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lo SPREAD del BUND ha un psss nel mmm... piccola guida alla crisi economica


Guida d’istruzioni per capire la crisi

PREMESSA Negli ultimi decenni, a partire più o meno dagli anni ‘80, la politica ha abdicato al ruolo di regolamentare i mercati e di garantire i diritti sociali. Esempio paradigmatico è il fatto che tutte le scelte di politica economica debbano essere “approvate dai mercati”, invece che dai cittadini. Espressioni come “dobbiamo rassicurare i mercati” vengono usate come giustificazioni plausibili per smantellare i diritti e lo stato sociale in Italia, come negli altri paesi europei. Questo processo viene descritto come “necessario”, come un naturale sviluppo del sistema economico in cui la politica non ha potuto giocare nessun ruolo. Il mercato è rappresentato come un’istituzione acefala, in cui la somma di tanti comportamenti individuali provoca un determinato risultato senza che sia possibile individuare responsabilità. Le colpe del mercato sembrano derivare sempre da “agenti esterni” o “condizioni inevitabili” che assolverebbero così gli attori principali del mercato quali banche, multinazionali, agenzie di rating e speculatori, dal causare quelle crisi finanziarie che studenti, lavoratori e soprattutto le fasce più deboli della popolazione sono costrette a pagare. Le banche centrali, la Fed negli Usa, la BCE in Europa, con le loro politiche di austerity sembrano al contempo mettere sotto ricatto gli stati, promettendo salvataggi finanziari in cambio di manovre che deprimono lo sviluppo sociale e riducono i diritti. Se non esistono agenti esterni che possano assolvere gli attori del mercato dalle loro colpe, non ci sono ricatti che giustifichino la scelta dei governi di aver ceduto la sovranità delle decisioni politiche alle logiche speculative del mercato. Per combattere la crisi bisogna capirla, per questo vogliamo smascherare quei meccanismi che sono alla base di una redistribuzione delle risorse sempre a vantaggio delle solite lobby economiche, che si traducono spesso in quelle stesse lobby politiche. Approfondendo, infatti, si scopre che gli speculatori spesso si candidano a combattere le crisi speculative, che chi decide di tagliare sui nostri diritti spesso persegue quella logica del profitto, che il potere ha bisogno della restrizione degli spazi di democrazia e di dissenso per riprodursi. La politica non è rimasta senza strumenti e può, cambiando radicalmente, riprendersi il suo ruolo. Lo può fare a partire da un radicale ripensamento dell’attuale modello di sviluppo, consapevoli che rincorrere della crescita a tutti i costi, consapevoli che sarebbe la strada sbagliata per uscire dalla crisi per dare un futuro all’umanità e al pianeta.

PARTE I

QUALI SONO LE CAUSE DELLA CRISI? La crisi finanziaria è iniziata nel 2008 con il crollo dei mutui subprime negli Usa, ma la rapidità con cui si è estesa in tutto l’Occidente e l’incapacità delle economie sviluppate di uscirne hanno mostrato che in realtà si tratta di qualcosa di più profondo, legato alla natura stessa del capitalismo finanzario. Ora, nel 2011, gran parte dei paesi europei si trova con un alto debito aggregato (pubblico + privato), crisi di liquidità, deficit della bilancia commerciale, a cui si aggiunge una diffusa stagnazione dell’economia reale.

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Quali sono le cause della crisi? In estrema sintesi: negli ultimi 25 anni c’è stata una gigantesca espansione della finanza, grazie alla liberalizzazione dei mercati finanziari e alla diffusione di strumenti di commercio del debito come i derivati. In questo modo alcuni grandi investitori istituzionali si sono assicurati profitti dell’ordine del 20% dell’investimento, in un periodo in cui il Pil mondiale (la ricchezza prodotta nel pianeta) è cresciuto tra il 3 e il 5%. Ma quindi da dove sono arrivati quei profitti? Com’è possibile incassare dividendi molto più grandi della crescita reale dell’economia? Com’è possibile che alcuni guadagnino di più della ricchezza realmente prodotta nel mondo? Le spiegazioni più plausibili sono due: da una parte si è trattato di una gigantesca redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’altro, attraverso la riduzione di salari e diritti sociali, le privatizzazioni e la conseguente appropriazione privata di beni e rendite pubblici, ecc.; dall’altra è evidente che una parte di quei profitti incassati sono denaro creato dal nulla in maniera completamente arbitraria e artificiale attraverso la leva finanziaria.

Com’è successo? L’origine di questi fenomeni sta in quella Leverage (leva finanziaria) che viene chiamata “finanziarizzazione Utilizzo del debito al fine di accrescere il livello delle dell’economia”, oppure “capitalismo finanziar- risorse disponibili per sviluppare un maggior livello di attività. io” o “finanzcapitalismo”. Si tratta di una particolare evoluzione del nos- Le banche, prestando molto più denaro di quanto in realtà possiedono, creano di fatto continuamente nuovo tro sistema economico, avvenuta negli ultimi denaro, mettendolo in circolo. Le norme internazion30 anni, portata avanti dall’élite finanziaria ali le obbligherebbero a non prestare più di 10 volte transazionale e resa possibile dalle politiche di quanto hanno in cassa, ma i nuovi strumenti finanderegulation varate dai governi europei e amer- ziari sfuggono a queste regole, e hanno quindi permesso un uso abnorme della leva finanziaria, facendo icani, di centrodestra e centrosinistra. incassare a pochi investitori profitti giganteschi fabCon il sostegno politico e culturale dell’ideologia bricati dal nulla. neoliberista, secondo cui i mercati sono naturalmente efficienti e quindi la redistribuzione della ricchezza globale avviene in maniera tanto più adeguata quanto più i mercati sono liberi da vincoli e regole, è stato creato un mercato finanziario globalmente integrato, in cui, in tutti i paesi, imprese, famiglie, stati, istituzioni finanziarie possono scambiare ogni tipo di titoli (azioni, obbligazioni, debiti, derivati, valute) con qualsiasi scadenza (di breve, di medio e di lungo termine).

Cosa non ha funzionato in questo meccanismo? Sarebbe facile cercare disonestà e irresponsabilità in questa o quella istituzione finanziaria, questo o quello stato, e spesso abbondano entrambe. Ma questo ci farebbe perdere di vista il nodo centrale: i mercati finanziari deregolamentati sono sempre e comunque instabili. La teoria neoliberista assume che il prezzo dei titoli (azioni, obbligazioni ecc) che si forma sul mercato finanziario rifletta il “valore reale” del titolo, ovvero rappresenti una specie di “riassunto” di tutte le informazioni sull’andamento della produzione, necessarie per orien-

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Guida d’istruzioni per capire la crisi tare al meglio l’attività economica e la vita sociale. In questo modo l’investimento attraverso l’acquisto dei titoli, sarebbe una guida efficace per lo sviluppo dell’economia. La crisi tuttavia ci ha dimostrato che tutto questo è falso: la concorrenza finanziaria spesso risulta destabilizzante e porta a prezzi eccessivi e fluttuazioni irrazionali, come le bolle finanziarie. In teoria, il mercato finanziario dovrebbe essere regolato dalla legge della domanda e dell’offerta per cui quando il prezzo di un titolo aumenta, la domanda degli investitori si riduce. Ma, in realtà, ciò che si verifica è l’esatto opposto: quando il prezzo di un titolo aumenta tantissimi nuovi acquirenti comprano lo stesso titolo con la speranza di rivenderlo ad un prezzo ancora maggiore, alimentando così il fenomeno speculativo. Tutto questo fino a quando non si verifica un incidente, imprevedibile quanto inevitabile, che provoca l’inversione delle aspettative e il crollo. Questo “effetto-gregge” (tutte gli acquirenti si comportano come un gregge di pecore che segue l’andamento delle altre) rappresenta un processo che aggrava gli squilibri economici iniziali. Una bolla speculativa consiste proprio in questo: un aumento cumulativo dei prezzi che si autoalimenta. È quello che è avvenuto nel 2008 con la crisi dei mutui subprime. Il capitalismo finanziario prevede una miriade di processi di questo tipo, attraverso il quale arriva a muovere un ammontare di ricchezza otto volte più grande di quella prodotta in termini reali (industrie, agricoltura, servizi ecc.)

Come hanno reagito i governi? A 3 anni dal crollo di Wall Street del 2008 e il salvataggio del governo, negli Usa non è stata attuata nessuna riforma del sistema finanziario: i monopoli bancari continuano a pesare all’interno del sistema finanziario, nessun grande banchiere è stato processato, nessun responsabile è stato chiamato a rispondere davanti a un tribunale. Le banche americane, salvate dalla Fed, hanno registrato profitti record e hanno distribuito grassi bonus ai loro amministratori, che continuano a sedersi su miliardi di dollari in titoli ipotecari senza valore. Nello stesso periodo, la disoccupazione di massa negli Usa è stata utilizzata per tagliare i salari e i benefici dei lavoratori, e per intensificare il loro sfruttamento. La disuguaglianza sociale è attualmente più alta che mai. Le banche centrali hanno deciso di ricattare gli stati e salvare le banche, e questo meccanismo , accompagnato dalla liberalizzazione del sistema bancario, comporta un asservimento del risparmi alle logiche speculative. Diventa necessario ridurre lo strapotere del sistema bancario e anche recuperare e rafforzare una regolazione da parte degli stati.

E l’Unione Europea cosa fa? Nelle istituzioni europee, da tempo, sta prevalendo l’obiettivo di adattare le economie europee ai bisogni della globalizzazione: le grandi élite finanziarie hanno utilizzato l’integrazione europea come grimardello per minarne il welfare state e deregolamentare le economie. L’Europa politica non esiste, il Parlamento europeo è assolutamente incosistente, e così l’unico vero potere è quello della BCE di Trichet e Draghi, veri artefici delle politiche di austerity. Infatti la Banca Centrale Europea è autonoma dai poteri politici democraticamente eletti

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Guida d’istruzioni per capire la crisi e il Patto di stabilità e crescita stabilisce la politica economica sopra la loro testa, determinando l’assenza di una vera politica economica comune. Insomma: il progetto dell’Unione Europea, che doveva essere il grande sogno di unità, pace e fraternità tra i popoli, si è ridotto alla mera difesa della stabilità dell’euro, che costituiva uno strumento e non “la” soluzione per raggiungere l’unità politica e sociale. Il patto di stabilità e crescita, deresponsabilizzando qualunque governo locale e nazionale e obbligandolo a scelte di austerity, è di fatto un vincolo concreto alla sovranità popolare, l’affermazione concreta e vincolante della fine della democrazia. L’Europa sociale e politica è rimasta una parola vuota e solo l’Europa della finanza si è realmente affermata, infatti alcuni paesi hanno mantenuto un atteggiamento contrario a un’europeizzazione delle politiche fiscali e sociali. Questi meccanismi hanno contribuito allo scoppio della crisi: fin dal trattato di Maastricht, alle banche centrali è proibito finanziare direttamente gli stati, i quali sono così obbligati a trovare dei creditori sui mercati finanziari per vendere i loro titoli di debito. I trattati europei, quindi, hanno contribuito alla sottomissione degli stati, considerati per propria natura poco affidabili, alla disciplina dei mercati finanziari, supposti per natura “efficienti e onniscienti”. In casi di emergenza, come in questo momento, la Bce ha comprato titoli di stato a tassi d’interesse di mercato per attenuare le tensioni sui titoli europei, ma questo intervento spesso non è sufficiente, se le agenzie di rating continuano a dare giudizi negativi sui titoli. E’ evidente che l’Europa dovrebbe rivedere i suoi trattati basati sull’ortodossia neoliberista e assumere invece un ruolo politico, non asservito alla finanziarizzazione dell’economia.

PARTE II

IL DEBITO Il debito pubblico è un problema? Il debito pubblico è uno dei principali strumenti tramite cui lo stato, in un’economia di mercato, può finanziarsi e soddisfare i bisogni dei suoi cittadini: il welfare, l’istruzione, la sanità, ecc. Praticamente lo stato chiede in prestito dei soldi ai suoi cittadini o agli attori finanziari, emettendo in cambio dei titoli, cioè delle promesse che quei soldi saranno restituiti con un determinato interesse. In questo mondo, lo stato si finanzia e i cittadini hanno a disposizione uno strumento di risparmio sicuro. Normalmente il debito viene ripagato facendo altro debito, e la crescita economica, portando, tramite le tasse, nuovo denaro nelle casse dello stato, permette di pagare gli interessi. Questo sistema, che funziona in tutti i paesi del mondo da decenni, può entrare in crisi per diversi motivi: se il debito pubblico di uno stato diventa troppo grosso rispetto alla ricchezza reale prodotta, magari perché in un determinato momento l’economia di quel paese rallenta, pagare gli interessi può diventare difficile. In quei casi, inoltre, gli avvoltoi della speculazione possono iniziare a scomettere sulla crisi, vendendo titoli di debito e facendone crollare il rendimento. Il debito pubblico, insomma, non è di per sé un problema, ma un normale strumento di po-

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Guida d’istruzioni per capire la crisi litica economica. Il problema nasce quando, per le sue dimensioni o per fattori contingenti, viene preso di mira dalla speculazione e si sparge la voce che chi ha prestato i suoi soldi non li vedrà indietro. È qui che si inizia a parlare di spread e di agenzie di rating, di tagli alla spesa pubblica e di vincoli al pareggio di bilancio.

Cos’è lo Spread? Si tratta della differenza tra i tassi di interesse di riferimento negoziati in un mercato (ad esempio, l’Euribor sul mercato dei prestiti interbancari) e i tassi pagati da una persona o una società quando prende a prestito del denaro. Più alto è considerato il rischio che il denaro prestato non venga restituito, più è alto lo spread. Quando i telegiornali parlano dello Spread Bund-Btp stanno parlando proprio di questo: della differenza tra i rendimenti dei titoli del debito tra Italia e Germania. Se la differenza aumenta, vuol dire che l’Italia è costretta a rendere più redditizi i propri titoli, pur di trovare qualcuno che li compri, e cioè che dovrà pagare un interesse più alto quando restituirà quei soldi. Questo meccanismo è utilizzato per giudicare la credibilità finanziaria di uno stato: se uno stato aumenta l’interesse promesso a chi gli presta dei soldi, vuol dire che è in difficoltà. Prendiamo il caso della Grecia: quando il tasso di interesse richiesto per il debito greco è aumentato sino a più del 10%, ognuno ha concluso che il rischio di default, ovvero l’incapacità di uno stato di ripagare il debito, fosse alto: se gli investitori stavano chiedendo un premio per il rischio così elevato, allora il pericolo doveva essere estremo.

Che ruolo hanno le agenzie di rating? Le agenzie di rating forniscono, su richiesta e a pagamento da parte di un’impresa, di un ente pubblico, di un’organizzazione, una valutazione della qualità dei titoli che saranno emessi o sono stati emessi da determinati enti. Prima della crisi, le agenzie hanno dato una valutazione troppo ottimistica dei titoli derivati dai prestiti subprime, contribuendo alla crescita del loro mercato. Una delle ragioni dei pessimi risultati ottenuti da tali agenzie risiede nel fatto che esse vengono pagate dagli stessi enti che devono sottoporre a giudizio di affida­bilità, trovandosi quindi in un rilevante conflitto di interessi. Nonostante le ripetute dimostrazioni di una mancanza di affidabilità, i loro giudizi continuano a condizionare pesantemente anche le vite degli stati nazionali. Le agenzie di rating che contano sono soltanto tre: Standard & Poor’s, Moody’s, Fitch; esse hanno un monopolio virtuale del mercato. Da qualche tempo è stata anche varata un’agenzia di rating cinese. Ma la valutazione finanziaria non è neutrale: le agenzie di valutazione dei rischi finanziari (agenzie di rating) contribuiscono in larga parte a determinare i tassi d’interesse sul mercato dei titoli, assegnando valutazioni fortemente soggettive, spinte dal desiderio di alimentare l’instabilità, perché attraverso l’insicurezza si alimenta la speculazione e quindi i profitti speculativi. Quando le agenzie abbassano il rating di uno stato, vuol dire che stanno dando un giudizio negativo sui suoi titoli, in questo modo il tasso d’interesse richiesto agli investitori per acquistare i titoli aumenta, ma allo stesso tempo aumenta così il rischio di bancarotta per lo stato, quel rischio che le stesse agenzie avevano dichiarato. Le agenzie di rating come Standard&Poor’s o Moody’s sono società quotate in borsa che fanno profitti, sono parte integrante di quel sistema che dovrebbero regolare, per questo sono tra le principali colpevoli di crisi e speculazione.

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Bisogna ridurre la spesa pubblica? Una delle prime risposte alla crisi economica è stato quello di tagliare la spesa pubblica e il welfare in tutti i paesi europei. In realtà la dinamica del debito pubblico dipende, complessivamente, da diversi fattori: il livello dei deficit (differenza entrate e uscite), ma anche la differenza tra i tassi d’interesse di mercato e il tasso di crescita dell’economia, ovvero di quanto cresce il Pil (il prodotto complessivo di un paese). Infatti, se il Pil cresce meno dei tassi d’interesse, il debito aumenterà a causa dell’aumento degli interessi sui titoli. Che vuol dire questo? Se uno stato per ridurre il debito deve varare delle manovre come quella varata a settembre 2011 dal Governo Berlusconi, la riduzione del debito ha un’influenza negativa sull’attività economica, perché riducendo la spesa pubblica, e tagliando gli ammortizzatori sociali, si ridurrà il potere di acquisto dei cittadini e aumenteranno le disuguaglianze, pertanto il debito in futuro crescerà ancora di più. Questo meccanismo è ad esempio alla base dell’incremento del livello del debito nella prima metà degli anni ’80 ed è una diretta conseguenza della rivoluzione neoliberista e della politica degli alti tassi d’interesse perseguita da Ronald Reagan e da Margaret Thatcher, che hanno promosso in quegli anni la politica delle privatizzazioni e della liberalizzazione dei mercati. È sbagliato quindi dire che qualunque tipo di deficit (eccesso di spesa sulle entrate del bilancio pubblico) aumenta il debito. Le spesa pubblica, dipinta come la causa di tutti i mali, è uno strumento importantissimo degli stati di regolare le diseguaglianze e le distorsioni prodotte dai mercati. Spesa pubblica vuol dire sanità per tutti, istruzione per tutti, servizi e borse di studio per superare le differenze economiche di partenza di ciascuno in altre parole welfare! L’incremento del debito pubblico in Europa o negli Usa è il risultato di politiche in favore di “pochi fortunati”: tasse e contributi più bassi hanno aumentato il reddito disponibile di coloro che ne hanno meno bisogno, con l’effetto che questi ultimi hanno potuto accrescere ulteriormente i loro investimenti in titoli pubblici, poi rimborsati con gli interessi dallo stato attraverso le entrate fiscali pagate da tutti i contribuenti. Nel complesso, si è messa in moto una forma di redistribuzione verso l’alto, dalle classi più povere alle più ricche, attraverso il debito pubblico, la cui controparte è sempre la rendita privata.

Che effetti avrebbe il vincolo sul pareggio di bilancio? L’indebitamento pubblico ha consentito negli anni di costruire e mantenere uno stato sociale in Europa. In queste settimane si è avviato un dibattito tra gli stati europei sull’inserimento nelle costituzioni nazionali di un vincolo al raggiungere e mantenere il pareggio di bilancio. Si tratta di una scelta gravissima, sarebbe la ratifica della morte del welfare state e della rinuncia a qualunque politica keynesiana o più in generale socialmente responsabile: una delega in bianco ai mercati, il via libera per privatizzazioni e qualunque altra forma di saccheggio dei beni comuni. Quando si affronta questo dibattito è bene ricordarsi che le imprese non sono tenute alla parità di bilancio.

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Cos’è il default? Default significa “fallimento”. Una qualsiasi azienda, se ha il denaro necessario a pagare i propri debiti, dichiara fallimento, e viene sciolta. Chiaramente per uno stato le cose sono più complicate. Quando uno stato vive una crisi di debito, come sta capitando ora ad alcuni paesi europei, e cioè è in difficoltà nel pagamento degli interessi, cerca di trovare la maniera di farlo, facendosi prestare altri soldi. Il problema è che chi può fornire i soldi necessari a salvare i bilanci di questi stati, cioè la BCE e il Fondo Monetario Internazionale, chiede in cambio che gli stati adottino misure di austerity pesantissime, taglino welfare, sanità e istruzione, privatizzino i servizi pubblici, ecc. In questi casi è normale che i popoli e i governi di questi stati inizino a porsi una domanda: vale la pena di fare tanti sacrifici per onorare il debito? Non sarebbe più semplice dichiarare fallimento e ripartire da zero? In molti casi è esattamente così: in Grecia, ad esempio, le politiche di austerity adottate per evitare il default non hanno fatto che peggiorare la situazione, con il risultato che oggi è estremamente probabile che si dichiari comunque fallimento, ma dopo aver imposto ai cittadini sacrifici pesantissimi. Non sarebbe stato più saggio dichiarare default prima ed evitare la macelleria sociale?

Il debito va pagato a ogni costo? Chiaramente il default non è certo una soluzione indolore né la panacea di tutti i mali. Ha effetti diretti e indiretti sull’economia reale, nonché, ovviamente, sulla capacità di uno stato di rifinanziarsi: se uno stato non ha pagato i suoi debiti una volta, è difficile che trovi qualcuno disposto a prestargli altri soldi, se non a condizioni più sfavorevoli. Inoltre uno stato non è un’azienda, non può essere dissolto, e il debito quindi non si estingue: chi ha dichiarato default in passato, come ad esempio l’Argentina, ha semplicemente dichiarato di non essere in grado di pagare il debito in quel momento, dando priorità al rilancio dell’economia, e ha ricominciato a pagare il debito in una fase successiva. Insomma: il default non è né la fine del mondo né la soluzione semplice a tutti i nostri problemi. Ciò che è importante sapere è che il debito non è una gabbia a cui è impossibile sfuggire. Gli esempi di stati che hanno dichiarato default ci mostrano che non è assolutamente necessario pagare il debito a ogni costo. Uno stato può ammettere di non essere in grado di pagare i debiti e continuare a esistere. È ben più grave, per uno stato, venire meno alla propria funzione sociale, cioè garantire welfare, istruzione, sanità, ecc. ai suoi cittadini. Per questo i movimenti contro l’austerity affermano che il debito non va pagato a ogni costo e che, piuttosto che smantellare il welfare e scaricare il costo della crisi sui cittadini, sarebbe meglio non pagare il debito pubblico nei confronti di banche e altre istituzioni finanziarie. Non pagare il debito a ogni costo per noi vuol dire non accettare che la finanza continui a comandare sulle nostre vite, sulle scelte che riguardano le politiche sociali, i diritti, il lavoro e il welfare. Questa rivendicazione, del resto, mette in evidenza le contraddizioni di questo perverso

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Guida d’istruzioni per capire la crisi sistema economico: con l’avanzare della crisi, il default diventerà un CHI DETIENE IL DEBITO ITALIANO? Il 50% del passaggio inevitabile per molti stati, debito italiano e’ in mano a investitori nazionali, tra cui forse l’Italia. Per i movimenti tra banche, altre istituzioni finanziarie, piccoli inassumere il passaggio del default ha vestitori e la stessa banca centrale, pari a circa senso se inserito in un processo in787 mld di euro. I restanti 790 mld sono invece ternazionale, nell’ottica di un rifiuto nelle mani di investitori stranieri. Bankitalia dedella dittatura dei mercati e ricontiene circa 68 mld di euro di titoli di stato (4%); quista della sovranità popolare, e di banche internazionali 231 mld (15%); le altre isradicale riforma dell’attuale sistema tituzioni finanziarie detengono 265 mld (17%), di economico. Infatti, chiedere di non cui le compagnie assicurative 179 mld (11,3%). pagare il debito non basta; un movimento internazionale deve principalmente combattere tutto il sistema della finanziarizzazione dell’economia, senza se e senza ma.

PARTE III

L’Alternativa L’austerity è l’unica soluzione? La crisi viene utilizzata come dispositivo di disciplinamento per eliminare il cambiamento dallo spettro delle possibilità. TINA (“There Is No Alternative”) è il mantra ripetuto da politici e intellettuali prezzolati: la crisi detta le politiche in maniera automatica, senza discussione, e chi non si adegua viene considerato un irresponsabile che vuole bruciare la casa comune. Ma non è così. Economisti di varie scuole, accomunati nella critica del dogma neoliberista e monetarista, hanno da tempo indicato alcune misure che i governi europei potrebbero prendere fin da subito, in alternativa alle politiche di austerity, smantellamento dei servizi pubblici, privatizzazione, deregulation, precarizzazione, taglio dei diritti proposte dalla BCE: - Separare rigidamente i mercati finanziari e le attività degli operatori finanziari, impedire alle banche di speculare per conto proprio, al fine di evitare la diffusione di bolle e crolli finanziari. Dividere tra banche d’investimento (che devono tornare sotto il controllo pubblico) e banche creditizie - Ridurre la speculazione destabilizzante attraverso controlli sui movimenti di capitale e la tassazione delle transazioni finanziarie. - Limitare le transazioni finanziarie a quelle che soddisfano i bisogni dell’economia reale - Imporre un tetto ai guadagni degli operatori di borsa. - Abolizione dei credit default swaps, le assicurazioni con le quali gli speculatori guadagnano sul fallimento delle società quotate in borsa. - Autorizzare la Banca centrale europea a finanziare direttamente i paesi con tassi d’interesse bassi allentando così la camicia di forza dei mercati finanziari.

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Guida d’istruzioni per capire la crisi - Ristrutturare il debito pubblico, distinguendo i creditori in base al volume delle quote possedute e le loro caratteristiche (piccoli investitori o grandi istituzioni finanziarie). Gli azionisti più grandi (individui o istituzioni) dovrebbero accettare un rilevante allungamento dei tempi di scadenza del debito ed, eventualmente, una sua cancellazione parziale o totale. - Bisogna inoltre rinegoziare gli elevatissimi tassi d’interesse pagati sui titoli emessi dai paesi in difficoltà dallo scoppio della crisi. - Mantenere stabile il livello delle protezioni sociali (sussidi di disoc­cupazione per le famiglie, etc.), se non addirittura aumentarlo con l’introduzione di un Reddito Minimo Garantito la spesa pubblica per l’istruzione, la ricerca e per gli investimenti nella riconversione ambientale, etc. deve aumentare, al fine di creare le condizioni per uno sviluppo sostenibile e ottenere una forte riduzione nei livelli della disoccu­pazione. - Ristabilire la natura progressiva dell’imposta diretta sui redditi, sopprimendo le agevolazioni fiscali, creando nuovi scaglioni di imposizione e aumentando le aliquote per i redditi più elevati. - Eliminare le esenzioni fiscali concesse alle imprese che generano effetti limitati sull’occupazione. - Costruzione di un’Europa politica e democratica. - Rimettere in discussione il libero movimento dei capitali e dei beni tra l’Unione europea e il resto del mondo, negoziando accordi bilaterali o multilate­rali, se necessario. - Porre come principio guida della costruzione europea un processo di “armonizzazione” e non una politica basata sulla concorrenza. - Stabilire degli obiet­tivi comuni obbligatori nell’ambito sociale e macroeconomico (ad esempio, con la creazione di Gops, Grandi orientamenti di politica sociale). - Svalutazione dell’Euro

Basta agire sulle regole per uscire dalla crisi? Molto probabilmente no. Le misure che abbiamo riportato nel precedente paragrafo sono sicuramente utili e auspicabili, come alternativa concreta e immediata alle politiche di austerity. Vanno nella direzione di un’inversione di tendenza, dalla subalternità totale ai mercati finanziari verso una nuova politica di investimenti pubblici e redistribuzione. Ma non bastano per risolvere il problema sistemico. Da sempre, infatti, crisi periodiche costellano la storia del capitalismo, fino a diventarne un tratto costitutivo. La stessa finanziarizzazione dell’economia non è avvenuta per caso, ma per reagire, in termine di profitti, a una precedente crisi dell’economia reale. È possibile, quindi, che questa crisi metta la parola fine a questa fase dello sviluppo economico e ne apra un’altra, completamente diversa. In questo senso, scommettere su un rilancio della crescita, data la situazione climatica, energetica e ambientale, non appare particolarmente lungimirante. L’ossessione della crescita del Pil sembra non tener conto del problema della distribuzione della ricchezza del pianeta, e dell’aumento delle diseguaglianze. Se dieci anni fa il movimento di Genova dichiarava guerra ad un sistema che vedeva lo sfruttamento dell’80% delle risorse del pianeta da parte del 20% della popolazione, mettendo in risalto le differenza tra il Nord e il Sud del mondo, oggi il tema della redistribuzione e della povertà attraversa tutti i paesi, non soltanto più quelli cosidetti “in via di sviluppo”. Il tema della giustizia sociale non si può di certo risolvere regolamentando il mercato. Questo sistema economico è sbagliato, ingiusto e criminale e continuerà ad autoalimentarsi

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Guida d’istruzioni per capire la crisi finché non si segnerà un punto di rottura. Occorre ripensare il concetto di “sviluppo” liberandolo dal dogma della crescita, in vista di una radicale trasformazione della nostra società, riportare al centro i diritti delle persone e non i profitti di pochi speculatori e imprenditori, ripensare il lavoro a partire dal suo valore sociale e dal contributo che ciascuno può dare alla comunità, liberandolo dal giogo della precarietà e da una gara a ribasso sullo sfruttamento e sulla riduzione di salario e garanzie, interpretare la conoscenza e la ricerca come fattori centrali e fondamentali per ripensare il mondo, credere che le risorse del pianeta non debbano essere asservite ad uno sfruttamento inarrestabile, fare della lotta alla povertà sia la vera sfida politica di un movimento globale. La crisi della democrazia e la crisi della politica non si risolvono solo regolamentando il mercato ma riappropriandoci degli spazi di partecipazione, imponendo un’inversione di tendenza culturale, sociale, economica e politica. È una sfida di lungo periodo che va oltre la contingenza di qualunque crisi economica, ma che va colta passo dopo passo a partire dalle battaglie concrete che si possono portare avanti territorialmente, senza mai perdere l’orizzonte globale. Un altro mondo è possibile, radicalmente diverso da quello in cui viviamo, e, oggi più che mai, è necessario impegnarsi per costruirlo.

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Dizionario delle parole difficili

(ripreso da Vincenzo Comito - Manifesto degli economisti sgomenti-Sbilanciamoci)

AAA Nelle valutazioni delle agenzie di rating, la tripla A indica il massimo di affidabilità

possibile per un titolo. La gran parte dei titoli costruiti sui mutui subprime, poi rivela­tisi titoli ”spazzatura”, avevano ricevuto dalle agenzie di rating una tale valutazione.

Bolla speculativa (Bubble): valutazione a prezzi troppo elevati di un’attività o di un in-

sieme di attività (per esem­pio le azioni) che si gonfiano progressivamente; lo scoppio della bolla porta poi al crollo dei prezzi. L’ultima bolla importante, prima di quella attuale, è stata quella legata ai titoli internet, nei primissimi anni del nuovo millennio. Per molti analisti, il mercato finanziario sembra funzionare, negli ultimi decenni, per bolle successive.

Crisi di liquidità Situazione nella quale una banca, un paese, un privato, non può più far

fronte transi­toriamente alle richieste di restituzione di un debito. È la situazione davanti alla quale si sono trovate molte istituzioni finanziarie e sempre di più si trovano ora diversi paesi; la situazione è stata governata, anche attraverso l’intervento delle banche centrali dei vari stati, che hanno inondato il mercato di liquidità, nonché dagli stessi interventi dei governi.

Derivati (Derivatives): un prodotto derivato da un prodotto sottostante. Quest’ultimo può

essere una valuta, un tasso di interesse, un’azione, un’obbligazione, un credito, una mate­ria prima. Le principali sottocategorie di questa famiglia di prodotti fa riferimento a opzioni, swaps, futures, e alle loro combinazioni, tutte legate a un attivo: avremo così un’opzione su azioni, uno swap sui tassi di interesse o sulle valute, un future sul petrolio. Attraverso tali strumenti si può annullare o ridurre il rischio di una qualche operazione finanziaria pagando in genere un premio relativamente modesto. La crisi è stata anche innescata dal fatto che gli operatori del mercato hanno spesso sottovalu­tato il rischio di tali operazioni, attirati dal miraggio di guadagni elevati.

Hedge fund: Fondi di investimento non quotati in borsa, a vocazione altamente speculati-

va. Un hedge fund utilizza di solito meccanismi quali un leverage (sistema di indebitamento) elevato per mobilitare un volume di capitali maggiore di quelli messi in gioco dagli investitori del fondo, nonché il mercato dei derivati (titoli che derivano da altri titoli). I suoi risultati sono, almeno in teoria, scollegati da quelli dei mercati delle azioni e delle obbligazioni e le società di hedge funds diffondono l’idea che attraverso le loro attività si può guadagnare molto di più che con i normali fondi. La chiusura forzata di due hedge fund controllati dalla banca di inve­stimento Bear Stearns è stato, nel giugno del 2007, il primo atto della crisi del mercato subprime. Nel 2008 una parte molto consistente del comparto è entrata in crisi e i rendimenti si sono fortemente ridotti; molte strutture del settore hanno chiuso, mentre gli investitori cercavano con difficoltà di ritirare i fondi a suo tempo collocati nel settore. Negli ultimi mesi, dopo una pesante ristrutturazione, il settore sembra in ripresa.

Inflazione Aumento generalizzato e durevole dei prezzi dei beni e servizi in un paese.

Questa situazione corrisponde in genere a una diminuzione del potere d’acquisto di una moneta: con la stessa somma di denaro si possono acquistare meno beni e servizi di prima. La Banca centrale europea ha tenuto a lungo nel 2008 alti tassi di interesse, nonostante le

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Guida d’istruzioni per capire la crisi richieste contrarie del mondo produttivo, per il timore di un aumento rilevante dei prezzi. Solo successivamente si è decisa ad abbassarli.

Obbligazione (Bond) Titolo rappresentativo di un credito, emesso da una società, da un

ente pubblico, o da altre organizzazioni. Il proprietario, o portatore del titolo, ha diritto a ricevere perio­dicamente degli interessi (a tasso fisso, a tasso variabile, o indicizzati) durante la vita dell’obbligazione - che di solito è di lungo termine - e a recuperare il capitale alla scadenza. Esistono varie categorie di obbligazioni, tra cui quelle convertibili, cioè even­ tualmente trasformabili successivamente in azioni

PIIGS Con l’espressione si fa riferimento ai paesi facenti parte dell’Unione europea che si sono mostrati meno virtuosi sul piano della gestione delle finanze pubbliche; si tratta di Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna.

Recessione In un ciclo economico la recessione è una fase di diminuzione relativamente

passeg­gera dei livelli di attività economica. Secondo una definizione utilizzata ormai da tutti, ci si trova in una situazione di recessione quando si registra una diminuzione, in genere non drammatica, dei livelli del Pil per almeno due trimestri. Si parla invece di depressione se la diminuzione del Pil dura più a lungo ed è più profonda.

Subprime (al di sotto del livello primario) Il credito subprime fa riferimento a un

prestito immobiliare a rischio elevato, perché concesso a delle persone il cui livello di ricchezza e di reddito è scarso e che rischiano dunque di non poterlo restituire. Questo in contrasto invece con i prestiti di livello prime, quelli cioè concessi a persone che hanno ampiamente i mezzi per restituirli. Il caso peggiore è quello che fa riferimento ai cosiddetti prestiti ninjas. Per compen­sare in qualche modo tale livello di rischio, i prestiti subprime sono concessi a dei tassi di interesse elevati, che possono quindi attirare l’attenzione di chi ricerca rendimenti elevati per i suoi investimenti.

Tobin tax Negli anni ’70 l’economista James Tobin ha proposto l’istituzione di una tassa, sia pure con un’aliquota molto bassa, su tutte le transazioni valutarie, al fine di limitare i movi­menti internazionali speculativi di capitale e di ridurre le fluttuazioni nei rapporti di cambio delle monete. L’ipotesi di una tassa sulle transazioni finanziarie e/o sui bilanci delle banche si sta facendo strada in diversi paesi europei.

Letture utili Luciano Gallino, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi. Einaudi, 2011 Rete della Conoscenza, Ora fate i conti con noi: 7 proposte verso l’autunno, disponibile su www.retedellaconoscenza.it Sbilanciamoci, Finanza da legare. Manifesto degli economisti sgomenti, traduzione italiana del Manifeste d’économistes atterrés, disponibile su www.sbilanciamoci.info

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"Lo spread del bund ha un pss nella mmm" - Opuscoletto a cura della Rete della Conoscenza dal titolo satirico (cit. spinoza.it) ma dal conte...