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edizioni cultura "il punto stampa" cbrs. editrice lecco


salute è sicurezza

IN MONTAGNA


salute è sicurezza

IN MONTAGNA di

VASCO COCCHI

fotografie e disegni

Lotta Picco Vitali prefazione

Claudio Redaelli presentazione

Giuseppe Ciresa

edizioni cultura "il punto stampa" c.b.r.s. editrice lecco


La riproduzione, anche parziale, del testo e delle fotografie è consentita purchÊ si citi la fonte

Š C.B.R.S. editrice - Lecco

edizioni cultura "il punto stampa" C.b.r.s. editrice lecco


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Prefazione Nel presentare questo libro mi ricorre una scena tripudiante che è all'ingresso, direi, dell'opera "Che cosa è un oulceno> di un illustre della nostra Lecco, Antonio Stoppani:

"I... ) una mattina di quelle che caccia n fuori di casa per forza i villeggianti, con la smania nelle gambe di raggiungere un'altura, per respirarvi a grandi boccate l'aria imbalsamata dali' olezzodei prati o dal profumo del bosco, anche a costo di irrigare di sudore l'erta sassosa e riportarsi a casa la pelle riarsa dal sole nascente». Di quest'opera tra le minori dello Stoppani ma, come ogni sua altra, altamente ecologica, continuano a rivivermi, sin dalla prima lettura, la poesia e la uita armonicamente fuse: "mattina, smania nelle gambe, altura, aria imbalsamata, olezzo dei prati, profumo del bosco; sudore, erta sassosa, pelle ... » Vasco Cocchi, medico e alpinista conosciuto e stimato anche fuori di Lecco, pare continuare in chiave moderna il discorso di Stoppani, dei valori e delle attenzioni che vi si implicano; e ciò fa con riguardo scientifico che non toglie ma chiarisce la gioia di godere della natura con razionale ardimento, cioè contribuendo alla salute, non comprornettendola, preservando la vita, non rischiandola con imprudenza. Per questo, quest'opera, è un utile strumento di formazione e informazione - oltre che degli adulti, anziani o no - dei giovani della scuola e del mondo del lavoro. Vasco Cocchi è mernbro del Consiglio Nazionale del Club Alpino, ha maturato in tanti anni di attività sportiva e professionale un'esperienza particolare della montagna. Il suo libro quindi nasce dalla realtà direttamente vissuta e costituisce un viaggio ideale nella fisiologia sportiva: non mancando di affascinare, fornisce indicazioni preziose a chi i sentieri, le vette e le pareti rocciose non si accontenta di ammirarli in fotografia o con il cannocchiale; dà consapevolezza dei rischi che si accornpagnano alla pratica dell'escursionismo e dell'alpinismo; insegna la necessità e il modo di prepararsi e comportarsi adeguatamente a tale pratica. Escursionismo e alpinismo sono largamente diffusi oggi, così nasce l'urgenza di estendere e rafforzare la conoscenza della medicina sportiua, di incrementare la sensibilità verso di essa, specialmente per quanto riguarda l'alimentazione e l'allenamento. Liberare in questo senso l'escursionismo e l'alpinismo dalle vecchie rnitizzazioni gratuite - svalorizzanti e rischiose - e sottolinearne e coltivarne il fascino in una consapevole rnisura di rapporto dell'uomo con la natura è il miglior servizio che si possa rendere alla gioia di vivere anche in questo campo. Il libro di Vasco Cocchi è questo seroizio: vi si affronta il problema del doping nella pratica esasperata degli sports, vi


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si tratta delle più qualificanti nozioni di fisiologia sportiva, dell'alimentazione, dell'allenamento, del sistema cardio-circolatorio e respiratorio; vi si spiegano le più importanti nozioni di pronto soccorso. AI fine di illustrare i vari testi del volume, poi, concorrono, oltre alla parola sempre chiara ed efficace, i disegni esplicativi e quaranta foto a colori realizzati dalla signora Lotta Picco Vitali. "Salute è sicurezza in montagna» di Vasco Cocchi è un messaggio di umiltà e di serietà nell' avvicinarsi alle montagne; un invito all' uomo, che è "misura di tutte le cose-, per dirla con Protàgora, ma nel senso universale e vero della parola.

Claudio RedaelIi

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Presentazione Con immensa soddisfazione ho accettato di presentare questo importante volume del dott. Vasco Cocchi, che soddisfa così, la carenza editoriale specifica in questo settore. La sua prima opera, - S.O.S. in Montagna - pubblicata sotto l'egida del c.A.!. Lecco, ormai introvabile da parecchio tempo, è continuamente richiesta dagli appassionati, testimonianza quindi dell'esigenza della ristampa ampliata e arricchita da pregevoli immagini, che tutti gli alpinisti e escursionisti dovrebbero possedere. Purtroppo gli incidenti in montagna sono sempre più frequenti data la grande espansione che questa disciplina ha avuto negli ultimi anni. Ragione questa che dovrebbe indurre ogni frequentatore della montagna alla conoscenza delle più elementari norme di pronto soccorso che, a volte servono a ridurre le conseguenze, o addirittura salvare vite umane. La grande esperienza dell'Autore, maturata in diversi anni di attività alpinistica, ha contribuito in modo determinante alla realizzazione di questa pregevole opera. Mi sento di interpretare il pensiero di tutti gli appassionati di montagna, ringraziando l'amico Vasco per la sua collaborazione a rendere la montagna più sicura.

Giuseppe Ciresa Presidentec.A.!. Lecco


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Premessa dell'autore Quando mi è stato proposto dai responsabili del giomale "IL PUNTO STAMPA" di collaborare con una rubrica che, in diverse puntate, trattasse argomenti riguardanti la montagna, il modo di avvicinarsi, di affrontarla, di gestire la propria salute per una migliore riuscita dell' attività alpinistica, sono rimasto un poco perplesso se accettare o no questo incarico. Innanzitutto per la vastità e per l'importanza dell'argomento: si spazia dalle motivazioni psicologiche che spingono una persona a praticare l'alpinismo, a norme di comportamento, a nozioni di igiene sportiva, di pronto soccorso, di alimentazione, di allenamento. E poi per non volere fare la figura di colui che monta in cattedra,esibisce il proprio sapere, predica la sua verità, fa mostra di sé da una tribuna di vasta risonanza ed eco quale può essere un giornale. Ma poi mi sono detto che essendo da cinquant'anni medico con specialità in cardiologia ed in medicina del lavoro, ed essendo da molto tempo frequentatore di montagna non avrei peccato di presunzione ed avrei avuto tutte le carte in regola per comunicare, a molta gente interessata, alcuni consigli, alcuni principi che, maturati nella mia esperienza di medico e di alpinista, avrebbero potuto essere utili. Allora ho rielaborato le note da me scritte in "S.O.S.", edito dalla Sezione del c.A.1. di Lecco nel 1985, ho allargato il discorso anche a temi non precipuamente di medicina sportiva, ho introdotto considerazioni personali di comportamento.

È sempre mia convinzione personale che per raggiungere, nella pratica sportiva, determinati traguardi non sia sufficiente avvalersi solo di attrezzature all'avanguardia, di cognizioni tecniche, di indumenti moderni e sofisticati. È anche fondamentale e necessario conoscere sé stessi. Un organismo in perfette condizioni fisiche, alimentato razionalmente, allenato come si deve, può raggiungere limiti di alto rendimento. Il conoscere sè stessi ci permette di riconoscere tali limiti, di non andare oltre e di conservare la nostra integrità. Anche in questo volume non ho certo fatto un trattato scientifico: ce ne sono già tanti. Non ho volutamente approfondito il discorso su vari argomenti. Ho cercato di dire le cose fondamentali. Ho usato le parole più semplici possibili. Ho ridotto al minimo i termini tecnici per rendere agevole la lettura e la comprensione: ne ho fatto una pubblicazione da consultare, senza fatica, in caso di bisogno. Il testo, oltre che da disegni illustrativi riguardanti i vari argomenti, è arricchito anche da fotografie, riguardanti la montagna e alcuni suoi aspetti, che accompagneranno il lettore come un sottofondo musicale


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tendente a ricordare sensazioni provate durante gite, ascensioni o contatti con la natura. Un grazie sentito per i disegni e per le fotografie alla signora Lotta Picco Vitali. L'augurio che posso fare alle molte persone che praticano l'alpinismo, è che, anche per mezzo delle poche e povere parole che ho scritto, possano raggiungere l'equilibrio psichico e fisico necessario per godere di tutte le cose belle che la montagna offre. Divulgando la conoscenza delle principali funzioni del nostro organismo, in rapporto alla pratica sportiva, facendo ben capire quali sono i limiti da raggiungere e mai da superare, ripetendo alcune fondamentali nozioni di pronto soccorso, ritengo di aver contribuito a far si che l'andare in montagna diventi sinonimo di salute e di sicurezza.

Vasco Cocchi

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A Francesco, Chiara, Michele e Margherita miei nipoti


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CONSIDERAZIONI GENERALI L'attività sportiva in genere, ed alpinistica in particolare, ha subìto, dai tempi dei miei anni giovanili fino ad oggi, mutamenti rapidi, continui ed interessanti. Vi è stato aumento del numero degli sportivi praticanti: l'attività sportiva, accessibile un tempo solo a una ristretta cerchia di persone, è diventata col passare degli anni, sport di massa. Basta pensare, per restare nel nostro campo, all'aumento del numero di coloro che oggi praticano l'alpinismo e al numero di coloro che praticano lo sci nelle sue diverse specialità. Trent'anni fa faceva sport un numero limitato di persone: era un'attività di elite: oggi lo sport è praticato da persone di ogni età e di ogni ceto sociale. Latecnica alpinistica ha subìto un'evoluzione che è stata propiziata anche dal miglioramento dei materiali: da quelli riguardanti l'equipaggiamento a quelli riguardanti gli attrezzi veri e propri. La conoscenza e la diffusione della medicina sportiva, specialmente per quanto riguarda l'alimentazione e l'allenamento, si è fatta più vasta. I mezzi di comunicazione, diventati più rapidi e più a portata di mano, hanno permesso di avvicinare, di conoscere, di conquistare mete una volta lontane ed accessibili solo a pochi privilegiati. Tutto ciò ha portato a conseguire importanti risultati e a una grande diffusione dell'attività alpinistica. Ma tutto ciò è stato anche glorificato, esaltato, mitizzato, dai mezzi di comunicazione, dai mass-media, dai molti spots pubblicitari delle case produttrici di equipaggiamento e di articoli sportivi. AI punto tale da diventare quasi una moda. Moda è infatti seguire linee di comportamento che poi tutti seguono, fare tutto ciò che gli altri fanno: vestire come gli altri, mangiare come gli altri e a volte pensare come gli altri. Non c'è nulla di male. E' il progresso. E' vero. Però dietro questa pianificazione, dietro questo uniformarsi a canoni comuni esiste il pericolo di perdere la propria autonomia, la propria personalità o, peggio ancora, di lasciarle in mano ad altri: in mano a coloro che, dietro le quinte, dirigono questa moda non sempre con fini sportivi. L'alpinismo non può e non deve diventare una moda. Altrimenti si corre il pericolo di perdere la proporzione, il valore delle cose. Si corre il pericolo che non vi sia più, in noi, una gradualità di sentimenti, di idee, di proporzioni, di difficoltà da affrontare. Tutto diventa facile. Tutto diventa fattibile. Le difficoltà che si incontrano, e che sono sempre esistite, si è indotti a svalutarle, ad affrontarle con spirito superficiale senza il dovuto studio e senza la dovuta programmazione. Si corre il rischio di dimenticare le norme elementari di sicurezza, di affrontare, con troppa fiducia in sé stessi, fatiche alle quali non si è sufficientemente preparati, di operare in stagioni o in momenti non adatti. Si va a fare, per esempio, sci-


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alpinismo quando non è il periodo adatto, quando le condizioni meteorologiche stagionali possono diventare pericolose perchè lo strato di neve non è ancora assestato perchè le giornate sono brevi e il periodo di esposizione al sole è corto e il freddo è intenso. Tutte cose che rendono aleatoria e pericolosa la pratica di tale sport in stagione non appropriata. L'euforia delle avventure alpinistiche extraeuropee spinge alpinisti ad affrontare altezze e climi che non si conoscono, o si conoscono poco, fidandosi soltanto delle proprie forze o delle proprie capacità tecniche che, se hanno permesso di raggiungere buoni risultati su cime e in climi conosciuti, possono riservare sorprese ad altezze mai raggiunte o in climi sconosciuti. L'alpinismo non può, non deve diventare una moda. È una scelta consapevole di tecniche, di itinerari, di situazioni, di sacrifici, necessità di conoscenze, di studio, di valutazione, di preparazione. È un'attività sportiva che non può essere lasciata in balia solo del proprio entusiasmo o della consuetudine di fare come fanno gli altri. A conferma di ciò basta prestare attenzione ad alcuni incidenti capitati in questi ultimi tempi o alle spedizioni extraeuropee non portate a termine con la fin troppo facile giustificazione della fatalità o delle particolari avverse condizioni climatiche. Queste cose bisogna dirle. Andare contro corrente ma dirle per dare un contributo alla formazione, alla diffusione e al rafforzamento dell'educazione sportiva che, nel nostro paese viene spesso confusa col partecipare allo sport spettacolo. Certo non bisogna generalizzare, fare di tutt'erba un fascio. Esistono istituzioni, quali il C.A.!. o altre istituzioni similari, che, attraverso l'informazione, la diffusione di idee, l'insegnamento, portano avanti un discorso serio tramite le scuole di alpinismo e di scialpinismo o tramite le varie manifestazioni sia a livello giovanile che nel campo degli adulti. Ma molte volte tutto ciò è ristretto a una cerchia di persone che già di per sè è amante della montagna, è consapevole di possedere una educazione sportiva appropriata, ha sentimenti che si adattano a questo discorso. Queste idee e questi principi devono essere fatti conoscere, specialmente ai giovani, devono essere diffusi e anche discussi: perchè solo attraverso il dialogo, la conoscenza, la discussione si può formare una vera coscienza sportiva. Cominciamo ad interrogarci su alcune motivazioni che ci spingono all'alpinismo.

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PERCHE SI VA IN MONTAGNA? Quante volte ci siamo sentiti chiedere perchè andiamo in montagna? Ce lo siamo sentito chiedere quando eravamo giovani e ce lo sentiamo chiedere ancora oggi che giovani più non siamo. Rispondere a questa domanda non è semplice: non è possibile rispondere con una breve frase o con tre parole. Ci vuole tutto un discorso vasto che esprima tutto ciò che passa nell'animo di un appassionato di montagna. Alla base di questa risposta sta un insieme di sentimenti che comprende amore per la natura, una innata spinta a scoprire tutto ciò che di ignoto si può trovare al di là di un orizzonte, un senso di libertà e di indipendenza sconfinato, la tendenza a superare e a vincere gli ostacoli che si ergono a sbarrarci il cammino, la sensazione a volte ambiziosa di misurarci contro forze naturali che a volte ci opprimono, la soddisfazione di vincere questi ostacoli e, quando ciò non è possibile, la consapevolezza di rinunciare ad una lotta che per il momento può sembrare impari ma che poi, con la costanza e con la pazienza, si ha la certezza di poter vincere. Il vivere, l'agire dell'uomo che va in montagna trova il suo completamento in un insieme di forza, di ambizione, di tenacia, di umiltà, di sacrificio che riempie l'animo e che, una volta raggiunta la meta, ci da la soddisfazione di qualche cosa di completo come se l'animo umano, attraverso la percezione di sentimenti a volte inebrianti e a volte mortificanti, trovi una ragione d'essere. È difficile descrivere tutte le sensazioni che uno prova quando va in montagna: difficile perchè le sensazioni sono infinite e tutte esaltanti, fuse in un insieme corale di cui a volte ci tocca la maestosità e, a volte, ci esaltano i particolari: la solitudine a volte ci atterrisce, l'armonia dei colori ci commuove, la fatica, le forze avverse della natura ci spossano, la conquista della vetta ci esalta. Spesso, quasi un sogno di superbia ci fa apparire come dei giganti e, contemporaneamente, l'infinito maestoso ci circonda e ci annulla. Vi sono momenti in cui, come in un sogno delirante, ci sembra di essere padroni di tutto: e momenti in cui ci sentiamo integrati in tutto ciò che ci sta attomo e ci sentiamo minuscole particelle, minuscole unità sperdute in un Universo di cui non conosciamo ancora tutte le leggi. E mentre camminiamo, per ore ed ore, soli con noi stessi o uniti al compagno da un silenzio che ci rende affini, rielaboriamo nella nostra mente infiniti pensieri che trovano la loro ragion d'essere nella visione di un fiore, nelle tinte infuocate di un tramonto o nella limpida lucentezza dell'atmosfera dell'alba. E tutte queste sensazioni ci invadono, prendono possesso di noi, e quando la sera rientriamo nelle nostre case, lo facciamo consapevoli di portare entro di noi un dono meraviglioso: il dono di sapere, di essere consci di possedere un tesoro immenso. Ecco perchè ritengo utile, anzi


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necessario, che l'uomo e specialmente l'uomo moderno vada in montagna. L'alpinismo è un mezzo per imparare a conoscere meglio sé stessi, per imparare a misurarci con forze che sono certamente al di sopra di noi, per imparare a vincerle e, a volte, anche a subirle. È un mezzo che aiuta a diventare più uomini, che ci abitua a godere della bellezza della natura e della vita facendoci apprezzare i doni che ne derivano. Ci tempra a vincere le avversità, ci insegna ad accettarle non come rinuncia ma come stimolo per una vita più vissuta, più attiva. Ed i giovani, che alla montagna vogliono dedicarsi, avranno il modo di formarsi il carattere, di elevarsi spiritualmente, di togliersi dalle piccole cose comuni e sterili, di affinare i loro sentimenti, di temprare il loro corpo, di diventare uomini veri. È necessario però che alla montagna si avvicinino con rispetto, con umiltà, con serietà di intenti e di preparazione fisica e spirituale. Solo così essi potranno trame insegnamenti e godimenti e solo così potranno trovare la vera risposta alla domanda: perchè si va in montagna?

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basta una baita, una traccia per aiutarti a vincere il senso della solitudine

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ti puoi anche illudere di essere diventato quello che sempre vorresti essere

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qualche volta basta voltarsi e vedere il viso di un amico per sentirsi sicuri

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e quando, nel ritorno, ti volti a guardare la montagna,

provi la sensazione

piacevole di quando dici ad un amico "arrivederci"


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DOPING La vasta diffusione dell'attività sportiva nei vari paesi del mondo, i risultati raggiunti dagli atleti nelle varie discipline sportive, la diffusione per via televisiva dei vari avvenimenti sportivi, hanno concorso a propagandare e a far conoscere lo sport e ad avvicinare alle varie discipline sportive molti giovani. Si è assistito, però, ad una progressiva trasformazione dello sport. Dal dilettantismo più o meno puro si è passati ad un vero e proprio professionismo. Con aumento enorme del numero delle gare, di riunioni, di prestazioni e con un giro di affari non indifferente sia attraverso gli ingaggi, sia attraverso le sponsorizzazioni. Tutto ciò ha portato gli atleti ad allenamenti stressanti, continui, ad attività sportiva superante spesso i limiti fisiologici pur di restare sulla cresta dell'onda o nel giro di affari. E dove l'allenamento normale non era più sufficiente per raggiungere o mantenere risultati eclatanti, si è ricorso allo sfruttamento di tutte le risorse fisiche, psichi che e muscolari mediante il Doping.

COSA SI INTENDE PER DOPING?

La definizione di tale termine è molto controversa a dimostrazione della difficoltà del suo studio. Quella data dal 1Q Congresso Europeo sul Doping risale al 1963 e dice: «È considerato Doping l'utilizzazione di sostanze e di tutti quei mezzi destinati ad aumentare, artificialmente, il rendimento degli atleti in vista o in occasione di gare e che può portare pregiudizio all'etica sportiva e all'integrità psichica e fisica dell'atleta». Da tale definizione si deduce chiaramente che il Doping comporta due tipi di illecito: quello etico-morale perchè tale pratica si identifica in un raggiro, in una truffa e quello psico-fisico perchè tale pratica arreca danno a chi la mette in atto. Le origini del Doping si perdono nel tempo. Pare che in epoca lontana una colonia di olandesi trasmigrò sulle rive del fiume Hudson fondando la città di Nuova Amsterdam che sarebbe poi divenuta Nuova York. I pionieri di quell'epoca, per ristorarsi dalle fatiche e per sopportare le durezzee i sacrifici di quella vita, usavano una bevanda che dava loro un senso di euforico benessere chiamata Dop. Da qui il nome Doping. Un tale termine compare nell'uso comune, ai primi del 1900, negli ippodromi e nei cinodromi di America e di Europa, quale significato di stimolazione illecita sugli animali (cani e cavalli) impegnati in competizioni, in gare. Già a quell' epoca tale operazione fece gridare allo scandalo e alla truffa. Col diffondersi dello sport tra gli uomini e con l'avvento del professionismo la pratica del Doping si estesefino a diventare una vera e propria piaga sociale e a generare nelle nazioni interessate un movimento, una vera e propria lotta anti-Doping. Tale lotta, nella sua forma moderna, è nata proprio in Italia nel 1954 e nel 1961 funziona a Firenze il primo Laboratorio Europeo antiDoping. Nel 1963, in Francia, si convoca un Congresso che demanda al Parlamento francese di promulgare una legge anti-Doping, legge che viene votata nel 1965 ed entra in funzione nel 1966. Anche in Belgio, ove era ed è ancora fiorente lo sport del ciclismo,


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si organizza nel 1964 una riunione internazionale sul Doping e si promulga, nel 1965, una legge che reprime l'uso del Doping nello sport. In Italia, seguendo questi esempi viene votata una legge antiDoping nel 1971 e nel 1989 viene presentata e varata una nuova legge anti-Doping in cui viene fatto un'elenco delle sostanze proibite e vengono allargate e più accentuate le responsabilità sia di chi fa uso di Doping, sia di chi lo consiglia e sia di chi lo fa mettere in pratica. Vengono, con questa legge, colpiti non solo gli atleti ma anche gli allenatori, i massaggiatori e i medici sportivi. Vengono introdotte norme anti-Doping non solo nello sport professionistico ma anche in quello dilettantistico a livello di Comitato Olimpico Internazionale. Vengono effettuati controlli anti-Doping alle Olimpiadi di Tokio nel 1964 e nel 1967 fu creata la Commissione Medica del Comitato Olimpico che effettua controlli alle Olimpiadi di Città del Messico e di Monaco. L'organizzazione è stata poi perfezionata alle Olimpiadi di Montreal e la regola NQ 27 degli statuti olimpici per il 1976 bandisce l'uso delle droghe e propone la pubblicazione di una lista che contenga i nomi delle sostanze proibite. Tali sostanze possono essere classificate in cinque gruppi: eccitanti sistema nervoso centrale depressori sistema nervoso centrale psicotropi ormoni procedimenti limite

ECCITANTI SISTEMA NERVOSO CENTRALE

DEPRESSORI SISTEMA NERVOSO CENTRALE

Vi appartengono la caffeina, la stricnin'a, l'efedrina, la canfora e, in modo speciale, le Anfetamine (Simpamina ecc). Queste sostanze hanno il potere di accelerare le funzioni e i ritmi dell'organismo umano aumentandone le prestazioni sia come intensità che come durata diminuendo però, o annullando, tutti i segnali di allarme della fatica. Avviene che un atleta che fa uso di tali sostanzeva incontro, senza accorgersene, all'esaurimento totale delle sue energie e delle sue riserve energetiche e, per di più, la loro azione sul miglioramento del rendimento muscolare è ben lontana dall'essere dimostrata. Mentre è certamente dimostrato l'effetto tossico delle anfetamine, l'effetto della assuefazione che obbliga ad aumentare sempre le loro dosi fino alla tossicodipendenza. Vi è, inoltre, l'effetto euforizzante che fa sottovalutare i rischi. A volte particolari perturbazioni termiche possono aggravare gli effetti dannosi di queste sostanze il che può spiegare incidenti mortali durante uno sforzo violento con temperatura ambientale elevata. A proposito dell'uso delle anfetamine si può dire che «il più bel muscolo del mondo non può dare di più di quanto non possa»,

Esiste tutta una gamma di sostanze tranquillanti che vengono usate per sedare l'ansia che si impossessa di un'atleta prima della gara e durante la competizione sportiva. Questi farmaci vengono usati specialmente negli sports che necessitano di una perfetta padronanza, senza un grande sforzo muscolare, come nelle gare di tiro ecc.

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PSICOTROPI

Hanno azione sul Sistema Nervoso Centrale e rappresentano un gruppo di farmaci con interferenze alimentari e medicamentose che possono dare gravi disordini quali ipotensione marcata con gravi collassi.

ORMONI

Questo gruppo di farmaci comprende l'insulina, l'adrenalina, il testosterone, gli anabolizzanti di sintesi, gli ormoni della crescita e quelli che la rallentano. Questi ormoni e, in modo particolare, il testosterone e gli anabolizzanti, usati per potenziare la muscolatura nei nuotatori, nei pesisti, nei lanciatori, possono produrre gravi danni ali' organismo umano quali il favorire l'insorgere di tumori della prostata, atrofia testicolare con azoospermia e sterilità, disturbi del comportamento con accentuazione della aggressività, disturbi elettrolitici con edemi, disturbi epatici. Nella donna possono indurre virilizzazione con comparsa di caratteri maschili, scompenso tra potenza muscolare aumentata e resistenza tendinea non aumentata con frequenti rotture di tendini e di giunzioni muscolo-tendinee. Oltre all'uso delle sostanze sopraelencate, quando il desiderio di raggiungere risultati eccezionali porta ad oltrepassare certi limiti, sia tra gli sportivi che tra il mondo medico e paramedico che li circonda, si studiano altri procedimenti che sfuggono ad ogni tipo di controllo perchè non hanno un substrato chimico e farmacologico. Alcuni di questi procedimenti rappresentano un vero e proprio pericolo per l'atleta che li mette in opera.

PROCEDIMENTI LIMITE

La muscolazione tramite elettroliti i cui presunti vantaggi sono la massima concentrazione prolungata, la scelta dei gruppi muscolari, la muscolazione programmata ecc. I gravi rischi annessi a questa pratica sono le rotture di tendini, le contratture muscolari, i crampi muscolari. L'autotrasfusione di sangue (emoautotrasfusione). Dovrebbe dare aumento della capacità di fissare l'ossigeno nei muscoli ma di cui non si è dimostrato scientificamente l'utilità. Per contro, con l'uso di questa pratica, si possono verificare trombosi, embolia gassosa, emolisi (rottura di globuli rossi), setticemia ecc. Ossigenoterapia con ossigeno puro o con aria arricchita di ossigeno che dovrebbe dare un pagamento più rapido del debito lattico mediante aumentato apporto di ossigeno ai muscoli ma che certamente dà irritazione delle vie aeree superiori ed edema polmonare. Iniezioni di aria compressa usata per migliorare la galleggiabilità dei nuotatori ma che può anche dar luogo ad embolia gassosa. Da quanto sopra esposto appare chiaro che il quadro del Doping è molto vasto e complesso. La lotta anti -Doping è diffusa in tutto il mondo. Si sono fatte leggi, si sono fatte liste di sostanze il cui uso è proibito, si sono trovati metodi di laboratorio che portano il riconoscimento di queste sostanze negli atleti che ne hanno fatto o che ne fanno uso. Peròvi sono sostanzequali gli ormoni e gli anabolizzanti di sintesi e vi sono procedimenti quali l'emoautotrasfusione che sfuggono alle indagini di laboratorio fin qui in uso. La farmacopea è sempre in evoluzione e crea sempre nuove sostanze della cui presenza nel corpo umano si viene a conoscenza solo dopo che sono comparsi segni di danno generale o localizzato a


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uno o più organi del corpo umano. La lotta anti-Doping si perfeziona progressivamente ma lentamente e diventa una lotta impari quale la fatica di Sisifo. A dimostrazione di ciò sta il fatto che da oltre trent'anni si parla di questo fenomeno perverso e il fenomeno è dilagato e ha assunto forme preoccupanti come quelle emerse, in alcune specialità atletiche, negli ultimi campionati mondiali di atletica leggera a Roma e nelle ultime Olimpiadi a SeuI. A tutto ciò hanno concorso molti fattori: la concezione dello sport modemo, il prevalere del professionismo e dello sport spettacolo, il giro di denaro, le sponsorizzazioni, certa stampa «sportiva» che deve sempre battere la grancassa sui cosiddetti miracoli sportivi, la disinformazione e la non conoscenza dei rischi che si corrono con l'uso di sostanze dopizzanti. Disinformazione e ignoranza sono molto diffuse specialmente a livello di atleti, di allenatori e di dirigenti sportivi. A tutto ciò si può aggiungere iIlassismo e la larvata complicità dei vertici di alcune federazioni sportive che, pur di gloriarsi di risultati eclatanti, chiudono un occhio su fatti del genere. Allora la lotta antiDoping diventa qualche cosa che sta scritto solo sulla carta, di cui si parla ogni tanto per mettersi a posto la coscienza e viene ad essere svuotata del compito principale per cui è stata avviata, complici anche quei medici sportivi, o no, che possiamo definire medici stregoni, che manipolano misture o pastiglie facendo del corpo di un atleta la cavia o il laboratorio per le loro stregonerie. Quindi ben vengano le leggi anti-Doping applicate seriamente, ben vengano le liste delle sostanze dopizzanti da mettere al bando, gli esami di laboratorio, i controlli fatti estesamente e seriamente. Ma tutto ciò non è sufficiente. Bisogna informare, insegnare, educare, diffondere il senso e gli scopi della lotta anti-Doping fra gli atleti, fra i dirigenti delle società sportive, tra gli allenatori, in tutto il mondo che ruota intorno allo sport. Ma soprattutto bisogna preparare la coscienza sportiva alla base, ove si comincia a fare sport, cioé nella scuola. Bisogna rompere il cerchio di resistenza che c'è ancora nella scuola italiana a questo tipo di informazione. Le ore di educazione fisica vanno usate non solo per correre, giocare al calcio, alla pallacanestro ma anche per parlare di queste cose, per informare e per dimostrare che non si diventa campioni usando sostanze dopizzanti ma con allenamenti intelligenti, con regimi dietetici adatti, con igiene di vita e soprattutto smitizzando il facile successo raggiunto per vie traverse, facendo i furbi. Lo sport è fatica, è sacrificio. Soltanto così i nostri ragazzi che potranno essere gli atleti del domani, con queste conoscenze, con queste informazioni, affronteranno le fatiche dello sport con una coscienza diversa e impareranno a non mettere a repentaglio la propria salute. Questo discorso fatto per gli sports in genere, vale anche per la montagna, per l'alpinismo. Infatti alcune forme esasperate di alpinismo, di arrampicata libera, di gare, ove si cerca di superare i limiti del possibile richiedono l'uso di sostanze euforizzanti o eccitanti ... Sono dati e notizie rilevati all'ultimo congresso deIl'U.I.A.A. (Unione Internazionale Associazioni Alpinistiche) avvenuto a Monaco di Baviera due anni fa. Le informazioni sono venute dalla Spagna, dalla Germania e dall'Inghilterra. E poichè le mode corrono, non è improbabile che ciò possa avvenire anche in Italia. Quindi le Associazioni alpinisti che nazionali o cittadine affrontino questo problema a viso aperto introducendo nelle lezioni delle loro scuole anche questo argomento che è tutt'altro che da trascurare.

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CONSIGLI Chi si appresta ad affrontare qualsiasi attività sportiva, ed, in modo speciale l'alpinismo deve ottemperare a due modalità: IQsottoporsi a visita medica IIQ conoscere, seppur per grandi linee, come funziona il corpo umano. La visita medica deve essere corredata da alcuni esami di laboratorio quali l'emocromo, la glicemia, l'azotemia e le prove di funzionalità epatica, da un elettrocardiogramma e da un esame radiografico del torace. Tutto ciò serve a dare la misura dello stato di salute del soggetto che si appresta ad affrontare l'attività sportiva e la misura delle possibilità che egli ha per affrontare la fatica sportiva. Conoscere, seppur per grandi linee, come funziona il corpo umano, avere nozioni di fisiologia umana è un po' conoscere se stessi; conoscere i limiti al di là dei quali non si può andare, spiegarci il perchè di certi fenomeni che si manifestano in noi specialmente quando siamo sottoposti a fatica cioè quando compiamo un lavoro. E ciò è molto importante perchè la conoscenza di certi fenomeni, di come il nostro organismo risponde alla fatica, fa sì che lo sportivo lavori sempre con un buon rendimento e sempre in limiti di sicurezza. Se ciò è importante per qualsiasi lavoro, e per lo sport in genere, diventa ancora più importante quando lo sport si chiama alpinismo. Infatti se uno sportivo va in crisi, durante l'attuazione della massima parte degli sports, avrà sempre la possibilità di fermarsi o di essere aiutato senza correre pericoli per la propria esistenza. Ma se lo sportivo che va in crisi è un alpinista allora la crisi può assumere una sua particolare drammaticità a seconda che l'alpinista si trovi su di una parete, a grandi altezze, o su di un ghiacciaio a distanza di molte ore o di giomi dai punti più frequentati e dalla possibilità di assistenza. Se poi si pensa che l'alpinista, nella sua fatica sportiva, difficilmente è solo, ma fa parte di una comitiva o di una cordata, si può capire come la crisi, il deficit, la menomazione conseguenti alla fatica sportiva, o ad eventuali altri accidenti, possano incidere non solo suIl'alpinista colpito da crisi ma anche sugli altri componenti del gruppo, della comitiva o della cordata. Prolungamento del tempo di ascensione, fatica in più per il recupero o per il trasporto dell'individuo in crisi, sono tutte complicazioni che, oltre a mettere in forse la riuscita dell'escursione e della scalata, possono assumere importanza tale da mettere a repentaglio la vita stessa dei componenti del gruppo. Per ovviare a tutto ciò è importante conoscere sè stessi e conoscere alcune nozioni che ci permettano di far fronte ad eventuali deficit o a eventuali accidenti che possano menomare il nostro organismo .


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APPUNTI DI FISIOLOGIA SPORTIVA Dalle conoscenze mediche che si hanno, dall'esperienza tratta dalla pratica sportiva di molti anni si può dire che, perchè un corpo umano dia un buon rendimento lavorativo, bisogna che almeno tre suoi organi od apparati siano in perfetta funzione e siano in perfetta armonia tra di loro. Questi tre apparati sono: Il sistema nervoso L'apparato digerente Il sistema cardio-respiratorio-circolatorio.

SISTEMA NERVOSO

È composto da una massa di sostanza bianca e grigia, chiamata cervello, che è divisa in due emisferi (emisfero destro e sinistro) collegati fra di loro da fasci di fibre. Il cervello prende posto nella scatola cranica insieme al cervelletto anch'esso composto di sostanza bianca e grigia, anch'esso diviso in due emisferi, ma di volume più piccolo. Dal cervello, od encefalo, si diparte un lungo cordone cilindrico che è contenuto nel canale vertebrale che, dall'alto in basso, percorre tutta la colonna vertebrale e che è chiamato midollo spinale. Da questo cordone si dipartono, e a questo cordone arrivano, dei filamenti che sono chiamati nervi. (fig. 1) L'encefalo e il midollo spinale costituiscono il Sistema Nervoso Centrale. Inervi costituiscono il Sistema Nervoso Periferico. Come funziona e a cosa serve questo complesso chiamato Sistema Nervoso? Tutte le relazioni con il mondo esterno al nostro organismo e cioè sensazioni di caldo o di freddo, dolore e gusti piacevoli, colori, oggetti, rumori, suoni, ecc., vengono captate da infiniti recettori sparsi in tutto il nostro corpo e a volte raggruppati in veri e propri organi quali l'organo della vista (occhio) o quello dell'udito (orecchio) e trasmesse all' encefalo tramite quei filamenti nervosi che arrivano al midollo spinale e che noi abbiamo chiamato nervi (in questo caso nervi sensitivi). Queste sensazioni vengono trasmesse al cervello attraverso i fasci di fibre sensitive del midollo spinale. Qui vi vengono elaborate in idea e dall'elaborazione dell'idea si origina il comando ad una determinata azione. Questo comando elaborato a livello cerebrale viene trasmesso tramite le fibre del midollo spinale ai nervi che partono dal midollo stesso e che sono chiamati nervi motori. Questi nervi motori arrivano alle fibre muscolari di un determinato gruppo di muscoli e trasmettono loro l'ordine di contrazione o di rilasciamento creando così il lavoro muscolare inteso come movimento. (fig. 2) Quindi il cervello è come una grande centrale telefonica con tanti impiegati quante sono le cellule nervose che lo compongono (circa 15 miliardi), che ricevono messaggi dall'esterno tramite i nervi sensitivi,

Fig. 1


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li decifrano, li interpretano e, con estrema prontezza, inviano le risposte attraverso altri fili telefonici in uscita (i nervi motori) onde avere una determinata azione conseguente alla sensazione ricevuta. Peresempio: se noi vediamo un ostacolo CORTECCIA CEREBRALE ecco che il nostro cervello, ricevuta la sensaZONA MOTORIA zione ed elaborata l'idea dell'ostacolo, invierà l'ordine di movimento a certi muscoli del nostro corpo che, messi in azione, faranno sì che ci sposteremo da quell'ostacolo e lo supe-!------MIDOLLO SPINALE reremo con un salto. Se appoggeremo una mano su un corpo troppo caldo o troppo freddo, la sensazione del caldo e del freddo, \111---FIBRA NERVOSA associata a quella del dolore trasmessa al nostro cervello attraverso i nervi sensitivi della parte venuta a contatto e trasformata in idea, farà in modo che dal cervello partano degli ordini che si trasformeranno in reazioni muscolari quindi in movimento per far sì che la PLACCA MOTRICE mano venga rapidamente spostata dalla superficie che aveva generato le sensazioni del Fig. 2 troppo caldo o del troppo freddo o del dolore. Quindi quello che caratterizza l'azione del Sistema Nervoso Centrale e del Periferico è la volontarietà degli atti determinati dagli impulsi nervosi. Ma ci sono organi, nel corpo umano, che si muovono al di fuori della nostra volontà, che ricevono impulsi nervosi che non sono dettati dall'elaborazione di un'idea che viene trasformata in impulso volontario. Se noi pensiamo ai movimenti, alle accelerazioni ed ai rallentamenti dei ritmi motori del cuore, dei polmoni, dello stomaco, dell'intestino e di altri organi interni, vediamo che questi organi si muovono al di fuori della nostra volontà, governati da ritmi che noi non possiamo influenzare volontariamente. Ciò accade perchè essi ricevono gli impulsi nervosi tramite il Sistema Nervoso Vegetativo che ha la sua base principale in due nervi: il nervo simpatico e il nervo vago. Il primo è acceleratore, il secondo è rallentatore. Se il primo è costrittore il secondo è dilatatore; se il primo è stimolante il secondo è inibente o viceversa a seconda dei segmenti innervati. Quindi se c'è un arrossamento del nostro volto od impallidimento per effetto di emozioni, oppure vi è un rallentamento dei battiti del cuore, sevi è aumento dei movimenti intestinali o una loro diminuzione, ciò avviene al di fuori della nostra volontà e perchè è entrato in funzione il sistema nervoso vegetativo mediante il nervo simpatico o il nervo vago. Naturalmente i due sistemi nervosi non sono autonomi ed indipendenti ma tra di loro esistono connessioni che creano una certa interdipendenza attraverso la quale è possibile l'equilibrio e il sinergismo di tutte le funzioni del corpo umano.

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APPARATO DIGERENTE

È costituito da un tubo che iruzia dalla bocca, comprende lo stomaco e termina con l'intestino retto. Di questo apparato fanno parte il fegato e il pancreas. (fig. 3) Questo tubo è suddiviso in diversi settori che si susseguono dalla bocca in poi e che si chiamano: esofago, stomaco, duodeno, intestino tenue, colon, intestino crasso. Di questi settori la bocca e l'esofago stanno al di sopra del diaframma e il duodeno, l'intestino tenue e il


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crasso, con il fegato ed il pancreas sono situati al di sotto del diaframma nell'addome. La funzione dell'apparato digerente è quella di permettere l'introduzione di alimenti nel corpo umano, di permettere la loro modificazione fino alla trasformazione in sostanze più semItESOFAGO plici che vengono facilmente assorbite nel ( sangue e da questo trasportate alle cellule e ai tessuti del corpo ove possano essere utilizzate per due scopi essenziali: fornire energia e ~ ::::::0 DUODENO fornire all'organismo le sostanze che servono CISTIFELLEA ""'-JJ:::;:::;':é't--COLON TRAVERSO al suo sviluppo e alla reintegrazione delle (;If~""r"~~,....J---COLON ASCENDENTE perdite di sostanze che continuamente av'1,[:::t~W~+--INTESTINOTENUE vengono durante lo svolgimento delle funzioni ~P.-hiH-::rlg....--INTESTINO CECO vitali. Perciò nutrirsi, alimentarsi, significa inhL---COLON DISCENDENTE ~ trodurre nel corpo umano combustibile, come ;;..r----RETTO avviene nelle macchine, ma anche fornire materiale per creare, conservare e rinnovare la struttura organica del nostro corpo. Alimentazione consiste nell'introduzione degli Fig. 3 alimenti nel tubo digerente e nella loro trasformazione o digestione. Questa inizia nella bocca con la triturazione operata dai denti, con l'azione della saliva, continua nello stomaco che con i suoi movimenti rimescola il materiale con i succhi gastrici, e termina nell'intestino per mezzo dei succhi enterici, della bile proveniente dal fegato e del succo pancreatico proveniente dal pancreas. Gli alimenti introdotti originariamente nella bocca vengono così trasformati in un liquido pronto ad entrare e sciogliersi nel sangue. Ciò avviene perchè la superficie interna dell'intestino, ed in modo particolare dell'intestino tenue in cui avviene la massima parte dell'assorbimento del liquido alimentare, ècostellata da miliardi di estroflessioni a dito di guanto chiamati villi intestinali i quali, contraendosi e dilatondosi funzionano come pompa. Nell'interno dei villi si trova una rete di sottilissimi vasi sanguigni e linfatici entro cui vengono pompati gli alimenti digeriti cioè trasformati in sostanze più semplici. Una volta entrata nei vasi contenuti nei villi intestinali, la soluzione di sostanze alimentari tramite la circolazione sanguigna, viene distribuita a tutti i tessuti del corpo. A livello di questi tessuti la sostanza alimentare viene bruciata e trasformata in energia o viene depositata e usata per la ristrutturazione organica del corpo. La combustione e la susseguente trasformazione in energia avviene, a livello cellula re, mediante la presenza di ossigeno che giunge anch' esso, come vedremo, trasportato dal torrente circolatorio. La parte di sostanza alimentare che non ha passato la barriera intestinale e non è stata trasportata attraverso la rete sanguigna dei villi ai vari tessuti, viene espulsa sotto forma di feci. Come si vede esiste un'analogia fra il corpo umano, che noi potremmo chiamare macchina umana, e le altre macchine che noi conosciamo: la macchina a vapore, il motore a scoppio, ecc. Anche in queste macchine introduciamo un alimento che può esserecarbone, benzina, ecc. Tale alimento in parte viene bruciato per dare energia e in parte viene espulso come scoria (gas, ceneri, ecc.). Nella macchina umana come combustibile usiamo gli alimenti che vengono trasformati (digeriti), in parte assimilati, bruciati con un meccanismo chimico di ossidazione, trasformati in energia, ed in parte eliminati come scorie (feci). Ma il nostro combustibile in che cosa consiste? È tutto ciò che mangiamo.


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sono belle, austere essenziali e solitarie come le montagne che le circondano

I


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bastano un cane, una capra ed una pecora per sentirsi felici


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ALIMENTAZIONE Gli alimenti che introduciamo nel nostro corpo, mediante l'alimentazione, si possono raggruppare, dal punto di vista chimico, in tre grandi categorie: Idrati di carbonio o zuccheri Grassi o Iipidi Le proteine o protidi.

IDRATI DI CARBONIO O ZUCCHERI

Gli idrati di carbonio sono composti da carbonio combinato con idrogeno ed ossigeno: questi due elementi sono combinati in proporzioni tali da formare acqua. Sono forniti principalmente da sostanze che appartengono al regno vegetale. Di questo gruppo fanno parte l'amido e lo zucchero che sono fra i principali alimenti combustibili ed energetici. Gli alimenti che li contengono in grande quantità sono la pasta, il riso, il pane, i biscotti, il cioccolato, le marmellate, lo zucchero, le patate, i farinacei in genere e alcune specie di frutta (pere, uva, fichi, ecc.). Gli idrati di carbonio hanno la proprietà di essere sciolti, trasformati (digeriti) ed assorbiti rapidamente e rapidamente trasformati in energia calorica e hanno anche la proprietà di essere rapidamente consumati. 1 grammo di idrati di carbonio dà 4,1 calorie.

UPIDI O GRASSI

Sono anch'essi composti di carbonio ed idrogeno: ma questi due ultimi elementi non sono combinati tra di loro in proporzioni tali da formare acqua. Sono principalmente forniti da sostanze che appartengono al regno animale. Come gli idrati di carbonio sono tra i principali alimenti combustibili ed energetici. Sono sempre presenti nel nostro organismo sotto forma di materiale di scorta. Gli alimenti che li contengono sono principalmente il latte, il burro, i grassi animali, il lardo, la pancetta, le carni di maiale, gli oli e la margarina (questi ultimi due sono grassi di origine vegetale). Hanno un elevato potere calorico: infatti 1grammo di grassi produce 9,3 calorie. Sostengono spesso la mansione di condimento dei cibi e, inoltre, contengono alcune vitamine. Non sono solubili in acqua. Perciò per attraversare la barriera intestinale devono subire graduali trasformazioni per mezzo della bile, dei succhi enterici e del succo pancreatico. La loro trasformazione, la loro digestione e il loro assorbimento, causa la complessità della loro molecola e causa i successivi passaggi di trasformazione chimica, avvengono lentamente. Pertale particolarità soddisfano maggiormente il senso della fame.

PROTEINE O PROTIDI

Sono le sostanze base del nostro organismo. Sono composti importantissimi contenenti carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto,zolfo, aminoacidi legati tra di loro in complesse formule chimiche. Sono presenti in sostanze sia del regno vegetale che di quello animale .


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Gli alimenti che li contengono sono principalmente le carni di qualsiasi tipo, il latte, le uova, i formaggi ecc. Ogni grammo di proteine ha come equivalente 4,1 calorie. Una parte delle proteine assunte con l'alimentazione viene eliminata giornalmente per effetto dell 'usura dei tessuti (quota di logorio) e la restante parte viene impiegata per riparare per ricostruire ciò che quotidianamente si usura e si perde e serve per fornire materiale per i vari tessuti in accrescimento. L'organismo umano, che possiamo anche chiamare la macchina umana, lavora e consuma ininterrottamente dalla nascita alla morte, senza interruzioni. Anche quando noi riposiamo, o dormiamo, il nostro motore non si ferma mai. Se si ferma il lavoro dei muscoli o degli apparati comandati dalla volontà, continua invece il movimento ed il lavoro degli organi che sono indipendenti dalla nostra volontà. Anche nel sonno il cuore continua a pulsare, i muscoli della cassa toracica continuano a contrarsi e a rilasciarsi, i polmoni si muovono ritmicamente, l'intestino continua a funzionare e così via. Anche questo lavoro però, che è indipendente dalla volontà, esige un consumo. Si sa che, nello spazio di 24 ore, in condizioni di assoluto riposo, in ambiente a calore temperato, l'organismo di un individuo adulto, vigoroso, di statura media e di circa 70 kg di peso, BRUC[A circa 1800 calorie. Se a questo consumo, in un'attività ridotta che noi chiamiamo vita organica, aggiungiamo il consumo determinato dai movimenti volontari dei muscoli vari (vita di relazione), si raggiungono consumi di 2700 calorie a lavoro medio e di 3500 calorie a lavoro intenso. Se poi questo lavoro si svolge in ambiente a bassa temperatura (come in montagna o d'inverno) allora il consumo calorico può arrivare a 5000 calorie. Si deve sempre ricordare che il lavoro eseguito da un alpinista in attività è tra i più dispendiosi dal punto di vista energetico. Le sostanze organiche che compongono la nostra alimentazione, lo abbiamo già detto, appartengono a tre gruppi: idrati di carbonio, grassi e proteine e forniscono all'organismo rispettivamente: 1grammo di idrati di carbonio 4, 1 calorie; 1 grammo di grassi 9,3 calorie, 1 grammo di proteine 4,1 calorie. Tenendo presenti questi valori, in teoria, potremmo alimentarci con un solo tipo di queste sostanze introducendo nel nostro organismo il quantitativo necessario al consumo calorico. Per esempio 400 grammi di grasso sarebbero teoricamente sufficienti a soddisfare un consumo energetico di 3270 calorie. Ma ciò non è possibile perchè, in pratica, per stabilire una tabella dietetica, si deve tener conto che: [0) gli alimenti non contengono semplicemente sostanzeorganiche appartenenti ai tre gruppi menzionati. 11°) la quantità di alimenti introdotta non è totalmente assimilata: ma una parte di essa (circa il 10%) viene eliminata, dopo essere passata per il nostro corpo senza aver subito trasformazione ed assimilazione. 11I0) gli alimenti, specie i più complessi, formano scorie che non sono assimilate dal nostro organismo. [VO) tutte le sostanze organiche, per esser digerite ed assimilate, comportano un lavoro da parte dell'organismo. Tale lavoro, agli effetti dell'attività sportiva, (che fa parte della vita di relazione), va perduto e tale perdita può essere calcolata nelle seguenti percentuali: 5-5% per la digestione e l'assimilazione degli zuccheri

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4% per la digestione e l'assimilazione dei grassi 30% per l'assimilazione e per la digestione delle proteine. Va) l'organismo umano è capace di trasformare i grassi in zuccheri, oppure è capace di ricavare sia i grassi che gli zuccheri dalle proteine: non è capace però di sintetizzare le proteine con gli zuccheri e con i grassi. Tenuto conto di tutto quanto si è finora esposto, tenuto conto delle peculiari caratteristiche degli idrati di carbonio, dei grassi e delle proteine per quanto concerne le loro caratteristiche di origine, di consumo e di assimilazione, tenuto conto anche che esistono abitudini alimentari sociali e individuali, importanti agli effetti di una buona digestione, ne consegue che una buona razione alimentare giornaliera dovrà contenere: G. 100 di proteine equivalenti a 410 calorie G.80 di grassi equivalenti a 745 calorie G. 570 di zuccheri equivalenti a 2295 calorie, perun totale di 3450 calorie. L'organismo umano però, per alimentarsi, non abbisogna soltanto di idrati di carbonio, di grassi e di proteine. Gli occorrono anche altre sostanze che, pur non essendo alimenti veri e propri, sono indispensabili per una corretta alimentazione. Tali sostanze sono l'acqua, i sali minerali e le vitamine.

ACQUA

Necessita all'organismo umano nella misura di due litri al giorno essendo tale la quantità quotidiana perduta e precisamente: 1 litro con le urine, 600 cc con la sudorazione e 400 cc con la respirazione sotto forma di vapore acqueo. È logico che se aumenta la sudorazione, diminuisce la secrezione urinaria e l'eliminazione di vapore acqueo, mantenendo così l'equilibrio idrico necessario ad un buon funzionamento dell'organismo. L'assunzione di acqua avviene tramite le bevande (circa 1 litro) e tramite i cibi che ne contengono una eguale quantità (frutta, verdura ecc.).

SAU MINERAU

Sono sali di sodio, di potassio, di magnesio, di calcio, di c1oroed altri sali che sono contenuti, in genere, in quantità sufficiente negli alimenti.

VITAMINE

Sono anch'esse contenute negli alimenti. Fra le tante, le più utili nella pratica sportiva sono da ricordare la vitamina C (contenuta in abbondanza nella frutta), la vitamina A, la B e la D. Premesse queste nozioni generali se ne deduce che colui che si appresta ad un esercizio sportivo deve tener presente che la impostazione della sua alimentazione è importante e che deve sottostare a due principii fondamentali: IQ) introdurre nell'organismo cibi che, per la loro trasformazione in sostanze energetiche e caloriche, richiedano il minor tempo, il minor lavoro ed il minor affaticamento degli organi della digestione. IIQ) introdurre cibi che abbiano il maggior potere calorico ed energetico. Tra gli alimenti che posseggono questi due requisiti possiamo citare lo zucchero, il cioccolato, le prugne secche, i biscotti, la


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marmellata, ilmiele, preparati di varie frutte essicate, uno speciale pan di Spagna imbevuto di zucchero e miele, il torrone, certi preparati di noccioline mischiate con uvetta o zucchero ecc. Questi alimenti, per illoro alto contenuto di idrati di carbonia sono di rapido e pronto assorbimento e sono provvisti di un buon potere energetico. Gli alimenti quali il burro, il lardo, la pancetta, i salumi e alcune cami, essendo ricchi di grassi e di proteine, sono alimenti ad alto potere calorico ma abbisognano di maggior tempo e lavoro per la loro trasformazione e per la loro assimilazione causa la loro complessità di struttura molecolare. A questi alimenti va aggiunta una congrua quantità di bevande e di frutta fresca che facilitino la digestione e l'assimilazione dei cibi ed aiuti l'eliminazione delle scorie. Naturalmente la scelta dell'alimentazione da parte di chi si accinge ad un lavoro sportivo, ed inmodo speciale da parte dell'alpinista, varierà a secondo delle fatiche e delle difficoltà che egli dovrà affrontare. Per questo si dovrà stabilire se si tratta di ascensioni brevi o lunghe, in media o in alta montagna, e, a seconda delle caratteristiche dell'ascensione, stabilire una tabella dietetica adatta. Da tenere presente è ilfatto che nelle ascensioni brevi e di media montagna è raro che l'organismo esaurisca le sue riserve di energia e di materiale energetico di scorta. Essendo, in questi casi, lo sforzo fatto dal corpo umano relativamente breve, ed essendo proporzionato allo sforzo il relativo consumo di energie, ne consegue che si dovrà scegliere un'alimentazione a base di cibi che facilmente digeriti e assorbiti, riparino in modo rapido il momentaneo squilibrio energetico. Nelle ascensioni lunghe, invece, ove il protrarsi dello sforzo conduce ad un consumo completo delle riserve di energia, o nelle ascensioni di alta montagna in cui al consumo di energia, dovuto allo sforzo muscolare, concorrono anche le variazioni di temperatura e di pressione, l'alimentazione dovrà essere necessariamente più abbondante e più completa. Si useranno alimenti prontamente energetici, nel pasto della sera prima dell'ascensione, quali pasta, riso, integrati da alimenti ad alto potere energetico e calorico, per il loro alto contenuto di grassi, quali il burro, il lardo, la pancetta, ecc. Sarà opportuno, prima di partire, fare una buona colazione a base di tè, marmellata, biscotti e burro e partire dopo una mezz'ora per favorire l'inizio e l'avviarsi della digestione. Durante l'ascensione mangiare zucchero, cioccolato, frutta fresca o secca e, durante i bivacchi, alimentarsi con cibi ricchi di grassi e con liquidipossibilmente caldi (tè, caffè, acqua con ricco contenuto di sali). Questo comportamento ha lo scopo di fare in modo che l'organismo usi il meno possibile le sue sostanze e le sue energie di riserva. Si ovvierà in tal modo ai dannosi fenomeni della fatica e del digiuno. Durante la fatica alpinistica le bevande da preferire sono il tè ed il caffè, possibilmente caldi, perchè queste bevande contengono sostanze quali la caffeina e la teobromina che hanno un'azione benefica sul cuore. Utile, anche per chi suda molto e perde molti liquidi e molti sali, l'uso di acqua minerale con sostanze aggiunte come le vitamina C, il glucosio o sali di potassio. Ciò per mantenere l'equilibrio idrico-salino necessario alla vita e alterato dalla fatica e dalla perdita di calorie e di sali.


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Devono essere abolite le bevande alcooliche, specialmente in dosi elevate e specialmente in alta montagna, perchè se è vero che l'alcool provoca eccita mento dei centri nervosi, miglioramento della circolazione, e aumento della temperatura corporea, è altrettanto vero che a questi effetti, sempre transitori, succede sempre la fase di depressione dei centri nervosi prima eccitati con conseguenti difficoltà di circolo e di respiro e con abbassamento della temperatura del corpo. Se si pensa che ciò può accadere in condizioni climatiche avverse e in condizioni di affaticamento corporeo è facile immaginare quali possano essere le conseguenze. Ritornando sull'argomento delle bevande, è necessario specificare che l'introduzione di liquidi, durante la fatica sportiva, è necessaria. Il corpo umano, compiendo un lavoro, si riscalda, aumenta la sua temperatura interna, così come avviene in qualsiasi macchina che produce lavoro. Il suo raffreddamento avviene attraverso la respirazione, la sudorazione e attraverso l'introduzione di liquidi. Il sudore sparso in un sottile strato su tutta la superficie cutanea, venuto a contatto con l'atmosfera esterna, evapora raffreddandosi e raffreddando anche il corpo umano. Sudare significa perdere liquidi e, contemporaneamente, perdere sali di potassio e di sodio. Da qui la necessità di introduzione di liquidi. Ciascuno di noi può rendersi conto di ciò ricordandosi, dopo una sudata abbondante e specialmente in una giornata di vento, di aver notato sul viso e sulle braccia come un sottile strato di polvere che al gusto risultava salata. La perdita di liquidi e di sali, se abbondante e protratta nel tempo, dà luogo ad un'alterazione peggiorativa dell'equilibrio idrico-salino che, insieme ad altri equilibri chimici, dà al nostro organismo la possibilità di vivere. Perdita di liquido e di sali da parte del nostro organismo significa perdita di liquido e di sali da parte di ogni cellula del nostro corpo comprese quindi anche le cellule muscolari e nervose. La modificazione peggiorativa dell'equilibrio idrico-salino porta una diminuzione della funzionalità delle cellule muscolari (dolori muscolari, crampi, contratture) e delle cellule di alcuni centri nervosi predisposti a funzioni importanti quali la vigilanza critica, l'equilibrio, la respirazione, la dinamica cardiaca ecc. Per ovviare a tali inconvenienti, provocati dall'alterazione dell'equilibrio idrico-salino conseguente alla perdita di liquidi e di sali, dovuta alla sudorazione, bisogna bere. La seteè, infatti, il primo campanello di allarme che ci segnala tale alterazione. Ad essa seguiranno i crampi muscolari, i disturbi della coscienza, del respiro e della funzionalità cardiaca. Necessario sarà, quindi, bere abbondantemente liquidi contenenti principalmente sali. Non bisogna mai bere acqua di neve o ghiaccio fuso perchè tali liquidi sono totalmente privi di sali e aumenterebbero la sete. Utile è anche usare preparati contenenti vitamina C che favorisce le ossidazioni a livello cellulare o compresse di glucosio-coramina che all'azione nutritiva del glucosio associano l'azione cardiotonica della coramina. Un altro preparato utile da tenere nel sacco è composto da polveri di cioccolato e zucchero pressato da sciogliere in acqua possibilmente calda in modo da formare una soluzione ad alto potere energetico e nutritivo .


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SISTEMA CARDIO-CIRCOLATORIO RESPIRATORIO Nel descrivere questo sistema si deve fare una distinzione tra sistema respiratorio e sistema cardio-circolatorio. Infatti, se pur intimamente correlati, sono due sistemi anatomicamente distinti tra di loro.

APPARATO RESPIRATORIO

L'apparato respiratorio è costituito dalla bocca e dalle cavità nasali, che ne costituiscono l'ingresso, dalla trachea, dai bronchi e dai polmoni. La bocca e la trachea formano un canale che, a un certo punto, si divide in due grossi rami (il bronco di destra e di sinistra) che a loro /..ÙI\<4--,~.,----f----rTRACHEA volta penetrano nei polmoni suddividendosi in numerose e sempre più fini diramazioni. (fig. 1) L'aria, percorrendo la cavità boccale e la nasale, la trachea, i bronchi di destra e di sinistra, penetra nei polmoni. Questi sono due masse spugnose, di forma conica schiacciata sul lato intemo, con la base appoggiata inferiormente sul diaframma e sono contenuti nel Fig. 1 torace. Il polmone di destra e quello di sinistra sono separati tra di loro da uno spazio chiamaTRACHEA to mediastino nel quale è situato il cuore. I polmoni sono molto elastici, si possono restringere e si possono dilatare seguendo i movimenti della gabbia toracica, assumendo così la funzione di mantice. Nella inspirazione profonda immagazziniamo una grande quantità di aria, nella espirazione profonda la espelliamo. Il polmone è composto da tante piccole vescicole, chiamate alveoli polmonari, nei quali terminano le fini diramazioni in cui si sono suddivisi i bronchi. Gli alveoli possiamo immaginarli come acini di un grosso grappolo, vuoti nel loro interno. La loro cavità cornunica con l'esterno attraverso i bronchi e le loro fini diramazioni. Sono contornati da un gomitolo di capillari arteriosi e venosi che entreranno nel gioco degli scambi respiratori. (fig. 2) Infatti, mediante l'atto della inspirazione, l'aria dell'ambiente esterno penetra sino ad arrivare alle cavità alveolari polmonari. Neli' aria inspirata esiste una certa AlVEOLO CON CAPILLARI quantità di ossigeno, di idrogeno e di azoto. Questi gas, e in modo particolare l'ossigeno, Fig. 2 una volta giunti nella cavità alveolare, vengono a contatto con l'esilissima parete di questa cavità ed in virtù di differenze di pressione (gradiente di pressione) la attraversano. Giungono così a contatto con


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il sangue che circola nel gomitolo di vasi arteriosi e venosi che circonda la parete dell'alveolo polmonare. In questo modo i gas contenuti nell'aria, e in modo particolare l'Ossigeno, sono giunti a contatto con il sangue attraverso l'albero respiratorio e le sue diramazioni. Il sangue è composto da una parte liquida, il plasma, e da una parte corpuscolata composta dai globuli bianchi e dai globuli rossi. I globuli bianchi, ai fini della nostra chiacchierata, non li prendiamo in considerazione in quanto essi svolgono un'azione di difesa dell'organismo dalle infezioni (in senso lato). I globuli rossi invece sono corpuscoli rotondi, leggermente appiattiti, che hanno la caratteristica di possedere una determinata sostanza, l'emoglobina, la quale quando giunge a contatto con l'ossigeno, introdotto con l'aria atmosferica attraverso il polmone, si lega con esso trasformandosi in ossiemoglobina. Con il suo carico di ossigeno il globulo rosso percorre il torrente circolatorio e giunge a livello delle cellule di tutto l'organismo. Qui sono anche arrivate, assorbite attraverso la membrana intestinale e attraverso i suoi viii i intestinali, quelle sostanzealimentari che erano state trasformate dalla digestione nel tubo digerente, da cibi in glucidi, grassi e protidi resi solubili. A questo punto il globulo rosso scioglie il legame che teneva unito l'ossigeno all'emoglobina e cede la sua parte di ossigeno alle cellule affinché avvenga il processo di ossidazione delle sostanze nutritive e avvenga la produzione di calore e di energia. Avviene, cioè, come nella macchina a vapore, ove il carbone brucia in presenza di ossigeno generando energia calorica o come nel motore a scoppio ove la miscela di gas si accende violentemente in presenza di ossigeno generando energia ecc. Nel nostro caso le sostanzealimentari propriamente trasformate, assorbite e trasportate al limite cellulare vengono chimicamente bruciate con la presenza di ossigeno ed entrano nel gioco della trasformazione di energia che si trasformerà in lavoro. A questo punto del processo di combustione, come in qualsiasi altro motore, vengono create ed eliminate delle scorie. Tra queste vi è l'anidride carbonica che viene captata, fissata, dal globulo rosso che si era liberato dell'ossigeno. Ciò può avvenire grazie ad un legame che si forma tra l'emoglobina e l'anidride carbonica.lnfatti l'emoglobina si trasforma in carbossiemoglobina e così il globulo rosso, questa volta carico di anidride carbonica, ripete attraverso il torrente circolatorio il suo cammino verso il polmone. Quivi giunto, nella rete vascolare che è a stretto contatto con la parete dell'alveolo polmonare, scarica l'anidride carbonica che passa attraverso la parete alveolare e che viene espulsa all'esterno con l'aria espirata. Tanto per chiarire con un paragone: la funzione e l'opera del globulo rosso è come quella di un cameriere che, in un ristorante, prende da un passavivande, che lo mette in comunicazione con la cucina, i piatti con i cibi da consumare, li porta al cliente e riporta dal cliente alla cucina i piatti con il resto del pranzo. Vedremo in seguito l'importanza di questi concetti.

SISTEMA CARDIO CIRCOLATORIO

Nello spazio mediastinico, tra i due polmoni, è situato il cuore. La funzione del cuore è di pompare il sangue verso la periferia ed il letto capillare attraverso dei tubi chiamati arterie. Da qui, con un percorso in altri tubi chiamati vene, il sangue ritorna al cuore (parte destra) e da qui passa nei polmoni come


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attraverso ad un filtro (fig. 3). Nei polmoni avviene quello scambio ossigeno-anidride carbonica di cui si è già parlato ed il sangue, dai polmoni ritorna al -~"",=,-ff cuore (parte sinistra) da dove poi V.CAVASUPERIORE/T::::::::-t~~~~~~~~ è nuovamente pompato verso la periferia. --f--f"l--i", v. +-:.,.-~ Abbiamo quindi una grande circolazione: parte sinistra del cuore, arterie, lettocapillare, vene e parte destra del cuore; ed una piccola circolazione: parte destra del cuore, polmoni e parte sinistra del cuore (fig. 4). A livello del letto capillare IH+-h'-f--'V. periferico avviene un rallentamento della velocità del sangue e una diminuzione della sua pressione: ciò accade per permettere "",,,_A.V. l'ossidazione periferica delle sostanze alimentari per la loro tra= =A. ---A. sformazione in energia. Alla luce di quanto sopra detto, dal punto di vista pratico, si possono fare molte considerazioni e constatazioni. Per esempio: se noi facessimo attenzione a molte nostre reazionimentre compiamo un lavoro fisico, e l'andare in montagna è un lavoro fisico, scopriremmo che nel nostro organismo avvengono vari fenomeni. È importante conoscere il perchè di questi fenomeni, e quali limiti essi ci impongono, per sapersi fermare in tempo opportuno onde non arrecare danno al nostro organismo. Quando noi andiamo in salita per raggiungere una cima, sentiamo che le pulsazioni del nostro cuore aumentano di numero e di forza e i movimenti respiratori si fanno anch'essi più frequenti. Ciò avviene perchè, essendo aumentato il lavoro, c'è stato maggior consumo di energia. Per produrre questo maggior consumo di t energia, si è resa necessaria una t maggior quantità di ossigeno (a livello cellulare): si è avuto, di conseguenza, un maggior consumo di ossigeno. Per ovviare a questa aumentata richiesta diossigeno ecco che, sotto lo stimolo del sistema nervoso interessato da messaggi CAROTIDE

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Fig. 3

Fig. 4


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giunti dalla periferia, i movimenti respiratori aumentano di ampiezza e di frequenza per introdurre neIl'organismo una maggior quantità di ossigeno. Il cuore aumenta i suoi battiti e la loro potenza per aumentare la quantità e la velocità del sangue, per trasportare più velocemente ed in misura maggiore l'aumentata quantità di ossigeno introdotta con l'aumento dei movimenti inspiratori e per trasportare più velocemente e in maggior quantità l'anidride carbonica che verrà espulsa coi movimenti espiratori. Appurato questo stato di cose sembrerebbe risolto il problema della fatica, del consumo di ossigeno e del lavoro fisico. All'aumento del consumo di ossigeno ed all'aumentata produzione di anidride carbonica, si ovvia con l'aumento dei battiti cardiaci, della velocità e della quantità del sangue trasportato, con l'aumento del numero e dell'ampiezza dei movimenti toracici. L'equilibrio è così conservato. Ciò è possibile, però, solo entro certi limiti. Se aumenta la fatica e, come compenso, aumenta la velocità del sangue, i globuli rossi che provengono dalla periferia carichi di anidride carbonica, una volta giunti a contatto con la membrana limitante la cavità alveolare polmonare, passano troppo velocemente e non hanno il tempo di scaricare l'anidride carbonica e di caricarsi di ossigeno. Ciò cosa significa? Significa che l'organismo va incontro ad autointossicazione con tutte le conseguenze che si possono verificare a livello dei vari organi: depressione del sistema nervoso con senso di obnubilamento della coscienza, depressione dei riflessi, crampi muscolari, disturbi cardiaci, ecc. Per ritornare al paragone del globulo rosso e del cameriere, fatto precedentemente, sarebbe come se un cameriere, in un ristorante, aumentasse la sua velocità nel passare davanti al passavivande in modo tale da non poter prendere i cibi freschi passati dalla cucina e non poter depositare i resti: ritornerebbe al tavolo del cliente con i resti ancora nel piatto. Tutto quanto si è detto, è per far capire che, durante un lavoro fisico, e nel nostro caso durante un'ascensione in montagna, quando sentiamo che i battiti del nostro cuore aumentano, le pulsazioni diventano violente, e i nostri atti respiratori si fanno faticosi, allora vuoi dire che stiamo superando i limiti di sicurezza del nostro organismo. Quando questi segni sono accompagnati da dolori muscolari, da mal di testa, da senso di confusione, significa che stiamo lavorando in debito di ossigeno e allora dobbiamo rallentare o addirittura fermarci per dar tempo al nostro organismo di ristabilire quell'equilibrio tanto necessario al buon rendimento del nostro lavoro. Infatti tutti questi segni ci stanno ad indicare che questo equilibrio si sta alterando. Inutile quindi insistere nella fatica, inutile insistere nello sforzo. A volte l'ambizione di non restare indietro, di non apparire secondi ad altri, di non fare la figura di cedere, ci spinge a proseguire lo sforzo. Questo è un errore che ci porterà sicuramente non solo a diminuire il rendimento, ma qualche volta potrà portare a mettere in forse la nostra stessa esistenza. Se analizzassimo molte delle disgrazie accadute in montagna constateremmo, certamente, che una buona percentuale di queste è accaduta perchè gli alpinisti, in esse coinvolte, sono andati oltre quei limiti fisiologici imposti dal loro organismo. In genere, sotto sforzo, le pulsazioni da 120-140 battiti al minuto sono espressione di adattamento del cuore alla fatica. Quando si superano queste frequenze, specialmente per tempi prolungati, allora entriamo già in fase critica. Se si va oltre (200 battiti al minuto),


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entriamo in crisi. La conoscenza della funzione circolatoria, oltre che per chiarire i fenomeni della respirazione polmonare e cellula re, è utile per applicare alcune norme di pronto soccorso. Per esempio in caso di emorragia. Quando un trauma determina una ferita si ha perdita di sangue (emorragia). L'emorragia può essere di scarsa importanza se sono lesi piccoli vasi della rete superficiale capillare. In questo caso è sufficiente un tamponamento con garza e una fasciatura per arrestare la perdita di sangue. Se invece sono lesi vasi più profondi e più importanti si avrà un'emorragia più abbondante e allora si renderà necessaria l'applicazione del laccio emostatico. In questo caso si deve fare attenzione se il vaso leso è arterioso o venoso perchè, a seconda dei due casi, sarà diverso il modo di applicazione del laccio. Innanzitutto è necessario descrivere le caratteristiche dell'emorragia arteriosa e quelle dell'emorragia venosa e, di conseguenza, il modo diverso dell'applicazione del laccio emostatico.

EMORRAGIA ARTERIOSA

Si è già detto che il cuore è una pompa premente che spinge il sangue attraverso le arterie con una certa velocità e con una pressione che può variare tra 110 e 140 mm di mercurio. Ciò è necessario perchè il sangue, dal centro, arrivi alla periferia e si possano effettuare gli scambi ematochimici di cui si è parlato. Le arterie sono tubi a diramazione continua, originantisi da quel grosso tubo che parte direttamente dalla parte sinistra del cuore e che si chiama AORTA. Malgrado l'assottigliarsi del loro calibro, man mano che aumentano le diramazioni che si avvicinano al letto capillare periferico, le arterie mantengono le stesse caratteristiche dell'aorta da cui sono originate: parte muscolare molto spessa e tunica elastica molto forte. Per queste caratteristiche l'arteria, grossa o piccola che sia, se recisa non si chiude mai, resta sempre beante. Di conseguenza il sangue che ne esce ha sempre le stesse caratteristiche ed è sempre in diretta dipendenza dalla corrente sanguigna che proviene dal cuore. Il sangue uscirà, allora, a spruzzi, con pulsazioni sincrone alla pulsazione cardiaca. Quindi la prima caratteristica per classificare l'emorragia di tipo arterioso è la fuoriuscita del sangue direttamente dal vaso leso con spruzzi sincroni coi battiti del cuore. La seconda caratteristica è il colorito del sangue: un colorito rosso brillante. Ciò è dovuto al fatto che i globuli rossi sono carichi di ossigeno perchè provengono dall'aver attraversato il filtro polmonare ove si è avuta la trasformazione dell'emoglobina del globulo rosso in ossiemoglobina. Terza caratteristica è la direzione della corrente sanguigna: direzione centrifuga cioè dal centro alla periferia.

EMORRAGIA VENOSA

Quando ilvaso leso è una vena, ilsangue che ne esce non risente più della forza diretta del battito cardiaco. Questa forza si è attenuata nell'attraversa mento della rete capillare periferica ove c'è stato rallentamento dovuto alle particolarità del letto capillare adatte a favorire gli scambi ematochimici tra il sangue ed i tessuti irrorati. Nel ciclo di ritorno venoso del sangue la sua pressione è diminuita: il sangue avanza per forza di inerzia o favorito dalle contrazioni muscolari degli

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organi in attività. Le vene non hanno la caratteristica di restare beanti come le arterie ma, per la differente composizione delle loro pareti, si afflosciano subito. Di qui una prima caratteristica dell'emorragia venosa: il sangue non esce dal vaso leso a spruzzi, ma la sua fuoriuscita ha andamento continuo. Seconda caratteristica: il sangue non è più di colore rosso brillante ma è di colore rosso scuro, perchè non è più ricco di ossigeno lasciato a livello capillare, ma è ricco di anidride carbonica derivata dalla combustione chimica a livello dei tessuti e legata al globulo rosso sotto forma di carbossiemoglobina. Terza caratteristica: la sua direzione di corrente non è più centrifuga, ma è centripeta e cioè dalla periferia al centro (cuore). Da queste diverse caratteristiche tra emorragia arteriosa ed emorragia venosa nascono le diverse modalità di applicazione del laccio emostatico. Se ci si trova di fronte a fuoriuscita di sangue, da una ferita, con spruzzi sincroni coi battiti cardiaci e con il EMORRAGIA VENOSA EMORRAGIA ARTERIOSA colore rosso brillante del sangue, si pensi ~ ad emorragia • arteriosa. Poichè si sa " .,I che, in questo caso, ~ o la corrente sanguigna •• ha direzione centrifuga, cioè dal centro (cuore) alla periferia, il laccio deve essere applicato a monte della ferita in modo da impedire l'afflusso e la fuoriuscita del sangue dalle lesione arteriosa (fig. 5). Nel caso invece Fig. 5 Fig. 6 di una perdita di sangue color rosso scuro, con andamento continuo, ci si trova di fronte ad emorragia venosa e, tenendo conto che in questo caso la direzione della corrente sanguigna è centripeta, cioè dalla periferia al centro (cuore), il laccio deve essere applicato a valle della ferita (fig. 6). Dal punto di vista pratico si deve dire che, in genere, il laccio si applica soltanto nelle emorragie arteriose. Nel caso di emorragia venosa, se non sono lesi grossi vasi, quasi sempre un buon tamponamento con fasciatura stretta riesce a frenare l'emorragia. Tutto questo trova spiegazione nel fatto che, essendo più bassa la pressione venosa di quella arteriosa, la perdita di sangue è più lenta e continua e vi è il tempo ed il modo che entrino in gioco i fattori della coagulazione. Seè lesaun'arteria, anche la più piccola, bisogna mettere sempre un laccio che arresti la fuoriuscita di sangue perchè se ci si accontenta di una semplice fasciatura, anche la più stretta, si può correre il rischio di dissanguamento specialmente durante il riposo notturno. Nel caso di emorragia arteriosa ad un dito necessiterà l'applicazione di un laccio con degli elastici. Nel caso di una emorragia arteriosa ad un arto si applichi sempre il vero laccio emostatico elastico. Il laccio va applicato stretto in modo tale da far scomparire il polso

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periferico della zona in cui si è applicato. Ad esempio se si applica il laccio all'arto superiore si deve stringere sino alla scomparsa del polso radiale. Se si applica ad un arto inferiore si deve stringere fino alla scomparsa del polso del piede. Il laccio, cioè, deve essere applicato e stretto in modo da arrestare la corrente sanguigna a monte della ferita. Ciò, naturalmente, è valido in caso di emorragia arteriosa: si rovescia la situazione in caso di emorragia venosa. Naturalmente in caso di emorragia arteriosa, l'arresto della corrente sanguigna non deve durare molto tempo perchè allora si rischia di provocare sofferenza asfittica dei tessuti periferici. Nel caso quindi che si debba trasportare un ferito con un laccio, per diverse ore, o il trasporto deve durare anche una o due giornate (pensiamo ad un alpinista che si ferisce su un ghiacciaio a 3-4000 metri e che per arrivare al rifugio si debbano impiegare ore o giorni) allora ogni venti minuti, mezzora, bisogna allentare il laccio per permettere la nutrizione della zona periferica da parte del sangue che vi affluisce attraverso le varie arterie o i vari rami collaterali. Un pò di sangue uscirà dal vaso leso ma si eviteranno episodi di asfissia dei tessuti delle parti periferiche. Nel caso in cui l'emorragia arteriosa origina da una ferita situata in una zona in cui non si può applicare il laccio emostatico (ad esempio al collo, al torace, alla radice di un arto), allora bisogna esercitare, coi pollici o con un grosso tampone, una forte pressione su alcuni punti particolari. Per esempio nella lesione dell' arteria succlavia (che scorre nella parte alta del torace) bisogna esercitare una forte pressione subito dietro la clavicola e in basso in modo da comprimere l'arteria lesa contro il piano sottostante della prima costa. Nel caso di una ferita nel cavo ascellare bisogna rintracciare, col tatto, le pulsazioni dell'arteria omerale e operare forte pressione premendo l'arteria contro le parti ossee dell'ascella. Nel caso di una lesione dell' arteria femorale bisogna esercitare la pressione contro l'osso del pube corrispondente alla sede della ferita.

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ALLENAMENTO L'allenamento è quell'insieme di norme alle quali deve sottostare l'atleta con lo scopo di ottenere maggior lavoro meccanico con il minimo di dispendio di energie. Tale scopo si realizza attraverso due meccanismi: I") Aumento del rendimento muscolare 2°) Aumento della forza muscolare e della disponibilità di energia insita nei muscoli. Il rendimento del lavoro muscolare è espresso da un rapporto R tra il lavoro eseguito L (misurato con apparecchi speciali chiamati dinamometri) e l'energia spesa E (misurata attraverso analisi calorimetriche). Il rendimento si configura per mezzo della formula R=L/E espresso in percentuale. Tale rapporto dipende dalla velocità di contrazione del muscolo e dalla durata di tale contrazione. L'aumento del rendimento del lavoro muscolare si ottiene, cioè, attraverso la regolazione della velocità e della durata di contrazione del muscolo. Ciò vale per i singoli gruppi muscolari, mentre per l'insieme dei movimenti, in un dato sport, in un dato esercizio sportivo, l'aumento del rendimento del lavoro muscolare si ottiene per mezzo di una regolazione delle contrazioni del muscolo e per mezzo dell' eliminazione dei movimenti inutili. Si attua, cioè, un'opera di educazione dovuta al miglioramento della funzionalità del sistema nervoso predisposto alla innervazione dell'apparato muscolare. L'aumento della forza muscolare e delle disponibilità energetiche avviene in quanto l'allenamento produce nell'apparato muscolare, nel sistema cardio-respiratorio, nei vari organi e ghiandole e nel sistema nervoso, particolari modificazioni. Il lavoro muscolare, su tutti questi organi ed apparati, determina un particolare grado di esaltazione in virtù della quale i tessuti necessitano di maggior apporto di ossigeno e di materiale nutritizio. A ciò provvedono l'apparato cardio-respiratorio, l'apparato digerente, il fegato e le ghiandole endocrine. Aumentato il consumo, aumenta l'eliminazione dei materiali di rifiuto elaborati dai vari organi ed apparati. A ciò provvedono i sistemi emuntori (renale, respiratorio e sudoriparo). Vediamo ora l'influenza dell'allenamento sui vari organi ed apparati presi singolarmente.

ALLENAMENTO

E APPARATO MUSCOLARE

Imuscoli, in conseguenza dell' allenamento, aumentano di volume e ciò è dovuto a due fattori: l°) Maggior apporto di sangue attraverso i vasi ed i capillari (questi ultimi possono aumentare di numero e di volume in rapporto alla maggior quantità di sangue confluente al muscolo onde far sì che il muscolo per mezzo di questa aumentata quantità di sangue riceva una maggior dose di ossigeno e di materiale nutritizio e contemporaneamente possa allontanare un maggior numero di scorie e di rifiuti). 2°) Aumento della sostanza costituente le fibrille muscolari chiamata sarcoplasma. Alla funzione di scambio di ossigeno tra il sangue ed i muscoli è addetta la mioemoglobina che aumenta nei muscoli allenati (che sia aumentato conseguentemente questo scambio lo dimostra l'aumento del consumo d'ossigeno). Contemporaneamente, nel muscolo allenato, aumentano le sostanze glicogeniche di riserva .


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ALLENAMENTO E APPARATO RESPIRATORIO

Abbiamo visto che per i muscoli in lavoro necessita ossigeno e che, aumentando il lavoro, deve necessariamente aumentare l'apporto di ossigeno. Mediante l'allenamento gli atti respiratori si fanno più profondi, più frequenti, più ampi. Aumenta la potenzialità dei muscoli toracici e il loro volume e si osservano variazioni del quoziente respiratorio (cioè del rapporto Q/R tra il volume di anidride carbonica eliminata e il volume di ossigeno introdotto nell'unità di tempo). Si ha quindi un maggior sviluppo dell'apparato respiratorio con aumento della distensione polmonare, con facilitazione degli scambi di ossigeno e con la migliore loro utilizzazione. Il mantice polmonare funziona meglio e con maggior potenza.

ALLENAMENTO

Sempre per l'aumentato fabbisogno di ossigeno che necessita ai muscoli in lavoro, l'allenamento fa aumentare il numero di globuli rossi che sono i veicoli trasportatori dell'ossigeno. Conseguentemente a questo aumento debbono aumentare per nuova formazione o per ampliamento del loro volume le vie che questi veicoli percorrono (i vasi capillari e i piccoli vasi). Da ciò l'aumento di volume ( anche di numero) dei capillari sanguigni nei territori muscolari in attività, contemporaneamente alla chiusura, per vasocostrizione, dei capillari nei territori muscolari in riposo. Per ovviare a questa aumentata circolazione il cuore si adatta aumentando la frequenza delle sue pulsazioni e aumentando la sua gettata cardiaca. In questa fase si ha anche aumento della pressione arteriosa ed un certo aumento della temperatura. Il cuore, essendo un grosso muscolo, aumenta anche di volume. Anche nel sangue, per effetto dell'allenamento, si osservano variazioni: aumento del numero di globuli rossi sia perchè un certo numero di questi viene immesso in circolo perchè spremuto dai depositi naturali quali la milza, sia perchè ne vengono fabbricati di nuovi dal midollo osseo e dagli altri organi emopoietici. Oltre alle variazioni morfologiche, nel sangue, avvengono anche variazioni chimico-fisiche. Si ha, infatti, perdita di acqua e aumento dell' ossigeno e variazioni del tasso glicemico, variazione del PH e della pressione osmotica per presenza di cataboliti (sostanze derivanti dai vari processi chimici intracellulari quali l'anidride carbonica, l'acido lattico, l'acido urico ecc. )

E APPARATO CARDIO CIRCOLA TORIO

ALLENAMENTO E

ORGANI EMCINTORI

Per effetto della sudorazione aumenta la funzione delle ghiandole sudorifere e, in conseguenza, diminuisce la quantità di urina eliminata con aumento del suo peso specifico e quindi della sua concentrazione. Con l'esercizio fisico vengono eliminate con l'urina diverse valenze acide (creatinina, acido urico, ecc.). Diminuisce però il PHurinario e si può arrivare ad averealbuminuria nei casi in cui, per mancanza o diminuzione della sudorazione, l'eliminazione delle scorie è affidata in gran parte all'emuntorio renale. Ciò può avvenire quando lo sforzo muscolare avviene in condizioni climatiche con temperature basse. Fin qui le nozioni teoriche circa la fisiologia dell'allenamento.

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Tali nozioni ci hanno indicato i fini che l'allenamento si propone e le modificazioni che esso provoca nell'organismo in genere e nei vari organi ed apparati in particolare: modificazioni che permettono di raggiungere i fini proposti. Ma in pratica come ci si deve comportare? L'atleta che si ripromette di raggiungere un certo grado di forma, nella sua branca sportiva, inizierà l'allenamento in modo graduale senzasottoporre il suo organismo a sforzi o a discontinuità violente, ma con un crescendo armonico in modo di arrivare al grado di forma richiesto quasi senza accorgersene. Incomincerà con esercizi ginnastici comuni a tutti gli sports, eseguiti quotidianamente: flesso-estensioni antero-posteriori e laterali del tronco con movimenti fluidi ed armonici, flesso-estensione degli arti con loro rotazione, movimenti delle mani e dei piedi. Poi proseguirà con sollecitazioni muscolari proprie di ogni singola specialità sportiva. Nel caso di noi alpinisti, oltre agli esercizi generali, è bene curare anche l'aumento della forza delle mani e delle braccia. Si potenzierà la muscolatura degli arti mediante l'ausilio di pesi che verranno aumentati man mano che si procede nell'allenamento o mediante l'ausilio di macchine che si trovano nelle palestre appositamente attrezzate. Si può fare uso anche del vogatore e della ciclette. Per coloro i quali non possono usufruire di tali mezzi, si può suggerire l'esercizio della raccolta dei giornali per rafforzare la muscolatura degli avambracci e delle mani: a braccia estese, con nelle mani due fogli di giornale distesi, uno per mano, e a poco a poco, partendo da un loro angolo, con movimenti continuati, raccoglierli nel rispettivo pugno. Questi esercizi si possono eseguire tutte le mattine, come esercizi preliminari e dopo aver effettuato gli esercizi a corpo libero. Poi si incominciano le passeggiate il cui percorso, dapprima breve, si allungherà man mano curando il sincronismo tra i movimenti della marcia ed i movimenti respiratori. Si affronteranno poi brevi ascensioni su percorsi facili e via via, aumentando le difficoltà del percorso, fino alle ascensioni difficili. Ci si dovrà abituare gradatamente alle altitudini e alle variazioni di pressione e climatiche. Ci si abituerà alla alimentazione razionale e a regolare, sulla distanza e sulla fatica, l'apporto di cibi e di bevande adatte. Un bel giorno ci si troverà preparati per imprese più faticose e più impegnative che, pur sottoponendoci a sforzi e a fatiche, non ci porteranno mai all'esaurimento delle nostre energie. Resterà sempre un margine di riserva che ci permetterà di constatare la risposta esatta del nostro organismo alle sollecitazioni cui verrà sottoposto e ci permetterà di gustare le gioie della nostra fatica sportiva: meravigliose visioni e paesaggi stupendi che, senza l'allenamento, non avremmo potuto gustare perchè il nostro organismo sarebbe stato intossicato dalle tossine della fatica. Un organismo ben allenato, specialmente per chi va in montagna, è una fondamentale sicurezza per sé e per gli altri.

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SCI ALPINISMO Lo sci-alpinismo è un modo di fare alpinismo per mezzo dello sci. Significa cioè usare lo sci come mezzo di trasporto per superare distanze, per superare dislivelli, per raggiungere cime. Lo sci deve, inoltre, servire per discendere da queste cime o per la via di salita o per un'altra via che viene tracciata ex novo. Si obietterà che per fare dell' alpinismo bisogna, in genere, legarsi in cordata, arrampicarsi per roccia. Anche nello sci alpinismo, quando si compie un'ascensione, ci si lega in cordata o si superano difficoltà di roccia. Ciò avviene quando !'itinerario si snoda attraverso un ghiacciaio in cui sono aperti numerosi crepacci oppure quando, per • raggiungere una cima, bisogna lasciare gli sci e arrampicarsi per una cresta rocciosa o per paretine. Però, anche nel caso in cui !'itinerario di salita si snodi in assenza di crepacci, o non vi sia necessità di scalare roccia, nei casi in cui non vi è necessità materiale di legarsi in cordata, anche in questi casi gli sci-alpinisti debbono comportarsi come se fossero legati in cordata e procedere con lo stesso sistema con cui si procede in cordata: avanti il più esperto, il più sicuro e dietro gli altri, ad uno ad uno, seguendo la traccia del primo evitando di procedere in ordine sparso ed evitando di andare ognuno per proprio conto. E ciò trova una sua ragione d'essere nell' ambiente in cui si svolge l'ascensione sci-alpìnìstica: nevai con pendii valangosi, o ghiacciai con crepacci più o meno visibili e il tutto sui 3000 metri o al di sopra. È evidente che, dai pericoli, dalle insidie insite in tale ambiente, sorge la necessità che la comitiva sia guidata dal più esperto e che tutti glia altri seguano ordinatamente per ragioni di sicurezza. Tale procedimento, a maggior ragione si deve seguire allorché, raggiunta la cima, si inizia la discesa. Quì è ancora più necessario seguire il capo-gita, che diventa proprio come il capocordata, seguire le sue tracce, non corrergli mai troppo vicino e non lasciarsi mai distanziare troppo. Quindi, da quanto sopra esposto, appare chiaro che l'ascensione di sci-alpinismo anche se non c'è la cordata, è come una vera e propria ascensione in cordata. Per fare dello sci-alpinismo necessita un equipaggiamento adatto per la specialità ed esiste tutta una tecnica particolare che si deve necessariamente acquisire oltre alle comuni conoscenze di un alpinista. Basti pensare che si deve operare sempre oltre i 3000 metri, che si deve sempre sciare fuori pista, in condizioni di neve che non è sempre uguale. A grandi altezze può essere ideale e perfetta, a media altezze varia sempre per stato di consistenza e di scorrevolezza. Lo sci-alpinismo ci permette di godere di aspetti della montagna che non è possibile vedere altrimenti. Ci permette di essere soli con noi stessi, coi nostri pensieri con le nostre sensazioni. Ci permette di fare fatica: cosa che al giorno d'oggi è difficile fare e che è pure necessaria per non atrofizzarci. Serve a tener desti in noi quei riflessi naturali ed atavici che hanno permesso all'uomo di sopravvivere: serve a gustare la natura ed ad avere rispetto di essa, a temerla e, a volte, anche a vincerla. È una specie di rivincita dell'uomo sulla meccanizzazione, sulla pianificazione in quanto l'uomo viene rriesso in condizione di vedere cose estremamente belle, di essere consapevole della propria forza, di essere cosciente di come affrontare determinate forze della natura e, a volte, di come capire che queste forze sono superiori. È una disciplina sportiva che ci educa, oltre che nel fisico, anche nello spirito.


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ogni cosa coperta di neve, illuminata dal sole, immersa nel silenzio assume un aspetto dolcemente lunare


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il bello che ti circonda è cosÏ intenso che senti il desiderio di dividerlo e viverIo con i tuoi amici


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NOZIONI DI PRONTO SOCCORSO Abbiamo visto come sia importante, per uno sportivo, in modo speciale per un alpinista, conoscere alcune funzioni fisiologiche del corpo umano e conoscere le regole che riguardano l'allenamento. Tutto ciò, si è già detto, serve per affrontare senzadanno la fatica sportiva e per preparare il corpo umano a sopportarla. Altrettanto importante è conoscere alcune condizioni patologiche che il corpo umano può subire e, altrettanto importante, è sapere come si può ovviare a tali condizioni. Coloro i quali si accingono ad affrontare le asperità ed i pericoli della montagna devono sempre avere presente il possibile accadere di vari accidenti che possono menomare l'integrità fisica propria e di altri. È quindi necessario che ogni alpinista sia a conoscenza delle fondamentali nozioni di pronto soccorso onde, nei casi in cui sia necessario, possa essere di aiuto a sè e agli altri. Le condizioni patologiche in cui il corpo umano può trovarsi, durante l'attività alpinistica, prendono origine daIl'ambiente in cui opera l'uomo. Alcune sono dovute a cause naturali, altre ad accidenti o ad evenienzefortuite. Fra le prime possiamo annoverare condizioni patologiche determinate dalla temperatura ambiente (caldo, freddo), dalla diminuzione della pressione atmosferica (mal di montagna), dalla elettricità atmosferica (folgorazione). Tra le seconde si possono annoverare alcune lesioni accidentali: contusioni, ferite,distorsioni, fratture, lussazioni ecc. Vi sono poi, lesioni causate da morsi di insetti o di animali.

Condizioni patologiche da cause naturali

LESIONI E ACCIDENTI CAUSATI DALLA BASSA TEMPERATURA

Tali accidenti, e le conseguenti lesioni, sono frequenti, in montagna, specialmente in alta montagna o nella stagione invemale. Sonodovuti all'improvviso abbassarsidella temperatura ambiente ed al perdurare di tale abbassamento o al permanere dell'organismo umano in ambiente costantemente a temperatura bassa. L'azione lesiva del freddo può esercitarsi localmente su parti periferiche del corpo umano oppure, in modo generale, su tutto l'organismo. Nel primo caso si parla di congelamento; nel secondo di assideramento.

CONGElAMENTO

È conseguenza dell'azione del freddo localizzata su alcune parti periferiche del corpo umano. Fattori favorenti il congelamento, oltre alla bassa temperatura, sono: l'umidità (infatti la cute bagnata ha maggior conduttività termica e favorisce la dispersione di calore), la costrizione delle parti periferiche (scarpe strette, guanti stretti) che favorisce la stasi ed il rallentamento della circolazione periferica, !'immobilità a stazione eretta, lo stato di fatica e di esaurimento delle scorte nutritive e apportatrici di calore. Il congelamento insorge perchè, a causa del freddo, avviene vasocostrizione dei piccoli vasi con rallentamento della circolazione


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sanguigna, insufficiente ossigenazione dei tessuti e loro cattiva nutrizione. Se la vasocostrizione è troppo intensa essa può dar luogo ad ischemia dei tessuti cioè ad arresto e cessazione di circolazione del sangue nei tessuti. Ne consegue degenerazione cellula re con liberazione di sostanze che aumentano la permeabilità capillare provocando vasodilatazione, ristagno di sangue povero di ossigeno (asfittico) ed edema. Il congelamento, a seconda della sua gravità, si distingue in diversi gradi, 1° - 2° - 3° e 4°.

CONGElAMENTO DI l° GRADO

Si ha arrossamento cutaneo della parte colpita, desquamazione superficiale e dolore urente. Segue perdita della sensibilità della parte colpita.

CONGElAMENTO DI 2° GRADO

L'arrossamento cutaneo ha lasciato il posto acolorazione cianotica delle parti. Si formano delle vescicole a contenuto sieroso leggermente o fortemente ematico o gelatinoso, a seconda della profondità delle vescicole, con perdita della cute e conseguente formazione di ulcere più o meno estese a lenta cicatrizzazione.

CONGElAMENTO DI 3° GRADO

In questo caso si ha la perdita della cute e del sottocute fino a raggiungere le parti ossee sottostanti con perdita di parti vitali per necrosi.

CONGElAMENTO DI 4° GRADO

La necrosi dei tessuti si è fatta estesa e profonda e ha interessato anche le parti ossee sottostanti e si arriva fino alla perdita delle parti comprensive di elementi scheletrici (dita dei piedi e delle mani) o, addirittura, delle mani o dei piedi. La prima cosa da fare, come pronto soccorso, in questi casi, è di non esporre le parti colpite all'azione del calore. Nel congelamento di l° grado occorre liberare le parti e favorire in essi la circolazione rimovendo indumenti, scarpe, guanti e legacci. Riattivare, quindi la circolazione periferica mediante movimenti delle parti colpite, percussioni lievi e frizioni da esercitare per un tempo prolungato. Fare frizioni con alcool. Il segno della riattivazione della circolazione è la scomparsa della insensibilità delle parti e la comparsa, in tali sedi, di dolori pulsanti, a volte insopportabili, seguiti da benefica sensazione di calore. Nei casi di congela mento più avanzato (2° e 3° grado) bisogna aprire le vescicole, disinfettare le piaghe, proteggerle con fasciature non molto strette, fare impacchi di alcol o di acqua e sale, applicare pomate alla follicolina e avviare il congelato ai posti più attrezzati di cure (ospedali). Nel caso di congelamento di 4° grado, esaurite le prime operazioni di disinfezione e di protezione, sostenuto il cuore ed il circolo con analettici e stimolati (Micoren, Coramina, Effortil, ecc.), bisogna affidare il congelato alle cure e all'opera del chirurgo.

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ASSIDERAMENTO

È dovuto all'azione del freddo che si esplica in generale su tutto l'organismo in modo tale che la termoregolazione del corpo umano viene fortemente alterata e compromessa. La termoregolazione dipende dal controllo della circolazione periferica del corpo. Nell'assideramento, nel tentativo di trattenere e di limitare la perdita di calore, si ha dapprima una vasocostrizione cutanea che limita la perdita di calore in superficie. Poi la temperatura della cute si abbassa specialmente alle estremità, ai padiglioni auricolari e al naso. A tali modifiche segue un ispessimento del sangue. In un secondo tempo, per via riflessa, si producono contrazioni muscolari (brividi) che hanno lo scopo di aumentare la produzione di calore: in questa fase si ha infatti un aumento del metabolismo basale. Se, malgrado questi fenomeni di difesa, la termoregolazione non è sufficientemente capace di mantenere la temperatura interna del corpo a valori normali e la temperatura interna incomincia a decrescere, ai arriva alla fase in cui non si ha più produzione di calore. Ciò avviene più facilmente se l'individuo che si trova in queste condizioni rimane immobile oppure si trova menomato dalla fatica o dal digiuno. Si può arrivare ad una temperatura interna di 24 gradi, ma generalmente sotto i 30 gradi si ha la perdita della conoscenza e l'insorgere di fibrillazione cardiaca. L'arresto del cuore precede di solito l'arresto del respiro, per cui in questo caso la rianimazione è possibile. L'esposizione dell'organismo alle basse temperature provoca dapprima l'aumento della frequenza del polso e del respiro e l'aumento della portata cardiaca. La cute in un primo tempo pallida diventa poi cianotica e compaiono brividi che si susseguono e durano lungamente. Poi, man mano, il polso ed il respiro rallentano. Subentra stato di stanchezza e i movimenti diventano lenti, rigidi e dolorosi. Si possono manifestare emorragie nasali e in altre parti del corpo. In seguito il polso diventa aritmico, si stabilisce un torpore progressivo e sempre più profondo, si perde la conoscenza, i riflessi scompaiono, ed infine si ha l'arresto del cuore e del respiro. In questi casi, e in special modo nei casi di morte apparente, bisogna praticare a lungo la respirazione artificiale ed il massaggio cardiaco in ambiente modicamente riscaldato e bisogna somministrare analettici cardiocircolatori (Coramina, Effortil, Micoren ecc.).

LESIONI

Anche l'azione del caldo, come quella del freddo, quando supera determinati limiti, causa danno e lesioni con azione locale o generale. Come il freddo, il caldo può agire sull'organismo umano sia localmente che generalmente. Tra gli accidenti dovuti ad azione localizzata il più frequente è quello dovuto all'azione dei raggi solari sulle parti scoperte del corpo umano: azione che può produrre lesioni che possono andare dal semplice arrossamento (eritema) a vere e proprie ed estese ustioni con risentimento generale (febbre, interessamento cardiaco, renale, ecc.), e con manifestazioni di eccitazione nervosa. Causa principale di ciò sono i raggi ultravioletti di cui è ricca la luce solare, specialmente ad alta quota ove l'atmosfera, in genere, è rarefatta e dove le grandi masse nevose o ghiacciate favoriscono la concentrazione e la riflessione di tali radiazioni. L'azione del sole, specialmente con il riverbero dei suoi raggi (sulla neve e sul ghiaccio), può esplicarsi oltre che a carico della cute,

E

ACCIDENTI CAUSATI DAL CALDO


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a carico della congiuntiva oculare dando luogo a dolorose e fastidiose congiuntiviti oppure può interessare parti profonde e delicate dell'occhio, quali la retina, dando luogo a vere e proprie retiniti con conseguente cecità temporanea e con menomazione della funzione visiva. La congiuntivite da raggi solari si manifesta con edema (gonfiore) delle palpebre, arrossamento della congiuntiva e del bulbo oculare, bruciore, senso di sabbia negli occhi, lacrimazione intensa. Gli effetti dei raggi solari possono essere prevenuti proteggendo le parti scoperte con teli e con pomate filtranti oppure pennellando le parti che restano esposte con soluzioni astringenti (tannino al 50%, succo di limone, ecc.). Nel caso di arrossamento cutaneo molto intenso è bene cospargere abbondantemente di talco. La prevenzione delle lesioni oculari consiste nel proteggere gli occhi con lenti affumicate e con protezione laterale. A manifestazioni già in atto giova la permanenza al buio, l'applicazione di impacchi freddi, pomate o colliri a base di cortisone, e in mancanza di tutto ciò, giova l'applicazione, sugli occhi, di fette di patate crude. Esistono poi due sindromi importanti dovute al caldo: il colpo di sole e il colpo di calore.

COLPO DI SOLE

È dovuto a prolungata esposizrone al sole a capo scoperto. All'alpinista ciò può accadere mentre fa escursioni nei mesi estivi o mentre è in parete durante un' arrampicata aneli' attraversamento di un nevaio o di un ghiacciaio. La prolungata esposizione, a capo scoperto, provoca congestione della massa cerebrale e si manifesta con mal di testa, capogiri, difficoltà del respiro, a volte emorragie nasali, rigidità nucale, delirio, convulsioni e a volte morte. Si previene proteggendo il capo e la nuca dai raggi solari. Si cura adagiando il colpito all' ombra o trasportandolo in ambiente fresco ed aerato, applicando impacchi freddi al capo, somministrando bevande fresche e, in ambiente adatto, praticando salassi e fleboclisi ipertoniche.

COLPO DI CALORE

Questa evenienza, più che per la prolungata esposizione al sole, avviene per la prolungata permanenza in ambiente con alto grado di temperatura associato ad alto grado di umidità, con scarsa o assente ventilazione. La termoregolazione si altera in modo tale che aumenta il calore interno rispetto a quello ambiente mancando gli scambi che regolano la temperatura interna. La fatica e gli indumenti pesanti, non consentendo l'evaporazione del sudore e gli scambi respiratori attraverso la cute, favoriscono l'insorgenza di questa sindrome. Si manifesta con mal di testa, torpore, sete intensa, pallore, pelle umida, ingrandimento delle pupille, deliquio e iposistolia cardiaca. Nei casi più gravi si ha vomito, dispnea, crampi, delirio, febbre altissima, disturbi psichici coma e talora morte. Se si interviene nelle prime ore della perdita di conoscenza si può avere un esito favorevole. In questi casi bisogna liberare il colpito dagli abiti, portarlo o metterlo in ambiente aerato, praticare doccia fredda o fare applicazione di ghiaccio specie sul capo e al petto, fare massaggio cardiaco precordiale, somministrare ossigeno, fleboclisi anche di plasma con somministrazione di analettici cardiorespiratori. Non somministrare mai alcoolici per non procurare depressione dei centri nervosi superiori (addetti alla funzionalità cardiaca e respiratoria).

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MAL DI MONTAGNA

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Lesioni o accidenti causati dalla diminuzione della pressione atmosferica A livello del mare la pressione atmosferica è di circa 760 millimetri di mercurio. Man mano che ci si alza di quota la pressione atmosferica diminuisce: a quota di 2000 metri si aggira sui 600 mm, a quota 4000 metri arriva a 450 millimetri di mercurio. Ciò significa che, man mano che ci si innalza, diminuisce la quantità di aria che ci pesa addosso. Diminuendo la quantità di aria, necessariamente diminuisce la quantità dei gas che la compongono. In termini tecnici si dice che diminuendo la pressione atmosferica diminuisce la pressione parziale dei gas che compongono l'atmosfera. Fra questi gas una grande importanza per la vita l'assume l'ossigeno che entra in tutti i processi attivi del nostro organismo. Man mano, quindi, che ci si innalza di quota, la pressione atmosferica diminuisce e contemporaneamente anche la quantità di ossigeno nell'aria. poiché questo gas, attraverso la respirazione polmonare, viene introdotto nel nostro organismo, se ne deduce che, quando ci si alza di quota, diminuisce anche la quantità di ossigeno che c'è nel nostro sangue: il sangue quindi si impoverisce di ossigeno. Questo fenomeno è chiamato anossiemia. Da ciò deriva la cattiva ossigenazione dei vari tessuti che ne riesentiranno più o meno fortemente e più o meno velocemente a seconda della loro delicatezza e della loro sensibilità. Tra i tessuti che per primi soffrono della diminuita ossigenazione è il tessuto del sistema nervoso e, poichè i centri della respirazione e della circolazione sono situati nella regione del bulbo spinale (centri bulbari), ecco che i primi a soffrire della diminuzione dell'ossigeno nel sangue, per l'altezza, sono questi centri bulbari addetti alla respirazione ed alla circolazione. Nel caso specifico del mal di montagna concorre, alla creazione dei disturbi, oltre alla diminuzione dell'ossigeno anche la diminuzione dell'anidride carbonica. Questo gas, pur essendo un gas che si elimina attraverso i polmoni, circolando nel sangue eccita i centri nervosi del respiro. Si può quindi affermare che il mal di montagna è dovuto alla diminuzione della quantità di ossigeno nel sangue (anossiemia) ed anche in parte alla diminuzione della quantità di anidride carbonica nel sangue (acapnia) dovute alla diminuzione della pressione atmosferica conseguente all'aumentata altezza. L'insorgenza del mal di montagna è favorita dalla rapidità con cui ci si innalza. Se ci si innalza rapidamente (salite rapide degli aviatori o salite rapide con funivia) possono comparire rapidamente i fenomeni dovuti alla rapida diminuzione della pressione atmosferica perchè non vi è il tempo necessario per l'adattarsi dell'organismo alla rapida diminuzione della pressione. Il loro insorgere è favorito inoltre dalla mancanza di allenamento, dalla incongrua alimentazione, dalle brusche variazioni di temperatura, dall'abuso di alcol e di tabacco e dalla fatica. Le manifestazioni del mal di montagna si possono così descrivere: in genere a quote sui 3000 metri, ma a volte anche a quote inferiori, i soggetti colpiti da mal di montagna accusano mal di testa, senso di malessere, stanchezza, difficoltà di respiro, aumento delle pulsazioni cardiache, mancanza di volontà di reazione, capogiro e qualche volta vomito. A volte sopraggiunge una strana euforia che spinge il colpito da mal di montagna a commettere imprudenze come se fosse sotto l'influsso dell'alcool; vi è diminuzione dei riflessi di reazione e a volte mancanza del senso di autocritica. Come provvedimento curativo di


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queste manifestazioni si può fare inalare ai colpiti una miscela di gas (60% di ossigeno, 15% di anidride carbonica, 25% di azoto). Questo metodo viene usato specialmente per gli aviatori e per i colpiti durante una salita rapida in funivia. Ciò presuppone la presenza di un soccorso ben organizzato con bombole di questa miscela di gas e con maschere respiratorie. Praticamente in montagna non si può avere a disposizione, durante un'ascensione un corredo di bombole di miscele gassose adatte; bisogna allora provvedere ad allontanare il colpito dalla quota raggiunta, farlo scendere ad una quota inferiore (a volte basta la perdita di 200-300 metri di quota), metterlo al riparo dal freddo o dal vento e somministrare dei cardiotonici e dei cardiocinetici, ed in mancanza di tali medicamenti, somministrargli del buon caffè caldo (che si dovrebbe avere nello zaino in un thermos). La misura preventiva migliore è quella di salire a grandi altezze gradualmente con soste intervallate di qualche ora, di essere allenati alla quota, per favorire l'adattamento dell'organismo alla diminuzione della pressione atmosferica.

EFFETIIDELLE CORRENTI ELETIRICHE DI ORIGINE ATMOSFERICA

I fenomeni elettrici naturali che possono interessare l'alpinista durante un'ascensione sono l'elettricità statica ed il fulmine. La prima si manifesta quando l'alpinista viene a contatto con una zona di atmosfera in cui si sono accumulate cariche elettriche positive che, tramite il corpo umano, si scaricano a terra. Ciò può essere favorito dalla presenza, sull'alpinista, di corpi metallici appuntiti quali la punta o la becca della picozza o di chiodi da roccia o da ghiaccio. A volte la corda (specialmente se umida), che lega i vari componenti della cordata, fa da filo conduttore. L'avverarsi di una scarica da elettricità statica può essere possibile anche senza la presenza di un temporale. In questi casi esiste, nell'aria, una strana calma umida e nebbiosa e si avverte, a volte, durante i movimenti degli arti, o nei capelli, o lungo la corda, uno strano e sottile sfrigolio che ci fa percepire di essere entrati in un campo elettromagnetico instabile. Bisogna cercare allora di coprire, il più possibile, le parti metalliche appuntite, di accorciare o di togliere addirittura la corda e cercare di spostarsi da quella zona. Se, invece, parte improvvisamente la scarica e colpisce qualcuno della cordata, bisogna allora prestare soccorso. Ilfulmine, invece, è una scarica elettrica provocata dalle differenze di potenziale tra nubi temporalesche tra di loro e fra queste e la terra. L'uomo può essere colpito direttamente oppure indirettamente perché il fulmine, in prossimità del suolo, si divide in più scariche. Secondo alcuni studiosi (DIEZ) l'intensità iniziale può raggiungere anche 500.000 A e la quantità di energia sviluppata raggiunge anche parecchie centinaia di Kilowatt. Glieffetti patologici del fulmine sono paragonabili a quelli provocati da una scarica di corrente ad alta tensione. Visono effetti locali quali bruciature ed ustioni (nei punti di entrata e in quelli di uscita della scarica), vi sono effetti generali che possono interessare il sistema nervoso, il cuore, i vasi con reazioni biochimiche varie a livello cellulare, e nei vari tessuti, che hanno come conseguenza perdita della conoscenza, o lesioni del sistema nervoso, e ridotta funzionalità cardiaca. In genere ilcolpito da fulmine o da scarica elettrostatica, si ritrova

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con perdita della conoscenza e in stato di morte apparente. La morte reale può avvenire in un tempo più o meno lungo che va dai 5 ai lO minuti dalla scarica. Qualche volta, invece, si può avere anche la ripresa spontanea della conoscenza. Si è cercato di dare una spiegazione ai meccanismi che concorrono a determinare lo stato di morte apparente. Si è pensato ad un arresto primitivo del respiro dovuto a inibizione dei centri nervosi del respiro o a contrazione tetanica dei muscoli respiratori. Si è pensato ad annullamento della funzione cardiaca per fibrillazione ventricolare, per inibizione dei centri circolatori bulbari o per dilatazione acuta del cuore. Però, qualunque sia la causa che determina lo stato di morte apparente, bisogna agire immediatamente. Bisogna praticare con estrema urgenza le manovre di rianimazione: respirazione artificiale, respirazione bocca a bocca e massaggio cardiaco. Tutto ciò si deve fare con estrema urgenza perché l'arresto circolatorio primitivo o secondario all'arresto respiratorio determina rapidamente alterazioni cerebrali irreversibili (secondo alcuni Autori già dopo 3 o 4 minuti). La rianimazione richiede in genere tempi molto lunghi: anche per 20-30 minuti. Se si riesce attraverso la rianimazione pronta e prolungata a far scomparire lo stato di morte apparente e a far riprendere la conoscenza, il folgorato dovrà essere affidato a cure ospedaliere perché, nelle fasi successive, potranno comparire deficit nervosi o disturbi cardiaci, oltre alle ustioni e alle bruciature che dovranno essere curati in appositi reparti.

Condizioni patologiche da cause accidentali Sono tali le contusioni, ferite, distorsioni, lussazioni, fratture, la sintomatologia dipendente dalla sepoltura sotto valanga, i morsi di vipera ecc.

CONTUSIONI

Sono lesioni dovute alla compressione violenta di una o più parti del corpo umano contro corpi resisten-ti che possono essere fissi o animati da velocità più o meno accentuata. Vi è rottura di piccoli vasi sanguigni, sottostanti la cute, con un versamento ematico più o meno abbondante con conseguente colorazione bluastra della zona colpita e tumefazione in loco. A seconda dell'entità del travaso emorragico si può parlare di ecchimosi oppure di ematoma. Il colpito avverte forte dolore locale, che si accentua solitamente a qualche ora di distanza dalla contusione, con comparsa di ecchimosi e di tumefazione. Come cura si usano impacchi freddi con acqua, con ghiaccio o con acqua vegeto-minerale. Se sono interessati organi interni è necessario anche il riposo a letto.

FERITE

Quando la violenza della compressione è tale da vincere la resistenza della cute e delle masse muscolari sottostanti si ha la ferita. La ferita può essere contusa quando è dovuta alla semplice


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contusione (si ha come lo scoppio dei tegumenti), oppure può essere lacera se oltre alla contusione vi è stata anche l'azione dirompente sui tessuti del corpo estraneo con il quale si è venuti a contatto. Può essere superficiale o profonda ed interessare uno o più strati dei tegumenti, oppure possono essere lesi anche nervi, vene, arterie. La ferita è caratterizzata oltre che dalla perdita di coesione dei tessuti anche da emorragia che può essere scarsa, abbondante, venosa o arteriosa. A tali sintomi si associa anche il dolore ed a volte la riduzione funzionale della parte colpita. La prima cosa da fare è la detersione e la disinfezione della feritacon disinfettanticome alcool, Citrosil, tintura di iodio ecc. Cercare di arrestare l'emorragia mediante compressione od applicazione di laccio emostatico a seconda delle caratteristiche dell'emorragia; indi procedere alla protezione della ferita mediante applicazione di garze e tele possibilmente sterilied assicurare tale protezione mediante bendatura (Fig. 1). La sutura delle ferite e la loro toletta e disinfezione più profonda verranno poi eseguite in ambiente più adatto dopo che si sarà provveduto al trasporto del ferito in tale ambiente.

DISTORSIONI

Questo tipo di lesioni interessa sempre una o più articolazioni. Nel caso dell'attività alpinistica in genere, le articolazioni più interessate sono quelle degli arti inferiori(caviglia, ginocchio, anca) e più raramente quelle degli arti superiori (polso, spalla, gomito). Ilmeccanismo di tali lesioni si identifica nella distensione violenta della capsula articolare e dei legamenti periarticolari che avvolgono, in un sistema di sicurezza e di stabilità, l'articolazione. Tale distensione viene spinta oltre i limiti fisiologici senza però arrivare alla rottura della capsula articolare e senza che vi siano alterazioni dei normali rapporti articolari. Per effetto di tale distensione l'integrità della cute sovrastante non viene lesa; ma in seno al tessuto della capsula articolare e dei legamenti periarticolari si determinano piccole lesioni dei vasi nutritivi e dei filamenti nervosi che innervano la capsula. Da qui la tumefazione della parte con comparsa tardiva di ecchimosi (colorazione bluastra) e dolore più o meno intenso. Ingenere tali lesioni sono dovute a cadute o a contrazione violenta dei muscoli interessanti le parti articolari.

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Fig. 1


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La sintomatologia soggettiva è caratterizzata da vivo dolore in corrispondenza dell' articolazione colpita e oggettivamente da tumefazione che può apparire anche tardiva mente con impotenza funzionale più o meno spiccata. In un secondo tempo invece, comparirà anche l'ecchimosi; in questi casi occorre, da parte di I : "tchi presta il primo soccorso, I I provvedere all'immobilizzazione •! dell'articolazione colpita con stecche di legno o di cartone già preparate o approntate al momento con materiale di fortuna. Bisogna impedire il carico sulla parte lesa provvedendo a ciò con il trasporto del ferito o a spalla o mediante barella. L'infortunato va poi messo in assoluto riposo e sull'articolazione lesa, si applicheranno degli impacchi di ghiaccio. In un secondo tempo, migliorata la sintomatologia, sarà opportuno far eseguire un esame radiografico della parte lesa perchè, a volte, la distorsione si accompagna a fratture di parti ossee vicine all' articolazione. In alcuni casi, pur non essendovi fratture, si deve procedere all'applicazione di apparecchio gessato o a fasciature che immobilizzano l'articolazione (Fig. 2).

LOSSAZIONI

Anche le lussazioni sono lesioni interessanti sempre una o più articolazioni. In questi casi però, la forza vulnerante ha determinato un movimento abnorme dei capi articolati con superamento dei limiti fisiologici e della resistenza della capsula e dei legamenti periarticolari con rottura di questi apparati e con fuoriuscita dalla capsula degli estremi capi articolari e relativa perdita dei normali rapporti. Le lussazioni più frequenti sono quelle a carico dell' arto superiore (spalla, gomito e polso). A queste seguono, in ordine di frequenza, quelle dell'arto inferiore (anca, ginocchio e caviglia); rare sono le lussazioni a carico della colonna vertebrale. Chi presta soccorso deve orientarsi verso la diagnosi di lussazione dal dolore spiccato accusato dall'infortunato, in corrispondenza dell'articolazione lesa, dalla tumefazione della zona articolare colpita, dall'impossibilità di movimenti tra le parti articolari, dall' atteggiamento anomalo di tali parti tra di loro e dall'alterazione del profilo dell'articolazione. Il soccorritore, fatta diagnosi di lussazione, deve limitarsi a vedere se, con facili e dolci manovre e movimenti, riesce a riportare i capi articolati nella loro primitiva e naturale posizione; se ciò non fosse possibile, non si deve assolutamente insistere con manovre

Fig. 2


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inconsulte, strane e violente, perchè ogni ESEMPI DI LUSSAZIONE lussazione ha una sua precisa manovra di riduzione. Tale manovra deve essereeseguita solamente da chi ne è a conoscenza perchè se eseguita impropriamente, potrebbe portare a conseguenze dannose quali l'accentuazione della lussazione o la produzione di fratture dei capi ossei che complicherebbero la lesione primitiva. È necessario perciò che, diagnosticata una lussazione, chi provvede al soccorso, se non è provvisto di nozioni sanitarie particolari (medico o infermiere) si astenga dall'esercitare maldestri tentativi di riduzione ma si accontenti di mettere l'infortunato in posizione comoda, di iniettare analgesici ~SPAlLA nell'articolazione lesa, di immobilizzare ~lUSSATA l'articolazione colpita e le articolazioni limitrofe con stecche e fasciature, di sostenere il circolo con analettici per ovviare allo stato di shock e di provvedere al trasporto del leso in luoghi ove gli possano venire apportati, in sede adatta, gli aiuti terapeutici necessari. Fig. 3 Si deve ricordare che trascorsa circa un'ora dall'avvenuta lussazione questa non si può più ridurre con le solite manualità essendo intervenuti fatti di spasmo muscolare sui muscoli interessanti l'articolazione. Per ridurre la lussazione dopo tale tempo bisogna ricorrere alla narcosi generale che produce un completo rilassamento muscolare (naturalmente in ospedale!) (Fig. 3).

()

FRA1TaRE

Allorché la forza vulnerante esplica la sua azione su di una superficie ossea e la forza è tale da vincere la resistenza fisiologica dell'osso, allora l'osso si rompe e si ha la frattura ossea. Tale lesione può essere completa o incompleta. (FigA). A seconda di come si presenta la frattura si può distinguere in:

ESEMPIO DI FRATTURE

PLURIFRAMMENTARIA

frattura semplice quando l'osso è diviso in due parti dalla linea di frattura

I

CHIUSA

COMPOSTA

I

frattura composta quando l'osso è diviso in più frammenti

frattura comminuta quando i frammenti ossei sono numerosi e piccoli e a volte assumono l'aspetto di vere schegge ossee. Quando la veemenzadella causa violenta è tale che i monconi di frattura vengono

Fig. 4


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spostati e proiettati a comprimere e a ledere nervi, vasi e muscoli, allora la frattura si dice complicata. Se vi è comunicazione dei focolai di frattura con l'esterno, attraverso la lesione della cute e c'è fuoriuscita dell'osso fratturato, si parla allora di frattura esposta. Si possono avere fratture per applicazione diretta della causa violenta sull'osso e si possono avere fratture indirette per contraccolpo. Tra le fratture più frequenti ricordiamo: la frattura della clavicola, di una o più coste, delle ossa dell'avambraccio, del femore, della tibia, della colonna vertebrale, del cranio ecc. La sintomatologia principale è costituita da dolore vivo su di un segmento osseo. Si ha inoltre impotenza funzionale spiccata, deformazione della sede di frattura con incurvamento ed accorciamento del segmento osseo di un arto dovuta all'accavallarsi dei monconi di frattura stirati dai muscoli del segmento, crepitio osseo in sede di frattura dovuto a confricazioni dei monconi ossei tra loro, tumefazione con comparsa di ecchimosi in sede di lesione e stato di shock generalmente accentuato. Nel prestare soccorso ad un fratturato occorre agire con delicatezza per non aggravare le condizioni patologiche già esistenti. Maneggi inconsueti della parte, o scosse brusche e trazioni, possono portare a spostamento dei frammenti ossei della frattura, oppure possono spingere i monconi a ledere parti molli, vasi o nervi vicini o circostanti. È necessario stendere l'individuo infortunato a capo declive per vincere l'anemia cerebrale conseguente allo shock, liberare la parte fratturata da eventuali impedimenti ed immobilizzare l'arto o il segmento di arto in cui ha sede la frattura con assicelle, con stecche, con cartoni o con altri mezzi di fortuna (ombrelli, manici di piccozza, bastoncini da sci, bastoni tagliati da alberi o cespugli vicini ecc.). Se la frattura è compresa tra due articolazioni bisogna immobilizzare anche le due articolazioni (Fig. 5). Nel caso la frattura abbia leso un arto inferiore e non sia possibile provvedere con alcun mezzo all'immobilizzazione, bisogna allora accavallare un arto sopra l'altro (illeso sopra il sano) e legarli insieme a varie altezze, con legacci, cordini, cinture, fazzoletti ecc. Immobilizzata così la parte lesa, vinto con analettici il sempre presente stato di shock, bisogna provvedere con calma al trasporto dell'infortunato in sede più adatta ove, da persone addestrate ed attrezzate, verranno messi in atto tutti i provvedimenti terapeutici necessari. Nel caso che la frattura sia esposta ed il focolaio di frattura sia in comunicazione con l'ambiente esterno attraverso lesioni della cute, si deve provvedere, prima dell'immobilizzazione, alla disinfezione della ferita ed alla sua protezione dall'ambiente esterno. Vi sono fratture di difficile diagnosi quali le fratture del cranio e quelle della colonna vertebrale Tali lesioni si accompagnano per lo più a condizioni generali gravi, con perdita della coscienza e stato di coma, per cui il problema è centrato quasi sempre sul trasporto del ferito in ambiente ospedaliero. Chi soccorre questi infortunati dovrà farlo con delicatezza. Per rimuovere il corpo non lo si dovrà prendere per i piedi e per le braccia e sollevarlo. Così facendo, il corpo dell'infortunato viene a descrivere un arco

Fig. 5


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e, in caso di frattura della colonna vertebrale, tale operazione accentuerebbe il distacco degli eventuali frammenti vertebra li con pericolo di compressione del midollo spinale. In tali casi bisogna sollevare l'infortunato in più persone cercando di tenere il più possibile il corpo su di una linea orizzontale per tutto il tempo del sollevamento e del trasporto. (Fig. 6).

r LE FRECCE INDICANO I PUNTI DI PRESA PER SOLLEVARE IL FERITO

Fig. 6

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qualsiasi sia il suo vestito, la montagna come una bella donna, riesce sempre ad affascinare


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quel giorno mi sembrava d'essere nell'era della grande glaciazione

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VALANGHE Le valanghe presentano un pericolo specialmente per chi fa dello sci-alpinismo. Quindi è importante riconoscere e valutare questo pericolo ed è altrettanto importante conoscere le misure di precauzione da prendere ed il primo soccorso da portare. Per quanto riguarda la conoscenza e la valutazione delle valanghe, le misure di precauzione da prendere, le modalità della ricerca e del ritrovamento dell'alpinista travolto e sepolto da una valanga si rimanda alle pubblicazioni in uso nelle scuole di alpinismo e di scialpinismo. Colui che viene sorpreso da una valanga dovrà cercare di fuggire il più velocemente possibile per non farsi travolgere. Se travolto, possibilmente dovrà aprire gli attacchi degli sci, sbarazzarsi dei bastoncini e cercare di tenersi sulla superficie della massa nevosa agitando le braccia e le gambe come si fa per nuotare. Dovrà tenere la bocca chiusa per impedire che si riempia di neve o di altro materiale. Quando la valanga si sarà fermata, dovrà cercare di allungare il corpo verso l'alto con le braccia unite in avanti all'altezza del capo cercando con movimenti di creare lo spazio nella neve, specialmente davanti al viso, per formare una piccola camera che possa facilitare gli scambi respiratori. Sarà possibile fare ciò se la valanga è composta da neve farinosa perché, se la valanga è formata da neve pesante o da lastroni, allora tutto quanto è stato consigliato prima diventa più difficile da attuare e, in queste condizioni è facile che l'alpinista travolto subisca compressioni, schiacciamenti e fratture sia al torace che in altre parti del corpo. Ritrovato l'infortunato, bisogna portarlo alla superficie il più presto possibile, liberare completamente il capo, pulire la bocca, il naso e il retrobocca dal materiale nevoso che vi era penetrato e trasportarlo lontano dalla zona pericolosa. Se la vittima non è svenuta, bisogna proteggerla contro il freddo, somministrandole bibite calde, vedere se vi sono ferite o fratture e procedere ad eventuali medicazioni ed immobilizzazioni di arti fratturati. Il trasporto deve essererapido con l'alpinista coricato su un fianco o a pancia in giù onde evitare soffocamento da eventuale vomito. Se la vittima è svenuta ma respira ancora, valgono tutti gli accorgimenti sopraenunciati; in questo caso è importante non somministrare bevande per evitare soffocamento da ingurgito o da rigurgito. Se la vittima non dà più segno di vita, dopo aver liberato le vie respiratorie dalla neve, dall'acqua di neve, da eventuale materiale terroso o dai resti di rigurgito, si deve iniziare subito la respirazione artificiale e il massaggio cardiaco esterno. Bisogna inoltre riscaldare il corpo con ogni mezzo (coperte, massaggi, frizioni) e ricordarsi di non somministrare bevande. La respirazione artificiale, la respirazione bocca a bocca, la respirazione naso-bocca ed il massaggio cardiaco devono essere praticate sino a che la vittima riprenderà conoscenza o finché non ci si sarà assicurati della sopravvenuta morte. Le pratiche di rianimazione devono essereprotratte nel tempo per alcune ore.


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vestendosi di fiori gialli la natura sembra voler competere con il sole

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RIANIMAZIONE RESPIRAZIONE ARTIFICIALE

La respirazione artificiale manuale, avviene secondo due tecniche: quella di Silvester e quella di Holger-Nielsen (Fig. 1). Tecnica secondo Silvester La vittima è distesa a pancia in su. L'operazione preliminare sarà quella di liberare le prime vie aeree onde assicurare la loro pervietà. Un soccorritore tiene, con due mani, il capo dell'infortunato iniperestensione inmodo tale da impedire che la caduta della lingua all'indietro ostruisca la via aerea boccale. Ilsecondo soccorritore, inginocchiato alla testa dell'infortunato, ne afferra i polsi e porta le braccia in alto ed all'esterno, al di sopra del capo distendendo così il torace e favorendo l'inspirazione. Terminato questo movimento riabbassa le braccia ruotandole sul torace e comprimendolo, favorendo così l'espirazione. I movimenti di allontanamento e di avvicinamento delle braccia al torace vanno ripetuti anche per ore.

Metodo Sylvester

Tecnica secondo Holger-Nielsen Secondo questa tecnica, l'infortunato è disteso a pancia in giù. Un soccorritore esercita una trazione del capo all'indietro. L'altro soccorritore favorisce l'espirazione mediante una compressione bimanuale sul torace. L'inspirazione si ottiene mediante un'innalzamento laterale delle braccia afferrate sotto il gomito. La respirazione artificiale, quella bocca-bocca ed il massaggio cardiaco, hanno lo scopo di ristabilire ilpassaggio dell'aria da Il'estemo ai polmoni e dai polmoni ali'esterno e di ristabilire la circolazione del sangue nei polmoni riattivando la pompa cardiaca. La respirazione artificiale, quella bocca-bocca ed il massaggio cardiaco sono i vari momenti della rianimazione e devono essere messi in atto tutte le volte che vi è arresto della circolazione dell'aria tra l'ambiente esterno ed i polmoni (e viceversa) e tutte le volte che vi è un 'insufficiente circolazione del sangue per indebolimento o arresto della pompa cardiaca. Tali condizioni possono essere presenti, in modo particolare, nell'assideramento, nell'asfissia per ostruzione delle vie respiratorie o per compressione del torace, nei travolti da valanga, nei colpiti da folgore o nei gravi traumatismi specie del capo.

RESPIRAZIONE NASO-BOCCA E BOCCA-BOCCA

Il soccorritore dopo aver liberato le vie aeree boccali e nasali da ogni materiale che le possa ostruire, in ginocchio, posa una mano sotto ilmento della vittima e l'altra mano sulla sommità del capo fortemente inclinato all'indietro (onde liberare le vie aeree boccali dall'impaccio della lingua).

Fig. 1


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Ilsoccorritore inspira profondamente ed applica poi la sua bocca contro la bocca o il naso della vittima soffiando all'intemo aria; è meglio soffiare nella bocca anziché nel naso perché questo può essere ostruito da deviazioni preesistenti o dovute al trauma delle vie nasali. Dopo aver soffiato l'aria attraverso la bocca della vittima iltorace di questa si dilata; cessata l'insufflazione si aspetta che il torace si contragga e se ne favorisce la contrazione con compressione manuale: a questo punto si sente il rumore dell'aria che vien spinta fuori. Si dovrà ancora soffiare nella bocca della vittima ripetendo l'operazione 7-8 volte per minuto (Fig. 2). È ovvio che durante la respirazione bocca-bocca si devono otturare le narici dell'infortunato.

Tirare il mento in su per tenere la bocca aperta e stringere il naso per evitare la fuoriuscita di aria

Fig. 2

MASSAGGIO CARDIACO ESTERNO

Si stende \'infortunato su di una superficie dura. Il soccorritore appoggia le sue mani incrociate sul\'estremità inferiore dello sterno al limite tra torace ed addome, sulla sinistra dello sterno (in corrispondenza del cuore) ed esercita un movimento di pressione ritmica sul cuore con spostamento verso il basso della parete toracica, di circa 5 mm. La frequenza delle pressioni deve essere di circa 60 al minuto (Fig. 3). Si deve procedere al trasporto della vittima non ancora in grado di respirare da sola, solamente quando la respirazione artificiale o ilmassaggio cardiaco possono essere assicurati anche durante il trasporto.

~ ~ sterno cuore polmone aorta

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Fig. 3


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e alla festa si cambia d'abito


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MORSO DA VIPERA In questi ultimi tempi le vipere in Italia sono aumentate essendo diminuito il numero dei rapaci che si nutrono di tali rettili. Ilmorso della vipera è velenoso ed ilveleno viene inoculato sotto forte pressione mediante due denti acutissimi, lunghi circa 7-8 mm, che sono posti sulla mascella superiore e si erigono all'atto del morso. Tali denti sono canalicolati ed attraverso questi canalicoli il veleno defluisce nelle ferite prodotte dal morso, dalle sacche contenute sotto il palato. Contrariamente a quanto si crede, raramente il morso di vipera è letale per l'uomo; infatti per uccidere un soggetto di 60- 70 kg. sono necessari 15 mg. di veleno secco. Per ogni morso in genere, vengono inoculati 7-8 mg. di veleno; tale quantità però è sufficiente a causare la morte nei bambini o in soggetti indeboliti o in anziani. I segni del morso di vipera sono caratteristici: sono due piccole ferite puntiformi distanti tra di loro circa 7-lO mm. (Fig. 4). Nel caso vi sia stata una inoculazione abbondante di veleno, intorno alle ferite puntiformi compare un edema bluastro da cui si dipartono strie arrossate e dolorose (sono interessati i vasi Iinfatici). In seguito compaiono i sintomi dovuti all'assorbimento del veleno: stato di stanchezza, abbassamento della pressione arteriosa, aumento dei battiti del polso, sudorazione fredda, brividi, nausee, vomito, dolori addominali violenti, diarrea, mal di testa e depressioni del respiro. La sintomatologia è molto più accentuata e grave nei soggetti in cui il morso abbia raggiunto una vena. In questo caso si ha una inoculazione diretta endovena del veleno. Nel caso di morso da vipera bisogna agire con rapidità per rallentare l'assorbimento del veleno e per sottrarne quanto più possibile all'organismo colpito. La prima cosa da fare è applicare un laccio elastico subito a monte della ferita allo scopo di bloccare ilritorno venoso del sangue senza impedire l'afflusso arterioso (Fig. 4). Mettere la vittima in condizioni di riposo, incidere profondamente la zona delle due piccole feMorso rite (circa 8-10 mm) Iniezione vicino al morso Iniezione all'attaccatura dell'arto in modo da favorire la fuoriuscita del sangue. Succhiare la ferita, stando attenti che non vi siano abrasioni nella bocca di chi

~----,-----------,----

Fig. 4


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succhia, poi sputare il tutto e con acqua lavare abbondantemente. Non disinfettare con alcol perché questo si combina con il veleno il cui allontanamento viene così impedito. Se si è in possesso di siero antivipera iniettare circa 1/2cc. attorno alla ferita e l'altro 1/2 cc, alla radice dell'arto colpito (Fig. 4). Quando si usa il siero anti-vipera, o qualsiasi altro siero (antidifterico, antitetanico ecc.) bisogna sincerarsi che il soggetto, cui viene fatta l'iniezione, non sia stato sottoposto, anche in tempi lontani, ad altre iniezioni di siero. Quest'ultima iniezione potrebbe infatti portare all'insorgere di una sindrome anafilattica che può passare dalla semplice orticaria a fatti di spasmo bronchiale di entità tale da portare anche a morte l'individuo cui è stata praticata l'iniezione di siero. Nel caso allora che il soggetto, cui di deve iniettare il siero sia già stato sottoposto anche in passato lontano ad altre iniezione di tale tipo (antitetanico, antidifterico, ecc.) oppure nell'incertezza che ciò sia avvenuto o no, bisogna sempre saggiare la sua reattività al siero iniettandone una goccia sotto cute. Se non apparirà, nel giro di circa 10 minuti, nessuna reazione locale (arrossamento e tumefazione) si procederà all'iniezione di 1/2 cc. di siero intorno alla ferita e 1/2 cc. alla radice dell'arto. Nel caso invece dovesse apparire una reazione si dovrà allora procedere ad iniettarlo a piccole dosi diluite nel tempo. Eseguito tutto ciò, sarà in ogni modo opportuno procedere al ricovero nell' ospedale più vicino ed il più rapidamente possibile. Quanto sopra detto però pare non abbia più valore. Infatti nel numero di giugno 1990 del notiziario del c.A./. "LO SCARPONE" appare un articolo a firma di Oriana Pecchio, che fa parte della Commissione Medica Centrale del c.A./., in cui si dice che i vecchi metodi di primo soccorso del morso di vipera (incisione, suzione della ferita e apposizione di laccio emostatico a monte della stessa) vanno definitivamente abbandonati perché inutili e dolorosi. Anche l'uso del siero antivipera deve essere riservato al solo uso ospedaliero. Il siero, infatti, va conservato a bassa temperatura e portarlo in giro nello zaino per varie ore serve solo a renderlo inattivo e, se il siero è iniettato senza le dovute precauzioni, può provocare schock anafilattico. Sempre nel succitato articolo si dice che è ormai accertato che il veleno di serpente si diffonde principalmente per via Iinfatica. Dato che la quasi totalità dei morsi si verifica agli arti, il metodo più corretto di primo soccorso è costituito dall'applicazione di un bendaggio compressivo Iinfostatico con successivo steccaggio e immobilizzazione dell'arto. Dopo di che si dovrà procedere al ricovero in ospedale ove verrà messo in atto il trattamento ospedali ero. Si è citato questo articolo per completare obiettivamente l'informazione sul modo di comportarsi in occasione di morso da vipera. Resta però un dubbio legittimo e cioè nei casi seppur rari in cui la ferita da morso di vipera non sia in un arto ma in qualsiasi altra parte del corpo in cui non si possa applicare il bendaggio compressivo Iinfostatico prima citato, come ci si comporta? Probabilmente si dovrà ricorrere al vecchio sistema .


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COSA METTERE NEL PRONTO SOCCORSO Siero antivipera Laccio emostatico Cotone Garze sterili Disinfettanti Antidolorifici (es. Aspirina, Optalidon, Neocibalgina) Cardiotonico (es. Micoren compresse, Siringa sterile 5cc. Fiala di Novalgina Fiala di Baralgina Cotone emostatico Collirio al cortisone Ammoniaca lmmodium per diarrea Polase o Ergovis(bustine o compresse) Cerotti N° 2 bende orlate N° 2 bende elastiche

Coramina, Effortil, Simpatol)

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LOCALIZZAZIONE FOTOGRAFIE Pago

Soggetto

Copertina

Pizzo Palù (Gruppo Bernina)

Controcopertina

Dalla Grigna il Grignone

17

Traversata Bernina - Palù

18

Val Badia

19

Grignone

20

Cimone di Margno

21

Roccabella - Engadina

22

Pizzo Palù

23

Passo di Zocca

24

Pizzo Scalino

33

Grevas Saluas - Engadina

34-35

Pastori della Valsassina

36

Tra la Culmine di S. Pietro e Maesimo

53-54

Verso il Cimone

55

Artavaggio verso Sodadura

56

Cima Roma (Dolomiti di Brenta)

69

Val Bregaglia

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Piani Resinelli

71

Da Artavaggio

72

Ghiacciaio del Forno

74-75

Baite nella zona del Cimone

78-79-86-87

Maria (Pota) di Premana ai Barconcelli

82-83-90-91-92

Fiori

93-94

Il Resegone da Artavaggio


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è felice di quello che Dio le ha dato, nel bene e nel male e gli rende gloria con la serena semplicità della sua vita


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ARGOMENTI TRATTATI Considerazioni generali dell'Autore

_ 13

Perchè si va in montagna

15

Doping • cosa si intende per doping • eccitanti del sistema nervoso centrale • depressori del sistema nervoso centrale • psicotropi • ormoni • procedimenti limite

25

Consigli

29

Appunti fisiologia sportiva Sistema nervoso - centrale - periferico - vegetativo

30

Apparato digerente Alimentazione - idrati di carbonio o zuccheri - Iipidi o grassi - proteine o protidi - acqua - sali minerali - vitamine Sistema cardio-circolatorio respiratorio Apparato respiratorio __________________________ Sistema cardiocircolatorio • emorragia venosa • emorragia arteriosa Allenamento • allenamento • allenamento • allenamento • allenamento

37

42

_______________________ 43

49 e e e e

apparato muscolare apparato respiratorio apparato circolatorio organi emuntori

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Sci Alpinismo

_________________________________

Nozioni di pronto soccorso Condizioni patologiche da cause naturali

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57

• lesioni • congelamento 1° - 2° - 3° - 4° grado • assideramento Lesioni e accidenti causati dal caldo ________

59

• colpo di sole • colpo di calore Lesioni e accidenti causati dalla diminuzione della pressione atmosferica

61

• mal di montagna Effetti delle correnti elettriche 62 di origine atmosferica _____________________________ Condizioni patologiche da cause accidentali

63

• contusioni • • • •

ferite distorsioni lussazioni fratture

Valanghe

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Rianimazione

76

• respirazione artificiale - tecnica secondo Silvester - tecnica secondo Holger Nielsen - respirazione naso-bocca - respirazione bocca-bocca • massaggio cardiaco esterno Morso da vipera

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Cosa mettere nel pronto soccorso _________________

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crescono ovunque, nei buchi, in mezzo ai sassi sempre però dove li può raggiungere il calore di un raggio di sole


I

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92 estate, inverno

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sembrano veramente tante spose che sfoggiano il velo nunziale


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Finito di stampare Giugno 1991 Stampa: Tipolitografia Alfredo Colombo Lecco, Via Palestro, 7/B Impaginazione: Locatelli e Maffeis Fotocomposizione: Studio Locatelli - Mandello Viale Costituzione 5B/1 Selezioni: Fratelli A.D.P. Mauri Valmadrera, Via Trebbia, 3/a


Il Punto Stampa "Edizioni Cultura" e la C.B.R.S. Editrice ringraziano Giovanni Maffeis per le attenzioni redazionali


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