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Yield! Periodico universitario


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“VIVERE DA CITTADINO ATTIVO L’UNIVERSITÀ”

O

ggi più che mai il deficit partecipativo alla vita politica e la scarsa attenzione verso la tutela degli interessi collettivi sanciti dalla nostra carta costituzionale, sono tra i più grandi problemi del nostro paese. Disinformazione, scarsa istruzione e modelli culturali discutibili proposti dai media, hanno prodotto una popolazione ignava e per citare Peppino Impastato “non educata al bello”. La gente è sfiduciata nei confronti della classe politica e delle istituzioni, ma solo la sana politica e la partecipazione di tutti i cittadini, che devono essere resi consapevoli, possono salvare questa Italia. La “cittadinanza attiva” è una espressione, più adeguata alla realtà attuale, della sovranità popolare; un’espressione non meno importante di quella che si esercita nel voto e nella delega a rappresentare nelle istituzioni; ed è una espressione propriamente politica. Ogni cittadino ha il diritto dovere di essere “attivo” e partecipe nei luoghi ove si svolge la sua vita. Gli studenti ad esempio dovrebbero sfruttare al meglio le risorse messe a disposizione dalle istituzioni scolastiche ed universitarie, dovrebbero vivere i luoghi di studio non come dei fast-food, ma come fucine per forgiare le loro menti critiche che rappresentano il futuro di questo paese. Le ultime riforme hanno minato seriamente l’impianto del sistema dei saperi allontanandolo ulteriormente se è possibile dalla funzione di creare

3 cittadini e menti consapevoli per questo paese. Solo attraverso la partecipazione di ogni studente ai momenti di vita pubblica di governo e di confronto nei luoghi di sapere si potrà restituire loro la funzione la dignità e gli strumenti per cui sono stati pensati. Ogni giorno all’università attraverso la rappresentanza studentesca e la presenza costante ci battiamo affinché tutti gli utenti possano essere studenti e cittadini attivi e consapevoli. La Redazione

IN QUESTO NUMERO: • Tutte le facce del corteo pag 4 • Il g20 boccia la politica del sorriso pag 6 • Grecia: in trappola o pase al bivio? pag 8 • L’università abbia memoria più lunga dei media e aiuti gli studenti in difficoltà pag 9 • La montagna che partorisce il topolino pag 10 • ADISU, Rds: “Adesso BASTA” pag 11 • Cattivo natale pag 12 • Educhiamoci pag 13 • Alphaville non è l’università pag14


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TUTTE LE FACCE DEL CORTEO

(ovvero: i camaleonti del 15 ottobre)

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l “Cominciò così...” è d’obbligo, in questa come in altre manifestazioni “di protesta” che infiammano l’Italia, dalla Val di Susa alle vie della Capitale.È evidente come la coperta soffice di buoni propositi in cui ci si era avvolti sia stata brutalmente squarciata...ma la domanda è perchè. Perchè è stato così facile passarci in mezzo, infiltrarcisi come acari, parassiti, che dall’interno hanno ammorbato l’organismo sano che alle 14.00 del 15 ottobre doveva partire da Piazza della Repubblica? È fondamentale, è VITALE comprendere le differenze, le facce appunto, che hanno caratterizzato quello che, ahimè, anche quest’anno, come il 14 dicembre 2010, verrà ricordato come un giorno di paura. Potremmo inzuppare pagine di inchiostro e di insulti contro la becera violenza di questi due giorni romani, ma potremmo anche andare oltre. La manifestazione trovava la sua ragion d’essere nel delinearsi come pacifica e di massa, atta a riunire e dare spazio alla opposizione popolare, alle lotte per i diritti, i beni comuni, il lavoro e la democrazia, contro le “politiche anticrisi”, che difendono solo i profitti e la speculazione finanziaria. Da chi sono state messe in discussione tali premesse? Con quali obiettivi? É chiaro che, nel momento in cui si parla di “opposizione popolare”, va inserita nel contesto di un corteo di protesta: dunque slogan, cori, per quanto a voce alta e minacciosa, pur sempre circoscritti nello stru-

mento della parola, della contestazione verbale... palese per tutti che queste non erano le prerogative della minoranza di “violenti” del 15, che si spera non vadano unificati nell’inconsistente e quantomai inappropriato termine di “Black Bloc”. Iniziamo con lo sfatare il mito e studiamoci la definizione dall’adorata wikipedia “Black Bloc: individui, prevalentemente di stampo anarchico, dediti ad azioni di protesta spesso caratterizzate da atti vandalici, disordini e scontri con le forze dell’ordine. [...]Lo scopo può variare da azione ad azione, ma gli obiettivi principali sono quelli di manifestare il proprio dissenso di fronte ad uno stato di polizia repressivo e di trasmettere una critica di stampo anarchico.” NON si tratta di un’organizzazione internazionale, non c’è un leader, nè comunicati stampa....di che parliamo allora? Il termine, aleatorio, indefinito, è comodo per la stampa, in quanto permette agevolmente di accomunare individui con motivazioni e scopi completamente differenti e unifica l’opinione pubblica, che si accanisce senza comprendere. Siamo tutti d’accordo sulla natura efferata delle violenze, ma è insostenibile l’ignoranza che dà vita al grande calderone dei mass-media. Tralasciando i ragazzetti con gli ormoni in subbuglio (gli “Er pelliccia” di turno), col bisogno impellente di sfogare i bollenti spiriti, fatti della stessa disgustosa pasta delle peggiori curve da stadio, occupiamoci di chi era lì per un motivo, discutibile o meno , giusto o sbagliato che fosse, ma aveva qualcosa da dire. Molti fra gli “incappucciati”, termine certamente più consono anche se fa vendere meno copie, si caratterizzavano per la condivisione degli obiettivi con la parte “pacifica” del corteo, ma non condividendone i metodi. Laddove il corteo proponeva una “metafora del conflitto con le istituzioni”, essi ne proponevano la “rappresentazione”, la messa in scena,


concreta e tangibile, della lotta che va instaurata coi burattinai dei palazzi. Traduciamo il pensiero: “se per noi la causa di tutti i mali è la BCE, sfondiamo la vetrina della banca di turno, perchè l’importante è che “passi il messaggio”, che si dia un segnale della volontà di affossare il sistema”. Dunque: manifestanti con mezzi pacifici e scopi palesi; rivoluzionari accusatori del sistema (come i primi) ma con mezzi violenti; giovinastri violenti-senza-unperchè. Passiamo agli ultimi “camaleonti”. Costoro, di fazione diametralmente opposta ai primi due gruppi, si impongono aderendo a pratiche violente per sottolineare la propria esistenza nel panorama politico-culturale, rivendicando spazio e agibilità (ma spesso per distogliere l’attenzione dal tema in questione) come quei simpatici ragazzi in camicia e con le spranghe avvolte nel tricolore che irruppero in piazza Navona nell’ottobre 2008 (dopo la magica e inspiegabile scomparsa delle forza dell’ordine) sostenendo di essere anche loro lì per manifestare “contro la riforma”. E, dulcis in fundo, la teoria del complotto...anzi, una vera e propria prassi-da-corteo suggerita (in un’intervista di due anni fa rilasciata a La Nazione) da una compianta personalità del panorama politico della Prima Repubblica, testuali parole: “Lasciar fare gli universitari.Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia, le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì”. Fa sorridere, con l’amaro in bocca, leggere questa “ricetta della democrazia”, come il suo stesso chef Francesco Cossiga l’ha definita, inserendola in una

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serie di “consigli” che dava a Maroni sulla gestione dei cortei studenteschi. Fa sorridere perchè sembra quasi che questa prelibatezza democristiana ci sia stata servita come portata principale... e qui parliamo della faccia più evanescente di questo genere di cortei e al contempo la più temibile, perchè la meno dimostrabile e infatti resta teoria. Le modalità, come ci spiega il nostro amico DC, sono semplici: cammuffare, fra i manifestanti, degli infiltrati (poliziotti o esterni) per suscitare e, logicamente, giustificare la reazione, seppur violenta, delle forze dell’ordine che così avranno dalla loro parte l’opinione pubblica. Uno degli slogan del 15 era “united for global change”... ma è desolante parlarne, se si pensa che così tanti sono coloro che minano alle basi della purezza del movimento. cerchiamo nuove fonti di notizie, non accontentiamoci delle definizioni di comodo, documentiamoci su coloro che vogliono a tutti i costi rubarci la scena. E, soprattutto, facciamo informazione, dovunque, su ciò che succede per davvero, sui finti nemici inventati per sfamare il popolo... screditiamo, con la verità , chi ci vuole delegittimare, è la miglior forma di indignazione. Martina Scarcelli


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IL G20 BOCCIA LA POLITICA DEL SORRISO occorono riforme concrete per risollevare l’economia

na risata allunga la vita. Forse è proprio per questo, in un gesto di somma bontà verso noi italiani e non solo, che Berlusconi dispensa buon umore con barzellette e frasi che ci fanno sorridere. Non meravigliatevi per quello che dico, sto parlando seriamente. Vi faccio un esempio. Quando inizialmente il premier ha detto:”La crisi è finita” salvo poi dichiarare qualche tempo dopo riguardo la crisi: “Ho aziende quotate, sono in trincea anch’io”; sono sicuro che per qualche secondo, prima che l’incredulità per ciò che avevamo appena sentito si trasformasse nella sensazione di essere presi in giro, proprio in quella frazione di tempo in cui il nostro cervello ancora non crede a ciò che sente, ecco che le dichiarazioni del premier fanno sorgere un breve sorriso (amaro) sulle nostre labbra, che ci allunga la vita e quindi dà al governo la possibilità di varare una riforma pensionistica che ci permetterà di andare in pensione solo a condizione di aver già esalato l’ultimo respiro. Questa dunque è la prova che il governo prova con

ogni mezzo possibile a superare la crisi nell’interesse del Paese, e poco importa se all’estero si confonde il primo ministro con il capo comico degli italiani. “Soldi non ce ne sono, ma qualcosa ci inventeremo”. Non potendo venire meno alla sua promessa dopo la finanza creativa, ecco dunque le riforme creative, perchè attraverso ogni mezzo possibile, anche il sorriso, si può superare la crisi. Una idea così geniale che poteva venire solo al più grande statista degli ultimi centocinquanta anni. I più grandi comici però si sa, nella vita sono spesso molto tristi e che ci sia davvero poco da ridere lo si può capire dal volto del premier che sempre più viene immortalato in assenza del suo più fidato e fedele amico, nonché compagno di vita e arma segreta da sfoggiare in presenza di belle signorine: il sorriso. Non è l’opposizione, troppo intenta a ostacolarsi da sola, nè le inchieste di quei magistrati comunisti che si ostinano ad indagare sui presunti rapporti con delle minorenni a turbarlo, né tantomeno la crisi:ciò che lo preoccupa dal profondo è il destino del suo impero. La fine è già annunciata, alla riunione del G20 a Cannes, le potenze mondiali hanno deciso che per il bene dell’economia europea il re del sorriso deve cedere il passo, l’im-


mobilismo della politica italiana non può più essere tollerato e per questo motivo il nostro Paese sarà commissariato dal Fondo Monetario Internazionale; la classe politica italiana è giunta ad un momento in cui può davvero rendere concreto il rinnovamento che riempie i discorsi durante le campagne elettorali dei candidati ma che puntualmente si trasforma in difesa dei privilegi della casta una volta eletti deputati. Esecutori materiali della sconfitta saranno le opposizioni, ma chi ha scritto la parola fine al governo Berlusconi si trova al di là delle Alpi e probabilmente anche al di là dell’Oceano. L’uomo di Arcore non sorride più e non è per il fallimento politico o l’essersi reso conto di aver lasciato un Paese in balia delle onde della crisi che lo ha perso. L’Italia si è ritrovata come un’imbarcazione alla deriva perché il comandante era troppo impegnato a rincorrere belle donne, a far approvare leggi che gli garantissero l’impunità o la possibilità di dividere il suo patrimonio in favore dei figli avuti dalla prima moglie. A renderlo meno sorridente è il non poter più convincere gli italiani che una legge sulle intercettazioni sia di fondamentale importanza per il Paese, il non poter più spostare l’attenzione dai problemi reali parlando di fantomatiche persecuzioni mediatiche e giudiziarie nei suoi confronti per costruire in tutta tranquillità cavalli di Troia dove piazzare tra le proposte di legge di interesse comune, qualche legge cucita addosso alle sue esigenze. L’ultimo esempio di legge “ad personam” in tempo cronologico è la norma già ribattezzata “anti-Veronica”, inserita nel Decreto sviluppo chiesto da Francia e Germania, che prevede un ritocco dell’articolo 537 bis del codice civile che concerne la legittima, ovvero la quota di eredità che spetta per legge in caso di morte a moglie e figli. Nel caso specifico di Berlusconi significa poter ribaltare la situazione ereditaria attuale che vede Veronica Lario e i suoi tre figli avere le quote di maggioranza di Fininvest. Tutto questo non lo potrà più fare, in prima persona. Probabilmente è proprio per questo che il giorno prima del voto sul Rendiconto generale dello Stato, mentre si rincorrevano le voci

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delle sue possibili dimissioni e si cercava di arginare l’esodo verso l’opposizione dei deputati PDL, si è riunito ad Arcore in compagnia dello stato maggiore di Fininvest al completo: Fedele Confalonieri e i figli Marina e Piersilvio. I malpensanti diranno che affrontare i problemi aziendali prima di occuparsi della delicata situazione di governo sia da irresponsabili, ma in realtà anche in quel frangente Berlusconi si è preoccupato dei problemi che la crisi ha creato, come qualunque cittadino italiano. Se si è riunito ad Arcore con i suoi figli è perché come ogni buon padre di famiglia vuole offrire ai propri figli un futuro sicuro dato il crescente tasso di disoccupazione giovanile. Questo episodio marginale ma significativo è l’ennesima prova che Berlusconi, come ha già ampliamente dimostrato durante il suo mandato, è il miglior statista degli ultimi centocinquanta anni…per nostra fortuna fra due mesi saremo nel centocinquantunesimo. Walter Diego


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GRECIA: IN TRAPPOLA? O PAESE AL BIVIO?

a Grecia è in crisi, si sa. Ma perché questa crisi continua ad andare avanti? Il problema del debito è dovuto in parte ad una sconsiderata gestione delle risorse pubbliche ed, in parte, alla Goldman Sachs, una banca d’affari americana, che ha operato per il governo greco dei finanziamenti che non figuravano nei bilanci pubblici. Il finale della storia lo conosciamo così come il conseguente effetto domino di scioperi e proteste dei greci. Atene è teatro di scontri dall’inizio della crisi, le proteste che diventano sempre più violente, il livello di sopportazione del popolo scende a picco, a causa di tagli agli stipendi (che sono bloccati da ora ai prossimi 5 anni, non calcolando l’inflazione) e si sviluppa una reazione a catena di diminuzione di domanda, quindi fallimento degli esercizi commerciali e il conseguente ristagno dell’economia. Le misure di salvataggio operate sulla Grecia, come, le tasse patrimoniali straordinarie, il blocco del turnover, sono andate fallite ma hanno avuto comunque un risultato negativo sulla crescita del PIL. Ma il fallimento della Grecia non arriva e non arriverà fino a che ci sarà l’Europa che inietta periodicamente denaro nelle casse elleniche, insufficiente però sia per risalire o per rimanere in stallo causando, quindi, nuovi crolli. Nello scenario europeo, le altre zone soggette a rischio sono l’Italia e la Spagna e vedendo la situazione fuori controllo dell’economia greca che precipita ogni giorno più a fondo e sentendo il governo italiano che

pronuncia la parola “crisi” costantemente, viene spontaneo chiedersi: Italia e Spagna sono legate alla corda greca che le trascinerà nel profondo baratro della crisi? Ma si dice che una soluzione ci sia, tuttavia risulterebbe poco praticabile visto l’altissimo costo che dovrebbero pagare la maggior parte dei cittadini già vessati da tre anni di austerity indiretta: il default. Le conseguenze di un fallimento sarebbero incalcolabili non solo per la popolazione greca ma anche per tutta quella dell’eurozona, infatti uno stato deve soddisfare i propri obblighi non solo verso i proprio cittadini con stipendi pensioni e più in generale politiche di wellfare ma anche verso terzi. Chi sono questi terzi? Sono i paesi e le banche e


i privati cittadini che hanno investito capitali non in maniera speculativa ma in base al naturale funzionamento di uno stato, che trae sostentamento non solo dalle imposte ma anche dall’emissione di titoli di stato. Un default porterebbe la Grecia a dover lasciare l’euro e creare una nuova moneta, particolarmente svalutata. Certo questo farebbe risalire la domanda estera con un’eventuale eccedenza commerciale (più import che export) ma i greci non avrebbero alcun potere d’acquisto negli altri paesi. Ma sappiamo bene che non è una soluzione che può essere adottata, per svariati fattori fra questi l’indissolubilità dei trattati sottoscritti e gli enormi interessi che gli altri stati hanno nella solvibilità del debito sovrano ellenico. Quindi ‘sta Grecia la salviamo! Ma cosa fare dopo il salvataggio? Evitare che gli altri paesi candidati cadano negli stessi problemi. La nostra proposta è: una maggiore severità nelle regolamentazioni europee e la cessione parziale di alcune prerogative tipiche delle sovranità degli stati europei al fine di colmare il divario tra l’europa politica e l’europa economica. Una di queste prerogative potrebbe essere la emissione di “eurobond” che diano un rating unico a tutta l’europa senza differenziare in base a rischio i diversi paesi e diminuire così i costi del capitale che i governi devono sostenere, oppure la creazione di un sistema di contribuzione unico parziale al fine di unificare alcuni servizi a livello europeo, è infatti una nostra utopia pensare ad un fondo unico per la ricerca e l’istruzione. Nel breve periodo si prenderebbero delle misure di austerity ed alcune restrizioni che avrebbero il sapore di una punizione (un po’ come il patto di stabilità applicato sui comuni italiani, ma con metodi e finalità completamente diversi). Le politiche degli stati europei hanno bisogno di essere riviste in una visione assistenzialistica volta a migliorare lo sviluppo e la cooperazione tra gli stati per diminuire il divario economico e far si che ci possa essere uno stimolo alla crescita collettiva e si possano mettere in campo delle misure efficaci contro la ristagnazione della crescita al fronte del crescente sviluppo degli emergenti paesi asiatici e sud-americani. Giulia Spadoni

9 L’UNIVERSITÀ ABBIA MEMORIA PIÙ LUNGA DEI MEDIA E AIUTI GLI STUDENTI IN DIFFICOLTÀ.

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’Italia è un Paese che negli ultimi anni ha dovuto affrontare numerosi fenomeni tragici: alluvioni e inondazioni, terremoti ed enormi frane e, mentre scrivo, ancora disastri; si scava nel fango di Genova dove il centro della città è stato colpito dall’ennesima alluvione. Questo Paese sembra muoversi per carrozzoni mediatici che hanno il vizio della provvisorietà, ci si ricorda delle alluvioni quando ve ne sono altre e dei terremoti quando il sisma ha colpito un’altra parte del territorio italiano, nel mezzo i centri colpiti vengono abbandonati e solo i più fortunati lentamente ricostruiti .E’ di certo una polemica banale, già approfondita da autorevoli giornalisti, ma vuole essere utile a comprendere questa spregevole abitudine all’abbandono dei problemi dal punto di vista degli studenti. Quei paesi e quelle città abbandonate o lentamente ricostruite sono composte da bambini, giovani, adulti, anziani e quindi anche un alto numero di studenti che irrimediabilmente sono colpiti nel loro percorso scolastico o universitario. Nelle scorse settimane ho visitato il centro storico dell’Aquila, una città che a fatica sta riconquistando vitalità ma che, vi assicuro, è ben lontana dal ritorno alla normalità a tre anni dal terremoto. Tanti studenti dell’Aquila e del suo comprensorio, come i tanti studenti dei paesi colpiti dalle molteplici calamità, non vivono nelle proprie case e non frequentano più i loro posti abituali, vivono contesti familiari non ordinari e comprensibilmente difficili, senza dimenticare le difficoltà economiche da affrontare. Della condizione di questi studenti le istituzioni universitarie non possono che prenderne atto e agire alleviando le loro difficoltà come in alcuni casi è già stato fatto, non sottovalutando però che a L’Aquila come in altri centri il ritorno alla normalità necessita di tempi molto lunghi. Pierdanilo Melandro


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LA MONTAGNA CHE PARTORISCE IL TOPOLINO

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a qualche tempo si parla di spread tra Bund tedeschi e titoli di debito italiani: ovvero della differenza del tasso di interesse tra i due titoli di debito. In generale nel mondo della finanza più alto è il tasso di interesse di un titolo (che non è altro che il rendimento che quel titolo dà a chi lo detiene ) più questo è rischioso, ossia più probabilità c’è che il capitale investito non venga remunerato, o addirittura venga perso. Ogg 7 novembre lo spread tra Bund e Buoni del Tesoro ha toccato il massimo storico: 490 punti base. Il tasso di interesse dei B.T.p (buoni del Tesoro pluriennali , con scadenza dieci anni) ha toccato dunque quota 6,67%; considerando che il margine che ha messo in ginocchio paesi come la Grecia, il Portogallo e l’Irlanda è stato il 7% non godiamo certo di ottima credibilità sui mercati finanziari, nonostante sisostenga che l’Italia sia un paese troppo grande per fallire e che la nostra economia ha molte più risorse ed è molto più solida rispetto agli altri paesi europei che si trovano in questa situazione. La Banca Centrale Europea ha raddoppiato l’acquisto di buoni del tesoro italiani ed è stata annullata un’ asta per piazzare titoli a breve termine dal valore complessivo di cinque miliardi di euro. Il Tesoro ha giustificato questa decisione affermando che non ci sia necessità di liquidità; secondo alcuni intermediari finanziari il tesoro è stato spinto da una saggia prudenza; dal momento che il tasso sarebbe potuto salire oltre il 6,67%. Una coincidenza particolare però è accaduta quando nella mattinata circolava la voce che il premier si sarebbe dimesso nell’arco della giornata:in quella occasione lo spread è sceso dello 0,20% circa. Si potrebbe facilmente dedurre che Berlusconi non abbia credibilità sui mercati finanziari e che quindi, per il bene del paese, dovrebbe dimettersi. Ma da cosa nasce questa mancanza di fiducia? Presumibilmente dalla mancata celerità nell’adottare misure economiche

efficaci e convincenti: da quando la crisi è arrivata sono stati fatti annunci sulla bravura del Governo nel prevederla e arginarla, ci è stato più volte detto che la crisi era alle spalle e perfino di recente Berlusconi ha detto che “i ristoranti sono pieni e sugli aerei non si trova posto” . La verità è che tra decreti e leggi messi in piedi dalla maggioranza non c’è stato niente di concreto . Sono state molte le sollecitazioni da parte di entità sovranazionali(la BCE ,la Commissione Europea , il Fondo Monetario Internazionale) e nazionali (Confindustria) per rimettere in moto l’economia, cercando da un lato di fare scendere il debito pubblico per portarlo al pareggio di bilancio , dall’altro di favorire riforme strutturali che permettessero una crescita più dinamica e simile a quelle dei paesi più industrializzati. Le risposte del Governo (come la “dichiarazione di intenti” portata da Berlusconi a Bruxelles , che ha scaturito la sorveglianza sull’Italia del FMI) sono state annunciate come risolutive ma si sono rivelate blande se non controproducenti: la montagna che partorisce il topolino. Alessandro Sucameli


ADISU, RDS: “ORA BASTA!”

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uesta è la storia dell’ennesimo atto di prepotenza mista a incompetenza dell’attuale governo della Regione Lazio. Tutto ha inizio nel maggio 2010, quando a Roma Tre, le elezioni universitarie rinnovano la rappresentanza studentesca all’interno degli organi dell’Ateneo. Consiglio di Amministrazione, Senato Accademico, Consiglio degli Studenti, Consigli di Facoltà. Fino a questo punto nessun problema, essendo rettorale la ratifica delle nomine. All’appello manca un organo: l’A.DI.S.U. (Agenzia Diritto allo Studio Universitario). L’ A.DI.S.U. è l’organo garante del diritto allo studio, realizzando “interventi, servizi e prestazioni per il diritto agli studi, dalle borse di studio, ai servizi di ristorazione passando per i posti alloggio presso le residenze universitarie”. Ebbene, per quest’organo, la decretazione delle nomine dei rappresentanti degli studenti passa per mano della Presidenza della Regione, non dipendendo unicamente dall’Ateneo. Ciascuna A.DI.S.U. territoriale si compone di 5 membri: Presidente, 2 rappresentanti degli studenti, un rappresentante del comune, un rappresentante della regione (L.R. 18 Giugno 2008, n. 7, art. 17). Testualmente, “Il comitato provvede a: a) far pervenire al Consiglio di amministrazione i propri contributi in merito alle proposte per la predisposizione dei piani triennale e annuale; b) vigilare sul livello qualitativo e quantitativo dei servizi e sull’efficacia delle attività di gestione dei servizi stessi; c) formulare al Consiglio di amministrazione, nell’ambito del programma annuale di attività, proposte relativamente agli interventi, ai servizi ed alle prestazioni da attuare, nonché in ordine all’assegnazione al direttore generale degli obiettivi programmatici gestionali e delle risorse umane, finanziarie e strumentali, necessarie; d) proporre al Consiglio di amministrazione progetti finalizzati all’attuazione di particolari servizi

11 rivolti al soddisfacimento delle esigenze degli studenti universitari presenti sul proprio territorio; e) proporre al Consiglio di amministrazione la concessione di sussidi straordinari agli studenti che si trovino in condizione di sopravvenuto disagio economico o che, in stato di disagio economico, non abbiano potuto usufruire, per gravi motivazioni, della borsa di studio.” E’ trascorso più di un anno, e il passare del tempo è direttamente proporzionale al senso di frustrazione causato dall’impossibilità di poter espletare il mandato per cui, noi studenti, siamo stati eletti. Si profilano gli estremi di un silenzio- inadempimento della Pubblica Amministrazione. Un’inerzia che sa di opportunità politica, di logiche di spartizione, di accordo malriuscito. Ragioni queste che nulla hanno a che fare con gli interessi degli studenti, che ancora una volta, sono le uniche vittime di un sistema in gangrena. Basterebbe che la Presidente della Regione sottoscrivesse anche solo le nomine degli studenti, in tal caso, infatti, il comitato territoriale potrebbe dirsi costituito (ci sarebbe la maggioranza semplice di tre membri su cinque). A quel punto, i lavori potrebbero cominciare. Invece no. Il centrodestra, capitanato da Renata Polverini, ha preferito allungare i tempi, sperando che la questione cadesse nel dimenticatoio e nel dimenticatoio finissero anche le nostre battaglie. Si sbagliano di grosso. L’autunno è appena cominciato e all’autunno seguirà l’inverno. Saranno stagioni cocenti, così come è cocente la delusione per la disattenzione, la non curanza e la minimizzazione delle cause degli studenti. “ La democrazia è bella per questo: voi altri state rovinando un paese, e noi altri abbiamo il diritto di denunciarlo, a voce alta”. Federica Assanti, eletta non nominata A.DI.S.U. Roma Tre.


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CATTIVO NATALE

ntrare in un supermercato in maglietta e trovare una torre di panettoni di fianco alle casse è una scena paradossale. In questo caso i paradossi sono più di uno: primo, che ci fanno dei panettoni il cinque novembre; secondo, che ci faccio io in maglietta il cinque novembre; terzo, che ci facciamo insieme io in maglietta e il panettone foderato di glassa il cinque novembre. Il Natale è il periodo dell’anno con più contraddizioni. Siamo tutti più buoni, specialmente quando siamo esauriti dopo ore passate in coda in un qualsiasi negozio intasato da tante altre persone buone come noi. Siamo spontanei, generosi e facciamo un sacco di regali, tant’è che una delle frasi più gettonate è “e adesso, a ‘sta brava persona che mi ha fatto questo regalo di una bellezza spropositata, che diamine gli prendo?”. Migliaia di famiglie litigiose dimenticano i loro problemi e si riappacificano: tutti insieme, appassionatamente, intorno allo stesso tavolo per il pranzo del venticinque. Una situazione ideale per un finale tragico, se nel discorso dovesse saltare fuori quella casa in Liguria che ha ereditato la sorella della zia del cognato del cugino a scapito del cugino della suocera del bisnonno, entrambi seduti di fianco a voi. Per non parlare del caffè dopo il pranzo, quando tutto il cast di “Geriatric Park” (alias gli amici ottuagenari dei nonni al completo) piomba in casa vostra a stritolarvi le guance a forza di buffetti. E’ tutto così natalizio. Mentre osservavo i panettoni di fianco alla cassa ho pensato che abbiamo bisogno del Natale. Non per festeggiare il compleanno di Gesù, che dopo duemila anni è diventato un po’ vintage, ma per chiederci scusa dopo esserci trattati male per trecentosessantaquattro giorni. “Tieni, per te ho scelto con cura questa lima per le unghie in offerta, che era l’unica cosa rimasta nel negozio cinque minuti prima che chiudesse. Non ti ho nemmeno salutato per dodici mesi e non lo farò per altri dodici, ma intanto oggi ti chiedo scusa per i dodici passati, per gli altri vedremo l’anno prossimo”. “Grazie, sei molto gentile, questa lima è davvero

perfetta per essere riciclata come regalo per mia zia”. Ne abbiamo bisogno perché il Natale esprime alla perfezione i limiti della nostra società, nella quale il concetto economico di competitività maschera il lato più becero, marcio e putrescente della competizione. Giocare sporco, tanto nel lavoro quanto nei rapporti umani, rispecchia un sistema economico del tutti-contro-tutti dove chi vuole stare a galla deve necessariamente barare. Le aziende che vogliono sopravvivere non possono permettersi di fare favori, di non aspettarsi niente in cambio o di curarsi di qualcosa che esuli dai loro interessi; viviamo immersi in un mondo che ha istituzionalizzato l’egoismo e l’essere stronzi elevandoli a regole di sopravvivenza, distaccandosi progressivamente dai valori profondamente umani del bene e dell’altruismo. Forse è da questo che nasce il Natale come lo viviamo oggi, non più festa religiosa ma una gigantesca schizofrenia collettiva che improvvisamente ci fa venire in mente che ci sono dei parenti da andare a trovare, degli amici a cui farebbe piacere ricevere un pensiero (o anche un semplice messaggio) almeno una volta all’anno, o più semplicemente che essere buoni è più gratificante che rifugiarsi nella propria coltre di indifferenza. Tutto quello che riusciamo a fare quando questa esigenza viene a galla, tuttavia, è stare al gioco senza sapere che cosa stia succedendo. Ci ritroviamo a comprare regali senza nemmeno sapere perché, ma in fondo ci piace e quindi non possiamo fare altro che conformarci al trend spendereccio. Bisognerebbe capire che è un richiamo del nostro istinto che fa a cazzotti col nostro stile di vita, che ci dice che non si può continuare a considerare il prossimo come una minaccia senza prendersi almeno una tregua. Si potrebbe addirittura pensare che si potrebbe essere gentili tutto l’anno anziché solo un giorno, chissà. Una piccola provocazione prima di entrare di nuovo in questa follia collettiva, patetica e affascinante allo stesso tempo. Marcello Moi


EDUCHIAMOCI 13 “tra teoria e sentimento”

“C

he lavoro fai” “Sono un’educatrice” “Ah, quindi sei una maestra?”, mi viene spesso domandato dalle persone con cui mi trovo a parlare del mio mestiere. “No, non proprio”, rispondo, “sono un’educatrice professionale, per l’esattezza!”. Ormai da alcuni anni, in molti Atenei italiani, sono stati istituiti corsi di studio per la formazione di professionisti del sociale, persone intenzionate a lavorare nella “relazione di aiuto”, in un percorso educativo esterno, o integrato, al mondo strettamente scolastico. La definizione di Educatore Professionale, composta da due termini che acquisiscono valore aggiunto proprio perché associati, sottolinea l’importanza di un’organizzazione specifica del processo educativo e con essa la necessità di competenze peculiari da saper porre in essere. Proprio per questo il percorso accademico di formazione e crescita dovrebbe svilupparsi su vari livelli: in primo luogo, l’acquisizione di un approccio teorico multidisciplinare basato sulla conoscenza di varie scienze umanistiche (pedagogia, psicologia, sociologia, didattica, antropologia,…); in secondo luogo, un impegnativo lavoro su se stessi che possa renderci in grado di gestire in maniera matura il proprio flusso emotivo e soprattutto il carico che il processo empatico con i nostri molteplici utenti ci porta a vivere; in terzo luogo deve fornirci quegli strumenti che identificano in maniera peculiare la nostra professione e che possono essere sintetizzati nei concetti di intenzionalità e, di conseguenza, progettualità educativa. È un percorso complesso che spero possa rendere l’idea di come un’azione educativa non sia per nulla facile e non possa essere basata solamente sul buon senso personale. Come ho sottolineato ironicamente nell’incipit di questo articolo la nostra categoria professionale ha ancora bisogno di lavorare per il riconoscimento della propria identità lavorativa. Il contesto progettuale in cui un educatore quasi sempre si trova a lavorare è una equipe pluriprofessionale in cui i punti di vista dei diversi professionisti del so-

ciale dovrebbero mescolarsi e rafforzarsi a vicenda. Ma la realtà ci testimonia che a volte ciò non accade, e il punto di vista di un educatore viene sminuito in quanto apparentemente privo di una qualche base teorico-scientifica. Sappiamo bene che non è così. Proprio per la sua dimensione di equilibrio tra tecniche e sentimenti, la relazione educativa rappresenta un connubio difficile da sperimentare soltanto attraverso un libro ma che è possibile maturare con maggiore consapevolezza attraverso le esperienze di tirocinio professionale. Tempo fa in una lezione ebbi la possibilità di conoscere un professore danese che ci raccontava di quanto, all’interno della sua Università, fosse importante dare spazio a tirocini formativi da svolgere in molteplici servizi, con la finalità di fornire allo studente una conoscenza diretta dei vari possibili ambiti lavorativi, nonché di favorire l’acquisizione di tecniche e metodologie che difficilmente possono essere comprese se non sono messe in atto dalla persona stessa. Rispetto a questa affermazione la nostra facoltà sembra andare un po’ controtendenza. Per quanto riguarda il corso per “Educatori professionali di comunità”, infatti, con la riforma dei corsi di studio che ha seguito il DM 207 è stata tolta la possibilità di realizzare il tirocinio già a partire dal primo anno, ma allo stesso tempo sono state aumentate le ore previste per i due anni successivi, raggiungendo un monte ore di 625 ore (da dividere in due anni), che sostituiscono le 600 (200 per ogni anno)previste nel vecchio percorso di formazione. È una scelta rispetto alla quale potremmo individuare sia dei pro che dei contro; lascio ad ognuno di voi le proprie considerazioni personali. Non possiamo però negare quanto una esperienza a diretto contatto con le varie utenze possa permettere a ciascuno studente di apprendere, a volte, più di mille parole lette su un libro e possa allo stesso tempo permettere ad ognuno di conoscere meglio la propria professione, una professione dai confini sfumati ma carica di responsabilità e professionalità. Ornella Bernabei


14 ALPHAVILLE NON È L’UNIVERSITÀ

M

issione Alphaville.Il celebre film di Jean Luc Godard dipinge una Parigi non certo lontana dai nostri tempi,attraversata da personaggi strani ,poveri e filosofi che vagabondano senza metà. Dove ogni abitante è una larva senza identità, un individuo disumanizzato, per merito di un’autorità centralizzata, ossessionata da una logica pianificatrice. Il protagonista Lemmy Caution siamo noi, agenti segreti venuti dai paesi esterni, chiamati a distruggere l’organizzazione diabolica del cervellone Alpha60. Ad Alphaville l’uso della tecnologia è assurdo, annienta i sentimenti e inibisce la parola, si obbedisce senza fare domande. I capi controllano i comportamenti della gente, togliendo dal vocabolario parole che potrebbero minarne il potere e alterare il “naturale” corso della verità. Questa illusione corrisponde al sistema dei valori veicolati dalla società dei consumi dove venditori e pubblicitari, stabiliscono falsi miti tra prodotti e benessere, riducendo l’informazione a mera seduzione che l’utente assimila acriticamente. Non siamo distanti dall’attuale realtà politica italiana dove la perdita di informazione è in rapporto diretto con la perdita di coscienza, dove le parole oltre che significati, sono significanti e fanno pensare. Se ne fossimo coscienti, ciò manderebbe in tilt l’oligarchia della casta,

ma noi studenti ci lasciamo alienare. Forse siamo troppo abituati a deresponsabilizzarci con lavori flessibili ma poco creativi, a demandare a un leader “illuminato” che ci coccola, influenzati da un educazione rigida e bigotta, forse intontiti da un ottimismo ingenuo nei confronti delle istituzioni, forse abbiamo paura e ci accontentiamo. Risultato? Pur intravedendo il lugubre spettro del baratro greco, siamo sempre più passivi di fronte alla crisi. Ci strozza questa cruda realtà,basata sul controllo sociale,secondo la strategia della distrazione che distoglie l’attenzione dai cambiamenti operati dalla “casta”, impedendoci di accedere alle conoscenze chiave della politica, dell’economia, della psicologia,della neurobiologia, della cibernetica. Ma nel film c’è un antitodo: la poesia di Eluard. Una speranza concreta paragonabile all’informazione, strumento per una resurrezione cosciente dal triste destino dello studente-lavoratore, controllato dalla burocrazia, da leadership paternalistico-autoritarie e costretto a mansioni stagnanti, secondo la


logica top down tanto cara ai nostri gerontocrati. Noi studenti a cosa aspiriamo oggi? A concorsi pubblici dove alcuni posti sono già assegnati a chi ha santi in paradiso, a studiare per sognare l’utopia del posto fisso e a sposarci invece con la precarietà, a restare inermi di fronte a retaggi nepotistici, ad accontentarci di un lavoretto per mantenerci gli studi. In questo caso ci danno tre-cinque euro l’ora e ci comandano a bacchetta, peggio se optiamo per la stagione estiva da animatore turistico: tanto mazzo per pochi soldi, co.co.pro ,tre mesi e di nuovo a casa e spera che ti paghino. E’un nostro diritto lavorare per raggiungere un certo grado d’ indipendenza, ma le statistiche sono impietose: la disoccupazione per la fascia d’età 18-25 ,balza dal 18 al 27% in un solo anno, ora siamo ben due milioni di anime senza lavoro. Storie di giovani talentuosi, annichiliti e pertanto arrabbiati, con tanta voglia di cambiare, ma dove e come e con quale motivazione? Negli atenei e nelle piazze, con l’amore per le nostre idee,con il potere del dibattito,con l’empowerment dellenostre vocazioni. Solo così si boicotta Alphaville, la terra promessa welfare e si esalta la nuova Alessandria, la nostra università, dove l’informazione è autentica, circola liberamente, dove studiare diventa il nostro primo lavoro, dignitoso e libero da ogni vincolo, dove il rapporto docenti-studenti dovrebbe essere il viatico per aprirci le porte del futuro. L’università è infatti la culla del nostro sapere, dove si sviluppano coscienze critiche, attraverso cui si può realizzare un sensato progetto di crescita personale e professionale,dove non si segue soltanto la lezioncina per poi fare l’esamino,ma si vive e si crea autonomamente conoscenza. Modus vivendi indispensabile per arricchire il proprio futuro lavoro con momenti di confronto e crescita con i colleghi, dove ognuno crea valore aggiunto al fine di rendere gli ambienti di lavoro più umani e stimolanti, senza più tristi logiche mors tua vita mea, ma con la consapevolezza di un progetto

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comune che generi cambiamento. Non sarà soltanto utopia se ognuno di noi guarderà a muso duro Alpha60 combattendolo con le armi dell’intelligenza, che rispondano alle sue sfide e ai suoi inganni in tempi rapidi. La lentezza, l’incapacità, producono infatti noia, lassismo, abbandono e il ricorso a compromessi. Terreno fertile per i potenti ai quali si è costretti a chiedere l’elemosina,i quali forniscono corsie preferenziali per un’elite ristretta, distruggendo i sacrifici di migliaia di studenti che credono in un università garante di crescita e meritocrazia per tutti. Siamo tutti piccoli grandi Lemmy Caution, siamo noi il futuro, facciamo dunque vedere ad Alpha60 di cosa siamo capaci. Simone Pennino


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