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Free knowledge for a new Europe

Documento rivendicativo elezioni europee 2014 Rete della Conoscenza - Via IV Novembre, 98 - 00187 Roma info@retedellaconoscenza.it Tel. 06/69770332

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Indice 1. Europee ed europei: ricostruire l’UE come spazio di cittadinanza pag. 3

2. Costruire democrazia, liberare i diritti pag. 6

3. Saperi liberi vs. Economia della conoscenza pag. 9

4. Un'istruzione pubblica, gratuita, di qualità fino a 18 anni a livello europeo pag. 13

5. Per uno spazio europeo del welfare pag. 17

6. Formazione tecnica e professionale tutelata e di qualità pag. 21

7. Contro il numero chiuso, la valutazione e la didattica come strumenti di selezione pag. 25

8. Per la democrazia nei luoghi di formazione pag. 29

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1. Europee ed europei: ricostruire l’UE come spazio di cittadinanza

A Maggio si svolgeranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. Due novità rendono questa tornata elettorale cruciale rispetto alla fase politica che stiamo attraversando. Innanzitutto queste elezioni si collocano a conclusione di un ciclo di politiche di austerità che hanno peggiorato gli effetti sociali devastanti prodotti dalla crisi e non ne hanno intaccato invece le cause e i responsabili L’austerità, in sintesi, non conviene né ai PIIGS né a tutti i cittadini europei colpiti e impoveriti dalla crisi. Nonostante ciò, non è stato né sarà un programma a breve termine: con l’introduzione del Fiscal Compact e del Pareggio di Bilancio nelle Costituzioni, votati senza discussione dal Parlamento italiano, le misure di rigore sono diventate assi strutturali delle politiche economiche dei diversi Paesi e puntano ad attaccare al cuore l’efficacia stessa della democrazia. A tutto ciò movimenti sociali altalenanti ma presenti quasi ovunque nel Vecchio Continente si sono contrapposti con fermezza, rivendicando innanzitutto l’agibilità democratica dello spazio europeo e un’inversione di rotta radicale rispetto alle politiche sociali e al modello di sviluppo del Continente. Il secondo elemento di novità è di metodo, e consiste nel fatto che le coalizioni europee che si scontreranno nelle elezioni potranno esprimere una candidatura per il prossimo Commissario dell’Unione Europea. Questo potrebbe rendere davvero continentali le prossime elezioni, portando a programmi stilati su scala continentale e a campagne comunicative comuni, mentre, nelle passate elezioni europee, ogni paese parlava di sé stesso e, per certi versi, a sé stesso. Riteniamo che il tema, per chi ha attraversato i movimenti anti austerità, non sia quale sia il candidato alla Commissione. Prioritario è affrontare invece la questione democratica che attraversa

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il continente così come i singoli Paesi. La sovranità popolare oggi è infatti totalmente esautorata nello spazio nazionale e le istituzioni europee hanno agito in questi anni come mero braccio destro dei poteri finanziari. La soluzione prospettata finora, quella di mettere in salvo la rappresentanza democratica dalla sua crisi rafforzando l’impianto decisionista dello Stato nazionale o della governance europea, non solo è incapace di frenare le derive populiste e nazionaliste del continente ma soffocano le esigenze sociali e di partecipazione delle popolazioni. Serve andare in tutt’altra direzione, serve comprendere che non c’è nessuna democrazia possibile senza giustizia sociale. Dopo anni di mobilitazioni, dagli indignados agli studenti contro la Riforma Gelmini, dallo sciopero europeo del 14 Novembre 2012 ai movimenti contro la Troika in Grecia, la politica partitica europea innanzitutto non può esimersi dall’affrontare i temi e le parole d’ordine lanciati da queste piazze. Inoltre lo spazio politico sovranazionale, in una fase in cui le decisioni vengono assunte sempre più direttamente da istituzioni non elettive, ci pone di fronte a due sfide: ridare senso alla democrazia partecipativa nella sua totalità dall’altro ridefinire un ruolo dell’UE che sia vicino alle esigenze delle persone e dei popoli Oggi è evidente ad esempio che l’unione monetaria, lo strumento che più concretamente di tutti ha permesso ai cittadini di configurarsi lo spazio europeo, favorisce la Germania e penalizza le economie dei Paesi periferici. Se da un lato è del tutto irrealistico immaginarsi un immediato ritorno alla moneta nazionale come scelta risolutiva delle miserie presenti,dall’altro lato è necessario non relegare questo dibattito all’ambito strettamente economico e riconnetterlo invece alle prospettive politiche e processuali che democraticamente si possono costruire in Europa. La permanenza o l’uscita dell’Italia o dei Paesi Ue dall’Euro è un nodo che va infatti relazionato alla necessità di costruire politiche espansiva e un rilancio fattivo dello Stato Sociale nel continente. Oggi l’austerità ha fatto piazza pulita di sanità, trasporti e servizi in generale, restituire l’Europa ai popoli vuol dire innanzitutto ridare centralità al welfare di cittadinanza, disobbedendo ai vincoli imposti alle amministrazioni locali ma anche e soprattutto immaginandosi delle forme e delle modalità tramite cui questa battaglia possa diventare terreno di lotta per tutti i movimenti europei in questa primavera. Lo scenario europeo che abbiamo davanti vede inoltre i saperi giocare un ruolo centrale. Mancano 6 anni da Europa 2020 e i processi messi in campo finora in Europa hanno privatizzato scuole ed uni-

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versità rendendo un lontano miraggio gli obiettivi della strategia (innalzamento numero di laureati, riduzione abbandono scolastico, etc..). Venir meno a questi impegni sicuramente non comporterà sanzioni da parte delle istituzioni europee. La knowledge society che la strategia di Lisbona prospetta, una società di stampo capitalista capace di sfruttare e trarre profitto dal lavoro immateriale e dai saperi, non è infatti messa a rischio dall’anomalia italiana e dai suoi scarsi investimenti in istruzione. E’ necessario pertanto ripartire e generalizzare la battaglia contro i processi di mercificazione dei saperi e di selezione nell’accesso a scuole e università, rivendicare un cambiamento radicale rispetto all’attuale modello di sviluppo proprio a partire dalla condizione di subalternità che si vive nei luoghi dell’istruzione e dal potere innovativo che i saperi possono avere. I tassi altissimi di disoccupazione giovanile, la precarietà e i NEET sono altre questioni che con urgenza dobbiamo saper imporre al dibattito europeo. E’ necessario infatti che la battaglia per l’istituzione del reddito di cittadinanza in Italia sappia dialogare ed innescare processi conflittuali e radicati nei territori, che impongano in Europa la priorità dei diritti e del futuro delle persone sui profitti e la rendita di investitori e grandi capitali. Ripartiamo quindi dalle europee e dagli europei, ripartiamo cioè dalle cittadine e dai cittadini che in questi anni hanno subito l’Europa identificandola in toto e giustamente con le politiche che questa ci ha imposto.

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2. Costruire democrazia, liberare i diritti.

L’Unione Europea è nata lentamente con quello che è stato chiamato “processo di integrazione europea”. Prima riguardava solo il commercio del carbone e dell’acciaio (CECA) e poi, pian piano, si è esteso sempre di più ai vari aspetti economici, sociali e politici. Nonostante questo processo si sia spinto sempre più in là, l’aspetto economico è rimasto di gran lunga quello prevalente. Con il Trattato di Maastricht si puntava alla creazione di una moneta unica obbligando i vari Paesi aderenti a sottostare a rigide regole economiche: ● Rapporto tra deficit pubblico e PIL non superiore al 3%. ● Rapporto tra debito pubblico e PIL non superiore al 60% (Belgio e Italia furono esentati).

● Tasso d'inflazione non superiore dell'1,5% rispetto a quello dei tre Paesi più virtuosi. ● Tasso d'interesse a lungo termine non superiore al 2% del tasso medio degli stessi tre Paesi. Con il Trattato di Maastricht si andava configurando un’Unione Europea incentrata su tre pilastri: convergenza nella Comunità Europea di CECA, CEE e CEEA, politica estera e sicurezza comuni e affari interni e giustizia. Dal 2003 venne tentato il passo successivo, quello della scrittura di una Costituzione Europea. Per le forti criticità di questa Costituzione, fatta da dalla Convenzione Europea e non da un’assemblea Costituente democraticamente eletta (come invece fece l’Italia nel 1946-48), questa Costituzione fu respinta da Referendum svolti in Francia e Paesi Bassi nel 2009.

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Per ovviare a questa bocciatura è entrato il vigore il Trattato di Lisbona, che riprende gran parte delle questioni poste nella Costituzione. Il Trattato non è stato né scritto né approvato con il voto popola re, nonostante costituisca l’ossatura “costituzionale” de facto dell’Unione. Esso dà un forte potere al Consiglio d’Europa in cui decidono e votano i vari Governi dei singoli Stati, mentre il Parlamento Europeo (unico organo europeo eletto democraticamente a livello europeo) continua ad avere un ruolo marginale nei destini dell’Unione. Riteniamo che sia giunto il momento di rifondare l’Europa a partire dalla democrazia, dandole un’architettura costituzionale decisa e discussa democraticamente e non figlia delle mediazioni tra governi e che tenga conto dei maggiori punti di avanzamento contenuti nelle varie costituzioni dei singoli stati: sarebbe un passo indietro se alcuni diritti garantiti in talune costituzioni fossero assenti in un quadro europeo. Inoltre come Rete della Conoscenza pensiamo che l’Europa debba perdere il ruolo di giudice che punisce i Paesi “non virtuosi” e che diventi, invece, quell’aiuto necessario per livellare verso l’alto la condizione economica, democratica e sociale dei diversi paesi. Oggi, infatti, se un Paese sfora i parametri di Maastricht o quelli contenuti nel Two Pack e Six Pack (rapporto deficit/pil, pareggio di bilancio, riduzione del debio pubblico al 60%) gli stati vengono sanzionati dall’Unione Europea. Invece quando uno stato non hanno raggiunto gli obiettivi della Strategia di Lisbona o di Europa 2020 (riduzione al 10% dell’abbandono scolastico, aumento al 3% del pil per la spesa in ricerca, aumento del numero di laureati) l’Unione Europea non prevede interventi incisivi. Anzi, le politiche di austerità derivate da Maastricht, Six Pack, Fiscal Compact e Two Pack, comportando massicce riduzioni della spesa pubblica, hanno allontanato gli obiettivi di Europa 2020, rendendo impraticabili l'aumendo dell’occupazione, la garanzia piena del diritto allo studio, alla sanità, ecc. Oggi è necessario, invece, che l’Unione Europea assuma come priorità assolute la democrazia e la giustizia sociale. Le competenze dell'UE sul welfare, l'istruzione e su tutte le misure capaci di miglio-

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rare le condizioni sociali delle popolazioni devono diventare meno aleatorie: serve individuare democraticamente azioni ad hoc per la redistribuzione della ricchezza, l'innalzamento del livello di alfabetizzazione dell'Eurozona e la trasformazione del nosro modello produttivo, e prevedere incentivi fattivi sia politici che economici per la messa in pratica di queste azioni in tutti gli stati membri. Dobbiamo andare verso un’Europa dei diritti e lasciarci definitivamente alle spalle l’Europa dell’austerità.

Le nostre priorità: ● Avvio di un vero processo costituente democratico che dia sempre più potere al Parlamento e sempre meno ai Governi Nazionali (Consiglio d’Europa). ● L'abolizione dei sistemi di trattati che impongono le politiche di austerità a livello continentale, sostituendoli con un nuovo patto sociale tra i cittadini dell'Unione Europea ● Creazione di un’Unione Europea che livelli verso l’altro le condizioni sociali nei singoli Paesi, con possibilità di incentivi concreti che permettano il raggiungimento degli obiettivi contenuti nelle raccomandazioni

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3. Saperi liberi vs. Economia della conoscenza

Alla fine del secolo scorso l’Unione Europea ha ripetutamente proclamato di voler diventare 'l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo'. La “knowledge society - società della conoscenza” è stato l’obiettivo lanciato nel ‘97 dalla Commissione Europea e assunto in maniera acritica da gran parte degli attori sia sovranazionale che nazionali. Dalla Strategia di Lisbona, passando per la “Dichiarazione di Sorbona” che diede avvio al Bologna Process, fino ai programmi di “Education and Training 2010” e l’ultimo “Education and Training 2020”, l’ambiguità di tale espressione non ha fatto che rafforzarsi: la conoscenza come fonte di profitto per investitori e grandi capitali o volano per l’inclusione sociale, la coesione culturale europea, strumento per rivoluzionare in un’ottica ecologica ed equa il modello industriale e produttivo del continente? Fare della conoscenza il fondamento dell’Europa può infatti voler dire molte cose diverse tra loro. Due sono le strade principali che si sono con ambiguità sovrapposte in questi anni, nella dialettica tra progettualità politica e concreta azione dell’Ue così come nel dibattito accademico sui temi della società della conoscenza e sul capitalismo cognitivo. Innanzitutto, a partire dalla presa d’atto di una massiccia trasformazione del meccanismo di produzione fordista, basato – semplificando - sulla “catena di montaggio” , quindi sul lavoro materiale con tempi e luoghi “di fabbrica” delimitati, una strada ha provato a dirigere questa trasformazione dando centralità e mettendo a valore il lavoro immateriale o cognitivo. Pensiamo alle conoscenze che serve mettere a sistema nella costruzione di un prodotto culturale, come un film o un cd, o pensiamo al mercato dell’informazione a quello costruitosi su internet e alle

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trasformazioni prodotte dai nuovi media in generale sulla struttura produttiva dei paesi. Questa è la strada che è prevalsa e che tenta di trasformare il General Intellect in valore economico, in una merce sfruttabile da cui trarre profitto. La strada opposta è una società capace di fare della conoscenza fattore di emancipazione sociale per tutti gli strati della popolazioni, capace quindi da un lato di fondarsi sul libero accesso ai saperi e dall’altro di rendere l’aspetto cognitivo del lavoro un ele mento di riorganizzazione in chiave cooperativa e non competitiva del lavoro, un elemento di disarticolazione delle disuguaglianze e delle storture dell’attuale modello produttivo. Lo scoppio della crisi economica e le politiche di definanziamento dell’istruzione e della ricerca che hanno investito la maggior parte degli stati membri, specie quelli del Sud, sembrano aver messo tra parentesi sia il dibattito progettuale sull’Europa della Conoscenza sia i suoi obiettivi strategici. Nella lettera del 2011 di Trichet e Draghi al governo Berlusconi si parla di “privatizzazioni dei servizi” e della necessità di “un uso sistematico di indicatori di performance nei settori dell’istruzione”, riferendosi cioè ad istituti come l’AVA e l’INVALSI che ad oggi non fanno altro che incentivare la competizione tra scuole e atenei, determinano arbitrariamente la chiusura di corsi di laurea e in sostanza giustificano la logica del definanziamento e dello smantellamento dell’istruzione pubblica. La crisi economica ha quindi certamente ridotto, soprattutto in termini finanziari, il ruolo dell’istruzione tra le prio rità dell’UE, dall’altro lato è servita però ad affermare, fuor di ogni ambiguità, un’idea di società della conoscenza tutta funzionale alle esigenze dell’attuale economia di mercato; un’economia fondata sulla speculazione e sulla rendita finanziaria, che ha imposto le politiche di austerity, e quindi i tagli al welfare e l’attacco ai diritti sociali, come via d’uscita alla crisi nonostante fosse essa stessa l’origine strutturale di questa crisi, avendo causato grosse diseguaglianze di reddito e l’esplodere della bolla finanziaria del 2008. Nel 2012 la strategia “Rethinking Education” varata dalla Commissione Europa ha voluto proprio riaggiornare la strategia di Lisbona al contesto di crisi. “Non è solo questione di soldi” ha dichiarato Vasillou, il commissario europeo per l’istruzione. Secondo Rethinking Education è necessario cioè non puntare soltanto sui finanziamenti pubblici, europei e nazionali, gli unici in grado di garantire il ca-

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rattere libero e indipendente della cultura, ma l’apertura forte deve essere verso gli investimenti privati a scuole e università e ricerca. Una strada, quella dei finanziamenti privati, che dimostra i suoi effetti negativi in tutti i Paesi che hanno incentivato il sistema ibrido pubblico-privato (Italia, Inghilterra, per non parlare della situazione extraeuropea degli USA) e che avalla la falsa retorica del “non ci sono soldi”, quando grossi sprechi di fondi pubblici vengono perpetrati dagli Stati in spese militari, politiche razziste sull’immigrazione etc… Il nodo della nuova strategia sta proprio nelle riforme strutturali che si richiedono ai sistemi d’istruzione, a questi si addossa infatti una parte di responsabilità della crescente disoccupazione giovanile in Europa: la “filiera della conoscenza” è incapace di rispondere ai bisogni di quella occupazionale e produttiva, non offre skills, ossia competenze, e figure professionali compatibili col mercato. E’ una visione distorta quella che Vasillou e RE offrono, un’impostazione del rapporto tra saperi-lavoro e saperi-economia unidirezionale e tutta sbilanciata sulla fiducia ingenua e acritica nella capacità dei mercati di autoregolarsi. Noi crediamo che la conoscenza non possa essere l’ancella di modelli produttivi irrazionali e suicidi come quelli che vediamo oggi in campo in UE, modelli che considerano barriere agli investimenti privati i salari dei lavoratori, i loro diritti, la salute dei cittadini e del pianeta.

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Le nostre priorità: ● Investimenti in ricerca finalizzata all’innovazione tecnologica, al ripensamento del modello produttivo e alla riconversione ecologica dell’economia ● Piano europeo per incrementare gli investimenti in ricerca e innovazione al 3% del PIL e introduzione di meccanismi di aiuto per quei paesi con difficoltà economiche o con ritardo strutturale nell’innovazione e nella ricerca ● Introduzione di meccanismi di controllo della ricerca dell’industria privata affinché sia rivolta a fini socialmente ed ecologicamente compatibili

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4. Un'istruzione pubblica, gratuita e di qualità fino a 18 anni a livello europeo

In questi anni mentre Belgio, Lettonia, Romania, Slovacchia, Svezia, Islanda e Austria hanno aumentato la spesa in istruzione dall’1% al 5%, nei paesi ad elevato debito pubblico, i PIIGS (Portagallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), nei paesi dell’est e anche nel Regno Unito, il Patto di stabilità e crescita ha imposto e incentivato tagli lineari ai servizi pubblici, scuole e università in primis. Un’Europa a due velocità dunque, che da un lato vede i paesi dell’Europa centrale e del nord Europa agevolare l'accesso all'istruzione e puntare sulla competitività dei propri sistemi formativi, sperimentando la società della conoscenza disegnata da Lisbona ed EU2020, dall'altro Paesi che hanno definanziato e dequalificato l'istruzione pubblica, allontanando masse di studenti da scuole ed università dai costi inaccessibili, congelando in ben 8 Paesi Ue gli stipendi degli insegnanti. I dati relativi al diritto allo studio tra il 2000 e il 2009, che parlano di un incremento delle risorse per il sostegno finanziario degli studenti, soprattutto per gli studenti universitari, che è cresciuta percentualmente dal 13 % al 17,4 %, non devono trarre in inganno. Nei paesi del “sud” ci sono stati ingenti tagli dei finanziamenti che hanno prodotto un decremento delle risorse disponibili per le borse di studio, una restrizione del numero dei beneficiari, un aumento dei costi dei trasporti e più in generale di tutti i servizi e le prestazioni erogati. Inoltre procedono a macchia di leopardo i programmi di recupero e orientamento alla formazione per tutti i disoccupati o i giovani entrati in dispersione scolastica. Stessa cosa vale per l’apprendimento permanente, finanziato soltanto in alcuni Paesi attraverso l’utilizzo dei FSE.

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L’Italia ad oggi investe il 4,2% del PIL in istruzione, la Danimarca il doppio. E' una disparità insostenibile di cui l'Unione Europea dovrebbe farsi carico. L'Ue infatti, dal Trattato di Maastricht svolge un ruolo sussidiario per quanto riguarda le politiche sull’istruzione e la formazione. Gli stati membri continuano a svolgere un ruolo preminente sul settore, mentre l’UE si limita a fissare obiettivi comuni e favorire lo scambio di buone pratiche. L’obiettivo, da Maastricht in poi, è sempre stato quello di investire sull’istruzione per rendere più competitiva l’Europa nell’ambito di un contesto internazionale in rapido mutamento, con una ristrutturazione capitalistica che ha dato sempre più ampia centralità alla conoscenza e al lavoro cognitivo. Noi pensiamo che investire sia una priorità e che l'UE debba giocare un ruolo centrale per incentivare e incrementare le risorse su scuole, università e ricerca. La società della conoscenza deve essere costruita investendo però sulla qualità dei percorsi formativi e garantendone l’accesso a tutti, non rendendoli sempre più elitari. Rigettiamo l’ottica, finora perseguita, di investire sull’istruzione, anche con fondi privati, per rendere i luoghi della formazione delle aziende produttrici di saperi parcellizzati, ridotti qualitativamente a competenze e schiavi delle esigenze del mercato del lavoro. Per il prossimo decennio, oltre gli obiettivi di Europa 2020, vi sono anche quelli del programma Education and Training 2020 citato poco sopra. Tra questi spicca infatti quello dell’imprenditorialità, al fine di rendere l’Europa maggiormente competitiva. Ennesima conferma della tipologia e dell’indirizzo delle politiche sulla formazione a livello europeo. Le alternative esistono, ma passano da un forte ruolo di indirizzo dell’Unione Europea sull’incentivazione degli investimenti di ogni stato membro e sulla ridefinizione degli obiettivi sull’istruzione, che non possono continuare ad essere subordinati alle logiche del mercato. Le contraddizioni delle politiche UE in materia d’istruzione non riguardano solo i finanziamenti ma anche e soprattutto la struttura dei sistemi scolastici. Dagli anni ‘80 in poi la maggior parte dei paesi UE ha infatti avviato dei percorsi di riforma per innalzare l’obbligo scolastico, riducendo i tassi di dispersione e abbandono e puntando ad ampliare l’acquisizione delle competenze di base. Questi percorsi oggi vedono la scuola dell’obbligo ferma a soli 16 anni nella maggior parte dei Paesi UE e tanti sistemi d’istruzione aggirare l’innalzamento effettivo dell’obbligo con formule ibride di scuolalavoro e divisioni nette tra i corsi professionalizzanti e quelli d’istruzione generale. Il sistema italiano è emblematico da questo punto di vista: l’obbligo scolastico in Italia vale infatti per i ragazzi

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dai 6 ai 16 anni e può essere assolto non soltanto con il biennio delle superiori ma anche tramite i contratti di apprendistato previsti con la Formazione Professionale a livello regionale, contratti che quasi sempre si riducono a lavoro vero e proprio ma sottopagato, senza prevedere alcun percorso di apprendimento. L’obbligo scolastico si abbassa così de facto a 14 anni, un età in cui è impossibile o quantomeno pedagogicamente scorretto prendere scelte di vita così importanti. I ministri che hanno promosso in questi anni in Italia la riduzione a 4 anni delle scuole superiori per equiparare il sistema italiano a quelli europei da un lato misconoscono il fatto che le scorciatoie per l’uscita anticipata dai canali dell’istruzione è oggi una strada ampiamente già promossa e praticata, le cui conseguenze negative non possono però più essere ignorate, dall’altro non colgono la necessità, oggi sempre più evidente, di costruire una riforma dei cicli ampia che ponga in continuità i diversi segmenti dell’istruzione senza incentivare l’espulsione degli studenti. Il problema della canalizzazione precoce degli studenti riguarda quindi l’Italia in maniera paradigmatica ma caratterizza in generale tutti i sistemi dei Paesi Ue che pongono una divisione netta tra istruzione tecnica e generale (pensiamo al sistema tedesco a quello dei paesi del Nord Europa etc), concependo la prima come fosse di serie B e gli studenti come potenziale manodopera pronta all’uso per le aziende. Alla base di questa divisione gioca da un lato la falsa convinzione che esistano persone adatte e altre inadatte allo studio dall’altro v’è la volontà di conservare i caratteri classisti dei sistemi d’istruzione del secolo scorso, mantenendo le barriere materiali e immateriali che impediscono agli studenti di poter emanciparsi e autodeterminarsi tramite lo studio. Serve prendere atto quindi in Italia e in Europa che l’obiettivo di EU2020 dell’innalzamento dell’obbligo a 18 anni non può essere raggiunto se non convergendo nel contrasto totale alla canalizzazione precoce. Vogliamo riprendere e rilanciare pertanto la proposta di un biennio unitario all’inizio delle scuole superiori, obbligatorio per tutti gli studenti UE e capace di avviare fattivamente un percorso di innalzamento dell’obbligo scolastico. Un biennio che fornisca gli elementi per orientarsi nella scelta degli indirizzi di studio e che rimoduli l’impianto dei sistemi d’istruzione europea sulla base di una sempre maggiore inclusione sociale.

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Le nostre priorità: ● Tutti i Paesi dell’Unione Europea devono raggiungere l’8% di spesa sul PIL in Istruzione. ● Tutti i Paesi devono garantire un’istruzione pubblica completamente gratuita e di qualità senza la possibilità di avere come partner soggetti privati. ● L’UE deve monitorare i programmi di ogni stato membro per il raggiungimento dell’8% e prevedere il vincolo di fondi sociali europei ad hoc sull'istruzione per i Paesi che non rispettano gli obiettivi. ● Rompere il Six Pack e il Fiscal Compact che impediscono gli investimenti pubblici e impongono restrizione della spesa. ● Indirizzare ingenti risorse dei FES ed FESR sui sistemi formativi degli Stati che presentano i dati peggiori sull’investimento, l’abbandono scolastico, l’alfabetizzazione, la disoccupazione. ● Rispettare i vincoli imposti dalla strategia EU 2020 riguardo l’abbandono scolastico, l’apprendimento permanente e l’alfabetizzazione. ● L’UE deve impegnarsi a imporre dei Livelli Minimi di Prestazione sul diritto allo studio a tutti i Paesi membri.

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5. Per uno spazio europeo del welfare

Nonostante numerosi documenti UE affermino il contrario, i sistemi di welfare nazionali subiscono processi di divergenza sempre più evidenti a livello continentale. Se i Paesi con maggiore 'produttività' del Nord Europa garantiscono sistemi complessi di protezione sociale, con forme capillari e differenziate di reddito diretto e indiretto, i Paesi del Sud Europa che subiscono le misure di austerity sono interessati da fenomeni di dismissione del patrimonio pubblico, privatizzazione dei servizi e in generale da una progressiva ritirata dello Stato rispetto al terreno del riconoscimento dei diritti di cittadinanza. Questi fenomeni interessano anche il campo del welfare studentesco: in Italia la situazione relativa alla copertura nazionale delle borse di studio universitarie, così come ai sistemi regionali del welfare studentesco, è ben lontana dagli standard europei e dalle “eccellenze” del Nord Europa. Ma anche nel ristretto gruppo dei PIGS l'Italia riesce ad essere surclassata, con Portogallo e Spagna che spendono comunque più di noi nell'istruzione. Per quanto riguarda l'università, i 57.000 idonei non beneficiari – studenti che pur avendo diritto alla borsa di studio non la ricevono a causa della scarsità dei fondi erogati – sono un'eccezione tutta italiana, ancora più grave considerando che i criteri per l'attribuzione delle borse sono fra i più stringenti in Europa: è questa una delle ragioni più significative del netto calo del numero di studenti universitari in Italia (-60.000 in 10 anni). Sul fronte della scuola va forse peggio, visto che non è previsto alcun sistema nazionale di supporto al diritto allo studio, e il tasso di dispersione scolastico in alcune Regioni del Sud tocca quota 25%, mentre a livello nazionale presenta un

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dato comunque allarmante, 17,6% contro la media europea del 12,8%. Per invertire la rotta è necessario che l'Unione Europea prenda in carico provvedimenti che inneschino dinamiche di convergenza dei sistemi di welfare nel Continente. La misura più importante per il settore del welfare studentesco sarebbe quella di estendere la logica dei Livelli essenziali di prestazione sul piano europeo e sull'intero ciclo formativo, introducendo parametri di base sull'ampio spettro dei settori nei quali è possibile erogare finanziamenti nella forma del reddito indiretto (mobilità, alloggio, vitto, accesso a fonti culturali extracurricolari etc.), nonché una forma unitaria di reddito di formazione, calibrato sul costo della vita dei singoli Paesi. Tale misura permetterebbe da un lato di garantire l'emancipazione del soggetto in formazione dalle condizioni geografiche e socio-culturali di provenienza – in particolare dalla spesso insufficiente rete di supporto familiare –, dall'altro di favorire un accesso paritario ai saperi in tutti i Paesi europei, anche in quelli oggi più svantaggiati e quindi meno competitivi in termini di produzione, trasmissione e condivisione di competenze e conoscenze, che determinerebbe l'innesco di processi di convergenza non solo tra i sistemi di welfare in sé ma anche tra le economie, i modelli produttivi e la capacità di riproduzione del capitale sociale. In tal senso, la previsione più generale del reddito di cittadinanza a livello continentale sanerebbe le enormi differenze tra i Paesi europei, garantendo una vita degna e la possibilità di scegliere autonomamente i propri percorsi di formazione e di realizzazione lavorativa a centinaia di migliaia di espulsi dai cicli di formazione e dal mercato del lavoro, ai lavoratori precari etc. Per rendere operativi tali vincoli, tuttavia, è necessario fare in modo che siano realizzabili. Il blocco alla spesa pubblica determinato da quel complesso sistema di accordi che parte dal Trattato di Maastricht e arriva al Two Pack e al Six Pack, passando per il Fiscal Compact è un ostacolo strutturale all’ottenimento di miglioramenti delle condizioni materiali e immateriali sul fronte del welfare per i soggetti in formazione (e non solo). Parliamo di ostacolo piuttosto che di barriera perché ci sembra una metafora più adatta per definire una situazione nella quale talvolta si riescono a produrre avanzamenti, ma solo su un piano residuale, dipendente dalla presunta “virtuosità” di alcuni Enti Locali, o da scelte riallocative di bilanci comunque insufficienti a garantire la piena attuazione dei diritti

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di cittadinanza per tutte e tutti (dunque non solo per i soggetti in formazione). La declinazione interna alla macchina statale italiana dei vincoli europei si chiama Patto di Stabilità: gli Enti Locali devono contribuire al rispetto del vincolo del rapporto deficit-PIL al 3% bloccando un’enorme quantità di risorse altrimenti nelle dirette disponibilità delle amministrazioni stesse. L’entità di tali risorse è stabilita ogni anno all’interno della Legge di Stabilità (ex legge Finanziaria). Si tratta di 31,45 mld di € per il solo 2014, considerando i Comuni, le Province e le Regioni a Statuto Ordinario (escludendo dunque le Regioni e le Province Autonome) . Come è stato ormai osservato da più parti , gli Enti Locali si trovano sempre di più a dover fare i conti con una dicotomia che non ha nulla di tecnico ed economicistico, ma è tutta politica: si tratta infatti di scegliere tra austerità e diritti, tra il rispetto del Patto di Stabilità e la fornitura di beni e servizi e il mantenimento del patrimonio pubblico in grado di rendere sostanziali i diritti di cittadinanza. Abolire il sistema del Patto di Stabilità e in generale i trattati europei forieri delle politiche di austerità, e costruire un nuovo patto tra i cittadini dell'Unione Europea, basato non più sulla lingua della finanza e del debito bensì su quella dei diritti di cittadinanza, è condizione necessaria per cambiare le nostre vite. Un ruolo fondamentale in questa partita potrebbe essere svolto dai Fondi Sociali Europei (che rappresentano circa il 10% del bilancio dell'UE). Nel periodo 2007-2013 i fondi assegnati all'Italia ammontavano a quasi 29 mld di €. Il nuovo ciclo di assegnazione 2014-2020 può diventare cruciale per rafforzare l'infrastruttura sociale del Vecchio Continente. Le reti di welfare, l'infrastrutturazione immateriale delle reti di comunicazione e condivisione dei saperi, un vasto programma di piccole opere di messa in sicurezza dei territori dai rischi idrogeologici, del patrimonio edilizio pubblico, di riqualificazione urbana, sono solo alcuni degli ambiti nei quali una gestione mirata e deliberata in maniera partecipata dei FSE potrebbero contribuire in maniera decisiva all'innesco di quei processi di convergenza necessari per identificare il campo europeo come campo dei diritti di cittadinanza.

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Le nostre priorità: ● L'individuazione di Livelli Essenziali delle Prestazioni per il welfare studentesco a livello continentale, comprendente tutti i cicli di formazione ● La realizzazione di un reddito di formazione europeo ● La realizzazione di un reddito di cittadinanza europeo ● La gestione partecipata e mirata all'infrastrutturazione sociale dei Fondi Sociali Europei

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6. Formazione tecnica e professionale tutelata e di qualità

Negli ultimi anni in Europa si è rafforzata l’idea che l’istruzione debba essere sempre più legata al mondo del lavoro. Da questa premessa condivisibile in via teorica ma praticabile in modi e strutture molto diversi tra loro, si è fatto strada il modello duale tedesco, simile al nostro apprendistato, in cui cioè si alterna metà del tempo passato in classe e metà passato in un luogo di lavoro. Tale modello di Vocational Education and Trainig è promosso dalla recente raccomandazione europea Rethinking Education, finalizzata all’abbattimento della disoccupazione giovanile attraverso un ripensamento dei percorsi di istruzione. Viene attribuita all’istruzione la responsabilità della differenza percentuale di disoccupazione giovanile tra i paesi dell’Europa Mediterranea (Spagna e Italia specialmente) e i modelli di riferimento tedeschi e scandinavi. La soluzione sembra essere per la Commissione Europea la parcellizzazione delle competenze, rafforzando così la canalizzazione precoce a 14 anni ed esportando il modello duale in tutti gli Stati. La formazione duale relega le conoscenze generali in un angolino, rende ancora più evidente il divario di competenze tra licei e tecnici-professionali, rende le competenze dello studente frammentate e slegate da conoscenze critiche e di base, spendibili si sul mercato del lavoro ma a basso costo e senza diritti. Il VET diventa per l’Europa uno strumento per potenziare il mercato in crisi, pienamente asservito alle regole dello stesso, mettendo in secondo piano la valenza formativa dei percorsi. Eppure in Europa ci sono altre esperienze, come per esempio gli stage, che potrebbero vedere un potenziamento su scala continentale. Al contrario dell'apprendistato, lo stage dà la possibilità di stu-

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diare a tutto tondo ma anche di approfondire determinati aspetti del sapere e del saper fare, non togliendo troppo tempo alla formazione generale. E’ fondamentale, inoltre, eliminare ogni tipologia di blocco all’accesso. In molti stati Europei infatti gli studenti che frequentano percorsi tecnici e professionali non possono accedere all’università o addirittura subiscono percorsi di canalizzazione anche per le scuole superiori. Questo è un modello che toglie allo studente la possibilità di autodeterminarsi e si basa su una distanza eccessiva tra la formazione teorica liceale e la formazione pratica. E’ necessario investire nelle competenze di base e nella coscienza critica, rafforzando le ore di lezione ed i programmi dei tecnici e dei professionali ed allo stesso tempo promuovendo percorsi volti al saper fare nei licei. I percorsi di alternanza scuola-lavoro dovrebbero basarsi su attività che abbiano una rilevanza sociale per la collettività, intersecando competenze pratiche e sociali, studi umanistici e innovazione tecnologica. Detto ciò anche la conoscenza del mondo del lavoro che danno gli stage non è affatto completa. Spesso essi sono deregolamentati e non sono legati al percorso di studi che uno studente o una studentessa ha compiuto sui banchi di scuola o all’università. Per questo serve che a livello europeo e sui livelli nazionali si approvino statuti degli studenti in stage che garantiscano allo studente nel luogo di lavoro gli stessi diritti che ha dentro la scuola o l’università, così da poter monitorare l’affinità dello stage al proprio percorso di studi e che lo stage non si trasformi in una forma di lavo ro non pagato, ma resti pur sempre un “metodo di formazione”. Inoltre sarebbe importantissimo potenziare nell’Unione Europea programmi di stage internazionali. E’ vero, infatti, che non tutti i Paesi o le regioni dell’Europa hanno gli stessi apparati produttivi, le stesse tecnologie e le medesime competenze. Uno studente di una città italiana dovrebbe, quindi, aver la possibilità di fare uno stage in Germania se lì si trovano attività economiche che offrano competenze avanzate e sbocchi al proprio percorso di studio e viceversa per lo studente tedesco che vuole venire in Italia. Sullo stesso versante c’è l’aspetto legato all’orientamento al lavoro: in una fase in cui in Europa cre-

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sce la disoccupazione è necessario mettere in rete le diverse iniziative nazionali di orientamento e ricerca di lavoro, ma soprattutto è importante far conoscere le best practices e le esperienze virtuose, i posti di lavoro creati dalla creatività di giovani in giro per l’Europa, cosicché si possano riprodurre a li vello continentale idee e esperienze che guardano ad un diverso modello economico. Per unire al meglio percorsi d’istruzione e mondo del lavoro, però, oggi è necessario riconoscere in ogni singolo individuo la miriade di conoscenze apprese anche fuori dall’istruzione formale. Sempre più studenti imparano o perfezionano lingue per conto proprio, spesso già le conoscono dalla nascita perché immigrati, altri facendo volontariato acquisiscono competenze che dentro scuole e università non si possono acquisire. E’ necessario oggi costituire delle “anagrafi delle competenze”, che mettano i percorsi di vita e formativi di ognuno al centro dello sviluppo lavorativo futuro dell’individuo. Oggi il titolo di studio non può essere l’unico elemento di cui si tiene conto per costruire il profilo completo di una persona.

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Le nostre priorità: ● abolizione della formazione professionale come canale di assolvimento dell’obbligo e posticipo delle esperienze di tirocinio e apprendistato dopo i 18 anni ● innalzamento fattivo dell’obbligo scolastico a 18 anni in tutti gli Stati membri ● introduzione di un primo biennio unitario alle superiori in tutti i sistemi d’istruzione, con monte ore fisso per le materie di base e flessibile per quelle caratterizzanti ● Revisione totale della direttiva europea sull’istruzione professionale “Rethinking Education”. ● Potenziare programmi e ore di studio nei tecnici e professionali ● Garantire a tutti gli studenti provenienti anche da percorsi tecnici o professionali l’accesso alle scuole superiori ed all’università ● Sviluppo degli stage, garantendo diritti agli stagisti e la coerenza degli stage con i percorsi formativi individuali. ● Programmi di stage internazionali per garantire la possibilità di tutti gli studenti e studentesse di conoscere i diversi contesti produttivi a prescindere dalla provenienza ● Orientamento internazionale al lavoro perché l’Europa possa diventare realmente una terra di opportunità, libera circolazione delle persone, delle idee e della creatività ● Unificare i sistemi nazionali di centri per l’impiego e collaborazione con le istituzioni scolastiche e universitarie per costruire delle “anagrafi delle competenze” che mettano in risalto sia la formazione formale che quella non formale appresa dagli individui.

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7. Contro il numero chiuso, la valutazione e la didattica come strumenti di selezione

Negli stessi anni in cui sull’istruzione superiore si muovevano questi passi, il Bologna Process e l’introduzione coatta del numero chiuso si preparavano ad attraversare l’università. Con la legge Zecchino del ‘99 infatti viene introdotto il numero chiuso per le facoltà mediche, giustificando questa scelta da un lato con la necessità di applicare direttive europee (ad esempio del 93/16/CEE o ancora la 78/686/CEE), che però non imponevano lo strumento del test ma solo la necessità di omogenizzare la qualità professionale dei laureati in medicina, chirurgia, ecc…, dall’altro si poneva così una soluzione tanto facile quanto miope all’incapacità delle strutture degli atenei di accogliere l’elevato numero di studenti che in quegli anni si iscrivevano. La ratio su cui nasce il numero chiuso quindi innanzitutto contraddice gli obiettivi di Lisbona e di EU 2020 sull’innalzamento del livello culturale dei Paesi : sbarrare l’accesso ai più alti livelli di qualificazione vuol dire infatti incentivare gli studenti a intraprendere quanto prima percorsi lavorativi, qualunque essi siano, precari, sottopagati o privi di diritti. Ad oggi con i tassi di disoccupazione in continuo aumento ciò significa ingrossare le fila dei NEET e costruire un vero e proprio esercito di riserva, senza speranze né garanzie per potersi immaginare un futuro dignitoso. Oggi con il 57% dei corsi di laurea a numero programmato e con un crollo di quasi 58.000 immatricolazioni negli ultimi dieci anni è necessario riconoscere in Italia gli effetti devastanti che il numero chiuso e le politiche di disinvestimento sull’università, tagli sul Diritto allo Studio e aumento della

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contribuzione studentesca in primis, hanno prodotto. E’ questo il momento di tirare le somme degli obiettivi e dei progetti sviluppatisi a livello europeo sull’istruzione: a 6 anni dalla scadenza di Eu 2020 e a più 10 dall’avvio del processo di Bologna, bisogna rendersi conto che la parcellizzazione dell’università, la frammentazione tra i diversi cicli d’istruzione nonché il dramma della bolla formativa sono figli di questi processi. Il sistema del 3+2 ad esempio nasce con l’obiettivo di spezzettare i livelli di qualificazione universitaria per facilitare l’occupabilità dei laureati: ad oggi questo sistema non soltanto ha prodotto una dequalificazione della laurea in sé, poiché di fatto la triennale non dà accesso a nessuna professione e la specialistica si riduce ad un 2^tempo privo di valore aggiunto, ma ha anche mancato totalmente l’obiettivo di conciliare nella logica di domanda-offerta il mondo dell’università con quello del lavoro. L’asse si è spostato tutto sulle qualificazioni di basso livello che il mercato del lavoro ad oggi predilige, la qualità dell’università e l’orientamento della didattica ha perso intanto qualsiasi spinta propulsiva nel determinare la domanda di lavoro e le scelte produttive del Paese limitandosi a rispondere, e in malo modo, ai criteri imposti dalle aziende e degli investitori, cui non a caso le recenti riforme della governance dell’università hanno lasciato tanto spazio. Il sistema dei crediti, messo su per rendere compatibili e omogenei i differenti sistemi d’istruzione europei, ha prodotto inoltre una frammentazione tutta negativa della didattica e dello studio, aprendo la strada alla misurazione unicamente quantitativa delle conoscenze. Oggi, la larga diffusione che il sistema dei crediti ha anche per le scuole superiori e l’avanzare di sistemi di valutazione quali l’INVALSI a livello nazionale e gli OCSE-PISA a livello internazionale ci impongono quindi una riflessione sulla credibilità e l’attendibilità della misurazione quantitativa nella definizione degli standard di qualità di istituti e atenei. Questi sistemi infatti tengono fuori non soltanto elementi decisivi nella valutazione dei livelli di alfabetizzazione dei Paesi, quali i contesti socio-economici e una serie di conoscenze non assimilabili a competenze tecniche né misurabili (la coscienza critica, le inclinazioni, le attitudini e le potenzialità personali), ma sono finalizzate alla stesura di classifiche tra Paesi, atenei e scuole. La logica della competizione è in profonda contraddizione con l’obiettivo politico che l’Unione europea dovrebbe assumere, quello dell’innalzamento della qualità media dell’istruzione e della cultura del continente, in-

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tendendo per media proprio l’aver di mira la diffusione quanto più ampia possibile di saperi di qualità piuttosto che la costruzione di pochi poli d’eccellenza. L’obiettivo dell’innalzamento del numero di laureati è quindi fondamentale per l’Italia, che si attesta al 21% della popolazione contro una media europea al 34%, è d’altro canto necessario ripensare in tutta Europa l’organizzazione della didattica e il ruolo e il valore delle conoscenze nel modello produttivo del continente: perché non è possibile ridefinire un piano industriale mettendo in gioco le intelligenze che ancora popolano le nostre università? Chi può decretare che la non spendibilità attuale sul mercato del lavoro delle conoscenze umanistiche sia un’inutilità tout court di quei saperi che proprio contribuiscono a fondare l’identità e il patrimonio culturale dell’Europa unita? In Grecia quest’anno l’università Capodistriana di Atene ha sospeso tutte le attività dell’anno accademico per carenza di fonti, per gli stessi motivi le università del Sud Italia rischiano di chiudere i battenti nel giro di pochi anni. Il Bologna process così come Europa 2020 devono necessariamente rivedere criticamente i propri criteri ed obiettivi: la società della conoscenza in un continente in cui le università si svuotano o chiudono, in cui le scuole perdono sempre più studenti, rischia di essere uno spot vago che maschera in realtà un modello culturale discriminante ed escludente, appiattito sui criteri mercantilistici del libero mercato che hanno contribuito a produrre la crisi economica in cui stagniamo.

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Le nostre priorità: ● revisione e chiarificazione delle norme europee sul numero chiuso, strutturando la selezione in itinere e con modalità che contrastino la competizione sfrenata tra studenti per le facoltà mediche e sanitarie, raccomandando l’eliminazione dello sbarramento per i corsi invece regolamentati solo a livello nazionale ● l’eliminazione del blocco del turnover e un piano di assunzioni di docenti e ricercatori che aumenti notevolmente la proporzione media europea tra docentistudenti, imponendone il raggiungimento ai Paesi quali l’Italia che ad oggi sono molto al di sotto anche della proporzione attuale. ● istituzione di una commissione mista per la revisione democratica dei criteri quantitativi e delle modalità di testing standardizzato utilizzati a livello nazionale e internazionale dalle agenzie di valutazione: l’utilizzo della misurazione quantitativa può avere solo fini statistici e bisogna contrastare la sua estensione alla valutazione formativa nelle aule, l’indirizzo politico che danno le misurazioni deve essere vincolato ad azioni precise discusse collegialmente con studenti e docenti

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10. Per la democrazia nei luoghi della formazione

Nell’epoca della crisi della partecipazione, sembra facile imputare la colpa alla fase sociale e storica per l’allontanamento, specialmente dei giovani, dalla partecipazione politica. La verità, seppur più spinosa è profonda, è che ai giovani non sono dati gli strumenti per incidere, non solo nella società tutta, ma anche nei luoghi che vivono ogni giorno come scuole e università. In tutta Europa vi sono strumenti differenti di partecipazione e democrazia interna ai luoghi della formazione. In alcune nazioni le rappresentanze sono garantite e tutelate, in altre lo strumento della rappresentanza studentesca non è contemplato o ha un valore più accessorio che sostanziale. Scuole e Università sono microsocietà in cui i giovani vivono la partecipazione attiva praticandola ogni giorno. Oggi ogni nazione europea ha modelli di rappresentanza con composizione, organi e compiti differenti. La democrazia partecipativa e la partecipazione ai processi decisionali deve diventare paradigma edificante del nuovo mandato europeo, a partire dai luoghi della formazione e dalle rappresentanze studentesche. Per fare ciò rivendichiamo degli organi decisionali in cui la componente studentesca abbia davvero possibilità sostanziali di incidere e di essere garantita, inserendo la clausola della pariteticità per Consigli Di Istituto scolastici, commissioni tematiche e Cda Universitari. Gli organi decisionali, inoltre, non devono essere meri luoghi in cui ratificare decisioni prese altrove, ma dotarsi del supporto di commissioni operative tematiche che diano agli studenti possibilità di incidere e discutere di curricula, percorsi formativi, attività extrascolastiche, programmi. La democrazia deve essere il motore decisionale dei luoghi della formazione, promuovendo per-

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corsi di autovalutazione delle strutture, delle decisioni e dei sistemi formativi. Considerare gli studenti come cittadini di oggi e non solo retoricamente come cittadini del domani, significa riconoscere la cittadinanza dei soggetti in formazione in termini non solo formali, ma anche sostanziali. Per tali ragioni, prendendo spunto dai processi costituenti promossi in alcune nazioni europee, deve essere introdotto parere obbligatorio degli studenti per ogni iniziativa legislativa formulata a livello nazionale o internazionale. Ciò non deve avvenire richiedendo in maniera sterile parere ai National School Council - dove presenti -, ma è necessario favorire processi di partecipazione che siano dal basso verso l’alto, con la creazione di percorsi di ripensamento di scuole e università pubbliche interni agli stessi luoghi di formazione, immaginando strumenti per la formulazione di proposte dirette da parte di ogni singola scuola e università e di discussione delle proposte nazionali e internazionali in campo. Questo tipo di percorso, sperimentato ad esempio in Francia all’ultima riforma scolastica, è l’unica modalità possibile per abbattere la distanza tra rappresentanti e rappresentati - oramai esistente anche nei luoghi della formazione - e per creare veri e propri momenti di riflessione costituente rispetto al futuro dei paesi e del continente, strettamente collegato a quello dei luoghi della formazione. Dobbiamo dire basta, infatti, a riforme e raccomandazioni calate dall’alto, attraverso un riconoscimento formale delle rappresentanze e della cittadinanza studentesca, immaginando strumenti di collaborazione attiva e reciproca che diano alle rappresentanze studentesche strumenti di democrazia interni ed esterni capaci di tutelare la necessità rappresentativa e partecipativa di tutti a livello sociale. Anche i processi già esistenti, come quello del dialogo strutturato, dovrebbero porsi obiettivi più ambizioni, dando maggiore possibilità decisionale all’interno del percorso alle rappresentanze studentesche organizzate e ponendosi come obiettivo l’istituzione di percorsi referendari che tentino di ragiungere studenti e giovani esclusi dalle maglie della partecipazione politica in generale.

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Le nostre priorità: ● introduzione di organismi rappresentativi cogestiti e Commissioni paritetiche in ogni luogo della formazione ● Istituzione del referendum studentesco per le scelte più importanti a livello nazionale e internazionale. ● Riconoscimento formale in ogni stato membro delle rappresentanze studentesche e della cittadinanza del soggetto in formazione ● Parere obbligatorio per le riforme di scuole e università da parte degli organi di rappresentanza studenteschi locali. ● Percorsi di connessione bottom-up per la proposizione di iniziative legislative inerenti i luoghi di formazione e la discussione pubblica e assembleare delle proposte in campo ● Potenziamento del dialogo strutturato

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Le rivendicazioni della Rete della Conoscenza in vista delle Elezioni Europee 2014

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