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Indice Presentazione ........................................................................................................ 3 Gen. D. Attilio Claudio Borreca Dalle speranze del 1848 alla realtà dell’Unità d’Italia ........................................ 4 Col. Nicola Serra La spedizione dei Mille 150 anni dopo .............................................................. 14 Gen. B. Ernesto Bonelli 4 maggio 1861 la nascita dell’Esercito Italiano ................................................ 28 Ten. Col. Fabrizio Giardini L’Unità d’Italia attraverso le sue battaglie decisive .......................................... 42 Dott. Norino Cani e Prof. Pietro Compagni Il Tricolore dal Regno di Sardegna a Roma capitale, 1848-1871 ...................... 50 Michele Petrolo 20 settembre 1870, Roma è italiana .................................................................. 58 Magg. Gen. Rodolfo Mayer Un Eroe del 1915-18 ......................................................................................... 64 Ten. Col. Filippo Cappellano L’evoluzione della fanteria italiana nella Grande Guerra ................................. 72 Gen. B. Ernesto Bonelli La XII battaglia dell’Isonzo - la Manovra in ritirata della 3a Armata ........... 78 Col. Lorenzo Cadeddu e Ten. Manuela Della Giustina La leggenda del Milite Ignoto ........................................................................... 96 Ten. Col. Giuseppe Fernando Musillo Trieste all’Italia, 3 novembre 1918 - 26 ottobre 1954 ..................................... 112


Presentazione Il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, che si è solennemente celebrato nel corso di quest’anno, ha offerto l’occasione per rivisitare alcune delle tappe più significative del processo unitario e, in tale contesto, per rievocare il ruolo primario svolto dall’ Esercito Italiano. L’Unificazione Nazionale, iniziata in epoca risorgimentale con la splendida epopea garibaldina e la successiva realizzazione dell’agognato sogno di Roma capitale, si compì definitivamente con la Grande Guerra. In quella immane tragedia, attraverso le indicibili sofferenze patite nelle trincee del Carso, gli Italiani si ritrovarono uniti e, per la prima volta dalla caduta dell’Impero Romano, divennero un popolo e una Nazione. Si realizzava, in tale modo, una delle missioni affidate alla Forza Armata, all’atto della sua istituzione: concludere l’opera intrapresa dai padri del risorgimento nazionale e, «fatta l’Italia», contribuire a «fare gli Italiani». Da allora l’ Esercito è stato costantemente protagonista della nostra storia nazionale, che è letteralmente costellata dagli innumerevoli episodi in cui i nostri soldati si sono distinti, soprattutto nei momenti più difficili, per impegno, abnegazione e senso del dovere, giungendo anche all’eroico sacrificio della propria vita, con il solo intento di preservare l’integrità nazionale e i confini del nostro Paese e tenendo fermamente fede al giuramento di fedeltà prestato. Sono orgoglioso di affermare che, dal primo Capo di Stato Maggiore, Generale Enrico Cosenz, fino ad oggi, i compiti e il ruolo dell’ Esercito sono rimasti chiari e definiti ... una Forza Armata sempre e comunque al servizio dello Stato e dei suoi cittadini ... una risorsa insostituibile per il Paese. E proprio il quotidiano impegno dell’ Esercito - in questi 150 anni, ha dimostrato di essere un’Istituzione sempre presente ed efficace, pronta e disponibile, assolutamente leale e affidabile, «pulita» e trasparente - ritengo rappresenti il più bell’esempio, per tutti gli Italiani, in occasione del 150° anniversario della nostra Unità Nazionale.

Il Capo di Stato Maggiore dell’ Esercito Gen. C. A. Giuseppe Valotto

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DALLE SPERANZE DEL 1848 ALLA REALTÀ DELL’UNITÀ D’ITALIA


I50° anniversario Unità d’Italia

DALLE SPERANZE DEL 1848 ALLA REALTÀ DELL’UNITÀ D’ITALIA L’autore ripercorre le fasi più concitate della storia dell’Unità d’Italia partendo dai sogni del 1848, che destarono la coscienza popolare e posero le basi per un concreto progetto unitario, passando attraverso la lungimirante azione politica e diplomatica del Conte di Cavour, fino all’eroica impresa dei Mille. Questa fu resa possibile dal suo condottiero, capace, più di chiunque altro, di interpretare le esigenze dell’epoca e di trovare la chiave alla soluzione del problema unitario.

Con una frase forse un poco troppo logora e un poco troppo abusata ma, ad ogni modo, assai convincente, si è soliti dire che il 1848 rappresenta la «primavera dei popoli». Nulla di più esatto. Questo, infatti, è il segno inconfondibile del 1848 italiano ed europeo, in cui il profondo anelito al riscatto delle libertà civili, politiche e sociali e l’aspirazione vivissima alla conquista dell’indipendenza dalla soggezione straniera sono motivi più che mai evidenti nelle genti che, scrollandosi dal torpore di decrepite istituzioni, si sentirono pervase da un giovanile fremito di rinascita. Per la difesa di nobili principi e di conculcati diritti, si ribellarono alla tirannide di estranee dominazioni e all’assolutismo di Governi reazionari, inaugurando una nuova era nella storia dei popoli. E anche se i

risultati pratici furono piuttosto scarsi, questi scompaiono in presenza delle idee agitate e dei grandi insegnamenti del Quarantotto. In Italia, poi, nonostante i disastri militari, le diatribe di parte, le manchevolezze di ogni genere, la dichiarata incapacità e immaturità della classe dirigente, il 1848 compendia tutti quegli elementi per cui si è nel vero se si afferma che la grandezza di tale anno sta nel fatto di aver finalmente risvegliato la coscienza civile e politica dei ceti popolari e di aver posto le premesse per la realistica politica estera del Piemonte nel periodo compreso tra l’armistizio di Vignale del marzo 1849, seguito dall’infausta battaglia di Novara, e il rifiuto da parte di Cavour, nell’aprile del 1859, dell’ultimatum austriaco di Villafranca.

LA LUNGIMIRANTE AZIONE POLITICA DI CAVOUR Il Quarantotto italiano ha alla sua base un complesso di ragioni ideali e contingenti, la cui soluzione costituisce il problema centrale del Risorgimento. Alla vigilia dei primi movimenti rivoluzionari, la questione che più assilla gli uomini maggiormente preparati è quella di trovare una formula di equilibrio tra il vecchio mondo conservatore e l’imprescindibile bisogno di libertà e di progresso. Contrasto politico e anche sociale, che trovò più tardi la sua soluzione nella condotta liberale: nell’ambito dello Stato e nel rispetto della A sinistra. Vittorio Emanuele II di Savoia, Re d’Italia (Torino, 14 marzo 1820 - Roma, 9 gennaio 1878). In apertura. Vittorio Emanuele II incita le truppe sarde in combattimento.

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libertà; questa antitesi fu composta dall’azione di Cavour. L’idea liberale, alla prova dei fatti, si dimostrò come l’unica forza capace di riunire e rinvigorire le diverse aspirazioni unitarie. Le correnti che, nella primavera del riscatto italico, non seppero trovare, o meglio costruire, una piattaforma comune sulla quale procedere di concerto nell’interesse della stessa causa troveranno, pochi anni dopo, nella teoria del «juste milieu» del Conte di Cavour, il motivo in cui confluire e, in concordia di intenti, lottare per uno scopo comune. Il Quarantotto italiano praticamente fu un insuccesso, per la carenza appunto di una forza atta a conciliare impulsi e tendenze del tempo. Nessuno dei partiti e dei movimenti di allora fu in grado di assolvere tale compito mediatore. Non il partito mazziniano, quello che avrebbe dovuto guidare la rivoluzione, perché in crisi, specie dopo il fallimento dei suoi metodi insurrezionali. Parecchi proseliti del partito rivoluzionario si erano allontanati da Giuseppe Mazzini, e anche la borghesia, la quale in passato aveva alimentato le fila dei cospiratori, nel 1848 aveva assunto un contegno piuttosto freddo, guardingo di fronte al programma dell’esule genovese, la cui opera, ispirata da Camillo Benso Conte di Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). una concezione essenzialmente spiritualistica e universalistica della vita, fu efficiente solo nella fase eroica del Risorgimento. La sua dottrina, dal substrato etico-religioso, aspur rimanendo nell’ambito federativo austriaco. solse una funzione educativa di fondamentale imAl concetto unitario mazziniano, egli intese sostiportanza, in quanto convinse della necessità di cretuire quello federativo e la federazione austriaca dere nell’Italia, di lottare e di morire per lei, ma non avrebbe dovuto essere il primo passo verso quella fu, però, feconda di effetti nel campo pratico delle europea. La formula «Stati Uniti d’Europa», da lui realizzazioni. Anzi, dopo il 1849, a contatto con la lanciata nell’autunno del 1848, rafforzò maggiordura realtà in cui si dovette dibattere la questione mente il suo progetto che non si ispirava certo a italiana, Mazzini talvolta si comportò in maniera da principi di nazionalità, bensì a quelli di Patria coscalfire il suo prestigio. In opposizione ai sostenitori mune a tutti gli uomini liberi. Cosicché si comdel particolarismo municipale, prende chiaramente come Categli auspicò il rinnovamento potaneo si sia battuto con enerlitico del Paese mediante forme Il Quarantotto italiano ha gia, dopo il 23 marzo 1848, unitarie: il suo principio nazio- alla sua base un complesso affinchè il popolo lombardo, al nale, universalmente e religiosapiemontese, preferisdi ragioni ideali e contin- soccorso mente concepito, poggiò sulla lise un’alleanza con la Francia bertà dell’individuo nella libertà genti, la cui soluzione co- repubblicana e democratica. stituisce il problema centra- Diversamente, avvalendosi cioè dei popoli. A differenza di Giuseppe le del Risorgimento dell’aiuto della monarchia saMazzini, che vedeva nell’Unità bauda, si sarebbero tradite la la condizione essenziale per il rivoluzione e la democrazia: progresso delle genti, Carlo Cattaneo la identificò solo con mezzi rivoluzionari si sarebbe potuta siinvece nel Federalismo che, secondo lui, costituistemare onorevolmente la Lombardia. La rivoluva il vero baluardo delle libertà dell’individuo. zione, nei propositi del Cattaneo, doveva rappreNelle autonomie regionali essi poi videro lo svisentare una trasformazione che non poteva esseluppo democratico; non solo, ma sostennero anre attuata da forze monarchiche, che egli riteneva che l’esigenza di conquistare la Libertà prima delconservatrici e illiberali. Solo le armi della Seconl’Indipendenza. Ciò spiega il programma graduale da Repubblica francese, depositaria degli immordi riforme politiche e civili immaginate da Cattatali principi del 1789, avrebbero assicurato il neo sulla fine del 1847, riforme che avrebbero trionfo della rivoluzione lombarda. dovuto restituire al Lombardo-Veneto la libertà, Quale sia stato poi l’atteggiamento della Francia è

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aprile 1848, nella quale il Papa ritornò sulle vecchie posizioni conservatrici della Santa Sede.

LE INCERTEZZE PIEMONTESI

Giuseppe Mazzini (Genova, 22 giugno 1805 – Pisa, 10 marzo 1872).

risaputo, e, in parte, giustifica le ragioni per cui Carlo Alberto cercò di evitarne ogni ingerenza nelle vicende di casa nostra. Certamente, motivi dinastici si accompagnarono alle ragioni ideali nel determinare le deliberazioni sovrane, ma non si ritiene che per ciò si possa parlare di tradimento di Carlo Alberto nei riguardi della causa italiana. Neppure l’idea neo-guelfa, che tanto entusiasmo aveva suscitato, specie nel biennio precedente la rivoluzione, seppe attuare l’azione conciliativa che molti allora si ripromettevano. Le concessioni di Pio IX salutate come la panacea di tutti i mali italiani, mentre a ben vedere, e tenuto conto di quanto altri popoli avevano già compiuto sulle vie della libertà, furono meno che minime - determinarono una svolta nella storia della nostra redenzione. Non poca autorità esse conferirono al principio moderato interpretato da Gioberti, da D’Azeglio, da Durando e da altri ancora che, agli eccessi e agli orrori della rivoluzione, anteponevano una politica di riforme. Il Neo-Guelfismo, più che un partito, fu un’opinione pubblica assai diffusa; esso riecheggiò i motivi religiosi e nazionali del cattolicesimo liberale. Il sogno neo-guelfo di ricostruire l’Italia, sotto la guida del Papa, a Stato nazionale, riprendendo il suo Ufficio di civiltà nel mondo, inebriò gli Italiani, ma svanì alle prime battute della guerra contro l’Austria. La funzione universale, propria della Chiesa cattolica, urtò inesorabilmente contro la missione che il Papato avrebbe dovuto attuare, determinando così la nota allocuzione di Pio IX, del 29

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Toccò, quindi, al Piemonte e ai Savoia impersonare le aspirazioni dei patrioti e farsi assertori del moto nazionale nella lotta contro l’Austria. Ma la tradizionale politica dinastica del Piemonte, verso la quale fatalmente, e forse nonostante il suo stesso volere, anche Carlo Alberto fu trascinato, cozzò contro i disegni dei democratici i quali ambivano pure, mentre cercavano di affrancarsi dal servaggio asburgico, a nuove forme di reggimento politico e a nuove guarentigie sociali. Il Piemonte, in cui primeggiavano ancora l’aristocrazia e la casta militare, non potè accogliere il programma rivoluzionario del partito democratico: libertà e indipendenza sì, ma sempre nel giro della politica piemontese manovrata da elementi non certo liberali e per i quali, a differenza di Carlo Alberto, la guerra contro l’Austria non significò una rivolta ideale, bensì una ripresa della politica espansionistica del Piemonte. Non una superiore veduta sorresse i dirigenti sardi, ma un immediato ed egoistico tornaconto che suscitò sospetti e rancori in coloro che avrebbero dovuto essere i naturali alleati del Piemonte, cioè nei Lombardo-Veneti. Sospetti e rancori che furono ripagati con altrettante diffidenze, a scapito della causa comune. Gran parte dei Piemontesi, specie quelli vicino al Re, non seppero, o non vollero, considerare il Lombardo-Veneto se non come terra di conquista da aggregare al Piemonte e non da riscattare dall’oppressione straniera. E in questa sbagliata valutazione sta, forse, uno degli errori più gravi che vietò agli uni e agli altri di comprendersi, di dare il bando ad assurde e dannose rivalità regionali e di avere sempre presente la santità del fine per il cui conseguimento avrebbero dovuto lottare affratellati. Si sono così delineate le forze che, nell’empito rivoluzionario del ’48 e nel rapido incalzare di fatti e contrasti, agirono nella vana illusione che l’Italia potesse fare da sé e, purtroppo, mancarono allo scopo per una errata impostazione della questione, la quale non poteva essere risolta al di fuori del gioco diplomatico delle grandi potenze. La Prima Guerra d’Indipendenza aveva avuto termine con la netta, indiscutibile supremazia delle forze austriache. Cinque giorni furono sufficienti all’Armata di Radetzky per debellare, nel marzo del 1849, le velleità piemontesi. Nondimeno a Novara non tutto andò perduto. Anzi, la fermezza di Vittorio Emanuele, in occasione del colloquio di Vignale, e la successiva sua azione, conclusasi con il manifesto di Moncalieri del 20 novembre, segnarono la vittoria del principio costituzionale monarchico sulle correnti retrive e rivoluzionarie del Paese.


Grazie all’accorta politica del giovane Re, il Piemonte, mentre ovunque dilagava la reazione più accanita, divenne il punto luminoso cui guardavano i patrioti più anelanti a libertà e indipendenza. Il proclama di Moncalieri, è stato giustamente rilevato, non solo impegnò i destini del Piemonte, ma decise anche il corso del Risorgimento. Il costituzionalismo instaurato dal Sovrano e dal suo Primo Ministro, Massimo D’Azeglio, si spogliò del primitivo carattere regionale, per assumerne uno più ampio, di maggiore respiro, in cui potessero convergere e riassumersi le aspirazioni nazionali. Infatti, gli esuli di ogni regione, affluiti a Torino e accolti come fratelli, favorirono il disgregarsi della «vecchia mentalità municipale» e la fusione nel più «vasto crogiuolo italiano». Fu precipua fatica del Conte di Cavour proseguire, sviluppare e completare l’opera di D’Azeglio ed è innegabile che, nei primi anni di governo, egli dedicò ogni cura alla rinascita interna del Paese. Se egli riuscì, nel volgere di un non lungo periodo, a fare del Piemonte un «grand petit pays», mai dimenticò che per favorire l’ingresso del Piemonte nel consesso europeo, cui era subordinata l’indipendenza italiana, occorreva preparare giorno per giorno gli elementi del piano da realizzarsi con audacia e tempestività nell’ora delle irrevocabili risoluzioni. Si può

Le cinque giornate di Milano (18-22 marzo 1848).

dire che il rinnovamento del Paese sia stato compiuto in previsione di questa ora, tanto è vero che quando l’intervento alla guerra di Crimea - intervento che segna l’inizio della lungimirante politica nazionale di Cavour - si profilò all’orizzonte, il Piemonte poteva contare su un Esercito, se non numeroso, ricostituito e disciplinato e su una situazione finanziaria di gran lunga migliore di quella del 1849. Il Piemonte, fortemente osteggiato dall’Austria e dagli altri Stati della Penisola, non era in condizioni di conseguire da solo l’unità, né tantomeno di scontrarsi vittoriosamente con il colosso asburgico, senza la collaborazione di una terza potenza. Dal giorno della rottura delle relazioni diplomatiche con l’Austria, Cavour vigilò ansiosamente sull’evoluzione dello scacchiere europeo, pronto a mettere sul tappeto il problema italiano appena avesse intravisto l’apertura propizia per isolare l’Austria. Rifare la storia delle vicende che nel 1855 portarono vittoriose le truppe sarde al comando del Generale Lamarmora affiancanti la Turchia, contro la Russia, alla Cernaia, e, l’anno successivo, Cavour al tavolo della pace, altro non sarebbe che ripetere cose conosciute. Qui si vuole solo ricor-

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dare che nella storica seduta dell’8 aprile 1856, a Parigi, si pronunciò la condanna morale dell’Austria e si dichiarò pure che trovare un rimedio ai mali dell’Italia era interesse europeo che impegnava la Francia e l’Inghilterra. Fu la prima grossa vittoria diplomatica del Conte di Cavour: la macchina da lui preparata aveva preso l’avvio.

caso, parare l’attività mazziniana (la quale poi si trasformò, quasi sempre, nelle sue mani in un incentivo a risolvere l’anormale situazione della Penisola), ma sforzarsi anche di armonizzare lo spirito liberale del Piemonte con l’atteggiamento autoritario di Napoleone III. E ancora, tener conto della differenza di vedute tra l’Imperatore e il suo Ministro degli Esteri Walewski, irriducibile sostenitore della santità dei trattati, ed equilibrare, infine, i rapporti tra le Corti di Francia e d’Inghilterra.

CAVOUR E LA FRANCIA

1859: INIZIA LA REDENZIONE

Il 6 maggio 1859, pochi giorni dopo il gran rifiuto piemontese, il Metternich, ormai alle soglie dell’eternità, scriveva. «La diplomatie s’en va. Il n’y a plus maintenant en Europe qu’un seul diplomate. Mais malheuresement il est contre nous: c’est M. De Cavour». Lo statista piemontese, proprio in quelle settimane, raccoglieva i frutti di un triennio di durissime lotte all’interno e di esasperanti schermaglie con le cancellerie europee. Tre anni di estenuanti fatiche, di spasmodica attesa, che richiesero uno sforzo a oltranza e sempre crescente. Dal maggio 1856, la mente e il cuore di quest’uomo furono assillati dalla costante preoccupazione di attuare una politica di guerra, badando, però, a non favorire lo scoppio anzitempo, prima cioè di essersi assicurato l’appoggio della Francia. Politica temeraria e pericolosa, in quanto egli non solo dovette tener testa alle opposizioni delle correnti conservatrici e clericali subalpine, controllare e, se del

Il 1859 segna il culmine della crisi propria del XIX secolo, il tramonto dell’assolutismo reazionario, ancorato all’antico ordinamento sociale, di fronte al prevalere del principio di nazionalità e delle forze liberali: è l’anno che vede dissolversi l’assetto imposto all’Europa dal Trattato di Vienna, mantenuto efficiente da interessi dinastici, dalla vecchia aristocrazia, dagli ambienti militari e cattolici, rappresentati e sintetizzati dall’Impero Asburgico, contro il quale avevano svolto una lenta ma spietata corrosione le nuove ideologie che fermentavano in tutto il continente. Gli avvenimenti italiani del 1859 non furono che un aspetto di questo più vasto rivolgimento europeo e vi si inserirono così intimamente da riceverne vigore, tanto che sarebbe impossibile staccarli dal quadro internazionale. Ma a differenza degli altri movimenti, tracciarono un profondo solco anche nell’equilibrio egemonico degli altri Stati. Fu questa peculiarità che permise a Cavour di tro-

L’assedio di Capua.

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vare all’estero chi fosse disposto ad appoggiare la causa italiana. La nostra unità voleva dire un nuovo Stato nel Mediterraneo che, sottratto all’Austria, oltre a provocarne l’indebolimento, poteva soggiacere a un’altra sfera di preminenza. Di qui il tenace sforzo di Vienna, inteso a difendere il proprio predominio europeo; di qui l’aiuto armato di Napoleone III, nella speranza di abbattere la rivale e di sostituirla nella Penisola, il che avrebbe consolidato il suo Impero non solo all’esterno, ma anche, e soprattutto, all’interno. Chiare, quindi, appaiono le simpatie della reazionaria Russia in odio all’Austria, che in occasione della guerra di Crimea le aveva voltato le spalle, e la condotta ambigua dell’Inghilterra più propensa al primato di Vienna che a quello di Parigi; chiaro, infine, appare il mutamento di Napoleone a Villafranca. A parte il pericolo di un intervento prussiano e le crescenti ostilità all’interno, l’animo suo rimase sconcertato quando il moto della macchina italiana non si mostrò tanto docile e l’unità, che egli intendeva estendere alla sola parte settentrionale per riservare a un Bonaparte la Toscana e forse anche le Due Sicilie, minacciò di dilagare e di travolgere l’integrità dello Stato Pontificio. Il suo abbandono, che non servì a impedire il precipitare degli eventi, sollevò il risentimento degli Italiani e non placò le apprensioni dei cattolici francesi, distruggendo così i benefici che Napoleone III avrebbe potuto conseguire da un’impresa portata a compimento con maggiore ardire e lasciando all’Inghilterra la possibilità di subentrare al suo posto come fautrice dell’indipendenza nazionale. Infatti, Londra, in presenza dell’inevitabile formazione di uno Stato mediterraneo, non mancò di favorirlo. Ecco, allora, il suo consenso alle annessioni della Toscana, dei Ducati di Parma, Piacenza e Modena, avversate dalla Francia; ecco l’atteggiamento passivo che nel 1860 permise a Garibaldi di realizzare l’impresa dei Mille. Il nostro Risorgimento ebbe sì un valore europeo in merito al trionfo del principio nazionale su quello dinastico e dei diritti dell’uomo sull’assolutismo, ma, in quanto all’aspirazione all’unità e alla fusione armonica di tutte le energie vitali della penisola, esso ebbe un significato esclusivamente italiano. In questo senso, il 1859 è l’anno più rappresentativo, quello che dimostrò la maturità spirituale degli Italiani: basti pensare al larghissimo afflusso di volontari di ogni regione e di ogni classe sociale, all’entusiasmo con cui vennero accolti dalle popolazioni gli Eserciti franco-sardi, al trionfale ingresso in Milano dell’8 giugno, ai plebisciti e alle annessioni. La volontà unificatrice era così intensa da superare passioni di parte e tendenze monarchiche o repubblicane. E ciò è particolarmente ammirevole, trattandosi di un popolo abituato ormai da secoli al particolarismo regionale, diviso da interessi diversi e talvolta contrastanti, stanziato in un Paese vario

anche geograficamente. L’evoluzione verso una coscienza nazionale, lenta e faticosa agli inizi e quasi nulla nelle campagne, nell’ultimo decennio aveva ricevuto un forte impulso grazie a due fattori: il Piemonte e Mazzini. Quest’ultimo solo in apparenza è lo sconfitto del 1859. Il suo fervido apostolato fu di reale importanza nel diffondere nel popolo l’idea unitaria e sospingerlo nella storia come elemento vivo. Se i suoi tentativi insurrezionali erano falliti, l’ammaestramento alle nuove correnti ideologiche era rimasto e, quando il Piemonte rivelò una politica nazionale, i suoi seguaci diedero la propria adesione, trovando la forza di superare l’ideale repubblicano nell’ardente amore di patria, esso pure inculcato loro dal pensatore genovese. Al Piemonte va, dunque, il merito di aver saputo polarizzare, coordinare e rendere fattive tutte le tendenze politiche disorientate e disperse dai non pochi tentativi miseramente naufragati. Tramontato il mito de «l’Italia farà da sé», l’avveduta e coraggiosa politica cavouriana, che era stata capace di aprire una breccia tra le crepe dell’edificio costruito dal Congresso di Vienna del 1815 e sfruttare a proprio vantaggio le rivalità internazionali, trovando un aiuto contro il potente Impero degli Asburgo, sembrò la sola via verso il successo. Nessuno pensò a questioni di ordinamento interno e ognuno sostenne l’opera del «Re galantuomo». Accanto all’Esercito Regio combattè quello dei vo-

Giuseppe Garibaldi (Nizza, 4 luglio 1807 – Isola di Caprera, 2 giugno 1882).

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DALLE DELUSIONI DI VILLAFRANCA ALLE CONQUIlontari guidati da Garibaldi che vestiva la divisa di STE DEI MILLE Generale sardo. Sarà appunto questa indomita e ardente volontà di vita nazionale a salvare l’Italia, La spedizione di Sicilia riveste un carattere appena sorta come Stato, dall’asservimento alle schiettamente popolare. Essa nacque, si concrestesse potenze che l’avevano aiutata, in modo più tizzò e si svolse al di fuori del Governo sardo; o meno attivo, a liberarsi dall’ingerenza austriaca. inoltre, la grande maggioranza, per non dire la La brusca interruzione della guerra, i preliminari totalità, di coloro che salparono da Quarto disdella pace di Villafranca, che limitavano la libertà sentiva dal programma moalla sola Lombardia, le tempenarchico-costituzionale del stose dimissioni di Cavour, non arrestarono il movimento di uniUna iniziativa, quella ga- Piemonte, nutrendo sentimenficazione della Penisola. ribaldina, popolare, ma de- ti repubblicano-democratici. I Governi provvisori dell’Italia terminante in quanto spro- D’altronde, lo stesso Garibaldi la fede dei suoi centrale, pur abbandonati dai nò Cavour e i dirigenti sardi professava prodi, solo che, consapevole Commissari Regi, seppero, in momenti davvero critici, essere ad attuare una politica che, delle esigenze del momento, a al di sopra di interessi contin- forse, essi, nella primavera- differenza di Mazzini, di Catgenti e mantenere fede all’ideale estate 1860, non avrebbero taneo e di molti altri, aveva unitario, manifestando la loro mai praticato compreso che il problema itaincoercibile volontà di vita naliano si sarebbe risolto a una zionale. Tanto esplicito patriotsola condizione: quella di tismo determinò pure il grandioso evento che un’alleanza fra la rivoluzione e il Re di Sardegna. Perciò, in virtù del suo patriottismo, un patriotticontraddistingue il 1860: l’impresa dei Mille, della smo leale, semplice, coerente, lontano da ogni quale, di seguito, si vuole solo sottolineare il sidialettica e, quindi, da ogni calcolo, non gli fu gnificato nel processo formativo dell’Unità d’Italia. difficile piegarsi verso la corrente che riteneva allora la più indicata per il successo. Una iniziativa, quella garibaldina, popolare, ma determinante in Carlo Cattaneo (Villastanza, 15 giugno 1801 – Castagnoquanto spronò Cavour e i dirigenti sardi ad atla, oggi Lugano, 6 febbraio 1869). tuare una politica che, forse, essi, nella primavera-estate 1860, non avrebbero mai praticato. La minaccia che i democratici potessero prendere la mano ai moderati obbligò la diplomazia sarda a dimenticare le raccomandazioni della Francia che, all’indomani delle annessioni, aveva appunto consigliato una battuta d’arresto. Cavour, in tale situazione, non nascose le possibili conseguenze sul piano internazionale se egli si fosse schierato a favore di Garibaldi: d’altra parte, considerò pure le reazioni interne, se il Governo si fosse opposto con la forza alla partenza delle camicie rosse. A parte il fatto che i seguaci di Garibaldi erano ormai una corrente viva, palpitante e non facilmente contenibile, egli sapeva pure molto bene di non poter contare sull’appoggio pieno e incondizionato del Sovrano, nonché sulla compattezza di un Parlamento disposto a sostenerlo all’unanimità. Allora temporeggiò. Non aiutò la spedizione durante i preparativi, ma li lasciò partire. Una volta partita, minacciò arresti e altri drastici provvedimenti, ma, nel contempo, pensò di tenere a bada la diplomazia. Alle proteste delle corti di Parigi, Londra, Berlino, Pietroburgo, rispose che Torino non aveva potuto opporsi all’impresa poiché ciò avrebbe significato trascinare nell’insurrezione, che si sarebbe estesa in tutta la Penisola, anche il Piemonte. Quando poi, passato Garibaldi nel continente, si profilò il pe-

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ricolo che la rivoluzione non si arrestasse a Napoli, ma investisse anche lo Stato romano, tempestivamente strappò a Napoleone III l’assenso di intraprendere la marcia, attraverso il territorio pontificio, verso il sud. È, quindi, inequivocabile che il merito della campagna sarda nell’Umbria e nelle Marche si debba a Garibaldi perché, se questi non avesse deciso la leggendaria impresa e, più tardi, non avesse palesato il proposito di oltrepassare i confini napoletani, il Piemonte, sensibile alle sollecitazioni del terzo Napoleone, non si sarebbe mosso e non avrebbe pensato alla spedizione che, nei mesi di settembre e ottobre, impegnò le Truppe Regie dei Generali Cialdini e Fanti. Nel qual caso, il movimento italiano avrebbe davvero segnato una battuta d’arresto, quella battuta a cui la Francia per più ragioni ambiva. Ma, fortunatamente, Garibaldi, generoso interprete delle ansie dei patrioti, osò l’impossibile e, confortato dall’atteggiamento inglese, riuscì a conquistare un Regno di circa dieci milioni di abitanti. Non fu certo una conquista facile, né si attuò in un clima di serena intesa tra le forze rivoluzionarie e i dirigenti sardi, anche quando questi, sbarcati i Mille a Marsala, non mancarono di sostenerla. Tutt’altro: il dissidio Cavour-Garibaldi, acuito dalla cessione di Nizza, raggiunse durante la campagna punte di altissima tensione. La crisi determinatasi, allorché Torino decise il congiungimento delle truppe regolari con le formazioni volontarie garibaldine, fu risolta unica-

L’attacco e presa di Perugia.

mente dall’azione personale di Vittorio Emanuele II. A Caianello, il 26 ottobre 1860, Garibaldi salutò Vittorio Emanuele II come Re d’Italia; il che simbolicamente volle significare la consegna del regno appena conquistato e la cessione del Comando. Pochi giorni dopo, l’Eroe lasciava Napoli per ritornarsene a Caprera, avendo considerato le parole cordiali, ma ferme, rivoltegli dal Re circa l’impossibilità di concentrare in lui poteri che costituzionalmente dovevano essere divisi. La stima e la reciproca comprensione fra Vittorio Emanuele e Garibaldi resero, pertanto, fattibile l’accordo fra monarchia e popolo. Il Sovrano, con un’azione leale e coraggiosa, seppe attrarre nell’orbita costituzionale le masse, ormai politicamente mature, masse che lo stesso eroe aveva incanalato verso la Monarchia sabauda, nella quale egli identificava l’unica entità capace di realizzare le speranze degli italiani. Da questo connubio di forze apparentemente diverse, ma in realtà tutte tese alla stessa meta, scaturì l’unità solennemente affermata a Torino, il 18 febbraio 1861, durante l’inaugurazione dell’ottava legislatura del Parlamento. Il Regno d’Italia era una splendente realtà. Attilio Claudio Borreca Generale di Divisione, Vice Comandante del Comando Logistico Sud

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LA SPEDIZIONE DEI MILLE 150 ANNI DOPO


I50° anniversario Unità d’Italia

LA SPEDIZIONE DEI MILLE 150 ANNI DOPO «Calatafimi: avanzo di cento pugne, se all’ultimo mio respiro gli amici mi vedranno sorridere per l’ultima volta d’orgoglio, sarà ricordandoti, poiché io non rammento un combattimento più glorioso! I Mille, vestiti in borghese, degni rappresentanti del popolo, assaltavano con eroico sangue freddo, di posizione in posizione, tutte formidabili, i soldati della tirannide, brillanti di colorite fustagne, di galloni, di spalline, e li mettevano in fuga». G. Garibaldi - «Memorie autobiografiche»

LA PARTENZA

«Vengo a voi come Cristo, poi che non ho ove posare il capo». Con queste parole, dalle quali traspare tutta l’amarezza per la perdita di Nizza e anche per il fallimento del suo secondo matrimonio a Fino Mornasco, la sera del 15 aprile 1860, Giuseppe Garibaldi, proveniente da Torino, si presenta, nella Villa Spinola, a Quarto nei pressi di Genova, a Candido Augusto Vecchi, veterano della difesa di Roma nel 1849. Così lo descrive Giuseppe Bandi di Gavorrano (GR), uno dei Mille, giornalista e scrittore: «...La fama universale di giustizia, di onestà e di bontà che formava aureola intorno a quella testa di lione, il lampo di quegli occhi, il suono di quella parola, sempre calma e solenne bastavano a rendere sommessi i protervi, docili gli irrequieti, coraggiosi i pusilli. Era in quell’uomo, così sereno, così semplice nell’espressione, nel costume e nell’abito, un non so che di maestoso e di simpatico e d’incantevole ad un tempo, che udendolo si tremava dinanzi ad esso e ci si sentiva trascinati a

volergli bene, e correre giulivi alla morte, dinanzi ai suoi sguardi, come se bello avesse ad essere e divino il cadere, guidati ed ammirati da lui...». Villa Spinola diventa il centro del reclutamento della spedizione in Sicilia, decisa il 20 aprile, essendo giunte notizie, prima negative, poi rassicuranti, sul persistere dei moti insurrezionali nell’isola. I 1 089 Volontari, partiti da Quarto nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1860, imbarcati su due vapori, «Piemonte» e «Lombardo», della Società Rubattino di Genova, sono armati con i 1 019 fucili consegnati da La Farina, tra i quali 200 carabine «Enfield», ma privi di munizioni, che avrebbero dovuto essere portate, con altri fucili, da alcuni volontari a bordo di barconi, provenienti da Sori o da Bogliasco, che però non giungono all’appuntamento perché chi deve guidarli ha abbandonato l’impresa, impegnato forse in un’azione di contrabbando di seta. Queste armi e munizioni non giunte all’appuntamento saranno recuperate da Agostino Bertani e portate in Sicilia il 19 giugno 1860, con la spedizione Medici, dai 30 volontari che erano imbarcati su quei barconi.

LA SOSTA A TALAMONE L’assoluta necessità di recuperare munizioni da

A sinistra. L’imbarco dei Mille a Quarto. In apertura. La resa dei Borbonici a Palermo il 6 giugno 1860.

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e di tartane. Adesso là nel castello non faceva più guerra e viveri per la spedizione rende obbligatonulla, e Garibaldi se la prese. ria e ineludibile, il 7 maggio, una sosta a TalamoIl giorno appresso, vennero da Orbetello tre altri ne, il cui deposito munizioni, retto dal Sottotecannoni, uno dei quali non guari migliore della nente di fortezza Salvatore De Labar, potrebbe, colubrina, ma due erano di bronzo bellissimi, alla almeno in parte, sopperire alle esigenze del piccolo esercito. francese, fusi nel 1802. Sulla fascia della culatta Il Comandante del forte non possiede che quatd’uno si leggeva “L’Ardito” su quella dell’altro “Il tro cannoni da difesa, con relativa dotazione, e Giocoso”. I nomi piacquero; convenivano agli può mettere a disposizione soltanto acqua e viveumori di quella gente. Quei cannoni non avevano ri; in ogni caso, il forte di Talamone dipende oraffusto, ma laggiù in Sicilia qualcuno avrebbe saganicamente dal forte di Orbetello, distante circa puto incavalcarli, e per questo c’erano tra i Mille i 15 chilometri, in linea d’aria, al Comando del Tepalermitani Giuseppe Orlando e Achille Campo, nente Colonnello Giorgio Giorgini. macchinisti valenti, i quali difatti fecero poi tutto Il Sottotenente De Labar provvede a informare, a alla meglio sei giorni appresso». mezzo corriere, Giorgini delle richieste avanzate Le armi e le munizioni di Orbetello si rivelerandal Generale Garibaldi e dell’arrivo di un aiutante no importantissime e determinanti per il prosiedel Generale recante una lettera esplicativa. guo della Spedizione. Infatti, il Colonnello Türr, ungherese, si reca in Il Colonnello Türr, accompagnato dal Tenente calesse dal Giorgini e gli consegna la lettera di Colonnello Giorgini e da Giuseppe Domenico Garibaldi che, a nome del Governo, chiede l’apArus, gonfaloniere di Orbetello, e altri Ufficiali, provvigionamento di 100 000 cartucce da fucile e percorre i vari magazzini dell’arsenale e sceglie cappellozzi corrispondenti e, in alternativa, polquanto gli sembra più opportuno, compilando un vere e piombo in proporzione. elenco completo delle armi e Il Giorgini, tratto più tardi in del materiale prelevato, nel arresto a Firenze, esaudisce I 1 089 Volontari, partiti da quale figurano: 2 cannoni da 6 ogni desiderio di Garibaldi e Quarto nella notte tra il 5 e il senza affusto; 1 cannone da 3 consegna al Colonnello Türr le affusto ed avantreno; 200 6 maggio 1860, vengono con munizioni e le armi richieste. palle piene da 6; 10 quintali e Türr, per vincere le ultime re- imbarcati su due vapori, mezzo di polvere; 28 780 carsistenze di Giorgini, gli conse- «Piemonte» e «Lombardo», tucce a palla per fucili, con gna una lettera indirizzata al della Società Rubattino di capsule; 70 000 capsule sciolte; 9 quintali di piombo; 704 Capitano Gaspare Trecchi, Aiu- Genova quinterni di carta per cartucce; tante di Campo del Re, in questoppa, acciarini, picconi, il sti termini: «Caro Trecchi, dite a S.M. che le munizioni destinate alla nostra spetutto per un valore di perizia di £ 8 165. dizione sono rimaste a Genova e che preghiamo Il materiale viene caricato il giorno stesso su S.M. di dar ordine al Comandante di Orbetello di parecchi carri tirati da buoi e su due barocci a caprovvedere con quanto più può del suo arsenale. vallo. Il convoglio raggiunge Talamone a tarda seColonnello Türr». ra scortato dal Sottotenente di Artiglieria Angelo L’Artiglieria dei Mille si arricchisce di una vecMaterassi, dal Sergente Enrico Mancini e quattro chia colubrina, proveniente dal forte di Talamone. cannonieri. Giorgini segue i carri fino a Talamone Così ne parla Giuseppe Cesare Abba, uno dei Milper conoscere e salutare Garibaldi, che abbraccia le, nel suo libro «Storia dei Mille»: «Perché fu allocommosso Türr per il felice esito della missione. ra cosa inaspettata, si narra qui un po’ fuor di posto che in Talamone fu pur formata l’Artiglieria. Fin dalla prima ora della sua discesa a terra, GariL’ORGANICO DELLA SPEDIZIONE baldi aveva visto nel vecchio castello una colubrina, lunga come la fame, montata su di un cattivo Sulla spiaggia di Talamone, i 1 089 Volontari affusto, a ruote di legno non cerchiate, e per losbarcati dal «Piemonte» e dal «Lombardo» si ingoro di chi sa quanti anni divenute poligonali. contrano veramente per la prima volta dopo la Portava in rilievo sulla culatta l’anno del suo getprecipitosa partenza da Quarto. Tra di loro c’è to, 1 600, e il nome del fonditore Cosimo Cenni, una donna, l’unica della Spedizione: è Rosalie certo un toscano. Una delle maniglie in forma di Montmasson, la moglie di Francesco Crispi. «Ma quei Mille chi erano?», si interroga il garibaldino delfino le era stata rotta, ma due segni di cannoGiuseppe Cesare Abba, di Cairo Montenotte (SV), nate ricevute le facevano onore. Forse non aveva il cantore della Spedizione, del quale quest’anno mai più tuonato dal 9 maggio 1646, quando noricorre il centenario della morte. L’Abba, nelle sue vemila francesi condotti da Tommaso di Savoia opere letterarie, ma in particolare nel libro-cronaerano giunti in quel golfo su d’una flotta di galee

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Garibaldi nel celebre dipinto di Girolamo Induno.

ca «Da Quarto al Volturno - Noterelle d’uno dei Mille» e nella «Storia dei Mille narrata ai giovinetti», così parla di loro: «...Non certo una specie di compagnia di ventura all’antica; non una parte di vecchio Esercito costituito, staccata a scelta o per caso: nessuna legge li obbligava, non erano soldati di professione, non avevano tutti quella media età che di solito hanno i soldati; non una cultura comune ed eguale, e nemmeno una divisa uniforme. Vestivano quasi tutti alla borghese e alle diverse fogge, dalle quali, a quei tempi, si riconosceva ancora a qual regione d’Italia e a qual classe sociale uno appartenesse. E parlavano quasi tutti i dialetti della penisola. Erano, per dir così, parte dell’esercito popolare militante di cuore nel partito rivoluzionario: vecchi, figliuoli di giacobini, di napoleonidi, di Murattisti; uomini di mezza età, educati dalla Giovine Italia, tra le congiure e le insurrezioni; giovani nei quali la letteratura classica e la romantica s’erano fuse in una bella temperanza a fecondare l’amor della patria. Con essi, degli artigiani che dalle diverse scuole politiche, e dai fatti belli dell’ultimo decennio, erano stati destati al concetto della Nazione. Di loro fu subito detto che erano eroi favolosi, pazzi sublimi, ed altre simili iperboli, e anche delle ingiurie. Invece di volenterosi com’essi ve n’erano in Italia a migliaia; ma ad essi era toccata quella fortuna». E ancora Giuseppe Guerzoni, garibaldino e autore di numerose opere letterarie, così li definisce: «...erano un popolo misto di tutte le età e di tutti i ceti, di tutte le parti e di tutte le opinioni, di tutte le ombre e di tutti gli splendori, di tutte le miserie

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e di tutte le virtù..., il patriota sfuggito per prodigio alle forche austriache e alle galere borboniche, il siciliano in cerca della patria, il poeta in cerca d’un romanzo, l’innamorato in cerca dell’oblio, il noiato in cerca d’una emozione, il miserabile in cerca di un pane, l’infelice in cerca della morte; mille teste, mille cuori, mille vite diverse, ma la cui lega purificata dalla santità dell’insegna, animata dalla volontà unica di quel Capitano, formava una legione formidabile e quasi fatata». Verso le due del pomeriggio, i Volontari, «in libera uscita» per tutta la mattinata, si radunano sulla spianata di fronte al mare. La prima suddivisione viene fatta per regione d’origine, successivamente vengono formate prima sette, poi otto compagnie. A bordo del «Piemonte», con ordine del giorno del 7 maggio, il Generale Garibaldi aveva chiamato i suoi Volontari «Corpo dei Cacciatori delle Alpi», come nel ’59, ribadendo che la loro missione si sarebbe svolta al grido di «Italia e Vittorio Emanuele». Nello stesso ordine, aveva definito il primo organigramma del Corpo: Capo di Stato Maggiore: Giuseppe Sirtori; Addetti allo Stato Maggiore: Francesco Crispi, Giorgio Manin, Salvatore Calvino, Achille Majocchi, Giacomo Griziotti, Giuseppe Borchetta e Giacinto Bruzzesi; Primo Aiutante di Campo: l’ungherese Stefano Türr; Aiutanti di Campo: Guglielmo Cenni, Francesco Montanari, Giuseppe Bandi e Pietro Stagnetti; Segretario: Giovanni Basso. Comandante della 1 a compagnia: Nino Bixio, genovese; Comandante della 2a: Vincenzo Giordano Orsini, palermitano; Comandante della 3a: Francesco Stocco di Decollatura (CS); Comandante della 4a: Giuseppe La Masa di Trabia (PA); Comandante della 5a: Francesco Anfossi di Nizza; Comandante della 6 a: Giacinto Carini di Palermo; Comandante della 7a: Benedetto Cairoli di Pavia; Comandante dell’8a: Angelo Bassini di Pavia. Dopo lo sbarco a Marsala, si formerà la 9a Compagnia che comprenderà anche Volontari siciliani, al comando di Giacomo Griziotti, già addetto allo Stato Maggiore. Con l’acquisizione dei pezzi di artiglieria e delle munizioni prelevati nel forte di Orbetello, si rende necessario costituire una sezione di Artiglieria, affidata al Colonnello Vincenzo Giordano Orsini, che si imbarca sul «Piemonte» e cede il comando della 2a Compagnia ad Antonio Forni, palermitano. Orsini, proveniente dal Collegio della Nunziatella di Napoli, Ufficiale nel ’42, dopo il fallimento della rivoluzione del ’48 in Sicilia, si era rifugiato in Oriente e, con il grado di Colonnello di Artiglieria, aveva combattuto in Crimea nel 1854 sotto gli ordini di Omer Pascià. Egli ha la responsabilità dell’impiego e dell’efficienza dei cannoni, coadiuvato validamente da


una ventina di Volontari, la maggior parte ingegneri o laureati in matematica, che avevano già militato nell’Artiglieria, ai quali se ne aggiungono altri 10, inesperti dell’Arma, ma quasi tutti studenti in matematica nell’Università di Pavia. Nella formazione delle 8 compagnie, viene costituito un reparto con l’equipaggio dei 2 vapori, al comando di Salvatore Castiglia, pilota del «Piemonte», che resterà sempre aggregato all’Artiglieria. Si forma anche una sezione del genio, che viene affidata all’ingegnere Filippo Minutilli di Grumo Appula (BA), composta da ingegneri e operai macchinisti; Ufficiale subalterno è Achille Argentino di S. Angelo dei Lombardi. Nell’ambito della sezione genio si forma anche una piccola sezione di Telegrafisti diretta da Giambattista Pentasuglia di Matera. Il Reparto più prestigioso è sicuramente la Compagnia dei Carabinieri Genovesi, composta da circa 40 uomini, già membri di una società di tiro a segno, veterani del ’59, quasi tutti genovesi o della provincia, con qualche eccezione: un veneziano, un palermitano, due lombardi e quattro piemontesi. Questi tiratori scelti, armati di carabina federale personale, indossano una divisa composta da pantaloni e giubba grigi, dalla quale sporge la camicia rossa; sempre presenti e primi in ogni combattimento, subiranno le maggiori perdite. Li comanda Antonio Mosto che G.C. Abba così descrive: «...chi lo volesse dipingere è una bella testa di filosofo antico. Di modi e di fisionomia austero,

pare uno che abbia fatto penitenza sino ad oggi, per affrettare la resurrezione d’Italia». Le 22 Guide, comandate da Giuseppe Missori, comprendono nomi prestigiosi: Francesco Nullo di Bergamo, i trentini Ergisto Bezzi, Filippo Manci e Filippo Tranquillini, Ippolito Nievo, Giovan Maria Damiani e Menotti Garibaldi, primogenito del Generale. Così li ricorderà Abba: «...Quelle Guide eran soldati che stavano a cavallo sicuri come i senatori romani nelle loro sedie curuli.... Tra i cavalli erano vissuti da giovinetti, signori o popolani che fossero; nessun caporale li aveva messi in sella, ma parevano soldati di ordinanza con otto anni di mestiere...». Garibaldi affida il gravoso compito di gestire l’Intendenza dei Mille a Giovanni Acerbi, che ha come Sottintendente Ippolito Nievo, entrambi reduci delle cospirazioni di Mantova nel ’48. Completano l’organico: Francesco De Maestri di Spotorno, Carlo Rodi di Borgo Manero, entrambi privi di un braccio, e Paolo Bovi di Bologna, privato di una mano nel ’49 a Roma. Il «Ministero della Guerra», come viene scherzosamente chiamata l’Intendenza, è già attivo durante la traversata. È ricavato in un camerino situato nei tamburi del piroscafo «Lombardo» e non è di facile gestione, perché ne dipendono, oltre alla cassa militare, anche la distribuzione di viveri, casermaggio, equipaggiamento e munizioni per armi individuali e di reparto, procurati con mezzi

I Mille a Marsala.

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di fortuna e quasi sempre inadeguati. Per ultimo, ma non per importanza, viene organizzato anche il Corpo Sanitario, diretto dal sessantenne dottor Pietro Ripari di Solarolo (CR) coadiuvato da Cesare Boldrini, da Francesco Ziliani e da alcuni studenti in medicina che, all’occorrenza, si trasformeranno da combattenti in infermieri, tra i quali è da ricordare Stefano Tedesco Oddo. Per ordine del Generale Garibaldi viene decisa una diversione verso lo Stato Pontificio allo scopo di ingannare i borbonici sul vero programma della Spedizione. Al comando di Callimaco Zambianchi, si forma, con qualche resistenza, un drappello di 64 uomini che si avviano verso Fonte Blanda, sulla costa maremmana, dove li avrebbero raggiunti i 78 Volontari livornesi di Jacopo Sgarallino.

proiettili i materiali grezzi di Genova e di Orbetello, fondendo piombo, tranciando ferri e preparando 10 000 cartucce, utilizzando ogni sorta di rottami e di lamiere rinvenute nelle stive dei due vapori; con le lenzuola di bordo confezionano sacchetti per le cariche da cannone. La secolare colubrina di Talamone (sulla cui culatta si legge la seguente iscrizione: «Opus Joannis Mariae Cenni florentini, 1670, Ferdinandus secundus, Hetruriae V Magnus Dux»), viene collocata a prua, quasi meravigliata che alla sua età la si giudichi ancora utile; l’altro cannoncino su affusto viene sistemato a poppa, mentre «L’Ardito» e «Il Giocoso», privi di affusto, non vengono impiegati.

LO SBARCO VERSO LA SICILIA All’alba del giorno 9, imbarcati anche i viveri che il Tenente Paolo Bovi dell’Intendenza aveva prelevato a Orbetello e a Grosseto, i due piroscafi salpano le ancore e lasciano Talamone dirigendosi verso Santo Stefano per rifornirsi di carbone e acqua. Terminata la necessaria operazione, finalmente nel pomeriggio dello stesso giorno il «Piemonte», seguito dal «Lombardo», si dirige verso la punta occidentale della Sicilia. Gli artiglieri dei Mille, nell’improvvisata officina organizzata a bordo del «Piemonte», suddividono le munizioni nei diversi calibri e trasformano in

Lo scontro di Calatafimi.

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Nonostante la presenza delle navi borboniche «Stromboli», «Capri» e «Partenope», i due piroscafi garibaldini raggiungono Marsala verso le ore 12.45 dell’11 maggio, protetti dalla presenza di navi mercantili britanniche e dall’entrata in porto di due navi da guerra inglesi, l’«Intrepid», comandato dal Capitano Marryat, e l’«Argus», dal Capitano Ingram, circostanza che influisce notevolmente sulle decisioni del Comandante borbonico Acton, che interviene con notevole ritardo, consentendo ai garibaldini di ultimare lo sbarco entro le ore 15.00. Lo storico inglese George Macaulay Trevelyan narra dell’audacia, abilità e rapidità con cui Oreste Baratieri (futuro Generale) fa sbarcare dal «Piemonte», sotto il fuoco nemico, i quattro cannoni


in dotazione e il munizionamento, impresa che gli vale la promozione a Sottotenente. Ippolito Nievo lascia per ultimo il «Lombardo», organizzando il trasporto a terra di tutto il materiale e il carteggio dell’Intendenza, sotto il fuoco delle navi borboniche, trasferendo il «Ministero della Guerra» su un vecchio carrozzone. Onde evitare sorprese, vengono collocati avamposti sulla strada che conduce a Trapani e viene inviata una pattuglia di ricognizione verso l’interno. Francesco Crispi si reca al Municipio dove prende in consegna la cassa erariale; Pentasuglia corre al telegrafo e interrompe le comunicazioni e intanto Orsini trova, a Marsala, in G.B. Russo un fornitore per la polvere da sparo.

fornitura di materiali grezzi di metallo, di legname, di ruote di carri e di carrozze, di funi e di cinghie. Il sacerdote Giuseppe Salvo recupera due piccoli cannoni, che erano stati sepolti in un campo durante la rivolta del ’49, ma purtroppo non potranno essere utilizzati perché corrosi dalla ruggine e dall’umidità. A Salemi, Garibaldi assume la dittatura nel nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia.

CALATAFIMI

All’alba del giorno 15, i garibaldini muovono verso Vita e raggiungono l’aspro scenario compreso tra Calatafimi, i Monti Calemici e Pietralunga, da dove avvistano le truppe borboniche coVERSO SALEMI mandate dal Maggiore Michele Sforza, attestate sul Colle di Pianto Romano, il cui significato non è «le lacrime dei Romani», ma «le piantagioni della All’alba del 12 maggio inizia la marcia verso famiglia Romano». l’interno dell’isola. Durante la sosta nel feudo di Rampingallo del barone Giuseppe Mistretta, Il primo atto di questo scontro si delinea come giungono a cavallo il barone Stefano Triolo di un autentico conflitto di volontà: quella del valoSant’Anna di Alcamo e il barone Mocarta con cirroso che ha fede nella vittoria, che sa di battersi per un altissimo ideale e che, ca 60 uomini di Paceco, Mazamalgrado l’insufficienza dei ra e Alcamo che si uniscono ai Volontari. A Salemi, Garibaldi assu- mezzi, esalta i valori morali e A Rampingallo, l’organico elementi primi del me la dittatura nel nome spirituali, successo, in contrapposizione della Spedizione subisce qualche variante. Si formano due d i V i ttorio Emanuele Re a quella del burocrate incerto e timoroso che, spaventato dal battaglioni: il I al comando di d’Italia peso della responsabilità, non Bixio, che cede la 1a compagnia a Giuseppe Dezza; nella 3 a si muove, temendo che le compagnia, Francesco Sprovieri subentra a Frantruppe a lui affidate per la difesa del regno poscesco Stocco; nella 4a compagnia, La Masa, partisano essere costrette a combattere. to per Salemi in ricognizione, cede il comando a Il Generale Landi, rimasto a Calatafimi con il Mario Palizzolo; il II al comando di Giacinto Carini, grosso delle truppe borboniche, fa di tutto per che cede la 6a compagnia ad Alessandro Ciaccio; i evitare lo scontro; arriva al punto di mandare in Carabinieri Genovesi vengono aggregati alla 9a avanti alcune compagnie e di farle manovrare compagnia. sotto gli occhi dei garibaldini, nella speranza che Il 13 maggio, la colonna garibaldina, seguita questi, impressionati da tanto ardimentoso spiedall’artiglieria montata su carri, si avvia verso Sagamento di forze, tornino indietro. Tutto questo lemi. La sosta del 14 maggio in questa città si riavviene nella mattinata del 15 maggio, fin quasi a vela provvidenziale per l’organizzazione dei vari mezzogiorno, quando il Maggiore Sforza, conservizi logistici: l’artiglieria troverà una temporatravvenendo agli ordini del Landi, parte con sei nea sistemazione sotto il porticato della casa di compagnie da Pianto Romano per attaccare di Gaspare La Rocca. Orsini impianta un’officina nelslancio, sulle fronteggianti pendici del monte di la quale provvede di affusto i due cannoncini che Pietralunga, i garibaldini che, partiti nella notte ne erano privi, fa modificare l’affusto di quello da da Salemi, avevano già raggiunto le posizioni. fortezza e cambia le ruote alla veneranda colubriGaribaldi attende a piè fermo i borbonici e, dona, trasformando l’affusto da costa in uno da po averli fermati con vivace azione di fuoco, passa campagna. Poi, coadiuvato dagli Ufficiali Franceal contrattacco, costringendoli a ripiegare e insesco Ragusin e da Achille Campo e da quanti aveguendoli fin sul primo pianoro roccioso del colle. vano qualche competenza tecnica, prepara muniDa quel momento ha inizio lo scontro tra i due zioni di ogni tipo, utilizzando quanto può reperire schieramenti contrapposti. Non mancano da entrambe le parti episodi di grande bravura, di ardiin lamiere, piombo, rottami di ferro, smontando mento e di tenacia, nei quali rifulgono le doti persino inferriate di finestre e balconi. combattive dei soldati italiani, perché italiani sono Anche la popolazione di Salemi concorre alla

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La popolazione di Palermo in rivolta attacca una caserma della Gendarmeria.

tutti: volontari garibaldini e truppe borboniche. Orsini, con l’aiuto di alcuni artiglieri tra i quali il Baratieri, piazza sulla strada di Vita due dei quattro pezzi, proteggendoli con una barricata. Nel corso della battaglia, apre il fuoco sui regi che resistono sulla sommità del Colle di Pianto Romano. Quei pochi colpi non riescono a fare gran danno; ma quell’improvviso tuonare sconcerta i borbonici. È come un segnale di ripresa che rianima i garibaldini e convince le squadre dei picciotti a scendere a valle in massa per poi dare l’assalto al colle. Garibaldi, chiamando tutti a raccolta, richiede l’ultimo sovrumano sforzo e ordina l’assalto generale. I borbonici iniziano a ritirarsi, ma un ultimo colpo di un cannone, posizionato sull’ala sinistra, uccide il pavese Achille Sacchi. Nello stesso istante, Domenico Cariolato, Meneghetti e il Caporale Casali, guidati da Enrico Cairoli, si lanciano sul pezzo e se ne impadroniscono, compresi i muli che i regi stavano legando all’affusto per trainarlo. L’urlo di vittoria si diffonde per tutta la vallata. Il Landi, convinto assertore del comodo aforisma «la ritirata è la migliore delle vittorie», dà ordine di ripiegare alle truppe, che avrebbero ancora potuto uscire vittoriose dallo scontro. Il comportamento del Generale Landi, che ha determinato la sua sconfitta, rappresenta l’inizio di quel processo di sgretolamento morale che si propagherà in tutto l’Esercito Borbonico, portandolo in breve tempo allo sfacelo e alla perdita del Regno delle Due Sicilie. Nel corso della battaglia, cadono 26 dei Mille, altri 8 moriranno in seguito alle ferite riportate in combattimento; cadono anche 12 picciotti siciliani dei quali solo 7 vengono identificati.

VERSO PALERMO Durante la marcia dal villaggio del Pioppo al

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passo di Renda, a causa della pioggia incessante, le artiglierie affondano nel fango, nonostante l’intervento diretto dello stesso Garibaldi; si rende quindi necessario trasportare i cinque cannoni a spalla, con l’aiuto dei contadini di Piana dei Greci e di Salemi, compensati con 21 once (circa 250 lire) per ogni pezzo. Lungo il percorso i cannoni vengono abbandonati e poi ripresi il giorno seguente, facendoli rotolare lungo la china, fasciati da listelli di legno, e poi trainati dai buoi. Garibaldi, nell’intento di allontanare da Palermo più di 6 000 uomini dell’Esercito Borbonico, incarica Orsini, con lettera del 25 maggio 1860, di eseguire una diversione raggiungendo Corleone e Giuliana, di formare in quel territorio un campo trincerato per collocare l’artiglieria e di provvedere anche a fabbricare polvere, palle e confezionare munizioni. Lo scopo è di trarre in inganno il Generale borbonico Karl Emil von Mechel che avrebbe inseguito la colonna garibaldina di Orsini, credendo di inseguire il grosso dell’Esercito volontario. L’allontanamento dell’artiglieria e delle salmerie, pur garantendone la sicurezza, avrebbe consentito a Garibaldi di muoversi più agevolmente e di operare senza altri intralci per l’avvicinamento a Palermo. “Povero Orsini che si incammina al sacrificio”, esclama Garibaldi, osservando quel reparto che si allontana. Il 27 maggio le colonne di von Mechel raggiungono Corleone. Orsini prende posizione con la sua artiglieria sopra lo stradone che conduce a Chiusa per garantirsi una eventuale sicura ritirata e utilizza gli insorti della popolazione per la difesa della città. Il Capitano Sampieri sistema due pezzi di artiglieria sulla sommità di una collina quasi inaccessibile. Le esigue forze garibaldine sono presto sopraffatte dal vigoroso attacco borbonico. I pezzi di artiglieria vengono trainati per un tratto e, dopo la rottura dell’asse dell’affusto, nonostante siano accerchiati, il Tenente Baratieri, per non abbandonarli al nemico, riesce a sotterrarli. L’obice preso a Calatafimi, trainato da tre addetti al pezzo, viene rovesciato in un fosso dagli artiglieri estenuati dalla fatica. Anche Orsini e Velasco, attestati sotto Giuliana, sono costretti a ritirarsi con i loro uomini, abbandonando gli ultimi due pezzi di artiglieria dopo averli inchiodati. Le squadre garibaldine in ritirata si ricongiungono tre ore dopo a Chiusa. Lo scopo dell’operazione diversiva è stato comunque raggiunto. Le truppe borboniche di von Mechel riposano a Corleone su facili allori, il 27 e il 28 maggio, e soltanto nel tardo pomeriggio apprendono la strabiliante notizia che il giorno prima Garibaldi è entrato a Palermo. Orsini, su ordine dello stesso Garibaldi, recupe-


rati tre cannoni montati su nuovi affusti, e raccolto un buon numero di armati tra la popolazione locale, lascia Bisacquino con la sua artiglieria e sosta a Corleone fino al 3 giugno, dove recupera gli altri cannoni abbandonati il 27 maggio. Il 6 giugno, passando da Marineo e Misilmeri, entra con le sue batterie e i suoi artiglieri in Palermo da Porta Maqueda, concludendo la sua gloriosa odissea senza la quale la liberazione di Palermo si sarebbe rivelata più ardua. A Palermo, durante l’armistizio, i garibaldini provvedono a ripulire le armi e a riordinare le divise. Lo Stato Maggiore garibaldino ordina di fabbricare polvere e fa mettere in batteria sulle barricate alcuni vecchi cannoni nascosti dal 1849. Altri, recuperati o donati dai bastimenti mercantili, vengono ripuliti dai picciotti e ricoperti con im-

La battaglia di Milazzo.

Il 7 luglio, sbarca a Palermo la Spedizione Cosenz con 1 500 uomini e il 10 la corvetta borbonica «Veloce», al comando del Capitano Anguissola, passa nelle file garibaldine e prende il nome di «Tüköry», il garibaldino ungherese caduto sulle mura di Palermo. A metà luglio, giungono le spedizioni Sacchi e Dunne forti di 2 500 uomini. Nicola Fabrizi, giunto da Malta, si attesta con i suoi volontari a Mascalucia, nei pressi di Catania. Il 31 maggio, guidati dal Colonnello Poulet, gli insorti siciliani assaltano la guarnigione di Catania, che abbandona la città dopo un aspro combattimento. Garibaldi decide di continuare la liberazione dell’isola e invia le Colonne Eber e Bixio verso l’interno, che poi si ricongiungeranno a Messina con i reggimenti Simonetta e Malenchini della Divisione Medici, che si sono avviati lungo la costa settentrionale verso Milazzo. In questa città, il 14 luglio, l’artiglieria garibaldina si arricchisce di altri due cannoni, trovati a Barcellona, che vengono posti in batteria, dagli uomini della Divisione Medici, sul ponte del torrente Mela, per battere d’infilata la strada principale che va da Meri a S. Pietro. Garibaldi, lasciato Giuseppe Sirtori Prodittatore a Palermo, giunge a Milazzo il 19 luglio, dove stabilisce l’organizzazione definitiva del Corpo di Operazione che assume il nome di Esercito Meridionale, composto da 4 Divisioni di Fanteria (Türr, Medici, Cosenz e Bixio), articolate su 17 Brigate, 1 Brigata di Artiglieria, 1 di Cavalleria e 1 Corpo Autonomo (Generale Avezzana), per un totale di 4 000 uomini.

LA BATTAGLIA DI MILAZZO magini sacre: quasi un rito propiziatorio per assicurarsi l’incolumità personale. Con la Convenzione di Palermo del 6 giugno 1860, si conclude dopo 32 giorni la prima fase della Spedizione dei Mille. Dal continente cominciano ad arrivare le spedizioni di soccorso: il 5 giugno sbarca a Marsala la colonna di Carmelo Agnetta con 56 Volontari e un migliaio di fucili e, lo stesso giorno, la flotta sarda, al comando dell’Ammiraglio Persano, prende posizione nelle acque di Palermo. Garibaldi si proclama dittatore e forma un Ministero di Stato; pubblica un decreto per la leva e forma con i superstiti dei Mille e i siciliani la 15a Divisione, al comando di Stefano Türr, su 4 battaglioni, quale appendice dell’Esercito Sardo. Dall’8 al 19 giugno, viene effettuato l’imbarco delle truppe borboniche che si ritirano verso Napoli. Il 19 sbarca a Castellammare del Golfo la Spedizione Medici con 3 500 volontari, 8 000 carabine e 400 000 cartucce.

Contro i 40 cannoni del castello di Milazzo e gli 8 pezzi che il Colonnello Bosco ha posto in batteria, Garibaldi non dispone di un fuoco di artiglieria sufficiente per contrastare lo schieramento borbonico. Il 20 luglio, Garibaldi, appiedato, si lancia, seguito dai suoi e dai giovani cadetti dell’Istituto Militare «Garibaldi» di Palermo, alla conquista di una breccia creatasi nel muraglione di cinta. Un cannone borbonico, dall’ala sinistra, miete numerose vittime, ma il volontario Alessandro Pizzoli si lancia verso il pezzo che lo dilania, permettendo ai suoi compagni di impadronirsene e di rivolgerlo contro lo stesso nemico. Garibaldi, rendendosi conto della superiorità dell’artiglieria borbonica, che continua a far strage dei garibaldini, raggiunge con una scialuppa il vapore «Tüköry», e fa rivolgere i 9 cannoni di bordo contro l’ala destra borbonica che si disperde. Tornato a terra, il duce dei Mille lancia contro lo schieramen-

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to nemico tutte le riserve che, al comando di Cosenz e di Medici, danno l’assalto alle mura della città. La battaglia è vinta e il Generale Bosco si ritira nel castello da dove alza la bandiera bianca della resa.

VERSO NAPOLI A nord di Messina, a Punta del Faro, si stabilisce la zona di raccolta per invadere la Calabria. Opportunamente dislocate da Orsini, vengono poste in batteria le 35 bocche da fuoco conquistate al nemico, nell’eventualità di un attacco dal mare da parte delle navi borboniche. In questa località, sarà possibile contare le forze: la sera dell’8 agosto 1860, l’Armata garibaldina ammonta a circa 23 000 uomini, su 4 Divisioni, numerate a seguito delle Grandi Unità dell’Armata sarda, 15a con il Generale Türr, 16a Generale Cosenz, 17a Generale Medici, 18a Generale Bixio. Superato lo stretto, l’Esercito Meridionale assedia Reggio Calabria e il 21 agosto inizia l’attacco alla città. Nino Bixio, alla testa della sua Divisione, dopo un accanito combattimento, entra in città e travolge i borbonici che, al comando del Generale

Garibaldi entra a Messina.

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Gallotti, si rifugiano nel castello. Garibaldi fa occupare le alture che dominano il castello, da dove cannoneggia le posizioni nemiche. Nel pomeriggio, i regi si arrendono e lasciano nelle mani dei garibaldini 30 cannoni da posizione, 8 da campo e molti fucili. Le truppe borboniche del Generale Melendez e del Generale Briganti si arrendono e si uniscono ai garibaldini a Villa S. Giovanni. Nei giorni successivi, a Mélito di Porto Salvo, un gruppo di borbonici sbandati riconoscono e catturano il Generale Briganti in borghese, lo uccidono e lo fanno a pezzi, considerandolo un traditore. Uno dopo l’altro, i presidi borbonici si arrendono: a Cosenza il Generale Cardarelli e a Bari il Generale Flores, Comandante delle Puglie. Il Generale Ghio viene circondato a Soveria Mannelli dalle truppe dei volontari calabresi di Stocco e dalla Divisione Cosenz. Garibaldi si presenta solo, a cavallo, nel campo borbonico e i soldati, stupiti e ammirati dalla sua persona, si arrendono abbandonando fucili, cavalli e cannoni. Il 30 agosto, Garibaldi detta a Donato Morelli, calabrese, il celebre telegramma: «Dite al mondo che ieri, coi miei prodi Calabresi, feci abbassare le armi a 10 000 soldati comandati dal Generale Ghio. Il trofeo della resa fu di 12 cannoni da campo, 10 000 fucili, 300 cavalli, un numero poco


minore di muli e immenso materiale da guerra. Trasmettete a Napoli e dovunque la lieta novella». Garibaldi si avvia ormai senza incontrare significative resistenze verso Napoli, dove entra, in carrozza, il 7 settembre, accompagnato da Enrico Cosenz, Agostino Bertani e Francesco Nullo e da altri due Ufficiali, attraversando la città festante e imbandierata con il tricolore, mentre le navi sparano salve di cannone.

LA BATTAGLIA DEL VOLTURNO Tra il 1° e il 2 ottobre 1860, sul Volturno, si svolge lo scontro decisivo dell’intera campagna meridionale. Lo schieramento garibaldino, con il Quartiere Generale a Caserta, organicamente costituito su 4 Divisioni, è composto da 22 000 uomini, 24 pezzi di artiglieria e 1 746 Ufficiali; le truppe borboniche, concentrate tra Capua e la riva destra del Volturno, la sera del 30 settembre 1860 ammontano a circa 40 000 uomini, con 42 cannoni. Tutte le città della Valle del Volturno vengono coinvolte nell’ultimo e più importante scontro tra l’Esercito garibaldino e l’Esercito borbonico, ancora nella pienezza delle forze, decisi a vincere l’ultima battaglia. Il Generale von Mechel, Comandante delle trup-

Il combattimento di Caserta.

pe borboniche, si dirige nella Valle del Volturno con 3 000 uomini, dove si scontra con la Divisione comandata dal Generale Nino Bixio. Lo scontro avviene ai Ponti della Valle di Maddaloni il 1° ottobre 1860. L’ala destra dello schieramento garibaldino non regge al primo urto e scompostamente si sbanda. Il resto della Divisione resiste validamente e contrattacca i borbonici. I garibaldini, peraltro, sono quasi il doppio dei borbonici che, nonostante abbiano occupato l’acquedotto e collocato pezzi di artiglieria, devono arrestarsi e attendere l’aiuto della Colonna Ruiz; aiuto che non potrà arrivare in quanto bloccato dal Maggiore Sacchi al Monte Gradillo e presso San Leucio e dal Maggiore Pilade Bronzetti a Castel Morrone, a difesa della strada Limatola-Caserta. A Castel Morrone, Pilade Bronzetti tiene saldamente la posizione con i suoi uomini. Contro quell’avamposto, dalle 6.30 del mattino, più di 1 300 borbonici, comandati dal Maggiore Nicoletti, circondano il piccolo manipolo garibaldino. Sono 227, ottimi tiratori, quasi tutti lombardi reduci della Campagna del 1859, armati con le carabine inglesi «Enfield», decisi a resistere fino all’ultimo. I garibaldini si ritirano tra le rovine del

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Della Rocca di esprimere al Generale Garibaldi il castello. Esaurite le munizioni, fanno rotolare suo compiacimento per la condotta e il valore sassi sugli attaccanti e, in ultimo, in un sanguinodelle Camicie Rosse. so corpo a corpo, si scagliano contro i borbonici Il 26 ottobre, al quadrivio di Taverna della Catena, con le baionette e le sciabole. Alla fine si arrendoa Vairano Patenòra, nel territorio di Teano, Garibaldi no, ma oltre metà rimangono uccisi o feriti e tra consegna il Regno delle Due Sicilie al Re Vittorio questi il loro valoroso Comandante che meriterà Emanuele II; il 4 novembre, a Napoli, nella piazza la Medaglia d’Oro al Valor Militare. antistante il Palazzo Reale (oggi del Plebiscito), conPer tale valoroso comportamento, la Colonna segna ai 426 presenti dei 1 089 sbarcati a Marsala, Ruiz-Perrone giungerà a S. Leucio solo verso sera, la Medaglia Commemorativa quando è troppo tardi; von Medella Spedizione, offerta dal chel si è già ritirato davanti alle preponderanti forze di Nino BiL’impresa dei Mille, consi- Municipio di Palermo, che riporta sul retro la scritta: «Ai prodi xio. Il sacrificio di Pilade Bronzetderata una delle pagine più cui ti e dei suoi uomini non è stato fu duce Garibaldi». vano e Garibaldi potrà annuncia- significative ed entusiaL’8 novembre, Garibaldi, rismanti del nostro Risorgi- fiutando doni e onori offertigli re: «Vittoria su tutta la linea!». Nella Battaglia del Volturno, mento, ha del miracoloso sia dal Re Vittorio Emanuele II, combattuta da ambo le parti con per la brevità dei tempi con i prende commiato dalle sue Cagrande valore, rifulge maggior- quali si sono ottenuti suc- micie Rosse con un commomente il genio militare del Geproclama. cessi decisivi su forze ben vente nerale Giuseppe Garibaldi, sia Il giorno 9 si imbarca sul piroper il considerevole numero di più consistenti, sia perché da scafo «Washington», accompauomini impiegati che per gli questi successi sono scaturiti gnato da alcuni fedelissimi, per aspetti tattici e strategico-mili- risultati politici risolutivi far ritorno nella sua Caprera, tari. portando con sé soltanto alcuni Ai borbonici è mancata non la sacchetti di caffè e zucchero, un bravura e il valore individuale, ma l’abilità e la fesacco di legumi, uno di sementi, una cassa di macde dei Comandanti, fortemente demotivati a tutti i cheroni, una balla di merluzzo secco, tre somarelli e livelli. I garibaldini suppliscono all’insufficienza la gloriosa cavalla Marsala che scalpita felice, forse l’unica, per la fine della Campagna. logistica con la straordinaria capacità dei Comandanti e soprattutto con la forza degli ideali unitari che li animano. Ma il risultato positivo della giornata si deve soprattutto alla presenza costante di CONCLUSIONI Garibaldi, che ha raggiunto rapidamente ogni posizione in difficoltà. Egli è stato l’anima della batGaribaldi è l’eroe tipico italiano, sempre profontaglia e ha saputo impiegare gli uomini con lo damente umano, che ha fornito l’esempio più lustraordinario intuito del grande stratega. minoso, non soltanto di valore ma anche di lealtà La resa di Capua, con 57 000 uomini e 290 boce di disinteresse. che da fuoco, darà modo al Generale Morrozzo Egli ha rappresentato la partecipazione del popolo alla grande impresa del Risorgimento, che altrimenti sarebbe stata soltanto diplomatica e riservata a ristretti ceti borghesi e intellettuali. Il combattimento di Maddaloni, avvenuto durante le Il fenomeno del «garibaldinismo» ha evidenziato operazioni per l’assedio di Capua. le qualità e le caratteristiche più genuine e spontanee degli italiani: l’amore per la Patria e per le grandi cause, l’umiltà, la generosità e l’eroismo senza clamori, valori e sentimenti che costituiranno lo spirito più puro della tradizione garibaldina, che troverà la sua naturale continuità nelle successive generazioni di Volontari. L’impresa dei Mille, considerata una delle pagine più significative ed entusiasmanti del nostro Risorgimento, ha del miracoloso sia per la brevità dei tempi con i quali si sono ottenuti successi decisivi su forze ben più consistenti, sia perché da questi successi sono scaturiti risultati politici risolutivi. Dall’esame dei fatti e dei documenti, valutati con serena obiettività, si può affermare che l’esito

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Sopra e a sinistra. La battaglia sul Volturno.

positivo dell’impresa si deve essenzialmente alle seguenti cause: • il decadimento delle istituzioni politiche e militari borboniche, aggravato dagli interessi quasi unicamente mistici perseguiti dal Re Francesco II; • l’assenza di precise e risolutive direttive da parte di un Comando Supremo, la mancanza di uno stratega capace e carismatico, la colpevole inettitudine dello Stato Maggiore borbonico e la evidente demotivazione dei Comandanti ad ogni livello; • il grande apporto dei siciliani, fornito costantemente all’Esercito Volontario garibaldino con entusiasmo e disinteresse;

• l’illuminata e intensa attività diplomatica guidata dal conte di Cavour e approvata dal Re Vittorio Emanuele II; • gli aiuti esterni diretti e indiretti che pervennero in tempo utile alla Spedizione; • la valutazione precisa della situazione sul terreno e la conseguente prontezza e rapidità delle risoluzioni, non disgiunte dall’indiscutibile genio militare, dal senso tattico e dal grande carisma personale di Giuseppe Garibaldi. La Spedizione dei Mille, l’impresa più fulgida e importante realizzata da Garibaldi, può essere definita l’apoteosi del Risorgimento e l’avvenimento determinante per il conseguimento dell’Unificazione nazionale. Pasquale Villari, storico e uomo politico, così sintetizzerà l’importanza di quello straordinario evento: «...Quando i Mille salparono da Quarto, c’era un Regno d’Italia settentrionale e centrale. Quando insieme coi picciotti entrarono in Palermo, l’unità fu fatta...». Nicola Serra Colonnello (ris.), Cultore di Studi militari

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4 MAGGIO 1861 LA NASCITA DELL’ESERCITO ITALIANO


I50° anniversario Unità d’Italia

4 MAGGIO 1861 LA NASCITA DELL’ESERCITO ITALIANO «In servizio si dovrà usar sempre la lingua italiana. Da questa disposizione è però eccettuata la Brigata “Savoia”» («Regolamento di disciplina di Istruzione e di Servizio Interno per la Fanteria», art. 5, R.D. 30 ottobre 1859). «Questa disposizione è tanto più opportuna, in quanto che trovansi oggi nell’Esercito uomini di ogni provincia dell’Italia, che parlano un dialetto loro particolare, e molti dei quali durano gran fatica ad intendere quello di altre province. Il Ministero raccomanda quindi la osservanza rigorosa di tale disposizione, divenuta ormai indispensabile, non solo per parte degli Uffiziali, ma per parte di qualunque graduato, in qualsivoglia occasione di servizio e specialmente poi sempre nell’istruzione; e confida nella solerzia dei signori Uffiziali Generali, Ispettori dell’Esercito, e Capi di Corpo e Stabilimento di ogni Arma, perchè ne sia promossa ed invigilata la stretta esecuzione» (D.M. 12 dicembre 1860).

Il 18 febbraio 1861, in Torino, il nuovo Parlamento italiano dichiarava l’Unità d’Italia. Da quel momento si diede l’avvio a tutte quelle operazioni volte a completare l’organizzazione dello Stato, già iniziata nel biennio 1859-1860 con l’annessione delle prime Regioni Italiane, in veste unitaria. Sul tipo di Esercito sorsero subito contestazioni a seconda delle inclinazioni politiche, ma per la grande maggioranza non esistevano alternative al procedimento seguito durante e dopo la seconda Guerra d’Indipendenza, cioè all’allargamento dell’Armata Sarda, l’unica in Italia che avesse solide tradizioni, che si fosse battuta in regime costituzionale contro l’Austria, che avesse accolto nelle sue file numerosi Volontari delle altre regioni italiane e che avesse già incorporato senza grossi problemi i contingenti lombardo, emiliano e toscano. «L’amalgamarsi del nuovo elemento con quello che chiameremo Piemontese-Lombardo fu reso ancora più agevole dalla campagna dell’Umbria e delle Marche e del Mezzodì d’Italia, che s’iniziava dopo tale fusione ed era coronata di sì felice successo; non vi ha miglior mezzo ad unir le membra di un Esercito, quanto i pericoli e le fatiche insie-

A destra. Un Ufficiale inferiore di cavalleria. In apertura. Ufficiali, Sottufficiali e soldati di varie Armi e Corpi.

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me sopportate specialmente quando sono coronate dalla fortuna, talché quando nei primi mesi del 1861 venne la volta della fusione dell’elemento meridionale, l’Esercito nazionale ormai italiano di nome e di fatto, si trovava già solidamente co-


stituito e cementato assieme dal ricordo di una felice campagna fatta in comune. Ebbene, anche per questo nuovo contingente che veniva a rannodarsi intorno alla bandiera nazionale, il tempo fece giustizia di molti giusti timori e di molte ingiuste prevenzioni». («L’Annuario dell’Italia Militare», 1864). Ed è così che il 4 maggio 1861 il «Giornale Militare» pubblicò la seguente nota: «Vista la legge in data 17 marzo 1861, colla quale Sua Maestà ha assunto il titolo di Re d’Italia, il sottoscritto rende noto a tutte le Autorità, Capi ed Uffici Militari che d’ora in poi il Regio Esercito dovrà prendere il nome di Esercito Italiano, rimanendo abolita l’antica denominazione di Armata Sarda. Tutte le relative iscrizioni ed intestazioni che d’ora in avanti occorra di fare e di rinnovare, saranno modificate in questo senso. II Ministro della Guerra, Manfredo Fanti». La struttura che l’Esercito Italiano, a seguito del predetto decreto, assumerà, era già stata indicata dal precedente decreto del 24 gennaio 1861, cioè: • 1 Stato Maggiore Generale; • 6 Corpi d’Armata, ognuno su 3 Divisioni, 1 battaglione di deposito, 2 reggimenti di cavalleria, 9 batterie di artiglieria, 1 compagnia zappatori; • 1 Divisione di cavalleria di riserva, su 2 Brigate di cavalleria e 1 di artiglieria a cavallo; • 1 Riserva Generale d’artiglieria, con 11 batterie Documento tratto dall’«Annuario Militare» del 1864. da battaglia; • il Corpo dei Carabinieri su 13 Legioni territoriali e 1 Legione allievi. si, l’Armata Sarda poteva raggiungere, compresi i La Divisione era su 2 Brigate di fanteria, 2 batsedentari, circa 140 000 effettivi. Siffatto ordinataglioni bersaglieri e 3 batterie campali. Commento accentuava il controllo regio sull’Esercito plessivamente, l’intero Esercito avrebbe avuto di pace (costituito da sedicimila Volontari a lunga 17 Divisioni di fanteria e 1 di cavalleria. ferma e da un contingente di 8-10 000 giovani di La struttura siffatta rappreleva), ma costituiva anche una sentava la soluzione finale di risposta del Piemonte alla miIl 18 febbraio 1861, in naccia alla libertà d’azione saun processo iniziato con il r i o r d i n a m e n t o d e l l ’ A r m a t a Torino, il nuovo Parlamento bauda rappresentata dall’assoSarda durante il regno di Carlo italiano dichiarava l’Unità luto predominio austriaco nelAlberto e, successivamente, d’Italia. Da quel momento si l’Italia settentrionale. con la riforma «La Marmora» Dopo il disastro di Novara, diede l’avvio a tutte quelle attribuito del 1854. per la gran parte alla Difatti, nel 1831, Carlo Alber- operazioni volte a comple- scarsa coesione dei reparti doto approvò una nuova riforma. tare l’organizzazione dello vuta alla presenza di un elevato L’Esercito Italiano assunse una Stato, in veste unitaria numero di riservisti, fu deciso fisionomia intermedia fra quella di abbandonare l’ordinamento degli Eserciti di massa, costidel 1831. tuiti da una larga intelaiatura da completare con i Due sistemi furono dunque posti a confronto da riservisti all’emergenza, e quelli professionali, Alfonso La Marmora, promosso in due anni da completi organicamente sin dal tempo di pace. La Tenente Colonnello a Tenente Generale e nomidurata della ferma di leva fu portata a 14 mesi, da nato nel 1849, a soli 45 anni, Ministro della Guereffettuare tutti di seguito. Ad essi seguivano un ra con l’incarico di ristrutturare l’Esercito su basi periodo di 7 anni di pronta disponibilità e uno di considerate più solide. 8 anni nella riserva territoriale; inoltre, venne radIl modello di Esercito «francese» - denominato doppiato (da 8 a 16 000) il numero dei Volontari a anche Esercito stanziale o di caserma o di qualità lunga ferma. Con la mobilitazione di tutte le clas- con ferme di durata molto lunga e limitato ri-

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Garibaldi guida all’assalto Volontari Garibaldini, Carabinieri genovesi e Cacciatori delle Alpi.

corso al richiamo dei riservisti, che caratterizzava anche l’Esercito austriaco; e quello «prussiano» denominato anche Esercito di numero - con ferme brevi, con obbligo militare assolto dalla totalità della popolazione, con ampio affidamento sui riservisti sia per completare le unità esistenti in pace sia per costituire nuovi reparti combattenti (milizia mobile o Landwehr) sia, eventualmente, per procedere in casi estremi alla mobilitazione generale (milizia territoriale o Landsturm), cioè, in sostanza, all’armamento del popolo preconizzato dal Clausewitz. L’espressione estrema del sistema prussiano era rappresentata dall’Esercito di milizia di tipo svizzero, in cui, come affermava Cesare Balbo, «si fa uscire l’Esercito dalla Nazione armata, anziché, come avviene in Prussia, la Nazione armata dall’Esercito». Con l’ordinamento La Marmora, ispirato al modello francese, furono previste due categorie di leva. La prima prestava servizio militare per 5 anni in fanteria e per un periodo superiore negli altri Corpi e poteva essere richiamata per i successivi 6 anni. Una seconda aliquota del gettito della leva veniva iscritta nella seconda categoria e, dopo un breve periodo di addestramento, era inviata in congedo e tenuta a disposizione per 5 anni per essere richiamata in caso di necessità. La restante aliquota del contingente disponibile, che era di entità consistente, veniva poi esentata dal prestare servizio militare. Era in essa che i benestanti, destinati alla 1ª e alla 2ª categoria, potevano trovare, a pagamento, dei sostituti disposti a prestare servizio militare al posto loro. Si rinunciò quasi completamente ai Volontari a lunga ferma, poiché era stato accertato il decadi-

Il Generale Manfredo Fanti.

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mento del livello qualitativo del loro reclutamento. Si aumentò però il numero dei Sottufficiali, migliorandone ulteriormente la già ottima formazione professionale. Dai Sottufficiali piemontesi fu poi tratto un gran numero di Ufficiali dell’Esercito Italiano. I battaglioni furono ridotti di dimensione, passando da 1 000 a 600 uomini; le compagnie passarono da 250 a 150 uomini; i reggimenti di cavalleria pesante di 6 squadroni ciascuno furono trasformati in 4 reggimenti pesanti e 5 leggeri su 4 squadroni; furono potenziati i battaglioni bersaglieri. Si trattò in sostanza di un complesso di riforme volte a conferire mobilità ed elevata reattività all’Esercito. Grandi riforme interessarono il Corpo degli Ufficiali, di cui fu curato il reclutamento, la selezione e la preparazione professionale e culturale. Esso fu aperto ai figli della borghesia cittadina e agli esuli di altre regioni italiane. Non fu invece - e questo in un certo senso era in contraddizione con gli orientamenti generali della riforma - ripristinato l’istituto degli Ufficiali di complemento, abolito da Carlo Alberto per ragioni politiche. Sulla scelta dell’«ordinamento La Marmora» giocarono vari fattori. Oltre all’obiettivo di ottenere uno stretto controllo sull’Esercito, per garantirne la saldezza e l’obbedienza in quel periodo di profondi rivolgimenti istituzionali, l’intento fu quello di realizzare un’elevata prontezza operativa e un’organizzazione simile a quella della Francia, naturalmente in caso di attacco austriaco. Però


quantitativamente l’Esercito era enormemente diminuito di numero, e ciò dimostra l’aderenza al programma moderato di rinunciare a un’azione autonoma e di concepire la propria pianificazione ordinativa su una strategia operativa che si basava sull’apporto francese. Nel 1859, alla vigilia della seconda Guerra d’Indipendenza, l’Armata Sarda risultava così composta: • fanteria di linea: 10 Brigate, ciascuna su 2 reggimenti su 4 battaglioni e un deposito di 2 compagnie: il battaglione era ordinato su 4 compagnie di 150 uomini ciascuna; • fanteria leggera: 10 battaglioni bersaglieri su 4 compagnie e un deposito; • cavalleria di linea: 4 reggimenti su 4 squadroni e un deposito: lo squadrone di 140 uomini; • cavalleria leggera: 5 reggimenti Cavalleggeri ordinati come quelli di linea; • artiglieria: 3 reggimenti, di cui: uno da piazza con 12 compagnie; uno da battaglia con 15 batterie da campo, 2 a cavallo e 5 da posizione, tutte su 6 pezzi; uno di operai e pontieri di 6 compagnie; • genio: un reggimento zappatori su 2 battaglioni su 5 compagnie. Nell’imminenza del conflitto, la mobilitazione dell’Esercito venne eseguita con regolarità e prontezza, quantunque non poche difficoltà s’incontrassero nell’acquisto dei cavalli all’Estero, avendo la Svizzera imposto una forte tassa di esportazione, e dovendo la Francia e l’Austria provvedere ai propri bisogni. La catena di comando fu così articolata: Vittorio Emanuele II, Comandante supremo; Generale Della Rocca, Capo di Stato Maggiore; Generale Pastore, Comandante l’artiglieria; Generale Menabrea, Comandante del genio; il Generale La Marmora seguiva il Quartiere Generale principale. I Volontari non incorporati nelle file dell’Esercito regolare furono riuniti in una Brigata di circa 3 000 uomini, cui si dette il nome di «Cacciatori delle Alpi», posta sotto il comando del Generale Garibaldi. Al prematuro termine delle ostilità, dopo il Trattato di Villafranca, seguito dalla pace di Zurigo che riuniva al Piemonte la Lombardia, e in conseguenza del suffragio popolare, l’annessione del Granducato di Toscana e dei Ducati di Modena, Reggio e Parma, nonché quella dell’Emilia e della Romagna, gli Eserciti pre-unitari di questi Stati confluirono nelle file dell’Armata Sarda portando con sé non solo uomini e armamento, ma anche pregi e difetti. Fu così che tra l’agosto e il settembre 1859 fu costituito con tutte le forze regolari dei suddetti Stati e con numerosi Volontari di svariata provenienza, l’«Esercito della Lega», il cui comando fu affidato il 14 settembre al Generale Fanti con il compito di difendere il Paese da ogni aggressione e mantenere l’ordine pubblico, compito che ben

presto diede inizio al perenne contrasto tra Fanti e Garibaldi, Comandante in seconda, che male sopportava i vincoli gerarchici e che nutriva idee diverse. Difatti questi non esitò a manifestare l’intenzione di sconfinare e accendere la rivolta nello Stato pontificio. Fanti, naturalmente, si impose con energia per evitare pericolose iniziative. Ma il vero motivo di attrito era che Fanti mirava a costituire un organismo militare quanto più regolare possibile sì da poterlo inglobare nell’Armata Sarda senza provocare eccessivi sconcerti. Ciò comportava per i Volontari anche un servizio alle armi regolato da precise norme: in altre parole, una ferma di definita entità che impedisse, tra l’altro, improvvisi autocongedamenti intesi a ri-

Il Generale Alfonso La Marmora.

prendere la libertà d’azione. Garibaldi, non concordando, il 17 novembre successivo si dimise. In Lombardia le operazioni furono semplici. Il reclutamento dei contingenti di leva delle classi alle armi nell’Armata Sarda, compresi i militari in servizio nell’Esercito austriaco e rilasciati dopo Villafranca, consentì l’agevole costituzione di 6 Brigate di fanteria, 3 reggimenti di cavalleria e 6 battaglioni bersaglieri, che dettero vita a 3 nuove Divisioni attive, completate entro dicembre 1859.

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Quadri piemontesi; Brigata «Ferrara»: con Volontari delle colonne Roselli e Masi e Garibaldini; Brigata «Modena»: già «Cacciatori della Magra»; Brigata «Parma»: truppe di Parma, più 2 compagnie del reggimento «Real Navi» piemontese. Le disparità d’origine furono sensibili, ma il problema più avvertito riguardò sempre gli Ufficiali. Fanti ebbe, infatti, a disposizione Ufficiali che nella quasi totalità avevano già prestato servizio nell’Armata Sarda, o negli Eserciti austriaco, dei Ducati, francese o spagnolo o, comunque, avevano combattuto a Roma o Venezia nel 1848 e 1849. Tuttavia, erano insufficienti e quelli inviati dal Piemonte non poterono certo risultare di «prima scelta», stante le esigenze proprie dell’Armata Sarda. Inoltre, ai fini dell’amalgama «le Divisioni vennero stanziate in Province diverse da quelle della loro origine», e per il livellamento degli organici delle Brigate furono effettuati movimenti perequativi. Infatti, i reggimenti di antica formazione o creati nel 1860 furono su 4 battaglioni, mentre quelli toscani ed emiliani avevano 3 o anche solo 2 battaglioni, di soldati di leva e di Volontari o addirittura di soli Volontari con la ferma a breve scadenza. Per rimediare a tale stato organico e per superare la carenza di Quadri senza indebolire troppo i reggimenti, Fanti dispose che Una caricatura piemontese del tempo: «La visita medica delle reclute ovverosia quelli che non giungono alla miessi si formassero tutti su 3 battaglioni, su 5 o 6 sura tornano alla balia». Il medico che misura è il Minicompagnie, anziché su 4, e che i reggimenti sotto stro della Guerra Generale Alfonso La Marmora. organico venissero completati con movimenti perequativi. Il Regio Decreto del 25 marzo 1860 inserì nelNaturalmente le vecchie Brigate piemontesi cel’Armata Sarda le truppe della Lega ammontanti dettero reparti organici e compagnie deposito per a 52 000 uomini: 20 reggimenti di fanteria, 10 l’approntamento delle nuove unità. battaglioni bersaglieri, 4 reggimenti di cavalleQualche difficoltà si ebbe con l’assorbimento ria, 2 squadroni Guide, 15 batterie da campagna delle truppe toscane ed emiliane che presentavano e 10 compagnie da piazza, 12 compagnie del sensibili differenze di efficienza. Le prime 4 Brigagenio, tutti impostati sotto il profilo organico, te di fanteria e 2 reggimenti di fanteria si basavaamministrativo e addestrativo secondo il moduno sul piccolo Esercito granducale, ampliato lentalo piemontese. mente e con qualche difficoltà, Iniziò così il riordinamento ma giunto a una condizione acdell’Esercito, ad opera del Gecettabile sotto il Ministro della Le disparità d’origine fu- nerale Fanti. Guerra Raffaele Cadorna, con rono sensibili, ma il probleAbolita la circoscrizione sulQuadri forniti dall’arrivo di Uffi- ma più avvertito riguardò la base delle Divisioni territociali piemontesi (pochissimi), riali, vennero istituiti 5 Gran sempre gli Ufficiali dal richiamo di elementi che Comandi, ognuno con giuriavevano combattuto nel 1848sdizione su un Dipartimento 49, dalla promozione di Sottufmilitare, destinati a trasforficiali e dai Sottotenenti usciti dagli ultimi corsi del marsi in Comandi di Corpo d’Armata all’atto Liceo Militare di Firenze. della mobilitazione. In Emilia, il Parini aveva fatto ricorso agli eleAlle dipendenze dei Grandi Comandi vi erano 13 menti superstiti delle forze regolari più le leve sui Divisioni attive, ognuna su 2 Brigate di fanteria, 2 nati del 1839, nonché ai Volontari della Romagna battaglioni bersaglieri, 1 reggimento di cavalleria, e delle Province pontificie, dando vita a 6 Brigate: 1 brigata d’artiglieria, unità minori e servizi con «Ravenna»: con Volontari delle Marche, Umbria, un organico di guerra di circa 14 000 uomini. EsiRomagna e con Quadri eterogenei; «Forlì»: come la stevano, inoltre, 2 Brigate autonome («Savoia», «Ravenna»; «Bologna»: con Volontari emiliani e poi «Re», e «Cacciatori delle Alpi») e 1 Divisione di

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sonale e al materiale nella giurisdizione di competenza. Per l’impiego l’Arma fu articolala su 9 reggimenti: 1 di operai e pontieri, 4 da piazza e 4 da campagna. L’Arma del genio ricevette anch’essa un adeguato potenziamento sia nel servizio tecnico e amministrativo, sia per l’impiego in campagna. Il primo fu assolto da 9 direzioni; il secondo da 2 reggimenti genio zappatori su 3 battaglioni di 4 compagnie. In particolare, la compagnia divenne unità d’impiego in ogni Divisione e Corpo d’Armata. Infine, in campo logistico si vollero alleggerire le Divisioni accentrando quanto possibile i servizi al livello Corpo d’Armata. In sostanza, il Corpo d’Armata cominciò ad acquisire una forma operativa definita: 3 divisioni in linea di massima, 40 000 uomini circa, funzione logistica completa. Tenuto conto dell’evoluzione degli avvenimenti nella penisola e della situazione internazionale, si rese anche opportuno procedere al potenziamento dell’Esercito, sia pure per gradi, dovendosi fra l’al-

Sopra e a destra. Documenti tratti dall’«Annuario Militare» del 1864.

cavalleria. Il complesso di provvedimenti trovò completa attuazione nel 1861, comunque a metà ottobre 1860 tutti i reggimenti di fanteria erano su tre battaglioni. In campo addestrativo si registrò un sensibile miglioramento grazie all’esperienza bellica del 1859 e all’amalgama con i Volontari, che si traduceva nella minore rigidità nel combattimento della fanteria. La cavalleria fu distinta in 4 reggimenti di linea, 6 di lancieri e 6 di cavalleggeri, tutti su 4 squadroni. Il nuovo reggimento «Guide» ebbe 5 squadroni. La dottrina d’impiego rimase invariata, però sul piano pratico la cavalleria acquistò maggiore scioltezza. Le modifiche più rilevanti furono quelle adottate dall’Arma di artiglieria. Abolita la vecchia denominazione (Corpo Reale di artiglieria) e soppresse le antiche cariche di vertice, vennero creati 5 Comandi territoriali incaricati di provvedere al per-

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Sopra. Governo Provvisorio di Bologna: Guardie Nazionali, Guardie d’Onore (in uniforme scura con pennacchio rosso) e pompieri (con elmo). A sinistra. Battaglione Tiragliatori della Guardia Reale Napoletana: Ufficiali in uniforme da marcia e in gran tenuta.

tro armonizzare le operazioni di leva con i sistemi di reclutamento già esistenti nelle varie regioni. Così l’Armata Sarda, che nel gennaio 1860 contava 94 000 uomini, passò a 180 000 con 7 346 Ufficiali, di cui 6 000 circa d’Arma, alla fine di marzo. Nel mese di maggio, poi, la spedizione dei Mille consigliò di chiamare alle armi il resto delle

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classi lombarde del 1830-33 e, in tal modo, a settembre l’Esercito raggiunse complessivamente i 192 000 uomini. In caso di mobilitazione generale la cifra sarebbe salita a 215 000 uomini nelle unità d’impiego, cioè non calcolando i parchi di artiglieria e del genio, il treno, gli organi dei servizi e la giustizia militare. La mobilitazione era stata studiata da un’apposita commissione presieduta dal Generale Cialdini con l’intento di conferire all’Esercito di campagna una struttura più agile (Corpo d’Armata pedina della battaglia) e alla Divisione una maggiore leggerezza (accentramento dei servizi al livello superiore). L’Armata, così rafforzata, si trovò immediatamente sul campo di battaglia in Italia Centrale e in Italia Meridionale, affrontando però due compagini non idonee per testare la nuova realtà: la prima (pontificia) priva di qualsiasi volontà combattiva, la seconda (borbonica), sebbene in fase di riacquisizione del senso del dovere e di attaccamento alla propria bandiera, era provata da una ritirata


difficile operazione. Coerentemente con le tendenze di fondo dell’ordinamento Fanti, fu sciolto l’Esercito meridionale e vennero respinte le proposte di Garibaldi che indignato si ritirò a Caprera - di prevedere nel nuovo Esercito 5 Divisioni di Volontari, ovvero la costituzione di una consistente Guardia Nazionale, composta da tutti i cittadini dai 18 ai 35 anni. Inoltre, l’Esercito napoletano negli ultimi tempi inquadrava molta fanteria leggera: 1 battaglione di tiragliatori, 1 reggimento (2 battaglioni) di cacciatori della Guardia e 13 battaglioni di cacciatori di linea, oltre 1 battaglione di cacciatori stranieri. Il battaglione era su 6 compagnie attive e 1 di deposito, con una forza di circa 1 000 uomini. Si presume che nel 1860 l’organico poteva contare su circa 12 000 uomini che erano le migliori milizie «pedestri» dell’Esercito napoletano, sia per la scelta degli Ufficiali e dei Sottufficiali, sia per la qualità degli uomini, delle armi, della disciplina, dell’addestramento e per lo spirito militare: e tra questi primeggiavano i tiragliatori. «Nel 1860 i tiragliatori, come si vedrà successivamente, furono travolti nello scompiglio generale dell’Esercito napoletano; sciolti, poi richiamati alle armi nell’Esercito Italiano, gran parte di quelli che obbedirono, alla chiamata (Sottufficiali e soldati) furono ammessi nei Bersaglieri. Per gli Uffi-

Sopra e a destra. Documenti tratti dall’«Annuario Militare» del 1864.

umiliante dalla Sicilia e da una sconfitta scottante sul Volturno ad opera di Garibaldi. Pertanto, anche se l’esito finale fu favorevole, si rese necessario procedere con rapidità alla nuova ristrutturazione, anche per valutare l’impiego dell’elevato numero di uomini affluenti dall’Esercito meridionale e dai Corpi Volontari Garibaldini, che, a differenza delle precedenti unità, inquadravano personale male inquadrato, a volte indisciplinato, e in alcuni casi scarsamente addestrato. In merito alle truppe garibaldine, che assommavano a 7 000 Ufficiali e circa 50 000 uomini di truppa, esse erano composte da personale molto eterogeneo. Inoltre, nonostante le ottime prove fornite in battaglia come soldati, la loro organizzazione militarmente risentiva di un certo grado d’improvvisazione, comprensibile d’altronde in un Corpo Volontario. Il loro inglobamento, specie l’equiparazione dei gradi degli Ufficiali garibaldini a quelli dell’Armata Sarda, incrementò i contrasti tra Fanti e Garibaldi influendo pesantemente sulla

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Alfiere e Lancieri dei reggimenti «Aosta», «Milano» e «Montebello».

ciali si dovette fare una scelta come per le altre Milizie Speciali». Relativamente all’Esercito napoletano, si decise soltanto di mantenere in servizio le ultime quattro levate, cioè i giovani ritenuti più facilmente inseribili; gli anziani, invece, di cui si temeva il risentimento e si nutriva scarsa stima, furono congedati, con il risultato che questa gente sbandata finì per ingrossare le file del brigantaggio. Mentre per i Garibaldini, gli Ufficiali furono sottoposti a un esame; soltanto 1 500 superarono lo stesso e politico. Non esistevano in Italia le condizioni per furono immessi nei ranghi - così come assicurato adottare un’organizzazione tipo «Nazione armaa Garibaldi - con lo stesso grado e alla truppa fu ta». Essa avrebbe dovuto trovare le sue premesse proposto il congedo con un premio in danaro pari in una riorganizzazione della a sei mesi di «paga» oppure di che la classe dirigente transitare tra le file dell’Esercito Nessun Governo avrebbe società, del nuovo Regno riteneva inacItaliano, inquadrati in un costituendo Corpo di Volontari. La potuto o potrebbe accettare cettabile o quantomeno immaggior parte scelse la prima l’esistenza di organismi mili- possibile da attuare in tempi soluzione, i restanti furono in- tari, quali l’Esercito meridio- brevi, non solo per una rigida difesa dei propri interessi e del quadrati nelle Unità già esistenti giacché non fu costituito il nale, non sottoposti a un suo proprio potere, ma anche per promesso Corpo di Volontari. completo controllo e infor- l’incombere di minacce interne Secondo alcuni quella fu una mati a principi e a obiettivi ed esterne, che mettevano in forse l’unificazione raggiunta. grande occasione mancata, che propri dell’opposizione Nessun Governo avrebbe potulimitò grandemente la possibilito o potrebbe accettare l’esità di un vero rinnovamento sia stenza di organismi militari, quali l’Esercito meridella Nazione che dell’Esercito. Influirono al ridionale, non sottoposti a un suo completo conguardo lo spirito «corporativo» dell’Esercito regotrollo e informati a principi e a obiettivi propri lare, ma, soprattutto, preoccupazioni di carattere dell’opposizione. Purtroppo lo scioglimento dell’Esercito meridionale, pur necessario per evitare un «dualismo» militare, fu condotto dai militari piemontesi con durezza, in maniera ben diversa dal gradualismo che avrebbe voluto il Conte di Cavour. La smobilitazione così affrettata fu anche dovuta a una profonda sottovalutazione del pericolo rappresentato dalla rivolta contadina nelle regioni meridionali. Benché i moderati fossero in disperata carenza di effettivi, perché il grosso dell’Esercito doveva rimanere sul Po e sul Mincio a fronteggiare l’Austria, con lo scioglimento dell’Esercito meridionale, che dopo Teano non costituiva politicamente più un pericolo, si privarono di una robusta forza militare utile per domare subito il «brigantaggio» prima che si diffondesse. Tra l’altro, taluni ex Garibaldini meridionali, in odio ai piemontesi, si unirono alle bande antiunitarie. Un’assimilazione più progressiva e indolore del-

Una caricatura di Alfonso La Marmora, Ministro della Guerra, per alcune sue disposizioni sulle mense in comune degli Ufficiali (da «Il Fischietto», 1859).

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l’Esercito meridionale in quello regolare avrebbe invece consentito ai moderati di raggiungere i loro obiettivi senza tali inconvenienti. In sintesi, i nuovi elementi immessi dal 1860 in poi furono i seguenti: • Ufficiali, Sottufficiali e soldati degli antichi tiragliatori e cacciatori napoletani; • Ufficiali provenienti dall’Esercito meridionale (Garibaldini del 1860); • Volontari d’ogni parte d’Italia, ma più particolarmente veneti, tirolesi e romani; • coscritti delle ultime leve di tutte le Province del Regno. L’immissione nell’Esercito Piemontese di questi ultimi contingenti di militari portò a un ulteriore aumento degli organici. I reparti furono nuovamente manipolati e il quadro di formazione dell’Esercito fu conseguentemente modificato. L’inquadramento di queste unità consentì di costituire tre nuove Divisioni con cui fu formato il VI Corpo d’Armata che venne stanziato nelle Province meridionali. Le fasi del processo di fusione di tutte le forze

Sopra e a sinistra. Documenti tratti dall’«Annuario Militare» del 1864.

militari, di cui l’Italia dispose in quel momento, fu laborioso. Le difficoltà maggiori scaturirono dalla diversità che caratterizzava quegli elementi da amalgamare. Si trattò di comporre un solo omogeneo organismo costituito da formazioni militari, talvolta in antitesi tra loro e ciascuna espressione di una tradizione militare, sociale e storica completamente estranea all’altra. Sotto il profilo tecnico, poi, l’eterogeneità del personale reclutabile si presentò in forme altrettanto accentuate. Si andò facilmente da un estremo all’altro; talvolta, i soldati da inserire nelle unità di nuova costituzione provenivano da solide istituzioni militari e avevano al loro attivo una valida esperienza di guerra, altri, invece, mancavano di esperienza e tradizioni, quando addirittura non avevano combattuto contro. L’esperienza di secoli di vita vissuti divisi gli uni dagli altri, aveva disabituato gli italiani a vivere in comunità di intenti. L’operazione d’amalgama fu difficile, e costituì una valida ragione per to-

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RIASSUNTO DELLA SITUAZIONE NUMERICA DEI MILITARI DELL’ESERCITO DISTINTI PER PROVINCE AL 1° LUGLIO 1862

gliere all’Esercito ogni tendenza che potesse avere carattere regionalistico. Dar spazio a un’impostazione di questo tipo era molto pericoloso, specie in un momento in cui l’unità del Paese doveva ancora consolidarsi. L’aumento considerevole degli organici di truppa, avvenuto in così breve tempo, determinò l’esigenza di assegnare ai reparti, in proporzione, anche un’adeguata aliquota di Ufficiali. A causa dei rapidi tempi di attuazione di questo ampliamento non fu possibile disporre tempestivamente di Quadri sufficientemente qualificati per completare i reparti. Fu necessario servirsi di tutto il personale che si riuscì a raccogliere, con grande discapito del livello professionale e della omogeneità dei medesimi. «E così avvenne fra noi, nelle varie fusioni per cui si formò l’Esercito nazionale, da principio una quantità di suscettibilità ed anche qualche interesse ferito si rivoltarono e si sfogarono con qualche lamento, ma a poco a poco si affievolì questa prima impressione; il “camaradage” (cameratismo) fece passar sopra a tutto, e, ove questo non fosse bastato, si aggiunse il patriottismo, a cui nulla resiste; oh! quanti di quei tanti che hanno fatta l’Italia potrebbero apprendere ciò che sia virtù

Particolare (reggimento «Guide») di una tavola uniformologica del Regno d’Italia di Quinto Cenni.

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cittadina e vero civismo nelle file dell’Esercito, il quale non è forse la quintessenza di quella civiltà, che è cosa troppo civile per essere militare, ma è in compenso lo specchio di quella probità franca e forse un po’ rozza, che è probabilmente cosa troppo rozza per essere civile. Tale è il modo con cui si costituì quell’Esercito nazionale che forma oggidì l’orgoglio e la spe-


Sopra. Documento tratto dal testo: «Elementi di Geografia» di Andrea Covino, edizione 1862. A sinistra. Un Sergente Maggiore del 1° reggimento «Granatieri di Sardegna» del 1864.

ranza del Paese, e che in tutti quei campi sui quali combattè, a cominciare dalle barricate lombarde del 1848 sino a quella lotta penosa ed ingrata che sostiene oggidì contro il brigantaggio, si mostrò sempre eguale a se stesso, anche quando la fortuna non coronò i suoi sforzi; Goito, Curtatone, Venezia, Novara, Roma, Cernaia,

Palestro, Varese, San Martino, Calatafimi, Milazzo, Volturno, Castelfidardo, Ancona, Gaeta e tante altre, sono pagine, storielle che potrebbero onorare qualunque Esercito, e quando i Quadri che lo compongono passarono, in maggior parte, per una scuola di tal natura, si ha ben torto di dire che un Esercito siffatto è troppo giovane; sarebbe forse più razionale il dire che esso riunisce alle qualità giovanili il frutto d’una buona esperienza, e nel mestiere delle armi alla lunga preferiamo la buona. A coloro che in buona fede fanno al nostro Esercito l’appunto di esser troppo giovane, e invocano perciò continuamente il benefizio del tempo, oltre all’osservazione ora fatta che può sino ad un certo punto esser soltanto applicabile ai Quadri, ne sottoponiamo un’altra che riflette la bassa forza specialmente e del cui merito vogliamo lasciarli giudici essi stessi» («L’Annuario dell’Italia Militare», 1864). Ernesto Bonelli Generale di Brigata (aus.)

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L’UNITÀ D’ITALIA ATTRAVERSO LE SUE BATTAGLIE DECISIVE


I50° anniversario Unità d’Italia

L’UNITÀ D’ITALIA ATTRAVERSO LE SUE BATTAGLIE DECISIVE Con la fine della Grande Guerra, il processo di unificazione nazionale, iniziato in epoca risorgimentale, giunge a compimento, dando così piena concretezza al sogno italiano. L’autore ripercorre più di settant’anni di storia Patria accendendo i riflettori sugli eventi forse più romantici del nostro cammino nazionale.

alla proclamazione della Repubblica di San Marco, capeggiata da Daniele Manin. I noti rivoluzionari si estesero anche alla Toscana, alla Sicilia e a Roma, tanto da indurre il Papa a riparare a Il Congresso di Vienna del 1815 non infranse gli Gaeta. In aiuto delle città insorte del nord interideali di libertà e di unità giunti in Italia con la Rivenne Carlo Alberto, che dichiarò guerra all’Auvoluzione francese. Fino alla Prima Guerra d’Indistria. Gli altri Stati italiani inviarono propri conpendenza, infatti, fu un fervore di aspirazioni che tingenti di truppe: la Toscana inviò 7 000 uomini portò alla crescita delle idee liberali e ai continui tra regolari e volontari agli ortentativi di concretizzarle. dini del Generale De Laugier; Tali ideali, inizialmente apGli ideali, inizialmente lo Stato Pontificio 7 000 regopannaggio di pochi illuminati intellettuali e Capi militari, co- appannaggio di pochi illu- lari agli ordini del Generale minciarono a diffondersi in minati intellettuali e Capi Durando e 10 000 volontari ordini del Generale Ferrari; tutti gli strati sociali delle pomilitari, cominciarono a dif- agli il Regno delle Due Sicilie 16 000 polazioni; da queste scoccò, infatti, la scintilla rivoluziona- fondersi in tutti gli strati regolari agli ordini del Generale ria. Insorse per primo il Regno sociali delle popolazioni; da Pepe. Rilevante fu l’apporto dei Lombardo-Veneto. A Milano, queste scoccò, infatti, la Corpi volontari formatisi in varie città della Lombardia, del Venein cinque gloriose giornate, dal scintilla rivoluzionaria to e dell’Emilia-Romagna, nelle 18 al 22 marzo, i cittadini caccui fila affluirono anche numeciarono fuori dalle mura il prerosi italiani che avevano disertato le file dell’Esercisidio austriaco, che si ritirò nel Quadrilatero; a to austriaco. Una parte dei volontari servì alla coVenezia la notizia dell’insurrezione della capitale stituzione di alcuni reggimenti di fanteria inqualombarda dette vigore e forza alla sommossa, drati nell’Esercito piemontese. che già da alcuni giorni serpeggiava, portando LE RIVOLUZIONI DEL 1848 E LA PRIMA GUERRA D’INDIPENDENZA

LE BATTAGLIE DELLA PRIMA GUERRA D’INDIPENDENZA (1848-1849) Gli inizi delle operazioni furono assai promettenti per le armi piemontesi anche se, in sostanza, favorivano la tattica adottata da Radetzky che, appoggiandosi alle fortezze bene attrezzate del

A sinistra. Volontari lombardi e veneti del 1848. In apertura. La battaglia di San Martino, 24 giugno 1859.

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Quadrilatero, si riprometteva di raggiungere il logoramento dell’avversario, facendogli sostenere un’aspra guerra di assedio. Dopo i due brillanti successi di Goito (8 aprile) e di Pastrengo (30 aprile), Carlo Alberto investì la fortezza di Peschiera. Il 29 maggio a Curtatone e Montanara i giovani studenti volontari toscani delle Università di Pisa e di Siena, frammisti a molti dei loro stessi docenti, opposero, agli ordini del Generale De Laugier, una strenua resistenza a soverchianti forze austriache; alla fine furono costretti a ritirarsi, ma avevano ottenuto il successo di impedire al nemico di cadere alle spalle dello schieramento piemontese ed avevano dato il tempo di avviare incontro agli Austriaci le truppe del Generale Bava. Queste, il 30 maggio, ancora una volta battevano a Goito le forze avversarie; l’indomani Peschiera fu costretta alla resa dalle truppe agli ordini del Duca di Genova. Ma i successi dell’Armata Sarda non potevano essere che effimeri: dopo un periodo di stasi delle operazioni, Radetzky iniziava una vigorosa controffensiva che trovava l’avversario esausto e logorato dalle azioni, sino a quel momento condotte, e dall’assedio di Mantova che ancora continuava. Dopo quattro giorni di aspre lotte (battaglie di Governolo e di Rivoli, scontro di Staffalo), Custoza segnava, il 25 luglio, la sconfitta di Carlo Alberto, che chiese l’armistizio. Il 20 marzo, però, il Piemonte ne denunziava la validità, per ritentare la sorte delle armi. Tre giorni più tardi, mentre il generoso impeto di Brescia dava inizio alla memorabile insurrezione durata «Dieci Giornate», le forze austriache sconfiggevano l’Armata Sarda a Novara. Il coraggio delle truppe sarde non valse a controbilanciare l’imperizia del loro Comandante in capo, il Generale polacco Chrzanowski e la negligenza di alcuni suoi sottoposti, primo fra tutti il Generale Ramorino. All’Armata piemontese, benché superiore in numero al nemico, fu affidato, comunque, un compito eccessivamente oneroso, ben superiore alle effettive sue possibilità e capacità, nonostante il generoso concorso dei volontari animati da altissimo spirito. L’Esercito austriaco, infatti, si dimostrò nettamente superiore per inquadramento, saldezza morale, addestramento e preparazione al combattimento.

LA SECONDA GUERRA D’INDIPENDENZA (1859) Nonostante la sconfitta subita nel 1849, il Piemonte era diventato agli occhi degli italiani il simbolo dell’unificazione nazionale. Nei primi anni di regno di Vittorio Emanuele II, lo Stato sabaudo procedette alla riorganizzazione e al potenziamento del proprio Esercito, cercando, altresì, di eliminare quel pericoloso isolamen-

Il notiziario dei fatti del 20 marzo 1849.

to internazionale nel quale era caduto dopo le vicende del 1848-1849 grazie all’opera di Cavour e all’invio di un Corpo di Spedizione in Crimea in appoggio ai franco-britannici. Dopo il congresso di Parigi del febbraio 1856, fu il Convegno di Plombières del luglio 1858 a determinare le sorti dell’Italia. Cavour e Napoleone III, infatti, gettarono le basi dell’alleanza franco-piemontese contro la Monarchia asburgica. Il 10 gennaio 1859, il Re Vittorio Emanuele II pronunciò nel discorso della Corona le famose parole: «nel mentre che rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi» . Il casus belli della Seconda Guerra d’Indipendenza fu l’ultimatum inviato dall’Austria al Piemonte per lo scioglimento dei Reparti Volontari Garibaldini, i cosiddetti «Cacciatori delle Alpi», nelle cui file si erano arruolati numerosi giovani coscritti lombardi. Massiccia fu la partecipazione dei vo-

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colline di San Martino dalle forze piemontesi infranse il piano di riscossa austriaco e, con la vittoria conseguita dai sardo-francesi, segnò la fine, peraltro improvvisa e inattesa, della guerra, sancita con l’armistizio di Villafranca l’11 luglio. Terminava, così, in una fulgida luce di gloria sulla quale però gravava un’ombra di insoddisfazione e di rammarico per il mancato conseguimento dell’obiettivo nella sua interezza, la Seconda Guerra d’Indipendenza italiana. Indubbio fu, a San Martino, il valore tattico del combattimento sviluppato dall’Armata Sarda, e Napoleone III non mancò di sottolineare come questa fosse stata ben degna di «marciare a fianco degli eroici soldati di Francia». Garibaldi alla presa di Milazzo, 1860.

LA SPEDIZIONE DEI MILLE E LA CAMPAGNA DELL’ITALIA CENTRALE E MERIDIONALE (1860-1861) lontari da tutta Italia, che fino al 25 marzo furono contati in 19 656 unità. L’Esercito piemonteIn seguito alle annessioni dell’Italia centrale, il se, con l’aiuto di quello francese, poteva ora sentimento dell’unità nazionale e dello spirito paconfrontarsi ad armi pari con le potenti Armate trio si fortificarono. Mentre il Governo e lo Stato austriache. Maggiore piemontese volgevano l’attenzione alL’iniziativa fu degli Austriaci. Il Generale Giul’Italia Centrale, il partito rivoluzionario guardava all’Italia del Sud, all’altra metà, in pratica, del lay, superato il Ticino e penetrato in Piemonte, Paese. La scintilla del moto venne dalla Sicilia, doprocedette con lentezza e circospezione, ostave i patrioti, guidati da Rosolino Pilo, provocarono colato dagli allagamenti provocati dai Piemonterivolte nell’aprile del 1860. si nel Vercellese e, soprattutto, dalle sue stesse In soccorso agli insorti, riincertezze ed eccessive predotti a mal partito, con il tacioccupazioni. Il 20 maggio reparti di cavalleria piemontesi, ...con il tacito consenso to consenso del Governo piegiunse Garibaldi, agli ordini del Generale De del Governo piemontese, montese, che, salpato con un migliaio di Sonnaz, e unità di fanteria francese, al comando del Ge- giunse Garibaldi, che, salpa- volontari dalla Liguria, sbarcò n e r a l e F o r e y , r e s p i n s e r o a to con un migliaio di volon- l’11 maggio a Marsala. Assunta la dittatura della Sicilia in Montebello una Colonna au- tari dalla Liguria... striaca del Generale Stadion; il nome dell’Italia e di Vittorio 30 e 31 maggio Piemontesi e Emanuele II, Garibaldi impiegò Zuavi francesi, condotti in combattimento dallo circa due mesi per conquistare la Sicilia; garistesso Re Vittorio Emanuele II, travolsero a Pabaldini e truppe del Regno delle Due Sicilie si lestro le forze del Generale Zobel; nello stesso scontrarono duramente a Catalafimi, a Palermo giorno i Cacciatori delle Alpi di Garibaldi, che e a Milazzo. L’esito favorevole alle camicie rosse già il 26 e 27 maggio si erano brillantemente dei primi combattimenti indusse Vittorio Emabattuti a Varese e a San Fermo, conseguivano nuele II a inviare altre formazioni di volontari, un’altra vittoria a Laveno e puntavano per Como comandate dai Generali Medici e Cosenz. I Mille, su Lecco a protezione del fianco sinistro di tutto diventati Esercito Meridionale con circa 20 000 il dispositivo franco-piemontese. Il 4 giugno il uomini, costrinsero Francesco II a lasciare NaGenerale Mac-Mahon sconfisse a Magenta gli poli, dove il 7 settembre fece la sua entrata Gaaustriaci, aprendo così la via di Milano e coribaldi. L’Esercito borbonico tentò un ultimo, stringendo Giulay a ripiegare sulla linea del disperato contrattacco, sul Volturno l’1-2 ottoMincio. L’Esercito austriaco, il cui comando era bre 1860, che non raggiunse lo scopo di ricacstato assunto personalmente dall’Imperatore ciare i garibaldini. Sopraggiunta l’Armata sarda, Francesco Giuseppe, riorganizzatosi e rafforzache, penetrata nell’Umbria e nelle Marche, aveva tosi nella zona di Verona, intraprese la controfvinto i Pontifici a Castelfidardo e ad Ancona, le fensiva con il proponimento di riconquistare Miultime forze borboniche si difesero con accanilano. Ma il 24 giugno, la battaglia condotta sulle mento nelle fortezze di Messina, Gaeta e Civialture di Solferino dalle truppe francesi e sulle tella del Tronto.

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LE OPERAZIONI DELL’ESERCITO REGOLARE CONTRO LO STATO PONTIFICIO E IL REGNO DELLE DUE SICILIE Il 18 settembre, la battaglia di Castelfidardo conseguiva risultati decisivi sulle truppe pontificie, agli ordini del Generale De La Moricière, e apriva la strada all’Esercito regolare verso i confini del Regno di Napoli, esercitando una minaccia potenziale alle spalle dell’Esercito borbonico schierato sul Volturno. Il giorno 29, dopo un breve periodo di assedio, la piazza di Ancona, stretta dal mare e da terra, era obbligata alla capitolazione. L’Esercito piemontese passava poi la frontiera del Regno di Napoli il 13 ottobre. Già a Napoli erano state sbarcate truppe regie per rinforzare le unità dell’Esercito Meridionale impegnato dinanzi a Capua e in fase di attestamento al Volturno. L’avanzata delle truppe sarde verso sud mirava ad assumere il controllo delle operazioni dei garibaldini e a scongiurare il loro possibile sconfinamento nello Stato Pontificio, che avrebbe potuto provocare la reazione della Francia. Garibaldi, se pure a malincuore, si rese conto di questa necessità che la situazione internazionale imponeva e il 26 ottobre, sulla strada di Teano, salutò Vittorio Emanuele Re d’Italia. Le forze garibaldine passarono, allora, agli ordini dell’Esercito regolare; l’Esercito borbonico, benché battuto al Volturno, si dimostrava ben più efficiente di quando non fosse stato in Sicilia e in Calabria, manifestando una vitalità tanto più apprezzabile e ammirevole quanto più indice di una ripresa e di una riorganizzazione che non si sarebbero inizialmente supposte. E la lotta proseguì intorno alle piazze di Capua, Gaeta, di Messina, di Civitella del Tronto. E quando, il 14 febbraio 1861, l’eroica ed epica resistenza di Gaeta si risolse nella capitolazione, che poneva termine alla inutile e cruenta lotta e dava l’avvio all’apposizione di un indispensabile suggello all’unità d’Italia, Cialdini non ebbe l’animo di atteggiarsi a vincitore perché sentì vibrare in sé il solo senso dell’italianità e si rivolse alle truppe con queste parole: «Soldati! Noi combattemmo contro Italiani e fu questo necessario ma doloroso ufficio, perciò non potrei invitarvi a dimostrazione di gioia, non potrei invitarvi agli insultanti tripudi del vincitore. Stimo più degno di voi e di me il radunarvi quest’oggi sull’istmo sotto le mura di Gaeta, dove verrà celebrata una gran messa funebre. Là pregheremo pace ai prodi che durante questo memorabile assedio perirono combattendo tanto nelle nostre linee, quando sui baluardi nemici. La morte copre di un mesto velo le discordie umane e gli estinti sono tutti eguali agli occhi dei generosi...».

LA TERZA GUERRA D’INDIPENDENZA (1866) Il 4 maggio 1861 il Generale Manfredo Fanti, Ministro della Guerra, firmava e diramava la «nota ufficiale», con la quale la vecchia Armata sarda sabauda assumeva l’appellativo di «Esercito Italiano», diretta conseguenza della solenne proclamazione del Regno d’Italia avvenuta a Torino il 17 marzo precedente. Una Forza Armata che sulla base delle tradizioni militari delle truppe piemontesi, protagoniste con i volontari delle prime guerre del Risorgimento, diveniva l’Esercito di tutti gli Italiani e che poteva contare su una forza di circa 120 000 uomini.

Una batteria di artiglieria da fortezza del presidio di Gaeta, 1861.

Per i piani del tempo rimanevano ancora da liberare Roma e il Triveneto, quest’ultimo sotto occupazione austriaca. Come preconizzato da Cavour già nel 1858, l’Italia si rivolse, allora, a un nuovo alleato internazionale, la Prussia, che ambiva anch’essa alla liberazione dei territori germanici sotto il giogo dell’Impero di Francesco Giuseppe. Si concluse così un’alleanza militare con Bismark in funzione anti-austriaca. Il 17 giugno 1866 la Prussia iniziava le ostilità contro l’Austria. Il giorno 19, in ossequio al patto di alleanza, il Generale La Marmora, quale Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, inviava la dichiarazione di guerra all’Arciduca Alberto. Il 23 giugno, quella che negli intendimenti operativi doveva essere una semplice marcia di trasferimento per andare a occupare le posizioni di Peschiera, Pastrengo e Verona, si trasformò in un improvviso e inatteso scontro a Custoza. Agli iniziali effetti della sorpresa non si seppe opporre alcun rimedio; mancò

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Roma 1870: Porta San Giovanni subito dopo il bombardamento effettuato dalle artiglierie italiane.

fermezza nell’affrontare la situazione indubbiamente difficile, rappresentata da una serie di combattimenti episodici alquanto disordinati e slegati, condotti senza un inquadramento tattico. Quando, infatti, l’Arciduca Alberto, Comandante in capo dell’Esercito nemico, ordinò l’attacco delle linee italiane stabilite sulle stesse insanguinate alture del 1848, l’intera Armata del Generale Cialdini si trovava inoperosa sul Po, così che il peso della pressione avversaria fu sopportato solamente da una parte delle truppe italiane e particolarmente da quelle del Generale Govone. Tuttavia, ad onta della sproporzione delle forze contrapposte, la resistenza opposta dagli italiani fu fermissima: le ripetute cariche degli ulani furono rotte dagli intrepidi «quadrati» (memorabile quello di Villafranca), mentre le perdite nemiche si fecero assai gravi. E alla fine della giornata, se pure il Comando italiano decise, senza necessità, la ritirata dietro il Mincio, le unità nemiche uscirono così stremate dalla lotta, da non poter neanche tentare l’inseguimento per sfruttare una vittoria più offerta che conseguita. La resa austriaca ai prussiani impose l’interruzione delle operazioni anche in Italia, che ottenne il Veneto.

LA PRESA DI ROMA (1870) La sconfitta della Francia del 1870 contro la Prussia e il ritiro della guarnigione francese di Roma rimuovevano, all’improvviso, tutti gli ostacoli che si erano opposti, sino a quel momento, alla soluzione della cosiddetta «Questione Romana». Si compì, ancora, un ultimo, estremo tentativo per

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una soluzione pacifica; ma l’intransigenza della Corte Pontificia fece rimanere inascoltato anche l’accorato appello con il quale Vittorio Emanuele II si rivolse a Pio IX. Il 20 settembre, con un semplice e laconico messaggio, il Generale Raffaele Cadorna dava il solenne annunzio che l’Unità d’Italia era completata con Roma capitale: «Ore 10. Forzata la Porta Pia e la breccia laterale aperta in 4 ore. Le colonne entrano con slancio, malgrado una vigorosa resistenza». Finiva così la brevissima campagna di guerra contro l’Esercito pontificio che attuò solo una difesa di Bandiera. Le operazioni belliche furono militarmente di scarso rilievo, ma di grande significato storico. La «stella» non era più nel firmamento dell’irrealtà o delle semplici speranze, era divenuta concreta e tangibile realtà, quella «stella» nella quale il Conte di Cavour identificava il destino d’Italia allorché l’11 ottobre 1860 dichiarava in Parlamento: «La nostra stella, o signori, ve lo dichiaro apertamente, è di fare che la Città Eterna, sulla quale 25 secoli hanno accumulato ogni genere di gloria, diventi la splendida Capitale del Regno Italico». Per completare il processo unitario italiano rimanevano da liberare ancora alcuni territori, quali la Venezia Giulia e il Trentino. Tali obiettivi rimasero, però, a lungo riposti, in quanto nel 1882 l’Italia aderì al trattato della Triplice Allenza con Germania e Austria-Ungheria.

LA PRIMA GUERRA MONDIALE (1915-1918) Allo scoppio della Grande Guerra nel luglio del 1914, l’Italia, nonostante facesse parte della Triplice Alleanza, proclamò la propria neutralità. L’intervento nel conflitto mondiale, del maggio 1915, avvenne in uno dei momenti più difficili per l’Intesa, cioè all’epoca della grave disfatta russa; e contribuì potentemente a salvare gli alleati dell’Intesa dalla rovina imminente. L’Esercito Italiano, comandato dal Generale Luigi Cadorna, diede inizio alle prime operazioni, che portarono rapidamente all’occupazione del Trentino meridionale, della Val Sugana, e della riva destra dell’Isonzo; ma la natura difficile del nostro fronte e le formidabili fortificazioni costruite dall’Austria nei mesi della neutralità (particolarmente sul Carso), trasformarono presto anche qui la guerra di movimento in guerra di posizione. Nel corso del 1916 gli avvenimenti si svolsero favorevoli al nostro Esercito. Nel Trentino, fra l’Adige e il Brenta, ebbe luogo la famosa spedizione punitiva (Strafexpedition), che l’Austria aveva organizzato per punire il cosiddetto tradimento italiano; ma, per quanto in un primo tempo il centro della linea, di fronte alle forze imponenti dell’avversario, cedesse, abbandonando la Val Sugana e parte dell’Altipiano di Asiago, le ali, appoggiate ai cardini del Coni Zu-


gna e del Pasubio, resistettero valorosamente; il nostro Esercito poté passare a una vigorosa controffensiva. Sull’Isonzo fu sferrata una grande offensiva, che provocò la conquista di importanti posizioni (Monte Sabotino, San Michele, Pogdora) e si concluse trionfalmente con la presa di Gorizia (9 agosto). Frattanto, sia per il pericolo corso dal Paese durante l’offensiva austriaca nel Trentino, sia per dare alla guerra un tono più energico, il Ministero Salandra fu sostituito da un grande Ministero di unione nazionale, presieduto dal venerando patriota Paolo Boselli, in cui entrarono rappresentanti di tutti i partiti favorevoli alla guerra. Il 28 agosto il Ministero nazionale dichiarò guerra alla Germania. Fino all’estate del 1917 le truppe italiane continuarono il loro sforzo offensivo sull’Isonzo, cogliendo in estate un importante successo locale nel corso della battaglia della Bainsizza. La rivoluzione russa del 1917 ebbe la sua immediata ripercussione in Italia, dove la propaganda pacifista, il disagio economico e le ingenti forze nemiche tratte dal fronte russo provocarono la grave disfatta di Caporetto. Gli Austro-Tedeschi, apertisi il varco verso la pianura veneta, travolsero la 2a Armata, minacciando di prendere alle spalle il nostro Esercito del Cadore e dell’Isonzo; ma le altre Prima guerra mondiale: una vedetta italiana in un posto avanzato di prima linea. Armate riuscirono ad arretrare in buon ordine fino alla linea del Piave e del Monte Grappa. La loro difesa, infatti, affidata in gran parte a giovani reclute della classe del 1899, costituì una mirabile prova di italiane, lanciate verso Vittorio Veneto, occuparono forza morale e, per quanto i nemici tentassero rila cittadina; il 31 il nemico era in piena ritirata su petutamente tra il novembre e il dicembre 1917 di tutto il fronte; il 3 novembre il tricolore era issato attraversare il fiume o di forzare il sistema monquasi contemporaneamente a Trento (sul Castello tuoso del Grappa, i loro sforzi risultarono vani. In del Buon Consiglio) e a Trieste (sulla torre di S. seguito alla disfatta di Caporetto, il Ministero BoGiusto). Il 4 novembre l’Austria firmò con l’Italia selli fu sostituito dal Ministero Orlando, che si apl’Armistizio di Villa Giusti, presso Padova, mentre pellò all’«unione sacra» di tutti i l’Imperatore Carlo I (succeduto partiti; e il Generale Cadorna fu nel 1916 al vecchio Francesco sostituito dal Generale Armando Con la liberazione del Giuseppe), abdicava e, tanto in Diaz. Nel giugno del 1918 l’Au- Trentino-Alto Adige, della Austria che in Ungheria, veniva stria sferrò la violentissima bat- Venezia Giulia, dell’Istria e proclamata la Repubblica. Con taglia del Piave, ma per quanto liberazione del Trentino-Alto della città di Zara in Dalma- la in un primo momento alcuni reAdige, della Venezia Giulia, delparti austriaci riuscirono a pas- zia, si compiva così il proces- l’Istria e della città di Zara in sare il Piave puntando su Trevi- so di unificazione nazionale Dalmazia, si compiva così il so, la nostra controffensiva fu iniziato nel Risorgimento... processo di unificazione naziocosì impetuosa che il nemico fu nale iniziato nel Risorgimento, costretto a ripassare in disordicon il sacrificio di una generane il fiume, dopo aver subito gravi perdite di uomizione (più di 4 200 000 uomini) che combattè sulle ni e di armamenti. Il 24 ottobre 1918, il Generale Alpi o nelle trincee del Carso, lungo l’Isonzo e sul Diaz iniziò la grandiosa battaglia di Vittorio Veneto, Piave, ma anche in Albania, Macedonia, Francia e allo scopo di separare l’Esercito austriaco del TrenPalestina. tino da quello del Piave, e tagliare in tal modo a quello del Trentino l’unica via di rifornimento, che Fabrizio Giardini Tenente Colonnello, passava da Vittorio Veneto. Le nostre forze, effetCapo della 1a Sezione dell’Ufficio Storico tuato il passaggio del Piave, risalirono il fiume e del V Reparto Affari Generali presero alle spalle l’Esercito austriaco, e lo costrindello Stato Maggiore dell’Esercito sero a cedere. Era la vittoria. Il giorno 29, le truppe

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IL TRICOLORE DAL REGNO DI SARDEGNA A ROMA CAPITALE 1848-1871


I50° anniversario Unità d’Italia

IL TRICOLORE DAL REGNO DI SARDEGNA A ROMA CAPITALE 1848-1871 Perché scrivere ancora del Tricolore? Al quesito, legittimo, rispondiamo che venticinque anni di ricerche e di studi su una grande quantità di fonti ci permettono di affermare che ancora c’è molto da scrivere sulla storia della nostra Bandiera. Infatti, gli innumerevoli scritti relativi a questo tema, salvo rare e pregevoli eccezioni, spesso non sono che ripetizioni di errori e affermazioni gratuite. Quale occasione migliore, quindi, della ricorrenza del 150° dell’Unità, che ci apprestiamo a celebrare, per rivisitare la storia del nostro simbolo nazionale?

All’inizio della bufera quarantottesca, il 4 marzo 1848, il Re di Sardegna Carlo Alberto, adeguandosi al momento contingente a seguito dei moti scoppiati in tutta Italia, seguendo l’esempio del Regno delle Due Sicilie (30 gennaio) e del Granducato di Toscana (15 febbraio), concede lo Statuto. All’articolo 77 delle «Disposizioni generali», conferma che: «Lo Stato conserva la sua Bandiera e la coccarda azzurra è la sola nazionale». Nei giorni seguenti Carlo Alberto ritorna sulla Bandiera, che ora vuole contenga un simbolo generale, dove tutti i sostenitori di un risorgimento italiano, di qualsiasi parte, si riconoscano: una Bandiera soprastatuale, ovvero nazionale. Adotta, quindi, per il suo Stato il Tricolore italiano, anche come monito e soprattutto come simbolo dell’unione italiana, con lo scudo, sannitico, dei Savoia al centro, che successivamente Fig. 1

Fig. 2

verrà contornato da un bordo azzurro per stagliarlo dal campo bianco dove viene applicato. Ciò è confermato anche dal proclama del 23 marzo dove Carlo Alberto annunciava alle popolazioni del Lombardo Veneto la sua scesa in campo e l’inizio della Prima Guerra d’Indipendenza (stabilito per il 27 marzo successivo) e che terminava con queste parole: «... per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana vogliamo che le Nostre Truppe ... portino lo Scudo di Savoia sovrapposto alla Bandiera Tricolore italiana...». Ma ciò non avvenne, almeno subito, perché le Truppe sarde passarono il ponte sul Ticino con le In apertura. «19 settembre 1870», olio su tela di Michele Cammarano, particolare.

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vecchie Bandiere, cui erano state annodate in cima all’asta tre strisce tricolori, e solo dopo, a Pavia, si provvide a distribuire le nuove Bandiere, probabilmente non a tutti i reggimenti per ovvi motivi contingenti e per la mancanza materiale di tempo necessario per il loro confezionamento. Dopo lo sfortunato esito della Prima Guerra d’Indipendenza, l’eredità di Carlo Alberto viene raccolta dal figlio Vittorio Emanuele II che mantiene in vigore, unico regnante in Italia, lo Statuto concesso dal padre e continua, fino all’Unità d’Italia, ad alzare il Tricolore come Vessillo del Regno, simbolo che accompagnò, poi, la vita nazionale per ottantacinque anni fino alla proclamazione della Repubblica Italiana. Un tema quello del Tricolore sardo, poi italiano, già ampiamente trattato da una schiera di eminenti studiosi che, tra retorica ed esaltazione, trascurarono l’essenza fondamentale della nostra Bandiera rinunciando a un’investigazione più profonda sulle sue origini, sui suoi significati e sui suoi valori. Certo che nel vasto panorama dei Tricolori, variamente associati ai più disparati simboli araldici, la scelta di Carlo Alberto fu quella sicuramente più azzeccata: la croce bianca sabauda in campo rosso riportava alla memoria l’epopea dei volontari «crociati», la coscienza religiosa e il neoguelfismo, come pure si richiamava alle tante municipalità d’Italia che recavano come insegna tale secolare stemma. Il Vessillo del Regno di Sardegna, in quel fatidico 1848, sotto il profilo pratico, ebbe qualcosa in più dei suoi diretti concorrenti. Ma esiste una vasta tipologia di Tricolori del Regno sardo. Infatti, in alcune stampe databili al 1848 sono rappresentate particolari Bandiere ispirate a quelle della Marina sarda (fig. 1), forse esperimenti effettuati poco prima dei decreti di Carlo Alberto sull’introduzione e l’uso della nuova Bandiera tricolore del Regno sardo. A seguire abbiamo l’esempio dello Stendardo a Fig. 3

Fig. 4

campi verticali delle Guardie del Corpo del Re (fig. 2), che presenta lo scudo banderale sabaudo sul bianco senza il contorno azzurro e che si può considerare il prototipo della Bandiera che, per il Brancaccio, vuole essere la prima dell’Esercito sardo, uguale a questa, ma contornata da un bordo azzurro (fig. 3). Ad oggi non esistono originali di tale tipo di Vessillo, ma sarebbe comunque plausibile la ricostruzione del Brancaccio per il fatto che si tratterebbe di una variante del contemporaneo Stendardo delle Guardie del Corpo del Re, con la sola aggiunta della banda azzurra all’intorno dello scudo, ma nulla toglie che le prime 70 Bandiere consegnate fossero identiche a quelle delle Guardie del Corpo con la differenza che quelle dell’Esercito erano di dimensioni maggiori; in ipotesi, cioè, potrebbe essere che nei primi momenti si sia proceduto, semplicemente, a cucire pezze, di forma quadrata, di tela rossa con la croce bianca, cioè lo stemma sabaudo, sul palo centrale del Tricolore. Molto probabilmente, invece, fu la Bandiera recante lo scudo sannitico che il Ministero della Guerra del Regno di Sardegna, il 25 marzo 1848, notificava ufficialmente ai Governatori di Alessandria e di Novara, secondo gli ordini di Sua Maestà: «Le Truppe che entreranno in Lombardia, al porre il piede che faranno sul suolo lombardo, inalberino ed assumano la Bandiera italiana bianca, rossa e verde, (più precisamente: verde, bianco e rosso, ndr) con in mezzo lo scudo di Savoia (croce bianca in campo rosso)». Disegnata frettolosamente dal segretario del Ministero dell’Interno, Bigotti, il 27 marzo 1848, fu adottata lo stesso giorno dal Consiglio dei Ministri. Una testimonianza diretta della consegna di questi Tricolori si ha da una lettera del 2 aprile 1848, dell’Ufficiale piemontese Augusto Radicati di Marmorito, in cui si legge che il giorno precedente,

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«I feriti a Porta Pia», olio su tela di Nicola Parise (particolare).

il Re, passando in rivista le truppe a Pavia, consegnò le nuove Bandiere dopo aver personalmente ritirato quelle vecchie (fig. 4). Nel decreto luogotenenziale del 1° agosto 1848 n° 753, si definisce il nuovo stemma dello Stato sardo, e qui, a soli 8 giorni prima della fine della campagna del 1848, è chiaramente descritto, e visibile, lo scudo sannitico con l’Arma dei Savoia che aderisce al verde e al bianco, come confermato da Bigotti nella sua famosa lettera al Ministro della Guerra del 26 marzo 1857. Quindi, nel momento iniziale si sarebbe proceduto ad applicare, o dipingere, su alcune Bandiere tricolori lo stemma sabaudo di forma quadrata, nei giorni successivi, vista anche la fragilità di queste prime, furono distribuiti ai reggimenti i Vessilli ufficiali. La notizia del cambiamento della Bandiera del Regno di Sardegna raggiunse anche i consolati sparsi nel mondo. In tale occasione il Console di Montevideo ne dava notizia agli emigrati italiani con la circolare in data 10 agosto 1848: «... L’avviso officiale poi del cambiamento della R. Bandiera è stato ricevuto con esultanza indescrivibile da tutti questi residenti italiani. Per celebrare così fausto avvenimento, come sì i gloriosi fatti d’armi ... si sta preparando per domenica ventura una Festa Nazionale ... si è convenuto che la nuova Bandiera venga riconosciuta e salutata nello stesso giorno di domenica prossima, onde la Festa riesca maggiormente splendida ... solo il giorno prima, 9 agosto», ma questa notizia in America giungerà molto dopo, le ostilità erano cessate con la firma del Trattato Salasco. Una regia patente di Carlo Alberto del 15 aprile 1848, dal Quartier Generale di Volta, regolamentava anche la tipologia della Bandiera del naviglio da guerra sardo (fig. 5), con l’apposizione sul Tricolore, sopra lo scudo aderente ai campi verde e Fig. 5 rosso, della Corona Reale con il tocco rosso - ovvero il rosso che copre a metà l’interno della corona. Quella della Marina da Guerra è, quindi, l’unica Bandiera tricolore del Regno sardo che porta la Corona prima del 1860 e con la particolarità del tocco rosso. Regolamentato successivamente, con circolare del 2 maggio 1851 dal Ministro di Guerra e Marina del Regno di Sardegna, Camillo Benso di Cavour, il modello della Marina da Guerra è rimasto in uso senza sostanziali variazioni anche durante il Regno d’Italia fino al 1946 se si eccettua il fatto che, nel primo modello, lo scudo aderiva al verde e al rosso, come spe-

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alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, con regio decreto del 18 marzo 1860 n° 4038, quindi la Bandiera della Marina da Guerra diviene, dal 1860 al 1946, l’insegna Ufficiale del Governo Italiano, e delle sue emanazioni, e la troviamo in tutte le ricorrenze e manifestazioni pubbliche ufficiali. Già con dispaccio del 7 marzo 1848 era stato stabilito che la vecchia Bandiera della Marina sarda fosse prescritta anche per i forti e gli edifici erariali, ma l’evolversi della situazione portò, poche settimane dopo, all’adozione del Tricolore. È da sottolineare che Camillo Cavour, dopo l’ascesa alla Presidenza del Consiglio nel 1852, contribuì con aiuti governativi alla costituzione della Compagnia Armatoriale Transatlantica che doveva provvedere alla costruzione di battelli che all’occorrenza, secondo il suo progetto, potevano rapidamente essere convertiti all’utilizzo militare. Un decreto luogotenenziale a firma di Eugenio di Savoia, dato in Torino il 28 aprile 1848, stabiliva anche il modello delle Bandiere delle «Milizie Comunali» (la Guardia Nazionale): «...si comporranno di tre liste uguali e verticali in verde, bianco e rosso e porteranno al centro lo scudo di Savoia con orlo azzurro. Le dimensioni delle insegne saranno di metri 1,60 per l’altezza e di metri 1,50 per la larghezza...». Dopo la conclusione della campagna del 18481849, alla Camera dei Deputati del Regno di Sardegna, il Generale D’Aviernoz, con una interpellanza, il 23 gennaio 1850, nel rispetto dell’articolo 77 dello Statuto chiedeva di abolire l’uso del Tricolore e ripristinare l’antica Bandiera azzurra; il Brofferio, interpretando la volontà della maggioranza dei deputati, così rispondeva al Generale: «... Lo Statuto non era dichiarato valido se non dal momento della convocazione delle Camere, e quando Carlo Alberto, inalberando la Bandiera Tricolore, varcava il Ticino per la Guerra dell’Indipendenza, era ancora Sovrano Legislatore, e poFig. 6

cificato precedentemente. La distinzione tra le Bandiere del Regio Esercito e della Regia Marina, quindi, consiste nella presenza o meno del tocco rosso nella corona reale che, se presente, è da attribuire al naviglio da guerra, se assente, al Regio Esercito. È da segnalare, inoltre, che tutti gli edifici pubblici come pure tutte le autorità all’interno del Regno e all’estero, come le ambasciate, le legazioni, le agenzie diplomatiche e i consolati portavano sulle loro aste la Bandiera della marineria da guerra. Questo uso, diciamo «improprio», è giustificato dal fatto che il Ministero della Marina fu distaccato da quello della Guerra e aggregato

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Fig. 7

È poi da ricordare, dal punto di vista strettamente iconografico, una inedita Bandiera di cui, attualmente, non esiste alcuna documentazione, che per il disegno dello scudo adagiato sul mantello di ermellino sembrerebbe essere un Vessillo reale in uso per le visite ufficiali ad istituzioni o apparati dello Stato. La presenza della stella d’Italia la farebbe datare a dopo il novembre 1871, posteriormente, cioè, alla dichiarazione di Roma capitale e all’insediamento del Parlamento del Regno (fig. 9). Purtroppo, mancando attualmente documenti specifici circa gli Atti legislativi relativi al tricolore sardo, questo è quanto di più esaustivo è stato possibile ricostruire. Norino Cani Medico Chirurgo Ricercatore storico

teva, siccome fece, allo stemma sabaudo sposare i colori nazionali». Nel 1855 le Truppe sarde del Corpo di Spedizione in Crimea adotteranno un modello di Vessillo leggermente diverso dai precedenti modelli dell’Esercito, e cioè con il bordo azzurro dello scudo senza corona che sormontava leggermente il verde e il rosso. Consegnate ai Corpi Armati in partenza il 14 aprile 1855, ad Alessandria (fig. 6), le Bandiere vennero ritirate personalmente dal Re Vittorio Emanuele II il 15 giugno 1856, a Torino, al ritorno dal teatro delle operazioni, perché, essendo state assegnate a reparti di formazione destinati a sciogliersi e a rientrare ai Corpi d’origine, erano, esse stesse, destinate a un uso limitato ai tempi della missione. Il Tricolore sardo cambierà ancora tipologia nel 1857 con lo scudo che si staccava leggermente dai campi laterali, rimanendo in uso fino al definitivo regolamento del 1860 (fig. 7). Nella primavera di quell’anno, dopo l’annessione delle province dell’Emilia e della Toscana, rispettivamente il 18 e 22 marzo, Vittorio Emanuele II procede, con Regio Decreto del 25 dello stesso mese, alla definitiva regolamentazione della Bandiera del nascente Regno d’Italia: la civile, come quella della Marina mercantile, porterà il solo scudo di casa Savoia, quella dell’Esercito porterà lo scudo sormontato dalla Corona Reale senza il tocco rosso. Quella della Marina da Guerra, e del Governo, porterà lo scudo sormontato dalla Corona Reale con il tocco rosso. Queste tre tipologie rimarranno sostanzialmente tali e quali fino alla caduta della monarchia nel 1946 (fig. 8). È da segnalare che, pur se non ufficialmente, lo scudo coronato appare già nel 1859 nella Bandiera del 31° reggimento dell’Emilia e in quella della legione ausiliaria ungherese.

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Pietro Compagni Professore di discipline pittoriche Ricercatore storico

BIBLIOGRAFIA «Manuale ad uso dei Senatori del Regno e dei Deputati contenente lo Statuto, la legge elettorale, i regolamenti delle due Camere e le principali Leggi organiche dello Stato con annotazioni», tipografia eredi Botta, Torino, marzo 1860. Ministero della Guerra: «Regolamento per servizio territoriale», 2 luglio 1905: allegato E, Forma della Bandiera di cui deve far uso il Regio Esercito, R.D. 25 marzo 1860 modificato in R.D. del 24 dicembre

Fig. 8


Fig. 9

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20 SETTEMBRE 1870 ROMA È ITALIANA


I50° anniversario Unità d’Italia

20 SETTEMBRE 1870 ROMA È ITALIANA Il 20 settembre 1870 sancisce la fine del potere temporale del Papa sotto i colpi delle artiglierie piemontesi. Dopo secoli di dominazione pontificia, Roma, la città tanto agognata, già liberata e persa dai Patrioti italiani, cade nelle mani dei piemontesi per divenire in seguito, finalmente, la capitale del Regno d’Italia.

deschi alleati (Baviera, Baden-Württemberg, Nel 1869, Napoleone III tiene delle riunioni con Sassonia) a entrare in guerra contro la Francia. l’Ambasciatore d’Austria, Richard Metternich (figlio Come è noto, l’occasione viene fornita dalla del famoso cancelliere Klemens Metternich), e con questione della successione al trono di Spagna e il l’Ambasciatore d’Italia, Costantino Nigra. Viene conseguente incidente provocato dal famoso telecompilato un progetto di alleanza tra l’Impero frangramma di Ems. cese, l’Impero austroungarico e il Regno d’Italia, ma Il Governo francese pretende da Re Guglielmo le trattative non giungono ad alcun risultato. Peralun dichiarazione ufficiale con la quale la Prussia si tro, sui rapporti tra Italia e Francia pesa notevoldovrebbe impegnare a non acconsentire alla canmente la politica francese di ostinata difesa del podidatura al trono di Spagna, anche per l’avvenire, tere temporale del Papato (la Questione Romana). Nel dicembre 1869 viene formato il Governo né da parte di Leopoldo né da parte di altro PrinLanza-Sella che attua una rigorosa politica financipe di Casa Hohenzollern. ziaria. Con il bilancio del 1870 viene approvata la Re Guglielmo respinge tale proposta. Un teleproposta del Ministro della Guerra Giuseppe Gogramma relativo a tali fatti viene mostrato da Bivone e del Ministro delle Finansmarck alla stampa con dei taze Quintino Sella di ridurre le gli in modo tale che esso semIn ogni caso, poi, per l’Ita- bri offensivo verso la Francia. spese militari. D’altra parte, nei primi mesi del 1870 non si pre- lia, l’entrata in una guerra di La pubblicazione di questo tevede ancora il conflitto che di lì dimensioni europee costitui- sto causa aspre reazioni da a poco scoppierà in Europa (1). rebbe, in quel momento, parte della politica e dell’opiNel frattempo la Prussia si un’avventura insostenibile nione pubblica francese, con prepara a un’ulteriore espansionotevole indignazione patriotne, particolarmente verso la tica. Gramont (Ministro degli Francia. esteri francese), Ollivier (Presidente del Consiglio) Il Cancelliere tedesco Bismarck fa le seguenti e l’Imperatrice Eugenia, illudendosi sulla potenconsiderazioni: zialità militare francese, spingono Napoleone III alla guerra. • la Francia non ha ancora completato il riordinaIl 19 luglio 1870 la Francia dichiara guerra alla mento militare, quindi non è ancora pronta ad Prussia. affrontare un conflitto impegnativo; Napoleone III tenta di trovare un qualche ap• di contro, la Prussia è pronta a impegnarsi milipoggio dall’Italia e dall’Austria. Le due potenze, tarmente, anche in considerazione delle sue recenti vittorie e della profonda evoluzione orgaperò, dichiarano la loro neutralità di fronte al nizzativa e dottrinale del suo apparato militare conflitto. Vi sono tuttavia, sia in Italia che in con la notevole opera del suo Stato Maggiore; Austria, ambienti politici favorevoli alla Francia, • l’Austria e l’Italia avrebbero difficoltà a intervei quali cercano di intraprendere in proposito nire a fianco della Francia a causa della loro delle iniziative, che non giungono però ad alcun risultato. grave situazione finanziaria e della loro difficile Peraltro, in merito al progetto di alleanza Fransituazione interna; cia-Italia-Impero austro-ungarico si possono fare • è, quindi, necessario per Bismarck indurre l’opile seguenti considerazioni: nione pubblica tedesca, il Re e gli altri Stati te-

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• la Francia tende ad ampliare la sua egemonia nel continente; tuttavia, la sua situazione interna presenta una notevole crisi sociale; • l’Italia, nel periodo immediatamente precedente, è stata molto legata alla Prussia; l’alleanza con essa ha avuto dei benefici effetti per l’Italia; • la politica egemonica della Francia in Europa aveva già iniziato il suo fallimento nel 1866, allorquando essa non era riuscita a mantenere l’equilibrio con l’Austria a fronte della crescente affermazione della Prussia e dell’Italia; di conseguenza, la Francia non è più in grado di incidere profondamente nella politica internazionale; • l’Impero austro-ungarico ha dei gravissimi problemi di etnie e nazionalità; è evidente che esso mantiene la sua unità con crescente difficoltà, ha subito pesanti sconfitte nel ’59 e nel ’66 e ha problemi con la Russia. D’altra parte, se l’Italia entrasse in guerra a fianco della Francia contro la Prussia, si avrebbe uno seguenti due esiti negativi: • se vincesse la Francia, l’Italia sarebbe un alleato minore, subordinato ad essa; si renderebbe estremamente invisa alla Prussia e non avrebbe vantaggi importanti; • se vincesse la Prussia, l’Italia sarebbe una Nazione sconfitta, con tutte le conseguenze del caso.

Sopra. I bersaglieri a Porta Pia, di M. Cammarano. In apertura. Particolare dell’affresco, sito nel Museo Torre di San Martino della Battaglia, raffigurante il maggiore Giacomo Pagliari, colpito a morte dai papalini, il 20 settembre 1970, mentre al comando del 34º battaglione bersaglieri assaltava la breccia di Porta Pia.

In ogni caso, poi, per l’Italia, l’entrata in una guerra di dimensioni europee costituirebbe, in quel momento, un’avventura insostenibile. Vittorio Emanuele II e alcuni esponenti politici vorrebbero, tuttavia, entrare in guerra a fianco della Francia. Se ne parla in Consiglio dei Ministri in Palazzo Vecchio a Firenze, da poco fatta Capitale, ma il Governo è contrario. Sella avanza in proposito le sue dimissioni. La discussione in Consiglio dei Ministri sull’argomento non viene verbalizzata e viene vagamente rinviata. È utile riportare brani di un appunto di Quintino Sella sulla vicenda (2) (Appunti del Ministro delle Finanze Sella): «Ultimi di luglio. Ossessioni di Vittorio Emanuele per rendermi propizio all’intervento. Minacce lusinghe promesse appena credibili. Ingiurie», e ancora, «30 luglio. Scaramuccia presso Saarbruck. Consiglio dei Ministri si vota per l’intervento a lato della Francia soli Govone ed io votiamo contro. Di-

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Le mura di Roma con i segni del cannoneggiamento piemontese e la breccia di Porta Pia.

chiaro la mia dimissione. Si sospende ogni corso alla deliberazione che neppure si registra, dichiarandosi ne riparleremo....», infine, «3 agosto. Attacco di Cialdini in Senato fatto di concerto colla Corte dopo la creduta vittoria di Saarbruck...». Ovviamente, l’Italia deve comunque immediatamente predisporre le proprie difese in vista di eventuali coinvolgimenti. Di conseguenza, si rende subito necessario accantonare ogni programma di economie e intraprendere la mobilitazione e l’approntamento di reparti e materiali. Vi sono ulteriori proposte francesi atte a stipulare un’alleanza difensiva tra Italia, Austria e

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Francia. In tale contesto vi sono trattative tra Italia e Francia, che contengono tra l’altro anche la Questione Romana. In proposito, dalla narrazione di Giovanni Lanza si ricava: «...L’Imperarore Napoleone III era partito per il campo, le pratiche quindi furono aperte in via preparatoria coll’Imperatrice Eugenia. Quando questa sentì le condizioni di Roma, uscì con questa dichiarazione: “...piuttosto i Prussiani sotto le mura di Parigi che gli Italiani a Roma...”. Ogni trattativa perciò rimase sospesa». Nel corso di questi avvenimenti, il Ministro della Guerra, Giuseppe Govone, subisce numerosi e pesanti attacchi personali. Durante una discussione in Senato, Cialdini si rivolge a lui con inusitata asprezza; ma Govone viene difeso da un ampio schieramento di autorevoli parlamentari.


rale Cadorna e il Generale Kantzler, Comandante È da ritenere che i duri attacchi di Cialdini conpontificio, per indurre questi alla resa, ma anche tro di lui in Senato siano dovuti soprattutto alla questi contatti hanno esito negativo. posizione contraria assunta da questi nei conIl 15, 16 e 17 settembre vi sono altri scambi di fronti di un eventuale intervento italiano a fianco note diplomatiche e un ulteriore tentativo di Cadella Francia. Cialdini, infatti, è molto legato a dorna di indurre alla resa il Comandante pontifiVittorio Emanuele II e può ritenersi quindi facente cio, senza però alcun risultato. parte di quel gruppo di personalità detto «Partito Il 19 Cadorna ordina l’attacco per il giorno sucdi Corte». cessivo. Comunque, il Senato, per nulla scosso dall’agRoma è difesa da circa 15 000 uomini tra cui gressività di Cialdini, approva la politica del Mimolti mercenari e volontari stranieri. nistero. L’11a Divisione italiana procede per la via SalaGaribaldi, di sua iniziativa, istituisce un Corpo di spedizione di volontari con il quale va in Francia a ria, la 12a per la via Nomentana, la 13a per le vie combattere a fianco dei Francesi. Qui, nei pressi Tiburtina e Prenestina. La 9a si schiera tra Porta di Digione, riesce a ottenere dei successi contro i Maggiore e la via Appia. La 2a tra la via Aurelia e Prussiani. Porta San Pancrazio. Il 7 di settembre, il Ministro Govone, a causa di Viene dato ordine di evitare assolutamente una grave malattia, deve rassegnare le dimissioni qualsiasi azione contro la Città Leonina (Vaticano, da tutte le cariche e ritirarsi a vita privata. Viene Castel Sant’Angelo, Gianicolo). sostituito dal Generale Cesare Ricotti Magnani, Alle ore 04.00 del 20 settembre inizia l’attacco. deputato. L’artiglieria apre una breccia I disastri militari subiti dalla sulle mura tra Porta Pia e Porta Francia inducono Napoleone III, Nel corso della mattinata, Salaria. Contemporaneamente a metà agosto, a richiamare il l’Alfiere del 39° reggimento vengono effettuate azioni diCorpo di occupazione francese tra Porta San Lorenfanteria porta la bandiera mostrative a difesa dello Stato Pontificio. zo e Porta San Giovanni. Anche Dopo pochi giorni gli eventi reggimentale sulla cima del la 2 a Divisione (Bixio) apre il Campidoglio precipitano. fuoco nella zona di Porta San Pancrazio. Il 4 settembre 1870 cade Poco dopo, attraverso la l’Impero francese. L’Italia, breccia, reparti di fanteria e di bersaglieri entrano quindi, si ritiene libera da ogni impegno. A comin città. Tra i primi ad attaccare vi sono il 40° regpletare l’Unità d’Italia manca la conquista dello gimento fanteria della Brigata «Bologna» e i battaStato Pontificio e la presa di Roma per farne la glioni bersaglieri 10°, 12°, 21° e 34°. Capitale. Nel corso della mattinata, l’Alfiere del 39° reggiUna volta esclusa la Francia dalla vicenda non vi mento fanteria porta la bandiera reggimentale sono più difficoltà di tipo militare e diplomatico sulla cima del Campidoglio. per la conquista di Roma. Vari reparti entrano in città tra l’entusiasmo dei Il Governo italiano tenta con insistenza, per vie romani. diplomatiche, di convincere Pio IX a non opporre I reparti pontifici si arrendono con l’onore delle resistenza. Ma ogni tentativo di risolvere la quearmi. Di questi, i militari stranieri vengono rimpastione in modo pacifico rimane infruttuoso. triati e gli altri vengono congedati. L’11 settembre il Governo italiano ordina di attacLe perdite della battaglia ammontano a 32 morti care. Il contingente italiano è agli ordini del Generae 143 feriti tra le file italiane e a 29 morti e 68 fele Raffaele Cadorna ed è composto come segue: riti tra i pontifici. • IV Corpo d’Armata, formato da: 11a Divisione (Cosenz), 12a Divisione (Mazè de la Roche), 13a Divisione (Ferrero) e da una Divisione di Riserva; Michele Petrolo • 2a Divisione (Bixio); Ricercatore storico • 9a Divisione (Angioletti). Le forze potrebbero apparire esuberanti (circa 50 000 uomini), ma la notevole dimostrazione di potenza ha lo scopo di favorire le insistenti riNOTE chieste di resa e di soluzione pacifica da parte italiana. (1) Si veda in proposito: Bovio Oreste, «Storia dell’EserLa 2a Divisione occupa Montefiascone, poi il 16 cito Italiano 1861-1990», SME Ufficio Storico, Roma 1996, pag. 87 e seg.. occupa Civitavecchia con il concorso della Flotta. (2) Ministero Affari Esteri, I Documenti diplomatici itaIl 12 viene occupata Viterbo. liani, prima serie 1861-1870, vol. XIII pag. 389 n° 559. Vi sono ancora scambi di messaggi tra il Gene-

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UN EROE DEL 1915-18


I50° anniversario Unità d’Italia

UN EROE DEL 1915-18 Umberto Vittorio Garibaldi Mayer, una tra le tante nobili figure della Prima guerra mondiale, è figlio di irredentisti triestini. Chiamato alla leva nel 1915, supera il corso Ufficiali presso il 77° reggimento «Lupi di Toscana». Nominato Sottotenente, rientra in linea con lo stesso reggimento, cadendo eroicamente in combattimento il 23 maggio 1917 e meritando così la Medaglia d’Argento al Valor Militare.

Umberto Vittorio Garibaldi Mayer nacque a Taranto il 14 giugno 1896 da Rodolfo e da Giuseppina von Benczur. Si ritiene che i suoi genitori si siano rifugiati a Taranto in quanto irredentisti fuggiti da Trieste in quegli anni, perché perseguitati dalla polizia austro-ungarica dell’Impero degli Asburgo che dominavano quella città da oltre cinque secoli. È anche possibile che siano stati aiutati da Riccardo Mayer, fratello di Rodolfo, Comandante di Marina mercantile del Lloyd triestino che, frequentando la rotta verso l’Oriente, si avvicinava spesso proprio ai porti del Sud del Regno d’Italia. Nel 1902, suo padre Rodolfo si trasferì con la famiglia a Bari per assumere le direzione di un’agenzia della società Assicurazioni Generali di Trieste. In quella città, Umberto si diplomò al liceo classico. Anch’egli, come suo padre, era un idealista e nostalgico repubblicano che sognava un mondo libero, migliore e senza sudditi sfruttati. Una foto dell’epoca, infatti, lo ritrae insieme ad altri con la foglia d’edera, simbolo della repubblica mazziniana, inserita nell’asola della giacca. Il 4 dicembre 1915 venne chiamato alla leva della classe 1896. Pochi mesi dopo, il 12 febbraio 1916 venne assegnato al 20° reggimento fanteria, che operava in territorio dichiarato in stato di guerra. Il 3 giugno dello stesso anno venne trasferito al 141° reggimento fanteria che entrò in zona di operazioni il 10 dello stesso mese. Aspirante Ufficiale, venne assegnato il 1° novembre 1916 al 77° reggimento fanteria «Lupi di Toscana» per seguire il corso di formazione. Promosso Sottotenente venne preso in forza amministrata dal Deposito di fanteria di Brescia pur restando nei quadri del 77° reggimento, come da decreto luogotenenziale 17 maggio 1917. In data 23 maggio 1917, sul suo stato di servizio veniva riportata la seguente variazione matricolare: «Morto in combattimento a quota 21, Monfalcone, come da atto di morte iscritto al n. 625 d’ordine del registro degli atti di morte del 77° reggimento fanteria, il 23 maggio 1917». Nello stesso stato di servizio del Sottotenente Umberto Mayer è riportata

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inoltre le seguente variazione: «Decorato della Medaglia d’Argento al Valor Militare sul campo con la seguente motivazione: “Si portava arditamente innanzi allo scoperto per tentare la cattura di mitragliatrici nemiche che impedivano l’avanzata. Fatto segno a violento fuoco proseguiva imperterrito finché, colpito a morte, cadeva gloriosamente sulla posizione agognata”. San Giovanni di Duino, 23 maggio 1917 - Decreto luogotenenziale 25 luglio 1918 Bollettino ufficiale anno 1918 disp. 46, pag. 3843». Ecco, in estrema sintesi, il tracciato della brevissima vita di un giovane che non aveva raggiunto ancora la maggiore età, ucciso in guerra a Monfalcone, alle porte di Trieste, città di suo padre e dei suoi avi, in mano austriaca ma amata da tutti gli Italiani come Patria redenta. Ma per comprendere meglio lo spirito patriottico che aleggiava in quei tempi si è convinti sia opportuno far rivivere la memoria Storica di quegli anni che sfociarono nella Grande Guerra.

IL PERIODO STORICO Nel 1914, al tramonto di quella che fu definita la «Belle Epoque», l’Europa non aveva idea né poteva prevedere le conseguenze terrificanti di una guerra che coinvolgesse più continenti: né aveva sentore o necessità di prepararsi ad affrontare scacchieri strategici su diverse campagne in una guerra globale. Sino a quell’anno, la nobile Europa pensava che la guerra fosse un privilegio che toccava ai grandi Imperi affermati, come quelli tedesco, austro-ungarico, russo e ottomano, che miravano ad estendere i loro territori basandosi su cospicui finanziamenti e

In apertura. Fanti italiani in trincea. Nei riquadri: un particolare di una foto ritraente il Sottotenente Umberto Vittorio Garibaldi Mayer (ovale bianco) con gli uomini della sua compagnia e un suo ritratto.


sul presupposto di risolvere i conflitti con brevi ma intense campagne «cavalleresche» in campo aperto, come avveniva nel Settecento e nel primo Ottocento. Ancora in quei tempi, i grandi movimenti di truppe inquadrate in consistenti reparti appiedati si distinguevano per le sgargianti uniformi, per le colorite e stemmate bandiere, orgoglio di vittoriose battaglie, facendo mostra di potenza e di antiche tradizioni. Ma già a meta dell’Ottocento la scienza e le nuove tecnologie indussero i governanti a studiare nuove e più micidiali tecniche di distruzione dei mezzi e degli uomini. Non più ora truppe sgargianti di colori e pennacchi facilmente individuabili e non più in campo aperto: la strategia e la tattica assunsero un ruolo più difensivo creando le trincee, i camminamenti, le postazioni, i cavalli di Frisia, i reticolati. L’azione offensiva veniva attuata con artiglieria da campagna pesante e con l’intervento dei carri armati. Ma anche con l’uso del gas asfissiante. Si passò dalla millenaria guerra a viso aperto alla guerra di posizione: il nemico era sempre di fronte, vicino, lo si poteva sentire, ma era invisibile. Solo negli assalti avveniva lo scontro. Il palcoscenico dopo gli assalti era ancora più cruento di quello che si poteva vedere dopo una battaglia sul campo d’antica memoria: uomini impigliati nei reticolati, crateri provocati dall’artiglieria, mezzi corazzati sventrati, cadaveri che affioravano dal fango. Le trincee venivano scavate per chilometri a difesa dei confini e si può immaginare un dispiegamento di Corpi d’Armata con centinaia di miglia di uomini. Lo scacchiere strategico occupava molti territori attrezzati per le esigenze belliche senza dare troppa importanza alle necessità della popolazione. L’Italia, all’alba del 1915, era la sola delle sei grandi potenze dell’Europa (Germania, Russia, Francia, Gran Bretagna, Austria-Ungheria) a non essere in guerra. Peraltro, in precedenza le stesse potenze europee avevano stipulato degli accordi o patti di non belligeranza tra di loro. Così gli Imperatori di Germania, di Austria-Ungheria e di Russia stipularono sin dal 1881 un accordo segreto di natura militare; nell’anno successivo venne siglato un trattato segreto tra Germania, Austria-Ungheria ed Italia, detto della Triplice Alleanza. In realtà questo proliferare di alleanze strategiche non servì ad evitare focolai di guerre in tutta l’Europa ormai immersa in un susseguirsi di rivendicazioni territoriali, nazionalismi, lotte interne causate proprio dagli stessi Re ed Imperatori che non riuscivano a dare ai popoli soggetti un riconoscimento dei diritti fondamentali dell’uomo, una speranza di libertà ed una esistenza dignitosa. Una sorda esasperazione verso l’Impero austro-ungarico si accentuò quando venne annessa la Bosnia-Erzegovina: una serie di tumulti ed esplosioni rivoluzionarie infiammarono tutto il Paese e culminarono con l’assassinio dell’Arciduca ereditario Francesco Fer-

dinando a Sarajevo il 28 giugno 1914. Dichiarata la guerra alla Serbia per tale omicidio, si diede fuoco ad un susseguirsi di rivendicazioni, di esasperati nazionalismi, di vendette e di deportazioni che nell’insieme portarono alla Prima guerra mondiale. In Europa, lo scacchiere principale vedeva due grandi blocchi: da una parte la Germania che dopo l’unificazione delle varie unità nazionali confederate (circa 38) in un unico Stato tedesco, era forte di un apparato industriale e di una politica aggressiva sostenuta da un formidabile Esercito munito di armamenti moderni e di strumenti chimici. Stato creato dalla Prussia, con abile azione politica e militare del Cancelliere Bismarck, che aveva convinto, se non costretto, l’Impero austroungarico ad orientare le sue mire espansionistiche verso i Balcani. Dal lato opposto, il blocco formato dalla Francia e dalla Russia. A questo blocco si affiancarono l’Inghilterra e la Turchia. L’Italia fu co-

Fanti italiani all’assalto.

stretta ad intervenire dopo aver ripudiato l’Alleanza con l’Austria e l’Ungheria e aver sottoscritto il patto di Londra che la legava a Francia e Gran Bretagna in una Intesa. La Grande Guerra si risolse con una carneficina di proporzioni enormi solo per conquistare pochi chilometri di terreno. Le vittime civili e militari della Germania furono 2 700 000; della Francia 2 000 000; della Russia 1 700 000; dell’Austria-Ungheria 1 540 000, della Gran Bretagna 1 140 000, dell’Italia 749 000. Anche la Turchia, la Serbia, la Romania, gli Stati Uniti, il Belgio e la Bulgaria ebbero tante vittime se pure in numero minore. La Grande Guerra, oltre a tante vittime, provocò profonde crisi politiche ed esasperate rivolte sociali ben più catastrofiche e risolutive della stessa Guerra. In particolare l’Austria, la più antica nazione del Sacro Romano Impero, dopo essere stata travolta dalla controffensiva italiana, subì un traumatico tracollo apportato dalla ribellione delle

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nazionalità degli Stati sudditi, esasperati dalla rovinosa politica dell’Impero. La Germania alleata, a sua volta, fece in tempo a ritirare le truppe dal fronte francese e a stipulare un armistizio. Come sopra accennato, l’Italia fu costretta ad intervenire dopo aver ripudiato la «Triplice-Alleanza» con l’Austria e la Germania. Le rivendicazioni irredentistiche erano troppo forti e per questo, dopo aver prodotto la dichiarazione di guerra all’Austria il 24 maggio 1915, l’Italia programmò una serie di offensive lungo l’Isonzo contro le truppe austroungariche comandate dal Generale Boroevich per la conquista di Trieste e Lubiana. La prima offensiva venne sferrata il 23 giugno 1915 quando era Capo di Stato Maggiore il Generale Luigi Cadorna, tristemente passato alla storia come strenuo assertore della cieca obbedienza a tutti i costi. In un testo storico (1861-1919) Indro Montanelli riporta la circolare del Generale Cadorna che stabiliva: «Nessuno deve ignorare che in faccia al nemico una sola via è aperta a tutti: la via dell’Onore, quella che porta alla vittoria o alla morte sulle linee avversarie. Ognuno deve sapere che chi tenti ignominiosamente di arrendersi o di retrocedere, sarà raggiunto, prima che s’infami, dalla giustizia

morte ma la noia: una noia condita di pidocchi, di fame, di freddo sì che l’annuncio di prepararsi all’assalto è quasi sempre accolto con gioia». La crisi di adattamento fu per gli Ufficiali molto più difficile e tribolata di quella della truppa. Qui però bisogna fare distinzione fra quelli di carriera e quelli di complemento. «I primi» - scrisse il Generale Capello - «non erano molto entusiasti della guerra un po’ perché in maggioranza simpatizzavano per l’Austria e la Germania, un po’ perché vedevano “un’incomoda minaccia alla quieta vita cui erano abituati”». Fin dai primi giorni di guerra facevano quadrato intorno ai loro privilegi e prerogative accaparrandosi i posti dei Comandi superiori, meno rischiosi e più promettenti di carriera. Questo fece sì che la trincea diventasse appannaggio quasi esclusi-

A destra e sotto. Due momenti della dura vita nelle trincee.

sommaria del piombo dei Carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe, sempre quando non sia stato freddato prima da quello dell’Ufficiale. Anche per chi vigliaccamente arrendendosi riuscisse a cadere vivo nelle mani del nemico, seguirà immediatamente il processo in contumacia e la pena di morte avrà esecuzione a guerra finita». Tutto questo rispondeva al concetto «cadorniano» della disciplina militare. Cadorna concepiva il soldato come un robot, cui bisognava chiedere non l’entusiasmo ma l’obbedienza. Quello che gli uomini subivano era un processo di spersonalizzazione, ch’era proprio l’obiettivo cui Cadorna più o meno consapevolmente mirava. D’altronde la truppa diceva: «A distruggerci non è la

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vo di piccoli subalterni appena reduci dai banchi universitari e sbalzati in trincea dopo appena tre mesi di tirocinio e anche meno. Per quanto privi di tradizione militare, quei goliardi, venendo dalla vita civile, sapevano parlare ai soldati e capirli meglio dei professionisti chiusi nei loro formalismi burocratici e gerarchici. Molti episodi eroici furono dovuti all’ascendente che questi piccoli subalterni carichi di umanità esercitavano sui loro uomini; e l’esercitavano con l’esempio lanciandosi per primi all’assalto. Montanelli conclude asserendo che per questo motivo, di tutti gli Eserciti combattenti, quello italiano ebbe di gran lunga la più alta percentuale di Ufficiali caduti: una intera generazione ne fu dimezzata, ed era la èlite intellettuale del Paese. Dopo aver sferrato le prime cinque delle undici offensive sul fronte di guerra lungo l’Isonzo, offensive con lievi progressi per le truppe italiane, alla sesta, dopo aver conquistato il Sabotino (616 agosto 1916), la fanteria attraversò l’Isonzo entrando a Gorizia il 9 agosto. La conquista della città assumeva un forte valore morale e propagandistico e per questo l’Austria volle controbattere con una «Strafexpedition» - il più grave pericolo che l’Italia abbia corso - forte di duemila cannoni e di truppe ben armate che, su un fronte


di cinquanta chilometri, si posizionarono alle spalle dell’Esercito Italiano sul Carso. Ma il fronte resse bene e poco dopo il Generale Cadorna a sua volta sferrò una controffensiva altrettanto decisa anche se costosissima per l’elevato numero di caduti: 75 000 uomini oltre ai feriti e dispersi. La settima, l’ottava e la nona offensiva si risolsero in battaglie di consolidamento e di logoramento sul Carso. La decima, durata 25 giorni (12 maggio-6 giugno 1917), fu favorevole all’Esercito Italiano, comandato dal Generale Capello che, attaccando l’altopiano della Bainsizza, conquistò il monte Querceto (Hermada) sopra Duino a pochi chilometri da Trieste. E proprio a San Giovanni di Duino, il 25 maggio del 1917, cadde eroicamente Umberto Mayer, Sottotenente del 77° reggimento fanteria «Lupi di Toscana», come sopra ricordato. Pochi mesi dopo, si concluse la decima offensiva con la battaglia della Bainsizza (12 settembre 1917) con una modesta conquista pagata ad un prezzo elevato: 40 000 caduti, 108 000 feriti, 18 000 prigionieri ed un sensibile logorio fisico e morale delle truppe che, qualche mese dopo, dovettero retrocedere dall’altopiano della Bainsizza a seguito dello sfondamento della linea difensiva di Cividale del Friuli e di Caporetto da parte dell’Esercito austro-ungarico e tedesco, avvenuto il 24 ottobre del 1917. Cadorna incolpò il movimento pacifista disfattista che non teneva conto delle undici battaglie offensive dell’Isonzo. In realtà, la rotta di Caporetto avvenne quando l’Impero austro-ungarico ritirò le sue truppe dai Balcani per dirottarle sul fronte italiano, sul quale si riversò simultaneamente la Germania col suo potenziale bellico forte di sette Divisioni addestrate a nuove tattiche di combattimento, come la sorpresa, l’infiltrazione, il supporto pesante dell’artiglieria e l’impiego massiccio del gas asfissiante. Nel novembre del 1917 gli alleati tedeschi, con forze raddoppiate, esercitarono una forte pressione sulle linee difensive delle truppe italiane della IV Armata schierate sul monte Grappa e lungo il Piave, che resistettero valorosamente. Il Generale Armando Diaz, che aveva sostituito il Generale Cadorna dopo Caporetto, sul campo ed in trincea si dimostrava molto più comprensivo, cordiale verso i suoi uomini e fiducioso nella collaborazione dei Comandanti delle truppe prima di tutto. Potenziò l’assistenza morale e le attività ricreative. Dopo il consolidamento difensivo sul Piave, ad un anno esatto dalla disfatta di Caporetto, il 24 ottobre 1918 il Generale Diaz sferrò l’attacco decisivo contro l’Impero Asburgico che, dopo aspri combattimenti, cedette all’offensiva italiana. In pochi giorni l’Armata austro-ungarica si dissolse davanti all’avanzata delle truppe italiane che erano entrate a Trieste e a Trento il 3 novembre, mentre a Villa Giusti veniva

Stralcio dal fascicolo matricolare di Umberto Mayer relativo alla decorazione di Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria.

firmato l’armistizio che decretava la cessazione delle ostilità a decorrere dal 4 novembre 1918. Sullo stesso fronte la Germania dovette constatare la realtà dei fatti ed osservare che ormai le sorti della guerra erano segnate anche per l’Imperatore della Germania, Guglielmo II, che chiese l’armistizio e si risolse ad abdicare l’11 novembre 1918. Lo stesso giorno anche l’Imperatore Carlo I d’Asburgo, ultimo discendente del Sacro Romano Impero dovette abdicare: morì in esilio, nell’isola di Madeira, in mezzo all’Atlantico, sotto custodia inglese, all’età di 34 anni, in assoluta povertà.

L’AGENDA MILITARE E UNA LETTERA DAL FRONTE DEL 1917 Tra le poche ma significative reliquie conservate o tramandate è rimasta una piccola agenda di colore grigio-verde intestata a Mayer Umberto, Sottotenente del 77° reggimento, compagnia 7, Divisione M.M. 45. Dopo alcune pagine strappate, la prima che reca le sue memorie è quella del 21gennaio, Santa Agnese. In essa è scritto con matita copiativa: «Assestamento, ricognizione e scambio di consegne. Nulla di nuovo. Da qui si vede il castello di Duino e Trieste, benissimo nel pomeriggio. Di notte all’“Adria Werke” si vede bruciare del carbone. Sono 18 mesi che brucia. Di notte solo ispezioni. Freddo e vento». Sulla stessa pagina, il 22 gennaio, lunedì, San Gaudenzio, è annotato: «Continua il freddo ed il vento. Si lavora alacremente alla costruzione di grotte e camminamenti. Nella notte solita ispezione. Nessuna novità. Le fabbriche “Adria Werke” (altiforni) dedicate al Principe Hobeln, già Negrid, prima conquistate,

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fabbricavano gas asfissiante. È ora un immenso cumulo di ruderi, un immenso ammasso di ferro». Le pagine successive dello stesso mese di gennaio del 1917 riportano: «23, martedì, sposa di M.V.: fa un freddo diabolico. Impossibile riposare nel mattino, mezz’ora. Si trema dal freddo. È la Bora; 24, mercoledì San Babila. Nulla di nuovo. 25, giovedì conv. San Paolo. Di notte si mettono reticolati avanzati di circa 50 metri. Appostamento della linea; 26, venerdì San Paolo. Continuano i lavori di notte. Nulla di nuovo. Di giorno si dà la caccia alle

La prima delle tre pagine della lettera del 12 maggio 1917 scritta da Umberto Mayer a suo padre.

anitre nella palude; 27, sabato San Giovanni Cr.. Vento e freddo di notte. Leggero nevischio. Nulla di nuovo. 28 domenica, San Cirillo Papa. Continua il brutto tempo. Nulla di nuovo; 29, lunedì San Equino. Di sera vado in pattuglia in cerca di una caverna, che trovo. Al ritorno si mettevano dei reticolati avanzati. Gli austriaci ci mitragliavano: nessuna vittima; 30 martedì San Savina. Siamo in attesa del cambio che non arriva; 31 mercoledì, San Giulio prete. Nascita di Anita (Mayer). Di pattuglia viene trovato un nostro morto tra i reticolati austriaci. È tutto ghiacciato. Si trasporta via il soldato. Giovedì San Ignazio vescovo. Calma, nulla di nuovo; 2 febbraio venerdì - purificazione di Santa

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Maria Vergine. Compleanno di Giannina. Nulla di nuovo. Continuano i soliti lavori; 3 febbraio, San Biagio. Bombardamenti tutto il giorno. Perdite: 2 morti e due feriti, tutti di vedetta. Di notte calma. Bel tempo e notti chiarissime. 4 febbraio, domenica settuagesima. Nascita di mamma. Continua il bombardamento: di giorno nessuna vittima. Di notte una bomba ammazza due uomini (un Caporal Maggiore ed un soldato), ferisce un Aiutante ed altri due uomini. Nel resto della notte calma. Le nostre batterie controbattono efficacemente. Bel tempo, notte chiarissima; 5 febbraio, Santa Agata: gli austriaci insistono nel lanciarci bombe e tiri di artiglieria. Durante il bombardamento austriaco, l’osservatorio scopre l’appostamento delle bombarde nemiche: cessato alle 13 il bombardamento. Di notte, calma, si lavora. Notte chiara». Le dieci pagine successive risultano strappate (forse per esigenze di segretezza). «Il 27 febbraio, Santa Onorina. “Nascita di Romilda (compleanno)”. 28 febbraio mercoledì, San Teofilo. “Storia, geografia, 2 tavole, memoria francese”: (probabilmente parole d’ordine)». Dal 1° marzo alcune pagine strappate e poi sino al 16 aprile nessuna annotazione. Poi: «16 aprile: “Onomastico di papà”. 21 aprile “Onomastico di Romilda”. 28 maggio, lunedì: “Onomastico di Emilio”. 24 giugno, domenica, “Onomastico di Giannina”. 26 luglio domenica, “Onomastico di Anita”. 27 luglio “Nascita di Emilio”». Le date degli onomastici e compleanni segnati sull’agenda sino al mese di luglio sono state scritte dallo stesso Umberto Mayer, in trincea, prima che cadesse in combattimento a San Giovanni di Duino il 23 maggio 1917. In appendice all’agenda sono stati trascritti l’organico e le varie qualifiche degli uomini che comandava. «Mese di gennaio. Squadre 13a, 14a, 15a, 16a: graduati (Sottufficiali e Caporali) n. 5; cariche speciali (attendenti) n. 10; sminatori: 5. 1° plotone n 4. Disponibili (soldati): 32. Totale 56 uomini». Nel mese di febbraio l’organico appare diminuito di 3 uomini, con un totale di 53 uomini effettivi al plotone. Nelle note varie: «Versamento delle coperte alle ore 18.00. Prelevamento delle maschere antigas alle ore 14.00. Preparazione zaini, rivista accantonamenti e pulizia, ritiro viveri e attrezzi mobili. “Versare domani alle ore 6.30 cassetta scarpe da cambiare, versamento oggetti in disuso; pulizia delle armi”». Lettere anno 1917: «n. 7 il giorno 12 gennaio; n. 8 il 16 gennaio; n. 9 il 19 gennaio; n. 10 il 22 gennaio; n. 11 il 25 gennaio; n. 12 il 1° febbraio; n. 13 il 4 febbraio; n. 14 il 6 febbraio; n. 15 il 7 febbraio». In un’altra pagina: «Rivoltella calibro 9; occhiali a stanghetta; federe per cuscino; pennino per penna “Schlog”; lapis nero; lapis copiativo; carta da lettere; naftalina; fazzoletto; scialletto di lana; cuscino di gomma; cartoline illustrate». Nella terz’ultima pagina, parole cifrate: «Giorno-4°-V-2 cas. tana; 1-cas; 2 V21 Sbocco-1


casotto; 3 V 1 cas./sbocco-2 call/prima e l’alba verso la mitragliatrice-+ 1 casotto (o casello)». Penultima pagina: «13 e 28 d’ogni mese, nella mattinata relazione dei lavori eseguiti con scasso. 14 e 29 d’ogni mese relazione sulle operazioni compiute nella quindicina». Nell’ultima pagina, memorie varie (in parte cifrate): «5 R. Nemico attacca. Occorre fuoco di interdizione; 6 V. il nemico è nelle nostre linee; 513. Situazione tranquilla. 113 RIV - nello stesso tempo, tiro corto delle artiglierie. Ore 16, elenco delle perdite; ore 17 perdite nelle 24 ore precedenti. Variazioni ufficiali, situazione. Ore 16, novità. 8 e 23 d’ogni mese, episodi storici». A meno di una settimana prima del giorno del sacrificio della sua giovanissima vita, il 12 maggio 1917, Umberto Mayer scriveva a suo padre Rodolfo questa lettera. «Adorato Babbo, non ti dispiacerà ch’io ti scriva qualcosa di più lungo che una semplice cartolina. Non ti parrà forse vero che qui in trincea ce la spassiamo da veri mylords: c’è di tutto, sai. Prima d’ogni cosa ho una casettina di una stanza ed anticamera in cui di notte fo dormire il mio attendente. Nella stanzetta un lettino-branda, una colonnetta vera, una cassapanca, un catino, un o...le! Poi una mensa con tavolino, vasca lavapiatti, tavola da cucina e poltrone comodissime, sedie. La cameretta mensa è tutta foderata di stuoie e pavimentata.... Due candelabri a filo di ferro e fuori della porta, per l’attesa, un bel sedile da giardino. Quante comodità! E poi noi (Ufficiali) invitiamo or questo or quell’altro Ufficiale e si ride, si scherza, si canta; specialmente, poi, si canta. Ti sorprendi? Sì, sì, anche teatro certamente. Rappresentazioni alla Pikmann, di ipnotismo. Come si ride allora...! C’è il mio Comandante di compagnia che si diletta di ipnotismo ed ha trovato un ottimo soggetto nell’attendente di un mio collega. Immagina un po’ che chiasso, che allegria! E come vuoi che si faccia diversamente che così. Dal freddo intenso siamo passati direttamente al caldo opprimente senza gustare le dolci auree della primavera. Chè poi, pur facendo poco o punto attività, siamo quasi sempre tutto il giorno occupati. Ieri ho ricevuto la tua lettera e mi aspetto la successiva più lunga. L’altro ieri ho scritto agli amici e ieri ho scritto ad alcuni fra cui il signor Massarelli, Dallole e Viggiani. Non dimentico la corrispondenza con gli amici. E tu ricevi quotidianamente le mie cartoline? Hai ricevuto il vaglia speditoti? Ed ora parlando di voi, come va la salute? Avete mantenuto la vostra promessa di migliorarvi sempre più per farmi contento quando e presto, spero, verrò in licenza ordinaria? Se non vi dispiace vorrei un’assicurazione tassativa in proposito, se no ... Dixi. - E tu babbo come stai con i denti? Ti fanno sempre male? È necessario che ti ripeta che se hai bisogno di qualcosa me lo mandi a dire? Assicurami di tenermi informato di tutto. Baciami con il più forte affetto

Il Piazzale che la città di Taranto ha voluto dedicare al Sottotenente Mayer M.A.V.M..

mamma, Romilda (cui scriverò al più presto e mi scuso se non l’ho fatto), Anita, Irene, Giannina. E specialmente a mamma, ricevete i miei più caldi baci mentre mi dico sempre lo stesso, Umberto».

CONCLUSIONI Dopo aver riletto questa storia, non si ritiene di commentare né di esprimere i sentimenti più profondi che emergono pregni di commozione: essere stroncati a venti anni è sempre triste anche se il sacrificio di Umberto è servito ad onorare una Patria che aveva appena vissuto da giovanissimo ma che deve aver amato con il cuore e con la mente. Patria che aveva dato asilo ai suoi genitori irredentisti, di stirpe austriaca ed ungherese ma che non conoscevano l’Italia se non per la sua cultura millenaria, per l’arte, per la sua bellezza e per l’eccelsa umanità. L’impegno che si è assunto chi ha scritto questa breve storia, che è anche suo nipote, è quello di far realizzare, da parte della sua città natale, Taranto, una dedica tangibile in suo onore, fidando nel senso patriottico dei suoi concittadini. Ciò è avvenuto dopo circa cinque anni dall’inizio delle ricerche documentali presso il Ministero della Difesa, che ha elaborato lo stato di servizio mancante e, nel 2005, grazie alla Giunta Comunale di Taranto che ha deliberato di intitolare alla «Medaglia d’Argento al Valor Militare Sottotenente di fanteria Umberto Mayer», un’area inserita in via Lucania, con delibera resa esecutiva dal 19 luglio 2009, n. 86/2009, realizzando il «Piazzale Mayer Sottotenente Umberto» su progetto del Geometra Vincenzo Santoro, capo della toponomastica del Comune. Rodolfo Mayer Maggior Generale (c.a.)

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L’EVOLUZIONE DELLA FANTERIA ITALIANA NELLA GRANDE GUERRA


I50° anniversario Unità d’Italia

L’EVOLUZIONE DELLA FANTERIA ITALIANA NELLA GRANDE GUERRA La vasta bibliografia che documenta e racconta le vicende di quel sanguinoso conflitto ha sovente trascurato alcuni aspetti, soprattutto operativi, che hanno decisamente influito sugli eventi finali. Tra questi, di assoluta rilevanza sono le graduali trasformazioni a cui furono sottoposte le unità di fanteria, dapprima per arginare il nemico, poi per ricacciarlo al di là delle Alpi.

All’inizio delle ostilità, la fanteria italiana comprendeva un totale di 548 battaglioni così suddivisi: 438 di fanteria di linea, 58 di bersaglieri e 52 di alpini, dei quali 26 di milizia territoriale. La fanteria avrebbe dovuto essere ordinata in esercito permanente, che comprendeva i reparti esistenti fin dal tempo di pace, milizia mobile e milizia territoriale, costituite di reparti di nuova formazione da impiegare come riserva e difesa interna dello Stato. I reparti di milizia mobile furono in realtà costituiti con il personale delle stesse classi con le quali si formarono i reparti dell’esercito permanente ed impiegati in zona di guerra; sicché nel complesso non vi fu sensibile differenza tra reparti dell’una e dell’altra linea. I reparti di milizia territoriale, costituiti con personale anziano o giovane ascritto a detta milizia, furono impiegati, tranne quelli alpini, per servizi ausiliari e raramente in prima linea. I reggimenti di fanteria di linea e granatieri avrebbero dovuto essere su 3 battaglioni di 4 compagnie della forza media di 250 uomini ed 1 sezione mitragliatrici per battaglione, ma, in effetti, gli organici non erano completi, con la sezione mitragliatrici e le prescritte salmerie spesso mancanti. I battaglioni bersaglieri, inizialmente su 3 compagnie, all’inizio del 1916 ricevettero anch’essi la quarta compagnia. Unità tattica fondamentale era la Brigata su 2 reggimenti di fanteria, ma anche in questo caso la pratica si discostò non poco dalla teoria, dato che all’inizio della campagna parecchi reggimenti finivano per operare isolatamente e talora anche in settori assai lontani da quello nel quale agiva la propria brigata. I reggimenti bersaglieri impiegati quali truppe suppletive e staccati dai propri battaglioni ciclisti lamentavano analoghe deficienze organiche. I reparti alpini, invece, potevano considerarsi al completo di uomini e di mezzi e, quindi, di sicura efficienza

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Sopra. Una sezione mitragliatrici Maxim Vickers cal. 6,5 mm di un reggimento bersaglieri all’inizio del conflitto. In apertura. Addestramento di una squadra bersaglieri nelle retrovie del fronte del Piave.

materiale e morale. In complesso perciò, l’Esercito entrò in guerra con unità di fanteria non completamente organizzate e soltanto nella primavera del 1916 le unità stesse acquisirono l’efficienza organica prevista dalle tabelle di mobilitazione. Così ordinata, la fanteria italiana partecipò alle prime sanguinose offensive che non riuscirono a sfondare le linee di difesa approntate dal nemico con largo ricorso alla fortificazione campale ed all’ostacolo passivo. I piccoli successi ottenuti nelle battaglie del 1915 furono conseguiti soprattutto con lo slancio e l’ardire dei fanti; furono anche pagati, però, a caro prezzo, perché non sostenuti da armi di accompagnamento e soprattutto da artiglierie di medio e grosso calibro capaci di avere ragione delle resistenze avversarie.


Se le trasformazioni organiche non furono notevoli, nei primi mesi della guerra si registrò, invece, un considerevole aumento dei reparti, che fece accrescere di un quarto la forza della fanteria. Nella primavera del 1916, infatti, affluirono in zona di guerra 32 nuovi reggimenti di fanteria, 26 battaglioni alpini, 4 reggimenti bersaglieri e fu questo il primo ed anche il maggiore incremento di forze durante la campagna: ma ancora più che per tale apporto numerico, la fanteria accrebbe la sua forza combattiva per quello fornito da un numero sempre crescente di nuovi mezzi e strumenti di lotta. Oltre alle bombe a mano, ai lanciabombe, alle protezioni passive (elmetti e scudi), furono distribuite in maggior copia le armi automatiche. Si cercò infatti di eliminare la maggiore deficienza della nostra fanteria rispetto La bombarda da 58 fu introdotta nell’organico della Divisione di fanteria verso la fine della guerra. a quella avversaria, costituita dall’esiguo numero di mitragliatrici. Così, a partire dal maggio 1916 si poté assegnarne con sempre maggiore larghezza ai reparti; fino a che, nell’ottobre dello costituì una vera sorpresa tattica, la disponibilità stesso anno, ogni reggimento poté disporre di 4 di un maggior numero di artiglierie, offrirono sezioni mitragliatrici, più 1 o 2 sezioni pistole nuove possibilità di successo, culminanti nella mitragliatrici, nuova arma adottata per l’offesa e presa di Gorizia nell’agosto 1916. la difesa ravvicinata. Fu iniziata, inoltre, l’asseNell’inverno 1916-1917 furono costituiti reparti gnazione di due reparti, in seguito denominati organici di skiatori, in precedenza della consicompagnie, mitragliatrici pesanti a ciascuna Bristenza di pattuglia, ordinati in plotoni, compagnie gata e Divisione. In considerazione dell’impore battaglioni per l’impiego tattico in terreni d’alta tanza assunta dai lavori di difesa campale impomontagna. Erano formati da alpini e organizzati in sti dalla guerra di trincea, fu incrementato notemodo da avere una certa autonomia logistica. volmente il numero degli zappatori nell’ambito Vennero quasi tutti disciolti nella primavera 1917. del reggimento di fanteria con Tra la fine del 1916 e l’inizio la costituzione dei reparti zapdel 1917 si posero i piani per patori per battaglione di fante...nei primi mesi della una ulteriore espansione delria, cui si affidarono buona guerra si registrò un consi- l’Esercito. Traendo personale parte dei compiti prima asse- derevole aumento dei re- giovane dai Comandi, dai servignati alle truppe del genio. e dagli stessi battaglioni di parti che fece accrescere di zi Sempre nella primavera del milizia territoriale e con altre 1916 fu incrementato anche il un quarto la forza della provvidenze organiche si riuscì numero di portaferiti assegnati fanteria a creare altre 9 Brigate di fana ciascuna compagnia di fanteteria ed a costituire una riserva ria, che passò da 4 ad 8 uomidi complementi. Inoltre, nei ni, mentre i tamburini cambiarono il loro incarico primi mesi del 1917, si adottò un provvedimento in porta ordini. organico che, sviluppatosi rapidamente, diede L’espansione dell’Esercito richiesta per guarnire buoni frutti: quello di utilizzare le attitudini indiviun fronte ampio 650 km e per sostenere azioni duali dei fanti, specializzandoli. Sorsero, così, dapoffensive sempre più violente determinò, nelprima le squadre di lanciatori di bombe a mano e l’estate 1916, una crisi di complementi ed una da fucile; poi, nell’estate 1917 i reparti arditi che, conseguente prima riduzione nella forza delle costituiti da volontari aventi spiccate attitudini fisicompagnie (225 uomini), accompagnata da una che e doti di ardimento, crebbero rapidamente in crisi dei Quadri dovuta sia alle perdite, sia ad una numero e fama. Erano formati inizialmente su insufficiente organizzazione delle fonti di reclutacompagnie e battaglioni autonomi, poi trasformati mento, ed infine una crisi di armamento, tanto in reparti di tre compagnie armati complessivache fu necessario ricorrere al vecchio fucile Vetmente con 6 sezioni di pistole-mitragliatrici, 3 seterli mod. 87/16 per l’armamento di reparti di sezioni mitragliatrici pesanti, 6 sezioni di lanciafiamconda linea. D’altro lato però, l’esperienza bellica, me portatili, 1 sezione lancia torpedini. l’addestramento migliorato, la comparsa di nuove Nella primavera del 1917 si ebbe, anche, una armi tra cui le bombarde, il cui impiego a massa trasformazione radicale nella composizione del

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bre 1917. La ritirata sul Piave comportò notevoli perdite sia in uomini che soprattutto in artiglierie, e ciò rese indispensabile un riordinamento dell’Esercito e della fanteria in particolare. Si operò una importante riduzione di unità che vide lo scioglimento di 23 Brigate di fanteria, 3 reggimenti bersaglieri e 20 battaglioni alpini. I reparti di fanteria furono così ridotti di circa un quinto, di un settimo i bersaglieri e di un quarto gli alpini. Anche la forza delle compagnie fu contratta prima a 150 e poi a 145 uomini. Nell’ambito della compagnia, tutti gli elementi ausiliari del Comando e gli addetti a cariche speciali furono riuniti in un plotone, denominato «misto». In tal modo ogni compagnia risultò su 3 plotoni fucilieri «ordinari», uno «misto» e una sezione pistole-mitragliatrici. Nel tempo stesso si rinforzarono, essenzialmente con i complementi della classe 1899, le unità sopravvissute. Si costituirono anche provvisoriamente Brigate e reggimenti con personale della specialità d’artiglieria bombardieri, rimasti Una postazione d’alta quota di mitragliatrice «Vickers» in Carnia. senza armi pesanti, che furono impiegati come reparti di fanteria di linea. Il riordinamento si svolse in tempi oltremodo rapidi così che nel giugno del 1918 la fanteria italiana poté validamente battaglione e della Brigata. In quest’ultima, onde opporsi all’offensiva austro-ungarica scatenata ovviare alle difficoltà del rifornimento complesul Piave, sul Grappa e sugli Altipiani. menti, si costituì un battaglione complementi, Nel 1918 non si apportarono nuove e sensibili chiamato di marcia, formato da tante compagnie trasformazioni nelle unità di fanteria, ma si conquanti erano i battaglioni da rifornire; nel battatinuò a perfezionarle nei particolari e ad aumenglione, ridotta la forza della compagnia prima a tarne l’efficienza adottando qualche nuovo ar200 e poi a 175 uomini, si trasformò la quarta mamento come il mortaio Stokes, in sostituzione compagnia in compagnia mitragliatrici, elevando, del lancia torpedini, il lanciafiamme d’assalto ed così, il numero delle mitragliatrici nel reggimento il cannoncino da 37 mm, accrescendo il numero da 8 a 18; inoltre le pistole mitragliatrici furono delle mitragliatrici sino ad avere una media di 36 portate ad una sezione per compagnia fucilieri e, armi pesanti per reggimento, (considerando aninfine, per dare maggior modo ai fanti di vincere che le armi automatiche assele resistenze che si presentavagnate alle Brigate ed alle Divino sul campo di battaglia, si assegnò ad ogni battaglione La ritirata sul Piave com- sioni), costituendo infine in una sezione di 6 armi lancia portò notevoli perdite e ciò ogni reggimento un plotone torpedini, destinate a disimpe- rese indispensabile un rior- d’assalto. Fu disposto, inoltre, il personale della specialignare gli individui isolati dal dinamento dell’Esercito e che tà mitraglieri perdesse ogni sanguinoso incarico di aprire i dipendenza dai centri di forvarchi nei reticolati mediante della fanteria in particolare mazione delle unità mitragliepinze tagliafili e tubi esplosivi. ri; esso divenne per ogni Nell’ottobre 1917, la fanteria aspetto parte integrante dei battaglioni e dei contava circa 900 000 uomini, pari alla metà della reggimenti, abolendo così ogni legame estraneo. forza dell’Esercito operante; vi erano 868 battaQuesto provvedimento era destinato a migliorare glioni, dei quali 64 bersaglieri e 85 alpini, oltre a il rendimento in combattimento dei reparti mi615 compagnie mitragliatrici autonome, 12 battatraglieri. glioni bersaglieri ciclisti e 21 reparti d’assalto. Al fine di incrementare l’amalgama tra i diversi Complessivamente i reparti di fanteria erano aureparti, migliorare l’affiatamento tra formazioni di mentati di circa un terzo del loro numero originafanteria, artiglieria e genio ed elevare il rendirio. Tra l’estate e l’autunno 1917 si costituirono 4 mento in combattimento delle grandi unità, fu dinuove Brigate ordinate su 3 reggimenti di fanteria. sposta l’inscindibilità della Divisione. Fino ad alloSi giunse così alle dolorose vicende della dodira, infatti, la limitata disponibilità di forze in relacesima battaglia dell’Isonzo dell’ottobre-novem-

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Fanti italiani sul basso Piave.

zione alla vastità del fronte, aveva costretto sovente a scindere le Divisioni, i cui reparti dipendenti operarono frazionati e disgiunti a seconda delle imperiose necessità del momento. Il nuovo Capo di Stato Maggiore, Generale Armando Diaz, ordinò invece la manovra e l’impiego unitario della Divisione al completo delle sue 2 Brigate di fanteria, del reggimento d’artiglieria da campagna e dei reparti di supporto. La principale innovazione ordinativa dell’Esercito italiano nella Grande Guerra fu la costituzione, nel 1918, prima di Divisioni d’assalto e poi di un Corpo d’Armata d’assalto. La Divisione d’assalto comprendeva reparti di arditi, bersaglieri, artiglieria someggiata, cavalleria, ciclisti e truppe tecniche. Verso la fine del 1918 era in corso di distribuzione il moschetto automatico come armamento individuale in sostituzione del fucile ed in studio un nuovo modello di battaglione di fanteria, ispirato dagli organici tedeschi, che esaltava la capacità di erogazione di fuoco a tiro teso. La nuova formazione avrebbe dovuto disporre di ben 37 armi a tiro a raffica contro le 16 del battaglione vecchio tipo. Questa trasformazione, che avrebbe rivoluzionato oltre agli organici anche le tecniche di combattimento della fanteria, non fece in tempo ad essere adottata prima della conclusione delle ostilità.

Riguardo i mezzi di trasporto, la guerra vide una leggera riduzione del carreggio presso i reggimenti di fanteria, compensata dall’assegnazione organica a ciascun reggimento di fanteria, granatieri e bersaglieri di una salmeria. Il numero dei muli in dotazione fu progressivamente ridotto da 216 fino a 100. Alla data dell’armistizio, la fanteria contava 702 battaglioni di fanteria di linea, granatieri, bersaglieri e alpini, oltre a 29 reparti d’assalto a livello di battaglione; con una forza complessiva pari circa ai tre quinti di quella totale dei combattenti delle varie armi, valutata in poco più di due milioni di uomini. Nel novembre 1918 le percentuali di truppe scelte (bersaglieri e reparti d’assalto) e di truppe speciali (alpini e bersaglieri ciclisti) erano rispettivamente di 7,2 e 8% in confronto alla fanteria di linea. Nonostante il poderoso sviluppo che ebbe l’artiglieria ed il sensibile aumento del genio, nel 1917-1918 l’aliquota della fanteria rispetto alle altre armi non si era quindi abbassata in modo significativo. In conclusione, le principali linee di sviluppo della fanteria italiana nella Grande Guerra furono: • incremento notevole delle mitragliatrici per aumentare la potenza di fuoco delle minori unità; • costante diminuzione numerica della forza della compagnia passata da 250 a 145 fucili al fine di risparmiare l’elemento uomo; • specializzazione dei compiti della fanteria culminata con la costituzione delle truppe d’assalto; • introduzione di nuove e diversificate sorgenti di fuoco (cannoncino, lanciafiamme, lancia torpedini, mortaio, pistola mitragliatrice e moschetto automatico, bomba a mano e da fucile). Filippo Cappellano Tenente Colonnello, Capo della 3a Sezione dell’Ufficio Storico del V Reparto Affari Generali dello Stato Maggiore dell’Esercito

BIBLIOGRAFIA C. Barbasetti, Organizzazione e sviluppo della fanteria italiana durante la campagna 1915-1918, «Rassegna dell’Esercito Italiano», 1922; C. Manzoni e A. Ricagno, «Evoluzione organica dell’Esercito Italiano prima e durante la Grande Guerra», Scuola di Guerra, s.d.; «Relazione ufficiale: L’Esercito Italiano nella Grande Guerra (1915-1918)», Stato Maggiore dell’Esercito Ufficio Storico, volumi ed anni vari; Notizie organiche sommarie sull’Esercito mobilitato, Comando Supremo - Reparto Operazioni - Ufficio Affari Vari e Segreteria - Sezione Istruzioni, 1917; Formazioni organiche, Comando 4a Armata - Ufficio Operazioni, s.d..

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LA XII BATTAGLIA DELL’ISONZO


I50° anniversario Unità d’Italia

LA XII BATTAGLIA DELL’ISONZO La Manovra in ritirata della 3a Armata All’alba del 24 ottobre 1917, un’Armata austro-tedesca attaccò gli italiani fra Plezzo e Tolmino. Usando la tecnica dell’infiltrazione, i reparti scelti, fra i quali quello dell’allora Tenente Erwin Rommel, ruppero il fronte, allargarono la breccia, minacciarono di aggiramento la 3a Armata. «La mancata resistenza di reparti della 2a Armata, vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico ...». Queste parole, con cui, il 28 ottobre 1917, Cadorna motivò il disastro di Caporetto, pesano ancora oggi. I soldati italiani, tuttavia, non rifiutarono di obbedire; semplicemente non ascoltarono e sfogarono la stanchezza morale e fisica muovendo verso il Piave, dove si lasciarono inquadrare e andarono all’attacco del nemico.

«Certo chi combatte per la Patria, chi alla Patria offre tutte le sue sostanze e la sua vita, deve essere, in quegli estremi istanti, animato da un sentimento sì nobile e sì grande che non sappiamo immaginare... Essi, sì, vanno incontro alla morte...: la vita è troncata, ma qualcosa rimane nei secoli: la loro opera, che affida i loro nomi all’immortalità!» dal Diario di Guerra del Maggiore Mario Fiore

Il 1917 viene da molti considerato uno degli anni più oscuri della storia contemporanea italiana. Il movimento pacifista intensificò l’attività di propaganda contraria alla guerra e molti avversarono il sistema tecnico-politico di condotta della stessa. I combattenti iniziarono a provare stanchezza sia per la estenuante durata delle ostilità sia per il crudo mantenimento della disciplina. Nonostante ciò, quando occorse, il soldato italiano dimostrò sempre il sentimento di amore e di sacrificio per la Nazione. La X e XI battaglia dell’Isonzo, pur con il considerevole tributo di sangue, diedero ampia prova dello spirito combattivo del nostro soldato. Tuttavia molti dubitarono della resistenza italiana. Un Sottotenente dell’11° reggimento germanico, catturato la mattina del 9 novembre a Tezze, assicura - come già precedenti prigionieri germanici ebbero a dire - che, sino all’inizio dell’azione, nessuno aveva notizie positive sull’offensiva contro l’Italia. Si spargevano anzi continue voci intese

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Sopra. Il Tenente Erwin Rommel. In apertura. Cortellazza 1918: il Duca d’Aosta, Comandante la 3 a Armata, elogia alcuni Granatieri distintisi durante la ritirata dall’Isonzo al Piave.

a far credere che le truppe che si ammassavano avevano lo scopo di arrestare la 12a offensiva dell’Isonzo che gli italiani stavano preparando in collaborazione con i loro alleati.


Riconosce che lo scopo principale dell’offensiva è quello di finire rapidamente la guerra, debellando sui campi italiani le «ultime resistenze dell’Intesa». I risultati ottenuti finora coll’avanzata hanno sbalordito tutti. Si considera l’Esercito italiano in uno stato di progressivo, fatale dissolvimento e si attende senza preoccupazioni l’intervento di aiuti franco-inglesi. La facile marcia, fatta quasi senza perdite, ha imbaldanzito gli animi ed ora si parla di Brenta e dell’Adige come di piccole tappe dell’avanzata verso la pace sicura (1). Il giovane Ufficiale non poteva immaginare che proprio nel giorno della sua cattura avrebbe avuto termine il «fatale dissolvimento». Al contrario, sarebbe iniziata una fase di «rigenerazione» degli ideali, del morale e delle forze che avrebbe determinato un risultato ben diverso ...lo scopo «dalle piccole tappe al Brenta l’offensiva è ed all’Adige». rapidamente

La situazione è difficile ma non disperata sul fiume sacro (disegno di Patitucci, tratto dall’inserto La Grande Guerra pubblicato su «Domenica del Corriere» n. 34 del 27 agosto 1964).

I territori che erano stati conquistati a prezzo di undici battaglie, il Friuli, il Cadore e la Carnia, furono invasi dal nemico. Dal fronte giunsero notizie allarmanti di masse di sbandati, di truppe in fuga, di enormi perdite di materiali, del disordine dilagante in zona di guerra. Terribili ansietà, trepidazioni terribili. I bollettini austriaci parlano di 80 000 prigionieri e di 700 cannoni presi a noi. Il Corpo d’Armata comandato dal Generale Cavaciocchi cedè, principale del- si arrese. Il Generale stesso è Si dice che tutta la quello di finire prigioniero. a Armata sia disfatta o di2 la guerra, debellando sui campi italiani spersa. Cividale è in fiamme. Si sono le «ultime resistenze del- distrutti i magazzini e bruciato CAPORETTO l’Intesa» il materiale che sarebbe caduto Nella cupa e piovosa notte, tra in mano del nemico. il 23 ed il 24 ottobre 1917, alle La stampa francese e inglese ore 02,00, lungo la valle dell’Isonzo, da Plezzo a incita i rispettivi Governi a mandarci soccorsi: e Tolmino, le artiglierie austriache e tedesche aprigià molte Divisioni sono in viaggio (2). Si diffusero sgomento e paura del peggio e, nelrono un fuoco violentissimo contro le posizioni l’impossibilità di trovare al momento spiegazioni italiane. di un crollo tanto rapido e vasto, si fantasticò di Sei ore dopo, le fanterie mossero all’attacco e tradimenti e di cause oscure. prima di sera sfondarono il fronte. Il 28 ottobre 1917, il Comando Supremo diramò Tre giorni dopo i tedeschi occuparono Cividale; un sorprendente comunicato nel quale la colpa nel quarto giorno dilagarono nella pianura friuladello sfondamento venne attribuita ai reparti della na ed entrarono in Udine; nel decimo austriaci e 2a Armata, «vilmente» ritiratasi senza combattere. tedeschi superarono il Tagliamento e nel diciasQuesto bollettino perfido, che nulla dice di quanto settesimo - venerdì 9 novembre - raggiunsero la si vorrebbe sapere, ed è perfido perché, anziché riva sinistra del Piave.

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avvenimenti che seguirono: la manovra in ritirata e l’arresto del nemico sul Piave, dai quali si possono trarre importanti insegnamenti di ordine militare e morale. Di ordine militare, in quanto bisogna considerare che la manovra in ritirata è tra le operazioni più difficili da condurre dal punto di vista tecnicoprofessionale, a causa dell’inevitabile caos provocato dalle popolazioni in fuga. Di ordine morale, in quanto va rilevato che l’Esercito riuscì, da solo, a contenere la spinta avversaria sul Piave, poiché i contingenti alleati entrarono in linea solo il 5 dicembre.

Ottobre 1917: truppe italiane attraversano Udine.

LA MANOVRA IN RITIRATA

dar fiducia al Paese, ne deprime l’animo lasciando credere che i soldati non si battono, (e si sono avuti episodi eroici di resistenza specie contro i tedeschi) (3). Il soldato italiano fu denigrato, tacciato di tradimento, offeso. Ma fu vero tradimento? Le cause della sconfitta furono molte: nessuna di per se stessa d’importanza determinante, ma tutte concorrenti a trasformare un insuccesso iniziale nel crollo di un ampio settore del fronte e a rendere difficile la ritirata di più di tre quarti dell’Esercito. Caporetto fu l’evento chiave della guerra italiana. Coinvolse il fronte interno «riattizzando» contrasti e polemiche fra neutralisti e interventisti. Costrinse a ripensare la strategia offensiva a oltranza e a riorganizzare l’economia di guerra su basi più solide. Fu una sconfitta che ebbe significative conseguenze militari (la sostituzione di Cadorna) e politiche (la formazione di un nuovo Governo). Non fu il fenomeno di viltà, così come descritto dal Comando Supremo, né una «pugnalata alla schiena» dei disfattisti, ma non fu nemmeno un esempio di cosciente ammutinamento. Fu il temporaneo cedimento di un Esercito, stanco e demoralizzato, portato in guerra sulla base di una disciplina ferrea e di un rigido regolamento. Un Esercito al quale si chiese solo una passiva obbedienza (e che pure fino ad allora aveva dimostrato una combattività e un’efficienza non inferiore ad altri). Tuttavia, da un approfondito esame della condotta della ritirata dall’Isonzo al Piave, emerge la passione, la preparazione professionale, la sagacia e la maturità tattica dei Comandanti, l’elevato tono della disciplina militare, lo spirito delle tradizioni delle Unità. Per valutare l’episodio di Caporetto è, infatti, assolutamente indispensabile tenere conto degli

Il nomenclatore militare definisce la manovra in ritirata come una «Manovra decisiva a livello strategico attuata a seguito ad andamento sfavorevole della battaglia difensiva intesa ad acquistare la libertà di azione perduta o compromessa, creando i presupposti per lo sviluppo della difesa su posizioni più arretrate. Si impernia su un’azione di frenaggio e può comprendere il ripiegamento dei grossi». Ciò che avvenne sul fronte italiano dal 24 ottobre al 10 novembre 1917 può essere considerato una delle migliori «applicazioni pratiche» della «Dottrina Militare» in materia. L’arretramento su successive posizioni (Tagliamento, Livenza), l’attestamento e la riconquista della libertà di azione sul Piave, l’azione di frenaggio delle retroguardie, l’alternanza del movimento dei grossi sotto la protezione delle retroguardie arroccate a difesa sulle predette posizioni di arresto e l’inversione dei ruoli in fase successiva, furono la dimostrazione del livello di maturità professionale acquisita e della «sprovincializzazione» dell’Esercito Italiano. Il Comando Supremo, assorbito psicologicamente e materialmente l’urto e lo «sfondamento» della linea di contatto, seppe impartire gli ordini per il movimento retrogrado ed il definitivo arresto sul Piave. Il parziale successo iniziale (Tagliamento) inorgoglì il Generale Cadorna a tal punto che, quasi a «volersi ricredere» su quanto detto con il crudo bollettino del 28 ottobre, emanò il bollettino di guerra n. 891: «Le nostre truppe eludendo il piano dell’avversario con la rapidità della manovra prontamente decisa e ritardandone l’avanzata con il valoroso contegno dei reparti di protezione, hanno compiuto, per quanto in condizioni strategiche e logistiche oltremodo difficili, il ripiegamento sul Tagliamento. La 3 a Armata, quasi al completo, magnifico esempio di compattezza e di forza; la 1a e la 2a Divisione di cavalleria, specie i reggimenti «Geno-

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PARLA UNO DEGLI ARTIGLIERI CHE SPARÒ IL 24 OTTOBRE

Tratto dall’inserto La Grande Guerra su «Domenica del Corriere» n. 34 del 27 agosto 1964.

va» e «Novara» eroicamente sacrificatisi, e gli aviatori instacabili meritano soprattutto l’ammirazione e la gratitudine della Patria».

LA MANOVRA IN RITIRATA DELLA 3a ARMATA

parte di esse in modo da impiegarle là dove il nemico avesse esercitato il maggiore sforzo. Infatti le forze in prima linea (8 Brigate), appoggiate da una robustissima sistemazione difensiva dell’altopiano carsico e sostenute da un imponente schieramento di artiglieria, garantivano la fiducia che difficilmente il nemico avrebbe potuto intaccare la fronte di battaglia. In seconda linea, altre 16 Brigate formano la massa di manovra con la quale era possibile fronteggiare qualsiasi andamento sfavorevole della lotta ed incalzare anche il nemico, qualora le circostanze e la situazione lo avessero consigliato. All’imminenza dell’urto infine fu predisposto il funzionamento dei vari servizi e preparati gli animi dei combattenti, che nelle numerose vittorie traevano sicurezza di successo (4). Il 24 ottobre il fronte dell’Armata non fu interessato ad alcun attacco nemico. Soltanto sulle posizioni occupate dai Reparti si intensificò il tiro delle artiglierie austriache. Quando il precipitare degli eventi sul fronte della 2a Armata e la pericolosità della situazione cominciarono ad essere di portata tale da costituire una minaccia crescente e più seria anche per la 3a Armata, alle 15,40 del 25 ottobre, il Generale Cadorna diede ordine a S.A.R. il Duca d’Aosta di predisporre tutte le misure necessarie per ripiegare sul fiume Tagliamento. In base a ciò, il Comandante della 3 a Armata impartì i seguenti ordini preliminari: • i Corpi d’Armata dipendenti, pur continuando a mantenere saldamente la linea avanzata, avrebbero dovuto occupare con le proprie riserve la linea di Doberdò: Nad Log-margine orientale del Vallone-q. 208 meridionale e la retrostante linea di S. Martino; • solo le artiglierie, ritenute del tutto indispensabili, sarebbero dovute restare ad oriente del Vallone, spostando i pezzi di medio calibro più mobili a occidente del Vallone stesso e i grossi calibri in posizioni ancora più arretrate;

Posizione difensiva iniziale (24-27 ottobre 1917) Il Comando della 3a Armata, a seguito di numerosi indizi che lasciavano presagire che il nemico si preparava ad eseguire una «vigorosa» azione offensiva, durante tutto il mese di ottobre 1917, con una serie di provvedimenti, prese tutte le misure necessarie per sostenere energicamente un eventuale urto delle Unità austro-tedesche. In particolare, detto Comando si assicurò che l’inviolabilità del fronte fosse tenuta con un impiego minimo di forze, tenendo disponibili la maggior

24 ottobre 1917: la linea di contatto della 3a Armata.

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(dalla 2a alla 3a Armata) con il compito di rinforzare il fianco nord della 3a Armata da possibili infiltrazioni nemiche lungo la direzione Nord-Sud. Successivamente emanò gli ordini relativi al ripie• le Brigate a disposizione dell’Armata («Pinerogamento sulla riva destra del Tagliamento, imlo», «Granatieri», «Catania» e «Venezia») sarebprontati ai seguenti criteri: bero dovute passare agli ordini del Comandante • «il movimento dovrà effettuarsi gradualmente della 4a Divisione (Generale Paolini) per costituisotto la protezione di forti retroguardie che re una massa di riserva. svolgeranno successive e tenaci resistenze; In tale modo, arretrando le artiglierie e schie• la prima linea di attestamento, per la 2a e la 3a rando le fanterie in tre successive linee, il ComanArmata, dovrà essere quella del fiume Torredo dell’Armata, pur tenendo Versa; saldamente la fronte, si preparò •nei successivi ripiegamenti è alla ritirata. ...alle 15,40 del 25 otto- opportuno che il movimento Il 26 ottobre le notizie che bre, il Generale Cadorna della 3a Armata sia successivo vengono dal fronte continuano diede ordine a S.A.R. il Duca a quello della 2a senza che la ad essere tristi. Speriamo sia 3a scopra il fianco Nord». annunziato domani che l’impe- d’Aosta di predisporre tutte to tedesco e austriaco fu infre- le misure necessarie per ri- Ripiegamento dall’altopiano nato, trattenuto dalla nostra re- piegare sul fiume Taglia- carsico al Tagliamento (27 ottosistenza (5). bre-1° novembre) mento Nei confronti dell’Armata, l’attività del nemico si limitò Alle ore 02,50 del 27 ottobre, soltanto a tiri d’artiglieria impieganti proietti cariil Comando Supremo diede ordine all’Armata di arretrare la posizione difensiva sul Tagliamento. cati a gas lacrimogeni; tiri prontamente «ricamA sua volta, il Comando d’Armata diramò gli orbiati» con salve di rappresaglia e qualche tiro di dini informati ai seguenti concetti: sbarramento. • far ripiegare per itinerari indipendenti, possibilNella mattinata il Comando Supremo dispose il mente in due tappe, i grossi dei Corpi d’Armata, passaggio di dipendenza dell’VIII Corpo d’Armata 24 ottobre 1917: schieramento iniziale delle unità della 3a Armata.

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preceduti dalle artiglierie pesanti e dagli «impedimenti»; • proteggere il movimento dell’Armata con forti retroguardie fronte a Nord (VIII Corpo d’Armata) e ad Est (4a Divisione) schierate in successive linee, pronte a manovrare controffensivamente in armonia della retroguardia della 2a Armata; • costituire immediatamente, per assicurarsi i passaggi del Tagliamento, teste di ponte sulla riva sinistra del fiume affidando l’incombenza alle Brigate di marcia fino all’arrivo dei grossi; • ricorrere a misure di estremo rigore per reprimere qualsiasi inizio di indisciplina. In conseguenza saranno attuate le disposizioni con la seguente successione cronologica: • notte 27-28 ottobre. A cominciare dalle ore 21,00 verranno ritirate le truppe dislocate ad oriente del Vallone con le modalità indicate, sotto la protezione di un sottile velo avanzato; • nella notte stessa, all’alba sarà effettuato il ripiegamento delle truppe lasciate ad occupare l’altopiano ad occidente del Vallone. Il velo di protezione rimarrà in posizione il più a lungo possibile, ed in ogni modo non ripiegherà prima che le code delle colonne di marcia abbiano oltrepassato la linea delle «teste di ponte» e delle alture di Medea.... In particolare il Tenente Generale Paolini è incaricato della difesa delle linee del piano, dette «Teste di ponte», «argini» e «abitati», e della protezione fronte a Nord fra S. Michele (compreso) e la linea del Cornior, dove si sistemerà subito. Per tale scopo disporrà delle sue attuali Brigate (Granatieri di Sardegna, Pinerolo, Catania e Venezia), di alcune batterie e compagnie mitragliatrici che gli saranno assegnate da questo Comando,

Il Tenente Generale Giuseppe Paolini.

nonché del battaglione d’assalto d’Armata (Borgnano). Al predetto Generale è affidato anche l’incarico di coordinare la difesa della linea di Palmanova, per il chè avrà alla sua diretta dipendenza il Comandante del presidio di Palmanova. Egli regolerà il movimento delle truppe dipendenti in modo che avvenga ordinatamente e con la sicurezza che le code dei grossi delle colonne non possano essere attaccate dal nemico prima di aver oltrepassato la successiva linea più ad occidente (6). In tal modo si delineò, con dovizia di particolari, il concetto d’azione e l’attività organizzativa del Comandante della 3a Armata che prevedeva un primo movimento dei grossi, protetti da una «nutrita» retroguardia attestata su una posizione forte e con il compito di cedere il più tardi possibile terreno, così da consentire ai grossi stessi di riorganizzarsi sul Tagliamento. Giunte le Unità sul sopracitato fiume, trovarono difficoltà a transitare sulla sua destra. Difatti, sul ponte della Delizia si rovesciarono ininterrottamente le colonne compatte degli uomini e dei carreggi dei reparti della 2a Armata e la popolazione sfollata del Friuli. Tra l’altro, la piena impedì il gittamento del ponte di Straccis e di altri tre ponti sussidiari a quelli di Latisana e di Codroipo, ricoprì quello di Mandrisio e rese il fiume inguadabile ovunque. Italiani della 2a Armata prigionieri in un centro di raccolta di Udine.

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Uno dei ponti fatti saltare sull’Isonzo.

Copia della comunicazione del Comando Brigata Granatieri ai reggimenti dipendenti circa l’inguadabilità del Tagliamento.

Intanto nel pomeriggio del 28 ottobre, transitate le ultime retroguardie sulla destra dell’Isonzo, si fecero saltare i ponti e si distrussero i magazzini ed i depositi che l’urgenza impedì di sgomberare. Al riguardo menzione particolare va rivolta all’opera degli addetti alla demolizione dei ponti che in tutta la ritirata garantirono con elevato sprezzo del pericolo questa attività sempre più rischiosa con il passar dei giorni per il crescente contatto con gli austro-tedeschi. La sera dello stesso giorno, l’VIII Corpo d’Armata si dislocò nella zona tra Talmasson, Clauiano e

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Palmanova, proteggendo da nord i grossi dell’Armata che giunsero scaglionati in profondità sul fronte Gonars-San Giorgio di Nogaro. Invece, la retroguardia del Generale Paolini assunse la sua posizione protettrice schierandosi sulla linea degli abitati di Palmanova. Il giorno successivo (29 ottobre) fu frenetico e difficile. L’intasamento sui ponti fu sempre più critico, anche per l’incalzare del nemico. Si verificarono episodi incresciosi che soltanto il vigore e la personalità di alcuni Comandanti riuscirono ad evitare il peggio. Comunque, le Unità della 3a Armata furono salde. Tutti i Corpi d’Armata arretrarono ordinatamente. L’VIII Corpo d’Armata nel ripiegamento formò un arco protettivo ad oriente dei ponti di Codroipo e la retroguardia del Generale Paolini raggiunse il Cormor. Il 30 ed il 31 ottobre avvennero episodi indimenticabili per atti di eroismo di Reparti, di Comandanti e di soldati. Le mille lance di Pozzuolo del Friuli, il sublime gesto del Colonnello Emidio Spinucci, Comandante del 2° Granatieri, a Flambro, la salda e strenue difesa della posizione del Cormor da parte della 4a Divisione furono e sono esempi di elette virtù militari. Intanto proseguì il movimento retrogrado con l’attraversamento del Tagliamento e l’attestamento dei grossi sulla sponda destra del fiume in posizione difensiva. Ciò impose al Comando d’Armata l’opportunità di predisporre che tutte le Unità dipendenti potessero repentinamente riunirsi e contrattaccare vigorosamente di fronte e di fianco per proteggere fin che è possibile il proseguimento del passaggio delle truppe attraverso il fiume. Questa è l’unica linea di condotta da tenere sia per portare a salvamento le truppe, sia per salvaguardare l’onore delle armi (7). La 4a Divisione, preoccupata da una probabile minaccia diretta del nemico, sempre più pressante sulle difese a nord lungo la sinistra del Taglia-


con le proprie forze e liberamente proteggersi dalla gravissima minaccia. L’Armata inoltre aveva superato il pericolo maggiore resistendo al contagio di sgretolamento morale e materiale che l’enorme massa degli sbandati poteva determinare, facilitato dalla depressione che accompagna ogni movimento di ritirata (9). Nel Paese, nel frattempo, «imperversò» la guerra psicologica. «Dicono - voci che corrono - che gli austriaci hanno affisso nelle città occupate manifesti, nei quali avvertono gli italiani che l’occupa-

Profughi friulani.

mento, all’altezza dei quattro ponti di Latisana, ultimi passaggi rimasti, dal Cormor, nel pomeriggio del 31 ottobre retrocesse sul fiume Stella, e sganciandosi e retrocedendo lentamente, incominciò ad attraversare il Tagliamento. Il 1° novembre si vive di angoscia. Bisognerà ritirarsi sino al Piave, in secondo tempo, dicono, a fortificarsi; sul Tagliamento oramai il nemico si approssima. Questo fu deciso in un Consiglio di Guerra tenutosi la notte scorsa e al quale dicesi presero parte i due Generali francese ed inglese e i Generali italiani: Cadorna, Caneva, Zuccari, Lequio, i due ultimi mandati via o, come dicono, silurati (8). Schierata sulla destra del Tagliamento, l’Armata, ultimando la difficilissima manovra di ripiegamento, era riuscita quasi intatta dalla maggiore crisi cui aveva dovuto sottostare dall’inizio della guerra ed in mezzo a difficoltà di ogni genere si era liberata dal tentato aggiramento nemico. Durante la lunghissima crisi per fatale svolgersi di avvenimenti, nessuna difficoltà era stata risparmiata: nel mentre la necessità di rompere il combattimento ingaggiato su tutta la fronte e di svincolarsi dalla gravissima minaccia di aggiramento, resa ancora più forte dalla mancanza di resistenza della 2a Armata, imponeva una ritirata assai rapida. Numerose cause avevano minacciato di ritardarla: fra queste, principalissime il persistere del maltempo e lo stato delle strade, l’enorme accumulo di servizi e di depositi nelle immediate retrovie che la guerra di trincea aveva imposto, la mancanza di trattrici cedute quasi per intero alla 2a Armata, la piena del Tagliamento che aveva dimezzato il numero di ponti sul fiume, l’enorme irruzione infine degli sbandati della 2 a Armata che, pur saturando tutti gli itinerari, non riusciva a trattenere l’incalzare del nemico ed impediva anzi che l’Armata potesse liberamente manovrare

Articolo apparso su quotidiani dell’epoca (Museo Storico dei «Granatieri di Sardegna»).

zione è temporanea: che non cercano conquiste, ma soltanto pegni i quali procurino loro una pace prossima. I giornali svizzeri - dicono - riproducono questo manifesto o proclama che sia». Fortunatamente il popolo vi diede scarso credito e fu più che mai vicino ai combattenti. Ha avuto conforto di larghissimo consenso quella mia «Nota» dell’altro giorno, in cui ho posto in rilievo la necessità di un’attiva «propaganda spicciola» per la resistenza del Paese: di una propa-

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circa nel medesimo tempo; quelle della 2a Armata avendo avuto ordine di restarvi fino all’alba del secondo giorno, il Generale Paolini regolerà in conseguenza il suo ripiegamento; il Generale Sgramoso coordinerà il movimento. L’azione del nemico può naturalmente imporre una più rapida successione di tempi, ma l’Armata con le disposizioni già prese è in condizioni di sicuramente fronteggiarlo comunque. In ogni modo si tenga presente: se il nemico attacca in forze la 3a Armata, questa resisterà sul posto per dar tempo alla 2a di completare il suo primo tempo di arretramento sul Cellina; se invece, come probabile, l’attacco è diretto contro la 2a Armata, la 3a si guarderà sul fianco e sulla fronte, conforme gli ordini dati, e ripiegherà insieme alla 2a Armata, coordinando l’azione delle retroguardie sulla fronte predetta. Nei due casi l’Armata ripiegherà soltanto in seguito ad ordine esplicito. Le nostre truppe, animate da forti tradizioni, salde di coesione e di spirito combattivo, alleggerite di tutte le impedimenta possono sicuramente fronteggiare qualunque situazione, sicure di rigettare dovunque il nemico che non può avere avuto modo di preparare una grande azione offensiva (11). Il compito affidato alla 3a Armata si presentò di estrema delicatezza ancor prima che la situazione precipitasse per effetto del forzamento del ponte di Cornino da parte del nemico. Non fu dato di prevedere in quali condizioni 2 novembre 1917: fanteria italiana in attesa davanti al ponte ferroviario di Latisana (Udine) durante la XII batl’ulteriore arretramento al Piave si sarebbe svolto; taglia dell’Isonzo. certamente, però, non sarebbe mancata la pressione del nemico per uno stretto contatto con esso in relazione al criterio adottato di prolungare la ganda fatta ogni giorno e ogni ora, con linguaggio sosta al Tagliamento e di sviluppare su questa lisemplice e pratico, al caffè come in tram, in portinea un’azione ritardatrice. neria come nel negozio del fornaio, presso la laUna tale previsione generica, inquadrata nella vandaia come presso la modista, con la serva e col valutazione dell’ampiezza della fronte, della molvetturino, con l’usciere che apre la porta e col garteplicità di Comandi in essa operanti e della dizone che porta il latte la mattiversità di condizioni nelle quali na.... E mi duole di non aver le Unità si trovarono in seguito a spazio di pubblicare le belle noIl compito affidato alla 3 agli eventi precedenti, propose bilissime lettere che ho ricevuto, Armata si presentò di estre- soprattutto un problema di cotutte concordi di fede e fulgide ma delicatezza ancor prima ordinamento. d’entusiasmo. «No» dicono, in La 3 a Armata, come detto, fondo, tutte «no, i tedeschi in che la situazione precipi- ebbe la possibilità di costituirsi tasse ... una riserva speciale con funcasa nostra, no»... (10). Il Comando Supremo, nonozioni di retroguardia (costituita stante la momentanea stasi, insempre dalle Brigate «Granacominciò a valutare l’arretramento sul Piave. tieri», «Pinerolo» e «Tevere» e da due battaglioni In un eventuale ripiegamento la 2a Armata deve d’assalto) in grado di proteggere sia il tergo che il arretrare prima della 3a; le sue truppe saranno infianco dell’Armata stessa, che di concorrere, su fatti ritratte verso le ore 18,00, mentre le nostre, iniziativa del Generale Paolini, ad azioni contro reparti nemici che avessero minacciato la 2a Arcome fu stabilito, lo saranno verso le 22,00. Dal fronte Cellina Casarsa San Vito il ripiegamata. mento procederà poi contemporaneo e perciò le Infine sempre al suddetto Generale fu disposto retroguardie abbandoneranno quella fronte all’inche avrebbe dovuto:

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• regolare il proprio movimento in modo che lo stesso avvenisse non prima di essere sicuro che la coda delle colonne dei grossi non corresse il rischio di essere attaccata dal nemico; • spostarsi lungo gli itinerari settentrionali di Armata dove, «guardandosi anche sui fianchi proteggerà la sosta dei grossi»; • ripiegare, allontanatisi i grossi dal Livenza, per coprirsi col fiume, in modo da raggiungere l’allineamento Monticano-Piavon e rimanerci sino a nuovo ordine, occupando la fronte Oderzo compreso Chiamano. Per quanto attiene i grossi fu deciso che: • le truppe combattenti sostassero sulla destra del Livenza; • le artiglierie ed i servizi fossero direttamente avviati sulla destra del Piave. Il 3 novembre, favorita da una calma relativa dell’attività nemica, fu una giornata di assestamento e di messa a punto degli ordini e delle predisposizioni per il ripiegamento sul Piave. La temporanea sosta, inoltre, permise di condurre un esame dettagliato sulla situazione del nemico sulla base di interrogatori di prigionieri. In particolare emerse che: • l’Armata austriaca Boroevic e l’Armata germanica di Von Below, che si estendevano dal mare a Plezzo, avevano compiuto una conversione a sinistra andandosi ad attestare sulla sinistra del Tagliamento;

Dislocazione delle unità austro-tedesche.

• «ogni Divisione germanica dispone di una forte compagnia d’assalto, della forza di circa 250300 uomini, divisa in 3 reparti, assegnati ai tre reggimenti di fanteria della Divisione. Detti reparti sono muniti di numerose mitragliatrici a mano e precedono sempre le fanterie negli attacchi; • grosse pattuglie, che precedono sempre le fanterie nelle avanzate, sono sempre munite di una o due pistole mitragliatrici per attaccare le retroguardie nemiche e portare lo scompiglio nelle colonne in ritirata». Alle ore 10,35 del 4 novembre venne impartito l’ordine di ripiegamento dal Tagliamento al Piave. L’occupazione della linea del Piave spetterà alla 3a Armata dal mare al Ponte della Priula incluso. La 4 a Armata avrà la fronte: Ponte della Priula escluso punto di contatto con la 1a Armata (12). Ripiegamento dal Tagliamento al Piave (5-9 novembre) Il 5 novembre tutti i reparti dell’Armata effettuarono la prima tappa del ripiegamento. Venne disposto che la retroguardia del Generale Paolini, dopo aver fatto saltare i ponti sul Taglia-

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qualche giorno fa scriveva: «tutto può ancora salvarsi, se il Paese resiste»; scrive oggi: «Se qualche cosa di inaspettato non avviene, muto i convincimenti e le previsioni». I bollettini austriaci annunciano che 70 000 uomini della 3a Armata sono tagliati fuori. Il Governo smentisce recisamente, «Questa» ha detto Orlando «è una menzogna!». Pare tuttavia che qualche defezione sia avvenuta anche nella 3 a Armata. Tre giorni, tre notti di cammino senza mangiare, sotto una pioggia torrenziale, possono aver prodotto un tale effetto anche dov’era Ordine scritto inviato a mezzo portaordini (Museo Storico dei «Granatieri di Sardegna»). saldezza e coraggio. Più si apprende e più si soffre. I prigionieri sono circa 200 000, altrettanti gli sbandati. Un terzo mento, retrocedesse e si arrestasse sul Livenza fidell’Esercito è perduto. Due miliardi di materiale no a nuovo ordine. abbandonato o distrutto. 78 000 letti delle orgaParticolarmente cruenti furono gli scontri tra nizzazioni ospitaliere abbandonati e perduti. Oltre pattuglie germaniche e reparti della Brigata Gra1 500 cannoni (queste le cifre di oggi), 500 000 natieri a sud-est di San Vito al Tagliamento. Il nefucili. mico fu «respinto». Si teme, dico meglio, si prevede un attacco dal A sera (ore 21,00) le truppe dell’Armata si troTrentino; ma da quel fronte si hanno notizie di varono sulla destra del fiume Livenza, con i grossi resistenza sicura (14). Sull’intero fronte si moltiplicarono gli episodi di coperti da retroguardie appostate sulla riva steseroismo. È giusto far menzione delle epiche gesta sa. Contemporaneamente furono raggiunti e predi un’unità della 2a Armata che continuò a resisidiati i passaggi sul Piave. stere per dar tempo alla 4a di schierarsi sulla siniNella giornata successiva, le Unità, pressate dal nemico, che è riuscito a far passare a monte di stra della 3a. Pinzano alquante forze sulla riva destra del TaUn comunicato (15) così diede la notizia: «Da pagliamento e che ha accentuato recchi giorni su Monte Festa e la pressione contro l’ala sinistra su Monte San Simeone, nelle del nostro schieramento (13), Il 5 novembre tutti i re- Prealpi Carniche, fra il Tagliaeffettuarono la seconda tappa parti dell’Armata effettua- mento e la depressione del lago verso il Piave. truppe rono la prima tappa del ri- di Gavazzo, combattono La posizione sulla destra del italiane della 36a Divisione. piegamento fiume Livenza fu saldamente teErano poche migliaia di uonuta dalla retroguardia del Gemini, che nessuna comunicanerale Paolini, tra Tremeacque e zione avevano potuto conserLorenzaga, dalla retroguardia del XIII Corpo d’Arvare col grosso delle nostre forze. mata fra Lorenzaga e Corbo e da quella del XXIII Tagliata loro la via della ritirata al piano dalCorpo d’Armata più a valle. l’avanzarsi del nemico nella zona pedemontana, Il 7 novembre, che tristezza, che indicibile afqueste si erano fermate su quelle alture predispofanno. Dal Tagliamento alla Livenza, dalla Livenza ste a difesa fin dal tempo di pace ed avevano inial Piave? Potremo là fermarci? Dicono che il Geneziato una vigorosa resistenza. rale Foch crede che gli austro-tedeschi vi saranno fermati. Mi impressiona dolorosamente una lettera di Articolo apparso su quotidiani dell’epoca (Museo Storico Alessandro. Egli che fu sempre ottimista, che dei «Granatieri di Sardegna»).

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UN CELEBERRIMO CONVEGNO TRA GLI ALLEATI

(inserto La Grande Guerra su «Domenica del Corriere», n. 33 dell’8 agosto 1964) L’8 novembre 1917, mentre le truppe italiane giungevano al Piave e vi si consolidavano, Vittorio Emanuele III tenne a Peschiera un convegno interalleato, qui immortalato dal pennello di Tordi. Si riconoscono, immediatamente accanto al Re, il primo Ministro Orlando, Sonnino e, con la mano levata, Leonida Bissolati. A sedere, a destra, il primo Ministro inglese Lloyd George, che ha alla sua destra il Generale Smuts. A sedere a sinistra il primo Ministro francese Poincaré, con Barrère alla sua sinistra. In piedi sono riconoscibili ancora il Generale francese Foch, di spalle il Generale inglese Wilson, il Generale inglese Robertson a sinistra con le mani poggiate alla poltrona ed infine due militari, uno dei quali italiano. La riunione avvenne, invece che alla fortezza di Peschiera, troppo fredda ed umida, in un edificio vicino, che era sede di un Comando tappa. Al secondo piano, in un salone squallido, vennero preparate poche seggiole impagliate ed un grande tavolo montato su cavalletti. Il Re giunse accompagnato dal suo aiutante di campo Cittadini e dal Ministro Mattioli Pasqualini. Autista, Giuseppe Rossi. Espose la situazione con pacatezza ed onestà, senza cercare scusanti di comodo al disastro di Caporetto, del quale evitò di dare facile colpa alle truppe. Concordò, almeno in parte, con le critiche piuttosto serie che gli Alleati rivolsero al nostro Comando Supremo, ed annunziò che si era già provveduto (la cosa era successa due ore prima) a ritirare il Cadorna per sostituirlo col Generale Armando Diaz, giovane sì, «ma conosciuto come il cervello dell’Esercito italiano». Descrisse quindi la struttura della linea sul Piave, ammettendo che i pericoli erano gravissimi, ma sostenendo che era possibile difendersi; e gli Alleati non fecero alcuna obiezione, dando anzi ordine alle 6 Divisioni in arrivo di dirigersi senza indugio. Il convegno fu tetro e stanco, sotto una battente pioggia autunnale: ma vi si intravide una luce di speranza. Bissolati, ad uno che in strada gli chiese: «Alora, come ela andada?». Rispose: «La andrà ben».

Il nemico assaliva di fronte, si allargava sui fianchi, cercava di attanagliare i difensori. La 36a Divisione resisteva, resistette fino al sette novembre. Già la sera del sei, venute a mancare le munizioni, l’artiglieria della Divisione aveva dovuto tacere. Ne approfittava il nemico che con colonne d’assalto composte di cacciatori tedeschi e di truppe da montagna austriache riuscivano finalmente a compiere quella manovra di accerchiamento che invano per molti giorni avevano tentato. Gli eroici difensori di Monte Festa e di Monte San Simeone, pur circondati e premuti da ogni parte, non perdevano né la fede né la speranza». Nella giornata del sette, fatte saltare le opere di Monte Festa, si lanciavano contro la cerchia nemica per infrangerla, per aprirsi un varco e gettarsi verso ovest, verso il grosso delle nostre forze. Se anche a questo tentativo la sorte fu avversa, sono queste vicende pur sempre gloriose per le armi italiane, tali risultando anche dai bollettini tedeschi ed austro-ungarici che rendono ampio onore alla resistenza dei nostri (16). La 3a Armata intanto marciò verso il Piave. Le retroguardie e i reparti di copertura proseguirono valorosi e instancabili a trattenere l’avversario sul Livenza. Nel contempo, tra i vari Comandanti le retroguardie vennero presi tutti gli accordi per il passaggio del Piave. Si curò in particolare il delicato momento dello sganciamento dal nemico ed il brillamento dei ponti. Il Generale Paolini avrebbe

usufruito di Ponte Piave e Ponte di Musile, con l’accortezza di far brillare questo per ultimo al fine di raccogliere i restanti reparti della retroguardia rimasti sulla sinistra del Piave. Inoltre, l’Ufficiale Generale ebbe l’ordine di tenere, anche ricorrendo ad azione manovrata, la linea del Livenza fino a nuovo ordine in modo da impedire irruzioni nemiche al Piave su tutto il fronte dell’Armata. L’8 novembre l’Agenzia Stefani comunicò: «Essendo stato deciso nei colloqui di Rapallo di creare un Consiglio Supremo politico tra Alleati per tutto il fronte occidentale, assistito da un Comitato militare centrale permanente, sono stati nominati a far parte di tale Comitato militare: per la Francia il Generale Foch, per l’Inghilterra il Generale Wilson e per l’Italia il Generale Cadorna. A sostituire il Generale Cadorna nel Comando Supremo è stato con Regio Decreto odierno nominato a Capo dello Stato Maggiore del Regio Esercito il Generale Diaz, e come Sottocapi i Generali Badoglio e Giardino». Al fronte il movimento dei grossi potè compiersi indisturbato. Le retroguardie, schierate sull’allineamento Monticano-Livenza-Piavon, con numerosi combattimenti, valorosamente sostenuti, tra le colline di Vittorio e la confluenza del Monticano nella Livenza, ritardarono l’avanzata all’avversario. Gli aviatori, vincendo l’accanita resistenza degli aerei nemici, rinnovarono i bombardamenti delle truppe avversarie sul Tagliamento.

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9 novembre 1917: il Generale Armando Diaz assume il Comando Supremo.

Nel contempo, sempre un comunicato dell’Agenzia Stefani spiegò così il perché dell’abbandono della linea del Tagliamento: • l’Esercito si è ripiegato su nuove posizioni: un altro tratto del territorio nazionale ha dovuto essere lasciato aperto all’invasione nemica: sacrificio doloroso, ma necessario nelle condizioni attuali. Rotta la sua ala sinistra, minacciate le sue linee di comunicazione, l’Esercito aveva dovuto ritirarsi al Tagliamento per una prima sosta che permettesse all’enorme massa dei carriaggi e delle popolazioni di defluire verso ovest; ma nelle condizioni presenti la resistenza al Tagliamento non poteva essere che temporanea; • la linea del Tagliamento era troppo tenue ostacolo data la magra attuale delle acque, ed aveva, in rapporto alle forze e ai mezzi necessari per tenerla, lo svantaggio di una soverchia lunghezza. Rimanere lungo il Tagliamento significava, in questo momento, offrire ai colpi nemici il facile successo che consente uno schieramento a cordone contro qualsiasi attacco operato in massa; ed il ripiegamento ha dovuto compiersi, infatti,

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arginando di continuo i poderosi tentativi di una massa nemica, che, allo scopo di approfittare di questa situazione, operava nella zona pedemontana cercando di aprire una breccia tra la nostra ala sinistra e il centro e di valersene per minacciare le nostre retrovie e sconvolgere i nostri movimenti; • questo compito di copertura hanno bene assolto le truppe del corpo speciale del genio, le Divisioni di cavalleria, i ciclisti e le automitragliatrici agli ordini di S.A.R. il Conte di Torino e la 4 a Brigata bersaglieri. Era inevitabile che in questi successivi ripiegamenti, accelerati per il continuo aggravarsi della minaccia nemica, dovessero andare perduti, insieme ad elementi tagliati fuori, anche materiali intrasportabili, ma questi uomini e questi materiali non rappresentano che un’aliquota di quanto ha potuto essere sgombrato; • date le ragioni che determinarono il ripiegamento, date le circostanze nelle quali il ripiegamento stesso fu effettuato, è avvenuto che il nemico si impadronisse con facilità di luoghi e di cose che nei suoi bollettini figurano come eroiche conquiste e come trofei di grandi imprese, mentre si tratta di località e di materiali abbandonati senza resistenze, che avrebbero rappresentato un inutile spreco di energie. Questo va detto sopra tutto della regione montana che, nei bollettini austriaci, figura come il teatro di grandiose azioni offensive del Maresciallo von Conrad e di tutte quelle località già da tempo non più in istato di difesa, quali Osoppo, Gemona, Palmanova, ecc., che, nei comunicati stessi, sono classificate come fortezze o campi trincerati. Il 9 novembre il Generale Diaz, nuovo Capo di Stato Maggiore, così annunziò, nel suo primo bollettino, la resistenza: «Le retroguardie e i riparti di copertura proseguono valorosi e instancabili a trattenere l’avversario sulle posizioni prescelte per la resistenza». Nella giornata, il Comando Supremo diramò i seguenti comunicati: «truppe stanno ultimando


Il ripiegamento.

ripiegamento su nuova linea prescelta per resistere all’estremo. Dovunque tale linea non è ancora organizzata occorre che prima barriera difesa sorga subito e gradatamente si completi sommandosi all’ostacolo materiale del terreno montuoso e del fiume.... Attestamento su Piave rappresenta periodo di crisi che occorre superare al più presto. Ognuno dia tutto se stesso». Inoltre: «Rammento che sulla linea del Piave sono in gioco onore e salvezza della Patria». Ed ai Comandanti di Corpo d’Armata: «Suprema necessità dell’attuale momento è la pronta ricostituzione morale e materiale dei reparti di fanteria e delle altre Armi, per opporre all’invasore la massima resistenza sulla fronte sulla quale l’Armata ha ora ripiegato. A raggiungere tale intento nessuno sforzo sarà eccessivo». A tarda sera tutte le Unità italiane si posizionarono sulla destra del Piave. La riconquista della libertà di manovra, obiettivo della manovra in ritirata, fu quindi ottenuta. Iniziò la battaglia difensiva che un anno dopo avrebbe portato alla vittoria definitiva della guerra. Un comunicato dell’Agenzia Stefani così recitava: «Accanto a questa difesa di truppe circondate va additata all’ammirazione ed alla riconoscenza degli italiani la magnifica condotta della 4a Divisione (Generale Paolini). Dal giorno in cui la 3a Armata ha ripiegato dall’Isonzo, la 4 a Divisione ha protetto il movimento affrontando in cento combattimenti il nemico, spezzandone gli impetuosi attacchi volti a tagliar fuori le nostre retroguardie per piombare sui grossi, scompigliarli e disperderli.

Alle Brigate “Granatieri di Sardegna” (1° e 2°), “Pinerolo” (13° e 14°), “Catania” (35° e 36°), “Arezzo” (225° e 226°), “Caserta” (267° e 268°), 3° bersaglieri (17° e 18°), ai battaglioni d’assalto della 3 a Armata, alle batterie someggiate, alle batterie da campagna del 22°, 38°, 47° e 49° reggimento artiglieria, agli squadroni dei reggimenti “Piemonte Reale Cavalleria” (2°), “Cavalleggeri di Foggia” (11°) e “Cavalleggeri di Caserta” (17°), fiere truppe in grande parte veterane del Carso e del Trentino, spetta l’onore di aver sostenuto questa ardua lotta a prezzo del più largo sacrificio di sangue. Grazie alla ritirata sapiente delle varie Armate, compiuta con l’aiuto delle truppe di copertura e segnatamente di alcune Brigate di fanteria e dell’eroica Arma di cavalleria, l’Esercito s’era raccolto lungo la nuova fronte». Dal 23 ottobre al 9 novembre furono concesse quindici Medaglie d’Oro al Valor Militare. Questi i nomi degli insigniti: Generale Maurizio Gonzaga, Comandante della 53 a Divisione; Colonnello Francesco Rossi, Comandante del reggimento «Piemonte Reale Cavalleria»; Colonnello Emidio Spinucci, Comandante 2° reggimento «Granatieri»; Tenente Colonnello Maurizio Pisciceli, dei «Lancieri di Aosta», in servizio presso il 147° Fanteria; Capitano Azaria Tedeschi, del 79° reggimento Fanteria; Capitano Ottavio Caiazzo, del 2° reggimento Fanteria; Capitano Alessandro Casali, dell’82° reggimento Fanteria; Capitano Giancarlo Castelbarco, del reggimento «Cavalleggeri di Roma»; Capitano Ettore Laiolo, del reggimento «Genova Cavalleria»; Tenente Carlo Castelnuovo delle Lanze, del reggimento «Genova Cavalleria»; Tenente Gian Giacomo Badini, del 3° reggimento artiglieria da campagna; Tenente Ruggero De Simone, del 54° reggimento Fanteria; Sergente Paolo Peli, del 128° reggimento Fanteria; Sergente Sebastiano Scirè, del 16° reggimento bersaglieri; Caporale Giuseppe Sillicani, del 69° reggimento Fanteria.

Una segnalazione di un Comando dipendente.

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Gli italiani riprendono l’iniziativa.

Piave ed Isonzo. Il nome di Caporetto ha continuato a gravare con enorme peso sulla stessa storia d’Italia e, da solo, caratterizza l’intero anno di guerra 1917. Il nemico procedette incalzante dalle rotabili che seguono l’ultima falda meridionale dei monti; cioè allargò la ferita nella primitiva direzione. Gli Imperiali non nascosero negli stessi comunicati ufficiosi la loro speranza di riuscire in tempo a incatenare e far prigioniera tra i monti la 4a ArmaUna segnalazione di un Comando dipendente. ta in blocco; quindi di scagliare nella enorme breccia tutte le forze disponibili, rovesciare la 3a ArCONCLUSIONI mata verso il Po, occupare Treviso, Padova, Venezia, puntare su Vicenza, prendendo alle spalle alLa XII battaglia dell’Isonzo fu, indubbiamente, meno tutta l’ala destra della 1a Armata al comando una sconfitta italiana. del Generale Pecori Giraldi. «II nemico sperava nella nostra rapida e completa Il Duca d’Aosta, avendo bene in mano le sue disfatta»: questo mi dice il Ministro Bianchi (17). truppe, passato il Piave si dispose lungo la sponSi proponeva di tagliar fuori la 2a e la 3a Armata da destra e la coprì saldamente fino al settore periducendo così l’Italia senza Esercito: la rivoluzione demontano. che ne sarebbe susseguita gli Quivi, il Generale Di Robilant avrebbe permesso di traversare con mirabile prontezza corse facilmente il Paese e attaccare la Durante la ritirata e sul a saldarsi; provenendo, sotto Francia dal mezzogiorno: per Piave l’Esercito, malgrado la pressione di Krobatin, dalle Genova, in Provenza. II disegno le perdite subite, ritrovò la conche di Feltre e di Fonzaso, ha del napoleonico, ma (dato che abbandonò le strade maestre veramente questo disegno siasi saldezza dimostrata in due e richiamò il nemico sugli concepito dal Kaiser) non è riu- anni e mezzo di dure lot- estremi contrafforti settenscito: la 3 a Armata è salda, te... trionali del Grappa. Cedette, l’Esercito esiste, e invece della riaccanitamente combattendo, voluzione si ha la concordia degli monte per monte, valle per animi, la disposizione ai sacrifici, il proposito della valle, sorretto alla propria sinistra dalla 1 a Arvittoria» (18). mata. In fine raggiunse la linea principale di rePer effetto ed in conseguenza di essa, si perdetsistenza. te tutto il Friuli, tutta la Carnia e tutto il Cadore; Il grande piano nemico di accerchiamento era circa 300 000 uomini caddero in mano al nemico fallito (19). e, con essi, 3 000 pezzi di artiglieria ed i magazL’esodo delle popolazioni intasò le strade; per cui zini di mezzi e materiali dislocati nella zona fra le fanterie furono spesso costrette a gettarsi per i

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sentieri pantanosi della campagna e a retrocedere fra duri stenti. Brigate, Divisioni, Corpi d’Armata corsero il rischio di perdere i contatti, di attardarsi troppo nella ritirata, di vedersi sfuggire di mano il grosso delle proprie forze e perciò di toccare la meta, il Piave, con reparti suEmanuele Filiberto di Savoia perstiti adatti a Aosta. tutto tranne che a rompere e rovesciare la spinta in avanti delle numerose Divisioni austro-tedesche. Cominciò allora la lunga opera di riorganizzazione, che pure in mezzo a continue battaglie si compì con rapidità e con vigore tali da sembrare un prodigio. Durante la ritirata sul Piave l’Esercito, malgrado le perdite subite, ritrovò la saldezza dimostrata in due anni e mezzo di dure lotte nelle trincee e in massacranti attacchi. Forse, proprio nel ricordo di tanti sacrifici, i nostri soldati ebbero uno scatto d’orgoglio contro l’invasore. Così come lo ebbe il popolo tutto, nei confronti del quale qualche minoranza non ebbe alcuna presa. Non un Esercito sconfitto, quindi, si trincerò sulla nuova linea, ma una forza che, seppur ridotta, era ancora sostanzialmente sana e

L’ingresso del Cimitero Militare di Redipuglia nell’immediato dopoguerra.

che, nella sua strenua difesa, pose le premesse per la vittoria di Vittorio Veneto. Un particolare encomio va rivolto infine alla 3a Armata ed al suo Comandante. La sua azione è stata la migliore risposta a coloro i quali ebbero scarsa fiducia nei soldati italiani. Sul miracolo del Piave così si espresse lo stesso avversario: «Sembrava assolutamente impossibile che un Esercito, dopo una così enorme catastrofe com’era stata quella di Caporetto, avesse potuto riprendersi così rapidamente» (Generale Konopicky, Capo di Stato Maggiore dell’Arciduca Eugenio); «... il nostro tentativo di conquistare le alture dominanti il bassopiano dell’Italia settentrionale e far cadere così anche la resistenza nemica sul fronte del Piave, fallì». «L’arte della guerra non consiste nell’evitare le crisi, ma nel superarle» (Generale von Hindenburg, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito tedesco). Quando mi raccontavano le favole o leggevo nei libri i raccontini dei tempi dei bisnonni e delle favole, quando c’erano fate e principini, «C’era una volta un Duca che una brava Armata contro l’orco avea composta, e quell’Armata “Terza” si chiamava ed il suo Duca si chiamava “Aosta”». Parla un soldato (Da «La Tradotta», giornale settimanale della 3a Armata, MCMXIII)

Ernesto Bonelli Generale di Brigata (aus.)

NOTE (1) «Diario Storico della 3a Armata», Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. (2) Ferdinando Martini, «Diario 1914-1918», Ed. 1966, pag. 1 024. (3) «Diario 1914-1918», op. cit., pag.1 023. (4) «Diario Storico della 3a Armata, op. cit.. (5) «Diario 1914-1918», op. cit., pag. 1 021. (6) «Diario Storico della 3a Armata», op. cit.. (7) «Diario Storico della 3a Armata», op. cit.. (8) «Diario 1914-1918», op. cit., pag. 1 025. (9) «Diario Storico della 3a Armata», op. cit.. (10) «Diario 1914-1918», op. cit., pag. 1 025 (11) «Diario Storico della 3a Armata», op. cit.. (12) «Diario Storico della 3a Armata», op. cit.. (13) «Diario Storico della 3a Armata», op. cit.. (14) «Diario 1914-1918», op. cit., pag. 1 037. (15) Proveniente dall’archivio dell’Agenzia Stefani. (16) «Diario Storico della 3a Armata», op. cit.. (17) Ministro dei Trasporti nel 1917. (18) «Diario 1914-1918» op. cit., pag. 1 027. (19) Notava l’Alessi.

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LA LEGGENDA DEL MILITE IGNOTO


I50° anniversario Unità d’Italia

LA LEGGENDA DEL MILITE IGNOTO Il 4 novembre di quest’anno è stato celebrato il novantesimo anniversario della designazione del «Milite Ignoto», della sua glorificazione e della sua tumulazione in Roma al Vittoriano. Nonostante la grande considerazione del popolo e delle istituzioni per quanto rappresenta (si pensi solo che la guardia d’onore al suo sacello è continuata anche nei momenti più tragici per la storia della Patria), la vicenda di questo soldato sconosciuto è poco nota ai più. Vediamo, allora, come si giunse alla designazione del «Milite Ignoto» ed alle solenni onoranze che gli vennero tributate.

Nella primavera del 1921, il Colonnello d’artiglieria Giulio Douhet, italianissimo nonostante il nome, dalle colonne del settimanale «Dovere», di cui era Direttore, lanciò l’idea di onorare i sacrifici e gli eroismi della collettività nazionale nella salma di un Soldato sconosciuto che rappresentasse idealmente il marito, il figlio, il padre di quanti non avevano la possibilità di onorare le spoglie, mai ritrovate, del familiare disperso. Nonostante la concordanza di tutte le forze politiche, però, la burocrazia pose seri ostacoli alla realizzazione del progetto. L’idea del Colonnello Douhet, frattanto, varcava i confini nazionali per essere recepita e realizzata da Francia, Inghilterra, Belgio e Stati Uniti prima che in Italia le Camere prendessero in esame la relativa proposta di legge. Finalmente, nell’agosto del 1921 il disegno di legge venne presentato alle Camere e discusso: relatori l’Onorevole Cesare Maria de Vecchi a Montecitorio e il Senatore Del Giudice a Palazzo Madama. L’11 agosto il provvedimento veniva definitivamente promulgato con il numero 1075, divenendo quindi operante. Il testo licenziato affidava al Ministro della

Guerra la definizione delle modalità esecutive per la designazione e per le onoranze da rendere alla salma del caduto senza nome. All’epoca, il Dicastero della guerra era retto dall’Onorevole Luigi Gasparotto, deputato di Sacile eletto alla Camera nel 1913 nel collegio elettorale di Milano. Sul Gasparotto, senza entrare nel merito della sua attività politica, si può dire che, sebbene esentato dal prestare servizio militare perchè parlamentare e nonostante i 42 anni ormai compiuti, rinunciò al beneficio, combattè la sua guerra meritando, tra le altre, una Medaglia d’Argento al Valor Militare per il comportamento tenuto durante la battaglia per la conquista di Oslavia. Fervente sostenitore dell’idea del Douhet, Gasparotto già il 20 agosto fu in grado di emanare le prime disposizioni organizzative per le solenni onoranze da tributare alla salma di un caduto in combattimento sul fronte italiano nella guerra italo-austriaca 1915-1918. Per la circostanza, nell’ambito del Dicastero della guerra fu costituito un Ufficio Onoranze al Soldato Ignoto e le disposizioni prima accennate vennero inviate per competenza al Comando del Corpo d’Armata di Trieste, già 5° Corpo d’Armata - oggi 1° Comando delle Forze di Difesa - e all’Ispettore per le Onoranze alle Salme dei Caduti in Guerra di Gorizia. Per conoscenza ricevettero le stesse disposizioni alcuni altri Comandi militari e i Sindaci di Udine e di Aquileia. Articolate in un preambolo e tre paragrafi (esu-

A sinistra. Il Vittoriano durante la cerimonia nel 1921. In apertura. Le undici bare ricevono gli onori a Gorizia prima di essere avviate ad Aquileia.

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mazione della salma, cerimonia nella Basilica di Aquileia e trasferimento a Roma), le disposizioni prevedevano la nomina di una commissione «ad hoc» presieduta dal Tenente Generale Giuseppe Paolini, Ispettore per le onoranze ai caduti in guerra di Gorizia e decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare. Fecero altresì parte della commissione il Colonnello Vincenzo Paladini, Capo Ufficio del Generale Paolini, il Maggiore medico Nicola Fabrizi e quattro ex combattenti designati a cura del Sindaco di Udine. Avrebbe accompagnato la commissione, ma senza farne parte integrante, don Pietro Nani, Cappellano militare e collaboratore del poeta Giannino Antona Traversi nella realizzazione del «cimitero degli invitti» sul Colle di Sant’Elia, oggi Redipuglia. Circa l’esumazione delle salme, le disposizioni prescrivevano che le ricerche dovessero essere condotte [...] nei tratti più avanzati dei principali campi di battaglia: San Michele, Gorizia,

Un momento delle ricerche.

Monfalcone, Cadore, Alto Isonzo, Asiago, Tonale, Monte Grappa, Montello, Pasubio e Capo Sile [...]. Su ciascun campo di battaglia, alla presenza di tutti i membri della commissione, doveva essere ricercata ed esumata la salma di un caduto certamente non identificabile e, per ciascuna esumazione doveva essere redatto un verbale che precisasse tutte le cautele adottate durante l’esumazione. Le undici salme, infine, dovevano essere sistemate in altrettante identiche casse di legno, fatte allestire a Gorizia e traslate nella Basilica di Aquileia entro il 27 ottobre. Il giorno successivo, 28 ottobre 1921, dopo la benedizione dei feretri, la mamma di un disperso in guerra avrebbe designato la salma che doveva essere onorata in eterno come «Ignoto Militi». La bara prescelta doveva essere collocata all’interno di una cassa di legno lavorato ad ascia e rivestita di zinco, fatta allestire a cura del

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La messa di suffragio celebrata a Gorizia nella chiesa di Sant’Ignazio.

Ministero della Guerra, e quindi doveva essere trasferita a Roma mediante uno speciale convoglio ferroviario. I rimanenti dieci Soldati ignoti sarebbero stati tumulati contemporaneamente al «Milite Ignoto» nel cimitero retrostante la Basilica di Aquileia. Queste le disposizioni del Ministro, per l’attuazione delle quali mancava l’adempimento del Sindaco di Udine: la designazione degli ulteriori quattro membri della commissione. Nel capoluogo friulano, intanto, i Sindaci di Gorizia, Aquileia e Udine, si riunirono per mettere a punto alcune questioni e stabilendo, tra l’altro, di chiedere a Gabriele D’Annunzio di partecipare all’esumazione di una salma da ricercarsi alla foce del fiume Timavo. La richiesta, formulata a mezzo telegramma, fu spedita il 12 settembre ed a mezzo telegramma il comandante rispose: «Signor Sindaco di Udine

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grazie per l’altissima offerta. Manderò uno dei miei Ufficiali con una mia lettera per chiarimenti e accordi. Primo cittadino saluto e intera città che amo ed ammiro profondamente». L’iniziativa dei tre Sindaci non rientrava nella loro discrezionalità, e in particolare in quella del Sindaco di Udine, giacchè le disposizioni prevedevano la nomina di una sola commissione per tutte le esumazioni e senza occasionali inserimenti. Si giunse così al 26 settembre 1921. In quel giorno, con specifica delibera, il Sindaco di Udine, Luigi Spezzotti, designò i rimanenti quattro membri mancanti al completamento della commissione. Risultarono designati: il Tenente Augusto Tognasso di Milano, mutilato con 36 ferite; il Sergente Giuseppe De Carli di Azzano X, decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare; il Caporal Maggiore Giuseppe Sartori di Zugliano, decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare; il Soldato Massimo Moro di Santa Maria di Sclaunicco, decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare.


Per completezza di trattazione vale la pena rappresentare che furono designati anche quattro membri supplenti: il Colonnello Carlo Trivulzio e il Sergente Ivanoe Vaccaroni entrambi di Udine, il Caporal Maggiore Luigi Marano di Persereano (Pavia di Udine) e il Soldato Lodovico Duca di Pozzuolo del Friuli. Questo avrebbe consentito alla commissione di funzionare anche in caso di temporanea indisponibilità di qualche membro effettivo. Con la stessa delibera il Sindaco del capoluogo friulano approvò la coniazione di una medaglia commemorativa che l’artista udinese Aurelio Mistruzzi si era offerto di realizzare gratuitamente. Del conio doveva essere realizzato un solo esemplare in oro da collocarsi sul coperchio della bara del «Milite Ignoto», un esemplare in argento per il Sovrano e venti esemplari in bronzo per alcune alte cariche dello Stato e per i Musei di storia patria di Udine, Aquileia, Gorizia e Roma. I designati membri della commissione furono convocati presso la sede udinese dell’Ufficio per le Onoranze ai Caduti per una riunione indetta per le ore 09.00 di domenica 2 ottobre, nel palazzo Caiselli in via Palladio. Alla riunione, durante la quale vennero definiti il piano per le ricerche, le modalità per la designazione e furono trattati altri problemi organizzativi e logistici, partecipò tutto il personale comunque addetto ad operare con la commissione (autisti, falegnami, scavatori, ecc.). Al termine, il Generale Paolini pretese da tutti i convenuti formale giuramento che mai avrebbero rivelato i luoghi ove si sarebbero svolte le ricerche e, al termine della riunione, la commissione, attraverso la strada statale 13, Ponte della Priula, Bassano del Grappa e la statale della Valsugana, giunse a Trento. Il presente lavoro, durato oltre quattro anni, ha preso le mosse dalla lettura e soprattutto dall’analisi di una sorta di diario scritto dal Tenente Tognasso. L’Ufficiale, debbo dirlo a suo onore, non ha mai nominato località o precisato i luoghi nei quali si svolsero le ricerche. Tutto ciò che sarà esposto di seguito è solo frutto di una personale interpretazione delle descrizioni fisiche dei luoghi fatta dall’Ufficiale, suffragate da notizie provenienti da altre fonti. Vediamo, dunque, come si svolsero le ricerche. Lunedì 3 ottobre 1921: la commissione muove da Trento per la ricerca della prima salma. Ha scritto il Tognasso: «[...] attraverso Rovereto, avvolta ancora nel silenzio del riposo e quando il sole stava per baciare le cime di quei monti che furono teatro di grandi gesta [...]». Dunque, essendo la zona vicina a Rovereto e dalla posizione del sole [...] che bacia [...] i monti

è verosimile ipotizzare che la commissione abbia proceduto verso est sud-est. Proprio a sud-est di Rovereto erano situati i punti più avanzati della massima penetrazione italiana: Zugna Torta, Coni Zugna, Costa Violina, Monte Forno ed altre località conquistate d’impeto nel 1915 e perse nel 1916 a seguito della «Strafexpedition». Nonostante le più accurate ricerche non venne rinvenuta alcuna salma insepolta. Venne allora deciso di esumarne una tra quelle di ignoti sepolti in un vicino cimitero di guerra che, come ha lasciato scritto il Tognasso, «raccoglieva [...] il maggior numero di eroi [...]». Rifacendoci al 1921, il maggior cimitero di guerra del trentino sorgeva in località Lizzana, sul Colle di Castel Dante, proprio vicino a Rovereto. All’epoca, vi erano tumulate 11 455 salme provenienti da circa 200 cimiteri più piccoli disseminati nella regione trentina. Di queste, circa 6 000 appar-

Le undici bare con i resti mortali di altrettanti Soldati sconosciuti vengono portate a spalla fuori della chiesa di Sant’Ignazio al termine del rito.

tenevano ad ignoti. Tra i caduti che riposano in questo sacrario oltre agli italiani vi sono 8 674 austroungarici e 151 legionari cecoslovacchi noti e ignoti. Giova ricordare come durante la guerra i caduti venivano tumulati, se possibile, in piccoli cimiteri allestiti a ridosso delle trincee e senza che venissero adottate particolari cautele. I cadaveri venivano sepolti nella terra nuda, se possibile in fosse singole, ma sovente in fosse comuni. Nel caso in cui, dopo il combattimento, il campo di battaglia rimaneva in mano al nemico, tutto era affidato al suo buon cuore e non sempre questo aveva la possibilità o la volontà di occuparsi dei morti nemici. Tra questi 6 000 caduti ignoti, dunque, è stata presumibilmente esumata la prima salma. Lo

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scavo fu eseguito a mano e pian piano vennero portate alla luce le diverse parti del corpo e, alla fine, per dirla con il Tognasso: «[...] apparve un Fante in atto di tranquillo e sereno riposo, vestito della sua uniforme e con indosso le giberne [...]». L’esame degli indumenti e degli effetti personali non lasciò presumere una sua possibile identificazione e la salma fu ricomposta in una delle undici casse fatte allestire a Gorizia. Per la ricerca della seconda salma la commissione, attraverso il Pian delle Fugazze, si trasferì sul Monte Pasubio che, per tutta la durata del conflitto, rientrò nel settore di competenza del 5° Corpo d’Armata. Il Tognasso ha lasciato scritto che: «da Porte del Pasubio la commissione raggiunse [...] la vetta più alta [...]». Nel massiccio del Pasubio, sul versante nord, tre sono le cime più alte e tutte e tre a ridosso l’una dell’altra: Monte Palom (mt 2 236), il Dente italiano e il Dente austriaco (mt 2 200 e mt 2 236 rispettivamente).

Arrivo delle bare sul piazzale antistante la Patriarcale Basilica di Aquileia.

I due Denti rappresentavano i punti in cui furono maggiormente sentiti gli effetti della particolare guerra che vi fu combattuta: guerra di mina e contro mina. Vista cioè l’impossibilità di combattere il nemico con sistemi convenzionali perché fanterie e artiglierie erano sapientemente riparate in caverna, entrambi i contendenti giunsero alla conclusione che per fare sloggiare il nemico fosse necessario minare la base della montagna in modo tale che ad ogni esplosione il franamento di grotte e gallerie seppellisse centinaia di combattenti. Vediamo dunque, in quale punto del Pasubio possono essersi svolte le ricerche. Si potrebbe escludere il Monte Palom perchè più arretrato rispetto ai due Denti e perché vi era

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solo un osservatorio di artiglieria mai direttamente coinvolto nei combattimenti. Con maggior convinzione si potrebbe escludere anche il Dente austriaco perché potevano esservi recuperate soltanto salme di caduti di quella nazionalità. Rimane, per esclusione, il Dente italiano che, peraltro, come dicevano le disposizioni ministeriali rappresentava il punto più avanzato raggiunto dagli italiani in quel tratto di fronte. Qui, probabilmente, furono condotte le ricerche che tuttavia non diedero alcun risultato. Come per la prima salma fu deciso di esumarne una da un vicino cimitero di guerra. Riferendoci al 1921, sul Pasubio esisteva un piccolo cimitero a ridosso del Dente italiano, proprio sull’area dove sorge l’arco romano fatto erigere dal Comune di Schio a perenne ricordo dei caduti del Pasubio. Il cimitero si chiamava «di qui non si passa» ed era stato realizzato dai Fanti della Brigata «Liguria». I resti esumati non presentavano segni per un possibile riconoscimento e così anche la seconda salma venne ricomposta in una delle undici casse fatte allestire a Gorizia. Le due salme furono trasferite a Bassano del Grappa e sistemate nei locali della «Casa del Soldato» appositamente trasformata in camera ardente, mentre la municipalità diffondeva un nobilissimo manifesto con cui salutava i due caduti che venivano affidati alla riconoscenza cittadina. Per la ricerca della terza salma la commissione si recò sull’Altipiano di Asiago e più precisamente sul Monte Ortigara. La circostanza c’è confermata da una notizia di cronaca riferita dal quindicinale vicentino «Il Risorgimento» che iniziava proprio con queste parole: «[...] appena saputo dell’esumazione di un Soldato ignoto sull’Ortigara [...]». Anche qui le prime ricerche non diedero alcun risultato, ma alla fine la commissione si trovò, per la prima volta, davanti ai resti di un caduto rimasto lì, nel punto in cui era stato colto dalla morte. Il segnale su cui tutti gli occhi si appuntarono fu una croce di legno seminascosta da una parete di roccia. Si cominciò a scavare con le consuete cautele finchè apparve un Soldato avvolto nella mantellina che la mano pietosa di un commilitone aveva rialzato sul viso quasi a volerlo preservare dal deturpante contatto della terra. Con infinite cautele si cercarono tra gli effetti personali indizi che ne consentissero l’identificazione, ma non venne rinvenuto nulla. Sembrava ormai che le ricerche fossero state portate a termine quando...all’interno della giubba il tatto rivelò la presenza di qualcosa di consistente. Si trattava di un pezzetto di latta, una specie di


piastrino che i Soldati avevano l’ordine di cucire all’interno della giubba e sul quale, ad inchiostro, erano riportate le generalità del Soldato. Il piastrino in parola era illeggibile, ma la possibilità o la speranza che con qualche procedimento chimico si potesse renderlo nuovamente leggibile, privò quella salma del requisito fondamentale: quello di «certamente non identificabile». Ripresero le ricerche e, dietro un albero, fu rinvenuta una seconda croce. Solito scavo a mano e subito apparve chiaro che ci si trovava di fronte ad un caduto austriaco. La pietà, al di la delle convenzioni internazionali, fece sì che quei poveri resti non fossero discriminati. Il cappellano militare li benedisse, dopodiché vennero avviati ad un vicino cimitero di guerra che già raccoglieva molti Soldati della stessa nazionalità. Si ripresero le ricerche mentre l’animo di tutti veniva preso dallo sconforto. Ad un tratto, lo sguardo di tutti si appuntò su un crepaccio il cui ingresso era impedito da un groviglio di filo spinato. In genere il filo spinato è adottato per impedire il transito in un determinato punto. Nella fattispecie non poteva trattarsi di un tratto di trincea presidiata perché non c’erano tracce di scavi di trincea. Bastò rimuovere il filo spinato per trovarsi davanti alle salme di due caduti. A fianco avevano ancora i moschetti e nelle giberne cartucce prive dei caricatori. Verosimilmente, il timore che qualche animale avesse potuto straziare quei corpi che non era stato possibile seppellire cristianamente perché, forse, l’imminente avanzata nemica non lo aveva consentito, aveva suggerito ai commilitoni questa speditiva ma efficace soluzione. Una delle due, ricomposta nella cassa di legno, fu avviata a Bassano mentre l’altra, dopo aver ricevuto gli onori militari, venne tumulata in un vicino cimitero di guerra. Non è dato sapere con quale criterio venne scelta la salma. Relativamente a questa esumazione, il Tognasso racconta che a Gallio una folla commossa attese la commissione per chiedere il privilegio di accompagnare la salma sino al limite del confine comunale. La notizia è riferita anche dal quindicinale vicentino «Il Risorgimento» che precisa come l’incontro avvenne in Via Campo, strada comunale ancora esistente e che collega Gallio con la frazione di Campomulo, località, appunto, che adduce all’Ortigara. Questa, ove ce ne fosse bisogno, sarebbe una ulteriore prova circa la veridicità del diario di Tognasso. Affidata la salma alla pietà dei bassanesi, la commissione mosse per Cima Grappa, prescelta per la ricerca della quarta salma.

La bara del «Milite Ignoto» appena designato lascia la Basilica per essere avviata alla stazione ferroviaria di Aquileia.

Ha scritto il Tognasso che: «la salma fu rinvenuta sotto una croce in una valletta e che l’esame degli indumenti non rivelò elementi atti ad una sua possibile identificazione» e, precisa ancora che: «la cassa nella quale vennero ricomposti i resti [...] a causa dell’asperità del terreno che ne avrebbe reso difficoltoso il trasporto [...] venne caricata su un mulo». In quale punto del massiccio del Grappa venne esumata la salma non è precisato. Tuttavia, alcuni elementi lascerebbero intendere che le ricerche si svilupparono sul versante nord in quanto è l’unica porzione del massiccio a non essere completamente rocciosa e dunque idonea per uno scavo. Il secondo elemento è che su quel versante la pendenza è tale che un mulo può arrampicarvisi, mentre negli altri versanti il terreno è decisamente roccioso da non consentire lo scavo per una sepoltura per così dire «speditiva» e, in secondo luogo, la pendenza è tale da non consentire neanche ad un mulo di arrampicarvisi. Lasciata Bassano con le quattro salme sino ad allora recuperate, la commissione partì per Conegliano, effettuando una sosta sul Montello per ricercarvi la quinta salma. Neanche qui, per quanto accurate fossero le ricerche, furono rinvenute salme insepolte e fu quindi deciso di esumarne una dal vicino cimitero di guerra che era stato allestito sul versante meridionale della collina. È bene ricordare che per quanto attiene ai cimiteri di guerra occorre sempre fare riferimento alla situazione del 1921 quando cioè, dismessi i piccoli cimiteri a ridosso delle trincee, le salme venivano accentrate in aree cimiteriali più ampie che consentivano una più accurata manutenzione delle sepolture. Non erano stati ancora costruiti, però, i

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La cassa con i resti mortali del «Soldato sconosciuto» viene sollevata per essere ancorata su un affusto di cannone collocato sull’artistico pianale.

maestosi sacrari ancora oggi esistenti e che risalgono agli anni ’30. Dunque, nel 1921 il cimitero di guerra del Montello sorgeva a quota 176 in località denominata «Collesel de Zorzi», proprio dove oggi sorge il grande sacrario progettato dall’architetto Romano Nori. Il cimitero, allora, ospitava circa 9 000 caduti dei quali più di un terzo ignoti. Tra questi, dunque, fu esumata la quinta salma che, ricomposta in una delle casse fatte allestire a Gorizia, fu avviata verso Conegliano. Giunti in città, i mezzi della commissione si diressero alla caserma «San Marco» dove le cinque bare vennero sistemate su altrettanti affusti di cannone che mossero, tra due ali di folla commossa, verso l’oratorio della «Madonna della Salute», aperto per la circostanza. Vale la pena rappresentare come, delle cinque casse che vennero sistemate all’interno dell’oratorio, solo quattro erano avvolte nel Tricolore mentre quella esumata sul Montello era nuda. In fretta si cercò tra le famiglie dei dintorni una bandiera per ricoprirla e il sacro simbolo fu offerto dalla famiglia del cav. Oreste Carraro, abitante proprio di fronte all’oratorio. Oggi, quel vessillo è custodito come una reliquia

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a Mestre, nella caserma «Matter» sede del reggimento lagunari «Serenissima» che la ebbe in dono dallo stesso cav. Carraro ormai prossimo alla morte. Per la successiva ricerca, la commissione, affidate le salme ai coneglianesi, si trasferì sul Basso Piave. Tra gli intendimenti della commissione v’era quello di recuperare la salma di un caduto della Regia Marina e unica possibilità era quella di ricercarla in una zona in cui i marinai combatterono a terra come Fanti. Le ricerche vennero condotte nella zona di Cortellazzo-Caposile dove il reggimento di fanteria di marina «San Marco» combatté lungo l’argine di riva destra del Piave. Per quanto accurate, comunque, le ricerche non diedero alcun esito per cui venne deciso di esumarne una dal vicino cimitero di guerra denominato «dei cannoni» e allestito a circa un chilometro dalla prima linea, in località «Ca’ Gamba». Tra le centinaia di altre salme, il cimitero «dei cannoni» - così chiamato perché nel punto d’incrocio dei due viali ortogonali sorgeva un monumento in pietra d’istria di forma tronco-piramidale con un bassorilievo raffigurante un pontone della Regia Marina e una iscrizione dettata da Gabriele D’Annunzio - custodiva i resti di due decorati di Medaglia d’Oro al Valor Militare: il Tenente di Vascello Andrea Bafile del reggimento Marina e il Sottotenente Giulio Susi del XXVI Reparto d’Assalto. All’ingresso del sacro luogo era stato posto un gradino della vicina chiesa, ormai distrutta e


dedicata a S. Antonio, e su di esso una mano ignota aveva scritto: «dic viator Romae nos te hic vidisse iacentes dum sanctis patriae legibus absequimur», che può essere tradotto come: «passeggero, va a dire a Roma che ci hai visti qui, morti per obbedire alle sacre leggi della patria» . Quel cimitero oggi non esiste più. Le salme che vi erano tumulate sono state traslate al Sacrario sul lido di Venezia. Oggi, al suo posto, è visibile un’attrezzata area picnic. Recuperata la sesta salma, la commissione fece rientro a Conegliano apprestandosi al trasferimento a Udine. Per la prima volta nel capoluogo friulano vennero organizzate manifestazioni di un certo rilievo. Al loro arrivo in città le salme vennero sistemate su affusti di cannone ciascuno scortato da un plotone di Soldati. Il corteo mosse dal piazzale antistante la stazione ferroviaria tra due ali di folla a stento trattenuta da un cordone di Soldati e, attraverso la porta Aquileia, salì al castello dove le salme vennero sistemate su un catafalco allestito nella piccola chiesa di Santa Maria di Castello. Per la ricerca della settima salma la commissione si trasferì in Cadore, e precisamente a Cortina d’Ampezzo, che fu raggiunta da Tolmezzo, per il Passo della Mauria e Pieve di Cadore. Le ricerche, riferisce il Tognasso, furono svolte sulle Tofane e sul Falzarego, ma non fu rinvenuta alcuna salma insepolta. Come già attuato in analoghe circostanze, si fece ricorso all’esumazione di una salma tra quelle di ignoti di un vicino cimitero di guerra. A questo punto, nello scritto del Tognasso troviamo alcuni elementi sui quali riflettere. Ha infatti lasciato scritto: «[...] le Tofane, le cime del Falzarego furono tutte esplorate invano poiché l’Ufficio Onoranze ai Caduti in Guerra già aveva raccolto le salme dei caduti e le aveva ricomposte in graziosissimi e pittoreschi cimiteri all’uopo costruiti fra l’ombre di abeti [...]». Questo è il primo elemento: il cimitero si trova all’ombra degli abeti, cioè in un bosco. La seconda frase del Tognasso dice: «[...] chiamato a raccolta dalle campane della cattedrale un foltissimo stuolo di popolani si assiepò a cortina per salutare il simbolo [...]». Qui il secondo elemento: la commissione non poteva essere troppo lontana da Cortina se i popolani potevano udire il clocchiare delle campane dal piccolo cimitero di guerra che doveva trovarsi in mezzo ad un bosco. Nel 1921, lungo la rotabile che da Cortina raggiunge il passo del Falzarego, sul Monte Crepa, a quota 1 535, in località «Belvedere» era situato un graziosissimo cimitero di guerra le cui croci erano sistemate, appunto, all’ombra di abeti.

Questo cimitero era sufficientemente vicino a Cortina da consentire a Tognasso ed agli altri membri della commissione di udire il suono delle campane della cattedrale. Oggi quel piccolo cimitero non esiste più, al suo posto sorge maestoso il Sacrario progettato dall’ing. Raimondi e noto come Sacrario del «Pocol». Anche questa salma raggiunse le altre nella chiesa di Santa Maria di Castello. Per la ricerca dell’ottava salma la commissione, il 20 ottobre, si recò sul Monte Rombon. Anche qui l’indicazione di una salma insepolta fu data da una croce di legno ormai marcito. Privi di

Il popolo, senza distinzione di ceto sociale, attende il passaggio del convoglio lungo la ferrovia.

elementi atti all’identificazione anche l’ottava salma fece il suo ingresso nel piccolo tempio all’interno del castello di Udine. Il 18 ottobre alle ore 14.00 le otto casse, sistemate su camion, attraversati i comuni di Manzano, Brazzano e Cormons giunsero a Gorizia. Al loro ingresso in città, dal castello una batteria d’artiglieria esplose 21 salve d’onore, mentre ex combattenti si affiancavano agli otto affusti di cannone sui quali erano state sistemate le bare. Ciascun affusto era trainato da sei cavalli. Il corteo attraversò tutta la città sino a Piazza della Vittoria dove le salme vennero sistemate nella chiesa di Sant’Ignazio. Gabriele d’Annunzio, intanto, comunicava al sindaco di Udine che il giorno 24 ottobre si sarebbe fatto trovare alle pendici del Monte Hermada per l’esumazione di una salma lungo il corso del Timavo. La nona salma fu rinvenuta durante le ricerche sul Monte San Michele, su un’altura ad est del capoluogo isontino chiamata Monte San Marco. Vicino allo scavo di una trincea, poco distante dall’obelisco con cappella votiva che rappresentava il punto di maggior penetrazione in quel settore, si cominciò a scavare sotto una croce e pian piano apparve il Soldato che vi era tumulato.

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L’affusto di cannone con la cassa del «Milite Ignoto» si avvia, lungo via Nazionale, al Vittoriano.

Non offrì nessun elemento per l’identificazione e fu dunque trasferito a Gorizia. Per la decima salma le ricerche vennero effettuate a Castagnevizza del Carso in un tratto non molto distante da un monumento-ossario. Un palo di legno con un pezzo di filo spinato ancora attaccato fece presumere di trovarsi in presenza di un tratto di trincea presidiato. Pian piano le ricerche vennero estese fino a quando non venne notata una piramide di pietra che fu sufficiente rimuovere per portare alla luce i resti di un caduto. L’ufficiale medico cominciò a ricomporre i resti sino a quando non ci si rese conto che gli arti inferiori avevano dimensioni diverse.... Molto verosimilmente si era in presenza di due salme. Si ricominciò a scavare sino a quando non apparvero i resti di un secondo caduto. Per la prima volta la vista di quei resti martoriati scosse così profondamente il Generale Paolini che ordinò a tutti di inginocchiarsi mentre il cappellano recitava una preghiera. Fu deciso di trasferire a Gorizia quella delle due salme che presentava il maggior numero di ferite. Quella prescelta aveva le gambe spezzate appena sopra le ginocchia, un ampio squarcio al capo e ferite al torace. Presumibilmente era stato centrato da una granata. Per l’ultima salma le ricerche vennero condotte in quel breve tratto di fronte compreso tra Castagnevizza e il mare. Anche su questa esumazione vi sono indizi precisi. Come già detto, a questa esumazione avrebbe dovuto partecipare Gabriele D’Annunzio che tuttavia non si presentò, ma mandò a dire che sarebbe stato spiritualmente presente. Mentre si attendeva l’arrivo del poeta, dice il Tognasso: «lo sguardo di tutti si posò sull’erma della 3a Armata che recava incise le parole ammo-

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nitrici del duca d’Aosta: “rispettate il campo della morte e della gloria”». Dunque, la zona delle ricerche è sufficientemente delineata da questi tre elementi: l’erma, il corso del Timavo e le pendici del monte Hermada. Durante le ricerche venne rinvenuto il bordo di un elmetto che fuoriusciva dal terreno. Si cominciò a scavare e pian piano si scoprì trattarsi di una fossa comune nella quale vennero contati almeno dieci teschi. Nell’impossibilità di ricomporre con certezza una salma, fu deciso di segnalare il ritrovamento al Comitato Onoranze ai Caduti in Guerra di Monfalcone. Si proseguirono le ricerche. Poco distante dal luogo del precedente ritrovamento venne rinvenuta una croce di legno, come le altre marcita dal tempo. L’esame dei resti del caduto che vi era sepolto non ne consentì l’identificazione e così anche l’undicesima e ultima salma fece il suo ingresso a Gorizia, nella chiesa di Sant’Ignazio. Gorizia celebrò per quegli undici, e per tutti i caduti che la guerra aveva preteso, una solenne messa funebre composta dal goriziano Corrado Cartocci ed eseguita per la prima volta in occasione dei funerali di Re Umberto I. Circa la scelta della donna che avrebbe dovuto designare il «Milite Ignoto», fu nominata una commissione della quale non è stato possibile conoscere la composizione. Si sa, però, che inizialmente la scelta cadde su tale Anna Visentini Feruglio, udinese, madre di due figli dispersi in guerra, uno dei quali, Manlio, nativo di Preganziol, decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare. La scelta non ebbe seguito poiché prevalse il concetto che la donna dovesse essere una popolana. Si pensò, allora, ad una mamma livornese che si recò a piedi da Livorno a Udine alla ricerca del figlio disperso. Venne considerato il caso di una mamma di Lavarone che, saputo dov’era tumulato il figlio, si recò in quel cimitero scavando da sola e con le mani la terra che ne ricopriva i resti; quindi, trovate le ossa, dopo averle legate con un nastro tricolore, se le pose in grembo e le portò in paese seppellendole vicino a quelle del marito. Infine, venne considerato il caso di una mamma che ebbe la forza di assistere ad oltre 150 esumazioni pur di trovare i resti del figlio.... Tutto questo non parve sufficiente. Sembrava più significativo se la donna fosse stata la madre di un disperso irredento. La scelta cadde su Maria Bergamas, di Gradisca d’Isonzo, madre dell’irredento Sottotenente Antonio Bergamas, decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare, caduto sul Monte


Cimone il 18 giugno 1916. Il giovane Bergamas era stato arruolato nel 137° reggimento di fanteria della Brigata «Barletta» con il nome di guerra di Antonio Bontempelli. Il nome di guerra era un nome fittizio con il quale l’Esercito Italiano arruolava i volontari irredenti che, sotto il profilo giuridico, erano sudditi dell’Impero asburgico. Antonio Bergamas, dunque, combatteva la sua guerra tra le file del nostro Esercito. Il giorno prima di morire, si offrì volontario per guidare con il suo plotone l’attacco del reggimento dicendo che come irredento spettava a lui l’onore di giungere per primo sui reticolati nemici. Durante l’assalto superò illeso due ordini di reticolati ma al terzo venne raggiunto da una raffica di mitraglia e colpito con 5 colpi al petto ed uno alla fronte. Al termine del combattimento, in tasca al giovane venne rinvenuto un pezzo di carta sul quale era scritto: «in caso di mia morte avvertire il sindaco di San Giovanni di Manzano, cav. Desiderio Molinari». Solo al cav. Molinari, infatti, era noto che il Sottotenente Bontempelli non era altro che l’irredento Antonio Bergamas. La salma del giovane venne dunque rinvenuta e fu sepolta, assieme a quelle dei caduti di quel giorno, nel vicino cimitero di guerra delle Marcesine sull’Altipiano dei Sette Comuni che, successivamente, sconvolto da un violento bombardamento, non permise più il riconoscimento delle sepolture. Da quel momento Antonio Bergamas risultò ufficialmente «disperso». Torniamo a Gorizia: è il 27 ottobre! Di buon mattino le undici bare vennero caricate su altrettanti automezzi in procinto di muovere per Aquileia. Tra le centinaia di corone che accompagnarono le undici bare ve ne era una di semplice fattura sul cui nastro si leggeva: «al Soldato ignoto la vedova Cravos». Questa scritta ricordava ai goriziani un delitto consumato nel 1915 dall’Esercito asburgico che

La cassa con le spoglie del «Milite Ignoto».

fece fucilare il Cravos, reo soltanto di essersi proclamato italiano. L’uomo, infatti, era stato rimproverato da un Ufficiale perché parlava italiano e Cravos rispose che parlava italiano perché era italiano. L’indomani, all’alba, venne fucilato contro un albero alla periferia della città. Da Gorizia a Gradisca d’Isonzo, a Romans d’Isonzo, a Versa, a Cervignano e, infine, ad Aquileia. Dappertutto fiori, gente genuflessa e tanta commozione. Giunte sul piazzale della Basilica, le undici bare furono deposte dagli automezzi e portate a spalla all’interno del tempio. La prima cassa era portata, tra l’altro, da due donne: la signora Emilia Pasquali Minder di Trieste e la signora Rina Pascoli, moglie del Sindaco di Aquileia. Senza l’intervento di oratori ufficiali, alla sola presenza del capitolo aquileiense e di popolo, alle undici bare venne impartita l’assoluzione e quindi vennero sistemate, cinque a destra e sei a sinistra dell’altare maggiore, su due grandi catafalchi. Al termine del semplicissimo rito, il tempio venne fatto sgombrare e all’interno rimase il solo Tenente Tognasso con un manipolo di Soldati. Tognasso ordinò a loro di cambiare la disposizione delle casse ed al termine, rimessi in libertà gli uomini, ne fece entrare degli altri ai quali fece ancora cambiare la disposizione delle bare e così per buona parte della notte. No, non era impazzito Tognasso. La spiegazione di questo comportamento sta nel fatto che le particolari venature dei legni delle casse o la posizione dei chiodi sui coperchi poteva suggerire a qualche addetto ai lavori in quale tratto di fronte fosse stata recuperata la salma del «Milite Ignoto». Le Bandiere dei reggimenti che presero parte alla Grande Guerra si inchinano, in segno di omaggio, alla salma del «Milite Ignoto» che ascende alla gloria del Vittoriano.

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La corona al centro della sepoltura reca la scritta «Gli Ufficiali e i Soldati del Corpo d’Armata di Trieste al Milite Ignoto».

Questo era certamente l’ultimo tentativo per rendere non identificabile la zona del ritrovamento. Già alle prime ore del 28 ottobre una folla immensa aveva invaso la Basilica. L’inizio della cerimonia, che sarebbe stata officiata da Monsignor Angelo Bartolomasi, Vescovo di Trieste e Primo Vescovo castrense, era fissato per le ore 11.00. Al centro della navata era stato approntato un cenotafio sul quale sarebbe stata posta la bara prescelta. Su un rudere di colonna romana era posta un’anfora contenente acqua del fiume Timavo. Sull’anfora, un nastro bianco recava la scritta: «imo ex corde timavi» («dal profondo del cuore o Timavo», n.d.a.), la stessa dettata da Gabriele D’Annunzio per la sepoltura del fraterno compagno Maggiore Giovanni Randaccio, caduto alle sorgenti del fiume durante un attacco in direzione del castello di Duino. All’ora fissata vennero aperti i portoni del tempio ed autorità e semplici cittadini vennero ammessi all’interno. Alle madri e vedove di guerra presenti fu riservato un palco allestito a destra dell’altare. Le massime autorità politiche e militari erano tutte presenti. All’improvviso, all’interno del tempio giunse una voce imperiosa che impartiva ordini ad un reparto in armi e di seguito si udirono le note della «marcia reale». Era giunto il Duca d’Aosta, l’invitto Comandante della 3a Armata, e la cerimonia poteva avere inizio. Al termine del rito funebre di suffragio, dopo che l’officiante ebbe asperso le bare con l’acqua del Timavo, quattro decorati di Medaglia d’Oro: il Generale Paolini, il Colonnello Marinetti, l’Onorevole Paolucci e il Tenente Baruzzi, si avvicinarono a Maria Bergamas porgendole il braccio.

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La donna, con movimenti quasi irreali, mosse verso i feretri. Nel silenzio del tempio potevano udirsi i singhiozzi degli astanti. Lo stesso Duca d’Aosta e il Ministro Gasparotto avevano gli occhi umidi di pianto. Maria Bergamas s’inginocchiò davanti all’altare. Sentiamo come ha descritto quel momento così drammatico ed intenso il Tenente Tognasso: «[...] lasciata sola, parve per un momento smarrita. Teneva una mano stretta al cuore mentre con l’altra stringeva nervosamente le guance. Poi, sollevando in atto d’invocazione gli occhi verso le navate imponenti, parve da Dio attendere ch’ei designasse una bara come se dovesse contenere le spoglie del suo figlio. Quindi, volto lo sguardo alle altre mamme, con gli occhi sbarrati, fissi verso i feretri, in uno sguardo intenso, tremante d’intima fatica, incominciò il suo cammino. Trattenendo il respiro giunse di fronte alla penultima bara davanti alla quale, oscillando sul corpo che più non la reggeva e lanciando un acuto grido che si ripercosse nel tempio, chiamando il figliolo, si piegò, cadde prostrata e ansimante in ginocchio abbracciando quel feretro [...]». La tensione della folla si scaricò in urla strazianti e pianto a dirotto. All’esterno del tempio campane suonarono a tocchi gravi e profondi mentre alcune batterie d’artiglieria, posizionate nelle campagne adiacenti, esplodevano salve d’onore. Sul sagrato del tempio, la banda della Brigata «Sassari» intonò per la prima volta in modo ufficiale l’inno che sarebbe divenuto il simbolo di tutte le cerimonie dedicate ai caduti: «La leggenda del Piave», scritta nel 1918 da Giovanni Gaeta, impiegato postale più noto con lo pseudonimo di E. A. Mario. La salma prescelta venne sollevata da quattro decorati e la cassa venne posta all’interno di un’altra cassa in legno massiccio rivestita all’interno di zinco. Sul coperchio venne fissata un’artistica teca in argento lavorato a sbalzo, opera dell’artista udinese Calligaris, dentro la quale era stata fissata la medaglia commemorativa fatta coniare dai Comuni di Udine, Gorizia e Aquileia. Sempre sul coperchio della cassa venne fissata una alabarda in argento, dono della città di Trieste. Il rito terminò alle 12,20 e, al termine, il tempio venne aperto all’omaggio del popolo. Alle 15.00 il Duca d’Aosta unitamente al Ministro della Guerra e alle altre autorità, giunsero nuovamente sul piazzale antistante la Basilica. Il sarcofago venne posto su un affusto di cannone trainato da sei cavalli bianchi bardati a lutto e il corteo, formatosi spontaneamente, mosse verso la stazione ferroviaria. Qui era stato approntato un convoglio speciale e in particolare era stato predisposto un pianale


artisticamente lavorato e progettato dall’architetto triestino Cirilli. Ufficiali salirono sul treno, sollevarono la cassa ancorandola su un altro affusto di cannone fissato sul pianale. Il Duca d’Aosta, irrigidito sull’attenti, salutò militarmente, la banda suonò «La leggenda del Piave» e al Capotreno, il cervignanese Giuseppe Marcuzzi, pluridecorato al valor militare, toccò l’onore di far partire il convoglio e con questo atto si chiuse l’intensa giornata di Aquileia. Il convoglio sostò in tutti i Comuni grandi e piccoli: Palmanova, Risano, Udine, Montegrotto. Lungo tutto il percorso, il popolo attese commosso il passaggio del convoglio inginocchiato lungo i binari della ferrovia e senza distinzione di ceto sociale. Dappertutto lacrime, preghiere e fiori, tanti fiori. Il convoglio raggiunse Roma il 2 novembre, dopo aver sostato per la notte a Venezia, Bologna, Arezzo e alla stazione di Roma-Portonaccio. Intanto nella capitale furono fatti affluire le bandiere e i labari di tutti i reggimenti che presero parte al conflitto e i gonfaloni dei comuni decorati al Valor Militare. Tutti questi simboli vennero custoditi al Quirinale nel cosiddetto «Salone dei Corazzieri».

La bandiera, che aveva avvolto nel 1921 il feretro del Milite Ignoto, nella Basilica di Santa Maria Assunta di Aquileia, prima della partenza del treno rievocativo.

Il 2 novembre, all’arrivo del convoglio alla stazione Termini, le bandiere erano allineate lungo i binari. Ad attendere il convoglio era tutta la famiglia reale al completo. All’arrivo del treno si formò il corteo che accompagnò il feretro sino alla Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri in Piazza dell’Esedra. Il rito fu breve e al termine il tempio venne aperto alla devozione dei romani. Le cronache di quel giorno raccontano di una mamma che pregava gli astanti affinchè aprissero la bara perchè dentro, ne era certa, c’era suo figlio. Giunse, infine, la fatidica giornata del 4 novembre, terzo anniversario della vittoria. Ad Aquileia non era previsto l’intervento di altissime autorità, ma la cerimonia riuscì ugualmente commovente e significativa. Il rito fu celebrato da Monsignor Celso Costantini, cappellano della 3a Armata, futuro Vescovo di Fiume e Cardinale. Sua e di Ugo Ojetti l’idea di trasformare il retro della Basilica in cimitero di guerra.

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A lui toccò il compito di dare sepoltura ai dieci commilitoni del «Milite Ignoto». Al termine del rito, sul piazzale antistante la Basilica, Monsignor Costantini recitò una preghiera di suffragio da lui stesso composta e di cui è stato possibile recuperare il testo. Prima di recitarla, però, invitò i presenti ad inginocchiarsi e il Colonnello Paladini, direttore di cerimonia, lanciò forte il comando «in ginocchio» ed anche i reparti militari assunsero questa inconsueta posizione già in uso nell’Esercito pontificio. Le salme, portate a spalla all’interno del cimitero, vennero pian piano calate nella fossa ai piedi dell’altare appositamente allestito e progettato, come il convoglio ferroviario, dall’architetto Cirilli. L’alto prelato gettò una manciata di terra e tutti vollero imitarlo. Mentre il popolo sfilava commosso, da dietro una grande siepe d’alloro un quintetto d’archi diretto dal

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il Ministro della Difesa Ignazio La Russa all’arrivo a Roma del treno rievocativo.

D’Arienzo intonò «L’Ave Maria» di Gounod. Nel 1952 a Trieste, non ancora ricongiunta all’Italia, moriva Maria Bergamas. Bisognò attendere il 1954 per tumularne le spoglie - a cura dell’Associazione Nazionale del Fante - nella stessa fossa nella quale giacciono i 10 Soldati ignoti. A Roma, intanto, tutto era pronto per rendere l’estremo saluto al «Milite Ignoto». Il mausoleo del Vittoriano andava riempiendosi. Ai lati del loculo, ricavato sotto la statua della Dea Roma, avrebbero preso posto i membri della famiglia reale, il Gabinetto al completo e i diplomatici accreditati. Sulla scalea di destra presero posto madri e vedove di guerra, mentre su quella di sinistra i decorati di Medaglia d’Oro al Valor Militare ed il personale della Croce Rossa Italiana. Un settore ai piedi della grande scalea venne

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riservato ai mutilati su particolari carrozzelle. Alle ore 09.00 in punto, da tutti i forti della capitale si cominciò ad esplodere, ad intervalli regolari, salve d’artiglieria, mentre tutte le campane delle chiese romane iniziarono a suonare a gloria. Per disposizione del Governo, in tutti i Comuni del Regno alla stessa ora doveva essere sospeso qualsiasi lavoro e le campane dovevano suonare a gloria. La cassa con i resti mortali del «Soldato Ignoto» venne portata a braccia fuori del tempio e sistemata su un affusto di cannone. Decorati al Valor Militare presero posto ai lati del feretro seguito da venti madri e venti vedove di guerra. Dietro venivano il Ministro della Guerra, Onorevole Gasparotto, e quello della Marina, Ammiraglio Bergamasco. Apriva il corteo un plotone di Carabinieri a cavallo ed un reparto in armi in cui, oltre ad Esercito e Marina, erano inquadrati Ascari eritrei e libici del Corpo delle Truppe Coloniali, Guardie di Finanza e agenti di Pubblica Sicurezza. In due blocchi seguivano 753 tra Bandiere e Labari di unità militari e Gonfaloni dei comuni decorati al Valor Militare. Il feretro era preceduto, nell’ordine, dalla banda dell’81° reggimento di fanteria della Brigata «Torino», dal Generale Grazioli ed una grande corona d’alloro, dono dell’Esercito, portata da due Soldati. Chiudeva il corteo un blocco di 1 800 Bandiere delle Associazioni Combattentistiche. Il corteo, da piazza Esedra si snodò lungo Via Nazionale per giungere nella Piazza Venezia. Incalcolabili la folla lungo il percorso e le Bandiere alle finestre. Mentre il corteo muoveva dalla Basilica di Santa Maria degli Angeli, il Re e la Real Casa giungevano al Vittoriano. Vittorio Emanuele III dava il braccio alla Regina madre, mentre il Presidente del Consiglio Onorevole Bonomi - accompagnava la Regina Elena. Alle ore 09.30 la testa del corteo fece il suo ingresso nella piazza. Man mano che giungevano nell’immenso piazzale, i reparti si schieravano ai lati mentre le Bandiere di guerra delle unità proseguivano sino alla gradinata del monumento, scaglionandosi su due file. Allorché l’affusto di cannone giunse alla base della scalea, il Generale Ravazza, Comandante del Corpo d’Armata di Roma, ordinò alle truppe di presentare le armi mentre gli Alfieri inclinavano le Bandiere. Due decorati, precedendo la bara, recavano la corona d’alloro fatta allestire dal Re. Altri otto decorati portavano a spalla il feretro. Sotto la statua della Dea Roma, le regine e le principesse, in ginocchio, piangevano. Anche il Re ed i Principi, sull’attenti, a stento trattenevano le lacrime.


Le salve d’artiglieria non riuscivano a coprire il pianto delle madri e delle vedove di guerra. Il sarcofago venne deposto sulla pietra tombale che di lì a poco si sarebbe definitivamente chiusa. Il Re, pallido in volto, avanzò verso la cassa appuntando, sulla Bandiera che sovrasta il coperchio, la Medaglia d’Oro al Valor Militare che egli stesso «motu proprio» aveva concesso. I tamburi delle bande, fasciati a lutto e con le corde allentate com’era d’uso nell’Esercito piemontese, segnavano il momento con un ossessionante rullio. Vennero azionati gli argani e la bara scomparve dietro la lastra di marmo che lentamente si chiuse. I tamburi aumentarono il loro straziante, e sempre più ossessionante, rullio. Erano le ore 10.36 del 4 novembre 1921. Ai giorni nostri, nell'ambito delle numerose attività riguardanti il 150° anniversario dell'Unità d'Italia, è stato rievocato con l'iniziativa «Il Viaggio dell'Eroe» realizzata grazie alla stretta collaborazione tra Ministero della Difesa e Ferrovie dello Stato italiane con il patrocinio della Presidenza della Repubblica il trasporto in treno della salma del Milite Ignoto da Aquileia a Roma, avvenuto nel 1921. La piccola stazione ferroviaria di Cervignano Aquileia ha rivissuto quel giorno di 90 anni fa e alla presenza del Ministro della Difesa Ignazio La Russa il treno, convoglio speciale delle Ferrovie, è partito il 29 ottobre 2011 alla volta di Roma con a bordo l’affusto di cannone, il braciere e il Tricolore

Il Presidente della Repubblica scopre la targa commemorativa alla Stazione Termini a Roma.

che avvolse la salma del Milite Ignoto. Il treno rievocativo, dopo aver attraversato mezzo stivale passando dalle stazioni di Udine, Treviso, Venezia, Padova, Rovigo, Ferrara, Bologna, Pistoia, Prato, Firenze, Arezzo, Chiusi, Orvieto e Orte, è giunto nella mattina del 2 novembre a Roma. Ad accoglierlo il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha scoperto una targa all'interno della Stazione Termini dedicata al 90° anniversario dello storico viaggio. Il Ministro della Difesa ha così descritto e sintetizzato lo storico evento rievocato con «Il Viaggio dell'Eroe»: «una pagina di storia che più di tante altre testimonia quell'amor di Patria che unisce tutti i cittadini italiani». Lorenzo Cadeddu Colonnello (ris.), Presidente del Centro Studi Storico-Militari sulla Grande Guerra «Piero Pieri» di Vittorio Veneto Manuela Della Giustina Tenente, in servizio presso il Reparto Comando e Supporti Tattici «Mantova»

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TRIESTE ALL’ITALIA


I50° anniversario Unità d’Italia

TRIESTE ALL’ITALIA 3 NOVEMBRE 1918 - 26 OTTOBRE 1954 Non vi è città d’Italia più di Trieste che solo a pronunciarne il nome non ridesti un fremito d’Amor Patrio. Le parole Trieste, Italia, Patria, si sono fuse in un unico indiscutibile assioma. L’anelito di permettere al Tricolore di sventolare sul campanile di San Giusto ha sublimato le sofferenze della trincea e gli eroismi dei nostri Soldati nella Grande Guerra. Quel memorabile 3 novembre del 1918 vide la città impazzire di gioia e tutta la nazione in festa con essa. Si compiva il sogno dei Padri, iniziato con il Risorgimento, di portare l’Italia ai suoi confini naturali. Il destino di Trieste, però, veniva messo in discussione dal 1943 al 1954; infatti nel corso di tale periodo la città, subendo prima l’occupazione nazista, poi la cruenta occupazione comunista titina, infine quella anglo-americana, versava altro sangue per il suo diritto d’appartenere all’Italia.

Il 3 novembre 1918 a Padova presso Villa Giusti, il Generale Weber von Webenau, Comandante del VI Corpo d’Armata austro-ungarico, sottoscriveva le clausole dell’armistizio impostegli dal Generale d’Armata Pietro Badoglio. La Grande Guerra era finita: quello stesso 3 novembre le truppe italiane entravano in Trento e i Bersaglieri sbarcavano a Trieste dalle unità della Squadra navale della Regia Marina, partite da Venezia in precedenza. Più precisamente alle ore 16.00 dello stesso giorno al molo San Carlo «approdò la Nave «Audace» prima col vessillo d’Italia», così come recita l’iscrizione che si legge sulla rosa dei venti posta all’estremità del molo stesso, in seguito ribattezzato «molo Audace», a ricordo dello storico avvenimento. Il Presidente del Comitato di Salute Pubblica Alfonso Valerio, futuro Sindaco della città redenta, consegnava Trieste nelle mani

del Generale Carlo Petitti di Roreto, che ne prendeva possesso in nome del Regno d’Italia e di Re Vittorio Emanuele III. Il Litorale austriaco, l’Österreichisches Küstenland, non esisteva più, così come non esisteva più la città imperiale di Trieste, che diventava italiana. Significativo e toccante è l’articolo del giornalista e scrittore Arnoldo Fraccaroli, collaboratore del giornale di trincea «La tradotta», che fotografa

A sinistra. Regia Nave «Audace» a Trieste. Sopra. L’arrivo a Trieste del Re d’Italia Vittorio Emanuele III e del Generale Armando Diaz sul Cacciatorpediniere «Audace». In apertura. Artiglierie italiane sfilano su Piazza dell’Unità a Trieste.

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«L’entrata delle truppe italiane a Trieste»: «Ora siamo vicinissimi: Trieste appare tutta. Ci prende una frenesia di avvicinarci, di arrivarci, di scendere, di sfogare in grida altissime questa irrequietezza intensa come uno spasimo. Una barca ci viene incontro: ha una grande bandiera tricolore a poppa. Gli uomini che porta a bordo ci fanno grandi saluti. Ecco Trieste: il porto franco, i magazzini. Un razzo verde si leva dalle colline. L’“Audace” punta verso il molo. Trieste appare tutta uno sventolio di bandiere. È una vertigine di tricolori. E appena ci avviciniamo in modo da poter distinguere bene, vediamo sulla riva, sulle banchine, sulla Piazza Grande uno spettacolo maestoso, impressionante. Riva, banchine, piazza, strade, finestre, tutte gremite di gente: una fascia scura che bordeggia l’acqua: immensa, enorme. Trieste ha adesso centoventimila abitanti. L’impressione è che tutti siano scesi verso il porto. E sopra la moltitudine fluttuano bandiere tricolori, senza fine. E folate di acclamazioni si levano. È l’anima di tutta Trieste che ci viene ad offrire il suo amore. E noi le arriviamo proprio nel giorno di San Giusto: il giorno della sua festa. Una commozione infantile ci prende tutti. Si risponde ai saluti urlando, e si piange. I marinai, storditi, si arrestano nelle manovre. Ondate di commozione squassano la folla e arrivano a noi con impeto di raffiche. Il Generale Petitti, questo soldato che non ha mai tremato dinanzi al nemico, è sbiancato dall’emozione: i suoi occhi sono lucidi di lacrime. Si volta all’avvocato Ara, triestino, che è a bordo con noi, pare che voglia dirgli qualche cosa: ma subito, vinto dalla commozione, si piega su di lui e lo bacia. Quando attracchiamo al molo San Carlo sono le 16,20. Un solo urlo si leva dalla moltitudine: Viva l’Italia! E la massa enorme si spinge verso il molo, ha fremiti giganteschi. Nella fiumana di popolo le bandiere infinite sono agitate come da una bufera. È un delirio; è una frenesia. “Da oggi i nostri morti non sono morti!” grida da prua con la

Fanciulle con omaggi floreali attendono l'arrivo di Re Vittorio Emanuele III su una bitta del molo di Trieste.

sua voce tonante il Generale. E la massiccia figura troneggia dall’alto sulla folla. “Viva l’Italia! Benvenuti! Finalmente!” grida in tumulto Trieste. E su tutto sovrasta la parola dolcissima “Fratelli! Fratelli!”.... Dalla torre di San Giusto sventola la bandiera donata dalle donne di Trieste. E il campanone storico diffonde sulla città i suoi rintocchi gravi». Con la firma del Trattato di Rapallo del novembre 1920, Trieste passò definitivamente all’Italia, inglobando, nel proprio territorio provinciale, zone dell’ex Principesca Contea di Gorizia e Gradisca, dell’Istria e della Carniola. L’arco temporale tra la fine del primo conflitto mondiale e l’inizio del secondo, fu segnato da numerose difficoltà per la città di Trieste: il regime fascista e la crisi economica del ’29 contraddistinsero tale periodo. L’economia della città fu colpita, infatti, dalla perdita del suo secolare entroterra economico; ne soffrì soprattutto l’attività portuale e commerciale, ma anche il setto-

Truppe italiane sfilano su Piazza dell’Unità a Trieste.

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re finanziario. Trieste perse la sua tradizionale autonomia comunale e cambiò anche la propria configurazione linguistica e culturale; quasi la totalità della comunità germanofona lasciò, infatti, la città dopo l’annessione all’Italia; con l’avvento del fascismo l’uso pubblico delle lingue slovena e tedesca fu proibito e vennero chiuse le scuole, i circoli culturali e la stampa della comunità slovena. Moltissimi sloveni così emigrarono nel vicino Regno di Iugoslavia. Dalla fine degli anni venti, cominciò l’attività sovversi-

Alla fine del secondo conflitto mondiale Trieste era pronta a festeggiare la pace come ogni altra parte d’Italia. I Volontari della Libertà e gli uomini del Comitato di Liberazione Nazionale guidati da don Marzari, avevano preso il controllo della città, sottraendolo alle truppe tedesche e con la mediazione del Vescovo Monsignor Santin erano riusciti anche a salvare il porto e le altre strutture della città. Ma la realtà che i triestini scoprirono la mattina del 1° maggio 1945 fu dura e crudele. I nuovi arrivati, le truppe comuniste iugoslave del Maresciallo Tito, non erano portatrici di pace, erano invece oppressori quanto e più delle truppe naziste che erano appena andate via e che per due lunghissimi anni avevano governato la città. Le truppe titine iniziarono a dare la caccia a migliaia di triestini, agli uomini del C.L.N., agli ex fascisti, agli esponenti dei movimenti politici, con un meccanismo perverso di pura casualità. Per un lunghissimo mese Trieste visse questa sorta di mattanza. Migliaia di suoi figli per mano della cosiddetta Milizia Popolare sparirono e non

A sinistra. La folla festante a Trieste. Sotto. Triestini in attesa del Re d’Italia.

va dell’organizzazione antifascista e irredentista sloveno-croata TIGR, con alcuni attentati dinamitardi anche nel centro cittadino. Nel periodo che va dall’armistizio dell’8 settembre 1943 all’immediato dopoguerra, Trieste fu al centro di una serie di vicende che hanno segnato profondamente la storia del capoluogo giuliano e della regione circostante. Con la nascita, il 23 settembre 1943, della Repubblica Sociale Italiana le sorti di Trieste vennero assoggettate alla volontà della Germania nazista che la occupò senza alcuna resistenza e la rese, insieme a tutta la Venezia Giulia, una zona di operazioni di guerra, Operationszone Adriatisches Küstenland (OZAK), alle dirette dipendenze del Gauleiter di Carinzia Friedrich Rainer. Durante l’occupazione nazista di Trieste, la Risiera di San Sabba, stabilimento per la pulitura del riso edificato nel 1913, venne impiegata come campo di prigionia e di smistamento per i deportati in Germania e Polonia e come campo di detenzione ed eliminazione di partigiani, detenuti politici ed ebrei. Si tratta dell’unico campo di concentramento nazista presente in territorio italiano. In seguito, nei primi anni Cinquanta, la Risiera fu usata come campo profughi per gli esuli istriani, fiumani e dalmati in fuga dai territori passati alla sovranità Iugoslava.

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fecero mai più ritorno. Buona parte di costoro finì in quelle nere cavità carsiche che portano il nome di «foibe». Il macabro rituale era ben definito: le vittime venivano legate a due a due, portate sull’orlo della voragine e poi a uno dei due veniva sparato un colpo alla nuca affinché, cadendo, si trascinasse anche l’altro sventurato compagno nella voragine. Con tale tragico e barbarico rituale, che si concludeva peraltro con il lancio finale nella foiba di un cane nero sgozzato, sono state trucidate migliaia di italiani: il tutto a guerra finita. Nella Foiba di Basovizza - il Pozzo della Miniera che costituisce un po’ il simbolo di tutte le altre -


gli infoibati si è dovuto quantificarli con il più arido e crudele dei sistemi: cinquecento metri cubi di poveri resti umani. Le forze anglo-americane posero fine a tale scempio. Il Generale Harold Alexander, su indicazione di Winston Churchill, dopo la firma dell’accordo di Belgrado del 9 giugno 1945 che stabiliva la linea Morgan ovvero i nuovi confini, riuscì a ottenere il 12 giugno la smobilitazione dell’Armata Popolare di Liberazione della Iugoslavia e il passaggio della città a un «Governo Militare Alleato». Il 2 giugno 1946 gli italiani votavano il referendum e sceglievano la Repubblica ma i cittadini triestini non parteciparono alla consultazione referendaria a causa delle forti pressioni iugoslave su i Governi Alleati. Per calmare gli animi l’Allied Military Government of Occupied Territories (Governo militare alleato dei territori occupati) concesse il passaggio su Trieste del Giro d’Italia, ventinovesima edizione della «Corsa Rosa», la prima dopo la pausa bellica. Il 30 giugno, durante la tappa «Rovigo-Trieste», attivisti favorevoli all’annessione di Trieste alla Iugoslavia bloccarono la carovana del Giro a circa due chilometri a est di Pieris, ostruendo la strada con blocchi di cemento e bersagliando i corridori con lanci di chiodi e pietre. La Polizia della Venezia Giulia al seguito del Giro, composta da militari americani, intervenne per sgombrare la strada dai manifestanti, dai quali partì un colpo di pistola che ferì un agente. Ne scaturì uno scontro a fuoco con altri manifestanti, fino a quando la Polizia riuscì a disperdere la folla. L’organizzazione del Giro aveva già deciso di

Truppe statunitensi a Trieste.

Territorio libero di Trieste il 10/2/1947. Zona A

Territorio assegnato all’Italia il 5/10/1954.

Zona B

Territorio assegnato alla Iugoslavia il 5/10/1954.

Carta raffigurante la suddivisione in Zona «A» e «B» del territorio triestino.

dichiarare conclusa a Pieris la tappa, con tempi uguali per tutti i corridori, ma alcuni atleti, capeggiati dal triestino Giordano Cottur, insistettero per raggiungere comunque il traguardo, approntato nell’ippodromo di Montebello, dove furono acclamati e portati in trionfo dai triestini. Altra data significativa della questione triestina fu il 3 luglio 1946, quando Alcide De Gasperi, in qualità di Primo Ministro, dovette firmare a Parigi un trattato di pace con cui accettava, tra l’altro, la creazio-

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ne del Territorio Libero di Trieste comprendente la città, il litorale fino a Duino e parte dell’Istria fino al fiume Quieto. Tale territorio venne diviso in due zone: la Zona «A» (Trieste, Sgonico, Monrupino, San Dorligo della Valle, Duino-Aurisina e Muggia) amministrata dagli alleati e la Zona «B» (a sud di Muggia fino al Quieto) amministrata dagli iugoslavi. Nel febbraio 1947 la ratiUna giovanissima esule giu- fica del Trattato di liana. Parigi rese Trieste territorio libero confermando l’amministrazione della Zona «A» all’Allied Military Government - Free Territory of Trieste - British U.S. Zone e la Zona «B» alla Iugoslavia. Nella regione la situazione era sempre più incandescente; numerosi furono i disordini e le proteste degli italiani che culminarono con l’uccisione del Generale inglese Robin De Winton, Comandante delle truppe britanniche, da parte della professoressa Maria Pasquinelli. Il 15 settembre 1947, peraltro, le truppe iugoslave di stanza nella zona «B» tentarono di occupare Trieste, ma furono respinte dalle Forze Alleate. Negli anni successivi la diplomazia italiana cercò di ridiscutere gli accordi di Parigi al fine di ridefinire le sorti di Trieste, ma non ottenne alcun risultato. Nel frattempo continuavano scontri e disordini per le vie della città. L’8 marzo 1952 una bomba uccise alcuni manifestanti di un corteo di italiani. Nell’agosto-settembre

1953 il Governo italiano inviò truppe lungo il confine con la Iugoslavia e nel novembre successivo, in occasione di altri scontri con le truppe anglo-americane, si registrarono ulteriori vittime. Pierino Addobbati, Erminio Bassa, Leonardo Manzi, Saverio Montano, Francesco Paglia e Antonio Zavad caddero per Trieste italiana nelle giornate del 5 e 6 novembre 1953 e nel 2003 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi li ha insigniti della Medaglia d’Oro al Valor Civile con la seguente motivazione:

Una giovane triestina sventola il Tricolore.

«...Animati da profonda passione e spirito patriottico partecipavano ad una manifestazione per il ricongiungimento di Trieste al Territorio nazionale, perdendo la vita in violenti scontri di piazza. Nobile esempio di elette virtù civiche e amor patrio, spinti sino all’estremo sacrificio...». Negli anni del dopoguerra il popolo di Trieste aveva sofferto più di ogni altro e aveva atteso con ansia e trepidazione le decisioni generate dalla diplomazia. Persi i territori dell’Istria, del Quarnero e della Dalmazia, si sperava che il Territorio Libero di Trieste, creato con il Trattato di Pace del 10 febbra-

Bersaglieri appena entrati a Trieste per la seconda volta italiana.

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io 1947, potesse essere restituito integralmente all’Italia, in ragione della scelta occidentale e atlantica di De Gasperi. Ma la Guerra Fredda fra est ed ovest, la rottura fra Tito e Stalin, le difficoltà politiche internazionali contribuirono a rallentare l’auspicato processo di ricongiungimento. Con il Memorandum di Londra del 5 ottobre 1954 la decisione franco-anglo-statunitense di trasferire l’amministrazione della Zona «A» (da Duino a Muggia) del Territorio Libero di Trieste alla Repubblica

lutti. Per la gente comune si trattò della fine di un incubo, la gioia di poter legittimamente annodare al collo la Bandiera italiana e di cantare «Le Campane di San Giusto». Paolo Emilio Taviani, allora Ministro della Difesa, annotò nel suo diario ricordando quel 26 ottobre: «Bersaglieri e Marinai italiani sono entrati in Trieste. L’abbraccio della folla - poichè di vero e proprio abbraccio si è trattato - è stato così appassionato e strabocchevole, da rendere impossibile la prevista cerimonia ufficiale del passaggio dei poteri. Travolti tutti i cordoni. Scene di delirio. Le ragazze triestine impazzite. L’entusiasmo dei giovani e degli anziani ha accomunato - di là dalle differenze di generazione, di ideologia e di partito - tutta Trieste in un’unica famiglia, nel suo ricongiungimento con la grande famiglia: l’Italia». Il Vescovo di Trieste Monsignor Antonio Santin si espresse nell’omelia pronunciata il 4 novembre del 1954 alla presenza del Presidente Einaudi con queste parole: «...oggi è giorno di gioia. Essa è schietta e grande, perché nasce dall’amore.

Sopra. Bronzo commemorativo dell’ingresso dell’«Audace» a Trieste, il 3 novembre 1918. A destra. Un Cacciatorpediniere della Marina Militare ormeggiato nel porto di Trieste il 26 ottobre 1954.

Italiana, divenne realtà. La Zona «B» (da Ancarano al fiume Quieto) sarebbe rimasta alla Iugoslavia. Alcuni piansero, altri ringraziarono Iddio. Il 26 ottobre 1954, dopo tre settimane dal Memorandum di Londra, vi fu l’entrata trionfale dei Bersaglieri a Trieste e successivamente delle autorità politiche italiane che ne assunsero l’amministrazione. Il Tricolore d’Italia tornò a sventolare sul Palazzo del municipio in Piazza dell’Unità. Una folla immensa di cittadini, piena di entusiasmo e di commozione, scese quasi di corsa per le vie del centro convergendo così sulle rive e sulla piazza, per salutare il ritorno della madrepatria nella più italiana delle città italiane, dopo undici anni di incertezze e di presenze straniere. Tedeschi, iugoslavi, americani e inglesi si erano avvicendati a Trieste, gestendo nel bene e nel male l’amministrazione della città, lasciando alle spalle anche tragedie, incomprensioni, vendette, rimpianti,

Trieste ama l’Italia. Quante volte abbiamo sentito ripetere: ritorni qui la Patria, il resto non c’importa. Questa è la grande verità che commuove ed esalta tutti: è ritornata la Madre. Quando ritorna la Madre la casa è piena di luce, tutto sembra più bello, tutti diventano più buoni e si sentono sicuri; è il miracolo della Madre, il miracolo che Trieste vive in questi giorni...». Oggi, con la Legge 30 marzo 2004, n. 92 «La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel Secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale...». Giuseppe Fernando Musillo Tenente Colonnello, Caporedattore di «Rivista Militare»

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L’UNITA’ D’ITALIA “LA RIVISTA MILITARE” RACCONTA  

Autori: selezione di articoli pubblicati su Rivista Militare. Edizioni speciali edite da Rivista Militare 2011

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