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AL Mensile di informazione degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori Lombardi

Ordini degli Architetti P.P.C. delle Province di: Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Lecco, Lodi, Mantova, Milano, Monza e della Brianza, Pavia, Sondrio, Varese

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ottobre 2008

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EDITORIALE

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FORUM Architetture rurali interventi di Giancarlo Consonni e Graziella Tonon, Giorgio Diritti, Stella Agostini

Architetture rurali

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OSSERVATORIO Riletture Argomenti Conversazioni Concorsi Libri Mostre

44 46 48

PROFESSIONE Legislazione Normative e tecniche Strumenti

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INFORMAZIONE Dagli Ordini Dalla Regione

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INDICI E TASSI

€3,00

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FORUM ORDINI Bergamo Brescia Como Cremona Lecco Lodi Mantova Milano Monza e Brianza Pavia

Direttore Responsabile Ferruccio Favaron Direttore Maurizio Carones Comitato editoriale Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori Redazione Igor Maglica (caporedattore) Irina Casali, Martina Landsberger, Fabiana Pedalino Direzione e Redazione via Solferino, 19 - 20121 Milano tel. 0229002165 - fax 0263618903 e-mail Redazione: redazione@consulta-al.it

Progetto grafico Gregorietti Associati Impaginazione Matbuk Concessionaria per la pubblicità service editoriale Action Group srl Via Londonio 22 – 20154 Milano Tel. +39 02.34.53.8338 Fax +39 02.34.93.7691 www.actiongroupeditore.com info@actiongroupeditore.com Coordinamento pubblicità Riccardo Fiorina rfiorina@actiongroupeditore.com Pubblicità Leonardo Cereda Stampa Grafica Editoriale Printing srl via Enrico Mattei 106 40138 Bologna Rivista mensile: Poste italiane Spa – Spedizione in a.p. – D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) Art. 1, comma 1, DCB Milano Autorizzazione Tribunale n. 27 del 20.1.1971 Distribuzione a livello nazionale La rivista viene spedita gratuitamente a tutti gli architetti iscritti agli Albi della Lombardia che aderiscono alla Consulta Tiratura: 36160 copie In base alla documentazione postale del numero di maggio 2008 sono state postalizzate 26931 copie in Italia. Abbonamento annuale (valido solo per gli iscritti agli Ordini Lombardi €3,00) In copertina: Un fotogramma del film Il vento fa il suo giro di G. Diritti Gli articoli pubblicati esprimono solo l’opinione dell’autore e non impegnano la Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti né la Redazione di AL Chiuso in redazione: 20 ottobre 2008

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Mensile di informazione degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori Lombardi


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Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori, tel. 02 29002174 www.consultalombardia.archiworld.it Segreteria: segreteria@consulta-al.it Presidente: Ferruccio Favaron; Past President: Giuseppe Rossi; Vice Presidenti: Giorgio Tognon, Paolo Ventura; Segretario: Sergio Cavalieri; Tesoriere: Emiliano Ambrogio Campari; Consiglieri: Achille Bonardi, Stefano Castiglioni, Angelo Monti, Biancalisa Semoli, Giuseppe Sgrò, Daniela Volpi Ordine di Bergamo, tel. 035 219705 www.bg.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettibergamo@archiworld.it Informazioni utenti: infobergamo@archiworld.it Presidente: Achille Bonardi; Vice Presidenti: Paola Frigeni, Angelo Mambretti; Segretario: Elena Zoppetti; Tesoriere: Gianfranco Bergamo; Consiglieri: Anna Giulia Baratti, Andrea Bellocchio, Matteo Calvi, Stefano Cremaschi, Vittorio Gandolfi, Alessandro Pellegrini, Francesca Rossi, Mario Salvetti, Susanna Servalli, Carolina Ternullo (Termine del mandato: 15.10.2009) Ordine di Brescia, tel. 030 3751883 www.bs.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettibrescia@archiworld.it Informazioni utenti: infobrescia@archiworld.it Presidente: Paolo Ventura; Vice Presidente: Roberto Nalli; Segretario: Gianfranco Camadini; Tesoriere: Luigi Scanzi; Consiglieri: Stefania Annovazzi, Umberto Baratto, Franco Cerudelli, Laura Dalé, Antonio Erculiani, Paola Faroni, Franco Maffeis, Donatella Paterlini, Silvia Pedergnaga, Enzo Renon, Roberto Saleri (Termine del mandato: 15.10.2009) Ordine di Como, tel. 031 269800 www.ordinearchitetticomo.it Informazioni utenti: info@ordinearchitetticomo.it Presidente: Angelo Monti; Vice Presidente: Chiara Rostagno; Segretario: Margherita Mojoli; Tesoriere: Marco Balzarotti; Consiglieri: Angelo Avedano, Antonio Beltrame, Alessandro Cappelletti, Laura Cappelletti, Enrico Nava, Michele Pierpaoli, Andrea Pozzi (Termine del mandato: 15.3.2010) Ordine di Cremona, tel. 0372 535422 www.architetticr.it Presidenza e segreteria: segreteria@architetticr.it Presidente: Emiliano Ambrogio Campari; Vice Presidente: Gian Paolo Scaratti; Segretario: Federica Fappani; Tesoriere: Luigi Fabbri; Consiglieri: Luigi Agazzi, Giuseppe Coti, Davide Cremonesi, Antonio Lanzi, Fiorenzo Lodi, Fabio Rossi, Paola Samanni (Termine del mandato: 15.10.2009) Ordine di Lecco, tel. 0341 287130 www.ordinearchitettilecco.it Presidenza, segreteria e informazioni: ordinearchitettilecco@tin.it Presidente: Ferruccio Favaron; Vice Presidenti: Massimo Dell’Oro, Elio Mauri; Segretario: Marco Pogliani; Tesoriere: Vincenzo Spreafico; Consiglieri: Ileana Benegiamo, Fernando Dè Flumeri, Massimo Mazzoleni, Elena Todeschini, Diego Toluzzo, Alessandra Valsecchi (Termine del mandato: 15.10.2009) Ordine di Lodi, tel. 0371 430643 www.lo.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettilodi@archiworld.it Informazioni utenti: infolodi@archiworld.it Presidente: Vincenzo Puglielli; Vice Presidente: Giuseppe Rossi; Segretario: Paolo Camera; Tesoriere: Cesare Senzalari; Consiglieri: Samuele Arrighi, Erminio Antonio Muzzi, Massimo Pavesi, Fabretta Sammartino, Ferdinando Vanelli (Termine del mandato: 15.10.2009) Ordine di Mantova, tel. 0376 328087 www.mn.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettimantova@archiworld.it Informazioni utenti: infomantova@archiworld.it Presidente: Sergio Cavalieri; Segretario: Enrico Rossini; Tesoriere: Manuela Novellini; Consiglieri: Lara Gandolfi, Cristiano Guernieri, Filippo Mantovani, Giuseppe Menestò, Sandro Piacentini, Alberta Stevanoni, Luca Rinaldi, Graziella Trippini (Termine del mandato: 15.10.2009) Ordine di Milano, tel. 02 625341 www.ordinearchitetti.mi.it Presidenza: consiglio@ordinearchitetti.mi.it Informazioni utenti: segreteria@ordinearchitetti.mi.it Presidente: Daniela Volpi; 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Nel celeberrimo scritto Agricoltura e morale (1845) Carlo Cattaneo sottolineava come nella lingua tedesca le parole arte di edificare e arte di coltivare corrispondessero alla medesima voce ed in questo senso, come si sa, Cattaneo considerava la Lombardia esempio perfetto di quel secolare lavoro sull'intero territorio – “immenso deposito di fatiche” – che distingue le regioni civilizzate da quelle “selvagge”. Il territorio della Lombardia è storicamente caratterizzato da un articolato rapporto tra elementi naturali ed elementi artificiali, manifestazione di come la “costruzione” riguardi appunto allo stesso modo sia la città che il territorio. Questo delicato rapporto ha contraddistinto il territorio lombardo nelle sue differenti tipologie e, nell'ambito delle variazioni nel corso del tempo, ha visto città e campagna come strutturalmente legate. Nella seconda metà del Novecento si è invece verificata una profonda modificazione di tale rapporto – si potrebbe dire irrimediabile rottura di un equilibrio storicamente consolidato – a vantaggio della città e dell'insediamento urbano in generale. La costruzione del territorio perdeva quella condizione di equilibrio per aderire ad un unico modello, quello urbano, con il conseguente progressivo abbandono della ruralità, inteso in modo riduttivo quale luogo non ancora coinvolto nello sviluppo. Si pensi, ad esempio, alla rinuncia ai delicati sistemi di agricoltura per l'impiego di modalità agricole standardizzate secondo immediate logiche produttive, alla spesso insensibile realizzazione di infrastrutture oppure alla costruzione attraverso la acritica diffusione di tipologie edilizie esplicitamente urbane, quali, ad esempio, l'edificio a condominio, modello direttamente mutuato dalla città e trasferito in paesi e piccoli centri che ambivano a diventare velocemente urbani. A tale vicenda, dipanatasi per alcuni decenni e per certi aspetti non ancora conclusa, è succeduta una differente sensibilità che ha promosso un'attenzione, anche legislativa e di pianificazione, verso la “salvaguardia” di una natura e di una ruralità ormai abbandonate e al di fuori di reali meccanismi della società contemporanea. A ben vedere la incontrollata diffusione del modello urbano e la salvaguardia di quanto non ancora investito da tale espansione, sembrano appunto essere due fenomeni complementari e conseguenti all'affermazione del vivere urbano (note proiezioni indicano come la quantità di persone che vivranno in città è destinata comunque ad aumentare esponenzialmente) assegnando alla ruralità un ruolo di riserva o – quando ripresa – di pacificante compensazione all'indiscutibile modello urbano. Più recentemente sembra proporsi una concezione maggiormente articolata che vede considerare, allo stesso tempo, la città come luogo ove è possibile ricostruire una naturalità – ad esempio anche con qualità costruttive sensibili a certi problemi ambientali o con la costante attenzione alle aree “verdi” – e la “campagna” come luogo in cui un insediamento qualitativo può dare senso ad una naturalità che non può avere solo valore astratto. Tutto ciò riguarda anche la questione delle architetture rurali attualmente in disuso, di cui il territorio lombardo è disseminato. Architetture ed interi insediamenti sono testimonianze di una vita che solamente cento anni fa aveva ancora ritmi ed equilibri immutati da secoli ed oggi è gravemente priva di reale progettualità. Nell'impossibilità di pensare la riconquista di quegli antichi equilibri, prospettiva suggestiva ma anche evidentemente nostalgica, il problema è da affrontare senza astratte e predefinite ideologie e richiede soluzioni all'interno di una rinnovata concezione del rapporto tra città e territorio, in cui il contributo delle nostre discipline possa essere davvero determinante. Maurizio Carones

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Architetture rurali

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Il forum di questo numero è composto dagli interventi di Giancarlo Consonni e Graziella Tonon, entrambi professori ordinari ordinari di Urbanistica presso la Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano; Giorgio Diritti regista de Il vento fa il suo giro (2005), film premiato dalla giuria di numerosi festival nazionali e internazionali; Stella Agostini, professore di costruzioni rurali II presso la facoltà di Scienze agrarie dell’ Università degli Studi di Milano). Ringraziamo tutti i parteciapnti per la loro preziosa collaborazione.

La cascina lombarda come laboratorio sociale

di Giancarlo Consonni e Graziella Tonon Nel 1936 Giuseppe Pagano e Guarniero Daniel realizzano per la VI Triennale di Milano una mostra sull’Architettura rurale italiana, “con lo scopo di dimostrare il valore estetico della sua funzionalità” (1). L’esposizione vuole trasmettere “la gioia di scoprire motivi di onestà, di chiarezza, di logica, di salute edilizia là dove una volta si vedeva solo arcadia e folclore” (2). L’intento è polemico: contro l’architettura stilistica (compreso il manierismo del razionale). L’esplorazione a tutto campo del tema della casa rurale in Italia vuole essere un modo per sostenere l’idea di una civiltà del costruire in cui la bellezza nasce “dalla funzionalità logica” (3). Pagano e Daniel si spingono anche più in là: “La casa rurale, pur rimanendo opera onesta di architettura, rappresenta il legame vivente fra la terra e l’uomo che la coltiva” (4). Il direttore di “Casabella” e il suo collaboratore sembrano riprendere le considerazioni sviluppate venticinque anni prima da Adolf Loos a partire dall’architettura rurale di montagna. Vale la pena riprenderne un passaggio: “Fra le case dei contadini, che non da essi furono fatte, ma da Dio, c’è una villa. L’opera di un buono o di un cattivo architetto? Non lo so. So soltanto che la pace, la quiete, la bellezza se ne sono già andate. (…) E io domando allora: perché tutti gli architetti, buoni o cattivi, finiscono per deturpare il lago? Il contadino non lo fa. Neppure l’ingegnere che costruisce sulle rive una ferrovia o traccia con il suo battello solchi profondi nel chiaro specchio del lago. Essi creano in modo diverso. (…) È bella la casa [del contadino]? Sì, è bella proprio come sono belli le rose e il cardo, il cavallo e la mucca. E io chiedo nuovamente: perché un architetto, un architetto buono o un architetto cattivo, deturpa il lago? L’architetto, come quasi ogni abitante della città, non ha civiltà. Gli manca la sicurezza del contadino, che possiede invece una sua civiltà. L’abitante della città è uno sradicato. Intendo per civiltà quell’equilibrio interiore ed esteriore dell’uomo garantito soltanto dal pensiero e dall’azione razionali” (5). Loos, come del resto Pagano e Daniel, non cade nell’equivoco dell’architettura spontanea. Anzi: semmai mette a nudo i misfatti compiuti da quanti si ispirano al pittoresco (oggi

diremmo al vernacolare), mentre indica come attualissima la lezione della tradizione: Le modifiche al modo di costruire tradizionale sono consentite soltanto se rappresentano un miglioramento, in caso contrario attieniti alla tradizione. Perché la verità, anche se vecchia da secoli, ha con noi un legame più stretto della menzogna che ci cammina al fianco (6). C’è della mitizzazione in tutto questo? No. Semmai c’è, ma questo riguarda soprattutto Pagano e Daniel, una nozione troppo generica di architettura rurale. Si prenda la Lombardia: un conto sono gli insediamenti di montagna, dove la logica organica ha resistito più a lungo, e un conto sono gli insediamenti di pianura, dove soprattutto a partire dal XIX secolo tanto nella definizione dell’organismo rurale come nella sua localizzazione insieme alla “funzionalità logica” e alla tradizione del costruire hanno operato altri fattori, di ordine economicosociale. Quelli, per esempio, che portavano a sacrificare le condizioni abitative e di vita dei contadini (7) e dei salariati (8) ai principi della gestione aziendale e della rendita agraria. Detto in altri termini, è bene non separare nel giudizio gli oggetti architettonici dal sistema di relazioni sociali e territoriali che li hanno generati. Così per l’insieme delle cascine sparse e aggregate dell’Altopiano milanese non si può non ricordare come esse siano il frutto della rivoluzione agraria che ha il suo motore nell’allevamento del baco da seta. Sono le esigenze della bachicoltura a chiedere camere “alte, spaziose, ventilate e quanto possibile difese dalla presenza o dal riverbero del raggio solare e dal soffoco tanto nocivi ai vermi da seta”. Il che porta all’affermazione di un tipo edilizio che ridisegna l’habitat sostituendo pressoché interamente “le abitazioni contadinesche di antica e misera costruzione” (9). Non a caso le nuove fabbriche sono spesso in stile, in perfetta sintonia con quanto accade in città: a rimarcare il loro essere il frutto di un intervento dall’alto, quanto capillare, di straordinaria portata per la costruzione della metropoli contemporanea (10). Quanto alla cascina della grande azienda capitalistica della Bassa irrigua, spicca il contrasto fra lo straordinario radicamento di questa città in nuce nella trama della rete idraulica e il forte nomadismo dei salariati. Gli operai della terra erano ospitati in case in linea a ballatoio, anticipatrici, per certi versi, del tipo della casa operaia urbana. Erano chiamati “obbligati” non a caso: su di loro non veniva mai meno il controllo dell’imprenditore, la cui “villa” dominava la corte in una logica da Panopticon. Un microcosmo, quello della cascina dell’irriguo, anticipatore di elementi della società attuale: quel combinarsi di uno sradicamento da società liquida (Zygmunt Bauman) e di forme di controllo da Grande Fratello. Questo non toglie interesse alle fabbriche rurali sotto ogni riguardo. Non dimenticando mai che i complessi rurali sono stati comunque i centri motori del paesaggio e della sua cura e che questo, e non solo la loro intrinseca qualità architettonica, costituisce una questione imprescindibile per ogni ipotesi di recupero e di salvaguardia.


Giorgio Diritti dal lontano 99 lavora alla sceneggiatura di questo film insieme all’amico Fredo Valla: la storia originale e ispirata ad un fatto reale di un ex professore che sceglie la vita campestre e l’attività pastorizia per la sussistenza della sua famiglia. Avendo ricevuto due rifiuti dal supporto ministeriale “perché non presenta il ritmo del cinema”, la sceneggiatura si realizza fra 2004 e 2005 grazie allo spirito di avventura di Diritti e dell’Aranciafilm insieme alle comunità insediate nella valle occitana piemontese che è scenario della storia, le quali sentendosi integrate nel progetto forniscono aiuti morali e materiali. La stessa Aranciafilm si prende cura dell’autodistribuzione delle pellicole nei cinema italiani realizzando un miracolo di pubblico e critica ancora una volta con le sue sole forze. Il successo inaspettato consente all’Aranciafilm di Diritti di impegnarsi in un nuovo lavoro, ambientato nell’Appennino Tosco-Emiliano e ispirato alla storica e tragica strage di Marzabotto.

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Note 1. G. Pagano, G. Daniel, Architettura rurale italiana, Quaderni della Triennale, Hoepli, Milano, 1936, p. 6. 2. Ivi, p. 15. 3. Ivi, p. 23. 4. Ivi, p. 24. 5. A. Loos, Architettura (1910), poi nel volume Trotzdem [Nonostante tutto], Innsbruck 1931, ora in Id., Parole nel vuoto, Adelphi, Milano, 1980, pp. 241-42. 6. Id., Regole per chi costruisce in montagna (1913), ivi, p. 272. 7. Nell’Altopiano Milanese nel 1878 l’inchiesta Bertani affidata ai medici condotti poteva rilevare: “si vedono spesso quindici, sedici persone occupare una sola stanza di 30 mc; in una stanza di 140 mc persino tre coppie di gente ammogliata con tutta la prole. In stanze anche più ampie non vi è spazio maggiore di 4 mc per ogni persona”. M. Panizza (a cura di), Risultati dell'inchiesta istituita da Agostino Bertani sulle condizioni sanitarie dei lavoratori della terra in Italia. Riassunto e considerazioni, Roma, 1890, p. 103. La condizione di insufficienza degli spazi abitativi era in ogni caso generalizzata a tutta la Penisola. 8. Quanto agli obbligati di cascina, per la provincia di Pavia l’inchiesta Bertani (ivi, p. 104) rilevava: “Una stanza che sarebbe capace per due letti, ne contiene fin quattro o cinque; e in stanze di cinque o sei mq dormono da sei ad otto persone”. Una situazione diffusa in tutta la Bassa irrigua. 9. A. Cossa, Della condizione di Milano dall’anno 1796 al 1840, Milano, 1840, p. 74. 10. G. Consonni, G. Tonon, La terra degli ossimori. Caratteri del territorio e del paesaggio della Lombardia contemporanea, in Aa. Vv., Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. La Lombardia, a cura di D. Bigazzi e M. Meriggi, Einaudi, Torino, 2001, pp. 51-187.

A proposito de “Il vento fa il suo giro” di Giorgio Diritti

La mia passione per la montagna mi ha portato in contatto, soprattutto negli anni ‘80 e ‘90, con le differenti realtà paesaggiste ed architettoniche dell’arco alpino. La pietra, il legno, li ho sempre sentiti come parte di casa, della mia casa interiore del senso di rifugio tra protezione e calore. Qualche cosa di ancestrale, di intimo che espresso in differenti forme fruiva naturale dal “ventre della montagna”, dalla terra, per proteggere e custodire la vita. Forse nel film vi è parte di questa sensazione. Dopo la lettura del soggetto da cui è stato successivamente realizzato Il vento fa il suo giro ho avuto l’invito da parte di Fredo Valla ad andare a conoscere quel territorio e la gente occitana. Fin da subito scoprendo la valle Po’, la Val Varaita e la Val Maira ho avuto forte la sensazione di un territorio denso di emozioni

che raccontava ed esprimeva lo stato d’animo delle persone che incontravo. Durezza, chiusura, diffidenza nei primi incontri, senso di solitudine, senso di dignità, di identità, di “antico”. Le origini dell’uomo erano lì in sintesi nella difficoltà di sopravvivere nel rapporto con la terra ma anche nel piacere di vivere l’avventura di questo rapporto… Poi, man mano, la solarità ed una straordinaria umanità si sono svelate come la luce dopo un temporale minaccioso. Ho trovato grande saggezza, umiltà, accoglienza, un aiuto prezioso e fondamentale senza cui il film non si sarebbe certo realizzato. Il territorio della Val Maira, l’ho percorso più volte a scoprire la dimensione di ogni piccola valle laterale, di ogni borgata, di ogni volto. In certi momenti pareva di essere in un viaggio nel tempo, in una sospensione di silenzi e vuoti. È prepotente la suggestione visiva degli scenari; ti interroga sul senso e sul criterio delle cose dell’uomo che vive spazi artificiali ed angusti relegando ad un mese all’anno la dimensione del suo rapporto vero con l’esistenza, con le origini, con la vita, con la natura di cui siamo fatti. Lo sguardo sulle borgate scopre armonia e buon senso, quasi che le due cose rispondano ad un medesimo equilibrio matematico. Pietra, legno, plasmati e riproposti nella corretta ricerca della luce. Esigenza che nasce da un bisogno, dalla necessità pratica del calore nella vita quotidiana e che corrisponde anche ad una coerenza armonica ad una suggestione visiva precisa in cui il sole, nelle sue incidenze nell’arco della giornata, arriva frontale e “piatto” solo al mezzogiorno. Colpisce l’eleganza e l’assenza di finestre sul lato di più case accostate a difendersi dal vento dominante la valle e la ricchezza “antica” di portali in pietra con bassorilievi, specchio di una cura artistica e di un’economia di quei territori ben differente dall’attuale. C’è sovente, un senso una logica, semplice funzionale e pratica che si evolve in un’armonia coerente ed elegante. A Canosio, ad esempio, località poi non usata per le riprese del film, la Borgata si è sviluppata come una casa villaggio, con l’estensione dei tetti in lose, a coprire le piccole strade per rendere più agevole la vita per tutto l’inverno. Percorrere quel sentiero di pietra ti porta in una differente sensazione, che ti fa pensare all’oriente, che ti richiama l’infanzia dei presepi. Ad Ussolo, dove ho girato gran parte delle riprese, sono invece dei piccoli ponti in pietra creati per trasportare agevolmente il fieno nei fienili a dare eleganza nei giochi di passaggi di luce di scenari che man mano si svelano e scoprono anche affreschi di devozione religiosa del Settecento. Travi secolari, colonne alte, lose pesanti raccontano anche del lavoro dell’uomo assieme ad altri uomini, del senso di comunità che rendeva possibili certe opere e che nel mio piccolo ha reso possibile Il vento fa il suo giro. La storia di quei territori racconta della collaborazione come necessità e strumento di sviluppo sociale e ci interroga nel contrasto tra quelle case vuote e le città “piene di tutto”, invase dalla frenesia e dal consumo, dove la ricerca dell’armonia è relegata al


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Segni significanti e insignificanti del progetto di Stella Agostini

L’architettura rurale, risultato di un lungo e reciproco processo di adattamento tra l’uomo, la terra e la produzione agricola, è solo un elemento di quella tessitura relazionale con cui l’agricoltura ha inciso nel paesaggio il suo segno speciale. Il tema del progetto si declina in sottotemi che riguardano il nuovo edificato, il recupero delle volumetrie abbandonate, il riuso, l’adeguamento e la valorizzazione del patrimonio rurale, storico e/o monumentale. La nuova edificazione chiede di confrontarsi con gli elementi che determinano e possono ancora influenzare la costruzione dell’identità della produzione agricola nel contesto attuale, considerandone la forte competitività e le esigenze di apertura ai mercati internazionali. Per il recupero si tratta d’intervenire su un elemento, attivo o latente, che interagisce con un sistema paesistico, rurale, agricolo o periurbano, costituito da molte variabili in reciproca sinergia. Un sistema che può essere irreversibilmente alterato dagli effetti della trasformazione proposta. Per essere in grado di verificare la congruenza che la Legge Regionale n. 12 del 11.3.2005 richiede per il progetto in area agricola, occorre capire fino a che punto l’intervento incida sul valore patrimoniale e sulla riconoscibilità del sistema agricolo/rurale di pertinenza e quale ruolo assuma rispetto alle trasformazioni di governo del territorio in atto. Per rispondere alla complessità del tema, ogni scelta progettuale andrebbe preceduta da un’analisi volta a comprendere quale sia (e se vi sia) ancora un’influenza dell’edificio sul suo intorno. Quali siano i suoi valori e i suoi sensi, a livello intrinseco ed estrinseco, guardando il corpo di fabbrica nella sua multi-significatività di: • organismo edilizio; • componente di un complesso (se parte integrante di un insediamento/nucleo consolidato); • elemento paesistico; • fonte di reddito (soprattutto se parte di un’impresa agricola); • bene/ patrimonio culturale. Ognuno di questi sensi apre rischi, sfide e pericoli. Il primo rischio, dettato da motivazioni e urgenze economiche, è che il riuso prevalga sul recupero, riducendo il tema architettonico a quello puramente volumetrico. Gli interventi di adeguamento più ricorrenti sono l’ampliamento, la sopraelevazione, la creazione di nuove aperture in facciata o in copertura e l’allargamento di quelle esistenti. La sfida per il progettista è mettere in opera le alterazioni neces-

sarie all’adeguamento senza inficiare il significato dell’elemento e dell’organismo edilizio. Il pericolo è cadere nella tentazione di reinventare un segno di “rusticità”. Nell’architettura rurale ogni segno ha un significato, sintesi di esigenze e di opportunità. Ogni codice linguistico si articola in relazione al proprio territorio e al proprio indirizzo produttivo, oltre a dover rispondere al clima, alle risorse e ai know-how locali. Ricostruire la barchessa (portico adiacente alla stalla, a riparo dalle intemperie e dal sole) e bucarla per assicurare i rapporti aero-illuminanti può risultare un intervento contraddittorio. Eliminare il ballatoio o trasformarlo in balconi, ideare aperture ad oblò per giustificare la sopraelevazione, cambiare le pendenze delle coperture con la conseguente discontinuità nei colmi, creare aperture cieche grigliate, aprire archi posizionandoli indiscriminatamente in ogni componente, sono tutti interventi che richiedono di essere preliminarmente confrontati con il ruolo (significante/insignificante) di ciascun elemento rispetto all’organismo edilizio e al sistema insediativo di riferimento. Garantire l’identità dei paesaggi rurali nella velocità delle trasformazioni in atto è una delle domande aperte dalla Convenzione d’Europa del paesaggio. Su questo tema si sviluppa il progetto di ricerca sul “patrimonio rurale vernacolare” che l’Università degli Studi di Milano sta coordinando, per conto dell’UNESCO, ponendosi a corollario dell’attenzione dedicata dall’Icomos e dal Consiglio d’Europa alla salvaguardia degli elementi “vernacolari”, come tracce delle comunità che li hanno prodotti e consolidati nel tempo. L’accezione “rurale” amplia il concetto di vernacolare dal costruito a tutte le relazioni umane, ambientali e paesistiche generate dalle scelte agricole nel tempo. Attraverso queste connessioni, i sistemi rurali vernacolari raccontano la storia dei luoghi e tramandano valori locali e locali modi di vita rispetto ai fenomeni globali, facendosi sintesi di quel genius loci che merita di essere considerato con attenzione nella declinazione dei paesaggi agricoli al futuro. Hegel osserva che se si vuol imparare a nuotare, non lo si può fare mimando i movimenti e restando fuori dell’acqua. Bisogna immergercisi. Allo stesso modo, non si può progettare l’architettura rurale senza partire dal sistema che l’ha generata. Obiettivo di qualunque sottotema è valorizzarne i segni e le relazioni che possono ancora conferirle dignità come matrice di un paesaggio in divenire, integrando aspetti etici, sociali, economici e culturali nelle scelte di progetto e di piano.

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ruolo di cartolina dei secoli passati. Uno sguardo in Val Maira il valore delle cose fatte con il “buon senso” e per durare nel tempo.


Beni “rurali”

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La conservazione dei luoghi rurali, testimonianze etnoantropologiche classificabili come beni culturali (v.d. pp. 44-45), è da anni materia di discussioni, di ricerca e di leggi, al fine di disciplinare e agevolare il recupero del patrimonio esistente. Qui di seguito alcuni riferimenti riguardanti la valorizzazione del patrimonio rurale. • RURALIA (Associazione Italiana per il Recupero Unitario delle Realtà Agricole e dei Luoghi), fondata nel novembre 1998 da un gruppo di studiosi e professionisti provenienti da diversi ambiti culturali affronta “il tema del recupero dell’architettura rurale tradizionale nel contesto del suo paesaggio”, con la “volontà di mantenere le radici di questo patrimonio al mondo che l’ha generato e che potrebbe ancora valorizzarlo.” RURALIA si è proposta di creare una rete internazionale che metta in contatto gli interessati alla salvaguardia del patrimonio rurale, di fondare un centro documentazione e ricerca e di formare commissioni multidisciplinari di esperti “che favoriscano l’incontro fra esigenze pubbliche e private nel recupero dell’esistente.” (www.ruralia.org) • La sede di RURALIA è situata presso l'Istituto di Ingegneria Agraria dell'Università degli Studi di Milano (www.iia.unimi.it), istituto che tra le attività di ricerca presenta una “Sezione Edilizia e impiantistica in agricoltura” che tratta le tematiche del settore costruzioni: tra queste spicca la ricerca con tema “Salvaguardia, tutela e valorizzazione del patrimonio edilizio” nella quale “si sta studiando la possibilità di riuso e recupero del patrimonio esistente all’interno del Parco Agricolo Sud Milano”. • Tra i parchi regionali della Lombardia, il Parco Agricolo Sud Milano pone infatti particolare attenzione all’aspetto di salvaguardia del patrimonio architettonico rurale. Il Parco, istituito il 23 aprile 1990 e ideato già negli anni Sessanta, è gestito direttamente dalla Provincia di Milano. Il progetto attualmente interessa circa un terzo del territorio provinciale e sessantuno Comuni, intrecciando “motivi di salvaguardia e tutela del territorio con la difesa di una funzione economica”. Nel Parco si trova un ricchissimo patrimonio architettonico. Diverse le tipologie di beni: oltre a fabbriche agricole, cascine e nuclei rurali della civiltà contadina, fanno parte del Parco anche abbazie, castelli e ville. Il recupero di alcuni siti ha contribuito a trasformarli in centri di attività espositiva e culturale (www.provincia.mi.it/parcosud/): “lo sviluppo di un turismo rurale semplice e compatibile con l'ambiente rappresenta una via importante per la rivitalizzazione e la valorizzazione del patrimonio architettonico rurale.” • Inevitabile il rimando al tema dell’agriturismo, ponte che unisce la tradizione agricola al settore turistico. La definizione “agriturismo” è stata coniata in concomitanza con la fondazione di Agriturist, Associazione Nazionale per l'Agriturismo, l'Ambiente e il Territorio, prima associazione agrituristica in Italia, costituita dalla Confagricoltura nel 1965, per promuovere e tutelare l'agriturismo, i prodotti nazionali dell'enogastronomia regionale, l'ambiente e la cultura rurale. Agriturist ha contribuito alla emanazione della legge quadro statale che disciplina attualmente l’agriturismo e delle leggi regionali che dettano norme specifiche. Attualmente Agriturist associa circa 5.000 aziende che svolgono attività agrituristica, assistendole sotto il profilo normativo, organizzativo e promozionale. Oltre al sito costantemente aggiornato con iniziative specifiche (www.agriturist.it), Agriturist annualmente pubblica la “Guida per l'Italia”. • La Legge 24 dicembre 2003, n. 378, Disposizioni per la tutela e la valorizzazione dell'architettura rurale “ha lo scopo di salvaguardare e valorizzare le tipologie di architettura rurale, quali insediamenti agricoli, edifici o fabbricati rurali, presenti sul territorio nazionale, realizzati tra il XIII ed il XIX secolo e che costituiscono testimonianza dell'economia rurale tradizionale”. Le regioni possono individuare, sentita la competente Soprintendenza per i beni e le attività culturali, gli insediamenti di architettura rurale presenti nel proprio territorio e possono provvedere al recupero.

Inoltre, presso il Ministero dell'economia e delle finanze è istituito il Fondo nazionale per la tutela e la valorizzazione dell'architettura rurale. Le risorse assegnate annualmente sono ripartite tra le regioni proporzionalmente alle richieste di finanziamento relative agli interventi approvati e in rapporto alla quota di risorse messe a disposizione dalle regioni stesse. Le regioni gestiscono le quote del Fondo concedendo contributi fino all'importo massimo del 50% della spesa riconosciuta. La concessione dei contributi è subordinata alla stipula di un'apposita convenzione che prevede, tra l'altro, la non trasferibilità degli immobili per almeno un decennio. • Pubblicato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali sulla G. U. n. 238 del 12 ottobre il Decreto 6 ottobre 2005 - Individuazione delle diverse tipologie di architettura rurale presenti sul territorio nazionale e definizione dei criteri tecnico-scientifici per la realizzazione degli interventi, ai sensi della Legge 24 dicembre 2003, n. 378, recante disposizioni per la tutela e la valorizzazione della architettura rurale. Nelle varie tipologie individuate sono comprese recinzioni, pavimentazioni di spazi aperti, sistemi di canalizzazione, irrigazione e di contenimento dei terrazzamenti. Il decreto individua inoltre gli interventi ammissibili che devono essere effettuati con l'impiego di materiali appartenenti alla tradizione locale. • Nello specifico caso della regione Lombardia, nel 2005 venne presentato il progetto di Legge n. 112 – Tutela e valorizzazione dell’architettura rurale, su iniziativa dei consiglieri Pizzetti e Galperti, al fine di incentivare il recupero degli edifici rurali. Il PDL n. 112 prevede che la Giunta regionale istituisca un Gruppo di conservazione e venga creato un fondo per promuovere e sostenere le iniziative di recupero di cui possano beneficiare i proprietari degli immobili e gli affittuari, “purché in possesso dell’autorizzazione del proprietario e di un contratto d’affitto di durata superiore a 10 anni”. “Per la realizzazione degli interventi sono concessi contributi in conto capitale, entro il limite massimo di € 100.000 per intervento, nella misura del 70% delle spese ammissibili nelle aree svantaggiate, del 60% nelle altre aree. Nel caso in cui gli interventi riguardino fabbricati di pertinenza di aziende agricole gli investimenti realizzati non devono comportare un aumento della capacità produttiva, in caso contrario il contributo concedibile è pari al 50% delle spese ammissibili nelle aree svantaggiate. 40% nelle altre aree” (elevabile rispettivamente al 60% e 50% nel caso l’investimento sia realizzato da giovani agricoltori). • Attualmente si è in attesa di un chiarimento in materia di non assoggettamento Ici dei fabbricati rurali. Finora considerati esenti, la Corte di Cassazione con la sentenza del 15 settembre ha affermato che a non pagare l'Ici sono soltanto i fabbricati rurali privi di una rendita catastale, ovvero quelli che sono ancora iscritti nel catasto terreni. Inoltre il 24 settembre la sezione emiliana dell'Anci ha emesso una circolare in cui invita i Comuni a recuperare l'Ici per tutti i fabbricati rurali per i cinque anni precedenti senza applicare sanzioni ai contribuenti. Una presa di posizione che, pur non avendo rilevanza giuridica, prefigura un'interpretazione della normativa fiscale fortemente penalizzante per gli imprenditori agricoli. In linea con quanto chiarito dall'agenzia del Territorio con circolare 7/2007 - secondo cui l'attribuzione di una rendita catastale assume rilevanza fiscale solo se il fabbricato perde il carattere di ruralità - il ministro per l'Attuazione del programma Gianfranco Rotondi, ha affermato che il Governo si adopererà per evitare che la tassazione possa interessare i fabbricati considerati ancora rurali, la cui rendita è già compresa nell'estimo per il calcolo del reddito domenicale dei terreni. Il Governo cercherà una soluzione alla problematica sollevata, probabilmente attraverso una disposizione interpretativa. L'occasione offerta deve tuttavia essere colta per rimeditare il concetto di ruralità in ambito fiscale. Fabiana Pedalino


Beni “rurali”

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La conservazione dei luoghi rurali, testimonianze etnoantropologiche classificabili come beni culturali (v.d. pp. 44-45), è da anni materia di discussioni, di ricerca e di leggi, al fine di disciplinare e agevolare il recupero del patrimonio esistente. Qui di seguito alcuni riferimenti riguardanti la valorizzazione del patrimonio rurale. • RURALIA (Associazione Italiana per il Recupero Unitario delle Realtà Agricole e dei Luoghi), fondata nel novembre 1998 da un gruppo di studiosi e professionisti provenienti da diversi ambiti culturali affronta “il tema del recupero dell’architettura rurale tradizionale nel contesto del suo paesaggio”, con la “volontà di mantenere le radici di questo patrimonio al mondo che l’ha generato e che potrebbe ancora valorizzarlo.” RURALIA si è proposta di creare una rete internazionale che metta in contatto gli interessati alla salvaguardia del patrimonio rurale, di fondare un centro documentazione e ricerca e di formare commissioni multidisciplinari di esperti “che favoriscano l’incontro fra esigenze pubbliche e private nel recupero dell’esistente.” (www.ruralia.org) • La sede di RURALIA è situata presso l'Istituto di Ingegneria Agraria dell'Università degli Studi di Milano (www.iia.unimi.it), istituto che tra le attività di ricerca presenta una “Sezione Edilizia e impiantistica in agricoltura” che tratta le tematiche del settore costruzioni: tra queste spicca la ricerca con tema “Salvaguardia, tutela e valorizzazione del patrimonio edilizio” nella quale “si sta studiando la possibilità di riuso e recupero del patrimonio esistente all’interno del Parco Agricolo Sud Milano”. • Tra i parchi regionali della Lombardia, il Parco Agricolo Sud Milano pone infatti particolare attenzione all’aspetto di salvaguardia del patrimonio architettonico rurale. Il Parco, istituito il 23 aprile 1990 e ideato già negli anni Sessanta, è gestito direttamente dalla Provincia di Milano. Il progetto attualmente interessa circa un terzo del territorio provinciale e sessantuno Comuni, intrecciando “motivi di salvaguardia e tutela del territorio con la difesa di una funzione economica”. Nel Parco si trova un ricchissimo patrimonio architettonico. Diverse le tipologie di beni: oltre a fabbriche agricole, cascine e nuclei rurali della civiltà contadina, fanno parte del Parco anche abbazie, castelli e ville. Il recupero di alcuni siti ha contribuito a trasformarli in centri di attività espositiva e culturale (www.provincia.mi.it/parcosud/): “lo sviluppo di un turismo rurale semplice e compatibile con l'ambiente rappresenta una via importante per la rivitalizzazione e la valorizzazione del patrimonio architettonico rurale.” • Inevitabile il rimando al tema dell’agriturismo, ponte che unisce la tradizione agricola al settore turistico. La definizione “agriturismo” è stata coniata in concomitanza con la fondazione di Agriturist, Associazione Nazionale per l'Agriturismo, l'Ambiente e il Territorio, prima associazione agrituristica in Italia, costituita dalla Confagricoltura nel 1965, per promuovere e tutelare l'agriturismo, i prodotti nazionali dell'enogastronomia regionale, l'ambiente e la cultura rurale. Agriturist ha contribuito alla emanazione della legge quadro statale che disciplina attualmente l’agriturismo e delle leggi regionali che dettano norme specifiche. Attualmente Agriturist associa circa 5.000 aziende che svolgono attività agrituristica, assistendole sotto il profilo normativo, organizzativo e promozionale. Oltre al sito costantemente aggiornato con iniziative specifiche (www.agriturist.it), Agriturist annualmente pubblica la “Guida per l'Italia”. • La Legge 24 dicembre 2003, n. 378, Disposizioni per la tutela e la valorizzazione dell'architettura rurale “ha lo scopo di salvaguardare e valorizzare le tipologie di architettura rurale, quali insediamenti agricoli, edifici o fabbricati rurali, presenti sul territorio nazionale, realizzati tra il XIII ed il XIX secolo e che costituiscono testimonianza dell'economia rurale tradizionale”. Le regioni possono individuare, sentita la competente Soprintendenza per i beni e le attività culturali, gli insediamenti di architettura rurale presenti nel proprio territorio e possono provvedere al recupero.

Inoltre, presso il Ministero dell'economia e delle finanze è istituito il Fondo nazionale per la tutela e la valorizzazione dell'architettura rurale. Le risorse assegnate annualmente sono ripartite tra le regioni proporzionalmente alle richieste di finanziamento relative agli interventi approvati e in rapporto alla quota di risorse messe a disposizione dalle regioni stesse. Le regioni gestiscono le quote del Fondo concedendo contributi fino all'importo massimo del 50% della spesa riconosciuta. La concessione dei contributi è subordinata alla stipula di un'apposita convenzione che prevede, tra l'altro, la non trasferibilità degli immobili per almeno un decennio. • Pubblicato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali sulla G. U. n. 238 del 12 ottobre il Decreto 6 ottobre 2005 - Individuazione delle diverse tipologie di architettura rurale presenti sul territorio nazionale e definizione dei criteri tecnico-scientifici per la realizzazione degli interventi, ai sensi della legge 24 dicembre 2003, n. 378, recante disposizioni per la tutela e la valorizzazione della architettura rurale. Nelle varie tipologie individuate sono comprese recinzioni, pavimentazioni di spazi aperti, sistemi di canalizzazione, irrigazione e di contenimento dei terrazzamenti. Il decreto individua inoltre gli interventi ammissibili che devono essere effettuati con l'impiego di materiali appartenenti alla tradizione locale. • Nello specifico caso della regione Lombardia, nel 2005 venne presentato il progetto di Legge n. 112 – Tutela e valorizzazione dell’architettura rurale, su iniziativa dei consiglieri Pizzetti e Galperti, al fine di incentivare il recupero degli edifici rurali. Il PDL n. 112 prevede che la Giunta regionale istituisca un Gruppo di conservazione e venga creato un fondo per promuovere e sostenere le iniziative di recupero di cui possano beneficiare i proprietari degli immobili e gli affittuari, “purché in possesso dell’autorizzazione del proprietario e di un contratto d’affitto di durata superiore a 10 anni”. “Per la realizzazione degli interventi sono concessi contributi in conto capitale, entro il limite massimo di € 100.000 per intervento, nella misura del 70% delle spese ammissibili nelle aree svantaggiate, del 60% nelle altre aree. Nel caso in cui gli interventi riguardino fabbricati di pertinenza di aziende agricole gli investimenti realizzati non devono comportare un aumento della capacità produttiva, in caso contrario il contributo concedibile è pari al 50% delle spese ammissibili nelle aree svantaggiate. 40% nelle altre aree” (elevabile rispettivamente al 60% e 50% nel caso l’investimento sia realizzato da giovani agricoltori). • Attualmente si è in attesa di un chiarimento in materia di non assoggettamento Ici dei fabbricati rurali. Finora considerati esenti, la Corte di Cassazione con la sentenza del 15 settembre ha affermato che a non pagare l'Ici sono soltanto i fabbricati rurali privi di una rendita catastale, ovvero quelli che sono ancora iscritti nel catasto terreni. Inoltre il 24 settembre la sezione emiliana dell'Anci ha emesso una circolare in cui invita i Comuni a recuperare l'Ici per tutti i fabbricati rurali per i cinque anni precedenti senza applicare sanzioni ai contribuenti. Una presa di posizione che, pur non avendo rilevanza giuridica, prefigura un'interpretazione della normativa fiscale fortemente penalizzante per gli imprenditori agricoli. In linea con quanto chiarito dall'agenzia del Territorio con circolare 7/2007 - secondo cui l'attribuzione di una rendita catastale assume rilevanza fiscale solo se il fabbricato perde il carattere di ruralità - il ministro per l'Attuazione del programma Gianfranco Rotondi, ha affermato che il Governo si adopererà per evitare che la tassazione possa interessare i fabbricati considerati ancora rurali, la cui rendita è già compresa nell'estimo per il calcolo del reddito domenicale dei terreni. Il Governo cercherà una soluzione alla problematica sollevata, probabilmente attraverso una disposizione interpretativa. L'occasione offerta deve tuttavia essere colta per rimeditare il concetto di ruralità in ambito fiscale. Fabiana Pedalino


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Bergamo

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a cura di Gianfranco Bergamo Quella di Bergamo è certamente una provincia dove l’attività agricola ha avuto ed ha tuttora un ruolo significativo nell’economia e nel territorio con la presenza di vecchi e nuovi edifici rurali. Gli interventi che seguono possono essere esemplificativi di queste due realtà: il primo consiste in un restauro conservativo di un edificio rurale esistente progettato dagli architetti Marco Paolo Servalli e Adele Sironi, il secondo in una nuova edificazione di una piccola azienda agricola sui colli di Bergamo su progetto dell’architetto Maria Claudia Peretti.

Maria Claudia Peretti, piccola azienda agricola sui colli bergamaschi.

Restauro di una cascina lombarda

Fabbricato rurale con abitazione, stalla, fienile e deposito

Una classica cascina lombarda, dagli ampi loggiati esposti a sud, è stata restaurata a cura del nostro studio. Ubicata in aperta campagna a sud dall’abitato di Cologno al Serio, è parte di una moderna azienda agricola. Non essendo più funzionale all’attività è stata trasformata in residenza familiare dei proprietari. L’intervento ha previsto il risanamento e il consolidamento della struttura, e il rifacimento degli impianti. L’intervento architettonico ha conservato e valorizzato gli elementi caratterizzanti dell’edificio rurale e i materiali: l’orditura in legno del tetto, la copertura in coppi, i pavimenti in cotto, le finiture delle pareti in intonaco di calce. Alla scelta di riproporre i materiali tradizionali si abbinano elementi moderni come la scala in ferro e pietra, le porte finestre in ferro verso il loggiato. Due strette finestre verticali tagliate nella muratura consentono la suggestiva visione della campagna circostante. Gli spazi esterni sono stati riprogettati: il giardino tra la casa colonica e il granaio è stato organizzato con un grande prato centrale, delimitato da un filare di carpini sul lato del muro di cinta verso la strada, e da una lunga aiuola di essenze aromatiche sul lato opposto. Adele Sironi

Marco Paolo Servalli e Adele Sironi, restauro di una cascina a Cologno al Serio. Fronte sulla corte.

L’edificio è stato realizzato per una piccola azienda agricola a conduzione familiare in un luogo che, seppur molto vicino al tessuto urbano più densamente edificato, conserva caratteri preminenti di naturalità ed è paesisticamente molto bello: si tratta di un appezzamento di terreno pianeggiante, collocato ai piedi della fascia collinare di Bergamo di cui si ha un’ampia e suggestiva percezione. Il cielo, la terra e il prato sono presenze forti nelle quali si rispecchia il passaggio delle stagioni che accompagnano lo svolgimento dell’attività agricola e ne segnano i ritmi. I bisogni del committente sono così sintetizzabili: • uno spazio abitativo per la famiglia dell’agricoltore - “ La casa delle persone”; • uno spazio per le mucche, i conigli, i polli. - “La casa degli animali”; • uno spazio per il fieno; • uno spazio per i macchinari e le attrezzature agricole. Il contenimento della spesa è stato posto come obbiettivo irrinunciabile del progetto. Le scelte progettuali sono così sintetizzabili: • costruire al margine dell’area di proprietà in modo da minimizzare la formazione di spazi residuali. • Sfruttare la differenza di quota del terreno in corrispondenza dell’avvallamento esistente lungo il confine occidentale, facendo emergere l’edificio di un solo piano dal livello del prato pianeggiante per evitare che la nuova presenza interrompa la fluidità dello sguardo sul paesaggio. • Separare nettamente le funzioni incompatibili, in particolare l’abitazione e la stalla. Il taglio in diagonale, insieme alla differenza dei livelli, rende indipendenti i due corpi di fabbrica e gli spazi aperti di pertinenza. • L’indipendenza dei corpi di fabbrica e delle funzioni è stata controllata attraverso l’impostazione geometrica e l’unitarietà del materiale costruttivo, il mattone. Maria Claudia Peretti

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Brescia a cura di Rosanna Corini, Roberto Saleri, Paola Tonelli

Due progetti bresciani Il cambiamento rapido, a volte tumultuoso, della nostra società e del nostro modo di vivere ha influenzato il cambiamento del nostro territorio e del rapporto tra città e campagna. Le architetture rurali restano così testimoni mute “come l’aratro in mezzo alla maggese” di una certa civiltà contadina che è scomparsa, travolta da un progresso tecnico e umano, che non ha saputo o voluto portarla con sé; ma conservano il valore di testimonianza di un passato operoso, di un modo di concepire spazi e costruire in modo semplice, con materiali poveri, cotto, legno, pietra, dimostrando un naturale sapere e sensibilità. Dovrebbe essere quindi naturale riconoscere questo valore e preoccuparsi della conservazione dei complessi di edifici a destinazione agricola, adattandoli a nuove funzioni. Abbiamo, in questa occasione, preso in considerazione due esempi di riuso di architetture rurali, collocate nella periferia della città. Il primo è il Museo Millemiglia inserito nel complesso dell’ex monastero di S. Eufemia della Fonte, nell’omonima frazione – progetto dello Studio Cantarelli Moro & partners –, il secondo – progetto di Gianfranco Schiavoni – è il restauro e risanamento conservativo del fabbricato denominato “Cascina Lazzaretto” in frazione “Noce”, con destinazione residenziale. Risulta evidente come, se da un lato l’uso residenziale comporta inevitabilmente una maggiore trasformazione e frammentazione degli spazi interni, per adeguarli alle esigenze abitative di una nuova collettività, dall’altro l’uso museale, in un certo senso più conservativo, degli spazi originari non può essere un intervento replicabile, se non in specifici contesti. Museo Millemiglia nel monastero di S. Eufemia della Fonte Il complesso del monastero di S. Eufemia della Fonte ha più l’aspetto della cascina che di un centro religioso a testimonianza del quale rimane solo la chiesa di S. Paterio, con abside romanica originaria del 1008 e navata ricostruita nel 1477, e un robusto edificio con tetto a capanna del XIII secolo, probabile abitazione dell’abate. Un muro perimetrale continuo in medolo delimita e protegge il complesso, che all’interno si dilata in una vasta corte su cui affacciano i diversi corpi di fabbrica, ciascuno con la sua specifica funzione. Il fabbricato che delimita la corte ad ovest era originariamente destinato a stalle con soprastanti fienili; la stalla che occupa la parte sud dell’edificio è a tre corsie, quelle laterali, con le mangiatoie in muratura, per gli animali, quella centrale di servizio; le corsie sono divise da belle colonne in botticino che sostengono delle volte a crociera in mattoni intonacati.

Museo Millemiglia. Vista del portico ad ovest.

Anche la stalla della parte nord è tripartita ma la struttura dell’impalcato è in carpenteria di legno sostenuta da una doppia sequenza di travi IPE appoggiate su pilastri di botticino e in mattoni intonacati. L’intero fronte del fabbricato sul cortile è caratterizzato da un porticato a doppia altezza. Anche l’edificio che chiude a nord l’intero complesso è a due livelli, portico a piano terra e loggia soprastante: originariamente era destinato a ricovero degli attrezzi e dei prodotti agricoli. Sul lato est troviamo invece le scuderie con soprastanti fienili; adiacente un fabbricato su tre livelli, destinato alla residenza, che conserva un portico rivolto a nord con volte a crociera ed una torre colombara con elementi tipici del ‘400 lombardo. Sempre ad est, ma distanziata dai precedenti edifici si trova la chiesa di S. Paterio con affreschi nell’abside. Infine sul lato sud si allineano la casa dell’abate, che conserva intatte le forme architettoniche del XIII secolo, con murature in pietra a vista e laterizio, finestre ad arco ribassato con ghiere e spalle in cotto, e le barchesse ad un unico livello che chiudono la corte interna su via Indipendenza, divise tra loro da un ingresso al cortile interno, unica breccia nella cortina muraria perimetrale, oltre a quella, probabilmente originaria sul lato est, tra l’edificio adibito a residenza e la chiesa di S. Paterio. Il progetto ha previsto il riuso di tutti i corpi di fabbrica, con la sistemazione ed il parziale adattamento per l’insediamento delle attività di tipo museale ed espositivo, oltre alla dotazione di strutture quali sale conferenze, servizi per il pubblico, aree per manifestazioni speciali, ecc. Le barchesse sul lato sud, le stalle sul lato est, il portico per ricovero attrezzi a nord e le scuderie a ovest, sono state destinate a spazi espositivi, con il recupero e ripristino delle attrezzature tipiche della stalla e della scuderia, i portici a piano terra e le logge al primo piano sono stati tamponati con impennate in ferro e vetro. La continuità dello spazio espositivo è consentita dall’innalzamento di un volume trasparente con copertura inclinata a falda rivestita in vetro e acciaio volume che collega il fabbricato del lato est e quello del lato nord inizialmente slegati. Nell’edificio delle scuderie è ospitato anche il bar-ristorante, e nella loggia superiore trova posto la ludoteca, mentre l’edifi-


Cascina Lazzaretto. Vista del lato padronale su via Ghislandi.

cio residenziale, integralmente ristrutturato e restaurato, con il recupero di tutti gli elementi in cotto, pietra e legno esistenti, ospita gli uffici ed i servizi per il pubblico. La casa dell’abate, infine, è destinata a foresteria: oltre ai locali di accoglienza è stata prevista una sala da pranzo con locale cucina e blocco servizi igienici. I percorsi verticali tra il piano terra ed il primo piano, nei diversi fabbricati, sono risolti con corpi scala in carpenteria d’acciaio e con pedane elevatrici. Cascina Lazzaretto, frazione Noce L’edificio, costituito da quattro corpi di fabbrica, collocati intorno alla corte interna, ben distinti tra loro sia per natura strutturale sia per destinazione d’uso, è classificato dal Ministero per i Beni e le Attività culturali, d’interesse storico in quanto parte integrante dell’edificio cinquecentesco, che un tempo costituiva il lazzaretto della città. Il corpo sul lato est della corte è costituito in parte da un edificio a tre piani, la vecchia abitazione dei braccianti, collegati da una scala, ricavata all’interno del porticato adiacente, che aveva funzione di rimessa per le attrezzature. Il corpo sul lato nord è l’abitazione padronale; la facciata settentrionale, su via Ghislandi, ha piccole finestre quadrangolari al piano terra ed al primo, e caratteristiche finestre ad occhio di bue nel sottotetto, mentre la facciata meridionale presenta a piano terra un porticato ad archi a tutto sesto su pilastri in laterizio intonacato. Nell’interno si conservano bellissimi locali con copertura a volta al piano terra; un elegante vano scala conduce al primo piano, dove si trovano alcuni locali con soffitti in legno dipinti a motivi di sapore barocco. Il lato ovest della corte è chiuso dalla stalla con soprastante fienile, mentre il lato meridionale è cinto da un muro ed in piccola parte dal fabbricato ove, a piano terra erano collocati i

P. T.

Como a cura di Roberta Fasola

Cascina Casalina a Erba: visione contemporanea di unʼarchitettura rurale L’edificio in oggetto si trova nell’area pianeggiante della frazione di Incasate, località un tempo parte del comune indipendente di Cassina Mariaga, uno degli storici sette comuni che oggi sono riuniti nel territorio del comune di Erba. La denominazione Casalina, tutt’ora in uso, sarebbe da considerarsi impropria; il nome originario Incasilina ne descriverebbe meglio anche la storia, legandola al destino del sovrastante Castello Casale, caduto in rovina nel XVI secolo e trasformato successivamente in villa padronale, oggi recuperata e conosciuta con il nome di Villa de Capitani Vimercati. Fino alla fine del ‘400 il castello comprendeva all’interno del suo feudo, di proprietà prima della famiglia Missaglia poi dei Crivelli di Inverigo, un ampio territorio che si estendeva dalle pendici del feudo Valassina a nord, fino al lago di Pusiano a sud e veniva delimitato a est dalla Squadra dei Mauri e a ovest dalla Pieve d’Incino. La vasta estensione di questo feudo ne proverebbe anche l’importanza strategica tanto da consentire di avvalorare l’ipotesi

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macchinari di movimento dei mangimi. Il quarto corpo di fabbrica è un fienile che volge la sua facciata nord su via Ghislandi, mentre a sud si apre alla campagna con un portico. L’intervento di restauro e risanamento conservativo ha inteso recuperare il fabbricato a fini abitativi, mantenendo e consolidando le strutture esistenti, riorganizzando gli spazi interni e, ove necessario, restaurando gli elementi architettonici esistenti. Le facciate dell’abitazione padronale sono state oggetto di opere di manutenzione ordinaria con la sistemazione o sostituzione degli elementi degradati, mentre per gli altri corpi di fabbrica i prospetti esterni, originariamente ciechi o con piccole finestrine, hanno subito parziali demolizioni per la formazione delle aperture atte a garantire i minimi requisiti igienico-sanitari, mentre quelli interni, sulla corte, hanno visto il tamponamento dei portici e dei fienili con serramenti, che consentono comunque la lettura della struttura originaria. All’interno gli edifici hanno ovviamente subito modifiche di carattere distributivo e funzionale, pur mantenendo l’integrità della parte padronale, con la suddivisione in più unità immobiliari, alcune soppalcate, vista la presenza di spazi di altezza superiore ai 6 metri, e la realizzazione di nuove scale che ne consentono il collegamento.


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Cascina Casilina, vista attuale.

che l’intero complesso in oggetto, anche grazie alla posizione rispetto al territorio circostante, avesse sia funzione difensiva di avvistamento, che daziaria. Insieme ad un’altra cascina situata in prossimità della villa De Capitani (l’ex castello), Incasilina faceva parte di un sistema che poi, successivamente, ha perso la sua natura a causa del frazionamento della proprietà. In quegli anni lo smembramento delle proprietà seguiva le necessità; di conseguenza, presumibilmente, avendo perso il complesso la funzione di tessuto annesso al castello (quindi con funzione prevalentemente difensiva e di controllo) cominciava ad essere utilizzata a scopo produttivo, quindi come cascina con funzione agricola. Questo in parte spiegherebbe anche i successivi ampliamenti che dal ‘700 in avanti hanno portato Incasilina all’attuale forma, aprendosi, con il proprio tessuto, verso i campi a sud. Analizzando i catasti si possono fare le seguenti considerazioni: • 1722 a questa soglia storica si osserva un edificio a forma di “L” ai piedi del terrapieno (artificiale) dove era situato il castello; questa ipotizzata chiusura del fronte verso la pianura a sud e la non presenza di spazi aperti vivibili annessi all’edificio (se si esclude una corte dall’aspetto molto chiuso situata verso il terrapieno, con funzione, presumibilmente, esclusivamente domestica) si spiegherebbe con l’ipotizzata appartenenza dell’edificio al complesso del castello e quindi, come già accennato

sopra, con la sua funzione di osservazione-difesa; vista l’edificazione nella parte più a valle del castello si potrebbe anche considerare appropriata l’ipotesi che in origine la funzione svolta dall’edificio fosse di tipo daziario. Dell’antica conformazione a “L”, presumibilmente già risalente al Medioevo, oggi si ritrovano le tracce solo nella torre situata in adiacenza del terrapieno. • 1858 si rileva una prima evidente fase di espansione che, vede uno stravolgimento dell’impianto; alla base del terrapieno, in adiacenza della suddetta torre si ha la costruzione di un edificio in linea aperto verso sud e la costruzione di due edifici perpendicolari ad esso che creano una prima chiusura di spazio e che dall’aspetto oggi visibile - hanno funzione agricola. • 1898 l’edificio presenta l’attuale configurazione; rispetto alla precedente soglia del catasto troviamo la costruzione di due nuovi bracci che dal corpo originario e dalle successive espansioni già presenti al 1858 si estendono ancora di più verso sud; queste due nuove ali vanno a racchiudere uno spazio esterno che prende sempre più la configurazione di una corte con vocazione agricola. Il progetto di Marco Ortalli prevede la conservazione dei volumi esistenti, tranne che per l’edificio, in gran parte crollato, dell’ala nord-ovest della corte. La ricostruzione di questo volume viene effettuata sul sedime esistente, con materiale più leggero rispetto alla pietra, e cioè il legno, così come in legno sono tutte le facciate interne della corte.


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4; pilastri terrazzi in tubolari di acciaio zincato, sezione cm 10x30, fissaggi con viti e chiodatura, attacco a terra con piastra in ferro; serramenti in legno a specchiatura unica; rivestimenti pareti in legno a pannelli di legno di multistrato; viali pedonali interni in cemento e sassi di fiume; strato terreno di coltivo spessore minimo cm 40 sopra copertura box; alberature con filari di carpini piramidali; parcheggio in prato armato; marciapiede esterno con cordolo in pietra e pavimentazione in cemento e sassi di fiume. Marco Ortalli

Cascina Casilina, vista del modello.

Sotto questo volume viene ricavato un parcheggio ricoperto da uno strato di erba di cm 40. La ricerca di qualità del progetto si basa sulla volontà di creare un dialogo tra parti modificate e parti conservate: tra queste le strutture portanti in muratura e tetti, che verranno però completamente ricostruiti. L’intervento innovativo valorizza i caratteri originali dell’architettura rurale, grazie al contrasto tra il “peso” della muratura in pietra e la “leggerezza” della nuova costruzione in legno . Le nuove finestre sono a tutt’altezza con vetrata unica in modo da offrire la massima illuminazione e la vista sul paesaggio. Le grandi logge sono in doppio assito di legno con interposta trave in acciaio HEA, in modo da creare uno spessore molto ridotto del solaio, rafforzando il contrasto con le strutture antiche. L’intervento prevede la ristrutturazione dei volumi al fine di ricavare diciotto unità abitative e un parcheggio interrato con 40 posti auto più 15 cantine. Pur non variando le altezze dei tetti, le quote interne esistenti consentono di ricavare, in tre alloggi, degli ampi soppalchi. Nel dettaglio, si ritiene esemplificativo ricordare i materiali “naturali” e non, utilizzati. • Specificazioni materiche porzione restauro: tetto in coppi antichi di recupero; canali di gronda e pluviali in lamiera zincata, con diametro non superiore a cm 10 e dettaglio del canale di gronda a sezione perfettamente semicircolare; parapetti balconi in tondino di acciaio zincato Ø 8 e piatto superiore e inferiore, larghezza cm 5; intonaci con legante di calce aerea e calce idraulica (proveniente dalla pura cottura di marna), sabbia con granulometria media (0,5 e 2 mm), applicati a cazzuola. Nell’intonaco non verrà in alcun caso utilizzato cemento. Finitura con colore dato a scialbo con grassello di calce e tinta stemperata in acqua color sabbia. • Specificazioni materiche porzione nuova: pavimentazione terrazzi in assito di legno larice naturale, spessore cm

Cremona a cura di Fiorenzo Lodi

Architetture rurali a Cremona Nel corso dei secoli il territorio cremonese – come dimostra la serie approfondita e completa di studi condotti dal prof. Luciano Roncai del Politecnico di Milano – è stato prevalentemente organizzato in funzione della produzione agricola e trasformato a partire dalla suddivisione delle proprietà attuata dalla centuriazione romana. Privo di unità ed omogeneità economica ed amministrativa fino all’Unità d’Italia, esso è stato riconosciuto da Carlo Cattaneo come “un immenso deposito di fatiche” il cui paesaggio “per nove decimi non è opera della natura; è opera delle nostre mani; è una patria artificiale”. Questa realtà, infatti, è stata modificata dalla costruzione di una trama di infrastrutture costituita da confini agrari, strade e canali cui si è sovrapposta e su cui si è stratificata un’amplissima serie di interventi successivi che non ha mai inteso scardinare la sua logica costitutiva iniziale. Ne sono un chiaro esempio il sovrapporsi dei sistemi di controllo e di gestione delle acque nel Medio Evo, la suddivisione dei terreni, la regolamentazione dei percorsi e della proprietà fondiaria, le opere idrauliche rinascimentali volte alla razionalizzazione dell’uso delle acque per l’irrigazione o le successive bonifiche. Questi interventi costituiscono una serie di iniziative che, senza cancellare le tracce precedenti e completandone l’organizzazione, hanno migliorato l’assetto e il funzionamento complessivo del settore agrario, limitando all’indispensabile le trasformazioni radicali. All’interno di tale complessa trama di operazioni si collocano i fabbricati rurali o, come sono noti nel contesto cremonese, le cascine, complessi residenziali e produttivi che costellano l’intera provincia. Lo studioso Vittorio Niccoli, infatti, nel testo Costruzione ed economia dei fabbricati rurali edito nel 1902, sosteneva già che la

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“cascina” – un insieme di strutture abitative (per il proprietario, affittuario, contadini…), di ricoveri per il bestiame (stalle, scuderie, porcili, pollai…), per le macchine agricole e per i prodotti (fieno, grano, concime…) ed eventualmente di edifici specializzati in lavorazioni industriali (caseificio, oleificio…) – per essere considerata tale deve essere associata all’insieme di argini, strade, manufatti di irrigazione che la rendono operativa. Attualmente il termine cascina sottintende sempre più spesso il solo complesso di fabbricati architettonici isolati nella campagna, anche dismessi, privati della loro originaria funzione e del loro rapporto con il contesto produttivo. Nella seconda metà del Novecento, infatti, la progressiva evoluzione del settore agrario indirizzato verso la monocoltura e la zootecnia altamente specializzate e la promulgazione di leggi favorevoli al trasferimento in paese delle residenze dei contadini hanno causato l’abbandono di numerose cascine. Per contro, quelle tuttora abitate e funzionanti come aziende agricole, cioè legate al territorio, sono generalmente in discreto stato di conservazione. Analogo discorso vale per le aziende convertite in agriturismo, fattorie didattiche o dotate di un bosco didattico: nel cremonese di quest’ultima tipologia esiste solo Cascina Stella, presso Castelleone. Spesso, infine, le cascine più vicine agli abitati urbani possono essere parcellizzate e ristrutturate ad uso residenziale, trasformandosi in complessi condominiali privati delle loro caratteristiche originarie. Cascina Lago Scuro (Stagno Lombardo) Il complesso, stratificatosi nel tempo a partire dal Quattrocento fino al Sei–Settecento, è stato ampiamente rimaneggiato nel XIX secolo, quando Annibale Grasselli ha fatto realizzare il giardino retrostante la villa padronale. Quest’ultima, sullo sfondo di un’ampia corte rettangolare chiusa dalle case dei contadini è composta da due corpi di fabbrica e conclusa alle estremità da una torretta neomedievale svettante dietro ai resti di un edifi-

Cascina Lago Scuro a Stagno Lombardo.

cio religioso, e da una loggia ad archi acuti. Il fronte posteriore è quello che maggiormente evoca la tipologia “castellata” frutto dei revival storicistici del XIX secolo e si apre sul giardino caratterizzato da un lago le cui acque sono alimentate dal fiume Po. Il corpo delle stalle e dei fienili occupa la parte centrale dell’aia. Vincolata secondo la Legge 1089/1939, la cascina è oggi impiegata come agriturismo e bed & breakfast, dotata di un piccolo caseificio interno ed anche di un punto vendita dei propri prodotti in città. Cascina Stella (Castelleone) Il complesso si articola intorno ad una corte centrale, è formato da corpi indipendenti ed è stato ristrutturato dalla Provincia di Cremona per farne la sede del Centro per la cura e la riabilitazione della fauna selvatica in difficoltà gestito dal WWF. La cascina, infatti, è situata all’interno di un’area di 25 ettari destinata a bosco didattico dalla Provincia, caratterizzata da percorsi indicati con apposita segnaletica per riconoscere la flora e la vegetazione arboreo–arbustiva caratteristiche della pianura padana. Ad essi si aggiunge un centro visite con laboratori didattici per approfondire tematiche specifiche. Cascina Roncacesa (Picenengo, Cremona) Situata alle porte della città, al limitare tra area urbana e campagna, la cascina costituita da una corte chiusa rettangolare risale probabilmente al XIX secolo e la sua denominazione deriva dalla precedente intitolazione: “Ronca casa Barbò”. La casa padronale, caratterizzata da un’altana dalle forme di tempietto prostilo tetrastilo, è inglobata nei corpi rustici che la affiancano. Privata dei terreni è stata ristrutturata per incarico del “Consorzio Acli Casa Cremona” che la ha trasformata in un complesso residenziale. L’intervento, poco attento ai caratteri originari dell’architettura del cascinale, lo ha reso molto simile ai consueti modelli abitativi delle costruzioni a schiera. Cascina Breda Vecchia (Paderno Ponchielli) La cascina, sita al margine dell’abitato verso i campi, è una classica corte chiusa ad impianto rettangolare affiancata, su uno dei lati brevi, da una seconda corte di dimensioni minori destinata alle case dei contadini con relativi rustici. Sull’aia principale si affacciano la casa padronale e la concimaia trasformata in giardino, le vecchie stalle con fienile ora usate come magazzini, i barchessali per ricovero macchine. Parte dei rustici dell’ala riservata ai contadini sono ancora utilizzati per i manzi, mentre l’allevamento dei bovini da latte è trasferito nella parte nuova dell’azienda, costruita in fasi successive sui terreni antistanti la cascina. Completano l’assetto produttivo del complesso le coltivazioni cerealicole dei campi circostanti e le infrastrutture idrauliche dei terreni. Teresa Feraboli


Lecco a cura di Enrico Castelnuovo e Maria Elisabetta Ripamonti

Tipi alpini, prealpini e di pianura All'interno del territorio lecchese le architetture rurali sono rappresentate da una vastissima gamma di insediamenti. Questa articolazione ci permette di poter effettuare dei confronti sia

Insediamento alpino. Fotografia di Giulio Schimperna.

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Cascina Breda Vecchia a Paderno Ponchielli, vista dell’aia principale.

sulla natura di queste tipologie più o meno spontanee sia sulla loro relazione storica con il territorio di appartenenza ed infine, riflessione sicuramente importante, ci permette di considerare quale possa essere il destino di queste costruzioni nell'ambito delle trasformazioni edilizie. Dovendo schematizzare, per ovvi motivi di spazio, le categorie rurali insediate nel territorio lecchese, possiamo suddividere queste in tre tipologie: insediamenti alpini, insediamenti prealpini ed insediamenti di pianura. Gli insediamenti alpini sono caratterizzati dal collocamento su pendii ripidi e spesso si presentano, in nuclei abitativi, agglomerati con una forte presenza di rustici utilizzati come superfici accessorie all'agricoltura. Una sottocategoria molto interessante è rappresentata dagli insediamenti stagionali chiamati “maggenghi”. Questi erano situati a una quota altimetrica più elevata di quella delle residenze e venivano utilizzati durante gli spostamenti estivi verso i pascoli alle quote più alte. Gli insediamenti prealpini sono solitamente diffusi nei fondovalle e difficilmente danno origine a nuclei di abitazione. Essi consistono infatti in baite isolate che comprendono sia locali abitativi che spazi destinati all'allevamento e al ricovero degli attrezzi. Gli insediamenti di pianura, solitamente chiamati “cascine”, sono più modulari degli esempi precedenti e consistono in un nucleo ben definito di alloggi e locali ad uso lavorativo, con una forte presenza di spazi comuni. Questi tendono a trasformarsi in borghi che attirano molte famiglie in un unico agglomerato. A lungo andare queste corti daranno l'impulso alle


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attività produttive legate allo sviluppo preindustriale. La prima riflessione è che nonostante queste tipologie siano tra loro molto differenti, esse sono sorte a pochi chilometri di distanza le une dalle altre e quindi, nonostante le influenze culturali fossero praticamente le stesse il risultato tipo-morfologico, costruttivo e perfino quello relativo all’uso dei materiali è estremamente differente. Basti pensare agli alpeggi montani caratterizzati da una fortissima spontaneità costruttiva che si è perpetrata per moltissimi secoli sia nei materiali che nelle forme e confrontarli con gli insediamenti della prima pianura lecchese, nati nel '700 e '800, e sostanzialmente pensati come supporto all’industria agricola. Di sicuro c’è che, mentre gli insediamenti alpini e prealpini hanno sviluppato un rapporto genuino con il territorio e hanno beneficiato di un fortissimo rispetto delle popolazioni ivi insediate, gli insediamenti di pianura sono stati molto spesso oggetto di scempi dell'industria edile senza che nessuno abbia posto dei limiti. Per meglio spiegarci possiamo esemplificare il destino di baite e rustici montani che attirano sempre più restauri filologicamente corretti, e confrontarlo con le cascine di pianura che vengono deturpate e finanche rase al suolo per poi rinascere dalle loro ceneri con nomi pittoreschi e destinate al mercato della speculazione edilizia. A ragion del vero mentre le baite montane rappresentano comunque esempi di edilizia destinata alla singola famiglia e quindi di più facile ricollocamento dell'uso, le cascine di pianura, così come erano state concepite, vengono sfavorite dalla presenza di troppi spazi destinati all'uso comune. Ciò si traduce nello stravolgimento degli spazi che per necessità commerciale devono essere il più possibile di proprietà esclusiva e il meno possibile in comunione con altri. Quali che siano le motivazioni che hanno spinto a manomettere i fabbricati rurali in modo deturpante, o che comunque abbiano condotto ad un loro recupero improprio o che infine abbiano portato al loro totale abbandono, ciò che sta deperendo è l'immagine stessa del paesaggio agrario storico. Il rischio è lasciare al proprio destino alcune “gemme” di architettura il cui pregio sta proprio nell'aderenza funzionale ai canoni della natura: sia la tipologia che la modalità costruttiva si riflettono sull'estetica del manufatto risultando magistralmente inserito nell'ambiente e contestualizzato nella morfologia e nei cromatismi legati all'uso di materia prima disponibile in loco. Se davvero ci sono ancora delle speranze per poter invertire questa tendenza riteniamo che il primo passo per un corretto riuso sia la conoscenza intesa come studio del patrimonio architettonico storico. In questo ambito sarebbe opportuno anche valutare sia le tipologie edilizie che l'uso e la scelta dei materiali a seconda delle diverse istanze e più in generale la comprensione specifica della valenza storico-culturale di un insediamento. Potrebbero anche essere studiati dei programmi di riuso dei manufatti: privilegiando le originarie destinazioni

d'uso, pur modificando le preesistenze secondo le normative igienico-sanitarie. Le trasformazioni sarebbero sicuramente compatibili e ciò modificherebbe la nostra percezione delle architetture rurali: da ingombrante eredità non rispettata a nuova risorsa culturale da tutelare. E. C.

Lodi a cura di Antonino Negrini

La questione della tutela Nell’accezione comune le costruzioni nate per essere funzionali al mondo agricolo: case per gli agricoltori (mezzadri, fittavoli, salariati), stalle, fienili, concimaie, ghiacciaie, mulini, pozzi, forni, pollai costituiscono quell’immenso patrimonio immobiliare sparso nei campi che denominiamo “architettura rurale”. Le tipologie architettoniche si diversificano per aree geografiche, come pure per i materiali che sono prevalentemente locali, questo permette un’immediata riconoscibilità ed identificabilità sia locale che temporale degli edifici rurali. In Lombardia nelle aree di pianura le case rurali vengono denominate cascine e la tipologia più in uso è quella della cascina a corte chiusa. Il territorio lodigiano ricco di acque, ha permesso un considerevole sviluppo dell’agricoltura, coniugando in maniera positiva l’allevamento e la produzione agricola. Dall’attenta osservazione delle cartografie è possibile riconoscere, ancora oggi, tracce dell’antica centuriazione romana,

Cascina la Colombina a Bertonico.


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primo esempio di suddivisione razionale del territorio con un metodo modulare che posizionando gli edifici rurali all’incrocio di quattro moduli, rendeva possibile la gestione dei campi ed il presidio del territorio. Le vicende storiche e l’evoluzione socio economica anche in val padana hanno trasformato le ville di campagna in case fortificate, castelli, villaggi e le modeste case coloniche in case torri. Il territorio lodigiano che insieme al cremonese possiede i più bei esempi di architettura rurale, non è stato comunque immune dal fenomeno dell’abbandono e del degrado dei fabbricati rurali; non è difficile imbattersi in ruderi di edifici, testimonianza residua dell’antico splendore architettonico e di un mondo rurale che tende progressivamente a scomparire. La cascina Mosella a Sant’Angelo Lodigiano mostra il progressivo degrado delle strutture avvenuto in maniera esponenziale: l’abbandono, gli incendi, i fattori atmosferici e la non volontà di recupero della proprietà ha fatto sì che in dieci anni si perdesse il sessanta per cento dell’edificato: sono crollati i tetti, molti solai e poi sarà la volta dei setti verticali, dei decori in laterizio fino al collasso delle strutture e al crollo. Cosa sorgerà al suo posto? Un’ambita nuova lottizzazione? Il recupero degli edifici rurali è possibile, la loro riconversione a nuove funzioni può avvenire in modo compatibile con la tradizione ed il paesaggio in cui sono immersi. La Cascina San Daniele a Somaglia, ha trovato una proprietà che ha osato investire in un’attività innovativa, come l’allevamento di capre per la produzione di formaggi e derivati del latte. Sono stati mantenuti gli edifici esistenti che con un sapiente recupero, attento alle forme e all’impiego di materiali tradizionali, ha permesso al progettista di restituire vita alla cascina nel rispetto delle tradizioni. Per dare riscontro a necessità aziendali dettate da una normativa rigorosa ed al passo con i tempi si è provveduto anche alla costruzione di nuovi edifici che sono stati abilmente integrati nel nucleo preesistente. Per l’Arsenale di Cavenago sono stati mantenuti i frangisole in laterizio e le murature perimetrali, sostituiti solai e capriate del tetto con nuove strutture di pari materiali e disegno. A Lodi la cascina Coldana con la grande aia ripristinata e utilizzata per performance; i corpi di fabbrica, prima adibiti a residenza oggi ospitano un ristorante ed una enoteca che hanno fatto della “pace” e della “calma” che qui regna sovrana il loro punto di forza. Materiali naturali, legno, pietra e intonaci sono stati utilizzati per le strutture e per le rifiniture con disegno moderno e innovativo. Nella cascina Erbagno, trasformata in condomino, pur dando ascolto alle esigenze commerciali di vendita dell’immobile, sono stati mantenuti i caratteri di riconoscibilità, come i soffitti a volterrana dell’ex stalla, sebbene la scelta degli infissi in alluminio colorato rappresenti una perdita di stile. Nella cascina di Selva Greca il fienile è stato recuperato mantenendo la riconoscibilità della primitiva funzione, adattando gli interni al confortevole vivere contemporaneo e lasciando leggibile e vivibile i porticati esterni che con la doppia altezza, necessaria ieri per il ricovero dei carri agricoli, oggi sono pronti ad

ospitare una nuova generazione di abitanti.Il nucleo storico della Colombina di Bertonico, con la permanenza dei caratteri originali degli edifici del piccolo borgo, ha mantenuto inalterato il suo fascino. Gli esempi riportati mostrano edifici non tutelati dal Codice per i Beni Culturali e pertanto non rappresentano esempi di restauro conservativo, ma di recupero funzionale di buon livello; i progettisti hanno il merito di aver mantenuto la riconoscibilità architettonica degli edifici, con scelte che non stravolgessero forme e volumi, pur traghettando tali edifici nel comfort contemporaneo; se costretti a volte a cedere al fascino del consumismo e della commercialità con scelte non sempre condivisibili, hanno comunque il merito di aver evitato la demolizione di tali edifici e la perdita definitiva del bene. Silvana Garufi direttore coordinatore Soprintendenza per i beni architettonici e per il paesaggio

Cascina la Colombina a Bertonico.

Cascina Erbagno.

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Mantova a cura di Elena Pradella e Nadir Tarana

La riconversione di una corte nel mantovano Lo stato di abbandono in cui versa gran parte del patrimonio rurale tradizionale è facilmente riscontrabile in maniera diffusa su tutto il territorio mantovano: la maggior parte di tali edifici versano in uno stato di avanzato degrado che ne mette a repentaglio la stessa possibilità di conservazione. La consapevolezza del generalizzato degrado ha incentivato, negli ultimi anni, un'attenzione crescente al recupero, aprendo un dibattito di grande interesse che vede coinvolti proprietari, architetti, ordini professionali, amministrazioni locali, regioni, enti, associazioni e politici. Il recupero di questi organismi specialistici passa attraverso una ridefinizione degli usi e delle funzioni che portano ad avere un organismo in tutto o in parte diverso dal precedente. È il caso in cui un’intera corte diventa un centro residenziale: Corte Benedetta, sita in strada Ghisiolo nel comune di Mantova. Trattandosi di un complesso rurale non vincolato costituito da una casa padronale e da fabbricati agricoli entrambi frutto di innumerevoli rimaneggiamenti tardo ottocenteschi e novecenteschi che hanno apportato all’assetto originario settecentesco aggiunte e modifiche, l’arch. Nicola Salami, il progettista, afferma di aver valutato la possibilità di convertire i fabbricati rurali alla luce del loro valore storicoarchitettonico e della loro attitudine ad adattarsi alle attuali esigenze di vita, e di aver deciso di procedere contemporaneamente in due direzioni opposte: il restauro della casa padronale adibita da sempre a residenza e considerata di maggior valore storico-architettonico, e la demolizione dei vecchi fabbricati agricoli che non sono sembrati più adatti, o adattabili, ad assolvere ad alcuna funzione moderna. Salami precisa che, a seguito di uno studio sulle tipologie edilizie rurali tipiche della provincia di Mantova ed in particolare del destra Mincio, area nella quale è ubicata la Corte, il nuovo corpo di fabbrica è stato concepito in rapporto alla localizzazione degli edifici demoliti nel rispetto della planimetria originaria a E, della disposizione degli edifici esistenti, degli ele-

Corte Benedetta, vista della casa padronale prima dei lavori di restauro.

menti che danno unità all’insieme, e delle essenze arboree esistenti. Per la riconversione di Corte Benedetta, quindi, sono state fatte delle scelte progettuali che hanno avuto l’obiettivo di riconfigurare il linguaggio architettonico rurale tipico del mantovano adattandolo alle attuali esigenze abitative e di vita sociale. Le difficoltà incontrate hanno avuto a che fare per lo più con la fornitura dei sottoservizi, a tal punto da spingere il progettista a dotare l’intero complesso di moderne tecnologie per il riscaldamento ed il raffreddamento grazie ad un sistema geotermico, e a un impianto solare termico per la produzione di acqua calda sanitaria. Nei casi quindi di edifici non vincolati, l’architetto si trova a dover compiere scelte che possono legalmente andare al di là delle filosofie di salvaguardia: il rapporto tra teoria, norma e realtà diviene labile e il più delle volte, come per Corte Benedetta che oggi è costituta da due edifici di cui uno d’epoca e l’altro di nuova costruzione, l’intervento di riconversione per essere sostenibile economicamente ed avere maggiori garanzie di successo deve senz’altro fondersi nel paesaggio o al contrario ricomporre il paesaggio attorno ad un nuovo elemento che è stato aggiunto; ma deve anche saper rispondere alle esigenze del proprietario e a quelle di benessere, sicurezza, socialità, servizi, accessibilità e godibilità del contesto, proprie dell’utenza. Sta quindi alla sensibilità degli architetti saper tramandare, tra enormi compromessi, alcune architetture testimoni di vita passata. E. P.

Corte Benedetta, progetto di restauro di Nicola Salami. Rendering della casa padronale e fronte principale


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Milano

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a cura di Roberto Gamba

L’architettura rurale può essere duplicemente apprezzata: per l’aspetto legato al significato culturale che porta in sé, di testimonianza e memoria di tradizioni di vita e lavoro diverse da quelle più celebrate della città e per l’aspetto tecnico costruttivo e formale che propone. La cascina lombarda è uno dei massimi e più significativi esempi di tali aspetti, in quanto tipologia capace di esprimersi, racchiudendo in sé validi e molteplici elementi costruttivi, funzionali, decorativi e di valenza collettiva. Milano e il suo territorio hanno inglobato (e spesso cancellato), nell’estensione indifferenziata dell’abitato, tanti buoni esempi di cascine, anche di qualità monumentale. Con buona ragione, si cerca di recuperarne ciò che resta e si sono destinate, quando è stato possibile, a usi pubblici, le strutture più significative, come è successo per centri di attività associativa, espositiva e culturale (Cascina Grande di Rozzano; Cascina Linterno a Milano) musei agricoli (ad Albairate e San Giuliano); centri civici (Cascina Castello di Assago); o, nel 1971, per il Monastero Benedettino alla Cascinazza di Gudo Gambaredo. Ora gli enti istituzionali sono divenuti organi preposti alla loro tutela, per preservarne i caratteri architettonici, predisponendo norme e procedure di controllo. A questo proposito presentiamo un contributo degli architetti D’Ascola e Caramellino, funzionari della Provincia di Milano, che sovrintende alle architetture rurali, presenti nel Parco Agricolo Sud. Presentiamo inoltre tre interventi, uno realizzato, gli altri in progetto, su segnalazione della stessa Amministrazione provinciale, significativi per le modalità adottate per il recupero. Lamentiamo invece la non collaborazione fornita dal Settore Casa e Demanio del Comune di Milano, occupata alla classificazione delle numerose cascine ancora esistenti nel territorio municipale, che, insistentemente interpellata sul tema, non ha voluto risponderci. Intervento sulla cascina Casiglio a Zibido San Giacomo All’interno della realtà insediativa, relazionata con la rete idrografica, naturale e artificiale, che scorre tra il Naviglio Grande e il Naviglio Pavese, si colloca la Cascina Casiglio, complesso agricolo strutturato intorno ad una corte centrale. I terreni che la circondano venivano lavorati, prima dell’attuale dismissione, utilizzando i macchinari della vicina cascina Cà Granda. Di conseguenza numerosi dei suoi corpi di fabbrica sono andati dismessi con un progressivo spopolamento del cascinale. L’assenza di residenti ha determinato una perdita d’identità del cascinale e un progressivo depe-

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Milano rurale

Cascina Erbagno.

rimento delle strutture. L’insediamento di nuova residenza è l’obbiettivo del progetto di recupero. La normativa di tutela del Parco Agricolo sud di Milano, cui la cascina fa riferimento, permette un recupero volumetrico derivante dalla demolizione di superfetazioni e dal trasferimento della volumetria stessa dei porticati presenti. Si prevede che il recupero dei fabbricati agricoli dismessi con conversione in residenza extra-agricola, non comprometta l’attività agricola e il mantenimento dei fondi. Si è inteso ricostruire la parte demolita per ricomporre i tre corpi di fabbrica che chiudevano il recinto dell’aia, così come attestato dalle mappe catastali e dalle tracce delle fondazioni trovate. Il progetto di recupero, a firma degli architetti Stefano Valabrega e Egidio Gazzolo (collaboratori architetti Giacomo Crepax, Cristina Uggeri, Dario Coratelli), è giunto a insediare 29 unità familiari, 14 delle quali già presenti. L’indirizzo seguito nel progetto è quello della conservazione dell’immagine originaria, con l’inserimento delle porzioni di nuovi fabbricati che ricompongano il disegno della corte oramai disgregata. Sono stati ripresi gli elementi autentici, modificando la dimensione delle finestre, secondo un linguaggio che predilige una apertura verso la corte e una minor penetrazione nei prospetti rivolti alla strada. Gli elementi considerati spuri sono stati per la maggior parte demoliti, ad eccezione del corpo di fabbrica d’ingresso, che all’esterno è stato rivestito con una struttura metallica atta a sostenere varie essenze di verde coprente. A memoria dell’origine agricola della cascina, si colloca, nel mezzo della corte, una vecchia macchina per lavorare i campi, simbolo e memoria della riconversione in atto.


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La “Giazzera” (ghiacciaia) di Cornaredo Esempio significativo di recupero di manufatti legati alla tradizione agricola è la “giazzera” di Cornaredo, costruita nei pressi della cascina Favaglie S. Rocco. Per lungo tempo dimenticata, è una delle più grandi della Provincia di Milano: misura infatti alla base 10 metri per una altezza di 6 metri. Se ne ha notizia dalla fine del Settecento, quando apparteneva alla famiglia Serbelloni per usi domestici. Poi passò alla famiglia Litta. Successivamente la ghiacciaia venne rimessa in funzione ed utilizzata fino al 1945. Antenata del moderno frigorifero, la ghiacciaia serviva per conservare tutto ciò che era deperibile, come carni, formaggi e vini. Il principio era molto semplice: una cupola in mattoni di cotto dove veniva posto del ghiaccio a blocchi. La temperatura veniva mantenuta fresca da uno strato di terra posto sopra la cupola, che impermeabilizzava anche la struttura. È provvista di due ingressi: il primo a nord per l'introduzione del ghiaccio, il secondo a ovest. Il ricambio dell'aria era ottenuto mediante 4 fori per l'aerazione diametralmente opposti, situati presso la chiusura della volta stessa. Dall'interno della cupola si constata facilmente che non si tratta di una struttura costruita in modo omogeneo con la disposizione radiale dei mattoni ad anelli concentrici, ma che è stata realizzata attraverso la costruzione di due singole arcate disposte a crociera e collegate alla sommità della volta, probabilmente per non eseguire un cassero troppo complesso. I 4 archi e le volute sono completati dalla chiusura dei rispettivi spicchi di muratura e con la messa in opera delle grosse catenarie e dei quattro contrafforti. La ghiacciaia, restaurata con un contributo del Parco, è gestita dall'associazione Italia Nostra, sezione Milano nord-ovest.

Cornaredo, la Giazzera.

Cascina nel comune di Paullo

Progetto di Giancarlo Bentivoglio per la cascina di Paullo.

La cascina è inserita nel Piano di Recupero 8 del comune di Paullo, a nord della “Nuova Paullese”, collegata alla Paullo – Vignate da una strada vicinale e dalla “strada bassa”, ormai abbandonata. Il nucleo risale agli anni ’20-’50 del secolo scorso, ma da molti anni è dismessa all’uso agricolo; è composta da edifici con destinazione residenziale, depositi, ex stalle e pollai, che non si caratterizzano per particolari pregi, ma per la semplicità rurale degli elementi architettonici. La soluzione è stata proposta da Giancarlo Bentivoglio. L’intervento riparte dalla ridefinizione delle funzioni da attribuire agli edifici ormai inutilizzati e dalla necessità di ripopolamento dell’abitato, incrementando la funzione residenziale. Esso recupera, con destinazione a residenza, i volumi agricoli, nel rispetto delle normative paesistiche di tutela; amplia un edificio residenziale in sintonia con quelli esistenti; forma un nuovo cortile; recupera gli elementi di caratterizzazione del paesaggio arboreo (filari, siepi); crea aree di sosta superficiali, un parcheggio interrato, uno spazio-cuscinetto verde alberato per la difesa del nucleo dalle percorrenze veicolari dal traffico della Nuova Paullese. Uno degli edifici presenta una pianta in linea, con fronte porticato. I materiali appartengono alla tradizione lombarda: le pilastrature dei porticati sono in mattoni; la copertura a falda in coppi; le porzioni a vista della struttura portante della copertura in legno; gli intonaci in tinta unita giallo chiaro; i serramenti in legno tinteggiato colore noce con persiane ripiegabili verde scuro; i balconi sono ispirati ai ballatoi delle case rurali, realizzati con pietre locali e parapetti di ferro.


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Il recupero del patrimonio edilizio nel Parco Agricolo Sud Milano Il Parco Agricolo Sud Milano è un parco regionale di cintura metropolitana gestito dalla Provincia di Milano, comprende 61 comuni, tra cui Milano, per un totale di 46.300 ha. Il suo territorio è in gran parte costituito da aree agricole (riso, cereali, foraggio e pioppo), aree a vocazione naturalistica (boschi planiziali, aree umide) e da una fitta rete irrigua. Gli obiettivi principali sono la tutela delle attività e delle zone agricole, in considerazione della prevalente vocazione agro-silvocolturale del territorio, la conservazione del patrimonio naturalistico, attraverso interventi di miglioramento e risanamento ambientale, rimboschimenti, opere di ingegneria naturalistica lungo i corsi d’acqua, bonifiche di aree degradate, nonché la salvaguardia, rivalutazione e recupero del patrimonio storicoarchitettonico, monumentale (le Abbazie di Morimondo, Chiaravalle e Mirasole, i castelli di Rocca Brivio, Cusago, ecc.) e della storia agraria. Relativamente a quest’ultimo punto, l’Ente Gestore, in collaborazione con gli Enti Locali interessati, predispone, ai sensi dell’Art. 17 del P.T.C., il “Piano di Settore Salvaguardia, tutela e valorizzazione del patrimonio storicomonumentale” mirante alla tutela e valorizzazione dei beni stessi, identificando distintamente i nuclei rurali di interesse paesistico o di grande valore storico monumentale, gli insediamenti rurali isolati di interesse paesistico e le emergenze storico architettoniche, comprendenti anche i manufatti della storia agraria, cui rispettivamente si applicano i disposti degli Artt. 38, 39, 40 del P.T.C. del Parco. Il Piano disciplina, per ciascun bene, i tipi d’intervento realizzabili su di esso, gli eventuali riusi consentiti, le specifiche modalità di realizzazione delle opere. I nuclei rurali di interesse paesistico o di grande valore storicomonumentale sono formati da più complessi agricoli contigui, costituenti, anche per la presenza di chiese, castelli o ville, centri di riferimento storico del tessuto rurale: il P.T.C. del Parco prevede per questi nuclei il rafforzamento del ruolo di presidio territoriale, soprattutto nel caso dei nuclei di grande valore storico-monumentale attribuendo funzioni legate alla fruizione del Parco stesso. L’attività agricola è considerata funzione qualificante, ritenendo compatibili o complementari ad essa le destinazioni residenziali, socio-ricreative/assistenziali, turistiche culturali e le funzioni connesse con l’esercizio di arti e mestieri. Sono ammessi interventi di ristrutturazione edilizia ed urbanistica disciplinati da piani attuativi degli strumenti urbanistici comunali. Questi ultimi preventivamente adeguati ai disposti del piano di settore suddetto e prim’ancora al P.T.C. del Parco. I piani attuativi devono garantire agli edifici dell’insediamento la conservazione dei caratteri morfologici, tipologici e stilistici. Gli interventi per usi agricoli devono rispettare i materiali e le tecniche costruttive originarie e, ove possibile, devono correggere o sostituire le eventuali manomissioni dovute a interventi recenti: nel caso in cui, per un migliore utilizzo agricolo dei complessi si rendessero necessarie demolizioni con o senza ricostruzione di edifici obsoleti o inadeguati, la loro sostituzione va prevista con soluzioni planivolumetriche che non alterino la lettura

del complesso. Sono altresì ammessi sia nuove costruzioni, a condizione che le stesse siano collocate in modo da non disturbare la lettura d’insieme dell’insediamento esistente, sia i mutamenti di destinazione agricola originaria dei singoli edifici dismessi dagli usi agricoli, a condizione che siano introdotte funzioni compatibili con il permanere delle attività agricole o con le finalità del Parco, sempre nel rispetto dei caratteri morfologici e tipologici degli edifici e dei caratteri paesistici del complesso. In conclusione sono esclusi gli interventi, anche negli spazi pubblici del nucleo, che comportino un’alterazione sostanziale e definitiva dello stato originario dei luoghi. Relativamente alle emergenze storico-architettoniche ed ai manufatti della storia agraria, gli interventi ammessi sugli immobili sono sempre estesi alla specificazione dei rapporti con gli spazi aperti e con gli eventuali parchi e giardini di pertinenza, considerando la loro tutela sotto il profilo del disegno architettonico, degli elementi di arredo e delle essenze in essi presenti. Può essere consentita la creazione di modeste attrezzature da gioco e da giardino, che non mutino il carattere degli spazi aperti in cui si inseriscono. È vietata l’integrale demolizione e ricostruzione anche di sole parti dei complessi, mentre l’aggiunta di volumi è consentita soltanto ove non comporti pregiudizio all’integrità storicoambientale dell’immobile. Vengono privilegiate le destinazioni d’uso rivolte alla fruizione ed escluse quelle che possano pregiudicare i caratteri storico monumentali degli edifici e dei complessi: in ogni caso gli interventi su questi tipi d’immobili devono essere effettuati nel rispetto dei caratteri architettonici degli edifici e dell'ambiente del Parco, sia nella scelta delle soluzioni tipologiche, morfologiche e dei materiali da costruzione, sia nella progettazione ed utilizzazione degli spazi aperti. Allo scopo di impedire l’abbandono, il decadimento e la demolizione degli edifici e delle antiche cascine, anche se non ricadenti nei suddetti Artt. 38, 39 e 40, ai sensi dell’Art. 25 del P.T.C. del Parco sono in generale ammessi gli interventi di trasformazione d'uso degli edifici e dei complessi rurali a favore della residenza extra-agricola. I criteri per tali interventi prevedono che si valutino eventuali conflitti di compatibilità tra l'esercizio delle attività agricole, quali ad esempio l'allevamento del bestiame, e le nuove funzioni abitative, a maggior ragione se presenti nello stesso contesto insediativo. Dovrà essere posta la massima attenzione alla distanza dell'insediamento da centri urbani di riferimento, in relazione all'idoneità delle strutture viarie esistenti a servire l'insediamento di nuovi abitanti, e alla loro compatibilità con le specifiche situazioni ambientali e paesistiche. Per tali interventi edilizi ed urbanistici connessi alle trasformazioni d'uso, che nella maggioranza dei casi vengono sottoposti al Parco come Piani di Recupero o Piani Integrato di Intervento, non sono previsti aumenti di volumetria e particolare attenzione occorre prestare alle esigenze di tutela storico-monumentale e ambientale-paesistica. Riguardo all’argomento, il sito web del Parco, http://parcosud.provincia.milano.it/ptc/index.html, relativamente al P.T.C. fornisce ulteriori informazioni. Loredana D’Ascola e Alessandro Caramellino

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Monza e Brianza a cura di Francesco Redaelli e Francesco Repishti

La cascina della Brianza La coltivazione delle terre in Brianza è sempre stata vincolata da lotti di proprietà non particolarmente estesi, pregiudicando anche un maggiore sviluppo agricolo. L’attività è soprattutto concentrata e legata principalmente alle coltivazioni nella pianura piuttosto che a quelle nelle zone più collinari, di carattere boschivo. L’architettura rurale è così poco rappresentata dalle tipiche cascine lombarde come si possono osservare nelle aree più a sud e, quando queste sopravvivono, sono rintracciabili solo oramai in pochi esempi, più riferibili a veri e piccoli borghi, a volte nati a ridosso della costruzione di ville e complessi nobiliari. La tipica cascina rurale così come si può ritrovare nel paesaggio è una costruzione di forme in genere semplice, un parallelepipedo, poco versatile e con costi di ristrutturazione elevati, e per questo è stata considerata poco interessante dal mercato edilizio. Agli interventi edilizi di ristrutturazione è stata sempre preferita la ricostruzione, che in genere ha snaturato notevolmente sia la tipologia che l’originalità, rendendo la cascina agricola più prossima ad una residenza di carattere urbano. Gli interventi realizzati sugli edifici rurali, inoltre, comportano raramente ristrutturazioni unitarie, i

Cascina Cavellera a Vimercate.

diversi proprietari agiscono in tempi diversi e molto spesso si assiste a ristrutturazioni di porzioni individuali spesso difformi e incoerenti dal carattere originario, mentre l’edilizia rurale contemporanea è stata influenzata dalle caratteristiche del luogo e dalle profonde trasformazioni del lavoro agricolo. Infatti, l’attività agricola e l’architettura ad essa legata non è completamente scomparsa, è semplicemente assolta da un’edilizia di tipo industriale, formata dai capannoni prefabbricati. È evidente che in un contesto industriale denso come il nostro, l’edificio agricolo non sia più visibile né riconoscibile: l’agricoltura si è trasformata, non coinvolge più i contadini, le famiglie e le cascine, è soprattutto un settore meccanizzato di produzione che coinvolge pochi addetti, molti mezzi meccanici e prodotti da stivare in moderni capannoni. Le cascine con l’abbandono dell’agricoltura, si sono pian piano svuotate, rimanendo poco più che ruderi. In genere gli attuali imprenditori agricoli preferiscono vivere in villette, co-struite ex novo a fianco dei manufatti storici. Dunque l’aspetto rurale ancora visibile nel territorio è più affidato agli edifici storici che a quelli moderni; e la visibilità è principalmente rappresentata da piccole costruzioni sul territorio come i cascinali o i percorsi stradali e le canalizzazioni ancora su tracciati antichi. Un “paesaggio” rurale è più facile ritrovarlo nei terreni coltivati lungo le strade sterrate, negli spazi aperti e nei vuoti costellati dalle piccole costruzioni rurali, che nei complessi articolati. Sopravvivono comunque aspetti interessanti, giunti fino ad oggi: ad esempio le architetture del Parco Reale di Monza, che mostrano elementi architettonici più ricchi in un unico


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contesto progettuale. A volte nelle cascine si possono vedere delle tendenze all’architettura più nobili della “villa”: ne è un interessante esempio la cascina “Cavallera” a Vimercate, risolta con una facciata con forme palladiane. L’aspetto contemporaneo non è, come detto prima, riconoscibile solo per il carattere industriale. Esiste anche uno stile di tipo più commerciale, basato sull’espressione di determinati elementi architettonici agricoli. Si tratta di edifici di nuova costruzione, sia per tipologia che per tecniche adottate, che svolgono l’attività in genere di agriturismo. Non si pongono come riferimenti di zone agricole coltivate, ma preferiscono la visibilità e l’accessibilità stradale, simile perciò ad un’attività più commerciale urbana. Seppure il linguaggio architettonico di copia sia criticabile, svolgono la loro funzione di simulacro del rurale, ricostruendo l’ambientazione agricola. Il prodotto rurale viene quindi inserito nel panorama di offerte tipico delle zone urbanizzate, anche a fianco di centri commerciali. Di fronte ad una perdita di riferimenti, determinata dall’uso e consumo del territorio, e dei cambiamenti di significato dei termini “architettura rurale”, occorre in effetti, pensare se abbia ancora senso una ruralità fatta di forme tradizionali e come viene riproposta, invece della ricerca di nuove forme di espressione. Marcello Garavaglia

Cascina Colombara.

Pavia a cura di Vittorio Prina

La Colombara di Mirabello nel parco urbano della Vernavola Tum, tum, tum, tum: Cesare Tavazzani riduce al minimo i giri dello Steyr del 1957 e mi fa ascoltare il motore. Cesare usa volentieri questo trattore della sua collezione per i piccoli lavori nella valle della Vernavola, parco urbano pavese presso Mirabello che include il vecchio fondo della Colombara, pervenuto all’Ospedale San Matteo dal conte Pio Bellisomi nel 1760 e locato ai Tavazzani dal 1960. Pieno e rotondo il battito del motore riempie il portico perdendosi nella grande aia della cascina a corte chiusa. I colpi si possono contare, è un trattore lentissimo. Dalle confortevoli cabine dei John Deere gli agricoltori più giovani faticano a comprendere la passione per questa lentezza, per il sordo metronomo del motore che richiama alla memoria di Cesare l’incanto degli anziani davanti ai Bubba, ai Landini, agli Orsi monocilindro a testa calda, attoniti dopo la vita passata a menar l’aratro dietro i buoi. Lentezza e memoria sono il nocciolo dell’esperienza della Colombara. Dal trattore lento come un tiro di razza belga si ha il tempo di osservare la natura, le stagioni, la crescita delle spighe, il livello dell’acqua nelle cavedagne. Dalla forma dei campi e dalle tecniche colturali, dai fabbricati aggiunti e trasformati, dai mezzi agricoli desueti parcheggiati a fianco di quelli moderni, da un’infinita collezione di attrezzi e suppellet-

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tili, si può ascoltare qualche parola delle generazioni che ci hanno preceduto e per un istante sperimentare il nostro essere dentro il tempo. Dagli anni Novanta, epoca a partire dalla quale la politica comunitaria europea si persuase a promuovere un’agricoltura sostenibile mirata al miglioramento dell’ambiente dopo decenni di colture intensive, la famiglia Tavazzani, insieme alla moderna produzione di riso, mais e frumento e alla manutenzione delle vie del parco per conto del Comune, ha vissuto la progressiva riscoperta del proprio paesaggio agrario: ha rivisto le colture, ripristinato lungo i fossi le siepi di salici francesi il cui legno era usato per intrecciare cesti, riportato il sanguinello per fabbricare ramazze, ripulito un filare di spinacristi o marruche che serravano i prosperi giardini padronali con impenetrabili intrecci di spine, piantato filari di gelsi per l’allevamento dei bachi e la fabbricazione di manici e zoccoli, messo a dimora piante da frutta di diversa specie e da ultimo, grazie all’acqua del cavo Colombara e ai programmi di miglioramento ambientale del Piano faunistico-venatorio provinciale del 2006, ha ricostruito una marcita a sguasso, raffinata tecnica agricola utile a moltiplicare la produzione di foraggio, naturale depuratore d’acqua, occasione di biodiversità e prezioso rifugio per la fauna migratoria. Nello stesso tempo la famiglia Tavazzani ha aperto le porte della cascina ai visitatori, formando in azienda un vivace laboratorio museale, una Fattoria Didattica accreditata in Regione Lombardia, un’oasi di protezione faunistica e ambientale convenzionata con la Provincia (www.cascinacolombara.it). Oggi la forma intatta della cascina, attestata da poche manutenzioni e nessuna ricostruzione in stile e sottolineata dal permanere di alcuni fabbricati degli anni ’60 con le tapparelle uguali a quelle dell’ospedale, costituisce la cornice più rassicurante, diremmo “filologica”, per questo rurale museo civico. Dentro il parco della Vernavola, dentro il Quartiere che l’ha molto sostenuta, dentro il perimetro del quattrocentesco parco di caccia e delizie della corte viscontea, dentro la rete di scuole cittadine che periodicamente vi portano le classi, la Colombara è diventata un polo così vivo da essere, come deve essere un museo, occasione di confronto e interferenza tra nuovo ed esistente, possibilità di conoscenza ed immaginazione, motore di convivenza. La collezione non possiede (per ora) un’impronta scientifica ma alchemica, non si distingue dall’azienda, non è congelata in un diorama estetizzato. L’unità antropica quasi autosufficiente della cascina è resa evidente attraverso la “conservazione” di alcuni spazi esemplari: la casa del bracciante con pochi semplici arredi; il granaio con allineate le brande su cui dormivano le mondine nei quaranta duri giorni di corvée; la lunghissima stalla a tre navate con le colonne di granito dove convi-

La roggia Colombara costeggia la strada d'ingresso alla Cascina.

vono, tra carri, birocci e slitte – gli inverni erano lunghi e nevosi – vacche, asini, maiali, pecore, capre e una moltitudine di gatti sotto l’effige protettiva di Sant’Antonio; il cason, il camarin, e la casera per la lavorazione e la stagionatura dei latticini; la Ca' d'bügà, lavanderia e stanza da bagno collettiva, la sala di mungitura, la scuderia, i magazzini e i fienili dove sono raccolti un’infinità di pale, vanghe, picche, falci, rastrelli, forche, roncole, asce, seghe, trappole, setacci; la rimessa coi trattori rossi dal sedile di lamiera a fori, riutilizzato da Achille Castiglioni nel 1957 per il suo sgabello “mezzadro” omaggio a Marcel Duchamp. La visita si chiude con una deliziosa cipolla di Breme in omaggio e l’augurio che la Colombara consolidi la propria vocazione. Occorre che Cesare e Luciana possano sempre meglio insegnare ai bambini (e non solo a loro) a distinguere le varietà di riso, a separare la panna dal latte e trarne il burro, a seminare l’orto e battere il riso, a riconoscere piante e animali, ad avvicinare la complessa rete di rogge, cavi e fossi che l’Europa ottocentesca di Carlo Cattaneo tanto ci ammirò. Occorre che la città e le istituzioni imparino a stupirsi dei luoghi che abitiamo e incoraggino esperienze come questa. Ma soprattutto occorre che la passione della Colombara si moltiplichi, opponendo la sua cultura radicata, lenta e un poco trasognata alla sbrigativa trasformazione delle cascine in condomini in stile, dove un passato mitizzato dai regolamenti urbanistici s’inventa e annichilisce. Luca Micotti


a cura di Manuela Oglialoro

La Lombardia possiede un ricchissimo patrimonio di cascine ed edifici rurali. La nostra regione, oltre al carattere fortemente industriale e terziario, ancora oggi vanta il primato nella produzione agricola. Storicamente lo sviluppo rurale lombardo risale al secolo XII, quando gli ordini monastici, tra cui gli Umiliati e i Cistercensi, con la loro opera di bonifica e di sfruttamento del suolo, impressero ai territori il carattere agricolo che è rimasto immutato fino ai primi anni del ‘900. Le architetture rurali, siano esse grandi edifici a corte o semplici costruzioni agricole, insieme ai manufatti legati alle sistemazioni idrauliche, mulini e pile, connotano tuttora il paesaggio agrario lombardo, soprattutto di pianura, oggetto di tutela nel Piano territoriale paesistico lombardo. A questo fine le architetture che hanno un valore storico e monumentale vanno preservate. Il primo passo verso le politiche di conservazione e di valorizzazione che sottraggano gli antichi edifici rurali da incuria e demolizioni, è conoscere la consistenza esatta di tale patrimonio, attraverso un‘opera di censimento e di recupero. Negli ultimi mesi si segnalano due diverse esperienze apparse sulla stampa, una che interessa le cascine della Provincia di Pavia e l’altra quelle del Comune di Milano. Nel primo caso si tratta del censimento degli immobili agricoli nella zona del Pavese, proposto dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici, al fine di sottrarre le strutture al degrado ed alla rapida sparizione: Censire tutte le cascine del Pavese, per salvare il territorio dalla cementificazione selvaggia. Che, spesso, ha come obiettivo proprio gli storici edifici. La campagna è lanciata dalla stessa Sovrintendenza (…) Censire gli immobili rurali è l’unico modo per salvarli. (…) Il Pavese (e non solo) è una delle zone della Lombardia più ricche di cascine, fra le più pregiate, realizzate in genere fra il Cinquecento e il Settecento. Imprese edili e società le acquistano dai proprietari agricoli per pochi soldi. Poi presentano in Comune la DIA (Denuncia d’inizio lavori). A quel punto, l’antica casa colonica è a rischio. Quasi sempre, si tra-

sforma in villette a schiera. La Sovrintendenza da sola non può arginare questo fenomeno. Che lo stesso ente definisce “effettoBrianza”: abitazioni su abitazioni da Pavia a Milano. (G. Scarpa, Così salviamo le cascine, “la Provincia Pavese”, 29.9.07). L’obiettivo di salvaguardia ha però incontrato molti ostacoli, nonostante questo tipo di indagine conoscitiva sia già previsto dalla normativa. Oltre alla Legge n. 42/2004 (sui beni di interesse monumentale e paesaggistico) e integrazioni, un D.M. del 6.10.05, ha dato attuazione alla Legge n. 378/2003, ("Disposizioni per la tutela e valorizzazione dell'architettura rurale"), stabilendo dei criteri per l’individuazione delle diverse tipologie di architettura rurale e per attuare piani di tutela. In particolare con l'Art. 5 viene istituito il sistema informativo dei dati relativi alle tipologie di architettura rurale quale supporto all'attività delle Regioni, cui è demandata la competenza per l'elaborazione dei programmi di recupero, riqualificazione e valorizzazione degli insediamenti rurali presenti nel proprio territorio. (L. Margotta, Tutela e valorizzazione dell'Architettura rurale, 10.1.06, www.edilia2000.it). Purtroppo l’invito al censimento non ha avuto un buon esito: Censire le cascine del Pavese, salvare il territorio dalla cementificazione (…) L’appello lanciato dalla Sovrintendenza dei Beni monumentali e paesaggistici (…) è rimasto lettera morta. Sotto accusa, soprattutto i Comuni. “Non abbiamo ricevuto, al momento, alcuna proposta concreta di collaborazione da parte della amministrazioni a cui avevamo rivolto l’invito” rivela Francesco Paolo Chieca, il funzionario responsabile per la provincia di Pavia. Il piano di recupero dei numerosi edifici rurali storici presenti sul territorio resta così al palo. (Cronaca, Il censimento delle cascine? Segnalazioni zero, “la Provincia Pavese”, 28.3.08). La competenza in fatto di tutela di edifici rurali spetta agli enti locali: comuni e regioni devono collaborare per predisporre concretamente i mezzi necessari ad attuare i piani di conservazione e valorizzazione. Ma spesso i comuni non intervengono adeguatamente

e la collettività rischia di perdere i beni artistico-culturali, memoria storica dei nostri territori: I sindaci, dal canto loro, si difendono. A partire da quello di Giussago, uno dei Comuni che registra la maggior presenza di cascine sul proprio territorio. “Noi abbiamo dato la nostra disponibilità a collaborare e la confermiamo - spiega Ivan Chiodini -. Abbiamo già preparato, come richiesto dalla Sovrintendenza, una tavola con la localizzazione degli edifici. E lo abbiamo fatto di concerto con Certosa e Zeccone. Non abbiamo intenzione di far cadere nel vuoto l’appello”. Chiede invece meno burocrazia e maggiore snellimento Marco Bellaviti, sindaco di Torre d’Isola: “La Sovrintendenza può anche avere ragione, ma ci sono difficoltà oggettive per fare certe cose”. (Cronaca, Il censimento delle cascine? Segnalazioni zero, “la Provincia Pavese”, 28.3.08). A proposito delle difficoltà del censimento, interviene il Presidente dell’Associazione nazionale della proprietà fondiaria, U. Dozzio, intervistato da S. Capra: Come valuta l’operato dei Comuni? “È un altro punto dolente. Per le cascine che hanno perso la funzione agricola e vengono ristrutturate per altre destinazioni, sono i Comuni ad essere responsabili degli interventi edilizi. Essi hanno tutti i poteri di controllo per evitare trasformazioni improprie. Esiste una Legge regionale, la n. 9 del 1999, che ha istituito i Pii, programmi integrati di intervento, che consentono ai Comuni di disciplinare in modo preciso in questi ambiti agricoli le variazioni di destinazione d’uso. In definitiva, se si tratta di fondi agricoli esiste una legge nazionale che assegna aiuti per il ripristino e quindi bisogna attivare le Regioni affinché diano corso ai regolamenti attuativi. Se invece non esiste più la funzione agricola, il Comune ha tutti gli strumenti per fare in modo che la trasformazione d’uso avvenga in modo corretto”. (S. Capra, Per le cascine si muova la Regione, “la Provincia Pavese, 10.10.07).

Il secondo caso, a cui si accenna, riguarda il Comune di Milano. L’ultimo atto amministrativo del capoluogo lombardo, rispetto al destino dei numerosi edifici rurali di proprietà pubblica, lasciati in condizioni di incuria e di abbandono, risale al 2003, anno in cui una delibera della giunta comunale predisponeva degli indirizzi per arrestare il degrado dei fabbricati, proponendo interventi in collaborazione con i privati. (Si veda in proposito il dossier di P. Reale, Cascine, un patrimonio da salvare, 2003, in www.corriere.it ). Sebbene questo piano abbia dato pochi risultati positivi (tra cui ad esempio il recupero della Cascina Linterno), attualmente si registra un rilancio d’interesse pubblico per i vecchi cascinali nel milanese, risvegliato da una recente proposta di salvaguardia e quindi di riutilizzo degli storici fabbricati per residenze temporanee e housing sociale: Cascine ristrutturate e trasformate in ostelli della gioventù, campeggi, residenze per studenti universitari e alloggi per persone in difficoltà. È questo il progetto "Municipi dell'abitare" dell' architetto Stefano Boeri che (…) è stato discusso per la prima volta in Comune, su invito della commissione congiunta Casa e Politiche sociali. Il progetto, commissionato dal Politecnico, esposto alla Triennale (…) nell'ambito della mostra "La vita nuda", prevede il recupero di 21 delle 46 cascine di proprietà del Comune per trasformarle in residenze temporanee a fini sociali. (Teresa Monestiroli, Cascine, per chi non ha una casa il progetto arriva in Comune, “la Repubblica, 3.7.08). Anche se l’obiettivo di questa iniziativa è quello di risolvere in parte il problema della ricettività abitativa della città, in vista dell’Expo, si spera che sia utile ad affrontare positivamente il tema del recupero delle antiche architetture rurali, facenti parte dei valori culturali ed ambientali da preservare. M. O.

OSSERVATORIO RILETTURE

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Recupero delle antiche cascine in Lombardia


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La Grande Brera

Continua il percorso del progetto verso la Grande Brera a Milano. Dopo l’idea di spostare l’Accademia di Belle Arti in Bovisa, già nel 2006 Nando Dalla Chiesa ipotizza di “traslocare” alcuni corsi nella caserma di via Mascheroni: l’operazione, compresi i lavori di adeguamento, necessita solo 5 milioni rispetto ai 40 previsti per il piano Bovisa. Il progetto sarebbe stato pronto nel 2008, ma con il cambio di governo sono ovviamente slittati i programmi. Ma la Moratti insiste per portare a termi-

ne il progetto e il ministro della Difesa La Russa ha chiesto uno studio sulla Grande Brera prima di concedere la caserma all’Accademia. Con il trasferimento la Pinacoteca avrà più spazi e finalmente si potranno ammirare capolavori attualmente custoditi nei depositi. Questo è solo uno dei progetti in atto e in vista della celebrazione nel 2009 del bicentenario dell’inaugurazione, il palazzo Brera si rinnova: infatti a breve inizieranno i lavori di restyling delle sale espositive e sarà terminato il restauro delle facciate. Ricca di indiscussi capolavori, la Pinacoteca cerca di riscattarsi: la classifica “Musei 2008” Touring Club la vede al quarantesimo posto tra i musei più visitati d’Italia per ingressi nel 2008. Fabiana Pedalino

Milano, un circuito fra le Case Museo Il Museo Bagatti Valsecchi, Casa Boschi di Stefano, Villa Necchi Campiglio e il Museo Poldi Pezzoli dal prossimo 2 ottobre diverranno parte di un nuovo circuito, quello delle Case Museo di Milano. Il nuovo sistema museale nasce da un Accordo di Programma sottoscritto nel 2004 e realizzato per volontà e in collaborazione con Regione Lombardia, Provincia di Milano e Comune di Milano,

oltre alla Fondazione Bagatti Valsecchi Onlus, al Comune di Milano per Casa Boschi di Stefano, il FAI per Villa Necchi Campiglio e la Fondazione Artistica Poldi Pezzoli Onlus. Il progetto ha preso avvio nel 2005 quando è stato organizzato un convegno internazionale intitolato “Case museo a Milano: esperienze europee per un progetto di rete”. Obiettivi del circuito sono: la promozione della conoscenza delle trasformazioni urbane di Milano avvenute in un arco di tempo compreso fra il XIX e il XX secolo; la valorizzazione dell’identità delle singole realtà museali e delle loro collezioni; l’elaborazione di un progetto che possa divenire modello di riferimento di livello internazionale. Il coordinamento scientifico e la segreteria organizzativa del circuito è affidato al Museo Poldi Pezzoli. Una chiave è stata scelta come logo identificativo dell’iniziativa: essa, infatti, permette, simbolicamente, l’ingresso nelle diverse case in cui, una volta

entrati, è possibile seguire quattro specifici itinerari volti alla conoscenza dell’architettura e della storia e della descrizione della società del tempo. Il progetto, reso possibile anche grazie al sostegno della Fondazione Cariplo, si avvale del patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Expo Milano

2015 e Fiera Milano e della collaborazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Direzione regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Lombardia e Camera di Commercio di Milano. Per informazioni: www.casemuseomilano.it Martina Landsberger

Isola Comacina. “Un nuovo Rinascimento” Era il 1127 quando Vidulfo, vescovo di Como al tempo della Guerra dei dieci anni con Milano, emanò una scomunica con la quale s’impediva a chiunque di abitare l’Isola Comacina: “Non suoneranno più le campane, non si metterà pietra su pietra, nessuno vi farà mai più l’oste, pena la morte violenta”. Da quell’anno si dovettero aspettare circa 800 anni per tornare a vedere qualche “abitante” sull’Isola. Nel 1920 il re del Belgio Alberto I decide di donare l’unica isola del Lago di Como a Brera. Nel 1939 Pietro Lingeri realizza, ispirandosi al progetto per la casa di vacanze di Les Mathes di Le Corbusier, tre “Case d’Arte” destinate ad ospitare pittori, pensatori, scrittori fiamminghi, valloni e italiani. Fino ad oggi le tre ville – tre case unifamiliari su due piani costruite interamente in legno e pietra, in una posizione che gode della vista del lago e realizzate sulla base di un precedente progetto per la Triennale del 1933 elaborato da Giuseppe Terragni e Mario Radice – si sono trovate in una condizio-

ne di grande degrado. “Dopo 88 anni Ossuccio (comune responsabile dell’amministrazione dell’Isola ndr) gestirà direttamente l’Isola Comacina. – afferma il Sindaco Massimo Castelli – A settembre inizieranno i lavori di restauro degli edifici. Un’operazione di lifting da 2 milioni e 250 mila euro finanziati dalla Regione e dal Comune. Entro la primavera del 2009 gli artisti potranno di nuovo trovare ispirazione sul promontorio”. I lavori di “restauro” coinvolgeranno tutta l’Isola Comacina, a cominciare dalla Basilica di San Giovanni – il duomo – e dal riordino dei reperti archeologici che verranno esposti in un museo. “L’accordo con Brera prevede la gestione dell’Isola e la valorizzazione dei reperti archeologici e delle basiliche. Quindi le case di Lingeri sono solo il primo passo per far rivivere l’antico spirito artistico” continua il Sindaco. E promette “un nuovo Rinascimento”. M. L.


Lo scorso 16 settembre si è inaugurato a Correggio (Re), in via Rodari, il quartiere “Coriandoline” realizzato dalla cooperativa di abitanti ANDRIA. Il quartiere è il frutto di un processo di ricerca sviluppato insieme ai 700 bambini delle scuole materne di Correggio e di Rio Saliceto, e iniziato nel 1995. Nel 1999, dopo quattro anni di laboratori e mostre, è stato pubblicato il “Manifesto delle Esigenze Abitative dei bambini”: una raccolta di indicazioni fornite dai bambini stessi, una serie di indicazioni “prestazionali” riferite ad emozioni, idee, stati d’animo non facilmente traducibili in una normativa. Il “parametro bambino”, diventando il “metro” della nuova architettura, ha prodotto una sorta di decalogo di richieste. I bambini hanno chiesto una casa: “trasparente (per guardare fuori); dura fuori (sicura); tranquilla (senza traffico); giocosa (per giocare liberamente); morbida dentro (accogliente); decorata (dove

metto tutte le cose più belle); intima (per potermi ritirare); grande (che possa accogliere gli amici e le idee); bambina (a misura di bambina); magica (per stupirmi)”. Su questa base si sono realizzate le nuove case. Al progetto hanno lavorato, oltre ai bambini, alle maestre e alle pedagogiste, architetti, paesaggisti, ingegneri, scrittori, musicisti, l’università ed anche Emanuele Luzzati (di cui qui pubblichiamo “Casa intima”), artista interprete del mondo “fiabesco” dell’infanzia. Nel 2003 sono iniziati i lavori di costruzione e nel 2007 sono stati completamente terminati. Nel 2001 infine, il progetto ha ricevuto il premio P. Guggenheim: “Per la scommessa e poetica di leggere il mondo quotidiano attraverso gli occhi dei bambini e per aver valorizzato, nella concretezza del fare casa, sogni e progetti d’una migliore qualità della vita”. M. L.

“La città interrotta”, un titolo adeguato a rappresentare la realtà di Rimini, una città che conserva un disegno unitario e comprensibile per quel che concerne il suo centro storico – di fondazione romana – ma caratterizzata da un vasto territorio al contorno disordinatamente organizzato e privo di comprensibilità. Un territorio segnato dalla presenza di elementi “naturali”, fiumi, canali – oggi solo in alcuni casi ancora utilizzati e riconoscibili – ma soprattutto, a est, dal mare con cui la città si è, fin dall’origine, confrontata, se così si può dire, “a distanza”. Elementi questi, da sempre risultati come vincoli alla costruzione piuttosto che opportunità con cui relazionarsi. Questo il carattere di un vasto territorio ormai completamente urbanizzato su cui è stata chiamata a lavorare la prima edizione di un seminario di progettazione internazionale organizzato dalla Facoltà di Architettura Aldo Rossi di Cesena, dalla Facoltà di Architettura Civile di Milano, dal Comune di Rimini, con il patrocinio degli Ordini degli Architetti PPC di Bologna, Rimini e Milano, del Forum Unesco e della Regione Emilia Romagna. I temi affrontati dai progetti nascono da una precisa richiesta dell’Amministrazione che, individuando come necessaria la risoluzione di problemi funzionali

legati in particolar modo alla questione della mobilità e dell’accessibilità, ha identificato quattro aree di intervento: la zona della stazione, il parco del Marecchia, l’area della vecchia fiera dove si stanno realizzando, su progetto di Mario Botta e Ben van Berkel, rispettivamente un auditorium e un palacongressi e, nel centro storico, il teatro Poletti mai completato dopo le demolizioni belliche. Il seminario, cui hanno partecipato 30 studenti provenienti da diverse facoltà italiane e da quelle spagnole di Valencia e Granada, si è svolto all’interno della Rocca Malatestiana dal 10 al 20 settembre scorso. A conclusione del workshop ai due progetti che hanno affrontato rispettivamente il tema della stazione e della costruzione dell’auditorium e del palacongressi, una giuria composta da Gino Malacarne, preside della facoltà, Aldo Rossi, Vincenzo Petrini, professore presso la Facoltà di Architettura Civile di Milano, Antonio Gamberini, assessore alle politiche del territorio, Manuel Jesús Ramirez Blanco, rappresentante del forum Unesco, Marco Zaoli, presidente dell’Ordine degli Architetti di Rimini, ha attribuito il premio Alberti alla sua prima edizione. M. L.

33 OSSERVATORIO ARGOMENTI

La città interrotta

A forma di bambino


a cura di Antonio Borghi

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Intervista a Guillermo Vázquez Consuegra Incontriamo l'architetto Vázquez Consuegra al XXIII Congresso Mondiale degli architetti di Torino, dove ritira il Premio europeo per l'edilizia sociale Ugo Rivolta. La premiazione ha luogo presso il padiglione dell'Ordine degli Ar chitetti PPC di Milano nel quale è allestita anche la mostra dei progetti selezionati. Il progetto premiato è un insediamento di edilizia sociale completato da Rota nel 2005 e durante il discorso di ringraziamento l'architetto ha parlato di difficoltà nella realizzazione del suo progetto. Eppure l’edificio che ne è scaturito non mostra i segni delle difficoltà cui ha accennato… L’edificio premiato è un progetto di edilizia sociale. Ciò comporta che da una parte ci si debba attenere ad una normativa particolarmente restrittiva, dall’altra che i costi si contengano al massimo, soprattutto in Spagna dove in questi ultimi anni i budget sono tra i più bassi d’Europa. In queste condizioni è molto difficile coniugare l’edilizia sociale con una architettura di qualità. Ciononostante credo che le limitazioni possano e debbano diventare l'occasione per una nuova invenzione, uno stimolo per la creazione di una nuova soluzione progettuale. Personalmente considero le difficoltà come una sfida per cui sono felice che questo progetto non mostri le difficoltà di progettazione, quanto piuttosto le soluzioni che ne sono scaturite. Un esempio è la finestra in alluminio che caratterizza il prospetto principale: si tratta di un unico elemento che abbiamo disegnato in studio e fatto realizzare appositamente per questo progetto e che, ripetendosi molte volte, ha permesso un notevole risparmio. Allo stesso tempo è un elemento che qualifica l'architettura dell'edificio, funziona molto bene e, inserito nella facciata in cemento armato a vista, conferisce all'edificio una particolare espressività. Dunque nella sua esperienza professionale normativa e bud-

get costituiscono un vincolo alla creatività progettuale degli architetti, tuttavia molti dei progetti segnalati dalla Giuria del Premio Ugo Rivolta sono spagnoli e dall’Italia si guarda alla Spag na co me ad un pae se dove si riesce a costruire con una buona qualità. Che momento sta vivendo secondo lei l’architettura spagnola? Credo sia un periodo molto fecondo e significativo per l'architettura spagnola. Oggi esiste un nutrito gruppo di architetti che stanno costruendo con grande “realismo”, in opposizione alle tendenze dell’architettura banalmente esibizionista. L’architettura spagnola a cui mi riferisco e che prediligo non è alla ricerca di immagini spettacolari, si adatta al budget previsto e alle normative e allo stesso tempo risulta “adeguata” perché rispetta e soddisfa le esigenze dell’utente finale. Penso che questo "realismo" sia il merito maggiore dell’architettura spagnola di oggi. La committenza che ruolo gioca? È più importante quella pubblica o privata? Dipende dalle regioni in cui si opera. Per quanto mi riguarda vivo in Andalusia dove la committenza è prevalentemente pubblica e opera attraverso lo strumento del concorso. Il mio studio infatti non ha committenti privati, praticamente non ne ha quasi mai avuti. Anche per quanto riguarda il progetto vincitore del Premio Rivolta si tratta di un concorso pubblico che ho vinto nel 1996. In definitiva non posso dire se sia meglio lavorare con committenti pubblici oppure privati, perché la mia esperienza professionale si basa essenzialmente sulla committenza pubblica. Costruire una carriera sul risultato di concorsi pubblici deve esse re mo lto diff icile. C ome sono stati gli inizi? I miei primi progetti sono state due case unifamiliari, una delle quali ospitava anche l'atelier di un amico pittore. Da allora in poi non ho più avuto committenti privati e ho iniziato a lavorare con i concorsi pubblici. Già nel primo concorso vinto ho avuto modo di confrontarmi con il tema dell’edilizia sociale,

costruendo un gruppo di case popolari a Siviglia, che si chiamano Ramón y Cajal dal nome della strada dove si trovano. Si tratta di un progetto relativamente piccolo, circa 40 appartamenti, nel quale ho sperimentato una soluzione urbana e tipologica contemporanea e al tempo stesso in sintonia con la tradizione dell'edilizia residenziale andalusa. L'edificio ha quattro piani, con due duplex sovrapposti nei quali le zone notte occupano il secondo e terzo piano. Le zone giorno sono al piano terra e al quarto piano con accesso privato al tetto nel quale abbiamo ricavato delle terrazze all'aperto. Per me era importante garantire ad ogni appartamento una buona qualità che significa doppio affaccio, buona ventilazione e illuminazione e uno spazio libero all'aperto: questa preoccupazione è sempre al centro del mio lavoro. L’utente deve sentirsi orgoglioso di abitare la propria casa. Tornando al tema dei concorsi, per fortuna in Spagna ce ne sono molti, ma anche nel mio paese è difficile per un architetto vivere di soli concorsi. Per quanto mi riguarda durante questi anni ho messo insieme un lungo curriculum di progetti realizzati, per cui spesso vengo invitato a partecipare a concorsi. D'altra parte paradossalmente non ho clienti, ogni giorno devo competere per trovare un nuovo lavoro il che è molto stressante, ma tutto sommato sono soddisfatto perché in questo modo mi sento più libero e stimolato. Nel suo breve discorso di ringraziamento ha ricordato l’influenza che ha avuto l’architettura italiana nell’ambito della sua formazione. Quali sono le figure di riferimento? Intanto sono convinto che ci si forma continuamente, soprattutto attraverso le esperienze che si vivono nell’attività professionale. Certamente le grandi figure dell'architettura italiana degli anni Trenta, da Terragni a Libera, senza dimenticare Gardella, sono sempre state un punto di riferimento, così come i progetti di Moretti nel dopoguerra. All'inizio della mia carriera ho

avuto la fortuna di incontrare e conoscere la figura di Aldo Rossi e in questo modo sono entrato in contatto con l’avanguardia degli anni Ottanta e con l'architettura italiana contemporanea. L’Italia rimane il paese straniero col quale intrattengo il rapporto professionale più intenso, anche a livello di concorsi: ho avuto la fortuna di vincerne e realizzarne uno a Genova per la progettazione del Museo del Mare; sono inoltre stato selezionato per partecipare al concorso per il Palazzo di Giustizia di Trento, per una scuola d’arte a Benevento e ultimo quello per il lungomare di La Spezia. La sua attenzione progettuale è particolarmente rivolta alla costruzione di luoghi a scala urbana, pur mantenendo l'utente finale al centro dell'attenzione. Cosa tiene in maggior considerazione nei suoi progetti? La definizione volumetrica e tipologica degli edifici all'interno degli isolati, i percorsi interni, il rapporto con il verde e con le preesistenze del contesto, la scelta dei materiali ed il loro accostamento sono fondamentali per la definizione dei miei progetti. Penso che per l'utente finale sia fondamentale avere a disposizione una varietà di spazi e di relazioni tra interno e esterno. Per questo mi piace scavare nei volumi patii, mirador, cortili per i bambini, terrazzi per stendere i panni e così via. Un’architettura capace di rendere la vita degna e più sopportabile. Se ignoriamo l’uomo, l’architettura è inutile. Un altro aspetto fondamentale è l'attenzione al contesto urbano, per cui è necessario disegnare il progetto a tutte le scale, con la necessaria attenzione formale. Ad esempio cerco sempre di spezzare la ripetitività di prospetti seriali, che sono importanti per dare unità e coerenza al progetto, inserendo variazioni che prendono ispirazione dalla storia del luogo e dal tessuto edilizio circostante. Nella sua esperienza col Museo del Mare di Genova avrà avuto modo di confrontare la situazione dell'architetto in Italia e in Spagna. La mia esperienza italiana è molto limitata, ma credo di


35 OSSERVATORIO CONVERSAZIONI

La mia esperienza italiana è molto limitata, ma credo di poter dire che in Spagna l'architetto ha migliori condizioni di lavoro e un rapporto più disteso ed equilibrato con il committente, con le imprese e la pubblica amministrazione. A Genova, ad esempio, a causa di un’interpretazione della legge Merloni mi è stato impedito di fare la direzione lavori ed il risultato è stato non del tutto soddisfacente. Alcune parti del progetto non sono state realizzate come le avevamo pensate, altre ancora non sono state realizzate affatto, perfino in zone importantissime come il foyer d'ingresso. Non sono stati realizzati i frangisole e i lucernari in vetro opalino che dovevano modulare l'illuminazione naturale e quindi è stato compromesso uno degli aspetti più importanti per la percezione interna dell'edificio. Ma soprattutto la scarsa qualità di tutta la costruzione. Questo accade anche perché il committente ha incaricato della direzione lavori un architetto al servizio dell'impresa costruttrice, una cosa che in Spagna sarebbe inconcepibile, una contraddizione che va sempre a discapito della qualità dell’architettura. Comunque continuo ad amare l'Italia e la cultura italiana. Infatti, mi sto impegnando in diversi concorsi per avere presto un nuovo progetto nel vostro paese e avere l'occasione di ricredermi.


a cura di Roberto Gamba

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Stradella (Pavia): valorizzazione di ambiti a verde pubblico luglio – ottobre 2007

Il concorso di idee ha l'obiettivo della riqualificazione di tre aree a verde (giardini di via BaldrighI, Parco della Resistenza di via Turati, Parco del Versa di via Di Vittorio) della cittadina della provincia di Pavia, aventi differenti caratteristiche e fruibilità diversificate, tutte finalizzate al rafforzamento della presenza del verde pubblico, sia in riferimento alle attività ludiche che, più in gene-

rale, alla qualità della vita nella città. Il costo degli interventi non doveva superare in previsione gli euro 400.000. I premi sono stati di euro 5.000, 3.000, 1.500. La giuria era composta da Anna Maria Rogledi (presidente), Marco Bosi, Luca Micotti, Fabrizio Sisti, Valeria Dominione, coordinatore Claudio Civardi.

1° classificato Verbena Ricotti (Stradella – Pv), Gianmario Rovida, Giovanni Trabacchi Con il progetto per i giardini di via Baldrighi si “tratteggia” il confine tra il “duro” della pavimentazione e il “morbido” dell'erba, mantenendo netta la separazione verso la strada. Il camminamento attuale viene ridisegnato utilizzando lastre di granito bianco, posate a correre; si disegnano quattro “penisole” di pietra che accolgono le sedute. Il progetto per il Parco della Resistenza di via Turati propone di potenziare gli accessi esi-

stenti. Il percorso principale, in terra stabilizzata diventa un filo che collega alcuni punti di sosta collocati a quote differenti. Il primo di questi spazi è dotato di una pergola con tavoli e sedute. Alla quota più alta, il percorso culminerà in una passerella a sbalzo. L’intervento sul Parco del Versa di via Di Vittorio concentra le varie funzioni (sportive, ludicoricreative, culturali, di relax) in una “piastra”. Orti urbani organizzati, un sistema di pannelli fotovoltaici e un anfiteatro che sfrutta il dislivello naturale completano lo scenario del paesaggio.


Il progetto proposto intende sviluppare in ogni area una funzione ed un disegno specifico, in modo che non entrino in competizione tra di loro, ma che siano complementari e contemporaneamente indipendenti. Si associa ad ogni ambito un tema distinto, utile non

solo a definirne le caratteristiche, ma a rappresentare il parco stesso nell’immaginario collettivo. Il giardino di via Baldrighi diventerà “lo spazio giochi per bambini”; il Parco della Resistenza sarà “il luogo della memoria” e il parco della Versa diventerà “il parco ricreativo” in due versioni, il centro sportivo di impegno agonistico per i giovani e gli orti urbani, punto di svago produttivo per le famiglie.

3° classificato Gianluca Pietra (Morbegno – So), Michele Bollini collaboratore: Marco Montini Il progetto per i Giardini di via Baldrighi, prevede, nella parte centrale, lungo uno scalone, di dislivello contenuto in un paio di metri, uno spazio pubblico di sedute nel verde. Gli spazi sono tra loro connessi attraverso una pista ciclabile che collega sinuosamente da

nord a sud l’area di progetto. Il progetto del Parco della Resistenza prevede una scala come elemento rappresentativo per ri-avvicinarsi alla memoria dei luoghi. Il Parco della Versa è tagliato da un percorso ciclopedonale che, sinuosamente adagiato lungo l’andamento delle linee di livello, definisce e separa due aree: una a verde libero e una a verde attrezzato, dedicata allo sport, con collocazione di arredi e servizi.

37 OSSERVATORIO CONCORSI

2° classificato ex aequo Fabrio Giachello (Torino), Enzo Mastrangelo, Diego Cane


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Riqualificazione del centro storico di Uggiate Trevano (Como) giugno – ottobre 2007

L’amministrazione di Uggiate Trevano, dopo aver analizzato funzionalmente e sotto l’aspetto estetico-qualitativo il centro storico, con il presente concorso di progettazione, ha inteso ricercare idonee soluzioni che, inserite nel contesto, sappiano risolvere con armonia e funzionalità le problematiche presenti. Gli obiettivi da perseguire sono: la riqualificazione urbana di parte del centro, comprendente l'incrocio fra vie e piazze; interventi

sulla viabilità; riordino delle aree di sosta; via Vittorio Veneto fino alla piazza Vittorio Emanuele; via Matteotti fino alla piazzetta degli Alpini. Il quadro economico dell’intervento non poteva superare gli 800.000 euro. Erano richieste 3 tavole in formato A1; i premi sono stati di euro 3.600; euro 2.500; euro 1.700. La giuria era composta da Ermes Tettamanti, Stefano Ferrari, Fabrizio Donadini, Antonio Albertini, Franco Gerosa.

1° classificato Marco Castiglioni (Como), Igor Fasola collaboratori: Valentina Rosso, Samuele Bernasconi

stituzioni e dei riallineamenti delle cortine edilizie. L’intervento su piazza Vittorio Emanuele, per vocazione il luogo di relazione di tutto il centro storico, che prevede una pavimentazione unitaria in porfido, in coerenza al codice di definizione delle aree pedonali di tutto l’intervento, viene articolato limitando la sosta veicolare al suo margine dove un grande esemplare di tiglio funge anche da punto focale. Qui una superficie significativa ad esclusivo uso pedonale, viene organizzata con sedute, che permettono un utilizzo flessibile e diversificato anche per spettacoli e piccoli mercatini tematici.

Agli ingressi del centro storico sono previste due “porte” che definiscono la zona a traffico moderato – una a sud-ovest, in prossimità del nuovo “giardino degli alpini”, luogo per la sosta con caratteri differenti rispetto alla piazza cittadina – l’altra a nord-est attraverso una microrotatoria sormontabile, affiancata da alberature di alto fusto. Lo stesso ruolo viene attribuito alle alberature in filari o gruppi, posti lungo la via Vittorio Veneto, in corrispondenza delle so-

2° classificato Alberto Bertolini (Luvinate – Va), Alessandra Galli, Giacomo Salandini collaboratori: Luca Trolese, Maria Silvia Cadario Si prevede per tutto lo sviluppo dell’asse via Vittorio Veneto-via Matteotti un disegno omogeneo della pavimentazione in cubetti di porfido di tonalità grigio-rossa, scandita regolarmente da fasce in granito bianco. L’assetto della piazza Vittorio Emanuele viene modificato leggermente, introducendo una gradinata a forma di “L”, anche per creare una zona pedonale non accessibile alle auto. La nuova fontana, a forma di pozzo, è collocata in posizione

3° classificato Marco Castelletti (Erba – Co), Luisella Garlati collaboratori: Alessandro Curti, Lorena Cavalletti, Elena Alice Villa, Amilcare Foppoli, Chiara Beretta La pavimentazione viene diversificata secondo le funzioni di utilizzo delle superfici per disegnare ed organizzare le parti destinate ai pedoni, ai veicoli e per valorizzare gli elementi presenti nel con-

decentrata, così come la precedente ottocentesca, ora scomparsa. L’incrocio tra le vie Don Luigi Sturzo e Garibaldi viene risolto con una rotatoria a raso e l’ingresso al centro storico caratterizzato con un nuovo “portale verde” costituito da due alte siepi simmetriche, inserite in grigliati metallici e dotate di lampade. Piazza degli Alpini viene trasformata in un vero e proprio “teatrogiardino”, pensato anche per le rappresentazioni all’aperto. Lo spazio viene ridefinito da semplici elementi: un prato con delle sedute in pietra, un palco in doghe di legno e le due “scene fisse”: da una parte la Villa Somaini e dall’altra il paesaggio delle colline moreniche.

testo, ricercando una continuità con gli interventi già esistenti a contatto con l’area di concorso; per risolvere la necessità di aree di parcheggio, facendo in modo che la presenza delle auto sia parte integrante del disegno delle pavimentazioni. La proposta è un possibile primo lotto di un intervento più ampio, che possa estendersi per legare un ambito più allargato, comprendente la via e la piazza della Chiesa con la piazza del Municipio.


maggio 2006 – febbraio 2007

L’intervento è localizzato nel territorio di Bulgarograsso, provincia di Como, nell’area comprensiva della piazza Risorgimento, dello stabile dell’ex-Municipio, del vecchio asilo ed ex casa delle suore. L'obiettivo del concorso di idee era il recupero e la riqualificazione dell'intera area, per svilupparla quale punto di riferimento per il paese, creando una relazione con il centro storico, riconducendo la proposta alla piazza italiana come area di incontro, di manifestazioni pubbliche, di riconoscibilità della comunità di appartenen-

za, con valutazione sull'eventuale mantenimento degli edifici esistenti; la ridefinizione della viabilità, del piano parcheggi e dell'arredo urbano; la creazione di aree e spazi per il soddisfacimento di necessità pubbliche (uffici, ambulatori, auditorium). Erano richieste 3 tavole in formato A1. I premi sono stati di euro 4.000, 2.000, 1.000. La commissione giudicatriuce era composta da Ferruccio Cotta, Renato Conti, Luisella Galati, Massimo Figlioli, Giampaolo Cusini.

1° classificato Fabio Bianchi (Como) Cristian Romeo, Davide Livio, Paola Puricelli

Sui bordi la viabilità perimetrale, seguendo l’altimetria esistente, mantiene l'accessibilità agli ingressi presenti. Lo spazio dell’auditorium all’aperto, trattato come una piattaforma attrezzata, si apre verso la parte più ampia, seguendo un’altimetria orizzontale che, rispetto al piano della piazza, verso la fontana, rimane leggermente in rilevato. L’arredo della piazza è semplice e localizzato nelle aree di maggior fruibilità. È stata inserita una fontana composta da sette corpi cilindrici trasparenti, dalle primordiali forme di abbeveratoio. Il contorno dell'edificato (sui lati ovest e nord), viene mascherato con un filare di alberi.

Per realizzare il recupero si è proposta l’eliminazione di tutti gli edifici presenti, facendo “piazza pulita” e liberando la superficie. Un ampio spazio longitudinale di campo rettangolare genera una visuale di grande spazialità fin dall’esterno del centro storico, abbracciando idealmente la centralità della nuova piazza al tessuto circostante, senza elementi di rottura o d’interconnessione. All’interno dell’area d’intervento, si spingono verso il margine ad ovest il sagrato della chiesa, seguito da uno spazio di cerniera pubblico.

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2° classificato Stefano Seneca (Como) Corrado Tagliabue, Claudio Radice 3° classificato Cristian Meletto (Locate Varesino - Co) Elisa Taddei, Gianluca Carcano, Ivan Gugole, Roberto Savioli La proposta prevede la costruzione di un edificio polifunzionale, localizzato nella zona antistante il giardino dell’oratorio, che lasci spazio alla piazza e che diventi al contempo parte di essa. Il volume viene parzialmente interrato, la copertura adibita a tribuna della piazza ed il tessuto

ricucito attraverso un gioco di pavimentazioni. L’edificio è concepito come un grande tappeto, che lascia spazio alle estremità a vere e proprie strutture che ospitano, da un lato, la sala polifunzionale ed espositiva, dall’atro, lo spazio informativo. Il progetto si caratterizza per la forma poco invasiva, che disegna uno spazio di nuove relazioni sociali, con la formazione della piazza quale centro di incontro ed area di manifestazioni pubbliche.

OSSERVATORIO CONCORSI

Riqualificazione della piazza Risorgimento a Bulgarograsso (Como)


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Lʼarte di costruire la città

Ergonomia estesa

Giancarlo Consonni La difficile arte. Fare città nell’era della metropoli Maggioli, Santarcangelo di Romagna, 2008 pp. 132, € 12,00

Luigi Bandini Buti Ergonomia olistica, il progetto della variabilità umana Franco Angeli, Milano, 2008 pp. 228, € 22,00

“Qual è la civiltà che io difendo? (…) È la civiltà che ha conseguito più di ogni altra la ‘buona città’, la città politica più umana, più vivibile, più libera, più aperta di ogni altra”. Si apre così, con una frase di Giovanni Sartori, l’ultimo bel libro di Giancarlo Consonni. La citazione racchiude il senso completo del saggio: analizzare la decadenza della città considerando non solo la sua forma, ma, in senso più generale, il sistema delle relazioni che essa ha, da sempre, innescato. La città è sempre stata luogo condiviso, manifestazione di una cultura, rappresentazione di una collettività che in essa si è identificata. Questo suo aspetto è esemplificato dal significato etimologico della parola città che deriva dal latino civitas (il cui etimo è lo stesso di civiltà), analogamente alla parola “politica” che ha origine nel termine greco polis: la tradizione greco-romana associa, in questo senso, la città alla convivenza civile considerandola come la forma naturale della vita sociale umana (Aristotele nella “Politica” ne sottolinea l’aspetto intendendola come luogo di associazione in cui si manifestano i fatti importanti che contraddistinguono una civiltà). La città contemporanea di cui ci parla Consonni è quella con cui quotidianamente tutti noi siamo costretti a fare i conti e che nella maggior parte dei casi non riusciamo a riconoscere. Una città senza forma, cresciuta a dismisura, senza luoghi caratterizzanti, costruita con l’obiettivo unico di soddisfare il singolo e la dimensione privata della vita a discapito di quella collettiva. Una città che nega tutto quello che si è dato nella storia. Compito dell’architetto e dell’urbanista è trovare una soluzione a questo “disgregamento”, riscontrabile, parallelamente, nella crisi di valori e di cultura cui ogni giorno assistiamo. In linea con questa necessità, il saggio si compone di due parti: nella prima la “crisi dell’urbanità” viene analizzata nelle sue forme (un capitolo è dedicato al progetto per Sesto San Giovanni di Renzo Piano), nella seconda, invece, si cerca una soluzione ritrovandola nel territorio, e nell’ambiente, in quanto “fattore identitario e deposito di valenze simboliche e di senso” in grado di rappresentare e rendere evidenti le ragioni di una civiltà.

L’ergonomia olistica è per Bandini un modo di vedere l’ergonomia classica che pone la premessa di un suo superamento – o di una sua implementazione – verso “un modo più articolato per gestire la complessità della azioni umane e il controllo del progetto di ambienti, prodotti, sistemi atti alla loro soddisfazione”. Una prospettiva che lo stesso autore ha in realtà tentato sempre di praticare, applicando uno sguardo molto aperto alla gestione della molteplicità del progetto nella sua intensa e differenziata esperienza di ergonomo della “prima ora”. Prefatto da Arturo Dell’Acqua Bellavitis e concluso da un accenno al Design for All affidato a Avril Accolla, il libro di Bandini è organizzato in nove capitoli che esplorano il campo in una sorta di agile e esaustivo compendio teorico di metodi e problemi di una ergonomia rivolta al futuro. Da una sintetica premessa che ci mostra l’evoluzione di questa disciplina nata per usare come regola i fattori umani nella progettazione, si passa attraverso l’ergonomia del prodotto e le caratteristiche dell’intervento ergonomico, all’esame nel design ergonomico e dei caratteri della qualità, della usabilità e della gradevolezza, per toccare le questioni di ergonomia che riguardano l’ambiente costruito e concludere con la segnaletica. Non solo nel capitolo specifico il testo di Bandini si sofferma approfonditamente sulle questioni che riguardano l’ambiente realizzato dall’uomo, analizzando le interazioni fra i vari aspetti che ne attuano uso e percezione, ma non tralasciando le questioni che riguardano la lettura diretta e di sottofondo dei “testi” di città e territorio e la loro interpretazione attraverso le attività umane. Una esigenza e una intenzionalità tendenziose tipiche dell’autorevole approccio dell’autore, fondato su una attività di progettista con buona formazione ed esperienza architettonica, che lo tengono tuttora lontano da visioni ideologiche, ancorandolo alla concretezza di un mestiere e alla realtà dei casi che vengono citati nel testo come esempi illuminanti.

Martina Landsberger

Giulio Barazzetta

Genesi di unʼidea di città e di progetto urbano Renzo Riboldazzi Una città Policentrica. Cesare Chiodi e l’urbanistica milanese nei primi anni del fascismo Polipress, Milano, 2008 pp. 290, € 29,00 Dopo aver curato la pubblicazione dell’antologia degli scritti di Cesare Chiodi (18851969), Renzo Riboldazzi torna sulla figura dell’ingegnere urbanista milanese per raccontare, intorno alla vicenda del concorso per il nuovo Piano Regolatore della città di Milano (1926), uno dei capitoli fondamentali della vicenda urbanistica ambrosiana. A partire dalla sua attività di assessore all’edilizia del Comune (1922-1925), Chiodi tenta di rispondere ai crescenti problemi igienici, di traffico e - non ultimo – sociali della città moderna, rilanciando l’iniziativa privata nella politica della casa e promuovendo l’adeguamento infrastrutturale, costantemente animato dalla fiducia che il progetto urbano possa ancora “reiterare quell’insieme di buone pratiche utili a realizzare tessuti urbani di qualità”. Forte di questa esperienza l’ingegnere liberale approda al progetto per il concorso, presentato insieme a Merlo e Brazzola col motto Nihil sine studio 2000, prefigurando per la Milano del XX secolo uno sviluppo ben diverso da quello che conosciamo: ad una crescita indefinita delI’organismo urbano, l'autore della Città moderna oppone uno sviluppo per nuclei satellite che, pur nella relativa autonomia, non mettono in discussione la centralità del capoluogo metropolitano, alleviando tuttavia quelle pressioni che tendono a soffocarlo. Trova così continuità quella “utopia lombarda” tesa a preservare la città borghese dalle contraddizioni della città industriale, attraverso la messa in atto di un rapporto sinergico – nonché virtuoso – col “contado”. La tensione metropolitana sottesa allo sviluppo delle infrastrutture di trasporto, l’uso del verde con obiettivi di riequilibrio ecologico territoriale e la conservazione delle caratteristiche storiche ed ambientali del territorio sono solo alcuni dei temi presenti nel progetto che tuttora sorprendono per la stringente attualità. Di particolare interesse è la questione della densità abitativa, che Chiodi intende legare alla valorizzazione fondiaria, generando una ragionata alternanza di concentrazione e dispersione. La ricchezza analitica e l’acutezza critica con cui l’autore tratta questi temi fanno di questo libro ben più che un affresco di un momento della storia urbanistica milanese, per entrare a pieno diritto nel dibattito sulla forma della metropoli contemporanea. Massimo M. Brignoli


AA. VV. Strade del Nordest. Territori e paesaggi, architettura e ingegneria Quaderni Iuav, Il Poligrafo, Padova, 2008 pp. 260, € 40,00 Il volume è uno degli esiti della collaborazione avviata tra Università IUAV di Venezia e società ANAS per lavorare in sinergia sul tema delle infrastrutture stradali. Il contesto territoriale è quello di Veneto e Friuli Venezia Giulia, regioni dove diventa cruciale un’evoluzione dei collegamenti legata all’apertura verso Est e dove le recenti polemiche sulla sicurezza stradale sono la sentinella di un sistema ormai “in crisi”. Scopo della convenzione, firmata nel 2007 dai due partner, è “indagare la capacità delle opere di architettura di concorrere alla costruzione del paesaggio della contemporaneità”. Infatti, con l’evoluzione del concetto di paesaggio nella società e nella progettazione, la strada ha ormai cessato di essere un semplice strumento di mobilità, per assumere il valore di spazio pubblico ed elemento generatore di paesaggio (cfr. anche “AL” n° 32002 “Architettura e infrastrutture”). Se all’estero questo salto concettuale ha prodotto risultati eccellenti (si pensi alla linea del TGV in Francia o alle strade turistiche nazionali norvegesi), in Italia si scontra con un ritardo nello sviluppo e una lentezza realizzativa. Tale condizione può essere superata, secondo gli autori, attraverso un dialogo tra ricerca e impresa, applicato al caso del Nordest, ma proposto come modello per l’intero ambito nazionale. Dopo una premessa metodologica a cura di Pietro Ciucci (presidente ANAS) e Carlo Magnani (rettore IUAV), il volume illustra i tre percorsi di ricerca attivati. Il primo riguarda un’analisi generale della rete stradale del nordest ed un suo inquadramento nel sistema allargato della rete europea. Il capitolo centrale affronta il caso studio della SS14 Venezia-Trieste, proponendone la trasformazione in strada turistica. Si tratta della sezione più corposa del volume, accompagnata da numerosi elaborati grafici. È anche la parte dove risulta più fluido il passaggio da un’analisi culturale ad ampio raggio alla prefigurazione di concreti interventi sul territorio. L’ultimo capitolo presenta infine una ricerca su ponti e viadotti del Veneto, per una riqualificazione e una nuova progettazione adeguata alle odierne esigenze funzionali ed estetiche. Segue una ricca carrellata fotografica di esempi italiani e internazionali. Mina Fiore

I paesaggi di Sebastiano Vassalli Marco Adriano Perletti Novara. Sebastiano Vassalli tra città e paesaggio globale Presentazione di Roberto Cicala Edizioni Unicopli, Milano, 2008 pp. 142, € 10,00 Penso ai luoghi amati da Vassalli e chiedo a colleghi e amici milanesi se conoscono il lago d’Orta con l’Isola di San Giulio: diciannove su venti non ci sono mai stati. Chiedo se conoscono, di Novara, la grande Basilica di San Gaudenzio, opera del Pellegrini, autore a Milano del tempio civico San Sebastiano e della facciata del Duomo per la parte inferiore: pochi, per non dire nessuno, l’hanno visitata. Della cupola di Alessandro Antonelli, poi, dei suoi 122 metri d’altezza, hanno intravisto di sfuggita la silhouette, affiancata da quella del campanile di Benedetto Alfieri, guidando lungo l’autostrada Milano Torino. Chiedo se condividono la protesta per la distruzione del paesaggio agrario novarese e la sparizione di un largo nastro di storiche risaie da Galliate a Novara a Santhià per causa della ferrovia ad alta capacità Mi-To e del faraonico insensato rifacimento dell’intero complesso autostradale: trovo solo moderata comprensione. Altre domande pongo, temendo il risultato: la città della mia infanzia e della mia giovinezza, il territorio novarese e piemontese, il relativo paesaggio di fiumi, laghi, monti, palazzi, strade e piazze, la loro storia, sembrano non aver meritato attenzione e memoria. Allora: un entusiasta benvenuto all’aureo libretto, come si suol dire, di Marco Adriano Perletti, un vivo ringraziamento a lui, architetto non novarese, che riesce a trasformare tanta parte dell’opera di Sebastiano Vassalli in una delle “città di carta”, trentaquattresima della mirabile collana di Unicopli dedicata alle città d’autore. Utilizzando libri e saggi di contenuto diverso unificato da una stessa tensione conoscitiva e critica, l’autore, immedesimato nell’altro autore, ci guida attraverso i testi: L’oro del mondo – il Ticino, le sue rive, la campagna negata; La chimera – una cupa Novara del Seicento, la penosità contadina perdurata fino alle soglie della contemporaneità; Cuore di pietra – la casa dell’immaginato conte Pignatelli, antonelliana Casa Bossi per i novaresi, costruzione fortuna e decadenza, metafora del “cammino” della nostra società; Il mio Piemonte – città pianura Alpi laghi fiumi, paesaggio da difendere ad ogni costo, e invece…; Terra d’acque – l’acqua vita del riso, il Monte Rosa che vi si specchia (altrettanto i progetti utopici dell’Antonelli?); La morte di Marx, “un’opinione critica nei confronti della società del terzo millennio” (Perletti), verso un mondo che “si trasformerà in un deserto” (Vassalli). Lodovico Meneghetti

Senza perdere la tenerezza Lodovico Meneghetti Libere osservazioni non solo di urbanistica e architettura Maggioli, Santarcangelo di Romagna, 2008 pp. 208, € 12,00 Il volume dalla copertina blu è il terzo libretto dopo i due precedenti (verde e arancione, editi da libreria Clup), e ne rappresenta una continuazione. Si tratta, anche qui, di articoli apparsi sul sito edddyburg e su altri quotidiani, ma anche di recensioni di libri pubblicate sul sito della facoltà di Architettura di Milano Bovisa e altro ancora. È un libro fatto di tante cose, asistematico, frammentato, volutamente tale – si può leggere dall’inizio alla fine, o al contrario. È un pensiero, che rende ragione di quell’unità degli opposti, di quel necessario “farsi uno” della cultura umanista e scientifica – ormai in via di scomparizione – che si nutre delle differenze. I due poli in tensione - la passione civile e la denuncia sullo stato di degrado architettonico, urbanistico e paesistico dell’Italia, da una parte, e la critica musicale e letteraria, dall’altra - tendono a convergere. La luce sull’infinitamente piccolo (il dettaglio di un quadro, la descrizione di una sequenza di “blocchi sonori”, l’intimità di un incontro con un’anima affine – da pelle d’oca: “lo studente e il professore”) e la visione d’insieme (la “non-piazza” e la morte dello “spazio-vita”, la dittatura della rendita fondiaria e l’invasione dei grattacieli), il musicologo e l’urbanista si tendono la mano. Fare “dai molti l’Uno e dall’Uno i molti” diceva Platone. Ecco l’espressione di una saggezza che sfugge al riduzionismo e alla specializzazione. Un libro ricco, in cui trovare riferimenti precisi, e al tempo stesso agile. Scritto con intelligenza e cuore. Coraggioso e sensibile, Meneghetti s’infiamma di fronte al bello e infonde speranza alle giovani generazioni grazie all’ispirazione e al confronto coi grandi, ma al pari s’indigna dinnanzi al brutto e all’ingiustizia con cui il “Malpaese” è stato sistematicamente distrutto: forza e tenerezza si tengono insieme. Leggere queste pagine è un po’ come assaporare la magia dei suoi racconti: illumina la figura di un uomo la cui vita è un “pezzo di storia”, che con amore si è dato e dedicato (e non si arrende) ad una disciplina che considera, kantianamente, l’uomo e l’umanità tutti interi, visti “sempre anche come fine e mai solo come mezzo”. Dunque grazie, maestro, ancora una volta. Irina Casali

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Il senso delle strade


a cura di Sonia Milone

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Abitare oggi La vita nuda Milano, Palazzo della Triennale viale Alemagna 6 23 maggio – 7 settembre 2008 Concepita come approfondimento del tema della “Casa per tutti” affrontato nell’omonima mostra coordinata da Fulvio Irace e Carlos Sambricio (in cui a progetti sulla casa entrati ormai nella storia – come l’Unité d’Habitation di Corbu – vengono affiancati quelli delle ultime generazioni di architetti), “La vita nuda” affronta lo stesso tema dal punto di vista dell’abitante o di chi oggi una casa non la possiede ancora, lasciando tradizione e progettisti in secondo piano. L’esposizione, curata da Aldo Bonomi e allestita da Franco Origoni, è infatti incentrata sulla rappresentazione dell’emergenza abitativa di alcune classi sociali e sulle possibili soluzioni al problema. Se però la messa in scena di fenomeni ipermoderni, legati all’immigrazione o alla precarietà di studenti, anziani e lavoratori atipici, viene ben raffigurata in una serie impressionante per numero e contenuti - di fotografie in bianco e nero relative al problema dell’housing poste accanto a pannelli che riportano un’infinità di dati e grafici quantitativi e qualitativi, gli espedienti escogitati da vari enti ed associazioni per porre un freno alla situazione vengono posti in secondo piano e ridotti a poche rappresentazioni grafiche che sembrano perdersi nella moltitudine delle immagini iniziali. Il conseguente caos, che certamente ben rappresenta da un lato la vita quotidiana di chi è costretto in questo tipo di situazioni sociali e dall’altro la confusione delle nostre cinture metropolitane,

è acuito dal sonoro dei molti monitor su cui vengono proiettati in continuazione interviste e racconti dei diretti interessati e di quelli che cercano di dar loro una mano. Proprio il caos, però, finisce con il sopraffare disegni e progetti, che avrebbero meritato di essere al centro dell’attenzione: da quelli relativi a ventuno cascine della cintura milanese (che una volta ristrutturate potranno assicurare, ognuna con una vocazione differente, il diritto alla casa a varie categorie di possibili abitanti), all’esperienza di cohousing per studenti nel progetto di recupero di un’area ex-industriale a Crema, agli interventi di autocostruzione abitativa in Italia e all’estero, a fenomeni immobiliari promossi da Province e Regioni al fine di favorire la realizzazione di alloggi da affittare a prezzi agevolati. M. Manuela Leoni

Tre maestri per Torino Guarini, Juvarra, Antonelli. Segni e simboli per Torino Torino, Palazzo Bricherasio via Lagrange 20 28 giugno – 14 settembre 2008 In un momento di grande trasformazione e fervore culturale, la città di Torino sembra non solo voler disegnare il proprio futuro, ma anche rileggere la propria storia in una luce nuova. Lo dimostra questa esposizione dedicata a tre grandi maestri dell’architettura, lontani tra loro nel tempo (G. Guarini 16241683, F. Juvarra, 1678-1736, A. Antonelli, 1798-1888), ma tutti, in modo diverso, determinanti, con la loro opera, nella costru-

scoprire anche da questo punto di vista. A corredo della mostra il bel catalogo di Silvana Editoriale. Silvia Malcovati

Paesaggi e architettura

zione della realtà urbana torinese: una realtà, unica e speciale, in cui il disegno del piano predomina sul progetto, ma non per questo il progetto è interamente determinato dal piano; una realtà in cui l’architettura si risolve nella città e da questa trae la sua ragion d’essere e il suo senso, senza però mai rinunciare alla propria autonomia espressiva. Un concetto estremamente chiaro a tutti e tre gli architetti che hanno lavorato, in un rapporto stretto e dialettico con la committenza, al rafforzamento e insieme al tradimento di questa idea di città, attraverso la definizione di gerarchie e punti di vista sempre nuovi e diversi, ponendo tuttavia sempre al centro del loro lavoro il valore civile e collettivo dell’architettura e il suo ruolo nel disegno urbano complessivo. La mostra stessa, a cura di G. Dardanello e R. Tamborrino, è una lettura non convenzionale, tesa all’affermazione della continuità di una tradizione, ma attenta anche alle differenze, alle contaminazioni e alle contraddizioni, costruita sulla linearità, ma anche sulla dissonanza e sul contrasto. A partire dai temi, affrontati secondo un percorso non cronologico, ma analogico e comparativo, per sezioni significative: il cantiere; cupole e templi; i Palazzi Reali; architettura pubblica; villa e giardini; interni e ornato; altari e memorie; case, strade, piazze. E dalla scelta dei materiali, provenienti per la maggior parte da archivi e fondi di istituzioni locali, ma, in parte, mai esposti prima d’ora, nel segno di una Torino ancora da

Paesaggi Piemontesi. Gabetti&Isola + Isolarchitetti + 9 architetture minori Biella, Cittadellarte Fondazione Pistoletto via Serralunga 27 25 maggio – 6 luglio 2008 Si può rappresentare la specificità del territorio piemontese attraverso dei frammenti di architetture e di paesaggio? Attraverso una mostra che dopo Biella arriverà a New York, Agend-aa (Agenzia Internazionale d'Architettura per l’Ambiente) riesce a decifrare le corrispondenze tra architetti e paesaggisti. Con la cura di Cesare Piva, l’ottocentesco lanificio Trombetta di Biella, oggi sede di Cittadellarte Fondazione Pistoletto, ospita l’esposizione con un allestimento che rimanda alle atmosfere della casa museo di John Soane e alla sensibilità di Pagano nelle Triennali milanesi. Adagiati a terra essenziali parallelepipedi, di altezze variabili e colori diversi, supportano gli oggetti esposti ed enfatizzano l’idea che la mostra vuole rappresentare, quella dei paesaggi piemontesi costituitisi per frammenti. Architetture e porzioni di paesaggio – 18 frammenti che esprimono sinteticamente il Piemonte – sono combinati liberamente attraverso delle inquadrature, 5 finestre tematiche – un film di Alberto Momo, una scultura di Michelangelo Pistoletto, libri come “Una questione privata” di Fenoglio, quadri ed immagini, architetture, come la “Slittovia” (1947) di Mollino e tecniche – che uniscono la necessità di radicarsi e il desiderio di sradicarsi dall’ambiente circostante. Oggetti che diventano parti di un paesaggio grazie alle corrispondenze originali (frammenti) che si potrebbero generare tra loro e


Matteo M. Sangalli

I Gardella: la genealogia alessandrina 1900-1996. I Gardella ad Alessandria. Architetture Alessandria, Palazzo del Monferrato 25 giugno – 15 luglio 2088 La mostra, promossa dall’Ordine degli Architetti della Provincia di Alessandria, curata da Massimo Buzio, Franco Cuttica, Mario Mantelli, Gian Franco Vescovo, con catalogo di Guido Montanari, esplora l’attività, nel centro piemontese, di due generazioni della famiglia di progettisti, il padre Arnaldo (1873-1928) e il celebre figlio Ignazio (1905-1999). È ben ricostruito lo svolgimento di una vicenda che prende avvio dalla sostituzione della passerella in legno sullo Scrivia del nonno Jacopo (1845-1923) con il ponte in muratura di Arnaldo, procede attraverso l’Art and Crafts del rifugio Ferraro e del Villino Caruso, il moderato classicismo dei progetti ospedalieri, il Liberty dell’Albergo Europa di Tortona, fino all’incontro, decisivo per gli architetti e per la città, con l’imprendi-

toria illuminata di Teresio Borsalino, concretatosi nella palazzina degli Uffici, con le due colonne doriche dell’ingresso, con gli straordinari espositori dei diversi modelli di cappelli, custodi dei simboli del lavoro dell’intera città. L’espressione filantropica seguente, l’Ospizio della Divina Provvidenza di madre Teresa Michel, è l’ultima opera di Arnaldo da solo. Segue un periodo di collaborazione con il giovane figlio, da poco ingegnere politecnico: l’inizio del lavoro all’Ospedale Infantile “Cesare Arrigo”, la Casa di Riposo di corso Lamarmora, il Piccolo Ricovero della Divina Provvidenza. L’unione s’interrompe nel Sanatorio Vittorio Emanuele III alla morte del padre in seguito a una polmonite contratta durante un’ispezione serale in cantiere. Comincia qui, con la chiesa (giugno 1933), la precoce modernità di Ignazio, che dopo la premessa della Cappella Altare di Varinella, trova, con “il disegno lirico”, definizione di Raffaello Giolli, del Dispensario antitubercolare, la via a un proprio razionalismo, debitore solvente di una tradizione familiare, libero conquistatore di forme tecniche e culturali d’importazione. Dopo la parentesi bellica verran-

no i frutti maturi della Casa per impiegati, della Taglieria del Pelo, del Padiglione Pediatrico “Cesare Arrigo”. Il rapporto elettivo con la provincia proseguirà fecondo sino al complesso sull’area della vecchia Borsalino demolita, sino alla presenza definitiva, nel cantiere di “Restauro e adeguamento funzionale” del Dispensario, nella storia, nel mito. Stefano Cusatelli

Ritratto di un maestro. Oscar Niemeyer Oscar Niemeyer, cento anni. Opere storiche e attuali nel centenario di Oscar Niemeyer Torino, Bastioni delle Porte Palatine 26 giugno – 30 settembre 2008 La mostra - ospitata a Torino sede del XXIII UIA World Congress e curata da Guido Laganà per conto del Politecnico di Torino, Diparti-mento di Scienze e Tecniche per i Processi di Insediamento - nasce con un duplice obiettivo: festeggiare i cento anni dell’unico “Maestro” vivente che abbia partecipato alla grande stagione del Razionalismo e approfittare della testimonianza della sua opera per provare a ricondurre il dibattito architettonico sui temi del senso del progetto oggi, in un’epoca dominata esclusivamente da una ricerca di immagine. Nonostante il lavoro di Niemeyer si contraddistingua per una costante e continua ricerca sulla forma, la distanza da quanto accade oggi appare evidente. Osservando i progetti esposti (disegni originali, modelli, fotografie), leggendo le brevi didascalie che riportano frasi del maestro, o ancora ascoltando la bella intervista riproposta in un video, risulta evidente come la sua architettura si

fondi su una costante ricerca compositiva in cui il legame con il contesto - in particolare la “spettacolare” natura brasiliana appare determinante. Niemeyer ha l’opportunità di incontrare Le Corbusier a Rio de Janeiro chiamato a collaborare con Lucio Costa al progetto per il MES (Ministerío da Educação e Saúde). L’incontro è destinato a dare i suoi frutti. Le Corbusier, con il proprio pensiero, influisce sull’opera del Maestro (come su quella degli architetti brasiliani contemporanei) ma, da grande architetto, sa però tradurne la poetica per renderla idonea alla cultura brasiliana. In questo senso è da vedere, per esempio, la “grande trasgressione” che porta Niemeyer a decidere di lavorare componendo forme circolari (Le Corbusier, al contrario, utilizza l’angolo retto). Niemeyer predilige e ricerca la linea curva che meglio si adatta a rappresentare la natura del Brasile e la cui “costruzione” ben si confà alla tecnologia del cemento armato. Le sue composizioni sono, per lo più, riducibili a principî molto semplici: la definizione di un riparo, una grande copertura al di sotto della quale possa entrare e rendersi visibile la natura. Nell’interpretazione della ricerca sulla forma in rapporto alla costruzione e alla tipologia e al carattere del progetto in relazione alla tradizione razionalista europea sta il senso e la chiave di lettura della mostra. Martina Landsberger

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l’opera di Gabetti&Isola ed Isolarchitetti e le architetture “minori” di una nuova generazione di progettisti. Gabetti aveva un atteggiamento intimo e congeniale con la storia, dal suo libro su Le Corbusier, scritto insieme a Carlo Olmo, emerge un’analisi condotta con l’attenzione e l’umiltà di chi non vuole tracciare grandi tesi, ma conoscere, interrogare. I disegni di Isola, caratterizzati da un procedimento di rarefazione delle forme a scapito dell’affermazione delle figure, rappresentano questa metodologia architettonica. Scrive Daniele Vitale nel catalogo della mostra: “Gli schizzi d’ideazione, nascono prima che da volontà di costruire una regola e di precisare un volume, dal calcolo del loro naturale stemperarsi nell’aria e nella luce e dal loro tremulo emergere dalle preesistenze e dai paesaggi”.


a cura di Walter Fumagalli

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Quali norme per le architetture rurali? Nel nostro ordinamento giuridico non esiste una disciplina organica dedicata specificamente alle architetture rurali; questo però non significa che per le architetture rurali non esista alcuna regolamentazione. Al contrario, esse sono ritenute rilevanti da almeno tre punti di vista, quello culturale, quello paesaggistico e quello urbanistico-edilizio, e sono oggetto di una molteplicità di disposizioni contenute in vari testi normativi, di natura sia legislativa che regolamentare, delle quali occorre tenere conto allorquando si decide di porvi mano. La disciplina delle architetture rurali come “beni culturali” Per effetto dell’entrata in vigore del “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, approvato in forza del Decreto Legislativo 22 gennaio 2004 n. 42, le architetture rurali rientrano fra gli immobili suscettibili di essere qualificati come “beni culturali”, categoria questa che ai sensi dell’Articolo 2.2 di detto Decreto comprende fra l’altro le “cose individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà”. In proposito, il testo vigente dell’Articolo 10.3 del Codice (così come risulta per effetto delle modifiche introdotte dal Decreto Legislativo 26 marzo 2008 n. 62) stabilisce che “sono altresì beni culturali, quando sia intervenuta la dichiarazione prevista dall’Articolo 13: (…) l) le architetture rurali aventi interesse storico od etnoantropologico quali testimonianze dell’economia rurale tradizionale”. Non tutte le architetture rurali sono quindi soggette alla tutela prevista per i beni culturali, ma solo quelle che, presentando l’interesse storico od etnoantropologico di cui sopra, siano state dichiarate tali mediante apposito provvedimento amministrativo adottato al termine del procedimento appositamente previsto dalla legge, notificato al proprietario e trascritto nei registri immobiliari. Una volta perfezionato tale procedimento, i progetti degli interventi edilizi che comportino una modifica del bene

devono essere redatti in modo da rispettare i valori di pregio espressamente indicati nel provvedimento di vincolo, e prima di procedere all’esecuzione dei relativi lavori deve essere acquisita l’autorizzazione prevista dall’Articolo 21 del Codice, il cui rilascio spetta alla Soprintendenza per i beni architettonici competente per territorio. La disciplina delle architetture rurali come “beni paesaggistici” In certi casi, inoltre, le architetture rurali possono rientrare fra i “beni paesaggistici” soggetti alle disposizioni contenute nella parte terza del Codice. Ciò si può verificare allorquando esse facciano parte di àmbiti più vasti che nel loro insieme siano stati qualificati come “beni paesaggistici”, ma si può verificare anche a causa dei loro pregi intrinseci. Dispone infatti l’Articolo 136 del Decreto che “sono soggetti alle disposizioni di questo Titolo per il loro notevole interesse pubblico: … c) i complessi di cose immobili che compongono un caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale, inclusi i centri ed i nuclei storici”. Laddove quindi, in considerazione di un suo intrinseco pregio, un’architettura rurale configuri un complesso avente valore estetico e tradizionale, essa è suscettibile di essere individuata come “bene paesaggistico”. Anche in questo caso, peraltro, affinché l’immobile possa dirsi individuato come tale, è indispensabile che venga adottato un apposito provvedimento amministrativo secondo il procedimento disciplinato dagli Articoli 138, 139, 140 e 141 del Codice, con l’avvertenza però che la tutela prevista dalla legge a salvaguardia del bene scatta fin dal primo giorno in cui la proposta di vincolo approvata dalla competente Commissione regionale sia stata pubblicata all’albo pretorio del comune nel cui territorio ricade il bene, senza bisogno di attendere il provvedimento di definitiva approvazione del vincolo. Da quel momento, quindi, i progetti delle opere che comportino la modifica dell’immobile devono essere redatti in modo da non danneggiare i valori pro-

tetti con il provvedimento di vincolo, e prima di eseguire i lavori è indispensabile acquisire l’autorizzazione paesaggistica da parte dell’amministrazione competente. Resta da stabilire quali disposizioni vanno rispettate, in sede di progettazione e di realizzazione degli interventi relativi alle architetture rurali: • Ai sensi dell’Articolo 140 del Codice, come aggiornato per effetto dell’entrata in vigore del Decreto Legislativo 26 marzo 2008 n. 63, il provvedimento mediante il quale un immobile viene individuato come bene paesaggistico “detta la specifica disciplina intesa ad assicurare la conservazione dei valori espressi dagli aspetti e caratteri peculiari del territorio considerato”. Il progetto di intervento dovrà dunque rispettare anzitutto tale disciplina. • In Lombardia, nella maggior parte dei casi, la Regione ha subdelegato il compito di valutare l’impatto paesaggistico degli interventi edilizi ai comuni, ai quali non ha mancato di fornire alcuni criteri che dovrebbero garantire una certa omogeneità di comportamento sull’intero territorio regionale. Attualmente tali criteri sono ancora quelli approvati con la delibera della Giunta regionale n. 30194 del 25 luglio 1997, nonostante che tale delibera sia stata adottata in applicazione di una legge ormai abrogata (la Legge Regionale 9 giugno 1997 n. 18). Per quanto riguarda le architetture rurali, in particolare, possono presentare interesse i criteri sintetizzati nelle schede: - 2.4.8, “insediamenti con case a corte”; - 2.5.2, “tipi edilizi a corte”; - 2.5.4, “tipi edilizi a torre”; - 2.4.6, “tipi edilizi specialistici”. • Non va poi dimenticato che, ai sensi della Legge Regionale 11 marzo 2005 n. 12, i Piani territoriali di coordinamento provinciali hanno anche “efficacia paesaggistico-ambientale” (Articolo 15.1), e per questa ragione devono fra l’altro uniformarsi agli obiettivi e alle misure generali di tutela paesaggistica dettati dal Piano territoriale regionale (oggi, dal Piano territoriale paesistico regionale approvato in forza della delibera del Consiglio regionale n. 43749 del 6 marzo 2001) “introducendo, ove neces-


delibera del Consiglio regionale n. 43749/2001. Quest’ultimo ha introdotto una sostanziale novità: in virtù dell’Articolo 25 delle relative norme di attuazione, infatti, esso ha sottoposto ad esame di impatto paesaggistico i progetti che “incidono sull’esteriore aspetto dei luoghi e degli edifici” che non siano stati individuati come “beni paesaggistici”, ed ha stabilito che tali progetti devono essere redatti in coerenza con le indicazioni contenute nelle “Linee guida per l’esame paesistico dei progetti”, approvate con la delibera della Giunta regionale n. 11045 dell’8 novembre 2002. Tali Linee guida contengono un riferimento alle architetture rurali nel paragrafo dedicato al “modo di valutazione morfologico-strutturale”. La disciplina urbanistica delle architetture rurali Considerevolmente più semplice è la disciplina che, in Lombardia, regola le architetture rurali dal punto di vista urbanistico, disciplina che può essere così sintetizzata. Quelle insistenti su aree che gli strumenti urbanistici comunali non classificano come zone agricole, sono soggette alla disciplina dettata dalle norme di attuazione di tali strumenti. Per quelle insistenti su aree che gli strumenti urbanistici comunali classificano come zone agricole, invece, occorre distinguere: • qualora si intendano realizzare nuove costruzioni, devono essere rispettate le disposizioni dettate dall’Articolo 59 della Legge Regionale n. 12/2005; • qualora si intendano invece eseguire in costruzioni esistenti opere di manutenzione straordinaria, restauro, risanamento conservativo, ristrutturazione o ampliamento, oppure si intendano realizzare modifiche interne o volumi tecnici, devono essere rispettate le disposizioni dettate dagli strumenti urbanistici comunali. W. F.

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sario, le ulteriori previsioni conformative di maggior definizione che, alla luce delle caratteristiche specifiche del territorio, risultino utili ad assicurare l’ottimale salvaguardia dei valori paesaggistici individuati dal PTR” (Articolo 77.1). Anche i Piani territoriali della varie province lombarde possono dunque dettare disposizioni intese a salvaguardare le architetture rurali presenti nel loro territorio: il Piano della Provincia di Milano, per esempio, non manca di individuare tanto gli “insediamenti rurali di interesse storico” quanto gli “insediamenti rurali di rilevanza paesistica” presenti nel territorio provinciale, e li assoggetta alla disciplina dettata rispettivamente dagli Articoli 38 e 39 delle relative norme di attuazione, disciplina che assume efficacia di prescrizione diretta nel caso di immobili già vincolati come beni culturali o come beni paesaggistici, mentre negli altri casi vale come indirizzo per la pianificazione comunale. • Molte architetture rurali sono poi comprese nei territori dei parchi regionali (i quali sono assoggettati a vincolo paesaggistico direttamente dalla legge ai sensi dell’Articolo 142.1, lettera “f”, del Codice), ed i relativi piani territoriali di coordinamento spesso dettano disposizioni intese a regolare gli interventi realizzabili su di esse. In questo senso, per esempio, dispongono: - l’Articolo 44 delle norme di attuazione del Piano territoriale del Parco Adda Sud, approvato in forza della Legge Regionale 20 agosto 1994 n. 22; - gli Articoli 17 e 22 delle norme di attuazione del Parco di Montevecchia e della valle del Curone, approvato in forza della Legge Regionale 29 aprile 1995 n. 39; - l’Articolo 17 delle norme di attuazione del Parco del Monte Barro, approvato in forza della delibera del Consiglio regionale n. 992 del 6 aprile 2004; - gli Articoli 17, 25 e 27 delle norme di attuazione del Piano territoriale del Parco Agricolo Sud Milano, approvato in forza della delibera della Giunta regionale n. 818 del 3 agosto 2000. Da ultimo non può farsi a meno di ricordare che, come già accennato, in Lombardia vige il Piano territoriale paesistico regionale approvato in forza della


a cura di Verena Corrà. Emanuele Gozzi, Umberto Maj, Ilaria Nava, Claudio Sangiorgi

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Vincoli alla conversione e al recupero dellʼedilizia rurale Oggi, animata dall’attenzione agli aspetti di tutela ambientale e di uso consapevole delle risorse, in particolare di quelle non rinnovabili, sembra diffondersi una sensibilità progettuale e normativa particolarmente attenta al recupero del patrimonio edilizio sparso, originariamente destinato al servizio dell’attività agricola, secondo un quadro esigenziale che tiene conto del livello qualitativo e prestazionale richiesto al moderno abitare. Le pressioni del mercato immobiliare, l’aumento dei costi delle materie prime e dei materiali dell’edilizia, il senso di insicurezza sviluppato nelle grandi e medie città, i ritmi stressanti imposti dal lavoro spingono i cittadini a trovare soluzioni alternative dell’abitare, maggiormente rispondenti alle esigenze di riposo e di serenità sempre più ricercate. D’altro lato, la diffusione dei concetti di architettura bioecologica, di tecnologia sostenibile, di utilizzo di fonti energetiche rinnovabili tende ad orientare naturalmente il mercato verso soluzioni abitative inserite in contesti naturali, nei quali i benefici provenienti da ombreggiamento naturale, orientamento solare, direzioni prevalenti dei venti favoriscono il benessere indoor in maniera passiva e quindi molto meno “costosa”. La sinergia tra esigenze economiche, sociali e culturali favorisce pertanto il recupero del patrimonio edilizio sparso, anche se il quadro normativo attuale sovente pone significativi limiti. L’orientamento eccessivamente vincolistico e conservativo di molte delle normative urbanistico-edilizie ha spesso impedito il recupero architettonico e funzionale dei contenitori delle aree agricole e talvolta favorito l’abusivismo e la autocostruzione. È pertanto necessario, da parte di tutti i soggetti del processo edilizio, orientare le proprie attività verso la definizione di criteri innovativi per gli interventi edilizi di recupero del patrimonio rurale, valorizzando le conoscenze provenienti dalle tradizioni costruttive locali e dalla cultura del fare e procedendo tramite una progressiva

sostituzione dell’impostazione vincolistica con una cultura condivisa di matrice eco-compatibile. In area agricola è necessario quindi riproporre il tema della qualità ambientale integrata, come elemento di unificazione della progettazione alle diverse scale, sulla base del recupero di forme tradizionali reinterpretate e di una logica di continuità con i caratteri del contesto storico-tipologico e ambientale di riferimento. Le procedure d’intervento che scaturiscono da tali valutazioni consentono di integrare il progressivo miglioramento del livello prestazionale degli edifici e i processi innovativi del mercato e della produzione nell’ambito di un’evoluzione tecnologica compatibile e consapevole. L’attività progettuale deve “ricostruire” un processo di conoscenza orientato al recupero delle originarie modalità di relazione tra realtà naturale e realtà costruita, individuabili tramite lo studio del processo storico-tipologico di trasformazione dell’organismo edilizio, dei caratteri naturali del contesto territoriale e dell’uso del suolo, riproponendo una “qualità diffusa” non determinata solo dalle scelte architettoniche ma piuttosto dalla ricerca di compatibilità tra ambiente e costruito. In questo ambito assumono particolare valenza le scelte tecnologiche e materico costruttive in quanto attraverso la definizione degli elementi costruttivi e dei materiali si orienta il progetto a garantire condizioni ottimali di benessere e a ricercare la massima coerenza con il contesto naturale limitrofo. È necessario pertanto orientare l’attività professionale sempre più verso la progettazione integrata, nella quale le scelte architettoniche, strutturali, impiantistiche e tecnologiche costituiscono un unicum. Il contesto normativo certamente può aiutare nella misura in cui introduca strumenti effettivamente premianti per gli interventi che propongono una qualità integrata, secondo meccanismi di incentivazione che inevitabilmente devono interessare la parte economica: sconti sugli oneri di urbanizzazione, premi di superficie o volume, possibilità di integrare la costruzione con pertinenze ad uso dei

servizi, meccanismi di formazione di mutui a condizioni vantaggiose, ecc. Appare evidente come il recupero del patrimonio edilizio sparso possa essere perseguito con successo solo quando i diversi soggetti che intervengono nell’ambito del processo edilizio collaborano attivamente costruendo condizioni al contorno favorevoli all’intervento. I benefici di tali scelte si riflettono non solamente su coloro che utilizzeranno direttamente i beni recuperati ma sulla intera collettività in termini di presenza diffusa sul territorio, miglioramento delle condizioni globali di sicurezza, progressivo recupero degli elementi naturali (boschi, fossi, scoline, prati, ecc), valorizzazione delle specificità del contesto e delle tradizioni costruttive locali permettendo, al contempo: • la tutela delle invarianti della realtà naturale locale; • un uso consapevole delle risorse; • il riaffermarsi della “memoria dei luoghi”. In sintesi, il quadro culturale e normativo deve sempre più favorire interventi che, dalla scala edilizia a quella costruttivo-materica, possano fondarsi sul rapporto tradizione-innovazione, rifuggendo dall’introduzione di tecnologie futuribili decontestualizzate e da una mera riproposizione della prassi costruttiva pre-moderna. E. G.

Cascina Cavalla Tavernola bergamasca: un esempio di riuso Il recupero di un fabbricato rurale, con cambio di destinazione d’uso, comporta sempre un iter piuttosto articolato, con l’intervento di numerosi attori a vario titoli preposti alla gestione del territorio. E, d’altra parte, il mantenimento della vocazione agricola di aree ormai marginali (quali quelle pedemontane) sotto questo profilo, se ubbidisce a giuste logiche di preservazione dell’ambiente, dall’altra si scontra contro la diseconomia di attività non più autonomamente profittevoli. Occorre, dunque, “inventarsi” usi com-


C. S.

Innovazione nellʼuso di materiali di origine naturale L’intervento di recupero di un edificio agricolo della campagna torinese, costituito da materiali quali pietra e mattoni cotti e crudi, è stato reso pos-

fici rurali esistenti. Di fondamentale importanza si è rivelata la capacità di ascolto degli amministratori, che, a fronte della comprovata diminuzione dei consumi energetici e di utilizzo di impianti di climatizzazione, ha permesso l’ampliamento volumetrico dello stabile esistente, dovuto all’uso del cappotto che ha comportato una maggiorazione dello spessore delle pareti perimetrali di 50 cm, dati dall’ingombro delle blocchi di paglia unito a quello dell’intonaco di finitura a base calce. Il risultato di un intervento di recupero di questo tipo è un edificio rispettoso delle tipologie preesistenti in ambiente rurale, ma di grande qualità ambientale e prestazionale, realizzato attraverso una progettazione critica nei confronti dell’incontro fra antiche tecnologie costruttive e nuove potenzialità dei materiali autoctoni di origine naturale. I. N.

47 PROFESSIONE NORMATIVE TECNICHE

patibili con la conservazione dei fabbricati esistenti e, al tempo stesso, in grado di mantenere un legame con la storia del sito e il suo tradizionale rapporto con la coltivazione dei campi. È quello che si sta cercando di fare a Tavernola Bergamasca, ove la Cascina Cavalla, in località Cortinica, si appresta a diventare una comunità protetta per la cura del disagio psichico, sfruttando la peculiare localizzazione per associare alle terapie mediche lo svolgimento di attività agricole e di microallevamento, utili per riannodare il rapporto tra soggetto in cura e intorno relazionale. Oggetto di un piano attuativo, con conseguente variante dello strumento urbanistico vigente, il progetto (rigorosamente teso alla conservazione della cultura materiale incarnata nell’apparecchiatura costruttiva dell’edificio) ha ottenuto il definitivo via libera dopo che su di esso si sono positivamente espressi (2005-2008) Comune, Provincia (sportello attività produttive), Comunità Montana, Asl, e in seguito anche a un passaggio informale presso la competente Sovrintendenza ai beni architettonici. Esempio positivo, dunque, di un’intelligente lettura del vincolo, ma sempre viziato da un eccessiva lunghezza della procedura autorizzativa.

sibile grazie alla sinergia fra committenza sensibile, amministrazione aperta al dialogo e Alessandro Fassi, progettista attento alla tematica della sostenibilità nel costruire. Il progetto ha previsto un sistema di coibentazione termica integralmente costituito da balle di paglia pressata: tale materiale, oltre a offrire caratteristiche di ottima resistenza al fuoco e imputrescibilità, presenta coefficienti di termoisolamento tali che, nel caso in oggetto, partendo da un consumo di 280 Kwh/mq annuo, è stato raggiunto un presunto consumo di 44 Kwh/mq annuo, classificando quindi l’edificio, collocato nella zona energetica F, la più climaticamente sfavorevole su territorio italiano, in classe energetica B. La scelta dell’autocostruzione, nell’utilizzo di blocchi di paglia pressata per la realizzazione dell’isolamento a cappotto delle pareti, dei pavimenti su terra e della struttura di copertura, non solo rende più responsabile il rapporto fra utente finale e atto costruttivo, ma, nel reperimento in loco delle materie prime, conferisce a tale processo un atteggiamento quasi ancestrale. Una modalità d’intervento di questo tipo porta a un significativo abbattimento dei costi nel reperimento delle materie prime: dato un abaco delle dimensioni dei blocchi di paglia necessari, a fornire tale materiale sono stati infatti gli agricoltori della zona; questa scelta ha conferito un alto grado di sostenibilità al processo costruttivo, sia per il basso livello di energia grigia inglobata, sia per la partecipazione attiva da parte degli abitanti del luogo, partecipi così essi stessi di nuove tipologie di approccio al recupero degli edi-


a cura di Camillo Onorato

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Rassegna legislativa G.U. n. 129 del 4.6.2008 Serie generale Comunicato n. 53 del 21 maggio 2008, relativo all'allegato “E” al Decreto del Presidente della Repubblica n. 34/2000, valore del coefficiente “R” per l'anno 2008, e all'obbligo di controllo generalizzato di tutti i requisiti dell'impresa richiedente prima del rilascio dell'attestazione (Art. 40, comma 3 del D.Lgs 12 aprile 2006, n. 163) Il comunicato, oltre a stabilire l'aggiornamento della tariffa applicata dalle SOA (Società Organismi di Attestazione) per l'esercizio dell'attività di attestazione in relazione all'adeguamento ISTAT, detta i criteri di esercizio della funzione di vigilanza sul sistema di qualificazione in riferimento al controllo delle attestazioni. L'Autorità di Vigilanza ha constatato che sovente le SOA in sede di rilascio delle attestazioni di qualificazione adottano comportamenti non conformi alla disciplina in materia di qualificazione, in particolare senza effettuare una verifica preventiva di tutti i requisiti dell'impresa richiedente. L'Art. 40, comma 3 del Decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 prevedeva che prima del rilascio delle attestazioni le SOA verificassero obbligatoriamente tutti i requisiti dell'impresa. Relativamente all'obbligo del controllo di tutti i requisiti il dettato normativo ha codificato che ciò debba avvenire non solo “a campione” e nei soli casi “in cui sorgano fondati dubbi”. Le SOA pertanto, al fine del rilascio dell'attestazione, sono obbligate a verificare la veridicità e la sostanza della documentazione prodotta dall'impresa, in tal modo evitando il rilascio di attestazioni basate su presupposti erronei e falsi. G.U. n. 146 del 24.6.2008 Serie generale Decreto 22 aprile 2008 Definizione di alloggio sociale ai fini dell'esenzione dall'obbligo di notifica degli aiuti di Stato, ai sensi degli Articoli 87 e 88 del Trattato istitutivo della Comunità europea Ai fini dell'esenzione dall'obbligo della notifica degli aiuti di Stato di cui agli Articoli 87 e 88 del Trattato istitutivo della

Comunità europea, il presente decreto provvede, ai sensi dell'Art. 5 della Legge 8 febbraio 2007, n. 9, alla definizione di “alloggio sociale”. Si intende per alloggio sociale l'unità immobiliare “adibita ad uso residenziale in locazione permanente che svolge la funzione di interesse generale, nella salvaguardia della coesione sociale, di ridurre il disagio abitativo di individui e nuclei familiari svantaggiati, che non sono in grado di accedere alla locazione di alloggi nel libero mercato. L'alloggio sociale si configura come elemento essenziale del sistema di edilizia residenziale sociale costituito dall'insieme dei servizi abitativi finalizzati al soddisfacimento delle esigenze primarie”. A tale categoria appartengono gli alloggi realizzati o recuperati da operatori pubblici e privati, con ricorso a contributi o agevolazioni pubbliche e destinati alla locazione temporanea per almeno 8 anni ed alla proprietà. Il servizio di edilizia residenziale sociale ha lo scopo di perseguire l'integrazione di diverse fasce sociali e concorrere al miglioramento delle condizioni di vita dei destinatari. Esso viene proposto da operatori pubblici e privati con l'offerta di alloggi in locazione alla quale va destinata la prevalenza delle risorse disponibili, nonché il

sostegno all'accesso alla proprietà della casa. L’alloggio sociale costituisce un servizio di interesse economico generale, pertanto costituisce standard urbanistico aggiuntivo da assicurare mediante cessione gratuita di aree o di alloggi, sulla base e con le modalità stabilite dalle normative regionali. I requisiti di accesso e la permanenza nell'alloggio sociale, il canone di locazione in relazione alle diverse capacità economiche degli aventi diritto e alla composizione del nucleo familiare sono stabiliti dalle regioni in accordo con le ANCI regionali. Agli operatori pubblici e privati individuati come soggetti erogatori del servizio di edilizia sociale in locazione spetta una compensazione costituita dal canone di locazione che non può eccedere quanto necessario per coprire i costi derivanti dagli adempimenti degli obblighi del servizio nonché un eventuale ragionevole utile. I criteri per la determinazione del prezzo di vendita, stabilito nella convenzione con il Comune, per il trasferimento dei benefici agli acquirenti, sono stabiliti dalle regioni in concertazione con le ANCI regionali. L’alloggio sociale inoltre deve essere adeguato, salubre, sicuro e costruito o recuperato nel rispetto delle caratteristi-


B.U.R.L. n. 23 del 3.6.2008 Serie ordinaria D.d.u.o. 22.5.2008, n. 5288 Approvazione del bando per la concessione di contributi in conto capitale per la realizzazione di interventi di tutela e riq ua lifi cazi one ambient ale ne i pa rchi regionali e nelle riserve e monumenti naturali ai sensi della L.R. 86/83 L’approvazione del bando e dei relativi modelli si riferisce alla concessione di contributi in conto capitale a favore degli enti gestori delle aree protette per la realizzazione di progetti finalizzati dalla L.R. 86/86, che comprende i modelli per la presentazione della domanda di contributo e per l'accettazione del contributo concesso. Il bando riguarda la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturalistico regionale compreso nel territorio dei Parchi regionali e naturali e delle Riserve e Monumenti naturali. I progetti dovranno essere redatti con particolare attenzione alla salvaguardia del territorio, in conformità alla Direttiva 92/43/CEE relativa agli elementi da essa tutelati e nel rispetto dei criteri sulla prevenzione di rischio ambientale. Gli interventi dovranno rispettare le finalità del Documento di programmazione economico-finanziaria sulla promozione e valorizzazione delle aree protette. Le finalità saranno rivolte in particolare alla tutela e valorizzazione del patrimonio naturale lombardo, alla sicurezza ambientale, alla promozione del turismo, alla tutele e valorizzazione dei paesaggi storici, alla sperimentazione di ambiti privilegiati di sviluppo sostenibile nel rispetto della cooperazione tra istituzioni, associazioni e cittadini. Possono presentare la domanda di contributo gli Enti gestori delle aree protette istituite ai sensi della L.R. 86/83 e ai sensi della L. 394/91, le Comunità Montane, i Comuni, le Province, gli enti dipendenti, convenzionati o partecipati dalla Regione Lombardia che operano nel settore della

tutela dell'ambiente e del territorio. “I temi degli interventi sui quali sviluppare il progetto da presentare per l'ottenimento del contributo sono: • salvaguardia degli habitat e delle specie più importanti dell'U.E. e della Regione Lombardia mediante il recupero degli habitat e delle specie più minacciate e l'avvio di misure di protezione nelle aree prive di tutela per ridurre o eliminare le cause di impoverimento ambientale e rafforzare le compatibilità dello sviluppo regionale e territoriale con la salvaguardia del livelli di biodiversità; • contribuire a garantire la sicurezza ambientale attraverso la salvaguardia e la valorizzazione delle aree umide per gli ambienti di pianura e con azioni finalizzate al mantenimento delle tradizionali attività di pascolo per il territorio montano; • promuovere la fruizione di qualità delle aree protette attraverso il rafforzamento dei requisiti strutturali, infrastrutturale e di servizio necessari a consolidare l'offerta turistica integrando la valorizzazione del patrimonio ambientale e culturale; • sperimentazione di modelli avanzati di sviluppo sostenibile in relazione alla mobilità anche attraverso l'utilizzo di forme di trasporto innovative a basso impatto e in relazione alla produzione di energia mediante l'utilizzo di fonti energetiche rinnovabili compatibili con gli obiettivi di un'area protetta”. Il bando stabilisce i criteri della valutazione delle spese, contenute nel 10%, finalizzate al conseguimento degli obiettivi del progetto e ritenute ammissibili quali le spese per l'appalto del progetto, per azioni di indagini e ricerche, spese per prestazioni professionali per personale in staff presso gli uffici impegnati nelle azioni organizzative, per progettazione e gestione di servizi informatici e acquisizione di software specifici. Sono enunciati, inoltre, l'importo del contributo, le modalità di presentazione della domanda e le procedure di valutazione delle domande di contributo.

Siti internet di consultazione www.gazzettaufficiale.it www.ordinearchitetti.mi.it www.infrastrutture.gov.it www.regionelombardia.it www.gazzettaufficiale.it www.ilsole24ore.com www.ordinearchitetti.mi.it

49 PROFESSIONE STRUMENTI

che tecnico-costruttive indicate agli Articoli 16 e 43 della Legge 5 agosto 1978, n. 457. L'alloggio deve essere costituito da un numero di vani abitabili non inferiore ai componenti del nucleo familiare e deve essere costruito secondo principi di sostenibilità ambientale e di risparmio energetico, utilizzando, ove possibile, fonti energetiche alternative.


INFORMAZIONE DAGLI ORDINI

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Ordine di Bergamo

tel. 035 219705 www.bg.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettibergamo@archiworld.it Informazioni utenti: infobergamo@archiworld.it

Ordine di Brescia

tel. 030 3751883 www.bs.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettibrescia@archiworld.it Informazioni utenti: infobrescia@archiworld.it

Ordine di Como

tel. 031 269800 www.co.archiworld.it Presidenza e segreteria: architetticomo@archiworld.it Informazioni utenti: infocomo@archiworld.it

Ordine di Cremona

tel. 0372 535422 www.architetticr.it Presidenza e segreteria: segreteria@architetticr.it

Ordine di Lecco

tel. 0341 287130 www.ordinearchitettilecco.it Presidenza, segreteria, informazioni: ordinearchitettilecco@tin.it

Ordine di Lodi

tel. 0371 430643 www.lo.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettilodi@archiworld.it Informazioni utenti: infolodi@archiworld.it

Ordine di Mantova

tel. 0376 328087 www.mn.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettimantova@archiworld.it Informazioni utenti: infomantova@archiworld.it

Ordine di Milano

tel. 02 625341 www.ordinearchitetti.mi.it Presidenza: consiglio@ordinearchitetti.mi.it Informazioni utenti: segreteria@ordinearchitetti.mi.it

Ordine di Monza e della Brianza fax: 039 3309869 www.ordinearchitetti.mb.it Segreteria: segreteria@ordinearchitetti.mb.it

Ordine di Pavia

tel. 0382 27287 www.ordinearchitettipavia.it Presidenza e segreteria: architettipavia@archiworld.it Informazioni utenti: infopavia@archiworld.it

Ordine di Sondrio

tel. 0342 514864 www.so.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettisondrio@archiworld.it Informazioni utenti: infosondrio@archiworld.it

Ordine di Varese tel. 0332 812601 www.va.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettivarese@archiworld.it Informazioni utenti: infovarese@archiworld.it

Milano

a cura di Laura Truzzi

Designazioni • COMUNE DI BURAGO DI MOLGORA: richiesta di professionisti per nomina Commissione del paesaggio. Si sorteggiano e approvano i seguenti nominativi: Francesca RIVA in BELLI-PACI, Francesca Paola TONEGUTTI. • CONTROVERSIA SIGG.RI AURELIO, CESARE E FRANCO BONADONNA / IMPRESA COSTRUZIONI EDILI GEOM. ZINI SRL: istanza di nomina del Presidente di un Collegio Arbitrale. Si sorteggia e si approva il seguente nominativo: Carlo Maria INVERNIZZI • POLITECNICO DI MILANO. Sono stati effettuati i sorteggi per le nomine dei membri dell’Ordine per le commissioni di laurea per l’a.a. 2007-08. Si nominano i seguenti architetti: - “Laurea Spec. in Arch. Milano” e “Vecchio Ord.” del 22.7.2008. In ordine di comm.: Pierluigi BULGHERONI, Roberto RIBAUDO, Giuseppe MAGISTRETTI, Daniela A. PULCINI, Lino LADINI, Roberta TONGINI-FOLLI, Carmelo SCIUTO, Sandro VERGA, Claudio CORNA, Daniela P. PIETROBONI, Riccardo SALA; - “Laurea Spec. in Architettura” del 22-23.7.2008: Iª Comm.: Giorgio R. AMENDOLA; - Laurea per il “Corso di Studio in Arch. Ambientale – Piacenza D.M. 509/99” del 23.7.2008: Iª Comm.: Anna Maria MELONE; - Laurea per il “CDS in Architettura e Prod. Edilizia - Milano D.M. 509/99” del 23.7.2008: Iª Comm.: Maurizio LO PRESTI; - Laurea Spec. in P.U.P.T. e Laurea Vecchio Ord. del 22.7.2008: in ordine di comm.: Roberto FERRARIN, Massimo PANARA; - Laurea per il “Corso di Studio in Scienze dell’Arch. D.M. 509/99” del 23.7.2008: in ordine di comm.: Giuliano FRIGERIO, Andrea SPINA, Evasio TURCHI, Maurizio LIMONGELLI, Alessandro FERRARI, Roberto MANGIAROTTI, Francesco DE AGOSTINI, Franca RAVARA, Silvia V. PORTALUPPI, Riccardo NANA; - Laurea “Corso di Studi Urbanistica D.M. 509/99” del 23.7.2008: in ordine di comm.: Elisa TEDOLDI, Daniele G. GERMINIANI; - Laurea Trienn. in Architettura delle Costruzioni del 23-24.7.2008: Iª Comm.: Maria B. SERVI;

- Laurea Trienn. in Scienze dell’Arch. del 23-24.7.2008: Iª Comm.: Michelangelo ACCIARO; - “Laurea Spec. in Architettura – Arch. delle Costruzioni” del 2223.7.2008: Iª Comm.: Giuliano BANFI; - Laurea in Architettura Vecchio Ord. del 22.7.2008: in ordine di comm.: Patrizia ZANELLA, Michelangelo ACCIARO, Cristina BERNO, Giuseppe MAZZEO; - “Laurea Magis. - Design degli Interni” del 22.7.2008: in ordine di comm.: Giuseppe AGATA-GIANNOCCARI, Anita BIANCHETTI. Serate Fra giugno e settembre si è tenuto un ciclo di 3 serate-seminari, organizzato in collaborazione con l’Ufficio dei Beni Culturali dell’Arcidiocesi di Milano, dal titolo: Pensiero e progetto. Metodologie di restauro e casi esemplari • Il restauro delle chiese 4 giugno 2008 Ha introdotto: Antonio Borghi; coordinatore: Carlo Capponi; relatori: Markus Zechner, Angela Baila, Andrea Rattazzi, Massimo Banfi, Massimo Prati Tra pragmatismo operativo e approccio culturale, la serata – illustrata da Carlo Capponi, architetto, resp. dell’Uff. Diocesano per i Beni Culturali Ecclesiastici – ha affrontato un tema di rilievo per la specificità dell’aspetto tecnico. Le immagini della facciata della Basilica di Mariazell esplicitano uno dei nodi del progetto. Si è scelto il recupero dell’aspetto originario risolvendo insieme il problema del degrado delle superfici e rimuovendo la gettata di c.a. che aveva rivestito il fronte. Un’analisi attenta è il motivo conduttore della Chiesa di S. Antonio alla Motta a Varese, restaurata nelle superfici interne intensamente affrescate e nella compagine statica ammalorata. • La ricostruzione degli edifici dopo il crollo statico 25 giugno 2008 Coordinatore: Carlo Capponi; relatori: Salvatore Tringali, Giuseppina Vago, Andrea Rattizzi, Massimo Banfi Casi eclatanti per un tema tecnico ma dall’ineludibile rapporto con la storia e il contesto: le cattedrali di Noto e di Pavia. Chiarisce l’arch. Tringali che per Noto si parla di rico-

struzione, giacché, a seguito del cedimento di un pilastro, si è verificato un crollo vero e proprio. Il progetto recupera la tecnologia settecentesca integrata con le normative antisismiche attuali. Il nodo del restauro statico collega i due casi. Il cantiere di Pavia – avviatosi con il monitoraggio dei piloni e della cupola in occasione del crollo della Torre adiacente – ha affrontato le patologie derivanti dall’esiguità dei pilastri e dalla qualità scadente del materiale di costruzione che – illustra l’arch. Vago - già nell’Ottocento aveva richiesto opere di rinforzo. L’intervento, con barre precompresse applicate al paramento in pietra dei piloni, è stato integrato con un puntuale lavoro sui giunti per l’ampliamento della superficie di resistenza dei conci e la sostituzione degli elementi danneggiati. Laura Rossi • Il restauro dei beni culturali offesi dai danni del fuoco 30 settembre 2008 Coordinatore: Carlo Capponi; sono intervenuti: Mirella Macera, Salvatore Esposito, Elisabetta Fabbri; contributi tecnici: Andrea Rattazzi, Massimo Banfi La serata affronta i casi di 3 edifici storici danneggiati da incendi dolosi. Lo stesso dubbio di partenza ha accomunato i 3 interventi: lasciare ciò che l’incendio ci ha restituito oppure ricostruire ciò che l’incendio ha distrutto? Le risposte hanno portato a interventi diversi tra loro. Nella cappella della S. Sindone a Torino il fuoco ha provocato l’esplosione dei conci di pietra che svolgevano anche un ruolo strutturale. Dopo la catalogazione dei frammenti lapidei, è stato costituito un AGR (un sistema informatico di progetto) che ha guidato le scelte progettuali: quali conci riutilizzare e quali consolidare in laboratorio mediante riempimento delle parti mancanti con una malta speciale. Per il Teatro della Fenice di Venezia, dove l’acqua salata dei canali utilizzata per lo spegnimento dell’incendio ha provocato più danni che il fuoco, si è optato per la ricostruzione dei dettagli basata sulle fotografie. Per il teatro Petruzzelli di Bari: l’incendio del 1991 ha provocato il collasso della copertura, tutte le parti in laterizio e tante decorazioni hanno resistito. Laura Truzzi


a cura di Francesca Patriarca

Il Piano territoriale regionale della Lombardia Una “visione” per la crescita sostenibile della Lombardia: questa è la nuova proposta di Regione Lombardia attraverso il Piano territoriale regionale (PTR). Regione Lombardia ha avviato nel 2005 il processo di Piano e la relativa valutazione ambientale (VAS) con la costituzione di un forum per il PTR; nel gennaio 2008 la Giunta regionale ha approvato la proposta di Piano che è all’esame del Consiglio. La proposta è l'esito di un'intensa attività di confronto interna alla Regione e con il territorio. Il PTR della Lombardia, strumento di supporto all'attività di governance territoriale della Regione, si propone di rendere coerente la "visione strategica" della programmazione generale e del settore territoriale con il contesto fisico, ambientale, economico e sociale. Il PTR si configura come un "patto" condiviso tra Regione ed Enti territoriali per contemperare le diverse esigenze locali e verificare la compatibilità con gli obiettivi di sviluppo territoriale più generale. L'efficacia del Piano sarà tanto più evidente quanto più sarà sostenuto, con azioni dirette e concrete, dalle istituzioni e dalle varie componenti della società. Il Piano in "pillole" 3 macro-obbiettivi per la Lombardia: rafforzare la competitività dei territori; proteggere e valorizzare le risorse della Lombardia; riequilibrare il territorio. 6 Sistemi Territoriali per rappresentare le potenzialità della Lombardia e affrontare le criticità: sistema metropolitano; sistema della montagna; sistema pedemontano; sistema dei laghi; sistema; della pianura irrigua; sistema del Po e grandi fiumi. 5 orientamenti generali per l'assetto del territorio: sistema ruralepaesistico-ambientale: l'attenzione agli spazi aperti e alla tutela dell'ambiente naturale; poli di sviluppo regionale, quali motori della competitività territoriale; infrastrutture prioritarie: la rete del verde, le infrastrutture per la sicurezza del territorio, le comunicazioni e l'ac-

cessibilità, l'infrastruttura per la conoscenza del territorio; zone di preservazione e salvaguardia ambientale; riassetto idrogeologico, per garantire la sicurezza dei cittadini. I Piani Territoriali Regionali d'Area (PTRA) I PTRA sono strumenti di pianificazione di area vasta e di interesse regionale, finalizzati a promuovere lo sviluppo dei territori interessati da rilevanti trasformazioni. Loro caratteristica è la condivisione con gli enti locali delle azioni da intraprendere per concorrere ad uno sviluppo attento alle componenti ambientali e paesistiche e per promuovere la competitività regionale ed il riequilibrio dei territori. La Legge Regionale per il Governo del territorio (L.R.12/05) ne definisce la natura ed i rapporti con il PTR. Alcuni Piani d’Area in atto: • Il Piano d’Area Malpensa, ancora vigente, scade nel 2009. Risale a quasi 10 anni fa la L.R. 12 aprile 1999, n. 10, con cui è stato approvato il Piano Territoriale d'Area Malpensa, strumento di programmazione e di coordinamento delle strategie per lo sviluppo economico-sociale e la valorizzazione ambientale del territorio interessato all'insediamento dell'aeroporto. È utile segnalare (anche se non è argomento contenuto nel Pd’A) che lo Stato ha previsto lo stanziamento di fondi da destinare a interventi di mitigazione di impatto ambientale e alla delocalizzazione dei centri abitati, o frazioni di essi, il cui territorio insiste sul sedime aeroportuale, nonché alla realizzazione di attività di monitoraggio ambientale (Accordo di Programma Quadro). • Il Piano d'Area "Navigli Lombardi" è stato avviato quest’anno (D.G.R. 7452/2008) con la relativa procedura di valutazione ambientale (VAS) per l'ambito che riguarda i Navigli Grande, Pavese, Bereguardo, Paderno e Martesana. L'area dei Navigli è riconosciuta come un'estensione territoriale dalle grandi potenzialità legate alla presenza di risorse storico-architettoniche e naturalistico-ambientali, ma non ancora organizzate in forma di sistema.

F. P. Il dato territoriale: un questionario Regione Lombardia è impegnata nello sviluppo dell’Infrastruttura per l’Informazione Territoriale Lombarda, iniziativa che si propone di federare i produttori di dati territoriali, sia pubblici che privati, per realizzare un sistema condiviso e accessibile di informazioni territoriali. Ricordiamo, tra i risultati già acquisiti, il GeoPortale della Lombardia (www.cartografia.regione.lombardi a.it) e l’avanzato stadio di realizzazione della nuova cartografia regionale con l’innovativo Progetto Data

Base Topografico. Per meglio indirizzare lo sviluppo di nuovi servizi agli utenti, Regione Lombardia sta realizzando uno studio per valutare gli impatti sul sistema socio-economico, sia effettivi che potenziali, correlati alla disponibilità sul web di dati territoriali omogenei e aggiornati. Lo studio, realizzato in collaborazione con la C. E. - Centro Comune di Ricerca (JRC) di Ispra (Va), prevede brevi interviste o la compilazione di semplici questionari. Vorremmo acquisire innanzitutto il vostro punto di vista: 10 minuti di tempo saranno preziosi per avere un ampio riscontro sull’utilizzo del dato territoriale durante la vostra pratica professionale. Sul GeoPortale della Lombardia (www.cartografia.regione.lombardia.it) troverete informazioni per aiutarci a fornire un servizio migliore. Andrea Piccin • Bando per interventi di riqualificazione fluviale nell’ambito dei Contratti di Fiume “Severo” e “Olona, Bozzente, Lura” A disposizione degli Enti firmatari dei Contratti di Fiume 4.000.000 di euro per progetti interventi che contribuiscano a riqualificare i corsi d'acqua e le loro aree di pertinenza: www.territorio.regione.lombardia.it • Commissioni paesaggio: nuovi criteri per gli Enti Locali ai sensi del D.Lgs 63/2008 Con la DGR n. VIII/7977 "Esercizio delle funzioni paesaggistiche. Determinazione in merito alla verifica della sussistenza dei requisiti di organizzazione e di competenza tecnico-scientifica stabiliti dall'Art. 146, comma 6 del D.Lgs. 22 gennaio 2004 n. 42” la Lombardia preserva la politica sussidiaria nei confronti degli Enti Locali e dei Gestori delle aree protette che rilasciano le autorizzazioni paesaggistiche: www.territorio.regione.lombardia.it • Bando per la selezione di esperienze positive nella valorizzazione paesaggistica del patrimonio edilizio storico L'iniziativa supporta l'attività degli enti suddetti dando risalto a piani e programmi urbanistici, progetti, interventi e strumenti di indirizzo e sensibilizzazione, che hanno assunto quale obiettivo la valorizzazione del patrimonio edilizio storico-tradizionale: www.territorio.regione.lombardia.it

51 INFORMAZIONE DALLA REGIONE

a cura di Francesca Patriarca

Il Piano Territoriale Regionale d'Area è lo strumento di governance che, assumendo le conoscenze sviluppate nel precedente studio “Master Plan dei Navigli” dovrebbe coordinare gli interventi e gli strumenti di pianificazione. Obiettivi? Reperire le risorse finanziarie, focalizzare le azioni sulle opportunità di sviluppo sostenibile, migliorare la qualità della vita e promuovere il riequilibrio ambientale. • La programmazione regionale prevede la formazione del Piano Territoriale Regionale d'Area di Montichiari con l'obiettivo di potenziare l'aeroporto in provincia di Brescia. Il PTRA è stato avviato nel 2006 ed è stata intrapresa la relativa procedura di VAS in data 15.1.2007. Attualmente è in corso l'attività relativa ai primi contenuti e obiettivi di Piano. L’iniziativa si inserisce in un quadro di sviluppo che riguarda non solo il sistema aeroportuale della Lombardia, ma anche i suoi rapporti con la mobilità dell'area del nord-est, i collegamenti internazionali (Corridoio V, Brennero e TAV), il sistema aeroportuale veneto. • Il Piano Territoriale Regionale d'Area Valtellina, promosso da Regione Lombardia, Provincia di Sondrio, Parco dello Stelvio e Camera di Commercio di Sondrio, è teso allo sviluppo territoriale della Media e Alta Valtellina. Il processo per la formazione del PTRA Valtellina è stato avviato da un paio d'anni e trova la sua motivazione nelle opportunità derivate dai notevoli interventi di trasformazione del territorio connessi ai Mondiali del 2005, che necessitano di un governo di area vasta per innestare un processo di sviluppo che sia durevole e sostenibile.


A cura di Carlo Lanza (Commissione Tariffe dell’Ordine di Milano)

Variazione Indice Istat per lʼadeguamento dei compensi 1) Tariffa Urbanistica. Circolare Minist. n° 6679 1.12.1969

Base dell'indice - novembre 1969:100

Anno

Luglio

2005 2006 2007

52

2008

Aprile

1560 1555,86 1560,88 1563,39 1568,42 1590 1589,76 1593,53 1596,04 1599,81 1620 1613,62 1617,39 1619,9 1622,41 1660 1670 1660,08 1663,85 1672,64 1676,41

Maggio

Giugno

1570 1570.93 1573,44 1577,21 1600 1604,83 1606,09 1609,85 1630 1627,44 1631,2 1634,97 1680 1690 1700 1685,2 1692,73 1700,27

Agosto

Settembre Ottobre

1580 1579,72 1580,97 1583,48 1610 1600 1612,37 1612,37 1609,85 1640 1637,48 1637,48 1642,5

Novembre Dicembre

1583,48 1586 1610 1611,11 1612,37 1650 1648,78 1655,06

1701,52

2) Tariffa stati di consistenza (in vigore dal dicembre 1982) anno 1982: base 100 Anno

2006 2007

INDICI E TASSI

Gennaio Febbraio Marzo

2008

Gennaio Febbraio Marzo

Aprile

Maggio

Giugno

Luglio

Agosto

Settembre Ottobre

Novembre Dicembre

274,72

275,37

275,81

277,33

277,54

278,19

278,63

278,63

278,19

278,41

278,63

278,85

279,5

279,93

276,46 280 280,36

281,88

282,53

282,97

282,97

283,84

284,92

286,01

286,87

287,53

289,04

289,7

281,23 290 291,21

292,52

293,82

294,04

n.b. I valori da applicare sono quelli in neretto nella parte superiore delle celle

3) Legge 10/91 (Tariffa Ordine Architetti Milano) Anno

2006 2007 2008

Gennaio Febbraio Marzo

121,49 123,32 126,87

121,78 123,60 127,15

121,97 123,80 127,83

Aprile

122,26 123,99 128,11

anno 1995: base 100

Maggio

Giugno

Luglio

122,64 122,74 124,37 124,66 128,79 129,36

123,03 124,95 129,94

Agosto

123,22 125,14 130,03

giugno 1996: 104,2

Settembre Ottobre

123,22 125,14

123,03 125,52

4) Legge 10/91 (Tariffa Consulta Regionale Lombarda) anno 2000: base 100 5) Pratiche catastali (Tariffa Consulta Regionale Lombarda) Anno

2006 2007 2008

Gennaio Febbraio Marzo

111,64 113,31 116,57

111,9 113,58 116,84

112,08 113,75 117,46

Aprile

112,34 113,93 117,72

Maggio

112,69 114,28 118,34

Giugno

Luglio

112,78 114,55 118,87

113,05 114,81 119,40

6) Collaudi statici (Tariffa Consulta Regionale Lombarda) Anno 2006 2007 2008

Gennaio Febbraio Marzo

117 118,76 122,18

117,28 119,03 122,45

117,46 119,22 123,10

Aprile

117,74 119,40 123,38

Maggio

118,11 119,77 124,02

7) Tariffa Antincendio (Tariffa Ordine Architetti Milano) Indice da applicare per lʼanno 2001 103,07

2002 105,42

8) Tariffa Dlgs 626/94 (TariffaCNA) Indice da applicare per lʼanno 1999 111,52

2000 113,89

9) Tariffa pratiche catastali Indice da applicare per lʼanno 1999 103,04

Luglio

118,2 120,05 124,58

Agosto

118,48 118,66 120,33 120,51 125,13 125,23

Settembre Ottobre

113,22 114,99

2004 110,40

2001 117,39

2002 120,07

118,66 120,51

2005 112,12

2006 114,57

2003 123,27

2002 111,12

2003 113,87

2004 125,74

118,48 120,88

113,22 116,22

Novembre Dicembre

118,57 121,34

118,66 121,81

gennaio 2001: 110,5

2007 2008 116,28 119,63 novembre1995:110,6 2005 127,70

2006 130,48

anno 1997: base 100 2004 116,34

Novembre Dicembre

113,13 115,78

gennaio 1999: 108,2

Settembre Ottobre

anno1995:base100

2001 108,65

113,05 115,34

anno 2001: base 100

2003 108,23

123,22 126,48

dicembre 2000: 113,4

anno 1999: base 100

Giugno

(Tariffa Ordine Architetti Milano)

2000 105,51

Agosto

113,22 114,99 119,48

Novembre Dicembre

123,12 126,00

2005 118,15

2006 120,62

2007 2008 132,44 136,26 febbraio 1997:105,2 2007 122,43

2008 125,95

Tariffa P.P.A. (si tralascia questo indice in quanto non più applicato)

La rivista AL, fondata nel 1970, oggi raggiunge mensilmente tutti i 25.586 architetti iscritti ai 12 Ordini degli Architetti PPC della Lombardia:

2.182 iscritti dell’Ordine di Bergamo; 2.209

iscritti dell’Ordine di Brescia;

1.621 iscritti dell’Ordine di Como;

666 iscritti dell’Ordine di Cremona; 891

iscritti dell’Ordine di Lecco;

382 iscritti dell’Ordine di Lodi:

652 iscritti dell’Ordine Mantova;

11.370 iscritti dell’Ordine di Milano; 2.304 iscritti dell’Ordine di Monza e della Brianza;

817 iscritti dell’Ordine di Pavia; 343 iscritti dell’Ordine di Sondrio; 2.149 iscritti dell’Ordine di Varese. Ricevono inoltre la rivista:

90 Ordini degli Architetti PPC d’Italia;

Interessi per ritardato pagamento

Con riferimento all'art. 9 della Tariffa professionale legge 2.03.49 n° 143, ripubblichiamo l'elenco, relativo agli ultimi anni, dei Provvedimenti della Banca d'Italia che fissano i tassi ufficiali di sconto annuali per i singoli periodi ai quali devono essere ragguagliati gli interessi dovuti ai professionisti a norma del succitato articolo 9 della Tariffa. Dal 2004 determinato dalla Banca Centrale Europea.

Provv. della B.C.E. (5.10.2006) dal 11.10.2006 Provv. della B.C.E. (7.12.2006) dal 13.12.2006 Provv. della B.C.E. (8.03.2007) dal 14.3.2007 Provv. della B.C.E. (6.6.2007) dal 13.6.2007 Provv. della B.C.E. (3.7.2008) dal 9.7.2008

3,25% 3,50% 3,75% 4,00% 4,25%

1.555 Amministrazioni comunali lombarde;

Assessorati al Territorio delle Province lombarde e Uffici tecnici della Regione Lombardia;

Con riferimento all'art. 5, comma 2 del Decreto Legislativo 9 ottobre 2002, n. 231, pubblichiamo i Provvedimenti del Ministro dellʼEconomia che fissano il “Saggio degli interessi da applicare a favore del creditore nei casi di ritardo nei pagamenti nelle transazioni commerciali” al quale devono essere ragguagliati gli interessi dovuti ai professionisti a norma del succitato Decreto. Comunicato (G.U. 13.1.2006 n° 10) Comunicato (G.U. 21.7.2008 n° 169)

Federazioni degli architetti e Ordini degli ingegneri;

Comunicato (G.U. 10.7.2006 n° 158)

Quotidiani nazionali e Redazioni di riviste degli Ordini degli Architetti PPC nazionali;

dal 1.1.2006 al 30.6.2006

2,25% +7

9,25%

dal 1.7.2006 al 31.12.2006

2,83% +7

9,83%

dal 1.1.2007 al 30.6.2007

3,58% +7

10,58%

dal 1.7.2007 al 31.12.2007

4,07% +7

11,07%

dal 1.1.2008 al 30.6.2008

4,20% +7

11,20%

Comunicato (G.U. 5.2.2007 n° 29)

Comunicato (G.U. 30.7.2007 n° 175) Comunicato (G.U. 11.2.2008 n° 35)

per valori precedenti consultare il sito internet del proprio Ordine.

dal 1.7.2008 al 31.12.2008

4,10% +7

11,10%

Per quanto riguarda: Indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, relativo al mese di giugno 1996 che si pubblica ai sensi dellʼArt. 81 della Legge 27 luglio 1978, n. 392, sulla disciplina delle locazioni di immobili urbani consultare il sito internet dell’Ordine degli Architetti PPC di Milano. Applicazione Legge 415/98 Agli effetti dell’applicazione della Legge 415/98 si segnala che il valore attuale di 200.000 Euro corrisponde a Lit. 394.466.400.

Biblioteche e librerie specializzate;

Università; Istituzioni museali; Riviste di architettura ed Editori.


AL 10, 2008