governatore del castello di Ragusa, in Dalmazia. Il regno era diviso nelle province di Terra di Lavoro, Principato Citeriore, Principato Ulteriore, Basilicata, Molise, Capitanata, Terra di Bari, Terra d'Otranto, Calabria Citeriore, Calabria Ulteriore, Abruzzo Citeriore ed Abruzzo Ulteriore. Il regno di Sicilia, all'epoca ancora formalmente separato da quello di Napoli (la dizione Regno delle Due Sicilie non sarebbe stata adottata ufficialmente che con la Restaurazione), contava allora circa 1.500.000 abitanti (i censimenti nell'isola erano poco attendibili perché la popolazione temeva che i relativi dati potessero essere usati per fini fiscali) ed era suddiviso amministrativamente in tre valli: Val Demone, Val di Noto e Val di Mazzara. Nei due regni erano diverse anche le monete e le unità di misura; ne elenchiamo, qui di seguito, le più importanti. Monete

Napoli

Sicilia

Grano = 12 piccioli Carlino = 1O grana Ducato = 10 carlini

Grano = 6 piccioli Carlino = 1O grana Tarì = 20 grana Onza (unità di conto) = 30 tarì o 3 ducati.

Quindi il picciolo, il grano ed il carlino di Sicilia valevano la metà di quelli di Napoli ed il tarì di Sicilia equivaleva al carlino napoletano. Misure di lunghezza

Napoli Palmo lineare (di 12 oncie) pari a cm. 26,367 Canna lineare pari a m. 2,109 Miglio pari a Km. 1,851

Sicilia Palmo lineare (di 12 oncie) pari a cm. 25,809 Canna lineare pari a m. 2,264 Miglio pari a Km. 1,486

Erano anche largamente usati, oltre a molte misure locali, anche il piede (cm. 32,484) ed il pollice francesi (cm. 2,707). 6


Misure di peso

Napoli

Sicilia

Oncia = gr. 26,88 Libbra = Kg. 0,320 Rotolo = Kg. 0,890 Cantaio = Kg. 89,099

Oncia = gr. 26,44 Libbra = kg. 0,317 Rotolo = Kg. 0,793 Cantaio = Kg. 79,342

Unità di capacità per aridi

Napoli Misura = 1. 2,304 Tomolo = 1. 55,318

Sicilia

=

Mandello = l. 4,298 Tomolo 1. 17,305

Unità di capacità per liquidi

Napoli Caraffa = l. 0,727 Barile = 1. 43,624 Botte = l. 523, 488

Sicilia Caraffa = l. 0,49 Barile = 1. 34,386 Botte = 1. 412,632.

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Capitolo I

Le vicende storiche

L'esercito dei regni di Napoli e di Sicilia che si viene configurando sul finire del Settecento rappresenta l'ultimo, tardivo frutto del periodo delle riforme, di derivazione illumistica, che la dinastia borbonica aveva introdotto, o almeno aveistituzioni va cercato di introdurre, nelle strutture e nelle amministrative, giudiziarie e burocratiche del regno, che soltanto da poco più--di cinquanta anni era tornato all'indipendenza dopo un plurisecolare periodo di governo vicereale. Riforme introdotte specialmente nei lunghi anni in cui era stato alla guida del governo il Tanucci, ma che erano state continuate anche dai suoi successori, il duca della Sambuca ed il marchese Caracciolo, mentre il regno si allontanava dalla sfera di influenza spagnola. Alcune riforme ricevettero un'applicazione soltanto parziale e tra queste c'erano, come vedremo, anche quelle relative all'esercito. Dell'esercito era responsabile, sin dal 1780, come Ministro della Guerra, Giovanni Acton, un ufficiale della-marina francese, di origine inglese, già al servizio toscano, che nel giro di pochi anni doveva divenire nel 1789 anche Ministro degli Esteri e quindi arbitro di tutta la politica napoletana. La prima fase delle riforme, tese all'ammodernamento dell'esercito, si era conclusa con il piano del 1786 che ne prevedeva la riorganizzazione su ventiquattro r eggimenti di fanteria, otto di cavalleria, il corpo d'artiglieria e quello degli ingegneri, oltre ai reparti di Casa Reale e di supporto. In quello stesso anno veniva organizzata la Reale Accademia Militare che l'anno successivo avrebbe trovato la sua sede definitiva alla Nunziatella, dove ancora oggi ha la sua sede il Collegio Militare che, sia pure indirettamente, a quell'Accademia si ricollega e che costituisce l'unico legame che in qualche modo riconduca al nostro attuale esercito l'antico esercito delle Due Sicilie. In quegli stessi anni molti ufficiali, specie delle armi dotte, erano invitati all'estero per missioni di studio e di aggiornamento e, confortato forse anche dal loro parere, l'Acton passava alla seconda fase delle sue riforme. Per attuarle venivano chiamati a Napoli, sul finire del 1787, numerosi ufficiali stranieri perché come istruttori ed organizzatori riordinassero definitivamente l'esercito napoletano secondo i più recenti sistemi d'oltralpe, sfruttando anche le esperienze derivate dalla guerra d'Indipendenza Americana da poco conclusa. Incaricato della riorganizzazione della fanteria era lo svizzero de Salis, maresciallo di campo al servizio francese, coadiuvato da altri due svizzeri, de Gambs e de Burckardt, e dallo svedese Rosenheim. Un francese, il brigadiere Oreille, era invece incaricato della riorganizzazione della cavalleria mentre ad un altro francese, il de Pommereul, allievo del celebre Gribeauval, erano demandate le armi dotte (dette nell'esercito napoletano armi facoltative, cioè artiglieria e genio). A costoro si affiancavano diversi altri ufficiali di grado inferiore e anche alcuni sottufficiali, tra i qua-

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li è il caso di notare il sergente Auger au, destinato a diventare uno dei marescialli di Napoleone. Gli anni che seguirono furono anni d'intenso e convulso lavoro e vennero bruscamente interrotti a causa degli avvenimenti che stavano sconvolgendo la Francia, lasciando così incompleta quesfe>pera di riordinamento che già aveva incontrato notevoli resistenze. L'ambiente militare, generalmente ostile, specie quello degli ufficiali provenienti dalle più importanti famiglie nobili del regno, la cui importanza e il cui ruolo risultavano ora diminuiti con lo scioglimento delle Reali Guardie italiane e dei Volontari di Marina, e gli intrighi di corte avevano subito messo in difficoltà il de Salis. La truppa, poi, anche a causa del suo reclutamento e delle sue abitudini, male si adattava ai nuovi sistemi ad essa estranei e l'apparato statale, infine, anche per motivi di ordine finanziario, non aveva risposto appieno alle esigenze manifestate dagli innovatori. Si erano quindi poste lè):>asi per un migliore -~ più moderno ordinamento ma i nuovi sistemi organizzativr-erano stati, in pratica, soltanto enunciati, non erano stati ancora assimilati dal'te diverse strutture militari: soltanto le unità modello (una brigata per arma) avevano potuto giovarsene, lè altre non ne avrebbero usufruito che parzialmente e con una certa lentezza. Volendo innovare, praticamente, dalle fondamenta, si era badato, innanzi tutto, all'istruzione formale, alla tattica elementare. Anche per motivi di t empo ci si era limitati ad imporre delle innovazioni di origine straniera senza essere capaci di adattarle al diverso ambiente militare. Erano st ati quindi fatalmente privilegiati gli ufficiali capaci di eseguire alla perfezione le meticolose prescrizioni dettate dalle ordinanze promulgate in quegli anni, ma la capacità operativa ed il pensiero militare napoletano, anche per la mancanza di uno Stato Maggiore, non avevano fatto alcun passo innanzi. L'unica eccezione a questa situazione era data all'artiglieria, sia perché il de Pommereul rimase fino al 1793 sia perché le innovazioni erano apportate su una struttura di dimensioni ridotte e meglio disposta ad accettarle, con ufficiali selezionati e ben preparati. Quest'arma venne riordinata su due reggimenti - incorporando anche il genio - con l'ordinanza del 1788. Un'altra ordinanza aveva riordinato la fanteria, sciogliendo i r eggimenti svizzeri e quelli della Gurdia Reale, sostituendoli parzialmente con altri reggimenti a reclutamento estero. Secondo il nuovo ordinamento la fanteria contava ora venti reggimenti, raggruppati in cinque divisioni di due brigate ciascuna. Anche la cavalleria, abolita la specialità dragoni, fu riorganizzata con disposizione del 14 gennaio ·1788, su due divisioni di due brigate di due reggimenti ciascuna. Questo fervore innovativo veniva, se non interrotto, almeno limitato nelle sue effettive applicazioni - come si è detto - dalle notizie del progredire della rivoluzione in Francia che fornivano anche al governo napoletano l'occasione per accordare il congedo a de Salis (3 ottobre 1790) e, in seguito, a quasi tutti gli ufficiali stranieri. Anche se la corte era naturalmente ostile alla Francia repubblicana (la regina Maria Carolina, non dimentichiamolo, era sorella di Maria Antonietta) a Napoli non ci si volle schierare apertamente a fianco delle potenze della Prima Coalizione. Così, pure se si dava avvio ad un programma di riarmo, che prevedeva l'immissione nelle file dell'esercito di 12.000 uomini delle milizie e la costruzione di batterie costiere nel golfo di Napoli per difendere la capitale da attacchi provenienti dal mare, si tollerava il minaccioso arrivo a Napoli,-nel dicembre del 1792, della squadra navale francese dell'ammiraglio La Touche che si fingeva di voler accogliere in amicizia acconsentendo alle sue imperiose richieste di riconoscimento ufficiale della repubblica francese. Questa umiliazione che forse, senza

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gli eccessivi timori manifestati da Maria Carolina, si sarebbe riusciti ad evitare faceva accrescere nel partito oltranzista, capeggiato dalla stessa regina, il desiderio di una pronta rivincita, mentre a Napoli comiqciavano a nascere i primi clubs repubblicani e si andavano annodando i primi fragili fili delle cospirazioni che sfoceranno nella repubblica dei filosofi del 1799. Nel luglio del 1793 la corte di Napoli si rimangiava la dichiarazione di neutralità fatta alla Francia nel dicembre precedente e si schierava a fianco della Gran Bretagna, della Prussia e dell'Austria. Quest'ultima forniva, anzi, all'esercito napoletano un nuovo riorganizzatore, un nuovo capo, nella persona del maresciallo Von Zehenter, che in poco più di un anno di comando non doveva lasciare alcuna traccia di sé, anche se proprio durante questo periodo le truppe napoletane dovettero affrontare il loro primo serio impegno dopo quasi cinquant'anni di ininterrotta pace. In Francia, infatti, la città di Tolone si era ribellat;;i al governo repubblicano ed a':eva consentito lo sbarco di truppe inglesi e spagnole (ed in seguito anche piemontesi) mentre da Parigi venivano concentrate contro la città insorta truppe sempre più numerose. Mantenendo fede ai patti sottoscritto nel luglio, Napoli mandò, in più riprese, a Tolone circa 6.500 uomini di fanteria, artiglieria e fanteria di marina. Pur se fu impossibile inviare unità organiche di livello superiore al battaglione, e questo mostra chiaramente le deficienze organizzative e logistiche dell'apparato militare napoletano, il contingente inviato superò bene questa prova. I soldati risultarono abbastanza preparati, gli Ufficiali (cui si aggiunsero diversi cadetti della Nunziatella offertisi volontari) si dimostrarono valorosi ed attivi ed altrettanto buona prova venne fornita dalle armi, soprattutto dai nuovi fucili modello 1788. Le sortite del 10 e del 14 ottobre e quella del 15 novembre vedevano distinguersi i napoletani dei reggimenti Borgogna, Re, Real Napoli, e Messapia, ma queste belle prove risultarono vane il 19 dicembre, quando il corpo di spedizione alleato si dovette reimbarcare in tutta fretta e nella confusione del momento quattrocento soldati ed ufficiali napoletani rimasero a terra, cadendo nelle mani dei francesi, aggiungendosi queste perdite ai circa duecento morti e feriti persi in tre mesi di ass.e dio. L'apporto napoletano alla Prima Coalizione non doveva limitarsi a Tolone. Secondo i patti firmati con Londra e con Vienna, infatti, altre truppe dovevano essere inviate nell'Italia Settentrionale a sostegno degli Austro-Sardi, ma la difficile situazione economica e l'improvvisa scoperta di congiure giacobine - anche se ancora allo stato embrionale - inducevano la corte di Napoli a soprassedere, per il momento, all'invio di queste truppe. Ci si limitò a costituire sui confini, presso Sessa Aurunca, un campo con cinque reggimenti di fan.teria e sei squadroni di cavalleria da tener pronti per un eventuale invio in Lombardia. Diserzioni e disordini contrassegnavano il soggiorno delle truppe a Sessa e alla fine del giugno 1794 il campo era sciolto anche perché, a seguito di nuovi accordi, si era deciso di inviare al nord rinforzi costituiti esclusivamente da reparti di cavalleria. Per questa spedizione i due reggimenti della brigata modello di cavalleria, Re e Regina, fornivano ciascuno quattro squadroni sul piede di guerra, mentre un terzo reggimento, il Principe, era formato con elementi tratti dagli altri reggimenti di cavalleria. Per rendere più spedito il trasferimento i reggimenti si imbarcarono a Napoli con destinazione Livorno e da qui procedevano, via terra, per la Lombardia acquartierandosi nella zona di Lodi. Anche questa volta le truppe prescelte erano le migliori e lo avrebbero dimostrato nella c.a mpagna del 1796. Bene addestrate e ben montate erano capeggiate da u fficiali che ritroveremo tra i prota11


gonisti degli avvenimenti militari dei vent'anni successivi, sia che militassero in seguito nelle file borboniche o in quelle repubblicane o in quelle dell'esercito di Gioacchino Murat. · L'aggravarsi della situazione, con la Francia all'offensiva su tutti i fronti, le perdite subite a Tolone e la partenza dei tre reggimenti 'di cavalleria rendevano indispensabile ed urgente l'accrescimento della forza dell'esercito che, ad onta delle cifre ufficiali, non doveva contare a quest'epoca più di ventiduemila uomini. Ai primi di agosto venivano così emanate disposizioni per una leva di sedicimila uomini, pari al quattro per mille della popolazione della parte continentale

del regno, destinati a servire per tutta la durata della guerra, e per la costituzione, a cura anche dei nobili e dei benestanti che a tale scopo si erano già precedentemente offerti, di ben sessanta battaglioni e venti di squadroni di volontari. Programmi, questi, fin troppo ambiziosi e realizzati soltanto in parte, sia per le obiettive difficoltà di natura economica, solo parzialmente supplite grazie all'apporto di quanti si erano spontaneamente offerti, sia per la scarsa rispondenza delle popolazioni. Per quest'ultimo mot ivo sidovette infatti abolire la facoltà di esenzione dalla leva dietro di una somma (200 ducati) assai elevata, poiché nel giro di pochi giorni i singoli ed alcune amministrazioni comunali avevano pagato l'esonero di ben milleottocento uomini rendendo necessario l'aumento delle percentuali da chiamare alle armi in altre zone del paese. pagamento Si rese inoltre necessario ricorrere massicciamente all'istituto del truglio, all'accordo diretto, cioè, tra il magistrato e l'avvocato difensore, grazie al quale si evitavano il processo, la condanna e l'espiazione della pena di un imputato o di un condannato sostituendoli con la prestazione del servizio militare. Tale procedimento, limitato dapprima agli imputati ed ai condannati per reati non infamanti<1l, venne man mano esteso ai colpevoli di quasi tutti i reati, contribuendo così ad immettere nell'esercito gente di scarsissima affidabilità, tanto più che per procedere alJ;,,arruolamento non era necessario neppure l'assenso del trugliato. . Durante tutto il 1795, mentre la cavalleria era impegnata in qualche scontro contro i francesi sulle colline dell'Appennino Ligure, nel regno si cercò di trarre. partito dalle leve bandite nell'agosto precedente per rafforzare l'esercito e si evitò l'invio in zona d'operazioni di nuovi reparti, accampando anche il motivo della scoperta di nuove congiure giacobine. Conseguenza diretta di questo clima interno particolarmente teso era la soppressione della compagnia delle Guardie del Corpo. Anche se il R. Dispaccio del 31 ottobre 1795, che sanciva il provvedimento, lo diceva voluto da re per dare ai componenti della compagnia un contrassegno del suo Real gradimento per impiegarli come Ufficiali ne' i suoi Reali Eserciti in rç,a lt à si era proceduto all'abolizione di questo reparto d'élite perché si erano trovate alcune guardie implicate nelle cospirazioni giacobine, il che dimostrava come queste cospirazioni, pur di per sé non ancora pericolose, si andavano ramificando anche in ambienti che, per la loro composizione sociale, avrebbero dovuto esserne immuni. La compagnia era sostituita da un Real Corpo delle Guardie, in cui avrebbero dovuto servire, a turno, ufficiali di fanteria e di cavalleria dei vari reggimenti dell'esercito. Il più importante provvedimento di carattere militare preso in quell'anno era stato però quello del 29 giugno con il quale si era p roceduto all'effettivo indivisionamento della fanteria, con la ripartizione dei reggimenti in brigate e divisio(1) A.S. Na. R.O. 171

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ni attive e con la nomina dei rispettivi comandanti, ai quali, con l'occasione, vennero conferite molte delle prerogative e delle funzioni sino ad allora di spettanza dei generali ispettori(2l. Il 1796 si preannunciava con reiterate richieste di rinforzi da parte della Coalizione e, per l'impossibilità di utilizzare i porti della Toscana a causa del rifiuto del·granduca, il reggimento di cavalleria Napoli, che doveva costituire l'avanguardia delle truppe da inviare in Lombardia, era obbligato a trasferirvisi via terra in quarantacinque giorni, attraverso le Marche e poi lungo la via Emilia, con un percorso di duecentocinquanta miglia fuori dai confini del regno, per giungere a Lodi alla fine di aprile, allorché Napoleone aveva già intrapreso la fulminante fase iniziale della prima campagna d'Italia. Gli altri tre reggimenti di cavalleria, che si trovavano allora dislocati in Piemonte, venivano impegnati per assicurare agli alleati austriaci l'uscita dai territori del re di Sardegna quando il sovrano venne obbligato a sottoscrivere con i Francesi l'armistizio di Cherasco. Era infatti il reggimento Re ad impadronirsi di Valenza per permettere al comandante austriaco Beaulieu l'attraversamento del Po. Era poi il Regina, l'&maggio, il primo reparto impiegato contro i francesi che, di sorpresa, avevano passato il Po vicino a Piacenza; al bosco di Mezzana, presso Fombio, i napoletani giungevano a un passo dal successo. Era sempre il Regina a coprire la ritirata della colonna austriaca che il giorno successivo era scacciata da Fombio da preponderanti forze nemiche mentre era il Re a fare irruzione, notte-tempo, a Codogno, occupata dai francesi, e nella confusione derivata cadeva ucciso dai suoi stessi uomini il generale francese La Harpe. I due reggimenti, assieme al Principe, coprivano poi la ritirata austriaca fino all'Adda e quando il 1O maggio, con temeraria audacia, Napoleone faceva passare alle sue truppe il ponte di Lodi erano gli squadroni del Napoli e del Principe agli ordini del brigadiere Ruiz a caricare i francesi, perdendo 271 uomini, per permettere agli austriaci di ripiegare. Toccava poi ancora una volta ai napoletani, con due squadroni del reggimento Re (ten. col. Fardella), essere gli ultimi a ritirarsi al di là del Mincio. Quando il 29 maggio questo corso d'acqua era improvvisamente attraversato dalla divisione Massena, lungo la linea del fiume erano schierati i quattro reggimenti napoletani che, seppur provati dalle perdite, dovevano offrire anche quel giorno prova di intraprendenza, di coraggio, di valore . .Il Regina con alcuni squadroni ungheresi irrompeva nell'abitato di Valeggio, scacciando dalle viuzze del paese il nemico e disimpegnando il generale Beaulieu che, ammalato, stava rischiando la cattura. In questa azione, cui partecipava anche uno squadrone del reggimento Napoli, andavano persi oltre 150 uomini tra morti e feriti. Tra questi ultimi c'era anche il comandante della divisione napoletana, il principe di Cutò, che avendo avuto il cavallo abbattuto rimaneva nelle mani dei francesi. Anche i reggimenti Re, Principe e Napoli si battevano benissimo in quella giornata ed uno squadrone del primo di questi reggimenti giungeva addirittura a minacciare il quartiere generale di Napoleone, ma sul far della sera dovevano seguire gli alleati in ritirata verso l'Adige che varcavano il 31 p er dirigersi nel Trentino, dopo aver perso circa 160 uomini. Gli avvenimenti bellici qui sintetizzati e che meglio e più diffusamente sono stati descritti dal De Rossi nel III volume delle Memorie Storiche Militari (1910), avevano duramente provato i quattro reggimenti ma non ne avevano infranto la solidità e la resistenza. La cavalleria napoletana, con buoni capi e validi gregari, (2) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 675

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anche perché lontana dagli ambienti e dalle situazioni che ne avrebbero potuto min4 re .il morale, aveva saputo dare ottima prova di sé nelle più difficili circo. stanze. 'Napoleone, al momenfo della firma dell'armistizio, richiestogli di urgenza il 5 giugno dal plenipotenziario napoletano, principe di Belmonte, fu ben contento di sottrarre questi quattro reggimenti agli austriaci e pretese che fossero fatti affluire in t erritorio veneto, nominalmente neutrale, dove potevano essere facilmente controllati dalle sue truppe. Venno loro riservato un ottimo trattamento e lo stesso Napoleone si incontrò più volte con i loro ufficiali, intrattenendosi cordialmente e giungendo a dire che le sue vittorie sugli austriaci erano ora diventate più facili perché non aveva più contro di sé quella buona e bella cavalleria. Di quest a buona e bella cavalleria soltanto una cinquantina d'uomini, dispersisi durant e la ritirata e che si erano visti rifiutare da Venezia il diritto di asilo, riuscivano a sottrarsi all'internamento e a rientrare, attraverso le Marche, nel regno. Le vittorie di Napoleone avevano scosso la corte di Napoli ma non al punto di indµrla a cambiare politica. Così !'_armistizio stipulato a Brescia era considerato, appunto come tale, una semplice 1regua d'armi destinat a soprattutto a dare tempo all'esercito di riorganizzarsi. Il 1° maggio era stata ordinata una leva di quarantamila uomini che si volevano organizzare come corpi volontari, sotto la guida dei nobili e dei cavalieri del regno, poi, con un dispaccio del ,4 giugno, si era invece deciso di utilizzarli aggregandone una compagnia a ciascun battaglione di fanteria esistente, salvo ad impiegare gli uomini eventualmente esuberanti (e questo dimostra che non si era affatto certi di raggiungere l'obiettivo prefissato) in corpi volanti di quattro compagnie oguno. L'esercito veniva mobilitato e schierato, pressocché al completo, sulla frontiera. Con l'occasione venivano emanate le necessarie disposizioni per provvedere ai servizi in campagna, come le Istruzioni per il Direttore Generale dei Bagagli dell'Esercito, quelle pe r il Conduttore Generale del Treno d'Artiglieria e quelle per l'Intendenza e gli Ospedali di Campa~~

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Questo fervore di intenti, che si manifestava anche con la costituzione di reparti di Distinti Volontari Civili, appartenenti alla borghesia, e del Real Corpo di Nobili Volontari di Cavalleria, doveva però fare i conti con una situazione economica così difficile da determinare, nel maggio, la formazione di u nità di spuntonieri, armati soltanto di picche, e da far disporre, con dispaccio d el 30 giugno, la requisizione di tutti i fucili del calibro di tre quarti d'oncia inclusive di proprietà di privati e poi di 2.400 cavalli. Sopraweniva intanto l'estate che apportava nuove vittorie di Napoleone sugli austriaci ed una terribile epidemia che colpiva le truppe accampate sulla frontiera causando circa diciottomila vitt ime. Occorreva ora rimettere in piedi ancora una volta l'esercito, modificando le ,,.,.disposizioni sulla leva e riordinando quelle relative alla costituzione delle nuove unità, che si erano andate tumultuosament e susseguendo negli ultimi mesi. Così con la leva di quarantamihi. uomini del 1° maggio 1796, che, dati gli scarsi risultati, era stata chiusa il 18 dello stesso mese(3l, si aggiunsero due compagnie cacciatori ad ogni reggimento di fant eria e, nei mesi successivi, furono costituiti cinque corpi volontari oltre ad un corpo albanese, formato, quest'ultimo, con le reclute provenienti da oltre Adriatico. Si utilizzarono anche le nuove offerte dei nobili e dei maggiorenti del regno e grazie all'apporto di costoro fu possibile organizza(3) A.S. Na. R.O. 171

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. re, a loro cura ed a loro spese, otto nuovi reggimenti di cavalleria e quattro di fanteria tra il settembre e la fine dell'anno mentre il 30 gennaio dell'anno successivo (1797) erano costituiti sei reggimenti di cacciatori, a reclutamento regionale. Soltanto allora, dopo ben due mesi dalla firma, la corte di Napoli rendeva nota l'avvenuta stipula, a Parigi, del trattato di pace con la Francia, e già questo ritardo dimostrava come anche il trattato di pace fosse visto, analogamente al precedente armistizio, come un semplice espediente per guadagnare tempo. Anche se i reparti dislocat i sulla frontiera venivano fatti affluire all'interno del regno, nessuno dei ventiquattro reggimenti di fanteria, dei sedici di cavalleria

e dei sei di cacciatori venne disciolto e l'esercito napoletano, ufficialment e in pace, poteva contare su una forza di oltre cinquantamila uomini. Si sfruttavano anzi questi mesi per amalgamare le nuove leve e per rimpiazzare le perdite causate dalle epidemie nell'anno precedente e dalle continue diserzioni. Soltanto le trattative di pace tra Austria e Francia sembravano attenuare, per qualche t empo, l'avversione antifrancese che venne poi rinfocolata, sul finire dell'anno, dall'arrivo dei francesi a Roma e dalla proclamazione della Repubblica Romana. Anche se ufficialmente si era in pace con la Francia il nemico era ormai alle frontiere del regno. Già con un dispaccio del 12 gennaio 1798 e rano emanate le prime misure per la difesa della frontiera, con l'approntamento dei reparti destinati alla sua copertura, poi con un suo manifesto del 24 luglio il Re ricordava alle popolazioni del regno che tutti gli individui di esse nascono soldati ed invitava la gioventù allo studio degli ordinamenti militari. Quando nella stessa estate Napoleone, in rotta pe r l'Egitto, si impadroniva di Malta, che era sì dei Cavalieri, ma sotto l'alta sovranità di Ferdinando quale re di Sicilia, ci si sentì circondati. I preparativi andarono accelerandosi e si estesero anche alla Sicilia ove furono r iorganizzate le milizie urbane, da schierare accanto a quelle baronali. Si ripresero i contatti con l'Austria, ansiosa anch'essa di rivincita, e si ott enne da Vienna un nuovo comandante per l'esercito napolet ano, il generale Mack (il futuro vinto di Ulm) che sarebbe giunto nel regno, con alcuni altri ufficiali, soltanto nell'ottobre, appena in tempo per mettere in pratica il suo piano di campagna contro i francesi senza avere avuto neppure il tempo di predere conoscenza delle truppe che avrebbe guidato in battaglia. In previsione della guerra venne pubblicato un regolamento per il servizio della fanteria in campagna e, alla luce delle recenti esperienze belliche, vennere anche emanate delle varianti alle ordinanze di manovra della cavalleria e della fanteria. Per gli stessi motivi si provvide altresì, ma purtroppo in tutta fretta, alla costituzione di uno Stato Maggiore, alla cui testa fu posto, con il titolo di Quartiermastro Generale, l'ufficiale tecnicamente più preparato dell'esercito, il generale Parisi, l'organizzatore dell'Accademia Militare della Nunziatella, che proprio quell'anno era stata ristrutturata con ordinanza dell' 11 marzo. Era il Parisi un ufficiale di indubbia preparazione ma, eminentemente, un teorico, senza quasi esper ienza bellica, e così era buona parte degli ufficiali dello Stato Maggiore, del tutto nuovi, per di più, a queste speciali mansioni. Per la sicurezza dello Stato Maggiore e per assicurarne la protezione ed il funzionamento erano costituite, ad ottobre, delle apposite unità e più precisamente un battaglione di fanteria e due squadroni di dragoni. Con la formazione di un battaglione di pionieri, su due compagnie, posto alle dirette dipendenze dello stesso Stato Maggiore, si cominciò inoltre a sgretolare la frettolosa unificazione delle armi facoltative imposta dall'ordinanza del 1788. Nell'ulteriore intento di accrescere, con ogni mezzo, la forza dell'esercito (ma

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forse sarebbe più esatto dire il numero degli uomini sotto le armi) a luglio erano stati costituiti dei Corpi Franchi, composti da forzati o da confinati, e con dispaccio del 15 agosto, per coprire le frontiere, era disposta la costituzione di cinque reggimenti di Volontari Cacciatori di Frontiera, a reclutamento locale, i cui componenti erano incaricati, con turni settimanali, di sorvegliare i confini terrestri del regno. A settembre, infine, era indetta una nuova leva di quarantamila uomini, anch'essa soltanto parzialmente riuscita, che doveva servire per portare l'esercito sul piede di guerra con reggimenti di tre battaglioni, due di campagna, su quattro

compagnie fucilieri e due di cacciatori volontari (quelli delle leve del 1798), ed il terzo su due compagnie di fucilieri e tre compagnie di milizie, che in questa occasione erano immesse nell'esercito. Le compagnie granatieri dei vari reggimenti dovevano essere raggruppate a parte, in battaglioni autonomi, come era previsto dalle ordinanze. Il generale austriaco Mack era intanto giunto da Vienna con un piano di guerra già pronto e perfettamente studiato..... a tavolino, senza conoscere le truppe che avrebbe comandato né il terreno in cui avrebbe dovuto operare. I consigli di prudenza del generale Federici non vennero ascoltati e lo stesso re Ferdinando, di solito alieno da interventi personali, scese in campagna con il suo esercito il 23 novembre. Sulla carta esistevano buone possibilità, i napoletani erano circa cinquantamila contro quindicimila francesi (e polacchi e cisalpini e romani), ma dei cinquantamila napoletani oltre due terzi erano reclute non ancora addestrate ed il livello di molti dei loro ufficiali, specie quelli di fanteria, era tutt'altro che elevato. Per di più non mancava tra costoro chi, per motivi ideologici, auspicava una sconfitta per far sì che le truppe francesi portassero a Napoli i principi della rivoluzione. Ma più che il comportamento di questi ufficiali contribuì alla sconfitta l'assoluta deficienza dei servizi logistici, aggravata dalla stagione e dalle avversità atmosferiche. Il piano operativo prevedeva che in pochissimi giorni fosse raggiunta con tre colonne la linea di arroccamento tra Roma ed Ancona per procedere quindi sulla destra lungo l'Adriatico e sulla sinistra verso l'Umbria e la Toscana al fine di congiungersi qui con la divisione del generale Naselli che era stata sbarcata a Livorno dalle navi di Nelson e che doveva dirigersi verso sud. Le continue, dirotte piogge e la mancanza di equipaggi da ponte furono i soli ostacoli che r esero particolarmente dura la fase iniziale della campagna; poi alle prime prese di contatto la colonna centrale, stranamente la più debole, era battuta dai Francesi presso Terni e la stessa cosa si verificava il 28 novembre per la colonna di destra a Porto di Fermo. A Terni il grosso delle truppe si era sbandato alle prime difficoltà e, in parte, limitatamente alle r eclute, la stessa cosa avvenne a Porto di Fermo, nonostante che qui la cavalleria avesse per due volte caricato vittorios~mente il nemico e gli ufficiali dell'artiglieria avessero difeso i loro pezzi fino all'ultimo. Favorito anche dalla ristretta estensione del campo di battaglia che aveva obbligato i napoletani ad uno schieramento in profondità (sconsigliato dai regolamenti), lo sbandamento della prima linea finiva per coinvolgere rapidamente tutta la colonna di destra. Il regno era aperto all'invasione dalla parte dell'Abruzzo. Si rendeva quindi indispensabile per i napoletani, impossibilitati a manovrare per linee interne, che la loro colonna di sinistra, la più forte, dopo avere occupato Roma, abbandonata dai francesi, cercasse il nemico per distoglierlo da una possibile penetrazione, battendolo in uno scontro campale. Il combattimento avveniva, però, su posizioni accuratamente scelte dal gene16


rale francese Championnet che batteva separatamente il 4 dicembre a Civita Castellana ed il 9 successivo ad Otricoli i due corpi napoletani della colonna di sinistra. Anche stavolta l'esperienza, la fiducia nei capi e la migliore preparazione dei francesi avevano la meglio sulla preponderanza numerica dei napoletani, con l'ormai consueto corollario dello sbandamento delle truppe borboniche. Il Mack, allora, emanava l'ordine generale di ritirata verso il regno ed a questo punto si verificava l'unico episodio della campagna in cui avevano modo di distinguersi i napoletani, almeno quelli (dieci battaglioni e otto squadroni) della colonna del maresciallo Damas, un emigrato francese al servizio borbonicd4l. Questa colon-

na, isolata a nord di Roma, riceveva la sera del 13 dicembre un ordine, datato 10, con cui le si prescriveva di ritirarsi per trovarsi a sud della città entro la mattina del 12. Il Damas, nonostante tutto, faceva marciare i suoi verso Roma alla massima velocità, sperando di entrare comunque in città prima dei francesi o, quantomeno, di essere appoggiato da altri reparti napoletani nei dintorni (ed in effetti il battaglione dei cacciatori albanese gli era stato inviato incontro a questo scopo ma la sera del 13 era stato battuto fuori porta San Giovanni dai francesi che avevano ormai occupato la città). Fuori Roma, prima di Ponte Milvio, Da:rpas era intercettato da un'avanguardia francese che gli intimava la resa. Il Damas chiedeva un'ora di tregua e, mentre i francesi aspettavano i rinforzi, si defilava con le sue truppe per ritirarsi lungo la via,Cassia verso Orbetello, allora possedimento napoletano. Inseguito dalla cavalleria nemica la arrestava dopo qualche chilometro alla Storta, presso Roma, e poi di nuovo a Tuscania e a Montalto di Castro, raggiungendo infine Orbetello dove poteva imbarcarsi alla volta di Napoli. La stessa energia del Damas non dovevano, purtroppo, possederla altri ufficiali dell'esercito napoletano, come il Damas stranieri, i quali, impressionati forse dalla disordinata ritirata dell'esercito, cedevano le piazze loro affidate alla prima intimazione di resa. Cadevano così Civitella del Tronto e Pescara, le chiavi del regno sull'Adriatico, e Gaeta, la chiave sul Tirreno. L'esercito proseguiva intanto la sua ritirata anche al di qua dei confini del regno inseguito dallo Championnet, alla testa ora di ventottomila uomini, che cominciavano però ad avvertire i primi segni di resistenza nelle popolazioni degli Abruzzi e della Terra di Lavoro, che di giorno in giorno rendevano più difficile e più costoso l'avanzarsi delle colonne francesi. Nei primi giorni del nuovo anno (1799) i transalpini avevano raggiunto la linea del Volturno: dinanzi a loro la piazza di Capua. I primi tentativi contro la cit- • tà, anche per mancanza di artiglieria, si risolsero in un insucesso mentre intorno a loro ed alle loro spalle nasceva e cresceva la rivolta delle popolazioni. La loro situazione si aggravava ogni giorno mentre i napoletani attendevano, da un momento all'altro, l'arrivo degli ottomila soldati del Damas e del Naselli, provenien- ti da Orbetello e da Livorno. Questa era, però, la situazione sul piano strettamente militare. La situazione politica era invece, per i napoletani, assai peggiore. Re Ferdinando, infatti, impressionato dallo sbandamento dell'esercito e dalla sfiducia di Mack in una pronta ripresa, si affidava completamente ad Acton ed a Nelson e riparava in Sicilia. A Napoli restava a rappresentarlo, come vicario, il generale Pignatelli, che non era in grado di affrontare la difficile situazione. La partenza del re e l'avvicinarsi dei francesi avevano fatto scatenare il popolo, i famosi (4) Due battaglioni dei reggimenti Messapia, Lucania, Agrigento e Sannio, un battaglione di formazione di granatieri (il 5°) ed uno di cacciatori. Quattro squadroni del reggimento Tarragona, tre del Principe Alberto ed uno del Regina.

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Lazzari, in un caccia al giacobino (e tra i giacobini erano compresi anche gli ufficiali dell'esercito) che culminava con uccisioni e saccheggi. Queste avvisaglie di rivolta, non si può certo dire di rivoluzione, spingevano il vicario a chiedere un armistizio ai francesi che, increduli e sbalorditi, acconsentirono prontamente. In base all'armistizio, aperte le porte di Capua, l'esercito francese poteva raggiungere indisturbato i dintorni di Napoli e, sull'Adriatico, le sponde dell'Ofanto, mentre l'esercito borbonico si sfaldava definitivamente. Mack, spaventato, si rifugiava presso il nemico ed a Napoli i Lazzari divenivano padroni della città. Era subito fornita ai francesi l'occasione di rompere la tregua e Championnet muoveva le sue truppe su Napoli sicuro di un facile successo. Ma la resistenza che non era stata opposta dalle truppe regolari venne opposta, accanita, feroce e protrattasi per più giorni, dai Lazzari, che appoggiati da pochi elementi militari, tra i quali i camiciotti (com'erano detti i cacciatori albanesi), contesero passo a passo il cammino alle colonne francesi che solo il 23 gennaio potevano far proclamare la Repubblica. Come la difesa della capitale era stata opera non dell'esercito, ma dei Lazzari, così la riconquista del regno, che doveva trovare il suo punto focale, nel giugno successivo, nell'assedio e nella resa dei castelli di Napoli, fu opera delle masse, le truppe a massa, le bande spontaneamente formatesi, che il carisma e l'abilità del cardinale Ruffo dovevano condurre dalla Calabria alla capitale. Non mancarono certo, tra le masse, i soldati del disciolto esercito, né mancarono, specie verso la fine, piccole, smilze unità dell'esercito regolare, ma la riconquista del regno fu anzitutto e soprattutto dovuta ai contadini ed agli artigiani del Meridione, che spontaneamente erano scesi in campo sia per odio verso il nemico, sia per fanatismo religioso, sia per un primitivo senso di patriottismo e certo anche nella speranza di trarre dalla lotta un utile e di potersi, in qualche modo, rifare nei confronti dei nobili e, soprattutto, dei possidenti che, in parte almeno, si erano schierati con la repubblica. Mancò quasi ovunque l'apporto dei vecchi ufficiali, in parte supplito da quello dei sottufficiali, e le masse espressero da sole i loro comandanti, spesso soltanto dei capi briganti ma a volte dotati dell'intuito e delle capacità operative che dovevano farne dei veri capi. E se Michele Pezza, il famoso Fra Diavolo, si doveva rivelare un notevole capo di guerriglieri, ma solo di guerriglieri, Vito Nunziante doveva dimostrarsi nei tre lustri successivi un ufficiale di provata capacità anche alla testa di truppe regolari. La riconquista del regno ebbe da Ferdinando IV il solo appoggio degli incitamenti e delle promesse appena rafforzate da qualche esigua rimessa di denaro e dall'invio del battaglione Val di Noto. In effetti le truppe presenti in Sicilia ai primi del 1799 erano poche e non c'era, soprattutto, alcuna speranza di aumentarle con un reclutamento massiccio, visti anche gli scarsi risultati ottenuti con i ,precedenti tentali vi <li riorganizzare le milizie. Non c'era alcuna speranza, abbiamo detto, perché la Sicilia faceva parte a sé, era un regno a parte, con sue particolarità e prerogative gelosamente difese, e tra queste c'era quella, durata poi fino al 1860, dell'esenzione del regno da qualsiasi forma di coscrizione obbligatoria. In Sicilia, in ogni circostanza, si potevano reclutare soltanto dei volontari e la vita militare non sembrava allettare troppo i siciliani. Durante il suo soggiorno in Sicilia e con gli scarsi mezzi a sua disposizione re Ferdinando si limitò a riorganizzare i reparti presenti nell'isola, formando con essi tre reggimenti di fanteria, tre di cavalleria ed uno di artiglieria, le cui truppe ebbero un aumento di paga, nella speranza di invogliare all'arruolamento even18


tuali reclute siciliane. I reggimenti ebbero il nome-delle tre valli in_cui era allora divisa la regione: Val di Noto, Val di Mazzara e Val Demone. Soltanto nell'estate, con la riconquista di Napoli, venivano emanati da Palermo i primi provvedimenti tendenti a ricostituire, sul continente, un nuovo esercito, traendone i compo·nenti dalle truppe a massa, sempre che queste, abituate ad un regime senza vincoli organici e disciplinari e con capi di propria scelta e fiducia, fossero state disposte a sottomettersi alle rigide regole della disciplina militare e agli ordini di ufficiali sconosciuti e della cui fedeltà al sovrano magari dubita vano. Dapprima venne decisa la formazione di sei, poi di dodici reggimenti di fanteria, otto dei quali da organizzarsi nel regno, tre negli Stati Romani allora occupati ed uno infine nei Presidi, cioè in quelle città e fortezze (Orbetello, Port'Ercole, Porto Santo Stefano ecc.) del litorale toscano che Napoli .aveva avuto, per così dire, in eredità dalla Spagna. Questi reggimenti, che avevano assunto dei nuovi nomi, diversi da quelli dei reggimenti preesistenti, quasi a sottolineare la frattura con il passato, avevano una composizione più agile, con battaglioni di quattro compagnie, forse per sopperire alla scarsezza di ufficiali verificatasi a seguito dei processi, delle epurazioni e delle condanne all'esilio inflitti ai tanti ufficiali che avevano aderito alla repubblica (sottufficiali e soldati, invece, erano tornati in blocco alle loro case). Era stata disposta anche la costituzione di cinque reggimenti di cavalleria, su quattro squadroni, di cinque battaglioni cacciatori, su quattro compagnie, con denominazioni regionali e di un battaglione di cacciatori albanesi. I nuovi reparti si andavano organizzando a fatica, sia per le difficoltà economiche sia per il problema dei quadri cui si è ora accennato. Moltissimi ufficiali, infatti, si erano in qualche modo compromessi con la repubblica e ben pochi dei capi espressi dalle masse potevano sostituirli. Subito dopo la riconquista di Napoli una Giunta, una commissione cioè, di generali era stata incaricata di vagliare il comportamento di questi ufficiali ed alcuni ne aveva condannati a morte, al. t ri all'esilio, altri ancora alle prigioni o all'espulsione dall'esercito ed altri, infine, a servire come semplici soldati (e per questi ultimi era previsto l'impiego di prima linea a Malta, all'assedio della Valletta). Una parte degli ufficiali, quella meno compromessa, venne poi riammessa in servizio, ma l'epurazione aveva inciso profondamente, specie nelle armi dotte (a Milano l'Ufficio Topografico della Repubblica Cisalpina sarà costituito quasi esclusivamente da ufficiali napoletani) e non mancavano i motivi di contrasto tra questi ufficiali e quelli emersi dalle file degli insorgenti. Sul finire del 1799 truppe napoletane - come si è detto poc'anzi - avevano occupato Roma e la parte meridionale dello Stato Pontificio e qui si erano attestat e e vi si andavano organizzando, così come si verificava all'interno del.regno. Il ritorno di Napoleone, la battaglia di Marengo e l'armistizio firmato dagli austriaci avevano lasciato inalterato questo stato di fatto sino alla fine del 1800. In vista della ripresa delle ostilità tra Austria e Francia, la corte napoletana decideva però di scendere nuovamente in guerra e di avanzare da Roma verso settentrione per collegarsi nelle Marche con una divisione austriaca e per far riaccendere nella Toscana, tornata sotto i francesi, la rivolta che l'anno precedente, divampata da Arezzo, aveva in breve scacciato dalla regione gli occupanti transalpini. L'esercito sèhierava allora (gennaio 1801) sul continente ventottomilaottocen~ totrentanove uomini così suddivisi: Guardia Reale: reggimento Granatieri: 394 uomini, R. Compagnia degli Alabardieri: 56 uomini. 19


Fanteria: reggimento R. Ferdinando: 960, reggimento R. Principe I: 1428, reggimento R. Principe II: 1084, reggimento R. Carolina I: 1043, reggimento R. Carolina II: 995, reggimento Principessa Reale: 1133, reggimento R. Calabresi: 1106, reggimento Abruzzi: 1084, reggimento Sanniti: 775, reggimento Montefusco: 981, reggimento Albania: 696, reggimento Alemagna: 975, reggimento Presidi di Toscana: 914, reggimento Valdinoto: 508, battaglione Granatieri Valdemone: 295, battaglione Granatieri Valdimazzara: 367, battaglione Volontari di Longone: 407, battaglione Volontari di Qrbetello: 370, compagnia de' Naturali d'Ischia: 155, battaglione Invalidi: 2107. Fanteria leggera: corpo de' Cacciatori R eali: 56, battaglione Cacciatori Campani: 489, battaglione Cacciatori Appuli: 504, battaglione Cacciatori Calabri: 406, battaglione Cacciatori Aprutini: 557, battaglione Cacciatori Albanesi: 475, battaglione Cacciatori Sanniti I: 698, battaglione Cacciatori Sanniti II: 578, corpo franco del cav. Vanni: 117. Cavalleria: reggimento Re: 560, reggimento Regina: 552, reggimento Principe I: 552, reggimento Principe II: 254, reggimento Principessa: 282, reggimento Valdinoto II: 578, reggimento Valdimazzara: 578. Truppe leggere di cavalleria: corpo de' Dragoni Leggeri: 332, corpo de' Mojanari: 46. Artiglieria e Genio: 4 brigate d'artiglieria: 1112,\ due compagnie di artiglieria di Sicilia: 127, artiglieri Litorali: 860, brigata pionieri: 360, compagnia pontonieri: 57, compagnia artefici: 66, treno e bagagli: 905, corpo del genio: 28. Soltanto una piccola parte dell'esercito però - dieci battaglioni, sedici squadroni e otto compagnie di artiglieria (5) - venne fatta scendere in campagna agli ordini del maresciallo di campo Damas, che si era distinto nel 1798 n ella ritirata da Roma ad Orbetello. Anche stavolta, come nel 1798, si entrava in campagna nel cuore dell'inverno, con truppe in buona parte non preparate (anche perchÊ l'organizzazione di reparti composti unicamente da cacciatori e da granatieri depaup erava la forza degli altri) e con un alleato, l'Austria, che invece di coordinare i suoi movimenti con quelli dei napoletani lasciava in t utta fretta il teatro d'operazioni. Entrate in Toscana suddivise in piÚ colonne le truppe di Damas occupavano Siena, battendo un'avanguardia n emica formata da truppe cisalpine e da reparti toscani repubblicani (in cui militavano diversi esuli napoletani de] 1799) (6). Avanzati su Poggibonsi i borbonici urtavano contro il grosso dei cisalpini e si dovevano arrestare retrocedendo su Siena. Attaccato sotto la città da forze superiori, Damas, dopo aver offerto una certa resistenza, era costretto a ritirarsi ulteriormente sotto la protezione della cavalleria. Anche stavolta Damas portava brillantemente a termine la ritirata, come nel 1798, ma con le ritir ate, anche se bene eseguite, non si vincono le guerre. Considerata la scarsa preparazione e la composizione dei reparti la prova offerta a Siena non era stata poi troppo cattiva: soltanto il reggimento Monte fusco, formato esclusivamepte da massisti si era comportato male (e fu poi disciolto), ma, per contro, le sue due compagnie _granatieri si erano battute benissimo (e saranno, p er premio, incorporate nella Guardia Reale). (5) Due battaglioni dei reggimenti R. Carolina Il e Monte fusco ed uno per ciascuno dei reggimenti R. Ferdinando, R. Carolina I, Sanniti, Albania e Alemagna oltre ad un battaglione di formazione di granatieri. Due squadroni dei reggimenti Re, Regina, Principe e Dragoni Leggeri, quattro del reggimento Valdimazzara e quattro del reggimento Valdinoto. (6) Archivio di Stato di Firenze - Segreteria di Guerra - B.275.

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Per evitare una nuova invasione francese veniva sottoscritto subito un trattato di pace con la Francia, che costava al regno la perdita dei Presidi della Toscana; le truppe napoletane rientravano in patria per esservi accantonate (R. Ordine 27 aprile 1801) e per essere riordinate nella misura in cui la difficile situazione economica lo poteva consentire. Ad aggravare questa situazione si aggiungeva l'occupazione, da parte francese, secondo i termini del trattato di pace, delle coste adriatiche e ioniche del regno dal Tronto fino a Taranto. Con i riordinamenti apportati quell'anno scomparve il reggimento Montefusco e così fu per i Dragoni leggeri. I Granatieri Reali vennero portati a due battaglioni, organizzati secondo i sistemi russi, e l'intera fanteria di linea venne riordinata su quattro divisioni (tre sul colltinente ed una in Sicilia) ciascuna su due brigate. La cavalleria restava con otto reggimenti, i cacciatori con sette battaglioni e l'artiglieria con due reggimenti. Nell'ambito di questi riordinamenti veniva modificato il sistema di reclutamento, così come quello ospedaliero, ed era drasticamente ridimensionato, nei fatti, l'ambizioso piano di ammodernamento delle truppe provinciali (questo era il nuovo nome assunto dalle milizie). Poco alla volta diversi ufficiali, scelti tra quelli meno compromessi, ripresero servizio mentre l'Accademia Militare, che era stata declassata nel 1801 al rango di Convitto d'Orfani Militari, riprendeva, alla fine del 1802, le sue naturali funzioni. Non c'erano però fondi sufficienti per riorganizzare efficacemente l 'esercito sia perché gli eventi succedutisi dopo il 1798 avevano lasciato pesantissimi strascichi finanziari sia perché il disordine, l'imperizia amministrativa e l'avidità di molti dei suoi comandanti in quegli anni turbinosi avevano aperte falle paurose nelle casse dell'erario. Così si incontrarono grandi difficoltà anche per organizzare duemila uomini destinati - secondo il trattato di Amiens che aveva posto fine alla guerra della Seconda Coalizione - ad occupare provvisoriamente Malta per garantire il trapasso dagli inglesi ai Cavalieri. E fu impresa inutile perché gli "inglesi non se ne andarono e i napoletani, sbarcati a la Valletta nell'autunno del 1802, dovevano reimbarcarsi qualche mese dopo, cedendo di buon grado (secondo le istruzioni del Primo Ministro Acton) all'atto di forza britannico. Conseguenze di questo atto di forza furono l'insorgere di uno stato di frizione tra Inghilterra e Francia (che sfocerà nella guerra della Terza Coalizione) e l'immediata rioccupazione delle provincie orientali del regno di Napoli da parte di un corpo franco-italico, appena qualche mese dopo il ritiro delle truppe che si erano in sed iate nel 1801. E bisognava provvedere anche a l mantenimento di questi diecimila uomini con una spesa calcolata, da una fonte dell'altro versante - l'ambasciatore francese a Napoli, Alquier -, in ben un m ilione di franchi al mese (220.000 ducati) tra spese vive e mancati introiti per gabelle e dogane dalle quali gli occupanti si erano auto-esentati. Diretta conseguenza dell'aggravamento della situazione finanziaria fu la sospensione dei reclutamenti, ai sensi di un R. Ordine del 28 giugno 1803 (7), le circostanze attuali non permettendo l'aumento del Real Esercito, esercito ch e il 1 ° gennaio 1803 contava 33.040 uomini, mancandone al completo 7387 (8). La sospensione dei reclutamenti insieme al blocco, sostanziale se non for male, delle promozioni, che si sommava alle retrocessioni e alla perdita di anzianità subite da tanti ufficiali colpevoli di aver servito la repubblica, rendeva scontenta, o quanto meno amorfa, una buona parte dell'ufficialità. (7) A.S.Na. R.O. 148 (8) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 1129

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L'avversione crescente della corte di Napoli nei confronti di Parigi non mancava intanto di rivelarsi anche se era tenuta a freno dalla presenza nel regno del corpo d'occupazione franco-italico del generale Gouvion de Saint Cyr. Così se si dovette cedere alle ingiunzioni napoleoniche e si allontanò dal governo l' Acton (1804) non si fece nulla per ostacolare i reclutamenti inglesi, se così si possono definire le diserzioni fomentate da agenti britannici nelle file dei reggimenti napoletani (specie quelli esteri), e quando si volle nominare un comandante in capo dell'esercito per prepararlo a quella che sembrava l'inevitabile conclusione delle tensioni politiche del momento non si seppe, e non si volle, scegliere altri che il Damas, che era, non dimentichiamolo, un fuoriuscito francese ed una persona non grata al governo napoleonico. Per salvare le apparenze, anziché nominarlo comandante in capo, lo si nominò ufficialmente, e con un certo ritardo, Ispettore Generale (R. Ordine 12 ottobre 1804), volendo, il re, un sistema di maggiore uniformità nella tenuta de' corpi del suo Real Esercito ed un 'istruzione de' medesimi che si estenda a conoscere le operazioni riunite per le differenti armi. II·Damas trovava l'esercito assai ridotto di forze, soltanto 25.000 uomini, dei quali appena la metà erano operativi, ni.a dopo qualche ispezione si dichiarava fiducioso in un miglioramento anche perché trovava che quadri e magazzini erano sufficienti per 40.000 uomini. Tre reggimenti di cavalleria erano riuniti ed addestrati insieme per servire da modello a tutta l'arma. Lo stesso avveniva con una brigata modello per la fanteria a Capua, al comando del generale Fardella di Torrearsa. Poi, con il pretesto di un cordone sanitario contro un'epidemia scoppiata a Livorno, era effettuato un esperimento di mobilitazione che, oltre ai risultati previsti, fruttava anche una vibrata nota di protesta francese che portava, nel gennaio del 1805, all'allontanamento del Damas. · La Francia aveva chiesto inoltre che gli effettivi dell'esercito napoletano fossero ridotti ad undicimila uomini, al che ebbe buon giuoco la corte di Napoli quando fece osservare: l'esercito è sì debole che non basta a coprire i posti. Napoleone lasciò cadere questa richiesta e, pur non ignorando che la sola presenza nel regno del corpo del generale Gouvion de Saint Cyr impediva ai Borboni di schierarsi con i suoi nemici, pensò fosse migliore politica fingere di credere alle proteste di amicizia che gli giungevano da Napoli, ritirando i suoi diciottomila soldati che gli sarebbero stati più utili nell'Italia del Nord nella guerra che s tava per scatenarsi contro l'Austria. Proseguendo lungo la linea ufficiale l'ambasciatore napoletano a Parigi stipulava addirittura un trattato di neutralità, nel settembre del 1805, mentre la corte a Napoli aveva già firmato, da dieci giorni, un accordo con i russi e si stava mettendo in contatto con gli inglesi per schierarsi a fianco degli alleati. Ancora una volta la dinastia borbonica si schierava contro la Francia, ancora una.volta dopo aver stipulato un trattato di neutralità, ancora una volta si preparava a far scendere in campo impreparato il suo esercito ed ancora una volta le operazioni sarebbero state iniziate nella stagione avversa. Stavolta però c'era almeno la certezza di un diretto appoggio alleato: un corpo di spedizione anglorusso, forte di ventimila uomini, era sbarcato a Napoli per portarsi, insieme all'esercito borbonico, verso la frontiera e minacciare, attraverso lo Stato Pontificio, il fianco meridionale del sistema imperiale francese. I preparativi di guerra vennero intrapresi con molto ritardo, pur se ormai il tempo stringeva: solo il 4 novembre vennero riaperti gli arruolamenti, solo il 21 venne disposta una requisizione di quadrupedi, solo il 3 dicembre Damas venne 22


nominato comandante generale dell'esercito e venne organizzato lo Stato Maggiore e solo il 5 dicembre, infine, fu pubblicato l'editto che chiamava alle armi trentamila uomini. Sempre negli stessi giorni erano organizzati gli ospedali da campo ed i trasporti ed in tutta fretta si ordinava la preparazione di quanto era necessario all'esercito per eritrare in campagna, come tende, baracche e marmitte (9). L'esercito che Napoli poteva mettere in campo, in queste condizioni, era piuttosto smilzo, non più di quattordicimila uomini (10), non muovendosi dalla Sicilia la divisione ivi di stanza e lasciando nelle guarnigioni i soli depositi, ridotti ai minimi termini, con il compito di ricevere, addestrare ed inquadrare (ciò che si verificò solo in parte) le trentamila reclute richieste. Le truppe anglo-russo-napoletane, comunque, avrebbero potuto prendere una qualche iniziativa; invece il loro comandante, il generale russo Lascy, le teneva ferme sulle frontiere aspettando notizie sullo svolgimento della campagna contro l'Austria e quando ai primi del gennaio del 1806 apprendeva la notizia della vittoria di Napoleone ad Austerlitz ordinava l'immediato reimbarco delle truppe anglo-russe pur se le più vicine truppe francesi si trovavano in quel momento, sulla difensiva, ad Ancona e a Bologna. Abbandonato repentinamente dagli alleati, nei quali aveva riposto tutta la sua fiducia, Ferdinando IV rimaneva ora solo ad affrontare la collera di Napoleone, che da Schonbrunn aveva proclamato: la dinastia di Napoli ha cessato dì regnare e che inviava contro di lui un esercito, nettamente più forte di quello napoletano, al comando del maresciallo Massena, con l'incarico di insediare il fratello maggiore, Giuseppe, sul trono di Napoli. Per un momento si pensò, o forse è m eglio dire si sperò, di resistere a ridosso dei confini, facendo insorgere il popolo come nel 1799, ma i vecchi capi massa non avevano più il seguito di un tempo e le popolazioni non rispondevano ai proclami che incitavano alla lotta. Il re lasciò allora Napoli per rifugiarsi in Sicilia e, dopo aver guarnite le piazze di Gaeta, Capua e Pescara, faceva ripiegare l'esercito verso la Calabria, che sperava di poter difendere con l'appoggio degli abitanti e della natura del paese. Questa ritirata sarebbe riuscita però aCDamas - nominato comandante in capo - meno bene delle altre. Le truppe ai suoi ordini erano, infatti, scoraggiate. Gli ufficiali, che spesso avevano ricevuto nelle ultime settimane l'incarico del grado superiore ma non il grado effettivo né il relativo stipendio, marciavano malvolentieri verso sud lasciando le loro case e le loro famiglie nella zona che sarebbe stata occupata dal nemico. I rifornimenti erano assai male organizzati ed il tempo, come pare fosse destino in ogni campagna mossa dall'esercito napoletano, era avverso. Napoli cadeva senza colpo ferire a metà febbraio e la seguivano Capua e Pescara. Resistevano invece, e resisteranno per mesi, Gaeta difesa dal margravio d'Assia Philipstahl, un soldataccio coraggioso e spregiudicato, e la minuscola guarnigione di Civitella del Tronto formata da trecento uomini delle milizie provinciali agli ordini di un vecchio ufficic:!,le, il maggiore Wade, un napoletano di origine irlandese, discendente da quegli irlandesi che settant'anni prima erano venuti in Italia con Carlo di Borbone, inquadrati nel reggimento Limerick, divenuto poi reggimento Re. La ritirata dell'esercito si svolgeva intanto con notevole lentezza, sia per l'avversa stagione sia per la cattiva organizzazione dei trasporti, ed era così possibile (9) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 675 (10) Biblioteca Nazionale - Parigi -

Fonds Italiens Ms. 1126

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ai francesi agganciare le truppe del Damas, ai primi di marzo, sui confini della Basilicata. Le difese in Calabria erano appena abbozzate, sull'altopiano.di Campotenese le truppe napoletane, sfiduciate e mal condotte, non erano in grado di offrire un'adeguata resistenza e, raggiunte dai reparti francesi, cedevano dopo un breve combattimento anche per non avere potuto impiegare utilmente la cavalleria i cui quadrupedi, come gli uomini, erano da due giorni digiuni in mezzo alla neve. Il piano di Damas non aveva funzionato e questo anche perché la seconda delle due colonne in cui era stato diviso l'esercito non era abbastanza vicina per sostenere la prima. Nelle mani dei francesi erano rimasti quasi duemila prigionieri e i reparti scampati all'accerchiamento, rotti spesso i vincoli organici, si affrettavano verso i porti calabresi per imbarcarsi alla volta della Sicilia. In quest'isola intanto, dopo brevi trattative, erano sbarcate delle truppe inglesi che vi sarebbero rimaste per un decennio, facendo della Sicilia, insieme a Malta, il loro punto di forza nel Mediterraneo dal quale colpire, o quanto meno infastidire, il fianco meridionale del sistema continentale napoleonico. Rassicurato dalla presenza delle truppe inglesi, raggruppate intorno a Messina, il governo borbonico poteva riorganizzare, a partire dall'aprile, i superstiti della ritirata di Calabria. Sciolti i reggimenti di fanteria Alemagna e Albania, con gli stranieri era costituito il reggimento Estero; analogamente erano sciolti gli altri reggimenti di linea e cacciatori, tranne quelli siciliani e i soldati dei reparti disciolti venivano immessi nel reggimento Reali Sanniti. La stessa cosa si verificava per la cavalleria, facendo incorporare nel reggimento Principe Reale tutti i soldati dei reggimenti napoletani. L'esercito borbonico veniva così ad essere costituito da questi tre reggimenti, dai reggimenti della divisione siciliana, dai Cacciatori Albanesi e dalla guarnigione di Gaeta (due battaglioni del R. Presidi, due del Real Principe I, uno del Real Carolina II, composti in gran parte da reclute, battaglione Cacciatori Appuli, tre compagnie di Artiglieria e due Corpi Franchi, composti da detenuti graziati agli ordini del colonnello Michele Pezza - Fra Diavolo - per un totale di 5918 uomini). Qualcosa si stava però muovendo sulla terraferma. Prima che il dominio francese si consolidasse, gli Inglesi iniziavano infatti una serie di operazioni anfibie: erano occupate le isole di Capri, Ponza e Ventotene - ed alle operazioni contro le isole pontine partecipavano truppe borboniche-, poi l'l luglio un corpo di spedizione inglese sbarcava in Calabria, a Sant'Eufemia, mentre in tutta la r egione si accendevano focolai di rivolta. Il 4 luglio, a Maida, i Francesi erano nettamente battuti ed obbligati alla ritirata che potevano effettuare con difficoltà, perseguitati com'erano dalle masse, o bande, di insorti che si stavano rapidamente formando. A Maida, per la prima volta, gli inglesi avevano vinto i francesi sul continente, la potenza del fuoco britannico aveva avuto la meglio sulle baionette delle colonne francesi, secondo uno schema che Wellington applicherà poi in Spagna. La rivolta dilagava in tutta la Calabria estendendosi anche ad altre zone e la corte borbonica, oltre ad appoggiare i suoi partigiani fornendo loro capi, denari e mezzi, faceva sbarcare dapprima un battaglione del R. Sanniti agli ordini del co1onn ello Nunziante, poi altre truppe, che occupavano Reggio Calabria e Scilla. La situazione dei francesi, che si andava facendo preoccupante, migliorava di colpo allorché, ferito ed evacuato il suo comandante, la guarnigione napoletana di Gaeta doveva arrendersi, ottenendo patti onorevolissimi, tra i quali la possibilità di raggiungere l'esercito in Sicilia. Infatti la fine dell'assedio liberava, per Massena, un buon nerbo di truppe, sino ad allora immobilizzate sotto Gaeta, ed il maresciallo poteva porsi alla testa dell'Armée de Naples per dirigersi sulla Ca24


labria. Senza aspettare il suo arrivo gli inglesi si reimbarcarono portando con loro gran parte delle truppe borboniche e Massena avanzava pensando, a questo punto, di _non incontrare alcuna resist ~nza: I calabresi, anc~e se abbandonati_ dagli inglesi, che pure avevano largheggiato m promesse, resistevano e con ostmazione: Lauria doveva essere espugnata a viva forza, Maratea resisteva per ventidue giorni ed era poi data alle fiamme, ed ancora più a lungo durava la resistenza di Amantea cosicché soltanto a settembre i Francesi riuscivano ad assediare Reggio Calabria, difesa dal Nunziante, mentre le loro retrovie continuavano, e continueranno, ad essere assai malsicure anche se la guerriglia finiva per sfociare spesso nel brigantaggio. Mentre all'altro capo dell'Europa Napoleone vinceva russi e prussiani, a Palermo si continuava a sperare (a sognare, forse) in un'imminente riscossa viste le possibilità insurrezionali del regno e le discrete prove offerte dall'esercito in Calabria. Si amalgamava all'esercito la guarnigione di Gaeta, si formavano dei corpi volanti, composti da partigiani calabresi che avevano seguito in Sicilia le truppe l'anno prima, e, nel maggio del 1807, sbarcava a Reggio un corpo di spedizione di circa 3.700 uomini al comando del margravio d'Assia Philipstahl, il difensore di Gaeta, mentre i corpi volanti prendevano terra altrove p er riaccendere, se possibile, un'insurrezione generale. Impetuoso e fin troppo deciso, come sempre, il margravio non attendeva che l'insurrezione mettesse in difficoltà i francesi ed i loro fautori, preferiva affrontarli in campo aperto e pochi giorni dopo lo sbarco, il 29 maggio, li attaccava sotto Mileto. Aveva con sé circa duemila uomini, in parte nuovi al fuoco, che si trovavano ad affrontare più di tremila francesi, tutti veterani. Lo scontro si manifestò assai aspro e i francesi riuscivano a prevalere soltanto grazie al numero ed.all'esperienza. La prova offert a dalla fanteria (R. Sanniti e Cacciatori Appuli) era stata buona, meno lo era stata quella dello squadrone del Valdimazzara che si era sbandato dopo che ne e ra caduto il comandante, il maggiore De Luca, che stava cercando di entrare alla testa dei suoi uomini nel suo paese natale. Trecento erano stati i morti ed i feriti ed altrettanti ne avevano avuti i francesi - quattrocento uom ini erano rimasti nelle mani del nemico. La ritirata su Reggio Calabria e Scilla era condotta in maniera ordinata; ora in mano borbonica restavano soltanto Reggio, difesa dal Nunziante, e Crotone, difesa dagli insorti cui si era unito qualche soldato, mentre a Scilla c'era una guarnigione inglese appoggiata dalle masse locali. Crotone resisteva per quaranta giorni ed una parte dei difensori riusciva ad imbarcarsi, armi in pugno. Reggio teneva duro fino al 7 febbraio 1808, quando la guarnigione si reimbarcava per Messina; a Scilla, non appoggiati dagli inglesi che difendevano il solo castello fino al 14 febbraio, gli insorti dovevano anch'essi reimbarcarsi su navi siciliane. Dopo sedici mesi la Calabria era di nuovo compie- · tamente sotto il dominio francese, partigiani a parte. Ora che l'esercito ~ra tutto riunito in Sicilia, eccezion fatta per le guarnigioni di Ponza e di Ventotene, era possibile procedere ad un suo radicale riordinamento e, facendo leva sulla ravvicinata minaccia francese, lo si cercava di rafforzare organizzando in tutta la Sicilia un corpo di milizie locali destinate a proteggere l'isola da eventuali sbarchi nemici. La primavera del 1808 vedeva così un susseguirsi di reali ordini tesi a potenziare, riordinare e riorganizzare le forze armate che difendevano l'isola e che ammontavano, al 29 febbraio, a 954 ufficiali a 13.821 sottufficiali e soldati (1 1). (11) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 1113

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Il primo provvedimento, in ordine di tempo, era quello contenuto in un dispaccio del 6 febbraio con il quale le milizie siciliane erano disciolte per essere subito dopo ricostituite su 9 reggimenti di guarnigione, organizzati nelle più importanti città, ventitré reggimenti cacciatori, organizzati nelle province, e quattro reggimenti di dragoni, tutti comandati da un barone, con il rango di colonnello, e da un ufficiale dell'esercito in ritiro quale direttore con rango di tenente colonnello. Questi reparti - ai sensi di un R. Dispaccio del 28 marzo - formavano la R. Armata de' Volontari Siciliani, comandata dal Principe Leopoldo, secondo-genito del re, mentre il primogenito, Prancesco, aveva il comando del R. Esercito. Il R. Ese rcilu -

ai sensi del medesimo dispaccio - comprendeva i corpi di Casa Reale (R. Guardie del Corpo, R. Corpo degli Alabardieri e reggimento Granatieri Guardie Reali) e le truppe di linea, ripartite in due divisioni di fanteria, ciascuna su due brigate, di due reggimenti, una divisione di cavalleria su due brigate di due reggimenti (ma in realtà dopo qualche mese i reggimenti erano ridotti a tre) l'artiglieria ed il genio. Con lo stesso dispaccio erano state inoltre emanate disposizioni sull'organizzazione dei comandi e dei servizi e venivano nominati il Capitano Generale, il comandante in capo cioè, gli ispettori ed i comandanti delle grandi unità. Successivamente si provvedeva al riordinamento dei Granatieri Reali, dell'artiglieria e del genio, alla costituzione delle giunte (commissioni) del vestiario e della rimonta, alla costituzione del Supremo Consiglio di Guerra e all'emanazione del regolamento per l'esercizio e le manovre della cavalleria, che sarà ristampato invariato ancora nel 1834. Il 1808 si concludeva con un dispaccio del 3 dicembre che riordinava il treno d'artiglieria e scali bagagli. ORDINE DI BATTAGLIA E FORZA NEL DICEMBRE 1808.

Ispettore: Riserva: rgt. Granatieri Reali: 1° btg. Granatieri: 2° btg. Granatieri: 3 ° btg. Granatieri:

Tenente Generale della Salandra Brigadiere Saint Clair 1127 381 381 369

(I battaglioni granatieri erano composti dalle compagnie granatieri dei reggimenti di linea). Fanteria

1 a DJVISIONE:

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Maresciallo Minichini

1a

BRIGATA:

Brigadiere della Floresta · rgt. Reali Presidi: 843 rgt. Reali Sanniti: 787 btg. Cacciatori Albanesi: 407.

2a

BRIGATA:

Brigadiere Beccadelli Bologna rgt. Estero: 631 rgt. Valdimazzara: 837.


2 a DIVISIONE:

3a

BRIGATA:

Maresciallo Rosenheim. Brigadiere Nunziante rgt. Valdemone: 857 rgt. Valdinoto: 796. (Brigadiere vacante) rgt. Guarnigione: 929-586 aggregati Invalidi 741 bgt. Calabro e btg. Carolina: 542 btg. Calabresi: 668 Massisti del colonnello Castrone: 668 compagnie di dotazione: 549.

(La quarta brigata era quindi formata da reparti con compiti sedentari, come il reggimento Guarnigione o le compagnie di dotazione, di presidio alle piccole isole, e da reparti semi-regolari composti da massisti). Cavalleria

1 a DIVISIONE:

Maresciallo Acton.

1a

BRIGATA:

Brigadiere Sergardi Cacciatori Reali: l 05 cò¡n 996 cavalli rgt. Principe Reale: 430 e 125.

2a

BRIGATA:

Brigadiere Leporano rgt. Valdemone: 382 e 344 rgt. Valdinoto: 449 e 392. Artiglieria

Direzione (39)

Bocche da fuoco mobili:

rgt. a piedi: 7 51 mezza brigata a cavallo: 146 con 135 cavalli" compagnia pontonieri: 75 due compagnie ausiliarie: 13 7 6 pezzi da 12 libbre, 4 da 8 libbre, 15 da 4 libbre, 5 obici da 6 libbre, 27 cannoncini da 4 di montagna Genio

Ufficiali del Genio (41)

Brigata Pionieri (146) Treno

Treno e Bagagli

(235 con 266 cavalli) Guide (28 e 29) 27


C'erano inoltre 245 ufficiali ed aiutanti impiegati nell'Armata dei volontari siciliani oltre ad un certo numero di commissari di guerra, ufficiali, medici, chirurghi ed impiegati destinati ai comandi, agli ospedali, ai comandi di piazza ed agli uffici. Ad un anno così eccezionalmente ricco di disposizioni regolamentqri ne succedeva, ovviamente, un altro assai povero: ci si limitava a delle variazioni nei reparti composti da massisti profughi della Calabria. E r ano così sciolti due dei loro battaglioni e ne era invece formato un altro, quello dei cacciatori di Mare al comando di uno dei fratelli di fra Diavolo. Si verificò anche qualche modifica ncl1'organizzazione dei corpi di Casa Reale, con variazioni nella compagnia Alabardieri, e vennero costituite le guide della Real Corona. Il 1809 era caratterizzato dall'ultimo sforzo anglo-borbonico per riconquistare il regno di Napoli, anche se, per la verità, solo la corte di Palermo puntava a t ale ambizioso obiettivo; gli inglesi, infatti, erano maggiormente interessati agli avvenimenti di Spagna e miravano soprattutto ad infastidire il più possibile i francesi ed i loro alleati. Gli sbarchi sul continente dovevano essere effettuati in concomitanza con la campagna che si stava svolgendo nel Veneto, così da impedire l'afflusso di rinforzi franco-italici verso quel teatro di operazioni, ma vuoi per la cattiva organizzazione vuoi per l'obiettiva difficoltà di sincronizzare i piani operativi, la spedizione salpava dalla Sicilia quando già Napoleone era penetrato in Austria. Ci si doveva così limitare a minacciare Napoli, occupando per due mesi Ischia e Procida, e ad effettuare uno sbarco di limitate dimensioni a Scilla, in Calabria. Poi la notizia della vittoria di Napoleone a Wagram induceva la spedizione a reimbarcarsi. La notizia degli sbarchi aveva, come al solito, acceso focolai di guerriglia in Calabria, in Lucania e nel Cilento, i cui strascichi si sarebbero prolungati per mesi. Sul finire dell'anno erano abbandonate Ponza e Ventotene e, privo di basi d'appoggio, il movimento insurrezionale poco a poco si estingueva nella parte centro-settentrionale del regno.·Non così in Calabria dove, aiutato dalla vicinanza della Sicilia, si sarebbe protratto fino al 1811 per essere stroncato dalla durissima repressione condotta dal generale Manhès. Nel 1810 era invece il nemico a prendere l'offensiva: Gioacchino Murat, salito sul trono di Napoli nel 1808, al posto di Giuseppe Bonaparte, voleva divenire di fatto, oltre che di nome, re delle Due Sicilie e nell'estate si portava sull'estrema punta della Calabria con un corpo di spedizione per cercare di attraversare lo stretto e sbarcare in Sicilia. Nella zona di Messina la difesa era affidata agli inglesi. I borbonici avevano quasi tutte le loro truppe stanziate altrove e nella città dello stretto la loro presenza era limitata alle unità delle milizie locali e ad otto compagnie di artiglieri litorali appositamente costituite nel luglio per prevenire gli sbarchi. Uno sbarco avveniva, comunque, nella notte tra il 16 e il 17 settembre, negli immediati dintorni di Messina, ma era prontamente bloccato dalla spontanea reazione degli abitanti e dal rapido accorrere di truppe inglesi. A questo punto, vista la reazione avversaria e considerata la possibilità di cambiamento del vento, il comandante delle truppe sbarcate, il generale francese Cavaignac, ordinava l'immediato reimbarco che veniva effettuato con tale precipitazione da far lasciare nelle mani britanniche alcune centinaia di prigionieri. Forse il generale Cavaignac era stato eccessivamente prudente, ma aveva anche avuto le sue buone ragioni per agire in questo modo se - come pare accertato - aveva ricevuto esplicite e segrete disposizioni da Napoleone di non effettuare lo sbarco in Sicilia, la cui riuscita era, per di più, assai dubbia. Né a Parigi né a Londra si aveva in realtà alcuna intenzione di impegnarsi a fondo nell'Italia Meridionale per28


ché i rispettivi alleati divenissero, oltre che di nome, anche di fatto, re delle Due Sicilie; quel che importava era il tenervi impegnate quante più truppe nemiche possibile. -. Svanita la minaccia di Murat era ora la politica interna a condizionare l'esistenza dell'esercito borbonico. Come si è già accennato il regno di Sicilia aveva un'amministrazione particolare, godeva di speciali privilegi, ed i siciliani, a qualunque categoria sociale appartenessero, non vedevano di buon occhio la presenza a corte e nei ministeri dei tanti continentali che avevano seguito a Palermo re Ferdinando. Tranne rare eccezioni si desiderava che Ferùinando fosse, e si sentisse, per prima (ed unica) cosa re di Sicilia, che congedasse tutti, o almeno in gran parte, i suoi consiglieri napoletani e che i siciliani avesser o finalmente più potere di quello fino ad allora esercit ato. Le lamentele nei confronti della regina erano ancora più insistenti e motivate , visto che questa disponeva di un proprio servizio di informazioni e di spionaggio gestito da continentali di fama quanto mai discutibile, specie dal punto di vista amministrativo. Questi servizi e i tanti continentali, emigrati e favoriti, costavano, é costavano molto, ad uno stato che ricco non era ed il cui sistema tributario era per di più antiquato e lacunoso. Era proprio a causa delle fortissime spese, soprattutto di quelle militari, che, almeno formalmente, nasceva un dissidio tra la corona e la nobiltà siciliana, la quale espr imeva il Parlamento che avrebbe dovuto approvare l'imposizione di nuove tasse. Questo dissidio culminava, nel giugno del 1811, con l'arresto di cinque baroni che avevano protestato pubblicamente contro le nuove imposte volute dal re contro il parere del Parlamento. I baroni e, in genere, tutta l'opinione pubblica siciliana si rivolsero, per ot tenere un appoggio, agli inglesi ai quali, entro certi limiti, non parve vero di poter essere qualcosa di più che alleati ed ospiti, specie nel momento in cui avevano le prove di un tentativo della regina di accostarsi a Napoleone, divenuto ora addirittura suo parente dopo le nozze con Maria Luisa. L'uomo-chiave di questo grave e delicato momento era Lord William Bentinck, che sbarcava a Palermo nel giugno del 1811 nella doppia veste di ambasciatore e di comandante in capo delle truppe inglesi in Sicilia. Forte della doppia carica e dell'appoggio della nobiltà siciliana il Bentinck, nel giro di pochi mesi, otteneva dapprima l'allontanamento di alcuni ministri continentali, poi la nomina del principe ereditario Francesco a Vicario Generale del regno (21 gennaio 1812) m entre Ferdinando abbandonava, per il momento, l'esercizio del potere e , infine, la partenza della regina dall'isola. Era poi sancita una costituzione di derivazione inglese, ma con i pote ri regi fortemente limitati, e con due camere, una dei Pari, ereditaria, ed una, dei Comuni, elettiva. Tra i primi effetti del nuovo corso politico era da annoverare un'ennesima riforma dell'esercito, facilitata anche dalla nomina, avvenuta fin dal 21 gennaio 1812, del Bentinck a Capitano Generale dell'esercito borbonico nnde prnvvPdPrP a tutti quegli oggetti che riguardano il comune bene {' 2): riforma, però, che era, in ogni caso necessaria per le terribili condizioni in cui versavano le forze armate, a causa della crisi finanziaria, creditrici di mesi e mesi di paghe e sprovviste spesso perfino del pane. L'esercito, che n el luglio del 1811 contava 18.477 uomini comprese le compagne di dotazione, destinate alla difesa delle piccole isole dalle incursioni dei barbareschi, e tutte le altre unità presidiarie {' 3), e che era salito nel gennaio del 1812 a 18.834 uomini (' 4), veniva ridotto di forza attraverso un serie di provvedimenti parziali quali lo sciogli(12) A.S. Na. Segr. Ant. Fs. 304 (13) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 1114 (14) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 1144

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Ferdinando IV.

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mento dei cacciatori Albanesi e quello del reggimento Estero (i cui soldati erano in parte presi in forza dagli inglesi per i loro reggimenti stranieri): provvedimenti che culminavano nella riforma sancita da un Reale Ordine del 14 ottobre, modificato con altro del 28 novembre. L'esercito era ora diviso in due armate o colonne, una mobile e l'altra stabile, formate entrambe di reparti di Casa Reale e di linea. C'era inoltre un'altra novità rivelatrice del particolare momento politico: i reggimenti, riordinati, perdevano le loro vecchie denominazioni tradizionali per essere semplicemente designati da un numero ordinale e dalle parole siciliano, se il reggimenlo era appunto composto da isolani, e napolitano o estero, se era invece formato da continentali. E questa denominazione di estero doveva pesare ai napoletani che per aver seguito il loro re erano qualificati in Sicilia quasi come dei mercenari ed erano altrettanto sprezzantemente definiti emigrati da chi era rimasto a Napoli al servizio della nuova dinastia. I reggimenti di fanteria di linea dovevano essere su due battaglioni per complessive nove compagnie, due di granatieri, una di cacciatori e sei di fucilieri. I reggimenti di cavalleria erano su tre squadroni. Questo era l'ordinamento dell'esercito borbonico al 1° gennaio 1813: ORDINE DI BATTAGLIA

Capitano Generale: lord Bentinck Quartier Mastro Generale (capo di Stato Maggiore): Brigadiere Fardella Colonna mobile

Ispettore della fanteria:

Maresciallo Rosenheim.

Brigata Roth:

btg. Reali Granatieri: 829 1° rgt. Estero: 1416 2° rgt. Estero: 1433 3° rgt. Estero: 920 3 ° rgt. Siciliano: 1408 1° rgt. cavalleria: 393 con 284 cavalli 271

Brigata Moncada: 3 compagnie d'artiglieria: 1 compagnia d'artiglieria a

cavallo: 2 divisioni del treno:

168 con 122 cavalli. 52 con 82 cavalli Colonna stabile

Ispettore della Guardia Reale:

Maresciallo della Cattolica btg. Reali Guardie Siciliane: 362 btg. Reali Guardie Napoletane: 333 .

. Ispettore dei cacciatori e pionieri Reali: Maresciallo Saint Clair: cacciatori Reali: 107 pionieri Reali: 100. 31


Ispettore della fanteria:

Maresciallo Minichini: 1° rgt. Siciliano: 1389 2° rgt. Siciliano: 1373 4° rgt. Estero: 633 5° rgt. Estero: 739 rgt. guarnigione e aggregati: (1792) Invalidi: 580.

Ispettore della cavalleria:

Maresciallo Acton 2 ° rgt. cavalleria: 413 con 284 cavalli 3 ° rgt. cavalleria: 331 con 255 cavalli.

9 compagnie d'artiglieria: 1 compagnia artefici pontonieri: Direzione d'artiglieria: .Ingegneri di piazza: Ingegneri di campagna: Ingegneri topografi: treno:

901 79 38 41 234 7

279 con 238 cavalli.

L'esercito così ristrutturato, impossibilitato per il momento ad operare nell'Italia Meridionale, poteva però dare un utile apporto alle operazioni che gli anglospagnoli avevano intrapreso nella penisola iberica mentre Napoleone era impegnato in Russia con la Grande Armèe. Il trattato stipulato con la Gran Bretagna il 12 settembre di quell'anno, che rinnovava quelli precedenti del 1808 e del 1809, prevedeva infatti che una divisione borbonica fosse messa a disposizione degli inglesi per essere impiegata nel Mediterraneo. La divisione - così prevedeva il trattato - doyeva esser composta da 7314 uomini suddivisi in un battaglione granatieri, quattro reggimenti di fanteria, due siciliani e due esteri, un reggimento di cavalleria ed una divisione di artiglieria e treno, il tutto a spese dell'Inghilterra, che le avrebbe defalcate dal sussidio di 400.000 sterline che versava annualmente per soccorrere il suo alleato nei bisogni bellici (1 5). A fine anno si imbarcarono a Palermo, insieme alle truppe inglesi, un pò più di 2000 uomini ripartiti tra il battaglione Granatieri Reali, il 1° reggimento Estero, due squadroni di cavalleria ed una batteria d'artiglieria, tutti Esteri. Certo era meno di quanto era stato previsto dal trattato, ma non si erano potute indebolire più di tanto le guarnigioni siciliane e gli inglesi, avvalendosi di un'altra clausola del trattato, avevano potuto organizzare in Sicilia un nuovo reggimento delle Leve Italiane al loro servizio, avvalendosi anche dei tanti soldati borbonici che erano stati congedati quell'anno. La brigala borbonica, agli ordini del colonnello Pastore, comandante del 1° Estero, sbarcava ad Alicante per operare nella zona di Valenza ed entrava in linea nel febbraio del 1813 allorché il comando delle truppe anglo-ispano-napoletane era assunto personalment~ da lord Bentinck, che aveva lasciato la Sicilia dopo essere addivenuto ad un accordo con re Ferdinando che aveva riassunto il potere. Dopo alcune azioni minori i primi scontri importanti si verificavano a metà aprile intorno a Castalla, ma senza risultati decisivi. Si cercava allora di investire di sorpresa Tarragona sbarcando repentinamente nei dintorni della città ai primi (15) A.S. Na. A.R.C.R. Ibidem

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di giugno. Gli scontri intorno a Tarragona si prolungavano per una settimana, mentre venivano messi in batteria i pezzi necessari per praticare brecce nelle mura, e nel corso di questi scontri avevano modo di dis_tinguersi i due squadroni di cavalleria, composti da soldati del vecchio reggimento Principe. Il timore dell'arrivo di rinforzi francesi induceva però il comandante inglese a far reimbarcare in fretta le sue truppe, senza che il tentativo contro Tarragona avesse portato alcun frutto. La brigata partecipava poi a tutte le fasi successive della campagna di quell'anno, inquadrata nelle divisione Clinton, operando ai confini con la Catalogna e, dopo la caduta di Tarragona, la sua cavalleria aveva ancor modo di distinguersi il 13 settembre a Villafranca. Seguiva un periodo di riposo nei quartieri invernali poi la brigata, nel febbraio del 1814, era impegnata nel blocco di Barcellona sino alla fine di marzo. Ritirata dalla linea ed inviata a Tarragona nell'aprile, la brigata si imbarcava insieme ai reparti inglesi per sbarcare in Liguria ed operare contro Genova, che trovava però, al momento dello sbarco, già occupat a dagli inglesi con il determinante apporto, come vedremo, di altre truppe borboniche. Infatti, durante i mesi in cui la brigata era stata impegnata in Spagna molte cose erano successe, a cominciare dall'ininterrotta ritirata di Napoleone da Mosca a Parigi. In Sicilia il potere era tornato nelle mani di Ferdinando, nella sostanza se non nella forma, dopo che la costituzione, anzi, meglio, dopo che il Parlamento aveva dato una ben misera prova di sé, dilaniato com'era dai contrasti politici che avevano permesso al re di riguadagnare tutte le posizioni perdute. L'esercito era rimasto quasi invariato nella sua organizzazione pe r tutto il 1813, ma con meno di 9000 uomini di pronto impiego, 2000 dei quali impegnati in Spagna. La variante di maggior rilevanza consisteva nel fatto che ora tutti i reggimenti di fanteria della Colonna Mobile erano reggimenti Esteri. Era ovviamente alla Colonna Mobile che si ricorreva nel 1814 allorché lord Bentinck, rientrato dalla Spagna, decideva di operare contro i franco-italici nell'Italia Settentrionale, scendendo in campo a fianco degli austriaci, impegnati allora nel Veneto ed in Emilia, e del nuovo alleato, Gioacchino Murat, schieratosi contr o Napoleone. Ancorché imbarazzato e stupefatto per questa nuova alleanza improvvisa con colui che sì era insediato sul suo trono, re Ferdinando anteponeva (o forse doveva anteporre) ai propri int eressi quelli della coalizione anti-napoleonica, pur temendo che il riconoscimento di Murat potesse pregiudicare il suo ritorno a Napoli. Consentiva perciò il re all'invio, sotto lord Bentinck, di circa 5000 uomini del suo esercito, che si aggiungevano ad altri 8000 inglesi, corsi, annoveresi, greci ed italiani al servizio inglese. Imbarcato a Palermo il primo scaglione della divisione raggiungeva Livorno il 9 marzo e lord Bentinck, che pure nutriva per Murat una vera e propria avversione, doveva subito compiere un piccolo capolavoro di diplomazia per impedire che i soldati di re Ferdinando venissero alle mani, o peggio, con quelli · di re Gioacchino di stanza a Livorno. Veniva allora deèiso che i murattiani si sarebbero spostati verso l 'interno per operare in Emilia contro i franco-italici m entre la divisione anglo-borbonica avrebbe operato contro i francesi lungo la costa in direzione di Genova . . Le truppe borboniche (2°, 3° e 4° reggimento Estero, il battaglione Siciliano delle Guardie Reali, uno squadrone del 2° r eggimento cavalleria, una batteria da montagna ed una compagnia pionieri) avanzavano con il corpo di lord Bentinck lungo il Tirreno scacciando gli scoraggiati francesi di posizione in posizione dalla Magra fino ai sobborghi di Genova, che erano raggiunti il 12 aprile. Seguivano 33


sei giorni di accaniti combattimenti contro posizioni per natura e per lavori fortissime: cadevano i forti Richelieu e Santa Tecla, finalmente la se ra del 18 Genova si arrendeva ed il suo presidio, capitolato, si ritirava in Francia. L'ultima set timana di guerra vedeva poi ancora due battaglioni borbonici impegnati nell'investimento e nella presa di Savona e l 'arrivo a Genova delle altre truppe borboniche provenienti dalla Spagna. Anche se vittorioso l'esercito borbonico viveva ora un momento assai difficile in ragione della sit uazione politica. Il riconoscimento di Gioacchino Murat a re di Napoli - contro il quale protesterà il Nunziante, ora brigadiere, e che per questa protesta sarà obbligato a lasciare Genova e a rientrare a Palermo - pareva rendere vano il frutto della comune vittoria. Inghilterra ed Austria si limitavano a garantire a Ferdinando il dominio della Sicilia, le provincie continent ali erano lasciate al Murat, al quale, anzi, erano stati promessi ingrandimenti t erritoriali a spese dello Stato Pontificio. E' vero anche che si trattava di un'alleanza innaturale, che l'Austria e, soprattutto, l'Inghilterra non si sentivano a proprio agio e che al congresso di Vienna sarebbe stato possibile, forse, giocare qualche nuova carta. A Ferdinando non rimaneva quindi che attendere e, se possibile, studiare la possibilità di tendere la mano a quanti ancora servivano sotto Murat, specie agli ufficiali ancora incerti del domani e timorosi di un nuovo '99 in caso di ritorno di Ferdinando. Intanto egli cercava di ripianare le diminuzioni di forza dell'esercito, dovute all'elevato numero di congedi accordati per la pace sopravvenuta, con l'arruolamento, specie a Genova, di quanti soldati napoleonici, italiani e stranieri, non volevano e non sapevano abituarsi alla vita civile. Quasi un anno doveva passare perché questa scabrosissima situazione si risolvesse: poi, con la fuga di Napoleone dall'Elba, ogni cosa tornava rapidamente al posto che le competeva. Infatti Murat si schierava a fianco di Napoleone, attaccava subito l'Austria senza sincronizzare i suoi movimenti con quelli dell'imperatore, non trovava gli appoggi sperati nell'Italia del nord, si doveva ritirare, era battuto di ~tretta misura a Tolentino e la ritirata si trasformava in rotta ment re l'Inghilterra lo attaccava dal mare. In poco più di un m ese si consumava la fine del regno di re Gioacchino. Le cose erano tornate così rapidamente al loro posto che l'esercito borbonico - dal luglio del 1814 sotto il comando de l principe Francesco - non ebbe il t empo di intervenire. Degli oltre 15.000 uomini che lo componevano, infatti, 7000 (soprattutto della Guardia Reale e dei primi quattro reggimenti Esteri) si dirigevano ai porti di imbarco di Messina e di Milazzo ma soltanto il 16 e il 18 maggio potevano salpare per sbarcare a Napoli il 25 successivo, quando, però, la città era già da due giorni in mano agli anglo-austriaci, che avevano con loro il secondogenito del re, principe Leopoldo. Un certo appoggio sul piano militare era stato comunque fornito da parte borbonica, sia attraverso rivolte locali in appoggio alle culorme austriache sia grazie all'organizzazione, con disertori dell'esercito murattiano e con insorti, di reparti volont ari, che gli inglesi avevano provveduto a pagare ed a equipaggiare sin dall'aprile, i quali nel giro di due mesi allineavano, agli ordini del colonnello inglese Church, il 1° squadrone Lancieri Reali e due battaglioni e t rentaquattro compagnie isolate di fanteria con 22 ufficiali e 5476 sottufficiali e soldati, olt re 1500 dei quali avevano partecipato alle fasi finali della guerra (1 6). (16) Documento del Record Office di Londr a Foreign Office Vol. 122 citato da M.H. Weil nel volume IV di Joaquim Mural roi de Naples. La derniè re année de Régne.

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Le uniche truppe regolari borboniche che avrebbero preso parte attiva alla campagna contro Murat (ma Murata quell'epoca era già tornato in Francia) sarebbero state il 1° ed il 4° reggimento Estero che_con 100 artiglieri e 50 zappatori avrebbero partecipato all'assedio di Gaeta, difesa dal generale Begani fino all'8 agosto. Ma allora, già da un paio di mesi, non esisteva più, nella sostanza, un esercito borbonico. Era nato l'esercito dell'amalgama con la fusione in un solo esercito dei siciliani e dei murattiani ai quali ultimi, con la convenzione di Casalanza, erano stati garantiti il grado ed il mantenimento in servizio, oltre ad una completa amnistia, secondo le intenzioni che r e Ferdinando aveva già esposto in un proclama loro diretto il 2 maggio.

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/


Capitolo II

Struttura dell'esercito

1. Nota introduttiva

L'esercito borbonico che affrontò le vicende belliche conseguenti alla Rivoluzione Francese, come già osservato, era il risultato delle riforme introdotte negli anni 1780 dagli istruttori stranieri chiamati da Acton per ammodernare le antiquate strutture militari napoletane, a lungo rimaste senza innovazioni, e senza prove sul campo dal 1745. Il Logerot, nelle sue Memorie Storiche, così riassume le principali modifiche apportate . ...(Nel 1788)... prima operazione di de Salis fu di fare abolire i reggimenti delle Reali Guardie Italiane e Svizzere.... Si videro egualmente poco dopo venire soppressi il reggimento vallone di Hainaut, restando il solo vallone di Borgona, dichiarato nazionale, quello di Real Macedonia ed i tre Svizzeri di Tschoudy, Wirtz e J auch. A quest'ultimi quattro reggimenti vennero sostituiti altri quattro, due di Alem anni, denominati 1° e 2° Estero e due di Macedoni, denominati l O e 2° Real Macedonia. Tutti i reggimenti di fanteria e cavalleria, abolito il servizio dei dragoni, furono divisi in 14 Brigate e 7 Divisioni, ed ogni Brigata formata da due reggimenti sotto il comando di un Brigadiere, ed ogni Divisione di un Maresciallo di Campo. Con questo piano del 1788 fu l'esercito portato alla forza organica di 57587 teste sul piede di pace e 61543 di guerra.

Una relazione dell'ambasciatore veneto Francesco Alberti al Senato della Repubblica nel 1790 (1) ci fornisce un quadro della situazione organica teorica delle forze armate napoletane all'insorgere della Rivoluzione Francese, oltre qualche informazione sul costo dell'esercito (vedi tab. l). Tenendo presenti le considerazioni di carattere generale svolte nel primo capitolo l'analisi delle istituzioni militari dei regni di Napoli e di Sicilia verrà effettuata dividendo la trattazione per corpi (corpi di Casa Reale, fanteria, cavalleria, artiglieria e genio, stato maggiore, corpi volontari) tenendo presente che essa può

essere suddivisa in tre periodi storici, cioè 1°: 1789-1799, 2°: 1799-1805. e 3°: . 1806-1814. I corpi di Casa Reale erano così chiamati poiché addetti alla custodia delle persone della famiglia reale o dei loro luoghi di residenza. In genere erano comandati da ufficiali generali e molti dei loro ufficiali ricoprivano nei ruoli dell'esercito un grado effet tivo superiore al rango rivestito nel corpo in cui servivano (ad es. un capitano dei Granatieri reali era equiparato ad un maggior e della fante(1) A.S.Ve. Senato, Dispacci, f.166.

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-


ria di linea). Molte volte le spese a carico di questi corpi erano stabilite e pagate direttamente dal re. La prima di tali unità era la compagnia delle Reali Guardie del Corpo, i cui componenti dovevano essere tutti di origine nobile. Vi era poi la compagnia degli Alabardieri, con il compito in origine di guardia di palazzo. Dal 1800 anche il reggimento dei Granatieri Guardie Reali entrò nel novero dei corpi di Casa Reale, a cui si aggiunsero nel 1808 le due compagnie di Volteggiatori di Sua Altezza Reale (il principe ereditario Francesco). Completava l'elenco il corpo dei Cacciatori Reali, divenuto in seguito corpo dei Pionieri e Cacciatori Reali, i cui componenti avevano il compito precipuo di accompagnare il re nelle sue cac- . ce. La fanteria era costituita dai reggimenti di linea, 20 all'inizio del p eriodo in esame, che comprendevano reggimenti nazionali ed esteri e, verso la fine del secolo, anche da formazioni di fanteria leggera, batt aglioni e reggimenti cacciatori. Nei periodi di emergenza ai corpi di linea si affiancavano spesso formazioni volontarie, più o meno regolari, che in qualche caso venivano incorporate nei ranghi delle truppe regolari. La cavalleria era costituita da una sola specialità, essendo stati aboliti i dragoni proprio all'inizio del periodo trattato. Solo per brevi periodi esistettero piccole formazioni di cavalleria leggera, soprattutto con compiti di scorta e ricognizione per lo Stato Maggiore. Anche nella cavalleria si ebbe la formazione di corpi volontari. L'artiglieria ed il genio vennero riuniti in un corpo unico, detto Corpo Reale, ma vi furono anche corpi addetti al servizio del genio che vennero formati nelle mobilitazioni ed aggregati inizialment e allo Stato Maggiore Generale. Il servizio del treno di artiglieria e dei trasporti militari all'inizio del periodo esaminato e fino a dopo il 1800 era organizzato in occasione della formazione di eserciti di campagna, spesso con civili assoldati per l'evenienza. Lo Stato Maggiore Generale, fino al 1807, non era un organismo stabile. Esisteva la Piana Maggiore dell'Esercito composta dalla classe degli ufficiali Generali e da un certo numero di ufficiali aggregati, ma non disponeva di compiti o strutture proprie. In occasione della costituzione di corpi di operazione veniva nominato uno Stato Maggiore ad hoc con i compiti tipici di un tale organismo, secondo quanto era previsto nelle ordinanze spagnole del '700 e secondo quanto si praticava in quasi tutta l'Europa. Nella trattazione che segue verranno usati alcuni termini d'epoca, spesso di derivazione spagnola relativi alle cariche militari e alla organizzazione dei corpi. Poiché taluni termini possono apparire desueti al lettore non specializzato o sono caduti in disuso se ne da di seguito un breve elenco con le opportune spiegazioni. - Piana (maggiore o minore): stato maggiore o minore dell'esercite, di un reggimento, di un battaglione etc. (dallo spagnolo Plana). - Esente, un ufficiale delle Guardie del Corpo esente dai superiori comandi, cioè col grado di ufficiale superiore nell'esercito in cui non presta servizio attivo; Profosso o prevosto: l'incaricato della polizia militare; Naturale: volontario appa:çt~nente a reparti addetti alla. difesa locale; Massista: componente delle ,truppe a massa (formazioni irregolari); Dragonante: facente funzione del grado superiore. Diamo qui di seguito anche la scala gerarchica dell'esercito napoletano: - Capitano Generale

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tl'

Ria ss unto de lla totale forza, ed importo mcnsuale, e d annua le di tutti i corpi , c he la differenza, che vi è nei due divers i tempi suddetti.

Piede di pace forza Compagnia delle Regali Guardie del Corpo Corpo regale d'Artiglie ria, e del Genio 'Fan te ria composta d i 20 Reggiment i Cacc iatori Reali Corpo d i Fucilieri di montagna Alabadieri di Japoli e Palermo Compagni e di dotazioni di Sicilia e Longone Totale

Cavalleria Fan teria di marina Divisione di Marina i Cannonieri 'l'otale

160 1.996 24.400 212 3 17 86 306

importo mensuale 3. 9 I 2.06 1501/1 0AfXJ 1

20.478. 17 /1 2 l 30.023.69 1h 1.852.82 1.869 .49 13/N

855.65 161 /m 1.036.1 811/n

importo annuale 46. 944.7 3721 2/ iĂšl'-00

forza

160

245.738.09

3.161

1.560.284.30 22.233.84

34.000 212

22.433.94 1/ 2 10.26 7 .8921/s~

317 86

12.434.22

306

27.477

160.028.08 1/ 2

1.920.337.07

38.242

5.388 2.146

60.177.921/0 J l.263.82

722.136.02 135. 166.44

5.388 2. 146

723

6.349.62 1/ 2

6.195.50

723

35.734

273.8 19.53 1/3

2.853.834.03

46.499

Oltre a lla sudd et ta forza effettiva vi sono 15.250 uomini di Mi lizie Provinciali.


!

Tabella 1 compongono l'Ese rc ito di S. M. Siciliana jn pace, e d in carnpagn a, annotando

Piede <li campagna

importo mensuale 3.9 I 2.06 I00I /11Mo~

importo annuale

Differenza

forza

importo rncnsuale

importo annuale

46.944.7 J1W/ 10~~0

26.223.40

312.328.89

1.1 65

5.539.23'/,

66.470.80

163.908.22 1.852.82

1.966.898.70½ 22.233.84

9.600

33.884.53'/J

406.614.40

10.765

39.420.76'/~

473.085 .20

1.869.49' 3/i~ 855.65 I ''1/m 1.036. I 8"/,z

I 99.461.85'/,!

22.433.94 1h I 0.267.8911/JJ 12.434.27½ 2.393.542.27

60. 177.9 15/~ 11.263.82

722.136.32 135.166.44

6.349.62½

76.195.50

277 .253.26 11/ , ,

3.327.039.23


Tenente Generale Maresciallo di campo Brigadiere Colonnello Tenente Colonnello Primo Maggiore Secondo Maggiore Capitano (o Capitano Comandante) Capitan Tenente (incaricato del comando di una compagnia nominalmente affidata al Colonnello o Tenente Colonnello) Capitano in secondo (per alcuni corpi) Tenente Sottotenente Alfiere Primo Aiutante Secondo e Terzo Aiutante Portabandiera o Portastendardo Primo Sergente Secondo Sergente Foriere Cadetto Caporale Carabiniere Soldato (di varie classi) 2. Ministero e Comandi

La struttura degli enti centrali e dei comandi dell'esercito borbonico all'inizio del periodo esaminato era tipicamente settecentesca ed assai distante da quella che oggi siamo soliti concepire, privilegiandosi, allora, le strutture territoriali ed amministrative rispetto ai reparti operativi. · Il re era, ovviamente, al vertice della piramide militare ed a lui faceva direttamente capo il Ministro, anzi il Segretario, della Guerra. Da quest'ultimo dipendevano l'Intendenza Generale dell'esercito, che si incaricava della gestione di tutti i servizi amministrativi, come meglio vedremo nell'apposito capitolo, e gli Ispettori ed i Comandanti delle Piazze e delle Provincie, ciascuno per quanto di rispettiva spettanza. A costoro, infine, facevano capo i comandanti di corpo. Si noterà subito che da questa struttura sono praticamente assenti il Comando Generale e lo Stato Maggiore, ma, secondo i sistemi spagnoli vigenti allora a Napoli, l'e~istenza di questi organismi era prevista soltanto in caso di mobilitazione e di guerra. Infatti in tempo di pace la Comandanzia Generale, com'era denominato con evidente spagnolismo il Comando Generale, non aveva molta rilevanza, costituendo poco più che la segreteria del comandante in capo, in genere un principe della Casa Reale. · Un discorso più lungo si deve fare, e lo si farà nel paragrafo successivo, per quanto riguarda lo Stato Maggiore. Passiamo ora ad esaminare, sommariamente e purtroppo, a volte, frammentariamente, questa catena di comando. Il Ministro, o Segretario, della Guerra, ovviamente di nomina regia, e ra di so-

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lito scelto t ra gli ufficiali provenienti dalle più cospicue famiglie del regno o tra quelli dotati di notevole capacità amministrative ed organizzative o, più raramente, tra i nobili che avevano già dato buona prova di s.é nelle alte cariche dello Stato. Durante il periodo esaminato furono diversi i personaggi che si avvicendarono a reggere il dicastero della Guerra, cui era unito, quasi sempre, quello della Marina. Dapprima i due dicasteri furono retti dall' Acton, che era stato nominato Segretario di Stato per la Marina il 14 aprile 1779 e Segretario di Stato per la Guerra il 4 Giugno 1780. Nella primavera del 1795, con la qualifica di Consigliere di Stato l'Acton era in pratica Primo Ministro e lasciava l'incarico dei due ministeri rispettivamente al principe di Castelcicala ed al brigadiere Giovan Battista Arriola quali direttori, come erano detti coloro che erano chiamati a dirigere un ministero senza ricevere la nomina a ministro. La p romozione a ministro li raggiungeva il 10 gennaio 1798 ma nel dicembre l'Arriola era destituito. Dopo la riconquista di Napoli, con decreto del 24 luglio 1799, era ripristinata la Segreteria di Guerra e Marina con a capo il maresciallo Ferdinando de Logerot assistito da due direttori, Giovan Battista Colajanni per il regno di Sicilia e Giovan Antonio di Torrebruna per quello di Napoli. Nell'ottobre dell'anno successivo il Colajanni sostituiva, come segretario, il de Logerot ed il de Torrebruna lo sostituiva, a sua volta, in Sicilia. Seguiva una breve permanenza, come segretario, del principe di Trabia e poi era incaricato della Segreteria di Guerra e Marina il generale Bartolomeo Forteguerri che, nel 1805, aveva sotto di sé, come direttore, il Colajanni. Nel periodo siciliano si susseguivano, e qui l'elenco, purtroppo, potrebbe presentare delle lacune, l'Arriola, il marchese Artale, il marchese Gargallo di Castellentini, il principe d' Aci ed il generale Naselli. I compiti della Real Segreteria di·Stato, Guerra e Marina vennero definitivamente fissati nel 1802, con un R. Ordine che stabiliva le incombenze dei vari ministeri ed i criteri di collaborazione. L'elencazione di questi compiti, anche se un po' diffusa, è abbastanza interessante da meritare una citazione integrale: Apparterranno alla dipendenza della Real Segreteria di Stato, Guerra e Marina tutte le forze militari terrestri e marittime (comprese le milizie urbane e provinciali dei Reali Domini) e la loro direzione disciplinare ed economica: La firma delle Patenti dei Legni mercantili e gli stabilimenti delle fabbriche d'armi e munizioni militari nella Torre dell'Annunziata ed in altri Luoghi dei Reali Domini, compresa la dipendenza delle acque del Sarno e dei mulini de la Torre: L'a1~1rninistrazione del Treno di artiglieria e Regio Bagaglio: La spedizione dei passaporti militari: La suprema Giunta di Guerra: L'Udienza Generale di Guerra e Casa Reale per gli assunti militari d'ispezione della medesima con le circostanze espresse nel secondo articolo del presente Real Decreto: La direzione delle m anifatture militari: Gli arsenali, Officine ed ogni qualunque dipendenza attiene alla Marina Militare secondo il sistema stabilito e costantemente praticato: Il governo del Monte delle vedove militari nell'uno e l'altro ramo: L'orfanotrofio militare: Le Intendenze Generali degli Eserciti e Marina nei Reali Domini: La Direzione generale degli spedali militari: Il Cappellano Maggiore per affari di Regi Cappellaui MiliLari, delle Regie Chiese e Parroèchie militari e di sussidi ed elemosine a vedove ed orfane militari: Reali Convitti militari: Le corti mili tari delle Piazze e Castelli: Gli Uditori di Guerra ed i Tribunali Militari e combinati delle Province: La sopraintendenza e 14 intendenze del Regio Fondo dei Lucri delle due Sicilie col ramo del Teatro del Fondo nel modo .esposto nel citato articolo secondo: L'elezione dell'Uditore dell'Esercito della Sicilia, la proposta del quale Magistrato, formata da quel Governo, mi si proporrà dal Segretario di Stato Guerra e Marina: L'elezione del Comandante Generale delle Armi di quel Regno: La vigilanza per la manutenzione delle Torri nei litorali dei Reali Domini: Tutte le fortezze, Quartieri, Siti, e fabbriche militari: E tutte le Giunte formate per assunti mi litari di Economia, Amministrazione e Giustizia.

Non sappiamo, purtroppo, con quali criteri tutta questa mole di lavoro fosse suddivisa fra i quattro ripartimenti in cui si articolava la Segreteria di Guerra 41


e Marina. Il personale era piuttosto scarso: nel 1808 - sia pure, quindi, in un mo- ...------mento in cui l'esercito aveva organici ridotti - erano addetti alla segreteria soltanto quattro Primi Ufficiali di Ripartimento, quattro Secondi Ufficiali e quattro Aiutanti oltre ad un archiviario (archivista), col rango di Primo Ufficiale, ed un aiutante addetto alla segreteria ed all'archivio. C'erano poi due portieri, un barandiere graduato di portiere, un barandiere ed un certo numero di ordinanze scelte tra i sottufficiali degli invalidi. Anche se è assai probabile che, fuori organico, ci fossero degli impiegati soprannumerari e qualche ufficiale distaccato dall'esercito, il personale era, come si è detto, estremamente ridotto. Gli stipendi mensili, in quell'anno, variavano tra gli 86 e gli 80 ducati per i Primi Ufficiali, tra i 56 ed i 50 per i Secondi Ufficiali e tra i 38 e i 32 per gli Aiutanti. Lo stipendio dell'archiviario era di 64 ducati, quello del suo aiutante di 30, mentre per i due portieri, per i due barandieri e per le spese straordinarie era prevista, ogni mese, un'uscita complessiva di 93 ducati (2). Era anche cont emplata la possibilità di dare premi in denaro a chi si fosse distinto per applicazione e per zelo ed inoltre, anche se non ufficialmente previsti, c'erano altri vantaggi economici accessori. Cosi non si lesinavano sussidi straordinari in caso di malattia o di particolare necessità, quali quelle di dotare una figlia o una sorella, fino a giungere alla concessione di 18 ducati ad uno degli inservienti perché, come diceva la motivazione del sussidio, con 16 ducat i al mese né lui né, tantomeno, la sua famiglia potevano vestirsi a lutto (3). Al di sotto della Segreteria troviamo, con diversi compiti, le ispezioni, o forse sarebbe più corretto dire gli Ispettori ed i comandanti delle Armi di piazze e provincie. Tra gli ispettori dobbiamo distinguere l'Ispettore in Capite, di norma un tenente generale, ed i semplici Ispettori, di solito marescialli di campo. Al primo spettava la sovrintendenza di tutto quanto atteneva alla preparazione, efficenza e disciplina delle truppe poste ai suoi ordini, lasciando agli ispettori tutte le incombenze di carattere, diciamo così, amministrativo. Nel periodo in esame troviamo a volte un solo Ispettore in Capite (a ri_gor di termine, è solo in questo caso che tale denominazione è esatta) e di solito quest'unicità contraddistingue un vero e proprio comandante in capo, a volte, invece, i suoi compiti sono demandati ad un ispettore per la fanteria e ad uno per la cavalleria (l'artiglieria, al solito, faceva parte a sé), altre volte, infine, ci sono più ispettori, incaricato ciascuno di sovrintendere a più divisioni. L'Ispettore in Capite dipendeva direttamente dalla Segreteria di Guerra. Pure direttamente dalla Segreteria di Guerra, ma solo per quanto atteneva alle funzioni amministrative, dipendevano i semplici ispettori, che erano al contempo i comandanti delle Divisioni, di fanteria o di cavalleria, su due Brigate, e che, in quanto tali, rispondevano all'Ispettore in Capite (o agli ispettori loro preposti) per quanto rigl.,\ardava disciplina, istruzione, ordine e forza delle truppe ai loro ordini. Questo sistema trovò piena applicazione nel 1795 con l'effettivo indivisionamento della fanteria (4). Gli ispettori avevano diritto ad un aiutante in campo, un ufficiale subalterno con almeno sei anni di anzianità, possibilmente in soprannu-

(2) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 923. (3) A.S. Na. Segr. Ant. Fs. 355. (4) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 675.

42


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Soldati di fanteria dal 1


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Regolamento 1789.


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Caschetto a daghe dal Regolamento 1789.

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mero al suo corpo, al quale doveva, in teor ia, rientrare dopo un annc, di servizio presso l'ispettore. I Comandi d 'Armi di regno (in pratica, però,. del solo regno di Sicilia), i comandi, in gener e eventuali, di provincie ed i comandi delle piazze e dei castelli erano gli organismi cui era affidata, in tempo di pace, la difesa del territorio. Da quest i comandi dipendevano i corpidispos di truppa per tutto quanto con cerneva il servizio di piazza e di guarnigion e - la vita quotidiana di un esercito in tempo di pace e la vita stessa di un esercit o settecentesco - e l'ordinanza sul servizio di piazza del 1788 sanciva minuziose

i zioni per evitare l 'insorge r e di conflitti

di competenza tra i vari comandi e gli ispettori e t ra i comandanti in piazza e queUi dei corpi di truppa. Solt anto nel caso, piuttost o raro in tempo di pace, in cui le truppe non erano acquart ierate in una piazza o in una cittadella il comando delle truppe era esercitato direttamente dal loro comandante senza alcuna ingerenza da parte dei comandi territoriali. L'importanza attribuita a questi comandi può esse re facilmente riscont rata dai gradi attribuiti ai loro preposti in questo elenco t ratto dal Calendario per la Corte del 1798. Un capitano generale, Fr ancesco Pignatelli di Strangoli, era comandante delle armi nella provincia di Terra di Lavoro (la più impor tante dal punto di vista strategico) e comandante interino delle altre provincie del regno di Napoli. Era inoltre comandante della Piazza e del cratere (il golfo) di Napoli e governatore, sempre a Napoli, del castello di S. Elmo. In questi incarichi era coadiuvato da una segreteria e, per la piazza di Napoli, da un primo e da un secondo maggiore, e per il castello di S. Elmo da un altro maggiore.· Le altre fortificazioni di Napoli e cioè il Castello dell'Uovo e i forti del Granatello e di Vigliena erano comandati rispettivamente da un colonnello, da un t enente colonnello e da un capitano. Non erano stati ancora nominati, quell'anno, i governatori degli altri due castelli napoletani, Castelnuovo e il Carmine, di solit o un ufficiale generale ed un colonnello. Nei dintorni di Napoli il castello di Por tici ed il forte di Revigliano erano comandati da un t enente colonnello e da un tenent e. Governatore della piazza di Capua era un tenente generale, coadiuvato da un tenente colonnello con la qualifica di tenente di re, che era attribuita agli aiutanti dei governatori delle piazze più importanti, e da un maggiore. Un altro tenente generale era governatore della piazza di Gaeta con un colonnello come tenente di re ed un maggiore. Un maresciallo di campo era governatore della piazza di Reggio Calabria ed un colonnello di quella di Pescara. Un brigadie re era governatore del Castello di Bari. Erano colonnelli quelli dei castelli di Ischia, Monopoli, Barletta, Otranto, Civitella del Tronto e dell'Aquila, t enenti colonnelli quelli di Baia, Trani, Gallipoli, Brindisi e Manfredonia e semplici capitani quelli dei castelli di Vieste, di Crotone, di Amantea e del forte di Pentimele. Governatori, a volte militari e politici ad un tempo, delle isole del regno erano dei tenenti colonnelli per Capri, le Tremiti e Ponza mentre era vacante il posto di governatore di Ventotene. In Sicilia era vacante in quell'anno il comando delle armi di quel regno, riservato di solito ad un t enent e generale, mentre la piazza di Messina aveva come governatore il vecchissimo tenente generale Danero, quelle di Palermo e di Augusta due marescialli di campo e quelle di Siracusa, Trapani e Milazzo tre brigadieri. I castelli dell'isola avevano come governatori un maresciallo di campo (Castellamare a Palermo), un colonnello (Castello del Salvatore a Messina), sei tenenti colonnelli (castello del Molo di Palermo, castello di Termini, castello Gonzaga e Torre del Faro a Messina, castello di Licata e castello Ursino a Cata45


nia), tre maggiori (Capo Passero, castello del molo di Girgenti e castello della Brucula ad Augusta). I posti di governatore della cittadella di Messina e del Castello di Mazzara, riservati di solito ad un tenente colonnello ed a un capitano, non erano in quel momento ricoperti. Altri ufficiali superiori, maggiori o tenenti colonnelli, erano invece i governatori, con poteri anche politici, delle isole piĂš lontane: Favignana, Pantelleria, Lipari, Ustica e Marettimo. Nei Presidi della Toscana un maresciallo di campo era governatore della piazza di Orbetello, con un tenente colonnello come tenentP. di re ed un maggiore, e da lui dipendevano anche la piazza, la rocca ed i forti di Port'Ercole, con un colonnello per governatore, i castelli di Montefilippo e di Santo Stefano ed il presidio di Talamone. Dalla piazza di Longone, il cui governatore era un maresciallo di campo, dipendevano invece il forte di Faxardo e la piazza di Piombino. Fortificazioni di minore importanza, ridotte oramai a semplici torri di avvistamento e di segnalazione, erano le torri marittime, edificate nel Cinquecento lungo le coste nel timore di incursioni turche o barbare$che. La provincia di Terra di Lavoro ne contava 42, la Capitanata ed il Molise 25, il Principato Ci tra.89, la Basilicata 13, la Terra di Bari 16, la Terra d'Otranto 32, la Calabria Citra 36, la Calabria Ultra 69 e l'Abruzzo Citra, infine, soltanto 7. Alle piazze ed ai castelli erano addetti con incarichi diversi, oltre al governatore ed al tenente di re, un certo numero di ufficiali, di solito non piĂš in grado di prestare servizio attivo, e cappellani e medici, questi u ltimi, in genere, a tempo parziale. Tutti questi ufficiali formavano lo Stato Maggiore delle Piazze. 3. Stato Maggiore

Come si è detto, nel periodo iniziale non esisteva, in tempo di pace, un vero e proprio Stato Maggiore. A Napoli, secondo l'uso spagnolo, si indicava con questa denominazione l'insieme degli ufficiali generali, compresi i brigadieri; e non si trattava poi di pochi elementi se nel 1797 si contavano due capitani generali, nove tenenti generali, ventidue marescialli di campo e quarantacinque brigadieri, il cui numero diminuiva leggermente negli anni successivi riducendosi nel 1804 i marescialli di campo a diciotto ed i brigadieri a quarantadue (5). Esisteva anche una Piana Maggiore dell'Esercito, ma pure stavolta non si trattava di un organismo autonomo, con proprie funzioni; si trattava sempre di una denominazione di comodo sotto la quale raggruppare degli ufficiali isolati. Di essa facevano parte, infatti, come specificato in un R. Ordine del 31 gennaio 1784, tutti gli ufficiali ai quali il re appoggia commissioni del suo Real Servizio per le Reali Segreterie, e quegli Ufficiali Generali comandanti in Provincie e Divisioni e finalmente quelli destinati nelle Commissioni di Economia Militare, tanto nel ramo delle'Somministrazioni de generi spettanti alla truppa quanto in quello della reclutazione (6). Per essere precisi, appartenevano, dunque, alla Piana Maggiore, di cui col nuovo secolo si perderà ogni traccia, i comandanti territoriali e i divisionari oltre a tutti gli ufficiali distaccati pres_so i diversi ministeri o facenti parte delle varie commissioni incaricate di tutelare gli interessi dell'amministrazione militare in campo economico. 1

(5) Calendario e Notiziario per la Corte degli anni 1798 e 1805. (6) A.S. Na.' R.0. a l 69 bis.

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Soltanto in tempo di guerra, secondo le ordinanze spagnole in vigore a Napoli all'inizio del periodo esaminato, era prevista la costituzione di un vero e proprio Stato Maggiore, con compiti e scopi strettam~nte finalizzati, nel tempo e nello spazio, ad una conclusione, possibilmente vittoriosa, della guerra stessa. Le mobilitazioni del 1793 e del 1796 non vennero ritenute cosÏ importanti da meritare la creazione di uno Stato Maggiore, pur se vennero costituite, in queste occasioni, delle apposite strutture di comando e di servizi. Soltanto nel 1798, in vista della campagna contro i francesi che avevano occupato lo Stato Pontificio, venne costituito uno Stato Maggiore Genera.IP, con a capo il maresciallo di campo Parisi, col titolo di Quartier Mastro Generale, con il tenente generale principe di Ripa quale facente funzione di Intendente Generale e con un funzionario civile, il consigliere G.B. Vecchioni, quale Commissario Generale o Commissario della Provianda. Sempre in quest'occasione vennero formati un battaglione di fucilieri dello Stato Maggiore e due squadroni di dragoni dello Stato Maggiore, per la sicurezza del quartier generale, per la scorta in caso di ricognizioni e per la trasmissione di ordini. Alle dirette dipendenze dello Stato Maggiore Generale venne anche posto il battaglione di p ionieri costituito in quella circostanza. Un nuovo Stato Maggiore fu costituito in occasione della campagna del 1800-1801 in Toscana, agli ordini del conte Luc de Vintmille, e la stessa cosa si verificò sul finire del 1805, in previsione della guerra, quando il brigadiere G.B. Fardella fu nominato Quartier Mastro Generale. Stavolta, però, con uno stato di guerra destinato a protrarsi per un decennio, apparve ben presto necessario organizzare lo Stato Maggiore su basi permanenti, cosÏ da consentirgli di divenire - come diceva l'apposito regolamento del 17 maggio 1807 (7) - il primo Corpo dell'Esercito e la Cancelleria del Comandante Generale degli Eserciti. Secondo il regolamento istitutivo lo Stato Maggiore era posto agli ordini del Quartier Mastro Generale, da scegliersi tra gli ufficiali generali, coadiuvato da un Sotto Quartier Mastro Generale, da scegliersi tra i tenenti colonnelli, i colonnelli o i brigadieri, da tre aiutanti Quartier Mastri Generali, tenenti colonnelli o maggiori, da sei Aiutanti Maggiori, capitani o subalterni, oltre che da un numero variabile di ufficiali aggiunti. Erano inoltre chiamati a far parte dello Stato Maggiore Generale i comandanti dell'artiglieria e del genio, il Direttore Generale del treno e r egio bagaglio, l'Intendente di Campagna, il Vicario generale, l'Uditore Generale, il Sopraintendente Generale alle sussistenze, il Direttore Generale degli ospedali, il Chirurgo Generale dell'Armata in Campagna, il Direttore della posta militare, il comandante del Quartier Generale in campagna ed il Gran Prevosto, incaricato della polizia militare, i compiti dei quali erano minuziosamente fissati nel regolamento. Anche gli aiutanti di questi ufficiali e funzionari erano considerati come facenti parte dello Stato Maggiore. Al suo interno lo Stato Maggiore Generale era diviso in tre dipartimenti . Il primo, agli ordini del Sotto Quartier Mastro Generale, doveva provvedere a tutto quanto atteneva all'organizzazione dell'esercito, al controllo della forza dei reparti, ai loro movimenti, alla compilazione degli Ordini del Giorno, ai rapporti con la Segreteria di Guerra ed alla raccolta dei dati necessari per la redazione di quelli che oggi definiremmo i diari storici. Al secondo dipartimento facevano carico l'or(7) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 1163.

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ganizzazione logistica dell'esercito ed il servizio di spionaggio mentre al terzo spettavano i lavori di ricognizione geografica e topografica, compiti questi, all'epoca, assai più importanti di quanto lo siano oggi, dato che solo allora si stava procedendo alla realizzazione delle prime attendibili carte geografiche del regno. Il regolamento precisava in maniera assai dettagliata i compiti dello Stato Maggiore Generale in ogni circostanza, in pace e in guerra, passando poi a trattare dello Stato Maggiore divisionario che, agli ordini di uno degli Aiutanti Quartier Mastri Generali, era assegnato ad ogni Divisione dell'esercito in caso di operazioni. Il R. Dispaccio del 28 marzo 1808, relativo al riordinamento dell'Esercito, ci conferma l'avvenuta assegnazione delle più importanti cariche dello Stato Maggiore, che troviamo composto dal brigadiere G.B. Fardella, Quartier Mastro Generale, dal tenente colonnello Cesare de Chastellux, Sotto Quartier Mastro Generale, dai tenenti colonnelli Filippo Salluzzi ed Odoardo Ofaria e dal capitan-tenente Carlo La Rocca quali Aiutanti Quartier Mastri Generali, da sei Aiutanti Maggiori e dagli ufficiali aggiunti. Il 3 aprile successivo veniva prescritta la divisa per lo Stato Maggiore e nello stesso anno era dato alle stampe, presso la Tipografia Reale di Guerra (8) , il Regolamento di Sua Maestà per lo Stato Maggiore Generale che si terrà come ordinanza da tutto l'esercito, che avrebbe regolato l'intera materia fino alla Restauraz10ne. Gli ufficiali dello Stato Maggiore Generale avevano diritto al trattamento (stipendio, razioni ed indennità) dei loro pari-grado della cavalleria. Si era soliti anticipar loro 24 onze (72 ducati) perché provvedessero all'acquisto di un cavallo, necessario per lo svolgim ento delle loro funzioni, defalcandole poi dagli stipendi successivi nella misura di sei ducati al mese (9). Per quanto riguardava gli avanzamenti gli ufficiali dello Stato Maggiore Generale concorrevano insieme a tutti quelli dell'esercito del grado corrispondente mentre gli ufficiali aggiunti erano, invece, considerati come semplicemente distaccati dai rispettivi reparti e concorrevano agli avanzamenti all'interno delle unità di provenienza insieme ai colleghi del reggimento o della brigata, di cui continuavano a far uso dell'uniforme. Dopo il 1812 venne stabilito che, raggiunto il grado di maggiore, sia gli ufficiali dello Stato Maggiore sia quelli aggiunti rientrassero ai reparti di origine che, dal canto loro, dovevano lasciar vacanti i posti ricoperti nell'organico da questi ufficiali (1°). Come tutto l'esercito anche lo Stato Maggiore Generale attraversò tra il 1811 ed il 1812 il suo momento più difficile a causa della gravissima situazione finanziaria. Così nel gennaio del 1812 gli ufficiali aggiunti si erano r idotti a tre soltanto e non si pensava di poterne aumentare il numero oltre le cinque unità. Nell'agosto dello stesso anno, poi, lo Stato Maggiore rischiò la paralisi totale. per l'assoluta rnancanza di carla, non essendoci in cassa i denari per acquistarne di nuova (1 1). Per venire incontro alle ~sigenze del terzo dipartimento venne costituito l'O/(8) A proposito della Tipografia. Reale di Guerra è qui il caso di notare come esistesse anche una Tipografia di Campagna destinata a seguire i comandi mobilitati e lo Stato Maggiore. La troviamo così a far parte, nel maggio del 1815, della spedizione diretta a Napoli con un compositore, un torcoliere ed i loro due aiutanti. (A.S. Na. Segr. Ant. Fs. 642). (9) A.S. Na. Segr. Ant. Fs. 244. (10) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 1011. (11) A.S. Na. Segr. Ant. Fs. 244.

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ficio Topografico incaricato - come sanciva il primo articolo del decreto istitutivo - di tutto il lavoro attinente la Raccolta di Carte, piante, operazioni topografiche sul terreno, schizzi di Riconoscimento (1 2). Con la nuova denominazione di Real Officio Topografico, sempre alle dipendenze dello Stato Maggiore Generale, quest'organismo venrie posto agli ordini di un ufficiale superiore del genio, con la qualifica di direttore, coadiuvato da una sotto-dirett ore e da alcuni capitani ed ufficiali subalterni provenienti dalla medesima arma. Inizialmente (marzo 1809) era direttore Luigi Bardet, colonnello, da cui dipendevano il sotto-direttore, quattro ufficiali, un segretario, un impiegato della segreteria, cinque disegnatori, un ca-

po incisore, tre incisori, un incisore di caratteri, due assistenti ed un custode (' 3). In seguito gli ufficiali vennero denominati ingegneri topografi. L'Officio Topografico era incaricato, oltre che dell'approntamento delle carte topografiche (scala 3 pollici per 100 tese) e geografiche (scala 1 pollice e tre linee per miglio), anche della realizzazione della parte grafica dei regolamenti, come, ad esempio, le tavole che accompagnavano l'Atlante delle manovre di cavalleria del 1808. Era poi ancora compito dell'ufficio quello di raccogliere libri utili all'istruzione militare degli ufficiali dello Stato Maggiore Generale, primo nucleo di quella splendida biblioteca, ricca di oltre ventimila volumi, la cui dispersione, alla caduta del regno borbonico nel 1860, renderà per sempre oltremodo difficili tutte le ricerche relative alla struttura ed all'organizzazione dell'esercito napoletano. 4. Fanteria Fanteria di linea

Come già accennato nei capitoli precedenti la fanteria di linea nel 1789 si componeva di 16 r eggimenti nazionali, raggruppati in quattro Divisioni di due Brigate ciascuna, ogni Brigata composta di due reggimenti, e di quattro reggimenti di fanteria est era formanti una quinta Divisione, secondo lo schema di tabella 2. La composizione di ogni reggimento era regolata dal Real Ordine del 31 dicembre 1787 (richiamante precedenti disposizioni, mai del tutto entrate in vigore) che stabiliva Forza, piede, e stabilimento de' reggimenti di fanteria (' 4 ). Queste disposizioni costituiscono la base dell'organizzazione della fanteria sino al termine del periodo in esame e pertanto ne forniamo qui ampi stralci. Aven do Noi giudicato conveniente... aumentare un terzo Battaglione in ciascheduno Reggimento d'Infanteria, ... siamo venuti in fissare colla p resente Ordinanza la forza, piede e soldi de' sedici reggimenti Veterani, Nazionali e Valloni* e de' quattro Esteri, i quali tutti in numero di 20 ctnnporranno d'ora in avanti la nostra Fanteria. 1) Sarà composto ogni reggimento di due Battaglioni di campagna, formati di quattro compagni~ di Fucilieri per ciascheduno e di un terzo Battaglione, detto di Guarnigione che avrà due sole compagnie. : 2) Vi saranno in ogni reggimento due compagnie di Granatieri, che saranno addette all'uno e all'altro Battaglione di campagna, quando non saranno distaccate per formare separati Battaglioni di Granatier i, come sarà detto in appresso. · 3) La Prima compagnia di Fucilieri nel Primo Battaglione di campagna sarà denominata Com(12) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 1163. (13) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 775. (14) A.S.Na. R.O. Vol. 148.

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FANTERIA DI LIN E A Reggimento

Re Regina Real Borbone Real Farnese Real Italiano Real Campana (Ca mpania) Real Napoli Real Palermo Puglia Lucania Sannio Messapia Calabria Agrigento Siracusa Borgogna 1° 2° 1° 2°

Estero Re Estero Regina Real Macedonia (Real Illirico) Real Macedonia

Brigata

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fanteria nazionale

fanteria estera

pagnia Colonnella e la Prima del Secondo Battag lione sarà detta Tenente Colonnella; avranno l'una e l'altra sotto la rispettiva e particolare direzione del Colon nello e del Tenente Colonn ello, un Capitano Tenente che le comanderà. 4) Ogni Compagnia di Fucilieri sarà comandata da un Capitano, da u n Primo Tenente, un Secondo Tenente ed un Alfiere, e verrà composta nel piede di campagna di un Primo Sergente, tre Secondi Sergenti, un Cadetto, sei Caporali, sei Carabinieri, tre Tamburi e Piffaro, un Guastatore e 119 Fucilieri in tutto 144 teste, compresi i quattro Officiali. 5) La Compagnia di Fucilieri nel piede di p ace sarà comandata u gualmente da un Capitano, un Primo Tenente, un Secondo Tenente ed un Alfiere e sarà com posta da un Primo Sergente, due Secondi Sergenti ed un Cadetto, qu attro Caporali, quattro Carabinieri, tre Tamburi e Piffero, un Guastatore e settanta Fucilieri, in tutto novan ta teste cogli Officiali. 6) Ogni Compagn ia di Granatieri sarà comandata da un Capitano, un Primo Tenente ed u n Secondo Tenente; verrà composta nel piede d i campagna da u n Primo Sergente, due Secondi Sergenti, q uattro Caporali, quattro Carabinieri, quattro Tamburi e Pifferi, due Guastatori e 99 Granatieri, in tutto 119 teste inclusi tre Officiali. 7) La Compagnia de' Granatieri nel piede di pace sarà egualmente composta da un Capitano, un Primo Tenente ed un secondo Tenente e sarà composta da un Primo Sergente, due Secondi Sergenti, quattro Caporali, quattro Carabinier i, quattro Tamburi e Pifferi, u n Guastatore e settanta Granatieri, che daranno il completo di 89 teste cogli Officiali. 8) Sarà ripartita ogni Compagnia di Fucilieri in dodici squ adre sul piede di campagna; ogni squadra comprenderà un Caporale o Carabiniere e d ieci Fucilie ri, includendo tra questi il Guastatore; saranno addetti e ripartiti i Tamburi e Pifferi nelle squadre, le q u ali saranno in tal gu isa nove di undici teste e tre di dodici. 9) Nel piede di pace le squ adre saranno otto, composte da un Caporale o Carabiniere, e nove al.re teste, a due di esse saranno uniti un Tamburo, Piffero o Guastatore... 1O) Ogni Compagnia di Fucilieri formerà nel piede di campagna tre divisioni di quattro squadre l'una; ciascheduna divisione sarà comandata da uno de' Subalterni e da un Sergente... 11) In tempo di pace le divisioni di ogni Compagnia Fucilieri saranno due; l'una sarà comandata da due Officiali ed un Sergente e l'altra da un Officiale e due Sergenti. 12) Lo stesso si praticherà nelle Compagnie de' Granatieri per le divisioni che sarann o comandate ciascheduna da un Officiale Suba lterno e da un Sergente . Le squadre saranno sempre otto e verranno composte da quattordicie quindici teste nel piede di campagna... Nel piede di pace cinque squadre saranno di dieci teste e tre di undici. 13) La Piana Maggiore di ogni Reggimento sarà composta nel piede di campagna e in qu ello

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di pace di un Colonnello, un Tenente Colonnello, un Primo Maggiore, un Secondo Maggiore, un Aiutante Maggiore, addetto a l terzo Battaglione ed un Quartier Mastro. La Piana Minore comprenderà tre Aiutanti, un Cappellano, un Primo Chirurgo, un Chirurgo di Battaglione, quattro Portabandiere, due Sergenti Forierì, 'i.tn Tamburo Maggiore, un Caporale de' Guastatori, un Armiere ed un Profosso. 14) Colla sopradetta composizione ogni Regg_imento d'Infanteria verrà formato di 1700 tesotto ste nel piede di campagna e di 1100 teste nel piede di pace . 15) E' Nostra sovrana intenzione che i quattro Reggimenti Esteri si debbano mantenere costantemente sul piede di campagna e che i sedici Veterani, Nazionali e Valloni restino sul piede di pace ... 16) Saranno a ddette e costantemen te mantenute ascritte ad ogni Reggimento sul piede di pa<.:e 600 le::; Le ùelle M ilizie Provinciali ... 17) Ogni due Reggimenti così composti, tanto Veterani e Nazionali che Esteri, formeranno d'ora in avanti una Brigata, il comml}do immediato e la ispezione particolare di un Brigadiere... * La denominazione di reggimenti veterani, nazionali e valloni l'Ìsale alla formazione dell'esercito della monarchia borbonica: erano detti veterani i primi reggimenti formati tra il 1734 ed il 1737 o quelli passat i dal servizio spagnolo a quello napoletano, nazionali quelli formati con i reggimenti provinciali creati nel 1743 e vallone il reggimento Borgogna superstite di quei reggimenti valloni passati dal servizio spagnolo a quello napoletano, oltre ad un battaglione del reggim ento Hainaur che rimase in vita, al di fuori degli organici ufficiali, sino al 1800. Il reggimento Re, che era inizialmente composto da Irlandesi, fu sciolto e ricostituito con uomini provenienti dalle abolite Reali guardie iialiane e dichiarato pertanto veterano. Nei due reggimenti 1° e 2 ° Estero confluirono molti elementi dei disciolti reggimenti svizzeri, e cioè Reali guardie svi-zzere, Tschoudy, Wirtze .lauch.

Nelle compagnie fucilieri erano anche compresi i cacciatori (una squadra per compagnia), che nelle manovre venivano riuniti in una divisione di 20 file, divisa in due plotoni, comandata solitament e da sottufficiali (un secondo Sergent e e tre Caporali). I cacciatori erano armati di carabine rigate ed erano destinati alle ricognizioni ed alle azioni in ordine sparso. Come indicato nel testo del Real ordine ora citato le compagnie granatieri venivano di solito riunite in battaglioni di formazione (di Brigata) e d ope ravano come unità autonome. Ogni battaglione aveva due bandiere a cui erano addetti i due portabandiera e la loro custodia era affidata ad un plotone composto dai cadetti e da due caporali per ogni compagnia del battaglione eccettuata quella in cui erano le bandiere. Quando i granatieri formavano battaglioni separati avevano anch'essi delle bandiere il cui plotone era composto da quattro Sergenti e due CarabinierL In realtà per lungo tempo la quasi totalità dei reggiment i non ebbe i suoi effettivi al completo, ma bensì su di un piede ridotto. Solo i primi due reggimenti della Brigata modello (reggimenti Re e Regina) furono portati alla forza prevista. Infatti una rivista passata nell'aprile 1790 ad alcune unità trovò il reggimento Real Italiano con 760 teste, il Sannio con 751, il Puglia con 695 ed il Regina con 751 (15). La Divisione Estera, i cui organici avrebbero dovuto essere sul piede di campagna, aveva la prima Brigata quasi a l completo (1407 test e nel novembre 1790 a l 2° Estero), mentre la 2 a Brigata si organizzava a fatica. Alla fine del 1794 aveva il su o primo reggimento, ancora denominato Real Macedone, con 1197 uomini, ripartiti nei due vecchi battaglioni di 13 compagnie ciascuno, mentre si incominciava ad organizzare il secondo reggimento, denominato provvisoriamente Real Corpo de' Superanti del reggimento Real Macedonia, che contava 13 Sergenti e 611 comuni. Nel 1792 ebbe luogo una prima mobilitazione dell'esercito: si inviarono 18 (15) A.S.Na. Agg. Fs. 224.

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battaglioni di fanteria alle frontiere del regno. Vennero radunati 2700 volontari in Gaeta ed altrettanti in Capu.a con i quali si completarono gli organici di molte unità della fanteria; vennero infatti destinati circa 600 volontari ad ognuno dei reggimenti Re, R egina, Real Italiano, Napoli, Sannio, Puglia, Messapia e Lucania. Nell'agosto 1793 s'imbarcò sulla flotta comandata dal Generale Bartolomeo Fortiguerri il corpo di spedizione destinato a Tolone. Per quanto riguarda la fa nteria esso era composto dal 2° battaglione del reggimento del Re con il Colonnello Micheroux, il 1° del Borgogna, Colonnello Sarano, il 2° del Real N apoli, Colonnello Arezzo, ed il 1° hat.taglione del reggimento M essapia, Colonnello Cusai. In ottobre fu inviato un rinforzo comprendente il 1° battaglione del Re ed il 2° di Borgogna, oltre a 214 uomini del Real Macedonia, che erano imbarcati con funzioni di fanteria di m arina. Le compagnie granatieri avevano una forza di 122 ~este, e quelle fucilieri di 189. Il 20 giugno 1795 fu modificata la ripartizione della fanteria in Brigate, accorpando alcuni reggimenti in maniera diversa dal passato: Tabella 3 Brigata

Divisione d'ordinanza

Re Regina

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Real Borbone Real Farnese

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Real Napoli Real Palermo

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Real Italiano Real Campania

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1° Illirico 2° Illirico

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Puglia Lucania

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Sannio Messapia

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Calabria Agrigento

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Reggimento

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Note

Alla 3• Divisione erano a ssociati i Fucilieri di Montagna cd il Corpo degli Invalidi

Alla s• Divisione erano asso• ciati i hatlaglioni dei volontar i di Longone e Presidi di Toscana, come pure le porzion i del d isciolto reggimento di Hainaut

Il 21 maggio dell'anno successivo si mobilitarono di nuovo le truppe, e si diede ordine ai reggimenti di fanteria R e, Regina, Real Napoli, Messapia, Borgogna, R eal Italiano, Puglia, Lucania, Sannio, 1° Estero di prepararsi ad entrare in campagna portando le loro tende. Questi reggimenti dovevano essere su due compa52


gnie granatieri e due battaglioni di campagna con 122 teste per ogni compagnia di granatieri e 164 per quelle fucilieri (quindi un piede di campagna maggiorato, con l'incorporazione dei miliziotti e delle leve, rispetto a quanto previsto dal Real ordine del 1787), oltr~ allo stato maggiore e quello minore di reggimento. Dovevano prepararsi a partire anche i due reggimenti 1° e 2° Macedone (o Illirico) pur se la loro forza non era al completo. Lo stesso ordine veniva poi esteso alle truppe di stanza a Palermo e cioè ai reggimenti Real Farnese, Calabria, Agrigento e alle due compagnie granatieri del 2° Estero. Nel mese di giugno 1796 era richiamato in vigore il Dispaccio dell'agosto 1794 che prescriveva, tra l'altro, la formazione di 60 battaglioni di volonta ri da destinare ai 20 reggimenti della fanteria della linea. Il 4 Giugno 1796 veniva deciso che con gli uomini che si andavano reclutando venissero formati due corpi volontari per ogni reggimento, da utilizzare come compagnie cacciatori. Queste compagnie dovevano essere comandate da un ufficiale del battaglione a cui erano addette e da due altri ufficiali scelti tra quelli ritirati, gli invalidi o tra gli ufficiali della milizia, o anche tra i gentiluomini che si fossero distinti per zelo nel reclutamento. Sul finire del 1796, oltre a numerosi corpi volontari, con le offerte di nobili e benestanti del Regno si formarono alcuni reparti che vennero stabilmente incorporati nella fanteria di linea. Infatti il 14 ottobre il Re concedeva al principe di Roccafiorita ed al duca di Piscitelli di formare, a loro spese, ma con la facoltà di proporre gli u fficiali e di mettere in vendita le relative piazze (cioè i posti in organico), due reggimenti di fanteria, che dovevano avere la stessa forza dei reggimenti nazionali (1042 piazze sul piede di pace e 1642 su quello di guerra). Nel novembre il giudice dell'Ammiragliato Don Francesco Frascolla formava un terzo reggimento colle stesse prerogative, affidandone il comando al Colonnello Ramirez. Un quarto reggimento di fanteria era formato poco dopo dal duca di Sperlinga. I quattro reggimenti vennero poi denominati rispettivamente Principe (formato in Sicilia), Principessa, Terra di Lavoro e Sicilia. All'inizio del 1798 i 20 reggimenti della fanteria di linea erano ancora ripartiti in Brigate e Divisioni come nel 1795 e dipendevano tutti da un Tenente Generale, mentre i reggimenti in corso di formazione, i battaglioni (volontari) di Longone ed Orbetello, intanto formatisi sulla base delle compagnie di dotazione, i reggimenti cacciat ori, il corpo dei Fucilieri di Montagna, gli Invalidi ed il battaglione residuo di Hainaut dipendevano provvisoriamen te da un altro Tenente Generale. Nei mesi successivi con i quattro nuovi reggimenti di linea furono formate la 11 a e 12 a Brigata della 6a Divisione. I reggimenti erano sovente molto al di sotto degli organici; così una rivista ad alcuni reggimenti del 16 Febbraio trovava il reggimento Borgogna con 1808 teste, ma i reggimenti Agrigento con 947 teste, Puglia 957 e Real Italiano 947. . Nel settembre dello stesso anno 1798 si ribadiva che i reggimenti di fanteria dovevano essere formati su tre battaglioni; la forza di ogni compagnia dei primi due battaglioni (di campagna) doveva essere quella previst a nel 1796, e cioè 122 uomini per le compagnie granatieri e 164 per le compagnie fucilieri. Ogni battaglione di campagna doveva avere poi due compagnie di volontari cacciatori, della forza di 162 teste ciascuna, esclusi gli ufficiali, da completarsi nel caso di bisogno con i miliziotti di nuova leva. I t erzi battaglioni dovevano e_ssere composti di due compagnie fucilieri di 144 uomini compresi gli ufficiali e da tre compagnie di miliziotti della nuova leva, da trarsi dai battaglioni di riser-

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va, forti di 168 teste la prima di esse e 166 le altre due. Al comando di ognuna' di esse e:rano destinati due ufficiali. H 13 Ottobre veniva disposto che con le compagnie di volontari aggregate ai reggimenti si fonnasserG tanti battaglioni quanti erano i reggimenti; ogni battaglione avrebbe dovuto avere quattro compagnie, denominandosi 1° battaglione quello del reggimento Re, 2° battaglione que1lo del Regina, e così via. E' probabile che molte delle disposizioni ora richiamate non siano mai state attuate, se non in mi·sura assai parziale, anche a causa dei lunghi tempi richiesti per radunare gli uomini ed inviarli ai corpi e per il susseguirsi affannoso di provvedimenti, che talvolta si ponevano in conlrasto tra di loro. Il 23 ottobre dello stesso anno venne anche creato con gli elementi migliori dei reggimenti di linea un battaglione di fucilieri dello Stato Maggiore dell'esercito, da adibire al servizio di scorta ed ordinanza. Inizialmente esso doveva avere la .f orza di 800 uomini, che furuno poi portati a 1-000., divisi in quattro compagnie . Nel novembre il battaglione risultava così composto (1 6): - Sta-to Maggiore: l O maggiore oomandante, aiutante maggiore, quartier mastro. - Stato Minore: aiutante, cappellano, furiere, profosso. - Compagnie: quattro capitani, quattro primi tenenti, quattro secondi tenenti, quattro aiutanti, quattro primi sergenti, 12 secondi sergenti, 48 caporali, 48 carab-inieri, 8 tamburi, quattI10 pifferi, 715 soldati. L'8 febbraio 1799 venne emanata, dal Re rifugiatosi a Palermo, una Ordinanza sullo stato m-ilitare del regno di Sicilia. In base ad ess-a la :fanteria si doveva comporre di tre reggimenti, ognuno su tre battaglioni di fucilieri di otto compagl'lie, e di sei compagnie ·di granatieri (cioè due per battagliorre). Ogni compagnia doveva aw.ere 150 teste per un totale di 4503 lilomini per ,r eggimento, includendo nel novero lo Sta,to Maggiore e Minore. I tre reggimenti, che venivano formati inglobando i quattro reggimenti di guarnigione nel Regno, si dovevano chiamare con i nomi delle tre valli (cioè le province), ossia Valdimazzara, Valdemone e Valdinoto. AUa organizzazione di ogni reggimento venne p:r,epG>sto un maresciallo di campo. Si prescrisse anche che il soldo spettante agli uomini fosse superiore a queH0 corrisposto ai vecchi reggimenti nazionali, dovendo essere .pari a quello corrisposto ai reggimenti esteri. Nel 1799 ,durante la spedizione del cardinale Ruffo si cercò di organizzare in corpi regola:ri :l e truppe sbandate e le masse che si venivan:0 racc0,glirendo, Uttilizzando qtHa.ndo er,a .possibi,le i soldati e soprattuto i sottufficiali che avevano se.rvito nell'esercito regolare nel 1798. A Napoli, anche per mettere ordine tra i Sanfedisti, cioè tra le masse che al seguito dLRaffo avevano -libe,r ato la città dai francesi e l'avevano a loro volta occupata, s-i iniziarono ad organiz-z nre in modo più regolare i corpi fino ad allora formatisi spontaneament e, riunendoli in reggfrnenti ed impit.""gando, al massimo grado pos~ibile, i soldati del disciolto esercito regio. Dopo l'es•tate dd J 799 si s1avano perciò,or.ganizzando nell-a capitale i seguenti reggimenti (1 7): - Calabria TJltra da parte del colonnello.Aristide Seths forte di 1400 uomini; - Principato Ultra da parte di Scipione della M-arra, 12Q0 uomini; - Principato :Citra da pa·r te -di Schiapani, 90Q uomini; - Ma-cedonia da parte di Paolo Diletti, 540 uomini; (16) A.S.Na. Segr. Ant. Fs. 8 Il. (17) A.S.Na. Aff. Est. Fs. 3634.

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Terra di Lavoro da parte del marchese della Schiava, 780 uomini; Regina, da parte del colonnello inglese d' Arley; Estero e Granatieri Valdimazzara, venuti dalla Sicilia, da parte del barone Tschoudy, 800 uomini. Al cardinale Ruffo fu anche inviato un battaglione di fucilieri del reggimento Valdinoto, che da giugno si era venuto organizzando neHa piazza di Siracusa. Agli inizi dell'anno 1799 il Nunziante, che doveva poi fare una brillantissima carriera nei ranghi dell'esercito giungendo ad essere generale, sottufficiale dei fw.:ilieri di nwntagna, tornato a casa dopo lo sbandamento dell'esercito .aveva raccolto nelle province di Avellino e Salerno un grosso numero di soldati sbandati e circa 300 Piagginari, cioè i cacciatori di professione della riserva reale di caccia di Persano, ed aveva formato con essi il reggimento Santa Croce, che venne in seguito denominat o Montefusco, del cui comando fu insignito da parte del cardinale Ruffo,. L'l settembre 1799 fu stabilito che procedesse l'organizzazione di 12 reggimenti sulla base dei quali veniva ricostituita la fanteria di linea; questi si dovevano chiamare: Real Ferdinando, Real Carolina, Principe Reale 2°, Principessa Reale, Reali Calabresi, Real Abbruzzo, Reale Albania, Real Alemagna, Rea'! Carolina 2°, Reali Sanniti, Real Montefusco e Reali Presidi. I primi otto si stavano formando nella Capitale, il Reale Presidi nello stato dei Presidi di Toscana e in Longone a cura del brigadiere Cusani, e gli altri tre in Roma, ove erano giunte le truppe borboniche, a cura del tenente generale Statelli. In Puglia era stato costituito un altro reggiment o denominato Principe Reale, che in base al nuovo riordinamento assunse il nome di Principe Reale 1 °. Ogni reggimento di fanteria si doveva comporre di uno stato maggiore e minore reggimentale, e di tre battaglioni fucilieri di quattro compagnie ciascuno, olte a due compagnie di granatieri. Lo stato maggiore era composto da: colonnello, tenente colonnello, primo e secondo maggiore, aiutante maggiore, quartier mastro e due cappellani. Formavano lo stato minore tre aiutanti, un primo chirurgo e due chirurghi di battaglione, sei portabandiere, tre forieri, .i l tamburo maggiore, il caporale dei guastatori, l'armiere ed il profosso. Ogni compagnia sia di fucilieri che di granatieri doveva essere composta da capitano, tenente, sottotenente, alfiere, un priroo sergente, due secondi sergenti, un foriere caporale, tre caporali, quattro carabinieri, tre tamburi e pifferi, 81 soldati ed un guastatore. · Nelle prime compagnie del 1° e del 2 ° battaglione, di cui erano titolari il colonnello ed il tenente colonnello, invece del capitano vi era un capitan tenente. Il 26 settembre 1799 il reggimento Principato Ultra ricevette la denominazione di Real Ferdinando, mentre il reggimento di fanteria Lecce venne chiamato Real Abruzzo, In seguito il reggimento di fanteria Regina cambiò il proprio titolo in quello di Real Carolina 1°; il reggimento Terra di Lavoro divenne reggimento Principessa Reale e il reggimento Principato Ci tra assunse la denominazione di Principe Reale 2°·. Nel mese di ottobre vennero sciolti i corpi a massa ancora esistenti, e in qualche caso gli uomini furono incorporati nella truppa di linea. Il 18 gennaio 1800 con gli ufficiali, aiutanti e sottufficiali che, perché compromessi con la passata repubblica, ma ·senza essersi macchiati di tradimento, vedevano perso il loro grado nell'esercito venne decisa la formazione di due compagnie destinate a partecipare, insieme ag1i inglesi, all'assedio di Malta, Le due compagnie, forti di 150 uomini, vennero effettivamente formate, ma non furono poi impiegate per il fine previsto e dopo qualche mese gli uomini vennero licen55


ziati. Ad essi venne consentito di prendere servizio p resso le potenze estere alleate (Austria e Russia) per potersi così riscat tar e comb attendo contro i francesi . A febbraio del 1800 esistevano in Napoli - n onostante gli ordini eman ati ad ottob r e - ancora nu merose fo rmazioni di m assisti che vennero definit ivamente sciolte; quant i non vennero licenziati furono incorporati n ei reggimenti Real Ferdinando, Real Abbruzzo e Real Albania. Il 10 marzo 1800 un editto r eale fissava la pianta or ganica dell'esercito . La fanteria dell'esercito del regno di Nap oli doveva essere costituita da 12 reggimenti (a cui si aggiunse poco dopo il reggimento Real Principe 1 °, quella di Sicilia da quattro, secondo il segu en te quadro:

Tabella 4 ESERCITO DI N APOLI Divisione

Brigata

Reggimenti

Note

ia

Real Ferdinando Real Carolina 1°

-

za

Principe Reale 2° Principessa Reale

-

3a

Reali Calabresi Reali Abbruzzi

-

4a

Reale Albania Reale Alemagna

-

5a

Real Carolina 2 ° Reali Sanniti

-

6a

Real Montefusco Reali Presidi

-

Real Principe 1°

Reggimento al di fuori della pianta organica formato nel settembre 1800 dal Col. Rusciani che avrebbe dovuto far parte della 7 3 Brigata da formarsi in seguito nel regno di Napoli

ia

2a

3a

ESERCITO DI SICILIA Divisione

Brigata

Reggim enti

7a

Valdimazzara reggimento di formazione

-

ga

Valdemone Valdinoto Reale

-

4a

56

Note


L'organico totale avrebbe dovuto consistere in 22832 uomini . Ogni r eggimento di fanteria doveva essere composto secondo quan to prescritto dalla Ordinanza del 1° settembre 1799. In vista della ripresa delle operazioni il 6 luglio 1800 venne emanato un Ordine Reale per portare ·sul piede di guerra (stabilito in 150 uomini per compagnia) i reggimenti di fanteria. Una rivista passata il 21 gennaio 1801 ci fornisce la forza di tutti i reggimenti presenti nel regno di Napoli, e dimostra che gli organici di guerra er ano ben lontano dall'esser stati raggiunti (' 8). Tabella 5 Reigimento o reparto autonomo

Real Ferdinando Principe Reale 1° Principe Reale 2° Real Carolina 1° Real Carolina 2 ° Principessa Reale Reali Calabresi Abruzzi Sanniti Montefusco Albania Alemagna Presidi Valdinoto Btg. granatieri Valdemone Btg. granatieri Valdimazzara Btg. volontari di Longone Btg. volontari di Orbetello Compagnia naturali di Ischia

uomini

960 1428 1084 1043 995 1133 1106 1084 775 981 696 975 914 508 295 365 407 370 155

Ai reggimenti di Sicilia venne ufficialmente riconosciuta dal Consiglio di Stato del 2 febbraio 1810 una maggiore anzianità (e quindi la precedenza) r ispetto a quelli del regno di Napoli, perché erano stati costituiti in data antecedente e venne deciso altresì che l'appellativo di Reale spettasse solo ai reggimenti che recavano il nome di un componente della famiglia reale e, inizialmente, solo al reggimento Reali Calabresi, per essersi distinto nelle passate fasi rivoluzionarie. Per accendere l'emulazione tra i corpi fu anche stabilito che in futuro sarebbèro stati denominati Reali quei reggimenti che si fossero distinti con singolare e particolare bravura. Il 23 febbraio anche il reggimento Presidi, formato appunto nei Presidi di Toscana con il 1° e 3° battaglione del disciolto reggimento di Siracusa e con la porzione ancora esistente del reggimento di Hainaut, riceveva la denominazione di Reale per avere difeso con particolare bravura la Piazza di Longone, avendone ricacciato il nemico e conquistato Portofe rraio dai Francesi. (18) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1126.

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Il 27 aprile 1801 veniva disciolto il reggimento Montefusco, le due compagnie di granatieri del reggimento vennero incorporate nei Granatieri della Guardia Reale per la buona prova fornita, a differenza del resto del reggimento, nello scontro di Siena. Il reggimento Real Principe l O passava in sua vece a far parte della 3 a Brigata di fanteria. Il 9 luglio 1801 un ordine r eale stabiliva che in ogni battaglione dei reggimenti di fanteria vi fossero otto individui per la banda, suonatori di corni da caccia, tamburi e pifferi, con la qualifica di soldati ordinari (19). Non pare che siano stati fissati, viceversa, per le b ande il tipo e d il numero degli s trumenti d a usare, giacchè da diversi elenchi di riviste passate in questi anni compaiono di volta in volta strumenti in numero e di tipo molto diversi. Poco dopo gli organici della fanteria vennero riportari al piede di pace (compagnie di 100 uomini). Gli effettivi furono costantemente al di sotto anche di questo organico teorico, a causa della sospensione degli arruolamenti decisa in seguito alle ristrettezze economiche del regno, su cui gravavano cospicui contributi di guerra per riparazione e pel mantenimento delle truppe francesi d i occupazione. Il 27 ottobre 1801 erano ri strutturati anche i reggimenti di fanteria della Sicilia sulla base della pianta organica stabilita per quelli di Napoli. Infatti fino ad allora i reggimenti siciliani erano rimasti con i vecchi organici del febbraio 1799 ch e comprendevano oltre 4500 uomini. Veniva di conseguenza stabilito di formare una Divisione di fan teria della Sicilia su due Brigate, ognuna comprendente due reggimenti di linea ed un battaglione di truppe leggere. Ogni reggimento doveva avere la forza di 1427 teste, con Piana Maggiore e Minore e tre battaglioni di fucilieri, ognuno di quattro compagnie di 100 tes te compresi gli ufficiali, e due compagnie di granatieri. Il reggimento Valdimazzara, che era l'unico corpo ad organici completi, veniva diviso nei due reggimenti con lo stesso n ome ed il numero ordinale distintivo 1° e 2°. La 1 a Brigata era composta dai r eggimenti Valdimazzara 1° e 2° e la 2 a Br igata dai reggimenti Valdinoto e Valdemone. Delle due Brigate facevano anche parte i due battaglioni di cacciatori Valdimazzara e Va/demone. Uno stato della forza presente nella parte continentale del regno nel giugno 1802 fornisce un'ulteriore prova della diminuzione degli effetti vi e ci mostra una nuova ripartizione della fanteria in Divisioni e Brigate, che sarà poi mantenuta sino al 1805 (tabella 6). Il 28 luglio 1802 erano ammessi nei reggimenti d i linea in qualità di pifferi e tamburi i giovani di 10 anni compiuti purché figli di soldati e in ragione di u no per compagnia. Il 2 agosto 1804 un reale ordine faceva diminuire due carabinieri ed un capor ale la forza delle compagnie dei reggimen ti di linea. Solo al profilarsi delle nuove min acce di guerra il 4 dicembre 180:> si riportavano le c om pagnie a 150 uomini, risultato da raggiungersi con l'impiego dei richiamati, volontari e miliziotti. L'ordine era ribadito il 19 gennaio 1806, che aggiungeva ad ogni compagnia, sempre nell'ambito di 150 teste, un secondo sergente, due caporali e due carabinieri. Inoltre nel 3° battaglione di ogni reggimento doveva essere creata una compagnia di cacciatori d ella stessa forza e composizione delle compagnie fucilieri (2°). (19) A.S.Na. R.O. Voi. I 9 I. (20) A.S.Na. Segre teria Antica Fs. 338.

58


Tabella 6 Divisione

Brigata ia

p

"

2a "

3a 2a

"

4a "

5a "

6a 3a

,,

Reggimento o Reparto Autònomo

Real Ferdinando Real Carolina 1° Principe Reale 2° Principessa Reale

Uomini

695 677 674 629

Reali Calabresi Abbruzzi Albania Alemagna

876 1370 1005 1072

Principe Reale 1° Real Carolina 2° Reali Sanniti Reali Presidi 1° battaglione Valdinoto Compagnia naturali di Ischia

864 1108 821 780 523 153

Al termine della campagna dei francesi contro il regno di Napoli, dopo lo sbandamento dell'esercito, i corpi in qualche modo ancora organizzati erano raggruppati in tre zone: a Gaeta, in Calabria e, naturalmente, in Sicilia. La guarnigione di Gaeta, circa 7000 uomini al momento della resa il 18 luglio 1806, comprendeva i seguenti corpi della fanteria di linea (formati quasi integralmente di reclute): 3 ° battaglione del reggimento Reali Presidi 990 uomini - 3 ° btg. del reggimento Real Principe 1° 600 uomini - 3 ° btg. del reggimento Real Carolina 1° 850 uomini Tra il giugno ed il luglio erano giunti con i rinforzi inviati dalla Sicilia, due compagnie (200 uomini) dei reggimenti di fanteria Valdemone e Valdinoto e due battaglioni del reggimento Valdimazzara 1° con una forza di 600 uomini. A Reggio vi era il reggimento Reali Sanniti, insieme a numerosi cor pi a massa. In Sicilia vi erano corpi e residui di quasi tutti i reggimenti. Tra il marzo e l'aprile le forze armate venivano riordinate. Per quanto riguarda la fanteria era costituito il reggimento Estero con quanto rimaneva dei due reggimenti Real Alemagna e Reale Albania che venivano al contempo disciolti; nel reggimento Reali Sanniti erano incorporati i residui dei reggimenti Real Ferdinandn, Real Carolina 1°, Principessa Reale, Reali Calabresi e Reali Abruzzi. La fanteria era divisa in tre Brigate: 1 a Brigata formata dai reggimenti Valdimazzara 1° e Valdimazzara ·2° e dal battaglione cacciatori Valdima zzara; la 2 a Brigata con i reggjmenti Valdemone e Valdinoto ed il battaglione cacciatori Valdemone; la 3 a Brigata con i reggimenti Reali Sanniti, Estero e cacciatori Albanesi. Il 31 Luglio 1806 era deciso che con i residui dei tre reggimenti ritornati dall'assedio di Gaeta, e cioè Reali Presidi, Real Principe 1° e Reale Carolina 2° si formasse subito un nuovo reggimento, che conservava il titolo di Reali Presidi, e con i due corpi franchi, pure provenienti da Gaeta, si formasse un altro reggimento 59


di cacciatori, su due battaglioni. Questi due reggimenti dovevano formare Brigata insieme al battaglione di cacciatori Appuli. Per quanto concerneva gli organici dei reggimenti di fanteria erano confermati quelli stabiliti nel settembre 1799, cioè 1427 teste, divise in tre battaglioni. Come al solito gli effettivi delle truppe erano in realtà costantemente inferiori all'organico; così nel gennaio 1807 il reggimento Estero contava 646 uomini, il Valdimazzara 2° 482, ed il solo reggimento Reali Presidi presentava un organico pressoché completo con 1421 uomini (1402 a dicembre) e 1138 individui contava il reggimento Valdimazzara l O nel mese di dicem bre (2 1). Nel marzo 1807 venne aggregato al reggimento Reali Sanniti, in qualità di 1 a compagnia cacciatori, il Corpo dei cacciatori di S.A.R. (100 teste, che di lì a poco ne sarebbe stato nuovamente distaccato per essere invece assegnato al reggimento granatieri Guardie Reali. Nel luglio 1807 venne ricostituita nell'esercito la classe dei cadetti e nei reggimenti di fanteria ne vennero destinati due per compagnia. In vista della campagna del 1807 (culminata poi nella sfortunata battaglia di Mileto) s i decise di costituire, come già nel passato, due battaglioni di formazione con le compagnie granatieri dei reggimenti di linea: il primo di tali battaglioni composto con le due compagnie granatieri del r eggimento Estero e quelle del reggimento Valdimazzara 2°, ed il secondo battaglione con quelle di Valdemone e Valdinoto. Gli stessi reggimenti dovevano predisporre due battaglioni di campagna, e con gli indiviui r imanenti ogni reggimento doveva poi formare due compagnie di Deposito. Nell'ottobre 1807 si r iportava l'organico delle compagnie di fanteria a 100 teste e nel novembre dello stesso anno era costituita in tutti i reggimenti di fanteria una mezza compagnia di volteggiatori. Alla vigilia della riorganizzazione del marzo 1808 questa era la forza effe ttiva della fanteria di linea (22). Tabella 7 Reggimento

Valdimazzara 1° Valdim azzara 2° Valdemone Valdinoto Estero Presidi Sanniti

Ufficiali

Soldati

65 53 58 63 59

970 657 799 863 621 1374 722

77

49

Il 12 marzo 1808 fu stabilito di sciogliere il r eggimen to Valdimazzara 2 °, provvedimento che sarà peraltro ottemperato soltanto nel successivo mese di luglio. Il 28 marzo si pubblicava il Piano generale della fanteria e cavalleria delle Reali truppe e volontari siciliani e Guardia Reale. In conseguenza di detto piano di ristrutturazione che prevedeva lo scioglimento dei battaglioni cacciatori, tranne quelli Albanesi, ed il loro confluire nei reggimenti di linea, la fanteria risultava ora così organ izzata: (21) A.S.Na. Segr. Ant. Fs. 663. (22) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1113.

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1 a Divisione 1 a Brigata

reggimento Reali Presidi reggimento Reali San,niti battaglione cacciator i Albanesi

2a Brigata

reggimento Ester o reggimento Valdirnazzara

2 3 Divisione 3 a Brigata

reggirnento Valdemone

reggimento Valdinoto 4° Brigata

reggimento Guarnigione reggimento Volontari Calabresi

(che avrebbe dovuto formar si con i due battaglioni cacciatori Calabro e Carolina, ma che non fu poi costitutito)

La forza organica prevista per i reggimenti delle prime tre Brigate era di 1530 teste, così suddivise: colonnello, tenente colonnello, 1° e 2° maggiore, aiutante maggiore, quartiermastro e cappellano che componevano la Piana Maggiore, mentre la Piana Minore era composta da primo e secondo aiutante, primo e secondo chirurgo, quattro portabandiera, due forieri, profosso, tamburo maggiore, caporale de' tamburi, caporale dei guastatori, nove strumentisti, gran cassa, due piattini, armiere e sette trabanti (domestici privati degli ufficiali). Vi era poi una compagnia di volteggiatori della forza di 123 teste, ossia capitano, capitan tenente, sottotenente, alfiere, primo sergente, due secondi sergenti, quattro caporali e quattro carabinieri, due tamburi e un p iffero (sostituiti il 30 settembre da due trombini), un guastatore, quattro trabanti e 100 volteggiatori. Le due compagnie granatieri avevano la stessa forza e composizione della compagnia volteggiatori. Vi erano inoltre otto compagnie fucilieri della forza di 140 uomini, e cioè capitano, tenente, sottotenente, alfiere, un primo e t r e secondi sergenti, sei caporali e sei carabinieri, due tamburi, un piffer o, un guastatore, quattro trabanti e 112 fucilieri. Il reggimento di Guarnigione, composto di soldati non più in grado di prestare servizio in campagna ed addetti a servizi di presidio, che doveva comprendere 1422 teste, contava su Piana Maggiore e Minore, otto compagnie di fucilieri composte come quelle degli altri reggimenti ed una compagnia di cadetti di 260 teste, compresi u fficiali e sottufficiali. Come già detto il reggimento di Volontari Calabresi non fu poi organizzato; il maresciallo Rodolfo Rosenheim riuscì a formare solo alcune compagnie che furono poi riversat e negli altri corpi. In aprile venne anche costituita una Riserva del Reale Esercito con il. reggimento Granatieri Guardie Reali e con i tre battaglioni granatieri, che come nel passato venivano riuniti in unità autonome, formati con le compagnie granatieri dei reggimenti di linea delle pripie tre Brigate. Con volontari ed emigrati venne poi organizzato, da parte del famigerato Cav. Castrone, il capo del servizio di spionaggio personale della Regina Maria Carolina, un corpo di Cacciatori di Mare, assimilato alla fanteria di .linea. Nell'agosto del 1808 esso risultava formato da quattro compagnie pe r un totale di circa 250 Uomini. Il 5 luglio 1809 si stabiliva che detto corpo dovesse essere costituito dalle Piane Maggiore e Minore di 15 persone e da due battaglioni di quattro compagnie ciascuno, forti ognuna di 84 uomini compresi gli ufficiali. 61


Il 29 agosto 1809 si scioglievano definitivamente i due battaglioni di cacciatori Calabro e Carolina (che avrebbero dovut o essere già stati disciolti nel marzo 1808) e con i loro uomini, a parte quelli che erano già stati trasferiti in altri corpi dell'esercito, si formavano cinque compagnie di 122 soldati, dette di cacciatori volontari, destinate come compagnie di volteggiatori ai cinque reggimenti di fan-· teria Reali Presidi, Reali Sanniti, Valdimazzara, Valdemone e Valdinoto. Un incartamento dell'Archivio di Stato di Napoli ci segnala la forza effettiva e la dislocazione dell'esercito in Sicilia nel settembre 1809 (23). Tabella 8

Piazza di Palermo

1° battaglione granatieri

20 3o

n

"

,,

,,

"

reggimento Reali Presidi " " Reali Sanniti Estero corpo dei Cacciatori di Mare reggimento Valdemone distaccamento di Valdemone distaccamento Guarnigione reggimento Valdimazzara

Piazza di Trapani Favignana Castello di Girgenti Castello di Termini

413 teste 413 398 1018 944 799 442 970 24 154 954

In altre piazze piccoli distaccamenti del reggimento Guarnigione. Il 24 aprile 1810 veniva emanato un regolamento p er le bande dell'esercito: ogni reggimento doveva avere otto strumentisti. Anche ad ognuno dei battaglioni di granatieri era assegnata una banda. Il 4 novembre 1810 si formava una seconda compagnia di volteggiatori nel reggimento' Estero, con reclute, cioè prigionieri, giunti dalla Spagna. La forza della fanteria nel luglio 1811 è data dal seguente quadro (24) : Tabella 9

reggimento ', "

1° battaglione 20 30

Reali Presidi Reali Sanniti Estero Valdimazzara Valdemone Valdinoto Guarnigione granatieri JI

Il

.

corpo di Mare

1204 + 85 1179+ 81 1931+119 1204 + 84 1205+ 81 1199+ 78 1142+798 486 489 469 801

cacciatori volontari 2a compagnia volteggiatori cacciatori volontari aggregati

La situazione al gennaio 1812 non risultava variata di molto, come può dedursi dallo stato seguente (25) : · (23) A.S.Na. Segr. Ant. Fs. 663. (24) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1010. (25) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 11 44.

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Tabella 10

reggimento ,, "

1° battaglione 2"

30 corpo di Mare

Reali Presidi Reali Sanniti Estero Valdimazzara Valdemone Valdinoto Guarnigione granatieri "

"

1279 1263 2047 1297 1297 1288 1952 511 494

465 817

Nel luglio 1812, 1157 individui del reggimento Estero, che nel novembre dell'anno precedente era stato portato a tre battaglioni, passavano al servizio britannico nei reggimenti delle leve Italiane in seguito alla nuova costituzione siciliana ed al dissesto delle finanze del regno, che non ne permettevano il mantenim ento. Nel settembre 1812 fu avviata l'ultima riorganizz?,zione dell'esercito siciliano. In base ad essa l'esercito era ripartito in due armate, una detta mobile e l'altra stabile. Il progetto di Bentinck prevedeva che la fanteria fosse costituita di 5 r eggimenti siciliani e 5 napoletani, ma non si arrivò mai a completare questo progetto. Con questa riforma si sanciva la scomparsa dei vecchi reggimenti. Il reggimento Estero era oramai passato quasi completamente al servizio britannico e tutti gli elementi di nazionalità non siciliana venivano incorporati nei reggimenti napoletani, chiamati in seguito essi stessi Esteri. Molti ufficiali e soldati in realtà chiesero ed ottennero il congedo ed il permesso di recarsi a Napoli ed alcuni presero addirittura servizio nell'esercito murattiano. L'armata mobile, cioè l'esercito operante, doveva includere quattro reggimenti di fanteria, che assumevano la denominazione di 1° e 2° napolitano, in seguito chiamati Esteri in quanto formati da soldati di nascita non siciliana, e reggimento 1° e 2° siciliano. L'armata stabile doveva comprendere nella fanteria il 3 ° reggimento siciliano ed il 3 ° e 4 ° napolitani. I reggimenti di fanteria dovevano essere formati da due battaglioni, con nove compagnie, una di fiancheggiatori, sei di fucilieri e due di granatieri. I componenti della compagnia volteggiatori erano però distribuiti tra le altre compagnie e si riunivano come unità indipendente solo negli esercizi o in caso di impiego sul campo. La Piana Maggiore comprendeva colonnello, tenente colonnello, maggiore, aiutante maggiore, cappellano e quartiermastro, m entre la Piana Minore includeva due aiutanti, il chirurgo maggiore ed un secondo chirurgo, quattro portabandiera, due forieri, il profosso, il tamburo maggiore, il caporale tamburo, il caporale dei guastatori, nove strumentisti, un suonatore di gran cassa, due timpani e un armiere. Una compagnia fucilieri era formata da capitano, tenente, sottotenente, alfiere, un primo sergente, tre secondi sergenti, due cadetti, sei caporali, sei carabinieri, tre tamburi e pifferi, 138 comuni, dieci volteggiatori, quattro trabanti. Una compagnia granatieri aveva lo stesso numero di ufficiali e cadetti, un primo sergente, due secondi sergenti, quattro caporali ed altrettanti carabinier-i, tre tra tamburi e pifferi, 98 comuni, 10 volteggiatori e quattro trabanti. Dopo le prime riflessioni sulla riorganizzazione, a parziale modifica delle prime disposizioni si decise il 28 ottobre che i reggimenti dell'armata mobile fossero quat-

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tro, di cui tre esteri (napoletani) ed uno siciliano e sei quelli dell'armata stabile, cioè quattro siciliani e due esteri. Nella documentazione relativa a queste disposizioni (26) si è trovato un elenco dei nuovi reggimenti e la corrispondenza con i vecchi, che dovevano fornire la base per sostituirli. Tabella 11 1° reggimento siciliano fanteria: . 20 30 ,, ,, " ,, 11

1° 20 30

11

Il

Valdimazzara

Valdemooe Valdinoto Reali Presidi Reali Sanniti Estero (quanti non erano passati al servizio inglese) corpo dei Cacciatori di Mare

>J

estero

4° reggimento estero fanteria 50 " " " ,,

Il numero dei reparti fu poi aumentato a cinque reggimenti esteri (napoletani) e tre siciliani di linea. _ Uno stato della forza dell'esercito nell'ottobre 1813 ci fornisce gli effettivi della fanteria, mostrando anche che tutti i reggimenti siciliani erano stati incorporati nell'armata stabile: Tabella 12 Colonna Mobile /

1° reggimento Estero 20 " " ,, 30 40

,, ,,

1335 1302

" "

1258 1067

Colonna Stabile 1° reggimento Siciliano

2o

"

,,

.,

,,

30 4° Estero reggimento Guarnigione

458 1218 820

928 1917

Il reggimento di Guarnigione, che in un primo tempo era destinato a restare soppresso, rimase viceversa in vita sino a dopo la riconquista del regno di Napoli da parte delle armi borboniche. Infatti 1'11 maggio 1813 fu stabilito che il suddet~ to reggimento continuasse a far parte dell'Armata, con una forza organica di 957 teste divise in 6 compagnie di 130 comuni, oltre allo Stato Maggiore e Minore. Al reggimento continuarono ad essere aggregati militari in servizio sedentario, che non avevano impiego nel Corpo degli Invalidi. (26) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1160.

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Nel maggio 1815 le truppe ritornate dalla prima spedizione d'Italia, culminata nella presa di Genova, vennero nuovamente imbarcate per il continente, questa volta per il definitivo ritorno a Napoli. Ques_ta era la forza al momento dell'imbarco: 1° reggimento Estero 1303 uomini, 2° Estero 1230 uomini, 3° Estero 995, 4° Estero 1164, ·cacciatori Calabresi 362. Il 4° reggimento di fanteria leggera, formato con le compagnie volteggiatori degli a ltri reggimenti, ritornava a Messina e risultava composto da nove persone nella Piana Maggiore e sette nella Piana Minore, da aggiungere agli altri 431 uomini tra ufficiali, sottufficiali e truppa. La forza dei reggimenti rimasti in Sicilia

era invece la seguente:

Tabella 13 1 ° reggimento Siciliano 20 " ,, 30

IJ

11

IJ

,,

5° Estero reggimento Guarnigione

629 uomini 1153 790 1140 866 + 1185 àggregati

Specialità della fanteria Fucilieri di montagna

La costituzione di corpi di fanteria leggera composti di tiratori scelti che durante i combattimenti si disponevano in ordine sparso a sostegno della fanteria di linea fu introdotta da Federico II di Prussia e fu copiata in tempi diversi in molti eserciti europei dell'epoca (tra cui Gran Bretagna, Austria, Russia e, come vedremo, anche a Napoli). Era comunque tradizione di molti paesi quella di avere formazioni (spesso al livello di compagnie) semi-regolari, a reclutamento regionale, che affiancavano i reggimenti di fanteria della linea, e che si muovevano con maggiore agilità rispetto alle pesanti formazioni regolari. Tra questo genere di truppe ricordiamo i Panduri in Austria, Prussia e Russia ed i Micheletti catalani, che servirono nell'esercito spagnolo e francese, nonché a Napoli e in Sardegna. I Micheletti erano una sorta di milizia semi-regolare costituita originariamente dai montanari delle regioni della Catalogna, il cui costume sarà per oltre un.secolo l'uniforme dei Micheletti indipendentemente dall'esercito nel quale prestavano servizio. Quando, in òccasioni di operazioni militari, queste truppe venivano riunite in formazioni regolari assumevano spesso la denominazione di fucilieri di montagna. Un battaglione di questa specialità fu inviato in Italia nel 1735 a combattere contro gli austriaci in sostegno di re Carlo appena insediato sul trono di Napoli. Quando il grosso delle truppe spagnole fu ritirato dall'Italia in seguito alla raggiunta pace, rimasero nel regno a garanzia della sua indipendenza alcuni reparti che il re di Spagna Filippo V donò a suo figlio Carlo. Tra questi vi era una compagnia di fucilieri di montagna.

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Inizialmente di 150 uomini, l'unità fu adibita negli anni di pace seguenti essenzialmente a compiti di polizia e di guardia di finanza sui confini montani dell'Abruzzo. Anche se per quarant'anni i compiti rimasero essenzialmente questi, il Corpo era considerato facente parte dell'esercito in qualità di fanteria leggera. · Nel corso degli anni la consistenza dell'unità era andatà aumentando, passando dappri!I}a ad un raddoppio della forza (300 uomini), per divenire il 15 agosto 1796 un battaglione di 1000 uomini, divisi in 10 compagnie (27). I fucilieri di montagna p resero parte a tutte le mobilitazioni cd operazioni militari del 1796, 1798 e 1799. Con la ricostituzione dell'ese rcito nel 1800 i fucilieri di montagna avrebbero dovuto scomparire dal novero delle unità in servizio per essere incorporati nei battaglioni cacciatori ·che si venivano creando. In realtà il Corpo non fu poi soppresso, ma continuò ad esistere anche se su ranghi ridotti rispetto al passato. Fu soltanto nel settembre del 1803 che il reparto mutò denominazione e hmzioni divenendo· Corpo dei Fucilieri di Città che un real ordine del 3 ottobre 1804 dichiarava essere l'ottavo battaglione della fant eria leggera, raddoppiando nel contempo gli organici da 400 ad 800 uomini. Lo Stato Maggiore del battaglione era composto dal tenente colonnello, un maggiore, un aiutante maggiore, un quartiermastro e un cappellano; lo Stato Minore era formato da chirurgo, 1° aiutante, foriere, armiere e profosso. Gli uomini erano ripartiti in quattro compagnie il cui organico includeva un capitano, un tenente, un sottotenente, un alfie re, cinque primi e otto secondi sergenti, 17 caporali, due soldati privilegiati, due tamburi ed un piffero e 165 comum.

Il battaglione era addetto a compiti di polizia e, fuori città, alla scorta ai procacci (28) . /

Reggimenti e battaglioni cacciatori

Il 30 gennaio 1797, sull'esempio austriaco e russo, vennero costituiti per la prima volta sei reggimenti di cacciatori, ai quali si aggiunsero l'anno seguente, il 15 agosto 1798, altri cinque reggimenti di cacciatori volontari di frontiera, reclutati nei distretti montani delle province al confine. Dei sei reggimenti di cacciatori di linea il 1°, nel quale erano confluiti i volontari di Sua Altezza Reale levati a spese del principe ereditario, doveva recluta·r e in Terra di Lavoro e Principato, il 2° in Lucania e Basilicata, il 3° in Calabria, il 4 ° in Puglia, il 5 ° in Abruzzo ed il 6 ° in Sicilia. Per esservi ammessi gli uomini dovevano avere una statura di almeno 5 piedi e 3 pollici (m. 1,70). Ogni reggimento di cacciatori, della forza nominale di 1007 teste,· era composto da duè battaglioni di quattro compagnie ciascuno. Lo Stato Maggiore reggimentale era formato da colonnello, tenente colonnello, 1° maggiore, aiutante maggiore e quartiermastro, mentre lo Stato Minore veniva composto da due aiutanti, un cappellano, due chirurghi, due forieri, un armiere ed il profosso. La compagnia era costituita da capitano, pr imo e secondo tenente, alfiere, pri(27) A.S.Na. Segr. Ant. Fs. 645. (28) S.N.S.P. Reali Dispacci.

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mo sergente e due secondi sergenti, quattro caporali, quattro carabinieri, un tamburo e un piffero (o due tamburi) e 107 cacciatori. I cinque reggimenti di cacciatori volontari er_a no così denominati e ripartiti: i cacciatori truentini per guarnire la frontiere al Tronto, i cacciatori amiternini di guardia da Leonessa a Città Ducale, i cacciatori marsi stazionati intorno a Tagliacozzo, i cacciatori del Liri di base a Sora ed i cacciatori formiani dislocati verso il mare nei pressi di Fondi. La composizione dei reggimenti di cacciatori volontari di frontiera era praticamente la stessa di quella prescritta per i cacciatori di linea di cui si è dato cen-

no poco sopra. Nelle compagnie però al posto di un tamburo o di un piffero vi poteva essere un tromba e nello Stato Minore non era previsto l'armiere. Glielementi di questi reggimenti, che erano da considerare sotto molti aspetti più come milizie che come reparti dell'esercito, prestavano servizio sui confini con turni settimanali. Nel 1798 con volontari provenienti dalle regioni dell'Albania (in realtà l'area geografica di reclutamento comprendeva la Macedonia, l'Albania, le isole Ionie e una parte dell'attuale Dalmazia) fu organizzato un battaglione di cacciatori volontari albanesi forte di quasi 900 uomini, comandati dal capitano Andruzzi a cui erano stati assegnati quattro ufficiali subalterni e altrettanti sottufficiali tratti dalle truppe albanesi di linea. A causa della foggia del loro vestiario questi cacciatori venivano anche detti Camiciotti, per l'ampio camicione che in bassa tenus ta portavano a gonnellino al di sopra dei pantaloni, secondo il costume nazionale. Nello stesso anno le autorità ricorsero anche ad un particolare serbatoio cui attingere per rinforzare i ranghi dell'esercito, e cioè all'incorporamento di forzati e galeotti. Il 10 luglio 1798 venne infatti decretata la formazione di 13 compagnie franche di forzati e di tre di presidiari, da formarsi con i detenuti che si offrivano volontari e che non fossero stati condannati per delitti gravi o infamanti. Gli ufficiali dovevano essere tratti dai ritirati o dagli aggregati o da quelli impiegati nel battaglione Invalidi, che fossero in grado di servire attivamente. Anche i sottufficiali dovevano essere scelti nello stesso modo, esclusi quattro caporali e quattro carabinieri per compagnia, che venivano invece scelti tra gli stessi forzati e presidiari. Nelle piazze di Gaeta, Capua e Palermo si dovevano formare una compagnia di forzati ed una di presidiari e nelle piazze di Messina, Trapani, Siracusa ed Augusta due compagn ie di forzati ciascuna. Con la ricostituzione dell'esercito del regno di Napoli, avviata nel 1799 e portata a compimento nel 1800, in sostituzione dei reggimenti sbanc;l.atisi agli inizi del 1799 si ebbe la creazione di altre unità regolari di fanteria leggera, a livello di battaglione, come la teoria e la pratica dell'epoca imponevano. In un primo t empo le truppe leggere vennero riunite in un'unica ispezione insieme alle truppe di artiglieria e genio. Con l'ordine reale dell' 1 settembre 1799 vennero infatti _istituiti nel regno di Napoli cinque battaglioni di cacciatori di linea nazionali (divenuti ben presto sei) ed un battaglione di cacciatori albanesi, erede dei Camiciotti che t anto si erano distinti nel 1798 nel contrastare l'entrata dei francesi nella capitale e che erano stati riuniti in nùmero di circa 300 nel Real Corpo dei volontari albanesi sulla fine del 1799. I battaglioni erano denominati in base alla zona dove essi reclutavano: 1° battaglione cacciatori Campani, 2° Appuli, 3° Calabri, 4° Aprutini, 5° Albanesi e 6° Sanniti. Ogni battaglione faceva parte di una delle Brigate di fanteria. Come i battaglioni della fanteria di linea anche quelli dei cacciatori si componevano di uno Stato Maggiore e Minore e di quattro compagnie, 67


Lo Stato Maggiore era composto dal tenente colonnello comandante, un 1° maggiore, un aiutante maggiore, un quartiermastro ed un cappellano. Lo Stato Minore era invece composto da un chirurgo, il tamburo maggiore, un armiere, un profosso, ed otto musicanti tra corni da caccia, trombette, pifferi e tamburi. Le compagnie avevano la stessa forza delle compagnie fucilieri della fanteria di linea e nei loro ranghi erano compresi due soldati privilegiati. All'iniziale formazione dei battaglioni nazionali avrebbero dovuto contribuire gli uomini del Corpo dei fucilieri di montagna, che in tal modo avrebbe dovuto risultàre soppresso.

Il 6 luglio 1800, in vista della imminente ripresa delle ostilità, il Re comandava che le compagnie dei cacciatori, come quelle della fanteria, fossero portate alla forza di 150 teste. Già nel 1801 il battaglione cacciatori Sanniti per l'abbondante numero di reclute venne diviso in due battaglioni, il 1 ° e 2° cacciatori Sanniti, da uno dei quali venne poi formato il 7° battaglione dei cacciatori Marsi. Nello stesso anno anche nell'esercito di Sicilia vennero formati due battaglioni di cacciatori, denominati cacciatori Valdimazzara e Valdemone, addetti alle due Brigate di fanteria di quell'esercito. Come si è visto, al termine del 1804 il corpo dei fucilieri di città divenne 1'8° battaglione delle truppe leggere. Nel gennaio 1806 in Gaeta vennero formati due Corpi Franchi arruolando circa 1600 condannati e reclusi, la cui ispezione fu affidata al principe d'Assia. Dopo la conclusione della campagna del 1806, oltre alle truppe in Gaeta, rimasero in vita solo alcuni corpi leggeri di stanza o riparati in Sicilia. Infatti nel marzo 1806 erano presenti nell'isola i due battaglioni di cacciatori della Divisione siciliana, Valdimazzara e Valdemone ed il battaglione cacciatori Appuli, che nel dicembre 1806 assunse la nuova denominazione di 1 ° battaglione cacciatori. Contemporaneamente vennero anche organizzati alcuni battaglioni di cacciatori volontari, che però, per un certo periodo, continuarono ad essere considerati come corpi di truppa a massa (cioè irregolari). Su proposta dei loro organizzatori nel 1806 vennero formati il battaglione cacciatori Calabri (9 ottobre) della forza di sei compagnie, ossia centurie, con circa 700 test e al comando del maggiore Gualtieri, e il battaglione cacciatori Carolina. Il 5 agosto 1807 su proposta del capitano Fanfano venne formato il battaglione di cacciatori Siculi, della forza di 400 teste, ripartite in quattro compagnie, oltre allo Stato Maggiore e Minore del Corpo. Il 30 ottobre 1807 si stabilì di dare una organizzazione più uniforme ai tre corpi, ponendo i tre battaglioni cacciatori Calabri, Carolina e Siculi ognuno sul piede di quattro compagnie di 150 teste ciascuna, ivi compresi gli ufficiali, come si praticava per i battaglioni cacciator i dell'esercito di Napoli. Il 31 marzo 1807, con individui di massa venuti dalla Calabria e raccolti a Palermo, si formò un corpo volante, sotto gli ordini del colonnello Carbone; il Corpo venne posto agli ordini. delle truppe britanniche. Sempre utilizzando le truppe a massa si formarono altri due battaglioni volanti detti di Cosenza e Catanzaro: il primo nel marzo 1808 contava 486 uomini ripartiti in Piana Maggiore e sei centurie ed il secondo 626 uomini in sette centurie oltre alla Piana Maggiore. Il preside di Catanzaro de Filippis aveva avviato nel 1806 la leva di un battaglione di fucilieri di montagna (volontari), ma dopo poco tempo ne venne contromandata la formazione e gli uomini furono incorporati negli altri corpi calabresi. 68


--Un piccolo corpo di volontari levati nel 1805 in nome del principe ereditario, i cacciatori di Sua Altezza Reale, della forza di una scarna compagnia, venne in un primo tempo aggregato al reggimento Reali Presidi come compagnia vol teggiatori per poi passa:i;e, nel dicembre 1807, al reggimento Granatieri Reali costituendo la base del corpo dei volteggiatori di Sua Altezza Reale. Con i due èorpi franchi, costituiti a Gaeta e passati in Sicilia al termine dell'assedio (31 luglio 1806), venne costituito il reggimento cacciatori di Philipstahl. Il reggimento si componeva di due battaglioni, ognuno su quattro compagnie. Nel dicembre 1806 in visla della spedizione in Calabr.ia il reparlu fu aumenlalu Ji ùue compagnie di carabinieri di 150 teste l'una, in modo che l'intero reggimento risultasse costituito da 10 compagnie di cui due scelte. Una serie di riviste passate tra il 1807 ed il 1808 ci forniscono un quadro della forza effettiva di quasi tutti i corpi di cacciatori. Il reggimento cacciatori di Philipstahl aveva la forza di 1073 uomini; il battaglione cacciatori Valdimazzara 320, il Valdemone 367, il 1° battaglione cacciatori 449, i cacciatori Calabri 224 e i cacciatori Albanesi 360 uomini (29). Con la riorganizzazione dell'esercito del marzo 1808 venne deciso di sciogliere tutti i battaglioni cacciatori ed il reggimento cacciatori di Philipstahl e di incorporarne gli uomini nella fanteria di linea. Con i tre battaglioni cacciatori volontari Siculi, Calabri e Carolina, come già notato a proposito della fanteria di linea, vennero costituite cinque compagnie di cacciatori volontari da aggiungere ai reggimenti nazionali di linea e con una parte degli uomini furono ricoperti i posti vacanti nell'artiglieria. Il definitivo scioglimento dei battaglioni cacciatori avvenne in realtà solo parecchi mesi dopo, nell'ottobre dello stesso anno per i cacciatori Siculi e nel luglio 1809 per i battaglioni Calabri e Carolina. Della specialità r imase in vita il solo battaglione cacciatori Albanesi, anzi nel 1810 si cercò di levare un secondo battaglione, il quale peraltro non superò mai la consistenza di una compagnia, che rimase aggregat a al 1° battaglione. La sanzione del 28 marzo 1808 prevedeva che il battaglione fosse costituito: dalla Piana Maggiore composta da un tenente colonnello, un maggiore, un aiutante maggiore, un quartiermastro ed un cappellano; una Piana Minore di 16 individui, cioè un aiutante, un chirurgo, un foriere, un tamburo maggiore, un profosso, un armiere, due trabanti e otto strumentisti; quattro compagnie di 150 teste ciascuna inclusi capitano, tenente, sottotenente ed alfiere per una forza totale di 621 teste (3°). Le difficoltà economiche in cui si dibattè per tutto il decennio il regno, insieme all'avversità dei siciliani verso gli stranieri in genere, ivi compresi i napoletani, portarono nel 1812 il Re a decretare lo scioglimento del battaglione, rinviando i soldati alla loro terra d'origine in attesa di tempi migliori. Tl battaglione caccia-

tori Albanesi verrà richiamato in servizio nel 1817. Dal 1812 alla fine del 1814 non vi fu più nell'esercito borbonico alcuna unità indipendente di fanteria leggera. Infatti le compagnie volteggiatori della fanteria di linea costituivano parte integrante dei singoli reggimenti. In realtà uno dei reggimenti di fanteria di linea siciliana, il 4 °, venne in seguito dichiarato di fanteria leggera, essendo stato probabilmente formato con le compagnie volteggiatori dei reggimenti già esistenti. (29) A.S.Na. A.R.C.R. 1143.

(30) A.S.N a. Segr. Ant. Fs. 276.

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Nell'Armata dei volontari Siculi, viceversa, furono istituiti - come si vedrà nel capitolo sulle milizie - battaglioni di cacciatori, insieme ai reggimenti di guarnigione, ma essi non potevano essere impiegati fuori del regno ed avevano solo funzioni di difesa territoriale. Alla fine del 1814, con la prima caduta di Napoleone, gli inglesi licenziarono dal loro servizio i corpi franchi Calabresi (Calabrian free corps) che avevano in precedenza costituito e che si erano battuti al loro fianco in Spagna, nelle isole Jonie, a Trieste ed a Genova. Una parte di questi reduci chiese di servire re Ferdinando e venne organizzata come battaglione cacciatori Calabri. Il battaglione cominciò ad organizzarsi a Messina sul finire dell'anno e contava nel gennaio del 1815 296 uomini (un ufficiale, 20 sottufficiali, quattro trombe e 271 cacciatori), saliti a 362 a maggio (3 1). Nel 1816 costituì la base per la formazione del reggimento di fanteria di linea Real Farnese, mentre con la riorganizzazione dell'esercito, seguita alla restaurazione borbonica, si andavano ricostituendo reggimenti di far..teria leggera e battaglioni cacciatori o bersaglieri. Corpi volontari e formazioni irregolari

Durante tutto il periodo delle guerre napoleoniche vi fu nel regno delle Due Sicilie una costante offerta di corpi volontari da parte di nobili o benestanti delle province che, a proprie spese, radunavano, armavano e vestivano volontari per accorrere alla difesa del regno minacciato di invasione straniera. Molte volte a questo fenomeno si aggiunsero aggregazioni spontanee soprattutto in Abruzzo, Puglia e Calabria di contadini e montanari che venivano raccolte in bande da parte di capi improvvisati, a volte dei veri e propri briganti, ma che in qualche caso dimostrarono particolare capacità. Tali formazioni venivano dette di gente a massa o masse ed i capi di esse capi/ masse. Questi corpi operarono spesso con azioni di guerriglia anche quando l'esercito regolare era stato battuto o si era ritirato. Le masse furono poi protagoniste della caduta della effimera Repubblica Partenopea e della prima cacciata dei francesi da Napoli, ed anzi anche con le loro fila si ricostituirà il nuovo esercito nel 1799. Dopo il 1806 le bande calabresi, sbrigativamente liquidate come briganti dall'occupante francese, resero insicuro, o perlomeno estremamente costoso, quasi sino all'ultimo il possesso della Calabria per le truppe di Gius-eppe Napoleone, prima, e di Murat in seguito. Un numero consistente di offerte di formazioni di corpi volontari si ebbe in occasione della mobilitazione del 1796-1797. Oltre ai quattro reggimenti di fanteria e agli otto di cavalleria considerati come corpi çli linea e alle compagnie di volontari incorporate in essi, di cui si è detto in precedenza, e alle truppe di fanteria leggera di linea e volontarie, nel 1796 furono formati il Corpo dei volontari civili, da parte di Salvatore Bruno, ed il Corpo dei distinti vclontari civili da parte di Pasquale Simone. In vari luoghi ed isole del regno si organizzarono anche compagnie di naturali con compiti di difesa locale e di ordine pubblico. Con gli artigiani napoletani venne creato un corpo di Picchieri, cioè di gente armata di armi in asta, che rimase in vita qualche mese. (31) A.S.Na. Segr. Ant. Fs. 332 bis.

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--Nel 1798 durante la situazione di emergenza causata dall'approssimarsi evidente delle ostilità con i francesi, vennero creati in Calabria quattro corpi di cacciatori volontari, denominati 1° e 2 ° di Calabria .Ci tra e 1° e 2 ° di Calabria Ultra, poi riuniti in due soli corpi della forza di 1000 teste ciascuno. Oltre ad essi lo Stato Militare del 1798 riporta anche la presenza del Corpo dei cacciatori di Teramo e di quello dei Picchieri. Ognuno di essi doveva essere formato da 4 compagnie volontarie della stessa forza di quella delle compagnie della linea. E' da annoverare anche la formazione di due Corpi di volontari siciliani organizzati dal Comm. Luigi de Requesenz e dal Duca di Sperlinga. Durante l'occupazione dell'isola di Ponza da parte delle truppe angloborboniche nel marzo 1807 venne creato il Corpo dei cacciatori di mare, della forza iniziale di 150 uomini e il cui comando fu affidato al tenente colonnello Giuseppe Antonio Pezza, fratello di Fra' Diavolo. Tale corpo, riparato in Sicilia, venne in seguito accresciuto di uomini e passò a far parte dei reparti dell'esercito regolare. Presso a poco nella stessa epoca vennero costituite nell'isola altre due formazioni volontarie: i cacciatori della Regina, 300 uomini comandati da un certo Castellano (che costituiranno poi il Corpo degli emigrati napoletani), e i cacciatori provinciali, 200 uomini affidati al comando del capitano Vincenzo Costa {32). Il 20 dicembre 1809 fu formato un corpo di volontari, chiamato Guide della Real Corona, col compito di scorta al comandante della progettata (e mai realizzata) spedizione del principe di Moliterno contro il regno continentale da effettuarsi nel 1810. Molti volontari, anche dell'esercito regolare tra cui molti ufficiali senza impiego effettivo nei corpi, accorsero ad arruolarsi nella speranza di avanzamenti da acquistarsi in azione. Il 26 gennaio 1810 la Piana Maggiore del Corpo era costituita dal tenente colonnello direttore (il Corpo era considerato come parte della Real Armata dei volontari siciliani), un t enente colonnello sottocornandante ed un quartiermastro. La Piana Minore era formata da due primi aiutanti, un secondo aiutante, un portabandiera, due forieri, un foriere veterinario e 182 solàati. La truppa doveva essere divisa in quattro compagnie di fanteria ed un distaccamento di cavalleria. In seguito gli uomini giunsero al numero di 320 nella fanteria e circa 50 nel reparto montato. Il corpo fu poi sciolto dopo l'estate del 1810, poiché non si concretizzò l'operazione per la quale esso era stato costituito (33). 5. Cavalleria

Le riforme operate sulla cavalleria napoletana avevano comportato-la soppressione delle due specialità nelle quali si erano sino ad allora divisi i reggimenti montati, dragoni e cavalleria ordinaria, conservando però per i reggimenti esistenti le ant iche denominazioni rimaste immutate della formazione dei corpi. I reggimenti Tarragona e Rossiglione traevano origine da due reggimenti spagnoli (32) Umberto Broccoli, Cronache mi/ilari e marittime del Golfo di Napoli e delle Isole Pontine durante il decennio francese. Uff. Storico SME 1953. (33) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1161.

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passati nel 1737 al servizio della corona napoletana, e sino all'anno 1787 pervenivano ancora a questi reggimenti reclute di quella nazionalità, mantenendo quindi una continuità ed un legame col passato, che non si limitavano soltanto al nome. La cavalleria nel 1789 era composta da otto reggimenti riuniti in quattro Brigate a loro volta accorpate in due Divisioni, sotto l'ispezion e del generale Spinelli, secondo lo schema seguente. Tabella 14 Reggimento

Brigata

Divisione

Re Regina Napoli Sicilia Borbone Principe Rossiglione Tarragona

p

1a

" 2a

" " " 2a " "

,, 3a ,, 4a ,,

,,

La composizione di ogni reggimento era regolata dal real ordine del 14 gennaio 1788 che stabiliva Forza, piede e stabilimento de' reggimenti di cavalleria (34). Come già notato a proposito della fanteria queste disposizioni rimasero la base dell'organizzazione della cavalleria sino al termine del periodo in esame (anche se venne sensibilmente accresciuto il numero delle unità) e ne viene quindi fornita una estesa citazione: /

Volendo Noi dare una forma diversa agli attuali Reggimenti di Cavalleria e Dragoni che meglio e più sicuramente corrisponda al servizio che dovranno rendere d'ora in avanti, ci siamo determinati a fissare la forza, piede e soldo agli otto reggimenti che conserveremo nel modo che siegue: 1) Tutti otto i reggimenti verranno denominati egualmente reggimenti di Cavalleria, due di essi formeranno una brigata e le quattro brigate di Cavalleria saranno costantemente composte dello stesso numero d i teste, tanto nel piede di campagna, che in quello di pace. 2) Sarà formato ogni reggimento di quattro squadroni di cam pagna e di mezzo squadrone di riserba. 3) Il primo e secondo squadrone di campagna di ogni Reggimento saranno denominati Squadrone del Colonnello e del Tenente Colonnello, ma verranno particolarmente comandati ciascuno da un Capitano Tenente. Il terzo e quarto squadrone saranno comandati l'uno per l'altro da un Capitano Comandante ed av1°à ciascheduno de' quattro squadroni un Primo ed un Secondo Tenente e due Alfieri. Sarà indi composto di un Capo Sergente, due Secondi Sergenti, due Ca detti, sei Caporali, sei Carabinieri, due trombe , un Manescalco, 108 Soldati montati e 12 soldati a piedi, in tutto 140 e cogli Ufficiali! 145 teste in ciascheduno squadrone. 4) Lo squadrone di riserba ~arà composto egualmente che gli altri di campagna e riceverà per la sua formazion e 74 individui dal primo Reggimento della Brigata e 73 dal secondo Reggimento per formare 147 teste, comprese due della Piana Maggiore costantemente addetti allo Squadrone di Riserba. 5) La Piana Maggiore di ogni Reggimento di Cavalleria sarà composta di un Co lonnello, un Tenente Colonnello, un Primo Maggiore, un Secondo Maggiore, un Quartier Mastro, due Aiutanti, 4 Portastendardi, un Cappellano, un Primo Chirurgo, un Chirurgo di Squadrone, due Forieri, un Maestro Manescalco, un Maestro Sellajo, un Armiere ed un Profosso, in tutto 20 teste per li 4 squadroni di campagna. Avrà inoltre ogni uno dei due Reggimenti della Brigata un Ajutante Maggiore o un Ajutante Semplice per somministrarli ciascheduno rispettivamente allo squa drone di riserba, cosicché sarà la Piana Maggiore di 21 teste in ogni reggimento, indi con 145 p er (34) A.S.Na. Reali Ordini Vol. 153.

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ogni squadrone di campagna e 74 o 73 per la rata dello squadrone di r iserba. Sarà portato a l completo del p rimo Reggimen to in ogni Brigata a teste 674, ed a 673 il secondo Reggimento... 7) Sarà ripartito ogni squadrone in dodici squadre eh.e verranno formate ciascheduna da un Ca porale o Carabiniere, nove Soldati montati ed uno smontato. Saranno addetti alle p r ime tre squadre le due Trombe ed il Maniscalco, onde queste tre saranno di dodici teste l'una e di undici resteranno le altre nove squadre. Tre squadre forme ranno una divisione in ogni squad rone ed ogni div isione sarà comandanta e dipenderà per la r esponsabilità al Capitano da uno dei quattro Ufficiali s ubalterni de!Jo squadrone e da un Secondo Sergente o Cadetto ...

In ogni squadrone vi dovevano essere 24 cavalieri, montati alla leggera su cavalli calabresi, con funzioni di fiancheggiatori e di riserva. Essi erano armati con carabine rigate come i cacciatori della fanteria. L'ordine reale sopracitato era seguito dalle disposizioni operative sul modo di passare dai 3132 uomini, di cui si componeva al mom ent o la cavalleria, ai 5392, compresi i Brigadieri, che avrebbe dovuto contare in futuro. I r eggimenti del Re e della Regina componevano la 1 a Brigata modello e venivano formati anche con uomini provenienti dai reggimenti Principe, Napoli, Rossiglione e Tarragona. In realtà per alcuni anni la sola Brigata modello fu al completo di uomini ed equipaggiamento; gli altri reggimenti, infatti, dovevano provvisoriamente contar e due soli squadroni ciascuno, _oltre agli Statj Maggiori e Minori reggimentali. La situazione non subì grosse modifiche fino al momento delle prime mobilitazioni. Ancora sino alla metà del 1794 sei r eggimenti di cavalleria su otto (Borbone, Rossiglione, Napoli, Sicilia, Tarragona e Principe) contavano solo due squadroni e soltanto alla fine del 1794 il reggimento Rossiglione organizzò il terzo squadrone ed il Napoli ne ebbe quattro (35) . Pe r gli impegni assunti nei confronti degli austriaci Ferdinando IV disponeva l'invio di 12 squadroni di cavalleria (tre reggim ent i) nella Lombardia austriaca. Il 5 luglio 1794 la scelta cadde sugli otto squadroni della 1 a Brigata, cioè i reggimenti Re e Regina, con i r ispettivi Stati Maggiori e Minori e si decise la formazione di un terzo reggimento, denominato Principe e colla medesima uniforme del reggimento già esistente collo stesso nome, m ediante la composizione di quat tro squadroni e dello Stato Maggiore reggimentale con uomini forniti dai reggimenti Rossiglione, Tarragona, Napoli, Sicilia e dallo stesso Principe. Questo nuovo reggimento doveva avere la stessa forza dei due reggimenti della prima brigata, cioè ogni squadrone di 135 uomini montati compresi gli ufficiali, e allo Stato Maggiore reggimentale venivano aggiunti due terzi chirurghi in vista della campagna. Il totale del contingente di cavalleria inviato in Lombardia doveva essere di 1686 teste. I comandanti dei corpi furono il colonnello barone Abramo de Bock per il re ggimento Re, il colonnello Enrico barone di Moetsch per il reggimentò Regina ed il colonnello F r ancesco Fcdcrici p er il reggimento Principe. Doveva inoltre essere fo rmato nel regno un Corpo di riserva per i reggimenti in partenza prelevando dieci càvalli per ogni squadrone esistente, cioè 120 uomini montati con due u fficiali, un aiutante, quattro caporali ed un maniscalco. Il corpo di riserva venne costit uito solo alla fine del 1794 e nel mese di dicembre esso contava 1200 uomini circa. Dopo un breve t empo venne disciolto (36). La forza organica di un reggjmento avviato in campagna (562 uomini) in virtù (35) A.S.Na. Cedole Tesoreria Cassa Militare Fs. 67 1. (36) A.S.Na. Cedole Tesoreria Cassa Militare Fs. 67 1.

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delle disposizioni suddette veniva ad essere determinata dal seguente quadro: Stato Maggiore: un colonnello, un tenente colonnello, un primo maggiore, un secondo maggiore, un abilitato o quartier mastro. Stato Minore: due aiutanti, un cappellano, un primo chirurgo, un chirurgo di squadrone, due terzi chirurghi, quattro portastendardi, due forieri, un maestro maniscalco, un maestro sellaio, un armiere ed un profosso. · 4 squadroni, ciascuno su: un capitano comandante o capitan tenente, un primo tenente, un secondo tenente, un primo alfiere, un secondo alfiere, un capo sergente, due secondi sergenti, due cadetti, sei caporali, sei carabinieri, due trombe,

un maniscalco, 110 soldati. Nel gennaio 1796 si emise un ordine affinché i cinque reggimenti Borbone, Rossiglione, Tarragona, Napoli e Sicilia fossero portati alla forza organica completa prevista. Nel marzo 1796 partì dalla capitale il reggimento Napoli cavalleria, sotto gli ordini del brigadiere Prospero Ruiz e del colonnello Antonio Pinedo, per andare ad unirsi agli altri tre già in Lombardia. Il 27 giugno 1796 venne formato il Corpo dei volontari nobili di cavalleria, che f u poi sciolto nel luglio dell'anno successivo. Questo Corpo era forte di 400 uomini inquadrati in 12 squadroni, uno per provincia, ai quali si aggiunsero poi tre squadroni organizzati nelle tre valli in Sicilia. Per comandante del Corpo fu destinato il maresciallo di campo principe di Canneto. Come nel caso della fanteria, da parte di nobili e dignitari del regno vi furono numerose offerte di formare nuove unità da affiancare a quelle dell'esercito regolare. Tra il 1796 ed il 1797 furono formati otto nuovi reggimenti di cavalleria sullo stesso piede di quelli già esistenti: reggimenti Principessa e Real Ferdinando dal conte di Caltanissetta, i reggimenti 1 ° e 2° Principe Leopoldo dal duca di Roccaromana, il reggimento Principe Alberto dal principe di Luperano, il reggimento Rea~Carolina dal marchese Palmieri, i reggimenti 1 ° e 2 ° Abbruzzo dal principe di Moliterno (il 2° reggimento non venne mai completato). Nel 1798 la cavalleria venne a mobilitare con il resto delle truppe; con le leve ed i volontari si cercò di portare al completo i reggimenti. La composizione di ogni reggimento in squadroni e compagnie seguiva il piano del 1788, ma ogni squadrone aveva solo 100 cavalli, chiaro sintomo delle difficoltà che si presentavano nel regno per il reperimento degli animali. Il 23 ottobre 1798 venne creato il Corpo dei Dragoni dello Stato Maggiore dell'esercito della forza di 400 uomini, divisi in due squadroni, con lo stesso numero di ufficiali e sergenti degli squadroni ordinari ed il doppio dei caporali e carabinieri. Il relativo ordine r eale per gli ufficiali richiedeva che gli Uffiziali devono essere dotati di molta attività ed energia giacché questo Corpo fra le altre incumbenze deve servire per covrire le ricognizioni che il Generale in Capite ed il Quar· tier Mastro Generale fanno in vicinanza dell'inimico. La formazione dei due squadroni venne affidata al maresciallo di campo Prospero Ruiz, il quale avrebbe dovuto scegliere gli uomini tra quelli dei reggimenti di cavalleria che non erano destinati ad entrare in campagna, in particolare nei secondi reggimenti formati dal conte di Caltanissetta, dal duca di Roccaromana e dal principe di Moliterno. In realtà anche in questo caso non si raggiunse il pieno organico e vi furono molte difficoltà al reperimento degli uomini; fu quindi stabilito di prendere il personale dal reggimento di Sicilia, di guarnigione di Napoli, e se ciò non fosse bastato di assorbire uomini dai reggimenti 2 ° Leopoldo e 2° Abruzzo.

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-Durante il periodo in cui la corte riparò a Palermo 1'8 febbraio 1799 venne riordinato l'esercito in Sicilia. In base all'ordinanza relativa la cavalleria doveva contare tre reggimenti col nome delle tre valli: Valdimazzara, Valdemone e Valdinoto. Ogni reggimen!O doveva avere quattro squadroni di 150 teste ciascuno, in t otale 620 uomini ivi inclusi i componenti lo Stato Maggiore e Minore. Il reggimento di cavalleria Principe Alberto, che era di stanza nell'isola, restò incorporato nei tre nuovi reggimenti. Il 1° settembre 1799 si fissò un nuovo organico per i reggimenti di cavalleria che si venivano ricomponendo auche nel regno di Napoli, mantenendo in pratica le disposizioni già date in febbraio per i reggimenti siciliani. Con il real ordine del 10 marzo 1800 la cavalleria di linea risultò definitivam ente composta da otto reggimenti, ripartiti in quattro Brigate (la 4a di stanza in Sicilia) a loro volta riunite in due Divisioni: Tabella 15 Reggimento

Re Regina Real Principe 1° Real Principe 2° Real Principessa Valdinoto 2° Valdimazzara Valdinoto 1°

Brigata

Divisione

1a

ia

"

"

za

"

"

"

3a

za

"

" " "

4a "

Note

In Sicilia " " "

Ogni reggimento di cavalleria, secondo gli ordini del settembre 1799, aveva un organico di 621 uomini, 104 dei quali smontati, ripartiti in quattro squadroni di 150 teste l'uno, oltre allo Stato Maggiore e Minore. Lo Stato Maggiore comprendeva: colonnello, tenente colonnello, primo e secondo maggiore e quartiermastro. Lo Stato Minore era formato da due aiutanti, il cappellano, un primo chirurgo ed un chirurgo di squadrone, quattro portastendardi, due forieri, un maestro maniscalco ed un maestro sellaio, un armiere ed il profosso. Ogni squadrone era composto da un capitano comandante (ma il 1° ed il 2° squadrone avevano un capitan tenente), un primo ed un secondo tenente, due alfieri, un capo sergente, due secondi sergenti, due cadetti, sei caporali, sei carabinieri, due trombe, un maniscalco e 125 soldati. In vista delle operazioni nel luglio 1800 fu anche costituito un Corpo di dragoni leggeri su due squadroni con compiti di ricognizione e scorta per lo Stato Maggiore. Questo Corpo raggiunse la forza di circa 350 uomini; esso fu poi clisciolto nel giugno 1801 ed i suoi uomini vennero incorporati nel r eggimento Principe 2° cavalleria. Riportiamo nella successiva tabella 16 la forza dei corpi di cavalleria come risultava al 21 gennaio 1801 e l'anno seguente (37). In Sicilia esisteva inoltre il reggimento Valdemone cavalleria (559 uomini nel 1803). Il 3 Maggio 1802 un real ordine stabilì di r idurre i cavalli di ogni squadrone da 130 a 120. (37) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1126.

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t02

Tabella 16 Reggimento

Forza (uomini inclusi gli ufficiali)

Re Regina Real Principe 1° Real Principe 2° Real Principessa Valdinotò 2° Valdimazzara Dragoni leggeri

Anno 1801

Anno 1802

560 552 553 284 282 573 578 332

465 466 480 408 351 601 545 -

Negli anni successivi la forza dei reggimenti, anche a causa del ridotto reclutamento, andò diminuendo. Secondo un documento francese contemporaneo (38) la forza della cavalleria al gennaio 1806 era la seguente: Tabella 17 Reggimento

Re Regina Real Principe 1° Real Principe 2° Real Principessa Valdinoto 2 '.3Valdimazzara Valdemone

ufficiali

truppa

26 33 42 32 34 31 35 30

478 334 375 333 313 432 355 516

cavalli

336 282 · 308 338 279 351 336 395

note

(dato de l 1805 in Sicilia)

Il 19 g~nnaio dello st esso anno venne stabilito che i quattro squadroni di ogni reggimento di cavalleria raggiungessero la forza (teorica) di 200 uomini; intanto si doveva portarli a 160 teste e 140 cavalli (39) . Nell'aprile 1806, con l'esercito ormai ridotto al solo te rritorio della Sicilia, si stabiliva di trasferire gli uomini dei disciolti reggimenti Re, Regina, Real Principe 2° e Principessa nei reggimenti superstiti Principe Reale (l'ex Principe 1 °), Valdimazzara e Valdinoto per esservi incorporati. · Il 21 luglio 1806 su proposta del maresciallo Acton e di Bourcard, con l'appoggio del parere del generale inglese Stuart, dato che si prevedeva che i reggimenti di cavalleria siciliana Valdimazzara e Valdinoto dovessero cooperare con le truppe inglesi sul continente,· fu stabilito che i due reggimenti suddetti dovessero avere una forza di 400 uomini montati, esclusi gli ufficiali. Il 16 settembre veniva ripristinata in tutto l'esercito la classe dei cadetti e di conseguenza ne venne assegnato uno ad ogni squadrone. Il 9 marzo 1807 il brigadiere Fardella venne designato quale Istruttor e della cavalleria. (38) B.N. Parigi Fs, Fond Italien 1126. (39) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 678.

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La forza complessiva della cavalleria quale risultava alla fine del 1807 è riassunta nel quadro seguente (40); Tabella 18 Reggimento

Principe Reale Valdimazzara Valdinoto Valdemone

Ufficiali

Soldati

43 41

398 286 405 423

36

37

Con la riorganizzazione dell'esercito sancita nel decreto del 28 marzo 1808 il relativo piano prevedeva che la cavalleria fosse composta da tre reggimenti, e cioè Principe Reale, Valdemone e Valdinoto. Il reggimento Valdimazzara, uno squadrone del quale aveva fornito una pessima prova nello scontro di Mileto e che era uscito indebolito in uomini e, soprattutto, in cavalli venne sciolto. Ognuno di detti reggimenti doveva avere una forza di 598 uomini, ripartiti nel seguente modo. La Piana Maggiore doveva comprendere il colonnello, il tenente colonnello, un primo ed un secondo maggiore, il quartiermastro ed il cappellano. La Piana Minore era costituita da due aiutanti, due chirurghi, quattro portastendardi, due forieri, un maniscalco, un sellaio, un armiere, un profosso, un aiutante cavalcatore ed un veterinario. Vi erano poi quattro squadroni di 144 teste ciascuno comprendenti due capitani comandanti, due capitan tenenti, quattro tenenti e quattro sottotenenti, quattro alfieri, quattro primi ed otto secondi sergenti, 24 caporali, 24 carabinieri, otto trombe, quattro maniscalchi, 420 soldati montati e 64 smontati. Gli uomini del reggimento Valdimazzara passarono a completare i ranghi dei reggimenti Principe Reale e Valdemone e nell'artiglieria a cavallo. Nel giugno dello stesso anno venne istituita una giunta di rimonta al fine di provvedere ai bisogni di cavalcature della cavalleria. Il 12 ottobre allo Stato Minore di ogni reggimento vennero aggiunti un primo ed un secondo aiutante. Vari documenti dell'Archivio di Stato di Napoli forniscono informazioni sulla consistenza reale dei reparti. Dall'esame di alcuni di essi si ricava il seguente prospetto sulla forza dei tre reggimenti della cavalleria di linea in date diverse (41) (42). Ta~ella 19 luglio 1811

gennaio 1812

Reggimento

Principe Reale Valdemone Valdinoto

uomini

uomini

cavalli

422 365 424

416 367 424

306 287 296

(40) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1113. (41) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1010. (42) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1144.

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All'inizio del 1812 venne istituito un plotone di Guide (a cavallo) dello Stàto Maggiore dell'esercito, di circa 30 uomini, utilizzando il plotone di cacciatori a cavallo che scortava i carriaggi del treno e del quale conservò molti elementi dell'uniforme. Il reparto continuò a prestare il servizio di scorta. Nel mese di settembre 1812 venne operata una nuova riorganizzazione dell'esercito. La cavalleria, oltre al plotone delle guide dello Stato Maggiore, doveva essere ridotta a due reggimenti denominati semplicemente J O e 2° reggimento di cavalleria, il 1° facente parte dell'armata mobile, ed il 2° di quella stabile. Il reggimento dell'armata mobile si dove va comporre di quattro squadroni,

di tre il secondo. Lo Stato Maggiore era composto da colonnello, tenente colonnello, un primo ed un secondo maggiore, il cappellano ed il quartiermastro. La Piana Minor e comprendeva un primo ed un secondo aiutante, un chirurgo maggiore ed un secondo chirurgo, tre (quattro per il 1° reggimento) portastendardi, due forieri, un maniscalco maggiore, un sellaio ed un armiere, il profosso ed un aiutante cavalcatore. I t re squadroni del 2° reggimento dovevano essere composti da due capit ani comandanti ed un capitano in secondo, tre tenenti ed altrettanti sottotenenti, sei alfieri, tre primi sergenti, sei secondi sergenti, sei cadetti, 18 caporali, 18 carabinieri, sei trombe, tre maniscalchi e 354 privati (termine di derivazione inglese per soldati comuni). Il 1° reggimento aveva la stessa proporzione di soldati e cariche con quattro squadroni anziché tre, per un totale di 472 privati e 24 soldati smont ati per squadrone. Il 28 ottobre dello stesso anno fu però deciso che anziché un reggimento di cavalleria di quattro squadroni se ne formassero due di tre squadroni ciascuno, in modo da avere in totale tre reggimenti di cavalleria, come per il passato. I tre reggiment i vennero ad essere il 1° reggimento, formato con l'ex Principe Reale (colonnello/Fabio CaFacciolo), il 2° ex Valdinoto (colonnello Vincenzo Coglitore), ed il 3° (colonnello Alessandro Lecchese) (43). Il 1° reggimento venne addetto all'armata mobile e gli altri due all'armata stabile. Il 14 novembre 1812, come previsto dal trattato di alleanza con la Gran Br etagna, 200 uomini del reggimento Principe (1 ° reggimento) presero parte alla spedizione contr o i francesi in terra di Spagna. Il 25 novembre era assegnato ad ogni reggimento un aiutante veterinario (44) . Un prospetto dell'ottobre 1813 riporta per la cavalleria il seguente quadro: Tabella 20 Reggimento

I O reggimento

20 30

" "

,, "

Uomini

Cavalli

Note

405

265

(Il I O squadrone a Paler mo, il resto del r eggin:iento in Spagna)

475 235

354 137

Il 2° reggimento di cavalleria nel marzo 1815, poco prima dell'imbarco di uno squadrone per Napoli, era così composto: colonnello, tenente colonnello,. primo (43) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1160. (44) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 925.

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--e secondo maggiore, quartiermastro, cappellano, chirurgo maggiore, primo aiutante, due capitani ed un capitano in 2°, tre tenenti, quattro sottotenenti, cinque alfieri, un primo ed un secondo aiutante, un aiutante cavalcatore, tre portastendardi, due forieri, un maniscalco maggiore, un sellaio maggiore, un armiere, un prevosto, tre primi se·r genti, sei secondi sergenti, sei cadetti, 14 caporali, 18 carabinieri, otto trombi, cinque maniscalchi, 311 comuni, 28 trabanti e 298 cavalli . Nel maggio 1815 questo reggimento, al momento della partenza per Napoli, contava ancora 475 uomini, come l'anno precedente. Nell'agosto 1815 il 1 ° reggimento, di stanza nell'isola, contava 466 uomini,

avendo inglobato 105 uomini di uno squadrone del 3° reggimento che non avevano seguito la loro unità sul continente (45). 6. Artiglieria, Genio e Treno

Tra gli istruttori stranieri chiamati dall'Acton a riordinare l'esercito napoletano giunse al termine del 1787 il colonnello Francesco Renato de Pommereul che ebbe il compito di riorganizzare l'artiglieria sul modello di quella francese. Egli, nominato ispettore dell'artiglieria col grado di brigadiere il 4 gennaio 1788, si pose subito all'opera, sia pure fra notevoli difficoltà, dovute tra l'altro all'incomprensione ed ostilità dell'elemento nazionale, e nell'arco di un anno presentò le proprie conclusioni raccolte nella Ordinanza del Corpo Reale del dicembre 1788. Con questa ordinanza vennero soppressi lo Stato Maggiore, il reggimento ed il corpo politico di artiglieria, le compagnie di artiglieri provinciali, la scuola reale di artiglieria stabilita in Palermo, gli artiglieri ed i fuochisti isolati e sparsi in tutte le piazze ed isole del regno, il corpo degli ingegneri, gli ufficiali aggregati al medesimo, con i soprastanti e i capimaestri a loro sottoposti, fino ad allora esistenti. In loro vece venne creato un nuovo corpo, detto Corpo Reale, che riassumeva in un complesso organico tutte le funzioni dell'artiglieria e del genio, ed era composto da uno Stato Maggiore, da due reggimenti di artiglieria ed una compagnia di artefici, e da vari ufficiali addetti alle direzioni di artiglieria, ai comandi ed alle fabbriche di armi. L'organizzazione del Corpo Reale voluta dal Pommereul era quasi interamente conforme alle ordinanze francesi dell'epoca. Ne differ iva solamente per la r iunione del genio con l'artiglieria. Tale esperimento era stato effettuato in Francia nel 1755, ma era stato annullato dopo soli quattro anni alla morte del generale Valliere, che ne era stato il promotore. Alla organizzazione del Corpo Reale il re rivolse particolari attenzioni. A tal proposito nota il Logerot : Volea egli che l'importante servizio di un tal Corpo si portasse a quel grado di perfezione che attendersi doveasi dal progresso dei lumi del secolo in un mestiere tanto sublime .. Lo Stato Maggiore del Corpo Reale si doveva comporre di due generali (un direttore in capite ed un ispettore), sei colonnelli o direttori, nove tenenti colonnelli o sottodirettori e nove maggiori, che divenivano dieci in caso di stato di guerra. L'ispettore aveva ai suoi ordini una segreteria composta da un primo segretario, due aiutanti ed un disegnatore. Si istituivano inoltre tre commissari di artiglieria con le funzioni e le prerogative di commissari di guerra. (45) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1141.

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L'organizzazione territoriale prevedeva la costituzione di tre direzioni e sei sottodirezioni: la prima direzione in Napoli con le sottodirezioni di Longone e Gaeta, la seconda in Palermo con le dipendenze di Messina e Siracusa e la terza direzione, detta anche dell'Adriatico, instituita in Barletta da cui dipendevano le due sottodirezioni di Pescara e Taranto. Erano state inoltre istituite la direzione e la sottodirezione dell'arsenale in Napoli. Alla direzione.. di Napoli venne destinato il Brigadiere Michele Castagna e a quella dell'Adriatico il Brigadiere Giuseppe Diaz Ramos. La direzione di Palermo rimase inizialmente vacante.

I due reggimenti di artiglieria avevano la denominazione di reggimento del Re artiglieria e reggimento della Regina artiglieria. Ogni reggimento si doveva comporre di 18 compagnie, che divenivano 20 in tempo di guerra, di cui 16 (18 in caso di guerra) erano di artiglieri e due di minatori zappatori. La Piana Maggiore di ogni reggimento era composta da un colonnello, un tenente colonnello, cinque maggiori, due aiutanti maggiori, un primo ed un secondo chirurgo, un cappellano, un tamburo maggiore, un profosso, col rango di caporale, e cinque strumentisti. Il quinto maggiore del secondo reggimento doveva essere nominato solo in caso di guerra, quando fossero state formate le quattro compagnie addizionali. Le compagnie erano raggruppate in due battaglioni, ognuno dei quali era diviso in due brigate e mezza. Le prime due brigate erano composte ognuna da quattro compagnie artiglieri e le due compagnie minatori zappatori componevano la mezza brigata; questa veniva portata ad una brigata intera con l'aggiunta delle due compagnie addizionali di artiglieri in caso di guerra. Ogni compagnia aveva un capitano comandante, un capitano tenente che era distaccato ad altri impieghi ed un tenente, un primo ed un secondo aiutante, un primo sergente, quattro secondi sergenti, quattro caporali, quattro fuochisti, otto primi artigli~ri o minatori zappatori, sedici secondi artiglieri o minatori, un tamburo ed otto allievi in tempo di pace. In tempo di guerra si aggiungevano all'organico sopraddetto altri 24 allievi che portavano la forza di una compagnia a 72 teste. In ogni compagnia erano inoltre ammessi due volontari nobili. La compagnia era poi suddivisa in quattro squadre comandate ognuna da un sergente. Dai ruoli dell'accademia militare dovevano essere scelti un certo numero di cadetti, che dovevano prestare servizio come tali nel Corpo Reale col grado di alfieri di fan te ria. Dei due reggimenti del Corpo Reale uno doveva restare in guarnigione a Napoli ove era stata istituita la scuola di artiglieria; il 1 ° battaglione dell'altro reggimento doveva risiedere nel regno di Sicilia con distaccamenti per presidiare le postazioni lungo le coste dell'isola ed il 2° battaglione doveva guarnire le coste del regno. di Napoli. Venne anche creata una compagnia di artiglieri invalidi, addetti al Corpo Reale, che costituiva al t empo stesso parte del battaglione degli Invalidi. In essa potevano essere compresi solo individui che avessero servito per non meno di 24 anni, di cui almeno 16 nell'artiglieria. La suddetta compagnia, che doveva servire in distaccamenti nelle piazze, direzioni e batterie alle dipendenze dagli ufficiali del Corpo Reale, era formata da quattro aiutanti, sei sergenti, sei caporali e 84 artiglieri in tempo di pace, che potevano divenire sei aiutanti, 10 sergenti ed altrettanti caporali e 104 artiglieri in tempo di guerra. Il cosiddetto corpo politico, in quanto non addetto alle operazioni militari,

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si componeva di una guardia principale, due aiutanti, cinque guardie ordinarie, 16 aiutanti e 36 guardiani. Vi furono successivamente e in tempi diversi aggiunti un controloro (cioè controllore), un fonditore ed il-suo aiutante, tre fuochisti, due armieri ed un maestro della fonderia. Per quanto riguarda gli impieghi di guardamagazzini si distinguevano tre classi: guardamagazzino ordinario, aiutante di guardamagazzino e guardiani. Tra di essi si doveva nominare il guardamagazzino principale ed i suoi due aiutanti. A questi impieghi potevano accedere gli aiutanti maggiori, gli aiutanti, i primi ed i secondi sergenti del Corpo Reale. Venne anche stabilita una scuola per le pratiche ed una per le teorie con cinque professori, come previsto dall'ordinanza. A questo proposito il Logerot, nella sua più volte citata opera, così descrive la situazione: Stabilironsi scuole metodiche di fuochisti, di forze e manovre e di disegno ed esclusivamente per gli Ufficiali di esso Corpo si istituirono scuole sublimi di chimica e di mineralogia sotto la direzione dei due noti professori Gaetano la Pira ed Abate Breislak. Altre tre scuole di matematica, cioè di fisica e di architettura militare ed idraulica ed una grande scuola pratica in Napoli, ed altre due piccole, una in Sicilia ed una sulle coste dell'Adriatico, dovevan pure secondo la propria ordinanza essere stabilite. Gabinetti bene assortiti per quelle due Scuole di chimica e mineralogia, ed una biblioteca in cui raccoglievansi le migliori opere e memorie sul genio, sull'artiglieria, sulla storia militare e sull'arte della guerra, somministravano utilissimi mezzi di perfezionare la propria istruzione a quelli Officiali; un Arsenale dei più perfetti sui piani e sui disegni del Securo, officiale del Corpo, veniva pure stabilito con le norme date da Pommereul così per la costruzione dei nuovi affusti e le altre macchine diretta dai più abili officiali tra i quali distinguevansi Cimmino, Blengini, Giulietti, Decosiron, Dapuy e Montegauder, come per la fusione dei pezzi di artiglieria affidati principalmente al Capitano tedesco Thiasky. Tanto gli affusti quanto i pezzi seguivano le nuove forme e le nuove dimensioni poco prima adottate in Francia in conseguenza de' cangiamenti proposti da Gribeauval sull'esempio degli svedesi e degli alemanni, e la fusione di quei pezzi fece mettere la prima volta in opera col più felice successo la macchina della barena, mentre prima del nuovo stabilimento d'artiglieria i pezzi nell'antico Arsenale della Darsena si fondevano secondo il sistema antico del fonditore Castronuovo, con l'anima, ciò che rendeva quei pezzi non del tutto perfetti per l'esatta direzione de' tiri. Infatti quegli anni furono fecondi di innovazioni per quanto riguarda le fabbriche d'armi: così il 20 aprile 1791 venne stabilita una Fonderia reale e Fabbrica d'armi presso la Mongiana in Calabria Ulteriore, ove esisteva una miniera di ferro e di argilla, e nel 1792 fu decisa la costruzione dell'Arsenale che iniziò nel 1793. Il 25 marzo 1793 fu emanata la reale ordinanza per la formazione degli arti- glieri litorali, divisi in compagnie destinate ad armare in caso di necessità le batterie costiere. Potevano arruolarsi gli abitanti di città e paesi del litorale' che si esercitavano a turno nei giorni festivi. Il 21 agosto 1794 la compagnia degli artefici di artiglieria ebbe un aumento di 24 teste. · Il 5 maggio 1795 il de Pommereul abbandonò Napoli e la direzione dell' artiglieria fu affidata ad una giunta composta da Vincenzo Minichini, Carlo Novi e Giambattista Cimini. A questo proposito il Montù nota che l'unione del genio con l'artiglieria in un sol corpo non ebbe un esito felice poiché abolendo il genio non si stabilì a quale corpo dovessero spettare alcuni compiti di primaria importanza, quali la reda81


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1) Da 24 «il Ferdinando» 2) Da 12 «fl Leopoldo»

3) Da 16 «ii Francesco» 4) Da 4 «C. Alberto»

Cannoni (Regolamento 1792)


1) 2) 3) 4) 5)

Obice da 8 «il Borbone» Obice da 6 «l'Aclon» Morlaio da 8 «Siciliano» Mortaio da 12 «Napoletano» Petriaro «il Vesuvio»

Obici e Mortai (Regolamento 1792)


zione dei piani di campagna, le ricognizioni militari e la topografia, compiti che secondo le ordinanze spagnole ancora vigenti nel r egno di Napoli erano stati fino ad allora prerogative del genio. Nel mese di giugno 1796 mobilitandosi l'esercito si ordinava che il Corpo Reale dovesse servire anche con le artiglierie dei battaglioni di campagna (fanteria). Si emanarono le istruzioni pel direttore generale dei bagagli dell'esercito e pel conduttore generale del treno di artiglieria al cui servizio vennero addetti molti volontari. Sempre con i volontari che si erano raccolti si completarono gli organici sul piede di guerra di molti corpi, tra cui l';:irti.glieria. Il 10 settembre si formavano quattro compagnie di artiglieri ausiliari della stessa composizione delle altre compagnie volontarie formate per i reggimenti di fanteria. Già in agosto era stato ordinato che la metà degli artiglieri litorali dovessero servire le batterie poste ai confini del regno. Il 6 settembre 1796 la brigata degli ingegneri di campagna, creata nel giugno in vista della mobilitazione e alla quale erano affidati i compiti di rilevamento e dei lavori del genio, venne posta agli ordini del colonnello Parisi in qualità di quartiermastro generale dell'Accantonamento, e quindi alle dipendenze dello Stalo Maggiore. Nel 1798 l'artiglieria, sulla b ase delle disposizioni già richiamate, era costituita dai due reggimenti R e e Regina, ciascuno su 20 compagnie di 72 teste, sul piede di guerra, per un totale di 2914 uomini e dal Corpo degli Artiglieri Litorali, ch e contava 1696 uomini. Nel settembre dello stesso anno, come già durante la mobilitazione del 1796, impiegando circa 650 miliziotti della lega straordinaria si formavano quattro compagnie di artiglieri ausiliari. Il 16 ottobre un tale ordine decretava ~a formazione di u n battaglione di Pionieri sue due compagnie, ognuna di esse della forza di 140 pionieri e 20 maestri d'ascia. Tale battaglione era addetto allo Stato Maggiore dell'esercito. Venne anche formata una compagnia di pontonieri compren dente sedici marinai, undici calafati e nove maestri d'ascia. Le vicende del 1799 intaccarono profondamente la compagine dell'artiglieria. Tale arma perdette infatti un gran numero di valenti ufficiali - compromessisi con la repubblica o sospetti di simpatie giacobine - t ra condannati, esuli volontari, esiliati o esonerati dall'impiego per motivi politici. Negli anni successivi una buona parte di questi ufficiali venne poi richiamata in servizio, sia pure se assoggettata ad una certa sorveglianza. In Sicilia nel febbraio 1799 fu operata un prima riorganizzazione delle truppe di artiglieria che si erano pot ute raccogliere nell'isola. Il Corpo Reale venne riorganizzato su 17 compagnie, compresa quella di artefici, ognuna di 72 teste, per un totale di 1294 teste, inclusa la forza dello Stato Maggiore del éorpo. Nell'ottobre 1799 fu presentato al ministro Acton un nuovo Piano di composizione ed organizzazione della novella Artiglieria, e del Genio, mediante il quale si decretava formalmente l'aboliziorie del Corpo Reale dell'artiglieria e del genio, degli artiglieri litorali, delle compagnie di artefici e degli artiglieri invalidi. In loro vece venivano creati due nuovi corpi, la regale artiglieria ed il genio. L'artiglieria, secondo le proposte non portate poi completamente ad effetto, si doveva comporre di uno Stato Maggiore generale, 12 brigate di bombardieri cannonieri di quattr o compagnie di 142 uomini ciascuna, di 12 compagnie di artefici e di una brigata di artiglieri invalidi, il Genio di una brigata di minatori, una di zappatori ed un certo numero di ufficiali. 84


I due corpi erano peraltro soggetti ad un solo direttore generale. I componenti di essi dovevano superare un attento scrutinio sulla loro fedeltà al trono e sul loro passato comportamento nei confronti della .repubblica. L'artiglieria doveva avere una organizzazione territoriale nei quattro ripartimenti di Napoli, Gaeta, Pescara e Lecce. Tale riorganizzazione procedeva in realtà molto a rilento, anche a causa dei lunghi e scrupolosi scrutini a cui venivano sottoposti gli artiglieri del disciolto esercito. Il 18 luglio 1800 per supplire alla scarsezza del numero degli artiglieri, mentre si diramavano disposizioni agli Ispettori della fanteria per il loro arruolamento, si davano anche disposizioni perché due squadre di ogni battaglione della fanteria di linea fossero istruite nel servizio dell'artiglieria da campagna. · Il 27 agosto 1800 si stabiliva di riordinare provvisoriamente tutti i distaccamenti di artiglieria che erano al seguito dei diversi corpi di truppa, alcuni anche di volontari, nella città e nel regno di Napoli e nello Stato della Chiesa. Tutti gli artiglieri esistenti si riordinavano in quattro brigate di quattro compagnie ciascuna della forza di 72 teste, secondo la composizione prescritta nell'ordinanza del 1788. La 4 a brigata venne costituita con gli artiglieri presenti nello stato romano. In ogni brigata vi doveva essere anche una compagnia addetta all' artiglieria volante, cioè l'artiglieria ippotrainata. Il 23 dicembre 1800 si decideva di riunire i pontonieri, che seguivano l'esercito in campagna, in una compagnia composta da un capitano comandante, un capitan tenente, un primo ed un secondo tenente, un primo e otto secondi sergenti (di cui due marinai, due calafati, due ramari ~ due falegnami), dodici caporali.(di cui quattro marinai, due calafati, due falegnami, due forgiatori), 60 marinai, due rotai, due falegnami di sottile, due forgiatori, due aiutanti di forge, due limatori, otto calafati, quattro ramari, sedici falegnami di mare ed un tamburo per un totale di 120 teste. La compagnia doveva essere considerata come una compagnia addetta all'artiglieria. Alla stessa data era ordinata la riduzione del battaglione dei pionieri ad una semplice brigata, composta da una Piana Maggiore (primo maggiore comandante la brigata, un aiutante maggiore, un quartiermastro, un cappellano, un chirurgo, un tamburo maggiore, un foriere, il profosso) e quattro compagnie di 142 teste l'una, composte ognuna da un capitano comandante, un capitan tenente, un primo ed un secondo tenente, due primi e due secondi aiutanti, un primo e otto secondi sergenti, otto caporali e otto caporali in secondo, 16 primi e 32 secondi pionieri, 64 allievi ed un tamburo. Nel 1810 il Corpo di Artiglieria aveva la seguente organizzazione: Tabella 21

Stato Maggiore reggimento Re reggimento Regina un battaglione in Sicilia

159 ufficiali - 1846 sottufficiali e truppa

compagnia Artefici compagnia Pontonieri brigata Pionieri Treno e Bagagli

106 uomini 124 uomini 590 uomini 14 ufficiali - 241 truppa

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I reggimenti di artiglieria erano organizzati come era stato stabilito nel 1788. La brigata dei pionieri e la compagnia dei pontonieri continuavano a rimanere agli ordini del capo di Stato Maggiore dell'esercito. Nel corso del 1801 la brigata pionieri venne destinata a Torre Annunziata per essere impiegata nei lavori del canale del Sarno ed altri simili dall'Ispettore delle reali manifatture militari. Il Corpo del treno e de' regi bagagli era ripartito in quattro divisioni; i suoi aiutanti ed ufficiali erano assimilati a quelli del Corpo Reale. ¡ Questo corpo forniva anche il servizio della regia posta della casa reale e dei trasporti militari; esso aveva una amministrazione propria retta da una apposita giunta. In realtà , nel gennaio 1801 l'artiglieria era ancora formata dalle sole quattro brigate previste nel 1800 per un totale di 1112 uomini; in Sicilia vi erano due compagnie per un totale di 127 uomini; la compagnia artefici contava 66 individui; la brigata pionieri con 360 teste era appena oltre il 50% dell'organico; la compagnia pontonieri aveva solo 57 uomini; il Corpo del genio era formato da 28 ufficiali. Ad essi si dovevano aggiungere anche 860 artiglieri litorali che, sia pure con compiti di milizia territoriale, disimpegnavano mansioni artiglieresche nel servizio delle batterie costiere (46). Nel 1803 venne formata una brigata di artiglieria a cavallo riorganizzando nel contempo le truppe di artiglieria (47). Infatti sulla base delle esperienze delle guerre appena concluse si ritenne indispensabile ridurre l'artiglieria dei battaglioni e puntare su artiglieria di posizione (artiglieria a p iedi) e batterie montate. Venne condotto un apposito studio e, sulla base delle proposte avanzate, un ordine reale stabilÏ che dei tre battaglioni di artiglieria esistenti nel regno di Napoli se ne formassero solo due, che dovevano costituire un reggimento di 18 compagnie, della forza ognuna di 72 teste, da portarsi a 20 in caso di guerra, cosÏ come era previsto nella ordinanza del 1788. Tali compagnie erano riunite in cinque .brigate, quattro di quattro compagnie ed una di due, quest'ultima da aumentarsi a quattro in caso di guerra. La sa brigata doveva essere formata dalla brigata pionieri, che per effetto dell'ordine veniva ridotta a due sole compagnie, e che avrebbe assunto la denominazione di brigata pionieri-minatori-zappatori. Le prime compagnie delle quattro prime brigate, sino al momento denominate di artiglieria volante o leggera, dovevano essere considerate come ogni altra compagnia di artiglieria a piedi. Venne quindi prevista' la formazione di una brigata di artiglieria a cavallo, da considerarsi parte del reggimento di artiglieria di Napoli come ogni altra delle suddette brigate per quanto avesse riguardato la tenuta, la disciplina e l' amministrazione, ma che avrebbe avuto una direzione separata per quanto riguardava il servizio e l'istruzione. La brigata era composta da uno Stato Maggiore, formato da un maggiore, un aiutante maggiore, un cappellano, un secondo chirurgo, un maniscalco maggiore, un maestro sellaio, un armiere ed un profosso, e da quattro compagnie. Ogni compagnia era composta a sua volta da un capitano comandante, un tenente, un primo ed un secondo aiutante, un primo e quattro secondi sergenti, quattro caporali, quattro fuochisti, otto primi e 32 secondi artiglieri, 16 allievi, un trombetta, un maniscalco. (46) A.S.Na A.R.C.R. Fs. 1126. (47) A.S.Na Aff. Est. Es. 6914.

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Per formare tali compagnie si destinarono un certo numero di sottufficiali e soldati di cavalleria. Nel corso del 1802 in Sicilia il Corpo del genio venne separato da quello dell'artiglieria e questa venne riorganizzata formando un nuovo battaglione del Corpo Reale, su nove compagnie ognuna della forza di 48 teste sul piede di pace. A questo proposito bisogna rammentare che l'amministrazione dell'esercito nel regno di Sicilia era separata da quella di Napoli. Questa separazione venne poi sanzionata anche a Napoli. Infatti il 16 ottobre 1804 il generale Fortiguerri, quale direttore della Segreteria di Guerra, riordinò nuovamente il Corpo dell'Artiglieria riammettendovi un certo numero di ufficiali che avevano perso l'impiego per motivi politici e, nel richiamare in vigore per l'artiglieria l'ordinamento del 1788, stabiliva che il Corpo del genio formasse dipendenza separata dall'artiglieria, e che il suo comandante dovesse riferire direttamente alla Segreteria di Guerra. La dipendenza dell'artiglieria della Sicilia doveva continuare a essere separata da quella di Napoli. La brigata dei pionieri e la compagnia dei pontonieri continuavano ad esistere con la loro organizzazione. Il 9 ottobre 1805 fu decretata una nuova pianta sperimentale per la durata di un anno per il treno e regi bagagli. Il Corpo doveva avere u na Piana Maggiore di quattro ufficiali e un primo maniscalco, un primo sellaio ed un primo magazziniere nella Piana Minore. La 1 a e la 2 a divisione dovevano essere formate da un ufficiale, un aiutante, quattro sergenti, un maniscalco, un sellaio, otto caporali, 43 vetturini con 108 muli ciascuna. La 3a e 4a divisione dovevano comporsi di un ufficiale, un aiutante, un ~ergente, un sellaio, sei caporali e 38 vetturini con 120 animali. Vi era inoltre una divisione di riserva formata da un aiutante, due sergenti, 'un maniscalco, quattro caporali, 38 vetturini e 50 quadrupedi. Il 19 gennaio 1806, in preparazione delle operazioni imminenti, un ordine reale imponeva che i due reggimenti di artiglieria si portassero sul piede di guerra stabilito di 20 compagnie per reggimento, della rispettiva forza di 75 teste inclusivi gli ufficiali, e che anche la brigata pionieri passasse al piede di guerra portando a 146 uomini ciascuna delle sue quattro compagnie. E' probabile che gran parte di questi provvedimenti siano rimasti lettera morta, data la lentezza con cui affluivano le reclute e lo scarso tempo a disposizione per mandare ad effetto tali ordini. L'invasione da parte dei francesi del regno portò, come è noto, alla dissoluzione pratica dell'esercito; sole poche unità, tra cui diversi elementi dell'artiglieria, ripararono in Sicilia o in Calabria, oltre alle truppe di presidio a Gaeta. Per rinforzarne la guarnigione alla fine del mese di aprile 1806 si organizzò in Sicilia una compagnia di artiglieria s ul piede di guerra da inviare nella fortezza assediata, togliendo gli uomini dall'artiglieria dei battaglioni della fanteria. Il 27 maggio con i pionieri esistenti in Sicilia si formava una compagnia della forza di 100 teste, esclusi gli ufficiali. Metà della compagnia, 50 uomini con due ufficiali ed un sergente artificiere, vennero poi inviati anch'essi a Gaeta (48). Il 21 luglio 1806, in previsione di una lunga permanenza nell'isola, si emanava un ordine per lo stabilimento di un grande arsenale di artiglieria in Messina. (48) A.S.Na A.R.C.R. Fs. 678.

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affidato Al corpo di spedizione del 1807, al principe di Assia Philipstahl per tentare la riconquista del regno partendo dalle Calabrie, vennero destinate quattro compagnie di artiglieria da formarsi con gli artiglieri riparati in Messina, provenienti dai ranghi del reggimento Re artiglieria, e con 48 individui del battaglione del reggimento Regina della stessa arma, che erano di guarnigione in Messina. Alla spedizione vennero anche associati tutti i pionieri presenti nella piazza di Messina. Il 1° gennaio 1807 si riunivano in un unico corpo la compagnia di pionieri partecipante alla spedizione in Calabria e gli individui che si andavano raccoglie.ndo in Palermo per una seconda compagnia, formando una mezza brigata di pionieri di due compagnie, ognuna delle quali avrebbe dovuto avere 146 uomini, così suddivisi, a norma del dispaccio del 23 dicembre 1800: un capitano comandante, un capitan tenente, un tenente, un sottotenente, due primi e due secondi aiutanti, un primo e otto secondi sergenti, otto caporali, otto caporali in secondo, 16 primi e 32 secondi pionieri, 64 allievi ed un tamburo. · In realtà ancora nel maggio 1807 la compagnia pionieri in Calabria era giunta alla forza di sole 73 teste. Insieme ai pionieri prestavano servizio alcuni ufficiali del Genio. Mentre era in corso la spedizione del principe d'Assia, il 25 maggio 1807 venne formata una mezza compagnia di artiglieria a cavallo, seguita a pochi giorni dalla formazione di una giunta di artiglieria e dalla organizzazione di un nuovo 1° battaglione del reggimento R e artiglieria. Si emanarono disposizioni affinché i due battaglioni venissero portati al completo degli organici con il reclutamento. Infatti il 30 maggio 1807 un ordine reale prescriveva che fosse portato al piede di guerra il 1° battaglione del reggimento Re artiglieria, con il proposito di impiegarlo in Calabria, utilizzando a tal fine gli individui di detto battaglione giunti da Napoli in Sicilia attraverso la Calabria, e con gli altri appartenenti alle compagnie X e XIV del 2° battaglione Regina artiglieria venuti da Gaeta. Lo Stato Maggiore del battaglione avrebbe dovuto comprendere un colonnello, un primo maggiore comandante la 1 a brigata, due altri maggiori comandanti la 2 a e 3 a brigata, un primo aiutante maggiore graduato di capitano, un cappellano ed un primo chirurgo. Costituivano il battaglione 10 compagnie, di cui una era già in Calabria. Altre tre compagnie complete, che dovevano avere un impiego rapido, furono formate immediatamente, radunando anche il treno necessario al trasporto delle artiglierie e delle attrezzature. Da Napoli erano intanto giunti numerosi artefici e pontonieri con i quali si formava una nuova compagnia di artefici pontonieri (49). Nell'autunno 1807 fu creato un Ufficio topografico, addetto allo Stato Maggiore dell'esercito, al quale vennero affidati, all'inizio dell'anno segu ~nte, i rilievi per la realizzazione di una carta geografica della Sicilia. Uno stato di forza dell'esercito al 29 febbraio 1808 (tabella 22) fornisce il quadro per quanto riguarda i Corpi dell'artiglieria, genio e treno (50) . Con la riorganizzazione dell'esercito del 28 marzo 1808 naturalmente anche i Corpi dell'artiglieria e del genio vennero riordinati. I primi battaglioni (con gli organici r idotti) dei reggimenti Re e Regina e la mezza compagnia di artiglieria a cavallo dovevano essere riuniti in un unico reggimento di artiglieria, composto (49) A.S.Na Segr.Ant. Fs. 272. (SO) A.S.Na A.R.C.R. Fs. 11 13.

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Tabella 22 Reparto 1° battaglione Re Artiglieria 1° battaglione Regina Artiglieria treno e regi bagagli compagnia artefici pontonieri compagnie pionieri

ufficiali 56 46 12 3 8

.

sottufficiali e truppa 558 347 179 71 130

di quattro brigate di quattro compagnie di artiglieria a piedi ciascuna, e di una mezza brigata di due compagnie di artiglieri a cavallo. La Piana Maggiore doveva essere composta da u n colonnello (Francesco Saverio del Re), un tenente colonnello, da cinque maggiori, da un primo ed un secondo aiutante maggiore e da un cappellano. La Piana Minore era composta da un primo ed un secondo chirurgo, da un tamburo maggiore, un caporale dei tamburi, da dieci strumentisti ed un professo. Ogni compagnia di artiglieria a piedi era formata da un capitano comandante, un capitan tenente, da un tenente, un alunno, un primo ed un secondo aiutante, da un primo sergente, quattro secondi sergenti, quattro caporali, quattro fuochisti, un tamburo, otto primi artiglieri, otto secondi artiglieri e da 16 allievi per un totale di 57 teste. Una compagnia di artiglieria a cavallo era composta da un capitano comandante, due tenenti, un primo ed un secondo aiutante, un primo e tre secondi sergenti, un caporal foriere, tre caporali, otto fuochis ti, due trombe, un sellaio ed un maniscalco, 30 primi e 48 secondi artiglieri per un totale di 1O1 teste. Doveva inoltre essere formata una compagnia di artefici e pontonieri composta da un capitano comandante, un capitan tenente, un tenente, un primo ed un secondo aiutante, un capo sergente, un sergente foriere, cinque sergenti, cinque caporali, cinque capi maestri, un tamburo, 15 artefici di 1 a classe, 15 di 2a e 30 di 3 a classe per un totale di 83 teste. La direzione delle artiglierie delle Piazze era composta dal direttore (colon nello Antonio Alvarez de Leon), tre sottodirettori tenenti colonnelli in Siracusa, Messina e Trapani, un tenente colonnello per le batterie del cratere di Palermo, nove capitani tenenti di residenza e guardamagazzini di varie classi. La direzione dell'Arsenale doveva essere composta dal direttore colonnello Michele Pucce Molton, da sottodirettori e vari ufficiali. Nell'aprile 1808 si stabiliva anche la formazione di una banda dell'artiglieria composta da nove elementi, che dovevano essere forniti dal reggimento di guarnigione (51 ) . Il 12 ottobre 1808 impiegando individui dei due disciolti battaglioni cacciatori,Calabro e Carolina vennero cosliluile due compagnie Úi artiglieri ausiliari, composte ognuna da un primo sergente, quattro secondi sergenti, quattro caporali, un tamburo e 60 comuni, agli ordini di un capitano comandante ed un aiutante. I due primi sergenti venivano sèelti tra i secondi sergenti del reggimento di artiglieria . Nel piano del genio e pionieri della stessa data di quello dell'artiglieria il brigadiere Patrizio Guillamat veniva nominato comandante del Corpo reale del genio. (51) A.S.Na Segr. Ant. Fs. 279.

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• Ricoprivano la carica di direttore e sottodirettore due tenenti colonnelli, cui si aggiungevano un maggiore, diversi ufficiali, alunni e soprastanti (equiparati agli aiutanti di artiglieria) e capi maestri. II Corpo dei pionieri si componeva di una mezza brigata, ossia due compagnie ognuna delle quali era formata da un capitano comandante, un capitan tenente, due tenenti, due sottotenenti, un primo ed un secondo aiutante, un primo e quattro secondi sergenti, quattro caporali, quattro sottocaporali, due tamburi, un piffero, 14 primi e 28 secondi pionieri, 56 allievi per un totale di 122 teste. Una rivista passata al Corpo il 31 ottobre 1809 mostra peraltro che gli organici erano ancora lontani dal massimo teorico: erano infatti presenti 142 persone, mancando al completamento ben 104 individui (52). Il 15 aprile 1808 venne riordinata anche la regia direzione del treno di artiglieria e regi bagagli, che in forza dell'ordine reale doveva contare 357 uomini e 570 animali. La Piana Maggiore della medesima doveva comprendere un direttore generale, un sottodirettore capo del consiglio di amministrazione, un comandante di dettaglio di servizio militare e comandante della 1 a divisione, un aiutante maggiore colle funzioni di controloro per la contabilità e di un cappellano. La Piana Minore si componeva di un chirurgo, un veterinario, un magazziniere, un capo sellaio ed un capo maniscalco. Nella suddetta direzione vi dovevano essere cinque divisioni, le prime due addette al servizio dell'artiglieria a cavallo, ciascuna della forza di 62 uomini, cioè un comandante, un aiutante, due primi e due secondi sergenti, due maniscalchi, un sellaio, otto caporali, 45 comuni e 110 animali; la 3a e la 4a divisione erano addette all'artiglieria di campagna della forza ciascuna di 58 uomini, cioè un comandante, un aiutante, due primi e due secondi sergenti, un maniscalco, un sellaio, otto caporali e 43 comuni e 100 animali; la 5 a divisione era destinata al traino dell'artiglieria di montagna, da adattarsi al servizio di linea in caso di necessità, della forza di 59 uomini e 100 animali similmente ripartiti come nelle divisioni di linea. Il Corpo aveva anche un deposito della forza di un aiutante, un secondo sergente, un maniscalco, un sellaio, due caporali e 10 comuni e 20 animali. Al deposito era anche unito un plotone di cacciatori a cavallo della forza di 30 uomini, cioè un comandante, un aiutante, un primo ed un secondo sergente, un maniscalco, due caporali, un tromba e 20 cacciatori con la dotazione di 20 cavalli. Il suddetto plotone era addetto allo Stato Maggiore Generale e in caso di imp iego in campagna si poteva aumentarne la forza a seconda del bisogno con individui provenienti dalla cavalleria. Il 19 novembre 1810 al maresciallo Acton venne conferita l'ispezion e del treno. Una situazione della forza di tutto l'esercito e della dislocazione dei corpi all' 1 settembre' 1809 ci fornisce i dati esposti nella tabella 23. Il 18 luglio 1810 si formavano sette compagnie, di 53 teste l'una, con 371 individui degli artiglieri litorali scelti tra quelli più adatti al servizio militare. Pochi giorni dopo si formava anche una squadra di artefici fonditori per la fusione dei proietti; questa doveva essere considerata come una 6a squadra aggiuntiva alla compagnia artefici pontonieri (53). (52) A.S.Na A.R.C.R. Fs. 1050. (53) A.S.Na A.R.C.R. Fs. 919.

90


â&#x20AC;˘

Tabella 23

reggimento a piedi ..

mezza brigata a cavallo compagnie ausiliarie pontonieri

ARTIGLIERIA . -. 847 nella piazza d i Palermo, 97 in Messina, 44 in Siracusa, 135 in Trapani, 19 in Augusta, 17 in Milazzo, 25 nei castelli e 30 nelle isole di Lipar i e di Ustica. 166 nella Piazza di Palermo. 134 in Palermo, 79 in Palermo. GENIO

pionieri

108 in Palermo, 110 in Messina.

Artiglieri litorali:

444 a Palermo, 532 in Messina, 168 a Siracusa, 180 a Trapani, 29 a Favignana, 53 a Marsala, 38 a Mazzara, 218 ad Augusta, 19 nel Castello di Termini imerese, 27 in quello di Licata, 69 in quello di Catania, 24 nell'isola di Pantelleria, 160 e 47 rispettivamente in quelle di Lipari ed Ustica.

Il 29 ottobre 1810 il generale britannico Stuart ottenne il permesso della Corte di potere formare con sudditi siciliani un piccolo corpo di artiglieria di 200-300 uomini, da adibire al servizio delle barche armate. Durante la loro permanenza in Sicilia gli inglesi organizzarono, sempre con sudditi siciliani, un corpo del treno che aveva uniformi simili a quelle dell'armata regia. Il 13 novembre 1811 si portava ad 80 il numero di artiglieri litorali nell'isola di Pantelleria. Il 1° aprile 1811 il Corpo dei pionieri era stat o riordinato su una brigata di . quattro compagnie, composta ognuna da un capitano comandante, un capitan tenente, un tenente, un sottotenente, un primo ed un secondo aiutante, un primo e quattro secondi sergenti, quattro caporali e quattro sottocaporali, due tamburi, un piffero, 14 primi e 28 secondi pionie ri e 56 allievi. Uno st ato della forza dell'esercito al gennaio 1812 fornisce il seguente quadro degli effettivi (54) . Tabella 24

reggimento artiglieria compagnie artiglieri ausiliari mezza brigata artiglieria a cavallo compagnia artefici e pontonieri 3 compagnie pionieri treno di artiglieria e corpo politico

758 teste 101 175 uomini e 140 cavalli 81 253 362

t:

261 ~avalli

In seguito alle pressioni inglesi l'esercito venne riorganizzato il 17 settembre 1812 dividendolo, come si è già detto, in due corpi: l'Armata mobile, destinata alle operazioni (soprattutto in Spagna) ed una Armata stabile destinata alla guarnigione del regno. Nell'Armata mobile vi era una divisione di artiglieria e treno composta nel modo seguent e: (54) A.S.Na A.R.C.R. Fs. I 144.

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maggiore; Piana Maggiore: un maggiore ed un aiutante Piana Minore: chirurgo maggiore, profosso, sellaio; tre compagnie costituite da tre capitani, tre capitani in secondo, tre tenenti, tre alfieri, sei aiutanti, tre primi sergenti, 10 secondi sergenti, 14 caporali, 14 fuochisti, tre tamburi, tre maniscalchi, 63 primi e 62 secondi artiglieri, 126 allievi, 62 conduttori e 15 trabanti con 156 animali pel servizio del treno. Alcuni dei sottufficiali erano addetti al servizio del treno. La compagnia di artiglieria a cavallo era formata dal capitano, due tenenti, un primo ed un secondo aiutante, un primo sergente, tre secondi sergenti, un caporal foriere, tre caporali, sei fuochisti, due trombe, un sellaio, un maniscalco, 34 primi e 50

secondi artiglieri, 5 trabanti e 111 animali. La compagnia era interamente montata. Il 4 novembre 1812 ebbe luogo u n leggero riordinamento dell'artiglieria, apportando solo qualche lieve modifica rispetto a quanto stabilito in settembre. In conseguenza di ciò il corpo venne ad essere costituito da un comandant e generale, un reggimento, un corpo politico ed una compagnia artefici (55). Il reggimento era posto sul piede di tre brigate di artiglieria a piedi ed una compagnia di artiglieria a cavallo; la 2 a compagnia montata, quella addetta all'armata stabile, era stata contestualmente disciolta. La Piana Maggiore comprendeva il colonnello - che era anche direttore d el corpo politico-, il tenente colonnello, tre maggiori di brigata, un aiutante maggiore di compagnia, un quartiermastro - col grado di tenente - ed un cappellano. Costituivano la Piana Minore: un primo ed un secondo chirurgo, il caporal tamburo, il caporal profosso e 10 trabanti. Ogni brigata era divisa in quattro compagnie. Ogni compagnia era cosÏ costituita: capitano comandante, capitano in secondo, due tenenti, un alunno (cioè cadetto), un primo aiutant e, un secondo aiutante, un sergente maggiore, tre secondi sergenti, un caporal foriere, tre caporali, tre fuochisti, 12 primi artiglieri, 24 secondi artiglieri, 12 allievi, un tamburo e cinque trabanti. In tempo di guerra si triplicava il numero degli allievi. La compagnia era divisa in tre squadre, ogni squadra in. due sezioni. Ad ogni compagnia era assegnata una divisione di artiglieria . su sei pezzi. La costituzione della compagnia di artiglieria a cavallo era quella già indicata nel piano del settembre per la compagnia dell'Armata mobile. Il corpo politico era formato da tenente colonnello direttore dell'arsenale, un maggiore direttore della sala di montatura e manifattura delle armi, un tenente colonnello commissario, cinque guardamagazzini di 1 a e 14 di 2 a classe; un guardia principale (addetto ai conti del corpo politico), un suo aiutante, un aiutante fonditore, due rivisori e quattro trabanti. Infine, la compagnia degli artefici era costituita dal capitano comandante, da un tenente, due aiutanti, un primo sergente, un sergente furiere, sei secondi sergenti, cinque caporali, cinque capi maestri, 18 artefici di 1 a classe, nove di 2 a e 21 di 3a classe, oltre a due trabanti per un totale di 72 uomini. Facevano parte del genio gli ingegneri di piazza, comandati dal direttore colonnello G.B. Mei, e comprendenti un tenente colonnello esercitante le funzioni di sottodirettore, un maggiore, due capitani comandanti e due capitani tenenti, quattro t enenti (due piazze delle quali erano però al momento vacanti), otto primi ed otto secondi aiutanti e otto capimaestri . (55) A.S.Na A.R.C.R. Fs. 924.

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Appartenevano anche al genio la brigata degli ingegneri di campagna, nuova denominazione della brigata dei pionieri, formata dalla Piana Maggiore del corpo e da quattro compagnie per un totale di 354 uomini, e gli ingegneri topografici (che costituivano il 3° ripartimento dello Stato Maggiore Generale) formati da un tenente colonnello, lin maggiore, quattro capitani in secondo e due tenenti. Al momento di rientrare a Napoli il genio ricevette una nuova organizzazione divenendo Corpo reale del genio. Era costituito ora da tre dipartimenti: quello delle piazze, quello di campagna ed il 3 ° dipartimento, ossia quello topografico, che contirìuava a far parte anche dello Stato Maggiore dell'esercito; gli organici rima-

sero praticamente invariati. · Anche le truppe del treno ricevettero nel 1812 una nuova organizzazione insieme al resto dell'esercito. Il. Corpo del treno di conseguenza veniva ad essere composto dal tenente colonnello direttore, un capitano sottodirettore, un cappellano, un secondo chirurgo, un aiutante veterinario ed un magazziniere, un capo ed un secondo sellaio, un foriere oltre ad una divisione formata da due alfieri, due sergenti, 13 caporali, due maniscalchi e 91 privati (cioè soldati comuni), con un plotone montato di cacciatori, consitente in un alfiere, un primo ed un secondo sergente, un tromba, due caporali e 18 cacciatori. Per potere espletare il loro servizio erano assegnati 18 cavalli per il plotone e 169 per il treno. Un nuovo adeguamento della forza dell'esercito siciliano all'l ottobre 1813 per quanto riguarda i corpi dell'artiglieria e genio ci fornisce la seguente situazione: Colonna mobile:

- 3 compagnie di artiglieria a piedi p er un totale di 268 uomini (2 in Spagna ed una in Messina); - compagnia di artiglieria a cavallo: 109 uomini e 93 cavalli (in Palermo); - divisione del treno: 49 uomini e 75 cavalli (in Spagna). Colonna stabile:

- artiglieria: 9 compagnie di artiglieria a piedi, dislocate nel regno, per un totale di 585 individui; · compagnia artiglieri pontonieri: 70 uomini (in Palermo); direzione di artiglieria: 29 persone (in Palermo); genio: ingegneri di Piazza: 32 persone; ingegneri di campagna (ex brigata pionieri): 305 uomini; ingegneri topografici: 7 persone. treno: 201 uomini e 186 animali. I pezzi di artiglieria da campagna erano costituiti da sei bocche da fuoco da

12, quattro da 8, 21 da 4, cinque obici da 6 e 18 pezzi da 4 per l'artiglieria ·da montagna. Il 22 febbraio 1814 si riorganizzava nuovamente la Piana Maggiore del Corpo Reale di artiglieria, che veniva ad essere composta da un direttore generale, un colonnello comandante il reggimento, due colonnelli direttori per le piazze e l'arsenale; tre t enenti colonnelli sottodirettori; tre tenenti colonnelli comandanti le tre brigate del reggimento, rimanendo nel contempo abolita la classe dei maggiori nel corpo (56). (56) A.S.Na A.R.C.R. Fs. 926.

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7. Corpi di Casa Reale Compagnia delle Reali Guardie del Corpo

Il real ordine del 28 giugno 1785 (57) fissò un nuovo piede per l'antica compagnia delle reali guardie del corpo. La creazione di questa compagnia risaliva al 1734, cioè al momento della nascita del regno di Napoli indipendente sotto la dinastia borbonica. I componenti del Corpo dovevano essere tutti rappresentanti della primaria nobiltà. Nel corso degli anni si erano venute modificando le disposizioni iniziali e, nell'ambito delle più generali riforme avviate da Acton, si decise di porre ordine anche in questo corpo privilegiato. L'organico, sulla base delle disposizioni del 1753 e del 1767, variato in aumento nel corso degli anni, fu fissato in un capitano (principe di Stigliano col rango di ufficiale generale) e lo stipendio di 132 ducati mensili; un tenente con 90 ducati; un alfiere con 74; due esenti con 58 ducati mensili ciascuno; due altri esenti con lo stipendio di 53 ducati; da quattro a sei esenti soprannumerari; un aiutante con 60 ducati; un foriere maggiore con 16 ducati; un cappellano ed un chirurgo a 18 ducati; un timballiere a 14 ducati; un ferraro ed un sellare a 7 ducati ciascuno; due brigate, composte di due brigadieri con 36 ducati, quattro sottobrigadieri a 30 ducati; due portastendardo a 15 ducati; due trombe a 14 ducati; due primi cadetti a 17 ducati, due secondi cadetti a 14, due terzi cadetti a 12, due quarti cadetti a 11, sei cadetti soprannumerari a 1O, e 120 guardie a 8 ducati mensili. Quindici guardie di ogni brigata erano smontate e dovevano prestare servizio a piedi. Assistevano la compagnia per il governo dei cavalli ed il riordino delle scuderie 26 mozzi, 13 per brigata. Secondo la relazione dell'ambasciatore veneto al proprio Senato la compagnia nel 1790 contava 160 individui (58) e raggiunse i 180 uomini nel 1791 ancora sotto il comando del principe di Stigliano. Nel 1794 la compagnia era così costituita, secondo quanto previsto: un capitano, un tenente, un alfiere, dieci esenti, quattro brigadieri, cinque sottobrigadieri, tre trombe, un timpano, un aiutante, un chirurgo, un ferraro, un sellare, due portabandiera, due primi, due secondi, due terzi e quattro quarti cadetti, tre cadetti soprannumerari, e 115 guardie con 105 cavalli di real conto, cioè cavalli per il cui mantenimento provvedeva l'erario direttamente, anziché il proprietario come nel caso degli ufficiali (59). Il 31 ottobre 1795, a causa delle infiltrazioni massoniche nella compagnia, essa fu sciolta e in sua vece ne venne creata una nuova. Le guardie esistenti vennero impiegate come ufficiali nei corpi dell'esercito. Il nuovo real corpo delle guardie conservava i vecchi ufficiali (col grado di ufficiali generali), ma le guardie furono scelte tra tutti gli ufficiali dell'esercito, che venivano qestinati a tale incarico a turno. Il Corpo doveva essere composto da un generale comandante (principe di Stigliano, il precedente capitano della compagnia), da un generale ispettore (principe di Canneto), due generali maggiori uno dei quali soprannumerario (marchese di Arienzo e don Giuseppe Minutolo), cinque esenti proprietari e cinque esenti soprannumerari, due aiutanti maggiori, un quartiermastro, 73 teste di Piana Minore, e cinque capitani dell'esercito, tre di (57) A.S.Na. R.O. vol. 69 bis. (58) A.S.Ve. Senato, Dispacci, f. 166. (59) A.S.Na. Amm. Cedole Tesoreria Cassa Mii. n . 671.

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fanteria e due di cavalleria, nove primi tenenti, cinque di fanteria e quattro di cavalleria, 40 secondi tenenti e 24 alfieri di cavalleria che dovevano svolgere servizio di guardie a cavallo e 80 secondi tenenti di fanteria, che prestavano servizio di guardie a piedi, per un totale di 248 teste. La Piana Minore era composta da un cappellano, un chirurgo, un timpaniere, tre trombe, un sellaro, un ferraro, un armiere, due sergenti invalidi di cavalleria e due di fanteria, 40 invalidi di cavalleria e 20 di fanteria. I compiti delle guardie del corpo rimasero immutati; il generale comandante prendeva il Santo (cioè la parola d'ordine) e l'ordine direttamente dal sovrano; il generale ispettore aveva il compito di vigilare sul buon ordine dei quartieri e del corpo di guardia e sulla proprietà della tenuta; il generale maggiore doveva comandare nelle manovre. Con lo scioglimento dell'esercito conseguito agli avvenimenti del 1799 le guardie del corpo, ad esclusione della classe dei loro ufficiali, furono praticamente abolite. Il 5 gennaio 1799 si smobilitava la compagnia, trasferendone tutte le proprietà, tra cui le bandoliere distintivo del corpo, in Sicilia. Dopo il ritorno della corte da Palermo a Napoli il 22 febbraio 1801 venne pubblicato un nuovo Piano della real compagnia delle Guardie del Corpo. In base ad esso la Piana Maggiore doveva essere costituita da un capitano, un tenente, un alfiere proprietario ed uno soprannumerario, un aiutante, un furiere maggiore, un cappellano, un chirurgo, un timpaniere, un sellaro ed un ferraro. La compagnia doveva poi essere divisa in tre brigate, composta ognuna da due esenti proprietari e due soprannumerari, un brigadiere, un sottobrigadiere, un tromba, un portastendardo, cinque cadetti proprietari e due soprannumerari e 55 guardie (60). In realtà si trovò impiego per i soli ufficiali, mentre le guardie non vennero nominate, probabilmente a causa della scarsa fiducia del sovrano verso molti esponenti della nobiltà e dell'esercito compromessisi con le idee rivoluzionarie e forse anche a causa delle ristrettezze economiche in cui versava il regno assoggettato a gravose contribuzioni come riparazioni di guerra ai francesi. Va infine notato che dal 1800 molte delle funzioni di guardia alle persone reali e ai palazzi erano state affidate al corpo dei granatieri reali . Ancora nel 1804-1805 la compagnia, come risulta dal calendario di corte relativo a quegli anni, era costituita solo dagli ufficiali e dagli esenti; r isultano infatti presenti soltanto il capitano (marchese di Arienzo), un tenente (Giuseppe Minutolo), le cariche di alfiere e aiutante non sono ricoperte, vi sono poi sei esenti proprietari, otto soprannumerari, ma mancano tutte le guardie. La stessa situazione esisteva all'inizio del periodo siciliano; in seguito nella compagnia entrarono alcuni principi siciliani, ma non si sono reperite dettaglia- te informazioni sulla sua composizione. La riforma dell'esercito del marzo 1808 prevedeva la ricostituzione della compagnia delle reali guardie del corpo, comandata dal generale ispettore maresciallo principe di Ruoti, in vacanza del generale comandante. Doveva la compagnia essere comandata, come per il passato, da un capitano, un tenente, un sottotenente ed un alfiere (tutti col grado di generale o b rigadieri dell'esercito), da una classe di esenti, tutti tenenti colonelli, brigadieri e sottobrigadieri che dovevano essere scelti tra i capitani e tenenti dei corpi di linea, i ca(60) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1145.

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• detti scelti tra quelli più anziani dell'esercito che avessero avuto i requisiti di nobiltà necessari per far parte del corpo (61 ). La compagnia venne ricostituita su ranghi ridotti, essenzialmente gli ufficiali, esenti e cadetti, e su questa base accompagnò i reali nel loro rien tro a Napoli nel 1815. Alabardieri

L'origine della antica reale cnmpagnia degli alabardieri risale ancora più indietro nel tempo della fondazione della dinastia borbonica, in quanto una guardia di alabardieri era sem pre esistita presso i viceré spagnoli ed austriaci. All'arrivo di Carlo a Napoli il Corpo fu ricostituito con i vecchi alabardieri, con l'aggiunta di altr i elementi e di nuovi ufficiali e con l'adozione di nuove uniformi con la livrea di casa reale, abbandonando le vecchie uniformi modellate su quelle della guardia svizzera dei papi. Il 25 giugno 1736 fu pubblicata una ordinanza che fissava la composizione ed i compiti della compagnia; i suoi ufficiali dovevano esser e ufficiali superiori dell'esercito, ed il capitano, come per le guardie del corpo, dipendeva direttamente dal re, ment r e agli alabardieri non era consentito di svolgere altra funzione oltre al servizio reale. La compagnia era divisa in quattro squadre ed una di esse montava giornalmente la guardia al palazzo. Alla notte insieme alle guardie del corpo gli alabardieri presiedevano alla chiusur a delle porte del palazzo. Dovevano inoltre accompagnare il re nelle parate e nelle funzioni pubbliche e al suo ingresso nelle chiese. Le r iforme avviate da Acton coinvolsero anche tutte le truppe di casa r eale, abolendo antichi privilegi e portando n ovità in ogni campo. Con il r eal ordine del 25 giugno 1784 la vecchia compagnia venne soppressa ed in sua vece ne venne creata una nuovapel servizio della Corte nella comunicazione de' biglietti d'ordine che occorrono passarsi dal Real Appartamento, dal Maggiordomo Maggiore, per quello che concerne gli avvisi di annunzi necessari per la R eal Cappella e finalmente per li dispacci che dalle R eali Segreterie di Stato dovranno rimettersi in questa Capitale. La composizione di questa compagnia doveva essere la seguente: due sergenti, quattro caporali e 36 alabardieri sotto il comando di un capitano di fanteria dell'esercito. Un sottufficiale e otto alabardieri dovevano sempr e esser e pronti al servizio durante il giorno ed altri sei dovevano essere in quartiere; di notte si r ichiedeva la presenza di almeno due alabardieri così da poter trasm ettere i m essaggi più urgenti, visto che questa era oramai la ragion di vita della compagnia (62). Anche per il vicerè di Palermo era prevista una compagnia di alabardieri; quest'ultimo corpo non faceva però parte della pianta organica dell'esercito per cui non sono sempre disponibili informazioni sulla sua composizione. L'amoasciatore veneto (!.ella sua r elazione del 1790 forniva comunque per le due compagnie una forza di 86 uomini in totale (63) . Nelle disposizioni emanate sulla ricostituzione dell'esercito del 10 marzo 1800 si stabiliva l'organico della compagnia degli alabardieri in Napoli (quelli di Palermo continuavano a non far parte della pianta dell'esercito) in un capitano, un te(61) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1145. (62) A.S.Na. R.O. voi. 69 bis.

(63) A.S.Ve. Senato, Dispacci, f. 166.

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... nente, un sergente detto anche preposto (antica denominazione), tre caporali preposti, un dragonante e 55 alabardieri (64). Il 14 gennaio 1801 la compagnia era comandata dal tenente colonnello Giacinto .Garofalo ed era .composta da una sergente, quattro caporali, un graduato da_çaporale e 34 alabardieri; sui fondi del corpo gravavano inoltre 15 alabardieri giubilati (65). · L' 11 maggio erano consegnate 60 alabarde di nuovo modello (66). Nel giugno dell'anno seguente la forza della compagnia era di 56 teste e il capitano era ancora il tenente colonnello Giacinto Garofalo. La compagnia seguì i reali nella ritirata in Sicilia del 1806; alla fine del 1807 essa risultava composta dai tre ufficiali previsti in organico (compreso l'ispettore) e da 59 soldati (67). Il principe di Aci era l'ispettore del Corpo. Egli propose il seguente organico per la compagnia: un capitano, un tenente proprietario ed uno soprannumerario onorario, un prevosto, un cappellano, quattro cadetti, quattro caporali, un foriere, un tamburo e 90 alabardieri. Nell'aprile 1809 la compagnia era riorganizzata con un aumento iniziale di organico di altri 20 alabardieri. Peraltro la riorganizzazione procedeva a rilento: ancora nel 1810 i comuni erano 55 (68), mentre nel gennaio 1812 la forza totale saliva a 83 uomini (69). La riorganizzazione dell'esercito del settembre 1812 contemplava l'esistenza di una compagnia alabardier'i, inclusa nell'Armata stabile (7°). Nell'agosto 1815, dopo il ritorno a Napoli del re, gli alabardieri erano ancora in guardia al palazzo reale a Palermo e la compagnia contava 112. teste (7 1). Granatieri reali e volteggiatori di S.A.R.

Il primo embrione di un reparto di granatieri della Guardia Reale, dopo lo scioglimento delle Reali Guardie svizzere ed italiane operato sul finire degli anni 1780, si deve fare risalire a due battaglioni di granatieri russi, àel corpo di spedizione inviato contro i francesi nel 1799, cui furono ben presto affiancati due altri bàttaglioni di granatieri nazionali. Entrambe le unità erano sotto il comando di un generale russo e i due battaglioni nazionali erano addestrati e vestiti secondo i metodi russi. · Con la generale riorganizzazione dell'esercito nel 1800 si ebbe la formazione ufficiale del corpo. Il reale ordine e piano di due battaglioni di granatieri nazionali della guardia reale del 1°- aprile 1800 segnava quindi la nascita ufficiale del Corpo, che rimarrà in vita sino al 1861. Con questo ordinè, integrato da quello del 29 gennaio 1801, veniva confermata la formazione di 2 battaglioni di granatieri nazionali da servi- re per la Guardia Reale in unione dei due Ra.ttaglinni di Granatieri Russi tutti sotto gli ordini del Tenente Generale Borosdin... come Comandante in capite ed Ispettore. (64) (65) (66) (67) (68) (69) (70) (71)

S .N.S.P. F. Logerot «Memorie Storiche... » Ms. XXVIC-6. A.S.Na. Exc. Fs. 602. A.S.Na. Scrivania di Posizione Fs. 218. A.S .Na. A.R.C.R. Fs. 918. A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 920. A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1144. A.S.Na. A.R:C.R. Fs. 1160. A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1146.

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Q

I due battaglioni dovevano essere comandati da un colonnello ed ogni battaglione si doveva comporre di quattro compagnie. Lo Stato Maggiore del corpo era formato dal colonnello, un tenente colonnello, due maggiori, due aiutanti di campo col grado di secondi tenenti, un quartiermastro ed un cappellano. Lo Stato Minore comprendeva due scrivani, un capo banda, nove strumentisti, due suonatori di piattini, un tamburo maggiore, un suonatore di gran cassa, u n chiru rgo maggiore, due secondi chirurghi, un armiere, quattro suoi garzoni, un profosso e quattro trabanti (ossia attendenti degli ufficiali). Nel 1° battaglione, portante il n ome del colonnello, la 1 a compagnia era composta da un capitan tenente, due tenenti, un sergente maggiore, otto sottufficiali, tre tamburi, due pifferi, un guastatore, 138 granatieri compresi due soldati privilegiati, un barbiere, un pratico (di chirurgia) e 12 t rabanti. La 2a e 3a compagnia erano della stessa composizione, con soli cinque trabanti, e la 4a ne aveva otto. Il 2 ° battaglione portava il nome del tenente colonnello. La 1 a compagnia aveva la stessa composizione di quella del 1° battaglione, ma con soli quattro tamburi, uno dei quali un tamburo maggiore, senza pifferi e con dieci trabanti. Le altre tre compagnie erano analoghe a quelle del 1° battaglione. Gli strumenti a disposizione della banda erano due clarinetti, due oboè, due flauti, due corni da caccia, un fagotto ed un serpentone (72) . · Gli organici subirono qualche lieve modifica negli anni seguenti. Un documento del 1802 (73) ci fornisce un quadro della forza del Corpo, che, sotto l'ispezione del tenente generale duca della Salandra, contava all'epoca 41 ufficiali e 1328 tra sottufficiali e soldati, in totale 1369 uomini rispetto ai 1384 previsti, quindi praticamente al completo a differenza della grande maggioranza degli altri corpi militari che rimanevano fortemente sotto l'organico. Una rivista passata al Corpo nel gennaio 1805, poco prima che prendessero l'avvio gli avvenimenti che portarono all'occupazione francese della parte continentale del regno, trova il reggimento pressoché alla stessa forza, cioè 1346 uomini, con l'indicazione parziale della distribuzione dell'età: 888 uomini erano di età compresa t ra 21 e 30 anni, 257 tra 31 e 40 anni, ed 82 oltre i 40 anni (74) . Ancora nel gennaio 1806 il Corpo contava 44 ufficiali e 1257 sottufficiali e soldati (75) . Un battaglione era destinato ad accompagnare il principe ereditario in Calabria per poi pa ssare in Sicilia. Il 2° battaglione, rimasto sul continente, seguì probabilmente la sorte della quasi totalità dei reparti regolari risultando disperso. Oramai nell'isola il 31 dicembre 1806 il 1° battaglione granatieri guardie reali, l'unico rimasto in piedi, in Palermo contava 596 effettivi, ivi compreso il generale comandante. Nel dicembre dell'anno successivo il Corpo, com posto ancora da un solo h::ittaglione, constava di 25 ufficiali e 562 sottufficiali e soldati. Al battaglione era stata aggregata la compagnia di cacciatori di Sua Altezza Reale (in seguito detti volteggiatori di S.A.R.) formata da cinque ufficiali e 123 sottufficiali e truppa. Il p iano di riforma dell'esercito del 28 marzo 1808 prevedeva la formazione di un reggimento di granatie ri guardie reali, in luogo del battaglione fino a quel (72) (73) (74) (75)

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A.S.Na. R.O. Voi. 209. A.S.Na. Segr. ant. Fs. 236. A.S.Na. Segr. Ant. Registri 2. Johnston.


â&#x20AC;˘

momento esistente. Il 30 marzo era emanato l'ordine di attuazione, contenente il piano della guardia reale. In base ad esso il reggimento di granatieri guardie reali si doveva comporre della Piana Maggiore e Minore e di due batta glioni, ciascuno di quattro compagnie. Ogni compagnia doveva constare di un capitano, un capitan t enente, un tenente, un sottotenente, un primo sergente, tre secondi sergent i, sei caporali, tre t amburi, due pifferi, un guastatore e 113 granatieri. La Piana Maggiore era composta dal colonnello generale ed ispettore (un u fficiale generale, almeno maresciallo di campo, che era insignito del grado di colonnello nel reggimento), da u n colonnello coman dante, da un tenente colonnello,

da un primo ed un secondo maggiore, un aiutante maggiore, un tenent e quartiermastro ed un cappellano. La Piana Minore si doveva comporre di due aiutanti graduati da alfieri, un chirurgo maggiore, due secondi chirurghi, due forieri che avevano il grado di aiutanti, un tamburo maggiore, un caporale dei tamburi ed uno dei guastatori, dieci strumentisti, un tamburo per la gran cassa, due strumentisti per i piattini, un armiere, un sottoarmiere ed un profosso. Vi erano inoltre 39 trabanti addetti agli ufficiali dei bat taglioni. ¡ In caso di mobilitazione uno dei due battaglioni avrebbe dovuto partire con l'armata di campagna. Al reggimento, come già accennato, vennero aggregate due compagnie di volteggiatori di Sua Altezza Reale una per ciascun battaglione, la seconda creata con l'ordine del 30 marzo. Il loro organico venne fissato in in capitano, un capitantenente, un t enente ed un sottotenente, un primo sergente, quattro secondi sergenti, sei caporali, tre trombe, quattro trabanti e 118 comuni, oltre un cappellano assegnato al Corpo. Il 2 aprile dello st esso anno si stabilÏ di creare la riserva dell'armata con il reggimento granatieri guardie reali e con i tre battaglioni di granatieri formati unendo le compagnie granat ieri dei reggimenti della fanteria di linea. Una rivista passata al Corpo il 25 gennaio 1809 trovava il reggimento, comandato dal tenente colonnello Massimo Selvaggi, pressochÊ al completo: infatti mancavano 36 uomini (ridottisi a soli 12 nel settembre) per raggiungere la forza organica prevista in 1161 teste. Al r eggimento erano addette le due compagnie di volteggiatori di S.A.R., che mancavano di 15 teste (solo 5 a settembre) al completo di 281. Il 27 settembre 1809 si decise di aumentare a duecent o il numero dei comuni delle due compagnie dei volteggiatori di S.A.R.; il 21 novembre 1810 essendosi quasi raggiunto quel n umero si aggiungevano ad ogni compagnia un secondo sergente e due caporali in modo che ogni compagnia fosse inquadrata da un primo sergente, cinque secondi sergenti ed otto capor ali. Nel gennaio 1811 gli ufficiali dei granatieri reali e dei volteggiatori rea,li erano equiparat i, nei ruoli dell'esercito, agli ufficiali del grado immediatamente superiore a quello da loro rivestito nel Corpo. Una rivista passata al reggimento nel luglio 1811 t rovava 1117 uomini nel reggiment o granatieri e 385 nelle due compagnie volteggiatori di S .A.R. C6). Il 17 settembre 1812 la nuova rist rutturazione dell'esercito, che prevedeva la costituzione di due Armate (o Colonne), una detta mobile e l'altra stabile, stabiliva che dell'Armata mobile facesse parte un battaglione di granatieri reali, e che (76) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1010.

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dell'Armata stabile facessero parte due battaglioni di guardie reali, uno composto da siciliani e l'altro da napoletani. Il battaglione granatieri reali dell'Armata mobile doveva essere composto con gli uomini del r eggimento granatieri e delle compagnie volteggiatori reali esuberanti rispetto alla scelta che doveva essere fatta dallo Stato Maggiore per la formazione dei due battaglioni dell'Armata stabile. Questo battaglione doveva essere composto da uno Stato Maggiore con un colonnello comandante, un maggiore, un aiutante maggiore, un cappellano ed un quartiermastro. Lo Stato Minore era formato da un aiutante, u n chirurgo maggiore, du e forieri, il capor ale dei guastatori, un profosso e l'armiere. Le quattro compagnie avevano un capitano, un capitano in seconda, un tenente ed un sottotenente, due cadetti, un primo sergente, tre secondi sergenti, sei caporali, sei carabinieri, tre tamburi, due pifferi, un guastatore ed un numero imprecisato di soldati, a seconda di quanti ne sarebbero avanzati dalla formazione degli altri due battaglioni dell'Armata stabile, oltre a 22 trabanti per tutto il Corpo. I due battaglioni dell'Armata stabile, composti come già detto l'uno di siciliani e l'altro di napoletani, dovevano avere due compagnie ciascuno. Lo Stato Maggiore era formato da un colonnello generale, un tenente colonnello comandante, un aiutante m aggiore, un cappellano ed un quartiermastro. Lo Stato Minore era formato da due aiutanti, un chirurgo maggiore, un pratico di chirurgia, due forieri, un tamburo maggiore, un caporal tamburo ed un caporale dei guastatori, dieci strumentisti, un suonatore di gran cassa, un suonatore di timpano, un armiere ed un p rofosso. La composizione delle compagnie doveva essere simile a quella delle compagnie del battaglione dell'Armata mobile, ma con il numero di comuni fissato in 141 per compagnia. Il 18 ottobre erano nominati gli ufficiali del battaglione dell'Armata mobile, ad eccezione del colonnello. Il principe della Cattolica era nominato ispettore e comandante dei due battaglioni di guardie reali. Al completamento del battaglione siciliano mancavano 102 comuni, detti nei documenti dell'epoca con termine di derivazione anglosassone privati, che si stabilì di pren dere tra i skiliani esistenti nei battaglioni dei granatieri di linea (che vennero sciolti) dando la precedenza a coloro che avevano il distintivo della veteranza e quindi ai più meritevoli. Nello stato militare di Sicilia del 1° ottobre 1813 il battaglione reali granatieri della Colonna mobile contava 597 uomini (in Spagna), mentre nella Colonna stabile in Sicilia, a Palermo, il battaglione reali guardie siciliane contava 344 uom ini e 323 uomini era la forza del battaglione reali guardie napoletane. Il 22 settembre 1814 il re ordinava che il battaglione reali granatieri (Armata mobile) fosse consider ato nelle onorificenze come i due analoghi battaglioni di guardie reali. Pochi giorni dopo, il 4 ottobre, integrando quanto già prescritto, si stabiliva che il sud detto battaglione, intanto rientrato dalla Spagna, prestasse servizio irì unione con quelli delle guardie reali e passasse pertanto sotto 1'ispezione ed il com ando del prinçipe della Cattolica. In novembre il battaglione partiva per la campagna d'Italia, che sarebbe culminata nella presa di Genova. Esso r isultava composto da uno Stato Maggiore di cinque persone, uno Stato Minore di ven tisei, di cui dodici strumentisti, e quattro compagnie per un totale di 338 granatieri, 39 fiancheggiatori, nove pifferi, dodici tamburi e nove guastatori oltre ai sottufficiali ed ufficiali che portavano la forza di ognuna di esse ad essere compresa tra 146 e 149 uomini. Il battaglione guardie siciliane e quello delle guardie napoletane, rimasti in 100


Sicilia e partiti poi per Napoli nel maggio 1815, contavano rispettivamente 347 e 327 teste, pressapoco la forza di due anni prima (77). Cacciatori Reali

Il giorno 8 marzo 1777 fu decisa dal re, che era un appassionato dell'arte venatoria, la formazione di una compagnia di reali cacciatori addetta al suo servizio particolare per accompagnarlo nelle cacce. La compagnia fu costituita con 66 individui, dal grado di sergente in giù, estratti da vari r eggimenti dell'esercito. In

un secondo tempo fu aggiunta una seconda compagnia al Corpo. Dato il servizio particolare svolto da questo Corpo esso faceva in pratica parte della Casa reale. Il 23 novembre 1799 venne pubblicato un piano dei cacciatori reali. In questo piano la forza del Corpo doveva essere di due compagnie di 100 teste l'una, composte ognuna da un capitano, un primo ed un secondo tenent e, due alfieri, due primi e du e secondi sergenti, otto caporali, due tamburi e due pifferi e 79 soldati. Ogni compagnia era poi divisa in quattro p lotoni, di cui tre di fanteria ed uno di cavaller ia. Il Corpo aveva uno Stato Maggiore formato da un aiutante maggiore, la cui piazza venne in seguito però abolit a, un capitano, un segretario ed un chirurgo. Dopo l'invasione del regno da parte dei francesi, insieme ad altri Corpi dell'esercito, il 27 maggio 1806 venne ricostituito in Sicilia il Corpo dei cacciatori reali . Qualche tempo dopo, in settembre, alla forza iniziale della compagnia, alla quale furono addetti quattro cadetti, furono aggiunti 22 individui, che appartenevano già al Corpo quando si trovava nel regno di Napoli e che erano in seguito passati in Messina per raggiungere le armi reali. Il 16 agosto 1811 il Corpo fu nuovament e riorganizzato, riunendo in due compagnie distinte la cavalleria e la fanteria, e chiamandolo Corpo dei pionieri e cacciatori reali. Il Corpo venne nuovamente dichiarato di Casa reale e si doveva comporre di uno squadrone di cavalleria (cacciatori) di 100 teste e di una compagnia di pionieri (a piedi) della stessa forza. 8. Invalidi

Il 16 maggio 1745 venne formato nel regno di Napoli il battaglione degli invalidi, su 6 compagnie di circa 100 teste l'una, per dare una sistemazione ai veterani dell'esercito di Carlo di Borbone che avendo partecipato alla conquista del regno ed avendo ancora combattuto in Lombardia contro gli austriaci erano rimasti inabili al servizio attivo. Tl battaglione era soggetto all'ispettore della fanteria. Uno dei principali compit i era quello di presidiare le torri marittime del regno. Il Corpo forniva poi uomini destinati a svolgere le più svariate incombenze rtegli uffici e nelle amministrazioni militari. I sottufficiali più validi venivano spesso impiegati per inquadrare i reparti di miliziotti o dei corpi volontari. Il 12 dicembre 1756 al battaglione fu aggiunta una compagnia di artiglieri invalidi, dislocata in Abruzzo. Nel 1774 il battaglione fu portato da 7 a 9 compagnie, che dovevano essere dislocate nel seguente modo: la compagnia del comandante in Napoli, le altre com(77) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1141.

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• pagnie in Salerno, Calabria Citra, Calabria Ultra, Lecce, Bari, Pescara, Siracusa e Presidi di Toscana, oltre a fo rnire distaccamenti in molte piazze e torri. Rimasto fino alla fine degli anni novanta con circa mille uomini in organico, il battaglione nel gennaio 1801 contava invece oltre 2000 persone, effetto delle campagne di guerra che si erano succedute. Il 2 febbraio 1802 fu deciso di creare un battaglione di deposito di invalidi su 4 compagnie di 100 uomini anche a Palermo, per il r egno di Sicilia. Nel gennaio 1806 alla ripresa delle ostilità contro i francesi il battaglione a Napoli contava 67 ufficiali e 1054 tra sottufficiali e comuni. Alla fine dello stesso anno il battaglione in Palermo, che aveva ricevuto uomini da Napoli (ed altri erano stati passati agli invalidi) contava 81O effettivi. Il 27 marzo 1807 l'ispettore degli invalidi, Brigadiere Cusani, propose una nuova forma per il Corpo. Venne ricostituito un battaglione di invalidi la cui forza organica era di 854 teste, divisa in otto compagnie di forza diseguale ripartite nel seguente modo nelle piazze del r egno: 1 a compagnia (1 a Valdimazzara) di 147 teste in Palermo; 2a compagnia (2a Valdimazzara) 101 teste divise tra Trapani, Taormina, Mazara, Favignana e Maretino; 3 a compagnia (1 a Valdemone) 75 uomini in Messina e Milazzo; 4 a (2a Valdemone) compagnia di 165 teste in Lipari, Ustica e Capri; 5a (1 a Valdinoto) 113 teste in Siracusa e Città reale; 6a (2 a Valdinoto) 78 uomini in Augusta e Catena; 7a compagnia Costa di Mezzogio rno 112 teste in Girgenti, Licata, Sciacca e Pantelleria ed 8 a compagnia, deposito, in Palermo con 57 teste. Lo Stato Maggiore del battaglione, che doveva risiedere in Palermo, era composto dal colonnello comandante, un maggiore, un aiutante maggiore, un quartiermastro, u n cappellano ed un chirurgo. La riorganizzazione dell'esercito comportò, in un primo tempo, il passaggio agli invalidi di un consistente numero di individui, tanto che alla fine del febbraio 1808 gli invalidi erano in numero di 1765 con 32 ufficiali. Con molti di questi uomini venne poi costit uito il reggimento di guarnigione di linea, per cui alla fine del 1808 gli invalidi effettivamente presenti nei ruoli del battaglione erano ridotti a circa 740, che diminuirono ancora lievemente (circa 720) l'anno seguente. Le modifiche strutturali dell'esercito varate nel 1812 prevedevano che vi fosse un reggimento di invalidi facente parte dell'Armata stabile. Il reggimento doveva essere composto da cinque compagnie per un totale di 530 uom ini. Nell'estate del 1815 il reggimento contava circa 600 uomini. 9. Le milizie

Come tutti gli stati italiani ed europei del Settecento anche il regno di Napoli e di Sicilia aveva delle milizie, a r eclutamento e dislocazione locali, composte da volontari èhe si esercitavano alla domenica nelle città sedi dei comandi di compagnie e che venivan o raccolte una volta l'anno per un brevissimo periodo di istruzioni e m anovre (78). Primo compito di queste milizie era quello di tutelare l'ordine pubblico e di difender e le coste da eventuali incursioni barbaresche. Scopo secondario era qu ello di avere disponibili delle riserve, anche se poco addest rate, (78) Dovrebbero esser trattati in questa sede gli artiglieri litorali ed i cacciatori volontari d i frontiera che erano reclutati con gli stessi sistemi e prestavano il medesimo servizio a carattere saltuario delle milizie. Per motivi esenzialmente pratici, però, si è preferito trattarne, come il lettore avrà già notato, nei paragrafi dedicati all'artiglieria ed alla fanteria leggera.

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da immettere in caso di necessità nell'esercito che - come diceva in un suo dispaccio del 1782 re Ferdinando - composto di soldati stipendiati, e unicamente addetti alle militari funzioni, non poteva esser molto numeroso senza nuocere all'agricoltura, alle arti, al commercio, colla privazione di tante braccia utili, e senza gravare il popolo coll '-eccedenti contribuzioni, che il suo mantenimento richiederebbe. L'istituzione delle milizie nel regno di Napoli risaliva al 1563quando il vicerè Afan de Rivera aveva organizzato in t utto il territorio a lui sottoposto, t ranne che nella capitale, un hattaglione di milizia, forte dapprima di 74 compagnie di 300 uomini salite poi a 124. Sopravvissuto al vice-regno spagnolo ed a quello austriaco il battaglione di milizia era stato riorganizzato come milizia provinciale da Carlo III n el 1743 e nel 1782 un R. Dispaccio del 17 ottobre aveva r iordinato radicalmente l'intera materia. Ora la milizia provinciale doveva esser composta da 120 compagnie di 125 uomini, volontari tra i 18 ed i 36 anni, di buona condotta, che si impegn avano a prestare, per dieci anni, un servizio saltuario (otto giorni l'anno per le r iviste, un'adunata annuale nella stagione meno adatta ai lavori nei campi, esecitazioni domenicali e servizio straordinario in caso di necessità). Ogni compagnia si reclutava in un distretto e qui doveva prestare servizio. Qualche privilegio di natura fiscale e giurisdizionale (il miliziotto era sottoposto al foro militare, più sollecito dei tribunali ordinari nel tutelare i suoi diritti) ed un'uniforme da indossare in servizio servivano a far affluire un numero di volontari sufficienti, altrimenti si ricorreva all'estrazione a sorte. Gli ufficiali erano, in genere, ufficiali già appartenenti all'esercito e non più in grado di prestare servizio attivo, che si avvalevano di forieri, scelti all'interno delle compagnie, per la gestione amministrativa. Un ufficiale superiore comandava poi tutte le compagnie di una stessa p rovincia. La Terra di Lavoro aveva 20 compagnie di milizia agli ordini di due ufficiali superiori, come eccezione, ufficiali che risiedevano rispettivamente ad Aversa ed a Sessa. Il Principato Citra aveva 13 compagnie, con sede del comando a Campagna, il Principato Ultra ne aveva 11 con comando a Mon tefusco, la Basilicata 10 con comando a Matera, le due Calabrie 22 con comando ad Amantea, la Terra di Bari 8 con comando a Bari, la Terr a d'Otranto 7 con comando a Lecce, la Capitanata 11 con comando a Lucera, l'Ab ruzzo Citra 7 con comando a Chieti e l'Abruzzo Ultra 8 con comando all'Aquila (79). Tra il 1792 ed il 1798, come si è visto, la milizia provinciale venne progressivamente immessa nell'esercito, dato ch e ad ogni reggimento di fanteria erano addetti, sin dal tempo di pace, 600 miliziotti della p rovincia in cui il reggimento era stanzia to. Molti miliziotti parteciparono poi nel 1799 alla riconquista del regno, fornendo alle masse elementi dotati di una certa preparazione militar e. Nel 1800 con il duplice intento di ricostituire le milizie provinciaH e di sistemare in qualche m odo diversi elem enti delle masse che uon si potevano, o non si volevano, inquadrare nelle t r uppe regolari, il re con un dispaccio del 12 luglio istituiva le milizie urbane (di:Napoli e dintorni) e provinciali, da porsi sotto la protezione del principe ereditario, con un ufficiale gener ale come ispettore e comandante in capo. Come sub-ispettori provinciali c'erano poi i presidi (prefetti) delle provincie e, per la Terra di Lavoro, il governatore della piazza di Capua. Il dispaccio prevedeva la formazione di ben sessanta reggimenti di fanteria e cavalleria (79) Da F. Frave th La milizia provinciale del regno di Napoli -

Napoli -

1786.

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(soltanto per Napoli, dove già nel novembre del 1799 era stata organizzata una guardia urbana a piedi e a cavallo, erano previsti 14 reggimenti di fanteria e 4 di dragoni). I reggimenti prendevano il nome della provincia o del suo capoluogo ed avevano, all'interno di ogni provincia, un numero ordinale. Quelli di fanteria erano su due battaglioni di otto compagnie fucilieri ciascuno, oltre allo Stato Maggiore ed allo Stato Minore reggimentali, quelli di dragoni erano su quattro squadroni, oltre ovviamente a Stato Maggiore e Minore, secondo la tabella 25 qui riportata. Tabella 25 Reggimento di fanteria provinciale del 1800

Stato Maggiore: Colonnello Tenente Colonnello Primo Maggiore Secondo Maggiore Aiutante Maggiore Quartier Mastro 2 Cappellani

Stato Minore: 2 Aiutanti 2 Chirurghi 4 Portabandiera 2 Forieri Profosso 2 Armieri

Compagnia: Capitano Tenente Secondo Tenente 2 Cadetti Primo Sergente 2 Secondi Sergenti 4 Caporali 4 Carabinieri 2 Tamburi 2 Pifferi 107 soldati

Reggimento di dragoni provinciali del 1800

Stato Maggiore: Colonnello Tenente Colonnello Primo Maggiore Secondo Maggiore Quartier Mastro 2 Cappellani

Stato Minore: 2 Aiutanti 2 Chirurghi 4 Portastendardo 2 Forieri 2 Maestri Maniscalchi 2 Maestri Sellai 2 Armieri Profosso

Squadrone: Capitano Primo Tenente 2 Alfieri Capo Sergente 2 Secondi Sergenti 2 Cadetti 6 Caporali 6 Carabinieri 2 Trombe Maniscalco 125 soldati

Compagnie e plotoni erano costituiti nelle varie località del distretto in cui era levato il battaglione o lo squadrone. Era previsto che facessero parte dei reggimenti i miliziotti arr uolati nel 1798, quelli arruolati in precedenza e che non avessero ancora terminato il loro periodo di impegno decennale ed infine i volontari. Era però previsto che, in caso di necessità, si completasser o gli organici facendo ricorso alla leva ed estraendo d alla bussola un uomo tra i 18 ed i 50 anni per ogni cento anime, con facoltà del bussolato di trovarsi, a pagamento, un sostituto. La durata del servizio nelle milizie era fissata in cinque anni. Un R. Dispaccio del 15 Settembre 1802 aggiungeva una banda m usicale ad ogni reggimento di fanteria, composta da un tamburo maggiore e da un bandista per ogni compagnia; i m usicanti, il cui costo era a carico dei comuni, potevano essere reclutati anche tra i giovani di 16 anni. Nei reggimenti dragoni erano ammessi, in primo luogo, i proprietari di cavalli, che godevano della nobiltà personale per tutta la durata 104


del servizio nelle milizie. Mancando un numero sufficiente di volontari dotati di proprio cavallo si procedeva alla formazione di un ruolo di cavalli di proprietà dei benestanti della provincia e se ne estraeva a. sorte il numero necessario per completare il reggimento, assegnandoli ai volontari sprovvisti di cavalcatura. Il foro militare, di cui si beneficiava anche come convenuti, rimaneva sempre il motivo di maggior richiamo per attirare i volontari e, a questo scopo, erano nominati degli appositi Uditori di Guerra, uno per battaglione, scelti tra i laureati in legge, per fungere da procuratori nelle località di provincia sprovviste di tribunali militari. I compiti delle milizie rimanevano quelli consueti: ronde notturne, guardia alle carceri e, più in generale, servizi di guardia sostitutivi di quelli che avrebbe dovuto .prestare l'esercito, specie nelle piazze di minor importanza. Questi compiti vennero ampliati con i dispacci del 20 luglio, dell'8 e del 14 settembre 1801 che li estesero alla ricerca ed all'arresto dei disertori ed alle spedizioni contro i fuorilegge. Quando il servizio si protraeva per più di un giorno ai miliziotti spettava una paga che era di 12 grana giornalieri per i semplici miliziotti, di 15 per i caporali ed i carabinieri e di 20, infine, per sottufficiali, cappellano e chirurgo. Per gli ufficiali erano stati invece previsti questi stipendi mensili già con un dispaccio del 28 marzo 1800: 36 ducati per un colonnello, 33 per un tenente colonnello, 24 per un primo e 21 per un secondo maggiore, 15 per un aiutante maggiore, 18 per un capitano o per un quartiermastro, 15 per un tenente, 12 per un sottotenente, 10 per un alfiere ed infine 9 ed 8 ducati per un primo ed un secondo aiutante (80). Paghe e stipendi erano a carico dei comuni, ai quali era, in origine, fatto obbligo anche di aver sempre disponibili le somme neces·sarie al pagamento dei soldi di un mese, per far così fronte ad una mobilitazione improvvisa. Sempre a carico dei comuni erano l'acquisto e la custodia delle armi. Ufficiali, cadetti, chirurghi e cappellani erano scelti tra i militari in aspettativa o in ritiro o tra quanti si fossero distinti nel 1799 per la fedeltà e per le coraggiose operazioni a favore della Reale Corona, e dello Stato. Era inoltre previsto l'invio nelle provincie di sottufficiali dell'esercito incaricati di istruire i volontari. Molti posti da ufficiale, specie negli anni successivi, rimasero comunque vacanti. Ufficiali e sottufficiali erano tenuti a fornirsi, a proprie spese, dell'uniforme. La truppa, se non era vestita a spese degli ufficiali e se non poteva o non voleva vestirsi a sue spese, poteva limitarsi a mettere colletto e paramani del colore distintivo della provincia sui suoi abiti ordinari e ad inalberare la coccarda rossa su un cappello a falda rialzata. Date queste premesse e date anche le difficili condizioni economiche del regno l'organizzazione delle milizie procedette non troppo speditamente, risultando incompleta nei quadri, specie dopo il 1802. Per gli stessi motivi anche la vestizione delle milizie risultò ristretta a pochi reparti. Così nel gennaio del 1801 c'erano a Napoli dieci reggimenti urbani di fanteria, forti di 7766 uomini, e quattro di dragoni, con 1641, mentre nel resto del regno c'erano soltanto 18.077 fanti e 2329 dragoni (81). A Chieti, Matera e Cosenza dovevano esser ancora costituiti sia i reggimenti di fanteria sia quelli di dragoni mentre in altre tre province (Lecce, (80) A.S.Na. R.O. Voi. 188. (81) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1126. Dei 18.700 fanti provinciali facevano parte poche centinaia di abitanti di Benevento, città che apparteneva allo Stato Pontificio e che era stata temporaneamente occupata dalle truppe napoletane in conseguenza degli avvenimenti del 1798-99. L'estendere a Beneven to l'organizzazione delle milizie provinciali sollevò, ovviamente, l'opposizione di Roma che ebbe ben presto partita vinta.

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Trani e Montefusco) erano in formazione soltanto i reggimenti di fanteria. Peggiore era la situazione per quanto riguardava le uniformi: ne erano dotati solo 2180 miliziotti di Napoli e 540 della Terra di Lavoro (82) . La forza delle milizie aumentava negli anni successivi: troviamo così nel 1803 - anno in cui unità dei reggimenti provinciali parteciparono alla tradizionale parata di Piedigrotta, cosi come l'anno successivo - che erano stati costituit i 45 reggimenti di fanteria e 17 di dragoni forti rispettivamente di 43.775 e di 6.828 teste (83). La dislocazione dei reggimenti provinciali di quell'anno - cui si devono aggiungere i dieci reggimenti urbani di fanteria ed i quattro di dragoni di Napoli - è quale risulta dalla tabella 26. Tabella 26 Ripartizione territoriale dei reggimenti provinciali nel 1803 Terra di Lavoro:

Salerno Montefusco: Matera: Lucera: Trani: Lecce: Cosenza: Catanzaro: Chieti: Teramo: L'Aquila:

/

1° reggimento fanteria: Nola; 2°: Aversa; 3°: Caserta; 4°: Sessa; 5°: San Germano (Cassino); 1° reggimento dragoni: Aversa; 2°: Venafro. 1° reggimento fanteria: Salerno; 2°: Montecorvino; 3°: Polla; 4°: Vallo; reggimento dragoni: Nocera. 1° reggimento fanteria: Avellino; 2°: Montella; 3°: Ariano; reggimento dragoni: Montemarino. 1° reggimento fanteria: Matera; 2°: Venosa; 3°: Tursi; reggimento dragoni: Matera. 1° reggimento fanteria: Campobasso; 2°: Termoli; 3°: Lucera; 4°: Foggia; reggimento dragoni: Foggia. 1° reggimento fanteria: Trani; 2°: Bari; reggimento dragoni: Molfetta. 1° reggimento fanteria: Lecce; 2°: Manduria; reggimento dragoni: Taranto. 1° reggimento fanteria: Cassano; 2°: Cosenza; 3°: Rossano; reggimento dragoni: Cosenza. 1° reggimento fanteria: Catanzaro; 2°: Tropea; 3°: Reggio Calabria; 4°: Gerace; reggimento dragoni: Gerace. 1° reggimento fanteria: Chieti; 2°: Vasto; reggimento dragoni: Vasto. · 1° reggimento fanteria: Teramo; reggimento dragoni: Teramo. 1° reggimento fanteria: L'Aquila; 2°: Celano; reggimento dragoni: L'Aquila.

Nonostante quest'incre m ento di forza, non si direbbe che questi reparti ab-

1::iamo risposto alle aspettative se un R. Dispaccio del 4 dicembre 1805, a guerra ormai iniziata, li dichiarava disciolti avendo già terminato il tempo del loro ingaggio, eccezion fatta per i reggimenti di Napoli e degli Abruzzi (84). A questa data i reggiment i abruzzesi contavano 5.183 fanti e 1466 dragoni così suddivisi: Chieti, 1° reggimento 1.125 teste, 2° Ll 73, dragoni 488; Teramo, 1° reggimento 944, dragoni 415; L'Aquila, 1° reggimento 957, 2° 984, dragoni 587, mancando al comple(82) A.S.Na. Ibidem. (83) A.S.Na. Ibidem. (84) A.S .Na . A.R.C.R. Fs. 934.

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--to 2426 fanti e 506 dragoni (85). Un tentativo di riorganizzare i reggimenti di Terra di Lavoro, Montefusco e Salerno, effettuato nel gennaio del 1806, non ebbe il tempo di concretarsi (86). •. Anche in Sicilia le milizie erano un'istituzione di antica data. Create dal vicerè de Vega nel 1584 erano state più volte riordinate nei decenni successivi e definitavamente ordinate alla fine del secolo dal vicerè Olivares. Le milizie siciliane, con una forza nominale di 10.000 fanti e 1.600 cavalieri, erano sopravvissute alle dominazioni spagnola, sabauda ed austriaca ma erano andate progressivamente perdendo di efficienza nel corso del Settecento anche per la minore pericolosità dei barbareschi. Nel 1798, al momento dell'occupazione di Malta da parte dei francesi, vennero inviati a Palermo i generali J auch e Tschudy perché riorganizzassero le milizie urbane e altra gente armata che si radunasse dai baroni del regno (Dispaccio del vicerè in data 24 maggio). La riorganizzazione era approvata dal re con un dispaccio del 22 settembre (87) che prevedeva la costituzione di 21 reggimenti e mezzo, misti di fanteria e di cavalleria, forti, ma solo nominalmente, di 20.928 fanti e 2.640 cavalieri. Il privilegio del foro militare e qualche altra piccola facilitazione erano le uniche ricompense previste per attirare i volontari. Per addestrare queste milizie, che si dovevano esercitare la domenica nei singoli villaggi e nelle città, venne pubblicato un apposito volume Esercizio e manovre per l'istruzione delle milizie urbane del regno di Sicilia. La ripartizione territoriale delle unità era la seguente: nella Val di Mazzara c'erano 12 reggimenti, 7 dei quali a Palermo, uno a Trapani (con un battaglione a Marsala), uno a Sciacca, (con un battaglione a Sambuca), uno ad Agrigento (con un battaglione ad Aragona), uno a Termini Imerese (con un battaglione a Vicari), ed uno a Licata (con un battaglione a Naro); nella Val Demone c'erano cinque reggimenti, uno a Cefalù (con un battaglione a Mistretta), uno a Milazzo (con un battaglione a Patti), uno a Messina, uno a Taormina (con un battaglione a Mascalì) ed uno ad Aci Reale; nella Val di Noto, infine, c'erano un reggimento a Catania, uno a Siracusa (con un battaglione ad Augusta), uno a Noto, (con un battaglione a Ragusa), uno a Caltagirone ed un battaglione a Piazza Armerina. I battaglioni avevano le compagnie ed i plotoni suddivisi nei paesi del circondario. La truppa a cavallo non era organizzata in maniera autonoma, per squadroni e compagnie, dato che in media si potevano contare solo 18-20 uomini montati nel distretto di reclutamento di ciascuna compagnia. I risultati raggiunti con quest'opera di riordinamento delle milizie andarono assai presto perduti perché un buon numero di miliziotti partecipò alla rivolta che l'anno successivo divampò in gran parte dell'isola. Nel 1806, quindi, allorché re Ferdinando tornò per la seconda volta a Palermo l'esistenza delle milizie era poco più che nominale e la situazione politico-militare, con i francesi padroni del continente, imponeva una loro profonda ristrutturazione in vista, anche, di un loro non improbabile impiego bellico. Dapprima, con un R. Dispaccio del 28 marzo 1806 ci si propose di elevarne la forza a 24.000 uomini, poi, sfruttando la naturale e tradizionale avversione dei siciliani per i francesi ed appoggiandosi ai baroni, che rappresentavano il vero potere dell'isola, si pose mano alla formazione di un nuovo corpo di milfzie, che si volle organizzare come un vero e proprio corpo militare di riserva, una sorta (85) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1126. (86) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 936. (87) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1126.

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di milizia territoriale destinata a supplire le truppe di linea nel presidio delle città ed a contrastare, lungo le coste, eventuali sbarchi nemici. Un lungo dispaccio del re in data 1° febbraio 1808 stabiliva tutte le norme relative all'organizzazione, al servizio ed alla amministrazione del novello esercito de' volontari siciliani, sciogliendo al contempo le vecchie milizie. Quest'esercito doveva comprendere u nità di fanteria, di cavalleria e di artiglieria. La fanteria era divisa in reggimenti di guarnigione, reclutati tra gli abitanti delle più importanti città e dest inati alla loro difesa e sicurezza interna, ed in reggimenti di cacciatori, reclutati in tutte le altre città e nei paesi dell'isola,

suddivisi territorialmente in battaglioni, compagnie e squadre, destinati alla difesa del loro territorio da nemici interni ed esterni. La cavalleria, ugualmente organizzata su base territoriale, contava quattro reggimenti di dragoni leggeri, nelle cui file dovevano essere ascritti i proprietari di cavalli ed i campieri, i guardiani a cavallo, dei feudi baronali e delle tenute private. L'artiglieria doveva, o forse meglio avrebbe dovuto, esser composta da un reggimento di cannonieri, una brigata di artiglieri a cavallo, tre compagnie di pontonieri ed un reggimento zappatori. Tranne che per gli appartenenti alle vecchie milizie, immessi d'autorità in quelle nuove, l'arruolamento era volontario e doveva esser effettuato in proporzione agli abitanti delle città e dei paesi. L'età dei volontari andava dai 16 ai 45 anni e la preferenza, specie per i reggimenti cacciatori, era data ai celibi. Agli arruolamenti dovevano provvedere i baroni, i feudatari cioè, come il ceto principalmente interessato all'attuale forma di governo ed a t ale scopo il colonnello comandante di ogni reggimento doveva essere un n obile, coadiuvato nel comando effettivo da un direttore, che era un tenente colonnello delle truppe regolari. Pure dalle truppe regolari provenivano i maggiori comandanti di battaglione e l'aiutante m aggiore, così come gli aiutanti, scelti tra i porta-bandiera ed i primi sergenti delle truppe di liflea, molti dei quali er:ano allora privi di un incarico effettivo ed avevano visto ridursi di due terzi la paga. Gli altri posti da ufficiale erano coperti da nobili o da benestanti che si dovevano distinguere con il vestire e l'equipaggiare a loro spese i volontari. Questi volontari avevano diritto, nei giorni in cui prestavano effettivo servizio, ad una paga di 5 carlini (6 per la cavalleria), uno dei quali, però, era trattenuto per formare la massa vestiario con la quale vestire i volontari sprovvisti di uniforme. Altri incentivi all'arruolamento erano offerti dal privilegio del foro militare, esteso anche ai familiari del volontario, per quasi ogni tipo di causa, dall'assistenza medica gratuita e dalla pensione di 5 carlini al giorno per gli invalidi e di 3 carlini per le vedove di eventuali caduti. Chirurghi, armieri, maniscalchi e sellai, chiamati a prestare la loro opera anche al di fuori dei giorni di servizio, dovevano ricevere una modificata gratificazione, proporzionata alle loro fatiche e dispendi. All'isti:-uzione milit are dei volontari dovevano provvedere per la p,r:-ima volta, sottufficiali dell'esercito appositamente distaccati, poi i volontari si sarebbero esercitati sotto la guida dei propri graduati tutte le domeniche, per due ore, ciascuna unità nel suo paese, salvo a riunirsi nella città sede del comando di compagnia ogni prima domenica del m ese. Una volta l'anno (due volte per i cacciatori) i reggimenti si dovevano riunire per esercitazioni, marce e manovre. Comandante generale dei volontari era il principe Leopoldo, secondogenito del re, che aveva ai suoi ordini un direttore generale, il principe di Butera, con il grado di tenente generale, ed uno Stato Maggiore formato da un aiutante generale e da due aiutanti scelti tra gli ufficiali della linea. C'erano poi un maggiore 108


generale, con il grado di maresciallo di campo, quale ispettore di tutti i volontari, e cinque aiutanti maggiori generali, quali sotto-ispettori, scelti tra i baroni, con il grado di brigadiere. I reggimenti di guarnigione erano formati da Piana Maggiore, Piana Minore e due battaglioni di cinque compagnie, quattro di fucilieri ed una di granatieri. Quelli cacciatori avevano una composizione analoga ma con battaglioni di sole quattro compagnie. I reggimenti di dragoni leggeri erano su Stato Maggiore, Stato Minore e quattro squadroni di due compagnie. La composizione di questi reggimenti è indicata nelle tabelle 27 e 28. Tabella 27 Reggimento di fanteria dei Volontari Siciliani Piana Maggiore: Barone Colonnello Proprietario Direttore Tenente Colonnello 2 Tenenti Colonnelli Maggiore 2 Aiutanti Maggiori Tenente Quartier Mastro 2 Cappellani

Piana Minore: 2 Aiutanti Chirurgo Maggiore 2 Chirurghi di Battaglione 4 Portabandiera (1) 2 Forieri Maggiori Tamburo Maggiore 10 Strumentisti 2 Caporali Tamburi 2 Caporali Guastatori Maestro Armiere 4 Garzoni Armieri

Compagnia: Capitano Tenente Sottotenente Alfiere Primo Sergente 4 Secondi Sergenti Sergente Foriere 12 Caporali 2 Guastatori 2 Tamburi 2 Pifferi 90 Granatieri (102 Fucilieri o Cacciatori) Pratico di chirurgia (2)

1) Soltanto 2 nei reggimenti cacciatori. (2) Con ordine del giorno ciel 25 novembre 1808 sono aggiunti un Primo ed un Secondo Aiutante di Compagnia.

Tabella 28 Reggimento di dragoni dei Volontari Siciliani Stato Maggiore: Barone Colonnello Proprietario Direttore Tenente Colonnello 2 Tenenti Colonnelli Maggiore 2 Aiutanti Maggiori Tenente Quartier Mastro 2 Cappellani ·

Stato Minore:

2 Aiutanti Chirurgo Maggiore 2 Chirurghi di Squadrone 4 Portastendardi 2 Forieri Maggiori Tromba Maggiore Maestro Maniscalco Maestro Sellaio Armiere 4 Garzoni Armieri

Compagnia: Capitano Tenente Sottotenente Alfiere Primo Sergente 2 Secondi Sergenti Sergente Foriere 8 Caporali Tromba 63 Dragoni Pratico di Chirurgia Sellaio Maniscalco

I reggimenti di guarnigione erano così distribuiti: quattro a Palermo, uno a Trapani, uno a Messina (suddiviso tra Messina e Milazzo), uno a Catania ed uno suddiviso tra Siracusa ed Augusta. I reggimenti cacciatori erano così ripartiti: dieci

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in Val di Mazzara (a Girgenti, Mazzar-a, Termini, Sciacca, Marsala, Licata, Palizzi, Corleone, Sutera e Monreale), sette in Val Demone (a Forie di Messina, Patti, Cefalù, Traina, Taormina, Aci Reale e Castro Reale) e sei infine in Val di Noto (a Noto, Caltagirone, Lentini, Castrogiovanni, Ragusa e Terranova). Con ordine del giorno del 31 marzo 1809 (88) venne poi aggiunto un reggimento di cacciatori della Piana di Palermo. Venne inoltre costituito dapprima (30 novembre 1808) un battaglione e successivamente, il 1° maggio 1809, un reggimento di volontari eoli su due battaglioni, il primo composto da abitanti di Lipari e il secondo da abitanti delle altre isole del gruppo delle Eolie. I battaglioni erano su quattro compagnie

di 100 teste senza contare gli ufficiali. Era inoltr e prevista la formazione di una compagnia di volteggiatori (89). Dei reggimenti di cavalleria due erano reclutati in Val di Mazzara (con comandi a Marsala e Termini), uno in Val di Noto, con comando a Noto, ed uno di Val Demone con comando a Castroreale. Erano ugualmente reclutate per valle le tre compagnie pontonieri. Nel Piano del 28 marzo 1808 i volontari siciliani vennero organizzati in quattro divisioni di fanteria (due in Val di Mazzara ed una per ciascuna nelle altre due valli) ed una di cavalleria. Le armi (dapprima fucili di vari modelli non più utilizzati dall'esercito, poi fucili inglesi) erano fornite dallo Stato e custodite in un apposita sala, in genere nel convento o nel magazzino adibito a caserma nel caso di adunanza del battaglione. Anche se gradualmente, l'organizzazione del novello esercito dei volontari siciliani prese consistenza. Troviamo così che nel gennaio del 1809 prestavano servizio di guarnigione quattro reggimenti a Palermo (forti rispettivamente di 1188, 1301, 1508 e 1212 uomini, un battaglione a Messina, uno a Milazzo, uno a Siracusa ed uno ad Augusta (forti in complesso di 1842 uomini) oltre ad un battaglione cacciatori a Taormina (90). Nel 1810, di fronte alla minaccia rappresentata dai preparativi di spedizione di Murat, si proge ttò di riunire e di mobilitare dodici battaglioni cacciatori, su 539 teste, ciascuno, prendendo due compagnie da ciascuno dei battaglioni cacciatori (91). Al momento dello sbarco delle truppe muratt iane presso Messina, nella notte del 17 settembre, non ci furono reparti organici di volontari che facessero in tempo ad intervenire, ma ci furono invece parecchi volontari del battaglione cacciatori di Forie di Messina, residenti nella zona dello sbarco, che di loro iniziativa presero le armi ed insieme ad altri compaesani si opposero al nemico riportando alcune perdite e comportandosi in maniera più che onorevole, tanto da meritare le lodi del comandante inglese e quelle di re Ferdinando, queste ultime accompagnate da pensioni per i feriti, gli invalidi e le vedove. Un dispaccio del 18 novembre dello stesso anno prescriveva la costituzione di compagnie ausiliarie, così da esser pronti a procedere ad una ver~ e propria leva in massa della popolazione siciliana, che i successivi avvenimenti politicomilitari rènderanno, però, del tutto inutile. Svanita la minaccia francese, infatti, i volontari erano chiamati in servizio solamente in occasione di pàrticolari solennità (come la consegna delle bandie re ad alcuni dei reggimenti di Palermo il S maggio 1811) o per la custodia delle piaz(88) (89) (90) (91)

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A.S.Na. A.S.Na. A.S.Na. A.S.Na.

Segr. Ant. Fs. 653. Segr. Ant. Fs. 281 e 924. A.R.C.R. 1126. A.R.C.R. Fs. 249.


ze o per la sorveglianza delle spiagge per prevenire il contrabbando o il propagarsi di malattie infettive, Servizi, questi, che i volontari continuarono a prestare sino alla loro soppressione, avvenuta nel 1818, dopo.che nel 1815 erano stati disciolti i comandi superiori, l'ispezione generale e le sotto-ispezioni.

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Capitolo III

La giustizia militare e la disciplina

L'Ordinanza di Sua Maestà sulla giurisdizione militare e sopra i delitti e le pene della gente di guerra emanata il 22 maggio 1789 rappresentò la soluzione data, nel quadro delle riforme propugnate dall'Acton, al problema dell'aggiornamento della giustizia militare. Quest'ordinanza regolamentava l'intera materia, poiché le norme in essa contenute contemplavano tutti i casi oggi previsti dai codici penali militari di pace e di guerra e restò in vigore per tutto il periodo di nostro interesse, superando anche il difficile problema posto dall'adesione di tanti ufficiali alla Repubblica Napoletana, problema che per le sue dimensioni era divenuto più politico che giuridico e che, bene o male, venne appunto risolto in termini politici più che in termini strettamente legali. Come esplicitamente affermava il re nel messaggio che accompagnava l'ordinanza, la riforma del sistema giudiziario militare era una delle tante volute onde ridurre lo stato delle Nostre truppe a quel punto di perfezione a cui sono pervenute quelle delle più culte nazioni e a questo scopo si era inteso seguire i nuovi lumi del secolo e la notizia di varie utili riforme accadute di tempo in tempo un Europa. Si trattava infatti di abrogare, di innovare, di riordinare in maniera organica tutti i principi ordinatori ed i vari istituti giuridici che nel campo della giustizia militare, come in quasi tutti gli altri campi, erano stati importati dalla Spagna mezzo secolo prima ed ai quali si era aggiunta, o forse sarebbe meglio dire su cui si era stratificata, una congerie di provvedimenti particolari o parziali tesi, in genere, ad includere nel foro militare, considerato come privilegiato rispetto a quello ordinario, categorie di persone o particolari tipi di reato che, in realtà, avrebbero dovuto esserne tenuti fuori. Ciò che ne risultò fu appunto l'Ordinanza, uno strumento, per l'epoca, moderno ed efficiente che tendeva al risultato voluto: rendere giustizia in maniera semplice, senza troppi cavilli, in tempi brevi. Una giustizia amministrata da ufficiali dell'esercito, da qualsiasi ufficiale dell'esercito, che tendeva a mantenere all'interno _ dell'istituzione militare il processo e le sue conseguenze: se si giungeva ad una condanna a pene infamanti o detentive, infatti, i condannati erano automaticamente espulsi dall'esercito e rimessi, per scontare la pena, alla giustizia ordinaria. Ma questa semplicità e questa autarchia non conculcavano i diritti della difesa. L'Ordinanza risentiva dei nuovi lumi del secolo e così, ad esempio, erano proibite, negli interrogatori, le torture e le minacce; era prevista, nei collegi giudicanti, la presenza di almeno un pari grado dell'imputato, i processi si tenevano in italiano, e non in latino, salvo l'uso di un interprete se l'imputato non conosceva la nostra lingua, e quando nei processi c'era indecisione circa la condanna da infliggere e i voti del collegio giudicante erano divisi a metà, il voto del presidente aveva sì doppio valore, ma soltanto se era espresso a favore della sentenza più mite. 113


• Se si considera poi che in caso di reati di lesa maestà che dipendono da leggerezza di lingua o di penna prima di procedere contro l'imputato si deve sottoporre il caso all'attenzione del re che può decidere se i colpevoli meritano disprezzo o perdono ci sembra di potere affermare che, per esser stata emanata da un regime assoluto, l'ordinanza era quanto mai avanzata. Certo al nostro spirito moderno le pene corporali previste dall'ordinanza ed ancor più quelle previste per le semplici infrazioni disciplinari da un apposito regolamento fanno un notevole effetto, ma se si ha senso storico e se si pensa all'epoca in cui queste disposizioni furono emanate e nella quale pene corporali e rano previste in tutti gli eserciti,

maxime in quello prussiano, al cui modello ci si ispirava, e se si pensa, soprattutto, che con questo tipo di punizione, di pronta esecuzione e di notevole valore esemplare, si volevano evitare le pene detentive, dannose al buon andamento del se rvizio, questo effetto sgradevole risulta abbastanza ridimensionato. Invertendo l'ordine di trattazione delle materie contenute nell'ordinanza cominceremo ad esaminarne la seconda parte, significativamente intitolata De' delitti e delle pene. Delitti (e pene) che sono considerati separatamente, trattandosi dapprima di quelli degli ufficiali - benché i generosi sentimenti d'onore e l'integrità de' costumi di cui adorni sono r endano, per il re, estremamente improbabile il loro verificarsi - e successivamente di quelli dei sottufficiali e dei soldati. I delitti, ma noi li definiamo oggi reati, erano ripartiti a seconda della materia. Per gli ufficiali erano così previsti delitti in materia di servizio, di subordinazione, di peculato, di violenza e di costumi e lo stesso avveniva pei sottufficiali e soldati con la sola differenza che i loro reati, in materia economica, erano logicamente definiti in materia di furto anziché di peculato com'era previsto per gli ufficiali (anche se, come vedremo, non era scartata neppure l'ipotesi di furto commesso da un ufficiale). Per i soldati c'erano poi ben sei capitoli dedicati alla diserzione, esaminata in tutti i suoi aspetti, con ogni implicazione di aggravamenti e di complicità, e non sembrerebbe che questi sei capitoli siano bastati se l'intera materia subiva modifiche e ritocchi con una successiva apposita ordinanza del 13 agosto 1791. I reati di maggior rilevanza che potevano essere commessi in materia di servizio dagli ufficiali erano la trascuratezza, colposa o dolosa, dei propri doveri, la trascuratezza nel sorvegliare i propri subordinat i, l'ubriachezza, la rivelazione della parola d'ordine o di notizie riservate, la congiura, l'intelligenza col nemico, la diserzione e la codardia. Erano anche considerati come reati in materia di servizio la incapacità a disimpegnare le proprie funzioni, sia per difetto di talento e di applicazione sia pe r ragioni di salute o di vecchiaia, quando il colpevole si fosse ostinato a non richiedere il ritiro nonostante gli inviti in tal senso dei superiori. Per i r eati derivanti da trascuratezza le pene variavano molto a seconda della gravità, delle conseguenze e della eventuale recidività. Si andava perciò dagli arresti in castello fino all' esclusione 'dall'avanzamento ed alla cassazione (espulsione) dall'esercito. Se poi il fatto avesse posto in pericolo la sicurezza dello stato o quella della città in cui il colpevole era di guarnigione o quella del posto che gli era affidato poteva essere irrogata anche la pena di morte. La stessa gradazione di pene si applicava alla rivelazione di notizie riservate, per cui la condanna a morte era inflitta soltanto nel caso in cui lo stato avesse subito un notevole danno. La pena per l'ufficiale che rivelava la parola d'ordine era quella di un mese di arresti in castello, ma se la parola d'ordine fosse stata comunicata in tempo di guerra al nemico la pena prevista era quella capitale, previa 114


degradazione. La degradazione e la morte erano ugualmente, e naturalmente, previste anche per gli ufficiali che congiurassero per favorire il nemico. L'ubriachezza in servizio era punita severamente perché, gil,lstamente, la si considerava un reato indegno di un ufficiale; così la pena prevista per una prima infrazione era quella di tre mesi di aTresti in castello seguita, in caso di recidiva, dalla cassazione. La diserzione in tempo di pace era punita con la cassazione e con l'eventuale aggiunta di due mesi di castello se la diserzione era avvenuta mentre l'ufficiale era di servizio. In tempo di guerra la diserzione, se verificatasi fuori servizio, era punita con la cassazione e quattro anni di castello e se in servizio, invece, con la cassazione e vent'anni di confino in un'isola. Se la diserzione si verificava con il passaggio al nemico la pena prevista era quella di morte. I reati in materia di subordinazione comprendevano diverse ipotesi di inosservanza degli ordini ricevuti per negligenza, leggerezza o malizia, il prendere moglie senza autorizzazione, l'insubordinazione vera e propria e gli insulti e le minacce ai superiori fino all'attentato alla loro vita. Le pene anche in tutte queste ipotesi di reato variavano a seconda della gravità del fatto e delle sue conseguenze. Le osservazioni più interessanti che scaturiscono dalla lettura di questo capitolo sono quelle relative all'obbedienza agli ordini ingiusti, alla sostituzione di un superiore incapace o traditore e quelle concernenti la possibilità di inoltrare rimostranze per via gerarchica avverso le decisioni dei superiori. Per quel che riguarda l'eterno problema degli ordini ingiusti era previsto che l'ufficiale che avesse ricevuto ordini contenenti cose evidentemente contrarie alle Ordinanze ed ai particolari Regolamenti potesse presentare senza insistenza le sue obiezioni e dovesse poi obbedire al superiore se questi gli avesse reiterato l'ordine, salvo il diritto del sottoposto ad ottenere un ordine scritto e ad inoltrare successivamente il suo reclamo per via gerarchica. Se gli ordini emanati, poi, fossero stati evidentemente contrari alla sicurezza dell'esercito ... o direttamente e manifestamente opposti agli ordini del Generale dell'Esercito o del Comandante della Piazza ... o tesi a suscitare un tumulto o una ribellione gli ufficiali potevano ricusare l'obbedienza, stando bene attenti, però, a produrre poi prove convincenti dello smarrimento di spirito, o del tradimento del loro comandante se no il rischio era, evidentemente, grosso, dalla espulsione con degradazione alla morte. Era inoltre previsto che se una piazza o un reparto fossero stati messi in pericolo dalla debolezza o dal tradimento di un comandante, l'ufficiale di grado immediatamente inferiore, consultatosi con almeno due degli ufficiali più elevati in grado presenti, avrebbe potuto arrestare il comandante, se fosse mancato il tempo di provvedere in altra maniera. Per quel che riguardava il diritto di ogni ufficiale a produrre legittime lagnanze contro una punizione inflittagli da un ufficiale che avesse autorità o comando su di lui era previsto che queste rimostranze fossero inoltrate per scritto, dopo aver avvisato l'ufficiale contro il quale si-ricorreva, al superiore gerarchico di quest'ultimo, che non p oteva in alcun modo rifiutarsi di ricevere il reclamo. Se il ricorso era riconosciuto senza fondamento il ricorrente doveva subire una pena qoppia di quella contro la quale si era appellato. Quelli che l'Ordinanza definiva delitti in materia di peculato erano in realtà tutti i reati commessi contro la proprietà sia pubblica sia privata, ma in alcuni di questi casi il concetto di reato si estendeva al di là dei fatti di natura delittuosa fino a comprendere dei comportamenti da considerarsi, al massimo, come imprudenti, quali il contrarre debiti. Ben otto articoli erano dedicati a questa ipotesi prendendo in esame i vari tipi di debito, il loro ammontare e le circostanze relative ed infliggendo, a seconda dei diversi casi, pene che andavano dalla trattenuta

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di almeno un terzo dello stipendio, agli arresti in castello, fino all'espulsione, nei casi più gravi. Il peculato vero e proprio era punito con la detenzione per vent'anni in un castello e l'espulsione con degradazione. L'int eresse privato in atti d'ufficio, il contrabbando e la concussione erano puniti in modo vario a seconda delle circostanze, fino ad un massimo di dieci anni di castello. La rapina era punita con la pena capitale, la ricettazione e l'aver prestato aiuto a malviventi comportavano la degradazione e vent'anni di relegazione in un'isola. La mano era decisamente più leggera (ciò che fa pensare ad una certa tolleranza per questo tipo di infrazioni) per le' frodi alle riviste, vale a dire per le t ruffe ai danni dell'erario, quando in occasione di una rivista si facevano figurare come presenti, con diritto a paga e a razioni di foraggio, individui che non facevano parte del reparto ispezionato o cavalli che non erano di regio conto (appartenenti cioè all'amministrazione militare). Più pesanti, fino a dieci anni e olt re di castello, erano le pene per gli uffi_c fali che avessero defraudato i soldati della paga. Il furto era punito con l'espulsione e la degradazione, ma se il furto era aggravato si aggiungevano dieci anni o più di relegazione in un'isola; pena doppia era prevista per la falsificazione di monete. I delitti in materia di violenza costituivano una categoria di reati assai diversi tra loro: si andava dalle ingiurie all'omicidio passando attraverso la calunnia, le percosse, il duello, il ratto e la violenza carnale. Ampio il ventaglio delle pene. Ingiurie e calunnie nei confronti di altri ufficiali, in quanto pregiudizievoli della disciplina militare, erano punite, le prime, con gli arresti in castello e, nei casi più gravi, con l'espulsione, e le seconde fino ad un massimo che prevedeva l'espulsione e la detenzione per dieci anni in un castello. Agli ufficiali, come part i lese in queste due ipotesi di reato, erano equiparate le persone di considerazione nell'Ordine civile cioè, come spiegava l'Ordinanza, i gentiluomini anche stranieri, le gentildonne, i magistrati, i sacerdoti, i negozianti, i mercanti in una parola ogni cittadino benestante i cui costumi lo innalzino evidentemente al di sopra della classe del popolo. A costoro erano anche equiparati alcuni sottufficiali, 'le sentinelle e il personale dei tribunali e delle dogane mentre era in attività di servizio. Se le ingiurie contro gli ufficiali o equiparati erano conseguenza di una grave provocazione o di zelo pel servizio si doveva far rapporto al Ministro della Guerra acciocché il re potesse prendere le opportune decisioni. Per la sfida al duello o per il rifiuto di sospenderlo, una volta iniziato, v'erano gli arresti in castello e, nei casi più gravi, l'espulsione. L'omicidio era punito con la morte e se compiuto con circostanze aggravanti la morte era inflitta per impiccagione previa degradazione. Ingiurie e percosse ai danni di sottufficiali, soldati e popolazioni erano puniti secondo le circostanze. Inoltre se un ufficiale aveva ingiuriato un sottufficiale o un soldato senza essere stato indotto a ciò da qualche resistenza ostinata, o risposta insolente era t enuto, a richiesta dell'offeso, a far pubblica a~menda. Se poi l'ufficiale aveva colpito il sottoposto con un bastone, con la mano o col piede, anche in càso di meritato castigo, doveva non solo scusarsi ma altresì affront are otto giorni di arresti e, se le circostanze lo avesser o richiesto, pure gli arresti in castello. Pochi e ben precisati erano i reati in materia di costumi e di condotta, reati consideràti gravi oltre che per il fatto in sé anche per il cattivo esempio offerto e per le conseguenze che potevano ingenerare in quella che oggi definiamo opinione pubblica. La manifestazione esteriore di irreligiosità e il tener discorsi che costituivano pubblico scandalo erano puniti per la prima volta con gli arresti in castello per uno o più mesi e con l'espulsione in caso di recidiva. Le stesse p ene

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erano previste per l'ufficiale che tenesse una condotta scandalosa o che convivesse con una prostituta. Un mese di castello, sei mesi in caso di recidiva e la perdita dell'impiego alla terza infrazione erano previsti per gli ufficiali sorpresi a giocare d'azzardo o a praticare giochi di società con poste ragguardevoli (doveva però esserci una notevole tolleranza). L'ubriachezza abituale era punita, dopo ripetute ammonizioni, con l'espulsione. L'ufficiale reo di detestabile vizio nefando - così si esprimeva l'Ordinanza era espulso dall'esercito e condannato a quattro anni di confino in un'isola. Seguiva poi un capitolo dedicato ai Doveri degli ufficiali Comandanti verso i loro inferiori teso a tutelare la disciplina e l'ordinamento gerarchico da infrazioni dovute a colpevoli debolezze o, al contrario, ad eccessi di autoritarismo. Degni di nota erano il divieto di duello per motivi derivanti da causa di servizio e quello di usare insulti ed ingiurie nei confronti di ufficiali di grado inferiore sotto pena anche dell'espulsione dall'esercito, divieto quest'ul timo accompagnato anche da un paragrafo che proibiva agli ufficiali di formalizzarsi per il tono con cui erano loro fatte delle osservazioni da parte dei superiori come pure per le espressioni improprie loro rivolte se proferite unicamente per soverchia vivezza da considerare scusabile quando sia originata da un primo moto di calore o d'impazienza, cagionato spesso da zelo lodevole. Insieme ai delitti de' soldati cominciamo a trovare le punizioni corporali: più giri di bacchette di cento o duecento uomini erano la·pena prevista per quasi tutti i reati in materia di servizio, pena che per alcuni reati commessi in tempo di guerra poteva elevarsi sino a quella capitale. Tra i reati colpiti con queste pene troviamo, tra l'altro, quelli commessi durante il servizio di guardia come pure l'ammutinamento, lo spionaggio e l'intelligenza col nemico. La codardia e la disobbedienza in battaglia erano punite con la morte e non era punibile quell'ufficiale o sottufficiale che trasportato da zelo pel servizio uccidesse sul momento un tal codardo malvagio. Se codardia o disobbedienza erano collettive si procedeva alla decimazione mediante l'impiccagione di un soldato ogni dieci e la condanna a vent'anni di galera inflitta a tutti gli altri. Severe erano anche le pene per l'insubordinazione e severissime - la forca e il successivo taglio della mano - quelle per minaccia a mano armata nei confronti degli ufficiali. Per la stessa ipotesi delittuosa nei confronti di un sottufficiale la pena prevista era quella di morte se il sottufficiale era in servizio, in caso contrario c'erano venti giri di bacchetta di duecento uomini e la galera. I delitti in materia di violenza dei soldati comprendevano una vasta gamma di reati quali l'omicidio, il ferimento, la rissa, il duello, la delazione di armi proibite, le percosse, le ingiurie, il danneggiamento di proprietà private (del quale erano pecuniariamente responsabili anche gli ufficiali del reparto del colpevole), la caccia e la pesca di frodo, la violenza carnale e il ratto. Ad un così largo ventaglio di reati corrispondeva un altrettanto largo ventaglio di pene, tutte, però, severe e con la tendenza all'irrogazione della pena di morte per i reati di maggior rilevanza e per quelli compiuti con circostanze aggravanti. Ampia anche la gamma dei delitti in materia di furto che comprendeva la rapina, il furto (per il quale esisteva una casistica estremamente accurata, specie per quanto atteneva al furto di beni di proprietà dell'amministrazione militare), l'estorsione nei confronti dei privati presso i quali il soldato si fosse trova to ad alloggiare, il contrabbando e la r icettazione. Anche in questi casi erano previsti giri di bacchette e prigione cui si aggiungevano la frusta e, per i ladri recidivi, il marchio sino a giungere, n ei casi estremi, alla pena di morte. 117


• Bacchette e prigione anche per i reati in materia di costume: falso giuramento, bestemmia, gioco, vizio nefando (') e tener seco donne di cattiva vita. Seguivano poi ben sei capitoli dedicati alla diserzione che cercavano di esaminare questo reato in ogni suo aspetto, descrivendone ogni circostanza aggravante o attenuante, quali il momento della diserzione, la sua durata, l'eventuale costituzione del disertore, l'aver asportato armi o cavalli, l'essersi successivamente arruolato in un altro reparto, l'avere approfittato di una licenza o di un ricovero in ospedale. La casistica era vastissima, così come lo era la gamma delle pene che partiva dai giri di hacchette per giungere alla pena di morte, a seconda del tipo di diserzione, passando attraverso altre punizioni quali la fustigazione da parte del boia ed il marchio a fuoco. Ma la punizione che quasi sempre veniva irrogata, magari in aggiunta a quelle corporali, era quella del prolungamento del servizio. Infatti pur se, come diceva il re, la diserzione era uno dei delitti contro lo Stato e non ve n e poteva essere altro più nocivo al Nostro Real Servizio era anche un r eato piut tosto diffuso, come in tutti gli eserciti dell'epoca, e non sembrava né utile né pratico perdere dei soldati, fossero anche cattivi, giustiziandoli o inviandoli alle galere. Si cercava allora di trarre un bene dal male e, se appena era possibile, si prolungava di almeno un paio d'anni il periodo di servizio del disertore riacciuffato. D'altra parte, all'epoca, la diserzione non rivestiva quel connotato di riprovazione sociale che rivestirà in seguito, con gli eserciti formati da cittadini chiamati alle armi in difesa della nazione, e dato l'ambiente sociale in cui si effettuavano i reclutamenti non mancavano gli avventurieri, al limite gli incoscienti, che disertavano pur sapendo di correre qualche rischio. Per di più anche se l'ordinanza sulla giustizia militare e quella sul servizio di piazza cercavano di coinvolgere, nella caccia al disertore, le milizie ed i privati cittadini le ricerche erano spesso infruttuose. Bastava infatti allontanarsi dalle sedi delle guarnigioni per non essere più riconosciuti, mancando all'epoca documenti di riconoscimento e limitandosi le descrizioni dei disertori a poche sommarie indicazioni che, tranne nel caso di segni particolari, non servivano ad identificare nessuno. E la diserzione (così come la renitenza alla leva) era comune anche tra le reclute forzose che sapevano di essere tutelate e protette dalle popolazioni, specie da quelle dei paesi d'origine, e che contavano, a ragione, su un'amnistia alla fine delle ostilità o su uno dei frequenti indulti proclamati proprio per far rientrare ai reparti quanti più disertori possibili. Le pene che l'Ordinanza prevedeva per i vari reati erano, in parte, diverse per ufficiali e soldati. Erano infatti riservati agli ufficiali gli arresti in camera e gli arresti in castello. Nel primo caso l'ufficiale era obbligato a restare nella propria camera, fino ad un massimo di quindici giorni, doveva consegnare la p ropria spada al suo comandante e poteva essere, o meno, autorizzato a prestare servizio. Alla scadenza della pena l'ufficiale doveva presentarsi al superiore che gli aveva inflitto gli arresti per ringraziarlo di essere stato posto in libertà. L'ufficiale condannato agli arresti in castello era invece rinchiuso in una stanza con sbarre alle finestre ammobiliata con uri letto, una tavola, uno specchio, due sedie di paglia, una brocca ed un bacile. Se la durata della pena era superiore ad un anno l'ufficiale perdeva durante questo periodo il diritto alla promozione ed il periodo stesso non gli veniva computato ai fini dell'anzianità. (1) Con disposizione del 21 gennaio 1809 da comunicarsi con riservatezza era stabilito che i rei di vizio nefando venissero degradati, espulsi dall'esercito, inviati ai lavori forzati per il resto del periodo di ferma ed adibiti ai servizi più immondi. Inoltre ad ogni fine mese dovevano esser loro inflitte, dai complici o da al tri forzati, cinquanta legnate (A.S. Na.-A.R.C.R. Fs. 924).

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Seguivano, t ra le pene, la sospensione dalle funzioni, le dimissioni forzate per cattiva condotta e l'espulsione (la cassazione dell'Ordinanza), punizione, quest'ultima, che com portava l'annuncio della pena, presente il colpevole, di fronte a tutte le truppe della guarnigione. Nei casi più gravi•l'espulsione era accompagnata dalla degradazione, che comportava un apposito cerimoniale alla presenza del reggimento cui apparteneva l'ufficiale e delle altre truppe della guarnigione. Accompagnato da un picchetto armato il colpevole si presentava davanti al reggimento schierato vestito dell'unifo rme, ma senza spada né cappello che erano portati dal prevosto. Il colpevole era fatto inginocchiare ed un primo maggiore rendeva nota la condanna. Il p revosto ed un caporale strappavano allora al condannato l'abito, il panciotto e la sciarpa, che erano bruciati insieme al cappello, alla spada e al cinturone e con segnavano poi il colpevole a due galeotti che gli tagliavano i capelli e gli legavano le mani. Il picchetto scortava quindi il condannato al carcere dove egli doveva scontare la pena detentiva sempre connessa con la degradazione. Un cerimoniale analogo (con o senza la degradazione) era seguito per le condanne a morte, che potevano aver luogo mediante impiccagione, decapitazione o fucilazione. In quest'ultimo caso il condannato era bendato e fatto inginocchiare (o fatto sedere), venivano fatti avanzare in silenzio e con le armi già caricate i soldati che, portatisi su due righe a tre passi dal condannato, sparavano al comando del primo maggiore, mirando in due alla fronte, in due al cuore e in due allo stomaco. Se il condannato dava ancor segni di vita era finito dai colpi, sparati uno alla volta, di altri sei soldati che si erano tenuti indietro di riserva. Disposizioni analoghe erano impartite per le pene da irrogar e ai soli sottufficiali (sospensione dall'impiego e retrocessione) ed a sottufficiali e soldati (degradazione e morte). C'erano poi i ferri ed i ceppi per sottufficiali e t ruppa e la pena delle bacchette riservata ai soldati. Il condannato a torso nudo e con i capelli raccolti dentro alla coppola di quartiere, doveva camminare, inquadrato tra quattro caporali o carabinieri, t ra due file di cento o duecento soldati, ognuno dei quali aveva ricevuto una bacchetta in legno con la quale doveva colpire il condannato (in mancanza di bacchette sf potevano usare le cinghie dei fucili). Alla punizione doveva esser presente il chir urgo che doveva assistere il condannato facendolo, se era il caso, riposare o rinvenire o facendo sospendere il castigo, se c'era pericolo di lesioni (salvo a farlo completare nel giorno o nei giorni successivi), perché, come diceva l'Ordinanza, si doveva sempre avere il dovuto riguardo all'umanità. Terminata l'esecuzione della pena i soldati gettavano le bacchette dietro di sé, il condannato era portato all'ospedale e l'ufficiale in comando faceva battere ìl tamburo minacciando la stessa pena subita dal colpevole a chi avesse osato rinfacciargli il castigo sofferto. La giu stizia pun iva e la giustizia. r iabilitava: con modalità analoghe ?1, quelle con cui erano stati sospesi dall'impiego o espulsi erano riabilitati ufficiali e sottufficiali. Coloro che dovevano essere riabilitati dopo essere stati degradati erano invece fatti presentare dava.µt i al reggimento schierato: veniva allora letta la formula di riabilitazione ed il portabandiera faceva passare tre volte orizzontalmente la bandiera sopra la testa del militare da riabilitare che si era m esso in ginocchio e che, rialza tosi, era r ivestito dell'uniforme ed inquadrato nei ran ghi. I Tribunali che provvedevano alla giustizia militare erano il Consiglio Supremo di Guerra, l'Udienza Generale di Guerra e Casa Reale, i tribunali delle varie piazze militari, quelli delle milizie provinciali ed i consigli di guerra oltre ai tri11 9


bunali esistenti, sotto varie denominazioni, in Sicilia e nei Presidi della Toscana. Accenneremo qui, però, soltanto ai più im portanti. Il Consiglio Sup remo di Guerra, con sede in Napoli, era il mass imo tribunale militare. Composto da ufficiali superiori o generali e da alti magistrati giudicava inappellabilmente, in materia civile, per tutto quanto atteneva a pensioni e paghe. Giudicava inoltre in prima istanza tutti i reati commessi da ufficiali superiori ed i reati di lesa maestà, duello, falsificazioni di monete, ribellione ed ammutinamento da chiunque commessi. Il Consiglio fungeva anche da tribunale di seconda istanza per tutte le condanne superiori ai dieci anni di reclusione comprese, ovviamente, le condanne a morte. Il re si riservava poi la facoltà di ratificare o meno i giudizi del Consiglio n ei casi in cui questo avesse emesso sentenze di morte, di carcer e a vita e, limitatamente ai soli ufficiali, di espulsione dall'esercito. Nel luglio del 1799 venne nominata una Giunta composta da _cinque Generali destinati ad esaminare la condotta degli ufficiali dell' esercito che avevano prestato servizio sotto la repu bblica. Questa Giunta, cui vennero attribuite nei m esi successivi anche t utte le competenze del Consiglio Suprem o di Guerra, limitandosi a condannare a morte - ai sensi dell'Ordinanza del 1789 - soltanto due generali e due colonnelli (gli altri ufficiali che incontrarono la morte in q uei mesi vennero condannati da altri tribunali), si dimostrò piuttosto indipendente nei giudizi e tutt'altro che assetata di sangue, suscitando il risentimento di alcuni ambienti della corte che con un R. Dispaccio del 17 marzo 1800 ne facevano r idurre il campo d'azione alle sole competenze del Consiglio Supremo di Guerra. L'Udienza Gene rale di Gue rra e Casa R eale - anch'essa a composizione mista, militare e civile - aveva competenza sui reati commessi dagli appa rtenenti alla Casa Reale e su quelli da chiunque commessi nell'ambito dei palazzi reali e nelle loro immediate adiacenze come pure su quelli commessi dai forzati all'interno delle installazioni militari. I Consigli di Guerra, che potevano essere di reggimento, di brigata o misti, erano i veri tribunali competenti delle truppe nelle cause criminali ed erano composti da un presidente e da sette giudici (uno dei quali poteva essere ricusato dall'imputato) scelti in maniera che ci fosse u n giu dice dello stesso grado dell'imputato. Il Consiglio di Guerra, ascoltata la Messa dello Spirito Santo, si riuniva in seduta all'inizio della quale veniva data lettu ra delle accuse form ulate dal fiscale, l'accu satore che aveva curato tutta la fase istruttoria (2), e che era di solito il quartiermastro. Venivano poi ascoltati il difensore e l'imputato e quindi il fiscale presentava le sue richieste. Secondo u na pr9cedura minuziosa, che tendeva aprivilegiare la chiarezza dei giudizi, erano raccolti i pareri scritti dei s ingoli giudici in conseguenza dei quali era com pilata la sentenza, che doveva poi esplicitamente essere di nuovo approvata per iscritto, altrimenti si riapriva la discussione e dovevano esser formulati dei nuovi pa reri. Quando, per gravissimi .motivi, era invece indispensabile procedere all'ema(2) L'istruttoria era condotta dal fiscale insieme al presidente e a due assessori e cominciava con l'informali va, cioè con l'istruttoria propriamente detta (alla quale erano dedicati ben ventidue articoli dell'Ordi-

nanza ed un'Istruzione Pratica a questa annessa), che culminava coll'interrogatorio dell'imputato. Seguiva la ratifica delle testimonianze davanti al Presidente ed agli assessori e, dopo la nomina del difensore (sottufficiale o ufficiale subalterno per sottufficiali e soldati, subalterno o capi tano per ufficiali subalte rni), s i procedeva alla confrontazione dei testimoni con l'imputato. Le carte processuali erano consegnate q uindi al difensore perché le esaminasse e veniva fissato un termine, breve, per l'inizio del dibattimento davanti al t ribunale.

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-nazione di un giudizio esemplare ed immediato poteva essere convocato un Consiglio di guerra straordinario subitaneo che giudicava all'impiedi, con procedura sommaria, con un ufficiale scelto a caso per difensore e servendosi di due tamburi, l'uno sull'altro, amò di scrivania (donde il modo di dire giustizia sul tamburo). I giudici davano il loro voto a voce ed il fiscale redigeva una breve sentenza che era inappellabile e che, se era di morte, veniva immediatamente eseguita. Nel corpo dell'Ordinanza sono contenute delle disposizioni che attengono, più che alla giustizia, alla disciplina militare, quali la facoltà accordata agli ispettori ed ai comandanti di corpo o di piazza di punire ufficiali e truppa ai loro ordini

senza necessità di convocare un consiglio di guerra, limitandosi a render nota la punizione alle autorità superiori ed al ministro della guerra nei soli casi più gravi. Un comandante di corpo poteva così infliggere ad un ufficiale arresti in camera fino ad otto giorni, senza darne comunicazione al brigadiere, ciò che si verificava invece per gli arresti in castello. Sempre un comandante di corpo poteva senza processo degradare un sottufficiale o infliggere ad un soldato fino a venti giri di bacchette di cento uomini oltre ad irrogare le punizioni minori previste dal Regolamento privato sulle pene economiche emanato assieme all'ordinanza. Queste pene in realtà economiche non erano, almeno nel senso che attribuiamo oggi a quest'aggettivo (multe o ritenute sulla paga). Si trattava infatti delle punizioni corporali che i comandanti di corpo o di distaccamento potevano infliggere a sottufficiali e soldati che mancassero al loro dovere, in maniera che la loro mancanza non meritasse di essere giudicata da un Consiglio di Guerra. Per i sottufficiali la pena prevista era quella dei colpi di piatto inferti, con una spada da ufficiale o da aiutante, sulla schiena, se fino ad un massimo di dieci, se no sulle natiche. Di massima la punizione era inflitta ai sottufficiali in maniera r iservata ed i colpi erano inferti da un altro sottufficiale, superiore o pari grado del punito. Colpi di piat to di spada erano previsti anche p er caporali e carabinieri m entre per il soldati erano previsti fino a cinquanta colpi di bastone, inferti da un caporale o da un carabiniere, con una bacchetta di nocciolo, sulle terga del punito fatto piegare su un banco o su un tamburo. Questo tipo di punizione poteva essere inflitto anche davanti a tutta la compagnia, facendo però in modo che non ci fossero estranei e minacciando poi la stessa punizione a chiunque l'avesse rinfacciata al punito. I soldati incorreggibili ed insensibili (o divenuti tali) ai colpi di bastone o alle bacchette erano messi ai ceppi nel cortile della caserma ed i ceppi venivano successivamente ristretti fino a far toccare le mani ed i piedi. Questo e ra il sistema giudiziario e disciplinare dell'esercito napoletano; non conosciamo, ora, la sua effettiva quotidiana applicazione, specie per quanto attiene alle pene economiche. Secondo il Galanti, all'inizio del periodo esaminato, su 25.000 soggetti al foro militare (esclusi quindi i «miliziotti») si avevano ·ogni anno circa duecentocinquanta condanne, tre delle quali a morte. Era questo, però, un esercit o ad effettivi ridotti ed in tempo di pace . In t empo di guerra veniva nominato un Uditore Generale (divenuto Uditore di Campagna nel periodo siciliano) che, come abbiamo visto, faceva parte dello Stato Maggiore ed era incaricato di provvedere alla giustizia m ilitare t ra le truppe operanti, avvalendosi ovviamente della collaborazione del Prevosto Generale che aveva l'incombenza della polizia militare. Non ci risulta che nei venticinque anni successivi siano state apportate all'Ordinanza modifiche di un qualche rilievo. Ci si lim itò a muoversi lungo due direttrici, una relativa alle punizioni p er le diserzioni e l'altra tendente a restringere il privilegio del foro militare. Man mano che aumentavano le reclute, ed i diser121


â&#x20AC;˘ tori, vennero infatti ritoccate le pene previste per la diserzione, adattandole alle necessitĂ del momento: a partire da un'apposita Ordinanza del 1791 si susseguirono quindi provvedimenti parziali come quello del 24 giugno 1797 relativo ai disertori in Lombardia (3) o quello del 24 dicembre 1808 relativo alle diserzioni dai r eparti formati da massisti (4) fino a giungere alla disposizione del 22 aprile 1809, la quale prescriveva che i colpevoli di diserzione senza aggravanti non fossero rinviati a giudizio, una volta catturati, ma che ci si limitasse a bastonarli e a prolungarne la ferma (5). L'altra tendenza che si manifestò in quegli stessi anni portò progressivamen-

te ad una limitazione dei reati che dovevano essere sottoposti ai giudici militari. CosĂŹ una circolare del 20 gennaio 1799 assoggettava alla giurisdizione ordinaria i militari rei di furti e di assassinii commessi nelle campagne, un'altra dell'8 giugno 1808 restringeva i casi nei quali i forzati erano soggetti alla giurisdizione militare, rendeva impossibile ai tribunali militari di giudicare insieme militari e civili come, invece, era prima previsto ed affidava, inoltre, alla giurisdizione ordinaria il giudizio su tutti i reati infamanti che non fossero stati commessi da militari all'interno delle installazioni militari o durante la campagna. Un R. Dispaccio del 14 febbraio 1815, infine, limitava il campo della giurisdizione militare ai soli reati militari in considerazione del fatto che la costituzione del 1812 aveva abolito i fori privilegiati.

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(3) A.S.Na. R.O. Voi. 171. (4) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 923. (5) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 924.

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-Capitolo IV

Il reclutamento e l'istruzione

1. Reclutamento degli ufficiali

Salvo rarissime eccezioni la nascita nobile eni il primo e pressocché inderogabile requisito per divenire ufficiali. Soltanto i nobili - ai sensi di un R. Dispaccio del 25 gennaio 1756 - potevano essere ammessi come cadetti nei corpi o nell'Accademia Militare e per nobili si intendevano sia gli appartenenti alle famiglie dell'aristocrazia, sia gli ufficiali, dotati della cosiddetta nobiltà personale (ciò che spiega come nei ruoli militari dell'esercito borbonico, fino al 1860, si trovino moltissimi cognomi di origine spagnola e, in minor misura, vallona, svizzera ed irlandese), sia infine gli appartenenti alle famiglie della cosiddetta nobiltà di toga, formata da alti magistrati e burocrati di rango elevato. Soltanto in casi eccezionali un sottufficiale, privo dei prescritti requisiti di nascita, poteva divenire, per merito, ufficiale. I suoi figli, però, non potevano beneficiare della nobiltà personale se egli non aveva raggiunto almeno il grado di capitano, un traguardo assai arduo per chi aveva guadagnato le spalline da ufficiale dopo lunghi anni di servizio, in età, in genere, più che matura. Avendo i prescritti requisiti di nobilt à si poteva diventare ufficiali seguendo due differenti strade: entrando, cioè, nei corpi come cadetti o, invece, frequentando l'Accademia Militare. In talune circostanze eccezionali si poteva guadagnare (o, forse meglio, comprare) un grado da ufficiale, provenendo direttamente dalla vita civile, e questa possibilità si verificava quando apposite norme attribuivano i diversi gradi da ufficiale a chiunque, di civile condizione, avesse fornito un certo numero di reclute. L'ultima volta che ci si volle avvalere di questo sistema fu agli inizi del 1813 quando agli ufficiali dei Volontari Siciliani ed ai gentiluomini che volevano diventare ufficiali dell'esercito venne offerta questa possibilità contro l'offerta di reclute in numero che variava dalle 20 occorrenti p er la nomina ad alfiere alla 300 necessarie per divenire tenente colonnello; non siamo però in grado di stabilire se e· quante persone si siano potute avvalere di tale facoltà in questa occasione come in quelle precedenti. Data l'estrema difficoltà di reperire reclute, deve essersi trattato di casi sporadici e quasi tutti verificatisi nel 1796 in occasione della levata di reggimenti di fanteria e di cavalleria a cura dei nobili. Cadetti, Soldati Distinti, Soldati Privilegiati e Volontari Nobili

In ogni compagnia di fanteria c'era una piazza, un posto diremmo noi, da cadetto, e due in ogni squadrone di cavalleria. Potevano esservi ammessi, su richiesta delle famiglie, che provvedevano al loro mantenimento pagando sei ducati al 123


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mese, i ragazzi che avevano i prescritti requisiti di nascita, una sana e robusta costituzione fisica ed un'età non superiore ai 13 anni per la fanteria ed ai 14 per la cavalleria. Servendo come sottufficiali (ed il servire da semplici soldati era la prima delle punizioni loro riservate) i cadetti imparavano il mestiere delle armi e quando c'erano delle vacanze nei posti di alfiere diventavano ufficiali meritando la promozione - almeno nei primi anni - a giudizio del colonnello sulla sola, base dello zelo, applicazione, costumi e talenti. Nel corso degli anni successivi fu invece necessario sostenere u n apposito esame (1). I cadetti dormivano con la truppa ma prendevano i loro pasLi con i sottufficiali o formando un gruppo a parte. Se, raggiunt i i 18 anni, non si dimostra vano in grado di svolgere le mansioni dei sottufficiali erano rimandati alle loro case. I giovani di famiglia nobile che non disponevano dei mezzi necessari per mantenersi come cadetti potevano arruolarsi come soldati, se ne avevano i requisiti fisici e l'età (per quest'ultima si poteva prescindere, limitatamente ai figli di ufficiali). Erano chiamati soldati distinti, avevano - almeno dopo il 1792 - uno speciale distintivo (un galloncino oro o argento al colletto), erano armati di sciabola, prestavano in tutto e per t utto il servizio del soldato semplice e potevano, per m erito, passare sottufficiali e poi ufficiali. Ovviamente il loro avanzamento ad ufficiale era più lento e più in certo di quello dei cadetti - per non parlare poi dei cadetti dell'Accademia Militare - ma, date le qualità di nascita e di istruzione, potevano rapidamente progredire nei gradi di sottufficiale. Nel 1779 (17 luglio), ricalcando una vecchia disposizione del 1774, veniva loro accordata la possibilità di farsi sostituire da altri soldati, con i quali dovevano accordarsi direttamente, nello svolgimento di alcuni compiti particolarment e gravosi come il trasporto della legna, la pulizia delle caserme o la preparazione del rancio, divenendo così, secondo la terminologia dell'epoca, esenti da meccaniche di quartiere (2). Con R / Ordine del 1° maggio 1799 i soldati distinti divennero soldati privilegiati (3) e l'anno successivo - con R. Ordine del 13 giugno - inglobarono anche i cadetti, costituendo così l'unica categoria dalla quale sarebbero stati tratti gli ufficiali, considerata anche la chiusura dell'Accademia (4). I soldati privilegiati potevano ora essere presi anche tra i figli di distinti pagani, tra le famiglie, cioè, borghesi, nel duplice senso di non militari né nobili. Con il ristabilimento dell'Accademia Militare (R. Ordine 1° dicembre 1802) la classe dei soldati privilegiati perdeva rilevanza come fonte di reclutament9 di ufficiali salvo a riacquistarla nel 1806 quando l'esercito trovò rifugio in Sicilia dove non c'erano scuole militari di alcun tipo. Veniva allora deciso di ripristinare la classe dei cadetti, t raendoli dai soldati privilegiati di età corrispondente (R. Dispaccio del 20 ottobre 1806). Tutti i cadetti venivano riuniti nel 1808 in un'apposita com pagnia del reggimento Guarnigione, di stanza a Monreale, forte di 260 teste, di e.ui 723 cadetti, per seguire un apposito corso di st udi regolari e p er passare poi quali ufficiali ai repa.rti. In r ealtà, però, già l'anno successivo parte dei cadetti, quelli più avanzati d'età, pare siano stati immessi nelle Guardie del Corpo mentre gli a ltri erano inviati (1) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 675. Per grazia sovrana era possibile prescin dere dai limit i di età e far nominar e cadetti anche dei ragazzi non ancora in grado di prestare servizio effettivo. (2) A.S. Na. Segr. Ant. Fs. 323. (3) A.S. Na. Ibidem . (4) A.S. Na. Excerpta Fs. 352. (5) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 936.

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ai corpi in ragione di due per compagnia, lasciando a Monreale soltanto i più giovani, che sarebbero rimasti fino ai sedici anni nell'apposita Sala di Educazione (6) per passare quindi ai reparti come soldati privilegiati (divenuti poi esenti da meccaniche) e per esservi promossi cadetti, previo superamento di un esame (7). Sempre nel 1808 era ufficialmente stabilito che, in concorrenza con i cadetti, potessero aspirare al grado di ~lfiere i portabandiera, i primi ed i secondi sergenti che - a giudizio dei superiori - lo avessero meritato e che fossero di distinti e civili natali. Un altro passo avanti della borghesia. Per le proprie caratteristiche l'artiglieria aveva un sistema particolare che privilegiava il merito e la preparazione rispetto alla nascita. L'Ordinanza del Corpo Reale prevedeva, in ogni compagnia, due volontari nobili nati di nobile famiglia o di famiglia che si mantenga nobilmente (figli, quindi, anche di professionisti o di proprietari) che servivano da soldati per passare poi sottufficiali e che erano esenti da meccaniche. Ogni brigata d'artiglieria aveva, poi, due cadetti, uno per compagnia, provenienti dall'Accademia e con il grado di alfieri di fanteria. Questi cadetti trascorrevano i primi sei mesi servendo inizialmente come semplici artiglieri e risalendo la scala gerarchica fino a servire com'e primi aiutanti. Passavano poi al comando di una squadra frequentando, al contempo, le scuole teoriche e pratiche del Corpo Reale. Durante il periodo siciliano gli aspiranti ufficiali di artiglieria e del genio vennero denominati alunni e potevano divenire ufficiali attraverso il superamento di appositi esami (8). Di solito provenivano dai migliori allievi della Sala di Educazione e del Convitto Calasanziano (9). Prescindendo completamente dai requisiti di nascita i primi aiutanti di artiglieria e dei pionieri potevano ugualmente affrontare questi esami per divenire ufficiali se ritenuti idonei a tale impiego. L'Accademia Militare

La più importante fonte di reclutamento per gli ufficiali, specie per quelli delle armi facoltative, era comunque costituita dall'Accademia Militare, la cui organizzazione rappresentò uno dei più bei frutti del periodo delle riforme. L'Accademia, che aveva sostituito il disciolto battaglione Real Ferdinando in cui erano affluiti tutti i cadetti dell'esercito, venne inaugurata nel novembre del 1787, quando i suoi corsi vennero trasferiti nei nuovi locali della Nunziatella, dove ha ancora oggi la sua sede il Collegio Militare. L'Accademia ospitava duecentoquaranta allievi divisi in quattro brigate, ciascuna delle quali era agli ordini di un capitano comandante, coadiuvato da un capitano in seconda, un primo ed un secondo tenente e da due brigadieri e quattro sotto-brigadieri scelti tra gli allievi. C'erano inoltre lo Stato Maggiore, composto dal comandante, dal comandante in seconda, da un maggiore, un ispettore degli studi, un aiutante maggiore, un, quartiermastro ed un altro ufficiale incaricato dell'amministrazione, e lo Stato Minore formato da quattro cappellani, un chirurgo maggiore, un secondo chirurgo, un medico, due pratici di chirurgia, due tamburi, due pifferi ed un armiere. Inoltre erano addetti al servizio ed alla sorve(6) (7) (8) (9)

A.S. A.S. A.S. A.S.

Na. Na. Na. Na.

A.R.C.R. Fs. 924. A.R.C.R. Fs. J 160. A.R.C.R. Fs. 924. Segr. Ant. Fs. 301.

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glianza dei locali venti caporali e sergenti degli invalidi e trenta trabanti (famigli). I professori previsti in organico erano trentacinque e più precisament e due di calligrafia, nove di disegno, otto di lettere, nove di matematica, uno di filosofia, uno di storia, uno di chimica e quattro di materie militari, scelti quest'ultimi tra gli ufficiali. All'educazione fisica provvedevano sette maestri di scherma, sette di ballo ed un ufficiale istruttore di equitazione, coadiuvato quest'ultimo da un cavalcatore, un sergente, un caporale e dieci soldati di cavalleria. Ufficiali, sottufficiali e soldati addetti all'Accademia percepivano le paghe loro spettanti a seconda del grado rivestito. I professori avevano invece stipendio di dieci o quindici ducati al mese, i cappellani di venti, il chirurgo maggiore ed il medico di venticinque, il secondo chirurgo di venti. Stipendi piuttosto bassi, quindi, specie per i professori, ma si considerava normale che costor o, come pure i medici, data la limitata durata dei loro impegni all'interno della Nunziatella, svolgessero alt re attività e, di conseguenza, disponessero di altre entrate. Gli allievi erano ammessi all'Accademia tra i nove e i dodici anni di età, dovevano esser sani di corpo così da potersi con sicurezza render atti al mestiere della guerra e, naturalmente, dovevano essere di famiglia nobile ai sensi del R. Dispaccio del 25 gennaio 1756, successivamente ribadito in occasione della formazione del battaglione Real Ferdinando. Sulle domande di ammissione decidevano il comandan te e l'ispettore privilegiando chi dimostrasse buon costume, maggiore talento e più costante volontà di apprendere. Gli allievi erano nominati cadetti solo dopo aver trascorso un certo periodo all'Accademia dando buona prova di sè. Le spese per il vestiario e per la biancheria personale e da letto degli allievi erano a carico delle loro famiglie, così come era a carico delle famiglie il pagamento degli otto ducati mensili necessari per il mantenimento degli allievi. Erano invece a carico dello Stato tutte le spese per gli allievi orfani di ufficiali e, in ogni caso, le famiglie di ufficiali erano esentate dal pagamento degli otto ducati. Le quattro brigate inquadravano gli allievi a seconda della loro età e tutta l'Accademia era a sua volta divisa in nove classi, oltre ad una decima, straordinaria, riservata a quei cadetti particolarmente dotati che facevano sperare di poter divenire ottimi professori. Il regolamento del 1798, in cui erano raccolti i criteri informatori ed i programmi di studio del primo decennio di vita dell'istituto, così riportava - all'articolo 2 del primo capitolo della prima parte- la progressione degli studi nelle nove classi. I. Nella prima Classe s'insegnerà il leggere, numerare, ed i primi rudimenti della Grammatica Italiana. Il carattere di Scrittura. Il Disegno di Figura. II. Nella Seconda: La Grammatica Italiana ragionata. L'Aritmetica pratica. La Lingua Francese. Il Carattere di Seri/tura. Il Disegno di Figura. III. Nella Terza: La Lingua Latina. La Lingua Francese. L'Aritmetica pratica. Il Carattere di Scrittura. Il Disegno di Figura. 126


-IV. Nella Quarta: L'Arte di scrivere Italiano. L'Esercizio sulla lingua latina, e francf:se. L'Aritmetica ragionata. ¡ La Geometria piana. Il Disegno di Delineazione. V. Nella Quinta: L'Algebra finita. La Geometria Solida. La Logica, e Scienza de' Doveri. Il Disegno Geometrico. VI. Nella Sesta: Le Sezioni del Cono. Il Calcolo Differenziale, ed Integrale. La Trigonometria piana unita alla Geometria pratica. La Storia Politica, e Militare. Il Disegno di Situazione. VII. Nella Settima: La Meccanica unita alla Fisica Sperimentale. La Stereotomia. La Geografia Matematica. Il Disegno di Macchine. L'Arte di Modellare. VIII. Nell'Ottava: L'Architettura Militare. L'Artiglieria teorica, e pratica. La Chimica. Il Disegno corrispondente a tali Scienze. Il Disegno, e spiega di Architettura Civile. L'Arte di modellare. IX. Nella Nona: L'Attacco, e Difesa delle Piazze, e l'Arte di progettare. La Tattica. L'Architettura Idraulica. Il Disegno corrispondente a tali Scienze. Il Disegno, e spiega di Architettura Civile. L'Arte di Modellare. X. Nella Classe estraordinaria: La Geometria, e Calcolo Sublime in tutta l'estensione. Il regolamento sanciva poi precise disposizioni sull'educazione fisica, sulla pulizia individuale e dell'ambiente, sul vitto, sul tipo di vestiario e perfino sul modo in cui si doveva star seduti per studiare o sul modo di dormire e concludeva questo capÏtolo ricordano che per serbare una certa proporzione di tempi occorreva dividere la giornata in tre parti, una dedicata ai pasti, alla ricrezione, alle pratiche religiose ed agli esercizi fisici, un'altra dedicata allo studio, in aula o in camera, ed una terza, infine, dedicata al riposo. Di estremo interesse, per la modernità delle teorie pedagogiche che ne erano alla base, era il sistema educativo in vigore nell'Accademia. L'educazione doveva tendere a sviluppare armonicamente il corpo, la mente e l'animo degli allievi, dovendosi servire, gli educatori, della parola 127


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e, soprattutto, dell'esempio. Come diceva il regolamento si debbono persuadere i giovani nelle amichevoli conversazioni e vieppiù con l'esempio. E quest'armonia, questo prevalere della persuasione sulla coercizione - assai ben espressi n ell'ordinanza - permeavano l'intero sistema educativo. Le scienze non eran o insegnate in maniera astratta né, all'opposto, ci si limitava a fornire delle semplici cognizioni tecnico-pratiche, ma si tendeva a fondere, armoniosament e appunt o, teoria e pratica. Così lo studio di fisica, chimica e topografia si accompagnava agli esperimenti ed alle rilevazioni in campagna e non erano trascurate le lettere né lo studio di quel tanto di latino sufficiente per leggere i classici. All'amor di patria si dovevano accompagnare la generosità, la subordinazione e l'officiosità, cioè il rispetto di sé e degli altri, ugualmente lontano dall'arroganza e dal servilismo. In più punti dell'ordinanza era ribadito che e ra assolutam ente necessar io che il sistema educativo non venisse in alcun modo inficiato e che tutti, a cominciare da ufficiali e professori, vi si attenessero scrupolosamente. Degne di nota erano le prescrizioni relative ai giudizi ed agli esami. Per ogni allievo loro affidato gli ufficiali dovevano redigere delle valutazioni men sili relative, nell'ordine, al carattere, alle inclinazioni, alle attitudini, al comportamento, al coraggio ed alla subordinazione ed era prescritto l'uso di precisi termini di valutazione, con facoltà, però, per gli ufficiali, di annotare anche tutto quanto fosse loro sembrato degno di interesse. I professori dovevano analogamente giudica re ogni mese l'attenzione, la facoltà di ragionare, il profitto e la subordinazione di ciascun allievo. Al termine dell'anno scolastico erano previsti per ogni classe gli esami per l'ammissione alla classe successiva, esami da tenersi davanti ad una apposita commissione, formata dal comandante dell'Accademia, dal comandante in seconda, dal maggiore, dall'ispettore e da tre professori, due dei quali erano quelli addetti alla classe cui gli allievi dovevano accedere mentre il te rzo era scelto dal comandante. I professori esprimevano poi il loro par ere pe r iscritt o, così come gli ufficiali esaminatori. Chi non superava gli esami ripeteva l'anno e se non riusciva a superare gli esami neppure l'anno successivo era rimandato a casa, qualora ritenuto incapace. Se era invece qualificato come mediocre lo si ammetteva ugualmente nella classe superiore perché - come diceva l'ordinanza - acquistasse dall'intero istituto scientifico-pratico le idee più generali e ricavasse da esso quel profitto che sarà possibile. Annualmente era inviata al re una completa relazione su tutti gli allievi. Nella settima classe si sceglieva chi, più dotato, proseguiva negli st udi per essere ammesso, come ufficiale, nelle armi facoltative e chi, invece, passava n ei reggiment i di fanteria e cavalleria, tenendosi sempre conto, nell'assegn a zione, del profitto, della facoltà di ragionare, del costume, e delle inclinazioni. Per l'assegnazione degli ufficiali alle armi facoltative veniva formata una precisa graduatoria: al primo posto erano collocati i cadetti che pe r tre anni erano stati reputati di forte e talvolta ingegnosa capacità di ragionare e di profitto grandissimo, al secondo quelli che erano stati reputati di forte capacità di ragionare e di profitto grande e talvolta grandissimo, al terzo, infine, coloro la cui capacità di ragionar e era stata semplice e talvolta forte ed il cui profitto era sempre stato reputato grande. Al momento dell'uscita dalla scuola si aiutavano con apposite provvidenze i cadetti orfani di ufficiali ad approntare il vestiario loro occorrente ai corpi. I figli di ufficiali appartenenti a famiglie numerose ed in difficili condizioni economiche ricevevano invece generi di vestiario per un ammontare di trent a ducati. Un altro e ben più robusto aiuto ai neo ufficiali era dato - a partire almeno dal 130


1798 - dai 130 o 240 ducati, a seconda dell'arma di assegnazione, fanteria o cavalleria, che erano prelevati a loro beneficio dalle rendite dei Luoghi Laicali, cioè a dire dalle congregazioni religiose soppresse, che erano elevati addirittura a 160 e 260 ducati per gli orfani (1°). L'ordinanza precisava inoltre qualità e compiti di t utto il personale addetto all'Accademia, in maniera sintetica ma estremamente chiara, così da far risaltare ciò che si attendeva da ogni u fficiale, sottufficiale, cappellano o p rofessore per la piena riuscita del progetto educativo che doveva essere realizzato, giorno dopo giorno, con l'apporto di tutti. Oltre agli allievi erano ammessi a frequentare l'Accademia, in qualità di esterni, degli alunni, che potevano essere dei cadetti che servivano n ei reggimenti di stanza a Napoli o dei giovani di famiglia n obile. Questi alunni, ammessi a frequentare previo il superamento di un esame o dietro un ordine esp resso del re, condividevano con i cadetti le lezioni e le esercitazioni, ma vestivano un 'uniforme diversa e i più grandi di loro fornivano la guardia alla porta esterna dell'Accademia. I più meritevoli fra gli alunni potevano, in seguito, essere ammessi all'Accademia se ci fosse stato qualche posto disponibile per abbandono o per altre cause. Possiamo considerare come il vero padre dell'Accademia Francesco Parisi il più brillante ingegno militare napoletano dell'epoca - che dell'Accademia era comandante in seconda e l'ispettore degli studi ed al quale si deve, senza alcun dubbio, ascrivere l'intero merito del moderno ed efficiente sistema educativo, sistema da lui elaborato anche grazie alla conoscenza diretta di similari istituzioni acquisita durante apposite missioni. Come tutte le istituzioni militari napoletane anche l'Accademia rimase coinvolta e t ravolta dalla crisi del 1799. Ufficiali, professori e cadetti erano rimasti implicati, in misura maggiore o minore, nelle vicende della Repubblica Parten opea e sull'Accademia si abbatté, sia pure temporaneamente, la punizione del vincitore. L'Accademia venne sciolta il 27 novembre 1800 e con un regio dispaccio del 13 Aprile 1801 era ricostituita come semplice Convitto di Orfani Militari cui potevano esser ammessi, tra i sette ed i quattordici anni, gli orfani di ufficiali da immettersi poi nell'esercito, a seconda delle capacità e delle qualità, al compimento del diciottesimo anno. Al Convitto era addetto, sotto la direzione di un presidente, un personale assai ridotto ch e com prendeva un ufficiale al dettagl io, un direttore o prefetto degli studi, due cappellani, un medico, due chirurghi, due pratici di chirurgia ed un razionale (ragioniere) oltre al personale di servizio. Il dispac~ cio precisava anche, fortunatamente, che i cadetti che ancora si trovavano alla Nunziatella potevano restarvi se avevano meno di diciotto anni (1 1) . Era questa la prima breccia aperta nel nuovo ordinamento: un'accademia come la Nunziatella, con le sue insostituibili funzioni di formazione degli ufficiali, non poteva essere cancellata con un semplice tratto di penna senza essere in qualche modo sostituita. Così il I O dicembre dell'anno successivo l'Accademia era di nuovo restituita al suo nome ed ai suoi compiti. Le difficili condizioni del m omento la videro risorgere a dimensioni rid,otte, su due sole brigate di ventiquattro cadetti ciascuna, cui erano addetti, agli' ordini del comandante, due capitani, sei ufficiali subalterni, un quartiermastro, un ufficiale al dettaglio, due cappellani, u n medico, un chirurgo e quindici professori. Il Calendario e notiziario della Corte del 1805 riporta, oltre ai nomi dei pro(10) A.S. Na. Excerpta Fs. 352. (11) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 675.

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fessori, le materie da questi insegnate, dalle quali possiamo desumere come i programmi fossero rimasti invariati. Anche questa volta accanto ai cadetti si ammisero degli alunni esterni, su decisione del re in data 15 aprile 1804, ma i loro corsi erano, almeno in parte, diversi da quelli de gli allievi interni e finirono per assumere la speciale denominazione di Università degli Studi nella R. Accademia Militare per alunni esterni. I loro corsi erano t enuti - secondo il calendario sopracitato - da sette u fficiali, un sottufficiale e due sacerdoti. ' L'ultima menzione dell'Accademia la troviamo nel R. Dispaccio del 9 febbraio 1806 con il quale, alla vigilia dell'arrivo dei francesi, si ordinava il rinvio dei cadetti alle loro case (1 2). Poi, rifugiatisi in Sicilia, i Borboni non avranno altre accademie militari, la compagnia cadetti del reggimento di Guarnigione sarà qualcosa di dive rso e la Nunziatella sotto Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, pur mantenendo le sue funzioni, cambierà denominazione divenendo prima Scuola Militare e poi Scuola Politecnica. 2. Reclutamento della truppa

Il sistema di reclutamento abituale dell'esercito borbonico era, come in tutti gli esercit i dell'ancien regime, quello dell'arruolamento volontario dietro pagamento di un premio di ingaggio. Soltanto in caso di mobilitazione o di guerra il re poteva indire delle leve, dalle quali era però esclusa la Sicilia. Esamineremo separat amente i due diversi tipi di reclutamento, partendo dall'arruolamento volontario. Oltre all'attitudine fisica alla vita militare - accertata p res so i repar ti attraverso una visita medica - i requisiti r ichiesti al volontario che si arruolava nella fanteria eral)o lo stato libero (essere, cioè, celibe o vedovo senza figli), un'età compresa tra i 16 e i 35 anni ed un'altezza minima di 5 pulgate (o piedi) ed un pollice. Il requisito dell'altezza poteva in qualche modo essere aggirato con la facoltà, accordata ai comandanti di corpo, di arruolare giovani sotto i 18 anni alti solamente 5 pulgate ma che promettessero di crescere (1 3). Statura più alta - 5 pulgate e 2 pollici - era invece prevista per i reggimenti ester i e per la cavalleria fino a raggiungere addirittura 5 pulgate e 4 pollici per l'art iglieria. Era inoltre prevista la possibilità di arruolare in ogni compagnia, come t amburino o piffero, un ragazzo di almeno 10 anni di età, figlio di un sottufficiale o di un soldato, che avrebbe poi contratto un regolare ingaggio al compimento di quindici o sedici anni di età (14). . In caso di reingaggio si poteva prescindere, ovviamente, dai limiti di età. Il premio di ingaggio - all'inizio del p eriodo esaminato - era di 6 ducati per la fan teria, 12 per la cavalleria, di importo variabile, a seconda delle çiecisioni superiori, per l'artiglieria e di importo ugualmente variabile, ma assai superiore e del quale era stabilito soltanto il massimo, per i reggimenti esteri, a seconda che le reclute fossero arruolate all'estero, sulle frontiere o all'int er no del regno. Per evitare le dise rzioni il premio d'ingaggio era versato in parte al momento dell'arruolamento, in parte successivamente, ed in parte infine era trattenuto dai corpi per provvedere al pagam ento del corredo del soldato. (12) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 936. (13) A,S. Na . R.O. Voi. 159. (14) A.S. Na . R.O. Vol. 209.

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Il periodo d'ingaggio era di 8 ann i .per l'artiglieria e p er la fant eria, di 6 pe r i r eggimenti esteri e di 12 per la cavalleria. I periodi di r eingaggio pot evano ave re una durata minore. Per poterne usufruire bisognav.a reingaggiarsi nell'ultimo anno di servizio o, al più tardi, entro sei mesi dalla scadenza del primo periodo di ingaggio. I sottufficiali" non pot evano usufruire di reingaggi più brevi. I congedi, una volta spirato il periodo di ingaggio, erano accordati in occasione della visita di ispezione che si faceva a dicembre, avendo pe rò cura di non congedare troppi uomini insieme. Così se era troppo grande il numero di congedandi si procedeva al congedo di una parte soltan to di costoro, rinviando il congedo d egli a ltri all'anno successivo previo pagamento, pro-rata, del premio di reingaggio (1 5). Era anche previst a, tra l'altro da un regio ordine del 21 settembre 1790, la possibilità di chieder e congedi anticipati. Occorreva però, in quest o caso, fornire una nuova recluta o riscattare gli anni di servizio mancanti al congedo pagando sei ducati per anno se si era fanti o dieci se cavalie ri. Questo se si e ra considerati elementi poco validi; in caso cont rario il prezzo del riscatto saliva a dieci e quindici ducat i e non era comunque permesso di accordare più di due o tre congedi di questo tipo per r eggimento. Le alte cifre richieste e le clausole limitative frap post e ci fanno comprender e quanto fosse difficile avere delle reclute e quant o, sopratt utto, si rinunciasse malvolentieri ai soldati già istruiti (1 6). Erano poi accordati dei congedi per mot ivi di salute con il passaggio agli invalidi o con il ritiro alle proprie case ed i relativi attestati erano compilati su carta rossa mentre i congedi infamanti erano rilasciat i su carta gialla ai soldati incorreggibili. In tempo di gue rra non si accordavano congedi. Incaricat e di procedere agli arruolament i erano delle partite di u fficiali, sottufficiali e soldati che, munite di apposita autorizzazion e, battevano le zon e loro riservate alla ricerca di reclute da ingaggiare. La bozza dell'ordinanza sul gove rno e l'amministrazione interna dei corpi, della metà degli anni novanta, r icalcando le usanze p recedenti, fissava la forza delle partite in un ufficiale p er reggimento accompagnato da un sottufficiale e da un soldato o due per compagnia o p er squadrone, sottufficiali e soldati scelti in genere tra quelli originari delle zone in cui si procedeva al r eclutamento. L'ordinanza per il Corpo reale d'artiglieria prevedeva invece partite composte solo da sottufficiali ed artiglieri. Un sistema an alogo era adottato per i reclut amenti da farsi all'ester o . Scopriamo così che nel 1794 si trovavano in Albania, a far reclute per il Real Macedonia, un capitano, tre cadetti, due sergenti e due soldati. Questa diversa composizione della partita, con la presen'.?a di tre cadetti, può essere spiegata con l'influenza positiva che poteva essere esercitata sulle potenziali reclute da quest i giovani appartenenti alle famiglie dei notabili del paese. In seguito, per incorpor are le r eclute, sarebbero passati in Albania un altro cadetto, un capor ale e veriti soldati (17). Il Regolamento per la reclZ:Ltazione dell'esercito, stampat o a Palermo a seguito di un regio ordine del 23 settembre 1800, riordinò successivamente tutta la materia dopo che l'esercito, sbandatosi ai primi del 1799, si an dava faticosamente r icostituendo grazie anche all'apporto delle masse. Secondo questo regolamento (15) A.S. Na. R.O. Vol. 159. (16) A.S. Na. Ibidem. (17) A.S. Na . R.O. Vol. 170.

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potevano provvedere al reclutamento, in qualità di provvisionati, oltre agli ufficiali, sottufficiali e soldati inviati in partita, anche gli ufficiali, i sottufficiali ed i soldati in ritiro o appartenenti alle milizie provinciali o agli invalidi. Per facilitare gli arruolamenti era diminuito di sei mesi il periodo di ingaggio per ogni soldato che avesse portato una recluta. Per lo stesso scopo ogni ufficiale che veniva promosso doveva presentare, entro un anno dalla promozione, due reclute o doveva pagarne il premio di ingaggio mentre era pagato il soprassoldo - che non era previsto durante i periodi di licenza - a quanti, ufficiali, sottufficiali o soldati, fossero tornati al reggimento portando con loro due nuove reclute. Queste dovevano avere tra i 16 ed i 40 anni di età, elevabili a 45 in tempo di guerra, ed erano pagate dodici ducati per otto anni di servizio, in qualunque arma, tranne che nei reggimenti esteri per i quali la durata del servizio era di cinque anni per un premio che non era ancora stato stabilito. La recluta poteva anche rinunciare al premio di ingaggio ed in tal caso era previsto che sarebbe stata preferita nei futuri avanzamenti. Due terzi del premio erano pagati alla recluta, in contanti ed in generi di equipaggiamento, dopo il suo arrivo al corpo. Al momento della firma dell'ingaggio, da apporsi alla presenza di due testimoni, certificata dall'autorità militare o civile locale, la recluta era sottoposta ad una prima sommaria visita medica tendente ad accertarne una robusta costituzione fisica e l'assenza di marchi impressi a fuoco dal carnefice ai condannati per reati infamanti. Erano inoltre richieste, in questa occasione, informazioni sul conto della recluta alle autorità del suo paese di origine. Le reclute, guidate da sottufficiali e da soldati, raggiungevano poi il reggimento dove erano sottoposte ad una più approfondita visita medica e qui, dopo aver venduto gli abiti borghesi che indossavano, erano distribuite tra le varie compagnie ricevendo un'uniforme che recava sul braccio sinistro in bianco o in rosso la lettera «R». Era assolutamente proibito l'uso di minacce o di lusinghe nel reclutamento (anzi, per maggior sicurezza, se l'arruolatore non era in divisa doveva mostrare alla recluta un figurino con l'uniforme del reggimento per il quale reclutava) e la recluta aveva un mese di tempo per sollevare eventuali eccezioni. Se queste erano ritenute giuste la recluta era congedata e tutte le spese fino ad allora sostenute erano poste a carico del reclutatore. Un foglio per il reclutamento dei reggimenti nazionali di tutte le armi in dat a 29 gennaio 1802 ribadiva queste disposizioni precisando che i dodici ducati dovevano essere pagati ratealmente nel corso di sei anni. Un altro foglio della stessa data relativo alle reclute per i reggimenti stranieri (ad eccezione del battaglione cacciatori albanesi soggetto a norme particolari) prevedeva che il premio, comprensivo delle spese di viaggio, fosse di 30 ducati per albanesi, svizzeri e tedeschi, se questi erano reclutati all'estero e di 20 ducati se erano reclutati nel regno e sempre di 20 ducati per piemontesi e toscani. Il periodo di ingaggio era di sei anni se il reclùtamento era effettuato fuori dal regno e di otto se la recluta si ingaggiava all'interno dei confini :(1 8). I reclutamenti, per la difficile situazione economica, vennero poi, almeno in teoria, sospesi nel 1803 (1 9) per esser riaperti alla vigilia della guerra nel dicembre 1805 (2°). (18) A.S. Na. R.O. Vol. 203. (19) A.S. Na. Ibidem . (20) A.S. Na. R.O. Voi. 256.

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-Dall'anno successivo, con l'esercito in Sicilia, il reclutamento divenne piuttosto difficoltoso - anche se, perdurando lo stato di guerra, non si procedeva al rilascio dei congedi - e per tenere a numero l'~sercito si dovette far conto su i massisti e sui profughi. Nuove disposizioni furono emanate nel 1807 quando venne costituita un'apposita Commissione di Reclutamento Generale - presieduta dal brigadiere Del1 l'Uva coadiuvato da un segretario e da un razionale - sciolta poi nel 1812 (2 ). Le reclute, per la loro istruzione, erano inquadrate provvisoriamente nel reggimento Guarnigione. Una inaspettata fonte di reclutamento venne scoperta in Spagna dalla quale affluivano in Sicilia per essere arruolati, a decine e decine, disertori dei reggimenti napoletani di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat impegnati nella penisola iberica, reggimenti che erano composti in gran parte da ex soldati o da partigiani borbonici obbligati a servire a forza. Ancora nei primi mesi del 1812 arriveranno a Palermo due partite di 500 e di 81 reclute di questa provenienza (22). Sin dal 1° ottobre 1808 erano state impartite disposizioni relative alla loro ferma: gli ex soldati borbonici dovevano limitarsi a terminare il loro periodo di servizio, se erano in possesso dei documenti che lo dimostravano, altrimenti dovevano servire per quattro anni; chi invece non aveva mai prestato servizio doveva restare sotto le armi per tutta la durata della guerra (23). Differenze, comunque, quasi platoniche, visto che fino al 1814 sarebbe perdurato lo stato di guerra con la conseguente proibizione dei congedamenti. Fino al 1812 gli albanesi, pur se con difficoltà, riuscirono a ricevere reclute dalla madre patria pagando 12 ducati (24), mentre il reggimento Estero si alimentava reclutando, con le buone o con le cattive, tra i prigionieri di guerra ed i disertori nemici di nazionalità non francese, come tedeschi, polacchi o svizzeri. La riforma del 1812 con la suddivisione dei r eparti in siciliani ed esteri complicò ulteriormente le cose, almeno nei reggimenti siciliani che non potevano ora ricorrere al r eclutamento di continentali per colmare i loro vuoti e trovavano, poi, maggiori difficoltà del solito nel reclutare siciliani poiché la presenza degli inglesi nell'isola, oltre all'inflazione, aveva portato anche un certo benessere, specie nelle città, rendèndo così ancora più scarsi i volontari. Per attirarli, un regio dispaccio del 12 Gennaio 1813 riduceva a cinque anni la durata della ferma ed un altro, del 23 novembre dello stesso anno, elevata fino a 6 onze, pari a 18 ducati, il premio di ingaggio (25). All'altra fonte di reclutamento, la coscrizione obbligatoria, si ricorreva solo in casi estremi, di mobilitazione o di guerra, sia perché la popolazione le era ostilissima sia in quanto, dati i tempi, era di lenta e difficile esecuzione. Si preferiva perci6 ricorrere, nei limiti del possibile, ad arruolamenti straordinari di volonta- . ri per tutta la durata della guerra, dietro un piccolo compenso e qualche esenzione fiscale, ed all'immissione nell'esercito delle milizie provinciali: delle truppe di riserva, cioè, in cui militavano «part-time» dei volontari attratti, in primo luogo, da facilitazioni tributarie e. da privilegi giudiziari, come si è visto trattando delle milizie. · Infatti era previsto sin dal tempo di pace che fossero i miliziotti i primi ad (21) (22) (23) (24) (25)

A.S. A.S. A.S. A.S. A.S.

Na. Na. Na. Na. Na.

A.R.C.R. Fs. 935. Ibidem. A.R.C.R. Fs. 923. Ibidem. A.R.C.R. Fs. 1160.

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essere chiamati alle armi e, a tale scopo, l'ordinanza del 31 dicembre 1787 sul riordinamento della fanteria aveva stabilito che ogni reggimento traesse dalle milizie i seicento uomini necessari per portarsi sul piede di guerra o, per usare le parole stesse dell'ordinanza, erano addette e costantemente mantenute ad ogni reggimento sul piede di pace seicento teste delle milizie provinciali. Così nel 1792 vennero chiamati in servizio i 12.000 miliziotti necessari per portare la fanteria sul piede di guerra. Nella stessa occasione, con un senso di preveggenza piuttosto insolito nell'amministrazione militare borbonica, venne disposta la compilazione di liste comprendenti tutti gli abitanti in grado di portare le armi. Per arrivare ad una vera e propria leva (anche se era ufficialmente previsto che dal numero di reclute richiesto fossero dedotti quanti si presentassero volontariamente) si doveva giungere all'editto del 5 agosto del 1794 che richiedeva 16.000 uomini, pari al 4 per mille dei sudditi di re Ferdinando, anzi più esattamente dei sudditi dei dominii continentali, visto che la Sicilia era esente da ogni tipo di leva (26). Ogni città o paese doveva fornire un numero prefissato di reclute. Mancando o essendo insufficienti i volontari si doveva procedere al sorteggio di quanti erano destinati a partire estraendone pubblicamente i nomi da un'apposita urna o bussola. Per questa ragione i coscritti erano detti bussolati. Nell'urna dovevano essere introdotti i nomi di quanti erano stati iscritti nelle liste compilate nel 1792 e successivamente aggiornate (ma i casi di irregolarità furono assai numerosi). Erano previste numerose esenzioni (oltre alla possibilità di riscattarsi mediante pagamento di una tassa), in genere a favore di funzionari, professionisti ed artigiani. Se il bussolato era di robusta costituzione fisica, tra i 18 ed i 45 anni, alto almeno 5 piedi e 2 pollici doveva in breve tempo raggiungere l'esercito, se non rispondeva a queste caratteristiche veniva estratto dall'urna un altro nome. La leva non diede i risultati sperati, così come non li darà quella di 40.000 uomini bandita nel 1796, e si tornò a puntare, soprattutto, sui volontari, non senza rifuggire neppure dal truglio (27), come si è detto nel primo capitolo, e giungendo in seguito (regio ordine del 10 luglio 1798) addirittura alla costituzione di compagnie franche in cui erano ammessi ergastolani e forzati. Una forma di cooptazione indiretta venne invece esercitata per ottenere dei cavalieri sperimentati con l'obbligo per ogni feudatario del regno di «offrire» all'esercito un cavallo montato, provvisto cioè di un cavaliere, in genere un buttero o un cavallaro al loro servizio (Regio ordine del 20 gennaio 1796). Agli inizi del 1798 una nuova richiesta di più migliaia di volontari venne invia-. ta alle diverse autorità provinciali, con risultati, però, non pari alle aspettative, così come doveva verificarsi per un invito analogo rivolto al cler o il 20 aprile. Ugualmente infruttuoso un altro appello rivolto ai feudatari nella stess_a data perché entro un mese fornissero una recluta ogni cento anime esistenti né paesi de' loro feudi. Avendo i feudatari già largamente provveduto all'organizzazione dei nuovi reggimenti di fanteria e di cavalleria non c'è da stupirsi degli scarsi risultati ottenuti dall'appello, tanto più che queste reclute erano da prescegliersi senza coazione, né bussola tra coloro che si esibissero volontariamente. Il momento del ricorso alla coscrizione, nonostante il cattivo esito dato dai precedenti bandi, si stava ormai avvicinando. Un editto premonitore, emanato dal re il 24 luglio 1798 indiriz(26) A.S. Na. R.O. Voi. 171. (27) A.S. Na . Ibidem.

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zato alle popolazioni del regno ricordava che tutti gli Individui di esse, niuno eccettuato, sono nati e nascono Soldati ed obbligati a prendere le armi... e che di detti Individui i Giovani dell'età dai diciassette anni inco.minciati fino ai quarantacinque compiuti sono tutti reputati come effettivi Soldati ascritti ai diversi Corpi dell'Esercito, e in conseguenza quellf atti al Mestiere delle armi nell'indispensabile dovere (quando l'urgenza dello stato lo richiedesse) di presentarsi ai detti Corpi per prestarvi il servizio militare. Servi.z io militare cui erano puntualmente chiamati pochi giorni dopo, 1'11 agosto, 40.000 uomini che un editto del re prevedeva fossero estratti a sorte dalla bussola il 1° settembre, nel caso in cui non si fossero trovati abbastanza volontari per raggiungere il numero di reclute prefissato. Questa volta il limite di età era abbassato a 17 anni e le esenzioni erano drasticamente ridotte ma, in compenso, si cominciava l'estrazione a sorte iniziando dalle famiglie più numerose. Ufficialmente le 40.000 reclute erano chiamate alle armi nelle milizie provinciali ma, come tali, erano immediatamente immesse nell'esercito. Volontari e bussolati avevano diritto ad u n premio di ingaggio fissato in dieci ducati per chi non aveva famiglia a carico ed in quindici per i capi-famiglia, ai quali, in realtà, toccava solo un terzo del premio, essendo gli altri due terzi destinati al mantenimento dei loro famigliari. Soltanto un'altra volta, negli anni successivi, venne bandita una leva e fu alla vigilia della guerra del 1805-1806. Un editto del 5 Dicembre 1805 chiamava alle armi, con le consuete modalità, 30.000 uomini. Secondo le istruzioni emanate il giorno successivo le reclute dovevano affluire a Napoli alla caserma dei Granili (che sarà utilizzata ancora nella II guerra mondiale) in attesa di essere prese in consegna dai vari r eggimenti. Qui erano inquadrate da quattro aiutanti di piazza coadiuvati da un certo numero di sottufficiali che si dovevano adoperare perché - come diceva il testo delle istruzioni - le reclute fossero soddisfatte di tutto e per ispirar loro allegria ed amore per la nuova carriera che andavano ad abbracciare. Lo spirito che informa queste istruzioni è chiaramente espresso nelle conclusioni: Le Reclute nel tempo della loro dimora nel Deposito generale siano trattate con tutto quel riguardo, piacevolezza e umanità, che le medesime han diritto di esigere e si cerchi di ispirare in esse tutta l'ilarità possibile, e ardore marziale; al quale effetto i reggimenti di guarnigione in questa capitale manderanno ogni sera, per turno, le loro bande al Deposito generale per farvi delle marce guerriere ed altre sonate. Si voleva così provvedere allo spirito delle reclute dopo aver provveduto al loro fisico pagando ogni giorno quindici carlini a ciascuna di esse, perché potesse acquistare il cibo dai venditori autorizzati, cui si era accordato l'ingresso alla caserma, ed inviando i barbieri dei reggimenti di stanza a Napoli per farle ben pulezzare da ogni lordura e schifezza (28) . Se però non bastavano le belle parole, le esortazioni, le buone maniere c'era anche, di riserva, la maniera forte: a gennaio due reclute che erano scappate da una finestra per disertare, riprese, ricevevano cinquanta bastonate alla presenza di tutte le altre ed erano inviate in Sicilia per servire in un reggimento di stanza nell'isola per otto anni, anziché per la sola durata della guerra (punizione questa èhe non avrebbe avuto nessun effetto visto che tutto l'esercito si sarebbe rifugiato in Sicilia e che lo stato di guerra sarebbe durato fino al 1814). 3. Avanzamento

Di norma la promozione al grado superiore, da caporale fino a colonnello, era (28) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 675.

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subordinata all'esistenza di una vacanza negli organici. Occorreva, cioè, che nei reparti ci fosse un posto disponibile, un posto resosi comunque vacante a seguito di promozioni, congedi, dimissioni e così via. Si poteva derogare a questa norma in casi particolari e la promozione attestava, in questi casi, la ricompensa del sovrano per i servigi resi, specie in tempo di guerra. I lunghi anni di continui conflitti dovevano, però, aver portato ad una proliferazione di questo tipo di promozioni se troviamo ribadito, nel 1812, che le promozioni non possono prescindere dall'impiego effettivo se non in circostanze . 1·1 (29) . veramente eccez10na Per tornare agli avanzamenti ordinari e cominciando dalla base di remo che il soldato per essere promosso caporale e poi, via via, da secondo sergente in su, doveva saper leggere e scrivere, ciò che praticamente escludeva da ogni possibilità di carriera, sia pure limitata, una buona parte della truppa. Le promozioni ai vari gradi di sottufficiale erano conferite solamente sulla base del merito mentre era previsto, almeno a partire dal 1795 (3°), che la promozione a terzo aiutante fosse conferita a seguito di esami cui potevano concorrere i primi ed i secondi sergenti ed i portabandiera. Le promozioni erano conferite all'interno delle compagnie (per la fanteria) o degli squadroni (per la cavalleria) in cui si erano verificate le vacanze mentre erano conferite all'interno del reggimento per la copertura dei posti da sottufficiale vacanti nella Piana Minore reggimentale. A conferirle erano, a seconda dei gradi, il colonnello o il brigadiere. Leggermente diverse erano le procedure per le promozioni nell'artiglieria: la promozione a primo artigliere era data per anzianità, se non c'era demerito; le successive, invece, erano tutte conferite per merito, nell'ambito della brigata o del reggimento, scegliendosi il miglior elemento tra una rosa di nominativi presentata da un certo numero di sottufficiali e di ufficiali prescelti - ai sensi dell'Ordinanza per il Corpo Reale - con criteri diversi a seconda del tipo di promozione da accordare. Le modalità ed i criteri per le promozioni dei sottufficiali restarono invariati per quasi tutto il periodo esaminato; li ritroviamo infatti identici nel 1808 e nel 1812 (3') con qualche modifica (superamento di un esame) introdotta per alcuni gradi nel 1811 (3 2). Vennero invece apportate modifiche, nel corso degli anni, alle norme relative all'avanzamento degli ufficiali. Così, ad esempio, la nomina ad alfiere dei cadetti di fanteria e di cavalleria era accordata inizialmente per merito e poi per esami. Le successive promozioni fino a capitano vennero sempre accordate, nel periodo esaminato, sulla sola base dell'anzianità, concorrendo tra loro gli ufficiali di uno stesso reggimento di fanteria o di una stessa brigata di cavalleria. Il merito, unito ai risultati di u n apposito esame, conferiva al migliore tra i primi ed i secondi tenenti l'incarico di aiutante maggiore. La promozione a secondo maggiore era conferita in fanteria ed in cavalleria per merito nell'ambito di una stessa divisione. Le promozioni a primo maggiore e poi a tenente colonnello, che erano inizialmente attribuite sulla base della sola anzianità, vennero invece conferite successivamente soltanto per merito, su proposta del colonnello inoltrata per via gerarchica al re e da questi sanzionata. Colonnelli ed ufficiali generali erano di nomina (29) (30) (31) (32)

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A.S. A.S. A.S. A.S.

Na. Na. Na. Na.

A.R.C.R. A.R.C.R. A.R.C.R. A.R.C.R.

Fs. Fs. Fs. Fs.

927. 675. 1160. 927.


regia, su proposta dei rispettivi superiori e con il merito, almeno ufficialmente, come solo criterio di scelta. Nel 1812 venne poi stabilito (33) che per gli ufficiali di fanteria e di cavalleria le promozioni fossero accordate tutte per anzianità fino al grado di brigadiere con la sola eccezione· dei passaggi da cadetto ad alfiere e da capitano a secondo maggiore per i quali dovevano essere superati degli appositi esami. Nella stessa occasione venne anche stabilito che i primi aiutanti con dieci anni di anzianità potessero concorrere con gli alfieri per la nomina a sottotenente. L'ordinanza per l'artiglieria del 1789, rimasta in vigore per tutto il periodo esaminato, prevedeva che in quest'arma tutte le promozioni fossero accordate per merito, avanzando gli ufficiali all'interno del proprio reggimento sino al grado di primo capitano e nell'ambito dell'arma per le promozioni successive. Un'ultima notazione a proposito dell'avanzamento degli ufficiali: a partire dalla promozione ad alfiere e poi via via nelle successive l'ufficiale promosso doveva rilasciare all'erario, a titolo di diritto di patente, una somma pari, all'incirca, all'ammontare di una mensilità di stipendio (o all'ammontare della differenza tra nuovo e vecchio stipendio), somma che veniva dapprima trattenuta in un'unica soluzione poi, a partire dal 1811, ratealmente nel giro di un anno (3 4). 4. Istruzione, servizio e vita quotidiana

Le reclute, una volta giunte al corpo, erano suddivise tra le varie compagnie. Infatti anche se nelle caserme e nelle piazze era prevista l'esistenza di un luogo per tutte le reclute ogni compagnia doveva provvedere separatamente ad addestrare le proprie, secondo i principi enunciati nel secondo capitolo Dell'istruzione delle reclute dell'Ordinanza per l'esercizio e le manovre di per le truppe di Fanteria del 1788-89. Direttamente responsabili dell'addestramento erano dei sottufficiali che, secondo l'ordinanza, dovevano essere scelti con la massima cura perché in questo loro compito dovevano impiegare una particolare intelligenza, pazienza ed una dolcezza che non tutti gli uomini riuniscono nello stesso grado. Nell'artiglieria, invece, erano dei caporali che si incaricavano dell'istruzione delle reclute e che dovevano insegnar loro il servizio, ispirare loro la buona condotta, far vedere loro con quale cura mantenere il loro vestiario ed armamento ed in sostanza far tutto il possibile per renderli buoni soldati e far loro prender piacere al mestiere. Le reclute erano dapprima istruite isolatamente, poi in gruppi di tre, dapprima nei diversi movimenti e poi nella marcia. Il passo ordinario era lungo 2 piedi parigini e 2 pollici (71 centimetri circa) e la cadenza prevista, tipicamente sette- centesca, era di 76 passi al minuto; nel passo raddoppiato la cadenza era portata a 11 O passi al minuto. Infine le reclute ricevevano le armi ed imparavano gradualmente a sparare. Per impratichirsi delle complicate manovre di caricamento del fucile le reclute cominciavano con l'esercitarsi ad estrarre dalla giberna dei finti cartocci fatti di legno, passando poi a dei cartocci caricati a crusca, così da imparare a stracciare il cartoccio, a vuotarlo nella canna ed a pressare la polvere, anzi la crusca, con la bacchetta. Si passava quindi ai cartocci veri, con polvere, alle palle e al tiro. Forse con eccesso di ottimismo l'ordinanza prevedeva che il solda(33) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 1160. (34) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 924.

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to addestrato fosse in grado di sparare con il fucile a focone obliquo, di pjù facile caricamento, cinque colpi al minuto, tirando a volontà. Quando l'aiutante, destinato dal colonnello a sovrintendere all'istruzione delle reclute, giudicava sufficientemente istruita una recluta questa era incorporata nella compagnia e passava ad esercitarsi nelle manovre di plotone e di compagnia, per passare poi a quelle di battaglione e di reggimento che, con il servizio di piazza, avrebbero occupato pressocché tutto il t empo della sua vita militare. Per i soldati infatti non era più previsto alcun tipo di scuola o di istruzione, mentre i sottufficiali dovevano invece partecipare, una volta alla settimana, ad una lezione tenuta dal loro co-

mandante di compagnia su temi di servizio e che, con ogni probabilità, si doveva ridurre alla lettura ed alla spiegazione delle ordinanze di manovra, di servizio, di piazza e penali. Gli allievi tamburini e rano addestrati da un tamburo di battaglione finché non erano in grado di eseguire i dodici segnali regolamentari: la generale (allarme), l'assemblea (adunata), la bandiera (saluto alla bandie ra), le marce, la ritirata, la chiamata, la fascina, la diana (sveglia), la messa e preghiera, il bando, le bacchette o punizioni, i rulli. Le reclute di cavalleria erano istruite in maniera analoga a quelle di fanteria, con l'aggiunta, ovviamente, dell'equitazione militare, come dice,;a l'ordinanza per la cavalleria del 1808. Per gli artiglieri erano previste due scuole, quella pratica e quella teorica. La scuola pratica, che si svolgeva per quattro mesi l'anno e limitatamente al reggimento di stanza in quel momento a Napoli, sede della scuola, consisteva nell'equivalente di manovre di plotone o di compagnia della fanteria, dato che ci si doveva addestrare nella costruzione di batterie, di trinceramenti, di lavori di mina e di contromina e, ovviamente, negli esercizi di tiro. Alla scuola t~orica, che si teneva sempre a Napoli negli altri mesi dell'anno, la truppa non partecipava; soltanto i sergenti, infatti, ricevevano lezioni di matematica e di geometria elementare una volta alla settimana ed i più promettenti tra loro beneficiavano, ogni quindici giorni, di lezioni teorico-pratiche più approfondite su materie professionali. I semplici artiglieri potevano, al più, imparare a leggere e scrivere in apposite lezioni ter:iute loro da alcuni sergenti (dopo il 1800 questi corsi saranno tenuti, per tutte le truppe, da cappellani). Gli ufficiali di fanteria e di cavalleria non dovevano impegnarsi più di tanto per quel che riguardava l'istruzione. Per i capitani ci si limitava ad una scuola teorica, ad una lezione, cioè, impartita quindicinalmente dal colonnello o dal tenente colonnello o da uno dei due maggiori su tutta la materia del servizio, della disciplina e delle manovre mentre per i subalterni c'era una lezione settimanale che era tenuta loro, insieme ai sottufficiali, dal rispettivo comandante di compagnia e di cui si è fatto sopra cenno. Ben altro era l'impegno richiesto agli ufficiali di artiglieri~; era infatti a loro beneficio, e soprattutto a beneficio dei subalterni, che veniva tenuta la scuola teorica mentre la scuola pratica, come si è detto, essendo eminentemente co~creta costituiva l'esatto equivalente di quel che er ano le esercitazioni e le manovre per la fanteria e la cavalleria. La scuola teorica impegnava i cadetti, i tenenti ed i capitani-tenenti del reggimento di stanza a Napoli per tre giorni alla settimana e per sei ore al giorno dal 1° giugno al 15 settembre e dal 15 novembre al 1° aprile ed equivaleva un po' all'odierna Scuola di Applicazione. I tenenti e d i cadetti erano divisi in due classi a seconda del loro profitto nelle varie mate rie ed ogni quattro mesi erano esaminati per l'eventuale passaggio 140


alla seconda classe. Le materie di studio erano la matematica, la chimica e la fisica nelle ore aptimeridiane ed il disegno e l'architettura militare, civile ed idraulica (l'artiglieria aveva inglobato il genio) nel pomeriggio. I programmi di studio erano coordinati dai professori, in genere civili, èon il comandante della scuola, che poteva anche suggerire particolari temi da trattare. Per facilitare l'insegnamento era previsto che la scuola fosse dotata di gabinetti scientifici e di raccolte di carte e di modelli. Erano previste anche visite all'arsenale, alle fon derie e alle fabbriche d'armi perché gli allievi si impratichissero di ogni ramo del servizio. Erano inoltre tenute delle lezioni teoriche, con l'ausilio di carte e di modelli, di tattica combinata dell'artiglieria con la fanteria e la cavalleria. I capitani, invece, dovevano tenere a turno, due volte al mese, delle conferenze su argomenti professionali scelti di comune accordo con il direttore della scuola, conferenze cui erano tenuti ad assistere tutti gli ufficiali superiori del reggimento e quelli dell'ispettorato di artiglieria oltre ai capitani-tenenti che ne fossero stati reputati all'altezza. Gli ufficiali delle armi dotte, anzi napoletanamente facoltative, lo stipendio più alto se lo dovevano pur giustificare ... Servizio

La giornata del soldato cominciava - per usare le parole dell'ordinanza di S.M. pel servizio delle piazze de' Suoi Reali Dominj, che ci è servita da guida in questo capitolo - alla punta del giorno. All'alba infatti i tamburi dei posti di guardia delle piazze battevano la diana e le porte dei castelli e delle piazze venivano aperte secondo una minuziosa procedura ispirata ai criteri di massima sicurezza e variabile a seconda delle condizioni metereologiche e del diverso tipo e delle diverse posizioni dei corpi di guardia. Alla stessa ora il rullo del tamburo di picchetto dava la sveglia ai soldati che dormivano nelle caserme e che sottufficiali e graduati facevano uscire dagli alloggi in sottoveste e berretto di quartiere per una visita - noi diremmo per un appello od un'adunata - effettuata dal primo sergente della compagnia. A tale scopo i soldati si radunavano all'aperto, in genere nei cortili, mettendosi su tre righe. Se il tempo era avverso, la visita era fatta nei corridoi se possibile, o n elle camerate, e in quest'ultimo caso i soldati, per mancanza di spazio, si limitavano a stare accanto ai letti senza mettersi in riga. Il risultato della visita, insieme con le novità, era annotato su un biglietto dal primo sergente e rimesso all'ufficiale di picchetto che l'inviava, con tutti quelli delle altre compagnie, al comandante di piazza. Un analogo rapporto era fatto dal primo sergente al capitano della compagnia che ne riferiva al maggiore, cosicché alle 9 del mattino i rapporti dei due _ battaglioni erano rimessi al tenente colonnello che, riunitili, li presentav~ al colonnello che ne avrebbe, a sua volta, informato il brigadiere entro le 10. Mentre questi rapporti viaggiavano da un comando all'altro i soldati provvedevano aìla pulizia degli alloggi, _aprendo le finestre, piegando materassi e pagliericci con le lenzuola ripiegate in otto e spazzando ovunque possibile. Se, per mancanza di spazio, si era dovuto mettere sotto ai letti la legna necessaria per il rancio o per il riscaldamento, il regolamento prevedeva che, almeno una volta alla settimana, la legna fosse tolta e si provvedesse alla pulizia del pavimento. Bandolie ra, cinturone e giberna (quest'ultima avvolta in un fazzolettone per proteggerla dalla polvere) andavano appesi ad un chiodo di legno posto sopra il letto. Allo stesso chiodo dovevano essere appesi, se non erano portati, il cappello 141


(anche questo riparato dalla polvere con il solito fazzolettone o con un panno di lino) e lo zaino, nel quale andavano riposti tutti gli indumenti non indossati. Nel periodo siciliano alcuni servizi interni tra i più gravosi e più sgradevoli vennero demandati ai servi di pena, a dei forzati cioè, che erano assegnati a questò scopo, in numero di due per battaglione, e per i quali dieci mesi di tali servizi equivalevano ad un anno di carcere (35). La giornata proseguiva, dopo le pulizie, con esercitazioni o con il servizio di guardia alle varie opere delle piazze e delle fortezze, compito questo che, in tempo di pace e con organici ridotti, era di gran lunga il più impegnativo ed il più importante. Se alle esercitazioni dovevano prendere parte battaglioni o squadroni occorreva il preventivo assenso del comandante della piazza, così come occorreva per far svolgere manovre al di fuori delle mura. Le esercitazioni di assedio e di difesa delle piazze potevano poi essere ordinate soltanto dagli ispettori e dovevano essere, ovviamente, autorizzate dal comandante di piazza. Le esercitazioni a fuoco non dovevano essere troppo frequenti se si pensa che l'assegnazione annuale era pari a mille libbre di polvere, sufficienti per 36.000 cartucce, e 750 libbre di piombo, pari a 13.500 palle, ad ogni battaglione di fanteria sul piede di pace, ed a 150 libbre di polvere e 100 di piombo ad ogni squadrone di cavalleria; polvere e piombo che dovevano servire, peraltro, anche per le sentinelle. Alle dodici era consumato il rancio o ordinario, il solo pasto in comune, per squadre, fra truppa, caporali e soldati, mentre i sergenti lo consumavano tra loro. Dato che la truppa doveva provvedere direttamente, ogni squadra aveva un capo-rancio incaricato dell'acquisto dei viveri, di cui doveva tenere una scrupolosa contabilità, su un apposito ruolino, sul quale segnava quanto gli era stato consegnato da ogni soldato della squadra (in pratica quindi l'intera paga o prest del soldato) e quanto aveva speso in viveri. Se il capo-rancio era un graduato doveva essere accon;pagnato, quando usciva per acquistare i viveri, da un soldato incaricato di portarli in un sacco. Per evitare disordini e abusi era esplicitamente vietato acquistare i viveri direttamente dai contadini prima che le derrate giungessero al mercato. A preparare l'ordinario provvedeva poi un altro militare, mentre la sera i soldati si dovevano arrangiare con il solo pane o, se avevano i mezzi, con quanto trovavano nei bettolini della piazza o nelle osterie della città. Nel pomeriggio si continuavano le esercitazioni o si era addetti a servizi interni in caserma; poi ad una certa ora - che non è esplicitamente fissata nell'ordinanza di piazza - i soldati, indossati giacca e cappello (in servizio e all'interno delle installazioni militari era obbligatorio, salvo ordini contrari, l'uso del berretto di quartiere e della sottoveste, o gilet, o del sarò di tela) si recavano in città dalle cui porte però non potevano uscire se non muniti di un apposito permesso scritto. Mezz'ora dopo il tramonto le porte erano chiuse ed i tamburi dei posti di guardia battevano la ritirata, che veniva ripetuta anche all'interno della caserma. Un quat to d'ora dopo la ritirata tutti i soldati dovevano trovarsi in caserma, dov'era passata una visita dal primo sergente con le stessa modalità di quella del mattino. Sottufficiali e soldati trovati fuori della caserma dopo la ritirata senza permesso erano arrestati e puniti, specie in caso di recidiva, in maniera assai severa. Alle dieci di sera un rullo di tamburo mandava tutti a dormire. C'erano inoltre, ogni giorno, dei servizi interni cui provvedere. Vi era, infatti, la guardia alla caserma (un caporale o un carabiniere e sei soldati per battaglione, (35) A.S. Na. A.R.C.R. 923 e 924

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oltre ad un tamburo) e la guardia (un caporale e tre soldati) alle bandiere, che erano conservate nell'alloggio del comandante; ma vi era soprattutto il servizio di picchetto agli ordini di un capitano coadiuvato da un subalterno (o da più di uno se il reggimento alloggiava in più di una casermaf Al servizio di picchetto provvedevano due sottufficiali e un dodicesimo dei soldati di ogni compagnia, mentre i guastatori erano utilizzati come porta-ordini. Il picchetto provvedeva alla sicurezza e al buon ordine della caserma e, se necesssario, poteva spiccare delle pattuglie. Il servizio di picchetto durava 24 ore durante le quali gli ufficiali - cui era riservata un'apposita stanza - e la truppa non potevano né lasciare la caserma né spogliarsi per riposare. Nell'artiglieria i compiti dell'ufficiale di picchetto erano invece svolti dagli aiutanti. La giornata del soldato di cavalleria era più laboriosa, quasi a ricompensare il minore impegno nei servizi di guardia. Alle 5 d 'estate ed alle 6 d'inverno i soldati dovevano già essere alle stalle per pulirle e per foraggiare i cavalli che, subito dopo, venivano governati, se possibile all'aperto. Alle 7 e mezzo d'estate ed alle 8 d'inverno i cavalli, in fila indiana, venivano condotti all'abbeverata, che doveva essere effettuata per quanto possibile al secchio. Poi si distribuiva l'avena e soltanto allora i soldati pot evano provvedere alla pulizia dei loro alloggi. A mezzogiorno i quadrupedi dovevano ricevere un quart o della loro razione di foraggio e alle 16 d'estate e alle 15 d'inverno si procedeva alla strigliatura ed alla pulizia degli animali, poi alla seconda abbeverata e ad una nuova distribuzione di foraggio. Alle 20 d'estate ed alle 18 d'inverno si preparavano le lettiere per gli animali e si metteva loro del foraggio per la notte nelle rastrelliere. I soldati dovevano provvedere una volta al mese a spuntare i crini dei cavalli loro affidati. La coda non poteva essere scorciata d'estate più di 8 pollici da terra, perché il cavallo potesse scacciare mosche e tafani mentre d'inverno poteva essere tagliata all'altezza dei garretti. Il vantaggio di fare poche guardie e di non marciare non era poi a buon mercato. La domenica ·mattina alle 8, se il tempo lo consentiva, i reparti di fanteria, cavalleria ed artiglieria si schieravano in ordine di battaglia ed il comandante, o un ufficiale da lui incaricato, faceva aprire le righe per l'ispezione del vestiario. Seguiva la messa. Vestiario ed armi erano inoltre ispezionati ogni quattro giorni dal comandante della compagnia immediatamente prima della distribuzione del prest, cosicché si potesse trattenere al soldato che aveva perso, venduto o sciupato effetti o armi affidatigli quanto era necessario per le riparazioni o il rimpiazzo, tutto questo sommandosi alle inevitabili punizioni. Tratt enute e punizioni che si potevano abbattere sul comandante della compagnia qualora, in occasione dell'ispezione agli zaini - da effettuarsi senza preavviso una volta al mese da parte di un ufficiale superiore del reggimento - ci si fosse accorti che un soldato era sprovvisto di un qualsiasi genere di vestiario, equipaggiamento o armamento e se s_i fosse accertato che tale mancanza non era stata rilevata dal capitano in occasione della precedente distribuzione del prest. I reggimenti venivano passati in rivista quattro volte l'anno dai r ispettivi brigadieri (ai primi di gennaio, aprile, luglio e ottobre) e due volte dagli ispettori, i comandanti di divisione, ad aprile-maggio ed a novembre-dicembre. L'ultima rivista, o meglio l'ultima ispezione, era di gran lunga la più importante, dato che era in questa occasione che si rilasciavano i congedi, per fine ferma o per altri motivi, che si decideva quali soldati dovevano passare agli Invalidi e che si stabi143


per liva il fabbisogno annuale di reclute, generi di vestiario ed armamento e, la cavalleria, di cavalli di nuova rimonta. Durante le ispezioni le truppe si schieravano in ordine di battaglia ed aprivano poi le righe perché il brigadiere o l'ispettore potessero tutto controllare de visu, accompagnati dal colonnello comandante e dal maggiore di battaglione con i libretti giustificativi. Analogamente si procedeva per le ispezioni dei commissari di guerra, ma non essendo questi considerati come veri e propri ufficiali il reggimento non si schierava in ordine di battaglia ed il commissario di guerra era accompagnato dal maggiore di battaglione e dal quartiermastro. Dei quattro diversi tipi di servizio di piazza p revisti per la fanteria, cioè guardie, lavori, ronde e distaccamenti imbarcati, il primo e ra di gran lunga il più impegnativo ed il più importante, essendo considerato come la struttura portante, l'essenza stessa del servizio di guarnigione. La guardia veniva rilevata ogni 24 ore, tranne che per i distaccamenti fuori delle piazze che dovevano essere rilevati ogni quatt ro giorni. Il soldato, nell'arco delle ventiquattro ore, doveva essere di fazione per non meno di 8 ore, cosicché occorrevano tre soldati fazionieri per ogni posto di sentinella che doveva essere guarnito. Le sentinelle erano sostituite ogni due ore, ogni ora invece in caso di gran caldo o di gran freddo. I turni di guardia erano fissati nelle piazze ogni primo del m ese, tenendo conto delle effettive presenze, detraendo quindi dalla forza presente gli esentati dal servizio, i malati, i convalescenti e le reclute non ancora istruite e facendo in modo che ogni soldato avesse almeno 5 notti consecutive di riposo, o al limite 4, ogni caporale ne avesse 6 ed ogni sergen te 7, mentre gli ufficiali subalterni ne dovevano avere 10 o 12 ed i capitani 18 o 20. Per la cavalleria che aveva due soli tipi di servizio - distaccamenti (e guardia a cavallo) e lavori (e guardia a piedi) - le notti di riposo salivano a 6-8 per il soldato, 8-10 per il carabiniere ed il caporale, 10-12 per il sergente, 15-18 pe r gli ufficiali subalterni e 20-25 p er i capitani. Nel caso, piuttosto difficile, in cui ci fossero truppe in abbondanza per guarnire tutti i posti di guardia, era comunque previsto che i soldati di fanteria non avessero più di 10 notti di riposo ed i sottufficiali più di 15 mentre i soldati di cavalleria non potevano averne più di 1.5 ed i sottufficiali più di 20, e questo per abituarli al servizio notturno. Alle 10 del mattino (alle 6 nei giorni più caldi dell'estate) veniva battuta l' assemblea (adunata) dai tamburi del reggimento o dei reggimenti che dovevano fornire la guardia p er quel giorno e la truppa, dopo essere stata ispezionata in caserma, si portava sulla piazza d'armi dove un aiutante di piazza ne controllava la forza. Qui, poi, sfilava in parata, se il tempo lo permetteva, davanti al comandante della piazza che poteva anche farla manovrare se lo riteneva opportuno. Infine alle 11, o alle 12 se aveva dovuto manovrare, la guardia montante usciva dalla piazza d'armi in cui aveva lasciato, agli ordini dell'ufficiale più elevato in grado, il più importante dei posti di guardia, detto Gran Guardia, guarnito in genere da granatieri. · Mentre la guardia si allontanava venivano enunciati gli ordini del giorno dal comanante della piazza e a questo scopo ogni reggimento doveva inviare ogni m attina un maggiore e l'aiutante maggiore di settimana oltre ad un sottufficiale incaricato di ricevere, in busta chiusa da portare al comandante di reggimento, il santo, come era detta la parola d'ordine, che era sempre identificata da un nome di santo. La guardia montante si dirigeva intanto verso i singoli posti da occupare e vi rilevava quella smontante. A seconda dell'importanza ogni posto di guardia e ra comandato da un uffi144


ciale o da un sottufficiale ed aveva all'interno una tavoletta con elencate le consegne date a quel posto dal comando di piazza. Entravano a questo punto in azione i caporali che dovevano verificare lo stato dei corpi di guardia per controllare che tuttp, mobili ed attrezzature, fosse in ordine, pe'i· uscire poi con la prima muta di sentinelle destinata a presidiare le mura o i posti avanzati. Cominciava così il turno di guardia. I soldati che non erano di sentinella provvedevano alla legna, al carbone ed alle candèle mentre il comandante si ritirava all'interno del corpo di guardia (parcamente ammobiliato con una poltrona, una sedia ed un tavolo), per t rascorrervi 24 ore senza togliersi né spada né stivali, con le uniche distrazioni di uscire per sorvegliare gli immediati dintorni o di far prendere le armi ai soldati del corpo di guardia, a titolo di esercitazione. Il compito delle sentinelle, a giudicare dall'ordinanza del servizio di piazza, non sembrerebbe essere stato molto diverso da quello odierno: le sentinelle, durante il tempo della loro fazione, non potranno mai abbandonare le loro armi, né pure dentro alle garitte; non dovranno sedere, né leggere, né cantare, né fischiare, né parlare ad alcuna persona senza necessità; e passeggiando non si discosteranno poi dal posto rispettivo più di 30 passi. Anche le consegne erano poco diverse: si prescriveva infatti che al secondo Alto là! seguito al Chi va là? la sentinella, armato il fucile, andasse incontro a chi non si era fermato alle intimazioni, :per vedere se si trattava di un sordo, di un muto o di un ubriaco da fermare, o sparasse, invece, se la persona cercava di resistere o di fuggire. Ciò che non potevano fare le sentinelle delle polveriere, armate di alabarde per prevenire esplosioni _accidentali. Di notte le sentinelle situate sulle mura o nelle opere esterne si gridavano l'un l'altro il regolamentare sentinella all'erta ogni quarto d'ora. Alla Gran Guardia era affidata la tutela del buon ordine all'interno della piazza e ad essa dovevano far capo stranieri e viaggiatori, così come ufficiali e soldati in licenza o di passaggio. Le persone sospette fermate o arrestate vi erano condotte ed a questo scopo la Gran Guardia era fornita di un locale adibito a prigione con una panca di legno ed una brocca per l'acqua come unico arredamento. Alla Gran Guardia erano portate le chiavi della città, alla sera, per essere depositate nella casa del comandante della piazza e vi tornavano alla mattina per essere distribuite ai vari posti di guardia delle porte. La sorveglianza sul funzionamento dei posti di guardia era affidata a delle ronde di u fficiali, scortati da due fucilieri e da un terzo soldato incaricato di portare un fanale, o da un sottufficiale, che avevano con sé il solo soldato per il fanale. La ronda fatta dall'aiutante maggiore di piazza era detta ronda maggiore. Le ronde ricevevano dei gettoni che dovevano depositare in apposite cassette, sistemate nei corpi di guardia, a riprova dell'avvenuto controllo. Un sistema analogo, con gettoni di latta, di rame o di cartone, era usato per accertarsi che le pattuglie, incaricate del buon ordine e della sicurezza all'interno della piazza, avessero percorso gli itinerari loro assegnati. In linea di massima queste pattuglie dovevano essere formate da quattro uomini.a piedi o a cavallo comandati da un caporale o da un carabiniere, con un civile ·che faceva da guida. Loro primo compito era quello di arrestare chiunque commettesse disordini, i civili trovati in giro senza lume, come era prescritto, ed i soldati trovati per strada dopo la ritirata. Se questi soldati erano ubriachi, erano portati smaltire la sbornia nel più vicino posto di guardia. Di norma i reggimenti cambiavano di guarnigione ogni due anni. L'ordinanza di piazza stabiliva precise norme circa la procedura da seguire alla partenza del

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T reggimento, durante il trasferimento ed all'arrivo. Occorreva innanzitutto saldare tutti i conti del reggimento con i assentisti, gli appaltatori cioè, i bottegai ed i mercanti. Venivano poi esaminate le calzature dei soldati ed i loro piedi, mentre nei reggimenti di cavalleria erano controllati i ferri degli animali. Il giorno prefissato un maggiore ed i forieri di alloggiamento partivano due ore prima della truppa per preparare gli alloggi della prima tappa. Pure separatamente lasciavano la città i convalescenti e quanti non erano in grado di seguire il reparto, opportunamente inquadrati da sottufficiali ed ufficiali appositamente scelti. Mentre il reggimento si radunava per la partenza sulla piazza d'armi venivano passate le consegne della caserma e del mobilio in essa contenuto ad una commissione formata dal maggiore di piazza, da un commissario di guerra, da un ufficiale di artiglieria addetto alla piazza e, se necessario, dall'appaltatore dei letti. Era redatto un apposito inventario ed era in genere predisposta una nota dei pagamenti da addebitare al reggimento per i deterioramenti riscontrati. Nello stesso tempo il sindaco della città riceveva quanti, tra gli abitanti, avessero da fare dei reclami, di ordine economico, nei confronti dei componenti del reggimento, reclami che il comandante del reparto doveva accogliere e saldare se riconosciuti fondati da un commissario di guerra e che, viceversa, non potevano più essere sollevati dopo la partenza. Finalmente il reggimento si metteva in marcia seguito a mezz'ora di distanza dalla retroguardia che si doveva accertare, ispezionando caserme, alloggi e taverne, che nessun soldato rimanesse indietro. A parte viaggiavano gli equipaggi, i carri e i cavalli cioè, che trasportavano effetti, armi e bagagli di proprietà del reggimento o dei singoli ufficiali. Con gli equipaggi dovevano viaggiare le famiglie dei sottufficiali e dei soldati, gli eventuali vivandieri ed i domestici degli ufficiali oltre al profosso incaricato della polizia. Era prevista la possibilità di prendere, a pagamento, delle carrette nei paesi attraversati per farvi salire i soldati esausti o spedati e sulle quali caricare gli zaini dei sergenti e dei caporali. Le norme relative alle marce prescrivevano poi le precauzioni da adottare per mantenere il buon ordine e, soprattutto, per prevenire le diserzioni. Qualche novità in fatto di marce e di trasporti venne successivamente introdotta dal Regolamento provvisionale formato d'ordine di Sua Maestà per il servizio delle sue truppe di fanteria in campagna del 1797 che, per quanto riguardava gli equipaggi, faceva tesoro delle esperienze del triennio precedente e della costituzione del treno dei bagagli al quale spettava, ora, l'incombenza dei trasporti. Così in campagna era vietato l'uso di carrozze a due ruote, o calessi, riservate ai chirurghi ed agli ufficiali malati o feriti, mentre era invece previsto per i trasporti l'uso di carrettoni a quattro ruote con uno o due cavalli. L'uso delle berline era riservato agli ufficiali generali. Un sottufficiale denominato conduttore dei bagagli di brigata, agli ordini del direttore generale de' bagagli, era responsabile della disciplina e dell'itinerario di marcia delle vetture della brigata ed era coadiuvato da due sottufficiali denominati conduttori dei bagagli di reggimento. Alla testa degli equipaggi di ciascun reggimento era portata una banderuola con il nome del reggimento stesso. : Per la cavalleria erano state invece emanate disposizioni l'anno precedente. Un carrettone a quattro cavalli o quattro animali da tiro serviva per trasportare la cappella, il vestiario e le armi di riserva; una carretta a due cavalli o due animali da tiro serviva per gli attrezzi del maniscalco e dell'armiere e per gli strumenti del chirurgo; una carretta a due cavalli o due bestie da soma per le casse e per l'archivio reggimentale e due carrette a 4 animali da tiro, infine, per ciascu-

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no squadrone, per tende, marmitte e coperte. A proprie spese il colonnello poteva avere una carretta o due bestie da soma per i suoi bagagli e ad una bestia da soma a testa avevano diritto, a pagamento, gli altri ufficiali superiori, i capitani, il cappellano e il chirurgo mentre i subalterni si dovèvano contentare di un animale ogni due. Le esperienze degli anni successivi modificheranno il sistema dei trasporti e nel 1808 la direzione dei regi bagagli giungerà a prescrivere diverse modalità a seconda del fatto che i corpi marciassero in campagna alla leggiera, con mante o con tende e grandi bagagli (36). Tornando al regolamento per il servizio in campagna del 1797 dobbiamo aggiungere che esso non si limitava, ovviamente, alle prescrizioni relative alle marce ed agli equipaggi. Dettava, infatti, adattandole alla vita all'aperto, in accantonamento o al campo, buona parte delle norme sul servizio giornaliero prescritte nella ordinanza di piazza, come quelle che si riferivano alle guardie o al picchetto. La novità di maggior rilievo che sembra interessante segnalare è quella costituita dalle direttive concernenti l'accampamento. Era infatti previsto che ogni compagnia fosse dotata, anche in tempo di pace, di una tenda per ogni sette soldati, tenda di tela, alta 6 piedi e due pollici, larga 6 piedi e lunga 9 e mezzo. Ogni compagnia doveva poi avere due (quattro se sul piede di guerra) fasci d 'arme o più esattamente due tendini, quasi conici, per coprire i fasci d'armi, alti 6 piedi e con 19 piedi di circonferenza alla base. Tende e tendini dovevano essere contraddistinti da lettere e da cifre scritte in nero riportanti il nome del reggimento ed il numero della compagnia. Per far fronte alle necessità della vita al campo era previsto che ci fosse, per ogni tenda, una marmitta e per ogni compagnia 44 accette piccole, una grande da zappatore, un piccone ed una pala. I sottufficiali dello Stato Minore, gli ufficiali subalterni e i capitani erano attendati con maggiore comodità e minore affollamento e gli ufficiali superiori, poi, avevano addirittura delle-tende individuali. Per la cavalleria si era provveduto nel 1794 allorché partirono per la Lombardia i primi tre reggimenti. Ognuno di questi doveva avere 65 tende così ripartite: una p er ciascuno agli ufficiali superiori ed ai capitani, 28 per i subalterni e la Piana Minore, 26 per sottufficiali e truppe, una per la cappella, una per la vivandiera ed una manzarda per il picchetto di guardia. Le tende dei colonnelli, così come quelle dei generali, erano dotate di una camera d'udienza. Oltre alle tende erano portate in campagna le casse chirurgiche e reggimentali e 96 marmitte piccole che necessitavano di 40 muli, ognuno dei quali portava un peso di un cantaro e mezzo (37). Vita quotidiana

Non abbiamo notizie di prima mano su come il soldato trascorreva le·sue poche ore libere. Possiamo però avanzare fondatissime ipotesi basandoci sulle proi(36) A.S. Na. Segr. Ant. Fs. 377. Nel pt;imo caso un battaglione di fanteria su quattro compagnie aveva diritto a quattro bestie da soma per la cappella, la cassa e le carte d'ufficio, gli arnesi dell'armiere e gli strumenti del chirurgo, a due muli per ogni compagnie per la marmitta grande, le armi di riserva e il bagaglio degli ufficiali ed a un mulo di riserva per tutto il battaglione. In totale 17 animali che salivano a 26 se il battaglione viaggiava con mante ed a 44 se con ·tende e grandi bagagli. Un reggimento di cavalleria aveva invece cinque cavalli per la cappella, la cassa e le carte d'ufficio, gli arnesi dell'armiere, quelli del maniscalco e del sellaio e gli strumenti del chirurgo, tre cavalli per squadrone per la marmitta, le armi di riserva e le munizioni oltre ad un cavallo di riserva per tutto il reggimento . Se il reggimento marciava con mante aveva diritto a 26 cavalli ed a 36 se marciava con tende e grandi bagagli. (37) A.S. Na. Ibidem

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bizioni contenute nelle varie ordinanze e, soprattutto, sulla quasi totale mancanza di denaro che doveva affliggere il soldato borbonico di quell'epoca. Il suo prest - la sua paga - era quasi interamente assorbita dalle spese per il rancio (l'ordinario) e per la lavanderia; anzi la ordinanza di piazza sembrerebbe dire che tutto il prest doveva essere speso in questo modo mentre quella dell'artiglieria prevedeva, invece, che ogni tre giorni venisse consegnato brevi-manu al soldato l'avanzo del prest. In ogni caso, date queste premesse, possiamo desumere che di soldi nelle tasche dei soldati ne finissero ben pochi e che i loro passatempi fossero, di conseguenza, soprattutto quelli per i quali non era necessario spendere. Però se non si hanno i soldi si può ugualmente avere credito e in una maniera o nell'altra i soldati riuscivano ad ottenerlo anche se era esplicitamente vietato ai paesani, mercanti e tavernieri di fare credito ai soldati senza biglietto di autorizzazione del comandante di piazza. In caso di violazione di tale divieto il soldato era punito ed era messa una sentinella alla porta del negozio, della taverna o della casa dell 'incauto (o magari avido) creditore per vietare l'ingresso gli altri soldati. In uguale punizione incorrevano i tavernieri che ospitavano nei loro locali i soldati una volta battuta la ritirata. Un'altra tentazione per il soldato era costituita dal gioco d'azzardo contro il quale sono scagliati più volte i fulmini dell'ordinanza di piazza e anche in questo caso era prevista la sentinella alla porta del biscazziere per impedire l'ingresso ai soldati. Le donne scostumate sorprese con i soldati erano arrestate e cQnsegnate alla giustizia ordinaria. Se si trattava di straniere e di vagabonde venivano poi chiuse in una casa di penitenza per un periodo più o meno lungo, ma se erano trovate malate la detenzione veniva subita soltanto dopo un periodo di cure, cure da effettuarsi a spese del ramo militare, dell'amministrazione militare cioè, ed in queste cure a spese dell'esercito possiamo scorgere una sorta di prevenzione anti-venerea. A parte qualche lavoretto sbrigativo svolto nelle ore di libertà c'era anche la possibilità dj guadagnare legalmente un'altra paga, anche se questa possibilità era limitata a pochi soldati, in genere a non più di quattro per compagnia. Come in altri eserciti settecenteschi, infatti, anche in quello napoletano era ufficialmente ammesso che alcuni soldati, una volta che si fossero impratichiti del servizio, potessero lavorare per conto di terzi all'esterno degli impianti militari. In linea di massima questi lavoratori, anzi questi travagliatori per usare il termine tecnico, dovevano rientrare in caserma per dormire, fare una guardia ogni quindici giorni e depositare un quarto dei loro guadagni che serviva a compensare gli altri soldati che dovevano prestare effettivo servizio in loro vece, in genere nella misura di un carlino al giorno. C'era anche la possibilita di fare i travagliatori per conto dell'amministrazione militare, ed in genere questo si verificava per i sarti o per i soldati del genio addetti alla costruzione o alla riparazione delle strade, ma in tale caso non si riceveva alcuna paga, si era soltanto dispensati dagli altri servizi. In genere il permesso di lavorare fuori delle caserme era accordato ai rarissimi soldati cui era consentito il matrimonio. Date le paghe, infatti, non e ra possibile che un soldato o un sottl,lfficiale agli inizi della carriera potessero mantenere una famiglia e p:roprio per qUesto i permessi di matrimonio erano accordati soltanto eccezionalmente, previo accertamento delle qualità morali della futura sposa e del consenso dei genitori degli sposi. In questo limitatissimo numero di casi si cercava di favorire queste famiglie accordando al soldato, che conoscesse un mestiere, il permesso di travagliare in città o magari nominando la donna lavandaia del reparto, anche se in linea di massima la politica dell'esercito era quella di avere ufficiali e, soprattutto, sottufficiali e soldati celibi. Se erano rarissimi i matrimo148


ni autorizzati dall'autorità militare ben più numerosi dovevano comunque essere quelli contratti dai soldati (e, come vedremo, anche dagli ufficiali) facendo a meno di tale consenso, approfittando dell'ignoranz~ o della connivenza dei parroci, vincoli che erano pienamente validi a tutti gli effetti, essendo il matrimonio di competenza della sola autorità religiosa. Di questo fenomeno fa fede un regio editto del 28 novembre 1796 che enuncia una serie di pene, a dir poco, sproporzionate al reato (ciò che dimostra anche che non si voleva o che non si poteva piu procedere come si era fatto sino ad allora in casi simili quando il soldato era punito con il prolungamento a vita della sua ferma e l'ufficiale con le dimissioni forzate). Secondo questo editto il soldato o il sottufficiale che si era sposato senza permesso era obbligato a servire per quindici anni senza alcuna possibilità di promozione e per tutto questo periodo la moglie rimaneva rinchiusa in un convento. Al suo mantenimento si provvedeva trattenendo al militare 1/3 della paga; se questa era inferiore ai nove ducati al mese veniva trattenuto soltanto un quinto, cui l'amministrazione militare aggiungeva altri 12 carlini. Ma le punizioni non si fermavano qui: c'erano due anni di confino ad Ustica per il padre della sposa che non si era opposto al matrimonio o due anni di convento per la madre, se la sposa era orfana di padre. Alle stesse pene potevano soggiacere i tutori cui era affidata, in mancanza di genitori, la ragazza e c'erano poi quattro anni di confino a Favignana per il prete che aveva celebrato le nozze e tre anni, infine, per i superiori e il cappellano dello sposo che avessero omesso di segnalare al ministero la notizia del reato. Ovviamente, date queste misure draconiane, si finiva poi per giungere ad un aggiustamento per sistemare queste situazioni irregolari e si trovavano così diverse scappatoie come l'autorizzazione magari a posteriori del matrimonio con la semplice esclusione da future promozioni. Ad ogni modo per il soldato borbonico l'amore era un lusso. Parte del tempo libero, se si era sfortunati, lo si poteva anche trascorrere in caserma, come piantoni, essendo stati consegnati, o, peggio, nella sala di disciplina o nelle prigioni di piazza, anche se, come si è detto nel capitolo dedicato alla disciplina ed alla giustizia militare, la prigione non era quasi mai usata a scopo punitivo, essendo sostituita dalle pene corporali per le infrazioni disciplinari e per i reati di minor conto. Nelle sale di disciplina e nelle prigioni si rimaneva soltanto per il tempo strettamente indispensabile a smaltire un'ubriacatura o per attendere il giudizio o la sentenza. Nelle sale di disciplina sottufficiali e soldati erano ristretti in camere separate, dotate di un tavolato ricoperto di pagli-a, di un tino e di una brocca e non potevano essere trattenuti più di due giorni. I soldati detenuti nelle prigioni della piazza, dotate di identico arredamento, avevano diritto ad un'ora d'aria ed al rancio, che era loro portato dai commilitoni. La paglia era invece a carico del reggimento, che per questo motivo pagava ogni giorno due grana al carceriere. . Se invece il sottufficiale ed il soldato godevano della fiducia dei superiori e non si aveva motivo di temere una loro diserzione potevano anche usufruire di licenze, sempre che fossero stati in grado di rinunciare a parte della paga, dato che questa veniva versata interamente soltanto a chi era effettivamente presente. Potevano ottenere, per comprovate ragioni, un grande congedo di quattro mesi, di cui usufruire in linea di massima durante l'estate, o di sei mesi, a partire dall'aprile, i sottufficiali e soldati non nazionali e quelli napoletani che avevano necessità di recarsi all'estero. Di questo tipo di licenza poteva usufruire non più di un uomo su trenta mentre potevano essere accordati contemporaneamente 4 o 5 piccoli congedi, fino ad un massimo di 15 giorni, per ogni compagnia o squadro149


ne. Se il sottufficiale o il soldato si recavano in licenza in una città che era piazza militare erano tenuti a presentarsi, al momento dell'arrivo, alla Gran Guardia per lasciare l'indicazione del loro recapito. La vita degli ufficiali era naturalmente più comoda di quella della truppa. Un significativo indice di questa differenza, anche nelle circostanze più avverse, ci è dato dall'articolo dell'ordinanza di piazza relativo ai debiti degli ufficiali. A differenza della truppa era infatti loro concesso di contrarre debiti, fino ad un ammontare pari ad una mensilità di stipendio. Se il debito non era saldato entro il mese successivo il creditore, sotto pena di decadenza, doveva notificare il suo credito al colonnello che poteva saldarlo direttamente, rivalendosi poi sull'ufficiale, o poteva costringere l'ufficiale a farvi fronte, magari ratealmente. Per poter contrarre debiti di importo superiore l'ufficiale doveva avere un'autorizzazione scritta dal suo colonnello. In caso di violazione di queste prescrizioni, mentre l'ufficiale rischiava di finire in castello, poteva essere messa una sentinella alla porta del creditore, in genere un oste o un mercante. Anche per il gioco d'azzardo l'ufficiale godeva di un trattamento di favore: non si poteva infatti mettere una sentinella davanti alle porte delle case in cui si giocava se queste erano abitate da persone cognite, di condizione o qualificate - da gente di buon livello sociale, quindi - e ci si doveva limitare a farle ammonire dal comandante di piazza e, soltanto in caso di recidiva, si poteva segnalare il caso al Ministro della Guerra. Le maggiori agevolazioni si estendevano alle licenze: l'ordinanza di piazza prevedeva la possibilità di accordare licenze brevi, fino a quattro giorni, a non più di due ufficiali per compagnia (o due ufficiali superiori per reggimento) contemporaneamente e non più di due volte al mese allo stesso ufficiale. C'erano poi licenze più lunghe, fino a quattro mesi e, per motivi gravi, sino ad un anno. Probabilmente si largheggiava in questo tipo di licenze per diversi motivi: accordandole si poteva far prestare servizio agli ufficiali soprannumerari o al seguito, si risparmiava complessivamente qualcosa (durante le licenze gli ufficiali non percepivano soprassoldo) e si consentiva al contempo agli ufficiali provenienti dalle famiglie della primaria nobiltà del regno di attendere ai propri interessi familiari. Anche per il matrimonio l'ufficiale era favorito, stavolta, però, soltanto in apparenza: non c'era infatti limite al numero degli ufficiali sposati ma per ottenere il regio permesso al matrimonio la futura sposa doveva essere provvista di dote. Non abbiamo potuto stabilire quale fosse l'ammontare delle doti richieste alle mogli degli ufficiali nel periodo in esame; doveva però essere piuttostò elevato cosi da scoraggiare i matrimoni, ed una riprova indiretta l'abbiamo dalla tariffa delle doti in vigore, dopo il 1806, per gli ufficiali napoletani dell'esercito di Gioacchino Murat, e che possiamo ritenere non si discostasse da quella precedente. Ebbene la promessa sposa di un sottotenente doveva avere una dote di 1000 ducati ed un'aspirante- generalessa doveva averne una di 6000. Le infrazioni a queste disposizioni non dovevano essere infrequenti, anche perché gli stipendi degli ufficiali, pur se non elevati, potevano consentire il mantenimento di una famiglia (e i francesi troveranno che gli ufficiali napoletani di Murat erano assai spesso provvisti di moglie e di figli) contando magari su una sanatoria successiva, anche a costo di ritardi nella carriera. Il regio editto del 28 novembre 1796 prevedeva che gli ufficiali che si fossero sposati senza permesso rimanessero per 15 anni senza promozioni e che per lo stesso periodo di tempo le loro mogli rimasero chiuse in un convento, mantenute a spese del marito cui era trattenuto, a tale scopo, un terzo dello stipendio. 150


Anche in campagna l'ufficiale usufruiva di qualche facilitazione, oltre a quelle di soprassoldi e foraggio; aveva infatti diritto ad un trabante, cioè ad un attendente. Questa concessione, dapprima fatta agli ufficiali di artiglieria impiegati a Tolone, era stata poi estesa a tutti gli ufficiali dell'esercito con disposizione del 10 settembre 1793 . . Il trabante doveva essere scelto tra i soldati meno validi del reggimento ed il suo posto doveva essere preso da un miliziotto di nuova leva (38). Durante il periodo siciliano i trabanti erano invece forniti dal reggimento di guarnigione (39).

(38) A.S. Na. R.O. Voi. 171 (39) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 92 1

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Nuova Uniforme della fanteria di linea 1807.

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Capitolo V

L'amministrazione e i serv1z1

1. Bilanci

Il regio ordine del 27 dicembre 1783 che regolamentava l'intera materia dell'amministrazione militare fissava anche, in 3.000.000 di ducati, le spese previste per l'esercito. Di questa somma, che doveva essere accreditata a rate mensili o quadrimestrali, 2.100.000 ducati provenivano dalla tesoreria del regno di Napoli e 900.000 da quella del regno di Sicilia (1). Questi stanziamenti rimasero invariati fin al 1788 quando vennero aumentati di 180.000 ducati. Così accresciute le spese militari per l'esercito venivano a formare il 27%, circa, delle uscite previste dal bilancio statale - fissate in poco più di undici milioni e mezzo di ducati - cui si dovevano aggiungere le spese per la marina, pari a circa il 9%, con poco più di un milione di ducati. Osservando però in maniera più approfondita le singole voci del bilancio si può notare che una parte delle altre voci di uscita in realtà non sono tali (dato che, ad esempio, oltre tre milioni di ducati del debito pubblico non sono pagati dallo Stato ma sono invece percepiti direttamente dai creditori cui sono state cedute particolari fonti di entrate e di rendite) e che, di conseguenza, le spese per l'esercito ammontano ad oltre il 40% delle uscite effettive e quelle per la marina al 1.4%. · In realtà, almeno finché non si dovette procedere al riarmo, il consuntivo delle spese per l'esercito fu inferiore al preventivo. Infatti l'Introito ed esito dell 'Intendenza per l'Esercito del 1788 (2) segnala entrate ed uscite per soli 2.400.000 ducati che si impennano l'anno successivo fino a 3.964.000 per oltrepassare i 4 milioni nel 1792, ultimo anno che possiamo considerare, almeno formalmente, di pace (3). Per gli anni successivi, e fino al 1799, il Bianchini, nella sua fondamentale opera Della storia delle finanze del regno di Napoli , calcola che le spese per l'esercito siano ascese, un anno per l'altro, ad otto milioni di ducati (i soli tre reggimenti di cavalleria in Lombardia dovevano costare circa 280.000 ducati l'am'io) (4) e quelle per la marina ad 1.250.000, pari r ispettivamente al 40% ed 6,5% delle uscite. Se però consideriamo che dei venti milioni di uscite oltre sei milioni costituivano il debito pubblico, servivano allo Stato, cioè, per rimborsare i prestiti di carattere straordinario contratti per far fronte alle necessità belliche, vediamo che le spese militari, globalmente intese, costituiscono all'incirca i tre quarti delle voci (1) A.S. (2) A.S. (3) A.S. (4) A.S.

Na. Na. Na. Na.

R.O. Voi. 71. Tesoreria Antica Fs. 168. Ibidem. Segr. Ant. Fs. 377.

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--passive. E queste spese costituiranno la causa principale, se non unica, della bancarotta del governo borbonico che giungerà a prelevare i depositi dalle banche e ad emettere delle fedi di credito, una sorta di moneta cartacea a corso forzoso, che perderà rapidamente i due terzi del suo valore ed il cui ritiro dalla circolazione, nel 1803, costituirà una delle più difficili battaglie vinte dall'erario napoletano. Dopo la riconquista del regno da parte del cardinale Ruffo la situazione finanziaria era quale si può immaginare in uno stato fiaccato da una sconfitta, un'occupazione militare ed una guerra civile. Poco poteva dare la Sicilia, sia per le sue limitate risorse sia per il particolare sistema amministrativo-finanziario, e poco poteva dare il regno di Napoli, spremuto da un anno di contribuzioni forzate e di saccheggi. Bisognava per di più ricostituire daccapo un esercito, riorganizzarlo, rivestirlo e riarmarlo. Si stanziarono dapprima 200.000 ducati al mese, destinati solo alla riorganizzazione ed al mantenimento delle truppe, aumentati poi a 260.000 ducati, mentre altri 120.000 ne occorrevano al corpo di spedizione di stanza a Roma e le sole spese di restauro delle fortificazioni di Napoli ne assorbivano, in un anno, altri 100.000 (5). E tutte queste spese per un esercito di dimensioni ben più ridotte di quelle dell'esercito del 1798. La cosa può parzialmente essere spiegata dal fatto che una buona parte del fiume di denaro non finiva nelle casse dell'esercito, anche perché la restaurazione del 1799 aveva fatto emergere nuovi amministratori ed ufficiali poco preparati ai difficili compiti burocratici ma ingegnosissimi per tutto ciò che riguardava i loro personali interessi. La pace del 1801, che avrebbe dovuto portare ad un alleggerimento delle spese militari, portava invece al pagamento delle spese del corpo di occupazione francese stanziato sulle coste dell'Adriatico (previste nel trattato di pace in 425.000 franchi, pari a 106.250 ducati) e quando, dopo un breve intervallo, a questo primo corpo di occupazione se ne sostituirà un secondo, più numeroso, il suo costo sarà stimato - da una fonte ben informata, come l'ambasciatore francese a Napoli - in un milione di franchi (250.000 ducati circa) al mese, tra spese vive e mancati introiti, dato che questi ospiti si auto-esenteranno dal pagamento di dazi e dogane che rappresentavano, invece, una delle più importanti fonti d'entrata dell'erario napoletano. Partiti i francesi ecco sbarcare inglesi e russi che, pur se in veste di alleati, gravavano in maniera pesantissima sull'esausto bilancio borbonico così come le spese connesse al riarmo in vista dell'imminente guerra: per la sola cassa di campagna, destinata a pagare le truppe mobilitate, erano stanziate, il 6 dicembre 1805, 120.000 ducati (6). Per questi anni che vanno dal 1799 al 1805 neppure il Bianchini è stato in grado di fornire dati, sia pur sommari, relativi alle spese militari ed alla loro incidenza sui bilanci, nè tantomeno siamo in condizione di farlo noi che ci dobbiamo limitare a segnalare due soli dati, uno relativo alle spese medie mensili (solo per paghe e stipendi) per i corpi attivi dell'esercito, ammontanti nel 1803 a .86.523 dùcati, pari ad una spesa annua di l.0_3 8.276 ducati (7), ed un altro relativo al 1804, quando con un esercito ormai riarmato e riequipaggiato, ma ridotto quasi ai minimi termirii, con circa 30.000 uomini, le spese militari ammontavano a tre milioni e mezzo di ducati l'anno. Altrettanto oscuri ci sono i bilanci dei primi due anni del periodo siciliano, (5) A.S. Na. Excerpta Fs. 350. (6) A.S. Na. R.O. Vol. 241. (7) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 1129.

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sia per gli aggravi causati dalla campagna del 1806 sia per il costo delle successive spedizioni. Sappiamo soltanto che per spese straordinarie vennero erogati, tra il maggio del 1807 ed il febbraio del 1808, 332.335 ducatiperl'esercitoe 209.606 per la marina (8). Nel 1808, il solo costo del mantenimento delle truppe ammontava, ogni mese, a circa 70.000 onze (210.000 ducati), soltanto in parte coperto dal sussidio inglese. Non c'è quindi da stupirsi se nel 181 Oil re chiese al parlamento siciliano uno stanziamento straordinario di 360.000 onze, richiesta che dava origine al dissidio che avrebbe portato, in seguito, alla Costituzione del 1812 ed al temporaneo allontanamento del re dall'esercizio del potere. Nel 1811, quando si avvicinava la fase più acuta

del dissidio, le entrate complessive dello Stato erano stimate in 800.000 onze, 750.000 delle quali erano destinate a fronteggiare le spese militari (che assorbivano inoltre anche il sussidio britannico), con un deficit preventivato in 450.000 onze. Nessuna meraviglia, pertanto, se, in queste condizioni, ufficiali e truppa divennero creditori, per mesi, delle loro spettanze. Il Parlamento votava, infine, nel 1812, un bilancio di previsione per l'anno successivo: il ramo della guerra otteneva 1.464.864 onze (delle quali 360.000 per la marina), pari circa ai 3/4 delle spese complessive preventivate. In sede di consuntivo, poi, questa percentuale si sarebbe ancora accresciuta dato che, per mancanza di attivo, l'esercizio finanziario si sarebbe chiuso anziché in pareggio, come previsto, con un disavanzo di oltre 350.000 onze. Il bilancio per il 1814-15 prevedeva una riduzione delle spese militari che ascendevano a 1.164.000 onze (di cui 700.000 per le spese ordinarie e 464.000 per spese straordinarie a causa della guerra), spese che incidevano per circa il 60% sul complesso delle uscite. Nei primi mesi del 1815, infine, era votato il bilancio per l'esercizio 1815-16. Sopravvenuta la pace le spese militari erano ridotte a 700.000 onze e rappresentavano, all'incirca, il 50% delle uscite, ma era un bilancio che non avrebbe avuto pratica applicazione: di lì a pochi mesi, infatti, Ferdinando sarebbe tornato a Napoli ed il nuovo esercito borbonico, quello dell'amalgama con i murattiani, avrebbe avuto bisogno di altri e più nutriti introiti. Con stanziamenti fuori bilancio si provvedeva a far fronte, nel periodo esaminato, ad un'aliquota dei costi dell'Orfanotrofio Militare. Pure con stanziamenti fuori bilancio erano pagate, in parte, le pensioni militari. Un'altra gestione fuori bilancio, infine, era quella del fondo di separazione de' lucri che fruttava, nel 1790, la non disprezzabile somma di 60.000 ducati. Questo importo era parte del ricavo delle rendite percepite dalle piazzeforti e dai castelli per l'affitto dei bettolini posti al loro interno, per l'affitto degli orti che si potevano ricavare nelle zone di rispetto di proprietà statale attorno alle fortificazioni o dalla vendita dei diritti di pascolo nelle stesse zone. Un terzo delle rendite nel regno di Napoli ed un quarto in quello di Sicilia spettavano ai governatori delle piazze e dei castelli, il rimanente formava il fondo di separazione de' lucri destinato a gratificazioni a favore di ufficiali meritevoli ed era amministrato da un apposita reale soprintendenza composta da generali e da alti magistrati. 2. Gli organi amministrativi centrali Centro motore del sistema amministrativo dell'esercito napoletano era l' In(8) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 1129.

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tendenza Generale. A questa, o meglio, formalmente al suo capo, l'intendente generale, facevano carico tutte le incombenze di carattere amministrativo-contabile e quelle relative ai rifornimenti in natura (pane, foraggi e, in certi casi, anche viveri), nonché, in caso di guerra o di mobilitazione, l'organizzazione e la gestione degli ospedali e delle officine (9) di campagna, come meglio vedremo in seguito, e in generale di· tutti o quasi i servizi. Il regio ordine del 27 dicembre 1783 (1°) che aveva creato l'Intendenza Generale dell'esercito, ponendo alle dipendenze dell'intendente generale, uri contadore, tre ufficiali maggiori, dei quali uno addetto al Libro Maggiore e l'altro al Libro Giornale, un segretario dell'intendente, un amanuense e due intrattenidi per la scrittura, aveva anche impartito precise disposizioni per impiantare il servizio amministrativo-contabile. L'Intendenza doveva verificare i conti che le venivano inviati dagli organi periferici (i commissari di guerra), conti che, vistati dall'intendente e dal contadore, erano poi inviati all'amministrazione finanziaria. Questa li faceva esaminare da una delle cinque dipendenze della Regia Scrivania di Razione (l'organo che conservava i ruoli dell'esercito e di tutti quanti percepivano il soldo del re), addette dal 1786 al Ramo Militare. Poi i conti passavano alla Tesoreria Generale (che introitava le rendite reali e provvedeva al pagamento di quanti erano al soldo del re) che attraverso le sue cinque dipendenze addette al Ramo Militare, in corrispondenza con quelle della Scrivania di Razione, provvedeva a saldarli accreditandone l'importo all'Intendenza presso una delle banche napoletane. In seguito, verso la metà degli anni novanta, si cercò di introdurre un sistema di amministrazione leggermente diverso, che tendeva a rendere totalmente autonomo il Ramo Militare da quello civile. L'amministrazione militare, sempre alle dipendenze dell'intendente generale, si doveva articolare sugli intendenti provinciali, i commissari ordinatori ed i commissari di guerra, che erano i rappresentanti perif,erici dell'amministrazione militare centrale, e su tre officine site nella capitale, la Contadoria, la Scrivania di Razione e la Tesoreria Generale. , Dall'intendente generale, per il quale era previsto il rango di maresciallo di campo (in realtà, però, fu sempre un brigadiere) dipendevano i tre intendenti provinciali, uno per il regno di Sicilia, con residenza a Palermo, uno per i Presidi di Toscana, con residenza ad Orbetello, ed un terzo per il regno di Napoli propriamente detto, sempre che le sue funzioni non fossero esercitate direttamente dall'intendente generale, come pare si sia invece verificato. Dai tre intendenti provinciali dipendevano gli otto commissari ordinatori, con residenza, rispettivamente, a Napoli, Cosenza, Lecce, Teramo, Palermo, Messina, Siracusa ed Orbetello, tutti con il rango di colonnello. Questi sovrintendevano all'attività dei commissari di guerra, suddivisi nelle diverse piazze del regno in modo che ciascuno di essi, all'interno di ogni piazza, non dovesse provvedere che all'ispezione bimestrale ed al controllo della contabilità di non più di due reggimenti. Il rango previsto per costoro era quello di tenente colonnello. In alcuni casi eccezionali, trovandosi le truppe fuori delle piazze sedi di residenza dei commissari, le ispezioni erano effettuate dai presidi (prefetti) delle province. Secondo il nuovo sistema l'Intendenza propriamente detta era ridotta a semplice segreteria dell'intendente e separata dalla Contadoria Generale. A capo di questa doveva essere posto il contadore principale dell'esercito, parificato ai com(9) Officine erano detti, con termine di derivazione spagnola, gli uffici. (10) A.S. Na. R.O. Vol. 71.

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missari ordinatori e considerato come il primo collaboratore dell'intendente generale. Da lui dovevano dipendere sei primi e sei secondi ufficiali, sei aiutanti, quattro amanuensi, un ufficiale archiviario, un ufficiale addetto al Libro Maggiore ed un altro addetto al L ibro Giornale e due portieri e due inservienti, da prendersi, questi, tra i soldati invalidi. Non sappiamo se questo tipo di organizzazione sia stato completamente attuato; ne dubitiamo anche perché le altre due officine previste e cioè la Scrivania di Razione con personale non più dipendente dall'omonima struttura civile ma militarizzato, e la Tesoreria, con personale che doveva restare alle dipendenze dell'amministrazione civile, e che avrebbero dovuto fungere da ispettorato e da cassa, non videro mai la luce, così come erano state progettate, almeno nel regno di Napoli. Infatti, sia per difficoltà oggettive sia per la vischiosità e la resistenza della burocrazia noi troviamo sugli annuari ufficiali del regno di Napoli, fino al 1805, alla voce Officine Militari la sola menzione dell'Intendenza Militare (comprendente la Contadoria) accompagnata dalla seguente nota: Le altre Officine Militari di questo regno non sono ancora separate dalle Officine del Ramo Politico. Dovevano essere rapporti non facili quelli tra le officine dei due rami e non dovevano mancare gli screzi se, in vista della campagna del 1798, dovette esser emanato un apposito real ordine (1 1) che ingiungeva all'amministrazione civile l'immediato pagamento a favore dell'Intendenza Generale di quanto fosse stato di volta in volta richiesto, dietro la semplice esibizione degli ordinativi di spesa della Segreteria di Guerra e senza alcuna necessità di attendere un benestare, di qualunque sorta, da parte dell'amministrazione finanziaria centrale. Con lo stesso dispaccio si prescriveva al personale civile delle dipendenze addette al Ramo Militare di osservare lo stesso orario di lavoro dell'Intendenza che, di massima, andava dalle ore 8 di Francia all'una e, nel pomeriggio, dalle 23 or a d'Italia alle tre ore di notte (da un'ora prima a tre ore dopo l'ave-maria). Il crollo del '99 ed il confuso periodo seguito alla restaurazione borbonica impedirono una pronta riorganizzazione dell'amministrazione militare nelle provincie continentali del regno e le sue incombenze passarono all'amministrazione civile che provvedeva a pagare direttamente le truppe su segnalazione dei commissari di guerra e degli ispettori. Per riordinare la materia venne istituita un'apposita giunta (commissione) che nel febbraio del 1801 emanava un nuovo regolamento per le Officine di conto e razione (1 2). Successivamente l'amministrazione militare era ricostituita (se ne fa menzione nel dispaccio del 1802 che riordina i ministeri) e veniva articolata in Corpo politico dell'esercito, che comprendeva l'Intendenza Generale, i commissari ordinatori ed i commissari di guerra, e Officine militari. Queste a Napoli erano limitate, come si è detto, alla sola Intendenza Generale con intendente, segretario, contadore principale e primo u fficiale oltre, na- _ turalmente, al personale d'ordine. Più articolata era invece la situazione in Sicilia dove negli anni tra il 1800 ed il 1806 esistevano un'Intendenzç Generale, con un intendente, un segre tario ed un ufficiale maggiore, una contadoria dell 'esercito - incaricata di esaminare e controllare i conteggi dei commissari - con un contadore principale ed un u fficiale maggiore ed una tesoreria - che fungeva da cassa dell'esercito - con un tesoriere ed un ufficiale maggiore, oltre, s'intende, al p ersonale d 'ordine (13). Questa organizzazione - ridottosi il dominio borbonico alla sola Sicilia (11) A.S. Na. R.O. Voi. 171. (12) A.S. Na. R.O. Voi. 188. (13) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 175.

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forniva l'intelaiatura del sistema amministrativo che sarebbe sopravvissuto fino al 1815, con qualche riassestamento apportato con un dispaccio del 10 aprile 1809. Così troviamo, nel 1812, l'Intendenza Generale composta dall'intendente generale (con il rango di brigadiere), dal segretario, da un ufficiale maggiore (commissario di guerra), quattro ufficiali, tre aiutan ti di prima e tre di seconda classe, sette soprannumerari, due portieri ed un inserviente, la contadoria principale con un contadore principale (colonnello), un ufficiale maggiore, cinque ufficiali, un archiviario, sette soprannumerari, un portiere ed un inserviente e la tesoreria militare con un tesoriere generale, un ufficiale maggiore, sei ufficiali, un ufficiale superante, cinque soprannumerari, un portiere ed un inserviente. C'erano poi nove commissari di guerra, sei dei quali con residenza a Palermo (1 4) . In caso di guerra o di mobilitazione, per provvedere ai pagamenti necessari alle truppe venivano costituite delle officine di campagna, precisandone di volta in volta composizione e compiti. Il primo caso si ebbe nel 1793, per la spedizione a Tolone, quando venne organizzata una cassa di campagna, dotata di 60.000 ducati d'oro, agli ordini di un commissario di guerra e di un pagatore, dipendente quest'ultimo dalla Scrivania di Razione (1 5). Questo sistema, dopo diversi casi analoghi verificatisi negli anni successivi, venne razionalizzato nel periodo siciliano con la regia ordinanza del 13 Ottobre 1808 che prevedeva la nomina di un intendente dell'esercito, da scegliersi tra i commissari di guerra, che doveva sovrintendere ai servizi amministrativi in caso di una spedizione o di una campagna. Sempre in questo periodo i commissari, scelti fino ad allora tra i quartiermastri dei reggimenti, vennero invece tratti dalle file dei funzionari delle Reali Officine del Ramo Militare.

3. Amministrazione interna dei corpi /

Fondamentalmente il sistema di amministrazione interna dei corpi dell'esercito napoletano consisteva nell'accreditamento ai singoli reparti, con cadenze mensili, di somme predeterminate sulla base delle riviste effettuate dai commissari di guerra, basate quindi sulle effettive presenze, e nella successiva erogazione di queste somme, secondo precise modalità, per far fronte a quasi tutte le necessità del reparto. Quel che cambiava, e la cosa si verificò diverse volte nel periodo esaminato, era il modo con cui queste somme venivano gestit e: se, cioè, la gestione era demandata ad un apposito consiglio di amministrazione, composto da ufficiali, oppure soltanto al comandante di corpo, coadiuvato dal quartiermastro, e dai comandanti delle compagnie (1 6). La situazione si complicava, poi - o si semplificava, a seconc;la del punto di vista - con la costituzione e lo scioglimento di apposite giunte, commissioni incaricate di provvedere ad alcune necessità fondamentali dell'esercito, come, ad esempio, il vestiario o 1~ rimonta, eventualità, queste, che ebbero modo di verificarsi più volte. · In linea di massima, con la somma rimessa mensilmente ai corpi si formava la cosiddetta massa generale, che poteva essere accresciuta grazie all'utilizzo di alcune trattenute a carico dei componenti del reparto, come il soprassoldo degli (14) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 1144. (15) A.S. Na. R.O. Voi. 171. (16) A.S. Na. R.O. Voi. 148.

158


ufficiali durante le loro licenze. Con la massa generale si doveva provvedere, in primo luogo, allo stipendio degli ufficiali (mensilmente e posticipatamente) ed alla paga di sottufficiali e soldati, detta prest, erogata inizialmente ogni quattro giorni, dato che il prest serviva ai soldati per l'acquistò dei generi alimentari necessari alla preparazione dell'ordinario, cioè del rancio. Più tardi, sul finire del periodo siciliano, quando il rancio venne fornito direttamente, il prest venne pagato ogni quindici giorni (' 7). Detratto quanto era necessario per gli stipendi e le paghe bisognava poi fronteggiare diverse·altre spese e per ognuna di queste era fissata, dall'amministrazione centrale, una somma predeterminata per ciascun soldato. Così ad esempio un soldato di fanteria degli anni novanta costava in tutto 3 ducati e 50 al mese pagati in parte direttamente dallo Stato per l'acquisto e la somministrazione del pane e della legna (rispettivamente 75 e 6 grana) ed in parte rimessi ai corpi per la formazione della massa generale, e più precisamente 1 ducato e 50 per il prest, 68 grana per il vestiario, 19 per le spese di reclutamento, barbiere ed illuminazione, 10 per i medicinali e le spese d'ospedale, 8 per il letto, 5 e 1/4 per l'armamento e 2 per l'equipaggiamento. Nello stesso periodo un soldato di cavalleria costava, ovviamente, assai di più: ben 9 ducati e 61 grana dato che occorreva provvederlo, oltre che di più costosi generi di vestiario, anche di cavallo, ciò che comportava notevoli spese per foraggio e rimonta. Per sostituire i generi di vestiario che, servendo a cavallo, erano più soggetti ad usura, per la ferratura del cavallo e per brusca, striglia ed altri arnesi per la pulizia c'era una voce speciale della massa detta massetta, pari a 72 grana al mese (' 8). In caso di mancanza di un apposito consiglio di amministrazione provvedevano alla gestione della massa generale i comandanti delle compagnie per quanto riguardava i generi di vestiario e di equipaggiamento ed il comandante di corpo per quanto riguardava le altre voci. Ma chi aveva in realtà in mano l'amministrazione del reparto era il quartiermastro, scelto tra quanti avessero fatto un continuo studio di legge o tra i funzionari dell'amministrazione finanziaria. Incaricato della contabilità e dell'amministrazione, il quartiermastro, per mantenere gli indispensabili contatti con l'Intendenza Generale o, per usare la locuzione ufficiale, per aggiùstare i conti, era autorizzato, se il reggimento non era di stanza a Napoli, a recarvisi più volte all'anno e più precisamente una volta a mese, per non più di otto giorni, se il reggimento era di guarnigione nelle vicinanze della capitale, e se era invece distante, tre volte l'anno per non più di tre settimane alla volta. Ovviamente il quartiermastro non aveva la possibilità di avanzamenti di carriera, poteva soltanto transitare nelle amministrazioni civili o essere nominato commissario di guerra. Se invece era prevista l'esistenza di un consiglio di amministrazione, com'era il caso del Corpo Reale, per tutto il periodo da noi esaminato, o per gli altri corpi nel periodo immediatamente antecedente al 1799 e poi tra il 1801 ed il 1806 e dopo il 1812, la massa generale era amministrata, appunto, da questo' consiglio. Lo componevano, per ciascun reggimento del Corpo Reale il colonnello, il tenente colonnello e tre maggiori e per ciascun reggimento di fanteria o cavalleria il colonnello, il tenente colonnello, due maggiori ed i tre capitani più anziani, sempre, s'intende, con l'indispensabile aiuto del quartiermastro che in quest'ultimo caso (17) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 675. (18) Da G.A. Galanti «Nuova descrizione storica e geografica delle Sicilie» Vol. III - Napoli 1789.

159


era prescelto dal consiglio di amministrazione t_ra i sottotenenti. Il consiglio di amministrazione affidava poi la responsabilità delle singole voci della massa agli ufficiali che, a suo giudizio, riteneva più adatti a questo compito. Accanto alla massa generale esisteva in tutti i corpi un'altra massa detta d'economia, destinata a fronteggiare alcune piccole spese come il pagamento della cipria per i capelli, del bianchetto per le buffetterie e della cera per lucidare le giberne. La massa d'economia era alimentata in maniera abbastanza casuale da trattenute operate sulle paghe di soldati e sottufficiali in licenza, dalla quarta parte dei guadagni dei travagliatori e, per la cavalleria, anche dal ricavo della vendita delle pelli dei cavalli morti. Questa massa era amministrata da un maggiore, da due sottufficiali e dal più vecchio soldato del reggimento. 4. Stipendi e paghe

Se siamo abbastanza bene informati su tutto quanto concerne stipendi e paghe di ufficiali, sottufficiali e truppa nel periodo preso in esame, non siamo però in grado di rapportare questi stipendi e queste paghe al loro valore attuale. Infatti i non molti autori che si sono interessati alla storia economica del regno di Napoli hanno sempre attribuito al ducato il valore di L. 4,50, indipendentemente, però, dal periodo in cui scrivevano. Troviamo così, assurdamente, riportato il medesimo rapporto di valore nel 1872, dall'opera di Trinchera Degli archivi napoletani, nel 1901 dal libro del Bianco La Sicilia durante l 'occupazione inglese e poi da altri autori fin quasi ai nostri giorni. Il fatto è che tutti si sono rifatti al valore attribuito al ducato nel 1861, al momento dell'unificazione nazionale, ma si tratta appunto del ducato del 1861, non di quello di settant'anni prima, e non è affatto sicuro che questa_moneta abbia conservato intatto il suo potere d'acquisto attraverso quei settant'anni così densi di crisi economiche e politiche. Sappiamo, questo si, che nel periodo esaminato il ducato equivaleva a circa 4,20 franchi francesi o a 2,1-2,2 fiorini; conosciamo anche il cambio con la sterlina (circa 5,60), ma ci è parso azzardato determinare il valore attuale del ducato facendo riferimento a monete estere che hanno probabilmente avuto una ben diversa evoluzione. Ci è sembrato invece utile riportare nelle tabelle che seguono (1 9) alcuni dati relativi ai salari e agli stipendi di diverse categorie di lavoratori ed ai prezzi di alcuni generi alimentari, così da poter inquadrare meglio il problema del potere d'acquisto degli stipendi degli ufficiali e delle paghe dei soldati, anche se c'è da tener presente che salari e prezzi variavano da provincia a provincia e che i prezzi dei generi alimentari sono quelli, all'ingrosso o quasi, che potevano esser spuntati da grosse collettività come i conventi dai cui archivi sono stati tratti i dati. Riguardo a queste tabelle c'è poi da soggiungere che le paghe def braccianti e quelle degli operai si riferiscono alle giornate effettivamente lavorate e che, a parte i numerosi giorni festivi, ce n'erano altri, e tanti, in cui non c'era lavoro, mentre la paga del soldato correva tutti i giorni dell'anno. In più il soldato aveva la sua razione quotidiana di 24 oncie di pane ed era provvisto, in qualche modo, di vestiario e di alloggio. È vero che, almeno ufficialmente, la paga serviva quasi esclusivamente per acquistare generi alimentari, che in alcuni periodi la paga ar(19) I dati sono tratti soprattutto dall'opera di R. Romano «Prezzi, salari e servizi a Napoli nel secolo XVIII».

160


Tabella 29 SALARIO MEDIO ESPRESSO IN GRANA DEI BRACCIANTI DI MOLFETTA Anni

Periodo invernale

Periodo primaverile

Periodo estivo

18 15 25 15 18 17 17,6 19 20 18 26 24 23

17 15 15 16 17 17

19

1789-90 1790-91 1791-92 1792-93 1793-94 1794-95 1795-96 1796-97 1797-98 1798-99 1799-800 1800-801 1801-802 1802-803 1803-804 1804-805 1805-806

18

22,6 16 20 22,3 17,6 18,4 20 20 20 23 26 26 30 24 27,6

-

17 21 20 20 20

-

30 17 17 24

22

19 30 34

Tabella 30 SALARIO MEDIO GIORNALIERO ESPRESSO IN GRANA DI BRACCIANTI DEI DINTORNI DI NAPOLI

Anni

1788 1789 1790 1791 1792 1793 1794 1795 1796 1797 1798 1799 1800 1801 1802 1803 1804 1805 1806

Zappatori e vendemmiatori

20 20 20 20 20 20 20 20 20 20 20 20 20 20 20 20 20 20 20

Donne ragazzi addetti al trasporto dell'uva 10

10 10 10 10 10 IO 10

10 10 10 10 IO

10 10 10 10 10 10

Mietitori Falciatori

e

trebbiatori

25 25 25 30 27 '/, 27 27 27 27 27 30 1 /,

1 /,

1 /, 1 /,

1 /,

-

27 27 27'/, 1 /,

1 /,

-

-

25 25 25 25 25 25 25 25 25 25 30 25 25 25 25 25 25 25 25

161


T Tabella 31 Paga giornaliera di artigiani addetti alla fabbricazione di macchine per cardare il cotone (1792)

"Bono Ferraro": Tornitore: '' Ottonaro ": Tornitore del legno: "Ferraro": Uomo per soffiare e battere l'incudine: Facchin·o per girare la ruota de l tornio:

60 60 60 50 40 30 30

grana grana grana grana grana grana grana

Tabella 32 Stipendi mensili degli impiegati del Banco di S. Giacomo nel 1799 distribuiti per classi di stipendio (in ducati) Classi

Fino a 5 da 5 a 10 da 10 a 15 da 15 a 20 da 20 a 25 da 25 a 30 / da 30 a 35 d a 35 a 40 da 40 a 50 oltre 50 D. TOTALI

Numero degli impiegati

Spesa complessiva

48 51 22 16 20 8 8 5 3 6

110,08 397,34 183,82 287,10 461,39 225,99 261,90 183,24 135,15 426,19

187

2.772,20

N.B. Le mens ilità erano 15. Nei primi anni - in media 10 - gli impiegati prestavano servizio con retribuzioni assai basse (la metà dc.gli impiegati aveva stipendi inferiori ai I O ducati ed un quarto inferiori addirittura a S) sia perché era normale prestare servizio come soprannumeri poco o nulla retribuit i, per entrare in carriera, sia pen.:hé c'erano benefici accessori come la pensione a vedove ed orf?ni olt re che ad ex d ipendenti.

rivava con forte ritardo e che il pane poteva essere di cattiva qualità, ma è altrett anto vero che la vita doveva esser durissima per la gran maggioranza della popolazione che non poteva contare con certezza neppure su quel poco che spettava invece al soldato. Una famiglia contadina tipo (ed i contadini costituivano almeno i tre quarti della popolazione) aveva bisogno, secondo uno degli autori consultati, di almeno 30 grana al giorno per far fronte al solo fabbisogno alimentare di padre, madre e tre figli ed un autore dell 'epoca, l'abate Galiani, indicava in 8 ducati al mese il minimo indispensabile perché marito e moglie potessero vivere decorosamenete a Napoli nel 1780, prima che i prezzi cominciassero a salire.

162


Tabella 33 PREZZI DI CEREALI ESPRESSI IN GRANA PER TOMOLO Anni

Grano ·

Fagioli

Ceci

Fave sgusciate

Lenticchie

1788 1789 1790 1791 1792 1793 1794 1795 1796 1797 1798 1799 1800 1801 1802 1803 1804 1805 1806

256 232 199

250 180 165

300 260 260

240 230 250

260 240 250 231 270

210

150

250

190

252 300 265 292 231 265 310 240 310 340 405 320 280 355

220 250 200 232 310 280 170 180 200 215

280 287 240 250

270 280 265 260 280 260 230 285 260 310

260

320

-

-

300 -

460 380 430 405 390 420 385 460

-

-

235 250 340 300 400 440 410 430 400

285 295 280 305

425 405 445

-

Tabe lla 34 PREZZI ALIMENTARI ESPRESSI IN GRANA Anni

Olio(*)

1788 1789 1790 179 1 1792 1793 1794 1795 1796 1797 1798 1799 1800 180 1 1802 1803 1804 1805 1806

210 240

-

210 260 312 255 230 280 300 340

-

235 250 310 345 350 360 340

Lardo(**)

Caciocavallo

Cacioca vallo di Sicilia

22 23 22 ,,, 22 '/, 24 32 37 24 31 34

31 31'/, 32 34 32 35 35 '/, 37 37 36 '/,

26 '/,

38

30

-

30 34 28 32 47 39 36 37

42 40 56 44

28 32 30

-

34 35 39 37 36 35 38

-

-

-

36

26 '/, 26

Formaggio di Sicilia

1 /,

-

30 28 31 28 28 29 29

21 22 21 25 24 20 21 21 22 23

31 30

-

Ricotta salata

24 24 30 24 24 26 27

24 25 36 31 35 36 30 28 -

33 -

(*) una salma (**)un rotolo

163


Tabella 35 PREZZI ALIMENTARI ESPRESSI IN GRANA Anni

Un cappone

1788 1789 1790 1791 1792 1793 1794 1795 1796 1797 1798 1799 1800 1801 1802 1803 1804 1805

30 35 -

Un tacchino -

30

-

40

117

-

-

40

40

115 125 121 l l7 132

-

-

30 -

40

-

112

-

-

35

40

135 150 110

-

-

-

-

100 125

32 '/, 30 32 '/, 30

-

Un rotolo di vitello

-

32 -

Cento uova

106 90 112 97 87 101 106 95 107 122 100 184 142

40 35 41 40 41 41 40

189 201

-

-

39

-

156

Le tabelle 36, 37, 38 e 39 forniscono stipendi e paghe accordati in occasione delle ristrutturazioni del 1787-88. Come si noterà gli ufficiali (e nell'artiglieria anche sottufficiali e truppa) percepivano un soprassoldo, di cui beneficiavano, però, solo quando prestavano servizio effettivo, soprassoldo che era assai maggiore nei reggiment i di fanteria estera, così com'era maggiore, in questi reggimenti, la paga di ufficiali e soldati. Gli stipendi degli ufficiali generali e dei brigadieri, a parte quelli dell'artiglieria indicati nella tabella, erano i seguenti: capitan generale 569 ducati e 76 grana, tenente generale 427 e 32, maresciallo di campo 298 e 82, da ripartire a metà tra soldo e soprassoldo. Pure da dividere a metà tra soldo e soprassoldo era lo stipendio di 160 du cati del brigadiere della fanteria nazionale, mentre quelli della fanteria estera e della cavalleria avevano lo stesso soldo di 80 ducati ma con un soprassoldo rispettivamente di 150 e di 120. Nel 1799 re Ferdinando, rifugiatosi a Palermo, approvava il 7 febbraio, al momento della ricostituzione dell'esercito, delle nuove tabelle di stipendi e paghe che nulla innovavano per quanto riguardava gli ufficiali ed i sottufficiali di grado più elevato mentre aumentavano in maniera abbastanza considerevole le paghe da secondo sergente in giù, secondo la tabella 40 che si acclude e nella quale soldo e soprassoldo sono cumulati. A questi aumenti limitati ai gradi più bassi e che, come si noterà, equiparavano le paghe della fanteria nazionale a quelle dei reggimenti esteri, in quel momento non più esistent i come unità organiche, il re dovette essere indotto da due motivi. Uno, di carattere economico, era quello di permettere ai soldati - che con la paga dovevano provvedere al rancio - di far fronte a l rincaro dei prezzi, rincaro 164


Tabella 36

FANTERIA N AZIONALE GRADI

CO LON N l:.LLO TENENTE COLONNELLO 1° MAGGIORE 2° MAGG IORE AIUTANTE MAGG IORE QUARTIERMASTRO 1° CHIRURGO 2° CHIRURGO CAPPELLANO 1° AIUTANTE 2° e 3° AIUTANTE FU RIERE PORTA BANDIERA CAPORALE DE I GUASTATORI TAMBURO MAGGI ORE ARMAIOLO PREVOSTO CAPITANO CAPITANTENENTE 1° TENENTE 2° TE NE NTE ALFIERE 1° SERGENTE 1° SERGE NT E DE I GRAN . 2° SERGENTE 2° SERGENTE DEI GRAN. CAPO RALE CAPORALE DEI GRA CA RADINl ERE CARABINIE RE DEI GRAN. GUASTATORE GUASTATOR E DEI GRAN . TAMBURO 0 PIFFERO TAMB. O PIFF. DEI GRAN. SOLDATO GRANATIERE

ESTERA

TOTAL E Soprassoldo Soprassoldo TOTALE P aga· mensile Pa ga giorn. Paga m ensile Paga giorn. IN mensile in mensile in JN in ducati in grana in ducati in grana ducati DUCATI ducati DUCATI

70

60

130

70

120

190

50 40 35

28 25 22

78 65 57

50 40 35

46 45 42

96 85 77

20

12

32

20

25

45

17 20 18 20 15 12,5 6

5 12

22 32 18 20 15 12,5 6

17 20 18 20 15 12,5 6

l3 12

30 32 18 20 33 28,5

-

-

-

18 16 7

13

25

36

8

14

16 8 20

30 14 34

30

16

46

30

40

70

25 17 15 13

13 5

38 22 18 16

25 17 15 13

25 15

50 32 24 20

3 3

9 7 .

17

30

19 14

32 20

15 8

24 13

9

15 .

5

9

7 5

IO

6

8

5

7

6

8 7

5 6

7

8

165


Tabella 37

CAVALLERIA GRADI

COLONNELLO TE NENTE COLONNELLO 1° MAGGIORE 2° MAGGIORE CAPITANO CAPITAN-TENENTE AIUTANTE MAGGIORE 1° TENENTE 2° TE N ENTE ALFIERE QUARTIER-MASTRO CAPPELLANO I ° CHIRURGO CHI RURGO DI SQUADRONE AIUTANTE PORTA-STENDARDO FURIERE CAPO MANISCALCO MASTRO SELLAIO PROFOSSO SERGENTE CADETTO CAPORALE CARABINIERE TROMBA MANISCALCO SOLDATO

Paga me nsile in ducati e grana

Soprassoldo mensile in ducati e grana

70 50 40 35 30 25 20 17 15 13 15 20 20 18 16 12 7 7 7 9 7 6

100

Paga giorn. in grana

TOTALE

170 96 82 75 70 45 38 27 21 18 42 20 30 18 16 12 6 7 7 9 7 6

46

42 40 40 20 18 10 6

5 25 10

-

-

10 8 25 20 6

che gli ufficiali potevano affrontare con minori difficoltà. L'altro motivo era quello, d i carattere politico, di dare un tangibile attestato di soddisfazione alla bassa forza che si stava dimostrando assai meno sensibile degli ufficiali alle lunsinghe delle idee rivoluzionarie.

Successivamente, con un regio ordine del 6 gennaio 1801 (2°), era aumentato lo stipendio anche ai sottu fficiali di grado più elevato. Così, per la fanteria, lo stipendio di un portabandiera era ora elevato a 10 ducati, q uelli del tamburo maggiore e del profosso a 9 e quello del caporale dei guastatori a 4 e 1/2. Qualche mese prima, il 7 aprile 1800 erano stati accordati nu ovi stipendi e paghe, comprensivi di soprassoldo, ai Cacciatori Reali nelle segu enti misure: capitano 50 ducati, aiutante maggiore 40, p rimo tenente 30, secondo tenente 20, chi(20) A.S. Na. Excerpta Fs. 352.

166


Tabella 38

ARTIGLIERIA GRADI

DIRETTORE IN CAPITE ISPETTORE COLONNELO TENENTE COLONNELLO MAGGIORE 1° CAPITANO CAPITAN-TENE NTE AIUTANTE MAGGIORE TENE NTE 1° CHI RURGO 2° CHIRURGO CAPPELLANO TAMBURO MAGGIORE PIFFERO I O AIUTANTE 2° AIUTANTE 1° S ERGENTE 2° SER GENTE CAPORALE FUOCH ISTA l O ARTIGLIERE 2° ARTIGLIERE ALLIEVO TAMBURO

Paga mensile Soprassoldo Paga giorn. Soprassoldo TOTALE in ducati mensile in in grana giornaliero DUC. GR ducati in grana 400 240 90 60

so

32 26 26 18 20 10 10 6 3 IO 8

68 28 25 20 16 12 9

18 15 15 3

3 7 6 15 IO 8 6 5 4 4 3 8

15 IO

7 8 5 4 3

3 7

400 240 158 88 75 52 42 38 27 38 25 25 9 6 17 14 30 20 15 12 10 8 7 6 15

r urgo e q uartiermastro 30, primo sergente 14, 40, secondo sergente 11 , caporale 6,50, tamburo, piffero e cacciatore 4 (2 1) . Si p rovvide poi, il 1° agosto successivo, a fissare paghe e st ipendi dei Granatieri Reali nella seguente misura mensile (2 2): colonnello 190 ducati, tenente colonnello 96, maggiore 85, capitano 60, capitan tenente 45, tenen te 30, secondo tenente 20, quartiermastro 30, cappellano 24, chi r urgo maggiore 32, sec.on do c hiru rgo 18, primo sergente 10, scrivano e caporale 6,60, guastatore piffero e granatiere 2,70, tamburo m aggiore 10, tamburo 3, gran cassa 3,30, piattini 2, strumentisti 5,40, armiere 6. Si trattava, anche per i granatie ri, di stipendi e paghe del tutto p articolari, differenti da quelli del resto dell'esercito vuoi perché si trattava di un corpo di Casa Reale vuoi perché le paghe erano assoggettate a particolari ritenute a compensare un miglior trattamento ricevuto rappresentato da un ospe(21) A.S. Na. R.O. Voi. 256. (22) A.S. Na. R.0. Voi. 209.

167


Tabella 39

CORPO POLITICO DI ARTIGLIERIA RUOLI

PRIMO COMMISSARIO COMMISSARIO GUARDAMAGAZZINO PRINCIPALE GUARDAMAGAZZINO 1° AIUT. GUARDAMAG. PRINCIPALE 2° AIUT. GUARDAMAG. PRINCIPALE AIUT.GUARDAMAG. PRINCIPALE GUARDIANO FON DITORE

Paga mensile Soprassoldo Paga giorn. Soprassoldo TOTALE in ducati me nsile in in grana giornaliero DUC. GR ducati in grana 30 30

26 20

56 50

25 12

15 8

40 20

20

10

30

15

10

25

10 10

5 2 20

15 2 30

30 17 20 18

30 13 -

60 30 20 18 63 53 48 37 34 31 28 25 25

-

Compagnia Artefici

CAPITAN O TENENTE J 0 AIUTANTE 2° AIUTANTE 1°SERGENTE FORIERE 2° SERGENTE CAPORALE CAPO MAESTRO SOLDATO DI 1 a CLASSE SOLDATO DI 2a CLASSE AIUTO TAMBURO

45 35 30 25 22 19 16 13 13

18 18 18 12 12 12 12 12 12

dale loro riservato, da una più abbondante razione di pane e dal rancio preparato e distribuito a cura del corpo (23). Dato qnche il difficile momento economico att raversato dal regno non vi furono aumenti di alcun genere negli anni successivi. Sopravvennero poi la guerra, la ritirata in Sicilia e le campagne degli anni seguenti a d aggravare la situazione. F u così che soltanto nel 1811 si avvertì qualche segno di m iglioramento: dapprima fu concesso alla truppa un aumento di tre baiocchi (il baiocco era una moneta del valore di due grana siciliani), poi il 6 luglio era pubblicata una nuova tabella degli stipendi degli ufficiali, stipendi che rispetto a quelli di venticinque anni pri(23) A.S. Na. A.R.C.R . Fs. 924 e 927.

168


Tabella 40

- CAVALLERIA

FANTERIA

Paga mensile in ducat i

"Prest" giornaliero in grana CAPORALE DEI GUASTATORI PRIMO ARMIERE CAPORALE DEI GRANATIERI CAPORALE DEI FUCILIERI CARABINIERE DEI GRANATIERI CARABINIERE DEI FUCILIERI GRANATIERE FUCILIERE TAMBURO, PIFFERO O TRABANTE DEI GRANATIERI TAMBURO, PIFFERO O TRABANTE DEI FUCILIERI

8 10 15 13

FORIERE MAESTRO MANISCALCO MAESTRO SELLAIO ARMIERE PROFOSSO

"Prest" giornaliero in grana 7,50 8 8 7,50 9

10 SECONDO SERGENTE 9 8 CADETTO 7 CAPORALE CARABINIERE 8 TROMBA 7 MANISCALCO SOLDATO

9 7 16 9

25 25 8

ma apportavano solo leggeri aumenti e limitati agli ufficiali subalterni ed all'artiglieria. Era p erò con la riorganizzazione del 1812 che stipendi e paghe erano ritoccati in maniera definitiva secondo le tabelle 41-51 (2 4) , nelle quali c'è da rilevare come, in conseguenza delle modifiche costituzionali verificatesi, stipendi e . paghe siano espressi in moneta siciliana e cioè in onze, tarì e grana anziché in ducati, carlini e grana. Per facilitare i confronti, però, basterà ricordare che un'onza equivaleva a tre ducati, un tarì ad un carlino ossia a dieci grana napoletani, ed un grano siciliano a mezzo grano napoletano. Se dalla paga del soldato semplice si detraggono 16 grana al giorno per il rancio e si aggiungono 5 grana della massitta (con i quali il soldato avrebbe dovuto provvedere al mantenimento della biancheria e dello zaino) possiamo accorgerci come qualcosa, magari poco, ma pur sempre qualcosa riusciva finalmente ad entrargli in tasca. In tempo di pace, tranne che per i travagliatori, i quali, come si è detto, avevano un altro lavoro (e che pagando per i servizi non prestati consentivano qualche extra ai soldati che li sostituivano), non era prevista alcuna altra entrata per la truppa al di fuori del prest se non in alcune circostanze straordinarie. Così, ad _ esempio, la truppa poteva ricevere una giornata di prest doppio, come segno della benevolenza sovrana, in occasione <lella parata <li Pie<ligrotta o per la perfetta riuscita di una manovra. Qualche vantaggio su pplementare lo potevano avere solo i soldati coh molte rafferme sulle spalle: quelli di fanteria con 24 anni di servizio godevano, a partire dal 1794, di un distintivo di vete ranza e di un soprassoldo giornaliero di du e grana, soprassoldo che era di tre grana per i soldati di cavalleria e che venne poi fissato in Sicilia a quattro grana per tutti (e sei per i sottufficiali). Dopo 36 anni il soprassoldo era elevato del 50% ed era raddoppiato dopo 48 anni di servizio. Non sappiamo se questi benefici si estendessero sin dall'origi(24) A.S. Na. Segr. Ant. Fs. 642.

169


Tabella 41 UFFICIALI GENERALI

SOLDI E SOPRASSOLDI MENSILI

Gradi

onze

tari

gr.

148 142 95

26 13

13 6 8

63

20

78

-

Capitan Generale Tenente Generale Maresciallo di Camp o

-

BRIGADIERI

B. d i Fanteria B. d i Cavalleria B. di Artigl ieria e Genio

73

6 Tabella 42

SOLDI E SOPRASSOLDI MENSILI

onze

tarì

38 18 16 10

12

10

-

gr.

PREST E MASSETTA GIORNALIERI

tarì

gr.

picc.

3 2 2 2

12 19 19 16

4 2 2

4 3 3 1

6 6 2 18 16 2

1

-

CACCIATORI REALI

Tenente Colonnello Aiutante Maggiore Cappellano Chirurgo Maggiore Secondo Chirurgo Foriere Sellaio Maniscalco / Armiere Capitano Tenente Sotto Tenente Alfiere Primo Sergente Secondo Sergente Cadetto Caporale T romba Cacciatore Trabante

30 16 1 10

15 3

-

15 21 15

1

2

PIONIERI REALI

Capitano Tenente Sotto Tenente Alfiere Primo Sergente Secondo Sergente Cadetto Caporale Tambu ro o P iffero P ioniere Trabante

170

18 12 10

9

12

18

3 2 3

-

1 1

12 2

l I

5 5

-

-


Tabella 43 SOLDI E SOPRASSOLDI MENSILI

onze

tarì

PREST E MASSETTA GIORNALIERI

tarì

gr.

2

3 1

12 15 15

l l

15 12

1

2 2

BATTAGLIONE REALI GUARDIE E REALI GRANATIERI

Colonnello Tenente Colonnello Aiutante Maggiore Cappellano Chirurgo Maggiore Assistente Chirurgo Pratico di Chirurgia Aiutante Foriere Tamburo Maggiore Caporale Tamburo Caporale de' Guastatori Strumentista Gran Cassa Timpano Armiere Profosso Capitano Capitano in secondo Tenente Sotto Tenente Primo Sergente Secondo Sergente Cadetto Caporale Carabiniere Tamburo o Piffero Granatiere o Trabante

52 31 15 12 12 10 6 8

6 6 24

24

l l 3 18 15

6

5

12 6

12 10 3 2

5 5

3 1 1

12 4

l 1

2

ne anche agli artiglieri, dato che l'ordinanza per il Corpo Reale non ne fa menzione, ma qualche provvedimento lo si dovette pur prendere se, sul finire del periodo siciliano, troviamo che gli artiglieri con più di 16 anni di servizio, esclusi dall'avanzamento perché analfabeti, hanno diritto, se non hanno demeritato, alla paga da caporale, paga che passa a due tarì al giorno dopo i 24 anni. In tempo di guerra (quando erano previsti anche dei premi per chi si impa-

droniva di una bandiera o di un cannone) o in caso di entrata in campagna stipendi e paghe aumentavano. Questi aumenti vennero accordati nella parte ini ziale del periodo esaminato, con diverse modalità, combinandosi anche con le razioni di viveri e di foraggio. Così un reale ordine del 24 Novembre 1792 accordava alle truppe schierate sulla frontiera e sul litorale e considerate in campagna un soprassoldo di 59 grana al mese, da utilizzare in gran parte a fronte de l rancio (25) . Un rea le ordine del 10 giu gno 1796 stabiliva che i reggimenti di fanteria mobilita(25) A.S. Na. R.O. Voi. 171 .

171


Tabella 44

SOLDI E SOPRASSOLDI MENSILI

onze

tari

52

-

PREST E MASSETTA GIORNALIERI

tarì

gr.

p icc.

FANTERIA

Colonnello Tenente Colonnello Maggiore Aiutante Maggiore Cappellano Quartier Mastro Aiutante Chirurgo Maggiore Chirurgo 1 ° e 2° Assistente Porta Bandiere Foriere Profosso Tamburo Maggiore Caporale Tamburo Caporale de' Guastatori Strumentista Gran Cassa Timpano Armiere Capitano Capitano in secondo Tenente Sotto Tenente / Alfiere Primo Sergente Secondo Sergente Cadetto Caporale Carabiniere Tamburo o Piffero Distinto Privato Trabante

31 26 15 12 12 8 12 10

6 -

6 -

-

24 24 3

3

2 2 2 1 1

4

I -

-

18 15 12 10 9

4

17 17 7 7 4 14 14 18

I I

3 3 4

-

12 6 -

18 2 1 2

1

-

-

-

17 17 12 4 16 14 14 12 12

ti ricevessero 220 ducati al mese da suddividersi tra gli ufficiali in proporzione al grado e 25 ducati da suddividersi con lo stesso criterio tra i sottufficiali. Caporali e soldati dovevano invece ricevere due grana in più al giorno ed i cadetti due carlini. Con un'altra disposizione della stessa data era accordato agli u fficiali di cavalleria mobilitati un aumento di stipendio del 20% (come era già stato praticato nel 1794 per gli ufficiali inviati in Lombardia) mentre l'aumento per i sottufficiali era dell' 11 % e caporali, soldati e cadetti beneficiavano delle stesse provvidenze accordate alla fanteria. Per l'artiglieria, ai cui ufficiali spettavano - ai sensi dell'ordinanza per il Corpo Reale - aumenti maggiori di quelli previsti per le altre armi, vennero invece fissati questi soprassoldi: 10 ducati per il capitano, 5 per il tenente e 2 per il cadetto. Toccavano poi 25 carlini all'aiutante mentre sottufficiali ed artiglieri godevano degli stessi soprassoldi della fanteria (26). (26) A.S. Na. Segr. Ant. 377 e R.O. Vol. 173.

172


Tabella 45 SOLDI E SOPRASSOLDI MENSILI

onze

tan

PREST GIORNALIERO

tarì

gr.

picc.

4 3 2 2 2 2

4 4 11 11 8 18

4 4 2 2

3 2 2

18 18 14 10 16 8

CAVALLElUA

Colonnello Tenente Colonnello Primo Maggiore Secondo Maggiore Cappellano Quartier Mastro Chirurgo Maggiore Chirurgo 1 ° e 2° Assistente Primo Aiutante Secondo Aiutante Aiutante Cavalcatore Aiutante Veterinario Portastendardo Foriere Maniscalco Maggiore Sellaio Armiere P rofosso Capitano Comandante Capitano in secondo Tenente Sotto Tenente Alfiere Primo Sergente Secondo Sergente Cadetto Caporale Carabiniere Tromba Maniscalco Privato Trabante

68 38 32 30 13 13 12 10 9 9 9

12 24 9 9

24 15 15 15

8

28 18 13

11 10

-

-

-

9 21 15

1 -

2 2

-

8

14 14

Il sistema veniva completamente modificato, sulla base delle esperienze precedenti, con il reale dispaccio del 6 dicembre 1805 il quale precisava che gli averi di campagna delle Truppe di Sua Maestà (Dio Guardi) si lin1itavano esclusivamente a razioni di viveri e foraggio, quali saranno precisate negli appositi successivi paragrafi, con l'unico vantaggio monetario, limitato ai soli ufficiali, di poter percepire le razioni in contanti anziché in natura. Questo sistema, leggermente modificato nel 1808, rimaneva in vigore per tutto il periodo siciliano ed era ribadito dall'ordinanza del 12 maggio 18 15 sullo Stato degli averi secondo i veglianti stabilimenti de' Corpi d'ogni Arma del Real Esercito tanto in guarnigione come in campagna, che si limitava ad aumentare di due grana al giorno l'indennità di massitta del soldato in caso di mobilitazione (27) . (27) A.S. Na. Segr. Ant. Fs. 642.

173


Tabella 46 SOLDI E SOPRASSOLDI MENSILI

onze

tan

63 38 26

6

14 Il 10

9

DIREZIONE OSSIA CORPO POLITICO DI ARTIGLIERIA

Colonnello Direttore Teo. Col. Sotto Direttore Ten. Col. Commissario di Guerra Tenente Guardia Principale Aiutante Guardia Principale Tenente Fonditore Aiutante Revisore Guardia Magazzini di la Classe Detto di 2 a Classe Segretario principale del Comandante Aiutante di detto Segretario Segretario principale della Direzione Aiutante di detto Segretario

8 IO 6 8 3 8 3

20 25 25

Tabella 47 SOLDI E SOPRASSOLDI MENSILI

onze

tarì

PREST GIORNALIERO

tarì

gr.

2 2 I l

p!CC.

ARTIGLIERIA

Colonnello Tenente Colonnello Maggiore Cappellano Quartier Mastro Aiutante Maggiore Chirurgo Maggiore Chirurgo 1° e 2° Assistente Capitano Capitano in secondo Tenente

63 38 28 13 13 13 15 11

Alunno

10

3

9

9

Aiutante Primo Sergente Secondo Sergente Caporale Foriere Caporale Fuochista Tamburo Primo Artigliere Secondo Artigliere Allievo Trabante

174

21

18 13

6 -

9 9 24 26 20 18 12 9

-

-

18 2 7 3 18 17 16

-

14

-

-

12 12

-

-

-

-

3

-


Tabella 48 ARTIGLIERIA A CAVALLO

Capitano Tenente Primo Aiutante Secondo Aiutante Sergente Maggiore Sergente Caporale Foriere Caporale Fuochista Tromba Sellaio Maniscalco Primo Artigliere Secondo Artigliere Trabante

SOLDI E SOPRASSOLDI MENSILI

onze

tan

30 16

15 15 9 15

11

10

PREST GIORNALIERO

tarì

grana

4 3 1 1 1 2 4 2

8 16 18 10 6 8 14 8 19 18 12

pie.

3

Tabella 49 SOLDI E SOPRASSOLDI MENSILI

onze

tan

23 14

18 9 19 9

PREST GIORNALIERO

tarì

gr.

3 2 2 1 1 1

18 18 8 18 12 6

1

-

ARTEFICI PONTONIERI

Capitano Tenente Primo Aiutante Secondo Aiutante Primo Sergente Secondo Sergente Foriere Secondo Sergente Caporale Capo Maestro Artefice di 1 a Classe V etto di 2" Classe Detto di 3 a Classe

10

10

14

5. Pensioni

I soldati ed i sottufficiali, come d'altra parte gli ufficiali, non avevano diritto alla pensione, almeno nel senso in cui questo diritto viene oggi comunemente inteso. Infatti non era previsto alcun limite d'età che obbligasse a lasciare l'esercito; purché si fosse stati in grado di prestare servizio si poteva rimanere sotto le 175


Tabella 50 SOLDI E SOPRASSOLDI MENSILI

onze

tarì

PREST GIORNALIERO

tarì

gr.

2 1 2 2 1

18 3 18 2 3 17 16 14 12

INGEGNERI DI PIAZZE

Colonnello Direttore Ten. Colonnello Sotto Direttore Maggiore Capitano Capitano in secondo Tenente Alunno Primo Aiutante Secondo Aiutante Capo Maestro Capo Maestro di 2 a Classe

63

38 28 21 18 13 10 9 9 6 5

6 -

18 12 9 3 9 9

4

INGEGNERI DI CAMPAGNA

Tenente Colonnello Capitano Gapitano in secondo Tenente Alunno Aiutante Maggiore Quartier Mastro Cappellano Chirurgo Assistente Aiutante Foriere Caporale Tamburo Primo Sergente Secondo Sergente Caporale Tamburo e Piffern Primo Pioniere Secondo Pioniere Allievo

38 21 18 13 10 15 13 13 11 9

-

18 12 9 3 6 9 9 20 9

-

-

armi magari fino ad età molto avanzata. Dato, però, che la natura ha le sue inesorabili esigenze ed è normale che, con il passare degli anni, il fisico si indebolisca fino al pun~o di non permettere di continuare a svolgere le proprie mansioni era stato messo a punto un particolare sistema che combinava il rinvio, con una pensione, alle proprie case con il passaggio agli invalidi. Dopo 24 anni di servizio, infatti, sottufficiali e soldati la cui salute non avesse loro permesso di rimanere nei reparti attivi, oggi diremmo. operativi, erano ammessi agli invalidi, così come vi erano ammessi coloro che, trovandosi nelle medesime condizioni di salute, ma senza la stessa anzianità, non avrebbero avuto mezzi di sussistenza una volta ritiratisi alle proprie case. Se poi le condizioni di salute erano tali da non consentire neanche il servizio tra gli invalidi sottufficiali e soldati potevano rientrare alle proprie case con una pensione pari alla metà del176


Tabella 51 SOLDI -E SOPRASSOLDI MENSILI

onze

tan

gr.

TRENO

Colonnello Direttore Capitano Sotto Direttore Aiutante Maggiore Aiutante del Di rettore Cappellano Chirurgo Assistente Aiutante Tenente Tesoriere Contator Principale Contator in Secondo Aiutante Magazziniere Aiutante Veterinario Foriere Primo Sergente Secondo Sergente Maniscalco Sellaio Caporale Tromba Comune o Allievo

63

6

21 13

18

13 11 9

12 10 6 9 9

4 4

24 13 20 9 13 9 9

-

4 3 3 3

17 9 9

4

9

-

-

24 24 24 24

3

9

9

10 10 10 IO

10 10

la paga se avevano servito per almeno 24 anni, pari a due terzi se avevano servito per almeno 32 anni e pari all'intera paga se il loro servizio si era protratto per almeno 40 anni (e data la durata media della vita di allora non erano poi mo! ti quelli che riuscivano a giovarsi di quest'ultima facilitazione). · Ai fini della pensione gli anni di campagna erano valutati il doppio. Graduati di truppa e sottufficiali avevano la pensione correlata alla paga dell'u ltimo grado rivestito soltanto se avevano prestato servizio con tale grado per a lmeno quattro anni, così un primo sergente che fosse andato in pensione dopo 24 anni di servizio di cui, però, soltanto tre prestati con tale grado, avrebbe avuto soltanto metà della paga da secondo sergente. Per i mutilati e per gli invalidi di guerra si prescindeva, ovviamente, dal requisito dell'anzianità di servizio e l'ammontare della pensione era stabilito di vol ta in volta. Se però costoro non erano in grado di vivere senza continua assistenza erano ricoverati a vita negli ospedali di carità, così come i pazzi ed i malati incurabili. Visto con gli occhi di oggi, con gli occhi cioè di chi, più o meno, fruisce dello stato sociale, questo sistema può sembrare primitivo, duro e quasi assurdo, eppure, all'epoca, era l'unico esistente e poteva considerarsi un privilegiato chi era ammesso a fruirne, specie se non aveva famiglia, l'unica forma di assicurazione allora esistente. Il sistema era diverso per le pensioni e per il ritiro degli ufficia li. L'ufficiale, anzitutto, non si era arruolato per un periodo determinato e, di conseguenza, poteva presentare in qualsiasi momento le sue dimissioni, che erano sempre accolte 177


tranne in casi eccezionali (stato o pericolo di guerra, sospetto di malversazione o motivi disciplinari). Al contrario, si poneva, invece, il caso di necess ità di r imozione forzosa dal servizio di ufficiali non più in grado di esercitare le proprie funzioni ma che, per ostinazione o per malattia, non rassegnavano le dimissioni. In quest'ultimo caso i superiori, dietro attestazione medica, potevano chiedere larimozione dell'ufficiale . Ad ogni modo anche per gli ufficiali non c'era limite di età e se si diveniva inabili al servizio attivo si poteva passare agli invalidi o nelle milizie (in Sicili,1 , dopo il 1808, anche al reggimento Guarnigione) mentre se si era inabili ad ogni tipo di servizio c'era il ritiro con diritto alla pensione dopo venti ann i di servizio. La pensione in questo caso era pari ad un terzo dello stipendio, era pari alla metà, invece, dopo trent'anni e pari a due terzi dopo quaranta. Ovviamente le campagne erano valutate il doppio anche per gl i ufficiali ed erano valutati anni di servizio, ai fini della pensione, anche quelli trascorsi come cadetti, soldati nobili, aiutanti e portabandiera. Erano invece valutati metà quelli in cui si era stati sottufficiali o soldati, così come erano valutati la metà quelli trascorsi da ufficiali delle milizie. Anche per le pensioni degli ufficiali mutilati e invalidi di guerra si prescindeva dagli anni di servizio. Se, in caso di ristrutturazione dell'esercito, con conseguente scioglimento di reparti, non tutti gli ufficiali dei reparti disciolti potevano transitare, per mancanza di posti, nelle unità rimaste in servizio, gl i ufficiali esuberanti potevano o essere posti al seguito dei reggimenti ancora esistenti, a paga ridotta e prestando servizio solo allorché c'era questa possibilità per sopraggiunte vacanze, o essere riformati. In quest'ultimo caso tornavano alle loro case con una paga particolare salvo ad essere richiamati in servizio in caso di necessità, con la perdita, però, in questo caso, dell'anzianità. Le paghe (in ducati) per gli ufficiali riformati erano nel 1803 (28) , le seguenti (e dovevano accostarsi alle pensioni medie degli ufficiali del medesimo periodo): /

Tabella 52 GRADI

Colonnel lo Tenente Colonnello Capitano Aiutante Maggiore Tenente Sottotenente o Alfiere

CAVALLERIA

FANTERIA

41, 32 32,87 23,90 13,14 11,95 8,96

38,85 32,27 17,92 I 1,95 8,96 7,17

Esisteya poi una pensione di reversibilità per le vedove degli ufficiali, attraverso un'apposita istituzione, il Monte delle vedove de' militari, risalente al 1753, riformato con rea le ordine del 25 dicembre 1790 e che nel 1792 aveva incorporato i due monti delle vedove dell'Artiglieria e degli Ingegneri: Le pensioni men si li fissate nel 1790 erano le seguenti: 35 ducati per la vedova di un capitan generale, 23 ducati e 33 grana per quella di un tenente generale, 17 ducati e 50 grana per quella di un maresciallo di campo, 16 ducati e 96 grana per la vedova di un brigadiere, 15 ducati e 46 grana per quella di un colonnello, 12 ducati e 4 7 grana per (28) A.S. Na. A.R .C.R. Fs. 1129

178


quella di un maggiore, 7 ducati e 47 grana per quella di un capitano, 3 ducati e 19 grana per quella di un tenente e due ducati e 49 grana per quella di un al fiere. Anche le vedove degli ufficiali degli invalidi e delle mil izie avevano diritto ad una pensione, in proporzione alla pensione e allo stipendio percepiti dai mariti . Questo sist ema pensionis tico studi ato nel 1790 in funzione dei bisogn i di un esercito che non era sceso in campagna da quasi mezzo secolo e c he aveva gli organici sul piede di pace mostrò i suoi limiti nel 1799. Si dové giun gere, nel 1802, ad emanare un ordine per la trattenuta de l 2,5% sull'importo di tutte le pensioni non militari per cercare di sopperire in qualche modo ai bisogni delle pens ioni del ramo militare dato che, per mancanrn di fondi, il Monte delle vedove pagava in Sicilia il 50% di quanto avrebbe dovuto ed a Napoli soltanto il 35% e la s ituazione non sarebbe migliorata che con molta lentezza (2'l Una situazione analoga, per le difficili condizioni economiche, tornò a verificarsi in Sicilia dopo il 1806, situazione cui si cercò di far fronte trattenendo in servizio il più a lungo possibile ufficiali e truppa, aggregandoli a l reggimento di Guarnigione, mentre non si riuscì a trovare soluzioni adeguate per q ue l che riguardava le vedove se in una relazione del 1812 al principe Francesco, allora Vicario del re, s i affermava che le vedove, con le loro pen sioni insuffic ien ti e pagate in ritardo, si raccomandano all'umana pietà nell'atto che si dovrebbero soddisfare di ciò che avanzano e rimodernare nella tariffa le loro pensioni (3°). Forse perché le pensioni , specie que lle cli reversibi lità, erano, e non sem pre, soltanto appena decorose si era p rovveduto, a parte, anc he agl i orfani degli uffi ciali, anzi soprattutto alle orfane. Con due di spacci ciel 29 Febbra io e de l 27 ottobre 1784 era stato infatti istituito un orfanotrofio mi litare in cui erano ricoverate le orfane degli u ff ic iali fino al raggiungimento della maggiore e tà ed al cui mantenimento era destinato il monastero di Sant a Maria Apparente, a Napoli, con tutte le sue rendite, cui si aggiunsero poi 30.000 d ucati a l l'an no ei a trarsi dai monaster i soppressi. Nel 1798, allo scopo di assegnare a tutte le orfane una dote - proporzionale a l grado del padre - e di permet tere il man te nimento cli que ll e rimas te nubili anche dopo il compimento della maggiore età, ogn i ufficial e ven ne obbligato a versare all'orfanotrofio, al momento del matrimonio, una somma pari a due mensilità di stipendio. Coinvolto nel 1799 ne l la bancarotta del le finanze dello Stato borbonico l'orfanotrofio si r iprese lentamente sotto la guida de lla delegazio ne, incaricata della s u a amministrazione, capeggiata dal sopraintendente, principe cl i Stigliano, e composta da un razionale, un libro maggiore, un a iutante e tre uffiziali. Durante il periodo siciliano le orfane, u na volta compiut i i 7 anni, erano invece ammesse nei due conventi, anzi nei due reclusori, del Cuore cli Gesù e della Badiella delle Orfane, a Monreale, e qui erano mantenute grazie anche al versamento mensile di due ducati per c iascuna di esse effettuato dal re, che sopperiva così agli scarsi m ezzi dell'amministrazione mi litare (3 1) . Per gli orfan i maschi si provvedeva avviandoli alla carriera militare. Trov ia mo così che per un certo periodo, t ra il 180 1 ed il 1803, la Nunziatella è q.eclassat a a Convitto di orfani militari, con possibilità cl i a mmissione tra i 7 e i 14 anni di età e con u scita a 18 con immissione nell'eserc ito con gradi diversi a seconda delle capacità di ognuno (3 2) . Nel 1803 troviamo un'istituzione sim ilare a Gaeta e (29) A.S. Na. R.O. Voi. 188 (30) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 1160

(31) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 924 e Segr. Ant. Fs. 355 (32) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 675

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qui gli orfani sono considerati come soldati privilegiati ('1). Nel periodo siciliano, infine, c'è la Sala di educazione di Monreale, eretta con reale dispaccio dell'8 novembre 1806, in cui sono ammessi gli orfani tra i 7 ed i 12 anni, che passano a 16 nell'esercito (3 4) . 6. Infrastrutture ed appalti

In linea di massima le truppe napoletane erano allogg iate in caserme situate, per lo p iù, all' interno d i piazze e fo r tezze. A partire dalla metà del secolo, tuttavia, nuove caserme erano state ricavate dalla soppressione di alcuni conventi o erano state costrui te ex-novo dallo stato, come quella dei Granii i a Napoli : o dalle amministrazioni comunali che evitavano, in questo modo, di far a lloggiare i saldali presso i privati. Dato che si considerava che la metà, o quasi, della truppa fosse sempre impegnata in servizi di guardia o in distaccamento era assegnato, in q uas i tutti i corpi, un 1etto per ogni due soldati, letto collocato in camerate di varie dimensioni. I sergenti avevano diritto a dormire in stanze separate, a due letti. Anche gli ufficiali dormivano in a lloggi separati, così come dormivano separat i dal resto della truppa i soldati sposati, a lloggiati con le loro famiglie al primo piano delle caserme. Ai letti ed al resto dell 'assai scarso mobilio, come panche, tavole per mangia re, ras lrelliere per i fuci li e attaccapanni per il vestiario, lo zaino e le buffetterie provvedevano, almeno in orgine, diversi appaltatori sotto la sorveglianza della Giunta dei letti. Un reale ordine del 25 maggio 1799, il cui Lesto non è stato finora ritrovato, aveva emanato disposizioni a questo proposito, d isposizioni che non sappiamo se smentite o confe rmate da un altro reale ordine del 24 maggio 1801 che poneva direttamente a carico dei corpi la costruzione e la manutenzione dei letti (35) . Com'erano fatti questi letti? Un documento del 1808 sulla ristrutturazione dei Granatieri Reali ce lo fa sapere specificando, inoltre, che questo Corpo, a differenza del resto dell'esercito, disponeva di un leuo per uomo. Questo letto era composto da due scanni d i ferro con sopra tre tavole, un travers ino pieno di paglia, delle lenzuola ed una coperta (36) . Qualche altro dato sull'accasermamento lo possiamo poi ricavare indirettamente dalle disposizioni conten ute nell'ordinanza sul servizio di piazza relativa al l'alloggio delle truppe nelle case private. Premesso che queste case potevano essere utilizzate solo in caso di inesistenza o di insufficiente capienza delle caserme l'ordinanza prescriveva che tutte le case di una località venissero censite per l'allogg io delle truppe e che a tale scopo fossero numerate strada per strada. A seconda del tipo di casa doveva poi essere affisso all'esterno un numero di latta con 1 'indicazione della classe cui la casa era stata assegnata e lo stesso numero era ripetuto all'interno sulle porte delle stanze che potevano essere requisite. Le classi in cui le case erano suddivise, a seconda del t ipo di alloggio che potevano offire, erano nove e si andava dalla prima classe, alloggio da tenente generale (quattro grandi stanza ammobiliate per il generale e due suoi aiutanti, una camera per il segretario, una cucina ed altre stanze in numero sufficiente a far dormire i domestici a due a due, oltre naturalmente alla stalla), fino alla nona, alloggio per capo(33) (34) (35) (36)

180

A.S. A.S. A.S. A.S .

Na. Na. Na. Na.

R.O. Voi. 203 A.R.C.R. Fs. 924 R.O. Vol. 256 A.R.C.R. Fs . 923


rali e soldati, in numero variabile a seconda delle dimensioni delle camere (un letto per ogni due soldati, due sedie oppure una panca, un tavolino, i] fuoco ed il lume), passando per la sesta classe, alloggio per ufficia li subalterni (camera con letto per l'ufficiale ed un'altra camera con letto per il domestico). I letti per sottufficiali e truppa dovevano consistere in un pagliericcio o un materasso di lana o di piume (si stava meglio che in caserma), una coperta, un guanciale e due lenun Per gli ufficiali, invece, il cambio delle lenzuola da cambiarsi ogni venti giorni. zuola era previsto ogni due settimane d'estate ed ogni tre d'inverno. La loro stanza doveva essere forn ita di t re sedie, tavolino, un armadio o un comò, una brocca per l'acqua, un bacile e due asciugamani da cambiarsi ogni settimana. Quando era semplicemente di passaggio la truppa aveva diritto anche alle stoviglie, alle pe ntole ed agli arnesi di cucina per prepararsi il rancio. In guarnigione sottufficiali e truppa avevano diritto a 25 libbre di legna al giorno per cuocersi il rancio, divenute in Sicilia 25 rotoli al mese (3 71. La legna doveva essere ben secca e, a tale scopo, l'assentista, cioè l'appaltatore, doveva consegnarla ai magazzini almeno sei mesi prima dell'utilizzazione. La cavalleria poteva invece far uso del carbone e non si è riusciti a conoscer e il motivo di questa differenza. Era previsto poi l'uso del carbone per riscaldare i corpi di guardia, in ragione di 25 oncie a testa, anzi, più correttamente, di 25 oncie ogni tre soldati del corpo di guardia, dato che, prestando servizio a turno, soltanto un terzo dei soldati era effettivamente presente nello stesso momento. Nel periodo siciliano ai corpi di guardia spettavano due tomoli di carbone da novembre ad aprile. Le caserme, le scuderie e, in genere, le installazioni mi litari erano illuminate all'esterno da lampade per ciascuna delle quali era prevista una razione di tre oncie di olio da ardere durante le notti d'estate e di cinque durante quelle d'inverno. All'illuminazione interna dovevano provvedere direttamente i corpi, sempre con lampade ad olio, utilizzando quanto era loro assegnato dalla voce lumi de l.la massa generale. Secondo un reale ordine del 20 febbraio 1787 per ciascuna di queste lampade era prevista una spesa di 8 carlini al mese e, in media, c'era una lampada per ogni 25 soldati. L'intero sis tema di illuminazione venne modificato nel 1808 (3 8) allorquando si dispose che, aboliti i vecchi metodi, i comandanti delle singole install azioni militari stabilissero direttamente il numero delle lampade n ecessarie, per ciascuna delle quali era previsto un consumo di due oncie d'olio al mese d'estate, tre in primavera e d in autunno e di quattro e mezzo d'inverno. Per le lanterne usate dalle ronde e dai soldati dei corpi di guardia allorché dovevano uscire per aprire e chiudere porte e cancelli erano assegnate due candele per notte d'inverno ed una d'estate. Gli ufficiali dovevano provvedersi direttamente di legna e di luce, con l'eccezione degli ufficiali degli invalidi e delle milizie per i quali si provvedeva con somministrazioni in natura. Come' quasi tutti gli eserciti dell'epoca anche quello napoletano si avvaleva largamente dei servigi dei privati per provvedere ai rifornimenti ed ai trasporti di quanto era necessario per fare vivere ·le truppe (pane, foraggi, legna, carbone, generi di casermaggio e di ospedalità). Queste ed altre forniture, così come altri servizi, erano dati in appalto o, come si diceva con parola spagnola, in assiento, al migliore offerente. L'assiento era in genere stipulato mediante atto pubblico (37) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 923 (38) A.S. Na. Ibidem

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---

ed era sottoscritto dall'appaltatore, o assentista, e da un rappresentante della pubblica amministrazione che, nel caso dei più importanti assienti, poteva essere un alto magistrato o un alto ufficiale, membro di una delle giunte, come erano spagnolescamente chiamate le commissioni appositamente formate per sopperire alle esigenze cui veniva incontro l'assiento. Gli ufficiali superiori o generali chiamati a far parte di queste giunte appartenevano alla Piana Maggiore dell'esercito. A seconda dei casi poteva esserci un solo assiento valido su scala nazionale, come quello per il pane ed i foraggi, o potevano esserci più assienti, validi su scala locale com'era il caso degli ospedali o della fornitura dei letti, o si poteva scendere fino al semplice noleggio dei servizi di uno o più carri o di una o più bestie da soma, con o senza conduttore, a seconda delle esigenze del momento e delle possibilità del mercato, come si verificava allorquando si doveva sopperire a lla necessità dei trasporti, specie prima dell'organizzazione del treno d'artiglieria e reali bagagli. Erano ugualmente dati in appalto, secondo precise norme contenute nell'ordinanza per il Corpo Reale del 1788, la costruzione e le riparazioni di fortificazioni e caserme. Soltanto in Sicilia, nel 1809, per le sopraggiunte difficoltà economiche, si stabilì di eseguire questi lavori in economia avvalendosi anche dei servi di pena (39). 7. Vettovagliamento Pane e foraggi

La razione quotidiana di 24 oncie di pane di munizione spettante ad ogni sottufficiale e soldato era assicurata da un apposito assienlo che, in tempo di pace almeno, e ne fanno fede l'assiento del 1790 ed il Partito Generale de'viveri e foraggi del 1800 (40), era unico per tutto il regno. Un solo assenlista si obbligava, quindi, a fornire tutte le razioni di pane necessarie all'esercito, ovunque .le sue unità fossero stanziate. Il pane era distribuito ogni giorno, in pagnotte da due razioni, che recavano impresse le lettere "R.M.", ed era preparato con farina setacciata mediante appositi crivelli, esaminati e bollati dall'Intendenza dell'esercito, così da risultare mondata dalla crusca. All'assentista dovevano essere forniti, a cura dell'amministrazione statale, i forni per cuocere il pane ed i magazzini per la fari na oltre a facilitazioni di vario genere relative alle gabelle ed ai dazi di transito. Era poi incombenza dei reparti provvedere al ritiro del pane mentre era invece a carico dell'amministrazione statale il trasporto del pane dai fo rni al campo in caso di mobilitazione o manovre. Per la distribuzione del pane alle truppe in marcia l' assentista poteva adottare una di queste tre soluzioni: far seguire le truppe da un suo incaricato, che provvedeva direttamente agli acquisti necessari lungo l'itinerario di marcia; pagare direttamente al comandante del reparto quanto occorreva per il rifornimento del pane; infine, rimborsare alle singole amministrazioni comunali quanto era stato da queste speso per il pane delle truppe, secondo i principi enunciat i nel Regolamento dell'assistenza che devono avere le truppe marciando per il regno di Napoli del 24 dicembre 1758. (39) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 924 (40) Vedi per quest'ultimo A.S . Na. A.R.C.R. Fs. 1162

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---Criteri analoghi vigevano - secondo il medesimo assiento del 1790 come secondo il partito del 1800 - anche per q u anto conce rneva la distribuzione dei foraggi per i cavalli dei reggimenti di cavalleria e per q uelli degli ufficiali di fanteria e di artiglieria che ne avevano diritto. Data però la difficoltà di r eperire sul me rcato nazionale le necessarie quantità di orzo e di àvena lo Stato si era impegnato a forni re ogni anno a pagamento, all'assentista, 100.000 tomoli d'orzo e 20.000 d'avena. In tempo di pace la razione mensile di foraggio, composta per 3/4 d'orzo e per 1/4 d'avena, era di 3 tomoli ed 1/4 e veniva pagata all'assentista 10 carlini al tomolo . Più tardi, almeno a far tempo dal 1806, la razione di foraggio alla cavalleria in guarnigione venne portata a 4 tomoli, rimanendo invariata la razione per i cavalli degli ufficiali di fante ri a e di artiglieria, e q uella di campagna venne fissata in 3 misure e 1/2 d'orzo giornaliere per i cavalli da sella ed in 4 per i cavalli da tiro (quel li del treno d'artiglieria e dei R. Bagagli formati soltanto in caso di mobilitazione). Spettavano inoltre a tutti i cavalli 1O rotoli di paglia (4 1). Tabella 53 SPETTANZE DELLE RAZIONI DI FORAGGIO

GRADO Capitano Generale Tenente Generale Maresciallo d i Campo Brigadiere di Fanl. Colonne! lo d i Fant. Ten. Col. di Fant l O e 2° Magg. di Fant. Brigadiere di Cav. Colonnello cli Cav. Ten. Col. cli Cav. 1° e 2° J\fag1. di Cav. Capitano cli Cav. I O Tenente cli Cav. 2° Te ne nte cli Cav. Alfie re Brigadiere di Art. Colonnello cli Art. Te n . Col. di Art. I O e 2° Magg. di Art. Capitano cli Art. Tenente cl i Art. CommissariQ Ordinatore e Commissario cli Gue rra

1790 GUAR NIG.

1805* CAMPAGNA

-

-

-

15 10

1808

1812- 15

GUARNIG.

CAMPAGNA

GUARNlG.

CAMPAGNA

12 10

20 15 8

IO

14 11

6

4 2 2 2

4 3 3

4 2 2 2

6

8

5

4 3

4 4 3

3 2 2 2 4 2 2 2

5 4 4 3 3 2 2 6 4 3 3

-

2

-

2 4

o

-

2

4 3 3 6 5 4 4 4 4 3 3 6 4 3 3 2 1 4

-

3

2

3

3

6

3 3 2

I 4 2 2 2

o

6

8 4 3 2 2 2 3 3 3 2 2 2 2 2

3 2 2

6

4 2 2 2 5

3 3 2 2 2 2 2 4 2 2

o o

o

-

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2

2

-

o o

(*) ln occasione della guerra del 1805-06 venne d isposto che gli ufficiali subalterni, il cappellano, i chirurghi, i cadetti ed i soldati privilegia ti di fanter ia e di artiglie r ia avessero una razione di foraggio.

(41) In caso di necessità la razione d'orzo per i cavalli da sella poteva esser sostitui ta da 4 " misure" d'avena o da 2 'ii di granturco o da I e 1/s di fave t ta o da 10 di brenna , me ntre quella per i cavalli da tiro poteva esser rimpianata ,J:, 0 m isure d'a vena o da 2 e 'h di grano turco, o da 2 di favetta o da 10 di brenna. La paglia, poi, poteva e~ , r: ,' . )Stituita da 6 " rotoli" di fieno o da uno d'orzo o da 2 di b renna (A.S. N.a. A.R.C.R. Ant. Fs. 655).

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Le razioni di foraggio assegnate agli ufficiali rappresentavano anche un benefico accessorio per costoro, specie in tempo di guerra, dato che ai gene rali, agli ufficiali di cavalle ria e di artigli eria ed a quelli sùperiori di fanteria spett avano, a seconda del grado, un numero fisso di razioni pre scindendo completamente dal numero dei cavalli effettivament e posseduti (ed i soli ufficiali di cavalleria erano obbligati ad avere un cavallo di proprietà). Infatti queste razioni erano percepit e in natura per i cavalli di proprietà ed in contanti per la differenza. Considerato che nel 1805 una razione di foraggio in cont anti era valutata cinque ducati, la corresponsione di queste razioni rappresentava un apporto non trascurabile alle entrate di un ufficiale. Nel periodo da noi esaminato il numero delle razioni di foraggio previste variò più volte, con una generale tendenza alla diminuzione, ed era diverso a seconda che si fosse in tempo di pace o di guerra come risulta dalla tabella 53, putroppo non del tutto completa, non essendosi ritrovato il testo del r ego lamento in materia emanato il 25 febbraio 1793. Viveri e rancio

Come si è già detto, in t empo di pace i soldati napo letani ricevevano la sola razione di pane e dovevano provvedere a loro spese al resto del rancio. A giudicare dalla bozza del regolamento sul Governo e l'amministrazione interna dei Corpi era anche previsto che, in caso di particolari difficoltà, la truppa venisse agevolata nella rice rca e nell'acquisto dei generi necessari per il rancio. Era però soltanto in occasione di manovre, mobilitazione o guerra che e rano fornite ai reparti delle razioni complete di viveri. La razione, secondo la bozza ora citata, doveva comprendere del pane (32 oncie invece delle 24 della razione ordinaria), della carne (mezza libbra), dei legumi (3 oncie) e, nei me si estivi, anche dell'aceto. Queste indicazioni e rano superate da un r eale ordine del 14 Settembre 1800 che prescriveva per le truppe mobilitate una razione di pane di 36 oncie e razioni di carne, di pasta e di legumi che venivano pagate con una trattenuta di 7 grana sul pres l del soldato. Agli ufficiali subalterni ed ai capitani erano accordate, in questa occasione, due razioni di viveri a testa, m entre agli ufficiali superiori ed ai generali ne erano accordate in numero variabile, fino a 25 per il capitano generale. Il 19 aprile 1801 veniva però precisato che le razioni di viveri non spettavano agli ufficiali che avevano invece diritto, come vedremo, alle sole razioni di foraggio (42) . In vista della guerra l'intera materia era riordinata con un reale dispaccio del 6 dicembre 1805 relativo agli averi delle truppe in campagna. La razione di viveri era così fissata: 30 oncie di pane, 8 di carne, 4 di riso o di pasta o 6 di fagioli, 25 di legna, 1/3 di lardo e 3/4 di caraffa di vino nei giorni di grasso e 30 oncie di pane, 7 di riso o di semola, 1 di lardo, 25 di legna, 1/3 di sale e 3/4 di caraffa di vino nei giorni di magro. Il tenente generale aveva diritt o a 15 razioni, il maresciallo di campo a 10, il brigadiere di cavalleria ad 8, quello di fanteria a 6, i colonnelli a 4, i tenenti colonnelli a 3, tutti gli altri a 2 mentre una sola razione spettava ad aiutanti, cadetti e secondi chirurghi. Pure una razione spellava, ovviamente, a sottufficiali e truppa, ma con trattenuta di S grana al giorno. Un nuovo piano del 1° dicembre 1806, confermato poi nell'agosto del .I 808, (42) A.S. Na. Excerpta 352

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Tabella 54 TABELLA DEL RANCIO NEL 1809

Domenica

Lunedì

Martedì

Mercoledì

/

Giovedì

Venerdì

Sabato

carne colla 4a parte d'osso pasta in maccher'oni cacio lardo cipolle pepe sale

8 oncie 7 oncie '/, oncia '/, oncia

ossa della carne di domenica riso lardo pepe e cipolle sale

2 onc1e 7 oncie '/, oncia

pasta lavorata lardo pepe e cipolle sale

7 oncie

'/4

oncia

fagioli maccheroni spezzati baccalà secco olio pepe e cipolle sale

6 3 3 '/,

oncie onc1e oncie oncia

carne con osso in boll ito pasta lavorata lardo pepe e cipolle sale

8 oncie 6 oncie ½ oncia

fave baccalà secco olio pepe e ci polle sale

9 oncie 3 oncie ,1, oncia

ceci

7 onc1e

maccheroni tritati olio pepe e ci polle sale

4 oncie '/, oncia

'/, oncia

'/4

oncia

'/, oncia

'/, oncia

'/. oncia

'/, oncia

'/4

oncia

variava la composizione della razione portando il pane a 36 oncie (rimpiazzabil i con 24 oncie di biscotto), aumentando il vino ad una caraffa di 24 oncie ed abolendo, in compenso, riso, pasta e fagioli, con una trattenuta di 4 grana sul prest. Da 190


-questo piano si è riusciti anche a ricavare la composizione della commissione di sussistenza, incaricata di provvedere ai rifornimenti, guidata da un commissario e da un provveditore generale che si avvalevano ·della collaborazione di un ufficiale e di due forie ri per brigata, dai quali dipendevano un macellaio con due garzoni ed un fornaio con quattro (43). Il 3 settembre 1808 era precisato che la truppa imbarcata poteva ricevere, al posto della carne fresca, quella salat a, in ragione di 6 oncie a razione, se la carne aveva almeno due m e si di salatura. Alla t ruppa imbarcata potevano anche essere distribuite, sempre in luogo della carne fresca, 6 oncie di formaggio di Sardegna o di Sicilia o la stessa quantità di tonnina (44). Successivamente, aumentando i prezzi dei generi alimentari, pe r venire incontro alle necessità della truppa si rendeva necessaria l'adozione di una misura radicalmente innovativa qual'era quella della distribuzione quotidiana del rancio alle truppe anche in guarnigione, misura facili tata pure dalla relativa concentrazione delle truppe stesse. Contro una trattenut a di 3 baiocchi (6 grana) al giorno, da effettuarsi sul prest, i soldati, dal novembre del 1810, ricevevano settimanalmente dalla sopraintendenza alle sussistenze, costituita il 15 agosto 1809, il rancio secondo la tabella settimanale 54 qui acclusa (4 5) . Come si osserverà, l'alimentazione del soldato consisteva quasi esclusivamente in farinacei, carne e legumi; verdura e frutta erano completamente assenti, forse per la difficoltà di fornire e conservare tali alimenti nelle quantità n ecessarie. All'incirca in questo periodo veniva fissata la nuova razione di viveri di campagna, che altro non era se non quella stabilita nell'agosto del 1808 con la sola variazione dei salumi n ei giorni di magro. Per sopraggiunte difficoltà fu poi sospesa la confezione e distribuzione del rancio alle truppe in guarnigione, salvo ad essere ripristinata nel maggio del 1812, dopo che un apposito studio aveva appurato che, procedendo direttamente alla preparazione del rancio, l'amministrazione poteva risparmiare oltre 50 ducati alla settimana pe r ogni cento uomini, rispetto a quanto pagava direttamente a costoro perché provvedessero alla propria sussistenza (46). Il ripristino del rancio doveva dar luogo a lagnanze forse non ing iustificate se il 20 maggio si ordinava ai comandanti di corpo di acce rtare eventuali mancanze e di provvedere in merito, dopo che era stato esplicitamente previsto, il 3 maggio, che venisse apposta, in ogni locale in cui era distribuit o il rancio, un'apposita tabella con l'indicazione della composizione delle razioni (47). Il rancio settimana le del 1812 prevedeva, per i quattro giorni di grasso, tre volte 8 oncie di carne di castrato, maiale o cappone, una volta 8 oncie di carne di vaccina, due volte 7 oncie e mezzo di pasta, una volta altrettanto farro ed una volta, infine, 8 oncie di fagioli o ceci, oltre al condimento di grasso. Nei tre giorni di magro erano distribuite quotidianamente 8 oncie di legumi e poi un giorno 5 oncie di formaggio e per due giorni 6 oncie di baccalà, oltre al condimento di magro (48).

(43) (44) (45) (46) (47)

A.S. A.S. A.S . A.S . A.S . (48) A.S.

Na . Segr. Ant. Fs. 655 N a. A.R.C.R. Fs. 923 Na. A.R.C.R. Fs. 92* Na. Arch. Borbone Fs. 249 N a . A.R.C.R. Fs . 935 Na. Ibidem

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8. Vestiario e equipaggiamento

Il re Carlo di Borbone volle che l'esercito fosse vestito di panni nazionali e le fabbriche sotto di lui si moltiplicarono. Così dice il Galanti nella sua fondamentale opera Nuova descrizione storica e geografica delle Sicilie, pubblicata tra il 1788 ed il 1790, e quest'asserzione denota l'importanza che avevano le forniture militari per l'industria tessile napoletana. Importanza dovuta, però, anche alla limitata espansione di questa industria che, sempre a detta del Galanti, produceva ogni anno nelle provincie continentali del regno circa 40.000 pezze di panno, pari a circa 400.000 canne (a un dipresso 800.000 metri) cui si dovevano aggiungere altre 15 .000 canne di cotone. Piuttosto poco per uno Stato di quasi cinque milioni di abitanti anche se nel calcolo non erano comprese alcune qualità di stoffa come le rattine e le baiette, come non era compresa né la tela né la saja né, soprattutto, erano inclusi i panni di ogni tipo che, in quantità non precisabili, venivano lavorati artigianalmente nelle case. Le fabbriche erano concentrate prevalentemente in Campania, anche perché Napoli, con i suoi 400.000 abitanti, rappresentava il più importante mercato del regno. Le stoffe migliori provenivano da Arpino, seguivano poi quelle prodotte nel Matese, a Piedimonte soprattutto, e quindi a Cerreto, Cusano e Morcone. Altre fabbriche si trovavano a Cava dei Tirreni e nella zona di Salerno, dove si lavorava anche il cotone, come in Puglia. La valle di Palena, in Abruzzo, forniva poi circa un quarto dei panni di lana prodotti nel regno. La qualità delle stoffe, tranne quelle cli Arpino, era mediocre e questo anche se la lana della Puglia era assai buona talché, esportata in Francia ed a Venezia in grandi quantità, vi era lavorata con ottimi risultati. Migliore era la situazione per quanto riguardava i cappelli: soltanto nella zona di Afragola ne erano prodotte ogni anno 6.000 dozzine. La situazione tornava invece a peggiorare per quanto concernevai cuoiami: il regno, anche a causa della scarsa diffusion e dell'allevamento bovino, era costretto ad importare molto cuoio dal Levante, dalla Germania e dall'Inghilterra, t anto più che la concia locale era di qualità scadente e soltanto il cuoio di Santa Maria (Capua Vetere) clava un certo affidamento per le buffetterie. Data la gracilità dell'industria tessile e di quella del cuoio non c'è da stupirsi se queste erano in grado cli far fronte alle necessità dell'esercito soltanto in tempo di pace e se, in caso di improvviso aumento degli organici, si doveva acquistare in fretta e in furia quanto c'era di disponibile sul mercato, provvedendo magari panni di colori non regolamentari. Nessuna meraviglia, quindi, se le reclute dovevano entrare in campagna con i loro abiti da contadini, tanto da obbligare il generale Minutolo, nel 1806, durante la ritirata in Calabria, ad inviare un parlamentare al generale francese Reynier per renderlo edotto di questa circostanza, cosicché qpeste reclute, in caso di cattura, non venissero considerate come insorgenti e, in quanto tali, passate per le armi. Ma questi esempi del 1805-1806 non costituiscono che i casi più eclatanti e indicativi della situazione. Era quindi abbastanza naturale (pur se in linea di principio era obbligatorio l'uso di stoffe di produzione nazionale, ed anzi un apposito articolo della ordinanza per l'artiglieria faceva obbligo ai commissari di quest'arma di riferire direttamente al ministro, sotto pena di perdita del posto, su ogni caso di acquisto di stoffe straniere) che si facesse ricorso, nonostante tutto, alle importazioni, specie quando si trattava di stoffe di migliore qualità, destinate a reparti scelti o a sottufficiali. Date le fonti di approvvigionamento allora esistenti ed i più facili 192


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e più veloci trasporti marittimi, gran parte delle stoffe importate dall'estero proveniva dall'Inghilterra e, fino a quando non divamparono le guerre, dalla Francia, dall'Olanda e dalla Germania. Quando poi, dopo il 1806, l'esercito si ridusse alla sola Sicilia, dotata di pochissime fabbriche, fu giocoforza approvvigionarsi in Gran Bretagna, tanto più che lo sviluppo dell'industria tessile inglese le consentiva di esportare in Sicilia a prezzi concorrenziali. Così nell'ultimo periodo, in poco più di un anno e mezzo, tra il 1811 ed il 1812, vennero spese 40.000 onze (120.000 ducati) per 3.080 canne di panno grigio per cappotti, 14.700 di tela per camicie, quasi 2000 di panno bleu Bristol o mezzo-fine e 550 di panno sc:arlaLLu di provenienza inglese (49). Per buona parte del periodo esaminato fu incaricato di sopperire alle necessità dell'esercito in materia di vestiario ed equipaggiamento un apposito organismo, che ebbe diverse denominazioni e differenti composizioni e compiti. All'inizio, fin verso il 1796-97, la giunta de' Vestiarj provvedeva all'acquisto delle stoffe ed alla confezione delle u niformi, che venivano poi consegnate direttamente ai corpi, contro pagamento del corrispettivo della massa vestiario. Dopo un breve periodo in cui tali compiti furono invece direttamente di spettanza dei corpi, nel 1799, durante il primo esilio siciliano, era istituita, il 9 marzo, una deputazione di provianda e vestiario, alle dipendenze dell'intendenza, per provvedere a vestiario, letti, armamenti, viveri, foraggi, tende, corredo, e fornimenti di cavallo, utensili ed ogni altro articolo relativo alla vestizione ed alla sussistenza delle regie truppe (5°). Con la riconquista di Napoli la deputazione si bipartiva dando origine ad una separata deputazione de' Vestiari che, insie1i1e a du e commissioni straordinarie de ' Vestiarj, era incaricata sia di rivestire e di riequipaggiare ex novo l'esercito sia di rinnovare i criteri informativi in materia. L' 11 maggio 1801 deputazione e commissioni erano sciolte e dal 1 ° giugno la provvista e costruzione dei vestiari passavano a carico dei consigli di ammin istrazione dei corpi (5 '), così come si praticava sin dal 1790 per il Corpo Reale. I corpi, utilizzando la gi·atificazione mensile accordata a titolo di massa a ciascun soldato per il vestiario (68 grana per la fanteria ed 80 per la cavalleria), dovevano acquistare sul mercato le stoffe e quant'altro occorrente, in conformità ai campioni ufficiali depositati presso i generali ispettori (ed un altro campione si trovava presso l'Intendenza), affidandosi poi per la confezione del vestiario a dei maestri sarti civili coadiuvati in genere da lavoranti militari. Questo nuovo sistema restava in vigore fino al 1807, quando una decisione del re in data 25 dicembre stabiliva che acquisto delle stoffe e confezione delle uniformi passassero ad un'apposita giunta de' Vestiarj presieduta dal brigadiere dell'Uva e composta da quattro militari (un intendente di campagna, un commissario di guerra, un colonnello ed un maggiore) e da due civili (commercianti) (52). Alla Giunta era addetto, come segretario, un capitano, coadiuvato da due amanuensi; la gestione amm inistrativa era curata da un razionale, incar icato delle registrazioni contabili del denaro in entrata ed in uscita, da un controloro, che verificava i conteggi del primo, e da un tesoriere, addetto al maneggio dei contanti. Ai due depositi, uno dei generi grezzi e l'altro dei generi lavorati, ed all'officina di costruzione erano addetti alcuni ufficiali con dieci invalidi, un portiere, due barandieri e lavoranti civili e militari. Negli anni successivi la struttur a della giunta subiva leggere modifiche: un a ltro impiegato ed un libro maggiore (49) (50) (51) (52)

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A.S. A.S. A.S. A.S.

Na. Na. Na. Na.

A.R.C.R. Fs. 1144. Segr. Ant. Fs.323. A.R.C.R. Fs. 675. A.R.C.R. Fs. 923.


si aggiungevano al razionale, quattro aiutanti affiancavano controloro e tesoriere e l'officina di costruzione era scissa in sartoria e scarperia. Con decisione del 7 maggio 1812 si tornò poi ancora una volta, e fu l'.ultima, all'altro sistema e toccò di nuovo direttamente ai corpi provvedere all'acquisto ed alla confezione del vestiario ed equipaggiamento (53) . Vediamo ora come si dovevano comportare i corpi in quest'eventualità. La guida più completa a tale riguardo ci è fornita dal Regolamento pel vestiario ed equipaggio del Corpo Reale emanato nel 1790. Gli acquisti erano effettuati dal consiglio di amministrazione del singolo reggimento, con 1'approva7.ione del commissario di guerra. cui era sottoposto, e le stoffe erano consegnate al magazzino reggimentale. Una parte era utilizzata per le riparazioni cli vario tipo occorrenti alle uniformi indossate dalla truppa e che, a tale scopo, erano ispezionate una volta l'anno. Le riparazioni (le cui spese erano a carico, in linea di massima, della massa vestiario) così come la confezione di capi d'uniforme nuovi erano eseguite da un maestro sartore civile (aiutato da alcuni lavoranti, che potevano essere anche militari), secondo un'apposita convenzione che fissava la durata del lavoro e le varie penali che si potevano addebitare al maestro sartore per una cattiva riuscita delle uniformi a lui imputabile. Il lavoro era pagato a cottimo: una giacca, secondo il regolamento del 1790 che abbiamo citato, era pagata 36 grana per taglio, manifattura, asole e spese (filo ecc.), mentre un paio di calzoni erano pagati 10 grana, una camicia 4, un paio di ghette 10 ed un berretto da fatica soltanto 2. Per una giacca occorreva all'incirca una mezza canna di panno e que llo bleu costava, secondo il Galanti, tra i 36 ed i 44 carlini alla canna. Anche le buffetterie erano fatte confezionare - secondo precisi campioni da artigiani pagati a cottimo: 3 grana per una bandoliera e 19 per una giberna, ovviamente cuoio a parte. Per la distribuzione delle uniformi e della biancheria si potevano seguire due diversi sistemi: si rivestivano a nuovo, tutti insieme, sottufficiali e soldati (gli ufficiali vestivano a proprie spese) di un intero reggimento (ma più frequentemente quelli di un solo battaglione o di una compagnia) fissando una durata al vestiario e sostituendolo poi alla scadenza (salvo il caso di non improbabili proroghe), oppure si sostituiva il vestiario vecchio ai singoli man mano che diventava inutilizzabile. Il nuovo vesti.ario recava scritti, nell'interno, l'anno di confezione, il numero della compagnia ed il nome del soldato. Nell'un caso o nell'altro, comunque, erano sempre prefissati dei limiti di durata ai vari indumenti. A metà degli anni novanta i limiti erano indicati nella disposizione che riportiamo integralmente. Un Soldato di Fanteria dovrà avere nel corso di 3 anni i seguenti generi, cioè: Di Ponnn

Una giarnberga ogni tre anni (abito) Un giamberghino ogni tre anni (sottoveste, ossia gi]et) Un calzone ogni diciotto mesi Un bonetto di quartiere ogni tre anni (berretta) Un pajo di stivaletti neri ogni diciotto mesi (ghette) Di Tela Due camicie nel primo anno, una nel secondo ed una nel terzo Quattro sotto-calzoni lunghi a pantalone divisi nella guisa stessa come le camicie

(53) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 935.

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Uno sciarò ogni tre anni (camiciotto per servizi di fatica) Quattro rivettini per crova ttino, ogni tre anni sudd ivisi come le camicie Di cottone per l'estate

Quattro calzabraghe in ogni tre anni, (pantaloni lunghi ch e sostituivano anche le ghette) da dividersi due nel primo anno, una nel secondo, cd una nel terzo Due sottovesti ogni tre a nni Gene ri d i calzatura

Un pajo d i scarpe ogni anno Una solatura ogni anno Altri generi

Un cappello ogni diciotto mesi Un c rovattino di c r ine ogni anno (cravatta) Ciappa di corvattino, fibbia per la cintura de' calzini, e piccole fibbi e di Calzabrache una volta ogni sei anni. Caschetto e pennacchio per i Granatieri uno ogni sei anni Mocciglia, una ogni q uindici a nni (za ino) Fettuccia di coda, una ogni anno Nocchetta di coda, una ogni tre anni Fascia per i Reggimenti Real Macedone e Real Illirico, una ogni tre anni. Un soldato di Cavalleria in generale dovrà avere per vestiario i seguenti generi, cioè: Di Panno

Casacca bianca per parata una ogni quatLro anni Casacca giornale una ogn i due anni Calzone uno ogni anno Caprio le uno ogni dicci ann i (mantello) Bonctto di quartiere uno ogni tre anni Gualdrappa una ogni sei anni Valigia u na ogni sei anni Di Tela

Camicie due ne l p r imo anno, ed u na in ogn'anno susseguente Calzette un pajo ogn'anno Mezzi bottini un pajo ogn'anno (calze a stivaletto) Rivettin i di crovattino uno ogn'anno (fodere della cravatta) Generi di calzatura

Un pajo di stivali ogni quattr'an ni Un pajo d i scarpe ogn'anno Una solàtura per i stivali ogni due anni Altri ge neri

Un cappello ogni diciotto mesi Un pennacch io ogni diciotto mesi Un crova ttino d i c ri ne ogni anno Una fascia ogni due anni Un pajo di guanti ogni tre anni Una fettuccia di coda ogn i anno Gioco di fibb ie ogni sei anni

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Che quattro camicie bastino per tre anni e che un abito, una sottoveste con maniche, due sottovesti di cotone ed un camiciotto di tela possano vestire la stessa persona tutti i giorni, in ogni circostanza (anche se con rattoppi e ricuciture) per tre anni, e spesso anche per qualche mese di più, può suonare forse un po' ostico alle nostre orécchie ed ancor più a quelle dei nostri figli: Ma questa era la realtà, non solo napoletana, dell'Italia di allora - e non dell'Italia soltanto e, d'altra parte, basta· risalire nei ricordi di un paio di generazioni per rammentare che una sola uniforme era prevista per l'inverno e per l'estate, che c'erano camicie di ginestra o di lanital e tante altre cose che, oggi, sembrano quasi incredibili. E quest'idea di risparmio ad ogni costo, di ristrettezza, anzi di povertà, è rafforzata da tanti altri dettagli che troviamo nei regolamenti dell'epoca. Così ad esempio si dovevano vestire con vecchie uniformi i soldati per natura e per abito sporchi, quelli non ancora istruiti e le reclute . Il regolamento per il vestiario dell'artiglieria era poi estremamente preciso circa il destino delle uniformi che avevano terminato il loro periodo di durata: quelle in migliori condizioni, previa qualche riparazione, erano distribui te alle reclute, altre erano cannibalizzate per farne le schiene delle sottovesti ed i berretti da fatica, altre ancora erano tenute in riserva per esser date ai soldati al momento del con gedo e quelle in peggiori condizioni, infine, erano vendute dopo esser state smilitarizzate con l'asportazione dei bottoni. La stessa sorte toccava ai cappelli, ai quali era tolto il gallone ai bordi, se in buone condizioni, per esser messo sui cappelli nuovi. Niente doveva andare sprecato: le tasche delle sottovesti e la fodera delle berrette da fatica dovevano esser realizzate con le fodere delle giacche e delle sottovesti usate, gli avanzi di lavorazione dovevano esser venduti - e si parla di ritagli, di lembi, non di scampoli e con il ricavato si dovevano pagare le spese di illuminazione e di riscaldamento del magazzino e della sartoria (alla pulizia di quest'ultima dovevano provvedere direttamente i sarti). E questa idea di ristrettezza, di povertà, di ferreo controllo, t ipica dell'epoca, ci è ulteriormente confermata dalle norme relative all'acquisto delle stoffe e alla confezione delle uniformi, fitte di verifiche e di appositi registri, con minuziose prescrizioni sull'utilizzo del vestiario dei congedati o dei morti o sulla possibilità di rivoltare le uniformi o sui capi di vestiario da consegnare ai congedati, diversi a seconda del tipo di congedo: se per completamento del periodo di arruolamento, per grazia speciale o per indegnità. 9. Armamento

Gli stabilimenti militari che contribuivano direttamente o indirettamente alla produzione delle armi dell'esercito napoletano vennero riordinati e potenziati, sul finire del Settecento, a d opera soprattutto del de Pommereul, riorganizzatore dell'artiglieria napoletana, dato che dall'artiglieria, appunto, dipendevano t ali stabilimenti. Così nel 1791 si costruivano in Calabria una fonderia ed una fabbrica d'armi, alla Mongiana, per sfruttare i giacimenti di ferro colà esistenti, ed altre ferriere erano in opera ad Acerno, a Canneto, a Napoli ed a Poggioreale. Altri stabilimenti, per le lavorazioni minori, si trovavano a Stilo, Atripalda e Piano d'Ardine. A Napoli, su progetto di un ufficiale d'artiglieria, si ·allestiva in quegli anni un nuovo arsenale, a Castelnuovo, assai b en dotato di macchine moderne e dal quale sarebbero usciti quasi tutti i pezzi d 'artiglieria necessari al riarmo borbonico, quale si sarebbe manifestato a far tempo dal 1792. La più importante fab197


brica d'armi del regno, per quanto concerneva le armi da fuoco individuali, rimaneva quella di Torre Annunziata, entrata in fuzione nel 1760, che poteva ora incrementare la sua produzione grazie alla forza motrice fornita alle sue macchine dalle acque del canale del Sarno, il cui sfruttamento era stato riservato, dopo il 1790, alla fabbrica d'armi ed al polverificio. I pezzi d'artiglieria napoletani, a prescindere da quelli che, vecchi di decenni se non di secoli, guarnivano gli spalti di torri e fortezze, erano stati fino ad allora classificati secondo due diversi sistemi: c'erano quelli costruì ti secondo l'antico metodo, cioè mediante il sistema Vallière, e comprendenti cannoni d'assedio e da fortezza da 24, 16 e 12 libbre, e quelli secondo il nuovo modello, assai più corti e leggeri, con pezzi da campagna da 24, 12, 6 e 4 libbre e da montagna pure da 4 libbre. Con il de Pommereul vennero dapprima adottati dei mortai alla Gomez e dei pezzi da 33, destinati soprattutto al.la difesa delle coste, poi, con decisione del 16 ottobre 1792, dei cannoni da 24 e da 16 da assedio e da fortezza, da 12 corti, cannoni da 4 da campagna, obici da 8 e da 6, mortai da 12, da 10 e da 8 ed infine un cannoncino someggiabile da montagna da 4 libbre, tutti del tipo Gribeauval. Di questi pezzi, dopo aver riarmato le coste, bisognava dotare l'esercito ed il fabbisogno era stimato dal de Pommereul in 170 cannoni da 4 e 72 da 12 da campagna ed in 24 obici da 6, secondo il presupposto - enunciato nell'ordinanza d'artiglieria del 1788 - che stimava necessari due cannoni per ogni battaglione di fanteria ed uno per ogni squadrone di cavalleria, oltre ad un obièe pe r brigata ed a tre riserve di otto pezzi. Al momento erano disponibili solo 35 cannoni da 4 ed 11 da 12 ed i quattro anni successivi venivano spesi nella fusione e nell'approntamento dei pezzi necessari ad opera, soprattutto, del fonditore Thiasky, venuto dalla Germania insieme ai riorganizzatori dell'esercito sul finire degli anni ottanta. Se nel complesso l'industria bellica napoletana fu in grado di supplire alle esigenze dell'artiglieria (ed ai pezzi bisognava aggiungere affusti e munizioni), lo stesso non può dirsi per quanto riguardava l'armamento individuale. Troppo grande e troppo rapido fu l'accrescersi dell'esercito napoletano, a partire dal 1792, perché gli si potesse tenere dietro con i sistemi industriali di allora. Inadeguatezza, questa, aggravata da un vizio endemico nella nostra penisola - la ricerca dell'arma migliore - perdendo di vista la necessità della standardizzazione dell'armamento e del munizionamento, con conseguenti aggravi nell'immagazzinamento, nel rifornimento e nel trasporto. Così nel 1777 era stato adottato per la fanteria un fucile con chiave alla maschiglia e bacchetta cilindrica (54), la cui produzione doveva però procedere con qualche difficoltà se l'ordinanza di manovra per la fanteria del 1788-89 prevedeva ancora un diverso maneggio d'armi per i reparti dotati di fucile a focone obliquo, com'era il caso di quello adottato nel 1777, e p er quelli dotati di fucile a focone cilindrico. E di fucili di quest'ultimo tipo, di fabbricazione bresciana, dovevano esserne stati importati diverse migliaia se ancora nel 1800 ci si proponeva di distribuirli alle truppe stanziate in Sicilia (55). Nel 1788, poi, per complicare ulteriormente la situazione, si decise l'adozione di una nuova serie di armi, comprendente fucili, carabine da cacciatori e da cavalleria e pistole da cavalleria per ufficiali e soldati. Armi queste di derivazione prus·siana che sarebbero entrate in produzione successivamen te per esser e poi distribuite ad alcuni reparti soltanto nel 1793, com'è attestato dal Regolamento circa (54) A.S. Na. R.O. Voi. 69 bis. (55) A.S. Na. Segr. Ant. Fs. 652. (56) A.S. Na. R.O. Voi. 171.

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le dimensioni... delle armi del modello del 1788 emanato appunto nel 1793. Nell'intervallo tra l'adozione e la distribuzione di queste a rmi, che a Tolone avrebbero fornito un'ottima prova, si dovette far ricorso, nel 1792, per fron teggiare i repentini a umenti degli organici, a ll'importazione di 15.000 fuci] i di Germania, guarniti in ferro, con la bacchetta cilindrica, a focon e obliquo, di stribuiti ai reparti nel giro d i un a nno (56) , armi che fecero una mediocre riuscita per il peso eccessivo, per lo sfiatamento di gas dal focone, c he causava ustioni, e per la non buona qualità de lle baionette. Ma tutti questi fucili di svariatf modelli non potevano bastare ad un e serc.ito in rapida crescita com'era quello borbonico ed un'ennesima prova delle difficoltà incontrate a Na poli la si può riscontrare nella requisizione dei fucili di proprietà privata e nella costituzione di unità armate esclusivamente di armi bianche, di cui si è fatto cenno nel primo capitolo. Ad eccezion e del fonditore degli artefici d i artiglieria e di pochi a ltri appartenenti al Corpo politico d'artiglieria (che comprendeva personale del comando e specialisti) il personale degli stabilimenti militari era composto da civili, spesso ingaggiati a giornata. La compagnia artefici di artiglieria e ra addetta in forma pressocchè e sclusiva alla cost ruzione ed alla riparaz ione del materiale occorrente al t reno d'art iglieria. La compagnia era suddivisa in squadre for mate da artiglieriartigiani specializzati in questo genere di Javori. Ogni squadra contava infatti quattro fabbri, due chiavettieri, u n ferraro, u n chiodaro o un calderaio, due facocchi, tre falegnami per i lavori d'ascia ed uno per il lavoro sottile, oltre ad un tornitore e ad un botta ro. Caporali e soldati della compagnia, che dovevano esser a ddestrati anche come pon tieri, lavoravano ab itualmente all'arsenale e per dieci ore di lavoro ricevevano un soprassoldo di 12 grana. Successivamente a l 1792, dopo che la compagnia ebbe incrementato gli organici, alcuni suoi componenti ven nero adibiti anche ad operazioni di fusione dei pezzi d' artiglieria, mentre i soldati delle a ltre compagnie potevano essere addetti all'arsenale con compiti di manovalanza. I tumultuosi avvenimenti del 1799 provocarono n otevoli danneggiamenti a ll'arsenale ed agli altri stabilimenti militari m entre migl iaia di armi individuali andavano distrutte o dispe rse. Ci fu però una r ipresa abbastanza rapida poiché l'artiglieria seppe esprimere un organismo appositamente costituito per sovrin tendere alla fabbricazione delle a rmi e delle m unizioni, la Di rezione delle Manifatt ure Militari , la cui efficienza e d autonomia dovevano far tanto spicco nell'approssimativa e confusionaria amministrazione borbonica di questi anni da portare alla ... soppressione della di rezione s tessa, ma non prima c he avesse dato buona prova di sé. Nel giro di poco più di un anno, infatti, erano stati fu si circa un terzo dei pezzi che l'artiglieria borbonica poteva mettere in campo nel 1801 , 55 cannoni da 12, 136 da 4 e 36 obici da 6, e questo senza contar e le riparazioni dei tant i cannoni a bbandonati durante la ritirata e r ecuper ati in calli ve condizio ni alcuni mesi dopo. Per qua n to riguardava le armi da fuoco individu ali si era proceduto, innanzi tutto, a lla riparazione d i quelle che si e ra riusciti a recuperare: nel genna io del 1800 e rano s tati riparati quasi 3500 fucili e carabine di diversi modelli (per la vittoria delle masse circa un terzo di q ueste a rmi era di provenienza francese) (57) . Sem pre nello stesso anno er a intrapresa la costruzione di un nuovo modello di fucile e di carabina, detto appunto modello 1800, e già a maggio ne erano pronti (57) A.S. Na. Arch. Borbone Fs. 355.

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alcune centinaia (58). Il recupero di a rmi di provenienze così svariate e l'entrata in produzione di nuovi modelli non cont ri buivano certo a risolvere i problemi della standardizzazione de ll'armamento e del rifornimento del le muni zioni, né contribuiva a migliorare la situazione la necessità di a rmare i reggimenti del le milizie, s ia pure a spese dei comuni (ed i prezzi previsti e rano di 9 ducati e 75 grana per una fucile con baione tta, di 4 duca ti e 51 grana per un a carabina da cavalleri a, di 3 ducati e 80 grana per una pistola da sottufficiale e 3 e 33, invece, per una da soldato, di 4 ducati e 50 grana per una sciabola da cavalleria e di 2 ducati e 98 grana, infine, per una daga da fanteria (59) ) . Considerato però che ie mili zie vennero in realtà armate solu par:Lialmente e che l'eserc ito, a partire dal 1802, vide progressivamente ridurre i suoi effettivi, il p roblema si fece avvertire sempre meno salvo a riap parire con la guerra contro la Francia del 1805-6. Quando le truppe napoletane scampate al disastroso esito della campagna raggiunsero la Sicilia la loro s ituazione, per quanto concerneva l'armamento, era assai difficile e minacc iava di aggravars i ulteriorme nte dato che la Sicilia e ra quasi priva di fabbriche d 'armi. Un rapporto di Assia-Phi lipstahl , dei primi mesi del 1807, l'evidenziava in maniera assai chia ra e l' unico s uggerimento che era in grado d i offrire era que llo di procedere a com plicati scamb i tra i corpi ed i magazzini per far sì che, almeno all'interno di un regg imento, i fucili fosse ro tutti dello stesso modello, così il R eali Presidi doveva ricevere [uc ili di Germania e il r eggimen to Estero fucili modello 1800, che dovevano esser dati anche ai cacciatori Va/demone ed a quelli Philipstahl (60) . La situazio ne ven ne ri solta di colpo, pe r quanto rigua rdava l'arma mento individuale, grazie a ll'ai uto inglese: nel luglio del I 807 e rano sbarcati a Messina da lla nave Indostan 10.000 fucili inglesi con un milione di cartucce a palla, che nel giro di du e mesi e rano di stribuiti a i vari tepart i dell'esercito, previa brunitura delle canne (6 1) . Il provvidenzia le arrivo dei Brown Bess fece morire sul nascere un nuovo modello di fucile, quello presentato dal colonnello d'artiglieria Pucce Multon, in pratica un miglioramento de l modello 1800, che e ra stato approvato il 14 Aprile 1807 (62) . Soltanto in seguito si poteva provvedere all'u ni ficazione delle sciabole dell e truppe a cava llo con l'arrivo, nel giugno del 1810, di 3.000 sciabole del tipo usato dalla «li ght cavalry » inglese (le quali rimarranno in servizio per mezzo secolo, fino a lla caduta de l regno) che rimpiazza rono quelle di prove nienza austriaca e quelle, in m inor numero, fa bbricate o montate in Sic ilia (63) . A tutte le necessità di riparazione e di montagg io del le armi individuali doveva provvedere l'officina di montatura e di riatto d'armi di Palermo, il c ui regolamento e ra stato emanato ne ll'agosto del 1808. Il personale addetto all'officina era c ivile e l'orario di la voro era quello, cons ueto, di diec i ore al giorno (64). Il limitato fabbi sogno di pezzi d 'a rtiglie ria da campagna m a nifestatosi negli a nni de l periodo siciliano, in occas ione de lle spedizioni in Calabria, Spagna e Liguria, fu faci lmente fronteggiato con i cannoni esistenti nell'isola senza che fosse necessario .ricorrere anche pe r ques ti all'importazione dall'Inghilterra, dato c he non era possibile o, g~anto me no, assai difficoltoso fonde rne di n uovi in Sicilia . (58) (59) (60) (61 ) (62) (63) (64)

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A.S. A.S. A.S. A.S. A.S. A.S. A.S.

Na. Na. Na. Na. Na. Na. Na.

Arch. Borbone Fs. 355. A.R.C.R. 1126. A.R.C.R. fs. 11 93. A.R.C.R. fs. 936. Ibidem. Segr. Ant. Fs. 304. A.R.C.R. Fs. 923.


1O. Assistenza spirituale

Ai sensi della bolla Convenit di papa Benedetto XIV, datata 8 luglio 1741, il cappellano maggiore del re era anche l'ordinario delle forze armate napoletane. Ma occupato com'era:, in primo luogo, nel mantenimento di buoni rapporti tra la corte e Roma, il cappellano maggiore demandava in genere le sue funzioni, per quel che riguardava l'assistenza spirituale dell'esercito, ad un vicario generale per l'esercito da lui stesso nominato. I cappellani militari, che dovevano essere da lui approvati, erano sottratti alla giurisdizione dei rispettivi ordinari e svolgevano la loro opera nelle piazze, nelle fortezze, negli ospedali militari e nei reggimenti, dai quali non si potevano allontanare se non dopo aver presentato come loro sostituto, ed a loro spese, un altro sacerdote, ciò che non doveva essere troppo difficile se le sole provincie continentali del regno contavano oltre venticinquemila sacerdoti regolari, cui si aggiugevano altri diciassettemila monaci . In caso di mobilitazione o di guerra venivano assunli in servizio altri cappellani, da destinarsi in preferenza negli ospedali, e veniva loro fornita, oltre allo stipendio, anche una certa somma di denaro da destinare all'equipaggiamento per l'entrata in campagna (40 ducati nel 1796) (65). Nei reggimenti i cappe I Ian i militari erano in origine inquadrati nella Piana Minore, insieme ai chirurghi e ai sottufficiali d i grado più elevato. Nel 1799, però, dopo che il clero avrà fornito un fondamentale apporto alla riconquista nel regno, la loro posizione gerarchica sarà migliorata con un d ispaccio dell'l 1 giugno che li inserirà nella Piana Maggiore reggimentale ed un altro dispaccio del 9 settembre ne farà risaltare anche visivamente l'appartenenza all'esercito con l'adozione, sull'abito nero che veniva ab itualmente indossato fuori da.Ile chie se invece della veste talare, di bottoni dorati con il giglio borbonico e di gigli ricamati in filo dorato sui paramani. Compiti e prerogative dei cappellani erano stati poi chiaramente e diffusamente enunciati nelle Istruzioni loro dirette e pubblicate a Palermo su ordine del re datato 24 giugno 1799 (66). I cappellani, oltre a compiti di natura strettamente religiosa, avevano anche compiti di natura amministrativa ed assistenziale. Spettavano a loro, infatti, anche se non esclusivamente a loro, la compilazione ed il rilascio di alcuni documenti amministrativi quali i certificati di morte, di esistenza in vita, di stato libero e di povertà, e sempre loro dovevano esaminare i documenti delle reclute per i necessari accertamenti sul loro stato familiare. Dovevano poi promuovere, nei reggimenti, delle scuole destinate ai figli dei militari perché imparassero a leggere, scrivere e far di conto, scuole che ammettevano alla frequenza anche i soldati, i quali potevano così aspirare alla promozione a caporale e sottufficiale. Tra i compiti di natura assistenziale rientrava poi quello di far visita all'ospedale ai malati del reggimento. Nelle mansioni di natura religiosa erano previste la recita serale del rosario, la spiegazione della dottrina alle diverse compagnie, a turni settimanali, la predica, per nove pomeriggi l'anno, degli esercizi spirituali, la benedizione delle armi e delle uniformi delle reclute e, naturalmente, la celebrazione della messa nelle (65) A.S. Na. R.0. Voi. 170. (66) «Istruzioni ai cappellani curati de' Reggimenti fatte da S.M. Ferdinando III peli 'esatto adempimento del loro ministero, con alcune Sacre Liturgie annesse pel comodo de' medesimi».

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feste di precetto per la truppa che, inquadrata, si recava ad ascoltarla. Dopo la messa erano cantati degli inni sacri (testi e musiche erano riportati, in appendice, nelle Istruzioni) e venivano recitati gli atti di Fede, di Speranza, di Carità e di Contrizione oltre alle preghiere per i sovrani. I cappellani dovevano inoltre impartire, nei casi previsti, la benedizione alle bandiere, ai cannoni, alle armi ed alle truppe secondo gli appositi rituali militari. In bilico tra i compiti religiosi e quelli morali c'era l'obbligo per il cappellano di sorvegliare il comportamento dei militari e delle loro famiglie e di far punire dal comandante di reggimento -

dopo averli in precedenza inutilmente am-

moniti__:_ i bestemmiatori, i giocatori e gli altri soldati che davano pubblico scandalo. Era anche in facoltà del cappellano, in tali casi, il far ricorso al re se il comandante si rifiutava di dar seguito alle sue richieste di punizione. La giurisdizione dei cappellani si estendeva anche alle famiglie dei militari che vivevano nelle fortezze e nelle caserme, specie nei casi in cui all' interno di una cittadella o di un castello esisteva una parrocchia militare, come a Napoli nei castelli dell'Ovo, Nuovo e Sant'Elmo. Non risulta che le Istruzioni ai cappellani curati dei reggimenti siano state successivamente modificate. Vennero solo meglio precisati i compiti dei cappellani addetti agli ospedali, con il Regolamento de ' Regi Speda li Militari del I O marzo 1802 e, successivamente, nel 1807, il vicario venne chiamato a far parte dello Stato Maggiore Generale. Lo stipendio de i cappellani era fissa to sulla base di quello degli uff iciali subalterni e nel periodo in questione oscillò tra i venti e i venticinque ducati mensili. Dopo quarant'anni di servizio i cappelJani potevano ritirarsi nelle loro case con una pensione pari all'intero stipendio (67) . La devozione della truppa e la sua partecipaz ione alle pratiche relig iose erano quali ci si possono attendere in soldati rec lutat i in regioni abitate da popolazioni profondamente legate ad un tipo di fede istintiva e sentimentale, spesso più vincolata a,lla forma che alla sostanza. Così si dava, ad esempio, grande risalto, pur nella sua abituale routine, alla concessione della dispensa ai militari dall'osservanza del digiuno e dall'astinenza dal le carni per gran parte della Quaresima, che puntualmente ogni anno il cappellano maggiore accordava alle truppe. Un po' più distaccata, specie nei primi anni e soprattutto tra i più giovani, la partecipazione degli ufficiali alle pratiche religiose, anche se c'è da notare la costituzione a Napoli, nel 1796, di una Confraternita dei Signori Militari nel presidio di Pizzofalcone. C'era comunque nell'esercito una certa tolleranza religiosa se nei reggimenti albanesi - con cappellani di rito greco-cattolico - vi erano, oltre che grecocattolici, anche ortodossi e non era mancato, negli anni imme diatamente precedenti, neppure qualche albanese di confessione musulmana, com'è confermato nel libro dei battesimi della chiesa greca di Napoli (68). Nei reggimenti esteri ci dovevano ugualmente essere dei protestanti e d una riprova indiretta l'abbiamo dall'aùtorizzazione accordata al cappellano maggiore di celebrare messa anche in presenza di eretici, autorizzazione contenuta nel motu proprio accluso alla bolla Convenite che doveva esser stata accordata proprio per sanare eventuali complicazioni legate alla celebrazione della messa davanti a truppe di religione mista. (67) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 924. (68) A.S. Na. R.O. Voi. 170 e A.S. Na. R.O. 236. Sul finire del 1805, poi, venne ro arruolati nei Cacciatori Albanesi 18 schiavi turchi prossimi a bauezzarsi.

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11. Servizio sanitario

Il servizio sanitario dell'esercito napoletano faceva capo al direttore e soprintendente generale de' Reali Spedali, medici e chirurgi dell'esercito, cavalier Giovanni Vivenzio, che era anche medico della famiglia reale e protomedico del regno. Da lui dipendevano, come indicava la ste.ssa denominazione della sua carica, i due diversi rami, le due diverse branche in cui il servizio si articolava: l'assistenza sanitaria prestata presso i corpi dai chirurghi e quella erogata, nei casi più gravi, presso gli ospedali militari.

· I chirurghi dei corpi, oltre a prestare i primi soccorsi, dovevano provvedere alla cura delle malattie meno·gravi, segnatamente la scabbia, la rogna, le piaghe alle gambe e le affezioni veneree di minor conto, presso le infermerie reggimentali. Ai casi più gravi provvedevano gli ospedali militari organizzati ovunque si trovassero delle truppe in guarnigione. A seconda della entità delle truppe e della durata della loro permanenza gli ospedali militari potevano essere f issi, o principali, come si verificava in tutte le città sede di guarnigione, o potevano invece essere istituiti temporaneamente ed utilizzavano, in quest'ultimo caso, dei sanitari con contratti a tempo. Medici e chirurghi militari erano reclutati - con l'approvazione del direttor e generale - tra quanti avessero completato i corsi di studio previsti e la preferenza era accordata a chi aveva frequentato le scuole mediche istituite in alcuni ospedali militari, come, a Napoli, quello di San Giacomo degli Spagnoli. La promozione a primo chirurgo, almeno nel periodo siciliano, avveniva per esami. I primi chirurghi con vent'anni di servizio erano assimilati ai capitani e ne ricevevano la paga. Oltre che di personale medico gli ospedali disponevano anche di personale amministrativo, di assistenza e di servizio. Così, ad esempio, secondo il piano degli ospedali del 1800, ogni ospedale doveva avere, come minimo, un controloro (direttore amministrativo) col suo aiutante, due cappeilani, un medico ed un chirurgo maggiore, due pratici di medicina e due di chirurgia, uno speziale con il suo aiutante, due infermieri, due salassatori ed unzionari (massaggiatori), un guardarobiere, un cuoco col suo aiutante ed un sergente degli invalidi incaricato dell'inquadramento dei detenuti che prestavano servizio come portantini . Il personale amministrativo, quello sanitario ed i cappellani erano scelti dall'amministrazione militare che provvedeva anche a parte del personale di fatica utilizzando appunto i detenuti. L'altro personale era fornito dall'assentista, dall'appaltatore cioè, dato che la gestione degli ospedali era data normalmente in appalto e che, tranne i locali, l'assentista doveva provvedere a tutto: letti, viveri, medicinali ed assistenza, sotto la sorveglianza del controloro, di solito un funzionario dell'Intendenza Militare. Anche se ai sensi dell'ordinanza sul servizio di piazza gli ospedali erano sotto la sorveglianza dei commissari di guerra ed ogni giorno c'era un capitano di visita incaricato di ispezionare l'ospedale, era in realtà dal controloro che dipendeva il buon funzionamento dell'ospedale ed era, quindi, abbast anza naturale che l'assistenza fosse scadente ogni qualvolta il controloro per incuria, negligenza o corruzione non avesse esercitato con scrupolosità le sue funzioni. E non doveva essere un'eventualità infrequente se un rapporto del 1790 sull'ospedale di Palermo ce lo dipinge a tinte fosche, senza materassi, né lenzuola, né berretti, né cappotti, né pianelle... e quei tali generi che esistono sono laceri, sporchi, pieni di pidocchi. E' anche vero che nello stesso rapporto si ammette che per ben quattro volte la situazione è stata fatta presente a Napoli senza alcuna conseguenza, dal

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che si può facilmente presumere che non solo i controlori venivano meno al loro dovere (69). Secondo le prescrizioni ufficiali, negli ospedali i ricoverati dovevano essere divisi, nei limiti del possibile, tra le varie sale, a seconda delle differenti malattie, ed ogni sala doveva contenere, al massimo, sessanta letti disposti su due file lungo le pareti ad una distanza non inferiore a quattro palmi l'uno dall'altro. Ci dovevano poi essere stanze riservate agli ufficiali ricoverati. I letti - citiamo un assiento del 1802 - dovevano essere composti ognuno di due banchi e delle corrispondenti tavole della lunghezza di palmi tre e mezzo, di un saccone di tela di stoppa ripieno cii paglia lunga asciutta, da cambiarsi ogni sei mesi, un materasso di tela di ragno con dentro rotoli dodici di lana Ragusea di concia consueta e solita apraticarsi negli ospedali, un cuscino della stessa lana di palmi due e mezzo, con entro un altro rotolo e mezzo di lana della stessa qualità, con la sua veste di canapa bruna, due lenzuoli della medesima tela di canapa bruna, lungo ognuno di essi palmi nove, e largo palmi quattro e mezzo, una coperta di lana bianca corrispondente alla lunghezza e alla larghezza del letto per i soli soldati ammalati, e non già per i forzati, giacché a questi si darà coperta nera. Già perché negli ospedali militari, per motivi di sicurezza, erano ricoverati anche i forzati e per costoro e per i mili tari ricoverati in stato d'arresto era riservata una apposita corsia. Malati e feriti che potevano lasciare il letto portavano sopra alla camicia di tela di canapa bruna un cappotto di panno di colore scuro o di orbace, calzavano pianelle e portavano sul capo dei berrettini. La biancheria da letto, salvo diversa disposizione del medico, era cambiata una volta alla settimana. Era previsto un frequente ricambio dell'aria, all'interno delle sale, specie dopo le pulizie, da effettuarsi all'alba, nonché l'uso di aceto svaporato a mo' di deodorante. D'inverno, da novembre ad aprile, le sale dovevano essere ri scaldate. Il pranzo era distribuito alle dieci, la cena alle sedici . La razione intera comprendeva una libbra di carne cruda (sei oncie una volta bollita, al netto di osso e cartilagini), sedici oncie di pane bianco, dodici oncie di vino e quattro di minestra bianca. La stessa quantità di carne era fatta bollire anche per gli ammalati a mezza razione, perché il brodo avesse maggior sostanza, ma all'ammalato toccavano solo tre oncie di carne, restando invece invariata la quantità di pane, vino e minestra. Gli ammalati a dieta ricevevano, a seconda della prescrizione medica, due uova, due oncie di uva passa o tre biscotti ed una minestra (di r iso o pasta o semola o farro o verze) o degli agrumi o, più frequentemente, il brodo di carne della razione intera rinforzato da una gallina ogni otto ammalati, gallina che veniva poi divisa tra quattro convalescenti che la mangiavano al posto della carne. Il trattamento era diverso per gli ufficiali che nelle stanze loro riservate avevano diritto ad un doppio materasso di lana di buona qualità con coperta imbottita e lenzuola di tela di lino e la cui razione giornaliera consisteva in 24 oncie di carne, 24 di pane bianco, 24 di vino, 4 di m inestra bianca e frutta di stagione. Salvo casi urgenti - e citiamo le Istruzioni per il regolamento de ' regi Spedali militari del 1802 - i malati venivano ricoverati in ospedale al mattino ed erano smistati dal medico o dal chirurgo maggiore; solo in caso di urgenza potevano esser smistati dal pratico di guardia. Pure di mattina avevano luogo le visite del medico maggiore e del chirurgo maggiore mentre nel pomeriggio era effettuata quella del pratico maggiore di medicina e di quello di chirurgia che dovevano alloggiare nell'ospedale o nelle immediate vicinanze così da prestare assistenza, in (69) A.S. Na. R.0. Vol. 44.

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caso di necessità, anche d urante la notte. C'erano poi, in numero variabile a seconda dei letti (nel 1802 uno ogni 15 letti di chirurgia ed uno ogni 20 di medicina), i pratici di medicina e chirurgia. Lo speziale maggiore aveva in carico la farmacia dell'ospedale e, coadiuvato dai suoi aiutanti, doveva preparare quotidianamente le medicine prescritte dal medico e dal chirurgo maggiore. L'infermiere maggiore sovrintendeva al buon ordine ed al funzionamento minuto della vita ospedaliera sorvegliando, oltre ai ricoverati, anche gli addetti ai servizi dell'ospedale che erano in buona parte, come si è detto, dei detenuti e anzi, a tale scopo, erano date precise istruzioni alle sentinelle poste di guardia alle porte dell'ospedale. l:r,. caso di guerra o mobilitazione erano organizzati degli ospedali di campa-

gna, utilizzando, nei limiti del possibile, il personale degli ospedali militari. Così nel 1793 era nominato chirurgo maggiore dell'esercito con l'incarico di direttore generale dell'ospedale di campagna (con paga di 80 ducati al mese e con la conse rvazione degli altri incarichi) Angelo Boccanera, detto Leonessa, chirurgo dell' Accademia Militare, del Corpo Reale e dell'Ospedale degli Incurabili. Nella stessa occasione era nominato controloro dell'ospedale di campagna (con paga di 15 ducati) un amministrativo dell'ospedale di San Giacomo. L'ospedale di campagna era smobilitato il 30 settembre 1794 salvo ad essere ricostituito nel giugno del 1796 con un controloro principale a 50 ducati con sei aiutanti, un razionale (contabile), un computista, un provveditore (addetto ai rifornimenti) principale con un aiutante, un impiegato per il guardaroba con quattro aiutanti, due medici e quattro chirurghi (ma così pochi solo per il momento) con un stipendio di 50 ducati, uno speziale col suo aiutante (stipendi di 40 e 25 ducati), quattro pratici di medicina e quattro di chirurgia a 15 ducati, sei infermieri, quattro sagnatori (flebotomi) e unzionari (massaggiatori), un cuoco con quattro aiutanti ed un sergente con quattro soldati degli Invalidi per inquadrare e so rvegliare i sessanta presidiari (condannati ai lavori forzati nei presidi militari) incaricati dei lavori di fatica (7°). Anche questa volta parte dei funzionari e dei sanitari proveniva dagli ospedali militari, in particolare dall'ospedale di San Giacomo e da quello della Marina, e l'intera struttura poteva configurarsi come un ospedale generale o, meglio, come l'intelaiatura - visto che medici e chirurghi e rano, rispettivamente, due e quattro ma soltanto per il momento - dalla quale si dovevano sviluppare in seguito i vari ospedali di campagna, situati negli accantonamenti e nelle retrovie, destinati soprattutto a curare i malati, e i cosiddetti ospedali di sangue, di prima linea, destinati al ricovero dei feriti. D'altra parte, tranne che in caso di scontri in campo aperto, il numero dei malati, a causa delle disagiate condizioni di vita all'aperto, era sempre nettamente superiore a quello dei feriti. E questo anche se non si verificavano epidemie, come era avvenuto nel 1796, quando per ricoverare i malati si era dovuto far r icorso agli ospedali civili ed ai conventi, avvalendosi, per l'assistenza, dei frati, e in alcuni casi, come all'Aquila, dell'aiuto prestato spontaneamente dai membri delle confraternite religiose. Quali erano le malattie più diffuse? Una Memoria intorno alle cautele e mezzi per conservare la salute di un 'armata tanto in accantonamento che accampata, opera, diremmo oggi, di medicina preventiva, scritta dal cavalier Vivenzio nel 1800 così ce le elenca: febbre maligna (tifo), dissenteria, malattie dell'apparato respiratorio (pleuriti, bronchiti, polmoniti), malaria, scorbuto, oftalmie ed insolazioni. Assai meno gravi, ma pericolose per l'elevata contagiosità, seguivano la scabbia e la tigna. Come si vede si trattava di malattie causate, in primo luogo, da scarsa (70) A.S. Na. R.O. Vol. 170.

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osservanza delle più elementari norme igieniche. Un discorso a parte va fatto per le malattie veneree, piuttosto diffuse anche queste se l'ospedale degli Incurabili destinava in permanenza dodici dei centodue letti alle unzioni mercuriali dei soldati. La maggior concentrazione di ricoverati si aveva, naturalmente, a Napoli. Qui, sul finire del secolo, erano destinati ai soldati i letti (150-200) dell'ospedale di San Giacomo, parte di quelli dell'ospedale degli Incurabili (erano ricoverati qui nel luglio del 1789 ben 178 militari), di quelli di Santa Maria Apparente e di Sant'Orsola e, a partire dal febbraio 1795, e rano istituite delle infermerie militari al monastero di Montecalvario e nelle caserme di Piedigrotta e di S. Carlo all'Arena (7 1). Gli ospedali militari vennero soppressi per un breve periodo sia in Sicilia (reale ordine 24 giugno 1799) che sul continente (reale ordine 8 gennaio 1800) ed il loro posto fu preso da apposite sale militari all'interno degli ospedali civili; poi, per le insistenze del Vivenzio, con un reale dec reto del 25 ottobre del 1800 gli ospedali militari vennero ristabiliti ed a Napoli il convento di San Giovanni a Carbonar a fu destinato, nel settembre del 1801, ad ospedale militare generale. Per qualche tempo rimase ro in attività, oltre agli ospedali nelle città sedi di guarnigione, anche degli ospedali di campagna a Gaeta, Roccasecca, Sulmona e Capua (72). Accordi per un nuovo assiento degli ospedali di campagna vennero siglati nel 1803 e l'assiento definitivo venne stipulato in vista della nuova gue rra contro la Francia il 26 novembre 1805 per un ammontare di I 0.000 duc ati, da pagarsi a 1250 al m ese , ma gli ospedali di campagna con tutto il materiale in essi contenuto andarono persi nel giro di tre mes i, cadendo nelle mani del n emico o dei sacche ggiatori. Il decreto che ripristinava gli ospedali mili tari aveva previsto anche l'istituzione di una Direzione Gene rale degli Spedali Militari, avente a capo, naturalmente , il Vivenzio, coadiuvato da due officiali, da scegliersi tra i funzionari dell'amministrazione civile o tra gli ufficiali dell'Intendenza Militare, e da un cassier e con il suo aiut ante. In pratica però, e lo riscontriamo dal Calendario di Corte per il 1804, il Vivenzio venne coadiuvato da un commissar io di gue rra, quale segretario, e da un sostituto _per il regno di Sicilia, che avre bbe pe rso il posto nel 1806 allorché il Vivenzio raggiunse l'isola al seguito della famiglia r eale. L'organizzazione sanitaria in Sicilia comprende rà, negli anni dell'esilio: l 'ospedale di Palermo, con un controloro, due cappe llani, due medici e due chirurghi maggiori ed un pratico maggiore di medicina; quelli di Messina e Siracusa, con p ersonale quasi analogo; e quelli minori di Augusta, Trapani, Agrigento, Mazara, Termini e Marsala (73). Il numero apparentemente assai ridot to di addetti a questi ospedali sembra dover dipende re dal fatto che costoro erano i soli agli ordini del Vivenzio: a que sti se ne dovrebbero pe raltro aggiungere parecchi altri assunti direttamente dagli assentisti dei vari ospedali. Que sto fat to è confermato anche da 'un assiento, quello stipulato n el 1802 per l'ospedale di Augusta pe r la durata di sei anni, che poneva a carico dell'assentista un pratico di m e dicina ed uno di chirurgia, più un praticante di medicina ed uno di chirurgia rispettivamente ogni 20 ed ogni 15 letti, uno speziale maggiore con i suoi assistenti ed un guardarobiere. (71) A.S. N a. R.0. Voi. 170. (72) A.S. Na. R.O. Voi. 203. (73) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 1113.

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Per il trasporto dei malati e dei feriti venne organizzata in questo periodo, un'apposita ambulanza con vetturini privati ai quali spettavano, in caso di effettivo impiego, un tarì e due grana, quale razione viveri, e sette tarì per il noleggio della vettura. Anche nel periodo siciliano si continuò ad inviare nelle località termali più adatte alla cura delle loro malattie i soldati che necessitavano di terapie termali e che, a tale scopo, ricevevano ogni anno un'apposita autorizzazione, in genere nel mese di aprile. Nel 1812, ad esempio, erano ben 137 i soldati autorizzati a recarsi ai bagni di Termini Imerese (7 4 ). 12. Rimonta

La rimonta era curata, per conto·di tutti i reggimenti di cavalleria, da un u fficiale superiore che la dirigeva e che si avvaleva dell'aiuto di un ufficiale e di uno o due sottufficiali per ciascun reggimento. Il direltore della rimonta, attraverso i suoi collaboratori, acquistava sul mercato quel certo numero di cavalli che era stato indicato necessario per il fabbisogno dell'anno successivo dai comandanti di reggimento ed era responsabile della qualità e della riuscita dei quadrupedi acquistati. Se questi cavalli avevano almeno quattro anni ed erano già stati castrati venivano subito assegnati, a sorte, ai reggimenti. Se invece, come avveniva in genere, si erano acquistati puledri di due anni e mezzo o tre, tutti maschi salvo qualche giovane giumenta, questi cavalli erano inviati al deposito generale di Nola per esservi castrati ed addestrati. Ogni anno, a settembre, il direttore di rimonta ed un ufficiale superiore per reggimento esaminavano i cavalli del deposito tra i quattro e i sei anni di età e, se li trovavano adatti, li destinavano, per sorteggio, ai reggimenti che ne pagavano il prezzo d'acquisto e le spese di mantenimento detraendoli dalla apposita voce della massa generale. Nel 1788 erano addetti al deposito di Nola un capitano e due ufficiali subalterni oltre ad un sergente per ciascun reggimento ed a un numero variabile di soldati, in media uno ogni due cavalli del deposito, con un caporale ogni cinque soldati (75). Per venire incontro alle necessità degli ufficiali, che dovevano avere almeno un cavallo di loro proprietà, era esplicitamente prevista la facoltà, loro riservata, di scegliere i migliori cavalli tra quelli acquistati dalla commissione di rimonta pagandone il prezzo d'acquisto maggiorato di quindici o venti ducati a seconda dell'età del cavallo. Il sistema di rimonta rimase immutato per tutto il periodo esaminato, variò soltanto la composizione dell'organo preposto. Nel 1808, infatti, un reale ordine dell'8 giugno costituiva in Sicilia un'apposita Giunta di rimonta, compost a da un presidente, militare, da due ufficiali superiori, da un civile esperto negli usi del regno, da un segretario e da un razionale (contabile). La giunta doveva scegliere quattro ufficiali o sottufficiali di cavalleria e due veterinari di cui si sarebbe servita per procedere all'acquisto dei cavalli, acquisto da effettuare, in linea di massima, una volta all'anno. A questa giunta spettava anche di vendere i cavalli divenuti inutili (76). Questi erano i sistemi, diciamo così, normali. In caso di necessità improvvise si procedeva invece a requisizioni, secondo modalità di volta in volta previste. Co(74) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 935. (75) A.S. Na. R.O. Voi. 69 bis. (76) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 923.

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sì, ad esempio, alla vigilia della campagna contro i francesi - dopo che gli alleati anglo-russi avevano proceduto a massicci acquisti di centinaia e centinaia di cavalli - un reale ordine del 21 novembre 1805 disponeva la requisizione, da parte della direzione di polizia, della metà dei cavalli da sella esistenti a Napoli, dietro pagamento di prezzi variabili tra i trenta ed i centocinquanta ducati, con facoltà di requisizione senza pagamento in caso di rifiuto o di imboscamento del cavallo {77) . Per fare fronte alle necessità del treno d'artiglieria e dei trasporti militari -

che almeno in un primo tempo erano organizzati s olo in caso di guerra o di

mobilitazione - si preferiva, in genere, noleggiare quadrupedi e traini con i relativi conducenti e vetturini. Se però era necessario si passava alle maniere forti anche per gli animali da tiro e da soma. Nel 1796, ad esempio, quattro ufficiali erano inviati nelle provincie per procedere all'acquisto (e se e ra necessario alla requisizione) di 2400 animali. Avvalendosi della collaborazione dei presidi (prefetti) delle provincie questi ufficiali dovevano procedere ad un censimento degli animali ed all'acquisto di quanti potevano trovarne in vendita, salvo poi ad estrarre a sorte quanti ne mancavano per raggiungere la quota (duecento animali) fi ssata per ogni provincia. Il prezzo di acquisto di questi animali estratti a sorte era fissato di comune accordo tra un maniscalco ed un perito venuti da Napoli al seguito dell'ufficiale, da una parte, e due periti scelti da l preside dall'altra. Nel caso fosse stato sorteggiato un cavallo di qualità troppo buona per essere adibito al traino lo si doveva rivendere. I cavalli divenuti di proprietà dello Stato erano subito marcati ed inviati a Napoli, ivi condotti da vetturini (volontari o estratti a sorte) in ragione di uno ogni due cavalli {7 8). Nel 1798 toccava a Napoli, invece, dare i cavalli necessari. Con editto del 16 novembre si disponeva infatti la requisizione della metà dei cavalli delle carrozze pubbliche e della metà degli animali da tiro e da soma di proprietà di privati, esentandosi però chi aveva soltanto due bestie, mentre quest'ultima eccezione non si applicava ai proprietari di cavalli da sella, metà dei quali erano requisiti e destinati ai reggimenti di cavalleria. Il prezzo da pagarsi per questi animali andava dai 50 ai 100 ducati per i cavalli, dai 40 ai 90 per le giumente e dai 60 a i 120 per i muli. I cavalli da sella non potevano presentare gravi difetti, dovevano avere un'età compresa tra i tre e gli otto anni cd un'altezza di sci palmi da pelo a pelo, mentre per gli animali da t i ro e da soma si faceva a meno di un' a ltezza prestabilita. Incaricati delle operazioni di requisizione e di pagamento erano dodici generali, uno per ciascun quartiere del.la città, coadiuva ti da dodi ci ufficiali di cavalleria e da ventiquattro maniscalchi, scelti questi ultimi dal veterinario di corte. Analogamente si doveva procedere, nei giorni successivi, n ei Casali (come erano dette le località poste nei dintorni della città), limitatamente, però, ai soli cavalli da sella. Mille èiucati di ammenda (la metà a favore di chi effettuava la denuncia) ed il sequestro degli animali erano previsti per chi avesse imboscato i cavalli. Anche durante il periodo siciliano era prevista la possibilità di requisire a nimali da sella e da basto, in caso di necessità, ai sensi di un reale ordine del 21 maggio 1809 (79). (77) A.S. Na. R.O. Voi. 241. (78) A.S. Na. R.O. Vol. l 73. (79) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 924.

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Capitolo VI

Uniformi e bandiere

1. Generalità

Lo studio delle uniformi dell'esercito napoletano in questo periodo può avvenire sulla base di due generi di documentazione: i regolamenti e le disposizioni scritte riguardanti il vestiario (e questo periodo è pe r l'esercito borbon ico uno dei più ricchi pur presentando numerose lacune) e l'esame della iconografia superstite (disegni, ritratti, quadri). · L'archivio di Stato di Napoli (sede centra le e sezione militare) e la Società Napoletana di Storia Patria rappresentano naturalmente una delle fonti primarie per la documentazione, assieme alla Biblioteca Nazionale di Napol i e all'Ufficio Storico e alle Biblioteche Militari dello Stato Maggiore Esercito. I figurini ed i quadri sono invece disseminati: le raccolte principali possono rinvenirsi presso il Museo di S. Martino a Napoli, la Bibliotheque Nationale a Parigi, la Winkhujzen Collection e la Brown's Military Collection negli USA. Oltre ai regolamenti e alle disposizioni riguardanti direttamente il vestiario sono molto importanti i documenti relativi ai conti ed ai regesti p er l'acquisto di panni per confezionare le uniformi, giacché essi permettono di integrare le notizie di fonte regolamentaria e rappresentano una informazione di prima mano per guanto riguarda i materiali effettivamente impiegati. Come può essere facilmente compreso le un ifo rmi dell'esercito subirono cambiamenti in rapporto alle vicende storiche, tantoché si possono idealmente identificare tre periodi principali in cui l'aspetto del! 'esercito borbonico subì delle modifiche sostanziali. Il primo periodo va dal 1789 al 1799, a ll'avvento della repubblica partenopea: predomina ancora un taglio settecentesco negli abiti; la fanteria era vestita in bleu, la cavalleria in bianco, le truppe leggere in verde, con molte reminiscenze degli eserciti prussiano ed austriaco. Il secondo periodo va dal 1799 al 1806: dopo la prima restaurazione di Ferdinando IV si adotta generalmente il colore bianco tanto per la fanteria quanto per la cav2.lleria; quest'ultima continua a portare i cappelli settecenteschi, mentre la fanteria adotta il cappello tondo con la falda rialzata. Il terzo periodo è quello relativo all'esilio dei Borboni in Sicilia, dal 1806 al 1814, e dal 1808 l'esercito si riveste in bleu, sempre più seguendo la moda inglese , e si introduce lo schakot per quasi tutti i corpi . Come vedremo nei paragrafi relativi alle varie a rmi, in cui per comodità è stata suddivisa la trattazione, per ogni soldato era stabilito un corredo di oggetti di vestiario e cuoiame, con l'indicazione della r ispettiva durata per la quale ogni oggetto doveva rimanere in uso prima di essere rimpiazzato. Naturalmente i ge-

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neri di maggior uso, quali ad esempio i calzoni e le camicie, avevano una durata minore, ma i soldati dovevano avere cura di quanto veniva loro affidato e fare percorrere ad ogni oggetto la durata destinata. Il rispetto dei regolamenti sul vestiario non doveva essere il punto forte dell'esercito napoletano, soprattutto da parte degli ufficiali, visto che gli stessi regolamenti contenevano appositi paragrafi su questo argomento e più volte furono emessi richiami al rispetto delle Ordinanze da parte degli ufficiali (nel 1789, 1799, nel 1808 e nel 181 O), che tendevano a personalizzare la propria uniforme, se non addirittura a non indossarla affatto. Quest'ultimo abuso doveva e ssere abbastanza esteso se si giunse a prescrivere la decadenza dal foro militare di chi fosse stato sorpreso in abito pagano, c ioè civile. I reggimenti erano distinti dal colore delle mostre, cioè colletto e paramani e, talvolta, le falde; i battaglioni, gli squadroni e le compagnie per m ezzo delle rosette o tuppi di lana di diversi colori posti ai lati del cappello o sullo schakot. Risale a questo periodo l'adozione di colori reggimentali che rimase in vigore nel secolo successivo fino alla caduta della dinastia dei Borboni, per cui alla prima brigata era assegnato il colore rosso-scarlatto, i reggimenti dal titolo principe · o principessa erano distinti dal colore giallo, etc. I Corpi di Casa Reale indossavano solitamente uniformi più ricche e più vistose: le Guardie del Corpo erano contraddistinte dalla bandoliera d'argento a scacchi di seta verde; i granatieri Guardie Reali, creati nel 1800, da un'uniforme rosso scarlatto. I Corpi di fanteria leggera, sia regolari che volontari, indossavano una corta giacchetta di vari colori (verde per i battaglioni regolari e marrone, bleu o altro per i volontari) ed un caschetto. La m ilizia provinciale era vestita sul mode llo dell'esercito di linea, ma con abiti grigi nel primo periodo; dopo il 1800 la fanteria era in rosso e la cavalleria in bleu, ed in Sicilia erano tutti in verde. · Furono creati molti corpi volontari, alcuni di brevissima durata, che vennero vestiti di uniformi tra le più fantasiose. Sin dal 1736 erano esistite nell'esercito napoletano unità greco-albanesi (dett e macedoni o illiriche) che portavano il costume nazionale, caratterizzato dall'alto copricapo a tubo. Unità simili esistevano nell'esercito austriaco e in quello veneziano. I colori delle loro uniformi variarono più volte nel corso degli anni, e di essi si dirà nel capitolo sulla fanteria . La coccarda rimase sempre quella rossa dei Borboni, così come i galloni della livrea di Casa Reale, bianchi (o argento) con triangoli ed esagoni rosso-scarlatti, che ornavano gli abiti dei musicanti e dei tamburi e pifferi. Le bandiere rimasero sempre bianche con le armi borboniche; per i corpi di Casa Reale era però in uso la colonnella in drappo cremisi . I corpi siciliani avevano sulle loro bandiere l'aquila di Sicilia. Nel s·e guito sarà trattato il soggetto delle uniformi dell'esercito borbonico, dividendo la materia per armi, solo sulla base dei regolamenti, delle disposizioni, delle informazioni deducibili da altre fonti ufficiali e documentarie e sulla base della iconografia conosciuta. L'uso dei termini dell'epoca per indicare gli oggetti di vestiario sarà mantenuto per quanto possibile con l'indicazione del termine moderno corrispondente, qualora ciò fosse necessario alla migliore comprensione del testo: giamberga: abito; - giamberghino (sottoveste): gilet (spesso con le maniche); 210


camiciola: gilet più corto, talvo lta senza bottoni davanti; sottabito: gi let (o anche gilet e calzoni); calzebraghe: calzoni a ttillati, spesso termina n ti «a pampiera», cioè con la ghetta incorporata; - pantaloni: p an taloni lunghi e più larghi delle calzabraghe; - mostre: elementi de ll 'abito che indicavano l'appartenenza ad un Corpo; spesso con tale termine si intende il col letto ed i pa ramani; - rullò o rollò: «rotoli » di lana, posti sulle spalle; ispirati alla moda militare inglese ; rosetta: nappina (di lana); dragona: spallina (che in questo periodo era fatta con gallone); fio cco (di scia bola): l'odierna dragona; casco o tasco: copricapo; capriolè o golè: sorta di tuta, camicionc e calzoni, da u sarsi nelle corvé; correa: cinghia o correggia; cungia rro: specie di daga; mucciglia: zaino; mantiglia: gualdrappa.

2. Generali, Stato Maggiore, Ufficiali riformati e ritirati, Ufficiali medici Generali

Il r egolamento sul vesti ario del 1789 fi ssava in m odo molto preciso l'uniforme dei generali e, negli anni seguen ti, le modifiche furono estremamen te r idotte. Pertanto tale regolamento rimane la base da cui parti re per studiare il vestiario degl i ufficiali general i per tutto il periodo di nos tro interesse, anche se, in realtà, con tale documento erano state codificate le disposizioni già in vigore nel passato. Come notato a proposito di molti al tri a spetti dell'esercito napoletano a nch e le uniformi dei generali erano d i derivazione borbonica spagnola e francese. In particolare erano pressoché identici i disegni dei ricam i e la loro di sposizione, che distinguevano la classe degli uffi ciali gen erali. L'uniforme per i capitani generali, tenenti generali e marescia lli di campo era uguale con la sola differenza del numero di ordini di ricamo ch e d istinguevano il grado, come verrà specificato nel seguito.

La gran tenuta era costituita da una giamberga (abito) di p anno bleu, da una sottoveste (gilet) e da un paio di calzoni <li panuu scaclatto. La giamberga era ad un petto con le tasche disposte di trasverso, fode rata all'interno di saia di seta scarlatta, tagliata dritta e portata senza rivoltare le falde come si usava invece per gli ufficia li inferiori e la truppa. I paramani ed il colletto erano di panno scarlatto. Tutto il davant i della giamberga fino al fondo delle falde er a guarnito da un bordino dentato, detto bacchetta dentata, e dal particolare tipo di r icamo in oro che distingueva i generali. Lo stesso r icamo, in dimensioni r idotte, ornava il colletto. Sui paramani e sulle patte delle tasche lo stesso ricamo e ra disposto a più ordini: uno per i marescialli di campo, due ordini per i t en e nti gen erali e tre ordini p,er i capitani generali. Sul lato destro della giamberga vi erano 12 grossi 211


bottoni di rame dorato, tre bottoni simili erano disposti al di sopra di ogni paramano ed altrettanti ad ogni tasca. Anche le falde erano ornate del ricamo distintivo a piÚ ordini, come già specificato per i paramani. La sottoveste, cioè il gilet, chiusa da 12 bottoni piccoli era ornata dello stesso ricamo dell'abito. Le sue tasche avevano tre bottoni. Il calzone era del tipo a brachettone, chiuso da tre piccoli bottoni. In e state era concesso ai generali di fare uso di sottoveste e calzoni di bombacina (cottonina) bianca. In caso di lutto sottoveste e calzoni dovevano es:;ere neri. La piccola tenuta era composta da una giamberga di panno bleu con fodera di seta scarlatta, sottoveste e calzoni di pelle di daino oppure di panno giallo chiaro, del colore detto ventre di cervo. La giamberga doveva essere simile a quella degli ufficiali di fanteria, con i paramani ed il colletto di panno scarlatto. Giamberga, paramani e colletto erano orlati con gli stessi ricami prescritti per la gran tenuta. Anche i bottoni erano disposti come nella gran tenu ta, con l'aggiunta di altri due bottoni ai fianchi ed uno per parte nelle pieghe delle falde. La sottoveste non portava ricami, ma i soli bottoni d'uniforme. I tenenti generali ed i marescialli di campo che non esercitavano un comando attivo come ispettori generali o ispettori o comandanti cli Divisione portavano i paramani ed il colletto della giamberga di piccola tenuta in panno bleu. Per gli ufficiali generali era anche previsto l'uso di un redingot to e di un cappotto. Il redingotto doveva essere uguale a quello degli ufficiali cli fanteria con parami e colletto di panno scarlatto se si era impiegati di un comando attivo, altrimenti di panno bleu. In ogni caso avevano sui paramani e sul colletto i ricami come per la gran tenuta ed i bottoni del redingotto dovevano essere quelli del l'uniforme. / I cappotti dovevano essere egualmente di panno bleu scuro con un co11etto tagliato dritto sul quale era applicato un bavero rovesciato di panno scarlatto o bleu con il solito numero di ricami di stintivi. Sia con la grande che con la piccola tenuta i generali dovevano portare un cappello a tricorno, con un cordone alla base che terminava in due fiocchetti di argento mescolato a seta scarlatta che sporgevano tra le falde. Sul lato sinistro vi era una coccarda scarlatta trattenuta da una ganza in trina d'oro, fermata da un bottoncino d'uniforme. ¡ I generali impiegati come ispettori o come comandanti di divisione di fanteria venivano distinti mediante un pennacchio bianco; quelli impiegati come comandanti di divisione od ispettori della cavalleria portavano anche un altro pennacchio bianco e rosso.

Con entrambe le tenute i generali portavano al collo una cravatta di stoffa nera, guarnita di una fascia di tela bianca o di battista. Se erano in servizio attivo, e in ogni caso nelle grandi parate, dovevano inoltre cingere una sciarpa in argento e seta scarlatta con fiocco e frangia simile. Gli stivali da indossarsi dai generali erano uguali a quelli pre scritti per gli ufficiali di fanteria; analoga disposizione vigeva per quanto concerneva spada, cinturino e dragona. Quando i generali montavano a cavallo in gran tenuta avevano una gualdrappa di velluto cremisi con un bordo costituito da una fascia di velluto bleu a cui 212


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era sovrapposto un ricamo simile a quello del l'uniforme e ai quattro angoli, in ricamo d'oro, le cifre reali. La gualdrappa per la piccola tenuta era in panno scarlatto con bordo in panno bleu, a nziché in velluto, e ricami e cifre come per la gran tenuta. La gran tenuta a·ndava indossata in tutte le occasioni di servizio, nelle gran parate e nelle occasioni di gala a corte; nelle altre occasion i si portava la piccola tenuta. I brigadieri aveva no un'uniforme simile a quella degl i altri ufficiali generali, ma per loro le falde della giamberga di gran tenuta erano incavalcate, cioè una sormontava l'altra, nel dorso. Paramani e colletto erano di panno bleu; solamente quando i brigadieri erano incaricati del comando di una brigata portavano paramani e colletto di panno scarlatto. Il ricamo c he guarn iva la giamberga, il colletto, i param ani e le falde era simile a quello dei maresc ialli d i campo (ad un ordine solo), ma in a rgento a nziché in oro. I bottoni, disposti come per gli altri generali, erano anch'essi di metallo argentato. Del t u tto simili a quelli dei marescialli di campo, con la sola di fferenza di ricami e bottoni in argento, erano poi la piccola tenuta, il redin got to, il cappello, gli stivali e la spada. La gualdrappa era di p anno scarlatto, con fascia este rna di pan no bleu ericami e cifre reali in argento. I brigadie ri al comando di brigate di cavalleria portavano stivali da cavalleria; allorquando dovevano comandare nelle parate o negli esercizi la loro brigata portavano un giacca bianco da cavalleria con r ivolte e colletto del colore d istin tivo della brigata, ma sul davanti, sul colletto e sui paramani c'era il ricamo in argento denotante il grado di brigadie re. I colonnell i di fanteria, cavalleria e del Corpo Reale con rango di b r igadiere (un po' come i nostri colonnelli i.g.s .) dovevano porta re l'uniforme del corpo di appartenenza con un ordine di ricamo in argen to a l di, sopra dei paramani, ma era loro vietato di indossa re in qualsiasi occasione la piccola o la grande uniforme dei brigadieri ordinari. A tutti i generali e ra prescritto di portare i capell i acconc ia ti a coda q uando vestivano l'u niforme; del resto era permesso a i soli generali non impiegati e non residenti nella capitale, o nei luoghi di residenza del re o nelJe c ittà di guarnigione, di potere indossare abiti borghesi. Nel 1800 furono in un p rimo tempo mantenut e in vigore inaltera te tutte le disposizioni precedenti. Nel successivo regolam ento del 1803 venne invece introdotta qualche novità entrata nel frattempo nell'uso. Capi tani generali, tenenti generali e marescialli di campo portavano la solita differenza di tre ordini di ricami dorati per i p rimi, du e per i secondi ed uno p er gli ultimi. La gran tenuta era composta da una giamberga di panno bleu scu ro con fodera di saia di seta scarlatt a, senza petti ni e liscia nel dietro, con le tasche disposte trasversalment e. Colletto diritto e pa ramani erano di panno scarlatto. I ricami erano posti sul colletto, sui par amani e sulle falde (ad uno, due o tre 213


â&#x20AC;˘ ordini a seconda del grado), sulle tasche (negli stessi ordini), sulle pieghe delle falde e alla loro apertura e sul davanti dell'abito. Il davanti della giamberga era guarnito sul lato destro da dodici grossi bottoni di rame dorato recanti il solito d isegno, tre bo ttoni erano posti al di sopra di ogni paramano, tre per ogni tasca, due ai fianchi e due alle pieghe delle falde. La sottoveste (gilet) era di panno scarlatto, fode r ata di saia di seta bianca ed il calzone a braghettone era esso pure di panno scarlatto. Anche la sottoveste era ricamata come la giamberga ed aveva dodici bottoni piccoli sul davanti e tre per ogni tasca. In estate si potevano portare calzoni e sottoveste di bombacino bianco, senza ricami, del tipo di qu elli stabiliti per gli ufficiali di fanteria. La gran tenuta andava portata in servizio attivo, in gran para ta o in gran gala a corte, nelle altre occasioni si indossava la piccola tenuta. La giamberga di piccola tenuta era simile ne l taglio a quell a degli ufficiali di fanteria, di panno bleu con fodera, paramani e colletto scarlatti (per i tenenti generali e marescialli di campo solo quando erano impiegati come ispet tori o comandanti d i divisione o di corpi, altrimenti di panno bleu). Sottoveste e calzoni erano invece di panno giallo chiaro. Il davant i dell'abito, il colletto, i paramani, il contorno delle tasche e le falde erano guarniti di ricamo come nella g ran tenuta. Anche la disposizione ed il numeo dei bottoni erano identici. I primi sette bottoni si portavano ape rti. Il colletto era rivoltato con gli angoli tagliati squadrati. Sottoveste e calzoni erano invece senza ricamo e de llo stesso taglio di que lli prescritti per gli ufficiali di fanteria. I primi sette bottoni si portavano aperti. Il colletto era rivoltato con gli angoli tagliati squadrati. Il roccappotto doveva essere di panno bleu, della stessa forma di quello degli ufficiali di fanteria con i bottoni uguali a quelli impiegati per la giamberga. Colletto e paramani erano di panno rosso per i generali in impiego e bleu per gli altri. In entrambi i casi al di sopra dei paramani vi erano i ricam i distintivi del g rado ed un ordine di ricamo e ra sul colletto. Ai generali era anche consentito l'uso di un cappotto di panno bleu con colletto dritto s u cui era c ucito un bavero rovesciato (rosso o bleu a seconda che si trattasse di una persona in impiego attivo o meno) al di sopra del quale vi era un ordine di ricamo. Il cappello a bicorno era del tipo di quello prescritto per gli ufficiali di fanteria; alla b ase doveva ave re un piccolo cordoncino in argento e seta scarlatta ch e terminava con due fiocchetti ai lati; la coccarda era di nastro rosso appuntata da una ganza di galloncino d'oro fermata a sua volta da un bottoncino d'uniforme. I generali in impiego di ispettori o comandanti di divisione portavano attorno al cappello una pennacchiera, cioè un giro di p iume bianche; qu elli che enrno addetti a lla cavalleria aggiungevano un pennacchio bianco a base rossa. Al collo si portava u n c ravattino di stoffa nera, guarnito nella parte superiore da u n giro d i tela o di battista bian co. Stivali, spada, cinturino e dragona con fiocco erano simili a quelli della fanteria o della cavalleria. Quando i generali dovevano comandare la truppa, o assistere o prendere parte alle parate dovevano cingere una sciarpa in argento e seta scarlatta con due fiocchi pendenti sul lato sinistro fatti di frangia d'argen to e scarlatta ed avvolti, nella parte superiore, con cordoni d'argento. In gran tenuta la gual drappa del cavallo era di panno scarlatto con un bordo 214


di panno bleu al quale era sovrapposto il ricamo distintivo. Ai quattro lati vi erano in ricamo d'oro le cifre reali: F.B. Per i brigadieri l'uniforme era simile a quelle ore descritte; le falde della giamberga erano però accavallate; i ricami (un solo ordine) ed i bottoni erano in argento anziché in oro. Colletto e paramani erano bleu se il brigadiere non era impiegato, e venivano mutati in scarlatti per il periodo che il brigadiere ricopriva in incarico di comando. I brigadieri al comando di brigate di cava lleria portavano il cappello c:nn pennacchio ed appuntatura come previsto per gli ufficiali di tale arma. Stivali e speroni dei brigadieri erano simili a quel li prescritti per gli ufficiali dei corpi che comandavano. Spada, cinturino e sciarpa erano uguali a quelli degli altri ufficiali generali. Anche la gualdrappa del cavallo era simile, m a i ricami erano in argento anziché in oro. I brigadieri a l comando di brigate di cavalleria quando erano alla testa delle truppe a loro sottoposte portavano un giacca di cavalleria con le mostre della brigata, ed i ricami del grado sul colletto, paramani e sul davanti del giacca. I brigadieri graduati nei corpi dell'esercito dovevano portare l'uniforme del corpo di appartenenza con il distintivo del ricamo in argento sui paramani. Non potevano però indossare in nessuna occasione l'uniforme ordin a ria di brigadiere. In realtà pare che questa di sposizione non venisse osservata attentam ente; infatti a più riprese, ancora nel 1812, si dovette biasimare l'abuso dei colonnelli insigniti del rango di b rigadiere che portavano l'uniforme completa competente a tal grado, anziché limitarsi ad apporre i soli ricami sui paramani di quella del corpo in cui prestavano servizio. Quando erano in uniforme gli ufficiali generali, di qualunque classe fossero, dovevano portare i capelli acconciati a codino. Con il regolamento del 1808 fu stabilito che l'uniforme giornaliera per gli ufficiali generali fosse simi le nel taglio a quella degli ufficiali di fanteria, con la sola differenza che le falde erano cucite e venivano rivoltate ed appuntate con due gancetti ai quali e rano sovrapposti due gigli in oro o in argento a seconda del grado ricoperto. L'abito era di panno bleu scuro con colletto, paramani e fodera scarlatto; sui paramani erano posti, come nel passato, i ricami distintivi del grado. Lo stesso ricamo ornava anche l'orlo davanti e le colonne dell 'abito (cioè le due parti calanti della coda dell'abito) al disotto dei due bottoni della taglia (vita). I bottoni erano convessi e del tipo usato in precedenza, argentati o dorati a seconda del grado. In inverno il sottabito (gilet) era di panno bleu, mentre in estate era di tela a color naturale. In occasioni di gala e nelle parate il sottabito era bianco in tutte le stagioni. I calzoni erano sempre del tipo a calzabraga. Come tenuta di servizio era consentito l'uso di un abito simile con i soli ricami distintivi, senza la bacchetta agli orli dell'abito, al colletto ed ai paramani di panno rosso. Il cappello a bicorno aveva la coccarda di sola verniciata di rosso; questa era, per i generali di cavalleria, sostenuta da una ciappa a forma di sole d'oro o d'argento a seconda del bottone, ment re i generali della fanteria avevano una ganza del tipo di quella della loro arma. 215


Il cappello era gu arnito di penne b ianche tutto intorno dal grado di maresciallo di campo in su. Per gli ufficiali generali di cavalleria è probabile che fosse previsto a nche il pennacchio bianco e rosso, come nel passato; ciò risulta da illustrazioni d'epoca, ma il regolamento del 1808 non ne reca traccia. Gli aiutanti generali del re e dei p rincipi reali avevano u n bordo d'oro al cappello, il bordo di penne bianche ed un pennacchio bia nco con il primo quarto nero, con appuntatura simile a quella degli ufficiali di fante ria. La gualdrappa per la tenuta giornaliera er a di panno bleu con un bordo sca rlatto ed esternamente una bacchetta d'oro o d 'argento, a seconda del ricamo, con due piccoli fiocchi, a nch'essi d'oro o d'argento, ai due lati posteriori. L'abito di gran tenuta differiva da quello giornaliero solo per una maggior profusione di ricami sul davanti. Per i capitani generali era previsto ch e tutte le cuciture dell'abito recasser o il ricamo distintivo. La gualdrappa di gran tenu ta, de lla forma di quella del la cavalleria, doveva essere di panno scarlatto con u n bordo di panno ble u, contornato a sua volta da un giro del ricamo distintivo del colore dei rica mi dell'uniforme e ai due lat i posteriori pendevano due fiocchi d'oro o d 'argento più grossi di quelli della gualdrappa p er la tenuta giornaliera. Come nel passato gl i ufficiali generali non impiegati si d istinguevano da quelli con un incarico di comando per avere colletti e paramani tutti bleu, mentre il riman ente dell'uniforme era uguale a quelle ore descritte. Nel 1812, evidentemente in presenza d i abusi, venne ribadi to che le penne al cappello e rano p rerogativa dei gradi da maresciallo di cam po in su. Stato Maggiore

Il 3 aprile 1808, dopo ave re p iù volte rinviato la decis ione, il re approvò l'uniforme ed i distintivi degli u fficial i addetti a l servizio dello Stato Maggiore dell'eser cito. Dal 1807 infatti era divenuto un organismo stabile, mentre prima gl i ufficiali ch e prestavano servizio negli Stati Maggiori delle armate di operazione portavano l'uniforme prescritta solo per il periodo in cui erano addetti a ciò. Purtroppo non ci è pervenuto il testo relativo al le d isposizioni, ma solo alcuni accenni ai distintivi di alcune classi di u fficiali, ed alcuni figurini, parte originali e p arte copie, di ufficiali dello Stato Maggiore sui quali baseremo la nostra ricostruzione dell'uniforme. Per gl i ufficiali dello Stato Maggiore fu prescritta un 'uniforme consistente in giamberga lunga, del tipo d i quella degli ufficia i i di fanteria, d i p a nno bleu, con colletto e paramani rossi e falde rivoltate di pann o bleu. Orlava il colletto, i parama ni, le bottoniere del petto e le patte delle tasche un ricamo distintivo a foglie d 'oro. Sul colletto vi era anche un'asola in ricamo dorato, caratteristica dello Stato Maggiore. Sulle falde, ad unir.le, era posto l'emblema del Corpo, e cioè un piccolo trofeo dora to di bandiere. I bottoni e rano di metallo dorato, probabilmente con il trofeo di b andiere impresso al di sopra. La tenuta giornal iera era simile, ma non vi era ricamo al petto ed alle tasche. Si portava no calzabraghe di panno bia nco con stivali da fanteria, o da cavalleria se montati. Il cappello era un bicorno come quello degli ufficiali di fanteria. La sciabola era con elsa e finimenti dorati ed era porta ta con la dragona (fiocco) d'argento. Per i servizi montati si permetteva anche l'uso di uno spenzer bleu, con col216


letto e paramani rossi, con i ricami propri, del tipo di quello degli ufficiali di cavalleria. Ad ogni classe di ufficiali erano poi assegnati distintivi particolari, secondo lo schema seguente: Tabella 55

CLASSE

DISTINTIVO

Quartiermastro generale:

un richiamo particolare (cioè proprio al grado) a colletto e paramani, al quale era aggiunto un altro ricamo a fog lie d'oro.

Sotto quartiermastro generale: Aiutante quartiermastro generale:

ricamo a fog lie d'oro, ed un'asola al colletto. ricamo a foglie d'oro; spalline e bottoni d'oro;

Aiutante dello Stato Maggiore generale: Ufficiali aggiunti:

stessi distintivi, ma in argento anzichĂŠ in oro. solo un'asola d'argento al colletto.

Intendenza, Commissari di Guerra

Le prescrizioni fissate nel 1789 per questi ufficiali rimasero in vigore praticamente inalterate per tutto il periodo di nostro interesse. La giamberga della gran tenuta per l'Intendenza era di panno bleu con colletto dello stesso panno, tagliato dritto; i paramani erano anch'ess i bleu senza apertura; la fodera era in saia di seta bleu. Le falde della giamberga era incavalcate nel di.e tro (cioè si sovrapponevano). Sul davanti dell'abito vi erano 12 bottoni grossi pieni, senza distintivo, di metallo dorato; altri 3 bottoni erano posti ad ogni tasca, 2 ai fianchi ed uno per lato alle pieghe di ogni falda. Sottoveste e calzoni erano di panno scarlatto con bottoncini dorati. Il davanti dell'abito e della sottoveste erano guarniti con un particolare ricamo dorato (v. Tav. II). Due ordini di questo ricamo dovevano essere apposti sui paramani ed uno sul colletto, un ricamo sulle patte delle tasche ed uno al di sotto di esse. Analogamente il ricamo doveva ornare le falde, il retro di esse ed il cavalco. Il cappello era senza bordo, con una coccarda rossa fermata da una ganza di trina d'oro attaccata ad un piccolo bottone. La piccola tenuta era simile alla gran t enuta, ma in essa il ricamo compariva solo sui paramani e sul colletto dell'abito. Gli intendenti che avevano in precedenza ricevuto un grado da ufficiale nei reparti attivi dovevano portare i distintivi di grado al di sopra dei paramani. I commissari ordinatori portavano l'abito di panno bleu scuro con fodera di colore scarlatto, con coIIetto tagliato dritto e paramani di panno scarlatto. I paramani erano aperti lateralmente ed avevano quattro piccoli bottoni, due posti sul paramano stesso e due al di sopra di esso sulla manica. I bottoni posti in numero di 12 sul davanti dell'abito erano di metallo argentato e recavano, a rilievo, un fiore di giglio; come al solito vi erano tre bottoni per ogni tasca, due ai fianchi e due alle pieghe delle falde. Lo stesso r icamo prescritto per gli intendenti delle Armate, ma in argento, ornava l'abito. Due ordini del ricamo erano disposti sui paramani ed uno intorno all'apertura della manica; il colletto, le tasche, le falde ed il retro della giamberga erano ornati di un ricamo come quelli degli intendenti. Sul paramano si portava 217


• anche il grado militare di colonnello, cioè tre righe di gallone liscio. I commissari ordinari vestivano come i commissari ordinatori, ma sul paramano avevano il grado di tenente colonnello (due righe). · Nel 1800 le disposizioni precedenti vennero prorogate tali e quali, ad esse vennero ancora riprese nel successivo regolamento del 1803. In questa occasione, nel ribadire quanto prescritto nel 1789, si aggiunse qualche altro dettaglio, che quàsi certamente era già in vigore, anche se non espresso nei testi delle disposizioni. Per quanto riguarda la piccola tenuta degli intendenti si aggiunge che la sottoveste non doveva essere guarnita da alcun ricamo .

Per i c9mmissari ordinatori si precisa che sottoveste e calzoni erano di panno bleu, senza ricami, con bottoncini d'uniforme. Il cappello aveva la coccarda rossa con guarnizioni in argento ed una piccola penna pure d'argento. Come per gli intendenti anche per i commissari ordinatori la piccola tenuta era caratterizzata dall'avere i ricami (in argento) solo a colletto e paramani. Stato Maggiore delle Piazze, ufficiali maggiori delle Armate, ufficiali aggregati allo Stato Maggiore ed aiutanti in campo

L'abito degli ufficiali dello Stato Maggiore delle piazze era simile a quello prescritto per i commissari ordinatori, ma i bottoni erano piatti e di metallo dorato e la giamberga non recava ricami di sorta. Sottoveste e calzoni erano di panno scarlatto del modello di quelli prescritti per gli ufficia li di fanteria . Il cappello era anch'esso come quello della fanteria, con una coccarda r ossa fermata da una piccola ganza di fettuccia dorata e da un piccolo bottone d'uniforme. Alla base del cappello vi doveva essere il cordone d'argento e seta scarlatta. Il redingotto, la spada e la sua dragona e gli stivali erano a nch'essi del tipo di quelli prescritti per la fanteria . Gli ufficiali che prestavano servizio nello Stato Maggiore delle piazze dovevano portare sull'uniforme i distintivi di grado che loro compe tevano in base alla commissione ricoperta nei corpi di origine. I governatori, che erano ufficiali generali o brigadieri, dovevano portare l'uniforme fissata per il loro grado. Gli ufficiali degli Stati Maggiori delle Armate avevano l'abito simile a quello prescritto per quelli dello Stato Maggiore delle piazze. I bottoni erano di metallo giallo e recavano l'impronta di un giglio. Sottoveste e calzoni dovevano e ssere di panno scarlatto se impiegati in tempo di guerra, mentre era di panno color ven tre di cervo in tempo di pace. Gli aiutanti marescialli generali di alloggio delle armate e della cavalleria e quelli della fanteria portavano sulla giamberga le asole dei botton i ricamate in filo d'oro secondo un particolare disegno (vedi tavole allegate). Sul davanti della giamberga vi erano dieci di queste asole, quattro per ogni paramano e tre sulle tasche. Il cappello era senza bordo di gallone, con la coccarda, ganza dorata e guarnito alla base del solito cordoncino d'argento e seta scarlatta. I capi degli Stati Maggiori d'Armala portavano sulla giamberga, oltre al ricamo alle asole, un ricamo particolare come è indicato nella tavola. Gli ufficiali aggregati allo Stato Maggiore delle Armate avevano la stessa uniforme di quelli addetti, con la sola esclusione delle asole ricamate in oro. Gli Ufficiali con il permesso di servire come aiutanti di campo dovevano vestire una giamberga del tipo di quella degli ufficiali di fanteria di panno bleu con fodera color ventro di cervo e colletto e paramani di panno scarlatto. Sottoveste

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e calzoni erano di panno giallo. I bottoni erano di rame dorato. Sulla spalla destra dovevano portare un cordone a puntale in oro. In se rvizio attivo dovevano anche indossare la sciarpa. Il cappello era simil-e a quello degli altri u ff iciali. Queste disposizio~i rim11sero in vigore inalterate dal 1789, venendo richiamate nel 1800 e nel 1803 senza nulla aggiungere a quanto giĂ prescritto. Naturalmente il taglio dell'abito veniva di volta in volta adeguato alla moda del momento. Il regolamento del 1808 stabiliva che l'uniforme degli ufficiali delle piazze e dei castelli fosse del tipo di quelle della fanteria di panno bleu , con colletto, paramani e fodera bleu ed orli bianchi al petto, collello e paramaui. Le falde erano appuntate da due gigli dorati. I bottoni erano di metallo giallo. Tutto il rimanente del corredo era simile a quello degli ufficiali di fante ria. Gli aiutanti di campo avevano un'uniforme simile con fodera ed orli rossi; avevano inoltre il distintivo di un laccio d'oro alla spalla de stra, una ciappa a forma di sole in metallo dorato al cappello. Cappotto, cinturone e stivali dovevano essere simili a quelli della cavalleria. L'uniforme degli individui de l Corpo politico dell'esercilo era di panno bleu con colletto e paramani di panno nero, le falde appuntate con gigli . I bottoni erano di m etallo giallo o bianco ed aveva no un'asola dello stesso colore al colletto. Ufficiali riformati e ritirati

Gli ufficiali riformati o ritirati della fanteria, a cui fosse stato concesso di continuare a vestire l'uniforme, portavano una giamberga di panno bleu con fodera e paramani bianchi, mentre il co lletto era bleu come l'abito. Sottoveste e calzoni erano di panno bianco. I bottoni e rano di metallo bianco e recavano il simbolo di due spade incrociate (vedi tavola allegata). Il modello dell'uniforme in tutti i suoi particolari era uguale a quello della fan teria di line a. Sull'uniforme gli ufficiali riformati o ritirati portavano i d istintivi del grado che ricoprivano. Il cappello aveva la coccarda rossa con gli ornamenti in argento. Gli ufficiali riformati o ritirati del Corpo Reale avevano la stessa uniforme ora descritta, ad eccezione de lla fodera de ll'abito che era rossa e del taglio dell'abito che era modellato su quello del Corpo Reale. Gli ufficiali della cavalleria ritirati o riformati avevano la giamberga bleuceleste sul modello di quella della cavalle ria con fodera giallo chiaro del colore ventre di cervo con colletto bleu e paramani bianchi. I bottoni erano come quelli degli altri ufficiali ritirati. Sottoveste e calzoni erano di panno color ventre di cervo. Il cappello era come quello della cavalleria, con guarnizioni in argento. Dopo il 1800 nonostante che le uniformi di quasi tutto l'esercito fossero state mutate in bianche, per gli ufficiali riformati o ritirati le prescrizioni relative all'uniforme rimasero in vigore immutate con la sola differenza del taglio dell'abito che si doveva modellare su quello allora in u so e del fatto che sottove ste e calzoni degli ufficiali ritirati del Corpo Reale erano di panno bleu come la giamberga. Il colore bianco delle mostre e dei bottoni ed il distintivo delle due spade incrociate sugli stessi continueranno a distinguere anche nel seguito questa classe di ufficiali. Ufficiali medici

Per i medici degli ospedali militari e delle Armate nel 1789 fu prescritto l'uso dell'uniforme solo in campagna; e ssa era composta da giamberga, sot toveste (gi219


con

Jet), e calzoni di panno grigio-ardesia fodera e paramani dello stesso colore, che era tipico dei corpi sanitari in molti eserciti dell'epoca. Il colletto, rivoltato, era di velluto nero con due asole ricamati in filo d'oro ai due lati. La giamberga aveva sul davanti dieci bottoni; le asole delle bottoniere ad entrambi i lati dell'abito erano ricamate in filo d'oro; analogamente tre bottoni con le asole ricamat e erano al di sopra di ogni paramano e di ogni tasca. I bottoni erano di metallo dorato e portavano impresso il simbolo del bastone di Esculapio (vedi tavol.:: allegate). Per i primi chirurghi valevano disposizioni analoghe; la fodera dell'abito era però in colore rosso ed i paramani erano anch'essi di velluto nero. Gli aiutanti chirurghi portavano la stessa uniforme dei primi chirurghi, ma non potevano portare le asole ricamate in oro. I controllori e gli ispettori degli ospedali militari portavano sempre, e quindi non solo in campagna, un'uniforme simile a quella dei medici, con il colletto di panno scarlatto e sul colletto e paramani vi era un piccolo gallone d'argento. I bottoni erano lisci e di metallo bianco. Il personale ausiliario era vestito in grigio. Nel 1796 durante la mobilitazione fu stabilito che i dirigenti degli ospedali di campagna vestissero come i controllori. Ai medici ed ai chirurghi, in caso di mancanza di panno grigio, si permetteva di fare uso di un abito di panno bJeu con il colletto rovesciato di velluto nero e con gli altri attributi stabilit i nel regolamento. Anche agli aiulanti ed ai pratici venne concesso l'uso dell'abito bleu anzichÊ grigio . I primi chirurghi dei reggimenti avevano l'uniforme simile nei colori a quella prescritta per i primi chirurghi degli ospedali militari, ma la forma ed il taglio dell'abito, del colletto, dei paramani, delle tasche, delle falde e la disposizione, il numero ed il tipo dei bottoni erano analoghi a quelli del corpo in cui prestavano servizio. Colletto e paramani erano ornati in rosoni ricamati in filo d'oro o d'argento, a seconda del colore dei bottoni. I chirurghi di battaglione vestivano la stessa uniforme, ad esclusione dei fioroni sui paramani. A tutti gli ufficiali medici era espressamente proibito l'uso della dragona con fiocco alla spada ed i cordoni d'argento ai cappelli, distintivi questi dei soli ufficiali mun iti di patente reale. Le disposizioni emanate con il regolamento del 1789 furono riprese tali e quali nei regolamenti del 1800 e del 1803 e rimasero in vigore per Iungo tempo. Nel 1808 fu stabilito che i chirurghi dei reggimenti e dei battaglioni vestissero l'uniforme degli ufficiali dei corpi di appartenenza, con il distintivo dei rosoni sui paramani. Quasi certamente essi non portavano le spalline, se non in alcuni casi in cui alla persona era stata concessa una gradazione militare, ed il cappello era del tipo a bicorno, semplice con la sola coccarda rossa. E ' anche probabile che in seguito colletto e paramani degli ufficiali sanitari nei corpi dell'esercito divenissero neri. 3. Fanteria di linea

L'uniforme della fanteria di linea, dopo le modifiche apportate nel 1782 alle tenute rimaste in uso, almeno per quanto riguarda i colori caratteristici, per cin220


--quant'anni, fu fissata con il 6° capitolo del vestiario, equipaggio, armamento e pulizia della fanteria dell'ordinanza di Sua Maestà per il Regolamento del Vestiario delle sue Reali Truppe, approvata dal re il 31 ottobre 1789 (1). Con questa ordinanza vennero confermate molte disposizioni già entrate in uso nel 1782 quali i colori distintivi delle brigate ed il bottone diverso (oro o argento) per distinguere tra loro i reggimenti della stessa brigata. Il vestiario degli Ufficiali di fanteria venne ad essere composto di una giamberga (abito) di panno bleu scuro, foderata di saia bianca, di una sottoveste (gilet) e di calzoni di panno bianco. La giamberga di taglio alla francese, con colletto e paramani del colore distintivo del reggimento, così come i bottoni, che dovevano essere piatti di rame argentato o dorato (vedi tabella 56), andava abbottonata ai primi quattro bottoni sul petto, lasciando gli altri quattro sbottonati. Doveva giungere quasi a toccare terra quando l'ufficiale era in ginocchio. Le tasche, a forma di scudo, dovevano essere disposte trasversalmente sui fianchi, guarnite da tre grossi bottoni. I paramani, in panno di colore distintivo, dovevano essere chiusi da due bottoni piccoli sulla manica, e guarniti da due bottoni grossi al disopra d.i essi. Tabella 56 COLORI DISTINTIVI PER OGNI REGGIMENTO DI FANTERIA NAZIONALE 1798 Brigata

Mostre

Reggimento

1 a brigata

Re Regina

rosso-scarlatto rosso-scarla tto

2a brigata

Real Borbone Real Farnese

cremisi cremisi

3a brigata

Real Napoli Real Palermo Reali ltali ani Real Campania

ve rde-limoncello verde-limoncello melangolo (arancio) rne langolo

sa b rigata

Puglia Lucania

6a brigata

Sannio Messapio

giallo-giunchiglio giallo-gi unchiglio verde-cupo verd e-cupo

7 a brigata

Calabria Agrigento Siracusa Borgogna Naturali di Longone

4 a brigata

sa brigata

nero (velluto nero in ufficiali ) nero blù-celeste b lù-celeste rosso

Bottoni

gial li bianch i gialli bianchi gialli bianchi gialli bianch i gialli bianchi gialli bianchi gialli bianchi giall i bianchi bianchi

Altri due bottoni grossi erano posti sui fianchi, sul retro della giamberga. In servizio le falde si portavano ripiegate e fermate da due bottoni e abbassate fuori servizio. Solo gli ufficiali dello Stato Maggiore reggimentale le dovevano portare sempre ripiegate. Era espressamente vietato ornare le falde con gigli o altri emblemi. (1 ) Bibl. Art. Gen. Ms. «Ordinanza di Sua Maestà p er regolamento del Vestiario delle sue Reali Truppe»

1789.

221


• La sottoveste doveva arrivare a coprire, con l'ultimo bottone, la cintura del calzone. Le tasche, anch'esse a forma di scudo, erano chiuse da tre bottoni. Il calzone doveva essere col brachettone, appuntato a quattro bottoni di pa nno posti sulla cintura. Esso era attillato e terminava al ginocchio, dove veniva chiuso da tre piccoli bottoni. In estate potevano essere portati sottoveste e calzoni di bambagino bianco, fatti come quelli di panno, ma senza bottoni alle tasche e con i bottoni al petto ricoperti dello stesso bambagino bianco. Era inoltre previsto l'uso del redingotto di panno bleu scuro con colletto diritto, sul quale era posta una patta per p;:irt e di panno di colore distintivo terminante a forma di scudo e guarnita di un piccolo bottone. I paramani erano tondi e del medesimo colore distintivo. Il redingotto era a due petti accavalcati, cioè sovrapposti, con due file di grossi bottoni distanti due pollici gli uni dagli altri. Le tasche, tagliate come quelle della giamberga, non dovevano però avere bottoni. Il redingotto doveva essere abbastanza largo da potersi indossare al di sopra della giamberga e doveva giungere sino alla metà della gamba. La funzione del redingotto era quella di difesa dal cattivo tempo e ne era quindi consentito l'uso solo in occasione degli esercizi (ma mai in quelli effettuati alla presenza di ufficiali generali o nelle parate), nelle chiamate (adunate) e nelle visite di quartiere e con tempo freddo e piovoso. Gli ufficiali in inverno, potevano anche portare cappotti, ma mai in servizio armato o nelle grandi parate. Il cappotto era di panno bleu scuro ed aveva il colletto come il redingotto. II cappello, di feltro nero, era bordato di un gallone d'argento; le falde erano tenute diritte con fermagli. A sinistra era portata una ganza in gallone d'argento con un piccolo bottone d'uniforme per mantenere al suo posto la coccarda, che era di lilla rossa, guarnita di un cordone in argento mescolato a seta scarlatta. Gli ufficiali delle compagnie granatieri avevano un copricapo simile a quello della truppa, (che sarà descritto nel seguito) con un feltro di migliore qualità: piastra frontale dorata ed un gallone d'argento per bordo della visiera. Trovandosi in servizio armato gli ufficiali di fanteria dovevano portare stivali di cuoio nero lucente, con la ginocchiera cucita ed incavati sul retro. Il taglio della punta dello stivale era rotondo per la fanteria e quadrato pe r la cavalleria. Gli ufficiali dello Stato Maggiore, essendo monta ti, portavano gli speroni di acciaio. La cravatta era fatta di crine o di stoffa neri, con un cartone disposto internamente; doveva coprire il collo della camicia ed era guarnita di un sopracollare di tela o di battista. I manicotti, o jabots, erano di mussoline o di battista e dovevano essere privi di merletti. I guanti dovevano essere di pelle di daino biancastra. I distintivi di grado erano costituiti, oltre che dal gallone al cappello, dai galloni ai paramani per gli ufficiali superiori. Il colonnello portava tre galloni d'oro o d'argento sui paramani, i tenenti colonnelli due ed i maggiori uno solo. I capitani ed i capitani tenenti portavano sulle spalle due spalline di gallone in oro o argento a seconda dei bottoni, terminanti a frangia. Le spalline, foderate con panno di colore distintivo, erano appuntate sulla giuntura delle maniche con un cordoncino ivi c ucito; esse erano poi fissate mediante un piccolo bottone posto sul colletto. I tenenti ed i secondi tenent i portavano una sola spallina sulla destra e gli alfieri una sulla spalla sinistra.

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Gli ufficiali superiori portavano poi sui paramani del redingotto gli stessi galloni portati sulla giamberga, mentre gli ufficiali inferiori non vi dovevano portare alcun distintivo di grado. Per tutti gJi ufficiali in servizio e nelle grandi parate era inoltre prescritto l'uso.di una sciarpa, da portarsi al di sopra della sottoveste, eguale per ogni grado, di seta bianca mescolata a seta scarlatta. Per quanto riguarda il cuoiame e l'armamento si prescriveva che gli ufficiali dello Stato Maggiore reggimentale e quelli delle compagnie fucilieri portassero soltanto una spada con guardia di rame dorato e lama piatta della lunghezza di 30 pollici, mentre quelli delle compagnie granatieri dovevano ;::ivere una sciabola sempre con la guardia di rame dorato, ma più lunga. La spada o la sciabola erano dotate di una dragona in trina d'argento con due righe di seta scarlatta, terminante con un f iocco a frangia con cordoni in argento mescolati a seta scarlatta. Il cinturino, che reggeva l'arma, era in cuoio di bufalo bianco ed andava affibbiato al di sopra della sottoveste. Quando erano disarmati gli ufficiali dovevano portare un bastone di giunco con pomo d'avorio, guarnito da un cordone di cuoio. Per gli ufficiali montati era prevista una sella all'inglese; le briglie e le cinghie erano uguali a quelle della cavalleria; la gualdrappa era d i panno bianco bordata di un gallone oro o argento a seconda del bottone. Ai quattro angoli vi erano le armi reali sormontate da una corona ricamate in oro. Per il servizio giornaliero la gualdrappa era bianca semplice, senza galloni né ricami. Un articolo del Regolamento era dedicato alla pulizia degli ufficiali. Per pulizia si intendeva la tenuta esteriore, l'acconciatura dei capelli ed in genere il portamento. Costante era il richiamo al rispetto dei regolamenti per quanto riguardava l'uniforme ed il modo di indossarla. Era permesso indossare anche abiti non militari quando però gli ufficiali fossero stati in congedo o in una città fuori della loro guarnigione e comunque lontano dal la capitale o dai luoghi di residenza del re. Si chiedeva agli ufficiali che, almeno sotto le armi, catene e cordoni di orologi non facessero mostra di sé sotto le uniformi (come invece appare in molti ritratti dell'epoca). Si proibiva poi espressamente di portare manicotti o di servirsi di ventagli li quali sono oggetti ridicoli e di un lusso effeminato nelle mani di un militare. I capelli dovevano essere legati al.l'indietro, come per i soldati, con un codino guarnito di rosetta di crine nero. Sul davanti del viso dovevano avere un ricciolo, o buccolo per parte. Passando a trattare dei Sottufficiali diremo che gli aiutanti erano vestiti come ufficiali, ma il cordone del cappello era tutto in argento. Inoltre non dovevano portare alcun distintivo e la giamberga doveva essere sempre a falde ripiegate. Il vestiario dei cadetti doveva essere del tutto simile a quello dei soldati, ad eccezione della quali tà dei panni che poteva essere più fine, e del bordo del cappello che era d'argento. Come loro distintivo portavano sulla spalla sinistra un piccolo aghetto, ossia un cordoncino di filo bianco mescolato di lana scarlatta. L'acconciatura dei capelli era simile a quella degli ufficiali. I portabandiera erano vesti ti come gli aiutanti. Essi inoltre portavano sulla spalla sinistra una spallina di gallone pieno in oro o in argento, a seconda dei bottoni, senza frangia.

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I forieri erano vestiti come secondi sergenti - di cui faremo cenno - ed avevano come distintivo di grado due galloni d'argento fino cuciti trasversalmente sulle maniche al di sopra del gomito. L'armiere era vestito come i soldati, ma con un distintivo costituito da due fucili incrociati in panno bianco apposto sulla manica sinistra in alto. Il prevosto era vestito come il primo sergente e ne portava i distintivi di grado. I primi sergenti erano vestiti con abito lungo ed avevano i distintivi di grado indicati nella tabella 57. Tabella 57 DISTINZIONI DI GRADO PER SOTTUFFICIALI E TRUPPA - FANTERIA 1789

l O Sergente 2° S ergen te

due galloni di argento fino, cuciti sul braccio, parallelamente al paramano. un gallone di argento fino, cucito sul braccio, parall elamente al paramano.

Caporale

un gallone di argento fino stretto, cucito obliquamente su lla manica (idem su sottoveste).

Carabiniere

un gallone di filo bianco, cuci to sulla manica, parallelamente al paramano (idem su sottoveste).

Guastatore

due scuri incrociate d i panno b ianco sul braccio sinistro in alto (panno b leu s u sottoveste); copri capo come g ra natieri.

Armiere

due fucili incrociati di panno bianco s ul braccio sinistro, in a lto .

Gli aiutanti erano armati di una spada con elsa di rame giallo con dragona sem plice in argento. Negli esercizi e nelle gran parate portavano anche una sciarpa di filo bianco e seta scarlatta. Lo stesso a rmamen to era previsto per i portabandiera, ma essi non dovevano cingere la sciarpa. Cadetti e fori eri dovevano e ssere armati ed equipaggiati a l pari dei secondi sergenti. Il prevosto ed il t amburo maggior portavano una spada simile a quella dei primi segenti. Per l'armiere infine era previsto armamento ed equipaggiamento dei soldat i semplici. ¡ Il vestiario dei sergenti e truppa consisteva in una giamberga corta di p anno bleu scuro, ad un petto, foderata in saia di lana bianca, in una sottoveste di panno bianco foderata di tela, in un calzone di panno bianco senza fodera e in un sottocalzone (mutande) di t ela, fatto alla pantalona. La giamberga doveva essere tagliata in modo da potersi abbottonare e indossare comodamente, ed e ra piuttosto corta. Le maniche, foderate di tela, dovevano essere piuttos to larghe giacchÊ andavano indossate su quelle della sottoveste. Le tasche poste all'altezza della taglia, erano guarnite di due bottoni. Il colletto di panno del colore distintivo della brigata, e ra rivoltato ed agganciato alla controspallina, anch'essa di panno del colore distintivo, fode rata di bleu. Era cucita alla spalla e fermata nella sua parte a punta da un bo ttoncino. I paramani, del colore distintivo, er ano guarniti di due bottoni. Le maniche e rano chiuse da due bottoncini. Le falde, quando erano ripiegate, erano trattenute da una striscia di panno 224


del colore distintivo e fermate da un bottone per parte. Col tempo cattivo le falde andavano portate abbassate. I bottoni erano piatti, lisci, in metallo giallo o_bianco a seconda del reggimento (vedi tabella 56). La sottoveste doveva coprire per bene le anche e l'ultimo bottone sul davanti doveva ricoprire la cintura del calzone. Le sottovesti di caporali, carabinieri e soldati dovevano avere colletto e paramani alla polonese, cioè a punta, e controspalline di colore distintivo. Il calzone era a brachettone, come si è già detto per gli ufficiali. Doveva giungere ad un pollice sopra la rotula del ginocchio, e qui esser chiuso da un bottone mentre sul dietro doveva essere cucita una striscia di tela con due buchi ad occhiello, che serviva a chiudere lo stivaletto, cioè la ghetta. In estate erano previste sottovesti di tela o di traliccio bianco senza maniche e calzoni dello stesso materiale fatti a forma di pantalone, terminanti a stivaletto, e chiusi da bottoni come le ghette di panno nero invernali. Gli stivaletti, cioè le ghette, erano per tutti i reggimenti di panno nero, guarniti di piccoli bottoni di metallo giallo disposti a un pollice l'uno dall'altro ed arrivavano sino ad un pollice e mezzo al di sopra del ginocchio. La parte bassa dello stivaletto doveva incassare per bene il collo del piede e coprire almeno i due terzi della pelle delle scarpe; al fondo dello stivaletto vi doveva essere una piccola correggia di pelle che doveva passare entro anelli di ferro cuciti tra la suola e latomaia delle scarpe ed affibbiarsi ad una piccola fibbia di rame posta sulla parte esterna dello stivaletto. Le scarpe erano di pelle, ossia cuojo il più migliore, con una suola molto resistente, un sopratacco di 15 linee di altezza; la tomaia della scarpa montava sul collo del piede ed aveva dei lacci per la chiusura. Sottufficiali e truppa delle compagnie fucilieri portavano un cappello di feltro nero, a tricorno, con le falde rialzate e bordate di un gallone di lana bianca per soldati e caporali e d'argento per sergenti. Sulla sinistra v'era un cappio di lana bianca (argento per i sergenti), attaccato ad un bottone d'uniforme per trattenere la coccarda rossa. Ogni compagnia fucilieri veniva distinta mediante fiocchi di lana cuciti nelle punte (laterali) del cappello ed ogni battaglione da un fiocco di lana cucito sopra il cappio, secondo lo schema indicato nella tabella 58. Gli individui della Piana Minore, vestiti in giamberga corta portavano fiocchi di lana color cremisi. Gl.i individui delle compagnie granatieri portavano copricapi di feltro nero, a tronco di cono, dotati di visiera, guarniti sul davanti da una piastra di rame giallo con trofeo di cannoni e bandiere, un pennacchio bianco a sommità rossa ed una fascia rossa alla base del cappello. Per gli individui delle compagnie cacciatori il copricapo era di feltro nero tondo a pan di zuccaro. Sul davanti era ornata della cifra reale in rame giallo. Un cordone di lana verde con fiocco, posto sulla sinistra, correva alla base del cappello, che aveva un bordo bianco (o argento) come per i fucilieri. Ogni. uomo era inoltre provvisto di una berretta da quartiere, detta anche coppola, di panno bleu scuro con una frontiera di panno del colore distintivo, bordata di gallone di filo bianco. Le compagnie fucilieri avevano ricamate sul davanti le cifre reali in panno bleu, i granatieri una granata in panno bleu (o in panno bianco per i reggimenti con colore distintivo nero). La parte terminale della berretta era poi guarnita da un fiocco di lana che doveva essere del colore delle nappine di compagnia e cremisi per i granatieri.

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Tabella 58 COLORI DISTINTIVI DI BATTAGLIONE E DI COMPAGNIA PER LE NAPPINE DEI REGGIMENTI DI FANTERIA 1789 Distintivi di battaglione 1° battaglione: 2° battaglione: 3° battaglione:

rosso scarlatto bianco bianco e rosso internamente Distintivi di compagnia

1 a Compagnia: 2 a Compagnia: 3a Compagnia: 4a Compagnia: 5 a Compagnia: 6a Compagnia: 7 a Compagnia: sa Compagnia: 9a Compagnia: 10a Compagnia:

scarlatto giallo cedro blù celeste melangolo (arancio) scarlatto e bianco ;, giallo cedro e bianco ~blù celesle e bianco * melangolo e bianco * bianco bianco e nero

* NB: Il bianco era esterno, e l'allro colore interno alla nappina. Stato Minore: cremisi

Il cravattino era di crine nero, foderato di tela forte, attaccato con due fermagli a placche ricurve ad angoli tondi di rame giallo. AI cravattino andava aggiunto un sopracollare di tela bianca. Le camicie dei soldati erano senza manicotti, gli jabots; per i soli sergenti erano permessi i manicotti, ma senza alcun altro ornamento. Ai se rgenti era inoltre consentito, eccetto che durante i servizi armati, l'uso di redingotti simili nel taglio a quelli degli u fficial i; sopra le maniche vi doveva essere il distintivo di grado ed i bottoni dovevano essere quelli stessi delle giambeghe. Ai sergenti e ra inoltre prescritto l'uso di guanti, come per gli ufficiali. Tutta la truppa era proveduta di una sottoveste lunga di tela grezza da impiegarsi nei servizi meccanici, cioè nei servizi di fatica. Nella tabella 57 sono indicati schematicamente i distintivi di grado di sergenti, caporali, carabinieri, guastatori ed armieri. Tamburi e pifferi vestivano come la truppa, ma la parte anteriore de lla giamb erga era guarnita da otto alamari per lato, di gallone con la livrea rea le, termin anti con fiocchelli. Due altri alamari simili erano posti sulle patte delle tasche e sui paramani. Le maniche erano guarn ite da sei ga lloni di livrea, così come lo erano le cuciture delle maniche stesse. Sulle spalle vi erano due alette, alla prussiana, di panno di colore distintivo bordate di gallone di livrea; anche le controspalline erano bordate del medesimo gallone. I tamburi inoltre portavano sulla gamba sinistra un guardacoscia di pelle di montone bianca, attaccato al di sotto con cinghiette e fibbie. I tamburi di battaglione erano vestiti come gli altri, ma portavano le insegne di caporale. La cassa del tamburo era di rame giallo (detto anche rame cetro) di altezza di 14 pollici e mezzo e di 15 pollici di diametro. Vi erano impresse a rilievo le ar-

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mi reali. I cerchi erano dipinti di rosso all' in terno e a bande oblique bianche e rosse all'esterno. Risulta comunque da alcune ispezioni passate ai reggimenti che venivano distribuite casse di legno, più piccole e più leggere, quando i tamburini erano molto giovani e non erano in grado di portare la cassa di rame perché troppo grossa e pesante per loro. (2) La giamberga del tamburo maggiore era tagliata lunga, cioè come quella degli ufficiali, era dotata della stessa gallonatura ora descritta per i tamburi ed in più aveva un gallone so pra le cuciture del taglio dei fianchi. Il tamburo maggiore portava inoltre le insegne di primo sergente ed una bandoliera di panno di colore distintivo gallonata in oro o argento con le armi reali. Il cappello doveva essere guarnito di piuma rossa tutto attorno alle falde. Il cinturone dei fucilieri e granatieri doveva reggere la sciabola o la baionetta; era di cuoio bianco non trapuntato, con un solo pendaglio per la sciabola o la baionetta. Il cinturino per gli individui armati di sciabola era fatto in modo da potere ricevere anche il fodero della baionetta, posto al di sopra della sciabola ed attaccato a llo stesso modo, cioè con una piccola correggia abbottonata al cinturino. La placca, di rame giallo, era incavata cd aveva due ganci. La giberna per granatieri e fucilieri era di cuoio di vacca nero forte e veniva fissata alla bandoliera, che era di cuoio di bufalo bianco; la giberna dei sergenti e caporali era leggermente più piccola e la r ela tiva bandoliera più stretta. La bretella del fucile era di cuoio di vacca, verniciato in rosso. Il portacassa del tamburo era di cuoio di bufalo bianco; alle p unte vi erano aggiunte due piccole corregge ed un fermagl io di rame per reggere la cassa del tamburo. Sul davanti del portacassa all 'altezza del petto vi era una placca di rame giallo per reggere le bacchette. La mucciglia, ossia lo zaino, era di pelle di montone verniciata ad olio in modo da sembrare pelle di tigre, di forma grossolanamente quadrata, con una chiusura per riparare il contenuto dalla pioggia. Al l'interno un tramezzo di tela la divideva in due scomparti. In uno dei due andavano riposte le scarpe, il sacco da polvere, una gamella da latte e dall'altra parte il pane (la razione per quattro giorni). Vi andavano anche riposti gli indumenti che dovessero occorrere per un a marcia. Lo zaino veniva chiuso per mezzo di tre piccole co rregge con fibbie di rame giallo ed era portato sulle spalle tramite due cinghie di pelle di vacca verniciate di rosso, come la bretella del fucile. I guastatori portavano una scure di ferro, con manico di legno di tre piedi e quattro pollici, verniciato di nero, avente l'estremità guarnita da un cerchio di rame giallo. La scure era portata in un fodero di pelle di bufalo bianca assicurato ad una correggia con fibbia di rame. Il fodero veniva portato sulla spalla sinistra. I guastatori erano dotati inoltre di un grembiale di pelle di montone bianca, che aveva una piccola cinghia all'alto da passarsi dietro al collo dell'uomo. La giberna era come quella dei cacciatori e veniva punata in vita sul davanti mediante u na cinghia di cuoio bianco, che si agganciava sul retro con una fibbia qùadrata di rame giallo a spigoli arrotondati. Il cinturino portasciabola e portabaionetta aveva un pe ndaglio di cuoio bianco. Questo doveva essere portato sopra la giamberga al di sotto della cinghia portascure. Per i cacciatori i cuoiami erano generalmente neri, compreso il cinturino portasciabola. La giberna si portava in vita al di sopra della placca del cinturino. In (2) A.S. Na. Segr. Ant. Fs. 891.

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luogo dello zaino i soldati cacciatori portavano una saccoccia da cacciatore, di cuoio nero di vacca al di sopra della spalla sinistra. I sergenti portavano anche, quale insegna del grado, un bastone di giunco con pomo di corno di bufalo, guarnito di un piccolo anello di rame giallo. Il bastone, che terminava con un puntale di rame giallo, era fornito di un cordone di cuoio bianco di bufalo che veniva attaccato al primo o a l secondo bottone della giamb erga, quando il sergente era in servizio, passando poi entro le falde. I caporali e i carabinieri erano dotati di bacch ette di nocciolo di g!:ossezza tale da potere entrare nella canna del fucile. Anche queste bacchette erano dotate di un cordone di cuoio bianco come i bastoni dei sergenti ed andavano portate allo stesso modo. Per le spade dei sergenti e le sciabole di sottufficiali e truppa era previsto un cordone con fiocco (dragona) di cuoio bianco di bufalo. I primi sergenti, oltre a l fucile e alla baionetta, erano armati di una spada di m odello particolare. I secondi sergenti, caporali, carabinieri, granatieri, fucilieri, tamburi e pifferi avevano tutti una sciabola di mode llo stabili to, chiamata spesso cangiarro. I soldati cacciatori erano armati di una carabina r igata, ed avevano la sciabola come gli altri. I guas tatori, oltre a fucile e baionetta, portavano anche un a sciabola ad impugnatura lunga a testa di leone, con una lama ta gl iente da un la to e a sega dall'altro. Molto dettagliato è l'articolo dedicato alla pulizia de' sergenti e soldati nel quale p erò si tratta anch e della tenuta . I capelli dovevano essere legati sul retro cosÏ da formare un codino di 10 pollici, con un n astro che lasciava spuntare, in fondo, un ciuffo di capelli lungo un pollice. Se qualch e individuo non aveva capelli sufficientemente lunghi doveva portare un codino posticcio. Il nastro per legare i codini doveva essere di lana e filo tinti in nero. Sul cap o e sulle tempie i capelli dovevano essere t agl ia ti corti e pettinati all'indietro. Solo ai granatieri era concesso portare i r icci sulle orecchie. Nei giorni di guard ia o di gran parata i capelli dovevano essere incipriati . Sottufficiali e truppa dovevano portare i mostacci sui qu ali andava passata la cera nera, senza separazione nel mezzo. Ai soldati giovani invece li si radevano fino a quando non si fossero irrobustiti ed infoltiti. Il cappello andava portato calcato sul ciglio destro, con la punta a nteriore p osta al di sopra del ciglio sinistro. La cravatta doveva essere ben tesa, sen za essere per questo troppo stretta, in modo da coprire interamente il collo della camicia. Quest' ultima si portava con l'apertura sulla schiena. In servi7.io la giamberga andava abbottonata fino al cintu rino, ma in tempo di gran caldo andavano abbottonati solo i primi tre bottoni al petto e in questo caso il cinturino si portava sulla sottoveste. Du rante la cattiva stagione invece le maniche si dovevano abbassare in modo da ricoprire il polso della camicia. La sottoveste doveva sempre essere abbottonata. Erano fornite poi dettagl iate prescrizioni sulla pulizia degli effetti, dei bottoni, dei cuoi, ricette per imbiancare, lu strare o verniciare i cuoiami, e per la pulizia delle ¡armi. Ogni sergente e soldato e ra provvisto di un laccio e di un fiocco per polvere, un pettine per arricciare, un altro per sgrassare, ed un altro di rame per li mostac-

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ci, un piccolo specchio, una spazzola per l'abito, e cappello, due scopette per le scarpe, una scatola di latta con del grasso nero, una piccola boccia di aglio di latta per custodir le vite, e la chiocciola (del fucile), una piccola spazzola per pulire il rame, una foglietta di legno_per incalsare li bottoni, un pennello e un fiocco di lana per imbianchire il cuojame, un lisciatojo di busso, un acherà del filo, e degli achi (aghi), un tira stoppaccio, una chiavetta di aprire le vite, de' pez.z.i di panno vecchio per strofinare le macchie dell'abito, e delle pez.z.e vecchie di lino per pulire le armi, ed in oltre vi sarà un lisciatoio di acciaio per squadra. Ogni soldato era poi pruvvisto di una ginocchiera fatta di un pezzo di cappello vecchio, che si porterà negli esercizj giornalieri attaccata al ginocchio destro per risparmiare lo stivaletto de' soldati, allorquando si troveranno posti nel primo rango (in ginocchio) per eseguire lo sparo de fuochi.

Oltre che per i 16 reggimenti di fanteria di linea nazionale nel Regolamento si davano le disposizioni anche per i quattro reggimenti stranieri, e cioè il Real Macedonia e Reale Illirico ed il Re e Regina esteri. Il vestiario dei sergenti e truppa dei reggimenti Reale Macedonia e Reale Illirico si componeva di una giamberga di panno bleu scuro, foderata di saia rossa, con colletto e paramani di panno scarlatto, una sottoveste lunga di panno giallo ventre di cervo chiaro (cioè color giallino), di calzoni del tipo detto all'ungara di panno bleu scuro senza fodera e di stivaletti detti alla pantalona. I bottoni erano di metallo, convessi, gialli per il reggimento Real Macedonia e bianchi per il Real Illirico. Com'è già stato detto, la foggia dell'abito era di derivazione balcanica. I paramani erano alla polonese, cioè a punta, e le maniche al di sopra di essi erano tagliate e tenute chiuse da quattro piccoli bottoni, uno dei quali era posto sul paramano stesso. La controspallina era in panno scarlatto. La giamberga si portava chiusa al collo e fino alla seconda asola del petto mediante tre ciappette. Essa era guarnita di un gallone bianco, posto sul davanti del petto, sulle falde, intorno al colletto ed ai paramani, intorno alle controspalline. Sul petto, sui due lati vi eranò degli alamari disposti a 1, 2, 3, del tipo indicato nella fig. 12 tavola Il. Sul lato destro vi erano anche i bottoni, sino all'altezza della vita. Un ricamo di gallone a fiore era poi su ogni paramano e alla taglia della vita. Anche la sottoveste era tagliata all'ungara, o alla turca, foderata di tela e guarnita sul davanti di quindici alamari di doppio gallone di filo bianco (in argento per i Sergenti) (vedi tavola allegata). La sottoveste era poi bordata tutt'intorno dello stesso gallone ed aveva un piccolo paramano alla polonese come la giamberga. Le maniche della sottoveste non erano cucite, ma legate con lacci gialli che attraversavano dei piccoli occhielli appositi.

Il calzone, di taglio particolare all'ungara, era senza fodera con l'apertura e le cuciture slll dietro guarnite di gallone bianco, così come lo erano le estremità delle gambe. La sottoveste e i calzoni per il periodo estivo erano di tela o di traliccio bianco. La sottoveste era confezionata a forma di camiciola, senza bottoni sul davanti; andava appuntata sul lato destro. Soldati e sottufficiali portavano in vita al di sopra del cinturino una sciarpa di lana rossa; i soldati cacciatori viceversa portavano il cinturino nero sopra la sciarpa. Gli individui delle compagnie fucilieri avevano per copricapo un berrettone di forma cilindrica, costruito con cartone ben forte e coperto di panno nero di 229


sette pollici e nove linee di altezza, ornato sul davanti delle cifre reali sormontate da una corona, di metallo giallo pel reggimento Real Macedonia e bianco pel Real Illirico. Il bordo superiore del berrettone era gallonato con un gallone di filo bianco per caporali e soldati e d'argento per i sergenti. Sulla sinistra in alto vi andava apposto un fiocco di lana tondo che distingueva le compagnie, secondo lo stesso schema previsto p er la fanteria nazionale. Il fiocco era sormontato da un pennacchio, la cui parte superiore era di lana scarlatta e quella inferiore di lana bianca. Il berrettone aveva poi una tromba (o borsa) di panno rosso gallonato di bianco (argento per i sergenti) terminante con un fiocco a frangia. Il berrettone dei granatieri era simile a quello dei fucilieri, ma sul davanti anziché le cifre reali vi era una placca, di rame giallo per il Reale Macedonia e bianco per il Reale Illirico, uguale a quella che ornava il copricapo dei granat ieri della fanteria di linea nazionale. Sulla sinistra, anziché il fiocco, i granatieri portavano una rosetta di seta scarlatta e lana bianca. · Il berrettone dei cacciatori era uguale a quello dei fucilieri, ma aveva il fiocco sul lato sinistro ed il pennacchio interamente verdi. Le berrette da quartiere erano dello stesso modello di quelle prescritte per la fanteria nazionale. I tamburi ed i pifferi avevano un'uniforme simile a quella dei soldati con la differenza che galloni ed ornamenti anziché essere di filo bianco erano in gallone di lana con la livrea reale. Le maniche e la giamberga del tamburo maggiore e della banda avevano gli ornamenti prescritti per la fanteria nazionale. Anche per quan to riguarda i cravattini, le camic ie, il redingotto ed i guanti del sergente, i distintivi di grado, il cuoiame e l'armamento valevano le disposizioni fissate per la fanteria nazionale. In più sulla giberna dei granatieri vi era apposto l'emblema dell'aquila albanese in rame giallo o in metallo bianco, a seconda del bottone, e tutti gli individui senza distinzione erano armati di una sciabola particolare a lama dritta e larga, come era tradizionalmente in uso, simile alla schiavona degli oltremarini veneziani. Gli albanes i non dovevano impolverare i capelli né incerare i baffi. Il vestiario degli ufficiali era simile nella forma a quello dei soldati, differendone nella qualità dei panni e dei ga lloni, sempre in argento. La giamberga doveva essere leggermente più lunga. Le falde si dovevano portare sempre ripiegate e senza guarnizioni di gigl i o altro. Il berrettone che doveva essere della stessa forma ed altezza di quello della truppa, era di pelle di martora, senza cifra né gallone all'intorno. La rosetta doveva essere di nastro bianco e rosso, il pennacchio di piume ed i galloni sulla tromba ed il fiocchetto dovevano essere d'argento. Gli ufficiali dei granatieri sul davanti del berrettone portavano una placca di rame, dorata o argentata a seconda del reggimento. Tutti gli ufficiali indistintamente erano armati di una sciabola con guardia d'argento; anche fuori servizio era loro fatto divieto di portare una spada. Il cinttirone era dello stesso tipo di quello degli ufficiali nazionali. La sciarpa all'ungara era in seta scarlatta con anelli d'argento. Negli esercizi giornalieri, nelle adunate, nelle visite alle caserme e fuori servizio era permesso agli u fficiali esteri di portare il cappello come gli ufficiali di fanteria, così come era consentito l'uso di sottoveste e calzoni di panno giallastro chiaro nonché di stivali alla tedesca diffusi anche presso altri ufficiali dell'esercito. La sottoveste di piccola tenuta era simile a quella degli ufficiali nazionali, ma le tasche dovevano essere tagliate diritte e senza bottoni; inoltre il davanti della

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sottoveste ed il profilo delle tasche dovevano essere guarniti di un piccolo gallone d'argento, così come doveva essere gallonato in argento, con a lamari e fiocchetti, il petto, però con un solo ordine di bottoni. In estate erano consentiti invece calzoni e sottoveste ordinari in cotone bianCO.

Per t u tti gli altri articoli, quali cravatta, gu anti, cappotti, distintivi di grado, etc. valevano le stesse disposizioni sancite per la fanteria nazionale, coll'avvertenza che i distintivi di grado degli ufficiali albanesi erano sempre in argento, indipendentemente dai colori dei 601 ton i dell 'uniforme. I reggimenti stranieri, 1 ° este ro o del Re e 2° estero o della Regina, per tutto ciò che concerneva il vestiario, l'equipaggiamento, l'armamento e la tenu ta si dovevano conformare a quanto prescritto per i reggimenti nazionali, con la sola differenza di avere il davanti delle giamberghe corte della truppa guarnito da 8 a lamari con fiocchetto in filo bianco per lato, (vedi tavola), due alamari s u ogni tasca e due s u ogni paramano. Per i sergenti gli a lamari erano in argen to. Colletto e paramani erano di panno rosso scarlatto ed i bottoni di metallo giallo pel reggimento del Re e bianco per quello della R egina. G li ufficiali avevano analogamente sul davanti de lla giamberga otto galloni d'argento, due sulle tasche e due sui paramani. I distin tivi di grado, come già per gli albanesi, dovevano essere di argento per entrambi i reggiment i. Il taglio delle uniformi e la fo r ma degli oggetti di equipaggiamento e d i vestiario ci sono fortunatamente noti sia perché ci è pervenuta parte delle tavole che accompagnavano il R egolamento, sia perché i soldati sono stati ritratti in alcuni dipinti di Fili ppo H ackert (conservati presso la reggia di Caserta ed il m useo di S . Martino a Napoli) ed in alcuni figurini in seta su tela del palermitano Gaetano Ognibene (Museo del Risorgimento di Palermo), relativi tra l'altro anche al reggimento Principe, levato nel 1796. Il corpo di spedizione a Tolone e le truppe che si batterono contro i francesi sino al 1799 indossavano infatti le uniformi prescritte da ques to R egolamento. Il 3 giugno 1794 fu istituito un distintivo di veteranz,a per i soldati e caporali con almeno 24 anni di servizio, esteso poi anche ai musicanti. Esso consisteva r.el ricamo di due spade incrociate in cotone o filo sul lato s inistro del petto; la sua concessione com por tava un aumento del prest. I quattro reggimenti di fanteria di linea fo rmati da privati tra il 1796 ed il 1797, e cioè il Principe, Principessa, Terra di Lavoro e Sicilia, adottarono le stesse uniformi dei reggimen ti nazionali. I colori distintivi erano il giallo chiaro per i primi due (Principe con bottoni gialli, Principessa con bottoni bianchi) e giallo carico (giallo oscuro) per gli altri due (Terra di Lavoro bollun i gialli, Sicilia bottoni bian chi) (3). Tra i corpi di fanteria di linea esisteva ancora nei Presidi di Toscana un battaglione dell'a ntico reggimento di Hainaut, uno dei q uattro reggimenti valloni passati dal servizio spagnolo a quello napoletano nel 1737, che avrebbe già dovuto essere sciolto nel 1788 ed i cui uomini validi avrebbero dovuti essere incorporati nel reggimento Borgogna o nei reggimenti nazionali se d i nazionalità del regno, (3) A.S. Na . R.O. Voi. 181.

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oppure in quelli esteri in caso cont rario. Invece il b a ttaglione di Haina ut rimase in vita sino al 1800. I suoi uomini indossavano a ncora uniformi di vecchio m odello, cioè quelle s ta bilite nel 1782. Nonostante l'uniforme fosse di tipo sup erato si continuò a produrla appositamente per il superstite batta glione, come testimoniano i conti della Deputazione del Vestiario (4). L'uniforme era di panno bleu scuro con colletto dritto e para mani p rima celeste e poi cremisi, falde rivoltate b ianche, fissate da una staffetta di panno del colore distintivo. La giamberga si portava a bbottonata sul pe tto ai primi b otton i, che e rano di m e ta llo bia nco (in un prim o tempo ottone). Sul petto si portavano incrociate la han cloliera por tagibern a ed il portaspada. Sottoveste e calzoni er a no di panno bianco e le ghette di p a nno n e ro. All'inizio del 1797, furono emanati ordini urgenti per la necessità di vestire tutte le r eclute e di organizzare i nuovi reggiment i. Per ordine reale era stato sta bilito d i distribuire caschetti (forse del t ipo usato dai battaglioni cacc iatori sul modello di que lli u sati nell 'esercito austriaco) anziché cappelli, sia alla fanteria ch e alla cavalleria, ma non sembra ch e poi si s ia data com pleta attuazione a questa disposizione e poiché questi caschetti non erano ancora pronti, si continuarono a dis tribuire i ca ppell i da parata (5). In ogni caso era stato precisato che gli u fficia li s uperio ri dovessero port a re soltanto il cappello a tricorno, me ntre quelli inferiori avrebbero dovut o far uso del caschetto (6). I miliziotti, aggregati a i reggiment i di fanteria da l 1792, ricevettero un ves tiario consistente in giambe rga (gia cca co rta), giambe rghino o sottoveste, calzoni, bandolie ra, patrona e cin turone con most re e bottoni del reggim en to a cui erano destina ti. Con real di spaccio del 5 agos to 1794 (7) si stabilì che i battaglioni volon t ari a ggregati a i reggimen t i di fa nteria: saranno vestiti, ed armati alla leggie ra, avendo l'uniforme col fondo blò, e coi paramani del colore di quelli, che si usano dà reggimenti, da cui traggono il nome. Ulterior i precisazioni sul vestiario e l'equipaggiame nto e ra no poi fo rnite da llo stesso dis pa cc io e qui le ripo rt iamo integralm ente: « Capilolo V. Ve stiario. art. I. I bassi-ufo.ia li, i volo ntarj, e g l'istrumen t isti di o g ni battag lio ne, d e d ot ti li du e portab andie ra, il forie re, e li quatl ro p rimi sergen t i, c he a vra n no un iforme lungo c o me g li ufiziali, vestiranno u na g iacche tta, con un calzone lu ngo di pa nno bleu bo ttonato sulla scarpa; fa ranno tu t ti us i d i c ravatta ne ra; e d avranno un cappe llo piccio lo c o n u n'ala appuntata , s ulla qua le v i sarà un fiocco di lana ug uale a que lli d e lla fante ria, d e l colore c o rrisponde n te a lla Compa g n ia; e per c a mbiars i a v ranno due c amice, e due paja di s carpe. Si d a rà loro benanc he u na picciola m ucciglia per co nserva re l'equipaggio, cd il pa ne' come pure uno sciarò, ed una coppo la. art. II. Le rivolte, li pettini, e la pis ta gna de lla g iacc hetta saranno del c olo re d e lle ri volte cie l reggime n to, di c ui porteranno il nome; col q ua l corpo ug ua g lieranno a nche i! botto ne. Capi tolo VI. Armam e n Lo. art. I. I po rtabandie ra, il fo r iere , e li primi ser gen t i c ingeranno s pada; i s eco ndi sergen ti,

li caporali, li carabinieri, e g l'is t rumenlis t i avranno le scia ble, o c angiarri; e dal primo ser gen te in sollo, meno c he gli istrumenlisti, saranno mu nì ti di u n fuc ile c on la corris ponden te baj onet ta, c on a nc ora di ma rte l line , e cli s focalo i.

(4) (5) (6) (7)

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A.S. A.S. A.S. A.S.

Na . Na . Na. Na .

Giunta Vestia rio Vo i. 16 II 0 • A.R.C.R. Fs. 11 99. A.R.C.R. Fs. 1199. R .O. Vo l. 17 1.


Capitolo VII. cuojame. art. I. tutti gl'individui del battaglione verranno forniti di un cinturone con ciappa; li fucilieri avranno una cartucciera per ognuno, ed una correa pel fucile; e li tai:nburi, e li pifferi I i loro portacassa e portapifferi».

Nel corso dei preparativi per la campagna del 1798 venne creato anche un battaglione di fucilieri dello Stato Maggiore (8). Il vestiàrio, sicuramente della stessa forma di quello della fanteria di linea, era rosso con colletto e paramani neri e bottoni ottone, gli stessi colori adottati per i dragoni dello Stato Maggiore. Sappiamo poi che essi avevano coppole, cioè berrette da quartiere, di panno rosso con frontiere nere. Sottoveste e calzoni dovevano essere di panno bianco. Dopo i rovesci subiti contro i francesi e l'instaurazione della Repubblica Partenopea, l'esercito - tranne le unità di stanza in Sicilia - si sbandò ricongiungendosi soltanto in seguito e parzialmente alle forze del cardinale Ruffo in corpi che assumevano progressivamente aspetti di truppa regolata, usando o le vecchie uniformi, o quelle tolte ai francesi ed ai repubblicani adattandovi nuove mostre ed insegne, o infine seguendo, quando possibile, le recenti disposizioni che erano state emanate dal re in Sicilia e che prevedevano un nuovo vestiario bianco per la fanteria. Infatti in Sicilia era stato stabilito che i tre reggimenti formati nel febbraio 1799 fossero vestiti di bianco, anziché di bleu. I1 reggimento Valdimazzara doveva avere giamberga bianca e calzabraghe (calzoni lunghi con ghette incorporate) e camiciola (usata in luogo della sottoveste) di panno bleu scuro, mentre i reggimenti Valdinoto e Valdemone erano vestiti interamente in b ianco. Gli ufficiali vestivano con l'abito lungo della stessa forma di quello in uso precedentemente. In realtà, però, il reggimento Valdimazzara continuò a vestirsi interamente di bleu (9) con fodera bianca. I colori distintivi per colletto, paramani e falde, erano scarlatto per Valdimazzara, giallo per Valdemone e verde pisello per Valdinoto; i bottoni erano gialli per i primi due reggimenti e bianchi per il Valdinoto. Il redingotto per gli uffi c iali rimase di panno bleu. Il cappello degli ufficiali fu adornato di un pennacchio bianco per le compagnie fuc ilieri e rosso per granatieri. Gli stivali f urono all'ungherese, diversi e più corti rispetto ai precedenti. Il copricapo dei granatieri rimase pel momento invariato; fu deciso però di cambiare la placca perché troppo pesante e in seguito fu adottata in suo luogo u na granata di ottone. Tutto il rimanente degli altri effetti rimase immutato (1°). L'esercito regolare che si stava ricostituendo sul con tinente seguì, per quanto possibile queste indicazioni, utilizzando però nel contempo tutti i materiali che potevano essergli utili. La fanteria risultò quindi vestita in bleu, o in bianco, con i bottoni ed i colori distintivi secondo lo schema della Tabella 59 (11.1 2)'. In genere si continuò a seguir la regola per cui ufficiali ed assimilati avevano l'abito lungo ed i soldati corto. Coi nuovi corpi furono anche subito ricostituite le bande. I musicanti erano vestiti come i t amburi, ma con abito lungo, con a lamari e galloni in seta cremisi ed argento, del tipo della livrea reale. I tamburi mag(8) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 1199. (9) Bibl. Art. Genio Ms . «Vestiario delle Reali Truppe della Sicilia» 1801. (10) A.S. Na. Segr. Ant. Fs. 343. (11) A.S. Na. Giunta Vestiario Vol. 16 n°. (12) A.S. Na. Giunta Vestiario Voi. 16 n°.

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Tabella 59 COLORI DISTINTIVI DEI CORPI E REGGIMENTI DI FANTERIA GIUGNO- DICEMBRE 1799 Unità

Reali Calabresi

Soldati Tamburi

Abito

Mostre

Bottoni

Note

Sold.

b lu

scarlatto

stagno

Tamb.

abito 1ungo, alamari alle bo..toniere

scarlatto celeste celeste

stagno

celeste celeste gia llo gia ll o scarlatto sca rlatto

stagno stagno ottone ottone ottone ottone

verde pisello verde pisello

ottone ottone

Reale Alemagna

Sold. Tamb.

Real Ferdinando

Solei. Tamb.

blu bianco bianco bianco bianco scarlatto blu bianco b lu

Principato Ultra

Sold. Tamb .

b lu b lu

Real Albania

Sold. Tamb.

blu

scarla tto

-

Sold. Tamb.

bianco

Principato Citra

Sold. Tam b.

blu blu

ottone ottone ottone ot tone

Principessa Reale

Sold. Tamb. Sole!. Tamb.

bianco blu

scarla tto scarlatto verde p isello vcrdt· p isell o verde pi sei lo verde pisello verde p isello verde p isello

ottone ottone stagno s tagno

Sold. Tamb .

b ianco bl u

cremisi cremisi

ottone o ttone

Regina Real Carolina

Valclimazzara

Valdemone

/

Real Principe

Sold . Tamb. Sold. Tamb.

-

-

b lu -

-

-

-

giori avevano, come nel passato, la bandoliera di panno cli colore reggimentale, gallonata d'argento con frangia esterna bianca e rossa, bastone con porno d'argento e lacci d'argento. Per i reggimenti vestiti in bianco spesso i tamburi ed i musicant i vestivano in b leu, come doveva poi diventare la regola, ma ciò non era sempre valido nel 1799, come può desumersi dalla tabella . I calzoni erano ormai universalmente del tipo calzabraghe a pampiera. T ra i corpi del la fanteria che adottarono un vestiar io particòlare vale la pena di segnalare il reggimento dei Reali Calabresi, detti talvolta Guardie Calabresi, che in u n primo te mpo, prima di adottare la giamberga bianca a mostre nere, ebbe un abito lungo bleu scuro con pettini parimenti bleu e paramani a punta, colletto, controspalline e filettature d i scarlatto. Le asole dei bottoni erano guarnite in filo bianco per la truppa e in argento per sergenti ed ufficiali . I bottoni erano di stagno. I tamburi erano vestiti come la truppa, con a lette di panno del colore de lle mostre e galloni di livrea.Le calzabraghe e la sottoveste er ano di diversi colori, a seconda de lle stoffe disponibili: in maggioranza erano celesti, ma ce n'erano anche di bianche e cli bleu.

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Le due compagnie destinate alla spedizione di Malta fu rono vestite di bleu con giamberghe lunghe, a due petti, e con calzabraghe. I resti del reggimento Reale Macedonia, chiamato ormai Reale Albania, prima di passare alla nyova uniforme rossa, si vestirono con parti della vecchia, togliendo gli alamari alla giamberga ed utilizzando le calzabraghe bianche. Nell'agosto 1799 il re decise che, come i reggimenti siciliani, anche i nuovi corpi di fanteria, che si andavano ricostituendo n el regno di Napoli, dovessero vestirsi di bianco (13). Riportiamo nella sua chiarezza il testo integrale del reale dispaccio. Il vestiario de' sei reggimenti nazionali s ia a color bia nco, colla c ircostanza che per l'inverno le calzebrache debbano essere di panno celeste. li colore de' paramani, e collaretti s ia diverso, secondo i diversi reggimenti, c ioè scarlato pe r R eale Ferdinando, b lò celeste per Real Carolina, crernesi per Principe Reale, verde pistacchio per Principessa R eale; nero per Reali Calab resi; e grigio ferro per Reale Abruzzo. 11 vestiario del reggimento Reale Albania sia a colore rosso per la giamberga, co' paramani e collarello a colore b lò de roi: e quello di R eale Alemagna anche rosso per la giamberga, co' param an i, e colla re tto a colore gial lo limoncello : ma le sottovesti in ambedue s iano bianche nella state e nel l' inve rno; e le calLabrache bianche nella state, e celesti nell'inverno. Le giambe rghe rosse sieno gue rnite di trcccie di filo bianco, pc' soldati, o di argen• to per gli ufiLial i. Il bottone per gl i otto reggiment i s ia <li ottone (in modo <la pote re in trodurre in un secondo tempo i reggimenti con i bottoni bia nchi per formare le brigate). Il cappello pe' soldati sia rotondo con una falda alzata; se non ché nel reggimento R eale Albania si faccia u so di coppoloni. Gli ufiziali abbiano il solito cappel lo con un pennacchio rosso: la giambcrga colla fodera a colo re de' parama n i: Le calzcbrache bianche nel l'estate, e celeste nell 'inve rno: i coturni fino alla metà della polpa della gamba: i roccappott i di panno a color misto: ed i cinturoni di pelle nera inverniciata da portarsi sopra la g iamberga dagli ufiz ia li superiori di servizio a cavallo, e sopra la sottoveste agli altri ufiz ia li, i qual i cinturoni dovra n no chiudersi con u na c iappa di acciajo imbrunito aauro (come que lla de' sold ati) ave nte in rnczw le reali arme di rilievo in argento, e facciano uso di sciabole.

Il 22 ma rzo 1800 .fu deciso che i granatieri dovessero usare giornalmente il cappello (rotondo con una falda alzata) come i fucilieri, dovendo portare i berrettoni solo in parata. Si modificò anche la piastra del copricapo riducendola ad una granata, e lo stesso distintivo venne apposto ai coppoloni, come venivano chiamati, del reggimento Reale Albania. Pe r gli ufficiali del reggimento si decise anche che i berrettoni dovesse ro essere di panno fino, e non più di pelliccia come per il passato (1 4). Poco dopo fu anche stabilito che il roccappotlo degli ufficiali fosse di panno grigio (1 5). Il 1° giugno 1800 le disposizioni precedenti vennero richiamate e regolamentate in un Ordine sul vestiario dell'esercito (' 6) . Per quanto riguardava la fanteria si confermò l'adozione del vestiario bianco, ad esclusione dei reggimenti Reale Albania e Reale Alemagna, che lo avevano rosso, con le calzabraghe a pampiera, cioè con ghetta, di panno celeste in inverno e di cottoncino bianco nell'estate, con i colori reggimentali già adottati. Il copricapo per tutta la fanteria, ad esclusione del Reale Albania, era rotondo con la falda sinistra più grande rialzata, un piccolo orlo bianco sul bordo, una fascetta rossa att orno alla calotta, un piccolo monogramma in ottone con le lettere FB (Ferdinando Borbone) ed un pennacchietto sul lato sinistro. Sullo stesso lato vi era la coccarda rossa, fermata da un cappio bianco, abbottonato ad un bottone di rame (13) (I 4) (15) (16)

A.S. A.S. A.S. A.S.

Na. Na. Na. Na.

Segr. Ant. Fs. 188. Segr. Ant. Fs. 343. Segr. Ant. Fs. 750. R.O. Voi. 179.

235


giallo. Il pennacchietto, almeno per i reggimenti siciliani, era di lana bianca con l'estremità del colore distintivo del battaglione di appartenenza (nel seguito, e in tutti i figurini rinvenuti il pennacchio era rosso). Al di sopra della coccarda vi era una rosetta di lana che denotava la compagnia, il tutto secondo lo schema di tabella 60. Tabella 60 COLORI DISTINTIVI DI BATTAGLIONE E DI COMPAGNIA (1800 e 1801)

Distintivi di battaglione

1° battaglione: 2° battaglione: 3° battaglione:

estremità del pennacchio rossa estremità del pennacchio gialla estremità del pennacchio turchina Distintivi di compagnia

1 a Compagnia: 2 a Compagnia: 3 a Compagnia: 4a Compagnia: sa Compagnia: 6a Compagnia: 7a Compagnia: ga Compagnia:

una una una una una una una una

rosetta rosetta rosetta rosetta rosetta rosetta rosella rosetta

di di di di di cli di di

lana lana lana lana lana lana lana lana

rossa gialla turch ina bia nca nera ponzò (rosso cupo) verdone lilla

I granatieri, che in un primo tempo conservarono il copricapo prima in uso con un a modifica del trofeo e l'aggiunta di una piccola granata sulla sin istra, dopo il 1801 , ebbero un berrettone, costituito dal caschetto da cacciatori avvolto di una pelle d'orso, sul davanti del quale v'era una granata. Il reggimento Reale Albania aveva i coppoloni, cioè gli speciali copricapi alla balcanica, sulla cui parte anteriore i granatieri portavano la granata. La giacca bianca aveva le falde, il colletto ed i paramani del. colore reggimentale. Le calzabraghe celesti avevano sul lato interno delle gambe dei fondelli di pelle. Il berretto da quartiere (per il se rvizio interno) era di panno bianco con la frontiera di colore distintivo. Sempre per il servizio interno erano previsti pantaloni e giacca di tela color monachile, ma in altri documenti si dice bleu, e pare che siano adottati entrambi a seconda del caso; per l'estate essi potevano essere bianchi. Per le corvée i soldati avevano il capriolé, una sorta di tuta di panno monachile. Lo zaino, detto mucciglia, era di tela di olona incerata. Tutto il cuoiame, cinturone cori placca di ottone, bandoliera portagiberna, giberna e cinghie della mucciglia erano di cuoio nero ben lustrato. Gli ufficiali vestivano l'abito lungo, dai colori identici a quelli dei soldati. Le bandiere della fan teria erano bianche: la Colonnella aveva in ricamo sul recto le armi reali ed ai quattro angoli un giglio d'oro circondato da fronde; sul verso vi era la croce dell'Ordine Costantiniano e le lettere iniziali del reggimento. Le altre bandiere, dette sensiglie, avevano la Croce Costantiniana e le lettere iniziali su entrambi i lati. Ad integrare le informazioni precedenti vi sono poi numerosi documenti, tra 236


-=

cui i conti della deputazione del vestiario, i risultati delle ispezioni condotte ai corpi di fanteria, oltre ad un buon numero di figurini del pittore Progenie, che illustrano i progetti e le nuovi uniformi adottat~. Innanzitutto, per quanto riguarda i colori distintivi, dall'esame degli effetti di vestiario realmente confezionati e dai figurini di modello risulta lo schema riportato n ella tabella 61. Tabella 61 COLORI DISTINTIVI DEI REGGIMENTI E CORPI DELLA FANTERIA DI LINEA 1800-1801 Reggimenti

Abito

Mostre

Bottoni

bianco bianco

scarlatto blu-celeste

ottone

bianco bianco

crem1s1 verde pistacchio

bianco bianco

nero grigio-ferro

rosso

blu

o ttone

Reale Alem agna Batt.ne Fant. Valdemone

rosso bianco

giallo limoncello verde pisello

ottone stagno

Batt.ne Naturali Orbetello Batt.ne Volontari Longone

bianco bianco

celeste nero

stagno stagno

Reali Presidi

giallo

Volontari d 'Ischia Batt.ne Hainaut

bianco blu blu

cremisi cremisi

ottone stagno

Montefusco

bianco

cremisi

Real Ferdinando Reale Carolina Principe Reale Principessa Reale Reali Calabresi Reale Abruzzo Real Albania

Note

ottone ottone otlone ottone ottone

(divenute poi solamente grigio)

piume bianche e verdi al cappello

stagno

Tamburini, pifferi, tamburo maggiore e banda vestivano di bleu, sia nei reggimenti nazionali, che in quelli esteri. Le giamberghe del tamburo maggiore e della banda erano quelle lunghe (da ufficiali) con gli alamari ed i galloni in argento. Le giamberghe dei musicanti avevano le alette, e da alcuni quadri dell'epoca pare che avessero le maniche ornate da un sistema di galloni come nel passato. Analogamente il petto sembrava ornato da alamari bianchi terminanti in fiocchetti. Nonostante si fosse deciso che i cuoiami dovessero essere neri, quelli bianchi permanevano spesso in uso e, almeno ancora nel 1800, la cinghia del fucile era, a volte, <li cuoio rosso. Questi provvedimenti furono presi per la riorganizzazione dell'esercito che partecipò alla campagna nello Stato romano, seguita alla caduta della Repubblica Partenope a. E' quindi con queste uniformi che l'esercito napoletano sostenne gli scontri, soprattutto in Toscana, con i francesi ed i loro alleati nel 1800. Le berrette da quartiere erano in panno bianco; in panno rosso p er i r eggimenti esteri, con le frontiere di colore distintivo in entrambi i casi. Con il riordinamento dell'ottobre 1801 dell'esercito in Sicilia furono creati

237


quattro reggimenti di fanteria di linea: Valdimazzara 1 ° e Valdimazzara 2°, Valdemone e Valdinoto. Le disposizioni precedenti per il vestiario rimasero invariate. I due reggimenti col titolo di Valdimazzara si dovevano distinguere per mezzo dei bottoni: gialli per il 1 ° e bianchi per il 2°, le mostre scarlatte per entrambi. Il battaglione Valdinoto, che era aggregato all'esercito di Napoli, aveva il cappello con una piuma verde ed una bianca. Dall'agosto 1799 in Sicilia fu deciso di distribuire un cappotto a tutti i soldati, mentre prima era in dotazione solo ai soldati cli fazione. Per i reggimenti siciliani esso fu approntato la prima volta in abragio (orbace) nero. Alla fine del 1802 il reggimento Principessa Reale mutò le mostre da verde pistacchio in azzuro, ed i bottoni da ottone in quelli di stagno C7). Dopo l'armistizio e la pace del 1801, tra il 1802 ed il 1803 venne emanata una nuova ordinanza per il vestiario dell'esercito che riepilogava quasi tutte le provvidenze passat e e forniva moltissimi altri dettagli. Le principali modifiche al sistema precedente furono la variazione de] vestiario dei reggimenti esteri da rosso in bleu e la modifica dei colori distintivi di reggimento, battaglione e compagnia (vedi Tabelle 62 e 63). Tabella 62 COLORI DISTINTIVI DEI REGGIMENTI DI FANTERIA DI LINEA 1803-1806 Reggimento

Abito

Mostre

Bottoni

1 a brig.

bianco bianco

scarlatto scarlatto

gialli bianchi

Real Principe 2° Reale Principessa

2 3 brig.

b ianco bianco

blu-celeste blu-celeste

gialli bianch i

Reali Calabresi R eali Abruzzi

3a brig.

bianco bianco

nero ne ro

gialli bianchi

Reale Albania Real e Alemagna

4 3 brig.

bleu b leu

scarlatto scarlat to

gialli bianch i

Reale Principe I 0 R eale Carolina 2°

5 3 brig.

b ianco bianco

cene rino cenerino

gialli bianchi

Reali Sanniti Reali Presidi

6abrig.

bianco bianco

giallo-limone giallo-limone

g ia lli b ianchi

bianco bianco bianco bianco

scarlatto scarlatto giallo verde pisello

giall i bianchi

In Sicilia In S ic ilia

g ialli

In Sicilia In Sici lia

Real Ferdinando R eal Carolina 1° /

Valdimazzara 1 ° Valdimazzara 2° Val<lemone Valdinoto .

1 a brig. 2 a brig.

bianchi

Note

ve rde nel 1804 verde ne l 1804

Secondo que sta ordinanza il ve stiario degli ufficiali di fanteria continuava a consistere in una giamberga ad un petto di panno bianco tagliata alla francese, di una sottoveste di panno bianco e di calzabraghe di panno celeste. La giamberga era foderata di saia del colore delle mostre, cioè di colletto e (1 7) A.S. Na. Segr. Ant. Fs. 897.

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-paramani che distinguevano reggimento e brigata insieme al colore dei bottoni. I bottoni erano piatti di rame, dorati o argentati a seconda del reggimento. Gli ufficiali della Piana Maggiore, cioè dello Stato Maggiore reggimentale, dovevano abbottonare l'abito sino alla vita; tutti gli ufficiali subalterni lo portavano invece abbottonato solo ai primi cinque bottoni. Per l'estate era previsto l'uso di sottoveste e calzoni di bombacino o di una tela analoga, dello stesso taglio di quelli di panno. Il soprabito (roccappotto) era d i panno mischio cenerino , cioè grigiolino, ed aveva colletto e paramani uguali a quelli della giamberga. Come ne l precedente regolamento sul vestiario era proi-

bito indossare il roccappotto nelle parate e negli esercizi in presenza di ufficiali generali, mentre era autorizzato il suo u so nelle altre occasioni. Per gli ufficiali di Piana Maggiore era previsto l'uso di un cappello a tricorno con bordo di gallone d'argento. Sulla sinistra vi era una ganz.a in gallone d'argento, fermata da un bottone d ' uniforme , sovrapposta ad una piccola coccarda di lilla rossa; alla base del cappello vi era un co rdone d'argento mescolato a seta scarlatt a che terminava nelle due ali laterali con due fiocchetti . In piccola tenuta usavano un cappello s imile, ma senza il gallone d'argento al bordo. Per gli ufficiali subalterni del le compagnie fucilieri era invece in uso iI cappello tondo come per i soldati, del tipo già descritto in precedenza. Per gli ufficiali il bordo era però in gallone d'argento e d il pennacch io in penne di struzzo. Invece della banda rossa alla base del cappe! lo vi era un gallone largo d'argento. La rosetta sulla sinistra era di argento misto con se ta scarlatta. Gli ufficiali dei granatieri avevano il berrettone come i soldati della propria compagnia, ma tutte le guarnizioni dovevano essere in oro o in argento, a seconda del colore dei bottoni, ed il pennacchio di penne di struzzo. Per il servizio giornaliero tutti gli ufficiali, fucilieri e granatieri, usavano il cappello a tricorno come gli ufficiali di Stato Maggiore. Le scarpe (i coturni) erano di pelle di vitello. I soli ufficiali dello Stato Maggiore, essendo montati, avevano speroni d'acciaio ugual i a quelli della cavalleria. Le cravatte erano di cuoio nero verniciato; dovevano essere guarnite di un sopracollare bianco di tela o di battista. I distintivi di grado erano analoghi a que lli in uso nel periodo precedente. Gli ufficiali superiori erano distinti mediante galloncini d'oro o d'argento sopra i paramani: tre per i colonnell i, due per i t en enti colonnelli ed uno solo per i primi e secondi maggiori. I capitani ed i capitani-tenenti portavano due spalline d'oro o d'argento con frangia a cannottigli e foderate di panno distintivo. I primi e secondi tenenti avevano una sola spallina (dragona) sulla spalla destra, e gli alfieri una sulla spalla sinistra. Sui roccappotti i soli uffic iali superiori portavano i galloni sui paramani, come sull'abito, mentre gli altri non dovevano portare le insegne del grado. I color.nelli insigniti del rango di brigadiere, quand'erano al comando del proprio corpo, dovevano portare l'uniforme del corpo con l'aggiunta del ricamo da brigadiere sui paramani, oltre a i tre galloncini corrispondenti al loro grado. Per quanto rigu arda armamento e cuoiame per gli ufficiali era previsto l'uso di u na sciabola uniforme per tutti i gradi e p er tutt i i corpi. Il cinturino era di cuoio nero verniciato; andava cinto al di sopra della sottoveste; la p lacca e ra in acciaio azzurro con le lettere iniziali FB in argento. Il fiocco da sciabola (la dragona) era in trina d'argento con due fili di seta scarlatta ed un fiocco a cannottigli.

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Tutti gli uffi ciali di ogni grado in servizio dovevano portare la sciarpa, che era di seta bianca mescolata con seta scarlatta, terminante con due fiocchi, anch'essi di seta con gli stessi colori. Gli ufficiali montati portavano la sciarpa al di sopra della giamberga. Quando non avessero avuto la sciabola gli ufficiali dovevano portare un bastone di canna d'india con pomo d'avorio, guarnito di un cordone di cuoio nero. Gli ufficiali montati usavano sella all'inglese e tutti i finimenti simili a quelli della cavalleria. La gualdrappa er a di panno bianco con bordo di colore distintivo, guarnito esternamente da un gallone d'oro o d'argento, a seconda dei bottoni. Ai quattro angoli vi erano ricamate in oro o in argento le lettere FB sormontate dalla corona reale. L'acconciatura dei capelli - che si dovevano portare sempre incipriati - doveva essere a codino, come per i soldati. Gli aiutanti vestivano come g]i ufficiali, ma senza distintivi; la giamberga doveva sempre avere le falde ripiegate. I cappelli erano come quelli degli ufficiali, ma la rosetta era di solo argento. Il cappello per servizio giornaliero e ra quello a tricorno senza gallone; il cordone alla base ed i suoi fiocchetti e rano di filo bianco e lana scarlatta. I soldati privilegiati (che prendevano il posto dei cadetti) avevano il vestiario simile a quello dei soldati comuni; si distinguevano per un galloncino di lana bianca attorno al colletto. Essi inoltre portavano i gradi da sottufficiali, che potevano avere ricevuto prima di ascendere al grado di ufficiale. I portabandiere erano vestiti come gli aiutanti, ma avevano una spallina senza frangia d'oro o d'argento sulla spalla sinistra. Questa spallina doveva servire a fermare il fodero della bandiera portato a bandoliera, quando le bandiere fossero state spiegate. Il fodero era di tela incerata nera s ul quale, a lettere bianche v'era scritto il nome del reggi mento. I forieri erano vestiti come portabandiera con l'insegna di due galloni d'argento cuciti trasversalmente sulla parte superiore della manica. Gli armieri, che erano vestiti come soldati comuni, avevano per insegna distintiva due fucili incrociati di panno di colore distintivo pos ti in alto s ulla manica sinistra. I prevosti erano vestiti e graduati come primi sergenti. Gli aiutanti ed i portabandiera avevano la stessa sciabola degli ufficiali, con l'impugnatura guarnita da una trina e fiocco d'argen to semplice. Negli esercizi o nelle parate i soli aiutanti dovevano portare una sciarpa di filo bianco e seta scarlatta. I soldati privilegiati ed i forieri erano armati ed equipaggiati come secondi sergenti. I prevosti portavano una spada come i primi sergenti; gli armieri erano armati ed equipaggiati come soldati comuni. Le giamberghe dei primi serge nti erano di panno bianco uguali a quelle dei forieri, cioè a taglio lungo, con fodera di saia del colore dei paramani. Le giacche per i secondi sergenti e comuni erano di panno bianco ed andavano abbottonate sino alla vita. Il colletto, i paramani e le falde erano di panno di colore distintivo. Le calzabraghe erano di panno celeste, tagliate alte in modo che la cintura 240


montasse sopra le anche. Erano cucite sino alla metà della gamba e d abbottonate con 8 bottoni d'ottone. Le calzabraghe per l'estate erano di tralicci.o, ossia cotoncino bianco. Il cappello era del tipo già descritto; vennero variati i colori delle rosette di lana al di sopra della ·coccarda che distinguevano le compagnie (vedi Tabella 63). Il pennacchio di lana era scarlatto per tutti indistintamente. Tabella 63 COLORI DISTINTIVI DI COMPAGNIA PER LA FANTERIA DI LINEA 1803-1806 Compagnie

Rosette

1 a granatieri 2 a granatieri 1 a fucilieri 2 a fucilieri 3 a fucilieri 4 a fucilieri 5 a fucilieri 6a fucilieri 7 a fucilieri 8 a fucilieri 9 a fucilieri 1Oa fucilieri 11 a fucilieri 12 a fucilieri

cremisi cremisi nel centro e nel giro esterno, bianco nel secondo giro scarlatto giallo celeste verde-pistacchio bianco nel centro, scarlatto esternamente bianco nel centro, giallo esternamente bianco nel centro, celeste esternamente bianco nel centro, verde esternamente scarlatto nel centro, bianco esternamente giallo nel centro, bianco esternamente celeste nel centro, bianco esternamente verde-pistacchio nel centro, bianco esternamente

N.B. Pennacchio di lana rosso per tutti

I primi sergenti avevano il gallone attorno al bordo del cappello ed il cappio della coccarda in argento. I berrettoni per i granatieri erano di cuoio, con la parte esterna rivestita di pelle d'orso; sul davanti veniva posta una placca di ottone, su cui era incisa una granata. Il dietro veniva ricoperto di una borsa di panno di colore distintivo, ripiegat a e terminante con un fiocchet to. Il tutto era guarnito di un piccolo gallone d'oro o d'argento. Per il servizio ordinario i granatieri portavano il cappello tondo come i_ fucilieri, ma sul bottone del cappio vi era posta una piccola granata di ottone. I cravattini erano di sola, cioè cuoio, lucida con un rivettino superiore di tela bianca. I cappotti per soldati, caporali e secondi sergenti erano di panno monachile. Ai primi sergenti era permesso usare il roccappotto uguale nel taglio a quello degli ufficiali; sulle maniche essi dovevano portare il distintivo del loro grado. I sergenti dovevano inoltre portare guanti come gli ufficiali. Le distinzioni di grado dei sottufficiali erano le stesse di quelle in uso precedentemente, e cioè due galloni d'argento sulla manica al di sopra del paramani per i primi sergenti ed uno solo per i secondi sergenti; un gallone stretto d'argen241


obliquamente to per i caporali cucito sulla manica; un gallone di filo bianco orizzontale per i carabinieri. I guastatori avevano sulla manica sinistra in alto due scuri incrociate di panno di colore distintivo. I guastatori portavano lo strumento sulla spalla sinistra ed avevano un grembiale di vitello nero. Tamburi e pifferi avevano una giamberga di panno bleu scuro con colletto, paramani e falde del colore distintivo del reggimento. Alle spalle avevano anche due alette di panno di colore distintivo gallonate con trina d; ~ivrea, così come lo erano i paramani. I tamburi di battaglione avevano in più le insegne del grado di carabiniere. Questa giacca era di modello un po' più semplice rispetto a quello adottato nel 1800. I tamburi portavano inoltre un guardacoscia di pelle bianca. Il tamburo maggiore aveva la giamberga lunga come i primi sergenti, dei quali portava anche il grado. La bandoliera era di panno di colore distintivo, con bordi di trina d'argento o seta bianca e seta cremisi, e frangia e fiocchi di seta biança e cremisi. Sul davanti, come già nel passato, si aveva una placca d'argento a f6rma di scudo con le armi reali, sormontate da una corona. Il bastone aveva il pomo, i lacci ed i fiocchi d'argento. Le berrette da quartiere erano di panno bianco con frontiere dei colori distintivi (di panno bleu per i reggimenti della brigata estera). Il cinturone destinato a reggere la spada, il cangiarro (sciabola), o la baionetta era di cuoio di S. Maria nero, con una placca di ottone rettangolare con gli angoli arrotondati; si portava al di sopra della giacca. Per gli individui armati di baionetta e cangiarro il fodero di questo era attaccato con una piccola cinghia abbottonata al cinturone. La giberna per granatieri e fucilieri era di sola (cuoio sottile) tinta in nero e lustrata a cera e veniva sostenuta da una bandoliera nera di cuoio di S. Maria. La bandoliera dei sergenti era leggermente più piccola. Anche la bretella del fucile, il portacassa dei tamburi e le cinghie portacappotto erano del medesimo cuoio nero. La mucciglia (zaino) era, come per il passato, di tela olona forte dipinta ad olio in modo da assomigliare a pelle di tigre. Per i sottufficiali era ancora previsto l'uso del bastone, portato attaccato al primo o secondo bottone della giamberga: con il pomo di osso bianco per i sergenti e di legno per caporali e carabinieri. Questo uso sopravviverà sino al 1830. I bastoni dei sottufficiali e le spade dei sergenti erano fornite di un cordone di cuoio nero. Dal grado di sergente a scendere ogni individuo era armato di fucile e baion e tta; i primi sergenti avevano inoltre una spada; i secondi sergenti, caporali, carabinieri e granatieri avevano un cangiarro di modello uniforme; guastatori, tamburi e pifferi erano armati viceversa del solo cangiarro. Per quanto riguarda l'acconciatura, i capelli, come si è già detto per gli ufficiali, dovevano essere legati a codino, che non doveva superare i 1O pollici di lunghezza. I capelli venivano incipriati solo nei giorni di guardia o di gran parata. Era anche prescritto di portare i baffi incerati di nero da parte di sottufficiali e soldati. Si ribadivano le istruzioni per mantenere puliti e ben lustra ti i generi di vestiario e di equipaggiamento: il cappello doveva essere sempre battuto e pulito ed il bordo di gallone mantenuto del colore bianco mediante terra di Vicenza stemperata; i cuoi dovevano essere sempre lustrati. Abiti e cal:~oni dovevano essere battuti, lavati e smacchiati, i bottoni lucidati. Per gli esercizi era ancora 242


previsto l'uso di una ginocchiera per la gamba destra, fatta con pezzi di cappelli vecchi. Per quanto riguarda il vestiario della brigatg, estera si prescriveva che il reggimento Real Albania avesse giacca e calzabraga di panno bleu scuro in luogo del rosso che avevano portato sino ad allora. Paramani, colletto e falde erano di panno scarlatto, ed i bottoni di metallo giallo, convessi. La giacca era tagliata secondo il modello di quelle della fanteria nazionale, distinguendosi peraltro nel taglio e nella forma dei paramani: essi erano aperti lateralmente e mantenuti chiusi da 3 bott oncini, due sul paramano ed uno sulla manica. Sul paramano vi era un alamaro di filo bianco, attaccato verso l'alto da un piccolo bottone d'uniforme. Le calzabraghe erano simili di taglio a quelle della fanteria nazionale; in estate erano in uso le medesime calzabraghe di bombacina bianca. Sergenti e soldati portavano un berrettone alla polonese (berrettone alla balcanica) con guarnizioni e bordo in filo bianco per soldati e caporali e argento per i sergenti. I granatieri portavano su davanti del berrettone una granata di ottone. Lateralmente vi era un pennacchio bianco, con il centro ros so. Tamburi e pifferi erano vestiti come i so.ldati, con le guarnizioni di trina con la livrea reale come per gli omologhi della fanteria nazionale. Tutti gli altri oggetti relativi al vestiario, equipaggiamento, cuoiame e distintivi di grado erano eguali a quelli della fanteria nazionale. Il vestiario degli ufficiali era simile a quello dei soldati, ma la giamberga era di taglio lungo. L'alamaro sul paramano era di argento. Il berrettone era come quello dei soldati con le guarnizioni in argento ed il pennacchio di piume ed andava indossato da tutti gli ufficiali, anche quelli d~lla Piana Maggiore. Il cappello a tricorno poteva essere indossato n elle stesse oe¡casioni in cui ciò era consentito agli u fficiali nazionali . Sciabola, cinturone e sciarpa dovevano essere uguali a quelle della fanteria nazionale. Anche le distinzioni degli aiutanti, portabandiere e sottufficiali di Piana Minore erano analoghe a quelle previste per la fanteria nazionale. Agli aiutanti era concesso, nelle stesse occasioni degli ufficiali, di fare uso del cappello atricorno con cordoni e fiocchetti di filo bianco e rosso. Il reggimento Alemagna aveva il vestiario del tutto simile a quello del Real Albania, ma il paramano ed il cappello erano come quelli della fanteria nazionale. Il bottone era di metallo bianco e di conseguenza tutte le insegne distintive erano in argento. (In realtà ancora nel 1804 al 3° b attaglione del reggimento venne distribuito il vecchio vestiario rosso) (18). Veniva poi fornito un elenco di tutti i generi di equipaggio e della loro durata, riportato nel regolamento. Nel regolamento, infine, si ribadivano le disposizioni sulle bandiere della fanteria: ogni reggimento aveva sei bandiere, due per battaglione; una di esse era detta colonella, le altre sensiglie. Il campo della bandiera colonnella era bianco d 'ormesino a due capi ben battuto; essa era quadrata di 8 palmi di lato. Da una parte vi era ricamato in seta lo stemma delle armi reali e dall'altra, sempre in ricamo, la croce costantiniana ed al di sotto di essa le lettere iniziali in nero indicanti il reggimento. Nei quattro angoli, su entrambi i lati, vi erano ricamati in seta gialla quattro gigli in mezzo ad una ghirlanda ovale d 'alloro. (18) A.S. Na. Segr. Ant. Fs. 880.

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Le bandiere sensiglie avevano la croce costantiniana e le lettere iniziali su entrambi i lati; per il resto esse erano identiche alla descrizione precedente. Le bande della fanteria avevano un'uniforme di gala consistente in abito lungo bleu con galloni d'argento e cappelli gallonati e con penne come il tamburo maggiore. Spesso i bandisti calzavano anche stivali; avevano sottovesti e calzoni di panno bianco o finta pelle. Gli strumenti tipici di una banda erano corni da caccia, trombini, clarinetti, piattini, fagotti, pifferi ed ottoni, gran cassa e cassa rullante, serpentoni e cappelletto cinese (19). Fino al 1806 non vi furono grosse variazioni; il 1° maggio 1804 furono mutate le mostre dei due reggimenti componenti la 5 a brigata, cioè Principe reale 1 ° e real Carolina 2 °, da grigio cenerino in verde morsello (2°). Pare che in alcuni reggimenti si fossero adottati prima del 1805 dei caschi, forse del tipo di quelli dei cacciatori o i primi tipi di schakot, ma non abbiamo potuto rinvenire altre informazioni in proposito (2 1). Con queste uniformi la fanteria napoletana sfilava per l'ultima volta alla parata di Piedigrotta dell'otto settembre 1805, e partecipava alla campagna contro i francesi ed i cisalpini, che invasero il regno nel 1806, prima di sfaldarsi e ricomporsi quindi in parte in Sicilia. Con la ripresa delle ostilità tra il dicembre 1805 ed il gennaio 1806 si mise in moto una macchina frenetica per vestire ed equipaggiare le reclute ed i volontari che si venivano ingaggiando. Si acquistavano affannosamente panni per abiti e cappotti. Al solito in questi frangenti il vestiario era sommario: spesso agli uomini venivano distribuiti solo cappotti, berrette da quartiere, pantaloni e sottovesti. Non sempre s i trovavano i panni del colore prescritto. Per parecchi corpi si costruirono calzabraghe con panno bleu, anziché celeste; i cappotti vennero fatti con panni di diversi colori: monachile, grigio, azzurro e bleu. Nell'aprile 1806 l'esercito borbonico venne ricostituito in Sicilia. Il 27 maggio 1806 il colonnello Vito Nunziante, comandante del reggimento reali Sanniti, chiedeva di mutare l'uniforme del proprio reggimento da bianco in bleu per uniformarsi a quelle del reggimento Estero, creato con la fusione di real Albania e reale Alemagna, dei quali corpi portavano ancora le uniformi (22). Il re acconsentì alla richiesta e questo rappresentò l'inizio del cambio del genere delle uniform1. E' a quest'epoca che s'incominciarono ad intr odurre nell'uso in modo generalizzato gli schakot (detti caschi nella terminologia dell'epoca). Le vecchie uniformi bianche vennero inviate a Gaeta per vestirvi le truppe assediate (23). Il 16 settembre si stabiliva che i cadetti, la cui classe era stata ripristinata nell'esercito, usassero il distintivo che li cuulraddistingueva nel precedente regolamen to, cioè il cordone di filo bianco mescolato a lana scarlatta portato sulla spalla destra (24). Al dicembre 1806 parecchi reggimenti erano ancora vestiti in bianco: Valdi( 19) (20) (21) (22) (23) (24)

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A.S. A.S. A.S. A.S. A.S. A.S.

Na. Segr. Ant. Fs. 786. Na. Segr. Ant. Fs. 266. Na. Segr. Ant. Fs. 786. Na. A.R.C.R. Fs. 936. Na. A.R.C.R. Fs. 677. Na. Segr. Ant. Fs. 826.


-mazzara 1 ° era ancora con il vecchio vestiario bianco, mostre scarlatte e calzabraghe celesti {25). Nello stesso mese al reggimento Estero venne ordinato di adottare il vestiario del reggimento Albania con i bqttoni gialli pel proprio uso (26). All'inizio del 1807 il reggimento Estero fece costruire le nuove giacche sul modello di quelle dei re·ali Sanniti. Il 25 gennaio 1807 fu approvato anche il nuovo modello di vestiario pel reggimento reali Presidi, del quale ci è pervenut o il figurino. L'abito era di panno bleu, con colletto, paramani e falde del colore distintivo, cioè ancora il giallo e bottoni di metallo bianco. Sulle spalle furono apposti due rullò di lana gialla. Si portavano poi calzahraghe di colore bianco. Il copricapo era costituito da una schakot nero, recante sul davanti un a granata di metallo giallo, al di sopra della quale era posta una coccarda ed un pennacchietto rosso (forse per le sole compagnie granatieri). Il copricapo era anche adornato di cordelline con due fiocchi ricadenti sulla destra in lana bianca. E' probabile che questo figurino rappresenti il modello per il vestiario dei corpi di fanteria che si distribuì nel corso dell'anno. Infatti in aprile 1807 in base ad una proposta del generale Bourcard fu stabilito di vestire la fanteria in bleu anziché in bianco. Riportiamo le considerazioni che spinsero il generale Bourcard a proporre il cambiamento di uniforme, che riteniamo forniscano un int eressante quadro sui problemi connessi al vestiario di un esercito dell'epoca. Il vestiario della truppa cominciando ad effettuarsi parzialmente Reggimento per Reggimento, e taluni di questi Corpi avendo trovato il mezzo di procurarsi del panno blò ne risulterebbe vantaggio considerevole per la truppa quanto si adottasse questo colore, così per l'economia, che per la manutenzione e pulizia. Per l'economia perché egli è più facile di procurarsi né due Regni di p anni di questo colore, che non obbliga di prenderlo di una qualità tanto fina, come quella di color bianco, il quale lascia travedere tutti i falli della tessitura, ed obbliga a servirsi di una qualità superiore. Che il panno blò si conserva m eglio, e più lungamente, stantecché il soldato per nettare il suo vestito non è nella necessità di stropicc iarlo come quello di color bianco, ciocché lo logora infinitamente più presto. Infine egli è impossibile di procacciarsi né due Regni la qualità della pietra adatta a questo uso, chiamata in Allemagna Terra di Pipa, e non esistendo nel Regno se non una pietra calcinosa chiamata Bianchetto la quale abbrucia il panno, l'imbianchisce male e lo consuma in pochissimo tempo. Per ciò che riguarda la tenuta, e la polizia, la truppa si profiterebbe egualmente, il colore blò resistendo alla polver e assai più del bianco, e che per pulire il bianco fa d'uopo di una laboriosa, e particolare attenzione, alla quale difficilmente si adatta il soldato napoletano, e che mediante una tintura poco dispendiosa (campeccio) un abito vecchio blò comparisce ancora buono. Se ne vede l'esempio nel reggimento Estero, il quale avendo un vestiario assolutamente inutile, comparisce superiore di assai a fronte d ei reggimenti vesti ti di color bianco. Se si adottasse questo colore per la fanteria potrebbero i r eggimenti che vestono coi fondi delle rispettive loro casse procurarsi dei panni, ed in mancanza di questi rimediare del doppio cottone, che per il seguito potrebbe servire per abito di quartiere, allorché si potrebbero procacciare dei panni. Per i caschi si credono più economici, di miglior figura, e meno suscettibili di sfigurarsi quelli della forma in cuojo, come quelli del reggimento Reali Presidi ...

Il 14 aprile il re approvò la proposta emanando la seguente disposizione. Il Re ha ordinato che tutti i Corpi di fanteria adottino il vestiario blò, della costruzione secondo il modello del reggim ento Reali Presidi, coll'avvertenza che i colori delle mostre, rivolti e collaretti sieno verdi né reggimenti Va/demone e Valdinoto e nel battaglione de' cacciatori Va/demone, e gialli in quello de' Reali Presidi; che i bottoni sieno bianchi nel reggimento Valdinoto e gialli nel reggimento Valdemone, riservandosi S.M. di determin ar e il colore de' paramani, collaretti e mostre degli a ltri Corpi; che i caschi sieno secondo la forma che usa il detto reggimento Reali (25) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 681. (26) A.S. Na . Segr. Ant. Fs. 338.

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Presidi: e che i Corpi non potendo per ora avere i panni blò, adoperino il doppio cottone blò, il quale quando si avranno i panni potrà servire per abito da quartiere, conforme si trova ordinato nel reggimento reali Presidi (27).

I reggimenti reali Sanniti ed Estero avevano, oltre all'abito bleu, le mostre scarlatte. In agosto fu deciso che i reggimenti di fanteria Valdimazzara 1° e Valdimazzara 2° (ed il battaglione cacciatori dello stesso nome) avessero le mostre di color scarlatto (28). Si distribuirono ad alcuni corpi i fucili di modello 1800 e si cercò di fare in modo che ogni reggimento avesse perlomeno l'armamento uniforme, giacché v'erano in uso fucili detti di Germania, inglesi (in numero sempre crescente), della Real Fabbrica (modello 1787) ed anche francesi. Il 27 agosto 1807 si ricevettero 10.000 fucili dall'Inghilterra (29). Nel corso del 1808 insieme alla riorganizzazione dell'esercito, che trovava attuazione con i generi distribuiti soprattutto a fare inizio dal 1809, si introduceva una serie di cambiamenti che erano poi riassunti in un regolamento. In aprile 1808 si decise che i rollò, cioè i rolli di lana sulle spalle delle giamberghe, portati alla moda della fanteria britannica, fossero di colore rosso per i reggimenti reali Sanniti e Presidi riuniti in brigata, e quelli di Valdimazzara ed Estero fossero invece di colore bianco (3°). I reggimenti Valdinoto e Valdemone li avevano verdi. Dall'esame dei documenti si deduce che la fanteria aveva calzabraghe bianche; i copricapi della fanteria erano ornati di gigli o di granate di ottone rispettivamente per le compagnie fucilieri e granatieri (3 1). Gli schakot erano sia di cuoio che di feltro. Nel maggio 1808 i granatieri ricevettero il distintivo di una granata apposta alle falde; i fucilieri avevano il giglio ed i volteggiatori una cornetta. Tra aptile ed agosto 1808 si approvarono i modelli di molti generi di vestiario: quello della bande della fanteria, delle giacche da quartiere, dello zaino da volteggiatori, etc. Per quanto riguardava le giacche da quartiere, di tela o di cotone azzurro o bianco, si stabiliva che quelle del reggimento Estero dovevano essere eguali a quelle di Valdimazzara, ma quelle del reggimento Estero dovevano avere al colletto una piccola mostra e filetti di colore bleu, mentre il Valdimazzara aveva questi attributi in rosso. Le giacche dei volteggiatori avevano un piccolo cornetto sulla mostra del colletto. In questo periodo vennero stabiliti i generi bigi per il quartiere, che rimarranno in uso sino al 1860, e, influenzati dalla moda dell'esercito inglese, le tenute estive hianche c:on colletto, paramani e falde di colore distintivo, sia per il quartiere che per i servizi armati. Infine venne anche esteso l'uso del cappotto a tutti gli uomini di fanteria, e non solo a quelli di fazione. . L'8 marzo 1808 era stato stabilito un nuovo sistema di insegne di grado: (27) (28) (29) (30) (31)

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A.S. Na. Segr. Ant. Fs. 272.

A.S. A.S. A.S. A.S.

Na. Na. Na. Na.

A.R.C.R. A.R.C.R. A.R.C.R. A.R.C.R.

Fs. Fs. Fs. Fs.

692. 692. 917. 981.


Vuole il Re che gli Uffiziali di ogni arma de' suoi reali Eserciti facciano uso de' seguenti distintivi sia sull'oro o sull'argento, per l'esattezza de' quali gli Uffiziali Superiori e gli Ispettori doveranno prestarvi ogni attenzione. Pe' Capitani le due stabilite dragone regolari. Pe' Capitani Tenenti le stesse dragone ma nel mezzo della lunghezza del piano con una riga di seta rossa tessutavi della lunghezza e lavoro che si osserva nel gallonctno dall'Ispettore Generale conservato; per i Primi Tenenti una dragona sulla spalla destra; pe' Secondi tenenti una dragona colla riga di seta rossa sulla spalla destra; e per gli Alfieri una dragona sulla spalla sinistra (32).

Il 5 maggio 1808 si fissava anche l'uniforme degli ufficiali del reggimento Guarnigione: per gli ufficiali in attività di servizio abito bleu con colletto, paramani e fodera color acquamarina con bottoni gialli e dragone (spalline) color oro; per gli ufficiali non attivi bottoni bianchi e dragone in argento. Come già accennato, abbiamo il testo del regolamento sul vestiario, purtroppo senza data, ma che si può situare nei primi mesi del 1808. Fortunatamente questo regolamento, che rimase in vigore sino al dicembre 1812, è integrato da una serie nutrita e dettagliata di conti della Deputazione del vestiario (1808-1811), da diverse disposizioni successive che alterano qualche particolare e da due serie di figurini, quasi sicuramente ufficiali, rinvenute in due collezioni negli USA (33•34) che sono stati in parte riportate nelle figure delle tavole che illustrano le uniformi di questo periodo. Tabella 64 COLORI DISTINTIVI DI REGGIMENTO 1809-1812 Reggimento

Mostre

Bottoni

Presidi Sanniti Estero Valdimazzara Valdemone Valdinoto Guarnigione

rosso rosso rosso rosso verde verde acqua-marina

giallo bianco giallo bianco giallo bianco giallo

Note

con alamari bianchi

(bianco per i ritirati)

Per quanto r iguarda gli ufficiali il testo del regolamento prescrive una uniforme di panno bleu scuro con falde, paramani e fodera del colore distintivo del reggimento (v. tabella 64). Il colletto mostrava un filetto esterno di panno bleu (in realtà era il panno sottostante che era bleu, sul quale era sovrapposto il bavero colorato). Il davanti del petto era chiuso da nove bottoni lisci convessi, che in servizio dovevano venire tutti abbottonati. Il paramano era tondo ed avev·a tre bottoni al di sopra. Le tasche erano coperte da una patta a scudo, con tre bottoni al di sotto. Sul retr _, della giamberga all'altezza della vita vi erano altri due bottoni. Le falde erano cucite rivoltate; agli angoli di esse i granatieri avevano due granate per parte colle fiamme al di fuori, i fucilieri due gigli uniti nella parte inferiore ed i cacciatori (volteggiatori) i corni da caccia uniti per l'imboccatura. Que(32) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 923. (33) Brown Univcrsity The Anne S.K. Brown's Military Collection (34) N.Y.P.L. The Winkhujzcn Collection.

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• sti emblemi erano ricamati in filo d'oro o d'argento, a seconda dei bottoni, su panno bleu. La giamberga aveva un profilo di colore distintivo lungo il petto, la vita e le tasche. La sottoveste era bianca ad un petto abbottonato con bottoncini di stoffa bianca. Fuori servizio si poteva portare una sottoveste di tela d i Nanchino. La calzabraga era di panno bleu d'inverno e di stoffa bianca in estate. In estate agli ufficiali era concesso di portare la calzabraga di tela di Nanchino a color naturale. Si portavano stivali all'ungherese a mezza gamba con un fiocchetto nero nel mezzo. La cravatta era di seta nera col rivetto superiore bianco. Gli ufficiali subalterni portavano un budriere di pelle bianca, e gli ufficiali superiori un cinturone, sempre di pelle bianca, come gli ufficiali di cavalleria. In inverno e nelle marce gli ufficiali portavano un sopracalzone di pan no bleu con un fil etto laterale del colore della mostra con una fila di bottoncini per ogni gamba. Nelle stesse occasioni si indossava uno spenzer (surtout) di panno bleu, con colletto, paramani e bottoni come per l'uniforme. I] cappotto doveva essere di panno grigio scuro. Il colletto era ripiegato ed il petto era chiuso da otto bottoni. Il cappello a bicorno era di feltro nero con coccarda di sola rossa e ganza di gallone d'argento. Era bordato di un gallone di seta nera rigato. Ai due lati aveva due fiocchetti (nappine) in argento frammischiato a seta scarlatta. In seguito fu deciso che il pennacchio doveva essere bianco con la base del colore delle mostre per gli ufficiali delle compagnie fucilieri e tutto rosso per i granatieri. Gli ufficiali dei volteggiatori avevano l'uniforme come quella dei soldati delle proprie compagnie, e cioè una corta giacca, senza rullò alle spalle. Il cappello era tondo con la coccarda davanti fermata da una ganza in a rgento, al di sotto della quale vi era un corno da caccia, sostenuta da un bottone con granata. Il pennacchio era verde con la punta rossa. Sulle falde della giamberga avevano un corno ed una granata sui due lembi. Agli ufficiali era inoltre consentito l'u so di un roccappotto (soprabito) bleu con mostre e bottoni del reggimento di appartenenza. Fuori servizio potevano anche indossare uno spenzer bleu liscio, cioè senza mostre, con bottoni d'uniforme. Gli aiutanti vestivano come gli ufficiali, ma senza d ragona alle spalle. La truppa aveva un'uniforme nel complesso simile a quella degli ufficiali, però la giamberga, dello stesso panno bleu scuro, era più corta. Le granate, i gigli o i corni da caccia sulle falde erano di metallo del colore dei bottoni. Sopra ogni spalla v'er a un rullò di panno foderato di tela, ed imbottito di stoppa, gu arnito al di sopra di piccole strisce di panno del colore delle mostre, intercalate tra di loro, e nell'estremità esterna aveva una frangia del colore delle mostre (come si è visto i rullo erano diversi da brigata a brigata). Al di sopra ed in direzione del bottone posto sulla controspallina, che er a di panno bleu con fodera e profili di colore distintivo, vi era in metallo una cornetta, una granata od un giglio a seconda dell a specialità del fante. La calzabraga per l'inverno era in panno bleu scuro, mentre la tenuta estiva contemplava calzabraga di cotone bianco. Le ghette erano di panno nero per l'inverno, fermate da una cinghietta di vacchetta nera passante a l di sotto della scarpa ed abbottonata all'ultimo bottone della ghetta e chiuse lateralmente da bottoncini di osso nero; quelle ;'}er l'estate erano in cotone bianco con bottoncini di osso bianco e cinghietta parimenti bianca. I cravattini eran di sola, chiusi sul dietro da una placchetta di rame giallo e con un rivettino di tela bianca al di sopra. Lo schakot era di cuoio (ma in seguito si confezioneranno anche di feltro) tagliato alla Greca con una visier a a forma di mezzaluna. Era ornato da un laccio di filo bianco e lana scarlatta (come vedremo nel seguito il laccio va248


riava da reggimento a reggimento), appuntato ad un bottone posto sulla dritta sopra una piccola rosetta, il cui colore distingueva la compagnia (v. tabella 65), passando sotto il simbolo denotante la specialità, apposto sul davanti del copricapo (e cioè granata, gigli9 o cornetta in metallo), e sotto un altro bottone all'altezza della visiera sulla sinistra per ritornare dietro ed essere allacciato al bottone sulla destra. Sul lato destro, dal laccio pendevano poi due fiocchetti che arrivavano all'altezza del bavero. Il pennacchio era di lana rossa per i granatieri, bianca per i fucilieri e verde con punta rossa per i volteggiatori. Il soggolo era in cuoio nero cucito da un lato e fermato da un bottoncino. Tabella 65 COLORI DI COMPAGNIA ALLE ROSETTE DELLE SCHAKOT 1808-1812 Battaglione

Compagnie

Rosette

10

volteggiatori 1 a granatieri 2 a granatieri 1 a compagnia 2 a compagnia 3a compagnia 4a compagni°a

verde e rosso rosso bianco verde giallo celeste pignolo

20

1a 2a 3a 4a sa

compagnia compagnia compagnia compagnia compagnia

verde e bianco giallo e bianco giallo e bianco celeste e bianco pignolo e bianco

I soldati volteggiatori avevano il cappello come quello degli ufficiali, con l'emblema sul davanti costituito da una granata sovrapposta al corno. Già il 5 giugno 1808 e ra stato stabilito che essi fossero armati di cangiarro da cacciatore retto da un budriere di cuoio nero lucido. Il cappotto per la truppa era uguale a quello degli ufficiali. In realtà per molti battaglioni (ad es. 1° e 3 ° granatieri) furono spesso usati cappotti di panno bleu dello stesso t ipo di quelli grigi (35) La mucciglia (zaino) era di pelle nera di marocchino, a forma vagamen~e quadrata, separata all'interno da una tramezzo di tela. Il coperchio veniva chiuso mediante tre cinghie appuntate ad altrettante fibbie di rame giallo. Lo zaino si portava sulle spalle mediante due cinghie di pelle bianca. Per quanto riguarda le insegne di grado il regolamento prevedeva che i carabinieri dovessero essere distinti mediante un gallone di filo bianco disposto obliquamente sulle maniche al di sopra del paramano. I ,:aporali avevano un gallone uguale, ma in argento; per i secondi sergenti il gallone era d'oro, mentre i primi sergenti avevano due galloni d'oro obliqui. I forieri erano distinti da due galloni in argento. (35) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 979.

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Come si desume dall'iconografia i sottufficiali erano inoltre provvisti di bastoni come per il passato. I cadet ti avevano una spallina con frangia sulla spalla sinistra. I portabandiera sulla stessa spalla avevano una spallina senza frangia, mentre gli aiutanti ne avevano due. Per gli ufficiali subalterni si ribadiva il regolamento sui distintivi di grado approvato 1'8 marzo 1808. Gli ufficiali superiori erano distinti con righe di galloncino del colore dei bottoni sui paramani: una per il maggiore, due per il tenente colonneello e tre per il colonnello. . Oltre ai distintivi indicati i cadetti, portabandiera ed aiutanti portavano la dragona alla spada ed i fiocchetti al cappello interamente d'argento, mentre gli ufficiali li avevano in argento misti a seta rossa. Per tutti gli ufficiali era poi previsto l'uso della sciarpa cinta in vita come per il passato. Le disposizioni contenute nel regolamento finora presentato non consentono di conoscere tutti i particolari: Fortunatamente la nutrita serie di figuri ni d'epoca e numerose prescrizioni o informazioni scritte rinvenibili in altri documenti permettono di completare il quadro in modo più che soddisfacente. Va innanzitutto notato che i cuoiami erano bianchi per i granatieri e fucilieri e neri lustrati per le compagnie volteggiatori (ma fino al 1811 il reggimento Valdimazzara continuò a portare cuoiami neri per tutte le compagnie) (36) . Appare poi che il testo del regolamento si riferisca principalment e all'uniforme del reggimento Presidi. Ad esempio il laccio allo schalwt era bianco solo per i reggimenti della prima brigata ed il reggimento Estero, mentre era bianco e rosso per il reggimento Valdimazzara e bianco e verde per i reggimenti Valdemone e Valdinoto. Quest'ultimi avevano poi i tuppi di lana allo schakot di colore verde. In un secondo tempo i granatieri portarono tuppi rosso scarlatto, come il pennacchio degli ufficiali, così come di colore scarlatto erano le frange ai rolli sulle spalle. Per l'estate, secondo la moda di alcuni reggimenti britannici nei paesi dal clima caldo, era in uso una tenuta completamente bianca del tutto simile a quella bleu, con i colori distintivi a colletto, paramani e falde e con i rolli alle spalle. La tenuta di quartiere era costit uita da una giacca senza falde di colore bianco in estate e di panno bigio celeste in inverno, e dall'uso della berrett a di quartiere, del colore dell'abito (di solito per la sua confezione si adoperavano gli abiti dismessi) con filetti e fiocchetto di colore distintivo ed il simbolo della specialità in panno sul davanti. Il reggimento Estero aveva sulla bustina un gallone di filo bianco, ed i sottufficiali avevano un bordo del gallone dei gradi . Per quanto riguarda i tamburi ed i pifferi il regolamento non fornisce le relative disposizioni, ma un figurino d'epoca oggi purtroppo non più rintracciabile, ma ciel quale abbiamo gli appunti, ci fornisce gli elementi sostanziali. Essi erano vestiti come la truppa, ma con i galloni della livrea reale al collo ed ai paramani, sui rullò e con sei chevrons, sempre di livrea, alle maniche. La tenuta delle bande dei reggimenti di fan teria non era regolamentata in modo preciso. Appare che i colonnelli potevano avere una certa libertà nel determinare il vestiario dei musicanti. Inoltre in molte bande dell'epoca comparivano anche musicanti negri, detti mori, che erano in genere ex-schiavi barbareschi catturati (36) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 919.

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..


nel corso delle operazioni navali contro i pirati e liberati dopo la loro conversione al cristianesimo. Essi vestivano un fantasioso abito alla turca, con ampie braghesse di cotone o di panno, gilet riccamente ornato in oro o argento, sciarpa di nobiltà alla vita, papusse, cioè pantofole alla turca, in pelle colorata ai piedi e turbante in capo. · I musicanti europei avevano di solito l'abito lungo, come quello dei sottufficiali, gallonato in oro o in argent o, che poteva essere del panno e dei colori assegnati al reggimento o più spesso con colori diversi per distinguere la banda quando marciava alla Lesta della truppa. Tra il 1806 ed il 1808 alcuni reggimenti avevano per la banda abiti bianchi, in altri i musicanti erano vestiti con i colori invertiti rispetto alla truppa, avevano cioè l'abito del colore delle mostre del reggimento e le mostre del colore di fondo dell'abito dei comuni. Il reggimento Estero, ad esempio, nel 1809 faceva indossare ai suoi musicanti abiti con i colori invertiti, cioè giamberga rossa con mostre bleu, gallonata in argento. Nel 1810 la banda del reggimento Valdemone ricevette un vestiario che prevedeva per il tamburo maggiore una giamberga da primo sergente con i colori del reggimento, gallonata con gallone oro e seta verde. I musicanti avevano invece abiti rosso scarlatto a mostre bleu, con rolli alle spalle di lana verde, unico riferimento ai colori distintivi del reggimento, il tutto ornato con il gallone di livrea oro e seta verde come per il tamburo maggiore. La bandoliera del t amburo maggiore era di panno verde, gallonata in argento e recante nel mezzo la tradizionale placca d'argento con le armi reali. Tutti portavano calzabraghe di panno o di cotone bianco. Il copricapo era costituito dal cappello a bicorno, sul quale di solito veniva apposto un pennacchio di penne americane. Alla fine del 1812 (22 dicembre), in concomitanza con la riorganizzazione dell'esercito, fu emanato un nuovo regolamento pel vestiario (37) che rese l'aspetto dell'esercito siciliano ancora più vicino a quello delle truppe britanniche, pure se venne conservato il colore di fondo bleu delle uniformi. Questo regolamento rimase in vigore sino alla riconquista del regno di Napoli da parte dei Borboni. Nel seguito riportiamo il testo del regolamento. Le tavole che illustrano questo p eriodo sono state ricavate da un originale dell'epoca, ritrovato dal compianto R. Forthoffer nel corso delle sue ricerche. Palermo 22 dicembre 1812. Regolamento pel vestiario La giamberga de' fucilieri, granatieri e fiancheggiatori sarà di panno blù con rovesci, collari, par amani ed orlatura di panno scarlatto p er i r eggimenti esteri (cioè non Siciliani) e verde per i nazionali con bottoni bianchi per i primi e gialli per gli altri sui quali bottoni vi sarà il nume ro del r eggimento. La giamberga sarà appuntM:-i s11l petto con 8 bottoni; 3 ve ne saranno su ciascun parama11;0 ed altrettanti su ciascuna tasca; le falde della giamberga saranno appuntate a 2, a 2, e giungeranno sino all'origine della coscia della banda di dietro. Li calzoni saranno alla pantalone di panno grigio l'inverno e di cottone bianco l'estate con gli stivaletti dell'istessa materia a mezza gamba, posti sotto il panta lone. Le spallette saranno di panno blù orlate al colore delle mostre e termineranno con una rosetta di cotone bianco per fucilieri, fiancheggiatori e con un rollò delle mostre simili a quelli in uso per li granatieri. Il caschetto sarà di cuo_jo simile per la forma a quello della ,·,rnteria inglese; avrà sul davanti la coccarda di Sua Maestà con un pennacchio rosso per granatieri, e bianco per fucilieri e fiancheggiatori; questi avranno sotto la coccarda un giglio di rame ed i granatieri una granata; sul

(37) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 926.

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lato dritto vi sarà una piccola rosetta che indicherà col suo colore le varie compagnie; il laccio sarà bianco, al solito pendente sul lato destro. Il cuoja me sarà bia nco ed inc roderà sul pe tto. La mucciglia sarà di tela inverniciata verde scura, ed avrà sul lato apposto a quello che è sulle spalle uno scudo con tre gigl i e sopr a il numero del reggimento dipinto in gia llo. Le corr ee saranno nere. La borraccia sarà di legno a barilotto, con correa nera. Il sacco a pane sarà di tela bianca. Le gia mberghe degli uffiziali saranno s imili a quelle dei solda ti e de lla s tessa lungheza, ma avranno due petti fode ra ti del color della mostra ognuno de' q uali avrà 8 bottoni equidistanti. Porte ranno gli uffiziali l'esta te le calzabraghe bianche a gamba e gli stivali a ll'unghe rese e nell'inverno i calzoni saranno grigi. Li distintivi sara nno di filo d'argento per gli e s teri e oro pe r i n azionali. La scia rpa sarà simile all'a ttuale, ma i fiocchi ne saranno più piccoli e penderanno d ue lacci, i fiocchi alle spade a l solito. , Gli uffiziali de' fucilieri porteranno la spada pendente da un budrié bianco, che avrà sul petto un ovale, d'argento per reggimenti esteri e di oro per siciliani, con il numero del reggimento. I gra na tieri e fi ancheggiatori vi portera nno la scia bola. I caschetti degli uffizial i saranno simili, a lla forma, a q uei de' soldat i, ma di feltro; la piastr a pe rò s ul davant i sarà di a rgento e figurerà un rombo con un giglio in mezzo; per i reggiment i sicilia ni sarà in oro. I grana tieri avranno una piccola granata nel mezzo della coccarda, similmente del color e del bottone.

4. Fanteria leggera: battaglioni cacciatori e corpi volontari Corpo dei fucilieri di montagna

I fucilieri di montagna ancora sul finire del secolo continuavano a portare un'un iforme derivata dall'abito a lla catalana, con la quale er ano stati contraddistinti sin dalla loro istituzione nell'esercito napoletano. L'uniforme consisteva in una velata (abito lungo, adoperato a guisa di soprabito) di panno bleu con mostre gialle, una corta giacchetta, che rappresentava la tenuta ordinaria, di panno giallo con colletto, paramani, piccoli risvolti al petto e faldine di panno bleu scuro. I bottoni erano d 'ottone. Sotto alla giacchetta si indossava una camiciola (gilet) di panno o di cotone bianco a due petti. I calzoni, al ginocchio, erano di panno bleu scuro (e spesso nei distaccamenti isolati nelle impervie contrade montane i pantaloni venivano costruiti d'abragio, cioè orbace, nero). Si portavano poi mezze calze con scarpe alla montanara allacciate fin sopra i polpacci (ciocie), al di sopra delle calze, sulle quali si potevano portare mezze ghette di panno nero o di colore scu ro. Il cappello era di feltro nero con bordo di gallone giallo, coccarda rossa e un piccolo pennacchietto nero. Completava il vestiario un ampio mantello di panno bleu scuro con colletto e paramani gialli. A tracolla i fucilieri di montagna recavano una bandoliera che sorreggeva una borsa entro cui erano infilate due pistole. . I tamburi portavano l'abito con i colori invertiti rispetto alla truppa, ed i calzoni eranò invece dello stesso colore bleu. Un testimone oculare nel 1798 così descrisse l'aspetto del futuro generale Nunziante, che a ll'epoca vestiva l'uniforme di sottufficiale dei fucilieri di montagna: Giubbariello giallo, giustacore bianco, fascia di taffetà cremisi (in vita, come i cacciatori appena istituiti), calzone nero cor'o, calze bianche, capelli chiusi in una lunga rete di seta con fiocchi, cappello nero con gran falda rivolta a tre punte, il costume insomma dei m icheletti catalani. L'uniforme ora descritta er a anche quella indossata dal corpo dei fucilieri di città, creato nel 1803 con quanto rimaneva dei fucilieri di montagna. 252


--Reggimenti e battaglioni cacciatori

I primi reggimenti cacciatori, organizzati nel 1797 sull'esempio degli analoghi corpi prussiani o austriaci, adottarono subitoun'uniforme molto pratica, che rimase in uso per lungo tempo. Essa consisteva infatti in una corta giacchetta di panno verde, con collo e paramani di panno del colore distintivo e calzoni di panno grigio azzurro; calzavano corti stivali, detti coturni, neri, e in vita portavano poi u na fascia di lana rossa. Come copricapo avevano un caschetto di cuoio nero. I cuoiami erano tutti neri. Un real dispaccio di poco successivo all'istituzione di tale specialità nella fanteria (38) stabiliva infatti i generi che i colonnelli dovevano fare confezionare per i propri reggimenti: ...quali vestiari, fascia scarlatta, e caschetto in tutt'i detti Corpi saranno uniformi, con la sola diversità del colore delle rivoltine, e collaretto a pistagna, che nel primo reggirnento saranno di colore scarlatto, nel secondo reggimento di color giallo, nel terzo reggimento arancio, nel quarto celeste chiaro, nel quinto nere, e nel sesto bianche. Il c uojame e mucciglia saranno di vacchetta costrutti secondo la mostra. Ogni cacciatore sarà armato di un fucile col focone obliquo, bacchetta cilindrica, e bajonetta, e cangiarro uguale a quello de' Cacciatori Reali. L'uniforme degli uffiziali sarà composto di una giamberga verde, nel taglio, e distintivi uguale a quella degli uffiziali di fanteria, con bottone piano di metallo dorato, e le rivoltine, e collaretto a pistagna del colore corrispondente al reggimento. La sottoveste sarà di panno cenerino con piccioli bottoni piani di metallo dorato, come parimenti il pantalone, generi ch e nella state saranno di mezza pelle di cottone cenerino; e per calzatura faranno uso di stivaletti all'un ghera: sotto le arme porteranno il caschetto; ed in ogni altra occasione il cappello bordato di argento, stabilito per gli uffiziali di fanteria, con coccarda rossa, e picciolo pennacchio verde con la sommità scarlatta. Per arme avranno un cangiarro con l'impugnatura di osso nero, e finimenti dorati. Gli uffiziali superiori vestiranno nel modo stesso e con i corrispondenti distintivi: faranno però sempre uso de] descritto cappello tanto a piede, che a cavallo in tutte le funzioni, e parate de' reggiment i, e per arme porteranno la sciabla del modello fissato per gli uffiziali di cavalleria.

Con disposizione successiva (39) fu anche stabilito che la fodera e le falde delle giamberghe lunghe degli ufficiali e sottufficiali dovessero essere di colore cenerino, come i calzoni, invece che bianco, colore che era stato adottato da alcuni ufficiali, in analogia alla fanteria di linea, che avevano le falde del colore (bianco) di sottoveste e calzoni. Analogamente la gualdrappa degli u fficiali montati doveva essere di panno cenerino, con bordo di colore distintivo gallonato in oro e con le armi reali sormontate da corona in oro ai lati. Per fare durare maggiormente gli effetti si prevedeva di fare utilizzare ad ogni individuo la giacchetta del vecchio vestiario, con o senza le maniche a seconda della stagione, sotto la nuova giubbetta. Al dispaccio era poi annessa una nota dei capi di vestiario che spettavano ad ogni cacciatore nel termine di tre anni. ·

Primo anno N° 1 giubbetta verde 1 pantalone di panno cenerino 2 pantaloni di traliccio cenerino (38) B.N.Na. Real Dispaccio (a stampa) 13/2/1797 (39) A.S.Na. A.R.C.R.Fs. 1199

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2 camicie 2 pantaloni di tela (sottocalzoni) 2 paja di coturni di vacchetta 2 solature 1 fascia scarlatta 1 crovattino di sola, con due rivettini di fettuccia 1 fettuccia pe' capelli 1 caschetto di sola, e sui finimenti 1 cappotto di bronda, per sei anni

Secondo anno N~ 1 giubbetta verde 1 pantalone di panno cenerino 1 pantalone di traliccio cenerino 1 camicia 1 pantalone di tela 1 pajo di coturni 1 solatura 1 fascia scarlatta 1 cravattino, con un rivettino di fettuccia 1 fettuccia pe' capelli

Terzo anno N° 1 pantalone di traliccio cenerino 1 camicia 1 pantalone di tela 1 coturno di vacchetta 1 solatura 1 cravattino, con ¡rivettino di fett4ccia 1 fettuccia pe' capelli

Sul fondo di economia 1 giubbetta di tela forte cenerina (per vestiario di quartiere e fatica; probabilmente con paramani di colore distintivo) 1 soprapantalone della stessa tela 1 bonetto pel quartiere (di panno verde con frontiera del colore delle mostre) A tutti i cacciatori veniva poi dato in dotazione un cappotto di panno. Tamburi e pifferi delle compagnie vestivano come 5 ii altri cacciatori, ma avevano colletto e paramani e probabilmente le maniche guarniti di galloni di livrea come si usava nella fanteria di linea. Il decreto di costituzione dei cacciatori volontari di frontiera del 1798 ne stabiliva anche l'uniforme. Per gli ufficiali era prescritto che dovessero vestire con gli stessi colori adottati per la truppa, ma che il taglio dell'uniforme e gli orna254


-menti fossero quali gli ufficiali dei r eggimenti cacciatori. Come per quest'ultimi i distintivi di grado erano quelli degli ufficiali di fanteria di hnea. L'articolo II del decreto preve deva per i bassi_uffiziali (sottufficiali) e soldati: Giacchetta semplice d-i panno in color di lana bruna naturale, a due petti; con bottone giallo, camicioletta e calzabrache di cottone grigio mischio come quelli dei Cacciatori Reali. Il calza braghe sarà lungo a segno, che ricopra i lacci delle scarpe, e nell'estremità sarà ricoperto di marocchino nero p er la lunghezza di un palmo. Il cappello sarà tondo con la falda sinistra alzata, dalla quale esca un pennacchio della lunghezza di 6 pollici apparenti, de' quali d ue parti saranno in color verde, e la sommità in colore dei rispettivi paramani e collaretto: nel centro di questa falda sarà situato il bottone, e la ciapJJa; ed all'esLremiLà superiore, don d'esce il pennacchio, vi sarà la rosetta dimostrante il battaglione: il cappello sarà guarnito all'intorno cli una fettuccia di lana in color nero, ed il fondo circondato d'una piccola fascia parimenti di lana in colore scarlatto, simile a quello di cui fanno uso i volontar i addelli ai reggimenti .

I colori distintivi per i paramani e colletti erano i seguenti:

cacciatori cacciatori cacciatori cacciatori cacciatori

Truentini: Amiternini: Marsi: Liri: Formiani:

scarlatto nero verde pistacchio giallo limone celeste

I sottufficiali erano contraddistinti da galloni sulle braccia e dagli altri distintivi stabiliti per i par i grado della fanteria di linea. Tamburi e trombe vestivano come i comuni, ma con i galloni di livrea all'abito. Tutti gli appartenenti a quest i reggimenti, dato che dovevano prestare servizio come guardie di frontiera in località spesso impervie, erano p oi dotati di cappotti di panno uguali a quelli dei reggimenti cacciatori. L'armamento previsto per gli ufficiali degli Stati Maggiori reggimentali era la sciabola, uguale a quella degli ufficiali dei cacciatori; gli ufficiali subalterni avevano il cangiarro con fiocco d'argento; i sottufficiali avevano il fucile ed il cangiarro, mentre i soldati, oltre al fucile, avevano un piccolo cangiarro con manico tondo da potere eventualmente adoperare a mo' di baionetta. I tamburi avevano la cassa in legno. · Tutti i cuoiami erano neri; in vita si portava un cinturone di cuoio con placca d'ottone. Nel 1798 fu anche formato un battaglione di cacciatori volontari albanesi, che il volgo chiamava anche camiciotti dall'ampio camicione il quale, fermato in vita, _ costituiva una sorta di gonnellino, che essi usavano in bassa tenuta secondo il costume nazionale. Non ci sono purtroppo pervenu t e disposizioni scritte in merito al vestiario, ma un figurino di Progenie, rinvenuto presso la Winkhujzen Collection alla New York Public Library ci fornisce la probabile immagine di uno di essi in alta tenuta. Questo cacciatore albanese indossa una giamberga lunga rossa con colletto, paramani, pettorina e falde bleu con bottoni di ., netallo giallo. Sottoveste e calzoni sono di panno bianco. Le calzature sono costituite dai coturni neri; il copricapo è un caschetto di cuoio nero con finimenti in metallo giallo, cresta a pennacchio rossa e pompon sulla sinistra verde, sovrapposto alla coccarda rossa. 255


.. Dopo lo scioglimento dell'esercito nel 1799 i cacciatori parteciparono quasi sicuramente all'attività delle bande insurrezionali del cardinale Ruffo, che abbatterono la repubblica partenopea. Infatti De Nicola nel suo Diario Napoletano (4°) registra la presenza, tr a gli a rmati delle bande, d i soldati vestiti in verde. Nel corso della nuova riorganizzazione, avviata nel settembre 1799, si decretava in sostituzione dei vecchi reggimenti la formazione di sei nuovi battaglioni cacciatori (4 1), che conservavano sostanzialmente il precedente vestiario. Per questo periodo, oltre che su numerosi regolamen ti e disposizioni sul ves tiario, possiamo contare sui figurini del Progenie, che ci permettono di conoscere con esattezza l'aspetto dei cacciatori. In un primo tempo, fino all'aprile del 1800, non fu stabilito il vestiario e g.li individui dei primi battaglioni formati, i cacciatori campani e sanniti, r icevettero solamente due pantaloni di tela all'uso russo, uno sciarò, ed un paio di scarpe {42) . Con l'estate del 1800 venne fissato il vestiario - poi riepilogato nel regolamento del 1803 a cui ci rifaremo per una descrizione più dettagliata - che consisteva, come prima, in giacca corta di panno verde con colletto e paramani di colore distintivo; calzabraghe di p anno grigio cenerino in inverno e di cotone dello stesso colore in estate; camiciola di cotone; cappotto con cappuccio di panno monachile; fascia in vita di lana rossa e berretta da quartiere di panno ver de con mostre e fiocchetto di colore distintivo. Ad ogni cacciatore erano poi distribuiti giacchetta e pantalone di tela olonetta cenerina (con mostre del battaglione) pel quartiere, cravattini di cuoio, etc. In vita, al di sopra della sciarpa, si portava un cinturone nero a cui era allacciata una giberna nera; il resto del cuoiame era dello stesso colore. I bottoni erano di metallo giallo; sul davanti del caschetto c'erano tre gigli in ottone. I colori distintivi dei battaglioni, come risultano dall'esame dei generi distribuiti ai corpi (43) e come verranno confermati nel 1803, erano i seguenti: Cacciatori Sanniti

scarlatto

Cacciatori Cacciatori Cacciatori Cacciatori

giallo nero bianco arancio

Appuli Calabri Aprutini Campani

si formarono quasi subito due battaglioni Sanniti; è probabile che il 2° battaglione avesse i botton i bianchi

I so tt1,1fficiali erano distinti con galloni d'argento, soppannati del colore delle · mostre, posti al d i sopra dei paramani. Le giambe rghe della banda erano guarnite al collo, paramani e maniche di gallone d'argento e seta scarlatta; i loro caschetti erano analogamente gu arni ti d'un bordino d'argento (44). (40) (4 1) (42) (43) (44)

256

S.N.S.P. Ms. C. de Nicola "Diario Napoletano'' A.S.Na. Giunta Vestiario Voi. 17 A.S.Na. R.O. Vol. 256 A.S.Na . Giunta Vestiario Voi. 16 II 0 A.S.Na. Giunta Vestiario vol. 17


Alcuni battaglioni ricevettero cappotti di panno bianco, anziché grigio. Nel 1801 i cacciatori Campani ed Appuli apponevano dei fondelli di cuoio nero alle calzabraghe, come era in uso in alcuni r.e ggimenti di fanteria. I due battaglioni di cacciatori Valdimazzara e Valdemone, formati in Sicilia nel 1801, portavano il primo i bottoni gialli, ed il secondo bianchi {45). Le mostre erano scarlatte per il battaglione Valdimazzara e gialle pel Valdemone . Da infor mazioni del 1806 pare che i cacciatori dei battaglioni siciliani fossero in abito bianco, anziché verde. Il regolamento del 1803, come accennato, ribadiva le disposizioni prec edenti,

integrandole con dovizia di dettagli. Per gli ufficiali erano previsti l'abito a giamberga lungo di panno verde, un colletto, paramani, falde e fodera di colore distintivo (v. Tabella 66), sottoveste e calzabraghe di panno grigio (di bombacina in estate). I bottoni erano di r ame dorato. Tabella 66 COLORI DISTINTIVI DEI BATTAGLIONI CACCIATORI NAZIONALI (1803)

Cacciatori Cacciatori Cacciatori Cacciatori Cacciatori Cacciatori Cacciatori Cacciatori

Campani Calabri Appuli Aprutini Sanniti Marsi Valdimazzara * Valdemone *

arancio nero giallo bianco (giallo nel 1805) scarlatto cremisi (grigio nel 1805) scarlatto giallo

* In Sicilia

Come già per la fanteria di linea si stabilì che gli ufficiali di Piana Maggiore (stato maggiore di battaglione) portassero la giamberga abbottonata sino alla vita, mentre dal grado di capitano in giù andava abbottonata solo ai primi cinque bottoni del petto. Altri due bottoni erano posti su ciascun paramano e tre per ogni patta delle tasche, che erano tagliate a scudo. Il roccappotto degli ufficiali doveva essere uguale a quello della fanteria di linea, con la sola differenza delle mostre, che erano quelle del proprio battaglione. Gli ufficiali di Piana Maggiore dovevano fare uso dello stesso cappello prescritto per i colleghi della fanteria di linea, mentre da capitano in giù dovevano portare il caschetto. Questo era di sola (cioè cuoio), simile a quello dei soldati, ma con guarnizioni in ottone e galloni dorati, pennacchio di penne di cappone color verde e coccarda di lilla scarlatta sostenuta da una ciappetta di gallone d'argento, fermata ad un bottoncino d'uniforme. Al di sopra della coccarda c'era una rosetta d'argento mista a seta scarlatta. In piccola t enuta gli ufficiali subalterni faceva1JO uso di un cappello a tricorno, come per la fanteria di linea. I distintivi di grado (in oro), l'armamento, il cuoiame, bastone e sciarpa era(45) A.S.Na. Segr. Ant. Fs. 343

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no in tutto simili a quelli della fanteria di linea. Tutti gli ufficiali avevano guanti di pelle giallastra. Le gualdrappe per gli ufficiali montati erano in panno verde, con bordo di colore distintivo e gallone esterno d'oro, per il resto simili a quelle della linea. Aiutanti e forieri erano vestiti congiamberga lunga come gli ufficiali, ma senza alcun distintivo di grado; la giamberga doveva essere portata sempre, in servizio e fuori, con le falde ripiegate. Gli aiutanti in servizio portavano gli speroni ed il cappello, essendo assimilati alla Piana Maggiore; il loro cappello giornaliero doveva essere uguale a quello degli aiutanti della fanteria di linea. I forieri erano distinti mediante due galloni d'argento cuciti trasversalmente nella parte superiore delle maniche. Gli armieri erano vestiti come i comuni, ed avevano come distintivo due fucili incrociati, di panno del colore delle mostre, cuciti s ulla parte superiore della manica sinistra. I prevosti erano vestiti come primi sergenti. Gli aiutanti avevano la sciabola come quella degli ufficiali, però con fiocco di argento semplice; negli esercizi e nelle gran parate dovevano cingere la sciarpa, ma a differenza degli ufficiali, essa era di filo bianco e lana scarlatta. I forieri erano armati ed equipaggiati come secondi sergenti, i prevosti come primi sergenti e gli armieri come soldati comuni. I primi sergenti vestivano una giamberga lunga verde, come i forieri, e non cingevano fascia in vita; da secondo sergente in giÚ i cacciatori avevano una giacchetta di panno verde, ad un petto, foderata di tela forte, con colletto e paramani di colore distintivo. I bottoni erano piatti di metallo giallo. La giacca aveva d ue controspalline di panno verde, foderate del colore delle mostre. In vita portavano una fascia di lana scarlatta, al di sopra della quale si allacciava il cinturone. Le calzabraghe erano di panno in inverno e di cotone in estate, entrambe di colore grigio cenerino. Il caschetto in dotazione ad ogni individuo era di sola, guarnit o da una croce di ottone. Sulla visiera, disposti a piramide, vi erano tre gigli in ottone. Il caschetto era contornato da una fascia di montone nero, sostenuta da tre laccetti di trina di filo color giallo, fermati da tre bottoncini d'ottone. Il pennacchietto laterale, posto sulla sinistra del caschetto, era di color verde. Al di sotto di esso vi erano una rosetta di lana, con il centro verde ed un contorno di lana di colore diverso a seconda della compagnia (vedi Tabella 67). La coccarda era di sola verniciata di color scarlatto, ed era sostenuta da una ciappetta di filo bianco. I cravattini erano di sola nera lucida, ricoperti nella parte superiore di un rivetto di fettuccia bianca. I coturni (stivaletti) erano di vacchetta nera a mezza gamba.

Tabella 67 COLORI DISTINTIVI DI COMPAGNIA PER LE ROSETTE DEJ CASCHI

1 a Compagnia 2 a Compagnia 3 a Compagnia 4 a Compagnia

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scarlatto cremisi giallo celeste


Ai cacciatori erano distribuiti dei roccappotti di panno di color monachile, orlati di montone nero; erano abbottonati con 10 bottoni di legno a barilotto, ed avevano un cappuccio mobile. _ I primi sergenti potevano usare roccappotti uguali a quelli degli ufficiali nel taglio, ma dello stesso materiale di quelli della truppa, con il distintivo del proprio grado al di sopra dei paramani. Le insegne distintive dei sottufficiali erano quelle stesse prescritte per la fanteria di linea. I sergenti dovevano fare uso di guanti come gli ufficiali. Tamburi p_ pifferi erano vestiti come i soldati, ma alle spalle avevano due alette del colore distintivo circondate da gallone di livrea; lo stesso gallone ornava il bordo superiore dei paramani, e forse alle maniche come nella fanteria di linea. I tamburi avevano poi un guardacoscia di pelle di montone bianca, fermato da due cinghiette con fibbiette tonde d'ottone. Il tamburo maggiore vestiva la giamberga lunga da primo sergente, del qual grado portava anche le insegne. Un gallone di livrea in argento e seta scarlatta ornava colletto e paramani. Diagonalmente sul petto portava poi una bandoliera di panno del colore distintivo ornata ai lati di gallone di livrea e di frangia di seta scarlatta e bianca. E' probabile che sulla bandoliera vi fosse uno scudo con le armi reali, sormont ate da corona in argento, come per i reggimenti di fanteria. Tutta la truppa portava un cinturino di cuoio di S. Maria nero lucido, fermato da una placca di ottone di forma rettangolare con gli angoli smussati. Le giberne erano anch'esse di cuoio nero lucido, e venivano portate in vita assicurate al cinturone. Del lo stesso cuoio nero erano poi le cinghie portacappotto e la bretella del fucile. Le mucciglie (zaini) erano in tela dipinte ad olio ad imitazione di pelle di leopardo, e guarnite nei bordi con pelle di montone nera. Il portacassa dei tamburi era ugualmente di cuoio nero. I primi sergenti avevano fucile, baionetta e spada con impugnatura d'ottone, guarnita di un cordone con fiocco di cuoio nero. Il tamburo maggiore era armato della sola spada da primo sergente, ed i tamburi e pifferi del solo cangiarro del modello di quello dei soldati. Tutti gli altri individui erano armati di fucile, baionetta e cangiarro con l'impugnatura d'ottone forgiata a testa di leone. Era poi prevista una dotazione di generi di equipaggio simile a quelli già citati per l'anno 1797; in particolare per il quartiere v'era il bonetto (di panno verde con le mostre, cioè la frontiera, di panno di colore distintivo), e giacca e pantalone di tela di color cenerino. I cacciatori (volontari) albanesi avevano un'uniforme consistente in giacca di panno verde, e camiciola e calzabraghe di panno celeste. Il giacca e ra corto, senza colletto e con paramani di color scarlatto e filettato al petto e attorno al giro delle maniche da un gallone scarlatto. La camiciola di panno celeste era rotonda, senza aperture nella parte esterna; verso il collo vi erano due finti pettini di panno scarlatto, guarniti da una trina di filo bianco. Il calzabraghe era anch'esso di panno celeste, ed andava infilato nel coturno di vacchetta nera. Per copricapo avevano un berretto (coppola) di panno scarlatto con un fiocco di filo bianco. Esso era contornato da una fascia di velluto di cotone nero, guarnita in alto da un giro di gallone bianco, formando il copricapo a tubo caratteristico della loro uniforme. Il corpo era armato di schioppo alla fuciliera, pistola e sciabola lunga alla turca; questa era appesa ad un cinturino di cuoio bianco, fermato da una placca di metallo bianco sulla quale vi era inciso un giglio sormontato da una corona. I tamburi avc:vano la cassa di legno con l'aquila imperiale dipintavi sopra (46) . Tra il 1803 ed il 1805 si dovettero modifica(46) A.S.Na. Giunta Vestiario Voi. 16 II

0

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re, come era avvenuto in alcuni reggimenti della linea, i colori distintivi; infatti uno schema relativo all'ultima parata per la festa di Piedigrotta del settembre 1805 47 ( ) fornisce per i tre battaglioni cacciatori intervenuti i seguenti distintivi:

Cacciatori Aprutìni: Cacciatori Marsi: cacciatori Albanesi:

abito ve rde abito verde abito verde

mostre gialle mostre grigie mostre scarlatte

Con la ritirat a dei Borboni in Sicilia nel 1806 passarono nell'isola, con le altre truppe, alcuni battaglioni cacciatori regolari ed altri volontari, che si aggiunsero ai cacciatori Valdimazzara e Valdemone dell'esercito siciliano. La scarsa disponibilità di generi di vestiario e di stoffe in Sicilia, giacché erano andati perduti quasi tutti i depositi sul continente e nell'isola non vi erano grandi scorte, obbligò i cacciatori ad adottare diverse variazioni nelle loro uniformi. Nel novembre 1806, ad esempio, si stabilì che il bat taglione cacciatori Appuli facesse approntare giacche bleu anziché verdi (48) conservando in un primo tempo le mostre gialle, di modo ché nello stesso battaglione v'erano individui vestiti in bleu ed altri in verde; questa situazione si ripeté anche per altre unità. Nel dicembre dello stesso anno il battaglione cacciatori Valdimazzara, che fino ad allora era vestito di bianco, si vestì con giacche verdi (mostre scarlatte), mentre il battaglione Valdemone faceva confezionare giacche di panno bleu (49). Nel 1807 il battaglione cacciatori Appuli che era stato denominato 1° battaglione Cacciatori ebbe giacche bleu e mostre rosse e fascia rossa in vita (50). Con il real ordine del 14 aprile 1807, già citato a proposito d ella fante ria di linea, si ordinava che tutti i corpi di fanteria adottassero il vestiario di panno bleu; il battaglione cacciatori Valdemone prendeva, in tale occasione, le mostre di color verde, e si adottavano anche come copricapo gli schakot (51 ). Sullo schakot vi era, .quale distintivo della specialità, una cornetta d'ottone e lo stesso distintivo era posto ai due lati del colletto. Nell'agosto 1807 si confermava lo scarlatto per le mostre del battaglione cacciatori Valdimazzara (52). Come per la fanteria di linea, seguendo la moda inglese, anche per i cacciatori si misero sulle spalle delle uniformi dei rullò di lana di colore verde. Con la riforma dell'esercito del 1808 i battaglioni cacciatori vennero sciolti e la specialità scomparve ad eccezione del battaglione de i cacciatori Albanesi e di cinque compagnie di cacciatori volontari aggregati ai reggimenti di fante ria di linea. . Prima di prendere in considerazione il vestiario di queste compagnie sarà però opportuno esaminare quello delle alt re unit à di fan teria leggera create tra il 1806 ed il 1807, in parte con volontari, che confluirono poi nei corpi regolari. Nel luglio 1806 con i due corpi franchi provenienti da Gaet a si era formato (47) (48) (49) (50) (51) (52)

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A.S.Na. A.S.Na. A.S.Na. A.S.Na. A.S.Na. A.S.Na.

A.R.C.R. Fs. 1145 Segr. Ant. Fs 826 Segr. Ant. Fs. 338 A.R.C.R. Fs. 1063 Segr . Ant. Fs. 272 A.R.C.R. Fs . 692


un reggimento cacciatori di Philipstahl, che rimase in vita anch'e sso sino al 1808. I due corpi franchi avevano ricevuto un vestiario costituito da giacchetta e calzabraghe grigio ferro, con mostre da stabilir~i a volon tà del p r incipe d'Assia (e probabilmente furono verdi). I component i i due corpi erano inolt re dotati di caschi di sola, cioè cuoio, con cornette di ott one sul davanti e pennacchi ver di. La cravatta e ra rossa (53). Alla formazione del nuovo corpo fu in pratica mant enuto il vecchio vest iario. Infatti quello approvato il 6 settembre 1806 doveva consistere in giacchetta color grigio ferro con colletto, paramani e faldine verdi; i bott oni cli rame rosso e calzabraghe ugualmente di color grigio ferro in inverno e di cotone bianco in estate. In vita i cacciatori di Philipstahl cingevano la fascia rossa, come gli altri cacciatori dei battaglioni regolar i. Il copricapo era costituito da un caschetto con tuppo di lana verde. I cuoiami erano neri (54). I sottufficiali avevano distintivi in argento. I berretti da fatica er ano di panno grigio ricavato da vecchi indumenti. Per la impossibilità di trovare il panno, i vestiari furono costruiti in doppio cotone (55). Al r eggimento furono anche distribuiti cappotti di orbace marrone scuro (56). Tra il 1806 ed il 1807 furono creati due battaglioni di cacciatori volontari, i cacciatori Calabri e Carolina che per le buone prove fornite nell'impiego contro i francesi in Calabria, vennero poi dichiarati corpi di linea. Purtroppo le informazioni in merito al loro vestiario sono molto scarne . Venne anche permessa la formazione di un corpo di cacciatori Siculi. E' probabile che inizialmente essi fossero tutti vest iti di grigio, come i corpi franchi. Per il battaglione Calabro il vestiario approvato il 9 ottobre 1806 doveva consistere in giacchetta di panno grigio, con colletto e paramani gialli. In vita avevano la sciarpa; il cappello era tondo, con la falda sinistra rialzata e la coccarda rossa (57). Il 19 ottobre dello stesso anno si precisarono alcuni particolari in m erito all'organizzazione del corpo, stabilendo che si trattava di un corpo volante, e non già di un battaglione di linea, e che pertanto dovevano valere le disposizioni già impartite pe r il vestiario di tali formazioni. Nel relativo dispaccio si precisava infatti: I distintivi dei funzion ari debbono essere gli stessi fissa ti nel decreto in istampa, cioè il comandante avr à un gallone d'oro a l cappello con due p ennacchi, uno bianco e l'altro rosso, il sot tocom andante il solo gallone d'oro a l cappello. Un capo di centuria un galloncino di oro sul bavaretto; il sottocapo un giglio di oro ricamato alle due e strem ità del bavaretto. E ciò oltr e de' gradi militari rispettivi qual'ora ne avessero. I capi squadra portino la sciabola ed i comun i il vestiario approvato nel real dispaccio del 9 ottobre, cioè la giacca di panno grigio ferreo con paramani e collare tto gialli, e il cappello tondo, ed inoltre il p ennacchio rosso sul cappello.... (58)

Il battaglione dei cacciatori Siculi, che doveva servire con gli ingles,i, aveva probabilmente uniformi di color grigio, con mostre di color bianco e bottoni di stagno. Sulle spalle si portavano i rullò di lana verde (59). Esso era armato con i fucili acquistat i in Germania.

(53) (54) (55) (56) (57) (58) (59)

A.S.Na. A.S.Na. A.S.Na. A.S.Na. A.S.Na. A.S.Na. A.S.Na.

Segr. Ant. Fs. 270 Segr. Ant. Fs. 394 A.R.C.R. Fs. 936 Segr. Ant. Fs. 826 A.R.C.R. Fs. 682 A.R.C.R. Fs. 682 A.R.C.R. Fs. 980

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Per quanto riguarda l'uniforme indossata dal battaglione Carolina al momento della sua formazione essa consisteva in una giamberga di panno bleu con mostre scarlatte, con spalline a frangia di colore arancio (melangolo) ed un pantalone a calzabraghe di cotone bianco e ghette nere. Portavano un copricapo con pennacchio verde e rosso con lacci di lana nera, fatto all'ussera. Il battaglione aveva cuoiaml neri; il cinturone aveva una placca di ottone sulla quale erano incise le iniziali del corpo "C.C.". La giberna aveva sul coperchio un cornetto d'ottone. Il battaglione era armato di cangiarri, pochi fucili del calibro di un'oncia senza baionette. In un secondo tempo ricevettero i fucili delle milizie provinciali di Messina (60). Prima del loro scioglimento, avvenuto nel 1809, comunque i cacciatori Calabri e Carolina vestivano uniformi di colore bleu, con rolli di lana verde alle spalle ed un pennacchio verde al caschetto. Le calzabraghe erano di panno grigio e di cotone bianco per l'estate, con ghette di panno nero o di cotone grigio (6 1). I cacciatori Calabri avevano le mostre rosse, ed è probabile che anche il secondo battaglione le avesse conservate dello stesso colore. Il primo battaglione venne armato con fucili della Fabbrica di Torre Annunziata, mentre il battaglione Carolina aveva fucili di Germania di qualità inferiore. Con lo scioglimento dei suddetti battaglioni si formarono cinque compagnie di cacciatori volontari, aggregate ai reggimenti di fanteria di linea nazionale (Sanniti, Presidi, Valdimazzara, Valdemone e Valdinoto) Il loro vestiario era composto da una giacca di panno bleu, del taglio e forma di quelle dei volteggiatori di Sua Altezza Reale (vedi Truppe di casa reale), con colletto e paramani del colore distintivo del reggimento a cui erano aggregati. Dello stesso colore dovevano essere i lacci che ornavano il petto e la giacca. Anche i bottoni dovevano essere quelli del reggimento di aggregazione. In vita portavano una fascia di lana, uguale anch'essa a quella dei volteggiatori suddetti. I calzoni erano di panno o di cotone bianco. Il copricapo era costituito da uno schakot tronco conico, del tipo usato in tenuta giornaliera dai granatieri reali, con una cornetta d'ottone apposta sul davanti (62) . Poco dopo fu però deciso che i lacci ed i cordoni dello spenzer (la giacca), dovevano essere di cotone bianco, come quelli dei volteggiatori di S .A.R. e che sulle spalle vi dovessero essere rolli di lana, come gli altri corpi di fanteria, del colore delle mostre, esclusa la compagnia di Valdimaz.zara ch e li doveva portare bianchi con una striscia rossa nel mezzo. In marzo 1807 fu offerta al re da parte di alcuni primati (cioè notabili) albanesi la formazione di un battaglione di cacciatori Albanesi. L'offerta fu accolta e si stabilì anche il vestiario che essi avrebbero dovuto indossare (63). Inizialmente essi avrebbero dovuto avere giacche di panno verde, ma nel 1809 non trovandosi questo colore le giacche furono confezionate in panno bleu (64) • . Il 28 marzo 1810 si diedero varie disposizioni per la formazione di un secondo battaglione di cacciatori Albanesi (65) . Il vestiario avrebbe dovuto consistere in una giacch.e tta bleu, sottogiacchetta cremisi (in un primo tempo fu proposto che fosse gialla), berrettino barbaresco, camicia lunga al di fuori, calzette di panno

(60) (61) (62) (63) (64) (65)

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A.S.Na. A.S.Na. A.S.Na. A.S.Na. A.S.Na. A.S.Na.

Segr. Ant. Fs. 656 A.R.C.R. Fs. 1058 A.R.C.R. Fs. 924 Segr . Ant. Fs. 271 Segr. Ant. Fs. 283 Segr. Ant. Fs. 532


bleu, tutto secondo il figurino allegato alla proposta, che è stato fortunatamente conservato. Questo battaglione non raggiunse mai organici sufficienti a farne un'unità autonoma, e gli uomini rimasero aggregati al primo battaglione di cui portarono l'uniforme, ma conservando la camicia di sopra dei pantaloni. Poichè nel passato gli uomini del battaglione di cacciatori Albanesi dovevano vestirsi singolarmente a proprie spese e a causa del loro continuo impiego in teatri bellici molto distanti, l'aspetto del battaglione non era dei migliori. Nel 1810

al

per porre rimedio a tale inconveniente fu stabilito un ve stiario di distribuzione

e durata regolare come per gli altri corpi dell'esercito (66). L'uniforme venne quindi ad esse re costituita da una giacca a spenzer di panno bleu con colletto e paramani rossi; i bordi della giacca erano orlati di cordoncino nero. Il petto era allacciato da alamari in cotone nero e bottoni di metallo bianco. Sul colletto vi erano due cornette in filo bianco per la truppa e in argento per i sergenti. In capo si indossava il berretto alla balcanica con il cilindro nero, meno alto che nel passato, ed una borsa di panno rosso terminante in un fiocchetto di cotone bianco (argento per i sergenti). Sergenti e cadetti avevano anche il bordo superiore del berrettone ornato di un gallone d'argento, mentre per la truppa il bordo era bianco. Sotto la giacca si indossava un gilet bianco ed in vita si portava la fascia di lana rossa al di sopra dei calzoni bianchi. La bassa tenuta era costituita da giacchetta corta a due petti e calzoni di panno bleu-celeste e dalla berretta di quartiere di panno bleu, fornita di visiera; sul davant i della berretta vi erano in filo bianco le iniziali del battaglione sormontate da una cornetta. I cuoiami erano neri e l'armamento comprendeva la solita sciabola alla turca e lo schioppo. Per gli ufficiali fu stabilito che il modello del vestiario dovesse essere simile a quello della truppa, ma i panni potevano essere di qualità più fine. Le guarnizioni del berrettone e dell'uniforme dovevano essere in argento. Anche le spalline, dello stesso tipo di quelle della fanteria di linea, dovevano essere in argento con una piccola cornetta d'oro ricamata al di sopra. Calzabraghe e gilet erano di mezza pelle bianca. La sciarpa per gli ufficiali era di seta bianca e cremisi a rete. Il cinturone era di cuoio verniciato nero con una placca ovale d'argento portante a rilievo le lettere "B.C.A.". Fuori servizio era concesso agli ufficiali di fare uso di un roccappotto di panno bleu con le mostre rosse e cornette d'argento ricamate al colletto. Con questa tenuta potevano anche portare il cappello a bicorno come gli altri ufficiali dell'esercit o. Corpi Volontari

Non ci è stato purtroppo possibile ritrovare le informazioni relative al vestiario di tutti i corpi volontari formati, ma solo di alcuni di essi. . Nel seguito presenteremo quindi quello che è stato possibile ricostruire sulla base della scarna documentazione superstite relativa a quegli anni tormentati. Il 25 agosto 1796 il decreto di costituzione del Corpo dei distinti volontari civili, organizzato dal de Simone, fissava i principali elementi dell'uniforme. Infatti all'articolo II di tale decreto si stabiliv~ che la giamberga (abito) fosse corta (come quelle della fanteria), di panno celeste con paramani, colletto e petti-ni neri. Il sot tabito, cioè il gilet e calzoni, era bianco. Il cappello, a tricorno, aveva (66) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1150

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i finimenti in argento ed era sormontato da un pennacchio bianco al di sopra della coccarda rossa. Tutti i cuoiami erano neri lucidi; il cinturone aveva una placca indorata al di sopra della quale comparivano a rilievo un giglio e le 4 lettere C.D.V.C., cioè corpo di distinti volontari civili. La bandoliera della giberna recava sul davanti le iniziali del re e della regina e sulla giberna vi era applicato un giglio di metallo. Era concesso ai volontari di indossare, fuori servizio, un roccappotto di panno celeste con pettini e paramani neri. L'armamento consisteva in fucile e baionetta, ed un cangiarro da portare anche fuori servizio.

Il 6 ottobre 1796 un decreto reale fissava l'uniforme dell'altro Corpo dei volontari civili formato da Salvatore Bruno. Essa si identificava in un abito corto bleu senza pettini, con paramani e colletto rosso scarlatto, fodera ros sa. Sulle falde vi erano appuntati 4 gigli d'oro. Il sottabito era di pelle bianca. I bottoni erano dorati. I volontari erano arm ati di sciabola all'inglese con coccia dorata e fiocco argento portata mediante un budriere di cuoio nero verniciato. Il cinturone recava una placca dorata con le lettere C.D.V.C. (cioè come il precedente corpo distinti volontari civili). Sulla bandoliera portagiberna vi erano le iniziali del re e della regina, mentre sulla giberna vi erano un giglio ed una stella, probabilmente in metallo dorato. I volontari portavano poi guanti di pelle. Il cappello aveva bordo e ganza della coccarda in argento ed era sormontato da un pennacchio, probabilmente nero. Era previsto un roccappotto di panno bleu con risvolti rossi e bottoni dorati. In entrambi i corpi si distribuiva ad ogni volontario una valigia per riporvi gli effetti personali, anzichè la mucciglia (zaino) della truppa regolare. Quasi contemporaneamente ai due corpi suddetti, a spese del principe ereditario Francesco, fu levato un altro Corpo di volontari cacciatori che poi confluì nel 1 ° reggimento cacciatori. Il vestiario indossato dai comuni consisteva in u na corta giamberga di panno verde, foderata di cotone bianco, con colletti, paramani e pettini (bavaresi) di panno nero. I bottoni erano d'ottone. Il cappello era a tricorno, con coccarda di crine rosso sormontata da un pennacchietto del quale ignoriamo il colore. Alla base del cappello vi era una banda di panno verde. I primi sergenti, il portabandiera e l'aiutante avevano una giamberga lunga (come quella degli ufficiali di fanteria) con gli stessi colori dei soldati. I bottoni per il portabandiera e l'aiutante (e quindi per gli uffi ciali) erano dorati. I panni e le tele degli ufficiali erano di qualità più fine di quella dei soldati. Per tutti erano previsti camiciola e calzoni di panno bianco in inverno e camiciola e calzabraghe di cotone bianco in estate. Le ghette erano di panno nero o di cotone bianco a seconda della stagione. Ufficia.l i e sergenti avevano poi mezze calze, quando non si portavano le ghette, di lana bianca, mentre dal grado di caporale in giù le calze erano in lana bruna naturale. Nello stesso periodo fu anche costituito il Corpo dei volontari nobili di cavalleria dell a cui uniforme si dirà a proposito della cavalleria. II 10 luglio 1798 furono anche formate .i3 compagnie franche con forzati e tre con i presidari . Per i componenti di queste compagnie di volontari era previsto un vestiario composto da giacchetta di panno bleu con colletto e paramani dello stesso colore, pantaloni dello stesso panno. I bottoni erano di rame. Il cappello, come già per gli altri corpi volontari, era del tipo tondo, con la falda sini-

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stra rialzata, recante alla base una fascia rossa. I sottufficiali erano armati di cangiarro; la truppa di fucile e baionetta. Il 27 febbraio 1806 un real dispaccio a stampa chiamava a raccolta un'altra volta le masse a difesa del regno minacciato dall'invasione francese. Si invitavano le province a forrriare i battaglioni volanti. Nel dispaccio stesso sono contenute le disposizioni sul vestiario da adottare da parte di queste formazioni per distinguerne i componenti dalla normale popolazione quando fossero stati in attività. Si prescrive infatti che i componenti di questi corpi dovessero fare uso del propri abiti giornalieri, guarniti però di colletti e paramani uniformi nel colore, da scegliersi a criterio del direttore generale dei corpi volanti; come ulteriore distintivo militare dovevano portare un pennacchio rosso al cappello. I capi squadra dovevano poi portare una sciabola; i sottocapi centuria sull'abito aggiungevano un bavaretto rosso con un giglio d'oro ricamato alle due estremità. I sottocomandanti erano contraddistinti da un gallone d'oro al cappello, mentre i comandanti aggiungevano al gallone d 'oro anche un pennacchio bianco e rosso al cappello, ed eventualmente i distintivi della graduazione militare di cui fossero stati insigniti. Ciascun individuo era poi fornito di una patentiglia militare a stampa indicante la sua appartenenza ad un battaglione volante. Alcuni dei corpi volanti organizzati ricevettero abbigliamenti di tipo uniforme; infatti una nota contemporanea si dice che alcuni di essi erano vestiti in bleu, altri in verde o in rosso, o ancora in altri colori. Durante l'occupazione dell'isola di Ponza da parte delle truppe anglo borboniche nel 1807 furono create alcune formazioni irregolari, i cui componenti peraltro erano forniti di uniformi. Il primo di tali corpi fu quello dei cacciatori di mare, che poi venne assimilato alla fanteria di linea, vestiti in giacchetta e calzoni bleu. Furono poi formati i cacciatori della Regina, 300 uomini, in giacca azzurra e cappello tondo con placca metallica bianca recante la scritta Emigrati (per cui è probabile che si tratti del corpo degli Emigrati napoletani) ed i Cacciatori provinciali, 200 uomini, con giacca celeste e cappello tondo a placca di metallo giallo recante la scritta Fedeltà. · Il corpo delle Guide della Real Corona, benchè facente parte dell'armata dei volontari siciliani, era stato creato per accompagnare il principe di Moliterno nella progettata spedizione del 1810. Agli uomini del corpo fu distribuita u na uniforme di panno bleu, con colletto, risvolti al petto, paramani a punta e falde rosso-scarlatto. I bottoni ed i metalli, in genere, erano di ottone (dorati per sottufficiali ed ufficiali). Sulle spalle vi e r ano controspalline di panno, filettate di rosso. . In vita le guide portavano una fascia all'ussera di lana bianca e rossa. I pantaloni erano lunghi e bianchi. Il copricapo era uno schakot con bordo superiore di gallone dorato e con un pennacchio bianco a base rossa. I soggoli erano a squame, dorati. Gli uomini montati avevano un'uniforme simile, ma con pantaloni bleu con una banda gialla, spalline di tipo cavalleria ed una sabretache. Gli ufficiali dell'esercito di linea che prestavano servizio nelle guide erano contraddistinti da tre asolette, disposte a "V" sulla manica con un bottone in mezzo, al di sopra del paramano. 265


5. Cavalleria

L'uniforme della cavalleria all'inizio del periodo in esame era quella definitivamente fissata con il Regolamento sul vestiario della cavalleria dell'8 aprile 1791 6 ( i ), e che era stata indossata per la prima volta nella parata di Piedigrotta (8 settembre) del 1791. Negli anni precedenti, insieme alle riforme organizzative dell'esercito, vennero avanzate nuove proposte di modifica alle vecchie uniformi che avevano conservato i colori tradizionali per quasi cinquanta anni. Poi, verso la. metà degli anni ottanta si introdusse una uniforme sperimentale, di stampo prussiano, portata solo dalla brigata modello, che è stata riprodotta in un quadro da Filippo Hackert, e che costituì la base dell'uniforme fissata con il regolamento del 1791. Con questo regolamento si stabilirono per gli ufficiali una grande ed una piccola uniforme. La grande uniforme era composta da una giamberga (abito) fatta a forma di giacca e di un calzone tagliato all 'ungara di panno bianco, di cappello e stivali, mentre la piccola uniforme comprendeva una giamberga di panno bleu-celeste, calzoni bianchi, cappello e stivali. La giamberga di grande uniforme era di identico taglio per truppa ed ufficiali, distinguendosi per quest'ultimi solo per la qualità del panno e per i galloni che la ornavano. Si affibbiava mediante ciappette (gancetti) lungo tutto il petto, le falde erano foderate di bianco, rialzate e rivoltate, le tasche erano tagliate diritte. Le maniche erano cucite al di sopra dell'apertura della spalla, in modo da mostrare un filetto del colore distintivo della brigata. Il colletto, di panno del colore distintivo, era rivoltato. Sul retro vi era un passante reggi-cinturone. Al disotto della vita, davanti e dietro, si dovevano scorgere delle finte faldine di gilecco, cucite al disotto e t agliate diritte, così da simulare un inesistente gilet sottostante. Il giacca era poi guarnito sul davanti, sui paramani, sulle falde e sulle finte faldi.ne di gilet di un gallone di seta oro o argento (vedi più oltre per la truppa), diverso a seconda del colore dei bottoni. Il gallone era a sua volta filett ato sui due lati con panno di colore distintivo della brigata. I bottoni, d'oro o di argento a seconda del reggimento, erano a forma di mezza palla. I calzoni erano di panno bianco, attillati; sorretti da una cintura con fibbia e forniti di sottopiede di pelle. La giamberga della piccola uniforme, di panno celeste, era di lunghezza tale che le falde dovevano giungere ad un pollice da terra quando l'uomo era inginocchiato. Al petto vi erano due file di bottoni distanti 2 pollici l'uno dall'altro: sul retro vi erano due bottoni all'altezza della vita e due p er parte a m età ed al fondo delle pieghe. · Le patte delle tasche erano trasversali a forma di scudo e venivano chiuse da 3 bottoni. Il regolament o prescriveva l'uso della giamberga cotidianamante colle falde ripiegate; essa doveva essere portata chiusa al c·:,llo e al petto sino al quinto bottone. Veniva anche proibito usare speciali ornamenti, come gigli o altro, per allacciare le falde tra di loro. I paramani erano cuciti alla manica e chiusi da due (67) Bibl. Art. Gen. Ms. Regola mento sul Vestiario della Cavalleria 1791.

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piccoli bottoni. Il colletto, che si port ava rivolt ato, era cucito sulla giamberga. Sotto la giamberga si portava la sott oveste, che doveva essere tagliata molto lunga di vita, acciocché l'ultimo bottone cuopra interamente la cintura del calzone. Le tasche erano come quelle della giamberga. Per il servizio giornaliero gli ufficiali potevano usare anche la giacca da grande uniforme portandola aperta e senza ripiegare le falde, ma accompagnandola con una camiciola di seta liscia di colore celeste, gallonata come la giacca da grande uniforme e con falde tagliate dritte con due tasche pure dritte a piccole patte. I calzoni della piccola uniforme avevano anteriormente il brachettonP., ahhottonato con quattro bottoni di panno posti sulla cintur a, ed erano sorretti da un cordone. In tenuta estiva era consentito agli ufficiali di fare uso di sottovesti e calzoni di cotonina bianca, dello st esso taglio degli indumenti di panno. Gli stivali erano di cuoio morbido nero. Per la grande uniforme dovevano avere la ginocchiera fissa; per la piccola uniforme gli stivali invece erano bassi senza ginocchiera. Quando gli ufficiali calzavano gli stivali, dovevano vestire sempre calzoni all'ungara, che potevano anche essere di panno giallastro o di cotonin a bianca. Gli speroni erano di ferro lucidato. Per i soli ufficiali era anche previsto l'uso di un soprabito chiamato redingotto, di panno bleu-celeste, con due file di grossi bottoni piatti di rame dorato o argentato. Questo soprabito era lungo fino alle ginocchia, il colletto, di colore distintivo, era rivoltato, i paramani erano anch'essi di panno del colore distintivo ed erano chiusi da tre bottoni, con una piccola pattina diritta. Era espressamente proibito l'uso del redingotto nelle gran parate o negli esercizi in presenza di ufficiali generali. Per la stagione fredda era inoltre consentito l'uso del cappotto, di taglio uguale a quello della truppa. Degno di nota era il divieto di usare il paracqua, l'ombrello cioè, insieme con il cappotto, in quanto il tutto confe riva un aspetto poco marziale a chi lo portava. Il cappello, quasi un bicorno, era a falde appuntate senza bordo di gallone; la coccarda, di stoffa scarlatta, era fermata da un cordone d'argento mescolato con seta scarlatta, il tutto sormontato da un cappio, in oro o in argent o, fissato da un bottone d'uniforme. Completavano la guarnizione del cappello un pennacchio, rosso nella parte inferiore e bianco alla sommità, e un cordone, posto alla base del cappello, terminante con due fiocchetti, che sporgevano dalle falde laterali, ciò che costituiva una delle distinzioni di grado, come verrà precisato nel seguito. I capelli dovevano essere portati legati così da formare una coda, che era poi assicurata alla parte superiore della fibbia della cravatta, posta sul retro del collo. La cravatta era di seta nera, guarnita superiormente da una striscia di tela bianca. Per evitare affettazioni vigeva espresso divieto di usare trine troppo elaborate per arricchire i polsi. Gli ufficiali dovevano port are guanti di pelle di daino. I distintivi di grado erano costituiti dal cordone e dai fiocchetti al cappello, dall'uso della sciarpa, dai galloni posti ai parama;J.i e al colletto e dalle spalline. Per tutti gli ufficiali era prescritto il distintivo del cordone al cappello in seta argento, mescolata a seta scarlatta con fiocchetti simili. Con la grande uniforme, ed ogni volta che erano in attività di servizio, gli ufficiali dovevano cingere in vita una sciarpa di seta bianca mista a seta scarlatta. Sul giacca della grande 267


uniforme nessun ufficiale, esclusi i brigadieri, poteva portare distintivi di grado. I distintivi al colletto ai paramani e alle spalline si portavano soltanto con la piccola uniforme. Il colonnello portava tre galloni in oro o in argento attorno al colletto e ai paramani; il tenente colonnello ne portava due ed il maggiore uno solo. I capitani e capitani-tenen ti portavano invece due spalline a granetti (frangia) in oro o argento (dette dragone), mentre i primi e secondi tenenti ne portavano una sola sulla spalla destra e gli alfieri una sola sulla spalla sinistra. Sul redingotto i soli ufficiali superiori portavano i loro distintivi di grado alle maniche, mentre gli ufficiali inferiori non dovevano portare alcun distintivo. Passiamo ora a descrivere, sempre seguendo il regolamento del 1791, le tenute dei sottufficiali (bassi uffiziali) e truppa, descrivendo per prime quelle dei sott~fficiali appartenenti alla Piana Minore, quelli che oggi definiremo cariche speciali e che vestivano - come oggi i marescialli - un'uniforme che era una via di mezzo tra quella degli ufficiali e quella degli altri sottufficiali. Gli aiutanti avevano l'uniforme in tutto s imile a quella degli ufficiali, senza alcun distintivo di grado, e con sciarpa in filo bianco, anzichÊ in seta, mescolato a seta scarlatta. I portastendardo avevano lo stesso vestiario degli Aiutanti, ma i galloni dell a grande uniforme avevano un ricamo intrecciato con seta scarlatta e sulla piccola uniforme portavano una spallina d'oro o d'argento, senza frangia, sulla spalla destra. La sciarpa era di lana rosso-scarlatta, come per la truppa. I cadetti avevano un'uniforme simile a quella della truppa, ma la stoffa dei paramani poteva essere di migliore qualità . Inoltre una piccola frangia d'oro o d'argento era attaccata alle controspalline. Dovevano anche portare il distintivo del grado (caporale, sergente etc ...) che in quel momento rivestivano nel corso della loro carriera che li avrebbe portati a divenire ufficiali. I forieri avevano solo l'abito bleu-celeste con colletto, risvolti e paramani del colore distintivo e sottoveste (gilet) e calzoni di panno giallo-cervo (giallognolo). I bottoni erano simili a quelli della piccola uniforme degli ufficiali. Avevano inoltre due galloni d'oro o d'argento, filettati di scarlatto, cuciti trasversalmente sul davanti delle maniche, al di sopra del gomito. Il prevosto (o profosso) era vestito ed armato come un primo sergente. L'armiere era vestito come il foriere, ma portava due carabine incrociate di panno rosso scarlatto apposte sulla manica sinistra. Il sellaio era vestito come l'armiere, ma con il grado di secondo sergente e con due lesine trasversali di panno rosso scarlatto alla manica sinistra. I maniscalchi avevano uniformi identiche a quelle degli armi'eri e dei sellai, ma con un ferro di cavallo, con le punte rivolte verso l'alto, in panno rosso scarlat1:o posto sulla manica sinistra; il capo maniscalco aveva inoltre i1 grado di 2° sergente. Il vestiario dei sottufficiali e soldati si componeva di giacco di panno bianco, di camiciola di panno bleu-celeste, calzoni, cappello e cappotto di panno bianco. Il giacca era uguale a quello descritto per gli ufficiali, con le seguenti varianfr le controspalline erano di panno bianco e ricoperte del medesimo gallone che ornava il petto, gallone che era di lana con filetti del colore distintivo di brigata (vedi Tabella 68) per la truppa, e i graduati ed in oro o argento, col medesimo filetto, per i sergenti. 268


Tabella 68 DISTINTIVI DI GRADO PER TRUPPA E SOTTUFFICIALI 1791 Maniche

Cariche

Pennacchio

Soldati Carabinieri

bianco b.ianco, strisciato di rosso bi;rnc.o, e rosso nella parte superiore bianco, e rosso nella parte superiore bianco, e rosso nella parte superiore

Caporali 2i Sergenti

1i Sergenti

-

un gallone, cucito orizzontalmente, in lana bianca o gialla, profilato in lana scarlatta un gallone, cucito obliquamente, in oro e argento, profilato in seta scarlatta un gallone, cucito orizzontalmente, in oro e argento, profilato in seta scar latta due galloni, cuciti orizzontalmente, in oro e argento, profilato in seta scarlatta

La camiciola, che doveva venire indossata per il servizio giornaliero, era confezionata in panno bleu-celeste con colletto e paramani di colore distintivo. Aveva una controspallina del medesimo panno foderata di panno del colore distintivo, cucita sulla spalla sinistra e fermata con un bottoncino semisferico posto sul colletto. Sul davanti del petto, intorno alle falde e sui paramani era apposto un gallone profilato come per il giacca d'alta u niforme. I calzoni erano detti a brachettone e venivano chiusi anteriormente con 4 bottoni cuciti sulla cintura oltrechĂŠ da una striscia di panno interna ai calzoni stesSl.

Il cappotto era in panno bianco, sufficientemente grande acciò possa coprire per tutto le armi, con collo tondo e diritto, adornato sul davanti da una mostra del colore distintivo a forma di scudo, guarnita da un piccolo bott one. I paramani erano del medesimo panno bianco. Sul petto vi era una fila di 9 bottoni. Sottufficiali e soldati portavano avvolta attorno alla vita, senza fiocco pendente e sopra il cinturone, una sciarpa di lana rosso-scarlatta. Gli stivali erano di cuoio flessibile nero di vacca, con punte squadrate; gli speroni erano di ferro lucido e venivano assicurati con fettucce di stoffa. Fuori servizio e nella stalla si dovevano calzare scarpe nere, ornate di piccole fibbie di rame giallo. Il cappello andava calcato sul sopracciglio destro, la punta in avanti era all'altezza del sopracciglio sinistro. Questo cappello, di feltro nero, era del tutto simile a quello degli ufficiali con le falde appuntate con nastrini di lana nera. Sul Tabella 69 DISTINTIVI DI SQUADRONE PER SOLDATI E SOTTUFFICIALI 1791 Squadrone

10 20 30 40 Sq. di riserva piccolo Stato Maggiore

Colore del cordone e nappine del cappello

bianco giallo cedro rosso scarlatto verde sassone internamente rosso, bianco esternamente¡ cremisi

269


o

davanti vi era un cappio, pure di lana nera, chiuso da un bottone d'uniforme per fermare la coccarda di stoffa rosso scarlatta; il pennacchio era tutto bianco per i soldati, mentre era bianco e rosso per i sottufficiali. Ciascun squadrone era inoltre distinto dai fiocchetti e dal cordone legato attorno alla base del cappello. Il berretto di pulizia (detto anche bonnetto) era di panno bleu-celeste con filetti di colore distintivo ed era guarnito intorno da un gallone bianco. Sul davanti v'erano le cifre reali (FR) in panno bianco e dalla sommità del berretto pendeva un fiocchetto di lana del colore del distintivo. La veste ed i sopracalzoni da fatica erano di tela grigi::i. Nella tabella 68 sono indicati schematicamente i distintivi di grado dei primi e secondi sergenti, dei caporali e dei carabinieri. Sottufficiali e truppa portavano guanti di pelle gialla. Le buffetterie erano costituite dal cinturone, di cuoio di bufalo bianco con fibbia di rame giallo con due corregge portasciabola, dalla giberna di vacchetta nera, con coperchio a forma di scudo, che veniva portata attaccata, tramite due anelli di rame, alla correggia portagiberna, anch'essa di cuoio bianco e dalla bandoliera di cuoio bianco, guarnita da un anello volante di ferro per reggere la carabina e da una placca di rame. La bandoliera era portata sulla spalla sinistra, sopra la correggia portagiberna e nel mezzo vi era attaccata una striscia di cuoio che doveva servire a fermare la bacchetta, posta in un astuccio cucito al fodero della sciabola. Di cuoio bianco erano anche la dragona ed il r elativo fiocco. L'acconciatura dei capelli era simile a quella degli ufficiali. Sottufficiali e soldati dovevano inoltre portare obbligatoriamente i baffi. Alcuni dettagli particolari servivano a distinguere i trombetti, come venivano detti all'epoca i trombettieri. Questi vestivano un giacco, camiciola e calzoni, ma con galloni in oro o in argento simili a quelli dei sergenti dei r ispettivi reggimenti. Inoltre essi avevano sulle spalle degl'ornamenti de' colori destinati dagli uniformi, con un doppio giro di gallone: avevano cioè dei nidi di rondine del colore distintivo e portavano inoltre attaccata su ciascuna spalla una striscia dello stesso panno della giamberga che il Regolamento così descrive: questa striscia sarà ligata nell'alto delle spalle e dal principio della vita... e discenderà sino all'estremità della giamberga e sarà gallonata intorno con galloni uniformi ed ornati con sette chevrons di galloni simili, situati a distanza uguale. Il cappello era ornato da piumetto rosso lungo tutto il bordo ed aveva un pennacchio bianco; il cappio della coccarda era d'oro o d'argento; i cordoni ed i fiocchi erano di seta bianca m escolata a seta scarlatta. Le gualdrappe per i cavalli degli ufficiali erano di norma di panno bleu-celeste con bordo di panno del colore distintivo. Quando si indossava l'alta uniforme erano usate però altre gualdrappe, simili alle precedenti, ma con il bordo arricchito di un galluue oro o argento, più largo per gli ufficiali superiori, con le cifre reali in oro o argento poste ai quattro angoli. Soldati e sottufficiali avevano una sella all'inglese, con gualdrappa di panno bleu-celeste guarnita di un bordo di colore distintivo, attorno a cui cc-,-reva un filetto di colore giallo o bianco, a seconda dei bottoni. Ai quattro lati della gualdrappa vi erano le cifre reali in lana bianca o gialla. Essi avevano inoltre una valigia di panno bleu-celeste, con i due coperchi tondi guarniti da una croce di lana gialla o bianca. Tutti gli ufficiali eano armati di una sciabola e di due pistole provenienti dalla fabbrica reale. Con la piccola uniforme gli ufficiali portavano un a spada con 270


Tabella 70 COLORI DISTINTIVI ASSEGNATI AD OGNI REGGIMENTO DI CAVALLERIA DI LINEA- 1791 Reggimento

Carie.be

Gallone

Filetti, paramani e colletto

Bottoni

Re

ufficiali soldati ufficiali soldati ufficiali soldati ufficiali soldati ufficiali soldati ufficiali soldati ufficiali soldati ufficiali , soldati

oro giallo argento blò-celeste oro giallo argento b lò-celes te oro scarlatto argento blò-celeste oro giallo-arancio argento blò-celeste

rosso scarlatto

gialli

rosso scarlatto

bianchi

cremisi

gialli

cremisi

bianchi

giallo cedro

gialli

giallo cedro

bianchi

arancio

gialli

arancio

bianchi

Regina Rossiglione Tarragona Borbone Principe Napoli Sicilia

la guardia di rame dorato e l'impugnatura d'argento; la spada era r etta da un cinturone di cuoio di bufalo bianco. Il cinturino per la sciabola era invece di marocchino rosso ricamato in fili d'oro o d'argento, guarnito di un gancio di acciaio a forma di S, da attaccarsi ad un anello di acciaio sulla sinistra. Le fibbie dei cinturini portasciabola erano anch'esse d'acciaio. Sciabola e spada erano guarnite da una dragona con fiocco d'argento intessuta con due strisce di seta scarlatta. Aiutanti e portastendardi erano armati come gli ufficiali, mala dragona era solo d'argento senza tracce di seta scarlatta. I cadetti erano armati come i sergenti, così come il prevosto. I sergent i, i caporali ed i t rombetti erano armati di una sciabola e due pistole. I forieri, gli armieri, i sellai ed i maniscalchi erano armati della sola sciabola. I soldati ed i carabinieri erano invece dotati di una sciabola, due pistole e d un a carabina. La cavalleria di linea napoletana conservò queste uniformi, riprodotte da Filippo Hackert nel 1794 in un quadro ora conservato nella reggia di Caserta, sino al 1798. I cappotti bianchi valsero ai suoi componenti il soprannome di diavoli bian,chi durante la prima campagna d'Italia di Napoleone. Durant e la stessa campagna furo- no anche distribuiti ai reggimenti impegnati calzoni di panno color giallino con 8 bottoni di stagno e piombo per ogni lato e gilet dello stesso panno (68). Nel corso della lunga permanenza nell'Italia settentrionale del corpo di spedizione napoletano dovettero essere state apportate variazioni non regolamentan alle uniformi dei cavalieri, soprattutto per la difficoltà di potere reperire i ricambi, data la distanza dai magazzini e la precarietà dei collegamenti. Tre figurini della Cronaca Rovatti di Modena, relativi a soldati della cavalleria napoletana di passaggio per quella città n el 1797, ne sono testimoni (69). In questi disegni possono essere no(68) A.S. Na. Giunta Vestiario Voi. 13. (69) Archivio Storico Comune di Modena. Cronaca Rovatti.

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• tate infatti delle variazioni, quali l'assenza dei galloni tolti dai giacchi, forse per economia, e la sostituzione delle gualdrappe regolamentari con a ltre rosse, di modello austriaco, sulle quali erano state apposte le cifre reali napoletane. Nel 1797 furono emanate nuove disposizioni in merito al vestiario, ma il relativo testo non fornsice alcun particolare che ci permetta di descriver e quali variazioni siano state apportate. Una tabella sui costi del vestiario d i un reggimento di cavalleria ci rivela che gilet e calzoni color pelle di cervo erano entrati nell'uso di sottufficiali ed aiutan ti con l'abito d i panno celeste. Dei corpi levati tra il 1796 ed il 1799 non conosciamo i colori distintivi, ad eccezione di quello del reggimento Principe Alberto, che aveva le mostre di velluto nero (7°), mentre si conoscono le prescrizioni sommarie date pel vestiario del real Corpo dei Nobili Volontari di cavalleria. Per costoro si prescriveva giacco e calzabraga di color bianco, colletto e rivolte di color bleu, il tutto guarnito di un piccolo gallone d'oro, più largo per gli ufficiali. Cappello, stivali ed altri accesso-· ri dovevano essere come quelli della cavalleria di linea. Anche la gualdrappa doveva essere simile a quella della linea, ma il gallone per gli ufficiali doveva risultare meno largo. Ogni squadrone era inoltre dotato di uno stendardo che recava da un lato le armi reali e dall'altro quelle della provincia dove si doveva reclutare lo squadrone (7 1). Al momento della creazione del Corpo dei dragoni dello Stato Maggiore n el 1798, fu fissata in m aniera molto concisa la loro unifor me, stabilendo che essa dovesse essere di colore rosso con mostre nere (72) . Il taglio doveva essere quello della cavalleria. Da alcuni conti relativi alla costruzione di detto vestiario sappiamo poi che il berretto di fatica era di panno rosso con frontier a nera, sulla quale era probabilmente apposte le iniziali reali (73) . Nel periodo in cui _il cardin al Ruffo guidò contro i francesi e la Repubb lica Partenopea le truppe sanfediste composte da volontari e dagli avanzi delle truppe regolari, si costituirono alcuni reparti di cavalleria, che divennero in seguito corpi regolari di linea. Naturalmente per questi corpi non furono emanati dei regolament i sull'uniforme. Ma si seguirono le usanze in vigore precedentemente, Tabella 71 COLORE DISTINTIVO PER I REGGIMENTI DI CAVALLERIA - 1799 Reggimento

Re (1799) Re (1799-1800) Regina (1800) Real Caro Iina (1799) Calabria Valdimazzara

Mostre

Note

celeste

per alcuni gruppi che costitui rono la base del reggimento Regina.

scarlatto celeste scarlatto

confluì poi nel reggimento Re. Alcuni r~parti portavano mostre nere

cremisi verde cupo

N.B. L'abito era bianco per tut te le unità; le calzab raghe celesti per la quasi totalità; tuttav ia

qua lche unità - a seconda del la disponibilità dei panni (70) (71) (72) (73)

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A.S. Na. S.N.S.P. A.S. Na. A.S. Na.

Segr. Ant. Fs. 917. Sala Capasso Dispacci. R.O. Voi. 179. Giunta Letti Fs. 81.

le aveva bleu.


impiegando i materiali che potevano essere reperiti. Ci sono comunque pervenuti i conti relativi all'allestimento del loro vestiario, per cui siamo in grado di fornire nella tabella 71 alcuni dati sommari che sara~no poi confermati nelle loro linee essenziali dalle disposizioni successive (7 4). · In Sicilia, tra la fine del 1799 e l'inizio del 1800, videro la luce diversi progetti di uniforme. Le principali modifiche che ne conseguirono per le divise della truppa furono: l'abolizione del pennacchio, l'introduzione di calzabraghe bleu-celesti con rinforzi di cuoio nero, i cuoiami, che da bianchi divennero neri ed i galloni della giamberga definitivamente soppiantati da semplici strisce di panno del colore distintivo applicate solo sul petto e sulle falde. La fascia rossa che cingeva la vita, che in un primo tempo si volle abolita, restò poi in vigore perché fu ritenuto che conferisse un aspetto più marziale al soldato. Il cappotto in un primo tempo doveva divenire di lana grezza, ma fu poi mantenuto quello in lana bianca (75). L'insieme di queste modifiche venne sanzionato in uno stringato Regolamento sul vestiario del 1° giugno 1800 {76), in cui così si elencavano i generi in dotazione alla truppa di cavalleria: giacco di panno bianco; calzabraga di panno celeste, con fondelli ai fianchi di sommacco, e corree di cuoio con fibbie; capriolé di panno monachile; mantiglia (gualdrappa) di panno celeste, foderata di tela e pelle di vitello ai fianchi; baliciotto (valigiotto da cavallo) di panno celeste; bonnetto di panno da quartiere; cappelli montati senza pennacchio; fasce di lana a colore scarlatto; camice di tela; coturni co' loro sproni (stivaletti da cavalcare); scarpe (con fibbie); giacca e pantalone di olonetta da quartiere a colore blò (in un primo tempo era stato deciso monachi/e); guanti di morlacco; pantalone, o sia calzone di tela di canapa; sopracalzone di olona; Correame patroncina (giberna) con sua correa di cuoio; portacarabina, o sia bandoliera di sopra con chiave e molla; portasciabola con ciappa e controciappa; fiocco di sciabola (dragona e fiocco); porta bacch etta; cinghia di cuoio per sostenere la mantiglia. (Coll'avvertenza che il detto correame sia di colore nero lustrato).

Per gli ufficiali si prescriveva un'uniforme lunga. In questo regolamento vengono anche citati gli stendardi che dovevano avere i reggimenti di cavaller~a. Gli stendardi dovevano essere di colore hianco, con lo stemma reale da una parte, e dall'altra la croce costantiniana, sotto la quale vi erano le iniziali del reggimento. Queste uniformi vennero regolamentate in maniera più precisa ed organica in un successivo regolamento {77), del quale abbiamo il testo, ma non la data di emissione; esse rimasero in vigore per la cavalleria di linea fino al 1807. (74) A.S. Na. R.O. Voi. 179. (75) A.S. Na. Giunta Vestiario Voi. 16 1°. (76) A.S. Na. R.0. Vol. 179. (77) B.N. Na. Ms. Regolamento, ossia Ordinanza colla quale si prescrive la forma d e' Vestiari, Equipaggi, Cuojame ed Armamento, di cui dovrà fare uso il nostro Rega) Esercito, s.d ..

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Vestiario del tutto simile, anche se il colore di fondo dell'uniforme era il bleu, aveva la cavalleria provinciale, di cui si dirà in un apposito paragrafo. Negli anni che vanno dal 1800 al 1803 c'era stata la formazione di un corpo di cavalleria leggera, per il quale ci è pervenuto un figurino del pittore contemporaneo Progenie (incaricato ufficialmente di preparare i figurini di regolamento) ed un contratto di vestiario, che si confermano a vicenda. In alcuni conti del dicembre 1800 si prevede l'acquisto di: giacche di panno bleu con mostre di panno giallo; giacca di tela d'olona bianca da quartiere; calzabraghe di tela d'olonetta, guarniti tutti di mnntone nero (78). In un altro contratto del gennaio 1801, oltre agli stessi generi, si acquistavano anche: (79) calzabraghe di panno blò, stivali con sproni, fasce di lana scarlatta, cappotti di panno bianco; guarnizioni di lacci con fiocchi, per li berrettoni, e gli stessi berrettoni (cioè alti schakot). Dal figurino del Progenie si ricava inoltre che la giacca aveva due strisce di gallone giallo al petto, che il colletto, i paramani e le faldine rivoltate erano gialli e che giacca ·e calzoni erano bleu. La fascia in vita e ra quella stessa rossa della cavalleria di linea. I soldati portavano mezzi stivali neri ed uno schakot, ricoperto di tela bianca, con un pennacchio nero. La gualdrappa era bleu con bordo giallo. Passiamo ora ad esaminare con maggior dettaglio le prescrizioni sull'uniforme della cavalleria di linea dettate nel regolamento emanato nel 1803. In esso si p rescriveva che il vestiario degli ufficiali fosse composto da una giamberga di panno bianco, da una sottoveste di panno bleu-celeste e da calzabraghe dello stesso panno. La giamberga era a due petti con due file di 9 bottoni a mezza palla di metallo giallo con falde che si dovevano portare sempre ripiegate; Colletto e paramani e la fodera erano del colore distintivo del reggimento (vedasi tabella 72). La sottoveste di panno bleu-celeste doveva arrivare a coprire la cintura del calzone; le sue faldine dovevano essere a forma di scudo; i bottoni erano analoghi a quelli della giamberga, ma più piccoli. Tabella 72 COLORE DISTINTIVO PER I REGGIMENTI DI CAVALLERIA 1800-1806 Reggimento

Colore

Re Regina Principe primo Principe secondo Principessa Valdinoto secondo Valdimazzara * Valdemone *

scarlatto celeste giallo verde cremisi acqua di mare scarlatto giallo

* In Sicilia N.B. Bottoni giallo e oro per tutti (78) A.S. Na. Giunta Vestiario Vol.17. (79) A.S. Na. Giunta Vestiario Vol. 17.

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Le calzabraghe erano di panno bleu-celeste. Per l'estate era concesso agli ufficiali di fare uso di sottoveste e calzoni di cotonina bianca, simili a quelli di panno prima descritti. _ Per gli ufficiali era inoltre previsto l'uso di ùn roccappotto (sorta di soprabito) di panno celeste con colletto e paramani del colore distintivo, a due petti come la giamberga. Sui paramani, chiusi da tre bottoni posti in verticale, v'era una piccola pattina. Il roccappotto poteva venire indossato sempre, tranne che in occasione di parate e di grandi esercizi in presenza di ufficiali generali. Il cappotto era invece di panno bianco, simile a quello dei soldati. Il cappello era a falde rialzate ed appuntate e non veniva bordato da alcun gallone. Sull'ala sinistra v'era una ciappa di ottone dorato, al cui centro v'era un piccolo sole. Attorno alla base vi era un cordone d'argento mescolato a seta scarlatta, a cui erano attaccate due rosette analoghe, che spuntavano lateralmente dalle due falde. La coccarda era di stoffa scarlatta e veniva sormontate da un pennacchio scarlatto alla base e con l'estremità bianca. Gli ufficiali calzavano poi stivali neri con un incavo nella parte posteriore; essi dovevano sempre portare gli speroni di acciaio in tutte le attività di servizio. I guanti dovevano essere di pelle di daino giallastra. I distintivi di grado per gli ufficiali restavano quelli fissati dal regolamento del 1791, ma la spalline ed i galloni erano ora d'oro per tutti i reggimenti. Gli ufficiali superiori erano distinti con galloncini d'oro, come nel regolamento del 1791, ma apposti sui soli paramam.

I soli ufficiali superiori portavano sulle maniche dei roccappotti gli stessi galloni della giamberga, mentre a tutti gli ufficiali da capitano in giù era proibito di portare distintivi sui roccappotti. In servizio, sia con la giacca che con il roccappotto, gli ufficiali dovevano cingere la sciarpa, di seta bianca e scarlatta con due fiocchi di seta contornati da cannottigli (cioè grovigli di filo). Il cinturone era di cuoio nero verniciato con una ciappa di acciaio azzurrato, nel cui centro v'erano in argento le lettere iniziali FB. Il cinturone si portava al di sopra della sottoveste, o al di sopra del roccappotto. Tutti gli ufficiali dovevano portare una sciabola di acciaio, che aveva una dragona con fiocco di trina d'argento, intessuta di due strisce di seta scarlatta. A cavallo gli u fficiali erano armati di due pistole. Se non portavano la sciabola gli ufficiali dovevano fare uso del bastone di canna d'India col pomo d'avorio liscio, guarnito di un cordone di cuoio. Per aiutanti, portastendardi e cadetti valevano ancora le distinzioni già specificate nel r egolamento del 1791, con queste varianti: il cordone del_cappello de-_ gli aiutanti doveva essere solo in argento, quello dei portastendardo m lana color cremisi e la frangia era d'oro per le spalline dei cadetti. · Sottufficiali e soldati avevano per vestiario una giacca (o giacca) di panno bianco, calzabraghe di panno bleu-celeste ed un cappotto di panno bianco. Il giacca di panno bianco veniva abbottonato con bottoni piatti di metallo rosso ed era inoltre chiuso da ciappette di ferro in modo che tutta la abbottonatura, situata sulle 2trisce di panno di colore distintivo, che correvano sul petto e sulle falde, rimanesse coperta. Le faldine erano rivoltate e fermate da una ciappetta. Collo e paramani e rano del colore distintivo. I paramani erano chiusi sulle maniche da due bottoni. Le controspalline erano di panno bianco ed erano fermate da un bottone posto sul colletto; sopra di esse veniva cucita una striscia di panno di colore distintivo, 275


in modo però che ai due lati spuntassero due orli bianchi. Attorno all'at taccatur a delle maniche v'era un orlo di panno del colore distintivo. I giacchi dei primi e dei secondi sergenti, invece della striscia di panno, erano guarniti di un gallone d'oro, ai cui lat i c '. era una filettatura dentellata di lana di colore distintivo. Le calzabraghe erano di panno celeste; dovevano arrivare sopra le anche ed essere così lunghe da pot ersi portare con gli stivali. All'interno delle coscie c'erano dei fondelli di rin forzo di pelle nera, tagliati a forma di scudo, trapuntati con filo bianco. Oltre al calzabraghe ora descritto la truppa aveva un sopracalzone da usarsi per conservare più a lungo il calzabraghe. Detto sopracalzone era confezionato in tela d'olona; doveva coprire gli stivali ai piedi e veniva abbottonato ai due lati con 13 bottoni di metallo rosso per parte. Anche in questo caso c'e rano dei fondelli in pelle nera centinati e trapuntati in bianco, lunghi sino ai piedi. Sottufficiali e soldati portavano in vita una sciarpa di lana scarlatt a, senza nodo. I coturni erano di pelle di vacchetta, alti sino alla metà della gamba, con la punta delle scarpe tagliata in forma ovale. Gli speroni erano di ferro lucido ed erano fermati con chiodi apposti nel tacco. I cappelli erano a falde rialzate con laccetti di fiocco nero, e sul lat o sinistro v'era una ciappa di lana n era fermata da un piccolo bottone. La coccarda scarlatta era di cuoio ed era r etta dalla ciappa di lana. Al di sopra della coccarda v 'era una rosetta di lana, e due rosette eguali erano attaccate ad un cordone avvolto attorno alla base del cappello e spuntavano dai due lati. Il colore di queste rosette distingueva lo squadrone di appartenenza dell'individuo, secondo il seguente schema:

1° squadrone 2 ° squadrone

3° squadrone 4 ° squadrone

scarlatto bianco giallo celeste

Tutta la truppa portava guanti di pelle gialla, fatti a tromba. Come già per gli ufficiali, anche per i sottufficiali le distinzioni di grado non differivano molto da quelle del periodo precedente: I primi sergenti avevano per distintivo due strisce di gallone poste sul braccio parallelamente ai paramani. Il gallone era d'oro con dentellat ura di seta scarlatta. I secondi sergent i avevano un solo gallone. I caporali avevano un piccolo gallone d'oTo con denti di seta scarlatta posto obliquamente sulla manica. I carabinieri portavano un gallone di lana gialla, orlato di scarlatto, parallelamente ai paramani. I forieri portavano una giamberga lunga, come i portastendardo, ma di panno di qualità infer iore. Essi avevano per insegna distintiva due strisce di gallone, simile a quello dei sergenti, poste trasversalmente sul braccio al di sopra del gomito. Il cordone al cappello e le rosette erano di lana color cremisi. Il profosso era vestito come un primo sergente, con le roset te al cappello cremisi, come i forieri.

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-L'armiere era vestito come un foriere, ma aveva per insegna le due carabine incrociate di panno scarlatt o, come per il passato, poste sul braccio sinistro sopra il gomito. Il sellaio vestiva come l'armiere; aveva le insegne da secondo sergente e sul braccio sinistro due· lesine incrociate di panno scarlatto. Il capo maniscalco ed i maniscalchi degli squadroni vestivano come il sellaio. Tutti si distinguevano per un ferro di cavallo di panno scarlatto posto in alto sul braccio sinistro. Il capo maniscalco aveva inoltre le insegne di secondo sergente. I trombettieri, come nella cavalleria prussiana, avevano un'uniforme simile

a quella dei soldati, ma con le seguenti varianti: il giacco era guarnito da galloni d'oro e di lana simili a quelli dei sergenti; sulle spalle inoltre c'erano due piccole ali di panno del colore distintivo bordate di doppio gallone dorato. Sempre dalla spalla, lungo la schiena, partiva una striscia di panno di colore distintivo fode rat a di bianco che dall'alto giungeva all'estremità inferiore del giacco. Anche queste strisce erano guarnite di gallone ai bordi ed altri galloni erano disposti a chevron all'interno. Le «trombe» portavano int orno al bordo del cappello un piumetto rosso e inalberavano un pennacchio bianco; il cappio del cappello era dorato. Le bandoliere erano di cotone bianco in servizio giornaliero e di seta bianca e scarlatta, con fiocchi corrispondenti, per la parata. I cuoiami comprendevano il cinturone all'ungara di cuoio nero lucido affibbiato per mezzo di una fibbia di ottone; sulla sinistra v'era un gancetto di ferro per tenervi sospesa la sciabola quando il soldato era appiedato. La giberna era di vacchetta nera lustrata. Il suo coperchio era a forma di scudo. All'interno v'era una piccola borsa di cuoio per le pietre del fucile ed il tirapalle. Lateralmente vi erano due anelli di ottone a cui agganciare la correggia della giberna. Quest'ultima era anch'essa di cuoio nero lucido, con una fibbia di ottone. La bandoliera, analogament e di cuoio nero lucido, aveva una fibbia. La truppa era armata di una sciabola d'acciaio con dragona e fiocco di cuoio nero. I sergenti, i caporali ed i trombettieri avevano anche due pistole. I soldati ed i carabinieri portavano invece la carabina. La gualdrappa era di panno celeste con bordi di colore distintivo (per il reggimento Regina di colore bianco) e le iniziali reali ricamate in lana di colore distintivo i quattro angoli. C'era poi un rivestimento di pelle lì dove le ginocchia del soldato toccavano la gualdrappa e sotto le fondine delle pistole. La valigia era di panno celeste. Le due estremità rotonde erano guarnite di una croce di panno del colore distintivo. La valigia era fissata alla gualdrappa mediante tre cinghie di cuoio. La truppa doveva portare i capelli a coda; era inoltre prescritto che i soldati _ portassero baffi senza separazione nel mezzo, incerati di n e ro.

Oltre ai generi di vestiario descritti i soldati avevano pantaloni di tela di canapa bianca per l'estate e «giacco» e pantaloni di tela di canapa color bleu per i servizi. Inoltre, come tutte le truppe dell'epoca, avevano un bonet to da quartiere che era di panno con gallone, filetti, fiocchetti e cifre reali sul davanti d,:Jla frontiera di colore distintivo. Con la seconda ritirata in Sicilia nel 1806 l'esercito borbonico ricostituito, grazie agli aiuti inglesi, con i rest i dell'esercito napoletano e con quanti in seguito vollero raggiungere il loro re a Palermo, oltre allo scarso contributo delle leve isolane, mutò struttura ed uniformi. 277


Nel 1808 venne emanato un nuovo regolamento per le uniformi dell'esercito; purtroppo a noi non è pervenuta la parte riguardante la cavalleria di linea, se non per alcuni accenni relativi agli ufficiali. Fortunatamente alcuni importanti frammenti provenienti dall'Archivio di Stato di Napoli ed u na raccolta di figurini presso la Brown's Military Collection ci hanno permesso di tracciare un quadro esauriente del vestiario della cavalleria in questo periodo. Entreremo nel seguito in un esame più dettagliato della evoluzione delle uniformi della cavalle ria durante il decennio siciliano. Fino al 1807 la cavalleria continuò a portare le uniformi degli anni precedenti, cioè quelle bianche con calzabraghe celesti, sia pure con qua lche innovazione, dovuta anche alla difficoltà di reperire in Sicilia tutti i panni ed i materiali necessari. I colori dist intivi dei corpi formati in Sicilia erano:

reggimento Principe giallo reggimento Valdimazzara scarlatto reggimento Valdinoto verde

Istruttiva sulle difficoltà di approvvigionamento dei m ateriali per la m anifattura dei capi di vestiario è una nota del dicembre 1806, che riporta le seguenti considerazioni a proposito delle uniformi della cavalleria richieste (80). panno bianco per golé; panno bianco per cappotti; panno celeste per calzabraghe; panno giallo per mostre (Princ ipe Reale); panno monachile; panno verde bottiglia (Va ld imazzara). Nota Non essendovi panno celeste s i desidera il bleu, e per i cappotti non essendovi bianco si potrebbe prendere grigio...

Intanto il 29 marzo 1807 il principe er editario Francesco, comandante in capo dell'esercito di linea, emetteva il seguente ordine sull'uniforme degli ufficiali 81 ( ), che ci h a consentito di far e il punto della situazione: Sua Altezza Reale ha ordinato che la cavalleria rimanga fino a nuovo ordine coll'uniforme presente e a llorché le circostanze lo permetteranno di costruire il nuovo vestiario la Altezza Reale ne deciderà il modello ed il colore. Gli Uffiziali dei reggimenti Principe Reale e Valdimazzara portera nno ne' giorni di gala, o di gran parata, la giacca corta di panno bianco tagliata sul modello che sarà rimesso all'Ispezione, e nelle giornate ordinarie porteranno lo spenzer blò, come quello già costruito per gli Uffiziali di Valdimazzara, aggiw1gendovi però semplicemente i risvolti de' rispettivi reggimenti, cioè giallo a Principe Reale e scarlatto a Valdimazzara. Gli Uffiziali del reggimento Valdinoto conserveranno sino a lla totale costruzione del nuovo vestiarìo, lo stesso uniforme che usano attualmente, ed in generale gli Uffiziali di cavalleria fuori servizio potranno continuare ad usare il loro uniforme.

Da quest'ordine si deduce che almeno gli ufficiali iniziarono ad u sa re l'uniforme bleu, che continuarono a portare sino al 1815. Il 17 Novemb re 1807 veniva approvato il nuovo modello di vestiario della cavalleria e venivano fissati i colori distintivi dei reggimenti (82) . (80) A.S. Na. Segr. Ant. Fs. 338. (81) A.S. Na. Segr. Ant. Fs. 337. (82) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 698.

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pa

In conseguenza di essere stato... approvato dal Re il nuovo modello di vestiario per la cavalleria, secondo il quale ogni soldato di tale arma deve avere Giacca, Calzabraghe, Valiciotta, e Mantiglia (gualdrappa) di panno color celeste, Io spenzer e i sopracalzoni di panno color bleù, si è benanche ora degnato di approvare che i reggimenti di Cavalleria per distinguersi tr a di loro, debbano far uso delle mostre, e de' bottoni secondo il colore da Bourcard proposto in suo foglio de' 14 andante; cioè, Principe Reale debba avere le mostre gialle, e i bottoni color d'oro; Va ldinoto le mostre verdi, e i bottoni color di a rgento; Valdimazzara le mostre scarlatte, e i bottoni color d'oro; Valdemone finalmente le mostre cremisi, e i bottoni color di a rgento.

In realtà come si vedrà nel seguito, l'uniforme fu poi di color bleu; solo il reggimeulo Principe R eale ricevette anche giacche e calzabraghe di panno celeste, assieme a quelle di color bleu. Tra il 1808 ed i 1809 venne distr ibuito il n uovo vestiario per l'esercito. Le scarne disposizioni relative al vestiario ora riportate possono essere integrate, specie per quel che riguarda la bardatura, le buffetterie e l'equipaggiamento dal seguente elenco (83): Calcolo dell'importo in due anni del vestiario per un Soldato di Cavalleria delle Reali Truppe regolato sul risultato del valore dei generi costruiti nel 1809

Generi della durata di 8 anni 1 cappotto di panno

I portacappotto d i cuoio 1 mantiglia di panno celeste l valigiotto d i detto panno

1 cartocciera di sola con correa 1 portacarabina con chiave a molla 1 fiocco di cuoio bianco per sciabola 1 portabacchetta di cuoio bianco 1 pajo di fibie di ottone per scarpe

Generi della durata di anni 4 I giacca di panno celeste I sopracalzone di panno blù 1 bonetto di panno b lù guanti di dante

Generi della durata di mesi 30 1 spenzer di panno blù

1 spenzer di cottone forte bianco 1 crovattino di velluto

Generi della durata di anni 2 1 calzabraga di panno celeste I :.daccò di feltro con inc,crata 1 fascia di lana l pajo di stivali 1 pajo di sproni di ferro I portasproni 1 rimontatura

Generi della durata di m esi 15

1 sopracalzone d i cottone bianco (83) A.S. Na. Segr. Ant.Fs. 394.

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Generi della durata di anni 1 1 pajo di scarpe di vitello 1 pantalone di tela l fittuccia di coda 1 camicia 1 solatura

Generi della durala di mesi 6 1 pajo di mezze calzette

Altre informazioni aggiuntive si sono potute ricavare dall'esame dei fascicoli relativi alla giunta del Vestiario di questo periodo (Archivio di Stato di Napoli, Sezione Diplomatica, Archivio Riservato Casa Reale) (84), grazie alle quali sappiamo che la tenuta della cavalleria dopo il 1808 (85) era costituita da una giamberga a due petti e da uno spenzer, con cordelline nere per gli ufficiali, per la tenuta di servizio. In estate la truppa indossava spenzer, calzoni (o sopracalzoni) di cotone bianco, con gli altri accessori come per la tenuta invernale. Ufficiali e soldati portavano uno schakot di feltro nero con fondo e bordo superiore di cuoio nero (dopo il 1810 diverrà tutto di cuoio), con una placca di ottone o di stagno, a seconda del bottone, con le iniziali FB. Questa placca in alcune stampe del Regolamento di manovra della cavalleria del 1808 ed in alcuni disegni è romboidale, mentre in altre appare ovoidale con una parte centrale scarlatta con le lettere iniziali in m etallo. Il pennacchio, nero per tutti, veniva innestato in una n appina, che doveva essere del colore distintivo dello squadrone (ma in tutte le stampe appare celeste). Le guarnizioni dello schakot erano completate sulla destra da due cordoncini e fiocchetti neri per la truppa e oro, o argento, per gli ufficiali, e sulla sinistra da una catenella in metallo giallo o bianco, a seconda dei bottoni. Con il brutto tempo schakot e pennacchio erano ricoperti di tela incerata. La giacca per i soldati era di panno bleu, corta a doppio petto e veniva portata con i petti rivoltati ed aperti in alta tenuta, e in servizio chiusa con un solo lembo rovesciato. Le rivolte del petto erano del colore distintivo. Il colletto era aperto ed alto, di panno di colore distintivo con un piccolo filetto esterno bleu. In parata si portavano delle spalline a squame di metallo, ottone o stagno, con frange di colori diversi a seconda del reggimento. I paramani, anch'essi di panno del colore distintivo, erano a punta. I pantaloni erano costruiti in panno bleu, con filetto laterale del colore distintivo (vedasi tabella 73). Gli stivali erano di cuoio nero, all'ussera. Le scarpe avevano fibbie di ottone. Si portavano anche sopracalzoni di panno bleu con rinforzi di cuoio nero, abbottonati per tutta la lunghezza con 10 bottoni di metallo per parte, e con un filetto laterale del colore distintivo. ¡ I soldàti portavano anche uno spenzer, giacca corta, di panno bleu a due petti con piccola mostra al colletto e paramani di colore distintivo. Il reggimento Principe Reale aveva gli stessi capi di vestiario in panno celeste, come era del resto previsto dal regolamento. I cuoiami erano bianchi; in vita v'era un cinturone di cuoio bianco con una larga placca d'ottone. (84) A.S. Na. A.R.C.R. Ffss. 975-985 Giunta del Vestia rio. (85) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 1175.

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-Tabella 73 COLORI DISTINTIVI DELLA CAVALLERIA DI LINEA 1808-1812

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Reggimento

Mostre

Metalli e bottoni

Frangia delle spalline

Principe Reale Valdemone VaJdinoto

gialle . . crem1s1 verdi

ottone stagno stagno

gialla e bleu cremisi verde

N.B. Il reggimento Valdimazzara, con mostre scarlatte e bottoni ottone, era stato abolito

all'inizio del 1808.

In parata la truppa cingeva una sciarpa di lana all'ussera, rossa con passanti bianchi e fiocchetti pendenti di lana scarlatta. I guanti erano per tutti di pelle gialla. I cappotti erano di panno grigio, con mostre al colletto di panno di colore distintivo, due piccoli bottoni di metallo, fermati da ciappe di ottone e si abbottonavano con 25 formelle d'osso. Per la bassa tenuta la truppa aveva giubba e calzoni di panno celeste per l'inverno e di t ela bianca per l'estate, inaugurando così una tenuta che sarà mantenuta sino al 1861. Con questa tenuta i soldati portavano il bonetto di quartiere, di panno bleu con filetti e fiocchetto del colore distintivo. L'armamento consisteva in carabina, pistole da sella e sciabola. Il vecchio modello di sciabola all'austriaca restò in uso sino al giugno del 1810, quando vennero distribuite ai corpi a cavallo 3000 sciabole nuove, all'ussera, di fabbricazione inglese. La sciabola era sempre guarnita da un fiocco (dragona), di cuoio bianco. Per quanto riguarda la bardatura del cavallo ed il modo di disporla riportiamo qui di seguito il testo del Regolamento di manovra del 1808, già citato (86). La mantiglia covrirà la sella, e sarà legata dalla sopraccinghia che le passerà per disopra. Il cappotto sarà piegato stretto a cìlindro in modo che diverrà lungo tre palmi, e legato senza coprire i fondi, avanti la sella dalle tre corregge, una di mezzo e dalle laterali, le quali due saranno distanti dagli estremi del cappotto per mezzo palmo ognuna. La valigia con dentro una calzabraga, lo spenzer, o golé, e tutta la biancheria col minuto equipaggio del soldato, sarà attaccata dietro la sella dalle tre corregge una di mezzo, e due laterali, delle quali ognuna di queste due affibbierà a l secondo bottone contando dall'estremità. Il sacco si situerà sulla cavallerizza della sella, legato dalle due più lunghe corregge di groppa; e vi sarà dentro egualmente ripartito il foraggio; e in una parte vi sarà il trasto e nell'altra un pajo di scarpe: l'apertura poi del medesimo sacco verrà strettamente legata e nascosta dentro lo stesso sacco.

La mantiglia (gualdrappa) era di panno bleu con bordo e cifre del culore distintivo; uguaimente di panno bleu era la valigia con filettature e croci di panno di colore distintivo. Per quanto riguardava gli ufficiali la tenuta era simile a quella della truppa. Essi portavano però spalline dorate o d'argento. Inoltre essi avevano come copricapo, oltre allo schakot, un ampio bicorno del tipo di quello in uso nella cavalle(86) Ordinanza di Sua Maestà per gli Esercizi e le Manovre delle sue Truppe di Cavaller ia. Palermo 1808 (a stampa).

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ria inglese, con la coccarda di seta, ciappa col sole e pennacchio nero. In altre illustrazioni si vedono ufficiali col cappello senza pennacchio, ma con un pompon di lana rossa. Ai due lati del cappello sporgevano due fiocchetti in argento misti a seta rossa. Come già annotato i fiocchi dello schakot erano in oro o argento, a seconda del bottone, in parata ed in seta nera, come per la truppa, in tenuta giornaliera. La giacca degli ufficiali era a falde corte con fodera di colore distintivo, abbottonate da una sola parte e fermate da un bottoncino. In un figurino coevo si è trovata un'interessante tenuta di servizio per gli ufficiali, composta dallo schakot e dallo spenzer con alamari neri e ricami pure neri alle tasche. I sopracalzoni erano analoghi a quelli della truppa con rinforzi di cuoio e filettature laterali di colore distintivo. In vita gli ufficiali portavano un cinturino di cuoio bianco allacciato con una fibbia dorata forgiata ad S. In servizio essi dovevano cingere la sciarpa di seta bianca e scarlatta, come nel periodo precedente. Infine per quanto riguarda i distintivi di grado possiamo fornire il seguente elenco (87): i carabinieri portavano un gallone di filo bianco o giallo posto obliquamente sulla manica, al di sopra del paramano; i caporali avevano un gallone in argento o oro, disposto analogamente; i secondi sergenti portavano un gallone d'oro o argento, i primi sergenti due galloni; i forieri avevano due galloni d'argento o d'oro; i cadetti avevano una spallina con frangia semplice sulla spalla sinistra frangia semplice sulla spalla sinistra; i portastendardi avevano una spallina simile senza frangia, gli aiutanti due spa lline senza frangia; gli alfieri avevano una spallina sulla spalla sinistra; i secondi tenenti erano distinti per mezzo di una spallin a, con una striscia di seta rossa nel mezzo, sulla spalla destra, e i primi tenenti con una dragona, senza riga, sulla medesima spalla; i capitani tenenti avevano due spalline con la riga rossa, i capitani comandanti due spalline senza riga; i maggiori avevano un galloncino d'oro sui paramani, i tenenti colonnelli due e tre i colonnelli; i chirurghi erano vestiti come gli altri uffi ciali, ma sui paramani portavano il caratteristico ricamo a fioroni. Nel dicembre 1812, nell'ambito della ristrutturazione dell'esercito, furono modificate anche le uniformi della cavalleria con un Regolamento, di cui, data la b revità, riportiamo integralmente il testo (88): La giamberga per gli Uffiziali sarà di panno blù lunga tanto che a cavallo tocchi appena la sella, con petti, collare, paramani e rivolte di panno giallo, le fa lde abbottonate da una sola parte e fermate da un bottone; le spallette de' soldati saranno di squame di rame con frangia gialla e blù; i bottoni saranno di rame con il n umero del reggimento. I distintivi per gl i Uffiziali, la sciarpa ed il fiocco de lla sciabola degli uffiziali e soldati saranno sim ili a quelli attualmente usati; i guanti di pelle color giallo. I sopracalzoni saranno di panno b lù con soprastivali di c uojo n ero bottonati in t.utt::i l::i loro lunghezza con astraluco giallo lungo il lato ove sono li occhietti e con bottoni scoverti; i calzoni saranno di panno blù con laccio giallo lungo le cuciture. Il cuojame sa1·à biànco; le fibbie passanti di rame . Gli stivali d i cuojo all'ungherese con speroni di ferro. Il casco simile a quello attualmente in uso, ma di feltro con fondo di cuojo, squame di rame e fiocch i neri p er i soldati e di oro per gli Uffiziali, la coccarda rossa sul davanti e piccola ros ... t,a sul lato destro per marcare gli squadroni. La piastra d i rame sul casco avrà nel mezzo la cifra di S.M . I cappotti saranno di colore monachile. La bardatura per i cavalli simile a quella dell'abolito Principe Reale.

In pratica tu tta la cavalleria adottava l'uniforme del reggimento Principe R eale, (87) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 1175. (88) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 936.

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senza grandi modifiche rispetto a quella fino ad allora in uso ed impiegata anche nella spedizione di Spagna. . Un elenco delle spettanze dell'esercito Siciliano del maggio 1813 completa lo scarno testo del regolamento precedente aggiungendo qualche altra informazione sugli oggetti di vestiario di un soldato di cavalleria (89). Cavalleria. Giacca di panno, cappotto, sopracalzone di panno, bonetto idem, spenzer idem, calzabraga di panno, sciarò di tela, sopracalzone di cottone bianco, spenzer idem, stivali con sproni di ferro, scarpe, cravattino di velluto, fascia di lana, camice di mussolino e di tela, solature, mezze calzette, rimontatura di stivali, portacappotti di cuojo bianco, padroncina di sola con correa, portacarabina con chiave e molla, fiocco di cuojo per sciabola, centurone di cuojo bianco, fibie di ottone per scarpe, mantiglia di panno, I baligiotto idem, guanti, sacco a pane, borraccia di legno con correa.

Tra il 1813 ed il 1814 venne anche creato un reparto di guide dello Stato Maggiore montate, per le quali abbiamo un figurino contemporaneo e, a confermare l'immagine, una stringata disposizione del dicembre 1815 sull'uniforme che richiamava quella in uso in Sicilia e alla quale possiamo pertanto fare riferimento: L'uniforme d ella compagnia delle guide sarà lo stesso di quello stabilito in Sicilia, cioè all'ussera. L'abito sarà di colore bleù con collareto e paramani di colore scarlatto. Il pantalone sarà di panno di colore b leù per l'inverno con striscie rosse, di cottone bianco per l'està; lo schakot avrà una placca sulla quale vi dovrà essere l'emblema dello Stato Maggiore ed un pennacch io di piume nere con punta rossa ... La sciarpa di lana color bianco e rosso ... Sella all'inglese con g ualdrappa di panno bleù con strisce di panno rosso all'intorno e l'emblema dello Stato Maggiore agli angoli.

6. Artiglieria e genio

L'Ordinanza dell' 11 dicembre 1788, che riorganizzava il Corpo Reale riunente Artiglieria e Genio, conteneva anche le disposizioni sull'uniforme delle varie specialità che lo componevano e di cui forniamo nel seguito le parti essenziali (90). L'uniforme degl'uffiziali, e dei soldati del Corpo Reale consisterà in giamberga, giamberghino, e calzoni di panno bleu, con fodera, pistagna, mostre e cordoncino (cioè profili al petto ed alle tasche), rosso, intendendosi che sia di scarlatto per gli uffiziali, e di panno rosso pe' soldati. Le tasche saranno con la patta attraverso guarnite di tre bottoni grossi. La giamberga sarà guarnita di dieci bottoni grossi, e tre per parte in ciascuna delle colonne. Le maniche saranno tagliate alla granatiera e guarnite di tre bottoni piccoli con due simili alle spallette ed uno a l cappello. I calzoni avranno quattordici bottoni piccoli e tre grossi, e la sottoveste ne avrà venti piccoli. Le bottoniere saranno di color d'oro simili al modello, che si usa ora nel reggimento di artiglieria. Si permetteranno le sottovesti, e calzoni bianchi, in tempo di està. I volontari nobili porteranno al collaro della giamberga un gallone d 'oro. Gli artiglieri porteranno due dragone (spalline) colla frangia interamente di lana rossa; i minatori zappatori le porteranno orlate di lana· gialla, con la frangia rossa, e gialla. Gli artefici le porteranno orlate di bleu con la frangia rossa, e bleu. Il tamburo maggiore, e gli altri tamburi porteranno la montura simile alla nostra livrea, ed avranno le medesime spallette, che i soldati della loro compagnia, come anche la banda. La berretta di travaglio di ognuno dei soldati del Corpo Reale, sarà di panno bleu, col rivolto di panno rosso, orlato d'un gallone di lana gialla, e fiocco simile alla frangia delle spallette, e al fronte tre gigli di panno b leu. Il cappello degli artiglieri, m inatori, ed a rtefici sarà bor dato di un gallone di lana bianca; la coccarda sarà rossa, e bianca; il pennacchio bianco pel reggimento Re, e rosso pel reggimento Regina. Un fiocchetto di lana al cappello distinguerà le brigate e compagnie. Alla punta delle rivolte delle falde della giamberga si porrà un giglio dalla parte anterio(89) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 926. (90) Bibl. Art. Gen. Ms. " Ordinanza del Corpo Reale". Dicembre 1788

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re, ed una bomba dalla parte posteriore. I distintivi dei vari gradi saranno pe' capitan comandanti due spallette d'oro, pe' capitan tenenti le medesime orlate d'un cordoncino di seta rossa; pe' tenenti una spalletta d'oro; pe' cadetti una spalletta d'alfiere orlata d'un cordoncino di seta rossa; per i primi ajutanti due spallette d'oro senza frangia; per i secondi le medesime orlate di seta rossa; per i primi sergenti due galloni d'oro sopra la manica; per gli altri sergen ti un solo gallone; per i caporali due galloni di lana gialla; per i fochisti un solo gallone; per i primi artiglieri due galloni sul braccio; per i secondi uno. Le spallette di tutti i sergenti saranno di panno scarlatto, orla te d'un cordoncino d'oro. L'uniforme dei commissarj d'artiglieria sarà simile a quello degl'uffiziali del Corpo Reale, colla differenza che questi porteranno la pistagna (il colletto) e le mostre di velluto cremisi, col ricamo distintivo degl'altri commissarj di guerra. Quello del regio fonditore sarà il medesimo colla differenza che la pis tagna sarà di panno bleù. Quello dei guarùamagazzini sarà anche il medesimo, e si distinguerà solamen te nel collaro, e nelle mostre. Il guardia principale, e i due suoi ajutanti porteranno il collaro, e le mostre di velluto celeste, si distinguerà solamente il guardia principale con due galloni d'oro sul paramano. I guardamagazzini ordinarj porteranno le mostre di panno bleu ed il solo collaro di velluto celeste. I semplici ajutanti guardamagazzini porteranno le mostre, e coli aro di panno celeste. Il controloro delle armi porterà il medesimo uni[orme degli ajutanti colla differenza, che il paramano sarà di panno bleu e la pistagna di velluto nero. Tutti i guardamagazzini non porteranno alcun distintivo di spallette, quantunque avessero il grado di uffiziali. Oltre il solito vestiario si darà agl'artefici ogn'anno un pajo di calzoni ed ogni due anni una sottoveste, e un berretto per lavoro. I ca lzoni, e la sottoveste saranno di panno bleu; la sottoveste sarà foderata di rosso, e questo colore ricorrerà in giro e nei rivolti e nel collaro, con diciotto bottoni piccioli. Sarà finalmente somministra· to a ciascuno artigliere uno sciarò, con due paja di stivaletti, uno nero l'altro bianco nel tempo del vestiario, intendendosi tutt'altro che gli appartenga, come al resto dell'esercito per biancheria, e calzatura. L'armamento dei soldati del Corpo Reale consisterà in un fucile colla sua bajonetta, e il cavastraccio, e in una sciabola, la quale sarà portata dai bassi uffiziali, dai fuochisti, dai primi e secondi artiglieri a bandoliera per la patrona, e in una correa di fucile, a norma dei modelli, che ne staranno da noi approvati. Gli uffiziali sull'armi staranno continuamente con gli stivali, col portaspada a bandoliera, e colla spada alla mano. Anche gli ajutanti staranno sull'armi, come gli uffiziali e senza fuci le; i sergenti...

Abbiamo riportato integralmente questa citazione, anche se piuttosto lunga, perché è sufficiente a forni re una chiara idea dell'uniforme del Corpo Reale, pur non fornendo tutti i dettagli. L'ordinanza prevedeva inoltre anche quale dovessere essere l'equipaggio, cioè l'insieme dei generi di biancheria e di pulizia, di ogni artigliere: quattro buone camicie, tre paia di scarpe, quattro paja di calzette, quattro fazzo letti, quattro cravattini con una fibbia, un paio di fibbie per scarpe ed uno per i calzoni, un laccio ed un fiocco per la polvere di Cipro (cipria), due pettini, una spazzola per il vestiario, altre spazzole per le fibbie, per i bottoni e le scarpe ed uno spillone per sfogonare il fucile. Il cuoiame andava imbiancato con cura, la giberna ed il fodero della sciabola ben incerati, come ben lustrati dovevano essere gli ottoni. Ogni battaglione del Corpo Reale aveva lo stesso numero di bandiere di un battaglione di fanteria. I due ultimi aiutanti di ogni battaglione erano addetti a portare le suddette bandiere. Come in Francia gli zappatori dovevano lavorare con corazza e elmo. Anche per il Corpo Reale, a somiglianza della fanteria, era consentino ai sergenti di purlare, in caso di cattivo tempo, redingotti di panno bleu con colletto e paramani rossi ed il distintivo del proprio grado cucito sulla manica, come sulla giamberga (91 ) . Ogni artigliere veterano, al compimento di 24 anni di servizio, riceveva un'uniforme nuova, che recava sul petto della giamberga, a sinistra, un medaglione distintivo con due cannoni in croce in rilievo. L'uniforme era come quella degli altri artiglieri, ma con paramani e colletto bleu (92). Poco d0po un anno, il 1° giugno 1790, venne emanato u n Regolamento pel vestiario ed equipaggio (91) Bibl. Art. Gen. Ms. "Vestiario delle Reali Truppe della Sicilia" 1801 (92) Bibl. Art. Gen. Ms. "Vestiario deile Reali Truppe della Sicilia" 1801

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-del Corpo Reale (93) contenente norme per la confezione dei generi di vestiario e di equipaggiamento ed il cui testo integra validamente le informazioni fornite dall'ordinanza precedente. Si confermava che la giamberga degli u fficiali, degli aiutanti e dei sergenti, doveva essere lunga come quella degli ufficiali di fanteria, mentre quella della truppa era corta. Il regolamento aggiungeva inoltre altre informazioni sui distintivi di grado. Gli aiutanti dovevano portare due spalline in oro senza frangia, ornate ciascuna di due gigli ed una piramide di palle (distintivo del corpo) intessuti su gallone, terminante ad un lato con un riccione e dall'altro con un'asola, che andava abbot-

tonata all'apposito bottone sulla giamberga. Quelle dei secondi aiutanti erano orlate di un cordoncino di seta rossa. I galloni d'oro che ornavano le uniformi di sergenti, tamburo maggiore e volontari nobili portavano tessuti alternativamente un giglio ed una piramide di palle. Le loro spalline erano di panno scarlatto e terminavano da un lato a forma di trifoglio. Per gli altri i galloni erano di lana. I cappelli degli aiutanti e dei sergenti erano bordati di un gallone d'argento sul quale erano intessuti gli stessi emblemi. La ganza al cappello era invece di gallone liscio. La giamberga di piccola uniforme del tamburo maggiore e degli altri tamburi aveva il bordo delle tasche e dei paramani guarnito di trena (gallone) con la livrea di casa reale. Le tasche della giamberga di t utti gli individui erano profilate in rosso e guarnite con tre asole. Il colletto rosso scarlatto era foderato ed orlato di bleu. I paramani di panno rosso scarlatto, orlati di panno bleu, erano aperti longitudinalmente e guarniti di due piccoli bottoni mentre un terzo era cucito sulla manica un po' al di sopra. Tutte le giamberghe erano chiuse al colletto mediante ciappette di ferro stagnato, così come si usava per tenere rialzate le falde. Il giamberghino, come quelli della fanteria, doveva arrivare a coprire la cintura del calzone. La veste di travaglio doveva essere comoda; essa aveva un colletto scarlatto e piccoli paramani anch'essi scarlatti chiusi da un bottoncino. La giacca aveva due controspalline di panno bleu profilate in rosso ed attaccate alla spalla con un bottone ed era ad un petto con dieci bottoni. I calzoni erano a _brachettone. La berretta, di panno bleu, doveva essere formata di quattro pezzi. La fascia inferiore era di panno scarlatto, più alta sul davanti e guarnita di tre piccoli gigli bleu disposti a piramide. Era inoltre ornata di gallone giallo e foderata di tela. La coccarda del cappello era scarlatta, con un'altra piccola coccarda di cotonina bianca nel mezzo. La rosetta cucita sopra questa era di frangia di lana, e serviva a distinguere mediante il proprio colore la brigata, mentre il cent ro era del colore distintivo di compagnia. Al di sopra (pel reggimento Re) terminante con penne dei colori distintivi delle brigate, secondo quanto è indicato nella tabella 74. Il portasciabola o bandoliera per sottufficiali ed artiglieri era destinato a portare sia la sciabola che la baionetta. La sua fibbia era di rame, arrotondata ai lati, con un gancio nel mezzo. La patrona, ossia la giberna, era retta da una bandoliera della stessa larghezza del portasciabola. Le giberne dei sergenti erano più piccole di quelle della truppa. Gli artiglieri litorali, la cui formazione venne decretata con la ordinanza del 25 marzo 1793, potevano, a proprie spese, vestire l'uniforme del Corpo Reale, con la differenza che dovevan però aggiunge re alla giamberga pettini di colore scar(93) Bibl. Art. Gen. Ms. "Regolamento del Vestiario ed Equipaggio del Corpo Reale" 1790

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t.pt

Tabella 74 COLORI DEI PENNACCHI E DELLE ROSETTE PER LA DISTINZIONE DELLE COMPAGNIE E DELLE BRIGATE DEL CORPO REALE 1790

1a 2a 3a 4a 5a

brigata brigata brigata brigata brigata

Pennacchi

Rosette

bianco bianco bianco bianco bianco

verde nero violetto celeste gialla

e e e e

nero giallo verde nero

Note

la 1 a Compagnia di ogni brigata porterà la rosetta del solo colore dedito alla brigata, la 2 a Compagnia rosso nel mezzo, la 3 a Compagnia bianco, la 4a giallo.

latto, ed avere spalline di lana gialla ed un pennacchio giallo anch'esso al cappello. Il capo artigliere doveva portare un gallone d'oro ai paramani (94). Nel 1794 per la spedizione della cavalleria in Lombardia si militarizzarono i conduttori dei muli per il treno dei b agagli (95). La loro uniforme era costituita da una casacca di panno bleu, con colletto e paramani di panno rosso, 22 bottoni di metallo bianco, cappello tondo con coccarda rossa e pennacchio nero. Il capo mulattiere aveva pennacchio scarlatto, gallone, ciappa e bottone argento al cappello a tricorno. La giamberga era lunga come quella degli ufficiali di fanteria con colletto e paramani scarlatti. Sui paramani vi era un gallone largo d 'argento. Anche i 24 bottoni dell'abito erano argentati. Sia le casacche dei mulattieri che la giamberga del capo mulattiere erano foderate di cotone bianco. Per quanto riguarda l'artiglieria il regolamento del 1° giugno 1800 (96) ,prevedeva che il Corpo Reale, gli artiglieri invalidi e quelli littorali dovessero fino a nuovo ordine conservare il vestiario e l'equipaggiamento in uso in precedenza, ma togliendo gli orli ed i filetti di panno rosso all'uniforme ed adottando le calzabraghe di panno forte (bleu) per l'inverno e di cotone leggero per l'estate. I c uoiami erano divenuti neri lucidi ed il copricapo era costituito da un caschetto di cuoio a frontiera. In realtà il direttore Torrebruna aveva proposto un vestiario grigio 97 ( ), ma non pare che la proposta sia stata poi messa in pratica. I fasci della giunta del vestiario dell'Archivio di Stato di Napoli (98) aggiungono poi altri particolari sull'uniforme che saranno recepiti e completati dal regolamento del 1803 che, per il Corpo Reale, non porterà ad altre modifiche dell'uniforme. Il 23 dicembre 1800 con il decreto di formazione della compagnia pontonie ri e della brigata pionieri (99•100) si stabiliva che questi avessero lo stesso vestiario del Corpo Reale con la differenza del colore delle spalline e del pennacchio (rispettivamente celeste e verde) e, nel caso dei pionieri, dell'emblema al casco e nei bottoni (due asce incrociate ed una corazza sormontate da una corona reale) così come verrà confermato nel successivo regolamento. Secondo il citato regolamento del 1803 il vestiario degli ufficiali del Corpo Reale era composto da una giam(94) Ordinanza degli Artiglieri Littorali 1793 (a stampa) (95) A.S.Na. Segr. Ant. Fs. 37 (96) A.S.Na. R.O. Vol. 179 (97) A.S.Na. Com. Gen. Art. Fs. l (98) A.S.Na. Giunta Vestiario Vol. 16 II 0 (99) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 675 (100) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 675

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berga, una sottoveste ed un paio di calzabraghe di panno bleu. In estate si usavano sottoveste e calzabraghe di bombacina bianca. Colletto, paramani e fodera della giamberga erano di colore scarlatto; i bottoni enmo in metallo dorato e portavano a rilievo una piramide di palle sormontate dalla corona reale, simbolo del corpo. Ai due lati delle falde vi erano da una parte un giglio e dall'altra una granata, ricamati in oro. Il paramano era aperto e sulla manica vi era un filetto di panno scarlatto; il tutto veniva chiuso da tre bottoni, di cui due sul paramano ed uno sulla manica. Agli ufficiali era dato un roccappotto di panno bleu con colletto e paramani di panno scarlatto. Come nel passato l'uso del roccappotto era vietato nelle parate e nelle manovre in ordine chiuso. Il cappello era simile a quello degli ufficiali di fanteria, con un gallone più ampio nel quale erano intessuti alternativamente gigli e piramidi di palle. In servizio armato, però, il cappello era portato con l'aggiunta di un pennacchio di penne di struzzo di color rosso solo dagli ufficiali dello Stato Maggiore del corpo, m entre gli altri ufficiali dal grado di capitano in giù dovevano portare il casco. Questo era di cuoio, guarnito nella sua sommità di una croce di ottone dorato e, tutt'attorno, di una fascia di velluto nero, bordata superiormente da un gallone dorato. Sulla frontiera (parte anteriore) vi era una piramide di palle sormontata da una corona reale in metallo dorato. Sulla sinistra si portava la coccarda di lilla scarlatta sostenuta da una ciappa in gallone d'argento fermata da un bottone d'uniforme, e sormontata da una rosetta di argento e seta scarlatta, al di sopra della quale vi era una pennacchio rosso di struzzo. Le cravatte erano in cuoio nero verniciato lucido, con un rivettino bianco al di sopra. Si portavano dei mezzi stivaletti, a coturni, di vitello nero. I distintivi di grado erano quelli stabiliti per la fanteria, colla differenza che la treccia della spallina degli ufficiali portava lavorata nel centro una piramide di palle e due gigli ai lati di essa. La spada che dovevano portare tutti gli ufficiali era in argento con dragona come la fanteria; quando non cingessero la spada gli ufficiali dovevano portare il bastone. Il cinturino, da portare in vita, era in cuoio nero verniciato, con una placca di ottone dorato recante nel mezzo il distintivo del corpo. Per gli ufficiali montati la gualdrappa era di panno bleu con bordo di panno scarlatto, guarnita attorno da un gallone dorato. Agli angoli vi erano poi ricamate in oro le lettere iniziali F.B. sormontate dalla corona reale. I primi e secondi aiutanti vestivano come gli ufficiali; dovevano però sempre far uso del casco, simile a quello degli ufficiali, ma con rosetta esternamente d'oro e di lana scarlatta nel centro e con il cappio della coccarda di gallone d'oro. Le loro spalline erano di gallone dorato senza frangia, con due cannottigli (grovigli) alle estremità, con il ricamo di gigli e piramide di palle come per gli ufficiali. __ I secondi aiutanti avevano le spalline contornate da un cordoncino di seta scarlatta. I guardamagazzini erano vestiti come gli aiutanti, senza però le spalline e con colletto e paramani di velluto celeste. Inoltre portavano il cappello, invece del casco, con cordone e rosette di lana scarlatta ed oro. Sulla sinistra v'era la coccarda sostenuta da un cappio d'oro fermato da un bottone d'uniforme. I primi ed i secondi sergenti vestivano come gli aiutanti, ma ne differivano per la qualità (più modesta) del panno e della fodera. La rosetta al casco doveva essere del colore della brigata, ed il pennacchio scarlatto. Essi avevano due spalline di panno scarlatto, contornate da un galloncino dorato e fermate sulla spalla da un bottoncino d'uniforme. Sul paramano avevano un gallone d'oro, con i soliti

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gigli e piramidi di palle intessutivi alternativamente. I primi sergenti avevano un secondo gallone d'oro disposto sulla manica parallelamente al paramano. Aiutanti e sergenti avevano un roccappotto come quello degli ufficiali, ma dello stesso panno dell'uniforme. Essi portavano inoltre i guanti come gli ufficiali. Aiutanti e guardamagazzini portavano una spada d'argento, la cui impugnatura era guarnita con gallone e dragona d'argento. Il cinturino era un¡cuoio nero verniciato di S. Maria e veniva portato al di sopra della sottoveste, affibiato con una placca ovale di ottone rosso con al centro una piramide di palle sormontata dalla corona. I primi sergenti erano armati di fucile e spada di ottone; quest'ultima aveva dragona bianca e fiocco scarlatto. Non avevano un cinturino, ma un budriere (portasciabola a tracolla) di cuoio nero verniciato, come la truppa. Avevano inoltre una bandoliera simile per reggere la giberna, che era di cuoio nero come quella dei soldati, ma di dimensioni piÚ piccole. I secondi sergenti erano armati come la truppa, ma avevano bandoliera e giberna come i primi sergenti. La truppa del Corpo Reale era vestita tutta in bleu con giamberga corta, camiciola (cioè sottoveste molto corta) e calzabraghe fatte a pampiera. La giamberga aveva colletto e paramani di panno scarlatto, fatti come quelli degli ufficiali. Le tasche avevano le patte tagliate a scudo, fermate da tre bottoni. La giamberga era chiusa al petto da cinque bottoni; questi erano di rame col solito distintivo di palle e corona. Sulle spalle si portavano due spalline di lana scarlatta con frangia. La giamberga aveva due faldine per lato di panno r osso con una granata ed un giglio di panno bleu disposti a coppia. La camiciola doveva arrivare a coprire la cintura delle calzabraghe. I suoi bottoni dovevano essere piatti senza incisione. In estate era previsto l'uso di camiciola e calzabraghe di cotone bianco, con bottoni di osso bianco. Il casco era come quello dei sergenti. La fascia era di pelle nera, la coccarda di cuoio verniciato ed i galloni che reggevano la fascia e la coccarda erano di lana gialla. La rosetta posta al di sopra della coccarda doveva essere del colore della brigata, secondo lo schema seguente:

I a brigata 2a brigata 3a brigata 4a brigata sa brigata

scarlatto bianco cremisi celeste giallo

I soldati portavano in vita, al di sopra della camiciola, una fascia di lana rossa. Il cravattino era di cuoio nero verniciato, con un rivettino superiore di tela bianca. Il berretto da quartiere era di panno bleu con fascia di panno scarlatto, contornata da un gallone di lana gialla. Sulla frontiera della fascia vi erano apposti tre gigli di panno bleu. La punta della berretta aveva poi un fiocchetto di lana scarlatta. 288


--Il cappotto era di panno monachile. Il tamburo maggiore vestiva come i sergenti, ma doveva essere distinto mediante una trina di li,?rea di casa r eale posta nel mezzo dei due galloni propri del grado di sergente. Il lato esterno del colletto era guarnito della stessa trina bordata a sua volta da un gallone d'oro. I tamburi di brigata erano vestiti come soldati, con una trina di livrea al di sopra dei paramani, delle tasche e formante tre scudi al di sopra dei bottoni della taglia e nel centro della schiena. I caporali erano distinti da due galloni di lana gia lhi, 11no s11 l horc!o superiore del paramano, ed uno disposto parallelamente al primo sulla manica. I fuochisti avevano un solo gallone sul paramano. I primi artiglieri avevano due galloni di lana gialla a V posti sulla manica sinistra al di sopra del paramano, con la punta rivolta verso il basso; i secondi artiglieri ne avevano un solo. Gli allievi pro tempore invece non avevano alcun distintivo. Per quanto riguarda l'armamento ed il cuoiame si prescriveva che tutti gli individui del Corpo Reale nelle parate dovessero avere fucile, baionetta e cangiarro di modello della real fabbrica. Al di fuori delle parate si portava normalmente il solo cangiarro. I soli primi sergenti erano armati di spada. Il budriere che doveva reggere il cangiarro era di cuoio nero lucido di S. Maria; la placca centrale, di ottone a forma ovale, recava in rilievo tre gigli disposti a triangolo, con le lettere iniziali F.B. nel mezzo. La truppa aveva pure una bandoliera, uguale al budriere, destinata a reggere la giberna nelle parate e impiegata in campagna per tirare gli affusti . La giberna era uguale a quella della fanteria, ma con una placca di ottone tonda sul coperchio, con un giglio in rilievo nel centro. Confe rmando anche in questo caso le disposizioni già fissate nel 1800 la brigata dei pionieri aveva un vestiario del tutto conforme a quello del Corpo Reale con alcune differenze. Nel casco invece della piramide di palle vi dovea essere l'emblema di due asce incrociate, sormontate dalla corona reale. Il pennacchio era di colore verde. I bottoni dell'uniforme avevano a rilievo anziché la piramide di palle il simbolo di una corazza sormontata dalla corona. Le spalline degli individui con giamberga corta erano guarnite con squame di ottone e con frange di lana verde. In realtà, tra il 1800 ed il 1801, come risulta dai conti degli oggetti costruiti per questa brigata, furono distribuiti dei vestiari di panno celeste anziché bleu, probabilmente per mancanza di panni di quest'ultimo colore (1° 1). L'armamento era simile a quello dell'artiglieria, ma il fucile doveva essere più corto, del tipo carabina da dragone, poiché lo si doveva portare a bandoliera, quando i pionieri lavoravano. La compagnia degli artefici era distinta dal colore del pennacchio e della fran- _ gia delle spalline dei sergenti e comuni, che erano di colore bianco e celes_te anziché scarlatto. La compagnia dei pontonieri aveva invece pennacchio e frangia delle spalline tutte celesti. Oltre agli effetti ora descritti gli individui tutti del Corpo Reale avevano giacche e pantaloni da quartiere in tela olona cenerina, sei camicie distribuite nel corso di quattro anni, scarpe di vacchetta nera lucida, una mucciglia (zaino) di tela uìona dipinta a pelle di tigre e un roccappotto di panno monachile, tutti generi che componevano il corredo del soldato. Nel 1803 per la brigata di artiglieria a cavallo che si venne formando fu deci(101) A.S.Na. Giunta Vestiario Voi. 17

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so che l'uniforme fosse nel complesso simile a quella dell'artiglieria a piedi, m a con l'aggiunta di risvolti al petto di panno rosso ed asole gallonate in giallo. Verso il 1805 fu emanato un nuovo Regolamento pel Vestiario della Reale Argiglieria, del Real Corpo del Genio e della Dipendenza de' Regi Bagagli e Treno di Artiglieria che comportò qualche modifica ed integrazione rispetto alle precedenti disposizioni (1°2). L'abito dei comuni dei corpi di artiglieria e del genio venne fornito di pettini di panno bleu, paramani, colletto e fodera rimanevano cli colore scarlatto e si aggiungevano alamari dorati a tutte le asole dei bottoni sull'abito. Al petto vi erano dodici bottoni piccoli dorati (sei per lato), tre grandi per ogni tasca, due alle due colonne della schiena e due alle falde; altri cinque bottoncini erano posti ad ogni paramano ed uno per parte sulle spalle. Sul colletto vi era, da ogni lato, una granata a fiamma di panno giallo. Il paramano era orlato nella parte superiore da un gallone di lana gialla. La manica al di sopra del paramano era aperta e, lungo l'apertura, correva il gallone giallo; dei cinque bottoni due erano sul paramano e gli altri tre al di sopra sulla manica. Sulle spalle si portavano due controspalline di panno bleu sulle quali erano sòvrapposte squame di ottone terminanti con due grovigli di lana e frangia pendente. Sulle falde vi erano cuciti un giglio di panno bleu sul lembo anteriore ed una granata dello stesso panno su quello posteriore. La camiciola era di panno bleu, chiusa sul petto da dieci bottoni d'ottone con le bottonie re gallonate. Le calzabraghe erano anch'esse di panno bleu, col davanti fatto a braghettone. In estate si portavano calzabraghe e camiciola di cotone bianco, di modello uguale a quelle di panno, ma i bottoni dovevano, in questo caso, essere d'osso e ricoperti dello stesso cotone. In vita si portava, come nel passato, una fascia di lana scarlatta. Le ghette erano di panno nero chiuse da sei bottoncini d'osso nero. Il caschetto era costituito da un fondo di cappello coperto di pelle verniciata di nero e fermato da due lamelle d'ottone disposte a croce e terminanti in una rosetta. Sul davanti vi era stata aggiunta una visiera di pelle nera, e al di sopra di questa in verticale vi era una paletta, sempre di pelle nera, recante sul davanti l'emblema del corpo. Questo emblema, che compariva anche sui bottoni, era la piramide di palT le sormontata dalla corona per i corpi di artiglieria, e una corazza con la corona per i corpi del genio. Sulla nuca vi era cucita una pelle morbida che poteva essere abbassata in caso di tempo inclemente per proteggere il collo del soldato, ma normalmente veniva tenuta ripiegata per mezzo di un fermaglio che passava sul davanti sotto il distintivo del corpo. Il copricapo e ra poi adornato, sulla sinistra, da un pennacchietto di lana e da una rosetta il cui colore identificava, come con il precedente vestiario, la compagnia. Sotto la rosetta si agganciava il soggolo, costituito da una striscia di pelle, orlata di pelle rossa, e ricoperta di squame d'ottone, che si agganciava ad un gancetto d'ottone posto sulla destra; nòrmalmente però il sòggolo veniva portato avvolto attorno alla base del c aschetto. Il .:ravattino era di cuoio nero, con un orlo superiore bianco, e allacciato da una fibbietta d'ottone. Il codino dei cappelli e ra fermato da un nastro nero. La giacca da travaglio era di panno bleu con colletto e piccoli parama11i scarlatti, chiusi da un bottoncino d'ottone con un'asoletta. La giacca aveva due controspalline di panno bleu filettate di rosso, nel mezzo delle quali vi era un'asola che s'agganciava ad un bottoncino fissato sulla spalla vicino alla cucitura della (102) A.S.Na. Com. Gen. Art. Fs. 1

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manica. Il davanti della giacca era chiuso da dieci bottoni, altri due erano, come già detto, sui paramani e due erano posti sul retro all'altezza della vita. La berretta da quartiere era confezionata pre~sapoco come nel·passato, di panno bleu con un bordo sulla bustina di panno scàrlatto, sul davanti del quale vi erano cuciti tre p iccoli gigli di panno bleu; al di sopra del bordo scarlatto vi era un gallone giallo e la punta della berretta terminava con un fiocco di lana scarlatta. Per il quartiere e le meccaniche c'e ra una tenuta costituita da giacca e pantaloni di tela color cenere con bottoni coperti della stessa tela. I cappotti distribuiti agli individui del corpo erano in panno monachile fatti a redingotto lunghi sino alla metà della gamba. Lo zaino era di tela incerata nera e si reggeva per mezzo di cinghie di pelle nera. Anche tutte le buffetterie erano di pelle nera. I comuni erano armati di carabina con correggia nera, sciabola e baionetta. I caporali ed i fuochisti vestivano lo stesso abito dei comuni, con l'aggiunta dei loro distintivi particolari. I secondi ed i primi sergenti portavano una giamberga più lunga di quella dei soldati con i loro distintivi, ma per il resto non differivano dai comuni. Nella tabella 75 sono riportati i distintivi di grado relativi ai graduati e sottufficiali del Corpo Reale. Tabella 75

DISTINTIVI DI GRADO PER SOTTUFFICIALI E GRADUATI DEL CORPO REALE (1805)

Fuochisti, Capimaestri e Carabinieri Caporali Secondi Sergenti Forieri

Secondo Aiutante

galloncino di lana gialla disposto diagonalmente sulla maniche a l di sopra del paramano due galloncini di lana gialla, disposti c.s. un gallone d'oro, con l'emblema del Corpo intessuto, disposto c.s . un "chevron" d'oro di gallone come i secondi Sergenti s ulla parte superiore del braccio due galloni d'oro con l'emblema del Corpo, disposti diagonalmente sulle maniche al di sopra del paramano spallina d'oro, a sinistra, terminante con due giri d.i groviglio

Primo Aiutante Aspiranti

spallina d'oro sulla destra . cordelline d'oro sulla destra

Primi Sergenti

Il regolamento descriveva, come era prassi dell'epoca, l'uniforme giornaliera dei tamburi e pifferi, rinviando a disposizioni da emanarsi a parte le prescrizioni relative alla tenuta di gala. Per.essi, alla giamberga, uguale a quella dei comuni, doveva essere aggiunto un gallone di livrea reale al di sopra <lei paramani, intorno alle tasche ed attorno ai bottoni della vita nella schiena, formando tre scudi, due attorno ai bottoni dei fianchi ed uno in m ezzo. Non portavano neanche la bandoliera e la giberna, non essendo armati di carabina. Il p o rtacassa o il portapifferiera erano di cuoio nero. La cassa del tamburo era di rame ed era sospes:::-'. alla apposita bandoliera m ediante un gancio d'ottone. Il caporale dei tamburi non aveva bandoliera, non dovendo suon are alcuno strumento e portava invece una canna. Il tamburo m aggiore recava tra i due galloni da primo sergente disposti sul b raccio un gallone di livrea reale; sul colletto della giamberga aveva ancora un 291


bordo di livrea reale conto rnato da un galloncino d'oro. Invece del caschetto doveva avere un cappello a t ricorno, come quello degli ufficiali di fanteria, con coccarda e pennacchio rossi ed un a ganza dorata· per reggere la coccard a. La banda grande aveva una tenuta giornaliera consistente in abito bleu leggermente più lungo di quello dei sergenti, con collo e paramani e fode ra di colore scarlatto, senza pettini né asole. Alle falde por tavano una granata di panno bleu. Collo e par amani erano guarniti di un galloncino dorato con l'emblema del corpo intessutovi. Camiciola e calzabraghe erano del tipo di quelle dei comuni. In capo portavano un cappello simile a quello del tamburo maggiore. Avevano un budriere nero che reggeva una sciabola con l'elsa dor ata, con una d ragona di cuoio nero ricamata con filetti dorati. Gli aiutanti erano ves titi come i sergenti; i galloncini aJl e asole dei bottoni erano per ò d'oro liscio. Le granate ed i gig li posti alle falde ed al colletto erano in r icamo d 'oro. Nella tabella sono indicati i d is tintivi che dovevano portare sulla giamberga. In parata dovevano por tare il caschetto come quello dei soldati, ma tut te le guarnizioni d'ottone erano dorate, cd invece di un pennacchietto di lan a ne avevano uno di penne d i struzzo. Come tenuta giornaliera potevano fare uso di un abito senza pet ti com e quello della banda con il solo distintivo della s pallina dorata. Gli ufficiali ves tivano allo stesso modo, ma i galloni alle asole ed a lle maniche erano ricamati. Camiciola e calzabraghe erano del tipo già descritto, m a in tenuta di gala invernale dovevano in dossare camiciola e calzabraghe di panno fine bianco. Il cappello era bordato da u n gallone dorato con l'emblema del corpo intessuto. Ai lati del cappello dovevano sporgere due fiocchetti dorati. La coccarda era scarlatta, appuntata mediante una ganza di gallone dorato e fe rmata da un bottone d'uniforme. Il pennacchio era d i penne di struzzo. Il cintur one era formato da t re strisce di gallone d'oro con due bande di seta nera nel mezzo. I due galloni esterni recavano anche l'emblema del corpo. La placca er a dorata e portava a rilievo l'emblema del corpo. La sciabola aveva elsa e finimenti dorati, così come la dragona er a di gallone dorato. In tenuta giornaliera era consentito agli ufficia li di fare uso di a bito a frac t utto bleu, con i soli bottoni d'uniforme e dis tintivi d i grado, oppure di una giamberga t u tta bleu senza pet tini, con il solo ornamento di due granate su l colletto e del galloncino sulle maniche, ma senza alamari. In tempo di pioggia con questa tenuta era pure concesso l'uso di calzoni al ginocchio e di calzette nere, con scarpe con fibbia d'argento. Il ca ppello per la tenuta giornaliera poteva essere liscio, con soli ·due fiocchetti d 'oro sporgenti dalle falde. Il cint urone era di pelle nera liscia. I distintivi. di grado erano quelli stabiliti per tutto l'eser cito; si specificava comunque che i tenenti avevano una spallina sulla des tra, ed i capitan tenenti due spalline con una fettuccia scarlatta cucita nel mezzo. Gli ufficiali di Piana Maggiore differivano dagli altri per il gallone al cappello che doveva essere più ampio. Gli u fficiali generali avevano anche la camiciola gallonata ed u n cint urone interamen te di gallone d'oro con il bordo dagli emblemi del corpo. I guardamagazzini e tutti gli appartenti al corpo politico vestivano un abito

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-simile a quello della tenuta giornaliera degli aiutanti, con colletto e paramani di velluto celeste ed il gallone d'oro attorno ai paramani e sulle maniche. Mentre erano addetti ai lavori potevano fare uso di camiciola e calzoni neri. I commissari di guerra dovevano vestire come gli ufficiali, ma senza pettini nè galloni alle asole della giamberga, con colletto e paramano di velluto cremisi. I galloni dei corpi di artiglieria avevano intessuti nella trama un giglio, una piramide di palle, un altro giglio seguito da una granata. I bottoni, le placche dei cinturono e la frontiera dei caschetti recavano la solita piramide <li palle sormonlala dalla corona reale. Sui galloni con cui erano costituite le spalline degli aiutanti, guardamagazzini ed ufficiali vi erano due gigli posti uno sopra all'altro alternati ad una piramide di palle. Pennacchi e spalline della truppa di artiglieria erano di colore scarlatto, per gli artefici di colore bleu mescolato a scarlatto e color acquamarina per i pontonieri. Il corpo del genio, pionieri e zappatori inclusi, aveva nei galloni i soli gigli con un campo vuoto al posto delle granate e delle piramidi di palle. I bottoni recavano l'impronta di una corazza con la corona. Al colletto portavano gigli anzichè granate. Sulle spalline gli ufficiali del genio avevano i due gigli sovrapposti alternati ad una corazza e sulle placche dei cinturoni vi era la corazza coronata. Il pennacchio era scarlatto . . L'emblema dei pionieri da porsi sui caschetti e nelle placche dei cinturoni degli ufficiali era di due picconi incrociati e coronati. Anche sulle spalline ai due gigli era alternato il simbolo di due picconi incrociati. Il pennacchio era verde, cosÏ come erano verdi le spalline della truppa. Per i minatori e gli zappatori il simbolo di due zappe incrociate sostituiva i due picconi. I pennacchi e le spalline della t ruppa erano di colore nero per i minatori e di colore giallo mescolato a verde per gli zappatori. In questa occasione comparve per la prima volta una organica regolamentazione della divisa degli appartenti alla dipendenza del treno e dei regi bagagli. Nel passato i vetturini erano generalmente vestiti di bleu a mostre rosse, ma non abbiamo potuto ritrovare precise disposizioni in merito. Nel 1805 con la riorganizzazione della dipendenza si stabrn che ogni vetturino trainante (addetto, cioè al carriaggio) dovesse avere una giacca di panno celeste a due petti, con colletto, paramani alla granatiera con pattine a tre asoJe, risvolti al petto e faldine neri. C'erano sei bottoni, di metallo giallo semisferici e lisci, tre per lato al p etto, tre sulle pattine dei paramani e due alla vita. I risvolti al petto e la parte della pattina posta sul paramano erano bordati da un galloncino dorato. Sui due lati del colletto e sui paramani vi erano due asolette dorate. Le falde della giacca erano trattenute da una fascetta di vellutino nero bordata

dal galloncino dorato. Sul braccio sinistro si portava poi una fascia di velluto nero, bordata d'oro, sulla quale v'era un numero fatto col galloncino indicante la divisione d'appartenenza. La camiciola era di vellutino nero con il bordo di galloncino dorato; essa era a due petti abbottonata però solo sulla destra da otto bottoncini . Le calzabraghe o i calzoni erano di panno celeste con grandi fondelli di pelle nera. In vita si portava una fascia scarlatta come i soldati di artiglieria. Il cappello era tondo a cilindro, con un gallone d'oro avvolto attorno alla base, sul davanti vi erano le iniziali in ottone. Il pennacchio e la coccarda erano scarlatti; quest'ultima era fermata da un cappietto dorato ed un bottoncino d'uniforme.

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-Per il servizio montato i vetturini avevano stivaloni dj vacchetta all'altezza del ginocchio. Era in dotazione un valigiotto di tela incerata. Agli uomini era stato anche distribuito un cappotto di panno. I vetturini atmati, cioè coloro che prestavano servizio con le armi, avevano lo stesso genere di uniforme e con gli stessi colori, ma con le seguenti differenze. I risvolti al petto dovevano essere più stretti in modo da poterli portare completamente abbottonati, con nove bottoni per parte, con la fascia scarlatta al di sopra della giacca. I paramani erano semplici e si chiudevano con due bottoni, uno posto sul paramano ed uno al di sopra sulla manica. Colletto, paramani e risvolti al petto erano contornati dal galloncino d 'oro. Sulla giacca vi erano due controspalline di panno celeste fermate da due bottoni. Essi non dovevano portare alcuna fascia al braccio, nè fare uso di camiciole. Non avevano stivali, bensì scarpe. In luogo del cappello avevano un berrettone a cilindro con un orlo dorato verso il basso ed un altro simile, ma dentellato, posto nella estremità superiore del caschetto. La coccarda ed il pennacchio erano scarlatti. Fermavano la coccarda una ganza di gallone dorato con un bottoncino ed ornava ulteriormente il berrettone una nappina a fiocco di lana gialla e bleu. Ogni vetturino armato aveva in dotazione una carabina lunga, due pistole da arcione ed un cangiarro. La buffetteria era di cuoio nero con le fibbie ovali di ottone. La gualdrappa (mantiglia) era di panno celeste con una fascia di pelle nera, terminante con frangia, attorno. I caporali erano vestiti come vetturini e portavano come distintivo di grado un gallone dorato posto leggermente al di sopra dei paramani. I sottoconduttori avevano i distintivi da secondi sergenti. La giamberga era lunga foderat a di saia nera con risvolti al petto neri stretti ed interamente abbottonati. Sul colletto e sui paramani, di velluto nero, vi erano due alamari dorati. Le falde e:vano tenute appuntate con due gancetti sorretti da due gigli. Le calzabraghe erano di panno celeste, con un ricamo dorato attorno alle cuciture del bracchettone e lungo i lati. Dovevano portare un cappello a tricorno con un bordino di gallone dorato. La coccarda era molto ampia a due ordine di nastri fermata da una ganza di galloncino dorato con iniziali d'ottone al di sopra ed un bottone d'uniforme. La gualdrappa era guarnita anche da u n piccolo gallone d'oro tutto attorno al bordo esterno. La dragona della sciabola era di seta nera e fili d'oro mescolati. Portavano cinturoni di pelle nera con bordi esterni di galloncini d'oro. La placca era d'ottone dorato con le iniziali del corpo dorate a rilievo. I conduttori erano vestiti a llo stesso modo, ma portavano i distintivi di primi sergenti. Il capo conduttore, il maniscalco maggiore, il direttore degli artefici ed il magazziniere erano equiparati a secondi aiutanti del qual grado dovevano portare i distintivì. Questi consistevano in una spallina senza frangia sulla spalla sinistra con due gigli d'ottone dorato in mezzo ai quali erano poste le lettere iniziali dei regi bagagli. I secondi aiutanti avevano inoltre una giamberga leggermente più lunga di quella dei conduttori e gli alamari al colletto ed ai paramani terminavano con un fiocchetto dorato. Il ricamo dorato alle calzabraghe era doppio rispetto a quello dei conduttori. Il cinturone, da portarsi sopra la giamberga, era a righe d'oro e nere. La gualdrappa era orlata solo da un gallone d'oro ed ai due angoli portava le iniziali dorate.

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I primi aiutanti portavano la spallina sulla destra. I fiocchetti degli alamari e la dragona erano a grovigli, anzichè essere lisci come quelli dei secondi aiutanti. Sul cappello avevano un bordo dorato più ampio, e i fiocchet ti dorati con grovigli, una ciappa, a forma di sole, dorata ed un pennacchio scarlatto. Gli ufficiali vestivano come i primi aiutanti, ma gli alamari erano ricamati, anzichè di gallone. . Il soprintendente dell'amministrazione vestiva come gli ufficiali, ma aveva il bordo al cappello ed alla gualdrappa più ampio. Il personale addetto alla cancelleria vestiva in giamberga lunga celeste, ma senza i pettini, con paramani e colletto di velluto nero con un ricamo dorato. Il capo della cancelleria aggiungeva sui paramani un alamaro dorato. A tutto il personale era concesso di far u so di calzoni di panno celeste, o bianchi, o neri o in tela cruda e di calze grige, o nere o bianche e scarpe con fibbie d'argento. I cappelli dovevano portare una piccola coccarda scarlatta, con una ganza dorata fermata da un bottone. Gli artefici avevano un abito simile, ma i ricami sul colletto e sui paramani erano sostituiti da un giglio dorato. Sino al 1807 le uniformi dell'artiglieria seguirono i modelli adottati nel passato; nel giugno 1807 alla mezza compagnia di artiglieria a cavallo in attesa dell'approntamento del nuovo vestiario furono distribuite le uniformi (bleu a mostre rosse) e l'equipaggiamento del reggimento cavalleria Valdimazzara che era stato appena disciolto (1°3). Il 15 giugno 1806 fu stabilito di assegnare un nuovo vestiario a i componenti del t reno tornati dalla Calabria. In questa occasione si propose di cambiare il colore di fondo delle uniformi da celeste a bleu, dato che non si riusciva a trovare il pann o di colore celeste. Questa scelta era anche dettata dalla considerazione che i vetturini dovevano comunque avere un'uniforme bleu (con mostre rosse) quando erano addetti al servizio di posta della casa reale; l'uniforme bleu permetteva di potere utilizzare gli stessi capi per i due usi con la semplice aggiunta di una placca argentata da impiegarsi nel servizio di casa reale, oltre a risultare maggiormente adatta alle marce. In pratica si adottò il vecchio vestiario sostituendo il colore celeste con il bleu. Gli ufficiali avevano alle bottoniere alamari dorati, gli aiutanti alamari formati da galloncini sovrapposti. Avevano calzabraghe color pelle di cervo. I sergenti avevano alamari fatti di gallone con una righetta bleu intessuta e portavano il cappello tondo. I vett urini erano vestiti in b leu, con camiciola e calzabraghe di panno bleu in inverno e pantaloni di cotone bianco in estate. In vita portavano la fa_scia di lana rossa. Il copricapo continuò ad essere il cappello tondo a cilindro. Per abito da fatica avevano giacchetta e pantaloni di pann o bleu (prima erano celesti). Gli artefici erano vestiti in bleu, con mostre rosse, come i sergenti, però senza alama::.:i sull'uniforme, e con un giglio do rato sul colletto e due sui paramani. I cacciatori dovevano avere le calzabraghe come gli ufficiali e portavano lo schakot. Gli appartenenti al ramo politico, cioè gli amministrativi, dovevano vestire come gli addetti alle reali officine di conto e razione (ramo politico dell'esercito) (1°4) . ( 103) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1056 (104) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1054

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Con la riorganizzazione dell'esercito del 1808 anche per l'artiglieria vennero stabilite nuove uniformi. Il relativo regolamento prescriveva per gli ufficiali un'uniforme sul modello di quella della fanteria di linea di colore bleu scuro con mostre (colletto, paramani e falde) di colore scarlatto. Sulle falde vi dovevano essere due granate in ricamo dorato. I bottoni erano di metallo giallo recanti a rilievo il distintivo del corpo, cioè una piramide di palle da cannone sormontate dalla corona reale. Tutti gli altri indumenti quali il sottabito, lo spenzer, il sopracalzone, il cappotto, il cappello e gli stivali dovevano essere uguali a quel.li prescritti per gli ufficiali di fanteria. Analogamente per sottufficiali e soldati l'uniforme doveva essere uguale a quella prescritta per la fanteria, con i colori e distintivi già indicati per il corpo. A differenza della fanteria i soldati portavano però due spalline a squame di metallo giallo con frangia d i lana rossa ed un cappello a bicorno con bordo di gallone bianco (argento per sottufficiali) e pennacchietto bianco e rosso (verde per la compagnia artefici). I cuoiami erano neri lucidi. Nel 1811, di fronte alla difficoltà di reperire i cappelli di feltro per gli artiglieri fu deciso di adottare lo schakot come quello della fanteria con un bordo superiore giallo ed una placca frontale costituita dalla piramide di palle e corona eos). L'elenco dei generi di dotazione alla truppa includeva anche una giacchetta tonda e calzabraghe di panno e di cotone bleu da fatica, ghette di panno nero da portarsi con i pantaloni o calzabraghe bleu, ed una tenuta da quartiere (cioè da caserma) di panno ed una di cotone grigio-azzurro (bigio). Con la tenuta da fatica o da quartiere si portava il berretto di panno bleu, che era ornato sul davanti da una granata di panno, aveva sulla bustina un gallone di lana gialla e profili laterali e fiocchetto di lana scarlatta per gli artiglieri o verde per gli artefici. Gli artiglieri a cavallo avevano un be rretto an alogo, ma i filetti laterali ed il fiocchetto erano di lana gialla ed il berretto era fornito di un soggolo di cuoio nero, come per tutti i corpi a cavallo. I cappotti erano di panno bleu con mostre scarlatte dello stesso modello di q uelli della fanteria per l'artiglieria a piedi e della cavalleria per quella montata. I sottufficiali erano distinti da galloni dorati sulle maniche, mentre gli artiglieri di 1a e 2 a classe erano contraddistinti da galloni (uno o due) di lana gialla. I tamburi e pifferi erano vestiti come i soldati, ma avevano colletto e paramani e maniche orlate di galloni di livrea reale come la fanteria di linea. L'artiglieria a cavallo era vestita con gli stessi colori sul modello della cavalleria, con pettini di panno scarlatto. Come la cavalleria portava in vita sciarpe di lana b ianca e rossa alla ussara e come copricapi schakot con lacci e pompon di lana rossa e pennacchio di penne americane rosse. I sottufficiali a_vevano i cordoni eù i fiocchi misti indorati e di seta nera. Gli ufficiali avevano tutti gli ornamenti in oro. Gualdrappe e valige da sella erano in panno bleu con bordi e profili scarlatti tagliati sul modello della cavalleria. Per gli ufficiali del Corpo Rea le del genio nel 1808 si prescrisse un'uniforme simile a quella degli ufficiali di fanteria di panno bleu scuro con paramani, colletto e falde scarlatti. Paramani e colletto erano ornati da un ricamo costituito da due bacchette ed una serpentina intrecciata in argento. I bottoni erano in me(105) A.S.Na . Segr. Ant. Fs. 394

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tallo bianco con il distintivo del corpo (elmo romano). Le falde erano appuntate da due bottoni. Analogamente i soldati appartenenti al corpq del genio vestivano come quelli dell'artiglieria, ma con i metalli bianchi. Sullo schakot portavano una placca con elmo e corona reale quale distintivo del corpo ed i bottoni erano ugualmente contraddistinti dallo stesso emblema. L'uniforme degli ufficiali del corpo dei pionieri era simile a quella dell'artiglieria, con i bottoni bianchi ed un pennacchio a palla verde al cappello ( a bicorno). I pionieri portavano uno schakot con un pennacchi etto verde sul lato sinistro al di sopra di una rosetta di lana scarlatta. L'uniforme degli ufficiali del treno era modellata su quella degli uff iciali di cavalleria con l'abito di colore bleu, le mostre di panno scarlatto ed i bottoni di metallo giallo. Nel centro dello schakot vi erano in metallo giallo le iniziali del re F.B .. Fiocchi e lacci dello schakot erano dorati per gli ufficiali ed in lana rossa pt:r la truppa. I dragoni (detti anche indifferentemente cacciatori ) del treno ed i ve tturini erano vestiti analogamente, ma i vetturini dovevano portare il cappello tondo, del modello già in uso precedentemente, recante nel mezzo le cifre reali. Gli ufficiali portavano spalline dorate, ma la truppa aveva alle spalle dei rollò di lana nera. Gli ufficiali avevano anche risvolti al petto di panno scarlatto. In seguito si operò una differenziazione tra l'uniforme del treno propriamente detto e quella dei cacciatori a cavallo. Gli ufficiali del treno avevano paramani bleu con un solo filetto rosso, mentre quelli dei cacciatori avevano paramani scarlatti a punta. Sul colletto i cacciatori portavano una piccola cornetta in metallo. Entrambe le classi degli ufficiali portavano a lamari dorati alle bottoniere del petto, e quelli del treno anche due alamari per parte al colletto e tre sui paraman1.

Gli ufficiali del treno avevano il cappello a bicorno con pompon rosso, quelli dei cacciatori schakot con pennacchio nero ed in vita cingevano una sciarpa da cavalleria. Dopo la riforma del 1812, nel 1813 si prescrissero nuove uniformi per il corpo del genio. Disponiamo del testo di una proposta in merito all'uniforme adottata nel 1813 e riassunta in alcuni figurini d 'epoca (1°6 ). L'uniforme di gala per gli ufficiali del genio era di panno bleu con mostre, profili e fodera scarlatti. Il colletto, i paramani e l'apertura lungo le maniche erano guarniti da un ricamo d 'argento simile a quello già in uso. I bottoni, d'argento, r ecavano a rilievo un elmo alat o . Il davanti della giamberga era chiuso da otto bottoni. Sulle falde era posto un rombo orlato d'argento_ e contenente un giglio ricamato d'argento su panno bleu. Le spalline erano d'argento con una corazza sovrapposta da elmo alato in oro. Il sottabito, tutto liscio, era bianco. La sciarpa in vita era d'argento e seta scarlatta. Il cappello era bordato d'argento, ed aveva una coccarda scarlatta fermata da una ganza d'argento appuntata ad un bottone d'uniforme. Il pennacchio era bianco. La piccola tenuta era costituita da un abito a due petti, con falde appuntate e senza mostra, ma con il ricamo del corpo al colletto ed a i paramani. I bottoni ed i gigli alle falde erano uguali a quelli della gran tenuta. Sull'abito si portavano (106) A.S.Na. A.R.C.R. Fs. 1175

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le spalline corrispondenti al grado. Il cappello era senza altra_guarnizione che una piccola coccarda retta da una ganza ed un bottone. Gli alunni (cadetti) avevano la stessa uniforme degli ufficiali, ad esclusione della sciarpa e delle spalline. Portavano invece il laccio d'argento dei cadetti. La gran tenuta dei soprastanti, graduati e non, era simile a quella degli ufficiali, ma il ricamo compariva solo sul colletto. Anche il cappello era analogo, ma il gallone del bordo era più stretto. I fiocchetti al cappello e la dragona della sciabola erano uguali a quelli degli aiutanti della fanteria. La piccola tenuta era analogamente simile a quella degli ufficiali, col ricamo al solo colletto. L'uniforme dei capomaestri era bleu, con mostre scarlatte, senza alcun ricamo e le falde non erano appuntate. Gli ufficiali del genio topografico si distinguevano da quelli di Piazza dal sottabito di colore paglino e dalla ciappa a forma di sole al cappello. Gli ufficiali aggregati al genio venivano distinti dagli ufficiali proprietari (cioè di ruolo) per avere i bottoni lisci senza alcun emblema. L'aiutante maggiore ed il quartiermastro avevano un gallone argento attorno al colletto ed ai paramani, anzichè il ricamo del corpo. Quando erano montati, gli ufficiali disponevano di una gualdrappa bleu con bordo di gallone d'argento. 7. Casa reale Uniformi dei corpi di casa reale e della guardia reale

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Guardie del corpo

Come tutte le Guardie del Corpo delle case Borboniche in Europa, uno dei distintivi caratteristici di questa era rappresentato dalla bandoliera a scacchi di _ seta colorata portata a tracolla. La bandoliera era in pelle bianca, ricoperta da una fascia in seta verde e gallone d'argento, che lasciava scoperti degli scacchi in seta al di sotto. Essa terminava con una chiave a molla in metallo bianco per reggere la carabina. Tale distintivo derivava da quello adottato per la compagnia italiana delle Guardie del Corpo dei re di Spagna, creata all'inizio del '700, alcuni individui della quale costituirono la base della compagnia delle Reali Guardie del Corpo che Carlo, l'infante di Spagna, costituì quando conquistò il Regno di Napoli nel 1734. Si11 Jall'inizio i colori distintivi di questo reparto furono il bleu della giamberga, lo scarlatto delle mostre, e le gallonature ed alamari d 'argento che ornavano cappello, abito e mostre. All'inizio degli anni 1790 le guardie erano vestite con un abito lungo di panno bleu scuro, con colletto, paramani e rivolte delle falde di panno rosso scarlatto. Colletto e paramani erano guarniti di un gallone d 'argento. Le bottoniere dell'abito, delle tasche e dei paramani erano coperte con un alamaro d'argento. I bottoni erano di rame argentati, e portavano a rilievo tre gigli ed una corona. Sulle falde erano apposti dei gigli in ricamo d'argento. I calzoni erano di panno bleu; il gilet (sottoveste) era di panno rosso con bor-

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Bandiera SensĂŹglia per Reggimento di fanteria.

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do di gallone d'argento e bottoniere con alamari. I bottoni erano ancora in rame argentato, ma più piccoli di dimensioni di quelli dell'abito. Come già nel passato le Guardie del Corpo avevano calzoni da cavallo di pelle di dante (cervo), e per tenuta giornaliera estiva sottoveste e calzoni di cotone bianco. Gli stivali da cavallo erano alla scudiera, detti a botta. Per il servizio a piedi le guardie indossavano delle mezze ghette di seta nera a maglia; portavano anche guanti di pelle gialla. La coccarda al cappello era di crine rosso con cordoni d'argento. Il cappello, che era del feltro della migliore qualità, era gallonalu <l'argento ed aveva un cappio per la coccarda di cordoncino d'argento fermato da un bottone d'uniforme. I cinturoni erano di pelle bianca, ricoperti di gallone d'argento con fibbia d'argento. Le spade avevano impugnatura d'argento ed un fiocco di seta verde. L'armamento consisteva in carabina, due pistole spada e spadone. Gualdrappa e fonde delle pistole erano di panno bleu gallonate di argento, con lo scudo con le armi reali poste agli angoli. Le guardie avevano anche un cappotto di panno bleu con gallone d'argento al colletto e ciappe di metallo bianco per fermagli. I cadetti erano distinti da cordoni e pungoli d'argento al la spalla destra . Per tenuta giornaliera vi erano le stese uniformi senza galloni né alamari al petto (1°7 · 108). In un fascicolo dell'Archivio di Stato di Parma sono conservati i campioni del panno e dei galloni impiegati pel vestiario delle guardie, che per qualche anno vi furono esportati per confezionare le uniformi delle guardie di quel Ducato (1°9). Con la riforma del Corpo del 31 ottobre 1795 (1 10) si stabilì anche la sua nuova uniforme. L'uniforme di gran tenuta e giornaliera dal generale comandante al grado di esente rimase quella precedentemente in uso, però, col panno del giamberghino (sottoveste) e calzone di colore bianco. Le gualdrappe dovevano invece divenire di panno scarlatto, ricamate e gallonate secondo il grado, cioè con galloni il cui numero ed ampiezza dipendevano dal grado rivestito. L'uniforme degli aiutanti maggiori doveva essere uguale a quella degli ufficiali di fanteria con paramani e colletto di colore scarlatto e bottone bianco con cifra. I comandanti di divisioni e plotoni ed il quartiermastro avevano la stessa uniforme con le dragone in argento sulle spalle. La stessa disposizione valeva per le 144 guardie. Sottovesti e calzoni erano di panno bianco o di mezza pelle di cotone a seconda delle stagioni, ed erano del modello previsto ne] Regolamento del ve,stiario della fanteria del 1789. Il cravattino era di cuoio nero verniciato con un orlo di battista bianco. Il cappello doveva essere guarnito di gallone d'argento, come per gli ufficiali

(107) A.S.Na., Giunta Vestiario, voi. 9 (108) A.S.Na., Giunta Vestiario, voi. 10. (109) A.S. Parma, Computisteria, Fs. 424. (110) «Reali dispacci emanati da lla Real Segre teria di Stato e Gue rra sulla soppressione d ella Real compagnia delle guardie de l corpo e la nuova fo rmazione di un a ltro corpo composto tutto di Uffiziali scelti ne i reggimenti di fanteria e cavalleria del Real Eser cito per la custodia d elle Reali Persone", Napoli 31 ottobre 1795.

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di fanteria, con coccarda di lilla scarla tta; al di sopra si portava un pennacchio eguale a quello degli ufficiali di cavalleria. Le guardie avevano una bandoliera di argento con frangia (a scacchi verdi) e su di essa le lettere iniziali del re in argento. La bandoliera andava indossata in tutte le occasioni. Dal grado di aiutante in sotto era prevista 1,ma gualdrappa (di panno bleu) gallonata e con scudi agli angoli in argento. Tutti i componenti il Corpo dovevano cingere in vita al di sopra della sottoveste una sciarpa. Fino al grado di gen era! m aggiore essa era d 'argento e seta scarlatta, e per gli altri di seta bianca e scarlatta, come per gli ufficiali di fanteria. Nel servizio a piedi dovevano usare stivali come gli ufficiali di fanteria, a cavallo come quelli di cavalleria . Avevano t utti il cinturino di pelle di cervo con gancio d'argento per sostenere la spada, u guale per tutti, dorata con fiocco di argento e seta scarla tta. In servizio il cinturone si portava sulla sottoveste, al di sotto della sciarpa, per riporvi la baionetta e una piccola giberna piatta sulla destra. Le guardie a piedi erano armate di fucile, b aionetta e spada; quelle a cavallo di due pistole e la sciabola. Le guardie a cavallo dovevano vestire la gran tenuta nelle fu nzioni solenni, e nelle occasioni minori potevano portare il giacca di cavalleria dei propri corpi di provenienza, al quale dovevano però apporre colletto e paramani di colore scarlatto; nelle altre occasioni potevano usare l'uniforme giornaliera. Le spalline (dragone) dovevano però essere sempre in a rgento. Le uniformi del timballiere (timpanista) e trombe erano di panno bleu con paramani, colletto e falde di panno scarlatto, guarnite di un piccolo gallone d'argento. Per le parate essi avevano una uniforme t utta gallonata d'argento, come era in uso precedentemente. Il Corpo aveva: una bandiera col campo rosso sparso di piccioli gigli in oro; nel centro della quale vi sarà lo scudo delle R eali Armi ricamato in oro, argento e sete colorite ... Lo squadrone a cavallo aveva uno stendardo del colore e ricamo simile alla bandiera ora descritta, con una frangia d'argento tutt'intorno. Una analoga frangia d'a rgento circondava le drappelle delle trombe e dei timpani. Dopo ques ta data non abbiamo altre informazioni sulle uniformi del reparto, che d'altronde visse a ranghi estremamente ridotti fino al 1806, per poi restare praticamente disciolto. Esso si ricostituì solo nel 1808 con uniformi probabilmente molto simili a quelle ora descritte; le prime traccie che si ritrovano sulla sua uniforme sono del 1815 e confermano questa ipotesi. Alabardieri

Anche gli alabardieri conservavano nella loro uniforme i colori tradizionali che portavano ininlerrottamente dalla fondazione del corpo, e cioè gli stessi· bleu, scarla tto ed a r gento che contraddistinguevano le guardie del corpo. Il vestiario degli alabardieri si componeva di una giamberga di panno sopraffino bleu scuro, foderata in saia scarlatta, con paramani, colletto e falde di panno scarlatto di Napoìi. Colletto e paramani erano guarniti di gallone d'argento. Sulle falde, ripiegate, vi erano coppie di gigli in ricamo di lana (in argento per sottufficiali). Caporali e sergenti avevano galloni più ampi sui paramani. Il primo sergente aveva due dragone in argento alle spalle. La camiciola, portata in luogo della sottoveste, era di panno scarlatto di Napoli; i calzoni erano di panno b le u come la giamberga. I bottoni erano di rame a rgentato.

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Si portavano stivaletti di marocchino ne ro. Le calze (rosse) erano di seta per sergenti e di cotone di Taranto per gli alabardieri. Il cappello era gallonato d'argento e la ciappa che reggeva la coccarda era anche di gallone fermata da un bottone d 'uniforme. I capelli, acconciati a codino ed incipriati, erano legati con f ett.uccia nera. Le spade avevano fiocchi d'argento e seta (111 • 112). Gli alabardieri avevano anche cappotti di panno bleu C13) . Dopo le vicende del 1799 il reparto venne riorganizzato e nel 1800 si allestirono i nuovi generi di vestiario. Con il regolamento del 1802-1803 si fissarono i generi sulla base di quanto già praticato. Infatti in esso si stabiliva che il vestiario doveva essere di panno bleu, foderato in saia scarlatta, con calzab raga bleu e gilet di panno scarlatto. La giamberga doveva essere di panno di Arpino sopraffino. Tutto il giro del colletto e dei paramani doveva essere guarnito di un gallone d'argento, le falde di gigli ricamati. I bottoni erano di metallo bianco ed avevano nel mezzo un giglio a rilievo. Il gilet era di panno scarlatto senza tasche, con bottoni più piccoli di quelli della giamberga. In est.ate erano previsti calzab raghe a pampiera e gilet di cotone bianco. Il cappello aveva un bordo di argento con coccarda di lilla r ossa ed un pennacchio di penne a base bleu e cima rossa. Per il servizio giornaliero si usava un cappello simile, ma senza bordo di gallone. Gli a labardieri avevano mezzi stivali, o coturni, di pelle di vitello nera, e fuori servizio scarpe di vitello con fibbia di rame argentata. Ogni alabardiere er a poi dotato di un paio di guant i di pelle gialla. Il cappotto era di panno bleu di Arpino, con due gancetti al collo per chiuderlo. Il cinturone era di daino con placca di rame argentato, recante nel mezzo lo stemma reale. Agli alabardieri si davano ogni quattro anni due camicie di tela con manico tti di mussola, due cravattini neri di sola con rivettini b ianchi di tela. L'armamento era costituito da una spada con impugnatura di ottone, guarnita da u na trina d'argento e seta scarlatta con fiocco. In servizio si portava l'alabarda d'acciaio con asta di legno e righettone d'acciaio 144· 115) . I sottufficiali avevano un doppio gallone d'argento al colletto ed ai paramani. Nel p rimo vestiar io, fatto nel maggio 1800, i pennacchi erano tutti rossi, mentre gli altri generi erano u guali a quelli ora descritti C16) . Nel 1808 in Sicilia fu rio rganizzata la compagnia alabardieri. Assieme alle d isposizioni generali venne anche stabilito il figurino di vestiario e l'elenco dei generi con la loro durata. Ogni alabardiere doveva ricevere ogni due anni una giamberga bleu con colletto e paramani scarlatti gallonati d'argento, un calzabraghe di panno bleu, due calzabraghe e due gilet bianchi di cotone, un gile t di panno scarlatto, uno spenzer ossia gileccone con m aniche per notte, cioè una specie di «surtout», un cappello nero bordato di gallone d'argento con pennacchio (rosso a palla), un cappello senza gallone pel servizio giornaliero, due cravattini di ve lluto nero con rivetto bianco, due paia di stivali, un paio ùi guanti di pelle gialla di cervo, un fiocco d'argento per la spada. Ogni quattro anni veniva data una sopragiamberga, ogni otto anni un por taspada a bandoliera. La compagnia era armata

e

(111) A.S. Na. Giunta Vestiario Vol. 14. (J 12) A.S. Na. Giunta Vestiario Voi. 9. (113) A.S. Na. Giunta Vestiario Voi. 1O. (114) B.N. Na. Ms. Regolamento, ossia Ordinanza colla q uale s i prescrive la forma de' Ves tiari, Equipaggi, Cuojame ed Ar mamento, di cui dovrà fare uso il nostro Regal Esercito, s.d. (115) A.S. Na. Giunta Vestiario Voi. 16 Il. (1 16) A.S. Na. Giunta Le tti Fs. 83.

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di spada ed alabarda, nonostante si fosse proposto di armarla anche di fucili (' 17,118).

,

Queste uniformi rimasero in uso sino al ritç>rno a Napoli dei reali nel 1815, ed anche in seguito non subirono grosse variazioni. Granatieri Reali

Il corpo dei granatieri guardie reali ebbe origine nel 1799 da un battaglione di granatieri russi adcletto alla guardia dei sovrani. Le prime uniformi del battaglione nazionale formato dopo poco tempo furono, secondo testimonianze dell'epoca, alla russa (119). Questo dato è confermato da alcune fonti iconografiche contemporanee: un quadro di A. Cobianchi al Museo di S. Martino che mostra granatieri russi e, presumibilmente, napoletani vestiti di verde ed in bassa tenuta; una copia di figurino del Progenie, conservato nella collezione Ponti di Lugano; e una breve disposizione di archivio, che recita testualmente (1 20): berrettone a punta di panno rosso per la truppa, scarlatto per Uffiziali. Piastra di rame dorato con stemma nel centro di S.M. Siciliana. Giamberga verde con pistagna, collaro e paramanici rosso, fodera rossa come anca i risvolti, si intende di panno rosso per la truppa e scarlatto per Uffiziali. Nove grandi bottoni sul diritto della giamberga, tre piccioli alla patta per ogni lato, due ai paramanici. Sottoveste bianca con undeci bottoncini e tre per ogni tasca. Ghette nere per l'inverno, bianche per l'està. Calzabrache bianche. Il copricapo era costituito dalla mitria ru ssa, che portava sul davanti, impressa sul rame, l'aquila siciliana, il retro era di panno rosso. Sulla sommità vi era poi una nappina bianco e rossa. La giberna nera, portata sulla schiena, era ornata da una placca centrale a raggiera e da quattro piccole granate di ottone ai lati di essa. Secondo quanto emerge dall'esame del quadro citato era anche in uso una _b assa tenuta costituita da una corta giacca di cotone bianco con collo e paramani verde, come l'abito, e calzoni bianchi, ed un cappello tondo come quello della fanteria di linea. L'abito alla russa fu peraltro ben presto abbandonato in favore di una nuova tenuta di panno rosso. Ecco come un testimone contemporaneo, registra la prima apparizione dei granatieri reali con la nuova tenuta il 20 novembre 1800 (1 21 ): Questa mattina ho veduto la Guardia Palatina. ch'era di guarnigione al Real Palazzo. Ella è vaga ma teatrale a l solito. L'uniforme è di un rosso allegro e vivace, con pettini, rivolte a collo, turchino chiaro, ed asola a bottoni gialli, giamberga bianca, e calzabraca turchino orlato di giallo, coi coturni. Sulla testa portano una specie di caschetto di sola guernito di ottone, che s'innalza sulla fronte in forma di cono rovesciato, ma che descrive una quasi ellisse. Il giro di mezzo è di velluto con impresa che è di ottone, il giro esteriore è composto di sem previva bianco, formato a tort iglione.

Un altro figurino, nella collezione Brown (' 22), ci mostra il granatiere di questo perioè.o. Infine il real ordine e piano dei due battaglioni di granatieri nazionali

(117) (118) (119) (120) (121) (122)

A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 1112. A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 924. Gennaro Marulli, Ragguagli Stor ici... 1844. Comunicazione R. Forthoffer. Carlo De Nicola, Diario Napoletano. Brown's Military Collection USA.

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della guardia reale del 1° agosto 1800 (1 23) e sue successive modifiche {' 24) ci fornisce dettagliate informazioni sul vestiario dei granatieri, sui materiali con cui gli effetti sono confezionati e sulle diverse tenute di truppa e sottufficiali. Ad esclusione di alcuni individui del piccolo Stato Maggiore i granatieri avevano il copricapo che De Nicola descrive nel suo Diario. Il berrettone era costituito da una base di feltro con una borsa di p anno rosso e celeste, ricoperto di pelle d'orso. Vi era poi una placca di rame a frontiera con una granata e due gigli; il cappello era armato di una croce di rame. Vi era infine un giro di sempreviva bianca attorn o al berrettone. Per gli otto pratici, i barbieri, il profosso ed i garzoni dell'armiere si davano invece cappelli a bicorno con coccarde rosse e ganze di gallone di lana. Le uniformi erano in panno rosso con pettini, paramani, falde, colletto e calzoni di panno celeste. I bottoni erano di ottone. Per i pratici, l'armiere ed i suoi garzoni e gli otto barbieri l'uniforme non aveva i pettini. Le asole delle bottoniere erano gallonate con un laccetto giallo e rosso terminante con un fiocchetto. I sergenti maggiori, gli ufficiali e gli scrivani avevano l'uniforme gallonata in oro. Anche i m usicanti avevano l'uniforme gallonata in oro, con l'aggiunta di un b ordo d'oro al colletto ed ai paramani. Il tamburo maggiore ed il capobanda avevano un gallone d'oro largo il doppio, a due ordini, sulle maniche. I calzoni erano guarniti lateralmente e sul davanti di laccio giallo e rosso. Il professo aveva invece un soprabito di panno celeste. Le sottovesti (gilet) erano di panno bianco con 20 bottoni di metallo, di cui sei alle tasche. La berretta di quartiere era di panno scarlatto con la frontiera di panno celeste. Tutti portavano cappotti di panno grigio. I sergenti dovevano portare guanti di pelle. I cuoiami erano bianchi per tutti; le giberne erano di pelle nera verniciata con una placca di rame con le armi reali e quattro piccole granate agli angoli. I granatieri erano armati di fucile, baionetta e cangiarro; i sottufficiali di ogni compagnia avevano carabine, mentre i sergenti maggiori ed i sergenti di ogni compagnia portavano le alabarde. Il fiocco della sciabola (cioè del cangiarro) era in filo bianco e rosso. Con il più volte citato regolamento del 1803-1805 (' 25) furono ribadite molte delle disposizioni in vigore, cosicché per i granatieri reali si prescriveva la seguente uniforme. Il vestiario era composto dalla giamberga lunga (abito) di panno scarlatto con petti di panno celeste, sottoveste di panno bianco e calzabraga di p anno celeste pel servizio giornaliero, bianca per le parate in inverno e di cotone bianco in estate. Le asole dei bottoni della giamberga dovevano essere ornate di trena di color giallo e rosso. La calzatura era costituita dai coturni a stivaletto a mezza gamba; fu ori servizio si portavano scarpe basse di vacchetta, lucidate nere. In seguito furono introdotte le ghette di pelle e di panno nere e bianche. Il berrettone era di pelle d'orso n ero; sul davanti doveva portare una gran ata di ottone nel cent ro, oltre ad una p lacca di rame a frontiera. Presumibilmente questo berrettone sostituì quello con giro di sempreviva bianca in uso precedentemente, e rimase in serviziQ anche in Sicilia. Ir.. riferimento a questo berrettone esiste un con to di costruzione (Importo di un berrettone secondo il nuovo modello) (1 26) che aggiunge qualche altro particolare: una pelle e mezza di capretto, 16 once di sola, panno scarlatto (per coprire (123) A.S. Na. R.O. Vol. 209. (124) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 1155. (125) B.N. Na. Ms. Regolamento, ossia Ordianza colla quale si prescrive la forma de' Ves tiari, Equipaggio, Cuojame ed Armamento, di cui dovrà fare uso il nostro Regal Esercito, s.d. (126) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 11 55.

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il retro), 5 112 palmi di trena, tela per foderare, pelle per bordare il medesimo, pelle celeste per la visiera, fodera d'incerata, lacci rossi con fiocchi, guarnizioni di ottone con la granata, fil di ferro. Prima del 1806 fur9no anche aggiunti i pennacchi (bianchi) ai berrettoni. Il berretto di quartiere era di panno scarlatto con rivolte color celeste; quello de i sottufficiali era ornato di un gallone dorato. Il cappotto era di_panno bianco, anziché grigio come in uso in precedenza. La mucciglia (zaino) era costruita di pelle e foderata di tela. Per la bassa tenuta erano previsti calzoni e sciarò (lungo giaccone) di tela. Cinturone e bandoliera per la giberna erano di pelle di dante bianca; la giherna era di cuoio nero con placca di ottone. Per gli ufficiali era prescritto un vestiario simile a quello dei soldati, ma il panno doveva essere di migliore qualità e le asole al petto erano in oro. Al di sopra del paramano (celeste) vi era una piccola pattina, anch'essa di panno celeste, recante due asole d'oro. Sopra ogni paramano, poi, dovevano esservi ricamate tre granate in filo d'oro, e due asole dorate dovevano ancora guarnire il colletto. Fuori servizio gli ufficiali portavano un'uniforme giornaliera di panno celeste senza pettini. Il cappello era a tricorno con bordo di gallone d'oro e rosette di argento e seta scarlatta. Il gallone degli ufficiali dello Stato Maggiore reggimentale era centinato. La coccarda era di nastro scarlatto e al di sopra vi era un pennacchio bianco. Per quanto riguardava i distintivi di grado essi erano quelli stessi stabiliti per gli ufficiali di fanteria. Tutti gli ufficiali erano armati di spada di modello particolare, portata assicurata ad un cinturino bianco al di sotto della sottoveste. Il fiocco della spada (dragona) era in argento. La sciarpa era in seta scarlatta mescolata con filo e canottigli d'argento. La gualdrappa per i quadrupe di degli u fficiali di Piana Maggiore montati era in panno celeste con bordo di colore scarlat to, con un gallone d'oro attorno; il resto dell'equipaggiamento era simile a quello degli ufficiali di fanteria. Per i sottufficiali il vestiario era simile a quello dei soldati. I sergenti maggiori erano distinti da due galloni d'oro posti trasversalmente al di sopra dei paramani. Gli altri sottufficiali, compresi i due scrivani, avevano un solo gallone d'oro e più stretto di quello dei sergenti maggiori. I due scrivani dovevano poi fare uso del cappello a tre falde, che aveva un piccolo bordo d'oro, con coccarda rossa sostenuta da una piccola ciappetta dorata. Il vestiario dell'armiere, dei suoi garzoni, pratici e barbieri era simile a quello dei soldati, ma senza pettini celesti. Tutti portavano il cappello a tricorno con un gallone giallo-rosso, mentre quello dell'armiere era bordato di gallone d'oro come per gli altri sottufficiali. Il profosso vestiva un soprabito di panno celeste; egli portava inoltre un cappello come gli altri sottufficiali. Nel settembre 1806 fu ristabilita la classe dei cadetti nell'esercito, e per i gra- _ natieri reali si prescrisse che i cadetti graduati portassero una dragona sulla spalla ed il laccio sulla destra, mentre i cadetti semplici dovevano avere il solo laccio (1 27). Per i musicanti, capo banda e tamburo maggiore il vestiario era simile a quello dei soldati, però le giamberghe erano guarnite lungo le cuciture di gallone giallo e rosso. Gli strumentisti, compresi i suonatori di gran cassa e piattini, avevano un gallone d'oro al colletto e sopra i paramani. Il capo banda ed il tamburo maggiore avevano due galloni d'oro molto larghi posti sulle maniche al di sopra dei paramani. Tamburi e pifferi avevano la giamberga con le guarnizioni di galloni di lana gialla e rossa come i musicanti, ma senza il gallone dorato al colletto (127) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 681.

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ed ai paramani. Tutti gli individui del corpo erano armati di una piccola sciabola con impugnatura di ottone; i soldati avevano anche la baionetta. I sottufficiali erano sempre forniti di bastoni. E' da tenere presente che il regolamento fa più volte riferimento ai figurini (purtroppo non pervenutici) per quanto riguarda i dettagli, ed è perciò opportuno integrare queste informazioni con quanto già indicato per il periodo 1800-1801. Questa uniforme con minori varianti (ad esempio il cravattino divenne rosso) rimase in uso per tutto il 1806, ed indossandola i granatieri scortarono il principe ereditario in Sicilia. All'inizio del 1807, nel corso della riorganizzazione dell'esercito, come per gli altri corpi si mise mano anche alle uniformi. Il panno rosso fu trovato molto dispendioso, e fu preferito il panno bleu. La giamberga divenne quindi di panno bleu con colletto, paramani e falde rossi. Alle spalle vennero posti i rolli di lana, sull'esempio della fanteria inglese. Venne anche adottato come copricapo lo schakot di feltro con granata di ottone. Agli ufficiali era consentito l'uso del cappello a bicorno. Nel marzo 1807 fu avviato l'approntamento del nuovo vestiario per il battaglione dei granatieri reali . Come negli altri corpi dell'esercito cadetti e primi sergenti vestivano come gli ufficiali, cioè con abito lungo, mentre gli altri sottufficiali vestivano come i soldati. Come già anticipato l'abito era di panno bleu con mostre di panno rosso, rolli di lana alle spalle (rossi con fettucce e frange bianche), bottoni d'ottone e granata di lana alle falde. La giamberga era ornata al petto, maniche e colletto da galloncini, probabilmente di colore giallo oro per la truppa e dorata per gli ufficiali. Ai tamburi furono date le giamberghe rosse, scelte tra quelle migliori che avanzavano dal precedente vestiario. La banda era vestita con abito del tipo di quello degli ufficiali, con asole d'oro al petto, al collo ed alle maniche. Nel 1&,08 fu stilato un nuovo regolamento per l'uniforme del reggimento granatieri reali. Le prime disposizioni furono emanate nel m ese di luglio (1 28), che vennero integrate ed approvate definitivamente il 21 settembre (1 29), quando per ragioni di economia si resero meno sfarzose le uniformi degli ufficiali, diminuendo la profusione di galloni d'argento che erano stati stabiliti inizialmente. Per gli ufficiali venne prescritto un abito di panno scarlatto con colletto, paramani, pettorina e falde di panno bleu. Sul petto vi erano due file di otto bottoni lisci di metallo bianco, disposti a coppie, con alamari di tiratiglia d'argento di lunghezza degradante dall'alto verso il basso. Il colletto mostrava un orlo di panno rosso e vi era un alamaro d'argento per lato. Sui paramani, tagliati tondi, vi erano quattro granate d'argento al di sopra delle quali gli ufficiali subalterni portavano quattro alamari, gli ufficiali superiori avevano invece i soli a lamari, mentre i generali non avevano neppure- gli alamari, in modo da potere sovrapporre al paramano il ricamo distintivo del grado. Sulle falde vi eta una granata d'argento in ricamo. Le tasche erano parimenti ornate di alamari. In vita gli ufficiali portavano una sciarpa di gallone d'argento mischiata a seta scarlatta. Gli ufficiali subalterni in servizio portavano il berrettone di pelle d'orso, simile a quello prescritto per i comuni, con galloni d'argento. Gli ufficiali superiori portavano il cappello con bordo di gallone d'oro a punta di Spagna con la ciappa p er la coccarda a forma di stella. Gli ufficiali subalterni in tenuta gior(128) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 715. (129) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 718.

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naliera e l'aiutante maggiore portavano il cappello con bordo di gallone semplice. La tenuta giornaliera degli ufficiali consisteva in una giamberga di panno bleu ad un petto, con colletto e paramani scarlatti. Sul colletto vi erano gli alamari e sui paramani le quattro granate come per l'abito di gran tenuta. Le falde erano bleu contornate da un filetto rosso con due granate d'argento alle estremità. Il roccappotto per gli ufficiali dei granatieri era di panno bleu con i distintivi del corpo al collo ed ai paramani. Agli ufficiali era anche assegnato un cappotto di panno grigio con otto bottoni al petto. I calzoni a calzabraga erano di panno bleu in inverno e di cotone bianco in estate. Fuori servizio era concesso l'uso di calzabraghe di nanchino color naturale (tela cruda). Nel 1809 in imminenza della progettata campagna contro l'occupazione militare di Napoli fu introdotta una tenuta da campagna che comprendeva uno schakot di feltro o di cuoio di tipo inglese, con pennacchietto bianco a sommità rossa, ed una placca frontale di metallo dorato. L'abito si portava senza i petti bleu (ossia con i petti rivoltati) con le due file di otto bottoni. I distintivi di grado, in argento, erano simili a quelli stabiliti per tutto l'esercito nel marzo del 1808. . Gli ufficiali in servizio portavano stivali all'ungherese come quelli della fanteria di linea. I chirurghi avevano, in alta tenuta, un abito scarlatto del taglio di quelli ora descritti, senza i petti bleu, con i fioroni distintivi della specialità ricamati in argento sui paramani, e con le granate apposte alle falde. Lo stesso sistema si seguiva per quanto riguardava la tenuta giornaliera. Gli ufficiali, aiutanti e chirurghi portavano una spada con dragona e fiocco d'argento mischiato a seta rossa. Il cinturone che reggeva la spada era di cuoio bianco ed era portato sotto l'abito. Tutti erano forniti di guanti di pelle di daino o di altro materiale, purché dello stesso colore. Gli aiutanti vestivano come primi sergenti; potevano anche portare il cappello, che doveva però essere privo di gallone d'oro al bordo. L'uniforme giornaliera per essi era simile a quella degli ufficiali, di panno bleu con colletto e paramani rossi, senza alamari né ricami. La sciarpa che essi dovevano cingere era uguale . a quella degli altri aiutanti dell'esercito. I primi sergenti ed i forieri avevano l'abito lungo, con gli alamari della stessa forma e disposizione dei soldati, ma in argento anziché in filo bianco. Il bordo superiore dei paramani doveva essere bordato da un gallone d'argento; oltre a ciò recavano i distintivi (due galloni) sulle maniche come i primi sergenti dell'esercito. Ad essi era anche concesso, a loro spese, di indossare l'uniforme giornaliera di panno bleu a mostre rosse, senza alcun ornamento ad eccezion.e del distintivo di grado da portare sulle maniche. Taml:luro maggiore ed armiere erano vestiti come primi sergenti. Il tamburo maggiore aveva una giamberga di gala riccamente guarnita in argento e la placca sul budriere di panno bleu era in argento massiccio e recava le armi reali. Il bastone aveva cordoni e fiocchi d 'argento. I secondi sergenti erano vestiti come la truppa, e portavano sulle maniche il distintivo di primo sergente dell'esercito; i caporali analogamente avevano sulle maniche un gallone d'argento come quello dei caporali dell'esercito. La truppa indossava una giamberga corta di panno di color rosso rubbio, con colletto, paramani, petto e faldine di panno bleu. Sul colletto, che era caratter.iz-

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zato da un bordino esterno rosso, erano apposti, uno per parte, due alamari di filo bianco. Quattro simili alamari, disposti due a due, ornavano i paramani. Come per gli ufficiali, anche la truppa portava al petto due file di bottoni di m e tallo giallo, disposti due a due, ornati da alamari di filo bianco di lunghezza digradante dall'alto in basso. Sulle falde vi erano pe r parte due granate bianche. Alle tasche, disposte verticalmente, vi erano tre bottoni con tre alamari per parte. Sulle spalle, oltre alle controspalline di panno fermate da un bottone, vi erano due rolli di lana bleu trinati di bianco con frangia bianca; al di sopra dei rolli vi era una rosetta rossa su cui era posta una piccola granata bianca. In inverno erano previste calzabraghe di panno bleu e di cotone bianco a·pampiera per l'estate. Con i calzoni bleu era in uso una ghetta a pampiera di panno nero. I bottoni per le pampiere erano di metallo giallo. Nel 1810 fur ono poi distribuiti pantaloni di tela per i granatieri ed i volteggiatori reali . Il cravattino degli ufficiali era in seta nera, mentre quello della truppa doveva essere in cuoio come per il resto dell'esercito. Il berrettone che caratterizzava il corpo era di feltro coperto di pelle d'orso, avvolto alla base da una fascia di cuoio lustro e veniva foderato di pelle verde (per gli ufficiali si aggiungevano cuscinetti di seta). Circondava la base del copricapo anche una fascia di ottone, fatta a scudo nella parte frontale digradante in ampiezza sopra la nuca. Il berrettone era rivestito posteriormente da una borsa di panno scarlatto che ricadeva sulle spalle; questa borsa era filettata ed ornata da galloncini bianchi disposti a chevron e terminava in un fiocco bianco (tutti gli ornamenti erano d'argento per gli ufficiali; i primi sergenti avevano i galloni ed i fiocchi d'argento, ma più piccoli). Dagli elenchi dei materiali impiegati nella confezione del vestiario risulta altresì che il berrettone portava un pennacchio bianco sul lato sinistro sovrapposto ad una rosetta di lana rossa. Il berrettone ed il pennacchio venivano ricoperti da fodere di tela cerata nelle marce ed in occasione di tempo cattivo. Come per gli ufficiali, anche per la truppa nel 1809 venne fornita una tenuta di marcia, consistente in abito, senza petti né alamari al petto, e in schakot anziché berrettone. I tamburi erano vestiti come i comuni, ma portavano i galloni della livrea reale al collo, ai paramani e sulle braccia in gran tenuta, e solo al colletto ed ai paramani in tenuta giornalie ra. Gli zappatori erano contraddistinti dal grembiale di pelle bianca, dall'uso degli strumenti (ascie e zappe) e dal distintivo di due ascie incrociate di panno bianco (in argento pel caporale degli zappatori) sulla manica. Ai musicanti della banda vennero fornite uniformi lunghe di panno bleu a mostre rosse, riccamente gallonate in argento, o uniformi scarlatte con mostre bleu e ricami pure in argento, a seconda che facessero parte della gran l;>anda o della piccola I musicanti portavano rolli d'argent o alle spalle ed un cappello a bicorno con pen.µacchi di penne americane bianche a sommità rosa, con bordo di gallone d'argento. In gran tenuta si portavano calzabraghe di pelle bianca. In t enuta giornaliera si portavano abiti di panno bleu a mostre rosse. Facevano parte della banda anche tre musicanti mori, che indossavano un vest iario particolare. Il copricapo era costituito da una canotta di metallo argentato circondata da un turbante bianco. Al collo i Mori avevano un largo collare d 'argento ed avevano orecchini ad anello pure d'argento. Camicia amplissima e calzoni a sbuffo erano in cotone bianco; sulla camicia in vita si portava una fascia di nobiltà di lana bleu; al di sopra di quest a vi era una giacca alla moresca arabescata di ricami d'argento, con ampie maniche terminati in due fiocchi d'argento. Ai 308


-piedi calzavano due papusse (pantofole a punta) gialle. Il cappotto della truppa era di panno grigio, del tipo di quelli della fanteria ordinaria, con le mostre del reggimento al collet_to: inizialmente di panno bleu, che furono ben presto sostituite da due alamari uguali a quelli portati sull'uniforme. Tµtto il cuoiame eradico.lor bianco. La dragona della sciabola aveva il fiocco di lana b ianca e bleu. La tenuta di quartiere consisteva in giacca e calzoni di doppio cotone ble u (nel 1811 furono sostituiti da giacca e calzoni di cotone bianco), e berretta di quartiere di panno bleu con filetti bianchi s ulle cuciture, fiocchetto e granata bianchi sul davanti. Alle spalle della giacca vi erano rolli di lan a rossa. Su lla berretta i sottufficiali portavano un gallone d'argento come quello che avevano sulle maniche ed i file tti ed il fiocchetto erano anch'essi in argento. Dal 1809 il reggimento fu armato con fucili inglesi; oltre le baionette i comuni avevano sciabole da fanteria, anche se per un certo periodo il reggimento o numerose compagnie erano forniti invece dei vecchi cangiarr i a testa di leone. Non abbiamo ritrovato tracce di modifiche sostanziali a queste uniformi nel periodo successivo al 1812. Rimane confermato l'uso dell'uniforme rossa da parte dei diversi reparti di granatieri reali. Nel 1815 alla r icostitu zione dell'esercito di Napoli i granatieri della guardia reale vestivano un'uniforme che era ancora quella descritta nelle pagine precedenti, coll'unica differenza di ùn colbacco interamente ricoperto di pelle d'orso che fu forse introdotto nell'uso in Sicilia dopo il 1812. Volteggiatori di Sua Altezza Reale

Contemporaneamente al vestiario dei granatieri reali, tra il luglio ed il settembre 1808, venne regolamentata l'uniforme delle due compagnie di volteggiato· ri reali (1 30). L'uniforme che si fissò era quasi sicuramente ispir ata a quella di molte form azioni di fanteria leggera inglese dell'epoca, caratterizzata com'era dal casco con cresta di ciniglia e dal corto abito con alamari e cordelline al petto. La riform a dell'esercito del dicembre 1812 portò alla soppressione di questo corpo ed alla scomparsa della pittoresca uniforme nei ranghi dell'eser cito borbonico. Gli ufficiali ricevettero u na giacca (detta nei documenti dell'epoca spenzer) di panno bleu, più corta dell'abito degli ufficiali degli altri corpi, come poi rimase in p ratica per tutte le compagnie volteggiatori. Colletto, par amani, bordo dell'abito e falde erano in panno rosso scarlatto orlati da u n galloncino d'argento; il galloncino attorno al colletto ed ai paramani era a forma di catenella. Al collo vi era inoltre un alamaro per lato come per gli ufficiali dei granatieri reali. Sul petto vi erano tre file di quindici bottoni di metallo bianco che erario unili da alamari in cordoncino d'argento come le giacche degli ussari austriaci. Le tasche erano disposte orizzontalmente ed erano segnate da un gallone contornato da una caten ella entrambi d'argento. Sulle spalle gli ufficiali avevano due rolli con frange in cannottiglia d'argento e spalline a squame d'argento, al d isopra delle quali vi era una cornetta recante al centro u na granata in metallo giallo. Per la tenuta giornaliera era prescritto uno spenze r simile con colletto e paramani scarlatti, ma cordoni e galloni erano in seta bleu. (130) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 715.

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I calzoni erano in panno bleu, ricamati con fioroni d'argento all'ungherese sul davanti per l'inverno ed in cotone bianco per l'estate. Al di sopra di essi gli ufficiali portavano stivali all'ungh erese come gli altri ufficiali di fanteria. In vita si portava una sciarpa d'argento e seta scarlatta, come gli ufficiali dei granatieri reali. Il casco, ch e costitu iva uno degli elementi di spicco del vestiario di questo corpo, era formato da una calotta di feltro nero (divenuto di cuoio alla fine del 1809) con visiera e coprinuca di cuoio, alla quale era sovr apposta una cresta di pelo scuro terminante sul retro con due fiocchetti in argento per gli ufficiali e di lana bianca e rossa per la truppa. Il casco era avvolto alla base da una fascia di ottone sul davanti della quale vi era inciso a grandi lettere VOLTEGGIATORI DI SUA ALTEZZA REALE. Sul lato sinistro vi era poi un pennacchio bianco a base ner a. Per gli ufficiali era previsto l'uso, fuori servizio, di un roccappotto tutto b leu con un cappello a bicorno con bordo di seta nera. Il cappotto era identico a quello degli ufficiali dei granatieri reali. L'uniforme della truppa era simile a quella degli ufficiali; la giacca era ancora piĂš corta con piccole faldi ne arrotondate di panno rosso ed aveva tre sole file di nove bottoni di metallo giallo. I galloni e le cordelline erano tutti di filo bianco; facevano eccezione i sergenti che li portavano in argento. Sulle spalle dello spenzer si portavano rolli di lana bianca (d'argento per i primi sergenti) e spalline a squame di ottone. In vita si portava u na fascia di lana bianca a r ighe rosse con frangia pendente sul lato sinistro. Al di sopra della sciarpa si portava il cint urone di cuoio bianco con placca di ottone. Le trombe avevano un gallone d'argento al collo, ed ai param ani ed i cordoncini erano di filo bianco, rosso, e bleu. I cordoni delle trombe erano in lan a bleu e rossa (1 31). Alla truppa, come per molti altri corpi, era distribuita anche una giacca di cotone b ianco con gli stessi elementi distintivi della uniforme bleu. I calzoni erano di panno bleu per l'inverno e di cotone bianco per l 'estate. In tenuta di quartiere si indossavano giacca e calzoni di cotone bianco; la giacca aveva rolli bianchi alle spalle. La berretta era di panno bleu con filetti e fiocchetto di lana bianca. Il cappotto era di panno grigio del tipo di quelli della fanteria di linea. Sul colletto vennero poi posti due alamari in cordoncino bianco, come quelli disposti sul petto dello spenzer (1 32). L'armamen to, come per i granatieri reali, era di fabbricazione inglese. Cacciatori Reali

Le informazioni sulle uniformi di questo corpo di casa reale, addetto al servizio esclusjvo del sovrano, sono quelle piÚ lacunose. Per il primo periodo abbiamo solo un figurino di Ognibene, conservato al Museo del Risorgimento di Palermo. Il cacciatore reale ivi rappresentato veste una giamberga verde con paramani e colletto rosso. Dello stesso colore rosso sono la camiciola ed i pantaloni. Questi colori erano caratteristici anche dell'altro reparto addetto al servizio analogo, e cioè il battaglione dei volon tari di Marina, detti anche Liparotti, che era appena (13 1) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 980. (132) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 920.

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-stato disciolto nel 1788. I bottoni ed i galloni erano dorati. Il cappello era del t ipo a tricorno. I cuoiami erano neri con un filetto esterno bianco. La placca del cinturone recava le iniziali del corpo: C.R .. Il cacciatore è armato di cangiarro ed è anche fornito di un cappotto a mantello di panno monachile con gallone dorato al colletto. Il corpo, dopo la sua ricostituzione del 1799, ricevette una nuova uniforme sul tipo di quella dei battaglioni cacciatori di linea (133) . Sul caschetto vi dovevano essere tre gigli dora ti sormontati dalla corona. La giacca era di panno verde a due petti con mostrine al colletto e paramani di panno colore grigio celeste, com e rimase in u so sino al definitivo scioglimento del corpo nel 1830. I calzoni erano a calzabraga di panno grigio; in vita avevano la fascia rossa come i cacciatori di linea. I bottoni erano di ottone. Per le cacce usavano giacche di abragio (orbace) nero con le mostre grigio cenerino. Dello stesso abragio erano costruiti i cappotti. La bassa tenuta era costituita da giacca e pantaloni di tela tinta in colore cenerino. Oltre a queste informazioni non sono stati reperiti altri dati su lle uniformi fino al 1815, eccetto un cenno ad alcuni generi, senza p eraltro indicazione dei colori del 1811 {134) e del 1812-1 8 13 (135) . In essi si indica che i pionieri reali (come erano stati chiamati i cacciatori reali della compagnia a piedi) dovevano avere le calzabraghe, stivaletti e scarpe ed i bottoni della loro arma, con armamento di fabb r icazione inglese; giamberghe lunghe per sottufficiali e corte p er soldati, calzabraghe bianche e di panno grigio, caschi di sola con pennacchi, cappelli per sottuffic iali, lacci dei caschi di lana e oro, coppole di panno, galloni d'oro p er distintivo, giacche di panno grigio e calzoni monachino per qua rtiere, b errette di cuoio (per cacciator i a cavallo). La tenuta di quartiere veniva indossata per accompagnare il re n elle cacce. E' probabile che in quest'epoca i cacciatori e pionieri reali portassero un elmo con cresta come altri corpi leggeri dell'esercito siciliano, sul modello delle truppe britanniche, e con i colori distintivi (abito verde, mostre grigio azzurre, calzoni grigi o bianchi) che erano in uso prima e che si ritroveranno nel 18 15.

8. Invalidi Invalidi e veterani

Sino al 1800 gli invalidi con servarono il loro vestiario di vecchio modello di panno grigio o bianco (i due colori venivano u sati indifferent emente a seconda delle disponibilità ; di solito però sottufficia li ed ufficiali erano vest iti in bianco) con mostre di panno rosso e bottoni di stagno (argentati per gli ufficiali). Molte volte agli invalidi, e non solo alla compagnia di artiglieria, furono anche distribuite unif.:>rmi bleu . Con la riorganizzazione dell'esercito del 1799-1800 anche agli invalidi fu mutato l'abito. Con i nuovi provvedimenti sul vestiario del 1800 gli invalidi ricevettero un nuovo vestiario con giacca corta bleu e mostre bianche, come viene illustrato in un figurino contemporaneo del Progenie (1 36) . Quest e disposizioni fu rono confermate nel successivo regolamento del 1803, (J 33) A.S. Na. Giunta Vestiario Voi. 16 li.

(134) A.S. Na. Segr. Ant. Fs. 303. ( 135) A.S. Na. Segr. Ant. Fs. 396. (136) Brown University The Anne S.K. Brown's Military Collcction.

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o

anche se ancora nel 1801 si prorogava l'uso del vecchio vestiario grigio, probabilmente per ragioni di economia (1 37) . Infatti il regolamento prescriveva che il vestiario del battaglione degli invalidi consistesse in una giamberga corta, abbottonata sino alla vita, di panno bleu con mostre e colletto di colore bianco. Le calzabraghe erano invece di panno color cenerino per l'inverno, e di cotone dello stesso colore nell'estate. I bottoni erano lisci di metallo rosso (rame). Il cappello era a tricorno, con una coccarda di lilla scarlatta, fermata da un piccolo gallone di lana gialla appuntato ad un bottone d'uniforme. Ai due lati del le falde del cappello v'erano due rosette di lana scarlatta ed un'ultra simile era posta al di sopra del gallone. Il cravattino era di sola nera con un bordino superiore bianco. All'interno delle caserme, in quartiere come si usava dire allora, erano in uso giacca e pantaloni di color monachile (138). Ancora dopo il 1808 fu confermato il colore bianco per le mostre ed i bottoni del Corpo degli Invalidi (1 39). L'uniforme era di panno bleu con gilet bianchi o bleu a seconda della stagione. Le calzabraghe e rano di colore cenerino ed erano anche in uso pantaloni bianchi. Gli uomini portavano un cappello a tricorno. Per la cattiva stagione si indossava un cappotto grigio da fanteria (1 40). 9. Milizie provinciali Milizie provinciali e urbane

Le milizie provinciali agli inizi degli anni ottanta avevano un'uniforme il cui taglio era simile a quello della fanteria di linea. L'abito (giamber ga), la sottoveste ed i calzoni erano di panno di modesta qualità di colore grigio o grigio picchiettato di turchino, secondo quanto prescriveva il real ordine del 4 febbraio 1785 (1 4 ' ). I cappelli, del tipo a tricorno, non avevano galloni, ma solo la coccarda rossa. I colori dei paramani, delle falde e dei colletti dell'abito variavano da provincia a provincia, secondo lo schema riportato nella Tabella 76, ricostruito sulla base delle informazioni ricavate dai fascicoli super s titi della Giunta del vestiario all'Archivio di Stato di Napoli (142- 143, 144) . Con le leve del 1794-1796 i miliziotti inseriti nei reggimenti di linea ricevettero altre uniformi, di cui s i è trattato a proposito della fanteria. Da una serie di figur ini contenuti nella r accolta Winkhujzen (New York Public Library) che mostrano un ufficiale (disegno originale di Progenie) e dei soldati (apparentemente ricopiati da originali), sembrerebbe che, nel 1794-1796, le truppe provinciali che non servivano nella linea avessero r icevuto un nuovo tipo di vestiario·, consistente in abito di panno bleu, con colletto, paramani, falde e r isvolti del petto a punta di colore distintivo, sottabito o gilet bianco, calzoni a calzabraga di panno bleu (137) A.S. Na. R.O. Voi. 191. (138) B.N. Na. Ms. Regola mento, ossia Ordinanza colla q uale si pr escrive la forma de' Vestiari, Equipaggi, Cuojame ed Armamento, di cui dovrà fare uso il nostro Regal Esercito, s .d. (139) A.S. Na . A.R.C.R. Fs. 1175. (140) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 979. (14 L) F. Fravcth, « Le milizie provinciali del Regno di Napoli», Napoli 1786. (142) A.S. Na. Giunta Vestiario Voi. 6. (143) A.S. Na. Giunta Vestiario Voi. 7. (144) A.S. Na. Giunta Vestiario Voi. 1O.

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â&#x20AC;˘

Tabella 76

COLORI DISTINTIVI DELLE MILIZIE PROVINCIALI 1785-1788 -

Provincia

colletto

paramani e falde

bottoni

Chieti Aquila Bari Teramo Otranto Terra di lavoro Lucera Principato Ultra Principato Ci tra Calabria Ultra Calabria Citra Basilicata

bianco rosso verde verde verde arancio giallo giallo arancio nero nero rosso

verde scuro verde scuro verde verde verde arancio giallo giallo arancio nero nero giallo

bianchi gialli gialli bianchi bianchi gialli gialli bianchi bianchi bianchi gia lli gialli

o di cotone bianco, cappello tondo con un piccolo pennacchio a palla, detto tuppo, di lana rossa e, per gli ufficiali, con una piuma rossa. I colori distintivi, riportati nella suddetta raccolta, sono i seguenti:

Principato Ultra Principato Citra Molise Calabria Ultra Calabria Citra Lecce Otranto Abruzzo Citra Abruzzo Ultra Basilicata Salerno Valdimazzara

verde chiaro giallo azzurro rosso violetto giallo viola bleu verde chiaro verde scuro cremisi rosso

Non ci è stato dato di trovare conferma di questi dati in alcuna disposizione scritta, ma li abbiamo riportati per dovere di cronaca. Le milizie provinciali che furono ricostituite nel 1800 con corpi di fanteria e di cavalleria avevano uniformi simili a quelle delle truppe di linea, ma i colori di fondo dell'abito, come vedremo, erano il rosso per la fanteria ed il hl eu per la cavalleria. Infatti fu stabilito per i reggimenti di fanteria l'adozione di una uniforme rossa, con colletti e paramani, risvolti del petto e faldine del colore distintivo della provincia, secondo lo schema della Tabella 77 (1 45). I risvolti al petto vennero subito abolit i tranne che per t amburi, pifferi e musicanti, e fu distribuita una giamberga ad un petto dello stesso taglio di quella della fanteria di linea. I reggimenti di fanteria si distinguevano tra di loro anche dal numero che portavano impresso sui bottoni, che erano sempre di metallo giallo, (145) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 1126.

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Tabella 77 STATO DELL'UNIFORME CHE DOVRANNO VESTIRE LI REGGIMENTI PROVINCIALI senza data (probabilmente 1800 a firma Rosenheim Ispettor Truppe Provinciali) Reggimenti di fanteria

Terra di Lavoro Salerno Montefusco Lucera Trani Lecce Matera Cosenza Catanzaro Chieti Teramo Aquila

p r o V

i n c i a

Reggimenti di cavalleria

p r o V

i n c i a /

Terra di Lavoro Salerno Montefusco Lucera Trani Lecce Matera Cosenza Catanzaro Chieti Teramo Aquila

uniforme

paramani

rosso rosso rosso rosso rosso rosso rosso rosso rosso rosso rosso rosso

bianco argentino grigio nero dante cremisi bleu celeste amaranto pistacchio verde cupo giallo limoncello

uniforme

paramani

bleu bleu bleu bleu bleu bleu bleu bleu bleu bleu bleu bleu

giallo limoncello verde cupo pistacchio amaranto celeste rosso .. crem1s1 arancio dante grigio argentino bianco

e da una delle due penne al cappello, che doveva essere del colore distintivo mentre l'altra era sempre rossa. Il cappello era tondo, senza bordo, con attorno un galloncino di filo bianco (argento per sottufficiali ed ufficiali) e veniva portato con una falda rialzata, come per la linea, con la coccarda rossa esterna. L'uniforme era prescritta solo per ufficiali e sottufficiali. Per i soldati che non avessero voluto (o potuto) vestire l'uniforme, dato che questa era a loro carico, era previsto che, in caso di chiamata in servizio, potessero adattare sugli abiti civili paramani e colletti del colore stabilito e portassero un cappello tondo con falda rialzata, munito di coccarda rossa. I soldati potevano anche fare uso di abito grigio con paramani e colletto rossi ed un cordoncino (filetto) del colore distintivo stabilito per la provinçia di appartenenza. Anche se alcuni reggimenti, o pe rlomeno qualche compagnia, rimasero vestiti di rosso, di solito a spese del colonnello, apparentemente l'abito grigio fu piÚ largamente utilizzato, t antochÊ molte truppe provinciali sotto Giuseppe Napoleone (nel 1806-1 807) erano ancora vestite di grigio. Le calzabraghe erano di panno azzurro p er l'inverno e bianco per l'estate, con l'uniforme rossa, o grigio con l'abito grigio. Le compagnie granatieri di alcuni reggimenti (Urbani, Terra di Lavoro, etc.) avevano anche il berrettone come quello dei granatieri della linea. I reggimenti dragoni erano vestiti con giamberga corta bleu, con colletto, paramani, bande al p etto e sulle faldine del colore distintivo della provincia secondo lo schema della 314


Tabella 77. Essi dovevano inoltre fare uso di calzabraghe color pelle, fascia di lana rossa in vita come la linea, e mezzi stivali (coturni). I cuoiami erano neri. La sciabola diritta e la carabina dovevano essere come quelle della cavalleria di linea. La gualdrappa (mantiglia) era di panno bleu con bordo e guarnizioni del colore delle mostre. Per quanto riguardava il copricapo i regolamenti prescrivevano un berrettone, che sembra essere lo schakot alto delle truppe rivoluzionarie, già adottato per i dragoni leggeri della linea di questo periodo. Tutte le illustrazioni ci mostrano però i dragoni provinciali in cappello a tricorno come quello della cavalleria di linea. E' quindi probabile che in un primissimo tempo si sia adottato lo schakot, rapidamente poi sostituito dal cappello. I musicanti della fanteria e della cavalleria provinciale, come già accennato, avevano la stessa uniforme della truppa, con risvolti del petto di colore distintivo, guarniti di galloni dorati alle bottoniere. Le milizie urbane (di Napoli) avevano la stessa uniforme di quelle provinciali, con il colore delle mostre bianco p er la fanteria e arancio per i dragoni. Alla fine del 1799 pare però che anche i dragoni urbani avessero l'uniforme rossa a mostre bianche e l'alto schakot di cui si è già detto. Alla parata di Piedigrotta del settembre 1805 le milizie urbane di fanteria erano tutte vestite in grigio con mostre rosse ed i dragoni urbani (appiedati) vestivano in celeste con mostre gialle (1 46). Le bandiere erano bianche e recanti da un lato le armi reali e dall'altro quelle della provincia; ai quattro angoli erano i gigli dorat i contornati da serti d'alloro, e sotto le armi vi erano, in lettere nere, le iniziali del reggimento ed il suo numero [ad es. 3° R. (regg.to) F. (fanteria) P. (provinciale) A. (Abruzzo) C. (Citra)]. Le truppe provinciali in Sicilia dovevano essere vestite allo stesso modo e, secondo alcune copie di disegni del Progenie conservati alla Bibliothéque Nationale di Parigi, erano contraddistinte dai seguenti colori:

Valle

mostre fanteria

mostre cavalleria

Mazzara Noto Demone

nero (con piuma bianca)

bianco celeste verd e

verde celeste

Il decreto costitutivo della reale Armata dei volontari siciliani del marzo 1808, che sostituivano le vecchie milizie provinciali, ne fissava anche le uniformi pe r ogni tipo di arma. L'uniforme dei reggimenti di guarnigione era modellata su quella della fanteria di linea, ma il colore di fondo era il verde a nziché il bleu. In alta tenuta l'abito era portato con bavaresi (risvolti) al petto del colore distintivo e con due file di bottoni di metallo bianco. Altri due bottoni erano posti ai due lati sul colletto e tre per parte erano disposti sui paramani. Le bottoniere erano ornate di piccoli galloni di filo bianco (argent o per gli ufficiali). (146) A.S. Na. A.R.C.R. Fs. 1145.

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In tenuta giornaliera l'abito era ad un solo petto come quello della fanteria di linea, e i galloni venivano posti solo al colletto ed ai paramani. I reggimenti delle diverse valli (province) erano distinti dai seguenti colori:

Valle

colore distintivo

Valmazzara Valdemone Valdinoto

scarlatto celeste nero

I r eggimenti della stessa provincia erano invece contraddistinti dal numero impresso sui bottoni. Sulle spalle la truppa portava spalline di lana bianca. I pantaloni erano del tipo a calzabraghe lunghi bianchi. I fucilieri portavano uno schalwt di feltro del tipo di quello della fanteria di linea, con una placca romboidale di metallo bianco riportante un giglio a rilievo. I granatieri in alta tenuta portavano un colbacco di pelo bruno con placca frontale a forma di aquila di Sicilia e sul retro una borsa di p anno di colore distintivo con i tre gigli borbonici; al lato sinistro vi era un pennacchietto bianco sopra un tuppo rosso. In t enuta giornaliera portavano uno schakot come quello dei fucilieri, con una granata a rilievo posta al centro della placca. I cuoiami erano bianchi. Gli ufficiali avevano abito lungo verde, simile nei distintivi a quello dei soldat i delle proprie compagnie, con le spalline in argento e la sciarpa bianca e rossa in vita secondo il sistema in vigore per i corpi di linea. Anche gli ufficiali della linea distaccati presso l'Armata dei volontari dovevano portare l'abito verde anzichÊ quello bleu, ma non sempre questa disposizione veniva osservata. I reggimenti di cacciatori avevano un'uniforme ispirata da un lato a quelJa degli ant ichi battaglioni cacciatori dell'esercito borbonico e dall'altro a quella delle truppe leggere britanniche. Infatti la loro tenuta consisteva in una giacca corta . ad un petto di panno verde, con mostre, profili al petto e faldine del colore distintivo della valle, secondo lo schema già fornito, e bottoni di metallo giallo. Sulle spalle avevano spalline di lana gialla. In vita portavano una fascia di lana scarlatt a. I pantaloni erano del tipo a calzabraga di panno grigio cenerino. I cuoiami erano verniciati neri. Il copricapo era costituito da un casco con una cresta di ciniglia nera, ed aveva un piumetto verde sul lato sinistro, del tipo di quello portato dai dragoni leggeri e da altre unità di fanteria leggera dell'esercito.britannico. Per tutti i corpi di fanteria il corredo della truppa comprendeva giacca con rolli e pan.taloni di cotone (probabilmente bianchi), berretta da quartiere di panno verde con filetti laterali e fiocchetti di colore distintivo (con un gallone bianco i granatieri) ed un cappotto da fanteria di panno bigio. I quattro reggimenti di dragoni, che cost it uivano l'arma a cavallo dell'Armata, portavano un analogo copricapo di metallo bianco con cresta di ciniglia nera. La loro uniforme consisteva in giacca (spenzer) e calzabraghe di panno verde con colletto e paramani del colore distintivo del valle di appartenenza. La giacca era ornata da cordoni attorno al colletto ed ai paramani ed alamari al petto disposti come quelli del Volteggiatori Reali di colore giallo per il 1° reggimento Valdimazzara, bianco per il 2 °, e giallo ancora per i due reggimenti Valdemone e Valdino316


to. Anche le calzabraghe erano orlate dai cordoni lungo il bordo, avevano due nodi all'ungherese sul davanti ed erano portate entro stivali di cuoio nero all'ungherese. Erano anche in uso sopracalzoni di panno verde rinforzati di cuoio. In vita si portava una sciarpa di lana bianca e rossa come quella della cavalleria di linea. Gli ufficiali avevano spalline, galloni e cordelline dorati o d'argento e sciarpa come gli ufficiali della linea. In tenuta giornaliera era loro consentito portare un cappello a bicorno come quelli della linea. I dragoni erano armati di sciabola da cavalleria leggera e carabina. La gualdrappa era di pelle dipinta a pelle di leopardo. Per il servizio di stalla era previstri una giubba di cottoncino. Completavano i] corredo individuale guanti alla crispina, una berretta da quartiere di panno verde ed un cappotto da cavalleria di panno bigio. I tamburini dei corpi di fanteria dovevano avere le uniformi guarnite del gallone di livrea reale come la fanteria di linea; i trombetti dei dragoni leggeri avevano i lacci dell'uniforme di colore bianco e rosso, cioè i colori della livrea reale.

Il decreto stabiliva anche ]e uniformi dei corpi del genio e di artiglieria. Registriamo nel seguito le disposizioni, anche se non appare che abbiano avuto molto seguito poiché non risultano presenze consistenti di reparti di queste specialità nei volontari siciliani. L'artiglieria e gli zappatori dovevano essere vestiti come i corpi di Fanteria con l'uniforme di panno grigio e le mostre di colore verde, con bottoni di colore giallo per gli artiglieri e bianco per gli zappatori. Ciascun battaglione di guarnigione aveva due bandiere, ogni reggimento di cacciatori ne aveva una ed uno stendardo era portato da ogni squadrone dei dragoni; tutte le bandiere avevano il campo bianco con disposta al centro l'aquila di Sicilia in atto di volare, recante nel petto i tre gigli d'oro borbonici ed ai quattro angoli le due armi della Valle e della città capoluogo del reggimento incrociate. Il reggimento dei volontari eoli, benchè appartenente alla real Armata dei volontari siciliani, aveva uniformi bleu del tipo di quelle dei Corpi di linea, forse anche perché esso traeva la sua origine dalle compagnie di dotazione. Le descrizioni che seguono sono basate su figurini d'epoca, dato che non abbiamo ritrovato alcuna disposizione scritta in merito. Le compagnie fucilieri avevano l'abito di panno bleu con mostre di panno rosso (era anche in uso l'uniforme bianca con le stesse mostre). I calzoni erano, come per la linea, di panno bleu in inverno e di cotone bianco in estate. Sulle spalle, apparentemente, non si portavano rollò o spalline, ma semplici controspalline di panno bleu filettate di rosso. 1 bottoni erano di metallo giallo. Lo schakot era di fel Lro nero con una placca frontale romboidale in metallo giallo ed un pompon rosso. I cacciatori avevano una cornetta d'ottone al collo e piumette verde allo schakot.

I volteggi<'l.tori avevano un cappello a cilindro, come i volteggiatori del reggimento Estero, con una cornetta di ottone sul davanti e un piumette verde sovrapposto ad un pompon rosso. Spenzer e calzoni erano interamente di p anno bleu. Il colletto, i paramani, il petto e le cuciture del retro della giacca erano guarniti di alama ri e galloni di cotone nero. I cuoiami erano neri per i cacciatori ed i volteggiatori e bianchi per i fucilieri. Al reggimento erano anche state fornite le bandiere, che probabilmente erano del tipo di quelle distribuite agli altri reggimenti dell'Armata. L'uniforme di un'altra formazione che avrebbe dovuto appartenente alla Real 317


Armata, le guide della real Corona, sono state descritte nel capitolo relativo ai Corpi volontari. 1O. Le Bandiere

Su lle b andiere napoletane non è molto quello che si conosce in termini precisi, in quanto si sono ritrovati pochi e scarni testi relativi alle bandiere ed anche l'iconografia è particolarmente scarsa in merito. Come già si è detto a proposito degli ordinamenti e delle uniformi, le prime bandiere del nuovo regno indipendente sotto Carlo di Borbone si rifacevano ai modelli spagnoli in uso agli inizi del secolo e per lungo tempo continuarono a seguirli. Ogni reggimento di fanteria della linea nazionale era dotato di tre bandiere, una detta colonnella e le altre due sensiglie . Delle tre bandiere, tutte bianche, la colonnella recava al centro le armi r eal i sormontate da una corona, le due sensiglie recavano invece la croce di Borgogna formata da bastoni ross.i incrociati. I reggimenti stranieri avevano a volte bandiere con gl i stemmi denotanti la loro p rovenienza o con campi di altri colori (Real Macedonia campo cremisi). La colonnella di alcuni corpi della Casa Rea le era invece in seta cremisi. I reggimenti di cavalleria e d ragoni avevano stendardi e cornette con gli stessi ornamenti, ma con il campo r osso anziché bianco. I reggimenti provinciali avevano ai quattro angoli della colonnella le armi della provincia e sulle sensiglie oltre all'arme della provincia a nche l'indicazione del nome del reggimento. Ancora nel 1787, come è indicato dai quadri di F. Hackert, le colonnelle avevano al centro le armi real i sovrastate da un a corona (in oro e porpora) e circondate da un trofeo di bandiere ed arm i m ilitari dipinto in oro, e le sensiglie della fanteria di linea avevano il fondo bianco e recavano su ogni faccia una croce di Borgogna rossa che campeggiava da un angolo all'altro. Una bandiera di questo modello è fortunosamente sopravvissuta fino ad oggi, conservata nelle soffitte-magazzino del Museo d i S. Martino di Napoli. Essa è in seta bianca, di forma quadrata di circa un metro ed ottanta di lato, con due cravatte bianche e rosse bipartite verticalmente. E' estremamente probabile che questi siano i modelli delle bandiere dei reggimenti della linea all'inizio del periodo di nostro interesse. Di qualche anno posteriore, 1795, è la descrizione, ufficiale anche se piuttosto sommaria, dello stendardo del real Corpo delle Guardie, che aveva sostituito le guardie del Corpo, già data nel relativo capitolo. . Stendardo e bandie ra di questo Corpo eran o in cam po rosso con gigli d'oro

sp a r si, recanti al centro le armi reali. Con la restau razione del dominio borbonico nel 1800 l'esercito venne radicalmente riorgani zzato e vennero introdotte in uso nuove bandiere, la cui prima menzione, per quel che riguarda la fanteria, possiamo rintracciare nel Regolamento sul vestiario del 1° giugno 1800, le cui indicazioni furono poi riprese e confermate nel successivo Regolamento del 1803. In tale occasione si sancì l'abbandono sulle bandiere della croce di Borgogna, di derivazione orma i stranier a, sostituita con la croce costantiniana dell'Ordine di S. Giorgio, di carattere più schiettamente nazionale. 318


--All'articolo 20, delle Bandiere per uso della Infanteria il regolamento disponeva che ogni reggimento avesse sei bandiere, cioè due per ogni battaglione: una sarà denominata colonnella; tutte le altre sensiglif!,... Tutto il campo della bandiera colonnella sarà bianco d'ormesino a due capi ben battuto, della dimensione di palmi otto in quadro. Da una parte verrà ricamata in seta lo stemma delle nostre Regali Armi, dall'altra opposta vi sarà anche in ricamo la Croce Costantiniana, e sotto di essa le lettere iniziali indicanti il reggimento a color nero. Nei quattro angoli di ambo i campi vi saranno ricamati quattro gigli con seta gialla, in mezzo di una ghirlanda di alloro di figura ovale. Le bandiere sensiglie invece saranno costruite di stoffa, consimili a quella colonnella, e della medesima dimensione. In ambo le parti verrà ricamata la Croce Costantiniana, e sotto di questa le lettere iniziali. Nella A.S.K. Brown's Military Collection negli USA sono conservati due disegni originali che probabilmente accompagnavano il testo del regolamento, e sulla base di questi documenti sono state ricavate le tavole relative alle bandiere di questo periodo. Per quanto riguarda gli stendardi di cavalle ria, il citato r egolamento del giugno 1800 prevede che essi siano analoghi al le bandière de lla fanteria e un altro disegno della Collezione Brown ce ne fornisce un esemplare. Lo stendardo di cavalleria è quadrato, simile nei colori e nei disegni alla bandie ra di fanteria, montato su una lancia di cavalleria di tipo seicentesco, con una frangia dorata tutt'attorno a l drappo dello stendardo. Presso la Chambre des Députés di Parigi sono conserva te un certo numero di bandiere borboniche catturate dai Francesi nel 1806. Esse confermano le disposizioni citate e sono corrispondenti ai disegni di regolamento. Tra le bandiere catturate ve n'è una de lle truppe provinciali, del 1° reggimento di fanteria Abruzzo Citra, e nel verso anziché la Croce Costantiniana reca le armi della Provincia, con l'indicazione in ne ro dell e le tter e inziali del reggimento, come era previsto p er le truppe di linea. Questo fatto corrisponde alle prescrizioni ufficiali contenute nell'editto del 12 Luglio 1800 sull'istituzione della Milizia Provinciale, che all'articolo 16 disponeva: Le bandiere e gli stendardi dei reggimenti avranno impresso da una parte lo stemma delle Nostre Reali arme, e dall'altra quello della rispettiva provincia, coll'indicaz.ione numerativa del reggimento. Dopo l'invasione francc c;e, in Sic i Iia, vennero usate in molti casi le bandiere del vecchio ese rcito, anche se spesso i nomi dei reggimenti non corrispondevano più a quanto indicato sulle bandiere. Nel 1807 vennero introdotti nuovi modelli di bandiere, dei quali purtroppo non conosciamo nulla. Solo n ei provvedimenti relativi alla costituzione della real Armata dei volontari siciliani sj fa cenno alle bandiere di cui questi reparti dovevano essere provveduti, e che sappiamo essere state distribuite. Ogni battaglione dei reggimenti di guarnigione doveva avere due banòiere, 11n:1 ne :1vev:1110 i b8ttaglioni di cacciatori ed uno stendardo era in dotazione agli squadroni di dragoni leggeri. Tutte queste bandiere dovevano ave re il fondo bianco e portavano n el centro l'emblema dell'aquila di Sicilia in atto di volare, nel cui petto vi erano i tre gigli borbonici in oro. Ai quattro angoli della bandiera vi erano alternativamente le armi del valle e della città capoluogo cui il battaglione o lo squadrone erano riferiti. E' probabile che le bandiere della linea siano state analoghe (con i gigli al posto degli stemmi delle province e città), ma non abbiamo alcun elemento per suffragare questa ipotesi.

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Tavole


TAVOLA 1 - UFFICIALI 1789-98

Da sinistra a destra: Ufficiale medico 1790 - Tenente generale 1789. Le figure sono state tratte dal Regolamento sulle uniformi del 1789 e dall'esame di alcuni quadri e ritratti contemporanei.

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TAVOLA 2 - PARTICOLARI DEL REGOLAMENTO SULLE UNIFORMI DEL 1789

Fig. l Ricamo da Tenente Generale con bordino a cresta; - Fig. 2 Bottoni da Ufficiali Generali; - Fig. 3 Bordino a cresta per la giamberga di piccola tenuta degli Ufficiali Generali; - Fig. 4 Ricamo per Intendenti dell'Armata Commissari di Guerra; - Fig. 5 Bottoni da Commissari di Guerra o da Ufficiali degli Stati Maggiori d'Armata; - Fig. 6 Ricamo per l'uniforme di piccola tenuta dei Commissari Ordinatori o Intendenti; - Figg. 7 e 8 Ricami da Marescialli Generali d'Alloggio ed Aiutanti; - Fig. 9 Bottoni da Ufficiali Riformati o Ritirati; - Fig. 10 Bottoni per Ufficiali Sanitari; - Fig. 11 Rosone per le falde degli Ufficiali Sanitari; - Fig. 12 Alamaro da giamberga per i reggimenti illirici; Fig. 13 Alamaro da giamberghino per i reggimenti illirici; - Fig. 14 Alamaro da giamberga per i reggimenti esteri; - Fig. 15 Alamaro da giamberghino per i reggimenti esteri.

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TAVOLA 3 - FANTERIA 1789-98

Da sinistra a destra: Granatiere del reggimento «Calabria» in bassa tenuta con cappotto - Sergente del reggimento «Lucania» in alta tenuta sotto le armi: Distintivi del grado sono il bastone, i galloni alle maniche e la daga (cangiarro). Le immagini sono tratte dal Regolamento sul vestiario del 1789 e da un quadro di Filippo Hackert (Manovre nella Piana di Sessa) conservato alla Reggia di Caserta.

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TAVOLA 4 - FANTERIA 1789-98

Da sinistra a destra: Cacciatore del reggimento «Siracusa» - Caporale dei granatieri del reggimento estero «Regina». Anche questi personaggi sono tratti dal regolamento 1789 e dalle tavole che lo accompagnano, alcune delle quali ci sono pervenute solo in bianco e nero (Museo Nazionale di Zurigo). Il curioso cappello «a pan di zucchero» del Granatiere, illustrato in una delle suddette tavole, è confermato da un quadro di Hackert e da alcuni figurini su seta, con parti in metallo a sbalzo, conservati al Museo del Risorgimento di Palermo, che probabilmente costituivano una serie ufficiale sulle uniformi dei corpi dell'esercito borbo~ ico.

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TAVOLA 5 - FANTERIA 1789-98

Da sinistra a destra: Guastatore del reggimento «Real Napoli» - Tamburo del r eggimento «Real Borbone». I Guastatori portano l'uniforme dei Granatieri, sulla quale indossano il grembiule di cuoio. La disposizione degli alamari e dei galloni del Tamburo sono state tratte da un quadro di F. Hackert («Porto di Pizzo Calabro») conservato al Museo di S. Martino a Napoli. La cassa del tamburo era in rame e portava in rilievo a sbalzo le Armi del regno delle Due Sicilie.

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TAVOLA 6 - FANTERIA 1789-98. Brigata Illirica

Da sinistra a destra: Fuciliere del I O reggimento - Ufficiale del 2° reggimento. La foggia delle figure, che indossano il tipico abito balcanico, è tratta dalla serie di figurini in seta dell'Ognibene (Museo del Risorgimento di Palermo) e da alcuni quadri dell'epoca (Palazzo Reale a Napoli), che mostrano i soldati della Brigata.

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TAVOLA 7 - FANTERIA 1789-98

Da sinistra a destra: Ufficiale del reggimento estero «Re» - Ufficiale dei Cacciatori volontari di frontiera. La foggia dell'uniforme dell'ufficiale estero è identica a quella degli altri reggimenti di fanteria naziona1.e, ad eccezione degli alamari al petto, ai paramani ed alle tasche. La forma degli alamari è mostrata nella tavola 2. L'ufficiale dei Cacciatori Volontari di Frontiera veste un abito dello stesso taglio di quello degli ufficiali di fanteria, con i colori del proprio reggimento.

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TAVOLA 8 - FANTERIA 1789-98

Da sinistra a destra: Fuciliere di Montagna - I 796. Soldato delle Milizie Provinciali - 1790. L'abito del Fuciliere di montagna è derivato da quello indossato dai Micheletti Catalani, che costituiscono la base del Corpo, e si presenta come aspetto molto vicino ai costumi civili dell'epoca. Il soggetto è stato tratto da una stampa coeva che mostra un componente del Corpo. Il Miliziotto, delle Milizie di Principato Citra, è vestito con una uniforme simile a quella della fanteria di linea nel 1786. I particolari sono stati desunti dalle situazioni sui materiali effettivamente impiegati nella costruzione delle uniformi, come risulta dalle carte della Giunta del Vestiario (Sez. Militare, Archivio di Stato di Napoli).

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TAVOLA 9 - FANTERIA 1789-98

Da sinistra a destra: Cacciatore volontario albanese - 1798. Cacciatore Reale - 1797. L'uniforme del Cacciatore Albanese è stata tratta da un figurino contemporaneo del pittore Progenie, che ha realizzato diverse serie di figurini ufficiali alcune delle quali sono presentate nelle tavole successive. Non abbiamo ritrovato alcun elemento di conferma di questa tenuta, ma abbiamo ritenuto di proporla egualmente. :È probabile che in tenuta gionaliera i Volontari Albanesi indossassero il lungo camicione cinto in vita da una sciarpa a formare un gonnellino. Il Cacciatore Reale, Corpo privilegiato per essere addetto ai «piaceri» del Re accanito cacciatore egli stesso, è desunto da un figurino della serie su seta del palermitano Gaetano Ognibene.

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TAVOLA 10 - CAVALLERIA 1789-98

Da sinistra a destra: Ufficiale del reggimento «Borbone» in piccola tenuta - Tromba del reggimento «Tarragona» in gran tenuta.

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TAVOLA 11 - CAVALLERIA 1789-98

Da sinistra a destra: Comune del reggimento «Re» in piccola tenuta - Carabiniere del reggimento «Sicilia» in gran tenuta. Il Regolamento sul vestiario della Cavalleria del 1791, in virtù del quale la Cavalleria assunse un aspetto esteriore di stampo decisamente prussiano, è magistralmente illustrato in un quadro di Filippo Hackert, dalle immagini del quale è stata tratta l'illustrazione. La foggia della gualdrappa r imase immutata per lungo tempo.

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TAVOLA 12 - CORPO REALE 1789-98

Da sinistra a destra: Artigliere del 1° reggimento - Ufficiale. L'uniforme dell'artigliere e dell'ufficiale sono quelle prescritte dall'Ordinanza del Corpo Reale del dicembre 1788, integrata da successive disposizioni. Uartigliere è tratto da un figurino della se rie dell'Ognibene, mentre l'ufficiale è stato ispirato da alcuni ritratti dell'epoca.

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TAVOLA 13 - CORPO REALE 1789-98

Da sinistra a destra: Artigliere in tenuta da travaglio - Piffero in piccola tenuta. Come nel caso della figura precedente il colore della punta del pennacchio e la nappina sottostante distinguevano brigata e compagnia di appartenenza (in gran tenuta l'abito di tamburi e pifferi era ornato pròbabilmente come quello delle fanteria; il regolamento descrive solo la picccola tenuta).

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TAVOLA 14 - FANTERIA 1799

Da sinistra a destra: Comune del reggimento «Principato Ultra» - Granatiere del Battaglione nazionale della Guardia Reale. Si tratta di un'uniforme di transizione che già prelude nella foggia a quella bianca adottata successivamente. Il granatiere è vestito «alla Russa», con la particolarità che la placca della mitria è fregiata dell'aquila siciliana.

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TAVOLA 15 - CORPI DI CASA REALE 1800-04

Da sinistra a destra: Alabandieri Reali Granatieri• Guardie Reàli. Il granatiere indossa la nuova uniforme rossa che sostituì quella «alla Russa» e il cui colore distinguerà i Granatieri della Guardia Reale per oltre 50 anni.

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TAVOLA 16 - FANTERIA 1800-04

Da sinistra a destra: Tenente Colonnello del reggimento «Abbruzzi» in gran tenuta - 1° sergente del reggimento «Real Ferdinando» in gran tenuta.

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TAVOLA 17 - FANTERIA 1800-04

Figurini ufficiali d'epoca: da notare che l'ufficiale porta al cappello una fascia rossa e non quella d'argento sormontata dalle cifre reali prevista dal regolamento. Nel 1803 il reggimento «Principessa Reale» adotterà il celeste come colore distintivo.

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TAVOLA 18 - FANTERIA 1800-04

Da sinistra a destra: Guastatore del reggimento «Reali Presidi» in gran tenuta - Piffero del reggimento «Principessa Reale» in piccola tenuta - 1803.

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TAVOLA 19 - FANTERIA 1800-04

Da sinistra a destra: Comune del reggimento ÂŤReal CarolinaÂť - Comune del battaglione Invalidi. Da notare i bottoni ai paramani che il regolamento del 1803 non menziona.

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TAVOLA 20 - FANTERIA 1800-04

Da sinistrà a destra: Comune del reggimento «Real Alemagna" - Granatiere del reggimento «Real Albania». Nel 1803 l'uniforme rossa sarà sostituita da quella blu.

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TAVOLA 21 - FANTERIA 1800-04

Da sinistra a destra: Granatiere del reggimento «Real Abbruzzi» - 1802. Granatiere del reggimento «Real Macedonia» - 1804. Nel 1803 il berrettone da granatieri per i reggimenti nazionali viene modificato con una borsa di panno ed il reggimento «Real Abbruzzi» muta colore delle mostre.

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TAVOLA 22 - FANTERIA 1800-04

Bandiere Colonnella (recto e verso) e Sensiglia.

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TAVOLA 23 - FANTERIA 1800-04.

Da sinistra a destra: Tenente del battaglione cacciatori calabri in gran tenuta - Tamburo del battaglione cacciatori appuli in tenuta giornaliera.

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TAVOLA 24 - FANTERIA 1800-04

Da sinistra a destra: sopra, Comune del battaglione cacciatori sanniti - Comune del battaglione cacciatori campani; sotto, Com une del battaglione cacciatori calabri - Comune del battaglione cacciatori appuli.

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TAVOLA 25 - FANTE RIA 1800-04

Da sinistra a destra: Comune del battaglione cacciatori aprutini - Comune del battaglione cacciatori albanesi

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TAVOLA 26 - CAVALLERIA 1800-04

Il primo Ufficiale cinge una fascia rossa e non quella rosso e argento prevista dal regolamento del 1803 che la prescrive rossa per i soli portastendardo, mentre quello in ÂŤroccappottoÂť ha la base del pennacchio nera che non risulta da nessuna disposizione a conoscenza degli Autori.

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TAVOLA 27 - CAVALLERIA 1800-04

Da sinistra a destra: Tromba del reggimento «Principe II» - Portastendardo del reggimento «Principe I». Queste figure, desunte dal Regolamento sul Vestiario dell'esercito, in tegrano la serie delle figure originali del Progenie, che sono presentate nelle pagine di questa opera. Come si può notare la foggia generale dell'uniforme è praticamente uguale a quella del periodo precendente, ma è stato semplificato il sistema dei galloni distintivi alle mostre, sostituiti con strisce di panno di colore del reggimento. Lo stendardo di Cavalleria, che conservava l'asta di stile seicentesco ancora impiegata in più parti d'Europa, è stato tratto da una delle poche illustrazioni ufficiali sulle bandiere borboniche.

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TAVOLA 28 - CAVALLERIA 1800-04

Da sinistra a destra: Comune del reggimento «Regina» in gran tenuta. Comune del reggimento «Principe II» in sopracalzone.

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TAVOLA 29 - CAVALLERIA 1800-04

Dragone leggero in gr an tenuta - 1800.

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TAVOLA 30 - CORPO REALE 1800-04

Da sinistra a destra: Aiuta nte dei reggimenti di Artiglieria - P ioniere in gran tenuta.

380


TAVOLA 31 - CORPO REALE 1800-04

Da sinistra a destr a : Artigliere del reggimento di Artiglieria ÂŤReÂť in gran tenuta - Pioniere in giacchetto di travaglio.

382


TAVOLA 32 - MILIZIE PROVINCIALI 1800-04

Da sinistra a destra: Musicante del reggimento dragoni di Matera - Portabandiera del reggimento di fanteria di Terra di Lavoro.

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TAVOLA 33 - MILIZIE PROVINCIALI - 1801

Bandiera del reggimento Abbruzzo Citra. Stemmi delle Province: I Napoli - 2 Contado di Molise 3 Principato Ci tra - 4 Principato Ultra - 5 Basilicata - 6 Capitanata - 7 Abbruzzo Ultra I O - 8 Abbruzzo Ultra 2° - 9 Calabria Citra - 10 Calabria Ultra - 1 I Terra di Lavoro - 12 Terra di Bari - 13 Terra d'Otranto.

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TAVOLA 34 - CORPO REALE 1804

Da sinistra a destra: Conducente del Treno d'Artiglieria e Regi Bagagli - Artigliere.

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TAVOLA 35 - STATO MAGGIORE 1808-12

Da sinistra a destra: Guida dello S.M. - 1812. Ufficiale Generale - 1808-12.

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TAVOLA 36 - STATO MAGGIORE 1808-12

Da sinistra a destra: Guida dello S.M. smontata - 1812. Guida, a piedi, della Real Corona - 1810.

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TAVOLA 37 - FANTERIA 1808-12

Da sinistra a destra: Ufficiale dei Granatieri Guardie Reali in gran tenuta. Ufficiale dei Granatieri Guardie Reali in tenuta di campagna.

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TAVOLA 38 - FANTERIA 1808-12

Da sinistra a destra: Guastatore dei Granatieri Guardie Reali in gran tenuta. Tamburo dei Granatieri Guardie Reali in gran tenuta

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TAVOLA 39 - FANTERIA 1808-12

Da sinistra a destra: Comune dei Granatieri GĂšardie Reali in gran tenuta. Comune dei Granatieri Guardie Reali in tenuta di campagna

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TAVOLA 40 - FANTERIA 1808-12

Da sinistra a destra: Ufficiale dei Volteggiatori di S.A.R. in gran tenuta inve1:nale. Comune dei Volteggiatori di S.A.R. in gran tenuta estiva.

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TAVOLA 41 - FANTERIA 1808-12

Da sinistra a destra: Musicante del reggimento di linea« Val di Noto». Tromba dei Volteggiatori di S.A.R. .

Il colore di fondo dell'abito del musicante è più probabilmente blu scuro, come per il resto dell'esercito. Il colore riportato nella tavola è quello che risulta dalla pittura dell'epoca, su seta, da cui il figurino è tratto.

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TAVOLA-42 - FANTERIA 1808-12

Da sinistra a destra: Ufficiale del reggimento estero. Comune del reggimento estero.

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TAVOLA 43 - FANTERIA 1808-12

Da sinistra a destra: Fuciliere del reggimento «Real Sanniti». Ufficiale del reggimento «Valdemone».

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TAVOLA 44 - FANTERIA 1808-12

Da s inistra a destra: Comune del reggimento« Reali Presidi» in cappo tto. Piffero dei granatieri del reggimento «Val di Noto».

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TAVOLA 45 - FANTERIA 1808-12

Da sinistra a destra: Granatiere del reggimento «Reali Presidi» in g ran tenuta estiva. Granatiere del r eggimento «Valdimazzara» in tenuta di servizio estiva.

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TAVOLA 46 - FANTERIA 1808-12

Da s inistra a destra: Volteggia tore del reggimento «Reali Presidi». Fucilie re del r eggimento «Real Sanniti» in tenuta di esercizio es tiva.

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TAVOLA 47 - FANTERIA 1808-12

Da sinistra a destra: Volteggiatore del reggimento ÂŤVolontari EoliÂť. Ufficiali dei Vo lteggiatori del reggimento estero.

414


TAVOLA 48 - FANTERIA 1808-12

Da sinistra a destra: Comune del reggimento « Volontari Boli». Cacciatore albanese.

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TAVOLA 49 - FANTERIA 1808-12

Comuni del battaglione cacciatori albanesi.

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TAVOLA 50 - FANTERIA 1808-12

Da sinistra a destra: Cacciatore della Reale Armata dei Volontari Siciliani- reggime nto ÂŤValdimazzaraÂť. Comune del reggimento cacciatori di Philipstahl.

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TAVOLA 51 - FANTERIA 1808-12

Granatiere (fronte e retro) in gran tenuta dei reggimenti di guarnigione ÂŤValdimazzara", della Real Armata dei Volontari Siciliani.

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TAVOLA 52 - FANTERIA E CAVALLERIA 1808-12

Da s inistra a destra: Ufficiale dei dragoni della Real Armata dei Volontari - 1° r eggimento «Valdimazzara". Cacciatore volo ntario del r eggimento «Valdimazzara».

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TAVOLA 53 - CAVALLERIA 1808-12

Dragone della Real Armata dei Vo lontari Siciliani. Da notare che il figurino ufficiale dell'epoca non indica a collo e paramani il colore distin tivo del Valle in quanto si tratta, probabilmente, del modello dell'uniforme che è unico per tutti i Valli.

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TAVOLA 54 - CAVALLERIA 1808-12

Da sinistra a destra: Ufficiale del reggimento «Principe Reale». Comune del reggimento «Principe Reale».

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TAVOLA 55 - CAVALLERIA 1808-12

Da sinistra a destra: Ufficiale del reggimento« Valdemone » in spenzer. Comune del reggimento «Principe Reale» in p iccola tenuta.

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TAVOLA 56 - ARTIGLIERIA E GENIO 1808-12

Da sinistra a destra: Ufficiale del r eggimento di Artiglieria a piedi in gran tenuta. Ufficiale della brigata dei pionieri in gran tenuta.

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TAVOLA 57 - ARTIGLIERIA E GENIO - 1808-12

Da sinistra a destra: Artigliere del reggimento di Artiglieria a piedi. Artigliere della mezza brigata di Artiglieria a cavallo.

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TAVOLA 58 - ARTIGLIERIA E GENIO 1808-12

Da sinistra a destra: Artigliere a cavallo in piccola tenuta. Artigliere a piedi in gran tenuta.

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TAVOLA 59 - ARTIGLIERIA E GENIO 1808-12

Da sinistra a destra: Artefice del reggimento di Artiglieria a piedi. Comune della brigata dei pionieri.

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TAVOLA 60 - ARTIGLIERIA E GENIO 1808-12

Da sinis tra a destra: Ufficiale dei dragoni del Treno. Ufficiale del Tr eno di Artiglieria e Regi Bagagli.

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TAVOLA 61 - ARTIGLIERIA E GENIO 1808-12

Da sinistra a destra: Sottufficiale del Treno. Vetturino del Treno.

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TAVOLA 62 - EQUIPAGGIAMENTI 1808-12

Questa tavola e le due successive, come alcune delle tavole precedenti, permettono di osservare come gli equipaggiamenti dei vari reparti presentassero notevoli diversità , mentre, di norma, le disposizioni rego­ lamentari descrivono equipaggiamenti uguali per tutti i corpi.

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TAVOLA 63 - EQUIPAGGIAMENTI 1808-12

Da sinistra a destra: Art igliere a piedi - 1809. Guida della Real Corona - 1809.

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TAVOLA 64 - EQUIPAGGIAMENTO E TENUTE DI ESERCIZIO 1808-12

Da sinistra a destra: in alto, Artigliere a piedi e Volteggiatore estero; in basso, Granatiere estero e Vo lteggiatore di S.A.R ..

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TAVOLA 65 - TENUTE DI QUARTIERE 1808-12

Da sinistra a destra: in alto, Granatiere Reale e Cacciatore albanese; in basso, Artigliere a cavallo e Artigliere a piedi.

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TAVOLA 66 - FANTERIA 1812-15

Da sinistra a destra: Fuciliere del 1 ° reggimento estero. Ufficiale dei granatieri di un reggimento sicilia­ no.

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TAVOLA 67 - CAVALLERIA 1812-15

Da sinistra a dest ra: Comune. Ufficiale in piccola tenuta.

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TAVOLA 68 - GENIO 18 12-15

Ufficiale del Genio: fig. 1 - gran tenuta; fig. 2 - fregio della spallina; fig. 3 - bottone; fig. 4 - falde dell'abi lo; fig. 5 - piccola tenuta.

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Ringraziamenti Quest'opera è stata resa possibile anche grazie alle ricerche d'archivio di Guglielmo Peirce che ha messo a disposizione degli autori il materiale da lui raccolto in anni di ricerca. Gli autori desiderano ringraziare per la collaborazione generosamente prestata la direzione ed il personale dell'Archivio di Stato di Napoli, della Società Napoletana di Storia Patria, della Biblioteca Militare Centrale, della Biblioteca d'Artiglieria e del Genio, della New York Public Library, della Anne S.K. Brown Military Collection, della Biblioteque Nationale di Parigi, della Biblioteca Nazionale di Napoli, della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma, del Museo Nazionale di Capodimonte, del Museo Nazionale di San Martino, del Museo Civico di Filangieri, nonchÊ i signori Massimo Fiorentino, Ernesto G. Vitetti, Roger Forthoffer, Paolo Favaloro, Roberto Selvaggi., Carlo di Somma, Maria Antonietta Arpago, Daria Storchi, Raffaele della Vecchia, Raffaele Martucci, Achille Di Salle, Giovanni Bono, Salvatore Racise, Lena Mazzarotta, Enrico Mirante, Antonio Formicola, Richard B. Harrington ed Harry Smith. Le schede sulle armi alle pagine 181 e 182 sono state redatte da Silvio Cimmino e quelle alle pagine 183, 184 e 185 da Gaetano Fiorentino. I

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Bibliografia generale

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