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trimestrale di informazione degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori Lombardi

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iIi trimestre 2013

comunicare l’architettura Ordini degli Architetti P.P.C. delle Province di Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Lecco, Lodi, Mantova, Milano, Monza e della Brianza, Pavia, Sondrio, Varese Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori - via Solferino 19, 20121 Milano - ISSN 1825-8182


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TRIMESTRALE di informazione degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori Lombardi

Direttore Responsabile Angelo Monti Comitato editoriale Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori www.consultalombardia.archiworld.it www.architettilombardia.com Redazione Igor Maglica (caporedattore) Direzione e Redazione via Solferino 19 20121 Milano tel. 0229002165 fax 0263618903 redazione@consulta-al.it Progetto grafico 46xy studio, Milano Impaginazione 46xy studio, Milano Copertina Hans Vredeman de Vries (1525-1609), disegno prospettico Pubblicità Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori

Autorizzazione Tribunale n. 27 del 20.1.1971 Distribuzione a livello nazionale. La rivista viene inviata gratuitamente, in forma digitale, a tutti gli architetti iscritti agli Ordini degli Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Lombardia aderenti alla Consulta e che abbiano rilasciato l’autorizzazione a: liberatoria@architettilombardia.com Gli articoli pubblicati esprimono solo l’opinione dell’autore e non impegnano la Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti PPC, né la Redazione di “AL”

Chiuso in Redazione 6 febbraio 2014

III TRIMESTRE 2013

COMUNICARE L’ARCHITETTURA 4 INCONTRI RAVVICINATI SULLA COMUNICAZIONE di Angelo Monti 4 UN PETTINE DI MURI BIANCHI di Franco Raggi 6 TAVOLA ROTONDA “COMUNICARE L’ARCHITETTURA” 16 DIECI DOMANDE A MARCO BRIZZI, MATTEO GHIDONI, HANS IBELINGS, HUGH PEARMAN E MOISÉS PUENTE a cura di Angelo Monti e Igor Maglica 26 EPISTOLARIO Antonio Carbone, Angelo Monti 29 LE CITTÀ RACCONTANO di Sonja Riva

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LE VOCI DEGLI ORDINI: como: EVIDENZIARE LO STATO DELL’ARTE DELLE NOSTRE CITTÀ di Roberta Fasola cremona: UNO SPAZIO CRITICO E INFORMATIVO di Paola Pietramala lodi: RILANCIARE I REDATTORI LOCALI di Anna Arioli mantova: MANTOVA COMUNICA L’ARCHITETTURA di Elena Pradella e Valentino Ramazzotti MILANO: L’AUTONOMIA E L’APPRENDISTATO DEI REDATTORI di Roberto Gamba MONZA E BRIANZA: FORTE INTERATTIVITÀ E TANTI CONTENUTI di Cristina Magni PAVIA: PER UNA “AL” SPECIFICA E DI QUALITÀ di Luca Micotti e Vittorio Prina

progetti 32 tre allestimenti 32 UN NASTRO DI LEGNO Franco Raggi, allestimento della mostra “Oltre un rettangolo di cielo. Interni milanesi di Giulio Minoletti”, Milano 36 UN “SISTEMA” INFORMATIVO Marco De Michelis/Leftloft, allestimento della mostra “La città nuova. Oltre Sant’Elia”, Como 39 la BIBLIOTECA DELL’ARTE Ghigos ideas, allestimento della Sala Gian Ferrari, Maxxi, Roma

professione 42 DODICI VOLTE DODICI, E OLTRE di Gian Luca Perinotto 44 LA CONSULTA È PRONTA PER L’AGGIORNAMENTO E SVILUPPO PROFESSIONALE CONTINUO (ASPC) di Laura Boriani 45 LA NUOVA DISCIPLINA DELLA PROFESSIONE DI ARCHITETTO di Walter Fumagalli 46 PREMIO UGO RIVOLTA 2013 di Camillo Magni 47 QUATTRO CONCORSI CON ESITI FINALI DIVERSI di Roberto Gamba 50 LA RAPPRESENTAZIONE DEL PROGETTO DI ARCHITETTURA DEL PAESAGGIO. STRUMENTI E TENDENZE RECENTI di Mina Fiore

omnibus Il gruppo di Consulta è su Facebook

Nel numero precedente non è stato indicato che le immagini di sintesi di pagg. 5, 7-10 sono state realizzate dallo studio AM e, pertanto, la loro riproduzione non è consentita senza autorizzazione”.

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BENEDETTA TAGLIABUE A MINIARTEXTIL DI COMO di Igor Maglica LA MILANO MODERNA, DOPO LA GUIDA DI piero BOTTONI di Daniela Villa UNA STORIA LUNGA TRENT’ANNI di Martina Landsberger MENDES DA ROCHA CONTEMPORANEO E INNATUALE di Cristiana Chiorino L’ARCHITETTURA DI VACCHINI ATTRAVERSO I SUOI DISEGNI di Roberto Gamba UN VOLUME PER SETTE ARCHITETTI LECCHESI di Paolo Brambilla NEWS


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comunicare l’architettura

Dopo la fase di messa a regime della rivista come pubblicazione online, ci interroghiamo sul nostro programma di lavoro e, piĂš in generale, sulla comunicazione di architettura attraverso il confronto con colleghi che operano in qualificate riviste di settore

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INCONTRI RAVVICINATI SULLA COMUNICAZIONE ANGELO MONTI

La delicata transizione da strumento cartaceo a pubblicazione online che la nostra rivista si è imposta, ha riacceso – dopo una necessaria fase di prima messa a regime dell’attività editoriale – gli inevitabili interrogativi sul destino e l’identità della comunicazione disciplinare. Ci è sembrato utile affrontare questa “esplorazione” sul possibile carattere e sugli obbiettivi del nostro futuro programma di lavoro in modo non autoreferenziale, cercando, piuttosto, di aprirci al confronto. Questa intenzione si è concretizzata in una interessante tavola rotonda – quasi una redazione aperta – a cui abbiamo invitato direttori e redattori di qualificate riviste di settore. Una sorta di ricerca di un possibile “fil rouge” sui temi della comunicazione e, allo stesso tempo, uno scambio aperto e sinergico su problemi che, pur con declinazioni e dimensioni diverse, toccano tutte le nostre testate. A questo tavolo hanno partecipato, portando la loro preziosa esperienza: Donatella Bollani (“Archetipo”), Mario Piazza (“Abitare”), Pierluigi Mutti (“L’Architetto”), Alberto Caruso (“ARCHI”) e Federico Bucci (“Casabella”). La sintesi dell’intensa conversazione è diventata la giusta chiave per aprire questo numero dedicato alla comunicazione della cultura della professione. Un libero e non pregiudiziale dialogo, che in veste di moderatore, ho ritenuto potesse prendere spunto da due argomentazioni di metodo. Innanzitutto, la riflessione su come la cultura dell’architettura debba e possa misurarsi con i nuovi media rendendo possibile in un panorama, come quello italiano, quasi “logorroico” per offerta, riaffermare una cifra, direi, “militante” del progetto, intesa come promozione di qualità.

A questo si aggiunga un interrogativo derivato: come rispondere alla “tensione” verso la novità “a tutti i costi” e verso il conseguente consumo di immagini a rapido “invecchiamento”, che sembra pervadere l’attuale pubblicistica. In altre parole, chiedere a tutti noi se sia ancora possibile dare senso, significato e spazio a una comunicazione capace di recuperare una dimensione critica per ambiti di ricerca tematica. Questa nostra “indagine” è stata, poi, completata da alcuni articoli che raccontano esperienze diverse dell’articolato mondo dei media – editoria, web, radio – e da una stimolante raccolta di interviste ad autorevoli protagonisti europei nel settore. Un’ultima nota di questa prefazione riguarda la scelta del commento iconografico a queste pagine. Accanto alle immagini di cronaca del nostro incontro, abbiamo pensato fosse idealmente stimolante richiamare le tracce della storia della promozione del pensiero architettonico legata alle grandi rassegne disciplinari delle Triennali di Architettura del secondo novecento, con uno speciale accento sulla figura di Aldo Rossi. Non certo per rimpianto nostalgico del passato, ma perché convinti che la forza delle idee è disegnare futuri sapendo leggere le esperienze. Franco Raggi ne ha tracciato per noi le “istruzioni” alla lettura. La pubblicazione di questo numero coincide con l’inizio del nuovo anno. L’augurio è che, senza facili – seppur necessari – ottimismi di riscatto dalla crisi, il bisogno di “comunicare l’architettura”, indipendentemente dalle modalità, possa continuare a raccogliere la caparbia testimonianza di un fronte di opposizione alla dispersione delle intelligenze di questo Paese.

Angelo Monti Presidente della Consulta regionale lombarda degli Ordini degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori e direttore di “AL”.

Nelle pagine precedenti, Gianni Braghieri e Franco Raggi, assonometria dell’allestimento per la mostra Architettura Razionale, pastelli a cera e matita su carta, XV Triennale, 1973. In basso: Franco Raggi, schizzo di studio per l’allestimento della mostra Architettura Razionale, penna su carta, XV Triennale, 1973. Nella pagina fianco: stanza introduttiva alla mostra, XV Triennale, 1973.

UN PETTINE DI MURI BIANCHI L’allestimento della XV Triennale di Milano del 1973 perseguì un paradosso logico: fare un allestimento come una architettura, definitivo, povero e non temporaneo. Dal 1968 la Triennale non ospitava più la Mostra Internazionale d’Architettura e quando Aldo Rossi, con mia sorpresa, mi chiamò con altri a collaborare alla Quindicesima edizione il primo problema che ci trovammo a risolvere fu come trasformare il luogo destinato all’esposizione al piano terreno; lo spazio forse più caratteristico dell’edificio di Muzio, con salone rettilineo e grande spazio curvo. Il palazzo era chiuso da anni e se non fatiscente, poco presentabile. Il budget per l’intera mostra naturalmente era esiguo, il tempo poco e, considerando la superficie 4

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da allestire, non era pensabile fare un allestimento con tecniche tradizionali effimere e costose. L’idea di Rossi fu semplice e quasi necessaria. Pensò di suddividere costruendo con materiali edili lo spazio secondo una ipotesi seriale modulata dal ritmo dei montanti delle grandi finestre a nastro. L’ordinamento della mostra prevedeva una sorta di chiamata internazionale aperta verso gli architetti che pensavano e facevano architetture come pezzi e parti di città, ricercando una autonomia e insieme una concreta utopia del mestiere. Una sorta di catalogo di intenzioni e di visioni che doveva trovare spazio in una immagine seriale, neutra, e fisicamente scandita come da un rigoroso metronomo spaziale. Il rapporto tra divisione dello spazio quasi conventuale e struttura scientifica della mostra è stretto e senza ambiguità scenografiche. Minimale e austero, poetico ed economico. La pianta a stanze passanti si realizza con pannelli prefabbricati in

gesso di basso costo e rapida installazione. La superficie non viene dipinta i giunti rimangono in vista. Il pavimento definitivo e opaco è di “piastrelloni” in conglomerato grigio da esterni. Unico vezzo “rossiano” il velario con controvento “alla romana” per diffondere la luce dell’alta finestra a nastro che detta il ritmo delle divisioni. Un approccio razionale e funzionale che ha prodotto invece un spazio quasi metafisico, specialmente nella curva dove il ritmo della scansione accelera e le piccole stanze identiche, bianche grezze e senza soffitto si affacciano lungo un corridoio, ma anche sono connesse da una serie vertiginosa di porte che permettono un percorso in andata e ritorno diverso. L’illuminazione naturalmente non tecnologica, con grandi anonime “padelle” in metallo di sapore archivisticomilitare. Grazie a queste anomale caratteristiche l’allestimento rimase poi per alcuni anni e ospitò diverse mostre prima di essere “demolito” nel progetto di ristrutturazione dell’intero Palazzo dell’Arte. Franco Raggi 495 | 2013

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TAVOLA ROTONDA “COMUNICARE L’ARCHITETTURA”

Il testo pubblicato è la libera sintesi della Tavola rotonda dal titolo “Comunicare l’architettura” promossa dalla Consulta regionale lombarda degli Ordini degli Architetti PPC e dalla rivista “AL”. All’incontro pubblico, svoltosi il 15 ottobre 2013, presso la sala Biblioteca dell’Ordine degli Architetti PPC di Milano, sono intervenuti Donatella Bollani, Federico Bucci, Alberto Caruso, Angelo Monti, Pierluigi Mutti e Mario Piazza. Angelo Monti: Qualche quesito per aprire questa comune riflessione. Anzitutto come la comunicazione dell’architettura si debba confrontare con i nuovi mezzi di comunicazione e quali siano i vostri orientamenti. L’altro tema che voglio porre è come possiamo identificare, in un panorama quasi logorroico in termini di comunicazione sulla disciplina, una comunicazione del progetto di architettura che, naturalmente, per tutte queste nostre riviste significa promozione della qualità. In realtà, su questo tema c’è un sottosistema o un sottoinsieme, e cioè di fronte alla necessità di rincorrere la novità, che sembra pervadere un po’ in maniera generalista la pubblicazione nel nostro ambito, di fronte a questa tensione verso la novità, quale senso e significato può trovare, se ha un senso e significato, il fatto di programmare una comunicazione più tematica? Mario Piazza: Assumendo la direzione di “Abitare”, mi sono chiesto quale dovesse essere oggi il senso di una rivista di progetto, cosa trasmettere, come presentare le opere, soprattutto per il carattere divulgativo della rivista. Lontane le ideologie e le teorie, anche la presentazione di novità per i mensili di progetto non ha più forza attrattiva. Oggi basta un clik. E tutti lo possono fare, progettisti e lettori. Anche uno studio di medie dimensioni può fare un film per illustrare un progetto e diffonderlo in rete. L’accessibilità all’informazione digitale consente letture molteplici e libere. In qualsiasi momento, una persona può selezionare online e costruirsi mentalmente una “propria” rivista. Ho pensato quindi ad una rivista che attraverso i progetti potesse organizzare delle forme di riflessione, forse una piccola utopia. Una rivista che offrisse al lettore la difficoltà di una strutturazione diversa, non ascrivibile a classici 6

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temi, ma a lemmi laterali e obliqui. Ho creduto che fossero necessarie delle parole, uno sforzo estremo di ricerca e di sintesi − aperta e contraddittoria − per raggrumare le idee, i problemi e le forme che oggi il progetto attua. La rivista come campo di riflessione in primo luogo per l’organizzazione del sapere. La rivista come luogo collettivo e di lavoro in gruppo. Andare oltre l’informazione e la critica di qualità per scrivere una sorta di nuovo dizionario del progetto, inteso in forma ampia e processuale. In questo anno e mezzo abbiamo pubblicato architetture costruite, ma anche tesi di laurea, lavori non realizzati o in costruzione, autori noti, “maestri” e esordienti, cercando dentro le loro opere un elemento di sintesi e di riflessione. Oggi una rivista di progetto ha l’obbligo di far cultura, naturalmente con una riconoscibilità grafica e visiva, e durare. Un mensile deve offrire una densità che oltrepassa il numero fisso delle sue pagine, deve conquistare una personalità ed essere un diverso motore del processo di lettura. Donatella Bollani: Penso che sia cambiato proprio il tema, perché la comunicazione è cambiata, e poi, di conseguenza, anche la comunicazione dell’architettura. Il limite della carta è un limite che potremmo ritrovare anche sul web, nel senso che i nostri lettori hanno cambiato profondamente il loro modo di approcciare l’informazione tout court, non solo quella dell’architettura. Quello che vorrebbero trovare è una rivista dove leggono il progetto da molteplici punti di vista e dove anche la comunicazione viene fatta con degli strumenti estremamente diversi. Il tema vero è sapere calarsi in una dimensione di ascolto − che è un vecchio tema editoriale, quello di rispondere ai bisogni informativi − per restituirli con una modalità estremamente veloce, multimediale, ma anche con un forte approccio criticonarrativo al progetto.

“I primi approcci di ‘AL’ in digitale indagano quello che avviene nel nostro backstage e che magari non osserviamo. ‘Radicarsi in un territorio e poi alzare lo sguardo’, perché quel territorio non è circoscritto.” Angelo Monti


La rivista diventa uno spin-off verticale. Ogni tanto mi viene da pensare che dovrebbe essere quasi un’edizione speciale. Se il mio sguardo dovesse essere quello dell’imprenditore, quindi anche di una struttura industriale che gestisce quest’attività, chiaramente non mi sarebbe possibile pensare che si esca one-shot (solo con edizioni speciali, in momenti speciali), però, se dovessi, oggi, ragionare rispetto a uno sviluppo della carta, penserei: l’edizione cartacea è l’edizione speciale che realizzo con un punto di vista estremamente eccezionale rispetto ad un particolare momento dell’anno. Faccio un ultimissimo esempio, citando “Domus” che, secondo me, sul web è, forse, la rivista che ha fatto lo sforzo maggiore, con le application che conosciamo, in tre lingue, ecc. In realtà, qui il tema vero è che, a parte un modello editoriale, quello che non si è ancora trovato è il modello di business. Dal web gli editori non riescono ancora a trarre vantaggi economici in termini di marginalità. Pierluigi Mutti: La nostra non è stata solo una scelta obbligata, nel senso di “Non si può sostenere il costo della stampa e della distribuzione”, ma anche di dire “Fai una cosa nuova, prova a scommettere sulla tecnologia, sul linguaggio nuovo”; quindi, abbiamo pensato di fare la rivista online, principalmente per il tablet, anche se attualmente non siamo sicuri di quanti la vedano sul tablet e quanti, invece, sul computer. Siamo nati nel gennaio del 2013 con due elementi che possono essere un limite, ma anche un vantaggio: essere l’espressione del Consiglio Nazionale degli Architetti PPC, da un lato può sembrare una cosa ingessante, ma dall’altro ti dà la possibilità di attingere informazioni sul terreno della professione, sulle cose in divenire. Il primo obiettivo che ci siamo dati è quello di non porci sullo stesso piano delle altre riviste di architettura, perché loro sono anni che pubblicano, con strutture grandi e collaudate, mentre noi, invece, abbiamo una struttura “liquida”. Non siamo ancora pienamente soddisfatti del livello ottenuto e stiamo lavorando per ottenere ben altro risultato. L’obiettivo che ci siamo posti è di tentare di costruire una comunicazione che non ha alcuna intenzione di dare l’informazione prima di altri sul progetto, ma di costruire un insieme di flussi che mettono in comunicazione diverse chiavi di lettura del progetto. Abbiamo usato la fusione di cultura e progetto, perché la “cultura del progetto” è fatta di tante cose, non solo di architettura, ma anche di città, di urbanistica, di immagine, di musica, di cinema e di tante altre cose. Alberto Caruso: “Archi” è una delle tre riviste della SIA, Società Svizzera degli Ingegneri e Architetti. Oltre all’edizione italiana, ce n’è una in tedesco, redatta a Zurigo, e un’altra in francese redatta a Losanna. In totale facciamo circa 20 mila copie. Il rapporto tra la carta e il digitale è, per noi, un rapporto complesso, nel senso che abbiamo un portale elettronico, diviso in tre testate, che pubblica una

“I nostri lettori vorrebbero trovare una rivista dove leggono il progetto da molteplici punti di vista e dove anche la comunicazione viene fatta con degli strumenti estremamente diversi.” Donatella Bollani

parte dei contenuti della rivista e alcune rubriche. Il portale esiste ormai da un paio d’anni, ma senza grandi successi. È come se volessimo accompagnare i lettori dalla carta al digitale, ma lentamente, in attesa che le condizioni maturino, perché abbiamo il problema della pubblicità: problema decisivo. Ci sposteremo sul digitale, infatti, solo una volta che il numero di lettori che apre, vede e legge sul digitale è tale da poter supportare il trasferimento di pubblicità. Una delle rubriche sul digitale è l’archivio dei concorsi. Le tavole di tutti i progetti classificati sono state caricate sul sito in formato pdf e sono scaricabili e stampabili costituendo, così, un archivio sempre consultabile. Questo è un suggerimento anche per “AL”. Inoltre, pubblichiamo video di conferenze e di visite a opere d’architettura. Per esempio, la tavola rotonda di oggi, io la riporterei su “AL” col video così com’è, con tutti i difetti della diretta, compresa l’interruzione telefonica. Ogni mezzo deve avere il suo linguaggio. Se posso entrare nel merito di “AL”, con critiche cordialmente sincere, vorrei dare qualche suggerimento: lo sforzo che potreste fare è quello di cercare − è un impegno faticoso dal punto di vista redazionale − opere meno note, di architetti che non hanno raggiunto la fama, ma non per questo meno valide. Attenzione, sconosciuti non vuol dire necessariamente giovani, ci sono colleghi che fanno opere eccellenti e che pochi conoscono, soprattutto in provincia. La seconda questione è il modo di pubblicare i progetti. Pubblicateli con belle immagini, piante, sezioni, ma, soprattutto, con dettagli costruttivi (il nodo del muro perimetrale con la soletta o con la copertura, ecc.) per capire come hanno affrontato, in quell’opera, i temi che sono al centro della cultura del progetto oggi. Il digitale ti consente questo, perché è uno spazio infinito. AM: Grazie Alberto, anche per le critiche e i suggerimenti. I primi approcci di “AL” in digitale si 495 | 2013

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muovono verso il tema della ricerca, cioè, andare a indagare quello che avviene nel tuo backstage e che magari non osservi. “Radicarsi in un territorio e poi alzare lo sguardo”, perché quel territorio non è circoscritto. Mi interessa molto anche l’aspetto operativostrutturale, perché sono stati toccati temi anche dell’economia, della produzione editoriale, che sono temi fondanti per garantire qualità all’editoria: la dimensione delle redazioni e il fare ricerca hanno un costo che è sempre più difficile mediare con le risorse disponibili. Però, volevo dare la parola a Federico perché “Casabella”, come del resto anche “Abitare”, ha un orizzonte un po’ diverso da quello che accomuna le altre riviste. “Casabella” ha una formula, che io chiamo inossidabile, che sembra stabile nel tempo: è una rivista legata ancora molto alla sua dimensione di oggetto libro. Federico Bucci: Scusate, ma volevo subito fare una precisazione: non posso rappresentare “Casabella”, perché non sono il direttore e poi, soprattutto, perché devo dire la mia. “Casabella” è chiaramente un prodotto che ha questa “formula inossidabile” forse anche per i suoi ottant’anni. In realtà, le redazioni che si sono susseguite hanno sempre tolto o aggiunto qualcosa, ma la “confezione”, se guardate bene, rimane sempre quella. Però, volevo richiamare non tanto la mia presenza come rappresentante della rivista, quanto inserirmi in questa interessante discussione. Cioè, forse, andrebbe detto che cos’è la storia della rivista d’architettura e cos’è la storia delle riviste d’architettura italiane, visto che siamo il paese in Europa e nel mondo con più testate di architettura. Le due milanesi “Domus” e “Casabella” nascono addirittura nello stesso anno e oggi hanno più di ottant’anni. All’estero riviste importanti come “L’architecture d’aujourd’hui” sono chiuse, non esistono più, oppure hanno fatto il salto nella rete. Che cosa è una rivista d’architettura? È un prodotto di selezione che fa un gruppo di persone per parlare e fare questioni che riguardano il dibattito dell’architettura. Attenzione, è un prodotto commerciale, che vuol dire pensare ai lettori, quindi, ed è anche un prodotto culturale, che, però, sta in un mercato. Allora, la storia della rivista d’architettura va messa insieme al perché del dibattito architettonico. Perché in continuazione parliamo di architettura? La risposta è che forse la parola scritta, oppure questa che rimane su registrazione, o su video, è quella che oggi ci appassiona di più perché ogni progetto va discusso e ogni questione va messa a confronto. Si potrebbero fare tanti esempi interessanti. Oggi a Milano − faccio un po’ di pubblicità al Politecnico − diamo la laurea honoris causa ad Alvaro Siza. Siza, grandissimo maestro che ha vinto il Pritzker Prize, è affezionato alle riviste d’architettura italiana, perché sono state le prime a pubblicare e promuovere le sue opere, e, dopo, anche gli altri della co8

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siddetta “scuola portoghese” hanno usufruito della forza delle riviste italiane nella promozione di quel tipo di architettura a livello internazionale. Quindi, la rivista è una necessità del dibattito architettonico, ma è un prodotto di selezione e, come tanti altri prodotti di selezione, nasce da un gruppo, da una tendenza. Lo dicevano già i giovani di “Quadrante”: “Noi siamo la tendenza della tendenza”. Qui, ognuno di noi potrebbe dire del proprio prodotto che è una tendenza. Lo si fa soprattutto per passione, ma sicuramente è un prodotto tendenzioso e queste tendenze vanno difese, quelle grandi, che hanno le immagini “con cieli sempre azzurri”, e anche quelle più piccole che fanno ricerche sul territorio, o altro ancora. Guardate, per chiudere, è evidente che oggi persino l’inossidabile “Casabella”, la grande Gloria Swanson dell’architettura italiana, che va sul viale del tramonto, vorrei dire sempre illuminato, dev’essere molto attenta a ciò che in questo momento si sta trasformando in editoria. Allora, l’unica cosa che mi sento di dire e mi sento di poter promuovere è il fatto che, in ogni caso, se una rivista di architettura conserva la sua immagine genuina di prodotto di ricerca e di selezione, qualsiasi mezzo può essere giusto e corretto per veicolarlo… AM: Oggi, se mi permettete una sintesi veramente brutale, è evidente la massa infinita delle informazioni che siamo in grado di raccogliere in tempo reale su qualunque cosa. Ora disponiamo di un “motore” di ricerca, spesso discutibile perché ha logaritmi a noi ignoti, che ci indirizzano verso strade assolutamente impreviste, ma in fondo veniamo investiti da questa massa spesso informe di notizie. Tutto è rivoluzionato, io non devo più fare ricerca, a parte quella del mezzo interpretativo all’interno di tutta la massa di informazioni. DB: Il tema dell’interpretazione è una cosa che ritorna negli anni quasi sempre quando si cerca di fare un progetto editoriale nuovo. Quando anni fa ci dicevano “Va beh, in fondo con una rivista basta entrare in Google, si digita e hai tutto quello che ti serve”, non è affatto vero. Ma siamo veramente sicuri che il nostro pubblico sia in grado di fare una selezione, soprattutto, una comparazione di informazioni che gli serve per capire, dopo magari ore di ricerca, che cosa, in realtà, gli serve in termini utilitaristici, ma anche di conoscenza e di competenza? E siamo sicuri che questa fantomatica soluzione che danno i motori di ricerca sia soddisfacente? Secondo me, in questo momento di cambiamento del paradigma l’autorialità ha ancora un senso, cioè, i vecchi temi editoriali, proprio adesso, sono ancora più forti: la capacità, l’approccio critico, la selezione della documentazione, il fatto che ti racconto una storia dove c’è tutto, la tecnica, il modello, i costi... C’è un altro tema che sottolineerei: il mercato della progettazione in questi ultimi anni è cambiato,

I relatori: Donatella Bollani Digital and Social Media Publisher, New Business Media - Gruppo Tecniche Nuove. Direttore di “Arketipo” e di “CRC_ Come Ristrutturare la Casa”, coordina lo sviluppo editoriale del portale www.archinfo.it Federico Bucci redattore di “Casabella”, professore associato di Storia dell’architetture e prorettore del polo di Mantova, Politecnico di Milano. Ha lavorato nelle redazioni di “Quaderni di architettura”, “Rassegna”, “L’architettura” ed ha collaborato per molti anni con la rivista “Domus”. Alberto Caruso dal 1998 dirige “ARCHI”, rivista di architettura, ingegneria e urbanistica, organo della SIA (Società Svizzera degli Ingegneri e Architetti). Insieme a Elisabetta Mainardi fonda lo studio d’architettura caruso_mainardi architetti. Pierluigi Mutti direttore responsabile de “L’Architetto” mensile online del Consiglio Nazionale Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori. Già caporedattore di “Costruire”, è stato direttore di Gma radio, la radio web del CNAPPC. Mario Piazza grafico e architetto, nel 1996 ha fondato 46xy, studio di design e di strategie di comunicazione (www.46xy.it). È docente e ricercatore presso la Scuola di Design del Politecnico di Milano. È stato art director di “Costruire”, “Arketipo” e “Domus ; da settembre 2011 a dicembre 2013 è direttore di “Abitare”, di cui è stato co-editor e art director dal 2008.

Il pubblico di redattori e collaboratori della rivista presenti alla Tavola rotonda (foto di Marco Stocco).


“Ci siamo posti l’obiettivo di costruire una comunicazione che non ha alcuna intenzione di dare l’informazione prima di altri sul progetto, ma di costruire un insieme di flussi che mettono in comunicazione diverse chiavi di lettura del progetto.” Pierluigi Mutti

ed è impressionante quanto, se si riguardano i risultati della ricerca Cresme sull’attività. Quello è il nostro mercato di riferimento, con le ricerche di settore che danno la dimensione dei volumi di affari dei professionisti, quindi, gli ottanta euro di abbonamento annuale a una rivista sono un costo che un professionista spesso non si può più permettere. Stante i suoi margini quegli ottanta euro gli servono veramente, e allora le informazioni, sostanziali per la sua attività professionale, va a cercarle su qualche portale internazionale che tutti i giorni carica cinquanta progetti, slide show e mille battute di testo, e il problema sembra risolto, quando, invece, sappiamo che non è affatto così. AM: In questo momento “AL” è sostanzialmente gestita da due persone, Igor Maglica ed io quale direttore responsabile e direttore editoriale, con collaborazioni esterne. Si tratta di una soluzione ad interim che vorremmo definire meglio nei prossimi mesi. Siamo incuriositi di sapere quanti sono i vostri collaboratori, o quanti possono essere in riferimento alla struttura redazionale delle vostre riviste. DB: Sono pochissimi… Però il tema è: i collaboratori interni o la rete? AM: No, intendo la gestione interna. Anche “AL” ha una rete, ovviamente. DB: La gestione oggi è fatta sostanzialmente da due persone, più un direttore responsabile. AC: Noi abbiamo due persone, assunti a tempo parziale: il coordinatore della redazione e la segretaria del coordinatore della redazione. Più c’è il direttore, pagato a forfait. Io non lo faccio professionalmente, il mio mestiere è fare l’architetto. In più, ci sono quindici redattori, che sono degli architetti e degli ingegneri che lo fanno occasionalmente e vengono pagati a forfait, quando fanno i curatori, che in genere sono tre per ogni numero. Le riunioni redazionali non sono pagate e sono frequenti e molto intense perché il lavoro e le decisioni sono tutte quante collettive. 10

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PM: Noi abbiamo una struttura volante, agile, leggera, ancorata su tre persone che non fanno solo quello, si occupano anche di altre cose, nel senso del sito, ecc. Poi ci sono alcuni collaboratori più stretti che hanno un ruolo un po’ più stabile. MP: Penso che il problema vero che hanno tutte le riviste, da quelle più strutturate, con un editore, a quelle afferenti a un’istituzione professionale, sia come fare a costruire un pubblico di lettori. Mai come in questo momento in cui sembra in atto la sparizione della carta e in cui la dimensione “immersiva” della conoscenza nella rete è molto più vicina alla spettacolarizzazione delle tematiche che non al loro approfondimento, nascono piccole riviste auto-prodotte. Questo significa che esiste un mondo che vuole parlare e leggere in una forma diversa da quella del passato. Per questi segmenti se è ancora apprezzabile la “monumentalità editoriale” di riviste come “Casabella”o “Domus” c’è la necessità di guardare altrove, mutuando e costruendo la conoscenza in modo più trasversale, multidisciplinare e multimodale. Il sapere come sonda e snodo di flussi molteplici. Il fatto è che la formula con cui noi concepiamo e costruiamo le nostre riviste è fondamentalmente ancora quella tradizionale. Ora ci si rende conto che le persone leggono in una forma completamente differente, strabica e non lineare. Anche le modalità di discussione delle tesi di laurea sono cambiate, c’è più libertà di rappresentazione e comunicazione della propria ricerca: si va dal video, al disegno grafico, alla fotografia, al cinema. Questi processi sono avviati a strutturare sempre di più il sapere, quindi, la prerogativa di una rivista che vuole assecondare una certa modalità di lettura dei fenomeni, deve credere in un pubblico, totalmente lontano dai canoni abituali, a cui rivolgersi per capire il tipo di relazione da costruire. Per uscire dalla “palude editoriale” in cui facciamo fatica a respirare, dobbiamo cercare altrove le fonti di informazione, che non mancano, anzi si autogenerano attraverso modalità diverse da quelle alle quali siamo stati abituati. Alcune riviste autoprodotte, per esempio, lanciano un tema e utilizzano il “Call


for papers”, una vera e propria “chiamata all’articolo”, per raccogliere i più diversi contributi. Le riviste come “AL”, invece, partono da un’idea che dice “Il pubblico ce l’ho già”. Questo impone alla rivista la necessità di essere uno stimolo, uno strumento necessario aperto e contemporaneo. AM: Vi dico qual è stato l’approccio di questi ultimi mesi. In questa fase abbiamo scelto una formula che definirei “pop”, perché mi sembrava la più gestibile. Cos’è la formula pop? La formula pop è, per esempio, affrontare con libertà temi diversi legati al nostro vissuto territoriale. I premi di architettura della Lombardia per esempio, che sono tantissimi, ma nessuno conosce. La formula pop è che mi aggancio a un’esperienza prodotta direttamente da noi e innesto, su questo, un punto di vista e un commento anche esterno. Quando vi dicevo: “Mi ancoro a terra e guardo un po’ oltre”. In questo numero (“AL” 493) ci sono i commenti di Francesco Venezia, di Giovanna Carnevali del Mies van der Rohe Award, una serie di suggestioni che in qualche modo ragionano anche sulla realtà dei piccoli premi locali in termini di dispositivi per la qualità. Il numero prossimo (“AL” 494) sarà dedicato alla rigenerazione urbana perché Consulta ha promosso un incontro gestito insieme a INU. Parliamo di questo, ma vi innestiamo gli esempi o le occasioni non necessariamente di eccellenza che la Lombardia sta producendo su questi argomenti, quindi, ne diamo una lettura critica. Dopo “Comunicare l’architettura”, che è anche il tema della tavola rotonda odierna, faremo un incontro su un altro tema che investe direttamente noi professionisti: il lavoro. Interpretato non sui sogni, anche legittimi, e da me condivisi, o sulla necessità di aprire le frontiere, ma sulla richiesta di risposte immediatamente sostenibili. Stiamo lavorando, noi 150 mila architetti, in un paese che è stretto nei propri confini, non solo geograficamente, ma direi per altre ragioni ben più profonde, strutturali. AC: Vorrei fare una piccola provocazione. Credo che nella versione cartacea di “AL” ci fosse un problema di equilibrio “politico” tra gli Ordini provinciali: ognuno aveva uno spazio rigido in cui trattare il tema concordato. Chi scriveva era obbligato a comunicare una riflessione sul tema anche se non aveva niente da dire. Nel numero dedicato ai premi di architettura, per esempio, c’è addirittura un testo in cui il curatore di un Ordine spiega perché in quel territorio… non c’è un premio di architettura. Oppure, abbiamo letto dei testi in cui si parla di altro, cercando in qualche modo un’attinenza, anche se funambolica, con il tema scelto. Al contrario bisognerebbe utilizzare il sistema degli Ordini come rete di “segnalatori”. I redattori degli Ordini provinciali dovrebbero per prima cosa raccogliere e proporre del materiale che andrà a formare un archivio dal quale pescare ogni volta che si affronta un tema. Carlos de Carvalho (dal pubblico): Questa discus-

sione è interessante ma vorrei spostare per un attimo l’attenzione sul tema dei giovani, visto che quasi la metà dei nostri iscritti ha meno di quarant’anni. Ogni giorno mi accorgo che l’approccio dei giovani è sempre più orientato a una consultazione veloce, fatta di testi brevi e immagini che da sole sono sufficienti a descrivere il contenuto che interessa. Mi viene in mente per esempio la rivista online “Dezeen”, che credo cominci a funzionare. I giovani hanno altri interessi e altre necessità in questo momento, hanno trovato nella rete un potente e democratico mezzo di partecipazione e di scambio di informazioni. Credo abbiano di che insegnarci. DB: Non sono molto d’accordo. Credo invece che ciò che conti veramente sia la professionalità, che non è da associare a una questione di età. Le redazioni sono cambiate, ci sono sempre più giovani, ma non è vero che se il mio collaboratore è un “mago” in Facebook, ho risolto i problemi. Voglio dire che non basta saper utilizzare al meglio i social network o i media in generale per salvare le aziende e l’editoria.

“Potreste cercare di pubblicare opere meno note, di architetti che non hanno raggiunto la fama, ma non per questo meno valide. Ci sono colleghi che fanno opere eccellenti e che pochi conoscono, soprattutto in provincia.” Alberto Caruso

Sono altre le competenze necessarie per costruire un solido sistema di conoscenze che perduri nel tempo. Una volta si facevano piani industriali di tre o cinque anni, oggi nelle aziende non c’è più nessuno che sa dire dove saremo fra sei mesi. Questo gli editori lo sanno bene, se non hanno ancora praticato la scelta della piattaforma è perché sanno che fra tre mesi, dopo aver fatto un investimento magari importante in termini economici, la tecnologia potrebbe cambiare e il sistema risulterebbe superato. AM: Condivido. A tal proposito mi viene in mente la definizione di Bauman di “tempo puntinista”, ovvero un tempo visto semplicemente come sommatoria di istanti che non permettono di leggerne la durata totale. Ora, dato che il web è comunque uno strumento con il quale ci si deve confrontare, vorrei chiedere una vostra riflessione in proposito, partendo da 495 | 2013

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Federico Bucci e quindi dalla rivista “Casabella”, che con la rete ha assunto una posizione. FB: “Casabella” è lo specchio dei suoi redattori capaci. Il problema è avere le capacità di fare un prodotto adatto, adeguato. “Casabella” in questo momento ha due coordinatori di redazione e una segreteria di redazione, gli altri sono collaboratori esterni che partecipano sempre alle riunioni, guardano, selezionano, si discute ampiamente sulle cose da selezionare, poi si scrive di quegli argomenti. Stiamo vivendo un passaggio epocale, caratterizzato da una crisi delle vocazioni nel settore delle costruzioni da parte delle nuove generazioni. Le facoltà di ingegneria e architettura hanno avuto un calo delle iscrizioni del 35%. A questo si aggiunge una forte preponderanza verso altri mezzi di informazione che possono far cambiare lo scenario da un momento all’altro. Per questi motivi, giustamente, un editore oggi non sa dove appoggiarsi. Bisogna preoccuparsi non solo di scegliere e pubblicare i contenuti, ma anche di ottenere un prodotto adeguato ai tempi. Siamo però consapevoli che non si può prevedere tutto, dal momento che non possiamo sapere per certo quali saranno gli usi e i costumi futuri in uno scenario così mutevole. Le riviste di architettura su carta stampata che conosciamo hanno un comitato scientifico in grado di scegliere e valutarne i contenuti. La realtà del web è un’altra, ognuno può scrivere ed esporsi a un pubblico di lettori scavalcando il problema della valutazione, perché ognuno può avere dignità di stampa. Perciò, sotto questo punto di vista, mi sembra inutile continuare a pensare al passaggio dalla carta al web come perdita, il nostro compito piuttosto è quello di continuare a guidare le nuove generazioni in balia di un mezzo dal potere così deflagrante come la rete, selezionando per loro le architetture. AM: “AL” è una rivista che arriva “obbligatoriamente” a 30 mila architetti, ed ha, tra l’altro, il compito anche di aggiornamento …ma in fondo quanti sono i lettori di “Casabella”? O di “Abitare”? Qual è lo zoccolo duro, diciamo, di una formazione e un’informazione continua e indipendente? Per “AL” sono convinto che cambieranno tanto, sia la rivista che il sistema web, nel momento in cui la formazione culturale e professionale degli architetti, cioè dall’inizio del 2014, diventerà obbligatoria. Quello sarà un giro di volta…, ma su questo meccanismo, che sarà un po’ perverso − l’“obbligatorietà” alla diffusione della cultura − credo dovremo tutti misurarci. Allora, anche dalla sinergia che un sistema ordinistico come il nostro potrà 12

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attivare con riviste come “Arketipo”, “Casabella” o “Abitare”, forse potranno nascere meccanismi che porteranno pubblico alle riviste… AC: Prima dicevo che abbiamo la strategia di accompagnare per mano il lettore dalla carta al web. In realtà è vero anche il contrario: il lettore sì, fa resistenza, ma anche noi stessi la facciamo. Perché facciamo resistenza? Perché abbiamo l’ambizione di essere una rivista di riflessione: una volta l’anno facciamo un numero come questo sul tavolo, dedicato a un unico edificio, in questo caso un edificio residenziale degli anni ’60, un numero storico che è fatto quasi esclusivamente di commenti e riflessioni critiche, con qualche documento grafico, splendide fotografie di Marco Introini e altre d’epoca.

“Nel momento in cui ho assunto la direzione di “Abitare”, mi sono chiesto qual era il significato di una rivista di progetto oggi, soprattutto in una dimensione così divulgativa.” Mario Piazza

Abbiamo questa ambizione, ma ci rendiamo conto che sul digitale il commento è molto più difficile da praticare perché l’immagine è sempre e comunque prevalente e l’atteggiamento del lettore sul web, soprattutto dei più giovani, è proprio quello di cercare le immagini. Per questo anche noi stessi facciamo resistenza, perché ci rendiamo conto che la modalità web ci fa perdere di identità. La nostra “missione”, e anche quella di “AL”, è quella di essere in prima linea contro la concezione spettacolare ed epidermica del progetto. È questo oggi il grande tema. PM: Il problema del web, di come l’approccio alla notizia sul web non riguardi solo l’informazione dell’architettura, è anche un problema sociale, culturale, mondiale. E qui, potremmo mettere un bel punto e andare via. Nel senso che si va anche a periodi. Parlando in termini generali, c’è un mondo caratterizzato da un’estrema superficialità, da poca voglia di approfondimento, per cui chi si occupa di informare, non è che navighi nel suo laghetto. Sono problemi seri, nessuno di noi vuole assecondare la spettacolarizzazione, però il mondo va in quella direzione. Di fasi, più o meno demenziali, ne abbiamo vissute tante e, essendo io abbastanza anziano, dico “Passerà anche questa”. Si stratificano


delle cose, ci si assesta su un altro piano. Non cercare di capire questa cosa è come essere dei brontosauri, con il rischio di essere spazzati via. Allora, io credo che il ruolo sia faticoso, difficilissimo e da sperimentare giorno per giorno. Almeno questo è quello che cerchiamo di fare noi: portare un contributo seguendo quella che è l’evoluzione. Quindi, è chiaro che occorre trovare una chiave che metta insieme le due cose, senza rinunciare all’approfondimento, alla lettura critica e all’accompagnamento che non sia la semplice pornografia architettonica; trovo che questa difficoltà oggettiva di fare informazione sia anche attraente. Allora, abbiamo uno strumento fantastico che è il web, che cerchiamo di conoscere giorno per giorno, perché delle volte ci accorgiamo, sto parlando di noi, di non utilizzarlo appieno, di non sviluppare tutte le sue potenzialità. Quindi, cerchiamo di lavorare in questa direzione… DB: Un altro tema interessante è: quando fruisci del contenuto? Nel senso che sta diventando sempre più interessante mettere a disposizione un contenuto che fruisci quando hai il tempo di dedicargli attenzione. Si legge nel weekend, dopo le sette di sera… quindi, il tema è anche trovare un vero sistema di distribuzione dei contenuti che consenta di archiviare in forma di podcast riscaricabile quando riesco a fruirlo. Sul tema, invece, che “AL” non deve fare uno sforzo per costruirsi un pubblico, direi che invece costituisce lo sforzo più grande per un editore: quello di conoscere i suoi lettori, soprattutto quelli del web… Voi secondo me dovreste anche assolvere a un dovere di rappresentatività del vostro universo di professionisti. AM: Sì, per esempio, nel prossimo numero (“AL” 494), i casi di riqualificazione e rigenerazione urbana in Lombardia, li abbiamo fatti individuare ai nostri delegati, redattori provinciali che si occupano dei differenti territori.

tura indicata per la rete, come ha fatto “Domus” per esempio, che ha scelto la modalità da agenzia quotidiana, con inviati e fotografi da tutto il mondo, per cui ogni giorno, si accede a nuove notizie come se ascoltassimo la radio. Nel nostro caso abbiamo tentato di trasmettere la filosofia editoriale della rivista, attraverso il “Call for papers”, chiedendo alle persone di diventare editor online, con un loro progetto, secondo il proprio modo di vedere. Così si costruisce una “costellazione” di autori, di potenziali riviste. Nel sito di “Abitare”, allora si può leggere, per esempio, come cambia il paesaggio europeo attraverso gli occhi dei camionisti o come giovani architetti, fotografi e critici rileggono l’architettura italiana degli anni Settanta. Credere nella condivisione in rete può sorprendere. Per questo progetto sono arrivate circa 300 proposte e noi abbiamo fatto una selezione, scegliendone dieci. Sono cose di questo genere che creano, come dire, dei gangli sensibili e riconoscibili. “Abitare” in questa fase ha un numero ridotto di collaboratori per il sito, anche se lo ritiene strategico, è allora necessario avere un surplus di intelligenza progettuale, in questo caso del nostro vicedirettore Giovanna Borasi, suo è, infatti, il progetto degli “Editors Online”. Resta fondamentale non trasferire tutto quello che fai sulla carta in rete. Ad esempio, per una rivista di riflessione professionale come “AL” è importante rendere attivo il suo pubblico di utenti/fruitori, usando anche le tecniche che il web consente e che hanno il grande vantaggio di non essere statiche. Le immagini in movimento hanno avuto un’espansione pazzesca negli ultimi anni. Allora il problema da porsi è come i temi affrontati da “AL” possano essere sviluppati con altre modalità (video, animazioni, ...) e diventare discorso, testo, conoscenza. Questo è la sfida della reale interazione. (editing: Igor Maglica)

DB: Il tema attuale è come faccio ad archiviare tutte queste segnalazioni che mi arriveranno. Oggi ci sono degli strumenti anche molto basici, tecnologici… Il tema vero è avere una struttura, seppur minima, ridotta e molto flat, che è in grado di gestire il tutto. AM: È un po’ quello a cui vorremmo tendere anche noi. Ti ringrazio, perché confermi un indirizzo che è già stato promosso anche all’interno del sistema ordinistico, attraverso un progetto analogo a quello che stai descrivendo, dove la rivista “AL” dovrebbe essere parte del sistema di comunicazione come punto di riflessione, diciamo, su questi argomenti e questi temi. MP: Secondo me questo è un tema importante perché tocca una serie di aspetti rilevanti per un’impresa editoriale. Non si deve immaginare di prendere una rivista mensile e quotidianamente “depositarla” online, bisogna pensare a una strut-

“Che cosa è una rivista d’architettura? È un prodotto di selezione che fa un gruppo di persone per parlare e fare questioni che riguardano il dibattito dell’architettura.” Federico Bucci

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XV Triennale di Milano, 20 settembre 1973, ore 3.20, foto di gruppo davanti al dipinto realizzato da Arduino Cantafora. Da sinistra: Richard Meier, Julia Bloomfield, Peter Karl, Vittorio Savi, Paolo Rizzato, Antonio Monestiroli, Max Bsshard, Aldo Rossi, Arduino Cantafora, Gianni Braghieri, Bruno Reichlin, Aldo Aymonino, Fabio Reinhard, Heinrich Helfestein, JosĂŠ Da Nobrega, Franco Raggi, Claudio Maneri, Massimo Scolari, Michael Graves (autoscatto di H. Helfestein).


DIECI DOMANDE A MARCO BRIZZI, MATTEO GHIDONI, HANS IBELINGS, HUGH PEARMAN E MOISÉS PUENTE A CURA DI ANGELO MONTI E IGOR MAGLICA

01 La vostra pubblicazione è solo cartacea, solo digitale o utilizza ambedue i media? Nel primo caso state programmando scelte per l’utilizzo del web? In ogni caso, fermi i necessari tempi di diffusione dei processi culturali, quale ipotizzate sia il futuro della comunicazione dell’architettura del modello che per comodità, continuiamo a definire “rivista”. Potrà riaffermare il suo significato pur in nuove vesti? Marco Brizzi: La mia esperienza editoriale con “arch’it” (www.architettura.it) è stata, in larga parte, vicina alle prime esperienze della rivoluzione digitale, dalla quale ha cercato di trarre motivo di ispirazione e di confronto. Si è trattato fin dall’inizio ed esclusivamente di una pubblicazione online, proprio perché si è costituita, nel 1995, come una delle prime forme di esplorazione delle possibilità di mettere in gioco il web come ambito di informazione e di relazione tra le persone interessate all’architettura. Matteo Ghidoni: La nostra rivista nasce su carta. È pubblicata con cadenza quadrimestrale con una tiratura iniziale di 1.000 copie, che è poi aumentata fino alle 3.000 attuali. Fin dall’inizio la pagina web www. sanrocco.info è stata supporto per la vendita online, la comunicazione di presentazioni o eventi, le informazioni sulla distribuzione, la promozione in generale. Ogni numero della rivista nasce da un “Call for papers”, che attraverso il nostro sito e la pagina Facebook raggiunge il più ampio pubblico possibile. In questo senso rivista cartacea e supporto web collaborano, ma i contenuti sono esclusivamente su carta. Recentemente abbiamo sviluppato un progetto parallelo, il Book of Copies (www.sanrocco.info/bookofcopies.html) che, pur essendo inequivocabilmente analogico (è fatto di fotocopie), alimenta un database web in continuo aggiornamento. Considero l’utilizzo di carta o web in modo assolutamente strumentale e penso che sia utile esplorare opportunisticamente le possibilità offerte dai due media senza pregiudizi ideologici. Hans Ibelings: La mia precedente rivista “A10”, era una rivista cartacea con un sito, e l’enfasi chiaramente era tutta sulla versione cartacea. Mi rendo perfettamente conto che eravamo in grado di realizzare una rivista cartacea solo grazie ai mezzi digitali, che erano fondamentali pressoché per tutto, dalla ricezione di grossi file da architetti e fotografi, al mantenimento dei contatti con gli oltre 70 corrispondenti in tutta Europa. Negli ultimi anni in cui ho fatto quella rivista, che ho lasciato nel 2012, ho iniziato a rendermi conto che la frequenza delle riviste stava diventando via via più complessa, qualcosa che sta in mezzo tra 16

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l’altissima velocità di qualunque cosa su internet e la lentezza dei libri. E questa via di mezzo è spesso posizionata in maniera bizzarra, sotto vari punti di vista, dalla middle-class a prodotti di fascia di prezzo intermedia. Quindi, ho deciso di togliermi dalla rivista, che era troppo lenta per essere realmente aggiornata e troppo effimera per avere la permanenza che hanno i libri, e ora sto tentando di muovermi in due direzioni con “The Architecture Observer”, facendo un sito relativamente “lento”, e producendo libri relativamente veloci, in finestre di tempi che non sono lontane da quelle delle riviste. Hugh Pearman: Sia cartaceo sia digitale. Crediamo nei media stampati e abbiamo di recente ridisegnato la rivista cartacea. Nella prima metà del 2014 attueremo un rilancio della nostra presenza digitale. Moisés Puente: Dal 2013, e dopo ben quindici anni di divulgazione su carta, la rivista “2G” è in vendita soltanto in formato digitale. Si tratta in ogni caso di format utilizzabili sugli schermi dei computer o sui tablet che provengono da un progetto grafico realizzato per carta. La rivista è di proprietà della Editorial Gustavo Gili, il principale editore di libri d’architettura in lingua spagnola, che con le sue risorse e il suo personale garantisce un’alta qualità del prodotto editoriale. Essendo “2G” una rivista monografica, dedicata all’opera di un singolo studio d’architettura, non è previsto alcun modo alternativo di diffusione via web che non sia la rivista stessa. Gli studi d’architettura promuovono il loro operato sulla propria pagina web e pertanto ciò che offriamo è una versione curata, una maniera critica di vedere l’opera di uno studio.

Quale ipotizzate sia il futuro della comunicazione dell’architettura del modello che, per comodità, continuiamo a definire “rivista”?

02

Realizzare solo una rivista, cartacea o web che sia, sembra che ormai non basti più. Di conseguenza, per avere “successo” (o, più semplicemente, per continuare a pubblicare) una rivista d’architettura anche web, deve avere un suo alter ego altrettanto ricco e complementare all’edizione principale. Questo presuppone quasi raddoppiare il lavoro grafico e redazionale e di avere due approcci lavorativi assai differenti. Questa è la situazione in cui ci troviamo attualmente, ma quale sarà il suo futuro? Siamo veramente convinti che la pagina web sostituirà del tutto la copia cartacea? O bisogna prevedere una lunghissima convivenza delle due edizioni?

Le risposte di Hans Ibelings e Hugh Pearman sono state tradotte da Lynda Scott, quelle di Moisés Puente da Carmen Murua.


MB: Vedo qui affollarsi diverse domande, che dal mio punto di vista non sono necessariamente connesse. Non sono d’accordo sulla prima affermazione: pubblicazioni web possono avere successo anche senza integrarsi con pubblicazioni cartacee. Se anche la misura di questo successo fosse soltanto dettata dal gettito degli inserzionisti non sarei affatto convinto del primato cartaceo. Detto questo, credo che il dialogo e la relazione tra pubblicazione online e cartacea per una stessa testata, nei casi in cui questo sia ritenuto utile, possano generare fenomeni molto interessanti. Non accadeva lo stesso fino a qualche anno fa, quando il web veniva osservato o come una minacciosa alternativa alla carta stampata o come ambito sussidiario, da coinvolgere in via subordinata e con scarsa attenzione rispetto all’edizione tradizionale. Oggi è abbastanza chiaro a tutti, a partire dai lettori, che l’iniziale analogia tra le diverse prospettive editoriali è in larga parte superata. MG: Va premesso che “San Rocco” è un progetto a termine: faremo 20 numeri della rivista, non uno di più. Questo ci permette di dire che realisticamente nei 6-7 anni di durata del progetto (che è partito nel 2010) l’esistenza di una rivista cartacea può ancora aver senso. È il nostro modo di affrontare un problema su cui molti sembrano avere le idee chiare ma nessuno una spiegazione convincente. Mi sembra di poter dire che i due supporti potranno convivere se diventeranno radicalmente diversi. Solo 10 anni fa tutte le “informazioni” sull’architettura ci arrivavano con cadenza mensile tramite le riviste. Oggi tramite innumerevoli portali e blog, in tempo reale e con costi infinitamente minori. Che senso ha continuare a fare questo lavoro su carta? Invece, una rivista come la “Rassegna” di Gregotti degli anni ’80, con una impostazione monografica e di approfondimento teorico, è paradossalmente molto attuale. HI: Penso che una coesistenza possa andare avanti per un po’, ma se si guarda alle potenzialità delle riviste cartacee, il futuro è più sconfortante di

quanto vorrei, essendo un avido lettore di riviste cartacee. Ci sono sempre meno giornalai, con sempre meno varietà a disposizione, pubblicità e abbonamenti stanno calando ovunque, quindi, qualsiasi rivista che segua i modelli dei mass media, cercando di essere economica, facilmente accessibile ovunque e puntando a una larga fascia di lettori sta sicuramente avendo dei problemi. Credo e spero che rimarrà vivo un interesse per qualcosa di prezioso (anche se non necessariamente caro), raro e di nicchia. Le riviste come oggetti belli e tattili sopravvivranno sicuramente, ma forse non se necessitano di questa elaborata struttura di produzione e distribuzione che è diventata una parte integrante del business delle riviste. HP: Le riviste di architettura settimanali, che si basano sulle notizie, se la passano male, alcune risolvono il problema scegliendo di uscire solo in formato digitale. Ma le riviste mensili, che non dipendono dalle notizie, in Gran Breatagna vanno relativamente bene. Una ricerca condotta tra i nostri lettori (che sono membri del Royal Institute of British Architects) dimostra che essi danno grande valore alla versione stampata della rivista. Per noi e per altri titoli mensili il futuro ha molti canali: quello stampato, quello digitale e quello degli eventi “live”, tipo conferenze, lezioni, seminari e premi. MP: Evidentemente il passaggio alla diffusione via web presuppone risorse e personale specializzato nei meccanismi di visualizzazione dell’informazione nei diversi formati. Non pensiamo che si tratti di un problema di “lotta” tra diversi formati, ma crediamo che riusciranno a convivere, offrendo ciascuno differenti possibilità. La carta non è più il “quasi unico” mezzo di diffusione dell’informazione (come lo era tempo fa), ma è diventata “una delle tante” vie di diffusione. Crediamo che la diversità dei formati arricchisca i modi di intendere l’informazione e che le case editrici non siano le uniche incaricate della diffusione dell’informazione e del sapere in architettura.

Marco Brizzi direttore di Beyond Media (International Festival for Architecture and Media), ha diretto la rivista digitale “arch’it” dal 1995 (architettura.it).

Hans Ibelings direttore di “The Architecture Observer” (www.architectureobserver. eu), ha fondato e diretto, fino al 2012, la rivista “A10. New European architecture”. È autore di numerosi libri, tra i quali Supermodernism. Architecture in the Age of Globalization.

Matteo Ghidoni direttore di “San Rocco”(www.sanrocco.info) magazine indipendente d’architettura.

Hugh Pearman direttore del “RIBA Journal” (www.ribajournal. com) e critico d’architettura di “The Sunday Times”. Collabora con numerosi altri quotidiani e settimanali di lingua inglese e gestisce il website personale Gabion (hughpearman.com).

Moisés Puente Architectural senior editor presso la Editorial Gustavo Gilli ed editor della rivista “2G”, è autore di numerosi libri di architettura.

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Rapporto con la cronaca d’architettura d’attualità. Quanto una rivista o pagina web deve rincorrere la pubblicazione di “novità” (recentissime opere d’architettura, nuovi libri pubblicati e mostre appena inaugurate, ultime notizie di carattere legislativo o tecnico, ecc.) a scapito di una sua regolare programmazione tematica? Qual è la formula che consigliereste per la rivista/pagina web e per il lettore? Quella che privilegia l’essere una sorta di contenitore culturale sempre aggiornato o quella più tradizionale, sostanzialmente monografica? O, forse, esiste una terza via, mix delle due formule? MB: La risposta a questa domanda varia a seconda dei casi. Nel mondo dell’editoria così come in quello dell’informazione vivono diversi orientamenti e diverse strategie, ciascuna delle quali ha piena legittimità e risponde normalmente a precisi obiettivi. Non ho né la presunzione né la voglia di indicare come le riviste di architettura dovrebbero comportarsi davanti all’esigenza di “novità”. Posso rispondere che nella mia esperienza con “arch’it” ho sempre cercato di mitigare le diverse pulsioni e le insofferenze che vedevo manifestarsi, in generale, nell’editoria di architettura, per assumere un atteggiamento favorevole alla comprensione delle idee e delle opere meritevoli di attenzione e condivisione. Mi è sempre parso che la Rete, specialmente quella dei primi tempi, potesse costituire un terreno di mediazione e di confronto in grado di rimettere in gioco ed eventualmente ridimensionare alcune forzature che, per una serie di ragioni, appartenevano al mondo delle più tradizionali riviste cartacee; senza nascondermi, naturalmente, che nel frattempo essa apriva il campo all’affermarsi di nuovi aspetti di cui tenere conto. MG: “San Rocco” è totalmente disinteressata all’attualità, intesa come recensione di opere appena ultimate o aggiornamento sulle novità. Ci sono siti web

e blog che fanno egregiamente (e spesso acriticamente) questo lavoro, e rendono inutili gli sforzi delle riviste cartacee di competere sulla velocità. Non pensiamo di essere “tradizionalisti”: semplicemente consideriamo tutto il patrimonio dell’architettura, tutte le architetture prodotte nella storia, come immediatamente disponibili e attuali. Il nostro modo di rapportarci al contemporaneo è opporre un certo attrito al tranquillo scorrere delle mode. HI: Non c’è più bisogno di una rivista per le notizie, e spesso ciò che è percepito come una notizia è semplicemente un’elaborazione dei comunicati stampa, nei quali per esempio l’apertura di una mostra è considerata una notizia. Penso che per questo genere di notizie di servizio altri sbocchi siano più funzionali. Lo stesso vale per l’attenzione prestata a nuovi edifici che si possono vedere e di cui si può leggere ovunque. Quindi, più che mai la mia ambizione è quella di pubblicare ora − nella collana dei piccoli libri di “The Architecture Observer” − ciò che gli altri non pubblicano, per ignoranza, mancanza di interesse, ragioni commerciali o altro. Mi piace sempre molto un ragionamento contro-intuitivo e contrario all’approccio dei mass media che pubblicano ciò che i lettori vogliono leggere. Penso che debba essere l’opposto, che si debba scrivere di ciò con cui la maggior parte dei lettori non entrerebbero in contatto altrimenti. Nel mio caso: uno sconosciuto architetto strutturalista olandese, il più grande architetto moderno della ex-Jugoslavia, poco conosciuto al di fuori della regione, l’architettura moderna in Costa Rica, un poco noto urbanista olandese-canadese, un libro sulla nozione di internazionalità in architettura, per elencare una parte dei miei progetti per “The Architecture Observer”. HP: “RIBA Journal” viene stampato mensilmente, e tutto il contenuto appare integralmente anche in digitale. Tra un numero e l’altro produciamo anche un pacchetto di contenuti extra disponibili esclusivamente in digitale. Per materiale importante, che nel tempo si “deteriorebbe”, produciamo degli articoli straordinari in digitale e, inoltre, comunichiamo anche con Twitter. Questo materiale digitale diventerà sempre più frequente e verrà archiviato per futura consultazione. MP: Attualmente le formule più interessanti che circolano in rete sono quelle che hanno come finalità quella di costruire un archivio. La “novità per la novità” rischia soltanto di finire nel dimenticatoio.

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Comunicare (e promuovere) l’architettura di qualità a un pubblico sempre più vasto, costituito da lettori un po’ distratti, ma più smaliziati, vuol dire, per una rivista e una pagina web avere molto chiare le sue 18

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Snapshot della pagina web di “archi’it”. Nella pagina a fianco: due disegni realizzati dallo studio pupilla grafik con Paolo Carpi e Giovanni Piovene, graphic designer della rivista “San Rocco”.


finalità, conoscere bene l’interlocutore e i mezzi per raggiungerlo. Vuol dire, anche, offrire al lettore uno strumento specialistico (elitario?) su quel determinato tema che si è deciso di trattare. Chi non sarà in grado di presentare “prodotti” così impostati rischia di dover chiudere. Cosa ne pensate? Le vostre riviste e portali web si stanno attrezzando per diventare strumenti editoriali di questo tipo? MB: Penso che il posizionamento di una rivista debba sempre tenere conto dei lettori ai quali essa si rivolge. Tuttavia, al di fuori dell’ambito puramente scientifico (raro nella nostra materia) un eccesso di personalizzazione sembra tendere a soddisfare più esigenze commerciali che culturali. MG: Non è un problema che ci riguarda perché non vogliamo presentare prodotti. Non ci interessa promuovere l’architettura. Non crediamo che l’architettura abbia bisogno di spiegarsi. È il grande equivoco che ha prodotto “concepts” in grado di giustificare passo passo e in modo infantile le scelte progettuali, fino alla realizzazione di architetture che dovrebbero funzionare come slogan comprensibili a tutti. Quelle sono architetture che vorrebbero comunicare, adatte a essere comunicate. A noi interessa discutere, possibilmente con una certa competenza, di questioni che riguardano l’architettura con persone che condividono il nostro interesse. In questo senso il nostro interlocutore è un soggetto che ci assomiglia molto. Non siamo andati alla ricerca di un pubblico cercando di assecondarne i gusti, ma abbiamo provato a fare la rivista che ci sarebbe piaciuto leggere, di cui noi per primi sentivamo la mancanza. HI: Oggi sembra che tutto sia disponibile per chiunque immediatamente e costantemente. Se si crede che il sapere corrisponda al potere, significa che nel momento in cui il sapere è a disposizione di tutti, allo stesso momento perde di valore, e perde il proprio potere. Quindi, anche se la democratizzazione del sapere non è una cosa negativa di per sé, lo separa dal suo potenziale di dare a coloro che sanno un vantaggio. Quindi, da ultimo, spacciare gratuitamente il sapere a chiunque non è un modello percorribile. HP: I nostri lettori si registrano volontariamente per accedere a materiale online extra, quindi, è un pubblico motivato. Il trucco sta nel non presentare solo materiale, ma nell’avere una voce critica e personalità distinte e riconoscibili. Il materiale digitale tende a essere più rapido e più informale, più discorsivo. Twitter è particolarmente adatto a un feedback immediato dei lettori. MP: Senz’altro, in qualsiasi formato, i criteri di edizione sono fondamentali. In precedenza, le case editrici, con le loro collane, si occupavano di indicare i criteri e le linee guida che guidavano i lettori e questi, a loro volta, stabilivano complicità e confidenze con l’editore. Di fronte all’attuale quantità sempre maggiore d’informazioni, questa complicità e queste confidenze diventano ancora più necessarie; per tale motivo si finisce per offrire prodotti editoriali molto specialistici o, se si vuole, troppo elitari, per dare, giustamente, quello che la rete in generale non offre.

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Una struttura editoriale ben definita di una rivista o di una pagina web (divisione in specifiche sezioni, mantenimento di determinate sequenza, regole grafiche, ecc.) sembra costituire molte volte un impedimento, invece di un’agevolazione nella ricerca di un effettivo rinnovo della rivista/pagina web. Occorre, forse, stabilire nuove regole editoriali e grafiche (o, la completa assenza di esse) per la costruzione ad hoc di ogni singolo numero. Cosa ne pensate? È veramente così difficile dover aggiornare il progetto editoriale e grafico corrispondente ai contenuti o, semplicemente, è molto più facile proseguire a lavorare su uno schema già collaudato, più “sicuro”, anche se imperfetto? MB: Anche qui mi sentirei di rimandare a casi specifici e non vorrei generalizzare sulle scelte possibili. Vero è che i contenuti offerti nel web tendono a modificarsi, a farsi più duttili, a interpretare la necessità di un costante cambiamento. Mi piace pensare che questo aspetto tenda a conferire maggiore rilevanza al contenuto rispetto alla forma. MG: L’impostazione editoriale di “San Rocco” è molto semplice: la grafica è essenziale e la struttura lineare e invariabile. Funziona come un archivio di 495 | 2013

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casi studio, un casellario che riempiamo di progetti in modo non gerarchico. Questa scelta ha ragioni in parte molto pratiche: “San Rocco” è un progetto che si basa sulla collaborazione di molte persone e darsi delle regole semplici è funzionale a creare le condizioni per lavorare assieme, le basi su cui costruire un confronto. Ma questa semplicità ci dà alla fine una grande libertà nella forma dei diversi contributi, che non sono costretti a seguire format ottusi e monotoni, per quanto articolati. La struttura apparentemente rigida può accettare testi lunghissimi, serie di disegni, saggi fotografici, veri e propri progetti sviluppati per la rivista in forma di plastici di studio, fotomontaggi, racconti. HI: Penso che siamo ancora in un’epoca precoce. Esattamente come le prime macchine sembravano carrozze e i primi film sembravano spettacoli teatrali, la maggior parte dei siti mantiene una cultura visuale che è vicina a quella dei giornali o, peggio, delle newsletter, piuttosto che a qualcosa di appropriato e possibile per i media digitali. Ci sono tendine da aprire, pagine da girare… Non conosco un solo sito di architettura che in qualche modo offra un’esperienza nuova, di coinvolgimento. Quindi, ritengo ci sia ancora parecchia strada da fare. HP: La rivista stampata è disegnata secondo alcune regole grafiche, che però nel nostro ultimo layout sono molto flessibili, così la rivista può adattarsi facilmente ai cambiamenti. L’offerta digitale è progettata in maniera diversa, e presto verrà ridisegnata. Non riteniamo che questo sia un problema, il nostro obiettivo è quello di stabilire una forte identità grafica che sia comune sia all’offerta stampata sia a quella digitale, ma organizzata diversamente a seconda delle esigenze dei diversi media. MP: Entrambi i punti di vista sono validi, giacché le preferenze dei lettori sono molteplici. Una certa immobilità nell’organizzazione della struttura editoriale e dell’immagine grafica di una pubblicazione periodica garantisce il riconoscimento del lavoro editoriale da parte del lettore. D’altra parte, il fatto che ogni pubblicazione sia un prodotto unico, e il ripensare in ogni occasione la sua struttura, ha il vantaggio di far sembrare che ogni volta si offra un prodotto nuovo, quando forse non è sempre così. Essere chiari con il prodotto che viene offerto costituisce sempre una garanzia di successo per un certo tipo di lettore.

06 Il “giusto” rapporto testo-immagine. Viviamo in un’epoca in cui siamo in continuazione sollecitati da numerose, e sempre più nuove, immagini e notizie e sembra che la nostra attenzione alla parte scritta stia sensibilmente diminuendo. Qual è il giusto rapporto tra testo e immagine, perché il lettore medio presti l’attenzione alla parte scritta e non solo all’immagine, senza che il testo sia ridotto a una lunga acritica didascalia e l’immagine a una fotografia d’impatto, ma priva di contenuti? 20

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MB: A costo di essere ripetitivo devo dire che non sono in condizione di prescrivere una ricetta astratta. Posso dire che su “arch’it”, contrariamente a quanto accadeva in altre esperienze web, ho privilegiato decisamente il testo. E questo è accaduto, in sintonia con molte azioni che hanno accompagnato la mia direzione della rivista, in termini non programmatici. MG: A me questo sembra un falso problema. È come chiedersi se in una canzone debbano esserci tante o poche parole, o se sia meglio un film con più dialoghi o più scene d’azione. A cosa serve assecondare la presunta distrazione del lettore medio? Non mi sembra una strategia vincente nemmeno sotto il profilo commerciale, visto che l’offerta di questo tipo è già così ampia. Anche l’equivalenza immagine = superficiale / testo = profondo mi sembra una grande banalità. Ci sono riviste molto sincopate e altre molto distese o molto ossessive: sono scelte diverse e possibili, che nei casi migliori rispondono con coerenza a un progetto chiaro. “San Rocco” è una rivista prevalentemente scritta e le immagini sono per lo più disegni o fotografie in bianco e nero. Sono immagini complesse, accuratamente scelte ed editate, e la loro funzione nella

Snapshot di due pagine del sito “The Architecture Observer”, graphic design: Brun Haller.


rivista non è certo quella di stupire o rilassare il lettore ogni tot pagine. HI: Viviamo in una cultura orientata visivamente e sembrerebbe esserci maggiore enfasi sull’immagine di quanta mai ce ne sia stata prima. Tuttavia il potere delle parole resta forte. Il mio piccolo sito di “Architecture Observer” tenta di scostarsi dal visuale: è solo testo, in bianco e nero. HP: La tendenza generale è quella che i lettori preferiscano meno testo e più immagini rispetto a un tempo. Tuttavia alcuni dei nostri lettori − specialmente i giovani architetti − amano molto una scrittura analitica, più lunga. Noi cerchiamo di soddisfare tutti, con un ritmo di articoli che variano in lunghezza e intensità. MP: Non credo che esista un unico e giusto rapporto. Dipende dal tipo di pubblicazione e dal tipo di lettore. Non si possono fare generalizzazioni.

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L’uso della lingua inglese. Sembrava un “mezzo” secondario, utilizzato, soprattutto, dalle riviste specialistiche “che vanno in edicola”, si sarebbe detto una volta, ma oggi è forse più corretto dire “riviste internazionali” con i loro portali web. È forse giunto il momento in cui anche le “altre” riviste e portali web d’architettura (di associazioni, strutture professionali, fondazioni, ecc.) debbano essere tradotte in inglese, per cercare di allargare i confini e la promozione a nuovi lettori. Cosa ne pensate, anche secondo la vostra esperienza diretta? MB: Riconosco alla lingua un ruolo decisivo nell’elaborazione delle idee e nella definizione di un campo utile allo sviluppo di un discorso interno a una data cultura. E mi piace pensare che l’italiano, così come le lingue latine in generale, possa offrire al discorso dell’architettura qualcosa che l’inglese non può, per intrinseche ragioni, dare. Ma detto questo, è difficile pensare a una rivista che voglia oggi affrontare temi e relazioni transnazionali senza il ricorso a una lingua condivisa dalle comunità più ampie. Con tutte le conseguenze che questo comporta. MG: Noi abbiamo deciso di fare una rivista con l’obiettivo di partecipare attivamente a un dibattito internazionale. Riceviamo contributi da tutto il mondo e ci confrontiamo con altre riviste prodotte in Europa o negli Stati Uniti. Partecipiamo a mostre o dibattiti in diversi paesi e abbiamo organizzato una Summer School internazionale. La scelta dell’inglese è quindi obbligata. Fare una rivista bilingue sarebbe nel nostro caso inutilmente dispendioso. HI: Quasi qualunque cosa io scriva o pubblichi è in inglese. Non penso di avere un pubblico locale sufficiente a cui rivolgermi nella mia lingua madre, l’olandese. Tuttavia mi rendo conto che qualunque cosa io faccia in questo modo è là fuori, forse persa, o quasi irrecuperabile, in questo mare di pubblicazioni in lingua inglese, digitali e stampate. HP: Siamo una rivista inglese! Tuttavia circa 4.000 dei nostri 27.500 lettori hanno sede fuori dalla Gran

Bretagna. Abbiamo preso in considerazione la possibilità di una versione cinese, ma l’esperienza di altre riviste ci ha dimostrato che è un‘impresa senza profitto. Siamo fortunati che l’inglese stia diventando la lingua di default delle comunicazioni internazionali, come fu il latino in passato. Il mio consiglio per le organizzazioni e i media di architettura è di provare sempre ad avere a disposizione un versione inglese del sito, per poter incrementare la propria presenza internazionale. MP: Indubbiamente, l’uso della lingua inglese (soprattutto nei paesi che pubblicano in lingue poco diffuse) assicura sempre una buona diffusione dell’opera. Però, con tanta editoria sovvenzionata dalle istituzioni e dalle università, spesso, allo sforzo di pubblicare in inglese (considerando l’editing, i costi, il progetto grafico, ecc.), non corrisponde una efficace distribuzione dell’opera (mi riferisco a quelle su carta, dove in molti casi, ci si limita a “fare il minimo” richiesto dalle politiche delle istituzioni). Per evitare che questo accada, dovrebbero essere valutate per ogni singolo caso le possibili nuove vie distributive e i potenziali lettori in altre lingue per non inondare il mercato con inutili volumi bilingue, che non raggiungono il loro destinatario finale e che finiscono per giacere, chiusi in scatole, nei depositi delle istituzioni che li hanno pagati. In questo senso è fondamentale avere una buona distribuzione.

08 Qual è il vostro atteggiamento di fronte al proliferare di editoria autoprodotta (blog, pagine web, fanzine, ecc.) che, generalmente, nasce dall’esigenza di colmare gli argomenti lasciati scoperti dall’editoria tradizionale? Lo giudicate un fenomeno complementare e rivolto a un target diverso o lo vivete come uno stimolo per ampliare e arricchire il vostro “prodotto” editoriale? O, addirittura, lo sperimentate attivamente per promuovere punti di vista e idee sull’architettura e società ritenendo che sia il mezzo del futuro per comunicare con i lettori-followers? MB: Opterei per la seconda ipotesi. MG: “San Rocco” è prodotta e distribuita in modo indipendente. Abbiamo inizialmente preso in considerazione la possibilità di avere un editore. Nessuno sembrava particolarmente disposto a investire nel progetto, che non aveva per niente l’aria di essere un’avventura commerciale di successo. Non abbiamo mai pensato di adattare i contenuti della rivista alle ragioni commerciali di un editore. A fronte di una relativa libertà, ci assumiamo ovviamente qualche rischio. HI: Considero la cultura dell’autopubblicazione come un esito logico e naturale dei mezzi tecnologici oggi a disposizione di chiunque. Offre la possibilità di accedere a un pubblico che prima era relegato a media professionali. Questo penso sia un fatto positivo, rafforza il capovolgimento della divisione del lavoro, che 495 | 2013

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ha reso molte cose care e spesso inabbordabili. Dico questo nella piena consapevolezza che l’autopubbblicazione ha condotto anche a un sacco di schifezze, ma anche nel sistema dei media precedente ce n’era e ce ne è tuttora. HP: Vedo la proliferazione di blog, fanzine, ecc., come un fenomeno molto sano e complementare. Abbiamo scoperto nuovi autori, in questo modo, e abbiamo chiesto loro di contribuire. Ora noi produciamo dei nostri blog, che completano la rivista. Quest’anno abbiamo chiesto a un certo numero di autori associati a una nuova fanzine di partecipare all’edizione della nostra rivista vecchia 120 anni. È stato un esercizio molto fruttuoso. MP: Qualsiasi tipo di editoria di qualità rappresenta sempre una buona notizia e il possibile inizio di una nuova attività editoriale, e per questo avrà sempre il nostro benvenuto. Penso che dovremmo abbandonare i vecchi meccanismi di concorrenza tra gli editori per procedere verso nuove strade più collaborative. Tuttavia, come in ogni campo, non tutte le iniziative hanno un vero interesse editoriale e spesso nascondono solo progetti il cui principale obiettivo è l’autopromozione e l’eccessiva volontà di mettersi in mostra.

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In un periodo storico particolare, per certi versi nuovo ed eccezionale, sicuramente difficile dal punto di vista economico per il campo dell’editoria, ma, allo stesso tempo, ricco di nuovi stimoli tecnologici portatori dei più avanzati mezzi di comunicazione e diffusione di messaggi e notizie, comunicare l’architettura oggi diventa un compito particolarmente impegnativo. In questo crocevia di svolta verso una nuova “epoca editoriale” può essere ancora strategica una piccola “fetta” di un mercato editoriale specializzato. Se sì, quali ambiti dovrebbe esplorare per non confliggere con la propensione documentarista dell’informazione globale? MB: Mi piace pensare che una rivista nasca semplicemente davanti alla volontà di esprimere qualcosa che non si ritrovi già in altri progetti editoriali e che, quindi, tenga conto e si faccia interprete delle esigenze di professionalità in trasformazione. MG: Mi sembra che l’ambito della critica sia oggi completamente scoperto. C’è un vuoto imbarazzante nella regione intermedia tra lo spazio coperto dalle pubblicazioni accademiche e quello delle riviste commerciali. L’Italia ha prodotto in passato esempi eccellenti di critica attraverso le riviste. “Oppositions”, “Casabella” di Mendini, “Rassegna” di Gregotti, “Terrazzo” di Sottsass... rappresentano per noi dei punti di riferimento e dei modelli di produzione di una critica seria ma anche disincantata, fatta con modi innovativi, capace di superare i confini del paese e partecipare a un dibattito internazionale di alto livello in un’epoca lontana dalle pagliacciate in Youtube di oggi. HI: L’informazione globale è esattamente questo, 22

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è globale nel senso che non va in profondità ed è informazione: le basi nude e crude di qualcosa di più sostanziale. Se resta informazione globale è spesso superficiale, o per lo meno appare come qualcosa le cui implicazioni e significati non sono stati esplorati e rivelati. Quindi, per me il programma per una nuova era editoriale è il dare senso all’informazione globale, curandola e interpretandola, dandole un contesto e fornendo una cornice entro cui comprenderla. Il ruolo dell’editore è offrire delle prospettive alternative. Offrendo uno sguardo su cose diverse oppure un diverso sguardo su cose che la gente può pensare di conoscere. HP: Nella grande massa di informazioni online, la gente continua a dare importanza a buoni valori e a un buon pensiero critico. I media di architettura forniscono un mezzo di selezione e discussione, portano ordine, intelligenza e personalità. In un certo senso una pubblicazione di architettura ben affermata è un LUOGO, o un nodo sulla rete dell’informazione. In questo luogo bisognerebbe offrire il miglior pensiero, commenti e analisi. La gente allora visiterà quel luogo, come può andare nel proprio bar preferito. MP: Ritengo che sia importante non confondere la diffusione con la conoscenza. In questa nuova era d’iperdiffusione dell’informazione in cui ci troviamo, si produce molto “rumore” informativo. In molti casi con “comunicare l’architettura” si intende una mera trasmissione di notizie vuote di contenuti, transitorie e autopromozionali, che servono solo ad alimentare il desiderio d’informazione da parte del pubblico. Tuttavia, l’obiettivo finale non è la notizia in sé, ma la diffusione di nuove conoscenze e nozioni. Essere informati non vuol dire necessariamente sapere.

Copertine del magazine inglese “Riba Journal” e, nella pagina a fianco, della rivista catalana “2G”.


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Qual è il vostro rapporto con la pubblicità? È indispensabile per la sopravvivenza della vostra pagina web/rivista? Avete introdotto criteri non quantitativi nella sua raccolta e cercate di “governarla” selezionandola. Se ne siete sprovvisti, il trend di andamento di vendite, abbonamenti o sostegno dei lettori mantiene la sua efficacia anche sul web? MB: Nell’esperienza avuta con “arch’it” il rapporto con la pubblicità è stato occasionale e indipendente dal mantenimento della testata. Questo risente del fatto che la rivista ha conservato negli anni l’assetto assunto nei suoi primi anni di affermazione, quando il web era ancora 1.0. Forse ha per questo beneficiato di una estrema libertà di azione e di un lungo corso: quando le pubblicazioni si sono interrotte, nel 2011, erano passati più di 15 anni dalla sua nascita. MG: La pubblicità è praticamente assente dalla nostra rivista. Non è una scelta ma una condizione in cui ci troviamo a operare. Gli inserzionisti fuggono anche dalle testate più commerciali e il vecchio modello dell’inserzione pubblicitaria a pagamento sembra ormai completamente abbandonato. Noi cerchiamo di calibrare la tiratura della rivista sulle copie che effettivamente vendiamo e di finanziarci in modi diversi. Abbiamo un certo numero di sostenitori che credono nel progetto e lo supportano con donazioni. Abbiamo recentemente ottenuto un Grant dalla Graham Foundation per la produzione dei prossimi tre numeri. Stiamo iniziando a mettere online i pdf dei numeri esauriti a un prezzo contenuto per soddisfare la grande richiesta di ristampe. Tutto ciò ci incoraggia a mantenere alto il livello della pubblicazione perché

è ciò che i nostri lettori/sostenitori si aspettano. HI: Ad “A10” ovviamente dipendevamo dalla pubblicità, sia per la rivista sia per il sito, anche se nel totale dell’economia della rivista non era l’elemento dominante. Per me non aveva importanza se le pubblicità erano belle o no, e nemmeno se erano per prodotti di aziende prestigiose o meno. “The Architecture Observer” può fare a meno della pubblicità, ma rispetto ad “A10” è un’impresa molto più piccola e senza dubbio molto meno rischiosa. Il sito di “The Architecture Observer” costa quasi nulla, e i libri che pubblico ora sono efficienti a livello di costi e relativamente economici da fare. Non si fanno grandi soldi, ma almeno ho modo di esprimere le mie idee. HP: La pubblicità e gli sponsor − di produttori e consulenti − per noi è vitale. La pubblicità e l’aspetto editoriale, tuttavia, sono mantenuti chiaramente distinti. Anche se siamo la rivista del RIBA, e i membri del RIBA ci ricevono come privilegio della loro appartenenza, dobbiamo essere commercialmente autosufficienti. La pubblicità deve rispettare alti standard di probità − per esempio non sono ammesse pubblicità sessiste. Abbiamo una piccola entrata dagli abbonamenti dei lettori che non sono membri RIBA, che stiamo cercando di incrementare. MP: Alcuni anni fa la pubblicità ti permetteva di realizzare molti progetti editoriali che sarebbero impensabili senza di essa e dava la possibilità di abbassare il prezzo delle pubblicazioni conquistando così nuovi lettori, soprattutto tra gli studenti. Pare che questo sistema non sia più sostenibile (data la crisi del settore delle costruzioni, almeno in Spagna), il che ha determinato un minor beneficio economico per le riviste. In Spagna la mancanza di pubblicità in esse sta causando una grave crisi nel campo dell’editoria: alcune hanno smesso di pubblicare e il panorama editoriale risulta impoverito.

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Aldo Rossi, Idea, 1981, matita nera, pastello, penna, pennarello e tempera su carta, cm 21x27. Collezione privata. ŠEredi Aldo Rossi.


Antonio Carbone in Nighthawks di Hopper.

EPISTOLARIO ANTONIO CARBONE, ANGELO MONTI Caro Angelo, nel ringraziarti per l’invito rivoltomi a testimoniare il punto di vista di una piccolissima casa editrice sul tema “Comunicare l’architettura”, devo tuttavia confessarti una certa difficoltà ad affrontare l’argomento in maniera organica e approfondita. Per questo motivo mi limiterò a poche notazioni dapprima sulla nostra esperienza e poi su taluni aspetti più generali. Sul primo punto, credo di aver capito qualcosa in più della nostra casa editrice quando, non molto tempo fa, mi è capitato di leggere il bel racconto di E.T.A. Hoffmann del consigliere Krespel. Il quale dovendo realizzare la propria casa all’interno del suo giardino, un giorno decide di chiamare un bravo capomastro e gli ordina di erigere i muri lungo un perimetro tracciato in precedenza fino a quando “lui non dirà di fermarsi”, senza un progetto predefinito perchè “tutto verrà da sè”. Questa espressione compendia ad oggi la nostra storia editoriale, che è quella della messa a punto di un dispositivo editoriale funzionale ad una visione dell’architettura di tipo “laterale”. Un dispositivo silenzioso, apparentemente automatico, quasi impersonale. Tutto il resto, come dice Krespel, è “venuto da sè”: lo scenario internazionale, l’ancoraggio al formato pocket, la gestione delle risorse economiche, l’approccio con gli autori con cui descriviamo sempre un percorso condiviso. Per quel che riguarda il tema specifico della rivista, mi scuserai, ma procedo anche qui per brevi notazioni. Innanzitutto ti confesso che sono assolutamente a mio agio tra i diversi canali comunicativi, cartacei e digitali. Non avverto disagio nella proliferazione dell’offerta informativa, a cui peraltro in questi mesi ho dato un ulteriore “contributo” con la edizione della rivista digitale “Cameracronica”, nata dalla creazione di un omonimo spazio espositivo qui a Melfi. Ho sotto gli occhi la crisi del libro, ma devo dirti che, nonostante la cosa mi riguardi e comprenda bene cosa significhi soprattutto per i risvolti occupazionali, non la vivo con un sentimento di forte rammarico, forse perchè affascinato, meravigliato, da ciò che passa tra le mani dei giovani studenti che incontro ogni giorno a scuola. Questo vale anche per le riviste cartacee che è difficile possano reggere alla massa di informazione digitale e che, a sentir dire, esercitano ormai il loro appeal solo sui lettori di una certa fascia di età. Non so cosa pensare, nè credo serva, per esprimere un giudizio critico su questo, richiamarsi a categorie e funzioni storiche; non resta che star dentro alle cose, scegliendo come starci, in solitaria, nella rete, lanciando messaggi in bottiglia, riscoprendo forme di cultura orale. Infine l’oggetto della comunicazione, l’architettura. Attualmente stiamo seguendo con interesse le agenzie e i collettivi di giovani architetti che in Italia e in Europa lavorano su nuove strategie operative e comunicative e alcune esperienze di architettura che confinano con altri linguaggi, in una dimensione spesso visionaria (se vuoi, puoi trovare alcuni titoli nella pagina “In arrivo” del sito). Questa linea editoriale è bilanciata dalla serie Arianuova che ha un approccio più concreto al progetto che comunichiamo “per forza di levare”, ossia limitandoci ai soli disegni495 canonici e poche immagini in b/n. 26 | 2013

Questo in sintesi ciò che succede in casa Libria. Forse ti aspettavi qualcosa di più motivato e lungimirante, ma vedi non riesco ad avventurarmi in riflessioni più acute, sempre che ne sia capace, perchè, ne abbiamo già parlato, a tutt’oggi non riesco a capire bene, a definire esattamente, quello che noi stessi facciamo. Ti invio un caro saluto. Antonio Caro Antonio, grazie per questa risposta alla mia sollecitazione. Ero consapevole che avrei forzato la tua naturale ritrosia, ma mi sembrava necessaria, in un numero dedicato alla comunicazione, questa riflessione sulla condizione dell’editoria di architettura, un settore tra i più eterogenei e prolifici, senza confronto nel mondo, che oggi si trova esposto ad una crisi epocale di risorse e, forse, anche di idee. Una riflessione, senza velleità risolutive o presuntuose ricette, ma che raccontasse esperienze. In questa tua breve (non c’è obbligo di battute per la chiarezza del pensiero), ma intensa testimonianza ci sono molte risposte e, insieme, molti ulteriori interrogativi. C’è, per esempio, il responsabile richiamo a vivere, socialmente e culturalmente, questo nostro tempo, accettandonei presupposti di transitorietà, contro ogni “tecnocratica” aspettativa di decisionistiche soluzioni. C’è la consapevolezza che l’accelerazione temporale, nella tecnica e nell’economia, dovrà, prima o poi, misurarsi inevitabilmente con la storia dell’uomo e con la sua capacità di sedimentare, metabolizzare le scelte e le opportunità. Per qualcuno, forse, tempi angosciosi ma che, come scrivi, possono essere interpretati come tempi di meraviglia e fascinazione verso ciò che accade a noi e attorno a noi. Proprio come racconti, non resta che stare “dentro alle cose”, lasciarsi permeare dagli accadimenti. Ma non con passività e ignava indifferenza, piuttosto con attiva curiosità e sapienza critica. Quel “tutto verrà da sé” del consigliere Krespel si regge (non và sottovalutato) su un atto di fondazione - i tracciati che Krespel indica − e su un disegno interiore − non sappiamo se predefinito, ma certo a lui noto − permeabile a suggestioni e intuizioni che il tempo può sollecitare. È, forse, anche il segreto di Libria? Una mixité di passione, curiosità e fascinazione, senza pre-giudizi ma, lasciatelo dire dall’esterno, con quell’identità “laterale”, da te richiamata, molto riconoscibile. Una linea di “resistenza” che, spero, non sia l’ultimo baluardo alla deriva della piccola editoria di progetto, quella che non cade nell’autocelebrazione né nella retorica nostalgica. Quella linea di pensiero che non è contro il futuro solo perché “non è come sempre è stato” (P. Valery), ma sa essere voce libera e critica verso la facile mitologia di una modernità “a tutti i costi”. Con la stima di sempre. Angelo Antonio Carbone architetto, ha esercitato la professione per quindici anni; progetti e realizzazioni sono stati pubblicati su riviste italiane. Insegna Storia dell’arte nel liceo della sua città, è direttore editoriale dalla casa editrice Libria.


LE CITTÀ RACCONTANO SONJA RIVA

Comunicare l’architettura significa per me, attraverso il mio lavoro di giornalista radiofonica e regista televisiva, raccontare i luoghi attraverso le parole, i suoni e i rumori, le musiche e istanti di silenzio, immagini e coloriture sonore. Partire da quello che il mio occhio, o il mio orecchio colgono, per farlo diventare insieme pensiero ed emozione. Mi interessa raccontare le atmosfere dei luoghi, attraverso un insieme fatto di dettagli, di colori, di linee che mi sorprendano e che diventino un’esperienza che ho il piacere e l’urgenza di comunicare e condividere, facendola diventare visioni e suoni. Un viaggio sensoriale, un’occasione per superare opinioni precostituite e sicurezze assimilate, per costringermi a guardare alle cose in modo nuovo, aperto, emozionale. Riuscire ad andare oltre il dare informazioni chiare e diventare in grado di suscitare sentimenti particolari, ma anche una forza psichica capace di far nascere una corrispondente vibrazione interiore. Ho raccontato spesso le città, recentemente Parigi e Marsiglia, Roma e Rimini, Basilea e Zurigo, andando alla loro scoperta con registratore e microfono in mano per cogliere le voci delle persone per strada, nei mezzi pubblici, nei mercati, sorprendendole nella loro quotidianità per carpire pensieri e opinioni, insieme ai rumori che caratterizzano in modo diverso e particolare, i tessuti urbani cittadini. Per restituirli come immagini vibranti delle loro vite. In fondo anche l’architettura abbraccia, o dovrebbe abbracciare suscitandole e nutrendole, emozioni, esperienze sensoriali, creare benessere e piacere, semplificando la vita, rendendola più sorridente e creativa. Unire gli individui, ma anche l’uomo e lo spazio circostante. Creare dei fili che congiungano i territori del nostro vivere, città, campagne e periferie, strade e piazze, abitazioni e palazzi, giardini e fontane, monumenti e parchi, strade e marciapiedi, pieni e vuoti in un rincorrersi fluido e temporale, che dal passato sfoci nel presente, in attesa di diventare futuro. Guardare davvero quello che ci circonda, per ascoltare e vedere i luoghi e gli spazi. Questo dovrebbe permettere anche agli architetti di sperimentare, come modalità vitale e non come perenne ripetizione di sé stessi, presi dal desiderio di stupire sempre e sempre di più. Così come il racconto del giornalista o del regista dovrebbe sempre tenere affinati le percezioni, per diventare soffio motore, vitale e creativo, ma anche tensione etica e morale. L’architettura la vedo come un impegno che unisce eros e logos. Una forma anche poetica, coscienza etica, un lavoro collettivo di scambio in una moltiplicazione di esperienze. E se non si possono progettare atmosfere o, nel caso del mio lavoro, risultati finali di reportage o documentari, si può pensare alla costruzione di questi, ma anche di edifici, come simboli della manifestazione universale dell’esistere. Dove ogni costruzione, rinnovi l’opera della creazione, intesa in senso religioso. Italo Calvino diceva che

Aldo Rossi, Studio per il ponte della Triennale, matita nera, penna e pennarello su carta, cm 30x30. Collezione privata. ©Eredi Aldo Rossi.

le città non sono solo scambi di merci: sono scambi di gesti, parole, emozioni, memorie, tempo, saperi. Perché l’architettura siamo noi, la nostra storia, una traccia, un percorso che, come ribadiva il fotografo Henri Cartier-Bresson, definendo una buona fotografia, è quello che ci permette di mettere sulla stessa linea occhio, testa e cuore. Nel raccontare la città o i suoi spazi, mi colpiscono molto anche l’utilizzo del colore e gli odori, che cerco di restituire, in particolare per l’utilizzo radiofonico, come sensorialità attraverso una partitura dove gli odori e i profumi tentano di diventare colori sonori. Odori armonici, o dissonanti, dalle tinte aspre, o amare, dalle dolcezze ridondanti o tenere, dal gusto pieno o leggero, che provo a far diventare suono, lessico. Dell’architettura colgo l’importanza del colore e il suo ruolo potenziale, anche ai fini della riqualificazione urbana e mi interrogo se il colore potrebbe correggere le brutte sgrammaticature architettoniche, o creare almeno nuove emozioni sensoriali, o nuove percezioni. E mi trovo d’accordo con Kandinsky, che considerava il colore un mezzo per esercitare un influsso diretto sull’anima. O forse dei cambiamenti nelle sintassi cromatiche delle città e in particolare dei centri storici. E se per Brancusi l’architettura è una scultura abitata, allora oltre ad abitarla con la forma, la si può incidere con empatia. Raccontare l’architettura in fondo è anche tentare di accedere ad una lettura spirituale dell’individuo. In una narrazione simbolica dell’incontro tra terra e cielo, tra parola e silenzio, tra tensione di un’esposizione che diventi ascolto e visione empatica profonda. Per non dimenticare come affermava Le Corbusier, che un intimo rapporto si deve stabilire in ogni cosa, al fine di provocare l’irradiamento dello spazio indicibile.

Nel raccontare la città o i suoi spazi, mi colpiscono molto l’utilizzo del colore e gli odori.

Sonja Riva Giornalista e regista, si occupa di approfondimenti culturali, di reportage, documentari e ritratti di personalità per la Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana.


QUAL È IL “RUOLO UTILE” DI UN CORRISPONDENTE LOCALE DI “AL”?

EVIDENZIARE LO STATO DELL’ARTE DELLE NOSTRE CITTÀ COMO a cura di Roberta Fasola

Il ruolo di redattore locale implica indubbiamente una grande responsabilità, in quanto si tratta di dare visibilità a idee e realtà, per sollecitare nel lettore sensibilità e attenzioni proprie della responsabilità progettuale. Ma è anche opportunità per l’analisi critica di una città, la cui architettura sembra sempre più priva di controllo, migliore nei propositi che non negli esiti: penso, nel territorio urbano che abito, inevitabilmente agli esempi più noti quali il lungolago “perduto” o l’ex area Ticosa. L’architettura, da sempre è una forma di comunicazione che esprime simbologie, poteri e, a volte, apparenti certezze, ma anche emozioni che, sempre, dovremmo pretendere vengano interpretate in positivo. Ritengo che l’obiettivo del nostro lavoro di progettisti e, se si vuole, di commentatori, non sia quello di arrivare a cambiare la fisionomia della città ma esplorarne i futuri.

Riferendomi sempre a un preciso ambito territoriale credo che la Como di oggi può e deve essere migliorata anche attraverso una maggiore attenzione della politica e dei cittadini: ogni intervento sul territorio, piccolo o grande, privato o pubblico, può fornire occasioni per fare un’architettura di qualità che sia in grado di condividere saperi ed esperienze. Il “ruolo utile” di corrispondente per “AL” sarebbe, perciò, quello di ricercare prima, ed evidenziare poi, l’attualità di argomenti ed elementi di architettura, necessariamente anche a diverse scale (parafrasando Rogers si potrebbe dire “dal cucchiaio alla città”), utili a evidenziarne lo stato dell’arte; per affrontare un discorso critico e costruttivo di una città che può e deve migliorare, offrire spunti di discussione e riflessione sulla contemporaneità e il suo avvenire/sviluppo, sensibilizzando, anche attraverso il nostro pur limitato contributo, un contesto sociale che nessuno vuole veder “scivolare” in forme di apatia. R.F.

NON UNA RIVISTA DI ARCHITETTURA, MA AL SERVIZIO DELL’ARCHITETTURA

UNO SPAZIO CRITICO E INFORMATIVO C REMONA a cura di Paola Pietramala

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Per il pubblico a cui si rivolge – gli architetti lombardi –sarebbe auspicabile poter contare su una struttura di servizio, adeguata a veicolare contenuti sulla professione dell’architetto, in continuo affanno alla ricerca di identità professionale e valorizzazione, ricevere argomentazioni e indurre a riflessioni. Non una rivista di architettura, ma al servizio dell’architettura. Informazioni immediate, consentendo di non rincorrere gli eventi, possibilità di confronto sui temi e le problematiche della professione, non come social network, ma come spazio informativo con una visione critica del tempo che stiamo vivendo. Indurre riflessioni e approfondire argomentazioni,

dare voce alle esperienze professionali. Voce e confronto, dunque, a e con gli Ordini professionali provinciali con i quali interfacciarsi per tradurre e condividere le varie esperienze territoriali, le ispirazioni e le aspettative di chi lavora sul campo per tradursi poi in contributo concreto per il lettore. Promuovere tavole rotonde per lo scambio di idee e contenuti che possano, nella stesura dei pezzi pubblicati, essere uno strumento utile a evidenziare le problematiche della professione. Quanto sopra vuole essere un modesto suggerimento per la costruzione di una rinnovata rivista digitale; non solo diverso supporto quindi, ma contenuti e intenti comuni per uno scambio costruttivo a vantaggio della professione. P.P.


L’IMPORTANZA DEI CONTRIBUTI PROVINCIALI PER DARE SPUNTI ALLA REALTÀ NAZIONALE

RILANCIARE I REDATTORI LOCALI lod i a cura di Anna Arioli

La riflessione proposta si fa interessante proprio in questo periodo di profonda trasformazione, sia in termini di crisi economica sia in termini più genericamente culturali: in un momento in cui tutto cambia, tutto si velocizza e si estende, facendosi incredibilmente immediato, vicino, “globale” – basti pensare, per fare un esempio molto vicino, al passaggio dal cartaceo al digitale di quasi tutti i contenuti che eravamo abituati a trovare stampati (“AL” compresa). Ci sembra fondamentale, proprio in virtù di questo, dare spazio e voce alla dimensione LOCALE della conoscenza e della notizia, quella specifica che proviene dal luogo mirato, che racconta delle sue peculiarità, che sa individuare e comunicare i progetti che qui maturano e le realizzazioni che possono aver luogo. Come già emerso dai dibattiti e dei numeri passati, è la provincia a svelare le realtà e le progettualità di maggiore interesse, magari meno note e per questo non rappresentate dalla stampa settoriale nazionale (pensiamo alle riviste in auge, i nostri “fratelli maggiori” che puntano ai grandi nomi tra gli architetti), eppure rilevanti nel processo di trasformazione e rigenerazione dei nostri territori. Siamo certi che esistano nel Lodigiano, e

analogamente in tutte le province lombarde rappresentate in “AL”, professionisti che hanno molto da raccontare e mostrare, per qualità realizzativa, cura del dettaglio, autentica creatività, sinergia particolare tra pubblico e privato (possibile solo in realtà contenute), tipologia di finanziamenti o ricerca di risorse innovative, utili a dare nuovi spunti alla realtà nazionale, così estesa e così difficile da risollevare. Non è possibile, dunque, non rilevare l’importanza del contributo locale a una rivista che vuole rappresentare un territorio in maniera capillare e che su questo deve puntare, non foss’altro che per “sopravvivere” tra i colossi della comunicazione e le ristrettezze delle economie. Ai redattori di ogni Ordine sia dato maggior spazio, potrebbero essere – in termini concreti – un paio di facciate, a mo’ di vetrina, dove sarà esposto il fare architettura più recente e più interessante da ciascun luogo (vagliato in condivisione con l’intera Redazione), una sorta di palinsesto per approfondire un dibattito realmente fertile proposto dai collaboratori on site. Essi sono come dei reporter, utilissime e flessibili “spie” calate nelle rispettive realtà, dove spesso essi stessi operano, in grado di dare voce e rilievo a processi di estremo interesse, altrimenti ignoti alla collettività. A.A.

DEFINIRE IL BACINO D’UTENZA E IL LINGUAGGIO PIÙ ADEGUATO DELLA COMUNICAZIONE

MANTOVA COMUNICA L’ARCHITETTURA ma n tova a cura di Elena Pradella e Valentino Ramazzotti

L’architettura si fonda su un linguaggio fatto di segni, di per sé astratti: finché la rappresentazione rimane in due dimensioni, la sua comprensione è cosa da specialisti; ma tutto cambia quando il progetto diventa modello, figura tridimensionale, fotorealistica. Il bisogno dell’uomo di una dimora è interrotto, e ognuno di noi tende a costruirsi un’immagine mentale della propria architettura ideale. Da questo, discende l’opportunità e la necessità di comunicare l’architettura: ma prima bisogna definire il bacino d’utenza della comunicazione e individuare il linguaggio più adeguato alla sua divulgazione, nella attuale “Babele delle Lingue”. Ebbene, l’Ordine degli Architetti di Mantova, attraverso le diverse Commissioni da esso istituite, negli ultimi anni non si è certamente sottratto a questa sfida. La mostra Architetti mantovani 2012, la rassegna cinematografica Costruire l’Italia, il percorso formativo atto ad arricchire la capacità

comunicativa dell’architetto – grazie alla quale si pone come elemento medio proporzionale tra oggetto e utenza/committenza – i workshop dedicati alla tecnologia dell’architettura e all’uso del colore, i seminari di aggiornamento professionale, i corsi teorico-pratici dedicati al restauro dell’architettura, e tutto ciò, passando per la videoinstallazione dedicata allo sviluppo dello spazio domestico più intimo della casa, ovvero la camera da letto, per il ciclo “Cantieri Aperti” – perché l’architettura realizzata e inserita in un contesto reale è cosa diversa da quella rappresentata – e per gli itinerari eno-architettonici. Molto importanti, anche l’approfondimento dedicato al web e il ciclo di Incontri e dibattiti con architetti di fama internazionale, come Tadao Ando. Comunicare l’architettura, quindi, significa narrarne il percorso progettuale, evidenziarne il rapporto con l’architetto, la sua valenza come immagine, attraverso il mezzo di diffusione più appropriato. E.P. e V.R.

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I CONTRIBUTI DELLE REDAZIONI LOCALI E LA PROMOZIONE DEL CONCORSO

L’AUTONOMIA E L’APPRENDISTATO DEI REDATTORI m ilan o a cura di Roberto Gamba

Per consolidare, migliorare, rendere autorevole l’identità della rivista, il contributo dei redattori provinciali è determinante, sempre che questi godano di una parziale autonomia nella proposizione e nella trattazione degli argomenti. Tale autonomia deve però nascere da una sorta di preventivo “apprendistato”, vale a dire dall’acquisizione di un rapporto di sintonia con la redazione, basato su una costanza nell’impegno e in un’attenzione agli obiettivi che la direzione della rivista definisce. Sicuramente devono essere perseguite brevità, qualità, capacità interpretative degli aspetti architettonici, urbanistici e progettuali e una scelta ponderata degli avvenimenti. I contributi devono consistere in una cronaca, trattata con professionalità, di temi e opere che appartengono alla realtà tecnica e all’attualità di ogni

provincia; in una testimonianza anche “storica”, ove si riscontri l’impegno ideativo o reinterpretativo di un progettista. In sostanza, sono da privilegiare le illustrazioni (con immagini in buona definizione) dei progetti e delle ricerche espressive della disciplina architettonica, nelle loro relazioni con la cultura del territorio. La rivista deve, poi, avere un ruolo fondamentale per la promozione del concorso, istituto poco sostenuto in Italia, e della cui validità si ha poca cognizione e poco rispetto, ma che meriterebbe di essere abitualmente utilizzato, per rivestire il doppio ruolo di garante, sia della buona pratica del costruire, sia dell’equilibrata ripartizione dell’attività professionale. A questo scopo la rivista potrebbe essere un utile veicolo di diffusione del lavoro di analisi e controllo dei bandi di gara, condotto dalle Commissioni degli Ordini a ciò preposte (ma che non in tutte le provincie esistono). R.G.

SPECIFICARE BENE IL PROGETTO EDITORIALE CHE SI VUOLE SVILUPPARE

FORTE INTERATTIVITÀ E TANTI CONTENUTI MONZA E BRIANZA a cura di Cristina Magni e Francesco Redaelli

Grazie al contributo degli “esperti del settore” intervenuti alla Tavola rotonda del 15 ottobre 2013 – indetta dalla Consulta e dalla Redazione di “AL” –, sono emersi vari spunti che mi hanno fatto riflettere su quello che potrebbe essere il futuro della rivista e sulle modalità per un’eventuale proseguimento della collaborazione con le redazioni locali. Innanzi tutto a un periodico su web viene richiesta, affinché sia appetibile, una forte interattività, quindi, da una interessante griglia di partenza una serie di link devono rimandare a tanti e qualitativamente validi contenuti, mentre la pubblicazione di news sempre aggiornate è demandata direttamente ai siti, non al “giornale” che viene pubblicato a cadenza, per esempio, bimestrale. In secondo luogo, le redazioni per il web possono essere anche molto snelle, ma deve essere ben chiaro

il progetto che si vuole sviluppare e deve esistere una fitta rete di collaboratori esterni a cui chiedere man mano di redigere pezzi su specifici argomenti, sicuri di poter sempre gestire e coprire tutti gli argomenti/ approfondimenti necessari. Detto ciò, credo che sarebbe positivo mantenere lo stretto contatto con le “redazioni” locali ove le stesse esistano e ove ci si possa prendere carico di segnalare eventi, articoli pubblicati, ecc., che possano servire da base per valutare insieme alla redazione centrale cosa sviluppare volta per volta per i “numeri” da pubblicare, questo sia nel rispetto dei temi fissati per gli stessi, sia a seguito degli spunti tratti proprio dalle varie segnalazioni provinciali; il tutto, però, sempre adeguatamente “condito” di snellezza, flessibilità e reattività con, come prima accennato, una buona progettualità di base. C.M.

Nella pagina a fianco: stanza Germania in allestimento, XV Triennale di Milano, 1973 (foto Valerio Castelli).

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ALCUNE NOTE DOPO LA TAVOLA ROTONDA “COMUNICARE L’ARCHITETTURA”

PER UNA “AL” SPECIFICA E DI QUALITÀ pav i a a cura di Luca Micotti, Vittorio Prina, Alessandro Trevisan e Andrea Vaccari

1. Il problema – lo hanno detto i relatori – non si esaurisce nella crisi economica in atto, che ha colpito anche le testate d’architettura più prestigiose. C’è un tema più ampio: la crisi del “desiderio di architettura di qualità”, come ha detto il 4 ottobre scorso, a Pavia, Tommi Lindh, presidente della Alvar Aalto Foundation di Helsinki, alludendo all’attualità del pensiero del maestro finlandese. 2. Distinguiamo due campi di comunicazione: a. l’informazione destinata agli architetti per facilitare il loro mestiere; b. la discussione intorno all’architettura di qualità. A questi due campi, fino a pochi anni fa indistinti, oggi corrispondono differenti strumenti di comunicazione. L’informazione di tipo “a” deve essere online, tempestiva, facile da usare e completa: un buon sito internet regionale con tutto quanto serve (bandi, leggi, norme, piani territoriali, regolamenti, guide, corsi, seminari, mostre, visite, banche dati, aziende, fisco, ecc.). La discussione di tipo “b” richiede ponderata

capacità critica, insomma: direzione marcata verso il desiderio di architettura e città di qualità. Si può discutere e mostrare buoni esempi sia su un sito che su una rivista, entrambi anche di periodicità lunga. L’essenziale è la sostanza. Come ha detto Federico Bucci, la tendenza. 3. “AL” dovrebbe presentare carattere specifico. Il numero dedicato ai premi lombardi (“AL” 493) è forse uno dei più interessanti degli ultimi anni: il lettore trova finalmente progetti o realizzazioni altrimenti sconosciuti. Ecco, “AL” dovrebbe rintracciare e pubblicare opere che non si possono vedere su altre riviste e che costituiscono la “qualità diffusa” – per citare la nota rubrica di “Spazio e Società” fondata da Giancarlo De Carlo – su questo territorio. 4. Se “AL” dev’essere digitale occorre che sia agevole da leggere, come lo sono i siti internet dei quotidiani nazionali e come non lo sono le riviste digitali da “sfogliare e zoomare”. Bene, sfruttare il potenziale del web rispetto alla carta: illustrando ogni progetto con immagini di alta qualità, disegni, particolari costruttivi, ecc. L.M. e V.P.

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progetti di architettura | 1

TRE ALLESTIMENTI TEMPORANEI Strutture provvisorie in spazi espositivi ben definiti

Le opere di allestimenti qui presentati illustrano differenti modalità progettuali, tutte e tre ben riuscite a giudicare dagli esiti, di porsi di fronte alla questione su come intervenire in un “luogo”, spazio ben definito e già ricco di input. Ciò ha determinato realizzazioni poco invasive, con riguardo alla “storia” della struttura architettonica che li ha ospitati, progetti che, invece, si sono posti a dialogare “alla pari” con la compagine ospitante e, infine, allestimenti che hanno cercato fin dal principio un giusto equilibrio tra la rilevanza del luogo e il progetto espositivo che inevitabilmente porta con sé un cambiamento, anche se temporaneo. Quanto alla fine risulterà forte questa intrusione sta ai diversi fattori: alla sensibilità del progettista, all’importanza dello spazio messo a disposizione, alla disponibilità economica del cliente. I.M.

UN NASTRO DI LEGNO 32

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Una striscia lunga 45 metri, in legno di larice, avvolge le pareti dei locali espositivi per ritornare al punto di partenza

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FOTOGRAFIE DI TOMMASO GIUNCHI

FRANCO RAGGI ALLESTIMENTO DELLA MOSTRA “OLTRE UN RETTANGOLO DI CIELO. INTERNI MILANESI DI GIULIO MINOLETTI”, MILANO Ci sono allestimenti che prescindono dallo spazio nel quale si trovano e creano, come in una introversa matrioska, uno spazio dentro lo spazio. CI sono allestimenti che cercano di interpretare lo spazio e ne propongono una percezione inedita sovrapponendo prospettive e figure. Ci sono allestimenti che subiscono lo spazio, i suoi vincoli, le sue ristrettezze e la sua banalità e si adattano cercando di limitare i danni. Questo allestimento della mostra di Minoletti all’Ordine degli Architetti di Milano, nell’aprile 2011, appartiene a quest’ultimo gruppo. Allestita in spazi di lavoro svuotati degli arredi e senza modifiche, la mostra insegue due temi. Creare una unitarietà espositiva senza costruire strutture invasive e ridurre l’esposizione in uno spazio percettivo dimensionalmente ed ergonomicamente omogeneo. Il tutto a costi minimi. L’idea è stata quella del nastro che percorre le stanze svolgendosi sulle pareti, aggirando stipiti, sovrapponendosi a finestre e porte e ritornando alla fine al punto di partenza. Due caratteri lo formano. L’altezza di 100 cm e la quota da terra tra 100 a 200 cm. Questo vincolo permette al Nastro di passare sotto gli architravi delle porte senza interrompersi. In più, il Nastro corre staccato dalle pareti e sostenuto da una elementare serie di piantane verticali, ben visibili, in profili di legno 4 x 4 cm con piede e testa, come si conviene. Per neutralizzare la casualità di porte e finestre, dietro il nastro, scende un telo appeso di colore viola, in acido accostamento con la dominante arancio della grafica. Per evitare frammentazioni ed evitare equivoci sulla autenticità delle immagini esposte, il nastro è di legno chiaro appena venato e la mostra vi è stampata sopra, testi, disegni, immagini e grazie grafiche comprese. In mezzo alle stanze qualche autentico reperto sostenuto da segni minimali. F.R. 34

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A pagine 32-33: vista dello spazio espositivo allestito. Alcune immagini della mostra dedicata a Giulio Minoletti, allestita presso i locali dell’Ordine degli Architetti PPC di Milano. Nella pagina a fianco: particolare del “nastro” espositivo lungo 45 metri che ha attraversato le pareti dello spazio espositivo. Franco Raggi, disegno di studio per le piantane verticali.

Scheda tecnica Progetto: Franco Raggi con Alessandra Messori Grafica: Marco Strina Coordinamento: Giulia Pellegrino Superficie espositiva: 120 mq Materiali: legno di larice massello e compensato di larice sovrastampato Lunghezza del nastro: 45 metri Illuminazione: lampade a sospensione in alluminio lucido M68 di Miguel Milà (prodotta da Santa&Cole) Allestimento: Bienati allestimenti Luogo: Ordine degli Architetti PPC di Milano Cronologia: aprile 2011

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progetti di architettura | 2

UN “SISTEMA INFORMATIVO” 36

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Il progetto di Superstudio, Istogrammi di architettura, all’interno di una sala espositiva di Villa Olmo.

como

MARCO DE MICHELIS / LEFTLOFT ALLESTIMENTO DELLA MOSTRA “LA CITTÀ NUOVA. OLTRE SANT’ELIA”, COMO Una mostra su La città nuova non voleva essere una mostra “di” architettura, ma “sulla architettura” o, meglio, sulla città. Il suo svolgimento presentava opere di diversissima natura: dipinti, sculture, modelli, installazioni, fotografie, video, film, oggetti, ...anche qualche disegno di architettura. Ma non si articolava mai secondo lo schema consueto per il quale la somma di schizzi, disegni tecnici, modelli e fotografie riesce a sostituire la inevitabile assenza dell’opera di architettura vera e propria. Ogni documento esposto poteva, in sé, essere considerato un’opera capace di trasmettere informazioni ed emozioni. L’allestimento, sviluppato insieme allo studio Leftloft, è stato concepito come un semplice “sistema informativo” destinato a organizzare nello spazio le opere e le informazioni, lasciando ben visibile sullo sfondo l’architettura di Villa Olmo, con i suoi apparati decorativi e la peculiare identità architettonica. I lampadari originali restavano accesi e garantivano una illuminazione diffusa che i proiettori si limitavano ad accentuare quando questo sembrava necessario. MDM

Organizzare nello spazio le opere e le informazioni di diversa natura, lasciando sullo sfondo, ben visibile, l’architettura di Villa Olmo 495 | 2013

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Scheda tecnica Progetto: Marco De Michelis e Leftloft, Milano Cronologia: 24 marzo – 14 luglio 2013 durata della mostra Luogo: Villa Olmo, Como

L A C I T TÀ N U O V A O LT R E SANT ’ E L IA 1 9 1 3 C E N TO A N N I D I V I S I O N I U R B A N E 2 01 3

Sant ’ E lia

lE cor B uS i E r

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Boccioni

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COMO vi lla olmo E p i nac otEca civica F i n o a l 14 . 07 2 0 13 SAGG I DI :

con il

c o n i l pat r o c i n i o E

con il

SoStEgno di :

i l c ontr i B uto di :

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c on i l c ontr i B uto

J E A N - L O U I S C O H E N | A N T O N I O C O S TA | E S T H E R D A C O S TA M E Y E R

tEcnico di :

MARCO DE M ICH E LIS | ROB E RTO GARG IAN I | JOSE PH G R I MA

mEdia pa r t n E r :

AYA L U R I E | G A B R I E L E M A S T R I G L I | A N T O N E L L O N E G R I | P A O L A N I C O L I N M A N U E L O R A Z I | P E T E R PA K E S C H | A N N A R O S E L L I N I S I M O N SAD L E R | MAR K WI G LEY

Una delle sale di Villa Olmo che ha ospitato il lavoro di Carsten Höller, Kutikov’s Flying City.

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L A C I T TÀ N U O VA O LT R E S A N T ’ E L I A 19 13 C E N TO A N N I D I V I S I O N I U R B A N E 2 0 13

A CURA DI MARCO DE MICHELIS

www.silvanaeditoriale.it

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L A C I T TÀ N U O VA

Il manifesto e la copertina del volume della mostra La città nuova. Oltre Sant’Elia realizzati dallo studio Leftloft.

O LT R E S A N T ’ E L I A

Pianta dell’allestimento predisposto all’interno della struttura di Villa Olmo.

Visioni, progetti, sogni. La città moderna ha suscitato interrogativi e critiche fin dal suo apparire: una concentrazione del tutto inaudita di abitanti; problemi igienici e morali; la natura soffocata dal cemento e dall’asfalto. Ma è stata anche fonte di irresistibile fascino e seduzione: intensità della vita sociale; velocità degli spostamenti; densità delle strutture culturali; innovazione tecnica e vertiginosi cambiamenti. A questi temi hanno cercato di dare risposta gli architetti del XX secolo, a partire dalla Città nuova di Antonio Sant’Elia e dalla Ville Contemporaine di Le Corbusier, inventando soluzioni destinate a rimediare i difetti e a esaltare le novità. Negli anni cinquanta e sessanta, dopo le tragedie della Seconda guerra mondiale l’architettura ha immaginato metropoli sospese sul suolo, continuamente mutevoli nelle loro configurazioni, abitate da una umanità che aveva potuto affidare alle macchine il lavoro per dedicarsi alla libertà del gioco e del tempo libero, fino a quando, sulla spinta del Sessantotto, non intervenne la riflessione critica dei gruppi radicali, che mettevano in discussione la sopravvivenza stessa della idea di città nel mondo capitalistico. Saranno le ricerche artistiche delle ultime generazioni, dalla Flying City di Höller allo spazio virtuale di Cao Fei, a riportare l’attenzione sulla “città futura”, unendo l’impulso visionario alla memoria di una stagione eroica che aveva saputo interrogare il futuro.

W W W. l a c i t ta n u o v a . i t

SilvanaEditoriale

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progetti di architettura | 3

la BIBLIOTECA DELL’ARTE In un dualismo tra contemporaneo e tradizionale, in una fusione senza tempo, si mettono in scena la storia dell’archivio Docva e gli intenti del museo Maxxi

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FOTOGRAFIE DI DAVIDE CRIPPA, MARCO VILLOTTI

GHIGOS IDEAS ALLESTIMENTO DELLA SALA GIAN FERRARI, MAXXI, ROMA Un archivio di progetti, di opere, di speranze, di intenti e di sogni che prendono forma prestandosi a molteplici letture. Ma come si può mettere l’arte contemporanea in ordine alfabetico? È possibile archiviarla? E se fosse davvero possibile, come raccontarla al pubblico di una mostra? Forse pensando a un allestimento che in realtà è un po’ anche un archivio, certo un archivio speciale, quasi un’opera nelle opere che permette di avvicinarsi all’arte in una maniera diversa. Uno spazio che si fa consultabile e accessibile tra scaffali e tavoli di lavoro, quasi una biblioteca (con tanto di segnatura e addetto al prestito libri!). È un archivio aperto, “generoso”, in cui rivivere un’esperienza didattica secondo percorsi di studio propri, da reinventare ogni volta con materiali diversi. Il tradizionale approccio all’arte contemporanea viene snaturato per lasciare spazio a una catalogazione rigorosa e metodica in ordine alfabetico, ma pronta a ridefinirsi per ogni visitatore. È così che in una biblioteca senza tempo si

mettono in scena la storia dell’archivio Docva e gli intenti del museo Maxxi, in un dualismo tra contemporaneo e tradizionale che diventa una delle chiavi di lettura dello spazio. Una fusione, quella tra museo e archivio, che diventa anche un segno grafico: una scritta di grandi dimensioni in anamorfosi occupa la parte inferiore della sala. È un elemento di riconoscibilità dell’intervento e degli intenti, è il quadrato del logo Maxxi che si tinge di blu e ospita la dicitura Docva a creare un indicazione per chi costeggia la sala espositiva, che fonde i segni e i significati delle due istituzioni. La tecnica di realizzazione in anamorfosi, rende il logo visibile unicamente da un punto di vista privilegiato: solo dall’ingresso vicino alla biglietteria si potrà, infatti, leggere la scritta DOCVA nella sua interezza, perché da tutti gli altri punti di vista, dai tavoli come dal bancone, le porzioni del testo sembrano singoli frammenti grafici, decori spaziali solo apparentemente destituiti di significato. (dalla relazione di progetto)

roma

Scheda tecnica Progetto: Ghigos ideas Davide Crippa, Barbara Di Prete, Francesco Tosi (Monza) Cronologia: dicembre 2010 Luogo: Fondazione Maxxi, Roma Titolo mostra: Contemporaneo.doc/DOCVA


Qui, e nelle pagine precedenti: immagini dello spazio del museo Maxxi allestito ad archivio Docva (Documentation Center for Visual Arts).


professione | concorsi

ALCUNI SPUNTI DI RIFLESSIONE SULLA LEGGE REGIONALE 12/05

DODICI VOLTE DODICI, E OLTRE

L’attività del Gruppo di lavoro “Urbanistica e Territorio” di Consulta per ragionare nuovamente sui princìpi del governo del territorio

Con l’approvazione della Legge regionale n. 12 del 2005 si è inteso costituire un testo unico di riferimento per il governo del territorio in Lombardia. La “12” infatti, come è noto, ha riunito la precedente normativa regionale in materia di urbanistica ed edilizia, e ha definito nuovamente i modi della pianificazione territoriale in area lombarda. Nel corso di questi anni però il testo della “12” è stato tanto modificato e integrato (1) da perdere la prerogativa di corpo normativo stabile, proprio di ogni legge che si rispetti. Così, forse, è arrivato il tempo di fermare questo continuo rifacimento legislativo e ragionare bene, prima di revisionare ancora la “12”, sulle criticità dei nuovi piani e sulle soluzioni migliori per il futuro del nostro territorio, del nostro paesaggio, del nostro ambiente. A tal fine può essere utile ripartire da alcuni elementi fondativi della stessa legge regionale che si trovano già entro l’incipit del suo primo articolo, il quale recita: “La presente legge detta le norme di governo del territorio lombardo” e “si ispira ai criteri di sussidiarietà, adeguatezza, differenziazione, sostenibilità, partecipazione, collaborazione, flessibilità, compensazione ed efficienza”. Attraverso questi nove princìpi ispiratori è possibile esplicitare alcuni spunti di riflessione e riassumere, pur con qualche approssimazione, le idee emerse in Gruppo di lavoro “Urbanistica e Territorio” di Consulta nell’ultimo periodo. Per dovere di sintesi, esse possono raggrupparsi in quattro tematiche principali. Uno, due, tre. Una prima tematica riguarda i rapporti tra Enti pubblici titolari del governo del territorio. La “12” ribadisce quanto stabilito costituzionalmente, ovvero la necessità del sostegno tra Enti sovraordinati e Enti sottordinati

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(principio di sussidiarietà) al fine di svolgere adeguatamente (principio di adeguatezza) i differenti compiti attribuiti dalla legge (principio di differenziazione). Verificare l’applicazione di queste condizioni, ovvero, ad esempio se i Comuni abbiano ricevuto tutti i sussidi necessari per realizzare le attività di pianificazione territoriale loro assegnate, è importante. Si può, infatti, constatare che la maggiore parte dei Comuni non ha predisposto veri Piani di Governo del Territorio con i nuovi contenuti individuati dalla “12”. E questo è avvenuto non solo per la rapidità del salto imposto (dal PRG al PGT, dalla prescrizione alla strategia, dal cartaceo all’informatica) e della difficile preparazione di chi si è occupato dei piani, ma anche per la limitazione degli interventi ausiliari, di tipo economico, informativo e amministrativo, nei confronti dei Comuni (2). Proprio in ragione di queste difficoltà, la sussidiarietà verticale dovrebbe essere nuovamente sollecitata, garantendo: la non moltiplicazione degli atti, ovvero la riduzione dei processi decisionali; la non moltiplicazione delle spese pubbliche, ovvero, la messa a disposizione delle risorse dove è necessario svolgere determinati compiti; e la non moltiplicazione dei contenuti dei piani, ovvero, il mantenimento dei ruoli assegnati a ciascun Ente per legge.

Quattro, cinque. Una seconda tematica attiene ai nuovi rapporti tra l’Ente titolato a governare il territorio e i vari soggetti interessati e portatori di interesse. La “12” introduce l’occorrenza di pianificare anche attraverso le idee dei cittadini (principio della partecipazione) e le proposte degli imprenditori (principio della collaborazione). Entrambi gli aspetti di questa sussidiarietà orizzontale non hanno ancora trovato un’adeguata formalizzazione e attuazione. Essi sono lasciati alla libera iniziativa degli Enti locali, che spesso si improvvisano organizzatori di processi partecipativi o di accordi di pianificazione, senza cognizione di causa. Vero è che decisioni complesse, come quelle relative alla trasformazione del territorio, risultano di difficoltosa comprensione da parte di molti e complicate da porre all’interno di un dibattito diffuso. Ciononostante, il tentativo, preliminare alle scelte, di ascoltare e valutare le varie istanze dovrebbe essere irrinunciabile proprio per arrivare a previsioni pianificatorie più approfondite e ponderate sotto diversi profili. Allo stesso modo si dovrebbero considerare meglio le negoziazioni collegate alla governance. Una buona pianificazione territoriale non può prescindere da una feconda intesa tra pubblico e privato, nella quale: il privato esprima interessi non diretti prioritariamente alla rendita

Il Gruppo di lavoro “Urbanistica e Territorio” della Consulta regionale lombarda degli Ordini degli Architetti PPC, dopo aver affrontato nel 2012 il tema della pianificazione del paesaggio a livello provinciale, si è dedicato nel 2013 al tema delle criticità applicative della Legge regionale 12/05 nella pianificazione comunale. Attraverso il lavoro del Gruppo di lavoro, Consulta ha elaborato e consegnato in Regione Lombardia due serie di osservazioni puntuali alla prima e alla seconda parte della “12” e ha, inoltre, partecipato attivamente ai Tavoli di lavoro regionali per la revisione normativa lombarda sul governo del territorio. Consulta è, inoltre, intervenuta all’interno di diversi convegni organizzati nell’ultimo periodo presentando i propri contributi.


fondiaria, e il pubblico promuova con autorevolezza e competenza gli interessi della collettività. Sei, sette. Una terza tematica concerne i nuovi contenuti dei piani territoriali. La “12” evidenzia che le scelte di modifica o sviluppo delle attività umane devono essere indirizzate non solo ad evitare il peggioramento delle condizioni ambientali naturali preesistenti, ma altresì a promuovere il loro miglioramento. Non è più possibile perciò formare un piano che non studi adeguatamente le trasformazioni, urbanistiche ed edilizie, e i loro effetti sull’ambiente (principio di sostenibilità). Parimenti deve essere prevista una sorta di bilancia pianificatoria che valuti le ricadute negative e positive, in termini ambientali ed economici, supplendo alle presumibili perdite (principio di compensazione). Anche questi due concetti, di recente introduzione, non sono ancora ben radicati localmente, soprattutto nell’affrontare due questioni attualissime: la riduzione dell’effettivo spreco di suolo agricolo e la contestuale rigenerazione urbana sostenibile, che si può conseguire attraverso il recupero di aree dismesse, la riqualificazione di quartieri residenziali e aree degradate, il miglioramento degli spazi pubblici e delle urbanizzazioni esistenti. Queste nuove necessità dovrebbero trovare riscontro non solo in corretti dispositivi di legge, ma anche in convenienti incentivazioni o premialità, anche di tipo economico e finanziario, a seconda delle tipologie d’intervento e delle migliorie ambientali ottenibili. Otto, nove. La quarta tematica consiste nella nuova struttura del piano territoriale. La “12” stabilisce che la pianificazione deve essere adattabile e modificabile con facilità (principio di flessibilità) e finalizzata al raggiungimento di precisi scopi di governo del territorio (principio di efficienza). Anche questi sono argomenti innovativi ma non ancora declinati convenientemente. In effetti, nel Piano di Governo del Territorio la distinzione tra parte strategica e di indirizzo (il Documento di Piano) e parte conformante e regolatrice (il Piano dei Servizi e il Piano delle Regole) è un primo assunto della

flessibilità che ogni piano deve garantire, superando così la rigidità dei precedenti strumenti pianificatori. Esiste però un altro aspetto, che investe i procedimenti approvativi, i quali dovrebbero trovare una giusta tempistica proporzionata alle fattispecie di piani e di varianti (3). Il piano deve, infine, perseguire l’efficienza. Comprendendo quanto fin qui affermato, si tratta di raggiungere alcuni obiettivi comuni per il governo territoriale: ottimizzando i rapporti e le risorse degli Enti pubblici, garantendo gli apporti esterni di cittadini e imprenditori, realizzando una pianificazione sostenibile e compensata, assicurando la flessibilità pianificatoria. E dieci. In ultimo è forse opportuno anche introdurre un decimo criterio ispiratore della legge: quello della semplificazione di normativa e procedure. Un’eventuale revisione della Legge regionale n. 12 del 2005 dovrebbe in sostanza essere rivolta, oltre a rivitalizzare e prevedere la messa in pratica dei princìpi di cui si è detto, a ridurre l’apparato normativo. Tale operazione è fattibile attraverso tre azioni sul testo: lo stralcio definitivo delle parti superflue o ripetitive dell’articolato, secondo il criterio dell’essenzialità; la riduzione al minimo delle possibilità interpretative della legge, secondo il criterio della chiarezza; l’eliminazione delle regole e prescrizioni che non abbiano un preciso scopo funzionale alla pianificazione e gestione territoriale, secondo il criterio dell’efficacia. Visti tutti insieme, questi dieci princìpi potranno di fatto indirizzare positivamente le scelte, anche di legge, per conseguire un governo del territorio in Lombardia, che integri tutela, valorizzazione e costruzione del paesaggio e dell’ambiente in cui viviamo. Gian Luca Perinotto Coordinatore del Gruppo di Lavoro “Urbanistica e Territorio” della Consulta regionale lombarda degli Ordini degli Architetti PPC

Note 1. Le modifiche e integrazioni alla Legge regionale n. 12 del 2005 sono state introdotte attraverso un consistente numero di leggi, che ha ormai superato la quota di dodici, e pare destinato ad aumentare ancora, cambiando l’attuale lista di: cinque revisioni della procedura approvativa dei piani e sei della disposizione transitoria sulla pianificazione vigente; e poi quattro proroghe all’obbligo per i Comuni di dotarsi del PGT, nonché varie deroghe agli strumenti pianificatori locali, e decine di modifiche e integrazioni all’articolato sui temi urbanistici ed edilizi. 2. Secondo i dati forniti da Regione Lombardia, sono stati finanziati soltanto 600 Comuni circa su oltre 1.500, nel solo periodo 2005-10, e con un finanziamento medio di poco superiore ai 10.000 euro per Comune. Nell’ultimo triennio tali contributi, previsti dall’articolo 24 della L.R. 12/05, risultano sospesi. Inoltre, il supporto agli enti locali da parte del Regione Lombardia, stabilito all’articolo 23 della L.R. 12/05, risulta applicato parzialmente e solo nel periodo iniziale. Sembrano altresì essere state poco studiate, a livello di costi benefici, le possibilità di alleviare i nuovi compiti assegnati ai Comuni, ovvero, ad esempio, una diversa gestione di tutta la parte di informatizzazione regionale dei piani, lasciata indiscriminatamente tutta a carico delle Amministrazioni comunali. 3. Sembra, infatti, sintomo di inefficienza procedurale il fatto che, ad esempio, il Comune possa procedere solo a rettifiche o correzioni di errori materiali, oppure debba procedere in tutti gli altri casi a varianti che hanno gli stessi tempi di approvazione di un PGT, quando è notorio che esiste una gradazione di varianti che vanno da quelle classificabili come non sostanziali (che necessiterebbero di una procedura semplificata) a quelle sostanziali (che evidentemente dovrebbe continuare a seguire la procedura prevista dalla “12”).

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IL DPR 137/2012 IMPONE AGLI ISCRITTI DI CURARE IL PROPRIO AGGIORNAMENTO PROFESSIONALE

LA CONSULTA È PRONTA PER L’AGGIORNAMENTO E SVILUPPO PROFESSIONALE CONTINUO (ASPC)

L’attività del Gruppo di lavoro “Formazione” di Consulta in merito all’entrata in vigore, dal 1° gennaio 2014, dell’obbligo formativo continuo delle proprie competenze professionali L’Aggiornamento e Sviluppo Professionale Continuo (ASPC), introdotto dall’articolo 7 del Dpr 137/2012 di riforma degli ordinamenti professionali, impone ai professionisti di curare il continuo e costante aggiornamento della propria competenza professionale. Il Regolamento dell’ASPC, predisposto dal Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, e approvato dal Ministero della Giustizia, definisce “aggiornamento e sviluppo professionale continuo” ogni attività formativa che sistematicamente migliori le competenze professionali e le abilità personali necessarie per lo sviluppo dell’architettura, della società e dell’ambiente. Consulta si è da subito attivata per verificare se vi fossero le condizioni per coordinare, su scala regionale, l’attività formativa degli Ordini lombardi, avendo quale obbiettivo primario quello di garantire un alto valore qualitativo degli eventi formativi e, nel contempo, garantire che i costi in capo agli iscritti si mantenessero in un range sostenibile. Consulta ha, quindi, agito su due fronti: individuando la possibilità di dotarsi di una piattaforma informatica che potesse erogare eventi formativi online e avviando contatti con organismi quali Inu Lombardia, il Dipartimento Best del Politecnico di Milano, Acma e Unioncamere Lombardia (e altri ne verranno coinvolti) per verificare la possibilità di promuovere fattive collaborazioni. L’esplorazione di questa possibilità è finalizzata a realizzare vantaggiose sinergie, tra questi enti di formazione e i comitati scientifici dei singoli Ordini, volte alla organizzazione di corsi e laboratori per gli iscritti lombardi. Tali eventi formativi, in quanto divulgati attraverso la piattaforma, avranno costi decisamente irrilevanti per gli iscritti, ma saranno caratterizzati da un indubbio alto valore formativo. Gli Ordini manterranno la loro autonomia organizzativa erogando corsi ai propri iscritti, ma potranno anche avviare progetti formativi condivisi a livello interprovinciale o a scala regionale. Per testare le potenzialità della formazione on-line, Consulta ha

promosso una fase sperimentale nei mesi di settembre, ottobre e novembre del 2013, durante la quale gli iscritti di tutti gli Ordini hanno partecipato a webinar (seminari on-line) in forma remota, dai computer dei propri studi o tramite smartphone o tablet. I webinar prodotti dagli Ordini che si sono resi disponibili, ovvero Como, Milano e Lodi, sono stati trasmessi da aule reali in cui erano presenti mediamente un centinaio di persone e seguiti anche in “aula virtuale” aperta a tutti gli iscritti lombardi, con presenze pari a 500 discenti. Il sistema di report e sondaggi finali, messi a disposizione dalla piattaforma, ha potuto far rilevare un’alta percentuale di gradimento per questa tipologia formativa. È doveroso precisare che a regime, accanto ai sistemi già operativi di verifica dell’ingresso effettivo in “aula virtuale” e dell’ora di uscita dalla stessa (oltre al monitoraggio del grado di attenzione/ interazione) del discente, sarà possibile introdurre per alcune tipologie di eventi anche test finali per tradurre il credito virtuale in credito effettivamente rilasciabile da parte dell’Ordine responsabile. Dopo questa fase sperimentale che,

grazie alla preziosa disponibilità e partecipazione del considerevole numero di iscritti lombardi sopra accennato, ha potuto mettere in luce le potenzialità di questo strumento, Consulta ha deliberato all’unanimità di stipulare un contratto annuale con i gestori della piattaforma Xclima. La sperimentazione ha evidenziato il grande potenziale di questo strumento, ma anche l’effettiva necessità di personalizzazione della piattaforma, da un lato per far fronte alle esigenze formative della nostra categoria professionale, e dall’altro per introdurre i necessari e ineludibili elementi di controllo che possano garantire il corretto rilascio dei crediti formativi a fronte di parametri certi e condivisi a livello regionale. Gli sviluppatori stanno procedendo a introdurre tutte le implementazioni e personalizzazioni che renderanno operativo tale strumento, in tempo per far fronte all’obbligo formativo in vigore dal 1° gennaio 2014. I costi di abbonamento alla piattaforma saranno parzialmente a carico della Consulta e ripartiti, per la quota restante, in capo agli Ordini. Si stima che il costo pro capite per ogni iscritto, a carico degli Ordini, sarà intorno ad 1 euro. Da parte loro gli Ordini si impegneranno a mettere a disposizione sulla piattaforma, affinché siano fruiti anche dagli iscritti degli altri Ordini, un certo numero di corsi in sharing sul canale regionale, da stabilirsi tra quelli del proprio Piano di Offerta Formativa. Il Gruppo “Formazione” della Consulta

Alcuni punti importanti da ricordare • l’iscritto dovrà acquisire almeno 90 crediti formativi professionali (CFP) ogni tre anni, con un minimo di 30 CFP all’anno; • un CFP corrisponde a un’ora di formazione; • il primo triennio di valutazione decorrerà dal 1° gennaio 2014 al 31 dicembre 2016. In questo primo periodo i crediti da acquisire saranno 60, con un minimo di 20 CFP annui; • dal 30 luglio al 31 dicembre 2013 gli Ordini hanno potuto applicare le Linee Guida che regolano l’aggiornamento e sviluppo professionale continuo avviando una fase sperimentale; • gli iscritti potranno seguire eventi formativi promossi dagli Ordini nell’ambito del proprio Piano dell’Offerta Formativa o eventi proposti da soggetti formatori diversi purché siano stati accreditati dal CNAPPC; • per l’assolvimento degli obblighi formativi saranno altresì validi i corsi di formazione anche a distanza on-line, master, seminari, convegni, giornate di studio, tavole rotonde, conferenze, workshop, corsi abilitanti; • il CNAPPC metterà a punto una piattaforma informatica, nella quale gli iscritti troveranno il proprio curriculum della formazione, consultabile on-line, contenente le attività curricolari di aggiornamento e i crediti formativi maturati.

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GLI ARCHITETTI e LO SPIRITO RIFORMATORE DEI TEMPI

LA NUOVA DISCIPLINA DELLA PROFESSIONE DI ARCHITETTO (prima parte) Inizia con questo articolo l’esame delle nuove disposizioni che gli architetti devono rispettare nell’esercizio della propria attività professionale affronterà a breve, tra gli altri, alcuni temi importanti per la gestione del coordinamento regionale. Verranno, ad esempio, definire REGOLE certe, condivise e UNIVOCHE sul rilascio dei crediti, sull’interpretazione dei report finali del grado d’attenzione al webinar, onde evitare che vi siano incoerenze e disparità sul territorio lombardo, pena la credibilità dell’intero sistema. Verranno, altresì, definite le modalità e le tempistiche di richiesta di accreditamento al CNAPPC (auspichiamo che Consulta possa chiedere l’accreditamento per conto di TUTTI gli Ordini coinvolti, con azione diretta e non quale mero collettore delle richieste provinciali). Al di là di questi aspetti gestionali, il Gruppo “Formazione” definirà i termini del questionario da sottoporre agli iscritti al fine di ottenere le informazioni strategiche alla programmazione dell’offerta formativa in relazione alle aree tematiche individuate dalle Linee Guida attuative del Regolamento, in modo da calibrare il POF di ogni Ordine sulla base delle reali esigenze degli iscritti lombardi. Il regolamento dell’ASPC è attuato, come detto, attraverso l’applicazione di Linee Guida. Al termine del periodo di sperimentazione, allo scopo di garantire che le Linee Guida rappresentino uno strumento attuativo snello, che favorisca l’efficienza nella gestione della formazione, Consulta ha presentato al Consiglio Nazionale un proprio documento (che raccoglie le osservazioni sulle criticità applicative emerse), finalizzato alla massima semplificazione delle procedure che la struttura ordinistica sarà chiamata a gestire. In conclusione, possiamo affermare che uno degli obbiettivi che il Direttivo di Consulta, rinnovato nelle sue cariche a dicembre 2012, si è dato, sia stato pienamente raggiunto, e che si stia lavorando concretamente affinché Consulta assuma sempre più il ruolo di coordinamento dell’attività degli Ordini. Laura Boriani Responsabile, con Gianluca Perinotto, del Gruppo di lavoro “Formazione” della Consulta regionale lombarda degli Ordini degli Architetti PPC

Il D.P.R. 7 agosto 2012 n. 137, che ha ridisciplinato l’esercizio delle libere professioni, è l’arrivo di un percorso avviato con l’articolo 3 del Decreto legge 13 agosto 2011 n. 138. Il quinto comma di tale articolo, dopo aver fatto salvo l’esame di Stato prescritto dall’articolo 33 della Costituzione per l’abilitazione all’esercizio delle professioni, ha stabilito che gli ordinamenti professionali devono garantire che l’esercizio dell’attività professionale: • sia coerente con i princìpi di libera concorrenza; • garantisca la presenza diffusa dei professionisti su tutto il territorio nazionale; • persegua una differenziazione e una pluralità di offerta, che garantiscano agli utenti un’effettiva possibilità di scegliere i professionisti cui rivolgersi, sulla base della più ampia informazione circa i servizi offerti dagli stessi. Fatto ciò, ha demandato al Governo il compito di riformare gli ordinamenti professionali, attenendosi ai seguenti principi: a. l’accesso alla professione è libero; b. l’esercizio della professione è fondato sull’autonomia e sull’indipendenza di giudizio, intellettuale e tecnica, del professionista; c. il numero di persone che possono accedere all’esercizio di una professione può essere limitato solo da una legge, solo se ciò risponda ad esigenze di pubblico interesse, e purché non venga introdotta una discriminazione basata sulla nazionalità del professionista; d. deve essere previsto l’obbligo del professionista di aggiornarsi permanentemente; e. il tirocinio deve essere regolamentato in modo che l’attività formativa sia effettivamente svolta e deve assicurare il miglior esercizio della professione; f. affinché il cliente sia certo di poter ottenere il risarcimento dei danni, il professionista deve stipulare idonea assicurazione per i rischi derivanti dall’esercizio dell’attività professionale, e al momento dell’assunzione dell’incarico deve comunicare al cliente stesso gli estremi della polizza e il massimale; g. l’istruzione e la decisione delle questioni disciplinari devono essere affidate ad organi dell’Ordine di appartenenza diversi da quelli aventi funzioni amministrative; h. la pubblicità informativa è libera, può

essere effettuata con qualsiasi mezzo, può riguardare solo l’attività professionale, le specializzazioni, i titoli professionali posseduti, la struttura e i compensi delle prestazioni, e le informazioni con essa fornite devono essere trasparenti, veritiere, corrette, non equivoche, non ingannevoli e non denigratorie. Al Decreto legge n. 138/2011 ha fatto seguito la Legge 13 novembre 2011 n. 183, la quale all’articolo 10 ha regolamentato le società di professionisti. In particolare, dopo aver stabilito che è consentito costituire una società per esercitare una o più professioni, tale articolo ha prescritto che il relativo atto costitutivo deve prevedere: 1. che l’attività professionale venga esercitata solo dai soci; 2. che possano diventare soci solo professionisti iscritti ai rispettivi Albi, nonché i cittadini dell’Unione europea che siano in possesso di un titolo di studio abilitante, mentre soggetti non professionisti possono diventare soci soltanto per svolgere prestazioni tecniche o per finalità di investimento; 3. che in ogni caso i soci professionisti abbiano la maggioranza di due terzi nelle decisioni; 4. che l’incarico professionale sia eseguito solo dai soci in possesso dei necessari requisiti, che il professionista sia scelto dal cliente, e qualora quest’ultimo non indichi preferenze che il nominativo dello stesso gli venga preventivamente comunicato per iscritto; 5. che venga stipulata una polizza assicurativa per il risarcimento dei danni procurati ai clienti dai soci nell’esercizio dell’attività professionale; 6. che il socio cancellato con provvedimento definitivo dal proprio albo venga escluso dalla società. L’articolo ha stabilito poi che i professionisti che partecipano a una società professionale non possono partecipare ad un’altra società professionale, devono rispettare il codice deontologico del proprio ordine, e possono opporre il segreto professionale agli altri soci. La legge ha infine affidato al Governo il compito di regolamentare queste ultime tre materie, nonché quella di cui al precedente punto 4. Walter Fumagalli

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LA QUARTA EDIZIONE DEL PREMIO DEDICATO AL SOCIAL HOUSING

PREMIO UGO RIVOLTA 2013

L’ultima edizione del prestigioso premio europeo, promosso dall’Ordine degli Architetti PPC di Milano e dedicato all’edilizia sociale di qualità architettonica e ambientale, ha visto come vincitore l’edificio Hiphouse, realizzato a Zwolle, in Olanda, da Atelier Kempe Thill Il 15 novembre 2013 si è conclusa la quarta edizione del Premio Ugo Rivolta, appuntamento biennale che valorizza le migliori realizzazioni di residenza sociale costruite in Europa. Dalla prima edizione del 2007 a oggi l’interesse sui temi legati al social housing è andato aumentando e sempre più il Premio si è configurato come appuntamento significativo per la riflessione critica europea. La giuria di esperti composta da Sasha Zander, vincitore della terza edizione, Stefano Guidarini, Giordana Ferri, Alessandro Maggioni, Bart Lootsma, con Simona Pierini e Camillo Magni in qualità di membri supplenti, ha avuto il compito di visionare 44 progetti provenienti da 11 diversi paesi. Da subito si è evidenziata la difficoltà nel riconoscere parametri di qualità architettonica ed economica uniformi per la valutazione di progetti così eterogenei. È risultato evidente come sotto la locuzione “Social Housing” rientrino impostazioni programmatiche e progettuali differenti e come tali diversità siano l’esito di specifiche politiche e culture nazionali. Ad esempio, sorprende il confronto tra i costi di costruzione sostenuti in Svizzera pari a 3.100 €/mq (Sergison & Bates a Ginevra) rispetto a quelli italiani con una media di 1.400 €/mq. Durante la seconda sessione il confronto si è focalizzato su quali fossero gli elementi che in forma più radicale condizionano la

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qualità dell’abitare nella residenza sociale contemporanea: da una parte i giurati italiani hanno valorizzato gli aspetti urbani e sociali, dall’altra Sasha Zander e Bart Lootsma hanno evidenziato i princìpi tipologici, costruttivi e aggregativi. Attraverso questo confronto sono stati selezionati i sei progetti premiati tra cui il vincitore Atelier Kempe Thill, con il progetto Hiphouse a Zwolle, Olanda. Questo intervento rappresenta in forma Immagini del progetto vincitore di Atelier Kempe Thill.

quasi radicale un preciso approccio all’abitare: a un principio insediativo semplice corrisponde una forma aggregativa e costruttiva razionale; la ricerca architettonica si concentra sull’efficienza prestazionale dell’edificio in termini tipologici e sull’individuazione di elementi che conferiscano qualità all’abitare. L’edificio risulta compatto, un corpo scala centrale distribuisce 64 alloggi su otto piani con un mix funzionale che aggrega residenza, laboratori e uffici. Una fascia di servizi centrale (distribuzione, cucine e servizi igienici) consente di liberare la fascia esterna da funzioni strutturali e impiantistiche favorendo la flessibilità di questi spazi. L’esterno è caratterizzato da un serramento continuo con vetrate a scorrere che evidenzia l’intelaiatura strutturale dell’edificio e lo assimila all’immagine del terziario avanzato. La scommessa progettuale è quella di utilizzare gli aspetti paesaggistici, di panorama e di luce come espedienti progettuali di qualità dell’abitare. In questo senso dotare ogni appartamento di una grande vetrata verso l’esterno, eliminando fisicamente la parete che separa l’interno dall’esterno è una forma di ripensare il modo di vivere l’alloggio. Esemplificativo è il dettaglio della ringhiera e del serramento costruiti in modo da aprire completamente la vetrata esterna e trasformare il soggiorno chiuso in una loggia aperta; il tentativo è quello di costruire una nuova ambiguità nella definizione del limite tra dentro e fuori. Degli altri cinque progetti menzionati, quattro sono spagnoli e rispecchiano diversi punti di vista del vivace dibattito architettonico che ha caratterizzato la cultura iberica sul tema della casa sociale nell’ultimo decennio. Il quinto progetto è italiano, opera di Nunzio Gabriele Sciveres con Maria Giuseppina Grasso Cannizzo a Marina di Ragusa, e si concentra su una rigorosa aggregazione e reinterpretazione della casa unifamiliare mediterranea. Camillo Magni


QUATTRO CONCORSI CON ESITI FINALI DIVERSI È necessario che gli enti pubblici procedano con trasparenza e accuratezza nella scelta delle modalità di trasformazione del territorio e nella suddivisione, degli appalti di costruzione e di tecnico servizio. L’istituto del concorso di architettura, pur se ormai determinato per legge nazionale e diffuso, come pratica professionale, soprattutto tra i giovani architetti e ingegneri, stenta però a decollare come procedura abituale per la determinazione delle idee e delle modalità di assegnazione degli incarichi di progettazione e costruzione. Più volte sono state analizzate le ragioni della diffidenza e degli aspetti di disorganizzazione che da più parti si manifestano nei confronti delle vicende concorsuali. La rivista “AL” ritiene utile comunque proseguire nella sua azione di testimonianza e illustrazione del lavoro che i progettisti partecipanti svolgono, anche per dare comunque voce a studi di

progettazione ancora poco conosciuti; per rendere palese l’evoluzione delle tecniche di disegno; per manifestare come, sia per i “piccoli”, che per i “grandi” progetti, sia importante il confronto tra professionalità diverse e di diversa provenienza regionale; infine, per mettere in luce gli obiettivi e le ambizioni costruttive anche delle più piccole comunità, che altrimenti vedrebbero celebrate le proprie realizzazioni solo a livello locale. Gli esiti di questa serie di concorsi presentati inducono a considerare la situazione e il grado di utilizzazione dell’istituto del concorso di architettura. Si può compiere una classificazione secondo diverse categorie: il concorso, che ha riguardato le “Proposte strategiche per l’edificazione in via Pestagalli” a Milano, è stato bandito da un ente privato (è la seconda edizione della formula “AAA Architetti cercasi”), che ha meritoriamente e liberamente coinvolto alcuni studi di architettura per

prefigurare la trasformazione di un’area destinata nella metropoli lombarda, all’edificazione residenziale di tipo sociale e cooperativa. Quello per il “Recupero della Torre Tintoretto” a Brescia, che riguardava un edificio esistente, è stato organizzato dalla Fondazione dell’Ordine degli ingegneri di Brescia, che ha svolto le veci dell’ente pubblico proprietario. Quelli per la “Nuova Sede Municipale” di Cenate Sopra e per la “Scuola materna” di Dolzago, pur nati (non si sa perché?) come concorsi di idee e non di progettazione, hanno avuto lo scopo di rispondere a un’esigenza concreta espressa dalle Amministrazioni pubbliche. Mentre nel primo caso, l’ente banditore ha dichiarato, anche a esiti ottenuti, la propria volontà di proseguire nella realizzazione; negli altri, le Amministrazioni, pur disponendo di precise localizzazioni e di intenzioni attuative, sembrano aver accantonato i progetti selezionati, non essendo evidentemente in grado di sostenere finanziariamente neppure gli oneri per le progettazioni esecutive. Roberto Gamba

BRESCIA: RECUPERO DELLA TORRE TINTORETTO MAGGIO − LUGLIO 2013

Tema del concorso è il recupero di un importante edificio “pubblico” (la proprietà della “torre” è dell’ALER): la riqualificazione dell’esistente o suo rifacimento. L’edificio è ubicato nel quartiere San Polo, ad est del centro di Brescia, in un contesto di urbanizzazioni, avviate negli anni ’80, prevalentemente di edilizia convenzionata, mediante la tipologia delle case a schiera. Su queste svettano cinque torri residenziali, tra cui la Tintoretto, già oggetto da parte dell’amministrazione comunale, di diverse ipotesi di intervento. Vincolo per la progettazione era la s.l.p. di 18.500 mq, riposizionabile all’interno dell’area di intervento e incrementabile del 20%, sia per il recupero che per la nuova edificazione. Auspicata una ricerca progettuale riguardo all’uso innovativo di materiali e tecnologie, alla qualità estetica, alla valorizzazione dell’ambiente attraverso i requisiti di sostenibilità ambientale, alla capacità di attrazione anche nell’ottica della presenza nelle vicinanze della nuova stazione della metropolitana, alla facilità di manutenzione.

Banditore: Fondazione dell’Ordine degli ingegneri della provincia di Brescia

1° classificato Luca Peralta (Roma)

2° classificato ex aequo Marco Scaglione (Asti)

2° classificato ex aequo Asani Feta (Roma), Giuliana Briulotta, Daniele Bochicchio

Giuria: Gabriele del Mese (presidente), Gabriele Dall’O’, Marco Salvo, Michele Pelamatti, Carlo Lazzaroni Premi: 6.000, 3.000, 1.000 euro (primo, secondo, terzo classificato)

3° classificato Laura Pagani, Federica Bertoldi

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CENATE SOPRA: NUOVA SEDE MUNICIPALE E PIAZZA AGOSTO 2012 − MARZO 2013

Il bando intendeva mettere a confronto idee per la migliore risoluzione del tema architettonico urbanistico, legato alla realizzazione della nuova sede municipale e servizi collettivi e al recupero e riconnessione di un sistema di piazze. L’iniziativa è stata inserita nella strategia di miglioramento della qualità urbana e della qualità dei servizi assunta dall’amministrazione comunale. Il progetto del municipio doveva indicare spazi per servizi (posta, studi medici, farmacia, biblioteca, banca); doveva tener conto, anche in termini economici, della demolizione dell’attuale edificio scolastico e dell’edificio adibito a centro anziani; prevedere la riqualificazione degli spazi aperti, stabilendo o risolvendo quei rapporti dialettici irrisolti tra piazze, strade, edifici e monumenti esistenti; la rivalutazione delle facciate degli edifici privati, che si affacciano sugli spazi oggetto di concorso; il riordino delle aree di sosta; la definizione delle pavimentazioni e degli elementi di arredo urbano con utilizzo di tipologie, materiali e tecnologie unitarie, nello spirito di ricerca di una nuova identità architettonica. La spesa prevista non doveva superare la somma di 2.000.000 euro.

1° classificato Mauro Corsetti (Roma), Mauro Angeleri Consulenti: Riccardo Corsetti, Tiziana Fabbri

2° classificato Marco Campolongo (San Giovanni Lupatoto - VR)

Banditore: Comune di Cenate Sopra (Bergamo) Giuria: Stefano Baretti (presidente), Paolo Carzaniga, Lodovico Guido Cortesi, Emanuele Baldassari, Giovanni Cattaneo Premi: 6.000, 2.000, 1.000 euro (primo, secondo, terzo classificato)

3° classificato Nicola Stangherlin (Treviso), Josè Remon Collaboratori: Eric Marcuson, Ramon Bernabe Simo, Peter Bednar

SCUOLA MATERNA A DOLZAGO MARZO − LUGLIO 2013

Il concorso di idee consisteva nell’ideazione di una nuova scuola materna, per 100 bambini, di età compresa fra tre-sei anni e tra due-tre anni (sezione primavera), comprendente anche uno spazio destinato a attività libere, in un’esistente area comunale, libera e utilizzabile a seguito della demolizione di un vetusto fabbricato; ubicata in prossimità di zone già ben attrezzate da scuola primaria, ufficio postale, municipio con relativo parcheggio e parco Alpini. Su un lato, l’area confina con l’esteso insediamento della Ditta Bonomelli. L’organizzazione dell’edificio doveva tenere conto di alcuni aspetti fondamentali: ambienti raccolti per svolgere attività di conversazione, lettura, gioco individuale o di gruppo ristretto, dove il bimbo possa appartarsi o stare da solo; ambienti ben delineati e organizzati; ambienti di dimensioni più consistenti, attività libere. La struttura doveva essere progettata ponendo attenzione alla sostenibilità, nel rispetto del contenimento energetico e con l’impiego di tecnologie alternative.

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Banditore: Comune di Dolzago (Lecco) Giuria: Maria Antonietta Manfreda (presidente), Antonio Pietro Invernizzi, Nicola Piazza, Mery Gerosa, Fabiano Rosa Premi: 5.000, 3.000, 2.000 euro (primo, secondo, terzo classificato)

1° classificato Davide Randi (Lugo di Romagna - RA), Cesare Tremendelli, Stefano Focaccia, Laura Baltazzi

2° classificato Nicola Bettini (Bologna), Stefano Brunelli, Antonio Bandini, Francesco Naldi, Mauro Checcoli, Gianfranco Gaudenzi, Ottavio Lavaggi, Gabriele Riguzzi

3° classificato Francesco Misuraca (Firenze), Gilda Squillace, Vittorio Zappelli, Mauro Innocenti, Luca Sani, Viola Tortoioli


AAA ARCHITETTICERCASI 2013 FEBBRAIO − LUGLIO 2013

“AAA Architetticercasi”, alla terza edizione, ha l’obiettivo di promuovere le nuove generazioni di architetti, superando le forme di concorso attualmente in voga (partecipazione riservata a concorrenti che non abbiano compiuto il 36° anno di età). Le selezioni portano alla formazione di una lista di progettisti meritevoli, cui gli organizzatori si impegnano a dare incarichi professionali diretti, nel campo della residenza sociale e cooperativa. Oggetto del concorso di idee era l’elaborazione di una proposta, multidisciplinare e complessa, relativa ai diversi aspetti di un intervento multifunzionale in un’area, messa a disposizione dalla società Generali Immobiliare Italia, per la riqualificazione del settore urbano di Rogoredo - Santa Giulia Ovest - Merezzate; un progetto degli spazi aperti e dei piani terra in via Pestagalli e delle sue aree limitrofe; un concept volumetrico architettonico per un edificio multifunzionale; un piano strategico delle funzioni e dei servizi dell’area e un’elaborazione del tema tipologico-funzionale residenza/lavoro.

1° classificato Marco Jacomella (Morbegno), Carla Ferrer Llorca, Andrijana Sekulic, Gianmaria Socci, Claudio Esposito, Toti Di Dio

Banditore: Confcooperative - Federabitazione Lombardia Informazioni - Milano con la collaborazione di Legacoop Abitanti Lombardia Generali Immobiliare Italia SGR s.p.a. Giuria: Ennio Brion (presidente), Alessandro Maggioni, Stefano Mirti, Stefano Tropea, Giovanni Maria Paviera, Giuseppina Sordi Premi: 3.000, 2.000, 1.000 euro (primo, secondo, terzo classificato)

2° classificato Ettore Bergamasco (Treviso), Andrea Starr Stabile, Elena Benedetta Bigioni, Annalisa Desole, Francesca Pedrazzi Consulenti: Nicola Filippo Davide Jacini Collaboratori: Nicolò Olivieri, Alex Fortis, Masaki Yamaguchi, Federico Bressanelli

Menzione speciale della giuria: Giulio Viglioli (Parma), Simona Bertoletti, Filippo Cavalli, Antonio Sportillo Collaboratori: Giulio Ghirardi, Pietro Bodria, Consulenti: Laura Cantadori, Lorenzo Zanni Menzioni: Francesca Massi (Arezzo), Pietro Bellucci, Leila Bochicchio, Pasquale Buonpane; Ettore Donadoni (Treviglio), Marco Baccarelli, Valentina De Palo, Serena Di Giuliano

3° classificato Giorgia Cilli (Sanremo), Arianna Veloce Collaboratori: Stefano Zagni, Alessandro Fiorentini

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IL DISEGNO DI ARCHITETTURA DEL PAESAGGIO COME STRUMENTO DI PERSUASIONE

LA RAPPRESENTAZIONE DEL PROGETTO DI ARCHITETTURA DEL PAESAGGIO. STRUMENTI E TENDENZE RECENTI Oggi, quando architettura e paesaggio hanno contenuti e relativi metodi di comunicazione indipendenti, in entrambi i casi il disegno non è solo uno strumento descrittivo, ma anche un metodo di persuasione della committenza per la creazione di un consenso finalizzato all’approvazione del progetto “Tecnica di realizzazione: illustrator, photoshop e autocad su foto aerea”. Questa potrebbe essere la didascalia di una stampa esposta per la presentazione di un progetto contemporaneo di architettura del paesaggio. La diffusione massiccia dell’uso del computer a cavallo degli anni ’90 è avvenuta in concomitanza con un grande fermento nel campo dell’architettura del paesaggio, con l’affermazione di importanti studi di progettazione internazionali, che hanno cominciato a proporre una nuova tendenza anche nelle tecniche di rappresentazione di questa disciplina. Tuttavia non si è mai delineata una vera e propria “tassonomia” nel campo della rappresentazione del progetto di paesaggio, il quale tuttora mantiene un alto grado di libertà espressiva, adattandosi costantemente alle possibilità tecniche e, in una certa misura, anche alle mode correnti. Nel periodo in cui la figura

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dell’architetto e quella del paesaggista ancora coincidevano, spesso non esisteva soluzione di continuità tra la rappresentazione dell’edificio e quella del contesto, essendo quest’ultimo un elemento che condizionava il progetto nella sua totalità. Pensiamo ad esempio a Frank Lloyd Wright: la sua era una sensibilità a tuttotondo, rivolta simultaneamente all’edificio, all’arredo e all’ambiente, considerati nel loro insieme. Nelle sue opere e nei suoi disegni, dimensione interna ed esterna sono fuse, non si hanno edifici chiusi nello spazio vuoto, ma forme architettoniche suggerite dal paesaggio. Oggi, invece, architettura e paesaggio hanno contenuti e relativi metodi di comunicazione indipendenti, sebbene in entrambi i casi il disegno non sia solo uno strumento descrittivo, ma anche un metodo di persuasione della committenza, per la creazione di un consenso finalizzato all’approvazione del progetto. Per l’architettura del paesaggio, i metodi

di rappresentazione più impiegati sono le planimetrie, le sezioni, ma soprattutto le viste tridimensionali e le animazioni video. Si potrebbe credere che ciò coincida esattamente con quanto avviene nel campo dell’architettura “tradizionale”. Tuttavia c’è da marcare sostanziali differenze: ad esempio molto spesso le planimetrie riferite a interventi paesaggistici hanno il difficile compito di mostrare in un’unica immagine molteplici livelli di contenuto: la comunicazione ad esse affidata oscilla tra rappresentazione del contesto, mappa, diagramma e progetto. Il più alto grado di sperimentazione si concentra indubbiamente nelle viste tridimensionali. Qui il paesaggista si muove in un faticoso equilibrio tra resa fotorealistica e immagine “suggestiva”. In questo tipo di viste non ci sono convenzioni di rappresentazione definite, ma spesso agli elementi artificiali viene data un’apparenza realistica, mentre la parte naturale è presentata in maniera “espressionista”, enfatizzando prospettiva, dimensione o colore, a discapito della descrizione oggettiva di tali elementi, che, in fase di presentazione complessiva dell’intervento, perdono d’importanza. Lo scopo è “vendere un’immagine”, creare un’atmosfera seducente e coinvolgere emotivamente l’osservatore, sia esso il cliente o il membro della giuria di un concorso. Componente fondamentale nei disegni di architettura del paesaggio, oltre alle dimensioni bi e tri-dimensionali, è la quarta dimensione, il tempo, dal momento che questa disciplina lavora con materiali “vivi”. Difficilmente il progetto di un edificio verrà rappresentato se non nella sua dimensione finita e stabile, mentre al disegno del paesaggio è richiesto di offrire una rappresentazione dell’evoluzione temporale degli scenari, mostrando ad esempio la crescita e la variazione di texture e cromatismi della vegetazione nel corso delle stagioni. Ciò significa che difficilmente un unico disegno può rappresentare il progetto del paesaggio in maniera esaustiva. Il fattore tempo entra in gioco anche in casi di rappresentazioni legate alla pianificazione di area vasta, ad esempio nei masterplan paesaggistici, per prefigurare scenari alternativi per un determinato territorio, funzionali a


Il progetto del paesaggio ha oggi raggiunto un’autonomia grafica che si serve di un’inedita libertà espressiva, nel difficile equilibrio tra fotorealismo, suggestione e rappresentazione della componente temporale

guidare strategie e processi di sviluppo e a stimolare la partecipazione di amministratori locali e popolazione. Un’altra forma di rappresentazione molto usata è quella del diagramma. I precursori nell’utilizzo di tale medium sono stati sicuramente i paesaggisti olandesi West 8 che, analogamente ad OMA in campo architettonico, furono i primi a stravolgere le basi tradizionali del disegno del progetto di paesaggio. I diagrammi sono schemi concettuali caratterizzati da una forte componente iconica che accompagnano il processo creativo o che spiegano il progetto finale. I mezzi e le tecniche più attuali di rappresentazione, destinati presumibilmente ad avere uno sviluppo sempre maggiore anche in futuro,

sembrano orientati a una fusione sempre più frequente tra il disegno manuale e l’elaborazione grafica computerizzata. Sembra essere questa, insieme alla costante ricerca di una nuova forma di espressione del dialogo uomo-natura, una strada innovativa per dare ai disegni calore e materialità e, al tempo stesso, non rinunciare a rapidità, versatilità, possibilità di sovrapporre molteplici dati e livelli di lettura, permesse dall’uso del computer. Di sicuro, nella nostra società dell’immagine, il progetto condiziona la rappresentazione, e contemporaneamente la rappresentazione influisce sul progetto stesso. Contenuto ed estetica sono aspetti strettamente interconnessi. Mina Fiore

Vista tridimensionale di Balmori Associates, Tong-Shan Jie residential complex, 2013. Nella pagina a fianco, planimetria di Gross.Max Landscape architects, Sutherland Hussey Architects, concorso Parklandschaft Tempelhof, 2011. Sotto, prospettiva a volo d’uccello di Balmori Associates, Shanghai Bund, 2008.


omnibus

Benedetta Tagliabue a Miniartextil di Como L’Ordine degli Architetti PPC di Como ha promosso un’intervista pubblica con Benedetta Tagliabue dal titolo “Sensazioni. Identità Emozionale dei Luoghi dell’Architettura”

EMBT, Padiglione spagnolo all’Expo 2010 di Shanghai.

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La XXIII edizione di Miniartextil, mostra internazionale di arte tessile che ha avuto luogo, dal 12 ottobre al 1° dicembre 2013, presso la Villa Olmo di Como, aveva come tema Eros. L’esposizione, organizzata dall’Associazione culturale Arte&Arte di Como, è stata curata da Luciano Caramel ed ha illustrato al numeroso pubblico intervenuto durante i quasi due mesi dell’evento i lavori di 54 artisti autori di altrettanti “minitessili” e le 15 installazioni realizzate da rinomati artisti di fama mondiale. I 54 “minitessili” esposti alla mostra sono il risultato di una ampia selezione seguita al concorso internazionale che ha impegnato 430 partecipanti rappresentanti di ben 43 nazioni, a dimostrazione di come Miniartextil sia una manifestazione d’arte tessile unica in Europa. Le quindici grandi installazioni dislocate con maestria lungo i locali neoclassici di Villa Olmo, invece, hanno presentato al pubblico le creazioni sul tema di artisti affermati come la statunitense Mandy Greer, la francese Mai Tabakian, l’argentino Manuel Ameztoy, l’italiana Livia Ugolini. Eros come tema dell’edizione 2013 ha fornito a tutti gli espositori molteplici e interessanti chiavi di lettura che hanno spaziato dal suo intendimento come vita ed energia vitale, o desiderio e attrazione, fino a giungere, in alcuni casi, al suo opposto estremo Thanatos. Nell’arco dello svolgimento dell’intera manifestazione si sono susseguiti numerosi “eventi”, appuntamenti collaterali come concerti e laboratori musicali, reading di poesie, performance, conferenze e proiezioni di film (The


A sinistra: Benedetta Tagliabue e Sonja Riva in un momento della conversazione pubblica promossa dall’Ordine degli Architetti PPC di Como. La sala di Villa Olmo durante l’incontro vista dall’alto. Il disegno realizzato da Angelo Monti per la cartolina-invito.

Pillow Book di Peter Greenaway; Caravaggio di Derek Jarman). In questo calendario ricco di iniziative e incontri l’Ordine degli Architetti PPC di Como ha promosso, il 26 novembre 2013, una conferenza dal titolo “Sensazioni. Identità Emozionale dei Luoghi dell’Architettura”. Si è trattato, in realtà, di un’intervista pubblica-conversazione con Benedetta Tagliabue, titolare dello studio barcellonese EMBT, condotta da Sonja Riva, giornalista e regista della Radiotelevisione Svizzera. Dopo il saluto di Luigi Cavadini, assessore alla cultura cittadino, Angelo Monti, presidente dell’Ordine degli Architetti PPC di Como, ha brevemente introdotto la serata e ringraziato le due gentili ospiti, dichiarandosi certo che con la loro sensibilità femminile ci avrebbero fatto assistere a un incontro pieno di passione e di emotività.

Benedetta Tagliabue, fresca vincitrice (19 novembre) del prestigioso RIBA Jencks Award 2013 – mentre iniziavano a scorrere sullo schermo le immagini di alcune delle sue importanti opere d’architettura, parte delle quali progettate insieme al compagno scomparso nel 2000, l’architetto catalano Enric Miralles –, ha cominciato a rispondere con molta naturalezza e disponibilità alla nutrita serie di domande “sensuali” predisposte ad hoc dalla giornalista svizzera. I temi affrontati dalle due protagoniste della serata di Como – una con le sue risposte sincere e coinvolgenti e l’altra con le domande un po’ curiose, ma mai banali – hanno riguardato, quasi inevitabilmente, anche alcuni aspetti intimi della vita di Benedetta Tagliabue e del suo sodalizio professionale e umano con Enric Miralles, ma tenendo sempre ben presente l’argomento della conferenza: identità

EMBT, International Horticulture Exibition a Xian, Cina, 2011.

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EMBT, Mercato di Santa Caterina, Barcellona, 2005.

emozionale dei luoghi dell’architettura. Così facendo, anche le domande a prima vista semplici, quelle che tutti avremmo voluto porgere, sul rapporto tra la città di Barcellona (in realtà, su alcuni quartieri più caratteristici della città) e l’architettura realizzata dagli EMBT (basterebbe solo pensare al progetto del mercato di Santa Caterina), sui loro metodi di lavoro basati sulla “sperimentazione”, nel senso di una continua ricerca di creatività, sul rapporto felice e ricco dello studio catalano con l’utilizzo del colore e con le maestranze di artigiani locali, hanno, con le risposte di Benedetta, acquistato importanza e significato, trasmettendo emozioni frequenti e saperi profondi. Anche le domande da collegare ad alcuni lavori recenti come il padiglione spagnolo per Expo 2010 di Shanghai o i progetti di allestimento per i numerosi negozi

Installazione Piante celesti di Daniele Delfino e Blaise Cayol. EMBT, negozio Camper a Barcellona, 2011.

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Camper, ma anche la casa d’abitazione privata Miralles-Tagliabue, o, altre ancora, dedicate ad argomenti più generali su “come progettare un’atmosfera” o “creare un luogo contemporaneo”, hanno sempre affrontato temi legati alla progettazione cercando di tirar fuori il “nostro” lato emozionale, anche se qui espresso attraverso le risposte di Benedetta Tagliabue. La piacevole serata, in cui si percepiva, man mano che la conversazione volgeva al termine, la forte empatia creatasi tra l’intervistata e l’intervistatrice, si è conclusa con le parole di Angelo Monti il quale, riferendosi alla descrizione appena fatta dalla Taglabue sulle vicende della lunga realizzazione della loro casa, auspicava a noi tutti di “lasciarsi contaminare dal luogo” senza, però, “l’arroganza del sapere”. Igor Maglica


Una storia lunga trent’anni

Marco Biraghi, Gabriella Lo Ricco, Silvia Micheli (a cura di) Guida all’architettura di Milano 1954-2014 Hoepli, Milano, 2013 pp. 304, euro 24,90

La Milano moderna, dopo la guida di Piero Bottoni Sesta pubblicazione per il gruppo di ricerca milanese GIZMO, che dal 2004 si occupa di storia e critica dell’architettura. La guida, curata da tre dei suoi fondatori − Marco Biraghi, Gabriella Lo Ricco e Silvia Micheli − è il frutto di un lavoro elaborato insieme agli studenti del Laboratorio di Storia dell’architettura del Politecnico di Milano e altri giovani autori che collaborano con il gruppo. Il libro ripercorre in modo selettivo la vicenda delle realizzazioni architettoniche della città negli ultimi sessant’anni, ponendosi espressamente nel solco dell’Antologia di edifici moderni in Milano di Piero Bottoni, edita nel 1954, e ripubblicata nel 2010, di cui si è abbandonata l’impronta ideologica e mantenuta l’attitudine critica. Si comincia con la Milano degli anni ’50, nell’Italia dell’inizio del boom economico, in piena ripresa produttiva e desiderosa di quella “via milanese” alla modernità da presentare sulla scena internazionale, inaugurata, se pur con esiti differenti, dal Grattacielo Pirelli di Gio Ponti e dalla Torre Velasca dei BBPR. Una città non meno impegnata a rispondere alle richieste del forte incremento demografico dovuto all’assorbimento di manodopera industriale (piano INA-casa). Si prosegue con i grandi quartieri degli anni ’60 e ’70, progettati con l’intento di dare un volto riconoscibile alle periferie e controbilanciare l’emarginazione dei ceti popolari, grazie al contributo di maestri quali Vittorio Gregotti, Aldo Rossi, Guido Canella, Carlo Aymonino. La trasformazione della città continua negli anni ’80 con la dismissione e il successivo riuso abitativo di ex aree industriali interne e dell’hinterland (Bicocca, Bovisa, Portello, Rogoredo, Sesto San Giovanni). Dopo il periodo di relativa stasi degli anni ’90, con il nuovo millennio si riprende a costruire in maniera febbrile per la realizzazione di progetti di riqualificazione urbana, secondo un modello di “città arcipelago” (Nuovo Portello, Maciachini Center, Santa Giulia, CityLife, Porta Nuova) e di altre grandi opere che hanno richiamato architetti

di fama internazionale, quali Ieoh Ming Pei, Zaha Hadid, Daniel Libeskind, Mario Botta, e illustri italiani, tra cui Renzo Piano, Cino Zucchi, Stefano Boeri, Gino Valle e Mauro Galantino. D’altra parte il problema dell’abitare per le nuove fasce di popolazione torna fra le priorità, per cui si studiano strategie diversificate, raggruppate sotto la categoria del social housing, di cui si riporta il progetto dei MAB Arquitectura nell’ambito dell’iniziativa “Abitare Milano I”, come uno degli esempi più convincenti. Le schede degli edifici inclusi nel volume sono disposte in ordine cronologico, illustrate da fotografie realizzate per l’occasione e raggruppate per decenni, ciascuno dei quali preceduto da un testo che traccia il quadro del periodo storico. Ogni scheda contiene il rimando alla posizione dell’edificio sulla cartografia inserita in chiusura e l’indicazione del relativo servizio di trasporto pubblico. La consultazione del volume, di piccolo formato, ma ricco nei contenuti, è resa particolarmente agevole dalla chiara organizzazione del materiale insieme a un felice progetto grafico. Ciò va a premiare l’aspetto della “pluralità” di contributi e punti di vista interni al gruppo di lavoro e il loro riuscito coordinamento. Daniela Villa

Nella Storia dell’architettura di Auguste Choisy, pubblicata alla fine del 1800, l’autore scrive che il suo racconto si arresterà al XVIII secolo perché la distanza critica è necessaria per giudicare gli eventi. Silvia Micheli e Marco Biraghi con la loro Storia dell’architettura italiana 1985-2015 provano a mettere in crisi quest’affermazione, cimentandosi con un racconto che coinvolge gli ultimi trent’anni della nostra vita, e provando a gettare un ponte verso il futuro spingendosi fino al 2015. La narrazione prende le mosse dall’anno in cui quella precedente di Tafuri si arrestava per dipanarsi fino alla scadenza segnata dalla prossima Expo milanese intesa quale linea di confine entro cui restare. Per ovviare poi al problema della distanza critica di cui sopra, gli autori introducono una particolare modalità di analisi, contestualizzando politicamente ognuna delle questioni analizzate. Il racconto si muove a partire dalla messa a fuoco di temi e problemi che contraddistinguono e caratterizzano di volta in volta un ambito temporale specifico – gli anni ’80, ’90, ecc. – e dalla loro lettura e interpretazione sempre in relazione allo specifico periodo politico che l’Italia sta vivendo. L’obiettivo pare essere quello di sottolineare l’aspetto politico dell’architettura, cioè la sua necessaria prerogativa a rappresentare la società e la cultura di cui deve farsi manifestazione tangibile. Nell’Introduzione, a quattro mani, gli autori affermano che “Oggi prendere le mosse dalla metà degli anni Ottanta per raccontare le vicende architettoniche nostrane significa assumere la crisi come punto di partenza”. E, la lettura della crisi, nei suoi aspetti complessivi, nel suo coinvolgere tutti i campi della vita civile oltre che dell’economia, è la chiave di lettura del volume. L’architettura italiana di questi ultimi trent’anni è l’immagine stessa della crisi, avendo dovuto cercare di risolvere i problemi legati alle grandi trasformazioni del territorio in un momento di difficoltà e di “perenne emergenza”. Nel volume il lavoro di Rossi, Gregotti, Piano, interpreti di queste grandi trasformazioni, viene affiancato a quello di altri architetti noti, e a quello di nuovi gruppi di lavoro che, sulla scorta di una tradizione che per lungo tempo ha contraddistinto l’architettura italiana, pare voler ritrovare nella teoria una nuova via d’uscita per l’esperienza italiana. Martina Landsberger Marco Biraghi, Silvia Micheli Storia dell’architettura italiana 1985-2015 Einaudi, Torino, 2013 pp. 366, euro 34

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Tscholl, un altoatesino che rifugge il localismo

Mendes da Rocha contemporaneo e inattuale Ultima uscita nella consolidata collana di monografie Electa dedicate ai grandi architetti della contemporaneità, Paulo Mendes da Rocha. Tutte le opere, è il primo contributo critico italiano interamente dedicato all’architetto brasiliano nato a Vitória nel 1928, insignito del Premio Pritzker nel 2006, e tutt’ora in attività. È anche uno dei pochi tentativi di lettura complessiva di un lavoro pluridecennale iniziato a San Paolo nel 1954 e svolto per la grandissima parte in Brasile. Curato dallo storico dell’architettura Daniele Pisani, il volume è stato sostenuto dall’architetto, che ha messo a disposizione la sua memoria (offrendo “la massima collaborazione a un lavoro che ha sin dal primo momento riconosciuto come il mio e nei confronti del quale si è limitato a usare tatto e rispetto”, sottolinea Pisani nella premessa) e il suo archivio. Disegni, schizzi, documenti e bellissime fotografie d’epoca sono stati così indispensabile fonte primaria per l’elaborazione critica e sono poi diventati ossatura portante del ricco e spesso inedito repertorio iconografico che illustra il volume insieme ai suggestivi

Daniele Pisani Paulo Mendes da Rocha. Tutte le opere Electa, Milano, 2013 pp. 404, euro 110

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scatti a colori di Leonardo Finotti. Sette capitoli introdotti da Francesco Dal Co ripercorrono cronologicamente, raggruppati all’interno di aree tematiche, sei decenni di attività di un progettista che ha contaminato architettura moderna, estetica brutalista e tradizione locale, facendo dell’essenzialità delle forme e della cura del dettaglio una cifra stilistica ricorrente. Gli anni della formazione e delle prime esperienze professionali, che vedono l’opera prima Clube Atlético Paulistano (1958-61), le residenze (con casa Mendes da Rocha), la cesura degli anni Sessanta con il golpe e l’esonero da insegnamento universitario e incarichi pubblici (che tuttavia non gli impediscono di vincere il concorso per il padiglione brasiliano all’Expo di Osaka del 1970), la rinascita degli anni Ottanta (e la costruzione a San Paolo del Museu Brasileiro da Escultura, 198695), i progetti urbani, arrivando agli interventi più recenti, tra cui il restauro e la trasformazione della Pinacoteca dello Stato di San Paolo (1993), che nel 2000 gli ha valso il Premio Mies van der Rohe per l’architettura latinoamericana e la ribalta internazionale, e, avvicinandosi a oggi, la Galleria per Eduardo Leme a San Paolo (costruita nel 2004, poi demolita e ricostruita nel 2011 a qualche isolato di distanza dall’originaria), il Cais das Artes di Vitória e il Museu dos Coches di Lisbona (da completare). Fra gli apparati, un regesto di 349 opere documentate (realizzate e rimaste sulla carta) è stato redatto insieme a Dulcinea do Carmo Pereira, segretaria dello studio, e dall’architetta Catherine Otondo, socia di BASE3 Arquitectos e curatrice del numero monografico di “Itinerarios de Arquitectura” dedicato all’architetto brasiliano nel 2011. Completa il volume una ricca bibliografia che contempla tutti gli scritti e le interviste di e a Paulo Mendes, dal 1953, e i molti contributi (anche di tesi di laurea e dottorato) che si sono susseguiti, prima in ambito prevalentemente latinoamericano e poi internazionale, dal 1957, anno della vittoria del concorso per la sede dell’assemblea legislativa dello stato di Santa Catarina. Laura Milan

È uscita nella collana “Documenti di architettura” di Electa la monografia Werner Tscholl. Architetture. Nato a Laces (Bolzano) nel 1955, Tscholl, dopo la laurea a Firenze nel 1981, ha costruito, soprattutto nella sua natia Val Venosta, numerosi edifici pubblici e privati pubblicati su riviste italiane e straniere e vincitori di numerosi premi (Premio internazionale Dedalo Minosse nel 2006 e Premio di Architettura della Città di Oderzo nel 1999 e nel 2006). Dedicato a uno dei protagonisti della generazione di progettisti altoatesini che a partire dagli anni Novanta si è impegnata in una coraggiosa operazione di rinnovamento dell’architettura locale, il volume è l’occasione, come traspare dall’introduzione di Marco Mulazzani, per illustrare le trasformazioni occorse negli ultimi due decenni nella cultura architettonica e professionale di una peculiare regione di confine quale l’Alto Adige. Il libro diventa quindi uno

strumento utile, oltre che per immergersi nella prolifica attività di Tscholl, pregna di sapienza costruttiva, come sottolineato da Francesco Dal Co, per capire una fertile stagione architettonica favorita da lungimiranti direttive politiche che hanno reso centrali i concorsi di progettazione come strumento per l’elevazione della qualità, diventati una prassi sistematica anche nel privato. Sono architetti che generalmente hanno studiato in ambienti diversi, perlopiù in Italia e Austria, e che si nutrono d’influenze molto disparate che tendono alla ricerca di un linguaggio della contemporaneità e al dialogo con il paesaggio e le preesistenze di un territorio lasciato relativamente intatto nella contrapposizione tra ruralità e urbanità. Il volume illustra in schede dedicate le opere più significative di Tscholl, dalle abitazioni unifamiliari (casa Rizzi a San Martino in Monte 1993-97; Knoll a Colsano, 1995-99; Mumelter a Gries, 1999-2000) agli edifici per uffici e a destinazione produttiva (sede Selimex a


L’architettura di Vacchini attraverso i suoi disegni Marco Mulazzani Werner Tscholl. Architetture / Architekturen Electa, Milano, 2013 pp. 224, euro 50, ed. bilingue Laces, 2000-04; nuovi uffici Mondadori a Segrate, 2005-07), fino alle strutture della viticoltura meranese, diventate veri e propri landmark sul territorio (cantina vinicola Tramin a Termeno, 2007-10; distilleria Puni a Glorenza, 2010-12; cantina vinicola a Marlengo, 2011-13). I progetti di Tscholl delineano un intreccio di temi destinato a rimanere una costante del suo lavoro, un linguaggio raffinato nelle soluzioni formali e narrative, riconoscibile nella declinazione di forme e significati che dichiarano la propria distanza da ogni mimetica riproposizione dell’architettura locale, nel tentativo di contemperare consuetudini proprie della tradizione costruttiva e figure della modernità. Anche nell’intervento sull’esistente, Tscholl progetta il nuovo senza guardare al vecchio, nella convinzione che l’architettura debba continuare a costruire la storia. Nel libro sono presentati gli interventi di restauro e riuso di alcuni castelli e torri dell’Alto Adige, tra cui il Castel Principe a Burgusio (1996-99), sede della scuola agraria provinciale, la Torre Reichenberg a Tubre (1998-2000), recuperata come casa di vacanza, l’abbazia benedettina di Monte Maria a Burgusio (2005-08), dove è stato realizzato un piccolo museo della storia dell’abbazia e Castel Firmiano a Bolzano (2001-06), il più importante della rete dei musei della montagna di Reinhold Messner, in cui nuove strutture in acciaio, ferro e vetro permettono un percorso tra opere e cimeli che ricostruiscono il rapporto uomo/montagna. Le schede proseguono con diversi progetti dedicati al paesaggio, come la sistemazione della strada del Passo Rombo tra Italia e Austria (2007-11), con centri di informazione turistica e un piccolo museo. I progetti di Tscholl sorprendono per l’immediatezza dei dialoghi che intrattengono con i luoghi in cui sorgono e per la facilità con cui egli governa le tecniche e i diversi materiali impiegati. Cristiana Chiorino

Nelle “note biografiche” di questo libro si afferma che Livio Vacchini (Locarno, 1933-2007), rappresentante di un’assai stimata “scuola” ticinese, è stato senza dubbio uno dei maestri dell’architettura del nostro tempo; un architetto la cui opera era improntata da una costante ricerca di perfezione e da continui interrogativi sui princípi fondamentali del progettare e del costruire. Il volume si compone, oltre che dei disegni più significativi di 61 progetti elaborati in quarant’anni di lavoro, di un saggio di Roberto Masiero (docente di storia allo Iuav); di un altro della curatrice Claudia Mion (lavora presso lo studio Reto Gmür Arkitekten a Basilea); di una relazione al concorso per la sistemazione del quartiere LibérationMalausséna e per la costruzione del nuovo municipio di Nizza, dello stesso Vacchini con Silvia Gmür. Gli scritti sono replicati, tradotti in inglese. Le immagini, rigorosamente in bianco e nero, sono molto chiare ed esplicative: “sono piante, prospetti e sezioni ridotte assolutamente all’essenziale, con nessun elemento descrittivo, non una titolazione, nessuna misura riportata, o segni a indicare l’orientamento o l’andamento delle sezioni, nessuna allusione ai materiali. Ogni disegno rinvia solo a se stesso”. Spinge a questa essenzialità, che Masiero dichiara appartenere a tutta la produzione grafica di Vacchini, almeno da una certa data, la considerazione che “il progetto di architettura debba − se vuole avere una certa identità − spiegarsi con la sua stessa evidenza e che questa evidenza sia tanto più presente se ridotta agli elementi semplici e soprattutto alla logica che li tiene assieme”. Ciò è verissimo se si intende l’architettura oggetto di studio, prima che di fruizione; proposta interpretativa di un concetto; veicolo per l’evocazione di forme, reminiscenze, tecnologie. Masiero (che di Vacchini è stato autore anche della monografia di Electa del 1999), attraverso la sua attenta analisi dei disegni, considera che essi “sono il modo di essere delle architetture di

Vacchini”; li paragona a icone dell’arte bizantina. Ammette che “possono essere letti anche come l’acquisizione da parte di Vacchini di un linguaggio e di un’estetica minimalista”. Di sicuro sono la dimostrazione della volontà del progettista di determinare ed esemplificare concretamente tipologie edilizie, prima che modelli costruttivi; di catturare l’attenzione, proponendo, già con il disegno, l’essenzialità dell’idea formale e del sistema di funzionamento del manufatto. La Mion analizza poi il metodo che Vacchini adotta per i progetti, “fatto di parole e pochi disegni”; di un racconto a se stesso delle intenzioni, della logica che li sottende: “il progetto si presenta come un vero e proprio calcolo − ipotesi-argomentazionesintesi”. Gli schizzi accompagnano un discorso scritto che considera il senso dell’architettura, l’analisi degli elementi della composizione, la definizione del programma di lavoro. È in questo senso significativa la successiva riproduzione illustrata della relazione al progetto di concorso per Nizza. Roberto Gamba

Roberto Masiero Nel - il + Livio Vacchini. Disegni 1964-2007 Claudia Mion (a cura di) Libria, Melfi, 2013 pp. 304, euro 18

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consulta

Un Incontro per il lavoro

Un volume per sette architetti lecchesi In tutta la Lombardia dall’immediato dopoguerra e per i decenni successivi ha operato una generazione di architetti che ha saputo realizzare opere di alto livello progettuale e di eccellente qualità costruttiva. L’Ordine e la Fondazione degli Architetti PPC di Lecco hanno raccolto materiale inedito di alcuni progettisti locali in un volume che ha il merito di riportare l’attenzione verso autori poco conosciuti. Apre la rassegna il decano degli architetti moderni lecchesi, Mario Cereghini, classe 1903, che si era già distinto negli anni Trenta con interessanti opere razionaliste, tra cui la ONB in via Mascagni a Milano, oggi in condizioni disastrose e bisognosa di tutela e restauro. I lavori della maturità di Cereghini mostrano un progettista capace di passare con disinvoltura dal regionalismo critico dalla sede della Pro Loco Piani Resinelli (1956) allo sperimentalismo dell’Igloo Ferrario (1966), prefabbricato metallico trasportato per via aerea sulla vetta della Grigna Meridionale e destinato ad accogliere gli alpinisti in caso d’emergenza. Seguono le opere di altri sei progettisti (Bruno Bianchi, Luigi Dell’Oro, Silvio Delsante, Ezio Fasoli, Franco Longoni, Franco Stefanoni) a cui andrebbero avvicinati altri nomi purtroppo non rappresentati in questa raccolta. I progetti degli anni Cinquanta inclusi in questa rassegna, comunque, fanno riscoprire opere di grande interesse: si pensi all’International Style della Villa Piscini a Lecco di Luigi Dell’Oro (1956), al Centro Sportivo CRAL Moto Guzzi a Mandello del Lario di Ezio Fasoli (1956) e al Municipio di Arcore di Franco Longoni (1954). Non mancano di interesse le ricercate volumetrie del Quartiere Elisabetta (1961) e del complesso residenziale in via Parini (1983) di Bruno Bianchi o il riuscito inserimento nel fianco della collina di Malgrate delle geometrie dell’Hotel Griso (1970) di Silvio Delsante. L’esperienza di Franco Stefanoni, infine, può essere avvicinata a quella in ambito milanese di Caccia Dominioni non solo per la committenza, ma

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soprattutto per la capacità di alternare o abbinare stilemi tratti dalla tradizione e sperimentazioni tecnologiche. Tra le opere più riuscite andrebbero indagate con più attenzione il Cinema Teatro Palladium (1964) e il complesso residenziale Le Querce in via Tubi (1969) a Lecco. Il libro, quanto mai necessario per ridare giusto spazio ad autori che rischiano di essere dimenticati, come recita il sottotitolo, è una raccolta iniziale di materiali relativi ad alcuni architetti rappresentativi tra gli iscritti all’Ordine di Lecco. Benché ricco di disegni originali inediti e di foto d’epoca, il volume poteva essere realizzato con una più accurata attenzione editoriale e grafica. Paolo Brambilla

Il 29 gennaio si è svolto a Milano, presso il Palazzo delle Stelline, l’incontro pubblico “Gli architetti, la professione, il lavoro” promosso dalla Consulta regionale lombarda degli Ordini degli Architetti PPC e dalla nostra rivista. L’evento, dedicato alla difficile situazione lavorativa degli architetti e alla ricerca di strumenti da attivare come concrete e possibili risposte,

ha coinvolto istituzioni come il CNAPPC, l’Inarcassa, la Regione Lombardia e l’ANCE Lombardia. Ha introdotto e moderato l’incontro Angelo Monti, presidente della Consulta; sono intervenuti: Leopoldo Freyrie presidente del CNAPPC; Paola Muratorio, presidente di Inarcassa; Adriana May, dirigente della Struttura Cooperazione territoriale, Direzione Generale Territorio, Urbanistica e Difesa del suolo, Regione Lombardia; Beatrice Manzoni, docente di SDA Bocconi School of Management; Luisa Belloni, consulente di Finanza Agevolata, Europrogettare; Massimo Carraro, cofondatore della rete di coworking Cowo. Trasmesso dalla Consulta in diretta sul proprio canale pubblico, attivato sulla piattaforma XClima, l’incontro ha registrato la partecipazione di oltre settecento architetti e professionisti interessati al tema. Ampio resoconto degli interventi sarà pubblicato sul prossimo numero di “AL”. PREMI DI ARCHITETTURA

Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Lecco (a cura di) Alcuni architetti. (Raccolta iniziale degli architetti rappresentativi tra gli iscritti all’Ordine di Lecco) Arti Grafiche Maggioni, Dolzago (Lc), 2013 pp. 224, euro 20

CNAPPC premia i giovani talenti italiani Il CNAPPC, di concerto con il MAXXI di Roma, in occasione della Festa dell’Architetto, la celebrazione istituita nel novantesimo anniversario della


fondazione dell’Ordine “per celebrare e valorizzare l’architettura e la qualità del progetto nella loro più elevata dimensione civile e culturale”, ha assegnato allo studio milanese Piuarch (Francesco Fresa, Germán Fuenmayor, Gino Garbellini e Monica Tricario) il premio “Architetto Italiano 2013”. Nella stessa occasione è stato conferito il premio “Giovane talento dell’architettura 2013” a Fabrizio Barozzi, che, in associazione con Alberto Veiga, lavora a Barcellona, per il progetto della Filarmonica di Stettino. La giuria era presieduta da Cino Zucchi e composta da Enrica Caire, Pippo Ciorra, Simone Cola, Leopoldo Freyrie, Margherita Guccione, Mario Piazza e Giorgio Santilli. Per la sezione “Architetto italiano 2013”, la Giuria ha, inoltre, assegnato un Premio Speciale allo studio MoDus Architects di Bressanone (Sandy Attia e Matteo Scagnol). Tra i giovani professionisti sono stati selezionati altri dieci progetti, che saranno pubblicati nella prima edizione dei “Quaderni della giovane architettura italiana”, un volume che costituirà un importante strumento di promozione dei migliori giovani talenti. La premiazione è prevista per il 14 febbraio, presso il MAXXI di Roma. la RIPERTURA DEI NAVIGLI

Lo stato di avanzamento del Progetto di fattibilità Il sistema dei Navigli lombardi fu realizzato all’interno di un progetto di organizzazione territoriale e ambientale, intrapreso inizialmente a scopo difensivo, soprattutto in riferimento alla Cerchia interna di Milano, e, in seguito, con finalità economiche di utilizzo dell’acqua per irrigazione, come energia idraulica per gli opifici e per la navigazione. Tale opera iniziò nel XII secolo e si protrasse per più di sette secoli. Al centro dell’ampia rete di canali si collocava Milano, fulcro dell’ambizioso disegno di creazione di una via d’acqua che dalla Svizzera, attraverso il Lago Maggiore e il fiume Ticino, potesse collegare il capoluogo lombardo al Po e al Mare Adriatico. Grazie a questo sistema idraulico, Milano fu per secoli celebrata come magnifica città d’acqua, non solo per il primato economico raggiunto, ma anche per l’eccezionalità della sua forma urbana. Eppure, nella seconda metà del XIX secolo iniziò il processo di cancellazione di questo imponente disegno idraulico con la decisone di coprire l’anello interno dei Navigli di Milano, opera che fu completata negli anni ’30 del secolo scorso. Attualmente si sta

concretizzando l’idea di riaprire i Navigli all’interno della città, in seguito all’esito positivo del referendum cittadino del 2011 e alla presa d’atto di questa proposta anche all’interno del nuovo PGT di Milano. Nel giugno del 2013 fu firmata una Convenzione tra il Comune e il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani (DAStU) del Politecnico di Milano relativa allo studio di fattibilità della riapertura dei Navigli. Il 30 novembre 2013 è stato presentato, presso la sede della Società Umanitaria, lo stato di avanzamento del Progetto di Fattibilità, da parte del team di esperti, professori e studenti del Politecnico di Milano, di Pavia e della Bocconi, incaricati dal Comune, alla presenza di Ada Lucia De Cesaris, Vice Sindaco del Comune di Milano. Il progetto è stato proposto da Antonello Boatti, coordinatore del gruppo di lavoro, come occasione di “rilancio di tutta l’area lombarda dal punto di vista turistico attraverso la formazione di una via d’acqua dal lago Maggiore all’Adriatico e anche dal lago di Como all’Adriatico, con la riscoperta della darsena come porto di Milano”. Gli obiettivi che potrebbero essere perseguiti, oltre all’indubbia valorizzazione ambientale e paesaggistica della città, sarebbero relativi anche alla “possibilità di realizzazione di un’unica pista ciclabile dall’Adda al Ticino al Po”, al riordino dei servizi tecnologici e realizzazione di un anello centrale per il teleriscaldamento, “al miglioramento idraulico del torrente Seveso attraverso la separazione dei flussi idrici della Martesana” e alla “riduzione del traffico veicolare nel centro storico e creazione di aree a traffico limitato”. Concretamente, il programma si attuerebbe nella riapertura degli antichi canali, dalla Martesana alla Darsena, percorrendo tutta l’attuale circonvallazione interna per circa 7,5 chilometri. Il traffico non dovrebbe essere più veicolare e “potrebbe svolgersi su piccole imbarcazioni da turismo, della portata di 25 persone, lasciando solo

l’accesso ai mezzi di soccorso, al carico e scarico, e ai residenti”. Tale opera, oggi utopica, potrebbe diventare realtà attuandola in fasi diverse, lungo un arco di tempo ventennale. Sono stati stimati costi tra i 200 e i 300 milioni, l’equivalente dei costi di circa 3-4 chilometri di metropolitana. Durante l’incontro, i vari interventi hanno prospettato tematiche e analizzato problemi connessi al progetto: la divisione in fasi della realizzazione (Emilio Battisti); la ripresa della navigazione attraverso la riapertura della conca di Viarenna (Empio Malara); la valorizzazione e la riscoperta del patrimonio storico e architettonico di Milano (Andrea Cassone); la riapertura del naviglio di via Melchiorre Gioia come esperimento di introduzione di valori urbani in un’area periferica (Marco Prusicki); i nuovi scenari indotti dalla riapertura dei navigli nel sistema della mobilità milanese (Giorgio Goggi); simulazioni del tracciato degli storici navigli (Umberto Vascelli Vallara, Nicola Rainisio); studi per la riattivazione dei navigli dal punto di vista idraulico e idrologico (Maria Cristina Sciandra, Carlotta Lamera); studio di fattibilità idrogeologica in rapporto al sistema delle acque e alla navigabilità dell’intero sistema (Guido Rosti); valutazione economica per il Progetto Navigli (Flavio Boscacci). Sono state presentate anche rielaborazioni di fotografie storiche e poesie, a cura de Il Multiverso, (Arianna Lugarini, Marco Proverbio). In conclusione, Ada Lucia De Cesaris, ha confermato la volontà dell’Amministrazione comunale di continuare sul percorso avviato ringraziando il team di ricerca, composto anche da numerosi giovani, per il lavoro svolto, completamente volontario. Inoltre, senza nascondere la necessità di reperire le risorse in questo momento di criticità economica, ha chiesto di cominciare la redazione del Progetto Preliminare, attuando la fase due dell’incarico. Manuela Oglialoro


D’Aloisio, Paola Faroni, Luisa Favalli, Fabio Maffezzoni, Roberta Orio, Alessio Rossi, Roberto Saleri, Eliana Terzoni (Termine del mandato: 28.10.2017)

Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori tel. 02 29002174 www.architettilombardia.com Segreteria: segreteria@consulta-al.it Presidente: Angelo Monti Vice Presidente: Giuseppe Sgrò Comitato di Presidenza: Laura Boriani, Carlos De Carvalho, Gian Luca Perinotto Tesoriere: M. Elisabetta Ripamonti Segretario: Fabiola Molteni Consiglieri: Pietro Triolo, Laura Gianetti, Carlo Varoli, Paolo Ventura, Daniela Volpi Ordine APPC di Bergamo tel. 035 219705 www.bg.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettibergamo@archiworld.it Informazioni utenti: infobergamo@archiworld.it Presidente: Franceso Valesini; Vice Presidente: Carlos Manuel Gomes de Carvalho; Segretario: Alessandra Ferrari Tesoriere: Arianna Foresti Consiglieri: Remo Capitanio, Marcella Datei, Giuseppe Joi Donati, Emilio Braian Giobbi, Riccardo Invernizzi, Sandra Marchesi, Alessandra Morri, Federica Nozza, Chiara Raffaini, Stefano Tacchinardi, Barbara Venturi (Termine del mandato: 12.6.2017) Ordine APPC di Brescia tel. 030 3751883 www.bs.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettibrescia@archiworld.it Informazioni utenti: infobrescia@archiworld.it Presidente: Umberto Baratto Vice Presidente: Laura Dalè Segretario: Gianfranco Camadini Tesoriere: Eugenio Sagliocca Consiglieri: Stefania Annovazzi, Stefania Buila, Serena Cominelli, Alessandro

Ordine APPC di Como tel. 031 269800 www.ordinearchitetticomo.it Informazioni utenti: info@ordinearchitetticomo.it Presidente: Angelo Monti; Vice Presidente: Angelo Avedano; Segretario: Margherita Mojoli; Tesoriere: Enrico Nava; Consiglieri: Matteo Ardente, Alessandro Bellieni, Stefania Borsani, Elisabetta Cavalleri, Alessandro Cappelletti, Alessandra Guanziroli, Veronica Molteni, Giacomo Pozzoli, Stefano Seneca, Marco F. Silva, Marcello Tomasi (Termine del mandato: 15.3.2014) Ordine APPC di Cremona tel. 0372 535422 www.architetticr.it Presidenza e segreteria: segreteria@architetticr.it Presidente: Bruna Gozzi Vice Presidente: Carlo Varoli; Segretario: Maria Luisa Fiorentini Tesoriere: Laura Patrini Consiglieri: Elisabetta Cristina Bondioni, Eugenio Amedeo Campari, Antonio Lanzi, Massimo Masotti, Andrea Pandini, Paola Pietramala, Silvano Sanzemi (Termine del mandato: 2.10.2017) Ordine APPC di Lecco tel. 0341 287130 www.ordinearchitettilecco.it Presidenza, segreteria e informazioni: ordinearchitettilecco@tin.it Presidente: Maria Elisabetta Ripamonti Vice Presidente: Paolo Rughetto Segretario: Marco Pogliani Tesoriere: Vincenzo D. Spreafico; Consiglieri: Davide Bergna, Laura Colombo, Paolo Manzoni, Elio Mauri, Giorgio Melesi, Diego Toluzzo, Giulia Torregrossa (Termine del mandato: 8.10.2017) Ordine APPC di Lodi tel. 0371 430643 www.lo.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettilodi@archiworld.it Informazioni utenti:

infolodi@archiworld.it Presidente: Laura Boriani; Vice Presidente: Alessandro Cordoni Segretario: Chiara Panigatta Tesoriere: Carlo Terribile Consiglieri: Simonetta Fanfani, Emanuele Grecchi, Paola Mori, Anna Patrizia Legnani, Giuseppe Rossi (Termine del mandato: 25.9.2017) Ordine APPC di Mantova tel. 0376 328087 www.mn.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettimantova@archiworld.it Informazioni utenti: infomantova@archiworld.it Presidente: Alessandro Valenti; Vice Presidenti: Cristiano Guernieri, Pietro Triolo; Segretario: Alessandra Fortunati; Tesoriere: Mariangela Gavioli; Consiglieri: Francesco Cappa, Andrea Cattalani, Federico Fedel, Gianni Girelli, Vittorio Longheu, Martina Mazzali (Termine del mandato: 5.9.2017) Ordine APPC di Milano tel. 02 625341 www.ordinearchitetti.mi.it Presidenza: consiglio@ordinearchitetti.mi.it Informazioni utenti: segreteria@ordinearchitetti.mi.it Presidente: Valeria Bottelli Vice Presidenti: Franco Raggi Segretario: Paolo Brambilla Tesoriere: Marcello Rossi Consiglieri: Marco Francesco Bianchi, Antonio Borghi, Cecilia Bolognesi, Paolo Mazzoleni, Alessandra Messori, Vittorio Pizzigoni, Vito Mauro Redaelli, Clara Rognoni, Francesca Simonetti, Alessandro Trivelli, Stefano Tropea (Termine del mandato: 20.11.2017) Ordine APPC di Monza e della Brianza tel. 039 2307447 www.ordinearchitetti.mb.it Segreteria: segreteria@ordinearchitetti.mb.it Presidente: Fabiola Molteni; Vice Presidenti: Carlo Mariani Segretario: Enrica Lavezzari Tesoriere: Giuseppe Caprotti Consiglieri: Maria Grazie Angiolini, Marco Ballarè, Chiara Lorenza Colzani,

Luca Elli, Emanuele Gatti, Andrea Meregalli, Maura Monti, Vania Mottinelli, Fabio Sironi, Corrado Spinelli, Mariarosa Vergani (Termine del mandato: 23.12.2017) Ordine APPC di Pavia tel. 0382 27287 www.ordinearchitettipavia.it Presidenza e segreteria: architettipavia@archiworld.it Informazioni utenti: infopavia@archiworld.it Presidente: Aldo Lorini; Segretario: Paolo Marchesi; Tesoriere: Maura Lenti; Consiglieri: Roberto Fusari, Luca Pagani, Gian Luca Perinotto, Paolo Polloni, Loretta Rizzotti, Giorgio Tognon, Alessandro Trevisan, Andrea Vaccari (Termine del mandato: 2.9.2017) Ordine APPC di Sondrio tel. 0342 514864 www.so.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettisondrio@archiworld.it Informazioni utenti: infosondrio@archiworld.it Presidente: Giovanni Vanoi Segretario: Claudio Botacchi Tesoriere: Andrea Forni Consiglieri: Marco Del Nero, Mauro Marantelli, Carlo Murgolo, Giulia Pedrotti, Nicola Stefanelli, Giulia Maria Vitali (Termine del mandato: 23.9.2017) Ordine APPC di Varese tel. 0332 812601 www.ordinearchitettivarese.it Presidenza: presidente.varese@awn.it Segreteria: infovarese@awn.it Presidente: Laura Gianetti; Vice Presidente: Giuseppe Speroni, Emanuele Brazzelli Segretario: Matteo Sacchetti Tesoriere: Maria Chiara Bianchi Consiglieri: Giorgio Maria Baroni, Luca Bertagnon, Alberto D’Elia, Mattia Frasson, Ilaria Gorla, Carla Giulia Moretti, Dario Pesca, Franco Segre, Maria Cristina Tomasini, Stefano Veronesi (Termine del mandato: 1.10.2017)

trimestrale di informazione degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori Lombardi

La rivista AL, fondata nel 1970, raggiunge ogni tre mesi i 27.635 architetti iscritti ai 12 Ordini degli Architetti PPC della Lombardia: 2.353 iscritti dell’Ordine di Bergamo; 2.356 iscritti dell’Ordine di Brescia; 1.720 iscritti dell’Ordine di Como; 706 iscritti dell’Ordine di Cremona; 955 iscritti dell’Ordine di Lecco; 403 iscritti dell’Ordine di Lodi; 713 iscritti dell’Ordine di Mantova; 12.080 iscritti dell’Ordine di Milano; 2.534 iscritti dell’Ordine di Monza e della Brianza; 876 iscritti dell’Ordine di Pavia; 372 iscritti dell’Ordine di Sondrio; 2.306 iscritti dell’Ordine di Varese. Ricevono, inoltre, la rivista: 90 Ordini degli Architetti PPC d’Italia; 1.555 Amministrazioni comunali lombarde; Assessorati al Territorio delle Province lombarde e Uffici tecnici della Regione Lombardia; Federazioni degli architetti e Ordini degli ingegneri; Biblioteche e librerie specializzate; Quotidiani nazionali e Redazioni di riviste degli Ordini degli Architetti PPC nazionali; Università; Istituzioni museali; Riviste di architettura ed Editori.

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495 | 2013


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Comunicare l'architettura

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