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BIMESTRALE DI INFORMAZIONE DEGLI ARCHITETTI PIANIFICATORI PAESAGGISTI E CONSERVATORI LOMBARDI

Direttore Responsabile Paolo Ventura Direttore Maurizio Carones Comitato editoriale Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori www.consultalombardia.archiworld.it Redazione Igor Maglica (caporedattore) Irina Casali Martina Landsberger Eleonora Rizzi Direzione e Redazione via Solferino, 19 20121 Milano tel. 0229002165 fax 0263618903 redazione@consulta-al.it

LUGLIO-AGOSTO | 2011

PROFESSIONE E SOCIETÀ 4 UN RINNOVATO IMPEGNO di Paolo Ventura e Maurizio Carones 4 ARCHITETTURA SENZA EDIFICI di Yona Friedman 7 LAVORARE NELLA SOCIETÀ LIQUIDA di Zygmunt Bauman 8 PER UNA ARCHITETTURA CHE COSTRUISCE IL NECESSARIO di Yona Friedman 10 L’ECONOMIA DELLE CITTÀ di Saskia Sassen 13 DA UTOPIA A YOUTOPIA di Alejandro Aravena 14 LE VOCI DEGLI ORDINI: COMO, VARESE, LODI, BRESCIA, PAVIA, MILANO, MANTOVA

Progetto grafico 46xy studio, Milano Impaginazione 46xy studio, Milano Service editoriale Action Group srl Concessionaria per la pubblicità Action Group srl via Londonio 22 20154 Milano tel. 0234538338 - 0234533086 fax 0234937691 www.actiongroupeditore.com info@actiongroupeditore.com Coordinamento pubblicità Riccardo Fiorina rfiorina@actiongroupeditore.com Pubblicità Alessandro Fogazzi Filippo Giambelli Marco Salerno Michele Schiattone Stampa Arti Grafiche G.Vertemati Srl via Bergamo 2 20059 Vimercate (MB) Autorizzazione Tribunale n. 27 del 20.1.1971 Distribuzione a livello nazionale La rivista viene spedita gratuitamente a tutti gli architetti iscritti agli Albi della Lombardia che aderiscono alla Consulta Tiratura: 29.946 copie In base alla documentazione postale del numero di marzo 2010 sono state postalizzate 28968 copie in Italia

PROGETTI 18 UN LOFT PER TUTTI Lacaton & Vassal, 23 alloggi di edilizia sociale a Trignac, Francia 24 SOCIALE SU MISURA Elemental, Complesso residenziale Lo Espejo, Santiago del Cile di Igor Maglica

PROFESSIONE 30 INTERVISTA A LEOPOLDO FREYRIE 31 NUOVA VITA PER IL NUCLEO STORICO DI MANDONICO | ALTRI CONCORSI di Roberto Gamba 36 NESSUN RICORSO, VESSUN RISARCIMENTO di Walter Fumagalli 37 DINASTIE PROFESSIONALI di Manuele Salvetti

OMNIBUS 38 40 42 43 45 46 46 47 48 48

UTOPICA-MENTE di Irina Casali VIVERE LA MEGALOPOLIS di Martina Landsberger INSIEME NEI KIBBUTZ di Marina Demetra Casu DAL POLLICE VERDE ALLA NUOVA COSCIENZA AMBIENTALE di Manuela Oglialoro ALLA RICERCA DI NUOVI SPAZI VERDI di Paola Cofano STORIA DEL QUARTIERE HARAR-DESSIÉ di Cecila Fumagalli L’ARTE TEOSOFICA DI RUDOLF STEINER di Sonia Milone CINEMA IN STRADA A LONDRA di Carlotta Torricelli INTERFACCE METROPOLITANE di Luca Micotti NEWS

In copertina: foto di Stefano Graziani Gli articoli pubblicati esprimono solo l’opinione dell’autore e non impegnano la Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti PPC né la Redazione di AL Politecnico di Milano Chiuso in Redazione: 29 luglio 2011

DAGLI ORDINI 50 BREVI DAGLI ORDINI


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PROFESSIONE E SOCIETÀ In un mondo dominato dalla flessibilità e dall’incertezza l’architettura interpreta l’arte della sopravvivenza

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UN RINNOVATO IMPEGNO

ARCHITETTURA SENZA EDIFICI

PAOLO VENTURA

YONA FRIEDMAN

E MAURIZIO CARONES

AL esce rinnovata, dal punto di vista del progetto editoriale e da quello grafico, a seguito dei numerosi momenti di riflessione e approfondimento, di cui abbiamo dato conto nello scorso numero. La nuova AL vuole essere aggiornata alle nuove tecnologie e alle esigenze degli architetti, paesaggisti, pianificatori lombardi. Con segni di continuità: mantenere AL come un luogo d’incontro e confronto fra le differenti realtà professionali della Lombardia; dare voce al mestiere dell’architetto nelle sue diverse declinazioni mettendone in luce il valore civile e il rapporto con tempo e società; illustrare i cambiamenti del nostro mestiere. Allo stesso tempo si propongono alcuni cambiamenti: la proiezione dell’ambito d’influenza anche all’esterno della realtà lombarda, un’impostazione più flessibile con un numero di sezioni ridotte che contengano contributi differenti; una maggiore attenzione ai temi della professione e l’introduzione di una sezione dedicata ai progetti. Il primo numero affronta il tema del rapporto tra architetto e società. Volendo discutere del nostro mestiere, delle sue difficoltà, dei nuovi modi di praticarlo, pare giusto trattare in particolare di come il ruolo dell’architetto si modifichi in una società in continua mutazione.

Oltre alle due storie illustrate da Yona Friedman, intervengono sul tema del futuro delle professioni: Zygmunt Bauman, Saskia Sassen e Alejandro Aravena. A seguire alcuni commenti e riflessioni dagli Ordini della Lombardia.

TRADUZIONI DALL’INGLESE DI LYNDA SCOTT

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Negli anni Ottanta si tenne una mostra rivoluzionaria al MOMA di New York: si intitolava “Architettura senza Architetti”, era curata da Bernard Rudofsky e diede una scossa agli architetti convenzionali dell’epoca. Sto preparando una mostra parallela a quella di Rudofsky, il titolo parla da sé: “Architettura senza costruzioni”. Al giorno d’oggi costruiamo decisamente troppo. La maggior parte dei nostri edifici ha scarso utilizzo sociale e un’estetica mediocre: sono costruiti per soddisfare l’ego di grandi aziende. Sono degli status symbol, come Versailles (un’architettura mediocre) fu a suo tempo. Sicuramente il fatto che si costruisca troppo non è responsabilità degli architetti ma degli speculatori. Quanto agli architetti costruire meno non significherebbe ridurre la loro importanza (se esiste): potrebbe essere un riformulazione del loro ruolo. Molti problemi di utilizzo dello spazio o di organizzazione estetica potrebbero diventare il campo dell’architettura del 21°secolo. La serie di disegni sottotitolati che segue spiega l’idea, e cerca di presentare qualche esempio concreto. Questo breve testo è solo un’anticipazione del progetto. Parigi, luglio 2011


LAVORARE NELLA SOCIETÀ LIQUIDA ZYGMUNT BAUMAN

Viviamo in un mondo di flessibilità universale, in condizioni di acuta Unsicherheit (incertezza, ndr) e priva di prospettive, che penetra tutti gli aspetti della vita individuale: le fonti dell’esistenza quanto i rapporti d’amore o gli interessi comuni, parametri di identità sia professionale che culturale, modi di mostrarsi in pubblico e modelli di salute e fitness, valori da perseguire e modi di perseguirli. (…) Il lavoro è scivolato dall’universo fatto di costruzione dell’ordine e controllo del futuro al regno del gioco; le azioni in materia di lavoro diventano più simili alla strategia di un giocatore che si prefigge modesti obiettivi a breve termine che non vanno oltre un paio di mosse successive. Ciò che conta è l’effetto immediato prodotto da ciascuna mossa, e questo effetto deve essere tale da poter essere consumato all’istante. (…) E cosi il lavoro ha mutato carattere. È sovente un’operazione una tantum, l’attività di un bricoleur, mirata a quanto è a portata di mano e a sua volta ispirata e limitata da quanto è a portata di mano, più il risultato di un’occasione presa al volo che il prodotto di un processo pianificato e programmato. Fortemente somigliante alla famosa talpa cibernetica che si muoveva alla ricerca di una presa elettrica cui collegarsi per riacquistare l’energia consumata per muoversi alla ricerca della presa elettrica cui collegarsi per riacquisire l’energia... Forse il termine “arrabattarsi” è più adatto a caratterizzare la mutata natura del lavoro emersa dal grande progetto di missione universale del genere umano e da quello non meno grandioso di una vocazione lunga una vita. Liberato dalle sue trappole escatologiche e recise le sue radici metafisiche, il lavoro ha perso la centralità attribuitagli nella galassia dei valori dominanti dell’epoca della modernità solida e del capitalismo pesante. Non è più in grado di offrire quel perno intorno al quale legare definizioni di sé, identità e progetti di vita. Ne è facile immaginarlo nel ruolo di fondamento etico della società o di perno etico della vita individuale. (…) Ford desiderava legare gli operai alle sue fabbriche una volta per sempre, far sì che il denaro investito per il loro addestramento fruttasse per l’intera durata della loro vita lavorativa. E per ottenere tale scopo dovette immobilizzarli, legarli al posto di lavoro fino al totale esaurimento della loro capacità lavorativa. (…) II modello fordista (…) consisteva nel fondere capitale e lavoro in un’unione che come un matrimonio sacro - nessun essere umano avrebbe potuto o osato sciogliere. (…) Questa situazione è oggi mutata, e il principale ingrediente dello sfaccettato processo di mutamento è la nuova mentalità “a breve termine” che ha sostituito quella “a lungo termine”. (…) Secondo

stime recenti, un giovane americano con un livello di istruzione modesto si aspetta di cambiare lavoro almeno undici volte nel corso della propria vita lavorativa, e tali ritmo e frequenza sono quasi certamente destinati a crescere ulteriormente prima che la vita lavorativa dell’attuale generazione sia terminata. “Flessibilità” è la parola d’ordine del giorno, e quando viene applicata al mercato del lavoro essa preconizza a fine del “lavoro così come lo intendiamo” e annuncia invece l’avvento del lavoro con contratti a termine o senza contratto, posizioni prive di qualsiasi sicurezza, ma con la clausola del “fino a ulteriori comunicazioni”. (…) L’odierna incertezza è una possente forza individualizzatrice. Divide anziché unire (…). Paure, ansie e afflizioni dell’epoca contemporanea sono fatte per essere patite in solitudine. Non si sommano, non si cumulano in una “causa comune” (…) i recenti mutamenti “hanno infranto i pilastri della passata solidarietà” e il conseguente “disincanto va di pari passo col venir meno dello spirito di partecipazione e di militanza politica”. (…) Nel mondo della disoccupazione strutturale nessuno può sentirsi completamente garantito. I lavori sicuri in aziende sicure sembrano ormai un ricordo del passato; ne esistono specializzazioni ed esperienze che, una volta acquisite, possano garantire un posto di lavoro certo e, soprattutto, duraturo. Nessuno può ragionevolmente pensare di essere al riparo dalla prossima ondata di “ridimensionamento”, “ottimizzazione”, o “razionalizzazione”, dalle erratiche fluttuazioni della domanda del mercato e dalle capricciose ma irresistibili pressioni della “competizione”, della “produttività” e dell’“efficienza”. “Flessibilità” è la parola d’ordine del giorno. Preconizza lavori privi di sicurezza, di impegni precisi e duraturi, lavori che non conferiscono alcun diritto futuro, che offrono niente più che occupazioni a termine o rinnovabili, licenziamento in tronco e nessun diritto alla liquidazione. Nessuno può dunque sentirsi davvero insostituibile: ne chi e già stato licenziato, ne chi ha il compito di licenziare altri. Anche la posizione più privilegiata può rivelarsi meramente temporanea e “fino a ulteriore comunicazione”. (…) Condizioni economiche e sociali precarie addestrano uomini e donne (o insegnano loro attraverso la dura esperienza) a percepire il mondo — il mondo intero, ivi inclusi gli altri esseri umani — come un contenitore pieno di oggetti smaltibili, oggetti monouso. (…) Perchè perdere tempo in riparazioni estenuanti quando bastano pochi minuti per gettare nella pattumiera la parte danneggiata e sostituirla con una nuova?

Il sociologo polacco illustra gli effetti della trasformazione del Capitalismo da “pesante” a “leggero” e le ripercussioni che il dissolversi della “solidità” nella sfera produttiva provoca su quella esistenziale Il brano è tratto dal capitolo “Lavoro” del saggio di Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari, 2002.

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PER UNA ARCHITETTURA CHE COSTRUISCE IL NECESSARIO YONA FRIEDMAN

GLI AUTORI DEGLI INTERVENTI

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YONA FRIEDMAN Nasce a Budapest nel 1923; è architetto, urbanista, epistemologo, pensatore visionario, tra i più noti Megastrutturisti negli anni ’60. Tra i testi pubblicati in italiano: Per una architettura scientifica (1971), L’architettura mobile (1972); Utopie realizzabili (2003); L’architettura di sopravvivenza (2009); L’ordine complicato. Come costruire un’immagine (2011).

ZYGMUNT BAUMAN Nasce a Poznan nel 1925. Studia Sociologia a Varsavia. Frequenta la London School of Economics. Insegna all’Università di Tel Aviv, poi all’Università di Leeds. È uno dei più grandi sociologi del ‘900 e tra i più celebri pensatori contemporanei. Alcuni tra gli ultimi libri: Consumo, dunque sono (2008); Vite di corsa; Come salvarsi dalla tirannia dell’effimero (2009); Capitalismo parassitario (2009); Modernità e globalizzazione (2009).

SASKIA SASSEN Nasce all’Aia nel 1949. Studia filosofia, scienze politiche, sociologia, economia. Ha insegnato sociologia all’Università di Chicago e alla London School of Economics. Conia il termine “global city” nell’omonimo libro (1991). Ogggi lavora alla Columbia University nel Committee on Global Thought. Tra i suoi ultimi libri: Territory, Authority, Rights: From Medieval to Global Assemblages (2008) e A Sociology of Globalization (2007).


ALEJANDRO ARAVENA Direttore di ELEMENTAL s.a. società di interesse sociale impegnata nel campo della progettazione. Laureato nel 1992 a Santiago del Cile, nel 1994 ha fondato lo studio Alejandro Aravena Architects. È stato visiting professor ad Harvard fra il 2000 e il 2005. Nel 2010 è stato nominato Fellow of the Royal Institute of British Architects ed ha fatto parte della giuria del Pritzker Prize.

LE FOTO DI QUESTA SEZIONE E DELLA COPERTINA

STEFANO GRAZIANI Laureato in architettura presso l’Università Iuav di Venezia, insegna Storia e Tecnica della Fotografia presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Trieste. I suoi progetti fotografici sono stati pubblicati in Italia e all’estero. Le fotografie che pubblichiamo costituiscono parte integrante e fondamentale del volume di Yona Friedman, L’ordine complicato. Come costruire una immagine, Quodlibet Abitare, Macerata, 2011. Vedi recensione alle pp. 38-39.

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L’ECONOMIA DELLE CITTÀ SASKIA SASSEN

Se consideriamo un certo arco di tempo - secoli o millenni - vediamo che le imprese, i regni e le nazioni-stato sono nate e morte. La città, invece, perlopiù, sopravvive. Al massimo cambia nome. È la sua materialità a permetterle di sopravvivere: una volta lì, resta. (…) Le analisi contemporanee sull’economia del sapere sorvolano sulle profonde storie delle città. Si ritiene che tale economia sia cosa nuova, che derivi da un’intelligenza contemporanea, con le “classi creative” come attori principali. L’idea è che le città, in quanto economie avanzate, necessitino di tali classi. Secondo questa prospettiva la storia di una città è, nel migliore dei casi poco utile, nel peggiore un ostacolo all’avanzata economica del sapere. (…) C’è un parallelo (…) che è parte fondamentale dell’odierna economia nelle città globali del giorno d’oggi. È quello tra i settori economici avanzati e quelli arretrati (…). Gli arretrati forniscono servizi ai settori economici avanzati e ai loro impiegati, con grandi entrate. Parti del tradizionale settore della piccola impresa e dell’economia informale offrono servizi a specifiche componenti dei settori avanzati di una città. In alcuni casi la loro articolazione con l’economia all’avanguardia rappresenta un’inversione della storica relazione tra manifattura e servizi. Un esempio è ciò che noi chiamiamo la “manifattura urbana”: essa fornisce servizi alle industrie del design invertendo lo storico rapporto. (…)

La gestione degli imperi

(…) L’idea che esista un rapporto tra economie del passato e del presente è andata perduta in parte della ricerca accademica e nelle considerazioni generali sull’economia del sapere. Questa è considerata come una cosa nuova e non materiale, donde si può pensare che la sua esistenza si basi sulla sconfitta delle vecchie economie materiali di un luogo, di una città, di una regione. L’idea contemporanea dell’economia del sapere è che essa riguardi il sapere astratto e il talento delle cosiddette “classi creative”. Ritengo che questi lavoratori siano sopravvalutati, con la conseguenza di una svalutazione delle economie materiali, manifatturiere e dei lavoratori che trattano i materiali. (…) La manifattura urbana, formale e informale, prospera nelle città e se riconosciuta potrebbe contribuire a costruire un’economia distribuita – producendo lavori e società di medio livello, con profitti medi anziché stratosferici. (…)

La storia economica e le sue conseguenze

Riconoscere il legame tra le economie materiali

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antiche e le attuali componenti dell’economia del sapere ci permette di comprendere perché queste possono variare da una città all’altra, e perché le differenze continuino a riprodursi. (…) Riconoscerle ci permette di vedere come tra alcune delle maggiori città globali l’interdipendenza è più probabile della competizione. (…) La questione che sto ponendo è duplice. Da un lato, suggerisco che i principali componenti della odierna economia del sapere sono nati con il sapere nascosto nelle pratiche materiali di economie più antiche, che successivamente ha alimentato forme più astratte del sapere. Dall’altro sostengo che per quanto queste più antiche economie materiali delle città fossero varie, ogni città ha sviluppato uno specifico tipo di economia del sapere specializzata. (…) Riconoscere che la profonda storia economica dei luoghi alimenta una specializzata economia del sapere comporta delle implicazioni politiche. Una conseguenza è la restituzione di valore a precedenti pratiche economiche materiali, agli artigiani e al lavoro intellettuale. Un’altra è che le città oggi competono tra loro meno di quanto si sostenga abitualmente. (…) Le amministrazioni dovrebbero lavorare molto più duramente per la collaborazione con altre città, per esempio con quelle altre città con cui condividono la sede di una determinata azienda. Questa collaborazione tra città può diventare fondamentale qualora ci si cominci a confrontare con le grandi sfide ambientali. Sarà necessaria la partecipazione di tutti gli attori, dentro e attraverso le città, per un effettivo indirizzamento verso un’ecologia delle nostre economie, e uno scambio delle migliori pratiche (…).

Manifatture urbane: un’inversione storica

(…) La manifattura urbana è mirata a settori del design (dalla gioielleria all’arredamento, dall’architettura alla decorazione d’interni), all’industria culturale (i teatri hanno bisogno di scenografie e costumi, i musei e le gallerie di attrezzatura per esporre le loro collezioni), e molti altri settori che sono parte delle economie avanzate basate sui servizi (l’allestimento in negozi di lusso e ristoranti, l’esposizione nei quartieri generali e via dicendo). La manifattura urbana ha diverse caratteristiche: necessita di una posizione nella città perché legata a una rete; è su misura ed è vicina ai clienti e a un gruppo di lavoratori artigiani di prima categoria; inverte la storica relazione tra servizi e manifatture (…) fornendo servizi a industrie di servizi.

Riconoscere il legame tra le economie materiali antiche e le attuali componenti dell’economia del sapere ci permette di comprendere perché queste possono variare da una città all’altra, e perché le differenze continuino a riprodursi Il brano è tratto da Living in the Endless City a cura di Ricky Burdett e Deyan Sudjic, Phaidon Press, New York, 2011.


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DA UTOPIA A YOUTOPIA ALEJANDRO ARAVENA

Mezza bella casa al posto di una piccola

(…) Una famiglia di classe media generalmente sceglie una casa di circa 80 metri quadri. Famiglie più povere non hanno la possibilità di tenere da parte risparmi e non hanno le garanzie per qualificarsi per un mutuo, quindi dipendono dai sussidi statali per la loro abitazione. Cosa fanno i governi quando non c’è denaro sufficiente? (…) La tendenza convenzionalmente è quella di progettare di fatto la stessa casa da classe media che viene scelta da chi può permettersela ma facendola più piccola e costruendola fuori dalla città, dove la terra costa meno. Quindi la prima cosa che abbiamo fatto è stato di reimpostare il problema. Invece di pensare a una casa di 40 metri quadri come a una casa piccola, ci siamo chiesti: “e se pensassimo a una casa di 40 metri quadri come a metà di una bella casa?” (…) Abbiamo identificato per il progetto cinque condizioni che definiscono quella prima metà più difficile di una casa. Come conseguenza di questo approccio, è evidente che avremo poi a che fare con un’edilizia incrementale. La grandezza della sfida urbana non verrebbe risolta se lasciassimo la capacità di auto-costruzione delle famiglie fuori dall’equazione. (…)

L’edilizia come investimento

1. Collocazione La collocazione all’interno della città non solo è una cosa che una famiglia non potrà mai cambiare, ma è il fattore che più influisce sul valore di una casa. Visto che una città non è un ammucchiamento di case ma una rete di opportunità, una buona collocazione garantisce l’inclusione di una famiglia in tale rete, aumentando la possibilità di superare la povertà. È infinitamente preferibile consegnare una casa più piccola in una buona zona piuttosto che un’unità più grande mal collocata. (…) Dobbiamo assicurare che ogni casa possa essere ingrandita fino a due volte rispetto alla misura iniziale. (…) Abbiamo bisogno di sviluppare tipologie che siano dense come appartamenti ma che siano anche espandibili come case. 2. Auto-costruzione come personalizzazione Nell’edilizia progressiva c’è sempre il rischio di deterioramento dell’ambiente urbano per via di una costruzione spontanea di qualità dubbia. Se i dintorni urbani deteriorano il valore della casa decresce. Per assicurare uno sviluppo integrato del complesso, dobbiamo definire almeno il 50 per cento del fronte urbano con gli abitanti iniziali. (…) Nel caso dell’edilizia progressiva, la monotonia e la ripetitività sono gli unici modi per garantire di evi-

tare scenari incerti e non sicuri nel momento in cui in futuro gli abitanti inizieranno a costruire gli ampliamenti. In questo modo l’auto-costruzione non è più vista come una minaccia di deterioramento e diventa anzi un’alternativa percorribile verso la personalizzazione dello spazio urbano. (…) 3. Una struttura per un futuro incerto Il rapporto struttura/finiture in una costruzione è in genere di 30/70, nell’edilizia sociale diventa di 80/20. Questo significa che tutto ciò che si riesce a risparmiare nella costruzione della struttura è fondamentale, ma anche che il suo aspetto definisce molto radicalmente le condizioni dell’abitato, dal modo in cui avverrà l’occupazione alla presenza urbana nell’edificio. (…) 4. Il DNA della classe media Quando si lavora con spirito incrementale, è molto importante tenere a mente che la dimensione delle stanze e gli standard degli elementi sono proporzionati e progettati non come se appartenessero a una casa piccola ma come se fossero componenti di un’abitazione della classe media. (…) Nella nostra esperienza con le famiglie, abbiamo scoperto che le dimensioni contano. Ma più che un’unità più grande da cui partire, ciò che interessa alle famiglie è la dimensione finale che potrebbero raggiungere con le estensioni. 5. Urbanizzazione popolare Quando si lavora con l’edilizia incrementale, le famiglie devono partecipare al processo. La partecipazione significa in primo luogo la comunicazione di restrizioni e costrizioni. Avere una controparte informata è importante perché la seconda nozione della partecipazione è avere le famiglie come responsabili nello stabilire le priorità. (…) Se una parte significativa della casa verrà costruita per incrementi nel tempo, è più efficiente avere una comprensione chiara fin dall’inizio di chi farà cosa. Questo dovrebbe essere aperto a una discussione popolare: cosa sarà responsabilità del settore pubblico e cosa sarà lasciato aperto all’iniziativa privata?

Invece di pensare a una casa di 40 metri quadri come a una casa piccola, ci siamo chiesti: “e se pensassimo a una casa di 40 metri quadri come a metà di una bella casa?” Il brano è tratto da Living in the Endless City, op. cit. Vedi la recensione del libro alle pp. 40-41.

From Utopia to Youtopia

Uno dei risultati positivi di un sistema aperto come quello dell’edilizia progressiva è l’obbligo a ridurre e concentrare le risorse fino all’estremo. E una volta che il problema è sintetizzato a un nucleo irriducibile, tale nucleo tenderà ad essere universale. I bisogni fondamentali tendono ad essere gli stessi ovunque nel mondo. (…) Se la prima metà pubblica, efficiente e ripetitiva è progettata in maniera strategica, allora un generico inizio utopico potrà essere temprato naturalmente da interventi individuali per diventare una youtopia pragmatica, imprevedibile e profondamente umana. 484 | 2011

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LA CRISI DELLA PROFESSIONE. ISTRUZIONI PER L’USO

PROFESSIONE OGGI COM O a cura di Roberta Fasola

risposte di Lorenzo Bellicini Direttore del Cresme (Centro Ricerche Economiche Sociali di Mercato per l’Edilizia e il territorio), esperto di problematiche urbane e territoriali.

L’Osservatorio sul Mercato della Progettazione Architettonica è un’opportunità per comprendere e affrontare la crisi che da tempo ha investito il settore dei professionisti. Ecco alcune domande a Lorenzo Bellicini, direttore del Cresme. Quali obiettivi si pone l’Osservatorio? L’Osservatorio vuole dare alla professione strumenti in grado di far percepire i cambiamenti in atto: la crisi, oltre alla riduzione della domanda, necessita una modifica del mercato. Obiettivo è ridefinire il valore del nostro ruolo nella società. La crisi investe tutti in maniera uguale? La crisi ha investito ogni settore e soprattutto quello delle costruzione. Solo gli ambiti innovativi, come quello dell’energy technology ne sono rimasti immuni. Ha toccato meno il mercato di qualità che quello di fascia media, ma ha ridotto in maniera decisa l’accesso al “bene casa”. Nella fase precedente si è vissuto un boom delle nuove costruzioni e un fermo delle riqualificazioni. Oggi è il contrario: le nuove costruzioni vedono un calo del 50% e la riqualificazione aiuta il mercato. Sta cambiando il modo di affrontare la professione? Sicuramente: c’è una domanda estera in crescita in grado di offrire più possibilità di mercato rispetto all’Italia, ma non è accessibile a tutti. Gli architetti sono consapevoli che la formazione e la crescita culturale sono fondamentali nell’evoluzione sociale; purtroppo, la crisi del settore immobiliare porta spesso a specializzarci in attività ausiliare e di servizio che esulano dai principî base della

professione, a discapito della qualità finale del prodotto. In realtà è la gestione tra costruzioni e servizi l’elemento chiave nella lettura del mercato e l’architetto è regista dell’intero progetto. Un cambiamento nel modo di affrontare la professione contribuirebbe a un rinnovato valore sociale? Chi è in grado di vedere nella crisi un’opportunità di crescita potrebbe uscirne bene. L’Osservatorio offre i dati necessari affinché ciò accada: i driver del cambiamento sono chiari, gli architetti devono essere consapevoli del loro ruolo. Anche il CNA si sta muovendo in questa direzione. Poiché la maggior parte dei colleghi lavora singolarmente, coinvolgendo attraverso una rete non consolidata formalmente più persone, si sta pensando di dare la possibilità di creare una sorta di società con strutture flessibili per rafforzare le strutture imprenditoriali. È possibile sensibilizzare la società (e i professionisti) nei confronti della qualità della vita? Indagando i processi in atto grazie al dialogo tra professionisti, l’Osservatorio intende dare indicazioni utili al miglioramento della società attraverso un’indagine che non sia una fotografia ma piuttosto un film in evoluzione. Attraverso la conoscenza e la diffusione del suo operato (grazie alla collaborazione con gli Ordini), nel giro di 1 o 2 anni, l’Osservatorio potrebbe essere uno strumento diffuso permettendo, attraverso la lettura dei dati da parte del singolo, di rafforzare le politiche in atto della filiera del territorio.

UNA RIFLESSIONE PER SUPERARE LA CRISI

SGUARDO SU COMO Su iniziativa del Presidente Angelo Monti e del Consigliere Nazionale del CNAPPC Simone Cola, con gli Ordini di Bari, Milano e Treviso e realizzato dal Cresme per conto del CNAPPC, nel 2010 è nato l’Osservatorio sul Mercato della Progettazione Architettonica che vedrà l’ingresso di altri 12 Ordini. Le indagini svolte nella prima fase riguardano un campione nazionale di 600 professionisti. Limitandoci alla realtà comasca traiamo alcune parziali conclusioni. Il 44,6% degli iscritti vive il momento come uno dei peggiori incontrati, con un decremento dell’attività pari al 16-17%, una contrazione dei fatturati e un allungamento dei tempi

di pagamento e delle insolvenze. La morosità è passata dal 20 al 27% del volume d’affari. Al crollo del settore della nuova costruzione si contrappongono segnali positivi in quello della ristrutturazione e del rinnovo del patrimonio edilizio esistente, ma il 24% sostiene di aver vissuto, nel 2010, un calo d’affari nel mercato degli ampliamenti superiore al 50%. Solo il settore del risparmio energetico è in crescita costante. Le indagini sui diversi tipi di clientela evidenziano un crollo della domanda di imprese di costruzioni, promotori immobiliari, enti pubblici, attività legate alla clientela privata non residenziale; incrementi nel settore residenziale della riqualificazione. Il 70% dei nostri architetti ritiene che la domanda d’edilizia residenziale privata calerà ulteriormente; è ottimista solo per quanto riguarda il mercato della riqualificazione abitativa: diminuirà la domanda di opere pubbliche e avranno più spazio i mercati del partnerariato e del facility management, dell’energy technology e della riqualificazione urbana. I dati elaborati confermano ciò. La frenata delle costruzioni può essere occasione di rilancio di una rinnovata qualità edilizia in relazione a un partnerariato di pubblico e privato che si confronti con le peculiarità del patrimonio costruito. R. F.


OPERE PUBBLICHE TRA CRITICITÀ FINANZIARIE E INVESTIMENTI PRIVATI

QUALI SPAZI PER L’ARCHITETTURA? VAR E S E a cura di Claudio Castiglioni e Carla Giulia Moretti

di Alessandro Traldi Alessandro Traldi svolge attività di progettazione architettonica con il suo studio ATELIER TRALDI a Milano.

Lo scenario dei processi che governano gli appalti delle opere pubbliche cambia, sempre più spesso, a favore di procedure di appalto integrato e di project financing. Due le cause principali: - le carenze della L. 163 che rendono complesso e oneroso dirimere i contenziosi e le riserve sollevati dalle imprese sui progetti esecutivi; al contrario il ricorso all’appalto integrato rimanda alle imprese i rischi della progettazione finale; - l’endemica ristrettezza finanziaria che falcidia le opere più onerose; laddove il project financing promette di superare queste difficoltà coinvolgendo risorse private a vantaggio di opere pubbliche. I professionisti che si orientano a queste procedure si allontanano progressivamente dalle gare di affidamento che, con il frazionamento della progettazione e i ribassi praticati danneggiano professionalità e qualità della progettazione. In entrambi i casi il soggetto privato interagisce sia con l’Ente pubblico appaltante, sia con il professionista. Inizialmente come sponsor poi, di fatto, come committente e come partner, difatti il professionista partecipa alle procedure solidalmente al promotore per vincere le gare e realizzare i lavori. Per gestire un rapporto potenzialmente così ambiguo bisogna che il professionista goda di carisma e di provata credibilità operativa da parte dell’impresa o del promotore: solo così potrà coniugare qualità architettonica e vantaggi per l’investitore. Nel caso dell’appalto integrato il professionista ha limitata autonomia progettuale, il suo intervento è circoscritto al miglioramento di aspetti tecnologici di progetti architettonicamente già compiuti. La procedura di project financing sembra quindi

l’unica atta a garantire la possibilità di gestire il progetto (dal preliminare alla direzione lavori) difendendo un metodo in cui la qualità architettonica è protagonista e il lavoro professionale adeguatamente retribuito anche a fronte di una complessa e indispensabile azione di regia. Spesso, in questi casi, è il progettista a captare le esigenze del territorio e a tradurle in un programma operativo che, coinvolgendo un proponente/promotore, si concretizza in opere. Sono percorsi molto complessi che richiedono competenze professionali articolate e investimenti a lungo termine, relazioni a rete con variegate realtà professionali in grado di supportare tutti gli aspetti del progetto, compresi quelli economicofinanziari, capacità di gestire il progetto dallo studio di fattibilità all’esecutivo. Esempi concreti ne sono gli iter che, nel territorio varesino, si applicheranno a due importanti interventi: l’unificazione delle stazioni ferroviarie di Varese e la riqualificazione di piazza Repubblica e del nuovo teatro annesso. La procedura di project financing vale soprattutto per operazioni di grande scala connotate dalla possibilità di creare un equilibrio vantaggioso tra interesse pubblico e investimento privato. Il vero nodo della questione resta la qualità generale della progettazione. Non è più accettabile l’equivoco per il quale, i ribassi praticati dai professionisti in gara, sono considerati un vantaggio per l’Ente pubblico. Gli Ordini professionali potrebbero fare molto attivandosi affinché si corregga il testo della L. 163, ricordando che l’architettura, la buona architettura, è un bene comune cui il nostro Paese non può e non deve rinunciare.

RI-CONFIGURARE LA PRATICA DELLA PROGETTAZIONE

PIATTAFORME E NETWORK LOD I a cura di Anna Arioli

di Raffaele Pé Dottorando presso il Diap del Politecnico di Milano conduce una ricerca sul tema della progettazione quale processo dinamico e partecipato realizzabile con strumenti digitali.

Se è vero che le risorse dell’economia attuale non sono più identificabili con la terra e con il capitale, e che il valore generato dalle imprese dipende sempre più da elementi intangibili come la conoscenza, l’innovazione e l’informazione, allora gli studi di architettura dovrebbero ricoprire un primato speciale sul mercato, perché orientati all’offerta di un sapere tecnologico e di un approccio creativo per la soluzione di problemi reali. La tecnologia digitale e i recenti modelli di interazione Open Source offrono notevoli spunti per modi di lavoro alternativi e inclusivi, volti ad implementare sistemi compositi e aperti, specialmente nel caso di studi con commissioni saltuarie. L’atelier di architettura Mstudios (www.mstudios. eu) nasce a Londra nel 2009, nell’ambito della ristrutturazione di MM Architects, con l’obiettivo di concretizzare questi principî e adattarsi ai mutamenti di mercato. L’operazione strategica, in collaborazione con Alvise Marsoni, intende abbattere i costi passivi – superando i limiti di una sede fisica e riducendo l’impianto burocratico – e migliorare la qualità del “prodotto” in

tempi contenuti, interagendo con un team di professionisti “a geometria variabile”, secondo un approccio taylor made. Mstudios è uno spazio aperto all’espressione dei suoi membri; qui il senso di appartenenza alla community e di coinvolgimento nel progetto è uno dei principali motori. L’assenza dei vincoli tipici di una employment structure permette la condivisione di idee attraverso la partecipazione alle sessioni di progetto anche in accesso remoto, con uno scambio interdisciplinare che sviluppi la diversificazione e l’incremento del know how della practice. La configurazione di uno studio come piattaforma di scambio (osservatorio on-line), si compie con appositi spazi in rete di specifica condivisione. Tale metodo richiede una particolare attenzione all’organizzazione della rete: selezionare le informazioni con efficienza, ottimizzare le competenze, avvalorare un atteggiamento di cooperazione e integrazione di saperi. La consueta competizione del mercato tradizionale viene ridotta e la sua contrazione è elasticamente distesa, grazie a modelli flessibili e vantaggiosi e più aderenti alle aspirazioni di ognuno.

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ANAMNESI INTROSPETTIVA E SCENARI PROFESSIONALI

BRESCIA, TERRA DI CONQUISTA BRES C I A a cura di Roberto Saleri e Paola Tonelli

risposte di Gianpaolo Dusi Delegato Inarcassa per l’Ordine degli Architetti PPC di Brescia.

La crisi che attraversa la società occidentale si manifesta, sul territorio bresciano, con la frenata degli investimenti edilizi. S’impone la ricerca di alternative. Che ruolo avrà qui l’architetto? In quale ambito dovrà impegnarsi visto il contrarsi dei nuovi interventi e l’aumento di quelli sugli immobili esistenti? Non sono sicuro convenga cercare alternative, il crollo di una galleria impone varianti di percorso, ma la sensazione è più quella che stia sprofondando la meta (le nostre tradizioni). Conviene riflettere. Mancano obiettivi, procediamo cercando di non farci male; quella che chiamiamo crisi, pare conseguenza di uno stato di insicurezza; facciamo spesso cose senza sapere se sono utili; stiamo vivendo la tristezza del tramonto della tradizione occidentale. Penso a Gehry e alla mostra del 1986 al Castello di Rivoli: lì ebbi la sensazione che il mondo ci stesse crollando addosso. Si esaltava la tecnica e un saper fare diverso, suggestivo, che generava fascino e speranza con immagini condannanti il presente. Oggi dedichiamo poco tempo al pensiero, progettiamo in fretta, ma lo spazio è delicato, non va bistrattato; continuiamo a distruggere risorse

con una facilità disarmante. Brescia non soffrirà per l’indebolimento degli investimenti in campo edilizio, e gli interventi sull’esistente potrebbero sostituirsi nel fare danni, completando un progetto, iniziato chissà quanti anni fa, forse con San Polo da Leonardo Benevolo. Brescia ha una qualità architettonica sottotono rispetto alle città limitrofi; è possibile che l’intreccio di politica, economia e uso del territorio abbia debordato comprimendo le capacità dell’architetto a vantaggio di spirali immobiliari o il limite è da cercare nella cultura della società bresciana? Brescia non è mai stata una capitale contrariamente alle vicine Mantova, Verona, Parma, Modena, Milano. Leggere un territorio, capirne i suoi bisogni e quelli della gente che lo abita, mantenerlo, conoscere i comportamenti, individuare i valori duraturi, è cosa complessa; la partecipazione della gente è importante, così come trovare un “linguaggio comune” e contare su un’educazione estetica diffusa e condivisa. Penso che Brescia continuerà a essere provincia e dunque terreno di conquista dell’architetto o urbanista di turno. R.S.

LA FIGURA DELL’ARCHITETTO: PROBLEMATICHE E PROSPETTIVE

ARCHITETTURA COME SERVIZIO PAVIA a cura di Vittorio Prina

di Paolo Marchesi Segretario del’Ordine degli architetti PPC di Pavia.

È ormai evidente a tutti il difficilissimo momento che sta attraversando la nostra categoria. La generale crisi economica del settore delle costruzioni ha diminuito le commesse. Nel settore degli appalti pubblici le occasioni lavorative si sono ridotte. Le poche gare mirano al ribasso d’asta e non alla qualità architettonica. Anche questo contribuisce alla scorretta concorrenza tra i vari professionisti che si offrono a prezzi irrisori, grazie anche al “decreto Bersani” che ha provveduto all’eliminazione dei minimi tariffari. Le numerose novità normative, che inneggiano alla semplificazione, si manifestano come continui aumenti di responsabilità a carico dei professionisti. È in corso una dura battaglia per contrastare l’ormai diffusa abitudine da parte degli enti locali di incaricare direttamente le facoltà universitarie per servizi di carattere urbanistico ed edilizio. Le problematiche appena descritte investono in modo trasversale l’intera categoria. Ma gli architetti sono una categoria? o più semplicemente sono liberi professionisti abituati alla soluzione di problematiche di interesse individualistico e mai collettivo? È necessario riportare la figura dell’architetto a

una posizione di servizio sociale che si distingua nell’attuale mercato grazie alla qualità della prestazione e del prodotto. Deve tornare ad essere il professionista di riferimento nel campo dell’edilizia e dell’urbanistica. Per questo diventa necessario un adeguato aggiornamento professionale tramite corsi di formazione continua, un ampio confronto culturale, una specializzazione nelle varie tematiche costituenti parte integrante del progetto edilizio. Le Amministrazioni devono essere sensibilizzate all’uso dei concorsi di idee e delle gare di progettazione quali strumenti per l’ottenimento di una soddisfacente qualità architettonica. È necessario il rispetto delle competenze professionali evitando che tecnici diversi intervengano sugli edifici vincolati e nel campo urbanistico per molti aspetti riservato agli architetti. Ogni iscritto dovrebbe segnalare all’Ordine casi illegittimi di utilizzo di bandi pubblici o di violazione delle competenze professionali. Non si tratta di costituire un corpo di polizia ma di difendere diritti riconosciuti. Risultati irraggiungibili senza coscienza di categoria e senso di appartenenza.

BREVI NOTE SULLA SOCIETÀ “LIQUIDA” MILANESE

ARCHITETTI IN BILICO M ILAN O a cura di Roberto Gamba

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šSocietà liquida: luogo ove “ogni forma non si conserva a lungo e gli individui di conseguenza si trasformano di continuo”. šArchitettura liquida: basata su una teoria progettuale antiortogonale…

šLife Cycle Assessment (LCA): considera di un prodotto preproduzione, produzione, distribuzione, uso, riuso e manutenzione, riciclaggio e dismissione finale (al Politecnico di Milano se ne occupa il gruppo SPACE del Dipartimento BEST).


šConvegno a Milano “Green building. Scenari di progetto e di mercato, norme e tecnologie”: su tecnologie green; su protocolli di certificazione; su Eco Building e Green Economy. šCohousing (insediamenti composti da abitazioni con corredo di spazi comuni condivisibili) e housing sociale (intersecazione tra edilizia residenziale e flessibilità progettuale): temi trattati a EIRE – Expo Italia Real Estate Fiera Milano e al convegno “Progetto Ecoquartieri: un patto per la rigenerazione urbana”, presso Assimpredil. šArchitettura low cost: argomento di dibattito alla Design Library di Milano. šHome planner: programma di progettazione di Ikea (Corsico, Carugate). šMedia e comunicazione: è stato chiesto al Consiglio dell’Ordine di Milano: è possibile diffondere la propria disponibilità professionale di architetti, sui cartoni delle “pizze express” (veicolo di comunicazione ultrapopolare e simbolo perfetto di un modo di alimentarsi nella società liquida); oppure sull’ampia superficie di una vela di una barca da regata? šCorso “Da Studio a Impresa: come organizzarsi?”: diretto da Annalisa Scandroglio, presso l’Ordine APPC di Milano: per una corretta gestione di una struttura di studio professionale. š“Lo Stato della professione dell’Architetto in Italia: i temi, la crisi, la riconfigurazione” – ricerca CNA Cnappc - Cresme: circa il 40% degli architetti italiani (quasi 145.000) ha meno di quarant’anni; le donne superano il 40% del totale (media europea intorno al 30%); tasso di disoccupazione, a un anno dalla laurea: 7,4% (2008); 16,1% (2010). R.G.

UNA TIPICA REALTÀ ALL’ITALIANA

ECHI DA MANTOVA MA N TOVA a cura di Elena Pradella

Non arriva fino a qui l’eco delle parole “grandi opere”, pubbliche o private che siano. Ho l’impressione invece che le ridondanti parole “la forbice sociale si allarga sempre più”, quelle sì che arrivano fino a qui! Infatti, chi in tempi più favorevoli è riuscito a entrare nel giro giusto, di lavoro ne ha sempre più! Sono quelli che io definisco “i soliti baroni”, che hanno in mano tutti i lavori, che si scambiano favori tra loro, e che hanno tutto l’interesse nel continuare a tenere ristretta e intima quella cerchia. Troppi interessi e troppi segreti in gioco. E poi ci sono “i soliti ignoti”, cioè quelli che arrancano in una realtà provinciale nella quale a nessuno viene data la possibilità di reinventarsi. Una tipica realtà all’italiana dove favoritismi, raccomandazioni e sfruttamento la fanno da padrone. Qui la maggior parte degli architetti o si adattano alla schiavitù in studio (doveri da dipendente e diritti da partita iva), o fanno altro, oppure se ne vanno in città come Milano, o addirittura all’estero... e siamo talmente provinciali che se qualcuno va a fare esperienze lavorative o formative fuori dal “bel paese”,

pubblicano l’articolo sui giornali locali! Che ridere! Qui anche la concorrenza è numericamente spietata: a Mantova c’è una sede della facoltà di Architettura del Politecnico di Milano e molti mantovani scelgono di buon grado questo percorso formativo. Il libero mercato, inoltre, è sfavorito dall’obbligo delle tariffe minime che, a parità di parcella, spingono il cliente ad affidarsi al “solito barone” di turno, il quale appare più credibile ed esperto. Insomma, i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri ed una classe medio borghese in declino. Essere donna, poi, credo sia penalizzante ovunque perché con un figlio in arrivo sappiamo di rischiare sul serio di perdere il lavoro. Siamo decisamente arrivati ad un capolinea, ed ora è arrivato il momento di un cambiamento rivoluzionario, che sarà possibile solo rimettendo l’individuo nel suo ruolo di soggetto attivo e non solo come mero consumatore: dovremmo essere noi tutti i protagonisti attivi di “un nuovo umanesimo” (J. Giono, Lettera ai contadini sulla povertà e sulla pace, 1938, ed. Bernard Grasset). Serve un atto di volontà, servono reazioni individuali, coraggio! 484 | 2011

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PROGETTI DI ARCHITETTURA | 1

UN LOFT PER TUTTI

TRIGNAC

Due edifici di residenza sociale per alloggi di qualità con un involucro semplice, economico ed efficiente FOTOGRAFIE DI PHILIPPE RUAULT

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LACATON & VASSAL 23 ALLOGGI DI EDILIZIA SOCIALE A TRIGNAC, FRANCIA Il progetto riguarda la costruzione di due edifici di residenza sociale per un totale di 23 alloggi. Il nostro obiettivo è stato quello di realizzare degli alloggi di qualità che, a costo uguale, potessero avere una dimensione maggiore di quella prevista per analoghe forme abitative. L’iniziale realizzazione di una struttura e un involucro semplice, economico ed efficiente, permette di definire – secondo il principio del loft – una superficie e un volume totalmente libero, ma caratterizzato da uno spazio di qualità e da 484 | 2011

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SCHEDA TECNICA Progetto: Lacaton & Vassal Architectes, Paris (Anna Lacaton, Jean-Philippe Vassal) dimensioni: 2.852 mq cliente: Silene Saint Nazaire importo: 2,3 milioni di euro cronologia: 2010

In senso orario: planimetria dell’intervento; vista laterale su Avenue Gilbert Bécaud; prospetto sull’Avenue Mouloudji; vista dei due edifici di residenza sociale. In basso: vista prospettica dell’intervento. Nella pagina precedente: particolare del fronte e disegno prospettico dell’intervento.

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atmosfere contrastate e complementari. I due edifici sono stati ideati a partire dallo stesso principio: škdWijhkjjkhWWjhWl_[f_bWijh__dY[c[djeWhcWje su un piano per uno dei due corpi di fabbrica, e per il secondo la stessa struttura, ma su due piani; šik_Zk[f_Wd_h[Wb_ppWj_"W)[,c[jh_Z_Wbj[ppW" una struttura di serre, da un lato, coprono l’intera superficie con un rivestimento leggero e trasparente e, dall’altro, caratterizzano il piano superiore di ognuno degli edifici. La struttura è in acciaio galvanizzato, le pareti sono in policarbonato trasparente o in alluminio. Una parte della serra è definita da un volume isolato e riscaldato; l’altra parte invece costituisce

un giardino di inverno ventilato attraverso adeguati sistemi posti sia in facciata che sulla copertura. All’interno della serra, inoltre, è previsto un sistema di oscuramento orizzontale. Il principio della serra, che è dotata di una serie di dispositivi automatici per il controllo delle condizioni ambientali, permette di sviluppare soluzioni bioclimatiche e di ottenere una considerevole riduzione del consumo energetico. In un secondo momento i volumi costruiti sono stati divisi rispettivamente, nel primo edificio in 13 appartamenti e nel secondo in 10 con doppia esposizione. Per la maggior parte si tratta di alloggi in duplex: ognuno di essi è dotato di una particolare qualità spaziale. (dalla relazione di progetto)


JARDIN D'HIVER

ESPACE CHAUFFÉ

JARDIN D'HIVER

0017 0014 T3f T3f

0014 T3f

0017 T3f

0018 T2c

JARDIN

0017 0014 T3f T3f

PARKING

Sezione longitudinale JARDIN D'HIVER

ESPACE CHAUFFÉ 2

0

5m

COUPE LONGITUDINALE

0005 T4a

0005 T4a

JARDIN

AVENUE GILBERT BÉCAUD

Sezione trasversale

0

2

5m

COUPE TRANSVERSALE 0010 T3d 19,9 m2 0010 T3d 19,9 m2

0001 T4c 0001 T4c

0002 T5a 0002 T5a

0003 T4b 0003 T4b

0004 T4a 0004 T4a

0005 T4a 0005 T4a

0006 T4b 0006 T4b

0007 T3b 0007 T3b

0008 T3a 0008 T3a

0011 T2a 0011 T2a 0013 T3c 0013 T3c

0009 T3a 0009 T3a

9,8 m2 9,8 m2 m2 9,8 9,8 m2

0012 19,9 m2 T2b 19,9 m2 0012 45,6T2b m2 45,6 m2 46,2 m2 46,2 m2

19,4 m2 19,4 m2

45,7 m2 45,7 m2

19,4 m2 19,4 m2

19,4 m2 19,4 m2

45,7 m2 45,7 m2

33,3 m2 33,3 m2

19,4 m2 19,4 m2

19,4 m2 19,4 m2

R+1 - bâtiment A R+1 - bâtiment A

Edificio A / pianta primo piano

0010 0010 T3d

20,4m2 20,4m2

20,7m2 20,7m2

21,1m2 21,1m2

20,7m2 20,7m2

20,7m2 20,7m2

21,1m2 21,1m2

23,0m2 23,0m2

23,0m2 23,0m2

23,0m2 23,0m2

0001 0001 T4c

59,7 T3dm2 59,7 m2

20,1m2 20,1m2

0012 0012 T2b

16,7 m2 T2b 16,7 m2

0011 0011 T2a

106,7 T4cm2 106,7 m2

T2a 65,2 m2 65,2 m2 0002 0002 T5a

T5am2 129,3 129,3 m2

0003 0003 T4b

114,4 T4bm2 114,4 m2

0004 0004 T4a

128,1 T4am2 128,1 m2

0005 0005 T4a

128,1 m2 T4a 128,1 m2

0006 0006 T4b

0007 0007 T3b

T4bm2 91,9 T3b m2 114,4 114,4 m2 91,9 m2

0008 0008 T3a

T3a 87,7 m2 87,7 m2

0009 0009 T3a

T3a 87,7 m2 87,7 m2

0013 0013 T3c

78,9 m2 T3c 78,9 m2

Edificio A / pianta piano terra

RDC - bâtiment A RDC - bâtiment A 484 | 2011

0 0

2 2

5 5

10m 10m

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Vista dell’interno di un appartamento e (in basso) della serra a piano terra.

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Vista della serra al primo piano e (in basso) dell’interno di una abitazione.

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PROGETTI DI ARCHITETTURA | 2

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SOCIALE SU MISURA

SANTIAGO

Il progetto di edilizia a basso costo da completare con l’autocostruzione sovvenzionata DI IGOR MAGLICA FOTOGRAFIE DI MARTIN BRAVO

ELEMENTAL COMPLESSO RESIDENZIALE LO ESPEJO, SANTIAGO DEL CILE La associazione Elemental, che si definisce un Do Tank, ha come scopo principale progettare e realizzare – insieme alla Pontificia Universidad Católica de Chile e alla Empresas Copec S.A. (una holding le cui attività variano dall’estrazione e distribuzione di carburanti alla pesca e selvicoltura) – interventi urbani di interesse sociale che contribuiscano ad elevare le qualità abitative di ceti sociali maggiormente bisognosi. Sebbene lo Stato cileno abbia sostenuto nell’ultimo decennio una politica urbanistica attenta a supplire alla persistente mancanza di alloggi (1 milione di nuove abitazioni), la domanda è tuttora piuttosto alta. Nel 2001 il Ministero de Vivienda y Urbanismo ha presentato il programma Vivienda Social Dinámica sin Deuda, VSDsD, (abitazione sociale dinamica senza debiti), rivolto alle fasce più povere della popolazione, non in grado di sostenere l’estinzione di un mutuo. Di fronte ad una sovvenzione di 9.700 dollari USA e una quota di risparmi familiari di 300 dollari USA risultava possibile realizzare una trentina di metri quadri coprendo anche i costi necessari per l’acquisizione del terreno e delle infrastrutture urbanistiche. Questo significava, tuttavia,

che “il resto” dell’appartamento (l’eventuale ampliamento, solo su richiesta) rimaneva a carico dell’assegnatario dell’alloggio. L’area de Lo Espejo è situata nella zona periferica di Santiago, con i “tipici” pregi e difetti che un sito del genere può presentare. In ogni modo, la relativa facilità d’accesso al centro cittadino, la vicinanza ad alcune fonti occupazionali e il fatto di essere già residenti in loco, anche se in modo precario, hanno indotto il comitato delle famiglie Un sueño para cumplir (Un sogno da compiere) a non voler abbandonare l’area. Anzi, nonostante i non indifferenti costi per l’acquisizione dei circa 1.000 mq del terreno, ha incaricato il gruppo Elemental di trovare una sistemazione adeguata per le 30 famiglie del comitato. I progettisti avevano già svolto numerosi studi tipologici rivolti all’ottimizzazione funzionale dell’occupazione del suolo (case isolate, case a schiera, case alte) e avevano avuto modo di comprovare dal vero, nell’intervento di Quinta Monroy (Iquique, 2004), la validità di alcune loro innovative ipotesi progettuali. Nel caso de Lo Espejo hanno scelto una soluzione planimetrica semplice occupando, lungo il perimetro, i tre lati liberi della parcella edificabile con 15 costruzioni

Nella pagina a fianco: dettaglio del fronte corto composto da sole 4 abitazioni. Ai piani superiori sono situati gli alloggi di tipo duplex, mentre al piano terreno quelli alti un piano. Due immagini scattate durante la cerimonia della consegna degli alloggi.


Prospetto principale, dettaglio

Pianta primo piano (casa), dettaglio

Prospetto posteriore, dettaglio

Sezione longitudinale, dettaglio

Pianta primo piano (duplex), dettaglio

Sezione trasversale

Pianta secondo piano (duplex), dettaglio

SCHEDA TECNICA Progetto: Elemental: Jorge Bunster, presidente; Jaime Bellolio, Felipe Edwards, Andrés Iacobelli, Arturo Natho, Raúl Novoa, direttori (Comitato direttivo); Alejandro Aravena, direttore esecutivo;

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Gonzalo Arteaga, resp. del progetto; Juan Ignacio Cerda, Fernando GarcíaHuidobro, Patricio Ponce Arqueros, Diego Torres, architetti; Gustavo Arp, disegnatore; Víctor Oddó, resp. di comunicazione; María Eugenia Morales, segreteria (Gruppo di lavoro)

Sup. alloggio: 60,5 m2 (inizialm., 36 m2 + ampliam., 24,5 m2) Sup. duplex: 68 m2 (inizialm., 36 m2 + ampliam., 32 m2) Cronologia: 2005, progetto - 2007 fine lavori


Vista dei due fronti del complesso residenziale. I complessivi 30 alloggi, 15 situati al piano terra e 15 duplex nei due piani superiori, sono ubicati

lungo i tre lati del lotto messo a disposizione. Foto aerogrammetrica. La freccia indica il lotto inserito all’interno della maglia urbana

della cittĂ di Santiago del Cile. Planimetria con individuazione dei 15 edifici, ognuno per 2 famiglie.

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Le immagini illustrano alcuni momenti della visita ufficiale della giĂ presidente del Cile Michelle Bachelet al complesso residenziale e della festa sviluppatasi in seguito. Momenti di gioia e di orgoglio hanno riempito la giornata dei nuovi abitanti.

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Wbj[)f_Wd_"ikZZ_l_i[_dhW]]hkffWc[dj_Z_,"+[* abitazioni. Le case a schiera, per questioni di costi e di un migliore “sfruttamento” del terreno messo a disposizione, sono state progettate utilizzando due tipologie diverse: al piano terreno 15 alloggi alti un piano, con entrate indipendenti, sono _cfeijWj_ikkdWcW]b_WZ_Y_hYW,n,c1W_f_Wd_ ikf[h_eh_"Wbjh[jjWdj_WffWhjWc[dj_Z_j_feZkfb[n" con accesso reso autonomo da una scala esterna, kj_b_ppWdeiebebWc[j}Z[bbWikf[hÓY_[)n,c$ Tutte e due le tipologie prevedono che il nucleo c_d_ceZ_Y_hYW),cgie]]_ehde"YkY_dW"YWc[hW

da letto matrimoniale e bagno) abbia la possibilità di essere raddoppiato a spese del proprietario: nel caso degli alloggi situati al piano terra, questo avviene in orizzontale costruendo verso il cortile, c[djh[f[h_Zkfb[n"eYYkfWdZeb[fehp_ed_Z_)n, m lasciate libere dal progetto. Così, con un progetto “elementare”, regolato nelle sue scelte generali (allineamenti, materiali, fronti, ecc.), è stato possibile assegnare una casa a persone che da sole non sarebbero state in grado di farlo e fornire, nello stesso tempo, un pregevole modello di architettura sociale.

Altri momenti della consegna ufficiale degli alloggi: un piccolo campo giochi all’aperto ospita ragazzi e ragazze festanti. In basso: alcuni esempi di “personalizzazione” degli alloggi popolari.

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PROFESSIONE

A COLLOQUIO CON LEOPOLDO FREYRIE

PER UNA RETE DI ARCHITETTI Cinque domande di Maurizio Carones a Leopoldo Freyrie, dal 16 marzo scorso presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti PPC In relazione alle trasformazioni che sta attraversando il nostro mestiere negli ultimi anni, quali sono le priorità che l’attività del nuovo Consiglio ha individuato? Il centro della nostra azione è quello di dimostrare, con i fatti e con programmi specifici, la necessità che l’architettura debba poter offrire un servizio alla società. Perciò, se la questione della rigenerazione urbana sostenibile sarà il tema degli anni a venire, è necessario mettere in atto una serie di azioni che, da una parte creino un contesto utile alla rigenerazione delle città italiane, e dall’altra dimostrino come l’architettura sia, effettivamente, un servizio socialmente utile.

Il mestiere dell’architetto, nello svolgimento della professione, ha delle particolarità rispetto ad altre professioni analoghe? Tutti i mestieri hanno le loro proprie peculiarità. Possiamo però dire che il nostro mestiere ha due caratteristiche che lo rendono, per così dire, originale. La prima è quella che gli permette di agire contemporaneamente in diversi settori. Il nostro è un mestiere che io definisco “anfibio”, nel senso che possiede una parte creativa, e nei casi migliori anche artistica, ma contemporaneamente delle necessità, e delle capacità, tecniche. Nel suo svolgimento, poi, interviene anche l’aspetto economico. L’architettura, quindi, è, allo stesso tempo, scienza, arte ed economia e tutto ciò, evidentemente, la rende peculiare. La seconda caratteristica riguarda il fatto che, per sua natura, quello dell’architetto deve essere un mestiere sintetico e quindi tendere a riunire intorno a sé altre competenze, altre professioni. L’architetto, in sostanza, svolge una funzione, per così dire, di regia di gruppi di professionisti. Questi sono sempre più numerosi. Un tempo si lavorava solo con gli ingegneri, adesso noi ci troviamo a collaborare con tantissime altre professioni. La maggioranza degli iscritti agli Ordini professionali ha meno di quaranta anni. Come i giovani riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro? Con grande difficoltà perché il sistema del mercato in Italia si fonda su relazioni personali e su un lavoro che si concentra in aree geografiche molto limitate. Infatti, di norma, un architetto lavora, grazie ad una rete di conoscenze, all’interno della provincia o, se va bene, nella regione di appartenenza.

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Il Consiglio Nazionale sta costruendo un grande database nazionale degli architetti che, contemporaneamente, sia in grado di offrire ai possibili clienti la possibilità di trovare l’architetto più adeguato alle necessità sulla base del merito – potendo cioè valutare i progetti che ha realizzato. Questo database dovrebbe costruire una sorta di rete fra gli architetti e anche fra le altre professioni per intrecciare, giustappunto, delle reti di architetti in grado di lavorare insieme, non solo in Italia ma anche all’estero. Per i giovani, evidentemente, tutto ciò dovrebbe essere molto utile. Il nostro mestiere deve necessariamente relazionarsi con il territorio e in Italia, in particolare, questo significa rapportarsi con realtà molto diverse. Al nord e al sud, anche fra grandi città e complessi provinciali, esistono profonde diversità. È possibile pensare a politiche che si confrontino con realtà differenti? Sì, nel senso che, fatti salvi alcuni principî fondamentali, che riguardano in generale il nostro mestiere e i modi di operare che devono essere attuati a livello nazionale, penso a delle norme quadro sull’urbanistica e sull’edilizia che poi vengano declinate localmente. Ciò deve essere chiaro. Il nostro mestiere vive della relazione con il nostro territorio. Ma bisogna anche essere capaci di guardare oltre per assumere da un lato le peculiarità del territorio per realizzare dei progetti che siano a misura del territorio su cui si sta operando e, contemporaneamente, si deve tenere lo sguardo aperto sul mondo, che è molto grande, senza confinarsi nella cultura e nell’approccio esclusivamente localistico.

In che modo, anche in rapporto alla grande quantità di architetti in Italia, la qualità e tradizione dell’architettura italiana possono divenire elementi utili ad una esportazione in altri mercati? L’architettura italiana non solo ha una tradizione millenaria e una qualità intrinseca, ma anche delle peculiarità culturali. In particolare queste le vediamo nel campo del recupero urbano, in quello della riqualificazione, del restauro, in generale in un approccio che tenendo conto della storia differenzia la nostra architettura dalle altre. Questi elementi, però, bisogna essere capaci di trasformarli in un valore da utilizzare per andare a lavorare anche in altre parti del mondo. Questo tema si rifà al precedente, ovvero alla questione di come l’architettura italiana debba essere capace di risolvere i problemi del territorio, non solo nei territori nazionali ma in giro per il mondo. Si tratta però di un processo che deve essere aiutato perché a lavorare all’estero non è possibile andare da soli. È questo il motivo per cui la questione della costituzione di reti, anche internazionali, di architetti è vista come la soluzione. Viceversa noi crediamo che una soluzione più aziendalistica, cioè con grandi strutture dotate di capitale, possa probabilmente dare buoni risultati di tipo economico all’export ma rischi di snaturare la qualità architettonica dal momento che essa risponde esclusivamente a criteri di profitto e non di cultura. Per questo motivo, organizzare reti internazionali di architettura in cui gli architetti italiani siano protagonisti è cosa utile ed è anche il fine per cui il Consiglio Nazionale sta lavorando. Milano, 11 luglio 2011

Leopoldo Freyrie (1958) si è laureato a Milano. Nel 1993 ha fondato la “Freyrie & Pestalozza Architetti Associati”. Con Michele De Lucchi e David Chipperfield è autore di progetti pubblici per la Presidenza della Repubblica della Georgia. Nel 2004 è stato insignito della Presidential Medal ed è divenuto membro onorario dell’American Institute of Architects. Nel 2008 è eletto nel Consiglio dell’EFAP, network intergovernativo per la qualità dell’architettura in Europa.


PROFESSIONE | CONCORSI

COMUNE DI DORIO (Lecco) via Piave n. 10 tel. 0341 807780 www.comune.dorio.lc.it Concorso di idee dicembre 2010-aprile 2011 RIQUALIFICAZIONE AMBIENTALE E RECUPERO FUNZIONALE (EDILIZIO-ARCHITETTONICO) DEL NUCLEO STORICO DI MANDONICO Commissione giudicatrice composta da: ing. Massimo BORDOLI (presidente) geom. Bruno Mazzina arch. Emanuele Nonini sig.ra Milvia Molatore (segretario verbalizzante) 1° premio: € 5.000,00 2° premio: € 2.500,00 3° premio: € 1.500,00

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N U OVA VITA PER IL NUCLEO STO RICO DI MANDONICO Sono molteplici sui nostri monti i paesi e i borghi che, cessate le possibili attività di agricoltura e pastorizia, sono stati abbandonati dai propri abitanti. Sul lato orientale del lago di Como, appena sopra l’abitato di Dorio, un agglomerato di case in pietra raccolte attorno alla chiesa, tra il lago e la montagna terrazzata, dove da secoli si coltivano l’ulivo, la vite e l’alloro, c’è Mandonico. Da alcuni decenni ha iniziato a spopolarsi e a rendere ineludibile il declino e la conservazione delle sue

qualità naturalistiche ed ambientali. L’ipotesi di ridare vita, al suo nucleo, ipotizzandone un riutilizzo e una nuova viabilità di accesso, è alla base del concorso di idee, bandito alla fine dello scorso anno dal Comune. Il gruppo vincitore – TREarchitettura, Vittorino Belpoliti, Alfredo Borghi e Giovanni Mecozzi – per rivitalizzare il borgo, propone di trasformarlo in albergo diffuso, creando un nuovo sistema di accesso, con una strada che sappia inserirsi nell’ambiente, tra i muri


Un borgo abbandonato viene trasformato in un albergo diffuso. Una nuova strada di accesso si snoda fra muri di pietra, lungo i terrazzamenti, costruendo un affaccio sul lago

in pietra dei terrazzamenti, gli scorci panoramici sul lago, le aspre pendenze. Il percorso sarà formato da una struttura leggera, da realizzare con elementi in acciaio corten, capaci di sostenere una pavimentazione in legno. Il progetto non prevede alcun tipo di nuova edificazione che alteri l’immagine tipologica e volumetrica esteriore e di conseguenza i rapporti dimensionali tra i corpi edilizi esistenti nel borgo. Si basa, invece, sul riutilizzo di corpi svincolati tra loro, all’interno di una strategia di fruizione unitaria, che vede quattro poli funzionali: l’area accoglienza; una zona ricreativa, coincidente con le piscine panoramiche; l’area ricettiva, con le camere per gli ospiti ed una zona di servizi e ristorazione. Gli spazi sono stati ricavati nei volumi esistenti, attraverso l’interposizione di una scatola interna, finita in acciaio corten, che permette di raggiungere

1° Classificato Alfredo Borghi (Madrid), Giovanni Mecozzi (Ravenna), Vittorino Belpoliti (Reggio Emilia)

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un equilibrio tra contemporaneo e preesistente e, nella logica del restauro conservativo, consente maggiore flessibilità distributiva, non intacca le strutture storiche, rende riconoscibile e reversibile l’intervento. Al concorso, secondi si sono classificati Riccardo Salvi e Thore Schaier, che vedono attuabile la riqualificazione con la conversione in resort del complesso; costituendo guest houses indipendenti,

nell’assoluto rispetto dell’ambiente, propongono un intervento sui sentieri di accesso e sui giardini a balze, con l’utilizzo di materiali tradizionali e naturali (legno e pietra). Anche Stefano Parola, terzo classificato, propone un “albergo diffuso”, che esclude però configurazioni tipo “villaggio-vacanze”, o appartamenti in affitto stagionale. Roberto Gamba

Particolare della tavola di concorso in cui sono rappresentate le sezioni di alcuni dei luoghi recuperati trasformati in parti dell’albergo diffuso e vista di un interno di un locale di ristoro.

GLI ALTRI CLASSIFICATI

2° Classificato Riccardo Salvi (Milano), Thore Schaier

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3° Classificato Stefano Parola (Colico – SO)


ALTRI CONCORSI NUOVO POLO PER L’INFANZIA A BRIGNANO GERA D’ADDA (BERGAMO) LUGLIO 2010 - FEBBRAIO 2011

Concorso di idee per la possibile realizzazione del nuovo polo per l’infanzia comunale a Brignano Gera d’Adda e la consequenziale proposta di sistemazione delle aree, delle attrezzature e della viabilità pubblica circostanti.

1° Classificato Fabrizio Romano (Roma)

Progetti segnalati: Thomas Lepore; Ettore Pasini

2° Classificato Giorgio Santagostino (Milano), Monica Margarido, Alessandro Gasparini; collaboratori: Andrea Rebecchi, Stefano Farina

3° Classificato Giuseppina Bellapadrona (Roma) mir_architettura - Andrea Dolci, Luca Cerra con: Francesca Da Canal, Ilaria Bernardi, Saverio Fimmanò; consulente: Elena De Biagi

Progetto menzionato: Marilena Baggio, Antonio Gonella

RECUPERO DI DUE CASCINE PER LA REALIZZAZIONE DI UN POLO POLIFUNZIONALE PUBBLICO AD AZZANO MELLA (BRESCIA) FEBBRAIO - LUGLIO 2010

Concorso di idee per il recupero funzionale della cascina Colombera e della cascina Biolcheria ad Azzano Mella, da destinare a polo polifinzionale pubblico, per la possibile attuazione di un programma complesso consistente in centro diurno per anziani, poliambulatori specialistici e di medicina riabilitativa, centro aggregazione giovanile, auditorium, sala civica, sede associazioni, nuova sede comunale, piastra polivalente per attività ricreative.

1° Classificato Società Europroject (Bagnolo Mella - BS ): Guido Rossini, Tarcisio Alduini, Giuseppe Garatti, Pierluigi Marchesi, Marco Bonera, Alessandro Gambaretti)

2° Classificato Capogruppo Greppi&Bianchetti studio (Brescia): Paolo Greppi, Pierluigi Bianchetti

3° Classificato Società Delta Project (Nave - BS): Fabiano Faini, Antonello Rossetti, Michele Anelli, Mauro Bellardi, Sara Bottarelli

NUOVA SEDE DEL MUNICIPIO DI PARATICO (BRESCIA) GIUGNO - DICEMBRE 2010

Concorso d’idee per la nuova sede del municipio di Paratico da realizzarsi nell’area dell’attuale municipio in via Risorgimento e spazi urbani attigui.

1° Classificato Mijic architects (Rimini): Stefano Baldaccioni, Mila Cappello, Emanuele Filanti, Lorenzo Pesaresi consulente: Società BMS progetti

2° Classificato Andrea Angelo Previtali (Grumello del Monte - BG), Davide Brevi, Matteo Casari, Andrea Colleoni

3° Classificato Miguel Mateu Ortiz (Valencia - Spagna)

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PROFESSIONE

COME FARSI RISARCIRE DALLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

NESSUN RICORSO, NESSUN RISARCIMENTO Il nuovo codice del processo amministrativo permette di chiedere il risarcimento dei danni provocati da provvedimenti amministrativi illegittimi anche se non si chiede il loro annullamento. Se però non si chiede l’annullamento del provvedimento, ottenere il risarcimento dei danni può rivelarsi impossibile. E allora che cosa bisogna fare?

Dopo anni di discussioni e incertezze, il risarcimento dei danni provocati dalla pubblica amministrazione con i propri atti illegittimi ha finalmente trovato una regolamentazione stabile a seguito dell’entrata in vigore del cosiddetto “codice del processo amministrativo” (Decreto legislativo 2 luglio 2010 n. 104). A partire dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 500 del 22 luglio 1999, si era consolidato il principio secondo cui, se un atto amministrativo danneggia un cittadino, salvo casi eccezionali l’amministrazione che l’ha emanato deve risarcirlo.

Affermatosi questo principio, è sorta però la problematica della cosiddetta “pregiudiziale amministrativa”: il giudice può condannare l’amministrazione al risarcimento dei danni solo se precedentemente il provvedimento illegittimo sia stato annullato (in sede giudiziaria o in sede amministrativa), oppure può condannarla anche nel caso in cui tale annullamento non vi sia stato? Su questo tema si sono scontrate posizioni opposte fino all’entrata in vigore dell’Articolo 30 del codice, il quale ha stabilito che: đƫė,1²ƫ!//!.!ƫ$%!/0ƫ(ƫ+* **ƫ al risarcimento del danno ingiusto derivante dall’illegittimo esercizio dell’attività amministrativa o dal mancato esercizio di quella obbligatoria” (secondo comma); đƫė(ƫ +)* ƫ %ƫ.%/.%)!*0+ƫ,!.ƫ(!/%+*!ƫ di interessi legittimi è proposta entro il termine di decadenza di centoventi giorni decorrente dal giorno in cui il fatto si è verificato ovvero dalla conoscenza del provvedimento se il danno deriva

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direttamente da questo” (terzo comma); đƫƫė*!(ƫ/+ƫ%*ƫ1%ƫ/%ƫ/00ƫ,.+,+/0ƫ azione di annullamento la domanda risarcitoria può essere formulata nel corso del giudizio o, comunque, sino a centoventi giorni dal passaggio in giudicato della relativa sentenza” (quinto comma). In pratica, dunque, il giudice può condannare l’amministrazione a risarcire i danni provocati con i propri provvedimenti illegittimi, anche se tali provvedimenti non siano stati in precedenza annullati. Questo però in teoria, perché in pratica lo stesso Articolo 30 stabilisce al terzo comma che “nel determinare il risarcimento il giudice valuta tutte le circostanze di fatto e il comportamento complessivo delle parti e, comunque, esclude il risarcimento dei danni che si sarebbero potuti evitare usando l’ordinaria diligenza, anche attraverso l’esperimento degli strumenti di tutela previsti”. E qui casca l’asino, perché fra gli “strumenti di tutela previsti” vi è ovviamente anche l’impugnazione del provvedimento illegittimo mediante tempestivo ricorso: in altri termini, dice la legge, tu cittadino potevi chiedere al giudice o all’autorità amministrativa di annullare l’atto amministrativo illegittimo, se l’avessi fatto probabilmente avresti evitato che si verificasse il danno di cui chiedi il risarcimento, e siccome non l’hai fatto non puoi pretendere ora tale risarcimento. L’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato (cioè, il massimo giudice amministrativo) con la Sentenza n. 3 del 23 marzo 2011 ha osservato in proposito che “il codice, pur negando la sussistenza di una pregiudizialità di rito, ha mostrato di apprezzare, sul versante sostanziale, la rilevanza (…) dell’omessa impugnazione come

fatto valutabile al fine di escludere la risarcibilità dei danni che (…) sarebbero stati presumibilmente evitati in caso di tempestiva reazione processuale nei confronti del provvedimento potenzialmente dannoso”, ed ha quindi concluso che “la scelta di non avvalersi della forma di tutela specifica e non (comparativamente) complessa che, grazie anche alle misure cautelari previste dall’ordinamento processuale, avrebbe plausibilmente (ossia più probabilmente che non) evitato, in tutto o in parte il danno, integra violazione dell’obbligo di cooperazione, che (…) impedisce il risarcimento del danno evitabile”. Dalle norme del codice e dalle considerazioni dell’Adunanza Plenaria si possono dunque trarre alcune regole di comportamento, da seguire per non correre il rischio di perdere il diritto al risarcimento dei danni provocati da un atto amministrativo illegittimo. Per prima cosa bisogna segnalare all’amministrazione i vizi di legittimità dell’atto, e ciò può essere fatto mediante l’inoltro di un’istanza di revoca oppure direttamente notificando il ricorso giurisdizionale o amministrativo. Nel caso in cui venga presentata un’istanza di revoca e questa non venga accolta, bisogna necessariamente passare alla notifica del ricorso. Ricorrendo determinate condizioni, poi, con quest’ultimo va chiesto anche che, nell’attesa della decisione finale, l’efficacia dell’atto impugnato venga sospesa. Fatto tutto questo, una volta che l’atto amministrativo illegittimo sia stato annullato non si dovrebbero incontrare impedimenti ad ottenere il risarcimento dei danni concretamente subiti a causa dello stesso, sempre che ovviamente si sia in grado di dimostrare che tali danni si siano effettivamente verificati. Walter Fumagalli


LEGAMI FAMIGLIARI E ACCESSO ALLA PROFESSIONE DELL’ARCHITETTO

DINASTIE PROFESSIONALI

Presso l’Università Bocconi si è tenuto, il 4 luglio scorso, un workshop sul tema della liberalizzazione degli Ordini professionali, introdotto su “la Repubblica” il 25 giugno da un dibattito tra Tito Boeri, organizzatore del seminario, e Leopoldo Freyrie, presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti PPC

In Italia le professioni ad essere regolamentate sono 27, coprendo in sostanza il 5,8% della forza lavoro. Le strade che conducono all’abilitazione variano in funzione del luogo di nascita e del cognome che si porta. Su queste basi è stata presentata la ricerca della Fondazione Rodolfo De Benedetti che ha introdotto il workshop “Dinastie professionali”. Gli interventi hanno offerto le basi di discussione per la tavola rotonda con Mario Monti, Presidente dell’Università Bocconi, l’on. Pierluigi Bersani e l’on. Luigi Casero. Il rapporto, “Legami familiari ed accesso alle professioni in Italia” ha approfondito i punti deboli e le potenzialità degli Ordini professionali con un focus sulla modalità di accesso alla professione. Lo studio ha rivelato alcune asimmetrie informative. La prima, relativa al consumatore, denuncia che esso non è nelle condizioni adeguate per valutare la qualità del servizio offerto e che può essere soggetto a operatori di bassa qualità. Da ciò deriva un abbassamento dei costi con una scarsa offerta di servizi. L’Ordine dovrebbe quindi risolvere i problemi proponendo barriere all’ingresso. La questione dei legami familiari implica due aspetti: da una parte permette la trasmissione di qualità e d’esperienza ma dall’altra riduce le barriere d’ingresso alla professione. Quali sono gli operatori che superano le barriere più elevate e viceversa? A seconda della professione specifica, la normativa prevede un periodo di praticantato e/o l’esame di abilitazione. La percentuale tra promossi e iscritti nelle varie professioni varia da un 6% per i notai, un 49% per gli architetti e un 98% per i medici. In cosa si diversificano le promozioni? Lo studio ha paragonato le percentuali dei promossi in relazione ad aree geografiche con maggiore senso civico. È emerso che nelle province con

maggiore senso civico la possibilità di superamento dell’esame d’abilitazione è minore. La ricerca si è poi focalizzata sulla ripetizione dei cognomi e non sui legami familiari diretti non riscontrabili negli albi. Gli albi considerati sono stati 11: architetti, avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro, farmacisti, giornalisti, geologi, medici, notai, ostetriche, psicologi. I ricercatori tuttavia non sono riusciti a reperire informazioni complete. Le professioni con una maggiore percentuale di familismo sono quelle dei medici, degli avvocati e dei farmacisti. In base all’area geografica, la maggiore percentuale è stata riscontrata al sud e nel nordest. Lo studio ha dimostrato infine che le riforme politiche possono incidere parecchio. Le correzioni random dei compiti degli esami d’abilitazione per gli avvocati hanno permesso per esempio una riduzione dell’importanza del cognome nell’accesso alla professione. In particolare la riforma Bersani del 2006 ha dimostrato effetti positivi sul mercato professionale dei giovani. Nel corso della tavola rotonda Tito Boeri ha proposto alcuni interrogativi: “quanto sono alti i costi politici delle liberalizzazioni? che ruolo può avere l’Europa? come condurre gli Ordini a svolgere il primario ruolo di competenza?” Pierluigi Bersani ha precisato che la riforma riguarda innanzitutto i consumatori ed insiste sulla necessità di tutela dei professionisti soprattutto nei momenti di crisi. Luigi Casero, interrogato circa il futuro della proposta di legge in discussione, ha sostenuto che gli Ordini funzionano ma devono mantenere un certo livello di standard. Ha inoltre invitato alcune categorie ad intendere la concorrenza come un fatto positivo e non come un ostacolo.

Mario Monti ha apprezzato il workshop che ha coniugato ricerca, dibattito e politica. La platea era costituita da molti rappresentanti dei diversi Ordini. Gli interventi sono stati numerosi. Leopoldo Freyrie ha osservato che la ricerca presentata è un po’ generalista poichè non distingue tra professioni tecniche e legali. “La categoria degli architetti è una delle più giovani con il 40% degli iscritti che è under 40”, ha spiegato; inoltre “c’è un difetto ideologico nei confronti delle professioni”. Il secondo tema ha riguardato le società. La sua preoccupazione riguarda la mancanza di una visione generale sulle libere professioni, e una perplessità rispetto alla concorrenza tout court. È seguito l’intervento dell’arch. Andrea Bonessa in contrasto con quello di Freyrie. È spettata, invece, a Bersani la chiusura dell’incontro, che ha chiarito la diatriba tra ordini e politica: “Non credo affatto che la politica sia entrata negli Ordini; credo che gli Ordini entrino nella politica e impediscano qualsiasi movimento”. Manuele Salvetti

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OMNIBUS

Utopica-mente

Yona Friedman L’ordine complicato. Come costruire un’immagine Quodlibet/Abitare, Macerata, 2011 pp. 172, € 16,00

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Janos Antal Friedman nasce a Budapest nel 1923. Vittima della persecuzione antisemita nazista, decide di militare nella resistenza e cambia il proprio nome nel biblico Yona. A diciotto anni assiste alle lezioni che il Nobel per la Fisica Werner Heisenberg tiene all’Università di Budapest: il principio di indeterminazione influenzerà la sua visione dell’architettura basata “sull’importanza fondamentale dei comportamenti e delle azioni dell’individuo, che sono assolutamente imprevedibili, persino per l’individuo stesso”. Come Heisenberg, cultore di filosofia, Friedman sarà estraneo alla “barbarie dello specialismo”. La critica alla “disciplinarietà” la deve anche alle lezioni di Károly Kerény, filologo e storico delle religioni, cui assiste nello stesso periodo fuori dalle università. Kerény ritiene che “lo spirito dell’astrazione ha aperto le porte per il nazionalsocialismo quando gli ebrei come persone furono sostituiti dalla categoria impersonale della Judentum (etnia ebraica in tedesco); eliminare gli ebrei suona male, liquidare l’ebraismo richiama invece la descrizione di una sorta di operazione logica”. Dalle astrazioni Friedman si terrà lontano. Nel proprio assetto teorico parte dall’esperienza, dal momento che questa è indispensabile per l’elaborazione del pensiero stesso. I suoi primi progetti nascono dalla coabitazione forzata di più famiglie sfollate in guerra, residenze temporanee per immigrati a basso costo: ad Haifa, in Israele, elabora il “manifesto dell’architettura mobile”, che considera “le pareti di casa altrettanto provvisorie quanto oggetti d’arredo” da cambiare secondo le esigenze. All’autoreferenzialità del progetto

moderno l’architetto oppone la considerazione delle esigenze peculiari degli individui. Il suo ultimo libro, scritto ad 88 anni, è un sunto di saggezza e di poesia: l’architetto, in punta di matita, mostra come arte e matematica si fondono in un ordine complicato. L’universo – dice – appare diverso a seconda che lo si rappresenti a parole o con immagini. Il linguaggio è una costruzione: mette insieme parti discrete (lettere) per formare una cosa unitaria (parola), mentre l’immagine è fin da principio una totalità, una gestalt che si dà tutta in una volta. Costruire un’immagine è dunque un ossimoro. Friedman distingue tra “ordine naturale”, definito da una regola che procede in

L’immagine di un processo potrebbe somigliare a uno scarabocchio

Impulso che attraversa il “non spazio”

Impulso che passa attraverso i granuli


modo prevedibile (la serie dei numeri naturali) e “ordine complicato”, che ha anch’esso una regola, ma non prevedibile (le lettere dell’alfabeto). A chi non lo conosce, l’ordine complicato appare simile al disordine, tuttavia il disordine non esiste. Semplicemente l’ordine complicato ha delle regole che “non ammettono forme abbreviate”: bisogna descriverlo nel suo processo costitutivo. La scienza si occupa di risultati, non di processi, e i risultati occultano il processo (per ottenere “4” ci sono più operazioni possibili: 1+1+1+1, 2+2, 3+1, ma “4” non ci dice nulla del modo in cui è stato raggiunto). La regola è statistica e può essere espressa col linguaggio formale, mentre “la realtà non può essere abbreviata”. Né tanto

meno gli esseri umani. Ecco perché “l’architettura è uno speciale caso di ordine complicato”. “Io non conosco la realtà, ma mi sembra che la si possa affrontare solo con l’immagine”. Benché Friedman creda in un universo “erratico”, riconosce il bisogno umano di creare delle regole, che sono “nostre invenzioni”. Queste riassumono le diversità semi-coerenti dell’esperienza: non dicono nulla circa la vera natura della realtà, né del suo funzionamento, ma “rispondono ad un’esigenza di qualità estetica, soggettiva e psicologicamente soddisfacente”. Con umiltà avverte: “si tratta di una teoria del tutto personale, concepita per introdurre nella ‘mia immagine del mondo’ quella dose di coerenza di cui avverto il bisogno”.

Tra arte e scienza non v’è differenza, come crede Paul Feyerabend: entrambe creano un’idea del mondo. “Ovunque ci volgiamo non riusciamo a trovare un punto d’appoggio archimedeo, bensì solo altri stili, altre tradizioni, altri principi d’ordine”. Facendo propria la sfida al principio di non-contraddizione della fisica quantistica, con la teoria dello “spazio granulare” Friedman illustra il rapporto paradossale tra particella e onda e descrive un’affascinante immagine dell’universo grazie all’ausilio dei suoi disegni “ingenui”. Semplifica senza banalizzare, teorizza senza complicare. Un “gioco serio” tra linguaggi diversi, fatto di rimandi semantici, che emoziona per la sua onestà ed urgenza espressiva. X Irina Casali

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Vivere la megalopoli Vivere la città senza limiti e vivere nella città senza limiti: questo potrebbe essere il punto di vista attraverso cui guardare al nuovo libro che Ricky Burdett e Deyan Sudjic hanno dedicato al tema della città - nello specifico la megalopoli contemporanea - della sua crescita a dismisura e della globalizzazione (Burdett ha curato nel 2006 la Biennale di Architettura di Venezia introducendo analoghe questioni). Il 5% della popolazione mondiale oggi vive in una città e il 33% di questa risiede in uno slum. Nel 2050 il 75% degli abitanti del pianeta si prevede che risiederà in una città e la metà di essi sarà costretta ad abitare, a sua volta, in uno slum. È questa la considerazione da cui prende le mosse il volume che si

pone come obiettivo quello di affrontare il tema a partire dall’idea che esista una relazione fra la forma della città – la sua architettura e la sua morfologia – e le dinamiche socio-economiche che in essa si manifestano. Secondo questo punto di vista i due autori hanno raccolto una serie di contributi di studiosi di chiara fama in grado di fotografare la realtà fisica e sociale dell’attuale condizione urbana con l’obiettivo di costruire una sorta di grande piattaforma sulla base della quale poter provare ad immaginare la città che verrà. In questo senso va letta l’ampia parte dello studio che si concentra sulla descrizione e documentazione - di volta in volta affidate ad esperti e

Ricky Burdett e Deyan Sudjic Living in the endless city Phaidon Press Limited, London, 2011 pp. 512, € 59,95

Atelier Works, Understanding the City

Map by Urban Age project, London School of Economics and Political Science, New York City statistics / residential area density map

Urban Age Project, Governing the New Metropolis

Urban Age Project, Density and Urbanity Spread

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Ricky Burdett è attualmente direttore dell’Urban Age Project ed è Centennial Professor di Architettura e Urbanistica alla London School of Economics. È stato consulente di architettura per il comune di Londra, per la BBC e la Tate. Oggi è consulente responsabile per l’architettura e l’urbanistica per la London Olympic Delivery Authority, per il comune di Genova e per quello di Parma ed è membro della Consulta che ha redatto il primo masterplan dell’Expo 2015 di Milano. Ha curato numerose mostre far cui “Global cities” alla Tate Modern e nel 2006 ha diretto la Biennale di Architettura di Venezia.

Deyan Sudijc è direttore del Design Museum di Londra ed è ex preside della Facoltà di Arte, Design e Architettura della Kingston University. È stato direttore delle riviste “Domus” e “Blueprint” oltre che di “Glasgow 1999: UK City of Architecture and Design” e della Biennale di Architettura di Venezia del 2002. Critico di architettura per il settimanale “The Observer”, è autore di numerosi scritti tra cui The 100 Mile City, 1992 e John Pawson: themes and projects, John Pawson Works and Future Systems.

critici specifici - di tre fra le più grandi città del pianeta: Mumbai, San Paolo e Istanbul. Il volume è inteso come una sorta di continuazione di quanto già introdotto nel precedente The endless city. Nel 2007 le metropoli prese in esame erano New York, Shangai, Londra, Città del Messico, Johannesburg e Berlino, città lette a partire da una serie di concetti chiave: scala, diversità, complessità e connettività. Living in the endless city si compone di tre sezioni. La prima di queste è dedicata all’esposizione del tema e alla sua documentazione che si attua attraverso lo studio e la descrizione dei diversi aspetti caratterizzanti le tre realtà urbane individuate; la seconda sezione raccoglie, invece, una analisi statistica relativamente alle diverse problematiche individuate. Si parte dai problemi concernenti la densità abitativa per arrivare a quelli dei trasporti e delle comunicazioni interne agli agglomerati urbani (si pensi al problema degli spostamenti all’interno della città smisurata), ai temi del consumo energetico e del suolo connessi con quelli della sostenibilità, fino ad affrontare la questione della

sicurezza urbana cui si lega quella delle sempre più frequenti rivolte provocate da squilibri e disuguaglianze ogni giorno più accentuati. L’ultima sezione raccoglie, invece, una serie di punti di vista sui diversi temi evidenziati. In questo caso si tratta della pubblicazione di una serie di interventi proposti nel corso di un ciclo di conferenze promosse da Urban Age Project, ricerca in atto presso la London School of Economics in cooperazione con la Deutsche Bank’s Alfred Herrhausen Society. Il volume infatti, – come pure il precedente – nasce dalla stretta collaborazione fra i due autori, la scuola londinese e Urban Age Project, centro di ricerca intenazionale sulle dinamiche spaziali e sociali delle città. Living in the endless city, infine, presenta un ricco repertorio fotografico dedicato alla rappresentazione delle diverse realtà urbane, alle contraddizioni che le caratterizzano. Grandi immagini a tutta pagina, di forte impatto visivo, descrivono, infatti, un mondo che forse a noi europei appare ancora lontano. In questo modo il volume, pur indirizzato, per così dire, a specialisti, si rende facilmente accessibile anche a un più vasto pubblico. X Martina Landsberger

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Kibbutz Mishmar HaEmek, Seder pasquale nel refettorio, 1953 e (a destra) vista aerea del Kibbutz Gan Shmuel, 2008.

Insieme nei Kibbutz La mostra Kibbutz: l’architettura della collettività, allestita presso l’Urban Center della Galleria Vittorio Emanuele di Milano, ha inteso proporre, a partire dall’originale e peculiare tipologia dei kibbutzim israeliani, analizzati nelle loro implicazioni architettoniche e sociali, un momento di riflessione più generale sulle esperienze nella storia di residenze e strutture urbane per il vivere collettivo. Questo nel convincimento che senza una forte tensione ideale (quella che invece ha animato il movimento kibbutzistico), capace di farsi regola di convivenza civile tra le persone, anche le più studiate e attente sperimentazioni nel campo dell’housing sociale e del cohousing sono destinate a rimanere sterile esercizio disciplinare, incapaci di svolgere il ruolo di “condensatori sociali” che si vorrebbe al contrario loro attribuire e inadeguati nello sviluppare dinamiche di responsabile gestione del patrimonio edilizio così targato. Riprendendo la felice formula della mostra del Padiglione Israeliano alla Biennale di Venezia 2010 (Kibbutz:

Architecture without Precedents), curata da Yuval Yasky e Galia Bar-Or, l’esposizione di Milano ha giocato sul coinvolgimento attivo del pubblico, chiamato a raccogliere, dalle pile di immagini e disegni collocati a pavimento, il proprio personale percorso di visita e di approfondimento. L’esposizione è stata altresì animata da tre incontri, tesi a meglio delineare singoli aspetti del tema. Yuval Yasky ed Emanuele Fiano hanno dialogato sulla storia del kibbutz e sull’esperienza di vita in questa particolare forma di insediamento collettivo; Israel Corrado De Benedetti e Vittorio Corinaldi hanno fornito elementi di lettura sulla sua evoluzione architettonica e sociale; Galia Bar-Or e Paolo Talso, con Axel Fisher, si sono invece soffermati su aspetti legati alla costruzione identitaria della comunità dei kibbutzim e alla sua stessa autorappresentazione. Alcuni contributi critici dei curatori e dei relatori e un regesto delle immagini esposte in mostra è stato raccolto nell’agile catalogo, curato da Proedi Editore e realizzato nell’usuale formato dell’Urban Center. X Marina Demetra Casu

Kibbutz: l’architettura della collettività Urban Center, Milano, 13 giugno-8 luglio 2011 a cura di Yuval Yasky e Galia Bar-Or (adattamento di Cecilia Fumagalli, Martina Landsberger, Davide Luraschi, Claudio Sangiorgi), media partner Andrea Jarach

Samuel Bickels, pianta diagrammatica di un kibbutz per 250 famiglie, anni ‘40. Shmuel Mestechkin, kibbutz Merchavia, anni ‘70; (a destra) Robert Bennet, kibbutz Givat Brenner. Interno del refettorio, vista degli anni ‘60.

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Dal pollice verde alla nuova coscienza ambientale I risultati dell’ultimo referendum sull’ambiente, promosso a Milano il 12 e 13 giugno, sono stati incoraggianti dal punto di vista della partecipazione e dell’interesse dimostrato dai cittadini per i temi dell’ecologia, del risparmio energetico e della mobilità sostenibile. Sembra comunque che non si tratti solo di una astratta sensibilità di tipo intellettuale, cresce soprattutto tra le mura metropolitane la voglia di un habitat salutare, che ricordi l’ambiente fresco e ridente di una mitica campagna. Così a Milano aumenta il numero di coloro che aspirano a coltivare orti in piccoli appezzamenti di terreno, spesso dati in uso dall’amministrazione comunale e adesso anche offerti dai privati, nello stesso modo si moltiplicano iniziative spontanee volte a riportare il verde in città sfruttando ogni angolo libero, allestendo terrazze, balconi e tetti come giardini pensili. Nascono nuove aggregazioni culturali

protese a riqualificare il rapporto uomo natura, sensibilizzando le coscienze rispetto a modi vita improntati a criteri di sostenibilità, fra queste si segnalano l’Associazione culturale “Green Street” che ha promosso il Festival del verde a Monza dal 26 al 29 maggio 2011 e il movimento delle Transition Towns che, partito inizialmente in Inghilterra dal lavoro di Rob Hopkins si sta sviluppando ora anche in Italia. Le città della transizione, Totnes in Inghilterra, Monteveglio e Granarolo, (Bologna), Prato allo Stelvio (Bolzano) propongono un nuovo modello di vita basato sulla Transizione. I cittadini che abitano in queste piccole città hanno deciso di intraprendere la via della transizione adottando una serie di strategie che permettono loro di adeguarsi progressivamente al momento di passaggio dall’attuale sistema economico, basato su logiche di sfruttamento indiscriminato delle risorse, ad un nuovo modello di

In alto: Boeri Studio, “il bosco verticale”, due torri per Milano che ospiteranno 900 alberi e arbusti, per una superficie di 7.000 mq di bosco; (a destra) un progetto di Zaha Adid in mostra a Vegetecture (dal 5 all’8 ottobre al MADE EXPO 2011). Giardini sul tetto di un grattacielo di Chicago.

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Alcuni esempi di orti urbani a Milano. In basso: una costruzione “organica” in mostra a Vegetacture (Milano, dal 5 all’8 ottobre al MADE EXPO 2011).

vita, fondato su metodi e tecniche improntate alla sostenibilità ambientale e ad un alto livello di resilienza. Resilienza è un termine che, originalmente usato per indicare la capacità di alcuni materiali, ad esempio i metalli, di resistere a un urto mantenendo la propria struttura, sta rapidamente entrando nel gergo di psicologi, economisti e ambientalisti; oggi per resilienza si intende la capacità di un individuo, o di un’organizzazione, di resistere ai cambiamenti e alle crisi da questi provocate, assumendo dei comportamenti positivi in grado permettere l’adattamento ad una nuova

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situazione. I modelli di comportamento virtuosi si diffondono allorché si intravedono le ombre lunghe del tramonto dell’era industriale basata sulle energie esauribili. Non solo piccole comunità locali si preoccupano del destino delle generazioni future ma cercano di correre ai ripari anche le amministrazioni di grandi metropoli come Chicago, dove è previsto di realizzare entro il 2020 il Chicago Climate Plan (ambizioso piano contro il riscaldamento globale), oppure di Londra, che oltre ad essere una delle città più verdi vuole anche diventare la capitale d’Europa dell’auto

elettrica. Nuovi orizzonti si aprono nella progettazione architettonica rispetto alla possibilità di ampie condizioni di sostenibilità e di vivibilità negli insediamenti come dimostra la rassegna di progetti sul paesaggio e su parchi e giardini raccolti sul Numero Verde di “Architettiverona” n. 87/2011. Si prepara, inoltre, a Milano, in ottobre per il Made Expo, la mostra Vegetecture imperniata su un nuovo atteggiamento progettuale che considera l’elemento vegetale come materiale primario della costruzione, non un semplice abbellimento, ma il nucleo centrale del costruito. X Manuela Oglialoro


Alla ricerca di nuovi spazi verdi Il libro di Emanuele Bortolotti, che coniuga alcune riflessioni teoriche sul paesaggio con i contenuti di un manuale di progettazione dei giardini, parte da una tesi che è anche una proposta concreta: di fronte allo scadimento ambientale ed estetico dello spazio urbano, è necessario studiare nuovi modi che migliorino la sua vivibilità e incrementino il senso di benessere fisico e mentale degli individui che lo abitano. Per fare questo, insieme alle indispensabili politiche di gestione delle risorse e di potenziamento del verde pubblico, è possibile mettere in atto degli interventi volontari di piccola scala, a costi contenuti e a bassa manutenzione. I soggetti privati con l’aiuto dei paesaggisti, possono innescare una piccola rivoluzione verde attraverso la trasformazione di ciò che Bortolotti chiama “spazi residuali a contatto con il costruito”. Lo sguardo dell’autore si rivolge al suolo urbano di margine, agli interstizi tra i manufatti, ai piani verticali e orizzontali dei corpi edilizi lasciati nudi, intuendo che proprio queste superfici considerate marginali o incompiute, costituiscono la nuova frontiera di una

disciplina seriamente impegnata a dare risposte praticabili e, al tempo stesso, visionarie e colte. La pubblicazione è organizzata in capitoli, ciascuno dei quali è introdotto da uno scritto che inquadra l’argomento dal punto di vista critico. I capitoli raccolgono diverse categorie di progetti e spaziano dai patii domestici ai cortili residenziali, dai tetti pensili al verde verticale, dagli interventi nei vani tecnici alle realizzazioni nelle aree industriali dismesse. Bortolotti, paesaggista milanese tra i più interessanti e sperimentali, pur accennando ai delicati rapporti tra paesaggismo, architettura e pianificazione, descrive interventi concreti: di ogni opera vengono rivelati i passaggi dal progetto alla realizzazione, le selezioni botaniche e le scelte dei materiali. Le opere presentate privilegiano l’uso della terra, dell’acqua e delle piante agli artifici architettonici e ai materiali minerali, senza disdegnare né mitizzare le nuove tecniche agronomiche e i materiali innovativi. La tensione dell’autore è rivolta, dunque,

Emanuele Bortolotti Il giardino inaspettato. Trasformare angoli di cemento in spazi verdi Electa, Milano, 2011 pp. 216 € 49,00 alla costruzione di paesaggi compatibili con le risorse disponibili, eticamente responsabili, in sintonia con un’estetica dell’abitare raccordata al mondo naturale e alla psicologia ambientale. Solo se si istituisce un patto tra paesaggisti e cittadini, supportato da politiche di incentivo, sarà possibile immaginare e trasformare il paesaggio urbano entro cui si dipana la nostra esistenza soggettiva e collettiva. X Paola Cofano

NOTIZIE VERDI MADE EXPO 2011

AAA agricoltura, alimentazione, architettura La quarta edizione di MADE expo, che si terrà a Fiera Milano, Rho dal 5 all’8 ottobre, offrirà ampio spazio al tema della salvaguardia ambientale, dell’ecosostenibilità e all’architettura verde. Tutto ciò prenderà forma nell’iniziativa AAA Agricoltura, Alimentazione, Architettura. Uno spazio verrà dedicato alla presentazione delle tendenze del progettare e costruire green e sostenibile. Saranno, inoltre presentati diversi progetti a partire dalla mostra a cura di Maurizio Corrado, Vegetecture. Nella mostra verranno esposti, fra gli altri, i progetti di Emilio Ambasz, Zaha Hadid, Carlo Ratti Associati, Dickson Despommier e Verde 360. Fortunato D’Amico curerà Planetarium, una rassegna di progetti di architettura e design dedicati alla costruzione di una società più attenta e consapevole al rapporto tra le attività umane, l’agricoltura e l’ambiente. Si terrà il convegno Bring the Forest in the City, organizzato per fare il punto

sulla situazione internazionale delle alte tecnologie per il verde e sulle tendenze più avanzate dell’architettura sostenibile. Nell’anno internazionale delle foreste, la sfida è utilizzare la vegetazione come elemento della costruzione. Una modalità di progettazione il cui obiettivo è quello di risolvere, concretamente, i problemi dell’inquinamento e del risparmio energetico nelle città contemporanee. Orti, azioni di green guerrilla, verde pubblico: questo e altro sarà argomento

Un disegno di Luc Schuiten.

di dibattito all’interno del convegno. Infine verranno premiati i vincitori del concorso internazionale di design Natural Born Object Design Award che promuove l’uso dell’elemento vegetale vivo all’interno della casa. GLOSSARIO VERDE

La biodiversità di Milano

L’orto botanico planetario per Expo 2015, il bosco verticale e la casa bosco: una piccola selezione di progetti pensati per Milano e per la sua trasformazione in città verde, una città che possa fondarsi sulla biodiversità. Stefano Boeri spiega tutto ciò nel volume Biomilano, un libro, in forma di glossario, per la cui costruzione sono stati chiamati biologi, architetti, agronomi, politici e cittadini, tutti necessariamente milanesi. S. Boeri, M. Brunello e S. Pellegrini (a cura di) Biomilano. Glossario di idee per una metropoli della biodiversità Corraini, Mantova, 2011 pp. 160, € 26,00

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Storia del quartiere Harar-Dessié Poeticamente abita l’uomo. Questo il titolo della mostra che ha raccolto 60 fotografie storiche del quartiere Harar-Dessié di Milano, prima alla scuola Monte Baldo, poi alla Biblioteca Comunale Harar e che sarà riproposta ai primi di ottobre. Allestita ed organizzata da un gruppo di abitanti preoccupato per le sorti del proprio quartiere, riconoscendo il valore non solo storico, ma soprattutto culturale, politico ed architettonico del piano di Figini, Pollini e Ponti, la mostra si pone quasi come un album di vecchie fotografie che ripercorrono i ricordi di una memoria collettiva. Scatti “che raccontano di famiglie arrivate da ogni parte d’Italia, davanti alla loro nuova casa ancora circondata da macerie e da campi coltivati, o sedute sull’erba accanto alle pecore pascolanti con lo stadio sullo sfondo, o vestite da sposa sul marciapiede di una strada appena inventata”: così gli abitanti raccontano il loro quartiere, nell’intento di salvare, quanto meno, la memoria di ciò che è stato e di ricordare un modello positivo di progettazione delle periferie urbane. X Cecilia Fumagalli

L’arte teosofica di Rudolf Steiner Filosofo, saggista, traduttore degli “Scritti scientifici” di Goethe, esponente di punta della Società Teosofica prima e fondatore poi, nel 1913, della Società Antroposofica, Rudolf Steiner (18611925) è stato un intellettuale fervido e poliedrico, capace di influenzare con le sue idee l’arte, la cultura, la pedagogia e la scienza del tempo. Nel 150° anniversario della nascita, il Palazzo della Triennale di Milano gli dedica una mostra, a cura di Maurizio Giuffredi, in cui vengono presentati i disegni inediti con cui il pensatore austriaco illustrava il suo credo durante le numerose conferenze in giro per il mondo. Si tratta di un corpus di più di 1.500 fogli conservato presso l’Archivio Steiner a Dornach, in Svizzera, in cui viene esemplificata la sua teoria del colore ispirata a Goethe; la concezione di una pittura che deve allontanarsi dal mimetismo del reale per rappresentare l’invisibile, il numen che si cela dietro ogni apparenza (in questo, vicinissimo – se non ispiratore – di artisti come Mondrian, Kandinsky e Klee); la fede in una stretta corrispondenza fra arte e cosmo; ecc.

Spirali, ellissi e arcobaleni si accendono, così, di vivaci cromatismi su fondo nero. Sono forme dinamiche e morfogenetiche, le stesse che Steiner applicherà anche in architettura. Uno dei dati più sorprendenti della sua ricca biografia è, infatti, la sua originalissima ricerca architettonicofilosofica, iniziata nel 1913 a Dornach, vicino a Basilea, con la costruzione del primo Goethenaum, un centro di attività scientifiche e artistiche basate sull’Antroposofia. L’edificio, costruito in legno, venne distrutto da un incendio nel 1922 e ricostruito in cemento secondo soluzioni avanguardistiche progettate da lui stesso. Con la sua forza plastica e le sue masse curve e decentrate, il secondo Goethenaum rimanda ai principi dell’architettura organico-espressionista; in particolare, rinvia ad architetti come Taut, Finsterlin, Haring, Scharoun, Gaudì e al loro misticismo di plasmare l’architettura come una “natura seconda”. Un’opera in cui Rudolf Steiner ha voluto concretizzare la summa del suo pensiero e la sua idea di architetturamondo. X Sonia Milone Rudolf Steiner. L’arte come percezione dell’Invisibile Milano, Palazzo della Triennale 16 giugno – 17 luglio 2011

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Cinema in strada a Londra Si può trasformare una stazione di rifornimento abbandonata in un cinema perfettamente funzionante per un’intera stagione? È accaduto a Londra, a Clerkenwell, grazie all’iniziativa di un gruppo di giovani architetti e designer. Il progetto pilota dimostra le potenzialità di spazi urbani inutilizzati, che ospitano strutture in disuso e rimangono nel limbo dell’abbandono, finché un giorno, probabilmente, verranno occupati da un nuovo edificio. L’idea alla base della proposta è quella di costruire uno spazio pop-up, che sorge temporaneamente tra le vie urbane, si monta rapidamente, ospita l’attività per cui è stato concepito - in questo caso un cinema che ripropone i classici della filmografia americana e europea - e poi si smonta, per poter

andare a trasformare altri nonluoghi e restituirli alla collettività. “The Cineroleum” è stato completamente autocostruito dagli stessi ideatori del progetto e da qualche curioso del quartiere. Sotto la struttura della grande tettoia metallica esistente sono collocati lo schermo e la platea, costruita utilizzando materiali di scarto e di riciclo. Persino le 130 sedie a ribalta sono realizzate assemblando tavole di legno recuperate dai ponteggi. Ma la scelta più particolare è quella relativa all’involucro esterno: un drappeggio continuo argentato, che può essere

manovrato - attraverso una serie di tiranti - come un grande sipario, nascondendo o mostrando la presenza del cinema. Il materiale qui utilizzato è solitamente impiegato all’interno dell’involucro edilizio, nel controllo del vapore e nell’ottimizzazione dell’ermeticità e del comfort delle abitazioni. Questa membrana protegge gli spettatori dalle intemperie del clima londinese e caratterizza l’esterno dell’edificio, rievocando l’immagine di un lussuoso sipario increspato rivolto verso la scena urbana. X Carlotta Torricelli

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Interfacce metropolitane

Progetto di promozione turistica e commerciale di Amsterdam realizzato dallo studio KesselsKramer, a partire dal 2004. Il simbolo grafico della città diventa esso stesso un monumento pubblico.

Nel Libro delle lodi della città di Pavia Opicino de’ Canistris descrive una città europea del 1330: territorio, economia, monumenti, ma soprattutto un complesso di feste, mercati, celebrazioni, processioni, pasti e digiuni collettivi, rintocchi di campane dai diversi significati, turni di guardia e battagliole tra fanciulli di opposte parrocchie per addestrarsi alla guerra. Un calendario di abitudini formatesi nel tempo per organizzare la comunità e renderla riconoscibile a se stessa sotto i vessilli e le gerarchie. Oggi, a distanza di sette secoli, l’autoriconoscimento della città europea e in special modo italiana sembra affrontare una profonda crisi: se da un lato non è mai venuta meno la relazione tra urbs, civitas e polis grazie al costante rinnovamento dell’autorappresentazione urbana, dove i linguaggi dell’architettura, della forma urbis, delle relazioni civili, della politica, delle rappresentazioni artistiche e letterarie hanno progredito assieme, dall’altro lato tale relazione scorre oggi

Emanuela Bonini Lessing Interfacce metropolitane. Frammenti di corporate identity et al. Edizioni, Milano, 2010 pp. 174, € 28,00

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come un fiume carsico anziché nella luce dei riti e dei monumenti. Dissolti i limiti fisici esterni e interni alla città, smarrita la memoria degli spazi e delle cose, confusi l’autentico con l’imitazione, sostituita l’estetica con le leggi di mercato, istigata l’incuria, assistiamo a un abitare vago e spaesato, cui è venuta in ausilio negli ultimi trent’anni la comunicazione visiva indagata da Emanuela Bonini Lessing nel volume. A partire dal grado di corrispondenza tra una porzione di territorio, la sua immagine e la sua identità, lo studio analizza diversi recenti progetti: dalla formazione di immagini coordinate sempre più afferenti al marketing e dunque tanto seducenti quanto ambigue, alla riorganizzazione digitale di informazioni, funzioni e comunicazioni urbane. Va registrato in particolare il ruolo giocato dal marketing nel sottrarre spazio alla comunicazione di utilità pubblica e sociale, azione parallela alla progressiva privatizzazione della società. I luoghi fisici e i riti della città frammentata sono riorganizzati da network che la rendono visibile e agibile sebbene essi stessi portino lo stigma della parcellizzazione. Sorgono interrogativi nuovi: l’attendibilità, la democraticità, la trasformazione del cittadino in cliente (Benjamin Barber), la promozione di interessi privati globali più che di progetti collettivi locali. Il saggio riporta casi esemplari a Berlino, Amsterdam o Torino dove la comunicazione seduce, aggrega, attiva lembi di territorio nel proprio progetto narrativo. Ma anche progetti che inglobano chi vive la realtà urbana dal basso. Si tratta di network che grazie alla diffusione delle tecnologie digitali e interattive non producono verità né mappature stabili nel tempo, ma solo rappresentazioni in incessante trasfigurazione. Una sfida anche all’architettura e all’urbanistica contemporanee. X Luca Micotti

ARCDUECITTÀ

La rivista dedicata ai temi della città Riprende la pubblicazione della rivista “Arc” che raccolse a cavallo degli anni 2000 la ricerca dei giovani dottori di ricerca italiani. Con il titolo “ArcDueCittà” la nuova rivista, in formato sia digitale che cartaceo, intende oggi rivolgersi a un pubblico di professionisti interessato a dibattere dei temi e dei mezzi dell’architettura in riferimento alla questione della costruzione della città. La rivista, composta da 4 sezioni, Urban Design, Architectural and Ingeneering Design, Interior Design and Visual Art, Virtual Design, ha come obiettivo la promozione del dialogo. Allo scopo ogni sua pagina rimanda ad un forum digitale aperto a chiunque sia interessato a interagire con gli autori o voglia proporre un proprio contributo. Le proposte selezionate saranno, successivamente, introdotte nella rivista andando così ad incrementarne le sezioni. A cadenza periodica sarà formalizzato il nuovo numero anche sulla base dei contributi pervenuti dal forum. Sul sito www.arc2citta.com è possibile scaricare i numeri on-line e accedere al forum. EXPO 2015

Il nuovo logo scelto online Il concorso per la progettazione del nuovo logo di Expo 2015 ha visto la vittoria della proposta di Andrea Puppa che ha ottenuto 4747 consensi superando quella di Alice Ferrari (uovo stilizzato) con 2622 preferenze. I due progetti, fra gli oltre 700 pervenuti, sono stati scelti da una giuria qualificata, presieduta da Giorgio Armani, che si è dichiarato soddisfatto della partecipazione all’iniziativa. Anche Giuseppe Sala, amministratore delegato di Expo 2015 s.p.a, ha espresso la propria soddisfazione: “L’entusiasmo che abbiamo riscontrato nella presentazione dei progetti è stato straordinario (…) Parte ora un lavoro molto importante in cui verrà coinvolto anche il giovane autore della proposta premiata. Questo lavoro servirà a rendere il logo adatto a tutte le declinazioni utili, comprese


quelle che andranno a caratterizzare il merchandising di Expo 2015. Quanto ai tanti progetti di logo pervenuti, sarà cura della società allestire, quanto prima, una vera e propria mostra on line, che renderà onore al tanto lavoro”. La giuria, oltre che dal presidente Armani, era composta da Luisa Bocchietto, Pierluigi Cerri, Gillo Dorfles, Italo Lupi, Mario Piazza, Daniela Piscitelli, Marco Pogliani, Giuseppe Sala, Andrée Ruth Shammah e Ugo Volli.

EXPO 2015 / CONVEGNO

La Consulta sull’Expo La Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti PPC sta organizzando un convegno scientifico, Expo 2015 e Lombardia, previsto per il prossimo 27 ottobre 2011 presso il Palazzo Castiglioni, corso Venezia 47, Milano (a partire dalle 9.00). Nello specifico il convegno si articolerà in cinque sessioni: Lo stato dell’arte, Architettura e grandi eventi, Territorio e grandi eventi, Settore edile ed Expo 2015, Territori e mobilità - progetto MOSLO, Il dopo Expo. Tra i relatori invitati a partecipare saranno presenti esponenti dell’amministrazione comunale e regionale, architetti professionisti e docenti universitari. Info: www.consultalombardia.archiworld.it

LETTURE / 1

L’architetto si confessa Pubblicato nel 1985, L’architetto ha per protagonista Vittorio Franzi, celebre architetto milanese cui gli industriali di Chicago commissionano il progetto di una grande università. Mario Soldati L’architetto Mondadori, Milano, 2010 pp. 168, € 9,00

LETTURE / 2

Contestare la città per salvarla Jane Jacobs nata a Scranton, in Pennsylvania, nel 1916 fu antropologa e attivista politica. Pur non avendo titoli ufficiali si guadagnò quello di urbanista: le sue teorie hanno influito sui modelli di sviluppo delle città nordamericane. Trasferitasi a New York durante la Depressione fece diversi lavori, con periodi di disoccupazione; la sua

esperienza le fornì una visione di quanto stesse succedendo nelle metropoli e di cosa fossero il business e il lavoro. Autrice del rivoluzionario Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane (1961) criticò il modello di sviluppo delle città sostenendo il recupero a misura d’uomo dei nuclei urbani, enfatizzando il ruolo della strada, dell’isolato, della vicinanza e della densità, della eterogeneità degli edifici. Di fronte alla pianificazione urbanistica astratta, propose di verificare come le città funzionino nella vita reale. La città - laboratorio dinamico di sperimentazione di stili di vita, forme di produzione e scambio - è un caso di “complessità organizzata” in cui molteplici fattori si combinano spontaneamente in strutture ordinate: la diversità e la pluralità sono risorse. Fu contraria alla costruzione di grandi arterie stradali urbane negli Stati Uniti e in Canada, dove si trasferì nel 1969 per la sua opposizione alla guerra del Vietnam. Jane Jacobs Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane Einaudi, Torino, 2009 pp. 426, € 25,00

FESTIVAL DELL’ARCHITETTURA

XfafX. Un anno di architettura a Ferrara

Un progetto culturale articolato in una serie di eventi che si susseguiranno fino a giugno 2012, segna le celebrazioni per il ventennale della fondazione della Facoltà di Architettura di Ferrara. La manifestazione, To design today, è stata concepita nella forma di un festival. Ideatore dell’evento è Alfonso Acocella. L’obiettivo è costruire un dialogo fra le istituzioni accademiche, il mondo produttivo e il settore della progettazione (architettura, design, arte) e della comunicazione. Una serie di lectio magistralis, di autori italiani e stranieri, costituiranno il cuore dell’evento divenendo poi, a manifestazione conclusa, il centro di una nuova collana editoriale. Dopo la pausa estiva il Festival riprenderà con gli interventi di Snøhetta Architects; in ottobre è previsto il convegno “La città di Ferrara: architettura e restauro”; il 10 novembre, in concomitanza con l’apertura dell’anno accademico 20112012, sarà al volta di Luisa Bocchietto e di Massimo Iosa Ghini; il 25 novembre interverrà Guillermo Vasquez Consuegra e a dicembre si prevede la partecipazione di Kengo Kuma, di Diener & Diener e di Mario Nanni.

Un ritratto di Jane Jacobs.

Un paese per architetti? Un paese senza architettura è un paese che rinuncia ad investire sulla bellezza e sulle possibilità offerte dal proprio territorio quali risorse per incentivare la crescita economica e sociale. Questa rinuncia è quella che si sta realizzando in Italia, paese un tempo capace di esportare le idee espresse in campo artistico, e oggi, invece, sempre più restio ad aprirsi alla contemporaneità, all’architettura “contemporanea se per contemporanea si intende un’architettura che riflette lo spirito, la tecnologia, le disarmonie, i conflitti e le incertezze che caratterizzano il nostro tempo”. Il nuovo libro di Pippo Ciorra, professore e curatore della sezione architettura del MAXXI di Roma, si pone l’obiettivo di compiere un’indagine relativamente agli aspetti problematici della professione dell’architetto. In particolare l’autore indirizza l’attenzione verso i giovani che, in balia di una professione senza una regolamentazione in grado di garantire una tutela del lavoro, si trovano sempre più emarginati, riuscendo con grande difficoltà a rendere riconoscibile il proprio lavoro. La crisi del mestiere di architetto viene affrontata dall’autore attraverso 10 capitoli dedicati ognuno ad un particolare aspetto: si spazia dall’Università, alla critica, alla pubblicistica e ai media, fino ad arrivare alla tecnologia e al rapporto con l’ambiente. Pippo Ciorra Senza architettura. Le ragioni di una crisi Laterza, Roma-Bari, 2011 pp. 128, € 12,00

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BREVI DAGLI ORDINI

Î BERGAMO

Î  B R ES CI A

Parità di genere nelle commissioni edilizie comunali

Corso di aggiornamento sul paesaggio Si è concluso venerdì 17 giugno 2011 il corso organizzato da OAPPC Brescia con il supporto di AIAPP sul tema del Paesaggio e sulle procedure amministrative di tutela paesistica ai sensi del D.Lgs 42/2004, cui hanno partecipato sessanta professionisti.

Il gruppo Archidonne dell’Ordine APPC di Bergamo si è fatto promotore di una campagna di sensibilizzazione a favore dell’eliminazione delle differenze di rappresentanza di genere all’interno degli organi amministrativi dei Comuni della provincia con una lettera inviata a tutti i Sindaci neo eletti.

Info: www.architettibrescia.net/corso-diorientamento-al-paesaggio/

Info: www.architettibergamo.it/news/ comunicatistampaoab/11-06-15/ COMUNICAZIONE_AI_SINDACI_da_ ARCHIDONNE.aspx

Î VARESE

Una web tv per l’Ordine APPC di Varese È stato rinnovato il sito dell’Ordine APPC con l’obiettivo di dare visibilità alle sue iniziative attraverso varie forme di comunicazione. Fra questi vi è la web TV. Vi si accede dal sito www.primopianoitalia.tv/ ordinearchitettivarese o cliccando il video nella home page. Qui, sulla destra, è possibile collegarsi al canale You Tube dell’Ordine e al social network Facebook.

Î M O NZ A

E B R I A N ZA

Visita allo studio museo Achille Castiglioni La visita organizzata dalla Commissione Cultura e Università dell’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Monza e della Brianza allo Studio-Museo di Achille Castiglioni, (www.achillecastiglioni.it/it/studio.html) luogo dove dagli anni ’60 al 2002 sono nati alcuni dei più grandi capolavori del design contemporaneo, ha entusiasmato tutti i partecipanti. Sul link www.ordinearchitetti.mb.it/ NEWS_pagina.asp?ID=1228 della pagina web dell’Ordine, il resoconto dell’interessante mattinata in cui i partecipanti si sono trovati immersi fra noti pezzi di design, bozze, progetti e prototipi, nonché ricordi, materiali e non, di vita vissuta, il tutto raccontato dalla figlia di Achille Castiglioni, Giovanna: un’esperienza da consigliare.

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Î CO M O

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Libro sul corso di formazione per esperti in tutela ambientale È stata pubblicata, a cura dell’Ordine APPC di Como, la raccolta dei contributi dei relatori invitati al Corso di Formazione e Aggiornamento per esperti in materia di Tutela Ambientale promosso dall’Ordine e finalizzato all’aggiornamento sulle commissioni per il paesaggio e la autorizzazione paesaggistica. Questa pubblicazione vuole testimoniare l’impegno e lo sforzo della cultura professionale a sostegno di una necessaria e responsabile qualità della progettazione.

Î  MILANO

Eventi autunnali all’Ordine di Milano L’Ordine degli Architetti di Milano partecipa al Made 2011 e organizza in sede, con il supporto di Oikos e la color designer Francesca Valan, un progetto di rilevazione cromatica di alcuni edifici siti in Brera. In aggiunta hanno luogo due Itinerari di Architettura Milanese (Vico Magistretti e il Professionismo colto del dopoguerra) da svolgere a piedi, partendo dal cortile di via Solferino. Giovedì 6, venerdì 7 e sabato 8 ottobre, alle ore 18, – con partenza preceduta da un aperitivo – e domenica 9 ottobre, alle ore 11, con welcome coffee. Info: http://fondazione.ordinearchitetti.mi.it// index.php/page,Notizie.Dettaglio/ id,1956/type,fo

Info: www.ordinearchitetticomo.it/index. php?page=corso-paesaggio

Î  COM O

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Moslo: un progetto per EXPO dei territori verso il 2015

Il 23 giugno si è tenuto il convegno interprovinciale: “Mobilità sostenibile come risorsa e patrimonio di tutti, una riflessione sulla via verde pedemontana ComoLecco-Varese”, organizzato dall’Ordine degli Architetti PPC di Como, in collaborazione con Lecco e Varese. Un approfondimento sul possibile destino della ex ferrovia Grandate-Malnate e la sotto utilizzata ferrovia Como-Lecco, quali potenziali “vie verdi” già delineate e presenti sul territorio. L’iniziativa è finalizzata alla promozione della proposta di due concorsi internazionali di progettazione per un repertorio adottato dalle amministrazioni coinvolte. Info: www.ordinearchitetticomo.it/index.php?page=expo-2015

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Umberto Baratto, Stefania Buila, Franco Maffeis, M. Paola Montini, Roberto Nalli, Enzo Renon, Patrizia Scamoni, Lucio Serino (Termine del mandato: 15.10.2013)

Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori tel. 02 29002174 www.consultalombardia.archiworld.it Segreteria: segreteria@consulta-al.it Presidente: Paolo Ventura; Vice Presidente: Angelo Monti; Segretario: Fabiola Molteni; Tesoriere: Sergio Cavalieri; Consiglieri: Paolo Belloni, Laura Boriani, Emiliano Ambrogio Campari, Ferruccio Favaron, Laura Gianetti, Gianluca Perinotto, Giuseppe Sgrò, Daniela Volpi Ordine APPC di Bergamo tel. 035 219705 www.bg.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettibergamo@archiworld.it Informazioni utenti: infobergamo@archiworld.it Presidente: Paolo Belloni; Vice Presidente: Vittorio Gandolfi; Segretario: Remo Capitanio; Tesoriere: Carlos Manuel Gomes de Carvalho; Consiglieri: Stefano Baretti, Achille Bonardi, Matteo Calvi, Fabio Corna, Francesco Forcella, Arianna Foresti, Francesca Carola Perani, Matteo Seghezzi, Elena Sparaco, Marco Tomasi, Franceso Valesini (Termine del mandato: 13.7.2013) Ordine APPC di Brescia tel. 030 3751883 www.bs.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettibrescia@archiworld.it Informazioni utenti: infobrescia@archiworld.it Presidente: Paolo Ventura; Vice Presidente: Gianfranco Camadini; Paola Faroni, Roberto Saleri; Segretario: Laura Dalè; Tesoriere: Luigi Scanzi; Consiglieri: Mauro Armellini,

Ordine APPC di Como tel. 031 269800 www.ordinearchitetticomo.it Informazioni utenti: info@ordinearchitetticomo.it Presidente: Angelo Monti; Vice Presidente: Angelo Avedano; Segretario: Margherita Mojoli; Tesoriere: Enrico Nava; Consiglieri: Matteo Ardente, Alessandro Bellieni, Stefania Borsani, Elisabetta Cavalleri, Alessandro Cappelletti, Alessandra Guanziroli, Veronica Molteni, Giacomo Pozzoli, Stefano Seneca, Marco F. Silva, Marcello Tomasi (Termine del mandato: 15.3.2014) Ordine APPC di Cremona tel. 0372 535422 www.architetticr.it Presidenza e segreteria: segreteria@architetticr.it Presidente: Emiliano Ambrogio Campari; Vice Presidente: Carlo Varoli; Segretario: Andrea Pandini; Tesoriere: Luigi A. Fabbri; Consiglieri: Claudio Bettinelli, Giuseppe Coti, M. Luisa Fiorentini, Antonio Lanzi, Massimo Masotti, Vincenzo Ogliari, Silvano Sanzeni (Termine del mandato: 15.10.2013) Ordine APPC di Lecco tel. 0341 287130 www.ordinearchitettilecco.it Presidenza, segreteria e informazioni: ordinearchitettilecco@tin.it Presidente: M. Elisabetta Ripamonti; Vice Presidente: Paolo Rughetto; Segretario: Marco Pogliani; Tesoriere: Vincenzo D. Spreafico; Consiglieri: Davide Bergna, Enrico Castelnuovo, Alfredo Combi, Guido De Novellis, Carol Monticelli, Valentina Redaelli, Diego Toluzzo (Termine del mandato: 15.10.2013) Ordine APPC di Lodi tel. 0371 430643 www.lo.archiworld.it Presidenza e segreteria:

architettilodi@archiworld.it Informazioni utenti: infolodi@archiworld.it Presidente: Laura Boriani; Vice Presidente: Giuseppe Rossi; Segretario: Guido Siviero; Tesoriere: Massimo Pavesi; Consiglieri: Paolo Camera, Simonetta Fanfani, Paola Mori, Chiara Panigatta, (Termine del mandato: 15.10.2013) Ordine APPC di Mantova tel. 0376 328087 www.mn.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettimantova@archiworld.it Informazioni utenti: infomantova@archiworld.it Presidente: Sergio Cavalieri; Vice Presidente: Alessandro Valenti; Segretario: Alessandra Fortunati; Tesoriere: Manuela Novellini; Consiglieri: Andrea Cattalani, Gianni Girelli, Cristiano Guernieri, Sandro Piacentini, Enrico Rossini, Pietro Triolo, Sabrina Turola (Termine del mandato: 15.10.2013) Ordine APPC di Milano tel. 02 625341 www.ordinearchitetti.mi.it Presidenza: consiglio@ordinearchitetti.mi.it Informazioni utenti: segreteria@ordinearchitetti.mi.it Presidente: Daniela Volpi; Vice Presidenti: Marco Engel, Franco Raggi; Segretario: Valeria Bottelli; Tesoriere: Annalisa Scandroglio; Consiglieri: Maria Luisa Berrini, Maurizio Carones, Maurizio De Caro, Rosanna Gerini, Paolo Mazzoleni, Alessandra Messori, Emilio Pizzi, Vito Mauro Radaelli, Clara Maria Rognoni, Antonio Zanuso (Termine del mandato: 3.12.2013) Ordine APPC di Monza e della Brianza tel. 039 2307447 www.ordinearchitetti.mb.it Segreteria: segreteria@ordinearchitetti.mb.it Presidente: Fabiola Molteni; Vice Presidenti: Ezio Fodri, Fabio Sironi; Segretario: Mariarosa Vergani; Tesoriere: Carlo Mariani; Consiglieri: Francesco Barbaro,

Giuseppe Caprotti, Giuseppe Elli, Marta Galbiati, Enrica Lavezzari, Cristina Magni, Roberto Pozzoli, Biancalisa Semoli, Nicola Tateo (Termine del mandato: 1.2.2014) Ordine APPC di Pavia tel. 0382 27287 www.ordinearchitettipavia.it Presidenza e segreteria: architettipavia@archiworld.it Informazioni utenti: infopavia@archiworld.it Presidente: Aldo Lorini; Vice Presidente: Lorenzo Agnes; Segretario: Paolo Marchesi; Tesoriere: Alberto Vercesi; Consiglieri: Marco Bosi, Raffaella Fiori, Paolo Lucchiari, Luca Pagani, Gianluca Perinotto, Paolo Polloni, Andrea Vaccari (Termine del mandato: 15.10.2013) Ordine APPC di Sondrio tel. 0342 514864 www.so.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettisondrio@archiworld.it Informazioni utenti: infosondrio@archiworld.it Presidente: Giuseppe Sgrò; Vice Presidente: Giovanni Vanoi; Segretario: Aurelio Valenti; Tesoriere: Claudio Botacchi; Consiglieri: Marco Del Nero, Andrea Forni, Marco Ghilotti, Carlo Murgolo, Nicola Stefanelli (Termine del mandato: 15.10.2013) Ordine APPC di Varese tel. 0332 812601 www.ordinearchitettivarese.it Presidenza: presidente.varese@awn.it Segreteria: infovarese@awn.it Presidente: Laura Gianetti; Segretario: Matteo Sacchetti; Tesoriere: Emanuele Brazzelli; Consiglieri: Luca Bertagnon, Maria Chiara Bianchi, Riccardo Blumer, Claudio Castiglioni, Stefano Castiglioni, Ada Debernardi, Alberto D’Elia, Mattia Frasson, Ilaria Gorla, Carla G. Moretti, Giuseppe Speroni, Stefano Veronesi (Termine del mandato: 15.10.2013)

BIMESTRALE DI INFORMAZIONE DEGLI ARCHITETTI PIANIFICATORI PAESAGGISTI E CONSERVATORI LOMBARDI

La rivista AL, fondata nel 1970, raggiunge ogni due mesi tutti i 27.374 architetti iscritti ai 12 Ordini degli Architetti PPC della Lombardia: 2.353 iscritti dell’Ordine di Bergamo; 2.356 iscritti dell’Ordine di Brescia; 1.720 iscritti dell’Ordine di Como; 706 iscritti dell’Ordine di Cremona; 955 iscritti dell’Ordine di Lecco; 403 iscritti dell’Ordine di Lodi; 713 iscritti dell’Ordine di Mantova; 12.080 iscritti dell’Ordine di Milano; 2.534 iscritti dell’Ordine di Monza e della Brianza; 876 iscritti dell’Ordine di Pavia; 372 iscritti dell’Ordine di Sondrio; 2.306 iscritti dell’Ordine di Varese. Ricevono, inoltre, la rivista: 90 Ordini degli Architetti PPC d’Italia; 1.555 Amministrazioni comunali lombarde; Assessorati al Territorio delle Province lombarde e Uffici tecnici della Regione Lombardia; Federazioni degli architetti e Ordini degli ingegneri; Biblioteche e librerie specializzate; Quotidiani nazionali e Redazioni di riviste degli Ordini degli Architetti PPC nazionali; Università; Istituzioni museali; Riviste di architettura ed Editori.

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484 | 2011

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