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Anno I, n. 2/3 del 01 dicembre 2010

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ELIA E LA PITTURA UNIVERSALE

9 772038 342001

In questo numero: Natalino Balasso Romolo Cacciatori Daniele Capra Milena Dolcetto Sergio Garbato Germana Lorenzetti Stefano W. Pasquini Andrea Pirani Aldo Rondina Jahangiri Shahnaz Sergio Sottovia Vainer Tugnolo Marcella Valbusa Margherita Vanore Roberta Veronese


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MARCEGAGLIA

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Nuovo polo turistico e divisione di uno dei più importanti gruppi industriali al mondo, MARCEGAGLIA tourism gestisce attualmente tre assets turistici: l’isola di Albarella situata nel Parco del Delta del Po, Pugnochiuso nei pressi di Vieste sul promontorio del Gargano e Le Tonnare di Stintino sulla costa nord-occidentale della Sardegna.

S.p.A. Guerrato S.p.A. - Viale delle Industrie, 8 - 45100 ROVIGO (Italy) - Tel. +39 0425 473111 - www.guerrato.it - info@guerrato.it Opere eseguite:

Nata nel 1935, Guerrato è oggi una consolidata realtà imprenditoriale operante sia sui mercati nazionali che esteri con attività nei settori del Project Financing, Facility Management, progettazione integrata, realizzazione di opere civili, soprattutto ospedali, impianti tecnologici e speciali, ricerca e sviluppo di energie alternative.

La mission di MARCEGAGLIA tourism è stile di vita per tutta la vita = Creazione di ... valore. MARCEGAGLIA tourism vuole proporsi come punto di riferimento europeo nel settore TURISTICO - CULTURALE - SPORTIVO, attraverso il miglioramento continuo della qualità dei servizi e la valorizzazione dell’ambiente. Intende perseguire gli obiettivi tramite un’organizzazione nella quale il gruppo dei collaboratori fa propri i valori di onestà, professionalità, apertura verso gli altri, di sensibilità verso il cliente e verso l’ambiente, creando armonia e gratificazione all’interno e all’esterno.

MARCEGAGLIA tourism ... il ponte ideale verso il futuro. Bolzano Accademia Europea

Albarella Parigi Hotel Intercontinental

Partendo dalla progettazione e realizzazione d’impianti tecnologici, tradizionale segmento di attività, Guerrato ha affrontato con crescente spirito imprenditoriale le sfide dell’ultimo cinquantennio. Presente con sedi operative in tre continenti facenti capo alla storica sede centrale di Rovigo, Guerrato conta oggi su una nutrita squadra di tecnici, composta da project manager, project engineer e da un solido apparato produttivo con risorse impiegate direttamente nei cantieri nazionali ed esteri distribuiti tra Italia, Europa e Africa. Rivolta sempre al miglioramento della qualità dei prodotti e servizi offerti, GUERRATO ha ottenuto importanti certificazioni che attestano le conformità ai requisiti di legge, necessarie per svolgere attività di gestione e cantieristiche (di tipo edile, meccanico e impiantistico) nella piena adesione ai migliori standard di qualità e sicurezza.

Pugnochiuso

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Natitingou Benin Dispensario

Bassano Sottocentrale Termica

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SOMMARIO RUBRICHE

Taccuino futile - Natalino Balasso.....................................................................................7 Visti da lontano - Roberta Veronese..................................................................................9 Flash & News - Sergio Sottovia......................................................................................11 Visti da vicino - Jahangiri Shahnaz.................................................................................13

di Giribuola Luigi

Il Parco c’è ma non si vede - Sandro Marchioro..........................................................14

Direttore Responsabile: Sandro Marchioro - direttore@remweb.it

LUOGHI

Editore: Apogeo Editore - editore@remweb.it

Infrastrutture culturali - Margherita Vanore.....................................................................20 Sotto l’ascella del braccio sinistro di un’Italia senza testa - Monica Scarpari.........26 PAROLE

Toni Cibotto, l’estro tra le righe - Sandro Marchioro...................................................30 Cosa resta di Marino Marin - Sandro Marchioro.........................................................34 PALCOSCENICO

Il Polesine a teatro - Milena Dolcetto.............................................................................39 E ad Adria la stagione è questa..............................................................................43 SUONI

Jazz time - intervista doppia a Fabio Petretti e Marco Tamburini - Cristiana Cobianco.....44 FORME

Serena Fortin: emozioni nelle forme - Sandro Marchioro...........................................50 COLORI

Tra la caduta e la felicità - Elia e la pittura universale - Stefano W. Pasquini..........54 Elisa Rossi esercizi di intimità - Daniele Capra............................................................64 IMMAGINI

L’occhio di Antonioni sul Delta - intervista a Elisabetta Antonioni

- Vainer Tugnolo...68

PERSONAGGI

Romano Guarnieri un grande polesano dimenticato - Sergio Garbato...................71 STORIE

Giuseppe Mazzetto - Aldo Rondina..............................................................................74 PASSATO REMOTO

Xanto - Andrea Pirani......................................................................................................77 SAPORI E SAPERI

Tartufo: Re della tavola... - Romolo Cacciatori............................................................81 Crema di patate con uova di quaglia e tartufo - Germana Lorenzetti.......................84

ADRIA (RO) Via Marconi, 33/B Tel. e Fax 0426 22063

Anno I, n. 2/3 del 01 dicembre 2010 Autorizzazione del Tribunale di Rovigo n. 3/2010 del 23/02/2010

ATTUALITA’

BICICLETTE E ACCESSORI

www.remweb.it

Coordinamento Editoriale: Cristiana Cobianco, Monica Scarpari, Paolo Spinello Grafica e Impaginazione: Michele Beltramini Stampa: Grafiche Nuova Tipografia - Corbola (Ro) Tel. 0426.45900 Ufficio stampa: Milena Dolcetto Blog e Social Network: Sabrina Donegà Hanno collaborato a questo numero: Natalino Balasso, Romolo Cacciatori, Daniele Capra, Milena Dolcetto, Sergio Garbato, Germana Lorenzetti, Stefano W. Pasquini, Andrea Pirani, Aldo Rondina, Jahangiri Shahnaz, Sergio Sottovia, Vainer Tugnolo, Marcella Valbusa, Margherita Vanore, Roberta Veronese. Il responsabile del trattamento dei dati raccolti in banche dati di uso redazionale è il direttore responsabile a cui, presso Apogeo Editore di Paolo Spinello - Corso Vittorio Emanuele II, 147 45011 ADRIA RO, Tel.0426 21500, Fax 0426 945487, ci si può rivolgere per i diritti previsti dal D.Lgs.196/03. Iscrizione al Registro degli operatori di comunicazione (ROC) n.19401 del 14/04/2010 Copyright - Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte della rivista può essere riprodotta in qualsiasi forma o rielaborata con l’uso di sistemi elettronici, o riprodotta, o diffusa, senza l’autorizzazione scritta dell’editore. Manoscritti e foto, anche se non pubblicati, non vengono restituiti. La redazione si è curata di ottenere il copyright delle immagini pubblicate, nel caso in cui ciò non sia stato possibile l’editore è a disposizione degli aventi diritto per regolare eventuali spettanze. Numero chiuso in redazione il 16/11/2010 ISSN 2038-3428 Ci trovi su:

PROGETTI

La biblioteca di Mimì - Marcella Valbusa......................................................................87 Ringraziamo Andrea Fantinati e il Fotoclub di Adria per la collaborazione e la concessione di molte foto pubblicate in questo numero. Tali foto sono date in utilizzo GRATUITO per l’inserimento nella rivista REM. Tutti gli altri utilizzi sono interdetti, ai sensi della Legge 633/41 e successive modifiche, e ai sensi del Trattato Internazionale di Berna sul Diritto d’Autore. Ai sensi del DPR 19/79, è fatto OBBLIGO la menzione del nome dell’autore delle immagini nella pubblicazione. 5


RUBRICA

Taccuino futile

Arare o apparire

di Natalino Balasso

il campo in diagonale anzichè in forse sto parlando di qualcosa di perpendicolo, perché il trattore ilpiù personale. Quando sento aclumina una porzione del campo e costare l’eleganza di una donna non si ha un’immagine del tutto. a quella di un felino, chessò, una Ed è proprio quella piccola porpantera ad esempio, non posso zione illuminata dai fari, un po’ fare a meno di pensare che le davanti, un po’ dietro il trattore pantere non si specchiano, sono. che ti dà il senso del maschio che Sono e basta. E non credo inteara, nella notte in cui la nenia del ressi tanto a loro di essere condiesel sembra eterna e l’aratro siderate eleganti. Qualche bravo penetra la madre filosofo mi direbbe scura rivelandone che in realtà tutto il solco. E’ lì che appare, anche ciò ...dovremmo l’uomo solo con un che sembra solo esinfinito non rivelato, sforzarci di essere sere e quindi avere è. E’ e basta, insela percezione di espiù che recitare sere percepiti non è guendo un compito che è svelato solo niente di ipocrita, è il ruolo che gli quando è compiuto: solo una presa di altri ci hanno il termine dell’aratucoscienza. Eppura è il termine del re mi dico che doassegnato campo. Seduto sul vremmo sforzarci di parafango credo di essere più che reciaver avuto l’esprestare il ruolo che gli sione di quel moscone raccontato altri ci hanno assegnato. Ciascuda Esopo, che si posa sul corno no ha un proprio modo di essere di un bue che sta conducendo uomo, di essere madre, di essere l’aratro. Un rospo che sospira ai dottore, di essere vigilessa. Tenmargini del campo vede il moscodiamo però a tradire quello che ne in cima al corno e gli chiede: sarebbe il nostro personale modo “Che ci fai lassù?” e il moscone, di essere quello che siamo, per dandosi una certa importanza, non disattendere la categoria a risponde: “Non lo vedi? Stiamo cui ci sentiamo di appartenere, arando!”. per apparire ciò che gli altri si Insomma, credo di avere avuto la aspettano dal nostro “vestito”. percezione del limite tra l’essere Ovviamente sto parlando di un e l’apparire proprio in quei franvestito metaforico perché, diciagenti. Certo, anche in campagna, molo pure, spesso anche i nudisti nei giorni di festa, si utilizzava un sono vestiti da nudisti. certo abbigliamento perché “... el Forse dovremmo passare tutti par bon” e alle ragazze che non qualche ora sul trattore. s’interessavano del proprio aspetto, i genitori ripetevano “Te vesti _______ * “Vesti una fascina, sembra una regina” ‘na fassina, ea pare na rejìna”*;

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no dei rari momenti nei quali un uomo si sente maschio è quando va ad arare di notte. A pochi succede e a me è successo qualche volta intorno ai quindici anni. A dire il vero il trattore (coi cingoli) lo guidava per lo più mio padre ed io me ne stavo seduto sul parafango e davo genericamente una mano, immagino che lui mi portasse con sé per non addormentarsi. E lì è un attimo perdere i punti di riferimento e arare

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RUBRICA

Visti da lontano

ICONA DEL TUO PRESENTE

Vie E. Filiberto, 30 ADRIA (RO) Tel. 0426.900455 Fax 0426.944560 info@adriautosnc.com

La cultura dell’accoglienza di Roberta Veronese

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el suo libro Vicevita. Treni e viaggi in treno, Valerio Magrelli definisce i viaggi in treno una sorta di surrogato della vita, momenti in cui, più che vivere, aspettiamo di vivere, attese, nel corso delle quali resta il tempo per rinnovare lo sguardo ed imparare, di nuovo, a meravigliarsi. Nella vita mi è capitato di prendere innumerevoli treni, a breve o a lunga percorrenza, ad alta e a bassa velocità, espressi notturni, tgv e interregionali. Nel mio lungo curriculum di passeggera, il treno regionale che percorre la linea Rovigo - Chioggia, è stato il mezzo di trasporto che ha accompagnato ogni mio ritorno in Polesine. Un micro viaggio di 25 minuti per guardare fuori da un finestrino impolverato, 25 minuti di sospensione per riabituare l’orecchio ai suoni del dialetto mentre realizzo che sto per tornare a casa. Entrare in una delle sue carrozze, è come fare ingresso in una dimensione parallela, dove

sembra che il tempo si sia fermapasseggiata per i centri delle città to, unico cenno di modernità la polesane per accorgersene, basta voce elettronica che ora segnala, andare al mercato, nelle scuole, anche in inglese, l’arrivo ad ogni nei bar, per comprendere che questazione. Fuori dal finestrino, una sto non è un fenomeno destinato a sorta di no man’s land fatta di case placarsi, ma bensì ad estendersi. coloniche decapitate, uno scenaNell’immaginario collettivo il Porio scarno che ben si presterebbe lesine sembra inossidabilmente lecome location per uno spaghetti gato all’alluvione del ‘51, una trawestern in salsa padana. Durangedia cronicizzata, che saremo in te i tempi morti passati in treno, grado di rimarginare solo quando in cui il viaggio si sostituisce alla sapremo ridefinire i confini della vita, ho avuto l’ocnostra identità. Mi casione di stupirmi auguro che i miei e di riconsiderare concittadini e le I luoghi sono il rapporto tra il autorità che gestigomitoli del tempo territorio e chi lo scono il territorio che si è avvolto abita. Tutti i tratti di siano in grado di quell’immobilismo leggere il presente su se stesso. paesaggistico, meaffiancando, a neScrivere è sdipanare tafora e preludio cessarie politiche questi fili, disfare di un panorama di sviluppo econocome Penelope economico-sociale mico, altrettanto il tessuto della storia. chiuso e ripiegato fondamentali praClaudio Magris Microcosmi su se stesso, erano tiche di inclusioin netta contraddine sociale. Non zione con il brusio esistono teorie e di voci, e lingue modelli di intestraniere, che animavano il vagone grazione perfetta, l’immigrazione del treno. La massiccia presenza di è un tema complesso e incandecittadini di origine straniera, in un scente attorno al quale i governi piccolo treno frequentato di norma sembrano proporre il peggio di sé, da pendolari, mi è apparso come “volevamo braccia, sono arrivati l’evidente segnale che il nostro teruomini”, scriveva Max Frisch più ritorio si è nostro malgrado trasfordi trent’anni fa sintetizzando con mato, raggiungendo gli standard questa frase l’ostilità dei cittadini multiculturali del resto d’Italia. Cersvizzeri verso gli immigrati italiani. to il Polesine non è stato investito Da allora è difficile stabilire quanto dal boom economico del nord est, sia veramente cambiato in materia locomotiva d’Italia, non è stato indi diritti; se si ripensa ai recenti fatvaso, come direbbe qualcuno, da ti di Rosarno, si ha la percezione orde di migranti, ma anche questa di una vera e propria regressione, striscia di terra tra Adige e Po, da eppure per comprendere la portazona storicamente considerata ta del fenomeno basterebbe camd’emigrazione, si sta lentamente biare sguardo, linguaggio e come ed inequivocabilmente trasformaninsegna Gian Antonio Stella, coltido in territorio d’immigrazione vare l’uso della memoria, in Polesie di accoglienza. Basta fare una ne, come altrove.

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RUBRICA

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Flash & News

WINE & FOOD

Feste di compleanno e laurea, rinfreschi

Umberto Maddalena e Boris Padovan: due storie polesane di Sergio Sottovia

Stavolta le nostre storie traggono spunto da un parallelo, anzi… due. Quello del Polo Nord visto da Umberto Maddalena e quello del Polo Sud visto da Boris Padovan. Due storie agli antipodi, ma con un solo comune denominatore: il nostro Polesine. E che vi raccontiamo partendo da ieri (col pilota Umberto e la “tenda rossa”) per arrivare a oggi (con l’astronomo Boris e Concordia Base).

Piazza Grotto, 11 ADRIA (RO) Stefano 340 4631848 Luca 339 1947083

E

ra il 20 giugno 1928 quando il “polesano da Bottrighe” Umberto Maddalena, comandante del primo apparecchio inviato in soccorso della spedizione polare diretta da Ronald Amundsen, riuscì a rintracciare la “Tenda Rossa” del generale No-

bile e i disperati naufraghi del dirigibile “Italia” precipitati sulla banchisa polare. Ne hanno fatto anche un film drammatico, ma per Umberto (il figlio del medico Ettore e della maestrina Francesca) quel viaggio al Polo Nord era in linea con la sua formazione professionale. Quella di Umberto Demetrio Virgilio, nato a Bottrighe il 14 ottobre 1894, gioventù a Pettorazza, diplomatosi Capitano di lungo corso al “Paolo Sarpi” di Venezia, arruolatosi quindi nella Marina mercantile per navigare sugli oceani fino alle lontane Americhe. Rientrato in patria, l’Umberto polesano frequenta l’Accademia navale di Livorno e, da pilota di idrovolanti, partecipa “con ardimento e perizia” ad importanti operazioni militari della prima guerra mondiale. Poi - recitano le cronache - sarà “tra i cieli di tutta Europa, pilota prestigioso per la nostra industria”. Tutto propedeutico quindi al suo famoso “viaggio al Polo Nord”. Una storia da grande aviatore, la sua. Tant’è che nel 1931 conquisterà per l’Italia il primato di durata e distanza (km 8.188,800) in circuito chiuso con 67 ore ininterrotte di volo. Quello che dirige e organizza il corso per “Atlantici”, e da pilota partecipa coll’idrovolante S 55 I Madd. alla prima Crociera aerea transatlantica (Orbetello-Rio de Janeiro). Purtroppo il 19 marzo 1931 Umberto troverà la morte (assieme a due compagni) in un tragico incidente di volo, in località Mezza Spagna di Marina di Pisa. Adesso, nel Terzo Millennio, c’è un altro polesano che è approda11

to sulla calotta polare. Parliamo di Boris Padovan, figlio del crespinese papà Giancarlo, che è andato però agli antipodi. Cioè al Polo Sud, là nell’Antartide. Per una storia moderna, da astronomo per il “Winter Over 2010”, là a Concordia Base. Per un parallelo che ho ricordato mandando allo stesso Boris una mia foto sotto il monumento di Umberto Maddalena a Bottrighe. Ovviamente una storia da tempi moderni, quella di Boris Padovan, laureatosi in astronomia all’Università di Padova (sua città natale) e che poi ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze e Tecnologie Spaziali tra Padova  e il Center for Space Research dell’Università del Texas, ad Austin. Base di lancio (dopo 4 anni di esperienza aziendale informatica) per “Antartide & Concordia Base”, dove va nel dicembre 2009 come tecnico informatico e telecomunicazionista. Spiega così Boris il suo Winter Over: “Dovrò curarmi del buon funzionamento di progetti scientifici rivolti a studi atmosferici, sul campo geoelettrico, sulla riflettività del ghiaccio e progetti di ricerca astronomica”. Ma guardate la foto antartica di “Running Man”: sulla sua maglietta c’è il logo del “Delta del Po” meritata a Taglio di Po. Perché lui, il Boris che da Concordia Base parla di emozione scientifica assieme agli altri 13 Antarctics Boys, è pur sempre il podista “figlio di Fetonte” orgoglioso di essere Made in Polesine, tant’è che in foto by Antartide lui certifica “Crespino km 15.360”, cioè 45 km più vicina di Padova.


RUBRICA

Visti da vicino

delle mie figlie tenendole d’estate sto è una comunità che ha i suoi a Padova; per questo motivo ogni pregi e i suoi difetti. Ma voglio anno per tre mesi mi trasferivo parlare solo di cose belle. Penso con il lavoro nell’isola di Albarelche se riuscissimo a fare a meno la. Lì ho conosciuto molta gente di una certa propaganda, che di Adria e su loro indicazione ho mette in evidenza e fa vedere soldeciso di visitare questa città: ritanto l’orrore dell’immigrazione, cordo bene quel giorno, era una tutto sarebbe diverso. Del resto domenica, ed il centro della città la responsabilità, come per legera piacevolmente ge, è individuale, affollato di persoindipendentemenne. Mi è piaciuta te dall’etnia, dalla subito, mi sono ine dalla ...è conoscendosi religione formata per l’istrunazionalità. Come che ti accorgi di posso definire i Pozione delle mie figlie. C’era tutto, dal quante cose belle lesani? Soltanto vi teatro al conservaposso dire come puoi imparare e torio: insomma una vorrei che fossero: serie di possibilità anche insegnare vorrei che il Polesiche mi mettevano a ne fosse con tutta la disposizione un’amsua popolazione, pia scelta. immigrati compreNell’estate del 2001 ci siamo trasi, meno egoista e più attento nel sferiti ad Adria; come tutte le imgiudicare; inoltre credo che domigrazioni è stata dura, ma non è vremmo essere tutti più empatici. durata tanto. Abbiamo conosciuVorrei che rompessimo la gabto un adriese adottivo, Francebia dei pregiudizi, rispettandoci sco Scidà, meglio conosciuto col gli uni con gli altri, che fossimo nome di “Barone”, che ci ha dato più generosi e più uniti per poter la possibilità di conoscere da suaiutare chi ha bisogno di essere bito la faccia migliore di Adria. sostenuto nel suo percorso. In fonIn questa città abbiamo trovato do viviamo in un unico territorio, un grande tesoro. Purtroppo, tutti insieme dovremmo lottare per dopo pochi anni, la sua morte ci avere più diritti per tutti e per gaha lasciato con l’amaro in bocca, rantire un futuro migliore ai giovama i bellissimi ricordi li portiamo ni. Vorrei un Polesine più “apersempre con noi. Dopo i suoi futo” perché è conoscendosi che ti nerali ricordo che mia figlia, che accorgi di quante cose belle puoi allora aveva sette anni, nel diario imparare e anche insegnare. Voraveva scritto: “Come faremo senrei che passasse il messaggio che za di lui!”. Devo dire che ancora il territorio è di tutti coloro che lo non riesco a controllare le mie amano. Vi ringrazio per avermi emozioni. Abbiamo avuto anche offerto questo spazio e la possibiesperienze tanto negative: del relità di potermi esprimere.

Vorrei un Polesine più aperto di Jahangiri Shahnaz

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ono nata in Iran nel 1959 e ho frequentato le scuole a Shiraz, città famosa prima per l’arte e i fiori, e poi per la sua università che è una delle più importanti del medioriente e del mondo. A trenta chilometri da questa città, che supera il milione di abitanti, ci sono le rovine di Persepolis, una delle principali testimonianze della grande fioritura della civiltà persiana, che richiama migliaia di turisti tutto l’anno. Per diversi motivi nel 1988 sono venuta in Italia; ho vissuto 10 anni a Padova, dove mi sono iscritta all’università, mi sono sposata e ho avuto due bambine. Gestivo un negozio di manifatture persiane. Per la mia formazione culturale ed educativa non volevo sacrificare la vita

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ATTUALITA’

Il Parco c’è, ma non si vede

REM

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i può percorrere il testo di una legge usando le chiavi interpretative che si usano, solitamente, per comprendere un testo letterario o, più estesamente, artistico? Non, cioè, con l’ottica del leguleio o del politico, ma di chi, partendo da un discorso prettamente culturale, voglia verificare se quel testo abbia realizzato o meno le sue aspirazioni di partenza, riuscendo a realizzare le sue premesse ideali e dando loro una forma compiuta. La sfida è intrigante ed ho provato ad applicarla alla Legge Regionale n. 36 del 1997, quella che prevede l’istituzione del Parco del Delta del Po veneto. Nel testo, la legge 36 è molto bella: sono soprattutto i primi due articoli a determinarne il respiro, a raccontare la presa di coscienza di un territorio che ha capito il proprio valore e lo vuole difendere, tutelare, promuovere. Da lembo di terra produttivamente marginale il Delta, nelle prime righe della legge, diventa protagonista; si pone come personaggio principale di un racconto lungo secoli, a cui si riconoscono l’assoluta originalità, un tessuto fatto di terra e acqua sempre confuse e dai confini sempre mutevoli e incerti. Un tessuto fragile, che ha determinato storie e vicende umane, ambienti e paesaggi irripetibili. In una parola: cultura, nel senso più ampio e aperto del termine. Se è vero che la cultura di un popolo rappresenta la sua vita materiale e spirituale è altrettanto vero che essa è sempre fragile, i suoi lembi si strappano facilmente perché è soggetta all’usura del tempo, alla sua forza disgregatrice. Ed il solo modo per opporsi allo sfacelo, alla dispersione, è che la stessa cultura produca la consapevolezza della propria unicità e la difenda; fissando regole e principi, inducendo modelli di comportamento, spazi di tutela, argini di difesa. Nei suoi primi due articoli la legge 36 induce tutto questo, lo fa con lo stile burocratico con cui sono scritte tutte le leg-

di Sandro Marchioro foto di Andrea Fantinati

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REM

MOBILDELTA Arredamenti dei F.lli Donà

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gi ma dietro si intravede, neanche tanto in filigrana, la passione degli uomini che l’hanno dettata. Uomini che il Delta lo hanno conosciuto ed amato, e dal quale sono stati evidentemente ispirati. Tutela, recupero, valorizzazione, conservazione; il racconto della legge esordisce con queste parole belle, calde, dense. Subito dopo si parla di “caratteri naturalistici, storici e culturali” del territorio del Delta: sono questi che bisogna custodire e tutelare, mantenere vivi e sani. Non solo perché li riconosciamo come importanti: ma anche perché, sapendoli gestire, questi elementi possono diventare motori dello “sviluppo economico, sociale e culturale delle comunità locali insistenti in tali territori” (lo si legge nell’articolo 2). Anche la parola “comunità” è molto bella: dà l’idea di un gruppo umano solido e

solidale, che condivide i propri destini con quelli del paesaggio in cui vive i propri giorni. Poi, in 13 punti, la legge definisce meglio cosa debba significare questa tutela. Ad esempio la gestione delle zone umide, la promozione di un turismo di visitazione, la tutela dell’ambiente naturale in tutti i suoi aspetti, la fruizione del territorio “a fini ricreativi, scientifici, culturali e didattici”. Come dire: qui nel Delta ci si può divertire, ma anche imparare. Perché questo paesaggio e chi lo ha abitato per secoli qui hanno seminato anche valori che non devono essere sperperati, ma devono anzi essere trasmessi perché sono pieni di potenzialità educative: possono, cioè, rendere migliori le nostre vite e quelle dei nostri figli. E’ proprio in questi passaggi che la legge trasforma il racconto del Delta nel racconto di un’opera d’arte natu17

rale. E lo fa con un elenco semplice e piuttosto efficace delle cose da fare. Dal Capo II in poi (“Strumenti di attuazione”) la legge 36 pone le premesse del proprio suicidio: l’attuazione del Piano del Parco, lo strumento, cioè, con il quale materialmente si devono realizzare tutte le cose belle che si sono raccontate prima, nel Capo I (Norme Generali). Perché accade questo? Perché le premesse non si realizzano, come accade in molti bei romanzi che partono bene, costruiscono una trama e dei personaggi credibili ed entusiasmanti e poi invece non tengono, diventano vuoti e capziosi? E’ troppo semplice dare la colpa alla politica e a chi ha amministrato il Parco in questi anni. Certo, se si pensa che la legge prevedeva che il Piano del Parco venisse realizzato entro 18 mesi dall’entrata in vigore


ATTUALITA’

foto di Andrea Fantinati

della legge, è evidente che le colpe sono ben individuabili, visti che di mesi ne sono passati circa 156, altro che 18. Ma la colpa più grave di chi ha gestito il Parco in questi tredici anni non è di non aver fatto nulla (è innegabile che è stato fatto qualcosa), ma di non aver fatto la cosa indispensabile: diffondere la cultura del Parco. Il ceto politico polesano (ed ovviamente non solo quello polesano) ha smarrito da tempo la grammatica di base del potere. Anche nella gestione del Parco, quindi, chi ha in mano le leve dell’amministrare lo fa in quanto appartiene ad un ceto politico, non ad un ceto dirigente: l’idea di dirigere, di portare verso un determinato obiettivo esiste ed è efficace solo se poggia su una base culturale che nel nostro caso manca del tutto. Questo che è un vero e proprio

dramma ha fatto sì che il Parco sia stato solamente gestito (più o meno come si gestisce una pro loco) ma non fatto vivere, non fatto diventare cultura del territorio partecipata e condivisa. Un bel quadro, un bel romanzo, un’ottima sinfonia diventano davvero opere d’arte quando smuovono la cultura e la proiettano in una direzione mai presa prima, quando introducono forme e contenuti innovativi. Ma, soprattutto, quando tutto ciò viene condiviso e riconosciuto da chi quelle opere le fruisce, le vive, ne dispone nel presente e nel futuro. Fino al paradosso di toccare e dare significato nuovo anche alle esistenze di chi non le conosce o non ne può apprezzare gli aspetti più profondi (Michelangelo, Vivaldi, Dante, “arrivano” anche a chi non ha mai avuto esperienza diretta o profonda delle loro opere). 18

Anche una legge vive lo stesso rapporto con il proprio tempo e con il tempo che viene. Ora, possiamo dire che la legge 36 che ha istituito il Parco del Delta del Po veneto ha penetrato e pervaso la mentalità della gente che nel Delta vive? Mi pare proprio di no. Nulla di più. I “sacerdoti” di questo territorio, gli appassionati custodi del Delta e delle sue peculiarità esistevano anche prima dell’Ente Parco ed esistono tuttora indipendentemente da esso. In definitiva, quindi, senza una cultura del Parco diffusa e condivisa questa realtà splendida e potenzialmente ricchissima di stimoli non decollerà nella maniera piena sperata da tutti coloro che questo territorio lo amano profondamente. Lasciando spazio ad una profonda, amara disillusione.

LA RADIO DI ROVIGO www.deltaradio.it


LUOGHI

REM

INFRASTRUTTURE CULTURALI Paesaggi e archeologie del Polesine di Margherita Vanore

La ricerca a cui si fa riferimento è pubblicata in “Infrastrutture Culturali. Percorsi di terra e d’acqua tra paesaggi e archeologie del Polesine” (a cura di M. Vanore), Padova, Il Poligrafo, 2010

connotano fortemente la struttura insediativa, come l’uso agricolo e industriale. Qui nuovi tratti infrastrutturali potrebbero intercettare e riformulare il ruolo di un vasto patrimonio culturale mettendo in atto adeguate strategie di valorizzazione. La ricerca “Infrastrutture culturali del Veneto. Percorsi di terra e d’acqua nei paesaggi dell’archeologia”1, ha voluto riconoscere, analizzare e proporre - soprattutto in rapporto all’interesse per le diverse testimonianze archeologiche ed in particolare per l’archeologia industriale - delle strategie di ri-significazione e ri-attivazione della “forma tecnica” ereditata, quale testimonianza del ruolo dei processi produttivi nella trasformazione e nella realtà culturale, sociale ed economica del territorio d’indagine. In questi termini lo studio si è avvalso di una lettura sistematica, a scale diverse, di tracce, manufatti, siti

e infrastrutture, connessi alle trasformazioni del territorio, patrimonio e memoria dei luoghi, come delle loro variabili e complesse identità. In Veneto la memoria del passato più antico, anche quando affidata a resti poco evidenti, appare spesso condensarsi nei tratti di diversi paesaggi, la cui bellezza è strettamente correlata ai sistemi ed alle relazioni tra gli elementi che li hanno definiti, come macchine idrovore, canali, argini, piccole architetture tecniche, masse arboree, filari d’alberi, case rurali, percorsi, tracciati. Una lettura iniziale estesa all’intera regione, ha progressivamente portato la ricerca alla scelta di concentrare l’attenzione sul Polesine di Rovigo, lì dove le intersezioni di percorsi antichi e nuovi tracciati viari si confrontano con la presenza di archeologie che potrebbero ancora costituire una risorsa culturaSistemi ambientali, insediativi e produttivi caratterizzanti la fascia di territorio polesano addossata all’argine sinistro del Po (disegno L. Mosca)

Reti della mobilità esistenti e previste nel Polesine di Rovigo (disegno A. Petrecca)

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e infrastrutture possono dare accesso alla conoscenza di un territorio e delle sue stratificazioni culturali, esserne allo stesso tempo veicolo d’interpretazione e parte integrante della struttura morfologica, se costruite in relazione ai luoghi più significativi ed ai paesaggi attraversati. Itinerari sorretti da reti di percorsi antichi, intrecciati a quelli esistenti o solo in progetto, correlati alle necessità di riqualificazione di diverse archeologie, hanno riportato l’attenzione di una ricerca (svolta presso l’Università Iuav di Venezia dal marzo 2009 al febbraio 2010) sul Polesine, territorio innervato da corsi d’acqua e vie navigabili, che ne 20

(1) Ricerca finanziata dal Fondo Sociale Europeo P.O.R. Veneto 2007-2013 “Investiamo per il vostro futuro” cod 005 DGR 1268/2008. Responsabile scientifico: Margherita Vanore - assegnisti: Sandro Grispan e Andrea Petrecca - tutor: Francesca Zannovello – partners: Cantiere nautico Cavalier (Venezia), Veneto Strade S.P.A., Rete Ferroviaria Italiana S.p.a., Studio di Archeologia Tuzzato. 21


Carta dei percorsi culturali nel territorio di Adria (disegno S. Grispan)

Carta delle archeologie nel territorio di Adria (disegno S. Grispan)

le attiva nella trasformazione del territorio. In particolare le aree d’intersezione e di densità delle diverse archeologie, sono state individuate quali luoghi di criticità, ma anche quali possibili attori di un’estesa valorizzazione, capaci di ricomporre, riattivare e dare senso a vari sistemi e contesti. Mappe tematiche hanno per questo evidenziato la densità di presenze e la complessità di relazioni - sia in essere che potenziali - del patrimonio archeologico in rapporto a particolari ambiti territoriali e paesaggistici, mettendo a confronto elementi di pregio del paesaggio con le tracce ancora riconoscibili di antichi assetti, legati tanto alle vie d’acqua quanto alle vie consolari. La lettura a grande scala ha permesso inoltre di individuare diverse situazioni con una loro specificità, riconosciute nei luoghi dell’archeologia e intercettate dalle infrastrutture prese in esame. Gli scenari progettuali hanno infine provato a tradurre quei luoghi in parte del sistema a cui la stessa costruzione del territorio, il paesaggio e le sue architetture di rilievo fanno riferimento. La riconoscibilità di una sorta d’impalcatura del “paesaggio dell’archeologia”, capace di indirizzare sia la tutela, sia una fruizione sostenibile del patrimonio storico-archeologico, connota quindi la prefigurazione di diverse azioni e strategie. Si rimettono in gioco rovine di epoche diverse, di varia entità, importanza e consistenza, con l’intento di “riattivarle” per accogliere, nella complessità del contemporaneo, nuovi possibili livelli di trasformazione del territorio. Le trasformazioni innescate dalla realizzazione di nuove infrastrutture, che modificano in modo rilevante l’accessibilità al territorio, vengono perciò inquadrate e messe in relazione alle potenzialità che esse hanno di veicolarne la conoscenza. Tra gli interventi significativi per la viabilità a cui si è fatto riferimento vi è il risezionamento e il prolungamento della Transpolesana per la realizzazione sulla direttrice est-ovest dell’autostrada Nogara-Mare, la Nuova Romea, nonché altri interventi a livello locale nei comuni di Adria e Ariano Polesine. A questi si aggiunge la costruzione del nuovo tratto ferroviario Adria-Codigoro. La raccolta e l’elaborazione delle informazioni, oltre alla ricomposizione su mappa del previsto assetto infrastrutturale e del patrimonio di archeologia classica e di archeologia industriale, ha consentito la ricompo22

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LUOGHI

Localizzazione del patrimonio archeologico nel Polesine di Rovigo (disegno A. Petrecca)

sizione grafica di elementi diversi in modo da rileggere il nuovo sistema di interventi sulla viabilità di terra in Polesine, in rapporto alla presenza diffusa di quelle archeologie, intese come potenziali attori di una valorizzazione del territorio. Con gli scenari di fruizione integrata delle risorse culturali, storico-archeologiche e paesaggistiche, si propone quindi una intelaiatura che trovi nei sistemi di architetture tecniche o industriali, di idrovore, delle case rurali, luoghi capaci di mettere in relazione le principali e più significative risorse del paesaggio, attraverso itinerari che intercettino e comunichino le più interessanti intersezioni tra la contemporaneità e la storia di una terra d’acque qual’è il Polesine. L’individuazione di isole di densità culturali, ha fatto sì che gli itinerari fossero “rintracciati” più che tracciati, tanto a partire dalle diverse reti di percorrenza presenti e in progetto, quanto tenendo conto delle velocità e caratteristiche variabili delle stesse reti, ma

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anche della capacità di indirizzare nuove modalità di fruizione delle risorse culturali della provincia di Rovigo. In particolare è stata approfondita la possibilità di realizzare un sistema di attraversamenti lenti, di strade panoramiche, che intercettano frammenti di archeologia classica, industriale, edilizia rurale, lì dove maggiori densità culturali si evidenziano. I percorsi ricalcano in parte i segni di valore storico e paesaggistico, come i tracciati delle linee infrastrutturali non più in uso, strade poderali, percorsi lungo le rive dei canali di bonifica. Le attività di ricerca hanno così portato a formulare delle ri-letture da cui emergono la complessità di relazioni esistenti e le potenzialità del patrimonio archeologico di costituire luoghi di approdo/accesso tanto ai diversi itinerari che ai paesaggi e alla cultura del territorio. Il recupero dei resti di un tracciato ferroviario dismesso della linea Adria–Ariano Polesine, consente di prefigurare un itinerario che, oltre ad essere elemento di riqualificazione urbana, potrebbe veicolare la

percezione e la fruizione del paesaggio attraverso nuovi usi del patrimonio industriale intercettato. Un patrimonio che, per la sua stessa diffusione sul territorio, può ancora costituire un adeguato sistema di connessione tra luoghi d’interesse archeologico, storico e culturale, ma anche ambientale e turistico. I luoghi inanellati dagli itinerari proposti, nel riconoscersi come parte di una struttura identitaria estesa, assumono nuovi ruoli, formalizzati e articolati in diverse soluzioni spaziali, ricomposti da possibili nuove architetture urbane e del paesaggio. La definizione di strategie di valorizzazione si fonda così sulla “messa a sistema” delle risorse culturali riconosciute, proprio attraverso la trasformazione di alcune infrastrutture quali parti costitutive e veicolo di conoscenza dell’identità dei luoghi attraversati2. Il discorso resta aperto a nuovi sviluppi, perché la riconoscibilità dei valori culturali ereditati e delle tracce identitarie di un territorio, possa appartenere alle diverse scale del progetto ed essere parte integrante della ricerca di una qualità nella costruzione e trasformazione dei paesaggi che abitiamo.

Disponibile presso la Libreria Apogeo, in alcune edicole di Adria, presso le Librerie Mondadori - C.C. La Fattoria e Spazio Libri di Rovigo e online su www.libreria-apogeo.it

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APOGEO

Villanova Marchesana, ex fornace Etna (foto L. Murmora) (2) Si rimanda per approfondimenti al libro “Infrastrutture Culturali. Percorsi di terra e d’acqua tra paesaggi e archeologie del Polesine” (a cura di M. Vanore), Padova, Il Poligrafo, 2010. Tra i testi che il volume raccoglie, oltre ai saggi relativi alla ricerca (S. Grispan, A. Petrecca, M. Vanore, F. Zannovello) e ad alcune letture correlate sul rapporto tra infrastrutture, realtà archeologica del Veneto e paesaggi della post-produzione polesana (C. Costantini, P. Genovesi e G. Masiero, L. Mosca, L. Murmora, S. Tuzzato), sono riportati i contributi dei partecipanti ad una tavola rotonda (tra cui A. Ferlenga, C. Magnani, F. Mancuso), tenutasi nel marzo 2010 all’Iuav in occasione del convegno “Infrastrutture culturali. Paesaggi e archeologie del Polesine”. 24

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GLI ANNALI GUARNIERI - BOCCHI (1745 - 1848) Un secolo di cronaca e di storia adriese

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Sotto l’ascella del braccio sinistro di un’Italia senza testa di Monica Scarpari

“C’è un paesaggio interiore, una geografia dell’anima; ne cerchiamo gli elementi per tutta la vita. Chi è tanto fortunato da incontrarlo, scivola come l’acqua sopra a un sasso, fino ai suoi fluidi contorni, ed è a casa. Alcuni lo trovano nel luogo di nascita; altri possono andarsene, bruciati, da una città di mare, e scoprirsi ristorati nel deserto. Ci sono quelli nati in campagne collinose, che si sentono veramente a loro agio solo nell’intensa e indaffarata solitudine della città. Per qualcuno è la ricerca dell’impronta di un altro; un figlio o una madre, un nonno o un fratello, un innamorato, un marito, una moglie o un nemico. Possiamo vivere la nostra vita nella gioia o nell’infelicità, baciati dal successo o insoddisfatti, amati o no, senza mai sentirci raggelare dalla sorpresa di un riconoscimento, senza patire mai lo strazio del ferro ritorto che si sfila dalla nostra anima, e trovare finalmente il nostro posto….” (Josephine Hart) foto di Andrea Fantinati

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ueste parole sono l’incipit di un libro che più di qualche volta e, ancora, mi richiama tra le sue pagine. Parole che hanno fatto da scudo, a volte da filtro e infine da airbag alla mia inquietudine. Un’inquietudine viva o latente che sia, innata o meno, non si risolve mai; si evolve forse, nel tempo si mitiga, col tempo se ne acquisisce il controllo, poi, ma solo poi e solo in parte, grazie alla maturità, la si razionalizza. I luoghi fanno parte del ciclo di terapie di cura verso di essa, agiscono come una specie di sedativo naturale o come tonico energetico al bisogno, soccorrono gli animi eternamente in pena. Non sempre è possibile sceglierli purtroppo: decidere dove andare, dove vivere, dove semmai stanziare, non è solo questione di volontà. Talvolta però, aldilà di un’impossibilità materiale, la predilezione di ognuno di noi verso una terra, una città, un clima,

oltre a seguire motivazioni razionali, gusti, correlazioni e relazioni, tende ad essere influenzata da atmosfere, panorami, itinerari e geografie che in parte ci somigliano o, per reazione, sono in contrapposizione al nostro essere. L’amore per i luoghi può, e non a caso, anche modificarsi negli anni: si trasforma in base al nostro divenire, ai nostri bisogni, è spesso influenzato dalle vicissitudini personali e forse per questo è che a volte, tornano in auge i vecchi amori... Volevo andarmene di qui all’età di diciotto anni, come la maggior parte dei giovani che per motivi di studio, lavoro, sete di libertà, fame di spazio e nuovi orizzonti, tendono verso la grande città. Me ne sono andata, credo, proprio per questo: perché ero giovane, chissà, forse anche per altro. Poi ho realizzato quasi da subito: la megacittà offre molto, moltissimo, ma toglie altrettanto. Offre possibilità moltiplicate ed ampli26

ficate quasi a tutti i livelli, ma in genere isola, spersonalizza, ruba dimensione, smussa gli angoli di ciò che in realtà siamo, sottrae tempo al già poco tempo delle nostre giornate, setaccia, riduce e disperde calore umano. Nella città-città si finisce per essere numero, anche quando si diventa qualcuno. Ma tutto questo non è facile comprenderlo quando si è micce inesplose, accade poi, mentre passano gli anni. Accade quando non si è più alla ricerca di un posto speciale nel mondo, ma quando prevale il bisogno di radici, di crearsi una casa, intesa non solo come mattoni; quando si capisce che, finita la lotta, la ricerca ossessiva, soddisfatta o no l’affermazione di sé, quello che urge, che necessita: è serenità, è familiarità, è stanziare, non più orbitare attorno a qualcosa, ma diventare il centro di un’orbita, seppur minuscola, banale e anche ordinaria, ma che assicuri affetto e calore, sen-

sazioni che in parte anche un luogo è in grado di offrire. Ecco forse perché, io, ora, amo questa terra e sento che mi appartiene, quanto io le appartengo. Questo posto sotto l’ascella del braccio sinistro di un’Italia senza testa, questi luoghi surreali, spesso assurdi, piatti e vasti, silenziosi, troppo arrendevoli, poco reattivi, questi cieli opachi fatti di umidità e zanzare; amo questa miscela, questo miscuglio di acque e terra che lascia il mio occhio spaziare fino al limite delle sue diottrie; questa gente che non cambia mai né dentro né fuori, che parla cantilenando, ma non manca di sorridere e salutare davanti ai negozi e ai bar; amo persino le malelingue in ciabatte e grembiule sugli usci di casa e i fischi e le parolacce che arrivano dai cantieri; i ciottoli di porfido che staccandosi dal suolo mi fanno inciampare, gli olezzi raccapriccianti che evaporano dall’acqua stagnante 27


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Silvia Nadalini

I QUATTRO BENIAMINO Dall’Africa de l “Baobab” all ’Oriente favoloso dell e “Mille e un a notte”.

to Una storia e un proget ragazzi. educativo dedicati ai APOGEO editore

foto di Andrea Fantinati 28

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del canale... Amo tutto questo, forse perché l’amore vero abbraccia i pregi, ma non sputa sui difetti, e soprattutto perché, credo, ci si senta vivi, si confermi la propria esistenza e si appartenga al mondo, nel momento stesso in cui è il mondo a riconoscerci e perciò quando lì, dal mondo, qualcuno, qualcosa, cose e persone, mattoni e strade e alberi e cieli e acque e terra, attorno a noi, avvertono la nostra presenza, accolgono, certificano e consolidano le nostre impronte. “C’è un paesaggio interiore, una geografia dell’anima; ne cerchiamo gli elementi per tutta la vita. Chi è tanto fortunato da incontrarlo, scivola come l’acqua sopra a un sasso, fino ai suoi fluidi contorni, ed è a casa…” Un tempo non mi erano sufficienti queste poche parole per sentirmi a casa, ho dovuto proseguire, partire, vagabondare, cercare, vagare: solo poi me ne sono resa conto. E questo potrebbe capitare anche a voi, se non è già capitato, prima o poi, o, per voi, potrebbe anche essere, perché no, da sempre così. Che nessun altro posto vi appaia più luogo di qui. E... se così fosse potrebbe assalirvi la voglia di fare qualcosa per renderlo migliore: il Vostro Posto, e ancora... se questo qualcosa fosse poi l’unione di tanti qualcosa, di idee, progetti, impegno, azioni, tenacia, fiducia, pazienza, dedizione, ingegno, entusiasmo, ottimismo, ma soprattutto amore, di tutti, tutti insieme, ecco che il nostro luogo, questo qui, questo lembo di terra, ancora a misura d’uomo, umida, pigra, bistrattata, ma sicuramente sottovalutata e un po’ dimenticata, sotto l’ascella sinistra della nostra Italia senza testa, ne sono certa, finirebbe per essere senz’altro migliore.

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Prefazione di Don Aldo Martini, Presidente nazionale dell’Opam Illustrazioni originali di Marco La Cascia 72 pagine interamente a colori, Euro 10,00

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narrativa: del resto si sa, più che promuovere cultura le pagine culturali dei giornali italiani spesso promuovono un’editoria in crisi, che vive più di operazioni di marketing che di operazioni culturali tanto rare, ormai, da risultare pressoché invisibili. Su quello che fanno i quotidiani locali, poi, è meglio sorvolare. Eppure Toni è stato uno scrittore vero, che ha un sua posizione ben precisa nel novecento letterario italiano, che ha svolto un ruolo ben individuabile nella cultura del “secolo breve” e non soltanto come testimone di un territorio magico e lunatico come quello polesano. Anche perché imprigionare Cibotto nel suo amato Delta significa far torto ad uno stile di scrittura sempre personale e comunque “forte”, che lo rende tutto il contrario di uno scrittore locale. Rivelato da un testo di difficile definizione come Cronache dell’alluvio-

Toni Cibotto, l’estro tra le righe di Sandro Marchioro

ne – Polesine 1951, pubblicato nel 1954, (con entusiastiche recensioni e con l’approvazione convinta di autori come Giovanni Comisso ed Eugenio Montale), Cibotto si impose come narratore quattro anni dopo con un testo provocatorio e sapido come La coda del parroco, del 1958, che gli valse la diffidenza dell’intero mondo cattolico. Sono gli anni in cui vive e lavora a Roma, in una rivista letteraria di grande importanza come “La fiera letteraria”, diretta da Vincenzo Cardarelli. La sua esperienza narrativa prosegue con La vaca mora del 1964 e con il grande successo di Scano Boa, del 1984. Ma contemporaneamente all’attività di narratore e di giornalista culturale Cibotto va assolutamente ricordato per il contributo fondamentale che ha dato al teatro italiano del secondo dopoguerra: tra tutto, va ricordato il suo impegno

Le immagini sono tratte dal cortometraggio “Il Viaggio di Toni” di Lino Bottaro

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e Google fosse un termometro affidabile di quanto è vivo, in rete, un determinato argomento, il dato che si ottiene digitando il nome di Gian Antonio Cibotto è sconfortante: il motore di ricerca dà soltanto 3130 risultati relativi all’autore polesano (qualcuno in più se si digita “Toni Cibotto”). L’abate Giacomo Zanella, poeta minore vicentino dell’ottocento ne raccoglie 117.000, lo sconosciutissimo Jacopo Vincenzo Foscarini (poeta e patriota veneziano

dell’ottocento) ne raccoglie 24.900; un altro poeta minore forlivese, Olindo Guerrini, dà 39.100 risultati. In questo gioco si potrebbe andare avanti a lungo, rischiando di dare a Google un’affidabilità e un senso che questo strumento, per quello che ci interessa dire in queste righe, non ha. Però il gioco, per quanto stupido sia, porta a rafforzare un sospetto: sulla figura e sull’opera del nostro Cibotto sta calando un silenzio immeritato e pericoloso. Sappiamo tutti che l’in30

verno è calato come una scure impietosa nella vita di Toni, ma questo non giustifica il silenzio e la mancanza di iniziative che, soprattutto ora, dovrebbero avere l’unico obiettivo possibile per la vita di uno scrittore: la diffusione e la lettura delle sue opere. I grandi giornali nazionali da alcuni lustri non dedicano una riga a Cibotto; molto meglio dedicare pagine e pagine al nulla spinto, alle polemiche sterili sulla morte del romanzo, ai dibattiti futili sul ruolo della giovane 31

nella riscoperta di un gigante della nostra storia letteraria come Angelo Beolco, meglio conosciuto come Ruzante. Quanto poi Cibotto si sia speso nel raccontare e nel promuovere la cultura italiana su quotidiani e riviste (con una particolare attenzione a quanto si muoveva o s’era mosso nella sua regione e nella sua terra d’origine) lo raccontano i suoi molti volumi che raccolgono articoli, brevi saggi, interviste: Veneto segreto, I veneti sono matti, I giorni della merla, San Sebastiano con la viola in mano, Il principe stanco e molti altri. Una vera e propria miniera, non solo per la quantità enorme di profili di figure più o meno importanti del panorama culturale veneto e italiano, ma anche per il tono caldo e colloquiale, per la sua straordinaria capacità di lavorare l’aneddoto, anche minimo, e di farne uscire figure a tutto tondo, molte delle quali fondamentali nella


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storia della nostra cultura, altre da riscoprire e da rivalutare. Pagine che bisogna fare molta attenzione a non far ricadere nella categoria della memorialistica, perché la saldezza critica, pur sembrando nascosta, è invece sempre molto viva e rivelatrice nelle pagine che compongono questi libri. Ed anche quando non racconta di uomini di cultura ma di persone comuni, che hanno condiviso con lui la magia di qualche momento nella sua terra, le parole di Cibotto hanno qualcosa di importante da insegnare, portano con sé un significato che solo i grandi scrittori sanno impregnare in storie apparentemente semplici e piane: storie di uomini e di paesaggi, di amicizie e di malinconie, di gioie perdute e di epoche e mondi che si succedono inesorabilmente. Chi conosce Toni sa benissimo quanto avesse ragione Cesare De Michelis, in una sua postfazione ad una

riedizione di Cronache dell’alluvione, a chiudere in quattro aggettivi la personalità umana e artistica di Cibotto: “lunatico, stravagante, contraddittorio, umorale”. L’indolenza è sicuramente il dato più immediato del suo carattere: dice De Michelis che è tipica dei polesani, anche se non so quanto il critico ed editore veneziano conosca del carattere più profondo di questa terra. I polesani hanno sempre dovuto lottare con gli elementi, conquistare quello che hanno sgomitando e lavorando. Più che l’indolenza, i polesani soffrono altri limiti che condizionano anche pesantemente la loro relazione con il resto del Veneto. La stravaganza e l’umoralità di Cibotto sono piuttosto un dato del paesaggio di questa terra, in particolare del suo Delta, dove ancora oggi Cibotto dice che vorrebbe passare i suoi ultimi giorni. Un territorio cangiante, malinconico,

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indefinito, ribelle ad ogni forma e ad ogni definizione: se può esistere una condivisione di umore tra un paesaggio e la vita di un uomo, e se nel caso di uno scrittore questa condivisione possa anche determinare in parte la forma della sua opera, di certo Gian Antonio Cibotto è imbevuto di questo territorio in ogni pagina. Non c’è uno solo dei suoi testi in cui non sia costante la piacevole sensazione di stare in un luogo in cui il tempo della grazia non scade, come invece accade continuamente nelle nostre giornate strangolate da un vitalismo di plastica, nevrotico e falso. Anche per questo Cibotto è un grande autore, che non va dimenticato e che bisogna sforzarsi di non far cadere nel silenzio. Bisogna leggerlo a scuola, fare tornare il suo lavoro al centro del dibattito culturale, dedicargli scaffali ben in vista in tutte le librerie e le biblioteche del Polesi-

ne. Produrre in qualche modo un’eco che possa arrivare anche fuori del nostro territorio. Per questa terra Toni si è speso, è stato un motore culturale importante, anche se qualche volta poco ascoltato. Adesso tocca a noi muoverci. Non per celebrarlo, ma per continuare a far vivere le sue pagine: la vera e sola vita a cui aspira uno scrittore vero come lui.

GIAN ANTONIO CIBOTTO: bibliografia minima Cronache dell’alluvione Venezia, Marsilio, 2001 (prima edizione: Vicenza, Neri Pozza, 1954) La coda del parroco Venezia, Marsilio, 1983 (prima edizione: Firenze, Vallecchi, 1958) La vaca mora Venezia, Marsilio, 2003 (prima edizione: Firenze, Vallecchi, 1964) Scano Boa Venezia, Marsilio, 1996 (prima edizione: Milano, Rizzoli, 1961) Stramalora Venezia, Marsilio, 1982 Diario Veneto Venezia, Marsilio, 1985 Veneto segreto: diario veneto 2 Venezia, Marsilio, 1987 Il doge è sordo: notizie dal dominio della Serenissima Venezia, Marsilio, 1993

BARBIE - MONNALISA - SUN68 - DUN DUP DIMENSIONE DANZA - ADD - MOSCHINO PINKO - SCOTCH - ROY ROGERS 32

e tanto altro...

Razza de mona Vicenza, Neri Pozza, 1994 Contropelo: incontri e scontri con i protagonisti della cultura italiana Vicenza, Neri Pozza, 1996 San Bastiano con la viola in mano Vicenza, Neri Pozza, 1997 Amen: versi in lingua e in dialetto Venezia, Marsilio, 1998 I giorni della merla Vicenza, Neri Pozza, 2000 Il principe stanco Vicenza, Neri Pozza, 2002 I veneti sono matti (a cura di Tiziana Agostini), Vicenza, Neri Pozza, 2003 Bassa marea: versi in lingua e in dialetto Venezia, Marsilio, 2006

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le, diciamo così, della città di Adria e più in generale del Polesine, di questo poeta si conosce ancora troppo poco; perchè finora (fino a questo lavoro di scavo di Nicola Berti), si è pensato più a celebrarlo di tanto in tanto che a studiarlo, con il risultato che la trasmissione della sua opera rischia via via di attenuarsi, di affievolirsi fino a scomparire. Perchè se trattiamo Marin come un reperto, dobbiamo anche capire che i reperti vanno restaurati, continuamente spiegati, spinti verso l’attenzione di un pubblico che bisogna anche saper interessare. Senza questo lavoro, diciamolo con chiarezza, dell’opera di Marin sarebbe restato ben poco. Credo sia questo, essenzialmente, il valore fondamentale della ricerca di Nicola Berti. Che imposta il suo lavoro dividendolo in tre sezioni: “La vita”, “La poetica”, “Le opere”. Una struttura chiara ed essenziale, che propone al lettore in chiave semplice (non certo semplicistica) ma completa tutto ciò che è necessario sapere e che finora si sa sull’opera di Marin. Più volte Nicola mi ha detto: “Non sono un critico letterario di professione, e più che una ricerca di critica letteraria in senso stretto vorrei produrre una ricerca sulla figura e l’opera di Marin che servisse a quanti si volessero avvicinare a lui per riscoprirlo”. Una

eggendo questo nuovo importante lavoro di Nicola Berti mi sono trovato a ripensare a fondo a quel poco che sapevo di Marino Marin. Di Marin avevo (e continuo ad avere) una conoscenza superficiale, da lettore curioso e, soprattutto, innamorato della città e del territorio che il poeta polesano ha cantato e raccontato. Un atteggiamento di certo non sufficiente ad esprimere quello che in genere viene definito un giudizio critico su un autore, al quale si arrivi dopo un esame accurato ed approfondito di quanto quell’autore ha prodotto. Il libro di Berti, con il suo nitore appassionato e la sua struttura criticamente efficace, mi ha fatto scattare il desiderio di andare a rivedere i testi di Marin partendo proprio dagli esiti che emergono dal suo studio. Già questo credo dimostri l’efficacia di questo lavoro di ricerca nato da una passione evidentemente più che decennale che Berti scarica sulla pagina. Ma a parte questo, mi sono reso conto che più o meno tacitamente le pagine di Berti sono percorse da una domanda che è la stessa che emergeva in me via via che leggevo o rileggevo le opere di Marin: cosa resta, oggi, della sua opera? Una domanda in sè piuttosto perfida, che maschera anche un’altra questione evidentemente innegabile: celebrato come poeta ufficia-

Cosa resta di Marino Marin E’ uscito da poco uno studio di Nicola Berti in occasione del 150° Anniversario della nascita del poeta adriese.

di Sandro Marchioro

Immagine tratta dal “Numero Unico 2010” della Pro loco di Adria.

foto di Andrea Fantinati 34

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dichiarazione d’intenti che rivela non solo modestia, ma anche e soprattutto passione e tenacia, e che ha portato Berti a fare l’unica cosa possibile e necessaria se si vuole salvare Marino Marin dall’oblio: delinearne un profilo critico in maniera semplice e lineare, senza lasciare nulla al caso. Che significa, per quanto Berti non sia d’accordo, aver fatto quello che dovrebbe fare un critico letterario: puntare i riflettori e illuminare angoli bui, richiamare all’attenzione, ridestare interesse. Un’operazione tanto più difficile (ma perfettamente riuscita) quanto più è evidente che la stessa opera di Marin ci chiede questo intervento per poter continuare a sopravvivere. E’ evidente che le sue poesie oggi faticano a parlarci. Rileggendolo, ho immaginato spesso un lettore di oggi (penso soprattutto ad un giovane), che si confronti con un suo testo pieno di termini datati, chiusi nello schema poetico faticoso del poetare tardo ottocentesco. Marin fa fatica oggi a parlarci perchè è rimasto prigioniero non tanto della provincia che tanto amava (e che, nel caso di Adria, è impossibile non amare), quanto del provincialismo da lui stesso eletto a poetica. Potente e competente dal punto di vista tecnico, con un bagaglio culturale molto ampio, Marin è però rimasto

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sordo ai fermenti culturali più innovativi della sua epoca; li ha anzi respinti coscientemente, chiudendosi a riccio e mitizzando un ideale di poesia che già al suo tempo era al di fuori della storia. Si citano spesso Pascoli e Carducci come dei modelli di riferimento: giusto, ma è come se di questi avesse colto ed imparato solo una posa, l’atteggiamento esteriore, senza cogliere la carica assolutamente innovativa che la loro poesia (soprattutto quella di Pascoli) conteneva. Si è fermato, ha avuto paura, ha temuto sempre che lasciare il viottolo di campagna su cui camminava sereno significasse misurarsi con il nuovo rimanendone sconvolti, sbigottiti, storditi. Spiace dirlo, ma è l’atteggiamento tipico di quelli che la storia della letteratura in genere relega nella categoria dei “minori”. Per dirla con un antico proverbio spagnolo, quando leggo Marin ho sempre l’impressione che si senta il rumore del mulino, ma non riesca mai a vedere la farina. Tecnicamente si è di fronte ad un poeta vero, ma riesce a parlarci a fatica, ed a fatica oggi lo seguiamo nei suoi percorsi; soprattutto perchè troppo spesso nelle sue poesie si respira un clima di claustrofobia, tanto più quanto quei testi si chiudono sopra due soli aspetti: dio ed il piccolo mondo (antico) che lo imbeve di

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letteratura, quella che si scrive con la maiuscola, lo ha certo dimenticato, anzi, non lo ha nemmeno mai preso in considerazione. Ma Adria ed il Polesine non lo possono e non lo devono dimenticare. Non credo si possa parlare di una riscoperta, che implicherebbe un radicale mutamento di giudizio critico che francamente non vedo possibile. Sono convinto invece che si debba parlare proprio di dovere: sia civile che culturale, visto che porsi dei problemi e continuare a conoscere non significa per forza rivalutare. Dovere di conoscere, quindi, che è e deve essere formativo soprattutto per le giovani generazioni. Torno a dire che per compiere tutto questo il lavoro svolto da Nicola Berti risulta essere indispensabile; non soltanto perchè questa ricerca ripropone con dovizia di metodo la vicenda umana e poetica di Marino Marin, ma pure perchè insegna che la passione per la propria terra si dimostra anche faticando anni a raccogliere dati e documenti per ricostruire la vita ed il lavoro di un uomo che questo territorio lo ha amato e descritto attraverso un punto di vista particolare che è, comunque sia andata, quello di un poeta. E lo sguardo dei poeti (anche se non va per nulla di moda) ha sempre qualcosa da insegnare.

sensazioni, ma in fondo in fondo lo stringe, lo soffoca. Se penso ad un altro Marin, il friulano Biagio, ancora oggi considerato dai critici laureati un grande della poesia del Novecento, la differenza con il nostro Marino è abissale: entrambi raccontano un piccolo mondo, ma il primo sceglie una lingua viva (il dialetto gradese) per raccontare un mondo che muore perchè muta; il secondo sceglie una lingua morta (quella del canone della tradizione poetica italiana) per raccontare un mondo morto e sepolto. Una bella differenza, che fa diventare Biagio Marin un poeta sempre fresco ed entusiasmante; Marino Marin un poeta faticoso e superato. E allora, cosa fare di Marin? Non è in contraddizione con quanto ho appena detto sostenere che è necessario tornare a leggerlo ed a studiarlo. Perchè sotto il vecchiume di maggior parte della sua opera, questo lo abbiamo detto, c’è comunque un poeta vero. Contraddittorio e faticoso, ma vero. Ha prodotto buoni versi, ha lottato con gli elementi e con l’ispirazione, ha raccontato comunque una fetta di storia di questo nostro straordinario territorio, ne ha descritto le atmosfere. Ed oltre all’elemento locale ha comunque descritto stati d’animo universali, con i quali tutti dobbiamo confrontarci. La storia della

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Disponibile presso la Libreria Apogeo, in alcune edicole di Adria, presso le Librerie Mondadori - C.C. La Fattoria e Spazio Libri di Rovigo e online su www.libreria-apogeo.it

TI N E M I T N E S IE N O I Z O M E I SI R E V PAGINE D N I E A S O R P N I I T A T RACCON

APOGEO

www.libreria-apogeo.it

editore

PALCOSCENICO

Daniela Zampirollo

Il Polesine a Teatro

TI TENGO D’OCCHIO Io e il signor Parkinson quattro anni dopo

La vita è più leggera se no n vengono p sulla scala m erduti obile del tem po la curiosità del bambino , lo stupore p er i miracoli di ogni giorn o, la gioia di amare e di d onare.

Prefazione del Prof. Gilberto Pizzolato, Professore Ordinario di Neurologia all’Università di Trieste Introduzione del Prof. Giuseppe Pastega 136 pagine interamente a colori, Euro 15,00 ISBN 978-88-88786-76-6 Approfondimenti, tabelle e bibliografia del Prof. Stefano Gustincich, Professore Associato in Fisiologia presso la SISSA di Trieste, a cui è devoluto il ricavato della vendita di questo libro.

Sono in partenza in tutta la provincia le stagioni teatrali 2010/2011 di Milena Dolcetto

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stro Teatro Sociale – spiega Riccardo Rizzo, assessore alla cultura e spettacolo del Comune di Rovigo - frutto di un impegno costante e assiduo in un momento che non possiamo nascondere di grandi difficoltà economiche. I tagli al settore della cultura non ci hanno però impedito di formulare una nuova e articolata proposta, stimolante e di altissima qualità dove, grazie al direttore artistico Stefano Romani e al coreografo Claudio Ronda, il nostro pubblico rimarrà incantato dai titoli di tradizione ma anche da nuove sperimentazioni contemporanee. Registi, direttori d’orchestra, coreografi e interpreti di fama internazionale, una costante attenzione rivolta al pubblico del futuro con la programmazione del teatroragazzi, le forti sinergie con i partner, il sostegno generoso degli sponsor, il percorso parallelo e sinergico delle associazioni Amici del Teatro Sociale di Rovigo e Francesco Venezze, l’operatività sempre volta all’efficienza di tutto l’assessorato, dei tecnici teatrali: questa è la nostra energia. Il Teatro Sociale di Rovigo rimane il punto di riferimento culturale più importante della nostra città”. Ora Lirica e Danza sono in calendario con un susseguirsi di eventi di eccezio-

l Teatro... il luogo, il tempo, parole e musica. Arte. Gesti nel silenzio e voci dell’anima, involucro di stratificate storie e passioni, uomo e anima, corpo e pensiero. Tradizione e innovazione, le teste che cambiano, che girano, si innamorano e pensano. Lo spazio fisico e quello interiore: un mondo parallelo ma sempre però intrecciato, indissolubilmente legato alla vita di ognuno. Rovigo e provincia amano il Suo richiamo: il teatro segna le stagioni e, generoso, offre spunti per cogliere i semi della vera Cultura, ora un po’ strapazzata e forse quasi abbandonata; ma non dalla gente, per fortuna. Tre teatri per questo servizio: diversi gli ambiti, diversissimi i percorsi. La stessa voglia di dare e ricevere, di aprire varchi e di offrire opportunità. Il Teatro Sociale di Rovigo non poteva non aprire questo viaggio. Passione e tradizione ma anche una grande attenzione verso il pubblico del futuro. Indiscutibile che i tagli abbiano provocato grandi problemi e anche tensioni ma i direttori artistici e lo staff, come anche assessori e dirigenti, si uniscono in un muro compatto per garantire le amate e seguite Stagioni. “Un traguardo importante quello del 195mo cartellone del no39


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anziani del paese. Un palco 6x8 che viene montato due giorni prima degli eventi e dunque la ricerca di spettacoli anche di facile allestimento. Ma poi c’è il pensiero e la volontà che supera anche alcuni limiti strutturali. É la ricerca sull’Io, il monologo e il dialogo più intimo quello che viene proposto in questo cartellone 2010-2011. E soprattutto l’attenzione al pubblico, alla gente, che già dalle campagne abbonamenti con prezzi abbordabili (e da quest’anno una rete con il Teatro Comunale di Ferrara e il Teatro Comunale De Micheli di Copparo per abbattere i costi), segna una scelta di apertura verso tutti, perché tutti possano essere coinvolti e perché “l’obiettivo del teatro è anche quello che si misura dal punto di vista sociale” - spiega Marco Sgarbi - “Giocoforza bisogna prendere delle posizioni: e in questo momento è il danno che stiamo subendo con i tagli alla cultura che deve essere messo a nudo. Perché il danno è reale: sarà difficile riprendere le redini dopo il collasso. Non è solo violenta la decurtazione dei fondi allo spettacolo, è un atto di profonda violenza fare in modo che non si senta più desiderio di cultura, come altrettanto violenta è l’indifferenza che molti provano di fronte a questa situazione attuale. Il teatro oggi è al muro e non si tratta solo di una questione politica, ma sociale, civile”. Parole forti che si uniscono ad un cartellone altrettanto diretto che insegna e guarda a nuovi modi di dire il Pensiero, per staccarsi dalla pro-

nale valore. E se gli amanti del Bel Canto hanno appena gustato L’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti (in scena il 19 e 21 novembre) e potranno rimanere incantati da Il Ratto dal Serraglio di Mozart a gennaio e Rigoletto di Verdi a fine febbraio, è ora la stagione di balletto che suscita grande interesse per titoli di impegnato valore che partiranno da gennaio. Le mille e una notte con il Balletto dell’Opera di Stato di Turchia, Pulcinella di Igor Stravinskij con Fabula Saltica, Flamen Tango con la Compañia Maria Serrano, Lorenzo Il Magnifico - Canzona a Bacco con Compagnia Junior BdT e Butterfly con la Compagnia Ersiliadanza. E ora passiamo ad una programmazione di un teatro che da qualche anno ha acquistato agli occhi di tutti una dimensione di eccezionale valore estetico. Una bandiera, un inno alla volontà di fare e di esserci, un risveglio culturale da organizzare e da stimolare per un pubblico esigente ma anche da rivitalizzare: il Teatro Comunale di Occhiobello è un vessillo alla possibilità concreta di “dire la propria” e dirla proprio bene! Merito ovviamente dell’Amministrazione ma soprattutto di un direttore artistico di grandi capacità intellettuali e gestionali che, consapevole dello spazio a disposizione, ricama ogni cartellone con sapienza e arguzia, dalle proposte alle campagne pubblicitarie, già da sole portatrici di valori. Uno spazio fuori dai canoni di rappresentazione teatrale, restaurato a fine anni ‘90 e in gestione agli 40

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le: il pubblico ci segue con una imponente richiesta di abbonamenti ma anche in tutte le aperture l’affluenza è soddisfacente. Il nostro teatro programma eventi vari per accontentare gli appassionati di ogni genere: dalle opere liriche in collaborazione con il Conservatorio Venezze di Rovigo, agli spettacoli per i più piccoli e le famiglie con una attenzione rivolta anche al mondo della scuola, lo spazio dedicato al teatro amatoriale in collaborazione con la Fita, i concerti che programma la Fondazione Cariparo e la collaborazione con il Festival Montagnana con il quale c’è la volontà di ritessere il connubio che ci ha visto per due anni in sinergia e ora accantonato solo per problemi di fondi”. Uno spazio pregevole, 450 posti a sedere e una trentina di posti in piedi per un uso che sposa anche le attività dell’associazionismo locale che programma i sempre apprezzati eventi di cabaret. E poi la rete di sinergia che la Provincia di Rovigo vuole fortemente mettere in atto. E in questo caso è significativo l’intervento del Sindaco di Lendinara che sottolinea: “Una sinergia tra i teatri della nostra provincia deve tener ben presente la tradizione, il sapere, la cultura del fare Cultura e di allestire lo spettacolo. Noi abbiamo in Polesine una forte, ricca e consapevole esperienza lavorativa in questo campo. Bisogna tramandarla, passare il testimone, costruire anche posti di lavoro con la consapevolezza che il nostro passato in questo campo è forte e vincente”.

grammazione televisiva imperante, per fare breccia e far pensare. Il programma è importante, con artisti come Paolo Cevoli, Fausto Russo Alesi, Irene Serini, Corrado Nuzzo e Maria di Biase, Maria Paiato, Maurizio Camilli e Ambra Chiarello, Ussi Alzati, Andrea Appi, Martino Duane, Giulio Costa e altri ancora (sino ad aprile 2011). E poi c’è Lendinara. Qui il Teatro Ballarin (riaperto al pubblico il 2 settembre del 2007) ha già superato i 100 eventi dopo il restauro. Terzo teatro comunale di questo viaggio, anche questo spazio si è rianimato con una effervescenza esponenziale che non lascia dubbi: i lendinaresi sono da sempre gente di cultura. Pubblico sapiente, esigente e desideroso di riappropriarsi del suo gioiello che aveva subito una chiusura forzata per 20 anni e ora si è rianimato con grande vitalità. Dice Alessandro Ferlin, sindaco e assessore alla cultura del Comune di Lendinara: “Siamo alla terza stagione di prosa ufficiale dalla riapertura. Il braccio operativo per questo cartellone che prevede sei titoli di ampio respiro è Arteven che ha disegnato un programma che prevede l’ospitalità di artisti quali Anna Mazzamauro, Ivana Monti, Rosario Coppolino, Barbara Terrinoni, Leonardo Manera, Walter Maffei, due appuntamenti con il Teatro Stabile del Veneto e uno spettacolo di danza con i Solisti del Balletto Nazionale di Sofia (Rousse State Ballet). Ma è tutta la programmazione che ci rende fieri del grande e rinnovato fermento cultura41


PALCOSCENICO Lirica70x100_10_11:70x100

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CENTONOVANTACINQUESIMA STAGIONE LIRICA / BALLETTO / TEATRORAGAZZI 2010 2011

E ad Adria la stagione è questa BALLETTO

CARMEN / L’ELISIR D’AMORE / RIGOLETTO

5 / 6 FEBBRAIO 2011

L’ELISIR D’AMORE

PULCINELLA

4 FEBBRAIO 2011

PULCINELLA

COMPAGNIA FABULA SALTICA

COMPAGNIA FABULA SALTICA

20 FEBBRAIO 2011

7 / 9 GENNAIO 2011

DIE ENTFÜHRUNG AUS DEM SERAIL

FLAMEN TANGO

DATA DA DEFINIRE 2011

MUSICA A FUMETTI

COMPAÑIA MARIA SERRANO

I VIRTUOSI DELLA ROTONDA

13 MARZO 2011

DI WOLFGANG AMADEUS MOZART

LORENZO IL MAGNIFICO

25 / 27 FEBBRAIO 2011

19 / 20 MARZO 2011 TEATRO STUDIO

IL RATTO DAL SERRAGLIO

foto di Andrea Fantinati

23 MARZO 2011

ALLA RICERCA DI BABAR RCQ ENSEMBLE

COMPAGNIA JUNIOR BDT

BUTTERFLY COMPAGNIA ERSILIADANZA

RIGOLETTO DI GIUSEPPE VERDI

TEATRO SOCIALE DI ROVIGO

ANTEPRIME LIRICA

BALLETTO DELL’OPERA DI STATO DI TURCHIA

DI GAETANO DONIZETTI

Piazza Garibaldi, 14 - ROVIGO Uffici: Piazza Garibaldi, 31 - ROVIGO Tel. 0425 27853 / 21734 - Fax 0425 29212 E-mail: teatrosociale@comune.rovigo.it

6 e 7 OTTOBRE 2010 / 17 NOVEMBRE 2010 23 FEBBRAIO 2011

LE MILLE E UNA NOTTE

19 / 21 NOVEMBRE 2010

Campagna pubblicitaria a cura dell’Ufficio Promozione e Immagine del Teatro Sociale di Rovigo. Fotografia Nicola Boschetti - Progetto grafico:

TEATRORAGAZZI

16 GENNAIO 2011

Botteghino Piazza Garibaldi, 14 - ROVIGO Tel. 0425 25614 - Fax 0425 423164 E-mail: teatrosociale.botteghino@comune.rovigo.it

StagioneLirica2011_CARLINO_261x322:Layout 1

19-10-2010

Orari: 10.00-13.00 / 16.00-19.30 Giorni di spettacolo : 10.00-13.00 / 16.00-22.00

www.comune.rovigo.it/teatro

17:12

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CENTONOVANTACINQUESIMA STAGIONE BALLETTO 2010 2011

16 GENNAIO 2011 LE MILLE E UNA NOTTE 5 / 6 FEBBRAIO 2011 PULCINELLA 20 FEBBRAIO 2011 FLAMEN TANGO 13 MARZO 2011 LORENZO IL MAGNIFICO 19 / 20 MARZO 2011 TEATRO STUDIO BUTTERFLY

TEATRO SOCIALE DI ROVIGO Piazza Garibaldi, 14 - ROVIGO

Con il contributo della

Stagione di balletto realizzata da a cura di Claudio Ronda

2010 - 2011

8 / 10 OTTOBRE 2010

CARMEN DI GEORGES BIZET

Stagione di Prosa

LIRICA

con il contributo di:

BOTTEGHINO Tel. 0425 25614 - Fax 0425 423164 E-mail: teatrosociale.botteghino@comune.rovigo.it Comune di Rovigo Stampa: GRAFICHE NUOVA TIPOGRAFIA -Tel. 0426 45900

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iù breve del solito, ma di grande qualità la stagione 2010/2011 del Teatro Comunale di Adria. Otto spettacoli in tutto, con una prevalenza del balletto e dell’operetta sulla prosa, per un cartellone che non è stato facile mettere in piedi date le molteplici difficoltà: economiche da una parte, strutturali dall’altra. Il Comunale è infatti in attesa dell’inizio dei lavori per il restauro che dovrebbero partire proprio alla fine della stagione, in primavera. O almeno tutti lo sperano, dato che il recente collasso della politica adriese, con la caduta della giunta comunale guidata da Massimo Barbujani ed il commissariamento del Comune, possono far venire il sospetto che i lavori di ristrutturazione del Teatro Comunale (attesi da molto tempo) qualche ritardo potrebbero subirlo. La stagione comunque partirà di certo il 3 dicembre con lo spettacolo di Ale e Franz dal titolo Aria precaria di Alessandro Besentini e Francesco Villa, scritto con

Martino Clericetti, Antonio De Santis, Rocco Tanica, Fabrizio Testini, regia e scene di Leo Muscato. Il 12 dicembre sarà la volta del Teatro dell’Opera della Macedonia che metterà in scena Il lago dei cigni, su musiche di Tchaikovskji. Il 21 gennaio sarà la volta del Balletto di Roma, sotto la direzione artistica di Walter Zappolini, che metterà in scena L’Otello, con coreografie di Fabrizio Monteverde e musiche di Antonin Dvorak. Il primo febbraio toccherà al Teatro Nero di Praga con Dreams di Jiří Srnec. La Compagnia Italiana di Operette sbarcherà ad Adria il 15 febbraio con La principessa della Czarda, libretto di Leo Stein e Béla Jenbach, musica di Emmerich Kàlmàn, regia e coreografia di Serge Manguette. Ancora balletto il 23 febbraio, con il coraggioso La Divina Commedia, su musiche di Marco Frisina, libretto di Gianmario Pagano, coreografie di Manolo Casalino e regia di Maurizio Colombi. Uno spettacolo che vanta anche la presenza in sce43

na di creature fantastiche prodotte dal grande Carlo Rambaldi, l’inventore di E.T. Per il secondo spettacolo di prosa bisognerà attendere il 4 marzo 2011, quando saliranno sul palco del Comunale Gianfranco D’ Angelo e Eleonora Giorgi in Suoceri sull’orlo di una crisi di nervi, di Mario Scaletta, regia di Giovanni de Feudis, con Nini Salerno (ex “Gatti di vicolo Miracoli”) e Paola Tedesco. Chiuderà la stagione la Compagnia Italiana di Operette con La vedova allegra operetta di Franz Lehar, libretto di Victor Leòn e Leo Stein M° Direttore d’Orchestra: Orlando Pulin con Umberto Scida, Elena D’Angelo, Armando Carini, Milena Salardi, Emil Alekperov, Giuseppe De Carlo, Rocco Magnoli, Monica Emmi, Mariateresa Nania, Stefano Centore, Stefano Carusi, Serge Poggi regia e coreografie di Serge Manguette. Tutti gli spettacoli inizieranno alle ore 21.00. s.m.


REM

SUONI

INTERVISTA DOPPIA

Fabio Petretti

Jazz Time

Fabio Petretti e Marco Tamburini Nei Conservatori della Provincia di Rovigo da molti anni si suona il jazz. REM ha incontrato e intervistato le anime dei dipartimenti di jazz dei Conservatori di Adria e Rovigo: Fabio Petretti e Marco Tamburini. Entrambi affermati musicisti emiliano-romagnoli, hanno attraversato il Po per contribuire ad innovare i nostri Conservatori, dare la giusta dignità alla musica jazz, ancora troppo poco considerata dal mondo della classica. Lavorano tra Adige e Po come coltivatori di talenti nostrani, e per la loro professionalità attirano studenti da fuori confine che proprio grazie ai dipartimenti di jazz vengono a contatto con il nostro territorio. di Cristiana Cobianco

Dati dei due dipartimenti CONSERVATORIO DI ROVIGO

CONSERVATORIO DI ADRIA

L’istituzione della cattedra di Jazz al Conservatorio di Rovigo risale alla fine degli anni novanta, l’anno di istituzione del dipartimento jazz invece all’anno accademico 2005-2006. I corsi attivati nel  biennio e triennio Jazz: corsi di tromba, saxofono, canto, chitarra, pianoforte, contrabbasso e batteria. Il numero di studenti iscritti  quest’anno è di 170 comprensivi delle nuove iscrizioni. Hanno conseguito il titolo di laurea 8 allievi per il biennio e 10 allievi per il triennio.

Il dipartimento di jazz ad Adria è stato attivato nell’anno accademico 2003-2004. I corsi attivati di triennio e biennio: saxofono e clarinetto, tromba e trombone (da 2 anni), canto, pianoforte, chitarra, contrabbasso e basso elettrico, batteria. Il numero di allievi varia tra i 70 e gli 80 ogni anno. Hanno conseguito il titolo 55 allievi.

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Marco Tamburini

Cosa significa aprire un dipartimento di Jazz in un Conservatorio della Provincia di Rovigo? Il tutto ha cominciato a prendere forma dall’anno accademico 1997/98 con il mio arrivo ad Adria dal Conservatorio di Benevento. Quando arrivai alcuni allievi, sapendo che mi occupavo di jazz oltre ad insegnare saxofono classico, mi chiesero se potevo aiutarli ad imparare l’improvvisazione. Cominciai, nel tardo pomeriggio dopo aver terminato le mie lezioni “accademiche”, a fare qualche lezione di musica d’insieme e al gruppo dei miei allievi di sax si aggiunsero sempre più persone con altri strumenti solo per il gusto di fare musica insieme. L’entusiasmo iniziale è cresciuto sempre più tanto che, insieme al collega Stefano Bellon, abbiamo scritto arrangiamenti mirati ed organizzato a fine anno un concerto in collaborazione con una scuola di danza al teatro comunale. L’anno seguente il collega si trasferì ma io continuai con tenacia. Gli allievi interessati al jazz sono sempre aumentati tanto che, con l’aiuto di qualche strumentista aggiunto, abbiamo cominciato a lavorare con una big band completa. Siamo riusciti a preparare diversi repertori, dalla musica italiana arrangiata in chiave jazz, ai concerti Sacri di Duke Ellington per big band, coro a quattro voci miste e voce soprano solista. In quella ultima occasione abbiamo iniziato a collaborare con musicisti di fama internazionale come: Roberto Rossi (trombone), Fabrizio Bosso (tromba), Tomaso Lama (chitarra). Da quelle esperienze, dall’interesse che suscitavano, dall’entusiasmo che si respirava in Conservatorio in quei tempi, è nata l’idea a me e all’allora Direttore M° Giorgio Fabbri di preparare un progetto di biennio jazz da presentare al Ministero. Il nostro progetto inaspettatamente fu approvato e fummo i primi in Italia ad iniziare con un Biennio di specializzazione jazz nell’Aprile del 2004. Dico inaspettatamente perché, nel nostro Conservatorio di provincia, non c’era neppure la cattedra di jazz ordinamentale. Per rispondere alla tua domanda perciò potrei dire, che grazie alla competenza, all’entusiasmo e all’amore sincero verso quello in cui credi, superando diverse difficoltà si scatenano tante energie che sommate danno notevoli risultati.

Cosa significa aprire un dipartimento di Jazz in un Conservatorio della Provincia di Rovigo? Significa rimboccarsi le maniche, organizzandosi a dovere, ma soprattutto avere un appoggio concreto a partire dal Presidente, Direttore, dai colleghi e dai tuoi stretti collaboratori. Bisogna innanzitutto amare la musica cercando di creare un polo di attrazione musicale solido e un ambiente sano, puntando soprattutto sul “fare musica” e quindi   sulla produzione. E’ quello che sta succedendo al Conservatorio di  Rovigo  Quali sono state le difficoltà e le soddisfazioni incontrate?  Come le soddisfazioni, anche le difficoltà sono state e sono tante. Ma con la voglia di fare, la buona volontà degli insegnanti e, scusa se mi ripeto, con   un appoggio concreto dell’istituzione ”Conservatorio” si riescono a superare gli ostacoli più duri raggiungendo gli obiettivi prefissati. Come tutti sappiamo, soprattutto di questi tempi, la difficoltà primaria è di trovare le risorse economiche per poter lavorare con professionalità, e in questo servirebbe un aiuto maggiore da parte degli enti locali. Una delle  tante difficoltà incontrate e fortunatamente superate con successo è stata sensibilizzare le opinioni più conservatrici nei confronti dell’inserimento a pieno diritto del jazz nei Conservatori. Un linguaggio musicale nuovo che ai più ha suscitato una sensazione di invadenza; come difficoltoso è stato il percorso per superare diffidenza e luoghi comuni, dimostrando che il jazz non è una musica così distante dal mondo classico, anzi, che i due generi musicali si compensano vicendevolmente fino a renderne indispensabile la loro coesione. Per lo più il futuro della musica non sarà classico, pop, etnico o jazz, ma una sorta di nuova musica che comprende un po’ tutto e a maggior ragione i ragazzi devono assolutamente assimilare e comprendere il maggior numero di linguaggi possibili. Solo così si potranno formare musicisti di spessore, capaci di farsi strada in campo internazionale. Le soddisfazioni di questi anni di insegnamento a Rovigo sono state tante e sarebbe troppo lungo elencarle tutte, ma fra queste quelle per me più significative sono: • aver creato a Rovigo un polo importante per  studenti e appassionati di musica dove ci si può incontrare, confrontare, ascoltare e soprattutto esprimersi creando così nuova musica e nuove idee. • aver prodotto una quindicina di gruppi nati dai laboratori di musica d’insieme e una big band: la “Venezze Big Band”, realtà 45


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Quali sono state le difficoltà e le soddisfazioni incontrate? L’organizzazione iniziale è stata importante e laboriosa. Se poi teniamo conto che non c’era mai stato nei Conservatori un percorso didattico di II livello costruito per ogni strumento la cosa è stata ancora più difficile. La compilazione dei piani di studio, la costruzione dei percorsi didattici per ogni materia, la didattica unita alla pratica direttamente nei locali della zona, la carenza di spazi dove fare lezione e attività, sono solo alcune delle cose sulle quali abbiamo lavorato. Dico abbiamo perché sin dal primo anno ho avuto il piacere di coordinare e collaborare con musicisti/insegnanti di grande livello fra i quali: Bruno Tommaso, Roberto Rossi, Paolo Ghetti, Stefano Paolini, Paolo Silvestri, Antonio Cavicchi, Diana Torto, Michele Francesconi, Luca Bragalini, Paolo Birro, Bruno Cesselli. Anche la stesura/incastro degli orari, che doveva tenere conto della distanza degli allievi iscritti (da Milano, Bolzano, Trento, Torino, Pesaro, Bologna ecc.) razionalizzando la frequenza alle lezioni concentrata su tante ore al giorno ed eventualmente su giorni attaccati, è stata una sfida vinta ogni anno. Infatti spesso ai corsi si iscrivono tuttora musicisti che già lavorano nel campo della musica e/o laureati professionisti in altri settori che non riuscirebbero a frequentare le lezioni se troppo frammentate. Soddisfazioni tante, a cominciare dalle produzioni musicali realizzate (Concerti sacri di D. Ellington, il nostro originale Synketismos de las Americas di Paolo Silvestri, Concerto dedicato Leo Ferré di Bruno Tommaso, per non parlare delle Jam Session nei locali e i concerti organizzati per gli allievi...). Altra soddisfazione è arrivata dalla didattica che si è perfezionata di anno in anno vedendo gli allievi fiorire e perfezionarsi a dispetto di quelli che asseriscono che il “jazz” non si possa insegnare… Negli anni oltre al team di Docenti “fissi”, sono riuscito ad organizzare ed ho avuto il piacere di collaborare con musicisti di fama internazionale fra i quali: Jerry Bergonzi, Steve Turre, Steve Styepko Gut, John Mosca, Andrew Speght, Barbara Casini, Michael Blake, Massimo Manzi, Ben Hallison, Jay Clayton con grandi stimoli per gli allievi e scambi fra i docenti.

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professionale attiva nel territorio e in campo nazionale. Fra i concerti più significativi della Big Band ricordo le collaborazioni con Paolo Fresu, Paul Jeffrey, Francesco Cafiso, Billy Hart e Cameron Brown. • aver vinto il “Premio delle arti” concorso indetto dal Ministero per tutti gli studenti dei Conservatori. • il sodalizio artistico e didattico con il “Conservatorio Jazz” di Amsterdam. • essere riusciti ad organizzare un vero e proprio jazz festival intitolato “Venezze Jazz Festival” che quest’anno compie quattro anni e che ha ospitato musicisti di fama internazionale, da Danilo Rea a Cedar Walton, e ancora Joey Calderazzo, Billy Hart, Scott Colley, Brian Blade, Ed Simon, Darryl Hall, Cameron Brown, Francesco Cafiso, Al Foster, Buster Williams , Paolo Fresu, Paul Jeffrey, Franco Cerri, Christian Escoudè coi quali abbiamo collaborato nella realizzazione di vere e proprie produzioni originali con insegnanti e allievi. • aver  prodotto insieme al nostro dipartimento di musica classica concerti in cui si fondono repertori classici a quelli jazz con rivisitazioni ed improvvisazioni che vanno da Bach a Puccini, come per esempio i due progetti originali: “Da Bach al jazz” per trio jazz e quartetto d’archi, “Arie d’Opera” per voce pianoforte e quartetto jazz e il concerto di Friedrich Gulda per violoncello e orchestra jazz. • avere un corpo insegnanti collaborativo e formato da professionisti riconosciuti in campo internazionale. Come ha risposto il territorio in termini di iscrizioni, ospitalità, eventi collegati e di promozione?  Il territorio ha risposto bene in termini di iscrizioni, anche buona parte degli studenti provengono da altre provincie del Veneto o, in alcuni casi, da altre regioni: Sicilia, Emilia Romagna, Toscana e Lombardia. Ma questo è un punto a favore perché è la riprova di come siamo riusciti a creare un importante polo di attrazione nel panorama didattico del jazz. Abbiamo anche uno studente proveniente dal Brasile, che ora è in ERASMUS ad Amsterdam. Tutto ciò non può che essere un valore aggiunto per la città. Molti dei nostri studenti che vivono fuori provincia, in alcuni casi anche in zone limitrofe, hanno deciso di abitare a Rovigo per l’accoglienza e l’ambiente che si è creato attorno al Conservatorio. Il comune dovrebbe tener conto di questo e contribuire di più alla promozione delle nostre iniziative sensibilizzando la popolazione e collaborando con i gestori di locali, adatti ad ospitare concerti,  promuovendo maggiormente la musica dal vivo con i gruppi laboratorio del Conservatorio. Molti dei nostri gruppi laboratorio sono diventati realtà professionali che si esibiscono nei circuiti jazz nazionali.  Ringrazio, anche a nome del Conservatorio di Rovigo, la Fondazione Banca del Monte per il finanziamento di alcuni progetti originali  del dipartimento jazz fra i quali: Musica e Poesia  e “Concerto per la Pace” realizzati nell’anno accade-

Come ha risposto il territorio in termini d’iscrizioni, ospitalità, eventi collegati e di promozione? Il territorio ha risposto bene in termini d’iscrizioni, infatti riusciamo a mantenere ogni anno un alto nume46

ro d’iscritti anche dopo il boom iniziale. L’ospitalità è cresciuta sono nati alcuni B&B e alcuni alberghi, bar e ristoranti hanno operato sconti per i docenti e gli allievi. Alcuni locali di Adria e dintorni inoltre hanno collaborato ospitando concerti e/o seminari: “Ostello Amolara”, “Il pozzo dei desideri”, “La Distilleria” di Cavarzere, “L’elefante Rosso” di Mestre ecc. Abbiamo collaborato in vari modi con l’associazione “Veneto Jazz” sia a livello concertistico che didattico. A causa dei budget sempre più bassi, la promozione non è stata curata a sufficienza e, pur avendo fatto cose di alto livello, non si è riusciti a creare un’attenzione continua e largamente partecipata alle attività svolte. Lo stesso Conservatorio ha investito tantissimo sulle proposte didattiche, abbastanza in produzione musicale, sacrificando sovente la promozione. Qual è il valore aggiunto del jazz nel panorama musicale dei nostri Conservatori? Quali sono le potenzialità ancora da sviluppare? Il valore aggiunto a mio avviso è enorme! Il jazz può essere considerato l’emblema della contaminazione e della “libertà d’espressione” e la costruzione del Musicista di jazz si basa su presupposti differenti dagli altri generi. Si potrebbe dire che il jazz è una

mico appena concluso. E’ in progetto per l’anno 2011, sempre con la Fondazione Banca del Monte, uno spettacolo di teatro e musica improntato sui poeti Polesani in collaborazione coi Minimi Teatri e il Rovigo Jazz Club col quale collaboriamo da circa due anni. Qual è il valore aggiunto del jazz nel panorama musicale dei nostri Conservatori? E’ il valore aggiunto di una lingua e fraseggio musicale di uso corrente, che  oramai fa parte della nostra storia e che non può che aprire la mente e accrescere il livello culturale. In effetti non è altro che una sorta di musica antica dei giorni nostri. Voglio dire che l’improvvisazione, che è alla base del jazz, esisteva già nella musica antica e nella pratica musicale classica è andata via via scemando fino a scomparire. Il principio dell’articolazione jazzistica è esattamente lo stesso che si usava allora, ma con un linguaggio diverso. Fra l’altro questo modo di suonare aiuta a superare molti preconcetti che sfociano di frequente in difficoltà tecniche insormontabili nella musica in generale. Forse mi ripeto, ma la musica classica aiuta il jazz e viceversa. Ciò è indispensabile  per un musicista di oggi.  Quali sono le potenzialità ancora da sviluppare? Migliorare la già notevole produzione artistica incrementando i progetti misti, ossia che comprendono classica e

La città balla a ritmo di jazz

Rovigo - Cresce ed è in continuo fermento il jazz nella provincia di Rovigo, grazie anche ai corsi organizzati dei due conservatori che rappresentano una continua fucina di talenti e di nuove proposte. Sono iniziati sabato 6 novembre una serie di quattro appuntamenti musicali che vedono protagonisti altrettanti gruppi la cui gran parte è nata nei corsi di musica d’insieme del dipartimento jazz del Venezze. Il 6 novembre, al Caffettiamo di Corso del Popolo si è esibito il Vincenzo Dalla Malva 5et in un programma interamente dedicato alle musiche di Wayne Shorter. I componenti del quintetto sono Nazzareno Brischetto (tromba e flicorno), Luca Grani (chitarra), Giulia Facco (piano), Vincenzo Dalla Malva (contrabbasso) e Lorenzo Bonucci (batteria). Il 25 novembre, al Baruc di Giacciano con Baruchella, lo spettacolo Glaucorius plays Pastorius con Davide Agnoli (sax alto), Luca Grani (chitarra), Glauco Benedetti (tuba) e Lorenzo Terminelli (batteria). Nuovamente al Caffettiamo, il 4 dicembre è protagonista il Bear jazz trio, gruppo presente da parecchi anni sulla scena jazzistica rodigina e formato da Enzo “Orso” Valsecchi (pianoforte), Sandro Dardani (contrabbasso) e Lucio Chini (batteria). Il 16 dicembre, al Baruc di Giacciano con Baruchella, la musica dell’Intersection Quintet con Mattia Dalla Pozza (sax alto e soprano), Paolo Garbin (pianoforte), Joseph Circelli (chitarra), Marco Quaresimin (contrabbasso) e Enrico Smiderle (batteria) concluderà questo ciclo di concerti.


SUONI

musica (a trasmissione prevalentemente “orale”) basata sulla ricerca della propria individualità e personalità filtrate dalla conoscenza del linguaggio comune. Diventa fondamentale nel jazz l’ascolto, l’imitazione e la capacità di reagire agli stimoli (armonici, melodici e ritmici) che sono alla base di una buona esecuzione. Non si può interagire con gli altri jazzisti se non si parla lo stesso linguaggio musicale o non si è in grado di riconoscere ed elaborare simultaneamente buona parte degli stimoli che ti arrivano. Queste caratteristiche spesso vengono sviluppate a discapito della preparazione tecnica o dello sviluppo della lettura veloce. Nella musica “classica” (esagerando ma non troppo) lo studio potrebbe passare attraverso la lettura spesso pedissequa e/o solitaria di pagine e pagine che altrettanto spesso alla fine del percorso scolastico portano gli allievi ad un iper tecnicismo unito però ad una scarsa capacità d’ascolto e di condivisione partecipata dell’evento musicale. Risultato di solito ottenuto: “solisti” che spesso eseguono passi difficilissimi, con intonazione, leggendo bene ma che altrettanto spesso non “godono” della musica che suonano e non sono in grado d’interagire musicalmente con gli altri musicisti. Il mio sogno sarebbe un Conservatorio “moderno” che riesca a rispondere alle esigenze musicali dei nostri tempi e che diventi un punto di riferimento sia per chi è interessato a imparare il genere “classico”, ma anche per chi vuole perfezionarsi o avvicinarsi ad altri linguaggi musicali. Noi attraverso la nostra esperienza dovremmo creare punti di contatto e, grazie alla RICERCA e alla SPERIMENTAZIONE, mettere a disposizione dei “jazzisti” le esperienze “classiche” e ai “classici” le esperienze dei “Jazzisti”. A queste due categorie si potrebbe aggiungere la categoria della musica di consumo che va dal cantautore alla musica da film, fino ad arrivare alle musiche popolari, ma questo diventa un discorso molto lungo…

REM

jazz, esportando di più la nostra musica fuori dal Conservatorio. Altro aspetto importante è quello che riguarda il miglioramento delle strutture necessarie   ad ospitare un numero elevato di studenti   con spazi più adeguati a lezioni d’insieme e a sale studio insonorizzate. Non capisco perché nella maggior parte dei Conservatori italiani si trascuri quest’aspetto così importante. Capisco che servano risorse economiche, ma ritengo che sia una delle priorità assolute da rispettare. Acustica e strutture non sono da sottovalutare. Il musicista che ami di più? Non c’è un musicista che amo di più, sono tanti e troppo numerosi. Non riesco a darti una preferenza. In questo momento mi viene in mente Tom Harrel, come Billy Hart, come Shirley Horn, Maurice Andrè, Puccini... Louis Armstrong... Più che ai musicisti e alle false etichette, attribuite principalmente da chi per pensare alla musica ha bisogno di rinchiuderla in un genere specifico, farei riferimento alla musica bella, sincera e ben suonata, e a quella brutta.  Io sono molto curioso, ascolto di tutto e  mi interesso ad  ogni nuova tendenza; soprattutto a quelle seguite da musicisti più giovani di me. La cosa più  importante è quella di cercare di entrare dentro a ciò che ascolti e quindi a ciò che suoni e solo così non ti crei preconcetti inutili. Il concetto è che non basta toccare la musica, devi viverla. A questo proposito grazie a un mio studente, che mi ha fatto ascoltare una demo del suo gruppo mi sono appassionato maggiormente all’elettronica addentrandomi nell’ascolto e nella  creazione di suoni particolari, divertendomi ad usare dal vivo la tromba insieme al live electronics creando così nuovi suoni ed atmosfere a volte rarefatte, a volte vertiginose e piene di energia. Ciò mi ha ispirato a nuovi soli e nuove composizioni in uno stile personale che continua il suo cammino ma con una visione più ampia. In pratica ho allargato la mia concezione di suono nello spazio. Tant’è vero che ora quando suono la tromba in maniera acustica riesco a realizzare  nuove sfumature con un sound più personale e definito. Tutto ciò grazie all’esperienza del live electronics che sto portando avanti. Oggi abbiamo tutti i mezzi a disposizione per fare di tutto, si tratta solo di imparare ad usarli e ad impadronirsene.

Il musicista che ami di più? Non ho un musicista di riferimento preciso, un tempo passavo da Coltrane, Ellington, Evans per tornare a Gillespie. Il tipo di musicista che amo è quello che riesce a sorprendermi con le sue idee musicali sia come esecutore che come compositore. Non sempre mi piace tutto quello che sento di uno stesso musicista.

Il CD che non ti stanchi mai di ascoltare?    Fra i tanti preferiti sicuramente “Sonny Side Up”, con Dizzy Gillespie, Sonny Rollins, Sonny Stitt, Ray Mantilla, Tommy Bryant e Charlie Persip  registrato a New York nel dicembre del 1957, è il CD che non mi stanco mai di ascoltare. Sarà per la profondità e la freschezza delle frasi e  della musica, che scaturisce spontanea e senza blocchi, che mi fa sembrare il suo ascolto sempre come fosse la prima volta. In quel cd c’è tutto ciò di cui necessita la musica e l’ascoltatore: sincerità,

Il CD che non ti stanchi mai di ascoltare? Se dovessi proprio fare una scelta cadrei su due CD che per certi versi hanno segnato molto la mia vita musicale: Three Quartets di Chick Corea e Thelonious Monk with 48

verità, classe, calore, umanità e una esegerazione di swing. Tant’è che ascoltandolo ti viene voglia di muoverti e di ballare. 

John Coltrane. All’interno ci sono composizioni a mio avviso straordinarie unite ad una intenzionalità ed una personalità musicale dei singoli che mi tocca ogni volta.

I tuoi prossimi progetti?  Riguardo ai miei prossimi progetti è in uscita a febbraio il CD e DVD “Sangue e arena” realizzato col mio trio “Three Lower Colours“ insieme ai miei preziosi collaboratori Stefano Onorati-piano/tastiere/live electronics e Stefano Paolini-batteria/ live electronics  e  un nuovo CD  che ancora non ha un titolo, sempre con “Three Lower Colours” e” Vertere String Quartet”. Insieme al trio continua la mia produzione in quintetto col nuovo gruppo Roberto Rossi-t.bone, Marcello Tonolo-piano, Cameron  Brown-c.basso e Billy Hart-batteria e il prossimo anno è in previsione tour e registrazione. Se sarà possibile aggiungerò la Small Band  del conservatorio di Rovigo. Sto continuando a collaborare col quintetto di Roberto Gatto “Remembering Shelly” col quale  suonerò a New York a novembre e a Orvieto in occasione di “Umbria Jazz Winter” 2010. Ho in progetto anche un duo con Danilo Rea col quale collaboro da tempo e sto provando con Fabrizio Sferra per la realizzazione di un trio con Tromba, Tuba e Batteria, trio nel quale è coinvolto Glauco Benedetti, studente laureando del Biennio Jazz. L’idea di coinvolgere nuovi talenti nei miei futuri progetti è sicuramente la cosa che mi alletta maggiormente.

I tuoi prossimi progetti? Ultimamente sto scrivendo delle nuove composizioni per un gruppo abbastanza ampio costituito da un’orchestra d’archi, unita ad una sezione ritmica composta da piano contrabbasso e batteria ed una sezione di sette fiati (di varia tipologia). Sto portando avanti anche la stesura di un libro sulle tecniche d’improvvisazione che spero terminerò entro il prossimo anno. Inoltre ho intenzione di intensificare un poco la mia attività concertistica.

NOTE BIOGRAFICHE MARCO TAMBURINI

FABIO PETRETTI (Pe3tti)

Trombettista, compositore e arrangiatore, ha studiato al Liceo Musicale “A.Corelli” di Cesena sotto la guida del M° Elio Comandini conseguendo il diploma in tromba al Conservatorio di Musica “G.B. Martini” di Bologna nel 1979. Presente sulla scena jazzistica internazionale dal 1984, l’attività concertistica lo porta ad esibirsi nei più importanti festivals L’esperienza in palcoscenico e discografica lo porta a importanti collaborazioni musicali tra cui ricordiamo Billy Hart, Paul Jeffrey, Ray Drummond, George Cables, Gary Bartz, Gianni Basso, Furio Di Castri, Pietro Tonolo, Cameron Brown, Enrico Rava, Paolo Fresu, Rachel Gould, Steve Coleman, Ray Mantilla, Joe Lovano, Steve Lacy, Eumir Deodato, Slide Hampton, Gianluigi Trovesi, Giovanni Tommaso, Franco Cerri, Eddie Henderson, Sal Nistico, Ray Mantilla, Christian Escoudè, Dado Moroni, Giorgio Gaslini, Franco Ambrosetti, Maurizio Caldura, Curtis Fuller, Claudio Fasoli, Louis Heyes, Ben Sidran, Danilo Rea, Flavio Boltro, Fabrizio Bosso, Natalie Cole Big Band e Mingus Big Band. L’esplorazione nell’ambito pop lo porta a collaborare, inoltre, come turnista e come arrangiatore con molti cantanti sia in studio che dal vivo fra i quali Lorenzo Jovanotti, Laura Pausini, Irene Grandi, Raf. Già docente di Musica jazz al Conservatorio “F. Morlacchi” di Perugia e ai Corsi sperimentali di jazz del Conservatorio “G.B. Martini” di Bologna, attualmente è titolare della cattedra di Musica jazz presso il Conservatorio “F. Venezze” di Rovigo e docente ai Seminari di Siena Jazz.

Sassofonista compositore e arrangiatore diplomato in clarinetto, saxofono e musica jazz. Ha collaborato con vari musicisti fra i quali: Evan Parker, Kenny Wheeler, Paolo Fresu, Slide Hampton, Paolo Birro, Fabrizio Bosso, Enrico Rava, Paolo Silvestri, Stefano Bollani, Barbara Casini, Gato Barbieri, Jimmy Cobb, Simone Zanchini. Negli anni ha sviluppato metodi didattici molto efficaci che lo hanno portato ad insegnare in vari seminari e corsi fra i quali: Isola Jazz (Albarella), Arquato Jazz (Piacenza), Corso Musicale Estivo (Castrocaro Terme), Festival internazionale del saxofono (Faenza), Summer Jazz Workshop (Bassano) organizzato da Veneto Jazz e “The new school for jazz and Contemporary Music” di New York e OFP Orchestra Formazione Professionale (Bologna). Ha tenuto anche master class presso i conservatori di Pesaro, Bologna, Milano, Fermo e presso le università di Bologna e Banska Bistrika in Slovacchia. Discografia essenziale: “The Song Is Ended... But the Melody Lingers On” Fabio Pe3tti Trio Splas(h); “Mozart in Jazz” Trip Saxophone Quartet & Rhythm Section - Splas(h);“Blue Berceuse” Ico Manno Quartet - Splas(h); “Italiani Si Nasce” Meldola Jazz Band – Z-Best Music; “Ripescando” T.S.M.N. & Friend- Splas(h) 2001; “Passo Breve” Valerio Pappi Trio- Z-Best Music “Ulisse e L’Ombra” M.J.O. – Print Records; “The Big Small Band” Z-Best Music 1999; ”Piedi”n”stallo” F.P.Quartetto - Z-Best Music; “Variazioni Climatiche” T.S.M.N. - Z-Best Music “La geometria dell’abisso” Kaos Ensemble- Splas(h) 1997; “Blues for Bud” Dada Orchestra- Live Iseo Jazz; ”Ti Sha Man Nah” Z-Best Music; “Urt’o Logique” Ivano Torre Quintetto-Unit Records; “Summertime in Jazz” Ti Sha Man Nah Saxophone Quartet Splas(h); ”Dies Irae” Marche Jazz Orchestra-Philology 1989;

Discografia essenziale: Thinking Of You, Trip Of Emotion (con Slide Hampton), Feather Touch, Amigavel (in duo con Marcello Tonolo), The Trumpet In The XX Century (con Stefano Bollani), Frenico, Two Days In New York (con Billy Hart, Paul Jeffrey, Ray Drummond, George Cables, Gary Bartz e Marcello Tonolo), Jazz Contest , Isole per la storica etichetta Emarcy – Universal (con Billy Hart, Cameron Brown e Marcello Tonolo) e Childreams (con Christian Escoudè e Darryl Hall) Tra le collaborazioni citiamo Why Not (2002, Dreyfus Jazz) come direttore musicale dei Massive Groove, Uragano Elis con Barbara Casini, Taking A Chance On Love di Jimmy Cobb e in No More Fire e Dancing on a dime di Rachel Gould. 49


FORME

Serena Fortin: emozioni nelle forme di Sandro Marchioro foto di Nicola Pozzato

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apita, più spesso di quanto si creda, di riuscire ad intuire lo spessore artistico di un’opera o del suo autore da particolari secondari, da espressioni o atteggiamenti che non nascono in maniera diretta e lineare ma vagano più o meno nitidamente o dentro la polpa formale dell’opera o nella personalità di chi l’ha prodotta. Ho incontrato Serena Fortin in un piacevole pomeriggio di inizio autunno in centro a Rovigo, sua città Natale. Non la conoscevo né avevo mai sentito parlare di lei prima di allora. E’ facilissimo entrare in sintonia con Serena: parla in maniera fluida e tranquilla, racconta del suo lavoro con passione autentica. Si trova molto bene in Spagna, dove si è trasferita da qualche anno e dove sembra aver trovato condizioni di vita ed opportunità che il nostro paese non sa più dare. In quel breve pomeriggio Serena mi ha descritto quello che fa e mi ha fatto capire molto della sua arte, prima ancora che avessi la possibilità di vederla. Ma la cosa che mi ha colpito di più e che ha illuminato il suo modo di sentire l’arte che produce è stata l’intensità con cui mi ha raccontato di un incontro con un cieco che ha voluto conoscere le sue opere. Un appassionato d’arte spagnolo che, dopo aver toccato, accarezzato, sfiorato le sue opere ha saputo dirle di più sulla sua arte di quanto le avessero mai detto molti critici. Un’esperienza che mi ha raccontato solo alla fine, praticamente quando ci stavamo salutando; ma l’ha fatto con un calore tale che questo breve episodio mi è parso dire molte cose non soltanto sulla sensibilità umana di Serena ma anche sul suo rapporto con quello che fa e con il modo in cui lo fa. Sappiamo tutti che i non vedenti percepiscono la realtà non soltanto vi-

vendo con la massima intensità i sensi attivi ma anche sviluppando una capacità percettiva in un certo qual modo estranea ai sensi stessi eppure fortemente operativa. Credo ci sia una relazione molto forte tra questa capacità percettiva tipica dei non vedenti e la capacità di Serena di sentire la realtà e di trasformarla in opera d’arte. Lo conferma la sua emozione di fronte al cieco che comprende la sua opera: un’emozione dettata dal fatto, mi pare, che quel non vedente nell’interpretare le sue opere ha percorso assolutamente le stesse strade percorse da Serena nel produrle. Una condivisione totale, rara, che non appartiene a nessun altro critico il quale, nel giudicare, è quasi costretto dal suo percorso culturale ad usare la razionalità ed a non percepire fino in fondo quell’elemento intuitivo, misterioso e magmatico, che sta alla base di ogni opera d’arte. A proposito di sensazioni, credo non sia secondario neppure il fatto che la nostra artista lavori soprattutto con il legno: materiale che “parla” e che mette in moto i nostri sensi molto più di altri. Un’altra scelta recente di Serena mi pare significativa: quella di dedicare una parte della sua attività alla creazione di gioielli. Le sue sculture, cioè, diventano anche oggetti da portare, prodotti che abbelliscono, forme di ornamento del corpo. Un oggetto d’uso comune che diventa arte. Non è una novità. E’ una via praticata in diverse epoche, a diverse latitudini, da diverse civiltà. Ha a che fare con l’idea di portare il bello addosso, di tenerlo vicino, di regalare a se stessi un po’ della bellezza dell’oggetto che si espone, prestandosi a diventare luogo espositivo: il corpo che espone, quindi, e non solo che è perennemente esposto. Un pezzetto di eternità, di durevolezza, sostenuto ed appoggia51


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to a quanto di più deperibile ci sia: il nostro corpo, la nostra vita. Vale la pena di notare che non c’è differenza tra le opere scultoree vere e proprie e questi prodotti. Anche nel caso dei gioielli, infatti, il senso profondo delle forme astratte di Serena Fortin è che non sono per niente astratte. Curve, linee, sinuosità, incavi possono essere benissimo letti come riferimenti alla natura, ai suoi ghirigori creativamente necessari, al suo divenire inesorabile, al suo manifestarsi: un’onda, le rigature d’una corteccia, la forma di una nuvola, il profilo di un colle o di una catena di monti, le sinuosità di un corpo. Quella di Serena non è arte astratta, è un’arte figurativa che fa finta di non esserlo, che suggerisce e suggestiona più che affermare e raccontare. Ho visto poco delle opere di Serena. Ma quel poco basta: non per una mia particolare capacità intuitiva ma soprattutto per la chiarezza delle cose che Serena vuole comunicare. Una densità, quella dell’artista rodigina, che sarebbe molto bello poter vedere anche qui, nel territorio dove è nata e cresciuta: per quanto in Spagna si trovi bene e sia grata al paese che l’ha accolta e fatta star bene, vorremmo poter godere anche noi dell’arte di Serena, senza necessariamente diventare gelosi dei nostri amatissimi amici spagnoli.

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ELIA COLORI

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Alessandro Greggio

Non ricordo di preciso il momento in cui ho conosciuto Elia. Ricordo però con certezza che fu fin da subito molto facile parlare con lui, entrare in confidenza col suo mondo. Quando due vite si incrociano, anche se per poco, le strade percorse, quelle che ci stanno appena dietro le spalle, tendono a pesare su ciò che ci si racconta, su ciò che si vuole mettere in evidenza e sembrare di fronte al nuovo amico. Ma questo era un atteggiamento mio, non di Elia. Con gli occhi ed i capelli da putto angelicato che si ritrovava, come se fosse uscito da una tela di Raffaello, Elia sembrava vivere un eterno presente, una dimensione del tempo che non conosceva i conflitti e le tensioni tra ciò che siamo stati e ciò che siamo diventati. O almeno, per quel poco che l’ho frequentato, non ho avuto l’impressione che questa tensione producesse quell’andamento carsico che agisce in tutti noi, determinando il nostro presente. Sapevo del suo lavoro. Non ne abbiamo mai parlato, non so il perché. Era comunque evidente che c’era poco da dire, soprattutto perché quel ragazzo - uomo ormai giunto alla maturità (senza farsene nulla della maturità così come tutti noi la intendiamo) più che parlare dell’arte aveva l’istinto e la forza di chi l’arte la interpreta, la vive fin nelle fibre più profonde del proprio essere. Non era tanto l’atteggiamento scapigliato e un

po’ maudit che ben conoscono tutti coloro che l’hanno praticato o avuto per amico; credo piuttosto sia più vicino al vero dire che Elia sentiva e viveva ogni aspetto della sua vita come se fosse amplificato, raddensato, carico di vitalità. Ho sempre avuto l’impressione che ogni evento, ogni incontro, ogni inevitabile passaggio della sua esistenza Elia lo vivesse come un cavo ad alto voltaggio trasporta una potente corrente elettrica; e quando si metteva davanti alla tela, ecco la scarica, la differenza di potenziale che liberava un’energia che prendeva l’aspetto di forme e di colori: dissolti, rabbiosi, caotici, immersi in una specie di brusio esistenziale che dice molto dei fondali della sua anima ma soprattutto, come capita ai grandi artisti, dell’anima di tutti noi. Stranamente, quando una vita si interrompe anzitempo come è capitato ad Elia, la cosa che tocca di più a chi lo conosceva, man mano che il tempo scorre, non è l’assenza, ma il peso della continua presenza. Come di tante cose da dire e da fare insieme che però non si sono mai liberate ed espresse e che stanno lì, vagano nello spazio angusto dei ricordi toccando spesso nervi scoperti. E che ci portiamo dietro senza la possibilità di condividere, facendoci un male cane, senza mai smettere di dolere. Sandro Marchioro 54

TRA LA CADUTA E LA FELICITà

di Stefano W. Pasquini

Elia e la pittura universale

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i piace pensare che Elia (Alessandro Greggio, Adria 1968 - Bologna 2005) non si sia suicidato. Non perchè non rispetti chi decide l’opt out dal mondo, anzi, ho quasi stima di un gesto così

coraggioso e disperato, ma perchè ricordo un episodio in cui lui si addormentò davanti a me, seduto sul letto prima di coricarsi, mentre si slacciava le scarpe. Vidi che rimaneva nella stessa posizione, e non capivo, fino a che 55

non lo sentii russare. Allora lo posai sul letto, ma il suo dito non lasciava il laccio. Allora mi piace immaginare Elia che, nell’afa estiva di un agosto bolognese, fuma l’ultima sigaretta seduto sul davanzale, e si addormenta


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nei suoi pensieri, cadendo dalla finestra del suo appartamento vicino al Teatro Duse. Aveva disegnato fino a un minuto prima, perchè il gesto, il disegno, la pittura erano la sua vita, sin da quando da ragazzino organizzò la sua prima mostra personale nella sala comunale di Adria. Ricordo l’invidia generale, soprattutto degli studenti maschi, quando Elia arrivava in Accademia, al primo anno, e dipingeva furibondo e sicuro di sè, magari usando solo tre colori, il bianco, il nero e l’arancione, mentre noi eravamo cauti e insicuri, indecisi sul da farsi. Elia fece scuola in quella scuola, ci fece capire che chissenefrega era un valido atteggiamento, sia rispetto all’arte che rispetto alla vita, alla faccia dei professori. Certo, l’Accademia di Bologna aveva già la sua atmosfera particolare, con disadattati di tutti i tipi, creativi e non, che gravitavano l’inverno di fianco ai termosifoni caldi dei corridoi. Ed Elia era lì, seduto a ridere nei corridoi, sempre. Poi però entravi nell’aula di Pozzati e rimanevi ammaliato davanti a un suo nuovo, incredibile pezzo. Ma quando l’aveva dipinto? Nel suo studio di Strada Maggiore era la stessa cosa. Elia non c’era mai, lo vedevi (sempre) in giro o al Sesto Senso o in via del Pratello, a bere e a ridere fuori da qualche osteria, con amici sempre nuovi. Poi entravi nello scantinato del suo

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studio ed era pieno di quadri nuovi, magnifici e densi, nella lotta disperata contro e dentro la pittura. Perchè la pittura era la vera sfida quotidiana di Elia. Non tanto il successo o l’insuccesso variabile della sua carriera. Elia aveva capito che per arrivare da qualche parte, in questo angolo di provincia debole che è l’Italia degli anni 2000, bisogna piegarsi a dinamiche che a lui non piacevano. E non era il solo. Bologna e la sua tradizione di cultura alternativa si sposavano bene con Elia, che non vedeva linea di confine tra arte e vita, nè tra cultura alta e cultura bassa. Un americano di Adria, insomma. Che come il suo amato Rauschenberg, e prima di lui Man Ray, aveva capito l’importanza della materia nell’arte come rifiuto dell’elitarismo dell’arte stessa.

Così Elia rovistava tra l’immondizia per trovare ciò che lui trasformava in un diamante disperato ed autentico. Elia aveva assimilato completamente la cultura esistenzialista, ed anche il suo gusto musicale - la musica lo accompagnava sempre - ne era testimone. Come Sartre aveva insegnato, bisogna accettare di vivere disperati, e solo in questo modo si può accettare l’inutilità della nostra esistenza. La felicità così arriva inaspettata - con una nuova fidanzata, la vendita di un quadro o la proposta di una mostra - ma soprattutto nella pittura. La pittura come istanza universale, non individuale. La pittura che deve continuare ad avere uno sviluppo nonostante tutto, nonostante la sua - più volte annunciata - morte, nonostante il mercato, la moda, i trend che la con58

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tengono e le permettono di esistere. La pittura deve continuare. Ed Elia la continuava, alle volte con esasperazione, alle volte con il sacrificio di chi sa che si deve dimenticare le lezioni che gli sono state impartite e spesso non ce la fa. Allora tornava a un figu-

rativo un po’ impacciato, come dire non voglio farlo bene, ma non riesco nemmeno a non farlo. Oppure quando qualche amico gli commissionava un ritratto. Nell’atteggiamento giocoso della sua vita Elia si prestava con allegria nel farsi commissionare qua59

dri, ma quello era lavoro e non arte. Così come i mobili che tutti gli ammiravano e commissionavano, e che gli hanno permesso di vivere a Bologna per oltre un decennio senza uno stipendio. Non appena i soldi stavano per finire, ecco un vecchio amico che


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chiamava per commissionare una libreria, un tavolino, un paravento. Oggetti bellissimi, di cui andava anche orgoglioso, ma che non erano la pittura. Ricordo una lettera in cui mi scriveva che era stanco di attaccare oggetti sulla tela, che si voleva concentrare sulla superficie della pittura. Eravamo da poco usciti dall’Accademia, erano i primi anni novanta, ed Elia avrebbe continuato ad attaccare oggetti sulla tela fino all’ultimo. Era più forte di lui, doveva unire pezzi della sua vita alla sua arte, come prima di lui avevano fatto Man Ray, Rauschenberg, Beuys, Basquiat. Negli ultimi anni Elia si era fatto più serio, e i suoi quadri più completi, più maturi. Malgrado fosse arrivato alla quasi totale astrazione, il suo percorso partiva come sempre dall’uomo, e a ben guardare tutti i suoi lavori hanno una figura - un uomo, a ricordarci che infine ciò che importa siamo noi. Il suo atteggiamento generoso, rispettoso dell’altro, non era altro che

crediti fotografici: Mario Greggio Dario Lasagni Stefano W. Pasquini Alessandro Linzitto 60

parte di questa maniera umanista di vedere le cose, del pensare tutti nella stessa barca. Ci ho messo due decenni per capire come mai Elia si contornava delle persone più svariate di ogni natura e classe sociale, ed era proprio per questo atteggiamento coeso, di unità di fondo, che ritrovo ora nei compagni di avventura della sua Adria. Non è facile essere un outsider, un artista, in Italia, e non so come Elia vivesse il provincialismo di una nazione che non si cura dei suoi artisti. Allora lo spronavo, gli dicevo di partire per New York con un biglietto di sola andata. Lui non l’ha mai fatto, e tuttora mi fa male entrare in una galleria di Chelsea e vedere un pittore peggiore di lui. Per non parlare del suo modo di fare fotografia. La manciata di fotografie scattate da Elia che ho avuto la fortuna di vedere hanno un che di magico ed originale, difficile da raccontare, ma ricordo questo suo scatto (ormai perduto) che mi arrivò a Londra e che racchiudeva

tutto il suo mondo: il Po, i suoi detriti, i rifiuti, i sassi, ed in mezzo una faccina d’angelo di una bambolina, persa a mare da chissà quale disavventura d’infanzia. La cometa di Elia è stata una lezione di libertà per tutti, e mi auguro che questo - almeno nella sua arte - traspaia e arrivi anche alle nuove generazioni. Elia era libero davvero, e quando si dimenticava di tutto il resto volava leggero col pennello sulla tela. La felicità di quei giorni in studio si può quasi toccare con mano in alcune delle sue tele. La figura di Pierino/Pinocchio allora diventava un soggetto preferito: l’idea del bambino che fa quel cazzo che gli pare, ma prima di essere sgridato ti fa un sorriso, una smorfia d’angioletto, allora lo perdoni. E lo ami. Mi fa veramente malissimo pensare ai quadri che Elia non aveva ancora fatto. Ne meritava ancora, di quella felicità.


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Elisa Rossi esercizi di intimità di Daniele Capra

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altro, nemmeno un posto piccolissimo per altri pensieri. La centralità della pratica rispetto al pensiero - o, se volessimo, dell’agire sul concepire - fa inevitabilmente venire in mente l’approccio di cui ha parlato frequentemente Gerhard Richter, il quale carica l’azione del dipingere con una responsabilità viscerale e allo stesso tempo quasi civile: l’artista “deve credere in ciò che sta facendo, deve impegnarsi intimamente in prima persona per poter praticare la pittura. Una volta che ne sarà ossessionato, egli arriverà al punto di credere di poter cambiare l’uomo con l’esercizio della pittura. Se venisse meno questo impegno morale non c’è nulla altro da fare che isolarlo, perché in fondo la pittura è pura follia”2. Non sapremo mai con certezza se Elisa Rossi abbia l’ambizione di cambiare l’essere umano, ma di sicuro non le

ulla die sine linea, nessun giorno senza una linea, riferiva Plinio il Vecchio del celebre pittore Apelle1. Stando a quanto ci tramanda lo storico romano, l’artista ellenico concepiva infatti la pittura come pratica necessariamente giornaliera e non come semplice lavoro da eseguire liberamente, secondo ispirazione e sensibilità. Nell’opera di Elisa Rossi si coglie lo stesso approccio all’attività artistica come esercizio quotidiano, grazie a cui dipingere si è trasformato in un rito, tanto naturale nella spontaneità quanto religioso nella ripetizione. In una conversazione Elisa mi ha raccontato come il gesto di pulire la stanza ed i pennelli siano le azioni con cui ha inizio quel tempo di odiata solitudine, ma anche di amata fetale sicurezza, che è la pittura. Per l’artista veneta, in quel momento di isolamento autoimposto non c’è

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è estranea la volontà di tracciare delle immagini che raccontano un universo sconosciuto, o che siamo abituati ad ignorare nel frastuono visivo in cui siamo immersi. La sua produzione è riconducibile a due distinte aree tematiche, sebbene intrinsecamente connesse: il ritratto del corpo femminile (di natura spiccatamente iconica) e la rappresentazione di merletti e ricami, gioielli (marcatamente più concettuale). In entrambe si avvertono il pathos partecipativo e un’aura trasognante di natura malinconica, che l’artista inevitabilmente ci invita a condividere. Le sue donne sono sempre sole, e sono immerse in un’atmosfera di silenziosa e distillata intimità, per lo più in situazioni domestiche come la cura del proprio corpo. Molto spesso di schiena, liberate della necessità del dover essere tutto ciò che il mondo loro impone, sembrano voler mostrare il corpo come ultimo elemento a baluardo della propria natura muliebre, in un frangente di spleen esistenziale che non hanno vergogna ad esibire. La natura

malinconica e l’inequivocabile vuoto interrogativo rendono il soggetto una sorta di intima ed aggiornata versione dell’apoxyómenos, l’atleta che si deterge il sudore dopo la fatica della gara, declinato però in versione femminile, antiretorica e postmoderna. Ma non è narrazione, non sono i piccoli gesti o le azioni di cui sono protagoniste queste donne ad essere centrali, quanto l’abbandono ad una meditata interiorità4, in una dimensione temporale indefinita, che all’osservatore è concesso di vedere con uno sguardo fugace e rubato. Lo spettatore diventa così inoffensivo voyeur, in cui forse non è estranea qualche forma di compiacimento erotico, che affoga però rapidamente nell’inquietudine e nel male di vivere (benché i possenti cinquecenteschi Prigioni del salone affrescate dal Fasolo, in cui sono collocate le opere concepite per Villa Caldogno, sembrino essere trasformati nei lascivi biblici Vecchioni). Di tutt’altra natura sono invece le tele che raffigurano ri-

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cami, pizzi, merletti e centrini decorativi - ossia pratiche storicamente riconducibili al mondo femminile - nei quali è essenziale il lavoro attento e ripetitivo che raccontano. Ma il soggetto, essenzialmente una natura morta caratterizzata da un’atmosfera di metafisico “suspension of disbelieve”�, passa in secondo piano rispetto all’esecuzione. A dispetto della virtuosa immediatezza iconica, è proprio il tempo del dipingere il vero elemento creativo ed il motore concettuale di questi lavori: l’esercizio pittorico che richiede continua attenzione rappresenta nei fatti per l’artista il recupero dell’artigianalità propria del mondo femminile, in cui il tempo dilatato rende possibile un silenzioso monologo introspettivo. Inevitabilmente le lunghe tempistiche dell’esecuzione coincidono con i necessari spazi di riflessione, che spiegano come la pittura di Elisa Rossi sia essenzialmente esercizio di intimità. Ma nel contempo questi soggetti narrano le suggestioni di un mondo - quello dei ricami e dei merletti - ormai perduto, lontano, e che sembra appartenere solo alla memoria dei più anziani che sempre più ci sfugge. Attimi che si possono oramai solo evocare assaporando una proustiana Madeleine, o un dolcissimo Mon Chéri. NOTE 1 Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, cap. XXXV. 2 G. Richter e H. U. Obrist, The Daily Practice of Painting, Notes 1973, Mit Press, 1995, p. 78. 3 Cfr. Sant’Agostino, De vera religione, cap. XXXIX, 72, “in interiore homine habitat veritas” (“é nel profondo dell’uomo che risiede la verità”). 4 “Sospensione di giudizio”, S. T. Coleridge, Biographia Literaria, cap.XIV.

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IMMAGINI

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GENTE DEL PO Immagini tratte dal film di Michelangelo Antonioni.

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L’occhio di Antonioni sul Delta Intervista a Elisabetta Antonioni, nipote del grande regista di Vainer Tugnolo

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he Michelangelo Antonioni abbia lasciato un segno indelebile nel cinema italiano, con le sue indagini sui sentimenti e sul rapporto fra individuo e ambiente circostante, è cosa risaputa: come sia nata questa capacità di indagine e che tipo di relazioni abbia stabilito con Ferrara, città natale del regista, e con il Delta del Po, ci ha aiutato a capirlo la nipote Elisabetta, figlia dell’unico fratello di Michelangelo, Carlo Alberto. Al Delta è infatti legato il suo primo vero lavoro, il celebre documentario “Gente del Po”, girato in condizioni difficili durante gli anni del secondo conflitto mondiale. “Michelangelo, allora sottufficiale dell’esercito, inizia a girare nel 1942 – spiega Elisabetta – e cerca di portare a termine il lavoro grazie all’interessamento di un amico che lavorava all’Istituto Luce”. Il cortometraggio di Antonioni, però, rompe totalmente con gli schemi del passato sia per le modalità con cui viene condotta la lavorazione sia per i contenuti della pellicola. “I Repubblichini – spiega ancora la nipote del regista – avevano trasportato a Venezia le pizze del documentario e quando mio zio riprende a girare nel 1947 se

ne ritrovano solo 300 metri; almeno altrettanti risulteranno perduti o irrimediabilmente danneggiati, più probabilmente manomessi”. Il tema trattato, la vita di una famiglia sul fiume e i pescatori che abitavano nei casoni sulle terre estreme del Delta, era certamente troppo distante dalle atmosfere dei telefoni bianchi che sino ad allora avevano caratterizzato tutto il cinema italiano. A farne le spese, in un certo senso, anche il Delta del Po che perde una parte importante del lavoro lasciato da uno dei più grandi cineasti italiani. La scena probabilmente più nota del documentario, infatti, il temporale sullo scanno, era solo una parte della pellicola che Antonioni aveva deciso di girare, nelle sue fasi finali, proprio dove gli ultimi lembi di pianura lasciano il posto all’apprensione del mare. “Delle scene girate nel Delta, ad esempio – spiega Elisabetta – sono andate completamente perdute quelle dove la terra diventa palude, dove i bambini vengono messi in salvo sui tavoli all’interno dei casoni e le lenzuola appese al soffitto per assorbire l’acqua”. “Nessuno dei protagonisti faceva l’attore, madre e figlia che vivono in barca lo erano anche nella vita; la madre 69

era occupata presso la Cassa Mutua di Ferrara dove lavorava mio padre”. Michelangelo adotta un nuovo metodo, mostra volti e facce che il cinema aveva fino ad allora ignorato, tratta temi innovativi e disegna trame non ancora percorse: precorre, in definitiva, la nuova frontiera del neorealismo. Questa paternità, che in un certo senso egli stesso rivendicava, non gli fu mai riconosciuta e Michelangelo se ne dispiacque parlandone apertamente in una lettera privata indirizzata al padre Carlo e al fratello Carlo Alberto. Il percorso di indagine psicologica sulla persona, sui suoi sentimenti, sul suo modo di collocarsi in una realtà che sente spesso estranea, inizia probabilmente già con “Il grido”, un altro film girato in Polesine e che precede la famosa trilogia dell’incomunicabilità. Le riprese erano inizialmente previste nel Delta, sull’Isola di Cà Venier, dove furono portate a termine le fasi di preparazione delle lavorazioni; poi la piena del Po e le difficili condizioni dell’inverno del 1956 costrinsero la troupe a spostarsi fra S. Maria Maddalena, Francolino e il ravennate. “Michelangelo aveva manifestato sin da giovane una predisposizione alla ricerca degli


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Romano Guarnieri un grande polesano dimenticato Da Adria all’Olanda in nome dell’italiano di Sergio Garbato

IL GRIDO Locandina e immagini durante le riprese del film.

aspetti più nascosti della psiche umana; amava molto Pirandello e il suo punto di vista preferiva indirizzarlo soprattutto sull’universo femminile; in tutti e tre i film della trilogia, ‘L’avventura’, ‘La notte’ e ‘L’eclisse’ la protagonista è una donna: oltre, naturalmente, a ‘Deserto rosso’. La sua stima e il suo rispetto, pienamente ricambiati, verso le donne e il loro mondo era totale”. Ne “Il grido” la riflessione viene però condotta attraverso la crisi e l’indagine introspettiva condotta sulle vicende che coinvolgono un operaio e la sua famiglia. “Questo – afferma Elisabetta – gli procurò numerose critiche, anche di natura politica, che mio zio non comprese fino in fondo; ‘Il grido’ fu però un’opera che mise in luce molti aspetti peculiari nel modo di fare cinema di Michelangelo”. Nel film non è difficile infatti individuare il ruolo di una colonna sonora che accompagna il protagonista nello sviluppo dei suoi stati d’animo attraverso le nebbie di un paesaggio sfumato che fa da sfondo alle vicende: “Da ragazzo Antonioni suonava il violino – continua Elisabetta – e le colonne sonore hanno senza dubbio rappresentato un fattore chiave nel suo nuovo, personale, modo di

raccontare storie, personaggi e stati d’animo attraverso la macchina da presa”. “Alle musiche dei suoi film, pertanto, prestava sempre la massima attenzione rivelandosi molto esigente sul contributo che potevano dare al complesso della lavorazione; così come, d’altra parte, si occupava dei minimi particolari con attenzione quasi maniacale”. Abile interprete della realtà e del mondo circostante, lettore molto attento e capace delle debolezze e delle fragilità delle relazioni umane, il regista ferrarese non era solito frequentare molto l’ambiente del cinema: poco mondano, quasi schivo, leale nei giudizi, rari, nei confronti di amici e colleghi: Michelangelo era molto più concentrato a cogliere le stranezze e le sfaccettature di una realtà che sapeva offrire continui, e interessanti, spunti di riflessione. “Nutriva una curiosa passione per i nomi di persona – prosegue Elisabetta Antonioni - tanto da raccogliere su un quaderno quelli che riteneva più originali e degni di nota”. “Inoltre ricordo che da ragazza, sul set di “Deserto Rosso”, mi mostrò un pezzo di legno che aveva recuperato in spiaggia: un pezzo di legno di una forma tale da sembrare 70

un paesaggio e che mio zio decise di collocare all’interno di quella che nel film era la camera da letto di Monica Vitti”. Proprio “Il grido”, nelle fasi del doppiaggio, aveva fornito l’occasione dell’incontro fra la Vitti e Antonioni: un sodalizio, non solo artistico, poi destinato a durare molti anni; ancora, nel film girato in Polesine, si ritrova il gusto del particolare, l’attenzione al dettaglio, negli arredi delle case dei protagonisti. Nelle scene all’aperto, invece, ecco il montaggio che fissa un momento accostando, e sovrapponendo, riprese girate in tempi e in luoghi diversi; o ancora l’uso di tutte le tonalità di grigio che consentono di “colorare” un grande film in bianco e nero. A questa capacità di indagine, e a un talento fuori dal comune, dobbiamo anche la collocazione di un paese ideale, Goriano, in un mondo autentico, ma fatalmente onirico, come quello polesano: quasi inducendoci a catturare l’idea, e invitandoci a condividerla, di come Antonioni abbia voluto cogliere, al confine fra reale e immaginario, le contorsioni psicologiche degli individui che non possono, o non vogliono, riconoscersi nell’ambiente che li circonda.

«Quarant’anni di insegnamento all’estero, li ho ormai compiuti. Non è poca cosa, ti pare? Conclusa ormai considero la mia vita, soddisfatto sotto certi aspetti, amareggiato per molti altri», così Romano Guarnieri, in una lettera da Amsterdam a don Giuseppe De Luca in giorno di Pasqua del 1947. E quella sua vita, avventurosa e singolare, si sarebbe davvero conclusa otto anni dopo, il 29 ottobre del 1955 a Perugia. Quel giorno, uno dei rari ciclisti che circolavano per la città piombò addosso, sbattendolo a terra, a un signore anziano, alto e appena curvo, con il basco calcato sui capelli bianchi, che aveva attraversato incautamente la strada, senza guardarsi intorno sotto la pioggia insistente sferzata dal vento. Ricoverato d’urgenza al policlinico di Perugia, Romano Guarnieri, perché di lui si trattava, morì qualche giorno dopo. Non sappiamo quando e

come la notizia della sua scomparsa sia giunta ad Adria, ma sicuramente non doveva avere trovato

grande risonanza, non più degli avari trafiletti apparsi sui giornali. Romano Guarnieri aveva lasciato

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il Polesine ancora sul finire dell’Ottocento e per la sua città natale era un illustre sconosciuto, tanto che, per quanto ne sappiamo, nessuno mai pensò di intitolargli una strada o anche solamente un vicolo, magari una lapide. Nel 1963, nel numero unico del Settembre Adriese, Giuseppe Cordella aveva tracciato un sintetico profilo dell’uomo e dello strudioso, ma, a oltre cinquant’anni dalla morte, chi può davvero ricordarsi di lui? È vero che da Adria se n’era andato appena quindicenne, con ritorni sempre più rari nel tempo convulso della sua esistenza, ma è anche vero che l’uomo ha lasciato segni profondi nella storia e nella cultura europea. Era, dunque, nato ad Adria il 20 febbraio del 1883. I genitori erano il nobile Francesco De Guarnieri e Carolina Cordella, piccoli proprietari ed eredi entrambi di due famiglie profondamente radicate nella città polesana. E difatti, il


PERSONAGGI

REM

nostro era primo cugino di due Guarnieri grandi musicisti, come il violinista Francesco e il più celebre direttore d’orchestra Antonio. Ma, quasi per contrappasso, Romano Guarnieri, fin dalla più giovane età, era abitato dall’insofferenza e da un’ansia di conoscere che gli avrebbero impedito di restare a lungo nello stesso luogo. Eccolo, nel 1898, iscritto in un liceo di Firenze, che abbandonò appena due anni dopo per arruolarsi nell’esercito. E la sua inquietudine doveva pure mirare a qualcosa, se ancora ragazzo aveva frequentato i circoli socialisti, venendo a contatto con Edmondo De Amicis e Andrea Costa, mentre, sotto le armi, aveva profuso energie per insegnare a leggere e scrivere ai commilitoni analfabeti. A Firenze ritornò nel 1901 con il grado di sottotenente del Genio e fu subito tra i fondatori della Società filosofica e tra i letterati della rivista «Leonardo», lettore di Croce (con cui avrebbe stabilito un lungo rapporto di stima reciproca), sodale dei Futuristi, amico di Papini, Prezzolini, Soffici, Palazzeschi, Marinetti, Ungaretti e Rebora (che gli avrebbe dedicato i «Canti anonimi»). Nel 1905, però, lasciò l’Italia per cercare fortuna all’estero, prima a Londra, poi ad Hannover, 72

con l’intenzione di raggiungere San Pietroburgo. Si sarebbe fermato invece in Olanda, destinata a diventare la sua seconda patria. In Olanda, infatti, gli sparsi fili dei suoi interessi e della sua esistenza si intrecciarono, mentre si definivano più chiaramente i suoi interessi. L’arte e la letteratura, certamente, ma anche e soprattutto la filologia e lo studio delle lingue, o meglio dell’apprendimento delle lingue (per suo conto avrebbe imparato francese, inglese, olandese, tedesco, rumeno, spagnolo e da ultimo lo svedese, quando ormai era settantenne). In Olanda si sposò con Iete van Beuge e nacquero i suoi due figli Romana (1913) e Leonardo (1915), si laureò a Gronigen e diventò lettore e libero docente in diversi atenei (fra i suoi studenti ci sarebbe stato anche Huizinga), fino ad ottenere una cattedra di lingua italiana, istituita appositamente per lui a Utrecht. Ma la sua attività divenne sempre più frenetica, divisa fra conferenze, collaborazioni a riviste, seminari, in un’opera di diffusione della cultura italiana che trovò ulteriore riscontro anche nella fondazione, a partire dal 1914, di una quattoridici di comitati della Dante Alighieri. I contatti con l’Italia e con gli artisti e intellettuali fiorentini non

erano però mai stati interrotti, tanto che nel 1915, Guarnieri partecipò a tal punto all’acceso interventismo che animava molti dei suoi primi conmpagni di strada, che lasciò l’Olanda e rientrò in patria, per partire per il fronte come volontario. Ritornò all’Aja alla fine della guerra, ma la moglie, che non aveva condiviso il suo interventismo e non gli aveva perdonato la sua partenza, chiese il divorzio. Nel 1920, Guarnieri si era già trasferito a Voorburg e unito con Marie De Bosson, ma, dopo avere gli effetti letali della guerra alla quale aveva partecipato con tanto entusiasmo, era diventato pacifista ed europeista e un anno più tardi, dopo avere ottenuto la libera docenza, lo ritroviamo insegnante di letteratura italiana a Amsterdam e in altri atenei. Nel 1926 aveva conosciuto Astorre Lupattelli, fondatore e rettore dell’Università per stranieri di Perugia e aveva accettato con gioia di tenere un corso estivo di sei settimane per principianti di lingua italiana. A partire dal 1927 (nel frattempo la sua ex moglie Iete van Beuge si era risposata con l’architetto Gaetano Minucci e si era trasferita con la figlia a Roma, dove nel 1933 l’avrebbe raggiunta anche il figlio), Guarnieri sarebbe regolarmente ritornato

a Perugia per insegnare l’italiano a sempre più numerosi studenti, raggruppati in un’unica classe e senza distinzione di nazionalità. A questi corsi che si protrassero fino alla sua morte e al particolarissimo metodo che ne derivò, Guarnieri deve gran parte della sua fama postuma. Si trattava «di porre l’alunno in grado di servirsi immediatamente della lingua, con una graduale conoscenza della grammatica». L’esordio di ogni corso è noto: «Potete parlare italiano? – No, non posso parlare italiano. – Perché volete imparare l’italiano? – Perché voglio andare in Italia». Così si cominciava subito a parlare in italiano e la lezione diventava corale, per quattro ore al giorno, tanto che gli studenti, al termine del primo mese, potevano già capire ed esprimersi nella nuova lingua. Intanto, proprio sul finire degli anni Venti, la prima adesione al fascismo si era trasformata in dissenso e, successivamente, con l’emanazione delle leggi razziali e l’invasione tedesca dei Paesi Bassi in aperta ostilità. Le conseguenze ebbero esiti drammatici: la sua nuova compagna, la scrittrice e traduttrice ebrea Carla Simons, alla quale si era unito fin dal 1927, venne deportata in Germania e morì in un campo di concentramento. Quanto 73

a Guarnieri, venne dapprima internato e poi trasferito in Italia nel 1943, dove si rifiutò di aderire alla Repubblica di Salò ed entrò in contatto con elementi della Resistenza, finendo in carcere a Torino fino alla Liberazione. Nel dicembre del 1945, Romano Guarnieri ritornò in Olanda con la sua ultima compagna, Alessandra Bouwmeester, facendosi artefice di importanti accordi culturali con l’Italia, e nel contempo riprese la sua attività all’Università di Perugia. Negli ultimi giorni della sua esistenza stava curando, insieme con Enzo Amorini, la ristampa, aggiornata e arricchita, del suo «Metodo di lingua italiana per stranieri» uscito per la prima volta nel 1941 e destinatoa essere ripubblicato postumo nel 1956. A Romano Guarnieri, lo scorso aprile, l’Università per Stranieri di Perugia ha intitolato collocandovi anche un busto in bronzo, quell’aula in cui il professore e studioso adriese aveva fatto le sue lezioni «corali» per tanti anni a numerose generazioni di studenti provenienti da ogni parte del mondo.


STORIE

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da un tocco personale, tra l’altro molto apprezzato dagli appassionati dell’obiettivo e della “camera oscura”. Si può anche dire inoltre che in lui la fotografia ha trovato il manipolatore efficace che sa rendere più interessanti le immagini colte dall’obiettivo. Per ottenere effetti speciali sulle riproduzioni fotografiche, in perfetta simbiosi tra uomo e strumento di cui conosceva tutti i segreti, come un pittore del Rinascimento usava persino per ingrediente il tuorlo d’uovo. Ad Adria, dove svolse l’attività commerciale dapprima presso la drogheria dei Fratelli Santi e poi nel proprio negozio di generi alimentari, fu padre fondatore del Foto Club sorto nel 1966. Il primo settembre di quell’anno infatti, presso la sua abitazione in via Alberto Mario, si riunirono cinque “innamorati della fotografia”, erano gli adriesi Giuseppe Mazzetto, ed i Signori Ceccotto Antenore, Maistro Giovanni, Vianello Lino e dott. Giovanni Zen. In quel momento, come recita lo Statuto originale ancora in vigore, venne costituito “un sodalizio (denominato Foto Club Adria) avente per scopo di riunire tutti gli appassionati della fotografia…”. Fu l’inizio di un’attività feconda e significativa per la città, che ha visto il piccolo gruppo crescere non solo nel numero degli aderenti, ma anche nella qualità delle opere, mietendo ad ogni Concorso premi prestigiosi sia in Italia che all’Estero. Di questi successi Giuseppe Mazzetto fu il maggiore destinatario. A partire dal primo anno di attività del Foto Club si aggiudicò a Bovolone (Vr) il premio più ambìto, lasciando agli altri componenti del gruppo il secondo e terzo posto nella classifica. Appena due anni dopo, in occasione del “Premier Salon d’Art Photographique d’Ermont”, Mostra

Fedele testimone di un secolo di storia

Giuseppe Mazzetto di Aldo Rondina

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a vissuto cent’anni coltivando in cuor suo una grande passione per la fotografia! Questo, in estrema sintesi, potrebbe essere l’elogio funebre dedicato a Giuseppe Mazzetto, recentemente scomparso. Fu proprio la passione per la fotografia a renderlo fedele testimone di un intero secolo di storia adriese. Un traguardo raggiunto serenamente, privilegiando sempre i grandi amori della sua lunga esistenza: la famiglia, il lavoro, la città che lo accolse quand’era ancora un ragazzo e la macchina fotografica, unico strumento di svago nelle poche ore di riposo. Fotografo dilettante e autodidatta, attraverso lunghe sperimentazioni apprese tecniche di sviluppo delle immagini tali da farle sempre distinguere tra tante. Si può dire che le sue foto fossero segnate 74

fotografica inaugurata il 23 marzo 1968 presso la cittadina francese della Val d’Oise nel circondario parigino, in occasione del Gemellaggio con Adria, Giuseppe Mazzetto conseguì la Medaglia d’argento. Nel frattempo la neonata Associazione pensò di aprire le porte ai giovani che per la verità giunsero numerosi. Tutti i soci, ma in particolare Mazzetto, si dedicarono alla formazione delle nuove leve, trasmettendo passione e segreti del mestiere, componenti fondamentali per chi ha a che fare con la macchina fotografica. Questa sua propensione alla formazione dei giovani fotografi ha reso altamente meritoria l’opera del “decano” Giuseppe Mazzetto, divenuto ormai indispensabile punto di riferimento dei fotografi dilettanti adriesi. Di carattere un po’ riservato, sempre dinamico e disponibile alla collaborazione con chi dimostrava interesse verso la “sua” arte, questo fotografo “sui generis” coltivò sempre in cuor suo un amore smisurato per la città e per la sua gente, specialmente quella più genuina dei quartieri popolari di Canareggio e Borgo XXV Luglio. Usando strumenti fotografici un po’ arcaici, sempre però di buona precisione, è riuscito a mettere insieme un vero e proprio patrimonio documentario locale che attraversa quasi tutto il secolo Ventesimo. Nel tempo ha usato strumenti quali: Vest Pocket Kodak Model B, formato 4x7 (inizio secolo, a soffietto); Agfa Isolate monoobiettivo, formato 6x6 (a soffietto); Minolta Autocord, biottica, formato 6x6. Per i filmati invece si affidò solo alla vecchia e cara “Canon” a passo 8. Per tutta la vita ha catturato immagini di eventi locali importanti di carattere civile e religioso, ora custodite in decine e decine di albums suddivisi per argomento con 75

minuziose annotazioni didascaliche. Rispetto alle immagini riguardanti gli eventi civili (Guerra, Liberazione, Alluvione 1951, eventi giubilari della Croce Verde, Antichi Mestieri, ma anche Manifestazioni del “Settembre Adriese” quali: Galleggiante, Gare Sportive, ecc.) sono preponderanti quelle che documentano gli eventi religiosi celebrati in Adria nel secolo scorso, a partire dagli anni ’30. In questo settore ha accumulato un Archivio fotografico unico nel suo genere. Esso comprende l’ingresso di vescovi e parroci in cattedrale; cerimonie per celebrazioni centenarie con intervento di porporati, vescovi e prelati di altre diocesi; eventi religiosi della parrocchia della Tomba retta dai Padri Cappuccini a partire dal 1914. Ed ancora altri eventi religiosi di chiese e parrocchie cittadine, Feste quinquennali del Crocifisso Miracoloso alla Tomba e della B. V. del Rosario in Cattedrale. Non vanno poi dimenticate le cerimonie Centenarie del 1982 per la presenza in Adria delle Figlie della Carità (Canossiane), delle Figlie di Sant’Angela Merici (1994) e per eventi legati alle Suore Serve di Maria Riparatrici. Per questo si può dire che Giuseppe Mazzetto ha messo insieme l’archivio fotografico a carattere religioso più importante della città e della diocesi. Tra le Mostre fotografiche da lui curate, spiccano soprattutto: - 1970 - La retrospettiva su Adria in collaborazione con il Foto Club; - 1976 – 25° dell’Alluvione 1951 in collaborazione con il Foto Club; - 1981 – 50° del Campanile della Tomba; - 1982 – I° Centenario delle Suore Canossiane; - 1983 – I° Centenario di consacrazione della Cattedrale;


PASSATO REMOTO

STORIE

- 1984 – 2° Centenario dell’ultima consacrazione della Basilica della Tomba e allestimento di una Mostra fotografica permanente presso la Basilica; - 1991 – 80° di Fondazione della “Croce Verde”; - 1994 – I° Centenario delle Suore Figlie di Sant’Angela Merici (Angeline); - 1994 - 50° di Sacerdozio di mons. Lino Dalla Villa, Arciprete della Cattedrale; - 1995 - 40° Anniversario della 2^ Guerra Mondiale in occasione della presentazione del volume “Polesine 1944-45, Guerra e Liberazione”; - 1993-1994-1995 – Rassegna annuale di foto raccolte tra gli anziani ospiti del “Centro Servizi Anziani di Adria” dal titolo “Una volta c’era...”; - 1996 – Personale in occasione

del 30° di fondazione del Foto Club Adria. Nel corso della sua lunga attività di fotografo dilettante Mazzetto ha partecipato a centinaia di Concorsi svolti in Italia ed all’Estero ottenendo sempre risultati assai lusinghieri. Nella raccolta di trofei personali si possono contare: 8 medaglie d’oro ottenute quali primo premio; 18 medaglie ottenute in seguito a partecipazione a Concorsi internazionali; 57 medaglie ottenute per la partecipazione a Concorsi Nazionali. A questi vanno aggiunte decine di coppe, placche e targhe conservate con la cura certosina del collezionista. Gli attestati conseguiti provengono non solo dalle più importanti città e località italiane ma anche da vari Paesi europei, dall’Asia e dalle Americhe. Documenti preziosi che meritano da soli particolare attenzione perché, nel loro insieme,

vanno a formare una interessante rassegna di scrittura mondiale con la rappresentazione di alfabeti diversi tra i quali spiccano caratteri cirillici, giapponesi ed arabi. Tra tutti i Premi ricevuti tuttavia, il più prestigioso ed apprezzato dall’Autore rimase quel “riconoscimento speciale di abilità fotografica” rilasciatogli nel 1969 dal Settimanale “Oggi”, che lo scelse tra le 23mila fotografie pervenute da ogni parte d’Italia. Un patrimonio così prezioso non può andare disperso. Gli Archivi locali potrebbero ospitare queste raccolte di grande valore messe insieme con grande attaccamento alla città ed all’arte fotografica da Giuseppe Mazzetto, il “Maestro dell’immagine” che ha salvato un secolo di storia cittadina e polesana.

Adria, Corso Vittorio Emanuele II Giuseppe Mazzetto (terzo da sinistra), in occasione dell’inaugurazione della Mostra documentaria “Polesine 1944-45 - Guerra e Liberazione”, sabato 1 giugno 1996

Pittore di maioliche, poeta, uomo del rinascimento italiano di Andrea Pirani

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PASSATO REMOTO

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entiquattro gennaio 2007!!! Londra si sveglia coperta da una leggera coltre bianca... ciò rende il paesaggio molto suggestivo, ma, per quanto ci riguarda, seppur affascinante, non è l’elemento di maggior interesse di quel giorno. Infatti è il giorno in cui l’Associazione Xanto Avelli di Rovigo rappresenta la Città quando l’Ambasciatore italiano a Londra inaugura la prima mostra internazionale dedicata a Francesco Xanto Avelli da Rovigo. In quel momento l’Associazione rappresenta una città forte per le credenziali che lo stesso Xanto le diede cinquecento anni prima richiamandola costantemente nei suoi lavori, descrivendo la sua terra natale in modo assolutamente inequivoco: “Ne il mio natio paese immerge et inonda/l’Adice altero, tra le valli e’l monte/ Ch’innalza d’Este le fattezze conte/ Con quanto d’Adria il sit’ orna et circonda”. Ebbene, proprio grazie all’importanza che la Città di Rovigo assume sulla scena internazionale, l’Associazione Xanto Avelli ottiene in quei giorni i diritti che poi le consentiranno di pubblicare l’edizione italiana dell’opera che si caratterizzerà per la sua eccezionale veste grafica ma soprattutto per gli spunti che saprà offrire sotto diversi profili: storico e

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umanistico oltre che artistico e, non a caso, in Inghilterra vince il primo premio della critica per il miglior catalogo artistico per l’anno 2007. Fu netta la percezione di ciò che stava accadendo in quei momenti: la valorizzazione di un patrimonio culturale che ci apparteneva e del quale ci sentivamo perciò parte integrante, il consolidarsi di concetti quali memoria, radici, e quindi senso ed orgoglio di appartenenza ad una comunità. Una precisa conferma dell’importanza della conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale per il recupero di una precisa identità per l’individuo, per la comunità ed il suo territorio. Non so se sia azzardato dire che dopo questa esperienza il percorso che ci portò successivamente all’acquisizione di un’opera di Xanto era in qualche modo già tracciato, ma di sicuro molte “strane coincidenze” segnarono il cammino che ci condusse alla felice conclusione di quello che ancora oggi viene definito come un’impresa per Rovigo. Basti pensare per esempio alle inaspettate, ma fortunate e determinanti conoscenze del dott. Ciaroni della Casa Antiquaria Altomani di Pesaro e di Padre Negroni da Urbino, a seguito della ricerca che intrapresi 78

per ottenere riscontri della presenza della famiglia di Xanto nella Rovigo del 500. Di Xanto artista, poeta, uomo del rinascimento italiano, si è comunque detto e scritto molto, così delle sue opere, gelosamente custodite nei più importanti musei del mondo, ma sulla storia della sua vita, dalle origini “rovighensi” alla quotidianità della sua esistenza poco o niente si è scritto e indagato, anche per le oggetive difficoltà di reperimento di fonti. Allora credo interessante oggi cominciare a soffermarsi su tali aspetti partendo dal seguente interrogativo: stiamo parlando di Francesco Santini da Rovigo detto Francesco Xanto Avelli? Beh! Molti elementi ci porterebbero in questa direzione, vediamoli (anche il Mallet, soprattutto dopo i ritrovamenti di Padre Negroni, sembra oramai decisamente convinto di ciò). Poco prima della sua scomparsa, ebbi infatti modo di parlare con Padre Negroni da Urbino il quale mi fece avere copia (tramite il Dott. Ciaroni di Pesaro) di estratti di preziosi documenti che egli aveva ritrovato. Nel giorno “8 gennaio 1531 Urbino c/o San Francesco, Angelo Buzi da Peglio abitante in Urbino, fa quietanza al magistro Francisco Santini de Rovigo, civi Urbini, presenti, et stipulanti et recipienti (riceventi) per se e per eredi a nome di donna Finalissa, sua moglie, per la somma di 50 fiorini...” Da quanto emerge dal documento, Finalissa è la moglie di Santini, già vedova quando sposa il Santini, e si dichiarerà vedova del Santini da Rovigo intorno alla fine del quarto decennio del Secolo Decimo Sesto. Quanto sopra inoltre dimostra che nel 1531 il Santini era maestro e civi di Urbino, di rango quindi appena inferiore a quello di nobile e già in una buona posizione sociale ed eco-

nomica. Nell’agosto del 1530 invece era ancora in bottega di Nicola di Gabriele Sbraghe (erroneamente chiamato Pellipario) e viene citato dal maestro nel gruppo degli scioperanti. Come dicevamo nel 1531 è già definito maestro: il primo piatto a noi pervenuto, siglato F.X.A.R è del 1530, mentre, probabilmente l’ultimo firmato, “Ero e Leandro”, attualmente custodito presso il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, è del 1540. E’ logico quindi supporre che lo sciopero, qui sopra accennato, con il conseguente disaccordo tra Nicola di Gabriele e il Santini lavorante, abbia portato alla rottura del rapporto di lavoro e che il Santini, da quel momento, abbia messo bottega in proprio, infatti, come abbiamo visto sopra, è nel ‘30 che compare la sua prima sigla. Il 7 agosto 1530 si denuncia infatti una vertenza sindacale aperta dai maestri e proprietari di bottega Federico di Giannantonio, Guido Merlini (Guido da Merlino), Guido da Casteldurante (Guido Durantino) Nicola di Gabriele, (Gabriele Sbraghe ex Pellippario) e Giovanni Maria di Mariano, venuti a conoscenza di certi patti e convenzioni dei loro lavoranti di bottega per ottenere un aumento di stipendio e quindi costringere i padroni ad aumentare i compensi in blocco. Questi lavoranti che tramavano lo sciopero erano Giovanni da Codignola (Cotignola), Pier Matteo Artoviti, Antonio di Lodovico Bochini, Pier Matteo di Casteldurante, Angelo Artovichi, Bicco Burnetta, Gian Battista Angelini, Francesco da Rovigo (Francesco Santini da Rovigo) e Michele da Faenza. Concordano tra di loro i capi bottega di non assumere nessuno di questi scioperanti ad una cifra superiore a quella che già percepivano, 79

se non con l’accordo degli altri maestri. Per i trasgressori del patto, una pena di 25 ducati d’oro da versare per metà alla fabbrica del Duomo di Urbino ecc. Come dice appunto Padre Negroni nella rivista semestrale di Storia dell’Arte “Notizie da Palazzo Albani 1/1985” Nicolò Pellipario: ceramista fantasma, pag.18, ”dovevano essere lavoranti qualificati, giacchè tra essi si nota Francesco Santini da Rovigo (più noto come Francesco Xanto Avelli da Rovigo o Francesco Rovighense)”. Questi elementi, se da un lato lasciano pochi


SAPORI E SAPERI

PASSATO REMOTO

dubbi sul fatto che quel Francesco Santini da Rovigo che lavora nella bottega di Nicola Sbraghe altri non sia che Francesco Xanto Avelli (ulteriore conferma potrebbe essere costituita dalla mancanza ad oggi di traccia che metta in relazione la Rovigo del cinquecento con la famiglia Avelli e, dal riscontro invece della presenza della famiglia Santini tra i cittadini della Repubblica di Venezia, tra coloro che potevano appartenere ”...anche alle città suddite... e in posizione agiata”), dall’altro stimolano ulteriori e interessanti riflessioni sulla scelta di volersi (o doversi) modificare il nome in Francesco Xanto Avelli. Uno spunto che ritengo molto interessante potrebbe essere rappresentato dalla presenza in quel territorio di monasteri benedettini, camaldolesi e avellani (l’eremo di Fonte Avellana rappresentò per un lungo periodo uno dei centri monastici più importanti dell’Italia Centrale, avviatosi però alla decadenza nel XV secolo).Non si può escludere quindi che alla base di tali cambiamenti vi sia un coinvolgimento di tipo religioso. O più comunemente potrebbe essere stata un’esigenza di dover cambiare il proprio nome a seguito di una precipitosa e dolorosa fuga da Rovigo (“ove mendici nell’altrui contrade avien ch’andiamo ad isfogar il pianto”) a seguito della compromissione della famiglia Santini nel susseguirsi delle dominazioni della Città in rapida successione da parte di Veneziani ed Estensi, in questo caso non va dimenticato che quei territori erano popolati da rigogliosi noccioli (avellani). Che dire invece delle precoce cultura umanista di Xanto (del suo cosiddetto petrarchismo) che non sia già stato oggetto di riflessioni e di attente valutazioni da parte di eminenti storici come il Ballardini, il Cioci o lo stesso Mallet, soprattutto in riferimento ai quarantaquattro sonetti, di lode al Duca Francesco Maria I della Rovere, raccolti in un manoscritto ora custodito nella Biblioteca Vaticana? Come poteva la Rovigo del cinquecento concedere tali opportunità ad un ragazzotto sia pure di agiate condizioni? Una possibile risposta, che mi convince molto, viene da un recente convegno dove Sergio Garbato ipotizza che un ruolo determinante potrebbe averlo avuto a quel tempo la presenza della Scuola del Celio Rodigino. E se così fosse, ciò rappresenterebbe un’ulteriore conferma della forte esigenza di riscoperta dei “figli dimenticati” di questa terra (come Garbato spesso ci ricorda), quale opera indispensabile per una comunità che deve interpretare con consapevolezza il proprio ruolo oggi, e, soprattutto io credo, per la responsabilità che deve sentire verso le future generazioni.

Una delizia ed un vanto per l’Italia, che tutto il mondo ci invidia. Ma anche il Polesine delle zone golenali, con specie anche pregiate, fa la sua parte.

Tartufo: Re della tavola, aristocratico, prezioso e... costosissimo

di Romolo Cacciatori

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el mese di novembre arriva l’incontrastato “Re della tavola”, misterioso vegetale: iI tartufo. Prolifera nel buio della Terra sollecitando la fantasia e l’immaginazione dei buongustai, con valore simile alle pepite d’oro. E se è vero che lo troviamo durante tutto l’anno, il periodo migliore per le sue qualità è fra novembre e gennaio, quando la brina sale dalla terra. Il tartufo è un fungo che si trova sottoterra, ha forma di tubero, è costituito da una massa carnosa (gleba), rivestita da una sorta di corteccia (perizio). É classificato in diverse specie ma le principali sono: il Tartufo bianco (Magnatum pico) il re dei tartufi, per profumi e sapore, da ottobre a dicembre è presente in Piemonte (Alba), nelle Marche (Acqualagna) e in Umbria; anche nel Polesine e nella zona di Barbarano Vicentino (forse di qualità non paragonabile...). Il pregiato Tartufo nero (Melanosporum Vittadini), pregiato di Norcia, dal profumo marcato gradevole, presente da novembre a marzo 81


REM

in Umbria e nelle Marche. Altre varietà sono: Bianchetto o Marzuolo (Albidium pico,o tuber borchii) presente in Piemonte, nell’Italia Centrale e nel Polesine da gennaio ad aprile. Lo Scorzone, (Aestivum Vitt) tartufo d’estate e il Tartufo invernale o Trifola nera (Brumale vitt.), presenti in molte regioni italiane, compreso Veneto. Tranne i primi due che non vogliono assolutamente essere cucinati gli altri partecipano alla cottura del cibo, insaporendolo. Questo diamante della terra, come lo definì Brillat-Savarin, ha avuto sempre fin dall’antichità grandi estimatori. I tartufi, furono riservati, nei secoli, alle tavole dei potenti, offerti come omaggio a nobili e sovrani, sempre ricercatissimi per la loro bontà e per la loro qualità afrodisiaca. I Greci ed i Romani ne andavano pazzi. Lo chiamavano “trufole terrae” (rigonfiamento della terra), da cui il dialettale trifola. Ma anche nel Medioevo, questo nobile tubero era apprezzato, particolarmente, in Italia. Si dice che Caterina de’ Medici oltre all’arte di presentare la tavola ed i cibi in tavola, portò al suo sposo il re di Francia Luigi anche questo nobile tubero ed il modo di apprezzarlo. La storia del tartufo in Italia e la su diffusione a livelli attuali, parte nel 1929 ad Alba da Giacomo Morra, albergatore e ristoratore, che per primo ebbe l’intuizione di fare del tartufo un oggetto di culto dandogli il nome di “Tartufo d’Alba” e legandolo a momenti di richiamo turistico ed eno-gastronomico con la costituzione della “Fiera del Tartufo”, diventata sinonimo di Alba. Nel 1949 ebbe, inoltre, la brillante idea di regalare un esemplare importante all’attrice Rita Hayworth. Da allora grandi personaggi politici, artistici e della cronaca furono omaggiati con il prezioso tubero. Ora il tartufo è diventato un vero e proprio re della tavola e numerose sono le manifestazioni eno-gastronomiche legate a questo frutto della terra, in tutto il territorio nazionale, dove avviene la raccolta. Parlando di questo fungo abbiamo citato più volte: Alba, Norcia o Acqualagna, con il loro tartufo bianco e nero. In realtà questo tubero è fortemente presente anche nel Veneto e nel Delta del Po. Il comune di Papozze, per molti versi, ha contribuito a far conoscere questa sua eccellenza anche fuori dai confini della provincia. Tutta l’area golenale e soprattutto l’isola del Mezzano, famosa per la sua villa settecentesca e per la cappella dedicata a San Carlo Borromeo, a perenne ricordo della sosta a Papozze del grande vescovo nella notte tra il 7 e l’8 febbraio 1508, era una vera e propria miniera con splendidi tartufi di tutte le dimensioni. Perché proprio le golene? La risposta ci viene da Vittoria Barbieri, che dopo la scomparsa di Fortunata Soldati, l’ultima “Tona”, è rimasta la memoria storica dell’antico locale,

dove da sempre il tartufo è protagonista in tavola. Lei non ha dubbi, la zona era così ricca del prezioso fungo perché le spore vengono trasportate dal fiume Po, durante il suo viaggio dal Monviso al mare. Quando il centro abitato “Piazza Cantone” sorgeva tutto in golena, in un singolare abbraccio con il grande fiume, l’arte del “tartufino” o del “trifolaro” (cercatore di tartufi) era molto diffusa. Il “tartufino”, ancora oggi, non agisce da solo ma insieme al suo cane perfettamente addestrato, non necessariamente di razza. Anzi i così detti cani da pagliaio, dalle genealogie incerte e confuse, sono i più bravi, hanno infatti nel naso l’abitudine di cercare quel po’ di cibo che serve a sopravvivere. Il cane scorazza ed annusa e all’improvviso inizia a raspare e a guaire, arriva allora il padrone che con una zappetta di ferro e con grande attenzione allarga la piccola buca e con le mani estrae il tartufo e lo porta al naso per fiutare l’intenso e persistente profumo, e al fedele compagno subito un pezzo di pane. Ma negli anni sessanta il centro abitato di Papozze venne interamente trasferito nella zona attuale, a cura e spese dello Stato, e le arginature, sino a tutti gli anni settanta, furono interessate da imponenti lavori di rinforzo e rialzo con conseguente pesante trasformazione dell’habitat golenale ed anche la proliferazione del tartufo diminuì. Da anni ormai le aree golenali e quelle a piano campagna, prossime alle arginature, godono di una certa tranquillità, e pertanto si è ricreato l’habitat ideale per la vita del tartufo. C’è qualche abitante molto intraprendente che ha anche fatto di più perché ha da anni impiantato una tartufaia con querce micorizzate, il risultato è sorprendente, raccoglie dell’ottimo “scorzone” o tartufo nero estivo (Tuber Aestivum) e del “bianchetto” (Tuber Borchii). Va ovviamente ricordato che anche nelle tartufaie la raccolta avviene, come nelle aree aperte, con cane e zappetta. Dall’ottobre 2007 è ufficialmente nata l’”Accademia del tartufo del Delta del Po”, nell’ufficio del Notaio Livio Penzo di Adria; la sede manco a dire a Papozze. Il sogno dell’Accademia è quello di dare un contributo alla conoscenza di questo territorio unico, attraverso le sue peculiarità e, nel caso specifico, il tartufo ci sembra un ottimo veicolo. É bello pensare e sperare che una nuova stagione stia per avere inizio. All’Accademia possono aderire tutti coloro che condividono le finalità dello statuto, l’adesione è aperta anche ai ristoratori, i quali si devono impegnarsi di inserire nei loro menù piatti con tartufo. Come conservare il Tartufo appena colto: il tartufo bianco sicuramente è più facilmente deperibile, mentre per i vari 82

SAPORI E SAPERI

tartufi neri l’operazione di conservazione, anche se per periodi limitati, è più attuabile. Le precauzioni da tenere sono varie e non sempre tutte in accordo fra di loro. Le pratiche più diffuse nella realtà familiare: • in acqua fresca corrente; • avvolto nella carta; • a bagnomaria ; • sotto burro; • in acqua salata; • sotto Marsala; • essiccato; • in un vaso chiuso; • immerso nella farina di mais; • immerso nel riso (solo se si fa un buon risotto); • nella cera, nella cenere o sotto sabbia (metodi fra i più antichi). Conservazioni attuate nell’industria: • liofilizzazione e/o congelamento; • trasformazione in paste nei tubetti, nei vasetti, nel patè, nelle terrine o sott’olio; • Creazione di olio e burro al tartufo per aiutare la cottura dei cibi a base di tartufi “deboli”. Non parliamo poi delle sofisticazioni che possono essere attuate, una per tutte: racchiudere in un vaso tartufi di diversa qualità che in questo modo riescono a trasferirsi il profumo. Solo nel momento del consumo si potrà capire che non tutti sono dello stesso livello. Occhio anche ai vari oli al tartufo anche con qualche pezzettino del tubero presente, quasi sempre prodotti chimicamente. Abbinamento con Il vino: questo “Cibo degli Dei” deve essere accompagnato da vino altrettanto importante. La difficoltà nell’abbinamento sta, principalmente, nel fatto che il tartufo accompagna ma tende a sovrastare con i suoi profumi e i suoi sapori, il piatto. Quindi occorre tenere presente che il vino deve fronteggiare con un buon corpo ma deve presentarsi con profumi naturali della terra. Il tartufo nero è meno impegnativo dato che tende ad accompagnare in modo più discreto i piatti. Io credo che sugli abbinamenti ci siano delle “scuole di pensiero” che possiamo ricondurre alle Regioni in cui troviamo il tartufo bianco e che, quindi dominano la scena. Il Piemonte e le Marche dettano legge perché qui si trovano i tartufi bianchi di livello superiore: Alba ed Acqualagna si contendono il primato della qualità. La regola aurea imporrebbe un accostamento del vino al piatto cucinato, secondo principi generali, ignorando il tartufo. Abbiamo diverse proposte: in Piemonte, il vino proposto per tutto pasto, è essenzial-

mente un vino rosso di pieno corpo dal sapore asciutto e profumi erbacei (Nebiolo, Barolo, Barbera ma anche Carema). Altre proposte che provengono da questa regione ma anche da altre che suggeriscono alcuni vini bianchi per gli antipasti, (Erbaluce della zona di Ivrea, Cortese di Gavi, Bianco del Metauro, Verdicchio nelle Marche o Orvieto Umbro). Sono vini che ben si adattano agli antipasti, al pesce, e anche alle uova con il Tartufo. In Umbria, Toscana, Marche e Lazio è molto diffuso l’accostamento di questi piatti d’inizio con vini a base di Trebbiano mentre i Rossi asciutti del luogo accompagnano poi il resto dei piatti. In questa ottica e secondo queste regole che non sono scritte ma sono applicate dove si consumano i tartufi bianchi più pregiati, cerchiamo anche noi veneti di abbinare il piatto di carne con tartufo bianco con un vino locale che potrebbe essere un Ripasso Valpolicella e se troviamo succulenza anche un Amarone potrebbe starci bene. Oppure, con il classico ovetto al tartufo o dei tagliolini al burro al tartufo anche un Soave, un Gambellara o un Breganze bianco potrebbero fare la loro bella figura, magari scegliendoli con poca acidità. Per quanto riguarda “gli stuzzichini del Buffet al tartufo”, basati su prodotti non impegnativi, consigliamo uno spumante morbido ed accattivante: Prosecco, naturalmente. Ricette di ieri e di oggi: • Tagliatelle al tartufo • Crema di patate con uova di quaglia e tartufo • Faraona al tartufo, grande piatto, il più famoso, della “Tona” • Uova al tegamino e tartufo • Zuppa di legumi e tartufo

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SAPORI E SAPERI

REM

Affettare il porro, pelare e tagliare a pezzi piccoli le patate. In una pentola scaldare l’olio e il burro, versare i porri e farli appassire a fuoco lento. Dopo 3 minuti aggiungere le patate e cucinare il tutto per ulteriori 3 minuti. Versare il brodo vegetale caldo, aggiustare di sale e pepe, portare ad ebollizione per 30 minuti, a cottura ultimata frullare il tutto sino ad ottenere una crema densa. Nel frattempo: - preriscaldare il forno a 200°; - stendere la pasta sfoglia e fare dei dischi un po’ più ampi della circonferenza delle cocotte, per consentire la copertura totale; - grattuggiare il formaggio grana; - preparare il tartufo in scaglie; - sbattere l’uovo di gallina.

Crema di patate con uova di quaglia e tartufo Ricetta eseguita da Germana Lorenzetti

preparazione: 60 minuti cottura: 20-25 minuti difficoltà: media ingredienti per 6 persone: 1500 g di patate brodo vegetale 1 porro 2 fogli di pasta sfoglia 6 uova di quaglia 1 uovo di gallina 50 g di burro 50 g di grana in scaglie sale, olio, pepe q.b. 84

Versare in ogni cocotta: la crema di patate, un uovo di quaglia, sale, pepe, un filo d’olio, alcune scaglie di grana e le scaglie di tartufo. Infine chiuderle con la pasta sfoglia e spennellarle con l’uovo di gallina. Mettere ogni cocotta sulla piastra da forno aggiungendo sulla stessa un dito di acqua, infornare il tutto per circa 25 minuti. Togliere dal forno e servire accompagnando il piatto con un vino Nobile di Montepulciano. Buon appetito!

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PROGETTI

La biblioteca di Mimì

45 negozi per realizzare i tuoi desideri

“Memoria e Futuro” è un’associazione culturale senza fini di lucro nata per valorizzare la creatività progettuale dei cittadini e le loro capacità di realizzare iniziative e progetti a carattere civico e culturale. Dalla convinzione che il Paese abbia un gran bisogno di una “rivoluzione progettuale dal basso”, di individui che vogliano comportarsi da cittadini attivi e intraprendenti e non rassegnarsi ad essere sudditi passivi, sono nati progetti di argomenti anche molto diversi, ma con tre elementi comuni: idee socialmente utili, giovani e tecnologia. di Marcella Valbusa

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U

na di queste micro iniziative è la Biblioteca di Mimì: un’idea per recuperare, preservare e condividere i documenti conservati nelle abitazioni dei privati. Ogni persona infatti crea e possiede un archivio, un “magazzino” composto di documenti, fotografie, lettere, cartoline, vari materiali che si accumulano per trasformarsi da memoria del presente a testimonianza del passato. Natalino Balasso, nella sua rubrica sullo scorso numero di REM, scrive che siamo occupati a riprodurre la realtà anziché viverla, “senza contare che una volta scattate migliaia di foto e dopo aver girato ore di filmati della nostra vita, dove lo troveremo il tempo per vedere tutto?”. La Biblioteca di Mimì vuole andare oltre, valorizzando attraverso la pubblica fruizione il patrimonio di storia recente e cultura locale custodito dai legittimi proprietari, creando un punto d’incontro tra persone che mettono a disposizione i loro documenti e alcuni studiosi che le aiutino a organizzare un archivio privato ma condivisibile. Lo spirito di questo periodico svela molte affinità con le ambizioni della Biblioteca di Mimì: scavare nella storia del proprio territorio, dare voce a personaggi dimenticati, migliorare la percezione del mondo attraverso un impegno concreto e un’esaltazione delle ric-

chezze nascoste o meno appetibili dal punto di vista strettamente commerciale. Anche questo progetto è una sfida, perché la sua utilità non è immediatamente misurabile e non si adegua ai metri più diffusi della società odierna: vogliamo però accumulare esperienze, legami e forze per affrontare e magari contrastare lo stato di decadenza che vediamo avanzare o che ci ha già avvolti. Siamo qui dunque vostri ospiti per condividere le prime impressioni del nostro studio, incitati dal confronto con un pubblico sicuramente disponibile all’ascolto. Il maggior ostacolo alla realizzazione del progetto sta nella naturale e comprensibile paura che i ricordi della propria vita e della famiglia vengano “estirpati” dal luogo d’origine, impedendone il controllo affettivo ai diretti interessati. La

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soluzione ci arriva dalla tecnologia informatica, in particolare dal web, strumento capace di farsi ponte tra la storia passata, la conservazione futura e l’azione presente per raggiungere due obiettivi: il recupero di materiale trascurato o destinato all’oblio e la nascita di una consapevolezza diffusa, e quindi di un’iniziativa locale e personale, verso lo studio delle possibili fonti storiche che si costruiscono sotto i nostri occhi. La Biblioteca di Mimì vorrebbe infatti stimolare un’attività di gruppo per individuare e selezionare documenti privati ritenuti di interesse pubblico, acquisendoli a domicilio in formato digitale, in collaborazione con le biblioteche civiche, nel ruolo di garante e di supporto istituzionale. Il coinvolgimento delle biblioteche vorrebbe assicurare una duplice veste di professionalità e affettività, che rappresentano l’anima del progetto: all’indispensabile competenza tecnica per il recupero e la gestione dei documenti si deve aggiungere una spiccata sensibilità verso le persone che accolgono il gruppo in uno spazio intimo e riservato. Inoltre, le biblioteche da alcuni anni hanno costruito un connubio tra il radicamento sul territorio e l’apertura ad un contatto potenzialmente senza confini, tramite l’associazione in sistemi, presenti anche su Internet, che permettono di condividere


I COLLABORATORI DI QUESTO NUMERO

PROGETTI

ogni risorsa, dal patrimonio agli utenti. Sfruttando questa rete reale e virtuale, i documenti digitalizzati diventeranno subito consultabili da ogni utente e disponibili per ogni tipo di attività culturale, ma non solo, il proprietario del materiale originale potrà partecipare attivamente al suo archivio. La Biblioteca di Mimì vorrebbe perciò coinvolgere tutti coloro che ritengono di possedere o di poter accedere ad archivi di interesse pubblico, dai singoli privati alle associazioni, dalle aziende agli enti pubblici. Il progetto si propone di creare gruppi di lavoro locali, coordinati negli aspetti formativi e tecnici da una squadra di referenti di rete: le iniziative territoriali vengono potenziate dall’appoggio di personalità competenti che innesca un circolo virtuoso di rapporti umani e professionali. Il nostro metodo di lavoro si sta appunto muovendo su due bina-

Natalino Balasso è nato a Porto Tolle nel 1960. è autore e attore di teatro, cinema, radio e televisione, ha debuttato in teatro nel 1991, in televisione a fine anni novanta, in cinema nel 2007 e ha scritto alcuni libri di narrativa fra cui “Il figlio rubato”, appena uscito presso l’editore Kellermann.

ri: da un lato la definizione di una procedura efficace e flessibile per il trattamento dei documenti, dall’altro la realizzazione e il mantenimento di una rete di contatti tra utenti del servizio, operatori ed enti di riferimento. Attualmente il progetto è in fase di sperimentazione in una comunità locale ristretta per mettere alla prova il sistema teorico e per valutare tempi e costi dell’acquisizione dei documenti. Tutti gli sviluppi sono disponibili all’indirizzo: http://www. memoriaefuturo.it/memoriaefuturo/ memoria-locale-documenti-privatiresi-pubblici/ dove trovate anche i nostri contatti e gli aggiornamenti su tutte le attività collegate. Aspettiamo i vostri commenti, le vostre curiosità e magari la domanda che ci farebbe più piacere: “Possiamo provarci anche noi?”

Romolo Cacciatori è nato a Rovigo ma da molti anni risiede a Padova. Ha lavorato in diverse aziende ricoprendo ruoli importanti nell’ambito dell’organizzazione e della gestione manageriale. A questa attività si è sempre accompagnato un grande interesse per il mondo dell’enogastronomia, diventando, tra l’altro, un grande conoscitore delle tradizioni culinarie della nostra regione. È attualmente Presidente del Veneto e Consigliere Nazionale della “Chaine de Rotisseurs”, la più antica e diffusa associazione enogastronomia del Mondo, presente in più di 84 paesi. Accademia dei Concordi

Archivio Storico Tono Zancanaro

Con il patrocinio del

Comune di Rovigo

Galleria di Palazzo Roverella ROVIGO 14 novembre - 23 dicembre 2010 Orari di apertura della mostra Lunedi non festivo CHIUSO mattino: da martedì a domenica 9.30-12.30 pomeriggio: martedì, giovedì, sabato, domenica 17-20 Palazzo Roverella I Via Giuseppe Laurenti, 8 I Rovigo tel. 0425.460093 I fax 0425.27993 e-mail: info@palazzoroverella.com Visite guidate e laboratori didattici su prenotazione: Cedi-Turismo e Cultura tel. 0425.21530 I fax 0425.26270 e-mail: cedi@turismocultura.it

Iniziativa regionale realizzata in attuazione della L.R. 5.9.1984, n.51

TONOZANCANARO

Daniele Capra è giornalista, critico d’arte, curatore indipendente di eventi artistici e culturali, insegnante di piano. Editor della rivista d’arte Exibart.com, della rivista culturale ed economica Nordest Europa del gruppo l’Espresso e membro del Comitato di pilotaggio del “Comodamente” festival. Milena Dolcetto, pubblicista, si è diplomata in pianoforte e musica vocale da camera al Conservatorio “Venezze” di Rovigo. Collabora con riviste musicali specializzate, quotidiani (è corrispondente dal 1996 della pagina cultura e spettacoli de “Il Gazzettino”) ed enti teatrali. Ha pubblicato saggi: ”Insieme per cantare - l’esperienza corale di Giorgio Mazzucato - Rovigo 1973 –1998” edito da Minelliana e tiene conferenze di

competenza musicologica. Sergio Garbato è una firma storica della pagina culturale del Resto del Carlino di Rovigo, città nella quale è nato ed in cui risiede. E’ laureato in lingue e letterature straniere ed ha insegnato per molti anni nella scuola superiore. E’ autore di moltissimi articoli, saggi, libri dedicati ai più svariati aspetti culturali della terra polesana (e non solo). E’ stato promotore e curatore di svariate manifestazioni culturali in provincia di Rovigo ed in altre città del Veneto. Germana Lorenzetti è nata a Mesola. Cuoca per passione, hobby a cui dedica gran parte del suo tempo libero. Ha frequentato i corsi AIS (Associazione Italiana Sommelier).

nasce per favorire la creazione del Distretto Culturale Polesano. Attualmente ricopre l’incarico di dirigente del settore Cultura del Comune di Rovigo.

territorio del Delta del Po come Guida naturalistico-ambientale. E’ cofondatore dell’Associazione Culturale Magnacharta di Porto Tolle.

Aldo Rondina è nato ad Adria nel 1937, da sempre si occupa di storia locale, collaborando con riviste e periodici locali con articoli rigurdanti l’ambiente polesano. Ha pubblicato molti volumi sulla storia del Polesine fra i quali, recentemente, “Adria. La città, le sue vie, la sua storia”, dove ha svolto un lungo lavoro di studio degli avvenimenti che hanno attraversato le diverse epoche, restituendo nella sua preziosa ricerca il quadro storico oggi più completo della città etrusca.

Marcella Valbusa è nata a Verona nel 1986. Laureata in Lettere Moderne e Contemporanee a Verona, sta conseguendo un Master in Bibliotecario Documentalista presso l’Università di Padova. Dal 2005 lavora come bibliotecaria in varie istituzioni della provincia di Verona e collabora con il Museo Etnografico del suo paese natale.

Jahangiri Shahnaz è nata in Iran nel 1959. Vive in Italia dal 1988 con la sua famiglia. Gestisce a Porto Viro un negozio di tappeti persiani. É mediatrice culturale ed attiva nel volontariato.

Stefano W. Pasquini è nato a Bologna nel 1969. É artista, curatore e scrittore. Ha esposto in numerose gallerie, tra cui la National Portrait Gallery (Londra), Casco (Utrecht), ICA (Londra), Art in General (New York), Neon (Bologna), ONI (Boston), melepere (Verona). É autore di “Accidental//Coincidental”, Newhouse, New York, 2008, ed editore del magazine “Obsolete Shit”.

Sergio Sottovia è nato a Crespino nel 1946. Pubblicista dal 1990, ha respirato l’aria sportiva dei campi di calcio, come giocatore dirigente della Fulgor Crespino. Benemerenza sportiva della Figc, del Coni e della Provincia di Rovigo, è stato cronista e cantastorie per il Resto del Carlino e per Areasport Rovigo. Tuttora collabora con Delta Radio e con alcune testate venete. Ha pubblicato la trilogia “Polesine gol” (circa 100 personaggi del calcio polesano) e la storia degli “Olimpionici & Gentlemen” nel libro edito per i “50 anni del Panathlon Rovigo”.

Andrea Pirani è nato a Castelmassa nel 1950, è laureato in Scienze Politiche, indirizzo storico, presso l’Università degli Studi di Padova. In qualità di Dirigente alla Cultura del Comune di Rovigo, alla fine degli anni novanta, ha contribuito alla nascita del Museo dei Grandi Fiumi assieme a Gabbris Ferrari e Raffaele Peretto. Ha promosso la costituzione di alcune associazioni di cooperazione decentrata e culturali. Dal 2006 è presidente dell’Associazione Xanto Avelli di Rovigo che

Vainer Tugnolo è nato a Porto Viro. Laureato in economia e commercio, svolge una professione in ambito amministrativo. Opera nel

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Margherita Vanore, Architetto, è Professore Associato in Composizione Architettonica e Urbana presso l’Università IUAV di Venezia, dove insegna Progettazione per i Corsi di laurea in Scienze dell’Architettura e Magistrale in Architettura per il Paesaggio ed è referente dell’Unità di ricerca “Architettura e Archeologie dei Paesaggi della produzione”. Curatrice di varie mostre, convegni e seminari - tra cui nel 2009 il convegno internazionale “Luoghi dell’archeologia e usi contemporanei”- è project coordinator di un workshop internazionale interfacoltà Erasmus Intensive Programme, giunto nel 2010 alla sua seconda edizione. Roberta Veronese è nata ad Adria, laureata in Filosofia a Bologna, ha conseguito un Master in Studi Interculturali all’Università di Padova. Ha vissuto a lungo in Germania e a Parigi, ha recentemente collaborato con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, attualmente vive a Roma.


BANCADRIA

BANCADRIA e la Cultura

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di Giovanni Vianello Presidente Bancadria

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Comunicazione istituzionale

el primo numero di REM abbiamo ritenuto di rendere partecipi i lettori di come si andava “concretizzando” la nuova banca nata a fine 2008, il 12 dicembre prossimo ne ricorre il secondo anniversario, a seguito del processo di fusione tra le due storiche banche di credito cooperativo adriesi, la “Santa Maria Assunta” e la “Cattedrale”. In questa circostanza vogliamo parlare della “cultura”, di come e perché la nostra Banca collochi la “cultura” tra gli obiettivi della sua politica aziendale, promuovendola e sostenendola nelle sue più variegate espressioni. Tante sono le ragioni per questo nostro impegno. La prima, in assoluto, è data dalla stessa natura cooperativistica della Banca e trova espressione nello Statuto Sociale che all’articolo 2 testualmente recita: “...la Banca persegue il miglioramento delle condizioni morali, culturali ed economiche dei Soci e degli appartenenti alle comunità locali”,

Foto di Mattia Mincuzzi

Il pittore adriese Elvio Mainardi interpreta Bancadria

dove la successione cronologica degli aggettivi non è certo casuale. Lo stesso articolo 2 poi continua e termina: “... promuovendo lo sviluppo della cooperazione, l’educazione al risparmio e alla previdenza, nonché la coesione sociale e la crescita responsabile e sostenibile del territorio nel quale opera”. Un’altra significativa ragione la si trova nel “progetto cultura” della Banca, un contenitore dinamico di eventi e di attività finalizzate a vivacizzare le comunità locali e ad esaltarne le tipicità e le peculiarità. Eventi ed iniziative che promuovono, tra l’altro, la pubblicazione e la presentazione di libri di autori locali, le mostre di pittura, i concerti, la scuola. Particolare, forse unica e per questo degna di specifica menzione, la presenza della nostra Banca quale partner di un Istituto

di Alta Formazione Artistica e Culturale quale è il Conservatorio di musica di Adria “A. Buzzolla”. Altra ragione non meno importante è data dal modo in cui noi intendiamo fare banca, dove questa non sia più vista come mero erogatore di credito, o di contributo, ma quale soggetto in grado, con la propria azione, di incidere sul tessuto economico e sociale, indirizzando le iniziative e gli interventi per uno sviluppo sostenibile ed a misura d’uomo. “Progetto cultura”, “Nuova banca” sono solo slogan, sono le etichette che abbiamo dato alle nostre scelte e, quindi, ai nostri comportamenti. Tutto ciò, comunque, per confermare che Bancadria vuole per davvero essere e crescere come “banca del territorio”, meglio ancora come “banca sul territorio”.

www.remweb.it Redazione, pubblicità e abbonamenti: tel. 0426.21500 Abbonamento a 4 numeri € 20,00 - sul C/C postale 13325311 intestato a Spinello Paolo - IBAN IT10L0760112200000013325311


Alessandro Greggio Una mostra a cura di Stefano W. Pasquini e Chiara Astolfi. con la collaborazione di REM, Cristiano Pinna

Septem Mària Museum / Ostello Amolara Dal 5 al 26 dicembre 2010 per la durata della mostra un'opera di Elia sarà Argenteria 925 V e V Argenti Bar Cavour Bar da Pina Bar Ribose Bar Sottoscala Berti e Maestri Cloè Abbigliamento

esposta ad Adria da:

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Un grande GRAZIE! alla famiglia Greggio

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REM 2 (2010) - Elia e la pittura universale